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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME OTTAVO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXII



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO XLII.

      _Stato del Mondo Barbaro. Stabilimento dei Lombardi sul Danubio.
      Tribù e scorrerie degli Schiavoni. Origine, impero ed ambascerie
      dei Turchi. Fuga degli Avari. Cosroe I ossia Nushirvan re di
      Persia. Suo regno fortunato, e guerra coi Romani. La guerra
      Colchica o Lazica. Gli Etiopi_.


[A. D. 527-565]

La nostra maniera di valutare il merito degl'individui è relativa alle
comuni facoltà dell'uman genere. Gli ambiziosi sforzi del genio o della
virtù, sì nella vita operativa che nella speculativa, vengono misurati
non tanto secondo la real loro grandezza, quanto secondo l'altezza a cui
giungono, sopra il livello del loro secolo e della lor patria: e quella
stessa statura che fra un popolo di giganti non verrebbe avvertita, fra
una schiatta di Pigmei apparirà riguardevole. Leonida, ed i suoi
trecento compagni sacrificarono la vita alle Termopili; ma l'educazione
del fanciullo, dell'adolescente e dell'uomo avea preparato, e quasi
assicurato questo memorabil sacrifizio; ed ogni Spartano dovette
approvare, piuttosto che ammirare un atto di dovere, di cui egli stesso,
ed ottomila de' suoi concittadini sarebbero stati egualmente capaci[1].
Il Gran Pompeo potè inscrivere sopra i suoi trofei, che vinto egli avea
in battaglia due milioni di nemici, e sottomesso mille cinquecento città
dalla Palude Meotide sino al Mar Rosso[2]. Ma la fortuna di Roma volava
dinanzi alle sue aquile; le nazioni erano domate dal loro proprio
terrore, e le invincibili legioni che egli comandava erano state formate
dalla consuetudine della conquista e dalla disciplina dei secoli.
Riguardato da questo canto il carattere di Belisario può meritamente
esser posto al di sopra degli Eroi delle antiche Repubbliche. Nascevano
le sue imperfezioni dal contagio dei tempi; proprie di lui e libero dono
della natura e della riflessione erano le sue virtù. Egli s'inalzò senza
maestro o rivale; e così disuguali erano le armi commesse alla sua
destra, che l'orgoglio e la presunzione de' suoi avversari formavano il
suo solo vantaggio. Condotti da un tal Capo, i sudditi di Giustiniano
spesso meritarono di esser chiamati Romani: non pertanto i superbi Goti,
che affettavano di arrossire nel dover contendere il Regno d'Italia, con
una nazione di tragedianti, di pantomimi e di pirati, li denominavano
Greci, quasi termine di disprezzo con che significar credevano un animo
imbelle[3]. Il clima dell'Asia, a dir vero, è meno di quello d'Europa
confacente alla militare virtù: quelle popolose contrade erano snervate
dal lusso, dal dispotismo e dalla superstizione; ed i monaci costavano
davvantaggio ed erano più numerosi che i soldati dell'Oriente. Le forze
regolari dell'Impero si erano altre volte alzate sino a sei cento
quarantacinquemila uomini: al tempo di Giustiniano esse eransi ridotte a
cento cinquantamila uomini, e questo numero, per grande che possa
parere, era sparso qua e là per terra e per mare, nella Spagna e
nell'Italia, nell'Affrica e nell'Egitto, sulle rive del Danubio, sulla
costa dell'Eusino e sulle frontiere della Persia. Esausti erano i
cittadini, eppure i soldati non ricevevano la paga; la miseria loro
veniva dannosamente mitigata dal privilegio di rubare e di far nulla; ed
i tardivi pagamenti venivano trattenuti od intercettati dalla frode di
quegli agenti che, senza coraggio o pericolo, si usurpano gli emolumenti
della guerra. La miseria pubblica e privata reclutava gli eserciti dello
Stato; ma nel campo, e più ancora al cospetto dell'inimico, sempre
difettoso era il lor numero. Alla mancanza dello spirito nazionale si
suppliva colla precaria fede e coll'indisciplinato servizio dei Barbari
mercenari. Persino l'onor militare, che sovente sopravvive alla perdita
della virtù e della libertà, giacevasi quasi estinto del tutto. I
generali, moltiplicati al di là dell'esempio dei tempi antichi, non
attendevano che ad impedire il buon successo, od a macchiare la fama de'
loro colleghi; e l'esperienza aveva loro insegnato che se il merito alle
volte provocava la gelosia; l'errore, od anche il delitto poteva
ottenere l'indulgenza di un Imperatore clemente[4]. In un secolo come
quello, i trionfi di Belisario, e poi quelli di Narsete dovettero
spiccare di incomparabil luce; ma essi erano circondati dalle più cupe
ombre della disgrazia e della calamità. Nel mentre che il Luogotenente
di Giustiniano soggiogava i regni dei Goti e dei Vandali, il timido[5]
benchè ambizioso Imperatore equilibrava le forze dei Barbari, ne
fomentava le divisioni mediante l'adulazione e la menzogna, e colla sua
pazienza e liberalità pareva invitarli a replicare gli oltraggi[6]. Le
chiavi di Cartagine, di Roma e di Ravenna, venivano ossequiosamente
presentate al loro conquistatore, nel tempo che Antiochia era distrutta
dai Persiani, e tremava Giustiniano per la salvezza di Costantinopoli.

Le stesse vittorie gotiche di Belisario tornavano di pregiudizio allo
Stato, poichè distruggevano l'importante barriera del Danubio superiore,
che Teodorico e la sua figlia avevano così fedelmente guardata. Per
difender l'Italia, i Goti sgombrarono la Pannonia ed il Norico, ch'essi
lasciarono in pacifica e florida condizione. L'Imperator dei Romani
pretendeva di signoreggiare queste due province; ma il loro possesso
effettivo fu abbandonato alla temerità del primo assalitore.
Sull'opposta riva del Danubio, le pianure dell'Ungheria superiore ed i
colli della Transilvania, erano dopo la morte di Attila, possedute dalle
tribù dei Gepidi, i quali rispettavano le armi gotiche, e disprezzavano
non già l'oro dei Romani ma il segreto motivo degli annui loro sussidii.
Questi Barbari s'impadronirono immediatamente delle vuote fortificazioni
del fiume, essi piantarono le loro bandiere sulle mura di Sirmio e
Belgrado, e l'ironico stile della loro apologia aggravava quest'insulto
fatto alla maestà dell'Impero. «Tanto estesi, o Cesare, sono i vostri
dominj, tanto numerose le vostre città, che del continuo voi andate
cercando nazioni, alle quali od in pace od in guerra possiate
abbandonare questi inutili possessi. I Gepidi sono i valorosi e fedeli
vostri alleati, e se anticipatamente si sono presi i vostri doni, hanno
conciò mostrato una giusta confidenza nella vostra bontà». Questa
presunzione avea per iscusa il modo di vendetta abbracciato da
Giustiniano. Invece di sostenere i diritti di un sovrano a cui spetta di
proteggere i sudditi, l'Imperatore invitò un popolo straniero ad
invadere ed a possedere le province romane che giacevano tra il Danubio
e le Alpi; e l'ambizione dei Gepidi non fu rintuzzata che dalla
crescente potenza e fama dei _Lombardi_[7]. Questa corrotta
denominazione è stata diffusa, nel tredicesimo secolo, dai mercatanti e
dai banchieri, italica posterità di que' conquistatori selvaggi; ma il
primitivo nome di _Longobardi_ non altro esprime che la particolare
lunghezza e foggia della barba loro. Io non intendo di contrastare, o di
giustificare la Scandinava loro origine[8]; nè di tener dietro alle
trasmigrazioni dei Lombardi attraverso di sconosciuti paesi, e di una
quantità di maravigliose avventure. Intorno ai tempi di Augusto e di
Trajano splende un raggio di storica luce sopra le tenebre
dell'antichità loro, e per la prima volta noi li ritroviamo in mezzo
all'Elba e l'Odero. Più feroci ancora dei Germani, essi compiacevansi
nello spargere la spaventevol credenza che le loro teste erano formate
come le teste dei cani, e che essi bevevano il sangue dei nemici vinti
in battaglia. L'adozione dei più valorosi schiavi accresceva lo scarso
lor numero; e soli, in mezzo a poderosi vicini, essi difendevano colle
armi la magnanima loro indipendenza. Nelle procelle del Settentrione,
che mandarono sossopra tanti nomi e tante nazioni, la piccola navicella
dei Lombardi si tenne a galla mai sempre. A poco a poco essi discesero
verso il Mezzogiorno e il Danubio; ed in capo a quattrocento anni di
nuovo ricomparvero col valore e colla riputazione di prima. Nè meno
feroci erano i loro costumi. L'assassinio di un ospite reale fu eseguito
al cospetto, e per comando della figlia del re, la quale era stata
provocata da alcune insultanti parole, e tradita nelle sue speranze
dalla poco appariscente sua statura. Il Re degli Eruli, fratello
dell'infelice principe, impose un tributo, prezzo del sangue, sopra i
Lombardi. L'avversità ridestò un sentimento di moderazione e di
giustizia, e l'insolenza della conquista fu punita con la segnalata
disfatta e l'irreparabile dispersione degli Eruli, che erano stabiliti
nelle province meridionali della Polonia[9]. Le vittorie dei Lombardi li
raccomandavano all'amicizia degli Imperatori, e ad istanza di
Giustiniano essi valicarono il Danubio onde sottoporre, secondo il
trattato da essi fatto, le città del Norico, e le fortezze della
Pannonia. Ma lo spirito della rapina ben tosto li trasse al di là di
questi estesi confini; essi vagarono lungo la costa dell'Adriatico
insino a Dirrachio, e la brutale loro famigliarità gli spinse a por
piede nelle città e nelle case dei Romani, loro alleati, e ad
impadronirsi dei prigionieri che erano fuggiti dalle audaci lor mani. La
nazione disapprovò e l'Imperatore scusò questi atti di ostilità, tratti
di ardire, come essi pretesero, di alcuni sbandati avventurieri; ma le
armi dei Lombardi si trovarono più seriamente impegnate in una contesa
di trent'anni, la quale si terminò soltanto collo sterminio dei Gepidi.
Le due nazioni in guerra spesso disputarono la loro causa innanzi al
trono di Costantinopoli; e l'astuto Giustiniano, a cui i Barbari erano
quasi egualmente odiosi, proferì una parziale ed ambigua sentenza, e
destramente protrasse la guerra col mezzo di tardi ed inefficaci
soccorsi. Formidabile era la forza loro, poichè i Lombardi, i quali
mettevano in campo parecchie _miriadi_ di soldati, non cessavano
d'invocare, come essendo i più deboli, la protezione dei Romani. Pieno
d'intrepidezza era il lor animo; tuttavia l'incertezza del coraggio è
tale che i due eserciti furono improvvisamente colti da panico terrore;
essi fuggirono l'uno dall'altro; ed i principi rivali rimasero colle lor
guardie nel mezzo d'una vuota pianura. Si stipulò una tregua di breve
durata; ma il reciproco risentimento si raccese ben tosto; e la memoria
della vergognosa lor fuga fece sì, che più disperato e sanguinoso fosse
il primo lor affrontarsi. Quarantamila Barbari perirono nella decisiva
battaglia che distrusse la potenza dei Gepidi, cangiò di oggetto i
timori e i desiderj di Giustiniano, e per la prima volta mostrò sulla
scena il carattere di Alboino, giovane principe dei Lombardi, e futuro
conquistator dell'Italia[10].

Il popolo selvaggio che abitava od errava nelle pianure della Russia,
della Lituania e della Polonia nel secolo di Giustiniano, si può ridurre
alle due grandi famiglie dei _Bulgari_[11] e degli _Schiavoni_. Secondo
gli scrittori greci, i primi confinanti coll'Eusino e col Lago Meotide,
traevano dagli Unni il nome o l'origine loro, ed inutile riesce il
delineare un'altra volta la semplice e ben nota pittura dei costumi
tartari. Audaci e svelti arcieri eran dessi, che beevano il latte e
banchettavano colla carne degli agili loro corsieri: i lor greggi ed
armenti seguivano o piuttosto guidavano le mosse de' vagabondi lor
campi: nessun paese era troppo lontano od impraticabile per le loro
scorrerie: ed erano essi addestrati alla fuga, quantunque fosse chiuso
al timore il lor petto. La nazione era divisa in due potenti ed ostili
tribù, che si perseguitavano fra loro con odio fraterno. Caldamente si
contendevan esse l'amicizia, o per meglio dire i donativi
dell'Imperatore, e la distinzione che la natura ha stabilito «fra il
cane fedele ed il lupo rapace» veniva applicata da un ambasciatore, il
quale non avea ricevuto che verbali istruzioni dal rozzo suo
principe[12]. I Bulgari di ogni specie si sentivano egualmente allettati
dall'opulenza romana: essi arrogavansi una vaga dominazione sopra quanti
portavano il nome di Schiavoni, e la rapida lor marcia non potè esser
frenata che dal Mar Baltico o dall'eccesso del freddo e dalla povertà
del Settentrione. Ma pare che la stessa razza di Schiavoni abbia tenuto,
in ogni tempo, il possesso delle stesse contrade. Le numerose loro
tribù, benchè distanti o nemiche, usavano un linguaggio comune, che era
un aspro ed irregolare idioma, e si facevano conoscere per la
somiglianza della loro figura, che si discostava dall'abbronzato
Tartaro, e si avvicinava, in qualche distanza, all'alta statura ed alla
bella carnagione del Germano. Quattromila seicento loro villaggi[13]
erano sparsi per le province della Russia e della Polonia, e le capanne
loro venivano in fretta fabbricate di legno rozzamente tagliato, in un
paese mancante di pietra e di ferro. Innalzate queste, o per meglio dire
nascoste nel profondo delle foreste, lungo le rive dei fiumi, o
sull'orlo delle paludi, non si possono da noi forse senza adulazione
paragonare alle architettoniche case del Castoro; a cui rassomigliavano
nella doppia uscita, una sulla terra e l'altra sull'acqua per lo scampo
del selvaggio loro abitatore, animale men mondo, men diligente e men
sociale di quel quadrupede maraviglioso. La fertilità del suolo anzi che
il lavoro dei nativi, forniva la rustica abbondanza degli Schiavoni.
Grande era appo loro il numero delle mandre e del bestiame, ed i loro
campi che seminavano di miglio e di panico[14], somministravano, invece
di pane, un grossolano e men nutritivo alimento. Il continuo amore che i
loro vicini portavano alla rapina, li costringeva a nascondere nella
terra questo tesoro: ma quando uno straniero compariva in mezzo ad essi,
liberamente gli facean parte di quanto avevano; e questo popolo di cui
sfavorevolmente è dipinto il carattere, vien però qualificato cogli
epiteti di casto, di paziente e di ospitale. Per suprema loro divinità,
essi adoravano un invisibile signore del tuono. I fiumi e le ninfe ne
ottenevano i subordinati onori, ed i voti ed i sacrifizi esprimevano il
popolare lor culto. Sdegnavano gli Schiavoni di obbedire ad un despota,
ad un principe, od anco ad un magistrato; ma troppo ristretta la loro
esperienza e troppo ostinate erano le loro passioni, perchè componessero
un sistema di leggi eguali o di generale difesa. All'età od al valore
essi compartivano un certo volontario rispetto; ma ogni tribù, ogni
villaggio si reggeva come una repubblica separata, e conveniva che tutti
fossero persuasi, laddove nessuno poteva esser forzato. Essi
combattevano a piedi, quasi ignudi, e senza nessuna arma difensiva,
tranne un disadatto scudo; avevano per armi di offesa un arco, un
turcasso di piccole freccie avvelenate, ed una lunga corda, che
destramente gettavano lontano, e colla quale stringevano il loro nemico
in un nodo scorsoio. In campo l'infanteria schiavona riusciva pericolosa
per l'ardore, l'agilità e l'audacia: essi nuotavano, tuffavansi e
rimanevan sott'acqua, traendo il respiro per mezzo di una vuota canna;
ed un fiume od un lago era spesso il teatro di un loro agguato
improvviso. Ma talenti eran questi da spie o da predatori; sconosciuta
rimanea affatto l'arte militare agli Schiavoni; oscuro il lor nome, e
senza gloria erano le loro conquiste[15].

Ho debolmente segnati i lineamenti generali degli Schiavoni o dei
Bulgari, senza tentare di definire i confini dei luoghi da essi abitati,
che non erano accuratamente conosciuti nè rispettati dai Barbari stessi.
La loro vicinanza all'Impero determinava l'importanza loro, e la piana
regione della Moldavia o della Valachia era occupata dagli Anti[16],
tribù Schiavona, che con un epiteto di conquista aumentò i titoli di
Giustiniano[17]. Per frenare gli Anti egli innalzò le fortificazioni del
Danubio inferiore, e molto adoperossi ad assicurarsi l'alleanza di un
popolo stanziato nel diretto canale delle nortiche innondazioni ch'era
un intervallo di duecento miglia tra i monti della Transilvania ed il
Ponto Eussino. Ma gli Anti non avevano nè il potere nè la volontà di far
argine al furor del torrente: e cento tribù di Schiavoni, armati alla
leggiera, inseguivano con quasi egual celerità i passi della Bulgara
cavalleria. Il pagamento di una moneta d'oro per ogni soldato procurò
loro una salva e facile ritirata attraverso il paese dei Gepidi, che
dominavano il passo del Danubio superiore[18]. Le speranze od i timori
dei Barbari; l'intestina loro unione o discordia; l'accidente di una
riviera gelata o poco profonda; la prospettiva delle messi o della
vendemmia; la prosperità o l'angustia dei Romani, erano le cagioni che
producevano l'uniforme ripetizione delle annue lor visite,[19] tediose a
narrarsi e distruttive nel loro effetto. Lo stesso anno e forse lo
stesso mese in cui Ravenna aprì le sue porte, fu marcato da un'invasione
degli Unni o Bulgari, così tremenda che quasi cancellò la rimembranza
delle loro incursioni passate. Dai sobborghi di Costantinopoli, si
sparsero essi fino al golfo Jonio, distrussero trentadue città o
castella, rasero al suolo Potidea, che gli Ateniesi avevano edificata,
ed aveva assediata Filippo; poi ripassarono il Danubio, trascinando
attaccati alla coda dei loro cavalli centoventimila sudditi di
Giustiniano. In una scorreria posteriore essi forzarono la muraglia del
Chersoneso Tracio, ne demolirono le abitazioni e sterminarono gli
abitatori; indi valicarono arditamente l'Ellesponto, e carichi delle
spoglie dell'Asia, ritornarono in mezzo ai loro compagni. Un'altra
banda, che parve una moltitudine agli occhi dei Romani, si avanzò, senza
contrasto, dallo stretto delle Termopili fino all'Istmo di Corinto; e
l'ultima rovina della Grecia è sembrato un oggetto troppo minuto per
chiamar l'attenzion dell'istoria. Le opere che l'Imperatore costruì per
la difesa, ma a spese, de' suoi sudditi, non servirono che a manifestare
la debolezza delle parti lasciate neglette; e le mura che l'adulazione
giudicava inespugnabili, furono o disertate dalle guernigioni, ovvero
scalate dai Barbari. Tremila Schiavoni, i quali insolentemente si
divisero in due masnade, posero in chiaro la debolezza e la miseria di
un regno che si diceva trionfante. Essi varcarono il Danubio e l'Ebro;
vinsero i Generali romani che ardirono di opporsi ai loro progressi; ed
impunemente saccheggiarono le città dell'Illirico e della Tracia,
ciascuna delle quali aveva armi e popolazione bastante per fare a pezzi
i dispregevoli loro assalitori. Qualunque lode meritar si possa l'ordire
degli Schiavoni, esso è contaminato dalla bassa e deliberata crudeltà
che sono accusati di aver esercitata sopra dei loro prigionieri. Senza
distinzione di grado, di sesso o di età, questi venivano impalati o
scorticati vivi, o sospesi tra quattro pali, e fatti morire a colpi di
mazza, o veramente chiusi in qualche vasto edificio, ed ivi lasciati
perir nelle fiamme insieme con le spoglie ed il bestiame che impedir
poteva la marcia di questi vincitori selvaggi[20]. Forse da una
relazione più imparziale si sarebbe sminuito il numero, e qualificata la
natura di tali orribili azioni; e le crudeli leggi della rappresaglia
avranno potuto qualche volta servir loro di scusa. Nell'assedio di
Topiro[21], la cui ostinata difesa avea fieramente irritato gli
Schiavoni, essi trucidarono quindicimila uomini; ma risparmiarono le
donne ed i fanciulli. I prigionieri di maggior prezzo erano sempre posti
in serbo per impiegarli al lavoro o per ricavarne il riscatto: non
rigorosa la schiavitù, e pronti e moderati erano i termini della
liberazione de' prigionieri. Ma il suddito, ossia l'istorico di
Giustiniano, esalò il giusto suo sdegno nel linguaggio della querela e
del rimprovero, e Procopio ha confidentemente affermato, che durante un
regno di trentadue anni, ciascun'annua incursione dei Barbari avea
rapito dugentomila abitanti all'Impero romano. L'intera popolazione
della Turchia Europea, che corrisponde, a un dipresso, alle province di
Giustiniano, non sarebbe forse in istato di somministrare sei milioni
d'individui, che sono il prodotto di quell'incredibile computo[22].

Nel mezzo di queste oscure calamità, l'Europa sentì l'urto di una
rivoluzione, che prima disvelò al Mondo il nome e la nazione de' Turchi.
Somigliante a Romolo, il fondatore di quel popolo marziale fu allattato
da una lupa che poscia lo fece padre di una numerosa posterità, e
l'immagine di questa bestia, nelle bandiere dei Turchi, conservò la
memoria, o piuttosto suggerì l'idea di una favola, che fu inventata,
senza alcuna relazione scambievole, dai pastori del Lazio, e da quelli
della Scizia. Nell'eguale distanza di duemila miglia dal mar Caspio, dal
mar Glaciale, dal mar della China, e da quello del Bengala, sorge una
gran catena di monti, che è il centro o forse la sommità dell'Asia;
essa, nella favella delle differenti nazioni, fu chiamata Imao, e
Caf[23], ed Altai, e le Montagne d'Oro, e la Cintura della Terra. I
fianchi delle rupi producevano minerali; e le fornaci del ferro[24] ad
uso della guerra, erano lavorate dai Turchi, la più spregiata porzione
degli schiavi del Gran Can dei Geugeni. Ma durar non doveva il loro
servaggio, se non fin tanto che sorgesse un ardito ed eloquente
condottiero, il quale persuadesse i suoi compatriotti che le stesse
armi, fabbricate pei loro padroni, potevano divenire nelle proprie lor
mani gl'istromenti della libertà e della vittoria. Sbucaron essi dai lor
monti[25]; uno scettro fu il guiderdone del consiglio di lui; e l'annua
cerimonia, in cui un pezzo di ferro veniva arroventato nel fuoco, ed il
Principe ed i suoi nobili maneggiavano successivamente un martello da
fabbro ferraio, ricordò di secolo in secolo l'umile professione ed il
ragionevole orgoglio della nazione Turchesca. Bertezena, primo lor Capo,
segnalò il valore di essi ed il suo in fortunati combattimenti contro le
vicine tribù; ma quando egli presunse di chiedere in matrimonio la
figlia del gran Cane, l'insolente domanda di uno schiavo e di un
artigiano con disprezzo fu rigettata. Una più nobile alleanza d'una
principessa Chinese lo risarcì di tale disgrazia; e la decisiva
battaglia che quasi estirpò la nazione dei Geugeni, fondò nella Tartaria
il nuovo e più potente impero dei Turchi. Essi regnarono sul
Settentrione; ma il fedele amore che serbavano per le montagne dei padri
loro, mostrò il lor modo di pensare intorno alla vanità delle conquiste.
Il campo reale di rado perdè di vista il monte Altai, d'onde il fiume
Irtish discende ad irrigare i ricchi pascoli dei Calmucchi[26], i quali
nutrono i montoni ed i buoi più grossi del mondo. Fertile n'è il suolo,
ed il clima temperato e mite. Quella fortunata regione non conosceva nè
la pestilenza, nè i terremoti; il trono dell'Imperatore era rivolto
verso Oriente, ed un lupo d'oro, innalzato sopra una lancia, parea
custodire l'ingresso della tenda di lui. Uno dei successori di Bertezena
rimase adescato dal lusso e dalla superstizione della China; ma il suo
disegno di fabbricar templi e città fu dissipato dalla ingenua sapienza
di un Barbaro consigliere. «I Turchi, disse costui, non uguagliano in
numero la centesima parte degli abitatori della China. Se noi pareggiamo
la loro potenza, ed eludiamo i loro eserciti, ciò avviene, perchè
andiamo vagando senza fisse abitazioni, non attendendo che alla guerra
ed alla caccia. Siamo noi forti! Ci spingiamo innanzi, e conquistiamo.
Siamo noi deboli! Ci ritiriamo e ci nascondiamo. Ma se i Turchi si
rinserrano dentro le mura delle città, la perdita di una battaglia
trarrà seco la distruzione del loro impero. I Bonzi non predicano che
pazienza, umiltà e rinunzia al mondo. Tale, o Re, non è la religion
degli Eroi». Essi adottarono con minor ripugnanza le dottrine di
Zoroastro, ma la maggior parte della nazione continuò a serbare, senza
esame, le opinioni, o per meglio dire la pratica dei loro antenati. Alla
suprema divinità erano riserbati gli onori del sacrifizio; essi
confessavano, con rozzi inni ciò che dovevano all'aria, al fuoco,
all'acqua ed alla terra; ed i loro sacerdoti traevano qualche profitto
dall'arte della divinazione. Le loro leggi, non scritte, erano rigorose
ed imparziali: il furto veniva punito colla restituzione del decuplo:
l'adulterio, il tradimento e l'uccisione traevano con sè la pena di
morte, ma nessun castigo pareva loro troppo severo pel raro ed
inespiabile delitto di pusillanimità. Raccolto avendo sotto il loro
stendardo le vinte nazioni, la cavalleria de' Turchi, tra uomini e
cavalli, veniva orgogliosamente computata per milioni; uno dei loro
eserciti effettivi era composto di quattrocentomila soldati, ed in meno
di cinquant'anni essi furono in relazione di guerra o di pace coi
Romani, coi Persiani e coi Chinesi. Nei loro limiti settentrionali si
può discoprire qualche vestigio della forma e della situazione del
Kamtchatka, di un popolo di cacciatori e di pescatori le cui slitte
erano tirate da cani, e le abitazioni sepolte sotterra. I Turchi
ignoravano l'astronomia; ma le osservazioni fatte da qualche dotto
Chinese, con un gnomone di otto piedi, determinano il campo reale nella
latitudine di quarantanove gradi, e segnano i loro progressi sino a tre
od almeno a dieci gradi dal circolo polare[27]. Fra le meridionali
conquiste loro, la più splendida fu quella dei Neftaliti, od Unni
bianchi, popolo incivilito e guerriero che possedeva le trafficanti
città di Bochara e di Samarcanda, che vinto aveva i monarchi della
Persia, e portato le vittoriose sue armi sulle rive e forse alla foce
dell'Indo. Dalla parte di Ponente, la cavalleria turca s'innoltrò fino
alla palude Meotide. Essi passarono questo lago sul ghiaccio. Il Can che
abitava ai piedi del Monte Altai, spedì l'ordine che si assediasse
Bosforo[28], città che si era volontariamente sommessa ai Romani, ed i
cui Principi erano stati anticamente gli amici di Atene[29]. A levante i
Turchi invadevano la China, ogni volta che rilassato vi era il vigor del
governo; e l'istoria dei tempi ci narra che essi abbattevano i loro
pazienti nemici, come si miete il canape e l'erba dei campi; e che i
Mandarini encomiarono la sapienza di un Imperatore il quale respinse
questi Barbari con lancie d'oro. L'estensione del selvaggio impero dei
Turchi trasse uno dei loro monarchi a stabilire tre subordinati Principi
del proprio sangue, i quali tosto dimenticarono i doveri della
riconoscenza e della fedeltà. Snervati furono i conquistatori dal lusso,
il quale sempre riesce fatale fuori che ad un popolo industrioso. La
politica della China eccitò le vinte nazioni a ricuperare l'indipendenza
perduta; e la potenza dei Turchi non oltrepassò il periodo di
duecent'anni. Il risorgimento del nome loro ed il loro dominio nelle
contrade meridionali dell'Asia, sono avvenimenti di una età posteriore;
e le dinastie che succederono ai loro primi sovrani, possono passarsi in
silenzio poichè l'istoria loro non ha verun legame colla decadenza e
caduta del Romano Impero[30].

Nella rapida carriera delle conquiste, i Turchi assaltarono e
soggiogarono la nazione degli Ogori o Varconiti sulle rive del fiume Til
che vien denominato il Nero pel bruno color delle sue acque, o per le
sue cupe foreste[31]. Ucciso fu il Can degli Ogori, insieme con tre
centomila suoi sudditi, ed i loro cadaveri ingombravano uno spazio di
quattro giornate di viaggio. Quelli tra loro che sopravvissero, si
assoggettarono alla forza ed alla clemenza dei Turchi; ed una picciola
porzione, di circa ventimila guerrieri, antepose l'esilio alla
schiavitù. Seguitaron essi la ben nota strada del Volga, lusingarono
l'errore delle nazioni che gli confusero cogli Avari, e sparsero il
terrore di questo falso, benchè famoso, nome, il quale però non avea
salvato dal giogo dei Turchi quelli che legittimamente il portavano[32].
Dopo una lunga e vittoriosa marcia, i nuovi Avari, giunsero al piè del
monte Caucaso, nel paese degli Alani[33] e dei Circassi, dove per la
prima volta sentirono a parlare dello splendore e della debolezza
dell'Impero Romano. Umilmente essi pregarono il Principe degli Alani,
loro confederato, di condurli a questa sorgente di ricchezze; ed il loro
ambasciatore, col permesso del governatore di Lazica, fu trasportato,
per l'Eussino a Costantinopoli. Tutta la città sboccò fuori a rimirare
con curiosità e spavento l'aspetto di questo popolo straniero; i lunghi
capelli che lor cadevano in treccie giù per le spalle, erano
graziosamente annodati con nastri, ma il rimanente del lor vestire
pareva imitare la foggia degli Unni. Allorchè vennero ammessi
all'udienza di Giustiniano; Candish, il primo degli Ambasciatori, si
volse in questi accenti all'Imperatore Romano. «Tu vedi, o potente
principe, i rappresentanti della più forte e più popolosa fra le
nazioni, degli invincibili ed irresistibili Avari. Noi vogliamo
dedicarsi al tuo servizio: noi siamo atti a vincere ed a distruggere
tutti i nemici che ora turbano il tuo riposo. Ma aspettiamo, qual prezzo
della tua alleanza, qual ricompensa del nostro valore, donativi
preziosi, annui sussidj, e possessioni feconde». Al tempo di
quest'ambasceria, Giustiniano avea regnato più di trent'anni, egli ne
avea vissuto più di settantacinque: languenti e deboli erano il suo
corpo ed il suo spirito; ed il conquistatore dell'Affrica e dell'Italia,
non curando gli interessi permanenti del suo popolo, non aspirava che a
fornire i suoi giorni nel seno della pace, quantunque priva di gloria.
In una arringa studiata, egli espose al Senato il partito da lui preso
di dissimulare l'insulto e di comprare l'amicizia degli Avari; e tutto
il Senato, come i Mandarini della China, decantò l'incomparabil sapienza
e la previdenza del suo Monarca. Si allestiscono immediatamente gli
istrumenti del lusso per cattivar l'animo dei Barbari, seriche vesti,
soffici e splendidi letti, catene e collane, incrostate di oro. Gli
ambasciatori, contenti di sì liberale accoglienza, si partirono da
Costantinopoli, e Valentino, uno della guardia dell'Imperatore, fu
mandato collo stesso carattere nel loro campo, a' piedi del Caucaso.
Siccome sì la distruzione che le vittorie loro potevano essere
egualmente di vantaggio all'Impero, ei li persuase a correre addosso ai
nemici di Roma, ed essi agevolmente si lasciarono allettare da regali e
promesse, a secondare l'inclinazione che avevan più cara. Questi
fuggiaschi, che si ritraevano dalle armi dei Turchi, passarono il Tanai
ed il Boristene ed audacemente si avanzarono nel cuore della Polonia e
della Germania, violando la legge delle nazioni, ed abusando dei diritti
della vittoria. Prima che fossero passati dieci anni, essi aveano
piantato i lor campi sul Danubio e sull'Elba; molti nomi Bulgari e
Schiavoni si erano cancellati dalla terra, ed il rimanente di quella
tribù si trovava, in qualità di tributarj e di vassalli, sotto lo
stendardo degli Avari. Il Cacano, titolo particolare che prendeva il Re
loro, tuttavia affettava di coltivare l'amicizia dell'Imperatore; e
Giustiniano nutriva qualche pensiero di stabilirli nella Pannonia, per
bilanciare la predominante potenza dei Lombardi. Ma la virtù od il
tradimento di un Avaro manifestò la segreta inimicizia e gli ambiziosi
disegni de' suoi compatriotti: ed essi altamente si lamentarono della
timida ma gelosa politica che riteneva i loro ambasciatori, e negava le
armi che loro era stato concesso di comperare nella capital
dell'Impero.[34].

Ad un'ambasciata ricevuta dai conquistatori degli Avari[35], può forse
attribuirsi l'apparente cangiamento seguìto nelle disposizioni degli
Imperatori. Il risentimento dei Turchi non s'era punto ammorzato
dall'immensa distanza che schermiva gli Avari dalle armi loro. I loro
ambasciatori inseguirono le orme dei vinti al Giaik, al Volga, al monte
Caucaso, all'Eussino, ed a Costantinopoli, e finalmente comparvero
dinanzi al successore di Costantino, a chiedere che egli non volesse
sposare la causa di gente ribelle e fuggitiva. Anche il commercio ebbe
qualche parte in questa osservabile negoziazione: ed i Sogdoiti, i quali
erano allora tributarj dei Turchi, abbracciarono la bella occasione di
aprire, pel Nord del mar Caspio, una nuova strada che servisse a
trasportare la seta della China nell'Impero di Roma. I Persiani che
preferivano la navigazione di Ceilan, avevano ditenuto le carovane di
Bochara e di Samarcanda: la seta che esse portavano, era stata
dispettosamente arsa: alcuni ambasciatori turchi morirono in Persia non
senza sospetto di veleno; ed il Gran Can permise al fedele suo vassallo
Maniaco, principe dei Sogdoiti, di proporre alla Corte di Bisanzio un
trattato di alleanza contro i loro comuni nemici. Gli splendidi lor
vestimenti ed i ricchi regali, frutto del lusso orientale, distinguevano
Maniaco ed i suoi colleghi, dai rozzi selvaggi del Settentrione: le
lettere loro, scritte nel linguaggio e nel carattere della Scizia,
denotavano un popolo il quale era pervenuto ai rudimenti del sapere[36]:
essi annoveravano le conquiste, ed offerivano l'amicizia e l'aiuto
militare dei Turchi; e la sincerità loro veniva attestata da tremende
imprecazioni (se colpevoli fossero di falsità) sopra il proprio lor
capo, e sopra il capo di Disabul, loro Signore. Il Principe greco trattò
con ospitale riguardo gli ambasciatori di un remoto e potente monarca:
la vista dei bachi da seta e dei telaj sconcertò la speranza dei
Sogdoiti; l'Imperatore rinunziò, o parve rinunziare ai fuggitivi Avari,
ma accettò l'alleanza dei Turchi; e la ratificazione del trattato fu
recata ai piedi del monte Altai da un ministro romano. Sotto i
successori di Giustiniano, si coltivò l'amicizia delle due nazioni con
relazioni frequenti e cordiali; si permise ai vassalli più favoriti
d'imitare l'esempio del Gran Cane, e cento e sei Turchi, venuti a
Costantinopoli in varie occasioni, ne partirono al tempo istesso pel
loro paese nativo. La storia non ci specifica la durata e la lunghezza
del viaggio, dalla Corte Bisantina al monte Altai. Arduo sarà stato
trascorrere i deserti senza nome, i monti, i fiumi e le paludi della
Tartaria; ma ci fu serbato un curioso ragguaglio delle accoglienze fatte
agli oratori romani nel campo reale. Poscia che furono purificati col
fuoco e coll'incenso, secondo un rito ancora praticato sotto i figliuoli
di Zingis, essi vennero introdotti al cospetto di Disabul. Nella valle
della montagna d'oro, essi trovarono nella sua tenda il Gran Cane,
seduto in una sedia con ruote, alla quale si poteva, occorrendo,
attaccare un cavallo. Tosto ch'ebbero offerto i lor doni, che ricevuti
vennero dagli officiali a ciò destinati, essi esposero, in una florida
concione, i desiderj dell'Imperatore Romano, che la vittoria
accompagnasse le armi dei Turchi, che lungo e prospero ne fosse il
Regno, che una stretta alleanza, scevra d'invidia e di frode, potesse
per sempre durare tra le due più potenti nazioni della Terra. La
risposta di Disabul si confece a queste proteste amichevoli, e gli
Ambasciatori furono fatti sedere al suo lato, in un banchetto che occupò
la maggior parte del giorno; parata era la tenda di seriche tappezzerie,
e fu servito a tavola un liquor tartaro che possedeva almeno le qualità
inebbrianti del vino. Più sontuoso fu il convito del giorno seguente; i
serici addobbi della seconda tenda presentavano varie figure in ricamo;
e la sedia reale, le coppe ed i vasi erano tutti d'oro. Un terzo
padiglione veniva sostenuto da colonne di legno dorato; un letto di oro
puro e massiccio sorgeva sopra quattro pavoni dello stesso metallo: e
davanti all'ingresso della tenda si vedevano piatti, bacili, e statue di
solido argento, lavorati con ammirabil arte, e sfarzosamente
ammonticchiati sopra carri, monumenti del valore più che dell'industria.
Allorchè Disabul condusse i suoi eserciti contro le frontiere della
Persia, gli Ambasciatori romani seguirono per molti giorni la marcia del
Campo Turco, nè furono congedati, sinchè non ebbero goduto la precedenza
sopra l'Oratore del Gran Re, i cui alti ed immoderati clamori
interruppero il silenzio del banchetto reale. La potenza e l'ambizione
di Cosroe assodarono l'unione dei Turchi e dei Romani, che confinavano
da ogni banda coi dominj di esso: ma queste distanti nazioni, non
curandosi una dell'altra, consultarono i dettami dell'interesse, senza
rammentarsi le obbligazioni de' giuramenti e de' trattati. Al tempo in
che il successore di Disabul celebrò le esequie del padre, egli fu
salutato dai Legati dell'Imperatore Tiberio, che proposero un'invasione
della Persia, e con fermezza sostennero gli sdegnosi e forse giusti
rimproveri di quei Barbari orgogliosi. «Voi mirate le dieci mie dita,
disse il Gran Cane, applicandole alla sua bocca. Voi, Romani, parlate
con altrettante lingue, ma sono lingue d'inganno e di spergiuro. Con me
tenete una favella, coi miei sudditi un'altra; e le nazioni vengono
successivamente aggirate dalla perfida vostra eloquenza. Voi traete i
vostri alleati nella guerra e nel pericolo; voi profittate delle loro
fatiche, e trascurate i vostri benefattori. Accelerate il ritorno, ed
informate il vostro Signore che un Turco è incapace di proferire o di
scordare una menzogna, e ch'egli ben presto incontrerà il castigo che
gli è dovuto. Nel punto ch'egli richiede la mia amicizia con adulanti e
fallaci parole, si è abbassato a far lega co' Varconiti che da me
fuggono. Se io mi traggo a muovere contro que' dispregevoli schiavi,
essi tremeranno al suono dei nostri flagelli; calpestati e' saranno,
come un nido di formiche, sotto i piedi dell'innumerevole mia
cavalleria. Non mi è ignota la strada che essi tennero per invadere il
vostro Impero, nè posso essere ingannato dal vano pretesto, che il monte
Caucaso è l'inespugnabile barriera de' Romani. Conosco il corso del
Niester, del Danubio e dell'Ebro; le nazioni più bellicose hanno ceduto
alle armi dei Turchi; e da dove nasce a dove muore il Sole, tutta è mio
retaggio la Terra». Non ostante questa minaccia, un sentimento di
scambievole utilità rinnovò ben presto la colleganza, de' Turchi e de'
Romani; ma l'orgoglio del Gran Cane sopravvisse al suo sdegno, e
nell'atto di annunziare un'importante conquista al suo amico
l'Imperatore Maurizio, egli s'intitolò il Padrone delle sette razze, ed
il Signore dei sette climi del mondo[37].

Tra i Sovrani dell'Asia nacquero spesso contese pel titolo di Re del
mondo, e queste stesse disputazioni provarono ch'esso non può
appartenere a veruno dei competitori. Il regno dei Turchi era limitato
dall'Oxo o Gihon, e questo gran fiume separava il _Turan_ dalla rivale
monarchia d'_Iran_ o della Persia, la quale, in più ristretto spazio,
conteneva forse una più gran misura di popolazione e di potenza. I
Persiani, che alternativamente assalirono e respinsero i Turchi ed i
Romani, eran tuttavia governati dalla casa di Sassan, che salì al trono
tre secoli prima dell'esaltamento di Giustiniano. Cabade o Kobad,
contemporaneo di lui, era stato avventuroso in guerra contro
l'Imperatore Anastasio: ma il Regno di quel Principe fu perturbato da
civili e religiosi dissidj. Prigioniero in mano de' suoi sudditi, esule
tra i nemici della Persia, egli ricovrò la sua libertà col prostituire
l'onore della sua moglie, e riacquistò il suo regno, mediante la
pericolosa e mercenaria assistenza dei Barbari, i quali trucidato gli
aveano il padre. Sospettavano i nobili della Persia che Kobad non fosse
mai per dimenticare gli autori della sua espulsione, o nemmeno quelli
che l'avean riposto sul trono. Aggirato ed infiammato era il popolo dal
fanatismo di Mazdak[38], il quale predicava la comunanza delle
donne[39], e l'eguaglianza di tutti gli uomini, nel tempo ch'egli
appropiava all'uso dei suoi settarj le più ricche possessioni e le donne
più belle. La declinante età del Monarca persiano veniva amareggiata
dall'aspetto di questi disordini, che le sue leggi ed il suo esempio[40]
avevano fomentati, e si accrescevano i suoi timori dal segreto
sentimento del disegno che nutriva di sovvertire il naturale e consueto
ordine di successione in favore del suo terzo e prediletto figliuolo,
così famoso sotto i nomi di Cosroe e di Nushirvan. Collo scopo di
rendere più illustre il giovane al cospetto delle nazioni, Kobad
desiderò che venisse adottato dall'Imperatore Giustino: la speranza
della pace indusse la Corte Bisantina ad accettare questa singolare
proposta; e Cosroe avrebbe acquistato uno specioso diritto all'eredità
del romano suo padre. Ma il male che n'era per avvenire fu allontanato
dal consiglio del Questore Proclo: si mise in campo la difficoltà, se
l'adozione dovesse farsi con un rito militare o civile[41]; disciolto fu
all'improvviso il trattato, ed il sentimento di questa offesa si stampò
profondamente nell'animo di Cosroe, il quale si era già avanzato fino al
Tigri, alla volta di Costantinopoli. Non sopravvisse lungamente il padre
di Cosroe all'avvenimento che avea sconcertato le sue mire. Si lesse il
testamento del defunto sovrano nell'assemblea dei nobili, ed una potente
fazione, preparata a sostenerlo, innalzò Cosroe al trono della Persia,
senza por mente ai diritti della Primogenitura. Cosroe tenne quel trono
pel lungo e prospero periodo di quarantott'anni[42]; e la giustizia di
Nushirvan vien celebrata dalle nazioni dell'Oriente, quale argomento di
lode immortale.

Ma nell'opinione dei Re, ed anche dei loro sudditi, la giustizia di un
sovrano non esclude un'ampia indulgenza pel soddisfacimento delle sue
passioni e del suo interesse. La virtù di Cosroe era quella di un
conquistatore, il quale nelle determinazioni della pace o della guerra,
viene spinto dall'ambizione e rattenuto dalla prudenza, confonde la
grandezza colla felicità di una nazione, e tranquillamente sacrifica le
vite delle migliaja alla fama od anche al divertimento di un solo. Nella
domestica sua amministrazione, il giusto Nushirvano meriterebbe, secondo
il nostro sentire, d'esser chiamato un tiranno. I suoi due fratelli
maggiori erano stati privati delle care lusinghe del Diadema: posti tra
il grado supremo e la condizione di sudditi, piena di ansietà per essi
diveniva la futura lor vita e formidabile al loro Signore. Il timore
egualmente che la vendetta poteva muovergli a ribellarsi; la più tenue
ombra di una cospirazione fu bastante all'autore dei loro mali, e si
assicurò il riposo di Cosroe mediante la morte di que' Principi
sventurati, delle famiglie e degli aderenti loro. La pietà di un
Generale veterano, salvò un giovinetto innocente, e quest'atto di
umanità, rivelato dallo stesso suo figlio, cancellò il merito di aver
ridotto dodici nazioni all'obbedienza della Persia. Lo zelo e la
prudenza di Mebode aveano assodato il diadema sulla fronte di Cosroe
istesso; ma tardò egli un giorno ad obbedire ai cenni reali sinchè
avesse adempito i doveri di una rassegna militare: subitamente gli fu
intimato di ridursi al Tripode di ferro, che sorgeva innanzi alla porta
della Reggia[43], dove si puniva di morte chi desse soccorso o si
accostasse alla vittima, e Mebode languì più giorni prima che si
proferisse la sentenza dall'inflessibil orgoglio e dalla fredda
ingratitudine del figlio di Kobad. Ma il popolo, e più che altrove
nell'Oriente, è propenso a dimenticare ed anche ad applaudire la
crudeltà che colpisce le teste più sublimi, quegli schiavi ambiziosi, la
cui volontaria scelta gli ha esposti a vivere de' sorrisi od a morir pel
cipiglio di un capriccioso monarca. Nell'eseguire le leggi che tentato
egli non era ad infrangere, nel punire i delitti che offendevano la
propria sua dignità ugualmente che la felicità degli individui,
Nushirvano, o Cosroe meritò il soprannome di giusto. Fermo, rigoroso ed
imparziale ne era il governo. Prima cura del suo regno fu di abolire la
pericolosa teoria della comunanza od uguaglianza dei beni. Le terre e le
donne che i settari di Magdak avevano usurpate, furono restituite ai
legittimi lor proprietarj; e il moderato castigo inflitto ai fanatici ed
agli impostori confermò i domestici diritti della vita sociale. In
cambio di porger orecchio con cieca fiducia ad un ministro favorito,
egli stabilì quattro Visiri sopra le quattro grandi province del suo
impero l'Assiria, la Media, la Persia, e la Battriana. Nella scelta dei
giudici, dei prefetti e dei consiglieri, egli cercava di tor via la
maschera che si suole portare alla presenza dei Re. Era vago di
sostituire il naturale ordine dei talenti alle accidentali distinzioni
della nascita e della fortuna; speciosamente professava la sua
intenzione di anteporre quegli uomini che portavano il povero nel loro
seno, e di bandire la corruzione dalla sede della giustizia, come i cani
sono esclusi dai templi dei Magi. Il codice delle leggi del primo
Artaserse fu richiamato a vita e pubblicato come norma dei magistrati;
ma la sicurezza di una pronta punizione porgeva la miglior garanzia
della loro virtù. Migliaja d'occhi invigilavano sulla loro condotta, ed
ascoltate n'erano le parole dalle migliaja di orecchie dei segreti o
pubblici agenti del trono, e le province dai confini dell'Arabia a
quelli dell'India, si rallegravano frequentemente per la presenza di un
Sovrano che affettava di emulare il Sole, suo celeste fratello, nella
sua rapida e salutare carriera. Egli considerava l'educazione e
l'agricoltura come i due oggetti più meritevoli delle sue cure. In ogni
città della Persia, gli orfani, ed i figli dei poveri erano mantenuti ed
istruiti a spese pubbliche; si davano le zitelle in matrimonio ai più
ricchi cittadini della classe loro, ed i garzoni, secondo la diversa
loro abilità, s'impiegavano in arti meccaniche, ed erano promossi a più
onorevole impiego. La bontà di Cosroe soccorse i villaggi abbandonati;
distribuì bestiami, sementi e stromenti di agricoltura ai contadini ed
ai fittajuoli che non erano in istato di coltivare i loro terreni, ed il
raro ed inestimabile tesoro delle acque fu con economia maneggiato, e
con abilità sparso sopra l'arido territorio della Persia[44]. La
prosperità di quel regno fu la conseguenza e la prova delle virtù del
Sovrano: i vizj di lui sono quelli del dispotismo orientale; ma nella
lunga contesa tra Cosroe e Giustiniano, il vantaggio del merito e della
fortuna si trova quasi sempre dal lato del Barbaro[45].

Alla lode di giusto, Nishirvan univa la fama di sapiente: i sette
Filosofi greci che visitarono la sua Corte, furono attirati ed ingannati
dalla strana asserzione, che un discepolo di Platone sedeva sul trono
persiano. Potevan essi aspettarsi che un Principe, vigorosamente
esercitato nelle cure della guerra e del governo, avesse a discutere,
con destrezza pari alla loro, le astruse e profonde questioni che
divertivano gli ozj delle scuole di Atene! Dovevan essi sperare che i
precetti della filosofia avessero a regger la vita e governar le
passioni di un despota, a cui sin dall'infanzia si era insegnato a
considerare l'assoluta e capricciosa sua volontà, come la sola regola
dei doveri morali[46]! Superficiali e di ostentazione erano gli studj di
Cosroe: ma il suo esempio svegliò la curiosità di un popolo ingegnoso, e
la luce della scienza si difuse sopra i dominj della Persia[47]. Egli
fondò un'accademia di medicina a Gondi-Sapor, nelle vicinanze della
città di Susa, ed essa a poco a poco divenne una liberale scuola di
poesia, di filosofia e di rettorica[48]. Si composero gli annali della
monarchia[49] e nel tempo che la recente ed autentica storia poteva
porgere utili lezioni sì al Principe che al popolo, l'oscurità dei primi
secoli fu abbellita coi draghi e coi favolosi eroi dei romanzi
orientali[50]. Ogni straniero dotato di sapere, o di fiducia fu
arricchito dalla bontà, e lusingato dalla conversazione del Monarca.
Nobilmente egli ricompensò un medico greco[51] col liberare in grazia di
lui tremila prigionieri: ed i sofisti che si contendevano il favore del
Principe, presero dispetto della ricchezza e dell'insolenza di Urenio,
loro più fortunato rivale. Nushirvan credeva od almeno rispettava la
religione dei Magi: e si possono scoprire alcune tracce di persecuzione
durante il suo regno[52]. Non pertanto egli liberamente si permetteva di
paragonare gli argomenti delle varie Sette; e le teologiche deputazioni,
a cui frequentemente presiedeva, diminuivano l'autorità dei sacerdoti,
ed illuminavano le menti del popolo. Per suo cenno, si tradussero i più
celebri scrittori della Grecia e dell'India nella lingua persiana, dolce
ed elegante idioma, raccomandato da Maometto all'uso del Paradiso;
benchè l'ignoranza e la presunzione di Agatia[53] lo vilipendesse cogli
epiteti di rozzo e non musicale. Del rimanente questo istorico greco
poteva ragionevolmente maravigliarsi che si trovasse possibile di
eseguire una intiera versione di Platone e di Aristotele in un dialetto
straniero che non era stato foggiato ad esprimere lo spirito di libertà,
e le sottigliezze delle filosofiche investigazioni. E se la ragione
dello Stagirita può riuscire egualmente oscura, od egualmente
intelligibile in ogni favella, l'arte drammatica, e l'argomentazione
verbale del discepolo di Socrate[54] pajono essere indissolubilmente
unite con la grazia e la perfezione del suo attico stile. Nell'andare in
cerca dell'universale dottrina, Nushirvan venne a sapere che le favole
morali e politiche di Pilpai[55], antico Bracmano, si conservavano con
gelosa riverenza fra i tesori dei Sovrani dell'India. Il medico Peroze
fu segretamente spedito alle rive del Gange, onde procacciarsi, a
qualunque prezzo, la comunicazione di quest'opera preziosa.
L'accorgimento di Peroze ne ottenne una copia, che con dotta accuratezza
egli tradusse; e le favole di Pilpai si lessero e si ammirarono
nell'assemblea di Nushirvan e dei suoi nobili. L'originale indiano, ed
il suo traslatamento persiano da lungo tempo sono scomparsi, ma questo
venerabile monumento, salvato per la curiosità dei Califfi Arabi,
rinacque nel Persiano moderno, negli idiomi Turco, Siriaco, Ebraico e
Greco, e per mezzo di successive versioni venne trasfuso nelle moderne
lingue d'Europa. Nella presente forma di queste favole, più non si
scorgono affatto il carattere particolare, i costumi e la religione
degl'Indi; e l'intrinseco merito delle favole di Pilpai cede di gran
lunga alla concisa eleganza di Fedro, ed alle naturali grazie di La
Fontaine. L'autore ha illustrato, in una serie di apologhi, quindici
sentenze morali e politiche ma avviluppata n'è la composizione, prolisso
il racconto, e comuni e di poca utilità ne sono i precetti. Nondimeno il
Bracmano può pretendere al merito di aver inventato una piacevol
finzione, che adorna il nudo della verità, ed addolcisce, per avventura,
ad un orecchio reale quello che l'insegnamento in sè contiene di amaro.
Collo stesso disegno di avvertire i Re che forti e' non sono se non per
la forza de' sudditi loro, gli stessi Indiani inventarono il giuoco
degli scacchi, che fu parimente introdotto in Persia sotto il regno di
Nushirvano[56].

Il figlio di Kobad trovò la monarchia avvolta in guerra col successore
di Costantino, e l'inquietudine che gli davano le sue domestiche cose lo
mosse a consentire la sospensione di armi che Giustiniano era impaziente
di ottenere. Vide Cosroe i Legati romani al suo piede. Egli accettò
undicimila libbre d'oro, qual prezzo di una pace perpetua od
indefinita[57]. Si regolarono alcune reciproche permutazioni; i Persiani
assunsero la custodia delle porte del Caucaso, e si sospese la
demolizione di Dara, col patto che non potesse esser mai la residenza
del generale dell'Oriente.

L'ambizione dell'Imperatore che avea sollecitato quest'intervallo di
riposo, diligentemente ne trasse profitto. Le sue conquiste affricane
furono il primo frutto del trattato Persiano; e l'avarizia di Cosroe
venne blandita da una larga porzione dello spoglie di Cartagine, che i
suoi ambasciatori richiesero quasi motteggiando e adducendo i pretesti
dell'amicizia[58]. Ma i trofei di Belisario disturbarono i sonni del
Gran Re; ed egli udì con istupore, con invidia e con tema, che la
Sicilia, l'Italia e Roma stessa in tre rapide campagne erano state
ridotte all'obbedienza di Giustiniano. Non avvezzo all'arte di rompere i
trattati, egli segretamente suscitò il suo animoso e scaltro vassallo
Almondaro. Questo Principe de' Saraceni, che tenea la sua sede in
Hira[59], non era stato compreso nella pace generale, e continuava a
sostenere un'oscura guerra contro il suo rivale Areta, Capo della tribù
di Gassan, e confederato dell'Impero. Uno spazioso pascolo nel deserto a
mezzo giorno di Palmira, era il soggetto della loro contesa. I diritti
di Almondaro parevano attestati da un tributo per la licenza di
pascolare, pagato da immemorabile età, nel mentre che il Gassanita
allegava il nome di _strata_, via selciata, come inevitabil prova della
sovranità e dell'opera dei Romani[60]. I due monarchi proteggevano la
causa de' loro rispettivi vassalli; l'Arabo Persiano, senz'aspettare
l'evento di un tardo e dubbioso arbitrato, arricchì il volante suo campo
con le spoglie ed i prigionieri della Siria. Invece di respinger le armi
di Almondaro, Giustiniano tentò di sedurne la fedeltà, nel tempo ch'egli
chiamava dall'estremità della terra le nazioni dell'Etiopia e della
Scizia ad invadere i dominj del suo rivale. Ma distante e precario era
l'ajuto di tali alleati, e la scoperta di questa corrispondenza ostile
giustificò le querele dei Goti e degli Armeni, che imploravano, quasi
nello stesso tratto, la protezione di Cosroe. I discendenti di Arsace,
numerosi ancora in Armenia, erano stati commossi a difendere le ultime
reliquie della nazionale libertà e dell'ereditario lor grado; e gli
ambasciatori di Vitige avevano segretamente attraversato l'Impero per
esporre l'imminente e quasi inevitabile pericolo del Regno d'Italia.
Uniformi, gravi, ed efficaci apparivano le rimostranze loro. «Noi ci
presentiamo dinanzi al tuo trono, per difendere i tuoi interessi non
meno che i nostri. L'ambizioso ed infedele Giustiniano aspira ad essere
il solo dominatore del Mondo. Dopo stretta la pace perpetua, che tradì
la comune libertà dell'uman genere, questo Principe, tuo confederato in
parole, e tuo nemico in fatti, ha trattato i suoi amici ed i suoi
avversarj con eguale insulto, ed ha riempito la terra di sangue e di
scompigli. Non ha egli violato i privilegi dell'Armenia, l'indipendenza
del Colco, e la selvaggia libertà dei monti Tzanici? Non ha egli
usurpato, con pari avidità, la città di Bosforo sulla gelata Meotide, e
la valle delle palme sulle rive dell'Eritreo? I Mori, i Vandali, i Goti
sono stati successivamente oppressi, ed ogni nazione è rimasta
tranquillamente spettatrice della rovina de' suoi vicini. Cogli, o gran
Re! cogli il momento propizio. Senza difesa è l'Oriente, ora che gli
eserciti di Giustiniano ed il rinomato suo generale stanno nelle
distanti regioni dell'Occidente. Se tu esiti, o differisci, Belisario e
le vittoriose sue truppe ben tosto ritorneranno dalle rive del Tebro a
quelle del Tigri, ed alla Persia non rimarrà che lo sciagurato conforto
di essere stata divorata l'estrema[61]». Mercè di tali argomenti, Cosroe
agevolmente si persuase ad imitare l'esempio ch'egli condannava, ma il
Persiano, ambizioso di militar rinomanza, disdegnò l'inoperoso modo di
guerreggiar di un rivale che trasmetteva i sanguinosi suoi comandi dal
sicuro asilo del Bisantino Palazzo.

In qualunque guisa Cosroe potesse credersi provocato, egli mancò alla
fede dei trattati: ed i giusti rimproveri di dissimulazione e di falsità
non si possono occultare che dal lustro delle sue vittorie[62].
L'esercito persiano, raccolto nelle pianure di Babilonia, prudentemente
evitò le città fortificate della Mesopotamia, e seguì la riva
occidentale dell'Eufrate insino a che la piccola ma popolosa città di
Dura ebbe l'ardire di far argine ai progressi del Gran Re. Dal
tradimento e dalla sorpresa aperte furono le porte di Dura; e tosto che
Cosroe ebbe tinto la sua scimitarra nel sangue di que' cittadini, egli
congedò l'ambasciatore di Giustiniano, mandandolo ad informare il suo
signore del luogo in cui avea lasciato il nemico dei Romani! Ambiva il
conquistatore di esser lodato come giusto e clemente; e nel vedere una
nobil matrona col suo bambino barbaramente trascinati per terra,
sospirò, pianse ed implorò la divina giustizia perchè punisse l'autore
di tai mali. Non pertanto vendè un armento di dodicimila prigionieri pel
riscatto di due cento libbre d'oro; il Vescovo di Sergiopoli, città
vicina, obbligò la sua fede pel pagamento, e nell'anno seguente
l'inflessibile crudeltà di Cosroe fece scontare a quel prelato la pena
di un obbligo che generosa cosa era stata per esso il contrarre ed
impossibile il soddisfare. Avanzossi il Re nel cuor della Siria; ma un
debile nemico, che dileguavasi come egli si approssimava, lo privò degli
onori della vittoria; e non potendo sperare di stabilire il suo dominio
sul vinto paese, il Monarca persiano spiegò in questa incursione i bassi
e rapaci vizj di un masnadiere. Gerapoli, Berrea o Aleppo, Apamea e
Calcide furono, l'una dopo l'altra, assediate: esse comprarono la
salvezza loro con un prezzo d'oro o d'argento, proporzionato alla
rispettiva forza ed opulenza in cui erano; ed il nuovo loro signore le
assoggettò ai termini dell'accordo, senza osservarli dal canto suo.
Educato nella religione dei Magi, egli esercitò, senza rimorso, il
lucrativo traffico del sacrilegio; e dopo di aver tolto via l'oro e le
gemme che ornavano un pezzo della vera Croce, egli generosamente
restituì la nuda reliquia alla divozione dei Cristiani di Apamea. Non
erano scorsi che quattordici anni dacchè un terremoto aveva tratto
Antiochia in rovina. Ma la regina dell'Oriente, la nuova Teopoli si era
rialzata da terra mediante la liberalità di Giustiniano; e la crescente
grandezza de' suoi edifizj e della sua popolazione già quasi avea
cancellato la memoria di quel recente disastro. Da un lato la montagna,
dall'altro il fiume Orante difendevano Antiochia, ma la parte più
accostevole era dominata da una superiore eminenza: si rigettarono gli
opportuni provvedimenti di difesa pel dispregievol timore di scoprire la
propria debolezza al nemico; e Germano, nipote dell'Imperatore, ricusò
di porre a cimento la sua persona e la sua dignità dentro le mura di una
città assediata. I cittadini di Antiochia avevano ereditato il vano e
satirico genio de' loro antenati: essi vennero in baldanza per
l'improvviso rinforzo di seimila soldati: disdegnarono le offerte di una
blanda capitolazione; e gl'immoderati loro schiamazzi insultavano dai
bastioni la maestà del Gran Re. Animati dal suo sguardo a migliaja i
Persiani salirono sulle scale all'assalto; i mercenarj fuggirono per la
parte opposta di Dafne, e la generosa resistenza della gioventù di
Antiochia non servì che a far più gravi le miserie della lor patria.
Cosroe, nel discendere dalla montagna, circondato dagli ambasciatori di
Giustiniano, affettò, con dolente voce, di deplorare l'ostinazione e la
rovina di quel popolo sventurato; ma la strage frattanto infieriva con
implacabile furia; e la città, per comando del Barbaro, fu data in preda
alle fiamme. L'avarizia, non la pietà del conquistatore, salvò la
cattedrale di Antiochia: una più onorevole immunità fu conceduta alla
chiesa di S. Giuliano ed al quartiere ove abitavano gli ambasciatori; il
vento, con dar volta, preservò dall'incendio alcune strade rimote, e le
mura rimasero in piedi per proteggere, anzi per tradire ben tosto i
nuovi loro abitatori. Il fanatismo avea disfigurato gli ornamenti del
boschetto di Dafne, ma Cosroe respirò un'aria più pura in mezzo a quelle
ombre ed a quelle fonti; ed alcuni idolatri della sua comitiva poterono
impunemente sagrificare alle ninfe di quell'elegante ritiro. Diciotto
miglia sotto di Antiochia, il fiume Oronte sbocca nel Mediterraneo. Il
superbo Persiano si condusse a vedere il termine delle sue conquiste, e
dopo d'essersi bagnato egli solo nel mare, offrì un solenne sacrifizio
di ringraziamento al Sole, o piuttosto al creatore del Sole, che i Magi
adoravano. Se questo atto di superstizione offese i pregiudizi de' Sirj,
rallegrati essi furono dalla cortese ed anche premurosa attenzione con
cui egli assistette ai giuochi del Circo. Ed avendo Cosroe udito che
l'Imperatore teneva per la fazione azzurra, un assoluto suo ordine
assicurò la vittoria ai verdi condottieri de' carri. Dalla disciplina
del suo campo trassero gli abitanti un conforto più solido; ed invano
essi pregarono per la vita di un soldato, il quale troppo fedelmente
aveva imitato le rapine del giusto Nushirvan. Stanco alfine, non sazio
delle spoglie della Siria, lentamente egli mosse alla volta
dell'Eufrate, gettò un temporaneo ponte nelle vicinanze di Barbalisso, e
determinò lo spazio di tre giorni per l'intiero passaggio del numeroso
suo esercito. Dopo il suo ritorno egli fondò, in distanza di una
giornata dal palazzo di Ctesifonte, una nuova città che perpetuasse i
congiunti nomi di Cosroe e di Antiochia. I cattivi della Siria vi
riconobbero la forma e la situazione delle native lor case; si
fabbricarono per lor uso dei bagni ed un magnifico Circo; ed una colonia
di musici e di aurighi fece rivivere nella Siria i divertimenti di una
Capitale greca. Dalla munificenza del fondator reale si assegnò una
liberal provisione a questi esuli fortunati; ed essi gioivano il
singolar privilegio di compartire la libertà agli schiavi che
riconoscevano per loro parenti. La Palestina e le sacre ricchezze di
Gerusalemme furono gli oggetti che poscia attirarono l'ambizione, o
piuttosto la cupidigia di Cosroe. Costantinopoli e la Reggia dei Cesari
ormai più non sembravano inespugnabili o troppo lontane; e l'ambiziosa
sua immaginazione già copriva l'Asia Minore colle sue truppe, e dominava
il Mar Nero coi navigli persiani.

[A. D. 541]

Queste speranze potevano sortire l'effetto, se non si fosse
opportunamente richiamato il conquistator dell'Italia alla difesa
dell'Oriente[63]. Mentre Cosroe proseguiva gli ambiziosi suoi disegni
sulla costa dell'Eussino, Belisario, alla testa di un esercito senza
paga e senza disciplina, si accampò di là dall'Eufrate, in distanza di
sei miglia da Nisibi. Egli meditava di trar fuori, con una scaltra
operazione, i Persiani dall'inespugnabile lor cittadella, e di
accrescere il suo vantaggio nel campo, o col tagliare ad essi la
ritirata, o forse coll'entrar nelle porte, in una co' Barbari fuggitivi.
Egli si avanzò, pel tratto di una giornata, sul territorio della Persia,
espugnò la fortezza di Sisaurana, e ne mandò il Governatore, insieme con
ottocento scelti soldati a cavallo, a servire l'Imperatore nelle sue
guerre d'Italia. Areta ed i suoi Arabi, spalleggiati da mille e dugento
Romani, passarono, per suo comando, il Tigri onde portarsi a devastar le
messi della Siria, fertile provincia che da lungo tempo non aveva
sentito le calamità della guerra. Ma l'intrattabile indole di Areta
sconcertò i divisamenti di Belisario, col non rieder più al campo, nè
trasmettere alcun avviso de' suoi movimenti. Il Generale romano, pieno
di ansiosa aspettazione, non ardiva togliersi dal sito in cui era. Passò
frattanto il tempo di agire; il cocente Sole della Mesopotamia accendeva
le febbri nel sangue de' soldati europei; e le truppe e gli ufficiali
della Siria, trovandosi immobili in campo, affettavano di paventare per
la salvezza delle loro città, che prive erano di difesa. Nulladimeno
questa diversione aveva già ottenuto il buon esito di costringere Cosroe
a tornarsene indietro con perdita e fretta; e se l'abilità di Belisario
avesse avuto la disciplina ed il valore in soccorso, i suoi successi
avrebber forse appagate le ardenti brame del comun della gente, che
dalla sua mano chiedeva la conquista di Ctesifonte e la liberazione dei
prigionieri di Antiochia. Sul finire della campagna, egli fu richiamato
a Costantinopoli da una Corte ingrata, ma i pericoli della seguente
primavera gli fecero restituire la confidenza e il comando; e l'Eroe,
quasi solo, fu spedito colla celerità dei cavalli di posta, a respingere
l'invasione della Siria, mediante la forza del suo nome e della sua
presenza. Egli trovò i Generali romani, tra i quali era un nipote di
Giustiniano, imprigionati dai loro timori dentro le fortificazioni di
Gerapoli. Ma in luogo di porgere ascolto ai timidi loro consigli,
Belisario ordinò che lo seguissero all'Europo dove avea divisato di
raccogliere le sue forze, e di eseguire qualunque cosa Iddio
gl'inspirasse di intraprendere contro il nemico. La ferma sua attitudine
sulle rive dell'Eufrate rattenne Cosroe dall'avanzar contro la
Palestina, ed egli accolse con arte e con dignità gli Ambasciatori, o
per meglio dire le spie del Monarca persiano. La pianura tra Gerapoli e
il fiume era coperta dagli squadroni di cavalleria, composti di seimila
alti e robusti cacciatori che inseguivano la preda loro, senza paventare
nemici. Sull'opposto lido gli Ambasciatori scorgevano un migliaio di
cavalli armeni, che parevano guardare il passo dell'Eufrate. Di
grossolana tela era la tenda di Belisario, qual semplice arredo di un
guerriero che aveva il lusso dell'Oriente a disdegno. Intorno alla sua
tenda, con artificiosa confusione stavano disposte le nazioni che
movevano sotto i suoi segni. I Traci e gli Illirici occupavano la
fronte, gli Eruli ed i Goti si tenevan nel centro; chiuso era il
prospetto dai Mori e dai Vandali, e la sciolta loro ordinanza pareva
moltiplicare il lor numero. Vestiti erano alla leggiera, e svelti si
mostravano nell'operare; un soldato aveva in mano uno staffile, un altro
una spada, un terzo portava un arco, un quarto forse maneggiava un'azza,
e tutta la scena nel suo complesso mostrava l'intrepidezza delle truppe
e la vigilanza del Capitano. Ingannato fu Cosroe dall'avvedutezza, ed
intimorito dal genio del Luogotenente di Giustiniano. Conoscendo il
merito, ed ignorando la forza del suo antagonista, non gli bastò il
cuore di commettere una decisiva battaglia in un lontano paese, d'onde
nessun Persiano fosse tornato a raccontare la malinconica istoria.
Sollecito fu il Gran Re a ripassare l'Eufrate, e Belisario ne pressò la
ritirata, coll'affettare di opporsi ad una determinazione così salutare
all'Impero, e che appena si sarebbe potuto impedire con un esercito di
centomila soldati. L'invidia suggerì all'ignoranza ed all'orgoglio che
si era lasciato fuggire il pubblico nemico: ma i trionfi, affricano e
gotico, furono men gloriosi di questa vittoria, ottenuta senza sangue e
fatica, nella quale nè la fortuna, nè il valor dei soldati poterono
sottrarre parte veruna alla fama del comandante supremo. Dalla guerra di
Persia, Belisario fu mandato una seconda volta a quella d'Italia, ed
allora si fece palese la grandezza dell'individuale suo merito, che
aveva riparato o supplito alla mancanza della disciplina e del coraggio.
Quindici Generali, senz'accordo e senza perizia, condussero in mezzo ai
monti dell'Armenia un esercito di trentamila Romani, che
nessun'attenzione porgevano ai segnali, all'ordinanza e alle insegne.
Quattromila Persiani, trincerati nel campo di Dubi, vinsero quasi senza
combattere questa moltitudine disordinata. Le inutili arme loro
giacquero sparse lungo la strada, e perirono i loro cavalli, oppressi
dalla fatica del frettoloso fuggire. Ma gli Arabi, che combattevano pei
Romani, superarono i loro compatriotti della contraria parte; gli Armeni
tornarono all'obbedienza dell'Imperatore, le città di Dara e di Edessa
sostennero un assalto improvviso ed un regolare assedio, e le calamità
della guerra furono sospese dal furor della peste. Una tacita o formale
convenzione tra i due Sovrani, protesse la tranquillità della frontiera
orientale; e le armi di Cosroe si ristrinsero alla guerra Colchica o
Lazica, che dagli storici del tempo troppo minutamente vien
rapportata[64].

La maggior lunghezza del Mare Eussino[65], da Costantinopoli
all'imboccatura del Fasi, si può valutare di nove giornate, o di
settecento miglia. Dal Caucaso Ibero, che forma la più alta e scoscesa
giogaia dei monti dell'Asia, scorre giù il Fasi con tale obbliqua furia
che, in un breve spazio, da cento e venti ponti è attraversato il suo
corso. Nè placido e navigabile diviene il fiume, sinchè non arriva alla
città di Sarapana, cinque giornate distante dal Ciro, fiume che giù
scende dagli stessi gioghi, ma, seguendo un contrario corso, va a
gettarsi nel Caspio. La prossimità di questi fiumi ha suggerito l'uso,
od almeno l'idea di trasportare le preziose merci dell'India giù per
l'Oxo nel Caspio mare, e quindi farle risalire il Ciro, e colla corrente
del Fasi condurle nell'Eussino e nel Mediterraneo. Nel raccogliere che
fa successivamente le acque della pianura di Colco, muovesi il Fasi con
diminuita rapidità, ma con peso accumulato. Esso ha sessanta braccia di
profondità, e mezza lega di larghezza alla sua foce, ma una selvosa
isoletta siede nel mezzo al canale: l'acqua del fiume, poi che ha
deposto un sedimento terreo o metallico, galleggia sulla superficie
delle onde marine, e non è più suscettiva di corrompersi. In un corso di
cento miglia, quaranta dei quali si possono navigare da grossi vascelli,
divide il Fasi la celebre regione di Colco[66], ossia la Mingrelia[67],
che su tre lati è fortificata dai monti dell'Armenia: la sua costa
marittima si prolunga per circa duecento miglia, dai contorni di
Trebisonda sino a Dioscurias, ed ai confini della Circassia. Rilassati
da un'eccessiva umidità ne sono il suolo ed il clima: ventotto fiumi,
oltre il Fasi e le tributarie sue acque, vanno a scaricarsi nel mare; ed
il suono cupo che rende la terra, sembra indicare i canali che corrono
sotterranei fra l'Eussino ed il Caspio. Nei campi dove si semina orzo o
formento, la terra è troppo molle per sostenere l'azione dell'aratro; ma
il _gom_, grano minuto, che somiglia al miglio od al seme di coriandro,
somministra l'ordinario alimento del popolo; e soltanto i Principi e
nobili del paese fanno uso del pane. Nondimeno la vendemmia è più
abbondante che la messe; e la grossezza delle viti, non meno che la
qualità del vino, mostra le buone qualità del terreno che non ha
mestieri d'aiuto. La medesima interna fecondità tende del continuo a
ricoprire di dense foreste il paese; il legname dei colli, ed il lino
delle pianure forniscono in abbondanza le provvisioni navali; i
quadrupedi selvaggi e domestici, il cavallo, il bue, il majale, sono
prolifici singolarmente: il nome del fagiano esprime la nativa sua
dimora sulle rive del Fasi. Le miniere d'oro, poste a mezzo giorno di
Trebisonda, che vengono scavate anche ora con bastevol guadagno, furono
soggetto di nazional disputa tra Giustiniano e Cosroe; e non è fuor di
ragione il credere che una vena di prezioso metallo possa essere
egualmente diffusa pel circolo delle colline, benchè questi tesori
segreti siano trascurati dall'infingardaggine, o tenuti occulti dalla
prudenza dei Mingrelj. Le acque, impregnate di particelle d'oro, vengono
diligentemente fatte passare attraverso di pelli di pecora o velli, ma
questo spediente, che forse diede origine ad una favola maravigliosa,
offre una debole immagine della ricchezza tratta fuor della vergine
terra dalla potenza ed industria degli antichi Sovrani. I loro palazzi
d'argento e le camere d'oro eccedono la nostra facoltà di credere; ma la
fama delle loro ricchezze ha eccitato, dicono, l'intraprendente avarizia
degli Argonauti[68]. Dalla tradizione si è riferito, con qualche color
di ragione, che l'Egitto piantasse sul Fasi una colonia istruita e
colta[69], la quale fabbricava tela, costruiva navi, ed inventò le carte
geografiche. L'ingegno dei moderni ha popolato di floride città e
nazioni l'Istmo che corre dall'Eussino al Mar Caspio[70]; ed un vivace
Scrittore, osservando la rassomiglianza del clima, e per quanto gli
parea, del commercio, non esitò a denominare il Colco, l'Olanda dei
tempi antichi[71].

Ma le dovizie del Colco non risplendono che per mezzo alle tenebre della
conghiettura o della tradizione; nel mentre che la genuina sua istoria
ci presenta una scena uniforme di rozzezza e di povertà. Se è vero che
si parlavano cento e trenta lingue, sul mercato di Dioscurias[72], non
potevano essere che gli imperfetti idiomi di altrettante selvagge tribù
o famiglie, segregate l'una dall'altra nelle valli del monte Caucaso; e
la separazione loro, se diminuiva l'importanza, accresceva il numero
delle rustiche lor capitali. Nello stato presente della Mingrelia, un
villaggio non è che un aggregato di capanne, circondate da un riparo di
legno; le fortezze sono stabilite nella profondità delle foreste; la
principesca città di Cyta, o Cotati, è formata di duecento case, ed un
edifizio di pietra non appartiene che alla magnificenza dei Re. Dodici
navi, partite da Costantinopoli, e circa sessanta barche, cariche de'
frutti dell'industria, gettavano ogni anno l'ancora su quella costa; e
l'elenco delle esportazioni del Colco si è di molto aumentato, dal tempo
in cui i nativi non avevano che schiavi e pelli da offrire in cambio del
grano e del sale che compravano dai sudditi di Giustiniano. Non si può
rinvenire alcun vestigio delle arti, della coltura o della navigazione
dei Colchi antichi: pochi Greci ebbero desiderio o ardire di andar sulle
tracce degli Argonauti; ed eziandio i segni di una Colonia egizia si
smarriscono agli occhi di chi si fa a riguardar più dappresso. È negli
adjacenti climi della Giorgia, della Mingrelia e della Circassia, che la
natura ha collocato, almeno per quanto a noi pare, il modello della
bellezza, nella forma delle membra, nel color della pelle, nella
simmetria delle fattezze, e nell'espressione del volto[73]. Secondo la
destinazione dei due sessi, gli uomini sembrano formati per operare, le
donne per amare; e la perpetua abbondanza di donne, che traggonsi dal
Caucaso, ha purificato il sangue, e migliorato la razza delle nazioni
meridionali dell'Asia. La Mingrelia, propriamente detta, la quale non è
che una porzione della Colchide antica, ha per lungo tempo sostenuto
un'esportazione di dodicimila schiavi. Non avrebbe bastato il numero dei
prigionieri o dei rei per fornire all'annua richiesta; ma il basso
popolo è colà tenuto nello stato di servitù da' suoi Signori:
l'esercizio della frode e della rapina giace impunito in una comunità
che non ha leggi; ed i mercati si trovano continuamente riempiti,
mediante l'abuso dell'autorità civile e paterna. Un simil traffico[74],
che riduce la specie umana al livello degli armenti, può tendere ad
incoraggiare i matrimoni e la popolazione; poichè la moltitudine dei
figli arricchisce i sordidi ed inumani loro parenti. Ma questa sorgente
d'impura ricchezza dee inevitabilmente avvelenare i nazionali costumi,
cancellare il sentimento dell'amore e della virtù, e quasi estinguere
gl'istinti della natura. I Cristiani della Giorgia e della Mingrelia
sono i più dissoluti fra gli uomini; ed i loro figliuoli, che in tenera
età vengono venduti a schiavitù straniera, hanno già imparato ad imitare
la rapina del padre e la prostituzione della madre. Nondimeno, in mezzo
alla più crassa ignoranza, i nativi, senz'alcun ammaestramento, spiegano
una singolar destrezza di mente e di mano; e benchè la mancanza di
unione e di disciplina gli esponga ai colpi dei loro più potenti vicini,
pure un audace ed intrepido spirito ha sempre animato i Colchi di
qualsivoglia età. Nell'esercito di Serse, essi militavano a piedi, e le
armi loro erano una daga od un giavellotto, un elmo di legno ed uno
scudo di pelli non conciate. Ma, nella patria loro, predomina più
generalmente l'uso della cavalleria: il più infimo dei contadini sdegna
di andare a piedi; i marziali nobili spesso posseggono non meno di
duecento cavalli; e le stalle del Principe di Mingrelia ne contengono
cinquemila. Il governo della Colchide è sempre stato un regno puro ed
ereditario, e l'autorità del Sovrano non vi è limitata che dalla
turbolenta indole dei suoi sudditi. Ove gli rendessero obbedienza, egli
potrebbe condurre in campo un esercito numeroso; ma si richiede qualche
dose di fede per credere che la sola tribù dei Suani fosse composta di
dugentomila soldati, o che la popolazione della Mingrelia monti
presentemente a quattro milioni di abitatori[75].

[A. C. 500]

Si vantavano i Colchi anticamente che i loro maggiori avevano posto
argine alle vittorie di Sesostri; e la disfatta del Monarca egiziano è
meno incredibile che i fortunati suoi progressi fino ai piedi del monte
Caucaso. Soggiacquero i Colchi, senza alcun memorabile sforzo, alle armi
di Ciro; seguitarono in lontane guerre il vessillo del Gran Re, e gli
presentavano ogni cinque anni cento giovanette ed altrettante vergini,
il più bello fra i prodotti della patria loro[76], ed egli accettava
questo _dono_ come l'oro e l'ebano dell'India, l'incenso degli Arabi, od
i Negri e l'avorio dell'Etiopia. I Colchi non eran soggetti alla
dominazione di un Satrapa, ed essi continuavano a godere il nome,
ugualmente che la sostanza dell'indipendenza nazionale[77]. Poscia che
caduto fu l'Impero di Persia, Mitridate, Re del Ponto, aggiunse il Colco
al vasto circolo dei suoi dominj sull'Eussino; ed allorquando i nativi
ardirono di chiedere che il suo figlio regnasse sopra di loro, egli fece
stringere l'ambizioso giovane in catene d'oro, e mandò un famiglio a
governare in sua vece. Nell'inseguir Mitridate, i Romani s'innoltrarono
sulle rive del Fasi, e le galee di Roma navigarono su pel fiume finchè
raggiunsero il campo di Pompeo e le sue legioni[78]. Ma il Senato e
poscia gl'Imperatori, sdegnarono di ridurre nella forma di una provincia
quella distante ed inutil conquista. Si permise alla famiglia di un
retore greco di regnare sopra la Colchide e gli adiacenti regni, dal
tempo di Marc'Antonio sino a quel di Nerone; ed estinta che fu la stirpe
di Polemone[79], il Ponto orientale, che conservò il suo nome, non si
estese oltre le vicinanze di Trebisonda. Al di là di questi limiti le
fortificazioni di Isso, di Apsero, del Fasi, di Dioscurias o Sebastopoli
e di Pizio, erano custodite da sufficienti presidj di cavalleria e di
fanteria: e sei Principi della Colchide ricevevano i loro diademi dai
Luogotenenti di Cesare. Uno di questi Luogotenenti, l'eloquente e
filosofico Arriano, esaminò e descrisse la costa dell'Eussino, al tempo
che Adriano regnava. La guernigione ch'egli passò in rassegna alla foce
del Fasi, era composta di quattrocento scelti legionarj. Le mura e le
torri, fabbricate di mattoni, il doppio fosso e le macchine militari sui
bastioni, rendevano inaccessibile ai Barbari questa fortezza; ma i nuovi
sobborghi edificati dai mercanti e dai veterani, richiedevano, secondo
il giudizio di Arriano, alcune esteriori opere di difesa[80]. Come la
forza dell'Impero andò a poco a poco scemando, i Romani, stanziati sul
Fasi, furono o richiamati od espulsi; e la tribù dei Lazi[81], la cui
posterità parla un dialetto straniero, ed abita la costa marittima di
Trebisonda, impose il suo nome e la sua denominazione all'antico regno
di Colco. L'indipendenza loro fu tosto invasa da un formidabil vicino,
il quale aveva acquistato, mercè delle armi e de' trattati, la sovranità
dell'Iberia. Il dipendente Re di Lazica ricevè lo scettro dalle mani del
Monarca persiano, ed i successori di Costantino acconsentirono a questa
oltraggiosa pretensione, che alteramente fu allegata come un diritto
d'immemorabile antichità. Al principio del sesto secolo rinacque
l'influenza imperiale, mediante l'introduzione del Cristianesimo, che i
Mingrelj tuttor professano con apparente zelo, ma senza intenderne le
dottrine, od osservarne i precetti. Dopo la morte del padre, Zato salì
alla dignità reale, pel favor del Gran Re: ma il pio garzone abborriva
le cerimonie dei Magi, e cercò nel palazzo di Costantinopoli un
battesimo ortodosso, una moglie nobile, e l'alleanza dell'Imperatore
Giustino. Il Re di Lazica solennemente investito fu del diadema, ed il
suo manto e la tunica di candida seta, orlata in oro, rappresentavano,
con ricco trapunto l'immagine del nuovo suo protettore, il quale mitigò
la gelosia della Corte persiana, e scusò la ribellione di Colco mediante
i venerabili nomi di ospitalità e di religione. Il comune interesse dei
due imperii impose ai Colchi il dovere di custodire i passi del monte
Caucaso, dove una muraglia di sessanta miglia viene al presente difesa
dal mensile servizio dei moschettieri della Mingrelia[82].

Ma questa onorevole colleganza fu ben presto corrotta dall'avarizia e
dall'ambizione de' Romani. Deposti dal grado di alleati, i Lazi si
vedevano e sentivano del continuo rammentare, in parole ed in fatti, il
loro dipendente stato. In distanza di una giornata di là dall'Apsaro,
essi mirarono a sorgere la fortezza di Petra[83], che dominava il paese
marittimo a levante del Fasi. In luogo di esser protetti dal valore, i
Colchi erano insultati dalla licenza di mercenarj stranieri. Un vile e
vessante monopolio ingojò i profitti del commercio; e Gubaze, Principe
del paese, fu ridotto ad un simulacro di real potere, dal superiore
influsso degli ufficiali di Giustiniano. Disingannati dall'aspettazione
in cui erano della cristiana virtù, gli indispettiti Lazi riposero
qualche fiducia nella giustizia di un Infedele. Dopo di essersi
privatamente accertati che i loro Ambasciatori non verrebbero consegnati
ai Romani, essi pubblicamente richiesero l'amicizia e l'ajuto di Cosroe.
Il sagace monarca subitamente conobbe l'uso e l'importanza della
Colchide; e meditò un disegno di conquista, che fu rinnovato, in capo a
mille anni dal Shà Abbas, il più saggio ed il più potente de' suoi
successori[84]. Accesa era l'ambizion di Cosroe dalla speranza di tenere
una flotta persiana alla foce del Fasi, di dominare il traffico e la
navigazione dell'Eussino, di dare il guasto alla costa del Ponto e della
Bitinia, di tribolare, e forse di attaccare Costantinopoli, e di trarre
i Barbari dall'Europa a secondare le sue armi ed i suoi consiglj contro
il comune avversario del genere umano. Col pretesto di una guerra
scitica, tacitamente egli mandò le sue truppe alle frontiere
dell'Iberia: stavano in pronto alcune guide Colchiche per condurle in
mezzo alle selve e lungo i precipizj del Monte Caucaso: e, di un angusto
sentiero, si fece, a forza di fatica, una sicura e spaziosa strada pel
passaggio dei cavalli ed anche degli elefanti. Gubaze pose se stesso ed
il suo diadema ai piedi del re di Persia, i suoi Colleghi imitarono la
sommissione del Principe loro, e la guarnigione romana di Petra,
vedendone scosse le mura, si sottrasse mercè di una capitolazione, al
sovrastante furore di un ultimo assalto. Ma i Lazi ben presto scoprirono
che l'impazienza gli avea tratti a scegliere un male più intollerabile
che le calamità da cui cercavano di fuggire. Tolto fu in vero il
monopolio del sale e del grano, ma mediante la perdita di queste
preziose derrate. All'autorità di un legislatore romano succedette
l'orgoglio di un despota orientale, il qual rimirava, con ugual
disdegno, gli schiavi che aveva innalzati, ed i Re che aveva umiliati
innanzi allo sgabello del suo trono. Fu introdotta nella Colchide
l'adorazione del fuoco dallo zelo dei Magi: l'intollerante loro spirito
provocò il fervore di un popolo cristiano; ed i pregiudizi della natura
o dell'educazione si trovarono feriti dall'empia usanza di esporre i
corpi morti dei loro parenti, sulla cima di un'alta torre, ai corvi ed
agli avoltoi[85]. Consapevole di quest'odio crescente, che ritardava
l'esecuzione dei suoi vasti disegni, il giusto Nushirvan avea
segretamente dato ordine che si uccidesse il Re dei Lazi, si
trapiantasse quel popolo in qualche lontana contrada, e si stabilisse
una fedele e guerriera colonia sopra le rive dei Fasi. La vigilante
gelosia dei Colchi antevide ed allontanò la rovina, vicina a piombare.
La prudenza, anzi che la clemenza di Giustiniano accettò in
Costantinopoli il lor pentimento, ed egli ordinò a Dagisteo che con
settemila Romani, ed un migliajo di guerrieri Zani cacciasse via i
Persiani dalla costa del mare Eussino.

[A. D. 549-551]

L'assedio di Petra a cui il Generale romano, coll'ajuto dei Lazi,
immantinente si accinse, è una delle più notabili imprese di quei tempi.
Sedeva la città sopra una rupe scoscesa, la quale pendea sopra il mare e
non comunicava colla terra eccetto per mezzo di un arduo ed angusto
sentiero. Difficile essendone l'approccio, poteva credersene impossibil
l'attacco. Il conquistatore persiano aveva aggiunto nuove opere alle
fortificazioni di Giustiniano, e nuovi baluardi cuoprivano i luoghi meno
inaccessibili. In questa importante rocca la vigilanza di Cosroe avea
raccolto un magazzino di arme offensive e difensive, il qual era
sufficiente ad armare cinque volte il numero, non solo degli assaliti ma
anche degli stessi assalitori. Le provigioni di farina e di sale erano
in tale abbondanza da fornire al consumo di cinque anni; si suppliva
alla mancanza del vino mediante l'aceto ed il grano da cui si traeva una
spiritosa bevanda: ed un triplice acquedotto eludeva la diligenza, anzi
i sospetti pure dell'inimico. Ma la più ferma difesa di Petra era posta
nel valore di mille cinquecento Persiani che respingevano gli assalti
dei Romani; allorchè fu segretamente praticata una mina dentro una vena
più cedente di terra. Le mura, sostenute da deboli e temporanei
puntelli, pendevano vacillanti nell'aria; ma Dagisteo differì l'ultimo
attacco sinchè non si fosse assicurata una specifica ricompensa; e la
città venne soccorsa, prima che il suo messo fosse ritornato da
Costantinopoli. A quattrocento uomini era ridotta la guarnigione
persiana, dei quali non più di cinquanta andavano esenti da malattie o
da ferite: eppure a tale era giunta l'inflessibile loro perseveranza che
nascosero le loro perdite all'inimico, col sopportare, senza lagnarsi,
la vista ed il putrido fetor de' cadaveri dei loro mille e cento
compagni. Appena liberata fu Petra, sollecitamente si saldarono le
brecce con sacchi di sabbia; si colmò di terra la mina e si eresse un
nuovo muro, puntellato fortemente con pali; ed un fresco presidio di
tremila uomini si ridusse nella fortezza a sostenere i travagli di un
secondo assedio. Con abile ostinazione furono condotte le operazioni, sì
dell'attacco che della difesa; e tanto una parte quanto l'altra trasse
partito dall'esperienza de' suoi errori passati. S'inventò un ariete di
costruzione leggiera e di poderoso effetto il quale veniva trasportato e
messo in opera dalle mani di quaranta soldati, e a misura che le pietre
de' bastioni si mostravano scosse dai replicati suoi colpi, gli
assedianti ne le staccavano con lunghi uncini di ferro. Dall'alto di
quelle mura pioveva un nembo di dardi sul capo degli assalitori, ma più
pericolosamente essi venivano tribolati da un'accendevole composizione
di zolfo e bitume, la quale, nel Colco, si potea con qualche proprietà
denominare l'olio di Medea. Di seimila Romani che salirono alla scalata,
il primo di tutti fu Bessa, lor generale, prode veterano, in età di
settant'anni: il coraggio di questo condottiero, la caduta e l'estremo
pericolo di lui animarono l'irresistibile sforzo delle sue truppe, ed il
prevalente lor numero soverchiò la forza, senza domare l'intrepidezza
della guarnigione persiana. La sorte di questi valorosi guerrieri merita
di essere più distintamente ricordata. Settecento di loro eran periti
durante l'assedio, duemila trecento sopravvivevano a difender la
breccia. Di questi, mille e settanta furono distrutti dal fuoco e dal
ferro nell'ultimo assalto, settecento trenta caddero prigionieri, ma
diciotto solo erano tra loro che non portassero i segni di onorate
ferite. Gli altri cinquecento si rifuggirono nella cittadella, che essi
tennero senza speranza alcuna di soccorso, e rigettando i più
lusinghieri patti di capitolare e di prender nuovo servizio, finchè
dalle fiamme non furono consumati. Essi perirono in obbedienza ai
comandi del loro Principe; e tali esempi di lealtà e di valore potevano
eccitare i loro compatriotti a geste di egual disperazione e di esito
più fortunato. La subitanea demolizione delle fortificazioni di Petra
pose in chiaro lo stupore e le apprensioni del conquistatore.

[A. D. 549-556]

Uno Spartano avrebbe lodato e compianto la virtù di questi eroi schiavi:
ma le tediose ostilità e gli alterni successi delle armi romane o
persiane non possono trattenere l'attenzione della posterità ai piedi
del monte Caucaso. Più frequenti e più splendidi vantaggi riportarono le
truppe di Giustiniano; ma le forze del Gran Re del continuo crescevano,
finchè montarono ad otto elefanti, ed a settantamila uomini, compresovi
dodicimila alleati Sciti, e più di tremila Dilemiti, che per propria
scelta discesero dalle rupi dell'Ircania, ed egualmente formidabili si
mostravano nel combatter da lungi o da presso. I Persiani levarono, con
qualche perdita e precipitazione, l'assedio di Archeopoli, nome imposto
dai Greci, ovvero da essi corrotto; ma occuparono i passi dell'Iberia e
signoreggiarono tutto il Colco coi forti e coi presidj loro: essi
divorarono gli scarsi viveri del popolo; ed il Principe de' Lazi fuggì
nel mezzo dei monti. La fede e la disciplina erano incogniti nomi nel
campo romano; e gl'indipendenti condottieri, investiti di ugual potere,
si contendevano fra loro la preminenza del vizio e della corruzione. I
Persiani obbedivano, senza muovere accento, ai comandi di un solo Capo,
il quale implicitamente si atteneva alle istruzioni del loro supremo
Signore. Segnalato era il loro Generale tra gli eroi dell'Oriente per la
sua sapienza in consiglio, ed il suo valore nel campo. L'attempata età
di Mermeroe, la stroppiatura de' suoi piedi scemar non poterono
l'attività del suo spirito, od anche del suo corpo; e nell'atto che lo
portavano in lettiga sulla fronte della battaglia, terrore egli
inspirava al nemico, e giusta fidanza alle truppe che sempre erano
fortunate sotto le sue bandiere. Dopo la morte di lui, il comando passò
a Nacoragan, satrapa orgoglioso, il quale in una conferenza coi Capitani
imperiali, giunse alla baldanza di dichiarare ch'egli disponeva della
vittoria come dell'anello che portava nel dito. Un presumer siffatto fu
la natural cagione ed il precursore di una vergognosa sconfitta. I
Romani a poco a poco erano stati respinti sino al lido del mare; e
l'ultimo lor campo, posto sulle rovine della colonia greca del Fasi, era
difeso per ogni verso da forti trincee, dal fiume, dall'Eussino e da una
quantità di galere. La disperazione unì i consiglj, e rinvigorì le armi
loro: essi fecero fronte all'assalto dei Persiani; e la fuga di
Nacoragan precedè o seguì la strage di diecimila de' suoi più valorosi
soldati. Egli fuggì dai Romani per cader negli artigli di un Sovrano non
avvezzo a perdonare, il quale severamente punì l'errore della propria
sua scelta. Lo sventurato Generale fu scorticato vivo, e la sua pelle
imbottita e foggiata a forma umana fu esposta sulla cima di un monte,
qual tremendo avviso per quelli a' quali la fama e la fortuna della
Persia venissero di quindi innanzi affidate[86]. Con tutto ciò la
prudenza di Cosroe insensibilmente cessò dal continuare la guerra
colchica, giustamente persuaso esser impossibil cosa il soggiogare o per
meno il tenere nell'obbedienza una lontana contrada, in opposizione ai
desiderj ed agli sforzi degli abitatori di essa. La fedeltà di Gubaze
sostenne il più rigoroso cimento. Con pazienza egli sopportò i travagli
di una vita selvaggia, e con disdegno rigettò gli speciosi allettativi
della Corte persiana. Il Re dei Lazi era stato educato nella religione
cristiana; la sua madre era figlia di un Senatore; durante la sua
giovinezza egli avea servito per dieci anni in qualità di silenziario
nella Reggia di Bisanzio[87], e gli arretrati di un non pagato stipendio
erano per lui un motivo di fedeltà nel tempo stesso e di lagnanza. Ma il
lungo durar de' suoi mali gli trasse finalmente di bocca un ignuda
esposizione del vero; ed il vero era un'accusa da non perdonarsi contro
i Luogotenenti di Giustiniano, i quali, in mezzo agli indugi di una
rovinosa guerra avevano risparmiato i nemici, e calpestato gli alleati
del loro Sovrano. Le maligne riferte loro posero nell'animo
all'Imperatore che il suo vassallo meditasse di mancargli una seconda
volta di fede: si sorprese un ordine di mandarlo prigioniero a
Costantinopoli, e s'inserì una proditoria clausola ch'egli potesse
legittimamente essere ucciso in caso di resistenza; laonde Gubaze,
senz'armi e senza sospetti di pericolo, fu trucidato nella sicurezza di
un abboccamento amichevole. Nei primi momenti dello sdegno e della
disperazione, i Colchi avrebbero sacrificato la patria e la religione
loro al piacere di conseguire vendetta. Ma l'autorità ed eloquenza dei
pochi più saggi ottenne una salutar dilazione: la vittoria del Fasi
ristabilì il terrore delle armi romane, e l'Imperatore si recò a premura
di assolvere il proprio nome dall'imputazione di un sì nero assassinio.
Ad un giudice di grado senatorio fu commesso di far indagini intorno
alla condotta ed alla morte del Re dei Lazi. Egli salì sopra un tribunal
maestoso, circondato dai ministri della giustizia e del punimento: al
cospetto delle due nazioni si piatì questa straordinaria causa secondo
le forme della Giurisprudenza civile, ed un popolo oltraggiato ottenne
qualche soddisfazione, mediante la sentenza ed il supplizio dei
delinquenti inferiori[88].

[A. D. 540-561]

In tempo di pace, il Re di Persia continuamente cercava i pretesti di
una rottura, ma non così tosto aveva dato di piglio alle armi, che
manifestava il suo desiderio di un sicuro ed onorevole accordo. Mentre
le ostilità più infierivano, i due Monarchi mantenevano ingannevoli
pratiche fra loro; e tale era la superiorità di Cosroe, che trattando
egli con insolenza e disprezzo gli Oratori romani, otteneva i più grandi
ed insoliti onori pe' suoi ministri alla Corte imperiale. Il successore
di Ciro assumeva la Maestà del Sole orientale, e graziosamente
permetteva che il suo minor fratello Giustiniano regnasse sopra
l'Occidente, col pallido e riflesso splendor della Luna. Questo
gigantesco stile era sostenuto dalla pompa ed eloquenza di Isdiguno,
ciamberlano reale. La moglie e le figlie lo accompagnavano con numeroso
seguito di Eunuchi e di Cammelli; si scorgevano due Satrapi con aurei
diademi nel numero de' suoi seguaci: cinquecento soldati a cavallo, i
più valorosi fra i Persiani, gli servivan di guardia; ed il Governatore
romano di Dara saviamente ricusò di ammettere nella città più di venti
individui di questa marziale ed ostil carovana. Poscia che Isdiguno ebbe
salutato l'Imperatore ed offerto i suoi doni, passò dieci mesi in
Costantinopoli senza discutere alcun serio affare. In luogo di esser
confinato nel suo palazzo, e ricevervi il cibo e l'acqua dalle mani de'
suoi custodi, l'Ambasciatore persiano, senza spie e senza guardie, ebbe
permissione di girar per la capitale; e la libertà di parlare e di
trafficare che i suoi serventi godevano, offendeva i pregiudizj di un
secolo che rigorosamente senza confidenza e senza cortesia praticava la
legge delle nazioni[89]. Per un'indulgenza senza esempio il suo
interprete, il quale era nella classe dei servi ed al di sotto degli
sguardi di un magistrato romano, sedeva alla mensa di Giustiniano al
fianco del suo signore, e si assegnarono mille libbre d'oro per la spesa
del viaggio e pel mantenimento di questo pomposo Ambasciatore. Nondimeno
le iterate cure di Isdiguno, non condussero che una parziale ed
imperfetta tregua, sempre comprata coi tesori e rinnovata a preghiere
della Corte di Bisanzio. Trascorsero molti anni d'inutile desolazione,
prima che Giustiniano e Cosroe fossero astretti, dalla mutua stanchezza,
a consultare il riposo dell'età loro che tramontava. Si tenne una
conferenza sulle frontiere, in cui ambedue le parti, senza aspettarsi
d'esser creduto, vantarono la potenza, la giustizia e le pacifiche
intenzioni dei rispettivi loro Sovrani; ma la necessità e l'interesse
dettarono il trattato di pace, che fu conchiuso per un termine di
cinquant'anni. Esso diligentemente fu composto in lingua greca e
persiana, ed i sigilli di dodici interpreti ne attestarono
l'autenticità. Si stabilì e si definì la libertà del traffico e della
religione; gli alleati dell'Imperatore e quelli del Gran Re furono
chiamati a parte degli stessi benefizj e doveri; e si pigliarono le più
scrupolose precauzioni onde prevenire e determinare le dispute
accidentali, che potessero insorgere sui confini delle due nazioni
nemiche. Dopo vent'anni di guerra distruttiva, ma debolmente spinta, i
limiti rimasero quali erano prima; e Cosroe s'indusse a rinunziare le
sue pericolose pretensioni al possesso od alla sovranità della Colchide
e degli Stati che ne dipendevano. Ricco per gli accumulati tesori
dell'Oriente, egli trasse ancora dai Romani un annuo pagamento di
trentamila monete d'oro; e la picciolezza della somma lasciava scorgere
il disonor di un tributo in tutta la sua nuda laidezza. In un
dibattimento anteriore, uno dei ministri di Giustiniano, rammentando il
carro di Sesostri e la ruota della fortuna, fece avvertire che la presa
d'Antiochia e di alcune città della Siria aveva esaltato oltre misura il
vano ed ambizioso animo dei Barbari. «T'inganni, replicò il modesto
Persiano: il Re dei Re, il Signore degli uomini guarda con disprezzo
così miseri acquisti; e delle dieci nazioni, domate dalle invincibili
armi, egli considera i Romani come i men formidabili[90]». Secondo gli
Orientali, l'impero di Nushirvan si estendeva da Fergana nella
Transoxiana, sino all'Yemen, o l'Arabia felice. Egli soggiogò i ribelli
dell'Ircania, conquistò le province di Cabul e di Zadlestan sulle rive
dell'Indo, ruppe la potenza degli Eutaliti, terminò con onorevole
accordo la guerra de' Turchi, ed ammise la figlia del Gran Cane nel
numero delle sue legittime mogli. Vittorioso e rispettato fra i Principi
dell'Asia, egli dava udienza nella sua Reggia di Madain o Ctesifonte,
agli Ambasciatori del mondo. I loro doni o tributi, di armi, di ricche
vesti, di gemme, di schiavi e di aromi, umilmente venivano deposti al
piè del suo trono; ed egli condiscendeva ad accettare dal Re dell'Indie
dieci quintali di legno d'aloe, una fanciulla alta sette cubiti ed un
tappeto più soffice della seta, formato, come essi narrano, colla pelle
di uno straordinario serpente[91].

[A. D. 521]

Si è rimproverata a Giustiniano l'alleanza da lui stretta cogli Etiopi,
come se tentato egli avesse d'introdurre un popolo di Negri selvaggi nel
sistema della società incivilita. Ma gli amici del romano Impero, gli
Axumiti ed Abissini, si debbono sempre distinguere dai nativi originali
dell'Affrica[92]. La mano della natura ha schiacciato il naso dei Negri,
ha coperto di crespa lana il lor capo, e colorato la lor pelle
d'inerente e indelebil nerezza. Ma la carnagione olivastra degli
Abissini, la chioma, le forme e le fattezze loro, distintamente in essi
dimostrano una colonia di Arabi; e questa discendenza vien confermata
dalla rassomiglianza della lingua e dei costumi, dalla memoria di
un'antica emigrazione, e dal piccolo intervallo che corre tra gli
opposti lidi del Mar Rosso. Il Cristianesimo avea sollevato quella
nazione sopra il livello della barbarie affricana[93]: le relazioni loro
coll'Egitto e coi successori di Costantino[94] avean fatto passare nel
lor paese i rudimenti delle arti e delle scienze. Trafficavano i lor
vassalli coll'isola di Ceilan[95], e sette regni obbedivano al Nego o
Principe supremo dell'Abissinia. L'indipendenza degli Omeriti che
regnavano nella ricca e felice Arabia, fu per la prima volta violata da
un conquistatore etiope: egli traeva il suo ereditario diritto dalla
Regina di Sheba[96], ed il religioso zelo santificava la sua ambizione.
Gli Ebrei, potenti ed attivi nell'esilio, avevano sedotto l'animo di
Dunaan, Principe degli Omeriti. Essi lo spinsero a far rappresaglia
della persecuzione che le leggi imperiali esercitavano contra i loro
sventurati fratelli: alcuni mercatanti romani furono oltraggiosamente
trattati, e parecchi Cristiani di Negra[97] ottennero gli onori e la
corona del martirio[98]. Le chiese dell'Arabia implorarono la protezione
del Monarca Abissino. Il Nego passò il Mar Rosso con una flotta ed un
esercito, privò il Proselito giudaico del regno e della vita, ed estinse
una stirpe di principi che avea governato per più di duemila anni la
segregata regione della mirra e dell'incenso. Il Conquistatore
immediatamente annunziò la vittoria del Vangelo: egli domandò un
Patriarca ortodosso, e così caldamente si mostrò amico del romano
Impero, che Giustiniano fa allettato dalla speranza di condurre il
commercio della seta pel canale dell'Abissinia, e di suscitare le forze
dell'Arabia contro il Re persiano. Nonnoso, discendente da una famiglia
di ambasciatori, fu nominato dall'Imperatore ad eseguire questa
importante commissione. Giudiziosamente egli evitò la più breve, ma più
pericolosa strada attraverso gli arenosi deserti della Nubia; salì
contro il corso del Nilo, s'imbarcò sul Mar Rosso, ed approdò sano e
salvo nel porto affricano di Aduli. Da Aduli alla reale città di Axuma
non si stendono più di cinquanta leghe in linea retta; ma i giri e
rigiri dei monti ritennero per quindici giorni l'ambasciatore; e nel
passare ch'egli fece per le foreste, vide una quantità di elefanti
selvaggi, che stimò ascendere a forse cinquemila. Vasta e popolosa,
secondo ch'ei narra, era la capitale, ed il _villaggio_ di Axuma è
cospicuo tuttora per l'incoronazione dei Re, per le rovine di un tempio
cristiano, e per sedici o diciassette obelischi che portano iscrizioni
greche[99]. Ma il Nego gli diede udienza in campo aperto. Sedeva egli
sopra un altero carro, tratto da quattro elefanti, magnificamente
guerniti: una corona di nobili e di musici gli stava all'intorno.
Vestito era di panni lini, con berretta sul capo, e teneva in mano due
giavellotti ed un piccolo scudo; e quantunque la sua nudità fosse
imperfettamente coperta, egli sfoggiava la barbarica pompa di auree
catene, di monili e di armille, riccamente adornate di perle e di pietre
preziose. L'Oratore di Giustiniano piegò a terra i ginocchi; il Nego lo
rialzò dal suolo, abbracciò Nonnoso, baciò il sigillo, lesse la lettera,
accettò l'alleanza romana, e brandendo le sue armi, intimò guerra
implacabile contro gli adoratori del fuoco. Ma la proposizione intorno
al commercio della seta non andò al segno, e malgrado le proteste, e
forse i desiderii degli Abissini, le minacce ostili si dileguarono senza
verun effetto. Gli Omeriti non eran punto vogliosi di togliersi dagli
aromatici loro boschetti, per valicare un sabbioso deserto, ed incontrar
dopo tante fatiche una formidabil nazione da cui non avevan mai ricevuto
alcuna personale offesa. Invece di estendere le sue conquiste, il Re di
Etiopia non fu abile a difendere i suoi possessi. Abrahah, schiavo d'un
mercante romano stabilito in Aduli, si appropriò lo scettro degli
Omeriti; le truppe dell'Affrica restarono sedotte dalle delizie del
clima; e Giustiniano richiese l'amicizia dell'Usurpatore, il quale
onorò, con un tenue tributo, la supremazia del suo Principe. Dopo una
lunga serie di prosperità, la potenza di Abrahah andò sossopra innanzi
alle porte di Mecca; il Conquistatore persiano spogliò del retaggio i
suoi figli, e gli Etiopi furono finalmente cacciati dal continente
dell'Asia. Questo racconto di avvenimenti oscuri e remoti non è
straniero al declino ed alla caduta del romano Impero. Se la potenza
cristiana si fosse mantenuta nell'Arabia, Maometto sarebbe stato spento
nella sua culla, e l'Abissinia avrebbe impedito una rivoluzione che ha
mutato di aspetto lo stato civile e religioso del mondo[100].

NOTE:

[1] Sarà un piacere non una pena pel lettore lo scorrere Erodoto (l. VII
c. 104, 134 p. 550, 615). Il colloquio fra Serse e Demarato alle
Termopili è una delle più interessanti e morali scene dell'istoria.
L'aspetto delle virtù della sua patria formava il tormento del regale
Spartano, che con angoscia e rimorso le rimirava.

[2] Veggasi quest'orgogliosa iscrizione in Plinio (_Hist. nat. VII.
27_). Pochi uomini hanno meglio assaporato le dolcezze della gloria e le
amarezze della sventura, nè poteva Giovenale (Sat. X) offrire un più
vivo esempio delle vicende della fortuna e della vanità degli umani
desiderii.

[3] Γραικους.... εξ ων τα προτερα ουδενα ες Ιταλιαν ηκοντα ειδον, οτι
μη τραγωδους, και ναυτας λωποδυτας. Quest'ultimo epiteto di
Procopio troppo nobilmente si traduce col termine di pirati: ladri
navali è la parola propria, e significa gente che spoglia, sia per
rubare sia per oltraggiare (Demostene _contra Conon_. negli Oratori
greci di Reiske, t. 2, p. 1264)

[4] Vedi il libro 3 e 4 della Guerra Gotica; lo scrittore degli Aneddoti
non può aggravar questi abusi.

[5] Agatia, l. 5 p. 157, 158. Egli ristringe questa debolezza
dell'Imperatore e dell'Impero alla vecchiezza di Giustiniano; ma, pur
troppo, Giustiniano non fu mai giovane.

[6] Questa dannosa politica, che Procopio (Aneddoti c. 19) imputa
all'Imperatore, si manifesta nella sua lettera ad un principe Scita, il
quale era capace d'intenderla (Agatia l. V p. 170, 171).

[7] _Gens Germana feritate ferociore_, dice Vellejo Patercolo, parlando
de' Germani (II 106). _Langobardos paucitas nobilitat. Plurimus ac
valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis et
periclitando tuti sunt_ (Tacito, _de Moribus German._, c. 40). Vedi
parimente Strabone l. 7 p. 446. I migliori geografi li collocano di là
dell'Elba, nel vescovato di Maddeborgo e la Marca di mezzo di
Brandeborgo. Questa situazione si accorda colla patriottica osservazione
del conte di Hertzberg, che la maggior parte dei conquistatori Barbari
uscirono dagli stessi paesi che ora partoriscono gli eserciti della
Prussia.

[8] L'origine Scandinava dei Goti e dei Lombardi, come è asserita da
Paolo Warnefrido, soprannominato il Diacono, viene impugnata dal Cluvier
(_Germania antiqua_, l. 3 c. 26 p. 102 ecc.), natìo Prussiano, e difesa
da Grozio (_Proleg. ad hist. Goth._, p. 28 ecc.) ambasciatore di Svezia.

[9] Due fatti nel racconto di Paolo Diacono (l. 1 c. 20) esprimono i
costumi nazionali: 1. _Dum ad tabulam luderet_, mentre giuocava alle
dame. 2. _Camporum viridantia lina_. La coltivazione del lino suppone la
proprietà, il commercio, l'agricoltura e le manifatture.

[10] Mi sono servito, senza pretendere di conciliarli insieme, de' fatti
recati da Procopio (_Goth._ l. 2 c. 14, l. 3 c. 33, 34, l. 4 c. 18, 25);
da Paolo Diacono (_de Gestis Langobardorum_, l. 1 c. 1-23; in Muratori,
_Script. rer. ital._, t. 1 p. 405-419); e da Giornandes (_de success.
Regn._, p. 242). Il lettore paziente può trarre qualche lume da Mascou
(Storia de' Germani, ed Annot. XXIII) e dal Buat (_Hist. des Peuples_,
ecc. t. ix, x, xi).

[11] Adotto la denominazione di Bulgari, seguendo Ennodio (_in Panegyr.
Theodorici_, Opp. Sirmond, t. 1 p. 1598, 1599), Giornandes (_de Rebus
Geticis_, c. 5 p. 194, e _de Regn. success._ p. 242), Teofane (p. 185),
e le Cronache di Cassiodoro e Marcellino. Il nome di Unni è troppo vago:
le tribù de' Cutturgurii ed Utturgurii formano divisioni troppo minute,
ed offrono nomi di troppo aspra pronuncia.

[12] Procopio (Goth. l. 4 c. 19). Quest'imbasciata verbale (egli
confessa da se di essere un Barbaro senza lettere) vien riportata in
forma di una lettera. Selvaggio n'è lo stile, pieno di figure ed
originale.

[13] Risulta questa somma da una lista particolare, che trovasi in un
curioso frammento manoscritto del 550, che sussiste nella Biblioteca di
Milano. L'oscura geografia di quei tempi eccita ed esercita la pazienza
del conto di Buat (t. XI p. 69-189). Il ministro francese spesso perdesi
in un deserto che richiede una guida Sassone o Polacca.

[14] _Panicum_, _milium_. Vedi Columella, l. 2 c. 9 p. 430, ed. Gesner;
Plinio, (_Hist. Nat._ XVIII, 24, 25). I Sarmati facevano una polenta di
miglio, mista con latte o sangue di cavalla. Nell'ubertà del nostro
moderno stato domestico, il miglio serve a nudrire i polli e non gli
eroi. Vedi i Dizionarii di Bomare e di Miller.

[15] Quanto al nome, alla nazione, alla situazione ed a' costumi degli
Schiavoni, vedi le testimonianze originali del VI secolo in Procopio
(_Goth._ l. 2 c. 26, l. 3 c. 14), e ciò che ne dice l'Imperatore
Maurizio (_Stratagemat._ l. 2 c. 5 ap. Mascou, Annot. XXXI). Gli
stratagemmi dell'Imperatore Maurizio non furono stampati, per quanto io
sappia, che in fine alla Tattica di Arriano, edizione di Scheffer, in
Upsala, 1664 (Fabr., _Bibliot. Graec._ l. 4 c. 8 t. 3 p. 278), libro
raro e che non mi venne fatto di avere.

[16] _Antes eorum fortissimi..... Taysis qui rapidus et vorticosus in
Histri fluenta furens devolvitur_ (Giornandes, c. 5 p. 194 ed. Muratori.
Procopio, _Goth._ l. 5 c. 14, e _de Edif._ l. IV c. 7). Pure lo stesso
Procopio ricorda i Goti e gli Unni come vicini, Γειτονουντα, il
Danubio (_de Edif._ l. 4, c. 1).

[17] Il titolo nazionale di _Anticus_, preso nelle leggi ed iscrizioni
da Giustiniano, fu adottato da' suoi successori, e vien giustificato dal
pio Ludewig (_in vit. Justinian._ p. 515). Esso ha stranamente intricato
i giureconsulti del medio evo.

[18] Procopio, _Goth._ l. 4 c. 25.

[19] Un'irruzione degli Unni viene unita da Procopio coll'apparizione di
una cometa, forse quella del 531 (_Persic._ l. 2 c. 4); Agatia (l. 5 p.
154, 155) toglie a prestito dal suo predecessore varj fatti più antichi.

[20] Procopio riferisce od ingrandisce le crudeltà degli Schiavoni
(_Goth._ l. 3 c. 29, 38). Quanto al mite e liberale loro procedere co'
prigionieri, possiamo appellarci all'autorità, alquanto più recente,
dell'imperatore Maurizio (_Stratagem._ l. 2 c. 5).

[21] Topiro giaceva presso Filippi nella Tracia o Macedonia, dirimpetto
all'isola di Taso, dodici giornate distante da Costantinopoli (Cellario,
t. 1 p. 676, 840).

[22] Se pongasi fede alla maligna testimonianza degli Aneddoti (c. 18),
queste incursioni aveano ridotto le province meridionali del Danubio
allo stato delle solitudini Scitiche.

[23] Da Caf a Caf; che una geografia più ragionevole può forse
interpretare dall'Imao al monte Atlante. Secondo la filosofia religiosa
de' Maomettani, la base del monte Caf è di smeraldo, il cui riflesso
produce l'azzurro del cielo. La montagna è dotata di un'azione sensitiva
nelle sue radici o nervi; e la vibrazion loro, dipendente dal cenno di
Dio, produce i terremoti (D'Herbelot, p. 230, 231).

[24] Il ferro della Siberia è il migliore ed il più abbondante del
mondo, e, nelle parti meridionali, l'industria dei Russi ne scava al
presente più di sessanta miniere (Strahlenberg, Storia della Siberia, p.
342, 387. _Voyages en Siberie par l'abbé Chappe d'Auteroche_, p.
603-608, ediz. in 12. Amsterdam, 1770). I Turchi offrivano ferro per
sale: eppure gli ambasciatori Romani, con istrana ostinazione,
persistevano in credere, che un artifizio era desso, e che il loro paese
punto non ne produceva (Menandro _in Excerpt. Leg._ p. 152).

[25] Di Irgana-Kon (_Abulghazi Kan, Hist. Généalog. des Tatars_, P. 2 c.
5, p. 71, 77 c. 15 p. 155). La tradizione conservata da' Mogolli de' 450
anni ch'essi passaron ne' monti, concorda coi periodi Chinesi
dell'istoria degli Unni e dei Turchi (De Guignes, t. 1 P. 2 p. 376) e
colle venti generazioni dalla loro restaurazione sino a Zingis.

[26] Il paese de' Turchi, ora de' Calmucchi, è descritto benissimo nella
Storia Genealogica p. 521-562. Le curiose note del traduttore Francese
sono ampliate e riordinate nel secondo volume della Traduzione inglese.

[27] Visdelou, p. 141, 151. Questo fatto si può qui introdurre, benchè,
strettamente parlando, esso appartenga ad una tribù subordinata e che
venne dopo.

[28] Procopio, _Persic_. l. 1 c. 12, l. 2 c. 3. Peyssonel (_Observ. sur
les Peup. Barb. p. 99, 100_) stabilisce la distanza che corre tra Caffa
e l'antica Bosforo, in 16 lunghe leghe tartare.

[29] Vedi, in una Memoria del De Boze (_Mem. de l'Acad. des Inscrip., t.
VI p. 549-565_), gli antichi Re e le medaglie del Bosforo Cimmerio; e la
gratitudine di Atene, nelle orazioni di Demostene contro Leptine (negli
Oratori Greci di Reiske, t. 1 p. 466, 467).

[30] Intorno all'origine ed alle rivoluzioni del primo impero Turchesco,
ne ho tolto le particolarità dal De Guignes (_Hist. des Huns_, t. 1 P. 2
p. 367-462), e da Visdelou (_suppl. à la Biblioth. Orient._ d'Herbelot,
p. 82-114). I cenni Greci e Romani sono raccolti in Menandro (p.
108-164) ed in Teofilacte Simocatta (l. VII c. 7, 8).

[31] Il fiume Til, o Tula, secondo la geografia di De Guignes (t. 1 P. 2
p. 58 e 352), è una piccola ma gentil riviera del deserto, che cade
nell'Orhon, Selinga, ecc. Vedi Bell, Viaggio da Pietroburgo a Pechino
(vol. 2 p. 124); non per tanto la descrizione ch'egli fa del Keat, giù
pel quale discese nell'Oby, rappresenta il nome e gli attributi del
_fiume nero_ (p. 139).

[32] Teofilacte, l. 7 c. 7, 8. Nondimeno i veri Avari sono invisibili
anche agli occhi di De Guignes, e che può averci di più illustre de'
_falsi_? Il diritto de' fuggitivi Ogori a questa denominazione nazionale
viene riconosciuto dagli stessi Turchi (Menandro, p. 108).

[33] Si trovano gli Alani nell'Istoria Genealogica de' Tartari (p. 617)
e nelle carte di Danville. Essi affrontarono le mosse dei generali di
Zingis intorno al mar Caspio, e furono disfatti in una gran battaglia
(_Hist. de Gengiscan_, l. 4 c. 9 p. 447).

[34] Le ambascerie e le prime conquiste degli Avari si possono leggere
in Menandro (_Excerpt. Legat. p. 99, 100, 101, 154, 155_), in Teofane
(p. 196), nell'_Historia Miscella_ (l. XVI p. 109) ed in Gregorio di
Tours (l. 4 c. 23, 29; negl'Istorici di Francia, t. 2 p. 214, 217).

[35] Teofane (_Chron_. p. 204) e l'_Historia Miscella_ (l. 16 p. 110),
come interpreta il De Guignes (t. 1 P. 2 p. 354), sembrano parlare di
un'ambasceria Turca allo stesso Giustiniano; ma quella di Maniaco, nel 4
anno del suo successore Giustino, è positivamente la prima che sia
pervenuta a Costantinopoli (Menandro, p. 108).

[36] I Russi hanno scoperto caratteri, rozzi geroglifici, lungo le rive
dell'Irtish e del Genissì, intagliati sopra medaglie, tombe, idoli,
rocce, obelischi, ecc. (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 324, 346,
406, 429). Il D. Hide (_de Religione veterum Persarum, p. 521 ecc_.) ha
pubblicato due alfabeti del Tibet e degli Eigori. Io sono, da lungo
tempo, in sospetto che _tutto_ il sapere degli Sciti, ed un _poco_ e
forse _assai_ del sapere Indiano, sia derivato dai Greci della
Battriana.

[37] Tutte le particolarità delle ambascerie Turchesca e Romana, così
curiose nell'istoria degli umani costumi, sono levate dagli estratti di
Menandro (p. 106-110, 151-154, 161-164), in cui sovente è dispiacevole
la mancanza di ordine e di connessione.

[38] Vedi d'Herbelot (_Biblioth. Orient_. p. 568, 929). Hyde (_de Relig.
vet. Pers_. c. 21 p. 290, 291); Pocock (_specimen Hist. Arab_. p. 70,
71); Eutichio (Annal. t. 2 p. 176); Texeira (in Stevens, Storia della
Persia, l. 1 c. 34).

[39] La fama della nuova legge per la comunanza delle donne si propagò
in Siria ben presto (Asseman. Bibl. Orient. t. 3 p. 402) ed in Grecia
(Procopio, _Persic_. l. 1 c. 5).

[40] Egli offrì la propria moglie e la sorella al profeta; ma le
preghiere di Nushirvan salvarono la madre; e lo sdegnato monarca mai non
dimenticò l'umiliazione a cui avea dovuto discendere la sua filiale
pietà: _pedes tuos deosculatus_ (disse egli a Mazdak), _cujus foetor
adhuc nares occupat_ (Pocock, _specimen Hist. Arab_. p. 71).

[41] Procopio, Persic. l. 1 c. 11. Non fu Proclo savio più del dovere?
Non fu per avventura immaginario il pericolo? La scusa almeno era
offensiva per una nazione che non ignorava le lettere: ου γραμμασι οι
βαρβαροι τους παιδας ποιουνται αλλ’οπλων σκευη. Dubito che in Persia
vi fossero forme di adozione in uso.

[42] Appoggiandosi a Procopio ed Agatia, il Pagi (t. 2 p. 543, 626) ha
provato che Cosroe Nushirvan salì al trono nel 5 anno di Giustiniano (A.
D. 431 1. di aprile; A. D. 532, 1 di aprile). Ma la vera cronologia che
consente coi Greci e cogli Orientali, è stabilita da Gio. Malala (t. II
p. 211). Cabade, o Kobad, dopo un regno di 43 anni e due mesi, ammalò
agli 8, e morì ai 13 di settembre, A. D. 531, in età di 82 anni. Secondo
gli annali di Eutichio, Nushirvan regnò 47 anni e 6 mesi; onde si dee
porre la sua morte nel marzo del 579.

[43] Procopio, Persic. l. 1 c. 23. Brisson. _de Regn. Pers_. p. 494. La
porta del palazzo d'Ispahan è, od era, la scena fatale del disfavore o
della morte (Chardin, Viaggio in Persia, t. 4 p. 312, 313).

[44] In Persia, il principe delle acque è un ufficiale di Stato. Il
numero de' pozzi e de' canali sotterranei è molto diminuito ed insieme
con essi è diminuita la fertilità del suolo: si sono perduti
recentemente 400 pozzi vicino a Tauris, e se ne contavano altre volte
42,000 nella provincia di Korasan (Chardin, t. 3 p. 99, 100. Tavernier,
t. 1 p. 416).

[45] Il carattere ed il governo di Nushirvan vien qui rappresentato
talvolta colle proprie parole di d'Herbelot (Bibl. Orient. p. 680 ecc.
da Khondemir); ora con quelle di Eutichio (Annal. t. 3 p. 179, 180 ecc.
che son molto ricchi), di Abulfaragio (_Dynast._ VII p. 94, 95 ch'è
molto povero), di Tarikh Schikard (p. 144-150), di Texeira (in Stevens,
l. 1 c. 35), di Assemanno (Bibl. Orient. t. 3 p. 404-410), e dell'Ab.
Fourmont (_Hist. de l'Acad. des inscript._ t. 7 p. 325-334), il quale ha
tradotto uno spurio o genuino testamento di Nushirvan.

[46] Mille anni prima ch'egli nascesse, i giudici di Persia aveano
proferito una solenne opinione. τω βουσιλευoντι Περσεων εξειναι ποιειν
το αν βουληται (Erodoto l. 3 c. 31 p. 210, ediz. Wesseling). Nè
questa massima costituzionale era già stata negletta come un'inutile e
sterile teoria.

[47] Per tutto ciò che spetta allo stato letterario della Persia, alle
versioni greche, ai filosofi, ai sofisti, alla scienza ed ignoranza di
Cosroe, Agatia (l. 2 c. 66-71) mostra di esser male informato e
fortemente pregiudicato.

[48] Asseman. Bibl. Orient. t. 4 p. DCCXLV, VI, VII.

[49] Il Shà Nameh, o libro dei Re, è forse l'originale monumento
d'istoria che fu tradotto in greco dall'interprete Sergio (Agatia l. 5
p. 141), conservato dopo la conquista dei Maomettani, e posto in versi
nell'anno 994, dal poeta nazionale Ferdussi. Vedi d'Anquetil (Mem.
dell'Accad. t. 31 p. 379), e il cav. Guglielmo Jones (Ist. di Nadir Shà
p. 161).

[50] Nel 5 secolo il nome di Restomo, o Rostam, eroe che pareggiava la
forza di dodici elefanti, era familiare agli Armeni (Mosè da Corene,
Stor. Armena, l. 2 c. 7 p. 96, ed. Whiston). Nel principio del 7 secolo,
il romanzo Persiano di Rostam ed Isfendiar era applaudito alla Mecca
(Koran., ed. di Sale, c. 31 p. 335). Eppure Maracci non ci dà
quest'esposizione del _ludicrum novae historiae_ (_Refut. Alcoran_, p.
544-548).

[51] Procop. _Goth._ l. 4 c. 10. Kobad aveva un medico greco per
favorito, ch'era Stefano di Edessa (_Persic._ l. 2 c. 26). Antica era
l'usanza, ed Erodoto racconta le avventure di Democede di Crotona (l. 3
c. 125-137).

[52] Vedi Pagi, t. 2 p. 626. In uno de' trattati che fece, s'inserì un
onorevole articolo per la tolleranza de' Cattolici, e per la loro
sepoltura (Menandro, in _Excerpt. Legat_. p. 142). Nushizad, figlio di
Nushirvan, fu un Cristiano, un ribelle ed un martire (D'Herbelot, p.
681).

[53] Intorno alla lingua Persiana ed a' suoi tre dialetti, si consulti
d'Anquetil (p. 339-343) e Jones (p. 152-185). Αγρια τινι γλωττη και
αμουσοτατω, è il carattere che Agatia (l. 2 p. 66) ascrive
ad un idioma rinomato nell'Oriente per la poetica sua dolcezza.

[54] Agatia specifica il Gorgia, il Fedone, il Parmenide e il Timeo.
Renaudot (Fabricio, Bibl. gr. t. 12 p. 246-261) non fa menzione di
questa barbarica traduzione di Aristotele.

[55] Di queste favole ho veduto tre copie in tre lingue differenti: 1.
in _Greco_, tradotte da Simeone Seth (A. D. 1100) dall'Arabo, e
pubblicate da Starck a Berlino nel 1697 in-12; 2. in _Latino_, versione
dal greco, intitolata: _Sapientia Indorum_, inserita dal P. Pussino al
fine dell'edizione di Pachimero (p. 547-620, ed Rom.); 3. in _Francese_,
versione dal turco, dedicata, nel 1540, al sultano Solimano. _Contes et
Fables indiennes de Pilpay et de Lokman, par MM. Galland et Cardonne.
Paris_, 1778, 3 vol. in-12. Il Warton (Storia della Poesia inglese, vol.
1 p. 129, 131) si prende un campo più largo.

[56] Vedi l'_Historia Shahiludii_ del Dott. Hyde (Syntagm. Dissert. t. 2
p. 61-69).

[57] La pace perpetua (Procopio, _Persic_. l. 1 c. 21) fu conchiusa o
ratificata nel 6. anno e nel consolato 3. di Giustiniano (A. D. 533, tra
il primo di gennaio e il primo di aprile. Pagi, t. 2 p. 550).
Marcellino, nella sua Cronaca, usa lo stile dei Medi e dei Persiani.

[58] Procopio, _Persic._ l. 1 c. 26.

[59] Almondar, re di Hira, fu deposto da Kobad e ristabilito sul trono
da Nushirvan. La madre di lui, per la sua bellezza, fu soprannominata
l'_Acqua celeste_, nome che divenne ereditario, e fu esteso per una più
nobil cagione (la liberalità in tempo di carestia) ai principi Arabi
della Siria. _Pocock, Specimen Hist. Arab._ p. 69, 70.

[60] Procopio, _Persic._ l. 11 c. 1. Non conosciamo l'origine e
l'oggetto di questo _strata_, via selciata di dieci giornate di viaggio
da Auranite a Babilonia (Vedi una Nota latina nella Carta dell'Impero
Orientale di Delisle). Vesseling e Danville non ne fan cenno.

[61] Ho fuso, in una breve diceria, le due orazioni degli Arsacidi
dell'Armenia, e degli ambasciatori Goti. Procopio, nella sua istoria
pubblica, sente e ci fa sentire che Giustiniano fu il vero autor della
guerra. _Persic._ l. II c. 2, 3.

[62] L'invasione della Siria, la rovina di Antiochia, ecc., vengono
raccontate regolarmente e per disteso da Procopio (_Persic._ l. II c.
5-14). Si può trarre qualche altro aiuto dagli Orientali. D'Herbelot (p.
680) avrebbe dovuto arrossire quando li biasima di far contemporanei
Giustiniano e Nushirvan. Danville (l'_Euphrate et le Tigre_) spiega con
chiarezza la geografia del teatro di quella guerra.

[63] Nell'istoria pubblica di Procopio (_Persic._ l. II c. 16, 18, 19,
20, 21, 24, 25, 26, 27, 28). Con qualche piccola eccezione, noi possiamo
ragionevolmente chiuder l'orecchio alle maligne insinuazioni degli
_Aneddoti_ (c. 23 colle note, secondo il solito, dell'Alemanno).

[64] La guerra Lazica, la contesa di Roma e della Persia sul Fasi, è
noiosamente tessuta in molte pagine da Procopio (_Persic._ l. II c. 15,
17, 28, 29, 30. _Gothic._ l. IV c. 7-16) e da Agatia (l. II, III, p.
55-132, 141).

[65] Sallustio descrisse in Latino, ed Arriano in Greco il _Periplo_,
ossia la navigazione intorno al mare Eussino. 1. Debrosses primo
Presidente del Parlamento di Digione ha restituito con _singolar_ cura
l'opera del primo che più non esiste (_Hist. de la Republique Romaine_,
t. II l. III p. 199-298). Egli ha il coraggio di assumere il carattere
dello storico romano. La sua descrizione dell'Eussino è ingegnosamente
formata di _tutti_ i frammenti dell'originale, e di _tutti_ gli autori
Greci e Latini che Sallustio potè copiare, o da cui potè esser copiato.
Il merito dell'esecuzione fa perdonare la stranezza del disegno. 2. Il
Periplo di Arriano è indirizzato all'Imperatore Adriano (in _Geograph.
Minor._ Hudson, t. I), e contiene tutto ciò che il Governatore del Ponto
avea veduto da Trebisonda a Dioscurias, tutto ciò che aveva udito da
Dioscurias al Danubio, e tutto ciò che sapeva dal Danubio a Trebisonda.

[66] Oltre i molti cenni che ne fanno per occasione i poeti, gli
storici, ecc., dell'antichità, possiamo consultare le geografiche
descrizioni del Colco, lasciate da Strabone (l. XI p. 760-765) e da
Plinio (_Hist. Nat._ VI, 5, 19, ecc.).

[67] Ho fatto uso di tre descrizioni moderne della Mingrelia e de' paesi
adiacenti. 1. Del Padre Arcang. Lamberti (_Relations de Thevenot_, part.
I p. 31-52 con una Carta), il quale aveva tutta la dottrina e tutti i
pregiudizi di un Missionario. 2 Di Chardin (_Voyages en Perse_, t. I p.
54, 68-168); giudiziose ne sono le osservazioni; e le avventure a lui
seguite in quel paese, instruiscono più delle sue osservazioni. 3. di
Peyssonel (_Observations sur les Peuples barbares_, p. 49, 50, 51, 58,
62, 64, 65, 71, ecc. ed un trattato più recente _sur le Commerce de la
mer Noire_, t. II p. 1-53): lungo tempo egli è vissuto a Caffa, in
qualità di Console di Francia: la sua erudizione val meno della sua
sperienza.

[68] Plinio, _Hist. Nat._ l. XXXIII, 15. Le miniere aurifere ed
argentifere della Colchide trassero colà gli Argonauti (Strabone, l. I
p. 77). Il sagace Chardin non potè rinvenir oro nelle miniere, nei
fiumi, od altrove. Eppure un Mingrelio perdè una mano ed un piede per
aver mostrato in Costantinopoli alcuni saggi d'oro nativo.

[69] Erodoto, l. II c. 104, 105, p. 150, 151. Diodoro Siculo l. I p. 33,
ediz. Wesseling. Dionisio Perieget, 689, ed Eustazio _ad loc. Scholiast.
ad Apollonium Argonaut._ l. IV, 282-291.

[70] Montesquieu, _Espr. des Lois_, l. XXI c. 6. _L'Isthme.... couvert
de villes et de nations qui ne sont plus._

[71] Bougainville (_Memoires de l'Acad. des Inscr._ t. XXVI p. 33) sopra
il viaggio affricano di Annone ed il commercio dell'antichità.

[72] Un istorico greco, Timostene, ha asserito, _in eam CCC nationes
dissimilibus linguis descendere;_ ed il modesto Plinio si contenta di
aggiugnere: _et a postea a nostris CXXX interpretibus negotia ibi gesta_
(VI, 5); ma le parole _nunc deserta_ ricoprono una moltitudine di
antiche finzioni.

[73] Buffon (_Hist. Nat._ t. III p. 433-437) raccoglie l'unanime
suffragio dei naturalisti e de' viaggiatori. Se, al tempo di Erodoto,
essi erano veramente μελαγχες e ουλοτριχεσ (ed egli osservati gli
aveva con cura), questo prezioso fatto è un esempio dell'influenza
del clima sopra una colonia straniera.

[74] Un Ambasciatore mingrelio arrivò a Costantinopoli con duecento
persone; ma le mangiò (_vendè_) una ad una, finchè non rimase che con un
secretario e due servitori (Tavernier, t. I p. 365). Un Signore
mingrelio vendette ai Turchi dodici preti e la sua moglie per comperarsi
una concubina.

[75] Strabone, l. XI p. 765. Lamberti, _Relation de la Mingrelie_. Non
conviene però cadere nell'altro estremo di Chardin, che non dà alla
Mingrelia più di 20,000 abitanti per supplire ad un'annua esportazione
di 12,000 schiavi: assurdità indegna di quel giudizioso viaggiatore.

[76] Erodoto, l. III c. 97. Vedi nel libro VII c. 79 le armi ed il
servizio loro nella spedizione di Serse contro la Grecia.

[77] Senofonte che s'era azzuffato co' Colchi nella sua ritirata
(Anabasis, l. IV p. 130, 343, ed. Hutchinson; e la Dissertazione di
Forster, p. LIII-LVIII nella versione inglese di Spelmann, vol. II) li
chiama αυτονομοι; prima della conquista di Mitridate, sono
denominati da Appiano αρειμανες (_de bello Mithrid._ c. 15 t. 1
p. 661 dell'ultima e miglior edizione di Gio. Schweighaeuser, Lipsia,
1785, 3 vol. in 8 gr.).

[78] Appiano (_de bello Mithrid._) e Plutarco (_in vita Pomp._) parlano
della conquista della Colchide, fatta da Mitridate e da Pompeo.

[79] Possiamo rintracciare l'origine e la caduta della famiglia di
Polemone in Strabone (l. XI p. 755, l. XII p. 867), in Dion Cassio o
Zifilino (p. 588, 593, 601, 719, 754, 915, 946, ed. Reimar), in Svetonio
(in Ner. c. 18, in Vespas. c. 8), in Eutropio (VII, 14), in Gioseffo
(_antiq. Judaic._ l. XX c. 7 p. 970, ediz. Havercamp) ed in Eusebio
(_Chron._ colle _Animadv._ di Scaligero).

[80] Al tempo di Procopio non v'erano Fortezze romane sul Fasi. Pizio e
Sebastopoli furono sgombrate al sentire che i Persiani si avvicinavano
(_Goth._ l. IV c. 4); ma l'ultima di queste piazze fu restaurata da
Giustiniano (_de Edif._ l. IV c. 7).

[81] A' giorni di Plinio, di Arriano e di Tolomeo, i Lazi formavano una
particolare tribù sul confine settentrionale della Colchide (Cellario,
_Geograph._ ant. t. 11 p. 222.) Nell'età di Giustiniano, si sparsero, od
almeno regnarono su tutto il paese. Al presente, hanno trasmigrato lungo
la costa verso Trebisonda, e compongono un rozzo popolo, dedito alla
pescagione, che parla un linguaggio particolare (Chardin, p. 149.
Peyssonel. p. 64).

[82] Gio. Malala, Cron. t. 11 p. 134-137. Teofane, p. 144 _Hist.
Miscel._ l. XV p. 103. Autentico è il fatto, ma la data par troppo
recente. Nel parlare della loro alleanza persiana, i Lazi contemporanei
di Giustiniano usano obsolete parole: εν γραμμασι μινιμεια, προγονοι. — Potevano queste parole appartenere ad un'alleanza che da
soli vent'anni era sciolta?

[83] Non rimane altro vestigio di Petra che negli scritti di Procopio e
di Agatia. La maggior parte delle città e castella della Lamica si può
ritrovare col paragonare i nomi, e la posizione loro colla carta della
Mingrelia, in Lamberti.

[84] Vedi le piacevoli lettere di Pietro della Valle, viaggiatore romano
(Viaggi, t. 2 p. 207, 209, 213, 215, 266, 286, 300, t. III p. 54, 127).
Negli anni 1618, 1619 e 1620, egli conversò con Shà Abbas e vivamente
incoraggiò un disegno che avrebbe unito la Persia e l'Europa contro il
Turco, loro comune inimico.

[85] Vedi Erodoto (l. 1 c. 140 p. 69), il qual parla con diffidenza
(Larcher, t. 1 p. 399-401. _Notes sur Herodote_), Procopio (_Persic._ l.
1 c. 11), e Agatia (l. 2 p. 61, 62). Questa pratica, conforme al
Zendavesta (Hide, _de Relig. Pers._ c. 34 p. 414-421); dimostra che la
sepoltura dei Re persiani (Senofonte, Cirop. l. 8 p. 658, Τι γαρ τουτου μακαριωτερον του τῃ γῃ μιχθηναι), è una finzione greca, e che
le tombe loro non potevano essere che cenotafi.

[86] Il supplizio di scorticare un uomo vivo non potè esser introdotto
in Persia da Sapore (Brisson, _de Regn. Pers._ l. 2, p. 578), nè copiato
dalla insulsa storiella di Marsia, suonatore di Frigia, più insulsamente
citata, come esempio, da Agatia (l. 4 p. 132, 133).

[87] Nel palazzo di Costantinopoli v'erano trenta silenziarj, che si
chiamavano _hastati ante fores cubiculi_, της σιγης επισαται,
onorevol titolo, che conferiva il grado di Senatore, senza imporne i
doveri (Cod. Teodos. l. 6 tit. 23. Coment. del Gotofred. t. 2 p. 129).

[88] Intorno a queste orazioni giudiciali, Agatia (l. 3 p. 81-89, l. 4
p. 108-119) spende diciotto o venti pagine di una falsa e fiorita
rettorica. L'ignoranza o trascuranza di lui giunge al segno di passare
in silenzio il più forte argomento contro il Re di Lazica cioè
l'antecedente sua ribellione.

[89] Procopio espone l'usanza della Corte gotica di Ravenna (_Goth._ l.
1 c. 7). Gli Ambasciatori stranieri sono stati trattati con gelosia e
rigor non diverso in Turchia (Busbechio, ep. 3 p. 149, 242 ecc.), in
Russia (Viaggio di Oleario), e nella China (Relazione del sig. di Lange
ne' viaggi di Bell, vol. 2 p. 189-311).

[90] Le pratiche ed i trattati tra Giustiniano e Cosroe si spiegano
copiosamente da Procopio (_Persic._ l. 2 c. 10, 13, 26, 27, 28. _Goth._
l. 2 c. 11, 15), da Agatia (l. 4 p. 141, 142) e da Menandro (_in
Excerpt. Legat._ p. 132-147). Si consulti Barbeyrac, _Hist. des anciens
Traités_, t. 2 p. 154, 181-184, 193-200.

[91] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 680, 681, 294, 295.

[92] Vedi Buffon, _Hist. Natur._ t. 3 p. 449. La forma dei lineamenti
arabi, ed il colore della lor pelle, che han durato per 3400 anni
(Ludolph. _Hist. et Comment. Æthiop._ l. 1 c. 4) nella colonia
dell'Abissinia, può giustificare il sospetto, che la razza ugualmente
che il clima abbiano contribuito a formare i Negri delle regioni
adiacenti e simili fra loro.

[93] I Missionari portoghesi, Alvarez (Ramusio, t. 1 f. 204 rect. 274
vers.), Bermudez (_Purcha's Pilgrims_, vol. 2 l. V c. 7 p. 1149-1188),
Lobo (_Relation etc. par M. Legrand_, con XV Dissertazioni. Parigi 1728)
e Tellez (_Relation de Thévenot_, part. IV) non han potuto riferire
della moderna Abissinia che quanto essi hanno veduto od inventato.
L'erudizione di Ludolfo (_Hist. Ætiop._ Francoforte, 1681, Commentario,
1691. Append. 1694) in venticinque lingue, non potè aggiungere gran cosa
all'istoria antica di quel paese. Non pertanto la fama di Caled od
Ellisteo, conquistatore dell'Yemen, vien celebrata in canti nazionali e
in leggende.

[94] Le negoziazioni di Giustino cogli Axumiti o Etiopi son ricordate da
Procopio (_Persic._ l. 1 c. 19, 20) e da Giovanni Malala (t. 2 p.
163-165, 193-196). L'istorico di Antiochia cita la relazione originale
dell'ambasciatore Nonnoso, della quale un curioso estratto ci venne
serbato da Fozio (_Bibl. Cod._ 3).

[95] Il commercio degli Axumiti sulle coste dell'India e dell'Affrica e
nell'isola di Ceilan, è curiosamente descritto da Cosma Indicopleuste
(_Topogr. Christ._ l. 2 p. 132, 138, 139, 140, l. 11 p. 338, 339).

[96] Ludolfo, _Hist. et Comment. Æthiop._ l. 2 c. 3.

[97] La città di Negra, o Nag'ran, nell'Yemen, è circondata da palme, e
giace sulla strada maestra fra la capitale Saana e la Mecca; distante
dieci giornate di una carovana di cammelli dalla prima, e venti dalla
seconda (Abulfeda, _Descript. Arabiae_, p. 52).

[98] Il martirio di S. Areta, Principe di Negra, e de' suoi trecento e
quaranta compagni, è abbellito nelle leggende di Metafraste e di
Niceforo Callisto, copiato dal Baronio (A. D. 522, n. 22-26. A. D. 523,
n. 16-29), ed è confutato, con oscura diligenza dal Basnagio (_Hist. des
Juifs_, t. 12 l. 8 c. 2 p. 333-348), il quale investiga lo stato degli
Ebrei nell'Arabia e nell'Etiopia.

[99] Alvarez (in Ramusio, t. I f. 219 vers. 221 vers.) vide il florido
stato di Axuma nell'anno 1520, _luogo molto buono e grande_. Axuma cadde
in rovina per un'invasione de' Turchi. Non rimangono ora più di 100
case; ma la rimembranza della sua passata grandezza vien tuttavia
serbata dall'incoronazione dei Re (Ludolfo, _Hist. et Comment._ l. 2 c.
11).

[100] Le rivoluzioni dell'Yemen nel sesto secolo si debbono raccogliere
da Procopio (_Persic._ l. I c. 19, 20), da Teofane Bizantino (_apud
Phot. cod._ 63 p. 80), da S. Teofane (_in Chronograph._ p. 144, 145,
188, 189, 206, 207, ch'è piena di strani abbagli), da Pocock (_Specimen
Hist. Arab._ p. 62, 63), da D'Herbelot (_Bibliot. Orient._ p. 12-477) e
dal Discorso preliminare e Corano di Sale (c. 105). La rivolta di
Abrahah è ricordata da Procopio; e la sua caduta, benchè annuvolata da
miracoli, è un fatto istorico.



CAPITOLO XLIII.

      _Ribellioni d'Affrica. Restaurazione del regno de' Goti, per
      opera di Totila. Perdita e riacquisto di Roma. Conquista
      definitiva dell'Italia, fatta da Narsete. Estinzione degli
      Ostrogoti. Disfatta de' Franchi e degli Alemanni. Ultima
      vittoria; disgrazia, e morte di Belisario. Morte e carattere di
      Giustiniano. Cometa, terremoti e pestilenza._


La rassegna a cui furono passate le varie nazioni dal Danubio al Nilo,
ha posto in luce per ogni parte la debolezza dei Romani, e
ragionevolmente ci possiamo maravigliare ch'essi pretendessero di
allargare un Impero, del quale non potevano difendere gli antichi
confini. Ma le guerre, le conquiste ed i trionfi di Giustiniano sono i
deboli e perniciosi sforzi della vecchiaja, che esaurisce gli avanzi
della sua forza ed accelera la decadenza delle vitali facoltà. Lieto e
superbo egli andava di aver restituito l'Affrica e l'Italia al dominio
della Repubblica; ma le calamità che seguiron la partenza di Belisario,
diedero a divedere l'importanza del Conquistatore, e compirono la rovina
di queste sventurate contrade.

[A. D. 535-545]

Giustiniano era venuto in opinione che le sue nuove conquiste dovessero
riccamente soddisfare la sua avarizia non men che il suo orgoglio. Un
rapace ministro delle Finanze teneva dietro ai passi di Belisario, e
siccome i vecchi registri de' tributi erano stati arsi dai Vandali, egli
dava pascolo alla sua fantasia con un computo liberale ed un'arbitraria
tassazione delle ricchezze dell'Affrica.[101] L'accrescimento delle
imposte ch'erano levate per conto di un Principe lontano, e la forzata
restituzione di tutte le terre che avevano appartenuto alla corona,
subitamente fece sparir l'ebbrietà della pubblica gioja. Ma l'Imperatore
mostrossi insensibile alle modeste lagnanze del Popolo, finchè fu desto
ed atterrito dai clamori del militare disgusto. Molti soldati Romani
avevano sposate le vedove e le figlie dei Vandali: essi richiamarono
come proprj, pel doppio diritto della conquista e della eredità, i
terreni che Genserico aveva assegnati alle vittoriose sue truppe. Con
disdegno ascoltarono le fredde ed interessate rappresentazioni dei loro
uffiziali che ad essi esponevano, come la liberalità di Giustiniano gli
aveva sollevati da uno stato selvaggio e da una servil condizione; che
s'erano di già arricchiti colle spoglie dell'Affrica, coi tesori, cogli
schiavi e colle masserizie dei vinti Barbari: e che l'antico e legittimo
patrimonio dell'Imperatore non doveva applicarsi che al sostegno di quel
Governo, dal quale in ultimo dipendevano la sicurezza e le ricompense
loro. L'ammutinamento fu in segreto infiammato da un migliaio di
soldati, per la maggior parte Eruli, che avevano attinto le dottrine, ed
erano instigati dal Clero della setta Arriana: e la causa dello
spergiuro e della ribellione veniva santificata dal fanatismo che si
arroga la facoltà di dispensare da ogni dovere. Gli Arriani deplorarono
la rovina della lor Chiesa che per più di un secolo aveva trionfato
nell'Affrica, e giustamente erano adontati per le leggi del
Conquistatore, che proibivano il Battesimo dei loro figliuoli e
l'esercizio di ogni Culto religioso. La massima parte dei Vandali,
scelti da Belisario, dimenticarono la loro patria e la lor religione
negli onori dell'Orientale servizio. Ma una generosa schiera di
quattrocento di loro costrinse i marinai, quando furono in vista
dell'Isola di Lesbo, a volgere il corso altrove: essi approdarono nel
Peloponneso, poi diedero in secco sopra la costa deserta dell'Affrica,
ed audacemente rizzarono, sul monte Aurasio, la bandiera
dell'indipendenza e della rivolta. Nel tempo che le truppe della
provincia ricusavano di obbedire ai loro superiori, in Cartagine si
tramava una congiura contro la vita di Salomone, il quale onorevolmente
teneva il luogo di Belisario: e gli Arriani avevano piamente deliberato
di sacrificare il Tiranno al piede degli altari, durante la celebrazione
degli augusti misteri della festa di Pasqua. Il timore ed il rimorso
rattenne i pugnali degli assassini, ma la pazienza di Salomone porse
ardire ai malcontenti, ed in capo a dieci giorni, si accese nel Circo
una sedizione furiosa, che desolò l'Affrica per più di dieci anni. Il
saccheggio delle città e l'indistinto scempio de' suoi abitatori, non
furono sospesi che dalle tenebre, dal sonno e dall'ubbriachezza: il
Governatore con sette compagni, tra quali era lo storico Procopio, se ne
fuggì in Sicilia. Due terzi dell'esercito parteciparono di questo
tradimento, ed ottomila sollevati radunatisi nei campo di Bulla,
elessero per loro Capo Soza, soldato semplice che possedeva in altissimo
grado le virtù di un ribelle. Sotto la maschera della libertà, la sua
eloquenza sapeva guidare od almeno sospingere le passioni de' suoi
eguali. Egli alzossi a livello di Belisario e del nipote dell'Imperatore
coll'ardire ch'ebbe di affrontargli in campo; ed i vittoriosi Generali
furono costretti a confessare che Soza meritava una causa più pura ed un
più legittimo comando. Vinto in battaglia, egli destramente pose in
pratica le arti della negoziazione; un esercito Romano fu sedotto dalle
sue proteste di fedeltà, ed i Capi che si eran fidati alle sue fallaci
promesse, caddero trucidati, per suo ordine, in una Chiesa di Numidia.
Allorchè ogni ripiego sì di forza che di perfidia fu esausto, Soza con
alcuni Vandali disperati si riparò nei deserti della Mauritania, ottenne
in isposa la figlia di un Principe Barbaro, e deluse i nemici che lo
inseguivano col far girar un falso grido della sua morte. La personale
autorità di Belisario, la dignità, l'ardire e l'indole di Germano,
nipote dell'Imperatore, ed il rigore ed il buon successo della
amministrazione dell'eunuco Salomone restituirono la modestia nel Campo
e mantennero per un tempo la tranquillità dell'Affrica. Ma i vizj della
Corte Bizantina si facevano sentire in quella distante provincia; i
soldati si lamentavano di non ricevere nè paga, nè soccorso, e tosto che
i disordini pubblici furono abbastanza maturi, Soza ricomparve vivo, in
armi ed alle porte di Cartagine. Egli cadde in un singolare cimento; ma
sorrise, fra le agonie della morte, nel sentire che il proprio dardo
aveva traspassato il cuore del suo antagonista. L'esempio di Soza e la
sicurezza che un soldato felice è stato il primo Re, commossero
l'ambizione di Gontari, il quale promise con privato accordo di spartir
l'Affrica coi Mori, se mercè del loro pericoloso ajuto egli poteva
ascendere al trono di Cartagine. Il debole Areobindo, inesperto negli
affari della pace e della guerra, mediante il suo matrimonio colla
nipote di Giustiniano venne innalzato all'uffizio di Esarca.
All'improvviso egli fu oppresso da una sedizione delle guardie, e le
abbiette sue suppliche, che provocarono il disprezzo, non poteron
muovere la pietà dell'inesorabil Tiranno. Dopo un regno di trenta
giorni, Gontari istesso fu spento in un banchetto dal coltello di
Artabano; ed è singolare il vedere che un principe Armeno, della stirpe
reale degli Arsaci dovesse ristabilire in Cartagine l'autorità del
romano Impero. Nella cospirazione che sguainò il pugnale di Bruto contro
la vita di Cesare, ogni circostanza riesce curiosa ed importante agli
occhi della posterità: ma la reità od il merito di questi leali o
ribelli assassinj non poteva interessare che i contemporanei di
Procopio, i quali dalla speranza o dal timore, dall'amicizia o dal
risentimento erano personalmente impegnati nelle rivoluzioni
dell'Affrica[102].

[A. D. 543-558]

Quella contrada andava rapidamente ricadendo nello stato di barbarie
d'onde l'avevano tratta le colonie fenicie e le leggi romane: ogni passo
d'intestina discordia era contrassegnato da qualche deplorabili vittoria
degli uomini selvaggi sopra la società incivilita. I Mori[103], tutto
che ignorasser la giustizia, impazientemente però comportavano
l'oppressione: la vagabonda lor vita e gl'illimitati deserti in cui
abitavano, inutili rendevano le armi di un conquistatore, e ne
allontanavano le catene: l'esperienza aveva dimostrato che nè i
giuramenti nè la gratitudine potevano assicurare la fedeltà loro. La
vittoria del monte Aurasio gli aveva tratti a piegarsi ad una momentanea
sommissione; ma se rispettavano il carattere di Salomone, essi odiavano
e disprezzavano l'orgoglio e la lussuria dei due suoi nipoti, Ciro e
Sergio, ai quali lo zio aveva imprudentemente commesso i Governi
provinciali di Tripoli e della Pentapoli. Una tribù di Mori accampava
sotto le mura di Lepti per rinnovar l'alleanza, e ricevere dal
Governatore i consueti presenti: ottanta de' lor deputati furono
introdotti come amici nella città, ma sull'oscuro sospetto di una
cospirazione; essi vennero trucidati alla mensa di Sergio, e lo strepito
delle armi e della vendetta fu ripercosso dall'eco delle valli del Monte
Atlante, dalle due Sirti sino alle rive dell'Oceano Atlantico. Un'offesa
personale, l'ingiusta esecuzione o l'assassinio di suo fratello, fece di
Antalo un nemico dei Romani.

La sconfitta dei Vandali aveva altre volte segnalato il suo valore; i
principj della giustizia e della prudenza furono anche più riguardevoli
in un Moro. E mentre egli riduceva Adrumeto in cenere, tranquillamente
avvertiva l'Imperatore che si poteva assicurare la pace dell'Affrica col
richiamo di Salomone e de' suoi indegni nipoti. L'Esarca trasse le sue
truppe fuori di Cartagine: ma alla distanza di sei giornate, nelle
vicinanze di Tebeste[104], stupefatto soffermossi all'aspetto delle
superiori forze e del fiero aspetto de' Barbari. Egli propose un
trattato, cercò una riconciliazione, e chiese di vincolarsi coi più
solenni giuramenti. «Con quali giuramenti può egli obbligarsi?»
interruppero i Mori sdegnati. «Giurerà forse pei Vangeli che sono i
libri divini dei Cristiani? È però su questi libri che Sergio suo nipote
aveva impegnato la fede ad ottanta dei nostri innocenti e sfortunati
fratelli. Prima che noi crediamo una seconda volta a' Vangeli, noi
dobbiamo provare la loro efficacia nel punir lo spergiuro e vendicar il
proprio onore vilipeso». Il loro onore fu vendicato nei Campi di Tebeste
con la morte di Salomone, e l'intera perdita del suo esercito. L'arrivo
di nuove truppe e di più abili condottieri tosto represse l'insolenza
dei Mori; caddero diciassette dei loro Principi nella stessa battaglia,
e la dubbia e passaggera sommissione delle loro Tribù venne celebrata
con esuberante applauso dal Popolo di Costantinopoli. Varie successive
incursioni avevano ridotto la Provincia dell'Affrica ad un terzo
dell'estensione dell'Italia; tuttavia gl'Imperatori Romani continuarono
a regnare per più di un secolo sopra Cartagine e la fertile costa del
Mediterraneo. Ma le vittorie e le perdite di Giustiniano tornavano
egualmente di danno all'uman genere; e tale era la desolazione
dell'Affrica, che in molte parti uno straniero poteva per giorni interi
andare errando intorno, senza incontrare il volto di un amico o di un
nemico. La nazione dei Vandali era scomparsa: essi una volta ammontavano
a cento e sessantamila guerrieri, senza contare le donne, i fanciulli e
gli schiavi. Infinitamente era sorpassato il lor numero dal numero delle
famiglie Moresche, spente in una guerra implacabile, e la stessa
distruzione ricadeva sopra i Romani ed i loro alleati, che perivano per
l'effetto del clima, per le scambievoli loro contese, e pel furibondo
odio dei Barbari. Quando Procopio prese terra la prima volta, egli
ammirò come le Città e le campagne erano piene di Popolo, che
fervidamente si esercitava nei lavori del commercio e dell'agricoltura.
In meno di venti anni questa scena di vita e di moto trasformossi in una
solitudine silenziosa; i Cittadini facoltosi fuggirono in Sicilia ed a
Costantinopoli; e lo Storico segreto con fiducia asserisce che cinque
milioni di Affricani eran periti per colpa delle guerre e del governo
dell'Imperator Giustiniano[105].

[A. D. 540]

La gelosia della Corte di Bisanzio non aveva permesso a Belisario di
condurre a fine la conquista dell'Italia: e la improvvisa partenza di
lui raccese il coraggio dei Goti[106], i quali rispettavano il suo
genio, la sua virtù, e perfino il lodevol motivo che aveva tratto il
servo di Giustiniano ad ingannarli ed a rigettar i lor voti. Perduto
essi avevano il lor Re, (perdita di poco momento) la loro Capitale, i
loro tesori, le province, dalla Sicilia alle Alpi, e la forza militare
di dugentomila Barbari, magnificamente forniti di armi e cavalli.
Nondimeno ogni cosa non era perduta, fin tanto che Pavia si manteneva
difesa da un migliajo di Goti inspirati dal sentimento dell'onore,
dall'amore della libertà, e dalla memoria della lor passata grandezza.
Il comando supremo fu per unanime voto offerto al valoroso Uraja; e i
disastri del suo zio Vitige non apparvero un motivo di esclusione fuor
solo che agli occhi suoi. Il suffragio di Uraja fece pendere l'elezione
in favore di Ildibaldo, il cui merito personale veniva esaltato dalla
vana speranza che Teude, suo congiunto, Monarca della Spagna,
s'indurrebbe a sostenere il comune interesse della nazione dei Goti. Il
buon successo delle sue armi nella Liguria e nella Venezia parea
giustificarne la scelta; ma egli tosto mostrò al Mondo ch'era incapace
di perdonare, o di comandare al suo benefattore. La moglie d'Ildibaldo
fu profondamente punta dalla bellezza, dai tesori e dall'orgoglio della
moglie di Uraja; e la morte di questo virtuoso patriotta eccitò
l'indegnazione di un Popolo libero. Un ardito assassino eseguì la loro
sentenza, col troncar il capo d'Ildibaldo nel mezzo di un convito: i
Rugi, tribù forestiera, assunse i privilegj dell'elezione; e Totila,
nipote dell'ultimo re, fu tentato, per vendetta, di dar sè stesso e la
guarnigione di Trevigi in mano ai Romani. Ma il prode e compito giovane
agevolmente fu persuaso ad anteporre il trono dei Goti al servizio di
Giustiniano, e tosto che il palazzo di Pavia fu purgato dall'usurpatore
eletto dai Rugi, Totila ricompose la forza nazionale con cinquemila
soldati e generosamente si accinse alla ristorazione del Regno d'Italia.

[A. D. 541-544]

I successori di Belisario, undici Generali uguali nel grado,
trascurarono di opprimere i deboli e disuniti Goti, sintanto che i
progressi di Totila ed i rimproveri di Giustiniano gli scossero dal loro
letargo. Le porte di Verona furono segretamente aperte ad Artabazo che
entrovvi alla testa di cento Persiani che militavano al servizio
dell'Impero. I Goti sgombrarono dalla città. I Generali romani fecero
alto alla distanza di sessanta stadj per regolare lo spartimento delle
spoglie. Mentre essi non andavano d'accordo fra loro, il nemico discoprì
il numero reale dei vincitori. I Persiani furono immediatamente
sopraffatti, ed Artabazo, col saltar giù dalle mura, salvò a stento la
vita, ch'egli perdè pochi giorni dopo sotto la lancia di un Barbaro da
lui disfidato a singolare tenzone. Venti mila Romani affrontarono le
forze di Totila, presso Faenza, e sui colli di Mugello, che appartengono
al territorio fiorentino. L'ardore d'uomini liberi che combattevano per
ricuperar la lor patria, venne a cimento colla languida tempra di truppe
mercenarie che erano perfino prive dei meriti di un forte e ben
disciplinato servaggio. Al primo scontro queste abbandonarono le loro
insegne, gettarono a terra le armi, e si dispersero da ogni banda con
una viva sollecitudine che sminuì la perdita, ma aggravò la vergogna
della loro disfatta. Il Re dei Goti, che arrossiva per la codardia de'
suoi nemici, seguitò con rapidi passi il cammino dell'onore e della
vittoria. Totila passò il Po, valicò l'Appennino, differì l'importante
conquista di Ravenna, di Fiorenza e di Roma, e marciò pel cuore
dell'Italia a stringere Napoli di assedio, o per meglio dire di blocco.
I Condottieri romani, imprigionati nelle rispettive loro città, ed
intesi ad accusarsi vicendevolmente fra loro della comune disgrazia, non
ardirono di perturbar la sua impresa. Ma l'Imperatore, intimorito per
l'estremità ed il pericolo in cui erano le sue conquiste d'Italia, mandò
in soccorso di Napoli una flotta di galee, ed un corpo di soldati Traci
ed Armeni. Questi approdarono in Sicilia, che li fornì di provvisioni
copiose; ma gl'indugj del nuovo comandante, Magistrato che nulla sapeva
di guerra, trassero in lungo i mali degli assediati; ed i soccorsi
ch'egli lasciò cadere con mano timida e tarda, furono successivamente
tagliati fuori dalle navi armate che Totila aveva posto in crociera nel
golfo di Napoli. Il principale uffizial dei Romani fu trascinato con una
corda intorno il collo al piè delle mura, d'onde con tremante voce
esortò i Cittadini ad implorare, come faceva egli stesso, la clemenza
del vincitore. Essi chiesero una tregua, colla promessa di arrendere la
città, se in capo a trenta giorni non appariva alcun soccorso efficace.
In luogo di un mese l'audace Barbaro volle concederne tre, giustamente,
confidando che la fame avrebbe anticipato il termine del loro accordo:
Prese ch'ebbe Napoli e Roma, le Province di Lucania, dell'Apulia e di
Calabria si sottomisero al Re dei Goti. Totila condusse il suo esercito
alle porte di Roma, piantò il Campo a Tibur o Tivoli, venti miglia
distante dalla Capitale, e tranquillamente esortò il Senato ed il Popolo
a paragonare la tirannia de' Greci colla felicità di cui godevano sotto
il governo dei Goti.

I rapidi successi di Totila possono in parte esser ascritti alla
rivoluzione che tre anni di esperienza avevan prodotto nei sentimenti
degli Italiani. Per comando od almeno in nome di un Imperatore
Cattolico, il Papa[107], lor padre spirituale, era stato divelto dalla
chiesa di Roma ed era morto di fame o di assassinio in un'Isola
deserta[108]. Alle virtù di Belisario erano succeduti i varj, ed
uniformi vizj di undici Capi, a Roma, a Ravenna, a Fiorenza, a Perugia,
a Spoleto ecc. i quali abusavano dell'autorità per appagare la libidine
e l'avarizia loro. La cura di accrescere i prodotti del fisco era
commessa ad Alessandro, scriba sottile, da lungo tempo versato nelle
frodi e nelle oppressioni delle scuole di Bisanzio e che traeva il suo
soprannome di _Psalliction_ (_Le forbici_) dal destro artifizio in cui
sapeva ridurre il peso senza[109] guastare il conio delle monete d'oro.
In vece di aspettare che rifiorisse la pace e l'industria, egli impose
una grave tassa sopra le sostanze degli Italiani. Nondimeno le sue
presenti e future angherie riuscirono meno odiose che il proseguimento
di un arbitrario rigore contro le persone e le proprietà di quanti
avessero, sotto i Re Goti, avuto parte nell'esazione o nella spesa del
pubblico denaro. I sudditi di Giustiniano, che scansavano queste
parziali vessazioni, venivano oppressi dall'irregolar peso di mantenere
i soldati che Alessandro frodava e disprezzava; ed il furioso correre di
costoro in cerca di ricchezze o di viveri, provocava gli abitatori del
Paese ad aspettare, od implorare dalle virtù di un Barbaro la loro
liberazione. Totila[110] era casto e temperante, e di quanti si
commisero alla sua fede, od amici o nemici, nessuno rimase ingannato. Il
Re Goto pubblicò un bando che fu ben ricevuto dai contadini dell'Italia,
col quale imponeva che continuassero nei loro importanti lavori, e
vivessero sicuri che pagando essi le tasse ordinarie, egli col suo
valore e colla disciplina delle sue truppe li difenderebbe dalle
calamità della guerra. Totila attaccò, una dopo l'altra, le città forti,
e tosto che si erano arrese alle sue armi, ne demoliva le
fortificazioni, onde salvare il Popolo dai disastri di un assedio
futuro, privare i Romani dell'arti della difesa, e decidere la tediosa
contesa delle due nazioni, mediante un eguale ed onorevol conflitto sul
campo della battaglia. I prigionieri e disertori romani si lasciavano
trarre ad arrolarsi nel servizio di un avversario liberale e cortese.
Gli schiavi furono adescati colla ferma e fedele promessa che mai non
verrebbero restituiti ai loro padroni, e dai mille guerrieri di Pavia si
formò insensibilmente, nel Campo di Totila, un nuovo popolo collo stesso
nome di Goti. Sinceramente egli tenne gli articoli dell'accordo, senza
cercare od accettare alcun sinistro vantaggio da espressioni ambigue, o
da eventi non preveduti. La guarnigione di Napoli aveva stipulato che
sarebbe trasportata per mare; l'ostinazione dei venti impedì quel
tragitto; ma essa fu generosamente provvista di cavalli, di provvisioni
e di un salvocondotto fino alle porte di Roma. Le mogli dei Senatori
ch'erano state sorprese nelle ville della Campania, furono restituite
senza riscatto ai loro mariti, la violazione della castità femminile fu
inesorabilmente punita di morte; e nella dieta salutare che impose ai
Napolitani affamati, il Conquistatore sostenne le parti di un medico
umano ed attento. Le virtù di Totila meritano un'egual lode, sia che
procedessero da sana politica, o da principi di Religione, o da istinto
di umanità. Egli spesso arringava le sue truppe, e sempre ad esse
ripeteva che i vizj e la rovina di una nazione sono cose
inseparabilmente congiunte; che la vittoria è il frutto della morale,
non meno che della militare virtù, e che i Principi ed anche i Popoli
sono risponsabili dei delitti che trascurano di castigare.

[A. D. 544-548]

Gli amici ed i nemici di Belisario con eguale ardore lo sollecitavano
perchè salvasse il paese ch'egli aveva soggiogato; e la guerra Gotica fu
imposta al Comandante veterano o come un pegno di fede, o come una
specie di esilio. Eroe sulle rive dell'Eufrate, schiavo nel palazzo di
Costantinopoli, egli accettò con ripugnanza la penosa cura di sostenere
la sua propria fama, e di ammendare i falli de' suoi successori. Aperto
era il mare ai Romani. Si raccolsero le navi ed i soldati a Salona,
presso il palazzo di Diocleziano. Belisario rinfrescò e passò a rassegna
le sue truppe a Pola nell'Istria, costeggiò l'Adriatico, entrò nel Porto
di Ravenna, e spedì ordini anzi che ajuti, alle subordinate città. Il
primo suo discorso pubblico fu rivolto ai Goti ed ai Romani, in nome
dell'Imperatore, il quale aveva sospesa per breve tempo la conquista
della Persia, e dato ascolto alle preghiere de' suoi sudditi Italiani.
Leggermente egli toccò le cagioni e gli autori dei disastri recenti;
cercando di allontanare il timor del castigo per le cose passate, e la
speranza dell'impunità per le future, coll'adoperarsi con più zelo che
buon successo ad unire tutti i membri del suo Governo in una ferma
colleganza di affezione e di obbedienza. Giustiniano, suo grazioso
Signore, era propenso a perdonare ed a premiare, ed era loro interesse,
ugualmente che loro dovere, di richiamare sulla buona via i loro delusi
fratelli, ch'erano stati sedotti dalle arti dell'usurpatore. Nessuno
però si lasciò indurre a disertare gli stendardi del Re Goto. Belisario
tosto si avvide, che mandato lo avevano a rimanere l'ozioso ed impotente
spettatore della gloria di un giovane Barbaro; e la sua lettera
all'Imperatore ci offre una genuina e vivace pittura delle angustie di
un nobile animo. «Eccellentissimo Principe, noi siamo arrivati in
Italia, privi di uomini, di cavalli, di armi e di denaro, cioè di quanto
fa bisogno alla guerra. Nell'ultimo nostro giro pei villaggi della
Tracia e dell'Illirico, abbiamo raccolto con estrema difficoltà da
quattromila reclute, ignude ed affatto inesperte nel maneggio delle
armi, e negli esercizj del Campo. I soldati già stanziati nella
Provincia sono malcontenti, sbigottiti e senza cuore. Al rumore di un
inimico essi abbandonano i loro cavalli e gettano a terra le armi. Non
si possono levare contribuzioni, perchè l'Italia è nelle mani dei
Barbari; il difetto di pagamento ci ha privato del diritto di comandare,
ed anche di ammonire. Siate certo, o temuto Sire, che la maggior parte
delle vostre truppe è già passata dalla parte dei Goti. Se la sola
presenza di Belisario bastasse a terminare la guerra, il vostro
desiderio sarebbe appagato; Belisario è nel mezzo dell'Italia. Ma se
bramate di conquistare, si richieggono ben altri apparecchi: senza una
forza militare, il titolo di Generale è un nome vano. Sarebbe utile di
restituire al mio servizio i miei veterani e le mie guardie domestiche.
Prima che io possa entrare in Campo, conviene ch'io riceva un adeguato
rinforzo di truppe sì di grave che di leggiera armatura, e senza denaro
contante non si può conseguire l'indispensabil ajuto di un poderoso
corpo della cavalleria degli Unni[111]». Un ufficiale, in cui Belisario
mettea fiducia, fu spedito da Ravenna per accelerare e condurre i
soccorsi; ma negletta ne fu l'ambasciata, ed il messaggiero si trattenne
per un vantaggioso matrimonio in Costantinopoli. Il Generale romano,
poscia che la sua pazienza fu vinta dall'indugio e dal vedere tutte le
sue speranze tradite, ripassò l'Adriatico, ed aspettò in Dirrachio
l'arrivo delle truppe, che lentamente venivano raccolte tra i sudditi e
gli alleati dell'Impero. Le sue forze erano tuttora insufficienti alla
liberazione di Roma, la quale strettamente era assediata da Totila. La
via Appia, lunga quaranta giornate di marcia, era coperta dai Barbari, e
siccome la prudenza di Belisario voleva evitare una battaglia, egli
antepose la sicura e spedita navigazione di cinque giorni dalla costa
dell'Epiro alla foce del Tevere.

[A. D. 546]

Il Re dei Goti, poich'ebbe o colla forza o cogli accordi, ridotto
all'obbedienza le città di minor conto nelle province mediterranee
dell'Italia, passò, non ad assaltare, ma a circondare ed affamare
l'antica capital dell'Impero. Roma era tribolata dall'avarizia, e difesa
dal valore di Bessa, condottier veterano di estrazione Goto, il quale
con un presidio di tremila soldati occupava lo spazioso circuito di
quelle venerabili mura. Dalle angustie del Popolo egli traeva un
vantaggioso commercio, e segretamente s'allegrava che continuasse
l'assedio. In servigio di lui erano stati riempiti i granai. La carità
di Papa Vigilio aveva provveduto e fatto imbarcare una gran quantità di
grano dalla Sicilia; ma le navi che fuggirono ai Barbari, furono
sequestrate da un rapace Governatore, il quale compartiva uno scarso
vitto ai soldati, e vendea il rimanente ai facoltosi Romani. Il medinno,
ossia la quinta parte di un sacco di grano, si permutava contro sette
monete d'oro; e se ne davano sino a cinquanta quando trovavasi un bue; i
progressi della carestia accrebbero ancora questi esorbitanti prezzi, e
l'avarizia dei mercenari spesso giungeva a privarsi della porzione loro
assegnata, che appena era bastante per sostentarne la vita. Un'insipida
e mal sana mistura, in cui la crusca superava tre volte la quantità
della farina, faceva tacere la fame dei poveri; essi a poco a poco si
ridussero a cibarsi di cavalli morti, di cani, di gatti, di sorci, ed
avidamente schiantavano le erbe ed anche le ortiche che crescevano fra
le rovine della città. Una folla di pallidi e maceri spettri, oppressi
il corpo dalle malattie e l'animo dalla disperazione, attorniò il
palazzo del Governatore, gli rappresentò con utile verità che il padrone
aveva l'obbligo di mantenere i suoi schiavi, ed umilmente richiese
ch'egli provvedesse alla sussistenza loro, o permettesse che uscissero
dalla città, ovvero ordinasse l'immediato loro supplizio. Bessa, con
insensibile calma, rispose che egli non poteva nutrire, non gli
conveniva di lasciar partire, e non aveva il diritto di uccidere i
sudditi dell'Imperatore. Non pertanto, l'esempio di un cittadino privato
avrebbe potuto mostrare a' suoi compatriotti che un Tiranno non può
togliere il privilegio di morire. Trafitto dalle grida di cinque figli
che vanamente dimandavan del pane, egli ordinò a questi che gli
venissero dietro; si avanzò, con tranquilla e tacita disperazione, sopra
uno dei ponti del Tevere, e copertosi il volto, si gettò capovolto nel
fiume, al cospetto della sua famiglia e del Popolo romano. Ai ricchi e
pusillanimi, Bessa[112] vendeva il permesso di partire, ma la maggior
parte de' fuggiaschi rendeva l'anima sulle pubbliche strade, od era
arrestata dai volanti drappelli dei Barbari. In quel mezzo,
l'artifizioso Governatore blandiva il maltalento e ridestava le speranze
dei Romani colla vaga riferta di flotte e di eserciti che accorrevano in
loro aiuto dalla estremità dell'Oriente. Più ragionevol conforto essi
trassero dalla sicura nuova che Belisario avea pigliato terra nel porto
del Tevere, e senza numerarne le forze, essi fermamente confidarono
nell'umanità, nel coraggio e nella perizia del loro grande liberatore.

La previdenza di Totila avea preparato ostacoli degni di un tale
antagonista. Novanta stadii sotto la città, nella parte più ristretta
del fiume, egli congiunse le due rive, mediante una forte e solida opera
di legname nella forma di un ponte, su cui innalzò due gran torri,
custodite da' più valorosi de' suoi Goti, e piene di armi scagliabili e
di macchine offensive. Una valida e massiccia catena di ferro difendeva
l'approccio del ponte e delle torri; e la catena, da un capo all'altro,
sulle sponde opposte del Tevere, era guardata da una numerosa e scelta
mano di arcieri. Ma l'impresa di sforzare queste barriere e di
soccorrere la capitale ci presenta uno splendido esempio dell'ardire e
della condotta di Belisario. La sua cavalleria si avanzò dal Porto,
lungo la strada maestra, per tenere a freno i movimenti e divertire
l'attenzione del l'inimico. L'infanteria e le provvigioni erano
distribuite in due cento grossi battelli, ed ogni battello era schermito
da un alto riparo di spesse tavole, traforate da molti piccoli pertugi
per la scarica delle armi da lanciare. Nella fronte, due grandi navi,
insieme legate, sostenevano un castello ondeggiante, che dominava le
torri del ponte, e conteneva un magazzino di fuoco, di zolfo e di
bitume. La flotta intiera, condotta dal Generale in persona, fu
laboriosamente sospinta contro la corrente del fiume. Cedè la catena al
peso di essa, ed i nemici che custodivano le rive furono ammazzati o
dispersi. Tosto che la flotta toccò la principale barriera, la macchina
incendiaria in un momento fu aggrappata al ponte; una delle torri, con
dugento Goti dentro, andò in fiamme; gli assalitori alzarono il grido
della vittoria, e Roma era salvata, se la cattiva condotta degli
Ufficiali di Belisario non avesse sovvertito gli effetti della sua
sapienza. Egli precedentemente avea mandato ordine a Bessa di secondar
le sue operazioni con un'opportuna sortita dalla città, ed aveva imposto
ad Isacco suo luogotenente, di non abbandonare la stazione del Porto. Ma
l'avarizia rendè Bessa immobile; mentre il giovanile ardore d'Isacco lo
diede nelle mani di un superiore nemico. L'esagerato romore della
disfatta di costui rapidamente pervenne all'orecchio di Belisario: egli
ristette, lasciò vedere, in quel solo momento della sua vita, qualche
emozione di sorpresa e di perplessità, e con ripugnanza fece suonare la
raccolta per salvar la sua moglie Antonina, i suoi tesori ed il solo
porto che possedesse sulle coste della Toscana. Il travaglio del suo
animo gli produsse una febbre ardente e quasi mortale: e Roma rimase
abbandonata senza difesa alla clemenza od allo sdegno di Totila. La
continuazione delle ostilità aveva invelenito gli odii nazionali; il
clero Arriano fu ignominiosamente cacciato di Roma. L'Arcidiacono
Pelagio tornò, senza alcun successo, dal campo dei Goti ove era andato
ad Ambasciatore, ed un Vescovo Siciliano, inviato o nunzio del Papa,
ebbe mutilate ambe le mani per avere ardito di mentire in benefizio
della Chiesa e dello Stato.

[A. D. 546]

La carestia aveva rilassato la forza e la disciplina del presidio di
Roma. Esso non poteva ricavare alcun servizio efficace da un Popolo
moribondo; e l'inumana avarizia del Mercatante finì con assorbire la
vigilanza del Governatore. Quattro sentinelle Isauriche, mentre
dormivano i loro compagni ed assenti erano gli Ufficiali, si calarono
con una corda giù dal bastione, e segretamente proposero al Re Goto
d'introdurre le sue truppe nella città. Con freddezza e sospetto fu
accolta l'offerta; essi ritornarono senza alcun danno; due volte
ripeterono la visita loro; due volte fu esaminata la piazza; si riseppe
la cospirazione, ma non vi si pose mente; ed appena Totila ebbe
acconsentito al tentativo, essi dischiusero la porta Asinaria, e misero
dentro i Goti. Questi fecero alto in ordine di battaglia, sino allo
schiarire del giorno, temendo un qualche tradimento od aguato; ma le
truppe di Bessa, insieme col lor condottiere, avevano già cercato
altrove uno scampo; ed allorquando si fece istanza al Re perchè ne
infestasse la ritirata, assennatamente egli rispose che nessuna vista
era più grata che quella d'un nemico fuggente. I Patrizii a cui restava
qualche cavallo, Decio, Basilio ec. accompagnarono il Governatore: i
loro confratelli, tra i quali l'Istorico nomina Olibrio, Oreste e
Massimo, cercarono nella chiesa di San Pietro un asilo: ma l'asserzione
che non più di cinquecento persone rimasero nella capitale, inspira
qualche dubbio intorno alla fedeltà della sua narrazione o del suo
testo. Subito che la luce del sole ebbe manifestato intera la vittoria
dei Goti, il loro Monarca divotamente visitò la tomba del Principe degli
Apostoli; ma nel mentre ch'egli pregava all'altare, venticinque soldati
e sessanta cittadini venivano passati a fil di spada nel vestibolo del
Tempio. L'Arcidiacono Pelagio[113] si fece innanzi a lui, e tenendo in
mano il Vangelo esclamò: «oh Signore abbi pietà del tuo servo.» —
«Pelagio» disse Totila con insultante sorriso, «il tuo orgoglio ora
discende fino alle suppliche». — «Io sono un supplichevole» replicò il
prudente Arcidiacono; «Iddio ora ci ha fatti vostri sudditi, e come
vostri sudditi noi abbiamo diritto alla vostra clemenza». L'umile sua
preghiera salvò le vite dei Romani; e la castità delle vergini e delle
matrone rimase intatta dalle passioni dei bramosi soldati. Ma furono
essi ricompensati colla libertà del saccheggio, poscia che le più
preziose spoglie erano state messe in serbo pel tesoro reale. Le case
dei Senatori andavano copiosamente fornite di oro e d'argento; e
l'avarizia di Bessa non s'era travagliata con tanto delitto e vergogna
se non se in benefizio del Conquistatore. In questa rivoluzione, i figli
e le figlie dei Consoli romani sperimentarono la miseria ch'essi avevano
o schernito o sollevato; essi andarono errando in cenci per le contrade
della città, ed accattarono, forse inutilmente, il pane innanzi alle
porte delle ereditarie lor case. Rusticiana, figlia di Simmaco, e vedova
di Boezio, aveva generosamente consacrato le sue ricchezze ad alleviare
le calamità della fame. Ma i Barbari furono mossi a furore dal racconto
ch'ella avesse eccitato il popolo a rovesciare le statue del Gran
Teodorico. La vita di questa veneranda Matrona sarebbe stata immolata
alla memoria di quel Re, se Totila non avesse rispettato in lei i
natali, le virtù ed anche il pio motivo della vendetta. Il giorno
seguente, egli proferì due discorsi, uno de' quali, felicitava ed
ammoniva i vittoriosi suoi Goti. L'altro rampognava il Senato come si
farebbe co' più abbietti schiavi, e l'incolpava di spergiuro, di follia
e di ingratitudine; aspramente dichiarando che i loro beni ed onori
erano giustamente ricaduti ne' compagni delle sue armi. Nondimeno egli
consentì ad obbliare la ribellione loro, ed i Senatori ricambiarono la
sua clemenza collo spedire lettere circolari ai loro discendenti e
vassalli nelle province d'Italia, colle quali strettamente ingiugnevan
loro di togliersi dalle bandiere de' Greci, di coltivare in pace i
terreni, e d'imparare dai loro padroni il dovere dell'obbedienza al Re
Goto. Inesorabil mostrossi Totila contro la città che per sì lungo tempo
avea rattenuto il corso delle sue vittorie: un terzo delle mura, in
differenti parti, fu demolito per ordine suo; già si allestivano le
fiamme e le macchine per consumare o mandar sossopra le più magnifiche
opere dell'antichità. Il Mondo era nello stupore pel fatal decreto che
Roma dovesse esser cangiata in un pascolo per gli armenti. Le ferme e
moderate rimostranze di Belisario sospesero l'esecuzione della sentenza;
egli ammonì il Barbaro di non contaminar la sua fama col distruggere
que' monumenti, che formavano la gloria de' trapassati e la delizia dei
viventi; e Totila secondò l'avviso di un nemico col preservar Roma qual
ornamento del suo Regno, od il miglior pegno di riconciliazione e di
pace. Come egli ebbe significato agli Ambasciatori di Belisario il suo
proponimento di risparmiar la città, egli collocò un esercito in
distanza di cento e venti stadj, ad osservare le mosse del Generale
romano. Col rimanente delle sue forze egli avviossi ver la Lucania e
l'Apulia, ed occupò sulla vetta del monte Gargano[114] uno dei campi di
Annibale[115]. Trascinati furono i Senatori dietro il suo trono, indi
confinati nelle fortezze della Campania: i cittadini, con le mogli ed i
figli loro furono dispersi in esiglio; e per lo spazio di quaranta
giorni Roma non offrì che l'aspetto di una solitudine desolata ed
orrenda[116].

Roma fu ben presto ricuperata mediante una di quelle azioni alle quali,
secondo l'evento, l'opinione pubblica suole applicare i nomi di temerità
o di eroismo. Poscia che partito fu Totila, il Generale romano sortì dal
Porto conducendo mille cavalli, tagliò a pezzi i nemici che s'opponevano
al suo andare, e visitò con pietà e con ossequio lo spazio vacante della
città sempiterna.

Deliberato di custodire un posto così riguardevole agli occhi del genere
umano, egli raccolse la maggior parte delle sue truppe intorno al
vessillo da lui piantato sul Campidoglio. L'amor della patria, e la
speranza di trovar cibo, richiamò nella città i suoi antichi abitanti; e
le chiavi di Roma furono mandate per la seconda volta all'Imperator
Giustiniano. Le mura, ovunque erano state demolite dai Goti, si
ripararono con materiali rozzi e dissimili; si ristorò il fosso, si
piantarono in abbondanza i triboli[117], per guastare i piè dei cavalli,
e siccome non si poteva subito rifabbricar nuove porte, si pose a
guardia dell'ingresso lo spartano riparo de' più valenti guerrieri. Allo
spirare di venticinque giorni, Totila ritornò con frettolose marcie
dall'Apulia per vendicare il danno ricevuto e l'offesa. Belisario
aspettò ch'egli si avvicinasse. I Goti furono per tre volte respinti in
tre generali assalti; essi perdettero il fiore delle lor truppe; il
vessillo reale fu lì lì per cadere nelle mani del nemico, e la fama di
Totila si affondava, come erasi sollevata, insieme colla gloria delle
sue armi. Non rimaneva se non che Giustiniano terminasse con un valido e
tempestivo sforzo la guerra ch'egli aveva ambiziosamente intrapresa.
L'indolenza e forse l'impotenza di un Principe che disprezzava i suoi
nemici ed invidiava i suoi servi, trasse in lungo le calamità
dell'Italia. Dopo un diuturno silenzio, si comandò a Belisario di
lasciare una sufficiente guernigione in Roma, e di trasportarsi nella
Lucania, i cui abitatori, infiammati di cattolico zelo, avevano scosso
il giogo dei loro Arriani conquistatori. In questa ignobile guerra,
l'Eroe, invincibile contro il potere dei Barbari, fu bassamente vinto
dagli indugi, dalla disobbedienza, e dalla codardìa de' suoi propri
Ufficiali. Egli si riposò ne' suoi quartieri d'inverno di Crotona,
pienamente fidando che i due passi de' colli Lucani fossero custoditi
dalla sua cavalleria. Questi passi restarono abbandonati per tradimento
o per viltà; e la rapida marcia de' Goti appena diede a Belisario il
tempo di salvarsi sulle coste della Sicilia. Alfine si raccolse una
flotta ed un esercito per soccorrere Rusciano, o Rossano[118], fortezza
posta in distanza di sessanta stadj dalle rovine di Sibari, e nella
quale i nobili della Lucania s'erano ricoverati. Al primo tentativo le
forze romane furono dissipate dalla tempesta. Nel secondo esse
avvicinaronsi al lido; ma viddero i poggi coperti di arcieri, il luogo
dello sbarco difeso da una linea di lance, ed il Re dei Goti impaziente
di venire a battaglia. Il Conquistator dell'Italia si ritirò sospirando,
e continuò a languire in inglorioso ed inoperoso ozio, sino al momento
in cui Antonina, che s'era portata a Costantinopoli a ricercare
soccorso, ottenne, dopo la morte dell'Imperatore, la permissione del suo
ritorno.

[A. D. 548]

Le cinque ultime campagne di Belisario dovettero affievolir l'invidia
de' suoi competitori, gli occhi dei quali erano rimasti abbagliati ed
offesi dallo splendore della prima sua gloria. In vece di liberare
l'Italia dai Goti, egli era andato errando come un fuggitivo, lungo la
costa, senza osare di internarsi nel paese, o di accettare la baldanzosa
e replicata disfida di Totila. Eppure nel sentimento dei pochi che sanno
separare i consiglj dagli avvenimenti, e paragonare gli stromenti con
l'esecuzione, egli comparve più consumato maestro nell'arte della
guerra, che non nei tempi della sua prosperità quand'egli traeva due Re
prigionieri innanzi al trono di Giustiniano. Il valore di Belisario non
era raffreddato dagli anni; la speranza aveva maturato il suo senno; ma
pare che le morali virtù dell'umanità e della giustizia cedessero alla
dura necessità dei tempi. La parsimonia o povertà dell'Imperatore
costrinse Belisario a deviare dalla regola di condotta che gli aveva
meritato l'amore e la confidenza degli Italiani. Si mantenne la guerra,
mediante l'oppressione di Ravenna, della Sicilia e di tutti i fedeli
sudditi dell'Impero; e la sua severità verso Erodiano, o meritata fosse
od ingiusta, condusse questo Uffiziale a dare Spoleto in mano ai nemici.
L'avarizia di Antonina, alla quale l'amore altre volte aveva fatto
deviamento, regnava allora senza rivale nel cuore di essa. Belisario
medesimo aveva sempre pensato che le ricchezze, in un secolo corrotto,
sono il sostegno e l'ornamento del merito personale. Nè può presumersi
ch'egli macchiasse il suo nome pel servizio pubblico, senza appropriarsi
una parte di quelle spoglie. L'Eroe aveva sfuggito la spada dei
Barbari[119], ma il pugnale della cospirazione lo aspettava nel suo
ritorno. In mezzo alle ricchezze ed agli onori, Artabano che aveva
punito il Tiranno dell'Affrica, si lamentò dell'ingratitudine delle
Corti. Egli aspirò alla mano di Prejecta nipote dell'Imperatore, il
quale desiderava di ricompensare il suo liberatore. Ma la pietà di
Teodora pose in campo ad ostacolo l'anteriore di lui matrimonio.
L'orgoglio della real discendenza venne irritato dalla adulazione, ed il
servizio di cui egli andava altero, aveva provato ch'era capace di fatti
sanguinosi e superbi. Risoluta fu la morte di Giustiniano, ma i
cospiratori ne differirono l'esecuzione, finchè potessero sorprendere
Belisario disarmato e senza guardie nel palazzo di Costantinopoli. Non
si poteva nutrire alcuna speranza di smuovere la sua fedeltà, da lungo
tempo provata; ed essi giustamente paventavano la vendetta o piuttosto
la giustizia del veterano Generale, che speditamente poteva adunar
l'esercito della Tracia, onde punir gli assassini e forse godere i
frutti del loro delitto. La dilazione condusse qualche confidenza
indiscreta, e qualche confessione mossa dal rimorso. Artabano ed i suoi
complici furono condannati dal Senato; ma l'estrema clemenza di
Giustiniano non li punì che col ditenerli prigionieri nel suo proprio
palazzo, sino al momento in cui perdonò loro quel criminoso attentato
contro il suo trono e la sua vita. Se l'Imperatore dimenticava i suoi
nemici, egli cordialmente doveva abbracciare un amico di cui non si
ricordavano che le vittorie, e che più caro era fatto al suo Principe
dalle recenti circostanze del loro comune pericolo. Belisario riposò
delle sue fatiche nell'alta carica di Generale dell'Oriente e di Conte
dei Domestici, ed i più antichi Consoli e patrizj rispettosamente
cederono la precedenza del grado all'incomparabil merito del primo dei
Romani[120]. Il primo de' Romani continuò ad essere l'umile schiavo
della sua moglie; ma il servaggio dell'abitudine e dell'amore divenne
men vergognoso, poscia che la morte di Teodora ebbe tolto di mezzo
l'abbietto influsso del timore. Giovannina, loro figlia e sola erede dei
loro tesori, fu promessa in moglie ad Anastasio, nipote
dell'Imperatrice[121], l'amorevol interposizione della quale aveva
anticipato le gioje dei loro giovanili amori. Ma il potere di Teodora
cadde insieme colla sua vita. I genitori di Giovannina cangiarono di
consiglio, e l'onore e forse la felicità di essa furono sacrificati alla
vendetta di un'insensibil madre che disciolse le imperfette nozze,
innanzi che venissero ratificate dalle cerimonie della Chiesa[122].

[A. D. 549]

Prima che Belisario partisse, Perugia fu assediata, e poche città si
tennero inespugnabili contro le armi de' Goti. Ravenna, Ancona e Crotona
tuttavia resistevano a' Barbari; e quando Totila chiese in isposa una
delle infanti di Francia, egli fu punto dal giusto rimprovero che il Re
d'Italia non meritava questo titolo, finchè non fosse riconosciuto dal
Popolo romano. Tremila de' più valorosi soldati rimanevano a difesa
della capitale. Per sospetto di monopolio essi trucidarono il
Governatore e significarono a Giustiniano, col mezzo di una deputazione
del clero, che se non perdonava questa violenza e non faceva pagar loro
il soldo arretrato, immediatamente avrebbero accettato le allettanti
proposte di Totila. Ma l'uffiziale che succedè al comando (il suo nome
era Diogene) meritò la stima e la confidenza loro; ed i Goti, invece di
rinvenire una facil conquista, trovarono una vigorosa resistenza per
parte de' soldati e del popolo, il quale pazientemente sostenne la
perdita del Porto e di tutti i soccorsi che riceveva dal mare. L'assedio
di Roma si sarebbe forse levato, se la liberalità di Totila verso
gl'Isauri non avesse eccitato al tradimento alcuno dei venali loro
compatriotti. In una notte tenebrosa, mentre le trombe Gotiche sonavano
da un altro lato, essi tacitamente aprirono la porta di S. Paolo. I
Barbari si gittarono nella città; e la fuggente guernigione fu tagliata
fuori, prima che potesse raggiugnere il porto di Centumcella. Un
soldato, allevato nella scuola di Belisario, Paolo di Cilicia, si ritirò
con quattrocento uomini nel molo di Adriano. Essi respinsero i Goti, ma
erano minacciati dalla fame, e la loro avversione a mangiar carne di
cavallo, gli confermò nel divisamento di arrischiare una disperata e
decisiva sortita. Ma il loro ardire a poco a poco raffreddò per le
offerte di una Capitolazione. Essi riceverono le loro paghe arretrate, e
conservarono le armi e i cavalli, col porsi al servizio di Totila. I
loro Capi che allegarono una lodevole affezione alle mogli ed ai figli
loro rimasti nell'Oriente, furono licenziati con onore; più di quattro
cento nemici che avevano cercato un asilo nei santuarj, andarono
obbligati della loro salvezza alla clemenza del vincitore. Egli più non
nutriva il disegno di sovvertire gli edifizj di Roma[123], città che
omai rispettava come la sede del Gotico Regno: il Senato ed il Popolo
furono richiamati alla lor Patria; liberalmente si provvide ai mezzi di
sussistenza; e Totila, in ammanto di pace, celebrò i giuochi equestri
del Circo. Nel tempo ch'egli divertiva gli occhi della moltitudine, si
allestivano quattro cento vascelli per imbarcar le sue truppe. Le città
di Reggio e di Taranto cederono alle sue armi. Egli passò nella Sicilia,
oggetto dell'implacabil suo sdegno, e l'Isola fu spogliata dell'oro e
dell'argento che conteneva, dei frutti della terra, e di un infinito
numero di cavalli, di greggi e di mandre. La Sardegna e la Corsica
obbedirono alla fortuna dell'Italia; ed una flotta di trecento galee si
portò sulle coste della Grecia[124]. I Goti sbarcarono a Corcira e
sull'antico Continente dell'Epiro, si trassero fino a Nicopoli, trofeo
di Augusto, e a Dodona[125], una volta famosa pei responsi di Giove. Ad
ogni nuova vittoria, il prudente Barbaro ripeteva a Giustiniano il
desiderio che nutriva della pace, vantava il buon accordo dei loro
predecessori, ed offeriva di impiegare le armi de' Goti per servire
l'Impero.

[A. D. 549-551]

Giustiniano era sordo alla voce della pace; ma trascurava di sostenere
la guerra; e l'indolenza della sua natura tradiva in qualche modo la
pertinacia delle sue passioni. L'Imperatore fu tolto di questo salutare
letargo dal Papa Vigilio e dal Patrizio Cetego, che si presentarono
dinanzi al suo trono, e lo scongiurarono, in nome di Dio e del Popolo,
d'imprendere nuovamente la conquista e la liberazione dell'Italia. Il
capriccio non meno che il senno influì nella scelta dei Generali. Una
flotta, carica di un esercito, e condotta da Liberio, fece vela in
soccorso della Sicilia; ma l'avanzata età e la poca esperienza di costui
vennero ben presto all'aperto, e gli fu dato un successore, prima che
toccassero le spiagge dell'Isola. Il cospiratore Artabano fu tratto
dalla prigione ed innalzato agli onori militari nel posto di Liberio,
piamente credendosi che la gratitudine avrebbe animato il suo valore, e
rinvigorito la sua fedeltà. Belisario riposava all'ombra dei suoi
allori, ma il comando dell'esercito principale era serbato a
Germano[126], nipote dell'Imperatore, che veduto aveva il suo grado ed
il suo merito per lungo tempo oppressi dalla gelosia della Corte.
Teodora lo aveva offeso nei diritti di cittadino privato, relativamente
al matrimonio de' suoi figliuoli, ed al testamento del suo fratello; e
quantunque pura ed irreprensibile fosse la condotta di lui, tuttavia
Giustiniano sentiva di mal animo che riputato venisse degno della
confidenza dei malcontenti. La vita di Germano era una lezione di
obbedienza assoluta: nobilmente egli ricusò di prostituire il suo nome
ed il suo carattere nelle fazioni del Circo. La gravità de' suoi costumi
veniva temperata da un'innocente giovialità; e le sue ricchezze
sollevavano senza interesse l'indigenza e il merito de' suoi amici. Il
valore di Germano aveva già prima trionfato degli Schiavoni del Danubio,
e dei ribelli dell'Affrica. La prima nuova della sua promozione fece
risorgere le speranze degli Italiani; e gli si diede in segreto la
sicurezza che una flotta di disertori romani abbandonerebbe le bandiere
di Totila all'avvicinarsi di lui. Il secondo suo matrimonio con
Malasonta, nipote di Teodorico, rendeva Germano accetto ai Goti
medesimi: ed essi con ripugnanza si muovevano contro il padre di un
fanciullo reale, ultimo rampollo della stirpe degli Amali[127].
L'Imperatore gli assegnò uno splendido stipendio. Germano contribuì alle
spese colle sue private sostanze. I suoi due figli erano attivi e ben
veduti dal Popolo; ed egli, nella prontezza e nel buon successo delle
leve che fece, superò l'aspettazione degli uomini. Gli fu permesso di
scegliere alcuni squadroni di cavalleria Trace. I Veterani ugualmente
che i giovani di Costantinopoli e d'Europa, si impegnarono a volontario
servigio, e fin dentro al cuore della Germania, la fama e la liberalità
del Comandante gli attirò l'ajuto dei Barbari. I Romani si avanzarono
sino a Sardica; un esercito di Schiavoni fuggì all'aspetto delle armi
loro: ma due giorni dopo la definitiva loro partenza, i disegni di
Germano caddero troncati dalla malattia e dalla morte di esso. Nondimeno
la spinta ch'egli aveva dato alla guerra d'Italia, continuò ad operare
con efficacia e vigore. Le Città marittime, Ancona, Crotona,
Centumcella, resisterono agli assalti di Totila. Lo zelo di Artabano
ricuperò la Sicilia, e l'armata navale dei Goti fu disfatta presso ai
lidi dell'Adriatico. Quasi eguali in forza erano le due flotte, di cui
una aveva quarantasette, l'altra cinquanta galee: la perizia e la
destrezza dei Greci determinò la vittoria; ma le navi furono così
strettamente arraffatte che di quello dei Goti, dodici soltanto
scamparono dal disastroso conflitto. Essi affettarono di tenere a
spregio un elemento di cui non avevan pratica, ma la propria loro
esperienza confermò la verità della massima, che il padrone del mare
sempre lo divien della terra[128].

Dopo la morte di Germano, le nazioni furono provocate al riso dalla
strana novella che il comando degli eserciti Romani era affidato ad un
Eunuco. Ma l'Eunuco Narsete[129] dee venir posto fra i pochissimi che
hanno saputo sottrarre al disprezzo ed all'odio dell'uman genere quel
nome infelice.

Un corpo debole e diminutivo nascondeva l'animo di uno statista e di un
guerriero. Perduto egli aveva la giovinezza nel trattare la rocca e la
spola nei bassi ufficj domestici, e nel servizio del lusso feminile; ma
in mezzo a quelle ignobili cure, segretamente egli esercitava le facoltà
di una mente vigorosa e perspicace. Straniero nelle scuole e nel campo,
egli studiava nel palazzo le arti d'infingere, di adulare, e di
persuadere; e tosto che avvicinossi alla persona dell'Imperatore,
Giustiniano con sorpresa e piacere diede ascolto ai virili consigli del
suo Ciamberlano e Tesoriere privato[130]. Si sperimentò e si accrebbe
l'abilità di Narsete mercè delle frequenti ambascerie: egli condusse un
esercito in Italia; acquistò una cognizione pratica della guerra e del
paese, ed ebbe l'animo di gareggiare col genio di Belisario. Dodici anni
dopo il suo ritorno, l'Eunuco fu scelto a compiere la conquista che il
primo dei Generali romani aveva lasciato imperfetta. In luogo di cedere
al bagliore della vanità e della adulazione, egli seriamente dichiarò,
che se non riceveva forze adeguate all'impresa, mai non consentirebbe ad
avventurar la sua gloria e quella del suo Sovrano. Giustiniano accordò
al favorito ciò che forse avrebbe negato all'Eroe. La guerra Gotica
rinacque dalle sue ceneri, ed i preparativi non furono indegni
dell'antica maestà dell'Impero. Fu posta in sua mano la chiave
dell'erario per formar magazzini, levar soldati, provvedere armi e
cavalli, saldare le paghe arretrate, e adescare la fedeltà dei disertori
e fuggiaschi. Le truppe di Germano erano in armi tuttora: esse fecero
alto a Salona, aspettando il novello condottiero, e la ben nota
liberalità di Narsete gli creò legioni di sudditi e di alleati. Il Re
dei Lombardi[131] adempì e superò gli obblighi di un trattato col
fornire duemila e duecento de' suoi più prodi Guerrieri, coi quali
venivano tremila dei loro marziali seguaci. Tremila Eruli combattevano a
cavallo sotto Filemuto, nativo loro condottiero; ed il nobile Arato, che
aveva adottato i costumi e la disciplina di Roma, comandava una banda di
veterani della stessa nazione. Dagisteo fu tratto dalla prigione per
capitanare gli Unni, e Kobad, nipote del gran Re, splendeva colla tiara
regale alla testa de' suoi fedeli Persiani, che s'erano dedicati alla
fortuna del loro Principe[132]. Assoluto nell'esercizio della sua
autorità, più assoluto per l'amore delle sue truppe, Narsete condusse un
numeroso e valente esercito da Filippopoli a Salona, d'onde costeggiò il
lido Orientale dell'Adriatico sino ai confini dell'Italia, ove fu
arrestato il suo andare. L'Oriente non poteva fornire vascelli atti a
trasportare tanti uomini e tanti cavalli. I Franchi, i quali in mezzo al
generale scompiglio, avevano usurpato la maggior parte della Provincia
di Venezia, ricusavano il passo agli amici dei Lombardi. Teja, col fiore
delle forze Gote, occupò la stazione di Verona, e quell'abile Capitano
aveva coperto l'addiacente contrada di selve abbattute e di acque tratte
fuori del letto de' Fiumi[133]. In questi frangenti, un Ufficiale
sperimentato propose un disegno che dalla stessa sua temerità era fatto
sicuro; cioè che l'esercito romano cautamente movesse lungo il lido del
mare, mentre la flotta, precedendo la sua marcia, avrebbe
successivamente gettato un ponte di battelli sulle foci del Timavo,
della Brenta, dell'Adige e del Po, fiumi che cadono nell'Adriatico a
settentrione di Ravenna. Nove giorni riposò nella città il Comandante
romano, raccolse i residui dell'esercito d'Italia, e mosse alla volta di
Rimini per accettar la disfida di un insultante nemico.

[A. D. 552]

La prudenza di Narsete lo spinse ad una pronta e decisiva azione. Il suo
esercito era l'ultimo sforzo dello Stato; le spese di ciascun giorno
crescevano l'enorme debito, e le nazioni non assuefatte alla disciplina
ed al travaglio potevano temerariamente condursi a volgere le armi una
contro l'altra o contro il loro benefattore. Le stesse considerazioni
avrebbero dovuto rattemperare l'ardore di Totila. Ma consapevole egli
era, che il Clero ed il Popolo d'Italia agognavano ad una rivoluzione:
egli si avvide od insospettì dei rapidi progressi che facea il
tradimento, e stabilì di commettere il regno dei Goti alle venture di
una giornata campale, in cui i prodi fossero animati dall'imminente
pericolo, ed i mal affetti fossero rattenuti dalla reciproca loro
ignoranza. Da Ravenna il Generale romano continuò la sua marcia, punì la
guernigione di Rimini, traversò in linea retta i Colli di Urbino e
riprese la via Flaminia, nove miglia di là dalla Rocca Forata, ostacolo
dell'arte e della natura che poteva fermare o ritardare i suoi
passi[134]. Adunati erano i Goti nelle vicinanze di Roma; senza
frapporre dimora essi avanzarono all'incontro di un superiore nemico, e
i due eserciti si accostarono fra loro alla distanza di cento stadi, fra
Tagina[135] ed i sepolcri dei Galli[136]. Il superbo messaggio di
Narsete portò l'offerta non di pace ma di perdono. La risposta del Re
Goto certificò il suo proponimento di morire o di vincere. «Qual giorno»
disse il messaggero «stabilisci tu per la pugna»? «L'ottavo giorno,
replicò Totila»: ma tosto, nel mattino seguente, egli tentò di
sorprendere un nemico che sospettava della frode, ed era preparato per
la battaglia. Diecimila Eruli e Lombardi di provato valore e di dubbia
fedeltà, furono collocati nel centro. Ciascuna delle ale era composta di
ottomila Romani; la cavalleria degli Unni guardava la destra, e la
sinistra veniva coperta da mille cinquecento Cavalieri scelti, i quali,
a norma del bisogno, dovevano sostenere la ritirata dei loro amici, o
circondare il fianco dell'inimico. Dal posto ch'erasi eletto alla testa
dell'ala diritta, l'Eunuco cavalcò lungo la linea, esprimendo colla voce
e cogli atti la sicurezza in cui era della vittoria, spronando i soldati
dell'Imperatore a punire i delitti e la temerità di una masnada di
ladroni, ed esponendo ai loro sguardi le catene d'oro, le collane, e le
armille che dovevano essere il guiderdone della militare virtù.
Dall'evento di una semplice zuffa, essi trassero un augurio di successo
felice, e videro con piacere il coraggio di cinquanta arcieri che
difesero una piccola altura contro tre successivi attacchi della
cavalleria de' Goti. Gli eserciti in distanza di non più di due tiri
d'arco, consumarono la mattina nella terribile aspettativa della
tenzone, ed i Romani presero qualche necessario cibo, senza trarsi la
corazza dal busto, o torre la briglia ai cavalli. Narsete aspettava che
fosse primo ad assalire il nemico; ma Totila differì l'attacco in sino
ch'ebbe ricevuto l'ultimo rinforzo di duemila Goti. Il Re, intanto che
traeva in lungo le ore mediante inutili pratiche di accordo, mostrò in
un angusto spazio la forza e l'agilità di un guerriero; ricche d'oro
erano le sue armi: la purpurea sua bandiera ondeggiava all'aure: egli
vibrò in alto la lancia, l'afferrò colla destra, la trapassò alla
sinistra; si rovesciò indietro, si ricompose sulle staffe, e maneggiò un
ardente corsiero in tutti i passi ed in tutte le evoluzioni della scuola
equestre. Come fu giunto il rinforzo, egli ritirossi nella sua tenda,
prese il vestimento e le armi di un semplice soldato, e diede il segnale
della battaglia. La prima linea di cavalli si trasse innanzi con più
coraggio che prudenza, e lasciò dietro di sè la fanteria della seconda
linea. Essi furono ben presto impegnati tra le corna di una mezza luna,
in cui a poco a poco eransi piegate le ali del nimico, e furono assaliti
per ogni banda dai tiri di quattromila arcieri. Il loro ardore ed anche
lo estremo in cui erano, li trasse a sostenere un disuguale conflitto da
presso, in cui non potevano valersi che della lancia contro un nemico
che sapeva egualmente maneggiar bene tutte le armi. Una generosa
emulazione infiammò i Romani, ed i loro barbarici ajuti; e Narsete, che
tranquillamente osservava e regolava i loro sforzi, rimase incerto a chi
dovesse aggiudicare la palma dell'intrepidezza maggiore. La cavalleria
Gotica fu sconcertata e posta in disordine, incalzata da vicino e messa
in rotta, e la linea dell'infanteria, in cambio di presentare le aste, o
di aprire i suoi intervalli, venne calpestata sotto i piedi dei fuggenti
cavalli. Seimila Goti caddero trucidati senza mercede, nel campo di
Tagina. Il loro Principe con cinque seguaci fu sopraggiunto da Asbad
della schiatta de' Gepidi: «risparmia il Re d'Italia,» sclamò una voce
fedele, ed Asbad cacciò la sua lancia nel corpo di Totila. Vendicato
immantinente dai fidi Goti fu il colpo; essi trasportarono il moribondo
Monarca sette miglia lungi dalla scena della sua sventura, e gli ultimi
suoi momenti non furono amareggiati dalla presenza di un inimico. La
compassione gli somministrò il rifugio in un oscuro sepolcro; ma i
Romani non si riputarono paghi della loro vittoria finchè non ebbero
contemplato il cadavere del Re dei Goti. Il suo cappello, adorno di
gemme, e l'insanguinato suo vestimento, furono presentati a Giustiniano
dagli ambasciatori del trionfo[137].

Narsete, poi ch'ebbe sciolto il debito della pietà verso l'Autore della
vittoria e verso la Beata Vergine sua particolare tutela,[138]
ringraziò, ricompensò e licenziò i Lombardi. I villaggi erano stati
ridotti in cenere da questi imperterriti selvaggi: essi avevano stuprato
le matrone e le vergini sopra gli altari. La ritirata loro fu
diligentemente tenuta d'occhio da un forte distaccamento di forze
regolari, inteso a prevenire la ripetizione di somiglianti disordini. Il
vittorioso Eunuco condusse il suo esercito per la Toscana; accettò la
sommissione de' Goti, udì le acclamazioni e spesso le querele
degl'Italiani; e circondò le mura di Roma col resto delle sue
formidabili forze. Narsete assegnò a se stesso ed a ciascuno de' suoi
luogotenenti il posto di un reale o finto attacco intorno alla vasta
circonferenza della città, nel tempo stesso che notava un sito mal
guardato e di facile ingresso. Nè le fortificazioni del molo di Adriano,
nè quelle del porto, poterono trattenere a lungo i progressi del
conquistatore; e Giustiniano ricevè di bel nuovo le chiavi di Roma, la
quale, durante il suo regno, era stata cinque volte presa e
ripresa[139]. Ma la liberazione di Roma fu l'ultima calamità del popolo
romano. I Barbari, alleati di Narsete, troppo spesso confondevano i
privilegi della pace e della guerra: la disperazione de' fuggiti Goti
trovò qualche conforto in una sanguinosa vendetta; e trecento giovani
delle famiglie più nobili, che erano stati spediti come ostaggi di là
del Po, vennero dispietatamente trucidati dal successore di Totila. Il
destino del Senato porge un terribile esempio delle vicissitudini delle
cose umane. Fra i Senatori che Totila aveva bandito dalla patria loro,
alcuni furono riscattati da un ufficiale di Belisario, e trasportati
dalla Campania nella Sicilia; nel mentre che altri erano troppo
colpevoli per fidare nella clemenza di Giustiniano o troppo poveri per
procacciarsi cavalli, e giugnere al lido del mare. I loro confratelli
languirono per cinque anni in uno stato di miseria e di esiglio. La
vittoria di Narsete ravvivò le loro speranze; ma i furibondi Goti
impedirono il prematuro loro ritorno alla Metropoli; e tutte le fortezze
della Campania furono tinte di sangue patrizio[140]. Dopo un periodo di
tredici secoli l'istituzione di Romolo fu estinta; e se i nobili di Roma
continuarono a prendere il titolo di Senatore, poche tracce in seguito
si possono scorgere di pubbliche adunanze o d'ordine costituzionale.
Salite seicent'anni all'insù, e contemplate i Re della terra in atto di
ricercare udienza, quali schiavi e liberti del Senato Romano[141]!

[A. D. 553]

La guerra Gotica era viva tutt'ora. I più valorosi della nazione si
ritirarono oltre il Po, e Teja con unanime consenso fu eletto per
succedere all'estinto Eroe e per vendicarlo. Il nuovo Re tostamente
mandò un ambasciatore ad implorarono per meglio dire a comprare l'ajuto
dei Franchi, e nobilmente profuse per la pubblica salvezza le ricchezze
che erano state raccolte nel palazzo di Pavia. Il rimanente del tesoro
reale era custodito dal suo fratello Aligerno dentro Cuma nella
Campania; ma la rocca fortificata da Totila, era strettamente assediata
dalle armi di Narsete. Il re Goto con rapide e segrete mosse si avanzò
dalle Alpi al piè del Vesuvio, in soccorso dell'assediato fratello,
ingannò la vigilanza dei Capi romani, e piantò il suo campo sulle rive
del Sarno o Draco,[142] che da Nocera discende nel golfo di Napoli. Il
fiume separava i due eserciti; si consumarono sessanta giorni in
combattimenti dati in distanza e senza alcun frutto, e Teja mantenne
questo posto importante, finchè fu abbandonato dalla sua flotta e da
ogni speranza di ricevere vettovaglie. Con ripugnanti passi egli salì
sul monte Lattario, dove i medici di Roma, dal tempo di Galeno in poi,
mandavano i loro malati per godere i benefizj dell'aria e del
latte[143]. Ma i Goti bentosto si appresero ad un più generoso partito
che fu di calar giù del colle, di licenziare i loro cavalli, e di morire
colle armi in mano anzi che perdere la libertà. Il Re marciava alla lor
testa, portando nella destra una lancia, ed un ampio scudo nella
sinistra: colla prima egli stese morti i primi assalitori; coll'altro si
schermiva dall'armi che ogni mano ambiva di scagliare contro di lui.
Dopo una pugna di più ore, il suo braccio sinistro si sentì affaticato
dal peso di dodici giavellotti ch'erano conficcati nel suo scudo. Senza
muoversi dal suo posto, nè sospendere i colpi, l'Eroe ad alta voce gridò
ai suoi seguaci che gli recassero un altro scudo; ma nel momento in cui
il suo fianco rimase scoperto, fu trafitto da un dardo mortale. Egli
cadde: ed il suo capo, levato in alto sopra una lancia, significò alle
nazioni che il regno de' Goti aveva cessato di essere. Ma l'esempio
della sua morte non servì che ad animare i compagni che giurato avevan
di perire insieme col lor condottiere. Così pugnarono finchè le tenebre
calarono sopra la terra. Essi riposarono la notte armati. Si rinnovò il
combattimento col ritorno della luce, e si mantenne egualmente accanito
sino alla sera del secondo giorno. Il riposo di una seconda notte, la
mancanza d'acqua, e la perdita dei loro campioni più prodi, determinò i
Goti superstiti ad accogliere i facili patti d'accordo che l'avvedimento
di Narsete si piegò a proporre. Essi accettarono l'alternativa di
risiedere in Italia, come sudditi e soldati di Giustiniano, o di
partirne con una porzione delle private loro ricchezze per andare in
traccia di qualche independente contrada[144]. Non pertanto, il
giuramento di fedeltà o l'esiglio fu del pari rigettato da un migliajo
di Goti, che si dischiusero una via, prima che fosse firmata la
convenzione, ed audacemente effettuarono la loro ritirata sin dentro le
mura di Pavia. Il coraggio, non meno che la situazione di Aligerno, lo
mosse ad imitare anzi che a deplorar suo fratello: robusto e destro
arciere egli trapassava con una sola freccia l'armatura e il petto del
suo antagonista, e la militare sua condotta difese Cuma[145] oltre un
anno contro le forze de' Romani. L'industria loro avea scavato l'antro
della Sibilla fino a farne una prodigiosa mina[146]; una quantità di
combustibili, vi fu introdotta onde incendiare le travi alzate a
sostenere il terreno: le mura e la porta di Cuma sprofondarono nella
spelonca, ma le rovine formarono un profondo ed inaccessibil precipizio.
Aligerno stette solo ed imperturbato sui rottami di una rupe;
fintantochè tranquillamente ebbe osservato la disperata condizione del
suo paese, e giudicato più onorevol partito essere l'amico di Narsete
che lo schiavo de' Franchi. Dopo la morte di Teja, il Generale romano
separò le sue truppe per ridurre all'obbedienza le città dell'Italia.
Lucca sostenne un lungo e fiero assedio; e tale fu l'umanità o la
prudenza di Narsete, che la ripetuta perfidia degli abitanti non potè
provocarlo a punire di morte i loro statichi; sani e salvi essi furono
rimandati indietro, ed il riconoscente loro zelo finalmente vinse
l'ostinazione de' loro concittadini[147].

[A. D. 553]

Prima che Lucca si fosse arresa, l'Italia fu allagata da un nuovo
diluvio di Barbari. Teodebaldo, giovine e debole principe, nipote di
Clodoveo, regnava sui popoli dell'Austrasia ossia sui Franchi orientali.
I suoi tutori avevano freddamente e con ripugnanza ascoltato le
magnifiche promesse degli ambasciatori Goti. Ma il valore di un popolo
guerriero soverchiò i timidi consigli della Corte: i due fratelli,
Lotario e Buccellino[148], duchi degli Alemanni, assunsero la condotta
della guerra d'Italia: e settantacinquemila Germani calarono,
nell'autunno, giù dalle Alpi Retiche nella pianura di Milano. La
vanguardia dell'esercito Romano era stanziata presso il Po, sotto la
condotta di Fulcari, baldanzoso Erulo, il quale temerariamente opinava,
che la bravura personale sia il solo dovere e merito di un comandante.
Nel mentre che senz'ordine e precauzione egli moveva lungo la via
Emilia, un'imboscata di Franchi subitamente saltò fuori dell'anfiteatro
di Parma: sorprese restarono le sue truppe e poste in rotta: ma il loro
capitano ricusò di fuggire dichiarando nell'estremo istante, che la
morte era meno terribile che il corrucciato aspetto di Narsete. La morte
di Fulcari, e la ritirata dei duci rimasti in vita, determinarono
l'ondeggiante e ribelle naturale dei Goti; essi corsero sotto i vessilli
de' loro liberatori, e gli ammisero dentro le città che tuttor
resistevano alle armi del generale Romano. Il conquistatore dell'Italia
aperse un libero varco all'irresistibile torrente de' Barbari. Essi
passarono sotto le mura di Cesena, e risposero con minacce e rimproveri
all'avviso di Aligerno, che i tesori Gotici più non poteano pagare i
travagli di un'invasione. Duemila Franchi furono distrutti dalla perizia
e dal valore di Narsete stesso, che sortì di Rimini alla testa di
trecento cavalli, onde punire la licenza e la rapina, che
contrassegnavano la loro marcia. Sui confini del Sannio, i due fratelli
spartirono le forze loro. Coll'ala destra Buccelino imprese di
saccheggiare la Campania, la Lucania ed il Bruzio: colla sinistra,
Lotario si accinse allo spogliamento della Puglia e della Calabria.
Seguitaron essi la costa del Mediterraneo e dell'Adriatico, sino a
Reggio e ad Otranto, e le estreme terre dell'Italia furono il termine
del distruttivo loro avanzarsi. I Franchi ch'erano cristiani e
cattolici, si contentarono del semplice sacco e di qualche uccisione
accidentale. Ma le chiese, risparmiate dalla lor pietà, furono poste a
ruba dalla sacrilega destra degli Alemanni, che sacrificavano teste di
cavalli alle native loro divinità de' boschi e de' fiumi[149], essi
fusero o profanarono i sacri vasi; e le rovine degli altari e de'
tabernacoli furono macchiate del sangue de' Fedeli. Buccelino era mosso
dall'ambizione, Lotario dall'avarizia. Il primo aspirava a ristabilire
il regno dei Goti: il secondo, dopo d'aver promesso al fratello di
riportargli sollecitamente soccorso, tornò per la stessa strada a porre
in sicuro i suoi tesori oltre l'Alpi. La forza de' loro eserciti era già
ridotta a male dal cambiamento del clima e dal contagio delle malattie:
i Germani s'inebbriarono de' vini d'Italia, e l'intemperanza loro
vendicò in qualche guisa le calamità di un popolo senza difesa.

[A. D. 554]

All'entrare della primavera, le truppe imperiali che avean difese le
città, si adunarono in numero di diciottomila uomini nelle vicinanze di
Roma. Le ore loro d'inverno non s'erano consumate nell'ozio. Seguendo
gli ordini e l'esempio di Narsete, esse avean ripetuto ogni giorno i
loro militari esercizj a piedi ed a cavallo, aveano assuefatto il loro
orecchio al suono della tromba, e praticato i passi e le evoluzioni
della danza Pirrica. Dallo stretto della Sicilia, Buccelino con
trentamila Franchi ed Alemanni lentamente si mosse verso Capua, occupò
con una torre di legno il ponte di Casilino, coprì la sua destra col
fiume Volturno, ed assicurò il resto del suo campo con un riparo di
acuti pali con un cerchio di carri, le cui ruote erano conficcate nel
suolo. Con impazienza egli aspettava il ritorno di Lotario, ignorando
ahi misero! che il suo fratello non poteva più ritornare, e che il
condottiero col suo esercito era perito per una strana malattia[150]
sulle rive del Benaco, fra Trento e Verona. Le insegne di Narsete ben
tosto si avvicinarono al Volturno, e gli occhi dell'Italia stavano
ansiosamente fissi sopra l'evento di questa finale contesa. Forse
l'abilità del generale Romano molto era superiore nelle tranquille
operazioni che precedono il tumulto di una battaglia. I giudiziosi suoi
movimenti intercettarono i viveri ai Barbari, li privarono de' vantaggi
del ponte e del fiume, e nella scelta del terreno e del momento
dell'azione, li ridussero a conformarsi alla volontà del nemico. Nel
mattino di quell'importante giornata, quando le file erano già formate,
un servo, per qualche triviale mancamento, fu ammazzato dal suo padrone,
uno de' Capi degli Eruli. Si commosse la giustizia o la collera di
Narsete: egli intimò all'offensore di comparirgli dinanzi, e senza
ascoltarne le discolpe, diede il segnale all'esecutor della morte. Se il
crudel padrone non avea infranto le leggi della sua nazione,
l'arbitrario supplizio non era meno ingiusto di quel che pare essere
stato imprudente. Gli Eruli sentirono l'oltraggio: essi fecero alto: ma
il generale Romano, senza calmare il loro sdegno od aspettarne la
risoluzione, proclamò ad alta voce che se non si affrettavano ad
occupare il lor posto, avrebbero perduto l'onore della vittoria.
Disposte erano le sue truppe in una lunga fronte, colla cavalleria sulle
ale[151]: nel centro erano i fanti di grave armatura: gli arcieri ed i
frombolieri occupavano la retroguardia. I Germani si avanzarono sotto la
forma di un triangolo o di un cono. Essi penetrarono il debole centro di
Narsete che li raccolse con un sorriso nel laccio fatale, ed ordinò alle
sue ale di cavalleria di girare lentamente sui loro fianchi e di
circondare la lor retroguardia. Le forze de' Franchi e degli Alemanni
erano composte di fanteria: una spada ed uno scudo pendevan loro dal
fianco, ed essi usavano per offensive lor armi una pesante scure ed un
giavellotto uncinato, ch'erano solamente formidabili nel combatter corpo
a corpo, ovvero da presso. Il fiore degli arcieri Romani a cavallo, ed
armati di tutto punto, scaramucciava senza pericolo intorno a questa
immobile falange, suppliva colla prestezza de' moti alla debolezza del
numero, ed appuntava i suoi strali contro una moltitudine di Barbari, i
quali, in cambio di corazza e di elmetto, erano coperti da un lungo
vestimento di pelli o di tela. Questi soffermaronsi, sbigottirono,
confuse ne andaron le file, e nel decisivo momento, gli Eruli,
preferendo la gloria alla vendetta, piombarono con rapida furia sulla
testa della loro colonna. Il loro duce Sindballo ed Aligerno, principe
de' Goti, meritarono il premio di un sommo valore; ed il loro esempio
trasse le truppe vittoriose a compiere colle spade e coll'aste la
distruzione dell'inimico. Buccelino e la miglior parte della sua armata,
perì sul campo di battaglia, nelle acque del Volturno, o per le mani dei
contadini furenti: ma può sembrare impossibile che una vittoria[152],
alla quale non sopravvissero più di cinque Alemanni, non abbia costato
che la perdita di ottanta soldati ai Romani. Settemila Goti, residui
della guerra, difenderono la fortezza di Campsa sino all'altra
primavera: ed ogni messo di Narsete annunziava la riduzione di qualche
italiana città, i cui nomi venivano corrotti dalla ignoranza o dalla
vanità dei Greci[153]. Dopo la battaglia di Casilino, Narsete entrò
nella Capitale: le armi ed i tesori dei Goti, dei Franchi e degli
Alemanni pubblicamente furono posti in mostra: i soldati, inghirlandati
il capo, cantavano le glorie del Conquistatore, e Roma per l'ultima
volta vide la similitudine di un trionfo.

[A. D. 554-568]

Dopo un regno di sessant'anni, il trono dei re Goti fu tenuto dagli
Esarchi di Ravenna, che in pace ed in guerra rappresentavano l'Imperator
de' Romani. La giurisdizione loro fu ben presto ridotta ai limiti di una
ristretta provincia; ma Narsete, primo e potentissimo degli Esarchi,
amministrò per forse quindici anni l'intero regno d'Italia. Come
Belisario, egli avea meritato gli onori dell'invidia, della calunnia e
della disgrazia: ma il favorito Eunuco tuttor godeva la confidenza di
Giustiniano, o veramente il condottiere di un esercito vittorioso
intimoriva e reprimeva l'ingratitudine di una Corte vigliacca. Nondimeno
Narsete non usò di una debole e nociva indulgenza per assicurarsi l'amor
delle truppe. Immemore del passato, e non curante dell'avvenire, esse
male spendevano le presenti ore della prosperità e della pace. Le città
dell'Italia risuonavano allo strepito de' stravizzi e de' tripudj: le
spoglie della vittoria si consumavano in sensuali piaceri, e null'altro
(dice Agatia) più rimanea da farsi, se non se cangiare gli scudi e gli
elmi contro il molle liuto e l'anfora capace[154]. In una virile
concione, non indegna di un censore Romano, l'Eunuco biasimò questi
disordinati vizj, che svergognavano la fama de' guerrieri, e ne
mettevano la salute in periglio. I soldati arrossirono ed obbedirono: si
confermò la disciplina, si restaurarono le fortificazioni: fu
sovrapposto un duca alla difesa ed al militare comando di ciascuna delle
principali città[155]; e l'occhio di Narsete scorreva su tutto il vasto
prospetto che si stende dalla Calabria alle Alpi. Gli avanzi della
nazione Gotica sgombrarono il paese, o si mescolarono co' natii: i
Franchi, invece di vendicar la morte di Buccelino, abbandonarono, senza
altro conflitto, le loro conquiste italiane, ed il ribelle Sindballo,
Capo degli Eruli, fu soggiogato, preso ed impiccato sopra un elevato
patibolo per la inflessibile giustizia dell'Esarca[156]. Lo stato civile
dell'Italia, dopo l'agitazione di una lunga tempesta, fu determinato da
una sanzione prammatica, che l'Imperatore promulgò a richiesta del Papa.
Giustiniano introdusse nelle scuole e ne' tribunali dell'Occidente la
giurisprudenza ch'egli avea stabilito; ratificò gli atti di Teodorico e
del suo successore immediato, ma cassò ed abolì ogni atto che la forza
aveva estorto od il timore avea sottoscritto, durante l'usurpazione di
Totila. Si formò una teoria di moderazione che riconciliasse i diritti
della proprietà colla sicurezza della prescrizione, i privilegi dello
Stato colla povertà del popolo, ed il perdono delle offese con
l'interesse della virtù ed il buon ordine sociale. Sotto gli Esarchi di
Ravenna, Roma scadde al secondo grado. Non pertanto ai senatori fu
concessa la permissione di visitare le loro possessioni in Italia, e di
accostarsi senza ostacolo al trono di Costantinopoli: si lasciò al Papa
ed al Senato la cura di regolare i pesi e le misure; e si destinarono
stipendi ai legisti ed ai medici, agli oratori ed ai grammatici per
conservare o raccendere la face della scienza nella capitale antica. Ma
invano Giustiniano dettava benefici editti[157], e Narsete secondava i
desiderj dell'Imperatore col ristorare città e specialmente col
rifabbricare le chiese. La possanza dei re è molto più efficace nel
distruggere; e i venti anni della guerra Gotica aveano condotto
all'estremo la miseria e la spopolazione dell'Italia. Sin dalla quarta
campagna, sotto la disciplina di Belisario medesimo, cinquantamila
agricoltori perirono di fame[158] nell'angusta regione del Piceno[159];
ed una stretta interpretazione di quanto asserisce Procopio porterebbe
le perdite dell'Italia oltre l'intero ammontare de' suoi abitatori
presenti[160].

[A. D. 559]

Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario
sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la
consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare
senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto
guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la
capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa,
erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati
dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj.
Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò
molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei
Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di
Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il
fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e
si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che
dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo
sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto
aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero
stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e
della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe
domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento
uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro
stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a
poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal
guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai
pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che
avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva
indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità
per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero
e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed
abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una
flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la
costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in
distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda
Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e
quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi
anni, si compiacquero in supporre che egli avesse _perduto_ l'alacrità
ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono
i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche
dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i
bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni;
ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori.

Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano
indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a
ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso
Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de'
cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò
l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu
stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale,
ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante
un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili
fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i
suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e
mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne
dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto
che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la
cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori
della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la
fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in
aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero
sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità
delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto
inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di
quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma
Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un
maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però
erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con
repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono
di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella
capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò
il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono
imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel
palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo
abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba
degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe
sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della
sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della
capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I
Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva
riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso,
dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i
prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi
riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla
voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per
tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo;
e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più
debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164].

[A. D. 561]

Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò
da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione.
Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si
lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima
dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle
botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da
terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I
Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed
il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della
città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della
salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente
metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del
Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si
cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti
calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di
disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli
Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè
arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore
Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono
il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione
dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono
in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero
egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad
effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale,
ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici
per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella
Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei
giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi
pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e
Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso,
ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali
della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi
condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La
posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli
anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della
vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non
poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si
affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di
sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la
natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in
atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio,
l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e
l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del
Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si
sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu
custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua
innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori;
e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal
mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non
potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle
statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli
Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono
immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta
porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome
Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi
della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero.
Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e
dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori
tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad
accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma
questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale
strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170].

Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non
godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi,
ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta
tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale
non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni
di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle
sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171]
viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però
ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e
piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente
nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle
fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di
un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare
di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che
attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di
miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza
dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della
castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza
sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza
per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla
superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e
frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di
acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo
fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza
gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire:
dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con
maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino
allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava
il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si
può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della
sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo.
L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista
e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette
cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile
monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo
dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure
furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò
del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio
dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo
morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma
egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della
lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de'
Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra
di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la
perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di
Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome
de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare
l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli
uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi
sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di
Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si
compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una
statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto
di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella
gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento
sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di
sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila
quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per
effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi
successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua
memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto
restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero,
i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173].

Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e
la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano.

[A. D. 531-539]

I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per
venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che
vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole
era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a
poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda
nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le
nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri
dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente
adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la
natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare
quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano
alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti
distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più
eccentrico[175].

Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni
del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi
degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e
la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette
volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e
settantacinque anni, ciascuna. La _prima_[177] che risale a mille
settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu
contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa
spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige
il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso;
prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti
età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono
ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la
_seconda_ venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa
Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina
della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle,
fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate
sue chiome, il nome della _Cometa_. Il _terzo_ periodo cade nell'anno
seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa
della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due
generazioni prima del Regno di Ciro. La _quarta_ apparizione, successa
quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre
la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro
lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i
giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio.
L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del
Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico
Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la
cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la
_quinta_ visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale
coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di
ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu
seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile
pallidezza del Sole. Il _sesto_ ritorno, intervenuto nell'anno mille
cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e
nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono
con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli
Infedeli. Il _settimo_ fenomeno, che porta la data del mille seicento e
ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La
filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva
così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote
la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel
Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead
e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di
Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà
l'_ottavo_ periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro
calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale,
innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America.

II. L'avvicinarsi di una cometa molto presso al Globo da noi abitato,
può desolarlo o distruggerlo; ma i cambiamenti, avvenuti sulla sua
superficie, fino ad ora sono stati l'opera dei Vulcani e dei
tremuoti[182]. La natura del suolo indica i paesi più esposti a questi
formidabili scotimenti, che prodotti sono da sotterranei fuochi, e
questi fuochi vengono accesi dall'unione e dalla fermentazione del ferro
e dello zolfo. Ma le epoche e gli effetti loro sembrano posti oltre il
giungere dell'umana curiosità, ed il filosofo dee discretamente
astenersi dal predire i terremoti, sinchè sia giunto a noverare le
stille d'acqua, che colano in silenzio sopra il minerale infiammabile, e
misurato abbia le caverne che accrescono colla resistenza l'esplosione
dell'aria imprigionata. Senza assegnar la cagione, l'istoria dee
distinguere i periodi in cui questi eventi calamitosi sono stati rari o
frequenti, ed osservare che questa febbre della terra infuriò con
insolita violenza durante il Regno di Giustiniano[183]. Ogni anno di
quel Regno è segnato dai ripetimento di tremuoti, di una tal durata che
Costantinopoli fu agitata per più di quaranta giorni, e di una tale
estensione che il commovimento si comunicò a tutta la superficie del
Globo, od almeno dell'Imperio Romano. Si sentì una scossa d'impulsione o
di vibrazione: si spalancarono nella terra enormi fessure, si videro
lanciati in aria corpi grossi e pesanti, il mare alternativamente si
avanzò e si ritrasse oltre gli ordinarj suoi limiti, ed, una rupe fu
divelta dal Libano[184], e scagliata nei flutti, dove a guisa di molo
essa difese il nuovo porto di Botri[185] nella Fenicia. Il colpo che
sbatte un formicajo, può schiacciar nella polvere molte migliaia
d'insetti: non pertanto la verità dee tirarci a confessore che l'uomo ha
lavorato con molta industria alla propria sua distruzione. Lo
stabilimento delle grandi città che racchiudono una nazione nel recinto
di una muraglia, quasi realizza il desiderio nutrito da Caligola, che il
Popolo Romano non avesse che un solo capo. Dicesi che due cento
cinquantamila persone perissero nel tremuoto di Antiochia, il quale
avvenne al tempo in cui la festa dell'Ascensione aveva accresciuto con
una grande affluenza di stranieri la moltitudine dei cittadini. La
perdita di Berito[186] fu di minor grandezza, ma di maggior valore.
Questa città, situata sulla costa della Fenicia, era illustre per lo
studio delle leggi civili, che aprivano le più sicure strade
all'opulenza ed agli onori. Le scuole di Berito riboccavano de' più
begl'ingegni che sorgessero in quell'età, ed il tremuoto schiacciò per
avventura più di un giovane che vivendo sarebbe divenuto il flagello o
il difensore della sua patria. In mezzo a questi disastri l'Architettura
si mostra la nemica del genere umano. La capanna di un selvaggio o la
tenda di un Arabo, possono venir rovesciate, senza che ne provi danno
chi abita in essa; e ben si apponevano i Peruviani nel deridere la
follia dei conquistatori Spagnuoli, che con tanto dispendio e travaglio
si fabbricavano i proprj sepolcri. Piombano sul capo di un patrizio i
ricchi suoi marmi: sotto le rovine dei pubblici e privati edifizj un
Popolo intero ritrova la tomba, e l'incendio viene alimentato e
propagato dagli innumerabili fuochi che fanno di mestieri alla
sussistenza e all'industria di una grande città. In luogo della
scambievole simpatia che può confortare ed assistere que' che cadono tra
le rovine, in terribil modo essi provano l'effetto dei vizj e delle
passioni, che più frenate non sono dal timor del castigo. Le crollate
case vengono poste a sacco dall'avarizia che di nulla ha paura; la
vendetta coglie il momento, e sceglie la vittima; e la terra spesso
ingoja l'assassino e lo stupratore, nel punto istesso che consumano il
loro misfatto. La superstizione circonda d'invisibili terrori il
presente pericolo: e se l'immagine della morte può alle volte servire
alla virtù od al pentimento degli individui, il Popolo impaurito vien
più fortemente mosso ad aspettare la fine del Mondo, od a scongiurare
con servili omaggi la collera di una divinità vendicatrice.

[A. D. 542]

III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte
originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida,
calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire
delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno
funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che
spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si
manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude
Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia
strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e
penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente
dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu
travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne
osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha
gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione
della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle
visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza
tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile
spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre,
nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende;
febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva
nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o
nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle
glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto
l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi
ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come
una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a
suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale
sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner
duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno
era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso
veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si
coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata.
E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di
sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide
la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un
bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri
sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la
stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno
attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione
soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di
quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver
sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili
si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la
pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli
stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo
capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione.
Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture;
quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le
contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato
l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di
trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse
profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli
uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del
loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della
salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la
filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite
di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o
della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che
la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la
rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di
Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo
risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione
si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo
sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale
dell'Oriente.

[A. D. 542-594]

Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed
atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei
polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo
che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare
che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più
propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di
Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze,
che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli
appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità
degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana
prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma
tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi
dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a
cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al
governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere
relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le
nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed
il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di
cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più
distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato
per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa
spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le
montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate
dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio,
erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono
diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia
preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir
meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era
l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno
decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna
differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità
si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma
non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che
l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue
qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un
computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella
straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che
durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano
ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero
affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano
sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra,
della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo
Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della
specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non
si è potuto riparare più mai[195].

NOTE:

[101] Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver
altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili
avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il
racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la
ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la
vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di
Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo
(c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso
discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi
ritratti.

[102] Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori,
l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni
di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo,
uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi
di bocca la confessione de' miei complici».

[103] Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto
di Procopio (_Vandal._ l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. _Gothic._ l. IV c.
17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si
riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano.

[104] Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che
cade nella Mejerda (_Bagradas_). Tibesh è tuttora osservabile per le sue
mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una
fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini
Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che
sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu
costruita dalla terza legione (Marmoll. _Description de l'Afrique_, tom.
II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66).

[105] Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta
questa malinconica verità.

[106] Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua
l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di
Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo
periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del
doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano
qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il
Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.

[107] Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara,
nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (_sub eorum custodia
inedia confectus_) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno
(_Liberat. in Breviar._ c. 22. _Anastasius, in Sylverio._ _Baronius._ A.
D. 540 n. 2, 3. Pagi, _in Vit. Pont._ Tom. I pag. 285, 286). Procopio
(Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina.

[108] Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa
dei Volsci (Cluver. _Ital. Antiq._ 1. III c. 7 p. 1024).

[109] Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi
colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo,
l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri
che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.).

[110] Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea
al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi,
si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini,
riguardando alle virtù dei Barbari.

[111] Procopio, l. III c. 12. L'anima di un eroe è profondamente
impressa in questa lettera, nè possiamo noi confondere tali atti genuini
ed originali insieme con le elaborate e spesso vuote concioni degli
storici Bizantini.

[112] Procopio non dissimula l'avarizia di Bessa (l. III c. 17, 20).
Questi espiò la perdita di Roma con la gloriosa conquista di Petra
(_Goth._ l. IV c. 12): ma gli stessi vizj lo seguitarono dal Tevere al
Fasi (c. 13); e l'istorico narra con egual verità i meriti e i difetti
del suo carattere. Il castigo che l'autore del romanzo di Belisario ha
inflitto all'oppressore di Roma è più conforme alla giustizia che
all'istoria.

[113] Durante il lungo esilio di Vigilio, e dopo la sua morte, la chiesa
romana fu governata dall'arcidiacono, indi Papa (A. C. 555) Pelagio, il
quale fu creduto non innocente dei mali sofferti dal suo predecessore.
Vedi le vite originali dei Papi sotto il nome di Anastasio (Muratori,
_Script. rer. italicarum_, tom. III P. 1 p. 130, 131. il quale narra
varj curiosi accidenti degli assedj di Roma e delle guerre d'Italia).

[114] Il monte Gargano, ora monte S. Angelo, nel regno di Napoli, si
prolunga trecento stadj nel mare adriatico (Strab. l. VI p. 436), e nei
secoli tenebrosi fu illustrato dall'apparizione, dai miracoli e dalla
chiesa di S. Michele Arcangelo. Orazio, nativo di Apulia o Lucania, avea
veduto le querce e gli olmi del Gargano, sbattuti e muggenti per la
forza del vento settentrionale che soffiava su quell'alta costa (Carm.
II, 9. Epist. II, I, 201).

[115] Non posso determinare esattamente la posizione di questo campo di
Annibale; ma gli alloggiamenti Punici stettero lungo tempo e spesso
nelle vicinanze di Arpi (Tito Livio, XXII, 9, 12; XXIV, 3, ecc.).

[116] _Totila..... Romani ingreditur..... ac evertit muros, domos
aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit,
hos ipsos Romanos in Campaniam captivos abduxit. Post quam
devastationem, XL aut amplius dies, Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi
hominum, nisi_ (nullae?) _bestiae morarentur_ (Marcellin. _in Chron._ p.
54).

[117] I Triboli sono ferri con quattro punte, una delle quali si pianta
in terra, e le tre altre sorgono verticali od oblique (Procopio, Got. l.
III c. 24. Giusto Lipsio, Poliorcete, l. V c. 3). La metafora è tolta
dai triboli, pianta che produce frutti spinosi, comune in Italia
(Martino, _ad Virgil. Georg._ I, 153, vol. II p. 33).

[118] Ruscia, il _Navale Thuriorum_, fu trasferita in distanza di
sessanta stadj a Ruscianum, Rossano, arcivescovato senza suffraganei. La
repubblica di Sibari è ora una terra del duca di Corigliano (Riedesel,
viaggi nella Magna Grecia e nella Sicilia, p. 166-171).

[119] Questa cospirazione vien riferita da Procopio (_Goth._, l. III c.
31, 32) con tal ingenuità e candore, che la libertà degli Aneddoti non
gli porge più nulla da aggiungere.

[120] Gli onori di Belisario sono con piacere rammemorati dal suo
segretario (Procopio, _Goth._ l. III c. 35; l. IV c. 21). Il titolo di
Στρατηγος è mal tradotto, almeno in questa occasione, col
_praefectus praetorio_; e trattandosi di una carica militare, sarebbe
meglio dire _magister militum_ (Ducange, _Gloss. Graec._ p. 1458, 1459).

[121] Alemanno (_ad Hist. Arcan._ p. 68), Ducange (_Familiae Byzant._ p.
98) ed Eineccio (_Hist. juris civilis_, p. 434) rappresentano tutti tre
Anastasio come figlio della figlia di Teodora; e l'opinione loro
saldamente si appoggia sulla chiarissima testimonianza di Procopio
(Aneddoti, c. 4, 5, θυγατριδω, due volte ripetuto). Tuttavia
io farò notare, 1. che nell'anno 547, Teodora poteva difficilmente avere
un nipote giunto alla pubertà; 2. che noi siamo affatto al bujo di
questa figlia e del suo marito; 3. che Teodora nascondeva i suoi
bastardi, e che il suo nipote dal lato di Giustiniano sarebbe stato
l'erede presuntivo dell'Impero.

[122] Gli αμαρτηματα, od errori dell'eroe in Italia e dopo il
suo ritorno, sono manifestati απαρακαλυωτως, e più probabilmente
ingrossati dall'autore degli Aneddoti (c. 4, 5). I disegni
di Antonina erano favoriti dalla fluttuante giurisprudenza di
Giustiniano: sopra la legge del matrimonio e del divorzio
quest'Imperatore era _trocho versatilior_ (Eineccio, _Elem. juris
civilis ad ordinem Pandect._ P. IV n. 233).

[123] I Romani erano tuttora affezionati ai monumenti dei loro maggiori;
e secondo Procopio (Got. l. IV c. 22) la galera di Enea, di un solo
ordine di remi, larga 25 piedi, e lunga 120, conservavasi intera nel
_Navalia_ presso il Monte Testaceo, ai piedi dell'Aventino (Nardini,
Roma antica, l. VII c. 9 p. 466. Donato, Roma antica, l. IV c. 13 p.
334). Ma tutti gli autori antichi nulla dicono di questa reliquia.

[124] In que' mari, Procopio cercò invano l'isola di Calipso. In Feacea
o Corcira, gli fu mostrata la nave impietrita di Ulisse (_Odyss._ XIII,
163); ma egli trovò che era una fabbrica recente, composta di molte
pietre, e dedicata da un mercatante a Giove Cassio (l. IV c. 22).
Eustazio aveva supposto che fosse la fantastica rassomiglianza di una
rupe.

[125] Il Danville (_Mem. de l'Acad._ tom. XXXII p. 513-528) illustra il
golfo di Ambracia; ma non può determinare la situazione di Dodona. Un
paese che giace in vista della Italia è men conosciuto che i deserti
dell'America.

[126] Vedi gli atti di Germano nell'istoria pubblica (Vandal. l. II c.
16, 17, 18. Got. l. III c. 31, 32) e nell'istoria segreta (Aneddoti, c.
5); e quelli di suo figlio Giustino, in Agatia (l. IV p. 130, 131). Non
ostante un'espressione ambigua di Giornande, _fratri suo_, Alemanno ha
trovato che egli era figlio del fratello dell'Imperatore.

[127] _Conjuncta Aniciorum gens cum Amala stirpe, spem adhuc utriusque
generis promittit_ (Giornande, c. 60 p. 703). Egli scrisse in Ravenna
prima della morte di Totila.

[128] Il terzo libro di Procopio termina colla morte di Germano (_Add._
l. IV c. 23, 24, 25, 26).

[129] Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica
e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido quadro! Fra
i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli
esitava tra la conquista d'Italia fatta da Belisario e quella fatta da
Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70).

[130] Ignota è la patria di Narsete, poichè non si dee confonderlo col
Persarmeno. Procopio gli dà il nome di (Got. l. II c. 13) Βασιλικων
χρηματων ταμιας, Paolo Varnefrido (l. II c. 3 p. 776) lo
chiama Chartularius: Marcellino aggiunge il titolo di _Cubicularius_. In
un'iscrizione sul ponte Salario egli vien chiamato _Ex-Consul_,
_Ex-Praepositus_, _Cubiculi Patricius_ (Mascou, Storia dei Germani, l.
XIII c. 25). La legge di Teodosio contro gli eunuchi era caduta in
disuso o abolita (annot. XX). Ma la sciocca profezia dei Romani
sussisteva in tutto il vigore (Procop. l. IV c. 21).

[131] Il Lombardo Paolo Varnefrido racconta con compiacenza i soccorsi,
i servigi e l'onorevol congedo de' suoi paesani. _Reipublicae Romanae
adversus aemulos adjutores fuerant_ (l. II c. 1 p. 774, ediz. Grot.). Mi
fa stupore che Alboino, guerriero lor re, non conducesse in persona i
suoi sudditi.

[132] Egli fu, se non un impostore, il figlio del cieco Zame, salvato
per compassione ed allevato nella Corte di Bisanzio pei differenti
motivi di politica, di generosità e di orgoglio (Procop. _Persic._ l. I
c. 23).

[133] Al tempo di Augusto e nel medio evo, tutto il territorio che si
stende da Aquileja a Ravenna era coperto di boschi, di laghi e di
paludi. L'uomo ha vinto la natura, e si coltivò la terra dopo che
cacciate od imprigionate ne furon le acque. Vedi le erudite ricerche del
Muratori (_Antiquitat. Italiae Medii aevi_, tom. I, dissert. XXI p. 253,
254) tratte da Vitruvio, Strabone, Erodiano, dai vecchi diplomi, e dalla
cognizione de' luoghi.

[134] La via Flaminia, secondo le correzioni del Danville, fatte dietro
gl'itinerari e le migliori carte moderne (_Analyse de l'Italie_, p.
147-162), può determinarsi nel modo che segue: da Roma a Narni, 51
miglia romani; a Terni, 57; a Spoleto, 75; a Foligno, 88; a Nocera, 103;
a Cagli, 142; ad Intercisa, 157; a Fossombrone, 160; a Fano, 176; a
Pesaro, 184; a Rimini, 208; circa 189 miglia inglesi. Egli non parla
della morte di Totila; ma Vesselingio (Itinerar. p. 614) in luogo del
campo di Tagina mette l'incognito nome di Ptanias in distanza di otto
miglia da Nocera.

[135] Tagina, o veramente Tadina, vien ricordata da Plinio; ma la sede
vescovile di questa oscura città, posta nella pianura distante un miglio
da Gualdo, fu riunita nel 1007 a quella di Nocera. Si conservano i segni
dell'antichità nei nomi dei luoghi, come Fossato (il campo), Capraja
(Caprea), Bastia (_Busta gallorum_). Vedi Cluverio (_Italia antiqua_, l.
II c. 6 p. 615, 616, 617), Luca Olstenio (_Adnot. ad_ Cluver. p. 85,
86), Guazzesi (dissert. p. 177-217, che di ciò tratta _ex professo_), e
le carte dello Stato ecclesiastico pubblicate da Le Maire, e Magini.

[136] Avvenne questa battaglia nell'anno di Roma 458, ed il Console
Decio, col sacrificare la propria vita, assicurò il trionfo della sua
patria e del suo collega Fabio (Tito Livio, X, 28, 29). Procopio ascrive
a Camillo la vittoria di _Busta Gallorum_; ed il suo errore vien
impugnato da Cluverio col nazionale rimprovero di _Graecorum nugamenta_.

[137] Teofane, _Chron._ p. 193. _Hist. Miscell._ l. XVI p. 108.

[138] Evagrio, l. IV c. 24. L'inspirazione della Vergine rivelò a
Narsete il giorno e la parola d'ordine della battaglia. (Paolo Diacono,
l. II c. 3 p. 776).

[139] Επι τουτου βασιλευοντος το πεμπτον εαλω. (_Regnando lui
presa cinque volte_). Nell'anno 536 da Belisario, nel 546 da Totila, nel
547 da Belisario, nel 549 da Totila, e nel 552 da Narsete. Maltrate si è
apposto male traducendo _sextum_; errore che egli ritratta in appresso:
ma il male era fatto; e Cousin, con una mano di lettori francesi e
latini, era caduto nell'inganno.

[140] Si paragonino due passi di Procopio (l. III c. 26; l. IV c. 24), i
quali, aggiungendovi qualche lume tolto di Marcellino e da Giornande,
illustrano lo stato del Senato spirante.

[141] Vedi, nell'esempio di Prusia, come trovasi nei frammenti di
Polibio (_excert. legat._ XCVII p. 927, 928) un curioso ritratto di uno
schiavo regale.

[142] Il Δρακων di Procopio (_Goth._ l. IV c. 35) è manifestamente
il Sarno. Cluverio ne accusa od altera con violenza il testo (l. IV
c. 3 p. 1156); ma Camillo Pellegrini di Napoli (Discorsi sopra la
Campania Felice, p. 330, 331) ha provato con antichi documenti
che sia dall'anno 822 quel fiume chiamavasi il Dracontio, o Draconcello.

[143] Galeno (_De Method. Medendi_, l. V _apud_ Cluver. l. IV c. 3 p.
1159, 1160) descrive il sito elevato, l'aria pura ed il prezioso latte
del monte Lattario, i cui benefici effetti erano egualmente conosciuti e
ricercati al tempo di Simmaco (l. VI epist. 18) e di Cassiodoro (Var.
XI, 10). Nulla or ne rimane, tranne il nome della città di Lettere.

[144] Il Buat (tom. XI p. 2 ec.) fa passare in Baviera, suo prediletto
paese, questo avanzo di Goti, i quali da altri vengono sepolti nei monti
di Uri, o restituiti alla natia lor isola di Godlanda (Mascou, annot.
XXI).

[145] Io lascio che Scaligero (_Animadvers._ _in_ Euseb. p. 59) e
Salmasio (_Exercitat. Plinian._ p. 51, 52) contendano fra loro intorno
all'origine di Cuma, la più antica delle colonie greche in Italia
(Strab. l. V p. 372. Vellejo Patercolo, l. I c. 4), già quasi deserta al
tempo di Giovenale (Satir. III), ed ora in rovina.

[146] Agatia (l. I c. 21) mette la grotta della Sibilla sotto le mura di
Cuma; egli in ciò si accorda con Servio (_ad_ l. VI _Aeneid._); nè io
scorgo perchè l'opinione loro sia rigettata da Heyne, eccellente editore
di Virgilio (tom. II p. 650, 651). _In urbe media secreta religio!_ Ma
Cuma non era ancor fabbricata; ed i versi di Virgilio (l. VI 96, 97)
diverrebbero ridicoli, se Enea si trovasse in una città greca.

[147] Avvi qualche difficoltà nel connettere il capitolo 35. del libro
IV della guerra Gotica di Procopio insieme col libro primo dell'istoria
di Agatia. Ci è forza ora lasciare uno statista ed un soldato per
seguire i passi di un poeta e di un retore (l. I p. 11; l. II p. 51,
ediz. Louvre).

[148] Tra le favolose imprese di Buccellino si trova che egli sconfisse
ed uccise Belisario, soggiogò l'Italia e la Sicilia, ec. Vedi, negli
Storici di Francia, Gregorio di Tours (tom. II l. III c. 32 p. 203) ed
Aimoino (tom. III l. II. _De Gestis Francorum_, c. 23 p. 59).

[149] Agatia parla della loro superstizione con filosofico stile (l. I
p. 18). A Zug, nella Svizzera, l'idolatria dominava ancora nell'anno
613. San Colombano e San Gallo furono gli apostoli di quel selvaggio
paese; e quest'ultimo fondò un romitorio, che, crescendo, divenne un
principato ecclesiastico ed una città popolosa, sede della libertà e del
commercio.

[150] Vedi la morte di Lotario in Agatia (l. II p. 38) ed in Paolo
Varnefrido, soprannominato il Diacono (l. II c. 3 p. 775). I Greci lo
fanno divenir frenetico e mangiarsi la propria carne. Egli avea
saccheggiato le chiese.

[151] Il P. Daniele (_Hist. de la Milice françoise_, t. I p. 17-21) ha
fatto di questa battaglia una descrizione a capriccio, alquanto nel
genere del cavaliere Folard, l'editore una volta famoso di Polibio, il
quale accomodava, a norma delle sue abitudini ed opinioni, tutte le
operazioni militari dell'Antichità.

[152] Agatia (l. II p. 47) riferisce un epigramma greco di sei versi
sopra questa vittoria di Narsete, che favorevolmente vien paragonata
alla battaglia di Maratona e di Platea. La differenza principale, a dire
il vero, sta nelle conseguenze loro: — così triviali nel primo caso —
così durevoli e gloriose nel secondo.

[153] In cambio del Beroi e del Brincas di Teofane o del suo copista (p.
201) si dee leggere ed intendere Verona e Brixia.

[154] Ελιπετο γαρ οιμαι, αυτοις υπο αβελτελτεριας τας ασπιδας τυχον και
τα κρανη αμφορεως οινου βαρβιτου αποδοσθαι. «Rimanea solo, io penso,
alla loro stoltezza, il contrattare scudi e cimieri con fiaschi di
vino, e con chitarre». (Agatia, l. II p. 48) Nella prima scena del
Riccardo III, Shakespeare ha bellamente amplificato questa idea di
cui probabilmente non andava obbligato all'istorico Bizantino.

[155] Il Maffei ha provato (Verona illustrata, P. I l. X p. 257, 289),
contro l'opinione comune, che i Duchi d'Italia furono instituiti avanti
la conquista dei Lombardi dallo stesso Narsete. Nella Sanzione
Prammatica (n. 23), Giustiniano ristringe gli _iudices militares_.

[156] Vedi Paolo Diacono, l. III c. 2 p. 776. Menandro (_in Excepta
Legat_. p. 133) ricorda alcune sollevazioni in Italia, eccitate dai
Franchi; e Teofane (p. 201) fa cenno di qualche ribellione dei Goti.

[157] La Sanzione Prammatica di Giustiniano, la quale stabilisce e
regola lo stato civile dell'Italia, è composta di 27 articoli: e porta
la data de' 15 agosto anno 554. Essa è indirizzata a Narsete, V. J.
_Praepositus Sacri Cubiculi_, e ad Antioco, _Praefectus Praetorio
Italiae_; e ci fu conservata da Giuliano Antecessore: trovasi nel
_Corpus Juris Civilis_, dopo le Novelle e gli Editti di Giustiniano, di
Giustino e di Tiberio.

[158] Un numero più grande ancora perì di fame nelle province
meridionali, senza comprendervi (εκτος) il golfo Jonico. Le
ghiande tenevano il luogo del pane. Procopio ha veduto un orfanello
abbandonato, cui una capra allattava. Diciassette passaggieri furono
alloggiati, trucidati e mangiati da due donne, le quali un diciottesimo
viaggiatore discoperse ed uccise, ec.

[159] _Quinta Regio Piceni est; quondam, uberrimae multitudinis CCCLX
millia Picentium in fidem P. R. venere_ (Plin. Hist, Nat. III, 18). Al
tempo di Vespasiano, questa antica popolazione era già diminuita.

[160] Forse quindici o sedici milioni. Procopio (Aneddoti, c. 18) fa il
conto che l'Affrica perdè cinque milioni, che l'Italia era tre volte più
estesa, e che la spopolazione fu proporzionatamente più grande. Ma
questi computi sono esagerati dalla passione, ed annebbiati
dall'incertezza.

[161] La satira che fa Procopio (Aneddoti, c. 24. Alemanno, p. 101 e
103) di queste scuole militari, vien confermata ed illustrata da Agatia
(l. V p. 159), che non si può rigettare come testimonio nemico.

[162] La distanza da Costantinopoli a Melanzia, _Villa Caesariana_
(Ammiano Marcell. XXX, 2), viene variamente fissata da 102 a 140 stadj
(Suida, f. II p. 522, 523. Agatia, l. V p. 158), ovvero da diciotto a
diciannove miglia (_Itineraria_, p. 138, 230, 323, 332, ed Osservazioni
di Vesselingio). Le prime dodici miglia sino a Reggio furono fatte
selciare da Giustiniano, il quale edificò un ponte sopra una palude o un
gorgo che trovasi tra un lago ed il mare (Procop. _de Edif._ l. IV c.
8).

[163] L'Atyras (Pompon. Mela, l. II c. 2 p. 169, ed. Voss.).
All'imboccatura del fiume, Giustiniano fortificò una città o rocca dello
stesso nome (Procop. _de Aedif._ l. IV c. 2. _Itin._ p. 570 e
Vesselingio).

[164] La guerra contro i Bulgari, e l'ultima vittoria di Belisario sono
imperfettamente descritte nella prolissa declamazione di Agatia (l. V p.
154-174) e nell'arida cronaca di Teofane (p. 197, 198).

[165] Ινδους. Non si può ben credere che fossero veri Indiani;
e gli Etiopi, alle volte conosciuti sotto quel nome, non vennero mai
usati dagli antichi in qualità di guardie o seguaci: essi formavano il
frivolo, benchè costoso oggetto del lusso femminile e regale (Terenzio,
Eunuco, atto I, scena II. Svetonio, _in August._ c. 83, con una buona
nota di Casaubono _in Caligula_, c. 57).

[166] Procopio fa menzione di Sergio (_Vandal._ l. II c. 21, 22.
Aneddoti, c. 5) e di Marcello (Got. l. III c. 32). Vedi Teofane, p. 197,
201.

[167] Alemanno (p. 3) cita un antico codice Bizantino, che fu inserito
nell'_Imperium Orientale_ del Banduri.

[168] Il genuino ed originale rapporto della disgrazia e del
risorgimento di Belisario si rinviene nel frammento di Giovanni Malala
(t. II p. 234-243) e nell'esatta Cronaca di Teofane (p. 194-204).
Cedreno (_Compendium_, p. 387, 388) e Zonara (t. II l. XIV p. 69)
sembrano esitare tra la verità invecchiata e la menzogna che prendeva
vigore.

[169] L'origine di questa favoletta par venire da un'opera miscellanea
del duodecimo secolo, le _Chiliadi_, di Giovanni Tzetze Monaco (Basilea
1546, _ad calcem Lycophront. Colon. Allobrog._ 1614, _in Corp. poet.
graec._). Egli racconta la cecità e la mendicità di Belisario in dieci
versi popolari o _politici_ (_Chiliad._ III n. 88, 339-348, _in Corp.
poet. graec._ t. II p. 311).

    Εκπωμα ξυλινον κρατων εβοα τω μιλιω
    Βελισαριω οβολον δοτε τω στρατηλατη
    Οκ τυχη μεν εδοξασεν, αποτυφλοι δο φθονος.

«Tenendo in mano una coppa di legno, gridava al popolo: date un obolo a
Belisario Generale, glorificato già dalla sorte, poi dall'invidia
accecato».

Questa morale o romanzesca novella fu portata in Italia insieme con la
lingua ed i codici della Grecia; e quivi fu ripetuta avanti il fine del
secolo XV da Crinito, da Pontano e da Volaterrano; impugnata da Alciato,
per onor della giurisprudenza; e difesa dal Baronio (A. D. 561 n. 2 ec.)
per onor della Chiesa. Non pertanto lo stesso Tzetze aveva letto in
_altre_ cronache che Belisario non perdette la vista, e che ricuperò la
sua riputazione ed i suoi beni.

[170] La statua che trovasi nella villa Borghese a Roma, seduta e colla
mano stesa a chiedere, che volgarmente si attribuisce a Belisario, può
con più dignità attribuirsi ad Augusto in atto di farsi Nemesi propizia
(Winkelman, _Hist. de l'Art_, t. III p. 266). _Ex nocturno visu etiam
stipem, quotannis, die certo, emendicabat a populo, cavam manum asses
porrigentibus praebens_ (Suet. _in August._ c. 91, con un'eccellente
nota di Casaubono).

[171] La penna di Tacito punge sottilmente il _Rubor_ di Domiziano (_in
Vit. Agricol._ c. 45). Plinio il giovane (Paneg. c. 48) e Svetonio (_in
Dom._ c. 18) e Casaub. (_ad loc._), ne fanno cenno essi pure. Procopio
(Aneddoti, c. 8) stoltamente crede che _un solo_ busto di Domiziano
fosse pervenuto sino al sesto secolo.

[172] Gli studj e la scienza di Giustiniano si chiariscono più dalla
confessione (Aneddoti, c. 8, 13) che dalle lodi (Got. l. III c. 31, _de
Aedif._ l. I. Proem. c. 7) di Procopio. Si consulti il copioso indice di
Alemanno, e si legga la vita di Giustiniano scritta da Ludewig (p.
135-142).

[173] Vedi nella C. P. _Christiana_ del Ducange (l. I c. 24 n. 1) una
sequela di testimonianze originali da Procopio nel VI secolo sino a
Gillio nel XVI.

[174] La prima cometa vien rammentata da Giovanni Malala (t. II p. 190,
219) e da Teofane (p. 154); la seconda da Procopio (_Persic._ l. II c.
4). Tuttavia io sospetto fortemente l'identità loro. Il pallore del sole
(Vandal. l. II c. 14) viene applicato da Teofane (p. 158) ad un anno
differente.

[175] Seneca, nell'ottavo libro delle Questioni Naturali, trattando
della teoria delle comete, fa prova di filosofica mente. Però non
dobbiamo troppo bonariamente confondere una predizione vaga, un _veniet
tempus_, col merito delle scoperte reali.

[176] Gli Astronomi possono studiare Newton ed Halley. Io traggo l'umile
mia dottrina dall'articolo _Cometa_, nell'Enciclopedia Francese del sig.
d'Alembert.

[177] Whiston, l'onesto, il pio, il visionario Whiston, ha immaginato,
per l'era del diluvio di Noè (2242 anni A. C.), un'apparizione anteriore
della stessa cometa, la quale annegò la terra colla sua coda.

[178] Una Dissertazione di Freret (_Mém. de l'Acad. des inscript._ t. X
p. 357-377) presenta un felice aggregato di filosofia e di erudizione.
Il fenomeno del tempo di Ogige fu salvato dell'obblio da Varrone _ap.
August. de civitate Dei_, XXI, 8, il quale cita Castore, Dione di
Napoli, ed Adrasto di Cizico, _nobiles mathematici_. I mitologi greci ed
i libri aprocrifi dei versi sibillini ci hanno trasmesso la memoria dei
due periodi susseguenti.

[179] Plinio (_Hist. Nat._ II, 23) ha trascritto i registri originali di
Augusto. Il Mairan, nelle ingegnosissime sue lettere al P. Parennin,
missionario alla China, trasporta i giuochi e la cometa del settembre,
dall'anno 44 all'anno 43 avanti l'era Cristiana; ma io non mi do
interamente per vinto dalla critica dell'Astronomo (Opuscoli, p.
275-351).

[180] Quest'ultima cometa si fece vedere nel dicembre del 1680. Bayle il
quale pose mano ai suoi _Pensieri sulle comete_ nel gennajo del 1681
(Opere, t. III), fu obbligato a servirsi di questo argomento, che una
cometa soprannaturale avrebbe confermato gli antichi nella loro
idolatria. Bernoulli (Vedi il suo Elogio in Fontenelle, t. V p. 99)
diceva che la testa della cometa non è un segno straordinario dello
sdegno celeste, ma che la coda può esserne uno.

[181] Il Paradiso Perduto uscì in luce nell'anno 1667; ed i famosi versi
(l. II, 708 ec.) che sbigottirono il censore possono alludere alla
recente cometa del 1664 osservata da Cassini a Roma in presenza della
regina Cristina (Fontenelle, Elogio di Cassini, l. V p. 338). Aveva
forse Carlo II lasciato sfuggire qualche segno di curiosità o di
spavento?

[182] Intorno alla cagione dei terremoti, vedi Buffon (t. I p. 502-536,
_Supplément à l'Histoire Naturelle_, t. V p. 382-399, ediz. in 4),
Valmont di Bomare (_Diction. d'Histoire Naturelle, Tremblemens de Terre,
Pyrites_), Watson (_Chemical essays_, t. I p. 181-209).

[183] I tremuoti che scossero il Mondo romano nel regno di Giustiniano
sono descritti o rammentati da Procopio (Got. l. IV c. 25. Aneddoti, c.
18), da Agatia (l. II p. 52, 53, 54; l. V p. 145-152), da Giovanni
Malala (Chronaca, t. II p. 140-146, 176, 177, 183, 193, 220, 229, 231,
233, 234), e da Teofane (p. 151, 183, 189, 191-196).

[184] Altura scoscesa, Capo perpendicolare tra Arado e Botri, detto dai
Greci θεων προσωπον, e ευπροσωπον, o λιθοπροσωπον dagli scrupolosi
Cristiani (Polib. l. V p. 411. Pompon. Mela, l. I c. 12 p. 87, _cum
Isaac Voss. observat_. Maundrell, Journey, p. 32, 33. Pocock, descript.
vol. II p. 93).

[185] Botri ebbe per fondatore Itobal, re di Tiro (anno A. C. 935-903.
Vedi Marsham, _Canon. Chron_. p. 387, 388). Il villaggio di Patrona che
miserabilmente rappresenta quella città, non ha più alcun porto.

[186] Eineccio (p. 351-356) celebra l'università, lo splendore, e la
rovina di Berito come una parte essenziale dell'istoria della
giurisprudenza romana. Berito fu distrutta nell'anno XXV del regno di
Giustiniano D. C. 551, ai 9 di luglio (Teofane, p. 192). Ma Agatia (l.
II p. 51, 52) sospende il tremuoto sino dopo la conquista dell'Italia.

[187] Ho letto con gran piacere il breve ma elegante trattato di Mead
sopra le malattie pestilenziali, ottava edizione, Londra, 1722.

[188] La gran peste che infuriò nel 542 e negli anni seguenti (Pagi,
Critica, t. II p. 518) può rilevarsi da Procopio (Persic. l. II c. 22,
23), da Agatia (l. V p. 153, 154), da Evagrio (l. IV c. 29), da Paolo
Diacono (l. II c. 4 p. 776, 777), da Gregorio di Tours (t. II l. II c. 5
p. 205), il quale la chiama _lues inguinaria_, e dalle cronache di
Vittorio Tunnunense (p. 9, _in thesaurum temporum_), di Marcellino (p.
54) e di Teofane (p. 153).

[189] Il Dottore Friend (_Hist. Medicin. in Opp_. p. 416-420. Londra
1733) è persuaso che Procopio avea studiato la medicina dal vedere la
cognizione che ha, e l'uso che fa dei termini tecnici. Nondimeno, molte
parole che ora sono scientifiche, erano comuni e popolari nell'idioma
greco.

[190] Vedi Tucidide, (l. II c. 47-54 p. 127-133, ediz. Duker) e la
descrizione poetica della stessa pestilenza in Lucrezio (l. VI,
1136-1284). Io sono grato al Dottore Hunter per l'elaborato suo comento
sopra questa parte di Tucidide, (vol. in 4. di 600 pag. Venezia 1603,
_apud Junctas_) che fu recitato nella Biblioteca di S. Marco da Fabio
Paolino di Udine, medico e filosofo.

[191] Tucidide (c. 51) afferma non prendersi la peste che una sola
fiata; ma Evagrio che aveva sperimentato il contagio in famiglia,
osserva che alcune persone, scampate dal primo assalto del male,
soggiacquero poi al secondo. Questo ritorno della peste vien confermato
da Fabio Paolino (588). Io fo avvertire che i medici sono divisi su
questo particolare, e che la natura e il modo di operare del contagio
non possono esser sempre somiglianti fra loro.

[192] Così Socrate si salvò per la sua temperanza, nella pestilenza di
Atene (Aulo Gellio, notti Attiche, II, 1). Il Dott. Mead attribuisce la
particolare salubrità delle case religiose al doppio vantaggio
dell'esser separate dalle altre, e dell'astinenza che vi si osserva (p.
18, 19).

[193] Il Dott. Mead prova che la pestilenza è contagiosa, coll'appoggio
di Tucidide, di Lucrezio, di Aristotile, di Galeno, e dell'esperienza
comune (p. 10-20); ed egli confuta (_Preface_, p. 2-13) l'opinione
contraria dei medici francesi che visitarono Marsiglia nell'anno 1720.
Non pertanto erano dessi i recenti ed illuminati spettatori di una peste
che, in pochi mesi, portò via cinquantamila abitatori (_Sur la Peste de
Marseille, Paris, 1786_) di una città, la quale nei presenti giorni
della prosperità e del commercio non contiene più di novantamila anime
(Necker, _sur les Finances_, t. I, p. 231).

[194] Le forti osservazioni di Procopio, ουτε γαρ ιατρω ουτε γαρ ιδιωτη,
(_nè al medico nè all'uom volgare_) sono distrutte dalla susseguente
esperienza di Evagrio.

[195] Procopio (Aneddoti, c. 18) usa da principio alcune figure di
rettorica, come le arene del mare ec., indi procura di fare un computo
più regolare, e dice che μιριαδας μυριαδων μυριας furono
sterminate sotto il regno dell'Imperiale Demonio. L'espressione è oscura
sì in grammatica che in aritmetica, ed una interpretazione letterale
produrrebbe più milioni di milioni. Alemanno (p. 80) e Causin (t. III p.
178) traducono questo passo per duecento milioni, ma ignoti mi sono i
motivi che a ciò gli inducono. Se tolgasi via il μιριαδας, i
rimanenti μυριαδων μυριας, una miriade di miriadi, darebbero
cento milioni, numero non affatto inammissibile.



CAPITOLO XLIV.

      _Idea della Giurisprudenza Romana. Leggi dei Re. Dodici Tavole
      dei Decemviri. Leggi del Popolo. Decreti del Senato. Editti dei
      Magistrati e degl'Imperatori. Autorità dei Giureconsulti.
      Codice, Pandette, Novelle, ed Instituta di Giustiniano: I.
      Diritto delle persone. II Diritto delle cose. III Ingiurie ed
      Azioni private. IV Delitti e Pene._


Stritolati nella polvere sono i varj titoli delle vittorie di
Giustiniano: ma il nome del legislatore vive inscritto sopra un nobile e
perpetuo monumento. Sotto il Regno e per cura di lui, la Giurisprudenza
civile fu ordinata e raccolta nelle immortali opere del _Codice_, delle
_Pandette_, e della _Instituta_[196]. La ragione pubblica dei Romani
tacitamente o studiosamente si trasfuse nelle instituzioni domestiche
dell'Europa[197], e le leggi di Giustiniano tutt'or riscuotono il
rispetto o l'obbedienza delle indipendenti nazioni. Ben saggio o
fortunato è il Principe che collega la sua propria riputazione con
l'onore e l'interesse di un ordine d'uomini destinato a perpetuarsi
nella società. La difesa del fondatore è la prima causa che in ogni
secolo ha esercitato lo zelo e l'industria dei Giureconsulti; piamente
essi rammemorano le sue virtù; dissimulano, o negano i suoi falli, e
rigorosamente puniscono il delitto o la demenza dei ribelli che
ardiscono di macchiare la maestà della porpora. L'idolatria dell'amore
ha provocato, come d'ordinario avviene, il rancore dell'opposizione; il
carattere di Giustiniano è stato esposto alla cieca veemenza
dell'adulazione e dell'invettiva, e l'ingiustizia di una setta (gli
_Anti-Triboniani_) ha rifiutato ogni lode ed ogni merito al Principe, ai
suoi ministri ed alle sue leggi[198]. Non attaccato ad alcuna parte, non
interessato che alla verità ed al candore dell'istoria, e diretto dalle
più moderate ed abili guide,[199] io entro con giusta diffidenza nel
soggetto della legge civile, che ha consumato tutta la vita di tanti
eruditi, e tappezzato le pareti di tante spaziose biblioteche. In un
solo, e se è possibile in un breve capitolo, io mi accingo a delineare
la Giurisprudenza Romana, da Romolo sino a Giustiniano[200], ad
apprezzare il lavoro di questo Imperatore; poi mi farò a contemplare i
principj di una scienza che tanto importa alla pace ed alla felicità del
viver sociale. Le leggi di una nazione formano la parte più instruttiva
della sua istoria, e, quantunque io mi sia dedicato a scrivere gli
annali di una Monarchia nel suo declinare, di buon animo abbraccerò
l'occasione di respirare la pura e fortificante aria della Repubblica.

Il Governo primitivo di Roma era composto, con qualche politica
avvedutezza[201] di un Re elettivo, di un Consiglio di nobili, e di una
Assemblea generale del popolo. Il Magistrato supremo amministrava la
guerra e la religione; egli solo proponeva le leggi, le quali venivano
discusse nel Senato, e finalmente ratificate o rigettate da una
pluralità di voci nelle trenta Curie o parrocchie della Città. Romolo,
Numa, e Servio Tullio, vengono celebrati come i legislatori più antichi,
e ciascuno di loro ha diritto alla sua parte nella triplice divisione
della Giurisprudenza[202]. Le leggi del matrimonio, l'educazione dei
figliuoli, e l'autorità paterna, che pajono trarre la loro origine dalla
stessa natura, sono attribuite alla rozza sapienza di Romolo. Numa disse
di aver ricevuto dalla Ninfa Egeria, nei notturni loro colloquj, le
leggi delle _nazioni_ e del Culto religioso che egli introdusse.
All'esperienza di Servio si ascrivono _le leggi civili_: egli bilanciò i
diritti e le fortune delle sette classi di Cittadini; ed assicurò, col
mezzo di cinquanta nuovi regolamenti, l'osservanze dei contratti, e la
punizione dei delitti. Lo Stato ch'egli avea piegato verso la
democrazia, fu dall'ultimo Tarquinio trasformato in un dispotismo
arbitrario, ed allorchè l'uffizio di Re fu abolito, i Patrizj presero
per sè tutti i profitti della libertà. Odiose ed anticate divennero le
leggi reali; i Sacerdoti ed i Nobili conservarono in silenzio il
misterioso deposito, ed in capo a sessant'anni, i Cittadini di Roma
ancora si lamentavano ch'erano retti dalla sentenza arbitraria dei
Magistrati. Tuttavia le instituzioni positive dei Re si erano miste coi
costumi pubblici e privati della città; si compilarono[203] alcuni
frammenti di quella veneranda giurisprudenza[204], mediante la diligenza
degli antiquarj, e più di venti testi parlano anche al presente la
rozzezza dell'idioma Pelasgo dei Latini[205].

Io non ripeterò la storia ben nota dei Decemviri[206] i quali
macchiarono colle loro azioni l'onore d'incidere sul rame, sul legno o
sull'avorio le _Dodici Tavole_ delle leggi Romane[207]. Dettate esse
furono dal rigido e geloso spirito di un'aristocrazia, che con
ripugnanza aveva ceduto alle giuste richieste del Popolo. Ma la sostanza
delle Dodici Tavole si attagliava allo stato della Città; ed i Romani
erano usciti dalla barbarie, poichè erano capaci di studiare e di
adottare le instituzioni dei loro più colti vicini. Un savio cittadino
di Efeso fu dall'invidia cacciato fuori dal suo nativo Paese. Innanzi
che toccasse i lidi del Lazio, egli aveva osservato le varie forme della
natura umana e della società civile. Egli compartì i suoi lumi ai
legislatori di Roma, ed una statua fu innalzata nel Foro per immortalare
la memoria di Ermodoro[208]. I nomi e le divisioni delle monete di rame,
unico denaro coniato di Roma fanciulla, erano di origine dorica:[209] le
messi della Campania e della Sicilia provvedevano a' bisogni di un
Popolo, l'agricoltura del quale era spesso interrotta dalla guerra e
dalle fazioni, e poscia che stabilito fu il commercio[210], i deputati
che salpavano dal Tevere, potevano ritornare da quei porti con un carico
più prezioso di sapienza politica. Le colonie della Magna Grecia aveano
trasportato in Italia, e migliorato le arti della lor madre patria: Cuma
e Reggio, Crotona e Taranto, Agrigento e Siracusa, erano nel numero
delle più fiorenti città. I discepoli di Pitagora applicarono la
filosofia all'uso del Governo; le leggi non scritte di Caronda si
giovavano della Poesia e della Musica[211], e Zaleuco stabilì la
Repubblica dei Locresi, la quale durò senza alterazione per più di due
secoli[212]. Fu un somigliante motivo di orgoglio nazionale che trasse
Tito Livio e Dionisio a credere, che i deputati di Roma visitassero
Atene al tempo della saggia e splendida amministrazione di Pericle, e
che le leggi di Solone fossero trasfuse nelle Dodici Tavole. Se Atene
avesse effettivamente ricevuto una tale ambasceria dai Barbari
dell'Esperia, il nome Romano sarebbe stato familiare ai Greci prima del
Regno di Alessandro[213], e la curiosità dei tempi susseguenti avrebbe
indagato e celebrato la più lieve testimonianza che fosse rimasta di un
simil fatto. Ma taciono i monumenti Ateniesi, nè par credibile che i
Patrizj si esponessero ad una lunga e pericolosa navigazione, per
copiare il purissimo modello di una democrazia. Paragonando le Tavole di
Solone con quelle dei Decemviri, si può scoprire qualche accidentale
rassomiglianza: alcune regole che la natura e la ragione hanno rivelato
ad ogni società; alcune prove di una comune discendenza dall'Egitto, o
dalla Fenicia[214]. Ma in tutti i gran tratti della Giurisprudenza
pubblica e privata, i Legislatori di Roma e di Atene compariscono
stranieri o contrarj fra loro.

Qualunque esser possa l'origine od il merito delle Dodici Tavole,[215]
esse ottennero appresso i Romani quel cieco e parziale ossequio che i
Legislatori di ogni paese sono desiderosi di compartire alle municipali
loro instituzioni. Cicerone[216] ne raccomanda lo studio, come piacevole
ugualmente ed instruttivo. «Esse dilettano l'animo colla rimembranza di
antichi vocaboli, e col ritratto di antichi costumi; esse inculcano i
più sodi principj di Governo e di morale; ed io non temo di affermare
che la breve composizione dei Decemviri supera il valore effettivo di
tutti i libri della filosofia Greca. Quanto ammirabile», soggiunge
Tullio, con onesto od affettato pregiudizio, «è mai la sapienza dei
nostri antenati! Noi soli siamo i maestri della prudenza civile, e la
nostra preminenza sempre più risplende se volgiamo lo sguardo alla rozza
e quasi ridicola giurisprudenza di Dracone, di Solone, e di Licurgo». Le
Dodici Tavole furono commesse alla memoria dei giovani ed alla
meditazione dei vecchi, esse furono trascritte ed illustrate con dotta
accuratezza; esse scamparono alle fiamme accese dai Galli; esse
sussistevano al tempo di Giustiniano, e la successiva lor perdita venne
imperfettamente restaurata dalle fatiche dei critici moderni.[217] Ma
benchè questi venerabili monumenti fossero considerati come la norma del
diritto e la fonte della Giustizia,[218] furono però soverchiati dal
peso e dalla varietà delle nuove leggi, che, in capo a cinque secoli,
divennero un male più intollerabile che i vizj della città.[219] Il
Campidoglio racchiudeva tremila tavole di bronzo, contenenti gli atti
del Senato e del Popolo;[220] ed alcuni di questi atti, come la Legge
Giulia contro l'estorsione, comprendevano più di cento capitoli[221]. I
Decemviri aveano trascurato di trapiantare in Roma quello Statuto di
Zeleuco che per sì lungo tempo mantenne l'integrità della sua
Repubblica. Un Locrese che proponeva una nuova legge, si doveva
presentare all'Assemblea del Popolo con una corda al collo, e se
rigettata era la legge, il novatore veniva strangolato immantinente.

I Decemviri erano stati nominati, e le loro Tavole approvate da
un'Assemblea delle Centurie, nella quale le ricchezze preponderarono
sopra il numero. La prima classe dei Romani, composta di quelli che
possedevano centomila libbre di rame[222] ottenne novantotto suffragj, e
non ne rimasero che novantacinque per le sei classi inferiori,
distribuite secondo le loro sostanze dalla politica artifiziosa di
Servio. Ma i Tribuni ben presto stabilirono una massima più speciosa e
popolare, cioè che ogni cittadino ha un egual diritto a stabilire le
leggi a cui gli è forza obbedire. In luogo delle Centurie, essi
convocarono le Tribù; ed i Patrizj, dopo un'impotente contesa, si
sottoposero ai decreti di un'Assemblea, in cui i loro voti erano confusi
con quelli degli infimi della Plebe. Non pertanto, sinchè le Tribù
passarono successivamente sopra i piccoli ponti,[223] e diedero il loro
suffragio ad alta voce, la condotta di ogni Cittadino rimase esposta
agli occhi ed agli orecchi de' suoi amici e compatriotti. Il debitore
insolvente consultava il volere del suo creditore; il cliente avrebbe
arrossito di opporsi alle mire del suo patrono; il Generale era seguito
dai suoi Veterani, e l'aspetto di un grave Magistrato serviva di
ammaestramento alla moltitudine. Un nuovo metodo di dar le voci in
segreto abolì l'influenza del timore e della vergogna, dell'onore e
dell'interesse, e l'abuso della libertà accelerò i progressi
dell'anarchia e del dispotismo[224]. I Romani avevano ambito di essere
eguali; essi furono posti a livello dall'uguaglianza della servitù; ed
il formale consentimento delle Tribù o Centurie pazientemente ratificò i
dettati di Augusto. Una volta, ed una volta sola, egli provò
un'opposizione sincera e gagliarda. I suoi sudditi avevano ceduto tutta
la libertà politica; essi difesero la libertà della vita domestica. Si
rigettò con grandi clamori una legge che imponeva l'obbligazione e più
stretti rendea i vincoli del matrimonio. Properzio, tra le braccia di
Delia applaudiva alla vittoria dell'amor licenzioso; e il divisamento
della riforma venne sospeso, finchè sorse al mondo una nuova e più
trattabile generazione[225]. Non era necessario un tale esempio per
mostrare ad un prudente usurpatore il pericolo delle Assemblee popolari;
ed il loro abolimento, che Augusto aveva tacitamente preparato, si compì
senza resistenza, e quasi senza che alcun ne parlasse, all'avvenimento
del suo successore.[226] Sessantamila legislatori plebei, formidabili
pel numero, e fatti sicuri dalla povertà, furono soppiantati da sei
cento Senatori che tenevano gli onori, le sostante e le vite loro dalla
clemenza dell'Imperatore. Alleviata fu pel Senato la perdita del potere
esecutivo mediante il dono dell'autorità legislativa, ed Ulpiano dietro
la pratica di due secoli poteva asserire che i decreti del Senato
avevano la forza e la validità delle leggi. Nei tempi di libertà, la
passione o l'errore del momento aveva spesso dettato le risoluzioni del
Popolo; la legge Cornelia, la Pompea, la Giulia, furono adattate da una
sola mano ai disordini che prevalevano: ma il Senato, sotto il Regno dei
Cesari, era composto di magistrati e di legisti, e di rado, nelle
questioni di Giurisprudenza privata, il timore o l'interesse
corrompevano l'integrità del loro giudizio[227].

Al silenzio od all'ambiguità delle leggi si suppliva, sopraggiungendo
l'occasione, cogli EDITTI di que' Magistrati ch'erano investiti degli
_onori_ dello Stato[228]. Questa antica prerogativa dei Re di Roma fu
trasferita ai Consoli e Dittatori, ai Censori e Pretori nei rispettivi
loro uffizi, ed i Tribuni del Popolo, gli Edili ed i Proconsoli si
arrogarono un sì fatto diritto. In Roma e nelle province gli editti del
Giudice supremo, il Pretore della città, facevano ogni anno conoscere i
doveri dei sudditi e l'intenzione del Governatore, e riformavano la
giurisprudenza civile. Tosto che saliva sul Tribunale, egli significava
colla voce del banditore, e quindi faceva scrivere sopra un muro bianco,
le norme a cui egli si prefiggea di attenersi nella decisione dei casi
dubbii, ed il mitigamento che la sua equità poteva apportare al preciso
rigore degli antichi statuti. S'introdusse nella Repubblica un principio
di discrezione più conforme al genio della Monarchia: l'arte di
rispettare il nome e di eludere l'efficacia delle leggi fu accresciuta
dai successivi Pretori; s'inventarono sottigliezze e finzioni per
travisare le più chiare intenzioni dei Decemviri, ed anche quando
salutare era lo scopo, assurdi per lo più spesso erano i mezzi. Si
permetteva che il segreto o probabile volere dei defunti prevalesse
sopra l'ordine di successione e le forme dei testamenti; ed il
pretendente, il quale era escluso dal carattere di erede, non accettava
con minor piacere dalle mani di un indulgente Pretore il possesso dei
beni del morto suo parente o benefattore. Nella riparazione
dell'ingiurie private, si sostituirono compensi ed ammende all'obsoleto
rigore delle Dodici Tavole; immaginarie supposizioni annientavano il
tempo e lo spazio, e le ragioni della gioventù, della frode, o della
violenza cassavano l'obbligo, o scusavano l'adempimento di uno
sconveniente contratto. Una giurisdizione così vaga ed arbitraria era
esposta ai più pericolosi abusi: la sostanza ugualmente che la forma
della giustizia venivano spesso sacrificate ai pregiudizi della virtù, o
all'obbliquo impulso di una lodevole affezione, ed alle più grossolane
seduzioni dell'interesse o del risentimento. Ma gli errori od i vizj di
ciascun Pretore spiravano insieme colle sue funzioni di un anno. I
Giudici suoi successori non copiavano che quelle massime che avevano la
conferma della ragione e dell'esperienza; la soluzione di nuovi casi
definiva la norma di procedere, ed allontanate erano le tentazioni di
operar l'ingiustizia dalla legge Cornelia, che costringea il Pretore
dell'anno a seguire la lettera e lo spirito del primo suo bando[229].
Era serbato alla sollecitudine ed alla dottrina di Adriano l'ufficio di
compiere il disegno concepito dal genio di Cesare; ed immortalata fu la
pretura di Salvio Giuliano, eminente Giureconsulto, mediante la
composizione dell'EDITTO PERPETUO. L'Imperatore ed il Senato
ratificarono questo codice, saviamente meditato; riconciliossi alfine il
lungo divorzio della legge e dell'equità; ed in luogo delle Dodici
Tavole, si stabilì l'Editto Perpetuo qual invariabil norma della
giurisprudenza civile[230].

Da Augusto fino a Trajano, i modesti Cesari si contentarono di
promulgare i loro editti ne' vari caratteri di un Magistrato romano; e
ne' decreti del Senato s'inserivano rispettosamente le _epistole_ e le
_orazioni_ del Principe. Pare che Adriano fosse il primo[231] ad
assumere, senza velo, la pienezza del potere legislativo. E questa
innovazione, così grata all'attiva sua mente, fu favorita dalla pazienza
de' tempi e dal lungo dimorar ch'egli fece lungi dalla sede del Governo.
Si attennero all'istessa politica i susseguenti monarchi, e secondo la
rozza metafora di Tertulliano, «la tenebrosa ed avviluppata selva delle
leggi antiche fu dilucidata dalla scure de' mandati e delle costituzioni
reali[232]». Per lo spazio di quattro secoli, da Adriano a Giustiniano,
la giurisprudenza pubblica e privata venne foggiata a norma del voler
del Sovrano; ed a poche instituzioni, sì divine che umane, si permise di
rimanere sulle prische lor basi. L'origine della legislazione imperiale
fu nascosta dalle tenebre de' tempi e dal terrore di un dispotismo
armato; e si propagò una doppia finzione dalla servilità e forse
dall'ignoranza de' legisti che si scaldavano al sole delle corti di Roma
e di Bisanzio. I. A preghiera degli antichi Cesari, il Popolo od il
Senato avea spesso conceduto loro un'esenzione personale dagli obblighi
e dalle pene degli statuti particolari; ed ogni concessione era un atto
di giurisdizione esercitato dalla repubblica verso il primo de' suoi
cittadini. L'umile privilegio di costui venne finalmente trasformato
nella prerogativa di un tiranno; e l'espressione latina di _sciolto
dalle leggi_[233] supponevasi che innalzasse l'Imperatore sopra tutti i
raffrenamenti umani, e lasciasse la sua coscienza e ragione come la
sacra misura della sua condotta. II. I decreti del Senato, che, ad ogni
regno, determinavano i titoli ed i poteri di un Principe elettivo,
significavano essi pure la dipendenza dei Cesari: nè fu se non dopo che
le idee ed anche la lingua dei Romani erano state corrotte, che Ulpiano,
o più probabilmente Triboniano stesso[234] immaginò e la legge
_Reale_[235], ed una concessione irrevocabile per parte del Popolo.
Allora i principj di libertà e di giustizia servirono a sostenere
l'origine del potere Imperiale, quantunque falsa nel fatto, e fonte di
schiavitù nelle sue conseguenze. «Il piacere dell'Imperatore, dicevano,
ha il vigore e l'effetto di legge, poichè il Popolo Romano, mediante la
legge Reale, ha trasferito ne' suoi Principi la piena estensione del suo
potere e della sua sovranità[236]». Si permise che il volere di un solo
uomo, di un fanciullo forse, prevalesse sopra la sapienza dei secoli, e
i desiderj di milioni di uomini; ed i Greci degenerati si recarono a
gloria di dichiarare che nelle sole mani del Principe si poteva
sicuramente depositare l'esercizio arbitrario della legislazione. «Qual
interesse o passione», esclamava Teofilo nella corte di Giustiniano,
«può toccare il Monarca nella tranquilla e sublime altezza in cui siede?
Egli è già signore delle vite e delle sostanze de' suoi sudditi; e
coloro che gli sono caduti in disgrazia, sono già noverati tra gli
estinti[237]». Tenendo a vile il linguaggio dell'adulazione, lo storico
dee confessare che, nelle questioni di giurisprudenza privata, il
Sovrano assoluto di un grande Impero può di rado esser mosso da alcuna
considerazione personale. La virtù, od anzi la ragione suggerirà
all'imparziale sua mente, che egli è il custode della pace e
dell'equità, e che l'interesse della società inseparabilmente è
vincolato col suo. Nel Regno più debole e più vizioso, la sede della
giustizia fu occupata dal senno e dall'integrità di Papiniano e di
Ulpiano[238]; ed i nomi di Caracalla e de' suoi ministri stanno scritti
in fronte ai più puri materiali del Codice e delle Pandette[239]. Il
Tiranno di Roma era alle volte il benefattore delle province. Un pugnale
pose fine ai misfatti di Domiziano; ma la prudenza di Nerva confermò gli
atti di lui, che un Senato, commosso da sdegno, avea cassato nel giubilo
della sua liberazione.[240] Non pertanto nei _rescritti_[241] ossia
risposte ai consulti dei Magistrati il più savio dei Principi potea
venir tratto in errore da un'esposizione parziale del caso. È questo
abuso il quale metteva le frettolose lor decisioni al livello de' maturi
e deliberati atti della legislazione, fu senza frutto condannato dal
buon senso e dall'esempio di Trajano. I _rescritti_ dell'Imperatore, le
sue _concessioni_, i suoi _decreti_, i suoi _editti_ e le sue
_prammatiche sanzioni_, erano sottoscritti con inchiostro purpureo[242],
e trasmessi alle Province come leggi generali o speciali, che i
Magistrati dovevano eseguire, ed a cui il popolo doveva obbedire. Ma
siccome il lor numero di continuo si moltiplicava, la regola
dell'obbedienza divenne ogni giorno più dubbia ed oscura, sintanto che
il Codice Gregoriano, quello di Ermogene e quel di Teodosio
determinarono ed asserirono la volontà del Sovrano. I due primi, de'
quali salvaronsi pochi frammenti, furono composti da due Giureconsulti
privati, ad oggetto di conservare le costituzioni degli Imperatori
Pagani, da Adriano sino a Costantino. Il terzo, che ci rimane intero, fu
compilato in sedici libri per ordine di Teodosio il Giovine, onde
consacrare le leggi dei Principi Cristiani, da Costantino fino al
proprio suo Regno. Ma i tre Codici ottennero un'eguale autorità ne'
Tribunali; ed il Giudice potea tenere in conto di spurio[243] o andato
in disuso ogni atto che non si racchiudesse in quel sacro deposito.

Fra le nazioni selvagge, si supplisce imperfettamente alla mancanza
delle lettere coll'uso di segni visibili, i quali destano l'attenzione,
e perpetuano la rimembranza di ogni transazione pubblica o privata. La
giurisprudenza dei primi Romani presentava le scene di un pantomimo; le
parole erano adattate ai gesti, ed il più lieve errore, la più tenue
negligenza nelle _forme_ della procedura, era sufficiente per annullare
la _sostanza_ dei più fondati diritti. La comunione del matrimonio si
denotava col fuoco e coll'acqua, elementi necessarj della vita[244]: e
la moglie ripudiata restituiva il mazzo delle chiavi, mediante la
consegna delle quali era stata investita del governo della famiglia. La
manumissione di un figlio o di uno schiavo si faceva col percuoterlo
leggermente in volto: si proibiva un'opera col gettarvi sopra una
pietra; s'interrompeva la prescrizione, col rompere un ramoscello. Il
pugno chiuso era il simbolo di un pegno o di un deposito; si presentava
la mano destra per impegnar la parola o mostrare la confidenza. Si
spezzava un fil di paglia per indicare ch'era stabilito un contratto.
S'introducevano i pesi e le bilance in ogni pagamento, e l'erede che
accettava un testamento era alle volte obbligato di scoppiettar colle
dita, di gettar via gli abiti, e di saltare e ballare con reale ed
affettata allegrezza[245]. Se un cittadino reclamava nella casa di un
vicino qualche effetto rubatogli, egli nascondea la sua nudità con un
pezzo di tela di lino, e si copriva il volto con una maschera o con un
bacino per timore d'incontrar gli occhi di una vergine o di una
Matrona[246]. In un'azione civile, il querelante toccava l'orecchio del
suo testimonio, afferrava per la gola il suo riluttante avversario, ed
implorava, con solenni lamenti, l'ajuto de' suoi Concittadini. I due
competitori si abbrancavan per le mani, come se fossero pronti a
combattere innanzi al Tribunal del Pretore: egli ordinava loro di
produrre l'oggetto del litigio; essi discostavansi, poi ritornavano con
passi misurati, e gettavano a' suoi piedi una zolla, per rappresentare
il Campo che si contendevano. Questa occulta scienza delle parole e
delle azioni della legge, era il retaggio dei Pontefici e dei Patrizj.
Non diversamente dagli Astrologi Caldei, essi annunciavano ai loro
clienti i giorni d'operare e quelli di riposare; queste importanti
bagattelle erano intrecciate colla religione di Numa, ed anche dopo la
pubblicazione delle Dodici Tavole, l'ignoranza delle forme giudiziarie
continuò a tenere i Romani in una specie di servitù. Il tradimento di
alcuni uffiziali plebei rivelò finalmente questi fruttuosi misterj:
venne un secolo più illuminato che osservò le azioni legali, ridendosi
di loro: e la stessa antichità che santificò la pratica, cancellò dalla
memoria l'uso ed il significato di quella primitiva favella[247].

[A. D. 303-648]

Si coltivò nondimeno un'arte più liberale dai savj di Roma, i quali, in
un senso più stretto, si possono riguardare come gli autori della legge
civile. L'alterazione dell'idioma e de' costumi dei Romani rendè lo
stile delle Dodici Tavole sempre meno famigliare ad ogni generazione
novella, ed i passi dubbiosi imperfettamente furono schiariti dalle cure
degli antiquarj legali. Più nobile ed importante studio era quello di
definire le ambiguità delle leggi, di circoscriverne l'effetto, di
applicarne i principj, di estenderne le conseguenze, di riconciliarne le
contraddizioni apparenti o reali; e la provincia della legislazione fu
tacitamente occupata dagli espositori degli antichi statuti. Le sottili
loro interpretazioni concorsero con l'equità del Pretore, a riformare la
tirannia delle più rozze età. Una giurisprudenza artificiale, ajutata da
mezzi intricati e bizzarri, si applicò a far risorgere i semplici
dettami della natura e della ragione, e l'abilità di molti cittadini
privati utilmente adoperossi a sottominare le istituzioni pubbliche del
loro paese. La rivoluzione di quasi mille anni, dalle Dodici Tavole sino
al Regno di Giustiniano, può dividersi in tre periodi quasi eguali in
durata, e distinti l'un dall'altro pel metodo d'instruzione, e pel
carattere dei legisti[248]. L'orgoglio e l'ignoranza contribuirono,
durante il primo periodo, a ristrignere dentro angusti confini la
scienza della legge Romana. Nei giorni pubblici di mercato o di
assemblea, si vedeano i maestri dell'arte passeggiar pel Foro, pronti a
dare il necessario consiglio all'infimo dei loro concittadini, dal cui
suffragio essi potevano ricercare il contraccambio della gratitudine, al
porgersi dell'occasione. Quando cresciuti erano negli anni o negli
onori, essi stavano in casa, assisi sopra una sedia od un trono, ad
aspettare con paziente gravità le visite dei loro clienti, i quali, al
romper del giorno, venivano in folla dalla città o dalla campagna ad
assediarne le porte. I doveri della vita sociale, e gl'incidenti di una
procedura giudiziale, formavano l'ordinario argomento di queste
consultazioni, e l'opinione verbale o scritta dei _giureconsulti_ era
concepita secondo le regole della prudenza e della legge. Si permetteva
di stare ascoltando ai giovani del loro ordine o della loro famiglia; i
loro figliuoli godevano il benefizio di più private lezioni, e la
famiglia Mucia fu rinomata gran tempo per l'ereditario conoscimento
della legge civile. Il secondo periodo, la dotta e splendida età della
giurisprudenza, si può estendere dalla nascita di Cicerone sino al Regno
di Alessandro Severo. Si formò un sistema; s'instituirono scuole; si
composero libri, e sì i vivi che i morti servirono all'ammaestramento
dello studioso. Il _Tripartito_ di Elio Peto, soprannominato il Cauto,
ci pervenne come la più antica opera di giurisprudenza. Catone il
Censore aggiunse qualche cosa alla sua fama, mercè de' suoi studi legali
e di quelli di suo figlio. Tre uomini dotti in legge illustrarono il
nome di Muzio Scevola. Ma la gloria di aver perfezionata la scienza fu
attribuita a Servio Sulpizio, loro discepolo, ed amico di Tullio; e la
lunga successione di Giureconsulti che con egual lustro fiorirono sotto
la Repubblica e sotto i Cesari, vien finalmente chiusa dai rispettabili
caratteri di Papiniano, di Paolo e di Ulpiano. I nomi loro, ed i titoli
delle diverse loro opere, minutamente furono conservati, e l'esempio di
Labeone può porgere qualche idea della diligenza e fecondità loro.
Questo eminente Giurisperito del secolo di Augusto, spendea il suo anno,
parte in città parte in campagna, tra il lavoro degli affari e quel del
comporre, e si annoverano quattrocento libri, frutto dei solitari suoi
studi. Si cita il libro duecento e cinquantanove della raccolta del suo
rivale Capitone, e pochi Professori potevano esporre le loro opinioni in
meno di un centinajo di volumi. Nel terzo periodo, tra i regni di
Alessandro e di Giustiniano, quasi muti restarono gli oracoli della
giurisprudenza. Appagata era la curiosità; il Trono occupato era da'
Tiranni e da' Barbari; le disputazioni religiose traevano a sè gli
spiriti attivi; ed i Professori di Roma, di Costantinopoli, e di Berito
umilmente si contentavano di ripetere le lezioni dei loro più illuminati
predecessori. Dai tardi avanzamenti e dalla rapida declinazione di
questi studi legali, si può inferire che essi ricerchino uno stato di
pace e di raffinamento sociale. Dalla moltitudine de' luminosi legulei
che riempiono lo spazio di mezzo, si chiarisce che si può attendere a
tali studi, e comporre somiglianti opere, con una dose comune di
giudizio, di sperienza e d'industria. Il genio di Cicerone e di Virgilio
più manifesto si fece a misura che ogni nuova età si mostrò incapace di
produrne un simile od un secondo: ma i più eminenti maestri di
giurisprudenza erano certi di lasciare discepoli, che gli
uguaglierebbero o supererebbero in merito ed in celebrità.

Nel settimo secolo di Roma, l'alleanza della filosofia greca venne ad
ingentilire e perfezionare la giurisprudenza che grossolanamente si era
adattata ai bisogni dei primi Romani. Gli Scevola s'erano formati
mediante l'uso e l'esperienza; ma Servio Sulpizio fu il primo legista
che stabilisse l'arte sua sopra una teorica certa e generale[249]. Egli
applicò, qual infallibil regola, la logica di Aristotile e degli Stoici,
al discernimento del vero e del falso; ridusse a generali principj i
casi particolari, e diffuse sopra la massa informe la luce dell'ordine e
dell'eloquenza. Cicerone, suo contemporaneo ed amico, non cercò il nome
di legulejo di professione; ma la giurisprudenza della sua patria trasse
ornamento dal suo incomparabile ingegno che trasforma in oro ogni
oggetto cui tocca. Seguendo l'esempio di Platone, egli compose una
Repubblica, e ad uso della sua Repubblica compilò un trattato di leggi
in cui si sforza di dedurre da celeste origine la sapienza e la
giustizia della costituzione Romana. L'intero Universo, secondo la
sublime sua ipotesi, forma un'immensa Repubblica: i Numi e gli uomini
che partecipano della stessa essenza sono membri della stessa comunità;
la ragione prescrive la legge della natura e delle nazioni, e tutte le
instituzioni positive, quantunque modificate dall'accidente o dal
costume, sono tratte dalla norma del retto, che la Divinità ha stampato
in ogni animo virtuoso. Da questi misteri filosofici, dolcemente egli
esclude gli Scettici, i quali ricusano di credere, e gli Epicurei, i
quali non hanno volontà di operare. Questi ultimi disdegnano le cure
della Repubblica; egli dà loro il consiglio di abbandonarsi al sonno
negli ombrosi lor orti. Ma umilmente prega la nuova Accademia di tenere
il silenzio, poichè le audaci obbiezioni di essa tosto distruggerebbero
l'elegante e ben ordinata struttura del suo grande sistema[250]. Egli
rappresenta Platone, Aristotele e Zenone come i soli maestri che armino
ed ammaestrino un cittadino pei doveri della vita sociale. Si riconobbe
poi che la più salda tempra di queste diverse armature era quella degli
Stoici[251]; e le scuole di giurisprudenza sen valsero più che delle
altre, sì per l'uso che per l'ornamento. I Giureconsulti romani
impararono dal Portico a vivere, a ragionare ed a morire: ma succhiarono
in parte i pregiudizi della setta, l'amore del paradosso, il pertinace
abito del disputare, ed un minuto attaccamento alle parole, ed alle
distinzioni verbali. S'introdusse la superiorità della _forma_ sopra la
_materia_ per fondare il diritto di proprietà: e l'eguaglianza dei
delitti viene sostentata da un'opinione di Trebazio[252], il quale
asserisce che chi tocca un orecchio, tocca tutto il corpo, e che chi
ruba alcun che da un mucchio di grano o da una botte di vino, è
colpevole dell'intero furto[253].

Le armi, l'eloquenza e lo studio della legge civile innalzavano un
cittadino di Roma alle dignità dello Stato, e le tre professioni
ricavavano spesse volte più lustro dall'unione loro in uno stesso
individuo. La scienza del Pretore che componeva un editto, conferiva una
specie di preferenza e di autorità ai suoi sentimenti privati: con
rispetto si riguardava l'opinione di un Censore o di un Console, e le
virtù od i trionfi di un giurisperito porgevano peso ad una
interpretazione forse dubbia delle leggi. Il velo del mistero protesse
per lungo tempo le arti de' Patrizj, ed in tempi più illuminati la
libertà delle indagini stabilì i principii generali della
giurisprudenza. Le disputazioni del Foro dilucidarono i casi sottili ed
avviluppati; si ammisero varie norme, varj assiomi e varie
definizioni[254], come i dettati genuini della ragione; ed il
consentimento dei professori di legge influì sulla pratica dei
Tribunali. Ma questi interpreti non potevano sancire nè eseguire le
leggi della Repubblica, ed i Giudici potevano avere in non cale
l'autorità degli stessi Scevola che spesso veniva sopraffatta
dall'eloquenza o dai sofismi di un avvocato ingegnoso. Primi furono[255]
Augusto e Tiberio ad adottare, come utile stromento, la scienza de'
legulei; le servili fatiche di questi accomodarono l'antico sistema allo
spirito ed alle mire del dispotismo. Col bel pretesto di assicurare la
dignità dell'arte, il privilegio di sottoscrivere opinioni valide e
legali fu ristretto ai Savj di grado senatorio, o dell'ordine equestre,
i quali preventivamente dovevano essere approvati dal giudizio del
Principe; e questo monopolio prevalse, sinchè la libertà della
professione non fu restituita da Adriano ad ogni cittadino consapevole
della sua abilità e del suo sapere. La discrezione del Pretore venne
allora governata dalle lezioni de' suoi precettori; si ordinò ai Giudici
di obbedire ai comenti, non meno che al testo della legge, e l'uso dei
codicilli fu un'innovazione degna di ricordo che Augusto ratificò per
consiglio dei Giureconsulti[256].

I più assoluti comandamenti non potevano esigere che i Giudici andassero
d'accordo coi legisti, se i legisti non andavano d'accordo fra loro. Ma
le istituzioni positive sono spesse volte il risultato delle costumanze
e del pregiudizio; le leggi e la favella sono ambigue ed arbitrarie;
dove la ragione è incapace di pronunziar sentenza, l'amore
dell'argomentare viene acceso dall'invidia dei rivali, dalla vanità dei
maestri, dal cieco attaccamento dei loro discepoli; e le due Sette una
volte famose, dei _Proculiani_ e dei _Sabiniani_, si divisero la
giurisprudenza Romana[257]. Due sapienti in legge, Atejo Capitone, ed
Antistio Labeone[258], adornarono la pace del secolo di Augusto:
cospicuo il primo pel favore del Principe, più illustre il secondo per
lo spregio in che avea questo favore, e per la vigorosa benchè innocua
sua opposizione al Tiranno di Roma. La diversa tempra dell'indole e dei
principj loro diede un diverso corso ai loro studj legali. Labeone era
affezionato alla forma dell'antica Repubblica; il suo rivale appigliossi
alla sostanza più profittevole della sorgente Monarchia. Ma bassa ed
inclinata alla dipendenza è la natura di un cortigiano; e Capitone di
rado ardisce dipartirsi dai sentimenti od almeno dalle parole de' suoi
predecessori: nel tempo che l'animoso Repubblicano lascia libera la
strada alle indipendenti sue idee senza timore di paradosso o di novità.
Non pertanto, la libertà di Labeone era inceppata dal rigore delle sue
proprie conclusioni, ed egli decideva secondo la lettera della legge le
stesse questioni che l'indulgente suo competitore scioglieva con una
latitudine di equità più conforme al senso comune ed agli ordinarj
sentimenti degli uomini. Se al pagamento di una somma di denaro si era
sostituito un cambio ragionevole, Capitone considerava tuttavia la
transazione come una vendita legale[259], ed egli consultava la natura
per l'epoca della pubertà, senza ristringere la sua definizione al
periodo preciso di dodici o di quattordici anni[260]. Questa opposizione
di sentimenti si propagò negli scritti e nelle lezioni dei due
fondatori; le scuole di Capitone e di Labeone durarono nell'inveterato
conflitto dai tempi di Augusto sino a quelli di Adriano[261]; e le due
Sette trassero il loro soprannome da Sabino o da Proculeio, i più
celebri loro maestri. Si applicò parimente la denominazione di
_Cassiani_ e di _Pegasiani_ ai membri delle stesse fazioni; ma per uno
strano rovescio, la causa popolare cadde fra le mani di Pegaso[262],
timido schiavo di Domiziano; mentre il favorito dei Cesari era
rappresentato da Cassio[263], il quale si gloriava di aver per antenato
quel Cassio che spense il Tiranno della sua patria. L'Editto Perpetuo
terminò in gran parte le controversie delle due Sette. L'Imperatore
Adriano antepose, per questa importante opera, il Capo dei Sabiniani:
prevalsero gli amici della Monarchia, ma la moderazione di Salvio
Giuliano insensibilmente rappattumò i vincitori ed i vinti. A guisa dei
filosofi contemporanei, i giurisperiti del secolo degli Antonini
rigettarono l'autorità di un maestro, e da ogni sistema ritrassero le
più probabili dottrine[264]. Ma voluminosi meno divenuti sarebbero i
loro scritti, se la scelta loro fosse stata più unanime. La coscienza
del Giudice ondeggiava fra il numero ed il peso delle testimonianze
discordi, ed ogni sentenza che dalla passione o dall'interesse gli fosse
dettata, avea per giustificarsi l'autorità di qualche venerabil nome. Un
indulgente editto di Teodosio il Giovane dispensò il giudice dalla
fatica di paragonare e ponderare i loro argomenti. Cinque Giureconsulti,
Cajo, Papiniano, Paolo, Ulpiano e Modestino furono guardati come gli
oracoli della giurisprudenza: decisiva era l'opinione di tre di essi; ma
quando erano divisi egualmente di parere, si accordava una voce
preponderante all'eminente sapienza di Papiniano[265].

[A. D. 527-546]

Al tempo che Giustiniano salì sul Trono, la riforma della giurisprudenza
di Roma era un'ardua ma indispensabile impresa. Nello spazio di dieci
secoli, l'infinita varietà di leggi e di opinioni legali aveva
ingombrato molte migliaia di volumi, che il più ricco non potea
procacciarsi, nè il più intelligente tutti esaminare. Non agevolmente si
trovavano i libri; ed i Giudici, poveri in mezzo a tanta dovizia, erano
ridotti all'esercizio della illetterata loro prudenza. I sudditi delle
province greche ignoravano la lingua che disponeva delle vite e delle
sostanze loro; ed il barbaro dialetto dei Latini imperfettamente veniva
studiato nelle accademie di Berito e di Costantinopoli. Giustiniano,
nato nei Campi dell'Illirico, tenea dimestichezza con quest'idioma fin
dall'infanzia: studiato egli aveva la giurisprudenza negli anni della
gioventù, e l'Imperiale sua scelta elesse i più dotti giuristi
dell'Oriente per lavorare insieme col loro Sovrano all'opera della
Riforma[266]. La teorica dei professori trasse assistenza dalla pratica
degli avvocati e dall'esperienza dei Magistrati, ed il complesso
dell'impresa fu animato dallo spirito di Triboniano[267]. Quest'uomo
straordinario, argomento di tante lodi o di tante censure, era nativo di
Side nella Panfilia; ed il suo genio, come quello di Bacone,
abbracciava, qual proprio dominio, tutti gli affari e tutta la dottrina
del suo secolo. Triboniano scrisse in prosa ed in versi sopra una strana
diversità di soggetti curiosi ed astrusi[268], come sono, due panegirici
di Giustiniano, e la vita del filosofo Teodoto; la natura della felicità
ed i doveri del Governo; il catalogo di Omero e le ventiquattro sorta di
metri; il Canone astronomico di Tolomeo, le fasi della Luna, le case dei
Pianeti ed il sistema armonico del Mondo. Alla letteratura della Grecia
egli univa l'uso della lingua latina; i Giureconsulti romani si
ricettavano nella biblioteca e nella sua mente; ed egli assiduamente
coltivava quelle arti che dischiudevano la strada delle ricchezze e
delle cariche. Dalla sbarra dei prefetti del Pretorio egli sollevossi
agli onori di Questore, di Console e di Maestro degli uffizj: il
consiglio di Giustiniano porgeva attento ascolto alla sua eloquenza e
sapienza, mentre dalla gentilezza ed affabilità de' suoi modi scorgevasi
addolcita l'invidia. Le virtù o la riputazione di Triboniano furono
macchiate dai rimproveri di empietà e di avarizia. In una Corte
pinzocchera e persecutrice, il principal ministro venne accusato di
essere segretamente avverso alla fede Cristiana, e si suppose ch'ei
nutrisse i sensi di un Ateo e di un Pagano, imputati, senza molta
consistenza, agli ultimi filosofi della Grecia. La sua avarizia fu
provata più chiaramente, e più vivamente sentita. Se egli si lasciò
smuovere dai regali nell'amministrazione della giustizia, l'esempio di
Bacone si farà di nuovo presente al pensiero; nè il merito di Triboniano
espiarne può la bassezza, se veramente egli ha degradato la santità
della sua professione, e se ogni giorno si stabilivano, modificavano e
rivocavano leggi per l'abbietta considerazione del suo privato profitto.
Quando avvenne la sedizione di Costantinopoli, i clamori e forse la
giusta indegnazione del Popolo ottennero l'allontanamento di Triboniano:
ma il Questore fu richiamato bentosto e sino al punto della sua morte,
ei gioì per più di vent'anni il favore e la confidenza dell'Imperatore.
La passiva ed ossequiosa sommissione di lui fu onorata dall'elogio di
Giustiniano stesso, la vanità del quale era incapace di discernere
quanto quella sommissione spesso degenerasse nell'adulazione più
grossolana. Triboniano adorava le virtù del suo grazioso Signore: la
terra era meritevole di un simil Principe, ed egli affettava un pio
timore di veder Giustiniano, come Elia o Romolo, rapito in aria e
trasportato nelle dimore della gloria celeste[269].

[A. D. 528-529]

Se Giulio Cesare avesse eseguito la riforma della legge Romana, il
creativo suo ingegno, illuminato dalla riflessione e dallo studio,
avrebbe dato al mondo un puro ed originale sistema di Giurisprudenza. Ma
che che l'adulazione abbia detto, l'Imperatore dell'Oriente temeva di
stabilire qual misura dell'equità il suo giudizio privato: col potere
legislativo in sua mano egli tolse a presto i soccorsi del tempo e
dell'opinione; e le sue compilazioni laboriose hanno per sostegno i savj
ed i Legislatori de' tempi anteriori. In luogo di una statua gettata in
una semplice forma dalla mano di un artefice valente, le opere di
Giustiniano presentano un pavimento a mosaico, composto di frammenti
antichi e costosi, ma troppo spesso senza coerenza tra loro. Nel primo
anno del suo Regno, egli commise al fedel Triboniano, ed a nove altri
dotti giuristi la cura di rivedere le ordinanze de' suoi predecessori,
come erano contenute, dal tempo di Adriano in poi, nei codici
Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano; di purgarle dagli errori e dalle
contraddizioni, di reciderne quanto ora andato in disuso o superfluo, e
di scegliere le leggi savie e salutari più confacenti alla pratica de'
Tribunali ed all'uso de' suoi sudditi. In quattordici mesi l'opera fu
mandata ad effetto; ed è probabile che col comporre dodici libri o
tavole di questa raccolta, i nuovi Decemviri intendessero d'imitare le
fatiche dei Romani loro predecessori. Il nuovo codice fu onorato col
nome di Giustiniano, e contrassegnato dalla Reale sua firma: se ne
moltiplicarono autentiche copie dalla penna dei Notari e degli Scribi;
queste furono trasmesse ai Magistrati delle Province d'Europa, d'Asia e
poscia d'Affrica; e la legge dell'Impero fu proclamata alle porte delle
Chiese nei giorni solenni di festa. Restava un'operazione più malagevole
a farsi; ed era di estrarre lo spirito della giurisprudenza dalle
decisioni, dalle congetture, dalle questioni e dalle dispute dei Legisti
romani. Diciassette giureconsulti, aventi Triboniano per Capo, si
posero, per comando dell'Imperatore ad esercitare una assoluta
giurisdizione sopra le opere dei loro predecessori. Se in dieci anni
avessero adempito i suoi comandi, Giustiniano potea rimaner soddisfatto
della diligenza loro, e la rapida composizione del DIGESTO o delle
PANDETTE,[270] in tre anni, può meritar lode o biasimo, secondo il
merito dell'esecuzione. Essi scelsero nella libreria di Triboniano, i
quaranta più eminenti Giuristi dei tempi anteriori[271]; ristrinsero
duemila trattati in un compendio di cinquanta libri, e diligentemente si
ricorda che tre milioni di linee o sentenze[272] si trovano, in questo
estratto, ridotto al modesto numero di cento e cinquantamila. La
pubblicazione di questa grand'opera fu differita un mese dopo la
pubblicazione della INSTITUTA, e ragionevol parve che gli elementi
precedessero il Digesto della legge Romana. Tosto che l'Imperatore ebbe
approvato il lavoro di questi Cittadini privati, egli ratificò colla sua
legislativa potestà le speculative loro opinioni. I comenti ch'essi
fecero alle Dodici Tavole, all'Editto Perpetuo, alle leggi del Popolo e
ai decreti del Senato, succederono all'autorità del testo; il quale fu
abbandonato come una venerabile, ma inutile reliquia dei tempi antichi.
Si dichiarò che il _Codice_, le _Pandette_ e l'_Instituta_ erano il
sistema legittimo della giurisprudenza civile; soli essi furono ammessi
nei Tribunali, soli furono insegnati nelle accademie di Roma, di
Costantinopoli e di Berito. Giustiniano indirisse al Senato ed alle
Province i suoi _oracoli eterni_, ed il suo orgoglio, sotto la maschera
della pietà, attribuì l'eseguimento, di questo eccelso disegno all'aiuto
ed all'inspirazione della Divinità.

Poichè l'Imperatore scansò la fama e l'invidia di una composizione
originale, noi non cercheremo da esso che metodo, scelta o fedeltà,
umili ma indispensabili virtù di un compilatore. In mezzo alle varie
combinazioni d'idee è difficile assegnare una preferenza ragionevole; ma
siccome l'ordine di Giustiniano è differente nelle sue tre opere, così
può farsi che tutte tre siano cattive, ed è certo che due non possono
essere buone. Nello sceglimento delle leggi antiche, pare che egli
mirasse i suoi predecessori senza gelosia e con eguale riguardo: la
serie non poteva salire oltre il regno di Adriano, e la bassa
distinzione tra il Paganesimo e la Cristianità, introdotta dalla
superstizione di Teodosio, era stata abolita dal consenso del genere
umano. Ma la giurisprudenza delle Pandette è circoscritta in un periodo
di cento anni, dall'Editto Perpetuo sino alla morte di Alessandro
Severo. Ai giureconsulti che vissero sotto i primi Cesari di rado si
concedè di parlare, nè si rinvengono più di tre nomi, appartenenti ai
tempi della Repubblica. Il favorito di Giustiniano (ed aspramente ne fu
biasimato) aveva timore d'incontrare la luce della libertà e la gravità
de' savj di Roma. Triboniano condannò all'obblio la schietta e natural
sapienza di Catone, dei Scevola e di Sulpizio; mentre invocava altri
spiriti di tempra conforme alla sua, i Siri, i Greci e gli Affricani che
in folla accorrevano alla Corte imperiale, per istudiare il latino come
una lingua straniera, e la giurisprudenza come una professione
lucrativa. Ma Giustiniano aveva imposto ai suoi ministri di
lavorare[273], non per la curiosità degli antiquarj, ma per l'immediato
benefizio de' suoi sudditi. Spettava ad essi il dovere di scegliere le
parti utili e pratiche della legge Romana; e gli scritti degli antichi
Repubblicani, curiosi ed eccellenti, più non si accordavano col nuovo
sistema di costumi, di religione e di guerra. Se i precettori e gli
amici di Cicerone vivessero ancora, il nostro candore ci trarrebbe forse
a confessare che, tranne la purità della lingua[274], l'intrinseco loro
merito fu superato dalla scuola di Papiniano e di Ulpiano. La scienza
delle leggi e il tardo frutto del tempo e della esperienza, ed il
vantaggio sì del metodo che de' materiali, tocca naturalmente agli
autori più recenti. I giureconsulti del regno degli Antonini avevano
studiato le opere de' loro predecessori: il filosofico loro ingegno avea
mitigato il rigore dell'antichità, e fatte più semplici le forme del
procedere, sollevandosi sopra la gelosia ed il pregiudizio delle Sette
rivali. La scelta delle autorità che compongono le Pandette, venne
commessa al giudizio di Triboniano: ma tutto il potere del suo principe
non poteva assolverlo dalle sacre obbligazioni della verità e della
fedeltà. Come legislator dell'Impero, Giustiniano potea rifiutare le
leggi degli Antonini, o condannare, come sediziose, le libere massime
che difese venivano da' primi giureconsulti Romani[275]; ma l'esistenza
dei fatti passati è posta fuor della giurisdizione del dispotismo, e
l'Imperatore si macchiò di frode e di falsità quando corruppe
l'integrità del lor testo, scrisse, coi venerabili lor nomi in fronte,
le parole e le idee del servile suo regno,[276] e soppresse, colla mano
della potenza, le pure ed autentiche copie de' lor sentimenti. Le
mutazioni ed interpolazioni di Triboniano e de' suoi colleghi hanno per
iscusa il pretesto dell'uniformità ma insufficienti riuscirono le cure
loro; e le _antinomie_ o contraddizioni del Codice e delle Pandette
esercitano anche al presente la pazienza e la sottigliezza de'
giureconsulti moderni[277].

Una voce, priva di evidenza, si propagò da' nemici di Giustiniano; ed è
che la giurisprudenza di Roma antica venisse ridotta in ceneri
dall'autore delle Pandette, nella vanitosa idea ch'essa fosse ormai
fallace o superflua. Senza usurpare così odiose funzioni, l'Imperatore
potè con sicurezza affidare all'ignoranza ed al tempo l'adempimento di
questo desiderio distruggitivo. Avanti l'invenzion della stampa e della
carta, il lavoro ed i materiali dello scrivere non si poteano
procacciare che dai ricchi; e ragionevole è il computo che il prezzo de'
libri superava cento volte il loro valore presente[278]. Con lentezza si
moltiplicavano le opere, nè si rinnovavano che con precauzione:
l'attrattiva del guadagno traeva sacrileghi copisti a radere i caratteri
dell'antichità, e Sofocle o Tacito erano obbligati a cedere la pergamena
ai messali, alle omelie, ed all'aurea leggenda[279]. Se tale fu il
destino de' più bei parti dell'ingegno, quale stabilità potea aspettarsi
per le voluminose e sterili opere di una scienza andata in disuso? I
libri di giurisprudenza importavano a pochi, e noti allettavan alcuno:
il loro valore era collegato coll'uso presente, ed essi per sempre
perirono, tosto che l'uso fu vinto dalle innovazioni della moda, da un
merito maggiore o dalla pubblica autorità. Nel secolo della pace e del
sapere, tra Cicerone e l'ultimo degli Antonini, si avea già sofferto di
molte perdite: ed alcuni luminari della scuola o del Foro non erano più
noti che ai curiosi per tradizione o per riferta. Trecento e
cinquant'anni di disordine e di decadenza accelerarono il progresso
della obblivione: e può giustamente presumersi che fra gli scritti che
si accusa Giustiniano di aver negletti, molti più non si rinvenivano
nelle biblioteche dell'Oriente[280]. Le copie di Papiniano o di Ulpiano,
che il Riformatore aveva proscritte, più non furono giudicate degne di
attenzione: le Dodici Tavole e l'Editto Pretoriano insensibilmente si
smarrirono; ed i monumenti dell'antica Roma furono trascurati e
distrutti dall'invidia e dall'ignoranza de' Greci. Persino le Pandette
medesime con difficoltà e pericolo scamparono dal naufragio comune, e la
critica ha pronunziato che _tutte_ le edizioni e _tutti_ i codici
dell'Occidente derivano da un _solo_ originale[281]. Esso fu trascritto
in Costantinopoli sul principio del settimo secolo[282]; poi trasportato
dagli accidenti della guerra e del commercio in Amalfi[283], in
Pisa[284], in Firenze[285], dove come sacra reliquia[286] depositato or
giace nell'antico palazzo della Repubblica[287].

Primo pensiero di un riformatore è quello di antivenire ogni riforma
futura. Affinchè inviolato si mantenesse il testo della Pandette,
dell'Instituta e del Codice, rigorosamente si proscrisse l'uso delle
cifre e delle abbreviature; e Giustiniano rammentandosi che l'Editto
Perpetuo era stato sepolto sotto il peso dei comenti, dichiarò che si
punirebbe qual falsatore il temerario legista che ardisse d'interpretare
o di pervertire il volere del suo Sovrano. I discepoli di Accursio, di
Bartolo e di Cuiacio, dovrebbero arrossire dell'accumulato lor fallo, a
meno che non si sentissero l'animo di contendere al Principe il diritto
di vincolare l'autorità de' suoi successori e la natia libertà
dell'intelletto. Ma l'Imperatore non era da tanto di fissare la sua
propria incostanza; e mentre vantavasi di rinnovare l'esempio di
Diomede, col trasmutare il rame in oro[288], scoprì la necessità di
purificare il suo oro dalla mistura di una lega più bassa. Non erano
corsi per anco sei anni dopo la pubblicazione del primo Codice, ch'egli
condannò il tentativo imperfetto col mezzo di una nuova e più accurata
edizione dell'opera istessa, ch'egli arricchì di dugento leggi sue
proprie, e di cinquanta decisioni de' più oscuri ed intricati punti
della giurisprudenza. Ogni anno, o, secondo Procopio, ogni giorno del
lungo suo regno, fu contrassegnato da qualche innovazione legale. Molti
suoi atti furono cassati da esso; i suoi successori ne rigettaron molti
altri; il tempo ne cancellò un buon numero; ma sedici EDITTI, e cento
sessanta NOVELLE[289] vennero ammesse nel corpo autentico della
giurisprudenza civile. Giusta l'opinione di un filosofo, superiore ai
pregiudizj della sua professione, queste continue e per la maggior parte
futili alterazioni non si possono spiegare, se non riguardando allo
spirito venale di un principe, il quale vendeva senza vergogna i suoi
giudizj e le sue leggi[290]. L'accusa dello storico secreto è, per vero
dire, aperta e veemente; ma l'unico esempio ch'egli adduce, si può
ascrivere tanto alla divozione, quanto all'avarizia di Giustiniano. Un
uomo facoltoso e devoto avea lasciato la chiesa di Emesa erede de' suoi
beni; ed il valore della successione era cresciuto per la destrezza di
un artista, il quale sottoscrisse molte polizze di debiti e di promesse
di pagamento co' nomi dei più ricchi abitatori della Siria. Essi
allegarono in lor favore la prescrizione stabilita di trenta o di
quarant'anni; ma la difesa loro fu vinta da un editto retroattivo, che
estendeva i diritti della Chiesa al termine di un secolo; editto così
pregno di ingiustizia e di disordine che, dopo di aver servito a quel
solo effetto, fu prudentemente abolito nel regno medesimo[291].
Ancorchè, per discolparne l'Imperatore, si rigettasse la corruzione
sopra la sua moglie od i suoi favoriti, tuttavia il sospetto di un vizio
sì turpe è tale da macchiar la maestà delle sue leggi; e gli avvocati di
Giustiniano sono astretti a confessare che una tal leggerezza, qualunque
ne sia il motivo, è indegna d'un legislatore e di un uomo.

[A. D. 533]

I monarchi di rado condiscendono a divenire i precettori de' loro
sudditi; e si dee qualche lode a Giustiniano, per comando del quale un
ampio sistema fu ridotto in un breve trattato elementare. Tra le varie
Institute della legge Romana[292], quelle di Cajo[293] erano le più
popolari nell'Oriente e nell'Occidente; ed il credito, onde godevano, si
potea risguardare come una prova del merito loro. Scelte esse furono dai
Delegati imperiali, Triboniano, Teofilo, e Doroteo; ed alla libertà e
purità del secolo degli Antonini si collegarono i materiali più rozzi di
un'età tralignata. Lo stesso volume che introducea la gioventù di Roma,
di Costantinopoli e di Berito allo studio graduale del Codice e delle
Pandette, è tuttora prezioso allo storico, al filosofo ed al magistrato.
In quattro libri sono divise le Institute di Giustiniano, le quali
procedono con metodo non dispregevole, I dalle _Persone_, II alle
_Cose_, III dalle cose alle _Azioni_; e l'articolo IV delle _Ingiurie
private_, vien terminato co' principj della _Legge Criminale_.

I. La distinzione dei gradi e delle _persone_ è la base più ferma di un
governo misto e limitato. In Francia, si tengono vive le reliquie della
libertà dallo spirito, dagli onori ed anche dai pregiudizj di
cinquantamila nobili[294]. Duecento famiglie che di padre in figlio
formano il secondo ramo della legislatura Britannica, mantengono
l'equilibrio della Costituzione tra il Re, e le Comuni dell'Inghilterra.
Una gradazione di patrizj e di plebei, di stranieri e di sudditi ha
sostenuto l'aristocrazia di Genova, di Venezia e dell'antica Roma. La
perfetta uguaglianza degli uomini è quel punto, in cui si confondono gli
estremi della democrazia e del dispotismo; poichè la maestà del Principe
o quella del Popolo sarebbe egualmente offesa, se alcune teste si
alzassero sopra il livello dei loro compagni di schiavitù, o dei loro
concittadini. Nella decadenza dell'Impero di Roma, a poco a poco si
abolirono le orgogliose distinzioni della Repubblica, o la ragione o
l'instinto di Giustiniano compì l'opera di dare, al governo la semplice
forma di una monarchia assoluta. L'Imperatore non potea svellere dalle
radici quella riverenza popolare, che sempre accompagna il possesso di
un'ereditaria ricchezza o la memoria di antenati famosi. Egli prese
piacere nell'onorare con titoli ed emolumenti i suoi Generali,
Magistrati e Senatori; ed il suo precario favore compartiva qualche
raggio della gloria loro alle lor mogli ed ai figli. Ma al cospetto
della legge, tutti i cittadini Romani erano eguali, e tutti i sudditi
dell'Impero erano cittadini di Roma. Questo carattere, altre volte
inestimabile, si perdè in un nome anticato e vuoto d'effetto. Il
suffragio di un Romano più non contribuiva a formar la sua legge, od a
creare gli annui ministri del suo potere: i costituzionali suoi diritti
avrebbero raffrenato l'arbitraria volontà di un padrone: e l'audace
avventuriere, uscito dalla Germania o dall'Arabia, veniva ammesso, con
egual favore, al comando civile e militare, che ai soli cittadini una
volta era serbato di assumere sopra le conquiste de' loro maggiori. I
primi Cesari avevano scrupolosamente mantenuto la distinzione della
nascita _ingenua_ e _servile_, la quale veniva decisa dalla condizion
della madre; e soddisfatto era il candor delle leggi se potevasi
dimostrare la libertà di essa per un solo momento tra la concezione ed
il parto. Gli schiavi ch'erano liberati da un generoso padrone,
immantinente entravano nella classe media dei _liberti_: ma non potevano
mai essere affrancati dai doveri dell'obbedienza e della gratitudine.
Qualunque si fossero i frutti dell'industria loro, il padrone e la sua
famiglia ereditava la terza parte od anche la totalità de' lor beni,
quando morivano senza figli e senza testamento. Giustiniano rispettò i
diritti dei padroni; ma la sua indulgenza fece sparire la nota di
disonore dai due ordini inferiori di affrancati. Chiunque cessava di
essere schiavo, otteneva, senza riserva o indugio, la qualità di
cittadino; e finalmente l'onnipotenza dell'Imperatore creò o suppose per
essi la dignità di un'ingenua nascita che la natura aveva ad essi
negato. Per reprimere l'abuso dello manumissioni, ed il troppo rapido
accrescimento dei Romani di vile estrazione e miserabili, si erano
introdotte molte regole intorno l'età ed il numero di quelli che si
potevano affrancare, e le forme che a questo effetto chiedevansi:
Giustiniano abolì in ultimo tutte quelle regole, e lo spirito delle sue
leggi promosse la estinzione della servitù domestica. Nondimeno le
province Orientali, al tempo di Giustiniano, erano tutte piene di
schiavi, o nati tali, o comperati ad uso dei loro padroni; l'età, la
forza, l'educazione loro ne determinavano il prezzo, il quale variava
dalle dieci sino alle sessanta monete d'oro[295]. Ma l'influsso del
governo e della Religione continuamente andavano sminuendo la durezza di
quel dipendente stato; e l'orgoglio di un suddito si rimase dall'andar
gonfio dell'assoluto suo dominio sopra la vita e la felicità del suo
schiavo[296].

La legge della natura instruisce la massima parte degli animali ad
amare, e a educare la tenera loro progenie. La legge della ragione
inculca all'umana specie il contraccambio della filiale pietà. Ma
l'esclusivo, assoluto e perpetuo dominio del padre sopra i suoi
figliuoli, è particolare alla giurisprudenza Romana[297], e sembra così
antico come la fondazione della città[298]. La potestà paterna fu
instituita o confermata da Romolo stesso; e dopo la pratica di tre
secoli essa fu incisa sulla quarta Tavola de' Decemviri. Nel Foro, nel
Senato, o nel campo il figlio adulto di un cittadino Romano godeva i
diritti pubblici e privati di una persona: nella casa di suo padre egli
non era che una _cosa_, confusa dalle leggi colle masserizie, cogli
armenti, e cogli schiavi, che il capriccioso padrone poteva alienare o
distruggere senza esser tenuto a risponderne avanti alcun tribunale
terreno. La mano che compartiva il giornaliero vitto, potea riprendersi
il volontario dono, ed ogni cosa che si fosse acquistata dal lavoro o
dalla fortuna del figlio, immediatamente si trasfondeva nella proprietà
del genitore. L'azione di furto, colla quale il padre reclamava gli
effetti rubatigli, i suoi bovi o i suoi figli, era la stessa[299], e se
il bove od il figlio avea commesso un'offesa, a lui spettava la scelta
di compensare il danno, o di cedere alla parte pregiudicata l'animale
colpevole. Al grido dell'indigenza o dell'avarizia il padrone di una
famiglia potea disporre de' suoi figliuoli o de' suoi schiavi. Ma la
condizione di uno schiavo era molto più vantaggiosa; imperciocchè egli
ricovrava l'alienata sua libertà mercè della prima manumissione. Laddove
il figlio ricadeva di bel nuovo in balìa dello snaturato suo padre, il
quale poteva condannarlo alla servitù una seconda ed una terza volta; e
solamente dopo la terza vendita e la terza liberazione, egli rimaneva
affrancato dalla potestà domestica[300] di cui s'era fatto così
replicato abuso. Senz'altra norma che la sua discrezione, un genitore
potea punire le reali od immaginarie mancanze de' suoi figli col
flagello, colla prigionia, coll'esilio, o col mandargli in catene a
lavorare ne' campi cogl'infimi de' suoi servi. La maestà di un padre era
armata del diritto di vita e di morte[301]; e gli esempi di tali
sanguinose esecuzioni, che spesso venivano lodate, e non punite giammai,
rintracciar si possono negli annali di Roma, di là dai tempi di Pompeo e
di Augusto. Nè l'età, nè il grado, nè l'uffizio consolare, nè gli onori
del trionfo poteano sottrarre i più illustri cittadini ai vincoli della
soggezione filiale[302]: erano inclusi i propri suoi discendenti nella
famiglia del comune loro antenato; e i diritti dell'adozione non erano
meno sacri e rigorosi di quelli della natura. Senza timore, benchè non
senza pericolo di abuso, i legislatori Romani avean riposto una
confidenza illimitata ne' sensi dell'amore paterno; e l'oppressione
veniva temperata dalla sicurezza che ogni generazione doveva a sua volta
succedere nella veneranda dignità di padre e di signore.

Alla giustizia ed all'umanità di Numa si ascrive la prima limitazione
della podestà paterna, e la fanciulla che col consenso di suo padre avea
sposato un uom libero, era al riparo della sventura di divenire la
moglie di uno schiavo. Ne' primi secoli, quando stretta e quasi affamata
era la città da' suoi vicini del Lazio e della Toscana, la vendita de'
figliuoli poteva esser frequente; ma siccome la legge non concedeva ad
un Romano di comperare la libertà di un concittadino, così il mercato
successivamente sarà andato languendo, e le conquiste della Repubblica
dovettero distruggere quel traffico disumano. Un imperfetto diritto di
proprietà finalmente fu conferito ai figli; e la triplice distinzione di
_profettizio_, di _avventizio_ e di _professionale_ fu determinata dalla
giurisprudenza del Codice e delle Pandette[303]. Di tutto ciò che
procedeva dal padre, egli non impartiva che l'uso e riserbava l'assoluto
dominio: non pertanto, se vendevansi i suoi beni, una favorevole
interpretazione eccettuava la porzione de' suoi figli dalle domande de'
venditori. Il figlio avea la proprietà di quanto acquistasse per
matrimonio, per donativi, o per successione collaterale; ma il padre, a
meno che ne fosse stato specialmente escluso, ne godeva l'usufrutto per
tutto il tempo del viver suo. Come giusta e prudente ricompensa della
militare virtù, le spoglie del nemico erano devolute al soldato, da lui
solo possedute e poste in pieno suo arbitrio. Questa generosa analogia
si stendeva agli emolumenti delle professioni liberali, agli stipendi
del servizio pubblico, ed alla sola liberalità dell'Imperatore o
dell'Imperatrice. La vita di un cittadino era meno esposta che non la
sua sostanza all'abuso dell'autorità paterna. Tuttavia la sua vita potea
contrariar l'interesse e le passioni di un indegno genitore: gli stessi
delitti che nacquer dalla corruzione, furono più vivamente sentiti
dall'umanità del secolo di Augusto, e toccò all'Imperatore di salvare
dal giusto furor della moltitudine il crudele Erixone che fece morire
sotto i colpi dalla frusta il proprio suo figlio[304]. Dalla licenza
della dominazione servile, il padre Romano fu ridotto alla gravità ed
alla moderazione di un giudice. La presenza e l'opinione di Augusto
confermarono la sentenza di esilio, proferita contro un parricidio
d'intenzione dal tribunale, domestico di Ario. Adriano confinò in
un'isola il padre geloso, il quale, somigliante ad un assassino, avea
colto l'opportunità della caccia per ammazzare un giovane incestuoso,
amante della sua matrigna[305]. Una giurisdizione privata ripugna allo
spirito della monarchia; dalla condizione di giudice, il padre fu di
nuovo fatto discendere a quella di accusatore; ed Alessandro Severo
ingiunse a' magistrati di ascoltarne le querele e di eseguirne la
sentenza. Egli non poteva più porre a morte il figlio, senza incorrere
nel delitto e nel castigo di un'uccisione; e le pene del parricidio, da
cui la legge Pompea l'aveva esentuato, gli furono in ultimo applicate
dalla giustizia di Costantino[306]. La stessa protezione è dovuta a
tutti i periodi dell'esistenza; e la ragione dee applaudire l'umanità di
Paolo, che dichiara reo di omicidio il padre che strozza, lascia morir
di fame od abbandona il suo bambino; o lo espone sopra una piazza
pubblica alle venture di quella pietà che gli ha negato egli stesso. Ma
l'esposizione dei fanciulli era il predominante ed ostinato vizio
dell'antichità: essa alle volte venne prescritta, sovente permessa, e
quasi sempre praticata impunemente dalle nazioni che mai non nutrirono
le idee dei Romani sulla potestà paterna; ed i poeti drammatici, i quali
sogliono rivolgersi al cuore umano, con indifferenza rappresentano una
consuetudine popolare ch'era coperta dai veli dell'economia e della
compassione[307]. Quando il padre potea soggiogare i propri sentimenti,
egli evitava, se non la censura, almeno la punizion delle leggi; e
l'Impero di Roma fu lordato dal sangue dei bambini, sintantochè
Valentiniano ed i suoi colleghi non ebbero compreso una tal sorta di
omicidi nella lettera e nello spirito della legge Cornelia. Le lezioni
della giurisprudenza[308], e del Cristianesimo non erano state possenti
a sradicare quella pratica disumana, sinchè i terrori della pena
capitale non avvalorarono il loro influsso benigno[309].

L'esperienza ha provato che i Selvaggi sono i tiranni del sesso
femminile, e che la condizione delle donne viene d'ordinario raddolcita
dal raffinarsi del viver sociale. Allettato dalla speranza di ottenere
una progenie robusta, Licurgo aveva differito l'epoca del matrimonio;
essa fu determinata da Numa alla tenera età di dodici anni, affinchè il
marito Romano potesse educare a suo talento una pura ed obbediente
verginella[310]. Secondo l'uso dell'antichità questi comprava la sua
sposa da' parenti di lei, ed ella compiva la _coenzione_,
coll'acquistare, pagando tre monete di rame, il diritto d'entrar nella
casa e la tutela delle domestiche Deità del consorte. I Pontefici
offerivano un sacrifizio di frutta, in presenza di dieci testimoni: le
parti contraenti sedevano sulla stessa pelle d'agnello; essi mangiavano
una focaccia salata di farro e di riso, e questa confarrazione[311], che
dinotava l'antico cibo usato in Italia, serviva qual emblema della
mistica loro congiunzione di mente e di corpo. Ma dal lato della donna,
questa unione era rigorosa e disuguale; ed ella rinunziava il nome ed il
culto della casa paterna, per abbracciare una nuova servitù, decorata
soltanto col titolo di adozione. Una finzione della legge, nè
ragionevole, nè elegante, conferiva alla madre di famiglia (suo vero
nome[312]) gli strani caratteri di sorella de' suoi propri figli, e di
figlia del suo marito o padrone, il quale era investito della pienezza
del potere paterno. Il giudizio od il capriccio del marito approvava, o
biasimava, o puniva la condotta della sua moglie. Egli esercitava il
diritto di vita e di morte; ed era convenuto che nei casi di adulterio o
di ubbriachezza la pena di morte si poteva convenientemente
applicare[313]. Essa acquistava ed ereditava a solo profitto del suo
signore; e così chiaramente una donna era definita non come una
_persona_ ma come una _cosa_, che mancando il titolo originale, si potea
reclamarla, come gli altri immobili, stante l'uso ed il possesso di un
anno intero. A Roma, il dovere coniugale, che le leggi Ateniesi e
Giudaiche così scrupolosamente aveano determinato[314], dipendeva dalla
volontà del marito: ma sconosciuta era la poligamia, ed egli mai non
poteva ammettere nel suo talamo una più bella o più favorita compagna.

Dopo i trionfi punici, le matrone di Roma aspirarono ai benefizj comuni
di una libera e potente Repubblica: appagati furono i lor desiderj
dall'indulgenza dei padri e degli amanti, e la gravità di Catone il
censore indarno fece argine alla loro ambizione[315]. Esse si sciolsero
dalle solennità delle prische nozze, disfecero la prescrizione annua
mediante un'assenza di tre giorni, e senza perdere il nome o
l'independenza loro sottoscrissero i liberali e definiti termini di un
contratto di matrimonio. Esse comunicarono l'uso ma si assicurarono la
proprietà dei privati lor beni; la sostanza di una moglie non si potè
più alienare od impegnare da un prodigo marito. La gelosia delle leggi
proibì ai conjugi le donazioni reciproche, e la cattiva condotta di una
delle parti potè porgere, sotto un altro nome, argomento ad un'azione di
furto. A questo libero e volontario contratto più non tornarono
essenziali i riti religiosi e civili; e, tra persone di un grado eguale,
l'apparente comunità della vita, reputossi una prova sufficiente del
loro connubio. La dignità del matrimonio fu poi restituita in fiore dai
Cristiani, i quali derivavano ogni grazia spirituale dalle preghiere dei
fedeli e dalla benedizione del prete o del Vescovo. Le tradizioni della
Sinagoga, i precetti del Vangelo, i canoni dei sinodi generali o
provinciali[316] regolarono l'origine, la validità e i doveri di questa
sacra instituzione; e la coscienza de' Cristiani fu tenuta a freno dai
decreti e dalle censure dei loro direttori ecclesiastici. Non pertanto,
i magistrati di Giustiniano non andavano soggetti all'autorità della
chiesa. L'Imperatore consultò i giuristi miscredenti dell'antichità, e
la scelta delle leggi matrimoniali nel Codice e nelle Pandette è
determinata dai terrestri motivi di giustizia e di politica, e dalla
naturale libertà dei due sessi[317].

Oltre l'assenso delle parti, essenza di ogni contratto ragionevole, il
matrimonio appo i Romani richiedeva la preventiva approvazione dei
parenti. Un padre potea, per qualche legge recente, essere obbligato a
provvedere ai bisogni di una zitella matura; ma lo stesso stato
d'insania non veniva generalmente riputato bastante a togliere la
necessità del suo consentimento. Le cagioni dello scioglimento del
matrimonio hanno variato presso i Romani[318]; ma il più solenne
sacramento, la confarrazione stessa, si potea mai sempre distruggere col
mezzo di riti di una contraria tendenza. Nei primi secoli, il padre di
una famiglia era padrone di vendere i suoi figliuoli, e la sua moglie
era compresa nel numero di essi. Questo giudice domestico potea
pronunziare la morte della colpevole, o con più clemenza cacciarla dal
suo letto e dalla sua casa: ma la schiavitù della donna infelice era
senza speranza e perpetua, a meno che per sua propria convenienza egli
volesse usare le maschili prerogative del divorzio. Si largirono i più
vivi elogj alla virtù dei Romani, che si astennero oltre cinquecent'anni
dall'esercizio di questo allettante privilegio[319]: ma lo stesso fatto
mette all'aperto i termini disuguali di una congiunzione in cui lo
schiavo non aveva il diritto di rinunziare il suo tiranno, ed il tiranno
non aveva la volontà di abbandonare il suo schiavo. Allor quando le
matrone Romane divennero le eguali e volontarie compagne dei loro
padroni, s'introdusse una nuova giurisprudenza, ed il matrimonio, come
le altre società potè disciogliersi mediante l'abdicazione di uno dei
compagni. In tre secoli di prosperità e di corruzione questo principio
ampliossi al segno che frequente la pratica e pernicioso ne divenne
l'abuso. La passione, l'interesse od il capriccio suggerivano ogni
giorno motivo di sciorre i legami del matrimonio. Una parola, un segno,
un messaggio, una lettera, l'ambasciata di un liberto, dichiaravano la
separazione; e il più tenero dei vincoli umani fu abbassato fino a
divenire una passaggiera società di piacere o di profitto. Secondo le
varie condizioni della vita, i due sessi alternamente provarono la
vergogna e l'oltraggio. Una moglie incostante trasportava le sue
ricchezze in una nuova famiglia, abbandonando una numerosa e forse
spuria progenie alla paterna autorità ed alle cure dell'ultimo suo
marito; una donna, venuta vergine e bella alle nozze, potea esser
rimandata nel mondo vecchia, povera e senza amici; ma la ripugnanza dei
Romani, quando furono stimolati al matrimonio da Augusto, bastevolmente
ci fa vedere che le instituzioni predominanti erano meno favorevoli ai
maschi. Una speciosa teoria vien confutata da questo libero e perfetto
sperimento, il qual dimostra che la libertà del divorzio non
contribuisce a renderci felici e virtuosi. La facilità della separazione
distrugge ogni confidenza reciproca ed inasprisce ogni più lieve
sconcordia. La minuta differenza che corre tra un marito ed uno
straniero, potendo facilmente esser tolta di mezzo, si può anche più
facilmente obbliare; e la matrona, che in cinque anni ha il cuore di
sottoporsi agli abbracciamenti di otto mariti, dee cessare di avere in
rispetto la castità di se stessa[320].

Insufficienti rimedj seguitarono, con lontani e tardi passi il rapido
andamento del male. Il culto antico dei Romani presentava una Dea
particolare intesa ad ascoltare e pacificar le querele de' coniugi; ma
l'epiteto di _Viriplaca_[321] la placatrice dei mariti, troppo
chiaramente denota da qual parte si dovesse aspettar sempre la
sommissione ed il pentimento. Ogni azione di un cittadino era soggetta
al giudizio dei Censori. Il primo che usò il privilegio del divorzio,
espose, per loro comandamento, le ragioni del suo procedere[322]; ed un
Senatore fu espulso per aver rimandato vergine la sua moglie, senza
darne contezza a' suoi amici, o prenderne consiglio. Ogni volta che
s'intentava un processo per restituzione di dote, _il Pretore_, come
guardiano dell'equità, esaminava la cagione ed il carattere delle parti,
e con moderazione piegava la bilancia in favore della parte innocente ed
offesa. Augusto, il quale collegava i poteri di entrambi i magistrati,
adottò i differenti loro modi di reprimere o di punire la licenza del
divorzio[323]. Si chiedeva la presenza di sette testimonj Romani per
convalidare questo atto solenne e deliberato: se il marito s'era
diportato male verso la moglie, in vece di ottenere la dilazione di due
anni, era astretto a rifonder la dote immantinente o nello spazio di sei
mesi: ma se intaccare ei poteva i costumi della moglie, questa scontava
la sua colpa o la sua leggerezza colla perdita della sesta o dell'ottava
parte della sua dote. I Principi Cristiani furono i primi che
specificassero le giuste cagioni di un divorzio privato; le istituzioni
loro, da Costantino fino a Giustiniano, sembrano ondeggiare tra il
costume dell'Impero e i desiderj della Chiesa[324]; e l'autore delle
Novelle troppo frequentemente riforma la giurisprudenza del Codice e
delle Pandette. Secondo le leggi più rigorose, una moglie era condannata
a sopportare un giuocatore, un bevitore, un dissoluto, purchè questi non
fosse reo di omicidio, di avvelenamento, o di sacrilegio; ne' quali casi
il matrimonio avrebbe dovuto, a quanto sembra, venir disciolto dalla
mano del carnefice. Ma il sacro diritto del marito invariabilmente era
mantenuto per liberare il suo nome e la sua famiglia dall'obbrobrio
dell'adulterio. Successivi regolamenti abbreviarono ed ampliarono la
lista dei peccati mortali, sì mascolini che femminili, e si convenne che
gli ostacoli di un'impotenza incurabile, di una lunga assenza e della
professione monastica fossero atti a rescindere l'obbligazione
matrimoniale. Chiunque trasgrediva la legge, andava soggetto a varie e
gravi penalità. Si toglieva alla donna ogni sua ricchezza ed ornamento,
senza eccettuarne il ferrino de' capelli: se l'uomo introduceva una
nuova sposa nel suo letto, ogni sostanza di costei si potea legalmente
staggire dalla vendetta della moglie esiliata. La confiscazione si
commutava alle volte in una multa; la multa era talvolta aggravata dalla
relegazione in un'isola o dal confino in un monastero: la parte offesa
veniva affrancata dai vincoli del matrimonio; ma il colpevole, per tutta
la sua vita o per un termine d'anni, non poteva passare ad altre nozze.
Il successore di Giustiniano porse orecchio alle preghiere degli
sventurati suoi sudditi e ristabilì la libertà del divorzio, mediante il
mutuo consenso: unanimi furono i giureconsulti[325], ma divisi di parere
i teologi[326], e l'ambigua parola che contiene il precetto di Cristo,
si piega a tutte le interpretazioni che possa chiedere la sapienza di un
legislatore.

Molti impedimenti naturali e civili ristringevano, appo i Romani, la
libertà dell'amore e del matrimonio. Un istinto, quasi innato ed
universale, pare proibire il commercio incestuoso[327] de' padri e de'
figli, nella serie infinita delle generazioni ascendenti o discendenti.
Quanto ai rami obbliqui e collaterali, la natura è indifferente, la
ragione è muta, vario ed arbitrario è il costume. Nell'Egitto si
ammetteva, senza scrupolo ed eccezione, il matrimonio tra fratelli e
sorelle; uno Spartano poteva sposare la figlia di suo padre, un Ateniese
quella di sua madre, e le nozze di uno zio colla sua nipote erano
applaudite in Atene come una venturosa unione de' congiunti più cari. I
legislatori di Roma profana non si lasciarono mai trarre dall'interesse
o dalla superstizione a moltiplicare i gradi proibiti. Ma
inflessibilmente essi condannarono il matrimonio tra fratelli e sorelle,
stettero dubbiosi se lo stesso interdetto colpisse i cugini primi,
rispettarono il carattere paterno delle zie e de' zii, e trattarono
l'affinità e l'adozione come una giusta imitazione dei legami del
sangue. Secondo le superbe massime della Repubblica, non si poteva
contrarre un matrimonio legittimo che tra Cittadini liberi; richiedevasi
un'estrazione onorevole od almeno ingenua per la sposa di un Senatore:
ma il sangue dei Re mai non potea mescolarsi in legittime nozze col
sangue di un Romano: ed il nome di straniere umiliò Cleopatra e
Berenice[328] a vivere le concubine[329] di Marc'Antonio e di Tito.
Questa appellazione, così oltraggiosa alla maestà, non si potea però
veramente senza indulgenza applicare ai costumi di quelle Orientali
Reine. Una Concubina, nello stretto senso dei giuristi, era una donna di
nascita servile o plebea, l'unica e fedel compagna di un Cittadino
Romano, il quale continuava a viver celibe. Le leggi riconoscevano ed
approvavano la condizione modesta di lei, posta disotto agli onori di
una moglie, disopra all'infamia di una meretrice. Dai giorni di Augusto
sino al decimo secolo, l'uso di questo maritaggio secondario prevalse,
tanto nell'Occidente che nell'Oriente, e le umili virtù di una Concubina
si preferivano spesso alla pompa ed all'insolenza di una nobil matrona.
I due Antonini, i migliori dei Principi e degli uomini, godettero in
questa congiunzione le dolcezze dell'amor domestico. Imitato ne fu
l'esempio da molti Cittadini che mal sofferivano il celibato, ma non
volevano macchiare il lustro della loro famiglia. Se poi avveniva che
desiderassero di legittimare i loro figliuoli naturali, ciò subitamente
mandavano ad effetto col celebrare le nozze loro insieme con una
compagna di cui avevano già sperimentato la fecondità e la fede[330].
Questo epiteto di naturale distingueva la prole della Concubina dalla
spuria schiatta dell'adulterio, della prostituzione e dell'incesto, a
cui Giustiniano con repugnanza concede i necessarj alimenti, e questi
figli naturali erano soli atti a succedere alla sesta parte delle
facoltà del putativo lor padre. Secondo il rigore della legge, i
bastardi non avevan diritto che al nome ed alla condizione della madre
loro, dalla quale essi traevano il carattere di schiavi, di stranieri, o
di cittadini. Questi rifiuti delle famiglie erano adottati senza
rimprovero come figliuoli dello Stato[331].

Le relazioni di _tutore_ e di _pupillo_, che ingombrano tanto posto
nell'Institute e nelle Pandette[332], sono di natura semplicissima ed
uniforme. La persona e la proprietà di un orfanello dovea sempre esser
commessa alla custodia di qualche assennato amico. Se il padre defunto
non aveva significato la sua scelta, gli agnati o parenti più prossimi
del padre, erano considerati come suoi tutori naturali. Gli Ateniesi
paventavano di esporre il fanciullo al potere di coloro ai quali più
profittevole ne tornava la morte; ma un assioma della giurisprudenza
Romana ha sentenziato che il carico della tutela dee sempre accompagnare
l'emolumento della successione. Se la scelta del padre, e la linea di
consanguinità non somministravano tutore, la nomina del Pretore della
Città o del Presidente della Provincia suppliva al difetto. Ma la
persona che essi nominavano a questo pubblico uffizio potea legalmente
esserne liberata per demenza o cecità, por ignoranza od imperizia, per
antecedente inimicizia od interesse contrario, pel numero de' figliuoli
o delle tutele di cui era già carico, e finalmente per le immunità
concedute alle utili fatiche de' magistrati, de' legisti, de' medici e
de' professori. Sinchè il fanciullo potesse parlare e pensare,
rappresentato egli era dal tutore, l'autorità del quale non cessava che
all'arrivo della pubertà. Senza il consentimento del tutore nessun atto
del pupillo poteva obbligarlo in suo pregiudizio, benchè obbligasse gli
altri in suo benefizio. È inutile di osservare che il tutore spesso dava
sicurtà, e sempre rendeva i conti, e che la mancanza di sollecitudine o
d'integrità lo esponeva ad un processo civile e quasi criminale, per la
violazione di questo sacro deposito. Gli anni della pubertà si erano
sconsigliatamente determinati a quattordici dai giureconsulti, ma
siccome le facoltà della mente maturano più tardi che quelle del corpo,
s'instituiva un curatore per difendere le sostanze di un giovane Romano
dalla sua propria inesperienza e dalle ferventi passioni. Il curatore
era stato da principio un custode, stabilito dal Pretore per salvare una
famiglia dal cieco scialacquamento di qualche prodigo o disennato; le
leggi obbligarono poscia il minore a richiedere una simile protezione,
senza la quale non erano validi i suoi atti, sintanto che avesse
venticinque anni compiti. Condannate eran le donne alla perpetua tutoria
dei padri, dei mariti o dei tutori; un sesso, creato per piacere ed
obbedire, supponevasi che mai non avesse aggiunto l'età della ragione e
dell'esperienza. Tale almeno era il rigido ed altero spirito della legge
antica, la quale appoco appoco s'era andata mitigando prima del tempo di
Giustiniano.

II. L'originale diritto di proprietà non può giustificarsi che
per l'accidente od il merito dell'occupazione anteriore; e su
questo fondamento saviamente è stabilito dalla filosofia dei
giureconsulti[333]. Il selvaggio che scava un albero, conficca una
pietra aguzza in un manico di legno o adatta una corda a un ramo
elastico, diviene nello stato di natura, il giusto proprietario della
canoa, dell'accetta e dell'arco. Comuni a tutti erano i materiali; la
nuova forma, prodotto del suo tempo e della sua semplice industria,
appartiene unicamente a lui solo. Gli affamati fratelli non possono,
senza un sentimento della propria loro ingiustizia, strappar di mano al
cacciatore la preda delle foreste, ch'egli ha cotto od ucciso colla
personale sua forza e destrezza. Se la provvida cura di esso conserva e
moltiplica i mansueti animali, la cui trattabil natura è suscettiva di
educazione, un perpetuo diritto egli acquista all'uso ed al servizio
della numerosa lor razza, che ritrae l'esistenza dall'opera sua. Se egli
chiude e coltiva un campo per alimentar se stesso ed i suoi, e converte
uno steril deserto in un fertil terreno, la semente, il concime, il
lavoro, creano un nuovo valore, e le fatiche di tutto l'anno penosamente
gli guadagnano il guiderdon delle messi. Negli stati successivi della
società il cacciatore, il pastore, l'agricoltore, possono difendere ciò
che posseggono colla forza di due ragioni che vivamente parlano ai
sentimenti dell'animo umano; vale a dire che quanto essi posseggono è il
frutto della industria loro; e che ogni uomo il quale porti invidia alla
loro felicità, può procacciarsi eguali beni mediante l'esercizio di
un'ugual diligenza. Tale, per dire il vero, può essere la libertà e la
prosperità di una piccola colonia, piantata sopra un'isola fertile. Ma
la colonia moltiplica, mentre lo spazio sempre rimane lo stesso: gli
audaci e gli scaltri si fanno padroni assoluti dei comuni diritti,
retaggio eguale di tutti gli uomini; ogni campo, ogni selva vien
circoscritta dai limiti di un padrone geloso, e particolar lode è dovuta
alla giurisprudenza Romana, la quale attribuisce al primo occupante il
diritto sovra tutti gli animali selvaggi della terra, dell'aria e
dell'acqua. Nel progresso dall'equità primitiva alla finale ingiustizia,
taciti sono i passi, quasi impercettibile l'ombra, e l'assoluto
monopolio vien difeso da leggi positive e da un'artificiale ragione.
L'attivo insaziabil principio dell'amor proprio può solo provvedere
alimento alle arti della vita e salario all'industria, e tosto che il
governo civile e la proprietà esclusiva si sono introdotti, essi
diventano necessari all'esistenza della schiatta umana. Fuori che nelle
singolari instituzioni di Sparta, i legislatori più saggi hanno
disapprovato la legge agraria come un'innovazione falsa e pericolosa.
Appresso i Romani l'enorme sproporzione delle ricchezze oltrepassò gli
ideali termini di una tradizione dubbiosa, e di uno statuto andato in
disuso. Secondo la tradizione, il più povero seguace di Romolo aveva
avuto in dono la perpetua proprietà di due _jugeri_[334]: lo statuto
ristrigneva i Cittadini più ricchi a non possedere più di cinquecento
jugeri, ossia trecento e dodici acri Inglesi. Il territorio di Roma non
consisteva originariamente che in alcune miglia di bosco e di prato,
lungo le rive del Tevere; e la permutazione domestica nulla poteva
aggiungere al fondo nazionale. Ma i beni di un estero o di un nemico
erano legittimamente esposti al primo occupante ostile; la Città si
arricchì mediante il profittevole commercio della guerra; ed il sangue
de' suoi figli fu il solo prezzo che ella pagasse per le gregge de'
Volsci, gli schiavi della Britannia, le gemme e l'oro dei Regni
dell'Asia. Nella favella della giurisprudenza antica che era caduta in
corruzione e dimenticanza avanti l'età di Giustiniano, queste spoglie
erano distinte col nome di _Manceps_ o Mancipio, prese colle mani, ed
ogni volta che venivano vendute od _emancipate_, il compratore
richiedeva qualche assicuranza che erano state la proprietà di un nemico
e non di un concittadino[335]. Un cittadino non poteva perdere i suoi
diritti sopra un terreno che coll'abbandonarlo; e subito che il terreno
aveva un certo valore, difficilmente si presumeva quell'abbandono. Non
pertanto, secondo la legge delle Dodici Tavole, una prescrizione di un
anno pei mobili, e di due anni per gl'immobili aboliva il titolo
dell'antico padrone, ove però il possessore presente gli avesse
acquistati mediante una ragionevole transazione dalla persona che egli
credeva esserne il proprietario legittimo[336]. Una sì fatta ingiustizia
di buona coscienza, senza alcuna mescolanza di frode o di forza, di rado
poteva danneggiare i membri di una piccola Repubblica; ma i varj periodi
di tre, di dieci, o di vent'anni, determinati da Giustiniano, sono più
convenienti all'ampiezza di un grande Impero. Solo relativamente al
tempo stabilito per la prescrizione, i giuristi fanno la distinzione di
beni reali e di beni personali, e l'idea generale che hanno sulla
proprietà è quella di un dominio semplice, uniforme ed assoluto. I
professori di giurisprudenza copiosamente spiegano le subordinate
eccezioni di _uso_, di _usufrutto_,[337], di _servitù_[338], imposte a
benefizio di un vicino sopra le terre, e le case. Con metafisica
sottigliezza essi pure indagano i diritti di proprietà, in quanto sono
alterati dal mescolamento, dalla divisione, o dalla trasformazione delle
sostanze.

Il diritto personale del primo proprietario dee terminare insieme colla
sua vita: ma la possessione, senza alcuna apparenza di cambiamento,
pacificamente si continua ne' suoi figliuoli, sozj de' suoi lavori, e
partecipi delle sue dovizie. Questo naturale retaggio è stato protetto
dai legislatori di tutti i climi e di tutte le età, ed il padre viene
animato a perseverare nei lenti e lontani miglioramenti dalla tenera
speranza che una lunga posterità sarà per godere i frutti delle sue
fatiche. Universale è il _principio_ della successione ereditaria, ma
l'ordine vanamente ne fu stabilito dalla convenienza o dal capriccio,
dallo spirito delle instituzioni nazionali, o da qualche esempio
parziale che la frode o la violenza hanno in sulle prime deciso. La
giurisprudenza dei Romani pare aver deviato molto meno dall'eguaglianza
della natura che non le instituzioni degli Ebrei[339], degli
Ateniesi[340] e dell'Inghilterra[341]. Al morire di un cittadino, tutti
i suoi discendenti, a meno che fossero già affrancati dalla paterna sua
potestà, erano chiamati a succedere nell'eredità de' suoi beni.
Sconosciuta ora l'insolente prerogativa della primogenitura: sopra un
giusto livello erano collocati i duo sessi; tutti i figli e tutte le
figlie avevano un egual diritto ad una egual porzione delle sostanze
paterne; e se una morte prematura avesse tolto dal mondo uno dei figli,
i figli di esso rappresentavano la sua persona e ne dividevan la parte.
Quando manca la linea retta, il diritto di successione dee divergere ai
rami collaterali. I giurisperiti annoverano i gradi di parentela[342],
ascendendo dall'ultimo possessore ad un progenitore comune, e
discendendo da questo progenitore comune al più prossimo erede: mio
padre sta nel primo grado, mio fratello nel secondo, i suoi figliuoli
stanno nel terzo; ed il rimanente della serie si può concepire
dall'immaginazione, o dipingere sopra una tavola genealogica. In questo
computo, si fece una distinzione, essenziale alle leggi, anzi alla
costituzione di Roma; gli _agnati_ ossia gli individui della linea
mascolina, furono chiamati, secondo la loro prossimità, ad una
partizione eguale. Ma una donna era inabile a trasmettere verun diritto
legale; e la legge delle Dodici Tavole diseredava come stranieri ed
alieni, i _cognati_ di ogni grado, senza far pure eccezione in favore
dei sì dolci vincoli di madre e di figlio. Presso i Romani, un _nome_
comune ed i riti domestici univano _una gente_ o un legnaggio; i varj
_cognomi_ o _soprannomi_ di Scipione o di Marcello distinguevano un
dall'altro i subordinati rami o casati della stirpe Cornelia, o della
Claudia: alla mancanza degli agnati dello stesso soprannome, si suppliva
colla denominazione, più larga di _gentili_; e la vigilanza delle leggi
manteneva, negli individui dello stesso nome, la perpetua discendenza
della religione e della proprietà. Un somigliante principio dettò la
legge Voconia[343] che abolì nelle donne il diritto di ereditare.
Sintanto che le vergini furono donate o vendute in maritaggio,
l'adozione della moglie spegneva le speranze della figlia. Ma l'eguale
successione delle indipendenti matrone, ne sosteneva l'orgoglio ed il
lusso, e poteva trasportare in una casa straniera le ricchezze dei lor
genitori. Le massime di Catone[344], quando erano tenute in rispetto,
tendevano a perpetuare in ogni famiglia una onorata e virtuosa
mediocrità; ma le blandizie femminili a poco a poco riportaron vittoria;
ed ogni salutare raffrenamento andò sommerso nella dissoluta grandezza
della Repubblica. Il rigore dei Decemviri fu temperato dall'equità dei
Pretori. I loro editti restituivano i figli emancipati ed i postumi nel
possesso dei diritti della natura; e quando mancavano gli _agnati_, essi
anteponevano il sangue dei _cognati_ al nome dei gentili, il titolo e
carattere de' quali insensibilmente perì nell'obblio. Il reciproco
ereditar delle madri o dei figli fu stabilito nei decreti di Tertulliano
e di Orfizio dall'umanità del Senato. S'introdusse un ordine nuovo e più
imparziale dalle Novelle di Giustiniano, il quale affettava di far
rivivere la giurisprudenza delle Dodici Tavole. Confuse andarono le
linee della parentela mascolina e femminina: le serie discendenti e
ascendenti, e le collaterali accuratamente furono definite; ed ogni
grado, secondo la prossimità del sangue e dell'affetto, successe ai beni
vacanti di un cittadino Romano[345].

L'ordine di successione è regolato dalla natura, o almeno dalla ragione
generale e permanente del legislatore: ma quest'ordine viene
frequentemente violato dagli arbitrarj e parziali voleri, che prolungano
oltre la tomba il dominio del testatore[346]. Nello stato semplice della
società, quest'ultimo uso od abuso di rado viene permesso. Le leggi di
Solone lo introdussero in Atene; ed i privati testamenti del padre di
una famiglia ebbero l'autorità delle Dodici Tavole in loro favore. Prima
dei Decemviri[347], un cittadino Romano esponeva i suoi desiderj e
motivi all'assemblea delle trenta Curie, ed un atto speciale della
legislatura sospendeva le legge generale delle successioni. Dopo la
permissione data dai Decemviri, ogni legislatore privato promulgava il
suo testamento verbale o scritto al cospetto di cinque cittadini i quali
rappresentavano le cinque classi del popolo Romano; un sesto testimonio
attestava la concorrenza loro, un settimo pesava la moneta di rame
ch'era pagata da un compratore immaginario: ed i beni si trovavano
emancipati, mediante una vendita fittizia ed uno scarico immediato.
Questa singolar cerimonia[348], che destava la meraviglia de' Greci,
veniva tuttavia praticata ai tempi di Severo; ma i Pretori avevano già
approvato un testamento più semplice, pel quale essi richiedevano il
suggello e la sottoscrizione di sette testimonj, scevri da ogni
eccezione legale, ed espressamente convocati per l'esecuzione di
quell'atto importante. Un monarca domestico, il qual regnava sopra le
vite e le sostanze de' suoi figliuoli, poteva distribuirne le rispettive
parti, secondo i gradi del loro merito e del loro affetto: l'arbitrario
disgusto puniva un figlio indegno colla perdita del suo retaggio, e
coll'umiliante preferenza di uno straniero. Ma l'esempio di molti padri
snaturati mostrò il bisogno di porre alcun freno alla loro facoltà di
testare. Un figlio, o, secondo le leggi di Giustiniano, anche una
figlia, non poterono più essere diseredati pel solo silenzio del padre:
questi era tenuto a nominare il colpevole ed a specificare l'offesa: e
la giustizia dell'Imperatore determinò le sole cagioni che potevano
giustificare un tale infragnimento dei primi principi della natura e
della società[349]. A meno che si lasciasse ai figliuoli la legittima,
ossia la quarta parte dei beni, essi avevan diritto d'instituire un
processo od una querela contro quel _testamento inofficioso_, di
supporre che la malattia o l'età avessero debilitato la mente del lor
genitore, e di appellarsi rispettosamente dalla rigida sua sentenza alla
riflessiva sapienza del magistrato. Nella giurisprudenza Romana, si
ammise una distinzione essenziale tra l'eredità ed i Legati. Gli eredi
che succedevano all'intera unità, o ad alcuna delle dodici frazioni
della sostanza del testatore, rappresentavano il suo carattere civile e
religioso, ne facevano valere i diritti, ne eseguivano gli obblighi, e
adempivano i doni dell'amicizia e della liberalità, che l'ultimo suo
volere avea lasciato in testamento sotto il nome di Legati. Ma siccome
l'imprudenza o la prodigalità di un uom moribondo può dar fondo
all'eredità, e non lasciare che rischi e molestie al suo successore, fu
stabilito dalla legge _Falcidia_ che questi, prima di pagare i Legati,
potesse ritenere per sè il quarto netto dei beni. Gli si lasciò un tempo
ragionevole per esaminare la proporzione tra i debiti e le sostanze, per
decidere se volesse accettare o ricusare il testamento; e quando
accettava col benefizio di un inventario, le domande dei creditori non
potevano oltrepassare la valutazione dei beni. L'ultima volontà di un
cittadino poteva essere alterata, lui vivente, ovvero cassata lui morto;
le persone, ch'ei nominava, potevano morire prima di lui o rifiutare
l'eredità, od essere esposte a qualche impedimento legale. In
considerazione di questi eventi, gli si concesse la facoltà di
sostituire dei secondi e dei terzi eredi, i quali prendessero uno il
posto dell'altro, secondo l'ordine del testamento; ed all'incapacità in
cui era un pazzo od un fanciullo di lasciare per testamento i suoi beni,
si poteva supplire con una simile sostituzione[350]. Ma la potestà del
testatore spirava coll'accettazione del testamento: ogni Romano, maturo
di anni e di senno, acquistava l'assoluto dominio del suo ereditaggio, e
la semplicità della legge civile non era mai offuscata dalle lunghe ed
avviluppate sostituzioni, che inceppano la prosperità e la libertà delle
generazioni future.

Le conquiste della Repubblica e le formalità della legge stabilirono
l'uso dei _Codicilli_. Se la morte sorprendeva un Romano in qualche
remota provincia dell'Impero, egli indirizzava una breve epistola al suo
erede legittimo o testamentario; il quale adempiva con onore, o
trascurava con impunità quest'ultima richiesta, che i giudici, prima del
regno di Augusto, non avevano l'autorità di far eseguire. Un Codicillo
poteva essere espresso in qualunque modo, ed in qualunque favella; ma
conveniva che la soscrizione di cinque testimonj ne dichiarasse
l'autenticità. L'intenzione del testatore, benchè lodevole, era spesso
illegale; e l'invenzione dei fedecommessi nacque dal contrasto tra la
giustizia naturale e la giurisprudenza positiva. Lo straniero di Grecia
o d'Affrica poteva essere l'amico od il benefattore di un Romano senza
figli; ma nessuno, fuorchè un concittadino, poteva agire in qualità di
suo erede. La legge Voconia, che tolse alle donne il diritto di
succedere, ristrinse il Legato o l'eredità di una donna alla somma di
centomila sesterzi[351], ed una figlia unica era condannata ad essere
poco meno che una straniera nella casa del suo genitore. Lo zelo
dell'amicizia, e l'amor dei congiunti dettarono un generoso artifizio:
si nominava nel testamento un cittadino di qualità, con la preghiera o
l'ingiunzione ch'egli restituisse il retaggio alla persona a cui
veramente era destinato. Varia fu la condotta dei fedecommessarj in
questa situazione spinosa: essi avevano giurato di osservar le leggi
della lor patria, ma l'onore gli traeva a rompere il lor giuramento, e
se anteponevano il loro interesse sotto la maschera di patriottismo,
essi perdevano la stima di ogni animo virtuoso. La dichiarazione di
Augusto li tolse d'angustia, diede una sanzione legale ai testamenti
fiduciali ed ai Codicilli, e senza urto prosciolse le forme e le
restrizioni della giurisprudenza Repubblicana[352]. Ma siccome la nuova
pratica de' fedecommessi tralignava in qualche abuso, i decreti di
Trebelliano e di Pegaso abilitarono il fedecommissario a ritener per sè
un quarto della sostanza, od a trasferir sul capo del vero erede tutti i
debiti e processi della successione. Stretta e letterale era
l'interpretazione dei testamenti; ma il linguaggio dei fedecommessi e
dei Codicilli fu liberato dalla minuta e tecnica accuratezza dei
giureconsulti[353].

III. Le pubbliche e private relazioni degli uomini impongono ad essi i
loro generali doveri: ma le _obbligazioni_ specifiche degli individui
tra loro non possono esser l'effetto che I. di una promessa, II. di un
benefizio, o, III. di un'ingiuria; e quando queste obbligazioni sono
ratificate dalla legge, la parte interessata può esigerne l'adempimento,
mercè di un'_azione_ giudiciale. Sopra di questo principio i legisti di
ogni paese hanno edificato una giurisprudenza, la quale, essendo
uniforme, si può riguardare come il nobil parto della ragione universale
e della giustizia[354].

I. I Romani adoravano la Dea _Fede_ (fede umana e sociale), non solo ne'
Templi ad essa innalzati, ma in ogni punto della lor vita; e se questa
nazione mancava in qualche parte dei più amabili pregi della cortesia e
della generosità, essa faceva maravigliare i Greci col sincero e
semplice adempimento degli impegni più ardui e più gravi[355]. Non
pertanto, appo lo stesso popolo, secondo le rigide massime dei Patrizj e
dei Decemviri, un _nudo patto_, una promessa, od anche un giuramento,
non creavano alcun obbligo civile, a meno che avessero per conferma la
forma legale della stipulazione. Qualunque esser possa l'etimologia
della voce latina, essa porta con sè l'idea di un saldo ed irrevocabil
contratto, il quale sempre veniva espresse colla formalità di una
domanda e di una risposta. «Mi prometti di pagarmi cento monete d'oro?»
Tale era la solenne interrogazione di Sejo. «Lo prometto,» rispondeva
Sempronio. Gli amici di Sempronio che si facevano mallevadori
dell'abilità e dell'inclinazione di esso, potevano separatamente esser
citati in giudizio a scelta di Sejo; ed il benefizio della partizione,
ossia l'ordine delle azioni reciproche, a poco a poco deviò dalla
stretta teoria della stipulazione. Il più cauto e deliberato
consentimento fu giustamente richiesto per sostenere la validità di una
promessa gratuita; ed il cittadino che avrebbe potuto ottenere una
sicurtà legale, incorreva nel sospetto di frode, e pagava la pena della
sua negligenza. Ma l'accorgimento dei giureconsulti con buon successo
adoperassi a convertire le promesse nella forma delle stipulazioni
solenni. I Pretori, in qualità di custodi della fede sociale,
ammettevano ogni ragionevol prova di un atto volontario e deliberato, il
quale nel lor Tribunale produceva un obbligo di equità, e pel quale essi
accordavano una azione ed un ricorso[356].

II. Le obbligazioni della seconda classe, contratte mediante la consegna
di una cosa, vengono distinte dai giureconsulti coll'epiteto di
reali[357]. Un grato contraccambio è dovuto all'autore di un benefizio,
ed ogni uomo a cui siasi affidata la proprietà di un altro, si è
vincolato al sacro dovere della restituzione. Nel caso di un prestito
amichevole, il merito della generosità è tutto dal lato del prestatore;
in quello di un deposito, il merito è dal lato di chi lo riceve; ma nel
caso di un pegno o di quelle altre disposizioni fondate sopra un
interesse reciproco, un equivalente compensa il benefizio; e l'obbligo
di restituire variamente vien modificato dalla natura dell'accordo. La
lingua latina esprime felicemente la differenza fondamentale che corre
tra il _comodato_ ed il _mutuo_, che la povertà de' nostri idiomi è
ridotta a confondere nella vaga e comune appellazione d'imprestito. Il
primo imponeva a chi prendeva a presto l'obbligo di restituire la
stessissima cosa di cui era stato _accomodato_ per supplire
temporaneamente a' suoi bisogni; il secondo indicava che la cosa
imprestata era destinata al suo uso e consumo, ed egli liberavasi da
questo _mutuo_ impegno col sostituire lo stesso valore specifico,
secondo una giusta estimazione del numero, del peso e della misura. Nel
contratto di _vendita_, l'assoluto dominio passa per diritto al
compratore, ed egli paga il benefizio con una somma adeguata di oro o di
argento, prezzo e misura universale di tutte le possessioni di questo
mondo. Di genere più complicato è l'obbligo di un altro contratto,
quello di _locazione_. Le terre o le case, le fatiche o i talenti si
possono affittare per un termine definito. Allo spirar del tempo, si dee
restituire la cosa stessa al proprietario con una retribuzione in
aggiunta pel profitto che se ne è ricavato mediante l'occupazione o
l'impiego. In questi contratti lucrativi, ai quali conviene aggiugnere
quelli di società e di commissione, i giureconsulti alle volte
suppongono la consegna dell'oggetto, ed altre volte presumono il
consentimento delle parti. Al pegno sostanziale si sostituirono
finalmente i diritti invisibili dell'_ipoteca_; ed il prezzo di una
vendita, determinata da ambe le parti, mette, da quel punto, le venture
del guadagno o della perdita sul conto del compratore. Si può
ragionevolmente supporre che ogni uomo sia per obbedire ai dettami del
suo interesse; e se egli accetta il benefizio, è obbligato a sostenere
la spesa della transazione. In questo illimitato soggetto, lo storico
dee particolarmente osservare la locazione delle terre e del denaro; la
rendita di quelle e l'interesse di questo, in quanto esse materialmente
toccano la prosperità dell'agricoltura e del commercio. Il proprietario
di terreni era spesso obbligato ad anticipare il capitale e gli
stromenti della coltivazione, ed a contentarsi di una partizione dei
frutti. Se il tapino affittuale veniva oppresso da sinistri accidenti,
dal contagio o da ostile violenza, egli invocava per un proporzionato
alleviamento l'equità delle leggi: cinque anni erano il termine d'uso
per tali contratti, nè si poteva aspettare alcun solido o costoso
miglioramento da un fittaiuolo che ad ogni momento poteva esser mandato
fuora, por la vendita della possessione[358]. L'usura[359],
quell'inveterato male di Roma[360], era stata scoraggiata dalle Dodici
Tavole, ed abolita dai clamori del popolo. I bisogni e l'odiosità di
esso popolo la richiamarono in vita, la discrezione dei Pretori la
tollerò, ed il Codice di Giustiniano finalmente ne prescrisse i confini.
Alle persone d'illustre grado non si concedette di ricevere più del
quattro per cento; il sei per cento fu stabilito qual ordinaria e legale
misura dell'interesse. Si permise l'otto, per la convenienza delle
manifatture e de' mercatanti, e si accordò il dodici per le
assicurazioni marittime, le quali da' più antichi savj non s'erano
ardite definire; ma fuori che in questa rischiosa occasione, severamente
si raffrenò la pratica dell'usura esorbitante[361]. Il clero
dell'Oriente e dell'Occidente condannò il più tenue interesse[362]: ma
il sentimento del vantaggio reciproco, il quale aveva trionfato delle
leggi della Repubblica, con egual fermezza fece fronte ai decreti della
Chiesa, ed anche ai pregiudizi del genere umano[363].

III. La natura e la società impongono lo stretto obbligo di riparare un
torto; e chi ha sofferto per una privata ingiustizia, acquista un
diritto personale ed un'azione legittima. Se la proprietà di un altro
viene affidata alle vostre mani, il grado di cura che voi dovete
prenderne, cresce o scade secondo il benefizio che voi derivate da quel
temporaneo possedimento. Di rado avviene che ci tocchi render ragione di
un accidente inevitabile, ma le conseguenze di un fallo volontario vanno
mai sempre imputate al suo autore[364]. Un Romano richiamava e
ricuperava le cose rubategli, mediante un'azione civile di furto: esse
potevano passare per una serie di mani innocenti e pure, ma soltanto una
prescrizione di trent'anni era valevole ad estinguere l'originale suo
diritto. Gli si restituivano quegli effetti per sentenza del Pretore, e
si compensava l'ingiuria col pagamento del doppio, del triplo ed anche
del quadruplo del loro valore, secondo ch'era succeduta una frode
secreta, od una rapina aperta, e secondo che il rubatore era stato
sorpreso sul fatto, ovvero scoperto per una susseguente ricerca. La
legge Aquilia[365] difendeva la vivente proprietà di un cittadino, i
suoi schiavi ed il suo bestiame, dai colpi della malizia, o dai danni
della negligenza: essa condannava il colpevole a pagare il più alto
prezzo a cui si potesse stimare l'animale domestico in un qualunque
momento dell'anno che ne aveva preceduto la morte. Per la distruzione di
ogni altro valutabile oggetto si lasciava una latitudine di trenta
giorni all'estimazione. Un'ingiuria personale viene alleggerita od
aggravata dai costumi del tempo, e dalla severità dell'individuo:
l'equivalente del dolore o dell'offesa di una parola o di una percossa
non si può facilmente valutare in denaro. La rozza giurisprudenza dei
Decemviri aveva confuso tutti gli insulti fatti nel bollore dell'ira,
che non giungevano alla rottura di un membro, ed essa condannava
l'aggressore alla comune multa di venticinque assi. Ma la stessa
denominazione di moneta fu ridotta, in tre secoli, da una libbra alla
metà di un'oncia; e l'insolenza di un ricco Romano si prendeva a buon
mercato lo sciaurato spasso di trasgredire e di soddisfare la legge
delle Dodici Tavole. Verazio correva per le strade, percuotendo in
faccia gl'innocenti passeggieri, ed un suo seguace, che portava una
borsa, immediatamente rintuzzava le lor grida colla esibizione di
venticinque monete di rame, il valore di circa uno scellino[366], a
norma di quanto esigeva la legge. L'equità dei Pretori esaminava e
valutava il merito distinto di ogni querela particolare.
Nell'aggiudicare i danni civili, il magistrato si assumeva il diritto di
aver riguardo alle varie circostanze di tempo e di luogo, di età e di
dignità, che inacerbar potevano l'onta e il dolore della persona offesa.
Ma se egli ammetteva l'idea di un'ammenda, di una punizione, di un
esempio, egli invadeva la provincia della legge Criminale, benchè forse
ne riparasse il difetto.

Tito Livio, ove riferisce il supplizio del Dittatore di Alba, fatto a
brani da otto cavalli, lo rappresenta come il primo e l'ultimo esempio
di crudeltà Romana, nel punimento de' più atroci delitti[367]. Ma questo
atto di giustizia o di vendetta venne eseguito sopra un nemico straniero
nell'ardore della vittoria, e per comando di un uomo solo. Le Dodici
Tavole offrono una più decisiva prova dello spirito nazionale, perocchè
furono esse composte dai più saggi del Senato, ed accettate dai liberi
suffragi del popolo. Tuttavia queste leggi, come gli statuti di
Dracone[368] erano scritte a note di sangue[369]. Esse approvano la
disumana e disugual massima del taglione; e rigorosamente esigevano la
perdita di un occhio per un occhio, di un dente per un dente, di un
membro per un membro, a menochè l'offensore potesse riscattare il suo
perdono con pagare una multa di trecento libbre di rame. I Decemviri
distribuirono molto liberamente i castighi men gravi della flagellazione
e della servitù, e giudicarono degni di morte nove delitti di un'assai
differente natura. Erano questi: I. Ogni atto di _tradimento_ contro lo
Stato o di corrispondenza col nemico pubblico. Doloroso ed ignominioso
era il supplizio. Si ravvolgeva in un velo il capo del Romano degenere,
gli si legavano dietro il dorso le mani, e poscia che era stato battuto
colle verghe dal littore, veniva appeso nel mezzo del Foro ad una croce,
o ad un albero inauspicato. II. I notturni conciliaboli nella Capitale,
qualunque fosse il pretesto, o di piacere o di religione o di ben
pubblico. III. L'uccisione di un cittadino, la quale, secondo i comuni
sentimenti degli uomini, richiede il sangue dell'uccisore. Il veleno è
più odioso ancora della spada o del coltello; e ci reca stupore lo
scorgere in due sciagurati esempi, come una sì fatta sottile perversità
abbia di buon'ora infettato i costumi della Repubblica, e le caste virtù
delle matrone Romane[370]. Il parricida che violava i doveri della
natura e della gratitudine, veniva gettato nel fiume e nel mare, chiuso
in un sacco, nel quale successivamente si rinserrarono un gallo, una
vipera, un cane ed una scimia, come i suoi più degni compagni[371].
L'Italia non produce scimie; ma non fu sentita una tal mancanza sino
alla metà del sesto secolo, epoca in cui per la prima volta si scoprì un
delitto di parricidio[372]. IV La malvagità di un _incendiario_. Questi
era battuto colle verghe dapprima, poi consegnato egli stesso alle
fiamme; solo esempio in cui la nostra ragione sia tentata di approvar la
giustizia della pena del taglione. V. Lo _spergiuro giudiziale_. Il
testimonio malizioso o corrotto era lanciato capovolto giù dalla rocca
Tarpeia per espiare la sua falsità, che più fatale era fatta dalla
severità delle leggi penali, e dalle mancanze di prove scritte. VI. La
corruzione di un giudice, il quale accettava regali per dare una
sentenza iniqua. VII. I libelli e le satire, i cui rozzi versi alle
volte perturbarono la pace di una città senza lettere. Se ne puniva a
colpi di bastone l'autore, meritato castigo; ma non è ben certo se lo
lasciassero spirare sotto i colpi del manigoldo[373]. VIII. La notturna
tristizia di danneggiare o distruggere la messe del vicino. S'impendeva
il delinquente come gradita vittima a Cerere. Ma le Deità boscherecce
erano implacabili meno, e l'estirpazione dell'albero più prezioso non
traeva dietro di se che l'ammenda di venticinque libbre di rame. IX. Le
incantagioni magiche: che avevan forza, a quanto credevano i pastori del
Lazio, di estenuare un nemico, di spegnerne la vita, e di sterpar dalle
sedi le piantagioni che avevano posto radici più salde. Ci rimane a
parlare della crudeltà delle Dodici Tavole verso i debitori che non
potevan pagare, ed io ardirei di anteporre il senso letterale
dell'antichità alle speciose interpretazioni dei critici moderni[374].
Dopo la prova giudiziale o la confessione del debito, si concedevano
trenta giorni di grazia, innanzi che un Romano fosse dato in balìa del
suo concittadino. In questa prigione privata, dodici oncie di riso
componevano il giornaliero suo vitto: si poteva caricarlo di una catena
del peso di quindici libbre; e per tre volte veniva esposto sulla piazza
del mercato a sollecitare colla sua miseria la compassione de' suoi
amici e concittadini. Allo spirar di sessanta giorni, la perdita della
libertà o della vita lo discioglieva dal debito. Il debitore insolvente
era posto a morte, oppur venduto a schiavitù straniera di là dal Tebro:
ma se parecchi creditori erano ostinati ugualmente ed inflessibili, essi
potevano legalmente smembrare il corpo di lui, e satollare la propria
vendetta con questo orribile spartimento. I difensori di questa legge
selvaggia hanno sostenuto ch'essa doveva possentemente operare per
rattener col terrore gli scioperali ed i fraudolenti dal contrarre
debiti che non erano atti a pagare; ma l'esperienza dissipava l'effetto
di questo terror salutevole, non trovandosi verun creditore sì crudele
da esigere la pena della vita o delle membra, la quale non gli tornava
ad alcuno profitto. Come i costumi di Roma vennero a poco a poco
ingentilendo, il codice criminale dei Decemviri fu abolito dall'umanità
degli accusatori, dei testimoni e dei giudici; e l'impunità divenne la
conseguenza di un rigore fuor di misura. La legge Porzia e la Valeria
proibirono a' magistrati di applicar ad un cittadino libero qualsivoglia
capitale od anche corporale castigo; e gli anticati statuti di sangue
vennero artificiosamente, e forse con verità attribuiti allo spirito di
tirannide dei re, non dei patrizi.

Nella mancanza delle leggi penali e nell'insufficienza delle azioni
civili, la pace e la giustizia della città erano imperfettamente
mantenute dalla giurisdizione privata de' cittadini. I malfattori che
riempiono le nostre carceri, sono il rifiuto della società, e si può
comunemente ascrivere ad ignoranza, a povertà ed a brutali appetiti quei
delitti di cui sostengon la pena. Per commettere impunemente simili
enormità, un vile plebeo poteva rivocar il sacro carattere di membro
della Repubblica ed abusarne: ma sulla prova od anche sul sospetto del
delitto, lo schiavo o lo straniero veniva attaccato ad una croce, e
questa rigida e sommaria giustizia si poteva esercitare senza
impedimento sopra la massima parte del popol minuto di Roma. Ogni
famiglia conteneva un tribunale domestico, il quale non era limitato,
come quello del Pretore, alla cognizione delle azioni esterne: la
disciplina dell'educazione inculcava massime ed abitudini di virtù; ed
il padre Romano era mallevadore verso lo Stato dei costumi de' suoi
figliuoli, poichè disponeva egli senza appello della vita, della libertà
e dell'eredità loro. In certi frangenti, il cittadino aveva autorità di
vendicare i suoi torti privati od i pubblici. Il consentimento delle
leggi giudaiche, ateniesi e romane permetteva di ammazzare il ladrone
notturno; ma in chiaro giorno non era lecito di spegnerlo senza che si
avesse una qualche prova di pericolo. Chiunque sorprendeva un adultero
nel suo letto nuziale, poteva liberamente dare sfogo alla sua
vendetta[375]. La provocazione scusava il più sanguinoso o fiero
oltraggio[376], nè fu prima del Regno di Augusto che il marito venne
ridotto a pesare il grado dell'offensore, ed il padre condannato a
sacrificare la sua figlia, insieme col ribaldo suo seduttore. Dopo la
cacciata dei Re, l'ambizioso Romano che avesse ardito di assumere il
titolo, o d'imitare la tirannide loro, era consacrato ai Numi Infernali.
Qualunque de' suoi concittadini aveva la spada della giustizia in sua
mano; e l'azione di Bruto, benchè contraria alla gratitudine ed alla
prudenza, era anticipatamente santificata dal giudizio della sua
patria[377]. La barbara consuetudine di portar armi in seno alla
pace[378] e le sanguinose massime dell'onore erano sconosciute ai
Romani; e, per lo spazio dei due secoli più puri, dallo stabilimento
dell'egual libertà sino al fine delle guerre Puniche, la Città non fu
mai perturbata da sedizioni, e di rado fu contaminata da atroci delitti.
Allor quando le fazioni domestiche e la dominazione al di fuori ebbero
infiammato ogni vizio, più vivamente si sentì la mancanza delle leggi
penali. Al tempo di Cicerone, ogni cittadino privato godeva il
privilegio dell'anarchia: ogni ministro della Repubblica poteva
innalzare le ambiziose sue mire sino alla regale potenza, e lode tanto
maggiore meritavano le loro virtù, in quanto ch'erano gli spontanei
frutti della natura o della filosofia. Verre, tiranno della Sicilia, poi
che s'ebbe per tre anni saziato di libidine, di rapina e di crudeltà,
non potè esser citato in giudizio che per la restituzione pecuniaria di
trecentomila lire sterline, e tale fu la moderazione delle leggi, de'
giudici e forse dell'accusatore medesimo[379] che col rifondere una
tredicesima parte del suo bottino, fu concesso a Verre di ritirarsi in
un esilio placido e voluttuoso[380].

Il primo imperfetto tentativo di ristabilire la proporzione tra i
delitti e le pene fu l'opera del Dittator Silla, il quale in mezzo al
sanguinolento trionfo, aspirò a reprimere la licenza, anzi che ad
opprimere la libertà de' Romani. Egli si recò a gloria l'arbitraria
proscrizione di quattromila settecento cittadini[381]. Ma nel carattere
di legislatore, rispettò i pregiudizj de' tempi; ed in luogo di
profferire una sentenza di morte contra il ladro o l'assassino, contra
il generale che dava un esercito in mano al nemico, o il magistrato che
dilapidava una provincia, Silla contentossi di aggravare le
condannazioni pecuniarie colla pena dell'esilio, o parlando secondo lo
statuto, coll'interdetto del fuoco e dell'acqua. La legge Cornelia, poi
la Pompeia e la Giulia, introdussero un nuovo sistema di giurisprudenza
criminale[382], e gl'Imperatori, da Augusto sino a Giustiniano, velarono
il crescente rigore di quelle leggi sotto i nomi de' loro primitivi
autori. Ma l'invenzione e l'uso frequente delle pene straordinarie,
derivava dal desiderio di estendere e di occultare i progressi del
dispotismo. Nella condanna degl'illustri Romani, il Senato sempre
mostravasi presto a confondere, il potere giudiciale col legislativo,
per secondare la volontà de' suoi padroni. Spettava ai governatori il
dovere di mantenere la pace della loro provincia, coll'arbitraria e
rigorosa amministrazione della giustizia. La libertà di Roma si dilegua
nell'estension dell'Impero, ed il malfattore Spagnuolo che invocò il
privilegio di un Romano, fu sollevato per comando di Galba, sopra una
croce più bella e più alta[383]. I rescritti, che partivan dal trono,
decidevano di tempo in tempo le questioni che per la novità ed
importanza loro parevano eccedere l'autorità e il discernimento di un
proconsolo. La deportazione ed il taglio del capo erano riserbate per le
persone di onorevol grado, i delinquenti più bassi venivano impiccati od
arsi, o sepolti nelle miniere, od esposti alle fiere dell'anfiteatro.
S'inseguivano i ladroni armati, e si estirpavano come nemici della
società; si guardava l'abigeato come un capitale delitto[384], ma il
semplice furto non si considerava che per un'ingiuria meramente civile e
privata. I gradi della colpa, ed i modi della pena troppo spesso
determinavansi dalla discrezione delle autorità, ed i sudditi mal
conoscevano i pericoli legali a cui potevano andar incontro in ogni
azione del viver loro.

I peccati, i vizj, i delitti sono gli obbietti della teologia,
dell'etica e della giurisprudenza. Ogni volta che i loro giudizj
concordano, essi scambievolmente si avvalorano; ma qualor differiscono,
un prudente legislatore pesa il delitto, e stabilisce il castigo secondo
la misura dell'ingiuria sociale. Su questo principio, il più temerario
assalto contro la vita e la proprietà di un cittadino privato, si
giudica meno atroce che il delitto di tradimento o di ribellione, che
lede la maestà della Repubblica. Gli ossequiosi giuristi con unanime
voce profferirono che la Repubblica è contenuta nella persona del suo
Capo; ed il brando della legge Giulia fu affilato dall'incessante
diligenza degli Imperatori. Il commercio licenzioso de' sessi può
tollerarsi come un impulso di natura, o proibirsi come una fonte di
disordine e di corruzione: ma il buon nome, gli averi, la famiglia del
marito, gravemente sono intaccati dall'adulterio della moglie. Il senno
di Augusto, poi ch'ebbe frenato la libertà di vendicarsi, applicò
l'animavversione delle leggi a questa domestica offesa: e le parti
delinquenti erano condannate al pagamento di grossi danni ed ammende,
indi rilegate in lungo o perpetuo esilio sopra due isole separate[385].
La Religione riprende egualmente l'infedeltà del marito; ma siccome
questa non è accompagnata dagli stessi effetti civili, così la moglie
non ebbe mai facoltà di rivendicare i suoi torti[386], e la distinzione
di semplice o duplice adulterio, così comune e così importante nel gius
canonico, è sconosciuta alla giurisprudenza del Codice e delle Pandette.
Con ripugnanza io prendo e con impazienza mi affretto ad attingere un
vizio più odievole, di cui la modestia rigetta il nome, e la natura
abborisce l'idea. Infettati ne andarono i primi Romani dall'esempio
degli Etruschi[387] e de' Greci[388]; in mezzo al pazzo abuso della
prosperità, e della potenza, insipido parve ogni piacere che fosse
innocente; e la legge Scatinia[389] strappata da un atto di violenza,
insensibilmente cadde abolita pel trapassare degli anni e per la
moltitudine dei rei. Questa legge riguardava lo stupro, e forse la
seduzione di un giovane d'ingenui natali come un'ingiuria personale
ch'essa puniva colla meschina ammenda di diecimila sesterzj, o di
ottanta lire sterline: la resistenza o la vendetta della castità potea
spegnere lo stupratore, ed io sono desideroso di credere che in Roma,
come in Atene, il volontario ed effemminato disertor del suo sesso,
fosse privato degli onori e dei diritti di cittadino[390]. Ma la pratica
del vizio non era sconfortata dalla severità dell'opinione: l'indelebile
macchia di tale nefandità era confusa colle più veniali trasgressioni
della fornicazione e dell'adulterio, nè il turpe amante era esposto allo
stesso disonore ch'egli imprimeva sull'uomo o sulla donna ch'egli facea
partecipe del suo delitto. Da Catullo fino Giovenale[391] i poeti
accusano e celebrano la degenerazione de' tempi; e debolmente si tentò
la riforma dei costumi dalla ragione e dall'autorità de' legisti, sinchè
il più virtuoso de' Cesari proscrisse il peccato contro la natura come
un delitto contro la società[392].

Un nuovo spirito di legislazione, rispettabile perfino ne' suoi errori,
sorse nell'Impero insieme colla religione di Costantino[393]. Le leggi
di Mosè furono ricevute come il divino modello della giustizia, ed i
Principi cristiani adattarono i loro statuti penali ai gradi di
turpitudine morale e religiosa. L'adulterio fu da principio dichiarato
un delitto capitale; la fralezza dei sessi fu assimilata al veneficio od
all'assassinio, all'ammaliamento od al parricidio; le stesse pene furono
applicate alla pederastia attiva e passiva; e tutti i colpevoli, sì di
condizione libera che di servile furono o annegati o decapitati o
gettati vivi fra le fiamme vendicatrici. La comune simpatia degli uomini
risparmiò gli adulteri; ma gli amatori del proprio sesso si videro
perseguitati da una generale e pia indegnazione. Gli impuri costumi
della Grecia prevalevano tuttavia nelle città dell'Asia, ed ogni vizio
era fomentato dal celibato de' monaci e del clero. Giustiniano rallentò
il castigo almeno delle donne infedeli; la sposa colpevole non venne più
condannata che alla solitudine ed al pentimento, ed in capo a due anni
ella poteva esser richiamata tra le braccia di un marito commosso a
perdonare. Ma lo stesso Imperatore si mostrò l'implacabil nemico della
libidine contra natura, e la crudeltà della sua persecuzione appena può
trovare scusa nella purità de' motivi[394]. Infrangendo ogni principio
di giustizia, egli estese ai passati come ai futuri errori l'effetto de'
suoi editti, non concedendo che un breve intervallo per confessarsene e
riceverne il perdono. Penosamente si facea morire il reo con
l'amputazione dello strumento del peccato, o coll'inserimento di
pungenti canne ne' pori e ne' tubi più squisitamente sensivi; e
Giustiniano difendeva la proprietà del supplizio col dire che a'
delinquenti si sarebbero troncate le mani, se fossero stati convinti di
sacrilegio. In un sembiante stato di onta e di agonia, due vescovi,
Isaia di Rodi, e Alessandro di Diospoli, furono trascinati per le
contrade di Costantinopoli, mentre un banditore ad alta voce ammoniva i
loro confratelli ad osservare quella terribil lezione, ed a non
contaminare la santità del loro carattere. Que' prelati erano forse
innocenti. Una sentenza di morte e d'infamia spesso non avea per
fondamento che la debole e sospetta testimonianza di un fanciullo o di
un servo: i giudici presumevan rei que' della fazion verde, i ricchi, ed
i nemici di Teodora, e la pederastia divenne il delitto di coloro a cui
non se ne poteva opporre alcun altro. Un filosofo francese[395] ha con
ardire osservato, che tutto ciò che è secreto sta ravvolto nel dubbio, e
che la tirannide può convertire in suo stromento quell'orrore che
naturalmente al vizio portiamo. Ma la favorevole persuasione in cui è lo
stesso scrittore, che un legislatore possa fidare nel buon gusto e nella
ragione degli uomini, ha pur troppo contro di sè tutto quanto sappiamo
dell'antichità o dell'estensione del male[396].

I liberi cittadini di Atene e di Roma godevano in tutti i casi criminali
l'inestimabile privilegio di essere giudicati dalla patria loro[397]. I.
L'amministrazione della giustizia è il più antico uffizio di un
Principe: i Re di Roma l'esercitarono, e Tarquinio ne abusò: egli solo,
senza legge o consiglio, proferiva la sua arbitraria sentenza. I primi
Consoli succederono a questa regale prerogativa: ma il sacro diritto di
appello tosto abolì la giurisdizione de' magistrati, e tutte le cause
pubbliche furono decise dal supremo tribunale del popolo. Ma una rozza
democrazia, che si aderge sopra le forme, troppo spesso disdegna gli
essenziali principj della giustizia. L'orgoglio dal dispotismo fu
invelenito dall'invidia plebea, e gli eroi di Atene poterono alle volte
invidiare la felicità de' Persiani il cui destino non dipendeva che dal
capriccio di un solo tiranno. Alcuni salutari freni che il Popolo impose
alle proprie passioni, furono ad un tempo stesso la cagione e l'effetto
della gravità e della moderazione dei Romani. Ai soli magistrati fu
compartito il diritto di accusa. Un voto di trentacinque tribù poteva
infliggere una multa; ma l'inquisizione di tutti i delitti capitali con
una legge fondamentale fu riserbata all'assemblea delle centurie, ove il
peso dell'influenza e della proprietà doveva infallibilmente
preponderare. S'interposero manifesti ed aggiornamenti iterati, affinchè
la preoccupazione ed il risentimento avessero agio a calmarsi. Un
augurio giunto in buon tempo, l'opposizione di un tribuno potevano
annullare tutto il processo, e quelle informazioni avanti il popolo
erano comunemente meno formidabili all'innocenza che favorevoli al
delitto. Ma tale unione del potere giudiziario e del legislativo
lasciava in dubbio se l'accusato fosse assolto, o se ricevesse il
perdono; e nella difesa di un illustre cliente gli oratori di Roma e di
Atene rivolgevano i loro argomenti alla politica ed alla benevolenza,
non meno che alla giustizia del loro sovrano. II. La cura di convocare i
cittadini pel processo di ogni reo divenne sempre più difficile a misura
che i cittadini ed i rei continuamente si moltiplicavano, onde si adottò
il pronto spediente di delegare la giurisdizione del popolo ai
magistrati ordinarj, ovvero ad _inquisitori_ straordinarj. Nei primi
tempi, furono rari ed accidentali questi giudizj. Nel principio del
settimo secolo di Roma essi divenner perpetui: ogni anno si assegnava a
quattro Pretori il potere di sedere in giudizio e giudicare le gravi
offese di tradimento, di estorsione, di peculiato e di corruzione, e
Silla aggiunse nuovi Pretori e nuovi esami per que' delitti che più
direttamente intaccano la sicurezza degl'individui. Questi _inquisitori_
preparavano e dirigevano il processo, ma essi non potevano che
pronunciare le sentenze della pluralità dei _giudici_, i quali con
qualche cecità e maggior pregiudizio furono paragonati ai Giurati
inglesi[398]. Il Pretore formava ogni anno una lista di provetti e
rispettabili cittadini che sostenessero queste importanti ma penose
funzioni. Dopo molti dibattimenti costituzionali, essi vennero scelti in
egual numero dal senato, dall'ordine equestre e dal popolo: se ne
assegnavano quattrocentocinquanta per ogni questione, e sì differenti
ruoli o decurie di giudici dovevano contenere i nomi di più migliaia di
Romani, che rappresentavano la giudiciale autorità dello Stato. In ogni
causa particolare, se ne traeva un numero sufficiente dall'urna, un
giuramento ne affermava l'integrità; il modo di dire i suffragj ne
assicurava l'indipendenza; il sospetto di parzialità era tolto dal
reciproco diritto di ricusare che aveano l'accusato e l'accusatore; ed i
giudici di Milone, colla rimozione di quindici per parte, furono ridotti
a cinquanta ed una voce o tavoletta di assoluzione, di condanna o di
presunzione favorevole[399]. III. Il pretore della città, nella sua
giurisdizione civile, era veramente un giudice, e quasi un legislatore;
ma tosto ch'egli avea prescritto l'azione della legge, spesso si
riferiva a un delegato per la determinazione del fatto. Col crescere dei
processi legali, il tribunale de' centumviri, a cui egli presiedeva,
crebbe in riputazione ed in autorità. Ma sia ch'egli agisse solo, ovvero
col parere del suo consiglio, si potevano affidare i più assoluti poteri
ad un magistrato che ogni anno veniva scelto dalle voci del popolo. Le
norme o le precauzioni della libertà hanno richiesto qualche
spiegazione; l'ordine del dispotismo è semplice e senza vita. Avanti
l'età di Giustiniano o forse di Diocleziano, le decurie de' giudici
Romani erano scadute in un titolo vano; si poteva accettare o spiegar
l'umile avviso degli assessori; ed in ogni tribunale la giurisdizione
civile e la criminale erano amministrate da un solo magistrato, il quale
era levato in carica o licenziato dal suo posto secondo il piacimento
dell'Imperatore.

Un Romano, accusato di qualche delitto capitale, potea prevenire la
sentenza della legge coll'esilio volontario o colla morte. Sinchè
legalmente fosse provata la sua reità, se ne presumea l'innocenza, e la
sua persona era libera: sinchè i voti dell'ultima Centuria fossero
noverati e banditi, egli potea placidamente ritirarsi in una delle
alleate città dell'Italia, della Grecia o dell'Asia[400]. Mediante
questa morte civile, la sua vita e le sue sostanze erano salve, almeno
pe' suoi figliuoli; ed egli poteva ancora viver felice in mezzo a
qualunque godimento della ragione o de' sensi, se una mente avvezza
all'ambizioso tumulto di Roma, era atta a sopportare l'uniformità ed il
silenzio di Rodi o di Atene. Di un più ardito sforzo era d'uopo per
sottrarsi alla tirannia de' Cesari; ma familiare erasi fatto questo
sforzo per le massime degli Stoici, l'esempio de' più valorosi Romani ed
i legali incoraggiamenti del suicidio. I corpi de' rei condannati erano
esposti alla pubblica ignominia, ed i loro figliuoli, male più greve
ancora, erano ridotti a povertà per la confiscazione de' loro beni. Ma
se le vittime di Tiberio e di Nerone anticipavano il decreto del
Principe o del Senato, il coraggio e la diligenza loro aveano per
ricompensa l'applauso del Pubblico, i decenti onori della sepoltura, e
la validità de' lor testamenti[401]. La raffinata avarizia e crudeltà di
Domiziano pare ch'abbia tolto agl'infelici, che immolava, quest'ultima
consolazione, ed essa fu negata anche dalla stessa clemenza degli
Antonini. Una morte volontaria, che nel caso di un delitto capitale,
avvenisse tra l'accusa e la sentenza, era reputata come la confessione
della reità, e l'inumano fisco sequestrava le spoglie del
trapassato[402]. Nondimeno i giuristi hanno sempre rispettato il diritto
naturale che ha un cittadino di disporre della sua vita; e l'obbrobrio
dopo morte, inventato da Tarquinio[403] per frenare la disperazione de'
suoi sudditi, non fu mai fatto rivivere od imitato da' tiranni che gli
vennero dietro. Tutte le potestà di questo mondo hanno perduto il loro
dominio sopra di colui ch'è deliberato a morire; nè il suo braccio esser
può rattenuto, che dal religioso timore di uno stato avvenire. Virgilio
ripone i suicidi tra gli sventurati, anzichè tra i colpevoli[404]; e le
favole poetiche delle tenebre inferne non potevano seriamente influire
sulla fede o sulla pratica del genere umano. Ma i precetti del Vangelo o
della Chiesa hanno finalmente imposto una pia servitù agli animi de'
Cristiani, condannandoli ad aspettare, senza lagnarsi, l'ultimo colpo
della malattia o del carnefice.

Gli statuti penali occupano uno spazio assai piccolo ne' sessantadue
libri del Codice e delle Pandette, ed in tutti i processi della
giustizia, la vita o la morte di un cittadino vien determinata con meno
di precauzione e d'indugio che non la più ordinaria questione di un
contratto o di un'eredità. Questa singolare distinzione, benchè qualche
cosa si voglia concedere all'urgente bisogno di difendere la pace della
società, deriva dalla natura della giurisprudenza criminale e civile. I
doveri che abbiam collo Stato sono semplici ed uniformi, la legge, per
cui il reo vien condannato, è scritta, non sul bronzo o sul marmo, ma
sulla coscienza di esso, e dalla testimonianza di un solo fatto, il suo
delitto comunemente è provato. Ma infinite e varie sono le relazioni che
abbiamo un coll'altro: le ingiurie, i beneficj, le promesse creano,
annullano e modificano le nostre obbligazioni, e l'interpretazione dei
contratti volontarj e de' testamenti, che dettati sono spesso della
frode e dall'ignoranza, porge un lungo e faticoso esercizio alla
sagacità del giudice. L'estensione del commercio e quella dello Stato
moltiplicano le faccende della vita, e la residenza delle parti nelle
distanti province dell'Impero, partorisce dubbj, dilazioni ed
inevitabili appelli dal magistrato locale al supremo. Giustiniano,
imperator Greco di Costantinopoli e dell'Oriente, era il successore,
secondo la legge, del pastore Latino il quale avea piantato una colonia
sulle rive del Tevere. In un periodo di tredici secoli, le leggi aveano
con ripugnanza seguito le mutazioni del governo e de' costumi; ed il
lodevole desiderio di conciliare i nomi antichi colle istituzioni
recenti distrasse l'armonia, ed accrebbe la grandezza dell'oscuro ed
irregolare sistema. Le leggi che scusano in ogni occasione l'ignoranza
de' loro sudditi, confessano la propria loro imperfezione; la
giurisprudenza civile, come compendiata fu da Giustiniano, continuò ad
essere una scienza misteriosa ed un profittevol traffico, e l'ingenita
perplessità dello studio fu avvolta in tenebre dieci volte più dense
dalla privata industria dei pratichisti. Le spese del processo sovente
sorpassavano il valore della cosa in litigio, e i diritti più manifesti
erano lasciati in abbandono per la povertà o prudenza delle parti. Una
giustizia sì dispendiosa può tendere ad abbattere l'amore del litigare,
ma la disugualità de' vantaggi non serve che ad accrescere l'influenza
del ricco, e ad aggravare la miseria del povero. Mercè di questo
dilatorio e costoso modo di procedere, il litigante dovizioso ottiene un
profitto più certo di quello che sperar potrebbe dall'accidentale
corruzione del suo giudice. L'esperienza di un abuso da cui il nostro
secolo od il nostro paese non vanno perfettamente esenti, può talvolta
provocare un generoso sdegno, e trarre dal cuore il troppo affrettato
desiderio di scambiare l'elaborata nostra giurisprudenza co' semplici e
sommarj decreti di un Cadì Turco. Ma una riflessione più tranquilla ci
conduce a vedere che tali forme e dilazioni son necessarie a difendere
la persona e la proprietà de' cittadini; che l'autorità discretiva del
giudice è il primo stromento della tirannide, e che le leggi di un
popolo libero debbono prevedere e determinare ogni questione, la quale
possa probabilmente sorgere nell'esercizio del potere e nelle
transazioni dell'industria. Ma il governo di Giustiniano congiungeva i
mali della libertà e del servaggio, ed i Romani erano oppressi ad un
tempo dalla moltiplicità delle leggi, e dall'arbitraria volontà del loro
signore.

NOTE:

[196] I legisti de' tempi barbari hanno stabilito un metodo assurdo ed
inintelligibile di citare le leggi romane; e l'abitudine lo ha
perpetuato. Allorchè si riferiscono al Codice, alle Pandette ed alla
Instituta, essi non marcano il numero del libro, ma soltanto quello
della legge; e si accontentano di riportare le prime parole del titolo
di cui la stessa legge fa parte, mentre di tali titoli se ne contano più
di mille. Ludewig (_vit. Justin._ p. 268) fa voti perchè si scuota
questo giogo pedantesco, ed io ho osato adottare il semplice e
ragionevole metodo di citare il libro, il titolo e la legge.

[197] L'Alemagna, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e la Scozia le hanno
adottate come la legge o la ragion comune: in Francia, in Italia ecc.
esse ottengono un'influenza diretta o indiretta, ed in Inghilterra si
ebbero in rispetto da Stefano fino ad Edoardo I, il Giustiniano della
Gran Brettagna. Vedi Duck (_de usu et auctoritate juris civ_., l. II c.
1, 8-15); Eineccio (_Hist. juris german._ c. 3, 4, n. 55-124) e gli
istorici delle leggi di ciascun paese.

[198] Francesco Ottomanno, abile ed illuminato Giureconsulto del secolo
decimosesto, tendeva a mortificare Cujacio ed a far la corte al
Cancelliere de l'Hôpital. Il suo _Antitribonianus_, che non ho mai
potuto procurarmi, venne pubblicato in francese nell'anno 1609, e la sua
setta si è propagata in Germania (Heineccius, _Opp._ t. III, _sylloge_ 3
p. 171-183).

[199] In testa di queste guide io pongo, coi riguardi che gli si
debbono, l'abile e sapiente Eineccio, professore tedesco morto ad Halle
nel 1741 (Vedi il suo elogio nella _Nouvelle Bibliothèque germanique_,
tom. II p. 51-64). Le numerose sue opere furono raccolte in otto volumi
in-4. Ginevra, 1743-1748. I trattati separati di cui mi sono
principalmente servito, sono: 1. _Historia juris romani et germanici_,
Lugd. Batav. 1740, in-8; 2. _Syntagma antiquitatum romanam
jurisprudentiam illustrantium_, 2 vol. in-8. Traject. ad Rhenum; 3.
_Elementa juris civilis secundum ordinem institutionum_, Lugd. Batav.
1751, in-8; 4. _Elementa J. C. secundum ordinem Pandectarum_, Traject.
1772, 2 vol. in-8.

[200] L'estratto di quest'istoria si ritrova in un Frammento _De origine
juris_ (Pandette, l. 1 tit. 2) di Pomponio, Giureconsulto romano che
vivea sotto gli Antonini (Heineccius, t. III _syll._ 3 p. 66-126). Esso
fu compendiato e verosimilmente alterato da Triboniano, e ristorato da
Bynkershoek (_Opp._ t. 1 p. 279-304).

[201] Si può studiare l'istoria del governo di Roma sotto i suoi Re, nel
primo libro di Tito Livio, ed ancor più estesamente in Dionigi
d'Alicarnasso (l. II p. 80-96, 119-130, l. IV p. 198-220), che qualche
volta però si mostra retore e Greco.

[202] Giusto Lipsio (_Opp._ t. IV p. 279) ha applicato ai tre Re di Roma
queste tre divisioni generali delle leggi civili. Gravina (_Orig. jur.
civ._ p. 28, ediz. di Lipsia 1737) addotta questa idea, che Mascou, suo
editore tedesco, non può ammettere che con ripugnanza.

[203] Terrasson, nella sua Storia della giurisprudenza romana (p. 22-72,
Parigi 1750, in fol.), si forza con qualche apparato, ma con poco
successo, di ristabilire il testo originale. Quest'opera promette assai
più di quel che mantiene.

[204] Il più antico Codice o Digesto fu chiamato _jus Papirianum_, dal
nome di Papirio che lo compilò, e che viveva un poco prima o poco dopo
il _Regifugium_ (Pandect. l. 1 tit. 2). I migliori critici, ed anche
Bynkershoek (t. 1 p. 284, 285) ed Eineccio (_Hist. J. C. R._ l. 1 c. 16,
17; ed _Opp._ t. III, _syll._ 4 p. 1-8), prestano fede a questa favola
di Pomponio, senza far molta attenzione al valore ed alla rarità di
simil monumento del terzo secolo, della città _illetterata_. Io dubito
molto che Cajo Papirio, _Pontifex Maximus_, che fece rivivere le leggi
di Numa (Dionigi d'Alicarnasso, l. III p. 171), non abbia lasciato che
una tradizione vocale; e che il _jus Papirianum_ di Granio Flacco (Pand.
l. L tit. 16, _legge_ 144) non fosse un comentario, ma un'opera
originale, compilata al tempo di Cesare. (Censorin. _De die Natali_, l.
III p. 13; Duker, _De latinitate J. C._ p. 157).

[205] Nel 1444 si estrassero dal seno della terra sette od otto tavole
di rame fra Cortona e Gubio. Una parte di queste tavole, giacchè il
resto è in caratteri etruschi, offre lo stato primitivo de' caratteri e
della lingua de' Pelasgi, che Erodoto attribuisce a quell'angolo
d'Italia (l. 1 c. 56, 57, 50). Del resto si può spiegare questo passo
oscuro d'Erodoto, dicendo che si riferisce a Crestona città della Tracia
(Note di Larcher, t. 1 p. 256-261). Il dialetto selvaggio delle tavole
Eugubine ha messo a tortura la congetture dei critici, ed è ben lontano
d'esser rischiarato; ma le sue radici, indubitatamente latine, sono
della medesima epoca e dello stesso carattere del _Saliare carmen_, che
ai tempi d'Orazio nessuno intendeva. L'idioma romano successivamente
perfezionandosi con un miscuglio di dorico e di greco eolico, offrì a
grado a grado lo stile delle dodici Tavole, della colonna Duilliana,
d'Ennio, di Terenzio e di Cicerone (Gruter. _Inscript._ tom. I p. 192;
Scipione Maffei, _Istoria diplomatica_, p. 241-258; Bibl. ital. t. III,
p. 30-41, 174-205; t. XIV, p. 1-52).

[206] Si paragoni Tito Livio (l. III c. 31-59) con Dionigi di
Alicarnasso (l. X p. 644; XI p. 691). Quanto mai l'autore romano è
conciso ed animato, ed il greco prolisso e senza vita! Non pertanto
Dionigi d'Alicarnasso ha mirabilmente giudicato i grandi maestri, ed
abilmente esposte le regole della composizione istorica.

[207] Appoggiato all'autorità degli Storici, Eineccio (_Hist. J. R._ l.
1, n. 26) afferma che le Dodici Tavole erano di rame, _aereas_. Nel
testo di Pomponio si legge _eboreas_; e lo Scaligero ha sostituito a
questa parola quella di _roboreas_ (Bynkershoek, p. 286). Pare che siasi
potuto successivamente adoperare il legno, il rame e l'avorio.

[208] Cicerone (_Tuscul. Quaest._ V, 36) parla dell'esilio di Ermodoro;
e Plinio (_Hist. nat._ XXXIV, II) parla della sua statua. La lettera, il
sogno e la profezia d'Eraclito sono supposte (_Epist. graec. divers._ p.
337).

[209] Il Dottore Bentley (Dissert. sulle lettere di Falari p. 427, 479)
abilmente discute tutto ciò che ha relazione alle monete di Sicilia e di
Roma, che è un soggetto assai oscuro. L'onore ed il risentimento
l'eccitavano ad impiegare in questa controversia tutti i suoi talenti.

[210] Le navi de' Romani o de' loro alleati arrivarono fino al bel
promontorio dell'Affrica (Polibio, l. III p. 177, ediz. di Casaubon, in
fol.). Tito Livio e Dionigi d'Alicarnasso parlano dei loro viaggi a
Cuma.

[211] Questo fatto proverebbe solo l'antichità di Caronda, che diede
leggi a Reggio ed a Catania; non è che per uno strano equivoco che
Diodoro di Sicilia (t. 1 l. XII p. 485-492) gli attribuisce
l'istituzione politica di Turio, la quale è di molto posteriore.

[212] Zaleuco, di cui con sì poca ragione si contestò l'esistenza, ebbe
il merito e la gloria di creare con una banda di proscritti (i Locresi)
la più virtuosa e meglio costituita repubblica della Grecia. Veggansi
due Memorie del Barone di Santa Croce su la legislazione della Magna
Grecia. (_Mem. dell'Accad. delle Inscriz._ t. XLII p. 276-333). Ma le
leggi di Zaleuco e di Caronda, la cui autorità sedusse Diodoro e Stobeo,
vennero fabbricate da un sofista pitagorico, la frode del quale fu
scoperta dalla critica sagacità del Bentleio (p. 335-377).

[213] Colgo quest'occasione per indicare i progressi delle comunicazioni
fra Roma e la Grecia: 1. Erodoto e Tucidide (A. A. C. 300-350) sembrano
ignorare il nome e l'esistenza di Roma (Giuseppe, _contra Apion._ t. 11
l. 1 c. 12 p. 444, ediz. di Havercamp). 2. Teopompo (A. A. C. 400,
Plinio, III, 9) parla dell'invasione dei Galli, di cui Eraclide di Ponto
fa menzione in una maniera più vaga (Plutarco, _in Camillo_, p. 292,
ediz. H. Stefano). 3. La reale o favolosa ambasceria de' Romani ad
Alessandro (A. A. C. 430) viene attestata da Clitarco (Plinio III, 9),
da Aristo ed Asclepiade (Arriano, l. VII p. 294-296), e da Mennone
d'Eraclea (_apud_ Photium, Cod. 224 p. 725). Il silenzio di Tito Livio a
questo riguardo vale una negativa. 4. Teofrasto (A. A. C. 440) _primus
externorum aliqua de romanis diligentius scripsit_ (Plinio, III, 9). 5.
Licofrone (A. U. C. 480-500) ha sparsa la prima idea d'una Colonia di
Trojani e della favola dell'Eneide (Cassandra, 1226-1280).

    Γης και θαλασσης σκηπρα και μοναρχιαν
    Δαβοντες.

    Della terra e del mar gli scettri e il regno
    Pigliando.

Predizione ardita avanti il fine della prima guerra punica.

[214] La decima Tavola (_De modo sepulturae_) fu tolta ad imprestito da
Solone (Cicerone, _De legibus_, II, 23-26); il _Furtum per lancem et
licium conceptum_ proviene, se si presta fede ad Eineccio, dai costumi
d'Atene (_Antiq. rom._ t. II, p. 167-175). Mosè, Solone ed i Decemviri
permisero di uccidere un ladro notturno (_Exode_ 22, 3). Demostene,
_contra Timocratem_, t. 1 p. 736, ediz. di Reiske; Macrobio,
_Saturnalia_, l. 1, c. 4; _Collatio legum Mosaicarum et romanarum_, tit.
7 n. 1 p. 218, ediz. Cannegieter.

[215] Βραχεως και απεριττως; tale è l'elogio che ne fa Diodoro
(t. 1 l. XII p. 494); e che si può tradurre nell'_eleganti atque
absoluta brevitate verborum_ d'Aulo Gellio (Nott. Att. XXI, 1).

[216] Si ascolti Cicerone (_De legibus_, 11, 23) e quello che egli fa
parlare, Crasso (_De oratore_, 1, 43, 44).

[217] Vedi Eineccio (_Hist. J. R._ n. 29-33). Mi son servito delle
Dodici Tavole quali furono restaurate da Gravina (_Origines J. C._ p.
280-307) e da Terrasson, Storia della Giurisprudenza romana, p. 94-205.

[218] _Finis aequi juris_ (Tacito, Annal. III, 27). _Fons omnis publici
et privati juris_ (Tito Livio, III, 34).

[219] _De principiis juris, et quibus modis ad hanc multitudinem
infinitam ac varietatem legum perventum sit, ALTIUS disseram_ (Tacito,
Annal. III, 25). Questa profonda discussione non occupa che due pagine,
ma sono pagine di Tacito. Tito Livio diceva nello stesso senso, ma con
minor energia (III, 34): _In hoc immenso aliarum super alias acervatarum
legum cumulo, etc._

[220] Svetonio, in Vespasiano, c. 8.

[221] Cicerone, _ad Familiares_, VIII, 8.

[222] Dionigi, Arbuthnot, e la maggior parte de' moderni (se se ne
eccettua Eisenschmidt, _de Ponderibus_ ecc. p. 137-140), valutano
centomila _assi_, diecimila dramme attiche, vale a dire un poco più di
trecento lire sterline. Ma il loro calcolo non può applicarsi che agli
ultimi tempi, in cui l'_asse_ non era più che la ventiquattresima parte
del suo antico peso; e malgrado la scarsezza de' metalli preziosi, io
non posso persuadermi che nei primi secoli della repubblica un'oncia
d'argento valesse settanta libbre di rame o d'ottone. È molto più
semplice e ragionevole di valutare il rame alla sua tassa attuale; e
quando si sarà paragonato il prezzo della moneta ed il prezzo del
mercato, la libbra romana e la libbra _avere del peso_, si troverà che
il primitivo _asse_ o una libbra romana di rame può essere valutato uno
scellino inglese; e che quindi i centomila _assi_ della prima classe
valevano cinquemila lire sterline. E dallo stesso calcolo risulterà che
un bue si vendeva a Roma cinque lire sterline, una pecora dieci
scellini, ed un _quarter_ di grano trenta scellini (Festus, p. 30, ediz.
Dacier; Plinio, _Hist. nat._, XVIII, 4). Io non trovo ragione di
rigettare queste conseguenze che moderano le nostre idee sulla povertà
de' primitivi Romani.

[223] Si consultino gli autori che hanno scritto sui Comizj romani, ed
in particolar modo Sigonio e Beaufort. Spanheim (_De praestantia et usu
numismatum_, t. 11. Dissert. X, p. 192, 193) offre una curiosa medaglia,
in cui si veggono i _cista_, i _pontes_, i _septa_, il _diribitor_, ecc.

[224] Cicerone (_De legibus_, III, 16, 17, 18) discute questa questione
costituzionale, ed assegna a suo fratello Quinto il lato meno popolare.

[225] _Prae tumultu recusantium perferre non potuit._ Suet. in _August._
c. 34. Vedi Properzio (l. 11, _eleg._ 6). Eineccio ha esaurito in
un'istoria particolare tutto ciò che ha relazione alle leggi _Julia et
Papia Poppaea_. _Opp._ t. VII part. 1, p. 1-479.

[226] Tac. Ann. 1, 15; Lipsia, _Excursus E. in Tacitum_.

[227] _Non ambigitur senatum jus facere posse._ Tale è la decisione di
Ulpiano (l. XVI, _ad Edict. in Pandect._ l. 1, tit. 3 leg. 9). Pomponio
dice che i Comizj del popolo erano una _turba hominum_ (Pand. l. 1 tit.
2 leg. 9).

[228] Il _jus honorarium_ de' Pretori e degli altri Magistrati vien
definito in modo preciso nel testo latino della Instituta, l. 1 tit. 2
n. 7. La greca parafrasi di Teofilo (p. 33-38, ed. di Reitz) che lascia
sfuggire l'importante parola _honorarium_ lo spiega in una maniera più
vaga.

[229] Dione Cassio (t. 1 l. XXXVI p. 100) fissa all'anno di Roma 686,
l'epoca degli Editti Perpetui. Nondimeno, secondo gli _acta diurna_
pubblicati sulle carte di Luigi Vives, la loro instituzione avvenne
nell'anno 585. Pighio (Annal. rom. t. 11 p. 377, 378), Grevio (ad Suet.
p. 778), Dodwel (_Praelection_, Cambden, p. 665) ed Eineccio sostengono
ed ammettono l'autenticità di questi atti; ma l'espressione di scutum
CIMBRICUM che vi si rinviene, prova che furono fabbricati. Moyle's
_Works_, vol. 1 p. 303.

[230] Eineccio (_Opp._ t. VII part. II p. 1-564) ha fatto l'istoria
degli Editti e restaurato il testo dell'Editto Perpetuo [Questa
ristaurazione non è che un'opera cominciata trovata fra le carte
d'Eineccio dopo la sua morte (_Nota dell'Editore_)]: dalle opere di
quest'ingegno superiore, le cui ricerche debbono inspirare somma
confidenza, io estrassi quanto ne ho detto. Il Sig. Bonchaud ha inserito
nella raccolta dell'Accademia delle Inscrizioni una serie di Memorie su
questo punto interessante di letteratura e di giurisprudenza.

[231] Le sue leggi sono le prime nel Codice. Vedi Dodwell, (_Praelect.
Cambden_ p. 319-340) che si allontana dal suo soggetto per istabilire
una confusa letteratura, e sostenere deboli paradossi.

[232] _Totam illam veterem et squallentem sylvam legum novis
principalium rescriptorum et edictorum securibus ruscatis et caeditis._
Apologet. c. 4 p. 50, ediz. di Havercamp. Egli in seguito loda la
fermezza di Severo che rivocò le leggi inutili o perniciose, senza alcun
riguardo per la loro antichità o per il credito che si erano conciliato.

[233] Dione Cassio, per mala fede o per ignoranza, s'inganna sul
significato costituzionale di _legibus solutus_, t. 1 l. LIII p. 713.
Heimar, suo editore, in quest'occasione aggiunge i proprj ai rimproveri,
di cui la libertà e la critica hanno caricato questo servile istorico.

[234] Vedi Gravina, _Opp._ p. 501-512; ed anche Beaufort, Repub. rom. t.
1 p. 255-274. Questo fa un uso giudizioso di due dissertazioni
pubblicate da Gian Federico Gronovio e Noodt, e tradotte ambedue da
Barbeyrac, che vi ha aggiunto note assai preziose; 2 volumi in-12, 1731.

[235] L'espressione _lex regia_ era ancor più recente della cosa. Il
nome di Legge Reale avrebbe fatto inorridire gli schiavi di Commodo e di
Caracalla.

[236] _Instit._ l. 1 tit. 2 n. 6; _Pandect._ l. 1 tit. 4 leg. 1. Cod. di
Giustin. l. 1 tit. 17 leg. 1 n. 7. Eineccio (nelle sue _Antichità_ e ne'
suoi _Elementi_) ha trattato ampiamente _De constitutionibus principum_,
d'altronde sviluppate da Gotofredo (_Comm. ad Cod. Theod._ l. 1 t. 1, 2,
3) e da Gravina (87-90).

[237] Teofilo in _Paraphras. graec. Instit._ p. 33, 34, ed. di Reitz.
Intorno al carattere ed alle opere di questo scrittore, come pure al
tempo in cui visse, veggasi il Teofilo di J. H. Mylius, _Excursus_ 3 p.
1034-1073.

[238] Vi ha più invidia che ragione in quel lamento di Macrino: _Nefas
esse leges videri Commodi et Caracallae et hominum imperitorum
voluntates._ Giulio Capitol., c. 13. Commodo venne da Severo innalzato
alla sfera degli Dei. Dodwell, _Praelect._ 8 pag 324, 325. Cionullameno
le Pandette non lo citano che due volte.

[239] Il Codice presenta duecento costituzioni che Antonino Caracalla
pubblicò da solo, e cento sessanta che egli pubblicò con suo padre.
Questi due principi sono citati cinquanta volte nelle Pandette, ed otto
nella Instituta. Terrasson, p. 265.

[240] Plinio il giovane, Epist. X, 66; Suet. in _Domitian._, c. 23.

[241] Costantino aveva per massima che _Contra jus rescripta non
valeant_. Codice Teodosiano, l. 1 tit. 2 leg. 1. Gli Imperatori, sebbene
con dispiacere, permettevano qualche esame sulla legge e sul fatto,
qualche dilazione, qualche diritto di petizione; ma questi insufficienti
rimedj erano troppo in potere de' giudici, ed era troppo pericoloso per
essi il farne uso.

[242] Quest'inchiostro era un composto di vermiglione e di cinabro; esso
si ritrova sui diplomi degli Imperatori, da Leone I (A. D. 470) fino
alla caduta dell'impero Greco. _Bibl. raisonnée de la diplomatique_, t.
1 p. 509-514; Lami, _De eruditione apostolorum_, t. 11 p. 720-726.

[243] Schulting, _Jurisprudentia ante-Justinianea_, p. 681-718. Cujacio
dice, che Gregorio compilò le leggi pubblicate dal regno d'Adriano fino
a quello di Gallieno, e che il resto fu opera di Gallieno. Questa
generale divisione può esser giusta; ma Gregorio ed Ermogene molte volte
oltrepassavano i limiti del loro terreno.

[244] Scevola, probabilmente Q. Cervidio Scevola, maestro di Papiniano,
considera questa accettazione di fuoco e d'acqua come l'essenza del
matrimonio. Pand. l. XXIV, t. 1, leg. 66. Vedi Eineccio, _Hist. J. R._
n. 317.

[245] Cicerone (_De officiis_, III, 19) non può parlare che per
supposizione; ma Sant'Ambrogio (_De officiis_, III, 2) si appella
all'uso de' suoi tempi, che egli conosceva come giureconsulto e come
magistrato. Schulting, _ad Ulpian. Frag._ tit. 22 n. 28, 643, 644.

[246] Ne' tempi degli Antonini non si conosceva più il significato delle
forme ordinate in caso di un _furtum lance licioque conceptum_. (Aulo
Gellio, XVI, 10). Eineccio (_Antiq. rom._ l. IV tit. 1 n. 13-21) che le
fa derivare dall'Attica, cita Aristofane, lo scoliaste di questo poeta,
e Polluce, a sostegno della sua opinione.

[247] Nel suo discorso per Murena, Cicerone mette in ridicolo le forme
ed i misteri de' legisti, rapportati con più buona fede da Aulo Gellio
(Notti Attiche, XX, 10), Gravina (_Opp._ p. 265, 266, 267) ed Eineccio
(_Antiq._ l. IV t. 6).

[248] Pomponio (_De origine juris Pandect._ l. 1 tit. 2) indica la
successione de' giureconsulti romani; ed i moderni hanno fatto prova di
sapere e di critica nella discussione di questa parte d'Istoria e di
Letteratura. Io mi servii specialmente di Gravina (p. 41-79) e di
Eineccio (_Hist. J. R._ n. 113, p. 351). Cicerone (_De Oratore_, _de
Claris orator._, _de Legibus_) e la _Clavis Ciceroniana_ d'Ernesti
(sotto il nome di Mucio ecc.) offrono molte particolarità originali e
piacevoli. Orazio fa spesso allusione alla laboriosa mattinata de'
legisti (Serm. l. 1, 10; epist. 2, 1, 103 ec.).

    _Agricolam laudat juris legumque peritus_
    _Sub galli cantum consultor ubi ostia pulsat._
    · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
    _Romae dulce diu fuit et solemne, reclusa_
    _Mane domo vigilare, clienti promere jura._

[249] Sull'arte o scienza della giurisprudenza, Crasso, o piuttosto
Cicerone (_De oratore_, 1, 41, 42) propone una idea che Antonio, il
quale era fornito di naturale eloquenza, ma di poca istruzione, affetta
(1, 58) di porre in ridicolo. Quest'idea venne in parte effettuata da
Servio Sulpicio (_in Bruto_, c. 41) che Gravina nel suo classico latino
loda con elegante varietà (p. 60).

[250] _Perturbatricem autem omnium harum rerum accademiam, hanc ab
Arcesilao et Carneade recentem, exoremus ut sileat, nam si invaserit in
haec, quae satis scite instructa et composita videantur, nimis edet
ruinas, quam quidem ego placare cupio, submovere non audeo._ De legibus,
1, 13. Questo solo passo doveva insegnare a Bentley (_Remarks on
Free-Thinking_, p. 250) quanto Cicerone fosse fermamente attaccato alla
speciosa dottrina che egli ha abbellito.

[251] Panezio, l'amico del giovine Scipione, fu il primo che in Roma
insegnasse la filosofia stoica. Vedi la sua vita nelle _Mem. dell'Accad.
delle Iscriz._ t. 10, p. 75-89.

[252] Come è citato da Ulpiano (leg. 40, _ad Sabinum in Pandect._ l.
XLVII, t. 2, leg. 21). Trebazio dopo essere stato giureconsulto di primo
ordine, _qui familiam duxit_, diventò un Epicureo (Cicer. _ad
Familiares_, VII, 5). Forse in questa nuova setta mancò di costanza o di
buona fede.

[253] Vedi Gravina (p. 45-51) e le frivole obbiezioni di Mascou;
Eineccio (Storia I. R. n. 125) cita ed approva una dissertazione di
Everardo Otto, de _Stoica Jurisconsultorum philosophia_.

[254] Si citava specialmente la regola di Catone, la stipulazione
d'Aquilio, e le formole Manilie, duecento undici massime, e duecento
quarantasette definizioni (_Pandect._ l. I, tit. 16, 17).

[255] Leggasi Cicerone, l. I, _de Oratore, Topica, pro Murena_.

[256] Veggasi Pomponio (_De origine juris Pandect._ l. I, tit. 2 leg. 2
n. 47; Eineccio, _ad Instit._ l. I tit. 2 n. 8, l. II tit. 25, _in
Element. et Antiquit._; e Gravina p. 41-45). Sebbene questo monopolio
sia stato molto disgustoso, gli scrittori di quell'epoca non se ne
lagnano, ed è verisimile che sia stato velato con un decreto del Senato.

[257] Ho letto la Diatriba di Gotofredo Mascovio, l'erudito Mascou, (_De
Sectis Jureconsultorum_, Lipsia 1728 in-12, p. 276) dotto trattato sopra
un fondo sterile e limitatissimo.

[258] Vedi il carattere d'Antistio Labeone in Tacito (Annal. III, 75) e
in un'Epistola d'Ateio Capitone (Aulo Gellio, VIII, 12) che accusa il
suo rivale di _libertas nimia_ et VECORS. Tuttavia non posso immaginare
che Orazio abbia ardito di sferzare un virtuoso e rispettabile senatore,
ed amo adottare la correzione del Bentley, il quale legge LABIENO
_insanior_. Serm. I, III, 82. Vedi Mascou, _de Sectis_, c. 1 p. 1-24.

[259] Giustiniano (_Instit._ I, III tit. 23, e Teofilo, vers. greca, p.
677, 680) ha rammemorato questa gran questione ed i versi d'Omero che si
allegarono d'ambe le parti, come autorità. Tale questione fu decisa da
Paolo (leg. 33 _ad edict. in Pandect._ l. XVIII tit. 1 leg. 1). Ecco la
sua soluzione: in un semplice cambio non si può distinguere il venditore
ed il compratore.

[260] I Proculeiani pure abbandonarono questa controversa, sentirono che
strascinava seco indecenti ricerche, e furono sedotti dall'afforismo
d'Ippocrate che era attaccato al numero settenario di due settimane
d'anni, o di settecento settimane di giorni. (_Instit._ l. 1 tit. 22).
Plutarco e gli Stoici (_De placit. philosophor._ l. V c. 24) danno una
ragione più naturale. A quattordici anni περι ην ο σπερματικος κρινεται οῥῥος. Vedi i _Vestigi_ delle Sette in Mascou, c. 9 p.
145-276.

[261] Mascou racconta la storia ed il fine di queste differenti Sette
(c. 2-7 p. 24-120), e sarebbe quasi ridicolo di lodarlo della sua
parzialità fra Sette totalmente estinte.

[262] Al primo avviso volò al consiglio, che si tenne sul _rombo_.
Tuttavia Giovenale (Sat. IV, 75-81) chiama questo Prefetto o _Podestà_
di Roma, _sanctissimus legum interpres_. L'antico Scoliaste dice, che
era tanta la sua scienza, che veniva chiamato non un uomo, ma un libro.
Egli aveva tolto il suo singolar nome di Pegaso, da una galera di questo
nome che suo padre aveva comandato.

[263] Tacito, _Annal._ XVII, 7; Svetonio, _in Nerone_, c. 37.

[264] Mascou, _de sectis_, c. 8 p. 120-144; _de herciscundis_, termine
di legge che applicavano a que' giureconsulti ecclesiastici.
_Herciscere_ è sinonimo di _dividere_.

[265] Vedi il Codice Teodosiano (l. 1 tit. 4) col Comentario del
Gotofredo (t. 1 p. 30-35). Questo decreto poteva suscitare discussioni
gesuitiche simili a quelle che si trovano nelle _Lettere Provinciali_:
si poteva domandar se un giudice fosse obbligato di seguire, contro il
proprio criterio e contro la propria coscienza, l'opinione di Papiniano
o della maggioranza, ecc. Del resto un legislatore poteva attribuire a
questa opinione, per sè stessa falsa, il valore non già della verità, ma
quello della legge.

[266] Per tener dietro ai lavori di Giustiniano sulle leggi ho studiato
la prefazione delle Instante; la prima, la seconda e la terza prefazione
delle Pandette; la prima e la seconda prefazione del Codice, ed il
Codice medesimo (l. 1 tit. 17, _de veteri jure enucleando_). Dopo queste
originali testimonianze ho consultato fra i moderni Eineccio (Storia I.
R. n. 303-404), Terrasson (_Histoire de la Jurisp. rom. p. 295-356_),
Gravina (_Opp_. p. 93-100) e Ludewig nella sua vita di Giustiniano (p.
19-123, 318-321: per il Codice e le Novelle p. 209-261, per il Digesto o
le Pandette p. 262-317).

[267] Sul carattere di Triboniano vedi le testimonianze di Procopio
(Persic. l. 1 c. 23, 24; Anecdot. c. 13, 20), e Suidas (tom. III p. 501,
ediz. di Kuster). Ludewig (_in vit. Justinian._ p. 175-209) si affatica
per far diventar bianco un Moro.

[268] Applico all'istessa persona i due passi di Suida; perchè tutte le
circostanze fra di loro perfettamente concordano. Tuttavia i
giureconsulti non hanno fatto quest'osservazione, e Fabricio è disposto
ad attribuire queste opere a due scrittori. (_Bibliot. graec._ t. I p.
341; t. II p. 518; t. III p. 418; t. XII p. 346, 353, 474).

[269] Questa storia vien riferita da Esichio (_de viris illustribus_),
da Procopio (Aneddoti, c. 13) e da Suida (t. III p. 501). Tale
adulazione è dessa incredibile?

    _..... nihil est quod credere de se_
    _Non potest, cum laudatur diis aequa potestas._

Fontenelle (t. 1 p. 32-39) ha volto in ridicolo l'impudenza del modesto
Virgilio. Tuttavia lo stesso Fontenelle colloca il suo re al di sopra
del divino Augusto; ed il saggio Boileau non ha arrossito di dire: «Le
destin à ses yeux n'oserait balancer.» Con tutto ciò Augusto e Luigi XIV
non erano al certo due sciocchi.

[270] Πανδεκται (_Raccolta generale_) era il titolo comune
delle miscellanee greche (Plinio, _Praef. ad Hist. nat._). I _Digesta_
di Scevola, di Marcellino, e di Celso erano di già familiari ai legisti;
ma Giustiniano s'ingannava prendendo queste due parole per sinonimi. La
voce _Pandectes_ è egli greca o latina, mascolina o femminina? Il
laborioso Brenckmann non osa decidere quest'importante quistione (_Hist.
Pandect._ p. 300-304).

[271] Angelo Poliziano (l. V, _epist. ult._) enumera trentasette
giureconsulti (p. 192-200) citati nelle Pandette. L'indice greco che
segue il corpo delle Pandette ne conta trentanove; e lo instancabile
Fabrizio ne ha ritrovati quaranta (_Bibl. graec._ t. III p. 488-502). Si
dice che Antonio Augusto (_De nominibus propriis, Pandect. apud._
Ludewig, p. 283) ve ne abbia aggiunti cinquantaquattro; ma bisogna
ch'egli abbia confuso i giureconsulti vagamente citati, con quelli di
cui se ne sono dati degli estratti.

[272] I Στιχοι degli antichi manoscritti erano sentenze o
periodi di un senso completo, che formavano altrettante linee non
egualmente lunghe, sulla larghezza de' rotoli di pergamena. Il numero
de'Στιχοι di ciascun libro manifestava gli errori de' copisti, Ludewig
(p. 211-215) e Suicer da dove ha attinto (_Thes. eccles._ t. 1 p.
1021-1036).

[273] Un ingegnoso ed erudito discorso di Schulting (_Jurisprudentia
ante Justinianea_, p. 883-907) giustifica la scelta di Triboniano contro
le appassionate accuse di Francesco Ottomano e de' suoi settarj.

[274] Se Triboniano venga spogliato di quella scientifica corteccia in
cui si avviluppa, se gli si condonino i termini tecnici, si troverà che
il latino delle Pandette non è indegno del secolo d'_argento_. Esso
venne furiosamente attaccato da Lorenzo Valla, fastidioso grammatico,
del decimoquinto secolo e da Florido Sabino suo apologista. L'Alciato ed
un autore anonimo, verisimilmente Giacomo Capello, lo hanno difeso. Il
Duker ha raccolto questi diversi trattati sotto il titolo di _Opuscula,
de latinitate veterum jureconsultorum_. Lugd. Bat. 1721, in-12.

[275] _Nomina quidem veteribus servavimus, legum autem veritatem nostram
fecimus. Itaque si quid erat in illis SEDITIOSUM, multa autem talia
erant ibi reposita, hoc decisum est et definitum, et in perspicuum finem
deducta est quaeque lex_ (Cod. Just. l. 1 tit. 17 leg. 3 n. 10).
Confessione priva d'artifizio!

[276] Il numero di tali _emblemata_, termine assai civile per coprire
falsità di questa specie, venne molto ridotto da Bynkershoek negli
ultimi quattro libri delle sue osservazioni, il quale, con miserabili
rapsodie, sostiene il diritto che aveva Giustiniano di pretenderle, e
l'obbligo di Triboniano d'obbedirgli.

[277] Le _antinomie_, o le leggi contradditorie del Codice e delle
Pandette servono talvolta di cagione, e spesso anche di scusa alla
gloriosa incertezza delle leggi civili, la quale bene spesso produce,
come Montaigne le chiama, _les questions pour l'ami_. Vedi un bel passo
di Francesco Balduino intorno a Giustiniano, l. II p. 259, ecc. _apud_
Ludwig p. 305, 306.

[278] Quando Fust, o Faust, vendette a Parigi le sue prime Bibbie
stampate, come fossero manoscritte, il prezzo d'una copia in pergamena
dai quattro o cinquecento scudi fu ribassato ai sessanta, cinquanta, e
quaranta. A prima vista il pubblico parve contento di prezzo sì vile; ma
poscia se ne sdegnò quando ebbe scoperta la frode (Maittaire, _Annal.
Tipograph._ t. 1 p. 12, prima ediz.)

[279] Quest'uso abbominevole prevalse dall'ottavo e massime dal
dodicesimo secolo in poi, epoca in cui si era fatto quasi universale
(Montfaucon nelle Mem. dell'Accad. t. 6, p. 606 ecc. _Bibl. raisonnée de
la diplom._ t. 1 p. 176).

[280] Pomponio (_Pandect._ l. 1 tit. 2 leg. 2) dice che di Mucio, Bruto
e Manilio che sono i tre fondatori della scienza delle leggi civili,
_extant volumina, scripta Manilii monumenta_; di alcuni giureconsulti
della repubblica, _haec versantur eorum scripta inter manus hominum_.
Otto dei saggi legisti del secolo d'Augusto furono ridotti ad un
_compendium_: di Cascellio, _scripta non extant sed unus liber_ ecc.; di
Trebazio, _minus frequentantur_; di Tuberone, _libri parum grati sunt_.
Parecchie citazioni delle Pandette si dicono ricavate dai libri che
Triboniano non ha mai veduti; e dal settimo al tredicesimo secolo di
Roma l'apparente erudizione dei moderni dipendè mai sempre dalle
cognizioni e dalla veracità de' loro predecessori.

[281] Si dà per certo che _tutte_ le edizioni e _tutti_ i manoscritti in
parecchi luoghi replicano gli errori de' copisti e le trasposizioni di
alcuni fogli che si rinvengono nelle Pandette fiorentine. Questo fatto,
quando sia vero, è decisivo. Tuttavia le Pandette sono citate da Yves di
Chartres che morì nel 1117; da Teobaldo Arcivescovo di Cantorbery, e da
Vacario che fu il primo in Inghilterra a professare il Diritto civile
(Selden _ad Fletam_, c. 7 t. II p. 1080-1085). Chi ha mai paragonato i
manoscritti delle Pandette che esistono in Inghilterra, con quelli che
si trovano negli altri paesi?

[282] Veggasi la descrizione di questo originale in Brenckman (_Hist.
Pand. Florent._ l. I c. 2, 3 p. 4-17, et l. II). L'entusiasta Poliziano
lo venerava come lo stesso originale del Codice di Giustiniano (p. 407,
408). Ma questo paradosso è confutato dalle abbreviature del manoscritto
di Firenze (l. II c. 3 p. 117-130). Esso è composto di due volumi in-4.
a gran margine; la pergamena è sottile, ed i caratteri latini attestano
la mano d'un copista greco.

[283] Brenckman verso la fine della sua Storia ha inserite due
dissertazioni sulla repubblica d'Amalfi e la guerra di Pisa nell'anno
1135 ecc.

[284] La scoperta delle Pandette in Amalfi (A. D. 1137) venne per la
prima volta fatta conoscere (nel 1501) da Lodovico Bolognino (Brenckman
l. I c. 11 p. 73, 74; l. IV c. 2 p. 417-425) sulla testimonianza d'una
Cronaca della città di Pisa (p. 409, 410) senza nome e senza data. Tutti
i fatti di questa Cronaca, sebbene ignorati nel secolo dodicesimo,
abbelliti dai secoli dell'ignoranza, e resi sospetti dai critici, non
sono però in se stessi privi di probabilità (l. I c. 4-8 p. 17-50). È
incontrastabile che il gran Bartolo nel secolo quattordicesimo consultò
il _Liber Pandectarum_ di Pisa (p. 406, 407; Vedi l. I c. 9 p. 50-62).

[285] I Fiorentini presero Pisa nell'anno 1406, e nel 1411 trasportarono
le Pandette nella loro capitale. Questi avvenimenti sono autentici e
celebri.

[286] Furono di nuovo arricchite d'una coperta porporina; si chiusero in
una cassetta; ed i monaci e magistrati le mostravano ai curiosi colla
testa nuda e colle torce accese (Brenckman, l. 1 c. 10, 11, 12 p.
62-93).

[287] Enrico Brenckman, olandese, dopo d'aver paragonato il testo di
Poliziano, di Bolognino, d'Antonino Angustino, e la bella edizione delle
Pandette del Taurello, intraprese nel 1551 un viaggio a Firenze, e vi
passò molti anni a studiar quel solo manoscritto. La sua _Historia
Pandectarum Florentinorum_, Utrecht, 1722, in-4, che annuncia un sì gran
lavoro, non è tuttavia che una piccola parte del primitivo suo piano.

[288] Κρυσεα χαλκειων, εκατομβοιων, _apud Homerum patrem omnis
virtutis_, prima prefazione delle Pandette. In un atto del Parlamento
d'Inghilterra ci farebbe sorpresa un verso di Milton o del Tasso. _Quae
omnia obtinere sancimus in omne aevum._ Nella seconda prefazione,
parlando del primo Codice, egli dice: _in aeternum valiturum_. Un uomo
ed un per sempre!

[289] Nel buon latino la parola _Novellae_ è addiettivo, e sostantivo in
quello de' tempi barbari (Ludewig, p. 245). Giustiniano non le ha mai
raccolte. Le nuove collazioni che servono di norma ai Tribunali moderni,
racchiudono novanta Novelle; ma le indagini di Giuliano, di Aloandro, e
di Conzio (Ludewig, p. 249, 268; Alemanno, note in _Anecdot._ p. 98) ne
hanno accresciuto il numero.

[290] _Montesquieu, Consid. sur la Grand. et la Décad. des Romains_, c.
20 t. III p. 501 in-4. Egli si libera in questo luogo della toga e della
berretta di Presidente _à mortier_.

[291] Procopio, Anedd. c. 28. Si accordò pure un eguale privilegio alla
Chiesa di Roma (Novella IX). Sulla rivocazione generale di questi
funesti privilegi vedi la Novella III e l'Edit. 5.

[292] Lattanzio nelle sue Institute del Cristianesimo, opera elegante e
speciosa, si propone per modello il titolo ed il metodo de'
giureconsulti. _Quidem prudentes et arbitri aequitatis Institutiones
civilis iuris compositas ediderunt._ (Instit. div. l. 1 c. 1). Egli
intendeva parlare d'Ulpiano, di Paolo, di Fiorentino, e di Mariano.

[293] L'Imperator Giustiniano, parlando di Cajo, si serve della parola
_suum_, sebbene questo scrittore sia morto prima della fine del secondo
secolo. Servio, Boezio, Prisciano ecc. citano le sue Istitute, e noi
abbiamo l'Epitome che ne ha fatto Arriano (Ved. i _Prolegomeni_ e le
_Note_ dell'edizione di Schulting, nella _Jurisprudentia Ante
justinianae_. Lugd. Bat. 1717. Eineccio, St. I. R. n. 313; Ludewig, _in
vit. Just._ p. 199).

[294] Vedi gli Annali politici dell'abate Saint-Pierre, t. 1 p. 25. Egli
li pubblicò nel 1735. Le più antiche famiglie vantano un possesso
immemoriale delle loro armi e de' loro feudi. Dopo le crociate, alcune
(e sembrano le più degne di rispetto) furono nobilitate dai Re in
ricompensa de' loro meriti e de' loro servigi. La turba recente e
volgare tira la sua provenienza da quella moltitudine di cariche venali
senza funzioni o senza dignità, che estraggono continuamente de' ricchi
plebei dalla classe del volgo.

[295] Se un testamento lasciava a diversi legatarj uno schiavo da
scegliere, essi lo estraevano a sorte; e quelli che non lo ottenevano
avevano diritto ad una parte del suo valore; uno schiavo ordinario,
foss'egli un giovane fanciullo, od una giovane figlia, che avesse meno
di dieci anni, era valutato dieci denari d'oro, e venti se ne aveva più
di dieci; se lo schiavo sapeva qualche mestiere, trenta; se era notaro o
scrivano, cinquanta; se era ostetricante o medico, sessanta. Gli eunuchi
minori di dieci anni costavano trenta denari d'oro, e cinquanta se ne
avevano di più; se si applicavano alla mercatura, settanta (Cod. leg. 6
tit. 43 leg. 3). Questi prezzi, stabiliti dalla legge, erano
ordinariamente minori di quello del mercato.

[296] Sullo stato degli schiavi e degli affrancati, vedi le Institute
(l. I tit. 3-8; l. II tit. 9; l. III tit. VIII, IX); le Pandette od i
Digesti (l. I tit. 5, 6, l. XXX tit. 1-4); e tutto il l. XL; il Codice
(l. VI tit. 4, 5; l. VII tit. 1-23). Allorchè d'ora innanzi mi occorrerà
di citare il testo originale delle Institute e delle Pandette, annoterò
contemporaneamente gli articoli corrispondenti nelle antichità e negli
elementi di Eineccio; e quando si tratterà de' primi ventisette libri
delle Pandette, citerò anche il dotto e ragionato Comentario di Gerardo
Noodt (Opera, t. 11 p. 1-590, in fine, Lugd. Bat. 1724).

[297] Vedi _patria potestas_ nelle Institute (l. 1 tit. 9); nelle
Pandette (l. 1 tit. 6, 7) e nel Codice (l. VIII tit. 47, 48, 49). _Jus
potestatis quod in liberos habemus, proprium est civium romanorum. Nulli
enim alii sunt homines, qui talem in liberos habeant potestatem qualem
nos habemus._

[298] Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 94, 95) e Gravina (_Opp._ p. 286)
rapportano le parole delle Dodici Tavole. Papiniano (_in Collatione
legum roman. et mosaicarum_, tit. 4 p. 204) alla _patria potestas_ dà il
nome di _lex regia_. Ulpiano (_ad Sabin._ l. XXVI, _in Pandect._ l. 1
tit. 6 leg. 8) dice: _Jus potestatis moribus receptum; et furiosus
filium in potestate habebit._ Che potere sacro o piuttosto assurdo!

[299] Pandette (l. XLVII tit. 2 leg. 14 n. 13; leg. 38 n. 1). Tale era
la decisione d'Ulpiano e di Paolo.

[300] La _Trina mancipatio_ vien chiaramente definita da Ulpiano
(frammenti X p. 591, 692, ediz. Schulting) ed ancor meglio sviluppata
nelle Antichità d'Eineccio.

[301] Giustiniano (_Instit._ l. IV tit. 9 n. 7) rapporta e rifiuta
l'antica legge che accordava a' padri il _jus necis_. Se ne trovano pure
altri vestigi nelle Pandette (l. XLIII tit. 29 leg. 3 n. 4), e nella
_Collatio legum romanarum et mosaicarum_ (tit. 2 n. 3 p. 189).

[302] Bisogna tuttavia eccettuarne le pubbliche occasionali funzioni e
l'attualità dell'esercizio negli impieghi. _In publicis locis atque
actionibus, patrum jura, cum filiorum qui in magistratu sunt,
potestatibus collata, interquiescere paululum et connivere_ ecc. (Aulo
Gellio, _Notti Attiche_, 11, 2). Onde giustificare le lezioni del
filosofo Tauro si metteva innanzi l'antico e memorabile esempio di
Fabio; e non si ha che a leggere la stessa storia nella lingua di Tito
Livio (XXIV, 44) e nel goffo idioma dell'analista Claudio Quadrigario.

[303] Vedi in che modo il peculio dei figli si estese, ed acquistò
insensibilmente una sicurezza nelle Institute (l. 11 tit. 9), le
Pandette (l. XV, tit. 1; l. XII tit. 1) ed il Codice (l. IV tit. 26,
27).

[304] Seneca (_De Clementia_, 1, 14, 15) cita gli esempj di Erixone e
d'Ario: del primo parla con orrore e fa elogi del secondo.

[305] _Quod latronis magis, quam patris jure eum interfecit, nam patria
potestas in pietate debet non in atrocitate consistere_ (Marciano,
Instituzioni, l. XIV, nelle Pandette, l. XLVIII tit. 9 leg. 5).

[306] Le leggi Pompea e Cornelia (_de sicariis et parricidis_) sono
rinnovate o piuttosto abbreviate cogli ultimi supplimenti d'Alessandro
Severo, di Costantino o di Valentiniano, nelle Pandette (l. XLVIII tit.
8, 9) e nel Codice (l. IX tit. 16, 17). Vedi eziandio il Codice di
Teodosio (l. IX tit. 14, 15), col Comentario di Gotofredo (l. III p. 84,
113) che su queste leggi penali sparge un torrente d'erudizione antica e
moderna.

[307] Quando Cremete in Terenzio rimprovera a sua moglie di avergli
disubbidito non esponendo il loro figlio, egli parla da padre e da
padrone, e fa tacere gli scrupoli di una sciocca moglie. Vedi Apuleo
_Metam_. (l. X p. 337), ediz. _ad usum Delphini_.

[308] L'opinione de' giureconsulti, e la saviezza de' magistrati,
all'epoca in cui Tacito visse, avevano introdotto alcune restrizioni
legali che potevano giustificare il contrasto che egli stabilisce fra i
_boni mores_ de' Germani, e le _bonae leges alibi_, vale a dire a Roma
(_De moribus Germanorum_, c. 19) Tertulliano (_ad Nationes_, l. 1 c. 15)
confuta le sue proprie accuse, e quelle de' suoi confratelli contro la
giurisprudenza pagana.

[309] L'umana e saggia decisione del giureconsulto Paolo l. II,
_sententiarum, in Pandect_. (l. XXV tit. 3 leg. 4) non è presentata che
come un precetto morale da Gerardo Noodt (_Opp. t. I in Julium Paulum_,
p. 567-588, et _Amica responsio_, p. 591-606) che sostiene l'opinione di
Giusto Lipsio (_Opp. t. II p. 409; ad Belgas_, cent. I epist. 85).
Bynkershock ne parla come di una legge positiva ed obbligatoria (_De
jure occidendi liberos. Opp._ t. I p. 318-340; _Curae secundae_, p.
391-427). In questa controversia ardita e piena di rancore, i due amici
sono caduti negli opposti estremi.

[310] Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 92, 93); Plutarco (in Numa, p.
140, 141) Το σαμα και το ηθος καθαρον και αθικτον επι τω γαμουντι
γενεσδαι.

[311] Fra li _frumenta_ d'inverno, si adoperava il _triticum_, o
frumento barbuto, il _siligo_ od il grano imberbe, _il far, l'adorea,
l'oryza_, la cui descrizione si accorda perfettamente con quelle dei
risi di Spagna e d'Italia. Io adotto questa identità sull'autorità del
sig. Paucton nella sua laboriosa ed utile opera intorno la Metrologia.

[312] Aulo Gellio (_Noctes Atticae_ XVIII, 6) presenta una ridicola
definizione d'Elio Melisso, _Matrona quae semel, Materfamilias quae
saepius peperit_, come se si trattasse d'una _porcetra_, o di una
_scropha_. In seguito ne spiega il vero senso: _Quae in matrimonium, vel
in manum convenerat_.

[313] Era anche troppo d'aver gustato il vino o portata via la chiave
della cella del vino (Plinio, Storia nat. XIV, 14).

[314] Solone pretende che si abbia a soddisfare al dover coniugale tre
volte la settimana. La Mishna comanda che il marito giovine e robusto, e
che non affatica, vi adempia una volta al giorno. Per l'abitante di
città lo fissa a due volte ogni settimana, ed una volta sola pel
villano; ad una volta ogni trenta giorni pel conduttore dei cammelli, ed
a una volta ogni sei mesi pel marinaro; ma ne vuole esente chi si dedica
allo studio, ed il dottore. Una moglie che una volta ogni _settimana_
l'ottenesse, non poteva domandare il divorzio: per una _settimana_ il
voto di continenza era permesso. La poligamìa divideva i doveri del
marito senza moltiplicarli. (Selden, _Uxor ebraica_, l. III c. 6, nelle
sue opere, vol. 2 p. 717-720).

[315] Sulla legge Oppia Tito Livio (l. XXXIV 1-8) riferisce il moderato
discorso di Valerio Flacco, e l'aringa fatta da Catone l'Antico nella
sua qualità di censore. Ma gli oratori del sesto secolo della fondazione
di Roma, non avevano lo elegante stile che loro attribuisce l'istorico
dell'ottavo. Aulo Gellio (X, 23) ha meglio conservato i principj ed
anche lo stile di Catone.

[316] Rapporto al sistema del matrimonio degli Ebrei e dei Cattolici,
vedi Selden (_Uxor ebraica, Opp_. vol. 2 p. 529-860); Bingham
(_Christian. antiquitates_, l. XXII), e Chardon (_Hist. des Sacrem_. t.
VI).

[317] Le leggi civili del matrimonio si trovano esposte nelle Institute
(l. I tit. 10), nelle Pandette (l. XXIII, 24, 25) e nel Codice (l. V).
Ma siccome il titolo dei _Ritu nuptiarum_ è imperfetto, bisogna
ricorrere ai Frammenti d'Ulpiano (tit. 9 p. 590, 591) ed alla _Collatio
legum mosaicarum_ (tit. 16 p. 790, 791) colle note di Piteo e di
Schulting. Nel comentario di Servio vi sono due curiosi passi sul primo
libro delle Georgiche, ed il quarto dell'Eneide.

[318] Secondo Plutarco (p. 57) Romolo non ammise che tre cause di
divorzio, cioè l'ubbriachezza, l'adulterio, e le chiavi false. In
qualunque altro caso, quando lo sposo abusava del suo diritto di
supremazia, si dice che la metà de' suoi beni venisse confiscata in
profitto della moglie, e l'altra metà in profitto della Dea Cerere; ed
egli offriva un sacrificio, verisimilmente col resto, alle divinità
della terra. Questa strana legge od è immaginaria, o non è stata che
passeggiera.

[319] Nell'anno di Roma 523, Spurio Carvilio Ruga ripudiò una moglie
bella e buona, ma che era sterile. (Dionigi d'Alicarnasso, l. II p. 93;
Plutarco, _in Numa_, p. 141; Valerio Massimo, l. II c. 1; Aulo Gellio,
IV, 3). Egli fu rimproverato da' Censori e detestato dal popolo; ma la
legge non si opponeva punto al suo divorzio. [Questo fatto viene
altrimenti raccontato e spiegato da Montesquieu. (_Esprit. des Lois_, l.
XVI. c. 16) (_Nota dell'Editore_).]

[320]

                  _— Sic fiunt octo mariti_
    _Quinque per autumnos._

                     JUVEN. Sat. VI, 90.

Quantunque questa successione sia molto rapida, essa è tuttavia
credibile, come pure il _non consulum numero, sed maritorum annos suos
computant_ di Seneca (_De beneficiis_, III 16). A Roma San Gerolamo vide
un marito che seppelliva la ventunesima sua moglie, la quale aveva
seppelliti ventidue suoi predecessori meno robusti di lui (_Opp._ tom. I
p. 90, _ad Gerontiam_). Ma i dieci mariti in un mese del Poeta Marziale,
sono una stravagante iperbola (l. VI, _epigr._ 7).

[321] Publio Vittore, nella sua Descrizione di Roma, parla di un
_Sacellum Viriplacae_ (Valerio Massimo, l. II c. 1) che si trovava nel
quartiere Palatino ai tempi di Teodosio.

[322] Valerio Massimo (l. II c. 9). Egli, con qualche ragione, giudica
il divorzio più criminoso del celibato: _illo namque conjugalia sacra
spreta tantum, hoc etiam iniuriose tractata._

[323] Vedi le leggi d'Augusto e de' suoi successori in Eineccio (_ad
legem Papiam Poppeam_, c. 19, in _Opp._ t. VI part. I p. 323-333).

[324] _Aliae sunt leges Caesarum; aliae Christi: aliud Papinianus, aliud
Paulus NOSTER praecipit_ (San Gerolamo, t. I p. 198; Selden _uxor
ebraica_, l. III c. 31 p. 847-853).

[325] Le Institute non contengono nulla su di questo oggetto; ma si può
vedere il _Codice Teodosiano_ (l. III tit. 16, col _Commentario_ del
Gotofredo, t. I p. 310-315) e quello di Giustiniano (l. V tit. 17), le
Pandette (l. XXIV tit. 2), e le Novelle (22, 117, 127, 134, 140). Fino
all'ultimo suo momento, Giustiniano vacilla fra la legge civile e
l'ecclesiastica.

[326] Ne' buoni autori greci πορνεια non è una parola familiare, e
la fornicazione che essa propriamente significa, non può
rigorosamente convenire all'infedeltà del matrimonio. Di quale
estensione è desso capace, ed a quali offese è mai applicabile in un
senso figurato? Gesù Cristo parlava la lingua de' rabbini o la siriaca?
Qual'è l'originale parola che si tradusse per πορνεια? Se si
vuol sostenere che Gesù Cristo non abbia eccettuato che questa causa di
divorzio, si hanno due autorità (San Marco, X, 11; e San Luca, XVI, 18)
contro una (San Mattia, XIX, 9). Adottando una risposta che elude la
difficoltà, alcuni critici hanno osato di credere che egli non volesse
offendere nè la scuola dei Sammai nè quella di Hillel (Selden, _Uxor
ebraica_, l. III c. 18, 22, 28, 31).

[327] Giustiniano espone i principj della giurisprudenza romana
(_Instit_. l. I tit. 10); e le leggi ed i costumi delle diverse nazioni
dell'antichità intorno ai gradi proibiti ecc. vengono particolarmente
sviluppati dal Dottore Taylor ne' suoi _Elementi della legge civile_, p.
108, 314-339, opera di una piacevole e varia erudizione, ma di cui non
si può lodare la precisione filosofica.

[328] Quando morì Agrippa, suo padre (A. D. 44), Berenice aveva sedici
anni (Giuseppe, t. i, _Antichità Giudaiche_, l. XIX c. 9 p. 962, ediz.
Havercamp). Essa quindi aveva più di cinquant'anni quando Tito (A. D.
79) _invitus invitam dimisit_. Questa data non avrebbe prodotto un
effetto felice nella tragedia o nella pastorale del tenero Racine.

[329] L'_Aegiptia coniux_ di Virgilio (_Eneid_. VIII, 688) sembra essere
annoverata fra i mostri che fecero la guerra con Marc'Antonio contro
Augusto, il Senato, e gli Dei d'Italia.

[330] L'editto di Costantino fu il primo che diede questo diritto;
giacchè Augusto aveva proibito di aver per Concubina una donna che si
potesse sposare; e se uno la sposava in seguito, questo matrimonio non
variava in nulla i diritti dei figli nati antecedentemente: allora si
aveva il mezzo dell'adozione propriamente detta _arrogazione_. (_Nota
dell'Editore_).

[331] I diritti modesti, ma autorizzati dalla legge, delle concubine, e
de' figli naturali, si rinvengono stabiliti nelle Institute (l. V tit.
10), nelle Pandette (l. 1 tit. 7), nel Codice (l. 5 tit. 25) e nelle
Novelle (74 e 89). Le indagini d'Eineccio e del Giannone (_ad legem
Juliam et Papiam Poppeam_, l. IV p. 164, 175; _Opere postume_, p.
108-158) dilucidano questo punto importante de' costumi domestici.

[332] Vedi l'articolo de' tutori e de' pupilli nelle Institute (l. 1
tit. 13-26), nelle Pandette (l. XXVI, XXVII) e nel Codice (l. V tit.
28-70).

[333] _Inst_. l. II tit. 1, 2. Si paragonino i ragionamenti piani e
precisi di Cajo o d'Eineccio (l. II tit. 1 p. 69-91) colla vaga
prolissità di Teofilo (p. 207-265). Le opinioni di Ulpiano si trovano
nelle Pandette (l. 1 tit, 8 leg. 41 n. 1).

[334] Varrone determina l'_heredium_ de' primi Romani (De re rustica,
l. 1 c. 2 p. 141; c. 10 p. 160, 161, ediz. Gesuer). Le declamazioni
di Plinio (Hist. nat. XVIII, 2) oscurano questa materia. Si
trovano su questo soggetto varie giuste ed erudite osservazioni
nell'_Administration des terres chez les Romains_, p. 12-66.

[335] Ulpiano (_Fram_. tit. 18 p. 618, 619) e Bynkershoek (_Opp_. t. 1
p. 306-315) spiegano la _res mancipe_ con alcuni deboli barlumi ricavati
da dati molto lontani; la loro definizione è un poco arbitraria; e non
avendo gli autori assegnata una positiva ragione, io diffido di quella
che ho allegata.

[336] In vista della brevità di questa prescrizione, Hume conchiude
(Saggi, vol. 1 p. 423) che le proprietà non potevano essere in allora
più fisse in Italia di quello che lo siano _oggigiorno_ fra i Tartari.
Ma Vallace, suo avversario, più versato nelle leggi di Roma, gli
rimprovera con ragione di non aver pensato alle condizioni che
l'accompagnavano (_Instit_. l. II tit. 6).

[337] Vedi le _Institute_ (l. 1 tit. 4, 5) e le _Pandette_ (l. VII).
Nood ha composto un particolare ed erudito trattato _de usufructu_
(_Opp_. t. 1 p. 387-478).

[338] Le questioni de _servitutibus_ si trovano discusse nelle Institute
(l. II tit. 3) e nelle Pandette (l. 8). Cicerone (_pro Murena_, c. 9) e
Lattanzio (_Instit. div._ 1. c. 1)affettano di ridere sulle
insignificanti dottrine _de aqua pluvia arcenda_ sec. Tuttavia questa
specie di processi doveva essere comune tanto in città quanto in
campagna.

[339] Presso i Patriarchi, il primogenito aveva un diritto di una
mistica e spirituale primogenitura (Genesi, XXV, 31). Nella terra di
Canaan esso avea una doppia parte nell'eredità (_Deuteronomio_, XXI, 17,
col _Comentario_ del sensato Leclerc).

[340] In Atene, la porzione de' figli era eguale; ma le povere figlie
non avevano che ciò che i fratelli volevano loro dare. Vedi le ragioni
κληρικοι, che faceva valere Iseo (nel settimo volume degli
_Oratori greci_) sviluppate nella versione e nel comentario di Guglielmo
Jones, scrittore erudito, molto instruito nelle leggi, ed uomo
d'ingegno.

[341] In Inghilterra il primogenito eredita egli solo tutti i beni
fondiarii; legge, dice l'ortodosso Blackstone (_Commentaries on the Laws
of England_, vol. 2 p. 215), la quale non è ingiusta che nell'opinione
de' figli cadetti. Essa, eccitando l'industria, può avere una bontà
politica.

[342] Le Tavole compilate da Blackstone (vol. 2 p. 202) indicano e fra
loro avvicinano i gradi della legge canonica e della legge comune. Un
particolare trattato di Giulio Paolo (_De Gradibus et Affinibus_) venne,
o per intiero od in ristretto, inserito nelle Pandette (l. XXXVIII tit.
10). Al settimo grado egli conta (n. 18) mille e ventiquattro persone.

[343] La legge Voconia fu pubblicata l'anno 584 di Roma. Il più giovane
de' Scipioni, che aveva allora diciassette anni (Freinsemio, Supplimento
di Tito Livio, XLVI, 40); trovò l'occasione d'esercitare la propria
generosità verso sua madre, le sue sorelle ecc. Polibio che viveva in
casa sua fu il testimonio di questa bell'azione (t. II l. XXXI p.
1453-1464, ediz. di Gronovio).

[344] _Legem Voconiam_ (Ernesti, Clavis Ciceroniana) _magna voce bonis
lateribus_ (a sessantacinque anni) _suasissem_, dice Catone l'Antico
(_De Senectute_, c. 5). Aulo Gellio (VII, 13; XVII, 6) ne ha conservati
alcuni passi.

[345] Vedi la legge delle successioni nelle Institute di Cajo (l. II
tit. 8 p. 130-144) ed in Giustiniano (l. III tit. 1-6, colla versione
greca di Teofilo, p. 515-575, 588-601), nelle Pandette (l. XXXVIII tit.
6-17), nel Codice (l. VI tit. 55-60) e nelle Novelle (118).

[346] Taylor, scrittore illuminato e pieno di fuoco, ma soggetto ad
aberrazioni, ha dimostrato (_Elements of Civil Law_ p. 519, 527) che la
successione è la _regola_, ed il testamento _l'eccezione_. Nel III e nel
IV libro il metodo delle Institute è incontrastabilmente contrario
all'ordine naturale. Il Cancelliere d'Aguesseau (Opere, t. 1 p. 275)
desiderava che Domat, suo compatriotta, fosse stato al posto di
Triboniano. Tuttavia i _contratti_ prima delle successioni non formano
certamente _l'ordine naturale delle leggi civili_.

[347] I testamenti anteriori a quest'epoca sono forse favolosi. In Atene
avevano diritto di testare solamente que' padri che morivano senza figli
(Plutarco, _in Solone_, t. I p. 164. Vedi Iseo e Jones).

[348] Si fa menzione del testamento d'Augusto in Svetonio (_in August._
c. 101, _in Neron._ c. 4) scrittore che si può studiare, siccome una
raccolta d'antichità romane. Plutarco (_Opusc._ t. II p. 976) è sorpreso
Σταν δε διαθηκας γραφωσιν, ετερους μεν απολειπουσι κληρονομους, ετεροι
δε πωλουσι τας ουσιας. (_perchè scrivono testamenti, e lasciano altri
eredi, e questi vendono le sostanze_). Le espressioni d'Ulpiano (Fram.
tit. 20 p. 627, ed. di Schulting) sembrano troppo esclusive _Solum in
usu est_.

[349] Giustiniano (Novella 115 n. 3, 4) fa l'enumerazione de' delitti
pubblici e privati, che soli potevano dare anche al figlio il diritto di
diseredare suo padre.

[350] Le _sostituzioni fedecommessarie_ delle nostre leggi civili
presentano un'idea feudale innestata sulla giurisprudenza romana, ed
esse hanno appena qualche rassomiglianza cogli antichi fedecommessi
(_Institutions du Droit français_, t. 1 p. 347-383; Denisart,
_Decisions de Iurisprudence_, t. IV p. 577-604). Abusando della
centocinquantanovesima novella, legge parziale, confusa e declamatoria,
esse vennero estese fino al quarto grado.

[351] Dione Cassio (t. II l. LVI p. 814, colle note di Reimar) specifica
venticinquemila dramme, secondo la maniera di computare de' Greci.

[352] Montesquieu (_Esprit des Lois_, l. XXVII) ha spiegato col suo
solito ingegno, ma qualche volta coll'unica scorta della sua
immaginazione, anzi che appoggiato ai monumenti della storia, le
rivoluzioni delle leggi romane risguardanti le successioni.

[353] I principj della civile giurisprudenza sulle successioni, i
testamenti, i codicilli, i legati ed i fedecommessi si riscontrano nelle
Institute di Cajo (l. II tit. 2-9 p. 91-144), in quelle di Giustiniano
(l. II tit. 10-25), e di Teofilo (p. 328-514). Queste immense
particolarità occupano dodici libri (28-39) delle Pandette.

[354] Le Institute di Cajo (l. II tit. 9, 10 p. 144-214), di Giustiniano
(l. III tit. 14-30; l. IV tit. 1, 6) e di Teofilo (p. 616 637)
distinguono quattro sorta d'obbligazioni, aut _re_, aut _verbis_, aut
_litteris_, aut _consensu_; ma io confesso che preferisco la divisione
da me adottata.

[355] Quanto mai è superiore a lodi vaghe ed indeterminate il
ragionevole e tranquillo attestato di Polibio (l. VI p. 693, l. XXXI p.
1459, 1460)! _Omnium maxime et praecipue fidem coluit_ (A. Gellio, XX,
1).

[356] Gerardo Noodt ha composto un trattato particolare e soddisfacente
sul _ius praetorium de pactis et transactionibus_ (Opp. t. 1, 463, 564);
ed io coglierò quest'occasione per osservare che al principio di questo
secolo (XVIII) le università dell'Olanda e del Brandeburgo sembrano
avere studiato le leggi civili sui più giusti e nobili principj.

[357] Ciò che si riferisce alla dilicata e varia materia de' contratti
consensuali, si trova sparso nel quarto libro delle Pandette (17, 20);
ed essa è una delle parti che più meritano d'essere studiata da un
Inglese.

[358] La natura delle locazioni è fissata nelle Pandette (l. XIX) e nel
Codice (l. IV tit. 65). Il _quinquennium_ o termine di cinque anni
sembra esser derivato da una consuetudine piuttosto che da una legge. In
Francia tulle le locazioni delle terre erano stabilite a nove anni; e
tale restrizione non venne abolita che nel 1775 (_Enciclopédie
méthodique, t. 1, de la Jurisprudence, p. 668, 669_); ed io devo, con
dispiacere, osservare che essa esiste ancora nella felice e bella
contrada che abito (nel paese di Vaud).

[359] Potrei qui, senza restrizione alcuna, rimettermi all'opinione ed
alle indagini dei tre libri di Gerardo Noodt, _de foenore et usuris_
(Opp. t. 1 p. 175, 268). I migliori critici ed i più abili giureconsulti
circolano gli _asses_ o _centesimae usurae_ al dodici, e lo _unciariae_
ad uno per cento. Vedi Noodt, l. II c. 2 p. 207; Gravina Opp. p. 205,
ec., 210; Eineccio, _Antiquit. ad Institut._ l. III tit. 15;
Montesquieu, _Esprit des Lois_, l. XXII c. 22 t. 2 p. 36; t. 3 p. 478
ec. _Défense de l'Esprit des Lois_, e specialmente Gronovio, (_de
pecunia veteri_, l. III c. 13 p. 213-227, e le sue tre Antexegeses, p.
455, 655), fondatore o campione di questa opinione probabile, che
tuttavia non lascia di presentare qualche difficoltà.

[360] _Primo 12 Tabulis sancitum est, ne quis unciario foenore amplius
exerceret_ (Tacito, Annali, VI. 16). _Pour peu_, dice Montesquieu
(Esprit des Lois, l. XXII c. 22), _qu'on soit versé dans l'histoire de
Rome, on verra qu'une pareille loi ne devait pas être l'ouvrage des
Décemvirs._ Dunque Tacito era ignorante o stupido? I più savj e virtuosi
patrizj potevano sagrificare la loro avarizia alla loro ambizione, e
tentare di annullare un costume vizioso, con fissare un interesse, al
quale nessun mutuante avrebbe voluto esporsi a tali pene a cui niun
debitore avrebbe voluto andar incontro.

[361] Giustiniano non si è degnato di parlare delle usure nelle sue
Institute; ma le regole e le restrizioni su questa materia si trovano
nelle Pandette (l. XXII tit. 1, 2) e nel Codice (l. IV tit. 32, 33).

[362] Su questo punto l'opinione de' Padri della Chiesa è unanime
(Barbeyrac, _Morales des Pères_, p. 144 ec.). Vedi San Cipriano,
Lattanzio, San Basilio, San Crisostomo (i suoi frivoli argomenti si
ritrovano in Noodt, l. I c. 7 p. 188), San Gregorio di Nissa,
Sant'Ambrogio, San Gerolamo, Santo Agostino, ed una moltitudine di
Concilii e di Casuisti.

[363] Catone, Seneca e Plutarco hanno altamente condannato l'uso o
l'abuso dell'usura. Secondo l'etimologia di _foenus_ e di τοκος, si
suppone che il principale generi l'interesse. _Posterità
d'uno sterile metallo!_ esclama Shakespeare, ed il teatro è l'eco della
voce pubblica.

[364] Guglielmo Jones ha composto un saggio ingegnoso e ragionato sulla
legge delle cauzioni (Londra, 1781, p. 127 in-8). È forse l'unico
Giureconsulto che abbia un'eguale estesa cognizione de' registri di
Vestminster, de' Commentarj d'Ulpiano, delle Aringhe Attiche d'Iseo, e
delle Sentenze de' giudici dell'Arabia e della Persia.

[365] Noodt (Opp. t. 1 p. 137, 172) ha composto un trattato particolare
sulla legge Aquilia (_Pandect._ l. IX tit. 2).

[366] Aulo Gellio, (_Notti Attiche_, XX, 1). Egli ha ricavato questa
storia dai Comentarii di Q. Labeone sulle Dodici Tavole.

[367] La narrazione che ne fa Tito Livio (1, 28) è imponente e grave.
_At tu dictis Albane maneres_, è una riflessione assai dura, indegna
dell'umanità di Virgilio (Eneide, VIII, 643). Heyne, col suo solito buon
gusto, osserva che questo soggetto era troppo orribile, e che l'autore
dell'Eneide non avrebbe dovuto collocarlo sullo scudo d'Enea (t. III p.
229).

[368] Giovanni Marsham (_Canon chronicus_, p. 593, 596) ed il Corsini
(_Fasti Attici_, t. III p. 62) hanno stabilita l'epoca in cui Dracone
visse (Olimpiade XXXIX, 1). Quanto alle sue leggi, vedi gli autori che
hanno scritto sul governo d'Atene, Sigonio, Meursio, Potter ec.

[369] La settima _De Delictis_, nelle Dodici Tavole, viene sviluppata da
Gravina (_Opp_. p. 292, 293, con un Comentario, p. 214, 230). Aulo
Gellio (XX, 1) e la _Collatio legum mosaicarum et romanarum_, contengono
molte istruttive particolarità.

[370] Tito Livio fa menzione di due epoche di delitto, in cui tremila
persone furono accusate, e centonovanta matrone convinte del delitto
d'avvelenamento. (XL, 43, VIII, 18). Hume distingue i tempi della virtù
pubblica da quelli della virtù privata (Saggi, vol. 1 p. 22, 23). Io
crederei piuttosto che queste effervescenze di crimini, come l'anno 1680
in Francia, sono accidenti e mostruosità che non possono lasciar macchia
ne' costumi di una nazione.

[371] Le Dodici Tavole e Cicerone (_pro Roscio Amerino_, c. 25, 26) non
parlano che del sacco. Seneca (Excerpt. controv. V, 4) vi aggiunge i
serpenti. Giovenale ha pietà della scimia che non aveva fatto alcun male
(_innoxia simia_, sat. XIII, 156). Adriano (_apud Dositheum magistrum_,
l. III c. 16 p. 874, 876, colle note di Schulting), Modestino (Pandette,
XLVIII, tit. 9 leg. 9), Costantino (Codice, l. IX tit. 17), e
Giustiniano (Institute, l. IV tit. 18) indicano tutto quello che si
metteva nel sacco del parricida. Ma in pratica questo supplizio bizzarro
veniva semplificato. _Hodie tamen vivi exuruntur vel ad bestias dantur_
(Paolo, _Sentent. recep_. l. V tit. 24 p. 512, ediz. di Schulting).

[372] Il primo parricida, che siasi avuto a Roma fu L. Ostio, dopo la
seconda guerra punica (Plutarco, in _Romulo_, t. 1 p. 57). Durante la
guerra de' Cimbri, P. Malleolo si rese colpevole del primo matricidio
(Tito Livio, Epit. l. LXVIII).

[373] Orazio parla di _Formidine fustis_ (l. II, epist. 2, 154); ma
Cicerone (_De republica_, l. IV, _apud_, Sant'Agostino, De civit. Dei,
IX, 6, _in Fragment. philosoph_. t. III p. 393, ediz. d'Olivet) afferma
che i Decemviri decretarono pene capitali contro i libelli: _Cum
perpaucas res capite sanaissent_. — PERPAUCAS!

[374] Bynkershoek (_Observ. juris rom_. l. 1 c. 1; _in Opp._ t. 1 p. 9,
10, 11) si sforza di provare che i creditori non dividevano il _corpo_,
ma il _valore_ del debitore insolvibile. Ma la sua interpretazione non è
che una continuata metafora, e non può distruggere l'autorità romana, di
Quintiliano, di Cecilio, di Favonio, e di Tertulliano. Vedi Aulo Gellio
(Notti Attiche, XXI).

[375] Il primo discorso di Lisia (Reiske, _Orator. graec_. t. V p. 2-48)
è la difesa di un marito che avea ucciso un adultero. Il Dottore Taylor
(_Lectiones Lysiacae_, c. 11, in Reiske, t. VI, 301-308) discute con
molta dottrina i diritti dei mariti e de' padri in Roma ed in Atene.

[376] Vedi Casaubon, (_ad Athenaeum_, l. 1 c. 5 p. 19). _Percurrent
raphanique mugilesque_ (Catullo, p. 41, 42, ed. di Vossio). _Hunc
mugilis intrat_ (Giovenale, Sat. X, 317). Hunc_ perminxere calones_
(Orazio, l. I, Sat. II, 44). Familiae_ stuprandum dedit..... Fraudi non
fuit_ (Valerio Massimo, l. VI c. 1 n. 13).

[377] Tito Livio (11, 8) e Plutarco (_in Publicola_, t. 1 p. 187)
allegano questa legge: essa interamente giustifica la opinion pubblica
su la morte di Cesare; opinione che Svetonio non temette di pubblicare
sotto il governo degli Imperatori. _Jure caesus existimatur_, dice egli,
_in Julio_, c. 76. Leggansi anche le lettere che si scrissero Cicerone e
Muzio poco dopo gl'Idi di Marzo (_ad Fam_. XI, 27, 28).

[378] Πρωτοι δε Αθηναιοι τον τε σιδηρον κατεθεντο (Tucidide,
l. 1 c. 6). L'istorico che da questa circostanza ricava un mezzo di
giudicare lo stato della civiltà, sdegnerebbe il barbarismo d'una Corte
Europea.

[379] Cicerone aveva in origine calcolato i danni della Sicilia a
_millies_ (ottocentomila lire sterline, _Divinatio in Caecilium_, c. 5);
in seguito poi li ridusse a _quadraginties_ (trecentomila lire sterline,
prima aringa, _in Verrem_, c. 18), e finalmente si accontentò di
_tricies_ (ventiquattromila lire sterline). Plutarco (_in Ciceron_. t.
III p. 1584) non ha dissimulato i sospetti ed i romori che in allora si
sparsero.

[380] Verre passò circa trent'anni nel suo esilio, fino all'epoca del
secondo triumvirato, in cui egli fu proscritto dal buon gusto di
Marc'Antonio, che si era invaghito del suo bel vasellame di Corinto
(Plinio, _Hist. Nat_. XXXIV, 3).

[381] Tale è il numero assegnato da Valerio Massimo (l. IX c. 2 n. 1).
Floro (IV, 21) dice che duemila senatori e cavalieri furono proscritti
da Silla. Appiano (_De bello civili_, l. 1 c. 95 t. II p. 133, ediz.
Schweighaeuser) con maggior esattezza enumera quaranta vittime
dell'ordine senatorio, e mille seicento dell'ordina equestre.

[382] Su le leggi penali, vale a dire su le leggi Cornelia, Pompea,
Giulia, di Silla, di Pompeo e di Cesare, vedi le Sentenze di Paolo (l.
IV tit. 18-30 p. 497-528, ed. di Schulting); la _Collatio legum
mosaicarum et romanarum_ (t. 1-15); il Codice Teodosiano (l. IX); il
Codice di Giustiniano (l. IX); le Pandette (XLVIII); le Institute (l. IV
tit. 18) e la gran versione di Teofilo (p. 917-926).

[383] Egli era un tutore che aveva avvelenato il suo pupillo. Quantunque
il delitto fosse atroce, Svetonio (c. 9) colloca questo castigo nel
numero delle azioni in cui Galba si mostrò _acer, vehemens, et in
delictis coercendis immodicus_.

[384] Gli _Abactores_ o _Abigeatores_ che portavan via un cavallo, due
cavalle od un paio di buoi, cinque porci o dieci capre incorrevano una
pena capitale (Paolo, _sentent. recept_. l. IV tit. 18 p. 497, 498).
Adriano (_ad Concil. Boetic_.) in ragione della frequenza del
delinquere, più severo, condanna i rei _ad gladium, ludi damnationem_
(Ulpiano, _De officio proconsulis, l. VIII, in Collatione legum
mosaicarum et romanarum_, tit. 11 p. 235).

[385] Infino a che non si fece la pubblicazione del Giulio Paolo di
Schulting (l. II tit. 26 p. 317, 323), si è tenuto per fermo, o si è da
tutti creduto, che le leggi Giulie condannassero l'adultero alla pena di
morte. Questo sbaglio è nato da una frode o da un errore di Triboniano.
Non pertanto a tenore di quanto racconta Tacito, Lipsio indovinava la
verità (Annali, II, 50; III, 24; IV, 42), secondato anche dal costume
d'Augusto che nelle debolezze delle mogli della sua famiglia distingueva
quelle che seco traevano il delitto di _lesa maestà_.

[386] Severo ristrinse al solo marito il diritto d'una pubblica accusa
in caso d'adulterio (Cod. Giustiniano, lib. IX tit. 9 leg. 1). Forse non
è affatto ingiusto questo favore accordato al marito, poichè l'infedeltà
delle mogli seco strascina conseguenze d'assai più disgustose di quelle
degli uomini.

[387] Timone (l. 1) e Teopompo (l. XLIII, _apud Athenaeum_, l. XII p.
517) descrivono il lusso e la dissolutezza degli Etruschi: πολυ μεν τοι
γε χαιρουσι συνοντες τοις παισι και τοις μειρακιοις. Verso
quel tempo (A. U. C. 445) i giovani romani frequentavano le scuole
d'Etruria (Tito Livio, IX, 36).

[388] I Persiani s'erano corrotti alla stesse scuola: απ’ Ελληνων
μαθοντες παισι μισγονται (Erodoto, l. 1 c. 135). Vi sarebbe
da fare una curiosissima dissertazione sull'introduzione del vizio
contro natura, nei tempi posteriori ad Omero; sui progressi che fece tra
i Greci dell'Asia e dell'Europa, sulla veemenza delle passioni di questi
ed il sì fievole espediente della virtù e dell'amicizia che tanto
ricreava i filosofi d'Atene. Ma _scelera ostendi oportet dum puniuntur,
abscondi flagitia_.

[389] In una istessa incertezza cadono il nome, l'epoca e le
disposizioni di questa legge (Gravina, _Opp_. p. 432, 433; Eineccio,
_Hist. iur. rom_. n. 108; Ernesti, _Clav. Ciceron. in Indice legum_). Ma
devo notare per la verità che la _nefanda Venus_ del riservato Tedesco è
dall'Italiano più castigato chiamata _aversa_.

[390] Vedi il discorso d'Eschine contro il catamita Timarco (in Beiske,
_Orat. graec._ t. III p. 21-184).

[391] Si presentano in folla alla mente del lettore, che ha cognizioni
degli autori antichi, i nefandi passi; per me mi contenterò di indicare
in questo luogo la fredda riflessione d'Ovidio:

    _Odi concubitus qui non utrumque resolvunt._
    _Hoc est quod puerum tangar amore_ MINUS.

[392] Elio Lampridio (nella vita d'Eliogabalo, nella Storia Augusta, p.
112), Aurelio Vittore (_in Philipp. Cod. Theod_. l. IX tit. 7 leg. 7),
ed il Comentario di Gotofredo (t. III p. 63). Teodosio abolì le
malaugurate leggi che erano stabilite nei sotterranei di Roma, ove ambo
i sessi impunemente si prostituivano.

[393] Veggansi le leggi di Costantino e de' suoi successori contro
l'adulterio, la sodomia, ec., nel Codice Teodosiano (l. IX tit. 7 leg.
7; l. XI tit. 36 leg. 1, 4) ed il Codice Giustinianeo (l. IX tit. 9 leg.
30, 31). Questi Principi parlano tanto col linguaggio della passione,
quanto con quello della giustizia, ed hanno la cattiva fede d'attribuire
la propria loro severità ai primi Cesari.

[394] Giustiniano, Novelle 77, 134, 141; Procopio, Aneddoti, c. 1-16,
colle annotazioni d'Alemanno; Teofane, p. 151; Cedreno, p. 368; Zonaro,
l. XIV, p. 64.

[395] Montesquieu, Spirito delle leggi, l. XII c. 5. Questo filosofo
cotanto pel suo genio commendevole, concilia i diritti della libertà e
della natura che non dovrebbero giammai trovarsi in opposizione fra
loro.

[396] Vedi venti secoli prima dell'Era Cristiana, intorno alla
corruzione della Palestina, la Storia e le leggi di Mosè. Diodoro Siculo
(t. 1 l. V p. 356) agli antichi Galli fa un rimprovero di questo vizio;
i viaggiatori mussulmani e cristiani l'imputano alla China (Antic.
Relaz. dell'India e della China, p. 34, tradotte dal Padre Rinaldetto e
dal Padre Premaro, aspro suo critico, nelle _Lettere edificanti_, t. XIX
p, 433) Gli storici spagnuoli, ne accusano gli indigeni dell'America.
(Garcilasso della Vega, l. III c. 13; e Dizionario di Bayle, t. III p.
88). Voglio sperare ed amo credere che questa peste non siasi peranco
sparsa fra i Negri dell'Affrica.

[397] Carlo Sigonio (l. III, _De judiciis in Opp_. t. III p. 679-864)
spiega molto eruditamente e con classico stile l'importante materia
delle liti e dei giudizj che si tenevano pubblicamente in Roma, e se ne
trova un compendio molto bene scritto nella Repubblica Romana di
Belforte (t. II l. V p. 1-121). Chi desiderasse maggiori schiarimenti e
più precise particolarità, può studiare Noodt (_De iurisdictione et
imperio, libri duo_, t. 1 p. 93-134), Eineccio (_ad Pandect_., l. I c.
11; ad Instit. l. IV tit. 17; _Element. ad Antiquit_.) e Gravina (_Opp_.
230-251).

[398] Le funzioni dei giudici di Roma, come quelle dei giurati
d'Inghilterra, non potevano essere risguardate che come un dovere
passeggiero, e non mai come una magistratura, od una professione, ma le
leggi della Gran Brettagna esigono particolarmente l'unanimità dei voti:
esse espongono i giurati ad una sorta di tortura da cui hanno liberato i
rei.

[399] Siamo debitori di questo fatto interessante ad un frammento
d'Asconio Pediano che vivea mentre regnava Tiberio. La perdita che si è
fatta de' suoi Comentarii sulle Orazioni di Cicerone, ci ha tolto un
fondo prezioso di cognizioni storiche o relative alle leggi.

[400] Polibio, lib. VI p. 633. L'estensione dell'Imperio, non che dei
luoghi compresi nella _città_ di Roma, forzava l'esiliato a procurarsi
un ritiro che fosse ad una gran distanza.

[401] _Qui de se statuebant, humabantur corpora, manebant testamenta;
pretium festinandi_. Tacito, Annali VI, 25, colle Annotazioni di Giusto
Lipsio.

[402] Giulio Paolo, _Sentent. recept_. l. V tit. 12 p. 476; le Pandette,
l. XLVIII tit. 21; il Codice, l. IX tit. 50; Bynkershoek, t. 1 p. 59;
_Observat_. J. G. R. IV, 4, e Montesquieu (_Esprit. des Lois_, l. 29 c.
9) notano le civili restrizioni della libertà, ed i privilegi del
suicida. Le pene che gli vennero inflitte, furono inventate in un tempo
posteriore e meno illuminato.

[403] Plinio, _Hist. Nat_. XXXVI, 24. Quando Tarquinio per edificare il
Campidoglio tormentò talmente i suoi sudditi che ridusse alla
disperazione parecchi fra gli operai, onde si diedero la morte, fece
inchiodare i cadaveri di quegli sgraziati su d'una croce.

[404] I rapporti che s'incontrano fra una morte violenta, ed una morte
immatura, determinarono Virgilio (Eneide, VI, 434-439) a confondere
insieme il suicidio e la morte dei neonati, quelli che muoiono per amore
e le persone ingiustamente condannate a morte. Il migliore fra i suoi
editori, Heyne, non sa come spiegare le idee, ossia il sistema di
giurisprudenza del romano poeta in intorno questo soggetto.



CAPITOLO XLV.

      _Regno di Giustino il Giovane. Ambasceria degli Avari. Si
      stabiliscono sul Danubio. Conquista dell'Italia fatta da'
      Lombardi. Adozione e Regno di Tiberio. Regno di Maurizio. Stato
      dell'Italia sotto i Lombardi e gli Esarchi di Ravenna. Calamità
      di Roma. Carattere e Pontificato di Gregorio I._


[A. D. 565]

Negli ultimi anni di Giustiniano, l'inferma sua mente era dedicata alle
contemplazioni celesti, ed egli trascurava gli affari di questo mondo
quaggiù. I suoi sudditi erano stanchi di comportare più a lungo la sua
vita e il suo regno: non pertanto tutti gli uomini atti a riflettere,
paventavano il momento della sua morte, come quello che dovea involgere
la capitale nel tumulto, e l'Impero nella guerra civile. Questo monarca
senza prole avea sette nipoti[405], figli o nipoti di suo fratello e di
sua sorella, tutti educati nello splendore di una condizione reale. Il
mondo gli avea veduti negli alti comandi delle province e degli
eserciti; conosciuta era l'indole di ciascun di loro, zelanti n'erano
gli aderenti, e siccome la gelosia del vecchio Sire sempre differiva a
dichiarare il successore qual fosse, ognun d'essi con eguale speranza
poteva ambire l'eredità dello zio. Egli spirò nel suo palazzo, dopo un
regno di trent'anni; e la decisiva opportunità del momento venne colta
dagli amici di Giustino, figlio di Vigilanzia[406]. All'ora di
mezzanotte, i suoi domestici furono svegliati da una importuna folla che
tuonava alla sua porta, e che ottenne di esser ammessa in casa col
significare ch'erano i membri principali del Senato. Questi fausti
deputati svelarono il recente ed importante secreto della morte
dell'Imperatore: riferirono o forse inventarono la scelta che egli avea
fatto morendo del più diletto e più meritevole fra i suoi nipoti, e
scongiurarono Giustino ad antivenire i disordini a cui poteva darsi la
moltitudine, se col ritorno della luce ella vedesse ch'era rimasta senza
signore. Giustino poi ch'ebbe composto il suo aspetto alla sorpresa, al
dolore, e ad una decente modestia, secondando l'avviso di sua moglie,
Sofia, si sottopose alla autorità del Senato. Speditamente ed in
silenzio egli fu condotto al palazzo; le guardie salutarono il nuovo
loro Sovrano, e si compirono, senza frappor dimora i marziali e
religiosi riti della sua coronazione. Dalle mani de' suoi propri
ufficiali gli si vestirono gl'Imperiali arredi, i borzacchini rossi, la
tunica bianca e la veste di porpora. Un soldato felice, ch'egli
incontanente promosse al grado di Tribuno, gli cinse al collo la
militare collana; quattro robusti giovani lo innalzarono sopra uno
scudo; fermo e ritto ivi egli stette a ricevere l'adorazione de' suoi
sudditi; e la benedizione del Patriarca che impose il diadema sul capo
di un Principe ortodosso santificò la loro elezione. Già pieno era
l'Ippodromo d'innumerevol gente, e non sì tosto l'Imperatore si mostrò
sul suo trono, che le voci della fazione azzurra e della verde si
confusero per applaudirlo egualmente. Ne' discorsi che Giustino fece al
Senato ed al Popolo, egli promise di corregger gli abusi che avean
disonorato la vecchiaia del suo predecessore, professò le massime di un
governo giusto e benefico, e dichiarò che alle vicine calende di
Gennaio[407], egli farebbe rivivere nella sua persona il nome e la
liberalità di un Console romano. L'immediato soddisfacimento dei debiti
del suo zio esibì un solido pegno della sua fede e del suo generoso
procedere: una schiera di portatori, carichi di sacchetti d'oro, si
avanzò nel mezzo dell'Ippodromo, ed i creditori di Giustiniano, caduti
d'ogni speranza, accettarono come spontaneo dono, questo pagamento
richiesto dall'equità. Prima che passassero tre anni, l'esempio di
Giustino fu imitato e superato dall'imperatrice Sofia, che liberò molti
indigenti dai debiti e dall'usura: atto di benevolenza che sopra ogni
altro merita la gratitudine, come quello che solleva l'individuo dal più
intollerabile de' mali, ma nell'esercizio del quale la bontà di un
Principe va soggettissima ad esser tratta nell'inganno dai richiami
della prodigalità e da' frodolenti artifizj[408].

[A. D. 566]

Giustino, nel settimo giorno del suo regno, diede udienza agli
ambasciatori degli Avari, e decorata fu la scena in modo da imprimere
ne' Barbari i sensi della maraviglia, della venerazione e del terrore.
Principiando dalla porta del palazzo, gli spaziosi cortili ed i lunghi
portici offrivano in doppio e continua fila, la vista de' superbi
cimieri e degli aurei scudi delle guardie, che presentavano le lance e
le azze loro con più securtà che non avrebbero fatto sul campo della
battaglia. Gli ufficiali, che esercitavano il potere od accompagnavano
la persona del Principe, erano coperti delle più ricche lor vesti, e
disposti secondo l'ordine militare e civile della gerarchia. Come il
velo del santuario fu tratto, gli ambasciatori mirarono l'Imperatore
dell'Oriente assiso in trono, sotto un baldacchino sostenuto da quattro
colonne, e coronato da una figura alata della Vittoria. Essi ne' primi
moti della sorpresa, si sottomisero all'adorazione servile della corte
Bizantina; ma appena alzati da terra, Targezio, Capo dell'ambasceria,
spiegò la libertà e l'orgoglio di un Barbaro. Egli esaltò, mediante la
lingua di un interprete, la grandezza del Cacano, la cui clemenza
permetteva di sussistere ai regni del Mezzogiorno, ed i vittoriosi cui
sudditi aveano valicato i fiumi agghiacciati della Scizia, ed allor
coprivano le rive del Danubio d'innumerevoli tende. L'ultimo Imperatore
avea coltivato, con annui e magnifici doni, l'amicizia di un
riconoscente monarca, ed i nemici di Roma aveano rispettato gli alleati
degli Avari. La stessa prudenza dovea consigliare i nipoti di
Giustiniano ad imitare la liberalità del loro zio, ed a procacciarsi il
benefizio della pace con un popolo invincibile, che si dilettava degli
esercizj della guerra ne' quali era eccellente. La risposta
dell'Imperatore fu conforme a siffatto stile di superba disfida, ed egli
trasse la sua confidenza dal Dio de' Cristiani, dall'antica gloria di
Roma, e da' recenti trionfi di Giustiniano. «L'Impero» ci soggiunse
«abbonda d'uomini e di cavalli e di armi bastevoli a difendere le nostre
frontiere, ed a punire li Barbari. Voi offerite aiuto, voi minacciate
offese; noi abbiamo in non cale la vostra inimicizia ed il vostro
soccorso. I conquistatori degli Avari richieggono la nostra alleanza;
dovremo noi aver temenza de' fuggiaschi e degli esuli loro[409]? Mio zio
si mostrò largo verso la vostra miseria, piegandosi alle vostre umili
preci. Noi vi faremo più importante servigio, quello di farvi conoscere
la vostra debiltà. Ritiratevi dal nostro cospetto; le vite degli
ambasciatori sono sicure; e se ritornerete ad implorare il nostro
perdono, forse assaggerete i frutti della nostra bontà[410]». Porgendo
fede al racconto de' suoi ambasciatori, il Cacano fu sbigottito
dall'apparente fermezza di un Imperatore romano, di cui ignorava
l'indole e le facoltà. In cambio di mandare ad effetto le sue minacce
contro l'Impero orientale, egli portò le armi nelle povere ed incolte
contrade della Germania, ch'erano soggette al dominio de' Franchi. Dopo
due dubbiose battaglie, egli consentì a ritirarsi, ed il Re di Austrasia
sovvenne alla carestia del campo degli Avari mediante un'immediata
provigione di grano e di bestiame[411]. Simiglianti ripetute traversie
aveano come spento l'ardire degli Avari, e dileguata sarebbesi la
potenza loro in mezzo a' deserti della Sarmazia, se l'alleanza di
Alboino, re de' Lombardi, non avesse dato un nuovo scopo alle lor armi,
ed un solido stabilimento alle disastrate loro fortune.

Alboino, nel tempo che militava sotto le bandiere del padre, incontrò in
battaglia, e trapassò colla lancia da parte a parte il Principe de'
Gepidi, suo competitore. I Lombardi, plaudendo a tale prodezza, chiesero
con unanimi acclamazioni al genitore che l'eroico garzone, il quale avea
avuto a comune i pericoli della battaglia, fosse ammesso alla festa
della vittoria. «Vi sovvenga» replicò l'inflessibile Audoino, «delle
sagge costumanze de' nostri maggiori. Qualunque sia il merito di un
Principe, egli non può sedere a mensa col prode, sinchè non abbia
ricevuto le sue armi da una mano straniera e regale». Alboino piegò la
fronte con riverenza alle istituzioni della sua patria; scelse quaranta
compagni, ed animosamente portossi alla Corte di Turisondo re dei
Gepidi, il quale abbracciò ed accolse, secondo le leggi dell'ospitalità,
l'uccisore del proprio suo figlio. Durante il banchetto, mentre Alboino
occupava il seggio del giovane ch'egli avea spento, una tenera
rimembranza sorse nell'animo di Turisondo. «Come caro è quel posto! —
come odioso è chi il tiene! —» Tali furono le parole che sfuggirono,
accompagnate d'un sospiro, dal labbro del padre addolorato. Il suo
cordoglio inasprì il risentimento nazionale de' Gepidi; e Cunimondo,
figlio che gli restava, fu provocato dal vino, o dal fraterno amore, al
desiderio della vendetta. «I Lombardi,» disse il rozzo Barbaro,
«rassomigliano, nell'aspetto e nell'odore, alle giumente delle nostre
pianure sarmatiche». E quest'insulto era una grossolana allusione alle
bianche bende di cui i Lombardi portavano avviluppate le gambe.
«Aggiungi un'altra rassomiglianza,» replicò un baldanzoso Lombardo; «che
tu sai come tirano calci. Visita la pianura di Asfeld, ed ivi cerca le
ossa di tuo fratello; esse vi sono miste con quelle degli animali più
vili». I Gepidi, nazione di guerrieri, balzarono da' loro scanni, e
l'intrepido Alboino, co' suoi quaranta compagni, pose mano alla spada.
Pacificata fu la rissa dalla venerabile interposizione di Turisondo.
Egli salvò il proprio onore e la vita del suo ospite; e poscia ch'ebbe
compito i solenni riti dell'investitura, licenziò lo straniero, cinto
delle insanguinate armi del figlio, dono di un genitor lacrimoso.
Tornossene Alboino in trionfo, ed i Lombardi nel celebrare
l'incomparabile sua intrepidezza, furono costretti a lodare le virtù di
un nemico[412]. È probabile che in quella straordinaria visita egli
vedesse la figlia di Cunimondo, il quale ben tosto salì sul trono de'
Gepidi. Rosamonda o Rosmunda ella chiamavasi, nome ben atto ad esprimere
femminile bellezza, e consacrato dall'istoria e dal romanzo alle novelle
di amore. Il re de' Lombardi, chè il padre di Alboino più non viveva,
era promesso sposo alla figlia di Clodoveo; ma i legami della fede e
della politica immantinente cederono alla speranza di possedere la bella
Rosmunda, e d'insultare la famiglia e la nazione di lei. Si
sperimentarono vanamente le arti della persuasione; e l'impaziente
amatore, con la forza e lo stratagemma, conseguì l'intento de' suoi
desiderj. La guerra era la conseguenza ch'ei prevedeva e cercava; ma i
Lombardi non potevano per gran pezza reggere al furibondo assalto de'
Gepidi, spalleggiati da un esercito Romano. E siccome l'offerta del
matrimonio con disprezzo fu rigettata, Alboino si vide astretto ad
abbandonar la sua preda, ed a partecipare del disonore che impresso egli
avea sulla casa di Cunimondo[413].

[A. D. 566]

Ogni volta che da private ingiurie attossicata viene una contesa
pubblica, un colpo che mortale o decisivo non sia, altro non produce che
una breve tregua, la quale permette a' combattenti di affilare le armi
per azzuffarsi di nuovo. La forza di Alboino non era sufficiente ad
appagare la sua sete di amore, di ambizione e di vendetta; egli piegossi
ad implorare il formidabile aiuto del Cacano; e gli argomenti, da lui
usati, ci chiariscono la politica e l'arte de' Barbari. Nell'attaccare i
Gepidi, egli era stato mosso, dicea, dal giusto desiderio di estirpare
un popolo, la cui alleanza col Romano Impero lo avea fatto il comune
inimico delle nazioni, ed il nemico personale del Cacano. Se le forze
degli Avari e de' Lombardi si collegavano in questa gloriosa contesa,
sicura diveniva la vittoria, ed inestimabile il premio: il Danubio,
l'Ebro, l'Italia e Costantinopoli sarebbero senza ostacolo, esposte alle
armi loro invincibili. Ma se esitavano od indugiavan essi a prevenire la
tristizia de' Romani, lo stesso spirito che avea oltraggiato gli Avari,
gli avrebbe perseguitati sino all'estremità della terra. Il Cacano
ascoltò con freddezza e disdegno queste ragioni speciose: egli ritenne
gli ambasciatori Lombardi nel suo campo, trasse in lungo le pratiche, ed
alternamente venne allegando la sua mancanza di volontà, o la sua
mancanza di attitudine ad assumere la rilevante impresa. In fine
egli dichiarò che l'ultimo prezzo della sua alleanza era, che i Lombardi
dovessero immantinente fargli dono della decima dei loro armenti; che le
spoglie ed i prigionieri si avessero da dividere a parti eguali; ma che
le terre dei Gepidi diverrebbero unicamente il patrimonio degli Avari.
Le passioni di Alboino gli fecero premurosamente accettare tali ardui
patti; e siccome i Romani erano malcontenti della ingratitudine e
perfidia de' Gepidi, Giustino abbandonò quell'incorreggibile popolo al
proprio destino, e rimase tranquillo spettatore del disuguale conflitto.
Cunimondo, spinto a disperazione, divenne più infaticabile e più fiero.
Egli sapea che gli Avari erano entrati sul suo territorio; ma tenendo
per fermo che, rotti i Lombardi, que' stranieri invasori verrebbero
facilmente respinti, mosse rapidamente ad affrontare l'implacabil nemico
del suo nome e della sua stirpe. Ma il coraggio de' Gepidi non fruttò ad
essi che una morte onorata. I più valorosi della nazione caddero sul
campo di battaglia; il re de' Lombardi contemplò con diletto la testa di
Cunimondo, ed il cranio di questo Re fu convertito in una coppa per
saziare l'odio del conquistatore, o, forse, per conformarsi ai selvaggi
usi della sua patria[414]. Dopo questa vittoria, nessuno ulteriore
inciampo potè frenare i progressi de' collegati, e fedelmente essi
tennero i patti del loro accordo[415]. Le belle contrade della Valachia,
della Moldavia, della Transilvania e le parti dell'Ungheria di là dal
Danubio, furono occupate senza resistenza da una nuova colonia di Sciti,
e l'impero Dace del Cacano fiorì con lustro per più di dugento e
trent'anni. Disciolta venne la nazione dei Gepidi; ma nella
distribuzione de' prigionieri, gli schiavi degli Avari furono men
fortunati che i compagni de' Lombardi, la cui generosità adottò un
valoroso nemico, e la cui libertà non poteva accordarsi colla fredda e
deliberata tirannide. Una metà delle spoglie introdusse nel campo di
Alboino più dovizie di quanto un Barbaro potesse computare co' rozzi e
lenti suoi calcoli. La bella Rosmunda fu persuasa e costretta a
riconoscere i diritti del vittorioso suo amante, e la figlia di
Cunimondo parve mettere in dimenticanza que' delitti che imputar si
potevano alle irresistibili sue attrattive.

[A. D. 567]

La distruzione di un potente regno stabilì la fama di Alboino. Ne'
giorni di Carlomagno, i Bavari, i Sassoni e le altre tribù di favella
Teutonica ripetevano ancora i canti in cui si esaltavano le eroiche
virtù, il valore, la liberalità e la fortuna del re de' Lombardi[416].
Ma la sua ambizione non era soddisfatta per anco: ed il conquistatore
de' Gepidi dal Danubio rivolse gli occhi alle più ricche rive del Po e
del Tevere. Quindici anni non erano corsi ancora, dacchè i suoi sudditi,
confederati di Narsete, avevano visitato il dolce clima d'Italia; i
monti, i fiumi, le strade maestre n'erano familiari alla memoria loro;
la narrazione delle loro vittorie, e forse l'aspetto del loro bottino,
avea acceso nella generazione sorgente la fiamma dell'emulazione e
dell'intrapresa. Lo spirito e l'eloquenza di Alboino ne rinvigorì le
speranze, e si racconta ch'egli ragionasse a' loro sensi, col far
imbandire sulla mensa reale le più belle e più squisite frutta che
spontaneamente vengono nel giardino del mondo. Non sì tosto ebbe egli
spiegato all'aure i vessilli, che la natia forza dei Lombardi fu
moltiplicata dalla gioventù, vaga di avventure, della Germania e della
Scizia. I robusti contadini della Pannonia avevano ripigliato i costumi
de' Barbari; ed i nomi dei Gepidi, dei Bulgari, dei Sarmati e dei Bavari
distintamente si possono rintracciare ancora nelle province
d'Italia[417]. Della nazione dei Sassoni, antichi alleati de' Lombardi,
ventimila guerrieri, con le mogli ed i figli accettarono l'invito di
Alboino. Il loro valore contribuì al buon successo delle sue armi; ma
tale era il numero del suo esercito, che la presenza o l'assenza loro
appena scorgevasi in esso. Ogni modo di religione liberamente veniva
praticato dai suoi rispettivi seguaci. Il re de' Lombardi era stato
educato nell'eresia Arriana, ma si concedeva a' Cattolici di pregare
pubblicamente nelle chiese loro per la conversione di essi; mentre i più
ostinati Barbari sagrificavano una capra, o forse un prigioniero, agli
Dei de' loro antenati[418]. I Lombardi ed i loro confederati, erano
uniti dal comune amore che portavano ad un Capo, il quale tutte in sè
accoglieva le virtù ed i vizi di un eroe selvaggio. La vigilanza di lui
provvide un ampio magazzino di armi offensive e difensive per l'uso
della spedizione. La ricchezza portatile de' Lombardi seguiva le mosse
del loro campo. Allegramente essi abbandonarono agli Avari i loro
terreni mediante la solenne promessa fatta ed accettata senza
sorriderne, che non riuscendo nella conquista dell'Italia, que'
volontarj esuli sarebbero tornati al possesso degli antichi lor beni.

Ed a vuoto sarebbero andati i loro disegni se Narsete fosse stato
l'antagonista de' Lombardi, ed i veterani guerrieri, i compagni della
sua vittoria Gotica avrebbero, con ripugnanza, affrontato un nemico che
stimavano e paventavano. Ma la debolezza della corte di Bisanzio giovò
la causa dei Barbari; e fu appunto per la rovina dell'Italia che
l'Imperatore diede una volta ascolto alle querele dei sudditi. Le virtù
di Narsete erano macchiate dall'avarizia, e nel suo regno provinciale di
quindici anni, egli accumulò un tesoro d'oro e d'argento eccedente la
modestia di una sostanza privata. Il suo governo era oppressivo ed in
odio al popolo, e i deputati di Roma con libertà esposero il generale
disgusto. Innanzi al trono di Giustiniano essi arditamente dichiararono
che il servaggio gotico era stato più comportabile ad essi che non il
dispotismo di un eunuco Greco; e che se il loro tiranno immantinente non
veniva rimosso, essi avrebbero consultato il loro bene nella scelta di
un nuovo Signore. Il timore della ribellione era avvalorato dalla voce
dell'invidia e della calunnia che sì di recente avea trionfato del
merito di Belisario. Un nuovo Esarca, Longino, fu mandato a prendere il
posto del conquistatore dell'Italia, e si espressero i bassi motivi del
suo richiamo nell'insultante mandato della Imperatrice Sofia. «Ch'egli
dovesse lasciare agli uomini l'esercizio delle armi, e tornasse al posto
che gli conveniva tra le ancelle del palazzo, ove di nuovo si porrebbe
una rocca nelle mani dell'Eunuco.» — «Io le tesserò un tal filo ch'ella
non saprà facilmente disvolgerlo»! Cotesta dicono fu la risposta, che lo
sdegno e la conoscenza del proprio valore trassero di bocca all'Eroe. In
vece di presentarsi, quale schiavo e vittima allo soglie del palazzo di
Bisanzio, egli ritirossi in Napoli, d'onde, (se può darsi fede a quanto
si credette a que' tempi) Narsete invitò i Lombardi a punire
l'ingratitudine del Principe e del Popolo[419]. Ma le passioni del
Popolo sono furiose e volubili ed i Romani tosto si rammentarono i
meriti o temettero il risentimento del virtuoso lor Generale. Per la
mediazione del Papa il quale intraprese un pellegrinaggio a Napoli a
quest'effetto, accettato fu il pentimento de' Romani; e Narsete,
prendendo un sembiante più mite ed un più sommesso linguaggio, consentì
a porre la sua dimora nel Campidoglio. Ma sebbene giunto egli fosse
all'estremo periodo della vecchiaia[420], intempestiva pure e prematura
ne riuscì la morte, perocchè il solo suo genio avrebbe potuto riparare
l'ultimo e funesto errore della sua vita. La realtà o il sospetto di una
cospirazione disarmò e disunì gl'italiani. I soldati sentirono i torti
fatti al loro Generale, e ne lamentarono la perdita. Essi non
conoscevano il nuovo Esarca, e Longino ignorava egli stesso lo stato
dell'esercito e della provincia. Negli anni precedenti, l'Italia era
stata desolata dalla pestilenza e dalla fame; ed un popolo
disaffezionato attribuiva le calamità della natura alle colpe od alla
stoltezza de' suoi reggitori[421].

[A. D. 562-570]

Qualunque si fossero i motivi della sua sicurezza, Alboino non s'aspettò
d'avvenirsi, nè si avvenne in alcun esercito Romano in campo. Egli salì
le Alpi Giulie, e con disprezzo e desiderio giù volse gli occhi sulle
fertili pianure, a cui la sua vittoria conferì il perpetuo nome di
Lombardia. Un capitano fedele ed uno scelto drappello erano stanziati
nel Foro di Giulio, il moderno Friuli, per guardare i passi de' monti. I
Lombardi rispettarono la forza di Pavia, e porsero ascolto alle
preghiere de' Trevigiani. La tarda e pesante lor moltitudine si avanzò
ad occupare il palazzo e la città di Verona; e Milano che allora sorgea
dalle sue ceneri, fu investita dalle forze di Alboino, cinque mesi dopo
la sua partenza dalla Pannonia. Il terrore precedeva il suo campo; egli
trovò o lasciò per ogni dove una solitudine spaventosa; ed i pusillanimi
Italiani giudicarono, senza cimentarsi, che lo straniero era
invincibile. Fuggendo pe' laghi, su i monti, in seno alle paludi, le
turbe atterrite nascondevano alcuni brani della loro ricchezza e
procrastinavano il momento del loro servaggio. Paolino, patriarca di
Antiochia, trasportò i suoi tesori sacri e profani nell'isole di
Grado[422] ed i suoi successori furono adottati dalla nascente
Repubblica di Venezia, che del continuo arricchivasi per le pubbliche
calamità dell'Italia. Onorato, che teneva la cattedra di S. Ambrogio,
avea credulamente accettato le infide offerte di una capitolazione;
l'Arcivescovo in una col clero e coi nobili di Milano, fu tratto dalla
perfidia di Alboino a ricercare un asilo nei meno accessibili ripari di
Genova. Lungo la costa marittima, sostenuto era il coraggio degli
abitanti dalla facilità di procacciarsi vettovaglie, dalla speranza di
ricevere soccorsi e dalla facoltà di scampare colla fuga. Ma dai colli
di Trento sino alle porte di Ravenna e di Roma, le regioni mediterranee
dell'Italia divennero, senza una battaglia od un assedio, il patrimonio
dei Lombardi. La sommissione del popolo invitò i Barbari ad assumere il
carattere di Sovrani legittimi, e lo sconcertato Esarca fu ridotto alle
funzioni di significare all'Imperatore Giustino la rapida ed irreparabil
perdita delle città e delle province[423]. Una città ch'era stata
diligentemente fortificata dai Goti, tenne saldo contro le armi del
nuovo invasore; e mentre soggiogata veniva l'Italia dai volanti
drappelli dei Lombardi, il campo reale per tre anni non si mosse dinanzi
la porta occidentale di Ticinum o Pavia. Quel coraggio istesso che
ottiene la stima di un nemico incivilito, risvegliò il furore di un
selvaggio, e l'impaziente assediatore si era vincolato con terribile
giuramento a lasciare che l'età, il sesso ed il grado confusi andassero
in un generale macello. L'aiuto della fame finalmente gli porse il
destro di eseguire il suo sanguinoso disegno; ma nel punto in cui
Alboino passava la porta, il suo cavallo inciampò, cadde, e non potè
levarsi. La compassione o la devozione mosse uno de' suoi seguaci ad
interpretare questo come un miracoloso segno dell'ira del cielo. Il
conquistatore fermossi e s'impietosì, ripose la spada nella guaina, e
placidamente riposando nel palazzo di Teodorico, significò alla
moltitudine paventosa che dovesse vivere ed obbedire. Dilettato dal
situamento della città, che più cara era fatta al suo orgoglio per la
difficoltà dell'acquisto, il principe de' Lombardi disdegnò le antiche
glorie di Milano; e Pavia per alcuni secoli fu rispettata come la
capitale di tutto il reame d'Italia[424].

[A. D. 573]

Il regno del fondatore fu splendido ma di breve durata. Prima che
potesse regolare le sue nuove conquiste, Alboino perì vittima del
tradimento domestico e della femminile vendetta. In un palazzo presso
Verona, che non era stato eretto pei Barbari, egli banchettava i suoi
compagni d'armi: l'ubbriachezza era la ricompensa del valore, ed il Re
stesso si lasciò trarre dall'appetito o dalla vanità ad eccedere
l'ordinaria misura della sua intemperanza. Poscia ch'ebbe vuotate molte
capaci tazze di vin Retico o di Falerno, egli comandò che gli si recasse
il cranio di Cunimondo, ch'era il più nobile e più prezioso ornamento
della sua credenza. La coppa della vittoria con orrido applauso passò in
giro tra i capi Lombardi. «Colmatela nuovamente di vino, sclamò il
conquistatore inumano, colmatela fino all'orlo; portate questo calice
alla reina, e pregatela in mio nome di festeggiar con suo padre».
Rosmunda, trambasciata dal dolore e dall'ira, appena ebbe forza di
profferire. «Sia fatto il volere del Signor mio!» e toccando colle
labbra la coppa, pronunziò nel fondo del suo cuore il giuramento che
quell'insulto sarebbe lavato nel sangue di Alboino. Il risentimento di
una figlia sarebbe di qualche indulgenza degno, se trasgredito ella già
non avesse i doveri di una moglie. Implacabile nella inimicizia, od
incostante nell'amore, la regina d'Italia era scesa dal trono nelle
braccia di un suddito, ed Elmichi, port'arme del Re, fu il secreto
ministro de' suoi piaceri e della sua vendetta. Egli non poteva più
addurre scrupoli di fedeltà e di gratitudine onde ribattere la proposta
dell'assassinio; ma Elmichi tremò nel volgere in mente il pericolo al
par che il delitto, e nel rammentare l'incomparabil forza e bravura di
un guerriero, a cui sì spesso era stato vicino nel campo della
battaglia. A forza d'istanze egli ottenne che uno de' più intrepidi
campioni de' Lombardi venisse collegato all'impresa. Ma dall'intrepido
Peredeo altro non si potè conseguire fuor che una promessa di mantenere
il secreto, e la forma di seduzione, usata da Rosmunda, mette in
vergognosa mostra il nessun conto in che ella teneva l'onore e l'amore.
Ella si fe' cedere il posto nel letto da una delle sue ancelle ch'era
amata da Peredeo, e seppe con qualche pretesto spiegare l'oscurità ed il
silenzio del loro congresso, finchè non fu in grado di palesare al suo
compagno ch'egli era giaciuto colla reina de' Lombardi, e che la morte
di lui o quella di Alboino, esser dovea la conseguenza di quel
traditoresco adulterio. Posto nell'alternativa, Peredeo antepose di
essere il complice anzi che la vittima di Rosmunda[425] il cui
imperterrito animo era incapace di timore o di rimorso. Ella aspettò e
trovò ben tosto un favorevol momento. Il Re, oppresso dal vino, era
uscito di tavola, per prendere il pomeridiano suo sonno. L'infedele
mogliera si mostrò sollecita della salute e del riposo di esso: si
chiusero le porte del palazzo, si allontanarono le armi, si mandarono
lungo i seguaci, e Rosmunda, poi che l'ebbe lusingato al sonno con
tenere e dolci carezze, aprì l'uscio della stanza, e spinse i ripugnanti
congiurati a dargli immediatamente la morte. Al primo strepito, il
guerriero balzò giù dal letto; il suo brando, ch'egli tentò di snudare,
era stato legato alla guaina per man di Rosmunda; ed un picciolo
sgabello, unica arma che avesse, non potè per lungo tempo difenderlo
dalle lancie degli assassini. La figlia di Cunimondo sorrise in vederlo
a cadere; il corpo di Alboino fu seppellito sotto lo scalone del
palazzo, e la riconoscente posterità dei Lombardi riverì per gran tempo
la tomba e la memoria del vittorioso lor condottiero.

L'ambiziosa Rosmunda aspirava a regnare sotto il nome del suo amante; la
città e la reggia di Verona paventavano il suo potere, ed una fedel
banda de' nativi suoi Gepidi era presta ad applaudire la vendetta, ed a
secondare i desiderj della loro sovrana. Ma i capi Lombardi, che
fuggirono ne' primi momenti di costernazione e di scompiglio, avevano
ripreso il coraggio e raccolto le forze loro; e la nazione, invece di
sottoporsi al regno di lei, chiese con unanimi grida, che si facesse
giustizia della moglie colpevole e degli assassini del Re. Ella cercò
asilo tra i nemici della sua patria, ed una ribalda che meritava
l'abborrimento degli uomini, fu protetta dall'interessata politica
dell'Esarca. Rosmunda, insieme con la sua figlia, erede del trono
Lombardo, i suoi due amanti, i fedeli suoi Gepidi, e le spoglie della
reggia di Verona, discese l'Adige e il Po, e fu trasportata da un
vascello Greco nel sicuro porto di Ravenna. Longino vagheggiò con
diletto i vezzi ed i tesori della vedova di Alboino: la sorte presente,
e la passata condotta di lei, potevano giustificare le più licenziose
proposte; ed ella agevolmente diede ascolto alla passione di un
ministro, il quale, eziandio nel declino dell'Impero, era rispettato
come l'eguale dei Re. La morte di un drudo geloso era un sacrifizio
facile e grato, ed Elmichi, uscendo dal bagno, ricevè la bevanda letale
dalle mani della sua amante. Il gusto del liquore, i suoi rapidi
effetti, e la sperienza ch'egli avea del carattere di Rosmunda, ben
presto lo convinsero che avvelenato egli era. Elmichi mise la punta del
pugnale sul petto di Rosmunda, la costrinse a vuotare il rimanente della
tazza, e spirò in pochi minuti, colla consolazione ch'ella non sarebbe
sopravvissuta a godere i frutti della sua perversità.

[A. D. 573]

La figlia di Alboino e di Rosmunda fu imbarcata per Costantinopoli,
unitamente alle più ricche spoglie de' Lombardi. La mirabil gagliardia
di Peredeo divertì ed atterrì la corte Imperiale: la sua cecità e la sua
vendetta offrirono un'imperfetta copia delle avventure di Sansone. I
liberi suffragi della nazione, nell'assemblea di Pavia, elessero
Clefone, uno de' più nobili capi Lombardi, a successor di Alboino. Ma
diciotto mesi non erano ancora trascorsi, che il trono venne contaminato
da un secondo assassinio. Clefone fu trafitto dalla mano di un suo
famigliare. L'ufficio regale rimase per dieci anni sospeso, durante
l'età minore del suo figlio Autari, e l'Italia languì divisa ed oppressa
sotto l'aristocrazia ducale di trenta tiranni[426].

Il nipote di Giustiniano, nell'ascendere al trono, avea proclamato una
novella Era di felicità e di gloria. Ed in cambio, gli annali del
secondo Giustino sono contrassegnati dalla vergogna di fuori[427], e
dalla miseria di dentro. Nell'Occidente, l'Imperio romano venne afflitto
dalla perdita dell'Italia, dalla desolazione dell'Affrica, e dalle
conquiste dei Persiani. L'ingiustizia prevalse nella capitale e nelle
province; i ricchi tremavano per le loro proprietà, i poveri per la loro
salvezza: i magistrati ordinarj erano ignoranti o venali; i rimedi,
apprestati all'occasione, pare che fossero arbitrari e violenti, e le
querele del Popolo non potevano più ridursi al silenzio dagli splendidi
nomi di un legislatore e di un conquistatore. L'opinione che imputa al
Principe tutte le calamità de' suoi tempi, può venir sostenuta dallo
storico come una seria verità o come un salutare pregiudizio. Non
pertanto candidamente si può sospettare che i sentimenti di Giustino
fossero puri e benevoli, e che irreprensibilmente egli avrebbe occupato
il trono, se le facoltà della sua mente non si fossero affralite per
l'effetto di una malattia che privò l'Imperatore dell'uso de' suoi
piedi, e lo confinò dentro il palazzo, straniero ai lamenti del Popolo
ed ai vizj del governo. Il tardo conoscimento della sua impotenza lo
determinò a deporre il peso del diadema, e nella scelta di un degno
sostituto egli mostrò qualche indizio di discernimento ed anche di
magnanimità. L'unico figliuolo maschio di Giustino e di Sofia morì nella
sua infanzia: la figlia loro Arabia avea sposato Baduario[428]
soprantendente del palazzo e quindi comandante degli eserciti italiani,
il quale vanamente aspirò a veder confermati i diritti del matrimonio
con quelli dell'adozione. Finchè l'Impero appariva desiderevol cosa a
Giustino, egli solea riguardar con gelosia ed odio i suoi fratelli e
cugini, quasi rivali delle sue speranze; nè potea egli far conto sulla
gratitudine di coloro che avrebbero accettato la porpora come una
restituzione, anzichè come un dono. L'esilio, poi la morte avea tolto di
mezzo uno di questi competitori, e l'Imperatore stesso avea fatto ad un
altro cotali insulti crudeli, ch'egli dovea temerne lo sdegno, od averne
la pazienza in dispregio. Questa domestica animosità lo condusse alla
generosa risoluzione di cercarsi un successore, non nella famiglia, ma
nella Repubblica, e l'artifiziosa Sofia gli raccomandò Tiberio[429], suo
fedele capitano delle guardie, la virtù e la fortuna del quale si
poteano amare dall'Imperatore, come il frutto della giudiziosa sua
scelta. La cerimonia dell'esaltamento di Tiberio al grado di Cesare, o
di Augusto, fu eseguita nel portico del palazzo, in presenza del
Patriarca e del Senato. Giustino raccolse le residue forze del corpo ed
intelletto; ma la popolare credenza che la sua concione fosse inspirata
dalla Divinità, palesa qual opinione si avesse dell'Imperatore, e quale
ne dobbiamo aver di que' tempi[430]. «Tu,» gli disse Giustiniano, «vedi
le insegne della potestà suprema. Tu sei in procinto di riceverle non
dalla mia mano, ma dalla mano di Dio. Onorale, e ne trarrai onore.
Rispetta l'Imperatrice tua madre; tu sei ora il suo figlio; prima eri il
suo servo. Non compiacerti nel sangue; ti astieni dalla vendetta; fuggi
quelle azioni che mi tirarono addosso l'odio pubblico, e consulta
l'esperienza anzi che l'esempio del tuo predecessore. Come uomo, io ho
peccato; come peccatore, anche in questa vita ne fui severamente punito:
ma questi servi (accennando i suoi Ministri) che hanno abusato della mia
confidenza, ed infiammato le mie passioni, compariranno insieme con me
dinanzi al tribunale di Cristo. Io fui abbagliato dallo splendor del
diadema: tu sii saggio e modesto: rammenta ciò che fosti, rammenta ciò
che sei. Tu scorgi a te intorno i tuoi schiavi e i tuoi figli; insieme
con l'autorità, prendi l'affetto di un padre. Ama il tuo popolo come te
stesso; coltiva la benevolenza, mantieni la disciplina dell'esercito:
proteggi lo sostanze del ricco, sovvieni alle necessità del
povero[431]». — L'assemblea, in silenzio ed in lagrime, applaudì i
consiglj, e fu commossa dal pentimento del Principe. Il Patriarca
intuonò le preghiere della Chiesa; Tiberio ricevè genuflesso il diadema,
e Giustino, il quale nel punto della sua abdicazione apparve più
meritevole di regnare, volse al nuovo Monarca le seguenti parole: «Se tu
il consenti, io vivo; se tu l'imponi, io muoio. Possa il Dio del Cielo e
della terra infondere nel tuo cuore tutto ciò che io ho dimenticato o
negletto!» I quattro ultimi anni dell'Imperatore Giustino trapassarono
in una tranquilla oscurità: la sua coscienza non era più tormentata
dalla rimembranza di que' doveri ch'egli non era atto ad adempiere; e la
sua scelta venne giustificata dalla filial riverenza del riconoscente
Tiberio.

[A. D. 578]

Tiberio era tra' Romani del suo tempo uno de' più appariscenti per la
sublime statura e l'avvenenza della persona. Fra le sue virtù[432], la
sua bellezza potè introdurlo al favor di Sofia; e la vedova di Giustino
era persuasa ch'ella conserverebbe il suo posto ed il suo ascendente
sotto il regno di un secondo e più giovane marito. Ma se l'ambizioso
candidato erasi indotto a piaggiare e dissimulare, non era ormai più in
sua balìa il corrispondere alle aspettative di lei o l'adempire le
proprie promesse. Le fazioni dell'Ippodromo domandavano, con qualche
impazienza, il nome della nuova loro Imperatrice; ma il popolo e Sofia
furono presi da stupore sentendo a bandire il nome di Anastasia, secreta
ma legittima moglie dell'imperatore Tiberio. Quanto alleviar poteva il
dolore della delusa Sofia, onori imperiali, palazzo magnifico, numeroso
treno di servi, tutto liberalmente le fu conceduto dalla pietà
dell'adottivo suo figlio. Egli nelle solenni occasioni visitava e
consultava la vedova del suo benefattore: ma l'ambizione di lei ebbe a
sdegno la vana sembianza della dignità reale: e la rispettosa
appellazione di madre serviva ad inasprire, anzi che a placare lo sdegno
di una donna oltraggiata. Mentre ella accettava da Tiberio e ricambiava
col sorriso delle Corti le gentili espressioni di riguardo o di
confidenza, si conchiudeva una secreta alleanza tra l'Imperatrice madre,
e gli antichi nemici di lei; e Giustiniano, figlio di Germano, fu
adoperato come stromento della sua vendetta. L'orgoglio della casa
regnante sopportava con repugnanza il dominio di uno straniero: il
giovine figlio di Germano meritamente godeva il favore del popolo. Il
nome di lui, dopo la morte di Giustino, era stato posto in campo da una
tumultuosa fazione; e l'ossequiosa offerta che del proprio capo egli
fece, non che di un tesoro di sessantamila lire sterline, poteva
interpretarsi come una prova di delitto, o almeno di timore. Giustiniano
ricevè un generoso perdono ed il comando dell'esercito orientale. Il
monarca Persiano fuggì dinanzi alle armi di esso; e le acclamazioni onde
ne fu accompagnato il trionfo, lo dichiararono degno dell'ostro.
L'artificiosa sua protettrice avea scelto il mese della vendemmia, tempo
in cui l'Imperatore soleva tra gli ozj di una campestre solitudine
godere i piaceri di un suddito. Appena ebbe contezza de' disegni di
Sofia, Tiberio si ricondusse a Costantinopoli, ove la sua presenza e
fermezza soffocò la cospirazione. Dalla pompa e dagli onori di cui aveva
abusato, Sofia fu ridotta ad un assegnamento modesto; Tiberio licenziò
il corteggio di lei, ne intercettò il carteggio, e commise ad una
guardia fedele la cura di custodirla. Ma i servigi di Giustiniano non
furono risguardati da quell'eccellente Principe come un aggravamento de'
suoi torti; dopo avergli fatto alcuni blandi rimproveri, egli dimenticò
il tradimento e l'ingratitudine; e fu comunemente creduto che
l'Imperatore allettasse qualche pensiero di contrarre una duplice
alleanza col rival del suo trono. La voce di un angelo (favola propagata
a quel tempo) potè rivelare all'Imperatore che egli avrebbe sempre
trionfato de' suoi nemici domestici; ma Tiberio ritraeva una sicurezza
più ferma dall'innocenza e dalla generosità del suo animo.

All'odioso nome di Tiberio egli aggiunse il popolare soprannome di
Costantino, ed imitò le più pure virtù degli Antonini. Dopo di aver
riferito i vizj o le follie di tanti Principi romani, dolce riesce il
fermarsi per un momento sopra un carattere ragguardevole pei pregi
dell'umanità, della giustizia, della temperanza, e della fortezza, ed il
contemplare un sovrano affabile nella sua reggia, devoto nella chiesa,
imparziale sul seggio de' giudizj, e vittorioso, almeno per mezzo de'
suoi generali, nella guerra Persiana. Il più glorioso trofeo della sua
vittoria fu una moltitudine di prigionieri che Tiberio alimentò,
redense, e rimandò alle natie lor case collo spirito caritatevole di un
eroe cristiano. I meriti o le sventure de' suoi sudditi avevano il più
caro diritto alla sua beneficenza, ed egli misurava le sue larghezze,
non a norma della loro espettazione, ma a norma della propria sua
dignità. Questa massima, comecchè pericolosa in un depositario della
ricchezza pubblica, era contrappesata da un principio di umanità e di
giustizia, che gl'insegnava ad abborrire, come di lega vilissima, l'oro
spremuto dalle lagrime del Popolo. Per sollevare i suoi sudditi, ogni
volta ch'erano stati afflitti da naturali o da ostili calamità, egli
punto non indugiava a discioglierli dai tributi, di cui restavano in
debito, o dalla dimanda di nuove imposizioni. Fieramente egli rigettò le
servili proposte de' suoi ministri che gli offrivano ripieghi compensati
da una oppressione dieci volte maggiore, e le savie ed eque leggi di
Tiberio eccitarono la lode de' tempi susseguenti ed il rammarico della
sua perdita. Costantinopoli tenne per fermo che l'Imperatore avesse
scoperto un tesoro: ma il vero suo tesoro consisteva nella pratica di
una liberale economia, e nel disprezzo di tutte le spese superflue. I
Romani dell'Oriente avrebbero gioito la felicità, se il migliore fra i
doni del cielo, un Principe che ama la patria, fosse rimasto
perpetuamente fra loro. Ma in meno di quattro anni dopo la morte di
Giustino, il degno suo successore cadde sotto il peso di una mortale
infermità, che appena gli lasciò il tempo di restituire il diadema al
più meritevole de' suoi cittadini, secondo l'investitura ond'egli il
teneva. Tiberio tra la folla scelse Maurizio, giudizio più prezioso che
la porpora stessa. Il Patriarca ed il Senato furono chiamati al letto
del principe moribondo: egli diede a Maurizio la sua figlia e l'Impero;
e l'ultimo suo volere fu solennemente bandito dalla voce del Questore.
Tiberio manifestò la speranza in cui era che le virtù del suo figlio e
successore avessero ad innalzare il più nobile monumento alla sua
memoria. Essa fu onorata dalla pubblica afflizione; ma il più sincero
cordoglio si dilegua nel tumulto di un nuovo regno, e gli occhi ed i
plausi degli uomini sono ben presto rivolti al sole che nasce.

[A. D. 582]

L'Imperatore Maurizio traeva la sua origine da Roma antica[433], ma
gl'immediati suoi genitori erano stanziati ad Arabisso, nella
Cappadocia, e la singolare loro felicità li serbò in vita a vedere ed
averla comune la fortuna dell'_augusto_ lor figlio. La giovinezza di
Maurizio era scorsa nella professione della milizia; Tiberio lo promosse
al comando di una nuova e favorita legione di dodicimila confederati; si
segnalarono il suo valore e la sua condotta nella guerra Persiana; ed
egli tornò a Costantinopoli ad accettare come giusta ricompensa,
l'eredità dell'Impero. Maurizio salì al trono nella matura età di
quarantatre anni; ed egli regnò venti anni sopra l'Oriente e sopra se
stesso[434]; cacciando fuor dal suo animo la selvaggia democrazia delle
passioni, e fondando (secondo l'arguto parlare di Evagrio) una perfetta
aristocrazia della ragione e della virtù. Può insorgere qualche sospetto
contro la testimonianza di un suddito, benchè protesti che la secreta
sua lode mai non giungerà all'orecchio del suo sovrano[435], ed alcuni
mancamenti sembrano riporre il carattere di Maurizio al di sotto del più
puro merito del suo predecessore. Il freddo e riserbato suo contegno può
imputarsi ad arroganza; non sempre andò esente di crudeltà la sua
giustizia nè scevra fu di debolezza la sua clemenza; e la rigida sua
economia troppo spesso lo espose al rimprovero di avarizia. Ma i
ragionevoli desiderj di un assoluto Monarca debbono tendere alla
felicità del suo popolo. Maurizio era dotato del senno e del coraggio
che si chieggono a promovere questa felicità, e la sua amministrazione
reggevasi a tenore de' principj e dell'esempio di Tiberio. La
pusillanimità de' Greci avea introdotto una separazione sì intera tra le
funzioni di Re e quelle di Generale, che un semplice soldato il quale
avea meritato ed ottenuto la porpora, di rado o non mai comparve alla
testa de' suoi eserciti. Nondimeno l'Imperatore Maurizio ebbe la gloria
di riporre in trono il monarca Persiano: i suoi luogotenenti condussero
una dubbia guerra contro gli Avari del Danubio, ed egli volse un occhio
d'inefficace pietà sopra l'abbietto e disastroso stato delle sue
province Italiane.

Dall'Italia giungevano del continuo agli Imperatori moleste relazioni di
miseria e dimande di soccorsi, che strappavan ad essi di bocca
l'umiliante confessione dalla propria lor debolezza. La spirante dignità
di Roma unicamente contraddistinguevasi per la libertà e l'energia delle
sue querele. «Se tu sei impotente, inabile,» essa diceva, «a liberarci
dalla spada de' Lombardi, salvaci almeno dalle calamità della fame.»
Tiberio perdonò la rampogna, e sollevò la miseria; si trasportò una
provvigione di grano dall'Egitto al Tevere, ed il Popolo Romano,
invocando il nome, non di Camillo ma di S. Pietro, respinse i Barbari
dalle sue mura. Ma accidentale fu il soccorso, perpetuo ed incalzante
era il pericolo; ed il Clero ed il Senato raccogliendo gli avanzi
dell'antica loro opulenza, unirono una somma di tremila libbre d'oro, e
spedirono il patrizio Panfronio a porre i loro doni ed i loro lamenti a
piè del trono di Costantinopoli. L'attenzione della Corte, e le forze
dell'Oriente, erano volte verso la guerra Persiana: ma la giustizia di
Tiberio applicò il sussidio alla difesa della città; ed egli accommiatò
il Patrizio col migliore consiglio che potesse dargli, ch'era di
corrompere i Capi Lombardi, ovvero di procacciarsi l'aiuto dei Re di
Francia. Nonostante questa debole invenzione, l'Italia continuò a gemere
afflitta, Roma fu di nuovo assediata, ed il sobborgo di Classe, non più
di tre miglia distante da Ravenna, fu saccheggiato ed occupato dalle
truppe di un semplice Duca di Spoleto. Maurizio diede udienza ad una
seconda deputazione di Sacerdoti e di Senatori; le obbligazioni e le
minacce della religione erano vivamente esposte nelle lettere del
pontefice di Roma; ed il suo nunzio, il Diacono Gregorio, era egualmente
idoneo ad invocare i poteri del cielo e quei della terra. L'Imperatore
si apprese con più poderoso effetto al consiglio del suo predecessore:
si persuase ad alcuni formidabili Capi Lombardi di abbracciare
l'amicizia dei Romani, ed uno di essi, Barbaro mansueto e fedele, visse
e morì al servizio dell'Esarca. I passi dell'Alpi furono lasciati liberi
ai Franchi, ed il Papa li confortò a rompere senza scrupolo i giuramenti
fatti e gl'impegni presi co' miscredenti. Childeberto, nipote di
Clodoveo, s'indusse ad invader l'Italia, mediante il pagamento di
cinquantamila monete; ma siccome egli avea veduto con amore alcune pezze
coniate dalla zecca di Bisanzio del peso di una libbra d'oro, il Re di
Austrasia stipulò che per rendere degno di lui il presente, vi si
mescolerebbe un adeguato numero di quelle venerande medaglie. I Duchi
de' Lombardi aveano provocato con frequenti scorrerie i loro potenti
vicini della Gallia. Tosto che temerono una giusta rappresaglia, essi
rinunziarono alla debole e disordinata indipendenza loro; si riconobbero
con unanime accordo i vantaggi del governo reale, l'unione, la
secretezza, il vigore; ed Autari, figlio di Clefone, era già cresciuto
nella forza e nella riputazione di un guerriero. Sotto lo stendardo del
nuovo Re, i conquistatori dell'Italia fecero fronte a tre successive
invasioni, una delle quali era condotta da Childeberto stesso, l'ultimo
della stirpe de' Merovingi che calasse le Alpi. La prima spedizione andò
a male per la gelosa animosità de' Franchi e degli Alemanni. Nella
seconda essi furono rotti in una sanguinosa battaglia con più perdita e
più disonore che non avessero sofferto dalla fondazione della loro
monarchia in poi. Impazienti di vendetta essi discesero per la terza
volta con raddoppiate forze, ed Autari cedè al furor del torrente. Egli
distribuì le truppe ed i tesori de' Lombardi nelle città murate tra le
Alpi e gli Apennini. Una nazione, meno sensiva del pericolo, che della
fatica e della dilazione, tosto mormorò contro la follia de' suoi venti
comandanti; ed i caldi vapori del sole d'Italia infettarono di malattia
quei corpi aquilonari, già spossati dalle vicende dell'intemperanza e
della carestia. Lo forze che mal convenienti erano alla conquista,
furono più che bastevoli alla desolazione del paese; nè i tremanti
nativi sapean distinguere quali fossero i loro nemici e quali i
liberatori. Se la congiunzione delle forze Merovinge ed Imperiali
eseguita si fosse nelle vicinanze di Milano, rovesciato esse avrebber
forse il trono de' Lombardi: ma i Franchi aspettarono per sei giorni il
segnale di un villaggio in fiamme, e le forze de' Greci stettero
oziosamente impiegate nel ridurre Modena e Parma, che ad essi ritolte
furono dopo la ritirata de' Transalpini loro alleati. La vittoria di
Autari rassodò il suo diritto al dominio dell'Italia. A' piedi delle
Alpi Retiche, egli soggiogò la resistenza e predò i nascosti tesori di
una segregata isoletta nel lago di Como. Sull'estrema punta della
Calabria, egli percosse colla sua lancia una colonna, piantata a Reggio
sul lido del mare,[436] dichiarando che quell'antico termine sarebbe
l'immobile confine del suo Reame[437].

Per lo spazio di duecent'anni, l'Italia fu disugualmente divisa tra il
regno de' Lombardi e l'Esarcato di Ravenna. Gli uffizj e le professioni
che la gelosia di Costantino avea separati, furono riuniti
dall'indulgenza di Giustiniano; e diciotto Esarchi vennero investiti,
nella decadenza dell'Impero, di tutta l'autorità civile, militare ed
anche ecclesiastica che rimaneva in Italia al Principe, il qual regnava
in Bisanzio. L'immediata loro giurisdizione che poi fu consacrata come
il patrimonio di S. Pietro, si stendeva sopra la moderna Romagna, le
paludi o valli di Ferrara e Comacchio[438] le cinque città marittime da
Rimini ad Ancona, ed una seconda Pentapoli mediterranea tra la costa
dell'Adriatico ed i colli dell'Appennino. Tre subordinate province, di
Roma, di Venezia e di Napoli, divise dal palazzo di Ravenna per mezzo di
terre appartenenti al nemico, riconoscevano, in pace ed in guerra, la
supremazia dell'Esarca. Pare che il Ducato di Roma racchiudesse i paesi
che la città nei primi quattro secoli avea conquistati nell'Etruria, nel
paese de' Sabini e nel Lazio, e chiaramente sen possono indicare i
limiti lungo la costa, da Civitavecchia a Terracina, e seguendo il corso
del Tevere, da Ameria e Narni sino al porto di Ostia. Le numerose isole
da Grado a Chiozza, componevano la nascente dominazione di Venezia; ma
le più accessibili città sul continente furono rovesciate da' Lombardi,
i quali con impotente rabbia miravano una nuova capitale sorgere in
mezzo dell'acque. Il potere dei Duchi di Napoli era circoscritto dal
golfo e dalle isole addiacenti, dal territorio ostile di Capua, e dalla
colonia Romana di Amalfi[439], i cui industri cittadini coll'invenzion
della bussola hanno tolto il velo che copriva la faccia del Globo. Le
tre isole di Sardegna, di Corsica, e di Sicilia, aderivano tuttora
all'Impero; e l'acquisto della Calabria ulteriore respinse il limite
degli Stati di Autari dalla spiaggia di Reggio fino all'istmo di
Cosenza. In Sardegna i selvaggi montanari conservavano la libertà e la
religione de' loro maggiori; ma i contadini della Sicilia erano
incatenati all'ubertoso e coltivato lor suolo. Roma giaceva oppressa dal
ferreo scettro degli Esarchi, ed un Greco, forse un Eunuco, impunemente
insultava le rovine del Campidoglio. Ma Napoli prestamente acquistò il
privilegio di eleggersi da se stessa i suoi Duchi[440]; l'independenza
di Amalfi era il frutto del commercio; ed il volontario attaccamento di
Venezia all'Impero Orientale, venne finalmente nobilitato mercè di
un'eguale alleanza con esso. Sulla carta dell'Italia, la misura
dell'Esarcato occupa uno spazio molto piccolo, ma essa inchiude un'ampia
proporzione di ricchezze, d'industria e di popolazione. I più fedeli e
valutabili sudditi scamparono dal giogo de' Barbari, e le bandiere di
Pavia e Verona, di Milano e di Padova furono spiegate nei rispettivi
loro quartieri dai nuovi abitatori di Ravenna. Il rimanente dell'Italia
era posseduto dai Lombardi; e dalla regal sede di Pavia si stendeva il
lor regno a Levante, a Settentrione ed a Ponente, sino ai confini degli
Avari, de' Bavari, e de' Franchi, dell'Austrasia e della Borgogna. Nel
linguaggio della geografia moderna, quel regno viene rappresentato dalla
terra-ferma della Repubblica Veneta, dal Tirolo, dal Milanese, dal
Piemonte, dalla riviera di Genova, da Mantova, Parma e Modena, dal gran
Ducato di Toscana, e da una larga porzione dello Stato Ecclesiastico da
Perugia sino all'Adriatico. I Duchi ed in ultimo i Principi di Benevento
sopravvissero alla monarchia, e propagarono il nome de' Lombardi. Da
Capua a Taranto, essi regnarono per quasi cinquecent'anni sopra la
maggior parte del presente Regno di Napoli[441].

Volendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto,
dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizi.
Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell'Italia e i Visigoti
della Spagna erano men numerosi che i Franchi od i Borgognoni; ed i
conquistatori della Gallia a lor volta, debbono cedere alla moltitudine
de' Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l'idioma de' Britanni. La
favella Italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il
mescolamento delle nazioni; la goffaggine de' Barbari nel delicato
maneggio delle declinazioni e delle coniugazioni, li ridusse ad usare
gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse
con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de' termini
tecnici e familiari si scorge derivato dal Latino[442]; e se avessimo
sufficiente contezza degli obsoleti, rustici e municipali dialetti
dell'antica Italia potremmo rintracciar l'origine di molti vocaboli che
forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso
esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze de'
Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila
Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono,
dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra[443].
Formidabile era l'estensione del campo di Alboino; ma l'ampiezza di un
campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i
marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la
superficie di un vasto paese. Alboino nel calar giù dalle Alpi, conferì
al suo nipote, primo Duca del Friuli, il comando di quella provincia e
del Popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso
uffizio se non gli fosse stato concesso di scegliere, tra i nobili
Lombardi, un numero di famiglie[444] sufficiente a formare una perpetua
colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu
possibile compartire la stessa facoltà ai Duchi di Brescia o di Bergamo,
di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi,
e ciascuno de' loro colleghi, si stabilì nel distretto assegnatogli con
una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo
di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace.
Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i
beneficj che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle
famiglie loro, nella giurisdizione di un altro Duca; ma l'assenza loro
dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione
militare[445]. La posterità de' primi conquistatori gettò profonde
radici nel suolo, cui per ogni motivo d'interesse e d'onore erano
vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo Re e del suo
Duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e
prendevano il nome di un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di
quest'esercito si ritraevano dalle province conquistate, e le triste
impronte dell'ingiustizia e della rapina ne disonorarono la
distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di
Alboino. Molti fra i più ricchi Italiani furono spenti o banditi: diviso
andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità
s'impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una
terza parte de' frutti della terra. In meno di settant'anni questo
sistema artificiale fu abolito e si soggettarono i fondi stabili ad una
dipendenza più semplice e solida[446]. O il proprietario Romano era
cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l'annuo
pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in
una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi
stranieri padroni, le faccende dell'agricoltura nella coltivazione del
grano, delle viti e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia
ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni di
una vita pastorale erano più confacenti all'indolenza de' Barbari. Nelle
ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immegliarono la razza
de' cavalli, pe' quali quella provincia era stata illustre una
volta[447], e gl'Italiani mirarono con istupore una razza di buoi o di
bufali[448]. La spopolazione della Lombardia, e l'ampliazione delle
foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia[449].
Quell'arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell'aria a
riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore, era
rimasta incognita al raffinato ingegno de' Greci e de' Romani[450]. La
Scandinavia e la Scizia producono i più animosi e più trattabili
falconi[451]; ammansati essi vennero ed educati da questi erranti
abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito
passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai Barbari nelle province
Romane: e le leggi d'Italia reputavano la spada, ed il falcone come
d'egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo[452].

Così rapido fu l'influsso del clima e dell'esempio, che i Lombardi della
quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti de'
selvaggi loro antenati[453]. Raso era di dietro il lor capo, ma le
ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba
rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro
vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni,
ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le
gambe ed i piedi avvolti, in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed
eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva
al lor fianco. Eppure questo strano apparato e l'orrido aspetto sovente
ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la
furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte
sorpresi dell'umanità del vincitore. I vizi de' Lombardi erano l'effetto
delle passioni, dell'ignoranza o dell'ebbrietà; più lodevoli erano le
virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall'ipocrisia de'
sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della
educazione. Io non temerei di uscire del mio soggetto, se fosse in mio
potere il delineare la vita privata dei conquistatori dell'Italia, e
riferirò con piacere la galante avventura di Autari, la quale respira il
vero genio della cavalleria e del romanzo[454]. Dopo la morte di una
principessa Merovingia promessagli in isposa, egli chiese in matrimonio
una figlia del Re di Baviera; e Garibaldo accettò l'alleanza del Monarca
Italiano. Mal tollerando i tardi progressi della trattativa il fervido
amatore si tolse al suo palazzo, e si trasferì alla corte di Baviera
nella comitiva della sua propria ambasceria. In una pubblica udienza
l'incognito straniero si avanzò verso il trono ed informò Garibaldo che
l'ambasciatore era veramente il ministro di Stato, ma ch'egli era
l'amico di Autari, il quale gli aveva affidata la dilicata commissione
di dargli un fedele ragguaglio de' vezzi della sua sposa. Fu chiamata
Teodolinda a sostenere quest'importante esame, e dopo un momento di
silenziosa estasi, egli la salutò Regina d'Italia, ed umilmente richiese
che, secondo il costume della nazione, essa presentasse una coppa di
vino al primo de' nuovi suoi sudditi. Per comando del padre, ella
obbedì. Autari ricevè la coppa, come venne il suo giro, e nell'atto di
restituirla alla principessa, furtivamente lo toccò la mano, e si pose
il dito sul labbro. Alla sera Teodolinda raccontò alla sua nudrice
l'indiscreta famigliarità dello straniero, e l'antica donna la confortò
colla sicurezza, che un tale ardire non potea provenire che dal Re suo
consorte, il quale per la sua bellezza ed il suo coraggio, meritevole
appariva dell'amore di lei. Gli Ambasciatori ebber comiato; ma appena
giunti furono sul confina d'Italia, Autari, sollevandosi sul suo
cavallo, scagliò la scure di guerra contro di un albero, con
incomparabil forza e destrezza: «Tali, egli disse agli stupefatti
Bavari, tali sono i colpi che vibra il Re dei Lombardi». All'avvicinarsi
di un esercito francese, Garibaldo e la sua figlia cercarono un asilo
ne' dominj del loro alleato: e nel palazzo di Verona si consumò il
matrimonio. In capo ad un anno esso fu disciolto per la morte di Autari:
ma le virtù di Teodolinda[455] l'avevano fatta amare dalla nazione in
modo che le fu concesso di donare, insieme colla sua mano, lo scettro
del Regno d'Italia.

[A. D. 643]

Questo fatto, e simiglianti eventi[456] dimostrano che i Lombardi
possedevano la libertà di eleggere il loro Sovrano, ed avevano il buon
senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le
pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli
emolumenti della giustizia. Allorquando gl'indipendenti Duchi
consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi
dotarono l'uffizio regale colla metà netta de' rispettivi loro dominj. I
più orgogliosi nobili aspiravano all'onore di servire presso la persona
del loro Principe. Egli rimunerava la fedeltà de' suoi vassalli col
precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della
guerra, con ricche fondazioni di monasterj e di chiese. Giudice in tempo
di pace, Generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di
legislatore solo ed assoluto. Il re d'Italia convocava le assemblee
nazionali nel palazzo, o più probabilmente ne' campi di Pavia: il suo
gran Consiglio era composto degl'individui più eminenti pei natali e per
le dignità loro; ma la validità, non meno che l'esecuzione de' suoi
decreti, dipendeva dall'approvazione del popolo _fedele_, del
_fortunato_ esercito de' Lombardi. Circa ottant'anni dopo la conquista
dell'Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono
trascritte in Latino Teutonico[457], e ratificate dal consentimento del
Principe e del popolo, s'introdussero alcuni nuovi regolamenti, più
conformi alla attuale lor condizione; l'esempio di Autari fu imitato da'
più saggi suoi successori, e le leggi de' Lombardi si son riputate le
meno imperfette de' codici Barbari[458]. Fatti dal loro coraggio sicuri
di possedere la lor libertà, que' rozzi ed impazienti legislatori erano
incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le
delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati
i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello
Stato, ma l'attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le
persone e le proprietà de' sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di
que' tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una multa; non
pertanto l'alto prezzo di novecento monete d'oro dimostra il giusto
sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino.
Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una
parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi
ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l'ignobil pratica
di barattare l'onore e la vendetta con una compensazione in denaro.
L'ignoranza de' Lombardi, sia nello stato di Pagani che di Cristiani,
porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria;
ma i giudici del secolo decimosettimo avrebbero potuto esser ammaestrati
e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l'assurda
superstizione, e protegge le sfortunate vittime della popolare e
giudiziale crudeltà[459]. Lo stesso spirito di un legislatore, superiore
al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Luitprando, il quale
condanna, nell'atto che lo tollera, l'empio ed inveterato abuso dei
duelli[460], osservando per la sua propria esperienza, che la causa più
giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque
merito scoprir si possa nelle leggi de' Lombardi, sono esse il genuino
frutto della ragione de' Barbari, che mai non ammisero i Vescovi
d'Italia a sedere ne' loro Consigli legislativi. La successione de' lor
Re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro
annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica
felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che
non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero
Occidentale[461],

In mezzo alle armi de' Lombardi, e sotto il dispotismo de' Greci, noi
investigheremo di nuovo il destino di Roma[462], che avea aggiunto,
verso il fine del sesto secolo, il più tristo periodo della sua
abbiezione. La traslazione della sede dell'Impero a Costantinopoli, e la
perdita successiva delle province, aveano disseccato le sorgenti della
pubblica e della privata opulenza. Il grand'albero, sotto la cui ombra
le nazioni, della terra s'erano riposate, nudo ormai trovavasi di fronde
e di rami, e l'arido suo tronco era lasciato marcir sul terreno. I
ministri del comando, ed i messaggeri delle vittorie, più non
s'incontravano sulla via Appia o sulla Flaminia: e l'ostile avvicinarsi
de' Lombardi era frequentemente sentito, e continuamente temuto. Gli
abitanti di una potente e pacifica capitale, che visitano senza inquieti
pensieri i giardini dell'addiacente contrada, difficilmente si faranno
un'immaginazione della infelicità dei Romani. Con mano tremante essi
aprivano e chiudevan le porte; scorgevano dall'alto delle mura le fiamme
delle campestri lor case, ed udivano i lamenti de' loro fratelli, che
venivano appaiati come cani, e trascinati in distante schiavitù al di là
del mare e de' monti. Tali perpetui terrori doveano annichilare i
diletti, ed interrompere i lavori della vita rustica; e la campagna di
Roma fu prestamente ridotta allo stato di uno spaventoso deserto, in cui
sterile è la terra, impure son l'acque, e l'acre spira insalubre. La
curiosità e l'ambizione più non traevano le nazioni alla Capitale del
mondo: ma se il caso e la necessità volgeva ivi i passi di un errante
straniero, con orrore egli contemplava il vuoto e la solitudine della
città, e poteva indursi a chiedere. «Dov'è il Senato, e dov'è il
Popolo?» In una stagione di eccessive pioggie, il Tebro straripò, e con
irresistibil violenza si sparse per le valli de' Sette Colli. Nacque una
malattia pestilenziale dall'allagamento stagnante dell'acque, e così
rapido fu il contagio, che ottanta persone morirono in un'ora nel mezzo
di una solenne processione, che si faceva per implorare la divina
mercede[463]. Una società, nella quale il matrimonio viene incoraggiato
e l'industria fiorisce, ben tosto ripara le accidentali perdite della
peste e della guerra; ma siccome la massima parte de' Romani era
condannata ad un'indigenza senza speranza ed al celibato, così la
spopolazione era continua e visibile, ed i cupi entusiasti potevano
aspettare la vicina fine del mondo. Nulladimeno il numero de' cittadini
tuttora superava[464] la misura de' viveri: il precario lor nutrimento
veniva somministrato dalle messi della Sicilia o dall'Egitto; ed il
frequente ritorno della carestia mostra la poca sollecitudine
dell'Imperatore per una distante provincia. All'istessa decadenza e
rovina erano esposti gli edifizj di Roma: le cadenti fabbriche venivano
facilmente rovesciate dalle inondazioni, dalle tempeste e da tremuoti,
ed i monaci che avevano occupato i siti più vantaggiosi, esultavano con
vile trionfo sopra le rovine dell'antichità[465]. Viene comunemente
creduto, che papa Gregorio I attaccasse i templi, e mutilasse le statue
della città; che per comando di questo Barbaro si riducesse in ceneri la
libreria Palatina, e che l'istoria di Tito Livio fosse in particolare il
bersaglio dell'assurdo e maligno suo fanatismo. Gli scritti di esso
Gregorio attestano l'implacabile avversione ch'ei portava ai monumenti
del genio classico, ed egli scaglia la più severa censura contro un
Vescovo, il quale insegnava l'arte della grammatica, studiava i poeti
Latini, e cantava con una stessa voce le lodi di Giove e quelle di
Cristo. Ma le prove della distruttiva sua rabbia sono dubbiose e
recenti, il Tempio della Pace, e il Teatro di Marcello furono demoliti
dalla lenta opera de' secoli, ed una proscrizione formale avrebbe
moltiplicato le copie di Virgilio e di Tito Livio ne' paesi che non
erano soggetti a quell'ecclesiastico dittatore[466].

Al pari di Tebe, di Babilonia e di Cartagine, il nome di Roma si sarebbe
cancellato di sopra la terra, se la città non fosse stata animata da un
vitale principio, che di nuovo la restituì agli onori e al dominio. Una
vaga tradizione era invalsa che due Apostoli ebrei, uno facitor di
tende, l'altro pescatore, fossero stati anticamente posti a morte nel
Circo di Nerone, ed in capo a cinquecent'anni le genuine o fittizie
reliquie loro vennero adorate come il Palladio di Roma Cristiana. I
pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente accorsero a prostrarsi innanzi
al limitar sacrosanto; ma da miracoli e da terrori invisibili erano
custodite le urne degli Apostoli; nè senza sbigottimento il pio
Cattolico si avvicinava all'oggetto del suo culto. Fatale era il
toccare, pericoloso il riguardare i corpi dei santi; e coloro che, anche
spinti da' più puri motivi, ardivano di turbare il riposo del santuario,
venivano spaventati da visioni, o perivano di subitanea morte.
L'irragionevole domanda di un'Imperatrice, la quale desiderò di privare
i Romani del loro sacro tesoro, la testa di S. Paolo, fu col massimo
orror rigettata, ed il Papa asserì, probabilissimamente senza mentire,
che un pannolino santificato per la vicinanza del corpo del santo, o la
limatura della sua catena, che alle volte era facile, alle volte
impossibile di ottenere, possedevano un grado eguale di miracolosa
virtù[467]. Ma il potere, egualmente che la virtù degli Apostoli
risiedeva con vivente energia nel petto de' lor successori; e la
cattedra di san Pietro[468] era occupata, nel regno di Maurizio, dal
primo e più grande Pontefice del nome di Gregorio. Il suo avo Felice era
stato Papa egli pure, e come i vescovi erano già vincolati dalla legge
del celibato, conviene che la morte della sua moglie avesse preceduto la
sua consacrazione. I genitori di Gregorio, Silvia e Gordiano erano de'
più notabili tra le famiglie del Senato, ed i più devoti che vantasse la
Chiesa di Roma. Tra le sue parenti, si annoveravano delle sante e delle
vergini; e la sua effigie, unitamente a quella di suo padre e di sua
madre si vedeva espressa, quasi trent'anni dopo, in un ritratto di
famiglia, ch'egli donò al monastero di S. Andrea[469]. Il disegno e il
colorito di questo dipinto porgono una testimonianza onorevole che
l'arte del pingere era coltivata dagl'Italiani del sesto secolo; ma
possiamo formarci il più meschino concetto del gusto e della dottrina
loro, in veggendo che l'epistole di S. Gregorio, i suoi sermoni ed i
suoi dialoghi sono l'opera di un uomo che in erudizione non era secondo
ad alcuno de' suoi contemporanei[470]. La sua nascita e la sua abilità
lo avevano innalzato al posto di prefetto della città, ed egli godè il
merito di rinunziare alle pompe ed alle vanità del mondo. L'ampio suo
patrimonio fu dedicato a fondare sette monasteri[471], uno in Roma[472],
e sei in Sicilia; e l'unico desiderio di Gregorio era di vivere
sconosciuto in quella vita e glorioso nell'altra. Non pertanto, la sua
devozione, e forse era sincera, calcò il sentiero che si sarebbe scelto
da un astuto ed ambizioso politico. I talenti di Gregorio, e lo
splendore che accompagnò la sua ritirata, lo renderono caro ed utile
alla Chiesa; e l'implicita obbedienza si è sempre inculcata come il
primo dovere di un monaco. Tosto ch'ebbe ricevuto il carattere di
Diacono, Gregorio fu mandato a risiedere alla corte di Bisanzio in
qualità di nunzio o ministro della Sede apostolica; ed egli arditamente
prese in nome di S. Pietro uno stile d'indipendente dignità, che il più
illustre laico dell'Impero non avrebbe potuto usare senza delitto e
pericolo. Egli tornossene a Roma con una riputazione giustamente
accresciuta, e dopo un breve esercizio delle monastiche virtù, fu tratto
dal chiostro ed innalzato alla Sedia pontificale per l'unanime suffragio
del Clero, del Senato e del Popolo. Egli solo si oppose, o parve opporsi
al suo esaltamento, e l'umile preghiera che fece a Maurizio onde si
degnasse di non approvare la scelta dei Romani, non servì che a fare
spiccar maggiormente il suo carattere agli occhi dell'Imperatore e del
Popolo. Quando fu pubblicata la fatal conferma del Principe, Gregorio
ricorse all'aiuto di alcuni mercatanti suoi amici, per farsi trasportare
in un paniere fuor delle porte di Roma, e modestamente si nascose per
alcuni giorni fra i boschi ed i monti, finchè discoperto, a quanto
dicesi, fu da una celeste luce il suo ritiro.

[A. D. 590-604]

Il pontificato di Gregorio il Grande che durò tredici anni sei mesi e
dieci giorni, è uno de' più edificanti periodi dell'istoria della
Chiesa. Le sue virtù ed anche i suoi errori formano un singolar
miscuglio di semplicità e di scaltrezza, di orgoglio e di umiltà, di
buon senso e di superstizione, che molto bene si confà alla posizione di
quel Pontefice ed all'indole de' suoi tempi. Nel suo rivale, il
Patriarca di Costantinopoli, egli condannò il titolo anticristiano di
Vescovo universale, titolo che il successore di San Pietro era troppo
superbo per concedere, e troppo debole per assumere; e l'ecclesiastica
giurisdizione di Gregorio era limitata al triplice carattere di Vescovo
di Roma, Primate dell'Italia, ed Apostolo d'Occidente. Di frequente egli
montava sul pulpito, ed accendeva colla sua rozza, ma patetica eloquenza
le passioni, conformi alle sue, dei suoi ascoltatori. Egli interpretava
ed applicava il linguaggio de' Profeti ebrei, ed il popolo, oppresso
dalle presenti calamità, si volgeva alle speranze ed ai timori del mondo
invisibile. I suoi precetti ed esempj determinarono il modello della
liturgia Romana[473], la distribuzione delle parrocchie, il calendario
delle feste, l'ordine delle processioni, il servizio dei Sacerdoti e dei
Diaconi, la varietà ed il cangiamento delle vesti sacerdotali. Sino agli
ultimi giorni del viver suo, egli uffiziò nel canone della messa, che
durava più di tre ore; il canto Gregoriano[474] ci ha conservato la
musica vocale ed istrumentale del teatro, e le rozze voci de' Barbari si
sforzarono ad imitare la melodia della scuola Romana[475]. L'esperienza
gli avea dimostrato l'efficacia di que' riti solenni e pomposi, per
confortar la sventura, confermar la fede, temperar la fierezza e
dissipare il cupo entusiasmo del volgo; ed agevolmente egli perdonò la
tendenza ch'essi hanno a promovere il regno de' preti e la
superstizione. I Vescovi dell'Italia e delle Isole addiacenti
riconoscevano il Pontefice di Roma per loro metropolitano speciale.
L'esistenza stessa, l'unione o la traslazione delle Sedi vescovili
veniva decisa dalla sua discrezione assoluta; e le fortunate sue
incursioni nelle province della Grecia, della Spagna e della Gallia,
poterono dar peso alle più alte pretensioni de' Papi che gli
succedettero. Egli interpose la sua autorità per impedire gli abusi
delle elezioni popolari; la gelosa sua cura mantenne la purità della
fede e della disciplina; ed il pastore apostolico assiduamente
invigilava sopra la fede e la disciplina de' subordinati pastori. Sotto
il suo regno, gli Arriani dell'Italia e della Spagna si raccostarono
alla Chiesa cattolica, e la conquista della Britannia tramanda men
lustro sul nome di Giulio Cesare che su quello di Gregorio I. Invece di
sei legioni, s'imbarcarono quaranta monaci per quell'isola remota, ed il
Pontefice si dolse degli austeri doveri che vietavano di partecipare a'
pericoli della spirituale lor guerra. In meno di due anni egli fu in
grado di significare all'Arcivescovo di Alessandria, ch'essi avevano
battezzato il Re di Kent con diecimila de' suoi Anglosassoni, e che i
missionarj Romani, come quelli della primitiva Chiesa, non d'altro erano
armati se non se di poteri spirituali e soprannaturali. La credulità o
la prudenza di Gregorio era sempre disposta a confermare la verità della
relazione colle prove degli spettri, de' miracoli e delle
risurrezioni[476]; e la posterità ha pagato alla sua memoria lo stesso
tributo ch'egli liberamente concedeva alle virtù della sua o delle
precedenti generazioni. Gli onori celesti furono liberalmente compartiti
dall'autorità de' Pontefici; ma Gregorio è l'ultimo del loro ordine
ch'essi abbian ardito d'inscrivere nel calendario de' Santi.

La potestà temporale dei Papi nacque appoco appoco dalle calamità dei
tempi, ed i Vescovi Romani che dappoi hanno inondato l'Europa e l'Asia
di sangue, erano allora costretti a regnare quai ministri di carità e di
pace. I. La Chiesa di Roma, come s'è innanzi osservato, era dotata di
ampie possessioni in Italia, in Sicilia e nelle più lontane province, ed
i suoi agenti, che comunemente erano suddiaconi, avevano acquistato una
giurisdizione civile ed anche criminale sopra i loro dipendenti e
coloni. Il successore di San Pietro amministrava il suo patrimonio colle
cure di un vigilante e moderato proprietario[477], e le Pistole di San
Gregorio sono piene di salutari avvisi di astenersi da processi dubbiosi
e molesti; di serbare l'integrità de' pesi e delle misure; di concedere
ogni ragionevole dilazione, e di alleggerire la capitazione degli
schiavi della gleba, i quali compravano il diritto di maritarsi col
pagamento di un'arbitraria tassa[478].

La rendita e il prodotto di questi stabili era trasportata alla foce del
Tevere, a rischio ed a spese del Papa; egli usava delle sue ricchezze
come un fedele castaldo della Chiesa e del povero, e liberamente
applicava a' loro bisogni gl'inesauribli compensi dell'astinenza e
dell'ordine. Si tennero per più di trecento anni nel Laterano i
voluminosi conti dell'entrate e delle spese, come il modello
dell'economia Cristiana. Nelle quattro grandi festività, il Papa
distribuiva il quartiere dell'assegnamento al clero, a' suoi domestici,
ai monasteri, alle chiese, ai cimiteri, alle limosinerie ed agli spedali
di Roma e del resto della Diocesi. Nel primo giorno di ciascun mese,
egli dispensava ai poveri, secondo la stagione, la porzione lor fissa di
grano, di vino, di caccio, di erbaggi, di olio, di pesce, di provigioni
fresche, di vestimenta e di denaro; ed i suoi tesorieri continuamente
ricevevan ordine di soddisfare, in suo nome, alle straordinarie
richieste dell'indigenza e del merito. La carità di ogni giorno e di
ogni ora sollevava le urgenti necessità degli infermi e de' disagiati,
degli stranieri e de' pellegrini; nè si accostava il Pontefice stesso al
frugale suo pasto se non dopo aver mandato alcuni piatti della sua
tavola a qualche infelice meritevole della sua pietà. La miseria de'
tempi avea ridotto i nobili e le matrone di Roma ad accettare, senza
rossore, le beneficenze della Chiesa: tre mila vergini ricevevano il
vitto e le vesti dalle mani del loro benefattore; e molti Vescovi
dell'Italia, fuggendo dai Barbari si ripararono alle soglie ospitali del
Vaticano. Gregorio perciò giustamente era chiamato il Padre della
Patria; e tale era l'estrema sensività della sua coscienza, che in pena
della morte di un accattone, ch'era perito sulla strada, egli
s'interdisse per più giorni l'esercizio delle funzioni sacerdotali. II.
Le sciagure di Roma involgevano il Pastore apostolico nelle pratiche
della pace e della guerra; e forse Gregorio non sapeva egli stesso se la
pietà e l'ambizione lo traesse a far le veci del suo assente Sovrano.
Egli scosse l'Imperatore da un troppo lungo letargo; gli espose la reità
e l'incapacità dell'Esarca e de' suoi ministri inferiori, si lagnò che i
veterani fossero tratti da Roma per la difesa di Spoleto, confortò
gl'Italiani a difendere le loro città e i loro altari; e condiscese,
nella crisi del pericolo, a nominare i Tribuni, ed a reggere le
operazioni delle truppe provinciali. Ma lo spirito marziale del Papa era
frenato dagli scrupoli dell'umanità e della religione; liberamente egli
condannò come odiosa ed oppressiva l'imposizione del tributo, quantunque
venisse impiegato in servigio della guerra Italiana, e protesse contro
gli editti Imperiali la devota codardia de' soldati che dalla vita
militare disertavano alla vita monastica. Se vogliamo dar fede alle sue
dichiarazioni, Gregorio avrebbe potuto agevolmente sterminare i Lombardi
per mezzo delle domestiche lor fazioni, senza lasciar vivo un Re, un
Duca od un Conte, e salvare quella sfortunata nazione dalla vendetta de'
loro nemici. In qualità di Vescovo cristiano, egli preferì i salutevoli
uffizi di pace; la sua mediazione sedò il tumulto delle armi; ma troppo
conoscente egli era delle arti de' Greci e delle passioni de' Lombardi,
per impegnare la sacra sua promessa che la tregua sarebbe osservata.
Deluso nella speranza che avea nutrito di una generale e durevol
concordia, gli bastò l'animo di salvar la sua patria senza il
consentimento dell'Imperatore e dell'Esarca. Sospesa sopra di Roma era
la spada dell'inimico; essa ne fu stornata dalla dolce eloquenza e dagli
opportuni donativi del Pontefice, il quale si attraeva il rispetto de'
Barbari e degli Eretici. I meriti di Gregorio furono contraccambiati
dalla corte di Bisanzio con rampogne ed insulti: ma nell'amore di un
Popolo riconoscente, egli trovò il più puro guiderdone di un cittadino,
ed i migliori titoli dell'autorità di un sovrano[479].

NOTE:

[405] Vedi nelle _Familiae byzantinae_ di Ducange (p. 89-101), quanto si
riferisce alla famiglia di Giustino e di Giustiniano. Ludewig (_in vit.
Justinian_. p. 131) ed Eineccio (_Hist. iuris rom_. p. 374),
giureconsulti devoti, hanno spiegata la genealogia del favorito lor
principe.

[406] Per raccontare come è salito al trono Giustino, ho tradotto in
semplice e concisa prosa gli ottocento versi dei due primi libri di
Corippo, _De laudibus Justini_ (_Appendix Hist. bizant_. p. 401-416,
Roma, 1777).

[407] Fa meraviglia che Pagi (_Critica in Annal. Baron_. t. II p. 639)
sulla fede di qualche cronaca siasi tratto a contraddire il chiaro e
decisivo testo di Corippo (_Vicina dona_l. II, 354; _Vicina dies_, l.
IV), ed a posporre il consolato di Giustino, sino all'A. D. 567.

[408] Teofane, _Chronograph_. p. 205. È inutile di allegare la
testimonianza di Cedreno e di Zonara, mentre essi non sono che semplici
compilatori.

[409] Corippo, l. III, 390. Si tratta incontestabilmente dei Turchi
vincitori degli Avari; ma la parola _scultor_ sembra non aver senso; e
l'unico manoscritto esistente di Corippo, sul quale fu pubblicata la
prima edizione di questo scrittore (1581, _apud_ Plantin), non si trova
più. L'ultimo editore, Foggini di Roma, congetturò che tal parola
dovesse esser corretta in quella di Soldano; ma le ragioni allegate dal
Ducange (Joinville, _Dissertat_. 16 p. 238-240) per provare che questo
titolo fu assai di buon'ora adoperato dai Turchi e dai Persiani, sono
deboli od equivoche; ed io mi trovo più disposto in favore di Herbelot
(Bibl. orient. p. 825) che attribuisce a quel vocabolo un'origine araba
o caldea, e lo fa incominciare nell'undecimo secolo, in cui il califfo
di Bagdad l'accordò a Mahmud, principe di Gazna e vincitore dell'India.

[410] Su questi caratteristici discorsi si paragonino i versi di Corippo
(l. III, 251-401) colla prosa di Menandro (_Excerpt. legat_. p. 102,
103). La loro diversità prova che non furono copiati l'uno dall'altro, e
la loro rassomiglianza che furono attinti alla stessa fonte.

[411] Sulle guerre degli Avari contro gli Austrasiani, vedasi Menandro
(_Excerpt. legat_. p. 110), San Gregorio di Tours (_Hist. Franc_. l. IV
c. 29), e Paolo Diacono (_De gest. Langob_. l. II c. 10).

[412] Paolo Warnefrido, Diacono del Friuli (_De gest. Langob_. l. I c.
23, 24). I suoi quadri de' nazionali costumi, quantunque grossolanamente
abbozzati, sono più animati ed esatti di quelli di Beda o di San
Gregorio di Tours.

[413] Questa istoria è raccontata da un impostore (Teofilatto Simocat.
l. VI c. 10); il quale però ebbe l'accortezza di stabilire le sue
finzioni su fatti pubblici e notorj

[414] Dopo le osservazioni di Strabone, di Plinio e d'Ammiano
Marcellino, sembra che questo fosse un uso comune fra le tribù degli
Sciti (Muratori, _Script. rer. italicar_. t. I p. 424). Le chiome
dell'America settentrionale sono esse pure trofei di valore; i Lombardi
conservarono per più di due secoli il cranio di Cunimondo; e lo stesso
Paolo intervenne al banchetto, in cui il duca Radechisio fece portar
fuori questa coppa destinata alle grandi solennità.

[415] Paolo, l. 1 c. 27; Menandro, in _Excerpt. legat_. p. 110, 111.

[416] _Ut hactenus etiam jam apud Bajoariorum gentem quam et Saxonum sed
et alios ejusdem linguae homines..... in eorum carminibus celebretur_
(Paolo, l. 1 c. 27). Esso morì, A. D. 799 (Muratori, _in Praefat_. t. 1
p. 397). Queste canzoni de' Germani, alcune delle quali potevano
risalire ai tempi di Tacito (_De morib. Germ_. c. 2), furono compilate e
trascritte per ordine di Carlo Magno. _Barbara et antiquissima carmina,
quibus veterum regum actus et bella canebantur scripsit memoriaeque
mandavit_ (Eginardo, _in vit. Car. Magn_. c. 29 p. 130, 131). I poemi di
cui fa elogio Goldast (_Animad. ad_ Eginard. p. 207) sembrano essere
romanzi moderni e spregevoli.

[417] Paolo (l. II c. 6-26) parla delle altre nazioni. Muratori (Antich.
Ital. t. I, Dissert. 1 p. 4) ha scoperto il villaggio de' Bavari alla
distanza di tre miglia da Modena.

[418] Gregorio il Romano (Dialog. l. III c. 27, 28, _apud_ Baron.
_Annal. eccles_. A. D. 579 n. 10) suppone che essi adorassero una capra.
Io non conosco che una religione in cui la Divinità sia ad un tempo
stesso la vittima.

[419] I rimproveri che dal Diacono Paolo (l. II c. 5) vengono fatti a
Narsete, possono essere senza fondamento; ma le migliori critiche
rifiutano la debole apologia pubblicata dal Cardinale Baronio (_Annali
Eccles._ A. D. 567 n. 8-12). Fra questi critici io indicherò il Pagi
(tom. II p. 639, 640), il Muratori (Annali d'Ital. t, V p. 160-163), e
gli ultimi editori, Orazio Bianco (_Script. rer. Italic._ t. I p. 427,
428), e Filippo Argelato (Sigon. Opera, t. II p. 11, 12). È certo che
quel Narsete che assistette alla coronazione di Giustino (Corippo, l.
III, 221) era un'altra persona dello stesso nome.

[420] Paolo (l. II c. 11), Anastasio (_in vit. Johan_. III p. 43),
Agnello (_Liber pontifical. Raven. in Script. rer. Ital_. t. II part, 1
p. 114-124) fanno menzione della morte di Narsete. Ma non posso
convenire con Agnello che questo Generale avesse novantacinque anni.
Com'è probabile che agli ottant'anni cominci l'epoca delle gloriose sue
imprese?

[421] Paolo Diacono nell'ultimo capitolo del suo primo libro, e ne'
sette primi del secondo, ci fa conoscere i disegni di Narsete e dei
Lombardi intorno all'invasione dell'Italia.

[422] In seguito a questa translazione, l'Isola di Grado prese il nome
di Nuova Aquileja (_Chron. Venet_. p. 3). Il Patriarca di Grado non
tardò molto a diventare il primo cittadino della Repubblica (p. 9 ec.);
ma la sua sede non si trasferì a Venezia che nel 1450, e presentemente è
carico di titoli e di onori. Ma il genio della Chiesa s'abbassò innanzi
al genio dello Stato, ed il governo di Venezia cattolica è presbiteriano
in tutto il rigor del termine (Tomassino, _Discip. de l'Eglise_, t. 1 p.
156, 157, 161-165; Amelot da la Houssaye, _Gouvernement de Venise_, t. 1
p. 256-261).

[423] Paolo fece una descrizione delle diciotto regioni in cui l'Italia
era allora divisa (l. II c. 14-24). La _Dissertatio chorographica de
Italia medii aevi_ del Padre Beretti, religioso Benedettino e professore
Reale a Pavia, è stata consultata con molto profitto.

[424] Veggansi i materiali raccolti da Paolo sulla conquista d'Italia
(l. II c. 7-10, 12, 14, 25, 26, 27), l'eloquente racconto di Sigonio (t.
II, De regno Italiae, l. I p. 13-19), e le esatte critiche Dissertazioni
del Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 164-180).

[425] Il lettore ricorderà la storia della moglie di Candaulo e
l'assassinio di questo sposo che viene narrato da Erodoto in un modo sì
piccante nel primo libro della sua Storia. La scelta di Gige αιρεεται
αυτος περιειναί può servire d'una specie di scusa a Peredeo;
ed i migliori scrittori dell'antichità si sono serviti di questa blanda
insinuazione di un'idea odiosa (_Graevius, ad Ciceron. Orat. pro
Milone_, c. 10).

[426] Vedi l'Istoria di Paolo, l. II c. 28-32. Ho cavato parecchie
interessanti particolarità dal _Liber pontificalis_ d'Agnello, _in
Script. rer. Ital_. t. II p. 124. Fra tutte le guide cronologiche, la
più sicura è il Muratori.

[427] Gli autori originali sul Regno di Giustino il Giovine sono Evagrio
(_Hist. eccl_. l. V c. 1-12), Teofane (_Chronograph_. p. 204-210),
Zonara (t. II l. XIV p. 70-72), Cedreno (_in Compend_. p. 388-392).

[428]

    _Dispositorque novus sacrae Baduarius aulae;_
    _Successor soceri mox factus Cura palati_.

                                     CORIPPO.

Fra i discendenti e gli alleati della casa di Giustiniano contasi
Badoario. Una casa Badoero nel nono secolo, famiglia nobile di Venezia,
vi ha fabbricato chiese e dato alcuni Duchi alla Repubblica; e se la di
lei genealogia è comprovata come si conviene, in Europa non v'ha Re che
vantarne possa una tanto antica ed illustre (Ducange, _Fam. Byzant_. p.
99, Amelot de la Houssaye, _Gouvern. de Venise_, t. 11 p. 555).

[429] Gli elogi più puri e più autorevoli sono quelli che ricevono i
Principi prima del loro esaltamento. Mentre si innalzava Giustino al
trono, Corippo avea encomiato Tiberio (l. I p. 212-222). Del resto un
Capitano stesso delle guardie poteva instigare l'adulazione d'un
Affricano esigliato.

[430] Evagrio (l. V c. 13) ha aggiunto il rimprovero di Giustino a' suoi
Ministri. Egli applica questo discorso alla cerimonia, in cui fu
conferita a Tiberio la dignità Cesarea. Non per un vero sbaglio, ma per
le loro vaghe espressioni, Teofane ed alcuni altri fecero pensare che si
avesse a riferire all'epoca in cui Tiberio fu decorato del titolo
d'Augusto, subito dopo la morte di Giustino.

[431] Teofilatto Simocatta (l. III c. 11) attesta formalmente, che
trasmette ai posteri l'aringa di Giustino quale la pronunziò, e senza
voler correggere gli errori di lingua e di rettorica. Probabilmente
questo futile sofista non sarebbe stato capace di farne una simile.

[432] Vedi, sul carattere ed il regno di Tiberio, Evagrio (l. V c. 13),
Teofilatto (l. III c. 12 ecc.), Teofane (in Chron. p. 210-213), Zonara
(t. II l. XIV p. 22), Cedreno (p. 392), Paolo Warnefrido (_De gestis
Longobard_. l. III c. 11, 12). Il Diacono del _Forum Julii_ pare che
abbia avuto veramente cognizione di alcuni fatti curiosi ed autentici.

[433] È singolare che Paolo (l. III c. 15) lo distingue come il primo
fra gli Imperatori greci, _primus ex graecorum genere in imperio
constitutus_. È vero che i suoi immediati predecessori erano nati nelle
province latine d'Europa: e nel testo di Paolo bisogna forse leggere _in
Graecorum imperio_; ciò che applicherebbe l'espressione all'impero anzi
che al Principe.

[434] Sul carattere e regno di Maurizio vedi il quinto e sesto libro
d'Evagrio, e specialmente il libro VI c. 1, gli otto libri della
prolissa ed ampollosa istoria di Teofilatto Simocatta, Teofane (p. 213
ec.), Zonara (t. II l. XIV p. 73), Cedreno (p. 394).

[435] Αυτοκρατωρ οντως γενομενος την μεν οχλοκρατειαν των παθων εκ της
οικειας εξενηλατησε ψυκης: αρισοκρατειαν δε εν τοις εαυτου λογισμοις
κατασησαμενος. Evagrio compose la sua storia nel
duodecimo anno del regno di Maurizio, ed egli era stato così saggiamente
indiscreto, che l'Imperatore conobbe e ricompensò le sue favorevoli
opinioni (l. VI c. 24).

[436] I geografi antichi fanno spesso menzione della _columna rhegina_,
situata nella più stretta parte del Faro di Messina, alla distanza di
cento stadj dalla città di Reggio. Vedi Cluvier (_Ital. antiq._ t. II p.
1295), Luca Olstenio (_Annot. ad_ Cluvier, p. 301) e Wesseling (Itiner.
p. 106).

[437] Gli storici Greci non ispargono che una debole luce sulle guerre
d'Italia (Menandro, in _Excerpt. legat._ p. 124-126; Teofilatto, l. III
c. 4). I Latini, e specialmente Paolo Warnefrido (l. III c. 13-34), che
aveva lette le anteriori istorie di Secondo e di Gregorio di Tours, sono
più soddisfacenti. Il Baronio cita alcune lettere de' Papi ec., e si
trovano stabilite le epoche nell'esatta Cronologia del Pagi e del
Muratori.

[438] Zacagni e Fontanini, difensori della causa de' Papi, hanno potuto
a giusto titolo reclamare le valli e le paludi di Comacchio come una
parte dell'Esarcato; ma nella loro ambizione, essi hanno voluto
comprendere anche Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ed hanno ottenebrata
una questione di geografia, già dubbiosa ed oscura per se stessa. Anche
il Muratori, come servitore della casa d'Este, non va esente di
parzialità e di prevenzione.

[439] Vedi Brenckmann, _Dissert. prima de republica Amalphitana_, p.
1-42, _ad calcem Hist. Pandect. Florent._

[440] Gregorio Magno, l. III, epist. 23, 25, 26, 27.

[441] Io ho descritto l'Italia colla scorta dell'eccellente
Dissertazione del Beretti. Il Giannone (Istoria Civile, t. I p.
374-387), nella geografia del Regno di Napoli, ha seguìto il dotto
Camillo Pellegrino. Quando l'Impero ebbe perduto la Calabria
propriamente detta, la vanità de' Greci sostituì il nome di Calabria
all'ignobile denominazione di Bruzio; e sembra che questa alterazione
abbia avuto luogo prima del Regno di Carlo Magno (Eginardo, p. 75).

[442] Maffei (Verona illustrata, part. I p. 310-321) e Muratori
(_Antich. Ital._ t. II, Dissert. 32, 33 p. 71-365), il primo col massimo
entusiasmo, ed il secondo colla più gran moderazione, hanno ambedue
sostenuto le pretensioni della lingua latina, e spiegato molto sapere,
spirito ed esattezza in questa discussione.

[443] Paolo, _De gest. Longobard._ l. III c. 5, 6, 7.

[444] Paolo, (l. II c. 9) applica a queste famiglie o a queste
generazioni il nome teutonico di _Faras_, che si rinviene eziandio nelle
leggi dei Lombardi. Il Diacono con tutta la sua modestia non era
insensibile alla nobiltà della sua razza. Vedi L. IV c. 39.

[445] Si confrontino il num. 3 ed il num. 177 delle leggi di Rotario.

[446] Paolo, l. II c. 31, 32; l. III c. 16. Le leggi di Rotario
pubblicate A. D. 643 non contengono alcun'orma di questo tributo del
terzo dei prodotti; ma ci danno parecchie minute e curiose particolarità
intorno lo stato dell'Italia ed i costumi dei Lombardi.

[447] Le razze di Dionigi di Siracusa, e le frequenti sue vittorie nei
giuochi Olimpici, aveano divulgata fra i Greci la fama dei cavalli della
Venezia; ma la loro razza erasi perduta ai tempi di Strabone (l. V p.
325). Gisulfo da suo zio ottenne _generosarum equarum greges_ (Paolo, l.
II c. 9). Successivamente i Lombardi introdussero in Italia _caballi
sylvatici_, cavalli selvaggi (Paolo, l. IV c. 11).

[448] _Tunc_ (A. D. 596) _primum_, Bubali _in Italiam delati Italiae
populis miracula fuere_ (Paolo Warnefridio, l. IV, c. 11). I bufali che
paiono essere originarj dell'Affrica e dell'India, non si conoscono in
Europa, eccetto in Italia, dove sono numerosi ed utili: gli antichi non
avevano la menoma idea di questi animali, a meno che Aristotile (_Hist.
anim._ l. III c. 1 p. 58, Parigi, 1783) non abbia inteso darne una
descrizione sotto il nome di buoi selvaggi d'Aracosia (Vedi Buffon,
_Hist. nat._ t. XI, e supplem. t. VI; _Hist. gen. des Voyages_, t. I p.
7, 481; II, 105; III, 291; IV, 234, 461; V, 195; VI, 491; VIII, 400; X,
666; Pennant's _Quadrupedes_, p. 24; _Dictionn. d'Hist. nat. par_
Valmont de Bomare, t. II p. 74). Del resto non devo tacere che Paolo,
verisimilmente per un errore invaso nel volgo, ha dato il nome di
_bubalus_, all'auroco, o toro selvaggio dell'antica Germania.

[449] Vedi la ventesima Dissertazione di Muratori.

[450] Se ne ha una prova nel silenzio stesso degli autori che hanno
scritto sulla caccia e la storia delle bestie. Aristotile (_Hist.
animal._ l. IX c. 36 t. 1 p. 586, e le Annotazioni del sig. Camus che ne
è l'ultimo editore, t. II p. 314), Plinio (_Hist. nat._ l. X c. 10),
Eliano (_De nat. animal._ l. II c. 42), e forse Omero (_Odyss._ XXII,
302-306), parlano con istupore d'una tacita lega e d'una caccia comune
fra i falconi ed i cacciatori della Tracia.

[451] Specialmente il girifalco od il _gyrfalcon_, che ha la stessa
grossezza d'una piccola aquila. Vedi la descrizione animata che ne fa il
sig. di Buffon (_Hist. nat._ t. XVI p. 239).

[452] _Script. rer. Ital._ t. 1 part. II p. 129. Si è la 16. legge
dell'Imperatore Luigi il Pio. Falconieri e cacciatori formavano parte
del servizio della casa di Carlo Magno suo padre (Mem. sull'antica
Cavalleria del sig. di Saint-Palaye, t. III p. 175). Le leggi di Rotario
parlano dell'arte della falconeria in un'epoca anteriore (n. 322); e
sino dal quinto secolo, Sidonio Apollinare l'annoverava fra i talenti
del Gallo Avito (202-207).

[453] A parecchi de' suoi compatriotti si può applicare l'epitaffio di
Droctulfo (Paolo, l. III c. 19).

    _Terribilis visu facies, sed corde benignus,_
      _Longaque robusto pectore barba fuit._

Nel palazzo di Monza distante dieci miglia da Milano si mirano ancora
oggi giorno i ritratti degli antichi Lombardi; quel palazzo fu
fabbricato o restaurato dalla Regina Teodolinda (l. IV, 22, 23).

[454] Paolo (l. III c. 29, 34) riferisce la Storia d'Autario e di
Teodolinda; ed ogni frammento degli antichi Annali della Baviera anima
le instancabili ricerche del conte di Buat (_Histoire des Peuples de
l'Europe_, t. XI p. 595-635; t. XII p. 1, 53).

[455] Giannone (Storia civile di Napoli, t. I p. 263) biasima con
ragione l'impertinenza del Boccaccio (Giorn. III, Nov. 2), il quale
senza motivo, o pretesto, e contro ogni verità, presenta la Regina
Teodolinda nelle braccia d'un mulattiere.

[456] Paolo, l. III c. 16. Si consultino sullo Stato del Regno d'Italia
le prime Dissertazioni del Muratori, ed il primo volume della Storia di
Giannone.

[457] La più esatta edizione delle leggi Lombarde è quella dei _Script.
rer. Italic._ t. 1 part. II p. 1-181. È stata collazionata sul
manoscritto più antico, ed illustrata da annotazioni critiche del
Muratori.

[458] Montesquieu (_Esprit des Lois_, l. XXVIII c. 1): «Abbastanza
giudiziose sono le leggi dei Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle
di Rotario, o di altri principi Lombardi.»

[459] Vedi le leggi di Rotario, n. 379 p. 49. Striga è usato come il
nome di una strega. Questo vocabolo è figlio del più puro latino
(Orazio, _Epod._ V, 20; Petronio, c. 134). Pare che un passo di
quest'ultimo autore, _Quae striges comederunt nervos tuos?_ comprovi che
un tal pregiudizio fosse di origine italiana, anzi che barbara.

[460] _Quia incerti sumus de iudicio Dei, et multos audivimus per pugnam
sine iusta causa, suam causam perdere. Sed propter consuetudinem gentem
nostram Langobardorum legem impiam vetare non possumus._ Vedi p. 74 n.
65 delle Leggi di Luitprando, promulgate A. D. 724.

[461] Leggi la Storia di Paolo Warnefrido, e specialmente il libro III
c. 16. Il Baronio non vuol acconsentire a questo fatto che pare in
contraddizione colle invettive di Papa Gregorio il Grande; ma il
Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 217) ha il coraggio di far sentire
che il Santo può benissimo avere esagerato i falli imputati agli Arriani
ed ai nemici.

[462] Il Baronio ha copiato ne' suoi Annali (A. D. 590 n. 16; A. D. 595
n. 2 ec.) i passi delle Omelie di San Gregorio, che mettono in chiaro lo
stato sciagurato della città e della campagna di Roma.

[463] Un Diacono che da San Gregorio di Tours venne spedito a Roma, per
procurarsi reliquie, fa una descrizione dell'inondazione e della peste.
Lo spiritoso deputato abbellisce il suo racconto coll'arricchire il
fiume d'un gran drago accompagnato da una coorte di piccole serpi (S.
Greg. di Tours, l. X c. 1).

[464] San Gregorio di Roma (Dialog. l. II c. 15) riferisce una
predizione memorabile di San Benedetto. _Roma a gentilibus non
exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis turbinibus ac terrae motu in
semeptisa marcescet._ Questa profezia, col testificare il fatto per cui
e con cui è stata inventata, rientra nel dominio della Storia.

[465] _Quia in uno se ore cum Jovis laudibus, Christi laudes non
capiunt, et quam grave nefandumque sit episcopis canere, quod nec laico
religioso conveniat, ipse considera_ (l. IX, epist. 4). Gli scritti di
San Gregorio fanno testimonianza della sua innocenza intorno al gusto ed
alla letteratura dei classici.

[466] Bayle (Dizionario critico t. II p. 598, 599) in un eccellente
articolo relativo a Gregorio I cita Platina sulla distruzione de'
fabbricati e delle statue, di cui si fa rimprovero a Gregorio I; quanto
alla Biblioteca Palatina egli allega Giovanni di Salisbury (_De nugis
curialium_, l. II c. 26); e per Tito Livio cita Antonio Fiorentino: il
più antico di codesti tre testimonj viveva nel secolo dodicesimo.

[467] San Gregorio, l. III, _epist._ 24, _indict._ 12 ec. Dalle epistole
di S. Gregorio e dall'ottavo volume degli Annali di Baronio, i pii
lettori potranno conoscere quali particelle delle catene di S. Paolo
amalgamate con oro e fabbricate sotto forma di chiavi o di croci
venissero disseminate nella Brettagna, la Gallia, la Spagna, a
Costantinopoli ed in Egitto. Il fabbro pontificio che adoperò la lima
dovè per certo aver contezza de' miracoli che avea il potere di fare o
d'impedire; il che, a spese della veracità di S. Gregorio, deve scemare
l'idea della sua superstizione.

[468] Oltre alle epistole di S. Gregorio classificate da Dupin (_Bibl.
eccles._ t. V p. 103-126), abbiamo tre vite di questo Papa. Le due prime
furono scritte nell'ottavo e nono secolo (_De triplici vita S. Gregor._
_Prefazione_ del 4. volume dell'ediz. dei Benedettini) dai Diaconi Paolo
(p. 1-18) o Giovanni (p. 19-188); esse contengono molte testimonianze
originali ma dubbie. La terza vita è un lungo o fastidioso epilogo degli
editori Benedettini (p. 199-305). Gli Annali del Baronio somministrano
una Storia copiosa ma parziale. Il buon senso di Fleury (_Hist. eccles._
t. VIII) corregge i pregiudizj papali di questo scrittore, e Pagi e
Muratori hanno rettificato le sue date.

[469] Il Diacono Giovanni parla di questo ritratto che avea veduto (l.
IV c. 83, 84); ed Angelo Rocca antiquario romano ha illustrato la sua
descrizione (San Gregorio, Opere, t. IV p. 312-326). Quest'autore (p.
321-323) asserisce che in alcune antiche Chiese di Roma si conservano
mosaici dei Papi del settimo secolo. Le mura che per lo passato
rappresentavano la famiglia di San Gregorio, offrono ora il martirio di
S. Andrea, ove il genio del Dominichino ha gareggiato col genio del
Guido.

[470] _Disciplinis vero liberalibus, hoc est grammatica, rethorica,
dialectica, ita a puero est institutus, ut quamvis eo tempore florerent
adhuc Romae studia litterarum, tamen nulli in urbe ipsa secundus
putaretur_ (Paolo Diacono, _in vita. S. Gregor._ c. 2).

[471] I Benedettini (_in vit. sanct. Greg._ l. I p. 205-208) fanno tutti
gli sforzi onde provare che S. Gregorio pei proprj Monasteri adottò la
regola del loro Ordine; ma da che confessano avere il fatto qualche
dubbiezza, è evidente che la pretensione di questi potenti Monaci è
totalmente falsa. Vedi Butler, _Lives of the Saints_, vol. III p. 145,
opera di merito: il buon senso ed il sapere sono dell'Autore, ed i
pregiudizj che vi si incontrano appartengono alla sua professione.

[472] _Monasterium Gregorianum in eiusdem beati Gregorii aedibus ad
clivum Scauri prope ecclesiam SS. Johannis et Pauli in honorem S.
Andreae_ (Gio. _in vit. S. Greg._ l. 1, c. 6; S. Gregorio, l. VII,
epist. 13). Questa casa e questo Monastero erano collocati sul fianco
del Monte Celio che sta rimpetto al Monte Palatino; in oggi è posseduta
dai Camaldolesi. San Gregorio trionfa e Sant'Andrea si è ritirato in
un'angusta Cappella (Nardini, Roma antica, l. III c. 6 p. 100;
Descrizione di Roma t. I p. 442-446).

[473] Tutto il _Pater noster_ non è costituito che da cinque o sei
linee; invece il _Sacramentarius_ e l'_Antiphonarius_ di San Gregorio
riempiono 880 pag. in fol. (t. III part. I p. 1-880); eppure non formano
che una sola parte dell'_Ordo Romanus_ che Mabillon ha spiegato, e che è
stato compendiato da Fleury (_Hist. eccl._ t. VIII p. 139-152).

[474] L'Abbate Dubos (Riflessioni sulla poesia e la pittura, t. III p.
174, 175) osserva che il canto Ambrosiano è tanto semplice, che non
impiega che quattro tuoni; e che la più perfetta armonia del canto di
San Gregorio comprendeva gli otto tuoni, ossiano le quindici corde della
musica antica. E soggiunge (p. 332) che gli intelligenti ammirano la
prefazione e parecchi pezzi dell'officio Gregoriano.

[475] Giovanni il Diacono (_in vit. S. Greg._ l. III c. 7) ci dà a
conoscere il disprezzo dimostrato fin di buon'ora dagli Italiani pel
canto all'uso oltramontano. _Alpina scilicet corpora vocum suarum
tonitruis altisona perstrepentia, susceptae modulationis dulcedinem
proprie non resultant; quia bibuli gutturis barbara feritas dum
inflexionibus et repercussionibus mitem nititur edere cantilenam,
naturali quodam fragore quasi plaustra per gradus confuse sonantia
rigidas voces iactat_, ec. Sotto il Regno di Carlo Magno, i Franchi
convenivano, benchè alquanto ritrosamente, della giustizia di questo
rimprovero (Muratori, Dissert. 25).

[476] Un critico francese (P. Gussainv. _Op._ t. II, p. 105-112) ha
vendicato il diritto di S. Gregorio all'intera assurdità dei Dialoghi.
Dupin (t. V p. 138) dubita nemmeno che siavi chi non abbia a garantire
la verità di tutti questi miracoli. Io però sarei ben curioso di sapere
_quanti_ egli stesso ne adottava.

[477] Il Baronio non ama di fermarsi su questi dominj ecclesiastici,
perchè teme di far vedere che erano composti di _fattorie o poderi_ e
non di _regni_. Gli scrittori francesi, i Benedettini (t. IV l. III p.
272 ec.) e Fleury (t. VIII p. 29 ec.) non temono d'internarsi in queste
modeste ma utili particolarità, e l'umanità di Fleury insiste sulle
virtù sociali di San Gregorio.

[478] Mi vien tutta la tentazione di credere che questa pecuniaria
ammenda sui matrimonj dei _villani_ sia quella che ha prodotto il famoso
e bene spesso favoloso diritto di _cuissage_, di _marquette_, ec. È
possibile che una vaga sposa, col consentimento del marito, commutasse
il pagamento fra le braccia di un giovane signore, e che questo mutuo
favore abbia potuto servire ad esempio onde autorizzare qualche atto
tirannico locale, senza alcuna legalità.

[479] Il Sigonio espone abilmente il temporale governo di Gregorio I.
Vedi il libro primo De _Regno Italiae_, t. II della raccolta delle sue
Opere, p. 44-75.



CAPITOLO XLVI.

      _Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il
      tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram.
      Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i
      Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro
      Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio.
      Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia
      Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli
      Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio._


Il conflitto tra Roma e la Persia s'era prolungato dalla morte di Crasso
fino al regno di Eraclio. Una sperienza di settecento anni potea
convincere le nazioni rivali dell'impossibilità in cui erano di
mantenere le loro conquiste al di là de' fatali termini del Tigri e
dell'Eufrate. Eppure i trofei di Alessandro destarono l'emulazione di
Traiano e di Giuliano; ed i sovrani della Persia nudrivano l'ambiziosa
speranza di ristabilire l'impero di Ciro[480]. Tali straordinarj sforzi
della potenza e del coraggio sempre riscuotono l'attenzione della
posterità; ma gli eventi che materialmente non cangiano il destino delle
nazioni, lasciano una debole impronta sulla pagina dell'istoria, e la
pazienza del lettore si stanca nel sentire a ripetere le stesse
ostilità, intraprese senza cagione, proseguite senza gloria, e terminate
senza effetto. Le arti della trattativa, sconosciute alla semplice
grandezza del Senato e de' Cesari, venivano assiduamente coltivate dai
Principi bizantini: e le relazioni delle perpetue loro ambascerie[481]
ripetono, colla stessa uniforme prolissità, il linguaggio della fallacia
e della declamazione, l'insolenza de' Barbari, e la servile natura de'
tributarj Greci. Deplorando la nuda superfluità de' materiali, io mi
sono studiato di compendiare il racconto di queste pratiche poco
importanti. Ma il giusto Nushirvan è tuttora applaudito come il modello
dei Re Orientali, e l'ambizione del suo nipote Cosroe ha preparato la
rivoluzione dell'Oriente, che tosto dopo venne operata dalle armi e
dalla religione de' successori di Maometto.

[A. D. 570]

Nelle inutili altercazioni che precedono e giustificano le contese de'
Principi, i Greci ed i Barbari si accusarono a vicenda di aver infranto
la pace ch'era stata conchiusa tra i due Imperi, circa quattr'anni prima
della morte di Giustiniano. Il Sovrano della Persia e dell'India
aspirava a ridurre nella sua obbedienza la provincia d'Yemen ossia
l'Arabia Felice[482], la lontana terra della mirra e dell'incenso,
ch'era sfuggita anzi che avesse resistito, ai conquistatori
dell'Oriente. Dopo la disfatta di Abrahah sotto le mura della Mecca, la
discordia de' suoi figli e fratelli aperse un facile ingresso ai
Persiani. Questi cacciarono gli stranieri dell'Abissinia oltre il Mar
Rosso; ed un Principe natio, discendente dagli antichi Omeriti, fu
riposto sul trono, come vassallo o vicerè del gran Nushirvan[483]. Ma il
nipote di Giustiniano dichiarò la risoluzione in cui era di vendicare
gli oltraggi del suo alleato cristiano il principe dell'Abissinia,
togliendo con ciò un decente pretesto per non più pagare l'annuo tributo
che meschinamente travisavasi sotto il nome di pensione. Le chiese della
Persarmenia erano oppresse dallo spirito intollerante dei Magi;
secretamente esse invocavano il protettore de' Cristiani, ed i ribelli,
dopo la pia uccisione de' loro satrapi, erano riguardati e sostenuti
come i fratelli od i sudditi dell'Imperatore Romano. Le lagnanze di
Nushirvan non trovarono ascolto presso la Corte di Bisanzio; Giustino
cedette all'importunità de' Turchi, i quali offrivano di collegarsi
contro il comune inimico; e la monarchia Persiana fu minacciata ad un
tempo stesso dalle forze riunite dell'Europa, dell'Etiopia e della
Scizia. Il Sovrano dell'Oriente, giunto all'età di ottant'anni, avrebbe
forse prescelto di gioire pacificamente la sua gloria e grandezza: ma
appena egli vide che inevitabil era divenuta la guerra, scese in campo
colla vivacità di un giovine, nel tempo che l'aggressore tremava nel
palazzo di Costantinopoli. Nushirvan, o Cosroe, condusse in persona
l'assedio di Dara; e sebbene questa importante fortezza si fosse
lasciata sfornita di truppe e di magazzini, tuttavia il valore de'
cittadini fece fronte per più di cinque mesi agli arcieri, agli elefanti
ed alle macchine militari del Gran Re. In quel mezzo, il suo generale
Adarman mosse da Babilonia, valicò il deserto, passò l'Eufrate, insultò
i sobborghi di Antiochia, ridusse in cenere la città di Apamea, e depose
le spoglie della Siria al piè del suo Signore, la cui perseveranza nel
cuor del verno rovesciò finalmente il baluardo dell'Oriente. Ma queste
perdite che sbigottirono le Province e la Corte, produssero un salutare
effetto col cagionare il pentimento e l'abdicazione dell'Imperatore
Giustino. Da un nuovo spirito furono animati i Bizantini consiglj, e la
prudenza di Tiberio ottenne una tregua di tre anni. Si spese questo
opportuno intervallo nei preparativi di guerra; e si fece spargere il
grido che dalle distanti contrade delle Alpi e del Reno, dalla Scizia,
dalla Mesia, dalla Pannonia, dall'Illirico e dall'Isauria, la forza
della cavalleria Imperiale veniva rinforzata di cento e cinquantamila
soldati. Ciò nonostante il Re di Persia, o impavido o incredulo,
deliberò di prevenire l'assalto del nemico. Egli passò l'Eufrate, e
licenziando gli ambasciatori di Tiberio, arrogantemente ad essi comandò
di aspettare il suo arrivo in Cesarea, metropoli delle province della
Cappadocia. I due eserciti si scontrarono nella battaglia di Melitene: i
Barbari, che oscuravano l'aere con un nembo di frecce, prolungarono la
linea ed estesero le corna loro nella pianura; mentre i Romani, serrati
in profondi e solidi corpi, aspettavano di aver il vantaggio
nell'azzuffamento più da vicino, mediante il peso delle spade e delle
aste loro. Un capitano Scita, che comandava l'ala destra,
improvvisamente voltò il fianco dell'inimico, ne attaccò la retroguardia
al cospetto di Cosroe, penetrò nel mezzo del campo, saccheggiò il
padiglione reale, profanò il fuoco eterno, caricò una fila di cammelli
colle spoglie dell'Asia, si aperse a viva forza la strada a traverso
l'oste Persiana, e ritornò, intuonando cantici di vittoria, a' suoi
amici che consumato aveano il giorno in singolari conflitti od in
piccioli abbattimenti di nessun rilievo. L'oscurità della notte, e la
separazione dei Romani porsero al monarca Persiano l'opportunità della
vendetta; egli piombò impetuosamente sopra uno de' loro campi che prese
d'assalto. Ma l'esame delle sue perdite, e la consapevolezza del suo
pericolo, trassero Cosroe ad una pronta ritirata; egli arse, passando,
la vuota città di Melitene; e, senza consultare la salvezza delle sue
truppe, arditamente valicò l'Eufrate a nuoto sul dorso di un elefante.
Dopo questa sventurata campagna, la mancanza di magazzini, e forse
qualche incursione de' Turchi, obbligarono il Re a sbandare e dividere
le sue forze; i Romani rimasero padroni del campo, ed il loro generale
Giustiniano, movendo a soccorso de' ribelli Persarmeni, piantò il suo
stendardo sulle rive dell'Arasse. Il gran Pompeo aveva anticamente fatto
alto in distanza di tre giorni di marcia dal mar Caspio[484]; una flotta
nemica[485] esplorò per la prima volta quel mare circondato da terre; e
settantamila prigionieri furono trapiantati dall'Ircania nell'isola di
Cipro. Al tornare della primavera, Giustiniano discese nelle fertili
pianure dell'Assiria; l'incendio della guerra avvicinossi alla residenza
di Nushirvan; il corrucciato monarca precipitò nella tomba, e l'ultimo
suo editto inibì ai suoi successori di esporre la loro persona in una
battaglia contro i Romani. Tuttavia la memoria di questo passeggiero
affronto si smarrì fra le glorie di un lungo regno, ed i formidabili
suoi nemici, poscia che si furono pasciuti de' sogni della conquista,
chiesero nuovamente di respirare per qualche tempo dalle calamità della
guerra[486].

Il trono di Cosroe Nushirvan fu occupato da Ormuz o Ormisda, il
primogenito o il prediletto de' suoi figliuoli. Insieme co' regni della
Persia e dell'India, egli ereditò la fama e l'esempio del padre, il
servizio, in ogni grado, de' valenti e sperimentati uffiziali di esso,
ed un sistema generale di amministrazione, che il tempo e l'accorgimento
politico aveano posto in armonia per promuovere la felicità del Principe
e del Popolo. Ma il garzone reale gioì un benefizio anche più prezioso,
nell'amicizia di un savio che avea presieduto alla sua educazione, e che
sempre anteponeva l'onore all'interesse del suo pupillo, il suo
interesse alla sua inclinazione. In una disputa coi filosofi Greci ed
Indiani, Buzurg[487] avea una volta sostenuto che la più grave sventura
della vita è la vecchiezza scevra delle ricordanze della virtù; e ci
giova credere che lo stesso principio lo abbia mosso, per tre anni, a
dirigere i consiglj dell'Impero Persiano. Ricompensato fu il suo zelo
dalla gratitudine e docilità di Ormuz, il quale confessò di essere
maggiormente tenuto al precettore che al padre; ma quando l'età e la
fatica ebbero infiacchito le forze e forse le facoltà di questo prudente
consigliere, egli si ritirò dalla Corte, ed abbandonò il giovine monarca
alla proprie passioni ed a quelle de' suoi favoriti. Pel fatale
avvicendamento delle cose umane, si rinnovarono in Ctesifonte le
medesime scene che si erano vedute in Roma alla morte di Marco Antonino.
I ministri della piacenteria e della corruzione, ch'erano stati banditi
dal padre, vennero richiamati ed accarezzati dal figlio; la disgrazia e
l'esilio degli amici di Nushirvan stabilì la tirannia di costoro; e la
virtù, a grado a grado, si dipartì dal cuore di Ormuz, dalla reggia di
lui, e dal governo del suoi Stati. I fedeli agenti, occhi ed orecchie
del Re, lo ragguagliarono del crescente disordine, lo avvertirono che i
governatori provinciali piombavano sulla preda loro colla ferocità de'
leoni e delle aquile, e che la rapina e l'ingiustizia loro trarrebbero i
più fedeli de' suoi sudditi ad abborrire il nome e l'autorità del loro
Sovrano. Punita colla morte fu la sincerità di questo consiglio;
s'ebbero in non cale le mormorazioni delle città; se ne acchetarono con
esecuzioni militari i tumulti; furono aboliti i poteri intermediarj tra
il trono ed il Popolo; e la fanciullesca vanità di Ormuz, che affettava
l'uso giornaliero della tiara, lo spinse a dichiarar ch'egli solo era il
giudice, come solo era il padrone del regno. In ogni detto ed atto il
figlio di Nushirvan degenerò dalle virtù del genitore. La sua avarizia
fraudò le truppe de' loro stipendj; i gelosi suoi capricci avvilirono i
Satrapi: il palazzo, i tribunali, i flutti del Tigri furono macchiati
del sangue dell'innocente, ed il tiranno esultò ne' tormenti e ne'
supplizj di tredicimila vittime. Per discolparsi della sua crudeltà,
egli talvolta degnavasi di osservare che i timori de' Persiani
partorivano il loro odio e che l'odio loro potea terminare in
ribellione; ma egli scordavasi che i suoi misfatti e la sua stoltezza
avevano ispirato i sentimenti ch'egli deplorava, e preparavano
l'avvenimento che così giustamente paventava. Esacerbate da una lunga e
disperata oppressione le province di Babilonia, di Susa e di Carmania,
innalzarono il vessillo della ribellione; ed i Principi dell'Arabia,
della Scizia e dell'India ricusarono di pagare il consueto tributo
all'indegno successore di Nushirvan. Le armi de' Romani, con lenti
assedj e frequenti incursioni, affliggevano le frontiere della
Mesopotamia e dell'Assiria; uno de' loro Generali dichiarò di voler
imitare Scipione, ed i soldati furono inanimiti da una miracolosa
immagine di Cristo, la cui mite effigie non dovrebbe mai farsi segnacolo
da spiegare in battaglia[488]. Al tempo stesso, le province orientali
della Persia furono invase dal Gran Cane, il quale passò l'Oxo alla
testa di tre o quattro centomila Turchi. L'imprudente Ormuz accettò il
perfido e formidabile loro soccorso; egli ordinò alle città del Korasan
e della Battriana di aprir le porte a quei Barbari; la marcia loro verso
i monti dell'Ircania svelò la corrispondenza tra le armi Turchesche e le
Romane; e la congiunzione loro avrebbe mandato sossopra il trono de'
Sassanidi.

La Persia era stata tratta a rovina da un Re; essa fu salvata da un
eroe. Dopo la sua rivolta, Varane o Bahram potè ben essere tacciato di
schiavo sconoscente dal figlio di Ormuz, senza che questo rimprovero
provi altra cosa che l'orgoglio di un despota, perocchè Bahram
discendeva dagli antichi Principi di Rei[489], una delle sette famiglie
che per le splendide e proficue lor prerogative erano poste in cima
della nobiltà Persiana[490]. Nell'assedio di Dara, il valore di Bahram
s'era segnalato sotto gli occhi di Nushirvan, e sì il padre che il
figlio successivamente lo promossero al comando degli eserciti, al
governo della Media, ed alla sovrantendenza della Reggia. La predizione
popolare che lo indicava come il liberator della Persia, poteva essere
inspirata dalle sue passate vittorie, e dalla sua straordinaria figura:
l'epiteto di _Giubin_ che gli era applicato, significa la qualità di
_legno secco_; egli aveva la forza e la statura di un gigante, e la
fiera sua sembianza veniva fantasticamente paragonata a quella di un
gatto selvaggio. Mentre la nazione tremava, mentre Ormuz velava i suoi
terrori sotto il nome di sospetti, ed i suoi servi nascondevano la loro
slealtà colla maschera del timore, il solo Bahram facea prova
dell'imperterrito suo coraggio e di apparente fedeltà: e trovando che
non più di dodicimila soldati volevano seguirlo contro il nemico,
accortamente dichiarò che a questo numero fatale il cielo avea destinato
gli onori della vittoria. La scoscesa ed angusta discesa dal Pule
Rudbar[491], ossia balzo Ircanio, è il solo passo per cui un esercito
possa penetrare nel territorio di Rei e nelle pianure della Media. Una
mano d'uomini risoluti, posta sulle dominanti alture, poteva con sassi e
dardi schiacciare le miriadi dell'oste Turchesca: il loro Imperatore ed
il suo figlio furono trafitti da frecce: ed i fuggiaschi rimasero
abbandonati, senza consiglio o viveri, in preda alla vendetta di un
popolo offeso. Il patriottismo del Generale persiano era spronato
dall'amore ch'egli portava alla città de' suoi antenati; nell'ora della
vittoria ogni contadino divenne un soldato, ed ogni soldato un eroe: ed
il loro ardore venne infiammato dal sontuoso spettacolo di talami e di
troni e di tavole di oro massiccio, spoglio dell'Asia, e lusso del campo
nemico. Un Principe di indole meno maligna non avrebbe facilmente
dimenticato il benefattore; e l'odio secreto di Ormuz fu invelenito dal
malizioso rapporto che Bahram avesse ritenuto per sè i più preziosi
frutti della vittoria riportata sui Turchi. Ma l'approssimarsi di un
esercito Romano dal lato dell'Arasse, costrinse l'implacabil tiranno a
sorridere e ad applaudire; e i travagli di Bahram ebbero per mercede la
permissione di andar incontro ad un nuovo nemico, dalla sua perizia e
disciplina fatto più formidabile di una moltitudine Scita. Altero pel
recente trionfo, egli spedì un araldo a portare un'audace disfida al
campo de' Romani, chiedendo che stabilissero il giorno della battaglia,
e scegliessero se volevano passare essi il fiume, ovvero concedere un
libero passo all'esercito del Gran Re. Il luogotenente dell'Imperatore
Maurizio preferì l'alternativa più sicura, e questa circostanza locale,
che avrebbe dato più lustro alla vittoria de' Persiani, ne rendè più
sanguinosa la rotta, e più difficile lo scampo. Ma la perdita de' suoi
sudditi ed i pericoli del suo Regno si equilibrarono nella mente di
Ormuz collo scorno del suo personale nemico; ed appena Bahram ebbe di
nuovo raccolto e passato in rassegna le sue forze che ricevette da un
messaggiero del Re l'oltraggioso dono di una rocca, di un filatoio, e di
un compiuto abbigliamento da donna. Piegandosi alla volontà del Sovrano,
egli comparve dinanzi ai soldati in quest'indegno apparecchio; essi
risentirono l'ignominia di lui e la propria; un grido di ribellione
levossi traverso le file, ed il Generale accettò il loro giuramento di
fedeltà, ed i voti della vendetta. Un secondo messaggiero, che avea
l'ordine di condur seco il ribelle in catene, fu schiacciato sotto i
piedi di un elefante e si fecero premurosamente girar attorno bandi,
ch'esortavano i Persiani a ricovrare la lor libertà, conculcata da
odioso e dispregevol tiranno. Rapido ed universale fu l'abbandono: gli
schiavi fedeli al Re caddero immolati dal pubblico furore; le truppe,
disertando, si raccolsero sotto i vessilli di Bahram; e le province per
la seconda volta salutarono in lui il liberatore della patria. Siccome i
passi erano fedelmente guardati, Ormuz non potea noverare i suoi nemici
altrimenti che con la testimonianza di una coscienza colpevole, e la
giornaliera diserzione di quelli i quali, nell'ora del suo infortunio,
vendicavano i lor torti o dimenticavano gli obblighi loro. Superbamente
spiegare ei volle le insegne della dignità reale; ma la città e la
reggia di Modain s'erano già sottratte al poter del tiranno. Tra le
vittime della sua crudeltà vi avea Bindoe, principe Sassanide, ch'era
stato cacciato in una segreta; si ruppero i suoi ceppi dallo zelo e dal
coraggio di un suo fratello, ed egli comparve dinanzi al Re alla testa
di quelle guardie fedeli ch'erano state scelte per ministri della sua
carcerazione e forse della sua morte. Atterrito da tal inaspettata vista
e dai fieri rimproveri del prigioniere, Ormuz cercò indarno attorno a sè
chi gli desse aiuto o consiglio: egli conobbe che la sua forza
consisteva nella obbedienza altrui, e rassegnatamente cedette al solo
braccio di Bindoe, il quale dal trono lo trasse a quella stessa carcere
in cui egli era stato sin allora rinchiuso. Allo scoppiare del primo
tumulto, Cosroe, primogenito di Ormuz, fuggì di città; Bindoe con
pressante ed amichevole invito lo persuase a tornarvi, e gli promise di
riporlo sul trono del padre, confidando egli di regnare sotto il nome di
un giovinetto inesperto. Giustamente persuaso che i suoi complici non
potevano perdonare nè sperare perdono, e che ogni Persiano essendo il
nemico, poteva essere il giudice del suo tiranno, Bindoe instituì un
pubblico giudizio di cui negli annali dell'Oriente non trovasi esempio
nè prima nè dopo. Il figlio di Nushirvan che area chiesto di difendersi
da se stesso, fu introdotto come un reo nella piena assemblea de' Nobili
e dei Satrapi[492]. Egli fu ascoltato con decente attenzione per tutto
il tempo che aggirossi intorno ai vantaggi dell'ordine e della
obbedienza, al pericolo dei mutamenti ed all'inevitabil discordia di
coloro che si sono animati l'un l'altro a conculcare il legittimo ed
ereditario lor Sovrano. Volgendosi poscia con patetico stile all'umanità
loro, egli destò quella pietà che di rado vien ricusata alla caduta
fortuna di un Re, e nel mirare l'abbietta positura e lo squallido
aspetto del prigioniero, le sue lagrime, le sue catene e le impronte
degli ignominiosi colpi, era impossibile ch'essi obbliassero come di
recente avevano adorato il divino splendore della sua porpora e del suo
diadema. Ma un cruccioso mormorio si levò nell'assemblea, tosto che egli
presunse di giustificare la sua condotta, e di vantare le vittorie del
suo regno. Egli definì i doveri di un Re, ed i nobili Persiani lo
ascoltarono con un sorriso di spregio: infiammati essi furono di sdegno,
quando ardì di avvilire il carattere di Cosroe; e coll'indiscreta
offerta di rimettere lo scettro al secondo de' suoi figliuoli, egli
sottoscrisse la propria condanna, e sacrificò la vita dell'innocente suo
favorito. Si esposero ai pubblici sguardi i laceri cadaveri del
fanciullo e della sua madre; si traforarono gli occhi ad Ormuz con un
ago infuocato, ed il punimento del padre fu seguìto dal coronamento del
suo figlio maggiore. Cosroe era salito al trono senza delitto, e la sua
pietà cercò di alleviar la miseria dell'abdicato monarca; egli trasse
Ormuz di prigione, lo pose in un appartamento della reggia, liberamente
il provvide di tutti i sensuali conforti, e pazientemente sostenne i
furiosi impeti del suo dispetto e della sua disperazione. Dispregiare ei
poteva lo sdegno di un cieco ed odiato tiranno; ma vacillante era sul
suo capo la tiara, sinchè non avesse sovvertito il potere od acquistata
l'amicizia del gran Bahram, il quale fieramente impugnava la giustizia
di una rivoluzione in cui egli stesso ed i suoi soldati, veri
rappresentanti della Persia, non erano stati consultati. All'offerta di
un'amnistia generale e del secondo posto nel regno, fatta da Cosroe,
rispose Bahram con una lettera in cui si denominava l'amico degli Dei,
il conquistatore degli Uomini, ed il nemico dei Tiranni, il Satrapo dei
Satrapi, il Generale degli eserciti Persiani ed un Principe ornato del
titolo di undici virtù[493]. Egli comanda a Cosroe figlio di Ormuz di
fuggire l'esempio e il destino del padre, di ricacciare in prigione i
traditori usciti dalle catene, di deporre in qualche sacro luogo il
diadema da lui usurpato, e di accettare dal grazioso suo benefattore il
perdono de' suoi falli ed il governo di una provincia. Il ribelle poteva
non essere superbo, ed il Re certissimamente non falliva per umiltà; ma
il primo era consapevole della sua forza, ed il secondo non sentiva che
la sua debolezza, ed altresì il modesto linguaggio della risposta del Re
lasciava tuttavia aperto il campo alle pratiche ed all'accordo. Cosroe
condusse in campo gli schiavi della reggia e la plebe della Capitale;
con terrore essi mirarono i vessilli di un esercito veterano; circondati
e sorpresi essi furono dalle evoluzioni del Generale, ed i Satrapi che
aveano deposto Ormuz, ricevettero la punizione della loro rivolta, od
espiarono il loro tradimento con un secondo e più colpevole atto di
slealtà. In salvo fu la vita e la libertà di Cosroe: ma ridotto ei
trovossi alla necessità d'implorare ajuto e rifugio in paese straniero,
e l'implacabil Bindoe, ansioso di assicurarsi un titolo ineluttabile,
precipitosamente ritornò alla reggia, e colla corda di un arco pose fine
ai miseri giorni del figlio di Nushirvan[494].

[A. D. 590]

Nell'atto di apprestarsi alla ritirata, Cosroe pose in deliberazione
cogli amici che gli rimanevano[495], se dovesse tenersi occulto ed in
agguato dentro le valli del Monte Caucaso, o ripararsi alle tende dei
Turchi, ovvero cercare la protezione dell'Imperatore. La lunga
emulazione de' successori di Artaserse e di Costantino accresceva la sua
ripugnanza a comparir come supplice in una Corte rivale, ma egli pesò le
forze dei Romani e giudiziosamente considerò che la vicinanza della
Siria renderebbe più agevole la sua fuga, e più efficaci i loro
soccorsi. Non accompagnato che dalle sue concubine, e da un drappello di
trenta guardie, secretamente egli partì dalla capitale, seguì le rive
dell'Eufrate, varcò il deserto, e fece alto in distanza di dieci miglia
da Circesio. Intorno alla terza veglia della notte il Prefetto Romano fu
ragguagliato del suo avvicinarsi, ed egli ammise il regale straniero
dentro della Fortezza allo schiarire del giorno. Di quinci il re di
Persia fu condotto alla più nobile residenza di Gerapoli, e Maurizio
dissimulò il suo orgoglio, e fece mostra di bontà al ricevere le lettere
e gli ambasciatori del nipote di Nushirvan. Questi umilmente
rappresentarono le vicende della fortuna ed il comune interesse de'
Principi, esagerarono l'ingratitudine di Bahram, agente del Principio
cattivo, si adoperarono con argomenti speciosi a mostrare che lo stesso
interesse dei Romani volea che si sostenessero le due monarchie, le
quali contrappesavano il mondo, i due luminari, dal cui salutare
influsso esso era vivificato ed adorno. L'inquietudine di Cosroe fu ben
tosto confortata dal sentire che l'Imperatore avea sposato la causa
della giustizia e della dignità regale: ma avvedutamente Maurizio scansò
la spesa e la dilazione dell'inutile andata di Cosroe a Costantinopoli.
Il generoso benefattore fece presentare al Principe fuggitivo un ricco
diadema con un inestimabil dono di gemme e d'oro. Si raccolse un
poderoso esercito sulle frontiere della Siria e dell'Armenia, sotto il
comando del valoroso e fedele Narsete[496], ed a questo Generale, della
nazione di Cosroe e di sua scelta, fu dato l'ordine di passare il Tigri,
e di non mai riporre la spada nel fodero, finchè ristabilito non avesse
il legittimo Re sul trono del suoi antenati. L'impresa, benchè
splendida, era meno ardua di quel che apparisse. La Persia era già
pentita della fatale sua temerità, che aveva abbandonato l'erede della
casa di Sassan in preda all'ambizione di un suddito ribelle; e l'ardito
rifiuto fatto, da' Magi di consacrarne la usurpazione, costrinse Bahram
a pigliarsi lo scettro, senza riguardo alle leggi ed ai pregiudizj della
nazione. La reggia fu bentosto agitata dalle congiure, e la città da'
tumulti; arse nelle province la fiamma della sollevazione; ed il crudele
supplizio dei colpevoli e dei sospetti, servì ad irritare anzi che a
soffocare il pubblico disgusto. Non sì tosto il nipote di Nushirvan ebbe
spiegate le sue e le romane bandiere di là dal Tigri, che di giorno in
giorno egli si vide raggiunto dalla crescente folla della nobiltà e del
popolo; ed a misura che inoltravasi, riceveva da ogni canto la gradita
offerta delle chiavi delle città e delle teste de' suoi nemici. Appena
Modain fu libera dalla presenza dell'usurpatore, i leali cittadini
obbedirono alla prima intimazione che lor fece Mebode alla testa di non
più di dugento cavalli, e Cosroe accettò i sacri e preziosi ornamenti
della reggia, come pegni della lor fede, e presagj del vicino successo
felice. Operata che fu la congiunzione delle truppe Imperiali, che
Bahram vanamente si sforzò d'impedire, fu decisa la gran contesa in due
battaglie sulle rive del Zab, e su i confini della Media. I Romani,
uniti ai Persiani fedeli al lor Re, montavano a sessantamila, mentre
tutta la forza dell'usurpatore non passava quarantamila soldati; i due
Generali fecero chiara prova di abilità e di valore; ma la vittoria
finalmente fu determinata dalla prevalenza del numero e della
disciplina. Cogli avanzi di un'armata in rotta, Bahram fuggì verso le
province Orientali dell'Oxo: la nimistà della Persia lo riconciliò coi
Turchi; ma accorciati furono dal veleno i suoi giorni, dal più
incurabile forse di tutti i veleni, la puntura del rimorso e della
disperazione, e la più amara rimembranza della gloria perduta. Non
pertanto i moderni Persiani tuttora rammemorano le imprese di Bahram, ed
alcune leggi eccellenti hanno prolungato la durata del turbolento e
transitorio suo regno.

[A. D. 591-603]

La restaurazione di Cosroe fu celebrata con feste e con supplizj; e la
musica del banchetto regale spesse volte venne perturbata da gemiti de'
rei che spiravano fra i tormenti o spasimavano mutilati. Un perdono
generale avrebbe recato il conforto e la tranquillità ad un paese ch'era
stato messo sossopra dall'ultima rivoluzione; tuttavia prima di
biasimare la sanguinaria indole di Cosroe, converrebbe sapere se i
Persiani non s'erano avvezzati all'alternativa di temere il rigore; o di
sprezzare la debolezza del loro sovrano. La rivolta di Bahram e la
cospirazione de' Satrapi furono egualmente punite dalla vendetta o dalla
giustizia del conquistatore; i meriti di Bindoe stesso non poterono
purificar la sua mano dal sangue reale versato, ed il figlio di Ormuz
era desideroso di mostrare la sua propria innocenza, e di vendicare la
santità dei Re. Durante il vigore della potenza Romana, le armi e
l'autorità de' primi Cesari avevano stabilito più di un Principe sul
trono di Persia. Ma i nuovi lor sudditi erano ben presto disgustati de'
vizi o delle virtù che quelli avevano attinto in una terra straniera;
l'instabilità del loro dominio diede origine a quell'osservazione
volgare che la scelta di Roma era invocata e rigettata con eguale ardore
dalla capricciosa leggerezza degli schiavi Orientali[497]. Ma splendida
fu la gloria di Maurizio nel lungo e fortunato regno del suo figlio ed
alleato. Una schiera di mille Romani, che continuò a fare la guardia
alla persona di Cosroe, manifestò la sicurezza da lui posta nella
fedeltà degli stranieri. L'accrescimento delle sue forze gli permise di
licenziare quest'ajuto poco gradito al popolo, ma tenace egli mostrossi
nel professare la stessa gratitudine e reverenza all'adottivo suo padre;
e sino alla morte di Maurizio, la pace e l'alleanza fra i due Imperj
fedelmente fu mantenuta. Non di meno la venale amicizia del Principe
romano s'era mercata con doni importanti e preziosi. Il Re di Persia
restituì le due forti città di Martiropoli e Dara, ed i Persarmeni
divennero con piacere i sudditi di un Imperio, i cui limiti orientali si
stendevano, oltre l'esempio de' tempi antichi, sino alle rive
dell'Arasse ed alle addiacenze del Mar Caspio. Si allettava una pia
speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella
rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi
cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza
de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o
parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di
fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria
conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa
venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le
sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento
l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i
prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana
zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o
Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora
famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo
nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di
Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non
sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu
tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona,
ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501].

[A. D. 570-600]

Nel tempo che la maestà del nome Romano tornava a scintillar
nell'Oriente, il prospetto dell'Europa compariva meno piacevole e meno
glorioso. La partenza de' Lombardi e la rovina de' Gepidi aveano
distrutto l'equilibrio del potere sul Danubio; e gli Avari stendevano il
permanente loro dominio dal piè delle Alpi sino alla spiaggia
dell'Eussino. Il regno di Bajano è la più luminosa epoca della monarchia
loro. Il loro Cacano, il quale occupava il rustico palazzo di
Attila[502], pare che ne imitasse il carattere e la politica; ma siccome
le stesse scene si ripeterono in un circolo più angusto, così un minuto
ritratta della copia sarebbe scevro della grandezza e della novità
dell'originale. L'orgoglio del secondo Giustino, di Tiberio, di
Maurizio, fu raumiliato da un Barbaro altero, più pronto ad apportare
che esposto a sopportare i guasti della guerra; ed ogni volta che le
armi de' Persiani minacciavano l'Asia, oppressa era l'Europa dalle
pericolose incursioni o dalla dispendiosa amicizia degli Avari. Quando
gli Ambasciatori romani si avvicinavano alla presenza del Cacano, veniva
loro intimato di star aspettando alla porta della sua tenda, insino a
che, forse dieci o dodici giorni dopo, egli si degnasse di riceverli. Se
la sostanza e lo stile della loro ambasciata offendeva il suo orecchio,
egli vilipendeva, con reale od affettato furore, la dignità loro e
quella del loro Principe; saccheggiato n'era il bagaglio, nè salvavano
essi la vita che col prometter più ricchi regali ed un più rispettoso
messaggio. Ma i suoi sacri ambasciatori godevano ed abusavano, nel mezzo
di Costantinopoli, di un'illimitata licenza; essi pressavano, con
importuni clamori, l'accrescimento del tributo, e la restituzione dei
prigionieri e disertori; e la maestà dell'Impero era quasi avvilita
egualmente da una bassa compiacenza, o dalle false e timide scuse con
che si eludevano quelle insolenti richieste. Il Cacano non avea mai
veduto un elefante; e la sua curiosità fu punta dallo strano e forse
favoloso ritratto di questo maraviglioso animale. Ad un suo cenno, uno
de' più grandi elefanti delle stalle Imperiali fu guernito di magnifici
arredi, e condotto con numeroso treno sino al villaggio reale nelle
pianure dell'Ungheria. Egli contemplò con sorpresa, con disgusto e forse
con terrore quell'enorme bestione; e rise della vana industria de'
Romani, che per rintracciare tali inutili vanità correvano a' confini
della terra e del mare. Gli venne vaghezza, a spese dell'Imperatore, di
dormire in un letto d'oro. I tesori di Costantinopoli ed i rari talenti
degli artefici di quella capitale immediatamente furono posti in opera
ad appagare il capriccio del Barbaro, ma quando il lavoro fu terminato,
egli rigettò con dispetto un presente cotanto indegno della maestà di un
gran Re[503]. Tali erano gli accidentali trasporti dell'orgoglio del
Cacano: ma la sua avarizia era una passione più ostinata e più
trattabile. Gli si mandava, con esattezza, considerabile quantità di
stoffe seriche, di addobbi e di vasellame ben lavorato, doni che
introducevano i rudimenti delle arti e del lusso sotto le tende degli
Sciti. Eccitato era il loro appetito dal pepe e dalla cannella
dell'India[504]: il sussidio ossia tributo annuo fu innalzato da ottanta
a cento ventimila monete d'oro; ed ogni volta che le ostilità ne
interrompevano il corso, il pagamento de' residui con un esorbitante
interesse era sempre la prima condizione del nuovo accordo. Usando il
parlare di un Barbaro senz'artifizio, il Principe degli Avari affettava
di lagnarsi della poca sincerità de' Greci[505], mentre non cedeva egli
stesso alle più incivilite nazioni ne' raffinamenti della dissimulazione
e della perfidia. Come successore de' Lombardi, il Cacano pretendeva al
possesso dell'importante città di Sirmio, antico baluardo delle province
Illiriche[506]. Le pianure dell'Ungheria inferiore si coprirono di
cavalli Avari e si costrinse nella selva Ercinia un gran numero di
grosse barche per discendere il Danubio e trasportar nella Sava i
materiali di un ponte. Ma il forte presidio di Singiduno, che dominava
il confluente de' due fiumi, poteva impedire il passaggio, e mandar a
vuoto i disegni del Cacano. Egli sgombrò i timori della guernigione
solennemente giurando, che le sue mire non erano ostili all'Impero. Egli
giurò per la sua spada simbolo del Nume della guerra, di non fabbricare
un ponte sulla Sava, in qualità di nemico di Roma. «Se io rompo il mio
giuramento», proseguì l'intrepido Bajano, «possa io stesso e l'ultimo
della mia nazione perire di spada! possano il firmamento ed il fuoco,
divinità de' cieli cadere sul nostro capo! possano i boschi ed i monti
seppellirci sotto le loro rovine! e possa la Sava, retrocedendo contro
lei leggi della natura, alla sua fonte, sommergerci nelle sdegnate sue
acque!» Dopo questa barbarica imprecazione, egli tranquillamente chiese
qual giuramento fosse più sacro e più venerabile tra i Cristiani, e qual
delitto di spergiuro tornasse più funesto. Il Vescovo di Singiduno gli
presentò il Vangelo, ed il Barbaro con devoto ossequio lo prese. «Io
giuro» diss'egli, «per lo Dio che in questo sacro libro ha parlato, che
io non ho falsità sulla mia lingua, nè tradimento dentro il mio cuore».
Indi si levò di ginocchio, affrettò il lavoro del ponte, e spedì un
ministro a far sapere ciò che ormai più non gl'importava di tener
occulto. «Ragguagliate l'Imperatore» disse il perfido Bajano, «che
Sirmio da ogni banda è cinto d'assedio. Consigliate la sua prudenza a
trarne fuori gli abitanti colle robe loro, ed a porre nelle mie mani una
città ch'egli non può soccorrere nè difender più oltre». Benchè senza
speranza di ajuto, Sirmio si difese più di tre anni: intatte ancor ne
restavan le mura, ma la fame era chiusa dentro il loro recinto.
Finalmente una mite capitolazione porse lo scampo agl'ignudi e famelici
suoi cittadini. Singiduno, distante cinquanta miglia da Sirmio,
soggiacque ad un più crudele destino; rase ne furon le case ed il vinto
popolo fu condannato alla schiavitù ed all'esilio. Eppure le rovine di
Sirmio più non si ravvisano, mentre la vantaggiosa posizione di
Singiduno vi attirò prestamente una nuova colonia di Schiavoni, ed il
confluente della Sava e del Danubio anche presentemente è tenuto a freno
dalle fortificazioni di Belgrado, ossia la Città Bianca, sì spesso e sì
ostinatamente contrastata dalle armi Cristiane e dalle Turche[507]. Da
Belgrado alle mura di Costantinopoli può misurarsi una linea di seicento
miglia: segnata fu questa linea cogl'incendj e col sangue: i cavalli
degli Avari si bagnavano alternamente nell'Eussino e nell'Adriatico; ed
il Pontefice Romano, sbigottito dall'avvicinarsi di un più selvaggio
nemico[508], fu ridotto ad accarezzare i Lombardi come i protettori
dell'Italia. La disperazione di un prigioniere che la sua patria
ricusava di riscattare, rivelò agli Avari l'invenzione e l'uso delle
macchine militari[509]; ma ne' primi tentativi essi rozzamente le
fabbricarono e goffamente le maneggiarono, e la resistenza di
Dioclezianopoli e Berea, di Filippopoli ed Adrianopoli, ben presto pose
a termine la perizia e la pazienza degli assedianti. Baiano si diportava
da Tartaro; ma il suo animo non era chiuso ai sensi generosi ed umani.
Egli risparmiò Anchialo, le cui salubri acque aveano ridonato il vigore
alla prediletta delle sue mogli; ed i Romani confessarono che il loro
esercito, cadente dalla fame, fu alimentato e lasciato partire dalla
liberalità di un nemico. Stendevasi l'Impero di Baiano sopra l'Ungheria,
la Polonia e la Prussia, dalle foci del Danubio a quelle dell'Oder[510],
e la gelosa politica del conquistatore divideva e trapiantava i nuovi
suoi sudditi[511]. Le regioni Occidentali della Germania, ch'erano
rimaste vuote d'abitatori per la emigrazione de' Vandali, furono
riempiute di colonie schiavone. Si discoprono le medesime tribù nelle
vicinanze dell'Adriatico ed in quelle del Baltico, e col nome di Baiano
stesso si trovano tuttora nel cuor della Slesia le città Illiriche di
Neyss e di Lissa. Nella disposizione delle sue truppe e delle sue
province[512], il Cacano esponeva i vassalli, di cui non curava la vita,
al furore del primo assalto, ed il nemico vedea fatto ottuso il suo
brando, prima che affrontasse il natio valore degli Avari.

[A. D. 595-602]

L'alleanza colla Persia restituì le truppe dell'Oriente alla difesa
dell'Europa, e Maurizio che per dieci anni avea sopportato l'insolenza
del Cacano, dichiarò la risoluzione, in cui era, di muovere in persona
contro de' Barbari. Per lo spazio di due secoli, niuno de' successori di
Teodosio s'era fatto vedere nel campo; le vite loro scioperatamente
trascorrevano nel palazzo di Costantinopoli, ed i Greci più non sapevano
che il nome d'_Imperatore_, nel primitivo suo senso, significava il Capo
degli eserciti della Repubblica. L'ardor marziale di Maurizio fu
raffrenato dalla grave adulazione del Senato, dalla timida superstizione
del Patriarca, e dalle lagrime dell'Imperatrice Costantina; essi lo
scongiurarono tutti di commettere ad un qualche minor Generale le
fatiche ed i pericoli di una campagna Scitica: sordo agli avvisi ed ai
preghi loro, l'Imperatore animosamente avanzossi in distanza di sette
miglia[513] dalla capitale; la sacra insegna della Croce sventolò sulla
fronte dell'esercito, e Maurizio passò a rassegna, con sentito orgoglio,
le armi e le numerose fila di que' veterani che avevano combattuto e
vinto di là dal Tigri. Anchialo fu l'ultimo termine delle sue mosse per
terra e per mare; egli invocò senza buon successo una miracolosa
risposta alle sue preghiere notturne; turbato fu il suo animo dalla
morte di un cavallo che amava, dall'incontro di un cignale, da una
bufera di vento e di pioggia, e dalla nascita di un bambino mostruoso;
ed egli si scordò che il migliore di tutti gli auspicj è l'atto di
snudare la spada in difesa della patria. Col pretesto di accogliere gli
ambasciatori Persiani[514], l'Imperatore tornossene a Costantinopoli,
scambiò i pensieri di guerra in pensieri di devozione, e deluse la
pubblica aspettativa colla sua assenza e colla scelta de' suoi
Luogotenenti. La cieca parzialità dell'amor fraterno può scusarlo di
aver posto a comandante il suo germano Pietro, il quale, con egual
vitupero, fuggì innanzi ai Barbari, innanzi a' suoi propri soldati, ed
innanzi agli abitanti di una città Romana. Questa città, se dobbiamo dar
fede alla somiglianza del nome e del valore, era l'antica Azimunto[515],
che sola avea respinto la tempesta di Attila. Propagossi l'esempio della
guerriera sua gioventù nelle generazioni seguenti; ed essi ottennero,
dal primo o dal secondo Giustino, il decoroso privilegio che al lor solo
valore fosse affidata la difesa della nativa loro città. Il fratello di
Maurizio tentò di violare questo privilegio, e di mescolare una schiera
di que' cittadini co' mercenari del suo campo. Si ritrassero essi in
chiesa, ma la santità del luogo non lo rattenne: sollevossi allora il
popolo in lor favore, chiuse venner le porte, cinte di armati le mura, e
la vigliaccheria di Pietro si mostrò pari alla sua arroganza ed
ingiustizia. La celebrità militare di Commenziolo[516] è l'argomento
della Satira e della Commedia più che della grave istoria, poichè
mancante egli era perfino della meschina e volgare qualità del personale
coraggio. I consigli da lui solennemente radunati, le strane sue
evoluzioni, ed i secreti suoi ordini, sempre gli porgevano un'apologia
per la fuga o per la dilazione. Se egli marciava contro il nemico, le
dilettose valli del monte Emo gli opponevano un'insuperabil barriera; ma
nel ritirarsi egli rintracciava con impavida curiosità, i più ardui ed
abbandonati passi ch'erano già usciti dalla memoria de' più vecchi del
paese. Il solo sangue che egli versasse, gli fu tratto in una reale o
finta malattia dalla lancetta di un chirurgo; e la sua salute che con
esquisita delicatezza sentiva l'avvicinarsi de' Barbari, uniformemente
si ristabiliva nel riposo e nella sicurezza della stagione invernale. Un
Principe ch'ebbe l'animo di esaltare e proteggere un favorito sì
indegno, non può ricavare alcuna gloria dal merito accidentale di
Prisco, cui dato gli avea per collega[517]. In cinque battaglie,
condotte, a quanto parve, con saviezza ed ardire, il Generale romano
fece prigionieri diciassettemiladugento Barbari, e ne spense quasi
sessantamila, fra' quali quattro figliuoli del Cacano. Egli sorprese un
pacifico distretto de' Gepidi, che dormivano sotto la protezione degli
Avari, ed innalzò gli ultimi suoi trofei sulle rive del Danubio e del
Tibisco. Dalla morte di Traiano in poi, le armi dell'Impero non si erano
mai più internate sì profondamente nella Dacia antica: contuttociò
passeggiere e sterili tornarono le vittorie di Prisco; nè molto andò che
fu richiamato, pel timore che Baiano con intrepido animo e rinovate
forze, non si accingesse a vendicare la sua disfatta sotto le mura di
Costantinopoli stessa[518].

La teorica della guerra non era più familiare ai campi di Cesare e di
Traiano[519], che a quelli di Giustiniano e di Maurizio. Il ferro della
Toscana e del Ponto riceveva una tempera più fina dalla industria degli
artefici di Bisanzio. I magazzini erano abbondevolmente forniti di ogni
maniera di armi da offesa o difesa. Nella costruzione e nell'uso delle
navi, delle macchine e delle fortificazioni, i Barbari ammiravano il
superiore ingegno di un popolo che così spesso essi rompevano in campo.
La scienza della tattica, l'ordine, le evoluzioni, gli stratagemmi
dell'antichità, ogni cosa era scritta e studiata ne' libri de' Greci e
de' Romani. Ma la solitudine o la degenerazione delle province più non
poteva somministrare una razza d'uomini atti a brandir quelle armi, a
guardar quelle mura, a guernir quelle navi, ed a ridurre la teorica
della guerra in una pratica animosa e fortunata. Il genio di Belisario e
di Narsete s'era formato senza un maestro; esso si spense senza lasciare
un allievo. L'onore e l'amor di patria, od una generosa superstizione
più non potevano rinvigorire gli esanimi corpi degli schiavi e degli
stranieri, succeduti agli onori delle legioni. Egli era nel solo campo,
che l'Imperatore avrebbe dovuto esercitare un comando dispotico; ed era
nel solo campo che la sua autorità veniva disobbedita e vilipesa. Egli
sedava ed accendeva coll'oro la licenza delle sue truppe; ma inerenti ad
esse i vizi, accidentali erano le loro vittorie, e il dispendioso lor
mantenimento struggeva le sostanze di uno Stato che non erano atte a
difendere. Dopo una lunga e perniciosa indulgenza, Maurizio apprestossi
a curare questo inveterato male: ma il temerario tentativo, che trasse
la perdizione sopra il suo capo, ad altro non servì che ad aggravare il
disordine. Un riformatore non dee soggiacere ad alcun sospetto
d'interesse, e convien che possegga la confidenza e la stima di coloro
che vuoi riformare. Le truppe di Maurizio avrebbero forse ascoltato la
voce di un condottier vittorioso; ma dispregiarono le ammonizioni degli
statisti e de' sofisti, e quando ricevettero un editto che sottraeva
dalla lor paga il prezzo delle armi e delle vesti loro, essi esecrarono
l'avarizia di un Principe che non tenea conto alcuno de' pericoli e dei
travagli a' quali ei s'era sottratto. I campi sì d'Asia che d'Europa,
agitati furono da sedizioni frequenti e furiose[520]; gli sdegnosi
soldati di Edessa perseguirono, con rampogne, minacce e ferite, i
tremanti lor Generali: essi rovesciarono le statue dell'Imperatore,
scagliaron sassi contro l'immagine miracolosa di Cristo, ed o scossero
il giogo di tutte le leggi civili e militari, ovvero instituirono e
stabilirono un pericoloso modello di subordinazione volontaria. Il
Monarca, sempre distante e spesso ingannato, era incapace di cedere o di
resistere, secondo che il bisogno del momento il chiedeva. Ma il timore
di un generale sollevamento troppo facilmente lo indusse ad accettare
qualche atto di valore o qualche espressione di fedeltà, come una
espiazione dell'offesa comune. Abolita fu la nuova riforma colla stessa
fretta con cui s'era promulgata, e le truppe, in vece di punizione e di
freni, ricevettero con dolce sorpresa, un grazioso bando di perdono e di
ricompense. Ma i soldati accettarono senza gratitudine i tardi ed
involontari doni dell'Imperatore; crebbe l'insolenza loro nello scorgere
la debolezza di lui; e la propria lor forza e lo scambievole odio loro
infiammossi in modo di non lasciare nè il desiderio del perdono nè la
speranza della riconciliazione. Gli storici di quei tempi abbracciano il
volgare sospetto, che Maurizio cospirasse a distruggere le truppe
ch'egli s'era adoperato a riformare; la cattiva condotta ed il favore di
Commenziolo vengono imputati a questo malevolo divisamento; ed ogni
secolo dee condannare l'inumanità o l'avarizia[521] di un Principe, il
quale col meschino riscatto di seimila monete d'oro, poteva impedire la
strage di dodicimila prigionieri che il Cacano teneva in sue mani. Nel
giusto bollor dello sdegno, egli spedì ordine all'esercito del Danubio
che risparmiasse i magazzini delle province, e stabilisse quartieri
d'inverno nel paese nemico degli Avari. La misura delle doglianze de'
soldati era colma: essi pronunziarono che Maurizio era indegno di
regnare, cacciaron via o trucidarono i suoi fidi aderenti, e, sotto il
comando di Foca, semplice Centurione, con frettolose marce tornarono nei
contorni di Costantinopoli. Dopo una lunga serie di successioni
legittime al trono, si rinnovarono i disordini militari del terzo
secolo; tale era però la novità dell'impresa, che i sollevati si
sbigottirono della propria loro temerità. Essi esitarono nell'investire
della vacante porpora il lor favorito, e mentre rigettavano ogni accordo
con Maurizio, tenevano un'amichevole corrispondenza col suo figlio
Teodosio e con Germano, suocero del giovine reale. Così oscura era stata
la condizione anteriore di Foca, che l'Imperatore ignorava il nome ed il
carattere del suo rivale; ma come egli riseppe che il Centurione,
tuttochè audace nel sollevamento, mostravasi timido in faccia al
pericolo. «Ahimè!» prese a sclamare fuor di speranza, «se egli è un
codardo, certamente sarà un assassino».

Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino
avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a
poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno
dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con
insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza,
l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle
_fazioni_, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro
Tribuni una lista di novecento _Azzurri_ e di mille cinquecento _Verdi_,
ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il
proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e
ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici
de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una
contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di
Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre
a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu
aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette
a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco
fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di
Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e
foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito
dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto
dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli
temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si
riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le
guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle
fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato
Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una
barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza
del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523]
presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la
gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di
fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la
superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli
aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica
preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati
piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio,
le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il
favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti,
e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al
palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la
maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di
cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la
risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il
Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il
Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il
fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo
giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il
solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi
destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo
donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè,
dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di
preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in
favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il
grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli
Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i
ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal
santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente
posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni
colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad
esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj
sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il
rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai
soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo
figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica
scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo
regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque
suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli
agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero
indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata
sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si
sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che
il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di
Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli
ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e
colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca,
il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province
dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua
moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e
del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di
Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come
Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con
che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil
macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe
potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la
necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del
popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza
abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel
pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi
nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un
lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno
temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di
una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed
alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che
nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha
delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua
persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi,
il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una
formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le
armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di
darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano
od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere
l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed
il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia
con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso
dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal
rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita
da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu
decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a
raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza
dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo
dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di
Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la
vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro
figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della
famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca
avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate
in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai
sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella
aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella
fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di
Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La
vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il
Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con
giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare
della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una
seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca.
Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia,
moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il
malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi
compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie
innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal
sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio,
riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime
meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un
processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della
crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci,
si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello,
altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice
morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere.
L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu
contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi
compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non
potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente
gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero.

[A. D. 610]

Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio
Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa
sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il
padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi
delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare
associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro
scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte.
Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea
ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè
perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era
disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi;
ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio,
Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni
obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di
Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono
l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma
l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la
pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di
Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani
avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno
navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro
condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora
imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria.
Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie
e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della
fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il
lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed
il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata
Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio
si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i
suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della
religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca,
dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo
fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre
una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e
le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo
alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice
cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo.
Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di
catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di
Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno.
«Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla
disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di
tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu
dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del
superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce
del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono
che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche
grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu
accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro
fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale.
Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a
fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza
mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono
le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della
figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà
di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando
dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve
scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato,
il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si
giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che
l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al
suo amico[533].

[A. D. 603]

Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi
delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più
formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità,
stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe
il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di
Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le
circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla
finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore
gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore,
non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e
benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare,
e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse
del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai
pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di
adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi
ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso
i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la
cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace
esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di
tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel
delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu
punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a
vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536].
Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in
Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri
dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che
Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare
e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe
confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più
paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore.
L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno
conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete
fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo
dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci,
ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo
Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea
alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria,
calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un
gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per
sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que'
sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di
Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di
Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate
e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò
Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le
mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi
manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il
disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di
Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di
Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente
pretesto di sommissione o di rivolta.

[A. D. 611]

Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò
che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso
rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani
pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente
vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale
della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della
frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto
più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in
ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha
sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue
truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o
d'invadere le città della costa Fenicia.

[A. D. 614]

La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu
tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito
intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto
monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa
guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo
col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina.
Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui
resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme
stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche
Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste
dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote
offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il
Patriarca Zaccaria e la _Vera Croce_, e lo scempio di novantamila
Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il
disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono
accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni,
il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di
_Elemosiniere_[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di
trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj,
i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la
sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata
esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai
successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si
lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi
varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del
Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria
avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed
il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella
seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo
d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu
innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di
Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il
conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le
arene del deserto Libico.

[A. D. 626]

Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al
Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo
Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di
Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di
Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe
avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione
avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province
dell'Europa.

Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del
nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo,
antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una
consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani,
sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica
era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de'
Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia
imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi
dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di
spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire
alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di
aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi
assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione
del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno
intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che
abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il
preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di
Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della
Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea
contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente
compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico.
Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano
governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco
fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro
con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i
templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e
l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città
asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è
agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue
azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale
suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della
magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e
frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della
Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di
superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di
Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda,
giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della
capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti:
il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi,
di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e
de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si
mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran
Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da
dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più
piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra'
quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la
bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta
innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano
dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello
dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore
della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro,
d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento
sotterraneo volte, e la camera _Badaverde_ denotava l'accidentale dono
dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della
Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della
finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le
pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più
probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che
sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad
imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto
che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte
e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della
Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il
Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,»
sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le
suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi
dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso
della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della
Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser
molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].

Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente
quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici
anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione
dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli
avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed
abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che
sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore
Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del
Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla
sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e
donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o
con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano
soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria
sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non
saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo
animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro
della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le
più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de'
Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò
una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso,
Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo
giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre
il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la
degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi
formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande,
e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche
avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città
marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste
dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e
la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di
ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo
nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi
de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del
Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria;
condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne
giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva
affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano,
ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento
coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si
celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più
allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari
mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un
subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano
accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della
frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio,
ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura,
mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli
Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in
una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il
lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e
settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più
sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio
scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della
porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di
condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida
riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente
fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da
uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il
luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le
intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno
dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene,
egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace
coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio
crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo,
giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso
confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di
un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il
monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di
conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o
riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille
talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini.
Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio
ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente,
avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato
attacco.

[A. D. 621]

Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di
Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e
negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale
schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed
impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del
mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge.
L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e
di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei
campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici
Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza.
Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che
dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione;
che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote
Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un
incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de'
consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che
l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si
riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore
Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole
speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea
minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a
quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554].
Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed
affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province
Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il
credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere;
ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in
prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di
restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in
servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse
commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria,
senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante
la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei
soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto
erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita
eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata
dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno
stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e
dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero
tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non
diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal
più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la
festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di
un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza.
Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il
poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del
Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere
Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze
superiori dell'inimico.

[A. D. 622]

Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se
temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco,
una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato
l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva
riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando
l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di
tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci
erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da
trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al
soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò
fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia
Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si
mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua
comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad
operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della
Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge
a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova
del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni
delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e
sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali
della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era
piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse
l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente
internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche,
Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse
dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed
antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano
riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le
nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù.
Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a
_vendicare_ i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e
chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche
e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron
persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo
passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale
indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia.
Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione,
inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente
addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del
campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa
in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava
la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o
l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le
operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque
travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva
con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de'
soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza
dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel
proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia
tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro
esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono
presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente
circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte
in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le
viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una
battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del
suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole,
e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I
Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro
guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che
i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora.
Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i
gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della
Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in
sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561].
Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un
imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza
dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.

[A. D. 623-624-625]

Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata
un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per
liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per
qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale
dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua
strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava
nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla
difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila
soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue
forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi
fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col
successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della
Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la
prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra
i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato
gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e
l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi
abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la
memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di
Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore
Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise
all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di
Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566]
antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe
stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche
spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli
ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa
alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione
di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi,
la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori
reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la
tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per
opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio
non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza,
o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di
Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si
piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de'
Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò
egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i
soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue
di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le
rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro,
servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo
Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella
liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle
lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione,
che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei
Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.

In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi
affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570].
Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che
l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella
provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle
città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun
conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe
richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate
circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli
abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad
abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si
esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di
terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici;
coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se
noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi
otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà
largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi
furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice
attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante
una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici,
pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate
della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava
sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile
Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel
silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore
difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili
della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della
marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una
precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del
vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che
sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore
attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza
resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie
e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed
Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e
vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli
assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che
l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a
difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od
impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte
torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo
un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero
nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato
nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i
nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed
in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno
da una spedizione lunga e vittoriosa[572].

[A. D. 626]

In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si
contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al
cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto
assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani,
sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi
nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione
di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di
stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573].
La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di _lance d'oro_
fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad
impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la
terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le
operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un
accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza
armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di
Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de'
sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza
aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo.
Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari,
sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua
folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa
di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di
Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia
il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì
trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e
di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti
osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e
dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli
iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati
ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi
stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in
vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse
l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il
suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di
tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare
il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato:
le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser
accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una
sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi
ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente,
ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo
destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a
meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci
sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la
capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche
avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a
scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine;
le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e
dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de'
vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito
di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di
dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica
furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di
Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano
il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de'
loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche
Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di
disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a
fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil
partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione
alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato
l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo
ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle
leggi delle nazioni[576].

Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle
rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le
cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la
notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue
speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega
ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed
onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda
de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte
della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan
Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci,
e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal
volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo
contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul
capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome
di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel
de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano
servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì
ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto
colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578],
condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed
_augusta_ sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli,
e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato
dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio:
Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di
settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon
successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o
dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state
racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma
la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar
l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo
paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto
ordine al _Cadarigan_ ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di
spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato
Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come
ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome
di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al
_Cadarigan_, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I
Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal
trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di
Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica
rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore
n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza
interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.

[A. D. 627]

Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de'
suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in
mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il
numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i
cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro
l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono
dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di
tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè
ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in
una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di
Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue
stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante
offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste
operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli
autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla
condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In
quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò
nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro
da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo
Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari.
Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti
dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate
istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata
dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le
disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo
scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la
corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato
fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto
offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del
Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu
combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani
perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la
maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori,
nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi
confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere
che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro
commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo
della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte.
Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo,
raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per
mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di
Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto
miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e
del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per
la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche
scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè
gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in
ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze
dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero
alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè
sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le
province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa,
se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se
l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero
con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi
innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la
liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria,
riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di
Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche
miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive
dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e
forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno
dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour;
fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per
trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride,
furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di
Eraclio coi loro cavalli[583].

[A. D. 627]

Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo
regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad
affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo
coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero
cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore
di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare
le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il
marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì
amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe
intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della
reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua
fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per
un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La
lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea
mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio
secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il
cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua
superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con
gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben
securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti
armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto
la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se
dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo
Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani,
sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un
più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si
ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una
linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province
successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e
de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di
Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto
dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a
sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e
il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di
Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli
attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse
con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe
per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la
quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate
all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era
tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo;
e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul
capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di
Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il
grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti
per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue
Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono
adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati
l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani
promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà
e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle
imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della
dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a
male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi
acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove
sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli
gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta,
dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente
descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con
tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai
l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua
avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare
nella _torre dell'oscurità_? Secondo la fede e la misericordia dei
Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più
cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta
meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di
Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che
per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro
anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si
contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta
monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro
dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia
prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero
ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi
arabi[587].

[A. D. 628]

Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la
gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di
Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia.
Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella
Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i
quali consegnarono le lettere del loro signore al suo _fratello_,
l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli
usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri
misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare
la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di
alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo
vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli
stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore
imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional
dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la
decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di
Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla
persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile
Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero
restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di
estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza
rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città
della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera,
ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non
partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il
ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo;
e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il
sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono
all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando
applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò
nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che
l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli
assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e
del suo figliuolo[589].

L'anno seguente fu illustrato da un trionfo di genere assai diverso, la
restituzione della vera Croce al Santo sepolcro. Eraclio fece in persona
il pellegrinaggio di Gerusalemme; si verificò dal prudente Patriarca
l'identità della reliquia[590], ed in commemorazione di quest'augusta
cerimonia s'instituì l'annua festa dell'Esaltazione della Croce. Prima
che l'Imperatore si avventurasse a porre il piede sul sacro terreno, fu
avvisato di spogliarsi del diadema e della porpora, pompe e vanità del
mondo: ma, secondo il giudizio del suo clero, la persecuzione degli
Ebrei era molto più facile a conciliarsi co' precetti del Vangelo. Egli
salì nuovamente sul trono a ricevere le congratulazioni degli
ambasciatori della Francia e dell'India: e la fama di Mosè, di
Alessandro e di Ercole[591] fu ecclissata nel popolare concetto dal
merito preminente e dalla gloria del grande Eraclio. Ma il liberatore
dell'Oriente era povero e debole. La più preziosa parte delle spoglie
Persiane erasi spesa nella guerra, o distribuita ai soldati o sommersa,
per una sciagurata tempesta, nei flutti dell'Eussino. Oppressa era la
coscienza dell'Imperatore dall'obbligo di restituire le ricchezze del
Clero, che tolto egli avea in prestito per difenderlo: si richiedeva un
fondo perpetuo per soddisfare quegli inesorabili creditori; le province,
già devastate dalle armi e dall'avarizia de' Persiani, furono costrette
a pagare per la seconda volta gli stessi tributi: ed il residuo debito
di un semplice cittadino, il tesoriere di Damasco, fu commutato in una
multa di centomila monete d'oro. La perdita di duecentomila soldati[592]
che la spada avea spenti, fu di meno importanza che il decadimento delle
arti, dell'agricoltura e della popolazione, in questa guerra lunga e
distruggitrice: e quantunque un vittorioso esercito si fosse formato
sotto lo stendardo di Eraclio, pure sembra che lo sforzo non naturale
esaurisse anzi che esercitasse le forze dell'Impero. Nel tempo che
l'Imperatore trionfava in Costantinopoli od in Gerusalemme, un'oscura
città sui confini della Siria veniva posta a sacco dai Saraceni; ed essi
fecero a brani alcune truppe che mossero a soccorrerla, accidente
ordinario e di nessun momento, se non fosse stato il preludio di una
grandissima rivoluzione. Que' predatori erano gli apostoli di Maometto:
il fanatico loro valore era sbucato fuor dal deserto: e negli ultimi
otto anni del regno di Eraclio l'Imperatore perde, rapite dagli Arabi,
quelle medesime province ch'egli avea ritolte ai Persiani.

NOTE:

[480] _Missis qui..... reposcerent..... veteres Persarum ac Macedonum
terminos, seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro, per
vaniloquentiam ac minas jaciebat_ (Tacito, Annali, VI, 31) Tale era il
linguaggio degli Arsacidi. In parecchi luoghi ho ricordato le alte
pretensioni dei Sassanidi.

[481] Vedi le ambascierie di Menandro, ostruite e raccolte nell'undecimo
secolo d'ordine di Costantino Porfirogenito.

[482] La generale independenza degli Arabi, che non si può ammettere
senza molte restrizioni, vien ciecamente difesa in una particolare
Dissertazione dagli autori dell'Istoria universale, (t. XX p. 196-250).
Essi suppongono che un continuo miracolo abbia conservata la profezia in
favore de' figli d'Ismaele; e questi devoti eruditi non hanno verun
timore di compromettere la verità del Cristianesimo, appoggiandola su di
una base tanto fragile e pericolosa.

[483] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 477; Pocock, _Specimen Hist.
Arabum_, p. 64, 65. Il Padre Pagi (Critica, t. II p. 646) ha dimostrato
che dopo dieci anni di pace, la guerra che aveva durato venti anni,
ricominciò A. D. 571. Maometto era nato A. D. 569, l'anno dell'elefante
o della disfatta di Abrahah (Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. I p. 89, 90,
98); e secondo questo calcolo, due anni furono spesi nella conquista
dell'Yemen.

[484] Pompeo avea vinto gli Albani che gli si erano fatti incontro in
numero di dodicimila cavalieri, e di sessantamila fanti; ma la sua
marcia fu arrestata dalla comune opinione, che in quel paese si trovasse
una quantità di rettili velenosi, l'esistenza de' quali è tuttora molto
dubbiosa, come quella delle Amazzoni, che si collocavano in que'
contorni (Plutarco, Vita di Pompeo, t. II p. 1165, 1166).

[485] Negli Annali dell'Istoria io non ritrovo che due flotte comparse
sul mar Caspio: 1. quella de' Macedoni, quando Patroclo, ammiraglio di
Seleuco e di Antioco, Re di Siria, giunse dalle frontiere dell'India,
dopo d'aver disceso un fiume che è probabilmente l'Oxo (Plinio, _Hist.
nat._ VI, 21): 2. quella de' Russi quando Pietro il Grande condusse una
flotta ed un esercito dai contorni di Mosca alla costa della Persia
(Bell's _Travels_, vol. II p. 325-352). Egli con ragione osserva che mai
non s'era spiegata una simile pompa marziale sul Volga.

[486] Sulle guerre Persiane, e sui trattati con quella nazione, vedi
Menandro, in _Excerpt. legat._ p. 113-125; Teofane di Bisanzio, _apud_
Photium, Cod. 64 p. 77, 80, 81; Evagrio, l. V c. 7-15; Teofilatto, l.
III c. 9-16; Agatia, l. IV p. 140.

[487] In quanto al suo carattere ed alla sua situazione Buzurg-Mihir può
esser riguardato come il Seneca dell'Oriente. Le sue virtù e forse i
suoi difetti, sono molto meno conosciuti di quelli del filosofo Romano,
che sembra essere stato assai più loquace. Fu appunto Buzurg che apportò
dalle Indie il giuoco degli Scacchi, e le Favole di Pilpay. Lo splendore
della sua saggezza e delle sue virtù fu tale che i Cristiani pretendono
che seguisse il Vangelo, ed è venerato dai Mussulmani per aver
anticipatamente abbracciato la dottrina del gran Profeta. (D'Herbelot,
_Bibl. Orient._, p. 218).

[488] Vedi questa imitazione di Scipione in Teofilatto, l. I. c. 14, e
nel 1. II, c. 3, egli parla dell'immagine di Gesù Cristo. Più sotto e
molto distesamente tratterò delle immagini dei Cristiani; ho creduto
dire degli _idoli_. Questo, se non m'inganno fu il più antico
αχειροποιμτος, delle manifatture celesti, ma ne' successivi dieci
secoli, molti n'escirono dalla stessa fabbrica.

[489] Nel libro apocrifo di Tobia vien citato Ragae o Rei, come già in
florido stato, sette secoli avanti Gesù Cristo, sotto l'impero degli
Assirj. I Macedoni ed i Parti successivamente abbellironla sotto gli
stranieri nomi di Europo e di Arsacia. Questa città era situata
cinquecento stadj al Mezzogiorno delle porte Caspie (Strabone l. XI, p.
196). Quanto si riferisce intorno alla sua grandezza ed alla sua
popolazione nel nono secolo è assolutamente incredibile: del resto essa
venne posteriormente ruinata dalle guerre e dall'insalubrità
dell'Atmosfera. (Chardin, _Voyage en Perse_, t. 1, p. 279, 280;
d'Herbelot, _Bibliot. orient._ p. 714).

[490] Teofilatto, l. III, c. 18. Nel suo terzo libro Erodoto parla de'
sette Persiani che furono i Capi di queste sette famiglie. Spesso si
tratta de' loro nobili discendenti, e specialmente ne' frammenti di
Ctesia. Ad ogni modo l'indipendenza di Otanes (Erodoto, l. III, c. 83,
84) ripugna allo spirito del dispotismo, nè sembra verisimile che le
Sette Famiglie abbiano sopravvissuto alle rivoluzioni di undici Secoli;
tuttavia esse poterono venir rappresentate, dai sette ministri (Brisson,
_De regno Pers._, l. 1, p. 190), ed alcuni nobili Persiani, come i Re
del Ponto (Polibio, l. V, p. 540) e della Cappadocia (Diodoro di
Sicilia, l. XXXI, t. II, p. 517) potevano dirsi discesi dai prodi
compagni di Dario.

[491] Vedi un'esatta descrizione di questa montagna scritta da Oleario
(_Voyage en Perse_, p. 997, 998) che la salì con molta difficoltà e
pericolo, ritornando da Ispahan al mar Caspio.

[492] Gli Orientali suppongono che Bahram abbia convocato questa
assemblea, e proclamato Cosroe; ma in questo luogo Teofilatto è più
chiaro e più degno di fede.

[493] Ecco le parole di Teofilatto (l. IV, c. 7): Βαραμ φιλος τοις
θεοις, νικητης επιφανης, τυραννων εθχρος, σατραπης μεγισανων, της
Περσικης αρχων δυναμεως, etc. _Baram caro agli Dei, vincitore
esimio, nemico de' tiranni, satrapa supremo, capitano delle forze
Persiane, ec._ Nella sua risposta, Cosroe si qualifica di τη νοκτι
χαριζομενος ομματα.... ο τους Ασωνας (i genii) μισθουμενος _d'uno che
fa grazia alla notte col guardarla...... che tiene al servigio gli
Asoni_ (i genii). È lo stile Orientale in tutta la sua pompa.

[494] Teofilatto (l. IV c. 7) imputa la morte di Hormus al suo figlio,
dicendo, se gli si deve prestar fede, che spirò sotto i colpi del
bastone d'ordine suo. Ho preferito di appigliarmi a quanto ne dicono
Condemirio ed Eutichio; sono sempre inclinato ad adottare i testimonii
più temperati, massime quando si tratti di scemare l'orrore e l'atrocità
d'un parricidio.

[495] Nel poema di Lucano (l. VIII, 256, 455) si osserva che Pompeo,
dopo la battaglia di Farsaglia, mette in campo una disputa dell'istessa
natura. Pompeo voleva ricoverarsi fra i Parti; ma i compagni de' suoi
disastri avevano in orrore una simile alleanza fuor di natura; e non è
difficile che un eguale principio fosse con altrettanta forza impresso
nell'animo di Cosroe e de' suoi commilitoni, che potevano dipingersi con
egual veemenza il contrasto delle leggi, della religione e dei costumi
che l'Oriente affatto separano dall'Occidente.

[496] Tre Generali tutti col nome di _Narsete_ incontransi in questo
secolo, e spesso venner confusi, (Pagi, _Critica_, t. II, p. 460). Un
Persarmeno, fratello d'Isacco e d'Armazio che dopo un avventuroso
combattimento contro Belisario, disertò dalle bandiere del Re di Persia,
suo sovrano, ed andò a servir dopo nelle guerre d'Italia; 2. l'Eunuco
conquistatore dell'Italia; 3. quello che ristabilì Cosroe sul trono e
nel poema di Corippo vien portato alle stelle (l. III, 220-227), come
_excelsus super omnia vertice agmina.... habitu modestus.... morum
probitate placens, virtute verendus, fulmineus, cautus, vigilans_ etc.

[497] _Experimentis cognitum est Barbaros malle Roma petere reges quam
habere._ È ammirabile il quadro che fa Tacito dell'invito e
dell'espulsione di Vonone (_Ann._, II, 1-3), di Tiridate (_Ann._ XI, 10,
XII, 10-14) e di Meerdate (_Ann._ XI, 10, XII, 10-14). Leggendolo è
forza dire che l'occhio del suo genio pare aver penetrato tutti i più
reconditi segreti del campo dei Parti e delle mura dell'Harem.

[498] Si pretende che Sergio e Bacco suo compagno abbiano conseguito la
corona del martirio nel tempo della persecuzione di Massimiano. In
Francia, in Italia, a Costantinopoli e per tutto l'Oriente gli vennero
resi gli onori divini. Tanto era celebre il loro sepolcro pei miracoli,
che alla città che lo possedeva venne commutato il nome di Rasafa in
quello di Sergiopoli. (Tillemont, _Mém. eccles._ t. V, p. 491-496;
Butler's _Saints_, vol. X, p. 155).

[499] Evagrio (l. VI, c. 21) e Teofilatto Simocatta (l. V, c. 13, 14) ci
hanno conservato e tramandato le lettere originali di Cosroe scritte in
greco, sottoscritte di suo pugno, e successivamente inscritte su croci e
tavole d'oro, deposte nella Chiesa di Sergiopoli; erano indirizzate al
Vescovo di Antiochia qual Primate della Siria.

[500] I Greci non dicono altro se non che era di stirpe romana e che
aveva abbracciato il cristianesimo; ma i romanzi della Persia e della
Turchia la significano figlia dell'Imperatore Maurizio: descrivono gli
amori di Cosroe per Schirin e gli amori di Schirin per Ferhad, il più
avvenente fra i giovinetti dell'Oriente (D'Herbelot, _Bibl. Orient._ p.
789, 997, 998).

[501] Sono due Greci contemporanei, cioè Evagrio con uno stile conciso
(l. XI, c. 16, 17, 18, 19) e Teofilatto Simocatta (l. III, c. 6-18; l.
IV, c. 1-16; l. V, c. 1-15) diffusissimamente, che ci hanno lasciato la
storia compiuta della tirannide di Ormuz, della ribellione di Bahram,
della fuga e del restauramento di Cosroe. Tutti i successivi compilatori
fra i quali Zonara e Cedreno non hanno fatto che copiare e compendiare;
e gli Arabi cristiani fra i quali Eutichio (_Ann._ t. II, p 200-208) ed
Abulfaragio (_Dynast._ p. 96-98), pare non abbiano che memorie
particolari. Mirkond e Khondemir, i due famosi Storici persiani del
decimoquinto secolo, non mi sono noti che per gli imperfetti estratti di
Schikard (Tarikh, p. 150-155), di Texeira o piuttosto di Stevens (_Hist.
de Perse_ p. 182-186), d'un manoscritto turco tradotto dall'abate
Fourmont (_Hist. de l'Accad. des Inscript._ t. VII, p. 325-334) e di
Herbelot, ai vocaboli _Hormouz_ (p. 457, 459), _Bahram_ (p. 174),
_Kosrou Parviz_ (p. 996). Se avessi maggior fede nell'autorità di questi
Scrittori Orientali, amerei che fossero più numerosi.

[502] Chiunque voglia formarsi un'idea generale dell'orgoglio e della
possanza del Cacano, legga Menandro (_Excerpt. legat._ p. 117,) e
Teofilatto (l. I, c. 3, l. VII, c. 15) i cui otto libri sono di maggior
onore al Capo degli Avari che all'Imperatore d'Oriente. Gli antenati di
Bajano avevano assaggiato la liberalità di Roma, e Bajano sopravvisse al
regno di Maurizio. (Du Buat, _Hist. des Peuples Barbares_, t. XI, p.
545). Il Cacano che fece un'irruzione in Italia, A. D. 611 (Muratori
_Annali_, t. V, p. 305) era allora _juvenili aetate florens_. (Paolo
Warnefrido, _De gest. Langobard._ l. VI, c. 38). Egli era il figlio o
fors'anche il nipote di Bajano.

[503] Teofilatto, l. 1, c. 5, 6.

[504] Il Cacano si dilettava di far uso di questi aromati anche nel
campo, e comandava che gli si presentassero Ινδικας καρυχιας e
ricevette πεπρι και φυγγον Ινδων, κασιαν τε και τον λεγομενον κοσον.
(Teofilatto, l. VII, c. 13). Gli Europei, delle età più rozze,
consumavano nel mangiare e nel bere più aromi che non comporti la
delicatezza di un moderno palato. _Vie privée des Français_, t. II, p.
162, 163.

[505] Teofilatto, l. VI, c. 6; l. VII, c. 16. Lo Storico greco confessa
la verità e l'aggiustatezza del rimprovero del Cacano.

[506] Menandro (_in Excerpt. legat_., p. 126-132, 174, 175) ci riferisce
il falso giuramento di Bajano e la resa di Sirmio; ma si è perduta la
sua storia dell'assedio della quale Teofilatto parla con encomio (l. I,
c. 3) το δ’οπως Μενανδρω τω περιφανει σαφως διηγορευται.

[507] Vedi d'Anville, (_Mém. de l'Accad. des Inscriptions_ t. XXVIII, p.
412-443). Costantino Porfirogenito nel decimo secolo faceva uso del nome
di _Belgrado_ che è schiavone, ed i Franchi nel nono secolo ai servivano
della denominazione latina di _Alba Graeca_ (p. 414).

[508] Baronio, _Ann. Ecc._, A. D. 600, n. 1. Paolo Warnefrido (l. IV, c.
38) dà contezza dell'invasione degli Avari nel Friuli, e (c. 39) della
schiavitù de' suoi antenati, A. D. 632. Gli Schiavoni valicarono il mare
Adriatico, _cum multitudine navium_, e fecero una scorreria nel
territorio Sipontino (c. 47).

[509] Loro insegnò eziandio a far uso dell'_Elepolis_ ossia della torre
mobile (Teofilatto, l. II, c. 16, 17).

[510] Gli eserciti e le alleanze del Cacano si estesero infino ai
contorni d'un mare posto all'Occidente e lontano da Costantinopoli
quindici mesi di cammino. L'imperatore Maurizio conversò con alcuni
musici ambulanti di quel rimoto paese, e solo sembra che abbia preso una
professione per una nazione (Teofilatto l. VI, c. 2).

[511] Il conte di Buat fa qui una delle più verisimili e più luminose
congetture (_Histoire des Peuples barbare_s, t. XI, p. 546-568). I
Tzechi ed i Serbi si trovano insieme confusi nei contorni del monte
Caucaso, nell'Illirio e nella parte bassa dell'Elba. Pare che le più
bizzarre tradizioni dei Boemi confermino la sua ipotesi.

[512] Vedi negli storici Francesi Fredegario, t. II. p. 432. Bajano non
faceva mistero dell'orgogliosa sua insensibilità. Οτι τοιουτους (e non
τοσουτους, come si vorrebbe in una ridicola correzione) επαφησω τη
Ρωμαικη, ως ει και συμβαιη γε σφισι θανατω αλωναι, αλλ’εμοι γε μη
γενεσθαι συναισθησοιν.

[513] Vedi in Teofilatto (l. V, c. 16, VI, c. 1, 2, 3) la spedizione ed
il ritorno di Maurizio. Se questo scrittore dimostrato avesse o spirito
o gusto, si potrebbe supporre che si fosse permessa una dilicata ironia;
ma sicuramente Teofilatto non ha tanta malizia da rimproverarsi.

[514]

    Εις οιωνος αριστος αμυνεσθαι περι πατρης

                                 Iliade, XII, 243.

Questo eccellente verso che sì bene ci spiega il coraggio di un eroe, e
la ragione di un savio, ci prova chiaramente quanto Omero fosse, sotto
ogni aspetto, superiore al suo secolo ed al suo paese.

[515] Teofilatto. (l. VII, c. 3) Sulla testimonianza di questo fatto,
che m'era sfuggito dalla memoria, il candido lettore scuserà e
correggerà l'annotazione trentesimasesta del trentaquattresimo capitolo
ove mi sono troppo affrettato a raccontare la rovina d'Azimo o Azimunto.
Un altro secolo di valore e di patriottismo, non è pagato a troppo caro
prezzo con una tal confessione.

[516] Vedi l'obbrobriosa condotta di Commenziolo in Teofilatto, l. II,
c. 10-15; l. VII, c. 13, 14; l. VIII, c. 2, 4.

[517] Vedi le imprese di Prisco, l. VIII, c. 2, 3.

[518] Si può tener dietro alle particolarità della guerra fra gli Avari,
nel primo, secondo, sesto, settimo ed ottavo libro dell'Istoria
dell'Imperatore Maurizio, scritta da Teofilatto Simocatta. Egli scriveva
sotto il regno d'Eraclio, e non poteva quindi esser tentato ad adulare:
ma la sua mancanza di discernimento lo rende diffuso nelle bagatelle, e
conciso sui fatti più importanti.

[519] Maurizio medesimo compose dodici libri sopra l'arte della guerra
che esistono tuttora, e che furono pubblicati (Upsal, 1664) da Giovanni
Schaeffer, in fine della Tattica d'Arriano (Fabrizio, _Bibl. graeca_ l.
IV, c. 8, t. III p. 278 che promette d'estendersi ancor più su
quest'opera, allorchè gliene si presenterà una favorevole occasiono).

[520] Vedi le particolarità degli ammutinamenti avvenuti sotto il regno
di Maurizio in Teofilatto, l. III, c. 1-4; l. VI, c. 7, 8, 10; l. VII,
c. 1; l. VIII, c. 6, etc.

[521] Teofilatto e Teofane sembrano ignorare la cospirazione e la
cupidità di Maurizio. Tali accuse così sfavorevoli alla memoria di
quest'Imperatore, si ritrovano per la prima volta nella Cronaca di
Pasquale (p. 379, 380), da cui Zonara le attinse (t. II, l. XIV, p. 77,
78). In quanto al riscatto dei dodicimila prigionieri, Cedreno (p. 399)
ha seguito un altro calcolo.

[522] Ne' suoi clamori contro Maurizio, il popolo di Costantinopoli lo
infamò col nome di Marcionito o di Marcionista; eresia, dice Teofilatto
(l. VIII, c. 9) μετα τινος μωρας ευλαβειας, ευηθης τε και καταγελασος. Era questo un vago rimprovero? oppure aveva Maurizio
realmente ascoltato qualche oscuro predicante della Setta degli antichi
gnostici?

[523] La Chiesa di S. Autonomo (che non ho l'onore di conoscere) era
situata alla distanza di centocinquanta stadj da Costantinopoli.
(Teofilatto, l. VIII, c. 9) Gillio (_De Bosphoro Thracio_, l. III, c.
II) parla del porto d'Eutropia in cui Maurizio ed i suoi figli furono
assassinati, come di uno de' due porti di Calcedonia.

[524] Gli abitanti di Costantinopoli andavano generalmente soggetti a'
νοσοι αρθρητιδες; e Teofilatto fa sentire, che se le regole
dell'Istoria glie lo permettessero, egli potrebbe assegnare la causa di
tal malattia. Tuttavia simile digressione non sarebbe stata più fuori di
luogo che le sue ricerche (l. VII, c. 16, 17) sulle periodiche
inondazioni del Nilo, e le opinioni de' filosofi greci su questa
materia.

[525] Da questo generoso tentativo Cornelio ha preso l'idea di formare
il tanto implicato intrigo della sua tragedia l'_Eraclio_, che non si
riesce a ben intendere se non dopo averne veduta la rappresentazione più
d'una volta (Cornelio di Voltaire, t. V, p. 300) e che, a quanto si
assicura, ha messo in imbroglio l'istesso suo autore dopo alcuni anni
d'intervallo (_Anecdot. dramat_., t. I, p. 422).

[526] Teofilatto Simocatta (l. VIII, c. 7-12) la _Cronaca_ di Pasquale
(p. 379, 280) Teofane (_Cronograph_., p. 238-244) Zonara (t. II, l. XIV,
p. 77-80) e Cedreno (p. 393-404) raccontano la ribellione di Foca, e la
morte di Maurizio.

[527] S. Gregorio, l. XI, epist. 38, _indict. 6. Benignitatem vestrae
pietatis ad imperiale fastigium pervenisse gaudemus. Laetentur coeli et
exultet terra, et de vestris benignis actibus universae reipublicae
populus, nunc usque vehementer afflictus hilarescat_, etc. questa vile
adulazione che s'attirò le invettive de' protestanti, vien giustamente
criticata dal filosofo Bayle. (_Dictionnaire critique, Gregoire_ I. note
H, t. II, p. 597, 595.) Il Cardinale Baronio giustifica il Papa a spese
del detronizzato Imperatore.

[528] I ritratti di Foca furono distrutti; ma i suoi nemici ebbero
l'avvertenza di sottrarre alle fiamme una copia di questa caricatura.
(Cedreno, p. 404).

[529] Il Ducange (Fam. byzant., p. 106, 107) somministra alcune
particolarità sulla famiglia di Maurizio; Teodosio, suo primogenito, era
stato coronato all'età di quattro anni e mezzo, e S. Gregorio ne' suoi
complimenti sempre lo riunisce a suo Padre. Fra le sue figlie io son
sorpreso di trovare accanto ai nomi cristiani d'Anastasia e di
Teoctesta, il nome pagano di Cleopatra.

[530] Teofilatto (l. VIII, c. 13, 14, 15) descrive alcune delle crudeltà
di Foca. Giorgio di Pisidia, poeta d'Eraclio, lo chiama (_Bell.
Abaricum_, p 46; Roma 1777) της τυραννιδος ο δυσκαθεκτος και βιοφθορος δρακων. L'ultimo epiteto è giusto; ma il _corruttore_
della _vita_ venne facilmente vinto.

[531] Gli autori ed i loro copisti sono talmente dubbiosi fra i nomi di
_Prisco_ e di _Crispo_ (Ducange _Famil. Byzant_., p. 111) che io fui
tentato ad unire in una stessa persona il genero di Foca, e l'Eroe che
trionfò cinque volte degli Avari.

[532] Secondo Teofane, portava κιβωτια, e εικονα θεομητορος.
Cedreno aggiunge un αχειροποιητον εικονα του κυριου; di cui
Eraclio si servì come di bandiera nella prima spedizione di Persia. Vedi
Giorgio Pisid. Acroas, 1, 140. Sembra che le manufatture prosperassero
ma Foggini, editore romano, (p. 26) si trova imbrogliato nel determinare
s'era un originale od una copia.

[533] Si trovano varie particolarità sopra la Tirannia di Foca, e
l'esaltamento al Trono d'Eraclio, nelle Cronache di Pasquale (p.
380-383), in Teofane (p. 242-250), in Niceforo (p. 3-7,) in Cedreno (p.
404-407,) in Zonara (t. II, l. XIV, p. 80-82).

[534] Teofilatto, l. VIII, c. 15. La vita di Maurizio fu scritta l'anno
628 (l. VIII, c. 13) dall'ex Prefetto Teofilatto Simocatta, nato in
Egitto. Fozio, che dà un lungo estratto di quest'opera, dolcemente
critica l'affettazione e l'allegoria che dominano il suo stile. La
prefazione consiste in un dialogo fra la Filosofia e l'Istoria; esse
siedono sotto un platano, e l'Istoria suona la sua lira.

[535] _Christianis nec pactum esse, nec fidem, nec foedus.... Quod si
ulla illis fides fuisset, regem suum non occidissent._ (Eutichio,
_Annal._, t. II, p. 211, vers. Pocock).

[536] Per qualche secolo noi siamo qui obbligati di abbandonare gli
autori contemporanei, e di abbassarci, se ciò può dirsi abbassarsi,
dall'affettazione della retorica alla grossolana semplicità delle
Cronache e de' Compendj. Le opere di Teofane (_Cronograph._ p. 244-279)
e di Niceforo (p. 3-16) offrono la serie della guerra persiana, ma in un
modo imperfetto. Quando dovrò riferire de' fatti che essi non accennano,
citerò le particolari autorità. Il cortigiano Teofane, che si fece poi
Monaco, nacque A. D. 748; e Niceforo, Patriarca di Costantinopoli, che
morì A. D. 829, era un poco più giovane: tutti e due ebbero a soffrire
per la causa delle immagini (Hankius, _Descript. byzantinis_, p.
200-246).

[537] Gli storici di Persia furono essi stessi ingannati su questo
punto; ma Teofane (p. 244) rimprovera a Cosroe questa superchieria e
questa menzogna; ed Eutichio crede (_Ann_. t. II, p. 211) che il figlio
di Maurizio, che potè sfuggire agli assassini, si sia fatto monaco sul
monte Sinai, dove morì.

[538] Eutichio attribuisce tutte le perdite dell'Impero al regno di
Foca, e quest'errore salva la gloria d'Eraclio. Egli fa venire quel
Generale non da Cartagine ma da Salonica, con una flotta carica di
vegetali per Costantinopoli (_Annal_. t. II, p. 223, 224). Gli altri
Cristiani dell'Oriente, Barebreo (_ap._ Asseman., Bibl. orient., t. III,
p. 412, 413), Elmacin (_Hist. Saracen._ p. 13-16), Abulfaragio
(_Dynast._, p. 98, 99) sono di più buona fede, e più esatti. Il Pagi
indica i diversi anni della guerra persiana.

[539] Sulla conquista di Gerusalemme, avvenimento tanto interessante per
la Chiesa, vedi gli Annali d'Eutichio (t. II, p. 122-223) ed i lamenti
del monaco Antioco (_apud_ Baron., _Annal. eccles._, A. D. 614, n. 16,
26), centoventinove Omelie del quale tuttora sussistono, se pure si può
dire che sussistano, mentre nessuno le legge.

[540] Il Vescovo Leonzio, suo contemporaneo, scrisse la vita di questo
degno prelato. Baronio (_Ann. eccles_. A. D. 610, n. 10) e Fleury (tom.
VIII, p. 235, 242) hanno dato sufficienti notizie di quest'opera
edificante.

[541] L'errore di Baronio e di altri parecchi scrittori che ci hanno
voluto far credere che le conquiste di Cosroe si fossero estese sino a
Cartagine, in luogo di Calcedonia, si fondò sulla rassomiglianza dei
greci vocaboli Καλχηδονα e Καρχηδονα che si leggono nei testi di
Teofane, e che sono stati confusi ora dai copisti ed ora dai critici.

[542] Gli Atti _originali_ di sant'Anastasio sono stati pubblicati
frammisti a quelli del settimo Concilio generale, da cui e Baronio
(_Annal. eccles_., A. D. 614, 426, 627) e Butlero (_Lives of the
Saints_, vol. 1, p. 242-248) hanno cavato i loro racconti. Questo santo
martire abbandonò le bandiere del Re di Persia, sotto cui serviva ed
entrò nelle romane legioni; a Gerusalemme vestì l'abito di frate, e fece
oltraggio al culto dei Magi allora vigente in Cesarea, città della
Palestina.

[543] Abulfaragio, _Dynast_., p. 99; Elmacin, _Hist. Sarac_. p. 14.

[544] D'Anville, _Mem. de l'Acad. des Inscript_. t. XXXII, p. 568-571

[545] L'una di queste razze ha due gobbe e l'altra una sola. La prima si
è propriamente il cammello; la seconda il dromedario. Il cammello è
nativo del Turkestan o della Bactriana ed il dromedario non nasce che in
Arabia ed in Affrica. (Buffon, _Hist. nat._, t. XI, p. 211); Aristotile
(_Hist. animal._, t. I, l. II, c. I; t. II, p. 185).

[546] Teofane, _Cronograph_., p. 268, e d'Herbelot, _Bibl. Orient_. p.
997. I Greci ci descrivono Dastagerda nel momento del suo declinamento,
invece che i Persi ce la rappresentano nell'epoca del suo maggior
splendore; ma i primi non parlano che con sincerità su quanto sono stati
testimoni di veduta; ed i secondi non narrano che quanto loro è stato
vagamente riferito.

[547] Gli storici di Maometto, Abulfeda (_in vita Mohammed_, p. 92, 93)
e Gagniero (Vita di Maometto, t. II, p. 247) vogliono che questa
ambasciata avvenisse nell'anno settimo dell'Egira che principiò A. D.
628, l'11 maggio; ma la loro cronologia è sbagliata, mentre Cosroe morì
nel mese di febbrajo dell'istesso anno (Pagi, _Critica_, t. II, p 779).
Il conte di Boulainvilliers (_Vita di Maometto_, p. 327, 328) la
sostiene nell'anno 615, poco dopo la conquista della Palestina. È però
vero che Maometto non poteva essersi così presto avventurato ad un fatto
di simil sorta.

[548] Vedi il capitolo trentesimo dell'Alcorano intitolato i _Greci_. Il
dotto ed insieme savio Sale che ha tradotto l'Alcorano in lingua
inglese, (p. 330, 331) ci presenta sotto un eccellente aspetto queste
congetture, questa predizione, o questa scommessa di Maometto; ma
Boulainvilliers (p. 329-334) colle più cattive intenzioni fa tutti i
sforzi per istabilire la verità di questa profezia, che secondo i suoi
principj doveva imbarazzare i polemici scrittori del Cristianesimo.

[549] Paolo Warnefrido, _De gest. Longobard._, l. IV, c. 38, 42;
Muratori, _Annali d'Italia_, t. V, p. 307, etc.

[550] La cronica di Pascal che soventi, mentre annoia con un indice
sterile di nomi e di date, ci compensa con qualche pezzo di storia, dà
una esattissima descrizione del tradimento degli Avari (p. 389, 390).
Niceforo indica il numero dei prigionieri.

[551] Qualche scritto originale, come l'aringa, o la lettera degli
ambasciatori romani (p. 386-388) rendono interessante la cronica di
Pascal, che deve essere stata dettata sotto il regno d'Eraclio e
verisimilmente in Alessandria.

[552] Niceforo che (p. 10, 11) coi nomi di αθεσμον, e di αθεμιτον,
fa ogni sforzo por coprire d'ignominia questo matrimonio, si fa un
vero piacere di narrare che i due figli sortiti da quell'incestuoso
maritaggio portarono ambedue, per tutta la loro vita, l'impronto
della collera divina, il primo nell'immobilità del collo, ed
il secondo nella mancanza dell'udito.

[553] Giorgio di Pisidia (_Acroas._ 1, 112-125, p. 5) nell'esporre le
opinioni, dice che i pusillanimi suoi consiglieri non avevano cattive
intenzioni. Avrebb'egli dunque voluto scusare un sì disdegnoso ed
altiero avvertimento di Crispo? Επιθωπταζων ουκ εξον βασλει εφασκε
κτααλίμανειν βασιλεία, και τοις ποῤῤω επιχωριαζειν δυναμεσιν.

[554]

    Ει τας επ’ ακρον ηρμενας ευεζιας
    Εσφαλαμενας λεγουσιν ουκ απεικοτως
    Κεισθω το λδίπον εν καικος τα Περσιδος
    Αντίστροφκ δε, etc.

          Georg. Pisid. _Acroas._ 1, 51, pag. 4.

Gli Orientali provano pur essi la più gran compiacenza di ricordare
queste sì strane vicende; e mi rammento benissimo la storiella di Cosrou
Parviz che molto non varia da quella dell'anello di Policrate di Samos.

[555] Baronio ci fa con tutta gravità il racconto di questa scoperta; o
per dir meglio di questo trasmutamento di molti barili di mele in un
barile d'oro. (_Annal. eccles._; A. D. 620, n. 3). Tuttavia l'imprestito
fu arbitrario perchè fu riscosso col mezzo di soldati, i quali avevano
avuto ordine di non lasciare al Patriarca d'Alessandria che due marchi
d'oro. Niceforo due secoli dopo (p. 11) parla con gran rancore su questa
contribuzione, dicendo che la chiesa di Costantinopoli se ne risentiva
tutt'ora.

[556] Teofilatto Simocatta l. VIII, c. 12. Questi è un fatto che non
deve recar meraviglia, perchè, persino in tempo di pace, in meno di
venti o venticinque anni i soldati d'un reggimento si trovano
intieramente rinnovati.

[557] Lasciò i coturni di color di _porpora_ per calzar i neri che tinse
poscia del sangue de' Persiani. (Giorgio di Pisidia, Acroas. 111, 118,
121, 122. Vedi le _annotazioni_ di Foggini p. 35).

[558] Giorgio di Pisidia (_Acroas._ II, 10, p. 8) ha determinato questo
punto sì importante sulle porte della Siria e della Cilicia. Senofonte
che era, dieci secoli prima, passato di là, ne fa la descrizione
coll'ordinaria sua eleganza. Una gola, della larghezza di tre stadii,
circondata da rupi alte e fatte a picco (πετραι ηλιβαται) da
un lato, e dall'altro dal Mediterraneo; in ciascheduna delle sue
estremità veniva chiusa da due grosse porte inaccessibili dalla parte di
terra (παρελθειου ουκ ηκ βια) ma accessibili dalla parte del
mare (_Retr. des dix mille_, l. 15, p. 35, 36 colla dissertazione
geografica di Hutchinson, p. 6). Le due porte erano alla distanza di
trentacinque parasanghe o leghe da Tarso (_Ibid._, l. I, p. 33, 341), e
di otto o dieci da Antiochia, (si confronti l'Itinerario di Wesseling,
p. 580, 581; l'_Index geographique_ di Schultens, _ad calcem vit.
Saladen._, p. 9, _Voyage en Turquie et en Perse_, di Otter. t. I, p. 78,
79).

[559] Eraclio avrebbe potuto acconcissimamente scrivere al suo amico le
parole modeste di Cicerone: «_Castra habuimus ea ipsa quae contra Darium
habuerat apud Issum Alexander, imperator, haud paulo melior quam tu aut
ego_» (_Ad Atticum_ c. 20). Prosperando Alessandria o Scanderoon situato
al di là della baja, rovinò Issus che ai tempi di Senofonte era florida
e ricca città e che chiamasi anche Ajazza o Leiazza.

[560] Foggini (Annotat. p. 31) dubita che i Persiani siano stati
ingannati dalla Φαλανξ πεπληγμενη d'Eliano (_Tactique_ c. 48)
movimento spirale e complicato fatto dall'esercito. Egli osserva (pag.
28) che le militari descrizioni di Giorgio di Pisidia sono letteralmente
copiate nella Tattica dell'Imperatore Leone.

[561] La prima spedizione d'Eraclio trovasi descritta in tre _acroaseis_
o canti di Giorgio di Pisidia che ne fu testimonio oculare (_Acroas._
II, 222). Il suo poema fu pubblicato in Roma nell'anno 1777; ma quanto
sono lontani gli elogi vaghi e le declamazioni che vi si leggono, di
corrispondere alle belle speranze che si erano messe in mente Pagi,
d'Anville etc.

[562] Teofane (p. 256) trasporta troppo prestamente Eraclio (κατα ταχος)
in Armenia. Ambedue le spedizioni vengono confuse da Niceforo, che però
indica la provincia di Lazica. Eutichio (_Annal._ t. II, p. 231) ne
circoscrive il numero in cinquemila uomini, e li staziona a Trebisonda,
il che ha tutta la probabilità.

[563] Nel viaggio di Costantinopoli a Trebisonda, con vento favorevole,
non si consumavano che quattro in cinque giorni; da Trebisonda ad
Erzerom, cinque giorni; da Erzerom ad Erivan, dodici giorni, da Erivan
finalmente in fino a Tauride dieci; vale a dire trentadue giorni, in
tutto, di cammino. E tale si è l'itinerario che Tavernier (_Voyages_, t.
I, p. 12-56) il quale avea piena cognizione di tutte le strade
dell'Asia, ci ha indicato. Tornefort che viaggiava in compagnia di un
Pacha consumò dieci in dodici giorni nel cammino da Trebisonda ad
Erzerom (_Voyage du Levant_, t. III, Lettere XVIII); e Chardin
(_Voyages_, t. I, p. 249-254) è molto più esatto nel determinare la
questione, mentre la dà di cinquantatre parasanghe di cinque miglia
l'una (ma di qual passo?) fra Erivan e Tauride.

[564] La spedizione d'Eraclio in Persia è stata assaissimo illustrata
dal Signore d'Anville (_Mém. de L'Acad. des Inscriptions_, t. XXVIII, p.
559-573). È ammirabile la dottrina del pari che l'ingegno dimostrati
nell'indagare la posizione di Gandzaca, di Thebarma, di Dastagerda ec.;
ma non fa veruna menzione della oscura campagna del 624.

[565]

    _Et pontem indignatus Araxes._

             Virgil. Eneide. VIII, 728.

L'Arasse è un fiume che corre con gran strepito, impeto e la massima
rapidità, e non v'è modo di resistergli quando le nevi si sgelano:
rovescia i più forti ed i più massicci ponti, e le rovine d'un gran
numero d'archi che si mirano in vicinanza dell'antica città di Zulfa,
sono una testimonianza irrefragabile del suo _sdegno_. (_Voyages de
Chardin_, t. I, p. 252).

[566] Chardin (t. I; p. 255-259) come gli Scrittori orientali
(Herbelot,_ Bibl. orient._, p. 834) attribuisce a Zobeide moglie del
celebre Califfo Haroun-Alrashid, la fondazione di Tauride o Tebride; ma
pare che abbia ad avere essa una data più antica, ed infatti li nomi di
Gandzaca, Gazaca e Gaza significano che in essa stava rinchiuso il
tesoro regio. Chardin in vece di seguire la comune opinione che dava ad
essa un milione e centomila anime, le limita al solo numero di
cinquecento cinquantamila.

[567] Aprì l'Evangelio ed il primo passo, che il caso gli fece cadere
sotto gli occhi, lo applicò al nome ed alla situazione dell'Albania.
(Teofane, p. 258).

[568] La landa di Mogan che si trova fra il Ciro e l'Arasse conta
sessanta parasanche in lunghezza e venti in larghezza. (Olear., p. 1023,
1024). Offre molte acque e fertilissimi pascoli. (_Hist. de Nader-Shah_
tradotta dal Signor Iones su di un manoscritto persiano part. II, p. 2,
3). Vedi i campi di Timur (_Hist._ scritta da Skerefeddin-Ali, l. V, c.
37; l. VI, c. 13), l'incoronazione di Nader-Shah (_Hist. persane_, p.
3-13) e la sua vita, del Signor Iones p. (64, 65).

[569] D'Anville ha provato che sì Thebarma che Ormia vicino al lago
Spauta, non sono che una sola ed identica città (_Mem. de l'Acad. des
Inscript._, t. XXVIII, p. 564, 565). I Persiani la venerano persuasi
essere nato in quella città Zoroastro (Schultens, _Index géograph._ p.
48): e il Signore d'Anquetil-Duperron (_Mem. de l'Acad. des Inscript._
t. XXXI p. 375) dà varj testi del loro Zendavesta, o del Zendavesta dei
Persiani che sostengono questa tradizione.

[570] Non posso trovare dove fosse situato Salbano, Taranto, territorio
degli Unni, ec. del quale fa menzione Teofane (p. 260-262), e ciò che
più si è, anco il Signor d'Anville non ha tentata la più piccola
indagine in proposito. Eutichio (_Annal._ t. II, p. 231, 232) autore
inetto, nomina Aspahan; e pare verisimile che Casbin sia la città di
Sapore. Ispahan è situata a ventiquattro giorni di distanza da Tauride,
e Casbin a metà cammino fra queste due città. (_Voyages de Tavernier_,
t. I, p. 63-82).

[571] Il Sarecs della larghezza di tre _plethri_ circa, distante da
Tarso venti parasanghe fu passato dall'esercito di Ciro. Il Pyramo o
Malmistra d'uno stadio circa di larghezza scorreva cinque parasanghe più
all'Oriente. (Senofonte, _Anabas_ l. 1, p. 33, 34).

[572] Con molta ragione Giorgio di Pisidia (_Bell. Abaricum_ 246-265, p.
49) esalta il perseverante coraggio delle tre campagne (τρεις
περιξρομους) contro i Persiani.

[573] Petau (_adnotation. ad Nicephorum_, p. 26, 63, 64) segnala i nomi
e le azioni di cinque Generali persiani che vennero l'un dopo l'altro
spediti contro ad Eraclio.

[574] Giorgio di Pisidia (_Bell. Abar._, 219) specifica il numero di
otto miriadi. Questo poeta (50-88) dice chiaramente che il vecchio
Cacano visse fino al tempo che regnò Eraclio, e che il di lui figlio,
che fu anche il di lui successore, era nato da madre straniera. Tuttavia
Foggini (_Annotat._ p. 57) ha altrimenti interpretato questo passo.

[575] (Erodoto, l. IV, c. 131, 132). Il Re dei Sciti spedì a Dario un
uccello, un ranocchio, un sorcio e cinque dardi. «Che a questi segni,
dice Rousseau con molto sale, si sostituisca una lettera; e questa più
sarà scritta in tuono minaccioso, porterà meno spavento: non sarà che
una millanteria che si attirerà le risa di Dario» (Emila, t. III, p.
146). Io però sono molto in dubbio se il Senato ed il Popolo di
Costantinopoli abbiano _riso_ di quest'ambasciata del Cacano.

[576] Un racconto specificato ed autentico dell'assedio e della
liberazione di Costantinopoli si legge nella cronica di Paschal. Altri
fatti vi furono aggiunti da Teofane (p. 264) e si può dedurne qualche
barlume dell'esaltazione di mente di Giorgio di Pisidia, il quale ad
oggetto di celebrare questo sì felice evento ha composto a bella posta
un poema (_De bell. Abar._, p. 45, 54).

[577] La potenza ed il dominio de' Cozari che furono conosciuti dai
Greci, dagli Arabi e persino sotto il nome di Kosa, dai Cinesi, durò in
tutto il settimo, l'ottavo ed il nono secolo. (De Guignes, _Hist. des
Huns_, t. II, p. 11, p. 507-609).

[578] L'unica figlia d'Eraclio e d'Eudossia sua prima moglie, Epifania
od Eudossia nominata, nacque in Costantinopoli alli 7 di luglio, A. D.
611; ai 15 d'agosto fu portata al fonte battesimale, ed alli quattro
d'ottobre dell'istesso anno gli fu posta la corona sulla testa nella
Cappella di San Stefano del palazzo. Era dunque in età di circa quindici
anni. A tal effetto venne spedita al Principe turco; ma strada facendo,
ricevette la nuova che lo sposo destinatogli, era morto. (Ducange, _Fam.
byzant._, p. 118).

[579] Nell'Elmacino (_Hist. Saracen._, p. 13-16) si leggono fatti
curiosi e verisimili; ma le sue computazioni aritmetiche sono troppo
considerabili, perchè suppone 300,000 Romani riuniti ad Edessa, e
100,000 Persiani ammazzati nella battaglia di Ninive. La sottrazione
tutt'al più d'uno zero da ogni uno di questi numeri basterebbe per dare
a' calcoli di tal natura un'aria di ragionevolezza.

[580] Ctesias (Vedi Diodoro Siculo, t. I, l. II, p. 115 edit.
Wesselling) vuole che la circonferenza di Ninive fosse di Quattrocento
ottanta stadii (forse soltanto trentadue miglia). Gionata parla di tre
giornate di marcia: le centoventimila persone, di cui fa menzione il
profeta e dice che non potevano distinguervi la mano destra dalla
sinistra, farebbero supporre a settecentomila persone d'ogni età la
popolazione di questa antica capitale (Goguet. _Origine des Loix_ etc.
t. III, part. I, p. 92, 93) che cessò d'esistere seicento anni prima di
Gesù Cristo. Nel primo secolo dei Califfi arabi sussisteva tutt'ora il
sobborgo occidentale, e gli storici ne parlano sotto al nome di Mosul.

[581] Niebuhr (_Voyage en Arabie_ etc. t. II, p. 286) senza avvedersene
passò su Ninive, e prese un vecchio bastione di mattoni o di terra per
una catena di colline. È fama che questo bastione avesse cento piedi
d'altezza, che fosse fiancheggiato da mille e cinquecento torri,
ciascheduna delle quali avesse duecento piedi d'altezza.

[582] _Rex regia arma fero_, disse Romolo, all'epoca della prima
consecrazione del Campidoglio... _Bina postea_, continua Tito Livio, I,
10, _inter tot bella, opima parta sunt spolia, ed adeo rara ejus fortuna
decoris._ Che se si fossero accordate le opime spoglie al soldato
semplice che avesse ucciso il Re, o il Generale nemico, siccome dice
Varrone (_apud Pomp. Festum_, p. 306, edit. Dacier) un tal onore sarebbe
stato o più facile o più comune.

[583] I fatti, i luoghi, e le date che Teofane (p. 265-271) indica nel
racconto che fa di quest'ultima spedizione d'Eraclio sono talmente
esatti e veri, che bisogna di necessità che abbia tenuto dietro alle
lettere originali dell'Imperatore, di cui la Cronica di Paschal ci ha
conservato un curioso squarcio, (p. 398-402).

[584] Sono da notarsi le espressioni di Teofane: Εισηλθε Χοσροης εις
οικον γοωργου μηδαμινου μειναι, ου χωρηθεις εν τουτου θυρα ην ιδων
εσχατον Ηρακλειος εθαμασε (p. 269). I giovani principi che danno
segni d'avere inclinazione per lo stato militare, dovrebbero
trascrivere e tradurre soventi passi di questa natura.

[585] Nella lettera d'Eraclio (Chronic., Paschal, p. 398), e nella
Storia di Teofane (p. 271), si legge l'autentica relazione della caduta
di Cosroe come Re.

[586] Al primo udir che si fece la morte di Cosroe a Costantinopoli,
Giorgio di Pisidia (p. 97-105) pubblicò un Eracliade in due canti.
Questo scrittore prete e poeta faceva feste perchè si fosse dannato il
pubblico nemico (εμτεσον εν ταρταῤω, v. 56). Ma una vendetta
così vile è indegna di un Re e di un conquistatore; ed altamente mi
duole il trovare nella lettera d'Eraclio una sì fatta gioja, figlia
d'una grossolana superstizione; Θεομαχος Χοσνκς επεσε και επτωμα τισθη
εις τα καταχθονια...... εις το πορακατασβεσον, etc. Arrivò quasi a
fare applausi al parricidio di Siroe, come ne avrebbe fatti ad un atto
di pietà e di giustizia.

[587] Eutichio (Ann., t. II, p. 251-256) che per altro dissimula il
parricidio di Siroe; d'Herbelot (_Bibl. orient._ p. 789) ed Assemanni
(_Bibl. orient._, t. III, p. 415-420), danno il più circostanziato ed
esatto ragguaglio su quest'ultimo periodo dei Re sassaniani.

[588] Nella cronaca di Paschal la lettera di Siroe sgraziatamente
finisce pria che verun'affare fosse stato cominciato. Da ciò che Teofane
e Niceforo riferiscono della esecuzione del trattato, possono
indovinarsene gli articoli.

[589] Il nojoso ritornello di Cornelio

    _Montrez Heraclius au peuple qui l'attend._

converrebbe assai più applicato a questa circostanza. Vedi il suo
trionfo in Teofane (p. 272, 273) e Niceforo (p. 15, 16). Giorgio di
Pisidia ci assicura della madre e del tenero affetto del figlio. (_Bell.
Abar._ 255, etc. p. 49). La metafora del Sabbato adottata da Cristiani
Bizantini, era veramente un poco troppo profana.

[590] Vedi Baronio (_Annal. eccles._, A. D. 628. n.º 1-4), Eutichio
(_Annal._, t. II, p. 240-248) Niceforo (_Brev._, p. 15). Era tutt'ora
illesa e si vuole attribuire questa conservazione della Croce (dopo Dio)
alla divozione della regina Sira.

[591] Giorgio di Pisidia, Acroas. III, _de Expedit. contra Persas_, 415,
etc.; ed _Heracleid. Acroas._ 1, 65-138. Taccio gli altri paralleli di
minor autorità quali sono quei di Daniele, Timoteo, ec. Cosroe ed il
Cacano dagli stessi rettori furono, siccome era ben giusto, posti fra
loro a paragone con Baldassare, con Faraone, col vecchio serpente ec.

[592] Questo è il numero che assegna Suidas (in _Excerpt. Hist.
byzant._, p. 46). Ma è d'uopo invece delle parole la guerra d'Isauria,
leggere la guerra di Persia; altrimenti questo passo in nessun modo
concerne l'imperatore Eraclio.


FINE DEL VOLUME OTTAVO.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NELL'OTTAVO VOLUME


  CAPITOLO XLII. _Stato del Mondo Barbaro.
  Stabilimento dei Lombardi sul Danubio. Tribù e
  scorrerie degli Schiavoni. Origine, impero ed
  ambascerie dei Turchi. Fuga degli Avari.
  Cosroe I ossia Nushirvan re di Persia. Suo
  regno fortunato, e guerra coi Romani. La guerra.
  Colchica e Lazica. Gli Etiopi._                        _pag. 5_

  A. D.

  527-565 Debolezza dell'Impero di Giustiniano                  5
          Stato dei Barbari                                     9
          I Gepidi                                              9
          I Lombardi                                           10
          Gli Schiavoni                                        13
          Loro incursioni                                      16
      545 Origine e Monarchia dei Turchi in Asia               20
          Gli Avari fuggono innanzi ai Turchi e si
            avvicinano all'Impero                              25
      558 Loro ambasciatori in Costantinopoli                  26
  569-582 Ambascerie de' Turchi e de' Romani                   28
  500-530 Stato della Persia                                   33
  531-579 Regno di Nushirvan o Cosroe                          35
          Suo amor del sapere                                  39
  533-539 Pace e guerra co' Romani                             43
      540 Egli invade la Siria                                 46
          E rovina Antiochia                                   48
      541 Belisario difende l'Oriente                          50
          Descrizione della Colchide, della Lazica
            o Mingrelia                                        54
          Costumi de' Natri                                    57
          Rivoluzioni della Colchide                           60
          Sotto i Persiani, avanti Cristo, 500                 61
          Sotto i Romani, avanti Cristo, 60                    61
      130 Viaggi di Arriano                                    62
      522 Conversione de' Lazi                                 63
  542-549 Rivolta e pentimento di que' della Colchide          64
  549-551 Assedio di Petra                                     66
  549-556 Guerra Colchica o Lazica                             69
  540-561 Negoziazioni e trattati fra Giustiniano e Cosroe     72
      522 Conquiste degli Abissini                             75
      533 Loro alleanza con Giustiniano                        78

  CAPITOLO XLIII. _Ribellione d'Affrica.
  Restaurazione del regno de' Goti, per opera di
  Totila. Perdita e riacquisto di Roma. Conquista
  definitiva dell'Italia, fatta da Narsete.
  Estinzione degli Ostrogoti. Disfatta de' Franchi e
  degli Alemanni. Ultima vittoria; disgrazia e morte
  di Belisario. Morte e carattere di Giustiniano. Cometa,
  terremoti e pestilenza._                                     81

  535-545 Turbolenze dell'Affrica                              81
  543-558 Ribellione de' Mori                                  85
      540 Rivolta de' Goti                                     88
  541-544 Vittorie di Totila, Re d'Italia                      90
          Contrasto fra i vizj de' Greci e le virtù dei Goti   92
  544-548 Belisario comanda per la seconda volta in Italia     95
      546 Roma assediata dai Goti                              97
          Tentativo di Belisario                               99
          Roma presa dai Goti                                 101
      547 Ripresa da Belisario                                105
      548 Belisario richiamato per l'ultima volta             107
      549 Roma di nuovo presa dai Goti                        110
  549-551 Preparativi di Giustiniano per la guerra Gotica     113
      552 Carattere e spedizione dell'Eunuco Narsete          115
          Disfatta e morte di Totila                          118
          Narsete fa la conquista di Roma                     122
      553 Disfatta e morte di Teja, ultimo Re dei Goti        124
          I Franchi e gli Alemanni invadono l'Italia          128
      554 Narsete gli sconfigge                               130
  554-568 Roma divenuta la seconda città dell'Impero          133
      559 Invasione dei Bulgari                               136
          Ultima vittoria di Belisario                        139
      561 Sua disgrazia e morte                               141
      565 Morte e carattere di Giustiniano                    144
  530-539 Comete                                              147
          Terremoti                                           151
      542 Peste — sua Origine e Natura                        154
  542-594 Estensione e durata                                 158

  CAPITOLO XLIV. _Idea della Giurisprudenza Romana.
  Leggi dei Re. Dodici Tavole dei Decemviri.
  Leggi del Popolo. Decreti del Senato. Editti
  dei Magistrati e degl'Imperatori. Autorità
  dei Giureconsulti. Codice, Pandette, Novelle,
  ed Instituta di Giustiniano. I. Diritto delle
  Persone. II. Diritto delle cose. III. Ingiurie ed Azioni
  private. IV. Delitti e Pene._                               161

          Legge civile o Romana                               161
          Leggi dei Re di Roma                                163
          Le Dodici Tavole dei Decemviri                      166
          Loro indole ed influenza                            169
          Leggi del Popolo                                    171
          Decreti del Senato                                  174
          Editti de' Pretori                                  174
          Editto perpetuo                                     176
          Costituzioni degl'Imperatori                        177
          Potere legislativo                                  178
          Loro rescritti                                      180
          Forma della legge Romana                            182
          Successione de' Legisti civili                      184
  303-648 Primo periodo                                       184
  648-988 Secondo periodo                                     186
  988-1230 Terzo periodo                                      186
          Loro filosofia                                      187
          Autorità                                            189
          Sette                                               191
      527 Riforma della legge Romana fatta da Giustiniano     194
  528-546 Triboniano                                          195
  528-529 Codice di Giustiniano                               198
  530-533 Le Pandette o il Digesto                            199
          Lode e Censura del Codice e delle Pandette          200
          Perdita della giurisprudenza antica                 203
          Incostanza legale di Giustiniano                    207
      534 Seconda edizione del Codice                         208
  534-565 Le Novelle                                          208
      533 Le Instituta                                        209

  I. DELLE PERSONE

          Liberti e schiavi                                   210
          Padri e figli                                       213
          Limitazioni della potestà paterna                   216
          Mariti e mogli                                      220
          Riti religiosi del matrimonio                       220
          Libertà del contratto matrimoniale                  222
          Libertà ed abuso del Divorzio                       223
          Limitazioni della libertà del Divorzio              226
          Incesti, Concubine e Bastardi                       229
          Tutori e Pupilli                                    232

  II. DELLE COSE

          Diritto di proprietà                                233
          Di eredità e di successione                         237
          Gradi civili di Parentela                           239
          Introduzione e libertà de' testamenti               241
          Legati                                              243
          Codicilli e fedecommessi                            245

  III. DELLE AZIONI

          Promesse                                            247
          Benefizj                                            248
          Interesse del denaro                                251
          Danni                                               252

  IV. DEI DELITTI E DELLE PENE

          Severità delle Dodici Tavole                        254
          Abolizione od obblivione delle leggi penali         259
          Si ristabiliscono le pene capitali                  262
          Misura del delitto                                  264
          Vizio contro natura                                 265
          Rigore degl'Imperatori cristiani                    267
          Giudizj del popolo                                  269
          Giudici scelti                                      271
          Assessori                                           273
          Esilio e morte volontaria                           273
          Abusi della Giurisprudenza civile                   275

  CAPITOLO XLV. _Regno di Giustino il Giovane.
  Ambasceria degli Avari. Si stabiliscono
  sul Danubio. Conquista dell'Italia fatta da'
  Lombardi. Adozione e Regno di Tiberio. Regno
  di Maurizio. Stato dell'Italia sotto i Lombardi
  e gli Esarchi di Ravenna. Calamità di Roma.
  Carattere e Pontificato di Gregorio I._                     278

      565 Morte di Giustiniano                                278
  565-574 Regno di Giustino II o il Giovine                   280
      566 Suo Consolato                                       280
          Ambasceria degli Avari                              281
          Alboino, Re de' Lombardi — suo valore, amore
            e vendetta                                        283
          I Lombardi e gli Avari distruggono il Re ed
            il regno de' Gepidi                               286
      567 Alboino imprende la conquista dell'Italia           288
          Disgusti di Narsete e sua morte                     290
  568-570 Conquista di una gran parte dell'Italia
            fatta dai Lombardi                                293
      573 Alboino vien ucciso da Rosmunda sua moglie          295
          Fuga e morte di lei                                 298
          Clefone re de' Lombardi                             299
          Debolezza dell'Imperatore Giustino                  299
      574 Innalzamento di Tiberio                             301
      578 Morte di Giustino                                   303
  578-582 Regno di Tiberio II                                 303
          Sue virtù                                           305
  582-602 Regno di Maurizio                                   307
          Calamità dell'Italia                                308
  584-590 Autari, Re de' Lombardi                             310
          Esarcato di Ravenna                                 312
          Regno de' Lombardi                                  314
          Lingua e costumi de' Lombardi                       314
          Vestimenta e matrimonj                              319
          Governo                                             322
      643 Leggi                                               322
          Miseria di Roma                                     325
          Tombe e reliquie degli Apostoli                     328
          Nascita e professione di Gregorio il Grande         329
  590-604 Pontificato di Gregorio il Grande                   330
          Sue funzioni spirituali                             332
          E Governo temporale                                 335
  590-604 Sue possessioni                                     335
          E limosine                                          336
          Egli salvatore di Roma                              337

  CAPITOLO XLVI. _Rivoluzioni della Persia
  dopo la morte di Cosroe o Nushirvan.
  Il tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione
  di Bahram. Fuga e restaurazione di Cosroe
  II: sua gratitudine verso i Romani. Il Cacano
  degli Avari. Ribellione dell'esercito contro Maurizio:
  sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio.
  Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria,
  l'Egitto e l'Asia Minore. Assedio di Costantinopoli
  fatto da' Persiani e dagli Avari. Spedizioni Persiane.
  Vittorie e trionfo di Eraclio._                             339

          Conflitto tra Roma e la Persia                      339
      570 Conquista dell'Yemen, fatta da Nushirvan            340
      572 Ultima sua guerra co' Romani                        342
      579 Sua morte                                           344
  579-590 Tirannia e vizj di Ormuz suo figlio                 344
      590 Imprese di Bahram                                   348
          Sua ribellione                                      351
          Ormuz viene deposto ed imprigionato                 351
          Innalzamento di suo figlio Cosroe                   353
          Morte di Ormuz                                      354
          Cosroe fugge presso i Romani                        354
          Suo ritorno e sua vittoria                          356
          Morte di Bahram                                     357
  591-603 Restaurazione e politica di Cosroe                  358
  570-600 Orgoglio, politica e potere del Cacano
            degli Avari                                       361
  595-602 Guerra di Maurizio contro gli Avari                 367
          Stato degli Eserciti romani                         371
          Loro disgusto e ribellione                          372
      602 Elezione di Foca                                    373
          Rivolta di Costantinopoli                           374
          Morte di Maurizio e de' suoi figliuoli              374
  602-610 Foca Imperatore                                     377
          Suo carattere                                       378
          Sua Tirannide                                       379
      610 Sua caduta e morte                                  381
  610-642 Regno di Eraclio                                    384
      603 Cosroe invade l'Impero Romano                       385
      611 Egli conquista la Siria                             387
      614 La Palestina                                        388
      616 L'Egitto                                            389
      626 L'Asia Minore                                       390
          Suo regno e sua magnificenza                        390
  610-622 Cattivo stato di Eraclio                            394
          Egli implora la pace                                396
      621 Si apparecchia alla guerra                          397
      622 Prima spedizione di Eraclio contro i Persiani       401
  623-625 Sua seconda spedizione                              404
      626 Costantinopoli liberata dagli Avari e dai
            Persiani                                          410
          Alleanze e conquiste di Eraclio                     414
      627 Sua terza spedizione                                416
          Sue vittorie                                        417
          Fuga di Cosroe                                      419
      628 Cosroe è deposto dal trono                          422
          È ucciso da Siroe suo figlio                        423
          Trattato di pace fra i due Imperj                   423


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (natio/natìo e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte
integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali
inesattezze ortografiche o grammaticali.





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