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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                          VOLUME DUODECIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIII



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO LX.

      _Scisma de' Greci e de' Latini. Stato di Costantinopoli.
      Ribellione de' Bulgari. Isacco l'Angelo scacciato dal trono per
      opera del suo fratello Alessio. Origine della quarta Crociata. I
      Francesi e i Veneziani collegati col figlio d'Isacco. Spedizione
      navale a Costantinopoli. I due assedj, e resa della città caduta
      in mano de' Latini._


Lo scisma delle Chiese greca e latina seguì d'appresso la restaurazione
dell'Impero d'Occidente da Carlomagno operata[1]. Una nimistà nazionale
e religiosa tiene tuttavia disgiunte le due più numerose comunioni del
mondo Cristiano; e lo Scisma di Costantinopoli, inimicando i più utili
confederati, irritando i più pericolosi nemici, l'invilimento e la
caduta dell'Impero romano d'Oriente affrettò.

Più d'una volta, e manifestamente, è apparsa nel corso di questa Storia
l'avversione de' Greci contra i Latini. Stata erane prima origine l'odio
che i secondi portavano alla servitù, odio vie più acceso, dopo il regno
di Costantino, dall'orgoglio della eguaglianza e dall'ambizione del
dominio, e invelenito in appresso dalla preferenza che alcuni sudditi
ribelli aveano data alla lega de' Franchi. In tutti i tempi, i Greci si
mostrarono vanagloriosi di primeggiare per la loro erudizione religiosa
e profana. Primi di fatto nel ricevere i lumi del Cristianesimo i Greci,
nel seno di lor nazioni i decreti di sette Concilj generali vennero
pronunziati[2]. La lingua de' medesimi era quella della Santa Scrittura
e della filosofia; nei popoli barbari,[3] immersi nelle tenebre
dell'Occidente[4], doveano a loro avviso, arrogarsi il diritto di
discutere le quistioni misteriose della teologica scienza. Ma questi
Barbari, a lor volta, l'incostanza e le sottigliezze degli Orientali,
autori di tutte le eresie, disprezzavano; e benedivano la propria
ignoranza che di seguire con docilità la tradizione della Chiesa
Appostolica si appagava. Ciò nulla meno nel settimo secolo, i Sinodi di
Spagna, e quelli indi di Francia, portarono a miglior perfezione, o
corruppero[5] il Simbolo di Nicea intorno al mistero della terza persona
della Trinità[6]. Nelle lunghe controversie dell'Oriente era stata
scrupolosamente definita la natura e la generazione di Gesù Cristo; e i
naturali modi per cui un figlio deriva dal padre sembravano offrire alla
mente qualche debole immagine di un tale mistero. Ma l'idea di nascita
parea men confacevole allo Spirito Santo, che invece di un dono o di un
attributo divino, veniva considerato dai Cattolici come una sostanza,
una persona, un Dio. Comunque non generato, secondo lo stile ortodosso
però, _procedea_. Procedeva egli solo dal padre, o fors'anche dal
figlio? Ovvero dal padre e dal figlio? I Greci la prima di queste
opinioni ammettevano, i Latini si chiarirono per la seconda; e
l'aggiunta della parola _filioque_[7] fatta al Simbolo di Nicea accese
la discordia fra le Chiese Gallicana e Orientale. Nei principj di una
tal controversia i Pontefici Romani fecero mostra di serbare la
neutralità ed un animo moderato[8]. Condannavano la novità, e nondimeno
all'opinione delle nazioni transalpine si mostraron propensi. Parea lor
desiderio il coprire questa inutil ricerca col manto del silenzio e
della carità; onde nella corrispondenza fra Carlomagno e Leone III,
vediamo il Pontefice tener linguaggio di assennato politico, il Monarca
abbandonarsi alle passioni e alle massime pregiudicate d'un prete[9]. Ma
i principi ortodossi di Roma agl'impulsi della sua temporale politica
naturalmente cedettero; e il _filioque_ che Leone desiderava
cancellato[10], venne aggiunto nel Simbolo e cantato nella Liturgia del
Vaticano. I simboli di Nicea e di S. Atanasio furono d'allora in poi
riguardati come parte della Fede cattolica, indispensabilmente
necessaria all'eterna salute, e tutti i Cristiani d'Occidente, sieno
Romani, sieno Protestanti, percossi dagli anatemi dei Greci, li
restituiscono a chiunque ricusa credere che lo Spirito Santo procede,
così dal padre come dal figlio. Tali articoli di fede non lasciano
possibilità d'accomodamento; bensì le regole di disciplina, nelle chiese
lontane e independenti, a variazioni debbono soggiacere: e perfin la
ragion de' Teologi potrebbe confessare che tai differenze sono
inevitabili e di poca entità. Sia effetto di politica o di
superstizione, Roma ha imposto a' suoi preti e diaconi il rigoroso
obbligo del celibato. Questo, appo i Greci, non si estende che ai
Vescovi ai quali la lor dignità offre il compenso di una privazione,
fatta anche men sensibile per essi dagli anni. Il Clero parrocchiale, i
Papassi, godono del consorzio della moglie che prima di assumere gli
Ordini Sacri sposarono. Nell'undicesimo secolo, fu agitata con calore
una quistione che riferivasi agli _Azzimi_, pretendendosi che l'essenza
della Eucaristia dependesse dall'uso del pane col lievito o senza
lievito. Mi è egli lecito in una storia grave il narrare i rimproveri
che venivano furiosamente scagliati contro i Latini, i quali lungo tempo
rimasero sulla difensiva? — Essi trascuravano di osservare il decreto
appostolico che proibisce il nudrirsi di sangue d'animali, o di questi
animali stessi affogati o strozzati: praticavano ogni sabbato il digiuno
mosaico; permetteano nella prima settimana di quaresima l'uso del
formaggio e del latte[11]; si concedeva ai monaci infermi il mangiar
carne; il grasso degli animali, talvolta alla mancanza d'olio suppliva;
riserbavasi all'Ordine episcopale l'amministrazione della Santa Cresima,
o dell'unzione battesimale. I Vescovi portavano al dito un anello, come
sposi spirituali della loro Chiesa; i preti si radevano la barba, e
battezzavano con una semplice immersione; tai sono i delitti che
infiammarono lo zelo dei Patriarchi di Costantinopoli, e de' quali collo
stesso fervore i dottori latini cercavano di scolparsi[12].

[A. D. 857-886]

La superstizione e l'odio nazionale contribuiscono in segnalata guisa ad
invelenire i dispareri, anche sulle cose più indifferenti; ma lo scisma
de' Greci ebbe per sua cagione immediata la gelosia de' due Pontefici.
Il Romano, sostenendo la supremazia dell'antica Metropoli, pretendea non
avere altro eguale nel mondo Cristiano; quello della Capitale regnante
voleva essergli eguale e ricusava di riconoscere un superiore. Verso la
metà del nono secolo, un laico, l'ambizioso Fozio[13], capitano delle
guardie, e primo segretario dell'Imperatore, ottenne, o fosse merito di
lui, o grazia del Principe, la molto più desiderabile dignità di
Patriarca di Costantinopoli. Fornito di cognizioni superiori al
rimanente del Clero, anche nella scienza ecclesiastica, immune da taccia
per la purezza dei suoi costumi, solamente la fretta posta nell'assumere
gli Ordini sacri, e l'irregolarità del suo innalzamento gli venivano
rimproverati. Ignazio predecessore di lui che era stato costretto a
rassegnare la cattedra, conservava tuttavia per sè la compassione
pubblica e l'ostinatezza de' suoi partigiani. Costoro portarono
appellazione a Nicolò I; uno de' più orgogliosi e ambiziosi Pontefici
Romani, che mai fossero stati, il quale accolse avidamente questo motivo
di giudicare e condannare il proprio rivale. Si arroge che la discordia
de' due prelati fu ancora inacerbita da un conflitto di giurisdizione,
perchè si disputavano entrambi il Re e la nazione dei Bulgari; e poco
rilevante cosa pareva all'uno e all'altro, che questi popoli si fossero
di recente al Cristianesimo convertiti, se non potevano fra i loro
sudditi spirituali questi nuovi proseliti noverare. Sostenuto dalla sua
Corte, il Patriarca Greco riportò la vittoria, ma in mezzo alla violenza
della disputa, scomunicò a sua volta il successor di S. Pietro,
avvolgendo tutta la Chiesa latina nel bando di scisma e d'eresia che
egli avea fulminato; col quale atto ad un regno breve e precario la pace
del mondo Fozio sagrificò. Il Cesare Bardas, protettore di Fozio, lo
trascinò seco nella sua caduta; e Basilio il Macedone, si mostrò giusto
nel restituire all'antica sede Ignazio, agli anni e alla dignità del
quale non erasi avuto bastante riguardo. Dal fondo del suo convento, o
del suo carcere, con patetiche lamentele, e con accorte adulazioni,
Fozio sollecitava il favore del nuovo monarca; onde appena ne fu morto
il rivale, risalì alla sedia patriarcale di Costantinopoli. Cessato di
vivere Basilio, sperimentò le vicissitudini delle Corti, e
l'ingratitudine del suo allievo asceso sul trono. Rimosso quindi una
seconda volta, nella solitudine che gli estremi momenti della sua vita
acerbò, dovette augurarsi le soavità dello studio e la libertà della
vita secolare che all'ambizione aveva posposte. Ad ogni politico
cambiamento, il clero cedea docilmente e senza perplessità al soffio
dell'aura di Corte, e ad ogni cenno del nuovo principe; onde un Sinodo
di trecento Vescovi teneasi sempre indifferentemente apparecchiato o a
celebrare il trionfo del Santo, o ad imprecare l'esecrabile Fozio caduto
dal seggio[14]; e i Papi, sedotti da promesse ingannevoli di soccorsi, o
di ricompense, si lasciavano condurre ad approvare questi atti
contraddittorj, e per via di lettere o di Legati, i Sinodi di
Costantinopoli ratificarono. Ma la Corte ed il popolo, Ignazio e Fozio,
in una cosa convenivano, nel non ammettere le pretensioni de' Papi. I
ministri di questi vennero insultati, o posti in carcere: la
_processione_ dello Spirito Santo dimenticata, la Bulgaria unita per
sempre al trono di Bisanzo; e lo scisma si fece più durevole per le
censure rigorose emanate dagli stessi Papi contro le moltiplicate
ordinanze che un Patriarca irregolare avea decretate. L'ignoranza e la
corruttela del decimo secolo sospesero le contestazioni fra i due
popoli, le nimistà loro non ammollì; ma allorchè, la spada de' Normanni
fece ritornare le chiese della Puglia sotto la giurisdizione di Roma, il
Patriarca nel congedarsi da questo perduto gregge, lo avvertì con una
lettera piena di fiele di evitare e abborrire le eresie de' Latini. La
nascente maestà del Romano Pontefice, non potè comportare questa
insolenza d'un ribelle; onde Michele Cerulario pubblicamente, e in mezzo
di Costantinopoli, si vide dai Legati Pontifizj scomunicato (A. D.
1054). Consegnarono questi sull'altare di S. Sofia il terribile anatema
che chiarendo[15] le sette mortali eresie dei Greci, condannava
all'eterna società del demonio, e degli angeli delle tenebre, i
colpevoli predicatori di queste eresie e i loro sfortunati settarj.
Sembrò talvolta che la concordia si rimettesse; perchè, giusta i bisogni
della Chiesa o dello Stato greco, or da una banda, or dall'altra, al
linguaggio della dolcezza e della carità si piegava; ma non mai i Greci
abbiurarono i proprj errori, non mai i Papi ritrattarono le lor
sentenze; talchè può quivi riguardarsi l'epoca del consumato scisma
dell'Oriente. Ciascun nuovo atto ardimentoso de' Romani Pontefici lo
ingrossò[16]. Le sventure, l'umiliazione de' Monarchi alemanni fecero
arrossire e tremare gl'Imperatori di Costantinopoli, la possanza
temporale e la vita militare del Clero latino il popolo Greco
scandalezzarono[17].

[A. D. 1000-1200]

L'avversione in cui mutuamente i Greci e i Latini si avevano, fu
confermata, e apparve più manifesta nelle tre prime spedizioni della
Palestina. Alessio Comneno non risparmiò artifizj, per allontanare, se
altro non poteasi, questi formidabili pellegrini. I successori di lui,
Manuele e Isacco l'Angelo, tramarono di concerto coi Musulmani la rovina
de' più illustri condottieri de' Franchi; insidiosa e perfida politica
in cui vennero ben secondati dalla volontaria obbedienza de' loro
sudditi d'ogni classe. Di sì fatta avversione vuol certamente darsi gran
colpa alla differenza d'idiomi, di vesti e di consuetudini, la quale
diversità fa discordanti fra loro, e contrarie le une dall'altre, presso
che tutte le nazioni del Globo. E l'amor proprio e la prudenza del
Sovrano ad un tempo soffrivano in veggendo queste invasioni di stranieri
eserciti che chiedeano imperiosamente il diritto di attraversare gli
Stati greci e di passare sotto le mura della loro capitale. Oltrechè, i
pusillanimi sudditi dell'Imperator greco venivano spogliati e insultati
da questi rozzi abitanti dell'Occidente, e l'odio dei primi contra i
secondi era anche nudrito da segreta gelosia, che le pie e coraggiose
imprese de' Crociati inspiravano. Un cieco zelo di religione ai motivi
profani di nazionale odio aggiugneasi; poichè i Cristiani d'Occidente,
in vece di ricevere amichevole accoglienza dai loro fratelli cristiani
d'Oriente, udiansi continuamente rintronare all'intorno i nomi di
scismatici e di eretici, nomi ad ortodosso orecchio più aspri che non
quelli stessi di Pagani o d'Infedeli. Laonde anzichè inspirare quella
fiducia che a conformità di culto e di Fede parea consentanea, i Franchi
erano abborriti dai Greci, per alcune regole di disciplina o quistioni
teologiche in cui le massime loro, o del Clero latino, da quelle della
Chiesa Orientale scostavansi. Nel tempo della Crociata di Luigi VII, i
preti greci lavarono e purificarono un altare, siccome profanato dal
divin sagrifizio celebratovi da un prete francese. I compagni di
Federico Barbarossa si dolsero d'insulti e cattivi trattamenti, che
soprattutto dai Vescovi e dai Monaci riceveano. Cotesti ecclesiastici,
nelle loro preci, e ne' loro sermoni, animavano il popolo contro gli
empj Barbari venuti fra loro. Viene anzi accusato il Patriarca di avere
promulgato che l'esterminare i scismatici era pei fedeli una via di
ottenere remissione plenaria di tutti i peccati[18]. Un entusiasta, di
nome Doroteo portò ad un tempo spavento e calma nell'animo
dell'Imperatore, col predirgli che gli eretici alemanni assalirebbero la
porta di Blacherna, ma ne riceverebbero tal castigo che diverrebbe
tremendo esempio della divina vendetta. I passaggi di questi grandi
eserciti erano avvenimenti rari e pericolosi: ma le Crociate diedero fra
i due popoli origine ad una corrispondenza che li fornì di nuove
cognizioni, senza però guarirli dai pregiudizj che le loro menti
viziavano. Il lusso e le ricchezze di Costantinopoli ivi attraevano le
produzioni di tutti i climi, intanto che il lavoro e l'industria de'
numerosi cittadini, contrabbilanciavano il bisogno d'introdurre cose
peregrine. Situata questa metropoli in modo che chiama a sè il commercio
di tutte le parti del Globo, questo commercio per lungo tempo fu nelle
sole mani degli stranieri. Venuta Amalfi a scadimento, i Veneziani, i
Pisani, e i Genovesi posero fattorie nella Capitale del greco impero: i
lor servigi ebbero guiderdoni di privilegi ed onori; comperarono poderi
e case: le famiglie di questi per via di maritaggi co' nativi
moltiplicaronsi; e dopo che fu tollerata una moschea maomettana divenne
impossibile il proibire chiese di rito romano[19]. Le due mogli di
Manuele Comneno[20] alla stirpe de' Franchi spettarono, cognata la prima
dell'Imperatore Corrado, figlia la seconda del principe di Antiochia. Lo
stesso Manuele ottenne in isposa al proprio figlio Alessio una figlia di
Filippo Augusto, re di Francia, ed una figlia maritò al Marchese di
Monferrato, che nella reggia di Costantinopoli avea ricevuta la sua
educazione, e delle dignità della Corte greca andava insignita. Questo
monarca aspirava alla conquista dell'Occidente dopo averne combattuti
gli eserciti; apprezzava il valore de' Franchi, della fedeltà loro non
dubitava[21], e in modo assai singolare compensava i loro meriti
guerrieri conferendo ad essi i lucrosi uffizj di giudici e di tesorieri.
La politica gli suggerì sollecitare una lega col Pontefice, onde la
pubblica voce lo accusò, siccome parziale alla nazione e al culto de'
Latini[22]: i quali e sotto il regno di Manuele, e sotto il successivo
di Alessio venivano indicati cogli odiosi nomi di estranei, di eretici,
di favoriti. Triplice delitto che fu severamente espiato nella sommossa
che annunziò il ritorno e l'innalzamento di Andronico[23]. Il Popolo
accorse all'armi; dalle coste dell'Asia il tiranno inviò e truppe e
galee che la vendetta pubblica favoreggiassero; onde l'impotente
resistere degli stranieri non divenne che un pretesto al raddoppiato
furore de' loro uccisori. Nè età, nè sesso, nè vincoli d'amicizia o di
parentado poterono salvar le vittime che l'odio, il fanatismo, e
l'avarizia aveano consagrate alla morte. Trucidati per le strade e nelle
lor case i Latini: ridotto in cenere il rione ove abitavano: arsi i
sacerdoti nelle proprie chiese, gl'infermi ne' loro ospitali.
Somministrerà un'idea di questa carnificina l'atto di clemenza che la
terminò. Furono venduti ai Turchi quattromila Cristiani, che
sopravvissero alla general proscrizione. I preti e i frati furono quelli
che più operosi e inviperiti alla distruzione de' scismatici si
dimostrarono, e fu cantato pietosamente un _Te Deum_, poichè il capo
d'un Cardinale romano, Legato pontifizio, videsi separato dal suo busto,
e trascinato a coda di cavallo per le strade della città fra i barbari
scherni d'un'inferocita ciurmaglia. I più prudenti Latini al primo
sentore della sommossa si erano riparati nelle proprie navi, e
attraversando l'Ellesponto, a questa scena d'orror si sottrassero. Nella
loro fuga però, portarono strage ed incendio sulla costa greca per una
estensione di dugento miglia, e usando crudel rappresaglia su que'
sudditi dell'Impero che erano innocenti, sfogarono soprattutto il
proprio furore sui preti ed i frati, e colle fatte prede si compensarono
delle ricchezze che essi e i loro amici aveano perdute. Di ritorno
nell'Occidente, divulgarono per tutta Italia ed Europa la debolezza,
l'opulenza, la perfidia, e il feroce astio de' Greci, i cui vizj, quai
conseguenze naturali dello scisma e dell'eresia venner dipinti. I
pellegrini della prima Crociata, mossi da scrupolo di coscienza, aveano
trascurata la più bella fra le occasioni di aprirsi per sempre la strada
di Gerusalemme coll'assicurarsi il possedimento di Costantinopoli; ma un
interno cambiamento politico allettò, e quasi costrinse i Francesi ed i
Veneziani ad accingersi alla conquista dell'Impero Orientale.

[A. D. 1185-1195]

Nel corso della storia di Bisanzo furono per me narrate l'ipocrisia,
l'ambizione, la tirannide e la caduta di Andronico, ultimo rampollo
della dinastia Comnena che in Costantinopoli abbia regnato. La tempesta
politica che balzò dal trono costui, salvò la vita, e fu cagione
d'innalzamento ad Isacco l'Angelo, che per linea femminina dalla stessa
stirpe scendea[24]. Al successore di un secondo Nerone non doveva esser
difficile il meritarsi l'affetto, e la stima de' sudditi; eppure qualche
volta i Greci il governo di Andronico ebbero ad augurarsi. Almeno questo
tiranno, fornito di molto ingegno e di fermo animo, seppe scorgere quai
vincoli il suo interesse a quello del popolo collegassero; e
solertissimo nel far tremare coloro che gli davano ombra, governò per
altro in modo che gli oscuri privati, e le lontane province benedivano
la rigorosa giustizia del loro sovrano. Ma il successore di Andronico,
vano e geloso del potere supremo acquistato, mancava e del coraggio e
dell'ingegno che ad adoprarlo erano nccessarj: i vizj di costui funesti
divennero ai sudditi; inutili, se pur ne ebbe qualcuna, le sue virtù. I
Greci che alla costui negligenza tutte le calamità dello Stato
apponeano, gli negarono persino il merito de' vantaggi passeggieri, o
accidentali che durante il suo regno godettero. Sonnacchioso sul trono,
la sola voce del piacere lo ridestava, consagrando tutte le sue veglie a
turbe di commedianti e buffoni, ai quali ancora oggetto di sprezzo
rendeasi. Il lusso delle feste da esso ordinate e de' suoi edifizj,
superava ogni pompa di cui altra Corte avesse sfoggiato giammai; aveva
eunuchi e domestici fino al numero di ventimila, e il mantenimento della
mensa e della casa, meno di quattromila lire d'argento, ossia di quattro
milioni sterlini annuali non gli costava; a soddisfare le proprie voglie
non conoscea che una via; opprimere il popolo, che irritavano egualmente
e le vessazioni operate nel riscotere le pubbliche rendite, e l'uso che
di queste rendite si faceva alla Corte. Intantochè i Greci numeravano i
giorni della loro schiavitù, un Profeta che in guiderdone del suo
profetare ottenne da Isacco il Patriarcato, gli predisse, che durante un
regno felice di trentadue anni avrebbe esteso sino al monte Libano i
confini dell'impero, le sue conquiste oltre l'Eufrate. Ma il solo atto
ch'ei fece per verificare una simile predizione, fu quello di spedire
un'ambasceria scandalosa quanto superba a Saladino[25], chiedendogli la
restituzione del Santo Sepolcro, e proponendo una lega offensiva e
difensiva a questo nemico del nome cristiano. Fra le indegne mani
d'Isacco, e del fratello di lui, gli avanzi del greco Impero ebbero
l'ultimo crollo. L'isola di Cipro, il cui nome ridesta le idee di
dolcezza e di voluttà fu invasa da un Principe della dinastia de'
Comneni; e per un singolare accordo di circostanze, il valore di
Riccardo d'Inghilterra trasportò nella Casa di Lusignano questo reame,
compenso ben abbondante della perduta Gerusalemme.

[A. D. 1186]

La ribellione de' Valacchi e de' Bulgari, quanto di ignominia alla
monarchia, altrettanto di inquietudine portò alla capitale. Dopo la
vittoria di Basilio II, questi popoli si erano serbati sommessi ai
principi di Bisanzo, sommessione per vero dire che non recava ai
vassalli grande molestia; ma niuno avea mai fatta la pruova di ridurre
efficacemente sotto il giogo de' costumi e delle leggi quelle selvagge
tribù. Per ordine di Isacco l'Angelo, vennero private del solo modo di
sussistenza che avessero, delle loro greggie, che vennero adoperate alla
pompa delle nozze dell'Imperatore. Indi il rifiuto di pareggiarli nello
stipendio e nel grado agli altri soldati dell'Impero, gli animi di que'
guerrieri indocili affatto irritò. Pietro e Asan, due possenti Capi
della stirpe degli antichi Re[26], si eressero in difensori de' proprj
diritti e della pubblica libertà: i fanatici, che ad essi prestarono
l'uffizio di predicatori, bandirono alle genti che il glorioso S.
Demetrio loro avvocato, avea sempre abbandonate le parti de' Greci:
laonde la ribellione dalle sponde del Danubio ai monti della Tracia e
della Macedonia si dilatò. Dopo alcuni sforzi inutili per sedarli,
Isacco e il fratello d'Isacco riconobbero la loro independenza; perchè
fin sulle prime, le truppe imperiali si scoraggiarono alla vista dei
teschi e de' brani de' lor confratelli, lungo le gole del monte Emo
dispersi. Il valore e la politica di Giovanni o Giovannizio, fondarono
sopra salde basi il secondo regno de' Bulgari. Questo accorto Barbaro
spedì un'ambasciata ad Innocenzo III, riconoscendosi per nascita e
religione figlio di Roma[27], e supplicando umilmente il Pontefice a
concedergli la facoltà di battere moneta, il titolo di Re, e un
arcivescovo o Patriarca latino. Nel quale intento essendo egli riuscito,
il Vaticano riportò il trionfo di una nuova conquista, che fu la prima
origine dello scisma; poichè, se ai Greci fosse rimasta la loro
preminenza sulla Chiesa di Bulgaria, alle pretensioni della sovranità
avrebbero, senza dolersene, rinunziato.

[A. D. 1195-1203]

I Bulgari, odiando, come odiavano, l'Impero greco, doveano sopra ogni
cosa pregare il Cielo che durasse il regno d'Isacco l'Angelo, divenuto
il miglior mallevadore della loro prosperità o independenza. Nondimeno i
Capi de' Bulgari nella cecità del loro astio avevano egualmente a vile e
la nazione greca, e l'imperiale famiglia. «Non son nati in Grecia?
diceva Asan ai propri soldati. Il clima, l'animo, l'educazione sono
sempre i medesimi, e produrranno sempre i medesimi effetti. Vedete voi
in cima alla mia lancia queste lunghe banderuole che ondeggiano a grado
del vento; non differiscono che nel colore: composte di una seta stessa,
lavorate dalle stesse mani, quelle che sono tinte in color di porpora
non hanno maggior prezzo o valore dell'altre[28]». Il Regno di Isacco,
vide sorgere e cadere molti pretendenti all'Impero: un generale che avea
respinte le flotte dei Siciliani, dall'ingratitudine del Monarca venne
trascinato alla ribellione, indi alla propria rovina: sommosse e segrete
congiure, più d'una volta turbarono i sonni del principe voluttuoso. Per
più riprese salvato o dal caso, o dalla sollecitudine de' suoi
domestici, soggiacque finalmente alle trame d'un ambizioso fratello, che
per guadagnarsi il possedimento precario di un vacillante trono, i
sentimenti della fedeltà, della natura ed ogni riguardo d'affetto
dimenticò[29]. Intantochè Isacco si diportava pressochè solo cacciando
nelle ville della Tracia, Alessio, in mezzo al campo e fra gli applausi
di tutto l'esercito, vestì la porpora; scelta che la capitale e il clero
approvarono. Schifo per vanità del nome dei padri suoi, il nuovo Sovrano
assunse il più pomposo della famiglia real de' Comneni. Non mi restano
espressioni obbrobriose per contrassegnare Alessio dopo quelle che per
dipingere Isacco adoprai: unicamente aggiugnerò che l'indegno
usurpatore[30] durò otto anni sul trono, e ne dovette grazia ai meno
effeminati vizj della sua moglie Eufrosina. Solo al vedersi inseguito,
come un nemico, dalle infedeli sue guardie imperiali, del suo disastro
avvidesi Isacco: e corse fuggendo, all'aspetto de' suoi persecutori,
fino a Stagira in Macedonia, cammino di circa cinquanta miglia; ma
abbandonato a sè stesso e privo di soccorsi l'infelice Isacco, non potè
al suo destino sottrarsi. Arrestato, condotto a Costantinopoli, privato
degli occhi, e confinato in una solitaria torre, solo pane ed acqua ivi
furono il suo nudrimento. Nel tempo di tale catastrofe toccava soltanto
il dodicesimo anno Alessio figlio d'Isacco, che crescea nella speranza
di succedere al regno. La fanciullezza di lui trovò grazia presso il
tiranno, che lo serbò, e nella pace, e nella guerra, a decorare la pompa
del proprio corteggio. Essendo accampato in riva al mare l'esercito
greco, una nave italiana favorì la fuga del giovine principe, che, sotto
abito di marinaio, involatosi alle indagini de' nemici, passò
l'Ellesponto, nè tardò a trovarsi, immune da pericolo, sulle coste della
Sicilia. Dopo essersi indi condotto a salutare la dimora de' Santi
Appostoli e ad implorare la protezione di Papa Innocenzo III, cedè
Alessio agl'inviti della sua sorella, Irene moglie di Filippo di Svevia,
Re de' Romani. Ma attraversando l'Italia, intese come il fiore de'
cavalieri d'Occidente, nella città di Venezia assembrato, a veleggiare
alla Terra Santa accigneasi: onde gli nacque in cuore un raggio di
speranza, che l'armi invincibili de' Crociati tornassero il padre suo
sul trono che gli era stato rapito.

[A. D. 1198]

Dieci o dodici anni all'incirca dopo la perdita di Gerusalemme, i Nobili
della Francia vennero nuovamente alla guerra santa eccitati per la voce
di un terzo Profeta, meno stravagante di Piero l'Eremita, per vero dire,
ma che in politica ed eloquenza a S. Bernardo di gran lunga cedea. Un
prete ignorante nato ne' dintorni di Parigi, Folco di Neuilly[31]
abbandonò il servigio della sua parrocchia per sostenere la parte più
seducente di missionario ambulante e di predicatore del popolo: la fama
della sua santità e de' suoi miracoli si diffuse; veementemente
declamava contro i vizj del secolo, e i sermoni che per le pubbliche vie
di Parigi andava spacciando ebbero la fortuna di convertire ladri,
usurai, meretrici, e persino alcuni dottori e scolari dell'Università.
Appena Innocenzo III tenne la cattedra di San Pietro, bandì per
l'Italia, per l'Alemagna e per la Francia, la necessità, ossia il dovere
di una nuova Crociata[32]. L'eloquente Pontefice deplorava in patetico
stile la rovina di Gerusalemme, il trionfo dei Pagani, e l'obbrobrio
della Cristianità, liberalmente promettendo la remission de' peccati e
un'indulgenza plenaria a tutti coloro che presterebbero servigio alla
guerra di Palestina, o colla persona per un anno, o col ministerio di un
sostituto per due[33]. Fra i Legati, ed Oratori che intonarono la sacra
tromba, Folco di Neuilly ebbe la preminenza così per dimostrato zelo,
come per lo sfarzo de' buoni successi che ottenne. E certamente lo stato
in allora de' principali monarchi dell'Europa, tutt'altro che favorevole
ai voti del Santo Padre, si dimostrava; l'Imperatore Federico II,
tuttavia fanciullo, vedea dilacerati i suoi dominj dell'Alemagna dalle
discordie delle rivali Case di Svevia e Brunswik, e dalle fazioni
memorabili de' Guelfi e de' Ghibellini. Filippo Augusto di Francia aveva
il suo pericoloso voto adempiuto, nè troppo talentavagli di rinovarlo;
ma per altra parte, avido di lodi e di potenza questo monarca, assegnò
un fondo perpetuo al servigio militare di Terra Santa. Riccardo
d'Inghilterra, sazio di gloria, e acerbato dai disgustosi incidenti che
alla sua prima spedizione si univano, si prese la libertà di rispondere
con una facezia alle esortazioni di Folco di Neuilly, che, con egual
sicurezza, mandava i suoi rabbuffi ai popoli e ai Re. «Voi mi
consigliate, gli facea scrivere Plantageneto, di sciogliermi dalle mie
tre figlie, la superbia, l'avarizia e l'incontinenza. Ebbene! Per
metterle nelle mani di chi ne sappia far conto, consegno la mia superbia
ai Templarj, la mia avarizia ai frati di Citeaux, la mia incontinenza ai
Vescovi». Ciò non pertanto i grandi vassalli, e i Principi di secondo
ordine, alle voci del predicatore docilmente obbedirono. Il giovine
Tebaldo Conte di Sciampagna, in età di ventidue anni fu primo e de' più
zelanti a mettersi nella santa impresa; che, a ciò il confortavano gli
esempj del padre e del fratel primogenito, quegli stato condottiere
della seconda Crociata, questi morto in Palestina col titolo di Re di
Gerusalemme. Duemila dugento cavalieri doveano omaggio e servigio
militare al Conte di Sciampagna[34], e la Nobiltà di questo paese per
maestria nell'armi di altissima fama godea[35]. Oltrechè, Tebaldo,
divenuto sposo della erede della Casa di Navarra, poteva aggiugnere alle
sue truppe una coraggiosa banda di Guasconi tolti da entrambi i lati de'
Pirenei. Gli fu compagno d'armi, Luigi, conte di Blois e di Chartres,
venuto, come egli, di sangue reale; perchè questi due Principi erano,
l'uno e l'altro, nipote e del francese, e dell'inglese Monarca. Nella
moltitudine de' Baroni e Prelati che il fervore de' due Conti imitarono,
vogliono essere distinti Mattia di Montmorenci, chiaro per natali e per
merito, il famoso Simone di Montfort, flagello degli Albigesi, il
valente Goffredo di Villehardouin[36], maresciallo di Sciampagna[37],
che si è degnato scrivere nell'idioma[38] barbaro del suo secolo e del
suo paese[39] la narrazione de' consigli, e delle spedizioni, nelle
quali egli medesimo una delle primarie parti sostenne. Nel medesimo
tempo, Baldovino, conte di Fiandra, che avea sposata la sorella di
Tebaldo, prese la croce a Bruges non meno del proprio fratello Enrico, e
dei principali cavalieri e cittadini di questa ricca ed industriosa
provincia[40]. I Capi pronunziarono solennemente il lor voto nella
Chiesa, e lo ratificarono ne' tornei. Dopo che in parecchie assemblee
generali fu discusso intorno ai modi di accignersi alla grande impresa,
venne risoluto che, per liberare la Palestina, si dovea portar la guerra
in Egitto, paese che, dopo la morte di Saladino, la fame e le civili
guerre straziavano. Ma la ria ventura che aveano incontrata tanti
eserciti, condotti dai Sovrani in persona, mostravano pericolosissima
cosa l'imprendere per terra una sì lunga spedizione: e benchè i
Fiamminghi abitassero le coste dell'Oceano, i Baroni francesi mancavano
di navilio, nè avevano inoltre sull'arte del navigare nozioni di sorte
alcuna. In tal frangente, i Crociati saggiamente nominarono sei deputati
o rappresentanti, nel novero de' quali il Villehardouin si trovò, con
pieno potere di negoziare pel vantaggio della Confederazione, e di
regolare tutte le fazioni di questa impresa. Non essendovi che gli Stati
marittimi dell'Italia, atti a fornire quanto facea di mestieri per
trasportare i pellegrini, le armi loro e i cavalli, i sei deputati
cercarono Venezia, onde far valere e la divozione, e l'interesse allo
scopo di ritrar soccorsi da quella possente repubblica.

[A. D. 697-1200]

Nel narrare l'invasione fatta da Attila nell'Italia, non tacqui[41],
come i Veneziani fuggiti dalle città distrutte del Continente, si
fossero cercato uno oscuro asilo nella catena d'isolette che l'estremità
dell'Adriatico golfo fiancheggiano. Circondati per ogni lato dal mare,
liberi, indigenti, laboriosi, e padroni d'una inaccessibil dimora, a
mano a mano in repubblica si congregarono. Le prime fondamenta di
Venezia accolse l'isola di Rialto, e venne, in vece della elezione
annuale di dodici tribuni, l'uffizio di un Duca o Doge perpetuo, che
durava quanto la vita di chi lo assumea. Collocati fra due imperi, i
Veneziani vanno fastosi della fama di aver sempre mantenuta la primitiva
loro independenza[42], e sostenuta coll'armi la lor libertà, dai Latini
posta in pericolo, fama che, con testimonianze commesse allo scritto,
potrebbero di leggieri giustificare. Il medesimo Carlomagno abbandonò
tutte le sue pretensioni sulle isole del golfo Adriatico; Pipino, figlio
di lui, ebbe mal successo in volendo superare le lagune di Venezia,
troppo profonde, perchè la sua cavalleria potesse varcarle, ma non a
bastanza per offerire alle sue navi ricetto; e sotto il successivo regno
di tutti gli alemanni Imperatori, le terre della Repubblica veneta da
ogn'altro paese italiano sonosi contraddistinte. Ma quegli abitanti
imbevuti eransi dell'opinione generale dell'estranie nazioni, e de'
Greci loro sovrani, i quali siccome parte non alienabile dell'Impero
d'Oriente li riguardavano[43]. Il nono e il decimo secolo somministrano
prove e molte, e saldissime di tale dipendenza. Laonde i vani titoli e i
servili onori della Corte di Bisanzo, cotanto ambiti dai loro Dogi,
avrebbero invilite le magistrature di questo popolo libero, se
l'ambizione de' cittadini, e la debolezza di Costantinopoli non avessero
per insensibili gradi sciolte le catene di questa dependenza medesima,
che poi non era nè severissima, nè di soverchio assoluta. Convertiti
l'obbedienza in rispetto, i privilegi in prerogative, la libertà del
Governo politico quella del Governo civile affrancò. Le città marittime
dell'Istria e della Dalmazia obbedivano ai sovrani dell'Adriatico; e
quando questi armarono per Alessio contra i Normanni, l'Imperatore greco
non riguardò i soccorsi de' medesimi, qual tributo che il Sovrano può
aspettarsi dai sudditi, ma beneficenza di grati e fedeli confederati li
reputò. Retaggio fu di questo popolo il mare[44]. Certamente i Genovesi
e i Pisani, rivali de' Veneti, teneano la parte occidentale del
Mediterraneo, dalla Toscana a Gibilterra; ma avendo Venezia ottenuta di
buon'ora una grossa parte nel commercio vantaggiosissimo della Grecia e
dell'Egitto, le ricchezze di essa, a proporzione delle inchieste degli
Europei, si aumentarono; le sue manifatture di cristalli e di seta,
fors'anche l'instituzione della sua Banca ad una antichità la più rimota
risalgono, e i frutti della comune industria nella magnificenza della
Repubblica e de' privati ammiravansi. Facea mestieri di mantenere
l'onore della veneta bandiera, di vendicare ingiurie a questa inferite,
o proteggerne la marittima libertà? La Repubblica potea in brevissimo
tempo lanciar nell'acque, allestire una flotta di cento galee, ch'essa
adoperò a mano a mano contra i Greci, contra i Saracini, contra i
Normanni, o in soccorso, che grande fu, de' Francesi nelle loro
spedizioni alle coste della Sorìa. Ma questa solerzia de' Veneziani, nè
cieca, nè disinteressata mostravasi. Dopo la conquista di Tiro,
parteciparono al dominio sovrano di questa città, primo ricettacolo del
commercio di tutto il Globo; e già scorgeansi nella politica del veneto
Governo tutta l'avarizia di un popolo trafficante, e tutta l'audacia di
una potenza marittima. Ma non fu mai che il consiglio l'ambizione non ne
regolasse; e dimenticò rare volte, che, se la copia delle sue galee
armate era conseguenza e salvaguardia di sua grandezza, il suo navilio
mercantile le avea dato origine e la sostenea. Evitato lo scisma de'
Greci, non quindi Venezia un'obbedienza servile al Pontefice di Roma
prestò; e l'abito di corrispondere cogl'Infedeli di tutti i climi, le fu
schermo di buon'ora contra gl'influssi della superstizione. Il Governo
primitivo di Venezia presentava una mescolanza informe di democrazia e
di monarchia; pei suffragi di una generale assemblea eleggevasi il Doge;
e questi, sinchè piaceva al popolo la sua amministrazione, regnava con
fasto e con autorità ad un sovrano addicevoli; ma negli spessi
cambiamenti politici occorsi, cotesti maestrati vennero e rimossi, e
confinati in esilio, e talvolta anche morti per opera di una moltitudine
sempre violenta, spesse volte ingiusta. Col secolo dodicesimo solamente
incominciò quell'abile e vigilante aristocrazia, per le cui conseguenze
ai dì nostri il Doge non è più che un fantasma, il popolo un nulla[45].

[A. D. 1201]

Appena giunti a Venezia i sei ambasciatori francesi, vennero nel palagio
di S. Marco amichevolmente accolti dal Doge Enrico Dandolo, che,
pervenuto all'ultimo periodo dell'umana vita, fra gli uomini più chiari
del suo secolo risplendea[46]. Aggravato dagli anni, e divenuto
cieco[47], il Dandolo conservava tutto il vigore del suo coraggio e del
suo intendimento, il fervor d'un eroe bramoso di segnalare per qualche
memorabile impresa l'epoca del suo regno, la saggezza di un cittadino
infiammato dall'ardore di fondare la propria fama sulla gloria e la
possanza della sua patria. Il valore e la fiducia de' Baroni francesi e
de' lor deputati, ottennero da lui approvazione ed encomj: «S'io non
fossi che un privato, rispondea loro, nel sostenere una sì bella causa,
e in compagnia di tali campioni, bramerei terminare il corso della mia
vita.» Ma nella sua qualità di magistrato di una Repubblica, li chiese
di qualche indugio per consigliarsi in una bisogna di tanta importanza
co' suoi colleghi. La proposta de' Francesi venne primieramente discussa
nel consesso de' sei Savj nominati di recente per vegliare
all'amministrazione del Doge; indi portata ai quaranta Membri del
Consiglio di Stato, poi comunicata all'Assemblea legislativa, composta
di quattrocentocinquanta Membri, eletti ciascun anno ne' sei rioni della
città. E in pace, e in guerra, il Doge era sempre il Capo della
Repubblica; ma il credito personale goduto dal Dandolo, di maggior peso
l'autorità legale rendevane. Si ventilarono ed approvarono le ragioni da
esso addotte per favorire la confederazione; indi gli fu conferita
l'autorità di far note agli ambasciatori le condizioni del Trattato che
si volea stipulare[48]. Giusta le medesime, i Crociati, verso la festa
di S. Giovanni, del successivo anno sarebbersi adunati a Venezia, ove
avrebbero trovato barche piatte per contenere quattromila cinquecento
cavalli e novemila scudieri, e navi sufficienti per trasportare
quattromila cinquecento uomini a cavallo e ventimila fantaccini. I
Veneziani doveano inoltre per nove mesi mantenere di tutte le necessarie
vettovaglie la flotta, e condurle ovunque il servigio di Dio o della
Sovranità il richiedesse, scortandole inoltre con cinquanta galee
armate, e veleggianti colla bandiera della Repubblica. In corrispondenza
di tal carico che si assumeano i Veneziani, i pellegrini, prima del
partire, doveano sborsare ottantacinquemila marchi d'argento; e quanto
alle conquiste, sarebbersi in parti eguali divise fra i confederati.
Patti per vero alquanto aspri; ma la circostanza incalzava, e i Baroni
francesi non sapeano risparmiare nè il proprio sangue, nè le proprie
ricchezze. Fu tosto convocata un'assemblea generale per ratificare il
Trattato, e diecimila cittadini empieano la grande cappella e la piazza
di S. Marco. I Nobili francesi vidersi per la prima volta alla necessità
d'inchinare la maestà del popolo. «Illustri Veneziani, dicea il
maresciallo di Sciampagna, veniam deputati da' più grandi e più possenti
Baroni della Francia, per supplicare i Sovrani del mare a soccorrerci
nel liberare Gerusalemme. Questi nostri commettenti ci raccomandarono
prostrarci dinanzi a voi, nè ci rialzeremo, se prima non ne promettete
di vendicare con noi gli affronti fatti al Redentore del Mondo». Tali
parole accompagnate dal pianto[49], l'atteggiamento supplichevole, e in
un l'aspetto guerriero di coloro che le proferivano, eccitarono tal
grido universale di applauso, il cui rumore, dice Goffredo, a quel del
tremuoto rassomigliavasi. Il venerabile Doge salì il suo tribunale, ove
aringando favore dei supplicanti, spiegò quali siano i soli motivi
onorevoli e virtuosi che l'adunanza di tutto un popolo possono
giustificare. Copiatosi in pergamena il Trattato, munito di suggelli,
confermato da giuramenti, scambievolmente accettato con lagrime di gioia
dai rappresentanti delle due nazioni, venne tosto inviato a Roma per
ottenerne da Papa Innocenzo III l'approvazione. I mercatanti
somministrarono duemila marchi per le prime spese dell'armamento; e
intantochè due de' sei Deputati le Alpi rivalicavano per annunziare alla
lor gente il buon successo delle negoziate cose, gli altri quattro si
condussero, ma indarno a Genova e a Pisa, per indurre queste due
Repubbliche a prendere parte nella Santa Lega.

[A. D. 1202]

Indugi ed ostacoli non preveduti tardarono l'adempimento di questo
Trattato. Di ritorno a Troyes, il Maresciallo venne affettuosamente
accolto, e per le operate cose lodato da Teobaldo, conte di Sciampagna,
generale che ad unanime voto i pellegrini eransi scelto; ma la salute di
questo giovine valoroso incominciando a vacillare, non andò guari che
ogni speranza di salvarlo mancò. Deplorando il destino che lo dannava a
perire immaturo, non in mezzo al campo della battaglia, ma sopra un
letto d'angoscia, distribuì morendo i proprj tesori a' suoi prodi e
numerosi vassalli, dopo averli indotti a giurare alla sua presenza che
il voto di lui e di loro medesimi avrebber compiuto. Ma, prosegue il
Maresciallo, non tutti quelli che accettarono i donativi la lor parola
mantennero; i più risoluti campioni della Croce a Soissons si
assembrarono per la scelta di un nuovo generale, e fosse incapacità,
gelosia, o contraggenio, non trovarono alcuno tra i Principi francesi
fornito delle prerogative d'animo necessarie a condurre sì fatta
spedizione, e nemmeno del desiderio di questo comando. Laonde i voti si
unirono a favore di uno straniero, di Bonifazio, marchese di Monferrato,
rampollo di una stirpe d'eroi, e conosciuto egli medesimo per meriti
politici e militari[50]. Nè la pietà, nè la sua ambizione, gli
consigliavano ricusar l'offerta di comando fattagli dai Baroni francesi:
per lo che, dopo avere trascorsi alcuni giorni alla Corte di Francia,
ove trovò accoglienza ad un amico e ad un parente dovuta, accettò
solennemente nella chiesa di Soissons la croce di pellegrino, e il
bastone di generale, ripassando indi l'Alpi per prepararsi a questa
impresa di lunga durata. All'avvicinarsi della Pentecoste, Bonifazio,
dispiegato il proprio stendardo, prese la volta di Venezia a capo de'
suoi Italiani; colà il precedettero, o seguirono i Conti di Fiandra e di
Blois, ed alcuni più illustri Baroni di Francia, ai quali si aggiunse un
numeroso corpo di pellegrini alemanni, tutti compresi dagli stessi
motivi che i primi animavano[51]. Non solamente aveano compiuti, ma
oltrepassati i loro obblighi, i Veneziani: costrutte scuderie pe'
cavalli, baracche pe' soldati; magazzini abbondantemente forniti di
foraggi e di vettovaglie: i legni da trasporto, le navi e le galee, non
aspettavano per salpare che il pagamento della somma stipulata nel
Trattato per le spese di allestire la flotta. Ma tal somma era più forte
assai delle ricchezze insieme unite di tutti i pellegrini in Venezia
adunati. I Fiamminghi, che un'obbedienza volontaria e precaria al loro
Conte prestavano, aveano impresa sui proprj navigli la lunga navigazione
dell'Oceano e del Mediterraneo, e molta mano di Francesi e d'Italiani
preferito valersi per questa traversata dei modi meno dispendiosi e più
agiati che vennero offerti loro dai Marsigliesi e dai Pugliesi. I
pellegrini trasferitisi a Venezia avrebbero potuto dolersi in veggendo
che, dopo avere scontata la loro contribuzione personale, venivano
tenuti mallevadori pei compagni lontani; pur tutti i Capi di buon grado
le proprie suppellettili di oro e d'argento nel tesoro di S. Marco
deposero; ma un sì generoso sagrifizio non era ancora bastante, e ad
onta di tanti sforzi a compiere la pattuita somma trentaquattromila
marchi ancora mancavano.

La politica e l'amor patrio del Doge tolsero di mezzo l'ostacolo. Ei
fece ai Baroni il partito di unirsi ai suoi concittadini per ridurre
alcune città ribellanti della Dalmazia; al qual patto promise condursi
in persona a combattere sulle coste della Palestina, e ottenere inoltre
dalla Repubblica che, quanto al rimanente debito de' Crociati,
aspettasse ad ottenerne il pagamento l'istante, in cui qualche ricca
conquista ne porgesse ai medesimi i modi. Non poco titubarono, mossi
anche da riguardi di coscienza, i Francesi; ma anzichè rinunziare
all'impresa, finalmente a questo partito si accomodarono. I primi atti
ostili della flotta, furono contro Zara[52], città forte sulle coste
della Schiavonia, che sottrattasi ai Veneziani, sotto la protezione del
Re ungarese erasi posta[53]. Rotta la catena, o sbarra che il porto ne
difendeva, sbarcati i loro cavalli, le loro truppe, le loro macchine da
guerra, costrinsero nel quinto giorno la città ad arrendersi a
discrezione. Gli abitanti ebbero salve la vite, ma per punirli d'aver
ribellato, vennero saccheggiate le loro case, spianate le mura della
città. Innoltrata essendo la stagione, i confederati risolvettero
scegliere un porto sicuro in fertile paese, per ivi trascorrere il verno
tranquillamente: ma ne turbaron la quiete le nimistà di nazione surte
fra i soldati e i marinai, e le frequenti lotte che da queste nimistà
conseguivano. La conquista di Zara era stata origine di discordie e di
scandali. Spiacea che la prima fazione de' confederati, non di sangue
infedele, ma del sangue medesimo de' Cristiani, avesse lordate le loro
armi; lo stesso Re di Ungheria e i suoi nuovi sudditi fra i campioni
della Croce si noveravano; il timore o la incostanza aumentava gli
scrupoli de' devoti. Il Pontefice avea scomunicati diversi spergiuri
Crociati che saccheggiavano e trucidavano i lor fratelli[54]: anatema
che risparmiò solamente il Marchese Bonifazio e Simone di Montfort, l'un
d'essi, perchè non si era trovato all'assedio, l'altro pel merito di
avere abbandonata del tutto la lega. Innocenzo avrebbe perdonato di buon
grado ai semplici e docili penitenti francesi, ma a maggiore sdegno lo
concitava l'ostinata ragione de' Veneziani, che ricusando di confessare
le loro colpe, non sapean che farsi di perdono, nè voleano, quanto alle
bisogne lor temporali, l'autorità d'un prete conoscere.

L'unione di una flotta e di un esercito sì poderoso, le speranze del
giovine Alessio avea rianimate[55]. Così a Venezia come a Zara, non
risparmiò vivissime istanze ai Crociati, perchè il riconducessero in
patria, e la liberazione del suo genitore operassero[56]. Le
raccomandazioni di Filippo, Re di Alemagna, la presenza e le preghiere
del giovine Greco a pietà mossero i pellegrini; e il marchese di
Monferrato, e il Doge di Venezia, la causa ne assunsero e perorarono. Un
doppio parentado e la dignità di Cesare aveano colla famiglia imperiale
congiunti i due fratelli primogeniti di Bonifazio[57], che sperava
acquistarsi, per l'importanza di un tanto servigio prestato, un reame.
Più generosa l'ambizione del Dandolo, inspiravagli ardente desiderio di
assicurare al suo paese gl'immensi vantaggi che una tale impresa al
commercio veneto promettea[58]. La prevalenza di questi due personaggi
ottenne buona accoglienza agli ambasciatori d'Alessio; e se per una
parte, la vastità delle offerte fattesi da questo giovane, era tale da
mettere in qualche diffidenza, per l'altra i motivi da esso addotti, e i
vantaggi ai quali per sè stesso agognava, poterono giustificare
l'indugio posto alla liberazione di Gerusalemme, e all'uso delle forze
che a tal fine esser doveano serbate. Promise pertanto Alessio per sè e
pel padre suo, che appena ricuperato il trono di Costantinopoli, al
lungo scisma de' Greci porrebbero termine, sottomettendosi eglino e i
loro sudditi, alla supremazia della Chiesa romana. Si obbligò
ricompensare le fatiche e i servigi de' Crociati coll'immediato sborso
di dugentomila marchi d'argento; seguire i pellegrini in Egitto; o, se
più espediente fossesi giudicato, mantenere durante un anno diecimila
soldati, e finchè vivea, cinquecento uomini a cavallo pel servigio di
Terra Santa. Patti così seducenti vennero dalla Repubblica di Venezia
accettati, e l'eloquenza del Doge e del Marchese indusse i Conti di
Blois, di Fiandra, di S. Paolo, ed altri otto Baroni a prender parte in
una impresa tanto gloriosa. Co' soliti giuramenti un Trattato di lega
offensiva e difensiva si confermò: ciascuno individuo, giusta lo stato
suo, o la sua indole, fu adescato da motivi di generale interesse, o da
quelli del proprio; dall'onore di restituire ad un Sovrano il trono
perduto, o dall'opinione assai fondata che tutti gli sforzi de' Crociati
per liberare la Palestina sarebbero vani, ogni qualvolta la conquista di
Costantinopoli, non precedesse e agevolasse quella di Gerusalemme. Ma i
ridetti Capi comandavano una truppa di guerrieri liberi e di volontarj,
alcuni di questi loro eguali, che ragionavano, e talvolta a proprio
talento operavano. Benchè una grande maggiorità per la nuova lega si
fosse chiarita, non immeritevoli di considerazione erano il numero e gli
argomenti di coloro che la ributtavano[59]. Anche gli animi i più
intrepidi abbrividivano al racconto udito delle forze navali di
Costantinopoli, e delle inaccessibili fortificazioni di questa città.
Pure non allegavano in pubblico i lor timori, e forse a sè stessi
palliandoli, più decorose obbiezioni, dedotte dal dovere e dalla
Religione, mettevano in campo. Citavano i dissidenti la santità del voto
che, unicamente per far libero il Santo Sepolcro, dalle lor famiglie e
case aveali allontanati; non essere lor pensamento che motivi oscuri ed
incerti di umana politica dovessero distoglierli da una santa impresa,
l'evento della quale nelle mani della Providenza si stava: le censure
pontificie e i rimproveri di lor coscienza averli assai severamente
puniti per la conquista di Zara, prima colpa che si rimprocciavano; non
volere aggiugnerne una seconda col lordare in avvenire le proprie armi
nel sangue cristiano: sullo Scisma dei Greci aver già l'Appostolo di
Roma pronunziata sentenza; non appartenerne ad essi la punizione; nè
tampoco il farsi vendicatori degl'incerti diritti dei Principi di
Bisanzo. Mossi da sì fatti principj, o pretesti, una gran parte di
pellegrini, per valore e pietà i più rinomati, abbandonarono il campo;
eppure nocquero meno all'impresa, che non quella fazione di mal contenti
che rimanendo, cercarono tutte le occasioni di spargere nell'esercito la
discordia, e con opposizioni, or manifeste, or segrete, il buon esito
dell'armi impacciarono.

[A. D. 1203]

Tale diffalta non fece che i Veneziani affrettassero meno gli apparecchi
della partenza, e forse, sotto apparenza di generosa sollecitudine
inspirata loro dal giovine Alessio, celavano il risentimento che contra
la nazioni di lui e la famiglia nudrivano. Oltrechè, la cupidigia loro
sentivasi offesa dalla preferenza che di recente i Greci aveano data
alla rivale Repubblica di Pisa; non dimenticavano antichi e tremendi
conti rimasti addietro tra essi e la Corte di Costantinopoli; fors'anche
il Dandolo non si dava, per lo meno, cura di dismentire la popolare
credenza che accusava l'Imperator Manuele, di avere violati nella
persona del veneto Doge i diritti delle nazioni e della umanità,
privandolo della facoltà della vista, nel tempo che il grado di
Ambasciatore la persona di lui rendea sacra. Da parecchi anni le onde
adriatiche d'un sì straordinario armamento non si ricordavano;
centoventi barche piatte, o _palandre_ per li cavalli; dugentoquaranta
vascelli carichi di soldati e d'armi, settanta di vettovaglie, protetti
da cinquanta galee ben munite, e pronte alla pugna, tal si era lo stato
di una sì formidabile flotta[60]. Propizio il vento, tranquillo il mare,
sereno il cielo mostravansi, e gli occhi d'ognuno con ammirazione a
questa scena guerriera e splendentissima stavano intenti. Gli scudi de'
cavalieri e degli scudieri, giovando parimente ad ornamento e a difesa,
vedeansi ad entrambe le sponde delle navi in bell'ordine collocati; e le
varie bandiere delle nazioni e delle famiglie, che sventolavano a prora,
uno spettacolo magnifico e decoroso offerivano. Le catapulte e le
macchine atte a lanciar sassi e a conquassare muraglie, allor l'ufizio
dell'artiglieria de' nostri giorni prestavano. Una musica militare
raddolciva i travagli e le noie della navigazione, intantochè que'
guerrieri affidati alla persuasione che quarantamila eroi cristiani
erano bastanti a conquistar l'Universo, scambievolmente
s'incoraggiavano[61]. Per l'abilità e l'esperienza de' veneti piloti,
giunta con prospero viaggio da Venezia a Zara la flotta cristiana, da
quest'ultimo lido a Durazzo, situato sul territorio greco, immune da
avversi casi pervenne. L'isola di Corfù le offerse reficiamenti e
riparo. Superato con fausta navigazione il pericoloso capo Maleo,
estremità australe della Morea, i confederati approdarono alle isole di
Negroponte e di Andros[62], gettando le áncore dinanzi ad Abido, riva
asiatica dell'Ellesponto. Nè difficili, o sanguinosi furono i preludj
della conquista. Privi di zelo patrio e di coraggio gli abitanti delle
greche province, nè solamente a resister pensarono. E per vero dire la
presenza del legittimo erede del trono potea questa loro docilità render
lodevole, e n'ebbero di fatto il compenso nella moderazione e nella
severa disciplina che gli occupatori mantennero. Nell'attraversare
l'Ellesponto questa flotta trovandosi entro canale angustissimo
rinserrata, il numero delle vele la superficie dell'acqua oscurò.
Postesi alla giusta distanza le navi in mezzo al vasto specchio della
Propontide, per queste quete onde solcarono fino agli scali della costa
europea, fermando l'áncore verso l'abbazia di S. Stefano, tre leghe
circa a ponente di Costantinopoli. Il Doge consigliò saggiamente i
Crociati a non isbandarsi sopra quella costa popolosa e nemica. Poi
accostandosi al termine le lor vettovaglie, e giunta la stagion delle
messi, deliberarono rinnovellarle nelle fertili isole della Propontide;
e a tal meta i confederati il loro corso indirissero. Ma un colpo di
vento, e l'impazienza de' naviganti, li spinsero verso levante, in tanta
vicinanza della spiaggia e della città, che quelli dei baluardi e quelli
dele navi con gittate di sassi e dardi scambievolmente si salutarono. In
questo passaggio, l'armata contemplò con ammirazione la capitale
dell'Oriente che ergendosi sulla cima de' sette suoi colli, e dominando
i continenti dell'Asia e dell'Europa, piuttosto la capitale sembrava
dell'Universo. Indorate le cupole de' palagi e delle Chiese dai raggi
del Sole, questi erano ripercossi dalla superficie dell'acque. Il
brulichio dei soldati e degli abitanti affoltatisi sulle mura sorprese
gli sguardi de' naviganti spettatori che la codardia di quella gente
ignoravano; onde un subitaneo terrore invase i petti d'ogni Crociato in
pensando che a memoria d'uomini una tanto pericolosa impresa da una sì
picciola mano di combattenti non erasi mai tentata. Ma il momentaneo
scoraggiamento dissiparono la speranza e la consuetudine del valore; per
lo che «ciascuno, narra il Maresciallo della Sciampagna, fisò il guardo
alla spada, o alla lancia, di cui fra poco avrebbe fatto un uso tanto
glorioso[63]». Innanzi al sobborgo di Calcedonia i Latini il navilio
fermarono. Rimasti soli entro le navi i marinai, e sbarcati senza
ostacolo i soldati e l'armi, il saccheggio di un palagio imperiale,
offerse anticipate ai Baroni le delizie del buon successo cui
aspiravano. Nel terzo giorno, la flotta e l'esercito si volsero a
Scutari, sobborgo asiatico di Costantinopoli. Sorpreso e messo in fuga
da ottanta cavalieri un corpo di cinquecento uomini di cavalleria greca,
una pausa di nove giorni bastò a provvedere lautamente il campo e di
foraggi e di ogni genere di vettovaglie.

Parrà forse cosa straordinaria che, imprendendo io a narrare l'invasione
di un grande Impero, non abbia fatta menzione degli ostacoli che al buon
successo de' conquistatori oppor si poteano. Perchè, comunque i Greci
difettasero di valore, erano ricchi ed industriosi, e obbedivano ad un
assoluto Monarca. Ma avrebbe fatto mestieri che a questo Monarca non
fossero mancati, l'antiveggenza, finchè i nemici erano lontani, il
coraggio, poichè gli ebbe alle coste dei suoi dominj. Avendo dimostrato
di accogliere in atto di scherno le prime notizie venutegli intorno alla
lega del proprio nipote co' Francesi e coi Veneziani, i cortigiani di
lui gli persuasero essere verace questo scherno e figlio del suo
coraggio. Non passava sera che al finir della mensa costui _non mettesse
per tre volte in rotta i Barbari dell'Occidente_. Questi _Barbari_ in
vece non disprezzavano, e ben a ragione, le forze navali de' Greci:
perchè i mille seicento navigli pescherecci di Costantinopoli[64]
avrebbero somministrati quanti marinai bastavano ad allestire una flotta
capace di sommergere le galee venete, o certamente di chiudere ad esse
l'ingresso dell'Ellesponto. Ma qual valevole difesa non diviene
impotente per la trascuratezza d'un Sovrano, per la corruttela de' suoi
Ministri? Il Gran Duca, o Ammiraglio, facea un traffico scandaloso, e
quasi pubblico, delle vele, degli alberi da nave, de' cordami. Le reali
foreste servivano soltanto alla caccia del Principe, il che aveasi per
bisogno ben più rilevante; e gli eunuchi, al dir di Niceta, stavano di
sentinella agli alberi, come se queste piante ad un culto religioso
fossero consacrate. L'assedio di Zara, il rapido avvicinar de' Latini
destarono finalmente Alessio dagli orgogliosi suoi sogni; ma quando la
sciagura gli parve reale, inevitabile la credè parimente. La presunzione
disparve, e all'abietta codardia, e alla disperazione die' luogo. Questi
spregevoli _Barbari_ accamparono impunemente a veggente della reggia di
chi li scherniva; e il tremebondo Monarca non seppe che ricorrere ad
un'ambasceria, il cui fasto, e minaccevole contegno, non velò agli occhi
de' Francesi la costernazione prodotta dal loro arrivo. Gli Ambasciatori
chiesero a nome di Cesare con quali mire i Latini avessero posto campo
sotto le mura imperiali; se a ciò sinceramente gli avea mossi la brama
di compiere il loro voto e far libera Gerusalemme, applaudire Alessio ai
lor pietosi disegni, ed essere pronto a secondarli co' proprj tesori; ma
se avessero ardito penetrare nel santuario dell'Impero, rendersi ad essi
noto, che il loro numero, fosse stato anche dieci volte maggiore, dal
giusto sdegno dell'Imperatore campar non poteali. Semplice e nobile si
fu la risposta del Doge veneto e de' Baroni, «L'obbligo che ci siamo
assunti, è difendere la causa della giustizia e dell'onore; disprezziamo
l'usurpatore della Grecia, le sue offerte, le sue minacce. Noi dobbiamo
amicizia, egli obbedienza, all'erede legittimo di Bisanzo, al giovine
Principe che sta in mezzo di noi, e al padre di esso, l'Imperatore
Isacco, a cui un fratello ingrato ha tolti il trono, la libertà, e
persino il godimento di vedere la luce. Questo colpevole fratello
confessi il suo delitto, implori la clemenza dell'uomo cui fece mortali
offese; noi intercederemo, onde gli sia permesso di vivere nella pace e
nell'abbondanza. Ma riguarderemo siccome insulto commesso contro di noi
una seconda ambasceria, alla quale il ferro e il fuoco portati di nostra
mano nel palagio di Costantinopoli, sarebbero la sola nostra
risposta[65].»

Dieci giorni dopo giunti a Scutari i Crociati, e come soldati, e come
Cattolici, al passaggio del Bosforo si prepararono. Pericolosa impresa!
Largo e rapido è questo canale; in tempo di bonaccia, la corrente
dell'Eussino, potea portare in mezzo alla flotta, quel fuoco formidabile
che si conosce sotto nome di fuoco greco; settantamila uomini schierati
in battaglia stavano difendendo l'opposta riva. In sì memorabile
giornata, che volle il caso contraddistinta da cheto aere e da cielo
sereno, i Latini in sei spartimenti distribuirono il loro ordine di
battaglia. Al primo, ossia all'antiguardo comandava il Conte di Fiandra,
uno fra' Principi cristiani de' più poderosi, e temuto pel numero e per
l'abilità de' suoi balestrai; il fratello di lui Enrico, i Conti di S.
Paolo e di Blois, Mattia di Montmorency guidavano i quattro altri corpi
alla pugna; e sotto il commando del Montmorency marciavano volontarj il
Maresciallo e i Nobili della Sciampagna. Al Marchese di Monferrato,
condottiero degli Alemanni e de' Lombardi, obbediva il sesto spartimento
militare, retroguardo e corpo di riserva di tutto l'esercito. I cavalli
di battaglia, sellati, e coperti delle lor gualdrappe che sino a terra
scendevano, nelle barche piatte vennero collocati[66]. Dietro il proprio
cavallo teneasi in piedi ciascun cavaliere, nascosto il capo nell'elmo,
brandendo la lancia, armato di tutto punto. I sergenti e gli arcieri si
posero entro i legni da trasporto, ognun de' quali era rimorchiato da
una ben armata ed agile galea; laonde tutti questi sei spartimenti,
senza incontrare nemici, nè ostacoli, il Bosforo attraversarono. Ciascun
corpo, ciascun soldato non faceva altro voto che di essere il primo a
sbarcare, altra deliberazione che di vincere o di morire. I cavalieri,
gelosi d'affrontar essi i rischi più grandi, appena il poterono, si
lanciarono armati nel mare, e coll'acqua che il loro fianco radea
raggiunsero il lido. I sergenti[67] e gli arcieri il loro esempio
seguirono, gli scudieri, abbassati i ponti delle _palandre_, posero a
terra i cavalli. I Cavalieri in arcione aveano appena incominciato ad
ordinare gli squadroni e a mettersi colle lance in resta, quando i
settantamila Greci che stavano ad essi a fronte, sparirono. Alessio
diede l'esempio di questo scoraggiamento ai soldati non lasciando altro
segnale di essersi trovato in quel campo, che una ricca tenda, dal cui
spoglio soltanto i Latini compresero che contro un Imperatore avean
combattuto. Fu risoluto giovarsi del primo terrore che comprese i nemici
per forzare con doppio impeto l'ingresso del porto. Di fatto i Francesi
presero d'assalto la torre di Galata[68]; intanto che i Veneziani si
assumeano il più arduo cimento di rompere la sbarra, ossia catena tesa
da questa torre alla riva bisantina. I primi sforzi a ciò parvero
inutili, ma l'intrepida loro perseveranza la vinse: venti legni da
guerra, quanto rimanea della greca marineria, vennero presi o mandati a
fondo. Gli speroni delle galee[69], o il loro peso, troncarono,
infransero gli enormi anelli di quella catena; per lo che la flotta
veneta vittoriosa, e senza scomporsi, gettò l'áncora nel porto di
Costantinopoli. Tai furono i primi fatti, per cui i Latini con ventimila
uomini che tuttavia ad essi avanzavano, si procacciarono i modi di
avvicinarsi, per assediarla, ad una città che racchiudeva
quattrocentomila uomini[70], cui solamente qualche coraggio per
difenderla avrebbe bastato. Un tale calcolo per vero dire suppone che la
popolazione di Costantinopoli, sommasse in circa a due milioni
d'abitanti; ma ammettendo ancora che il numero de' Greci in armi non
fosse sì sterminato, gli è certo che i Francesi il credeano, e tale
persuasione fa evidente prova di lor magnanima intrepidezza.

Sul modo dell'assalto, i Francesi e i Veneziani diversi furono
d'opinione, preferendo ognun d'essi quel genere di battaglia in cui avea
maggiore esperienza. I Veneziani, nè a torto, sostenevano essere
Costantinopoli più accessibile dal lato del mare e del porto; ma i
Francesi poteano, senza vergognarsene, protestare che bastantemente
cimentato avevano le loro vite e fortune entro un naviglio e sopra un
infido elemento; laonde chiesero ad alta voce prove degne della
cavalleria, fermo terreno, e combattimenti a tu per tu, fossero poi a
piedi o a cavallo. Prudentemente convennesi nell'adoperare le due
nazioni in quel servigio che meglio fosse a ciascuna di esse addicevole.
Protetta dalla flotta l'armata, si condusse fino al fondo del porto,
avutasi diligente cura di restaurare il ponte di pietra posto sul fiume:
e i sei spartimenti de' Francesi accamparono rimpetto alla capitale
sulla base del triangolo che tiene quattro miglia dal Ponto alla
Propontide[71]. Situati in riva ad una fossa larga e profonda, e a piè
d'un altissimo baloardo, ebbero tutto l'agio di meditare la difficoltà
dell'impresa. Dalle porte della città uscivano continuamente, a destra e
sinistra del loro picciolo campo, drappelli di cavalleria e di fanteria
leggiera che trucidavano i soldati lontani dagli altri, devastavano la
campagna per affamar gli assedianti, costringeano questi a prendere
l'armi cinque o sei volte al giorno: per lo che i Francesi dovettero
provvedere alla loro sicurezza coll'ergere un palizzato, e scavare una
fossa. O i Veneziani non avessero somministrate bastanti vettovaglie ai
Francesi, o i secondi le avessero dissipate, incominciarono questi, cosa
non insolita, a lamentarsi della penuria, e fors'anche a soffrirla. Non
rimanea farina che per tre settimane, e i soldati stanchi di mangiar
carni salate incominciarono a prevalersi de' loro cavalli. Se un codardo
era l'usurpatore, il difendea però Teodoro Lascaris divenutogli genero,
giovine valorosissimo che aspirava a rendersi liberatore e padrone del
suo paese. I Greci mostratisi fino allora indifferenti per la lor
patria, furon ridesti dal pericolo che la religione correa, ma ogni
propria speranza fondavano sul coraggio delle guardie varangie,
composte, al narrar degli storici, di Danesi e di Inglesi[72]. Dopo
dieci giorni di un lavoro che posa non ebbe, la fossa nemica fu colma,
gli assedianti si accinsero alle fazioni regolari dell'assalto, e
dugentocinquanta macchine inalzate contro il baloardo, continuamente
adopravansi a scacciarne i difensori, a batterne le mura, a smoverne le
fondamenta. Alla prima apparenza di breccia, i Francesi piantarono le
scale, ma il numero e il vantaggio di sito all'audacia prevalsero. I
Latini furon rispinti, benchè imprimesse terrore e ammirazione ne' Greci
l'intrepidezza di quindici cavalieri o sergenti, che saliti sulle mura,
si mantennero in quel posto pericoloso sintanto che fossero precipitati
abbasso, o fatti prigionieri dalle guardie imperiali. Dal lato del
porto, i Veneziani, più felicemente l'assedio loro condussero. Questi
industriosi marinai posero in opera tutti gl'ingegni conosciuti prima
della invenzion della polvere. Le galee e i vascelli si schierarono in
doppia linea, il cui fronte estendevasi per tre gittate di dardo
all'incirca. Erano lo galee, ne' rapidi loro moti, sostenute dalla forza
e dal peso de' vascelli, i cui ponti, le poppe e le torri fornirono
altrettanti pianerottoli alle macchine che lanciarono sassi al di sopra
della prima linea. Appena i soldati dalle galee si lanciavano sulla
riva, piantavano le scale, e le ascendeano, intanto che i grossi legni
avanzandosi più lentamente fra gli intervalli, e calando altrettanti
ponti levatoi, presentavano ai soldati un cammino per aria, paralello
alla cima degli alberi delle navi, che di lì sui baloardi li
trasportava. Nel fervor della mischia, il venerabile e maestoso Doge,
armato di tutto punto, teneasi in piedi sul ponte della sua galea; la
bandiera di S. Marco sventolavagli innanzi; usava giusta l'uopo minacce,
preghiere, promesse per animare la solerzia de' suoi remiganti; la galea
che il conducea prima arrivò, e il Dandolo precedè tutti i suoi sulla
riva. I popoli ammirarono la magnanimità del cieco vegliardo, senza per
altro considerare che gli anni appunto e le sue infermità scemavano agli
occhi di lui il prezzo della vita, e quello della gloria che non perisce
mai aumentavano. D'improvviso una mano invisibile (che forse il
Porta-stendardo era stato ucciso) piantò sul baloardo la bandiera della
Repubblica. Ratti furono i Veneziani nell'impadronirsi delle venticinque
torri, e l'espediente crudele dell'incendio scacciò i Greci da tutte le
abitazioni che all'intorno vi stavano. Il Doge avea mandata ai
confederati la notizia de' riportati buoni successi, allorchè l'altra
del pericolo in cui questi si stavano venne a sospendergli il corso
della vittoria. Con nobiltà degna di lui protestò amar meglio perdersi
in lor compagnia che ottener trionfo a costo di vederli sagrificati.
Abbandonando gli avuti vantaggi, richiamò le truppe, e in soccorso degli
amici affrettossi. Trovò gli estenuati avanzi di quell'esercito tolti in
mezzo da sessanta squadroni di cavalleria greca, un sol de' quali
superava di numero ciascuno de' sei corpi di truppa in cui s'erano
distribuiti i Francesi, perchè la vergogna e la disperazione aveano
finalmente spinto Alessio a tentare l'ultimo sforzo di una generale
sortita: ma il fermo contegno de' Latini la sua speranza e le sue
risoluzioni fe' vôte. Dopo avere scaramucciato in lontananza, sparve sul
tramontar del giorno co' suoi soldati. Il silenzio, o il tumulto della
notte i costui terrori aumentò: dai quali finalmente vinto, ordinò si
trasportassero in una barca diecimila libbre d'oro, e abbandonando
vilmente il trono, la moglie e i suoi sudditi, attraversò il Bosforo,
colla protezione dell'ombre cercandosi ad un picciolo porto della Tracia
obbrobrioso rifugio. Saputasi appena questa fuga dai cortigiani di
Alessio, corsero per implorar perdono e pace a quel carcere, ove il
cieco Imperatore palpitava aspettandosi ad ogni istante i carnefici che
affrettassero il termine dei suoi giorni. Dalle sole vicissitudini della
fortuna fatto salvo e ritornato all'antica grandezza Isacco, vestì di
nuovo l'imperiale porpora, risalendo il trono, in mezzo ad una turba di
prostrati schiavi, ne' cui volti non gli era dato il leggere nè la
realtà dello spavento, nè l'ostentazion della gioia. Allo schiarire del
giorno gli atti ostili furono sospesi, e i Latini stessi maravigliarono
in ricevendo un messaggio del legittimo Imperatore, che restituito ne'
proprj diritti mostravasi impaziente di abbracciare il figlio e di
rendere dovuto guiderdone ai suoi generosi benefattori[73].

Questi generosi liberatori però non aveano in animo di lasciarsi sfuggir
di mano il giovine, loro ostaggio, prima di aver ottenuto dal padre il
pagamento, o almeno la formale promessa delle ricompense pattuite col
figlio. Elessero quattro ambasciatori, Mattia di Montmorenci, il nostro
storico Maresciallo della Sciampagna, e due Veneziani per portare le
loro congratulazioni all'Imperatore. Al loro avvicinare si apersero le
porte della città, una doppia schiera di guardie inglesi e danesi, colla
loro azza da guerra fra le mani, fiancheggiava entrambi i lati delle
strade; nella sala del trono abbagliava gli sguardi lo splendore
dell'oro e dello gemme preziose che mal teneano vece di perduta possanza
e virtù. La moglie di Isacco figlia del Re d'Ungheria, sedeasi a fianco
del marito, circondata da tutte le nobili matrone della Grecia,
convenute ivi alla prima notizia del nuovo esaltamento della sovrana, e
confuse in mezzo a molta mano di senatori, e soldati che facean cerchio
al trono. I Francesi, col ministero del Maresciallo favellarono, siccome
uomini persuasi di quanto ai loro servigi doveasi, ma che però
rispettavano l'opera delle lor mani, onde Isacco chiaramente comprese
come gli convenisse adempire senza titubazione, od indugio gli obblighi
che il figlio suo coi Veneziani e co' pellegrini aveva contratti. Dopo
aver fatto introdurre i quattro messaggeri in una stanza interna, ove si
trasferì, accompagnato dall'Imperatrice, da un ciamberlano, e da un
interprete, il padre del giovine Alessio chiese con inquietezza in che
si stessero le cose promesse dal figlio suo. Il maresciallo di
Sciampagna avendogli fatto noto che l'Imperatore greco dovea impor fine
allo scisma col sottomettersi egli e i suoi popoli alla supremazia del
Papa, contribuire coi proprj soccorsi alla liberazione di Terra Santa,
sborsare in contanti una contribuzione di dugentomila marchi d'argento:
«Questi patti son gravi, rispose accortamente il Monarca, duri da
accettare, difficili da adempire; nondimeno, non vi è cosa che possa
superare i vostri meriti e i vostri servigi». Soddisfatti di questa
risposta, i Baroni montarono a cavallo, e accompagnarono sino alla
reggia l'erede del trono, al quale la giovinezza e il tenore delle sue
avventure cattivavano tutti i cuori; insieme al padre fu coronato nella
Chiesa di S. Sofia. Nei primi giorni del nuovo regno, il popolo
esultante pel ritorno della pace e dell'abbondanza, godea che tal fosse
stato lo scioglimento della catastrofe. I Nobili nascondeano sotto la
maschera di giubilo e di fedeltà, il rincrescimento, l'astio, i timori.
Ad evitare gl'inconvenienti che avrebbe potuto produrre nella città la
mescolanza delle due nazioni, vennero assegnate ai Veneziani e ai
Francesi le stanze ne' sobborghi di Pera e di Galata, lasciata però ad
essi ogni libertà di diportarsi a trafficare entro le mura di
Costantinopoli. La divozione e la curiosità conducea ogni giorno un gran
numero di pellegrini a visitarne le chiese e i palagi. Non mossi forse
dalla perfezione dell'arti che in questi edifizj signoreggiava, i nostri
ruvidi antenati sentivano però il prezzo della magnificenza che in essi
ammiravasi. La povertà delle città ove erano nati, rendea più splendente
ai loro sguardi il fasto e la popolazione della prima metropoli della
Cristianità[74]. Abbandonandosi, non con bastante cautela ai sentimenti
della giustizia e della gratitudine, il giovine Alessio dimenticava
spesse fiate l'imperiale dignità rendendo visite famigliari ai suoi
benefattori, e in mezzo alla libertà della mensa i Francesi, spinti da
leggiera vivacità, non pensavano sempre che si trovavano a petto
dell'imperator d'Oriente[75]. In più gravi parlamenti, ognuno era
rimasto d'accordo che l'unione delle due Chiese poteva essere l'opera
unicamente del tempo, e che tornava l'aspettar questo tempo
pazientemente. Ma l'avarizia fu men maneggevole dello zelo religioso, nè
l'Imperator greco trovò modi per dispensarsi dal pagare una fortissima
somma che i bisogni e i gridori de' Crociati sedasse[76]. Alessio vedea
però mal volentieri avvicinarsi il momento della partenza di questi
ospiti; perchè, se per una parte la lontananza de' medesimi lo avrebbe
sciolto da molesti pensieri sopra un debito che per allora non era abile
a soddisfare, ei si vedea per essa esposto, senza chi il soccorresse, ai
capricci di una nazione dedita al tradimento. Quindi Alessio si offerse
di compensarli d'ogni spesa, e pagare anche quanto essi dovevano ai
Veneziani pel somministrato navilio, sempre che la partenza da
Costantinopoli differissero ancor per un anno. La proposta fu nel
consiglio dei Baroni agitata: dopo nuove discussioni e nuovi scrupoli, i
Capi de' Francesi all'opinione del Doge e alle preghiere del giovine
Imperatore una seconda volta cedettero. Il Marchese di Monferrato,
mediante lo sborso di mille seicento libbre d'oro, acconsentì a condurre
il figlio d'Isacco con un esercito in tutte le province europee, onde
far più salda su di quelle la sua autorità ed inseguire lo zio; nel qual
tempo la presenza di Baldovino, e degli altri confederati terrebbe in
dovere gli abitanti di Costantinopoli. La spedizione sortì buon esito; e
gli adulatori che stavansi attorno al trono, non mancarono di predire al
cieco monarca che la Providenza, poichè era giunta a trarlo dal carcere,
lo guarirebbe dalla gotta, gli restituirebbe la vista, e veglierebbe
alla prosperità del suo impero. Il padre di Alessio superbendo del buon
successo delle proprie armi, con fiducia ascoltavali; però la gloria
sempre crescente del figlio, incominciò a crucciargli l'animo, proclive
per solito al sospetto ne' vecchi: nè tutto il suo orgoglio bastava per
nascondere a questo padre invidioso, che gli encomj i più universali, i
più sinceri erano per Alessio, per lui qualche debole plauso di
formalità, a stento ancor conceduto[77].

L'invasione de' Francesi dissipò un prestigio che durava da nove secoli.
I Greci attoniti videro non essere la capitale dell'Impero romano
inaccessibile ad un esercito di nemici. Gli Occidentali dopo averne
presa per forza la città, arbitrarono sul trono di Costantino; ed i
sovrani che per la protezione degli estranei vi tornarono, divennero
odiosi al popolo non meno di chi ve gli avea collocati. Le infermità
d'Isacco cresceano il disprezzo che i suoi vizj gli meritavano; e la
nazione non riguardava nel giovine Alessio che un apostata de' costumi e
della religione de' suoi antenati; perchè noti erano, o almeno si
supponevano, i patti che avea promessi ai Latini. Sempre tenerissimo del
culto e delle patrie superstizioni il popolo Greco, e gli ecclesiastici
soprattutto, i conventi, le case, le officine sol rintronavano della
tirannide del Papa, e de' pericoli della Chiesa[78]. L'esausto erario al
fasto della Corte, e alle pretensioni de' confederati mal rispondea.
Tutte le classi di abitanti manifestavano la ritrosia loro ad un
generale tributo, siccome unica via per evitare gl'imminenti pericoli
del saccheggio e della schiavitù. Col far cadere il peso delle tasse su
i ricchi temeasi eccitare astj più pericolosi e personali; traendo
soccorsi dal fondere gli argenti delle Chiese paventavansi i rimproveri
di eresia e di sacrilegio. Nel tempo della lontananza di Bonifazio e del
giovine Imperatore, Costantinopoli fu afflitta da una calamità, di cui
giustamente potè accagionarsi l'imprudente zelo de' pellegrini
fiamminghi[79]. Costoro, trascorrendo un giorno la capitale, rimasero
scandalezzati all'aspetto di una moschea o sinagoga, ove naturalmente
prestavasi alla divinità un culto che non poteva essere il loro; e
poichè non aveano altro metodo di argomentare contra gl'Infedeli, che
brandendo la spada, e mettendo in cenere le case di chi professava
diversa credenza da essi, si attennero a questo espediente che feriva
anche i fedeli cristiani di quelle vicinanze, alcuni de' quali si
armarono in difesa delle loro proprietà e delle lor vite. Ma le fiamme
accese dal fanatismo consunsero indistintamente i più ortodossi edifizj.
Otto giorni e otto notti durò l'incendio, per cui rimase consunta quanta
parte di città (ed era la più popolata di Costantinopoli) pel tratto di
una lega dal porto alla Propontide si estendea. Non fu sì agevole cosa
calcolare il numero delle chiese e de' palagi inceneriti, il valore
delle merci consunte o saccheggiate, la moltitudine delle famiglie ad
indigenza ridotte. Cotale oltraggio che invano il Doge e i Baroni con
ostentata solennità riprovarono, crebbe nel popolo l'esecrazione del
nome latino; laonde una colonia di Occidentali stanziatasi nella città,
e composta di oltre quindicimila uomini si credè in necessità di
provvedere alla propria sicurezza col ripararsi prestamente al sobborgo
di Pera, sotto la protezione delle bandiere confederate. Il giovine
Imperatore vittorioso tornava; ma il più fermo e antiveggente politico
avrebbe naufragato allo scoppio della tempesta che a lui e al suo
governo portò rovina. E per propria inclinazione, e pe' consigli del
padre, affezionato ai proprj benefattori, ciò nullameno perplesso
stavasi fra la gratitudine e l'amore di patria, fra il timore che gli
davano i sudditi, e quello inspiratogli dai confederati[80]. Questo
contegno debole ed irresoluto gli tolse la stima di entrambe le parti.
Intantochè sollecitato da lui medesimo, il marchese di Monferrato
abitava la reggia, comportava che i Nobili cospirassero, che il popolo
si mettesse in armi per discacciar gli stranieri. Senza far qualche
grazia allo stato in cui si trovava, i Latini insistevano presso di lui,
onde i patti del Trattato adempisse; e irritatisi degl'indugi, ne
presero le intenzioni in sospetto, talchè gl'intimarono si chiarisse con
una risposta decisiva, se volea la pace, o la guerra. Questo superbo
messaggio gli fu arrecato da tre Cavalieri francesi, e da tre Nobili
veneziani, che apertosi il varco su i lor cavalli e cignendo le spade
per mezzo alle minaccevoli turbe, pervennero in risoluto atteggiamento
al cospetto dell'Imperatore. Ivi in perentorio tuono recapitolati e i
servigi ch'essi gli aveano prestati, e le obbligazioni ch'egli avea
contratte con essi, con alterigia gli notificarono; che se immantinente
e compiutamente non venivano soddisfatte le giuste loro domande, nè per
un amico, nè per un sovrano, d'allora in poi lo avrebbero avuto. Dopo sì
fatta intimazione, la prima di tal genere da cui gli orecchi
degl'imperatori fossero mai stati feriti, sen partirono senza che si
scorgesse il menomo sintomo di timore in essi, ma veramente maravigliati
di avere potuto uscir dal palagio di un despota in tal guisa offeso, e
da una città concitata a furore. La tornata de' Cavalieri al campo
latino fu per entrambe le parti segnale di guerra.

[A. D. 1204]

In mezzo ai Greci, la prudenza e l'autorità vedeansi costrette a cedere
all'impeto di un popolo che tenea in conto di valore la propria rabbia,
di forza il proprio numero, di celeste ispirazione gl'impulsi del
fanatismo. E Latini e Greci, Alessio sprezzavano, e nel divulgarlo
spergiuro si univano. Il popolo che soprattutto facea sonar alto il
vilipendio in cui avea una dinastia, da esso chiamata vile e bastarda,
accerchiò il Senato, chiedendo fra le grida che un più degno sovrano
venisse eletto. Tutti i Senatori più ragguardevoli per nascita, o per
dignità, si videro uno per uno offerta la porpora, nè fuvvi tra loro chi
questo mortale onore volesse accettare. Per tre giorni le sollecitazioni
durarono, e lo storico Niceta, membro di quell'assemblea, ne fa
conoscere che la debolezza e lo spavento sostennero la fedeltà de' suoi
confratelli. La plebaglia a viva forza acclamò un fantasma d'Imperatore,
poi ben tosto lo abbandonò[81]; ma un Alessio, principe della famiglia
di Duca, era il vero autor del tumulto e il fomite della guerra. Gli
Storici lo contraddistinguono col soprannome di _Murzuflo_[82], che nel
volgare linguaggio indicavane le sopracciglia nere, folte nè disgiunte
fra loro. Ostentando ad un tempo popolarità e cortigianeria, artifizioso
e in un coraggioso, il perfido Murzuflo oppose la sua eloquenza e la sua
spada ai Latini, si guadagnò la confidenza di Alessio e ne ottenne
l'uffizio di ciamberlano, e le insegne della sovranità. Nel silenzio
della notte, cercò precipitosamente la stanza del giovine Imperatore, e
con tuono spaventato gli diede a credere che i nemici avean sedotte le
guardie e forzati i ricinti del palagio. Di nulla diffidando il misero
Alessio, e commettendosi nelle mani dell'iniquo che gli tramava rovina,
discese in compagnia del medesimo per una scala segreta, e questa
metteva ad un carcere: colà impadronitisi del principe gli scherani, lo
spogliarono e caricarono di catene: poi dopo avergli fatte provare per
più giorni tutte le possibili angosce, il barbaro Murzuflo volle essere
spettatore di una morte che assicurarono le percosse, il laccio, o il
veleno. Alla morte del figlio non tardò a succedere la morte naturale
del padre. La fortuna risparmiò a Murzuflo l'inutil delitto di
affrettarla ad un vecchio cieco e privo di modi per farsi temere.

La morte degl'Imperatori e l'usurpazione di Murzuflo aveano cambiato la
natura della contesa, che non era più contesa di confederati, una parte
de' quali esagerasse i prestati servigi, un'altra mancasse alle
promesse. Così i Francesi come i Veneziani, dimenticati i dispareri che
ebbero con Alessio, deplorarono la funesta sorte del loro amico, e
giurarono vendicarlo sulla perfida nazione che l'assassino di lui avea
coronato. Pure l'avvisato Dandolo al negoziare ancor propendea. Pose ai
Greci il partito di sborsare, la riguardassero poi come sussidio, o come
pagamento di debito, o come ammenda, ai Latini una somma equivalente a
cinquantamila libbre d'oro, due milioni sterlini all'incirca; nè la
negoziazione sarebbe stata sì precipitosamente sciolta, se Murzuflo,
mosso da politica, o da zelo, non avesse ricusato di sagrificare la
Chiesa greca, e anteposto alla salvezza l'onore de' suoi
concittadini[83]. Di mezzo alle invettive che i nemici stranieri e
domestici di Murzuflo non gli risparmiarono, apparisce costui non essere
stato affatto indegno del personaggio di difensore del suo paese. Il
secondo assedio di Costantinopoli molto maggiori difficoltà offerse del
primo. Mercè un severo sindacato sugli abusi del precedente regno,
l'usurpatore avea colmato l'erario e ricondotto l'ordine
nell'amministrazione. Armata la mano di una mazza di ferro, visitava in
persona i posti militari, e assunto andamento e contegno di guerriero,
ebbe almeno la virtù di farsi rispettare da' suoi soldati e da' suoi
concittadini. E prima e dopo la morte di Alessio, i Greci aveano con
vigorose e ben concertate imprese tentato per due volte di ardere la
flotta latina nel porto; ma i Veneziani, sostenuti da intelligenza e
valore, allontanarono le navicelle incendiarie, che senza arrecare ai
loro legni il minimo danno in pieno mare abbruciarono[84]. Enrico,
fratello del Conte di Fiandra, respinse in una sortita notturna
l'Imperator greco, che avendo per sè il vantaggio del numero e della
sorpresa fatta al nemico, tanto maggior vergogna dalla sconfitta
ritrasse. Si trovarono sul campo di battaglia lo scudo di Murzuflo e lo
stendardo imperiale, che presentando una immagine miracolosa della
Vergine, venne di poi come trofeo e come reliquia consegnato nelle mani
de' monaci di Citeaux, discepoli di S. Bernardo[85]. Circa tre mesi
trascorsero in apparecchi e scaramucce, che l'esser tempo di quaresima
non sospese, senza che i Latini pensassero a venire ad un assalto
generale. La città era stata conosciuta inespugnabile dal lato di terra.
I piloti veneziani rimostravano che non essendovi luogo sicuro per
gettar le ancore verso le rive della Propontide, la corrente avrebbe
potuto trascinar le navi fino allo stretto dell'Ellesponto, difficoltà
che oltre modo piaceano ad una parte di que' pellegrini, desiderosi di
un pretesto per abbandonare l'armata. Ciò nullameno un assalto fu
risoluto dalla banda del porto; assalto cui si aspettavano gli
assediati; laonde l'Imperatore avea posta la sua tenda color di
scarlatto sopra una vicina eminenza d'onde regolava e animava gli sforzi
de' suoi soldati. Uno spettatore intrepido e capace di gustare in tale
momento la bellezza e la magnificenza di quella vista, avrebbe ammirato
il vasto apparato di questi due eserciti ordinati in battaglia, ciascun
de' quali offeriva un fronte di una mezza lega all'incirca, formato da
una banda dalle navi e dalle galee, dall'altra dai baloardi e dalle alte
torri, il cui numero era aumentato da nuove torri di legno anche più
alte e di molti piani composte. Incominciò l'assalto da scambievoli
gittate di fuoco, di sassi, di dardi; profonde erano l'acque; i Francesi
audaci; abili i Veneziani; i Latini furono sotto le mura, e sui ponti
tremolanti, che univano le batterie mobili de' Francesi alle batterie
ferme de' Greci, accadde terribil battaglia colla spada, coll'azza,
colla lancia. Seguivano in un medesimo punto cento assalti diversi,
tutti sostenuti con egual vigore fino al momento che, il vantaggio del
sito e la superiorità del numero decidendo della vittoria, i Latini si
videro alla ritirata costretti. Alla domane con egual valore e sfortuna
di successo rinovarono l'assalto. Nella vegnente notte, il Doge e i
Baroni tenner consiglio, unicamente dal pericolo pubblico spaventati; ma
una voce non si innalzò che proferisse la parola di negoziazione, o di
ritirata. Ciascun guerriero, giusta l'indole sua, non si fondò sopra
altra speranza che di vincere o di gloriosamente morire[86]. Se
l'esperienza del primo assedio aveva istrutti i Greci, di altrettanto
maggior coraggio accendeva i Latini, pe' quali la certezza che
Costantinopoli poteva essere presa, diveniva un più forte vantaggio di
quanti ne somministrasse al nemico l'acquistata conoscenza di nuove
cautele locali di difesa da porsi in pratica. Al terzo assalto vennero
incatenate insieme due navi onde raddoppiarne la forza: mandate queste
all'antiguardo cui comandavano i Vescovi di Troyes e Soissons, i nomi
delle due navi, il _Pellegrino_ e il _Paradiso_, come favorevole augurio
risonavano lungo la linea della battaglia[87]. Le bandiere episcopali
finalmente sventolarono sulle mura, la cui scalata assicurava un premio
di cento marchi d'argento ai primi che la eseguivano; e se la morte
privò questi campioni del lor guiderdone, s'ebbero invece quel della
gloria che fece i loro nomi immortali. Furono indi scalate quattro
torri, atterrate le porte: e i cavalieri francesi, che sull'Oceano forse
non si tenean troppo sicuri, si credettero invincibili sugli arcioni de'
loro cavalli, e liberi di dispiegare in terra ferma il proprio valore.
Racconterò io le migliaia di soldati che circondavano l'Imperatore, e
che all'avvicinarsi d'un sol guerriero si diedero a fuga? Una tal fuga
obbrobriosa viene attestata da Niceta concittadino de' fuggitivi; un
esercito di spettri, all'udir lui, accompagnava l'eroe francese; egli
apparve al guardo de' Greci un gigante[88]. Intanto che i vinti
abbandonavano, gettando l'armi, i lor posti, i Latini sotto le bandiere
de' loro Capi penetravano nella città. Allora tutti gli ostacoli per
questi si dileguarono, e, fosse a disegno, o a caso, un terzo incendio
consumò in brev'ora una parte di città, eguale in estensione a tre delle
maggiori città della Francia[89]. Sul far della sera, i Baroni,
richiamate le truppe, ne' varj lor campi si trincearono, spaventandoli
la vastità e la popolazione di questa capitale, i cui templi e palagi,
se i cittadini ne avessero conosciuta l'importanza, poteano per un mese
dar briga ai Latini e tardar loro il vanto di aver compiutamente ridotta
Costantinopoli. Ma innoltratosi il mattino del successivo giorno, una
processione di supplicanti, che portando croci ed immagini, imploravano
la clemenza dei vincitori, fu il segnale dell'assoluta sommessione de'
Greci. L'usurpatore prese per la Porta d'Oro la fuga, il Marchese di
Monferrato e il Conte di Fiandra occuparono i palagi di Blacherna di
Bucoleone e le armi de' Pellegrini rovesciarono un impero, che portava
tuttavia il titolo d'Impero Romano e il nome di Costantino[90].

Costantinopoli era già presa d'assalto, nè le leggi della guerra
imponevano ai vincitori più di quanto la religione e l'umanità potessero
loro inspirare. Questi continuarono a riconoscere per generale il
marchese di Monferrato; e i Greci che credeano vedere in esso il lor
futuro Sovrano gridavano in lamentevole tuono. «_Santo Marchese Re_
abbiate misericordia di noi». Fosse prudenza o compassione, ordinò si
aprissero ai fuggitivi le porte della città, esortando i soldati della
Croce a risparmiare la vita de' Cristiani. I fiumi di sangue che fa
sgorgare Niceta, possono ridursi alla strage di duemila Greci uccisi
senza che opponessero resistenza[91]; nè di tale strage medesima possono
in tutto venire accusati i conquistatori; la maggior parte di que'
meschini fu immolata dalla colonia latina che i Greci avevano scacciata
dalla città, e che disfogava il proprio risentimento, come a ciò le
fazioni trionfanti son solite. Nondimeno alcuni di questi esuli si
mostrarono più memori delle beneficenze che degli oltraggi, perchè lo
stesso Niceta per la generosità di un mercatante veneto ebbe salva la
vita. Papa Innocenzo rampogna i Pellegrini per non avere,
nell'accecamento delle loro sregolatezze, rispettato nè sesso, nè età,
nè professioni religiose; deplora amaramente che stupri, adulterj,
incesti, e altre opere delle tenebre sieno state in pieno giorno
commesse: si duole di nobili matrone, e di sante monache disonorate
dagli staffieri e dai villani di cui l'armata cattolica ringorgava[92].
Certamente egli è probabile che la licenza della vittoria servisse a
molti peccati e di occasione, e di scusa. Ma la capitale dell'Oriente
contenea senza dubbio un numero di beltà venali, o compiacenti che
bastavano ad appagare le voglie di ventimila Pellegrini, e il diritto, o
l'abuso della schiavitù, in quei giorni, sulle femmine non si estendea.
Il marchese di Monferrato mostravasi il modello della disciplina e della
decenza; il Conte di Fiandra venia chiamato specchio della castità. Che
anzi questi due guerrieri decretarono pena di morte contra i violatori
di donne maritate, o vergini, o religiose; e accadde talvolta che i
vinti implorassero la protezione di un tale decreto[93], e che i
vincitori lo rispettassero. La dissolutezza e la crudeltà trovarono un
freno nell'autorità de' Capi ed anche ne' sentimenti naturali de'
soldati. Questi per ultimo non erano più i Selvaggi del Settentrione, e
comunque feroci in quella età potessero ancora sembrar gli Europei, il
tempo, la politica e la religione aveano le costumanze de' Francesi e
soprattutto degli Italiani addolcite. Ma la loro avarizia ebbe libero
campo a disbramarsi nel saccheggio di Costantinopoli, senza riguardo che
corresse allora la Settimana Santa. Tutte le ricchezze pubbliche e
private appartenevano ai Latini pel diritto di guerra, non temperato in
tal circostanza da veruna promessa o Trattato; e ciascun braccio giusta
la propria potestà e forza, aveva eguale facoltà per eseguire la
sentenza, o appropiarsi le cose in confiscazione cadute. L'oro e
l'argento, monetati e non monetati, somministravano materia di
universale baratto; ed essendo cose portatili, ciascuno poteva, o nel
medesimo luogo, o altrove, convertirle nella guisa al suo stato e al suo
carattere meglio addicevole. Fra le ricchezze che il lusso e il
commercio avevano accumulate nella capitale, i drappi di seta, i
velluti, le pellicce, e gli aromi, erano le più preziose, perchè nelle
parti meno ingentilite dell'Europa il danaro stesso non le potea
procacciare. Fu prescritto un ordine da serbarsi nel saccheggio; nè
lasciavasi al caso, o alla destrezza de' singoli vincitori il regolare
la parte che a ciascuno competea; tre chiese vennero scelte a
ricettacoli degli spogli, ove fu ingiunto ai pellegrini di portar per
intero le loro prede, senza alienarne parte veruna sotto quelle stesse
terribili pene in cui cadeano gli spergiuri, gli omicidi, o quelli che
dall'anatema eran percossi. Divisa in porzioni eguali la somma del
bottino, ne toccavano una al semplice soldato, due al sergente, o
soldato a cavallo, quattro al cavaliere, e questo numero di parti a
proporzione dei gradi e de' meriti de' Baroni e de' principi si
aumentava. Un cavaliere del conte di S. Paolo, convinto di aver
trasgredito questo sacro dovere appropiandosi parte indebita dello
spoglio, colla sua armadura e col suo scudo al collo venne appiccato. Un
esempio tanto severo dovea rendere più circospetti gli altri, benchè
sovente l'avidità al timor prevalesse; onde, giusta la generale
opinione, fu il bottino segreto di gran lunga superiore a quello che
venne pubblicamente distribuito[94]. Dopo un eguale parteggiamento tra i
Francesi ed i Veneziani, i primi scemarono di cinquantamila marchi la
propria parte generale per soddisfare il debito che aveano tuttavia
colla repubblica di Venezia, rimanendo nullameno ad essi
quattrocentomila marchi d'argento[95] (circa ottocentomila lire
sterline). Non mi soccorre miglior modo d'indicare il valore
corrispondente in quel secolo ad una sì fatta somma del dire che
pareggiava sette anni della rendita del regno d'Inghilterra[96].

In questa grande vicissitudine politica, abbiamo il vantaggio di poter
confrontare fra loro le relazioni di Villehardouin e di Niceta, i
giudizj opposti che il Maresciallo di Sciampagna e il Senatore di
Bisanzo portavano[97]. Parrebbe a primo aspetto che le ricchezze di
Costantinopoli non avessero fatto altro cambiamento fuor quello di
passare da una nazione ad un'altra, e che il danno e il cordoglio de'
Greci dal vantaggio e dalla gioia de' Latini stati fossero pareggiati;
ma nel funesto giuoco della guerra non è mai eguale alla perdita il
guadagno, e a petto delle calamità sono deboli i godimenti. Illusorio e
passeggiero fu il giubilo de' Latini. Intanto che i Greci deplorando
l'irreparabile scempio della loro patria, vedeano rincalzati i loro
affanni dallo scherno e dal sacrilegio de' vincitori. Ma di qual
profitto furono a questi i tre incendj che una sì gran parte de' tesori
e degli edifizj di Bisanzo distrussero? Qual vantaggio ebbero dalle cose
che infransero, o fecero tronche perchè non le potevano trasportare? Che
fruttò ad essi l'oro nel giuoco e nelle crapule prodigalizzato? Quante
preziose suppellettili i soldati vendettero a vile prezzo per non
conoscerne il valore, o perchè impazienti di spacciarsene; talchè
sovente il più abbietto mariuolo greco tolse ad essi il prezzo della
vittoria! Fra i Greci di fatto sol quella classe di gente che non potea
perdere nulla, vantaggiò alcun poco nella pubblica calamità. Tutti gli
altri a deplorabilissimo stato furon ridotti. Le sventure di Niceta ce
ne porgono un saggio. Incenerito, per effetto del secondo incendio, il
magnifico palagio ove dianzi dimorava, questo misero Senatore, seguìto
dalla famiglia e dagli amici, si riparò ad una picciola casa che in
vicinanza alla chiesa di S. Sofia tuttora rimanevagli. Fu alla porta di
questa casa, ove il mercatante veneziano, vestito da soldato, diede a
Niceta il modo di salvare con una precipitosa fuga la castità della
figlia, e i miseri avanzi de' posseduti tesori. Questi sciagurati
fuggitivi già avvezzi a nuotare nella abbondanza, partirono a piedi nel
cuore del verno. La moglie di Niceta era incinta; pur furono costretti,
essendone disertati gli schiavi, ella e il marito a portar sugli omeri
le proprie bagaglie. Le donne di questa famiglia poste in mezzo alla
comitiva, venivano esortate a nascondere la propria avvenenza, col
bruttar di fango il volto, che dianzi erano use ad imbellettarsi; perchè
ciascun passo le avventurava ad insulti e pericoli; ma le minacce degli
stranieri, lor pareano anche meno insopportabili dell'insolenza de'
plebei, che divenuti eguali ad essi si riguardavano. Finalmente
respirarono con più sicurezza a Selimbria, città lontana quaranta miglia
da Costantinopoli, e che fu termine di quel doloroso pellegrinaggio.
Cammin facendo, incontrarono il Patriarca, solo, mezzo ignudo, a cavallo
ad un asino, e ridotto a quell'appostolica indigenza, che se fosse stata
volontaria, avrebbe potuto non andar priva di merito. In questo medesimo
tempo i Latini, trascinati da licenza e spirito di fazione, spogliavano
e profanavano le sue chiese, e strappate dai calici le perle e le gemme
che li fregiavano, ad uso di nappi convivali sen valsero. Giocavano e
gavazzavano, seduti a quelle tavole, ove effigiato vedeasi Cristo co'
suoi appostoli: calpestavano co' piedi i più venerabili arredi del culto
cristiano. Nella chiesa di S. Sofia, i soldati fecero in brani il velo
del Santuario, per torgli la frangia d'oro; buttarono in pezzi, e se lo
spartirono, l'altar maggiore monumento dell'arte e della ricchezza de'
Greci; stavano in mezzo alle chiese i muli e i cavalli per caricare
sovr'essi i fregi d'oro e d'argento che staccavano dalle porte e dalla
cattedra del Patriarca; e quando questi animali si curvavano sotto il
peso, gl'impazienti conduttori ne li punivano coi lor pugnali, e di quel
sangue rosseggiava il pavimento del tempio. Una meretrice andò ad
assidersi sullo scanno del Patriarca, e questa figlia di Belial, dice lo
Storico, cantò e ballò nella chiesa per porre in derisione gl'inni e le
processioni degli Orientali: l'avidità condusse indi costoro nella
chiesa degli Appostoli, ove stavano le tombe de' Sovrani; al qual
proposito si vuol far credere, che il corpo di Giustiniano, sepolto dopo
sei secoli, venne trovato intatto e senza dare alcun segno di
putrefazione. I Francesi e i Fiamminghi correvano le strade della città,
avvolti i capi in cuffie di veli ondeggianti, e vestiti di abiti
sacerdotali variamente dipinti, e de' quali persin bardamentavano i
proprj cavalli: la selvaggia intemperanza delle loro orgie[98],
insultava la fastosa sobrietà degli Orientali, e per deridere le armi
più adatte ad un popolo di scribacchini e studenti, si trastullavano con
penne, calamai, carta alla mano; nè s'accorgevano certo che gli
strumenti della Scienza, adoperati dai moderni Greci, divenivano per
essi deboli ed inutili quanto quelli del valore lo erano stati.

Nondimeno l'idioma che parlavano i Greci e l'antica rinomanza,
sembravano attribuir loro un qualche diritto di schernire l'ignoranza
dei Latini e i deboli progressi del loro ingegno[99], e quanto ad amore
e rispetto per le Belle Arti, la diversità fra le due nazioni più
manifesta ancor si mostrava. I Greci serbavano tuttavia con venerazione
i monumenti de' loro antenati che imitar non sapevano; nè noi possiamo
starci dal partecipare al dolore e all'ira di Niceta, a quella parte di
racconto ove narra la distruzione delle statue di Costantinopoli[100].
Abbiam già veduto nel corso della presente opera come il dispotismo e
l'orgoglio di Costantino, avessero incessantemente contribuito ad
abbellire la sua nascente Metropoli. E Dei ed Eroi sopravvissuti alla
rovina del Paganesimo, e molti resti di un secolo più fiorente, ornavano
ancora il Foro e l'Ippodromo. Dalla descrizione pomposa e
ricercatissima, che di parecchi fra questi monumenti ne ha lasciata
Niceta[101], sonomi studiato di ritrarre il seguente specchio delle cose
più meritevoli d'intertenere una erudita curiosità. I. Le immagini de'
condottieri dei carri, che aveano riportato il premio, venivano, a spese
loro, o del pubblico, scolpite in bronzo, e nell'Ippodromo collocate.
Vedeansi questi in piedi sul loro carro nella postura di correre ancora
alla lizza; e gli spettatori, ammirandone l'attegiamento, poteano
giudicare della somiglianza fra le statue e gli originali. Le più
preziose fra queste immagini erano state, giusta ogni apparenza,
trasportate dallo stadio olimpico. II. La sfinge, il cavallo marino, e
il coccodrillo, si annunziavano, per sè medesimi, lavori egiziani e
prede fatte in Egitto. III. La lupa che allattò Romolo e Remo, soggetto
egualmente piacevole ai Romani antichi e moderni, non potea però essere
stato trattato, prima del declinare della greca scoltura. IV. Un'aquila
che tenea fra gli artigli e straziava un serpente, monumento particolare
alla città di Bisanzo, veniva dai Greci attribuito alla potenza magica
del filosofo Apollonio, che, giusta la lor tradizione, adoperò questo
talismano per liberare da velenosi rettili la città. V. Un asino e il
suo conduttore, monumento posto da Augusto nella sua colonia di
Nicopoli, rammemorava il presagio che aveva annunziata la vittoria di
Azio al dominatore del Mondo. VI. Una statua equestre rappresentava
giusta la credenza del popolo, il capitano degli Ebrei, Giosuè, nel
momento di stendere il braccio per fermare il corso del sole; ma una più
classica tradizione soccorreva a scorgere in questo gruppo, Bellerofonte
e il caval Pegaseo: e di fatto il libero atteggiamento del corridore, lo
mostrava più inclinato a spingersi nell'aere, che a camminare per terra.
VII. Un obelisco di forma quadrata, colle sue superficie scolpite in
rilievo, offeriva una varietà di scene pittoresche e campestri; augelli
che cantavano; villani intenti alle rustiche loro fatiche, o in atto di
sonare la cornamusa; pecore che belavano, saltellanti agnelli, il mare,
un paese, una pesca, e moltitudine di pesci diversi; amorini ignudi che
ridevano, folleggiavano, e gettavansi l'un l'altro le pome; sulla cima
dell'obelisco una immagine di donna, che il menomo fiato di vento facea
volgere, nominata perciò la Seguace del Vento. VII. Il pastore di Frigia
presentava a Venere il premio della beltà, ossia la poma della
discordia. IX. Veniva indi l'incomparabile statua di Elena. Niceta
descrive col tuono della ammirazione e dell'amore, il piè di lei
delicato, le braccia d'alabastro, il labbro di rosa, l'incantatore
sorriso, il languore degli occhi, la bellezza delle arcate sopracciglia,
la perfetta armonia delle forme, la leggerezza del panneggiamento, la
capigliatura che ondeggiar sembrava a grado de' venti. Tanti pregi di
avvenenza congiunti insieme, avrebbero dovuto destar pietà o rimorso nel
cuore de' Barbari che la distrussero. X. La figura virile, o piuttosto
divina di Ercole[102], animata dalla dotta mano di Lisippo, avea sì
sterminata dimensione, che il pollice era grosso, la gamba alta, quanto
è grosso ed alto un uomo di ordinaria statura[103]. Larghissimi ne erano
il petto e le spalle, nerborute le membra, increspati i capelli,
imperioso l'aspetto; non gli si vedea nè clava, nè arco, o turcasso, sol
la pelle di lione gli ammantava negligentemente le spalle; egli era
assiso; stavasi seduto colla gamba e col braccio destri, stesi quanto
eran lunghi; il ginocchio sinistro piegato ne sosteneva il gomito, e la
testa appoggiata alla mano sinistra: i suoi sguardi pensierosi
annunziavano indignazione. XI. Vi si vedeva un'altra statua colossale di
Giunone, antico monumento del Tempio samio di questa Dea; solo a
trasportarne l'enorme testa sino al palagio, vi vollero quattro paia di
buoi. XII. Eravi un terzo colosso di Pallade, o Minerva, alto trenta
piedi, che con ammirabile energia, l'indole e gli attributi di questa
vergine marziale esprimea. Ragion di giustizia vuole che qui non si
tacia, essere stati i Greci medesimi, i quali dopo il primo assedio,
mossi da timore e da superstizione, questo monumento distrussero[104]. I
Crociati nella lor cupidigia, incapaci d'ogni gentil sentimento,
infransero o fusero le altre statue che ho qui descritte, e il prezzo e
il merito lor di lavoro in un momento disparvero. L'ingegno postovi
dagli artisti svaporò in fumo, e la materia metallica, convertita in
moneta, servì a pagare i soldati. I monumenti di bronzo non sono mai i
più durevoli. Di fatto i Latini ben distolsero con stupido disprezzo i
loro sguardi, dai marmi animati da Fidia e da Prassitele[105]; ma
eccetto il caso di straordinarj avvenimenti, questi massi inutili alla
barbarie sui lor piedestalli rimasero[106]. I più ingentiliti fra que'
pellegrini, quelli che ai diletti affatto barbari de' lor compagni non
parteciparono, fecero pietoso uso del diritto conquistato sulle reliquie
de' Santi[107]; laonde cotesta guerra procurò alle chiese d'Europa, una
immensità di teste, di ossa, di croci, e d'immagini, e pel numero de'
pellegrinaggi ed offerte che queste reliquie produssero, divennero forse
la parte più lucrosa dell'orientale bottino[108]. Molta parte d'antichi
scritti, perduti ai dì nostri, eranvi ancora nel dodicesimo secolo; ma
poca vaghezza aveano i Latini di conservare, o trasportar volumi in
idioma straniero composti. La sola moltiplicità delle copie, può
perpetuare carte o pergamene, che ogni eventualità la più lieve basta a
distruggere. La letteratura de' Greci racchiudeasi quasi per intero
entro i recinti della Capitale[109]; onde, comunque non conosciamo tutta
l'estensione della nostra perdita, certamente non sarebbe fuor di
ragioni per noi, il versar qualche lagrima sulle biblioteche, che i tre
incendj di Bisanzo distrussero.


  _Il primo Concilio_ (V. p. 7) _generale di Nicea, l'anno 325,
  adunato per ordine di Costantino, sostenendo contro i Vescovi
  Ariani, e contro tutti i loro numerosissimi seguaci la negata
  divinità di Gesù Cristo, e volendo esprimerla, e determinarla
  (dopo avere lungamente discussi e sostenuti i motivi di
  credibilità, contenuti sì nell'antica, che nella nuova
  Scrittura) col vocabolo_ consubstantialem _da porsi in una
  solenne, e scritta professione di Fede, fu questa nel Concilio
  medesimo distesa alla presenza del potentissimo Imperator
  Costantino, avverso agli Ariani, per dover essere, siccome fu,
  ed è la regola di fede de' Cristiani di retta regione, vale a
  dire ortodossi, e che leggesi in Greco, e tradotta in Latino
  nella grande Collezione de' Concilj del Lebbe, T. 2, p. 31,
  edizione Veneta del Coletti: eccola._

  Credimus in unum Deum patrem omnipotentem, omnium visibilium, et
  invisibilium factorem: et in unum dominum Jesum Christum filium
  Dei, ex patre natum unigenitum, idest ex substantia patris, Deum
  ex Deo, lumen de lumine, Deum verum ex Deo vero; natum non
  factum, _consubstantialem_ patri, per quem omnia facta sunt, et
  quae in coelo, et quae in terra. Qui propter nos homines, et
  propter nostram salutem descendit, et incarnatus est, et homo
  factus est; passus est, et resurrexit tertia die, et ascendit in
  coelos, et iterum venturus est judicare vivos, et mortuos: et in
  Spiritum Sanctum.

  _Circa quarant'anni dopo, cioè intorno all'anno 365, il greco
  vescovo Basilio (nel suo libro dello Spirito Santo scritto al
  vescovo Anfilochio) disse:_ Primum igitur, quis auditis spiritus
  appellationibus, animo non erigitur, et ad supremam naturam
  cogitationem non attulit? Nam spiritus Dei dictus est, et
  spiritus veritatis, qui ex patre procedit (Joan. cap. 15),
  spiritus rectus etc., (Ps. 50). _E lo stesso Basilio, che così
  scrisse al cap. 9 del libro suddetto, ne intitola il cap. 19._
  Adversus eos qui dicunt non esse glorificandum; _e sostiene, che
  lo Spirito Santo è da glorificarsi. E nell'anno 372, essendo
  Papa Damaso nel provinciale Concilio Romano II, trattandosi_ de
  explanatione fidei, _fu scritto;_ nominato itaque patre et
  filio, intelligitur Spiritus Sanctus, de quo ipse filius in
  evangelio dicit «quia Spiritus Sanctus a patre procedit; et de
  meo accipiet, et annunciabit vobis» (Jo. 15) Collect. Conc.
  Labbe.

  _E nel Concilio provinciale d'Iconio, l'anno 379_ (Labbe, ediz.
  Coletti t. 2, p. 1076-1080), _Ansilochio vescovo appunto
  d'Iconio, ed amico dell'altro vescovo Basilio, disse e scrisse
  in una lettera sinodale, vale a dire fatta a nome del Concilio,
  ed approvata, che per malattia Basilio non era venuto al
  Concilio, e soggiunge:_ Neque vero sanctam nostram ecclesiam
  passi sumus etiam illius vocis carere, sed habentes Librum
  ipsius (De Spiritu Sancto), quem de hoc peculiariter argumento
  elaboravit, ipsum pariter nobiscum in scripto loquentem
  obtinemus; _e venendo a professare il_ Credimus etc. _di Nicea,
  e indi a sostenere i detti di Basilio intorno lo Spirito Santo,
  dice:_ Docuerunt enim (cioè i vescovi del Concilio di Nicea
  nell'anno 325), sicut credi debet in patrem, et filium, ita
  etiam credendum esse in Spiritum: Quaenam ergo est nostrae fidei
  perfectio? Domini traditio, quam postquam resurrexisset a
  mortuis mandavit sanctis suis discipulis praecipiens: euntes
  docete omnes gentes, baptizantes in nomine Patris, et Filii, et
  Spiritus Sancti; _e da queste parole Ansilochio poscia deduce;_
  sed et oportet in doxologiis Spiritum una cum Patre et Filio
  conglorificare.

  _Indi l'anno 381, s'adunò il Concilio generale II in
  Costantinopoli particolarmente contro i Vescovi, preti, e
  secolari Macedoniani (così detti da Macedonio loro Capo ed
  Arcivescovo di quella Città, allora sede degl'Imperatori, e del
  Senato) che negavano la divinità dello Spirito Santo. Volevano i
  Vescovi cattolici, che i Vescovi Macedoniani confermassero il_
  Credimus ec. _di Nicea, ma i Macedoniani, ch'erano anche
  semi-Ariani, dichiaravano fermamente, ch'essi non ammettevano la
  parola_ consubstantialem _contenuta nel_ Credimus etc., _di
  Nicea, e quindi venivano a negare la divinità di Gesù Cristo, e
  si ritirarono dal Concilio, e dalla Città. Questo Concilio di
  cento e cinquanta Vescovi, confermò il_ Credimus etc. _di Nicea,
  e v'aggiunse molte altre espressioni per dilucidare e
  determinare quella credenza che dovevasi avere, siccome si può
  rilevare paragonando parola per parola il_ Credimus etc., _di
  Nicea, col seguente scritto in questo Concilio di
  Costantinopoli._

  Credimus in unum Deum patrem omnipotentem factorem coeli, et
  terrae, visibilium omnium, et invisibilium: Et in unum dominum
  Jesum Christum, filium Dei unigenitum, ex patre natum, ante
  omnia saecula, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum ex Deo
  vero natum non factum homousion (_parola greca che vuol dire_
  consubstantialem) patri, hoc est ejusdem cum patre substantiae,
  per quem omnia facta sunt, qui propter nos homines, et propter
  nostram salutem descendit de coelis, et incarnatus est ex
  Spiritu Sancto, ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus
  etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus, ac sepultus, et
  tertia die resurrexit secundum scripturas, ascendit in coelus,
  sedet ad dexteram patris inde venturus est cum gloria judicare
  vivos, et mortuos; cujus regnum non erit finis. Credimus in
  Spiritum Sanctum dominum, et vivificantem ex patre procedentem,
  et cum Patre, et Filio adorandum, et conglorificandum qui
  locutus est per prophetas: et unam sanctam catholicam, et
  apostolicam ecclesiam. Confitemur unum baptisma in remissionem
  peccatorum; expectamus resurectionem mortuorum et vitam venturi
  saeculi. Amen.

  _Confermando il_ Credimus _di Nicea e ripigliandolo,
  v'aggiunsero i Vescovi del Concilio alcune espressioni intorno
  l'incarnazione,_ ex Spiritu Sancto, ex Maria Virgine _contro gli
  Apolinaristi; ed alcune altre, spiegando più ampiamente
  l'articolo dello Spirito Santo,_ dominum et vivificantem ex
  patre procedentem, et cum patre, et filio adorandum, et
  conglorificandum, qui locutus est per prophetas, _contro i
  Macedoniani, e poi v'aggiunsero tutte l'altre cose fino al fine.
  Ed il Concilio poscia ordinò che nessuno poteva rifiutare il_
  Credimus etc. _di Nicea, e ch'egli rimaneva nella sua autorità,
  e che si diceva anatema a tutti gli errori specialmente degli
  Eunomiani, degli Ariani, dei Semi-Ariani, dei Sabelliani, dei
  Fotiniani, e degli Apolinaristi; trattò poi d'altre materie, e
  fece alcuni canoni di giurisdizione, e di disciplina._

  _Prima, o intorno all'epoca del Concilio suddetto di
  Costantinopoli, molti scrittori ecclesiastici, detti SS. Padri,
  che moltissimo influivano a determinare la credenza, così si
  espressero intorno lo Spirito Santo, indicando proceder egli dal
  Padre, e dal Figlio._

  Tam vero cum Christus ex patre credatur Deus ex Deo, et Spiritus
  ex Christo, sive ab ambobus; ut Christus his verbis asserit;
  «qui a patre procedit, et hic de meo accipiet etc.» (Jo: c. 15.
  16) Epifane in Ancor. n. 71.

  Spiritus Sanctus, Spiritus veritatis est lumen tertium a Patre,
  et filio. _Epifane Haeres. n. 74, e nello stesso libro:_ Porro
  Spiritus Sanctus ex ambobus: Spiritus e Spiritu; Deus enim est
  Spiritus.

  Nam ut patri conjunctus est filius, et cum ex illo esse debeat
  non tamen posterius existit; sic etiam Spiritus Sanctus proximo
  haeret filio, qui sola cogitatione, secundum rationem principii,
  prius consideratur productione Spiritus. Greg. lib. I. con.
  Canom.

  _E Didimo, spiegando le parole di Cristo, disse._ «Non enim
  loquetur a semetipso»: hoc est non sine me, et patris arbitrio,
  quia inseparabilis a mea et patris est voluntate, quia non ex
  se, sed ex Patre, et me est. Lib. 2, de S. Sancto.

  _E lo stesso altrove;_ neque alia substantia est Spiritus Sancti
  praeter id quod datur ei a Filio.

  Cum ergo Spiritus Sanctus in nobis existens conformes nos
  efficiat Deo, procedat autem ex Patre, et Filio; perspicuum est
  divinae ipsum esse substantiae, substantialiter in ipsa, et ex
  ipsa procedentem; quemadmodum utique flatus ille, qui ex ore
  hominis excurrit. _S. Cyrillo in Thesauro. lib. 34. E lo
  stesso:_ Si quidem est Dei, et Patris, et Filii ille, qui,
  substantialiter ex utroque, nimirum ex Patre per Filium,
  profluit Spiritus. _Lib. I._

  _Da questi, e da altri passi più, o meno chiari di scrittori
  ecclesiastici, si dedusse in quel tempo, e si continuò sempre a
  sostenere, ed a credere specialmente da' teologi Latini, fra i
  quali il P. Petavio, che ne ricava il senso,_ (Dogmata
  theologica, lib. 7, c. 3) _che lo Spirito Santo procede non solo
  dal Padre, come già era nel_ Credimus _di Costantinopoli, ma
  anche dal figlio, cioè da Gesù Cristo, contro i teologi Greci,
  che quasi tutti sostennero sempre, e sostengono a torto, che lo
  Spirito Santo procede soltanto dal Padre, per mezzo del figlio:
  ecco la differenza che costituì, e costituisce principalmente lo
  scisma fra i Cristiani Greci, ed i Latini._

  _A' passi de' Greci scrittori favorevoli al dogma della prima e
  della seconda procedenza bisogna aggiugnere anche quelli dei
  Latini, fra' quali leggonsi:_ Spiritus quoque Sanctus cum
  procedit a patre, et filio, non separatur a patre, non separatur
  a filio. _Così verso la fine del quarto secolo scrisse S.
  Ambrogio._ Liber de Spir. San. c. 10.

  Non possumus dicere quod Spiritus Sanctus et a filio non
  procedat, neque enim frustra idem Spiritus et Patris et filii
  Spiritus dicitur. _S. August. de Trinitate._

  _Per altro v'erano alcuni S. Padri da eccettuarsi, per esempio
  Teodoreto. Avendo S. Cirillo Patriarca d'Alessandria detto
  anatema a Nestorio Patriarca di Costantinopoli, ed a tutti
  quelli che dicessero, aver Gesù Cristo usato dello Spirito
  Santo, come di una forza altrui, per far i miracoli, e non
  riconoscessero essergli quello proprio, Teodoreto affermollo,
  (Teod. in confut. Anath.) se s'intendeva procedere lo Spirito
  dal Padre; ma disse esser cosa empia, se s'intendesse avere lo
  Spirito Santo l'eccellenza sua dal Figlio, o pel Figlio. Cirillo
  che credeva appunto averla, dissimulò questa risposta, perchè
  bastavagli in quel momento lo stabilire contro Nestorio, non
  essere lo Spirito Santo avventizio al figlio, ma proprio (Petav.
  ibid)._

  _Intorno all'anno 400, i Cristiani-Priscillianisti, così detti
  da Priscilliano Vescovo, e principal loro Capo, unito ai
  Vescovi, Instanzio e Salviano, sorsero e prosperarono in
  Ispagna. Professavano l'antichissimo dogma orientale dei due
  Principj, ossia delle due Divinità, una origine del bene,
  l'altra del male morale e fisico, dogma detto anche Manicheismo,
  ed inoltre sostenevano, come prima avevano fatto co' loro
  seguaci, Prasea, Nocto, Sabellio, Fotino, ec. che il Padre, il
  Figlio e lo Spirito Santo erano la medesima cosa e sostanza;
  senza alcuna distinzione reale di persone credevano, che Gesù
  Cristo fosse risuscitato in apparenza, ed avevano altri errori.
  Molti altri Vescovi di Spagna fra' quali Igino (che divenne
  poscia priscillianista), Idacio e Turibio si mossero fieramente
  contro di loro; ed il persecutore Idacio non si ristette che
  allor ch'ebbe, coll'autorità del tiranno Massimo, fatto mozzar
  il capo a Priscilliano, uomo per altro disinteressato, sobrio,
  umile, di bel naturale, ed eloquente; la sua morte, e la
  persecuzione sanguinaria de' suoi seguaci, fatta da' Cattolici,
  fecero, accesosi il fanatismo, quasi tutta la Gallizia
  priscillianista, provincia allora molto più estesa d'oggidì._

  _Furono condannati i Priscillianisti da alcun Concilio
  provinciale. Indi Turibio scrisse al Papa Leone I una lettera in
  cui condannava i Priscillianisti, e Leone poco dopo gli risponde
  con un'altra colla quale riassumendola, e confermandola, così si
  esprime: Leone Vescovo a Turibio Vescovo d'Astorga._

  Capo I. «_Perciò nel primo capitolo si dimostra quanto
  empiamente pensino_ (i Priscillianisti) _intorno la Divina
  Trinità, asserendo essere il Padre, il Figlio, e lo Spirito
  Santo una medesima persona, nominando lo stesso Dio ora Padre,
  ora Figlio, ora Spirito Santo; e quindi altra cosa non sia colui
  che generò, altra chi è generato, altra colui che da ambedue
  procede; e dicono doversi intendere bensì la sola Unità con tre
  vocaboli, ma non in tre persone; il qual genere di bestemmia
  presero da Sabellio ec.» (Labbe, T. 4, p. 658 e Fleury, Hist.
  eccl. T. 6). Ricevuta, questa Lettera, si tennero tosto in
  Ispagna uno, o due Concilj provinciali; uno di 19 Vescovi, in
  cui si condannarono ancora i Priscillianisti, ed i Vescovi
  dichiararono, che lo Spirito Santo procede dal Padre ed anche
  dal Figlio, prendendo ciò dalla lettera di Leone, scritta a
  Turibio. Il P. Quesnel pensa che quei Vescovi abbiano ricevuta
  cotale credenza cioè filioque, da S. Agostino, ma ciò non sembra
  (Tillemont, Hist. t. 15, p. 455). Quei Vescovi non ordinarono
  per altro che si cantasse nelle chiese il_ Credimus etc. _di
  Costantinopoli coll'aggiunta del_ filioque, _la quale allora non
  vi si fece; soltanto era creduta, e s'insegnava al popolo.
  (Petavius, Dogm. theol. lib. 7)._

  _Ma il Concilio generale di Calcedonia tenutovi l'anno 451,
  avendo confermato il_ Credimus etc. _di Nicea e di
  Costantinopoli e le decisioni ancora del Concilio generale
  d'Efeso contro Nestorio, ed avendo approvato gli scritti del
  Papa Leone I contro Nestorio, e contro Eutiche, e condannate
  anche le opinioni teologiche di quest'ultimo decretò per mezzo
  de' suoi Presidenti: «il vero e santo Concilio tiene questa Fede
  e la segue; non vi si può nè aggiungere, nè togliere cosa
  alcuna» e letto questo decreto i Vescovi esclamavano: »così
  crediamo; così siamo battezzati; così battezziamo; così
  crediamo, così crediamo; si scriva che Santa Maria è Madre di
  Dio, e ciò s'aggiunga al simbolo, siano discacciati i Cristiani
  Nestoriani, che ciò non credono, anatema a chi pensa
  diversamente«. I consiglieri di Stato dissero, le vostre
  approvazioni ed acclamazioni saranno recate all'Imperatore
  (Tillemont, Histoire etc.)._

  _Ma insorse ancora contrarietà, intorno alla Fede; si convenne
  di trattare per mezzo di Commissarj la definizione di essa; e
  questi furono ventidue Metropolitani, ossia Arcivescovi, che
  esaminate le cose che dovevansi proporre da credere, ne
  scrissero finalmente la definizione, che letta dall'Arcidiacono
  di Costantinopoli, così veniva a conchiudere:_

  «_Secondo i SS. Padri, noi dichiariamo d'una voce, che si deve
  confessare un solo e stesso Gesù Cristo, nostro Signore, lo
  stesso perfetto nella Divinità e perfetto nella umanità,
  veramente Dio e veramente uomo; lo stesso composto d'un'anima
  ragionevole, e di un corpo consustanziale al Padre, secondo la
  Divinità, e consustanziale a noi, secondo l'umanità; in tutto
  simile a noi, eccettuato il peccato; generato dal Padre, avanti
  tutti i secoli, secondo la Divinità, e negli ultimi tempi nato
  dalla Vergine Maria, Madre di Dio, secondo l'umanità, per noi, e
  per nostra salute; un solo e stesso Gesù Cristo, figlio unico,
  Signore in due nature (contro i Cristiani Eutichiani), senza
  confusione, senza cangiamento, senza divisione, senza
  separazione, senza che l'unione tolga la differenza delle
  nature; al contrario la proprietà di ciascuna è conservata, e
  concorre in una sola persona, (contro i Cristiani Nestoriani) e
  in una sola ipostasi, di modo ch'egli non è diviso, o separato
  in due persone (contro pure i Cristiani Nestoriani) ma egli è un
  solo e stesso figlio unico, Dio Verbo, nostro Signor Gesù
  Cristo». Il Concilio proibisce a chiunque d'insegnare, e pensare
  altrimenti, sotto pena ai Vescovi e preti d'esser deposti, ai
  monaci e laici d'essere scomunicati, vale a dire scacciati dalla
  società cristiana cattolica. I Vescovi gridarono: «questa è la
  fede; che i Metropolitani la sottoscrivano»; e così fu fatto.
  (Labbe Actio IV, et V. Concil. Chalched., e Fleury Hist.
  Eccles.)._

  _Le cose intorno la credenza della procedenza anche filioque
  rimasero nel medesimo stato per quasi quattro secoli nei paesi
  cristiani occidentali, che già i cristiani dei paesi orientali
  s'attenevano strettamente alla veduta, decisione del Concilio
  generale di Calcedonia, che non si dovesse nè levare, nè
  aggiungere cosa alcuna alla credenza espressa nel_ Credimus _di
  Costantinopoli, e ciò costituiva separazione, o scisma fra le
  due Chiese orientale, ed occidentale._

  _Dal fatto seguente, avvenuto l'anno 809 si rileva, che si
  cantava nelle Chiese delle Gallie, ed in altre, prima che nella
  romana, il_ Credimus etc. _di Costantinopoli e coll'aggiunta
  del_ filioque; _nè si sa quando, ed in che occasione abbiasi
  cominciato a cantare il_ Credimus etc. _con quell'aggiunta,
  nella Chiesa romana, quantunque, almeno fino dalla Lettera di
  Leone I a Turibio, debbasi pensare che cotale aggiunta fosse
  credenza dogmatica._

  _Il Concilio d'Aquisgrana, dell'anno 809 (Concilia gallicana t.
  2, p. 256, e Labbe t. 9, p. 277, an. 809), regnando Carlomagno,
  mandò alcuni Vescovi, come Legati al Papa Leone III per udir il
  suo parere intorno l'aggiunta già introdotta del_ filioque. _Il
  Baronio (Annales ad an. 809, t. 13) dice, che non si dubitò, e
  trattò in questo Concilio, se lo Spirito Santo procedesse, o no
  oltre dal Padre anche dal Figlio; ma che avendo gli Spagnuoli,
  ed i Francesi aggiunto al_ Credimus etc. _le quattro sillabe_
  filioque, additae fuerunt symbolo illae syllabae filioque,
  _(Baronio, ivi) disputossi se fosse bene che il_ Credimus etc.
  _con quell'aggiunta si continuasse a cantare, o no nelle chiese;
  ma egli ciò dice contro le espressioni degli atti del Concilio
  medesimo, che ci dicono chiaramente: «nel qual Concilio si
  trattò la questione della processione dello Spirito Santo; cioè,
  se siccome procede dal Padre, così proceda anche dal Figlio»
  (Labbe t. 9, p. 277;_ in qua Synodo de processione etc._). Ed a
  maggior dimostrazione, che nel Concilio d'Aquisgrana dell'anno
  809, si discusse precisamente la questione della procedenza_
  filioque, _e non solo di continuare a cantare, o no l'aggiunta,
  il dotto P. Pagi adduce altre prove storiche, come leggasi nella
  sua_ Critica, _al luogo suddetto dagli Annali del Baronio._

  _Vedasi in Labbe (t. 9, p. 277), ed anche in Baronio, (Annales
  an. 809) il dialogo fra i Legati, e Leone III. Questi disse, che
  si deve credere alla procedenza dello Spirito Santo anche_
  filioque _se non si vuole esser dannato eternamente: i Legati
  dissero; se la cosa è così, domandiamo se sia lecito o no
  cantare nelle chiese il_ Credimus etc. _di Costantinopoli
  coll'aggiunta del_ filioque, _onde sia da tutti udita: il Papa
  disse che non tutte le cose, che si credono si cantano nel_
  Credimus etc., _non accordando con ciò il canto dall'aggiunta
  del_ filioque: _i Legati, (cui sembrava doversi cantare il_
  filioque, _posto, che dalla credenza in queste quattro sillabe,
  dipendeva la salvezza eterna) ripigliano, per qual ragione non
  si potrà cantare il_ filioque, _e cantando insegnarlo al popolo,
  se ciascuno è obbligato a crederlo, e se il crederlo è di fede?
  ed il Papa risponde: noi qui in Roma non lo cantiamo, ma
  soltanto lo leggiamo e leggendolo lo insegniamo, ma leggendolo,
  e insegnandolo, non osiamo aggiungere alcuna cosa al_ Credimus
  etc. _di Costantinopoli: i Legati riconoscendo la proibizione
  d'aggiungere, o levare fatta dal Concilio generale di
  Calcedonia, insistono a domandare definitivamente se si possa
  cantare l'aggiunta_ filioque, _o no; ma il Papa ripete di non
  cantarla, conchiudendo:_ «Si prius quam ita cantaretur etc., ut
  quod jam nunc a quibusque prius nescientibus recte creditur,
  credatur, et tamen illicita cantandi cousuetudo, cujusque fidei
  laesione, tollatur.»

  _Leggesi poi tanto in Baronio, che in Pagi, che Leone III fece
  porre due tavole d'argento nella Chiesa di S. Pietro, in una
  delle quali in greco, e nell'altra in latino, era scritto il_
  Credimus etc., _senza il_ filioque. _Per le cose seguite e
  riferite l'erudito Vescovo Mansi pose una picciola nota al
  Baronio, dicendo: «non voglio disputare se Leone III abbia o no
  disapprovato l'aggiunta del_ filioque; _è certo per altro, che
  Leone stesso inviò a' Vescovi delle province d'Asia una
  professione di fede in cui si legge, che lo Spirito Santo
  procede dal Padre, ed anche dal Figlio»._

  Eccola (Baronio anno 809, e Baluzio Miscell., t. 7, p. 18).

  Simbolo di ortodossa fede di Leone III Papa alle Chiese
  orientali.

               LEONE VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO
                   A TUTTE LE CHIESE ORIENTALI.

  _Vi mandiamo questo simbolo di fede ortodossa, acciocchè da voi,
  e da tutti i credenti sia tenuta retta, ed inviolata fede,
  secondo la santa romana cattolica, ed appostolica Chiesa._

  «_Crediamo la Santa Trinità, cioè Padre, Figlio, e Spirito
  Santo, solo Dio onnipotenti, di una sola sostanza, di una sola
  essenza, di una sola potenza, creatore di tutte le creature, da
  cui, per cui ed in cui sono tutte la cose; il Padre da se
  stesso, e non da altro, il figlio generato dal padre, Dio vero
  da Dio vero, lume vero da lume vero, non però due lumi, ma un
  solo lume; lo Spirito Santo dal Padre, e dal Figlio egualmente
  procedente, consustanziale, coeterno al Padre, ed al Figlio. Il
  Padre è pieno Dio in sè, il figlio è pieno Dio, generato dal
  Padre, lo Spirito Santo è pieno Dio procedente dal Padre, e dal
  Figlio. Non però sono tre Dei» ec._

  _Deposto Ignazio Patriarca di Costantinopoli, l'anno 858, per
  disposizione della Corte Imperiale, fu eletto a lui successore
  Fozio d'illustre nascimento, di grande ingegno, e di sapere
  superiore a qualunque altro, che allora fosse in Europa. Siccome
  era laico, gli furon dati tutti gli Ordini, ed in sei giorni fu
  fatto Patriarca. Il deposto Patriarca Ignazio aveva grande
  partito, ma un Concilio di trecento vescovi in Costantinopoli
  confermò la deposizione d'Ignazio e l'elezione di Fozio. Nicolò
  I papa, uomo intraprendente e fiero, in un Concilio provinciale
  di Roma, annullò la sentenza del Concilio di Costantinopoli di
  gran lunga più numeroso del romano, scomunicò Fozio_ per
  l'autorità di Dio, degli Appostoli, di tutti i Santi, delli sei
  Concilj generali e del giudizio che lo Spirito Santo pronunzia
  per bocca del Papa romano, _vale a dire di sè medesimo. Fozio
  uomo pure non meno fiero, che avveduto, sdegnatosi di un atto
  poco considerato, adunò un Concilio a Costantinopoli, scomunicò
  e depose Nicolò I, e preso il titolo di Patriarca universale, e
  pretendendo, secondo le idee ricevute da lungo tempo, che col
  trasferimento della sede dell'Impero da Roma a Costantinopoli,
  fosse stato anche trasferito il Primato nella Chiesa, concepì il
  grande progetto di rendere indipendente la Chiesa greca
  orientale dalla romana occidentale. E da uomo avvedutissimo,
  conformandosi al pensare, ed al credere del popolo, fa accuse a'
  Papi ed alla Chiesa di Roma, acconce a far grande impressione
  sugli spiriti; loro rimprovera acerbamente d'aggiungere
  illecitamente al_ Credimus etc. _del Concilio ecumenico, ossia
  generale di Costantinopoli dell'anno 481 e contro il decreto del
  Concilio pure ecumenico di Calcedonia dell'anno 451, la parola_
  filioque, _di sostenere, di prescrivere, d'insegnare cotale
  aggiunta, di permettere il cacio ed il latte in quaresima,
  d'imporre a' preti il celibato, seguitando in ciò il
  Manicheismo: condanna il digiuno del Sabbato, ed il costume de'
  Cherici di radersi la barba, e nomina empietà mostruosa,
  distruggitrice del Cristianesimo, l'aggiunta_ filioque.

  _Fozio avendo coraggiosamente rimproverato Basilio di aver
  ucciso l'Imperatore Michele III, e d'essersi per tal modo fatto
  di lui successore, fu da Basilio discacciato. Un altro Concilio
  di Costantinopoli, essendo Adriano II Papa, ed essendovi
  presenti tre suoi Procuratori, o Legati, condannò Fozio e
  ristabilì Ignazio. Sembrava il grande contrasto finito, ma
  l'interesse e la superbia lo fecero risorgere. Il Re de'
  Bulgari, la cui moglie era cristiana, erasi fatto cristiano, e
  molta parte de' sudditi aveva seguito l'esempio del Re, siccome
  suole avvenire, o la Storia ci mostra, tanto a favore che contro
  il Cattolicismo, specialmente de' fatti della Germania
  protestante, e de' re Gustavo Vasa, di Svezia, ed Enrico VIII
  d'Inghilterra. Pretendeva Adriano II papa, che la Bulgaria
  dovesse essere sotto la sua giurisdizione, e non sotto quella
  del Patriarca di Costantinopoli Ignazio. Ma un Concilio di
  Costantinopoli decise a favore del Patriarca; ed i Legati di
  Adriano reclamarono contro la decisione del Concilio, e contro
  Ignazio, (del Papa stesso prima sostenuto contro Fozio) ed il
  Papa Giovanni VIII successore, minacciò di scomunicarlo e di
  deporlo. Morì Ignazio; e Fozio avendo riavuto il credito alla
  Corte, ed avendo Giovanni molto bisogno dell'Imperator Basilio
  contro gli Arabi, che lo avevano obbligato ad un grosso tributo,
  si determinò a riconoscere Fozio, per mezzo de' suoi Legati,
  lusingandosi che questo Patriarca avrebbe per cotale
  riconoscimento, rinunciato alla giurisdizioni della Bulgaria; ed
  un Concilio di Costantinopoli di quasi quattrocento Vescovi,
  nell'anno 879, ristabilì Fozio, annullando tutti gli atti fatti
  contro di lui negli anteriori Concilj, composti dei medesimi
  vescovi di quest'ultimo, il che non è senza ragionevole
  maraviglia. Ma Fozio non rinunciò alla Bulgaria perchè riputava,
  che il suo ristabilimento gli fosse dovuto; ed allora il Papa
  Giovanni mutò condotta, adoperò le sue solite armi; scomunicò
  Fozio, ed i successori di Giovanni, pel dominio della Bulgaria,
  non lo vollero riconoscere; e poscia cacciato in bando
  dall'Imperatore Leone, lasciò morendo il fondamento dello
  scisma, che cento e cinquant'anni dopo assodossi sotto il
  Patriarca Michele Cerulario, che aggiunse nuove accuse a' Papi
  ed al Clero occidentale, fra le quali l'uso del pane azzimo
  nella Messa, e sosteneva, negando il purgatorio, che i beati non
  godono della presenza di Dio prima del Giudizio universale. Una
  lettera molto forte del Papa Leone IX, accrebbe l'odio di
  Cerulario contro i Papi, ed il loro Clero; Leone rimproverava
  alla Chiesa cristiana d'Oriente più di novanta eresie, cioè
  opinioni erronee, condannate dalla Chiesa occidentale, fra le
  quali il permettere il matrimonio ai preti, che non è un'eresia,
  e provava la sovranità temporale de' Papi colla falsa donazione
  dell'imperator Costantino, allora creduta vera: un atto di
  scomunica del Papa, portato da' suoi Legati a Costantinopoli,
  diceva:_ che Michele ed i suoi seguaci siano anatemi, co'
  simoniaci, cogli eretici, col Diavolo e cogli Angeli suoi, se
  non si convertono: _ed il Patriarca Michele Cerulario con questo
  esordio cominciò la sua risposta._ Uomini empj, usciti dalle
  tenebre dell'Occidente, sono venuti in questa divota città, da
  cui la Fede ortodossa s'è diffusa per tutto il Mondo; hanno
  tentato di corrompere la Fede ortodossa colla diversità dei loro
  dogmi ec. _I Greci disprezzavano in quel tempo grandemente i
  Romani, trattavanli da ignoranti, erano presi da sdegno per le
  pretese de' Papi di generale dominazione. Gli odj per motivi
  veri, o falsi di religione vera, o falsa, sono pur troppo
  eterni, ed atroci perchè v'è chi ha interesse a fomentarli. Le
  ragioni di Cerulario, per la natura della quistione non erano
  niente più valide di quelle di Leone IX. ed il filosofo
  discuopre che le passioni, piuttosto che le prevenzioni,
  animavano le loro penne e dirigevano le loro azioni
  disapprovabili._

  _Gl'Imperatori greci ridotti a stato tristissimo, e povero da'
  Turchi vittoriosi, proposero poscia alcune volte a' Papi (allora
  per sè stessi ridondanti d'oro e d'ogni assoluta possanza, e
  signori ancora delle armate e dei tesori dei popoli, e de'
  sovrani d'Europa, de' quali disponevano) di riconoscere il loro
  Primato, di ammettere il_ filioque, _e di convenire intorno agli
  altri articoli di controversia, per avere soccorsi in danari ed
  in armate: e ciò specialmente avvenne nelle due seguenti
  epoche._

  _Cominciò circa l'anno 1204, tempo in cui i Crociati cacciarono
  dal trono imperiale di Costantinopoli Alessio III Comneno, e vi
  posero Baldovino I latino, ad esservi comunione fra le due
  Chiese greca e latina, e si costrinsero a fuggire quegli
  ecclesiastici e laici greci, che non vollero acconsentirvi; ma
  avendo indi Michele III Paleologo scacciato da Costantinopoli
  l'ultimo Imperatore latino Baldovino II, e messosi in trono
  intorno l'anno 1260, coll'aver fatto cavare gli occhi al
  giovanetto Imperator greco Giovanni Lascari, di cui era tutore,
  si rinovò lo scisma. E vedendo Michele, che il potente Carlo
  d'Angiò, impadronitosi del Regno di Napoli, voleva rimettere sul
  trono di Costantinopoli Baldovino fuggito in Italia, mostrò
  accortamente disposizione al papa Clemente IV, che aveva
  ordinato un gran numero di crociate, e donato il regno di Napoli
  a Carlo, di riconoscere il primato de' Papi, e di accomodarsi
  intorno le altre cose di dogma, e di disciplina, affinchè
  distornasse Carlo dal divisamento; e Gregorio X, successo a
  Clemente, colta la bella occasione, adunò a Lione un Concilio
  generale nell'anno 1274. Michele Paleologo vi mandò ambasciatori
  con lettere sue, e de' vescovi greci, nelle quali era ammesso
  il_ filioque, _in un col primato de' Papi in tutto, e
  s'accordavano le altre cose credute e praticate in occidente; il
  Papa disse la Messa, e quando si venne al passo del_ Credimus
  etc., _o_ Credo ec. _di Costantinopoli, il Papa, e tutti i
  vescovi e preti greci e latini cantarono ad alta voce per tre
  volte il_ filioque, _che il papa Leone III non aveva voluto, che
  si cantasse cinque secoli prima. Si accordò anche al Papa il
  diritto di giudicare in appellazione, ciò ch'era stato tanto
  fortemente negato dalla Chiesa cattolica della province
  d'Affrica nel quinto secolo, prima d'essere distrutta dai
  Vandali a dagli Arabi._

  _Cessati i bisogni di Michele a de' Vescovi greci, lo scisma
  ritornò come prima. Poscia nell'anno 1438, il Papa Eugenio IV
  veneziano, combattendo col Concilio generale di Basilea, adunò
  l'altro Concilio generale di Firenze, e l'imperator Giovanni
  Paleologo, ridotto a misero stato in un co' suoi vescovi, dalle
  vittoriose armate de' Turchi, chiedendo soccorsi al Papa, ed ai
  Principi latini, propose ad Eugenio di aderire ad ogni cosa.
  Venne a Firenze col Patriarca di Costantinopoli, e con vent'un
  vescovi, e dopo lunghi contrasti per le espressioni del Decreto
  d'unione, fu esso scritto e sottoscritto ammettendo il_
  filioque, _il Primato, il Purgatorio, e le altre cose volute da
  Eugenio, che manteneva l'Imperatore, il Patriarca, i Vescovi
  greci; dava loro mensualmente danari, secondo il grado, e pagò
  il viaggio di venuta, e di ritorno. Il Vescovo greco Bessarione,
  che fu poi Cardinale, scrisse il Decreto, ed accortamente rimase
  in Italia. Eugenio diede anche all'Imperatore i soccorsi
  promessi. Il solo Marca vescovo d'Efeso, non volle sottoscrivere
  il Decreto. Tornati in Grecia i vescovi greci ripigliarono le
  loro prime opinioni direttamente contrarie al Decreto, e Marco
  scrisse lettera circolare a' Vescovi greci ed orientali contro
  il Concilio di Firenze; si mostrarono frodi fatte da' latini
  nell'estendere il Decreto._ Vedi Pietro de Marca De Concordia
  ec. _Lo scisma ritornò interamente come prima, e dura tutt'ora,
  e l'imperatore Giovanni timoroso de' suoi sudditi, e bisognoso
  de' Latini stette perplesso, morì poco dopo, e Costantinopoli
  poi fu presa da' Turchi l'anno 1453._

NOTE:

[1] Il Mosheim narra la storia dello scisma de' Greci incominciando dal
nono secolo e venendo sino al decimo ottavo, con erudizione, chiarezza
ed imparzialità. _V._ intorno al _filioque_ (_Inst._, _Hist. eccl._, p.
277), Leone III (pag. 303), Fozio (p. 307, 308), Michele Cerulario (p.
370, 371).

[2] _È vero, che i primi sei o sette Concilj generali sono stati adunati
in Asia minore, o a Costantinopoli nell'Impero greco, e che la massima
parte de' Vescovi erano Greci, ovvero delle province d'Asia, e d'Egitto,
ma v'erano anche alcuni Vescovi Latini, cioè Occidentali, ad il
Pontefice romano vi fu rappresentato da' suoi due procuratori._ (Nota di
N. N.)

[3] _Se Fozio Patriarca di Costantinopoli e della Chiesa Orientale, così
diceva della Chiesa Occidentale, è altresì vero, che questa riteneva le
stesse interpretazioni, e decisioni de' primi sei o sette Concilj
generali intorno la Divinità, la persona, la natura, la volontà di Gesù
Cristo, tenuta pura dalla Chiesa Orientale. I Greci, ed in generale i
Cristiani Orientali, furono i primi ad avere erronee opinioni cioè
eresie; ma oltre a' Priscillianisti, che sorsero in Ispagna intorno al
principio del quarto secolo, si manifestarono anche nella Chiesa
Occidentale, nel decimo secolo, altri errori, che sebbene repressi dalla
forza dei Cattolici ricomparvero, e crebbero grandemente per opera de'
Protestanti, che li ridussero a sistema, e ad insegnamento metodico, e
ne persuasero, malgrado le persecuzioni de' Cattolici, prestamente
intere nazioni d'Europa, siccome sappiamo._ (Nota di N. N.)

[4] Ανδρες δυσσεβεις και αποτροποι, ανδρεε επ σκοτους, αναδυντες, της
γαρ ’Εσπεριου μοιρας ύπηρχον γεννηματα, _uomini empj ed abbominevoli,
uomini emersi dalle tenebre, poichè sono razza delle regioni esperie_,
(Fozio Epistola, p. 47, edizione di Montacut). _Il patriarca d'Oriente
continua ad adoperare le immagini del tuono, de' tremuoti, della
grandine, precursori dell'Anticristo ec._

[5] _Vedi_ la Nota di N. N. alla fine del presente Capitolo.

[6] Il Gesuita Petavio discute sul soggetto misterioso della
_processione_ del Santo Spirito e sul significato che esso presenta alla
Storia, alla Teologia, alla controversia (_Dogmata theologica_, tom. II,
lib. VII, p. 362-440).

[7] _Rifletta il lettore a ciò che diciamo nella nota posta alla fine
del Capitolo. È vero poi che la Chiesa Greca Orientale non volle mai
aggiungere, siccome fece l'occidentale Latina, la parola _filioque_,
ritenendo, che lo Spirito Santo proceda da Dio Padre soltanto, e non
anche dal figlio, siccome noi crediamo._ (Nota di N. N.)

[8] Leone III pose sulla cattedra di s. Pietro due scudi di fino argento
pesanti ciascuno novantaquattro libbre e mezzo, su i quali inscrisse il
testo dei due Simboli (_utroque symbolo_) _pro amore et_ cautela
_orthodoxae fidei_ (Anastas., in Leon. III, nel Muratori, t. III, part.
I, p. 208). Il linguaggio[*] tenuto da esso prova evidentemente che nè
il _filioque_, nè il Simbolo di Atanasio, erano riconosciuti a Roma
verso l'anno 830.

* _È certo, che il Simbolo, ossia professione di Fede d'Atanasio, era
riconosciuto a Roma, ed approvato, perchè egli già comprende gli stessi
sentimenti, più sviluppati, che sono nel _Credo ec._ del Concilio di
Nicea, dei quali il Papa Silvestro, ch'ebbe i suoi procuratori a quel
Concilio, ed i di lui successori, furono sempre sostenitori contro gli
Ariani, e contro i Semiariani. Sappiamo per altro da tutti gli Storici
ecclesiastici, che alcuni anni dopo, il Papa legittimo Liberio, stanco
dell'esilio e dolente della perdita della luminosa Sede Romana, cui
l'aveva condannato l'Imperatore Costanzo figlio di Costantino,
sostenitore degli Ariani contro gli Atanasiani, ossia Cattolici,
sottoscrisse una formula di Fede Ariana, contraria a quella del Concilio
di Nicea, non ammettendo il _consubstantialem_, scritto nel _Credimus
ec._, di Nicea, e che il frutto ne fu il ricuperare il ricchissimo, e
potente Vescovato di Roma: ma sappiamo altresì, che poscia fu egli
dolente del suo fallo nella materia dogmatica, e ritornò a credere la
divinità di Gesù Cristo, ammettendo la parola _consubstantialem_;
siccome era stata dichiarata dal Concilio di Nicea nel _Credimus ec._
coll'espressione _Jesum Christum Filium ejus consubstantialem Patri_. Il
fumoso Osio Vescovo di Cordova presidente del Concilio di Nicea,
principale sostenitore della divinità di Gesù Cristo, e
dell'espressione, _consubstantialem Patri_ che la significava, e
confidente di Costantino che fu con pompa imperiale, e con soldatesche
al Concilio stesso, sottoscrisse pure la formula Ariana, negante la
divinità di Cristo, sotto lo stesso Imperatore Costanzo, per evitare
l'esilio, e per conservare l'immense ricchezze procacciatesi col favore
dell'antecessore Imperator Costantino. Liberio cedette alle
insinuazioni, e agli argomenti di due Vescovi Ariani, Arsacio e Valente:
abbiamo già le lettere e le risposte. Vedi_ Lebbe, Collectio
Conciliorum. (Nota di N. N.).

[9] I _Missi_ di Carlomagno sollecitarono vivamente il Pontefice,
affinchè chiarisse dannati senza remissione tutti coloro che rifiutavano
il _filioque_, o almeno la sua dottrina. Tutti, rispose il Papa, non
hanno la capacità di raggiugnere colla mente _altiora mysteria; qui
potuerit et non voluerit, salvus esse non potest_ (Collect., Concil. t.
IX, pag. 277-286). Il _potuerit_ lasciava grandi aiuti alla salute delle
anime.

[10] _Non può dirsi che Leone III, che viveva nel principio del secolo
nono, volesse precisamente cancellare il_ filioque _ammesso dai Concilj
provinciali di Spagna, e da Leone I Vescovo di Roma; egli solamente non
voleva, che si aggiugnesse il_ filioque _al_ Credimus ec. _di
Costantinopoli, e che si cantasse nelle chiese. In conclusione, comunque
egli abbia creduto la procedenza dello Spirito Santo dal Padre ed anche
dal figlio, fu ammessa, creduta dalla Chiesa, Latina, ed integrata al
popolo, fino dal quinto secolo, ed il Concilio generale di Lione l'anno
1274 finalmente aggiunse il_ filioque _al_ Credimus ec., _del Concilio
generale di Costantinopoli, e perciò ogni buon credente della Chiesa
Latina, crede anche nella ultima aggiunta del_ filioque. (Nota di N. N.)

[11] La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in
Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni
regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti
nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso
delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di
un'indulgenza perpetua (_Vie privée des Français_, t. II, p. 27, 38).

[12] I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci
contra i Latini trovansi nelle _Lettere_ di Fozio (_Epist. Encyclica_,
II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t.
III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del
Cardinale Umberto).

[13] L'opera _i Concilj_ (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de'
Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano
leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.

[14] Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i
Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa
romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli
degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si
mostrarono favorevoli a Fozio.

[15] _V._ questo anatema nell'opera _I Concilj_ (tom. XI, p. 1457-1460).

[16] _Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei
Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e
trasportava tanto una parte, che l'altra._ (Nota di N. N.)

[17] Anna Comnena (_Alexiad._, l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che
concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte,
contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor
lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto
comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce
degli Storici!

[18] Lo Storico anonimo di Barbarossa (_De expedit. Asiat. Fred._ I, _in
Canisii Lection. antiq._ t. III. part. II, p. 511, ediz. di Basnage)
cita i Sermoni del Patriarca greco: _Quomodo Graecis injunxerat in
remissionem peccatorum Peregrinos occidere et delere de terra_. Taginone
osserva (_in Scriptores Freher_, t. I, pag. 409, ediz. di Struv.)
_Graeci haereticos nos appellant: clerici et monachi dictis et factis
persequuntur_. Noi possiamo aggiugnere la dichiarazione dell'Imperatore
Baldovino quindici anni dopo: _Haec est (gens) quae Latinos omnes non
hominum nomine, sed canum dignabatur, quorum sanguinem effundere pene
inter merita reputabant_. (_Gesta Innocent. III._ cap. 92, in Muratori,
_Script. rerum Italicar._ t. III: part. I, p. 536). Può esservi in tutto
ciò qualche esagerazione; ma non quindi contribuì con minore efficacia
alla azione e alla reazione dell'odio che era reale.

[19] _V._ Anna Comnena (_Alex._ l. VI, pag. 161-162) e un passo
singolare di Niceta sopra Manuele, l. V, cap. IX, che intorno ai
Veneziani osserva che κατα σμηνη και φρατριας την Κωνσταντινου πολιν της
οικειας ηλλαξαντο ec., _a sciami e per famiglie abbandonarono la patria
per Costantinopoli_.

[20] Ducange, _Fam. Byzant._ p. 186, 187.

[21] _Nicetas_, in Manuele l. VII, cap. 2, _Regnante enim_ (Manuele)
_.... apud eum tantum Latinus populus repererat gratiam, ut neglectis
Graeculis suis tanquam viris mollibus, effoeminatis.... solis Latinis
grandia committeret negotia..... erga eos profusa liberalitate
abundabat..... ex omni orbe ad eum tanquam ad benefactorem nobiles et
ignobiles concurrebant_ (Guglielmo di Tiro XXII, c. 10).

[22] Ben si sarebbero confermati ne' loro sospetti i Greci, se avessero
vedute le lettere politiche che Manuele scriveva al papa Alessandro III,
nemico del suo nemico Federico I, manifestandogli desiderio di unire i
Greci e i Latini in un sol gregge sotto i pastori medesimi (_V._ Fleury,
_Hist. ecclés._ t. XV, p. 187, 213-243).

[23] _V._ le relazioni de' Greci e de' Latini in Niceta (Alessio Comneno
c. 10) e in Guglielmo di Tiro (l. XXII; c. 10, 11, 12, 13); moderata e
concisa la prima, verbosa, veemente e tragica la seconda.

[24] Il senatore Niceta ha composta in tre libri la storia del regno
d'Isacco l'Angelo, p. 228-290, e pensando che ei fu _Logoteto_ ossia
primo _Segretario e Giudice del Velo_, o del palagio, grande
imparzialità non ci possiamo aspettare da lui. Gli è però vero che sol
dopo la caduta e la morte del suo benefattore, questa storia avea
scritta.

[25] _V._ Boadino (_Vit. Saladin_, pag. 129-131-226, traduzione dello
Sculthens). L'ambasciadore d'Isacco parlava indifferentemente il
francese, il greco e l'arabo, cosa che in quel secolo può riguardarsi
come un fenomeno. Il messaggio del Greco trovò alla Corte del Sultano
accoglienza onorevole, ma il molto scandalo che produsse nell'Occidente
ne fu il solo effetto.

[26] Ducange, _Fam. Dalmat._ p. 318, 319, 320. La corrispondenza tra il
Pontefice romano e il Re de' Bulgari, leggesi nell'Opera _Gesta
Innocentii III_, c. 66-82, p. 513-525.

[27] Il Papa riconobbe questa origine italiana di Giovannizio. _A nobili
urbis Romae prosapia genitores tui originem traxerunt_. Il d'Anville
(_Etats de l'Europe_, p. 258-262) spiega questa tradizione, e la grande
somiglianza che si ravvisa fra la lingua latina e l'idioma de' Valacchi.
Il torrente delle migrazioni avea trasportate dalle rive del Danubio a
quelle del Volga le colonie poste da Traiano nella Dacia; e una seconda
ondata dal Volga al Danubio, giusta il d'Anville, le avea ricondotte. La
cosa è possibile, ma si toglie molto dall'ordinario.

[28] Questa parabola non disdice, per vero dire, allo stil di un
Selvaggio; ma piaciuto sarebbemi che il Valacco non vi avesse frammessi
il nome classico de' Misj, le esperienze della calamita, e la citazione
di un antico poeta comico (Niceta, in _Alex. Com._ l. 1, p. 299-300).

[29] I Latini aggravano l'ingratitudine di Alessio supponendo che Isacco
lo avesse liberato dalla schiavitù in cui lo tenevano i Turchi. So che
questo patetico racconto è stato spacciato a Venezia ed a Zara, e non ne
trovo orma in alcuno degli Storici greci.

[30] _V._ il regno d'Alessio l'Angelo o Comneno ne' tre libri di Niceta,
p. 291-352.

[31] _V._ Fleury, _Hist. eccles._ t. XVI, p. 26 ec., e Villehardouin n.
1, colle osservazioni del Ducange, non mai disgiunte dal testo originale
di cui mi valgo.

[32] _La vita contemporanea del Papa Innocenzo III_, pubblicata dal
Ballazio e dal Muratori, (_Script. rer. Ital._ t. III, part. I, p.
486-568) è preziosa per l'importanza delle istruzioni inserite nel
testo: ivi si può leggere ancora la Bolla della Crociata, c. 84-85.

[33] _Porce cil pardon fut issi gran, se s'en esmeurent mult li cuers
des genz, et mult s'en croisièrent, porce que li pardons ere si gran._
Villehardouin n. 1. I nostri filosofi possono sottilizzare a lor grado
sulle cagioni delle crociate, ma tali erano i veraci sentimenti di un
cavaliere francese.

[34] Questo numero di feudi, mille e ottocento de' quali, doveano ligio
omaggio, trovavasi registrato nella Chiesa di S. Stefano di Troyes, e
venne attestato nel 1213 dal maresciallo della Sciampagna (Ducange,
_Observ._ p. 254).

[35] _Campania.... militiae privilegio singularis excellit.... in
tyrociniis... prolusione armorum_, etc. (Ducange, p. 249), tratto
dall'antica Cronaca di Gerusalemme A. D. 1177-1199.

[36] Il nome di Villehardouin trae la sua origine da un villaggio o
castello della diocesi di Troyes fra Bar e Arcy. Nobile ed antica era
questa famiglia; il cui ramo primogenito durò sino al 1400: il ramo
secondogenito divenuto possessore del principato d'Acaia, andò a
terminarsi nella Casa di Savoia (Ducange, p. 235-245).

[37] Il padre di questo Goffredo e i suoi discendenti possedettero tale
carica; ma il Ducange non ha seguito il corso delle cose colla sua
diligenza ordinaria. Trovo che nel 1356 la stessa carica passò nella
Casa di Conflans. Questi marescialli di provincia sono, è lungo tempo,
ecclissati dai marescialli di Francia.

[38] Questo idioma del quale presenterò alcuni saggi, è stato spiegato
dal Vigenere e dal Ducange in una Versione e in un Glossario. Il
presidente Brosses (_Mechanisme des langues_, t. II, p. 83) lo vuole un
modello di una lingua che ha perduta l'essenza di lingua francese, e che
i soli grammatici possono intendere.

[39] L'età in cui visse e l'espressione, _moi qui ceste oeuvre dicta_
(n. 62, ec.) possono far nascere un sospetto, più fondato di quello del
Wood intorno ad Omero, che il predetto maresciallo non sapesse nè
leggere, nè scrivere. Nondimeno la Sciampagna può gloriarsi di avere
prodotti i due primi Storici, i nobili padri della prosa francese,
Villehardouin e Joinville.

[40] La Crociata, i regni del Conte di Fiandra, di Baldovino e di Enrico
suo fratello, formano il particolare argomento di una storia composta
dal Doutremens, gesuita (_Constantinopolis belgica_, Tournai, 1638, in
4); Opera che io conosco solamente da quanto ne ha detto il Ducange.

[41] T. VI di questa storia.

[42] Il Pagi (_Critica_, t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla
fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino (_V._
la _diss._ del Beretti, _Cron. It. medii aevi_, in Muratori, _Script._
t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese
contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa.

[43] Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità,
i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του
Ρομαιων βασιλεως, _perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei
Romani_ (Costantino Porfirogeneta, _De admin. imper._ part. II, c. 28,
p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del
decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo
annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai
Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla;
ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno
827 (Laugier, _Hist. de Venise_, t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli
_subditi_ o _fideles_.

[44] _V._ la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità
del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson
non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che
nell'anno 1323. L'Abate Dubos (_Hist. da la ligue de Cambrai_, t. II, p.
443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro
commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV.

[45] I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro
storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta,
come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si
dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia
più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la
prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di
Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di
merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che
alla costituzione della Repubblica si riferisce.

[46] Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto
Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D.
1205. _V._ le _osservazioni_ del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma
gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria
lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe
pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio
di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα _novanta_
(_Prooem. ad Character._) sarei piuttosto inclinato a leggere
επδομεκοντα _settanta_ come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto,
il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto
avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore.

[47] I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità
del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e
dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza
d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange).

[48] _V._ il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p.
323-326.

[49] Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che
questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto
spesso. «_Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié_ (n. 17): _mult
plorant_ (ibid.); _mainte lerme plorée_ (n. 34) _si orent mult pitié et
plorérent mult durement_ (n. 60); _i ot maint lerme plorée de pitié_ (n.
202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione,
ora per gioia, e se non altro per divozione.

[50] Questo Marchese di Monferrato, segnalato erasi per una vittoria
contro gli Astigiani (A. D. 1191), per una crociata in Palestina, per
una legazione pontificia presso gli alemanni principi sostenuta
(Muratori, _Annali d'Italia_, t. X, p. 163-202).

[51] _V._ la Crociata degli Alemanni nella _Historia C. P._ di Gunther
(_Can. Antiq. lect._ t. IV, p. V-VIII) che celebra il pellegrinaggio di
Martino, uno fra i predicatori rivali di Folco di Neuilly. Apparteneva
all'Ordine di Citeaux, e il suo monastero era situato nella diocesi di
Basilea.

[52] Indera, oggidì Zara, colonia romana che riconosce Augusto per suo
fondatore, ai dì nostri ha un circuito di due miglia, e contiene fra i
cinque e i seimila abitanti; ottimamente fortificata, un ponte la
congiunge alla terra ferma (_V._ _i viaggi_ di Spon e di Wheeler,
_viaggi di Dalmazia_, _di Grecia_, ec. t. I, p. 64-70; _viaggio in
Grecia_ p. 8-14). L'ultimo di questi viaggiatori, confondendo _Sestertia
e Sestertii_, valuta dodici lire sterline un arco di trionfo decorato di
colonne e di statue. Se a que' giorni non v'erano alberi nei dintorni di
Zara, convien dire che quegli abitanti non avessero ancora pensato a
piantare i ciliegi, dai quali oggidì si ritrae il famoso maraschino di
Zara.

[53] Il Katona (_Hist. crit. reg. Hungar. Stirpis Arpad._ t. IV, p.
536-558) unisce fatti e testimonianze, oltre ogni dire, sfavorevoli ai
conquistatori di Zara.

[54] _V._ tutta la transazione e i sentimenti del Papa nelle _Epistole
di Innocenzo III_, _Gesta_, c. 86, 87, 88.

[55] Un leggitore moderno farà le maraviglie nel veder dato il nome di
_valletto di Costantinopoli_ al giovine Alessio. Questo titolo degli
eredi del trono corrispondeva all'_Infante_ degli Spagnuoli, al
_nobilissimus puer_ de' Romani. I paggi o valletti de' Cavalieri non
erano men nobili de' loro padroni (_Villehar. e Duc._ n. 36).

[56] Il Villehardouin (n. 38) chiama l'Imperatore Isacco Sarsach forse
dalla voce francese Sire, o dalla greca Κυρ, κυριος, _Sire_, _Signore_,
formata colla terminazione del nome proprio: le denominazioni corrotte
di Tursac e di Conserac che troveremo in appresso, ne forniranno un'idea
della libertà che in ordine a ciò si prendeano le antiche dinastie della
Sorìa e dell'Egitto.

[57] Ranieri e Corrado: l'uno sposò Maria, figlia dell'Imperatore
Manuele Comneno, l'altro Teodora Angela sorella degli Imperatori Isacco
ed Alessio. Corrado abbandonò la Corte di Bisanzo e la moglie per
accorrere in difesa di Tiro minacciata da Saladino (Ducange, _Fam.
Byzant._, p. 187-203).

[58] Niceta in _Alex. Comn._, (l. III, c. IX), accusa il Doge e i
Veneziani, come autori della guerra mossa a Costantinopoli, e riguarda
come κυμα υπερ κυματι, _procella sopra procella_, l'arrivo e le
ignominiose offerte del Principe esigliato.

[59] Il Villehardouin e il Gunther spiegano i sentimenti dell'una e
dell'altra fazione. L'Abate Martino, che abbandonando l'esercito a Zara
si trasferì in Palestina, venne inviato come ambasciatore a
Costantinopoli, trovatosi a proprio dispetto spettatore del secondo
assedio.

[60] La nascita e le dignità che si univano in Andrea Dandolo gli
somministravano e modi e motivi di cercare negli archivj di Venezia la
storia del suo illustre antenato. Il laconismo ch'ei serba ne' proprj
racconti rende alquanto sospette le moderne e verbose relazioni di
Sanuto (Muratori _script. rer. it._ t. XXII), del Sabellico e del
Ramnusio.

[61] _V._ Villehardouin, n. 62. In cotest'uomo, originali appaiono i
sentimenti quanto il modo di esprimerli. Proclive alle lagrime, non
quindi meno allegrasi della gloria e del pericolo delle pugne con tale
entusiasmo, che ad uno scrittore sedentario non può appartenere.

[62] In questo viaggio, quasi tutti i nomi geografici trovansi svisati
dai Latini: il nome moderno di Calcide, e di tutta l'Eubea deriva
dall'_Euripus_ d'onde _Evripo_, _Negripo_, _Negroponte_, che alle nostre
carte geografiche fanno disdoro. (D'Anville, _Geogr. anc._ t. I, p.
263).

[63] _Et Sachiez que il ne ot si hardi cui le cuer ne fremist_ (c. 67)
... _Chascuns regardoit ses armes... que par tems en arunt mestier_ (c.
68). Tale è l'ingenuità caratteristica del vero coraggio.

[64] «_Eandem urbem plus in solis navibus piscatorum abundare, quam
illos in toto navigio. Habebat enim mille et sexcentas piscatorias
naves.... Bellicas autem sive mercatorias habebat infinitae multitudinis
et portum tutissimum_». Gunther, _Hist C. P._, c. 8, p. 10.

[65] Καθαπερ ιεερω, ειπειν δε και θεοψυτευτων παραδεισων εφειδοντο
τουτωνι, _come ad un sacro bosco parlavano_, _e risparmiavanlo quasi un
giardino piantato da Dio_. Niceta, _in Alex. Comn._, l. III, c. 9, p.
348.

[66] Seguendo la traduzione del Vigenere, mi valgo del sonoro vocabolo
di _palandra_, usato credo tuttavia lungo il littorale del mediterraneo.
Se però scrivessi in Francese, adoprerei la parola originaria ed
espressiva di _vessiery_ o _huissiers_, tolta da _huis_, voce vieta che
significava una porta atta a sbassarsi a guisa de' ponti levatoi, ma che
per gli usi di mare collo stesso meccanismo si alzava nella parte
interna del navilio. (Ducange, Villehardouin, n. 14, e Joinville, p.
27-28, ediz. del Louvre).

[67] Per evitare l'espressione vaga di seguito o seguaci ec., ho
adoperata, seguendo il Villehardouin la voce _sergente_, per indicare
tutti gli uomini a cavallo che non erano cavalieri. Vi erano sergenti
d'armi e sergenti di toga. Assistendo alla _parata_ e alle adunate di
Westminster può vedersi la bizzarra conseguenza di una tal distinzione
(_Ducange_, _Gloss. lat. Servientes_ etc. t. VI, p. 226-231).

[68] È inutile l'annotare che intorno a Galata, alla catena del porto
ec., il racconto del Ducange è compiuto e minutamente esatto. _V._ anche
i capitoli particolari dell'opera _C. P. Christiana_ dello stesso
autore. L'ignoranza o la vanità degli abitanti di Galata era sì grande,
che appropiavano a sè medesimi l'Epistola di S. Paolo ai Galati.

[69] La galea che ruppe la catena chiamavasi l'Aquila (_Dandolo_,
_Chron._, p. 322), che il Biondi (_de Gestis Venet._) ha trasformata in
_Aquilo_, vento boreale. Il Ducange (n. 83) ammette la seconda
sposizione; ma egli non conosceva il testo autentico del Dandolo, e
trascurò inoltre di esaminare la topografia del porto. Avrebbe veduto
allora che il vento di scilocco era infinitamente più favorevole del
vento di tramontana a questa spedizione dei Crociati.

[70] _Quatre cent mille hommes ou plus_ (Villehardouin, n. 134) vuole
intendersi d'uomini in istato di portar l'armi. _Il Le Beau_ (_Hist. du
Bas-Empire_, t. XX, p. 417), concede a Costantinopoli un milione
d'abitanti, sessantamila uomini di cavalleria e una moltitudine
innumerabile di soldati. Nel suo stato d'invilimento la capitale
dell'Impero ottomano contiene oggidì quattrocentomila abitanti.
(_Voyages de Bell_, vol. II, p. 401-402). Ma non tenendo i Turchi alcun
registro nè de' morti, nè delle nascite, ed essendo intorno a ciò
sospette tutte le relazioni che abbiamo, egli è impossibile il
verificare la vera loro popolazione (Niebuhr, _Voyag. en Arab._, t. I,
p. 18, 19).

[71] Regolandomi colle piante più esatte di Costantinopoli, non posso
ammettere un'estensione maggiore di quattromila passi; nondimeno il
Villehardouin (n. 86) la fa di tre leghe. Se i suoi occhi non lo hanno
ingannato, è duopo credere che ei contasse a leghe degli antichi Galli,
di mille cinquecento passi l'una, colle quali forse anche oggidì si
regolano le misure de' terreni nella Sciampagna.

[72] Il Villehardouin (n. 89-95) indica le guardie imperiali o i Varangi
coi nomi di _Anglais et Danois avec leurs haches_. Qualunque si fosse la
loro origine, un pellegrino francese non potea fare sbaglio sulla
qualità delle nazioni che formavano questa guardia.

[73] Intorno al primo assedio e alla conquista di Costantinopoli giova
consultare la lettera originale de' Crociati ad Innocenzo III,
Villehardouin (n. 75-99), Niceta (_in Alex. Com._ l. III c. X, p.
349-352), Dandolo (_Chron._, p. 322). Gunther e l'Abate Martino non
erano anche tornati dal lor primo pellegrinaggio a Gerusalemme o a S.
Giovanni d'Acri, ove ostinatamente fermaronsi, benchè la maggior parte
de' loro compagni vi fosse morta di peste.

[74] Il Villehardouin colla sua grossolana eloquenza, n. 66-100, ne fa
comprendere, quale impressione provassero i Crociati al vedere
Costantinopoli e i suoi dintorni: _cette ville_, dic'egli, _que de
toutes les autres ere Souveraine_. _V._ i tratti di questa descrizione
in Foulcher di Chartres (_Hist. Hieros._, t. I, c. 4), e in Guglielmo di
Tiro (II, 5, XX, 26).

[75] Giocando ai dadi, i Latini gli tolsero il suo diadema, mettendogli
in capo un berrettone di lana o di pelo. Το μεγαλοπρεπες κς παγκλειστον
κατερρυπινεν ονομα, _infamavano un nome dignitoso e gloriosissimo_
(Nicetas, p. 358). Se un tale scherzo gli fu fatto dai Veneziani, vi si
vedeva la conseguenza dell'audacia naturale ai repubblicani e ai
trafficanti.

[76] _V._ Villehardouin, n. 181; Dandolo, p. 322. Il Doge afferma che i
Veneziani furono pagati più lentamente de' Francesi, osservando però che
la storia delle due nazioni in ordine a ciò non si trova d'accordo.
Aveva egli letti gli scritti del Villehardouin? I Greci si lamentarono
_quod totius Graeciae opes transtulisset_ (_Gunther_, _Hist._, C. P. c.
13). _V._ le querimonie e le invettive di Niceta (p. 355).

[77] Il regno di Alessio Comneno occupa tre interi libri di Niceta, che
impiega solo cinque capitoli a narrare la corta restaurazione d'Isacco e
del giovine Alessio (p. 352-362).

[78] Mentre Niceta rimprovera ad Alessio l'empia lega che questi avea
co' Latini contratta, insulta con termini ingiuriosi la religione del
romano Pontefice, μειζον και ατοσοπτόν.... παρεκτροπμν σιρτεως.... των
του παπα προνομιων καινιεμον.... γεταθεειο τε και μεταποιμεν των πσλαιων
φωμαιοις εθων, _deviò grandemente e in modo indegno dalla fede.... la
novità delle massime del Papa.... mandava ai Romani cangiate e
trasfigurate le massime antiche_, (p. 348). Così tutti i Greci si
espressero fino al punto della compiuta sovversione di questo impero.

[79] Niceta (pag. 355) non esita nell'accusare particolarmente i
Fiaminghi (φλαμιονες) _Flamiones_; ma a torto riguarda siccome antico il
lor nome. Il Villehardouin (n. 107) difende i Baroni, e ignora o mostra
ignorare i nomi de' colpevoli.

[80] Si paragonino le lamentele e i sospetti di Niceta (p. 359-362)
colle accuse positive di Baldovino di Fiandra. (_Gesta Innocentii III_,
cap. 92, p. 534) _cum pathriarca et mole nobilium_, _nobis promissis
perjurus et mendax_.

[81] Nicolao Canabo era questo fantasma. Niceta ne fa encomj; Murzuflo
alla propria vendetta lo sagrificò p. 362.

[82] Il Villehardouin (n. 116) parla di questo Murzuflo come di un
favorito, e sembra ignorare che egli fosse principe del sangue
imperiale, e pertenente alla casa di Duca. Il Ducange celebre nel
razzolare ogni genere di erudizione, crede che questo Alessio fosse
figlio d'Isacco Duca Sebastocrator, e cugino germano del giovine
imperatore Alessio.

[83] Niceta accerta il fatto di una tale negoziazione che sembra per
altra parte molto probabile (p. 365): ma il Villehardouin e il Dandolo
la riguardano come obbrobriosa, e non ne fanno parola.

[84] Baldovino commemora questi due tentativi contro la flotta (_Gesta_,
c. 92, p. 534-535): il Villehardouin (n. 113-115) non accenna che il
primo. È cosa degna d'osservazione che nessuno di questi guerrieri si
ferma a descrivere qualche particolare proprietà del fuoco greco.

[85] Il Ducange (n. 119) ne inonda di un torrente di erudizione intorno
al gonfalone imperiale. Ella è cosa singolare che questa bandiera della
Madonna è parimente un trofeo e una reliquia che fanno vedere i
Veneziani. Se essi possedono la vera, convien dire che il pietoso
Dandolo abbia ingannati i monaci di Citeaux.

[86] Il Villehardouin (n. 126) confessa che _mult ere grant péril_: e il
Gunther (_Hist._ C. P. cap. 13) afferma che _nulla spes victoriae
arridere poterat_. Però e il Cavaliere parla con disprezzo di coloro che
pensavano alla ritirata, e il monaco loda que' suoi compatriotti che
erano risoluti di morire coll'armi alla mano.

[87] Baldovino e tutti gli Storici cristiani onorano il nome di quelle
due galee coll'aggiunto _felici auspicio_.

[88] Facendo allusione ad Omero, Niceta lo chiama εννεα οργυιας, alto
nove orgie, ossia diciotto verghe inglesi, circa cinquanta piedi. Una
tale statura difatti sarebbe stata una scusa molto legittima al terrore
de' Greci. In questa occasione l'autore si mostra più dominato dalla
passione di contar maraviglie che dall'interesse del suo paese, o
dall'amore della storica verità. Baldovino sclama colla parole del
Salmista, _Persequitur unus ex nobis centum alienos_.

[89] Il Villehardouin (n. 130) ignora ancora gli autori di un tale
incendio men condannevole del primo, e del quale secondo il Gunther è
reo, _quidam comes Theutonicus_ (cap. 14). Sembra che gl'incendiarj
arrossiscano di confessarlo.

[90] Intorno al secondo assedio, o alla conquista di Costantinopoli _V._
Villehardouin (n. 113-132), la seconda lettera di Baldovino ad Innocenzo
III (_Gesta_, cap. 92, p. 534-537), e l'intero regno di Murzuflo in
Niceta (p. 363-375). Possono ancora consultarsi alcuni passi del Dandolo
(_Chron. venet._, p. 323-330) e _Gunther_, _Hist._ (C. P. cap. 14-18), i
quali aggiungono ai loro racconti il maraviglioso delle visioni e delle
profezie. Il primo di essi cita un oracolo della Sibilla Eritrea, che
annunzia un grande armamento sull'Adriatico, condotto da un generale
greco, spedito contro Bisanzo ec., maravigliosissima predizione, se non
fosse posteriore all'avvenimento.

[91] _Ceciderunt tamen eo die civium quasi duo millia_. Gunther (c. 18).
L'aritmetica è una pietra di paragone per valutare le passioni e
l'ampollosità delle figure rettoriche.

[92] _Quidam_ (dice Innocenzo III, Gesta, c. 94, p. 538) _nec religioni,
nec aetati, nec sexui pepercerunt, sed fornicationes, adulteria, et
incestus in oculis omnium exercentes, non solum maritatas et viduas, sed
et matronas et virgines deoque dicatas exposuerunt spurcitiis
garcionum_. Il Villehardouin non fa parola di questi fatti troppo soliti
ad accadere nelle guerre.

[93] Niceta salvò, indi sposò una nobile vergine, che un soldato, επι
μαρτυτι πολλοις ονηδον επιβρωμωμενος, _lascivamente smanioso in faccia a
molti testimonj_, quasi violò senza riguardo a εντολαι, ενταλματα ευ
γεγονοτων, _alle massime od ai precetti delle persone ben nate_.

[94] Intorno al valor generale di tutto lo spoglio il Gunther lo
riguarda tale, _ut de pauperibus et advenis cives ditissimi redderentur_
(_Hist. C. P._ c. 18); il Villehardouin (n. 132) osserva che dopo la
creazione del mondo _ne fu tant gaignié dans une ville_, e Baldovino
(_Gesta_, c. 92) _ut tantum tota non videatur possidere Latinitas_.

[95] _V._ Villehardouin (n. 133-135). Evvi una variante nel testo, per
cui può leggersi e _cinquecentomila_ e _quattrocentomila_. I Veneziani
aveano fatta la profferta di prendersi per sè tutto lo spoglio, indi
sborsare quattrocento marchi a cadaun cavaliere, dugento a cadaun
sergente, cento a cadaun soldato; contratto che non sarebbe stato
vantaggioso per la Repubblica (Le Beau, _Hist. du bas-Empire_, l. XX, p.
506, non so poi su qual fondamento).

[96] Nel Concilio di Lione (A. D. 1295) gli ambasciatori d'Inghilterra
valutarono la rendita della Corona, inferiore a quella del clero
straniero, che ascendeva a sessantamila marchi annuali (Mattia Paris, p.
451; Hume _Storia d'Inghilterra_, vol. II).

[97] Niceta descrive in patetica guisa il saccheggio di Costantinopoli e
le sciagure che personalmente il percossero (p. 367-369, e _Status
urbis_ C. P., p. 375-384). Innocenzo III, _Gesta_, c. 92 conferma
perfino la realtà de' sacrilegj deplorati da Niceta: ma Villehardouin
non lascia scorgere nè pietà, nè rimorsi.

[98] Se ho ben inteso il testo greco di Niceta, le loro vivande
predilette eran cosce di manzo a lesso, maiale salato condito coi ceci,
zuppa con aglio ed erbe forti, o acide (p. 582).

[99] Niceta si vale di espressioni durissime αγραμματοις βαρβαροις, και
τελεον αναλφαβητοις _Barbari illetterati, e totalmente ignari
dell'abbicì_. (Fragm. _apud_ Fabricium, _Bibl. Graec._, t. VI, p. 414).
Vero è che questo rimprovero si riferisce principalmente alla loro
ignoranza della lingua greca e delle sublimi opere di Omero. I Latini
del dodicesimo e tredicesimo secolo non mancavano di opere di
letteratura nella propria lingua. _V._ le _Ricerche filologiche_ di
Harris, p. 3, c. IX, X, XI.

[100] Niceta, nativo di Cona in Frigia (antico Colosso di S. Paolo) era
pervenuto al grado di Senatore, di Giudice del Velo e di gran Logoteta.
Dopo la rovina dell'Impero, di cui fu vittima e testimonio, si ritrasse
a Nicea, ove compose una compiuta e accurata storia che procede dalla
morte di Alessio Comneno insino al regno di Enrico.

[101] Un manoscritto di Niceta (nella biblioteca Bodleana) contiene
questo singolare frammento che riguarda lo stato di Costantinopoli, e
che o ad arte, o per vergogna, o piuttosto per trascuratezza è stato
ommesso nelle precedenti edizioni. Lo ha pubblicato il Fabrizio (_Bibl.
graec._, t. VI, p. 405-416), e l'ingegnoso Harris di Salisbury non ha
limiti nel lodarlo (_Ricerche filologiche_ part. III, cap. V).

[102] Per darne un'idea della statua di Ercole il sig. Harris ha citato
un epigramma, e presentata la figura scolpita in una bella pietra; ma
questa non offre l'atteggiamento di un Ercole, senza clava, col braccio
e la gamba stesa siccome di questa statua vien detto.

[103] Ho trascritte letteralmente le proporzioni indicate da Niceta, le
quali mi sembrano oltre modo ridicole, e forse ne condurranno a
giudicare che il preteso buon gusto di questo senatore ad ostentazione e
vanità riducensi.

[104] _V._ Niceta, ove parla d'Isacco l'Angelo e di Alessio (cap. 3, p.
339). L'Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico
greco coll'enfasi del suo stile suol fare _ex pulice elephantem_.

[105] Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408)
rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανεραστοι Βαρβαροι, _Barbari
nemici del bello_, e indica in precisi termini quanto fossero avidi del
bronzo. Non può però negarsi ai Veneziani il merito di avere trasportati
quattro cavalli di bronzo da Costantinopoli alla piazza di S. Marco
(Sanuto, _Vite dei Dogi_, Muratori, _Script. rer. ital._ t. XX, pag.
534).

[106] Winkelmann, Storia dell'arti, t. III, p. 269-270.

[107] _V._ nel Gunther (_Hist. C. P._ c. 19-23, 24) il pietoso furto
dell'abate Martino, che trasportò un ricco fardello di questi tesori
religiosi nel suo convento. Nondimeno il Santo non andò immune dalla
scomunica, e forse dalla taccia di avere violato un giuramento.

[108] Fleury, _Hist. eccles._ t. XVI, p. 139-145.

[109] Conchiuderò questo capitolo con alcuni cenni sopra una Storia
moderna che descrive colle sue particolarità la presa di Costantinopoli
per opera dei Latini; ma venutami fra le mani alquanto tardi. Paolo
Ramusio figlio del Compilatore de' Viaggi, ebbe dal Senato di Venezia la
commissione di scrivere questa Storia: ma ricevè un tal ordine in
gioventù e lo eseguì solamente anni dopo, pubblicando un'opera
ingegnosamente scritta che ha per titolo, _De bello Constantinopolitano
et imperatoribus Comnenis per Gallos et Venetos restitutis_ (Venezia
1635 in folio). Il Ramusio o Ramnusio, trascrive e traduce, _seguitur ad
unguem_, un manoscritto che ei possedeva del Villehardouin; ma ha
inoltre arricchito il suo racconto di materiali greci e latini, e gli
andiamo pur debitori della descrizione esatta della flotta, dei nomi di
cinquanta nobili Veneziani che comandavano le galee della Repubblica, e
per lui sappiamo le circostanze delle opposizioni che, spinto da amore
di patria, mosse Pantaleone Barbi contro la scelta del Doge a Imperatore
di Costantinopoli.



CAPITOLO LXI.

      _I Francesi e i Veneziani si dividono fra loro l'Impero. Cinque
      Imperatori latini delle Case di Fiandra e di Courtenai. Loro
      guerre contro i Bulgari e i Greci. Debolezza e povertà
      dell'Impero latino. Costantinopoli ripresa dai Greci.
      Conseguenza generale delle Crociate._


Dopo la morte de' Principi legittimi di Bisanzo, i Francesi e i
Veneziani credettero abbastanza giustificati e la loro causa, e i
prosperi successi ottenuti, per ripartirsi anticipatamente fra loro le
province del greco Impero[110]. Mediante un Trattato, accordaronsi a
nominare dodici Elettori, sei per nazione, e a riconoscere Imperator
d'Oriente quell'individuo che accoglierebbe in sè un maggior numero di
suffragi. Stipularono inoltre i confederati che accadendo parità nel
numero de' voti, la sorte deciderebbe fra i due candidati; e
concedettero a quello che sarebbe eletto, i titoli e le prerogative de'
precedenti Imperatori, i due palagi di Blacherna e di Bucoleone, e la
quarta parte di tutti i possedimenti che la monarchia de' Greci
formavano. Le tre altre parti divise in due porzioni eguali, vennero
tenute da banda per essere divise fra i Veneziani e i Baroni francesi.
Fu risoluto che tutti i feudatarj, dai quali, per una distinzione
d'onore venne eccettuato il Doge, presterebbero al nuovo Sovrano,
omaggio di fedeltà e giuramento di servigio militare, come a Capo
supremo dell'Impero; che quella fra le due nazioni cui toccherebbe la
sorte di dare all'Oriente un Imperatore, cederebbe all'altra la nomina
del Patriarca; che per ultimo tutti i Pellegrini, comunque impazienti
fossero di visitar Terra Santa, dovessero consagrare anche un anno a
conquistare e difendere le province del greco Impero. Appena
impadronitisi di Bisanzo i Latini, un tale Trattato confermarono e
misero ad effetto, divenuta prima e più rilevante fra le loro cure
l'elezione di un Imperatore. Tutti ecclesiastici erano i sei Elettori
francesi: l'Abate di Loces, l'Arcivescovo eletto di Acri in Palestina, e
i Vescovi di Soissons, di Troyes, di Halberstadt e di Betlemme; l'ultimo
de' quali Prelati gli uffizj di Legato del Papa adempiea. Rispettabili
per sapere e per santità del loro carattere, tanto più idonei a tale
scelta mostravansi che su di essi non poteva cadere. Fra i primarj
ministri dello Stato, vennero creati i sei Elettori Veneti, onde le
illustri famiglie de' Querini e de' Contarini, s'inorgogliscono tuttavia
di trovare in quell'Assemblea i nomi de' loro antenati. Radunatisi nella
cappella del palagio i dodici Elettori, procedettero alla elezione, dopo
avere invocato solennemente lo Spirito Santo. Ragioni di rispetto e di
gratitudine unirono primieramente i voti di tutti i congregati a favore
del Doge. Autore egli stesso di quell'impresa, per tali azioni erasi
segnalato, che, a malgrado degli anni e della cecità, poteano renderlo
ammirazione ed invidia de' più giovani cavalieri. Ma il Dandolo non mai
abbastanza per virtù cittadine lodato, e disdegnando tutto ciò che a
personale ambizione si riferiva, fu pago dell'onor de' suffragi, che
degno il promulgavano di regnare. I suoi concittadini, e fors'anche i
suoi amici si opposero eglino stessi a questa nomina[111], facendo
coll'eloquenza della verità, manifesti i danni che alla libertà di
Venezia e alla causa comune doveano temersi dall'incompatibile
collegamento della prima magistratura della Repubblica, e della
Sovranità dell'Oriente. L'esclusione del Doge lasciò libero il campo a
Bonifazio ed a Baldovino. I meriti di questi due candidati si
contrabbilanciavano scambievolmente, ma tanto sovrastavano a quello
degli altri, che a questi due cedettero rispettosamente le loro
pretensioni. Maturità di anni, splendida rinomanza, l'opinione più
generale de' Pellegrini, il voto dei Greci, stavano soprattutto pel
Marchese di Monferrato; nè mi è sì agevole il credere che i piccioli
possedimenti di questo Principe, posti a piedi dell'Alpi[112], dessero
inquietudine alla Repubblica di Venezia padrona del mare. Ma il Conte di
Fiandra, in età di trentadue anni, valoroso, pio e casto, Capo d'un
popolo ricco e bellicoso, discendente da Carlomagno, cugino del Re di
Francia, contava fra i suoi Pari, Baroni e Prelati, che avrebbero mal
tollerato di sottomettersi all'Impero di uno straniero. Questi Baroni,
il Doge, e a capo d'essi il Marchese di Monferrato, stavansi alla porta
della cappella, aspettando la risoluzione degli Elettori. Venne
finalmente a nome de' suoi colleghi annunziandolo il Vescovo di
Soissons. «Voi avete giurato, disse egli, obbedire al Principe che
avremmo scelto. Per l'unanimità de' nostri suffragi, Baldovino Conte di
Fiandra e di Hainaut, è vostro Sovrano ed Imperator d'Oriente». Il nuovo
Monarca venne salutato fra romorose acclamazioni, che la gioia de'
Latini e la tremante adulazione de' Greci per tutta la città ripeterono.
Primo fu Bonifazio a baciar la mano al rivale e ad innalzarlo sul
proprio scudo. Baldovino fu trasportato nella Cattedrale ove
solennemente calzò i coturni di porpora. Tre settimane dopo l'elezione,
il Legato del Papa che gli uffizj di Patriarca adempiea, lo coronò; ma
prestamente s'impadronì del coro di S. Sofia il Clero veneziano, che fu
sollecito a porre sul trono ecclesiastico Tommaso Morosini, nè trascurò
alcuna diligenza per mantenere alla sua nazione gli onori e i benefizj
della Chiesa greca[113]. Non indugiò il successore di Costantino a far
noto per messi, questo memorabile cambiamento politico alla Palestina,
alla Francia, a Roma. Le porte di Costantinopoli, le catene del porto
vennero, per suo ordine, trasportate in Palestina come trofei[114], e
dalle _Assise_ di Gerusalemme tolse le leggi e gli statuti, che meglio
ad una colonia francese e ad una conquista d'Oriente addicevansi.
Sollecitò indi per lettere tutti i Francesi, perchè venissero ad
ingrossare questa colonia, a popolare una capitale vasta e magnifica, a
coltivare un suolo fertile, e preparato dalla natura a dar largo
guiderdone di lor fatiche al Sacerdote e al soldato. Mandò anche
congratulazioni al Pontefice di Roma per la sua autorità ristaurata,
nell'Oriente, eccitandolo ad estinguere lo scisma dei Greci colla sua
presenza medesima ad un generale Concilio, e implorandone l'indulgenza e
l'appostolica assoluzione per que' Pellegrini che agli ordini del Capo
della Chiesa aveano contravvenuto[115]. Accorgimento e dignitosi modi la
risposta d'Innocenzo contraddistinsero; attribuendo ai vizj degli uomini
la sovversione dell'Impero d'Oriente, adorava in ordine a ciò i decreti
della Providenza. «I conquistatori, egli dicea, saranno o assoluti o
condannati giusta la condotta che terranno in appresso, e la validità
del loro parteggiamento è cosa che dal giudizio di S. Pietro dipende».
Non dimenticò nel medesimo tempo di prescriver loro, siccome il più
sacro de' doveri, quello di mantenere subordinati e tributarj i Greci ai
Latini, i Magistrati al Clero, il Clero al Pontefice.

Nel ripartimento delle province dell'Impero[116], la porzione che toccò
ai Veneziani trovossi più considerabile di quella dell'Imperatore
latino. Ei non possedea che un quarto della conquista. Riserbatasi
Venezia una grossa metà del rimanente, l'altra metà tra i venturieri di
Francia e di Lombardia venne distribuita. Il venerabile Dandolo,
acclamato despota della Romania, fu, giusta l'uso de' Greci, fregiato
de' calzaretti di porpora. Ei terminò il corso della sua lunga e
gloriosa vita a Costantinopoli; e benchè le prerogative di lui non
passassero ai suoi successori, questi ne conservarono nullameno i titoli
fino alla metà del secolo decimoquarto, ed aggiugneano l'altro
singolarissimo, di Signori di un quarto e mezzo dell'Impero Romano[117].
Il Doge, schiavo dello Stato, rade volte ottenea la permissione di
allontanarsi dalla sede del Governo; ma ne tenea vece in Grecia un Bailo
o reggente, insignito d'inappellabile giurisdizione sulla colonia de'
Veneziani. Degli otto rioni di Costantinopoli, tre appartenevano a
questa colonia; il cui tribunale independente, era composto di sei
giudici, quattro cancellieri, due ciamberlani, due avvocati fiscali e un
contestabile. Una lunga esperienza sul commercio d'Oriente, gli avea
fatti accorti sì, che meglio degli altri poteano provvedere ai loro
interessi nel ripartimento; pur commisero una imprudenza nell'accettare
il governo e la difesa d'Andrinopoli. Ad ogni modo la saggia politica di
questi trafficanti, pensò ad assicurarsi una catena di città, di isole e
di fattorie, lungo la costa marittima, che dai dintorni di Ragusi fino
all'Ellesponto e al Bosforo si estendea. I dispendiosi lavori che a
mantenere tali conquiste volevansi, avendo impoverito il veneto erario,
abbiurarono le antiche massime del lor governo, adattandosi ad un
feudale sistema, e concedendo, contenti di un semplice omaggio, ai
Nobili[118] il possedimento di que' paesi, che questi imprendeano a
conquistare, o a difendere. In cotal guisa, la famiglia di Sanuto
divenne padrona del Ducato di Nasso, che tenea la massima parte
dell'Arcipelago. Mediante uno sborso di diecimila marchi, la Repubblica
comperò dal Marchese di Monferrato, la fertile isola di Creta, o Candia,
e le rovine di cento città[119]. Ma i meschini concepimenti di
un'orgogliosa aristocrazia[120], non permisero trar grande profitto da
tali acquisti; onde i più giudiziosi fra i Senatori dichiararono non per
possedute terre, ma per l'Impero del mare il tesoro di S. Marco
impinguarsi. Sulla metà da ripartirsi fra i venturieri, il Marchese di
Monferrato, fuor d'ogni dubbio, alla maggior ricompensa aveva dritto.
Oltre alla cedutagli isola di Creta, per un riguardo al trono da cui fu
escluso, gli fu conferito il titolo di Re e assegnate le province al di
là dell'Ellesponto; ma fe' un saggio cambio di questa difficile e
lontana conquista, col regno di Tessalonica o di Macedonia, distante
dodici giornate dalla capitale, e dagli Stati del Re d'Ungheria, cognato
del Marchese, e vicino quanto bastava, perchè questi all'uopo ne potesse
sperare soccorsi. Il suo passaggio per le province che dovè traversare,
fu in mezzo a continue acclamazioni o sincere, o simulate de' Greci; e
l'antica e vera Grecia ricevette di nuovo un conquistatore latino[121],
che con aria d'indifferenza questa classica terra calcò. Degnando appena
d'un guardo le bellezze della valle di Tempe, pose molta cautela
addentrandosi nelle gole delle Termopile, occupò Tebe, Atene ed Argo,
città al medesimo sconosciute, e prese d'assalto Corinto e Napoli[122],
che aveano tentato resistergli. Or la sorte, ora la scelta e successivi
baratti, regolarono i premj degli altri pellegrini. Accecati dal giubilo
del riportato trionfo, usarono immoderatamente del lor potere, sulla
vita e le ricchezze d'un grande numero d'uomini. Dopo una
recapitolazione esatta di tutte le province da ripartirsi, pesarono con
avara bilancia le rendite di ciascuna di esse, la situazione più o men
vantaggiosa, i modi più o meno abbondanti che queste offerivano, per
alimentare uomini e cavalli sul loro suolo. Fin agli antichi
smembramenti del Romano Impero, le pretensioni dei vincitori si
estesero; nelle immaginarie lor divisioni, il Nilo e l'Eufrate si
trovavan compresi, e giubilava il guerriero che nella sua parte di
premio, la reggia del Sultano d'Iconium annoverava[123]. Non m'arresterò
in questo luogo ad enumerare i nuovi fregi genealogici, e i possedimenti
di ciascun cavaliere; mi basti il dire, che i Conti di Blois e di S.
Paolo, il ducato di Nicea e la signoria di Demotica ottennero[124]; i
principali feudi alle cariche di Contestabile, di Ciamberlano, di
Coppiere e di Mastro di casa, andarono uniti. Il nostro Storico,
Goffredo di Villehardouin, acquistò un ricco dominio sulle rive
dell'Ebro, accoppiando gli uffizj di Maresciallo di Sciampagna e di
Romania. Ciascun Barone a capo de' suoi cavalieri ed arcieri, si
trasferì a prender possesso della sua parte di premio; nè grande
resistenza la maggior parte di loro trovarono sulle prime: ma da
siffatta dispersione derivò, che le generali forze scemarono; e ognuno
s'immagina quanti litigi dovettero sorgere in tale stato di cose, e fra
uomini che riconoscevano per primitiva legge il successo dell'armi. Tre
mesi dopo la conquista di Costantinopoli, già l'Imperatore e il Re di
Tessalonica, marciavano un contra l'altro; però l'autorità del Doge, i
consigli del Maresciallo, la coraggiosa fermezza de' Pari a pacificarli
pervennero[125].

[A. D. 1204 ec.]

Due fuggiaschi che avevano occupato il trono di Costantinopoli,
assumeano tuttavia il titolo di Imperadori, e que' che furono lor
sudditi poteano cedere ad un moto di compassione verso l'antico Alessio,
o ardere del desiderio di vendicarsi sopra l'ambizioso Murzuflo. Vincoli
di famiglia, comune interesse, eguali delitti, e il merito di aver tolta
la vita ai nemici del suo rivale, persuasero il secondo usurpatore a
cercare di collegarsi col primo. Murzuflo si trasferì nel campo di
Alessio, ove carezzevolmente e con onori fu ricevuto: ma gli scellerati,
incapaci di sentire amicizia, hanno torto se si fidano in coloro che ad
essi somigliano. Dopo averlo fatto arrestare in un bagno e privare degli
occhi, Alessio si guadagnò le truppe di costui, se ne appropiò i tesori;
poi fattolo scacciare dal campo, Murzuflo errò, qua e là, oggetto di
scherno e d'orrore a coloro che, più di Alessio, aveano diritto di
odiare e di punir l'assassino dell'imperatore Isacco, e del figliuolo
d'Isacco. Straziato dalla tema e dai rimorsi, tentava rifuggirsi in
Asia, allorchè i Latini di Costantinopoli lo sorpresero, ed instituito
un pubblico giudizio, ad ignominiosa morte il dannarono. I giudici dopo
avere esitato, nella scelta del supplizio, tra la mannaia, la ruota, e
il palo, fecero collocare Murzuflo[126] sulla cima di una colonna di
marmo bianco, alta cenquarantasette piedi, e detta la _Colonna di
Teodosio_ (A. D. 1204-1222)[127]. Dall'alto di questa, fu precipitato
capo volto a basso, e il cranio ne rimase infranto alla presenza di
numerosissimo popolo assembrato nel Foro del Tauro che vedea con
maraviglia in questo singolare spettacolo la spiegazione e il compimento
di un'antica profezia[128]. Men tragico fu il destino di Alessio: il
Marchese lo inviò in dono al Re de' Romani in Italia. Condannato a
perpetua prigionia, l'usurpatore venne trasferito da una Fortezza
dell'Alpi in un monastero dell'Asia, senza guadagnare molto nel cambio.
Ma prima della caduta di Costantinopoli Alessio avea conceduta la sua
figlia in isposa ad un giovane eroe che riedificò e tenne il trono de'
principi greci[129]. Teodoro Lascaris, segnalato erasi per valore nei
due assedj di Bisanzo. Dopo la fuga di Murzuflo, ed essendo già i Latini
padroni della città, si offerse per Imperatore ai soldati ed al popolo,
offerta che in tal momento poteva essere un atto di virtù, e certamente
fu grande prova in lui di coraggio. Se nello stesso tempo gli fosse
stato lecito infondere un'anima a quelle vili turbe, avrebbero
calpestato sotto i lor piedi gli stranieri che lor sovrastavano; ma
codardi i Greci nella disperazione, il soccorso di lui ricusarono, onde
Teodoro fu costretto ripararsi nella Natolia, per respirare ivi un'aura
d'independenza, libero dal vedere e dal paventare i conquistatori della
sua patria. Sotto il titolo di despota, poscia d'Imperatore, unì a' suoi
stendardi il piccolo numero d'uomini coraggiosi che il disprezzo della
vita facea tuttavia forti contro la schiavitù; e riguardando come
legittimo ogni atto che alla salvezza pubblica potesse giovare, non ebbe
scrupolo d'invocare l'alleanza del Sultano de' Turchi. Posta in Nicea
Teodoro la sua residenza, Prusa, Filadelfia, Smirne ed Efeso apersero le
porte al loro liberatore. Le vittorie, e persin le sconfitte in forza e
rinomanza lo accrebbero, e successore di Costantino, ne serbò quella
parte d'Impero, che dal Meandro ai sobborghi di Nicomedia e in appresso
a quelli di Costantinopoli si estendea. Anche l'erede legittimo de'
Comneni, figlio del virtuoso Manuele, e pronipote del feroce Andronico,
possedeva in lontana provincia una debole parte di questo impero:
nomavasi Alessio, e il soprannome datogli di Grande probabilmente più
alla sua statura che alle sue imprese si riferiva. I principi della
dinastia, degli _Angeli_, senza aombrarsi della sua origine, lo aveano
nominato governatore o duca di Trebisonda[130]: la sua nascita gli
ispirava ambizione, la caduta dell'Impero gli fruttò independenza. Senza
cambiare di titolo, regnò tranquillamente sulla costa del Mar Nero da
Sinope sino al Fasi. Il figlio che a lui succedè, e del quale ignorasi
il nome, è conosciuto soltanto come vassallo del Sultano che egli
seguiva con dugento lancie alla guerra; ma il titolo di Duca di
Trebisonda in questi due Comneni durò, e unicamente Alessio, pronipote
del primo d'essi, spinto da orgoglio e da gelosia assunse il titolo
d'Imperatore. Anche nella parte occidentale dell'Impero, Michele,
bastardo della dinastia degli _Angeli_, e prima delle sconfitte,
riguardato, or come ostaggio, or come soldato, or come ribelle, salvò
dal naufragio un terzo frammento di greca dominazione. Fuggito dal campo
di Bonifazio, ottenne in isposa la figlia del governator di Durazzo, e
per tali nozze il possedimento di questa importante città: preso il
titolo di despota, fondò un principato possente nell'Epiro, nell'Etolia,
nella Tessaglia, sempre famosa per gli uomini bellicosi che la
popolarono. Que' Greci che offersero servigio ai Latini, divenuti
novelli loro sovrani, si videro disprezzati da questi superbi principi,
ed esclusi[131] da tutti gli onori civili e militari, come uomini sol
nati per obbedire e tremare. Offesi questi d'un sì aspro trattamento, si
accinsero a provare cogli effetti di un'operosa inimicizia, quanto
l'amicizia loro poteva essere utile a chi li vilipese. Finalmente
l'avversità aveva loro inspirato coraggio: onde tutti i cittadini chiari
per sapere o virtù, per nascita o valore, abbandonarono Costantinopoli,
riparandosi ai governi independenti di Trebisonda, d'Epiro o di Nicea.
Non si cita che un solo patrizio che abbia meritato l'encomio, se luogo
ad encomio pur v'era, di affezione e fedeltà verso i Franchi. I popoli
delle città e delle campagne si sarebbero forse accostumati ad una
moderata e regolar servitù. Forse alcuni anni di pace e d'industria
avrebbero fatto dimenticare ad essi la guerra e i suoi passeggieri
disastri. Ma la tirannide del sistema feudale allontanando le soavità
della pace, distruggea il frutto delle fatiche de' sudditi; e comunque
un'amministrazione semplice e savie leggi, somministrassero
agl'Imperadori latini di Costantinopoli, se avessero avuto
l'accorgimento di ben prevalersene, ogni agevolezza a proteggere i
proprj sudditi; in questo momento stava sul trono un principe titolare,
Capo e spesse volte schiavo de' suoi indocili confederati. La spada de'
Baroni arbitrava di tutti i feudi dell'Impero incominciando dall'intero
reame, e venendo fino all'infimo fra' castelli. La costoro ignoranza, le
discordie, la povertà ne estendevano la tirannide ai più rimoti
villaggi. Il poter temporale de' preti, e l'odio fanatico de' soldati in
un medesimo tempo i Greci opprimea; e il linguaggio e la religione
diversa erano siccome un cancello che per sempre separava i vinti dai
vincitori. Sintantochè i Crociati rimasero uniti nella capitale, la
ricordanza delle loro vittorie, e il terrore dell'armi loro tennero
cheto il soggiogato paese; ma col disunirsi, il segreto della propria
debolezza derivata da scarso numero, e dalla poca lor disciplina
svelarono; alcune rotte che per imprudenza si procacciarono li diedero a
divedere non invincibili. A proporzione di tema sminuita l'odio
afforzavasi ne' Greci, che ben presto passarono dalle lamentele alle
cospirazioni; onde un anno di servaggio non era ancora per essi
compiuto, quando implorarono, ossia accettarono con fiducia il soccorso
di un Barbaro, la cui possanza già aveano provata, della gratitudine del
quale non dubitavano[132].

[A. D. 1205]

Calo-Giovanni o Giovannizio, Capo ribelle dei Valacchi o de' Bulgari, fu
tra i più solleciti a congratularsi, mediante un'ambasceria coi Latini.
Il titolo reale da lui assunto, e la santa bandiera dal Pontefice romano
inviatagli, sembravano francheggiarlo a riguardarsi come fratello de'
nuovi imperatori di Costantinopoli, oltrechè, siccome lor complice nel
sovvertimento del greco Impero, credeva a buon diritto potersi noverare
fra i loro amici. Qual si fu la sorpresa di Giovannizio in udendo che il
Conte di Fiandra, imitando il fastoso orgoglio de' successori di
Costantino, ne avea rimandati gli ambasciadori, superbamente
annunziandogli essere solo dovere d'un ribelle il venire con fronte
china a toccare i gradini del soglio per meritarsi il perdono? Se il Re
de' Bulgari non avesse ascoltate che le voci del proprio risentimento,
il sangue unicamente potea lavar questo oltraggio; ma una più prudente
politica egli adoprò[133]; pago per allora di star guatando i progressi
del mal umore de' Greci, ai quali intanto diede a conoscere quanta pietà
in lui destassero le loro sventure, e come ei fosse propenso a secondare
colla persona, e con tutte le forze del regno, i primi tentativi che per
essi farebbersi a ricuperare la libertà. L'odio di nazione dilatò la
congiura, e ad un tempo il secreto e la fedeltà de' congiurati fe' più
sicuri. Benchè però i Greci ardessero d'impazienza di conficcare i loro
pugnali nel seno de' vincitori, aspettarono accortamente che Enrico
fratello del nuovo Cesare avesse condotto al di là dell'Ellesponto il
fior delle truppe. Le città e i villaggi della Tracia, per la più parte,
mostraronsi pronti a puntino al momento ed al segnal convenuti;
perlocchè i Latini, privi d'arme e di sospetti, si videro d'improvviso
in preda alla spietata e codarda vendetta de' loro schiavi. Da Demotica,
ove questa scena di strage ebbe principio, alcune navi del Conte di S.
Paolo cercarono in Andrinopoli ripararsi: ma già l'infuriata plebaglia
ne avea scacciati, o immolati, i Francesi ed i Veneziani. Quelle
guernigioni latine che pervennero a guadagnarsi una ritirata, sulla
strada maestra della capitale incontraronsi; ma quanto alle Fortezze
isolate che ai ribelli tuttavia resistevano, un presidio non sapea la
sorte dell'altro, e tutti quella del lor Sovrano ignoravano. La fama
ingrandita dallo spavento, portò ben presto a Costantinopoli le notizie
della ribellione dei Greci, e del rapido avvicinamento del Re dei
Bulgari. Giovannizio avea aggiunto alle sue truppe un corpo di
quattordicimila Comani, tolti dalla Scizia, i quali beveano, dicesi, il
sangue de' lor prigionieri, e sugli altari delle loro divinità i
Cristiani sagrificavano[134].

Atterrito l'Imperatore, spedì un corriere per richiamare il fratello suo
Enrico; e se Baldovino avesse aspettato il ritorno di questo principe
valoroso, che dovea condurgli un soccorso di ventimila Armeni, sarebbesi
veduto in istato di assalire il Re de' Bulgari con eguaglianza di
numero, e superiorità assoluta di armi e di disciplina. Ma lo spirito di
cavalleria non sapendo per anco discernere dalla viltà la prudenza,
l'Imperatore mosse al campo, scortato da soli cenquaranta cavalieri, e
dal lor seguito ordinario di arcieri e sergenti. Dopo inutili
rimostranze, il Maresciallo finalmente obbedì al comando di condurre
l'antiguardo in sulla strada di Andrinopoli; il Conte di Blois conducea
il corpo di battaglia, al retroguardo il vecchio Doge si stava. Accorsi
da ogni banda sotto le bandiere di questo piccolo esercito i fuggitivi
Latini, s'imprese tosto l'assedio di Andrinopoli, e tali erano le pie
intenzioni de' Crociati, che durante la Settimana Santa, davano opera a
devastar foraggiando la campagna, e a fabbricar macchine intese alla
distruzione di un popolo di Cristiani. Ma ben tosto interruppeli la
cavalleria leggiera de' Comani, venuta arditamente a scaramucciare quasi
sul confine delle disordinate lor linee. Il Maresciallo pubblicò un
bando che avvertiva la cavalleria di trovarsi pronta per montare a
cavallo, e ordinarsi in battaglia al primo suono di tromba, minacciando
pena di morte a chiunque si fosse distolto dai compagni per inseguire il
nemico. Primo a disobbedire ad una provvisione tanto sensata il Conte di
Blois, fu cagione colla sua imprudenza della perdita dell'Imperatore. Al
primo impeto de' Latini, essendosi i Comani, a guisa di Parti o di
Tartari, dati alla fuga, dopo una corsa di due leghe, voltaron fronte
congiuntamente, e avvilupparono i pesanti squadroni francesi nel momento
che stremi dal correre e cavalli e cavalieri, non aveano questi alcuna
abilità di difendersi. Ucciso il Conte sul campo di battaglia,
prigioniero l'Imperatore rimase; e il loro valor personale, per cui l'un
d'essi disdegnò di fuggire, l'altro di ceder vilmente mal compensarono
l'ignoranza, o la trascuratezza che diedero a divedere degli obblighi
imposti ai generali d'esercito[135].

[A. D. 1205]

Superbo della riportata vittoria e dell'illustre prigioniero che traeva
seco, il Bulgaro si avanzò per soccorrere Andrinopoli e a compiere la
sconfitta dei Latini; de' quali sarebbe stata inevitabile la
distruzione, se il maresciallo di Romania non avesse data prova di quel
tranquillo coraggio e di quel militare intendimento, rari in tutti i
secoli, ma più ancora straordinarj in quella età, ove più dall'istinto
che dalla scienza, le guerre eran condotte. Il Villehardouin limitatosi
a manifestare i proprj timori, e il cordoglio che lo premea, al suo
fedele e prode amico, il Doge di Venezia, inspirò per tutto il campo
quella fiducia, in cui sola riduceasi la speranza della salvezza. Dopo
essersi per un intero giorno mantenuto nella pericolosa situazione che
fra la città e il nemico esercito lo collocava, il Maresciallo levò il
campo di notte tempo, e senza veruno strepito, operando per tre continui
giorni una ritratta cotanto ingegnosa, che Senofonte e i suoi diecimila
eroi sarebbero stati costretti ad ammirarla; instancabile nel correre
dal retroguardo all'antiguardo, quivi sostenea l'impeto de' nemici, ivi
fermava l'imprudente correre de' suoi fuggitivi. Per ogni dove i Comani
affrontavano, una linea d'insuperabili lancie si parava contr'essi. Nel
terzo dì finalmente, e dopo essere state così tribolate, le truppe
latine scorsero il mare, la solitaria città di Rodosto[136] e i compagni
che dalle coste dell'Asia giugnevano. Abbracciatisi, piansero insieme, e
l'armi loro e i lor consigli riunirono. Il Conte Enrico assunse a nome
del fratello, il governo d'un impero ancor nell'infanzia, nondimeno a
caducità pervenuto[137]. I Comani mal resistendo all'ardor della state
si ritirarono; ma sull'istante del pericolo, settemila Latini, infedeli
al loro giuramento e ai fratelli, abbandonarono la capitale: alcune
vittorie di poco momento mal compensavano la perdita di cento cavalieri
periti nelle pianure di Rusio. La sola Costantinopoli, e due o tre
Fortezze sulle coste di Europa e di Asia, all'Imperator rimanevano. Il
Re de' Bulgari, invincibile come inesorabile, evitò con modi rispettosi
di condiscendere alle istanze del Pontefice che pregava il nuovo
proselito a restituire ai desolati Latini la pace e il loro Sovrano. «La
liberazione di Baldovino, rispondea Giovannizio, non è più in potere
degli uomini. Di fatto questo principe era morto nel suo carcere, e
l'ignoranza indi e la credulità, molti diversi racconti sul genere di
questa morte han divulgati. Coloro che di storie tragiche si dilettano,
crederanno di buon grado che il casto prigioniero fe' vani gli amorosi
voti della Regina de' Bulgari; che tale rifiuto alle calunnie della
femmina, e alla gelosia di un selvaggio lo avventurò; che mani e piedi
gli venner troncati; che il rimanente di quel sanguinoso corpo fu
gettato fra gli scheletri de' cavalli e dei cani, e respirò per tre
giorni, sintanto che gli uccelli da preda venissero a divorarlo[138].
Vent'anni dopo, in una foresta de' Paesi Bassi, un romito si volle far
credere il conte Baldovino, imperator di Costantinopoli, e sovrano
legittimo della Fiandra; narrò a quel popolo, egualmente propenso alla
ribellione e alla credulità, le circostanze straordinarie della sua
fuga, le sue avventure e la sua penitenza. Cedendo per un istante ad una
persuasione cara al loro cuore, i Fiamminghi credettero rivedere il
Sovrano che pianto avevano per lungo tempo. Ma la Corte di Francia, dopo
brevi indagini, scoperse l'impostore che fu ad ignominiosa morte
dannato. Pur non sì di leggieri i popoli della Fiandra abbandonarono una
illusione che gli allettava: onde i più gravi storici di questo paese
danno colpa alla Contessa Giovanna di avere sagrificata all'ambizione la
vita di un genitore infelice[139].

[A. D. 1216]

Tutte le nazioni venute a civiltà ammettono, durante la guerra, un
accordo pel cambio, o pel riscatto dei prigionieri. Di questi
protraendosi la cattività, non è un mistero il loro destino, e giusta il
loro grado, onorevolmente, o del certo umanamente, vengon trattati; ma
le leggi della guerra il selvaggio principe dei Bulgari non conoscea; ed
essendo difficile il portar lo sguardo ne' silenziosi nascondigli delle
sue prigioni, volse un intero anno prima che i Latini fossero certi
della morte di Baldovino, e che Enrico acconsentisse ad assumere il
titolo d'Imperatore. Cotal moderazione, siccome esempio di rara e
inimitabile virtù, applaudirono i Greci, che ambiziosi, perfidi ed
incostanti, pronti ognora mostravansi ad abbracciare, o anticipar
l'occasione di una sede vacante, in tempo che quasi tutte le monarchie
dell'Europa aveano riconosciute, o confermate le leggi di successione,
veri mallevadori della sicurezza de' popoli e de' monarchi. Morti a mano
a mano, o ritiratisi gli eroi della Crociata, Enrico rimase presso che
solo, gravato dal peso di far la guerra e di difender l'Impero. Già il
rispettabile Dandolo, carico d'anni e di gloria, giaceva nel sepolcro;
il Marchese di Monferrato tornava lentamente dalla sua guerra nel
Peloponneso per vendicar Baldovino e proteggere Tessalonica.
Nell'abboccamento che questi ebbe coll'Imperatore, vennero accomodati
alcuni vani dispareri intorno l'omaggio e i servigi feudali; indi
scambievole stima e comune pericolo avendoli in salda lega congiunti,
questo nodo vie più fermarono le nozze di Enrico colla figlia di
Bonifazio; ma non andò guari che Enrico dovette piangere la morte del
suocero e dell'amico. Seguendo il consiglio di alcuni Greci rimasti
fedeli, il marchese di Monferrato operò con buon successo un'ardimentosa
scorreria nelle montagne di Rodope. Al solo suo avvicinarsi, i Bulgari
si diedero a fuga, non mancando però, giusta il loro uso, di riordinarsi
per rendergli funesta la ritirata. Il guerriero intrepido, appena seppe
essere assalito il suo retroguardo, montò a cavallo, e corse colla
lancia in resta incontro al nemico, avendo persino a sdegno di ripararsi
il corpo colla sua armadura; ma in mezzo al tentativo imprudente, un
dardo a morte il ferì: onde i Barbari fuggitivi ne portarono la testa a
Calo-Giovanni, siccome trofeo di una vittoria, il merito della quale non
avevano avuto. Nel punto di questo fatale avvenimento cade la penna di
mano, e gli accenti mancano al generoso Villehardouin[140]. Se egli
continuò ancora a sostenere l'uffizio di maresciallo della Romania, le
successive imprese di lui alla posterità sono ignote[141]. I pregi
d'Enrico non erano inferiori all'arduità del momento in cui prese le
redini dell'Impero. All'assedio di Costantinopoli, al di là
dell'Ellesponto, acquistata erasi la rinomanza di prode cavaliere e di
abile generale. Alla intrepidezza del fratello univa la prudenza e la
mansuetudine, virtù che all'impetuoso Baldovino non furono gran che
famigliari. Nella duplice guerra contra i Greci dell'Asia e i Bulgari
dell'Europa, sempre mostrossi il primo in arcione, o sulle navi, nè mai
trascurando alcuna di quelle cautele che assicurar potevano la vittoria,
spesse volte coll'esempio della sua intrepidezza a secondarlo e a salvar
l'Impero gli scoraggiati Latini animò. Nondimeno al successivo miglior
esito delle cose, meno gli sforzi d'Enrico, e i soccorsi d'uomini e di
danaro spediti dalla Francia contribuirono, che non gli orrori, gli atti
crudeli e la morte del nemico il più formidabile dei Latini.
Coll'implorare siccome liberatore Calo-Giovanni, i Greci speravano che
costui le lor leggi e la lor libertà avrebbe protette; ma ebbero ben
tosto l'infausta occasione di accorgersi, fin dove la ferocia di un
Barbaro pervenisse, e di abborrire il selvaggio conquistatore, che del
proprio disegno di spopolare la Tracia, di spianare le città, di
trapiantarne gli abitanti al di là del Danubio omai non faceva un
mistero. E già parecchie città, parecchi villaggi della Tracia deserti
erano; già in luogo di Filippopoli un cumulo sol di rovine scorgevasi.
Gli abitanti di Andrinopoli e di Demotica, primi autori della ribellione
un egual destino aspettavansi. Innalzatosi fino al trono di Enrico un
grido di dolore e di pentimento, ebb'ei la grandezza d'animo di
aggiugnere al perdono la sua confidenza ne' popoli supplichevoli. Non
potendo nell'istante raccogliere sotto i proprj stendardi più di
quattrocento cavalieri seguìti dai loro arcieri, e sergenti, con questo
sì tenue corpo di esercito, cercò e rispinse il Capo dei Bulgari che,
oltre alla sua fanteria, a quarantamila uomini di cavalleria comandava.
Ben s'avvide in tal circostanza Enrico, qual sia la differenza tra
l'avere favorevoli, o contrarj gli abitanti inermi del paese che teatro
è della guerra. Salvò dalla distruzione le città che tuttavia
rimanevano, costringendo il barbaro Giovannizio ad abbandonare,
sconfitto e coperto di obbrobrio la preda; l'assedio di Tessalonica fu
l'ultima fra le calamità che questo principe fece sentire alla Grecia e
che egli stesso sentì. Nel più folto della notte, essendo stato
assassinato entro la sua tenda, il Generale, o fors'anche l'uccisore
medesimo che lo trovò immerso nel proprio sangue, attribuì questa morte
alla lancia di S. Demetrio, nè fuvvi generalmente nel campo chi nol
credesse[142]. Dopo molte riportate vittorie, il saggio Enrico conchiuse
un onorevole Trattato di pace col successore di Giovannizio, e coi
principi di Nicea e d'Epiro. Coll'abbandonare le sue pretensioni sopra
alcuni incerti confini, assicurò a sè medesimo e ai suoi feudatarj il
possedimento di un vasto reame che duratogli per dieci anni, lasciò
godere all'impero questo intervallo di pace e di prosperità. Alieno
dalla troppo severa politica di Baldovino e di Bonifazio, gli uffizj
militari e civili senza timore ai Greci fidava; condotta generosa, che
divenuta era ancor necessaria, perchè i principi di Epiro e di Nicea
aveano appresa l'arte di sedurre i Latini e di mettere in opera la
mercenaria loro prodezza. Si mostrò sollecito Enrico di porre insieme
d'accordo i suoi sudditi, e di compensarne i meriti, non tenendo conto
di paese, o di lingua; solamente mostrò minor cura della riconciliazione
delle due Chiese, che cosa pressochè impossibile gli sembrava. Pelagio,
Legato del Pontefice, che un fasto addicevole ad un sovrano fra le mura
di Bisanzo ostentava, oltre all'avere abolito il culto greco, pretendeva
a tutto rigore il pagamento delle decime da chicchessia, una chiara
professione di fede intorno alla _processione_ dello Spirito Santo, una
cieca obbedienza ai comandamenti del Papa. In tutti i tempi, la parte
più debole si è trovata costretta a rimostrare i doveri della propria
coscienza, ad implorare i diritti della tolleranza. «I nostri corpi,
diceano i Greci, sian pur di Cesare, ma le anime nostre appartengono a
Dio». La fermezza dell'Imperatore pose un riparo alla persecuzione[143].
Laonde, se pur è vero che ei morì di veleno dai Greci apprestatogli, tal
prova d'ingratitudine e di stoltezza, è fatalmente atta ad ispirarne
trista opinione sul genere umano. Il valore di Enrico potea dirsi virtù
comune, in cui diecimila cavalieri gli erano pari. Ma in un secolo di
superstizione, un coraggio ben più straordinario diè a divedere, quello
di opporsi all'orgoglio e all'avarizia del clero. Osò, nella cattedrale
di S. Sofia, collocare il suo trono alla destra del trono del Patriarca,
il quale atto riguardato a Roma, come colpevole presunzione, gli
procacciò agre censure da Papa Innocenzo III. Con un salutare editto,
primo esempio delle leggi che _le mani morte_ riguardano, l'Imperatore
Enrico proibì la vendita de' feudi; perchè molti Latini, impazienti di
ritornare in Europa, abbandonavano i fondi loro alla Chiesa, che con
danaro contante, e con indulgenze ne pagava il prezzo. Questi terreni
divenendo sacri, e immediatamente fatti immuni dal militare servigio,
una colonia di soldati sarebbesi ben tosto trasformata in una
corporazione di preti[144].

Il virtuoso Enrico morì a Tessalonica, ove, per difendere il regno e il
figlio ancor fanciullo dell'amico suo Bonifazio erasi trasportato. Tutta
la linea maschile de' Conti di Fiandra colla morte de' due primi
Imperatori di Costantinopoli rimaneva estinta; ma la lor sorella Jolanda
era moglie di un principe francese e madre di numerosa prole. Una figlia
di lei avea per marito Andrea, Re d'Ungheria, prode e pio campion della
Croce; dal quale, col farlo Imperatore, i Baroni di Romania i soccorsi
d'un possente e vicin regno sarebbersi procacciati; ma mostratosi il
saggio Andrea rispettoso alle leggi della successione, i Latini
sollecitarono la principessa Jolanda e il marito di lei Pietro di
Courtenai, Conte di Auxerre a trasportarsi a Costantinopoli per ivi
cingere il diadema d'imperator d'Oriente. Chiaro per paterna origine e
per regale legnaggio della sua madre, come il più prossimo parente del
lor Monarca, i Baroni francesi lo rispettavano. Aggiugnevansi a favor di
Pietro luminosa fama, vasti possedimenti, e i suffragi degli
ecclesiastici e de' soldati, rimasti egualmente soddisfatti del fatale
zelo e del valore di questo guerriero nella sanguinosa crociata che
contro gli Albigesi fu impresa. Certamente la vanità de' Francesi doveva
esser paga in veggendo un uomo di lor nazione sul trono di
Costantinopoli: ma la prudenza avrebbe fatto vedere che meno invidia che
compassione si meritava l'uomo che a grandezza tanto fallace e
pericolosa aggiugnea. Per sostenere con dignità il nuovo grado,
Courtenai si vide primieramente costretto a vendere, o impegnare la più
ricca parte del suo patrimonio. Sol per questi espedienti, e soccorso
dalla liberalità del suo parente Filippo Augusto, e dallo spirito di
cavalleria che per tutta la Francia dominava, si trovò in istato di
passar l'Alpi, condottiero di cenquaranta cavalieri e di cinquemila
cinquecento arcieri, o sergenti. Dopo qualche esitanza, il Pontefice
Onorio III si arrendè a coronare questo nuovo successore di Costantino,
avuta però la cautela di compire la cerimonia in una chiesa posta fuori
del ricinto della città, per tema, non venisse supposto che questa
conferisse al nuovo unto alcun diritto di sovranità sulla capitale
antica del Mondo. Ben si obbligarono i Veneziani a trasportare oltre il
mare Adriatico Pietro e le sue truppe, e fin nella reggia di Bisanzo
l'Imperatrice co' suoi quattro figli; ma per premio dell'agevolato
tragetto, pretesero dal nuovo Imperatore ch'ei si accignesse a riprender
Durazzo, allor dominata dal despota dell'Epiro. Michele l'Angelo o
Comneno, il primo della dinastia d'Epiro avea lasciata in retaggio la
sua possanza e ambizione al fratello Teodoro, che già minacciava e
assaliva i latini possedimenti. Dopo avere Pietro soddisfatto con un
inutile assalto il suo debito, si vide alla necessità di levare
l'assedio, e di terminare per terra fino a Tessalonica il suo rischioso
cammino. Smarritosi fra le montagne dell'Epiro, si scontrò in gole
affortificate e difese; le vettovaglie mancarongli; perfide apparenze di
negoziazione ancora gli porsero indugi. Infine Pietro di Courtenai e il
Legato romano si trovarono arrestati, mentre uscivano d'un banchetto;
per lo che le truppe francesi prive di Capo e di modi per sostenersi, e
adescate dall'ingannevol promessa di essere nudrite e umanamente
trattate, cedettero l'armi. Il Vaticano sull'empio Teodoro lanciò le sue
folgori, minacciandolo della vendetta della terra e del cielo. Ma poichè
le querele del Pontefice al suo Legato sol riferivansi, l'Imperatore e i
soldati del medesimo prigionieri dimenticò, concedendo perdono, o a dir
meglio protezione al despota dell'Epiro, che appena liberato il Legato,
promise obbedienza spirituale all'appostolica sede di Roma. I comandi
assoluti di Onorio contennero l'ardor dei Veneziani e del Re ungarese;
nè altro che una morte[145] o naturale, o violenta la prigionia del
misero Courtenai terminò[146].

[A. D. 1221-1228]

La lunga incertezza in cui si rimase sulla sorte di Pietro, la presenza
della legittima sovrana Jolande, o moglie, o vedova del medesimo, fecero
che l'elezione di un nuovo Imperatore si differisse. La morte di questa
principessa vissuta in mezzo ai cordogli, accadde in tempo che già
sgravata erasi d'un fanciullo, cui fu imposto il nome di Baldovino,
ultimo e più sfortunato dei principi latini di Costantinopoli. Comunque
la sua stessa nascita fosse un motivo, per essergli affezionati ai
Baroni della Romania, la fanciullezza del medesimo avrebbe lungo tempo
esposto l'impero agli inconvenienti di una minorità, per lo che i
diritti de' fratelli di Baldovino prevalsero. Il primogenito, Filippo di
Courtenai, erede di Namur dal lato di madre, ebbe l'accorgimento di
preferire la realtà del suo marchesato ad un'ombra di impero; pel quale
rifiuto, Roberto, secondogenito di Pietro e di Jolande, al trono di
Costantinopoli fu chiamato. Fatto circospetto dalla paterna sventura,
per traverso all'Alemagna e lungo le rive del Danubio, seguì lentamente
il suo cammino, e agevolatogli il passaggio per l'Ungheria dai motivi di
parentado con quel Re, marito di sua sorella, pervenne finalmente alla
meta, coronato dal Patriarca nella cattedrale di S. Sofia. Ma non provò
durante l'intero suo regno che umiliazioni e disastri; e la colonia
della Nuova Francia, così allora chiamata, cedea da tutte le bande ai
collegati sforzi de' Greci di Nicea, e dell'Epiro. Dopo una vittoria più
alla sua perfidia che al valore dovuta, Teodoro l'Angelo entrato nel
regno di Tessalonica, e scacciatone il debole Demetrio, figlio del
Marchese Bonifazio, fe' sventolare sulle mure di Andrinopoli il suo
stendardo, aggiugnendo superbamente il proprio nome al novero di tre o
quattro imperatori suoi emuli. Giovanni Vatace, genero e successore di
Teodoro Lascaris, occupando il rimanente della provincia asiatica,
splendè, durante un regno di trentatre anni, per tutte quelle virtù che
ad un legislatore e ad un conquistatore si aspettano. Ei seppe, ottimo
capitano, fare strumento di sue vittorie il valore di parecchi Franchi
mercenarj, la cui diffalta, al lor paese funesta, divenne annunzio e
cagione della superiorità risorgente de' Greci. Vatace costrusse una
flotta, impose leggi all'Ellesponto, le isole di Lesbo e di Rodi
ridusse, i Veneziani di Candia assalì, ai lenti e deboli soccorsi che ai
Latini pervenivano dall'Occidente tolse la via. Indarno l'Imperatore
latino fe' prova di opporre a Vatace un esercito, la cui sconfitta
lasciò morti sul campo di battaglia quanti cavalieri e antichi
conquistatori tuttavia rimanevano. Ma men trafiggeano l'animo
dell'inetto Roberto i buoni successi del nemico che l'insolenza de' suoi
sudditi latini, i quali della debolezza dell'Imperatore e dell'impero
abusavano parimente. Le domestiche sciagure di questo principe
dimostrano ad un tempo la ferocia del secolo e l'anarchia che quel
governo premea. Sedotto Roberto dall'avvenenza di una nobile giovane
della provincia di Artois, e dimentico degli accordi che la mano di lui
alla figlia di Vatace obbligavano, introdusse nel palagio l'arbitra del
suo cuore, inducendo la madre della donzella, abbagliata dallo splender
della porpora, ad acconsentire, comunque ad un gentiluomo della Borgogna
fosse promessa in isposa. L'amore del tradito pretendente in furor
convertendosi, adunò i proprj amici, e rotte le porte della reggia,
precipitò nell'Oceano la madre di colei che era divenuta o moglie, o
concubina dell'Imperatore, e a questa barbaramente il naso e le labbra
tagliò. I Baroni, anzichè voler punire il colpevole, fecero plauso ad
un'azione feroce, che Roberto non potea perdonare nè come principe, nè
come uomo[147]. Sottrattosi alla sua colpevole capitale, corse ad
implorare la giustizia, o la compassione della Romana Sede Apostolica:
ma il Papa lo esortò freddamente a ritornarsene nel suo regno; e nè
manco gli fu lecito arrendersi a tal consiglio, perchè alla gravezza del
dolore, della vergogna e della rabbia d'un impotente risentimento, i
suoi giorni cedettero[148].

[A. D. 1228-1237]

Il secolo della cavalleria è il solo tempo che abbia aperte al valore di
semplici privati le vie de' troni di Gerusalemme e di Costantinopoli. La
sovranità titolare di Gerusalemme apparteneva a Maria figlia di Isabella
e di Corrado di Monferrato, e pronipote di Almerico, o di Amauri. Il
pubblico voto, e una sentenza di Filippo Augusto, le aveano dato in
isposo Giovanni di Brienne, uscito di una nobile famiglia della
Sciampagna, e additato siccome il più valoroso fra i difensori di Terra
Santa[149]. Nella quinta Crociata, condottiero di centomila Latini
portatosi alla conquista dell'Egitto, terminò l'assedio di Damieta
coll'impadronirsi di questa Fortezza; i disastri che succedettero a tale
resa, vennero unanimamente attribuiti all'avarizia e all'orgoglio del
Legato Pontifizio. Dopo aver data in isposa la propria figlia a Federico
II[150], l'ingratitudine dell'Imperatore lo costrinse ad accettare il
comando delle truppe della Chiesa: perchè comunque avanzato negli anni e
privato della sua corona, il valente e generoso Giovanni di Brienne
ognor pronto mostravasi a brandire la spada, se l'utile della
Cristianità lo chiedeva. Non avendo regnato che sette anni Roberto di
Courtenai, il fratello di lui Baldovino non poteva essere uscito ancor
dell'infanzia, e intanto i Baroni di Romania vedeano la necessità di
rimettere lo scettro fra le mani d'un adulto e d'un eroe. Il nome e
l'uffizio di reggente, cose non erano da offerirsi al rispettabile Re di
Gerusalemme. Onde accordaronsi di conferirgli, sua vita durante, il
titolo e le prerogative imperiali, sotto l'unico patto che ei concedesse
la figlia sua secondogenita in moglie a Baldovino, serbato nella
maggiorità degli anni a succedergli nel trono di Costantinopoli. La
scelta di Giovanni di Brienne, la sua presenza e la sua fama, fecero
rinascere la speranza de' Greci e de' Latini. Ammiravano il contegno
guerriero[151], il vigor d'un vegliardo che gli ottant'anni già
oltrepassava, e la statura che dalle proporzioni ordinarie toglievasi;
ma l'avarizia e l'amor della quiete a quanto appariva aveano raffreddato
nel suo animo l'ardor delle imprese; lasciate sbandar le sue truppe, due
anni interi in un vergognoso ozio per esso trascorsero. Solamente da
questo sonno il destò il formidabile collegarsi di Vatace Imperator di
Nicea con Azan Re de' Bulgari. Conducendo un esercito di centomila
uomini, e una flotta di trecento legni da guerra, i due Imperatori
assediarono Costantinopoli; mentre le forze dell'Imperatore latino in
soli centosessanta cavalieri e in una picciola mano d'arcieri, o di
sergenti era posta. Sto perplesso nel raccontare che invece di pensare a
difendere la città, questo eroe fece una sortita a capo della sua
cavalleria, e che di quarantotto squadroni nemici, soli tre alla sua
spada invincibile si sottrassero. Animati dal suo esempio, l'infanteria
e i cittadini si lanciarono sulle navi che stavano tuttavia ancorate a
piè delle mura, e ne condussero venticinque in trionfo entro il porto di
Costantinopoli. Alla voce del Monarca, i vassalli e i confederati in
difesa di lui presero l'armi, tutti gli ostacoli che al lor cammino
opponevansi atterrarono, e nel successivo anno, ottennero sugli stessi
nemici una seconda vittoria. I poeti di quel rozzo secolo, ad Ettore, ad
Orlando, a Giuda Maccabeo raffigurarono Giovanni di Brienne[152]; ma il
silenzio dei Greci affievolisce alcun poco e la gloria del principe, e
l'autorità di coloro che il celebrarono. Non andò guari che l'Impero
perdette l'ultimo fra i suoi difensori: il moribondo Monarca ebbe
l'ambizione di entrare in Paradiso vestito da franciscano[153].

[A. D. 1237-1261]

Nelle descrizioni delle due vittorie riportate da Giovanni di Brienne,
non vedo fatta menzione del nome, non che di veruna impresa di
Baldovino, pupillo, indi successore dello stesso Giovanni, comunque già
pervenuto ad età che atto al militare servigio il rendea[154]. Questo
Principe adoperato in uffizj meglio alla sua indole confacevoli, visitò
le Corti dell'Occidente, e quello soprattutto del Pontefice e del Re di
Francia, alle quali lo inviarono, affinchè la presenza del giovinetto
eccitando maggior compassione sulla sua innocenza e sulle sventure della
sua Casa, ne rendesse più efficaci le preghiere per ottenere soccorsi
d'uomini e di danari. Per tre volte egli ripetè queste umilianti
peregrinazioni, nel cui adempimento, parve mettesse uno studio per
prolungare la sua lontananza e differire il ritorno. Durò venticinque
anni il regno di Baldovino II, la più gran parte trascorsi da lui fuori
de' proprj Stati, perchè non si credea mai men libero e men sicuro, come
quando nella patria e nella capitale del dominio greco si stava. Alcuna
volta la vanità di lui ebbe per vero di che appagarsi sugli sterili
onori che alla porpora e al titolo augusto venian tributati. Di fatto
intanto che Federico II era scomunicato e percosso da un bando che
intendeva a privarlo dell'impero, il suo collega d'Oriente assisteva al
Concilio di Lione, seduto in trono e alla destra del Romano Pontefice.
Ma quanto maggior numero di volte poi, questo Imperatore, mendico ed
esule, si trovò invilito agli occhi proprj e di tutte le nazioni, e per
oltraggi sofferti, e fino per la insultante pietà di cui fu lo scopo!
Trasferendosi per la prima volta nell'Inghilterra fu arrestato a
Douvres, e severamente redarguito perchè si era fatto lecito di entrare
senza permissione negli Stati d'un regno independente; e poichè ebbe
ottenuta, non senza qualche poco d'indugio, la libertà di proseguire nel
suo cammino, si vide con fredda urbanità accolto alla Corte, alla quale
dovette saper grado di un dono di settecento marchi d'argento con cui
partì[155]. Tutto quanto potè ottenere dall'avarizia di Roma si stette
nel bando di una Crociata e in un tesoro d'indulgenze,[156] moneta
invilita assai perchè troppo di frequente, e con troppa inconsideratezza
era stata adoprata. Gl'illustri natali e le sventure del Principe greco,
ben commossero il cuor generoso del cugino di lui Luigi IX; ma il fervor
guerriero del Santo Re ai lidi dell'Egitto e della Palestina volgeasi.
Baldovino alleviò alcun poco le angustie proprie, e quelle cui ridotto
era il suo impero colla vendita del Marchesato di Namur e della Signoria
di Courtenai, soli Stati ereditarj che gli rimanessero[157]. Giovatosi
di questi espedienti umilianti, o rovinosi del certo, potè condurre in
Romania un esercito di trentamila uomini, il cui numero apparve tanto
maggiore ai Greci pel terrore che ad essi inspirò. I primi messaggi da
esso inviati alle Corti francese ed inglese, annunziavano speranze ed
anche buoni successi. Avea sottomessi tutti i dintorni della Capitale,
fino ad una distanza di tre giornate della medesima, e conquistata una
rilevante città, che comunque nelle sue lettere ei non accenni, io
suppongo essere stata Chiorli; la qual vittoria dovea e fargli sgombro
il successivo cammino, e assicurare la tranquillità della frontiera. Ma
tutte le ridette speranze (posto ancora che le cose nunziate da
Baldovino fossero state vere) si dileguarono come un sogno; nelle inette
mani di questo Principe i tesori come le milizie venute dalla Francia si
spersero; onde non trovò miglior sostegno per reggersi in trono di una
vergognosa lega che strinse coi Comani e coi Turchi. Per confermare il
vile Trattato, ei concedè la propria nipote in isposa all'infedele
Sultano di Cogni, e per rendersi accetto ai Comani, alle cerimonie del
loro culto si sottomise: onde fra un campo e l'altro, fu sagrificato un
cane, e i Principi contraenti, come pegno di reciproca fedeltà,
gustarono il sangue l'uno dall'altro[158]. Sempre più intanto la povertà
lo premea. Il successore d'Augusto demolì gli appartamenti vuoti della
sua reggia; o a meglio dire della sua prigione, di Costantinopoli per
trarne legna da scaldarsi. S'impadronì de' piombi che coprivano i templi
per farli supplire alle spese della sua casa. Prese ad imprestito con
esorbitanti usure, danaro dai mercatanti italiani; e impegnò per qualche
tempo il proprio figlio e successore al trono Filippo, onde assicurare
il pagamento di un debito che avea contratto coi Veneziani[159]. La
fame, la sete, la nudità sono patimenti reali; ma l'opulenza non vuol
calcolarsi che colle regole di proporzione. Un Principe facoltoso, come
privato, può trovarsi secondo i bisogni che lo premono, in preda a tutte
le amarezze e le angosce dell'indigenza.

In mezzo allo squallore di una tanto obbrobriosa povertà, rimaneva
tuttavia all'Imperatore o all'Impero un tesoro che ricevea il suo
immaginario valore[160] dalla divozione del Mondo cristiano. Scapitato
era alquanto per fattine parteggiamenti il legno della vera Croce,
oltrechè l'essere dimorato sì lungamente fra le mani degl'Infedeli,
rendea anche sospette molte particelle di esso già diffuse per l'Oriente
e per l'Occidente; ma veniva conservata nella cappella imperiale di
Costantinopoli un'altra reliquia della Passione del Redentore. La Corona
di Spine di Gesù Cristo era non men della Croce, cosa preziosa ed
autentica. È noto che gli antichi Egizj depositavano per pegno de'
proprj debiti le mummie de' loro antenati[161], e faceano così garante
l'onore e la religione pel pagamento della somma tolta ad imprestito;
imitato avevano questo esempio i Baroni della Romania in tempo che
l'Imperatore era lontano, perchè abbisognando di un prestito di
tredicimila centotrentaquattro piastre d'oro, diedero in ostaggio la
Santa Corona per ottenerlo[162]. Giunto il tempo del pagamento, nè
trovandosi all'uopo i danari, Nicola Querini, ricco mercatante
veneziano, si offerse a soddisfare i creditori, con che la Corona
rimanesse depositata in Venezia, e divenisse poi proprietà personale
dello stesso Querini, ogni qualvolta entro un termine corto e pattuito
non venisse riscattata. Avendo i Baroni dovuto far noto al Sovrano
questo malauguroso contratto, e il pericolo che sovrastava, perchè lo
Stato non aveva abilità per una somma maggiore di settemila lire
sterline all'incirca, Baldovino trovò che sarebbe stato provvedimento
ammirabile in quel frangente il ritogliere dalle mani de' Veneziani
questo tesoro, e farlo passare in quelle del Re cristianissimo[163]. Il
qual partito e più onorevole ed utile si dimostrava. Nondimeno la
negoziazione trovò alcune difficoltà. Il pio Luigi IX avrebbe riguardata
la compera di una reliquia come un delitto di simonia; ma cambiando
solamente lo stile del contratto, egli trovò che potea senza scrupolo
pagare il debito de' Greci, ricevere la Corona di Spine qual donativo, e
dare indi un attestato di gratitudine al donatore. Due Dominicani
pertanto vennero inviati a Venezia siccome ambasciadori incaricati di
riscattare e ricevere il santo deposito che sottratto si era ai pericoli
della navigazione e alle galee di Vatace. Aperta la cassa, vennero
verificati i sigilli così del Doge come dei Baroni greci, stati apposti
sopra un reliquiario d'argento, prima custodia della scatoletta d'oro,
entro cui questo monumento della Passione di Cristo si racchiudeva. I
Veneziani cedettero, benchè di mal animo, alla giustizia e alla potenza
del Re di Francia; l'imperator Federico diede rispettosamente per li
suoi Stati il passaggio alla preziosa reliquia; tutta la Corte di
Francia le andò incontro fino a Troyes nella Sciampagna. Il Re co' piedi
scalzi, e vestito di una semplice camicia, portò egli stesso la Santa
Corona in trionfo per le strade di Parigi; e un donativo di diecimila
marchi d'argento consolò Baldovino del sagrifizio cui s'era prestato. Il
buon successo di una tal negoziazione allettò questo ad offrire colla
medesima generosità gli altri ornamenti della sua imperiale
cappella[164]; un avanzo ragguardevole del legno della vera Croce, il
panno di Gesù Cristo, la lancia, la spugna, la catena, attrezzi tutti
della Passione, la verga di Mosè, e una parte del cranio di S. Giovanni
Battista. Per dar condegno luogo a tutte queste spirituali ricchezze, S.
Luigi spese una somma di ventimila marchi nell'edificare la Santa
Cappella che la faceta musa di Boileau ha fatta immortale. L'autenticità
di tali reliquie, antiche tanto e tratte da paesi così lontani, non può
omai essere provata dalla testimonianza degli uomini; ma son costretti
ad ammetterle tutti coloro che credono ai miracoli da esse operati.
Nella metà dello scorso secolo la santa ferita di una Spina della Corona
risanò radicalmente un'ulcera inveterata[165]; prodigio attestato dai
Cristiani i più devoti, ed anche sapienti della Francia, e che non può
sì facilmente essere dismentito se non se da coloro che vanno muniti di
un antidoto generale[166] contro ogni specie di credulità
religiosa[167].

[A. D. 1237-1261]

I Latini di Costantinopoli[168] trovandosi circondati, stretti d'ogni
banda, la sola discordia e divisione de' Greci e de' Bulgari tardar ne
potevano la rovina; ma la politica e la potenza militare di Vatace
Imperator di Nicea, rendè vana quest'ultima loro speranza. Dalla
Propontide fino alle rupi della Panfilia l'Asia godea giorni di pace e
di prosperità sotto questo Sovrano, che ottenendo a mano a mano nuovi
allori ne' campi di battaglia, crescea di preponderanza in Europa.
Scacciati i Bulgari dalle Fortezze situate nelle montagne della
Macedonia e della Tracia, ridusse il loro reame a que' limiti, fra i
quali lungo le rive del Danubio oggidì è contenuto. Allorchè
l'Imperatore de' Romani si mostrò stanco di sopportare che un Duca di
Epiro, un Principe Comneno dell'Occidente, pretendesse disputargli, di
avere comuni seco lui gli onori della porpora; Demetrio, cambiato
umilmente il colore de' suoi calzari, accettò, mostrandosi grato, il
titolo di despota; il quale atto di abbiezione, oltre alla inettezza nel
governare, gli alienò i cuori de' sudditi, che implorarono la protezione
del Principe greco, di cui Demetrio era vassallo. Per la qual cosa
Vatace giunto ad unire il regno di Tessalonica a quel di Nicea, regnò
senza competitori dalle frontiere della Turchia insino al golfo
Adriatico. I Principi europei ne rispettavano il merito e la possanza, e
probabilmente non gli era d'uopo che risolversi ad abbracciare la Fede
ortodossa, perchè il Pontefice abbandonasse senza rincrescimento
l'Imperatore latino di Costantinopoli; ma la morte di Vatace, la breve
durata del regno turbolento di Teodoro, la minorità di Giovanni, un
figlio, l'altro pronipote di Vatace, ritardarono il risorgimento della
greca dominazione in Bisanzo. Nel capitolo successivo darò conto delle
domestiche vicissitudini che afflissero que' due successori di Vatace;
per ora mi basta il notare che l'ultimo di essi soggiacque all'ambizione
del suo tutore e collega, Michele Paleologo, uomo in cui si diedero a
divedere congiuntamente e quelle virtù, e que' vizj proprj di ordinario
ai fondatori di nuove dinastie. L'imperatore Baldovino era caduto
nell'abbaglio di credere che una negoziazione non sostenuta da veruna
forza, gli basterebbe a ricuperare alcune province o città. Ma gli
ambasciatori di lui vennero rimandati da Nicea, ove non ottennero che
sprezzi e risposte schernevoli; per ciascuna provincia che domandavano,
Paleologo adduceva un pretesto, per cui non gli era lecito, ei diceva,
il privarsene; in una di esse era nato, aveva avuto i primi rudimenti
della scuola militare nell'altra; in tal provincia avea goduti i piaceri
della caccia, e volea continuar lungo tempo a goderli. «In somma qual
parte di dominio avete risoluto di cederne?» gli domandarono stupefatti
quei messi. «Nessuna, rispose il Principe greco, nè anco una pollice di
terra. Se il vostro padrone brama la pace, mi paghi per tributo annuale
la rendita delle dogane di Costantinopoli, al qual patto potrò
concedergli che continui a regnare; e avrò il suo rifiuto come primo
segnale di guerra. A me perizia militare non manca, e gli eventi delle
cose confido a Dio e alla mia spada»[169]. Nella prima prova che ei fece
dell'armi sue contra il despota dell'Epiro, riportò vittoria; cui però
venne d'appresso una sconfitta: onde i Comneni _Angeli_ continuarono a
resistergli nelle montagne della Macedonia, e anche dopo la morte di
questo Principe, conservarono la loro autorità. Peggio tornarono le cose
ai Latini, i quali, caduto prigioniero Villehardouin, principe di Acaia,
rimasero privi con esso del più operoso e possente vassallo
dell'agonizzante lor monarchia. Intanto le repubbliche di Genova e di
Venezia, venuta per la prima volta l'una contro l'altra a guerra navale,
si contendeano l'impero del mare, e il commercio dell'Oriente: e poichè
motivi di ambizione e d'interesse teneano affezionati a Costantinopoli i
Veneziani, i rivali di questi offersero ai nemici de' Latini soccorso,
la qual lega de' Genovesi con un conquistatore scismatico l'indignazione
del Vaticano eccitò[170].

Tutto inteso al suo grande divisamento, Michele visitò in persona
ciascuna Fortezza della Tracia, e le guernigioni ne accrebbe. Dopo avere
scacciati gli avanzi de' Latini dagli ultimi possedimenti che lor
rimanevano, diede assalto al sobborgo di Galata, ma infruttuosamente;
perchè quel Barone che perfidamente mantenea corrispondenza coi Greci, o
non potè, o non volle aprirgli le porte della Capitale. All'apparire
della successiva primavera, Alessio Strategopolo, generale favorito di
Michele, e insignito da questo del titolo di Cesare, attraversò
l'Ellesponto conducendo seco ottocento uomini a cavallo, ed alcune
truppe d'infanteria[171] che servir doveano ad una spedizione segreta.
Gli ordini avuti dal ridetto generale erano di avvicinarsi a
Costantinopoli, di esplorare attentamente tutte le cose, e curare le
occasioni che si potessero offrire ad ultimi tentativi; però di
astenersi da ogni impresa o dubbia, o pericolosa contro della città.
Abitava nelle vicinanze della Propontide e del mar Nero una schiatta
ardimentosa di villani e di malviventi, avvezzi all'armi e di incerta
fede, pure e per linguaggio e religione comuni, e per le viste del
momentaneo interesse maggiormente affezionati alla parte de' Greci.
Nomati venivano i _Volontarj_[172], e come tali offersero servigio al
generale di Michele, il cui esercito, accresciuto dagli ausiliari Comani
sommò allora a venticinquemila uomini[173]. Eccitato dall'ardore di
questi Volontarj, e dalla sua propria ambizione, il nuovo Cesare
trasgredì i comandi del suo Signore, colla fondata fiducia che il buon
successo farebbe della inobbedienza le scuse. Pertanto i Volontarj che,
qual gente posta continuamente in istato di guatare i Latini, ne
conoscevano la debolezza, la stremità, la paura, additarono quel momento
come il più propizio a sorpendere e ad occupare Bisanzo. Un giovine
imprudente posto ivi da poco tempo al governo della Colonia veneta,
partito erane con trenta galee, traendo seco il fiore de' Cavalieri
francesi ad una folle impresa contro Dafnusia, città situata in riva al
mar Nero, e distante quaranta leghe da Costantinopoli; i rimanenti
Latini vi mancavano di forze, e si stavano nella sicurezza. Non che
ignorassero il passaggio dell'Ellesponto operato da Alessio; ma
dissipati i loro primi timori dall'intendere qual piccola forza lo
accompagnasse, non pensarono tampoco a ricercare se questa si fosse
aumentata. Nel campo greco le cose erano apparecchiate in tal modo, che
Alessio lasciandosi addietro il suo corpo d'esercito ad una distanza
opportuna per venirgli all'uopo in soccorso, potea, protetto dalle
tenebre, innoltrarsi con una scelta scorta. Nel medesimo tempo che
alcuni della spedizione avrebbero poste le scale alla parte più bassa
delle mura, di dentro sarebbesi trovato pronto un vecchio Greco, il
quale avea promesso introdurre per una via sotterranea fino alla propria
casa una parte de' suoi compatriotti; e questi di lì sarebbersi
trasferiti alla porta d'Oro che da lungo tempo più non si apriva, ed
atterrati dalla parte interna i battitoi, i Greci doveane trovarsi
padroni di Bisanzo, prima che i Latini fossero stati avvertiti del loro
pericolo. Dopo essere stato perplesso per qualche tempo, Alessio si
abbandonò allo zelo dei Volontarj, che ardimentosi, e pieni di fiducia
riuscirono, talchè quanto ho narrato sul divisamento dell'impresa, basta
ad additarne l'adempimento e il buon successo[174]. Per vero dire
Alessio, oltrepassata appena la soglia della porta d'Oro, tremò egli
stesso sulla propria temerità; fermossi, deliberò, ma lo costrinse
l'ardir disperato de' Volontarj, che gli mostrarono quasi impossibile in
quel momento, e più pericolosa dell'assalto la ritirata. Intanto che
Alessio tenea le sue truppe regolari in ordine di battaglia, i Comani si
sparsero per tutte le bande: fu sonato a raccolta: e le minacce di
saccheggio e d'incendio che si udivano per ogni dove obbligarono gli
abitanti ad appigliarsi a un partito. I Greci di Costantinopoli
manteneano affetto agli antichi loro Sovrani. I mercatanti genovesi
rispettavano la recente lega che la loro Repubblica col Principe greco
aveva contratta ed odiavano i Veneziani; in tutti i rioni si presero
l'armi; l'aere risonò di una acclamazione generale: «Vittoria e lunga
vita a Michele e a Giovanni, gli augusti Imperatori de' Romani.» Queste
grida svegliarono Baldovino; ma l'imminenza stessa di un tanto pericolo
non valse a fargli sguainare la spada in difesa di una città, dalla
quale gli era forse più conforto che rincrescimento l'allontanarsi.
Corse alla riva, ove scorse per sua ventura le vele di quella flotta che
tornava addietro dalla sua vana spedizione contro Dafnusia. Vedendosi
che Costantinopoli era perduta senza riparo, Baldovino, e le primarie
famiglie latine s'imbarcarono sulle galee veneziane, che dopo avere
veleggiato all'isola di Eubea, di lì condussero in Italia l'augusto
fuggitivo, che trovò presso il Pontefice romano un'accoglienza in cui la
compassione e lo sprezzo si avvicendavano. Dal momento della perduta sua
capitale, fino a quel della morte, Baldovino impiegò tredici anni in
sollecitazioni alle Potenze cristiane, affinchè si collegassero per
rimetterlo in trono; supplica che gli era già famigliare; nè si mostrò
in quest'ultimo esilio, o più indigente o più avvilito di quello che
egli era apparso nelle sue tre prime peregrinazioni alle Corti d'Europa.
Il figlio di lui, Baldovino, ereditò dal padre il vano titolo
d'Imperatore, e Catterina figlia di questo, divenuta sposa di Carlo di
Valois, fratello di Filippo il Bello Re di Francia, gli portò in dote le
sue pretensioni. La linea femminina della casa di Courtenai trasportò
successivamente le avite prerogative titolari in diverse famiglie,
sintantochè il titolo d'Imperatore di Costantinopoli, apparso troppo
fastoso e sonoro per essere unito al nome di un privato, modestamente si
spense nel silenzio e nella dimenticanza[175].

Dopo avere raccontate le spedizioni de' Latini nella Palestina e a
Costantinopoli, non mi è lecito abbandonare questo argomento, senza
esaminare gli effetti prodotti dalle Crociate ne' paesi che furono
teatro delle medesime, e sulle nazioni che ne furono i personaggi[176].
L'impressione fatta dai Franchi nei regni maomettani dell'Egitto e della
Sorìa si dileguò col loro sparire, benchè la ricordanza di questi
conquistatori vi fosse rimasta. I fedeli discepoli di Maometto non
sentirono mai la profana brama di studiar le leggi o l'idioma degli
idolatri[177]; nè gli affari che ebbero o per leghe, o per ostilità
cogli stranieri dell'Occidente, alterarono, poco, o assai, la primitiva
semplicità de' loro costumi. Alquanto meno inflessibili si mostrarono i
Greci, che essendo vanagloriosi, ambiziosi credeansi; e negli sforzi che
operarono per ricuperare l'Impero, altri ne fecero per pareggiare in
valore, in disciplina, in saper militare, i loro avversarj. Aveano
giusto motivo di disprezzare quella letteratura che allor possedeano le
contrade dell'Occidente; pure lo spirito di libertà che vi dominava
avendo svelata ad esse una parte de' diritti comuni a tutti gli uomini,
alcune fra le istituzioni pubbliche e private de' Francesi vennero da
loro adottate. La corrispondenza di Costantinopoli coll'Italia dilatò
l'uso dell'idioma latino, onde alcuni Padri ed autori classici ottennero
onore di traduzione fra i Greci[178]. Ma la persecuzione die' forza allo
zelo religioso e alle opinioni pregiudicate dei Cristiani dell'Oriente,
talchè il regno de' Latini confermò la separazione delle due Chiese.

Se ne' secoli delle Crociate, confrontiamo fra loro i Latini
dell'Europa, i Greci, e gli Arabi, se esaminiamo i diversi gradi di
sapere, de' progressi dell'arti e dell'industria allignate fra questi
popoli, certamente non concederemo ai rozzi nostri progenitori che una
terza sede fra le nazioni venute a civiltà: i loro successivi
avanzamenti, la supremazia che ai nostri giorni hanno ottenuta gli
Europei, vuolsi attribuire ad una energia particolare della loro indole,
ad uno spirito d'imitazione e di sedulità sconosciuto ai lor rivali, ne'
tempi ancora che li superavano, e presso i quali le facoltà dell'ingegno
trovavansi allora stazionarie, o piuttosto a retrogradare inclinate.
Dotati delle qualità morali da noi indicate i Latini, non è maraviglia
se trassero vantaggi immediati ed essenziali da una serie di avvenimenti
che dispiegando ai loro sguardi tutta la scena del Globo, li poneano in
lunghe e frequenti comunicazioni coi popoli più colti dell'Oriente. I
progressi primaticci, e più manifesti, apparvero nel commercio, nelle
manifatture e nell'arti, dalle quali nascono la più ardente brama delle
ricchezze, il bisogno de' piaceri, gli allettamenti della vanità. In
mezzo anche ad una folla di fanatici, potea trovarsi un prigioniero o un
pellegrino, capace di por mente ad un trovato ingegnoso del Cairo o di
Costantinopoli; e comunque la Storia non gli abbia pagato un tributo
debito di gratitudine, colui che ne portò da que' paesi il modello de'
mulini a vento[179], merita un nome fra i benefattori delle nazioni. Fra
i vantaggi di questa dilatata corrispondenza vogliono parimente essere
annoverati i godimenti del lusso, lo zucchero e i drappi di seta, venuti
in origine dalla Grecia e dall'Egitto. Più tardi i Latini sentirono i
bisogni dell'intelletto, onde più lentamente andarono nel soddisfarli.
Cagioni d'altra natura, e più moderni avvenimenti, destarono in Europa
la curiosità, madre dello studio: ma nel secolo delle Crociate, la
letteratura de' Greci e degli Arabi non inspirava che indifferenza agli
Europei. Forse adattarono alla pratica alcuni principj di medicina,
alcune figure di matematica; la necessità potè far nascere alcuni
interpreti di lieve conto che servissero ai diversi bisogni de'
mercatanti e de' soldati: pure il commercio cogli Orientali, non avea
diffuso lo studio e la nozione delle lor lingue nelle scuole
d'Europa[180]. Benchè un principio di religione simile a quello dei
Maomettani dovesse fare schifi dell'idioma del Corano i Cattolici, pur
sembrava che il desiderio d'intendere nel suo originale il Vangelo,
avesse potuto eccitare la curiosità de' medesimi, e incoraggiarli alla
pazienza di uno studio gramaticale che avrebbe loro scoperto le bellezze
di Platone e di Omero. Pure, durante un regno di sessant'anni, i Latini
di Costantinopoli fastidirono l'idioma e l'erudizione dei loro sudditi:
e i manoscritti furono i soli tesori che invidiati a questi non vennero,
e di cui nessuno pensò a dispogliarli. Vero è che le Università di
Occidente tenevano Aristotile per loro oracolo; ma un Aristotile
barbaro, perchè invece di ricorrere alla fonte, si erano umilmente
contentate di una erronea versione composta da qualche Ebreo o Moro
dell'Andaluzia. Le Crociate non avendo avuto origine che da un barbaro
fanatismo, i loro effetti più rilevanti corrisposero alle cagioni.
Ciascun pellegrino ambiva di tornare in patria, carico di spoglie sacre
e reliquie tolte alla Grecia e alla Palestina[181], ognuna delle quali
andava preceduta e seguìta da una moltitudine di visioni e miracoli;
nuove leggende, la cattolica Fede[182]; nuove superstizioni, la pratica
del culto alterarono. La Guerra Santa fu l'infausta sorgente, d'onde
scaturirono e l'inquisizione, e i frati mendicanti, e i definitivi
progressi della idolatria[183] e l'eccessivo abuso delle indulgenze.
L'irrequieto spirito de' Latini cercava pascolo a spese della ragione e
della religione; laonde su l'ignoranza e la cecità furono il retaggio
del nono e del decimo secolo, può dirsi ancora che le favole[184] e le
assurdità, il tredicesimo e il quattordicesimo contrassegnarono.

I Popoli settentrionali del Nort, che conquistarono l'Impero Romano,
divenuti Cristiani, e coltivatori di fertili terreni insiem co' nativi,
a poco a poco si confusero con essi, e le antiche arti richiamarono a
vita. All'avvicinarsi del secolo di Carlomagno, già le loro istituzioni
incominciavano ad acquistare un certo grado di ordine e di consistenza,
allorchè i Normanni, i Saraceni[185] e gli Ungaresi, novelli sciami di
barbari invasori, nel primo stato di anarchia e di barbarie immersero
l'Occidente di Europa; seconda tempesta, che verso il principio
dell'undicesimo secolo, sedarono l'espulsione, o la conversione de'
nemici del Cristianesimo. La civiltà, che da sì lungo tempo parea
sminuirsi e ritirarsi dall'Europa, tornò con costante rapidità a
dilatarsi, schiudendo un nuovo campo di belle prove e di generosi sforzi
alla nascente generazione. Laonde, convenendo io che le arti ebbero
progressi rapidi e luminosi ne' due secoli delle Crociate, non ne
attribuisco a queste, siccome certi filosofi, il merito; anzi opino
avere esse tardati più che affrettati gli avanzamenti della coltura
europea[186]. La vita e le fatiche di tanti milioni d'uomini andate a
perdersi nell'Oriente, poteano con vantaggio venire impiegate al
miglioramento della nativa loro contrada. Animati allora dalle aumentate
produzioni del suolo e dell'industria, il commercio e la navigazione,
una corrispondenza amichevole co' popoli dell'Oriente avrebbe arricchiti
e nel medesimo tempo addottrinati i Latini. Non vedo che un aspetto,
sotto il quale le Crociate possano aver prodotto vantaggio, o almeno
fatto sparire un disordine. Gli abitatori d'Europa languivano schiavi
sulle native lor glebe, privi di proprietà, di libertà, di dottrine; i
Nobili e gli Ecclesiastici, ben picciola parte a confronto di tanta
popolazione, venivano riguardati quali soli meritevoli del titolo
d'uomini e di cittadini; sistema tirannico che gli artifizj del clero e
la spada de' Baroni manteneano in vigore. Ma quanto agli ecclesiastici
almeno la loro autorità aveva arrecato giovamento nei secoli della
barbarie; perchè e tennero accesa la luce delle scienze, che senza di
loro sarebbesi spenta del tutto, e mitigarono la ferocia de'
contemporanei, e offersero asilo e soccorsi nelle loro calamità al
debole e all'indigente: in somma andammo debitori ai medesimi
dell'ordine civile o mantenuto, o restituito alla società. Ma
l'independenza, il ladroneccio, le discordie de' Nobili a disordini e
flagelli sol diedero origine; e la mano ferrea dell'aristocrazia
militare qualunque speranza all'industria, ad ogni nobile sforzo
troncava. Possiam riguardare le Crociate siccome una delle cagioni che
più efficacemente contribuirono ad atterrare il gotico edifizio del
feudale sistema. Per esse i Baroni vendettero le lor signorie, per esse
una parte della loro schiatta sparita dall'Europa andò a disperdersi in
queste imprese dispendiose e piene di rischio. Ridotti finalmente ad
inopia, che umiliò il loro orgoglio, dovettero concedere quelle patenti
di libertà che le catene dello schiavo fecero men gravose, i fondi del
rustico e le officine dell'operaio affrancarono, e a gradi a gradi
restituirono l'esistenza alla parte più numerosa e più utile della
società. Laonde possiam dire che l'incendio distruggendo gli alberi
alti, sterile ingombro della foresta, arrecò aere libero e spazio per
vegetare alle piante umili e più vantaggiose di cui il terreno
vestivasi.

              _Digressione sulla famiglia dei Courtenai._

La porpora di tre imperatori, che regnarono a Costantinopoli
giustificherà, o scuserà almeno, una digressione sull'origine della Casa
di Courtenai, e sopra i singolare eventi di fortuna[187] cui
soggiacquero i tre rami della medesima, il primo di Edessa, il secondo
di Francia, il terzo d'Inghilterra, ultimo e solo sopravvissuto alle
vicissitudini di otto secoli.

[A. D. 1020]

Laddove il commercio non ha per anche versate le sue ricchezze, laddove
la luce del sapere non penetrò a sgombrare le tenebre del pregiudizio,
le prerogative della nascita con maggior forza colpiscono le menti degli
uomini, e ne ottengono venerazione. In tutti i secoli, le leggi e gli
usi dei Germani hanno distinti diversi gradi nella società; laonde i
Duchi e i Conti che si divisero fra loro l'Impero di Carlomagno,
istituirono ereditarj i loro uffizj, e in legato ai proprj figli
trasmisero il loro onore, la loro spada. Le famiglie, anche più
vanagloriose nel pretendere ad antica nobiltà, vedono con rassegnazione
perduto in mezzo all'oscurità del Medio Evo il ceppo del loro albero
genealogico, le cui radici, comunque profonde, certamente in un plebeo
mettono capo; nè v'è genealogista, che non sia costretto a discendere
dieci secoli dopo l'Era cristiana, per iscoprire in ordine a ciò qualche
indizio, dedotto dai soprannomi, dagli stemmi, e dagli archivj. I primi
crepuscoli di questa luce ci mostrano un Athon[188], cavaliere francese,
di una nobiltà provata dal grado che il padre di lui occupava, benchè
non se ne sappia il nome; quanto alla ricchezza del medesimo, ne abbiamo
la prova nel castello di Courtenai ch'ei fabbricò nel distretto del
Gatinese, situato ad ostro di Parigi in una distanza di circa
cinquantasei miglia. Incominciando dal regno di Roberto, figlio di Ugo
Capeto, i Baroni di Courtenai tengono distinta sede tra i vassalli che
immediatamente dipendevano dalla Corona; e Josselin, pronipote di Athon,
e figlio di madre nobile, vedesi registrato fra gli eroi della prima
Crociata, ove accompagnò Baldovino di Bruges, secondo Conte di Edessa, e
parente prossimo dello stesso Baldovino, poichè le loro madri erano
sorelle. Ottenuto in feudo un principato dal suo congiunto, se ne mostrò
meritevole col conservarlo degnamente; feudo che apparisce di molta
importanza dal numero de' guerrieri che sotto lo stesso Josselin
portarono l'armi.

[A. D. 1101-1152]

I. Poichè il cugino di Josselin partì per l'Europa, divenuto il secondo,
conte di Edessa, sopra entrambe le rive dell'Eufrate regnò. Per saggezza
di governare durante la pace, si acquistò grande numero di sudditi
venutogli dall'Europa e dalla Sorìa; mentre l'assennatezza della sua
amministrazione empieva i magazzini del suo Stato di grani, d'olio e di
vini, le castella di cavalli, d'anni e di danaro. Nel decorso di una
santa guerra di trent'anni, egli fu a vicenda vincitore e prigioniero;
morì da vero soldato, tratto in lettiga a capo delle sue truppe, e gli
occhi suoi moribondi si confortarono in veggendo la sconfitta de'
Turchi, che sugli anni e le infermità di questo guerriero aveano fondate
le loro speranze. Il figlio di lui ne ereditò il nome e i dominj; ma più
valoroso che accorto, dimenticò volersi altrettanta cura per conservare
uno Stato, quanta pur conquistarlo. Oltrechè, si fece a sfidare le forze
de' Turchi, senza essersi assicurati i soccorsi del principe di
Antiochia; trascurò fra i piaceri di Turbessel nella Sorìa[189] la
sicurezza della frontiera che disgiugnea i Cristiani dagl'Infedeli al di
là dell'Eufrate. Zenghi, primo degli Atabecchi, profittò della
lontananza del Conte per assediare e prendere d'assalto Edessa,
debolmente difesa da una truppa di timidi e perfidi Orientali. Sconfitti
i Franchi nel tentativo operato per rientrare in questa città, Courtenai
terminò nelle prigioni di Aleppo i suoi giorni. Comunque lasciasse
tuttavia un ampio patrimonio in morendo, la vedova di lui e il figlio,
ancora fanciullo, non potendo resistere agli sforzi de' vincitori,
cedettero per un assegnamento annuale all'imperatore di Costantinopoli
la cura di difendere e la vergogna di perdere gli ultimi possedimenti
asiatici de' Latini. La vedova contessa di Edessa co' suoi due figli a
Gerusalemme riparò. La figliuola di lei Agnese, divenne sposa e madre
d'un Re; il figlio Josselin III, accettò l'uffizio di Siniscalco che era
la primaria carica di quel regno. Obbligato, nella nuova Signoria di
Palestina che al suo titolo andava congiunta, ad un contingente militare
di cinquanta cavalieri, a capo de' medesimi meritò lode, e il nome di
Josselin vedesi con onore menzionato in tutte le negoziazioni di guerra
o di pace; ma sparito colla perdita di Gerusalemme il cognome dei
Courtenai del ramo di Edessa, pe' maritaggi di due donne di questa Casa
andò a perdersi nelle famiglie di due Baroni, uno alemanno, l'altro
francese[190].

II. Intanto che Josselin III regnava oltre l'Eufrate, il fratello di lui
primogenito, Milone, figlio di Josselin II e pronipote di Athon, godea
pacificamente in riva alla Senna i suoi beni e il suo castello
ereditario, che morendo trasmise al suo terzogenito Rinaldo, o
Reginaldo. Negli annali delle antiche famiglie, trovansi pochi esempj di
alto ingegno, o di virtù; ma l'orgoglio de' lor discendenti raccoglie
accuratamente ogni atto di violenza ovver di rapina, purchè annunzii
superiorità di valore o possanza. Un discendente di Rinaldo di Courtenai
dovrebbe oggidì arrossire di noverare fra i suoi progenitori uno
scorridore che spogliò e imprigionò alcuni mercatanti, comunque avessero
pagati i diritti regali a Sens e ad Orleans; ma pure invanirà in
pensando che fu d'uopo, per costringerlo alla restituzione un esercito
messo a ciò in armi dal Conte di Sciampagna reggente del regno[191].
Questo Rinaldo, legando i proprj dominj alla figlia sua primogenita, la
diede in isposa al settimo figlio di Luigi il Grosso, dal qual
maritaggio altra numerosa discendenza è derivata. Sarebbe una naturale
supposizione il credere che innalzatosi allor questo nome a pari de'
regj nomi, i figli di Pietro di Francia e di Elisabetta di Courtenai
avessero goduto i titoli e gli onori spettanti ai Principi del Sangue
(A. D. 1150), ma le istanze da essi fatti a tal fine, trascurate da
prima, ebbero indi un aperto rifiuto; i motivi della qual disgrazia
formano la Storia del secondo ramo dei Courtenai. 1. Ne' secoli delle
Crociate, la Casa reale di Francia veniva tenuta certamente in gran
conto e nell'Oriente, e nell'Occidente. Pure, non essendo trascorsi che
cinque regni, o generazioni da Ugo Capeto a Pietro, sembrava sì precario
tuttavia il loro titolo, che ciascun Monarca credea necessario, durante
la propria vita, far coronare il suo primogenito. I Pari di Francia
hanno serbato per lungo tempo un diritto di supremazia sui rami non
primogeniti della famiglia regnante; onde i Principi del Sangue non
godeano nel dodicesimo secolo di tutto quello splendore, ai nostri tempi
esteso ai Principi anche i più lontani dal succedere alla Corona. 2.
Sarebbe stato d'uopo che i Baroni di Courtenai tenessero in troppo conto
il proprio nome, e che altrettanto l'opinione pubblica lo rispettasse,
affinchè potessero al figlio di un Monarca che sposava una donna del lor
casato porre il patto di trasfondere in essa e ne' futuri figli il nome
e gli stemmi regali. Accade bensì, che allorquando la erede di una
famiglia si sposa ad un inferiore, o anche ad un eguale, la donna, di
comune patto o consenso porti al marito le sue gentilizie prerogative.
In questo caso affatto contrario, i discendenti di Luigi il Grosso,
tralignando dal regio ceppo, si trovarono gradatamente confusi cogli
antenati della madre, e i nuovi Courtenai meritarono forse di perdere
quegli onori di nascita, cui per motivo d'interesse i lor padri avevano
rinunziato.

L'invilimento derivato da tali nozze fu senza confronto più durevole
della ricompensa, e la grandezza passeggiera cui diedero origine andò a
perdersi in una lunga abbiezione. Il primo figlio di queste nozze,
Pietro di Courtenai, aveva sposata, come fu detto la sorella dei Conti
di Fiandra, i due primi Imperatori latini di Costantinopoli. Cedendo
imprudentemente alle sollecitazioni de' Baroni della Romania, egli e i
figli di lui, Roberto e Baldovino, occuparono successivamente il trono
di Bisanzo, e perdettero gli ultimi avanzi dell'Impero latino
dell'Oriente. Le nozze contratte dalla pronipote di Baldovino II unirono
una seconda volta il sangue dei Courtenai a quello di Francia e dei
Valois. Per sostenere le spese di un regno precario e tempestoso, questi
discendenti di Pietro di Francia si videro costretti a vendere gli
antichi loro possedimenti, e gli ultimi Imperatori di Costantinopoli a
mendicare dalle elemosine di Roma e di Napoli la lor sussistenza.

Intanto che i primogeniti dissipavano le loro sostanze, nel correre
romanzesche avventure, intanto che un plebeo profanava il castello di
Courtenai, gli altri rami di questo nome adottivo, si moltiplicavano ed
estendeano; ma il tempo e la povertà oscurarono lo splendore de' lor
natali. Dopo la morte di Roberto _Gran Bottigliere_ della corona di
Francia, dal grado di Principi discesero a quel di Baroni; e
confondendosi le successive generazioni coi semplici gentiluomini, ne'
Signori campagnuoli di Tanlai e di Champinelles, uom non ravvisa più i
discendenti di Ugo Capeto. I più avventurosi di essi si diedero
onoratamente al mestiere delle armi; gli altri, men facoltosi e meno
solerti, si perdettero, non meno de' lor cugini del ramo di Dreux, in
mezzo all'umile classe dei contadini. Durante un oscuro periodo di
quattrocent'anni, ne divenne ogni dì più dubbiosa l'origine regale;
talchè la loro genealogia, invece di trovarsi registrata negli annali
del regno, è divenuta argomento faticoso di ricerche agli studiosi del
Blasone. Sol verso la fine del secolo decimosesto, allorchè videro
salire sul trono di Francia, una famiglia non molto più vicina di loro
ai Valois, i Courtenai rimembrarono la propria nascita. Essendo nate
alcune contestazioni che metteano per fino in dubbio, se legittima fosse
la lor nobiltà, si accinsero a provare la regia discendenza, e dopo
avere ottenuti i suffragi di venti giureconsulti dell'Italia e
dell'Alemagna, implorarono la giustizia e la compassione di Enrico IV,
modestamente paragonandosi ai discendenti di David, le prerogative de'
quali non erano state annichilate nè dal volger de' secoli, nè dal
praticato mestiere di falegname[192]. Ma tutte le circostanze furon
contrarie, tutti gli orecchi sordi ai giusti loro reclami.
L'indifferenza dei Valois a quella dei Borboni faceva le scuse, i
Principi del Sangue di un ramo regnante disdegnarono un parentado così
privo di lustro. I Parlamenti però non impugnarono le prove rassegnate
dai Courtenai. Ma per non metter mano ad un esempio pericoloso,
inventarono l'arbitraria decisione che faceva il solo S. Luigi, vero
ceppo della famiglia reale di Francia[193]. I Courtenai continuarono
sempre, e colla stessa fortuna, le loro lagnanze e i loro reclami, sol
terminati nel presente secolo dalla morte dell'ultimo maschio di questa
famiglia[194]. Quel sentimento di nobile orgoglio che è inspirato dalla
virtù, addolcì il rigore di lor condizione; sempre rifiutarono con
disdegno ogni offerta di ricchezza o di subalterni favori; e un
Courtenai, al letto di morte, protestava che avrebbe sagrificato il suo
unico figlio se lo avesse creduto capace di cambiare nel più luminoso
destino i suoi titoli e diritti ad essere riconosciuto principe
legittimo della Casa di Francia[195].

III. Giusta gli antichi registri dell'Abbazia di Ford, i Courtenai della
Contea di Devon, discendono dal principe Floro, secondogenito di Pietro,
e pronipote di Luigi il Grosso[196]. Questa favola inventata dalla
gratitudine, o dalla venalità de' monaci, venne con troppa facilità
ammessa dai nostri antiquarj Cambden[197] e Dugdale[198]; ma si accomoda
così poco ai tempi, ed è sì palesemente contraria alla verità, che la
stessa famiglia di Devon per un principio di giudizioso orgoglio questo
immaginario fondatore ricusa. Gli Storici più meritevoli di fiducia,
credono che Rinaldo di Courtenai, dopo avere maritata la propria figlia
al figliuolo del re di Francia, abbandonasse i possedimenti avuti in
quel regno, si trasferisse nell'Inghilterra, ed una seconda moglie, e
nuove signorie da questo Monarca ottenesse. Ella è cosa per lo meno
sicura che Enrico II onorò ne' campi e ne' consigli un Reginaldo del
medesimo cognome, insignito dei medesimi stemmi, e che può
ragionevolmente riguardarsi come appartenente alla schiatta de'
Courtenai francesi. Il diritto di tutela conferiva all'immediato Sovrano
la facoltà di premiare il vassallo col concedergli in isposa una ricca e
nobile erede. Intanto Courtenai era divenuto possessore di ricchi
terreni nella Contea di Devon, ove, da oltre seicento anni soggiornano i
suoi discendenti[199]. Havisa, moglie di Rinaldo, aveva ereditato da
Baldovino di Briones, Barone normanno, la ragguardevole signoria di
Okehampton, che a questo avea conferita Guglielmo il Conquistatore con
obbligo di fornire ai servigi della guerra novantatre cavalieri. Questa
Havisa, comunque donna, aveva anche il diritto di assumere le cariche
maschili di Visconte ereditario, o Seriffo, e di governatore del
Castello reale di Exeter. Roberto, figlio di Rinaldo e di Havisa, si
sposò ad una sorella del Conte di Devon. Circa un secolo dopo, ed
estinta la famiglia di Rivers[200], Ugo II, pronipote di Roberto,
ereditò un titolo, che veniva riguardato come dignità territoriale, e
dodici Conti di Devon, del cognome di Courtenai, vi furono
successivamente in un periodo di dugento venti anni. Avuti nel novero
dei più possenti Baroni del regno, sol dopo un ostinato contrasto,
cedettero al feudo di Arundel il primo posto nel Parlamento
d'Inghilterra. I Courtenai si imparentarono colle più illustri famiglie,
siccome erano quelle dei Vere, dei Despenser, dei S. John, dei Talbot,
dei Bohun, ed anche dei Plantageneti. In una contesa con Giovanni di
Lancastre, un Courtenai, Vescovo di Londra, indi Arcivescovo di
Cantorbery, manifestò una profana fiducia nel numero e nella possanza
della sua famiglia e de' suoi partigiani. Durante la pace, i Conti di
Devon viveano nelle numerose loro castella e signorie di Ponente,
adoperando le immense ricchezze di cui godevano in atti di divozione e
di ospitalità; ed è famoso l'epitafio di Odoardo, detto il Cieco in
conseguenza di una infermità sofferta dal medesimo, e il Buono per le
virtù che il fregiarono, epitafio che ingenuamente ne addita una
sentenza di morale, di cui però una imprudente generosità potrebbe
abusare. Dopo una tenera commemorazione di cinquanta anni di unione e di
felicità, da esso trascorsi colla sua moglie Mabel, così il buon Conte
parla dal fondo del suo sepolcro:

    _What we gave, we have;_
    _What we spent, we had;_
    _What we left, we lost.[201]._

«Quanto largii posseggo: quel ben che feci, è mio Sol perdei quel che
lascio nel dire al mondo addio.»

Ma le _perdite_ della famiglia di Devon, giusta questo significato,
superarono d'assai i doni e le spese del buon vegliardo il quale, non
men dei poveri, fece scopo delle sue paterne cure gli eredi. Le somme
che questi sborsarono per prendere il diritto di possessione attestano
l'ampiezza de' loro fondi; e molte signorie, godute anche al dì d'oggi
da questa famiglia, vi si trovano fino dal quattordicesimo e dal
tredicesimo secolo. Nelle guerre, i Courtenai adempierono con onore i
doveri al grado di cavalieri congiunti; spesso fu ad essi fidata la cura
di reclutare e comandare le milizie della Contea di Devon e della
Cornovaglia: spesse volte seguirono il lor Signore sulle frontiere della
Scozia, alcune volte ancora offersero a prezzo i lor servigi militari
allo straniero, condottieri di ottanta armigieri e di altrettanti
arcieri. Combattettero per terra o per mare sotto gli Eduardi e gli
Enrichi, e il loro nome splende famoso nelle battaglie, ne' tornei, e
nella prima lista de' Cavalieri della _Giarrettiera_. Tre fratelli della
stessa famiglia agevolarono nella Spagna la vittoria del Principe Nero.
Dopo che sei generazioni di Courtenai ebbero soggiornato in Inghilterra,
presero non meno de' lor compatriotti, in avversione il paese d'onde
traevano la propria origine. Nella contesa delle Due Rose, i Conti di
Devon essendosi posti dalla parte della Casa di Lancastre, tre fratelli
successivamente perirono, o nel campo di battaglia, o sul palco. Enrico
VII restituì loro i titoli e i beni; una figlia di Eduardo IV non
disdegnò prendere per marito un Courtenai; il figlio di queste nozze,
marchese di Exeter, vissuto per certo tempo in favore del proprio cugino
Enrico VIII, nel campo dello Stendardo d'Oro ruppe lancia contro il
francese Monarca; ma il favore di Enrico VIII era preludio di disgrazia,
e la disgrazia, di morte; onde il marchese di Exeter si annovera fra le
più illustri ed innocenti vittime della gelosia del tiranno: lo stesso
figlio del marchese, Eduardo, morì, in esilio a Padova dopo aver
languito lungo tempo prigioniero nella Torre di Londra. Il segreto amore
che avea per esso concepito Maria, e che egli non curò forse per un
riguardo ad Elisabetta, ha sparsa una vernice romanzesca sulla storia di
questo giovine Conte, rinomato per sua avvenenza. Gli avanzi del suo
retaggio passarono in diverse famiglie a motivo di parentele di quattro
zie del medesimo. I principi che si succedettero nel trono d'Inghilterra
fecero rivivere gli onori del suo grado per via di patenti, come se
fossero stati legalmente aboliti. Durava intanto un altro ramo
secondogenito della Casa di Courtenai, che discendeva da Ugo I, conte di
Devon, famiglia, che da Eduardo III ai dì nostri, vale a dire per
quattro secoli circa, è sempre rimasta nel suo castello di Powderham.
Aumentato di patrimonio per regali concedimenti, e terre da dissodare
ottenute nell'Irlanda, ha riacquistato di recente l'onore di appartenere
alle famiglie dei Pari. Ciò nullameno i Courtenai conservano tuttavia la
divisa lagrimevole che deplora lo scadimento della lor Casa e
l'ingiustizia di un tale destino[202]. Non si creda però che la dolorosa
rimembranza della passata grandezza li tolga al godimento della presente
prosperità. Negli Annali dei Courtenai, l'epoca più luminosa è pur
quella delle maggiori sciagure per essi; e un dovizioso Pari della Gran
Brettagna non dee portare invidia a quegl'imperatori di Costantinopoli
che trascorreano l'Europa sollecitando elemosine pel sostegno della
propria dignità, per la difesa della loro Capitale.

NOTE:

[110] _V._ l'originale del Trattato di parteggiamento nella Cronaca di
Andrea Dandolo, p. 328-330, e la elezione che ne conseguì, nel
Villehardouin (n. 136-140), le _Osservazioni_ del Ducange e il primo
libro della _Storia di Costantinopoli sotto l'impero de' Francesi_.

[111] Dopo aver parlato di un Elettore francese che avea dato il suo
voto al Doge, Andrea Dandolo parente dello stesso Doge ne trova
ragionevole l'esclusione. _Quidam venetorum, fidelis et nobilis senex
usus oratione satis probabili_, etc., Orazione che gli scrittori moderni
dal Biondi al Le Beau hanno accomodata ciascuno a lor fantasia.

[112] Niceta, p. 384, vano e ignorante, quanto un Greco di que' tempi
doveva esserlo, indica il Marchese di Monferrato come Capo di una
potenza maritima λαμπαρδιαν δε οικεισθαι παραλιον, _abitava_ (o
governava) _la Lombardia marittima_. Forse lo ha indotto in errore il
tema bisantino della Lombardia situata sulle coste della Calabria.

[113] I Veneziani pretesero che il Morosini si obbligasse con giuramento
a non ammettere nel capitolo di S. Sofia, cui spettava il diritto delle
elezioni, altri individui fuor de' Veneziani, e di quelli inoltre che
avessero abitato dieci anni in Venezia. Ma ingelosito il Clero della
prerogativa che questi arrogavansi, il Papa non la confermò, onde fra
sei patriarchi Latini che ebbe Costantinopoli, solamente il primo e
l'ultimo furono Veneziani.

[114] Niceta p. 383.

[115] Le lettere d'Innocenzo III somministrano ricchi materiali alla
Storia delle istituzioni civili ecclesiastiche dell'impero Latino di
Costantinopoli. La più importante di tali lettere (delle quali Stefano
Baluzio ha pubblicata la raccolta in due volumi in folio) trovasi
nell'opera, _Gesta script. rer. ital._, Muratori, t. III, part. I, c.
94-105.

[116] Nel Trattato di parteggiamento hanno alterati quasi tutti i nomi
proprj. Non sarebbero difficili le correzioni, e una buona Carta
corrispondente all'ultimo secolo dell'Impero di Bisanzo sarebbe di
grande soccorso alla geografia; ma sfortunatamente d'Anville più non
vive.

[117] Il loro stile d'intitolarsi era _Dominus quartae partis et
dimidiae imperii romani_, e così continuarono fino all'anno 1356, in cui
Giovanni Dolfino fu eletto Doge (Sanut., p. 430-641). Quanto al governo
di Costantinopoli, _V._ Ducange, _Hist. C. P._ 1-37.

[118] Il Ducange (_Hist. C. P._ 11, 6) ha enumerate le conquiste fatte
dalla Repubblica o dai Nobili veneziani, le isole di Candia, di Corfù,
Cefalonia, Zante, Nasso, Paro, Melos, Andros, Micone, Siro, Ceos e
Lemno.

[119] Bonifazio vendè l'isola di Candia ai 12 agosto dell'anno 1204.
_V._ la transazione in Sanuto p. 533; ma non so comprendere come
quest'Isola fosse il patrimonio della madre di Bonifazio, o come questa
madre esser potesse la figlia d'un Imperatore di nome Alessio.

[120] Nel 1212, il Doge Pietro Zani inviò nell'isola di Candia una
colonia tolta dai differenti rioni di Venezia: ma i nativi Candiotti,
per la salvatichezza de' lor costumi, e per le frequenti ribellioni,
poteano essere paragonati ai Corsi sotto il dominio de' Genovesi; e
allorchè io metto in paragone i racconti del Belon, e quelli del
Tournefort, non ravviso molte differenze tra la Candia de' Veneziani, e
la Candia de' Turchi.

[121] Il Villehardouin (n. 159, 160, 173-177) e Niceta (p. 387-394)
raccontano la spedizione del Marchese Bonifazio in Grecia. Il secondo ha
potuto essere informato di queste particolarità dal suo fratello
Michele, arcivescovo di Atene, che ei ne dipinge siccome un eloquente
oratore, un uomo di Stato abilissimo, e soprattutto siccome un santo.
Dai manoscritti di Niceta, che trovansi nella biblioteca bodleana,
avrebbero potuto ritrarsi l'elogio che egli fa di Atene, e la
descrizione di Tempe (Fabricius, _Bibl. graec._, t. VI, p. 405), cose
che sarebbero state degne delle indagini del sig. Harris.

[122] Napoli di Romania, o Nauplia, l'antico porto di Argo è tuttavia
una Fortezza assai rilevante; giace sopra una penisola circondata di
scogli, e gode di un ottimo porto. _V._ i viaggi di Chandler nella
Grecia, p. 227.

[123] Ho mitigata l'espressione di Niceta che si studia di ampliare
colle sue tinte la presunzione de' Franchi (_V. de rebus post. C. P.
expugnatam_ 375-384).

[124] Questa città, bagnata dall'Ebro, distante sei miglia da
Andrinopoli, a motivo del suo doppio muro ottenne da' Greci il nome di
Didymoteicos, cambiato a poco a poco in quelli di Dimot o Demotica. Ho
preferito il nome moderno di Demotica. Fu l'ultima città abitata da
Carlo XII soggiornando in Turchia.

[125] Il Villehardouin con tuono di franchezza e di libertà ne dà conto
de' litigi di questi due Principi (n. 146-158). Lo Storico greco (p.
387) non defrauda di lodi il merito e la fama del Maresciallo μεγα παρα
Λατινον δυναμενου στρατευμσσι, _molto potente fra gli eserciti latini_:
in ciò dissimile da certi moderni eroi, le imprese de' quali, sol pe'
loro comentarj son conosciute.

[126] _V._ la morte di Murzuflo in Niceta (pag. 393), Villehardouin (n.
141-145-163) e Gunther (cap 20, 21). Nè il Maresciallo, nè il frate
mostrano la menoma compassione sulla sorte di questo usurpatore o
ribelle, benchè condannato ad un supplizio di un genere più nuovo ancora
de' suoi delitti.

[127] La colonna d'Arcadio, che ne' bassi rilievi raffigura la vittoria
di lui, o quella del padre del medesimo Teodosio, vedesi tuttavia a
Costantinopoli. Viene descritta, colle sue proporzioni, nelle opere del
Gillio (_Topograph._ IV, 7), dal Banduri (l. I, _antiquit. C. P._ p. 507
ec.), e dal Tournefort (_Viaggio in Levante_ t. II, lett. 12, p. 231).

[128] La ridicola novella del Gunther intorno la _columna fatidica_ non
merita che le si porga attenzione. Ella è però straordinaria cosa, che
cinquant'anni prima della conquista de' Latini, il poeta Tzetze
(Chiliad., IX, 277) abbia raccontato il sogno di una matrona, la quale
avea veduto un esercito nel Foro, e un uom seduto sulla cima della
colonna che battea le mani una contro l'altra e metteva un forte grido.

[129] Il Ducange (_Fam. byzant._) ha esaminate, e con accuratezza
descritte le dinastie di Nicea, di Trebisonda e d'Epiro, delle quali
Niceta vide i primordj, senza però concepirne grandi speranze.

[130] Eccetto alcuni fatti contenuti in Pachimero e Niceforo Gregoras,
che noi citeremo in appresso, gli Storici bisantini, non si degnano far
parola dell'impero di Trebisonda, o del principato de' Lazi. Nè manco i
Latini ne parlano, se non se ne' romanzi de' secoli XIV, XV. Nondimeno
l'instancabile Ducange ha scoperto a tale proposito (_Fam. byzant._ p.
192) due passi autentici negli scritti di Vincenzo di Beauvais (l. XXXI,
c. 144) e del protonotario Ogier. (V. Wadding, A. D. 1279 n. 4).

[131] Niceta fa un ritratto de' Francesi-Latini, ove scorgesi per ogni
dove l'impronta dell'astio e del pregiudizio ουδεν των αλλων εθνων εις
Αρεος εργα παρασυμβεβλησθαι ηνειχοντο αλλ’ουδε τις των χαριτων η των
μουσων παρα τοις βαρβαροις τουτοις επεξενιζετο, και παρα τουτο οιμαι την
φυσιν ησαν ανημεροι, και τον χολον ειχον του λογου προτρεχοντα. _Non
tolleravano che alcun'altra nazione concorresse con essi alle imprese
marziali; ma niuna della Grazie o delle Muse aveva ospizio da quei
Barbari, ed inoltre erano, io credo, crudeli per natura, e aveano una
bile che preveniva il discorso_.

[132] Qui incomincio a valermi con fiducia e libertà degli otto libri
della _Hist. C. P._ (_sotto l'Impero de' Francesi_) composti dal Ducange
come supplimento alla storia del Villehardouin, i quali comunque scritti
in barbaro stile, hanno tutto il merito che all'opere classiche e
originali appartiene.

[133] Nella risposta che Giovannizio fece al Pontefice, possono vedersi
le rimostranze e le querele di questo principe (_Gesta In._ III, c.
108-109). I Romani amavano Giovannizio, e come il figliuol prodigo lo
riguardavano.

[134] I Comani erano un'orda di Tartari o Turcomanni che, nel duodecimo
o nel tredicesimo secolo, accampavano sulle frontiere della Moldavia.
Trovavansi fra essi un grande numero di Pagani ed alcuni Maomettani.
Luigi, Re d'Ungheria, nel 1370, convertì l'intera tribù al
Cristianesimo.

[135] Niceta, sia per odio, sia per ignoranza, accagiona di questa rotta
la viltà del Doge (p. 383); ma il Villehardouin chiama a parte della
propria gloria il suo venerabile amico, _qui viels home ère et gote ne
vecit, mais mult ere sages et preus et vigueros_ (n. 193).

[136] La Geografia esatta e il testo originale del Villehardouin (n.
194), mettono Rodosto lontano tre giornate (_Trois journées_) da
Andrinopoli. Ma il Vigenere, nella sua versione, ha sostituito
goffamente tre ore; abbaglio che il Ducange non ha corretto ed ha tratti
in grossolani equivoci molti moderni, i nomi de' quali mi piace il
tacere.

[137] Il Villehardouin e Niceta (p. 386-416) raccontano il regno e la
morte di Baldovino; il Ducange supplisce alle loro ommissioni nelle
_Osservazioni_, e sul finire del suo primo libro.

[138] Dopo avere allontanate tutte le circostanze sospette e improbabili
possiamo trar prove pella morte di Baldovino, I. Dall'opinione de'
Baroni che non ne dubitavano (Villehardouin n. 230). II.
Dall'affermazione di Giovannizio o Calo-Giovanni che si scusa sul non
avere posto in libertà l'imperatore, _quia debitum carnis exsolverat cum
carcere teneretur_ (_Gesta Innocentii III_, c. 109).

[139] Vedasi come raccontino la storia di questo impostore gli scrittori
francesi e fiamminghi, nel Ducange (_Hist. C. P._ III, 9), e le ridicole
favole avutesi per vere dai monaci di S. Albano, in Mattia Paris (_His.
maj._, p. 271-272).

[140] Villehardouin (n. 257). Trista conclusione che a me pur duole il
citare. Noi perdiamo ad un tempo l'originale della storia di
Villehardouin, e i preziosi comentarj del Ducange. Le due lettere di
Enrico al Papa Innocenzo III portano qualche schiarimento alle ultime
pagine del nostro Autore (_Gesta_, c. 106, 107).

[141] Il Maresciallo viveva ancora nel 1212; ma è probabile che ei sia
morto poco dopo, nè mai tornato in Francia (Ducange, _Osservazioni sopra
Villehardouin_ p. 238). Il feudo di Messinopoli, conferitogli da
Bonifazio, era l'antica _Maximianopolis_, fiorente fra le città della
Tracia ai giorni di Amiano Marcellino (n. 141).

[142] Il servigio della Chiesa di questo S. Avvocato di Tessalonica era
fatto dai Canonici del santo Sepolcro. Essa era famosa per un olio santo
che continuamente vi distillava e operava portenti (Ducange, _Hist. de
Const._ II, 4).

[143] Acropolita, c. 17, racconta la persecuzione del Legato, e la
tolleranza usata da Enrico (come egli la chiama) κλυδωνα κατεστορεσε,
_sedò la procella_.

[144] _V._ il regno di Enrico in Ducange (_Hist._ di C. P. l. I, c.
35-41, l. XI, c. 1-12) che sapeva dalle lettere dei Papi trar grande
profitto per la sua Storia. Le Beau (_Hist. du Bas-Empire_, t. 21, p.
120-122), ha trovate, forse nel Doutremens, alcune leggi di Enrico sul
servigio de' feudi e sulle prerogative imperiali.

[145] Acropolita (cap. 14) afferma che Pietro Courtenai morì di ferro
(εργον μαχαιραε γενεσθαι) stravagante frase che corrisponde
all'italiana, _divenne fattura della spada_; ma le oscure espressioni di
questo scrittore danno a credere che prima di una tal morte ei fosse
stato prigioniero, ως παντας αρδκν δεσματας ποιησαι συν πασι σαευεσι
_furon fatti tutti prigionieri con tutte le navi_. La Cronaca di
Auxerre, paese posto ne' dintorni di Courtenai, assegna per epoca a
questa morte l'anno 1219.

[146] _V._ quanto si riferisce al regno e alla morte di Pietro di
Courtenai nel Ducange (_Hist. di C. P._ l. II, c. 22-28 ), che fa deboli
sforzi per iscusare Onorio III circa l'indifferenza mostrata
sull'infelice destino dell'Imperatore.

[147] Marino Sanuto (_Secreta fidelium crucis_, l. II, part. IV, c. 18,
p. 73) trova sì ammirabile questa scena d'orrore, che la trascrive in
margine, siccome _bonum exemplum_. Nondimeno egli riconosce la donzella
per moglie legittima di Roberto.

[148] _V._ il regno di Roberto nel Ducange (_Hist. di Costantinopoli_ l.
III, c. 1-12).

[149] _Rex igitur Franciae, deliberatione habita respondit nuntiis, se
daturum hominem Syriae partibus aptum; in armis probum_ (prode), _in
bellis securum, in agendis providum. Johannem comitem Brennensem_
(Sanut., _Secret. fidel._, l. III, part. XI, c. 4, p. 205, Mattia Paris,
p. 159).

[150] Il Giannone (_Istoria civile_, t. II, l. XVI, p. 380-385) parla
lungamente intorno al maritaggio di Federico II colla figlia di Giovanni
di Brienne, e la doppia unione delle corone di Napoli o di Gerusalemme.

[151] _V._ Acropolita, c. 27. Lo storico, allor fanciullo, ebbe in
Costantinopoli la sua educazione. Aveva undici anni, quando il padre del
medesimo per sottrarsi al giogo dei Latini abbandonò ricchi
possedimenti, riparando alla Corte di Nicea, ove il figlio di lui ai
primi onori venne innalzato.

[152] Filippo Mousches vescovo di Tournai (A. D. 1274-1282) ha composto
una spezie di poema, in antico dialetto fiammingo, o piuttosto una
cronaca in versi degl'Imperatori di Costantinopoli; e il Ducange in fine
alla storia di Villehardouin, (_V._ p. 224), le imprese di Giovanni di
Brienne.

    _N'Aie, Ector, Roll'ne Ogiers_
    _Ne Judas Machabeus li fiers_
    _Tant ne fit d'armes en estors_
    _Com fist li rois Jehans cel jors_
    _Et il defors et il dedans_
    _La paru sa force et ses sens_
    _Et li hardiment qu'il avait._

[153] _V._ il regno di Giovanni di Brienne nel Ducange, _Hist._ di _C.
P._ l. III, c. 13-26.

[154] _V._ il regno di Baldovino II fino al momento in cui fu scacciato
da Costantinopoli, nel Ducange (_Hist. C. P._ l. IV, c. 1-34; l. V, c.
1-33).

[155] Mattia Paris racconta le due visite fatte da Baldovino II alla
Corte d'Inghilterra (p. 396-637), il ritorno in Grecia _armata manu_ (p.
407), le lettere dello stesso Baldovino e il _nomen formidabile_, ec.
(p. 481); espressione cui non ha posto mente il Ducange (_V._
l'espulsione di Baldovino p. 850).

[156] _Chiamano i teologi soddisfazione le opere penose, fatte con
umiltà da' peccatori, ed imposte dalla Chiesa, in riguardo al fervore
de' penitenti, o ad altre buone opere, ch'ella loro prescrive; queste
indulgenze poi sono principalmente date dal Papa anche per eccitare i
credenti a certe azioni, od intraprese. Se poi alcune volte si ha fatto
uso non conveniente delle indulgenze, sarà cosa da disapprovarsi._ (Nota
di N. N.)

[157] Luigi IX si oppose, disapprovandola, alla vendita di Courtenai
(Ducange l. IV, c. 23). Questa Signoria fa oggidì parte de' dominj della
Corona; ma è stata ipotecata per un certo tempo alla famiglia di
Boulainvilliers. Courtenai, giurisdizione di Nemours nell'isola di
Francia, è una città che contiene in circa novecento abitanti: vi si
vedono tuttavia gli avanzi d'un castello (_Mélanges tirés d'une grande
Bibliothèque_, t. X, l. V, p. 74-77).

[158] Un principe Comano, morto senza battesimo, fu sepolto innanzi alle
porte di Costantinopoli, e in compagnia di lui un certo numero di
Schiavi e di cavalli vivi.

[159] Sanut., _Secret. fidel. crucis_, l. IV, c. 18, p. 73.

[160] _Non era immaginario quel valore pei credenti._ (Nota di N. N.)

[161] _È vero che le mummie erano pure un pegno di grande importanza
pegli Egizj, ma non doveva farsi questo paragone._ (Nota di N. N.)

[162] Il Ducange interpreta col vocabolo vago _monetae genus_ le parole
_perparus_, _perpera_, _hyperperum_. Dopo avere consultato un passo del
Gunther (_Hist. C. P._ c. 8, p. 10) mi do a credere che il _perpera_ sia
il _nummus aureus_ o la quarta parte d'un marco di argento, circa dieci
scellini sterlini; se si fosse inteso di marco di piombo troppo tenue
sarebbe stata la somma.

[163] Intorno al trasporto della Santa Corona da Costantinopoli a
Parigi, V. Ducange (_Hist. C. P._, l. IV, c. 11-14, 24-35) e Fleury
(_Hist. eccl._ t. XVII, p. 201-204).

[164] _Mélanges tirés d'une grande bibliothèque_, t. XLIII, p. 201-205.
Il _Lutrin_ di Boileau mostra l'interno, gli uffizj, le consuetudini de'
ministri della Santa Cappella; i comentatori Brossette e Saint-Marc
hanno uniti e spiegati molti fatti che alla istituzione della medesima
si riferiscono.

[165] Questa cura venne operata ai 24 di Marzo dell'anno 1656 sopra la
nipote del celebre Pascal. Quest'uomo di altissimo ingegno, Arnaud e
Nicole erano presenti per vedere ed attestare un miracolo che confuse i
Gesuiti e salvò Portoreale, (_Oeuvres de Racine_, t. VI, p. 176-187,
nell'eloquente storia di Portoreale).

[166] _Se per antidoto s'intende una ragionevole critica intorno ai
fatti di questa specie, particolarmente quando non sono stati
assoggettati al processo solito a farsi, non sarebbe da condannarsi,
bisognava spiegarsi meglio._ (Nota di N. N.)

[167] Il Voltaire (_Siècle de Louis XIV_, c. 37, _Oeuvres_, t. IX, p.
178, 179) mette il suo studio a distruggere la verità de' fatti: ma
l'Hume (_Saggi_, vol. II) con maggiore abilità e buon successo
impadronendosi della batteria volta il cannone contra i nemici.

[168] Possono vedersi ne' libri 3, 4, 5 della compilazione del Ducange,
le perdite successivamente sofferte dai Latini; ma questo storico si è
lasciato sfuggire molte circostanze che si riferiscono alle conquiste
de' Greci, e che giova il rintracciare nella più compiuta storia di
Giorgio Acropolita, e ne' tre primi libri di Niceforo Gregoras, due
scrittori della storia bisantina, ai quali è toccata la buona sorte di
avere per editori Leone Allazio a Roma, e Giovanni Boivin Membro della
Accademia delle iscrizioni a Parigi.

[169] _V._ Giorgio Acropolita, c. 78, p. 89, 90, edizione di Parigi.

[170] I Greci, vergognando di avere avuto ricorso agli stranieri,
dissimularono la Lega coi Genovesi e gli aiuti che ne ricevettero; ma il
fatto è provato dalle testimonianze di Giovanni Villani (_Cron._ l. VI,
c. 71), del Muratori (_Script. rer. ital._ t. XIII, p. 202, 203) e di
Guglielmo di Nangis (_Annali di S. Luigi_, p. 248, nel Joinville del
Louvre); tanto Nangis quanto Joinville, stranieri alla disputa, poteano
parlare con imparzialità. Urbano IV minacciò i Genovesi di privarli del
loro arcivescovo.

[171] Fa d'uopo di non poca diligenza a conciliare le sproporzioni di
numero; gli ottocento soldati di Niceta, i venticinquemila di Spandugino
(Duc. l. V, c. 24), gli Sciti e i Greci di Acropolita, il numeroso
esercito di Michele, quale apparirebbe dalle lettere di Papa Urbano IV
(1-129).

[172] Θεληματαριοι, _Volontarj_. Pachimero ne gl'indica e descrive nel
medesimo tempo (l. II, c. 14).

[173] A che ricercare questi Comani ne' deserti della Tartaria, o anche
nella Moldavia? una parte di essa tribù si era sottomessa a Giovanni
Vatace, e probabilmente avea posto un vivaio di soldati in qualche
deserto della Tracia (Cantacuzeno, l. I, c. 2).

[174] I Latini raccontano brevemente la perdita di Costantinopoli la cui
conquista è stata in modo più soddisfacente descritta dai Greci, vale a
dire da Acropolita (c. 85), da Pachimero (l. II, c. 26-27), da Niceforo
Gregoras (lib. IV, c. 1, 2). _V._ Ducange, _Hist. C. P._, l. V, c.
19-27.

[175] _V._ i tre ultimi libri (l. V-VIII) e le tavole genealogiche del
Ducange. Nell'anno 1382, l'Imperatore titolare di Costantinopoli era
Giacomo di Bangs Duca di Andria, nel regno di Napoli, figlio di
Margherita, figlia di Catterina di Valois, figlia questa di un'altra
Catterina, che avea per padre Filippo figlio di Baldovino II (Ducange,
l. VIII, c. 37,38). Ignorasi se egli abbia lasciato posterità.

[176] Abulfeda che vide l'ultimo periodo delle Crociate, parla del regno
de' Franchi e di quello de' Negri, come di cose sconosciute egualmente
(_Proleg. ad geogr._). Se questo principe della Sorìa non avesse
disdegnata la lingua latina, sarebbesi procurati facilmente libri ed
interpreti.

[177] _I Maomettani così chiamarono, e chiamano i Cristiani cattolici a
cagione del culto che prestano alle Immagini, perchè non sanno, che
quelli non prestano culto alle Immagini, che riferendosi agli esemplari
di esse._ (Nota di N. N.)

[178] L'Uezio nell'opera _De interpretatione et de claris interpretibus_
(p. 131-135) dà una contezza succinta e superficiale di queste
traduzioni dal latino in greco. Massimo Planude, frate di Costantinopoli
(A. D. 1327-1353), ha tradotti i Comentarj di Cesare, il Sogno di
Scipione, le Metamorfosi e le Eroidi d'Ovidio (Fabricius, _Bibl.
graec._, t. X, pag. 533).

[179] I mulini a vento, che furono la prima volta inventati nell'Asia
Minore, contrada di acqua scarsissima, vennero posti in uso nella
Normandia l'anno 1105 (_Vie privée des Français_, l. I, pag. 42, 43;
Ducange. _Gloss. lat._, l. IV, pag. 474). _V._ L'Inghilterra, antica
traduzione del Boulard, pag. 282.

[180] _V._ le lamentanze di Ruggero Bacone (_Biograph. Britannica_, vol.
I, pag. 418, edizione di Kippis). Se Bacone, o Gerberto, intendevano
alcuni autori greci, potevano riguardarsi come prodigi del loro secolo,
nè certamente doveano questo merito proprio al commercio dell'Oriente.

[181] Tal si era l'opinione del grande Leibnitz (_Oeuvres de
Fontenelle_, t. V, p. 458) uno fra i sommi maestri della storia del
medio evo. Non citerò che la genealogia da' Carmelitani, e il miracolo
della casa di Loreto, cose che vennero entrambe dalla Palestina.

[182] _La credenza de' Cattolici, contenuta ne' libri del Nuovo
Testamento, e nelle spiegazioni e decisioni intorno ai dogmi, fatte
successivamente dai Concilj generali, soltanto fu alcune volte con nuovi
vocaboli sviluppata, e meglio determinata: è poi vero che sono venute al
tempo delle Crociata dall'Oriente nuove leggende, vite de' Santi, e si
sono introdotte nuove pratiche, e cerimonie; ma ciò nulla ha a fare co'
dogmi già stabiliti molto prima._ (Nota di N. N.)

[183] _Si è già veduto in più di una nota la sinistra applicazione che
de' vocaboli_ Idolatra, Idolatria _fa il nostro Autore._ (Nota di N. N.)

[184] _Non però intorno ai dogmi fondamentali contenuti nel Vangelo, e
svolti dai Concilj. La buona critica, pur troppo poco più recente di un
secolo ci ha mostrati gl'inganni corsi in alcune leggende._ (Nota di N.
N.)

[185] Se fra le nazioni barbare annovero i Saraceni, gli è in rispetto
alle loro guerre, o piuttosto correrie nell'Italia e nella Francia, il
solo scopo delle quali erano il saccheggio e la devastazione.

[186] Un luminoso raggio di filosofica luce uscito ai dì nostri dal
fondo della Scozia, ha arrichita la letteratura di nuove nozioni
sull'importante argomento de' progressi della società in Europa. Procuro
un piacere a uno stesso, e adempio un debito di giustizia nel citare i
rispettabili nomi di Hume, Robertson e Adamo Smith. _V._ le due opere di
G. Stuart tradotte da B.

[187] Mi sono prevalso senza però limitarmi a questa opera sola della
_Storia genealogica della nobile ed illustre Casa di Courtenai_,
composta da Ezra Cleaveland, tutore del Cavaliere Guglielmo di
Courtenai, e rettore di Honiton, Oxford, 1735, _in folio_. La prima
parte è tolta da Guglielmo di Tiro, la seconda dalla Storia di Francia
del Bouchet; la terza da diverse memorie pubbliche e particolari dei
Courtenai della Contea di Devon. Il Rettore di Honiton, si mostra più
condotto da gratitudine che da secondi fini, e più da secondi fini che
da discernimento.

[188] I primi schiarimenti intorno a questa famiglia è un passo del
continuatore di Aimoin, frate di Fleury, scrittore del dodicesimo
secolo. _V._ la sua Cronaca negli storici di Francia, t. XI, p. 276.

[189] Il d'Anville colloca Turbessel, o come viene nominata oggi giorno
Telbesher, ad una distanza di ventiquattro miglia dal grande tragetto
dell'Eufrate a Zeugma.

[190] Nelle _Assise_ di Gerusalemme (c. 326), i possedimenti di Josselin
III, trovansi registrati fra le pertenenze della Corona, compilazione
che debb'essere stata eseguita tra gli anni 1153, 1187. La genealogia
del medesimo può vedersi nei _Lignages d'Outre-mer_, c. 16.

[191] L'abate Suger ministro di Stato, racconta in assurdo modo la
rapina e la riparazione, nelle sue lettere (144-116), che sono ciò
nullameno i migliori Annali del dodicesimo secolo (Duchesne, _Scriptor.
Hist. Fr._ t. IV, p. 530).

[192] Di tante istanze, apologie etc., pubblicate dai _Principi_ di
Courtenai, ho veduto soltanto le tre seguenti tutte in 8. _De Stirpe et
Origine Domus_ di Courtenai: _addita sunt responsa celeberrimorum
Europae jurisconsultorum_, Parigi, 1607. 2. _Représentation du procédé
tenu à l'instance faite devant le roi par M. de Courtenai, pour la
conservation de l'honneur et dignité de leur maison, branche de la
royale maison de France_, Parigi 1613. 3. _Représentation du subject qui
a porté messieurs de Salle et de Franville, de la maison de Courtenai, à
se retirer hors du royaume_, 1614. Il soggetto di questa era un
omicidio, per cui i Courtenai chiedevano, o processo, o grazia; ma che
si tenesse verso di loro lo stile che coi Principi del Sangue si
praticava.

[193] Il De Thou esprime in questa guisa l'opinione de' Parlamenti:
_Principis nomen nusquam in Gallia tributum nisi iis qui per mares e
regibus nostris originem repetunt: qui nunc tantum a Ludovico Nono
beatae memoriae numerantur: nam_ Cortinaei _et Drocenses, a Ludovico
Crasso genus ducentes, hodie inter eos minime recensentur_. Distinzione
che era un temperamento, anzichè un atto di giustizia. La santità di
Luigi IX non potea conferirgli alcuna prerogativa particolare, che lo
distinguesse dagli altri discendenti di Ugo Capeto nel patto primitivo
che gli univa alla nazione francese.

[194] L'ultimo maschio della Casa di Courtenai, fu Carlo Ruggero, morto
senza figli nell'anno 1730; l'ultima femmina, Elena di Courtenai, che
sposò Luigi di Baufremont. Il titolo di Principessa del Sangue reale di
Francia, le fu tolto con decreto 7 febbraio 1737 del Parlamento di
Parigi.

[195] Il fatto singolare quivi accennato trovasi nell'opera _Recueil des
Pièces interessantes et peu connues_ (Maestricht 1786, in quattro volumi
in 12); e l'editore ignoto cita chi lo narrò avendolo inteso dal labbro
medesimo di Elena di Courtenai, marchesa di Beaufremont.

[196] Dugdale (_Monasticon anglicanum_, vol. 1, pag. 786). Cotesta
favola però dovrebbe essere stata architettata prima di Odoardo III. I
pietosi scialacquamenti fattisi dalle tre prime generazioni dei
Courtenai a favore dell'abbazia di Ford, vennero seguìte da tirannide
per una parte, da ingratitudine per l'altra; quando si fu alla sesta
generazione i monaci non tennero più registro nè delle nascite, nè degli
atti, nè delle morti de' lor protettori.

[197] Nella _Britannia_ del Cambden ove trovasi l'albero genealogico dei
Conti di Devon, leggasi però una espressione che mette in dubbio
l'origine regia, _e regio sanguine ortos credunt_.

[198] Il Dugdale nel suo _Baronnage_ (part. I, p. 634), rimette i
leggitori al suo _Monasticon_. Non avrebbe egli dovuto correggere i
registri dell'abbazia di Ford, e togliere di mezzo questo fantasma del
_principe Floro_, distrutto dall'autorità saldissima degli Storici
francesi?

[199] Oltre al terzo, che è anche il migliore libro, della storia di
Cleaveland, ho consultato il Dugdale, padre della nostra scienza
genealogica (_Baronnage_, part. 1. p. 634-643).

[200] Questa grande famiglia de Ripuariis, Redvers o Rivers finì sotto
il regno di Eduardo I in Isabella De Fortibus, famosa erede di un ricco
dominio, la quale sopravvisse lungo tempo al fratello e al marito
(Dugdale, _Baronnage_, part. 1, p. 254-257).

[201] _V._ Cleaveland, p. 142. Alcuni attribuiscono tale epitafio ad un
Rivers, conte di Devon; ma questo stile inglese sembra appartenere
piuttosto al quindicesimo che al tredicesimo secolo.

[202] _Ubi Lapsus! quid feci?_ Impresa che fu, non v'ha dubbio, adottata
dal ramo di Powderham dopo la perdita di Devon. Lo stemma dei Courtenai
era da prima uno scudo d'oro con tre cialde vermiglie che sembrano
indicare una parentela con Goffredo di Buglione e cogli antichi Conti di
Bologna marittima.



CAPITOLO LXII.

      _Gl'Imperatori greci di Nicea e di Costantinopoli. Innalzamento
      e regno di Michele Paleologo. Finta riconciliazione del medesimo
      col Papa e colla Chiesa latina. Divisamenti ostili del Duca
      d'Angiò. Ribellioni della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia
      e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato presente di questa
      città._


Il dispetto di avere perduta Costantinopoli rianimò alcun poco il vigore
de' Greci. I Principi e i Nobili, dimenticato il lusso de' lor palagi,
corsero all'armi, e i più forti, o i più abili di questi s'impadronirono
degli avanzi della monarchia. Sarebbe difficil cosa il trovare ne'
lunghi e sterili volumi degli Annali di Bisanzo[203] due principi degni
di essere paragonati a Teodoro Lascaris, e a Giovanni Duca Vatace[204],
che collocarono e mantennero sulle mura di Nicea nella Bitinia il romano
stendardo. Diversi d'indole, l'uno dall'altro, i due principi, questa
medesima diversità alle condizioni in cui posti erano conveniva. Nel
tempo de' suoi primi sforzi (A. D. 1204-1222), il fuggitivo Lascaris non
possedea che tre città, non comandava che a duemila soldati; ma una
generosa disperazione in tutti gli atti del regno suo lo sostenne; in
ogni sua fazion militare, pose la sua vita e la sua corona in pericolo.
Sorprese per solerzia i suoi nemici dell'Ellesponto e del Meandro; per
intrepidezza pervenne a ridurli; regnando e continuando a vincere per
diciotto anni diede al principato di Nicea tale estensione che ad un
impero addiceasi. Fondato sopra base più salda e sostenuto da più
abbondanti forze, questo trono pervenne a Vatace, genero e successore di
Teodoro Lascaris. Così l'indole sua propria, come le cambiate
circostanze di questo regno, condussero Vatace a calcolare
ponderatamente i pericoli, a spiar le occasioni, a preparare il buon
successo de' suoi ambiziosi disegni. Nel narrare la caduta dell'Impero
latino, ho accennate di volo le vittorie de' Greci, il contegno prudente
e i successivi progressi di un conquistatore, che nel durare di
trentatre anni di regno, liberò le province dalla tirannide de' nativi e
degli stranieri, e strinse per ogni lato una Capitale, divenuta ignudo
tronco, smosso dalle radici, e presto a cadere al primo colpo di scure.
Ma più degni ancora di encomio e di ammirazione sono l'interna economia,
e il pacifico governo del successore di Teodoro[205]. Egli ne assunse le
redini in tempo che le calamità della guerra aveano scemata la
popolazione, e toltele pressochè tutte le vie di sussistenza; perchè non
vi essendo più nè modi nè allettamenti a coltivare la terra, i fondi più
fertili rimanevano abbandonati e sol coperti di ginestre e di rovi.
L'imperatore ne fe' dissodare una parte a suo conto, talchè fra le sue
mani, e per la sua vigilanza, diedero più copiosi ricolti di quanti
sperar ne potesse la sollecitudine di un fittaiuolo. Divenuti i dominj
reali il giardino e il granaio dell'Asia, il Principe non ebbe d'uopo di
vessare i popoli per assicurarsi una fonte di ricchezze perenni e
legittime. Giusta la natura dei terreni, questi divenivano, per le
imperiali cure, o campi da grano, o selve, o vigneti, o prati, ove
numerose greggie andavano al pascolo. Nel presentare l'Imperatrice di
una corona ricca di perle e di diamanti, l'Imperatore le fece intendere
sorridendo che questo prezioso ornamento era stato comperato coi danari
ricavati dalla vendita delle uova del suo immenso pollaio. La rendita
dei dominj imperiali bastava alle spese del palagio, al mantenimento
degli ospitali, al sostegno della dignità e del lusso del trono, e più
vantaggiosa di questa rendita divenne allo Stato la forza del buon
esempio. Tornarono i primi onori e l'antica sicurezza all'aratro. Schifi
allora i Nobili di riparare la fastosa loro indigenza o colle spoglie
involate al povero, o con favori mendicati alla Corte, una rendita più
certa e non abbietta si procacciarono dai propri dominj. Affrettatisi i
Turchi a comperare il superfluo delle biade, e delle mandrie dello
Stato, Vatace si mantenne accuratamente in corrispondenza con essi, ma
non quindi incoraggiò l'introduzione delle produzioni dell'industria
straniera e della seta del Levante, come tenne lontane da' suoi dominj
le manifatture dell'Italia. «I bisogni della natura, solea dire Vatace,
sono indispensabili da soddisfare: ma il capriccio della moda in un
giorno nasce e perisce» con tai precetti e col proprio esempio, il
saggio Monarca e la semplicità de' costumi, e l'industria del popolo, e
l'economia domestica, favoriva. Primo scopo di premure gli furono
l'educazione della gioventù e lo splendore delle lettere[206]: solito a
dire con verità che un principe ed un filosofo sono i due più eminenti
personaggi della società umana, non si arrogava decidere qual dei due
avesse la preferenza. La prima sposa del medesimo, Irene, figlia di
Teodoro Lascaris, più illustre per merito personale e per le virtù del
suo sesso, che pel sangue Comneno trasfuso nelle sue vene, avea dato in
dote al marito l'Impero. Dopo la morte di lei, Vatace sposò Anna, o
Costanza, figlia naturale dell'imperatore Federico II. Ma non essendo
questa ancor giunta alla pubertà, l'Imperatore accolse nel proprio letto
una Italiana del suo seguito: e i vezzi e le arti della concubina
ottennero dall'amante, tranne il titolo, tutti gli onori ad una
Imperatrice dovuti; debolezza del Monarca, che come enorme delitto
divulgarono i frati; ma la violenza delle costoro invettive, non giovò
che a far risplendere maggiormente la pazienza del Sovrano. La filosofia
del nostro secolo perdonerà, non v'ha dubbio, a questo principe una
debolezza cui compensava un complesso raro di virtù; e quegli stessi
contemporanei che mitemente giudicarono le più impetuose e fatali
passioni di Lascaris, non seppero negare ai falli di Vatace
un'indulgenza ai restauratori degl'Imperi dovuta[207]. Que' Greci, i
quali, privi di leggi e di tranquillità, gemevano tuttavia sotto il
giogo latino, invidiavano la felicità di quei lor confratelli che già
riacquistata aveano la civile libertà; e Vatace con una politica non
condannevole, metteva ogni sollecitudine a persuaderli de' vantaggi che
migrando al regno di lui avrebbero trovati.

[A. D. 1255-1259]

Appena ci facciamo a paragonare i regni di Giovanni Vatace, e di
Teodoro, figlio di lui e successore, appaiono manifesti il tralignamento
e la differenza tra il fondatore, poi reggitore dell'Impero fondato, e
l'erede in cui non era che lo splendore a lui preparato dal padre[208].
Non vuole cionnullameno negarsi qualche forza d'animo a Teodoro;
allevato alla scuola paterna, addestrato nella caccia e nella guerra,
poteva egli del tutto mancarne? Benchè Costantinopoli non abbia ceduto
all'armi di questo principe, pure ne' tre anni che il suo regno durò, ei
condusse per tre volte i suoi eserciti vittoriosi fin nel cuore della
Bulgaria. Ma ogni pregio da lui posseduto oscuravano l'ira e la
diffidenza, il primo dei quali difetti può attribuirsi alla consuetudine
di non essere stato mai contraddetto; l'altro forse gli derivava da
alcune confuse e vaghe nozioni sulla depravazione dell'uman genere.
Stando in cammino per una delle sue spedizioni nella Bulgaria, consultò
sopra un caso di politica i suoi principali ministri, fra i quali, il
gran Logoteta, Giorgio Acropolita osò con sincerità sostenere una
opinione che feriva il Sovrano. Questi, portata primieramente la mano
all'elsa della sua scimitarra, fu rattenuto indi dal nuovo pensamento di
punire in modo più obbrobrioso il Ministro. Cotesto uffiziale, un de'
primarj dell'Impero, ebbe dal suo Signore il comando di scendere da
cavallo, e spogliato delle sue vesti alla presenza del Principe e
dell'esercito, e steso sul suolo, soggiacque ai colpi di bastone, che
due guardie, od esecutori senza pietà gli menarono addosso; gastigo
durato sì lungo tempo, che quando per ordine imperiale fu fatto tregua
alle percosse, il misero paziente quasi non ebbe bastante forza per
sorgere da terra e trascinarsi alla sua tenda. Dopo essere stato
ritirato per alcuni giorni, gli stessi comandi assoluti di Teodoro lo
richiamarono nel Consiglio; e, ciò che prova quanto i Greci d'allora ad
ogni sentimento di onore e di vergogna fossero morti, è il saper noi
l'obbrobrio cui fu sottoposto Acropolita, dalla sua narrazione
medesima[209]. Questa crudeltà ingenita dell'Imperatore ebbe maggior
alimento da un penoso morbo che gli presentava di continuo imminente la
morte, e dai timori destatisi nel medesimo di doverlo alle forze di un
veleno, o di un sortilegio. Ogn'impeto di collera che lo assaliva,
costava or le sostanze, or la vita, o gli occhi, o alcun membro del
corpo a qualche individuo della famiglia imperiale, o a qualche grande
uffiziale della Corona; laonde sul terminar de' suoi giorni, il figlio
di Vatace si meritò dal popolo, o certamente dalla sua Corte, il nome di
tiranno. Venuto una volta in deliberazione di maritare una nobile ed
avvenentissima donzella ad un vil plebeo, cui solo merito era il
capriccio del Sovrano che lo favoriva, e non acconsentendo a tai nozze
la madre della giovane che apparteneva alla famiglia de' Paleologhi,
Teodoro, per sin dimenticati i riguardi e al grado, e all'età dovuti, la
fe' mettere fino al collo entro un sacco insieme a diversi gatti, delle
quali bestie veniva aizzato a punture di spille il furore. Giunto agli
ultimi del viver suo questo Principe, mostrò rincrescimento delle
passate crudeltà e desiderio con successivi atti clementi di
cancellarle. Lo crucciavano ad un tempo (A. D. 1559) i pensieri di un
figlio che non avendo più di otto anni, egli vedeva avventurato ai
pericoli di una lunga minorità; ne confidò pertanto la tutela alla
santità del patriarca Arsenio, e al valore di Giorgio Muzalone, gran
domestico. Questo secondo quanto godea il favore del Principe,
altrettanto della pubblica esecrazione era scopo; tanto maggiormente che
le corrispondenze fra i Greci e i Latini avendo introdotto nelle
monarchie de' primi i titoli e i privilegi ereditarj, le famiglie
nobili[210] si adiravano in veggendo l'innalzamento di un favorito privo
di meriti, e che, per giunta, incolpavano di tutti gli errori del
Sovrano e delle calamità della patria. Nondimeno nel primo Consiglio
tenutosi dopo la morte di Teodoro, Muzalone dall'alto del trono aringò
in difesa della propria condotta e delle intenzioni da cui fu mossa, con
tanta arte, che per allora lodatane la modestia, e largheggiatogli di
proteste di stima e di fedeltà, i più inviperiti nemici del favorito si
mostrarono i primi ad onorarlo col titolo di custode e salvator de'
Romani. Ma otto giorni bastarono agli apparecchi di una congiura che
scoppiò nel nono, mentre si celebravano le pompe funerali del Monarca
defunto nella cattedrale di Magnesia,[211] città dell'Asia, situata in
riva all'Ermo, alle falde del Sipilo, poichè in questa città Teodoro era
spirato. Interrotta la cerimonia da una sommossa delle guardie,
Muzalone, i fratelli e i partigiani di questo, vennero trucidati a piè
dell'altare, datosi per nuovo collega al Patriarca, assente in quel
punto, Michele Paleologo, uno de' Greci d'allora il più illustre per
meriti e per natali[212].

Fra tanti che invaniscono de' loro antenati, la maggior parte è ridotta
a contentarsi di una gloria municipale, o domestica, e avene assai pochi
i quali osassero consegnare i privati fasti delle lor famiglie agli
Annali della propria nazione. Ma sino dalla metà dell'undecimo secolo,
la nobile schiatta de' Paleologhi[213] luminosa nella Storia di Bisanzo
si mostra. Incominciatone lo splendore col valoroso Giorgio Paleologo
che collocò il padre de' Comneni sul trono di Costantinopoli, i
congiunti, o discendenti dello stesso Giorgio continuarono nelle
successive generazioni a segnalarsi or comandando gli eserciti, or
presedendo ai Consigli di Stato. La famiglia imperiale non disdegnò il
lor parentado, talchè, se l'ordine di successione fosse stato a rigore
osservato rispetto alle donne, la moglie di Teodoro Lascaris avrebbe
ceduto alla sua sorella primogenita, madre di quel Michele Paleologo,
che in appresso innalzò al trono la propria famiglia. Al vanto di una
illustre nascita Michele aggiungea quello che dalle sue nozioni
politiche e militari gli derivava. Asceso fin dagli anni della prima
giovinezza alla carica di Contestabile o comandante de' Franchi
mercenarj, la sostenne splendidamente, e avido e prodigo ad un tempo la
sua ambizione il rendea; perchè, se la spesa necessaria al mantenimento
suo personale, non eccedea le tre piastre d'oro, molto danaro
abbisognavagli per far donativi, che alle sue maniere affabili e buone
qualità sociali accrescevano pregio. Questa affezione ch'egli si era
guadagnata dal popolo e dai soldati, diede ombra alla Corte; nondimeno
Michele si sottrasse per tre volte ai pericoli che o la sua imprudenza,
o quella de' suoi partigiani gli suscitarono.

1. Sotto il regno di Vatace, che era pur quello della giustizia, essendo
nato litigio fra due uffiziali[214], l'un de' quali accusava l'altro di
sostenere il diritto ereditario de' Paleologhi al trono, si pensò
definirlo con un combattimento giudiziario, usanza che i Greci aveano
tolta di recente dalla giurisprudenza dei Latini. Comunque soggiacesse
l'accusato, si mantenne sempre fermo nel protestare sè essere il solo
colpevole, e i discorsi o imprudenti, o criminosi da lui tenuti non
solamente non avere ottenuta approvazione dal suo protettore Michele
Paleologo, ma a non saputa di questo essere stati fatti. A mal grado di
ciò, forti sospetti aggravavano tuttavia il Contestabile, fatto scopo
per ogni dove alle dicerie della malevolenza, onde l'arcivescovo di
Filadelfia, scaltrito cortigiano, lo sollecitava a sottomettersi al
_Giudizio di Dio_, e a far palese colla prova del fuoco la sua
innocenza[215]. Il qual partito se Paleologo avesse accettato, tre
giorni prima innanzi le prove, doveasi, secondo quelle costumanze,
avvolgergli il braccio in un sacchetto, fasciatura che l'imperiale
suggello guarentiva indissolubile; poi gli facea mestieri portar tre
volte dall'altare alla balaustrata del santuario una palla di ferro
rovente; e il non riceverne danno, o dolore, comunque non si fosse
premunito con verun'arte, assoluto lo rimandava. Ma con una piacevole
accortezza il Contestabile da una tal prova pericolosa si liberò. «Io
sono soldato, diss'egli, e pronto a combattere, brandendo l'armi, i miei
accusatori, ma ad un profano, ad un peccatore mio pari, Dio non comparte
il dono di far miracoli. Ben la vostra pietà, o prelato santissimo, può
meritarmi questa grazia celeste. Riceverò pertanto, ma solo dalle vostre
mani, la palla arroventata che debb'essere il mallevadore della mia
innocenza». L'arcivescovo rimase scompigliato, l'Imperatore sorrise;
nuovi servigi meritarono a Michele assoluzione e perdono e onori
novelli.

2. Sotto il regno successivo, essendo Paleologo governator di Nicea, fu
avvertito, in tempo che Teodoro era lontano, dei pericoli da temersi
dalla diffidenza di questo principe, che probabilmente accigneasi a
compensarne i servigi col dargli morte, o privarlo per lo meno degli
occhi. Per non fare una tale esperienza, il Contestabile, seguito da
alcuni servi, abbandonò la città e gli Stati di Teodoro; spogliato indi
dai Turcomani nell'attraversare il Deserto, trovò nondimeno alla Corte
del Sultano ospizio e buon'accoglienza. Ridotto ad una tanto equivoca
condizione di vita l'esule illustre, seppe unire i doveri che gli
imponea la gratitudine verso il Sultano a quelli di cittadino; laonde
mentre i Tartari respingea dai dominj del suo benefattore, mandava
salutevoli avvisi alle guernigioni romane delle frontiere, e pervenne ad
ultimare un Trattato di pace, fra le cui condizioni vi fu quella,
decorosa per lui, della sua grazia e del suo ritorno alla patria.

3. Intanto ch'egli stava difendendo l'Oriente contra le fazioni del
despota dell'Epiro, il Principe, sul solo fondamento di nuovi sospetti,
lo condannò, e questa volta Michele, fosse debolezza, o fedeltà, porse
la mano alle catene, e si lasciò condurre da Durazzo a Nicea, cammino di
circa seicento miglia. Il ministro incaricato di una commissione sì
odiosa, per altro la mitigò coi riguardi usati verso del prigioniere; ne
andò guari che i pericoli sovrastanti ad esso, dileguarono per
l'infermità dell'Imperatore, e cessarono affatto allor quando questi
giunto all'istante della morte raccomandò al medesimo Paleologo il
proprio figlio; col quale atto nel modo il più evidente manifestò di
riconoscere e l'innocenza, e il potere d'un uomo sì ragguardevole.

Ma oltre alla rimembranza dell'oltraggio che questa sua innocenza avea
ricevuto, troppo manifesto era il potere, perchè vi fosse speranza di
arrestarne il corso in sulla via che l'ambizione gli apriva[216]. Nel
Consiglio tenutosi dopo la morte di Teodoro, primo Michele a giurar
fedeltà a Muzalone, fu indi il primo ad infrangere un tal giuramento; ma
si condusse con tanta scaltrezza, che trasse profitto dalla strage
accaduta pochi giorni dopo, senza partecipar del delitto, o almeno del
rimprovero del delitto. Quando si venne alla scelta di un reggente,
ponendo destramente in conflitto le passioni e gli interessi contrarj
de' candidati, se ne cattivò i voti, in guisa che ciascuno per parte sua
protestava non esservi alcuno, dopo di sè, che più di Paleologo
meritasse la preferenza. Col titolo di gran Duca, accettò, o si arrogò
il potere esecutivo dello Stato, sintanto che durasse la lunga minorità
del giovine Cesare. Nulla avendo a temere dal Patriarca, che era
solamente un fantasma insignito d'onori, seppe colla superiorità del suo
ingegno o allettare, o dileguare le fazioni de' Nobili. Avea Vatace
depositati i tesori, venuti dalla sua assegnatezza, entro un Forte
situato alle rive dell'Ermo, e da' suoi fedeli Varangi difeso; ma il
Contestabile, che avea mantenuta la sua autorità, o la sua prevalenza
sulle truppe straniere, adoperò le guardie per impadronirsi del tesoro,
il tesoro per corrompere le guardie; inoltre sì accorto, che comunque
delle pubbliche ricchezze abusasse, di avarizia, o avidità personale non
fu giammai sospettato. Tutti i discorsi di lui e de' suoi partigiani
intendevano a far credere ai sudditi di ogni classe che la loro
prosperità sarebbe cresciuta in proporzione del suo potere. Mitigò il
rigor delle tasse, perpetuo argomento delle querele del popolo, e proibì
le prove del fuoco e i combattimenti giudiziarj, barbare instituzioni,
già abolite, o venute in discredito, così nella Francia[217] come
nell'Inghilterra[218], alla qual considerazione si arroge che il
giudizio per via della spada opponeasi egualmente alla ragione di un
popolo ingentilito[219], e alle propensioni morali di un popolo
pusillanime, siccome i Greci lo erano. Si guadagnò l'amore de' veterani
assicurando il vitto alle mogli e ai figli de' medesimi. Col proteggere
il progresso delle Scienze e la purezza della religione, ebbe per sè i
filosofi e i Sacerdoti; largo promettitore di ricompense al merito, fece
sì che tutti gli aspiranti a cariche applicassero a sè medesimi queste
promesse. Non ignorando quanta fosse la prevalenza del clero, si studiò
con buon successo per procacciare i suffragi di un Ordine così poderoso,
al quale scopo gli somministrò un onorevole colore il dispendioso
viaggio che da Nicea a Magnesia intraprese. Visitandoli di notte tempo,
con nuove liberalità seduceva i prelati, e lusingò la vanità
dell'incorruttibile Patriarca coll'omaggio di condurne egli medesimo la
mula per le strade della città, allontanando colla propria mano la
calca, onde si tenesse alla dovuta rispettosa distanza. Senza rinunziare
ai diritti che gli venian dalla nascita, incoraggiò la libertà delle
discussioni sui vantaggi di una monarchia elettiva, per lo che i
partigiani di lui poneano in aria di trionfo la seguente interrogazione:
quale infermo vorrebbe affidare la cura della propria salute, qual
mercatante la condotta della sua nave, all'ingegno d'un medico o d'un
nocchiero ereditarj? La fanciullezza dell'Imperatore, e i pericoli da
una lunga minorità minacciati, rendeano necessaria allo Stato la
protezione di un Reggente adulto ed esperto, di un collegato al trono
che non dovesse paventare la gelosia de' suoi pari, e insignito de'
titoli e delle prerogative reali. Dopo le quali cose apparve che sol per
vantaggio del principe e de' popoli, senza viste d'interesse o per sè, o
per la propria famiglia, il gran Duca acconsentiva ad assumersi la
tutela e l'educazione del figlio di Teodoro; del rimanente aspettava
egli con impazienza il felice istante, in cui già ferma al regno la mano
del giovine Principe, potesse questi liberare il suo tutore dal peso
dell'amministrazione, e restituirgli il conforto di vivere nella sua
pacifica oscurità. Gli vennero primieramente conferiti i titoli e le
prerogative di _despota_, per cui godea degli onori della porpora, e del
secondo grado della monarchia romana. Convenutosi indi che Giovanni e
Michele sarebbero acclamati Imperatori colleghi, e sollevati entrambi
sopra lo scudo, salva per Giovanni la preminenza derivatagli dal diritto
di successione, i due augusti colleghi si giurarono amicizia
inviolabile, permettendo ai sudditi di obbligarsi con giuramento a
chiarirsi contro l'aggressore; espressione equivoca ed atta a
somministrare pretesto alla discordia e alla guerra civile. Di tutto ciò
Paleologo parea soddisfatto: ma nel dì della cerimonia della coronazione
che accader dovea nella cattedral di Nicea, gli amici di Paleologo
levarono un grido per sostenere la preminenza dovuta, questi diceano,
all'età e al merito del nuovo Cesare; ed a tale contrasto fuori di luogo
si cercò per temperamento il differire a più favorevole circostanza la
coronazione di Giovanni Lascaris. Laonde il giovine principe, fregiato
unicamente di una lieve corona, comparve seguendo il suo tutore, che
solo ricevè dalle mani del Patriarca il diadema imperiale. Non senza
un'estrema ripugnanza Arsenio abbandonò in tal guisa gl'interessi del
pupillo: ma i Varangi (A. D. 1260), sollevata la loro azza da guerra,
prevalsero alla timida fanciullezza del principe legittimo che diede un
segno di approvazione; e nondimeno si fecero udire alcune voci sulla
necessità che l'esistenza di un fanciullo non fosse omai ostacolo alla
felicità d'uno Stato. Grato Paleologo ai suoi amici, d'impieghi civili e
militari li presentò, e creando nella propria famiglia un _despota_ e
due _sebastocratori_, conferì al vecchio generale Alessio Strategopolo
il titolo di Cesare, che rendè ampio guiderdone al suo benefattore col
farlo padrone di Costantinopoli.

[A. D. 1261]

Correva il secondo anno del regno di Michele, allorchè, risedendo egli
nel palagio e ne' giardini di Ninfea[220] presso Smirne, ricevette di
notte tempo la prima notizia di questo incredibile buon successo, ad
annunziargli il quale si andò con molto riguardo innanzi destarlo, per
condiscendere alle tenere sollecitudini della sorella del medesimo,
Eulogia. Il messaggiero, uomo di niun conto e sconosciuto, non portava
con sè alcuna lettera del generale vincitore; laonde Paleologo, pensando
alla sconfitta di Vatace, e alla inutilità dei tentativi che egli stesso
avea di recente operati, nè potendo persuadersi che ottocento soldati
avessero potuto sorprendere Costantinopoli, ebbe per sospetto il messo,
e fattolo arrestare, gli promise grandi ricompense, qualora un tale
annunzio si fosse verificato, altrimenti gli minacciò morte. La Corte
rimase per alcune ore in queste alternative di tema e di speranza, fino
al momento in cui i messi di Alessio arrivarono apportatori de' trofei
della vittoria, della spada cioè e dello scettro[221], dei calzaretti, e
del berrettone[222] di Baldovino _l'Usurpatore_, i quali arredi nel
momento della sua precipitosa fuga gli eran caduti. Venne tantosto
convocata un'assemblea de' Prelati, dei Nobili e de' Senatori, e sì
universale ed intensa era l'allegrezza, che niun altro fausto
avvenimento avea per lo innanzi destato un giubilo simile a questo. Il
nuovo Sovrano di Costantinopoli, con elaborata Orazione magnificò la
propria fortuna e quella del popolo. «Fuvvi un tempo, ei dicea, un tempo
assai remoto, allorchè l'Impero de' Romani, dal golfo Adriatico al Tigri
e ai confini dell'Etiopia si dilatava. Vennero i giorni di calamità, ne'
quali, dopo la perdita di molte province, la medesima Capitale cadde fra
le mani dei Barbari dell'Occidente. Dall'ultimo grado della sciagura, il
flutto della prosperità ci ha nuovamente innalzati; ma non ostante
erravamo sempre esuli e fuggitivi, e a chi ne chiedeva ove fosse la
patria de' Romani, additavamo arrossendo il clima del Globo e la regione
del Cielo. La Providenza favorevole alle nostr'armi ne ha restituita
Costantinopoli, sedia dell'Impero e della Religione. Spetta al nostro
valore e al nostro coraggio il far sì che questo prezioso acquisto sia
presagio e mallevadore di novelle vittorie». Tanta era nel Principe e
nel popolo l'impazienza, che venti giorni dopo l'espulsione de' Latini
(A. D. 1261), Michele fece il suo trionfale ingresso in Costantinopoli.
Al suo avvicinare, apertasi la Porta d'Oro, il pio conquistatore, sceso
da cavallo, si fece portare innanzi la miracolosa immagine di Maria la
Conduttrice, affinchè apparisse che la Vergine stessa lo conduceva al
tempio del proprio figlio nella cattedrale di S. Sofia. Ma dopo essersi
abbandonato ai primi impeti della divozione e dell'orgoglio, contemplò
sospirando la rovina e la solitudine che regnavano per ogni dove della
derelitta sua Capitale. Lordati di fumo e fango i palagi, offrivano per
ogni lato l'impronta della salvatica licenza de' Franchi; vedeansi
intere contrade consumate dal fuoco, o guaste dall'ingiuria de' tempi;
gli edifizj sacri e profani spogliati de' loro arredi, e, come se i
Latini avessero preveduto l'istante di essere discacciati, ogni
industria loro era stata posta nel saccheggiare e distruggere;
annichilato il commercio dall'anarchia, e dall'indigenza; sparita colla
ricchezza pubblica la popolazione. Essendo stata una fra le prime cure
dell'Imperatore il restituire ai Nobili i palagi de' loro antenati,
tutti coloro che poterono offrire valevoli documenti, tornarono a
trovarsi nel ricinto delle lor case, o almeno sugli spianati ov'esse
stettero un giorno. Ma questi proprietarj essendo periti in gran parte,
la maggiore eredità fu del fisco. Le sollecitazioni di Michele trassero
gli abitanti delle province a popolare nuovamente Costantinopoli, ove i
prodi Volontarj che l'aveano liberata, ottennero possedimenti. I Baroni
francesi e le primarie famiglie, insieme coll'Imperatore, si erano
ritirate. Ma una moltitudine paziente di oscuri Latini, affezionatasi al
paese, alcun fastidio del cambiato padrone non si prendea. Anzichè
privare delle lor fattorie i Pisani, i Veneti, i Genovesi, il saggio
conquistatore, dopo avere da questi ricevuto il giuramento di fedeltà,
protesse la loro industria, ne confermò i privilegi, e permise ad essi
di conservare la loro giurisdizione e i lor magistrati. I Pisani e i
Veneziani continuarono ad occupare i loro rioni a parte nella città; ma
i Genovesi, più meritevoli degli altri di gratitudine per parte de'
Greci, eccitata ne aveano la gelosia; perchè la loro independente
colonia che aveva sulle prime posta dimora ad Eraclea in un porto della
Tracia, condiscese alla sollecitazione che li chiamava a popolare il
sobborgo di Galata; ma la opportunità del sito essendo stata ad essi
giovevole per rinvigorire il primitivo loro commercio non andò guari che
la maestà dell'Impero di Costantinopoli ne sofferse[223].

[A. D. 1261]

Il ritorno de' Greci a Costantinopoli venne celebrato, siccome l'epoca
di un novello impero: il solo conquistatore, fondato sul diritto della
propria spada, rinovò la cerimonia della sua incoronazione nella
Cattedrale di S. Sofia; Giovanni Lascaris, pupillo di Michele, e
legittimo Sovrano, vide a poco a poco sparire le prerogative della sua
dignità, e cancellato dagli atti del governo il suo nome; ma i diritti
di lui vivevano ancora nella ricordanza de' popoli, ed egli intanto
avanzavasi verso gli anni della virilità e dell'ambizione. Fosse timore,
o ribrezzo, Paleologo non lordò nel sangue di un innocente Principe le
sue mani; ma perplesso fra i sentimenti dell'usurpatore e que' del
parente, si affrancò il possedimento del trono, mercè uno di que'
delitti imperfetti, co' quali i moderni Greci eransi già addimesticati,
e poichè la privazione della vista rendea un principe incapace di
governare l'Impero, a questo colpevole espediente ricorse; ma invece che
all'infelice giovane fossero strappati gli occhi, si pensò a distruggere
in esso la forza del nervo ottico esponendolo alla riflessione ardente
di un arroventato bacino;[224] dopo di che confinato in un lontano
castello, vi languì dimenticato per molto volgere d'anni. Benchè questo
meditato delitto sembri incompatibile coi rimorsi, possiam credere, che
Paleologo avesse nel commetterlo una disadatta, quanto per lui comoda,
fiducia nella misericordia del Cielo; ma non quindi rimanea meno esposto
al biasimo e alla vendetta degli uomini. Applaudissero pure, o,
intimoriti dalle sue crudeltà, si stessero silenziosi i vili cortigiani
dell'usurpatore; ma il clero potea parlare a nome di un invisibile
padrone, e condotto da un Prelato inaccessibile alla speranza come al
timore. Vero è che Arsenio[225], dopo rassegnata per breve tempo la sua
dignità, si era prestato ad occupare la sede ecclesiastica di
Costantinopoli; onde sotto la presidenza di lui la Chiesa greca fu
restaurata. Egli sperava di ammollire per via di pazienza e di
sommessioni l'animo del tiranno, e di rendersi per tal via utile al
giovine Imperatore; ma troppo a lungo gli artifizj di Paleologo si erano
presa a giuoco la pietosa semplicità del Prelato; il quale appena seppe
il destino infausto di Lascaris, prese il partito di adoperare le armi
spirituali, e questa volta la superstizione protesse la causa
dell'umanità e della giustizia. Pertanto in un Concilio di Vescovi (A.
D. 1262-1263), che l'esempio del loro Capo facea coraggiosi, pronunziò
anatema contro Michele, avendo nondimeno la prudenza di continuare a
fare menzione di lui nelle pubbliche preci. I prelati d'Oriente non
avevano ancora abbracciate le pericolose massime dell'antica Roma, nè si
credeano quindi in diritto di far forti le loro censure spirituali col
gridare rimossi dal trono i monarchi, e sciogliere i sudditi dal
giuramento di fedeltà; però il colpevole, separato in tal guisa da Dio e
dalla Chiesa, diveniva scopo al pubblico orrore, orrore che, in una
Capitale abitata da turbolenti fanatici, era valevole ad armare il
braccio di un assassino, o ad eccitare una sedizione. Paleologo che
comprendeva il pericolo, confessò il proprio delitto, implorando la
clemenza del giudice: la colpa non avea più riparo; chi l'avea commessa
ne godeva il frutto; una rigorosa penitenza potea cancellarla, ed
innalzare il peccatore agli onori di un Santo; ma l'inflessibile
Patriarca ricusò di additar vie di espiazione, o di concedere alcuna
speranza di pietà celeste al colpevole, e solamente condiscese a
rispondere che ad un sì atroce delitto una straordinaria espiazione
voleasi. «È necessario ch'io rassegni l'Impero?» sclamò Michele,
rimettendo, o facendo l'atto di rimettere la spada imperiale. E già
Arsenio portava la mano a questo pegno della Sovranità; ma non tardò ad
accorgersi che l'Imperatore non si sentiva inclinato a pagare a sì caro
prezzo l'assoluzione implorata[226]; per lo che acceso di sdegno il
Prelato cercò la sua cella, lasciando il monarca piangente e prostrato
in sulla soglia del tempio.

[A. D. 1266-1312]

Lo scandalo e i pericoli di una tale scomunica durarono più di tre anni.
Il tempo e la penitenza di Michele avendo acchetati i gridori del
popolo, i Prelati greci giunsero a condannare il rigore d'Arsenio,
siccome opposto alla evangelica mansuetudine. Intanto l'Imperatore non
si stette dal fare accortamente antivedere, che quando si continuasse a
ributtare la sua sommessione, ei potrebbe trovare a Roma un giudice più
indulgente; ed era cosa più semplice e più conforme agli interessi della
Chiesa bisantina il procurarsi nel proprio seno un Capo che proferisse i
suoi giudizj a norma delle brame imperiali. Si fece comparire il nome di
Arsenio in mezzo ad alcuni rumori vaghi di scontento e di cospirazioni;
alcune irregolarità che si pretese scoprire nel reggimento spirituale
del medesimo, somministrarono pretesto ad un sinodo per giudicare e
rimovere il Prelato, che sotto buona scorta di armati, fu trasferito in
una isoletta della Propontide. Prima di essere condotto al luogo
dell'esilio, il Patriarca pretese dignitosamente che si facesse un
inventario de' tesori della chiesa, manifestò non possedere egli in
proprio che tre piastre d'oro guadagnate nel copiar salmi, serbò tutta
l'independenza dell'animo suo, e continuò fino all'ultimo respiro nelle
proteste che quanto a lui non avrebbe mai assoluto l'Imperatore[227].
Qualche tempo dopo la partenza di Arsenio, Gregorio vescovo di
Andrinopoli, venne ad occupare la sede patriarcale di Bisanzio; ma non
avendo egli stesso bastante prevalenza per dare all'assoluzione
dell'Imperatore tutta l'autenticità che bramavasi, Giuseppe, accreditato
monaco, adempiè questa rilevantissima cerimonia che accadde alla
presenza del Senato e del popolo. Solo in termine di sei anni, l'umile
penitente potè essere riammesso nella Comunion de' Fedeli; ed è pur vero
dire un conforto per l'umanità, il pensare che la prima condizione
impostagli onde ottenere il perdono celeste, fu quella di mitigare la
sorte del misero Lascaris. Ma lo spirito di Arsenio dominando tuttavia
sopra una potente fazione surta nel monachismo e nel clero, mantenne uno
scisma che oltre ai quarant'otto anni durò. Michele e il figlio di lui,
rispettando gli scrupoli de' pii faziosi, posero il massimo riguardo
nell'affrontarli, onde la riconciliazione degli Arseniani divenne un
affar serio di Chiesa e di Stato. Animati da una fiducia figlia del
fanatismo, proposero questi di provare con un miracolo la giustizia
della lor causa. Vennero gittate sopra un rogo ardente due carte, in una
delle quali trovavasi registrato il voto degli Arseniani, nell'altra
quel de' contrarj; non dubitando i primi che le fiamme avrebbero portato
rispetto alla verità; ma sfortunatamente entrambe le carte bruciarono;
non preveduto incidente che restituì la pace per un giorno, prolungò le
discordie per una generazione[228], al finir della quale fu la vittoria
per gli Arseniani. In quel tempo la parte vinta del clero dovette
astenersi per quaranta giorni dagli uffizj ecclesiastici; ad una
leggiera penitenza si sottomisero i laici, e deposto il cadavere di
Arsenio nel Santuario, in nome del Santo defunto, il Principe e il
popolo ricevettero l'assoluzione dei peccati de' loro padri[229].

[A. D. 1259-1282]

Il delitto di Paleologo, non avendo avuto altro motivo, o almen pretesto
che l'innalzamento della sua famiglia, egli fu sollecito di assicurarne
la successione al trono, col far partecipe degli onori della porpora il
suo primogenito. Andronico (A. D. 1273-1332), soprannominato indi il
Vecchio, venne coronato e acclamato Imperator de' Romani, nel sedicesimo
anno dell'età sua, titolo augusto che ei portò durante un regno, lungo
quanto povero di gloria, nove anni, come collega del padre, cinquanta
come successor del medesimo. Lo stesso Michele sarebbe stato creduto più
meritevole del trono se asceso mai non vi fosse; perchè le fazioni de'
nemici spirituali e domestici breve tempo gli concedettero, onde
adoperarsi alla propria gloria o alla felicità de' suoi sudditi.
Nondimeno tolse ai Franchi diverse isole delle più importanti che questi
possedevano sull'Arcipelago, Lesbo, Chio e Rodi; e l'armi del fratello
di lui Costantino, governatore di Sparta e della Malvasia, ricuperarono
tutta la parte orientale della Morea da Argo e Napoli insino al Capo di
Tenaro. Il Patriarca censurando agramente lo spargimento del sangue
cristiano, ebbe l'audacia di opporre all'armi de' Principi i suoi
scrupoli timorosi; e per vero dire, mentre questi intendevano a far
conquiste nell'Occidente, i Turchi devastavano le contrade poste al di
là dell'Ellesponto, e con immense depredazioni giustificavano il parere
di un Senatore greco; il quale morendo predisse che il nuovo conquisto
di Costantinopoli avrebbe costato ai suoi concittadini la perdita di
tutta l'Asia. Vincitore, col solo braccio de' suoi capitani, Michele, la
spada di lui irrugginì nell'imperiale palagio, e le negoziazioni che
egli ebbe coi Pontefici, e col Re di Napoli, sol per tratti di una
politica perfida e sanguinaria lo han segnalato[230].

[A. D. 1274-1277]

1. Il Vaticano era l'asilo più naturale cui potesse riparare un
Imperatore latino scacciato dal trono, e il Pontefice Urbano IV si
mostrò commosso dalle sciagure del principe fuggitivo, e deliberato a
sostenerne i diritti. Bandite una Crociata contra i Greci scismatici, la
scomunica contro i loro confederati ed amici, un'indulgenza plenaria a
chi li guerreggiava, sollecitò i soccorsi di Luigi IX a favore
dell'infelice congiunto di questo Monarca, chiedendo pel servigio della
guerra santa la decima parte delle rendite ecclesiastiche della Francia
e dell'Inghilterra[231]. Lo scaltro Michele, che spiava attentamente i
progressi della nascente procella, si adoperò a sospendere gli atti
nimichevoli del Pontefice, e a calmarne lo sdegno per via di
supplichevoli ambascierie, e di lettere rispettose, nelle quali però
destramente insinuava che un saldo Trattato di pace sarebbe stato il
primo passo verso la riconciliazione delle due Chiese. Ma un sì patente
artifizio, non potea far breccia negli animi della Corte di Roma, la
quale rispose a Michele essere d'uopo che la penitenza del figlio
precedesse il perdono del padre, e spettar solo alla Fede il preparar le
basi della lega e dell'amicizia. Dopo molti indugi e politici
andirivieni, la vicinanza del pericolo e lo stile incalzante di Gregorio
X, costrinsero Paleologo ad imprendere una seria negoziazione: egli
allegò l'esempio del gran Vatace al clero greco, il quale credendo
leggere nell'animo del principe, non mostrò rifuggire dalle prime vie
rispettose e conciliatorie propostegli; ma allor quando vide imminente
la conclusione di un definitivo Trattato, i prelati in chiare note si
espressero, che essendo i Latini, non solo di nome, ma di fatto,
eretici, ogni Greco si trovava nell'obbligo di disprezzarli come la più
vil feccia del genere umano[232]. Paleologo studiò tutti gli espedienti
atti a persuadere, ad intimorire, a corrompere gli ecclesiastici più
apprezzati dal popolo, e ad ottenerne partitamente i suffragi, or motivi
di pubblica sicurezza, ora argomenti di carità cristiana adducendo.
Pesati nella bilancia della politica e della teologia, il testo de'
Santi Padri e l'armi de' Franchi, i più moderati senza però approvare il
supplimento[233] aggiunto al Simbolo di Nicea, s'indussero a confessare
che credeano non impossibile l'accordo delle due proposizioni dalle
quali derivava lo scisma, riducendo ad un senso cattolico ed ortodosso
la processione dello Spirito Santo del Padre _per_ il Figlio, o del
Padre _e del_ Figlio[234]. Quanto poi alla supremazia del Papa, benchè
fosse una materia men ardua dell'altre a comprendersi, era più difficile
il trovar sovra essa i prelati e i monaci greci d'accordo. Nondimeno,
Michele non si stancava di rimostrar loro che poteano, senza pericolo,
considerare il Vescovo di Roma come il primo fra i patriarchi,
trovandosi in tale distanza da lui, che dipendea dalla loro prudenza il
salvare dai perniciosi effetti del diritto di appellazione la libertà
della Chiesa orientale; egli poi, per parte sua, assicuravali che
avrebbe sagrificato l'impero e la vita, anzichè cedere nel menomo
articolo di Fede ortodossa, o di independenza della sua patria: la quale
protesta del sovrano venne suggellata e autenticata da una _Bolla
d'Oro_. Il Patriarca Giuseppe si ritrasse nel suo monastero per prender
tempo a risolvere, giusta le conseguenze del Trattato, se abbandonerebbe
la cattedra patriarcale, o se gli tornerebbe il risalirvi; intanto
l'Imperatore, il figlio del medesimo, Andronico, trentacinque
Arcivescovi, e Vescovi metropolitani e i loro sinodi sottoscrissero le
lettere di unione e di obbedienza, alle quali sottoscrizioni furono
aggiunti i nomi de' Vescovi di molte diocesi distrutte dalla invasione
degl'Infedeli. Poi un'ambasceria composta di ministri e di prelati di
confidenza del principe, da esso istrutta segretamente e con gran calore
di non serbar limiti nel mostrarsi condiscendenti al sommo Pontefice,
mosse verso l'Italia portando seco profumi e preziosi ornamenti da
offerirsi all'altar di San Pietro. Papa Gregorio X, che a capo di
cinquecento Vescovi nel Concilio di Lione li ricevè[235], versava
lagrime d'allegrezza su questi suoi figli smarriti per sì lungo tempo, e
finalmente venuti a penitenza, e ricevuto il giuramento dalle mani degli
ambasciatori, che a nome de' due sovrani lo scisma abbiurarono, e
insigniti i Prelati dell'anello e della mitra, cantò in greco e in
latino il simbolo di Nicea coll'aggiunta del _filioque_, ringraziando
Dio che lo avea predestinato alla gloria di riconciliar le due Chiese.
Indi i Nunzj del Papa accompagnarono i deputati nel lor ritorno a
Bisanzo, a fine di dar compimento a questa rigenerazione dei Greci; e
ben apparisce dalle istruzioni che questi ebbero, come la politica del
Vaticano di uno specioso titolo di supremazia non fosse contenta.
Secondo queste, doveano indagare accuratamente l'animo del sovrano e del
popolo; assolvere que' membri del Clero scismatico, che, abbiurati i
loro errori, presterebbero giuramento di obbedienza alla Sede
Appostolica; mettere in uso per tutte le Chiese il simbolo ortodosso;
preparar le cose al ricevimento di un Cardinale Legato munito dei poteri
alla sua dignità e all'uffizio suo pertenenti; imprimere nell'animo
dell'Imperator greco il sentimento de' vantaggi che la protezione
temporale del romano Pontefice poteva fruttargli[236].

[A. D. 1277-1282]

Ma questi deputati non trovarono un sol partigiano presso una nazione
che profferiva con orrore i nomi di Roma e di riconciliazione con essa.
Per vero dire non tenea più il Patriarcato Giuseppe, in luogo del quale
stavasi allora Vecco, ecclesiastico ornato di dottrina come di moderati
sentimenti. Gli stessi motivi obbligavano tuttavia l'Imperatore nelle
sue proteste pubbliche di riconciliazione colla Chiesa romana: ma in
privato, ostentando disapprovazione dell'orgoglio de' Latini e delle
cose nuove che andavansi introducendo, oltre che inviliva con questa
duplice ipocrisia la sua dignità, incoraggiava e puniva nel medesimo
tempo la disobbedienza de' proprj sudditi. Col consenso di entrambe le
Chiese, essendosi pronunziata sentenza di anatema contro tutti gli
scismatici pertinaci, non arrossì Paleologo di farsi egli medesimo delle
censure ecclesiastiche esecutore, e di adoperare, quando le vie della
persuasione tornavano inutili, le minacce, le prigionie, gli esigli, i
flagelli, le amputazioni di membra, le quali provvisioni, dice uno
Storico, sono la pietra di paragone del coraggio e della viltà. Due
principi greci, i quali regnavano tuttavia con titolo di despoti
sull'Italia, sull'Epiro e sulla Tessaglia, benchè si fossero sottomessi
al sovrano di Costantinopoli, ricusarono le catene del Pontefice di
Roma; e armata mano, e con buon successo, il loro rifiuto sostennero.
Protetti da essi, i vescovi e i monaci fuggitivi adunarono sinodi
d'opposizione, che rinversavano i nomi d'eretici e per giunta i più
ingiuriosi di apostati, sui loro persecutori. Il principe di Trebisonda
avendo assunto il titolo imperiale, di cui veniva divulgato indegno il
vil Paleologo, gli stessi Latini di Negroponte, di Tebe, di Atene e
della Morea, perdettero il merito della conversione, collegandosi, quali
apertamente, quali in segreto coi nemici dell'Imperator di Bisanzo. I
generali più prediletti da esso, e che faceano parte di sua famiglia,
disertavano, tradivano un dopo l'altro una causa cui riguardavano come
sacrilega. Contro di lui cospirarono e la sorella Eulogia e la nipote, e
due cugine, Maria, regina de' Bulgari, altra nipote di Paleologo, che
negoziò col sultano d'Egitto la perdita dello zio, e tali atti di
perfidia, siccome prove di virtù sublimissime dall'opinione pubblica
venian divulgate[237]. Intanto le insistenze de' Nunzj pontifizj per
veder mandata a termine la santa opera, facendosi vie più forti presso
Michele, questi si vide ridotto ad una sincera narrazione di quanto avea
fatto e sofferto per essi. Non poteano revocare in dubbio che i settarj
d'entrambi i sessi e di tutti i gradi, non fossero stati per opera di
lui spogliati e d'onori, e di beni, e di libertà. Il registro delle
confiscazioni e de' gastighi contenea inoltre personaggi fra i più cari
all'Imperatore, e che maggiormente ne aveano meritati i favori. I
medesimi Nunzj vennero condotti nelle carceri, ove furono mostrati loro
incatenati a quattro angoli d'una prigione quattro principi di sangue
imperiale, che si divincolavano, e scoteano con impeto di rabbia i lor
ferri. Due di questi uscirono, l'uno sottomettendosi, l'altro andando
alla morte; i due rimanenti, in pena di lor pertinacia, perdettero gli
occhi; per la qual crudele e funesta tragedia, dolenti apparvero que'
pochi Greci medesimi che propensi all'unione con Roma si erano
manifestati[238]. Non v'ha tra i persecutori chi non debba aspettarsi di
essere scopo all'odio delle sue vittime. Ma hanno la maggior parte un
qualche compenso, se non nella testimonianza della propria coscienza,
almeno negli encomj de' lor partigiani, e fors'anche nel buon successo
de' feroci atti operati. Michele, l'ipocrisia del quale non avea impulso
che dai fini di una crudele politica, era costretto ad odiare sè
medesimo, a disprezzare i suoi complici, a stimare ed invidiare quei
coraggiosi ribelli, che lo aveano a vile ed abborrivano nel tempo
stesso. Intanto che gli abitanti di Costantinopoli per la sua barbarie
lo detestavano, i Romani lo accusavano di lentezza e di doppia fede,
talchè finalmente il Pontefice Martino escluse dalla comunion de' fedeli
cotesto uomo adoperatosi con tanto entusiasmo a restituire al suo
pastore un ovile scismatico.

[A. D. 1283]

Dopo la morte del tiranno, abbiurata per consenso unanime di tutti i
Greci l'unione delle due Chiese, vennero purificati i templi,
ribenedetti i penitenti, e Andronico, versando copiose lagrime sui falli
della sua gioventù, negò pietosamente alle ceneri del padre le esequie
solite tributarsi ad un Principe e ad un Cristiano[239].

[A. D. 1266]

Il Paleologo ordinò si riedificassero e munissero le torri di
Costantinopoli; che i Latini in mezzo alle sofferte calamità aveano
lasciato cadere in rovina, e le fece copiosamente provvedere di grani e
carni salate, per timor d'un assedio che per parte delle potenze
occidentali si vedea minacciato. Il più formidabile fra i vicini
dell'Imperator greco era il Monarca delle due Sicilie, ma sintanto che
Manfredi, figlio naturale di Federico II, stava in quel trono, gli Stati
di questo principe divenivano baluardo, anzi che oggetto d'inquietudine
ai principi d'Oriente. Benchè industre e valoroso l'usurpatore Manfredi,
separato dalla causa de' Latini, e percosso dai successivi anatemi di
molti Papi, avea bastanti brighe per difendere sè medesimo, intantochè
la Crociata bandita contro di questo immediato nemico di Roma, tenea in
faccende gli eserciti che avrebbero potuto assediare Costantinopoli. Il
fratello di S. Luigi, Carlo Conte di Angiò e di Provenza, che condusse a
tale santa spedizione (A. D. 1270) la cavalleria della Francia[240]
fattosi vendicatore di Roma, la corona delle due Sicilie in premio ne
riportò. Venuto Manfredi in odio ai suoi sudditi cristiani, si vide
costretto a chiamare sotto i proprj stendardi una colonia di Saracini
che, sotto la protezione del padre di lui Federico, stanziata erasi
nella Puglia; odioso espediente, che rende ragione della diffidenza con
cui il guerriero cattolico rifiutò ogni proposta di accomodamento
speditagli da Manfredi. «Portate, dicea Carlo d'Angiò, questa risposta
al Sultano di Nocera; ditegli che Dio e le nostre spade decideranno fra
noi, e che se egli non mi manda in paradiso, io lo manderò sicuramente
all'inferno». Gli eserciti vennero a scontro; non so in qual parte
dell'altro Mondo andasse Manfredi, ma in questo perdè presso Benevento
la battaglia, gli amici, la corona e la vita. Napoli e la Sicilia furono
immantinente popolate da una schiatta bellicosa di Nobili francesi,
l'ambizioso Duce de' quali si riprometteva la conquista dell'Affrica,
della Grecia e della Palestina. Non mancando speciosi motivi che lo
potevano indurre a sperimentare primieramente le sue armi contro
Costantinopoli, Paleologo, che poco fidavasi sulle proprie forze, portò
per più riprese appellazione dalle ambiziose mire di Carlo ai sensi
umani di S. Luigi, che sul feroce animo del fratello una giusta
prevalenza serbava. Indugiò qualche tempo di più ne' novelli Stati il
fratello del Re di Francia per l'invasione di Corradino, ultimo erede
della Casa imperiale di Svevia; ma soggiaciuto questo giovine Principe
ad una impresa maggiore delle sue forze, la testa di lui cadendo
pubblicamente sopra di un palco, indicò ai rivali di Carlo che non solo
per gli Stati, ma per le proprie vite dovean paventare. Portò nuova
tregua alle inquietudini dell'Imperatore di Bisanzo l'ultima Crociata
che San Luigi imprese sulla costa dell'Affrica; perchè era cosa naturale
che il Re di Napoli, mosso parimente da riguardi di dovere e d'interesse
avrebbe coi soldati suoi e colla persona secondate le sante armi del
proprio fratello; ma la morte di S. Luigi spacciò Carlo dall'importuna
soggezione di un censore virtuoso; ed inoltre il Re di Tunisi essendosi
riconosciuto vassallo e tributario della corona di Sicilia, rimaneva
agl'intrepidi cavalieri francesi piena libertà di movere sotto lo
stendardo di un vittorioso capitano le loro armi contro l'Imperatore
della Grecia. Un maritaggio e un Trattato strinsero maggiormente
gl'interessi della Casa di Courtenai a quelli di Carlo, che promise la
propria figlia Beatrice a Filippo figlio ed erede dell'Imperator
Baldovino, concedendogli un assegnamento annuale di seicento once d'oro
per sostenere la sua dignità; ed intanto il padre dello sposo
distribuiva generosamente ai suoi confederati i regni e le province
dell'Oriente, non riserbando per sè che la città di Costantinopoli e i
suoi contorni fino alla distanza di una giornata di cammino[241]. In sì
imminente pericolo, Paleologo si affrettò a sottoscrivere il Simbolo, e
ad implorare la protezione del Papa, che in quel momento, vero angelo di
pace e padre comune de' Fedeli si dimostrò; e negando di benedire le
armi e consagrare l'impresa meditata contro Costantinopoli, oppose colla
sua voce un ritegno al valore e alla spada di Carlo d'Angiò, che fu
veduto dagli ambasciatori greci, allorchè, nell'anticamera pontifizia,
irritato dal rifiuto, il suo scettro d'avorio per rabbia mordea. Cotesto
principe, nondimeno, portò, giusta quanto apparve, rispetto alla
disinteressata mediazione di Gregorio X; ma in appresso i modi
orgogliosi di Nicolò III della famiglia degli Orsini, la parzialità di
questo pontefice verso i congiunti, offendendo il Franco, alienarono
dagl'interessi della Chiesa uno de' suoi più valevoli difensori.
Finalmente asceso al soglio pontifizio Martino IV, di nazione francese,
approvò, e stava per sortire il suo effetto la Lega instituita contra i
Greci, Lega alla quale partecipavano, Filippo, Imperatore latino, il Re
delle due Sicilie, la repubblica di Venezia, il primo prestandole il
proprio nome, il Papa una Bolla di scomunica, Carlo il Formidabile un
rinforzo di quaranta Conti, di diecimila sergenti, di un numeroso corpo
d'infanteria e di un navilio di trecento legni da trasporto, i Veneti
una squadra di quaranta galee. Il giorno dato al ritrovo di questa
numerosa armata nel porto di Brindisi non era ancora giunto, che già
trecento cavalieri, impadronitisi dell'Albania, aveano tentato, ma
indarno, d'intraprendere la Fortezza di Belgrado. La sconfitta di questi
allettò per pochi momenti la vanità della Corte di Costantinopoli; ma
Paleologo, assai accorto per vedere l'inferiorità delle sue forze contro
tanta oste, affidò la propria sicurezza agli effetti di una congiura, e
se è lecito esprimersi in cotal guisa, alla segreta opera di un sorcio
che rodea la corda all'arco del tiranno della Sicilia[242].

[A. D. 1280]

Era fra i dispersi partigiani della Casa di Svevia Giovanni di Procida,
scacciato da un'isoletta di questo nome, situata nella baia di Napoli,
suo retaggio domestico. Discendente da nobil famiglia, e avendo sortita
una colta educazione, potè sottrarsi all'indigenza che insieme
all'esilio avrebbe sofferta, professando la medicina, già da lui appresa
a Salerno. Sprezzatore oltre ogni credere della vita, come è proprio di
chi congiura, non rimanendogli fuor d'essa altra cosa da perdere,
possedeva inoltre l'arte di negoziare, di far valer le sue ragioni e di
nascondere i proprj fini; per le qual cosa ne' diversi parlamenti che
ebbe e con nazioni, e con privati, qualunque parte questi tenessero, sol
de' loro interessi sapea mostrarsi studioso. Intanto non eravi genere
d'angheria o fiscale, o militare, di cui non avessero a dolersi i
novelli Stati dell'Angioino[243], che sagrificava gli averi e le vite
de' suoi sudditi dell'Italia alla propria ambizione e alla licenza dei
cortigiani. Ben la sua presenza era valevole freno all'odio che gli
portavano i cittadini di Napoli; ma la debole amministrazione, e i vizj
de' suoi capitani, o governatori si erano fatti scopo al disprezzo e
all'indignazione ad un tempo de' Siciliani. Procida pervenuto colla sua
eloquenza a ridestare ne' popoli il sentimento di libertà, persuase
inoltre ai Baroni che l'interesse di ciascuno di loro stavasi nel
difendere la causa comune. Colla speranza di stranieri soccorsi,
Giovanni visitò a mano a mano le Corti dell'Imperatore greco, e di
Pietro Re d'Aragona[244], che possedeva i paesi marittimi di Valenza e
della Catalogna. All'ambizioso Pietro offerse una corona, che questi
potea giustamente pretendere, fondandosi sui diritti già acquistati
nello sposarsi alla sorella di Manfredi, e sugli estremi voti di
Corradino; che dal ferale talamo disegnò, gettando il proprio anello,
l'erede dei suoi diritti e il vendicatore della sua morte. Quanto a
Paleologo era facile l'indurlo a favorire una impresa che interrompendo
al suo nemico il divisamento di portar la guerra fra gli stranieri, gli
dava inoltre la briga di difendersi ne' proprj Stati da una congiura:
laonde somministrò mille once d'oro, divenute opportunissime ad armare
una flotta di Catalani, che sotto bandiera sacra, e col pretesto di
mover guerra ai Saracini dell'Affrica, spiegaron le vele. Travestito or
da frate, or da mendicante, l'instancabile ministro della congiura corse
da Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragossa. Nel medesimo
tempo, Papa Nicolò, nemico personale di Carlo, sottoscrisse un Trattato
e un atto di donazione, che trasportava i feudi di S. Pietro dagli
Angioini agli Aragonesi. Il segreto di una tanta cospirazione, benchè
diffuso in sì grande numero di paesi, e liberamente comunicato a tanta
moltitudine di persone che ad essa partecipavano, fu conservato oltre a
due anni con una gelosia senza esempio; perchè ciascun cospiratore
imbevuto erasi della massima di Procida, il quale avea protestato, che
s'ei sospettasse la sua mano sinistra consapevole delle intenzioni della
sua destra, non indugierebbe a reciderla. Con tale artifizio profondo e
terribile apparecchiava la mina, benchè non potrebbe accertarsi, se la
sedizione di Palermo, da cui lo scoppio ne derivò, fosse accidentale o
premeditata.

Nel giorno della vigilia di Pasqua, intanto che una processione di
cittadini, allor disarmati visitava, una chiesa fuor di città, una
donzella d'illustre nascita fu villanamente insultata da un soldato
francese[245], la cui audacia venne punita subito colla morte. I
colleghi dell'ucciso che sopravvennero, dispersero per un momento la
calca; ma il numero e il furor prevalendo, i cospiratori afferrarono
l'occasione, onde dilatatosi l'incendio per tutta l'isola, ottomila
Francesi rimasero indistintamente trucidati in questa catastrofe cui fu
dato il nome di Vespero Siciliano[246]. Dispiegata in tutta la città la
bandiera della libertà e della Chiesa, per ogni dove o la presenza, o lo
spirito di Procida incoraggiava la sommossa, intantochè Pietro
d'Aragona, veleggiando dalla costa d'Affrica a Palermo, entrò nella
città fra i plausi de' cittadini che Monarca e liberatore della Sicilia
il nomavano. Eguali furono la costernazione e lo stupore di Carlo in
udendo la ribellione di un popolo, cui per sì lungo tempo e impunemente
avea calpestato; per lo che nel primo impeto di dolore e di divozione fu
udito esclamare: «Gran Dio, se hai risoluto umiliarmi, fa che almeno io
non discenda con tanto precipizio dal sommo della grandezza.» Richiamata
dalla guerra di Grecia la sua armata navale con tanta rapidità che già i
porti dell'Italia ne erano pieni, Messina per sua giacitura, si trovò
esposta ai primi colpi della regale vendetta. Privi di fiducia nelle
proprie forze, e di speranze di soccorso dagli stranieri, i cittadini
avrebbero aperte le porte, se il Monarca avesse voluto assicurarli del
perdono, e del mantenimento degli antichi lor privilegi; ma questi avea
già riassunto l'orgoglio primiero; e le supplichevoli istanze, fattegli
dal Legato pontifizio, non valsero ad ottenere da lui che la promessa di
risparmiare la città, a patto che gli venissero consegnati ottocento
ribelli, de' quali avrebbe egli somministrato il catalogo, e la cui
sorte sarebbe intieramente dall'arbitrio suo dipenduta. Mentre la
disperazione de' Messinesi riaccendeva il loro coraggio, Pietro
d'Aragona in lor soccorso accorrea[247], e la scarsezza de' viveri, e i
pericoli dell'equinozio costrinsero l'Angioino a ripararsi alle coste
della Calabria. Nel medesimo tempo, l'ammiraglio de' Catalani, il
celebre Ruggero da Loria conducendo la sua invincibile squadra a
sgomberare il canale, la flotta francese, più abbondante di navigli da
trasporto che di galee, rimase, in parte arsa, in parte calata a fondo;
il quale avvenimento assicurò l'independenza alla Sicilia, e a Paleologo
il trono. Ma questo principe trovavasi agli estremi del viver suo, ed
ebbe solamente prima di morire il conforto di sapere la sciagura d'un
nemico da lui abborrito quanto apprezzato, perchè si era forse lasciato
convincere dall'opinione allor generale, che se Carlo non avesse avuto
Paleologo per avversario, era venuto l'istante in cui Costantinopoli e
l'Italia obbedissero ad un sol padrone[248]. Da quel punto in appresso,
la vita di Carlo non fu che una sequela continua di infortunj.
Minacciata dai nemici la sua Capitale, fattogli prigioniero il figlio,
Carlo morì senza avere ricuperata la Sicilia; che dopo una guerra di
venti anni, venne per Trattato disgiunta dal regno di Napoli, e come
regno independente, in un ramo secondogenito della Casa d'Aragona fu
trasferita[249].

[A. D. 1303-1307]

Uom non mi taccierà, almeno lo spero, di superstizione: ma non posso
starmi dall'osservare che anche su questa terra, l'ordine naturale degli
avvenimenti offre talvolta apparenze fortissime di una retribuzione
morale. Il primo Paleologo avea salvato il suo Impero ingombrando i
regni dell'Occidente di ribellioni e di stragi; e da questi germi di
discordia nacque una generazione d'uomini formidabili che assalirono e
crollarono il trono del successore di Paleologo. Ne' secoli più moderni,
i debiti e le tasse sono il segreto veleno che rodono gli Stati in seno
alla pace; ma ne' governi deboli e irregolari del Medio Evo, questa pace
veniva turbata continuamente dalle calamità istantanee che derivavano
dall'avere licenziati gli eserciti. Troppo amici dell'ozio per darsi al
lavoro, troppo superbi per mendicare la sussistenza, i mercenarj
vivevano di ladronecci, e millantando il nome di qualche Capo, la cui
bandiera spiegavano per apparir meno spregevoli, si rendevano più
molesti; il Sovrano che non abbisognava più del loro braccio, e dalla
presenza de' medesimi incomodato, cercava spacciarsene col regalarli
agli Stati vicini. Dopo la pace della Sicilia, migliaia di Genovesi,
Catalani e d'altre patrie[250], che aveano combattuto per terra e per
mare in difesa degli Aragonesi e degli Angioini, si radunarono formando
un corpo di nazione per costumanze ed interessi eguali congiunta. Appena
seppero l'invasione fattasi dai Turchi nelle province asiatiche
dell'Impero d'Oriente, deliberarono procacciarsi, combattendo
contr'essi, stipendj e prede; nel qual disegno, Federico Re di Sicilia
di tutto buon grado li secondò, largheggiando loro di soccorsi che alla
presta gli allontanassero. Dopo venti anni che una cotal gente facea la
guerra, non conoscea per sua patria che i campi o le navi; istrutta sol
nel combattere, non aveva altra proprietà fuor dell'armi; non sapea
ravvisare altra virtù fuor del valore. Le donne che seguivano cotali
bande, erano divenute non meno intrepide de' lor mariti od amanti; ed
immaginandosi le popolazioni che i Catalani con un sol colpo di sciabola
avessero la virtù di spaccare in due parti il cavaliere e il cavallo,
questa opinione era già di per se stessa un'arma di più in loro
soccorso. Ruggero di Flor, sopra ogni altro Capo di simil genìa,
acquistatosi fama, offuscava per merito personale i suoi rivali, i
feroci Aragonesi. Figlio di un Gentiluomo alemanno della Corte di
Federico II, che avea sposata una nobile donzella di Brindisi, Ruggero
fu a mano a mano Templario, apostata, pirata, e per ultimo il più ricco
e possente ammiraglio del Mediterraneo. Da Messina a Costantinopoli
indirisse il suo corso, seguendolo diciotto galee, quattro più grossi
navigli e ottomila venturieri. Andronico il Vecchio, che avea
sottoscritto con questo generale un Trattato, prima che ei salpasse
dalla Sicilia, tenne la data fede, ed accolse questo formidabile
soccorso con un sentimento misto di terrore e di gioia. Assegnate stanze
nella sua reggia al valoroso straniero, gli diede in isposa la propria
nipote, conferendogli il titolo di Gran Duca, o Ammiraglio della
Romania. Dopo qualche tempo di riposo, varcato l'Ellesponto colle sue
truppe, Ruggero assalì arditamente i Turchi, e periti per le sue armi
trentamila Musulmani in due sanguinose battaglie, liberò dall'assedio
che la strignea Filadelfia, e meritossi il nome di liberatore dell'Asia.
Ma non andò guari che la schiavitù e la rovina di quelle misere
popolazioni venne dietro ad un lampo brevissimo di prosperità. Quegli
abitanti, dice uno Storico, fuggirono dal fumo per cader nelle fiamme, e
la nimistà de' Turchi era men funesta dell'amicizia dei Catalani. Questi
consideravano come loro proprietà le vite e le sostanze di coloro che
aveano salvati; le giovani donzelle non si erano sottratte alle
persecuzioni di amanti circoncisi che per venire, o di lor grado, o
dalla forza costrette, fra le braccia di scorridori cristiani. Ogni
riscossione di ammende, o sussidj andava congiunta a sfrenate rapine e
ad esecuzioni arbitrarie, dalle quali avendo voluto liberarsi coll'oppor
resistenza Magnesia, città dell'Impero, il Gran Duca per gastigarla vi
pose l'assedio[251]. Di cotale violenza si scusò in appresso allegando
il risentimento di un esercito vittorioso e irritato, capace di non
rispettare l'autorità stessa del comandante, e forse anche di
minacciarne la vita, se si fosse accinto a punir l'impeto di una fedele
soldatesca, provocata a giusto sdegno dal rifiuto con cui la popolazione
si sottraeva dal concederle il prezzo pattuito agli ottenuti servigi. Le
minacce e le querele di Andronico non giovavano che a far vie più palese
la debolezza e lo stato deplorabile dell'Impero. Comunque la Bolla d'Oro
imperiale non chiedesse a Ruggero di Flor che cinquecento uomini a
cavallo e mille fanti, nonostante il Monarca avea presa al servigio e
nodrita tutta la ciurma de' volontarj accorsa ne' suoi Stati sotto le
bandiere del condottier catalano. Mentre le più prodi milizie
collegatesi coll'Impero si contentavano di uno stipendio di tre
bisantini d'oro al mese, ognuno di tai fuorusciti riceveva una, o due
once d'oro, il che formava un soldo annuale di cento lire sterline. Uno
de' costoro Capi avea modestamente attribuito un valore di trecentomila
scudi ai suoi servigi avvenire. Laonde pel mantenimento di questi
dispendiosi mercenarj, era già uscito più di un milione fuor dell'erario
imperiale. Percossi con disastrosissime tasse i ricolti degli
agricoltori, tolto un terzo de' loro salarj agli uffiziali pubblici, il
titolo della moneta avea sofferta una sì obbrobriosa alterazione che in
ventiquattro parti di essa più di cinque d'oro non se ne trovavano[252].
Avendo l'Imperatore intimato a Ruggero di sgomberar la provincia, questi
obbedì di buon grado, perchè non vi restava più cosa da saccheggiare; ma
ricusò di licenziare le truppe, e comunque fosse annunziato in termini
rispettosi un simil rifiuto, non dimostrava meno independenza e
ribellione; perchè protestò che, se l'Imperatore avesse mosso contro di
lui, ei sarebbe andato quaranta passi verso il medesimo per baciare la
terra prostratoglisi innanzi; ma che poi nel rialzarsi da quell'umil
postura, non avrebbe potuto dimenticare che sacre erano ai proprj
fratelli d'armi la sua sciabola e la sua vita. Egli si degnò accettare
il titolo di Cesare e le insegne di tal dignità; ma propostogli il
Governo dell'Asia, e un sussidio in biade e danari col patto di ridurre
le sue truppe al picciol numero di tremila uomini, ricusò tale offerta.
Essendo l'assassinio il provvedimento cui per ultimo i codardi soglion
ricorrere, e la curiosità avendo condotto il nuovo Cesare alla reggia di
Andrinopoli, ove risedeva allora la Corte, gli Alani della guardia
imperiale lo trafissero negli appartamenti e alla presenza della
medesima Imperatrice; nè v'è troppo luogo a dire che ei cadesse vittima
di una vendetta particolare di costoro, come si pretese far credere,
perchè gli altri compatriotti di Ruggero, mentre se ne stavano
tranquillamente, e riposando sulla fede de' Trattati, in Bisanzo,
vennero nel medesimo tempo compresi in una proscrizione generale che il
Principe e il Popolo profferirono congiuntamente. La maggior parte di
questi venturieri, sbigottiti per la perdita del loro Capo, e rifuggiti
ai propri navigli, salparono per cercarsi dimora in varie parti della
costa mediterranea. Però una vecchia banda composta di mille cinquecento
Catalani, o Francesi, mantenutasi sulla Fortezza di Gallipoli
nell'Ellesponto, ivi spiegò la bandiera aragonese, offrendosi a
giustificare e vendicare il suo Generale, mercè un combattimento di
dieci, o cento guerrieri contra un egual numero di nemici. Anzichè
accettare l'ardimentosa disfida, l'Imperatore Michele, figliuolo e
collega di Andronico, venne in sentenza di opprimerli colla superiorità
del numero. Senza badare che ei riducea con ciò ad ultimo impoverimento
l'Impero, raccolse un esercito di tredicimila uomini a cavallo, e di
trentamila fanti, coprendo la Propontide di greci e genovesi navigli. Ma
di queste sì ragguardevoli forze, e per terra e per mare, trionfarono i
Catalani, animati dalla disperazione, e superiori ai Greci per
disciplina. Il giovine Imperatore, riparatosi al suo palagio, lasciò un
corpo di cavalleria leggiera, che difendeva il paese. Per cotali
vittorie rialzatesi le speranze de' venturieri, ben tosto crebbero anche
di numero, perchè guerrieri di tutte le nazioni, si unirono sotto lo
stendardo e il nome della _Grande Compagnia_; alla qual congrega
militare si aggiunsero tremila Maomettani convertiti che abbandonarono
le bandiere imperiali. Il possedimento di Gallipoli dava abilità ai
Catalani d'impacciare il commercio di Costantinopoli e del mar Nero,
intanto che i lor compagni da' due lati dell'Ellesponto disastravano le
frontiere dell'Europa e dell'Asia. Non trovando miglior modo di
tenerseli lontani, i Greci, diedero eglino stessi il guasto a tutti i
dintorni di Bisanzo: i contadini si ritrassero entro le mura della città
colle loro mandrie, uccidendo in un sol giorno tutta quella parte di
esse che non poteano nè rinchiudere, nè nudrire. Per quattro volte
Andronico rinovò proposte di pace che sempre furono inflessibilmente
respinte; se non che la scarsezza de' viveri e le discordie de' Capi,
costrinsero finalmente i Catalani a sottrarsi dalle rive dell'Ellesponto
e dalle vicinanze della Capitale. Gli avanzi della _Grande Compagnia_,
dopo essersi divisi dai Turchi, continuarono le loro corse per traverso
alla Macedonia e alla Tessaglia, cercandosi nuove stanze nel cuor della
Grecia[253].

[A. D. 1204-1458]

Dopo alcuni secoli che i Greci erano stati dimenticati, l'invasione dei
Latini non li ridestò che per sottometterli a nuovi disastri. Durante
due secoli e mezzo che trascorsero fra la prima e l'ultima conquista di
Costantinopoli, una moltitudine di tirannetti si disputò la venerabile
greca contrada. Le sue antiche città erano in preda a tutti i mali delle
guerre civili e straniere, senza che i vantaggi almeno del _genio_ e
della libertà li confortasse; a tal che, se la servitù è da preferirsi
all'anarchia, la Grecia non dee dolersi di riposare sotto il giogo degli
Ottomani. Non mi accingerò presentemente a tessere l'oscura storia delle
diverse dinastie che successivamente sorsero e caddero sul continente e
nell'isola, ma un senso di gratitudine verso il primitivo soggiorno
delle Muse e della filosofia dee far sì che ciascun istrutto leggitore
prenda parte al destino di Atene[254]. Nel parteggiamento dell'Impero,
il principato di Atene e di Tebe era stato dato in ricompensa ad Ottone
De la Roche, nobile guerriero della Borgogna[255], che governò col
titolo di Gran Duca[256], al qual titolo i Latini attribuivano un
particolare significato, e i Greci una ridicola origine che fino ai
giorni di Costantino ascendea[257]. Il ridetto Ottone seguiva gli
stendardi del Marchese di Monferrato; e il figlio e due pronipoti del
medesimo conservarono tranquillamente il vasto patrimonio, che o per un
miracolo di buona condotta, o per fortuna era stato acquistato dal Capo
di lor famiglia[258], sino al momento in cui l'erede di tale famiglia
contrasse tai nozze, che senza distoglierlo dalle mani de' Francesi lo
trasportarono nel ramo primogenito della Casa di Brienne. Gualtieri di
Brienne, nato da questo maritaggio, e succeduto alla madre nel ducato
d'Atene, prese al suo servigio alcuni mercenarj Catalani, che presentati
di feudi dal Gran Duca, lo fecero padrone di più di trenta castelli,
spettanti dianzi a diversi Nobili, o vassalli del principato d'Atene, o
che solamente vi confinavano. Avvertito Gualtieri dell'avvicinamento e
delle intenzioni della _Grande Compagnia_ adunò settecento cavalieri,
seimila sergenti, e circa ottomila uomini di fanteria, a capo delle
quali truppe corse incontro al nemico sino alle rive del Cefiso in
Beozia. Comunque le forze dei Catalani non sommassero che a tremila
cinquecento uomini a cavallo, e a quattromila fanti, la buona disciplina
e l'astuzia lor tenea luogo di numero; laonde avendo essi innondati
artifizialmente i dintorni del proprio campo, e il Gran Duca, seguìto
dai suoi cavalieri essendosi innoltrato senza timore, nè cautela nel
mezzo di quella valle, i cavalli affondarono nella melma, e la maggior
parte della francese cavalleria fu tagliata a pezzi. Scacciati della
Grecia i Francesi, e la famiglia di Gualtieri, il figlio di lui, di nome
parimente Gualtieri, Duca titolare d'Atene, tiranno di Firenze e
Contestabile di Francia, ne' campi di Poitiers perdè la vita. I
vittoriosi Catalani, scompartitisi fra loro l'Attica e la Beozia,
sposaron le vedove e le figlie de' vinti, e per quattordici anni la
_Grande Compagnia_ fece tremare tutta la Grecia. Ma dilacerata da
intestine discordie, si vide alla necessità di riconoscere un Sovrano
nel Capo della famiglia di Aragona; per lo che sino alla fine del secolo
XIV, i Re di Sicilia arbitrarono sopra Atene, siccome governo, o
appannaggio spettante ai loro dominj. Dopo de' Francesi e de' Catalani,
la famiglia Acciaiuoli, plebea a Firenze, possente a Napoli, sovrana in
Grecia, fondò la terza dinastia e abbellì di nuovi edifizj Atene,
divenuta capitale d'un regno, che comprendeva Tebe, Argo, Corinto, Delfo
e una porzione della Tessaglia. Ma questo governo disparve per l'armi
vincitrici di Maometto II, che fece strozzare l'ultimo Gran Duca, e
allevarne i figli nella disciplina e religione del Serraglio.

Benchè oggidì non rimanga che l'ombra di Atene[259], cotesta città
contiene tuttavia otto o diecimila abitanti. I tre quarti son Greci di
lingua e di religione; il rimanente Turchi, che contraendo vincoli di
consuetudine co' primi hanno alquanto mansuefatto l'orgoglio e la
gravità nazionale. L'olivo, dono di Minerva, verdeggia tuttavia nelle
campagne dell'Attica, e il mele del monte Imeto, nulla ha perduto del
suo squisito profumo[260]. Ma il commercio ivi languisce, e sta affatto
nelle mani degli stranieri: la coltura di quello sterile territorio è
abbandonata agli erranti Valacchi. Ciò nullameno gli Ateniesi si
contraddistinguono tuttavia per acume e vivacità d'ingegno, ma son tai
vantaggi, che, se non li regola, o coltiva lo studio, se il sentimento
della libertà non li nobilita, tralignano in una vil propensione
all'inganno; quindi è che gli abitanti di que' dintorni hanno adottato
il proverbio. «Dio ne liberi dagli Ebrei di Tessalonica, dai Turchi di
Negroponte, dai Greci di Atene.» Di fatto questo scaltrito popolo ha
evitata la tirannide dei Pascià, mediante un espediente, che mitigandone
la schiavitù, ha fatto maggiore l'obbrobrio della nazione. Verso la metà
dello scorso secolo, gli Ateniesi scelsero per loro protettore il
_Kislar-Agà_, ossia Capo degli eunuchi negri del Serraglio; e a questo
schiavo di Etiopia, che gode di molta confidenza presso il Gran Signore,
porgono un annuale tributo di trentamila scudi. Il Vevoda, luogotenente
del Kislar-Agà, che per mantenersi nella sua carica, debbe esservi
confermato ogni anno dal suo superiore, ha il diritto di gettare
un'imposta d'altri cinque, o seimila scudi che sono per lui; e tale è
l'accorta politica degli Ateniesi, che arrivano quasi sempre a far
punire, o rimovere un Governatore contro del quale abbiano motivi di
querelarsi. Nelle particolari loro contese prendono per giudice
l'Arcivescovo, il più ricco di tutti i prelati della Chiesa greca, che
gode una rendita di circa mille lire sterline. Evvi inoltre un tribunale
di otto _geronti_, ossia vecchi scelti negli otto rioni della città. Le
famiglie nobili non possono provare autenticamente una nobiltà più
antica di tre secoli, ma i primarj fra essi distinguonsi ostentando
portamento grave, la lor berretta foderata di pellicia, e il pomposo
nome di Arconti. Coloro che si dilettano di trovare per ogni dove le
antitesi, ne vogliono dar a credere che l'odierno gergo degli Ateniesi
sia il più barbaro di tutti i settanta dialetti greci corrotti[261].
Avvi per vero dire esagerazione in ciò; ma non sarebbe cosa sì facile,
nella patria di Platone e di Demostene, il trovare un leggitore degli
ammirabili componimenti di questi sommi uomini, o forse neppure una
copia di questi scritti medesimi. Gli Ateniesi calpestano con insultante
indifferenza le gloriose rovine dell'Antichità, giunti a tal grado
d'invilimento che li rende perfino incapaci di ammirare la sublimità
delle menti de' loro predecessori[262].

NOTE:

[203] Non abbiamo per descrivere i regni degl'Imperatori di Nicea, e
principalmente di Vatace e del figlio di lui, altro Scrittore
contemporaneo che Giorgio Acropolita, ministro d'entrambi i nominati
Principi; però Giorgio Pachimero era tornato insieme co' Greci a
Costantinopoli in età di diciannove anni (Hankius, _De Script. byzant._,
c. 33, 34, p. 564-578; Fabricius, _Bibl. graec._, t. VI, pag. 448-460).
Oltrechè, la Storia di Niceforo Gregoras, benchè scritta nel
quattordicesimo secolo, è un'eccellente relazione di tutti gli
avvenimenti accaduti incominciando dall'epoca di Costantinopoli presa
dai Latini.

[204] Niceforo Gregoras (l. II, cap. 1) fa distinzione tra la οξεια ορμη
_impetuosità_ di Lascaris, e la ευσταθεια _fermezza_ di Vatace. Entrambi
i ritratti sono effigiati a dovere.

[205] _V._ Pachim. (l. I, cap. 23, 24); Nicef. Greg. (l. II, c. 6).
Leggendo gli Storici di Bisanzo, ciascun potrà accorgersi, quanto sia
raro il trovare in essi così preziose particolarità, come in questo
periodo.

[206] Μονοι γαρ απαντων ανθρωπων ονομασοτατοι βασιλευς και φιλοσοφος _i
soli nomi più insigni fra tutti gli uomini sono re e filosofo_ (Greg.
Acropol., c. 32). Ne' suoi famigliari intertenimenti, l'Imperatore
esaminava e ad un tempo incoraggiava gli studj del futuro suo Logoteto.

[207] Si paragonino i due primi libri di Niceforo Gregoras con
Acropolita (c. 18-52).

[208] Correa un proverbio persiano: _Ciro padre_, _Dario padrone_; il
qual proverbio venne applicato a Vatace e al figlio di Vatace; ma
Pachimero ha confuso Dario, umano principe, con Cambise, despota e
tiranno del popolo. Furono le gravose tasse imposte da Dario, che gli
procacciarono il nome meno odioso e più spregevole di Καπελος,
merciaiuolo o sensale (Erodoto, III, 89).

[209] Direbbesi che Acropolita mena vanto della sua paziente fermezza
nel ricevere le percosse, e della rassegnazione con cui si allontanò dal
Consiglio fino al momento di venire richiesto di nuovo. Continua indi
dal cap. 53 fino al 74 della sua Storia, narrando le geste di Teodoro e
i successivi servigi che gli prestò. _V._ il terzo libro di Niceforo
Gregoras.

[210] Pachimero (l. I, c. 21) nomina e distingue quindici, o venti
famiglie greche; και οσοι αλλοι, οις η μεγαλογενης σειρα και κρυση
σογκεκροτητο _e quanti altri al collo de' quali sonava una magnifica
catena d'oro_. Tal decorazione era ella, secondo lo Storico, una catena
metaforica, o realmente una materiale catena d'oro? Forse entrambe le
cose.

[211] Gli antichi Geografi, nel qual novero è il Cellario, d'Anville e i
nostri viaggiatori, massimamente Pocock e Chandler, ne insegnano a
distinguere le due Magnesie dell'Asia Minore; l'una del Meandro, l'altra
del monte Sipilo. La seconda, qui menzionata, se si consideri che
appartiene ai Turchi, può dirsi tuttavia una fiorente città. Posta a
greco di Smirne ne è lontana otto ore di cammino, ossia otto leghe
(Tournefort, _Viaggi del Levante_, t. III, lett. XXII, _Viaggi di
Chandler nell'Asia Minore_).

[212] _V._ Acropolita (cap. 75, 76, ec.) che vivea in questi tempi,
Pachimero (lib. I, cap. 13-25), Gregoras (lib. III, c. 3, 4, 5).

[213] Il Ducange (_Fam. byzant._ p. 230, ec.) dà schiarimenti intorno
alla genealogia di Paleologo. I fatti della vita privata di cotest'uomo
leggonsi in Pachimero (l. I. c. 7-12) e in Gregoras (l. II, 8, l. III,
2-4, l. IV, 1) favorevole in aperto modo al fondatore della dinastia
regnante.

[214] Acropolita (c. 50) racconta le circostanze di questo fatto
singolare, sfuggito, a quanto sembra, agli Storici più moderni.

[215] Il Pachimero (l. I, c. 12) commemorando una sì barbara prova col
disprezzo del quale è degna, afferma di avere vedute in sua gioventù
persone che senza soffrirne alcun danno la superarono. Egli era Greco, e
la credulità è retaggio dei Greci; ma può anche darsi che l'accorgimento
connaturale di questa nazione avesse suggerito ai pazienti qualche
rimedio, o qualche gherminella da opporre alla superstizione dei loro
concittadini, o alle voglie crudeli de' loro tiranni.

[216] Senza paragonare Pachimero a Tacito, o a Tucidide, mi è forza
commendarne l'eloquenza, la chiarezza, ed anche, fino ad un certo punto
la franchezza, adoperata allorchè racconta l'innalzamento di Paleologo
(l. I, c. 13-32, l. II, c. 1-9). Più circospetto Acropolita, meno esteso
Gregoras si dimostra.

[217] S. Luigi abolì i combattimenti giudiziarj ne' suoi dominj; indi il
suo esempio coll'andar del tempo prevalse in tutta la Francia (_Esprit
des lois_, l. XXVIII, c. 29).

[218] Nelle cause civili, Enrico II lasciava l'elezione al difensore.
Glanville preferisce le prove testimoniali; il combattimento giudiziario
è condannato nel Fleta: ma la legge inglese non ha mai abolita cotesta
prova, e sull'incominciare del trascorso secolo vi fu il caso in cui
venne ordinata dai giudici.

[219] Cionnullameno, un amico mio, uomo d'ingegno mi ha addotte molte
ragioni in difesa di una tal costumanza. 1. Essa conveniva forse a
popoli che di recente toglieansi dalla barbarie; 2. moderava la licenza
delle guerre fra' particolari e i furori delle arbitrarie vendette; 3.
era meno assurda delle prove del fuoco, dell'acqua bollente o della
croce, l'abolizione delle quali ad essa in parte è dovuta; e somministra
per lo meno una prova di valore, pregio che rade volte all'abbiezione
dei sentimenti va unito; si aggiugne che il timore della disfida potea
divenire un freno alle persecuzioni della malevoglienza, e un ostacolo
all'ingiustizia dal poter sostenuta. Il prode, quanto infelice Conte di
Surrey avrebbe forse sfuggito un immeritato destino, se fosse stato
accolto il partito del combattimento giudiziario ch'egli propose.

[220] Le antiche e moderne geografie non accennano con precisione il
luogo, ove era posta Ninfea; ma dai racconti che si riferiscono agli
ultimi tempi dalla vita di Vatace, apparisce chiaramente che i palagi e
i giardini preferiti da cotesto principe per abitarvi, erano in
vicinanza di Smirne (Acropolita, cap. 52): nè dovremmo a un dipresso
ingannarci collocando Ninfea nella Lidia (l. VI, 6).

[221] Cotesto scettro, emblema della giustizia e della possanza, era un
lungo bastone, siccome quello che usavano gli eroi di Omero. I Greci
moderni lo chiamarono _dicanice_; ma il bastone ad uso di scettro
imperiale distingueasi, non meno degli altri fregi del trono, dal suo
colore di porpora.

[222] Acropolita afferma (c. 87) che questo berrettone era foggiato alla
francese; però il Ducange (_Hist. C. P._, l. V, c. 28, 29) a motivo del
nastro che vi sovrastava, lo giudica un cappello all'usanza di quelli
che i Greci portavano. Ma come supporre che, in ordine a ciò, Acropolita
avesse preso un equivoco?

[223] _V._ Pachimero (l. II, 28-33), Acropolita (c. 88), Niceforo
Gregoras (l. IV, 7), e quanto al trattamento usato verso i sudditi
latini, il Ducange (l. V, c. 30, 31).

[224] Questo modo men barbaro di privar gli uomini della vista vuolsi
trovato da Democrito, che stanco di vedere il Mondo, ne abbia fatta
l'esperienza sopra sè stesso; ma è una favola. Il vocabolo _abbacinare_,
latino e italiano, ha offerta occasione al Ducange (_Gloss. latin._) di
passare in rassegna i diversi modi adoperati per accecare. I più
violenti erano, arderli con un ferro rosso o con aceto bollente, ovvero
stringer la testa del paziente con una corda sin tanto che gli occhi ne
uscissero. Come è ingegnosa la tirannide!

[225] _V._ la prima ritirata e il ritorno di Arsenio, in Pachimero (lib.
II, c. 15, l. III, c. 1-2 ), e in Niceforo Gregoras (l. III, c. 1, l.
IV, c. 1). La posterità biasima giustamente in Arsenio αφελεια e ραθυμια
_la frugalità e l'umiltà_, virtù in un eremita, vizj in un ministro (l.
XII, c. 2).

[226] Il delitto e la scomunica di Michele vengono raccontati con
imparzialità da Pachimero (l. III, c. 10, 14, 19 ec.) e da Gregoras (l.
IV, cap. 4). Essi dovettero la libertà alla confessione e alla penitenza
del principe.

[227] Pachimero da cui si ha il racconto dell'esilio di Arsenio (l. IV,
c. 1-16) fu uno de' commissarj che lo visitarono nell'isola deserta ove
fu confinato. Rimane tuttavia l'ultimo testamento dell'inflessibile
Patriarca (Dupin, _Bibl. ecclés._, t. X, p. 95).

[228] Pachimero (l. VII, c. 22) serba contegno di filosofo nel
raccontare questa prova miracolosa, e cita com eguale disprezzo una
trama degli Arseniani, che si adoprarono a nascondere una rivelazione
entro il sepolcro di qualche antico Santo (l. VII, c. 13); ma fa poi
ammenda di tale sua incredulità co' successivi racconti di una Immagine
che piange, di un'altra che manda sangue (l. VII, c. 30), e della cura
miracolosa di un uomo sordo e muto dalla nascita (lib. XI, cap. 32).

[229] Pachimero ha sparsa per tutti i suoi tredici libri la storia degli
Arseniani; ma ha lasciata la cura di narrare la loro riunione e il loro
trionfo a Niceforo (l. VII, 9), che non sentiva pur essi nè amore, nè
stima.

[230] I sei primi de' tredici libri di Pachimero, e il quarto e quinto
di Niceforo Gregoras, contengono il regno di Michele Paleologo, il quale
morì quando Pachimero avea quarant'anni. In vece di dividere la Storia
scritta dal medesimo in due parti, come ha fatto l'editore di essa, il
padre Poussin, mi è piaciuto seguire il Ducange e il Cousin, che
ridussero i tredici libri in una sola serie.

[231] _V._ Ducange (_Hist. C. P._, l. V, c. 33, tolta dalle lettere di
Urbano IV).

[232] Attese le corrispondenze mercantili che passavano fra i Genovesi
ed i Veneziani, i Greci chiamavano con insulto i Latini καπηλοι,
βανανυσοι _merciaiuoli e meccanici_ (Pachimero, l. V, c. 10). Gli uni
sono eretici di nome, gli altri di fatto, come i Latini, dice il dotto
Vecco (l. V, c. 12) che si convertì poco dopo (c. 15, 16), e fu fatto
Patriarca (c. 24).

[233] _Abbiamo già detto di questa aggiunta._ (Nota di N. N.)

[234] In questo novero è da porsi lo stesso Pachimero il cui racconto
compiuto ed imparziale occupa il quinto e sesto libro della sua Storia.
Ciò non di meno egli non fa menzione del lionese Concilio, mostrandosi
anzi persuaso che i Papi risedessero sempre a Roma, o nell'Italia.

[235] _V._ gli Atti del Concilio di Lione dell'anno 1274, Fleury (_Hist.
eccles._, t. XVIII, p. 181-199); Dupin (_Biblioth. eccl._ t. X, p. 135).

[236] Queste singolari istruzioni che il Wading e Leone Allazio hanno
tolte, qual con maggiore, qual con minore esattezza, dagli archivj dei
Vaticano, trovansi o compilate, o tradotte nel Fleury (t. XVIII, p.
252-258).

[237] Questa confessione sincera ed autentica della estremità cui si
vedea ridotto Michele, è stata scritta in un latino barbaro da Ogier,
che s'intitola protonotario degl'interpreti; indi il Wading l'ha copiata
dai manoscritti del Vaticano, A. D. 1278. n. 3. Dello stesso scrittore
ho trovati a caso gli _Annali_ dell'ordine Franciscano, _Fratres
Minores_, in 17 volumi in folio, a Roma nell'anno 1741, in mezzo agli
scartafacci d'un libraio.

[238] _V._ il sesto libro di Pachimero, e soprattutto i capitoli 1, 11,
16, 18, 24, 27; tanto più meritevoli di fiducia, perchè, parlando di
questa persecuzione, manifesta piuttosto il dolore che l'astio.

[239] _V._ Pachimero (l. VII, c. 1-11-17). Il discorso tenuto da
Andronico il Vecchio (l. XII, c. 2), è un monumento degno di curiosità,
servendo a provare che se i Greci erano schiavi dell'Imperatore, questi
non soggiacea meno alla superstizione e alla tirannide del Clero.

[240] Le più esatte narrazioni della conquista di Napoli fatta da Carlo
d'Angiò, le più contemporanee all'impresa, e ad un tempo compiute e
dilettevoli, si trovano nelle Cronache fiorentine di Ricordano Malaspina
(175-193), e di Giovanni Villani (l. VII, c. 1-10, 25, 30) pubblicate
dal Muratori nell'ottavo e tredicesimo volume _degli Storici
dell'Italia_; questo medesimo Scrittore ha compilati ne' suoi _Annali_
(t. XI, p. 56-72) questi grandi avvenimenti raccontati ancora nella
_Istoria civile_ del Giannone (t. II, l. XIX, t. III, lib. XX).

[241] _V._ Ducange, _Hist. C. P._, l. V, c. 49-56; l. VI, c. 1-13,
Pachimero, l. IV, c. 29; l. V, c. 7-10-25; l. VI, c. 30-32-33, e
Niceforo Gregoras, l. IV. 5, l. V, 1, 6.

[242] I lettori di Erodoto si ricorderanno, in qual modo miracoloso
l'esercito assiro, condotto da Sennacherib, fu disarmato e distrutto (l.
II, c. 141).

[243] Giusta il dire di un Guelfo zelante, Saba Malaspina (_Storia di
Sicilia_, l. III, c. 16) Muratori (t. VIII, p. 832), i sudditi di Carlo
che avevano perseguito Manfredi, siccome un lupo, lo sospiravano come un
agnello; lo stesso Scrittore giustifica il pubblico scontento
descrivendo la tirannide del governo francese (l. VI, c. 2-7). _V._ il
_manifesto Siciliano_ in Nicola Speciale (l. I, c. 11, Muratori, t. X,
p. 930).

[244] _V._ il carattere e i pensamenti di Pietro Re d'Aragona nel
Mariana (_Storia di Spagna_, l. XIV, c. VI, t. II). Il lettore perdonerà
i difetti del Gesuita in grazia dello stile, e spesse volte in grazia
del discernimento dello Storico.

[245] Nicola Speciale dopo avere enumerati gli aggravj che i suoi
compatriotti patirono, aggiunge ritraendo la vera indole della gelosia
italiana: _Quae omnia et graviora quidem, ut arbitror, patienti animo
Siculi tolerassent, nisi quod primum cunctis dominantibus cavendum est,
alienas faeminas invasissent_ (l. 1, c. 2, p. 924).

[246] Fu ricordata per lungo tempo ai Francesi questa terribil lezione.
«Se mi fanno montare la stizza, dicea Enrico IV, andrò a far colezione a
Milano e a desinare a Napoli» — «Vostra maestà, rispondea l'Ambasciatore
spagnuolo, potrebbe arrivare in Sicilia all'ora del Vespero».

[247] Due Scrittori del paese raccontano le particolarità di questa
sommossa e della vittoria che ne venne in appresso, Bartolommeo di
Neocastro (nel Muratori, t. XIII), e Nicola Speciale (nel Muratori, t.
X) l'uno contemporaneo, l'altro vissuto nel secolo successivo. Lo
Speciale animato da patriottici sentimenti si sdegna del vocabolo
_ribelle_, e nega esservi stata una precedente corrispondenza con Pietro
d'Aragona (_nullo communicato consilio_), il quale si trovò _a caso_ con
una flotta e con un esercito alla costa dell'Affrica (lib. 1, c. 4-9).

[248] Niceforo Gregoras (l. V, c. VI) ammira la saggezza della
Providenza in questo mutuo equilibrio degli Stati e dei Principi. Per
l'onore di Paleologo gli augurerei che tale osservazione fosse stata
fatta da un Italiano.

[249] _V._ la _Cronaca_ del Villani, il volume undecimo degli _Annali
d'Italia_ del Muratori, e i lib. XX, XXI della _Istoria civile_ del
Giannone.

[250] I più valorosi di questa truppa di Catalani e Spagnuoli erano
conosciuti dai Greci sotto il nome di Almugavares, nome che si davano da
sè medesimi. Il Moncada li fa discender dai Goti, Pachimero (l. XI, c.
22) dagli Arabi. A malgrado di vanità nazionale e religiosa, credo che
il secondo abbia ragione.

[251] Per formarsi meglio un'idea sulla popolazione di queste città, si
osservi che Tralle riedificata sotto il precedente regno, poi devastata
dai Turchi, contenea trentaseimila abitanti. Pachimero (l. VI, c. 20,
21).

[252] Ho raccolte queste particolarità da Pachimero (l. XI, c. 21, l.
XII, c. 4, 5-8-14-19), il quale ne dà a conoscere le alterazioni che a
mano a mano la moneta d'oro sofferse. Anche nei dì più felici del regno
di Giovanni Duca Vatace, i bisantini conteneano una meta d'oro, e
l'altra metà di lega. Michele Paleologo, costretto dalla povertà,
fabbricò nuove monete, nelle quali entravano nove parti o caratti d'oro
e quindici di rame. Dopo la morte di questo, il titolo si alzò a dieci
caratti, fintantochè, cresciute oltre modo le pubbliche sciagure, venne
ridotto a metà. Il principe ne ebbe un istantaneo sollievo, ma
passeggiero sollievo che irreparabilmente distrusse il commercio e il
credito della nazione. In Francia il titolo è di ventidue caratti, e di
una dodicesima parte di lega; più alto ancora è il titolo d'Inghilterra,
e d'Olanda.

[253] Pachimero, ne' suoi libri XI, XII, XIII, fa un minutissimo
racconto della guerra de' Catalani insino all'anno 1308; Niceforo,
diffondendosi meno, la descrive più compiutamente (l. VII, 3-6). Il
Ducange che riguarda questi venturieri come francesi, ne ha seguiti i
passi colla esattezza ad esso connaturale (_Hist. C. P._ l. VI, c.
22-46): cita una Storia d'Aragona che ho letta con piacere, e che gli
Spagnuoli esaltano siccome un modello di componimento e di stile
(_Expedicion de los Catalanos y Aragones contra los Turcos y Griegos_;
Barcellona 1623 in 4; Madrid 1777, in 8.). Don Francisco de Moncada,
conte di Ossona, avrà imitato Cesare o Sallustio, avrà tradotti i
contemporanei greci, o italiani; ma egli non addita mai le sue autorità,
nè trovo veruna testimonianza nazionale che confermi le imprese de' suoi
compatriotti.

[254] _V._ la Storia del laborioso Ducange, e l'accurata tabella delle
dinastie francesi; ove trovansi raccolti i trentacinque passi della
stessa Storia che citano i Duchi d'Atene.

[255] Il Villehardouin in due luoghi, fa menzione onorevole di Ottone De
la Roche (n. 151-235), e nel primo d'essi il Ducange aggiugne tutto
quanto si è potuto sapere intorno alla persona e alla famiglia di questo
Duca d'Atene.

[256] Da questi Principi latini del secolo XIV il Boccaccio, il Chaucer,
il Shakespeare, hanno tolto il loro Teseo, Duca di Atene. Un secolo
ignorante attribuisce ai tempi i più remoti la propria lingua e i proprj
costumi.

[257] Non in diversa guisa Costantino ha dato un Re alla Sicilia, alla
Russia un _magnus dapifer_ dell'Impero, a Tebe il _primicerius_. Il
Ducange (_ad_ Niceph. Gregor., l. VII, c. 5) parla di queste assurde
favole col disprezzo che ad esse è dovuto. I Latini chiamavano per
corruzione il signor di Tebe _Megas Kurios_, o _Gran Sire_.

[258] _Quodam miraculo_, dice Alberico. Fu forse per merito di Michele
il Coniate, Arcivescovo, che avea difesa Atene contro il tiranno Leone
Sguro (Niceta, _in Balduino_). Michele era fratello dello storico
Niceta, e il suo elogio di Atene conservasi ancor manoscritto nella
Biblioteca Bodleana (Fabr., _Bibl. graec._ t. VI, p. 405).

[259] Questi cenni intorno alla moderna Atene sono tolti dallo Spon
(_Viaggio in Grecia_, t. II, p. 79-190), dal Wheeler (_Viaggio in
Grecia_, p. 337-414), dallo Stuart (Antichità d'Atene, passim), dal
Chandler (_Viaggio in Grecia_, p. 23-172). Il primo di questi
viaggiatori visitò la Grecia nell'anno 1676, il secondo nel 1765; e il
volgere di più d'un secolo non avea su questo tranquillo teatro operato
alcun cambiamento.

[260] Gli Antichi, o almeno gli Ateniesi credevano che tutte le Api del
Mondo venissero dal monte Imeto, e che il mangiar mele e il fregarsi
d'olio erano cose bastanti a conservar la salute e a prolungare la vita
(_Geoponica_, l. XV, c. 7, p. 1089-1094, edizione di Niclas).

[261] Il Ducange (_Gloss. graec. praef._ pag. VIII) cita per suo testo
Teodosio Zigomalas, moderno gramatico. Nondimeno lo Spon (t. II, p. 194)
e il Wheeler (p. 355), che possono aversi per giudici competenti,
portano sul dialetto dell'Attica un'opinione più favorevole.

[262] Non possiamo per altro tacciarli di avere corrotto il nome di
Atene, che chiamano anche Atini. Dalle voci εις της Αθηνην, noi abbiamo
formata la barbara denominazione _Setine_.



CAPITOLO LXIII.

      _Guerre civili e rovine dell'Impero greco. Regni di Andronico il
      Vecchio, di Andronico il Giovane, e di Giovanni Paleologo.
      Reggenza, sommossa, regno e rinunzia di Giovanni Cantacuzeno.
      Fondazione di una colonia genovese a Pera e a Galata. Guerre de'
      Coloni contro l'Impero e la città di Costantinopoli._


[A. D. 1282-1320]

Il lungo regno di Andronico il Vecchio[263] non è memorabile che per le
dispute della Chiesa greca, per l'invasione de' Catalani, per l'aumento
della grandezza ottomana. Benchè questo Principe sia stato celebrato
come il sovrano più dotto e virtuoso del proprio secolo, la sua scienza
e virtù non contribuirono nè a far lui più perfetto, nè a rendere più
felice la società. Schiavo di assurdissime superstizioni, sempre
trovandosi in mezzo a nemici, or reali, or fantastici, la sua
immaginazione non era meno ferita dal timore delle fiamme
dell'inferno,[264] che da quello de' Turchi o de' Catalani. Fu sotto il
regno di Paleologo che la elezione di un patriarca riguardavasi come il
più serio affar dello Stato. I Capi della Chiesa greca erano frati
ambiziosi e fanatici, spregevoli e funesti egualmente pei lor vizj e per
le loro virtù, per la loro ignoranza e per la loro dottrina. I rigorosi
precetti del Patriarca Atanasio[265] mossero a sdegno il popolo e il
clero, perchè fu udito intimare ai peccatori la necessità di bere sino
al fondo il calice della penitenza, e sopra di lui spargeasi la ridicola
novelletta dell'asino sacrilego, che egli punì per averlo trovato
mangiando una lattuga nell'orto d'un chiostro. Scacciato il Patriarca
dalla sua cattedra per calmare le pubbliche grida, compose prima di
ritirarsi due scritti di un tenore affatto contraddittorio, perchè l'un
d'essi, che era il suo testamento pubblico, spirava soltanto
rassegnazione e carità: l'altro, codicillo particolare, lanciava
tremendi anatemi sugli autori della sua disgrazia, escludendoli per
sempre dalla comunione della Santissima Trinità, de' Santi e degli
Angeli; il quale ultimo scritto, rinchiuso entro una pentola di terra,
egli fece depositare sull'alto di un pilastro della cupola di S. Sofia,
sperando che tal suo decreto, venendo un giorno alla luce, lo
vendicasse. Di fatto, dopo quattro anni, alcuni fanciulli arrampicandosi
sopra scale da architetti per cercar nidi di colombi, il fatale segreto
scopersero; onde Andronico che si trovava compreso nella scomunica,
tremò sull'orlo dell'abisso perfidamente scavato sotto i suoi passi.
Fatto immediatamente assembrare un sinodo di vescovi a fine di discutere
questo punto importante, venne unanimemente riprovato quell'impeto di
stizza che avea suggerito il clandestino anatema al Prelato; ma poichè
la forza di un anatema non poteva essere sciolta che da chi l'avea
pronunziato, e un Patriarca rimosso dalla sua sede non godea la facoltà
di concedere una tale assoluzione, si giudicò non esservi potenza sulla
terra che potesse togliere il suo valore a quella sentenza. Venne
costretto l'autor del disordine a manifestare qualche debole
contrassegno di aver perdonato, e di essere pentito di quell'atto del
proprio sdegno; ma non quindi tranquilla la coscienza dell'Imperatore,
il debole principe non desiderava, men d'Atanasio medesimo, di veder
riascendere il soglio patriarcale a quel solo Prelato che gli poteva
restituire la pace. Nel mezzo di una notte, un frate dopo avere urtato
aspramente contro la porta della stanza ove l'Imperatore dormiva, gli
annunziò una rivelazione di peste, fame, tremuoto e innondazione.
Atterrito Andronico, balza dal letto, passa il rimanente della notte in
preghiere, e intanto sentì o gli parve sentir tremare la terra.
Immantinente, seguìto da un corteggio di Vescovi, si trasferì alla
celletta di Atanasio, e questo Santo, per opera di cui era il messaggio
che aveva empiuto di spavento l'Imperatore, dopo essersi fatto
convenevolmente pregare, acconsentì di assolvere il Principe e di
ritornare al governo della Chiesa di Costantinopoli; ma invece che le
passate disgrazie ne avessero ammollito l'animo, l'indole sua era
divenuta ancor più aspra nella solitudine, onde il pastore si fece
nuovamente abborrire dalla sua greggia. I nemici di lui idearono e
misero ad effetto un metodo singolar di vendetta. Levato di notte tempo
lo strato che stava a piedi della sua cattedra, tornarono indi a
metterlo a suo luogo, coll'aggiunta di un disegno in caricatura che
rappresentava il Sovrano colla briglia in bocca, e Atanasio che tenendo
le redini, conducea la docile bestia a' piè dell'altare. Scoperti gli
autori dell'insulto vennero puniti, ma non colla morte; laonde il
Patriarca sdegnato perchè gli parea troppo mite la pena, cercò una
seconda volta la sua celletta, e Andronico aperse gli occhi per un
istante, ma tornò poi a chiuderli sotto il successor di Atanasio.

Se nel durare d'un regno di cinquant'anni non sono accadute bisogne più
rilevanti di questa or raccontata, non posso almeno dolermi della
scarsezza di materiali, allorchè riduco in poche pagine gli enormi
volumi in foglio di Pachimero[266], di Cantacuzeno[267] e di Niceforo
Gregoras[268], autori della prolissa e languida Storia di que' giorni.
Il nome di Giovanni Cantacuzeno, e le circostanze, fra le quali questo
Principe si trovò, son fatte certamente per chiamare sugli scritti del
medesimo una viva curiosità. Ma ne' suoi Comentarj che comprendono un
intervallo di quarant'anni dalla ribellione d'Andronico il Giovine, fino
al momento in cui rassegnò egli stesso l'impero, si è dovuto osservare
essere egli, non men di Cesare e di Mosè, l'attor principale delle scene
che imprende a descrivere; e per altra parte nella sua eloquente opera
cercheremmo invano la sincerità d'un eroe, o d'un penitente. Benchè
ritirato in un chiostro, e lontano dai vizj e dalle passioni del secolo,
egli ne ha offerto meno una confessione che una apologia della vita di
un ambizioso politico. Anzichè dipingere i caratteri e i divisamenti de'
suoi personaggi, ne presenta soltanto agli sguardi, una superficie
speciosa e sfumata degli avvenimenti, colorita dalle lodi che dispensa a
sè medesimo e a suoi partigiani. I motivi di questa gente son sempre
_puri_, i fini, _legittimi_; se cospirano, se ribellano, _nol fanno mai
con mire di interesse_, le violenze o commesse, o tollerate da essi sono
_atti lodevoli_, son _naturali conseguenze della ragione e della virtù_.

[A. D. 1320]

Ad imitazione del primo fra i Paleologhi, Andronico il Vecchio collegò
agli onori della porpora il proprio figlio Michele; riguardato, dalla
età di diciotto anni fino alla sua morte immatura (intervallo di cinque
lustri) come secondo Imperatore de' Greci[269]. Condottiero degli
eserciti nè diede ai nemici inquietudine, nè gelosie alla Corte:
incapace di colpevoli desiderj, non calcolò mai gli anni della vita del
padre, nè questo padre o ne' vizj, o nelle virtù del figlio trovò motivi
di pentirsi d'averlo innalzato. Il figlio di Michele portava il nome
dell'avolo Andronico, che per questa circostanza lo avea preso di
buon'ora in grandissimo affetto; e lo spirito e l'avvenenza del
giovinetto accrebbero la tenerezza del vecchio, venuto nella speranza
che i suoi voti delusi nel primo suo discendente, sarebbero nel secondo
compiuti. Questo nipote adunque fu educato nella reggia, come erede
dell'Impero e favorito dell'Imperatore, e ne' giuramenti e nelle
acclamazioni del popolo, i nomi del padre e del figlio e del pronipote
formavano un'augusta Trinità. Ma tale immatura grandezza ben presto
corruppe Andronico, il quale con puerile impazienza considerava il
doppio ostacolo che poneasi, e potea opporsi per lungo tempo, agli
slanci della sua ambizione. Non che la sete di ottenere gloria, o di
potere adoperarsi alla felicità de' suoi popoli, questa sua impazienza
movesse; perchè la ricchezza e l'impunità delle azioni erano agli occhi
di lui le più preziose prerogative di cui godesse un Monarca. Laonde
incominciò a farsi conoscere qual era colla domanda di alcune fertili e
ricche isole, ove poter condurre la sua vita in seno alla independenza e
ai piaceri; diede indi motivi di scontento all'Imperatore pe' clamorosi
disordini che, grazie alle sregolatezze del medesimo, turbavano la
Capitale. Avendo egli preso ad imprestito dai Genovesi di Pera quelle
somme di danaro che la parsimonia dell'avo gli ricusava, intantochè
questi debiti gli avean giovato ad assicurarsi una fazione di
partigiani, erano cresciuti a tale che solamente una rivoluzione pagar
li poteva. Una donna avvenente e di chiari natali, ma pe' suoi costumi
vera cortigiana, avea fornite le prime lezioni d'amore al giovine
Andronico, e venuto questi in sospetto che ella ricevesse di notte tempo
un rivale, pose in agguato dinanzi alla casa della medesima le proprie
guardie, che trapassarono colle lor frecce un estranio mentre passava
per quella strada; estranio che fu riconosciuto da lì a poco essere il
principe Manuele, il quale più non si riebbe, ed infine morì per gli
effetti di quella ferita. Otto giorni dopo tal morte, Michele la cui
salute era andata declinando continuamente, morì deplorando la perdita
d'un figlio, il traviamento dell'altro[270]. Benchè l'intenzione del
giovine Andronico nella morte del fratello non fosse concorsa, ei non
dovea riguardar meno, e in questa e in quella del padre gli effetti
della sua viziosa condotta; onde gli uomini capaci di meditare e sentire
videro con profondo dolore come il ridetto Principe, anzichè manifestare
tristezza o rimorsi, dissimulava a fatica la gioia per trovarsi libero
da due competitori. Tai funesti avvenimenti, e altri disordini che
accaddero ancora, distolsero a grado a grado dal nipote l'animo
dell'avolo che dopo avere sperimentati vani i consigli e i rimproveri,
trasportò sopra un terzo figlio del defunto Michele le sue speranze ed
affezioni[271]; cambiamento politico che venne annunziato col chiamare
il popolo a dar nuovo giuramento di fedeltà al Sovrano, ed al successore
al trono che questi disegnerebbe. Al mal umore manifestato dall'escluso
si unirono nuove colpe, per le quali, tornando sempre indarno i
rimproveri, all'ignominia di un processo pubblico si vide esposto. Ma
quando stava per profferirsi la sentenza, che forse avrebbe condannato
il colpevole a condurre il rimanente de' suoi giorni rinchiuso in un
carcere, o in un monastero, l'Imperatore ricevè la notizia che i
partigiani armati del nipote, tutti i cortili del palagio tenevano.
Allora acconsentì a cambiare il solenne giudizio in un Trattato di
riconciliazione, la qual vittoria incoraggiò a nuove colpe il giovane
Andronico e i suoi amici.

Ciò nullostante la Capitale, il Clero e il Senato parteggiando tuttavia
pel vecchio Imperatore o almeno pel suo governo, i turbolenti non
poteano fondare le loro speranze di trionfare e di rovesciare il trono
che sopra la fuga e il soccorso degli stranieri. Il Gran Domestico,
Giovanni Cantacuzeno era l'anima della colpevole impresa. Dal punto che
egli abbandonò fuggendo Costantinopoli, incominciano i suoi Comentarj e
gli atti che lo danno a conoscere. Il suo amore verso la patria, è egli
solo che il lodi; quanto poi allo zelo e alla destrezza di cui diè prova
a favore del suo protetto, anche uno Storico della parte contraria gli
rende giustizia. Il giovine Andronico adunque fuggito dalla Capitale col
pretesto di andare alla caccia, spiegò, giunto ad Andrinopoli lo
stendardo della ribellione, ed ebbe in breve sotto di sè un esercito di
cinquantamila uomini, che, per sentimento di dovere o di onore, contra i
Barbari non avrebbero prese l'armi. Una forza sì ragguardevole era
quanto bastava per salvar l'Impero, o per imporgli la legge; ma
dominando la discordia ne' consigli de' ribellanti, procedeano lenti ed
incerti, intanto che la Corte di Costantinopoli con sorde pratiche e
negoziati le costoro fazioni impacciava. Laonde avvenne che i due
Andronici durarono sette anni protraendo, sospendendo, rinovando le
disastrose loro contestazioni. Con un primo Trattato si spartirono fra
loro gli avanzi dell'impero, rimanendo Costantinopoli, Tessalonica e le
isole al vecchio Andronico, e divenendo il Giovine indipendente Sovrano
di quasi tutta la Tracia, da Filippi fino alle pertenenze di Bisanzo.
Mediante un secondo Trattato (A. D. 1325) il giovine Andronico si
assicurò l'immediata incoronazione, il pagamento di quanto era dovuto al
suo esercito, un parteggiamento eguale di rendite e di potere coll'avo.
Colla sorpresa di Costantinopoli e colla ritirata definitiva del vecchio
Andronico terminando la terza guerra civile, il giovine vincitore tenne
solo l'Impero. La ragione di tali lentezze può trovarsi esaminando il
carattere degli uomini e l'indole del secolo. Allorchè l'erede del trono
fe' palesi i primi torti che avea ricevuti e i timori concetti, i popoli
lo ascoltarono con sollecitudine e gli fecero plauso. I messi del
giovine ribelle notificarono per ogni dove che il nuovo Sovrano avrebbe
aumentati gli stipendj delle milizie e alleggeriti di una parte di tasse
i suoi sudditi; nè si badò, come queste due promesse si distruggessero
l'una coll'altra. Tutti gli abbagli commessi durante un regno di
quarant'anni apparvero buone ragioni per una sommossa: e la nuova
generazione vedea con dispetto protraersi all'infinito il regno d'un
Principe, le cui massime e i favoriti a un altro secolo apparteneano, e
la vecchiezza del quale non inspirava rispetto, perchè mancò d'energia
la sua gioventù. Di fatto le pubbliche tasse fruttandogli una rendita di
cinquecentomila libbre d'oro, e facendolo il più ricco di tutti i
Principi cristiani, egli non era stato capace di mettere in armi tremila
uomini a cavallo e trenta galee per impedire i progressi e i
devastamenti de' Turchi; laonde il suo nipote Andronico soleva
esclamare[272]. «Oh! come è diversa la mia condizione da quella del
figlio di Filippo! Alessandro si dolea che suo padre non gli lascerebbe
nulla da conquistare; quanto a me, il mio avo non mi lascerà nulla da
perdere.» Ma i Greci ben tosto s'avvidero non essere la guerra civile un
buon rimedio ai mali che li premevano, nè trovarsi nel giovane da lor
prediletto le qualità necessarie a divenire il salvatore di un Impero
che declinava. Alla prima sconfitta che questi soffersero, la fazione
de' suoi incominciò a sciogliersi per la spensieratezza del condottiero,
per le discordie che insorsero fra i partigiani, e per le pratiche della
vecchia Corte che seppe indurre i mal contenti a far diffalte o a
tradire la causa de' ribelli. Andronico il Giovane lasciatosi vincere
dai rimorsi, già stanco degli affari, ingannato fors'anche dalle
negoziazioni, o più avido di piaceri che di possanza, calò a patti sì
fattamente che l'ottenuta facoltà di mantenere mille cani da caccia,
mille falchi, e mille cacciatori, bastò a disarmare la sua ambizione,
come a coprir d'obbrobrio il suo nome.

Consideriamo ora la catastrofe di questo intreccio sì avviluppato, e lo
stato definitivo de' principali personaggi[273]. Andronico l'avo
trascorse tutta la vecchiezza in mezzo alle civili discordie; i variati
eventi della guerra, o de' Trattati lo diminuirono a mano a mano e di
potere e di fama, sino alla fatal notte in cui il giovine Andronico
s'impadronì, senza trovar resistenza, della città e della reggia. Il
Comandante in capo disdegnando gli avvisi che sull'imminente pericolo
gli venivano dati, dormiva tranquillamente sul proprio letto
abbandonandosi ad una sicurezza figlia dell'ignoranza, intanto che il
debol Monarca, non mai sgombro l'animo d'inquietudini, stavasi in mezzo
alle sue turbe di paggi e d'ecclesiastici. Non andò guari che i suoi
terrori prendendo un fondamento reale, si udirono per ogni intorno le
acclamazioni che gridavano il nome e la vittoria dal giovine Andronico.
Prostrato a' piedi di una immagine della Madonna, inviò umilmente messi
per consegnare lo scettro al vincitore e chiedergli in dono la vita.
Convenevole e rispettosa fu la risposta di questo: egli s'incaricava,
dicea, del governo per arrendersi ai voti del popolo; ma non quindi il
suo avo rimarrebbe privo della propria dignità e supremazia. Il
vincitore gli lasciava il suo palagio, assegnandogli ventiquattromila
piastre d'oro, la metà della qual somma l'imperiale erario avrebbe
fornita, l'altra metà si leverebbe dalle pesche di Costantinopoli. Ma
spogliato Andronico del potere, cadde ben presto in dimenticanza e in
dispregio. Il silenzio del suo palagio non era più interrotto che dalle
bestie domestiche e dai polli del vicinato che i cortili solitarj ne
ingombravano impunemente. Il suo assegnamento fu ridotto a diecimila
piastre d'oro[274] che a stento gli venivan pagate. Ad aggravarne i
patimenti si aggiunse l'indebolimento della vista. Ciascun giorno,
diveniva più rigorosa la sua prigionia; e nel tempo di un'assenza e di
una infermità del suo nipote, i barbari carcerieri con minaccia di morte
il costrinsero a dimettere la porpora per abbracciare l'abito e la
professione monastica. Il frate Antonio (che l'infelice assunse un tal
nome) avea bensì rinunziato alle vanità del Mondo, ma si trovò alla
necessità di chiedere che la sua rozza lana da frate fosse foderata di
pelliccia per difendersi dai rigori del verno: il vino gli era proibito
dal confessore, l'acqua dal medico; onde fu obbligato a non usar d'altra
bevanda fuor del sorbetto d'Egitto; e l'antico Imperator de' Romani, non
senza fatica giunse a procurarsi tre o quattro piastre d'oro per
provvedere a sì modesti bisogni. Se poi è vero che di questo poco danaro
egli si valse ad alleviare i mali d'un amico che si trovava in angustie
anche maggiori, un tal sagrifizio non è privo di merito agli occhi della
religione e della umanità. Quattro anni dopo la sua rinunzia, Andronico,
ossia frate Antonio, spirò nella sua celletta in età di settantaquattro
anni, e quanto gli poterono promettere gli ultimi discorsi
dell'adulazione si stette in una corona più splendida di quella che in
questo corrotto Mondo aveva portata[275].

[A. D. 1332]

Il regno di Andronico il Giovane non fu nè più glorioso, nè più
fortunato di quello dell'avo[276]. Non godè che per pochi istanti, e
misti di amarezza, i frutti della sua ambizione. Spogliatosi
nell'ascendere il trono, di quanto dell'antica popolarità rimanevagli,
allora i difetti dell'indole sua si scorsero più chiaramente. I lamenti
del pubblico contro di lui lo costrinsero a guerreggiare in persona i
Turchi; nè nell'istante del pericolo difettava già di coraggio; ma dalla
sua spedizione non riportò miglior trofeo di una ferita, e gli Ottomani
vincitori consolidarono vie più la loro monarchia. Giunti all'estremo i
disordini della amministrazione civile, la sprezzante negligenza con cui
Andronico riguardava le consuetudini della nazione, lo trasse ad
introdurre riforme nel modo di vestire del paese, cosa che i Greci
deplorarono, come funesto sintomo dello scadimento dell'Impero. Gli
stravizj della gioventù gli avevano affrettata l'età de' malori; onde
riavutosi appena, fosse per opera della natura, o de' medici, o d'un
miracolo della Beata Vergine, da una pericolosissima infermità, morì
quasi d'improvviso giunto al quarantacinquesimo anno della sua vita.
Ebbe due mogli, alemanna l'una, italiana l'altra, perchè i progressi de'
Latini, così nell'arti come nella guerra, aveano mitigati i pregiudizj
della Corte di Bisanzo. La prima di queste, conosciuta nella sua patria
col nome d'Agnese, e con quello d'Irene in Grecia, era figlia del Duca
di Brunswick. Il padre della medesima,[277] picciolo Sovrano[278] d'un
paese povero e selvaggio del Nort dell'Alemagna[279], traeva qualche
rendita dalla sue mine d'argento[280], benchè i Greci ne abbiano
esaltata la famiglia, come la più antica e la più nobile fra le schiatte
teutoniche[281]. Morta Irene non lasciando prole, Andronico sposò
Giovanna sorella del Conte di Savoia[282], negata, per maritarla ad un
Imperator greco, al Re di Francia[283]. Il Conte, onorando in sua
sorella il titolo d'Imperatrice, la fe' accompagnare da numeroso seguito
di nobili donzelle e di cavalieri: fu rigenerata e coronata nella chiesa
di S. Sofia col nome più ortodosso di Anna. In occasione di tali nozze,
i Greci e gl'Italiani si disputarono ne' tornei, e con giostre militari,
il premio della destrezza e del valore.

[A. D. 1341-1391]

L'Imperatrice Anna di Savoia sopravvisse al marito. Giovanni Paleologo,
erede del trono in età di nove anni, ebbe per protettore della sua
infanzia il più illustre e il più virtuoso fra i Greci. La sincera e
tenera amicizia che il padre del giovinetto conservò mai sempre a
Cantacuzeno fa onore del pari al Principe ed al ministro. Erano presso
che eguali per nobiltà di nascita il padrone ed il suddito[284]. Nato lo
scambievole loro affetto fra' comuni passatempi della giovinezza, i
pregi d'un animo ingentilito da colta educazione privata teneano nel
suddito vece del nuovo lustro che dalla porpora il Principe ricevea. Noi
abbiam veduto Cantacuzeno sottrare il giovine Imperatore alla vendetta
dell'avo, e dopo sei anni di guerra civile, ricondurlo trionfante al
palazzo imperiale di Costantinopoli. Sotto il regno d'Andronico il
Giovane, il Gran Domestico governò l'Imperatore e l'Impero; ricuperò
l'Isola di Lesbo, e il principato di Etolia; gli stessi nemici di
Cantacuzeno son ridotti a confessare che in mezzo ai depredatori delle
pubbliche sostanze, egli solo si conservò moderato e riguardoso.
Osservando di fatto che egli spontaneo ne dà a conoscere lo stato di sue
ricchezze,[285] vi è luogo a presumere che ei le abbia ricevute per
eredità, non aumentate per via di rapine. Per vero dire, egli non
ispecifica lo stato della sua cassa, il valore dei suoi vasellami ed
arredi. Nondimeno dopo il dono volontario ch'ei fece di dugento vasi
d'argento, dopo tutti quelli ch'ei mise in deposito presso gli amici,
dopo quel molto che i nemici gli tolsero, i suoi tesori confiscati
bastarono ad allestire una flotta di settanta galee. Cantacuzeno non ne
offre una minuta descrizione de' suoi dominj; ma i granai del medesimo
racchiudevano immensa copia di orzo e di frumento; e regolando i calcoli
colla pratica dell'antica agricoltura, le mille paia di buoi adoperati
alla coltivazione de' suoi terreni indicavano almeno sessantaduemila
cinquecento acri di terreno dissodato[286]. I pascoli di Cantacuzeno
manteneano mille cinquecento cavalli, dugento cammelli, trecento muli,
cinquecento asini, cinquemila buoi, cinquantamila porci e settantamila
pecore[287]. Una sì immensa ricchezza rurale dee parerne sorprendente
ne' giorni dello scadimento dell'Impero, e massimamente nella Tracia,
provincia devastata a mano a mano da tutte le fazioni. Il favore del
Sovrano superò ancora la ricchezza del suddito, perchè in alcuni momenti
di famigliarità, e durante la malattia di Andronico, questi mostrò il
desiderio di toglier di mezzo la distanza che li separava, pregando il
suo amico ad accettare il diadema e la porpora. Il Gran Domestico ebbe
virtù bastante per resistere ad una offerta così seducente; almeno egli
lo afferma nella sua Storia. L'ultimo testamento di Andronico il Giovane
nominò Cantacuzeno tutore del figlio e Reggente dell'Impero.

[A. D. 1341]

Se in compenso de' prestati servigi, il Reggente avesse ottenuta una
giusta retribuzione di gratitudine e di docilità, la purezza del suo
zelo per gl'interessi del pupillo non si sarebbe forse smentita[288].
Cinquecento scelti soldati difendevano la persona del giovine Imperatore
e la reggia; vennero celebrate con decoro le esequie del defunto
Andronico; la tranquillità della Capitale ne annunciava la sommessione;
cinquecento lettere inviate nelle province entro il primo mese che seguì
la morte del Monarca, le fecero istrutte delle ultime volontà del
medesimo. Ma questa felice prospettiva di una tranquilla minorità fu
distrutta dall'ambizione del Gran Duca o ammiraglio Apocauco, la cui
perfidia vien dipinta sotto le più odievoli forme dall'augusto Storico
che confessa la propria imprudenza nell'avere innalzato Apocauco alla
dignità di Gran Duca, a malgrado dell'opinione contraria del defunto
Sovrano che avea più acume di lui. Audace e scaltro, prodigo e dominato
dalla cupidigia, l'Ammiraglio faceva obbedire i proprj vizj alle mire
della sua ambizione, il proprio ingegno alla rovina della sua patria.
Fatto orgoglioso dal comando di una Fortezza, e dall'altro degli
eserciti navali di tutto l'Impero, Apocauco congiurava contro il proprio
benefattore, largheggiandogli nel medesimo tempo di assicurazioni di
affetto e di fedeltà. Vendute a costui tutte le matrone della Corte
dell'Imperatrice, ogni divisamento del medesimo secondavano. Essendo
pertanto riescito far sì che Anna di Savoia ridomandasse la tutela del
proprio figlio, quest'atto ebbe colore di materna sollecitudine; giacchè
l'esempio del primo Paleologo ne instruiva i posteri a tutto paventare
dalla perfidia di un tutore. Il patriarca Giovanni d'Apri, vecchio
vanaglorioso, debole e attorniato da una turba di congiunti indigenti,
mise in campo una antica lettera di Andronico, colla quale «l'Imperatore
legava alle sue pietose cure il Principe e il popolo. Il destino del suo
predecessore Arsenio lo persuadeva a prevenire il delitto di un
usurpatore, anzichè vedersi alla necessità di punirlo». Lo stesso
Apocauco non potè starsi dal sorridere sul buon successo delle proprie
arti adulatrici in veggendo il Vescovo di Bisanzo sfoggiare con pompa
eguale a quella del romano Pontefice, e gli stessi temporali diritti
pretendere[289]. Fra questi tre personaggi, d'indole e stato così
diversi, una segreta lega si strinse; e restituita al Senato un'ombra di
autorità, col nome di libertà il popolo fu adescato. Questa possente
confederazione assalì il Gran Domestico, per vie obblique da prima, indi
con forza aperta. Si disputò sulle prerogative del medesimo; i consigli
di lui venivano respinti, gli amici perseguitati, e più d'una volta
corse rischio di vita in mezzo della Capitale, e a capo ancor degli
eserciti. Mentre lo tenea lontano da Costantinopoli il servigio dello
Stato fu accusato di tradimento, chiarito nemico dell'Impero e della
Chiesa greca, egli e i suoi partigiani consagrati alla spada della
giustizia, alla vendetta del popolo, alle potenze infernali.
Confiscatine i beni, confinata in una prigione la madre di lui
innoltrata negli anni, egli si vide dalla violenza e dalla ingiustizia
costretto a commettere quel delitto di cui veniva accusato[290]. Nulla
avvi nella precedente condotta di Cantacuzeno che ne dia motivo per
giudicarlo reo di aver premeditato alcun disegno colpevole; e se qualche
cosa potesse renderlo sospetto, sarebbe soltanto l'ostentazione da esso
posta nel reiterare le proteste della sua innocenza, e gli encomj che
egli non risparmiava alla sublime purezza di sua virtù. Sintanto che
l'Imperatrice e il Patriarca serbarono seco lui le apparenze
dell'amicizia, egli sollecitò per più riprese la permissione di
abbandonare la reggenza e di ritirarsi in un monastero. Allorchè un
bando lo promulgò pubblico nemico, la prima risoluzione di Cantacuzeno
era stata quella di correre ai piedi del Principe, e offrire senza
querelarsi, o resistere il suo capo alla scure; solamente con ripugnanza
si fece infine ad ascoltare la voce della ragione, e a meditare che
essendo proprio dovere il salvare la sua famiglia e gli amici, non potea
riuscire in questo senza impugnar l'armi e assumere il titolo di
Sovrano.

[A. D. 1341]

Nella Fortezza di Demotica, suo retaggio particolare, l'Imperatore
Giovanni Cantacuzeno i purpurei coturni vestì; nella qual cerimonia i
Nobili suoi congiunti gli calzarono la gamba destra, e la sinistra que'
condottieri latini, ai quali lo stesso Giovanni avea conferito l'ordine
della cavalleria. Ma sollecito, ancor ribellando, di serbare le forme
della fedeltà, volle che prima del proprio nome e di quello d'Irene sua
moglie, venissero acclamati quelli di Paleologo e di Anna di Savoia; e
benchè una vana cerimonia mal giovi a palliare la ribellione, nè veruna
ingiuria personale ricevuta divenga valevole scusa al suddito che
brandisce l'armi contra il Sovrano, i pochi apparecchi che precedettero
questa fazione, e il mal successo che la seguì, possono servir di
conferma a quanto Cantacuzeno accerta, cioè essere egli stato condotto
ad un passo così decisivo men dalla scelta che dalla necessità.
Costantinopoli si mantenne fedele al giovine Imperatore; il Re de'
Bulgari fu sollecitato a venire in soccorso della città di Andrinopoli.
Le principali città della Tracia e della Macedonia, dopo avere esitato
per qualche tempo, abbandonarono le parti del Gran Domestico; perchè i
comandanti delle truppe e delle province giudicarono miglior interesse
per loro il restar sottoposti al debole governo di una donna e d'un
prete. L'esercito di Cantacuzeno, diviso in sedici squadre, accampò
sulle rive del Melas, per tenere in freno di lì, o intimorire la
Capitale. Ma il terrore, o il tradimento ne sbandarono le soldatesche, e
gli uffiziali, principalmente i Latini mercenarj, adescati dai doni
della Corte di Bisanzo, passarono ad essa. Dopo il quale avvenimento,
l'Imperatore ribelle, poichè la fortuna di esso oscillava fra questi due
titoli, coi soldati scelti che gli rimanevano, ver Tessalonica si
ritrasse; tornati vani i suoi tentativi per impadronirsi di questa
rilevante Fortezza, il nemico di lui Apocauco, condottiero di forze
molto maggiori, per mare e per terra lo perseguì. Scacciato dalla costa,
Cantacuzeno si ritirò, o piuttosto fuggì nelle montagne della Servia,
ove adunò i suoi soldati, deliberato di non conservare in propria
difesa, se non quelli che si offrirebbero volontarj a sostenere la sua
pericolante fortuna. Ma sotto diversi pretesti, la maggior parte di
costoro avendolo abbandonato, i fedeli alle sue bandiere si ridussero
prima a duemila, poi a soli cinquecento. Il _Cral_, o despota dei
Serviani[291], lo accolse con umanità; ma dal personaggio di
confederato, Giovanni Cantacuzeno a mano a mano discese a quello di
supplicante, di ostaggio e di prigioniero, ridotto a mendicare udienza
da un Barbaro, arbitro in quel momento della vita e della libertà d'un
Imperatore romano. Nondimeno, non vi furono seducenti offerte che
potessero movere il Cral a violare le leggi dell'ospitalità; e solamente
vedutosi costretto a seguir la parte di chi era più forte, rimandò,
senza fargli verun insulto, l'amico suo Cantacuzeno, che si trasferì in
altre bande a correre nuove vicissitudini di pericoli e di speranze. Le
fazioni (A. D. 1341-1347) de' Cantacuzeni e de' Paleologhi, de' Nobili e
de' plebei, infestavano le città delle loro dissensioni, e
sollecitavano, or l'una, or l'altra, i Bulgari, i Serviani, i Turchi ad
ultimare, chè fu questa la conclusione, l'esterminio di entrambe.
Cantacuzeno intanto deplorava le calamità, delle quali fu autore e
vittima in uno; e da una fatale esperienza di sè medesimo dedusse una
giusta ed arguta osservazione intorno alla differenza che avvi tra le
guerre civili e le guerre straniere; «le straniere, dic'egli, somigliano
ai calori estivi dell'atmosfera, sempre tollerabili, talvolta utili; ma
le civili non possono venir paragonate che ad una febbre ardente che i
principj della vita diminuisce e distrugge[292]».

L'imprudenza commessa dalle nazioni venute a civiltà, allorchè hanno
frammesse nelle proprie contese le popolazioni de' Barbari o de'
Selvaggi, partorì mai sempre effetti non men funesti che obbrobriosi per
esse; tristo espediente che può giovar talvolta all'interesse
dell'istante, ma che ripugna del pari ai principj della umanità e della
ragione. È uso prevalso fra le due parti belligeranti che l'una rampogni
l'altra di essere stata la prima a contrarre una lega sì mostruosa; e
d'ordinario la parte accusatrice è quella cui tornò male siffatta
negoziazione, e pure si mostra inorridita di un cattivo esempio, che se
essa non diede, fu solamente perchè l'esito ai suoi tentativi non
corrispose. I Turchi dell'Asia erano forse men barbari de' pastori della
Bulgaria e della Servia, ma la lor religione li facea nemici implacabili
di Roma e de' Cristiani. Le due fazioni adoperarono or donativi, ora
atti di avvilimento per cattivarsi l'amicizia degli Emiri. Cantacuzeno
fu sì accorto, che ebbe in questo la preferenza; ma le nozze della
figlia del medesimo con un Infedele, e la cattività di più migliaia di
Cristiani, furono l'odioso guiderdone del soccorso degli Ottomani; e una
vittoria riportata colle loro armi, avendo aperto ad essi il cammin
dell'Europa, affrettò la rovina de' crollanti avanzi dell'Impero romano.
Le cose presero più favorevole aspetto per Cantacuzeno, cui liberò da un
implacabil nemico, la morte di Apocauco, ben da costui meritata e in
singolar modo accaduta. Arrestati furono per suo ordine nella Capitale e
nelle province molti Nobili e plebei che odiava, o temeva, e tenendoli
rinchiusi nel vecchio palagio di Costantinopoli, stava solertemente
adoprandosi a farne alzare le mura, ristringer le stanze, e a tutto
quanto potea rendere più sicura e più aspra la lor prigionia. Un dì che
avendo lasciato alla porta le proprie guardie, s'intertenea nel cortile
interno per sollecitare colla sua presenza il lavoro degli architetti,
due coraggiosi prigionieri della famiglia de' Paleologhi, armati di
bastoni, e dalla disperazione animati, si scagliarono sull'Ammiraglio
che stesero morto ai loro piedi[293]. Grida di vendetta e di libertà
rintronarono d'ogn'intorno, tutti i prigionieri infransero le lor
catene, e sbarrati gl'ingressi di quell'edifizio esposero sui merli la
testa di Apocauco, sperando ottenere l'approvazione del popolo e la
clemenza dell'Imperatrice, cui forse non dispiaceva tanto il vedersi
sciolta d'un arrogante ed ambizioso ministro; ma mentre questa nelle sue
deliberazioni esitava, la plebe, e soprattutto le ciurme de' marinai,
eccitate dalla vedova dell'Ammiraglio, atterrarono gli ostacoli che ad
entrar nella prigione opponeansi, facendo man bassa sui primi che lor si
offerivano. Que' prigionieri, in gran numero innocenti della morte di
Apocauco, o che piuttosto non parteciparono alla gloria di averlo
punito, rifuggitisi in un tempio, vennero trucidati a piè degli altari;
talchè la morte di questo scellerato non produsse effetti men sanguinosi
della sua vita. Ciò nulla meno al solo ingegno di costui reggeasi la
causa del giovine Imperatore, perchè i partigiani di Apocauco, gelosi
gli uni degli altri, trasandavano le cose della guerra, e nel tempo
stesso ricusavano ogni offerta di pace. Fin sul principio delle civili
discordie, l'Imperatrice avea compreso e confessato ella stessa che i
nemici di Cantacuzeno la ingannavano, ma il Patriarca, dopo avere
predicato con forza contro il perdono delle offese, obbligò la
Principessa con giuramento di eterno odio, minacciandola delle tremende
folgori della scomunica se questo giuramento infrangea[294]. Anna di
Savoia, confermatasi ne' sentimenti dell'odio per timore dell'anatema,
nol paventò in appresso, quando sembrava che il Patriarca mutasse
d'avviso; perchè all'odio si aggiunse la gelosia, mossa dal pensare che
una riconciliazione con Cantacuzeno la esponeva a vedersi in competenza
di un'altra Imperatrice. Un tal pensier tormentoso rendendola
indifferente sulle calamità dell'Impero, ella minacciò a sua volta il
Patriarca, mostratosi proclive alla pace, di radunare un Sinodo e
rimoverlo dalla sua dignità. Di cotali dissensioni e di questa
incapacità de' nemici avrebbe potuto in concludente modo vantaggiar
Cantacuzeno; ma la debolezza delle due fazioni non valse che a protrarre
la guerra civile, e a tal proposito la moderazione dello stesso
Cantacuzeno fu qualificata d'indolenza e di timidezza. Ciò nonostante
datogli tempo di occupare a mano a mano le città e le province, i dominj
dell'Imperatore pupillo al solo recinto di Costantinopoli vedeansi
ridotti. Ma in quello stato di cose, la sola Capitale contrabbilanciava
il rimanente dell'Impero, e prima di accingersi a così rilevante
conquista, l'Imperatore esterno volle procacciarsi e partigiani e
segrete intelligenze al di dentro. Un Italiano, di cognome
Facciolati[295] (A. D. 1347) succeduto alla dignità di Gran Duca
comandava la flotta, le guardie e la Porta d'Oro; ma più perfido che
ambizioso, non disdegnò i premj del tradimento, dal qual tradimento per
altro derivò che lo stato politico delle cose cambiasse senza veruno
spargimento di sangue. Sfornita d'ogni modo di resistenza e d'ogni
speranza di soccorso l'inflessibile Anna di Savoia, volea tuttavia,
difendendo la reggia, contrastare l'ingresso in Bisanzo alla rivale,
dimostratasi pronta a veder in cenere la Capitale anzichè un'altra
Imperatrice sul trono; ma tanto furore nè a una parte, nè all'altra
piaceva, onde il vincitore dettò le condizioni del Trattato, in cui
rinnovellò le sue proteste di zelo e di affetto verso il figliuolo del
suo antico benefattore. In quella occasione seguirono le nozze della
figlia di Cantacuzeno con Giovanni Paleologo, i cui diritti ereditarj
vennero stipulati nel Trattato, con che l'amministrazione dell'Impero
rimanesse per dieci anni all'Imperatore tutore; onde si videro ad un
tempo due Imperatori e tre Imperatrici sedersi sul trono di
Costantinopoli. Una generale amnistia avendo calmati i timori e
assicurate le proprietà de' sudditi più colpevoli, vennero celebrate le
nozze, e la coronazione, con una esteriorità di concordia e di
magnificenza, poco reali ad una stessa maniera. Nel tempo delle ultime
turbolenze, erano stati dissipati i tesori dello Stato, e fin guasti, o
venduti gli arredi del palagio. Sulla mensa imperiale non vidersi che
vasellami di terra e peltro, e la vanità sostituì alle gemme e all'oro
il vetro e i rami dorati[296].

Or mi affretto a terminare la storia individuale di Giovanni
Cantacuzeno[297], divenuto per la sua vittoria padron dell'Impero. Lo
scontento di entrambe le fazioni ne turbò il regno, e i suoi trionfi
oscurò. I partigiani di lui riguardarono nell'amnistia generale un atto
di perdono ai nemici, di dimenticanza degli amici[298]. Laonde dopo aver
veduto per la causa di Cantacuzeno confiscati o saccheggiati i proprj
beni, o ridotti allora ad elemosinare per le strade di Costantinopoli,
imprecavano l'interessata magnanimità del loro Capo, che salito al trono
dell'Impero, del suo patrimonio particolare s'era spogliato. Intanto gli
amici della Imperatrice arrossendo di dovere le sostanze e le vite al
favor precario di un usurpatore, palliavano il desiderio della vendetta
sotto maschera di tenera sollecitudine per gl'interessi e per la stessa
conservazione del giovine Monarca. Diede un'arme a queste inquietudini
la domanda fatta dai partigiani di Cantacuzeno per essere sciolti dal
giuramento di fedeltà verso i Paleologhi, e posti in possesso di alcune
piazze forti ove condur sicuri i lor giorni; al qual fine i faziosi
perorarono con molta eloquenza, ma non ottennero dall'imperator
Cantacuzeno, in questi termini ce lo narra egli stesso, che un _rifiuto
dalla mia virtù sublime e quasi incredibile_. Per cotal guisa, continue
sedizioni e congiure turbarono il suo governo e il ridussero a paventare
ad ogni istante che un nemico straniero, o domestico si portasse via il
Principe legittimo, e il nome di questo, e i torti che si asserivano ad
esso arrecati, servissero di pretesto alla ribellione. Col crescer negli
anni, incominciando il figlio di Andronico ad operare e a sentire da sè
medesimo, i vizj che avea ereditati dal padre accelerarono, anzichè
ritardare i progressi della sua nascente ambizione; benchè Cantacuzeno,
se possiamo credere alle sue proteste, si adoperò con sincero zelo a
liberarlo dall'obbrobrio delle sensuali inclinazioni che il dominavano,
e a sollevarne l'animo all'altezza della regal dignità. Nella spedizione
della Servia, i due Imperatori, ostentando entrambi di essere in ottimo
accordo fra loro, si mostrarono congiuntamente agli eserciti e alle
province, e Cantacuzeno ammaestrò il suo giovine collega nelle scienze
della guerra e della amministrazione. Conchiusa la pace, lasciò il
rivale in Tessalonica, residenza reale situata sulla frontiera, onde
ritorlo in tal guisa alle seduzioni di una città voluttuosa, e far
sicura colla sua lontananza la tranquillità della metropoli; ma per
questa lontananza medesima, perdè molta parte di potere sul figlio di
Andronico, che attorniato da cortigiani o inconsiderati, o maligni,
prese scuola di abborrire il tutore, di riguardarsi come confinato in
esilio, di tentar tutto per ricuperare i proprj diritti. Collegatosi di
soppiatto col despota della Servia, non andò guari che col contegno di
aperto nemico si palesò. Cantacuzeno, che stava sul trono d'Andronico il
Vecchio, difese la causa dell'età e della preminenza, quella causa
medesima, che essendo giovine, avea con tanto vigor combattuta. Le
sollecitazioni da lui fattesi all'Imperatrice madre, poterono sì, che
questa donna, promettendogli la sua mediazione, imprendesse un viaggio a
Tessalonica; ma ne tornò addietro senza alcun frutto; e per vero dire, a
meno che le avversità non avessero operato un gran cambiamento
nell'animo di Anna di Savoia, è lecito il dubitare del fervore, e anche
della sincerità con cui la sua commissione adempiè. Ben Cantacuzeno,
però tenendo sempre con mano ferma e vigorosa lo scettro, aveva
incaricato Anna di rimostrare al figlio suo che i dieci anni
dell'amministrazione del suocero stavano per finire, essere egli già
stanco de' vani onori del Mondo che avea posseduti assai lungo tempo,
non sospirare oggi mai che il riposo del chiostro e la corona del Cielo.
Ma se tali fossero state veramente le sue intenzioni, potea, rassegnando
allora lo scettro, restituire la pace all'Impero, e con un atto di
giustizia mettere in pace la propria coscienza. Così avrebbe lasciati al
solo Paleologo o la lode, o il biasimo del suo governo; e quai che stati
fossero i vizj del giovane, non si poteano mai temerne conseguenze tanto
funeste quanto i flagelli di una guerra civile, nella quale le due
fazioni si valsero nuovamente dei Barbari e degl'Infedeli che la
distruzione dell'una e dell'altra affrettarono.

[A. D. 1353]

Il soccorso de' Turchi che allora si stanziarono in Europa per non più
ripartirne, avendo fatto trionfante Cantacuzeno anche in questa terza
contesa, Paleologo sconfitto e per terra e per mare dovette cercarsi un
asilo presso i Latini dell'isola di Tenedo. L'ardire e la pertinacia del
giovine spinsero il vincitore ad un atto che di sua natura rendea
irreconciliabile la querela: quella cioè di vestir della porpora il
proprio figlio Mattia, collegandolo all'Impero e trasportando così la
successione del trono nella famiglia de' Cantacuzeni. Ma Costantinopoli
serbando tuttavia affezione al sangue de' suoi antichi padroni, questo
ultimo affronto affrettò il ritorno del legittimo erede. Un Nobile
genovese, dopo avere ottenuta da Paleologo la promessa di sposarne la
sorella, imprese di ritornarlo in trono, e due galee e duemila
cinquecento ausiliari gli bastarono a mantener la promessa. Sotto
pretesto di soccorrerle penurianti, queste galee vennero ricevute in
rada, e apertasi una porta di Costantinopoli, i soldati latini
sclamarono congiuntamente, «Vittoria e lunga vita all'imperatore
Giovanni Paleologo» al qual grido corrispose la sollevazione degli
abitanti. Rimanea tuttavia una copiosa mano di uomini fedeli a
Cantacuzeno, ma questo principe afferma nella sua Storia (chi poi glielo
crede?) che sicuro di ottener la vittoria, ne fece un sagrifizio agli
scrupoli delicati di sua coscienza, e obbedendo alle voci della
religione e della filosofia, scese dal trono per chiudersi con alacrità
nel solitario recinto di un monastero[299]. Rassegnata che ebbe la
corona, il successore gli lasciò godere in pace la fama di Santo cui
aspirò consagrando il rimanente de' suoi giorni, o allo studio, o alle
pratiche della pietà cenobitica. E a Costantinopoli, e nel monastero del
monte Atos, Fra Giosafatte, fu sempre rispettato come il padre temporale
e spirituale dell'Imperatore, nè uscì mai dal proprio ritiro, che col
carattere di ministro di pace, e per vincere l'ostinazione del suo
figlio ribelle, e per ottenergli perdono[300].

[A. D. 1341-1351]

Il nostro monaco nella sua solitudine del chiostro addestrò alle guerre
teologiche la mente, aguzzando contra i Maomettani e gli Ebrei, gli
strali della controversia[301] e difendendo la divina luce del monte
Tabor, quistione memorabile, e sublime parto della follia religiosa de'
Greci, che, in tutti gli stati della sua vita, avea tenuto l'animo di
Cantacuzeno. I Fachiri dell'India[302] e i monaci della Chiesa orientale
andavano parimente persuasi, che nell'astrazione assoluta dalle facoltà
del corpo e della immaginazione, il puro spirito potesse sollevarsi al
godimento o alla visione della divinità. Le espressioni dell'Abate che
governava i monasteri del monte Atos[303] nel secolo XI ne additeranno
in più sensibile guisa l'opinione e le pratiche di questi frati. «Quando
sarete soli, dice il Dottore asiatico, chiudete la porta, e sedetevi in
un angolo della vostra celletta; sollevate la vostra immaginazione al di
sopra di tutte le cose vane e transitorie; appoggiate la barba e il
mento sul vostro petto; volgete gli sguardi e i pensieri verso la metà
del ventre, ove è posto il vostro ombelico, e cercate la parte del
cuore, sede dell'anima. Tutto vi parrà sulle prime malinconico e cupo,
ma se continuerete giorno e notte in questo esercizio, proverete una
gioia ineffabile; perchè quando l'anima ha scoperto il posto del cuore,
trovasi avvolta in una luce mistica ed eterea». Questa luce, produzione
di una immagione inferma, di uno stomaco e d'un cervello vôto, veniva
adorata dai Quietisti come l'essenza pura e perfetta del medesimo Dio.
Sintanto che questo delirio rimase confinato ne' monasterj del monte
Atos, que' Solitarj semplici nella lor credenza, non pensarono ad
informarsi in qual modo l'essenza divina potesse farsi sostanza
_materiale_, o una sostanza _immateriale_ rendersi sensibile agli occhi
del corpo. Ma sotto il regno d'Andronico il Giovane, si trasferì a
visitare questi conventi Barlamo, frate della Calabria[305], egualmente
istrutto nella Filosofia e nella Teologia, nelle lingue greca e latina,
e d'ingegno sì pieghevole, che sapea, giusta l'interesse del momento,
sostenere opinioni contraddittorie fra loro. Un imprudente Solitario
rivelò al viaggiatore i misteri dell'orazione mentale, o contemplativa,
occasione che Barlamo non si lasciò sfuggire per deridere i Quietisti, i
quali metteano l'anima nell'ombelico, e per accusare di eresia e di
bestemmia i monaci del monte Atos. Gli argomenti del Calabrese avendo
costretti i più assennati ad abbiurare le mal fondate opinioni de' lor
fratelli, o almeno a dissimularle, Gregorio Palamas mise in campo una
distinzione scolastica fra l'essenza e gli atti di Dio. L'essenza
divina, inaccessibile, giusta il dir di Gregorio, risiede in mezzo ad
una luce increata ed eterna, visione beatifica de' Santi, che si era
manifestata ai discepoli sul monte Tabor nella Trasfigurazione di Gesù
Cristo. Ma una tal distinzione non potè sottrarsi alla taccia di
Politeismo, e Barlamo con veemenza negò l'eternità della luce del monte
Tabor, accusando i Palamiti di riconoscere due sostanze eterne, ossia
due divinità, l'una visibile e l'altra invisibile. Dal monte Atos, ove
il furore de' monaci gli minacciava la vita, il frate calabrese si
rifuggì a Costantinopoli, e quivi con modi urbani e gradevoli si cattivò
affezione dal Gran Domestico e dall'Imperatore. La Corte e la città
presero parte a questa querela teologica, al cui progresso i disordini
della guerra civile non furono inciampo. Ma Barlamo avendo colla fuga e
coll'apostasia disonorata la propria dottrina, trionfarono i Palamiti; e
il Patriarca Giovanni d'Apri loro avversario venne rimosso per consenso
unanime delle due fazioni che dividean lo Stato. Cantacuzeno come
Imperatore e teologo, presedè al Sinodo della Chiesa greca,[306] che
pose articolo di fede la luce increata del monte Tabor; e veramente dopo
tant'altre assurdità ammesse, la ragione umana non dovette sdegnarsi
dell'aggiunta anche di questa. Cataste di carte e di pergamene vennero
imbrattate per registrarvi coteste dispute, e i settarj impenitenti che
ricusarono sottoscrivere il nuovo Simbolo, andarono privi degli onori
della sepoltura cristiana; ma fin dal principio del secolo successivo
cotal controversia andò in dimenticanza, nè trovo che il ferro o il
fuoco sieno stati posti in opera per estirpar l'eresia di frate
Barlamo[307].

[A. D. 1291-1347]

Ho riserbata alla fine di questo capitolo la guerra de' Genovesi, che
scosse il trono di Cantacuzeno, e la debolezza dell'Impero fe'
manifesta. I Genovesi che occupavano il sobborgo di Pera, o di Galata,
dopo la espulsione de' Latini da Costantinopoli, riceveano questo
onorevole feudo dalla bontà del Sovrano, il quale permettea loro
regolarsi colle proprie leggi, e obbedire a Magistrati di lor gente, con
che ai doveri di vassalli e di sudditi si sommettessero. Toltasi dai
Latini la denominazione espressiva d'uomini ligi[308], il Podestà o Capo
de' Genovesi, prima di prendere possesso del suo uffizio, prestava
giuramento di fedeltà all'Imperatore. La repubblica di Genova intanto
unitasi in salda lega coi Greci, si era obbligata, accadendo guerre
difensive, a somministrare cento galee, e una metà di esse armate e
istrutte di uomini a proprie spese, in soccorso del Governo confederato.
Michele Paleologo che durante il suo regno pose le sue principali cure a
ristorare la forza marinaresca de' Greci per non dover più dipendere da
estranei aiuti, con un vigoroso reggimento contenne i Genovesi di Galata
entro que' limiti che l'audacia prodotta dalla ricchezza, e lo spirito
repubblicano gli avrebbe spesse volte indotti ad oltrepassare. Un
marinaio di questa nazione avendo un dì millantato che i suoi
compatrioti non tarderebbero ad essere padroni della Capitale, uccise
indi un Greco che tale asserzione avea mosso a sdegno. Si arroge che un
legno da guerra genovese, passando dinanzi al palagio, ricusò il saluto,
e si fe' di poi leciti alcuni atti piratici sul mar Nero. E già i
Genovesi si preparavano in difesa de' colpevoli; ma cinti da truppe
imperiali per tutti i dintorni di Galata, aperta d'ogni banda, e
sull'istante di vedersi assaliti, la clemenza del Sovrano umilmente
implorarono. Lo stato indifeso di Galata, e per una parte tenea i
Genovesi meglio soggetti, e gli esponea per l'altra agli assalti de'
Veneziani, rivali del loro commercio, e che sotto il regno del vecchio
Andronico osarono insultare la maestà del trono di Costantinopoli.
Appena i Genovesi videro avvicinarsi la flotta di questi nemici, colle
loro famiglie e sostanze si ripararono nella città. Essendo stato
incenerito dalle truppe sbarcate il sobborgo, il Principe pusillanime,
spettatore dell'incendio, si limitò a farne tranquillamente le
rimostranze al Governo veneto, mandandogli un'ambasceria. Ma i Genovesi
traendo da questa passeggiera calamità un vantaggio durevole, ottennero
il concedimento di innalzar mura forti intorno a Galata, di cingerle di
fossa e introdurvi l'acqua del mare, di guarnire i baloardi di torri e
di macchine da difesa, concedimento di cui ben tosto abusarono. Gli
stretti limiti delle antiche abitazioni non bastando a contenere
l'aumentata loro colonia, nuovi terreni a mano a mano acquistarono,
sicchè i vicini poggi apparvero coperti di case villerecce, ed ancor di
castella che congiunsero all'antico soggiorno, munendole di
fortificazioni comuni con esso[309]. Gl'Imperatori greci, padroni dello
stretto canale che può dirsi porta del mar interno, riguardavano il
commercio e la navigazione del Ponto Eussino siccome una parte di lor
patrimonio; la qual prerogativa de' medesimi, sotto il regno di Michele
Paleologo, fu riconosciuta dal Sultano d'Egitto, che sollecitò ed
ottenne la permissione di spedire ogni anno un vascello nella Circassia
e nella picciola Tartaria per l'acquisto di schiavi, acquisto
perniciosissimo ai Cristiani, perchè questi schiavi veniano educati
all'uopo di rinforzare il formidabile esercito de' Mammalucchi[310]. La
colonia genovese di Pera datasi con vantaggio ad un commercio lucroso
sul mar Nero, somministrava ai Greci e grani e pesci, derrate quasi
egualmente indispensabili ad un popolo superstizioso. Sembra che la
natura faccia crescere da sè medesima le copiose messi dell'Ucrania;
chè, certo la coltivazione di quel territorio è trascurata oltre ogni
dire e selvaggia; e gli enormi storioni pescati verso la foce del Don e
Tanai, allorchè si conducono nelle acque grasse e profonde delle Paludi
Meotidi, offrono una sorgente inesausta al commercio del caviale e del
pesce salato[311]. Le acque dell'Osso, del mar Caspio, del Volga e del
Don aprivano un passaggio faticoso e pieno di rischi alle droghe e alle
gemme dell'India che condotte dalle carovane di Carizmia, trovavano dopo
un cammino di tre mesi i navigli italiani nei porti della Crimea[312].
Di tutti questi rami di commercio impadronitisi i Genovesi, costrinsero
i Veneziani e i Pisani ad abbandonarli. Colle città e colle Fortezze che
di soppiatto innalzavano dalle fondamenta delle modeste lor fattorie,
teneano in rispetto i nativi, e vani furono gli sforzi de' Tartari
nell'assediar Caffa[313], principale possedimento de' Genovesi nella
Crimea. I Greci sforniti affatto di navilio, dipendeano in tutto da
questi arditi mercatanti, che a seconda del loro capriccio o interesse,
or provvedevano, or affamavano Costantinopoli. Appropriatisi questi la
pesca e le dogane, poser mano fin sui regali diritti del Bosforo, d'onde
traevano una rendita di dugentomila piastre d'oro, lasciandone a fatica
all'Imperatore sol trentamila[314]. Fosse tempo di pace o di guerra,
Galata, ossia la colonia di Pera, come Stato independente si comportava,
a talchè spesse volte il Podestà genovese dimenticavasi della sua
repubblica, sventura che accadrà sempre alle madri patrie di colonie
lontane.

[A. D. 1348]

La tracotanza de' Genovesi animarono e la debolezza di Andronico il
Vecchio e le guerre civili che negli ultimi anni della sua vita lo
travagliarono, e la minorità del suo pronipote. L'ingegno di Cantacuzeno
alla rovina anzichè alla difesa dell'Impero fu adoperato; e dopo avere
compiuta vittoriosamente la guerra civile, videsi ridotto all'obbrobrio
di sottomettere ad un giudizio la quistione, se i Greci, o i Genovesi
dovessero regnare in Bisanzo. Per un rifiuto di alcune terre vicine, di
alcune eminenze, su di cui voleano innalzare nuove fortificazioni,
sdegnatisi i mercatanti di Pera, presero il destro della lontananza
dell'Imperatore, trattenuto a Demotica da una infermità, per affrontare
il debole governo della Imperatrice. Questi audaci repubblicani, dopo
assalito e mandato a fondo un naviglio di Costantinopoli che si era
fatto lecito di pescare all'ingresso del porto, dopo averne trucidate le
ciurme, anzichè sollecitare il perdono, osarono chiederne risarcimento;
e pretendendo che i Greci rinunziassero ad ogni specie di navigazione,
respinsero con truppe assoldate i primi moti dello sdegno di quella
nazione. Tutti i Genovesi della Colonia, senza distinzione di sesso o di
età, si diedero con incredibile diligenza ad occupare il terreno che
loro veniva ricusato, ad innalzare un saldo muro, a circondarlo di
profondissima fossa. Nel tempo stesso, assalirono ed arsero due galee di
Bisanzo, e tre altre, in cui stavansi i resti dell'imperiale marineria,
per evitare la medesima sorte, dovettero darsi alla fuga. Saccheggiate e
distrutte tutte le abitazioni che si trovavano fuori del porto, o lungo
la riva, il Reggente e l'Imperatrice non trovarono il tempo che per
pensare a difendere la Capitale. Il ritorno di Cantacuzeno sedò il
pubblico spavento; ma egli inclinava a pacifici temperamenti, intanto
che la fazione ad essi opposta, non voleva ascoltare partiti
ragionevoli; onde si vide costretto a cedere all'ardore de' suoi
sudditi, che valendosi dello stile della Scrittura, minacciavano i
Genovesi di metterli in polve, come vasi d'argilla, e intanto pagavano a
stento le tasse imposte per la costruzione delle navi e per l'altre
spese di guerra. Le due nazioni essendo padrone l'una della terra,
l'altra del mare, Costantinopoli e Pera soffrivano egualmente tutti
gl'incomodi di un assedio; i mercatanti coloniarj che aveano sperato
vedere in pochi giorni definita questa contesa, incominciavano a
lagnarsi delle loro perdite; la repubblica di Genova, straziata dalle
fazioni, tardava ad inviare soccorsi; e i più antiveggenti abbracciarono
l'opportunità di un vascello di Rodi per allontanare dal teatro della
guerra le sostanze loro e le loro famiglie. All'aprirsi di primavera, la
flotta di Bisanzo, composta di sette galee e d'alcuni piccioli navigli,
mossa dal porto, si condusse tutta in una linea verso la riva di Pera,
presentando incautamente il fianco alla prora degli avversarj. Non erano
in quelle ciurme che contadini e operai, ignoranti delle cose di mare, e
che nè manco aveano in compenso il coraggio naturale de' Barbari.
Spirava gagliardo il vento, grosso mostravasi il fiotto; per cui costoro
appena videro la squadra nemica, immobile tuttavia, si precipitarono in
mare, commettendosi ad un pericolo certo per evitarne un dubbioso. Nel
tempo medesimo un terror panico invase le truppe di terra che marciavano
ad assalire i trinceamenti di Pera, onde i Genovesi stupirono e
vergognarono quasi di una doppia vittoria che sì poco ad essi era
costata: le loro navi, coronate di fiori, provvidero di marinai le galee
abbandonate dai Greci, conducendole per più riprese in trionfo dinanzi
alle mura dell'imperiale palagio. Sola virtù di cui potesse in tale
istante pompeggiar Cantacuzeno era la rassegnazione, sol conforto la
speranza di vendicarsi. Ciò nulla meno lo sfinimento cui trovavansi
ridotte entrambe le parti, le obbligò ad un momentaneo accomodamento, e
l'Imperatore cercò palliare l'obbrobrio dell'Impero sotto alcune lievi
apparenze di dignità e di possanza. Convocati i Capi della Colonia,
mostrò non curare come degno di sprezzo l'argomento della contesa, e
fatti alcuni blandi rimproveri ai Genovesi, concedè loro generosamente
le terre che già aveano occupate, e che per formalità solamente volle, o
parve volere venissero consegnate dai suoi ufiziali[315].

[A. D. 1352]

Non andò guari che l'Imperatore venne sollecitato a rompere l'accordo e
a collegar le sue armi con quelle de' Veneziani, perpetui nemici de'
Genovesi e delle loro colonie. Mentre egli stava così titubando tra la
pace e la guerra, gli abitanti di Pera, ne riacceser lo sdegno col
lanciare da lor baloardi un masso, che nel mezzo di Costantinopoli venne
a cadere. Mossene doglianze dall'Imperatore, si scusarono senza
scompigliarsi col rinversarne la colpa sopra un dei loro ingegneri. Ma
alla domane ricominciarono questa prova, manifestandosi ben contenti di
avere imparato che Costantinopoli non era fuor di gittata per la loro
artiglieria. Allora Cantacuzeno sottoscrisse il Trattato propostogli dai
Veneziani; ma la potenza dell'Impero romano poco aggiunse, o levò nella
querela di queste due ricche e potenti repubbliche[316]. Dallo stretto
di Gibilterra sino alle foci del Tanai, le loro flotte si combattettero
per più riprese senza conseguenze decisive per nessuna delle due parti,
finchè venisse il momento della memoranda battaglia datasi nell'angusto
braccio di mare che bagna le mura di Costantinopoli. Non sarebbe sì
agevol cosa il conciliare insieme i racconti de' Greci, de' Veneziani e
de' Genovesi.[317] Tenendomi sulle tracce d'uno Storico imparziale[318],
desumerò da ciascuna di queste nazioni i fatti che i loro scrittori
narrano, o a svantaggio della lor parte, o ad onore della parte
avversaria. I Veneziani, fiancheggiati dai Catalani loro collegati,
aveano il vantaggio del numero, perchè la loro flotta, compresovi il
debole soccorso di otto galee di Bisanzo, andava composta di
settantacinque vele, mentre i Genovesi non ne contavano più di
sessantaquattro. Ma i vascelli da guerra di questi oltrapassavano, in
quel secolo, di forza e grandezza le navi di tutte le altre Potenze
marittime. Comandava la flotta de' primi il Pisani, quella de' secondi
il Doria, uomini, le famiglie e i nomi de' quali tengono onorevole sede
ne' fasti della lor patria; ma l'ingegno e la fama del Doria oscuravano
i meriti del suo rivale. Incominciò la pugna nel momento di una
tempesta, e durò tumultuosamente dall'aurora sino alla notte. I nemici
de' Genovesi dan lode al valore di questi; ma la condotta de' Veneziani
nè manco ottenne l'approvazione de' loro amici; entrambe le parti furono
unanimi negli encomj tributati alla maestria e al valore de' Catalani,
che coperti di ferite sostennero il maggior impeto della zuffa. Al
separarsi delle due flotte potea dubitarsi, qual fosse la vincitrice.
Benchè se i Genovesi perdettero tredici galee, prese o mandate a fondo,
per parte loro ne distrussero ventisei, due de' Greci, dieci de'
Catalani, e quattordici de' Veneziani. Il mal umore dei vincitori, diè a
divedere uomini avvezzi a contare sopra vittorie più luminose: ma il
Pisani venne a confessare la propria sconfitta col riparare ad un porto
affortificato, d'onde, col pretesto di obbedire agli ordini della sua
repubblica, veleggiò cogli avanzi di una flotta fuggitiva e posta in
disordine, all'isola di Candia, lasciando il mare libero ai suoi nemici.
Il Petrarca[319] in una lettera pubblicamente indiritta al Doge e al
Senato, adopera la sua eloquenza a riconciliare le due Potenze
marittime, da lui chiamate fiaccole dell'Italia. Celebra il valore e la
vittoria de' Genovesi, ch'ei riguarda siccome i più abili marinai
dell'Universo, deplorando la sventura de' Veneziani lor confratelli, li
stimola ad inseguire col ferro e col fuoco i vili e perfidi Greci, e far
monda la capitale dell'Oriente dall'eresia di cui la aveano infestata.
Lasciati in abbandono dai loro confederati, aveano anche perduta ogni
speranza di poter resistere i Greci, onde tre mesi dopo questa battaglia
navale, l'Imperatore Cantacuzeno sollecitò, e pervenne a sottoscrivere
un Trattato coi Genovesi, i cui patti erano un perpetuo bando de'
Catalani e de' Veneziani, e il concedimento ai primi di tutti i diritti
del commercio e poco meno che della sovranità. L'Impero romano (chi può
non sorridere nel chiamarlo ancora con questo nome?) sarebbe divenuto
ben presto una pertenenza di Genova, se alla ambizione di questa
repubblica non avessero tarpate l'ali la perdita della libertà e la
distruzione della sua flotta. Una lunga contesa di cento trent'anni, fu
conchiusa dal trionfo della Repubblica di Venezia: e le fazioni
intestine che dilaceravano i Genovesi, li costrinsero a cercar la pace
domestica sotto il dominio di un padrone straniero, fosse il Duca di
Milano, o il Re di Francia. Nondimeno, sbandita l'idea delle conquiste,
i Genovesi serbarono l'antico genio al commercio: la colonia di Pera
continuò a signoreggiare la Capitale e la navigazione del mar Nero, fino
all'istante che la conquista de' Turchi nel disastro di Bisanzo
l'avvolse.

NOTE:

[263] Andronico che ha pronunziate tante invettive contro la parzialità
degli Storici (Niceforo Gregoras, l. 1, c. 1), preparò egli medesimo le
nostre scuse se or ci prendiamo qualche libertà nel parlare di lui: gli
è però vero che le censure del greco Principe andavano a ferire la
calunnia, anzichè l'adulazione.

[264] _Il timore dell'inferno, vale a dire di un luogo di castigo per le
colpe, deve essere in ognuno, ed era anche in Andronico._ (Nota di N.
N.)

[265] Circa l'anatema trovato nel nido de' colombi _V._ Pachimero (l.
IX, cap. 24). Questo scrittore racconta tutta la storia di Atanasio (l.
VIII, c. 13-16-20-24; l. X, c. 27-29-31-36; l. XI, c. 1-3-5, 6; l. XIII;
c. 8-10-20-35), e ove Pachimero finisce, continua Niceforo Gregoras (l.
VI, 5-7; l. VII, c. 1-9), che comprende nel suo racconto la seconda
ritirata di questo nuovo Grisostomo.

[266] Pachimero in sette libri di trecento settantasette pagine _in
folio_, narra la Storia de' trentasei primi anni del regno di Andronico
il Vecchio, e ne dà cognizione delle date col non omettere le novellette
o le menzogne correnti alla giornata (A. D. 1308). La morte o le
afflizioni gli impedirono di continuare.

[267] Dopo un intervallo di due anni, contati dall'istante ove l'opera
di Pachimero finisce, Cantacuzeno prende la penna, e il suo primo libro
(c. 6-59, p. 9-150) contiene il racconto delle guerre civili, e degli
otto ultimi anni del regno di Andronico il Vecchio. Il presidente
Cousin, che ha tradotta questa Storia è pur l'autore della leggiadra
comparazione tra Cantacuzeno, Mosè e Cesare.

[268] Niceforo Gregoras racconta in compendio il regno e tutta la vita
di Andronico il Vecchio (l. VI, cap. 1; l. X, c. 1, p. 96-291). Di tal
parte di Storia si duol Cantacuzeno, il quale vi trova una falsa e
maligna interpretazione della propria condotta.

[269] Fu coronato nel giorno 21 maggio 1295; morì ai 12 ottobre 1320
(Ducange, _Fam. byzant._ p. 239). Il fratello di lui Teodoro, erede, per
un secondo maritaggio, del marchesato di Monferrato, abbracciò la
religione e i costumi de' Latini (ότι και γνωμη και πιστει και σχηματι,
και γενειων κουρα και πασιν αθεσιν Λατινος ην ακραιφνης, _era Latino
puro, e nelle massime, e nella fede, e nell'abito, e nell'uso di
sbarbarsi le guancie_, Niceforo Gregoras, l. IX, c. 1), e fondò una
dinastia di Principi italiani che si estinse nel 1353 (Ducange, _Fam.
byzant._, p. 249-253).

[270] Noi sappiamo da Niceforo Gregoras (lib. VIII, c. 1) questo tragico
avvenimento. Cantacuzeno nasconde con molto riguardo i vizj del giovine
Andronico, de' quali fu testimonio, e probabilmente anche complice (l.
I, c. 1 ec.).

[271] Andronico voleva eleggersi in successore Michele Cattaro, figlio
non legittimo di Costantino suo secondogenito. Niceforo Gregoras (l.
VIII, c. 3) e Cantacuzeno (l. I, c. 1 e 2) narrano entrambi il
divisamento di escludere dal trono il giovane Andronico.

[272] _V._ Niceforo Gregoras (l. VIII, cap. 6). Andronico il Giovane si
lamentava perchè gli era dovuta, da quattro anni e quattro mesi, una
somma di trecencinquantamila bisantini d'oro per le spese della sua casa
(Cantacuzeno, l. I, c. 48). Nondimeno sarebbe stato pronto a rimettere
questo debito, semprechè gli fosse stato permesso di mettere a
contribuzione gli appaltatori delle pubbliche rendite.

[273] Mi sono attenuto alla Cronologia di Niceforo perchè esattissima. È
cosa provata che Cantacuzeno ha commessi sbagli nelle date, fin delle
cose operate da lui, ovvero che il suo testo è stato alterato
dall'ignoranza de' copisti.

[274] Ho cercato di conciliare le ventiquattromila piastre di
Cantacuzeno (l. II, c. 1) colle diecimila di Niceforo Gregoras (l. IX,
c. 2). Il primo voleva nascondere, l'altro procurava di esagerare le
calamità del vecchio Imperatore.

[275] _V._ Niceforo Gregoras (lib. IX, 6, 7; 8-10-14; l. X, c. 1).
Questo Storico partecipò alla prosperità del suo benefattore, lo seguì
nel ritiro. «Un uomo che segue il suo padrone fino al talamo ferale, o
nel monastero, non dovrebbe essere con leggerezza qualificato, siccome
uom mercenario, e prostitutore d'elogi».

[276] Cantacuzeno (l. II, c. 1-40, p. 191-339) e Niceforo Gregoras (l.
IX, c. 7; l. XI, c. 11, pag. 262-371) hanno scritta la Storia del regno
d'Andronico il Giovane incominciando dalla rinunzia dell'avo.

[277] Agnese, o Irene era figlia del Duca Enrico il Maraviglioso, Capo
della Casa di Brunswick, e quanto discendente del famoso Enrico il
Lione, duca di Sassonia e di Baviera, e vincitore degli Slavi della
costa del Baltico. Erale fratello quell'Enrico che due viaggi in Oriente
fecero soprannomare il Greco; ma questi due viaggi essendo accaduti dopo
il matrimonio della sorella, io non so, nè come Andronico pensasse a
cercarsi una moglie in questo angolo dell'Alemagna, nè quai ragioni ei
s'abbia avute per formare un tal parentado (Rimius, _Mémoires de la
maison de Brunswick_, p. 126-137).

[278] Enrico il Maraviglioso fu ceppo del ramo di Grubenhagen, estinto
nell'anno 1596 (Rimius, p. 287). Egli abitava il castello di
Wolfenbuttel, possessore solamente di un sesto degli allodj di Brunswick
e di Luneburgo che la famiglia de' Guelfi avea salvati dalla
confiscazione de' grandi feudi. Gli spessi parteggiamenti tra fratelli
aveano pressochè annichilate le Case de' Principi di Alemagna, quando
finalmente i diritti di primogenitura vennero a gradi a gradi a toglier
di mezzo la legge delle divisioni, giusta, ma perniciosa. Il principato
di Grubenhagen, uno degli ultimi avanzi della foresta Ercinia, è un
paese sterile, pieno di boschi e di montagne (_Geografia di Busching_,
vol. 6).

[279] Il regale Autore delle Memorie di Brandeburgo ne fa conoscere,
quanto il Nort dell'Alemagna, anche ne' tempi più moderni, meritasse
l'epiteto di povero e di barbaro (_Saggio sui costumi_ ec.). Nell'anno
1306 alcune bande di schiatta veneda che abitavano la foresta di
Luneburgo avevano la costumanza di seppellir vivi i vecchi e gli infermi
(Rimius, pag. 137).

[280] Sol con qualche restrizione, anche riferendosi al suo secolo, può
ammettersi l'asserzione di Tacito che vuole l'Alemagna affatto priva di
preziosi metalli (_Germania_, c. 5; _Annal._ 11, 20). Seconda lo Spener
(_Hist. Germaniae pragmatica_, t. I, p. 351), _Argentifodinae in
Hercyniis montibus imperante Othone magno_ (A. D. 968) _primum apertae_,
_largam etiam opes augendi dederunt copiam_. Ma Rimio (p. 258, 259)
porta solamente all'anno 1016 la scoperta delle mine d'argento di
Grubenhagen o dello Hartz Superiore, che vennero scavate nel secolo XIV,
e che rendono tuttavia considerabili somme alla Casa di Brunswick.

[281] Cantacuzeno le rendè una onorevolissima testimonianza ην δ’εκ
Τερμανων αυτη θυγατηρ δουκος ντι μπρουζουικ, _era di Germania questa
moglie del Duca di Brunzuic_. (I Greci moderni si valgono del ντ invece
del δ e del μπ invece del β, e il tutto farà in italiano _di Brunzuic_),
του παρ’ αντοις επιφανεστατου, και λαμπροτητι παντας τους όμοφυλους
ύπερβαλλοντος του γενους, _gloriosissimo fra loro_, _e che per merito
superava tutti i suoi nazionali_. Encomio giusto e lusinghiero per un
Inglese.

[282] Anna o Giovanna, era una delle quattro figlie del grande Amedeo,
venutagli da un secondo maritaggio, e zia paterna del principe che gli
succedè, Odoardo Conte di Savoja (_Tavole di Anderson_, p. 650. _V._
Cantacuzeno, l. 1, c. 40-42).

[283] Questo Re, sempre che il fatto sia vero, debbe essere stato Carlo
il Bello, che nello spazio di cinque anni prese tre mogli (1321-1326;
Anderson pag. 628). Anna di Savoia fu ricevuta in Costantinopoli nel
mese di febbraio dell'anno 1326.

[284] La nobile stirpe dei Cantacuzeni, illustre fin dopo l'undecimo
secolo negli annali di Bisanzo, traeva origine dai Paladini di Francia,
gli eroi di que' romanzi che vennero tradotti e letti dai Greci nel
secolo decimoterzo (Ducange, _Fam. byzant._ p. 258).

[285] _V._ Cantacuzeno, l. III, c. 24-30-36.

[286] Saserno nelle Gallie, e Columella nell'Italia, o nella Spagna
calcolano due paia di buoi, due conduttori, e sei giornalieri per ogni
dugento iugeri (125 acri inglesi) di terra da lavoro, e aggiungono tre
uomini di più, se il terreno è coperto di macchie (Columella, _De re
rustica_, l. II, cap. 13, p. 441, ediz. di Gessner).

[287] Nel tradurre questa specifica, il presidente Cousin ha commessi
tre errori palpabili ed essenziali. 1. Omesso mille paia di buoi da
lavoro, 2. traduce πεντακοσι αι προς δισχιλιαις, _cinquantaduemila_,
mille e cinquecento. 3. Confonde miriadi con chiliadi, in guisa che i
porci di Cantacuzeno non sarebbero stati più di cinquemila. Fidatevi
alle traduzioni!

[288] _V._ la Reggenza e il regno di Giovanni Cantacuzeno, e la guerra
civile cui diede origine, nella Storia scritta da lui medesimo (l. III,
c. 1-100, p. 348-700), e parimente nella Storia di Niceforo Gregoras
(lib. XII, c. 1, l. XV, c. 9, p. 353-482).

[289] Calzò scarpe, ossia coturni rossi, coprì il capo di una mitra
d'oro e di seta, sottoscrisse le sue lettere con inchiostro verde,
chiese per la nuova Roma tutti i privilegi che Costantino avea conceduti
all'antica (Cantacuzeno, lib. III, c. 36, Nicef. Greg. l. XIV, c. 3).

[290] Niceforo Gregoras (l. XII, c. 5) attesta l'innocenza e le virtù di
Cantacuzeno, gli obbrobriosi vizj e il delitto di Apocauco; nè dissimula
i motivi d'inimicizia personale e religiosa verso del primo: νον δε δια
κακιαν αλλων, αιτιος ό πραοτατος της των αλων οδοξον ειναι ωθορας, _ora
per la malvagità degli altri quest'uomo mansuetissimo parve colpevole
della strage di tutti_.

[291] I principi della Servia, Ducange, _Fam. Dalmat._ etc., c. 2, 3,
4-9, venivano nomati _despoti_ in lingua greca, _Cral_ nell'idioma
serviano nativo (Ducange _gloss. graec._, p. 751). Questo titolo,
equivalente a quello di Re, trae a quanto sembra l'origine dalla
Schiavonia; d'onde passò fra gli Ungaresi, fra i Greci, ed anche fra i
Turchi, che serbano il nome di _Padisà_ all'Imperatore (Leunclavius,
_Pandect. turc._ p. 422). Ottenere il titolo di _Cral_ invece di quello
di _Padisà_, è l'ambizione de' Francesi a Costantinopoli (_Avvertimento
intorno alla Storia di Timur-Bec_, p. 39).

[292] Niceforo Gregoras, l. XII, c. 14. È cosa sorprendente che
Cantacuzeno non abbia inserito ne' suoi scritti questa giusta ed
ingegnosa comparazione.

[293] Intorno alla morte di Apocauco, _V._ Cantacuzeno (l. III, c. 86) e
Niceforo Gregoras (l. XIV, c. 10).

[294] Cantacuzeno dà tutte le colpe al Patriarca, risparmiando
l'Imperatrice madre del suo Sovrano (l. III, 33, 34), contro della quale
Niceforo mostra una singolare avversione (l. XIV; 10, 11; XV, 5); però
questi due autori alludono a tempi diversi.

[295] Niceforo Gregoras svela il tradimento e il nome del traditore (l.
XV, c. 8); ma Cantacuzeno (l. III, c. 99) ha la circospezione di tacere
il nome di un uomo che egli aveva onorato dell'incarico di suo complice.

[296] Niceforo Gregoras (l. XV, 11) dice che vi erano però rimaste
alcune perle fine, ma radamente sparse; quanto al rimanente delle gemme
παντοδαπην χρσιαν προς το διαυγες, _un vario colore di trasparenza_.

[297] Cantacuzeno continua la Storia di sè e dell'Impero, incominciando
dal suo ritorno a Costantinopoli fino all'anno successivo alla rinunzia
di Mattia, figlio dello stesso Cantacuzeno (A. D. 1357, l. IV, c. 1-50,
p. 705-911). Niceforo Gregoras termina la sua Storia al Sinodo di
Costantinopoli nell'anno 1351 (l. XXII, c. 3, p. 660), perchè il
rimanente sino alla fine del libro vigesimoquarto, p. 617, non tratta
che di controversie. Gli ultimi quattordici libri di Niceforo si trovano
tuttavia in manoscritto, nella Biblioteca nazionale di Francia a Parigi.

[298] L'imperatore Cantacuzeno (lib. IV, c. 1) parla delle proprie
virtù, e Niceforo Gregoras delle lagnanze di que' partigiani che le
virtù del lor Capo riducevano alla miseria. Ho attribuito a questi
infelici le espressioni, che dopo la restaurazione si adoperavano dai
nostri poveri cavalieri, o partigiani di Carlo.

[299] Può rimediarsi alla manifesta confusione con cui Cantacuzeno nella
sua ridicola Apologia racconta la propria disgrazia (l. IV, c. 39-42),
col leggere la relazione men compiuta, ma più sincera di Mattia Villani
(lib. IV, cap. 46 _in Script. rer. ital._, tom. XIV, pag. 268) e quella
di Duca (c. 10, 11).

[300] Cantacuzeno ricevè nell'anno 1375 una lettera del Papa (Fleury,
_Hist. eccles._ t. XX, p. 250), e varie autorità rispettabili mettono la
sua morte ai 20 novembre 1419 (Duc., _Fam. byzant._ pag. 260). Ma se fu
coetaneo di Andronico il Giovane, statogli compagno nella giovinezza e
ne' diporti, converrebbe attribuirgli una vita di cento sedici anni,
longevità, che trattandosi di un personaggio tanto famoso, non avrebbe
sfuggito alle osservazioni generali, se fosse stata vera.

[301] I quattro discorsi di Cantacuzeno vennero pubblicati colle stampe
a Basilea nel 1543 (Fabricius, _Bibl. graec._ t. VI, p. 473). Li compose
a quiete di un proselito che i suoi amici tribolavano coll'importunità
di continue lettere. Egli avea letto il Corano; ma mi accorgo, leggendo
il Maracci, che egli ammettea tutte le favole spacciate contra Maometto
e l'Islamismo.

[302] _V. i viaggi di Bernier t. I, p. 127._

[303] _V._ Mosheim (_Istit. eccles._, p. 522, 523), e Fleury, (_Ist.
eccl._ t. XX, p. 22-24-107-114 ec.). Il primo esamina filosoficamente le
cause, il secondo trascrive e traduce[304] dominato dai pregiudizj di un
prete cattolico.

[304] _Gli articoli di credenza non possono essere dichiarati che da un
Concilio generale, e questo fu particolare. Del resto è molto tempo che
la ricerca intorno alla luce del monte Tabor non occupa neppur i
teologi, fatti più ragionevoli: era un soggetto da Greci del secolo
decimoquarto, in cui menti oziose, e ad entusiasmo composte, prendendo
le forme de' lor sillogismi per principj sodi, e per argomenti sicuri,
studiavansi, facendo distinzioni arbitrarie e ricerche vane affatto, a
farsi più ignoranti di prima, con una ridicola apparente vernice di
dottrina, o ad incamminarsi verso la pazzia._ (Nota di N. N.)

[305] Il Basnage (Canizii, _antiq. lect._ t. IV, pag. 363-368) ha
esaminato la storia e il carattere di Barlamo. La contraddizione delle
opinioni in più circostanze osservata ha dato motivi a dubbj
sull'identità della persona. _V._ anche Fabrizio, _Bibl. graec._, t. X,
p. 427-432.

[306] _Era meglio dire che Fleury riguardava queste cose nel modo
teologico e ascetico, e non nel filosofico e fisico. Del resto i
Quietisti, Setta cristiana, il cui Capo fu il prete spagnuolo Molinos,
furono condannati. Bisogna poi considerare che certe contemplazioni
fatte da menti ad entusiasmo composte, danno alle menti stesse illusioni
bene spesso vivissime; fanno traviare la ragione, perchè infiammano
l'immaginazione, portandola a idee vane, ma ardenti, e ne vengono spesso
anche visioni._ (Nota di N. N.)

[307] _V._ Cantacuzeno (l. II, c. 39, 40, l. IV, c. 3-23, 24, 25) e
Niceforo Gregoras (lib. XI, c. 10, l. XV, 3-7), gli ultimi libri del
quale, dal diciannovesimo al ventiquattresimo, non riguardano che questo
argomento sì rilevante. Boivin (_Vit._ Nicef. Greg.), seguendo i libri
che sono stati pubblicati, e Fabrizio (_Biblioth. graec._ t. X, pag.
462-473), o piuttosto il Montfaucon, giovandosi de' manoscritti della
Biblioteca di Coislin, hanno aggiunti alcuni fatti e documenti.

[308] Pachimero (l. V, cap. 10) traduce ottimamente γιξιους (_ligios_)
per ιδιους _proprj o dependenti_. Il Ducange spiega diffusamente l'uso
di queste parole in greco e in latino sotto il regno feudale (_Graec._,
p. 811-812; _Latin._, t. IV, p. 109-111).

[309] Il Ducange descrive la fondazione e i progressi della colonia
genovese a Pera o Galata (_C. P. Cristiana_, lib. I, pag. 68, 69),
seguendo gli Storici di Bisanzo, Pachimero (l. II, c. 35, l. V, 10-30,
l. IX, 15, l. XII, 6-9), Niceforo Gregoras (l. V, c. 4, l. VI, c. 11; l.
IX, c. 5; l. XI, cap. 1; l. XV, c. 1-6) e Cantacuzeno (l. I, c. 12; l.
II, c. 29 ec.).

[310] Pachimero (lib. III, c. 3, 4, 5) e Niceforo Gregoras sentono e
deplorano entrambi gli effetti d'una sì perniziosa condiscendenza.
Bibaras, Sultano d'Egitto, e Tartaro di nazione, ma zelante Musulmano,
ottenne dai figli di Zingis la permissione di fabbricare una moschea
nella capitele della Crimea (De Guignes, _Ist. degli Unni_ t. III, p.
343).

[311] Chardin a Caffa (_Viaggi in Persia_, t. I, p. 48) fu assicurato
che questi pesci, lunghi talvolta sin ventisei piedi, pesavano ottocento
e novecento libbre, e produceano tre o quattro quintali di caviale o
d'uova. Ai tempi di Demostene, il Bosforo mantenea di grani la città di
Atene.

[312] _V._ De Guignes (_Storia degli Unni_, t. III, p. 343, 344; _Viaggi
di Ramusio_, t. I, fog. 400). Ma questa condotta per terra, o per mare
non potè eseguirsi che quando le bande de' Tartari furono unite sotto il
governo di un Principe saggio e potente.

[313] Niceforo Gregoras (l. XIII, cap. 12) mostra discernimento e
cognizioni ad un tempo nel descrivere il commercio e le colonie del mar
Nero. Chardin descrive le rovine di Caffa, ove in quaranta giorni vide
più de quattrocento vele impiegate al commercio di pesce e di grano.
(_Viaggio di Persia_, t. I, p. 46-48).

[314] _V._ Niceforo Gregoras, t. XVII, c. 1.

[315] Cantacuzeno, l. IV, c. 11, racconta gli avvenimenti di questa
guerra; oscura però e confusa è la sua narrazione; chiara e fedele
quella di Niceforo Gregoras (l. XVII, c. 1, 7); ma il prete non dovea,
come il Principe, render conto de' suoi abbagli e della perdita di una
flotta.

[316] Cantacuzeno non mostra maggior chiarezza nel racconto della
seconda guerra (l. IV, c. 18, pag. 24, 25-28-32), e traveste i fatti che
non osa negare. Mi auguro quella parte di Niceforo Gregoras che rimane
tuttavia manoscritta a Parigi.

[317] Il Muratori (_Annali d'Italia_, t. XII, p. 144) ne rimette alle
antiche Cronache di Venezia (Caresino, continuatore di Andrea Dandolo,
t. XII, p. 421, 422), e di Genova (Giorgio Stella, _Annales Genuenses_,
t. XVII, pag. 1091, 1092). Ho consultate accuratamente l'una e l'altra
di queste cronache nella grande Raccolta degli storici dell'Italia dello
stesso Muratori.

[318] _V._ la Cronaca di Matteo Villani di Firenze (lib. II, c. 59, 60,
p. 145-147; c. 74-75, p. 156, 157, nella Raccolta del Muratori t. XIV).

[319] L'abate di Sade (_Mémoires sur la vie de Petrarque_, t. III, p.
257-263) ha tradotta questa lettera che egli avea copiata in un
manoscritto della Biblioteca del Re di Francia. Benchè affezionato al
Duca di Milano, il Petrarca non nasconde nè la sua maraviglia, nè la sua
afflizione sulla sconfitta successiva de' Genovesi, e sullo stato
lagrimevole in cui si trovarono nel seguente anno (p. 223-332).



CAPITOLO LXIV.

      _Conquiste di Gengis-kan e de' Mongulli dalla Cina sino alla
      Polonia. Pericolo in cui si trovano i Greci a Costantinopoli.
      Origine de' Turchi Ottomani in Bitinia. Regni e vittorie, di
      Otmano, Orcano, Amurat I, e Baiazetto I. Fondazione e progressi
      della monarchia de' Turchi, in Asia e in Europa. Situazione
      critica di Costantinopoli e del greco Impero._


Dai minuti litigi di una Capitale co' suoi sobborghi, dalle fazioni e
dalla viltà de' tralignati Greci, passo a narrare le vittorie luminose
de' Turchi, di quel popolo, la cui schiavitù civile nobilitavano
disciplina militare, religioso entusiasmo e forza d'indole nazionale.
L'origine e i progressi degli Ottomani, oggidì padroni di
Costantinopoli, sono un argomento collegato colle più rilevanti scene
della storia moderna; ma a ben comprenderlo fa mestieri innanzi tutto il
conoscere la grande invasione e le rapide conquiste de' Mongulli e de'
Tartari; genere di avvenimenti che può stare a petto di quelle prime
convulsioni della natura che scossero e cambiarono la superficie del
Globo; e poichè mi son fatto lecito di dar luogo in questa mia opera a
tutte quelle particolarità, che, comunque ad altre nazioni spettassero,
o più o meno immediatamente contribuirono alla caduta dell'Impero
romano, io non poteva risolvermi a passar sotto silenzio que' fatti che
per la non volgare loro grandezza, chiamano l'attenzione del filosofo
anche sulla storia delle distruzioni e delle stragi[320].

[A. D. 1206-1227]

Tutte queste migrazioni, uscivano a mano a mano dalle vaste montagne
situate fra la Cina, la Siberia e il mar Caspio. Que' paesi ove
anticamente dimorarono gli Unni ed i Turchi, erano abitati nel duodecimo
secolo da quelle _orde_ o tribù di pastori, che discendendo dalla
medesima origine, serbavano gli stessi costumi de' loro proavi; e le
riunì e le condusse a vittoria il formidabile Gengis-kan. Questo
Barbaro, conosciuto da prima col nome di Temugino, innalzatosi sulla
rovina de' suoi eguali all'apice della grandezza, derivava da nobil
prosapia: ma sol nell'ebbrezza de' trionfi, o egli, o i suoi popoli
immaginarono di attribuire l'origine della sua famiglia ad una vergine
immacolata, della quale ei sarebbe stato, di padre in figlio, il settimo
discendente. Il padre di questo conquistatore avea regnato sopra tredici
_orde_ che formavano in circa trenta, o quarantamila famiglie: due terzi
e più delle quali, ricusarono prestare obbedienza e tributo a Temugino,
ancora fanciullo. Compiva questi il tredicesimo anno, quando si vide
costretto a battaglia co' suoi sudditi ribelli, ed essendone stati
infelici gli eventi, il futuro conquistatore dell'Asia dovette cedere
alla necessità e darsi alla fuga. Ma mostratosi indi maggiore della
fortuna, Temugino, giunto all'età di quarant'anni, facea rispettare il
suo nome e la sua possanza a tutte le confinanti tribù. Nello stato
nascente delle società, ove grossolana è la politica, generale il
valore, uom non può fondare la sua prevalenza che sul potere e sulla
volontà di gastigare i nemici, di premiare i partigiani. Allorchè
Temugino la sua prima lega militare conchiuse, le cerimonie di questa si
ridussero al sagrificio di un cavallo, e all'atto di attingere in
comunione all'acqua di un ruscello. In quel momento il Capo promise ai
compagni di star con essi a parte delle sciagure, come de' favori della
fortuna, lor distribuendo in prova di ciò le sue suppellettili e i suoi
cavalli, nè altra ricchezza serbandosi che la gratitudine e le speranze
de' collegati. Dopo la prima vittoria ch'ei riportò, vennero per ordine
del medesimo collocate sopra una fornace settanta caldaie, ed immersi
nell'acqua bollente settanta ribelli riconosciuti per maggiormente
colpevoli. Continuando di sì fatto tenore, la sua preponderanza aumentò
sterminando chi resisteva, ricevendo gli omaggi di chi avea la prudenza
di sottomettersi. Anco i più ardimentosi tremarono contemplando
incastrato in argento il cranio del Kan de' Keraiti[321], che sotto nome
di Pretejanni, avea mantenuta una corrispondenza col Pontefice e co'
Principi dell'Europa. Però l'ambizioso Temugino il potere della
superstizione non pose in non cale; laonde da un profeta di quelle
selvagge orde, che sopra un cavallo bianco saliva in cielo, ricevè il
titolo di Gengis[322] _(il più grande)_, e il diritto venutogli da Dio
di conquistare e governar l'Universo. In una _curultai_, o Dieta
generale, si assise sopra uno strato di feltro che venne per lungo tempo
venerato siccome reliquia; e da quel posto, solennemente acclamato gran
Kan o Imperatore de' Mongulli[323] e de' Tartari[324]. Di questi nomi
divenuti rivali, benchè da una stessa origine derivanti, il primo si è
perpetuato nell'imperiale dinastia, il secondo, o per errore, o a caso,
è divenuto comune a tutti gli abitanti dei deserti del Settentrione. Il
codice di leggi dettato da Gengis ai suoi sudditi, proteggea la pace
domestica, e incoraggiava la guerra cogli stranieri. L'adulterio,
l'assassinio, lo spergiuro, il furto di un cavallo, o di un bue,
venivano puniti di morte, onde, comunque ferocissimi quegli uomini, fra
di loro si comportavano con moderazione ed equità. L'elezione del Gran
Kan fu serbata per l'avvenire ai Principi di sua famiglia, e ai Capi
delle tribù. In questo codice si trovavano regolamenti per la caccia,
fonti di diletti e di esistenza ad un campo di Tartari. Una nazione
vincitrice avrebbe avuto per obbrobrio il sommettersi a servili lavori,
de' quali incaricati erano gli schiavi e gli stranieri; ed ogni lavoro,
eccetto la professione dell'armi, a quelle genti pareva servile. Quanto
alla disciplina e agli studj militari, vedeasi che l'esperienza di un
provetto comandante ne avea instituite le regole. Armati d'archi, di
scimitarre, e di mazze di ferro quelle milizie, venivano divise in corpi
di cento, di mille, di diecimila. Ciascun ufiziale o soldato facea
garante la propria vita della sicurezza, o dell'onore de' suoi compagni,
e sembra suggerita dal genio della vittoria la legge che proibisce il
far pace col nemico, o non vinto, o non ridotto all'atto di
supplichevole. Ma soprattutto è meritevole de' nostri elogi e della
nostra ammirazione la religione di Gengis. Intanto che gli inquisitori
della Fede cristiana sostenevano colla ferocia l'assurdità, un Barbaro,
prevenendo le lezioni della filosofia, poneva colle sue leggi le basi di
un puro deismo e di una perfetta tolleranza[325]. Per Gengis ora primo e
solo articolo di fede l'esistenza di un Dio, autor d'ogni bene, la cui
presenza tiene tutto lo spazio della terra e de' cieli che la sua
possanza ha creati. I Tartari e i Mongulli adoravano gl'idoli
particolari di lor tribù; e missionarj stranieri aveano convertito un
grande numero di questi alla legge di Cristo, o di Mosè, o di Maometto.
Ma concedendosi a ciascuno di darsi liberamente e senza disputare, alle
pratiche della propria religione entro il ricinto del medesimo campo, il
Bonzo, l'Imano, il Rabbino, il Prete o nestoriano, o cattolico, godeano
del pari l'onorevole immunità dal prestar servigio militare e dal pagare
tributo. Laonde, se nella moschea di Boccara, l'impetuoso conquistatore,
permise che i suoi cavalli calpestassero il Corano in tempo di pace, il
saggio legislatore rispettò i Profeti e i Pontefici di tutte le Sette.
La ragione di Gengis nulla doveva ai libri, perchè questo Kan non sapea
nè leggere, nè scrivere; ed eccetto la tribù degl'Iguri, pressochè tutti
i Mongulli o Tartari, pareggiavano in ignoranza il loro Sovrano; talchè
la ricordanza delle loro geste si è conservata sol per via di tradizioni
state raccolte e scritte sessant'otto anni dopo la morte di Gengis[326].
Alla insufficienza di questi annali possono supplire quelli de'
Cinesi[327], de' Persiani[328], degli Armeni[329], dei Siriaci[330],
degli Arabi[331], de' Greci[332], de' Russi[333], de' Polacchi[334],
degli Ungaresi[335], e dei Latini[336]; ognuna delle quali nazioni è
degna di fede allorchè racconta o sofferti svantaggi, o sconfitte[337].

[A. D. 1210-1214]

Le armi di Gengis e de' suoi capitani sottomisero a mano a mano tutte le
orde del deserto, che stavano accampate tra il muraglione della Cina ed
il Volga. L'Imperatore Mongul, divenuto Monarca del Mondo pastorale,
comandava a più milioni di guerrieri pastori, superbi della loro lega, e
impazienti di sperimentare le loro forze contro i ricchi e pacifici
abitatori del Mezzogiorno. Già stati tributarj degli Imperatori cinesi,
gli antenati di Temugino, egli stesso umiliato erasi a ricevere da essi
un titolo d'onore e di servitù. Qual si fu la sorpresa della Corte di
Pechino in veggendo venire a sè un'ambasceria dell'antico vassallo, che
in tuono di Re pretendea imporle un tributo di sussidj e di obbedienza
da lui prestato poc'anzi, e ostentare disprezzo verso il Monarca _figlio
del Cielo_? I Cinesi sotto il velo di una orgogliosa risposta palliarono
i proprj timori; timori avverati ben tosto dall'impeto di un grande
esercito che ruppe per ogni banda la fragile sbarra del lor muraglione,
Novanta delle loro città o per fame, o vinte in assalto si arrendettero
ai Mongulli. Le dieci ultime di queste persistendo a difendersi con buon
successo, Gengis che conoscea la pietà filiale de' Cinesi, mise al suo
antiguardo i lor Maggiori presi in battaglia; indegno abuso della virtù
de' nemici, che a poco a poco non rispose più al fine cui era inteso.
Centomila Kitani posti alla custodia de' confini ribellarono unendosi ai
Tartari. Nondimeno, il vincitore acconsentì di venire a patti, e furono
prezzo della sua ritirata una Principessa cinese, tremila cavalli,
cinquecento giovinetti, altrettante vergini, e un tributo d'oro e di
drappi di seta. In una seconda spedizione, Gengis costrinse l'Imperatore
della Cina a trasportarsi oltre al fiume Giallo in una delle sue
residenze imperiali che più avvicinavansi ad ostro; ma lungo e difficile
fu l'assedio di Pechino[338], perchè gli abitanti, benchè costretti
dalla fame, consentirono piuttosto a decimarsi fra loro per divenirsi
scambievol pastura, e giunti a non avere più sassi, lanciavano verghe
d'oro e d'argento sull'inimico. Ma i Mongulli fecero saltare in mezzo
della città una mina che pose in fiamme l'Imperiale palagio, incendio
che per trenta giorni durò. Oltre alla distruzione che i Tartari
portarono in quello sfortunato paese, le interne fazioni lo
dilaceravano; laonde con minore difficoltà Gengis aggiunse al suo
dominio cinque province settentrionali di quel reame.

[A. D. 1218-1224]

Verso ponente, i possedimenti di Gengis pervenivano ai confini degli
Stati di Carizme, che si estendevano dal golfo Persico fino ai limiti
dell'India e del Turkestan, e governavali il Sultano Mohammed, il quale
ambizioso d'imitare Alessandro il Grande, avea dimenticato che i suoi
Maggiori fossero stati sudditi, e dovessero gratitudine ai Selgiucidi.
Gengis deliberato di mantenersi in lega di commercio e d'amistà col più
poderoso fra i Principi musulmani, non diè ascolto alle segrete
sollecitazioni del Califfo di Bagdad; che voleva sagrificare alla sua
vendetta personale la religione e lo Stato; ma un atto di violenza e
d'inumanità commesso da Mohammed, trasse con giustizia l'armi de'
Tartari nell'Asia Meridionale. Costui fece arrestare e trucidare ad
Otrar una carovana composta di tre ambasciatori e di cencinquanta
mercatanti. Ciò nullameno, sol dopo avere chiesta soddisfazione e
vedersela ricusata, sol dopo orato, e digiunato tre giorni sopra d'una
montagna, l'Imperator de' Mongulli si appellò al giudizio di Dio e della
sua spada. «Le nostre battaglie d'Europa, dice uno scrittore
filosofo[339], non sono che deboli scaramucce, se poniam mente agli
eserciti che combattettero e perirono nelle pianure dell'Asia».
Settecentomila Mongulli, o Tartari mossi, dicesi, sotto il comando di
Gengis e de' quattro suoi figli, incontrarono nelle vaste pianure poste
a tramontana del Shion o dell'Jaxarte, il Sultano Mohammed a capo di
quattrocentomila guerrieri; e nella prima battaglia, che durò fino a
notte, censessantamila Carizmj rimasero morti sul campo. Mohammed,
sorpreso dal numero e dal valore de' suoi nemici, fe' sonare a ritratta,
distribuendo le sue truppe nelle città di frontiera, perchè persuadeasi
che cotesti Barbari, invincibili sul campo di battaglia, non la
durerebbero contro la lunghezza e la difficoltà de' tanti assedj
regolari che per ridurlo era mestieri intraprendere; ma Gengis avea
saggiamente instituito un corpo di meccanici e di ingegneri cinesi,
instrutti forse del segreto della polvere, e capaci, sotto un tal
condottiero, di assalire estranei paesi con quel vigore che nel
difendere la loro patria non dimostrarono, e di ottenere miglior
successo. Gli Storici persiani narrano gli assedj e le rese di Otrar,
Cogenda, Boccara, Samarcanda, Carizme, Herat, Meroù, Nisabour, Balc, e
Candahar, la conquista delle ricche e popolose contrade della
Transossiana, di Carizme, e del Korazan. Ma poichè le devastazioni
operate da Gengis e dai Mongulli vennero da noi descritte nel volere
offrire un'idea de' tremendi effetti che dovettero conseguire dalle
invasioni degli Unni e di Attila, mi limiterò in questo luogo ad
osservare che dal mar Caspio insino all'Indo, i conquistatori
trasformarono in deserto uno spazio di oltre a più centinaia di miglia,
cui l'opera umana avea coltivato e adorno di numerose abitazioni; nè il
volgere di cinque secoli successivi ha bastato a riparare quel guasto
che durò quattro anni. L'Imperatore tartaro incoraggiava, o tollerava il
furore dei suoi soldati, che sitibondi di strage e saccheggio, e
pensando all'istante, dimenticavano ogni idea di futuro godimento; e
fatti più feroci dalla natura di quella guerra che i pretesti di una
giusta vendetta sancivano. La caduta e la morte del sultano Mohammed,
che abbandonato da tutti e non compianto da alcuno, in una deserta isola
del Caspio finì sua vita, sono una debole espiazione a fronte delle
calamità di cui fu l'origine. Il figlio di lui, Gelaleddino, più d'una
volta arrestò i Tartari in mezzo al corso della vittoria, ma il valore
di un solo eroe per salvar l'impero de' Carizmj era poco. Oppresso dal
numero nel ritirarsi verso le rive dell'Indo, Gelaleddino, spinse entro
l'onde il cavallo, e intrepido attraversando il più rapido ed ampio
fiume dell'Asia, costrinse il suo vincitore ad ammirarlo. Dopo una tale
vittoria, l'Imperator tartaro, cedendo a stento alle importunità de'
suoi soldati fatti ricchi e stanchi di battersi, consentì ricondurli
nella nativa contrada. Onusto delle spoglie dell'Asia, tornò lentamente
addietro, dando a divedere qualche lampo di compassione sulla sventura
de' vinti, e mostrandosi deliberato a rifabbricare le città per la sua
invasione distrutte. Raggiunsero il suo esercito i due Generali, che con
trentamila uomini di cavalleria avea spediti oltre i fiumi Osso e
Jassarte per ridurre le province australi della Persia. Così dopo avere
atterrato tutto quanto gli si opponea nel cammino, superate le gole di
Derbend, attraversato il Volga e il Deserto, compiuto l'intero giro del
mar Caspio, questo esercito tornava trionfante da una spedizione di cui
l'antichità non offre esempj, e che niuno più mai a rinnovellare si
accinse. Gengis segnalò il suo ritorno debellando quanti ribelli, o
popoli independenti erano rimasti fra i Tartari; indi, carico d'anni e
di gloria, morì esortando i suoi figli a conquistare per intero la Cina.

[A. D. 1227]

Lo _Harem_ di Gengis contenea cinquecento donne o concubine, e nella
numerosa sua posterità avea scelti quattro de' suoi figli, chiari per
merito come lo erano per natali, affinchè sotto i comandi del padre
sostenessero i primarj impieghi militari e civili dello Stato. Tusi era
il Gran Cacciatore, Zagatai[340] il Giudice, Octai il Ministro, Tuli il
Generale. I loro nomi e le geste si fanno scorgere di frequente nella
storia delle conquiste di Gengis. Costantemente collegati e dal proprio
e dal pubblico interesse, tre di questi fratelli si contentarono
unanimemente per sè e per le loro famiglie, di un retaggio di regni
dipendenti dal Capo supremo dello Stato. Octai venne acclamato Gran-Kan,
o Imperatore de' Mongulli, o dei Tartari. Gli succedè Gayuk, per la cui
morte lo scettro dell'Impero passò nelle mani de' cugini di lui, Mangoù
e Cublay, figli di Tuli e pronipoti di Gengis. Ne' sessant'anni che
seguirono la morte di questo conquistatore, i quattro primi Principi che
gli succedettero, sottomisero quasi tutta l'Asia e una gran parte
dell'Europa. Senza farmi ligio all'ordine de' tempi, o estendermi sulla
descrizione degli avvenimenti, offrirò, come in un quadro generale, il
progresso delle loro armi, primo ad oriente, secondo ad ostro, terzo a
ponente ad e settentrione.

[A. D. 1234]

I. Prima dell'invasione di Gengis, la Cina dividevasi in due Imperi o
dinastie, una del Nort, l'altra del Mezzogiorno[341], e la conformità
delle leggi, del linguaggio e de' costumi temperava gli inconvenienti
che venivano dalla differenza di origine e d'interessi. La conquista
dell'impero settentrionale, già smembrato da Gengis, fu, sette anni dopo
la morte del medesimo, affatto compiuta. Costretto ad abbandonare
Pechino, l'Imperatore avea posta la sua residenza a Laifiong; città il
cui recinto formava una circonferenza di molte leghe, e che, volendo
credere agli Annali cinesi, contenea un milione e quattrocentomila
famiglie, tra antichi abitanti e fuggitivi che vi ripararono. Ma fu
mestieri a questo Sovrano il darsi nuovamente alla fuga; onde seguito da
sette cavalieri si rifuggì ad una terza capitale, ove in veggendo
perduta ogni speranza di salvare la vita, salì sopra un rogo, attestando
la propria innocenza, imprecando il destino che lo perseguiva, e dando
ordine che appena si fosse trafitto, venisse incenerita la pira. La
dinastia dei _Song_, antichi Sovrani nativi di tutto l'Impero,
sopravvisse circa quarantacinque anni alla caduta degli usurpatori del
Nort, nè l'assoluta conquista della Cina accadde che sotto il regno di
Cublai. In questo intervallo, i Tartari, oltrechè ebbero divagamenti di
estranie guerre, non sì facilmente vinsero la resistenza dei Cinesi, i
quali, se nella pianura non osavano far fronte ai lor vincitori,
trincerati ne' monti, li costrinsero ad una innumerabile sequela
d'assalti, e porsero milioni di vittime ai loro ferri. Così per gli
assalti, come per le difese adoperavansi a vicenda le macchine da guerra
degli antichi, e il fuoco greco; e a quanto sembra non era peregrino a
queste genti l'uso della polvere, delle bombe, e de' cannoni[342].
Regolati venivan gli assedj dai Maomettani e dai Franchi che Cublai
colle sue larghezze allettava a prender servigio sotto di lui. Dopo
avere valicato il gran fiume, le truppe e l'artiglieria furono per
lunghi e diversi canali trasportate fino alla residenza reale di
Hamchen, o Quisnay, paese famoso pei suoi lavori di seta, e per essere
sotto il clima più delizioso di tutta la Cina. L'Imperatore, principe
giovine e pauroso, si arrendè senza oppor resistenza, e prima di
trasferirsi al luogo del suo esilio, in fondo della Tartaria, toccò nove
volte il suolo col fronte, fosse per implorare la clemenza del Gran Kan,
o per rendergli grazie. Ciò nullameno la guerra (A. D. 1279), che
d'allora in poi prese il nome di ribellione, durava nelle province
meridionali di Quisnay fino a Canton, e coloro che più coraggiosamente
si ostinarono nel difendere la libertà della patria, scacciati da ogni
punto del territorio, si rifuggirono entro le navi; ma poichè i Song si
videro avvolti e ridotti all'ultime estremità da una flotta di gran
lunga superiore, il più prode di quei campioni, tenendosi fra le braccia
l'Imperatore ancora fanciullo, esclamò: «è maggior gloria per un Monarca
il morir libero, che il vivere schiavo,» e così gridando, si precipitò
col regale infante nel mare. Imitato un simile esempio da centomila
Cinesi, tutto l'Impero da Tunkin sino al gran muro, riconobbe Cublai per
Sovrano. Non mai sazia l'ambizione di questo Principe, egli meditò
allora la conquista del Giappone; ma distrutta per due volte la sua
flotta dalla tempesta, tale spedizione malaugurosa costò inutilmente la
vita a centomila Mongulli o Cinesi: nondimeno colla forza e col terrore
delle sue armi ridusse a varj gradi di soggezione e tributo i vicini
reami della Corea, del Tonkin, della Cocincina, di Pegù, del Bengala, e
del Tibet. Trascorrendo poscia con una flotta di mille vele l'Oceano
indiano, una navigazione di sessant'otto giorni il condusse, siccome
sembra, all'isola di Borneo, situata sotto a Linea equinoziale; d'onde,
benchè non tornasse privo di gloria e di prede, non potè consolarsi di
aver lasciato fuggire il selvaggio Sovrano di quella contrada.

[A. D. 1258]

II. Più tardi, e condotti dai Principi della Casa di Timur, i Tartari
conquistarono l'Indostan; ma Holagoù-Kan, pronipote di Gengis, fratello
e luogotenente de' due Imperatori Mangoù e Cublai, terminò la conquista
dell'Iran o della Persia. Senza imprendere una enumerazione monotona de'
tanti Sultani, Emiri, o Atabecchi che questo Principe soggiogò, farò
unicamente cenno della sconfitta e della distruzione degli _Assassini_,
o Ismaeliti[343] della Persia, perchè tale impresa può riguardarsi, come
un servigio prestato all'umanità. Il regno di questi odiosi settarj da
oltre cento sessant'anni impunemente durava nelle montagne poste ad
ostro del mar Caspio, e il loro Principe, o imano inviava un governatore
alla colonia del monte Libano, tanto formidabile e famosa nella Storia
delle Crociate[344]. Al fanatismo del Corano gl'Ismaeliti aggiugnevano
le opinioni indiane sulla trasmigrazione dell'anime e le visioni de'
loro profeti. Primo dovere per essi era il consagrare ciecamente l'anima
e il corpo agli ordini dei Vicario di Dio. I pugnali de' missionarj di
questa setta si fecero sentire nell'Oriente e nell'Occidente; onde i
Cristiani e i Musulmani contano un grande numero d'illustri vittime
immolate allo zelo, alla avarizia, o all'astio del _Vecchio della
Montagna_, che così in linguaggio corrotto venne nomato. La spada di
Holagoù infranse i costui pugnali, sole armi nelle quali valesse, nè di
questi nemici dell'uman genere rimane oggidì altro vestigio che la
denominazione _Assassino_, volta a significato parimente odiosissimo
dalle lingue europee. Il leggitore che ha considerati successivamente
l'ingrandirsi e il declinare della Casa degli Abbassidi, non la vedrà
con occhio d'indifferenza perire. Dopo la caduta dei discendenti
dell'usurpatore Selgiuk, i Califfi aveano ricuperati i loro Stati
ereditarj di Bagdad e dell'Yrak dell'Arabia, ma data in preda a fazioni
teologiche la città, il Comandante de' Credenti vivea oscuramente entro
il suo Harem, composto di settecento concubine. Questi all'avvicinar de'
Mongulli, oppose loro deboli eserciti e ambasciatori superbi. «Per
volere di Dio, dicea il Califfo Mostasem, i figli di Abbas comandano
sulla terra. Ei li sostiene sul trono, e i loro nemici in questo Mondo e
nell'altro verran castigati. E chi è dunque cotesto Holagoù che ardisce
sollevarsi contro di noi? Se egli vuole la pace, sgombri immantinente il
territorio sacro de' prediletti del Signore, e otterrà forse dalla
nostra clemenza il perdono delle sue colpe». Un perfido Visir mantenea
in così cieca presunzione il Califfo assicurandolo, che, quand'anche i
Barbari fossero penetrati nella città, le donne e i fanciulli avrebbero
bastato per opprimerli dall'alto dei terrazzi di Bagdad. Ma appena
Holagoù ebbe avvicinata la mano al fantasma, questo in fumo si dissipò;
dopo due mesi d'assedio, presa d'assalto, e saccheggiata dai Mongulli la
città di Bagdad, il feroce lor comandante pronunziò la sentenza del
Califfo Mostasem, ultimo successore temporale di Maometto, e la cui
famiglia discesa da Abbas, avea tenuti per più di cinque secoli i troni
dell'Asia. Comunque vaste fossero le mire del conquistatore, il deserto
dell'Arabia protesse contro la sua ambizione le città sante della Mecca
e di Medina[345]. Ma i Mongulli spargendosi al di là del Tigri e
dell'Eufrate, saccheggiarono Aleppo e Damasco, e minacciarono unirsi ai
Franchi per liberare Gerusalemme. L'ultima ora dell'Egitto sarebbe
sonata, se questa contrada non avesse avuti migliori difensori
degl'inviliti suoi figli; ma i Mammalucchi che respirata aveano, durante
la giovinezza, l'aria vivifica della Scizia, pareggiavano i Mongulli in
valore, in disciplina li superavano; assalito per più riprese in
regolare battaglia il nemico (A. D. 1242-1272), volsero il corso di
questo impetuoso torrente al levante dell'Eufrate e sui regni
dall'Armenia e della Natolia, che all'impeto di questa invasione non
avean riparo da opporre. Il primo dei due regni ai Cristiani, ai Turchi
perteneva il secondo. Ben qualche tempo resistettero i Sultani
d'Iconium; ma finalmente un d'essi, Azzadino, si vide costretto a cercar
ricovero fra i Greci di Bisanzo, e i suoi deboli successori, ultimi
Selgiucidi, dai Kan di Persia furono sterminati.

[A. D. 1235-1245]

III. Soggiogato appena l'Impero settentrionale della Cina, Octai risolvè
portar le sue armi fin nelle contrade più remote dell'Occidente. Un
milione e mezzo di Mongulli, o di Tartari avendo portati i lor nomi per
essere ascritti ne' registri militari, il Gran Kan, scelse una terza
parte di questa moltitudine, e ne affidò il comando al nipote Batù,
figlio di Tuli, che regnava sulle paterne conquiste al nort del mar
Caspio. Dopo le feste di allegrezza che durarono quaranta giorni, partì
per questa clamorosa spedizione, e tal si furono l'ardore e la
sollecitudine delle sue innumerabili soldatesche, che in men di sei
anni, novanta Gradi di longitudine, ossia un quarto della circonferenza
terrestre, per esse vennero trascorse. Attraversarono i grandi fiumi
dell'Asia e dell'Europa, il Volga e il Kama, il Don e il Boristene, la
Vistola e il Danubio, ora a nuoto da starsi a cavallo, or sul diaccio,
durante il verno, ora entro battelli di cuoio, che seguivano sempre
l'esercito, servendo al trasporto dell'artiglieria e delle bagaglie. Le
prime vittorie di Batù annichilarono ogni avanzo di libertà patria,
nelle immense pianure del Kipsak[346] e del Turkestan. In questa rapida
corsa, passò per mezzo ai regni conosciuti oggidì sotto i nomi di Kasan,
e di Astrakan, intanto che le truppe da lui mosse verso il monte Caucaso
penetrarono nel cuore della Circassia e della Georgia. La discordia
civile de' gran Duchi o Principi della Russia, abbandonò il loro paese
in preda ai Tartari che coprirono il territorio russo dalla Livonia
infino al mar Nero. Chiovia e Mosca, le due capitali antica e moderna,
furono incenerite; calamità passeggera, e probabilmente men funesta ai
Russi della profonda e forse indelebile traccia che una schiavitù di due
secoli sul loro carattere ha impressa. I Tartari con egual furore
devastavano e i paesi che divisavano conservare, e i paesi d'onde erano
frettolosi d'uscire. Dalla Russia, ove aveano posta dimora, fecero una
scorreria passeggiera, ma non meno struggitrice, sino ai confini
dell'Alemagna; e le città di Lublino e di Cracovia disparvero.
Avvicinatisi alle coste del Baltico, sconfissero nella battaglia di
Lignitz i Duchi di Slesia, i Palatini polacchi e il Gran Mastro
dell'Ordine teutonico, empiendo nove sacca delle orecchie destre di
coloro che avevano uccisi. Da Lignitz, temine occidentale della loro
corsa, si volsero all'Ungheria, in numero di cinquecentomila,
incoraggiati dalla presenza del proprio Sovrano e condottiero Batù, e, a
quanto diedero a divedere, animati dal suo medesimo spirito.
Scompartitisi in varj corpi di truppa, superarono i monti Carpazj, e
dubitavasi tuttavia sulla possibilità del loro arrivo, quando sui popoli
perplessi i primi atti del lor furore operarono. Il Re Bela IV adunò
affrettatamente le forze militari delle sue contee e de' suoi vescovadi,
ma egli avea già venduta la sua nazione col dar ricetto ad una banda
errante di Comani, composta di quarantamila famiglie. Un sospetto di
tradimento e l'uccisione del loro Capo avendo eccitati questi selvaggi
ospiti alla sommossa, tutta la parte di Ungheria, posta a settentrione
del Danubio, fu perduta in un giorno, spopolata nel volgere di una
state, e le rovine de' tempj e delle città vidersi seminate d'ossa di
cittadini che espiarono le colpe de' Turchi loro antenati. Le calamità
di que' tempi ci vengono descritte da un Ecclesiastico ungarese, che
spettatore del saccheggio di Varadino, ebbe la ventura di sottrarsi alla
morte, e ne danno a divedere come le stragi operate dal furore de'
Barbari in mezzo agli assedj e alle battaglie, fossero anche meno atroci
del destino che la perfidia serbò ai fuggitivi. Lusingati prima questi
meschini con promesse di perdono e di pace ad uscire delle foreste, i
Tartari aspettarono che avessero terminati i lavori della mess e della
vendemmia, poi tutti, a sangue freddo, li trucidarono. Nel vegnente
verno i Mongulli, valicato sul diaccio il Danubio, s'innoltrarono verso
Gran o Strigonium, colonia germanica e Capitale del regno, e contro le
mura della medesima addirizzarono trenta macchine, colmando le fosse di
sacchi di terra e cadaveri; indi quando fu presa, dopo una strage alla
cieca, il truce Kan ordinò alla sua presenza la morte di trecento nobili
matrone. Fra le diverse città e Fortezze dell'Ungheria, tre sole ne
rimasero dopo l'invasione, e il misero Bela corse a nascondersi nelle
Isole dell'Adriatico.

Un subitaneo terrore tutto il latino Mondo comprese fin dall'istante che
un Russo fuggitivo arrecò tra gli Svedesi le prime notizie di questo
flagello; le nazioni del Baltico e dell'Oceano tremarono all'avvicinare
de' Tartari[347], che il timore e l'ignoranza dipigneano siccome enti di
una natura diversa dagli uomini. Dopo la invasione degli Arabi accaduta
nell'ottavo secolo, l'Europa non era mai stata esposta a pericolo di più
grave calamità; e se i discepoli di Maometto opprimeano le coscienze e
la libertà, qui v'era luogo a temersi che i truci pastori della Scizia
annichilassero città, arti e tutte le istituzioni della civile società.
Il Pontefice romano tentò una prova per ammansare e convertire questi
indomabili Pagani, inviando loro alcuni frati dell'Ordine di S. Domenico
e di S. Francesco. Ma a questi rispose il Gran Kan, che i figli di Dio e
di Gengis erano muniti di potestà divina per sottomettere e sterminar le
nazioni, e che nè anco il Papa sarebbe stato eccettuato dalla distruzion
generale, a meno di portarsi in persona ad implorar supplichevole la
clemenza dell'_Orda Reale_. Più coraggiose vie di salvezza immaginò
l'Imperator Federico, che scrivendo ai Principi di Alemagna, al Re di
Francia e di Inghilterra, e dipingendo con forti colori il comune
pericolo, li sollecitò a mettere in armi tutti i lor vassalli per
correre ad una giusta e ragionevol crociata[348]. Il valore e la
rinomanza de' Franchi posero in riguardo gli stessi Tartari; laonde
intanto che cinquanta soli uomini a cavallo e venti balestrieri
difendeano con buon successo il castello di Newstadt, nell'Austria,
coloro, al solo avviso di un esercito alemanno che avvicinava, tolser
l'assedio. Contento di avere devastati i vicini regni di Servia, di
Bosnia e di Bulgaria, Batù si ritirò lentamente dal Danubio al Volga,
per vedere i frutti delle sue vittorie nella città, ossia nel palagio di
Serai, che ad un suo comando sorse dal mezzo del deserto.

[A. D. 1242]

IV. Le stesse regioni più povere e più addiacciate del Settentrione non
vennero risparmiate dall'armi de' Mongulli; e Seibani-Kan, fratello del
gran Batù, avendo condotta un'orda di quindicimila famiglie ne' deserti
della Siberia, i discendenti del medesimo regnarono a Tobolsk per più di
tre secoli, e sino al momento della conquista de' Russi. Seguendo il
corso dell'Obi e dello Genisei, lo spirito loro intraprendente debbe
averli condotti alla scoperta del mar Glaciale; e se dagli antichi
monumenti che ci sono rimasti vengano tolte le mostruose favole d'uomini
colle teste di cane e co' piè biforcuti, troveremo, che quindici anni
dopo la morte di Gengis, i Mongulli conosceano il nome e le costumanze
dei Samoiedi, abitanti quasi sotto il Cerchio polare, entro casupole
sotterranee, non usi ad altra fatica fuor della caccia, che somministra
ai medesimi e il nudrimento e le pellicce di cui si vestono[349].

[A. D. 1227-1259]

Intanto che i Mongulli e i Tartari invadeano ad un tempo la Cina, la
Sorìa e la Polonia, gli autori di cotanti flagelli si compiaceano nel
risapere e nell'udirsi raccontare che le loro parole erano strumento di
morte. Pari ai primi Califfi, i primi successori di Gengis comparivano
di rado in persona a capo dei loro eserciti vittoriosi, sulle rive
dell'Onone e del Selinga; _l'orda dorata_, o reale offeriva l'antitesi
della semplicità e della grandezza, di una mensa solo imbandita di
pecora arrostita e di latte di cavalla, e di cinquecento carra d'oro e
d'argento in un sol giorno distribuite. I Principi europei ed asiatici
si videro costretti ad inviare ambasciadori al Gran Kan, o ad imprendere
eglino stessi a tal fine lunghi e penosissimi viaggi. Il trono e la vita
de' Gran Duchi di Russia, dei Re di Georgia e d'Armenia, de' Sultani
d'Iconium, e degli Emiri della Persia dependeano da un gesto del Gran
Kan de' Tartari. Benchè i figli e i pronipoti di Gengis fossero stati
avvezzi alla vita pastorale, videsi a poco a poco ingrandire il
villaggio di Caracora[350], ove si eleggevano i Kan, e ove questi posero
la lor residenza. Octai e Mangoù avendo abbandonate le loro tende per
abitare una casa, il che indicava già un cambiamento di costumi, i
Principi di lor famiglia e i grandi ufiziali dell'Impero imitarono
questo esempio. In vece delle immense foreste state un dì teatro delle
lor caccie, vennero i parchi, ne' cui recinti con risparmio di fatica si
diportavano: vennero ad abbellire le nuove lor case la pittura e la
scultura; i tesori superflui si convertirono in bacini, in fontane e
statue d'argento massiccio. Gli artisti cinesi e parigini impiegarono al
servigio del Gran Kan il loro ingegno[351]. Eranvi a Caracora due strade
occupate, l'una da operai cinesi, l'altra da mercatanti maomettani: vi
si vedeano una chiesa nestoriana, due moschee, e dodici templi
consagrati al culto di diversi idoli, d'onde può concepirsi presso a
poco un'idea del numero degli abitanti di Caracora, e di quali nazioni
diverse quella popolazione fosse composta. Ciò nullameno un missionario
francese afferma, che la capitale de' Tartari non pareggiava nemmeno la
piccola città di S. Dionisio presso Parigi, e che il Palagio di Mongul
non valeva il decimo dell'Abbazia de' Benedettini posta nella ridetta
città. Comunque la vanità dei Gran Kan fosse lusingata dalle conquiste
della Russia e della Sorìa (A. D. 1259-1368), non dipartivano mai dalle
frontiere della Cina il loro soggiorno. Il possedimento dell'Impero
cinese essendo primario soggetto di loro ambizione, non dimenticavano,
rispetto agli abitanti di questa contrada, una massima, di cui
certamente s'erano imbevuti colla consuetudine della vita pastorale; che
al pastore cioè torna a conto il proteggere e moltiplicar le sue
greggie. Ho già altrove encomiata la saggezza e la virtù di un mandarino
che sottrasse alla distruzione cinque province fertili e popolose.
Durante un'amministrazione di trent'anni, in cui immune da ogni censura
si conservò, questo benefico amico della patria e della umanità pose
ogni studio ad allontanare, o mitigare le calamità della guerra, a
ridestare l'amor delle scienze, a salvare i monumenti dell'antichità, a
por limiti al dispotismo de' comandanti militari, coll'ottenere che le
magistrature civili venissero nuovamente instituite; per ultimo ad
inspirare sentimenti di pace e giustizia nell'animo dei Mongulli.
Lottando coraggiosamente contro la rabbia de' primi conquistatori, le
salutari lezioni di cotest'uomo, abbondante messe fruttarono alla
successiva generazione. Perchè l'Impero settentrionale, e a poco a poco
il meridionale, essendosi assoggettati al governo di Cublai,
luogo-tenente, indi successore di Mangoù, la nazione si adattò
facilmente alla fedeltà verso un Principe nelle cinesi costumanze
allevato. Per voler di questo, restituite alla costituzione del paese le
antiche forme, i vincitori abbracciarono le leggi, gli usi, e fino i
pregiudizj del popolo conquistato: pacifico trionfo de' vinti, non privo
d'esempli nella Storia, e che i Cinesi dovettero al loro numero ad anche
al loro stato abituale di servitù. Gl'Imperatori de' Mongulli vedendo i
loro eserciti pressochè confusi coll'immensa popolazione di un così
vasto reame, si conformarono di buon grado ad un sistema politico, che
offrendo ai Principi i godimenti reali del potere dispotico, lasciava ai
sudditi l'esca dei vani nomi di filosofia, di libertà e di filiale
obbedienza. Fiorirono sotto il regno di Cublai il commercio e le
Lettere; i popoli godettero le beneficenze della giustizia e le soavità
della pace. Allora il gran canale di cinquecento miglia che conduce da
Nankin alla capitale, fu aperto. Posta la sua residenza a Pechino, il
Monarca e la sua Corte vi sfoggiarono della magnificenza de' più ricchi
Sovrani dell'Asia. Nondimeno questo saggio Principe si allontanò dalla
purezza e dalla semplicità della religione che l'avo suo aveva
abbracciata; onde coll'offrire sagrifizj all'idolo di Fò, e col
sommettersi ciecamente ai Lama e ai Bonzi, si meritò le censure de'
discepoli di Confucio[352]. I successori di lui imbrattarono la Reggia,
empiendola di una folla di eunuchi, di empirici e di astrologhi, non si
curando della penuria della provincia e di tredici milioni di sudditi
che vi morivan di fame. Finalmente, cento quarant'anni dopo la morte di
Gengis, i Cinesi, stanchi dal sofferire, avendo scacciata dal trono la
dinastia de' _Yuen_, stirpe tralignata di quel famoso conquistatore, il
nome degl'Imperatori Mongulli tornò a dileguarsi in mezzo ai deserti (A.
D. 1259-1300). Anche prima di questo definitivo cambiamento politico,
aveano perduta la loro supremazia sopra diversi rami di loro famiglia,
perchè i Kan del Kipsak o della Russia, del Zagatai o della
Transossiana, dell'Iran o della Persia, solo in origine luogo-tenenti
del Gran Kan, forniti di molto potere, e in tanta lontananza dal loro
Capo supremo, non trovarono cosa difficile lo sciogliersi dai doveri
dell'obbedienza, e dopo la morte di Cublai disdegnarono accettare uno
scettro, o un titolo dagli spregevoli Principi che gli succedettero.
Giusta le circostanze in cui si trovarono, alcuni di essi mantennero la
semplicità primitiva de' costumi pastorali, altri al lusso delle città
asiatiche dieder ricetto; ma così i Principi come i popoli si mostrarono
ad abbracciare un nuovo culto disposti. Dopo avere esitato tra
l'Evangelio e il Corano, preferirono la religione di Maometto,
riguardando siccome fratelli gli Arabi ed i Persiani, e rompendo ogni
corrispondenza co' Mongulli, o idolatri della Cina.

[A. D. 1240-1304]

Può essere giusto soggetto di maraviglia come in un così generale
sconvolgimento l'Impero romano, smembrato dai Greci e dai Latini, abbia
potuto salvarsi dall'invasione de' Tartari. Immensamente lontani dal
poter d'Alessandro, i Greci gli si rassomigliavano nel vedersi e in Asia
e in Europa incalzati dai pastori della Scizia, nè v'ha dubbio che
Costantinopoli avrebbe sofferta la sorte di Bagdad, di Pechino, di
Samarcanda, se i Tartari ne avessero intrapreso l'assedio. E veramente
allorchè i vanagloriosi Greci e Franchi derisero per la sua ritirata
Batù, che lieto di tante vittorie volontario rivalicava il Danubio[353],
questo conquistatore si mise una seconda volta in cammino deliberato di
assalire la Capitale de' Cesari; ma la morte il sorprese, e fu salvo
Bisanzo. Borga fratello di Batù condusse bensì i Tartari nella Tracia e
nella Bulgaria, ma dalla conquista di Costantinopoli lo distolse un
viaggio a Novogorod, posta al cinquantasettesimo Grado di latitudine,
ove fe' il censo de' Russi e regolò i tributi di quella popolazione.
Collegatosi indi coi Mammalucchi contra i suoi compatriotti della
Persia, trecentomila uomini a cavallo superarono le gole di Derbend,
incominciamento di guerra civile, che fu la ventura dei Greci. Vero è
che dopo avere ricuperata Costantinopoli, Michele Paleologo[354]
allontanatosi dalla sua Corte e dal suo esercito, venne sorpreso e
attorniato da ventimila Tartari in un castello della Tracia; ma
l'impresa di questi non avendo altro scopo che la liberazione del
sultano turco Azzadino, si contentarono di condur seco l'Imperatore e i
suoi tesori. Noga, lor generale, il cui nome si è perpetuato fra le orde
di Astracan, eccitò una formidabile sommossa contro Mengo-Timur, terzo
Kan del Kipsak; ed ottenuta in maritaggio Maria figlia naturale di
Paleologo, difese gli Stati del suocero e dell'amico. Quanto alle
successive invasioni, queste non furono operate che dagli scorridori
fuggiaschi, e da alcune migliaia di Alani e Comani, che, scacciati dalle
loro patrie, e stanchi del vivere errante, al servigio dello stesso
Imperator greco si posero. Tal fu per l'Impero greco l'invasione de'
Tartari nell'Europa: lungi dal turbare la pace dell'Asia romana, il
primo terrore inspirato dall'armi loro contribuì ad assicurarne la
tranquillità. Avvenne poi che il sultano d'Iconium sollecitò un
parlamento con Giovanni Vatace, la cui artificiosa politica, avea
persuaso ai Turchi il consiglio di difendere i lor confini contra il
comune inimico[355]; confini che per vero dire non durarono lungo tempo,
attesa la sconfitta e la cattività de' Selgiucidi, che lasciò poi
scorgere apertamente quanto deboli fossero i Greci. Perchè allor quando
il formidabile Holagoù minacciò movere contro Costantinopoli a capo di
un esercito di quattrocentomila uomini, il terror panico che si
impadronì degli abitanti di Nicea, mostrò qual fosse lo spavento
generale di tutta la Grecia. La cerimonia occidentale di una
processione, in mezzo a cui ripeteasi la lugubre litania: _mio Dio
salvateci dal furor de' Tartari_, sparse tanto terrore nella città, che
diede luogo alla falsa vociferazione di un assalto e di una strage fin
d'allora accaduti. Vidersi coperte le strade di abitanti d'entrambi i
sessi, accecati dallo spavento e che fuggivano senza saper dove; o
perchè, essendovi volute molte ore, prima che l'intrepidezza degli
ufiziali della guarnigione, giugnesse a liberare da questa sventura
immaginaria la costernata città. Ma la conquista di Bagdad portò altrove
le ambiziose armi di Holagoù e de' suoi successori, i quali sostennero
una lunga guerra nella Sorìa, ove sempre non trionfarono; che anzi le
loro contese coi Musulmani li fecero proclivi a collegarsi co' Greci e
co' Franchi[356]; e fosse per generosità o disprezzo, offersero il regno
di Natolia in compenso ad uno de' loro vassalli armeni. Gli Emiri, che
mantenutisi in alcune città e paesi montuosi si disputavano gli avanzi
della monarchia de' Selgiucidi, riconobbero tutti la supremazia del Kan
della Persia, il quale frammise sovente la propria autorità, e qualche
volta ancora le sue armi, per porre un argine alle costoro depredazioni,
e mantenere l'equilibrio e la pace della frontiera de' suoi turchi
dominj. Ma per la morte di Kasan[357], uno de' più illustri discendenti
di Gengis, disparendo questa salutevole preminenza, il declinar de'
Mongulli (A. D. 1304) lasciò il campo libero all'innalzamento e ai
progressi dell'Impero ottomano[358].

[A. D. 1240]

Dopo la ritirata di Gengis, Gelaleddino sultano di Carizme tornato era
dall'India per governare e difendere i suoi Stati persiani. Nello spazio
di undici anni, questo eroe diede in persona quattordici regolari
battaglie, e tal ne fu la solerzia, che in settanta giorni, a capo della
sua cavalleria, trascorse un cammino di mille miglia da Teflis a Kerman;
ma costretto a soggiacere così per la gelosia de' Principi musulmani,
come per lo sterminato numero delle tartare soldatesche, dopo un'ultima
rotta, terminò, privi di gloria, i suoi giorni nelle montagne del
Curdistan. Si disperse per la morte del Capo la truppa dei coraggiosi
suoi veterani, che sotto nome di Carizmj, o Corasmini, comprendea la
massima parte di quelle bande di Turcomani, che consagrati eransi a
seguir la fortuna del loro Sultano. I più arditi e più poderosi fra
questi, operata una invasione nella Sorìa, saccheggiarono il Santo
Sepolcro di Gerusalemme: gli altri prestarono il servigio delle loro
armi ad Aladino sultano d'Iconium, fra i quali trovavansi gli oscuri
antenati dell'ottomana dinastia. Aveano questi in origine posto campo
sulla riva australe dell'Osso nelle pianure di Mahan e di Neza; al qual
proposito è cosa straordinaria e meritevole di osservazione esser venuti
da quel sito medesimo e i Parti, e i Turchi, fondatori di due
potentissimi Imperi. Solimano-Sà, che conduceva l'antiguardo o il
retroguardo dell'esercito de' Carizmj, al passaggio dell'Eufrate annegò.
Il figlio di lui Ortogrul, divenuto suddito e soldato di Aladino, pose a
Surgut in riva al Sangario un campo di quattrocento tende, o famiglie,
delle quali assunse il governo civile e militare, che gli durò
cinquantadue anni. Da Ortogrul nacque Tamano o Atmano (A. D. 1299-1326),
il cui nome è stato cambiato in quello del Califfo Otmano, dal qual
personaggio, per ben apprezzarlo, è d'uopo separare coll'animo tutte le
idee di abbiezione e d'ignominia che allo stato di pastore e scorridore
vanno congiunte. Otmano dotato in eminente grado di tutte le virtù di un
soldato, profittò maestrevolmente delle circostanze di tempo e di luogo
che la sua independenza e i successi delle sue imprese favoreggiavano.
Estinta era la stirpe de' Selgiucidi, la spirante podestà de' principi
Mongulli, e la lor lontananza lo scioglieano d'ogni soggezione;
trovavasi posto sui confini del greco Impero; il Corano raccomandava il
_Gazi_, ossia la guerra santa contro degl'Infedeli, intanto che la falsa
politica di questi avendo aperti i passi del monte Olimpo, lo allettava
a discendere nelle pianure della Bitinia. Perchè, fino all'epoca del
regno de' Paleologhi, i ridetti passi erano validamente custoditi dalla
milizia del paese, che per un guiderdone di tal servigio godea la
sicurezza dei suoi possedimenti e l'immunità da ogni tassa. L'Imperatore
greco, abolendo i privilegi di queste genti, e costringendole a pagare
rigorosamente il tributo, si assunse la cura di far custodire quelle
gole di monti, che vennero ben presto dimenticate, e in questo mezzo
que' montanari, dianzi sì valorosi, si trasformarono in una timida
ciurma priva di forza e di disciplina. Nel giorno 27 luglio dell'anno
1299 dell'Era cristiana, Otmano entrò per la prima volta nelle campagne
che circondano Nicomedia[359]. L'esattezza singolare con cui si tenne
conto del giorno di un tale arrivo, indicherebbe quasi che si prevedea
qual fosse per essere l'aumento rapido e fatalissimo del nascente mostro
che minacciava l'Impero. I ventisette anni che durò il regno di Otmano
non offrirebbero fuorchè una ripetizione delle medesime scorrerie. Ad
ognuna di esse facendo nuove reclute, ingrossava di prigionieri e
volontarj il suo esercito. In vece di ritirarsi nelle montagne, d'onde
era uscito, Otmano conservava tutti i posti utili ed atti a difesa,
pronto a riparare le fortificazioni delle piazze e delle castella che
avea saccheggiate. Già preferiva alle abitazioni ambulanti delle nazioni
pastorali i bagni e i palagi delle città che per lui già sorgevano. Però
solamente sul terminar de' suoi giorni, e mentre gli anni e le infermità
lo premeano, Otmano ebbe il contento di sapere la conquista di Prusa
fatta dal suo figlio Orcano, cui la fama o il tradimento apersero le
porte di questa città. La gloria di Otmano su quella de' suoi
discendenti è soprattutto fondata; ma i Turchi hanno conservato, o fosse
di lui, o ne fossero eglino stessi a suo nome gli autori, un testamento
memorabile per le massime di giustizia e di moderazione che in esso
abbondano[360].

La conquista di Prusa può riguardarsi come la vera data della fondazione
dell'Impero ottomano. I sudditi cristiani si assicurarono le loro vite e
sostanze mercè un tributo, o riscatto di trentamila scudi d'oro, ma non
andò guari che per le cure di Orcano, questa città una Capitale
maomettana divenne. Una moschea, un collegio, un ospitale l'ornarono.
Rifuse le monete de' Selgiucidi, quelle di nuovo conio portarono il nome
e l'impronta della sopravvenuta dinastia, e i più abili maestri delle
cose umane e divine allettarono gli studenti persiani ed arabi a qui
trasferirsi, abbandonando le scuole dell'Oriente. Aladino fu il primo a
nomarsi visir, carica che a favore di lui il suo fratello Orcano
instituì; mise leggi affinchè un vestir diverso distinguesse i cittadini
dai campagnuoli, i Musulmani dagli Infedeli. La forza militare di Otmano
stavasi unicamente in indocili squadroni di cavalleria turcomana, privi
di stipendio, come di disciplina; ma Orcano avvisò saggiamente ad
instituire e addestrare un corpo di fanteria, arrolando un grande numero
di volontarj, contenti di tenue paga, e liberi di rimanersi alle proprie
case ogni qualvolta i lor servigi non erano necessarj. Pure la rozzezza
dei lor costumi e l'indole sediziosa, persuasero Orcano ad educarsi una
truppa scelta, trasformando i suoi giovani prigionieri in soldati del
Profeta, e ai contadini turchi rimase il privilegio di seguire
l'esercito del Sultano, ordinati in corpo di cavalleria, col nome di
partigiani; per le quali sollecitudini e per sua accortezza pervenne a
crearsi un esercito di venticinquemila Musulmani. Fece inoltre fabbricar
macchine necessarie agli assedj, o agli assalti delle città, delle quali
macchine provò per la prima volta il buon successo contro Nicomedia e
Nicea (A. D. 1326-1339). Condiscendente nel munire di salvocondotti
tutti coloro che voleano ritirarsi colle loro famiglie e suppellettili,
si riserbò l'arbitrio delle vedove de' vinti a favore de' conquistatori,
che le desideravano in ispose; i libri, i vasi e le immagini de' Santi
vennero comprate o riscattate dagli abitanti di Costantinopoli. Vinto e
ferito in battaglia Andronico il Giovane[361], Orcano sottomise tutte le
province, o il regno di Bitinia sino alle rive del Bosforo, o
dell'Ellesponto; e la giustizia e la clemenza di un Principe che si era
conciliata affezione e volontaria sommessione dai Turchi dell'Asia, dai
medesimi Cristiani venne riconosciuta. Orcano modestamente del titolo
d'Emiro si contentò, e per dir vero, fra i principi di Rum e della
Natolia[362] ve ne erano alcuni (A. D. 1300 ec.) che in militari forze
lo superavano. Gli Emiri di Ghermian e di Caramania, aveano ciascuno
sotto di sè un esercito di quarantamila uomini, ma situati nella parte
interna delle terre ove regnarono i Selgiucidi, levarono nella storia
men grido de' santi guerrieri, che inferiori di possanza a questi Emiri,
si fecero maggiormente conoscere per nuovi principati instituiti nel
greco Impero. I paesi marittimi, dalla Propontide fino al Meandro e
all'isola di Rodi, minacciati per tanto tempo, e sottoposti a sì
frequenti devastazioni, vennero tolti per sempre al dominio greco sotto
il regno del vecchio Andronico[363]. Due Capi turchi, Aidino e Sarukan,
s'impossessarono di più province (A. D. 1312 ec.), che chiamate co' nomi
dei loro conquistatori, passarono alla posterità, soggiogate, o
rovinate. Le Sette Chiese dell'Asia, sui territorj della Lidia e della
Sorìa veggonsi tuttavia calpestate da barbari padroni degli antichi
monumenti del Cristianesimo. Perduta Efeso, i Cristiani dolendosi della
caduta del primo angelo, deplorarono spenta[364] la prima face delle
rivelazioni[365]. La distruzione è stata compiuta, e le orme del tempio
di Diana e della chiesa di S. Maria, nello stesso tempo disparvero. Il
circo e i tre teatri di Laodicea son covacci delle volpi e de' lupi;
Sardi non è più che un miserabil villaggio. Il Dio di Maometto, questo
Dio che non ha nè figli nè rivali[366], viene invocato a Pergamo e a
Tiatira entro i recinti di numerose moschee, Smirne dee la sua
popolazione soltanto al commercio degli Armeni e de' Franchi. L'unica
Filadelfia è stata salvata da una profezia, o dal suo coraggio. Lontani
dal mare, dimenticati dagl'Imperatori, attorniati per ogni parte dai
Turchi, gl'intrepidi cittadini di Filadelfia difesero per più di
ottant'anni la lor religione e la lor libertà, ottenendo un'onorevole
capitolazione dal più feroce degli Ottomani. Le colonie greche, le
Chiese dell'Asia furon distrutte (A. D. 1310-1523); scorgesi tuttavia
Filadelfia come colonna fra le rovine; confortante esempio che dà a
divedere come la condotta più onorevole sia talvolta la più sicura. I
Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme difesero la libertà di Rodi[367]
per oltre a due secoli, e cotesta isola, sotto il chiaro lor reggimento,
acquistò splendore di ricchezza e di fama: nobili e valorosi monaci
guerrieri che si meritavano gloria eguale e per mare, e per terra, onde
la loro isola, lungo tempo baluardo della Cristianità, e allettò a
conquistarla più volte, e più volte respinse i numerosi eserciti de'
Turchi e dei Saracini.

[A. D. 1341-1347]

Le discordie de' Greci furono la prima origine di lor rovina. Durante le
guerre civili del primo e del secondo Andronico, il figlio di Otmano
terminò, quasi senza trovar resistenza, la conquista della Bitinia; le
stesse divisioni de' Greci incoraggiarono gli Emiri turcomani della
Lidia e della Jonia ad allestire una flotta, con cui devastarono le
vicine isole della costa d'Europa. Ridotto a difendere l'onore e la
vita, Cantacuzeno, o volesse prevenire, o imitare i suoi avversarj,
ricorse ai nemici del suo paese e della sua religione. Amiro, figlio di
Aidino, sotto vesti maomettane ascondea la cortesia e la gentilezza che
ad un Greco sarebbersi addette; vincoli di mutua stima e di servigi
scambievoli, lo univano al Gran Domestico, onde l'amicizia di questi due
personaggi, giusta il linguaggio de' tempi, a quella di Oreste e Pilade
venne paragonata[368]. Uditi dal Principe di Jonia i pericoli fra i
quali avvolgeasi l'amico suo, da un'ingrata Corte perseguitato, allestì
una flotta di trecento vele e un'armata di ventinovemila uomini, con cui
salpando nel cuor del verno, venne a gettar l'áncora alla foce
dell'Ebro. Seguìto da una scelta truppa di duemila Turchi, Amiro
s'innoltrò lungo le rive del fiume, e pervenne a liberare l'Imperatrice,
che i selvaggi Bulgari teneano assediata entro la città di Demotica. In
questo tempo il caro amico di lui Cantacuzeno rifuggitosi nella Servia,
lasciava ignorare il proprio destino. Irene, impaziente di vedere in
volto il suo liberatore, lo invitò ad entrare nella città, accompagnando
l'invito con un donativo di cento cavalli e di preziosi ornamenti; ma
per un riguardo singolare di delicatezza, il Barbaro che nudriva sensi
tutt'altro che barbari, ricusò di vedere la moglie dell'amico infelice,
e di godere, mentre questi stava lontano, le delizie del suo palagio;
sopportando entro la propria tenda l'inclemenza della stagione, rifiutò
i favori offertigli dall'ospitalità per sofferire in comune co' suoi
duemila compagni ben degni, siccome il Duce, degli onori che lor
venivano tributati. La brama che lo ardea di vendicar Cantacuzeno, e il
bisogno di vivere, sono la scusa delle scorrerie che sulla terra e
sull'acque in questo mezzo si fece lecite. Lasciati novemila cinquecento
uomini in guardia della sua flotta, vagò indarno per tutta la provincia
a fine di rinvenire l'amico. Ma alcune false lettere, i rigori del
verno, il mal umore de' suoi volontarj, la ricchezza delle fatte prede e
la moltitudine de' prigionieri, finalmente lo persuasero a rimbarcarsi.
Nel corso della guerra civile, il Principe della Jonia tornò per due
volte in Europa, e unite le sue truppe a quelle di Cantacuzeno, assediò
Tessalonica, e Costantinopoli minacciò. La calunnia ha tratti motivi di
censurarlo dalla poca bastevolezza de' soccorsi che egli aveva arrecati,
dalla sua affrettata partenza, e da un dono di diecimila scudi che dalla
Corte di Bisanzo accettò; ma l'amico si mostrò contento di lui, e per
altra parte la condotta di Amiro veniva assai giustificata dalla
necessità di difendere i suoi Stati ereditarj contro i Latini. Il Papa,
il Re di Cipro, la Repubblica di Venezia e l'Ordine di S. Giovanni si
erano collegati alla lodevole impresa di liberare i mari dal predominio
che i Turchi vi avevano acquistato. Approdate alla costa jonica le galee
de' Confederati, Amiro cadde trafitto da un dardo, mentre assediava la
rocca di Smirne che difendeano i Cavalieri di Rodi[369]. Innanzi morire,
procacciò generosamente all'amico un altro Confederato maomettano, non
più sincero e premuroso che egli nol fosse, ma più abile, per la
vicinanza de' suoi Stati colla Propontide e con Costantinopoli, a
prestargli solleciti e poderosi soccorsi. La prospettiva di un più
vantaggioso Trattato, indusse il Principe di Bitinia ad infrangere i
patti (A. D. 1346) che ad Anna di Savoia avea giurati, e un maritaggio
colla figlia di un Imperator greco, accordandosi colle ambiziose mire di
Orcano, questi promise solennemente che se Cantacuzeno acconsentiva ad
accettarlo per genero, egli avrebbe inviolabilmente usati verso di lui
tutti i riguardi di vassallo e di figlio. Dall'ambizione la paterna
tenerezza fu vinta; il Clero greco approvò le nozze di una Principessa
cristiana con un discepolo di Maometto; e il padre di Teodora ci
descrive egli stesso, mostrandone obbrobriosa soddisfazione, il disdoro
del suo diadema[370]. I turchi ambasciatori, seguìti da un corpo di
cavalleria e scortati da trenta navi, giunsero innanzi al campo di
Selimbria, ove stavasi Cantacuzeno. Venne innalzato un sontuoso
padiglione, sotto del quale l'imperatrice Irene trascorse la notte in
compagnia della figlia. Allo schiarir del mattino, Teodora si assise
sopra un trono velato da cortine di seta ricamate in oro. Tutte le
truppe stavano in armi e l'Imperatore a cavallo. Ad un cenno si levarono
le cortine, lasciando vedere la sposa, o la vittima, in mezzo a torcie
nuziali e ad eunuchi prosternati ai suoi piedi. Rintronò l'aere dello
squillar delle trombe, nè mancarono poeti, quali quel secolo
somministrar li poteva, che celebrassero con epitalamj le felicità
pretese di Teodora. Fu consegnata al Barbaro che ne diveniva il padrone,
senza alcuna cerimonia di Culto cristiano. Erasi però stipulato nel
Trattato, che ella avrebbe seguìto liberamente a professare il suo Culto
nello Harem di Bursa, onde il padre della medesima fa encomj alla pia e
caritatevole condotta tenutasi dalla figlia, posta in una tanto
difficile condizione. Poichè l'Imperator greco si vide tranquillo
possessore del trono di Costantinopoli, si portò a visitare il genero,
che, accompagnato da quattro figli avuti da diverse spose, venne ad
aspettarlo a Scutari sulla costa dell'Asia. I due Principi godettero
congiuntamente, e con apparenza di scambievole cordialità, i piaceri
della caccia e dei banchetti; che anzi Teodora ottenne la permissione di
trasferirsi al di là del Bosforo per passare alcuni giorni insiem colla
madre. Ma Orcano, la cui amistà ai riguardi della sua ambizione e della
sua religione stava soggetta, non esitò, nella guerra de' Genovesi, a
collegarsi co' nemici di Cantacuzeno.

[A. D. 1353]

Fin nel Trattato che Orcano avea conchiuso colla Imperatrice Anna, egli
avea introdotto questo singolare patto, di potere cioè a proprio
arbitrio o trasportare in Asia i suoi prigionieri, o venderli a
Costantinopoli. Fu quindi veduta una moltitudine di Cristiani d'entrambi
i sessi, di tutte le età, di preti e di frati, di vergini e di matrone
esposti nudi nei pubblici mercati, e spesse volte maltrattati a colpi di
staffile per meglio eccitare la carità de' loro concittadini a
riscattarli più presto; ma l'indignazione de' Greci, si limitò a
deplorare la sorte dei proprj concittadini che vedeano condur lontani in
una schiavitù fatale alle loro anime e ai loro corpi[371]. Cantacuzeno
fu costretto sottomettersi alle medesime condizioni, il cui adempimento
accrebbe sempre più le calamità dell'Impero. Nello stesso Trattato,
l'Imperatrice Anna aveva ottenuto un soccorso di diecimila Turchi, che
poi da Orcano vennero adoperati in difesa del proprio suocero. Nondimeno
tali disastri non erano che passeggieri; perchè terminata la stagione
campale, i prigionieri fuggivano tornando alle proprie case; i
Musulmani, sgombrando l'Europa, si ritiravano nuovamente nell'Asia. Sol
nell'ultima contesa avuta col suo pupillo, Cantacuzeno rendè permanente
nel sen dell'Impero il germe della distruzione, germe che i successori
di lui si sforzarono indarno a sterpare, nè questo irreparabile fallo
del Principe greco emendarono i dialoghi che contra il profeta Maometto
ei compose. I moderni Turchi, ignari sin della propria Storia, e
confondendo il primo tragetto dell'Ellesponto[372] coll'ultimo, ne
mostrano nel figlio di Orcano un oscuro scorridore che, seguìto da
ottanta venturieri, si valse di uno stratagemma per invadere una terra
nemica ed incognita. Solimano, a capo di diecimila uomini di cavalleria
turca, venne trasportato dalle navi dell'Imperator greco e riguardatone
confederato. Le milizie maomettane rendettero alcuni servigi e commisero
molti disordini nelle guerre civili della Romania. Ma il Chersoneso si
trovò a poco a poco popolato da una colonia di Turchi; e la Corte di
Bisanzo sollecitò indarno la restituzione delle Fortezze della Tracia.
Dopo alcuni indugi, ad arte fatti maggiori da Orcano e da Solimano,
venne pattuito il riscatto di tali Fortezze a prezzo di sessantamila
scudi, la prima parte de' quali era già stata pagata, allorchè un
tremuoto atterrò le mura di molte fra esse. Queste diroccate piazze i
Turchi occuparono; e rifabbricata Gallipoli, chiave dell'Ellesponto,
Solimano ebbe cura di empirla di Maomettani. Col trono rinunziato da
Cantacuzeno, furono rotti anche que' deboli vincoli di domestica lega
che univano i principi Greci ai principi Turchi. Gli ultimi consigli che
l'Imperatore, rassegnando lo scettro, ai suoi concittadini volgea, erano
di evitare una guerra imprudente, di confrontare il numero, la
disciplina e l'entusiasmo de' Turchi colla loro debolezza e
pusillanimità: savj suggerimenti che vennero sprezzati dall'ostinata
vanità di un giovane Principe, e giustificati dalle vittorie de'
Musulmani. In mezzo ai suoi buoni successi, Solimano, caduto da cavallo
nell'esercizio militare del _Gerid_, perdè la vita, nè il vecchio Orcano
sopravvisse lungo tempo al dolore che la morte del figlio a lui cagionò.

[A. D. 1360-1389]

Ma i Greci nè manco ebbero il tempo per allegrarsi della morte de' lor
nemici; la spada de' Turchi non si mostrò men formidabile fra le mani di
Amurat I, figlio di Orcano e fratello di Solimano, impadronitosi quasi
senza ostacoli, come per mezzo alla nebbia degli Annali di Bisanzo si
scorge[373], di tutta la Romania e della Tracia, dall'Ellesponto la
monte Emo, e che giunto pressochè alle porte della Capitale, scelse
Andrinopoli qual sede del suo Governo e della sua religione in Europa.
Costantinopoli, il cui scadimento quasi incomincia dall'epoca della sua
fondazione, nel corso di dieci secoli si vide successivamente assalita
dai Barbari dell'Oriente e dell'Occidente; ma sino a questo fatale
istante non s'era per anco trovata cinta e dal lato d'Asia e da quel
d'Europa, dalle forze di una stessa potenza nemica. Nondimeno Amurat,
fosse per prudenza, o per generosità, sospese ancora per qualche tempo
questa facil conquista, bastando al suo orgoglio di farsi comparire
innanzi per più riprese l'imperatore Giovanni Paleologo e i quattro
figli del medesimo, i quali appena ricevutone il comando, alla Corte, o
al campo del Principe ottomano si trasferivano. Portate successivamente
l'armi contra gli Schiavoni che abitavano tra il Danubio e il mare
Adriatico, contra i Bulgari, i Serviani, e i popoli della Bosnia e della
Albania, debellò con ripetute scorrerie queste bellicose tribù, rinomate
per avere sì di frequente insultato l'Impero romano. Il lor territorio,
nè d'oro, nè d'argento abbondava: quei rustici abituri non erano
arricchiti dal commercio, o abbelliti dall'arti del lusso; ma i nativi
di queste contrade si segnalarono in tutte le età per vigore di corpo e
forza di coraggio; onde poi, una saggia istituzione, li guidò ad essere
i più fermi e fedeli sostegni della grandezza Ottomana[374]. Il Visir di
Amurat, ricordò al suo Sovrano che le leggi di Maometto gli concedeano
la quinta parte delle prede e de' prigionieri fatti sugl'Infedeli,
aggiugnendo che col mettere vigilanti ufiziali a Gallipoli, questi
avrebbero facilmente riscosso a quel passo un tale tributo, e avuta ivi
maggiore agevolezza di scegliere i meglio formati e più vigorosi
fanciulli de' Cristiani. Approvato il suggerimento, e pubblicato
l'editto, migliaia di prigionieri europei vennero educati nel culto di
Maometto e nella scuola dell'armi. Un celebre Dervis compiè la cerimonia
di consagrare la nuova milizia e di darle un nome. Postosi a capo delle
file de' soldati, stese la manica della sua veste sul fronte di quello
che stavagli più vicino, e tutti li benedì, pronunziando le seguenti
parole: «Sieno chiamati Giannizzeri (_Yengi sceri_), ossia nuovi
soldati; possa sempre essere il lor valor luminoso, tagliente la loro
spada, vittorioso il lor braccio! Possane la lancia star sempre sospesa
sul capo de' loro nemici, e ovunque essi vadano, possano tornare
addietro col volto _bianco_[375]!» Tale si fu l'origine di questa
formidabile truppa, terrore delle nazioni, e qualche volta ancor de'
Sultani. Declinato oggidì il loro valore, ammollitane la disciplina, le
tumultuose file di questa guardia non possono resistere all'artiglieria
e al saper militare delle moderne nazioni; ma quando furono instituiti,
aveano un'assoluta preminenza, perchè non eravi potentato della
cristianità che mantenesse continuamente in armi un corpo regolare di
fanteria. I Giannizzeri combatteano contro gl'idolatri, loro
compatriotti, collo zelo e coll'impeto del fanatismo, e la battaglia di
Cossova annichilò la lega e l'independenza della tribù della Schiavonia.
Un giorno, in cui il vittorioso Amurat trascorrendo i campi per lui
coperti di stragi, maravigliò nell'accorgersi che la maggior parte de'
morti era composta di giovinetti, il cortigiano Visir gli rispose: che
uomini adulti negli anni come nella ragione, non si sarebbero cimentati
a resistere alle invincibili armi del sultano Amurat. Ma la spada de'
suoi Giannizzeri non potè salvarlo dal pugnale della disperazione,
perchè un soldato serviano, sorto dal mezzo di que' morti, lo ferì
mortalmente nel ventre. Questo Principe, pronipote di Otmano, fu di
semplici costumi e d'indole mansueta. Amò le scienze e la virtù, ma
diede motivo di scandalo ai Musulmani per la sua poca cura d'intervenire
alle pubbliche preghiere; del qual fallo ebbe coraggio di rampognarlo un
Muftì, ricusando di ammetterlo per testimonio in una causa civile. Non
sono rari nella Storia orientale simili tratti che offrono una
mescolanza di servitù e di libertà[376].

[A. D. 1389-1403]

Il carattere di Baiazetto, figlio e successore di Amurat, viene espresso
con forza dal soprannome che gli fu dato di Ilderim, ossia _il lampo_; e
potè inorgoglirsi questo Sultano di un epiteto che indicava l'ardente
energia dell'animo suo e la rapidità delle sue corse distruggitrici. Ne'
quattordici anni che il suo regno durò[377], Baiazetto sempre a capo dei
suoi eserciti, trascorse continuamente da Bursa ad Andrinopoli, dal
Danubio all'Eufrate, e benchè zelantissimo di propagare il culto
maomettano, assalì indistintamente in Europa e in Asia i Principi
cristiani e maomettani, e ridusse in soggezione tutta la parte
settentrionale della Natolia da Angora sino ad Amasia ed Erzerum.
Spogliati de' loro Stati ereditarj gli Emiri di Ghermian, di Caramania,
di Aidino e di Sarukan, e finalmente conquistata Iconium, la dinastia
ottomana si trovò padrona dell'antico reame de' Selgiucidi. Nè meno
rapide ed importanti furono le conquiste di Baiazetto in Europa. Ridotti
ad obbedienza i Serviani e i Bulgari, corse al di là del Danubio a
cercare nuovi nemici e nuovi sudditi nel cuore della Moldavia[378].
Tutti que' paesi che riconoscevano ancora l'Impero greco nella Tracia,
nella Macedonia e nella Tessaglia vennero sotto il dominio del
vittorioso Ottomano. Un compiacente Vescovo lo condusse in Grecia,
attraversando le Termopile; e qui osserveremo come singolare
avvenimento, che la vedova di un Capo spagnuolo, cui pertenea il paese,
ove un tempo i famosi oracoli di Delfo si pronunziarono, comperò la
protezione del Sultano col sagrifizio di una figlia, rinomata per sua
avvenenza. Ad assicurare ai Turchi il passaggio fin allora pericoloso e
precario d'Asia in Europa, Baiazetto mise a Gallipoli una flotta
d'incrociatori che, signoreggiando l'Ellesponto, impediva la via a
quanti soccorsi si spedivano a Costantinopoli dai Latini. Intanto che
questo Principe sagrificava senza scrupolo alle sue passioni l'umanità e
la giustizia, costringeva i suoi soldati ad osservare rigorosamente le
regole della sobrietà e della decenza; si raccoglieano, e si vendeano
tranquillamente le messi ne' campi occupati da' suoi eserciti. Sdegnato
della negligenza e della corruttela che si erano introdotte
nell'amministrazione della giustizia, adunò in una casa tutti i Giudici
e Giureconsulti de' suoi Stati, i quali non men paventavano che
d'esservi bruciati vivi. Silenziosi tremavano que' ministri; ma un
buffone etiope osò far manifesta al Sovrano la cagion vera di un tale
disordine; onde questi per togliere in avvenire alla venalità tutte le
scuse, unì all'uffizio di Cadì una convenevole rendita[379]. Inorgoglito
per sì fausti successi, e venutogli a schifo l'antico titolo di Emiro,
ricevè la patente di Sultano dal Califfo, schiavo in Egitto sotto gli
ordini de' Mammalucchi[380]. Dominati dalla forza dell'opinione, i
Turchi vincitori rendettero quest'ultimo e tenue omaggio alla prosapia
Abbasside e ai successori di Maometto. Il nuovo Sultano, geloso di
meritarsi questo titolo, portò la guerra nell'Ungheria, teatro perpetuo
e de' trionfi, e delle sconfitte de' Turchi. Sigismondo, re di questa
contrada, essendo figlio e fratello degl'Imperatori d'Occidente, la
causa di lui, quella della Chiesa e dell'Europa divenne. Alla prima voce
del pericolo in cui si trovava, i più valorosi tra i Cavalieri franchi e
alemanni si affrettarono a combattere santamente sotto le bandiere del
Monarca chiamato a disfida. Ma Baiazetto nella giornata di Nicopoli,
sconfisse un esercito di cenmila Cristiani, datisi orgogliosamente il
vanto di poter _sostenere sulle punte delle loro lancie il cielo, se
questo fosse venuto a cadere_. Perito il maggior numero d'essi sul
campo, e molti annegatisi nel Danubio, Sigismondo dopo essersi rifuggito
a Costantinopoli per la via del mar Nero, fu obbligato ad un lungo giro
per ritornare nell'estenuato suo regno[381]. In mezzo all'orgoglio della
vittoria, Baiazetto minacciò di assediar Buda, d'invadere l'Alemagna e
l'Italia, di _dar la biada al suo cavallo_ sull'altar maggiore di S.
Pietro a Roma. Ma questi divisamenti impacciati vennero, non dalla
miracolosa intercessione dell'Apostolo, non da una crociata delle
potenze cristiane, ma da un lungo e violento assalto di gotta. Talvolta
gl'inconvenienti del Mondo fisico hanno portato rimedio ai disordini del
morale; e una stilla di umore acre che affligga una sola fibra di un
solo uomo, può sospendere le sciagure e la rovina delle nazioni.

[A. D. 1396-1398]

Tal è l'aspetto generale delle guerra ungarese; ma ai disastri che vi
soffersero i Francesi, siamo debitori di alcuni scritti che ne danno
meglio a conoscere il carattere di Baiazetto, e le circostanze che gli
fruttarono la vittoria[382]. Il Duca di Borgogna, sovrano della Fiandra,
e zio di Carlo VI, non valse a frenare l'ardore intrepido del figlio
Giovanni, Conte di Nevers, che partì accompagnato da quattro Principi,
cugini di lui e del Monarca francese. Il Sere di Couci, uno de' migliori
e più antichi Capitani della Cristianità, serviva di guida alla
inesperienza di questi giovani[383]; ma l'esercito comandato da un
Contestabile, da un Ammiraglio, e da un Maresciallo di Francia[384] non
era composto che di mille Cavalieri e de' loro sergenti: lo splendore
de' nomi era ai nobili guerrieri un'esca alla presunzione, alla
disciplina un ostacolo. Ognun d'essi credendosi degno di comandare,
nessuno volendo obbedire, i Francesi guardavano con eguale disprezzo i
confederati e i nemici. Tenendosi certi che Baiazetto o perirebbe
inevitabilmente in quella impresa, o si sarebbe dato alla fuga, già
calcolavano quanto tempo abbisognerebbe loro per trasferirsi a
Costantinopoli, e di lì a liberare il Santo Sepolcro. Quando le grida
de' Turchi ne annunziarono l'avvicinare, i giovani francesi stavano a
mensa, abbandonandosi alla gioia e alla inconsideratezza; e già
riscaldati dal vino, addossarono precipitosamente le loro armadure, e
montati sui lor cavalli, corsero all'antiguardo, reputandosi ingiuriati
dai motivi che avea Sigismondo per non concedere ad essi l'onore del
primo assalto. I Cristiani non perdevano la battaglia di Nicopoli, se i
Francesi condiscendevano ai prudenti consigli degli Ungaresi; ma forse
ottenevano una gloriosa vittoria, se gli Ungaresi imitavano il valor de'
Francesi. Perchè questi avendo rapidamente disperse le truppe d'Asia che
formavano il primo fronte dell'inimico, e rotti i palizzati posti per
trattenere la cavalleria, misero in disordine, dopo un sanguinoso
combattimento, gli stessi giannizzeri; ma vennero finalmente oppressi
dal grande numero di squadroni che, sbucati dai boschi, assalirono
d'ogni banda questo drappello d'intrepidi cavalieri. In tal giornata
funesta ai Cristiani, i nemici medesimi di Baiazetto dovettero ammirare
il segreto e la rapidità delle sue corse, l'ordine serbato nella
battaglia, la dottrina delle militari fazioni: ma non gli viene
risparmiata la taccia di avere inumanamente abusato della vittoria.
Rispettando unicamente le vite del Conte di Nevers e di ventiquattro
Principi, o Signori, il grado e l'opulenza de' quali attestati gli
furono da' suoi interpreti, fece condursi dinanzi a mano a mano tutti
gli altri prigionieri francesi, i quali, ricusando di abbiurare la
propria religione, vennero per ordine del Sultano, e alla presenza di
lui, decollati. A sì atroce vendetta lo spinse la perdita de' suoi
valorosi giannizzeri; e se fosse vero che nel giorno precedente alla
battaglia, i Francesi avessero trucidati i prigionieri fatti ai
Turchi[385], i primi non avrebbero dovuto imputar che a sè stessi gli
effetti di una giusta rappresaglia. Uno fra' cavalieri de' quali
Baiazetto avea salvata la vita, ottenne la permissione di trasferirsi a
Parigi, per raccontare colà questa lamentevole storia, e sollecitare il
riscatto de' Principi prigionieri. In questo mezzo, l'esercito turco
trasportavasi seco dovunque andava il Conte di Nevers e i Baroni
francesi, additati a mano a mano come trofeo a tutti i Musulmani
dell'Europa e dell'Asia; e giunti a Bursa, veniano custoditi in rigoroso
carcere tutte le volte che il Sultano in questa Capitale facea
residenza. Faceansi intanto giornaliere istanze a Baiazetto affinchè sul
sangue di questi vendicasse il sangue de' martiri Musulmani. Ma il
Sultano avea promessa loro la vita, e la parola di lui, o perdonasse, o
condannasse, era inviolabile. Al ritorno del messaggiero, i donativi e
l'intercessione de' Re di Francia e di Cipro, non lasciarono più dubbj
nel vincitore sul grado e sulla dignità de' suoi prigionieri. Lusignano
gl'inviò una saliera d'oro di squisito lavoro, e valutata diecimila
ducati, e Carlo VI gli fe' pervenire per la strada dell'Ungheria una
brigata di falconi norvegesi, sei bardamenti del panno scarlatto, che a
quei giorni fabbricavasi a Reims, e diversi tappeti di Arras, ove le
battaglie di Alessandro stavano delineate. Dopo alcuni indugi prodotti
piuttosto dalla lontananza che da divisamento veruno, Baiazetto accettò
dugentomila ducati pel riscatto del Conte di Nevers e de' Baroni che
viveano tuttavia. Il maresciallo di Bucicault, rinomato guerriero, in
questo picciolo numero d'eletti trovavasi; ma periti erano nella pugna
l'ammiraglio di Francia, e nelle prigioni di Bursa il Contestabile e il
Sere di Couci. Tale riscatto, di cui le male spese raddoppiarono la
somma, cadde principalmente sul Duca di Borgogna, o piuttosto sopra i
suoi sudditi fiamminghi, cui le leggi feudali metteano a contribuzione,
e quando il primogenito del lor Sovrano veniva armato cavaliere, e
quando facea mestieri liberarlo dalla cattività. Alcuni mercatanti
genovesi si offersero mallevadori per un quintuplo di tale somma; d'onde
quel secolo guerriero potè avvedersi che il commercio e il credito sono
i vincoli della società a delle nazioni. Fra le condizioni del Trattato,
vi aveva quella che i prigionieri francesi giurassero di non portare mai
l'armi contra il lor vincitore; ma Baiazetto medesimo li sciolse da
questo patto men generoso. «Io sprezzo, egli dicea all'erede della
Borgogna, le tue armi, siccome i tuoi giuramenti. Sei giovine, e avrai
forse l'ambizione di cancellare la macchia, o la sventura della tua
prima impresa. Aduna le tue forze militari, fa noto il tuo divisamento,
e sta certo che Baiazetto si allegrerà di scontrarsi teco una seconda
volta sul campo della battaglia». Innanzi partire vennero ammessi alla
Corte di Bursa, ove i Principi francesi poterono ammirare la
magnificenza del Sultano, il cui treno di caccia e di falconeria andava
composto di settemila cacciatori e di altrettanti falconieri[386]. Gli
stessi Principi furono presenti, allorchè Baiazetto fece sventrare uno
dei suoi ciamberlani, accusato da una donnicciuola di averle bevuto il
latte delle sue capre. Gli stranieri rimasero attoniti di un tale atto
di giustizia, ma era l'atto di giustizia di un Sultano, che sdegna
esaminare il grado delle colpe e il valor delle prove.

[A. D. 1355-1391]

Dopo essersi liberato da un imperioso tutore, Giovanni Paleologo rimase
per trentasei anni ozioso spettatore e, a quanto sembra, indifferente
della rovina del proprio Impero[387]; dedito affatto all'amore, o
piuttosto alla dissolutezza, sola passione forte che fosse in lui, lo
schiavo de' Turchi dimenticava l'obbrobrio dell'Imperatore romano fra le
braccia delle femmine di Costantinopoli. Andronico, figlio primogenito
di Giovanni, nel tempo che soggiornò ad Andrinopoli, si strinse in lega
di amistà e di delitti con Sauzes, figlio di Amurat, e insieme
concertarono il divisamento di privar di trono e di vita i lor padri.
Amurat, corso in Europa, scoperse ben presto e dissipò la congiura, e
dopo avere fatto cavar gli occhi a Sauzes, minacciò il suo vassallo
Giovanni di riguardarlo come complice del figlio, se nello stesso modo
Andronico non gastigava. Obbedì Paleologo, e per una cautela da barbaro
e da insensato, avvolse nel suo decreto l'innocente fanciullezza del
principe Giovanni, figliuol del colpevole; ma l'imperiale comando fu
eseguito sì mitemente, o con sì poca destrezza, che all'uno de'
condannati rimase l'uso d'un occhio, l'altro non divenne che losco. Per
tal modo privati della successione i due Principi, vennero rinchiusi
nella torre di Anema; e l'Imperatore premiò la fedeltà del suo
secondogenito Manuele col farlo partecipe della porpora imperiale; ma in
termine a due anni le fazioni de' Latini e l'incostanza de' Greci
diedero luogo ad una catastrofe, per cui i principi prigionieri saliron
sul trono, e i due Imperatori presero il loro posto entro la torre. Non
erano ancora scorsi due successivi anni, quando Paleologo e Manuele
poterono fuggire col soccorso di un frate, accusato di poi di magia, e
indicato a vicenda dalle due parti coi predicati di angelo e di demonio.
Riparati a Scutari i due fuggiaschi, i lor partigiani presero l'armi, e
i Greci delle due fazioni ostentavano l'ambiziosa nimistà di Cesare e di
Pompeo, allorchè questi due campioni contendeano per l'Impero
dell'Universo. Ma il Mondo romano allor tutto stavasi in un angolo della
Tracia fra la Propontide e il mar Nero, il cui spazio, lungo cinquanta
miglia e largo trenta all'incirca, avrebbe potuto paragonarsi ad uno dei
piccoli principati della Germania e dell'Italia, se gli avanzi di
Costantinopoli non avessero tuttavia mostrata la ricchezza e la
popolazione della Capitale di un regno. Per rimettere la pace, fu d'uopo
dividere ancora questo rimasuglio d'Impero. Giovanni Paleologo e Manuele
conservarono per sè la Capitale; Andronico e il figlio posero la
residenza a Rodosto e Selimbria, governando quasi tutto quel poco che
fra i ricinti di Bisanzo non si contenea. Nel tranquillo sogno della sua
monarchia, le passioni del vecchio Giovanni sopravviveano alla sua
ragione e alle sue forze; onde privò il suo amatissimo figlio Manuele,
suo collega e successore al trono, di una giovine ed avvenente
principessa di Trebisonda, che si prese egli stesso per moglie. Intanto
che il rifinito vegliardo sforzavasi in Bisanzo a consumare il suo
matrimonio, il giovine Manuele seguìto da cento giovani greci delle più
illustri famiglie, si trasferiva a militare sotto gli ordini della Porta
Ottomana. Questi si distinsero nell'armi fra gli eserciti di Baiazetto;
ma l'impresa di riedificare le fortificazioni di Costantinopoli irritò
il Principe ottomano, che minacciò i suoi ostaggi di morte. Vennero
tostamente demoliti i nuovi lavori, e faremmo troppo onore alla memoria
di Giovanni Paleologo, che poco dopo morì, coll'attribuire la sua morte
al dolore di quest'ultima umiliazione.

[A. D. 1391-1425]

Manuele con prontezza avvertito della morte del padre, fuggì di
soppiatto e affrettatamente dal palagio di Bursa per trasferirsi a
Costantinopoli e impossessarsi del trono. Baiazetto ostentando non
curanza sulla perdita di questo prezioso ostaggio, proseguì le sue
conquiste in Asia e in Europa, intanto che il nuovo Imperator di Bisanzo
guerreggiava il nipote Giovanni di Selimbria, che difese per otto
continui anni i suoi diritti legittimi di successione a quel poco avanzo
d'Impero. Il vittorioso Sultano volea finalmente compir le sue imprese
colla conquista di Costantinopoli; ma arrendendosi alle rimostranze del
Visir, che temea fosse conseguenza di tale impresa una nuova e più
formidabile Crociata di tutti i Principi della Cristianità (A. D.
1395-1402), scrisse all'Imperator greco una lettera ne' seguenti termini
concepita. «Per la grazia di Dio, la nostra invincibile scimitarra ha
ridotte sotto la nostra obbedienza, pressochè l'intera Asia, e una parte
considerabile dell'Europa. Ne manca tuttavia la città di Costantinopoli;
chè già tu sei ridotto a non possederne fuorchè i recinti; escine
dunque, e consegnandola nelle nostre mani, spiegati sul compenso che
brami, o trema per te e pel tuo popolo sciagurato, se ardisci
imprudentemente darmi un rifiuto.» Ma le instruzioni segrete di cui
vennero incaricati gli Ambasciadori che tal messaggio arrecavano, erano
di mitigare il rigor dell'inchiesta, e di proporre un Trattato, che i
Greci accettarono con sommessione e gratitudine; e in contraccambio di
una tregua conceduta loro per dieci anni, promisero un tributo annuale
di trentamila scudi d'oro, oltre al dolore di tollerar pubblicamente fra
loro il culto di Maometto; laonde Baiazetto ebbe la gloria di mettere un
Cadì e di fondare una moschea nella Metropoli della Chiesa
d'Oriente[388]. Ciò nullameno l'irrequieto Sultano non rispettò lungo
tempo la tregua, e prendendo le parti del Principe di Selimbria, Sovrano
legittimo, assediò con un esercito Costantinopoli. In tale stremo,
Manuele implorò la protezione del Re di Francia, inviandogli una
lamentevole ambasceria che ottenne molta compassione e il soccorso di
alcuni soldati spediti sotto il comando del Maresciallo di
Bucicault[389], al pio valore del quale erano sprone la ricordanza della
sopportata cattività, e la brama di vendicarsene sugl'Infedeli. Scortato
da quattro navi da guerra veleggiò ad Acquamorta verso l'Ellesponto, e
superando il passaggio che diciassette turche galee difendevano,
introdusse in Costantinopoli seicento armigeri e mille seicento arcieri
che ei passò in rassegna nel vicino spianato, senza degnarsi di contare,
o mettere in ordine di battaglia, comunque molti fossero, i Greci. Bastò
il suo arrivo a liberare Costantinopoli dal blocco che dal lato di terra
e di mare la rinserrava; perchè gli squadroni di Baiazetto furono presti
a ritirarsi ad una riguardosa distanza; che anzi diverse Fortezze
dell'Asia e dell'Europa vennero prese d'assalto dal Maresciallo e
dall'Imperator Manuele che con eguale intrepidezza combattettero l'uno a
fianco dell'altro; ma non tardarono a ricomparire in maggior numero gli
Ottomani, onde il prode Bucicault, dopo esservisi sostenuto per un anno,
risolvette di abbandonare un paese che non potea più somministrare nè
stipendio, nè viveri a' suoi soldati. Prima d'ogni altra cosa però
offerse a Manuele di condurlo alla Corte di Francia, ove avrebbe potuto
sollecitare in persona soccorso d'uomini e di danari, ma nel tempo
stesso gli consigliava a togliere i pretesti alla guerra civile, cedendo
il trono al nipote. Accettata questa proposta da Manuele, il Principe di
Selimbria fu introdotto nella città, e la sciagura pubblica era giunta a
tanto, che la sorte di Manuele esule parve da preferirsi a quella del
giovine Imperatore tornato ne' suoi diritti. Anzichè far plauso ai buoni
successi del suo vassallo, il Sultano de' Turchi chiese Bisanzo come sua
proprietà, e avutone rifiuto dall'Imperatore Giovanni, fece soffrire
alla Capitale i congiunti flagelli della guerra e della carestia. Contra
un nemico di tal natura non giovando omai nè il pregar, nè il resistere,
il selvaggio conquistatore sarebbesi divorata la sua preda, se in questo
mezzo, non fosse stato balzato dal trono da un altro Selvaggio più forte
di lui. La vittoria di Timur, o Tamerlano allontanò di un mezzo secolo
circa la caduta di Costantinopoli, servigio importante, benchè fortuito,
che dà alla vita e al carattere del Tartaro conquistatore il diritto di
aver luogo nella presente Storia.

NOTE:

[320] Prego il leggitore a riandare que' capitoli della presente Storia
ove sono descritti i costumi delle nazioni pastorali e le conquiste di
Attila e degli Unni, e da me composti in un tempo in cui io desiderava,
più di quanto sperassi, di condurre a termine questo lavoro.

[321] I Kan dei Keraiti molto probabilmente non sarebbero stati capaci
di leggere le eloquenti epistole composte a loro nome dai missionarj
nestoriani, che presentavano il loro regno di tutte le favolose
maraviglie attribuite alle indiane Monarchie. Può darsi che questi
Tartari (da essi nominati Pretejanni) si fossero sottomessi al Battesimo
e agli Ordini sacri (_V._ Assem., _Bibl. Orient._, t. III, part. II, p.
487-503).

[322] Dopo che il Voltaire ha pubblicate la sua Storia e la sua
Tragedia, il nome di Gengis, almeno in francese, sembra essere stato
generalmente ricevuto. Nondimeno Abulgazi-Kan dovea sapere il vero nome
del suo antenato, e sembra giusta l'etimologia ch'egli ha offerta;
_Zim_, in lingua dei Mongulli, significa grande, e _Gis_ è la desinenza
del superlativo (_Hist. généalog. des Tartares_, part. III, p. 194,
195). Non abbandonando quindi il significato di grandezza, fu da quei
popoli chiamato _Zingis l'Oceano_.

[323] Il nome di Mongul, prevalso fra gli Orientali, è divenuto il
titolo del sovrano dell'Indostan, del _Gran Mogol_.

[324] I Tartari, o propriamente i _Tatar_, discendenti di Tatar-kan,
fratello di Mougul-kan (_V._ Abulgazi, prima e seconda parte) si
collegarono in un'orda di settantamila famiglie sulle rive del Kitay (p.
103-112), nella grande invasione d'Europa (A. D. 1238); sembra che
marciassero all'antiguardo, e la somiglianza del loro nome colla parola
_Tartarei_, rendè più famigliare ai Latini la denominazione di _Tartari_
(Paris, p. 398).

[325] Scorgesi una singolare somiglianza tra il codice religioso di
Gengis-kan e quello del Locke. (_V. le Costituzioni della Carolina_,
nelle sue Opere, vol. IV, p. 535, edizione in 4., 1777).

[326] Raccolta eseguita nell'anno 1294, per ordine di Chasan, Kan di
Persia, e quarto discendente di Gengis. Sul fondamento di queste
tradizioni, Fadlallà, Visir del ridetto Kan, compose la _Storia dei
Mongulli_ in lingua persiana; della quale si è valso Petis de la Croix,
nella sua _Storia di Gengis-kan_. La _Storia genealogica de' Tartari_,
pubblicata a Leida nel 1726 in due volumi in 12, è una traduzione che
gli Svedesi, andati prigionieri in Siberia, fecero sul manoscritto
Mongul di Abulgazj-Bahadar-kan, discendente di Gengis, che regnava sugli
Usbek di Carasme, o Carizme, tra gli anni 1644-1663; opera assai
preziosa per l'esattezza dei nomi delle genealogie e dei descritti
costumi della nazione. Essa è divisa in nove parti: la prima delle quali
contiene un intervallo che da Adamo giunge sino a Mongul-kan; la seconda
da Mongul fino a Gengis; la terza è la vita di Gengis; la quarta,
quinta, sesta e settima narra la storia generale de' quattro figli di
Gengis e della loro posterità, l'ottava e la nona, la storia particolare
de' discendenti di Scibani-kan, che regnò ne' paesi di Morenahar e di
Carizme.

[327] _Storia di Gengis-kan, e di tutta la dinastia de' Mongulli suoi
successori, conquistatori della Cina, tolta dalla Storia Cinese_, opera
del R. P. Gaubil Gesuita missionario a Pechino; Parigi 1739 in 4. Questa
traduzione porta l'impronta cinese, cioè la scrupolosa esattezza nel
raccontare i fatti domestici, e l'assoluta ignoranza in tutto quanto
agli estranei si riferisce.

[328] _Histoire du grand Gengis-khan premier empereur des Mongouls et
des Tartares_, par M. Petis de la Croix, _à Paris_, 1710, in 12. Tale
Opera costò all'Autore dieci anni di fatica, ed è tolta in gran parte
dagli Scrittori persiani, fra gli altri da Nisavi, segretario del
Sultano Gelaleddin che ha i pregi e i pregiudizj di un contemporaneo. O
il compilatore, o gli originali hanno dato luogo alla censura di
scrivere in istile alquanto romanzesco. _V._ anche gli articoli di
_Gengis-kan_, _Mohammed_, _Gelaleddin_ ec., nella Biblioteca orientale
del d'Herbelot.

[329] Aitono, principe armeno, indi Fra Premonstrato (Fabricius, _Bibl.
lat. med. aevi_, t. I, pag. 34), dettò in francese la storia de' Tartari
suoi antichi commilitoni; la quale venne immediatamente tradotta in
latino, ed è l'opera _De Tartaris_, inserita nel _Novus Orbis_ di Simone
Grineo (Basilea, 1555 in foglio).

[330] Gengis-kan e i primi suoi successori tengono verso il fine la nona
dinastia di Abulfaragio (_Vers._ Pococke, Oxford, 1663, in 4); la decima
dinastia è quella dei Mongulli di Persia. L'Assemani, _Bibl. orient._,
t. II, ha tolti alcuni fatti dai suoi scritti siriaci e dalla vita de'
Mafriani, giacobiti o primati dell'Oriente.

[331] Fra gli Arabi, tali di lingua e di religione, merita di essere
distinto Abulfeda, Sultano di Hamà nella Sorìa, che combattè in persona
contro i Mongulli, seguendo le bandiere dei Mammalucchi.

[332] Niceforo Gregoras (l. II, c. 5, 6) intendendo la necessità di
collegare la storia degli Sciti con quella di Bisanzo, ha descritto con
eleganza ed esattezza i costumi de' Mongulli dal momento che si
stanziarono nella Persia, ma non si mostra istrutto della loro origine,
e altera i nomi di Gengis e de' suoi figli.

[333] Il Signor Levesque (_Hist. de Russie_, t. II) ha narrata la
conquista della Russia operata dai Tartari, sulle tracce del patriarca
Nicone e delle Cronache antiche.

[334] Quanto alla Polonia, mi basta la _Sarmatia Asiatica et Europaea_,
di Mattia di Micou, o Michovia, medico e canonico di Cracovia (A. D.
1506), inserita nel _Novus Orbis_ di Grineo (Fabricius, _Bibl. lat.
mediae et infimae aetatis_, t. V, p. 56).

[335] Citerei Turoczio, il più antico scrittore di questa Storia
generale (parte 2, c. 74, p. 150) nel primo volume dei _Scriptor. rerum
hungaricarum_, se questo stesso volume non contenesse l'originale
racconto di un contemporaneo che fu testimonio e vittima dell'invasione
de' Tartari (_M. Rogerii Hungari, varidiensis capituli canonici, carmen
miserabile, seu Historia super destructionem regni Hungariae, temporibus
Belae IV regis per Tartaros facta_, pag. 292-321); pittura eccellente,
fra quante io ne conosca, delle circostanze che alla invasione de'
Barbari vanno congiunte.

[336] Mattia Paris, fondandosi sopra autentici documenti, ha narrati i
terrori e i pericoli dell'Europa. _V._ il suo voluminoso indice alla
parola _Tartari_. Due frati, Giovanni _de Plano_ Carpini e Guglielmo
Rubruquis, e il Nobile veneto Marco Polo, mossi da zelo, ovvero da
curiosità, visitarono nel secolo decimoterzo la Corte del Gran Kan. Le
relazioni latine de' due primi leggonsi inserite nel primo volume di
Hackluyt; l'originale italiano, o la traduzione della terza si trova nel
secondo tomo del Ramusio (Fabricius, _Bibl. lat. medii aevi_, t. II, p.
198, t. V, p. 25).

[337] Il Signor De Guignes nella sua grande Storia degli Unni ha
ragionato fondatamente sopra Gengis-kan e i suoi successori (_V._ t.
III, l. XV-XIX, e negli articoli de' Selgiucidi di Rum, t. IV, l. XI,
de' Carizmj, l. XIV, e de' Mammalucchi, t. IV, l. XXI, e anche le
_Tavole_ del primo volume). Comunque l'Autore dia saggio ivi di molta
istruzione ed esattezza, non ne ho tolto che alcune osservazioni
generali, e alcuni passi di Abulfeda, il testo de' quali non è ancora
stato tradotto dall'arabo.

[338] O più giustamente Yen-king, antica città, le cui rovine vedonsi
tuttavia in qualche distanza a scilocco della moderna città di Pechino,
fabbricata da Cublai-kan (Gaubil, pag. 146). _Nan-king_ e _Pé-king_,
sono nomi vaghi indicanti la corte d'ostro e la corte di tramontana.
Nella geografia cinese troviamo continui impacci or dalla somiglianza,
or dalla alterazione de' nomi.

[339] Voltaire, (_Essai sur l'Histoire génerale_, tom. III, c. 60, p.
8). Nella parte che si riferisce alla Storia di Gengis e dei Mongulli,
trovansi, come in tutte le opere di questo scrittore, molte
considerazioni giudiziose e verità generali mescolate con alcuni
particolari errori.

[340] Zagatai diede il proprio nome ai suoi Stati di Maurenahar, o
Transossiana, e i Persiani chiamano _Zagatai_ i Tartari che migrarono da
quel paese. Tale autentica etimologia e l'esempio degli Usbek, de' Nogai
ec., debbono farci istrutti a non negare affermativamente che alcune
nazioni abbiano assunti nomi proprj di persone.

[341] Marco Polo, e i Geografi orientali distinguono gl'Imperi del Nort
e del Mezzogiorno co' nomi di Catai e di Mangi; così la Cina rimase
divisa fra il Gran-Kan e i Cinesi dall'A. di G. C. 1234 al 1279. Dopo
scoperta la Cina la ricerca del Catai sviò i nostri navigatori del
secolo XVI, voltisi _a scoprire un passaggio a greco_.

[342] Mi fido nell'erudizione e nell'esattezza del padre Gaubil, il
quale traduce il testo cinese degli Annali mongulli, o di Yuen (p.
71-93-153); ma ignoro in qual tempo questi Annali fossero composti e
pubblicati. I due zii di Marco Polo, che militarono come ingegneri
all'assedio di Siengiangfu (l. II, c. 61, in Ramusio, t. II; _V._
Gaubil, p. 155, 157), dovrebbero aver conosciuto e raccontati gli
effetti di cotesta polvere struggitrice, e il loro silenzio è una
obbiezione che sembra pressochè decisiva. Io sospetto che la recente
scoperta della polvere, nata invece in Europa, sia stata trasportata
alla Cina dalle carovane del secolo XV, e falsamente adottata dai Cinesi
come antica loro scoperta, precedente all'arrivo de' Portuguesi e de'
Gesuiti. Pure il padre Gaubil afferma che l'uso della polvere da sedici
secoli era noto in quelle contrade.

[343] Tutto quanto possiamo sapere intorno agli _Assassini_ della Persia
e della Sorìa, lo dobbiamo al sig. Falconet. _V._ le due Memorie
copiosissime di squisita erudizione dal medesimo lotto all'Accademia
delle Iscrizioni (t. XVII, p. 127-170).

[344] Gl'Ismaeliti della Sorìa o _Assassini_ in numero di quarantamila,
aveano acquistate, o fabbricate dieci Fortezze nelle montagne sopra
Tortosa, e vennero sterminati dai Mammalucchi verso l'anno 1280.

[345] Alcuni storici Cinesi estendono le conquiste fatte da Gengis sino
a Medina, patria di Maometto (Gaubil, p. 42); asserzione atta quanto mai
a provare l'ignoranza di quei popoli su tutto ciò che alla storia del
loro paese non si riferisce.

[346] Il _Dastè-Kipsak_, ossia la pianura di Kipsak, tiene sulle due
rive del Volga uno spazio immenso che si estende verso i fiumi Iaik e
Boristene, e credesi terra natale de' Cosacchi, che dal paese abbiano
preso il lor nome.

[347] Nell'anno 1238 gli abitanti della Gotia, oggidì Svezia, e della
Frisia, per timore de' Tartari, non osarono spedire le loro navi nelle
acque inglesi alla pesca delle arringhe, che non venendo in quell'anno
asportate fuori dell'Inghilterra si vendeano uno scellino per ogni
quaranta o cinquanta (Mattia Paris, p. 396). Ella è cosa assai singolare
che gli ordini di un Kan de' Mongulli, il cui regno era ai confini della
Cina, abbiano fatto abassare il prezzo delle arringhe ne' mercati
dell'Inghilterra.

[348] Trascrivo gli epiteti caratteristici o lusinghieri, co' quali
questo ecclesiastico addita le diverse nazioni europee. _Furens ac
fervens ad arma Germania_, _strenuae militiae genitrix et alumna
Francia_, _bellicosa et audax Hispania_, _virtuosa viris et classe
munita fertilis Anglia_, _impetuosis bellatoribus referta Alemannia_,
_navalis Dacia_, _indomita Italia_, _pacis ignara Burgundia_, _inquieta
Apulia_, _cum maris Graeci_, _Adriatici_, _et Thirrheni insulis
piraticis et invictis Creta_, _Cypro_, _Sicilia_, _cum Oceano
conterminis insulis et regionibus_, _cruenta Hibernia_, _cum agili
Wallia_, _palustris Scotia_, _glacialis Norwegia_, _suam electam
militiam sub vexillo crucis destinabant_, etc. (Mattia Paris, p. 498).

[349] _V._ in Ackluyt la relazione di Carpino, vol. I, p. 30. Abulgazi
ne offre la genealogia dei Kan della Siberia (part. 8, p. 485-495). Gli
stessi Russi non hanno trovata una qualche Cronaca tartara a Tobolsk?

[350] La Carta del Danville e gl'Itinerarj cinesi del De Guignes (t. I,
part. II, p. 57) pongono, a quanto sembra, il sito di Holin, o Caracora
circa seicento miglia a maestro di Pechino. La distanza fra Selinginsky
e Pechino è di duemila _verste_ russe, ossia mille trecento, o mille
quattrocento miglia inglesi (_Viaggi di Bell._, vol. 2, p. 67).

[351] Rubruquis incontrò a Caracora il suo concittadino Guglielmo
Boucher, orefice di Parigi, che avea fabbricato pel Gran Kan un albero
d'argento, sostenuto da quattro lioni che gettavano quattro liquori
diversi. Abulgazi (parte IV, p. 367) cita i pittori del Kitay e della
Cina.

[352] L'affezione dei Kan verso i Bonzi e i Lama della Cina, tanto
odiati dai Mandarini (Dubalde, _Hist. de la Chine_, tom. I, pag. 502,
503), parrebbe una prova che i ridetti Bonzi e Lama fossero sacerdoti
del Fò, divinità dell'India, il culto della quale prevalse appo le Sette
dell'Indostan, di Siam, del Tibet, della Cina e del Giappone. Ma questo
misterioso argomento è avvolto fra nubi, che forse le sole ricerche
della nostra società asiatica potranno giungere a dileguare.

[353] Alcuni disastri che i Mongulli soffersero nell'Ungheria (Mattia
Paris, pag. 545-546) hanno potuto dare origine alla voce di una unione
de' Re franchi, e d'una vittoria dai medesimi riportata sui confini
della Bulgaria. Non è difficile che Abulfaragio (_Dynast._ p. 310)
quaranta anni dopo, e standosi di là dal Tigri sia stato indotto in
errore.

[354] _V._ Pachimero (l. III, c. 25, e l. X, c. 26, 27) e il timor
panico de' Niceni (lib. III, c. 27); Niceforo Gregoras (l. IV, c. 6).

[355] _V._ G. Acropolita, pag. 36, 37, e Niceforo Gregoras, l. II, c. 6;
l. IV, c. 5.

[356] Abulfaragio, che scriveva nel 1284, afferma che dopo la favolosa
sconfitta di Batù, i Mongulli non aveano assaliti nè i Greci, nè i
Franchi, e in questo luogo può essere riguardato come testimonio
maggiore d'ogni eccezione. Hayton, principe armeno, si gloria parimente
dell'amicizia che a lui, e alla sua nazione mostrarono i Tartari.

[357] Pachimero tratteggia con colori favorevolissimi Kasan-kan,
facendolo rivale di Alessandro e di Ciro (l. II, c. 1); e nella
conclusione della sua Storia (lib. XIII, c. 36) manifesta la speranza di
veder giungere trentamila Toccari o Tartari che respingano i Turchi
dalla Bitinia.

[358] L'origine della dinastia Ottomana viene dottamente rischiarata
dagli eruditissimi De Guignes (_Histoire des Huns_, t. IV, p. 329-337) e
d'Anville (_Empire turc_, p. 14-22), due abitanti di Parigi, da cui gli
Orientali potrebbero imparare la Storia e la geografia del loro proprio
paese.

[359] _V._ Pachimero (l. X, c. 25, 26; l. XIII, c. 33, 34-36), e intorno
alle montagne lasciate indifese (l. I, c. 3-6), Niceforo Gregoras (l.
VII, c. 1), e il primo libro di Laonico Calcocondila l'Ateniese.

[360] Ignoro se i Turchi abbiano Storici che si portino a' tempi
anteriori a Maometto II, nè ho potuto su quei tempi far le mie indagini
che valendomi di una meschinissima Cronaca (_Annales Turcici ad annum_
1550), tradotta da Giovanni Gaudier e pubblicata dal Leunclavio (_ad
calcem_ Laonic. Calcocondyles, p. 311, 350) con copiosi comentari. La
Storia dei progressi e della declinazione dell'Impero ottomano (A. D.
1300-1683) è stata tradotta in inglese dal manoscritto di Demetrio
Cantemiro principe di Moldavia (Londra 1734, in folio). L'autore va
soggetto a grandi abbagli intorno alla Storia orientale, ma sembra
istrutto dell'idioma, degli annali e delle istituzioni de' Turchi. Egli
trae una parte de' suoi materiali dalla _Synopsis_ di Saadi, Effendi di
Larissa, dedicata nel 1696 al Sultano Mustafà, compilazione preziosa di
opere di scrittori originali. Il dottor Johnson loda Knolles (_Storia
generale dei Turchi_ fino al presente anno, Londra 1603) come il primo
fra gli Storici, notando però che sfortunatamente ha scelto uno
sgradevol soggetto. Ma io non so persuadermi che una compilazione
voluminosa degli Scrittori latini, ove trovansi mille trecento pagine
_in folio_ di aringhe e battaglie, possa istruire, allettare la
posterità che pretende da uno Storico qualche poco di sana critica e di
filosofia.

[361] Benchè Cantacuzeno racconti le battaglie e l'eroica fuga di
Andronico il Giovane (lib. II, c. 6, 7, 8), dissimula la presa di Prusa,
di Nicea e di Nicomedia, perdite che Niceforo Gregoras in chiare note
confessa (l. VIII, 15; IX, 9, 13; XI, 6). Dagli scritti di questo
Storico apparirebbe che Nicea avesse ceduto ad Orcano nel 1330,
Nicomedia nel 1339, date che però non si accordano al giusto con quelle
de' Turchi.

[362] La divisione degli Emiri turchi è tolta da due contemporanei, il
greco Niceforo Gregoras (l. VII, 1) e l'arabo Marakeschi (De Guignes, t.
II, parte II, pag. 76, 77). _V._ anche il primo libro di Laonico
Calcocondila.

[363] _V._ Pachimero, l. XIII, c. 13.

[364] _L'Autore allude qui all'Apocalisse, cioè rivelazioni di S.
Giovanni, diretta alle sette società cristiane della Grecia, cioè
d'Efeso, di Smirne, di Pergamo, di Filadelfia, di Tiasira, di Laodicea e
di Sardi; ma bisognava scrivere, siccome pure nella Nota che segue, in
modo più riguardoso. La religione di Gengis è il Deismo, religione
naturale e semplice di molti filosofi antichi, e di alcuni moderni, e
contro la quale molto scrissero i nostri teologi, sostenendo la
rivelazione contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento._ (Nota di N.
N.)

[365] _V._ i viaggi del Wheeler e dello Spon, del Pococke e del
Chandler, e principalmente le _Ricerche_ dello Smith intorno alle Sette
Chiese dell'Asia. I più devoti antiquarj si studiano di conciliare le
promesse e le minacce del primo autore delle rivelazioni collo stato
attuale delle Sette Città. Sarebbe cosa più savia il limitare le proprie
predizioni agli avvenimenti del secolo in cui si vive.

[366] _L'Autore disegna qui colla parola_ figli _Gesù Cristo, che noi
crediamo appunto figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, e colla parola_
rivali _il Demonio; ma è una maniera impropria il chiamare il_ Demonio
_rivale di Dio, benchè si creda che sia sua cura il condurre al male gli
uomini colle seduzioni. Si sa poi che il dogma, insegnato da Maometto
contro l'idolatria dell'Arabia, era il Deismo, cioè l'unità, e non la
trinità dell'Esser Supremo, nè ammetteva per conseguenza che Gesù Cristo
fosse figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, nè che fosse una delle
persone della nostra Trinità perchè non vi credeva; si sa pure che
nemmeno ammetteva un cattivo essere, seduttore occulto, origine del
male, cioè il_ Demonio. (Nota di N. N.)

[367] Si consulti il quarto libro della _Storia di Malta_ dell'Abate di
Vertot. Questo leggiadro scrittore dà a divedere alquanta ignoranza,
supponendo che Otmano, un partigiano dei colli della Bitinia, abbia
potuto assediar Rodi per terra e per mare.

[368] Niceforo Gregoras si è diffuso volentieri nel descrivere
l'amabilità dell'indole di Amiro (l. XII, 7; l. XIII, 4-10; XIV, 1-9;
XVI, 6). Cantacuzeno parla con onore del suo confederato (l. III, c. 56,
57-63, 64-66, 67, 68-86, 89-96); ma protesta contro l'accusa datagli di
propensione verso i Turchi negando in tal qual modo la possibilità di
una così poco naturale amicizia (l. IX, c. 40).

[369] Dopo che i Latini ebbero conquistata Smirne, il Papa assegnò
l'incarico di difenderla ai Cavalieri di Rodi (_V._ Vertot, l. V).

[370] _V._ Cantacuzeno (l. III c. 95). Niceforo Gregoras che, ove
parlasi della luce del Tabor, largheggia all'Imperatore degli ingiuriosi
nomi di _Tiranno_ e di _Erode_, sembra però propenso a scusar queste
nozze, anzichè a biasimarle, allegando la passione e la possanza di
Orcano, εγγυτατος και τη δυναμει τους κατ’αυτον ηδη Περσικους (Turos)
υπεραιρων Σατραπας, _avvicinando e per potenza superando i Satrapi
persi_ (Turchi) (l. XV, 5). Esalta in appresso il governo civile e
militare di Orcano. _V._ il regno di questo Principe in Cantemiro, p.
24-30.

[371] Può leggersi in Duca (c. 8) una pittura animata e concisa di
questo fatto che, colla confusione di un colpevole, Cantacuzeno attesta.

[372] Cantemiro, e in questo luogo, e quando parlasi delle prime
conquiste dell'Europa, ne dà assai cattiva opinione dei suoi testi
turchi, nè io ho molto maggiore fiducia in Calcocondila (l. I, p. 12). E
l'uno e l'altro hanno dimenticato di consultare il quarto libro di
Cantacuzeno che in ordine a ciò può riguardarsi come un monumento
autentico più di tutti. Duolmi sempre degli ultimi libri di Niceforo
Gregoras, non ancor pubblicati, benchè siavi il lor manoscritto.

[373] Incominciando dall'epoca ove Gregoras e Cantacuzeno finiscono la
loro Storia, s'incontra una lacuna di più di un secolo. Giorgio Franza,
Michele Duca e Laonico Calcocondila, non iscrissero che dopo la presa di
Costantinopoli.

[374] _V._ Cantemiro p. 37-41 e le rilevanti sue note.

[375] _Volto bianco_ e _volto nero_ sono, in lingua turca, espressioni,
di lode l'una, e di rimprovero l'altra. _Hic niger est, hunc tu Romane
caveto_, era anche un apoftegma de' latini.

[376] _V._ la vita e la morte di Morad o Amurat I in Cantemiro (pag.
33-45), nel primo libro di Calcocondila e negli Annali turchi di
Leunclavio. Un'altra Storia racconta che il Sultano fu trafitto nella
sua tenda da un Croatto; il quale avvenimento venne citato
all'ambasciatore Busbek (ep. 1, p. 98) come una scusa della cautela
insultante che usavasi verso gli ambasciatori delle Corti straniere, non
ammessi alla presenza del Sovrano, se non se in mezzo a due guardie
turche che gli tenevano le braccia.

[377] La Storia del regno di Baiazetto I, o Ilderim Bayazid trovasi in
Cantemiro (p. 46), nel secondo libro di Calcocondila e negli Annali
turchi. Il soprannome di _Ilderim_, o _lampo_, sembra una prova che i
conquistatori e i poeti hanno mai sempre sentita la verità di questa
massima, starsi nel terrore il principio del sublime.

[378] Cantemiro che esalta le vittorie riportate sopra i Turchi da
Stefano il Grande (pag. 47) ha composta una descrizione del Principato
antico e moderno della Moldavia, opera la cui pubblicazione è stata
promessa da lungo tempo e ancor non si vede.

[379] Leunclavio, _Annal. Turcici_, p. 318, 319. La venalità dei Cadì è
da lungo tempo un argomento di querele e di scandali. E se non vogliamo
prestar fede ai nostri viaggiatori, possiamo crederlo ai medesimi Turchi
(d'Herbelot, _Bibliot. orient._, p. 216, 217-229-230).

[380] Un tal fatto attestato nella Storia araba di Ben-Sciunà, nativo di
Sorìa, e contemporaneo di Baiazetto (de Guignes, _Hist. des Huns_, t.
IV, pag. 336), annulla la testimonianza di Saad Effendi, e di Cantemiro
(pag. 14, 15), i quali pretendono che Otmano fosse stato innalzato alla
dignità di Sultano.

[381] _V._ le _Decades rerum hungaricarum_ (_Dec._ III, l. II, p. 379)
del Bonfini, Italiano, che nel secolo XV fu chiamato in Ungheria per
comporre ivi la sua eloquente Storia di quel reame. Le preferirei per
altro una rozza cronica del paese scritta in que' tempi, se sapessi che
vi fosse, e come procacciarmela.

[382] Non dovrei molto dolermi delle molestie e delle cure che
mi costa quest'opera, se potessi trarre tutti i miei materiali da
libri simili alla Cronaca del dabbenuomo Froissard (vol, IV, c.
67-69-72-74-79-83-85-87-89), che leggea poco, facea molte
interrogazioni, e tutto credeva. Le memorie del maresciallo di
Boucicault (parte 1, c. 22-28) aggiungono alcuni fatti, ma sembrano
aridi e non compiuti a petto della ingenua loquacità del Froissard.

[383] Il Barone di Zurlauben (_Hist. de l'Acad. des inscript._, t. XXV)
ne ha offerte le Memorie compiute della vita di Engherando VII, Sere di
Couci, chiaro per distinto grado e per ragguardevoli possedimenti che
ebbe così in Francia come in Inghilterra. Nel 1375, egli condusse nella
Svizzera un corpo di venturieri per ricuperare un vasto patrimonio che
ei pretendeva appartenergli, come erede della sua bisavola, figlia
dell'Imperatore Alberto I di Austria (Sinner, _Viaggio nella Svizzera
occidentale_, t. I, p. 118-124).

[384] La carica militare di Maresciallo, tanto rispettabile anche ai dì
nostri, lo era maggiormente quando due soli personaggi la sosteneano
(Daniel, _Histoire de la Milice française_, t. II, pag. 5). Uno di
questi due, il famoso Boucicault, era Maresciallo della Crociata. Difese
indi Costantinopoli, governò la repubblica di Genova, s'impadronì di
tutta la costa dell'Asia, fu ucciso alla battaglia di Azincourt.

[385] Al proposito di questo odioso racconto, l'abate di Vertot cita la
Storia anonima di S. Dionigi, l. XVI, c. 10-11; _Ordre de Malte_, t. II,
p. 310.

[386] Serefeddin-Alì (_Storia di Timur-Bec_, l. V, c. 13) fa sommare
fino a dodicimila gli ufiziali e i servi spettanti al treno di caccia di
Baiazetto. Timur in una sua caccia, sfoggiò con una parte delle spoglie
dei Principe turco; 1. diversi cani da corsa colle copertine di raso; 2.
più leopardi coi collari tempestati di gemme; 3. cani levrieri della
Grecia; 4. mastini d'Europa, che pareggiavano in forza i leoni
dell'Affrica (_idem_, l. VI, c. 15). Baiazetto si dilettava
principalmente di dar coi falchi la caccia alle grue (Calcocondila, l.
II, pag. 35).

[387] Intorno ai regni di Giovanni Paleologo e del figlio di lui Manuele
dal 1354 al 1402, si consultino Duca (c. 9-15), Franza (l. I, c. 16-21)
e il primo e secondo libro di Calcocondila, che in mezzo ad una
moltitudine di episodj annegò il suo principale argomento.

[388] _V._ Cantemiro, p. 50-53. Duca (c. 13-15) è il solo che confessi
l'istituzione di un Cadì a Costantinopoli e dissimula anche l'affare
della Moschea.

[389] _Mémoires du bon messire Jean-le-Maingre, dit Boucicault, maréchal
de France_, parte prima, c. 30-35.



CAPITOLO LXV.

      _Innalzamento di Timur, o Tamerlano al trono di Samarcanda. Sue
      conquiste nella Persia, nella Georgia, nella Tartaria, nella
      Russia, nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre
      contra i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto. Morte di
      Timur. Guerra civile de' figli di Baiazetto. Restaurazione della
      Monarchia de' Turchi sotto Maometto I. Costantinopoli assediata
      da Amurat II._


Il primo voto dell'ambizioso Timur si fu quello di conquistare e domar
l'Universo; l'altro, poichè aveva sortita un'anima generosa, di vivere
nella ricordanza e nella stima de' posteri. I segretarj di questo
Principe raccolsero accuratamente tutte le _Transazioni civili e
militari_ del suo regno[390]; racconto autentico che fu poi riveduto da
uomini ottimamente istrutti di ciascuna particolarità. Si è creduto e si
crede generalmente nella famiglia e nell'Impero di Timur che questo
Monarca abbia composto egli stesso i Comentarj[391] della sua vita e le
Instituzioni[392] del suo Governo[393]; ma non furono queste cure che
contribuissero a tramandare sino a noi la rinomanza di Timur; perchè tai
preziosi monumenti scritti in lingua mongulla o persiana, rimasero
sconosciuti all'Universo, o almeno all'Europa. Ma le nazioni da lui
soggiogate usarono contr'esso una impotente e spregevol vendetta, per
cui l'ignoranza ha ripetute lungo tempo le invenzioni della
calunnia[394] che ne adulterò i natali, il carattere, la persona, e fino
il nome, trasformato in quello di _Tamerlano_[395]; benchè non sarebbe
per esso che un diritto maggiore alla stima generale, se fosse in realtà
passato dall'aratro al trono, e lo zoppicar di una gamba non avrebbe
potuto apporsegli a taccia, a meno che non avesse avuta la debolezza di
vergognarsi di una infermità naturale, o fors'anche onorevole.

I Mongulli religiosamente affezionati alla famiglia di Gengis,
ravvisavano, senza dubbio, un suddito ribelle in Timur, benchè dalla
nobile tribù di Berlass ei scendesse. Carasar Nevian, quinto nella linea
ascendente di questo guerriero, era stato Visir nel nuovo regno della
Transossiana acquistato da Zagatai, e risalendo per alcune altre
generazioni il ramo di Timur, almeno per parte di donne[396], si
congiunge al ceppo imperiale[397]. Egli ebbe vita nel villaggio di
Sebsar, posto quaranta miglia ad ostro di Samarcanda, e parte del
fertile territorio di Cas, antico dominio de' suoi maggiori; e comandava
un Toman di diecimila uomini a cavallo[398]. Il caso lo fe' nascere[399]
in uno di que' momenti di anarchia, che annunziano la caduta delle
dinastie asiatiche, ed offrono novelli campi all'ardimentosa ambizione.
Estinta essendo la famiglia de' Kan di Zagatai, gli Emiri aspiravano
alla independenza, e le lor dissensioni vennero solamente sospese dalla
conquista e dalla tirannide dei Kan di Kasgar, che, sostenuti da un
esercito di Geti o di Calmucchi[400], avevano invasa la Transossiana.
Toccava i dodici anni Timur quando incominciò la milizia (A. D.
1361-1370); di venticinque, imprese la liberazione della sua patria. Gli
sguardi e i voti de' popoli si volsero verso un eroe che soffriva per la
lor causa, e i primarj ufiziali civili e militari aveano giurato sulla
salute delle loro anime, di sostenerlo a rischio delle proprie sostanze
e vite; ma, giunto l'istante del pericolo, tremarono e si tennero
silenziosi. Dopo averli aspettati invano per sette giorni sulle colline
di Samarcanda, si ritrasse con sessanta uomini della sua cavalleria nel
Deserto. Raggiunto nel fuggire da un corpo di mille Geti, si volse a
respingerli, e fe' di essi inaudita strage, per cui dovettero esclamare:
«Timur è un uomo maraviglioso; Dio e la fortuna sono con lui». Ma questa
sanguinosa impresa ridusse il suo picciolo drappello a soli dieci
uomini, sminuito ancora dalla fuga di tre Carizmj. Trascorse, con questi
sette compagni, e soli quattro cavalli e colla moglie, il Deserto, indi,
rinchiuso in tetro carcere, vi rimase sessantadue giorni, sintanto che
il suo coraggio e i rimorsi del suo oppressore nel liberarono. Dopo
avere attraversata a nuoto la larga e rapida corrente del Gihoon, o
Osso, condusse per molti mesi, sulle frontiere dei vicini Stati, la vita
errante di un esule e d'un proscritto; ma l'avversità gli contribuì al
più grande splendore di fama; perchè egli apprese a discernere fra i
compagni della sua fortuna coloro che per amore di lui gli erano
affezionati, e a valersi dell'ingegno, o del carattere degli uomini in
vantaggio loro e proprio soprattutto. Rientrato nella sua patria Timur,
gli si unirono a mano a mano diverse fazioni di confederati che l'aveano
cercato con ansietà nel Deserto. Non posso ristarmi dall'offerire in
questo luogo, senza privarla della sua ingenua semplicità, la narrazione
di uno di questi felici incontri, occorso a Timur, allorquando lo
chiesero in loro Duce tre Capi seguìti da settanta uomini a cavallo.
«Allorchè, egli dice, volsero gli occhi sopra di me, non potevano capire
in sè medesimi dalla gioia, e scesero giù dai lor cavalli, e vennero e
s'inginocchiarono dinanzi a me e baciarono le mie staffe. Smontai
anch'io da cavallo e me li strinsi fra le braccia l'un dopo l'altro, e
misi il mio turbante sulla testa del primo Capo, e passai attorno ai
lombi del secondo un cinturino tempestato di gemme e lavorato in oro, e
vestii del mio abito il terzo; ed essi piangevano e piangeva ancor io; e
l'ora della preghiera era giunta, e pregammo insieme. E noi rimontammo
sui nostri cavalli e venimmo alla mia abitazione; e adunai il mio
popolo, e feci un convito». Le più valorose tribù non tardarono ad
unirsi a queste fedeli bande, che Timur guidò contro un nemico superiore
di numero. Varj furono gli avvenimenti di cotal guerra, ma finalmente
dalla Transossiana respinti vennero i Geti. Molto già avea operato Timur
per la sua gloria; ma molto ancora gli rimaneva a compire; di molta
destrezza eragli d'uopo; molto sangue doveva esser versato prima ch'ei
costringesse quei suoi eguali a considerarlo come padrone. Per riguardi
alla nascita e al potere dell'emiro Hussein, della cui sorella inoltre
era tenero consorte Timur, si vide questi costretto a riconoscerlo per
collega, comunque fosse un uomo indegno e vizioso. Spesso turbata dalla
gelosia questa Lega, ne' frequenti litigi che nacquero, Timur ebbe
sempre l'accorgimento di far ricadere sul rivale i rimproveri di
perfidia e di ingiustizia. Finalmente dopo una sconfitta, che fu
l'ultima per Timur, alcuni amici del medesimo, la sagacità de' quali li
trasse a disobbedire il lor Capo per non disobbedirlo più mai, uccisero
Hussein. I suffragi unanimi di una Dieta (A. D. 1370), o _Corultai_,
conferirono al vincitore, in età di trentaquattro anni[401], l'imperiale
comando; ma ostentò rispetto verso la Casa di Gengis, e intanto che
l'emiro Timur regnava sul Zagatai e l'Oriente, un Kan titolare serviva,
come semplice ufiziale, negli eserciti del proprio servo. Un fertile
reame, lungo e largo cinquecento miglia, avrebbe potuto soddisfare
l'ambizione di un suddito: ma Timur aspirava al trono del Mondo, e prima
della sua morte avea aggiunte ventisei corone a quella del Zagatai.
Senza diffondermi sulle vittorie di trentacinque azioni campali, o
seguitare Timur nelle sue continue corse sul continente dell'Asia,
racconterò in succinto le sue conquiste. I, in Persia; II, in Tartaria;
III, nell'India[402]; d'onde procederò al racconto più rilevante, della
guerra che contro i Turchi sostenne.

I. La giurisprudenza de' conquistatori somministra abbondantemente
motivi di sicurezza, d'indispensabil vendetta, di gloria, di zelo, di
diritto e di convenienza a tutte le guerre che imprendono. Non appena
Timur avea unito la Carizmia e il Candahar al suo patrimonio del
Zagatai, volse i suoi pensieri ai regni dell'Yran, o della Persia. La
vasta contrada che dall'Osso al Tigri si estende, non riconosceva più
alcun Sovrano legittimo dopo la morte di Abusaid, ultimo discendente del
grande Holagoù. Essendo da quarant'anni esuli da questo paese la
giustizia e la pace, parea che Timur, coll'invaderlo, esaudisse i voti
di un popolo oppresso. I piccioli tiranni che tribolavan la Persia, e
che, collegati, avrebbero potuto difendersi, combattettero
disgiuntamente, e soggiacquero tutti, senz'altra differenza ne' loro
destini, fuor quella che potè derivare dalla prontezza loro nel
sottomettersi, o dalla pertinacia nel resistere. Ibraim, Principe di
Sirvan, o d'Albania, baciando i gradini del trono imperiale, offerse al
Sovrano donativi di seta, di cavalli e di arredi, e secondo l'uso de'
Tartari, erano nove capi di ciascun genere. Osservò uno spettatore non
essere che otto gli schiavi. «Sono io il nono», rispose Ibraim che già
erasi apparecchiato a siffatta censura; la quale adulazione Timur
compensò d'un sorriso[403]. Sa-Mansur, Principe del Fars, o della
Persia, così propriamente detta, il men potente fra i nemici di Timur,
fu quegli che si mostrò il più formidabile, in una battaglia datasi
sotto le mura di Siray; disordinò con tre o quattromila soldati il
_Cul_, o corpo di battaglia, di trentamila uomini di cavalleria, in
mezzo al quale Timur combatteva in persona. Ridotto Mansur a non avere
attorno di sè che quattordici, o quindici guardie, rimanea fermo come
scoglio, benchè ricevesse due colpi di scimitarra sull'elmo[404].
Riunitisi finalmente i Mongulli, fecero cadere ai lor piedi il capo del
tremendo Mansur; e il vincitore die' a divedere quale spavento una
popolazione sì intrepida gl'incutesse, col farne sterminar tutt'i
maschi. Da Sirai innoltratesi fino al golfo Persico le truppe di Timur,
la città di Ormuz[405] die' a divedere la sua opulenza e la sua
debolezza ad un tempo, coll'obbligarsi a pagare un tributo annuale di
seicentomila _dinar_ d'oro. Bagdad non era più la città della pace e il
soggiorno del Califfo; ma la più luminosa fra le conquiste operate da
Holagoù, doveva eccitare l'ambizione del successore. Dalle foci
dell'Eufrate e del Tigri fino alla loro sorgente, tutt'i paesi
innaffiati da questi due fiumi si sottomisero al vincitore. Entrato in
Edessa, punì i sacrileghi Turcomani per una pecora nera che alla
carovana della Mecca avean tolta. I Cristiani dalla Georgia disfidavano
ancora fra i lor dirupi le armi e la legge de' Maomettani. Ma ottenuto,
con tre successive spedizioni, l'onor di _Gazi_, o Santo guerriero, si
fece nel Principe di Teflis un amico e un proselito.

[A. D. 1370-1383]

II. L'invasione del Turkestan, o della Tartaria orientale potè
riguardarsi come una vendetta legittima. L'impunità de' Geti trafiggea
l'orgoglio di Timur, che varcato il Gihoon, soggiogò il regno di Kasgar
e penetrò sette volte nel cuore del lor paese. Il campo più lontano di
Timur, distò due mesi, ossia quattrocento ottanta leghe a greco da
Samarcanda, e i suoi Emiri, dopo attraversato l'Irtis, scolpirono nelle
foreste della Siberia un rozzo monumento delle loro imprese. La
conquista del Kipsak[406], o della Tartaria occidentale, ebbe per
duplice scopo il soccorso degli oppressi, e la punizione degl'ingrati.
Toctamis, Principe esule dai suoi Stati, aveva ottenuto protezione e
asilo nella Corte di Timur, il quale rimandò sdegnosamente gli
Ambasciatori di Auruss-Kan, Principe nemico di Toctamis; e fattili
inseguire in quel medesimo giorno dagli eserciti del Zagatai, e
vittorioso, rimise il suo protetto nell'Impero settentrionale dei
Mongulli; ma dopo dieci anni di regno, il nuovo Kan, dimentico dei
servigi e della possanza del suo benefattore, non vide più in esso che
l'usurpatore dei sacri diritti della Casa di Gengis. Penetrato in Persia
per le gole di Derbent, e condottiero di novantamila uomini a cavallo e
di tutte le forze del Kipzak, della Bulgaria, della Circassia o della
Russia, passò il Gihoon, arse i palagi di Timur, e lo costrinse, in
mezzo al verno, a difendere Samarcanda e sè stesso. Dopo alcuni mansueti
rimproveri, cui venne appresso una luminosa vittoria, Timur si risolvè
alla vendetta. Invase due volte il Kipzak a levante e a ponente del
Caspio e del Volga, con forze sì sterminate, che il fronte del suo
esercito occupava uno spazio di tredici miglia. Per cinque mesi di
cammino, questo esercito trovò appena orme d'uomo lungo la strada, e
dovette più volte dipendere dalle contingibilità della caccia per
vivere. Finalmente questo, e l'esercito di Toctamis si scontrarono; il
tradimento del portastendardi del Kipsak, che rovesciò la bandiera in
mezzo all'azione, diede ai Zagatai la vittoria, e Toctamis (così si
esprimono le _Instituzioni_) _abbandonò la tribù di Tusi al vento della
desolazione_[407]. Rifuggitosi presso il Gran Duca di Lituania, ritornò
ancora sulle rive del Volga, e dopo quindici battaglie date ad un
rivale, che già la massima parte degli Stati aveagli presa, nei deserti
della Siberia perì. Fin nelle province tributarie della Russia
inseguillo Timur, e fece prigioniere un Duca della Casa regnante in
mezzo alle rovine della sua Capitale; la vanità e l'ignoranza orientale
possono aver di leggieri confusa Yeletz colla Capitale del russo Impero.
L'avvicinar de' Tartari empiè di spavento la città di Mosca; nè questa
avrebbe opposta vigorosa resistenza, poichè i Russi poneano tutte le
loro speranze in una immagine miracolosa della Vergine, cui diedero
merito della ritirata o volontaria, o accidentale del conquistatore. La
prudenza e l'ambizione del pari lo richiamavano ad ostro; nulla eravi
più che raccogliere in quello stremato paese, e già i soldati mongulli
ivano carichi di preziose pellicce, di tele d'Antiochia[408], di verghe
d'oro e d'argento[409]. Giunto allo rive del Don o Tanai, ricevè colà
l'umile deputazione dei Consoli e dei mercatanti d'Egitto[410], di
Venezia, di Genova, di Catalogna e di Biscaglia, che trafficavano con
Tana, o Azoph, città situata alla foce del fiume; i quali gli offersero
donativi, ne ammirarono la magnificenza, e nella parola di lui si
affidarono. Ma un formidabile esercito venne dopo la pacifica visita di
un Emiro, che aveva esaminato accuratamente la situazione e la ricchezza
de' magazzini; indi i Tartari ridussero in cenere la città. Quanto ai
Musulmani, si contentarono, dopo averli spogliati, di rimandarli; ma
tutti que' Cristiani che nelle loro navi non si erano rifuggiti, vennero
condannati a morte o schiavitù[411]. Un impeto di vendetta trasse Timur
ad ardere la città di Astrakan e Siray, monumenti di una nascente
civiltà. In questa spedizione si gloriò d'aver penetrato in un paese,
ove regna il giorno perpetuo, straordinario fenomeno, in grazia del
quale i dottori maomettani, crederono poterlo dispensare dalla preghiera
vespertina[412].

[A. D. 1398-1399]

Allorchè Timur propose ai suoi Principi ed Emiri la conquista
dell'India, o dell'Indostan[413], un bisbiglio di scontento si udì; «e i
fiumi! sclamarono; e le montagne! e i deserti! e i soldati armati di
tutto punto! e gli elefanti che distruggono gli uomini!». Ma la collera
dell'Imperatore era cosa da temersi più di tutti questi pericoli; e la
sua mente di una natura superiore gli facea comprendere la facilità di
una spedizione che ad essi parea sì tremenda. I suoi messi segreti lo
aveano ragguagliato della debolezza e dell'anarchia dell'Indostan, della
ribellione dei Subà nelle province, e dell'infanzia perpetua del Sultano
Mamud, da tutti sprezzato fin entro il suo _Harem_ di Dely. L'esercito
dei Mongulli marciò in tre ordini, al qual proposito Timur si compiace,
osservando che i suoi novantadue squadroni, ciascun composto di mille
uomini a cavallo, corrispondevano ai novantadue nomi, o attributi del
Profeta Maometto. Fra il Gihoon e l'Indo, varcarono una di quelle catene
di monti che i Geografi arabi chiamano _le Cinture di pietra della
Terra_. I masnadieri che le abitavano furono vinti e sterminati, ma
molto numero d'uomini e di cavalli perì in mezzo alle nevi; e
l'Imperatore stesso dovè farsi calare in un precipizio sopra un sedile
pensile, raccomandato a corde che aveano cento cinquanta cubiti di
lunghezza, e prima ch'ei fosse al fondo, dovette per cinque volte
ripetersi una così rischiosa fazione. Varcato l'Indo ad Attok,
attraversò successivamente e seguendo l'orme di Alessandro il _Pungiab_,
ossia le _Cinque Riviere_[414] che mettono foce nella primaria corrente.
Da Attok a Dely non si contano che cinquecento miglia per la via
ordinaria; ma i due conquistatori se ne distolsero verso scilocco, e
Timur il fece per raggiugnere il suo pronipote che tornava dopo avere,
per ordine di lui, conquistata Multan. L'Eroe macedone, arrestatosi
sulla riva orientale dell'Ifasi all'ingresso del Deserto, versò qualche
lagrima, ma il Mongul procedendo innanzi, ridusse la Fortezza di Batnir,
e a capo del suo esercito si mostrò alle porte di Dely, città vasta e
fiorente, e da re maomettani, volgean tre secoli, posseduta. L'assedio
di questa e soprattutto della Rocca un lungo indugio avrebbe portato; ma
Timur, nascondendo le sue forze, adescò a scendere nella pianura il
sultano Mamud, cui seguivano il suo Visir, diecimila corazzieri,
quarantamila guardie e centoventi elefanti, le cui difese erano, si
dice, armate di lame taglienti e venefiche. Timur si abbassò a munirsi
di alcune cautele contro cotesti mostri, o piuttosto contro il terrore
che inspiravano alle sue truppe. Fatti accendere diversi fuochi e
scavare una fossa, ordinò si ergesse una trincea di scudi e punte di
ferro; ma l'evento dimostrò ai Mongulli quanto risibile fosse la loro
tema; e appena questi mal destri animali furon fugati, la specie
inferiore, gl'Indiani, sparve senza combattere. Timur fece il suo
trionfale ingresso nella Capitale dell'Indostan, ove ammirata
l'architettura della grande moschea, manifestò il disegno di fabbricarne
una simile; ma l'ordine, o la permissione di un saccheggio e di una
strage generale contaminò le feste della vittoria. Risolvè poscia di
purificare i suoi soldati nel sangue degl'idolatri, o _gentili_, che
superavano di numero i Musulmani nella proporzione di dieci a uno; e per
mandare ad effetto questa pia brama, portatosi a greco di Dely, passò il
Gange, diede molte battaglie per terra e per mare, innoltrandosi fino
alla famosa roccia di Cupela, che sotto forma di giovenca, sembra
vomitare quel fiume, la cui sorgente scaturisce dalle montagne del
Tibet[415]. Indi tornò addietro costeggiando i monti a tramontana; la
qual rapida corsa di un solo anno non potea giustificare la tema
stravagante mostratasi dagli Emiri che i climi australi facessero
tralignare i lor figli sino a divenire una schiatta d'Indù.

[A. D. 1400]

Standosi sulle rive del Gange, Timur seppe dai suoi celeri messaggeri le
turbolenze insorte sui confini della Georgia e della Natolia, la
ribellione dei Cristiani, gli ambiziosi disegni del Sultano Baiazetto.
Nè una età di sessantatre anni, nè innumerabili fatiche, aveano alterato
in esso il vigor del corpo, o dell'animo; tornato a Samarcanda, e goduti
alcuni mesi di riposo nel suo palagio, annunziò una nuova spedizione di
sette anni ne' paesi occidentali dell'Asia[416]. I soldati che fecero
seco lui le guerre dell'India ebbero la scelta di rimanersi alle proprie
case o di seguire il lor Principe. Ma tutte le truppe delle province e
de' regni della Persia ricevettero l'ordine di unirsi ad Ispahan, e di
aspettare ivi l'arrivo dell'Imperatore. Si fece primieramente ad
assalire i Cristiani della Georgia, difesi dalle loro rupi, dalle loro
Fortezze, e dal rigore del verno; ma la perseveranza di Timur superando
tutti gli ostacoli, i ribelli si sottomisero al tributo, ovvero alle
leggi del Corano. Entrambe le religioni poterono inorgoglirsi di proprj
martiri; ma meglio s'addicea questo titolo ai prigionieri cristiani,
perchè fra il morire e l'abbiurare avevano scelta. Scendendo dalle
montagne, l'Imperatore diede udienza ai primi Ambasciadori di Baiazetto,
e incominciò quella vicenda di rimproveri e minacce, che a mano a mano
s'inasprì per due anni, sinchè in aperta guerra scoppiasse. Due
confinanti ambiziosi e rivali mancano rade volte di pretesto per venire
all'armi un contro l'altro. Le conquiste de' Mongulli e degli Ottomani,
si toccano nelle vicinanze di Erzerum e dell'Eufrate; nè Trattati, nè un
lungo possedimento aveano determinati quegli incerti confini. Ognuno de'
due Sovrani potea rampognar l'altro, averne invaso il territorio, o
minacciati i vassalli, o protetti i ribelli; e ribelli in loro sentenza
erano tutti que' Principi fuggitivi, de' quali usurpavano i regni,
perseguendone inoltre accanitamente la vita e la libertà. Però
l'opposizione d'interessi fra questi due Principi era anche meno
malaugurosa dell'eguaglianza delle loro indoli. Nel corso della
vittoria, Timur non voleva soffrire eguali; Baiazetto non voleva
riconoscere alcun superiore. La prima lettera scritta dall'Imperatore
Mongul[417] al Sultano de' Turchi, tutt'altro che conciliatrice, dovea
moverlo a furore, perchè ostentava in essa disprezzo e per la famiglia,
e per la nazione di Baiazetto[418]. «Non sai tu che la maggior parte
dell'Asia conquistata dalle nostre armi obbedisce alle nostre leggi? che
si stendono da un mare all'altro le nostre invincibili forze? che i
potentati della terra stanno rispettosamente schierati dinanzi alla
nostra Porta, e che noi abbiamo costretta la stessa fortuna a vegliare
alla prosperità del nostro Impero? Sopra di che fondi la tua insolenza e
il tuo delirio? Tu hai vinte alcune battaglie nelle foreste della
Natolia; meschini trofei! Hai riportata qualche vittoria sui Cristiani
d'Europa, perchè la tua spada era benedetta dall'Appostolo di Dio; e
ringrazia l'obbedienza che hai mostrata ai precetti del Corano
guerreggiando gl'Infedeli, se non ci siamo portati a distruggere il tuo
paese, frontiera e baloardo del Mondo musulmano. Fa senno fin che ne hai
tempo; medita, pentiti, e allontana il fulmine della nostra vendetta che
ti sta ancora sospeso sul capo. Non sei che una formica; perchè ti
avvisi di provocar gli elefanti? Infelice! li schiacceranno sotto i lor
piedi». La risposta di Baiazetto spirava l'indignazione d'un uomo
profondamente trafitto da uno sprezzo al quale non poteva mai essere
stato avvezzo. Dopo avere chiamato Timur masnadiero, ladrone del
Deserto, viene recapitolando le vittorie di lui cotanto vantate
nell'Iran, nel Turan, nell'Indie; poi s'adopera a provargli che solo per
l'arti della perfidia, o per la dappocaggine de' suoi avversarj, ha
trionfato. «I tuoi eserciti sono innumerabili; voglio crederlo; ma osi
tu mettere a confronto le frecce de' tuoi Tartari che non sanno se non
fuggire, colle sciabole de' miei intrepidi e non mai vinti giannizzeri?
Sì, difenderò sempre i Principi che hanno implorata la mia protezione,
vienli a cercare sotto le mie tende. Le città di Erzerum e di Arzingano
mi appartengono; e se non mi pagano esattamente il tributo, verrò a
farmi scontare il mio credito sotto le mura di Tauride e di Sultania».
L'eccesso della collera trasportò Baiazetto a dettare un'ingiuria che
feriva più di fronte Timur. «S'io fuggo dinanzi a te, possano le mie
mogli venire allontanate dal mio letto con tre divorzj! Ma se tu non hai
il coraggio di aspettarmi sullo spianato, che tu non riveda le tue
mogli, se non se dopo che avranno per tre volte soddisfatte le brame di
uno straniero»[419]. Presso i Turchi, una ingiuria di fatto, o di
parole, diviene offesa imperdonabile, se ai misteri dello _Harem_ si
riferisce[420]; quindi il risentimento personale invelenì la querela
politica dei due Monarchi. Ciò nullameno, la prima spedizione di Timur
si limitò a distruggere la Fortezza di Sivas, o di Sebaste, situata
sulla frontiera della Natolia; e quattromila Armeni sepolti vivi per
avere adempiuto con valore e fedeltà il proprio dovere l'imprudenza del
Principe ottomano espiarono. Sembrava che Timur, come buon Musulmano,
usasse tuttavia un tal quale rispetto alla pia impresa di Baiazetto, il
quale in allora interteneasi bloccando Costantinopoli: onde pago
d'avergli dato un primo saggio, contro l'Egitto e la Sorìa volgea
l'armi. Narrasi che gli Orientali e lo stesso Timur chiamassero
Baiazetto _Kaissar di Rum_ ossia Cesare dei Romani, titolo che si potea
quasi legittimamente, o in via di breve anticipazione attribuire ad un
Principe il quale possedea le province de' successori di Costantino e
minacciava la lor Capitale[421].

La repubblica militare dei Mammalucchi regnava tuttavia nell'Egitto e
nella Sorìa; ma la dinastia de' Turchi era stata scacciata dalla
dinastia de' Circassi[422]; e Barkok lor favorito, passò una prima volta
dalla schiavitù, una seconda volta dal carcere, al trono. In mezzo alla
ribellione e alla discordia sfidò le minacce del Sovrano Mongul,
mantenne una corrispondenza co' suoi nemici, e fece arrestarne gli
ambasciatori. L'altro aspettò pazientemente la morte di Barkok, per
vendicarsi poi sul debole Faragio che ne era figlio e successore. A
respingere questa invasione si assembrarono in Aleppo gli Emiri della
Sorìa[423], che ogni loro fiducia fondavano sulla disciplina e la
rinomanza de' Mammalucchi, sulla buona tempera delle loro lancie e delle
loro spade fabbricate coll'acciaio miglior di Damasco, sulla forza delle
loro città cinte di muri, sulla popolazione composta di sessantamila
villaggi. Anzichè sostenere un assedio, credettero miglior partito
aprire le porte e distendersi sulla pianura. Ma la forza di queste genti
non era corroborata dall'unione e dalle virtù, sicchè alcuni de' più
potenti Emiri sedotti da Timur aveano abbandonati, o traditi i più
fedeli de' lor compagni. Il fronte dell'esercito di Timur vedeasi munito
da una linea di elefanti, che portavano torri piene d'arcieri e di fuoco
greco. Le rapide fazioni della cavalleria di Timur avendo accresciuto
oltre ogni dire lo scompiglio e il terrore de' suoi nemici, questi si
addossavano gli uni agli altri, a talchè vennero affogati o trucidati a
migliaia sull'ingresso della maggiore strada di Aleppo; ed i Mongulli
entrando nella città mescolati coi fuggitivi, i vili, o corrotti
difensori di quella insuperabile Rocca, la rendettero dopo avere opposta
una debolissima resistenza. Fra i supplichevoli e i prigionieri, i
Dottori della Legge ottennero un maggior riguardo da Timur che gli
ammise al pericoloso onore di un parlamento[424]. Benchè zelante
musulmano, il Principe de' Mongulli avea imparato nelle scuole della
Persia a rispettare la memoria di Alì e di Hosein, e a riguardare i
popoli della Sorìa, siccome nemici giurati del pronipote di Maometto. A
questi Dottori egli fece una interrogazione capziosa, che i casisti di
Bocara, di Samarcanda e di Herat non erano buoni a risolvere. Chi sono,
lor chiese egli, i veri martiri? «I soldati uccisi dalla mia banda, o
quelli che muoiono nelle file dei miei nemici?» Ma uno di que' Cadì
seppe accortamente sciogliere la quistione, o per meglio dire chiuder la
bocca all'interrogatore, col rispondere valendosi delle espressioni di
Maometto medesimo: «essere l'intenzione che forma i martiri, e i
Musulmani d'entrambe le parti potersi del pari meritar questo, se per la
gloria di Dio hanno combattuto». La successione legittima del Califfo
sembrava un punto più difficile da decidersi, e Timur irritato dalla
franchezza di un dottore che, atteso il suo stato attuale, si mostrava
troppo sincero, esclamò: «Tu non sei men falso di quelli di Damasco:
Moavìa non era che un usurpatore, Yesid un tiranno; Alì solo è il vero
successore di Maometto». Una prudente interpretazione, avendone calmato
lo sdegno, passò ad argomenti di conversazione più famigliari: «Quanti
anni avete voi?» diss'egli al Cadì — «Cinquant'anni.» — «Il mio
primogenito sarebbe della vostra età. Voi mi vedete, continuò Timur; io
non sono che un misero mortale, zoppo e decrepito; nondimeno ha piaciuto
all'Altissimo di scegliermi per soggiogare i regni d'Iran, di Turan, e
delle Indie. Non son già io un uomo feroce. Iddio m'è testimonio che
nelle mie differenti guerre, io non sono mai stato l'aggressore; e che i
miei nemici sono eglino stessi gli autori delle loro calamità». Ma
durante questo tranquillo colloquio, il sangue scorreva a fiumi per le
strade di Aleppo, e si udivano da ogni banda grida di madri, di
fanciulli, e di vergini che veniano prostituite. Certamente il ricco
bottino abbandonato ai soldati era un grande incentivo alla loro
avidità; ma la crudeltà de' medesimi, avea un fondamento nel comando
assoluto, che ricevettero dall'Imperatore, di presentargli un certo
numero di teste, le quali, giusta il solito, fece accuratamente disporre
in colonne e piramidi. I Mongulli trascorsero la notte celebrando con
allegrezza la riportata vittoria, mentre que' Musulmani che rimaneano,
la passarono nelle catene e fra i pianti. Io non seguirò ora il cammino
del devastatore di Aleppo fino a Damasco, ove gli eserciti di Egitto
vigorosamente lo assalirono, e pressochè affatto lo misero in rotta.
L'atto ch'ei fece di ritirarsi, fu attribuito ad angustia estrema cui
fosse pervenuto, e giudicato effetto della disperazione; già un nipote
di Timur era passato nelle file nemiche; già i popoli della Sorìa si
allegravano della vittoria, allorchè una ribellione de' Mammalucchi
costrinse il Sultano di Damasco a rifuggirsi precipitosamente; e con
obbrobrio, nel suo palagio del Cairo. Benchè abbandonati dal loro
Sovrano, gli abitanti di Damasco sì valorosamente difesero le proprie
mura, che Timur offeriva di liberare questa città dall'assedio, purchè i
cittadini acconsentissero a pagare un riscatto con varj donativi, tutti
regolati colla proporzione del numero nove che già si additò. Ma appena,
sotto la fede di una tregua, gli fu permesso introdursi nella città,
violò perfidamente il Trattato, esigendo una contribuzione di dieci
milioni in oro, ed incoraggiando i suoi soldati a castigare i popoli
della Sorìa come discendenti di coloro che aveano eseguita, o approvata
la morte del pronipote del Profeta; nè eccettuò dall'eccidio generale
fuorchè una famiglia che avea data onorevole sepoltura alla testa di
Hosein, e una colonia di operai, o artigiani che trasportò a Samarcanda
(A. D. 1279). Dopo un'esistenza di sette secoli, la città di Damasco fu
ridotta in cenere per lo zelo religioso di un Tartaro che davasi vanto
di vendicare il sangue di un Arabo. Le perdite e i disagi di questa
guerra costrinsero Timur ad abbandonare l'idea di conquistare l'Egitto e
la Palestina; ma rivolgendosi all'Eufrate, consegnò alle fiamme la città
di Aleppo, e autenticò la pietà de' motivi che a tale atto il condussero
col concedere libertà e ricompensa a duemila Alìdi che divisavano di
visitare la tomba del figlio suo. Mi sono diffuso su queste
particolarità che giovano a far conoscere il carattere personale di
cotesto Eroe de' Mongulli; ma racconterò brevemente[425] che egli
innalzò una piramide di novantamila teste sulle rovine di Bagdad, e che
dopo avere devastata nuovamente la Georgia (A. D. 1401), sulle rive
dell'Arasse accampò, facendo ivi nota la sua risoluzione di movere
l'armi contra l'Imperatore ottomano. Conoscendo egli di quanto momento
una tal guerra si fosse, radunò per essa le forze di tutte le sue
province; onde ottocentomila uomini diedero ai registri militari il lor
nome[426]; e l'ordine dato per cinque o diecimila cavalli, indica
piuttosto il grado e gli attributi dei Capi che il numero effettivo de'
soldati[427]. I Mongulli aveano acquistate immense ricchezze nel
saccheggio della Sorìa, ma la distribuzione de' loro stipendj arretrati
di sette anni, gli affezionò con più certezza ai loro stendardi.

[A. D. 1402]

Intanto che il Principe Mongul si era intertenuto nelle spedizioni
dianzi descritte, Baiazetto aveva avuti due interi anni per raccogliere
le sue forze che stavansi in quattrocentomila combattenti così di
cavalleria come di fanteria[428]; ma tutti questi diversi corpi, per lor
fedeltà e valore non meritavano la medesima confidenza. Ne conviene
primieramente far menzione de' giannizzeri che furono successivamente
portati al numero di quarantamila uomini; viene indi una cavalleria
nazionale, conosciuta ne' moderni tempi col nome di _spai_; ventimila
corazzieri europei, coperti di negre e impenetrabili armadure; le truppe
della Natolia, i cui Principi nel campo di Timur si erano rifuggiti; e
una colonia di Tartari che lo stesso Timur scacciò dal Kipzak, e ai
quali Baiazetto avea conceduto, per abitarvi, un terreno nelle pianure
di Andrinopoli. L'intrepido Sultano marciava all'incontro del suo
rivale; dispiegò le sue tende presso le rovine della sfortunata città di
Sivas, il qual campo pareva avesse scelto a bella posta a teatro di sua
vendetta. In questo mezzo, Timur, varcato l'Arasse, attraversava tutta
l'Armenia e la Natolia, non omettendo veruna delle cautele suggerite
dalla prudenza. Rapida, quanto ordinata, e retta da un'esatta disciplina
fu la sua corsa. Era antiguardo la cavalleria leggiera, che oltre
all'additare il cammino, esplorava accuratamente le montagne, ogni
foresta, ogni fiume. Deliberato di combattere gli Ottomani nel centro
del loro Impero, il Principe de' Mongulli evitò destramente il lor
campo, tenendosi alla sinistra; ed occupata Cesarea, e passato il
deserto Salè, e il fiume Haly, la città di Angora strinse d'assedio.
Intanto il Sultano, immobile nel suo campo, e ignaro di quanto accadeva,
credea ragionar giusto nel paragonare il marciare, che è sì rapido, de'
Tartari a quello delle lumache[429]. Ma l'indegnazione il fornì ben
tosto di ali per correre in soccorso di Angora; essendo impazienti di
combattere così l'uno come l'altro Generale, le pianure di que' dintorni
divennero scena della memoranda battaglia che l'obbrobrio di Baiazetto e
la gloria di Timur fece immortali.

L'Imperatore de' Mongulli dovette questa vittoria a sè medesimo, alla
prontezza e alla sicurezza del suo vedere, a una pratica di trent'anni.
Egli aveva ridotto a perfezione l'arte militare fra i suoi, senza andar
contro alle antiche costumanze della nazione[430], le cui forze stavansi
tuttavia nella destrezza degli arcieri, e nelle rapide fazioni di una
numerosa cavalleria. O guidasse alla pugna una picciola truppa, o un
copioso esercito, il modo dell'assalto era sempre il medesimo. La prima
linea, facendo immantinente impeto, la sosteneano ordinatamente gli
squadroni dell'antiguardo. Il Generale tenea d'occhio la mischia, e
seguendone gli ordini, le due ale si avanzavano successivamente in più
divisioni, collocandosi in linea diritta od obbliqua, secondo che
l'Imperatore giudicava più, o meno necessario il lor soccorso. Incalzava
così il nemico con diciotto, o venti assalti, ognun de' quali una
speranza di vittoria offeriva; e ove tutti avessero mancato di buon
successo, l'Imperatore credendo quell'opportunità degna di lui, metteva
innanzi il suo stendardo e il corpo di battaglia, da lui condotto in
persona[431]. Però nella giornata di Angora anche questo corpo di
battaglia fu retto ai fianchi e alle spalle dalle migliori truppe di
riserva, comandate dai figli e dai nipoti di Timur. Il distruttore
dell'Indostan dispiegava in orgogliosa foggia una linea di elefanti,
trofeo anzichè strumento delle sue vittorie. L'uso del fuoco greco ai
Mongulli e agli Ottomani era comune. Ma se l'una delle due nazioni
avesse adottata dagli Europei la recente invenzione della polvere e de'
cannoni, questo fulmine artifiziale avrebbe forse accertata la vittoria
a quella delle due parti che ne avesse fatto uso[432]. In quest'azione,
Baiazetto, e come Generale e come soldato, si segnalò: ma alla
prevalenza del rivale gli fu forza di cedere, soprattutto perchè la
maggior parte delle sue truppe, cedendo a diversi motivi, in quel
rilevante momento lo abbandonò. Per rigore ed avarizia egli avea
eccitate sedizioni, in mezzo ai Turchi, e troppo presto ritirato erasi
dal campo lo stesso figlio di Baiazetto, Solimano. Le milizie della
Natolia, fedeli nel ribellarsi, sotto le bandiere de' lor Principi
legittimi ritornarono. Que' Tartari che si erano collegati coi Turchi,
si lasciarono sedurre dalle lettere e dai messi di Timur[433], il quale
rimprocciando ad essi l'obbrobrio di servire sotto gli schiavi de' loro
antenati, li confortava colla speranza o di liberare l'antica loro
patria, o fors'anche di regnar nella nuova. All'ala destra di Baiazetto,
i corazzieri europei, fedeli alle proprie bandiere, fecero valorosamente
impeto sui Tartari; ma la simulata e rapida fuga di costoro mise in
iscompiglio questi uomini gravati dalle loro armadure di ferro, che si
diedero ad inseguirli imprudentemente, lasciando intanto i giannizzeri,
soli, privi di cavalleria e di frecce, esposti ai dardi di uno sciame di
cacciatori mongulli. Abbattuto finalmente il loro coraggio dalla sete,
dal caldo, e dalla moltitudine de' nemici, il misero Baiazetto, al quale
un assalto di gotta toglieva il libero uso delle mani e delle gambe,
venne trasportato fuori del campo da uno de' suoi più rapidi corridori,
ma il Kan titolare del Zagatai, corsogli dietro, il fermò. Disfatti i
Turchi e prigioniero il Sultano, tutta la Natolia si sottomise al
vincitore, che piantato il suo stendardo a Kiotaia, mandò per ogni banda
i suoi ministri di rapina e di strage. Mirza, Mehemmed, Sultano
primogenito, e il più favorito tra i nipoti di Timur, corse a Bursa
seguìto da trentamila uomini a cavallo, e aggiugnendosi in lui l'ardore
della giovinezza, in cinque giorni di cammino, sol però con quattromila
di coloro che seco partirono, giunse alle porte dalla Capitale, distante
dugentotrenta miglia dal campo di Angora; ma più rapide ancora sono le
corse suggerite dallo spavento, onde Solimano figlio di Baiazetto, erasi
già rifuggito in Europa col tesoro di suo padre. Ciò nullameno Mirza
trovò immense spoglie nel palagio e nella città, che prima era rimasta
vota d'abitanti. La maggior parte delle case, fabbricate di legno,
vennero incenerite. Da Bursa, Mehemmed s'inoltrò fino a Nicea, città
tuttavia ricca e fiorente, nè le truppe de' Mongulli arrestaronsi prima
di essere in riva alla Propontide. Così agli Emiri, come a Mirza tutte
queste scorrerie ben tornarono. La sola Smirne, difesa dallo zelo e dal
valore de' cavalieri di Rodi, meritò la presenza degli Imperatori. Dopo
avere ostinatissimamente resistito, i Mongulli la preser d'assalto
passando a fil di spada indistintamente tutti gli abitanti, e valendosi
delle macchine d'assedio per lanciar le teste degli eroi cristiani sopra
due caracche europee che in quel porto aveano gettate le ancore. I
Musulmani dell'Asia si allegrarono nel vedersi liberi da un pericoloso
nemico domestico; nella quale occasione, instituendo parallelo fra i due
rivali, osservato venne come Timur in quattordici giorni riducesse una
Fortezza che avea sostenuto per sette anni l'assedio, o almeno il blocco
degli eserciti di Baiazetto[434].

I moderni scrittori escludono, qual favola adottata dalla
credulità[435], la storia, per sì lungo tempo ripetuta come una lezion
di morale, la storia della gabbia di ferro, entro cui, diceasi,
Tamerlano fece rinchiudere Baiazetto; e fondano con fiducia la loro
opinione sulla Storia persiana di Serefeddino Alì, della quale abbiamo
oggi giorno una traduzione francese, e da cui ho tolta e compilata la
più verosimile relazione di questo memorabile avvenimento. Timur
avvertito che il Sultano prigioniero stavasi all'ingresso della sua
tenda, uscì per riceverlo, e fattolo sedere a sè vicino, nel volgergli
giusti rimproveri, usò un tuono riguardoso, addicevole al grado e alla
commiserazione che i disastri del vinto si meritavano: «Oimè! diceagli
Timur; per colpa vostra i decreti del destino furono compiuti; è quella
stessa rete che avete ordita; son le spine dell'albero che avete
piantato. Io desiderava risparmiare, ed anche soccorrere il campione de'
Musulmani; voi avete sfidate le nostre minacce, sdegnata la nostra
amicizia, costretto noi ad entrare ne' vostri Stati a capo de' nostri
invincibili eserciti. Consideratene le conseguenze. Non ignoro la sorte
che avevate riserbata a me e a' miei soldati, se foste stato voi
vincitore. Ma disdegno la vendetta; la vostra vita e il vostro onore
sono sicuri; dimostrerò la mia gratitudine a Dio, usando clemenza
all'uomo.» Il Sultano prigioniero manifestò alcuni segni di pentimento,
si sommise all'umiliante dono d'una veste d'onore, e abbracciò colle
lagrime agli occhi il figlio suo Musa che, cedendo alle preghiere di
Baiazetto, Timur avea fatto ricercare; e trovato erasi sul campo di
battaglia fra i prigionieri. I Principi ottomani vennero alloggiati in
un magnifico padiglione, e il rispetto che lor tributavasi pareggiava la
vigilanza con cui erano custoditi. Giunto lo _harem_ di Bursa, Timur
restituì al Monarca prigioniero la moglie Despina e la figlia; pretese
però piamente che questa Principessa serviana, la quale fino allora avea
professata la fede di Cristo, abbracciasse tosto la religione
maomettana. In mezzo alle feste della vittoria, cui Baiazetto veniva
invitato, l'Imperatore Mongul concedè al suo prigioniero i distintivi di
uno scettro e di una corona, aggiugnendo la promessa di condurlo sul
trono dei suoi antenati, più splendente di gloria che mai stato nol
fosse; ma l'immatura morte di Baiazetto prevenne l'adempimento di tali
promesse. Tornarono vane le cure de' più abili medici per riaverlo da un
colpo di apoplesia per cui morì in Akser, l'Antiochia di Pisidia, nove
anni circa dopo la sua sconfitta. Il vincitore versò alcune lagrime
sulla tomba del vinto. Il corpo di Baiazetto venne pomposamente
trasportato nel mausoleo ch'egli si era fatto innalzare a Bursa; e Musa,
figlio di lui, oltre a molti preziosi donativi di ornamenti d'oro,
d'armi e cavalli, ottenne, con patente scritta in rosso, dal vincitore
la sovranità della Natolia.

Tal ritratto di un vincitor generoso, è stato tolto dalle sue stesse
Memorie, che gli si fanno dedicare al figlio e al nipote diciannove anni
dopo la sua morte[436]. In tale epoca, mentre migliaia di testimonj
conoscevano perfettamente la verità, una manifesta menzogna sarebbe
stata una satira della effettiva condotta dell'encomiato; laonde le
prove dedotte da simile manoscritto, e da tutti gli Storici persiani
adottate, parrebbero d'un gran peso[437]; ma vuolsi anche considerare
che l'adulazione, massime fra gli Orientali, è vile ed impudente oltre
ogni credere, e che in vece Baiazetto abbia sofferto un trattamento
ignominioso e crudele, è cosa attestata da una lunga serie di testimonj,
de' quali ne citeremo alcuni seguendo l'ordine de' tempi e de' paesi. I.
Il leggitore non ha certamente dimenticata la guernigione di Francesi
che il Maresciallo Boucicault lasciò in difesa di Costantinopoli
quand'ei ne partì. Essi erano in istato di saper per li primi, e in modo
esattissimo, la sorte del formidabile loro avversario, ed è assai
probabile che alcuni di essi accompagnassero gli Ambasciatori greci al
campo di Tamerlano. Si fonda pertanto sui racconti di questi Francesi
l'uom del seguito del Maresciallo che ne ha scritta la Storia, e attesta
i rigori della prigionia e l'aspro tenore della morte di Baiazetto,
sette anni circa dopo i fatti accaduti[438]. II. Il nome dell'Italiano
Poggi[439] viene giustamente collocato fra quelli de' restauratori
dell'erudizione nel secolo decimoquinto. Egli compose il suo elegante
dialogo sulle vicende della fortuna[440] in età di cinquant'anni, e
vent'otto anni dopo la vittoria di Tamerlano[441], paragonato da questo
scrittore ai più illustri Barbari dell'antichità; e molti testimonj di
vista aveano istrutto il Poggi sulle imprese e il saper militare di
questo guerriero. Ora ei non omette di citare in prova del suo assunto
l'esempio dell'ottomano Monarca, che il Tartaro racchiuse in una gabbia
di ferro a guisa di belva, offrendolo siccome spettacolo a tutta l'Asia.
Potrei aggiungere l'autorità di due Cronache italiane, di data più
moderna, ma atte forse a provare che cotesta Storia, o vera o falsa, si
era diffusa per tutta l'Europa colla prima notizia del grande
cambiamento politico avvenuto nell'Asia[442]. III. Intanto che il Poggi
fioriva a Roma, Amed-Ebn Arabshà, componeva a Damasco la sua elegante e
maligna Storia di Timur, i cui materiali avea raccolti ne' suoi viaggi
in Turchia e in Tartaria[443]. Lo Scrittore latino e l'arabo, fra i
quali sembra impossibile sia stata corrispondenza, concordano entrambi
sul fatto della gabbia di ferro, il quale accordo mostra evidentemente
la loro veracità. Arabshà racconta ancora che Baiazetto sofferse un
oltraggio d'altra natura e moralmente più doloroso. Le espressioni
incaute di una lettera di Baiazetto intorno alle mogli e ai divorzj,
avendo grandemente offeso il geloso Tartaro, volle questi, dice lo
Storico arabo, che in un banchetto, ove la sua vittoria si festeggiava,
le donne mescessero ai convitati, e il Sultano ebbe il cordoglio di
vedere e le sue concubine e le sue mogli legittime confuse fra le
schiave, ed esposte senza velo alla licenza de' pubblici sguardi.
Pretendesi che per evitare in avvenire un'umiliazione tanto crudele, i
successori di Baiazetto, eccetto un solo, si siano astenuti dal
matrimonio; e Busbek[444] nel secolo XVI Ambasciatore di Vienna alla
Porta, e attentissimo osservatore, assicura, che una tale pratica ed
opinione durava tuttavia presso gli Ottomani. IV. La differenza d'idioma
rende la testimonianza d'un Greco independente al pari di quella di un
Arabo e di un Latino. Volendosi anche rifiutare le testimonianze di
Calcocondila e di Duca che viveano in tempi meno lontani da noi, e che
con tuono meno affermativo raccontano un tale fatto, non vi sarebbe
alcuna buona ragione per negare ogni fiducia allo Storico Giorgio
Franza[445], _Proto-vestiario_ degli ultimi Imperatori, e nato un anno
prima della battaglia di Angora. Ventidue anni dopo di questa, venne
spedito Ambasciatore alla Corte di Amurat II, ed ebbe campo di
conversare con diversi giannizzeri che aveano partecipato alla schiavitù
di Baiazetto e veduto il Sultano nella sua gabbia di ferro. V. L'ultima
e migliore di tutte le autorità si è quella degli Annali turchi,
consultati e copiati da Leunclavio, Pococke e Cantemiro[446]. Essi
deplorano unanimemente la cattività della gabbia di ferro; e vuolsi in
ordine a ciò concedere qualche fiducia a questi Storici nazionali, che
non poteano incolpare il Tartaro senza scoprire ad un tempo l'obbrobrio
del loro Principe e della loro patria.

Da queste discordanti premesse può trarsi una conclusione probabile, e
che sta di mezzo fra l'una e l'altra opinione. Mi piace supporre che
Serefeddino Alì abbia fedelmente raccontato il primo colloquio di
formalità, durante il quale, il vincitore, cui i buoni successi
suggerivano di assumere più nobil contegno, avrà ostentati sentimenti di
generosità. Ma l'arroganza mostrata fuor di proposito da Baiazetto lo
inacerbì; i Principi della Natolia detestavano questo Sultano, e giuste
erano le loro lagnanze. Si seppe che Timur avea divisato di condursi
dietro in trionfo il suo prigioniero in Samarcanda, intanto che una
buca, scavata sotto la tenda di Baiazetto per agevolargli la fuga, mise
in riguardo l'Imperatore, e a meglio cautelarsi il costrinse. La gabbia
di ferro portata in quelle continue corse sopra di un carro, forse era
fatta meno per insultar Baiazetto che per assicurarsene. Timur avea
forse letto in qualche storia favolosa un simile trattamento usato
contra un Re di Persia suo predecessore. Condannò Baiazetto a
rappresentare comicamente la parte d'Imperatore romano e ad espiare in
tal guisa gl'insulti che ne avea ricevuti[447]. Ma il coraggio e le
forze del Sultano a così dura prova non resistettero, e si può senza
ingiustizia attribuire alla severità di Timur la morte immatura di
Baiazetto (A. D. 1403). Timur non faceva la guerra ai morti; e alcune
lagrime e un sepolcro erano il meno ch'ei potesse concedere ad un
prigioniere, sciolto per sempre dalla podestà del vincitore: e se Musa,
figlio di Baiazetto, ottenne la permissione di regnare sulle rovine di
Bursa, la maggior parte però della Natolia fu ai suoi Sovrani legittimi
restituita.

Timur possedeva in Asia tutto il paese che dall'Irtis e dal Volga fino
al golfo Persico, dal Gange fino all'Arcipelago e a Damasco si estende.
Invincibile ne era l'esercito, illimitata l'ambizione. Il suo zelo lo
faceva aspirare a render soggetti e convertire i regni cristiani
dell'Oriente che il suo nome solo empiea di spavento. Ei già toccava i
limiti del Continente; ma uno stretto braccio di mare, disgiungeva
l'Asia dall'Europa[448], ostacolo per lui insuperabile, perchè il
padrone di tanti _toman_, o miriadi di soldati a cavallo non possedeva
una sola galea. I due passaggi del Bosforo e dell'Ellesponto, di
Costantinopoli e di Gallipoli, stavano l'uno in poter dei Cristiani,
l'altro in poter de' Turchi, che in sì imminente pericolo dimenticarono
la differenza delle religioni per riunirsi di mutuo accordo, e con
fermezza, in difesa della causa comune. E vascelli, e fortificazioni
guernirono i due stretti; entrambi i popoli ricusarono a Timur i navigli
che ad essi chiedè successivamente, col pretesto di valersene a far
guerra ai loro nemici. Nel medesimo tempo l'orgoglio del Tartaro
lusingavano, or per via di tributi, or per via di supplichevoli
ambascerie, che gli concedeano anticipatamente il merito della vittoria,
ma tutte intese con prudenza ad indurlo ad una ritirata. Solimano,
figlio di Baiazetto, che implorò la clemenza del vincitore pel proprio
padre e per sè medesimo, e mostrò opportunamente ardente desiderio di
prostrarsi in persona ai piedi del Monarca dell'Universo, ne ottenne,
con patente scritta in rosso, l'investitura del regno di Romania già da
lui posseduto per diritto di conquista. Anche l'Imperatore greco, fosse
Giovanni, o Manuele[449], si sottomise a pagargli il tributo
precedentemente pattuito col Sultano de' Turchi; il qual Trattato
confermò con giuramento d'obbedienza, da cui potè credersi sciolto,
appena il Tartaro ebbe fatta sgombera la Natolia. Alterate da quel
terrore che invase avea le nazioni le fantasie degli uomini,
attribuirono all'ambizioso Timur il romanzesco disegno di conquistare
l'Egitto e l'Affrica, dal Nilo all'Oceano Atlantico, poi di entrare in
Europa per lo stretto di Gibilterra, tornando pei deserti della Russia e
della Tartaria nei suoi Stati, dopo avere soggiogate tutte le potenze
della Cristianità. La cura di ridurre in soggezione l'Egitto, distolse
dall'Europa questo pericolo lontano, o immaginario fors'anche. Al Cairo,
le commemorazioni nelle pubbliche preci e i conj delle monete
attestarono la supremazia del Principe de' Mongulli: e Samarcanda pose
il suggello alla sommessione dell'Affrica coll'assicurargli il tributo
di nove struzzi e di una giraffa, o cammeleopardo, raro dono e prezioso.
La nostra immaginazione non rimane meno sorpresa in pensando che un
conquistatore mongul abbia potuto meditare ed eseguire, quasi senza
moversi dal suo campo, dinanzi a Smirne, l'invasione dell'Impero
cinese[450]. Lo zelo religioso e l'onore del nome maomettano lo
allettavano a questa impresa; e pareagli non si potesse espiare il
sangue versato di tanti Ottomani che con una proporzionata strage
d'Infedeli: giunto alle soglie del paradiso, voleva assicurarsi un
ingresso più trionfale coll'aver prima distrutti gl'idoli della Cina,
fondate moschee in ogni città, e fatto sì che tutta quella vasta
Monarchia credesse ad un solo Dio e al suo Profeta. Si arroge che il
disastro dei discendenti di Gengis, scacciati di recente della Cina,
offendeva l'orgoglio dei Mongulli, e che le turbolenze di quell'Impero,
una opportunità offerivano alla vendetta. Quattro anni prima della
battaglia di Angora, essendo morto l'illustre Hongvu, fondatore della
dinastia dei _Ming_, il pronipote di lui, debole e misero giovinetto, fu
bruciato nel suo palagio, dopo una guerra civile che avea costato la
vita ad un milione di Cinesi[451]. Non aveva anche sgombrata la Natolia,
quando Timur inviò oltre al Gihoon un esercito, o piuttosto una colonia
de' suoi antichi e nuovi sudditi per agevolarsi l'ingresso nel paese de'
Calmucchi, e de' _Mongulli idolatri_, ch'egli divisava soggiogare, e per
fabbricare magazzini e città nel deserto; nè andò guari che per le cure
del suo luogo-tenente ottenne una Carta e una descrizione esatta de'
paesi sconosciuti che si estendono dalle sorgenti dell'Irtis fino al
muraglione della Cina. Nel durare di tali apparecchi, l'Imperatore
compiè la conquista della Georgia, passò il verno sulle rive
dell'Arasse, sedò le turbolenze della Persia, e tornò lentamente nella
sua Capitale dopo una guerra di quattro anni e nove mesi.

[A. D. 1404-1405]

In un breve intervallo di pace, Timur die' a divedere sul trono di
Samarcanda[452] tutta la magnificenza e l'autorità di un ricco e
poderoso Monarca. Ascoltò le istanze de' popoli, distribuì con giuste
proporzioni i premj o i gastighi, innalzò templi e palagi, diede udienza
agli Ambasciatori dell'Egitto, dell'Arabia, dell'India, della Tartaria,
della Russia e della Spagna; presentato da quest'ultimo Ambasciatore di
tappezzerie, che per disegno e colori superavano le più belle de'
manifattori dell'Oriente. Celebrò le nozze di sei nipoti, la qual cosa
venne riguardata, siccome atto di religione e tenerezza paterna ad un
tempo. Queste feste, nelle quali si ammirò tutta la pompa di cui
sfoggiarono gli antichi Califfi, accaddero nei giardini di Canigul,
decorati d'un gran numero di tende e di padiglioni, ove si alternavano e
gli arredi del lusso di una grande Capitale, e i trofei di un esercito
vittorioso. Intere foreste furono atterrate per uso delle cucine;
coperti vedeansi gli spianati di piramidi di vivande, e di vasi colmi di
varj liquori; le persone venivano convitate a migliaia, e con cortesi
modi, ai banchetti. Schierati vidersi intorno alla mensa reale i diversi
Ordini dello Stato, i rappresentanti delle diverse nazioni del Globo,
senza escluderne, osserva il superbissimo Storico persiano, gli
Ambasciatori di Europa. «Nella stessa guisa, soggiunge costui, le
_casse_, i più piccioli di tutti i pesci, trovano posto nel grande
Oceano[453]». Il popolo manifestò il suo giubilo con illuminazioni e
mascherate. Tutti gli operai di Samarcanda contribuirono col loro
ingegno alle feste, nè vi fa maestranza che non procurasse di segnalarsi
con qualche nuovo trovato, o singolare spettacolo suggerito dalla natura
dell'arte professata. Poichè i Cadì ebbero ratificati i contratti delle
nozze, i Principi si ritirarono colle loro spose nelle stanze nuziali,
ove, giusta la costumanza degli Asiatici, cambiarono nove volte di
vesti. Ad ogni nuovo abbigliamento, le perle e le gemme, di cui s'erano
fregiata la testa, venivano disdegnosamente gettate alle persone del
seguito. Fu pubblicato un editto di generale perdono, sospesa in quel
tempo la forza delle leggi, permesso ogni genere di piaceri; il popolo
si trovò libero, e in ozio il Sovrano; e sia pur lecito allo Storico di
Timur l'aggiungere, che dopo aver questi consagrati cinquant'anni della
sua vita ad ampliare i limiti dell'Impero, non conobbe vera felicità,
fuorchè nei due mesi ne' quali interruppe l'uso del suo potere. La
verità si è, che non tardò lungo tempo a riprenderlo, e a pensare agli
apparecchi di una nuova guerra. L'imperiale stendardo fu dispiegato, e
gridata la spedizione contro la Cina. Gli Emiri apersero i registri per
mettere in campo un esercito di dugentomila uomini, tutti soldati
scelti, e di quelli che aveano fatte le guerre di Iran e di Turan.
Cinquecento capacissimi carriaggi, e un immenso traino di cavalli e di
cammelli, vennero allestiti per trasportare i viveri e le bagaglie; le
truppe comandate a questo tragetto, che le carovane più felici non
compievano in men di sei mesi, a star lungo tempo lontane dalla patria
si preparavano. Non rattenuto nè dagli anni, nè dal rigore del verno,
Timur montò a cavallo (A. D. 1405), e attraversato il Gihoon sul
diaccio, si era già scostato settanta _parasanghe_, ossia trecento
miglia dalla Capitale, e avea posto campo nei dintorni di Otrar, ove lo
aspettava l'Angelo della morte. Le fatiche, e l'imprudente uso
dell'acqua gelata avendo accresciuta la febbre da cui era stato
assalito, il conquistatore dell'Asia spirò nel settantesimo anno
dell'età sua, trentacinque anni dopo essere stato innalzato al trono del
Zagatai. Con esso i suoi disegni disparvero, i suoi eserciti si
sbandarono, la Cina fu salva, e quattordici anni dopo, il più potente
dei figli di Timur, sollecitò per via di Ambasciatori, un Trattato di
commercio e di lega colla Corte di Pechino[454].

Per l'Oriente e per l'Occidente il nome di Timur risonò. I discendenti
di lui portano tuttavia il nome d'Imperatori; e l'ammirazione de' suoi
sudditi che quasi eguale a una divinità il riguardarono, è in qualche
modo giustificata dalle lodi, o dalla confessione de' suoi più accaniti
nemici[455]. Benchè difettoso ad una gamba e ad un braccio, nulla
d'ignobile presentavano la sua statura e il suo portamento. La sobrietà
e l'esercizio gli mantennero lungamente il vigore della salute, così
necessaria a lui come alle sue soldatesche; grave e riservato nelle
conversazioni famigliari, parlava con facilità ed eleganza gl'idiomi
turchi e persiani; l'arabo non conosceva; assai lo dilettava
l'intertenersi con uomini dotti sopra argomenti di scienza, o di storia,
e dava molte ore di passatempo al giuoco degli scacchi, da lui
perfezionato con un'aggiunta di pezzi, e per conseguenza di
combinazioni[456]. Mostratosi zelante musulmano, benchè forse poco
ortodosso[457], la profondità del suo ingegno ne dà diritto a credere,
che la superstiziosa venerazione da lui prestata agli astrologi, ai
Santi, e alle profezie della religione maomettana, fosse unicamente un
giuoco di sua politica[458]. Governò solo e dispoticamente un Impero
vastissimo. Finchè regnò, non si videro nè ribelli che contro l'autorità
di lui attentassero, nè favoriti che seducessero gli affetti, nè
Ministri che ne ingannassero la giustizia. Tenea per massima
invariabile, che a qual si sia costo, un Principe nè dee ritrattare i
comandi dati, nè permettere che altri sovr'essi discutano. Ma i nemici
di lui osservavano venir più esattamente adempiuti gli ordini di
distruzione da lui messi nell'impeto della collera, che non i comandi di
beneficenza. I suoi figli e nipoti, che dopo la sua morte si trovavano
in numero di trentasei, erano stati, finchè egli visse, i primi e i più
subordinati suoi sudditi. Mancando questi al loro dovere, giusta le
leggi di Gengis, venivano corretti con bastone, indi restituiti ai primi
onori e al loro comando rimessi. Forse il cuore di Timur alle virtù
sociali non era chiuso, forse non era incapace di amare i suoi amici, e
di perdonare ai suoi nemici; ma le regole della morale sull'interesse
pubblico sono fondate, e basterebbe forse all'encomio della saggezza di
un Principe il poter dire di lui, che le liberalità non lo impoverirono,
e la giustizia ne aumentò le ricchezze e il potere. Certamente è debito
d'un Sovrano il mantenere l'accordo fra l'ubbidienza e l'autorità, il
punire l'orgoglio, il soccorrere la debolezza, il dar premio al merito,
il bandire l'ozio e il vizio da' suoi dominj, l'essere largo di
protezione al viaggiatore e al mercatante, il frenare la licenza
militare, favoreggiando le fatiche del coltivatore, l'incoraggiare le
scienze e l'industria, e mercè una moderata ripartizione, aumentare le
rendite senza crescere le tasse, i quali doveri ampio e pronto
guiderdone retribuiscono al Principe che gli adempie; allorchè Timur
ascese il trono, le fazioni, il ladroneccio e l'anarchia straziavano
l'Asia. Sotto al governo di lui, un fanciullo avrebbe potuto, senza
timore o pericolo, portare una borsa d'oro dall'oriente all'occidente
del fortunato reame. Timur credeva che il merito di una tale riforma
bastasse a giustificarne le conquiste e il diritto alla sovranità
dell'Universo. Ma le quattro seguenti osservazioni ne gioveranno a
calcolare quanto ei potesse pretendere la gratitudine de' popoli, e
forse a concludere che l'Imperatore Mongul fu il flagello, anzichè il
benefattore, del Genere umano, 1. Allorchè la spada di Timur correggeva
alcuni abusi, o alcune particolari tirannidi distruggea, il rimedio era
infinitamente più funesto del male. Certamente la discordia, l'avarizia
e la crudeltà de' piccioli tiranni della Persia, opprimevano i loro
sudditi; ma il riformatore schiacciò sotto i suoi passi intere nazioni.
Per lui sparvero fiorenti città, e spesso il luogo ove furono, venne
contrassegnato da colonne, o piramidi di umani cranj, trofei abominevoli
della sua vittoria. Astrakan, Carizme, Dely, Ispahan, Bagdad, Aleppo,
Damasco, Bursa, Smirne, e mille altre città vennero saccheggiate, o
arse, o affatto distrutte, alla presenza di lui, dalle sue soldatesche.
Il restauratore dell'ordine e della pace avrebbe forse fremuto, se un
sacerdote o un filosofo avesse osato calcolare, dinanzi a lui, i milioni
di vittime che a quest'uopo egli avea sagrificate[459]. 2. Le più
sanguinose guerre di Timur, furono piuttosto scorrerie che conquiste.
Dopo avere successivamente invaso il Turkestan, il Kipzak, la Russia,
l'Indostan, la Sorìa, la Natolia, l'Armenia e la Georgia, senza avere la
speranza, o il desiderio di conservare queste rimote province, ne usciva
carico di spoglie, non lasciando dietro a sè nè soldati per tenere in
freno i ribelli, nè magistrati per proteggere i sudditi sottomessi e
fedeli. Rovesciava l'edifizio del loro antico governo, abbandonandoli
poscia alle calamità o prodotte, o fatte più gravi dalla sua invasione,
calamità non compensate da alcun vantaggio presente, o possibile. 3. Le
sue cure principali intendeano alla prosperità e all'interno splendore
de' regni della Transossiana e della Persia, da lui riguardati come gli
Stati ereditarj di sua famiglia. Ma le sue frequenti e lunghe
lontananze, interrompevano e spesse volte struggevano l'effetto dei
lavori da esso operati in tempo di pace; e intanto che trionfava sulle
rive del Volga, o del Gange, i suoi servi ed anche i suoi figli, il lor
padrone e i proprj doveri dimenticavano. Il tardo rigore de' processi e
delle punizioni, sol riparava imperfettamente i disordini particolari e
pubblici; onde siam costretti a non ravvisare nelle _Instituzioni_ di
Timur, che il seducente disegno di una perfetta Monarchia. 4. Quali che
possano essere state le beneficenze dell'amministrazione di Timur, colla
morte del medesimo si dileguarono. I figli e nipoti di lui, più
ambiziosi di regnare che di governare[460], furono nemici gli uni degli
altri, e nemici del popolo. Sarok, il più giovine di questi, sostenne
con qualche gloria un fragmento dell'Impero; ma dopo la morte di lui, il
paese ove regnò, fattosi prima teatro di stragi, cadde indi nella
oscurità e nell'avvilimento; nè vôlto era un secolo, che gli Usbek del
Settentrione e i Turcomani _dalla Pecora bianca_, e i Turcomani _dalla
Pecora nera_ aveano invasa la Persia e la Transossiana. La stirpe di
Timur più non sarebbe, se un eroe, discendente della medesima al quinto
grado, scacciato dagli Usbek, non avesse intrapresa la conquista
dell'Indostan[461]. I Gran Mogol, successori di questo, dilatarono il
loro Impero dai monti di Casmir al capo Comorin, e dal Candahar fino al
golfo del Bengala. Dopo il regno di Aurengzeb, scioltosi quest'Impero,
uno scorridore persiano ha saccheggiato il territorio di Dely, e una
compagnia di mercatanti cristiani, nati in un'isola dell'Oceano
settentrionale, possede oggidì il più ricco fra i reami del Gran Mogol.

[A. D. 1403-1421]

Non così accadde all'Impero ottomano; simile ad albero vigoroso, curvato
dalla tempesta, si rialzò al dissiparsi del nembo, e vigor nuovo e
vegetazione riprese. Sgombrando la Natolia, Timur avea lasciate le città
vôte di palagi, spogliate di ricchezze, prive del loro Sovrano; i
pastori e i masnadieri tartari, o turcomani occuparono le campagne. Gli
Emiri tornarono ne' lor Cantoni, di recente usurpati da Baiazetto, e un
d'essi usò la vile vendetta di demolirne il sepolcro; le discordie de'
cinque figli del Sultano, rapidamente spersero gli avanzi del loro
patrimonio. Citerò i nomi di questi giusta l'ordine dell'età e delle
cose da essi operate[462]. 1. È cosa incerta, se l'uomo, del quale in
primo luogo accennerò rapidamente la storia, fosse il vero Mustafà, o un
impostore che ne avesse assunto il nome. Il Mustafà, indubitatamente
vero, combattè a fianco del padre alla battaglia di Angora; ma allorchè
il Sultano prigioniero ottenne dal vincitore la permissione di mandare
in traccia dei figli, il solo Musa fu ritrovato, e gli Storici turchi,
schiavi della fazion trionfante, assicurano che il fratello di Musa fu
rinvenuto tra i morti. Ammettendolo fuggito, sarebbe rimasto per dodici
anni nascosto agli amici e ai nemici, perchè sol dopo questo tempo
comparve in Tessaglia, ove una numerosa fazione riconobbe in lui il
figlio e il successore di Baiazetto. Sofferse una sconfitta, per cui
avrebbe terminati i suoi giorni, se non fosse stato salvato per opera
de' Greci, che dopo la morte di Maometto, altro figlio di Baiazetto, gli
restituirono la libertà e l'Impero. L'abbiezione de' costui sentimenti
confermava l'opinione di chi un impostore il credeva. Dopo avere sul
trono di Andrinopoli ricevuti gli onori di Sultano legittimo degli
Ottomani, un'obbrobriosa fuga, e prigionia, e infame supplizio, allo
sprezzo pubblico lo abbandonarono. Trenta successivi impostori
sostennero la medesima parte, e fecero lo stesso fine; la quale
ripetizione di avvenimenti potrebbe forse servir di prova che la morte
del vero Mustafà non era bene avverata. 2. Isa[463], altro figlio di
Baiazetto, allorchè questi cadea prigioniero, regnava in Sinope e sulle
coste del mar Nero in vicinanza di Angora; e Timur ne accolse
favorevolmente gli Ambasciatori, rimandandoli con molti donativi e
lusinghevoli promesse: ma vittima della gelosia del fratello Sovrano di
Amasia, Isa perdè le province e la vita. La conclusione della querela
stata fra questi due fratelli, diede luogo ad osservare con pia
allusione, che la legge di Mosè e di Gesù, _Isa_ e _Musa_ era stata
abolita dall'autorità suprema di _Maometto_. 3. Solimano (altro
fratello) non vien posto nel novero degl'Imperatori turchi (A. D.
1403-1410); cionnullameno arrestò i progressi de' Mongulli, e dopo la
loro ritirata, unì per alcuni istanti i troni di Andrinopoli e di Bursa.
Coraggioso, solerte e fortunato in guerra, univa la clemenza alla
intrepidezza; ma lasciatosi dominare dalla presunzione, e corrompere
dalla intemperanza e dall'ozio, allentò la disciplina in un governo,
ove, se il suddito non trema, fa tremare il Sovrano. Si inimicò i Capi
dell'esercito e della legge co' suoi sregolamenti, e soprattutto
coll'ubbriachezza, divenutagli abituale; vizio turpe in ogni uomo, più
in un Sovrano; doppiamente odievole in un discepolo di Maometto. Il
fratello di lui Musa, sorprese Andrinopoli mentre il Principe
avvinazzato stava immerso nel sonno; e datosi questo alla fuga, non fu
difficile all'altro il raggiugnerlo sulla strada di Bisanzo, ove lo fece
morire entro un bagno. Sette anni e dieci mesi durato erane il regno (A.
D. 1410). 4. Ma Musa, possessore di una picciola parte della Natolia,
vile apparve agli occhi de' sudditi sin d'allora che accettò dai
Mongulli, l'investitura di questo regno; oltrechè le sue timide
soldatesche e un erario estenuato, non gli bastavano a respingere i
veterani cui comandava il Sovrano della Romania. Egli abbandonò,
travestito, il palagio di Bursa, e attraversata la Propontide in uno
schifo scoperto, pervenne con alcuni sforzi a salire sul trono di
Andrinopoli, che avea recentemente lordato del sangue di suo fratello
Solimano. Durante un regno di tre anni e mezzo, riportò alcune vittorie
sui Cristiani dell'Ungheria e della Morea; ma la sua timidezza, e la
clemenza usata fuor di proposito, lo perdettero. Dopo avere rinunziato
alla Sovranità della Natolia, fu vittima della perfidia de' suoi
Ministri, e della prevalenza che il fratello di lui Maometto si era
acquistata. 5. Quest'ultimo dalla prudenza e dalla moderazione, una
concludente vittoria si meritò (A. D. 1413-1421). Prima di rimaner
prigioniero, Baiazetto gli avea confidato il governo di Amasia,
propugnacolo de' Turchi contra i Cristiani di Trebisonda e della
Georgia, e circa trenta giornate lontana da Costantinopoli. Questa città
egualmente bipartita dal fiume Iride, sorge dai suoi due lati a guisa di
anfiteatro[464], somministrando nella sua picciolezza un'idea di Bagdad,
e difesa da una Rocca che aveasi per insuperabile dagli Asiatici. Parea
che Timur, nel corso delle sue rapide spedizioni, avesse dimenticato
quest'angolo oscuro e ribelle della Natolia. Maometto, ben astenendosi
dal provocare il vincitore, conservò in silenzio la sua independenza, nè
ebbe altra briga fuor quella di scacciare dalle sue province alcuni
sbandati scorridori tartari che non avean seguito l'esercito di Timur.
Scioltosi dall'incomoda vicinanza di Isa, gli altri fratelli di lui più
potenti, rispettarono in mezzo alle loro contese la neutralità, ch'ei
parimente serbò per riguardo loro fino al momento del trionfo di Musa; e
allora si chiarì il vendicatore ed erede di Solimano. Acquistò, per via
d'un Trattato, la Natolia, coll'armi la Romania. Guiderdonò, qual
benefattore della corona e de' popoli, il soldato che gli presentò il
reciso capo di Musa. Negli otto anni che regnò solo e pacifico, pensò a
ristorare i danni derivati dalle civili discordie, e a dar più solida
base alla ottomana Monarchia. Sul finir de' suoi giorni, scelse due
Ministri fidati, che incaricò di soccorrere alla inesperienza del suo
giovine figlio Amurat. Tal fu la prudenza e l'accordo de' due Visiri
Ibraim e Baiazetto, che tennero nascosta per più di quaranta giorni la
morte dell'Imperatore, fino all'arrivo del figlio di lui che accolsero
entro al palagio di Bursa. Il Principe Mustafà, o un impostore che si
era dato un tal nome, riaccese in Europa una nuova guerra, che costò la
vita sul campo di battaglia al primo de' due Visiri. Fu più
fortunato[465] Ibraim, e i Turchi riveriscono tuttavia il nome e la
famiglia di quell'uomo che terminò le guerre civili colla morte
dell'ultimo pretendente al trono di Baiazetto.

Durante le accennate discordie, i più saggi fra i Turchi, e in generale
la nazione, desideravano con ardore veder congiunte le smembrate parti
di quell'Impero. La Romania e la Natolia sì frequentemente dilacerate
dall'ambizione de' privati, a questa unione grandemente agognavano, e
gli sforzi che fecero a tal uopo, offerivano una lezione alle Potenze
cristiane. Se le flotte di queste si fossero unite per occupare lo
stretto di Gallipoli, ben presto gli Ottomani sarebbero stati
annichilati, almeno in Europa; ma lo scisma dell'Occidente, le fazioni e
le guerre della Francia e dell'Inghilterra, da sì generosa impresa
stoglieano i Latini. Contenti di una passeggiera tranquillità,
neghittosi sull'avvenire, l'interesse del momento li spinse più d'una
volta a servire il nemico della lor religione. Una colonia di
Genovesi[466] dimorante a Focea[467], sulla costa del mar Ionio,
arricchendosi col commercio privilegiato dell'allume[468], pagava la sua
tranquillità con un tributo annuale agli Ottomani. Nell'ultima guerra
civile, il giovine e ambizioso Adorno, governatore de' Genovesi, avendo
abbracciata la causa di Amurat, armò sette galee per trasportarlo d'Asia
in Europa; onde il Sultano, accompagnato da cinquecento guardie, entrò a
bordo della nave ammiraglia, guernita da ottocento valorosissimi
Franchi, nelle cui mani era la vita e la libertà dell'Ottomano; nè senza
ripugnanza facciamo plauso alla fedeltà di Adorno, che in mezzo al
tragetto, gli si prostrò innanzi, manifestandogli gratitudine perchè un
debito arretrato dei tributi perdonò ai Genovesi. Sbarcati tutti a
veggente di Mustafà e di Gallipoli, duemila Italiani, armati di lancie e
di azze da guerra, accompagnarono Amurat alla conquista di Andrinopoli,
venale servigio, di cui fu ben tosto guiderdone la rovina del commercio
e della colonia della Focide.

[A. D. 1402-1425]

Se la guerra che Timur fece a Baiazetto fosse stata mossa dalla generosa
intenzione di soccorrere l'Imperator greco, ei si sarebbe meritata la
gratitudine e gli encomj de' Cristiani[469]; ma un Musulmano che portava
morte e distruzione nella Georgia, rispettando ad un tempo la _santa
guerra_ di Baiazetto, non poteva essere propenso a compiangere, o a
proteggere gl'_idolatri_ europei. Non ascoltando il Tartaro che le voci
della propria ambizione, la liberazione di Costantinopoli fu sol
conseguenza indiretta delle sue imprese. Allorchè Manuele rassegnò il
governo, chiedea, senza sperarlo, al Cielo, fosse differita sin dopo il
termine de' suoi miseri giorni la rovina della Chiesa e dell'Impero.
Mentre di ritorno dall'Occidente, ei s'aspettava ogni dì la notizia di
tale catastrofe, udì con sorpresa eguale alla gioia la partenza, la
sconfitta e la cattività dell'Imperatore ottomano. Partitosi tosto da
Modone nella Morea[470], rivide Costantinopoli, ove risalì il suo trono,
assegnando al Principe di Selimbria un temperato esilio nell'isola di
Lesbo. Vennero ammessi alla sua presenza gli ambasciatori del figlio di
Baiazetto che assunsero modesto tuono, quale al fiaccato loro orgoglio
addiceasi; oltrechè li tenea in giusto riguardo il timore che i Greci
agevolassero ai Mongulli l'ingresso in Europa. Solimano salutò
l'Imperatore col nome di Padre, e sollecitando da lui l'investitura del
governo della Romania, promettea meritarsi un tale favore, con essergli
inviolabilmente collegato, e col restituirgli Tessalonica, e le piazze
più rilevanti situate sulle rive dello Strimone, della Propontide e del
mar Nero: ma questa alleanza con Solimano, espose Manuele al
risentimento e alla vendetta di Musa. Comparve alle porte di
Costantinopoli un nuovo esercito di Turchi, che però vennero e per
terra, e per mare respinti; e certamente, a meno che truppe straniere
non difendessero la Capitale, i Greci dovettero maravigliare della
riportata vittoria. Cionnullameno anzichè tenere in bilancio le
discordie delle Potenze ottomane, Manuele credè secondar meglio o la sua
politica, o le inclinazioni dell'animo suo, col mettersi dalla banda di
quello tra i figli di Baiazetto che era il più formidabile. Conchiuse
quindi un Trattato con Maometto, i cui progressi erano impacciati
dall'antemurale insuperabile di Gallipoli. Navi greche trasportarono il
Sultano e le sue truppe di qua dal Bosforo; ricevuto amichevolmente in
Andrinopoli, la vittoria da lui riportata contro il rivale Musa, gli fu
primo gradino a conquistare la Romania. Dopo la morte di Musa, la rovina
di Costantinopoli venne ancor differita per la prudenza e la moderazione
del vincitore. Fedele Maometto ai proprj obblighi e a quelli contratti
da Solimano, rispettò la pace e le leggi della gratitudine; e all'atto
della sua morte confidò la tutela di due de' suoi figli all'Imperatore
greco, mosso da vana speranza di assicurare ad essi un protettore contro
la crudeltà del lor fratello Amurat; ma l'esecuzione di un simile
testamento avrebbe offeso l'onore e la religione de' Maomettani. Il
Divano sentenziò unanimemente non potersi abbandonare la cura e
l'educazione de' reali giovanetti ad un _cane_ di Cristiano. Udito il
rifiuto, Manuele adunò i suoi Consigli; divisi furono i pareri; ma la
prudenza del vecchio Manuele dovette cedere alla presunzione di Giovanni
figlio del medesimo, e adoperando un'arme pericolosissima alla vendetta,
restituì la libertà al vero o falso Mustafà, ch'ei tenea da lungo tempo
o ostaggio, o prigioniero, e per cui la Porta Ottomana gli pagava ogni
anno trecentomila _aspri_[471]. Per uscir di schiavitù, Mustafà
acconsentì a qualunque patto, e la restituzione delle Fortezze di
Gallipoli, vale a dire delle chiavi d'Europa, fu il prezzo posto alla
sua liberazione. Ma appena sedutosi sul trono della Romania, rimandò con
disdegnoso sorriso gli Ambasciatori greci, piamente chiarendo loro, che
preferiva la necessità di render conto d'un giuramento falso nel dì del
giudizio, all'indegno atto di consegnare una città musulmana fra le mani
degl'Infedeli. Così Manuele divenne il nemico d'entrambi gli emuli,
all'un de' quali avea fatto ingiuria, dall'altro l'avea ricevuta.
Vincitore Amurat, imprese nella seguente primavera l'assedio di
Costantinopoli[472].

[A. D. 1422]

Il religioso disegno di sottomettere la città de' Cesari trasse
dall'Asia una folla di volontarj che alla corona del martirio
aspiravano, e il cui militare ardore non era meno infiammato dalla
speranza di possedere ricca preda e belle schiave; oltrechè l'Imperatore
ottomano vedea consagrati i suoi ambiziosi disegni dalle predizioni e
dalla presenza di Seid-Besciar discendente del Profeta[473], che giunse
al campo cavalcando una mula, e seguìto da una rispettabile comitiva di
cinquecento discepoli; ma dovette arrossire, se d'arrossire è capace un
fanatico, della mentita che l'esito diede alle sue profezie. La saldezza
delle mura di Costantinopoli resistette ad un esercito di dugentomila
Turchi; ed ogni assalto veniva rispinto da felici sortite de' Greci e
de' mercenarj stranieri; alle nuove arti di guerreggiare le antiche di
difendersi vennero opposte; e l'entusiasmo del Dervis[474], innalzato
miracolosamente al Cielo per conversare con Maometto, fu
contrabbilanciato dalla credulità de' Cristiani, che videro la Vergine
Maria vestita di color paonazzo trascorrendo i baloardi e incoraggiando
i suoi fedeli alla pugna[475]. Dopo due mesi d'assedio, una ribellione
eccitata dai Greci, costrinse il Sultano a ritornare affrettatamente a
Bursa, ove estinse la sommossa, versando il sangue di suo fratello che
ne era colpevole. Intanto che Amurat conduceva i suoi giannizzeri a
nuove conquiste (A. D. 1425-1448) nell'Europa e nell'Asia, Bisanzo godè
per trent'anni il riposo precario della servitù. Dopo la morte di
Manuele, Giovanni Paleologo ottenne la permissione di regnare, mediante
un tributo di trecentomila _aspri_, e la cessione di quasi tutto il
territorio che oltrepassava i sobborghi di Costantinopoli.

Chiunque considera che i principali avvenimenti della vita dipendono
spesse volte dal carattere di un sol personaggio, vedesi costretto ad
attribuire alle qualità personali de' Sultani il primo merito della
fondazione e della restaurazione dell'Impero ottomano. Possono
osservarsi fra essi diversi gradi di saggezza e virtù; ma
dall'innalzamento di Otmano fino alla morte di Solimano, vale a dire in
un periodo di nove regni e di dugento sessantacinque anni, il trono,
fatta una sola eccezione, fu occupato da una sequela di Principi prodi e
operosi, rispettati dai sudditi e temuti dagl'inimici. Invece di
trascorrere la giovinezza in mezzo alla fastosa indolenza di un
Serraglio, gli eredi dell'Impero, ne' campi e ne' consigli educavansi.
Per tempo i lor padri fidavano ad essi il comando degli eserciti e delle
province; nobile istituzione che, comunque stata origine d'infinite
guerre civili, la disciplina e il vigore dell'Impero francò. Certamente
gli Ottomani non possono, come gli antichi Califfi dell'Arabia,
intitolarsi i discendenti, o i successori dell'Appostolo di Dio; e il
parentado che reclamavano coi Principi tartari della Casa di Gengis,
sembra fondato meno sulla verità che sull'adulazione[476]. Oscura è la
loro origine; ma ben presto acquistarono nella opinione de' sudditi quel
sacro e incontrastabile diritto, che il tempo non può cancellare, nè la
violenza distruggere. Accade che un Sultano debole o vizioso venga
rimosso o strozzato, ma il figlio di lui, sia pur fanciullo o imbecille,
succede all'Impero, nè il più audace fra i ribelli ha per anco osato
assidersi sul trono del suo Monarca[477]. Intanto che Visiri perfidi, o
Generali vittoriosi atterravano le vacillanti dinastie dell'Asia, un
possedimento di cinque secoli confermava la successione ottomana, e la
stabilità in essa della corona entra ora fra i principj fondamentali cui
l'esistenza della nazione turca va collegata.

Il vigore e la costituzione di questo popolo sono in gran parte dovuti
ad una assai straordinaria cagione. I primi sudditi di Otmano stavansi
in quelle quattrocento famiglie erranti di Turcomani che ne aveano
seguiti gli antenati dall'Osso al Sangario; onde le pianure della
Natolia vedonsi tuttavia coperte di loro compatriotti, che sotto tende,
o bianche, o nere, ne' campi dimorano; ma il primo numero di que' pochi
si mescolò ben presto colla popolazione de' popoli vinti, e assunto il
nome di Turchi, coi comuni vincoli di costumanze, di lingua e di
religione, e quelli e questi si collegarono. Perciò in tutte le città,
da Erzerum fino a Belgrado, con tal denominazione si appellano tutti
que' Musulmani che come primi e più spettabili fra i cittadini vengono
considerati: ma hanno abbandonato, almeno nella Romania, i villaggi e la
coltivazione dei terreni ai contadini cristiani. Che anzi nel vigor
primo dell'Impero ottomano, i medesimi Turchi erano esclusi dagli onori
militari e civili; e la disciplina della educazione avea creato da una
classe di schiavi un popolo fattizio, atto ad obbedire, a combattere e a
comandare[478]. Da Orcano fino al primo Amurat, i Sultani ebbero per
massima che un governo militare debbe a ciascuna generazione
rinnovellare i suoi soldati, nè far di mestieri il cercar questi fra gli
effeminati abitatori dell'Asia, poichè le sole bellicose nazioni europee
li potevano somministrare. Le province della Tracia, della Macedonia,
dell'Albania, e della Servia divennero vivai degli eserciti ottomani; e
allorchè le conquiste ebbero diminuito la quinta parte che apparteneva
al Sultano sul numero de' prigionieri, i Cristiani vennero sottomessi ad
una barbara tassa che si riscoteva ogni cinque anni, e li privava del
quinto de' loro figli. Giunti all'età di dodici, o quattordici anni i
giovinetti più vigorosi erano staccati dalle braccia paterne, ascritti
ai registri militari, e da quell'istante vestiti, nudriti, educati a
spese del Pubblico, cui doveano prestare servigio. Quelli di essi che
davano di sè migliori speranze, venivano con adeguata proporzione scelti
per le scuole reali di Bursa, di Pera e d'Andrinopoli, o affidati alla
custodia dei Pascià; gli altri confusi nelle famiglie dei contadini
della Natolia. I lor padroni aveano per prima cura l'ammaestrarli nel
turco idioma, e l'addestrarne i corpi a tutte le fatiche che giovavano a
renderli più robusti; alla lotta, al salto, alla corsa, al maneggio
dell'arco e al tiro dell'archibuso; nelle quali cose doveano essere
istrutti quando entravano nelle compagnie e nelle camerate de'
giannizzeri, per fare ivi severo noviziato della vita monastica, o
militare dell'Ordine. I più distinti per ingegno, per forme o per
nascita passavano nella classe degli _Agiamoglani_, o venivano promossi
al grado maggiore d'_Iconoglani_; i primi prestavano servigio nel
palagio, i secondi immediatamente alla persona del Sovrano. Sotto la
sferza degli eunuchi bianchi, si avvezzavano in quattro successive
scuole a cavalcare e a lanciare il giavellotto. Quelli che si mostravano
d'indole più propensa agli studj, doveano applicare la mente loro al
Corano e alla lingua araba e persiana. A proporzione di merito e di età
otteneano impieghi militari, civili, o ecclesiastici. Quanto più lunga
la loro educazione, tanto era maggiore la speranza di un grado distinto.
In età matura, vedeansi ammessi nel numero dei quaranta _Agà_ che
accompagnavano l'Imperatore; da quel grado promossi, secondo la scelta
dell'Imperatore, al governo delle province e ai primi onori dello
Stato[479]. Cotale instituzione ammirabilmente addiceasi alla forma e ai
principj di una dispotica Monarchia. I Ministri e i Generali, schiavi a
tutto rigor di termine del Monarca, riconosceano dalla bontà di lui la
loro esistenza e istruzione. Giunti all'istante di abbandonare il
Serraglio e di lasciarsi crescere la barba, come simbolo di
affrancamento, si trovavano insigniti di una carica rilevante, scevri
d'amor di parte e di vincoli d'amicizia, privi di parenti e d'eredi;
soggetti in tutto e per tutto alla mano che gli avea tolti dalla
polvere, e che potea, giusta il detto di un turco proverbio, infrangere
queste statue di vetro a suo grado[480]. Durante il corso di una
educazione lenta e penosa, non era difficile alla sagacità lo scorgere
la loro indole; perchè vedeasi in ciascun d'essi l'uomo isolato, privo
d'ogni proprietà, e ridotto al solo suo merito personale, e se il
Principe avea l'accortezza necessaria a scegliere rettamente, niun
riguardo gl'impacciava la libertà della scelta. Le privazioni
preparavano i candidati all'amore della fatica, la consuetudine
dell'obbedire al comando. D'onde addivenne che gli eserciti erano tutti
animali da un medesimo spirito, e gli stessi Cristiani che fecero la
guerra ai Turchi, non poterono defraudar di lodi la sobrietà, la
pazienza, la silenziosa modestia de' giannizzeri[481]. La vittoria non
doveva sembrare dubbiosa, ponendo in confronto la disciplina e
l'educazione de' Turchi coll'indocilità de' cavalieri, coll'orgoglio
inspirato lor dalla nascita, coll'ignoranza delle reclute, coll'indole
sediziose de' veterani, colla intemperanza e co' disordini che hanno
regnato per sì lungo tempo negli eserciti dell'Europa.

L'impero greco e i vicini non avrebbero potuto difendersi se non se col
soccorso di qualche nuova arme, di qualche trovato nell'arte della
guerra che desse loro una preminenza decisiva sui Turchi; e di
quest'arme divennero possessori per una scoperta fattasi nel momento che
dovea risolvere sul loro destino. I Chimici dell'Europa, o della Cina,
fosse caso, o effetto d'indagini, si erano avveduti che una mescolanza
di nitro, di zolfo e di carbone, coll'apprestarle una sola scintilla di
fuoco, producea un formidabile scoppio. Nè tardarono indi ad accorgersi
che questa forza espansiva compressa entro un tubo di salda materia,
potea lanciare una palla di terra, o di ferro con violenza e rapidità
impareggiabili. La vera epoca in cui venne adattata la polvere all'uso
dell'armi[482], si è perduta in mezzo ad incerte tradizioni e ad
equivoche dilucidazioni, ma sembra bastantemente provato che l'uso della
medesima si conoscea verso la metà del secolo XIV, e che prima del finir
del medesimo, l'artiglieria veniva continuamente adoperata nelle
battaglie e negli assedj, per terra e per mare, dai popoli
dell'Alemagna, dell'Italia, della Spagna, della Francia e
dell'Inghilterra[483]. È cosa affatto indifferente qual di queste
nazioni se ne giovasse la prima, perchè tutte ben presto possedettero
tale vantaggio in comune, ed essendo stato ridotto ad una perfezione
eguale pei diversi popoli, la bilancia del potere e della scienza
militare rimase nello stato in cui era prima. Tale scoperta non poteva a
lungo essere la privilegiata proprietà dei Cristiani; la perfidia degli
apostati, e l'imprudente politica della rivalità, la portarono ben tosto
fra i Turchi, i cui Sovrani ebbero bastante ingegno per adottarla, e
bastanti ricchezze per prendere al loro servigio ingegneri cristiani.
Grande taccia si meritarono i Genovesi, che, trasportando Amurat in
Europa, gl'insegnarono questo segreto, ed avvi molta probabilità che
essi fondassero e regolassero i cannoni di cui si valsero per assediare
Costantinopoli[484]. Benchè mal tornasse ai Turchi tal prima impresa,
nel progresso delle guerre di questo secolo, ebbero necessariamente il
vantaggio, perchè furono sempre essi gli assalitori. Non appena il primo
ardore dell'assalto e della difesa si rallentavano, le fulminanti
batterie venivano appuntate contro torri e mura, non fabbricate che per
resistere alle men possenti macchine da guerra, cui gli Antichi aveano
inventate. I Veneziani insegnarono, nè può farsene ad essi un
rimprovero, l'uso della polvere ai Sultani dell'Egitto, loro collegati
contro la Potenza ottomana. Divenuto indi comune agli estremi abitatori
dell'Asia questo formidabil soccorso, il vantaggio degli Europei si
trovò ben tosto limitato a facili vittorie riportate sui Selvaggi del
Nuovo Mondo. Paragonando i rapidi progressi di questa infausta scoperta
co' lenti e penosi delle scienze, della ragione e dell'arti della pace,
un filosofo non potrà starsi dal ridere, o dal piangere sulle follie del
Genere umano.

NOTE:

[390] Questi Giornali vennero comunicati a Serefeddino, o
Scerefeddin-Alì, che compose in lingua persiana la Storia di Timur-Bek,
tradotta in francese dal sig. Petis de la Croix, Parigi 1722, in quattro
volumi in 12; autore che ho preso per mia guida, seguendolo fedelmente.
Si mostra esattissimo nella geografia e nella cronologia, e merita
confidenza ne' raccontati fatti, benchè talvolta con un linguaggio da
schiavo encomj la fortuna e le virtù del suo eroe. Può scorgersi dalle
Instituzioni di Timur, quanto questo Principe fosse sollecito di
procurarsi cognizioni e nel proprio paese, e dagli stranieri (_Instit.
de Timur_, p. 215-217, 349, 351).

[391] Questi Comentarj non sono ancor conosciuti in Europa, ma il signor
White ne fa sperare la traduzione per cura del suo amico, Maggiore Davy,
che ha letto in Asia questo _racconto fedele e minuto_ delle cose
attenenti ad un'epoca rilevante e feconda d'avvenimenti.

[392] Non so se l'originale di queste _Instituzioni_, scritte in lingua
turca o mongulla, rimanga tuttavia. Il Maggiore Davy, col soccorso del
signor White professore di lingua araba, ha pubblicata in Oxfort nel
1783 in 4, la traduzione persiana, unendovi una traduzione inglese, e un
prezioso indice. Quest'opera è stata da poco in qua tradotta in francese
(Parigi 1787) dal signor Langlès, versatissimo nelle antichità
dell'Oriente, che vi ha aggiunta una vita di Timur e varie note di molto
pregio.

[393] Shaw Allum, il presente Mogol, legge, apprezza, ma non può imitare
le Instituzioni del suo illustre antenato: il traduttore inglese crede
giustificata l'autenticità delle medesime dalle prove inserite
nell'opera; ma per chi formasse alcuni sospetti di frode o finzione, la
lettera del Maggiore Davy non sarebbe atta a distruggerli. Gli Orientali
non hanno mai coltivata l'arte della critica. La protezione di un
Principe non è men lucrosa di quella di un libraio, nè può riguardarsi
come cosa incredibile che un Persiano fosse stato il vero autore
dell'Opera, e avesse rinunziato all'onore di comparir tale per aumentare
il prezzo e il valore della medesima.

[394] Trovasi l'originale delle favole raccontate intorno a Timur nella
seguente opera assai apprezzata per pomposa eleganza di stile: _Ahmedis
Arabsiadae_ (Ahmed-Ebn-Arabshà) _vitae et rerum gestarum Timuri, arabice
et latine. Edidit Samuel Henricus Manger. Franequerae, 1768, 2 t. in 4_.
In questo autore nativo della Sorìa si ravvisa un nemico sempre
malevolo, e spesse volte ignorante: i titoli stessi de' suoi capitoli
portano l'impronta dell'astio; tai sono i seguenti. _In qual modo il
malvagio; in qual modo l'empio; in qual modo la vipera ec._ Il copioso
articolo _Timur_, inserito nella _Biblioteca Orientale_, offre un
miscuglio di opinioni, perchè il d'Herbelot ha tolti indifferentemente i
suoi materiali (p. 887-888) da Kondemir, da Eb-Sciunà, e da Lebtarik.

[395] _Demir_ o _Timur_, significa in lingua turca ferro; e _Beg_ è la
denominazione di un gran signore, o di un principe. Il cambiamento di
una lettera o di un accento produce il vocabolo _leng_ o _zoppo_, e gli
Europei, per corruzione, hanno confuso i due vocaboli nell'unico
Tamerlano.

[396] Dopo avere raccontate alcune ridicole favole, Arabshà è costretto
a riconoscere Timur-Lenc, siccome un discendente di Gengis _per
mulieres_, aggiugnendo con mal umore _laqueos Satanae_ (part. I, c. 1,
p. 25). La testimonianza di Abulgazi-kan (part. 2, c. 5; part. 5, c. 4)
è chiara, irrefragabile e decisiva.

[397] Giusta una genealogia, il quarto antenato in linea ascendente di
Gengis e il nono di Timur erano due fratelli; i quali convennero che la
posterità del primogenito succederebbe alla dignità di Kan, e che i
discendenti del più giovine sosterrebbero le cariche di ministri e di
generali; tradizione che servì almeno a giustificare le prime imprese
dell'ambizioso Timur (_Instituzioni_, p. 24-25, compilate dai fragmenti
manoscritti della _Storia di Timur_).

[398] _V._ la _Prefazione_ di Serefeddino e la _Geografia_ di Abulfeda
(_Chorasmiae_ ec., _Descriptio_, pag. 60, 61) nel secondo volume di
Hudson.

[399] _V._ al proposito della nascita di Timur e dell'avviso che intorno
ad essi portarono gli Astrologi, il Dottor Hyde (_Synt. Dissert._, t.
II, pag. 466). Nacque l'anno di Grazia 1336, 9 aprile, 11°, 57', P. M.
lat. 36. Non so se abbiano avverata al giusto la grande congiunzion de'
pianeti, da cui Timur, come altri conquistatori, hanno tratto il
soprannome di Shach-Keran, o _Padrone delle Congiunzioni_ (_Bibl.
orient._ pag. 878).

[400] Le _Instituzioni_ di Timur danno assai impropriamente ai sudditi
del Kan di Kasgar il nome di Uzbeg, o Uzbek; nome che perteneva ad
un'altra popolazione di Tartari dimorante in una diversa contrada
(Abulgazi, part. V, cap. 5, part. VII, c. 5). Se fossi ben sicuro che
questo equivoco di nome si trovasse anche nell'originale turco, non
esiterei da inferirne che le _Instituzioni_ furono composte un secolo
dopo la morte di Timur, e successivamente alla migrazione degli Uzbek
nella Transossiana.

[401] Il primo libro di Serefeddino è consacrato alla vita privata del
suo eroe; e lo stesso Timur, ovvero il suo segretario, si diffonde con
compiacenza (_Instit._, p. 3-77) sulle tredici spedizioni che fanno
maggiore onore al merito personale di questo Principe, merito personale
che traluce anche in mezzo ai racconti di Arabshà (part. 1, c. 1-12).

[402] Il secondo e il terzo Libro di Serefeddino narrano le conquiste
della Persia, della Tartaria, e dell'India; parimente Arabshà (c.
13-35). V. anche il prezioso _Indice_ delle _Instituzioni_.

[403] Abulgazi-kan commemora la venerazione che hanno i Tartari pel
misterioso numero 9, e divide per questa sola ragione in nove parti la
sua Storia Genealogica.

[404] Arabshà (parte I, c. 28, pag. 183) racconta che il _codardo_ Timur
fuggì nella sua tenda; che per non essere inseguito da Mansur si
travestì da donna. Chi sa che per un vizio contrario, Serefeddino non
abbia esagerato il valor del suo eroe. (_V._ l. III, c. 25).

[405] L'Istoria di Ormuz somiglia assai a quella di Tiro. La vecchia
città situata sul Continente, fu distrutta dai Tartari e venne
fabbricata la nuova in un'isola sterile e priva di acqua dolce. I Re di
Ormuz arricchiti dal commercio dell'India e dalla pesca delle perle,
possedevano vasto territorio in Persia e in Arabia; tributarj indi de'
Sultani di Kerman, e oppressi sotto la tirannide de' lor Visiri, ne
furono nell'anno 1505 liberati, per cadere sotto nuova tirannide, dai
Portoghesi. V. Marco Polo (l. I, c. 15-16, fol. 7, 8), Abulfeda
(_Geogr., Tab._ XI, p. 261, 262), una Cronaca originale di Ormuz nella
_Storia della Persia_ di Stephen (p. 376-416) ovvero in Texeira; e
gl'_Itinerarj_ inseriti nel primo volume di Ramusio, o Lodovico Bartema
(1503, fol. 167), di Andrea Corsali (1517, fol. 202, 203) e di Odoardo
Barbessa (1516, fol. 315-318).

[406] Arabshà avea viaggiato nel Kipsak e acquistate grandi conoscenze
della geografia e delle vicissitudini di quel paese settentrionale
(parte I, c. 45-49).

[407] _Instit. di Timur_, pag. 123-125. Il White, l'editore, si lagna
del racconto sterile e superficiale di Serefeddino (l. III, c. 12, 13,
14), che ignorava i disegni di Timur e i veri motivi che lo guidavano
nelle sue azioni.

[408] È cosa più facile il persuadersi delle pellicce di Russia, che
delle verghe d'oro e d'argento; ma inoltre, Antiochia non è mai stata
famosa per le sue tele, e in quel tempo era già rovinata. Penso
piuttosto che queste tele di manifattura europea, vi fossero state
portate per la strada di Novogorod, e forse da alcuni mercanti delle
città anseatiche.

[409] Il signor Levesque (_Hist. de Russie_, l. II, pag. 247; _Vie de
Timur_, p. 64-67, pubblicata prima della traduzione francese delle
_Instituzioni_) ha corretti gli errori di Serefeddino e contrassegnati i
veri limiti delle conquiste di Timur, o Tamerlano. Sono superflui i suoi
argomenti; e gli Annali di Russia bastano per provare che Mosca stata
presa sei anni prima di quest'epoca da Toctamis, si sottrasse all'armi
d'un più formidabile conquistatore.

[410] Il viaggio di Barbaro a Tana seguito nel 1436, dopo che la città
era stata rifabbricata, cita un Console egiziano del Gran Cairo
(_Ramusio_, t. II, folio 92).

[411] Trovasi la relazione del saccheggio di Azoph in Serefeddino (l.
III, c. 55), e più minutamente ancor lo descrive l'autore di una Cronaca
italiana (Andrea de Redusiis de Quero, _in Chron. Tarvisiano_, in
Muratori, _Script. rer. italic._, t. XIV, pag. 802-805). Egli avea
conversato co' Miani, due fratelli veneziani, uno de' quali era stato
delegato al campo di Timur, e l'altro avea perduti ad Azoph i suoi tre
figli e dodicimila ducati.

[412] Serefeddino dice semplicemente (l. III, cap. 13) che poteva appena
discernersi un intervallo fra la sera e il mattino. Può facilmente
risolversi questo problema, nella latitudine di Mosca posta al 56.°, col
soccorso di un'aurora boreale e di un lungo crepuscolo: ma una giornata
solare di quaranta giorni (Kondemiro, _presso_ d'Herbelot, p. 880) ci
restringerebbe a tutto rigore nel Cerchio polare.

[413] Circa la guerra dell'India, _V._ le (_Instit._ p. 129-139), il
quarto libro di Serefeddino, e la Storia di Ferista in Dow, (vol. II,
pag. 1-20) che offre idee generali sugli affari dell'Indostan.

[414] L'impareggiabile Carta dell'Indostan delineata dal Maggior Rennel,
ha per la prima volta stabilito, con verità ed esattezza, la situazione
e il corso del _Pungiab_, ossia de' cinque rami orientali dell'Indo; e
la Memoria Critica dello stesso geografo spiega con discernimento e
chiarezza la spedizione di Alessandro, e l'altra di Timur.

[415] I due grandi fiumi, il Gange e il Burampooter, traggono la loro
sorgente nel Tibet dai fianchi opposti della catena delle stesse
montagne, alla distanza di milledugento miglia l'uno dall'altro, e dopo
un corso tortuoso di duemila miglia si congiungono presso al golfo del
Bengala. Tale però si è il capriccio della fama, che il Burampooter sol
di recente è stato scoperto, e il Gange, da un gran numero di secoli è
famoso nella Storia antica e moderna. Cupela, ove Timur riportò l'ultima
sua vittoria, debb'essere situata presso Loldong lontano mille cento
miglia da Calcuta. Gl'Inglesi vi accamparono nel 1774 (_Memoria di
Rennel_, pag. 7-59-90, 91-99).

[416] _V._ le _Instituzioni_ (p. 141) sino alla fine del primo libro, e
Serefeddino (l. V, c. 1-16) fino all'arrivo di Timur nella Sorìa.

[417] Noi abbiamo tre diverse copie di queste lettere minacciose, nelle
_Instituzioni_ (p. 147), in Serefeddino (l. V, c. 14) e in Arabzà (t.
II, c. 19, p. 183-201), le quali s'accordano più nella sostanza che
nello stile. Vi è apparenza che sieno state tradotte, con più o meno
libertà, dal turco in lingua araba e in lingua persiana.

[418] L'Emiro Mongul dà a sè medesimo e a' suoi compatriotti il nome di
Turchi, e avvilisce Baiazetto e la sua nazione valendosi del nome meno
onorevole di _Turcomani_. Però io non comprendo in qual maniera gli
Ottomani potessero trarre origine da un piloto turcomano. Questi pastori
si trovavano, avuta considerazione al loro soggiorno, ben lungi dal mare
e da ogni affare marittimo.

[419] Giusta il Corano (c. 2, pag. 27, e i _Discorsi_ di Sale, p. 134)
un Musulmano che avesse ripudiato tre volte la moglie, cioè ripetuta per
tre volte la formola del divorzio, non poteva ripigliarla se prima un
altro non la sposava e ripudiava nuovamente. Una tal cerimonia è assai
umiliante di per sè stessa, senza il bisogno di aggiugnere che il primo
marito dovea per obbligo star presente allorchè il secondo godea della
moglie ripudiata dall'altro (_Stato dell'Impero Ottomano_, Richauld, l.
II, c. 21).

[420] Arabshà attribuisce particolarmente ai Turchi il dilicato
riguardo, comune a tutti gli Orientali, di non parlare mai in pubblico
delle lor donne; ed è quasi da maravigliarsi che Calcocondila abbia
avuta qualche conoscenza e sul pregiudizio de' Turchi, e sulla natura
dell'insulto.

[421] Circa allo stile de' Mongulli, _V._ le _Instituzioni_ (p.
131-147), quanto ai Persiani, si consulti la _Biblioteca orientale_ (p.
882); non trovo per altro nè che gli Ottomani abbiano assunto il titolo
di Cesari, nè che gli Arabi lo abbiano mai dato ai medesimi.

[422] _V._ i regni di Barkok e di Faragio nel De Guignes (t. IV, l. 22),
che ha tolto dai testi di Abul-Mahasen, di Ebn-Sciunà e di Aintabi,
alcuni fatti da noi aggiunti ai nostri materiali.

[423] Intorno a questi fatti recenti ed interni, possiamo fidarci ad
Arabshà, benchè in altre occasioni si mostri molto parziale (t. I, cap.
64-68; t. II, c. 1-14). Timur dovea certamente comparire odioso ad un
uomo nato in Sorìa; ma la notorietà de' fatti era tale, che avrebbe
obbligato questo scrittore a rispettare se non il suo nemico, la verità.
Le invettive ch'ei move contro Timur servono a temperare la ributtante
adulazione di Serefeddino.

[424] Sembra che Arabshà abbia copiate queste curiose conversazioni (t.
I, c. 68, p. 625-645) dal Cadì o storico Ebn-Sunà, uno de' principali
attori; ma come potea questi viver settantacinque anni dopo le narrate
cose? (d'Herbelot p. 772)

[425] Serefeddino (l. V, c. 29-43) e Arabshà (t. II, c. 15-18) narrano
le spedizioni e le conquiste di Timur nell'intervallo tra la guerra di
Sorìa e l'ottomana.

[426] Questo numero di ottocentomila è tolto da Arabshà, o piuttosto da
Ebn-Sunà (_ex rationario Timuri_) che fonda i suoi racconti sulla
testimonianza di un ufiziale carizmio (t. I, cap. 68, p. 617); ed è cosa
meritevole di osservazione che Franza, Storico greco, non aggiugne a
questo computo più di ventimila uomini. Il Poggio ne conta un milione;
un altro contemporaneo latino (_Chron. Tarvisianum_, _V._ Muratori, t.
IX, p. 800) ne conta un milione centomila; e un soldato alemanno che
trovavasi alla battaglia di Angora, attesta il prodigioso numero di un
milione seicentomila (Leunclavius, _ad_ Calcocond., l. III, p. 82).
Timur, nelle sue _Instituzioni_, non si è degnato calcolare nè le sue
truppe, nè i suoi sudditi, nè le sue rendite.

[427] Il Gran Mogol per vanità, e a profitto de' suoi ufiziali, lasciava
immensi vôti negli specchi de' suoi eserciti. Il Sere di Bernier,
Penge-Hazari, era comandante di cinquemila cavalli che si riducevano a
cinquecento (_Voyages_, tom. I, p. 288, 289).

[428] Lo stesso Timur fa ascendere a quattrocentomila uomini il numero
degli Ottomani (_Istit._, p. 153 ). Franza lo riduce a cencinquantamila
(lib. I, c. 29), il Soldato alemanno lo vuole di un milione e
quattrocentomila. Sembra evidente che l'esercito de' Mongulli fosse più
numeroso.

[429] Non è inutile il calcolare la distanza fra Angora e le città
vicine colle giornate di carovana, ciascuna delle quali è di venticinque
miglia. Da Angora a Smirne venti, a Kiotaia dieci, a Bursa dieci, a
Cesarea otto, a Sinope dieci, a Nicomedia nove, a Costantinopoli dodici
o tredici (_V._ i _Viaggi di Tournefort al Levante_, t. II, let. XXI).

[430] _V._ I Sistemi di Tattica nelle _Instituzioni_; gli editori
inglesi (p. 373-407) vi hanno aggiunte accuratissime Tavole per
agevolarne l'intelligenza.

[431] «Il Sultano medesimo, dice Timur, dee mettere coraggiosamente il
suo piede nella _staffa della pazienza_»: Metafora tartara che è stata
omessa nella traduzione inglese e conservata dal traduttor francese
delle _Instituzioni_ (p. 156, 157).

[432] Serefeddino afferma che Timur si valse del fuoco greco (l. V, cap.
47); ma l'universale silenzio de' contemporanei combatte lo stravagante
sospetto venuto al Voltaire, il quale suppone che Timur mandasse a Dely
diversi cannoni su di cui si trovassero scolpiti ignoti caratteri.

[433] Timur ha dissimulata questa sì rilevante negoziazione co' Tartari;
ma la confermano evidentemente le testimonianze degli Annali arabi (t.
I, c. 47, p. 391), degli Annali turchi (Leunclav. p. 321) e degli
Storici persiani (Kondemir, presso il d'Herbelot, p. 882).

[434] Nella guerra di Rum, o della Natolia, ho aggiunti alcuni fatti,
tolti dalle _Instituzioni_, al racconto di Serefeddino (l. V, c. 44-65)
e di Arabshà (tom. XI, c. 20-35). Sol in quanto si riferisce a questa
parte della storia di Timur, si possono citare gli Storici turchi
(Cantemiro, p. 53-55, _Annali_ di Leunclavio, pag. 320-322) e i Greci
(Franza, l. I, c. 29; Duca, c. 15-17; Calcocondila, l. III).

[435] Il Voltaire che nella sua opera _Essai sur l'Histoire générale_
(c. 88) ricusa questa favola popolare, dà una prova del suo scetticismo
ordinario, per cui soprattutto è poco proclive a credere quanto è
eccesso così nei vizj come nelle virtù; incredulità spesse volte fondata
sulla ragione.

[436] _V._ La Storia di Serefeddino (l. V, c. 49-52, 53-59, 60), Opera
terminata a Siraz nell'anno 1424, e dedicata a Ibraim, figlio di Sarok,
figlio di Timur, che, vivendo tuttavia il padre, regnava sul Farsistan.

[437] Dopo aver letto Kondemir, Ebn-Sunà ec., il dotto d'Herbelot
(_Bibl. orient._, p. 882) può ben affermare a suo grado non trovarsi
questa favola in nessuna autentica Storia; ma col negare che Arabshà
l'abbia in modo aperto adottata, rendè assai dubbiosa la sua critica
precisione.

[438] «_Et fui lui-même_ (Baiazetto) _pris et mené en prison, en
laquelle mourut de_ dure mort» (_Mém._ de Boucicault, parte I, c. 37).
Queste Memorie vennero composte in tempo che il Maresciallo era tuttavia
governatore di Genova, d'onde venne scacciato nel 1409 in conseguenza di
una sedizione o sommossa del popolo (Muratori, _Ann. d'Ital._, t. XII,
p. 473, 474).

[439] Il leggitore troverà un soddisfacente racconto della vita e delle
opere del Poggi nella _Poggiana_, Opera aggradevole del signor Lenfant,
e nella _Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis_ di Fabrizio (t.
V, pag. 305-308). Il Poggi nato nel 1380, morì nel 1459.

[440] Il dialogo _De varietate fortunae_, del quale nel 1723 è stata
pubblicata a Parigi una compiuta ed elegante edizione in 4., fu composta
poco prima della morte di Papa Martino V (p. 5), e quindi verso l'anno
1430.

[441] Vedi elogio luminoso ed eloquente di Timur! (p. 36-39) _Ipse enim
novi_, dice il Poggi, _qui fuere in ejus castris.... Regem vivum cepit,
caveaque in modum ferae inclusum per omnem Asiam circumtulit egregium
admirandumque spectaculum fortunae_.

[442] _Chronicon Tarvisianum_ (in Muratori, _Script. rerum ital._, t.
XIX, pag. 800) e gli _Annales Estenses_ (t. XVIII, p. 974). I due
autori, Andrea De Redusii da Quero e Giacomo di Delaito, erano
contemporanei, ed entrambi Cancellieri, l'uno di Treviso e l'altro di
Ferrara. La testimonianza del primo è più asseverante.

[443] _V._ Arabshà, t. II, c. 28-34, che viaggiò _in regiones Rumaeas_,
A. H. 839; A. D. 1435, 27 Luglio (t. II, c. 2, pag. 13).

[444] Busbequius, _in legatione turcica_, _epist._ 1, p. 52. Questa
rispettabile autorità viene un poco indebolita dalle susseguenti nozze
di Amurat II con una Serviana, e di Maometto II, con una Principessa
dell'Asia (Cant., p. 83-93).

[445] _V._ Giorgio Franza (l. 1, c. 29) e la sua vita in Hank (_De
scriptor. byzant._ pag. 1, c. 40). Calcocondila e Duca parlano vagamente
delle catene di Baiazetto.

[446] _Annales_ Leunclav., pag. 321. Pococke, _Prolegom. ad_ Abulphar.
_Dynast._; Cantemir, p. 55.

[447] Un Sapore, Re di Persia, essendo stato fatto prigioniero
Massimiano o Galerio Cesare, lo rinchiuse entro una vacca artificiale,
coperta della pelle di uno di questi animali. Tale è almeno la favola
raccontata da Eutichio (_Annal._, tom. 1, p. 431, _vers._ Pococke). Il
racconto della vera Storia (_V._ il secondo volume della presente Opera)
ne insegnerà ad apprezzare l'erudizione orientale di tutt'i secoli che
precedettero l'Egira.

[448] Arabshà (t. II, c. 25) descrive come può farlo un viaggiatore
curioso e giudizioso ad un tempo, gli stretti di Gallipoli e di
Costantinopoli. Per procacciarmi una giusta idea di cotesti avvenimenti
ho confrontato i racconti de' pregiudizi dei Mongulli, de' Turchi, de'
Greci e degli Arabi. L'ambasciatore di Spagna parla dell'unione de'
Cristiani cogli Ottomani per la difesa comune (_Vita di Timur_, p. 96).

[449] Quando il titolo di Cesare passò nel Sultano di Rum, i Principi
greci di Costantinopoli (Serefeddino, l. V, cap. 54), vennero confusi
co' piccioli Sovrani cristiani di Gallipoli e di Tessalonica col titolo
di Tekkur, per corruzione da του κυριου, _signore_ (Cantemiro, p. 51).

[450] _V._ Serefeddino (l. V, c. 4) che descrive in un esatto Itinerario
la strada della Cina, sol vagamente, e con frasi di retore, indicata da
Arabshà (t. II, c. 33).

[451] _V. Synopsis Hist. Sinicae_, pag. 74-76. Nella quarta parte delle
relazioni del Thevenot, Du Halde (_Hist. de la Chine_, t. I, p. 507,
508, ediz. _in-fol._); e per la cronologia degl'Imperatori cinesi, il De
Guignes (_Hist. des Huns_, t. I, p. 71, 72).

[452] Circa al ritorno, al trionfo e alla morte di Timur, _V._
Serefeddino (l. VI, c. 1-30) e Arabshà (t. II, c. 35-47).

[453] Serefeddino (l. VI, c. 24) accenna gli Ambasciatori di uno de' più
possenti Sovrani dell'Europa, che noi sappiamo essere stato Enrico III,
Re di Castiglia. La relazione delle due ambascerie di questo Monarca,
non priva di vaghezza, trovasi in Mariana (_Hist. Hispan._, l. XIX, c.
11, p. 329, 330; _Osservazioni sulla Storia di Timur-Bek_, pag. 28-33).
Sembra ancora esservi stata qualche corrispondenza fra l'Imperatore
Mongul e la Corte di Carlo VII Re di Francia (_Hist. de France _ par
Velli e Villaret, t. XII, p. 336).

[454] _V._ la traduzione della relazione persiana di questa ambasceria
nella quarta parte delle relazioni del Thevenot. Gli Ambasciatori
portarono in dono all'Imperatore della Cina un vecchio cavallo che Timur
avea cavalcato. Partirono dalla Corte di Herat nel 1419, e vi
ritornarono da Pechino nel 1422.

[455] _V._ Arabshà (t. II, c. 96). I colori più splendenti o più miti
son tolti da Serefeddino, dal d'Herbelot e dalle _Instituzioni_.

[456] Da trentadue pezzi e sessantaquattro case, egli portò il suo nuovo
giuoco a cinquantasei pezzi e centodieci o centotrenta case; ma, eccetto
la Corte di Timur, l'antico giuoco degli scacchi parve già composto
abbastanza. L'Imperatore Mongul mostravasi piuttosto contento che
corrucciato quando perdea con un de' suoi sudditi, e un giuocatore di
scacchi può apprezzare tutto il valore di questo elogio.

[457] _È vero che uomo_ ortodosso _altro non vuol dire, che uomo di
retta opinione; ma, i Cristiani cattolici non applicano l'aggettivo
greco_ ortodosso, _che ad un Cristiano cattolico, per qualificarlo di
retta opinione, o credenza, e per distinguerlo da eretico, che vuol dire
il contrario; questi vocaboli ebbero, ed hanno il potere di determinare
l'opinione generale senza esame, e ciò è cosa comodissima._ (Nota di N.
N.)

[458] _V._ Serefeddino (l. V, c. 13-25). Arabshà (t. II, c. 96, p.
801-803) accusa d'empietà l'Imperatore e i Mongulli che preferiscono
l'Yacsa, o la legge di Gengis (_cui Deus maledicat_) allo stesso Corano;
nè vuol credere che l'autorità e l'uso di questo codice Pagano sieno
stati da Sarok aboliti.

[459] Oltre ai passi di questo sanguinoso racconto, il leggitore può
ricordarsi la nota 2, pag. 382 del sesto volume di questa Storia, ove ho
parlato di Timur, e vi troverà un calcolo di circa trecentomila teste
che servirono di monumento alla sua crudeltà. Fuorchè nella tragedia di
Rowe del 5 novembre, io non mi sarei mai aspettato udir gli encomj
dell'_amabile moderazione_ di Timur (_Prefaz._ di White, p. 7). Però si
può perdonare un impeto di generoso entusiasmo in chi legge, e molto più
in chi pubblica le _Instituzioni_.

[460] Vedansi gli ultimi Capitoli di Serefeddino, Arabshà e De Guignes
(_Hist. des Huns_, t. IV, l. XX; _Storia di Nadir-Sà_ di Fraser, p.
1-62). La Storia dei discendenti di Timur vi è superficialmente narrata,
e mancano la seconda e terza parte di Serefeddino.

[461] Sà-Allum, attuale Mogol, è il decimoquarto discendente di Timur,
venuto da Miran-Sà, terzo figlio di questo conquistatore. _V._ Dow nel
secondo volume della _Storia dell'Indostano_.

[462] Il racconto delle guerre civili dalla morte di Baiazetto fino a
quella di Mustafà, trovasi in Demetrio Cantemiro (p. 58-82) presso i
Turchi; presso i Greci, in Calcocondila (l. IV e V); in Franza (l. I, c.
30-32) e in Duca (c. 18-27). Quest'ultimo Storico si mostra meglio
istrutto e racconta maggiori particolarità.

[463] _V._ Arabshà (t. II, c. 26), la cui testimonianza in questo luogo
non ammette eccezione. Anche Serefeddino attesta l'esistenza di Isa, del
quale i Turchi non fanno parola.

[464] Arabshà, _loc. cit._; Abulfeda, _Geog. Tab._ XVII, p. 302,
Busbequius, _epist._ 1, pag. 96, 97, _in Itinere C. P. et Amasiano_.

[465] Duca, Greco contemporaneo, loda le virtù d'Ibraimo (c. 25). I suoi
discendenti sono i soli Nobili della Turchia, contenti di amministrare
le pie fondazioni dei loro antenati ed esenti da qualsivoglia pubblico
uffizio. Il Sultano va a visitarli due volte l'anno (Cantemiro, p. 77).

[466] _V._ Pachimero (l. V, 29), Niceforo Gregoras (l. II, c. 1),
Serefeddino (l. V, c. 57) e Duca (c. 25). L'ultimo di questi Scrittori,
osservatore esatto ed attento, merita fede soprattutto in quanto
all'Ionia e alle sue isole si riferisce. Fra le nazioni che abitavano la
novella Focide, nomina gli Inglesi (Ιγγληνοι, _Ingleni_). Citazione che
attesta l'antichità del commercio del Mediterraneo.

[467] Sul sistema di navigazione e sulla libertà dell'antica Focide, o
piuttosto de' Focei, si consultino il primo libro di Erodoto e l'Indice
geografico dell'ultimo e dotto traduttore francese di questo illustre
Greco, il sig. Larcher (t. VII, p. 299).

[468] Plinio (_Hist. natur._, XXXV, 52) non comprende la Focide fra i
paesi che producono l'allume. Egli nomina primieramente l'Egitto, indi
l'isola di Melos, le cui miniere di allume sono state descritte dal
Tournefort (t. I, let. IV), uomo del pari commendevole e come
viaggiatore, e come naturalista. Dopo avere perduta la Focide, i
Genovesi scopersero nel 1459 questo prezioso minerale nell'isola
d'Ischia (Ismaël Bouillaud, _ad Ducam_, c. 25).

[469] Fra tutti gli Scrittori che hanno vantata la favolosa generosità
di Timur, quegli che ha maggiormente abusato di una tale supposizione, è
senza dubbio l'ingegnoso Ser Guglielmo Temple, ammiratore per massima
d'ogni virtù posta fuori del suo paese. Dopo avere conquistata la
Russia, e passato il Danubio, a udir lui, l'Eroe tartaro libera, visita,
ammira e ricusa la Capitale di Costantino. Qual disgrazia che il
seducente pennello di questo Scrittore si scosti ad ogni linea dalla
storica verità! pur le sue ingegnose finzioni si possono ancora perdonar
meglio de' grossolani errori del Principe Cantemiro (_V._ le sue
_Opere_, vol. III, pag. 349, 350, edizione in 8.).

[470] Intorno i regni di Manuele e di Giovanni, di Maometto I e di
Amurat II, V. la _Storia ottomana_ di Cantemiro (p. 70-95), e i tre
scrittori greci Calcocondila, Franza e Duca, da preferirsi sempre
quest'ultimo ai suoi rivali.

[471] L'_aspro_ de' Turchi derivato dalla parola greca (ασπρος) è,
o era una piastra di metallo bianco, o d'argento, il cui prezzo
è assai invilito ai dì nostri; ma che allora valeva almeno la
cinquantaquattresima parte di un ducato, o zecchino di Venezia, e i
trecentomila _aspri_, si riguardino come pensione, o come tributo,
equivalgono in circa a duemila cinquecento lire sterline (Leunclavius,
_Pandect. turc._ p. 407, 408).

[472] Intorno all'assedio di Costantinopoli del 1422, _V._ la
_relazione_ distinta e contemporanea di Giovanni Canano, pubblicata da
Leone Allazio in fine della sua ediz. di Acropolita (p. 188, 189).

[473] Cantemiro (pag. 80). Canano che indica Seid-Besciar senza dirne il
nome, suppone che l'amico di Maometto si prendesse qualche libertà
erotica sullo stile del suo maestro, e che al Santo e ai suoi discepoli
fossero state promesse le più avvenenti monache di Costantinopoli.

[474] Il _traviamento del_ Dervis _è l'effetto o d'una immaginazione
riscaldata e ingannata dalla propria credulità, o un'impostura
artificiosa; ma la Madonna, che noi crediamo aver fatto molti miracoli,
poteva fare anche l'indicato, e non v'era bisogno di scherzi._ (Nota di
N. N.)

[475] Per farne credere questa miracolosa apparizione, Canano si riporta
alla testimonianza medesima del Santo dei Turchi; ma chi si farà
mallevadore a noi per questo Santo?

[476] _V._ Rychauld (l. I, c. 13). I Sultani turchi si danno il titolo
di Kan. Non pare per altro che Abulgazi riconosca gli Ottomani per suoi
cugini.

[477] Il terzo fra i Visiri, Kiuperli, ucciso alla battaglia di
Salankanen nel 1691 (Cantemiro, p. 382), osò dire che tutti i successori
di Solimano erano stati imbecilli, o tiranni, e venuto il tempo di
spegnerne la discendenza (Marsigli, _Stato militare_, pag. 28). Questo
eretico in politica era uno zelante repubblicano, che sostenea la causa
della Rivoluzione inglese contro l'Ambasciatore di Francia (Mignot,
_Hist. des Ottomans_, t. III, pag. 434); osava ancora mettere in
ridicolo il singolare privilegio che rende le cariche e le dignità
ereditarie nelle famiglie.

[478] Calcocondila (l. V) e Duca (cap. 23) ne offrono un grossolano
abbozzo della politica ottomana, dandone ad un tempo a conoscere la
metamorfosi de' fanciulli cristiani in soldati turchi.

[479] Questo saggio della disciplina e della educazione dei Turchi è
tolto principalmente dall'_Etat de l'Empire ottoman_ di Richaut, dallo
_Stato militare dell'Impero ottomano_ del Conte Marsigli, (ediz.
dall'Aia, 1732 _in folio_) e da una _Description du Sérail_, approvata
dallo stesso sig. Greaves, attento viaggiatore, e pubblicata nel secondo
volume della sua Opera.

[480] Osservando la Nota dei centoquindici Visiri stati fino al momento
dell'assedio di Vienna (Marsigli, pag. 13), la loro carica può
riguardarsi come un contratto per tre anni e mezzo.

[481] _V._ le giudiziose e dilettevoli lettere del Busbek.

[482] Il primo e secondo volume de' _Saggi chimici_ del Dottore Watson
contengono due preziosi discorsi intorno alla scoperta e alla
composizione della polvere.

[483] Intorno a ciò non possiamo gran che fidarci sull'autorità de'
moderni. È vero che il Ducange ha raccolti i passi originali (_Gloss.
lat._, t. I, pag. 675, _Bombarda_); ma in mezzo alla luce dubbiosa che
da questi primi Scrittori ne vien tramandata, osserviamo che le
denominazioni, i contrassegni dello strepito, del fuoco, e d'altri
effetti che sembrano indicare la nostra artiglieria, potrebbero ancora
convenire alle macchine degli Antichi e al fuoco greco. Quanto al
cannone, di cui gli Inglesi, dicesi, fecero uso alla battaglia di Crécy,
l'autorità di Giovanni Villani (_Cron._, l. XII, c. 65) parmi
contrabbilanciata dal silenzio del Froissard. Nondimeno il Muratori
(_Antiq. Italiae medii aevi_, t. II, _Dissert._ 26, p. 514, 515) ne
offre un passo decisivo del Petrarca (_De remediis utriusque Fortunae
dialog._), il quale nell'anno 1344 malediceva questa folgore
artifiziale, _nuper rara, nunc communis_.

[484] Il cannone de' Turchi che Duca fa comparire (c. 30) per la prima
volta dinanzi a Belgrado nel 1436, giusta Calcocondila (l. V, p. 123),
servì nel 1422 all'assedio di Costantinopoli.



CAPITOLO LXVI.

      _Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici.
      Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle
      Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina
      proposta nel Concilio di Basilea, ed eseguita a Ferrara e a
      Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo
      rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono.
      Curiosità ed emulazione de' Latini._


[A. D. 1339]

Durante i quattro ultimi secoli dell'Impero, i contrassegni or di
considerazione, or di nimistà che verso il Pontefice i greci Principi
manifestarono, potrebbero riguardarsi come il termometro delle loro
angustie, o della loro prosperità, dell'innalzamento, o della caduta
delle barbare dinastie. Allorchè i Turchi Selgiucidi, invadendo l'Asia,
minacciarono Costantinopoli, abbiamo veduto gli Ambasciatori d'Alessio
implorare al Concilio di Piacenza la protezione del Padre comune de'
Cristiani. Non appena i pellegrini francesi ebbero respinto ad Iconium
il Sultano di Nicea, gl'Imperatori di Bisanzo riassunsero, o dal
dissimularlo si stettero, il loro astio e connaturale disprezzo verso
gli scismatici dell'Occidente: imprudenza che la caduta del loro Impero
affrettò. Il tuono mansueto ed affettuoso di Vatace contrassegna l'epoca
dell'invasione de' Mongulli. Dopo la presa di Costantinopoli, e fazioni,
ed estranei nemici crollarono il trono del primo Paleologo. Finchè la
spada di Carlo gli stette sospesa sul capo, corteggiò abbiettamente il
Pontefice, sacrificando al pericolo del momento la sua fede, la virtù e
l'affetto de' sudditi. Dopo la morte di Michele, il Principe e il popolo
sostennero l'independenza della loro Chiesa e la purezza del greco
simbolo. Andronico il Vecchio nè temeva, nè amava i Latini: nell'ultime
sue sventure, l'orgoglio francheggiò le sue superstizioni, perchè non
potea decentemente ritrattare, sul finir di sua vita, le opinioni che
avea con fermezza negli anni della gioventù sostenute. Andronico il
Giovane, invilito e dallo stato in cui si trovava, e per indole propria,
al primo vedere la Bitinia invasa dai Turchi, sollecitò una Lega
spirituale e temporale co' Principi dell'Occidente. Dopo cinquant'anni
di separazione e silenzio, il frate Barlamo venne segretamente deputato
al Papa Benedetto XII con insidiose istruzioni, che scritte pareano
dall'abile mano del Gran Domestico[485]. «Santissimo Padre, il monaco
gli dicea, l'Imperatore non desidera meno di voi l'unione delle due
Chiese: ma in un'impresa sì delicata si vede costretto a rispettare la
propria dignità e i pregiudizj de' sudditi. Due temperamenti sonovi da
adoprarsi, la forza, o la persuasione. L'insufficienza del primo è già
dimostrata abbastanza dalla esperienza, perchè i Latini hanno soggiogato
l'Impero senza poter cambiare l'opinione degli abitanti. La persuasione,
più lenta, offre ad un tempo una via più salda e sicura. Trenta, o
quaranta de' nostri dottori deputati appo voi, si accorderebbero forse
con quelli del Vaticano nell'amore della verità e nell'unità del
Simbolo. Ma di ritorno alla patria, qual sarebbe il frutto, o il
guiderdone delle loro pratiche? Lo sprezzo de' confratelli, e i
rimproveri di una cieca ed ostinata nazione. Cionnullameno i Greci han
per costume di rispettare i Concilj generali, da cui determinati vennero
gli articoli di nostra Fede; e se i decreti di Lione ricusano[486], ne è
stata cagione il non volere nè ascoltare, nè ammettere i rappresentanti
della Chiesa orientale in quest'arbitraria adunata. A compiere una così
pia impresa, gioverà e farà anzi mestieri che un Legato intelligente,
trasferendosi in Grecia, colà raccolga i Patriarchi di Costantinopoli,
di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, e si concerti con essi
per convocare un Sinodo libero e universale. Ma in tale momento,
aggiugnea lo scaltrito messo de' Greci, l'Impero può tutto temere
dall'invasione de' Turchi, già impadronitisi di quattro principali città
della Natolia. Quegli abitanti manifestano ardentissimi voti per tornare
sotto l'obbedienza del loro Monarca e in seno alla religione dei lor
padri; però non bastando a renderli paghi in ciò le forze e le rendite
dell'Imperatore, sarebbe da desiderarsi che il Legato appostolico
venisse scortato e preceduto da un esercito di Franchi, a fine di
scacciar gl'Infedeli e riaprire la via del Santo Sepolcro». Prevedendo
il caso che i sospettosi Latini pretendessero anticipatamente qualche
mallevadore, o pegno della fedeltà de' Greci, Barlamo avea preparata una
ragionevole e convincente risposta. «1. L'unione delle due Chiese
potendo solamente avverarsi colla convocazione di un Sinodo generale, si
rende questa impossibile prima di aver liberato dal giogo de' Maomettani
i tre Patriarchi dell'Oriente e un gran numero d'altri Prelati. 2.
L'inasprimento degli animi de' Greci derivando da antiche ingiurie e da
una lunga tirannide, a cattivarli di nuovo fa d'uopo di qualche
fratellevole atto, di qualche efficace soccorso che invigorisca
l'autorità e gli argomenti dell'Imperatore e de' partigiani della unione
proposta. 3. Quand'anche rimanesse qualche differenza, o intorno a
minori punti di fede, o alle cerimonie, non quindi i Greci dovrebbero
men riguardarsi i discepoli di Gesù Cristo, mentre i Turchi sono i
comuni nemici di chiunque porti il titolo di Cristiano. E l'Armenia e
l'isola di Cipro sono egualmente assalite; che sarebbe la pietà de'
Principi franchi, se non si armassero tutti alla difesa generale della
comune religione? 4. Supponendo perfino che eglino considerassero i
sudditi di Andronico come i più odievoli fra gli scismatici, fra gli
eretici, fra gli stessi Pagani, non è interesse de' Principi
dell'Occidente l'acquistarsi un utile confederato, il proteggere un
Impero vacillante, in cui stassi il baloardo delle frontiere d'Europa,
l'unirsi ai Greci contro i Turchi, nè aspettare che questi ultimi,
conquistata la Grecia, le forze e i tesori della medesima adoperino per
portare le armi lor vincitrici in seno dell'Europa?». I Latini con
fredda e disdegnosa indifferenza pararono le offerte, gli argomenti e le
domande di Andronico. I Re di Francia e di Napoli rifiutarono i pericoli
e la gloria di una Crociata. Il Papa negò questa necessità di convocare
un nuovo Concilio per regolare articoli di fede già stabiliti; ed anzi
per rispetto alle antiche pretensioni dell'Imperator d'Occidente e del
Clero latino, nel rispondere all'Imperator greco usò di un soprascritto
irritante: «Al _Moderator_[487] (che equivaleva a _governatore_) de'
Greci, e ai sedicenti Patriarchi della Chiesa d'Oriente». Per una tale
ambasceria i Greci non potevano scontrarsi in una circostanza e in
un'indole d'uomo men favorevole. Benedetto XII[488] era uno screanzato
villano, sempre pieno di scrupoli, e fatto più stupido dal vino e dalla
pigrizia. Sia pure riuscito colla sua vanità ad arricchire di una terza
corona la tiara; ma era egualmente inabile a governare il regno e la
Chiesa.

[A. D. 1348]

Dopo la morte di Andronico, i Greci, in preda alle guerre civili, non
ebbero il tempo di pensare all'unione generale de' Cristiani. Ma poichè
Cantacuzeno ebbe vinti e graziati i suoi nemici, si accinse a
giustificare, o almeno ad attenuare la colpa di avere introdotti i
Turchi in Europa, e maritata la propria figlia ad un Principe musulmano.
Due imperiali ministri, accompagnati da un interprete latino, per ordine
di lui trasferironsi alla Corte del Pontefice romano, trapiantata nella
città d'Avignone in riva al Rodano, ove per settant'anni rimase. Dopo
essersi adoperati a dimostrare la crudele necessità che avea costretto
il loro Monarca a mettersi in lega cogl'Infedeli, fecero, a norma delle
ricevute istruzioni, sonare all'orecchio del Pontefice le speciose ed
edificanti parole di _Crociata_ e di _Unione_. Il Pontefice Clemente
VI[489], successore di Benedetto XII, gli accolse con affabilità e
onorevolmente, mostrandosi commosso dalle sventure, convinto del merito,
persuaso dell'innocenza di Cantacuzeno; ed ottimamente istrutto dello
stato e delle vicissitudini del greco Impero, che gli erano state
descritte minutamente da una matrona savoiarda del seguito
dell'Imperatrice Anna[490]. Se mancavano a Clemente le virtù di un
sacerdote, possedeva almeno l'elevatezza o la magnificenza di un
Principe, distribuendo colla stessa facilità i benefizj e i reami.
Regnando esso, Avignone fu la residenza del fasto e dei piaceri.
Giovine, avea superato in licenziosità di costumi qualunque Barone:
Pontefice, il suo palagio e la sua stanza da letto vedeansi
continuamente abbelliti, o disonorati[491] dalla presenza di favorite.
Le guerre tra l'Inghilterra e la Francia non permetteano si pensasse a
Crociate; pur questo luminoso disegno lusingò la vanità di Clemente che
deputò due Prelati latini per accompagnare gli Ambasciadori di
Cantacuzeno in Grecia. Giunti a Costantinopoli, l'Imperatore e i Nunzj
si fecero scambievoli complimenti sulla comune eloquenza e pietà; sicchè
i continui lor parlamenti si aggirarono in lodi e promesse con cui si
piaggiavano mutuamente senza fidarsene nè l'un, nè gli altri. «Non
capisco in me per la gioia, il divoto Cantacuzeno lor diceva, in
pensando alla nostra _guerra santa_; essa farà la mia gloria personale
ad un tempo, e il bene di tutt'i Cristiani. I miei Stati offriranno agli
eserciti francesi un libero e sicuro passaggio; i miei soldati, le mie
galee, i miei tesori consagrati alla causa comune; e, oh come sarebbe
invidiabile il mio destino, se giungessi a meritarmi ed ottenere la
corona di martire! Mi mancano i termini per dipingervi con quanto ardore
io desideri questa unione de' membri sparsi della Chiesa di Gesù Cristo.
Se potesse a ciò contribuir la mia morte, offrirei con giubilo il mio
capo e la spada mia per ferirlo; e se questa spirituale fenice dovesse
nascere dalle mie ceneri, m'innalzerei la mia pira io medesimo e le
metterei fuoco colle mie proprie mani». In mezzo a questi discorsi però
l'Imperator greco si prese la libertà di notare che l'orgoglio e
l'inconsideratezza de' Latini aveva inseriti quegli articoli di Fede,
per cui le due Chiese divise trovavansi; biasimò la condotta servile e
tirannica del primo Paleologo, protestando che non sommetterebbe mai la
propria coscienza se non se ai liberi decreti di un Sinodo generale. «Le
circostanze, egli continuava, son tali da non permettere nè al Papa, nè
a me, di unirci o a Costantinopoli, o a Roma; ma ben può scegliersi una
città marittima sui confini d'entrambi gl'Imperi per adunare i Vescovi e
istruire i Fedeli dell'Oriente, e dell'Occidente». Contenti a tali
proposizioni si mostrarono i Nunzj; e Cantacuzeno ostentò il massimo
dolore nel vedere le sue speranze distrutte per la morte di Clemente, e
pel diverso animo del successor di Clemente. Cantacuzeno visse ancor
lungo tempo, ma rinchiuso in un chiostro, d'onde l'umile monaco non
potea, che con preghiere a Dio, adoperare influenza sulla condotta del
suo pupillo e sui destini dell'Impero[492].

[A. D. 1355]

Ciò nulla meno di tutti i Principi di Bisanzo, niuno fuvvene più del
pupillo Giovanni Paleologo proclive a ritornare all'obbedienza del
romano Pontefice. La madre di lui, Anna di Savoia, era stata battezzata
nel grembo della Chiesa latina, e se le nozze contratte con Andronico
l'aveano costretta a cambiar nome, forme d'abito e culto, il cuor della
medesima al suo paese e alla sua religione si manteneva fedele.
Incaricatasi ella stessa di educare il proprio figlio, quando questi
divenne adulto, almen di statura, se non di mente, continuò a lasciarsi
governar dalla madre. Allorchè, per la rinunzia di Cantacuzeno, ei si
trovò solo padrone della Monarchia greca, i Turchi comandavano
sull'Ellesponto. Il figlio di Cantacuzeno adunava ribelli ad
Andrinopoli, e questo Imperatore non potea fidarsi nè del suo popolo, nè
di sè stesso. Così consigliato dalla madre, e colla speranza d'uno
straniero soccorso, sagrificò i diritti della Chiesa e dello Stato; e
s'incaricò un Italiano di portar segretamente al Pontefice l'atto di
schiavitù[493] che l'Imperatore avea sottoscritto con inchiostro
purpureo, e suggellato con bolla d'oro. Il primo articolo del Trattato
stavasi in un giuramento di fedeltà e d'obbedienza ad Innocenzo VI e a'
suoi successori Pontefici supremi della Chiesa cattolica e romana.
Promettea l'Imperatore di porgere ai Nunzj, o Legati pontifizj, ogni
sorte d'onori legittimamente ad essi dovuti, di far allestire un palagio
per riceverli, una chiesa per le loro cerimonie; per ultimo di
consegnare il suo secondogenito Manuele, come ostaggio e mallevadore di
fedeltà. In contraccambio di tali concedimenti, chiedeva un pronto
soccorso di quindici galee, di cinquecento armigeri, di mille arcieri
che contro i suoi nemici Cristiani e Musulmani lo difendessero. Promise
inoltre di far sottomessi i suoi popoli e il suo Clero all'autorità
spirituale del romano Pontefice; e per vincere la resistenza ch'ei
prevedeva per parte de' Greci, propose i due efficaci espedienti della
educazione e della seduzione. Il Legato ottenea facoltà di distribuire i
benefizi vacanti a quegli ecclesiastici che avrebbero sottoscritto il
simbolo del Vaticano. Instituite tre scuole per insegnare alla gioventù
di Costantinopoli la lingua e la dottrina dei Latini; il nome di
Andronico, figlio dell'Imperatore ed erede dell'Impero, sarebbe comparso
il primo nella lista degli studenti. In conclusione Paleologo,
protestava che se tutte le sue sollecitudini fossero divenute superflue,
se la forza e la persuasione non avessero bastato, egli si sarebbe
reputato immeritevole della corona, trasferendo in tal caso ad Innocenzo
tutta la sua autorità imperiale e paterna, e ampio potere di regolare la
famiglia cesarea e l'Impero, e di prescrivere quelle nozze che ei
giudicasse meglio ad Andronico, successore della greca Corona. Ma un
tale Trattato non fu mai nè pubblicato, nè eseguito; e il soccorso de'
Romani e la sommessione de' Greci non si stettero che nell'immaginazione
di un imbelle Sovrano, salvato, pel solo segreto con cui si passarono le
cose, dal pubblico disdoro di una inutile umiliazione.

[A. D. 1369]

Non andò guari ch'egli si vide cinto per ogni banda dall'esercito
vittorioso de' Turchi, e perduta Andrinopoli e la Romania, ridotto alla
sola Capitale, dovette prostrarsi vassallo dell'orgoglioso Amurat colla
meschina speranza di essere l'ultima fra le prede di questo Selvaggio.
In tale stato d'invilimento, si abbandonò alla risoluzione di veleggiare
a Venezia, d'onde corse a gettarsi a' piedi del Santo Padre. Fu egli il
primo Sovrano greco di Bisanzo che avesse ancora visitate le regioni
incognite dell'Occidente; ma come sperar altrove consolazioni e
soccorsi? E per altra parte, ei trovava minore umiliazione alla sua
dignità il presentarsi dinanzi al Sacro Collegio, che alla Porta
Ottomana. Dopo esserne stati per lungo tempo lontani, i Pontefici
ritornavano allora dalle rive del Rodano a quelle del Tevere. Urbano
V[494], Pontefice di un'indole mansueta e virtuosa, avendo incoraggiata,
o permessa la peregrinazione dal Principe greco, il palagio del Vaticano
ricevette nel medesimo anno due fantasmi d'Imperatori che
rappresentavano, l'uno la maestà di Costantino, l'altro quella di
Carlomagno. In tal supplichevole visita, il Sovrano di Costantinopoli,
in cui ogni sentimento di vanità cancellato aveano le sciagure, portò la
sommessione dei detti e delle forme oltre a quanto non potesse
immaginare. Obbligato primieramente a sottoporsi ad un esame, riconobbe
da buon cattolico, alla presenza di quattro Cardinali, la supremazia del
Pontefice e la doppia successione dello Spirito Santo. Dopo questa
purificazione, introdotto ad una udienza pubblica nella chiesa di S.
Pietro; ove Urbano sedeasi in trono, circondato da un corteggio di
Cardinali, il Principe greco, dopo tre genuflessioni, baciò devotamente
il piede, indi la mano e finalmente la guancia del Santo Padre che
celebrò alla presenza di lui una Messa solenne, gli permise tener la
briglia della sua mula, e lo convitò a lauto banchetto nel Vaticano. A
malgrado di questo amichevole a decoroso ricevimento, Urbano concedè
qualche preferenza all'Imperator d'occidente[495], nè Paleologo ottenne
il raro privilegio di cantar, come diacono, l'Evangelio[496]. Non si
stette Urbano dall'eccitare lo zelo del Re di Francia e degli altri
Sovrani d'Europa a favore del suo proselito: ma in troppe faccende li
teneano i loro particolari litigi perchè alla causa generale volgessero
la mente. Quindi l'Imperator greco si vide costretto a fondare le ultime
sue speranze sopra un mercenario inglese Giovanni Hawkwood[497], o
Acuto, che seguito da una banda di venturieri, intitolata la
_Confraternita Bianca_, avea devastata tutta l'Italia dalle Alpi sino
alla Calabria, vendeva i proprj servigi a chi pagar li voleva, ed era
incorso in una giusta scomunica per avere assalita la residenza del
Papa. A mal grado di ciò, fu autenticata dal consenso di Urbano tal
negoziazione col masnadiero; ma trovatesi inferiori all'impresa le forze
o il coraggio di Hawkwood, fu probabilmente ventura per Paleologo il
rimanere privo di un soccorso, giusta ogni apparenza dispendioso, del
certo insufficiente e forse pericoloso[498]. L'infelice Greco
accingevasi ad abbandonare l'Italia[499], quando un umiliante ostacolo
vel rattenne. Nel passar da Venezia, egli avea prese somme ragguardevoli
ad esorbitante interesse; e il suo vôto erario non somministrandogli i
modi di restituirle, gl'inquieti creditori lo arrestarono per sicurezza
del lor pagamento. Invano l'Imperatore scriveva al suo primogenito
reggente del Regno, di prevalersi d'ogni via, e di spogliare, se facea
d'uopo, gli altari per sottrar suo padre ad una ignominiosa schiavitù.
Non curante del paterno obbrobrio, lo snaturato figlio in suo cuor ne
rideva. Lo Stato era povero, ostinato il Clero, qualche scrupolo
religioso veniva a proposito per servir di pretesto ad una colpevole
indifferenza. Manuele, fratello minore, dopo avere acremente rampognato
il fratel primogenito di una negligenza così contraria alla natura e a
tutti i doveri, vendè, o impegnò ogni suo possedimento, e imbarcatosi
per Venezia, liberò il padre suo, offerendo la sua persona medesima per
guarentigia delle somme da questo dovute (A. D. 1370). Di ritorno a
Costantinopoli, e come Imperatore, e come padre, Paleologo usò con
entrambi i figli a norma di quanto aveano meritato. Ma il pellegrinaggio
di Roma, non avendo cambiati in alcuna guisa nè la Fede, nè i costumi di
questo indolente Monarca, la sua apostasia, o conversione inefficace,
quanto poco sincera, fu dai Greci e dai Latini dimenticata
egualmente[500].

Trent'anni dopo il ritorno di Paleologo, gli stessi motivi fecero
imprendere un viaggio in Occidente, ma più rilevante al Principe che gli
succedè. Ho raccontato nel precedente capitolo il Trattato ch'ei fece
con Baiazetto, la violazione di questo Trattato, l'assedio o blocco di
Costantinopoli, e i soccorsi che gli spedirono i Francesi sotto i
comandi del valoroso Boucicault[501]. Benchè Manuele avesse per via
d'Ambasciatori implorato il soccorso de' Principi latini, fu creduto che
la presenza di un Monarca infelice, moverebbe alle lagrime i più duri
cuori[502] e ne otterrebbe soccorsi; nella quale speranza il
Maresciallo, che insinuava questo viaggio all'Imperatore, lo precedè per
disporre gli animi a ben accoglierlo. Comunque le comunicazioni di terra
fossero interrotte dai Turchi, la navigazione di Venezia era aperta e
sicura. Ricevuto in Italia, siccome primo, o almen secondo fra i
Principi cristiani, eccitò la compassione che un _Confessore_ e campion
della fede si meritava, e tanto era il decoro di sua condotta, che una
tal compassione in disprezzo non tralignò. Dopo Venezia, cercò Padova e
Pavia, d'onde il Duca di Milano, benchè segretamente collegato con
Baiazetto, lo fece accompagnare onorevolmente (A. D. 1400) sino alle
frontiere de' suoi Stati[503]. Entrato nelle terre di Francia[504], gli
ufiziali del Re s'incaricarono di scortarlo e di pensare a tutte le
spese del suo viaggio. Una cavalcata di duemila de' più spettabili
cittadini di Parigi, essendogli venuta incontro sino a Charenton, trovò
a complimentarlo alle porte di Parigi il Cancelliere e il Parlamento, e
Carlo VI, in mezzo ai Principi e a' suoi Nobili, abbracciò cordialmente
il fratello. Il successore di Costantino fu vestito di un abito di seta
bianca, e presentato di un sontuoso bianco palafreno, cerimoniale non
indifferente presso i Francesi, che riguardano il color bianco come
simbolo della Sovranità. Di fatto, l'Imperator d'Alemagna che nella sua
ultima visita a quella Corte, avea chiesto con alterigia il medesimo
onore, provò un rifiuto, e fu costretto a contentarsi di cavalcare un
cavallo nero. Alloggiato al Louvre, Manuele godè di danze e di feste che
l'una all'altra si succedevano, e dei piaceri della caccia e della
tavola; perchè studiosissimi si mostrarono i Francesi di sfoggiare agli
occhi del Principe straniero d'ogni magnificenza che potesse alcun poco
divagarlo da' suoi dolorosi pensieri. Gli fu conceduto l'uso particolare
di una cappella, onde molto maravigliarono, e si scandalezzarono forse i
dottori della Sorbona, in udendo gli accenti, in vedendo le cerimonie e
le vesti del Clero greco. A malgrado di ciò, ei potè fin dal primo
istante accorgersi che ei non avea soccorsi a sperare dalla Francia.
L'infelice Carlo VI non godea che di alcuni momenti di lucido
intervallo, ricadendo subito nello stato di frenesia, o di stupidezza.
Il Duca d'Orleans, fratello del Re, e il Duca di Borgogna, suo zio,
s'impadronivano a vicenda delle, redini del governo, fatal concorrenza,
da cui nacque ben presto la guerra civile. Il primo di questi due
Principi, giovine e d'indole ardente, si abbandonava con impeto alla sua
passione che il traeva alle donne e ai piaceri. Avrebbe potuto più
giovare a Manuele il secondo; del quale era figlio Giovanni, conte di
Nevers, liberato di recente dalla sua cattività presso i Turchi, e
giovine intrepido che avrebbe di buon grado affrontati nuovi pericoli
per cancellar questa taccia; ma più prudente il padre si era prefisso di
starsene alle spese e ai pericoli della prima esperienza. Soddisfatta
che ebbe Manuele la sua curiosità, e stancata fors'anche la pazienza dei
Francesi, risolvè d'andarsene in Inghilterra. Nel trasferirsi da Douvres
a Londra, ebbe onorevole accoglimento del Priore e dei monaci di S.
Agostino di Cantorbery. A Blackheath, trovò il Re Enrico IV, che
accompagnato da tutta la sua Corte, si portò a salutare il greco Eroe,
così dice il nostro vecchio Storico, del quale trascrivo esattamente le
espressioni, e per più giorni ricevè a Londra tale trattamento, quale
all'Imperator d'Oriente addiceasi[505]. Ma l'Inghilterra era anche men
della Francia in istato d'imprendere una Crociata, la questo medesimo
anno, il Sovrano legittimo era stato privato del trono e messo a morte.
L'ambizioso usurpatore, Enrico di Lancastre, divorato dall'inquietudine
e da' rimorsi, non osava allontanar le sue truppe da un trono ognor
vacillante per sommosse e cospirazioni; compianse, lodò, accarezzò
l'Imperatore di Costantinopoli: ma se fece voto di prender la croce, fu
senza dubbio per calmare il suo popolo, e fors'anche la sua coscienza,
col darsi merito di questo pietoso disegno[506]. Colmato però di
donativi e d'onori, il Principe greco vide una seconda volta Parigi, e
dopo avere trascorsi due anni nelle Corti d'Occidente, e attraversata
l'Alemagna e l'Italia, s'imbarcò a Venezia, aspettando pazientemente
nella Morea l'istante della sua liberazione, o della sua rovina. Uno
scisma intanto straziava la Chiesa latina. Due Papi, l'uno a Roma e
l'altro ad Avignone, si disputavano l'obbedienza dei Re, delle nazioni,
e delle corporazioni dell'Europa. L'Imperatore greco sollecito di non
inimicarsi veruna fazione, si astenne da ogni corrispondenza con questi
due rivali, immeritevoli entrambi e poco favoriti dalla pubblica
opinione. Partì in tempo di Giubbileo, nè pensò attraversando l'Italia a
chiedere, o a meritarsi l'Indulgenza plenaria, che cancella, senza
obbligarli a penitenza, i peccati de' Fedeli. Offeso di questa
trascuratezza il Papa di Roma, accusò Manuele di poco rispetto
all'immagine di Gesù Cristo, esortando i Principi italiani ad
abbandonare un pertinace scismatico[507].

[A. D. 1402]

In tempo delle Crociate i Greci aveano considerato con terrore e
sorpresa eguali il corso delle migrazioni che continue erano dai paesi
per loro incogniti dell'Occidente. Le peregrinazioni degli ultimi
Imperatori, avendo squarciato questo velo di separazione, impararono a
conoscere meglio le poderose nazioni dell'Europa, nè più osarono
insultarle colla denominazione di barbare. Uno Storico greco di quel
secolo[508] ha conservate le considerazioni fatte dal Principe Manuele,
e dai più curiosi osservatori che lo accompagnarono. Ho raccolte queste
sparse idee per offrirle in compendio ai miei leggitori, ai quali forse
non dispiacerà il vedere questo grossolano abbozzo di pittura
dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, lo stato antico e
moderno de' quali paesi è a noi così noto. «1. L'Alemagna, dice
Calcocondila, è un vasto paese, che si estende da Vienna fino
all'Oceano, da Praga in Boemia sino al fiume Tartesso e ai Pirenei[509].
(Non dubito che questa geografia ne parrà alquanto strana). Il suolo è
assai fertile, benchè non produca nè fichi, nè olive: sano l'aere, gli
uomini ben complessi e di vigorosa salute. Rare volte si provano in
queste settentrionali contrade i flagelli della peste e del tremuoto.
Dopo gli Sciti, o i Tartari, gli Alemanni, o Germani possono venir
riguardati come le più numerose delle nazioni. Valorosi e pazienti, se
tutte le loro forze obbedissero ad un solo Capo, non vi sarebbe popolo
che ai medesimi potesse resistere. Hanno ottenuto dal Papa il privilegio
di eleggere l'Imperator de' Romani[510]; e il Patriarca latino, non ha
sudditi più zelanti o sottomessi degli Alemanni. La maggior parte di
questi paesi è divisa fra Principi e Prelati. Ma Strasburgo, Colonia,
Amburgo, e più di dugento città libere, formano altrettante Repubbliche
confederate, rette da leggi giuste e sagge, e conformi all'interesse e
alla volontà generale. I duelli, o singolari certami a piedi, vi sono in
grande uso così in tempo di pace come di guerra. Eccellenti in tutte
l'arti meccaniche i Germani, dobbiamo alla loro industria il trovato
della polvere e de' cannoni, conosciuti oggidì dalla maggior parte de'
popoli. 2. Il regno di Francia si estende all'incirca quindici, o venti
giorni di cammino dall'Alemagna alla Spagna, e dalle Alpi sino al mare
che separa la Francia dall'Inghilterra. Vi si trova grande copia di
fiorenti città. Parigi, residenza dei Re, supera tutte le altre città in
lusso e ricchezze. Molta mano di Principi e Signori si conducono
alternativamente al palagio del Monarca, e lo riconoscono per loro
Sovrano. I più potenti sono i Duchi di Brettagna e di Borgogna; il
secondo di questi possede le ricche province della Fiandra, i cui porti
veggonsi frequentati dai nostri trafficanti e da quelli de' più remoti
paesi. La Nazione francese è antica ed opulenta; la sua lingua e le sue
costumanze, benchè con qualche differenza, non si allontanano del tutto
da quelle degl'Italiani. La dignità imperiale di Carlomagno, le vittorie
riportate dai Francesi sui Saracini, le imprese de' loro eroi Olivieri
ed Orlando[511] li fanno tanto superbi, che si credono il primo popolo
dell'Occidente, ma tale insensata vanità è stata di recente umiliata dal
sinistro esito della loro guerra contro gli Inglesi, abitatori
dell'isola della Brettagna. 3. La Brettagna di rincontro alle coste di
Fiandra, in mezzo all'Oceano, può considerarsi come una o tre isole
congiunte per uniformità di costumi e di lingua sotto uno stesso
Governo. La sua circonferenza è di cinquemila stadj; coperto il paese di
un gran numero di città e di villaggi, produce poche frutta, e privo di
viti, abbonda di orzo, di frumento, di mele e di lana. Vi si fabbricano
da quegli abitanti molti tessuti di panni e di drappi. Londra[512]
capitale, per lusso, ricchezza e popolazioni, vince tutte le altre città
di Occidente. È situata sul Tamigi, fiume largo e rapido, che dopo
trenta miglia sbocca nel mar della Gallia. Il flusso e il riflusso
offrono ogni dì ai navigli di commercio la facilità di entrare in quel
porto, e di uscirne senza pericolo. Il Re è Capo di una possente e
torbida aristocrazia. I primarj vassalli possedono i loro feudi come
franchi allodj ereditarj; le leggi determinano per essi i limiti
dell'autorità e della obbedienza. Cotesto reame fu spesse volte lacerato
dalle fazioni e conquistato dagli stranieri; pur gli abitanti ne sono
coraggiosi, robusti, famosi in armi e vittoriosi alla guerra. I loro
scudi somigliano a quelli degl'Italiani; le loro spade alle greche; il
nerbo delle forze è posto nella molta abilità degli arcieri. Il loro
linguaggio non ha veruna affinità cogli altri del Continente; ma nelle
consuetudini del vivere, poco dai Francesi diversano. La principale
singolarità delle lor costumanze, è il disprezzo della castità delle
donne e dell'onor coniugale. Nelle visite scambievoli che si fanno, il
primo atto di ospitalità è permettere agli ospiti gli amplessi delle
mogli e delle figlie. Fra amici, si veggono chieste e date ad imprestito
senza vergogna, e senza che siavi chi si formalizzi di questo
stravagante commercio, e delle conseguenze inevitabili che ne
derivano[513]». Istrutti siccome lo siamo noi degli usi dell'antica
Inghilterra e certi della virtù delle nostre matrone, non possiamo
starci dal sorridere sulla credulità, o dallo sdegnarci dell'ingiustizia
dello Storico greco, che ha confuso, non v'ha dubbio, un decente
amplesso di cerimonia[514] colle colpevoli dimestichezze, ma questa
medesima ingiustizia, o credulità possono esserne utili coll'insegnarci
ad aver per dubbie le descrizioni che, sui paesi stranieri e lontani da
lor visitati, i viaggiatori ne offrono, e a non credere sì di leggieri
que' fatti che ripugnano all'indole dell'uomo e ai sentimenti della
natura[515].

[A. D. 1402-1417]

Dopo la vittoria riportata da Timur, Manuele, tornato in Bisanzo, vi
regnò diversi anni felicemente ed in pace; e finchè i figli di Baiazetto
lo cercarono in amicizia e ne rispettarono i piccioli Stati, si tenne
alla vecchia religione de' Greci, componendo ne' suoi ozj venti dialoghi
teologici in difesa del suo passato contegno. Ma miglioratosi lo stato
de' suoi vicini, gli Ambasciatori greci portarono al Concilio di
Costanza[516] la contemporanea notizia del risorgimento della Potenza
ottomana e della Chiesa latina in Costantinopoli. Le conquiste di Amurat
e di Maometto aveano tornato ad avvicinare l'Imperatore al Vaticano;
l'assedio di Costantinopoli lo fe' quasi convenire sulla duplice
processione dello Spirito Santo; talchè appena Martino V spacciatosi da'
suoi rivali, occupò solo la Cattedra Pontificia, tornò ad esservi fra
l'Oriente e l'Occidente un'amichevole corrispondenza di lettere e di
ambascerie (A. D. 1417-1425). L'ambizione da una banda, la sfortuna
dall'altra, dettavano accenti di pace e di carità. Manuele ostentando la
brama di maritare i sei Principi suoi figli con altrettante Principesse
italiane, il Pontefice, non meno accorto di lui, s'adoprò tanto di far
giungere a Costantinopoli la figlia del marchese di Monferrato, seguìta
da un seducente corteggio di donzelle d'alto legnaggio, i cui vezzi
pareano fatti per vincere la scismatica ostinatezza; sotto apparenze
esterne di zelo era però facile accorgersi che non regnava se non se la
falsità e alla Corte e presso la Chiesa di Costantinopoli. Secondo che
più, o meno premeva il pericolo, l'Imperatore affrettava, o prolungava
le sue negoziazioni; allargava, o restrigneva la facoltà dei suoi
Ministri; si sottraeva da' Latini, se gli sembravano troppo incalzanti,
coll'allegare il bisogno di consultare i Patriarchi e i Prelati, e
l'impossibilità di adunarli in tempo che i Turchi teneano stretta la
Capitale. Dall'esame degli atti pubblici, apparisce che i Greci
insistessero su questi tre punti successivi, un soccorso, un Concilio,
poi l'unione delle due Chiese; e che i Latini intanto, scansando il
secondo, non volessero obbligarsi al primo, limitandosi a riguardarlo
come conseguenza, e premio volontario del terzo; ma la relazione di un
intertenimento privato di Manuele, ne spiegherà con maggior chiarezza
l'enigma della condotta da esso tenuta, e le sue vere intenzioni. Verso
il finir de' suoi giorni, l'Imperatore avea vestito della porpora
Giovanni Paleologo II, figlio suo primogenito, nel quale fidavasi per la
maggior parte delle cose spettanti al Governo. Trovandosi a colloquio
col figlio collega (era sol presente lo storico Franza, ciamberlano
favorito di Manuele[517]), lo stesso Manuele dilucidò al successore i
veri motivi delle negoziazioni intavolate col Pontefice di Roma[518].
«Non ci rimane, egli dicea, altro salvamento contra i Turchi, fuor del
timore che essi hanno di vederci uniti coi Latini, con quelle bellicose
nazioni dell'Occidente, che al credere de' Maomettani, potrebbero
collegarsi per la nostra liberazione. Tutte le volte, pertanto, che vi
vedrete posto alle strette dagl'Infedeli, mostrate loro lo spauracchio
di questa unione, proponete un Concilio, entrate in negoziazioni col
Papa di Roma, ma traetele sempre in lungo, e tenete lontana la
convocazione di quest'Assemblea, che non vi porterebbe alcuno vantaggio
nè spirituale, nè temporale. Già nessuna delle due fazioni vorrebbe
rimoversi addietro d'un passo, o ritrattarsi; superbi i Latini, ed
ostinati i Greci. Volendo voi avverare l'unione delle due Chiese, non
fareste che confermare lo scisma, inimicarle, ed esporci, senza rimedio,
o speranza, alla discrezione de' Barbari». Poco soddisfatto di questa
lezione, in cui però molto avvedimento scorgeasi, il giovine Principe si
alzò, e, senza profferir parola, partì. — Il prudente Monarca, continua
il Franza, si pose a guardarmi, ripigliando indi così il suo discorso: —
«Mio figlio si crede una grande cosa, ed ha le idee vestite all'eroica;
e, meschino! non sa che in questo sfortunato secolo niuna cosa offre
campo nè all'eroismo, nè alla grandezza. Il suo animo audace potea
giovare ne' tempi migliori de' nostri antenati. Lo stato presente ha men
bisogno di un Imperatore, che d'un massaio ben attento a tener conto
degli avanzi di questo nostro povero patrimonio. Non ho già dimenticate
le vaste speranze ch'egli fondava sulla lega con Mustafà, e temo che
l'imprudente ardimento di questo giovine, e, per dir tutto, anche la
pietosa sua buona fede, affrettino il precipizio della nostra Casa e
della nostra Monarchia». Intanto l'esperienza e l'autorità di Manuele
valsero a scansare il Concilio, e a conservar la pace fino al
settantottesimo anno della sua età, nel quale anno ci morì vestito
d'abito monastico, dopo avere distribuite le sue preziose suppellettili
ai figli, ai poveri, ai suoi medici e servi più favoriti.
Andronico[519], secondogenito di Manuele, che aveva avuto per sua parte
il principato di Tessalonica, morì di lebbra, poco dopo aver venduta
questa città ai Veneziani, che ne furono con altrettanta prestezza
spogliati dai Turchi. Per alcuni buoni successi de' Greci, accaduti ne'
giorni più felici di Manuele, essendo tornato all'Impero il Peloponneso,
ossia la Morea, quell'Imperatore avea fortificato l'Istmo per una
estensione di sei miglia[520], circondandolo di una salda muraglia,
fiancheggiata da cencinquantatre torri, che all'atto della prima
invasione ottomana disparve. La fertile penisola avrebbe potuto bastare
ai quattro giovani principi, Teodoro, Costantino, Demetrio e Tommaso; ma
avendo questi estenuati gli avanzi delle loro forze in guerre civili, i
vinti si rifuggirono nel palagio di Costantinopoli, ove vissero sotto la
protezione e la dependenza del loro fratello Giovanni Paleologo II.

[A. D. 1425-1437]

Questo Principe, primogenito de' figli di Manuele, riconosciuto dopo la
morte del padre solo Imperatore de' Greci, pensò per prima cosa a
ripudiare la moglie, e a contrar nuove nozze colla Principessa di
Trebisonda. La bellezza, agli occhi di questo Principe, era la più
essenziale prerogativa che ornar dovesse una Imperatrice. Per ottenere
il consenso del suo Clero, lo minacciò, se gli veniva negato il
divorzio, di ritirarsi in un chiostro, e di rassegnare il trono al
fratello suo Costantino. La prima, o per meglio dire la sola vittoria
riportata da Paleologo, fu sopra un Ebreo[521], cui dopo una lunga e
dotta disputa, convertì alla fede cristiana; rilevante conquista che
venne accuratamente registrata nella Storia di que' tempi; ma tornò ben
tosto nel disegno di unire le due Chiese, e senza riguardo ai
suggerimenti lasciatigli dal padre, porse orecchio, a quanto apparve, di
buona fede, alla proposta di venire a parlamento col Pontefice in un
Concilio generale, da tenersi al di là del mare Adriatico. Martino V
incoraggiava questo pericoloso divisamento; Eugenio, successor di
Martino, diede freddamente opera a tale bisogna, sintanto che dopo una
languida negoziazione, l'Imperatore ricevè una intimazione per parte di
un'Assemblea che assumeva diverso carattere, l'Assemblea de' Prelati
independenti di Basilea[522], intitolatisi i giudici e i rappresentanti
della Chiesa cattolica.

Il Pontefice romano avea difesa e guadagnata la causa della
ecclesiastica libertà; ma il Clero vittorioso, si trovò ben tosto
esposto alla tirannide del suo liberatore, che dalla dignità del suo
carattere era posto in sicurezza contro quell'armi che sì efficacemente
adoperava a danno delle civili magistrature. Le appellazioni
annichilavano la _Grande Carta_, ossia il diritto di elezione del
Pontefice; diritto cui le _commende_, e le sopravvivenze, toglievano
forza; onde il clero si trovava obbligato a cedere a clausole
arbitrarie[523] le proprie prerogative. La Corte di Roma instituì una
vendita pubblica, intesa ad arricchire i Cardinali e i favoriti del
Pontefice delle spoglie di tutte le nazioni, che vedeano i principali
benefizj de' lor territorj accumularsi su persone straniere e lontane.
Intantochè dimorarono ad Avignone, l'ambizione de' Papi in avarizia e
dissolutezza si trasformò[524]. Rigidi nell'imporre sul Clero il tributo
delle decime e de' primi frutti, tolleravano poi apertamente l'impunità
dei vizj, dei disordini, della corruttela; i quali scandali, il grande
scisma di Occidente (A. D. 1377-1429), durante oltre un mezzo secolo,
moltiplicò. Ne' violenti loro litigi, i Pontefici di Roma e di Avignone
pubblicavano scambievolmente i vizj del loro rivale, e intantochè il
precario stato loro inviliva l'autorità, allentava il freno della
disciplina, i lor bisogni e le loro vessazioni aumentava. A guarire i
mali della Chiesa e a rialzarne la dignità, vennero tenuti
successivamente i Sinodi di Pisa e di Costanza[525], le quali grandi
Assemblee (A. D. 1414-1418), sentendo la propria forza, deliberarono
restituire alla cristiana Aristocrazia i suoi privilegi. Laonde i Padri
di Costanza, pronunciata una personale sentenza contra due Pontefici cui
non vollero riconoscere, rimossero, con una nuova sentenza, quel
medesimo, che aveano chiarito loro Sovrano. Proceduti indi a limitare
l'autorità del Pontefice, non si separarono prima di aver sottomesso il
Capo della Chiesa alla supremazia di un Concilio generale. Venne sancito
che a fine di riformare e mantenere la Chiesa, si convocherebbero
regolarmente queste Assemblee ad un tempo prefisso, e che ciascun Sinodo
prima di sciogliersi, additerebbe il tempo e il luogo dell'adunata
futura. Non riuscì difficile alla Corte romana lo scansarsi dal
convocare il Concilio di Siena, ma la vigorosa fermezza (A. D.
1431-1443) del Concilio di Basilea[526], non fu per poco fatale ad
Eugenio IV, Pontefice regnante. I Padri che i disegni di lui aveano
presentiti, si affrettarono a pubblicare con un primo decreto, che i
rappresentanti della Chiesa militante, aveano giurisdizione spirituale,
o divina su tutti i Cristiani, non eccettuato da questi il Pontefice,
chiarendo inoltre non potersi sciogliere, protrarre, o trasferire da un
luogo ad un altro un Concilio, se non se dopo una discussione libera e
il consenso degli adunati. Non essendosi perciò Papa Eugenio ristato dal
fulminare la sua Bolla di scioglimento, osarono indirigere intimazioni,
rimproveri e minacce al ribelle successor di S. Pietro[527]; e poichè
gli ebbero dato con lunghe dilazioni il tempo a pentirsi, gli
notificarono che se prima di un termine perentorio di sessanta giorni
non si sommettea, intendeano interrotta ogni autorità temporale ed
ecclesiastica del medesimo; e affinchè la loro giurisdizione
comprendesse il Sovrano ed il Sacerdote, impadronitisi del governo di
Avignone, promulgarono invalida l'alienazione del patrimonio sacro, e
proibirono il farsi in Roma qualunque riscossione d'imposte a nome del
Papa; ardimento che ebbe per se non solo l'opinione generale del Clero,
ma l'approvazione e la protezione de' primarj fra i Monarchi della
Cristianità. L'Imperatore Sigismondo si professò servo e difensore del
Sinodo; l'esempio di lui l'Alemagna e la Francia seguirono; il Duca di
Milano era personale nemico di Eugenio; una sommossa del popolo di Roma
costrinse il Pontefice a fuggire dal Vaticano. Ributtato ad un tempo da'
suoi sudditi spirituali e temporali, nè rimastogli altro partito, fuor
quello della sommessione, si ritrattò mercè d'una umiliante Bolla, che
confermava tutti gli atti del Concilio, incorporava a questa Assemblea
venerabile i Cardinali e Legati pontifizj, e pareva annunziasse la
rassegnazione del Papa ai decreti di una suprema legislatura. La
rinomanza di cotali fatti si diffuse per l'Oriente; e come altrimenti
sarebbe accaduto? Alla presenza dei Padri del Concilio, Sigismondo
ricevè gli Ambasciatori ottomani[528], che posarono a' pie del medesimo
il donativo di dodici grandi casse piene di drappi di seta e di piastre
d'oro. Aspirando i Padri di Basilea alla gloria di ricondurre nel grembo
della Chiesa i Greci e i Boemi, sollecitarono per via di deputati (A. D.
1434-1437) l'Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli, a congiungersi
ad un'Assemblea onorata dalla confidenza delle nazioni dell'Occidente;
proposta, dall'accettar la quale lontano non mostravasi Paleologo, i cui
Ambasciatori vennero onorevolmente accolti dal Senato cattolico. Sol la
scelta del luogo sembrò ostacolo insuperabile per ostinazione de' Greci,
i quali ricusando di attraversare le Alpi, o il mar di Sicilia, fermi
mostravansi nel pretendere che il Concilio si adunasse in qualche città
dell'Italia, o posta nelle vicinanze del Danubio. Minori difficoltà
s'incontravano su gli altri punti di una tale negoziazione: già erasi
d'accordo su quello di pagare le spese del viaggio all'Imperatore greco,
che sarebbesi trasferito, accompagnato da settecento persone[529], al
luogo del Concilio, di sborsargli, all'atto dell'arrivo, una somma di
ottomila ducati[530] da poter egli impiegare in soccorso del suo Clero,
e di concedergli in oltre, intantochè si allontanava dalla sua Capitale,
un sussidio di diecimila ducati, di trecento arcieri e di alcune galee
per difenderla dal nemico. Sborsate avendo le prime somme la città di
Avignone, fu allestito, benchè non senza qualche lentezza e difficoltà,
il navilo a Marsiglia.

[A. D. 1437]

In mezzo alle angustie che lo incalzavano, Paleologo aveva almeno la
soddisfazione di vedere le potenze alleate dell'Occidente gareggianti
nel chiederlo in amicizia. Ma l'artificiosa solerzia d'un Sovrano
prevalse sopra la lentezza e la inflessibilità che per solito dagli atti
delle repubbliche non si dipartono. I decreti di Basilea, intendendo
continuamente a limitare il dispotismo del Papa e ad innalzare in guisa
stabile un tribunale supremo ed ecclesiastico, Eugenio portava il giogo
con impazienza, intanto che l'unione de' Greci gli somministrava un
decoroso pretesto per trasportare un Sinodo fazioso ed indocile dalle
rive del Reno a quelle del Po. Al di là dell'Alpi, i Padri non
isperavano più di conservare la loro independenza. La Savoia, o
Avignone, cui accettarono con ripugnanza per sede dell'adunata, venivano
riguardate a Costantinopoli come luoghi posti oltre le colonne
d'Ercole[531]. L'Imperator greco e il suo Clero paventavano i pericoli
di una lunga navigazione, e soprappiù gli offendeva l'orgoglio
manifestato dal Concilio, annunziando che dopo avere annichilata la
nuova eresia de' Boemi, non tarderebbe a sradicare l'antica de'
Greci[532]. Eugenio intanto non respirava che mansuetudine, compiacenza
e rispetto. Le sue sollecitazioni erano allettamenti al Sovrano di
Costantinopoli, affinchè la sua presenza imponesse termine allo scisma
de' Latini come a quello de' Greci. Gli proponea per luogo di amichevole
parlamento Ferrara, situata sulle sponde dell'Adriatico, nel qual tempo,
fosse per sorpresa od altro artifizio, si procurò un falso decreto del
Concilio[533] che condiscendea trasferirsi in codesta città dell'Italia.
A tal fine furono allestite nuove galee in Venezia e nell'isola di
Candia, le quali misero in mare prima del navilio di Basilea.
L'Ammiraglio del Pontefice ricevè il comando di mandarlo a fondo,
arderlo, distruggerlo[534], e poco mancò che queste ecclesiastiche
squadre non s'incontrassero in quelle medesime acque, ove sulla gloria
della lor preminenza Atene e Sparta contesero. Sollecitato
alternativamente dalle due fazioni, che sembravano prontissime a venire
alle mani per contendersi fra loro il possedimento della imperiale
persona, Paleologo tornò a meditare ancora, se fosse un buon espediente
l'abbandonare il palagio e la patria per avventurarsi ad una così
pericolosa spedizione. Tornandogli allora a mente i paterni consigli,
anche ogni ragione dettata dal senno dovea mostrargli che i Latini
divisi fra loro, non si accorderebbero per virtù di una estranea causa.
Aggiungasi che lo dissuase dall'imprendere un tale viaggio Sigismondo,
in cui non poteano supporsi motivi di parzialità, perchè il Concilio era
di suo consenso; e un suggerimento di questo Imperatore, veniva tanto
più valutato dai Greci, per aver questi adottata la stravagante opinione
che Sigismondo si cercherebbe fra essi un successore all'Impero[535].
Veniva in campo un altro consigliere, comunque non troppo, per vero
dire, meritevole della confidenza de' Greci, che Paleologo temea
d'irritare, il Sultano de' Turchi; non che Amurat intendesse nulla sulle
contestazioni che teneano in discordia i Cristiani; ma ad ogni modo non
gli piaceva vederli uniti; onde offeriva di aprire il suo erario ai
bisogni di Paleologo, assicurando ciò nullameno con un'apparenza di
generosità, che Costantinopoli sarebbe stata inviolabilmente rispettata,
ancorchè se ne fosse allontanato il Sovrano[536]. Ma chi gli fece più
ricchi donativi, e diede più belle parole, vinse l'animo del Principe
greco, che provava anche desiderio di allontanarsi per qualche tempo da
un teatro di disgrazie e pericoli. Dopo essersi spacciato con
un'equivoca risposta dai deputati del Concilio, fe' nota la sua
deliberazione d'imbarcarsi sulle galee pontifizie. Era vecchio assai il
Patriarca Giuseppe, onde più fatto alle impressioni del timore che a
quelle della speranza, e atterrito da' pericoli che gli sovrastavano
sull'Oceano, rimostrò come in un estraneo paese, la sua debole voce e
quella di una trentina de' suoi Prelati, correvano rischio di trovarsi
affogate in mezzo alle più numerose e potenti de' Vescovi, di cui il
Sinodo latino andava composto. Nondimeno cedè ai voleri di Paleologo,
alla lusinga datagli che sarebbe ascoltato come l'Oracolo delle nazioni,
e alla segreta brama d'imparare dal suo fratello d'Occidente il modo di
rendere affatto independente dai Sovrani la Chiesa[537]. Entrarono nel
suo corteggio i cinque Crociferi, ossia _dignitarj_ di S. Sofia, e un
d'essi, il grande Ecclesiarca, o predicatore Silvestre Siropolo[538], ha
composta[539] una Storia dilettevole e sincera della _Falsa_
Unione[540]. Il Clero obbedì, suo malgrado, agli ordini dell'Imperatore
e del Patriarca; ma la sommessione era il suo primo dovere, la pazienza
la più utile delle sue virtù. Trovansi in una scelta di venti Prelati, i
nomi de' metropolitani d'Eraclea, Cizico, Nicea, Nicomedia, Efeso e
Trebisonda, e due nuovi Vescovi, Marco e Bessarione, innalzati a tale
dignità per la fiducia che il loro sapere e la loro eloquenza
inspiravano. Vennero parimente nominati a questa spedizione alcuni
monaci e filosofi, perchè accrescessero splendore alla dottrina e alla
santità della greca Chiesa, e molti cantori e musici al servizio della
Cappella imperiale. I Patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di
Gerusalemme, spedirono deputati, o si suppone almeno che gli avessero
spediti; il Primate di Russia rappresentava una Chiesa nazionale, perchè
quanto ad estensione di potere spirituale, i Greci poteano stare a petto
de' Latini. I preziosi vasi di S. Sofia furono commessi ai rischi del
mare, affinchè il Patriarca potesse coll'ordinaria sua pompa uffiziare;
e l'Imperatore adoperò quant'oro gli fu dato raccogliere per fregiare
d'ornamenti massicci il suo carro e il suo letto[541]. Ma mentre i Greci
metteano tanto studio a sostenere le esterne apparenze dell'antica
grandezza, contendean fra loro pel riparto di quindicimila ducati, che,
a titolo di anticipata elemosina, aveva ad essi somministrato il
Pontefice. Appena tutti gli apparecchi furon compiuti, Paleologo,
seguìto da numeroso corteggio, accompagnato dal suo fratello Demetrio e
dai primi personaggi dello Stato e della Chiesa, s'imbarcò sopra otto
navigli instrutti di vele e remi, che governarono verso lo stretto di
Gallipoli nell'Arcipelago, passando poscia nel golfo Adriatico[542].

[A. D. 1438]

Dopo una lunga e molesta navigazione di settantasette giorni, questa
religiosa squadra avendo gettata l'áncora innanzi Venezia, trovò tale
accoglienza, che la gioia e lo splendore di questa repubblica fe'
manifesti. Sovrano del Mondo, il modesto Augusto non avea mai richiesti
ai suoi sudditi gli onori di cui gl'independenti Veneti largheggiarono a
questo debole successore d'Augusto. Dall'alto di un trono collocato
sulla poppa della sua nave, Paleologo ricevè la visita, o per parlare
alla greca, le adorazioni del Doge e de' Senatori[543], che vennero
entro il Bucintoro, seguìto da dodici ben fornite galee. Vedeasi coperto
il mare d'innumerabili gondole, quali d'esse per servire alla pompa
dello spettacolo, quali al piacere de' circostanti; di musicali suoni, e
dello strepito delle acclamazioni l'aere rintronava: splendeano di seta
e d'oro le vesti de' marinai e gli stessi navigli; ogni emblema,
mostrava le Aquile romane ai lioni di S. Marco accoppiate; insigne
corteggio, che mosse dal principio del Canal Grande, e sotto il ponte di
Rialto passò. Gli Orientali contemplavano ammirati i palagi, i tempj e
l'immensa popolazione di una città, che galleggiar sembrava
sull'onde[544]; ma sospirarono alla vista delle spoglie e de' trofei dal
saccheggio di Costantinopoli riportati. Dopo una dimora di quindici
giorni a Venezia, Paleologo continuò il suo cammino or per terra, or per
acqua sino a Ferrara. In tal momento, la politica del Vaticano avendone
vinto l'orgoglio, il Principe greco ricevè tutti gli antichi onori
sòliti a concedersi all'Imperatore di Oriente. Entrò in Ferrara
cavalcando un cavallo nero, intanto che veniva condotto dinanzi a lui un
bel palafreno bianco, i cui bardamenti vedeansi fregiati di aquile
ricamate in oro. Camminava sotto di un baldachino che sosteneano i
Principi della Casa d'Este, figli o parenti di Nicolò, Marchese della
città, e sovrano più potente che Paleologo nol fosse[545]. Il Principe
greco non ismontò da cavallo che giunto a piedi dello scalone; venutogli
incontro sino alle porte del proprio appartamento il Pontefice, rialzò
il Principe, che fece l'atto di prostrarsegli innanzi, e dopo averlo
paternamente abbracciato, gli additò una sedia posta alla sua sinistra.
Il Patriarca greco ricusò di scendere dalla sua galea sintanto che non
si fosse d'accordo sui modi del cerimoniale, regolati finalmente sì che
fosse mantenuta un'apparente eguaglianza fra il Vescovo di Roma e quello
di Costantinopoli. Questi ricevè un fraterno amplesso dal primo, e tutti
gli ecclesiastici greci rifiutarono di baciare il piede al romano
Pontefice. All'aprirsi del Sinodo, i Capi ecclesiastici e temporali si
disputarono il centro, ossia il posto d'onore; ma Eugenio trovò un
pretesto per non seguire l'antico cerimoniale di Costantino e di
Marciano, allegando che i suoi predecessori non si erano trovati in
persona nè a Nicea, nè a Calcedonia. Dopo lunghe discussioni, fu
risoluto, che le due nazioni occuperebbero a destra e a sinistra i due
lati della Chiesa; che la Cattedra di S. Pietro terrebbe il primo posto
nella fila de' Latini; e che il trono dell'Imperator greco, a capo del
suo Clero, si troverebbe alla medesima altezza di rincontro al secondo
posto, sede vacante dell'Imperator d'Occidente[546].

Ma non appena le allegrezze e le formalità fecero luogo alle gravi
discussioni, malcontenti del Papa e di sè medesimi, i Greci, ebbero a
pentirsi dell'imprudente lor viaggio. Gli Ambasciatori d'Eugenio a
Costantinopoli lo aveano dipinto come uomo giunto all'apice della
prosperità, Capo de' Principi e de' Prelati europei, tutti pronti ad un
suo accento a prestargli fede, e impugnar l'armi; inganno che la poco
numerosa Assemblea del Concilio di Ferrara in un subito dissipò. I
Latini apersero l'adunata con cinque Arcivescovi, diciotto Vescovi e
dieci Abati, la maggior parte de' quali sudditi, o concittadini
dell'italiano Pontefice. Eccetto il Duca di Borgogna, niun Sovrano
dell'Occidente si degnò comparire, o inviare ambasciatori; nè modo eravi
di abolire gli atti giudiziarj di Basilea contro la persona e la dignità
d'Eugenio, atti che dalla elezione di un nuovo Pontefice venner
conchiusi. In tal frangente, Paleologo chiese ed ottenne una dilazione
per procacciarsi dai Latini alcuni vantaggi temporali, qual prezzo di
un'unione che i suoi sudditi riprovavano; dopo la prima adunanza, le
discussioni pubbliche furono differite di lì a sei mesi. L'Imperatore,
accompagnato da una truppa di favoriti e di giannizzeri, trascorse la
state in un vasto monastero, situato gradevolmente sei miglia fuor di
Ferrara; e dimenticando fra i piaceri della caccia le dispute della
Chiesa e la calamità dello Stato, non pensò che a distruggere il
salvaggiume, senza darsi per inteso delle giuste querele del Marchese e
de' coltivatori della campagna[547]. Intanto i suoi miseri Greci
soffrivano tutte le molestie dell'esilio e della povertà; erano stati
assegnati per la sua spesa a ciascuno straniero tre, o quattro fiorini
d'oro al mese, e benchè l'intera somma arrivasse a più di settecento
fiorini, l'indigenza, o la politica del Vaticano, facea sempre rimanere
addietro buona parte di tale assegnamento[548]. Sospiravano essi di
vedersi liberati da quel confino, ma un triplice ostacolo impediva loro
il fuggirne. Non poteano uscire di Ferrara, senza un passaporto de' lor
superiori; i Veneziani aveano promesso di arrestare e rimandare i
fuggitivi: giungendo anche a Costantinopoli, non avrebbero potuto
sottrarsi alla scomunica, alle ammende, ad una sentenza che condannava
persino gli ecclesiastici ad essere posti ignudi e pubblicamente
flagellati[549]. La sola fame potè far risolvere i Greci ad aprire il
primo parlamento; ma con estrema ripugnanza acconsentirono a seguire a
Firenze il Sinodo fuggitivo; espediente però inevitabile, perchè e la
peste dominava in Ferrara, e la fedeltà del Marchese era divenuta
sospetta, e le truppe del Duca di Milano si avvicinavano alla città. Che
anzi tenendo queste la Romagna, sol con molta fatica e pericoli, il
Papa, l'Imperatore e i Prelati si apersero un varco per mezzo ai men
frequentati sentieri dell'Apennino[550].

[A. D. 1438-1439]

Ma la politica e il tempo avendo superati tutti gli ostacoli, la
violenza stessa de' Padri di Basilea giovò ai buoni successi di Eugenio.
Le nazioni dell'Europa essendo venute a detestare lo scisma, rifiutarono
l'elezione di Felice V, successivamente Duca di Savoia, eremita, e Papa.
I più poderosi Principi si avvicinarono al rivale dell'escluso
Pontefice, passando a grado dalla neutralità ad una sincera affezione. I
Legati, seguìti da alcuni spettabili membri, si volsero ai Padri romani,
che vedeano tuttodì crescere il proprio numero, e l'opinione del
Pubblico in loro favore. Il Concilio di Basilea trovavasi ridotto a
trentanove Vescovi e trecento membri del clero inferiore[551], intanto
che i Latini di Firenze univano alla persona del Pontefice otto
Cardinali, due Patriarchi, otto Arcivescovi, cinquantadue Vescovi, e
quarantacinque Abati, o Capi d'Ordini religiosi. Il lavoro di nove mesi
e le discussioni di venticinque adunanze, operarono finalmente l'unione
de' Greci. Quattro quistioni principali eransi agitate dalle due Chiese,
e riguardavano I. L'uso del pane azzimo nella Comunione. II. La natura
del Purgatorio. III. La supremazia del Papa. IV. La processione,
semplice o duplice, dello Spirito Santo. La causa di entrambe le nazioni
da dieci abili Teologhi venne discussa. Il Cardinale Giuliano adoperò
l'ineffabile sua eloquenza a favor de' Latini; i Greci ebbero Marco
d'Efeso e Bessarione di Nicea per lor primarj campioni. Non ometteremo a
tale proposito una osservazione che onora i progressi della ragione
umana. La prima di tali quistioni fu discussa siccome punto poco
rilevante, che potea variare, senza portar seco gravi conseguenze,
giusta l'opinione de' tempi e delle nazioni; quanto alla seconda le due
parti convennero dovervi essere uno stato intermedio di purificazione
per li peccati veniali. Se poi una siffatta purificazione venisse
operata dal fuoco elementare, era un tale articolo, che per avere
maggiore agio di definirlo in quel medesimo luogo, i disputanti si
presero il tempo d'alcuni anni. La supremazia del Papa parea un punto
più importante e più litigioso: cionnullameno gli Orientali che aveano
sempre riconosciuto il Vescovo di Roma pel primo fra i cinque
Patriarchi, non fecero difficoltà ad ammettere che egli usasse della sua
giurisdizione in conformità de' santi canoni, condiscendenza vaga che
poteva essere determinata, o priva d'effetto secondo le circostanze. La
processione dello Spirito Santo, o dal solo Padre, o dal Padre e dal
Figlio era articolo di Fede più profondamente radicato nell'opinione
degli uomini. Nell'Assemblea di Ferrara e di Firenze, l'addizione Latina
del _Filioque_ diede motivo a due quistioni, l'una che riguardava la
legalità, l'altra l'ortodossia. Gli è inutile che sopra un tale
argomento io mi diffonda in proteste d'imparziale indifferenza per parte
mia; pur sembrami che i Greci avessero per sè un vittorioso argomento
nella decisione del Concilio di Calcedonia, col quale si proibiva
l'aggiungere alcun articolo, qualunque fosse, al Simbolo di Nicea, o
piuttosto di Costantinopoli[552]. Negli affari di questo Mondo non è sì
facile il comprendere come un'Assemblea di legislatori, possa impor
vincoli ai suoi successori, forniti della medesima autorità; ma una
decisione dettata dall'inspirazione divina, debbe essere vera ed
immutabile. L'avviso di un Vescovo o di un Sinodo di provincia non può
prevalere contra il giudizio universale della Chiesa cattolica. Quanto
al dottrinale, gli argomenti erano eguali da tutte due le bande, e
questa disputa parea volgere all'infinito, perchè la processione di un
Dio è cosa che confonde l'umana intelligenza. L'Evangelio collocato
sull'altare, nulla offeriva che potesse risolvere la quistione. I testi
de' santi Padri potevano essere stati sagrificati dalla soperchieria, o
da capziose argomentazioni oscurati: i Greci non conoscevano nè gli
scritti de' Santi latini, nè i loro caratteri[553]. Noi possiamo per lo
meno essere sicuri che gli argomenti di ciascuna fazione parvero
impotenti contro quelli dell'altra. La ragione può rischiarare gli
errori di una mente pregiudicata; una continua attenzione corregger le
sviste, se l'oggetto può essere presentato ai nostri sensi: ma i Vescovi
e i frati aveano imparato sin dall'infanzia a ripetere una formola di
misteriose parole; alla ripetizione di queste parole medesime aveano
congiunto il loro onore nazionale e personale, e l'acredine di una
disputa pubblica li rendè del tutto intrattabili.

Intanto che questi si perdevano in un labirinto d'argomenti oscuri, il
Papa e l'Imperatore bramavano un'apparenza di unione, che sola potea
raggiugnere lo scopo del loro abboccamento; laonde l'ostinazione non
resistè all'influsso di personali e segrete negoziazioni. Il Patriarca
Giuseppe era soggiaciuto al peso degli anni e dell'infermità, e le
parole ch'ei pronunziò spirando, furono di pace e d'unione. La speranza
di ottenerne la carica, tentava l'ambizione del Clero greco; e la pronta
sommessione di Bessarione e d'Isidoro, Arcivescovi, un di Nicea, l'altro
di Russia, fu comperata e guiderdonata col promoverli immantinente alla
dignità cardinalizia. Nelle prime discussioni, Bessarione erasi mostrato
il più fermo ed eloquente campione della Chiesa greca; e se la patria lo
ributtò come apostata e figlio spurio[554], egli diè a divedere, se
prestiamo fede alla storia ecclesiastica, il raro esempio di un
cittadino che sa rendersi commendabile alla Corte con una resistenza
segnalata, e con una rassegnazione adoperata a proposito. Soccorso da'
suoi due Coadjutori spirituali, l'Imperatore usò, rispetto a ciascuno
de' due Vescovi, gli argomenti più confacevoli allo stato loro in
generale e alla loro indole in particolare; sicchè tutti a mano a mano
cedettero all'esempio, o all'autorità. Prigionieri presso i Latini,
spogliati delle loro rendite dai Turchi, tre vesti e quaranta ducati,
faceano tutto il loro tesoro, che ben presto si trovò rifinito[555]. Per
poter tornare alla lor patria, doveano raccomandarsi alle navi di
Venezia e alla generosità del Pontefice; in somma vedeansi ridotti a
tale indigenza che bastò per guadagnarli offrir loro il pagamento degli
assegnamenti arretrati, ai quali avevano diritto[556]. I soccorsi de'
quali abbisognava la pericolante Costantinopoli poteano scusare una
prudente e pia dissimulazione: ma a questi riguardi si aggiunsero forti
inquietudini sulla personale loro sicurezza, perchè fu fatto ad essi
comprendere che sarebbero abbandonati in Italia alla giustizia, o alla
vendetta del romano Pontefice[557]. Nell'Assemblea particolare dei
Greci, ventiquattro membri di questa Chiesa approvarono la formula
d'unione, sol dodici recalcitrarono. Ma i cinque Crociferi di S. Sofia
che aspiravano alla vacante carica del Patriarca, furono respinti per
essersi tenuti alle regole dell'antica disciplina, e videro il lor
diritto di suffragio trasmesso a Monaci, a Gramatici, a Laici, dai quali
si aspettava una maggior compiacenza: sicchè la volontà del Monarca
produsse finalmente una fallace e codarda unanimità. Sol due uomini
zelanti d'amor di patria osarono far palesi pubblicamente i loro
sentimenti e quelli della nazione; Demetrio fratello dell'Imperatore
ritiratosi a Venezia per non essere spettatore di questa unione, e Marco
d'Efeso, che credendo forse stimolo di coscienza il suo orgoglio, gridò
eretici tutti i Latini, rifiutò la loro comunione, e si chiarì
solennemente il difensore della Chiesa greca e ortodossa[558]. Fu fatta
prova di mettere in iscritto il Trattato di unione con que' termini che
potessero soddisfare i Latini, nè soverchiamente umiliare i Greci; ma
comunque si pesassero le parole e le sillabe, la bilancia inclinò
qualche poco in favore del Vaticano. Si stabilì (e qui domando
attenzione dal leggitore) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal
Figlio, come da un stesso principio o da una stessa sostanza; che
procede dal Figlio essendo della stessa natura e della stessa sostanza,
e che procede dal Padre e dal Figlio per una _spirazione_ e per una
produzione. Gli articoli de' preliminari di questo Trattato saranno
stati intesi più facilmente. Eugenio si obbligava coi Greci a pagare
tutte le spese del loro ritorno, a mantenere sempre due galee e trecento
soldati in difesa di Costantinopoli, a mandar loro dieci galee per un
anno o venti per sei mesi, qualunque volta ne venisse richiesto, a
sollecitare in un momento di grave pericolo i soccorsi de' Principi
dell'Europa, e a mandare all'áncora nel porto di Bisanzo tutt'i vascelli
che trasporterebbero pellegrini a Gerusalemme.

[A. D. 1438]

Nello stesso anno, e quasi nel medesimo giorno, a Basilea[560] si
toglieva il Pontificato ad Eugenio che stava a Firenze terminando
l'unione de' Greci coi Latini. Il Sinodo di Basilea, che per vero dire
il Pontefice romano chiamava un'Assemblea di demonj, lo pronunziò
colpevole di simonia, di spergiuro, di tirannide, d'eresia e di
scisma[561]; incorreggibile ne' suoi vizj, e indegno di sostenere verun
uffizio ecclesiastico. Il Sinodo di Firenze intanto (A. D. 1438) lo
riveriva come Vicario legittimo e sacro di Gesù Cristo, come l'uomo di
cui la pietà e la virtù, dopo una separazione di sei secoli, aveano
riuniti i Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente in un sol gregge, e
sotto un solo Pastore. L'atto di Unione venne sottoscritto dal Papa,
dall'Imperatore e dai primarj membri delle due Chiese, non eccetto que'
medesimi, i quali, come Siropolo, erano stati privi del diritto di dar
voto[562]. Sembrava che due copie di simile atto, una per l'Oriente,
l'altra per l'Occidente bastassero. Ma Eugenio ne fece copiare e
sottoscrivere quattro, onde moltiplicare i monumenti della riportata
vittoria[563]. Ai sei di luglio, giornata memorabile, i successori di S.
Pietro e di Costantino salirono sui loro troni alla presenza di due
nazioni adunate nella Cattedrale di Firenze. I rappresentanti di queste
nazioni, il Cardinale Giuliano e Bessarione, Arcivescovo di Nicea, si
mostrarono sulla cattedra, ove dopo aver letto ad alta voce, ciascuno in
sua lingua, l'Atto di unione, si diedero pubblicamente il bacio di pace
e di riconciliazione, a nome dei loro compatriotti, e fra gli applausi
di quelli d'essi che erano presenti. Il Papa e il suo Clero uffiziarono
secondo i riti della romana Liturgia, e venne cantato il simbolo
coll'aggiunta del _Filioque_. I Greci che diedero in ordine a ciò la
loro approvazione, si scusarono assai goffamente, adducendo a motivo del
proprio contegno, l'ignoranza del significato di queste parole, che
furono mal articolate, e che per altro erano assai armoniose[564]. Più
scrupolosi i Latini, ricusarono fermamente di ammettere veruna cerimonia
della Chiesa d'Oriente. Cionnullameno l'Imperatore e il suo Clero non
dimenticarono l'onore della propria nazione, e ratificando
volontariamente il Trattato, sottintesero la clausola tacita che non si
farebbe veruna innovazione nel loro Simbolo, o nelle loro cerimonie.
Risparmiarono e rispettarono la generosa fermezza di Mario d'Efeso, nè
vollero dopo la morte di Giuseppe, procedere all'elezione di un nuovo
Patriarca, in tutt'altro luogo fuorchè nella Cattedrale di Santa Sofia.
Eugenio superò le sue promesse e le loro speranze nelle liberalità
usate, in generale e in particolare, verso de' Greci. Con minor pompa e
più umili se ne tornarono questi per la via di Ferrara e Venezia. Nel
successivo capitolo sapranno i miei leggitori quale accoglienza
trovarono a Costantinopoli[565] (A. D. 1440). Il buon successo di questa
prima impresa incoraggiò Eugenio a rinovare una scena così edificante; i
deputati degli Armeni e de' Maroniti, i Giacobiti dell'Egitto e della
Sorìa, i Nestoriani e gli Etiopi, ammessi successivamente a baciare il
piede del Santo Padre, annunziarono l'obbedienza e l'_ortodossia_
dell'Oriente. Questi Ambasciatori, sconosciuti presso alle nazioni che
si arrogavano di rappresentare[566], giovarono a divulgare per
l'Occidente la fama della pietà di Eugenio; e gridori ad arte sparsi,
accusarono gli scismatici della Svizzera e della Savoia, siccome i soli
che si opponessero alla perfetta unione del Mondo cristiano. Alla
vigorosa loro resistenza, succeduta finalmente la stanchezza d'un
inutile sforzo, e sciogliendosi per insensibili gradi il Concilio di
Basilea, Felice giudicò opportuna cosa rassegnare la tiara, e tornarsene
al suo devoto o delizioso romitaggio di Ripaglia[567] (A. D. 1449).
Scambievoli atti di dimenticanza del passato e compensi confermarono la
pace generale; si lasciò che i disegni di riforma andassero a vôto; i
Papi si mantennero nella loro supremazia spirituale e continuarono ad
abusarne[568]: nessun litigio in appresso turbò le elezioni di
Roma[569].

[A. D. 1300-1453]

I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi
vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne
furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia,
d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del
Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi
di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori
dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima
agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia.
Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si
erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano
corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj
per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca,
schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi
ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto
Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado
contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli,
circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato
intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà
forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata
dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono
tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli
di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure
di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su
que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale
sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di
Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più
accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone
più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son
pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza
e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca
osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione
alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e
lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si
fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per
trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali
occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro
mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]».

Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli
altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di
costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini
agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare
tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di
divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli
che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano
ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana.
Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di
eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può
affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti
scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade
dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta
pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi
progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e
d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti
dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non
l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della
società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva
con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene
per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua
latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma
migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da
Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il
loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e
liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la
prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue
lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di
primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione
degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile,
più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di
Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci
stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di
Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e
distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori
degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad
annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi,
e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste
copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non
v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un
tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche
della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa
escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi
delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse
preparato a riceverli e coltivarli.

I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed
esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti
secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi,
si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si
distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la
vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di
straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il
merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci
dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità;
che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di
contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi
manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa,
e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata.
Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia,
ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua
ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non
era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo
tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano
tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole
dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e
di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero
oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il
Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per
erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di
una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel
corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia,
di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli,
riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle
quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque
proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e
sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di
Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega
intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato
fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco
d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il
Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la
difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que'
Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a
lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da
Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò
imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la
luce della ragione a quella del loro _ombelico_. Dopo una separazione di
tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il
generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto
nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo
un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo.
Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le
corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura
data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano,
il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca
cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo,
parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia
d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la
gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo
grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente
d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra
promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità:
dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo
campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie
dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io
sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che
esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone,
il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea
già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta
in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un
conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor
nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo
tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con
qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la
cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire
al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero
ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano
alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584].

[A. D. 1360]

La scienza cui sforzavasi invano di aggiugnere il Petrarca, fu più
accessibile agli studj dell'amico di lui il Boccaccio, padre della prosa
toscana[585]. Questo Scrittore popolare, che dee la propria celebrità al
Decamerone, vale a dire ad un centinaio di Novelle amorose e piacevoli,
può giustamente essere considerato come colui che ridestò in Italia lo
spento amore dell'idioma greco. Pervenuto nel 1360, e colle persuasioni
e cogli atti di ospitalità a trattenere presso di sè Leone, o Leonzio
Pilato, che indirigevasi ad Avignone, lo alloggiò nella propria casa, ed
ottenutagli una pensione dalla Repubblica fiorentina, consagrò tutte le
ore di ozio al primo professore greco che insegnasse questa lingua nelle
contrade occidentali dell'Europa. L'esterno di Leone avrebbe allontanato
da tale studio un discepolo che ne fosse stato amante men del Boccaccio.
Avvolto questo maestro in mantello di filosofo, o di cencioso, avea
contegno ributtante, capelli neri che disordinatamente gli venivan sul
fronte, barba lunga, nè troppo monda, di carattere volubile e cupo, e nè
meno compensava questi difetti sgradevoli colle grazie e colla chiarezza
del discorso quando parlava latino. Pur l'ingegno di costui racchiudeva
un tesoro di greca erudizione; egualmente versato nella favola, nella
storia, nella gramatica e nella filosofia, spiegò nelle scuole di
Firenze i poemi d'Omero. Col soccorso delle istruzioni del medesimo, il
Boccaccio compose, per far cosa grata all'amico Petrarca, una traduzione
letterale in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, della quale è probabile
che si valesse in segreto Lorenzo Valla per comporre nel successivo
secolo la sua versione latina. Il Boccaccio inoltre da' suoi
intertenimenti con Leone raccolse i materiali per l'Opera intorno agli
Dei del Paganesimo, riguardata in quel secolo come un prodigio di
erudizione, e che l'autore giuncò di caratteri e passi greci per
eccitare la sorpresa e l'ammirazione de' suoi ignoranti
contemporanei[586]. I primi passi nella instruzione sono lenti e penosi;
ond'è che tutta l'Italia non somministrò in principio che dieci
discepoli d'Omero, numero al quale nè Roma, nè Venezia, nè Napoli
aggiunse un solo nome di più. Nondimeno gli studenti si sarebbero
moltiplicati, e questo studio avrebbe fatto più rapidi progressi, se
l'incostante Leone, in capo a tre anni, non avesse abbandonato uno stato
onorevole e vantaggioso. Passando da Padova si fermò alcuni giorni in
casa del Petrarca, cui tanto spiacque il carattere cupo e insocievole di
quest'uomo, quanto l'erudizione lo soddisfece; malcontento degli altri e
di sè medesimo, disdegnando la felicità di cui potea godere, Leone non
si traeva mai volentieri coll'immaginazione che su gli uomini e gli
oggetti lontani. Tessalo in Italia, Calabrese in Grecia, disprezzava
alla presenza de' Latini i loro costumi, la loro religione, la loro
lingua, e arrivato appena a Costantinopoli sospirò la ricchezza de'
Veneziani e l'eleganza de' Fiorentini. Voltosi nuovamente agli amici
d'Italia, li trovò sordi alle sue importunità; nondimeno molto
ripromettendosi dalla loro indulgenza e curiosità, si avventurò ad un
secondo viaggio; ma all'ingresso del golfo Adriatico il vascello, entro
cui stavasi, essendo stato assalito da una tempesta, l'infelice
Professore, raccomandatosi come Ulisse all'albero della nave, morì
percosso dal fulmine. L'affettuoso Petrarca versò qualche lagrima sulla
morte di questo infelice; ma soprattutto cercò accuratamente di sapere,
se qualche copia di Sofocle, o d'Euripide fosse caduta fra le mani de'
marinai[587].

[A. D. 1390-1415]

I deboli germi raccolti dal Petrarca e trapiantati dal Boccaccio,
inaridirono ben tosto. La successiva generazione, limitatasi a
perfezionare la latina eloquenza, abbandonò l'erudizione greca, e
solamente verso la fine del secolo XIII quest'altro studio si rinovò in
guisa durevole nell'Italia[588]. Prima d'imprendere il suo viaggio,
Manuele avea deputati oratori ai Sovrani d'Occidente per eccitare la
loro compassione. Il più ragguardevole di questi per dignità e per
sapere fu Manuele Crisoloras[589], di nascita sì nobile, a quanto
credeasi, che i maggiori di lui aveano abbandonata Roma per seguire il
Gran Costantino. Dopo avere visitate le Corti di Francia, e
d'Inghilterra, ove ottenne alcuni soccorsi e molte promesse, venne
sollecitato a sostenere pubblicamente gli uffizj di Professore, secondo
invito fatto a un Greco, di cui parimente Firenze ebbe il merito.
Crisoloras, versato del pari nelle lingue greca e latina, meritò i
riguardi per lui avutisi dalla Repubblica, e le speranze ne oltrepassò.
Discepoli d'ogni età e di ogni condizione alla sua scuola accorrevano, e
uno fra questi compose una Storia generale, in cui rendea conto de'
motivi degli studj impresi e degli ottenuti successi. «In quel tempo,
dice Leonardo Aretino[590], io studiava la Giurisprudenza, ma ardendo
l'animo mio per l'amor delle Lettere, io dava alcune ore allo studio
della Logica e della Rettorica. All'arrivo di Manuele stetti perplesso,
se avrei abbandonato lo studio delle leggi, o se avrei lasciata sfuggire
la preziosa occasione che mi si offeriva, instituendo nel bollore dalla
mia giovinezza questi ragionamenti fra me medesimo: Così dunque
tradiresti la fortuna che ti sorride? Ricuseresti un modo per potere
conversare famigliarmente con Omero, con Demostene e con Platone, con
que' Poeti, con que' Filosofi, con quegli Oratori, di cui tanto grandi
maraviglie si narrano, e che tutte le generazioni hanno riconosciuti
quali maestri sovrani di tutte le scienze? Si troverà sempre nelle
nostre Università un numero bastante di Professori di diritto civile; ma
un maestro di lingua greca, e un maestro simile a questo, lasciandolo
sfuggire una volta, come trovarlo di nuovo? Convinto da questo
ragionamento, mi dedicai per intero a Crisoloras, e con tanta ardenza,
che le lezioni da me studiate il giorno, divenivano costantemente il
soggetto de' sogni miei nella notte[591].» Nel medesimo tempo Giovanni
da Ravenna, educato nella casa del Petrarca[592], interpretava gli
autori latini a Firenze; duplice scuola in cui furono allevati quegli
Italiani che illustrarono il secolo e la patria loro, e per tal modo
quella chiara città dell'Italia, divenne l'utile vivaio dell'erudizione
de' Greci e dei Romani[593]. L'arrivo dell'Imperatore richiamò
Crisoloras dalla cattedra alla Corte, ma insegnò in appresso a Pavia e a
Roma colla medesima fortuna e coronato sempre d'eguali applausi.
Ripartendo i quindici ultimi anni della sua vita, fra l'Italia e
Costantinopoli, ora Inviato imperiale, or Professore, l'onorevole
ministero di rischiarare col proprio ingegno una straniera nazione, nol
fece dimentico mai di quanto al suo Principe e alla sua patria dovea.
Manuele Crisoloras, morì a Costanza, ove lo avea spedito in delegazione
presso al Concilio l'Imperatore.

[A. D. 1400-1500]

Allettata da sì fatto esempio, una folla di Greci indigenti, e istrutti
almeno nella loro lingua, si diffusero per l'Italia, accelerando così il
progresso delle lettere greche. Gli abitanti di Tessalonica e di
Costantinopoli fuggirono lungi dalla tirannide de' Turchi, in seno ad un
paese ricco, libero e curiosissimo. Il Concilio introdusse in Firenze le
dottrine della Chiesa greca, e gli oracoli della filosofia di Platone: e
que' fuggiaschi che acconsentirono alla unione delle due Chiese, ebbero
nella nuova patria il doppio merito di abbandonare l'antica, non
solamente per la causa del Cristianesimo, ma per quella più particolare
del Cattolicismo. Un cittadino che sagrifica la sua fazione e la propria
coscienza agli adescamenti del favore, può nondimeno non essere sfornito
delle sociali virtù di un privato. Lungi dal suo paese, egli è meno
esposto agli umilianti nomi di schiavo e di apostata, e la
considerazione che si guadagna presso i nuovi associati, può a grado a
grado ricondurlo a ben pensare di sè medesimo. Bessarione, che in premio
della sua docilità aveva ottenuta la porpora ecclesiastica, pose dimora
in Italia; e il Cardinale greco, patriarca titolare di Costantinopoli,
fu riguardato a Roma come il Capo e protettore della sua nazione[594].
Fece valere il suo ingegno nelle Legazioni di Bologna, di Venezia, della
Francia e dell'Alemagna, e in un Conclave fu per alcuni momenti
disegnato a salire la cattedra di S. Pietro[595]. Gli onori
ecclesiastici avendo giovato a farne spiccare di più il merito e
l'ingegno letterario, il suo palagio videsi trasformato in una scuola,
nè accadea che il Cardinale si trasferisse al Vaticano senza che lo
seguisse un numeroso stuolo di discepoli dell'una e dell'altra
nazione[596], e di dotti, i quali col gloriarsi di un tale maestro, vie
meglio meritavano dal pubblico, divenuti eglino pure autori di scritti
che, oggidì coperti di polvere, grande spaccio ebbero in quella età con
molto vantaggio de' contemporanei. Non mi assumo io qui di noverare
tutti coloro che nel secolo XV contribuirono a restaurare la greca
letteratura. Mi basta il citare con gratitudine i nomi di Teodoro Gaza,
di Giorgio da Trebisonda, di Giovanni Argiropolo, e di Demetrio
Calcocondila, che insegnarono la propria nativa lingua nelle scuole di
Firenze e di Roma. Le loro fatiche pareggiarono quelle di Bessarione,
del quale rispettavano la dignità, invidiandone in segreto la sorte; ma
umile ed oscura si fu la vita di questi gramatici, che, toltisi dal
lucroso arringo ecclesiastico, viveano segregati dalle più ragguardevoli
compagnie, e per le proprie consuetudini, e per lo stesso vestire;
laonde non avendo essi ambito altro merito, fuor quello dell'erudizione,
doveano contentarsi di quel solo compenso che a questa si tributava. Da
tal classe vuol essere eccettuato Giovanni Lascaris[597]. I modi
affabili, l'eloquenza, l'illustre nascita che lo adornavano,
raccomandarono in lui un discendente d'Imperatori ai Reali di Francia, i
quali lo inviavano in diverse città, ove adempieva a vicenda gli uffizj
di negoziatore e di Professore. Per dovere e per interesse, i mentovati
dotti coltivarono lo studio della lingua latina, alcuni di loro essendo
pervenuti a scrivere e a parlare con eleganza e facilità questo idioma
ad essi peregrino. Non quindi spogliatisi mai della nazionale vanità, le
loro lodi, o almeno l'ammirazione riserbavano come in privilegio agli
scrittori del loro paese, all'ingegno de' quali la fama ed il vitto
doveano; e la loro parzialità alcune volte svelavano con isconvenevoli
critiche, o piuttosto satire contro i poemi di Virgilio, e le arringhe
di Cicerone[598]. Non dee però tacersi che molta parte del merito per
cui primeggiavano questi maestri del greco, diveniva loro dalla
consuetudine di parlare in tale idioma, consuetudine che va per
necessità unita alle lingue viventi: ma i loro primi discepoli non
poterono discernere quanto avessero tralignato dalla scienza ed anche
dalla pratica dei loro maggiori; e fu opera del senno della successiva
generazione, il bandir dalle scuole la pronunzia viziosa[599] che quelli
vi aveano introdotta. Ignari essendo del valore degli accenti greci,
quelle note musicali, che pronunziate da una lingua attica e da orecchio
attico udite, racchiudevano il segreto dell'armonia, non erano per essi,
come per noi, che contrassegni muti e privi di significato, inutili
nella prosa, incomodi nella poesia. Possedeano essi i veri principj
della gramatica; onde rifusero nelle loro lezioni i preziosi fragmenti
di Apollonio e di Erodiano; e i lor Trattati della sintassi e della
etimologia, benchè sforniti di spirito filosofico, sono anche ai dì
nostri di un grande soccorso agli studiosi. Nel tempo che le Biblioteche
di Bisanzo si distruggevano, ciascun fuggitivo s'impadronì d'un
fragmento del tesoro pericolante, di una copia di qualche autore, che
senza di ciò sarebbe andata perduta. Queste copie vennero moltiplicate
da diverse penne laboriose, e talvolta ingegnose, che ammendavano, ove
era d'uopo, il testo, e aggiugnevano le loro interpretazioni, o quelle
di antichi scoliasti. I Latini conobbero se non lo spirito, almeno il
significato letterale degli Autori classici della Grecia. Le bellezze di
stile sparivano in una traduzione; ma Teodoro Gaza ebbe l'intendimento
di scegliere opere rilevanti per sè stesse siccome quelle di Teofrasto e
d'Aristotele; e le Storie delle piante e degli animali da questi Greci
composte, apersero un vasto campo alla parte teorica e sperimentale
delle scienze naturali.

Venne ciò nulla ostante data la preferenza alle incerte nubi della
metafisica. Un venerabile Greco fece risorgere in Italia il genio di
Platone, condannato da lungo tempo all'obblio, e nel palagio de' Medici
lo insegnò[600]; elegante filosofia che poteva essere di qualche
vantaggio, in quel tempo che il Concilio di Firenze a dispute teologiche
solo attendeva. Lo stile di Platone è un prezioso modello della purezza
del dialetto attico: e adatta sovente i suoi più sublimi pensamenti al
tuono famigliare della conversazione, arricchendoli talvolta di tutta
l'arte dell'eloquenza e della poesia. I dialoghi di questo grand'uomo
offrono un quadro drammatico della vita e della morte d'un saggio: e
allorchè si degna discendere dai cieli, il suo Sistema morale imprime
nell'animo l'amore della verità, della patria e della umanità. Socrate,
co' precetti e coll'esempio, avea raccomandato un modesto dubitare e un
libero ricercare: l'entusiasmo de' Platonici, che adoravano ciecamente
le visioni e gli errori del lor divino maestro, potea giovare a
correggere il metodo arido e dogmatico della Scuola peripatetica.
Aristotele e Platone offrono meriti eguali, e nullameno sì diversi fra
loro, che ponendoli in bilancia, darebbero luogo ad una interminabile
controversia; pur qualche scintilla di libertà può uscire dall'urto di
due opposte servitù. Queste due Sette divisero fra loro i Greci moderni,
i quali sotto lo stendardo degli antichi maestri, con più di furore che
d'intelligenza, si fecero guerra. I fuggiaschi di Costantinopoli
scelsero Roma per nuovo lor campo di battaglia; ma non andò guari che i
gramatici fecero entrare in questa filosofica lotta l'odio e le ingiurie
personali: laonde Bessarione, comunque partigiano zelantissimo di
Platone egli fosse, sostenne l'onore della patria, frammettendo i
consigli e l'autorità d'un mediatore. La dottrina dell'Accademia, ne'
giardini de' Medici, formava le delizie degli uomini colti e gentili; ma
distrutta ben tosto questa filosofica società, il Saggio d'Atene non
venne più consultato che negli scientifici gabinetti, intanto che il
possente emulo del medesimo, rimase solo oracolo della scuola e della
Chiesa[601].

[A. D. 1447-1455]

Ho descritto con imparzialità il merito letterario de' Greci, ma gli è
d'uopo confessare che la buona voglia de' Latini li secondò, e
fors'anche li superò. Sendo allora l'Italia divisa in un grande numero
di piccioli Stati independenti, i Principi e le Repubbliche si
disputavano l'onore d'incoraggiare e ricompensare le belle lettere.
Nicolò V[602], il cui merito fu infinitamente superiore alla sua fama,
per sapere e virtù si tolse dalla oscurità, ove la nascita lo avea
posto, l'indole dell'uomo superando in lui mai sempre l'interesse del
Pontefice, Nicolò arrotò di propria mano le armi, di cui fu fatto uso in
appresso per offendere la Chiesa romana[603]. Dopo essere stato l'amico
de' principali dotti del suo secolo, ne divenne il protettore, e tal si
era la rara semplicità de' suoi costumi, che nè egli, nè essi quasi si
accorsero d'un cambiamento di condizione. S'ei sollecitava qualcuno ad
accettare un donativo, non l'offeriva come misura di merito, ma come
prova di affetto, e scontrandosi in chi per modestia esitasse,
soggiugnea compreso dal sentimento di quel che valeva egli stesso:
«Accettate, non avrete sempre un Nicolò in mezzo a voi». Diffondendosi
via maggiormente per tutta la Cristianità l'influsso della Santa Sede,
il virtuoso Pontefice se ne valse per acquistar più libri che benefizj.
Mandò a cercare, fra le rovine delle Biblioteche di Costantinopoli e in
tutti i monasteri dell'Alemagna e della Gran Brettagna, i polverosi
manoscritti dell'Antichità, procacciandosi le copie esatte di quelli de'
quali non gli si volevano vendere gli originali. Il Vaticano,
antico[605] ricettacolo delle Bolle, delle Leggende, de' monumenti della
superstizione e della frode, ringorgò di suppellettili più rilevanti, e
tanto s'adoperò Nicolò, che negli otto anni del suo regno, pervenne ad
unire una Biblioteca di cinquemila volumi. Alla munificenza di questo
Pontefice, il Mondo latino fu debitore delle traduzioni di Senofonte,
Diodoro, Polibio, Tucidide. Erodoto ed Appiano; della geografia di
Strabone, dell'Iliade, delle più preziose Opere di Platone, di
Aristotele, di Tolomeo, di Teofrasto e de' Padri della Chiesa greca. Un
mercatante di Firenze, che senza titoli di nascita e senza il soccorso
dell'armi, governava Firenze, imitò l'esempio del romano Pontefice. Il
nome e il secolo di Cosimo de' Medici[606] ceppo di una sequela di
Principi, sono intrinsecamente collegati coll'idea del risorgimento
delle scienze. La sua possanza gli venne dalla fama che si meritò
consagrando le proprie ricchezze al vantaggio dell'uman genere. Le
corrispondenze di lui si estendeano dal Cairo a Londra, e spesse volte
la medesima nave gli riportava libri greci e droghe dell'India.
L'ingegno del suo nipote Lorenzo, e l'educazione che il bisavolo gli
procurò, ne fecero non solamente un proteggitore della letteratura, ma
un giudice della medesima e un letterato. La sciagura trovava nel suo
palagio un soccorso, il merito un guiderdone; l'Accademia platonica
rallegravane gli ozj; incoraggiò le nobili gare di Demetrio Calcocondila
e di Angelo Poliziano; Giovanni Lascaris, zelante missionario di
Lorenzo, gli riportò dall'Oriente dugento manoscritti, ottanta de' quali
erano sconosciuti in que' tempi alle Biblioteche d'Europa[607]. Animata
da un medesimo spirito tutta l'Italia, i progressi delle nazioni
retribuirono ai Principi il compenso delle loro liberalità. Riserbatisi
i Latini il privilegiato possedimento della loro propria letteratura,
questi discepoli de' Greci divennero ben presto capaci di trasmettere e
perfezionare le lezioni che aveano ricevute. Dopo un breve succedersi di
maestri stranieri, la migrazione cessò; ma già essendosi diffuso
l'idioma dei Greci al di là dell'Alpi, la gioventù della Francia,
dell'Alemagna e dell'Inghilterra,[608] propagò nella sua patria il sacro
fuoco che avea ricevuto nelle scuole di Roma e di Firenze[609]. Nei
parti dello spirito, come nella produzioni della terra, l'arte e
l'industria superano i doni della natura; gli Autori greci, dimenticati
alle rive dell'Ilisso, comparvero splendenti su quelle dell'Elba e del
Tamigi; Bessarione e Gaza avrebbero potuto invidiare l'esattezza di
Budeo, il buon gusto d'Erasmo, la facondia di Stefano, l'erudizione di
Scaligero, e il discernimento di Reiske, o di Bentley. Il caso arricchì
i Latini di un novello vantaggio colla scoperta della stampa; ma Aldo
Manuzio e i suoi innumerabili successori adoperarono quest'arte preziosa
a moltiplicare e perpetuare le Opere dell'Antichità[610]. Un solo
manoscritto portato dalla Grecia, moltiplicavasi in diecimila copie
tutte più belle che l'originale. Sotto questa forma Omero e Platone
leggerebbero più volentieri le proprie Opere, e i loro scoliasti debbono
cedere la palma ai nostri editori occidentali.

Prima che la letteratura classica risorgesse in Europa, gli abitatori di
essa avvolgeansi fra le tenebre di una barbara ignoranza, e la povertà
stessa degli idiomi annunziava la rozzezza de' loro costumi. Coloro che
studiarono i più perfetti idiomi di Roma e della Grecia, si trovarono
trapiantati in un nuovo Mondo di scienza e di luce, ammessi nel
consorzio delle nazioni libere e ingentilite dell'Antichità, e in
famigliare conversazione con quegl'immortali, che aveano parlato il
sublime linguaggio dell'eloquenza e della ragione. Corrispondenze di tal
natura doveano necessariamente innalzar l'anima e migliorare il gusto
de' moderni; potremmo credere nullameno, ragionando sulle prime Opere di
questi, che lo studio degli Antichi avesse somministrate catene, anzichè
ali, all'umano ingegno. Lo spirito d'imitazione, comunque lodevole sia
il modello, tiene sempre alla schiavitù; onde i primi discepoli dei
Greci e de' Romani, pareano una colonia di stranieri in mezzo al loro
paese e al lor secolo. Tante minute cure adoprate ad introdursi ne'
penetrali dell'Antichità più rimota, poteano impiegarsi più utilmente
nel render perfetto lo stato attuale della società: i Critici e i
Metafisici, seguivano servilmente l'autorità di Aristotele. I Poeti, gli
Storici, gli Oratori, ripeteano, con fastosa ostentazione, i pensieri e
le espressioni del secolo d'Augusto; se contemplavano le opere della
natura, cogli occhi di Plinio e di Teofrasto il faceano; e alcuni
d'essi, Pagani devotissimi, rendeano perfino segreto omaggio agli Dei di
Omero e di Platone[611]. Gli Italiani, nel secolo successivo alla morte
del Petrarca e del Boccaccio, si trovarono oppressi dal numero e della
possanza de' loro antichi ausiliarj. Comparve una folla d'imitatori
latini, che adesso lasciamo, senza inconveniente, riposare negli
scaffali delle nostre biblioteche. Ma difficilmente potremmo citare in
quell'epoca di erudizione, la scoperta di una scienza, un'opera
originale, o eloquente, scritta in idioma nativo[612]. Ciò nullameno,
quando il suolo fu bastantemente imbevuto di questa celeste rugiada, la
vegetazione e la vita comparvero d'ogni banda; i moderni idiomi vennero
a perfezione; gli Autori classici di Roma e di Atene inspirarono purezza
di gusto e nobile emulazione. Nell'Italia, siccome dappoi nella Francia
e nell'Inghilterra, al regno seducente della poesia e delle finzioni,
succedettero i lumi della filosofia speculativa e sperimentale. Può
talvolta il genio emergere più presto della espettazione; ma
all'educazione di un popolo, siccome a quella di un individuo, è
necessario ne sia esercitata la memoria, prima di mettere in atto le
molle della ragione, o della imitazione. Sol dopo averli imitati per
lungo tempo, perviene l'artista a pareggiare, e talvolta a superare, i
proprj modelli.

NOTE:

[485] Questa singolare istruzione è stata tolta, cred'io, dagli archivj
del Vaticano, per cura di Odorico Raynald, e inserita nella sua
continuazione degli _Annali_ del Baronio (Roma, 1646-1677, in dieci
volumi _in folio_). Io non mi sono prevalso che dell'Abate Fleury
(_Hist. eccles._, t. XX, p. 1-8), le compilazioni del quale Scrittore ho
sempre trovate chiare, esatte ed imparziali.

[486] _Si vegga la nostra Nota_ (pag. 89) _che tratta del Concilio di
Lione._ (Nota di N. N.)

[487] L'ambiguità di questo titolo è felice, o ingegnosa; e _Moderator_
come sinonimo di _rector_, _gubernator_, è un termine di latinità
classica ed anche ciceroniana, che si troverà non nel _Glossario_ del
Ducange, ma nel _Thesaurus_ di Roberto Stefano.

[488] La prima epistola (_sine titulo_) del Petrarca, rappresenta il
pericolo della _barca_ e l'incapacità del _piloto_. _Haec inter, vina
madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat,
dormitat, jam somno praeceps atque_ (utinam solus) _ruit..... heu quanto
felicius patrio terram sulcasset aratro, quam scalmum piscatorium
ascendisset._ Una tale satira impone al biografo di questo Pontefice
l'obbligo di pesarne le virtù e i vizj, che sono stati esagerati dai
Guelfi e dai Ghibellini, dai Cattolici e dai Protestanti (_V._ le
_Memorie sulla vita del Petrarca_, t. I, p. 259; II, n. 15, p. 13-16).
Fu Papa Benedetto XII che diede occasione al proverbio _bibamus
papaliter_.

[489] _V._ le Vite originali di Clemente VI nel Muratori (_Script. rer.
ital._, t. III. parte 2, pag. 550-589), in Mattia Villani (_Cron._, l.
III, c. 43, _in Muratori_, t. XIV, p. 186), che lo chiama _molto
cavalleresco, poco religioso_; in Fleury (_Hist. eccles._, tom. XX, p.
127) e nella Vita del Petrarca (t. II, p. 42-45). L'Abate di Sade gli si
mostra assai più indulgente; ma è da notarsi che questo Scrittore era
prete e gentiluomo ad un tempo.

[490] Questa matrona è conosciuta sotto il nome, probabilmente sformato,
di Zampea, ed aveva accompagnata la sua padrona a Costantinopoli, ove
rimase sola con essa. Gli stessi Greci non le poterono negar lode di
donna prudente, erudita e cortese. Cantacuzeno (l. I, c. 42).

[491] _Era opportuno il provare l'asserzione con una particolare
citazione._ (Nota di N. N.)

[492] _V._ tutta questa negoziazione in Cantacuzeno (lib. IV, c. 9), che
in mezzo agli encomj di cui largheggia alla propria virtù, svela le
inquietudini di una coscienza colpevole.

[493] _V._ un così ignominioso Trattato in Fleury (_Hist. eccles._, p.
151-154), che lo ha tolto da Raynald, e questi forse dagli archivj del
Vaticano. Esso non meritava il fastidio di adulterarlo.

[494] _V._ le due Vite originali di Urbano V nel Muratori (_Script. rer.
ital._, t. III, parte 2, p. 623-635) e gli _Annali ecclesiastici_ di
Spondano (t. I, p. 573, A. D. 1369, n. 7) e Raynald (Fleury, _Hist.
eccles._, t. XX, p. 223, 224). Credo che gli Storici pontifizj, se hanno
esagerato, abbiano esagerato di poco le genuflessioni di Paleologo.

[495] _Paulo minus quam si fuisset Imperator Romanorum_. Nondimeno il
suo titolo d'Imperatore de' Greci non gli venia disputato (_Vit. Urbani
V_, p. 623).

[496] Privilegio riserbato ai soli successori di Carlomagno, i quali
anche non poteano goderne che il giorno di Natale: in tutte le altre
feste, questi diaconi coronati, si contentavano di presentare al Papa il
messale e il corporale, quando diceva la messa. Nondimeno l'Abate di
Sade ha la generosità di credere cosa possibile, che siasi derogato alla
regola per un riguardo ai meriti di Carlo IV, ma non in quello stesso
giorno, che era il primo novembre 1368. Sembra che l'Abate apprezzi al
giusto e l'uomo, e il privilegio (_Vie de Pétrarque_, t. III, p. 735).

[497] A malgrado della denominazione italiana corrotta (Mattia Villani,
l. XI, c. 79, in Muratori, t. XV, pag. 746), l'etimologia di _Falcone in
bosco_ ci dà la parola inglese Hawkwood, vero nome del nostro audace
concittadino (Tommaso Walsingham, _Hist. anglican._, _inter scriptores
Cambdeni_, p. 184). Dopo ventidue vittorie e una sola sconfitta, morto
nel 1394 Generale de' Fiorentini, questa repubblica lo fece seppellire
con onori che non avea conceduti nè a Dante, nè al Petrarca (Muratori,
_Annali d'Ital._, t. XII, p. 212-271).

[498] Questo torrente d'Inglesi, o il fossero per nascita, o per la
causa che difendevano, calò di Francia in Italia dopo la pace di
Bretignì, nel 1360. Il Muratori (_Ann._, tom. XII, p. 197) esclama con
più di verità che di cortesia: «Ci mancava ancor questo, che dopo essere
calpestata l'Italia da tanti masnadieri Tedeschi ed Ungheri, venissero
fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla.»

[499] Calcocondila, (l. I, p. 25-26) pretende che Paleologo si
trasferisse a visitare la Corte di Francia: ma il silenzio degli Storici
nazionali confuta abbastanza quest'asserzione. Non sono nè manco molto
inclinato a credere che egli abbandonasse l'Italia, _valde bene
consolatus et contentus_, come ne vien detto nella _Vita di Urbano V_,
p. 623.

[500] Il ritorno di Paleologo a Costantinopoli, accaduto nell'anno 1370,
e la coronazione di Manuele nel 25 settembre 1373 (Ducange, _Famil.
byzant._, p. 241), lascia un intervallo per la cospirazione e pel
gastigo d'Andronico.

[501] _Mém. de Boucicault_, p. 1, c. 35, 36.

[502] Calcocondila (l. II, c. 44-50) e Duca (c. 14) parlano leggermente,
e a quanto sembra, con ripugnanza del viaggio di Manuele nell'Occidente.

[503] _V._ Muratori, _Annali d'Italia_, t. XII, pag. 407. Giovanni
Galeazzo fu il primo e il più potente dei Duchi di Milano. La sua
corrispondenza con Baiazetto è attestata dal Froissard; contribuì a
salvare, o liberare i prigionieri francesi di Nicopoli.

[504] Intorno al ricevimento di Manuele a Parigi, _V._ Spondano (_Annal.
eccles._, t. I, p. 676, 677, A. D. 1400, n. 5), il quale cita Giovenale
degli Orsini e i monaci di S. Dionigi, e Villaret (_Hist. de France_, t.
XII, p. 331-334), che non cita nessuno, conforme la nuova usanza degli
Scrittori francesi.

[505] Il dottore Hody ha tolto da un manoscritto di Lambeth (_De Graecis
illustribus_) una nota che si riferisce al soggiorno di Manuele
nell'Inghilterra. _Imperator, diu variisque et horrendis paganorum
insultibus coarctatus, ut pro eisdem resistentiam triumphalem
perquireret, Anglorum regem visitare decrevit_ etc. _Rex_ (dice il
Walsingham p. 364) _nobili apparatu.... suscepit_ (ut decuit) _tantum
Heroa; duxitque Londonias, et per multos dies exhibuit gloriose, pro
expensis hospitii sui solvens, et eum respiciens tanto fastigio
donativis_. Egli ripete la medesima cosa nel suo _Upodigma Neustriae_
(p. 556).

[506] Shakespear comincia e termina la tragedia di Enrico IV col voto
fatto da questo Principe di prender la croce, e col presentimento che
egli avea di morire a Gerusalemme.

[507] Questo fatto viene raccontato nella _Historia politica_ (A. D.
1391-1478), pubblicata da Martino Crusio (_Turco-Graecia_, p. 1-43).
L'immagine di Cristo, alla quale l'Imperator greco ricusò omaggio, era
forse un lavoro di scoltura.

[508] Leonico Calcocondila termina col cominciar del verno del 1463 la
Storia de' Greci e degli Ottomani; e l'affrettata conclusione della
medesima ne dà a supporre che in quello stesso anno lo Storico
tralasciasse di scrivere. Sappiamo che egli era di Atene, e che alcuni
contemporanei dello stesso cognome assai giovarono al rinascimento
dell'idioma greco in Italia. Ma questo Scrittore, nelle lunghe sue
digressioni, ha avuta mai sempre la modestia di non parlar di sè stesso.
Leunclavio, editore, e Fabrizio (_Bibl. graec._, tom. VI, p. 474),
sembrano ignorare del tutto lo stato di lui e la Storia della sua vita.
Quanto alle sue descrizioni dell'Alemagna, della Francia e
dell'Inghilterra, _V._ l. II, p. 36, 37, 44-50.

[509] Non mi starò qui a notare gli errori geografici di Calcocondila.
Egli ha forse nella sua descrizione seguito e male inteso il testo di
Erodoto (l. II, cap. 33), soggetto a varia interpretazione (_Erodoto_ di
Larcher, t. II, p. 219, 220). Ma questi moderni Greci non aveano dunque
mai letto Strabone, nè alcuno de' loro geografi?

[510] Un cittadino della nuova Roma, finchè questa nuova Roma durò, non
si sarebbe degnato di onorare il Ρεξ, _Re_ alemanno del titolo di
Βασιλευς, o Αυτοκρατωρ Ρομαιων, _Monarca, o Autocratore Romano_; ma
Calcocondila avea spogliato ogni spezie di vanità, accennando il
Principe di Bisanzio e i suoi sudditi colle esatte ed umili
denominazioni di Ελληνες e Βασιλευς Ελληνων, _Greci e Re de' Greci_.

[511] Nel secolo decimoquarto veniva tradotta in prosa francese la
maggior parte de' vecchi romanzi che divennero la lettura favorita de'
cavalieri e delle dame della Corte di Carlo VI; e si può meglio
perdonare ad un Greco l'aver credute vere, se credè vere, le imprese di
Olivieri e di Orlando, che ai Frati di S. Dionigi, i quali inserirono
nelle loro Cronache di Francia le favole dell'Arcivescovo Turpino.

[512] Δονδινη.... δε τε πτολιε δυναμει τε προεχουσα των εν τη νητω ταυτη
πολεων, ογβω τε και τη αλλη ευδαιμονια των προς εσπεραν λειπομενη,
_Londra.... città che per potenza avanza tutte le altre città
dell'isola, e in ricchezza e in ogni genere di prosperità si lascia
indietro quante ve n'ha in Occidente_. Ne' tempi di Fitz-Stephen, ossia
nel secolo dodicesimo, sembra che Londra per ricchezza e grandezza abbia
goduto di una tal primazia; primazia ch'ella ha conservata di poi col
crescere in estensione progressivamente, e proporzionatamente agli
aumenti per cui le altre capitali dell'Europa abbellivansi.

[513] Ammettendo anche che il doppio significato del verbo Κυω
(_osculor_ e _in utero gero_) desse luogo ad equivoco, non può dubitarsi
di ciò che Calcocondila intendeva dire, e dell'abbaglio da lui preso,
ponendo mente all'orror pio che il comprende nell'annunciare questo
barbaro uso (p. 49).

[514] Erasmo (_epist. Fausto Andrelino_) parla in modo scherzevole
dell'usanza che hanno gl'Inglesi di baciare gli stranieri, senza badare
al sesso, all'atto del loro arrivo, ma non ne deduce quindi sinistre
supposizioni.

[515] Noi potremo forse applicare questa osservazione alla comunanza
delle donne che Cesare e Dione Cassio hanno supposta in vigore fra gli
antichi Brettoni (l. LXII, t. II, p. 1007), e _V._ Dione colle
giudiziose note del Reimar. Gli _Arreoy_ di Taiti, corporazione la cui
infamia ne sembrava da prima evidentissima, ci appaiono men colpevoli
col nostro aumentar di nozioni sulle costumanze di questo popolo buono e
pacifico.

[516] _V._ Lenfant (_Hist. du Concile de Constance_, tom. II, p. 576), e
quanto alla Storia ecclesiastica di que' tempi, gli _Annales_ dello
Spondano, la _Biblioteca_ del Dupin (t. XII) e i tomi XXI, XXII della
Storia, o piuttosto della continuazione di Fleury.

[517] Fin dalla prima giovinezza, Giorgio Franza, o Phranzès fu
impiegato al servigio dello Stato e del palagio; e l'Hank (_De script.
byzant._, parte I, c. 40) ne ha raccolta da' suoi scritti la vita. Avea
ottantaquattro anni, quando Manuele morendo, lo raccomandò caldamente al
suo successore. _Imprimis vero hunc Phranzen tibi commendo, qui
ministravit mihi fideliter et diligenter_ (Franza, l. II. c. 1).
L'Imperatore Giovanni nondimeno si comportò freddamente verso di lui, ai
servigi del medesimo preferendo quelli dei despoti del Peloponneso.

[518] _V._ Franza, lib. II, c. 13. Poichè vi sono tanti manoscritti
greci nelle biblioteche di Roma, di Milano e dell'Escuriale, è un
obbrobrio che noi siamo ridotti a valerci delle traduzioni latine e
delle compilazioni di Giacomo Pontano (_ad calcem Teophlact.
Simocattae_, Ingolstadt, 1604), che mancano ad un tempo di eleganza e di
esattezza (Fabricius, _Bibl. graec._, t. VI, p. 615-620).

[519] _V._ Ducange, _Fam. byzant._, p. 243-248.

[520] L'estensione esatta dell'Essamilione posto fra i due mari, era di
tremila ottocento _orgigie_, o tese di sei piedi greci (Franza, l. I, c.
38), lunghezza equivalente ad un miglio greco, più corto di quello di
seicentosessanta tese francesi che il d'Anville pretende adoperarsi in
Turchia. La larghezza dell'Istmo viene comunemente riguardata di cinque
miglia (_V._ i _Viaggi_ di Spon, Wheeler e Chandler).

[521] La prima obbiezione degli Ebrei cade sulla morte di Gesù Cristo;
se era stata volontaria, egli era dunque colpevole di suicidio, al che
l'Imperatore rispose allegando un mistero. Si fanno indi a disputare
sulla Concezione di Maria Vergine, sul significato delle profezie
(Franza, l. II, c. 12, fino alla fine del capitolo).

[522] _Ciò si riferisce a poco dopo l'anno 1420 in cui era guerra
grandissima, fra il Concilio generale di Basilea, ed il Papa Eugenio IV.
Vegga il Lettore la nostra Nota_ (p. 468); _gl'illustri Storici Fleury e
Lenfant ci diedero dottamente la Storia dei Concilj di Costanza e di
Basilea._ (Nota di N. N.)

[523] Nel Trattato delle _materie benefiziarie_ di Fra Paolo (vol. IV
dell'ultima e migliore edizione delle sue Opere), questo autore dilucida
con eguale franchezza e dottrina tutto il sistema politico de'
Pontefici. Quand'anche rimanessero annichilate Roma e la sua religione,
lor sopravviverebbe questo prezioso volume come un'eccellente Storia
filosofica, e come un salutare avvertimento.

[524] Il Papa Giovanni XXII nel 1334 lasciò morendo in Avignone diciotto
milioni di fiorini d'oro, e un valore di altri sette milioni in
argenterie e suppellettili. _V._ la _Cronaca_ di Giovanni Villani (l.
XI, c. 20, nella Raccolta del Muratori, t. XIII, pag. 765) il cui
fratello avea saputi questi particolari dai tesorieri del Papa. Un
tesoro di sei, o otto milioni nel secolo decimoquarto sembra sterminato,
e quasi incredibile.

[525] Il sig. Lenfant, protestante dotto e giudizioso, ne ha offerta una
_Storia de' Concilj di Pisa, Costanza e Basilea_, in sei volumi in 4.;
ma l'ultima parte, composta in fretta, non descrive compiutamente che le
turbolenze della Boemia.

[526] Gli atti originali, ossia le minute del Concilio di Basilea,
formano dodici volumi _in folio_, che tuttavia si conservano in quella
pubblica Biblioteca. Basilea era una città libera, vantaggiosamente
situata sul Reno, e difesa dalla Confederazione degli Svizzeri suoi
vicini. Il Papa Pio II, che portando il nome di Enea Silvio, era stato
segretario del Concilio, vi fondò nel 1459 una Università. Ma che cosa
sono un Concilio, o una Università, a petto de' torchi di Froben, o dei
lavori di Erasmo?

[527] _Questa espressione è troppo forte anche ammettendo, che
l'autorità d'un Concilio generale sia superiore a quella del Papa. Chi
poi volesse avere notizia di tutte le cose seguìte, durante i grandi
contrasti scandalosi fra i Papi, ed i Concilj generali di Pisa, di
Costanza e di Basilea, che noi qui per brevità non possiamo dare, legga
lo Storico fedele ed imparziale di Fleury, e meglio ancora il dottissimo
Moseim ne' Secoli decimoquarto e decimoquinto. L'Autore qui non ne dà
che un esatto, ma brevissimo sospetto._ (Nota di N. N.)

[528] L'annalista Spondano (A. D. 1433, n. 25, t. I, p. 824) non mette
molta asseveranza nel raccontare questa ottomana ambasceria attestata
solo da Crantz.

[529] Syropulus, p. 19. Da questo computo sembra essersi esagerato dai
Greci il numero de' laici e degli ecclesiastici che seguirono di fatto
l'Imperatore e il Patriarca; ma il grande Ecclesiarca non ne offre un
conto esatto. I settantacinquemila fiorini che in questa negoziazione i
Greci chiedevano al Papa (p. 9), erano una somma superiore ai loro
bisogni e che sperar non potevano di ottenere.

[530] Mi valgo indifferentemente delle voci ducati, o fiorini; i primi
ricevono la loro denominazione dai Duchi di Milano, i secondi dalla
repubblica di Firenze. Queste monete, le prime d'oro che si coniassero
in Italia, e forse nel Mondo latino, possono, rispetto al peso e al
valore, venir paragonate ad un terzo di ghinea d'Inghilterra.

[531] Dopo la traduzione latina di Franza, trovasi una lunga epistola
greca, o declamazione di Giorgio di Trebisonda che consiglia a Paleologo
il dar preferenza ad Eugenio e all'Italia; e parla con disprezzo
dell'Assemblea scismatica di Basilea, de' Barbari della Gallia e
dell'Alemagna, collegatisi per trasportare la cattedra di S. Pietro di
là dall'Alpi: οι αθλιοι (egli dice) σε και την μετα σου συνοδον εξα των
Ηρακλειων στηλων και περα Γαδηρων εξαξουσι, _que' miserabili ancora
secondo te trasportano il Concilio fuori delle colonne d'Ercole, al di
là di Cadice_. Ma che? Non vi erano carte geografiche a Costantinopoli?

[532] Siropolo (p. 26-31) esprime la propria indignazione e quella de'
suoi compatriotti. Ben cercarono scuse alla commessa imprudenza i
deputati di Basilea, ma non poteano o negare, o cambiare l'atto del
Concilio.

[533] _Bisognava provare con una citazione, onde appagare il Lettore,
che Eugenio IV si procacciò cotale decreto del Concilio generale di
Basilea._ (Nota di N. N.)

[534] Condolmieri, nipote e Ammiraglio del Papa, dichiara espressamente,
οτι οριουμονεχει παρα του Παπα ινα πολεμηση οπου αν ευρη τα κατεργα της
συνοδου, και ει δυνηθη καταδυση και αφανιση, _che ebbe comando dal Papa
di combattere ovunque trovasse le squadre del Concilio, e potendo, le
calasse a fondo e perdesse_. I Padri del Sinodo diedero ordini men
perentorj ai loro marinai, e fino al momento in cui le due squadre
incontraronsi, le due fazioni cercarono di nascondere ai Greci lo
scambievole animo ostile.

[535] Siropolo narra le speranze di Paleologo (p. 36) e l'ultimo
consiglio datogli da Sigismondo (p. 57). L'Imperatore seppe a Corfù la
morte dell'amico, e se ne fosse stato avvertito più presto, sarebbe
ritornato a Costantinopoli (p. 79).

[536] Lo stesso Franza, benchè per diversi motivi, era del parere di
Amurat (l. II, c. 13). _Utinam ne synodus ista unquam fuisset, si tantas
offensiones et detrimenta paritura erat_. Siropolo parla anche
dell'ambasceria ottomana. Amurat mantenne la sua promessa; e forse
minacciò (pag. 125-219), ma non assalì la città.

[537] Il lettore sorriderà sul modo ingenuo con cui il Patriarca fece
note le concette speranze ai suoi favoriti: τοιαυτην πληροφοριαν σχησειν
ηλπιξ, και δια του Παπα εθαρρει ελευθερωσαι την εκκλησιαν απο της
αποτεθεισης αυτου δουλειας παρα του βασιλεως, _sperava avere siffatto
assenso, e temeva non fosse dal Papa liberata la Chiesa per la
dependenza mostrata dal Re_ (p. 92), nondimeno gli sarebbe stato
difficile di mettere in pratica le lezioni di Gregorio VII.

[538] Il nome cristiano di Silvestre è tolto dal Calendario latino. Nel
greco moderno la voce πουλος, piccolo, si aggiunge alla fine di una
parola per esprimere un diminutivo; ma non v'è alcun argomento che dia
diritto all'editore Creyghton a sostituire _Sguropulus_ (_Sguros_,
_fuscus_) al _Syropulus_ del manoscritto di questo Storico, che ha posta
la propria firma negli atti del Concilio di Firenze. Perchè l'autore non
potrebbe egli essere di origine siriaca?

[539] Dalla conclusione di questa Storia, ne deduco la data del 1444,
quattro anni dopo il Sinodo. Allorchè il grande Ecclesiarca rassegnò la
sua carica (Sect. XII, p. 330-350), il tempo e il ritiro aveano sedate
le sue passioni; e Siropolo, benchè spesse volte parziale, non è mai
caduto negli eccessi.

[540] (_Vera historia unionis non verae inter Graecos et Latino, Hagae
Comitis 1660, in folio_). Roberto Creyghton, cappellano di Carlo II,
durante l'esilio di questo Principe, la pubblicò il primo con una
traduzione pomposa e poco fedele. Il titolo polemico è sicuramente
d'invenzione dell'editore perchè il principio dell'opera manca. Quanto
al merito della narrazione e anche dello stile, Siropolo può essere
collocato fra i migliori scrittori di Bisanzo: ma la sua Opera è esclusa
dalla raccolte ortodosse dei Concilj.

[541] Siropolo alla pagina 63 esprime francamente la sua intenzione ιν
ουτω πομπαων εν Ιταλοις μεγας βασιλευς παρ εκεινων νομιξοιτο, _affinchè
dalla pompa giudicassero quelli quanto fosse grande quel Re in Italia_.
La traduzione latina di questo passo, eseguita dal Creyghton può
somministrare un'idea delle sue vistose parafrasi. _Ut pompa
circumductus noster Imperator Italiae, populis aliquis deauratus Jupiter
crederetur, aut Croesus ex opulenta Lydia_.

[542] Senza obbligarmi a citare Siropolo ad ogni fatto particolare,
osserverò che la navigazione de' Greci da Costantinopoli sino a Venezia
e Ferrara, trovasi nella sua quarta Sezione (p. 67-100), e che questo
Istorico possede il raro merito di mettere ciascuna scena innanzi gli
occhi de' suoi leggitori.

[543] Nel tempo del Sinodo, Franza si trovava nel Peloponneso; ma il
despota Demetrio gli fece un esatto racconto del modo onorevole con cui
l'Imperatore ed il Patriarca vennero accolti a Venezia e a Ferrara
(_Dux..... sedentem Imperatorem_ adorat). I Latini ne parlano dando
minore importanza alle cose.

[544] La sorpresa che sentirono il Principe greco e un ambasciatore di
Francia al primo veder Venezia (_Mém. de Philippe de Comines_, l. VII,
c. 18), è incontrastabile prova che questa città nel secolo decimoquarto
era la prima e la più bella di tutte l'altre del Mondo cristiano. Quanto
alle spoglie di Costantinopoli che vi scorsero i Greci, _V._ Siropolo
(p. 87).

[545] Nicolò III d'Este, regnò quarant'otto anni (A. D. 1343-1441),
possedendo Ferrara, Modena, Reggio, Parma, Rovigo e Comacchio. _V._ la
Vita nel Muratori (_Antichità Estensi_, t. II, p. 159-201).

[546] Le popolazioni delle città latine risero assai del vestire de'
Greci, delle lunghe tonache, delle larghe maniche e della barba.
L'Imperatore non si distingueva dagli altri che pel colore porporino
dell'abito e pel diadema, o tiara, la cui punta andava fregiata di un
magnifico diamante (Hody, _De Graecis illustribus_, p. 31). Un altro
spettatore però afferma l'usanza del vestir greco, essere _ più grave e
più degna_ che non l'italiana (Vespasiano, _in vit. Eugen. IV_.
Muratori, t. XXXV, p. 261).

[547] Intorno alle cacce dell'Imperatore, _V._ Siropolo (p. 143,
144-191). Il Papa gli avea spediti undici cattivi falconi, ma egli ne
comprò uno addestrato a maraviglia e condottogli dalla Russia. Qualche
leggitore maraviglierà forse di trovar qui la denominazione di
_Giannizzeri_, ma i Greci tolsero questa voce agli Ottomani senza
imitarne l'instituzione; e la vediamo spesso volte usata nell'ultimo
secolo del greco Impero.

[548] Non senza vincere molte difficoltà, i Greci avevano ottenuto, che
invece de' viveri in natura venisse loro fatta una distribuzione in
danaro. Furono quindi assegnati quattro fiorini al mese alle persone di
onorevole grado, e tre a ciascun servo. L'Imperatore ne ebbe
trentaquattro, il Patriarca ventinove, e il Principe Demetrio
ventiquattro. La paga intiera del primo mese, non andò che a seicento
novantun fiorini, la qual somma dimostra che il numero de' Greci non
oltrepassava i dugento (Syropulus, p. 104, 105). Nel mese di ottobre
1438, erano dovute le somme di quattro mesi addietro, e tre mesi ancora
in aprile del 1439, e cinque e mezzo in luglio, epoca della unione (p.
172-225-271).

[549] Siropolo (p. 141, 142-204-221) deplora la prigionia de' Greci che
venivano ritenuti quasi per forza in Italia, dolendosi intorno a ciò
della tirannide dell'Imperatore e del Patriarca.

[550] Trovasi una relazione chiara ed esatta delle guerre d'Italia nel
quarto volume degli _Annali_ del Muratori. Sembra che lo scismatico
Siropolo (p. 145) abbia esagerato il temere e il correre a precipizio
del Papa, allorchè si ritirò da Ferrara a Firenze. Gli atti provano che
fu assai tranquilla, e convenevolmente eseguita una tale ritirata.

[551] Siropolo novera fino a settecento Prelati nel Concilio di Basilea;
ma l'errore è palpabile e fors'anche volontario. Nè gli ecclesiastici di
tutte le classi che furono presenti al Concilio, nè tutti i Prelati
lontani che esplicitamente o implicitamente ne riconosceano i decreti,
avrebbero bastato a formar questo numero.

[552] I Greci opposti all'unione non voleano di qui decampare
(Syropulus, p. 178-193-195-202). I Latini non vergognarono di tirar
fuori un vecchio manoscritto del secondo Concilio di Nicea, ove era
stata aggiunta al Simbolo la parola _Filioque_, alterazione evidente.

[553] Un Greco celebre dice: Ως εγω οσαν εις ναον εισελθω Λατινων ου
προσκυνω τινα των εκεισε αγιων, επει ουδε γνωγιξω τινα, _quando entro in
una chiesa de' Latini non adoro nessuno de' Santi che colà sono, perchè
non li conosco_ (Syropulus, pag. 109). Vedasi in quale impaccio si
trovarono i Greci, alle p. 217, 218, 252, 253, 273.

[554] _V._ la disputa urbana di Marco d'Efeso e di Bessarione in
Siropolo (pag. 257), che non cerca mai di palliare i vizj de' suoi
compatriotti, e rende imparziale omaggio alle virtù de' Latini.

[555] Quanto all'indigenza de' Vescovi greci, _V._ un passo di Duca
(pag. 31). Uno di questi prelati possedea per tutta sostanza tre vecchi
abiti, ec. Bessarione avea guadagnato quaranta fiorini d'oro, facendo
scuola vent'un anni in un monastero, ma ne avea spesi ventotto nel suo
viaggio del Peloponneso, e a Costantinopoli il resto (Syropulus, p.
127).

[556] Siropolo pretende che i Greci non abbiano ricevuto danaro prima di
sottoscrivere l'atto di unione (p. 283); racconta nondimeno alcune
circostanze sospette, e lo Storico Duca afferma che si lasciarono
corrompere dai donativi.

[557] I Greci esprimono in tuon doloroso i loro timori d'un esilio, o
d'una schiavitù perpetua (pag. 197), e l'impressione che fecero
sovr'essi le minacce dell'Imperatore (p. 260).

[558] Io mi dimenticava d'un altro dissenziente[559] d'un grado meno
sublime ma ortodosso oltre ogni dire, il cane favorito di Paleologo, che
solito a star sempre tranquillo sui gradini del trono abbaiò
furiosamente, sinchè durò la lettura del Trattato d'unione, e vano fu
l'accarezzarlo e il flagellarlo per ridarlo al silenzio (Syropulus, p.
265-267).

[559] _Un accidente non doveva porgere soggetto di spargere il ridicolo
sulla lettura del_ Decretum unionis etc. _del Concilio generale di
Firenze: se poi l'unione dei Vescovi greci coi latini non fu sincera,
com'è vero, e come risulta della Storia, per cui lo scisma continuò, e
continua ancora, ciò non ha relazione al ridicolo._ (Nota di N. N.)

[560] _Bisogna osservare a questo passo dell'Autore, che è massima de'
Decretalisti e de' Curiali della Corte di Roma, ed anche di molti
Teologi, specialmente Italiani, che devonsi considerare soltanto
autorevoli quegli atti e decreti del Concilio generale di Basilea, dati
prima che nascesse la dissensione, e la guerra fra il Concilio stesso,
ed il Papa Eugenio IV, e finchè questi approvò il Concilio, e che quelli
fatti dopo il decreto di scioglimento del Concilio stesso, scritto da
Eugenio, in un col di lui trasferimento, e nuova convocazione a Ferrara,
e indi a Firenze, non sono da valutarsi, perchè il Papa presiedette
quello di Ferrara, e indi quello di Firenze. Per altro il Concilio
generale di Pisa, dal quale fu eletto il Papa Alessandro V, erasi
adunato, ed aveva decretato, non molto tempo prima, senza l'intervento
di Papa, e tuttavia è riputato legittimo, ed autorevole da tutt'i
Teologi, ed anzi lodato per l'elezione canonica d'Alessandro in quel
tempo di gravi turbolenze. Questa contraddittoria diversità d'opinione
de' Teologi, favoritori della Corte di Roma, deriva dall'aver voluto il
Concilio di Basilea, seguendo l'esempio del Concilio di Costanza,
ristabilire l'aristocrazia de' Vescovi nel governo della Chiesa,
specialmente dopo il decreto d'Eugenio dello scioglimento, lo che il
Concilio non venne a capo di fare, per l'avveduta politica di quel Papa.
Del resto lo scioglimento della questione intorno i decreti autorevoli e
non autorevoli del Concilio di Basilea (che noi ora lasciamo volentieri
a' controversisti, perchè esigerebbe una dissertazione, che paragonasse
lo stato ed i fatti de' primi cinque secoli de' Cristiani antichi con
quello de' moderni), dipende dalla soluzione di un'altra, cioè se
l'autorità di un Concilio generale sia superiore, o no, a quella del
Papa._ (Nota di N. N.)

[561] Le Vite de' Papi raccolte dal Muratori (t. III, part. II, t. XXV)
ne rappresentano Eugenio IV, come un Pontefice di costumi illibati ed
anche esemplari. Se osserveremo però in quale arduo stato egli si
trovasse, avendo vôlti in se gli sguardi di tutto il Mondo e di tanti
nemici, vedremo in ciò un motivo, che lo costringeva ad essere molto
circospetto.

[562] Siropolo credè minore obbrobrio l'assistere alla cerimonia
dell'Unione che sottoscriverne l'atto; ma poi fu obbligato a far l'uno e
l'altro, e adduce cattive scuse per difendere la sua obbedienza ai
comandi dell'Imperatore, p. 290-292.

[563] Non v'è più oggi giorno alcuno di questi atti originali
dell'Unione. Di dieci manoscritti, cinque de' quali si conservano a
Roma, gli altri a Firenze, Bologna, Venezia, Parigi e Londra, nove sono
stati assoggettati all'esame di un Critico abile, il sig. Bréquigny, che
li ricusa a motivo della differenza delle sottoscrizioni greche e degli
abbagli nella scrittura. Alcuni però di questi possono essere riguardati
come copie autentiche, sottoscritte a Firenze prima del 26 agosto, nel
qual tempo il Pontefice e gl'Imperatori si separarono (_Mém. de
l'Académie des Inscript._, t. XLIII, p. 287-311).

[564] Ημιν δε ως εδοκουν φωνας, _mi pareano voci senza significato_
(Syropulus, p. 297).

[565] Tornando a Costantinopoli, i Greci s'intertennero a Bologna
d'Italia cogli Ambasciatori d'Inghilterra, i quali dopo alcune
interrogazioni e risposte su tale argomento, risero della pretesa unione
di Firenze (Syropulus, p. 307).

[566] Le unioni de' Nestoriani e de' Giacobiti ec., sono sì
inconcludenti, o favolose, che invano ho scartabellata, per trovarne
qualche vestigio, la _Biblioteca Orientale_ dell'Assemani, schiavo
fedelissimo del Vaticano.

[567] Ripaglia, situata presso Thonon nella Savoia, ad ostro del lago di
Ginevra, oggidì è una Certosa. Il sig. Addisson (_Viaggio d'Italia_,
vol. II, pag. 147, 148, ediz. delle sue Opere per cura di Baskerville)
ha celebrato il luogo e il fondatore. Enea Silvio, e i Padri di Basilea
non si stancano di lodare l'austero vivere del Duca eremita; ma
sfortunatamente, il proverbio francese _faire ripaille_, fa fede
dell'opinione generalmente diffusa sulla vita molle di questo
ex-Pontefice.

[568] _Anche i Papi erano uomini, e di che mai gli uomini non abusano?
Ma dagli abusi particolari che si fossero verificati rispetto ad alcuni
Pontefici, era egli lecito il dedurne la conseguenza generale per
tutti_: Continuarono ad abusarne? (Nota di N. N.)

[569] Intorno ai Concilj di Basilea, Ferrara e Firenze ho consultati gli
Atti originali che formano i volumi XVII, XVIII dell'edizione di
Venezia, terminati dalla Storia chiara, ma parziale, di Agostino
Patrizio, Italiano, del secolo XV. Essendo stati i compilatori de'
medesimi il Dupin (_Bibl. eccles._, t. XII) e il continuatore di Fleury
(t. XXII), il rispetto che la Chiesa gallicana serba ad entrambe le
parti gli ha tenuti in una circospezione quasi ridicola.

[570] Il Meursio, nel suo primo Saggio, cita tremila seicento vocaboli
_greco-barbari_; e ne aggiunse mille ottocento in una seconda edizione,
lasciando cionnullameno molto lavoro da farsi al Porzio, al Ducange, al
Fabrotti, ai Bollandisti, ec. (Fabr., _Bibl. graec._, t. X, pag. 101,
ec.). Trovansi parole persiane in Senofonte, e latine in Plutarco; tale
è l'inevitabile effetto del commercio e della guerra; ma questa lega non
corruppe in sostanza l'idioma.

[571] Francesco Filelfo era un sofista, o filosofo vanaglorioso, avido e
turbolento. La vita di lui è stata accuratamente composta dal Lancelot
(_Mém. de l'Acad. des Inscr._, tom. X, p. 691-751), e dal Tiraboschi
(_Storia della Letteratura italiana_, t. VII, p. 282-294), in gran parte
seguendo le tracce delle lettere dello stesso Filelfo. Le Opere di
questo e de' suoi contemporanei, scritte con troppa ricercatezza, sono
poste in dimenticanza; ma le loro lettere famigliari dipingono gli
uomini e i tempi.

[572] Sposò, e forse aveva sedotta, la nipote di Manuele Crisoloras,
donzella ricca, avvenente, e di nobile famiglia, congiunta di sangue coi
Doria di Genova e cogli Imperatori di Costantinopoli.

[573] _Groeci quibus lingua depravata non sit... ita loquuntur vulgo hac
etiam tempestate ut Aristophanes comicus, aut Euripides tragicus, ut
Oratores omnes, ut historiographi, ut philosophi.... litterati autem
homines et doctius et emendatius.... Nam viri aulici veterem sermonis
dignitatem atque elegantiam retinebant, inprimisque ipsae nobiles
mulieres; quibus cum nullum esset omnino cum viris peregrinis
commercium, merus ille ac purus Groecorum sermo servabatur intactus_
(Philelp., _epist. ad ann. 1451, ap._ Hodium, p. 188, 189). Osserva in
un altro luogo, _uxor illa mea Theodora locutione erat admodum moderata
et suavi et maxime attica_.

[574] Filelfo cerca ridicolosamente l'origine della gelosia greca, o
orientale ne' costumi dell'antica Roma.

[575] _V._ lo stato della letteratura de' secoli XIII e XIV nelle Opere
del dotto e giudizioso Mosheim (_Instit. Hist. eccles._, p. 434-440,
490-494.)

[576] Sul finire del secolo XV, trovavansi in Europa circa cinquanta
Università, molte delle quali fondate prima dell'anno 1300. Bologna
noverava diecimila studenti, una gran parte di giurisprudenza; le
ridette Università vedeansi tanto più popolate di scolari quanto era
minore il numero delle medesime. Nell'anno 1357 gli studenti d'Oxford da
trentamila divennero seimila (_Hist. de la Grande-Bretagne_, par Henri,
vol. IV, p. 478). Nondimeno questo numero ridotto superava ancora il
numero degli studenti da cui questa Università oggi giorno è composta.

[577] Gli Scrittori che hanno trattato più fondatamente il soggetto
della restaurazione della lingua greca in Italia, sono il dottore Humph.
Hody (_De Graecis illustribus, linguae graecae litterarumque humaniorum
instauratoribus_, Londra, 1742, in 8. grande) e il Tiraboschi (_Istoria
della Letteratura italiana_, t. V, p. 364, 377; t. VII, p. 112-143). Il
Professore di Oxford è un dotto laborioso; ma il Bibliotecario di Modena
ha il vantaggio di essere storico nazionale e moderno.

[578] _In Calabria quae olim magna Graecia dicebatur, coloniis graeci
repleta, remansit quaedam linguae veteris cognitio_ (Dottore Hody, p.
2). Se i Romani la fecero sparire, fu restaurata dai Monaci di S.
Basilio, che nella sola città di Rossano possedeano sette conventi
(Giannone, _Istoria di Napoli_, t. I, p. 520).

[579] _Li barbari_, dice il Petrarca parlando degli Alemanni e dei
Francesi, _vix, non dicam libros sed nomen Homeri audierunt_. Forse in
ordine a ciò il secolo XIII era men felice di quello di Carlomagno.

[580] _V._ il carattere di Barlamo nel Boccaccio (_De geneal. Deorum_,
l. XV, c. VI).

[581] Cantacuzeno, l. II, c. 36.

[582] Intorno l'amicizia del Petrarca con Barlamo, e i due abboccamenti
che ebbero nel 1339 ad Avignone, e nel 1342 a Napoli, _V._ le eccellenti
_Mémoires sur la vie de Petrarque_ (t. I, p. 406-410; t. II, p. 75-77).

[583] Il Vescovado ove si ritirò Barlamo era la Locride degli Antichi,
_Seta Cyriaca_ nel Medio Evo, e corrottamente _Hieracium_, Geracia
(_Dissert. chorograph. Italiae medii aevi_, p. 312). La _dives opum_ del
tempo de' Normanni fu ben tosto ridotta all'indigenza, poichè la stessa
sua Chiesa era povera; nondimeno la città contiene ancora tremila
abitanti (Swinburne, p. 340).

[584] Trascriverò un passo di questa lettera del Petrarca (_Famil._ X,
2): _Donasti Homerum non in alienum sermonem violento alveo derivatum,
sed ex ipsis Graeci eloquii scatebris, et qualis divino illi profluxit
ingenio.... Sine tua voce Homerus tuus apud me mutus, immo vero ego apud
illum surdus sum. Gaudeo tamen vel adspectu solo, ac saepe illum
amplexus atque suspirans dico: O magne vir_, etc.

[585] Intorno alla vita e agli scritti del Boccaccio, nato nel 1313 e
morto nel 1375, il lettore può consultare Fabrizio (_Bibl. lat. medii
aevi_, t. I, p. 248, ec.) e Tiraboschi (t. V, p. 83-439-451). Le
edizioni, le traduzioni e le imitazioni delle sue Novelle, o Favole sono
innumerevoli. Egli avea nondimeno rossore di comunicare quest'opera
frivola e forse scandalosa al suo rispettabile amico Petrarca, nelle
Lettere e Memorie del quale comparisce in modo onorevole.

[586] Il Boccaccio si permette una onesta vanità: _Ostentationis causa
graeca carmina adscripsi..... jure utor meo; meum est hoc decus, mea
gloria scilicet inter Etruscos graecis uti carminibus. Nonne ego fui qui
Leontium Pilatum_, etc. (_De genealog. Deorum_, l. XV, c. 7).
Quest'Opera, dimenticata oggi giorno, ebbe tredici, o quattordici
edizioni.

[587] Leone, o Leonzio Pilato, è abbastanza conosciuto, da quanto ne
dicono il Dottore Hody (p. 2-11) e l'Abate di Sades (_Vie de Petrarque_,
t. III, pag. 625-634-670-673). L'Abate di Sades con molta abilità imita
lo stile drammatico e animato del suo originale.

[588] Il Dottore Hody (p. 54) biasima acremente Leonardo Aretino, il
Guerini, Paolo Giovio, ed altri, per avere affermato che le lettere
greche erano state restaurate in Italia, _post septingentos annos_, come
se, dic'egli, fossero state in fiore fino alla fine del settimo secolo.
Forse cotesti Scrittori appoggiavano i loro computi alla fine
dell'Esarcato, perchè la presenza de' militari e de' magistrati greci in
Ravenna dovea in qualche modo avervi conservato l'uso della lingua che
si parlava in Bisanzo.

[589] _V._ l'articolo di Manuele, o Emmanuele Crisoloras, in Hody (p.
12-54) e Tiraboschi (t. VII, pag. 113-118). La vera data dell'arrivo di
questo dotto in Italia, si contiene fra il 1390 e il 1400, nè ha d'altra
epoca sicura che il regno di Bonifazio IX.

[590] Cinque o sei cittadini nativi di _Arezzo_, hanno preso
successivamente il nome di _Aretino_; il più celebre e il men degno di
esserlo, visse nel secolo XVI. Leonardo Bruni l'Aretino, discepolo di
Crisoloras, fu dotto nelle lingue, oratore, storico, segretario di
quattro Pontefici e cancelliere della Repubblica di Firenze, ove morì
nel 1444, in età di settantacinque anni (Fabr., _Bibl. medii aevi_, t.
I, pag. 190 ec.; Tiraboschi, t. VII, p. 33-38).

[591] _V._ questo passo nell'Aretino. _In Commentario rerum suo tempore
in Italia gestarum, apud Hodium_, p. 28-30.

[592] Il Petrarca, che amava questo giovinetto, si dolea sovente di
scorgere nel suo discepolo una impaziente curiosità, una indocile
irrequietezza, e un'inclinazione all'orgoglio, che però ne annunciavano
il genio e i futuri pregi (_Mém. sur le Pétrarque_, t. III, p. 700-709).

[593] _Hinc graecae latinaeque scholae exortae sunt, Guarino Philelpho,
Leonardo Aretino, Caroloque, ac plerisque aliis tamquam ex equo Trojano
prodeuntibus, quorum emulatione multa ingenia deinceps ad laudem
excitata sunt_ (_Platina in Bonifacio IX_). Un altro Autore italiano
aggiunge i nomi di _Paulus Petrus Vergerius, Omnibonus Vincentius,
Poggius, Franciscus Barbarus,_ etc. Ma dubito se un'esatta cronologia
concederebbe a Crisoloras l'onore di avere formati tutti questi dotti
discepoli (Hody, p. 25-27, ec.).

[594] _V._ in Hody l'articolo di Bessarione (pag. 136-177), Teodoro
Gaza, Giorgio da Trebisonda, e gli altri Maestri greci da me nominati,
od omessi, si vedono citati ne' diversi capitoli di questo dotto
Scrittore. _V._ anche Tiraboschi nella I e II parte del suo sesto tomo.

[595] I Cardinali picchiarono alla porta di Bessarione, ma il suo
conclavista ricusò di aprire per non distoglierlo da' suoi studj. «Ah!
Nicolò, diss'egli, poichè lo seppe, il tuo rispetto mi ha fatto perdere
la tiara, e a te un cappello di Cardinale».

[596] Eran fra questi Giorgio da Trebisonda, Teodoro Gaza, Argiropolo e
Andronico da Tessalonica, Filelfo, Poggio, Biondi, Nicolai, Perotti,
Valla, Campano, Platina ec. _Viri_ (dice Hody, collo zelo di uno
scolaro) _nullo oevo perituri_ (p. 137).

[597] Giovanni Lascaris era nato prima della presa di Costantinopoli, e
continuò i suoi studj fino al 1535. I più chiari protettori di lui
furono Leone X e Francesco I, sotto gli auspizj de' quali fondò i
Collegi greci di Roma e di Parigi (Hody, p. 247-275). Egli lasciò figli
in Francia; ma i Conti di Ventimiglia, e le numerose famiglie che ne
derivano, non hanno altro diritto a questo cognome, fuor d'un dubbioso
contratto di nozze colla figlia dell'Imperatore greco nel secolo
decimoterzo (Ducange, _Fam. byzant._, p. 224-230).

[598] Francesco Florido ha conservati e confutati due epigrammi contro
Virgilio, e tre contro Cicerone, chiamando l'autor di essi _Graeculus
ineptus et impudens_ (Hody, p. 274). Abbiamo avuto ai nostri giorni un
Critico inglese, Geremia Markland, che ha trovata nell'Eneide _multa
languida, nugatoria, spiritu et majestate carminis heroici defecta_, e
molti versi ch'egli avrebbe arrossito di confessare per suoi (_Praefat.
ad Statii Sylvas_, p. 21, 22).

[599] Emmanuele Crisoloras e i suoi colleghi sono stati accusati
d'ignoranza, d'invidia e d'avarizia (_Sylloge_, ec., t. II, p. 235). I
Greci moderni pronunciano il β come il _v_ consonante, e confondono le
tre vocali η ι υ e molti dittonghi. Tale era la pronunzia comune, che il
severo Gardiner, mettendo leggi penali, mantenne nell'Università di
Cambridge; ma il monosillabo βη, ad orecchio attico, ricordava il belar
di un agnello, e un agnello sarebbe stato senza dubbio miglior
personaggio di riscontro che un Vescovo o un Cancelliere. I Trattati dei
dotti che corressero la pronunzia, e particolarmente di Erasmo, si
troveranno nella _Sylloge_ di Havercamp (due volumi in 8., _Lugd. Bat._,
1736-1740). Ma è cosa difficile additar suoni per via di parole, e la
pratica delle lingue viventi ci fa conoscere che la pronunzia delle
lingue non può essere data ad intendere che col fatto e dai nativi che
parlano bene le medesime. Osserverò qui che Erasmo ha approvata la
nostra pronuncia del θ, _th_ (Erasmo, t. II, p. 130).

[600] Giorgio Gemisto Pleto, autore di voluminose opere sopra diversi
argomenti, fu maestro di Bessarione e di tutti i Platonici del suo
secolo. Invecchiando, visitò l'Italia, ma tornò presto a terminare il
corso di sua vita nel Peloponneso. _V._ una singolare _diatriba_ di
Leone Allazio _de Georgiis_, in Fabrizio (_Bibl. graec._, t. X, p.
739-756).

[601] Il Boivin (_Mém. de l'Acad. des Inscript._, tom. II, p. 715-729) e
il Tiraboschi (t. VI, part. I, p. 259, 288) hanno descritto con
chiarezza lo stato della filosofia platonica nell'Italia.

[602] _V._ la vita di Nicolò V composta da due autori contemporanei,
Gianotto Manetto (t. III, parte II, pag. 905-962) e Vespasiano da
Firenze (t. XXV, p. 267-290), nella Raccolta del Muratori. Si consulti
anche il Tiraboschi (t. VI, p. 1-46, 52-109) e Hody agli articoli,
Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda ec.

[603] Il lord Bolingbroke osserva con eguale spirito e aggiustatezza che
i Pontefici in ordine a ciò mostrarono minore politica del Muftì,
rompendo eglino stessi il talismano che tenea da sì lungo tempo soggetto
il Mondo (_Lettere sullo studio della Storia_, l. VI, p. 165, 166, ediz.
in 8., 1779)[604].

[604] V. _la Nota di N. N. nella seguente pagina_.

[605] _Fu grande, a dir vero, il merito di Nicolò V; e le Opere de'
classici Greci, ch'egli procacciò con tante spese, e con tante cure alle
nazioni, allora ignorantissime d'Europa, furono per il fatto il
fondamento, ed il motivo dei progressi delle nostre cognizioni nella
Storia antica; ed erano esse grandemente da preferirsi ai
settantaquattro canoni detti Arabici, scritti e falsamente attribuiti,
quasi ducento anni dopo, al Concilio generale di Nicea, onde renderli
autorevoli; agli otto libri delle Costituzioni, e dei canoni falsamente
attribuiti agli Appostoli per la medesima ragione; alle false decretali
del Vescovo Isidoro, delle quali detto abbiamo in altra nota nel Tomo
IX, p. 307, ed a varie altre leggende di simil conio, spacciate col
favore della generale e profonda ignoranza, ed estrema credulità, e che
conservavansi manoscritte, prima che vi fosse l'arte della stampa, negli
Archivj della Chiesa romana con grande gelosia, e che oggidì sono
inserite e stampate anche nel_ Labbe, Collectio Magna Conciliorum, _con
le dovute annotazioni d'uomini dottissimi e cattolici, dimostranti la
nessuna loro autenticità, siccome fece pure il Fleury nella sua Storia
ecclesiastica, ed altri uomini sapienti e cattolici. Per altro se
conservavansi nel Vaticano questi scritti, che la buona critica che dopo
venne discoprì apocrifi, ve ne erano altresì un grande numero
d'autentici pure, intorno le materie della religione._ (Nota di N. N.)

[606] _V._ la _Storia letteraria_ di Cosimo e di Lorenzo de' Medici in
Tiraboschi (t. VI, p. 1, l. 1, c. 2), che non lascia privi di giusti
encomj Adolfo d'Aragona, Re di Napoli, i Duchi di Milano, di Ferrara,
d'Urbino ec. La repubblica di Venezia è quella che ha men diritto alla
riconoscenza dei dotti.

[607] _V._ Tiraboschi (t. VI, parte I, p. 104), e la compilazione della
prefazione di Giovanni Lascaris alla Antologia greca, stampata a Firenze
nel 1494. _Latebant_ (dice Aldo nella sua Prefazione agli Oratori greci,
presso Hody, p. 249) _in Athos Thraciae monte; eas Lascaris.... in
Italiam reportavit. Miserat enim ipsum Laurentius ille Medices in
Graeciam ad inquirendos simul et quantovis emendos pretio bonos libros_.
È cosa meritevole di osservazione che questa indagine fu agevolata da
Baiazetto II.

[608] Negli ultimi anni del secolo decimoquinto, Grossino, Linacero e
Latimero, che aveano studiato a Firenze sotto Demetrio Calcocondila,
introdussero la lingua greca nell'Università di Oxford. _V._ la _Vita_
di Erasmo, non priva di singolarità, che ha composta il dottore Knight;
benchè zelante campione della sua Accademia, questo Biografo è costretto
a confessare che Erasmo, maestro di lingua greca a Cambridge, l'aveva
imparata ad Oxford.

[609] I gelosi Italiani bramavano riserbarsi il monopolio della cattedra
di lingua greca. Quando Aldo si trovò in procinto di pubblicare i suoi
Comentarj intorno Sofocle ed Euripide, _Cave_, gli dissero, _cave hoc
facias, ne Barbari istis adjuti, domi maneant; et pauciores in Italiam
ventitent_ (_V._ il dottore Knight, nella sua _Vita di Erasmo_, pag.
365, tolta da Beato Renano).

[610] La Tipografia di Aldo Manuzio, Romano, fu posta a Venezia verso
l'anno 1494. Egli stampò oltre a sessanta voluminose Opere di greca
letteratura, la maggior parte delle quali erano tuttavia manoscritte e
conteneano Trattati di diversi autori; di alcuni di questi egli compose
due, tre e sino a quattro edizioni (Fabrizio, _Bibl. graec._, t. XIII,
p. 605 ec.). Questo merito di Aldo non ci dee far dimentichi nullameno
che il primo libro greco, la _Gramatica di Costantino Lascaris_, fu
stampata a Milano nel 1476, e che l'Omero, stampato a Firenze nel 1488,
è adorno d'ogni fregio dell'arte della Tipografia. _V._ gli _Annali
tipografici del Mattaire e la Bibliografia istruttiva _ del Debure,
Stampatore-libraio di Parigi, distintosi per le sue cognizioni.

[611] Sceglierò tre singolari esempli di questo classico entusiasmo, 1.
Nel tempo del Sinodo di Firenze, Gemisto Peto, standosi ad
intertenimento famigliare con Giorgio da Trebisonda, gli pronosticò che
ben presto tutte le nazioni, rinunciando all'Evangelio e al Corano,
abbraccierebbero un culto simile a quello dei Gentili (Leo Allatius,
_apud_ Fabricium, t. X, p. 751). 2. Paolo II perseguitò l'Accademia
romana fondata da Pomponio Leto, i cui primarj individui erano stati
accusati di eresia, di empietà e di _paganesimo_. (Tiraboschi, t. VI,
parte I, p. 81, 82). 3. Nel successivo secolo alcuni studenti e poeti
celebrarono in Francia la festa di Bacco, e immolarono, dicesi, un capro
per festeggiare il buon successo ottenuto dal Jodelle nella
rappresentazione della sua tragedia, la Cleopatra (_Dictionnaire de
Bayle_, art. _Jodelle_; Fontenelle, t. III, p. 56-61). Per vero dire la
mal intesa divozione spesse volte ha creduto scoprire una seria empietà
in quanto era solamente giuoco della immaginazione e del sapere.

[612] Il Boccaccio non morì che nell'anno 1375, nè possiamo assegnare
un'epoca anteriore del 1480 al _Morgante Maggiore_ di Luigi Pulci, e
all'_Orlando Innamorato_ del Boiardo (Tiraboschi, t. VI, parte II, p.
174-177).


FINE DEL VOLUME DUODECIMO



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL DUODECIMO
VOLUME


  CAPITOLO LX. _Scisma de' Greci e de' Latini.
  Stato di Costantinopoli. Ribellione de' Bulgari.
  Isacco l'Angelo scacciato dal trono per opera
  del suo fratello Alessio. Origine della quarta
  Crociata. I Francesi e i Veneziani collegati
  col figlio d'Isacco. Spedizione navale a
  Costantinopoli. I due assedj, e resa della
  città caduta in mano de' Latini._

  A. D.
            Scisma de' Greci                             _pag._ 5
            Loro avversione ai Latini                           6
            Processione dello Spirito Santo                     7
            Variazioni nella disciplina ecclesiastica          10
    857-887 Dispute mosse da ambizione tra Fozio Patriarca
              di Costantinopoli e i Pontefici                  12
       1054 Il Patriarca di Costantinopoli e i Greci
              scomunicati dai Papi                             15
  1100-1200 Nimistà fra i Greci e i Latini                     16
            I Latini a Costantinopoli                          18
  1185-1195 Regno e indole d'Isacco l'Angelo                   21
       1187 Ribellione de' Bulgari                             23
  1195-1203 Usurpazione e indole di Alessio l'Angelo           25
       1198 Quarta Crociata                                    27
            Crociata de' Baroni francesi                       29
   697-1200 Stato de' Veneziani                                32
            Lega de' Francesi co' Veneziani                    36
       1202 Unione della Crociata e partenza da Venezia        39
            Assedio di Zara                                    42
            Lega de' Crociati col giovine Alessio              44
       1203 I Crociati partono da Zara per Costantinopoli      47
            Arrivo                                             50
            Inutili tentativi dell'Imperatore per negoziare    51
            Passaggio del Bosforo                              53
            Costantinopoli presa e assediata la prima
              volta dai Latini                                 57
            Isacco l'Angelo e Alessio figlio del medesimo
              rimessi in trono                                 61
            Dispareri fra i Greci e i Latini                   65
       1204 Rincomincia la guerra                              69
            Morzullo scaccia dal trono i due Angeli
              padre e figlio                                   70
            Secondo assedio di Costantinopoli                  70
            Saccheggio di Costantinopoli                       76
            Parteggiamento del bottino                         78
            Miseria dei Greci                                  80
            Sacrilegj e scherni                                82
            Distruzione delle statue                           83

  CAPITOLO LXI. _I Francesi e i Veneziani si dividono
  fra loro l'Impero. Cinque Imperatori latini
  delle Case di Fiandra e di Courtenai. Loro
  guerre contro i Bulgari e i Greci. Debolezza
  e povertà dell'Impero latino. Costantinopoli
  ripresa dai Greci. Conseguenza generale
  delle Crociate._

       1204 Baldovino I eletto Imperatore                     105
            Parteggiamento dell'Impero greco                  110
       1204 ec. Ribellione de' Greci                          115
  1204-1122 Teodoro Lascaris Imperatore di Nicea              116
       1205 Guerra de' Bulgari                                121
            Sconfitta e cattività di Baldovino                124
  1206-1216 Regno e indole di Enrico                          127
       1217 Pietro di Courtenai Imperatore d'Oriente          132
  1217-1219 Prigionia e morte di Pietro di Courtenai          134
  1221-1228 Roberto Imperatore di Costantinopoli              135
  1228-1237 Baldovino II e Giovanni di Brienne Imperatori
              di Costantinopoli                               137
  1237-1261 Santa Corona di spine                             144
            Buoni successi de' Greci                          148
       1261 Costantinopoli ripresa dai Greci                  151
            Conseguenze generali delle Crociate               155
       1020 Origine della famiglia di Courtenai               162
  1101-1152 I. I Conti di Edessa                              164
            II. I Courtenai di Francia                        166
       1150 Loro unione colla famiglia reale di Francia       167
            III. I Courtenai d'Inghilterra                    171
            I Conti di Devon                                  172

  CAPITOLO LXII. _Gl'Imperatori greci di Nicea e
  di Costantinopoli. Innalzamento e regno di
  Michele Paleologo. Finta riconciliazione del
  medesimo col Papa e colla Chiesa latina.
  Divisamenti ostili del Duca d'Angiò. Ribellioni
  della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia
  e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato
  presente di questa città._

            Restaurazione dell'Impero greco                   177
  1204-1222 Teodoro Lascaris                                  178
  1222-1225 Giovanni Duca Vatace                              178
  1255-1259 Teodoro Lascaris II                               181
            Famiglia e carattere di Michele Paleologo         185
            Suo innalzamento al trono                         189
       1260 Michele Paleologo Imperatore                      193
       1261 Conquista di Costantinopoli                       193
            Ritorno dell'Imperator greco                      195
            Paleologo manda in bando il giovine Imperatore
              dopo avergli fatto cavar gli occhi              197
  1262-1268 Scomunicato dal Patriarca Arsenio                 198
  1296-1319 Scisma degli Arseniani                            200
  1259-1282 Regno di Michele Paleologo                        202
  1273-1332 Regno di Andronico il Vecchio                     202
  1274-1277 Sua unione colla Chiesa latina                    203
  1272-1282 Perseguita i Greci                                207
       1283 Unione delle due Chiese disciolta                 210
       1266 Carlo d'Angiò s'impadronisce di Napoli
              e della Sicilia                                 210
       1270 Minaccia l'Impero greco                           213
       1280 Paleologo sollecita i Siciliani a ribellarsi      214
  1303-1307 Servigio e guerra de' Catalani nell'Impero greco  220
  1204-1456 Mutamenti politici accaduti in Atene              226
            Presente stato di Atene                           229

  CAPITOLO LXIII. _Guerre civili e rovine dell'Impero
  greco. Regni di Andronico il Vecchio, di Andronico
  il Giovane, e di Giovanni Paleologo. Reggenza,
  sommossa, regno e rinunzia di Giovanni Cantacuzeno.
  Fondazione di una Colonia genovese a Pera e a Galata.
  Guerre de' Coloni contro l'Impero e la città di
  Costantinopoli._

  1282-1320 Superstizione di Andronico e del suo secolo       233
       1325 Coronazione di Andronico il Giovane               241
       1328 Andronico il Vecchio rassegna l'Impero            243
       1332 Morte di questo                                   245
  1328-1341 Regno di Andronico il Giovane                     245
            Due mogli avute dal medesimo                      246
  1341-1391 Regno di Giovanni Paleologo                       249
            Buona sorte di Giovanni Cantacuzeno               249
            Nominato alla Reggenza dell'Impero                251
       1341 Contrastatagli                                    251
            Da Apocauco                                       251
            Dall'Imperatrice Anna di Savoia                   252
            Dal Patriarca                                     252
            Assume la porpora                                 254
  1341-1347 Guerra civile                                     256
            Vittoria di Cantacuzeno                           257
            Reingresso in Costantinopoli                      259
  1347-1355 Regno di Cantacuzeno                              261
       1353 Giovanni Paleologo move le armi
              contro Cantacuzeno                              264
       1355 Cantacuzeno nel mese di gennaio rassegna
              il trono                                        265
  1341-1351 Disputa intorno la luce del Monte Tabor           265
  1291-1347 I Genovesi mettono domicilio a Pera o Galata      269
            Commercio e tracotanza de' Genovesi               272
       1348 Guerra de' Genovesi contra l'Imperatore
              Cantacuzeno                                     274
            Sconfitta della flotta di Cantacuzeno             275
       1352 Vittoria riportata dai Genovesi su i Greci
              e sui Veneziani                                 276

  CAPITOLO LXIV. _Conquiste di Gengis-kan e
  de' Mongulli dalla Cina sino alla Polonia.
  Pericolo in cui si trovano i Greci a
  Costantinopoli. Origine de' Turchi Ottomani
  in Bitinia. Regni e vittorie di Otmano,
  Orcano, Amurat I e Baiazetto I. Fondazione e
  progressi della Monarchia de' Turchi in Asia
  e in Europa. Situazione critica di
  Costantinopoli e del greco Impero._

  1206-1227 Zingis-kan, o Gengis-kan, primo Imperatore de'
              Mongulli e de' Tartari                          282
            Leggi di Gengis-kan                               285
       1214 Invade la Cina                                    289
  1218-1224 Carizme, la Transossiana e la Persia              291
       1227 Morte di Gengis-kan                               294
  1227-1296 Conquiste de' Mongulli sotto i successori
              di Gengis                                       294
       1234 Dell'Impero settentrionale della Cina             295
       1279 Della Cina meridionale                            297
       1258 Della Persia e dell'Impero de' Califfi            298
  1242-1272 Della Natolia                                     300
  1235-1245 Del Kipsak, della Russia, della Polonia e
              dell'Ungheria                                   301
       1242 Della Siberia                                     305
  1227-1259 I successori di Gengis                            306
  1259-1368 Adottano i costumi della Cina                     308
  1259-1300 Divisione dell'Impero de' Mongulli                310
  1240-1304 Pericoli che minacciano Costantinopoli e
              l'Impero greco                                  310
       1304 Invilimento in cui cadono gl'Imperatori,
              o Kan Mongulli della Persia                     313
       1240 ec. Origine degli Ottomani                        314
  1299-1326 Regno di Otmano                                   315
  1326-1360 Regno di Orcano                                   317
  1316-1339 Conquista della Bitinia                           318
       1300 Anatolia divisa fra gli Emiri turchi              319
       1312 ec. Province asiatiche perdute dai Greci          319
  1310-1523 Cavalieri di Rodi                                 321
  1341-1347 Primo passaggio de' Turchi in Europa              321
       1346 Nozze di Orcano con una Principessa greca         324
       1353 Ottomani in Europa                                326
            Morte di Orcano e di Solimano figlio di Orcano    328
  1360-1389 Regno di Amurat I, e sue conquiste in Europa      328
            Giannizzeri                                       330
  1389-1403 Regno di Baiazetto o Ilderim                      331
            Conquiste del medesimo dall'Eufrate al Danubio    332
       1396 Battaglia di Nicopoli                             334
  1396-1398 Crociata e prigionia de' Principi francesi        335
  1355-1391 L'Imperator Giovanni Paleologo                    340
            Discordia de' Greci                               340
  1391-1425 L'Imperatore Manuele                              342
  1395-1402 Angustia di Costantinopoli                        342

  CAPITOLO LXV. _Innalzamento di Timur, o Tamerlano
  al trono di Samarcanda. Sue conquiste nella Persia,
  nella Georgia, nella Tartaria, nella Russia,
  nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre
  contro i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto.
  Morte di Timur. Guerra civile de' figli di
  Baiazetto. Restaurazione della Monarchia de' Turchi
  sotto Maometto I. Costantinopoli assediata da Amurat II._

            Storia di Timur, o Tamerlano                      346
  1361-1370 Sue prime imprese                                 350
       1370 Innalzato al trono del Zagatai                    352
  1370-1400 Conquiste                                         353
  1388-1393 Della Persia                                      353
  1370-1383 Del Turkestan                                     355
  1390-1396 Del Kipsak, della Russia ec.                      356
  1398-1399 Dell'Indostan                                     359
       1400 Guerra di Timur contra il Sultano Baiazetto       362
            La Sorìa invasa da Timur                          366
            Saccheggio di Aleppo                              368
       1401 Di Damasco                                        370
            Di Bagdad                                         371
       1402 Ingresso di Timur nella Natolia                   372
            Giornata d'Angora                                 373
            Sconfitta e prigionia di Baiazetto                376
            Storia della gabbia di ferro                      377
            Contraria al racconto dello Storico persiano
              di Timur                                        377
            Attestata dai Francesi                            380
             —— Dagli Italiani                                380
             —— Dagli Arabi                                   381
             —— Dai Greci                                     382
             —— Dai Turchi                                    383
            Probabile conghiettura                            383
       1403 Termine delle conquiste di Timur                  384
       1405 Trionfo a Samarcanda                              388
            Morte nella spedizione della Cina                 390
            Indole e pregi di Timur                           391
  1403-1421 Guerre civili de' figli di Baiazetto              396
            I. Mustafà                                        396
            II. Isa                                           397
  1403-1410 III. Solimano                                     398
       1410 IV. Musa                                          398
  1413-1421 V. Maometto                                       399
  1421-1451 Regno dell'Imperatore Amurat II                   400
       1421 Restaurazione dell'Impero degli Ottomani          400
  1421-1425 Stato dell'Impero greco                           402
       1422 Costantinopoli assediata da Amurat II             406
  1425-1448 Giovanni Paleologo II Imperatore                  407
            Successione ereditaria e meriti de'
              Principi ottomani                               407
            Educazione e disciplina de' Turchi                409
            Invenzione e uso della polvere                    412

  CAPITOLO LXVI. _Sollecitazioni degl'Imperatori
  d'Oriente appo i Pontefici. Viaggi di Giovanni
  Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle
  Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca
  e latina proposta nel Concilio di Basilea ed
  eseguita a Ferrara e a Firenze. Stato della
  letteratura a Costantinopoli. Suo rinascimento
  in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono.
  Curiosità ed emulazione de' Latini._

       1339 Ambasceria dell'Imperatore Andronico il
              Giovane al Papa Benedetto XII                   416
       1345 Negoziazione di Cantacuzeno con Clemente VI       421
       1355 Trattato di Giovanni Paleologo I con
              Innocenzo VI                                    423
       1369 Giovanni Paleologo visita a Roma Urbano V         425
       1370 Torna a Costantinopoli                            429
            Viaggi di Manuele in Occidente                    429
       1400 Alla Corte di Francia                             430
             —— d'Inghilterra                                 432
            Stato del sapere in Grecia                        434
             —— In Francia                                    436
             —— In Inghilterra                                437
  1402-1417 Animo indifferente di Manuele rispetto ai Latini  439
  1417-1425 Negoziazioni                                      440
            Ragguaglio d'un intertenimento famigliare
              dell'Imperator Manuele                          441
            Morte                                             442
       1425 Zelo di Giovanni Paleologo II                     443
            Corruttela che regnava nella Chiesa latina        444
  1377-1429 Scisma                                            446
       1409 Concilio di Pisa                                  446
  1414-1418  —— Di Costanza                                   446
  1439-1443  —— Di Basilea                                    446
            Chiaritosi contra Eugenio IV                      447
  1434-1437 Negoziazioni co' Greci                            448
       1437 Giovanni Paleologo s'imbarca sulle galee
              del Pontefice                                   450
       1438 Accolto trionfalmente in Venezia                  456
             —— In Ferrara                                    457
            Concilio de' Greci e de' Latini in Ferrara        458
       1439  —— In Firenze                                    461
            Negoziazioni coi Greci                            464
       1438 Decreto del Concilio di Basilea che toglie
              il Pontificato ad Eugenio                       467
            Unione de' Greci coi Latini                       469
       1440 Ritorno de' Greci a Costantinopoli                471
       1449 Pace definitiva della Chiesa                      472
  1300-1453 Stato della lingua greca a Costantinopoli         472
            Parallelo fra i Greci e i Latini                  475
            Risorgimento dell'erudizione greca in Italia      477
       1334 Lezioni di Barlamo                                478
  1339-1374 Studj del Petrarca                                479
       1360  —— Del Boccaccio                                 481
  1360-1363 Leonzio Pilato, primo Professore di lingua
              greca a Firenze e nell'Occidente                482
  1390-1415 La lingua greca si ferma in Italia per opera
              di Manuele Crisoloras                           484
  1420-1503 I Greci in Italia                                 487
            Il Cardinale Bessarione ec.                       488
            Pregi e difetti de' Greci                         489
            Filosofia Platonica                               492
            Emulazione e progresso de' Latini                 493
  1447-1455 Nicolò V                                          493
            Cosimo e Lorenzo de' Medici                       496
            Uso e abuso dell'antica erudizione                498


FINE DELL'INDICE



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (seguite/seguìte, ancore/áncore e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in
greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna
correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12 (of 13)" ***

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