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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                         VOLUME DECIMOTERZO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIV



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO LXVII.

      _Scisma de' Greci e de' Latini. Regno e carattere di Amurat.
      Crociata di Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del
      medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg. Costantino Paleologo,
      ultimo Imperatore di Costantinopoli._


Un Greco eloquente, padre delle scuole dell'Italia, ha paragonate fra
loro e celebrate le città di Roma e di Costantinopoli[1]. Il sentimento
che Manuele Crisogoras provò alla vista dell'antica Capitale del Mondo,
sede de' suoi antenati, superò tutte le idee che egli avea potuto da
prima formarsene; nè biasimò d'indi in poi l'antico sofista che
esclamava essere Roma un soggiorno non fatto per gli uomini, ma per gli
Dei. Questi Dei e quegli uomini erano spariti da lungo tempo; ma un
entusiasmo eccitato da nobili ricordanze trovava nella maestà delle
rovine di Roma l'immagine della sua antica prosperità. I monumenti de'
Consoli e de' Cesari, de' Martiri e degli Appostoli, eccitavano per ogni
lato la curiosità del filosofo e del cristiano. Manuele confessò, che
l'armi e la religione di Roma erano state predestinate a regnar sempre
nell'Universo; ma questa venerazione che gl'inspiravano le auguste
bellezze della madre patria, nol fecero dimentico della più leggiadra
fra le sue figlie, della Metropoli nel cui seno era nato. Mosso da
fervor patrio e da sentimento di verità il celebre Bizantino, esalta con
uno stile condegno i vantaggi naturali ed eterni di Costantinopoli,
magnificando poi ancora i men saldi monumenti della potenza e dell'arti
che l'aveano abbellita. Ma in questa seconda parte, osserva modestamente
che la perfezione della copia ridonda a maggior gloria dell'originale, e
che è un contento ai genitori il vedersi rinnovellati e perfin superati
dai proprj figli. «Costantinopoli, dice l'Oratore, è situata sopra di
una collina tra l'Europa e l'Asia, tra l'Arcipelago e il Mar Nero. Essa
congiunge, a comune vantaggio delle nazioni, due mari e due continenti,
tenendo a suo grado aperte, o chiuse le porte del commercio del Mondo.
Il porto di essa, cinto da ogni banda dal continente e dal mare, è il
più vasto e sicuro fra tutti i porti dell'Universo. Le porte e le mura
di Costantinopoli possono essere paragonate a quelle di Babilonia. Alte,
numerose e saldissime ne sono le torri; il secondo muro, o l'esterna
fortificazione, basterebbe alla difesa e alla maestà di una Capitale men
rilevante, e potendosi introdurre nelle sue fosse una grossa e rapida
corrente, è lecito chiamarla un'isola artificiale, atta ad essere
alternativamente circondata siccome Atene[2] dalla terra e dalle acque».
Vengono citate due cagioni che naturalmente, e con efficacia, dovettero
contribuire a far perfetto il disegno della nuova Roma. Il Principe che
ne fu il fondatore, come quegli che comandava alle più illustri nazioni
del Mondo, fece servire con vantaggio alla esecuzione de' suoi
divisamenti le scienze e le arti della Grecia, e la potenza di Roma.
Nella maggior parte dell'altre città, la grandezza loro fu proporzionata
ai tempi e agli avvenimenti, onde in mezzo ai pregi delle medesime,
scorgesi una mescolanza di disordine e di deformità; gli abitanti,
affezionati al paese ove nacquero, nè vorrebbero abbandonarlo, nè
possono correggere i vizj del secolo o del clima, nè gli errori de' loro
antenati. Ma il disegno di Costantinopoli e la sua esecuzione furono
l'opera libera di una sola mente, e a questo primitivo modello
apportarono perfezione lo zelo obbediente de' sudditi e il fervore de'
successori di Costantino. A questa grande fabbrica somministrarono i
marmi le isole addiacenti che ne erano provvedutissime; gli altri
materiali vennero trasportati dal fondo dell'Europa e dell'Asia; la
costruzione de' pubblici e de' privati edifizj, de' palagi, delle
chiese, degli acquedotti, delle cisterne, de' portici, delle colonne,
de' bagni, e degli ippodromi, corrispose nelle dimensioni alla grandezza
della Capitale dell'Oriente. Il superfluo delle ricchezze della città si
sparse lungo le rive dell'Europa e dell'Asia; onde i dintorni di Bisanzo
fino all'Eussino, all'Ellesponto e al gran Muraglione somigliano ad un
popolato sobborgo, o ad una serie continuata di giardini. In questa
seducente pittura, il descrittore confonde con oratoria destrezza il
passato e il presente, i giorni della prosperità e quelli dello
scadimento; ma la verità sfuggendogli, quasi a sua non saputa, dal
labbro, sospirando confessa che la sua misera patria non è più altro se
non se l'ombra o il sepolcro della superba Bisanzo. Le antiche opere di
scoltura erano state sformate del cieco zelo de' Cristiani, o dalla
violenza de' Barbari. I più belli edifizj demoliti; arsi i preziosi
marmi di Paro o della Numidia per farne calce, o convertiti in
trivialissimi usi. Un nudo piedistallo indicava il luogo ove sorsero le
statue più rinomate: nè poteano in gran parte giudicarsi le dimensioni
delle colonne che dai rimasugli di qualche infranto capitello. Dispersi
vedeansi sul suolo i frantumi delle tombe degl'Imperatori; e i turbini e
i tremuoti avevano aiutato il tempo in queste opere di distruzione;
intanto che una volgar tradizione ornavano i vôti intervalli di
monumenti favolosi d'oro o d'argento. Però Manuele eccettua da queste
meraviglie, che non aveano esistenza se non se nella memoria degli
uomini, o forse anche non l'ebbero che nella loro immaginazione, il
pilastro di porfido, le colonne e il colosso di Giustiniano[3], la
chiesa e soprattutto la cupola di S. Sofia, con cui termina
convenevolmente il suo quadro, «poichè, non possono, dic'egli esserne in
assai degno modo descritte le bellezze, ned è lecito nomar altri
monumenti dopo avere favellato di questa». Egli però dimentica di notare
che, nel secolo precedente, i fondamenti del colosso e della chiesa
erano stati sostenuti e riparati per le solerti cure di Andronico il
Vecchio. Trent'anni dopo che questo Imperatore si era creduto
affortificare il Tempio di S. Sofia con due nuovi puntelli o piramidi,
crollò d'improvviso l'emisfero orientale della cupola; le immagini, gli
altari e il Santuario rimasero sepolti sotto le rovine; ma in breve
questo guasto fu riparato, perchè i cittadini di tutte le classi
lavorarono con perseveranza a far disparire i rottami, e i meschini
avanzi delle loro ricchezze e della loro industria andarono impiegati a
rifabbricare il più magnifico e venerabile Tempio dell'Oriente[4].

[A. D. 1440-1448]

Minacciati d'una prossima distruzione la città e l'impero di
Costantinopoli, fondavano un'ultima speranza sull'unione della madre e
della figlia, sulla tenerezza materna di Roma, e sulla obbedienza
filiale di Costantinopoli. Nel Concilio di Firenze, i Greci e i Latini
si erano abbracciati, avevano sottoscritto; avevano promesso; ma perfide
e vane essendo queste dimostrazioni di amicizia[5], tutto l'edifizio
dell'unione sfornito di fondamento disparve come un sogno[6].
L'Imperatore e i suoi prelati partirono sulle galee di Venezia; ma nelle
fermate che fecero ai lidi della Morea, alle isole di Corfù o di Lesbo,
udirono alte querele sull'unione pretesa, che dovea servire soltanto,
diceasi, di nuovo strumento alla tirannide. Sbarcati sulla riva di
Bisanzo, li salutarono, o a meglio dire li soprappresero le doglianze
generali di una popolazione malcontenta e ferita nel più vivo de' suoi
sentimenti, nello zelo religioso. Dopo i due anni che l'assenza della
Corte era durata, il fanatismo fermentò nell'anarchia di una Capitale
priva di Capi civili ed ecclesiastici; i turbolenti frati, che
governavano la coscienza delle femmine e de' devoti, predicavano ai lor
discepoli l'odio contro ai Latini, come sentimento primario della natura
e della religione. Innanzi di partire per l'Italia, l'Imperatore avea
fatto sperare ai suoi sudditi un pronto e possente soccorso; mentre il
Clero, altero della sua purità ortodossa, o della sua scienza,
riprometteasi, e aveva assicurata al proprio gregge una facile vittoria
sui ciechi pastori dell'Occidente. Allorchè si trovarono delusi in
questa doppia speranza, i Greci si abbandonarono alla indegnazione; i
Prelati, che avevano sottoscritto, sentirono ridestarsi i rimorsi della
loro coscienza: il momento del disinganno era venuto; e maggior soggetto
aveano di paventare gli effetti del pubblico sdegno, che di sperare la
protezione del Papa, o dell'Imperatore. Lungi dal profferire un accento
di scusa sulla condotta che tennero, confessarono umilmente la loro
debolezza e il lor pentimento, implorando la misericordia di Dio e de'
lor compatriotti. A quelli che in tuono di rimprovero lor domandavano
qual fosse la conclusione, quali i vantaggi riportati dal Concilio
d'Italia, rispondeano con lagrime e con sospiri, «noi abbiam composta
una nuova Fede, abbiamo barattata la pietà nell'empietà, abbiurato
l'immacolato sagrifizio, siam divenuti _azzimiti_». Chiamavansi azzimiti
coloro che si comunicavano con pane azzimo, o senza lievito, e qui
potrei essere costretto a ritrattare, o a schiarir meglio l'elogio che
alla rinascente filosofia di quei tempi testè tributai. «Oimè!
continuavano essi, ne ha vinti la miseria: ne hanno sedotti la frode, i
timori e le speranze di una vita transitoria. Noi meritiamo ne venga
troncata la mano che ha suggellato il nostro delitto, ne venga strappata
la bocca che ha recitato il simbolo de' Latini». La sincerità del qual
pentimento convalidarono prestandosi con maggiore zelo alle più minute
cerimonie e al sostegno dei dogmi più incomprensibili. Segregatisi dalla
comunione degli altri, non parlavano nemmeno coll'Imperatore, il
contegno del quale fu alquanto più decente e ragionevole. Dopo la morte
del Patriarca Giuseppe, gli Arcivescovi di Eraclea e di Trebisonda
ebbero il coraggio di ricusare la sede rimasta vacante, intanto che il
Cardinal Bessarione preferiva l'asilo utile e agiato offertogli dal
Vaticano. L'Imperatore ed il Clero elessero, che altra scelta ad essi
non rimanea, Metrofane di Cizico; ma quando veniva consagrato in S.
Sofia, rimase vuota la chiesa. I vessilliferi della Croce abbandonarono
il servigio dell'altare, e la contagione essendosi comunicata dalla
città ai villaggi, Metrofane usò invano le folgori della Chiesa contro
un popolo di scismatici. Gli sguardi dei Greci si volsero a Marco
d'Efeso, difensore del suo paese, e riguardato come santo confessore, i
cui patimenti vennero ricompensati con tributo d'applausi e di
ammirazione. Ma il suo esempio e i suoi scritti propagarono la fiamma
della religiosa discordia, benchè egli soggiacesse ben presto al peso
degli anni e delle infermità; perchè l'evangelio di Marco non era un
evangelio di tolleranza; onde fino all'estremo anelito chiese non si
ammettessero ai suoi funerali i partigiani di Roma che dispensò dal
pregare per l'anima sua.

Lo scisma non si ristette fra gli angusti limiti del greco Impero;
tranquilli sotto il governo dei Mammalucchi, i Patriarchi di
Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme adunarono un numeroso Sinodo,
ove negarono la legittimità de' loro rappresentanti a Ferrara e a
Firenze, condannando il Sinodo e il Concilio de' Latini, e minacciando
l'Imperatore di Costantinopoli delle censure della Chiesa d'Oriente. Tra
i settarj della comunione greca, i Russi erano i più potenti, i più
ignoranti e superstiziosi: il loro primate, Cardinale Isidoro, corse
rapidamente da Firenze a Mosca[7] per ridurre sotto l'autorità del
Pontefice questa independente nazione: ma i Vescovi russi aveano attinta
la loro dottrina fra le celle del monte Atos, e il Sovrano, non men dei
sudditi, seguiva le opinioni teologiche del proprio Clero. Il titolo, il
fasto, e la croce latina del Legato, amico di quegli uomini empj, così
li chiamavano i Russi, che si radeano la barba e celebravano il divin
sagrifizio colle mani coperte dai guanti, e le dita cariche di anelli,
divennero altrettanti soggetti di scandalo a quella nazione. Condannato
Isidoro da un Sinodo, e rinchiuso in un Monastero, non si sottrasse che
con grande stento al furore d'un popolo feroce e fanatico[8]. I Russi
inoltre negarono il passo ai Missionarj di Roma che voleano trasferirsi
a convertire i Pagani al di là del Tanai[9], fondando il loro rifiuto
sulla massima che il delitto d'idolatria è men condannevole di quel
dello scisma. L'avversione che i Boemi mostrarono al Papa, rendè
meritevoli di scusa i loro errori appo il Clero greco che mandò con una
deputazione a chiedere in Lega questi sanguinarj entusiasti[10]. Intanto
che Eugenio giubilava della conversione de' Greci, divenuti ortodossi, i
partigiani di lui nella Grecia, vedeansi confinati entro le mura, o
piuttosto nella reggia di Costantinopoli. Lo zelo di Paleologo eccitato
dall'interesse, fu ben tosto raffreddato dalla resistenza, e temè
cimentare la propria Corona e la vita, se avesse violentata la coscienza
di una nazione, cui non sarebbero mancati soccorritori stranieri e
domestici per sostenerla in una santa ribellione. Il Principe Demetrio,
fratello dell'Imperatore, il quale soggiornando in Italia, avea serbato
un silenzio che era conforme alla prudenza, e che pubblico favore gli
conciliò, minacciava d'impugnar l'armi in difesa della religione;
intanto l'apparente buon accordo de' Greci e dei Latini cagionava gravi
timori al Sultano de' Turchi.

[A. D. 1421-1451]

«Il Sultano Murad, o Amurat, visse quarantanove anni e ne regnò trenta,
sei mesi e otto giorni; Principe coraggioso e giusto, fornito di grande
animo, paziente nelle fatiche, istrutto, clemente, caritatevole e pio:
amava e incoraggiava gli uomini studiosi e tutto quanto eravi di
eccellente nelle scienze e nell'arti. Buon Imperatore e gran Generale,
niun altro riportò vittorie tante e sì luminose. La sola Belgrado
resistè a' suoi assalti. Sotto il regno del medesimo il soldato fu
sempre vittorioso, il cittadino, ricco e tranquillo. Allorchè avea
sottomesso un paese, era prima cura di questo principe il fabbricare
moschee, ricetti per le carovane, collegi, ospitali. Dava ogn'anno mille
piastre d'oro ai figli del Profeta; ne inviava duemilacinquecento alle
persone pie della Mecca, di Medina e di Gerusalemme»[11]. Questo
ritratto è tolto da uno storico dell'Impero ottomano. Ma non avvi
crudele tiranno che non abbia ottenuti encomj da un popolo schiavo e
superstizioso, e le virtù d'un sultano non sono spesse volte che i vizi
più utili ad esso o più aggradevoli ai suoi sudditi. Una nazione che non
abbia mai conosciuto i vantaggi, eguali per tutti, delle leggi e della
libertà[12], può lasciarsi sopraffare dalle arti del potere arbitrario.
La crudeltà del despota assume indole di giustizia agli occhi dello
schiavo che chiama liberalità la profusione, fregia del nome di fermezza
la pertinacia. Sotto il regno di colui che non ammette scuse, comunque
le più ragionevoli, vi sono pochi atti di sommessione impossibili, e là
dove non è sempre in sicuro l'innocenza, dee necessariamente tremare
anche il colpevole. Continue guerre mantennero la tranquillità de'
popoli e la disciplina de' soldati. La guerra era il mestier dei
giannizzeri, fra quali coloro che ne superavano i pericoli, aveano ricca
parte alla preda e applaudivano alla generosa ambizion del Sovrano. La
legge di Maometto raccomandava al Musulmani di adoperarsi alla
propagazione della fede. Tutti gl'Infedeli erano nemici de' Turchi e del
loro Profeta; la scimitarra era l'unico strumento di conversione di cui
facessero uso i Maomettani. Ciò nullameno la condotta di Amurat, giusto
e moderato lo palesò; per tale lo ravvisarono gli stessi Cristiani, che
attribuirono la prosperità del suo Regno e la tranquilla sua morte ad un
guiderdone largito dal Cielo agli straordinarj meriti di questo Sovrano.
Nel vigor degli anni e della militare possanza, poche guerre intimò
senza esservi costretto; la sommessione de' vinti facilmente lo
disarmava; sacra ed inviolabile erane la parola nell'osservare i
Trattati[13]. Gli Ungaresi quasi sempre furono gli aggressori. La
ribellione di Scanderbeg l'irritò. Il perfido Caramano vinto due volte,
due volte ottenne da Amurat il perdono. Tebe sorpresa dal despota,
giustificò l'invasione della Morea: il pronipote di Baiazetto avrebbe
potuto facilmente ritorre Tessalonica ai Veneziani che sì di recente
l'aveano acquistata. Dopo il primo assedio di Costantinopoli, la
lontananza, le sventure di Paleologo, le ingiurie che da lui sofferse
Amurat, mai non indussero questo Sultano ad affrettare gli estremi
momenti del greco Impero.

[A. D. 1443]

Ma il tratto più luminoso dell'indole e della vita di Amurat, fu quello
senza dubbio di rinunziare il trono due volte. Se i motivi che il
mossero non fossero stati inviliti da una mescolanza di superstizione,
non potremmo ricusare encomj ad un Monarca filosofo[14] che, nell'età di
quarant'anni, seppe discernere il nulla delle umane grandezze. Dopo
avere rimesso lo scettro fra le mani del figlio, alle deliziose stanze
di Magnesia si ritirò, ma cercando ivi la compagnia de' Santi e degli
Eremiti[15]. Non prima del quarto secolo dell'Egira, la religione di
Maometto si era lasciata corrompere ammettendo istituzioni monastiche
alla sua indole tanto opposte. Ma durante le Crociate, l'esempio de'
Monaci cristiani, greci ed anche latini, moltiplicò i varj Ordini di
Dervis[16]. Il padrone delle nazioni si assoggettò a digiunare, ad
orare, o a girar continuamente in tondo con altri fanatici che
confondeano il capogiro colla luce del divino spirito[17]. Ma
l'invasione degli Ungaresi il tolse ben tosto da questo entusiastico
sonno, e il figlio di lui prevenne il voto del popolo volgendosi
nell'istante del pericolo al padre. Sotto la condotta dell'antico
Generale, i giannizzeri furono vincitori; ma reduce dal campo di
battaglia di Warna, ripetè le sue preci, i suoi digiuni, i suoi giri in
tondo coi compagni del suo ritiro a Magnesia: pietose occupazioni da cui
lo trassero una seconda volta i pericoli dello Stato. L'esercito
vittorioso disdegnò l'inesperienza del figlio; Andrinopoli fu
abbandonata al saccheggio e alla strage; la sommossa de' giannizzeri
indusse il Divano a sollecitare la presenza di Amurat per impedire
l'assoluta ribellione di questa guardia; riconobbero essi la voce del
lor padrone, tremarono ed obbedirono; e il Sultano videsi a proprio
malgrado costretto a soffrire il suo luminoso servaggio, da cui in capo
a quattro anni l'Angelo della morte lo liberò. L'età o le malattie, il
capriccio o la sventura, hanno spesse volte costretti molti Principi a
scender dal trono, ed hanno avuto tempo per pentirsi di questa
irrevocabile risoluzione. Ma il solo Amurat, libero di scegliere, e dopo
avere sperimentati e l'Impero e la solitudine, diede per una seconda
volta alla vita privata la preferenza.

Dopo la partenza dei Greci, Eugenio non avea dimenticati i loro
temporali interessi; e questa tenera sollecitudine del Pontefice a
favore dell'Impero di Bisanzo era animata dalla paura di vedere i Turchi
avvicinarsi alle coste d'Italia, e forse ben presto invaderle. Ma lo
spirito che avea prodotte le prime Crociate, essendo svanito, i Franchi
mostrarono una indifferenza così poco ragionevole, come il tumultuoso
loro entusiasmo lo fu. Nell'undecimo secolo, un frate fanatico avea
saputo spingere tutta l'Europa contro dell'Asia per liberare il Santo
Sepolcro; nel decimoquinto i più possenti motivi di politica e di
religione non bastarono ad unire i Latini per la comune difesa della
Cristianità. Certamente l'Alemagna potea dirsi un ricettacolo non mai
vôto di armi e di soldati[18]; ma per mettere in moto questo corpo
composto di parti eterogenee, e languenti, vi sarebbe voluto l'impulso
di una mano ferma e vigorosa, ben diversa da quella del debole Federico
III, che non godea d'alcuna prevalenza come Sovrano, nè d'alcuna
considerazione alla persona di lui tributata. Una lunga serie di
combattimenti avea stremate le forze della Francia e dell'Inghilterra
senza por termine alle loro nimistà[19]. Ma il Duca di Borgogna,
Principe vano e fastoso, si fece, immune da spese e pericoli, un merito
della opportuna pietà de' suoi sudditi, che sopra una ben guernita
flotta veleggiarono dalle coste della Fiandra a quelle dell'Ellesponto.
Le Repubbliche di Genova e di Venezia, per situazione di lido, meno
estranee al teatro della guerra, unirono sotto lo stendardo di S. Pietro
le loro armate. I Regni della Polonia e della Ungheria, che coprivano,
per così esprimermi, le barriere interne della Chiesa latina, avevano il
maggior interesse ad impedire i progressi dei Turchi. Essendo l'armi il
retaggio dei Sarmati e degli Sciti, parea che queste nazioni sarebbero
state le più atte a sostenere simile guerra, se volto avessero contra il
comune nemico le militari forze che nelle loro discordie civili si
distruggevano. Ma un medesimo spirito le rendeva incapaci d'accordo e di
obbedienza; troppo povero il paese, troppo debole il Monarca per armare
un esercito regolare, le bande di cavalleria ungarese e polacca
difettavano d'armi e di que' sentimenti che in alcune occasioni
prestavano una forza invincibile alla francese cavalleria. Pur da questa
banda i disegni d'Eugenio e l'eloquenza del suo Legato, il Cardinale
Giuliano, trovarono appoggio in un accordo di favorevoli
circostanze[20]; l'unione di due corone sul capo di Ladislao[21],
giovane, ambizioso e guerriero; e il valor d'un eroe Giovanni Uniade, il
cui nome, già famoso fra i Cristiani, era formidabile ai Turchi. Ivi
largheggiò il Legato d'un tesoro inesausto d'indulgenze e di perdoni;
laonde molta mano di guerrieri alemanni e francesi essendosi arrolati
sotto la sacra bandiera, nuovi confederati dell'Europa e dell'Asia
rendettero, o fecero parere alquanto più formidabile la Crociata. Un
fuggiasco despota della Servia esagerò le strettezze e il guerriero
ardore de' Cristiani che abitavano l'opposta riva del Danubio; «questi
avevano, al dir di lui, risoluto di difendere la propria religione e la
propria libertà. L'Imperatore greco[22] con un coraggio ignoto ai suoi
maggiori, assumendosi di custodire il Bosforo, promettea uscire di
Costantinopoli a capo delle sue truppe e mercenarie e native. Intanto il
Sultano di Caramania[23] mandava avviso della ritirata di Amurat che
affari più incalzanti chiamavano nella Natolia; e se le flotte
occidentali avessero potuto nel tempo medesimo occupare lo stretto
dell'Ellesponto, la Monarchia ottomana sarebbesi veduta inevitabilmente
smembrata e distrutta. Il Cielo e la terra dovevano senza dubbio
arridere ad un'impresa che avea per iscopo la distruzione de'
miscredenti»; nè il Cardinal Legato si stette dal divulgare in termini
prudentemente equivoci la voce di un soccorso invisibile del figliuol di
Dio e della sua Santa Madre.

La guerra santa essendo già il grido unanime delle Diete di Polonia e
d'Ungheria, Ladislao, dopo avere varcato il Danubio, condusse l'esercito
de' suoi sudditi e confederati fino a Sofia capitale de' Bulgari; nella
quale spedizione riportarono due segnalate vittorie che vennero
giustamente attribuite al valore e alla condotta di Uniade. Nel primo
fatto d'armi, questi comandava un antiguardo di diecimila uomini, coi
quali il campo turco sorprese; nel secondo, a malgrado del doppio
svantaggio e di terreno, e di numero, sconfisse e fe' prigioniero il più
famoso fra i Generali ottomani. La vicinanza del verno e gli ostacoli
naturali e artificiali opposti dal monte Emo, fermarono questo Eroe, che
sei giorni di cammino avrebbero potuto condurre dalle falde delle
montagne alle nemiche torri di Andrinopoli, ovvero alla capitale amica
del greco Impero. Si ritirò in buon ordine; e l'ingresso del suo
esercito entro le mura di Buda presentò ad un tempo l'aspetto di un
trionfo militare e di una procession religiosa, nella quale il Re
accompagnato da' suoi guerrieri seguiva a piedi una doppia schiera di
Ecclesiastici. Ivi librati in giusta lance i meriti e i riguardi che
alle due nazioni belligeranti eran dovuti, l'umiltà cristiana temperò
l'orgoglio della conquista. Tredici Pascià, nove stendardi, e
quattromila prigionieri attestavano incontrastabilmente la vittoria
degli Ungaresi, e i Crociati, nella cui parola tutti credeano, niuno
essendovi presente per contraddirla, moltiplicarono senza scrupolo le
miriadi di Ottomani lasciati morti sul campo della battaglia[24]. La più
indubitata prova dei buoni successi de' Cristiani si stette nelle
vantaggiose conseguenze di questa campale stagione; perchè giunse a Buda
una deputazione del Divano incaricata di sollecitare la pace, di
riscattare i prigionieri e di fare sgomberare la Servia e l'Ungheria.
Mercè un tale Trattato conchiuso nella Dieta di Seghedino, il Re, il
Despota, e Uniade, ottennero tutti i vantaggi pubblici e particolari cui
poteano ragionevolmente aspettarsi. Una tregua di dieci anni fu
pattuita; sull'Evangelio i discepoli di Gesù Cristo, sul Corano i
seguaci di Maometto giurarono, invocando e gli uni e gli altri il nome
di Dio[25], come proteggitore della verità e punitore dello spergiuro.
Avendo gli Ambasciatori turchi posto che nella solennità del giuramento
da darsi si sostituisse all'Evangelio l'Eucaristia[26], cioè la presenza
reale del Dio de' Cattolici, i Cristiani nol vollero per non profanare i
lor santi misteri. Una coscienza superstiziosa si crede meno legata dal
giuramento in sè stesso che dalle forme esterne e visibili usate a fine
di convalidarla[27].

[A. D. 1444]

Durante questa negoziazione, il Cardinale che la disapprovava ed era
troppo debole per opporsi egli solo alla volontà del popolo e del
Monarca, si stette in un cupo silenzio; ma sciolta non era per anche la
Dieta, allorchè un messo gli portò avviso, che il Caramano era entrato
nella Natolia; invasa dall'Imperator greco la Tracia; l'Ellesponto
occupato dalle flotte di Venezia, di Genova e di Borgogna; i confederati
consapevoli della vittoria di Ladislao, ignari del negoziato, impazienti
di unire il proprio all'esercito degli Ungaresi. «In questo modo adunque
(sclamò il Cardinale, inorgoglito dalle felici novelle),[28] deluderete
le loro speranze e lascierete andar la fortuna? ad essi, al vostro Dio,
e ai Cristiani vostri fratelli obbligaste la vostra fede; questo primo
obbligo annulla un giuramento imprudente e sacrilego che avete fatto ai
nemici di Gesù Cristo, del quale il Papa in questo Mondo è Vicario. Voi
non potevate legittimamente nè promettere, nè operare senza la sanzione
del Pontefice. In nome di lui santifico le vostre armi e vi sciolgo
dall'essere spergiuri. Seguitemi per tanto nel cammino della gloria e
della salute; e se vi rimane ancor qualche scrupolo, rovesciatene sopra
di me la colpa e il gastigo». L'incostanza, indivisibile mai sempre
dalle popolari assemblee, e il sacro carattere del Legato avendo
rinvigoriti questi funesti argomenti, fu risoluta la guerra in quel
luogo medesimo ove dianzi era stata giurata la pace; e quasi
adempiessero il Trattato, i Cristiani assalirono i Turchi, che poterono
allora con più giustificato motivo chiamarli infedeli. Le massime di
quella età palliarono lo spergiuro di Ladislao, del quale avrebbero
fatta in allora compiuta scusa il buon esito e la liberazione della
Chiesa latina; ma quel Trattato medesimo che dovea legare la sua
coscienza, lo aveva diminuito di forze. I volontari alemanni e francesi,
appena udito promulgare la pace, si erano ritirati con indignazione. I
Polacchi erano stanchi di continuare in una spedizione sì lontana dai
loro paesi, e malcontenti fors'anche di obbedire a Capi stranieri; onde
i Palatini si affrettarono a valersi della permissione avuta per tornare
nelle proprie province o castella. I dispareri s'introdussero fra gli
stessi Ungaresi, ned è inverisimile che una parte di questi fosse da
lodevoli scrupoli trattenuta; in somma gli avanzi di Crociata che alla
seconda spedizione si accinsero, si riducevano all'insufficiente numero
di ventimila uomini. Un Capo de' Valacchi che raggiunse co' suoi
vassalli l'esercito reale, non mancò d'avvertire, che da altrettanto
numero d'uomini si facea accompagnare il Sultano sol per andare alla
caccia; e presentando Ladislao di due corridori straordinariamente
veloci, additò qual esito augurasse di tale impresa; nondimeno questo
despota di Servia, dopo avere ricuperato il regno e riavuti i suoi
figli, fu sedotto dalla promessa di nuovi possedimenti. L'inesperienza
di Ladislao, l'entusiasmo del Legato e persino la persecuzione del
valoroso Uniade, persuasero facilmente all'esercito che tutti gli
ostacoli doveano cedere alla possanza invincibile della Croce e della
spada. Attraversato il Danubio, si trovarono fra due strade diverse che
poteano parimente condurli a Costantinopoli e all'Ellesponto. L'una
retta, ma ardua e scoscesa, e per mezzo alle gole del monte Emo; l'altra
più tortuosa, ma altrettanto più sicura che conducea per mezzo a
pianure, e lungo le coste del Mar Nero, e tenendo la quale le truppe
aveano sempre difeso il fianco, giusta il costume degli Sciti, dalle
mobili trincee de' lor carriaggi. Questa via di fatto giudiziosamente
preferirono. L'esercito cattolico passò per mezzo dell'Ungheria ardendo
e saccheggiando senza misericordia le chiese e i villaggi de' Cristiani
del paese; indi mise ultimo campo a Varna, paese situato in riva al
mare, e il nome del quale è divenuto celebre per la sconfitta e la morte
di Ladislao[29].

[A. D. 1444]

Erano su questo campo funesto i Cristiani allorchè invece di trovare la
flotta che secondar dovea le loro fazioni, seppero che Amurat,
abbandonata la sua solitudine di Magnesia, veniva con tutte le forze
dell'Asia a sostenere le proprie conquiste in Europa. Alcuni Storici
pretendono che l'Imperator greco intimorito o sedotto gli avesse dato
libero il passo del Bosforo; e l'Ammiraglio genovese, cattolico e nipote
del Papa, non è riuscito a scolparsi dell'accusa di aver consegnata,
vinto dai doni, la guardia dell'Ellesponto. Da Andrinopoli il Sultano,
forzando il cammino, si trasse fino a veggente dei Cristiani con un
esercito di sessantamila uomini; talchè quando Uniade e il Legato ebbero
scorto da vicino l'ordine e il numero dei turchi combattenti, questi
guerrieri dianzi sì fervidi, proposero una ritirata che in quel momento
non si potea più eseguire. Il solo Re si mostrò risoluto alla vittoria o
alla morte. Generosa deliberazione che per poco dal trionfo non fu
coronata. I due Monarchi combatteano nel centro, l'uno a fronte
dell'altro, e i Beglerbegs, o Generali della Natolia e della Romania,
comandavano la diritta e la sinistra rimpetto alle soldatesche d'Uniade
e del despota. Dopo il primo impeto, le ali dell'esercito turco furono
rotte, vantaggio che, in disastro si convertì; perchè nel loro ardor
d'inseguire, i vincitori avendo oltrepassato l'esercito de' nemici,
privarono i lor compagni di un necessario soccorso. Nel primo istante
che Amurat vide i suoi squadroni prender la fuga, disperò della fortuna
sua e dell'Impero; e stava per seguirla, quando un giannizzero veterano
lo fermò per la briglia del suo cavallo; il Sultano ebbe la generosità
di perdonare e anzi concedere un premio al soldato che, accortosi del
terror del Monarca, ardì impedirgli la fuga. I Turchi portavano esposto
a capo dell'esercito il Trattato di pace, monumento della cristiana
perfidia, e aggiugnesi che il Sultano volgendo i suoi sguardi al Cielo
implorasse la protezione del Dio di verità, chiedendo inoltre al
_Profeta Gesù Cristo_ che vendicasse questo empio scherno del suo nome e
della sua religione[30]. Con un corpo inferiore di numero e a malgrado
del disordine delle sue file, Ladislao si lanciò coraggioso
sugl'inimici, addentrandosi fino in mezzo alla falange quasi
impenetrabile dei giannizzeri. Allora Amurat, avendo ferito d'un dardo,
se prestiamo fede agli Annali ottomani, il cavallo del Re
d'Ungheria[31], Ladislao cadde sotto le lancie dell'infanteria, e un
soldato turco con forte voce esclamò: «Ungaresi, ecco la testa del
vostro Re» e la morte di Ladislao divenne il segnale della sconfitta de'
Cristiani; e tardo fu il soccorso di Uniade, che, tornando addietro dopo
avere inseguito imprudentemente il nemico, deplorò il suo errore e la
pubblica calamità; vani ne riuscirono gli sforzi per ritirare il corpo
del Re, calpestato dai vincitori e dai vinti che insieme si
confondevano, onde le ultime prove del coraggio e della abilità di
Uniade si adoperarono a salvare gli avanzi della sua cavalleria valacca.
La fatal giornata di Warna costò la vita a diecimila Cristiani, e ad un
numero molto maggiore di Turchi, ma che, atteso il loro numero, sì
grande non compariva. Cionnullameno il Sultano filosofo non ebbe
vergogna di confessare che una seconda vittoria simile a quella avrebbe
avuta per conseguenza la distruzione del vincitore. Fece innalzare una
colonna sul luogo ove Ladislao cadde morto; ma la modesta iscrizione
scolpita su quel monumento celebrava il valore e deplorava la sventura
del giovane Re, senza far cenno della sconsigliatezza con cui se la
procacciò[32].

Non so risolvermi ad abbandonare il campo di Warna senza offrire ai
leggitori un saggio del carattere e della Storia de' due primarj
personaggi di questa impresa, Giovanni Uniade, e il Cardinale Giuliano.
Giuliano Cesarini[33], uscito di nobile famiglia romana, avea fatti i
suoi principali studj sull'erudizion de' Greci e de' Latini, e possedè
tal pieghevolezza d'ingegno, per cui comparve splendidamente nelle
scuole, alla Corte, e ne' campi. Vestita appena la porpora romana, ebbe
l'incarico di trasferirsi in Alemagna, per chiedere all'Impero un
soccorso d'armi contra i ribelli e gli eretici della Boemia. La
persecuzione è indegna d'un Cristiano; la professione dell'armi non si
addice ad un Sacerdote; ma le costumanze de' tempi scusavano la prima, e
Giuliano nobilitò l'altra colla intrepidezza che mostrò rimanendo solo
ed impavido in mezzo alla vergognosa sconfitta degli Alemanni. Come
Legato del Pontefice aperse il Concilio di Basilea, ma Presidente di
questa adunanza, si diè ben tosto a divedere campione zelantissimo
dell'ecclesiastica libertà, e sostenne sette anni, con zelo ed
intelligenza, l'opposizione mossa alle pretensioni pontificie. Autore
de' più vigorosi espedienti che vennero presi contro l'autorità è la
persona d'Eugenio, cedè indi ad alcuni motivi segreti d'interesse e di
coscienza, per cui abbandonò all'impensata la fazion popolare.
Ritiratosi da Basilea a Ferrara, intervenne nelle discussioni che
agitarono i Greci e i Latini, ed entrambe le nazioni furono costrette ad
ammirare la saggezza de' suoi argomenti e la profondità della sua
teologica erudizione[34]. Vedemmo nell'ambasciata d'Ungheria quai
fossero i funesti effetti degli eloquenti sofismi di questo Prelato; ma
ne cadde ancor prima vittima, morto nella sconfitta di Warna, mentre
accoppiava gli uffizj del Sacerdozio a quei della guerra. Le circostanze
della sua morte vengono narrate in varie guise; ma l'opinion generale è
che l'oro di cui andava carico, oltre al ritardarne la fuga, seducesse
la barbara rapacità di alcuni fuggitivi Cristiani.

Da oscura origine, o almeno dubbiosa, Uniade si era innalzato per merito
al comando degli eserciti dell'Ungheria. Valacco erane il padre, greca
la madre; ed è possibile che la sua stirpe, ignota, derivasse dagli
Imperatori di Costantinopoli. Le pretensioni de' Valacchi e il
soprannome di Corvino, venutogli dal luogo ove nacque, potrebbero anche
somministrare pretesti per attribuirgli qualche consanguinità co'
patrizj dell'antica Roma[35]. Giovane ei fece le guerre d'Italia, e fu
tra i dodici Cavalieri che tenne cattivi il Vescovo di Zagrado. Sotto
nome di Cavalier Bianco[36], si acquistò splendida rinomanza,
aumentatisi inoltre, il suo patrimonio per nobili e ricche nozze
contratte, e la sua gloria per avere difese le frontiere dell'Ungheria,
e riportate in un medesimo anno tre vittorie sugli Ottomani. Solo in
virtù del credito di cui Uniade godeva, Ladislao di Polonia ottenne
l'ungarese Corona; servigio importante di cui gli divennero ricompenso
il titolo e l'ufizio di Vevoda della Transilvania. Due lauri alla sua
corona militare aggiunse la prima Crociata di Giuliano, e, in mezzo ai
comuni disastri, essendosi dimenticato il fatale errore ch'ei commise a
Warna, fu nominato Generale e Governatore della Ungheria, durante
l'assenza e la minorità di Ladislao III, Re titolare di questo Stato.
Ne' primi momenti il timore impose silenzio all'invidia; indi un regno
di dodici anni provò che ai meriti del guerriero univa quelli ancor del
politico. Cionnullameno, esaminando più d'appresso le imprese sue
militari, non ci dimostrano queste in Uniade un Generale che
espertissimo potesse dirsi. Il Cavalier Bianco mostrò nell'armi più
valor di braccio che di mente, e combattè qual Capo di una banda di
Barbari indisciplinati, che assalgono senza timore, nè poi si vergognano
di fuggire. La vita militare di Uniade offre una romanzesca vicenda di
vittorie e disastri. I Turchi che del nome di lui si valeano per far
paura agl'indocili fanciulli, lo chiamavano corrottamente _jancus laïn_,
o il _maladetto_; odio che dava a divedere quanto lo apprezzassero. Non
riuscì mai loro di penetrare nel Regno finchè Uniade lo difese; e
allorquando speravano vedere inevitabilmente perduti e lui e la sua
patria, Uniade apparve formidabile più di prima. Anzichè limitarsi ad
una guerra di difesa, quattro anni dopo la rotta di Warna, ei si spinse
una seconda volta nel cuore della Bulgaria, resistendo fino al terzo
giorno agli sforzi d'un esercito ottomano quadruplo di quello che egli
comandava. Abbandonato da' suoi, questo Eroe fuggiva solo per mezzo ai
boschi della Valachia, allorquando il fermarono due masnadieri. Ma
intantochè coloro si disputavano una catena d'oro che gli pendeva dal
collo, ei riprese la spada uccidendo un d'essi, fugando l'altro. Dopo
avere esposta a nuovi cimenti la vita e la libertà, riconfortò
finalmente colla sua presenza un popolo afflitto. Belgrado difesa contra
tutte le forze ottomane comandate da Maometto II (A. D. 1456), fu
l'ultima impresa e la più gloriosa della sua vita. Durò quaranta giorni
quell'assedio, e i Turchi erano pervenuti fino alla città, quando Uniade
li costrinse a ritirarsi, onde le nazioni giubilanti confusero i nomi di
Uniade e di Belgrado, intitolandoli i baloardi della Cristianità[37]. Ma
questa famosa liberazione venne seguìta circa un mese dopo, dalla morte
di quello che la operò; e può riguardarsi come luminosissimo epitafio di
Uniade il rincrescimento espresso dal Sultano Maometto, perchè questa
morte gli togliea la speranza di vendicarsi del solo nemico che lo avea
vinto. Appena rimase vacante il trono dell'Ungheria, grato quel popolo
alla memoria del suo benefattore, coronò il figlio di lui, Mattia
Corvino, in età allora di diciotto anni. Ebbe questi un lungo e prospero
regno, ed aspirò alla gloria di Santo e di conquistatore; ma il merito
che più certa gloria gli partorì si fu l'incoraggiamento dato alle
scienze, onde la stessa fama di Uniade ha dovuto il suo più grande
splendore all'eloquenza degli Oratori e degli Storici latini, che il
figlio di lui chiamò dall'Italia[38].

[A. D. 1404-1413]

Nel catalogo degli Eroi sogliono d'ordinario vedersi uniti i nomi di
Giovanni Uniade e di Scanderbeg[39]; e veramente sono meritevoli della
contemporanea nostra attenzione, per avere entrambi date tai brighe
all'Impero ottomano, che può dirsi essere stata differita per essi la
rovina del greco Impero. Giovanni Castriotto, padre di Scanderbeg,
Sovrano ereditario[40] di una piccola Signoria dell'Epiro, o della
Albania, posta fra le montagne e il mare Adriatico, vedendosi troppo
debole per resistere al poter del Sultano, comperò la pace col
sottomettersi alla sgradevole condizione di tributario. Diede per
ostaggi, o mallevadori, i suoi quattro figli, che vennero circoncisi,
educati nell'Islamismo, nella politica e nelle discipline de'
Turchi[41]. I tre figli maggiori rimasti confusi tra la folla degli
schiavi, perirono, dicesi, di veleno; ma la Storia non somministra prove
che ci mettano in istato di ricusare, o ammettere una siffatta
imputazione; sembra per altro improbabile per chi faccia attenzione alle
cure e alle sollecitudini colle quali venne allevato Giorgio Castriotto,
il quartogenito dei giovani Principi albanesi, che diede a divedere fin
dalla più verde età il vigore e l'intrepido animo di un soldato. Tre
vittorie successive da lui riportate sopra un Tartaro e due Persiani che
aveano sfidati i guerrieri della Corte ottomana, gli meritarono il
favore di Amurat, e il nome turco di Scanderbeg, _Iskender Beg_, ossia
Alessandro Signore, attesta ad un tempo la gloria e la servitù del
giovine Castriotto. Benchè il Principato del padre suo venisse ridotto
in turca provincia, gli furono conceduti in ricompensa il titolo e il
grado di Sangiacco, il comando di cinquemila uomini a cavallo, e tale
condizione che prometteagli le prime Dignità dello Impero. Militò con
onore nelle guerre dell'Europa e dell'Asia; nè possiamo starci dal
sorridere sullo artifizio, o la credulità dello Storico, che pretende
avere Scanderbeg, in tutti gli scontri, risparmiati i Cristiani,
scagliandosi poi a guisa di folgore sopra tutti que' nemici che
professavano la religione maomettana. — La gloria di Uniade è scevra di
taccia; combattè questi per la sua patria e per la sua religione; e gli
stessi nemici, che dovettero lodare i meriti del valoroso Ungarese, non
risparmiarono al rivale di Uniade gli epiteti ignominiosi di traditore e
di apostata. Agli occhi de' Cristiani la ribellione di Scanderbeg trova
scusa ne' torti che il padre di lui aveva ricevuti, nella morte,
sospetta, de' tre fratelli, nella schiavitù della patria e persino
nell'invilimento cui si volea farlo soggiacere. Questi ammirano lo zelo
generoso, benchè venuto tardi, con cui Scanderbeg difese la Fede e la
independenza de' suoi antenati; ma, dall'età di nove anni, questo
guerriero professava la dottrina del Corano, nè conoscea l'Evangelio.
L'autorità e la consuetudine decidono della religion di un soldato, e ci
sarebbe assai difficile lo spiegare come una nuove luce sopravvenisse a
rischiararlo in età di quarant'anni[42]. Men sospetti d'interesse, o di
vendetta, ci parrebbero i motivi che guidarono l'Albanese, se avesse
infrante le catene nei primi istanti che ne sentì il peso; ma una sì
lunga dimenticanza de' suoi diritti, gli avea non v'ha dubbio scemati;
ed ogni anno di sommessione e di ricevuti premj, afforzava i mutui
vincoli che univano insieme il Sultano ed il suddito. Se Scanderbeg,
convertito alla Fede cristiana, meditava da lungo tempo il disegno di
ribellarsi contra il proprio benefattore, qual'anima timorata potrà
lodare una vile dissimulazione di cui si valeva per meglio tradire le
promesse, che erano altrettanti spergiuri, e strumenti operosi alla
rovina temporale e spirituale di tante migliaia d'uomini cui si
protestava fratello? Scuseremo noi la corrispondenza segreta che,
comandando l'antiguardo ottomano, egli mantenea con Uniade? O l'avere
abbandonati gli stendardi, e tolta per tradimento la vittoria di mano al
suo protettore? In mezzo alla confusione prodotta da una sconfitta,
Scanderbeg seguì cogli occhi il Reis Effendi, o Segretario principale, e
raggiuntolo, gli presentò un pugnale al petto costringendolo a
scrivergli un firmano o chirografo di Governatore dell'Albania; indi
temendo nocevole ai suoi disegni una troppo pronta scoperta, fece
trucidare con tutto il seguito l'innocente complice del suo inganno.
Traendosi dietro alcuni venturieri istrutti di questo disegno, si
trasportò in fretta e col favore delle tenebre dal campo della battaglia
ai suoi paterni dirupi. Alla vista del Firmano, Croia gli aperse le
porte; e appena si vide padrone della Fortezza, svestì la maschera della
dissimulazione, e abbiurata pubblicamente la Fede al Profeta e
l'obbedienza al Sultano de' Turchi, si chiarì vendicatore della propria
famiglia e del proprio paese. I nomi di religione e di libertà
suscitarono una generale sommossa; la guerriera stirpe degli Albanesi
giurò unanimemente di vivere e di morire col suo principe ereditario, nè
alle guernigioni ottomane rimase altra scelta che del battesimo o del
martirio. Convocatisi gli Stati dell'Epiro, Scanderbeg fu eletto
condottiero della guerra contro i Turchi, obbligandosi tutti i
confederati a somministrare il loro contingente in combattenti e
soldati. Queste contribuzioni, le entrate de' suoi dominj, e le ricche
saline di Selina, procurarono a Scanderbeg un'annuale rendita di
dugentomila ducati[43], che egli, non distraendone alcuna parte ne'
bisogni di lusso, per intero impiegò al pubblico servigio. Affabile ne'
modi, nella disciplina severo, bandì dal suo campo tutti i vizj che
avrebbero ammollito il coraggio de' suoi, e col dar esempio di pazienza,
mantenne la sua autorità. Da esso condotti gli Albanesi, si credettero
invincibili, e tali ai nemici sembrarono. Tratti dallo splendor di sua
fama, i più prodi venturieri francesi e alemanni corsero sotto le sue
bandiere, e vi furono ben accolti. Le sue truppe ordinarie sommavano ad
ottomila uomini a cavallo e a settemila fanti: piccoli i cavalli,
solerti i guerrieri; fu abilissimo nel calcolare i rischi e i vantaggi
che le sue montagne offerivano; accese torcie additavano i siti
pericolosi; tutta la nazione veniva distribuita ne' posti inaccessibili.
Con queste impari forze, Scanderbeg resistè per ventitre anni a tutta la
possanza dell'Impero ottomano, e due conquistatori, Amurat II, e il
figlio di Amurat, più grandi del padre, trovarono sempre mala fortuna
contro un ribelle che perseguivano con simulato disprezzo e con astio
implacabile. Amurat, entrato nell'Albania a capo di sessantamila uomini
a cavallo e di quarantamila giannizzeri, potè, non v'ha dubbio, devastar
le campagne, occupare le città aperte, trasformare le chiese in moschee,
circoncidere i giovanetti cristiani, immolare i prigionieri
inviolabilmente fermi nella loro religione; ma le sue conquiste si
limitarono alla piccola Fortezza di Seftigrado, il cui presidio dopo
avere durato costantemente contro tutti gli assalti, fu vinto da un
grossolano artificio e dagli scrupoli della superstizione[44]. Ma dopo
avere perduta molta gente dinanzi Croia, Fortezza e residenza de'
Castriotti, fu costretto a levarne vergognosamente l'assedio, e
difendersi sempre, e nell'andata e nella tornata, contro un nemico quasi
invincibile che incessantemente lo tribolava[45]. Vuolsi che il
cordoglio sofferto pel cattivo esito di una tale spedizione contribuisse
ad accorciare i giorni del Sultano[46]. In mezzo alla gloria delle sue
conquiste, nemmeno Maometto II potè trarsi questa spina dal seno,
ridotto a permettere ai suoi Luogotenenti di negoziare una tregua; sotto
i quali aspetti il Principe d'Albania merita di essere riguardato come
un abile e zelante difensore della libertà della sua patria.
L'entusiasmo della religione e della cavalleria hanno collocato il nome
di Scanderbeg fra quelli di Alessandro e di Pirro, i quali certamente
non vergognerebbero di un concittadino sì intrepido; ma la debolezza del
suo potere, e la picciolezza dei suoi Stati, lo mettono ad una distanza
ben segnalata dagli Eroi che trionfarono dell'Oriente e delle legioni
romane. Appartiene ad una sana critica il librare su giuste lanci il
racconto luminoso delle imprese di Scanderbeg, dei Pascià e degli
eserciti vinti, dei tremila Turchi che di propria mano immolò.
Nell'oscura solitudine dell'Epiro e contro un ignorante nemico, i
biografi di Scanderbeg poterono permettere alla loro parzialità tutte
quelle agevolezze che agli scrittori de' Romanzi sogliono essere
concedute. Ma la Storia d'Italia gettò sulle loro finzioni il lume della
verità. Che anzi ne insegnano eglino stessi a diffidare della sincerità
delle loro relazioni, col racconto favoloso delle imprese di Scanderbeg,
allor che questi passando il mare Adriatico a capo di ottocento uomini
andò in soccorso del Re di Napoli[47]. Avrebbero potuto confessare senza
offuscar per questo la gloria del loro Eroe, che fu finalmente costretto
di cedere alla Potenza ottomana. Ridotto a stremo, chiese un asilo al
Pontefice Pio V, e convien dire che tutte le speranze gli fossero
mancate, perchè morì fuggitivo a Lissa, isola spettante alla Repubblica
veneta[48]. Ne violarono indi il sepolcro i Turchi, impadronitisi di
questo paese, ma la pratica superstiziosa de' giannizzeri che portavano
le ossa di Scanderbeg incastrate, a guisa di reliquia, ne' lor
braccialetti, era una tacita confessione del rispetto in cui tenevano il
suo valore; anche la rovina dell'Albania che seguì immediatamente dopo
la morte di Scanderbeg, è per esso un monumento di gloria: ma, se avesse
giudiziosamente bilanciate le conseguenze della sommessione e della
resistenza, un più generoso amante della sua patria rinunziava forse ad
una lotta ineguale, il cui successo dalla vita e dalla morte di un uomo
sol dependea. Probabilmente lo confortò la speranza, ragionevole benchè
illusoria, che il Pontefice, il Re di Napoli e la Repubblica di Venezia
si unirebbero in difesa di un popolo libero e cattolico, vero guardiano
delle coste del mare Adriatico e dell'angusto intervallo che disgiunge
dalla Italia la Grecia. Il figlio di Scanderbeg, ancora fanciullo, fu
salvato dal disastro che il minacciava: i Castriotti[49] ottennero un
Ducato nel Regno di Napoli, e il loro sangue si è trasfuso fino ai dì
nostri nelle più ragguardevoli famiglie di questo Reame. Una colonia di
fuggitivi albanesi ottenne possedimenti nella Calabria, ove conservano
tuttavia la lingua e i costumi de' lor maggiori[50].

[A. D. 1448-1453]

Dopo avere trascorsa tanta parte dell'intervallo frapposto allo
scadimento e alla caduta dell'Impero Romano, eccomi finalmente al Regno
dell'ultimo di questi Imperatori di Costantinopoli che il nome e la
maestà de' Cesari sì debolmente sostennero. Dopo la morte di Giovanni
Paleologo, che sopravvisse circa quattro anni alla Crociata
dell'Ungheria[51], la famiglia Imperiale, si trovò, per la morte di
Andronico e la professione monastica di Isidoro, ridotta ai tre figli
dell'Imperator Manuele, Costantino, Demetrio, e Tommaso. Il primo e
l'ultimo di questi viveano in fondo della Morea, ma Demetrio padrone
degli Stati di Selimbria, venuto era ne' sobborghi a capo di una
fazione. Le sciagure della patria non aveano raffreddati gli ambiziosi
disegni di cotest'uomo, che già avea turbata la pace dell'Impero
cospirando coi Turchi e cogli Scismatici. Straordinaria e perfino
sospetta fu la sollecitudine da lui posta nel dar tumulo all'Imperatore
defunto; e a giustificare le sue pretensioni al trono, Demetrio si valse
di un debole e vieto sofisma, adducendo che egli era il primogenito dei
figli nati nella porpora, e in tempo che il padre regnava. Ma
l'Imperatrice madre, il Senato e i soldati, il Clero e il popolo,
chiarendosi unanimi pel successore legittimo, anche il Despota Tommaso,
che casualmente, e ignaro della morte del padre, era tornato a
Costantinopoli, sostenne con fervore i diritti del fratello suo
Costantino. Venne immantinente spedito, quale Ambasciadore ad
Andrinopoli, lo Storico Franza, che Amurat ricevè con onore,
rimandandolo poscia carico di donativi; ma, in mezzo alla benevolente
condiscendenza del Sovrano turco, trapelavano le sue pretensioni a
riguardare il Greco, siccome vassallo, indizio della prossima caduta
dell'Impero di Oriente. Coronato a Sparta da due illustri Deputati del
Regno, Costantino partì in primavera dalla Morea, evitando lo scontro di
una squadra turca; e giunto a Costantinopoli fra le acclamazioni de'
sudditi, celebrò il suo avvenimento al trono con feste e con liberalità
che impoverirono l'erario, o piuttosto condussero ad estremo termine la
miseria dello Stato. Ceduto immantinente ai suoi fratelli il
possedimento della Morea, i due Principi Demetrio e Tommaso si
riconciliarono alla presenza della loro madre, con giuramenti ed
amplessi, pegni mal fermi della fragile loro amicizia. L'Imperatore
pensò indi a scegliersi una moglie, che gli venne additata nella figlia
del veneto Doge; ma i Nobili di Bisanzo ponendo in campo la distanza che
v'era fra un Monarca ereditario ed un Magistrato elettivo, lo indussero
ad un rifiuto, di cui in appresso, ne' momenti più angustiosi di
Costantinopoli non si dimenticò il Capo di una tanto poderosa
Repubblica. Costantino stette perplesso fra le famiglie reali di Georgia
e di Trebisonda. Le relazioni dell'ambasceria di Franza, o ne riguardino
i pubblici ufizj, o la vita privata, ci dipingono gli ultimi momenti del
greco Impero[52].

[A. D. 1450-1452]

Franza, _Protovestiario_, o gran Ciamberlano, partì da Costantinopoli
munito dell'autorità Imperiale, e sfoggiando con tal pompa che a
renderla luminosa furono adoperati gli ultimi avanzi delle ricchezze del
Regno. Il suo numeroso corteggio era composto di Nobili, di guardie, di
frati e di medici, cui venne aggiunta una brigata di musicanti;
ambasceria dispendiosa che durò oltre a due anni. Al suo arrivo nella
Georgia, o Iberia, gli abitanti delle città e de' villaggi si
affoltarono attorno a questi stranieri, ed eran sì semplici che
provavano grande diletto in udendo armoniosi suoni senza sapere da che
derivassero. In mezzo a quella folla trovavasi un vecchio più che
centenario, stato lungo tempo prigioniero de' Barbari[53], e che
allettava i suoi uditori raccontando le maraviglie dell'India[54], dal
qual paese per un mare incognito era tornato nel Portogallo[55]. Da
questa ospite contrada, Franza continuò il suo viaggio fino a
Trebisonda, ove dal Principe di quell'Impero intese la morte di Amurat
recentemente seguìta. Anzichè allegrarsene, questo esperto politico fu
preso da giusta tema che un Principe, giovane ed ambizioso, non
rispetterebbe a lungo il sistema saggio e pacifico del padre suo. Dopo
la morte del Sultano, Maria, vedova del medesimo[56], cristiana e figlia
del despota della Servia, era stata onorevolmente ricondotta alla sua
famiglia. Mosso dalla rinomanza della beltà e de' pregi di questa
Principessa, l'Ambasciatore la riguardò come la più degna su di cui la
scelta dell'Imperatore potesse cadere; al qual proposito, lo stesso
Franza racconta e combatte tutte le obbiezioni che su di tal parentado
insorgeano. «La maestà della porpora, egli dice, basta per nobilitare un
disuguale connubio, l'ostacolo della parentela può togliersi mercè la
dispensa della Chiesa e il pagamento di alcune elemosine; la specie di
macchia contratta dalla Principessa maritandosi con un Turco, è tal
circostanza, alla quale si è data sempre passata». Aggiunge Franza, che
benchè l'avvenente Maria toccasse da vicino i cinquant'anni, potea
nondimeno sperar tuttavia di dare un erede all'Impero. Costantino ben
accolse questo consiglio, che il suo Ambasciatore gli fe' pervenire
valendosi della prima nave che partiva da Trebisonda; ma le fazioni
della Corte si opposero a tal maritaggio, che per altra parte la Sultana
rendè impossibile, consacrando piamente il resto de' suoi giorni alla
professione monastica. Ridotto alla prima alternativa, Franza preferì la
Principessa di Georgia, il cui padre abbagliato da un parentado sì
luminoso, non solamente non pose, giusta l'uso di sua nazione un prezzo
alla figlia, ma di più la dotò di cinquantaseimila ducati e di
cinquemila di assegnamento annuale[57]. Assicurò inoltre l'Ambasciatore
che le sollecitudini di lui non anderebbero prive di guiderdone, e
poichè Franza avea una figlia e un figlio che era stato adottato al
fonte battesimale dall'Imperatore, il Georgiano promisegli che della
figlia sarebbesi preso pensiero la futura Imperatrice di Costantinopoli.
Tornato in patria il messaggero, Costantino confermò il Trattato
imprimendo di sua mano tre croci rosse sopra la bolla d'oro che lo
guarentiva, e assicurando l'inviato del Principe di Georgia che,
all'incominciare di primavera, le sue galee avrebbero salpato da
Costantinopoli ai lidi georgiani, per condurgli da quelli la sposa.
Conchiusa questa bisogna, l'Imperatore chiamò in disparte il fedele
Franza, e usando seco lui i modi non della contegnosa benevolenza, ma di
un amico sollecito di versare nel seno d'un altro amico, che dopo lunga
lontananza rivede, i segreti affanni del proprio cuore, lo abbracciò,
favellandogli in cotal guisa: «Dopo che ho perduti mia madre e
Cantacuzeno, i quali soli mi consigliavano senza interesse o fini di
passioni individuali[58], mi vedo attorniato d'uomini ai quali non posso
concedere nè amicizia, nè confidenza, nè stima. Voi conoscete Luca
Notaras, il grand'Ammiraglio; idolatra ostinato delle proprie idee,
millanta per ogni dove ch'ei regola a piacer suo i miei pensieri e le
mie azioni. Il rimanente de' cortigiani è guidato da spirito di parte, o
da mire di personale vantaggio: sarò io dunque costretto, sopra cose di
politica, o di nozze a non consultare che frati? Avrò d'uopo ancora per
lungo tempo del vostro zelo e della vostra solerzia. In primavera,
andrete a trovare uno de' miei fratelli per indurlo a sollecitare in
persona i soccorsi delle Potenze dell'Occidente. Dalla Morea vi
trasferirete a Cipro per eseguire una commissione segreta, e di lì nella
Georgia, d'onde mi condurrete la sposa». — «I vostri comandi, o Sire,
rispose Franza, non ammettono repliche; ma degnatevi pensare, gravemente
sorridendo soggiunse, che se mi allontano sì spesso dalla mia famiglia,
potrebbe venire a mia moglie la tentazione di cercarsi un altro marito,
ovvero di farsi monaca». Dopo essersi alquanto scherzato su questi
timori, l'Imperatore, assumendo un tuono più serio, assicurò il suo
favorito, che lo allontanava per l'ultima volta, e che serbava al figlio
di esso la mano della erede di un ricco ed illustre patrimonio, e allo
stesso Franza il rilevante ufizio di Gran Logoteta, ossia di primario
Ministro di Stato. Le nozze del figlio di Franza furono tosto concluse,
ma quanto alla carica di Logoteta se l'era arrogata il Grande
Ammiraglio, benchè questi due impieghi fossero incompatibili nel
medesimo tempo. Fu d'uopo di una negoziazione, che durò qualche tempo,
per ottenere, mediante un compenso, il consentimento di Notaras; e
nondimeno la nomina di Franza non ebbe una assoluta pubblicità; tanto
paventava l'Imperatore di inimicarsi questo audace e poderoso favorito.
Fattisi durante il verno gli apparecchi dell'ambasceria, Franza deliberò
di cogliere una tale opportunità per allontanare il proprio figlio, e
collocarlo, ove meno imminenti pareano i pericoli, vale a dire nella
Morea, presso i congiunti di sua madre. Questi erano i pubblici e
privati divisamenti, che scompigliati ben tosto dalla guerra co' Turchi,
sotto le rovine del greco Impero andaron sepolti.

NOTE:

[1] L'epistola di Manuele Crisoloras all'Imperatore Giovanni Paleologo
non offenderà gli occhi, o le orecchie di persone dedite allo studio
dell'antichità (_ad calcem_ Codini, _De antiquitatibus C. P._, 107-126);
la sottoscrizione prova che Giovanni Paleologo fu associato all'Impero
prima dell'anno 1411, epoca della morte di Crisoloras. L'età de' due più
giovani figli di esso, Demetrio e Tommaso, entrambi _Porfirogeneti_,
mostra una data anche più autentica, almeno l'anno 1408 (Ducange, _Fam.
byzant._, p. 224-247).

[2] Uno Scrittore ha osservato che si poteva navigare attorno alla città
di Atene (τις ειπεν την πολιν των Αθηναιων υδνασθαι και παραπλειν και
περαπλειν, _alcuno disse che si poteva costeggiare e navigare intorno
alla città di Atene_). Ma quanto può essere vero intorno alla città di
Costantinopoli, non conviene ad Atene, situata cinque miglia in distanza
del mare, nè circondata, o traversata da canali navigabili.

[3] Niceforo Gregoras ha descritto il colosso di Giustiniano (l. VII, n.
XII), ma le sue dimensioni son false e contraddittorie. L'editore Boivin
ha consultato il suo amico Girardon, e lo scultore gli ha date le giuste
proporzioni di una statua equestre. Pietro Gillio ha parimente veduta la
statua di Giustiniano che non posava più sopra una colonna, ma stavasi
in un cortile esterno del Serraglio. Egli era a Costantinopoli quando
venne fusa per convenirla in un pezzo d'artiglieria (_De topograph._, C.
P. l. II, c. 17).

[4] _V._ Gregoras (l. VII, 12, l. XV, 2), intorno alle rovine e alle
riparazioni di S. Sofia. Andronico fece puntellare la chiesa, nel 1317,
e la parte orientale della cupola rovinò nel 1345. I Greci esaltano,
colla solita pompa del loro stile, la santità e la magnificenza di
questo paradiso terrestre, soggiorno degli Angeli e del medesimo Dio ec.

[5] Stando all'originale e sincero racconto di Siropulo (pag. 312-351),
lo scisma de' Greci si manifestò la prima volta che ufiziarono a
Venezia, e venne confermato dall'opposizione generale del Clero e del
popolo di Costantinopoli.

[6] Quanto allo scisma di Costantinopoli, _V._ Franza (l. II, c. 17),
Laonico Calcocondila (l. VI, p. 155-156) e Duca (c. 31). L'ultimo di
questi si esprime con franchezza e libertà. Fra i moderni meritano
distinzione il Continuatore del Fleury (t. XXII, p. 238-401, 402 ec.), e
lo Spondano (A. D. 1440, n. 30) Ma quando si parla di Roma e di
religione, il retto sentire di quest'ultimo annega entro un mare di
pregiudizj e di pretensioni.

[7] Isidoro era Metropolitano di Chiovia, ma i Greci, sudditi della
Polonia, hanno trasportata questa residenza dalle rovine di Chiovia a
Lemberg o Leopold (Herbestein, in _Ramusio_, t. II, p. 127); d'altra
parte i Russi si posero sotto la dependenza spirituale dell'Arcivescovo,
divenuto, dopo il 1588, Patriarca di Mosca. Levesque, (_Hist. de
Russie_, tom. III, p. 188-190), compilazione d'un manoscritto di Torino,
_Iter et labores archiepiscopi Arsenii_.

[8] Il singolare racconto del Levesque (_Storia di Russia_, t. II, p.
242-247) è tolto dagli archivj del Patriarcato. Gli avvenimenti di
Ferrara e di Firenze vi sono descritti con altrettanta imparzialità ed
ignoranza. Ma si può credere ai Russi intorno a quanto riguarda i lor
pregiudizj.

[9] Il _Cammanismo_, ossia l'antica religione de' _Cammari_, o
_Ginosofisti_, è stata respinta ai deserti del Nord dalla religione più
popolare dei Bramini dell'India; e una Setta di filosofi che andavano
affatto ignudi, si vide costretta ad avvilupparsi in pellicce.
Coll'andar del tempo tralignarono in una Setta di astrologhi o
ciarlatani. I _Morvan_, o _Tsceremissi_ della Russia europea,
professarono questa religione formata sul modello terrestre di un Re, o
di un Dio, de' suoi Ministri, o Angeli, e degli spiriti ribelli, che al
governo di questo superiore si oppongono. Poichè queste tribù del Volga
non ammettono le immagini, poteano a miglior diritto rinversar sui
Latini il nome d'idolatri, che ad essi davano i Missionarj. (Levesque,
_Storia dei popoli sottomessi alla dominazione de' Russi_, t. I, p.
194-237, 423-460).

[10] Spondano (_Annal. eccles._, t. II, A. D. 1451, n. 13). L'epistola
de' Greci colla traduzione latina trovasi tuttavia nella Biblioteca del
Collegio di Praga.

[11] _V._ Cantemiro, Storia dell'Impero Ottomano, pag. 94. Scrivendo
Murad o Morad, sarei forse più corretto, ma ho preferito il nome
generalmente conosciuto a questa esattezza scrupolosa, nè molto sicura,
quando è d'uopo convertire in lettere romane i caratteri orientali.

[12] _Le leggi e la loro osservanza sono certamente un benefizio a tutti
comune. La libertà poi, se non è regolata da prescrizioni governative,
facilmente diviene turbolenta e piena di gravi mali._ (Nota di N. N.)

[13] _V._ Calcocondila (l. VII, p. 186, 188), Duca (c. 33) e Marino
Barlezio nella Vita di Scanderbeg (pag. 145-146). La buona fede mostrata
da Amurat verso la guernigione di Sfetigrado fu un esempio ed una
lezione al figlio di lui Maometto.

[14] Il Voltaire (_Essai sur l'Histoire générale_, cap. 89, p. 283, 284)
ammira il _filosofo turco_. Avrebbe egli fatto lo stesso elogio ad un
Principe cristiano che si fosse ritirato in un Monastero? Il Voltaire
alla sua usanza era intollerante e bacchettone.

[15] Cioè _eremiti, o solitarj della religione maomettana, ch'ebbero
origine quattro secoli circa dopo la di lei fondazione, detti Santi da'
Maomettani_. (Nota di N. N.)

[16] _V._ nella Biblioteca orientale del d'Herbelot gli articoli
_Derviche, Fakir, Nasser, Rohbaniat_. Nondimeno gli scrittori arabi e
persiani hanno trattato leggiermente questo argomento, e fra i Turchi
soprattutto questa specie di monaci si è moltiplicata.

[17] Rycault, nell'opera, (_Etat présent de l'Empire Ottoman_, pag.
242-268) narra molte particolarità tratte da intertenimenti personali
avuti co' primarj Dervis, i quali per la maggior parte fanno ascendere
la loro origine al regno di Orcano; ma non fa menzione dei _Zichidi_ di
Calcocondila (l. VII, pag. 286), fra i quali Amurat si ritirò. I _seid_
di questo autore sono discendenti di Maometto.

[18] Nel 1431, l'Alemagna mise in armi quarantamila uomini a cavallo, o
sergenti, per far la guerra agli Hussiti della Boemia (Lenfant, _Hist.
du Conc. de Bâle_, t. I, p. 318). Nell'assedio di Nuys sul Reno, nel
1474, i Principi, i Prelati e le città inviarono ciascuno il lor
contingente; e il Vescovato di Munster (che non è de' più grandi)
somministrò millequattrocento uomini a cavallo, seimila fanti, tutti
vestiti di verde, e dugento carriaggi. Le forze congiunte del Re
d'Inghilterra e del Duca di Borgogna erano appena eguali ad un terzo di
questi eserciti d'Alemanni (_Mém. de Philippe de Comines_, lib. IV, c.
2). Le potenze dell'Alemagna possono far conto sopra sei o
settecentomila combattenti ben pagati ed ottimamente disciplinati.

[19] Solamente nel 1444 la Francia e l'Inghilterra convennero di una
tregua d'alcuni mesi (_V. Foedera_ del Rymer, e le _Cronache_ delle due
nazioni).

[20] Nel descrivere la Crociata dell'Ungheria mi è stato guida lo
Spondano (_Annal. eccles._ A. D. 1443, 1444). Egli ha letti
accuratamente e paragonati coll'abilità di un vero critico gli scritti
de' Greci e degli Ottomani, le Storie dell'Ungheria, della Polonia e
dell'Occidente. Chiaro mostrasi ne' racconti, e allorchè può spogliarsi
dai pregiudizj religiosi, non sono da sprezzarsene le deduzioni.

[21] Ho tolta dal nome di Ladislao la lettera W, con cui lo cominciano
per la maggior parte gli Storici (_Wladislao_), o il facciano per
uniformarsi alla pronuncia polacca, o per distinguerlo dal suo rivale,
l'infante Ladislao d'Austria. Callimaco (l. I, part. II, pag. 447-486),
Bonfinio (_Dec._ III, l. IV), Spondano e Lenfant parlano diffusamente
delle gare di questi due principi per conseguire il trono d'Ungheria.

[22] Gli Storici greci, Franza, Calcocondila e Duca, non ci dimostrano
il loro Principe come personaggio molto operoso in questa Crociata.
Sembra che dopo esserne stato instigatore, l'abbia indi impacciata colla
sua pusillanimità.

[23] Cantemiro attribuisce al Caramano l'onore del divisamento citando
una lettera incalzante che scrisse al Re d'Ungheria. Ma le Potenze
maomettane son di rado istrutte degli affari della Cristianità, e la
situazione de' Cavalieri di Rodi e la loro corrispondenza danno a
credere che essi abbiano avuto parte a questo disegno del Sultano di
Caramania.

[24] Nelle loro lettere all'Imperatore Federico III, gli Ungaresi
ammazzarono trentamila Turchi in una sola battaglia; ma il modesto
Giuliano riduce il numero de' morti a soli seimila, o fors'anche duemila
Infedeli (Enea Silvio, in _Europa_, c. 5, et _epist._ 44-81, _apud
Spondanum_).

[25] _Siccome tanto i Cristiani che i Maomettani ammettevano ed
ammettono l'esistenza di un Esser Supremo, creatore e reggitore d'ogni
cosa, così ambidue i partiti, fecero in nome di lui il loro giuramento:
la differenza poi fra il dogma de' primi, e quello de' secondi è questa:
i Maomettani ammettono soltanto l'unità di Dio, cioè che c'è un solo Dio
senza trinità di persone, contro i politeisti, ossia idolatri, che
ammettono molti Dei; i Cristiani poi credono all'unità dell'essenza di
Dio, ed alla trinità della di lui persona, contro i Maomettani e contro
i politeisti ad un'ora._ (Nota di N. N.)

[26] _Non è da meravigliarsi che i Turchi maomettani sapendo, che i
Cristiani credono alla transustanziazione, abbiano chiesto che
giurassero l'osservanza del Trattato sul pane eucaristico, ossia mutato
nel corpo reale di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, pensando che
cotale giuramento legasse vie più le loro coscienze (non superstiziose
per quella credenza) che quello fatto sull'Evangelio._ (Nota di N. N.)

[27] _V._ l'origine della guerra de' Turchi e la prima spedizione di
Ladislao nel quinto e sesto libro della terza decade di Bonfinio, che
molto felicemente imita lo stile e l'ordine di T. Livio. Nondimeno
Callimaco (l. II, p. 487-496) lo supera in purezza di lingua ed
autenticità.

[28] Non pretendo farmi mallevadore per l'esattezza letterale del
discorso di Giuliano, le cui espressioni variano in Callimaco (l. III,
p. 505-507), in Bonfinio (_Dec._ III, l. VI, p. 457, 458) e in altri
Storici che hanno forse adoperata la propria loro eloquenza nel far
parlare gli Oratori di questo secolo; ma tutti s'accordano
nell'attribuirgli il consiglio dello spergiuro, che i Protestanti hanno
amaramente censurato, e mal difeso i Cattolici, cui tolse ogni coraggio
la rotta di Warna.

[29] Varnes, o Warna, era sotto la denominazione greca di Odessa, una
colonia di Milesj così chiamati ad onore di Ulisse (Cellario, t. I, p.
374. D'Anville, t. I, p. 312). Giusta la descrizione dell'Eussino data
da Arianno (p. 24-25, nel primo volume de' _Geografi di Hudson_) essa
era situata 1740 stadj lontano dalla foce del Danubio, 2140 da Bisanzo,
e 360 a tramontana del Promontorio del monte Emo che sporge nel mare.

[30] Alcuni Autori cristiani affermano che Amurat si trasse dal seno
un'ostia diversa da quella su di cui avea giurato di mantenere i patti
della negoziazione. I Musulmani più semplicemente suppongono ch'ei si
appellasse al _Profeta Gesù Cristo_, nella quale opinione sembra
accordarsi anche Callimaco (l. III, p. 516; Spondan., A. D. 1444, n. 8).

[31] Un critico giudizioso, crederà difficilmente a quegli _spolia
opima_ di un general trionfante, ottenuti sì rare volte dal valore, e sì
spesso inventati dall'adulazione (Cantemiro, p. 90, 91). Callimaco (l.
III, p. 517) dice con più semplicità e verisimiglianza:
_Supervenientibus janizaris, telorum multitudine, non tam confossus est,
quam obrutus._

[32] Oltre ad alcuni passi preziosi di Enea Silvio accuratamente
raccolti dallo Spondano, i nostri migliori testi sono tre Storici del
secolo XV, Filippo Callimaco (_De rebus a Wladislao Polonorum atque
Hungarorum rege gestis, libri III, in Bell., scriptor. rer. hungar._, t.
I, p. 433-518), Bonfinio (_Décad._ III, l. V, pag. 460-467) e
Calcocondila (l. VII, p. 165-179). I due primi erano Italiani, ma
trascorsero la loro vita in Polonia e nell'Ungheria (Fabricius, _Bibl.
lat. medii infimae aetatis_, t. I, p. 524; Vossius, _De Hist. lat._, l.
III, c. 8-11; _Dictionn. de Bayle_, Bonfinius) v. quanto al teatro della
guerra del secolo XV un Trattatello di Felice Petancio, Cancelliere di
Segnia (_ad calcem Cuspinian. de Caesaribus_, p. 716-722).

[33] Il sig. Lenfant ne fa conoscere l'origine del Cardinale Giuliano
(_Hist. du concil. de Bâle_, t. I, p. 247, ec.) e le guerre da esso
fatte in Boemia (p. 515, ec.). Spondano e il Continuatore di Fleury
raccontano, secondo le circostanze, i servigi da esso prestati a Basilea
ed a Ferrara, e l'infausto fine che ebbe.

[34] Syropulo fa un elogio ben generoso de' meriti del suo nemico (p.
117): τοιαυτα τινα ειπεν ο Ιουλιανος, πεπλατυσμε ως αγαν και λογικως,
και μετ’ επιστημης και δεινοτητος Ρητορικης, _disse Giuliano alcune cose
molto ampiamente e logicamente, e con sapiente e vigorosa rettorica_.

[35] _V._ Bonfinius (_Déc._ III, l. IV. p. 423). Come mai gli Italiani
poteano pronunziare senza vergogna, o il Re d'Ungheria ascoltare, nè
arrossirne, la ridicola adulazione che confondea il nome di un villaggio
della Valachia col soprannome glorioso, ma accidentale, di un ramo della
famiglia Valeria dell'antica Roma?

[36] Filippo di Comines (_Mém._, l. VI, cap. 13) si fonda sulla
tradizione de' tempi, e tesse uno splendido elogio ad Uniade, chiamato
col singolar nome di Cavalier Bianco di Valeigne (Valachia).
Calcocondila e gli Annali turchi del Leunclavio però ne mettono in
dubbio il valore e la fedeltà.

[37] _V._ Bonfinio (Déc. III, l. VII, p. 492), e Spondano (A. D. 1457,
n. 17). Uniade ebbe comune la gloria di difendere Belgrado con
Capistrano, Frate dell'Ordine di S. Francesco; ma ne' lor racconti nè il
Santo, nè l'Eroe si degnano far menzione l'uno dell'altro.

[38] _V._ Bonfinio (Déc. III, l. VIII, Déc. IV, l. VIII). Ridondano di
sana critica le singolari osservazioni che ha fatte lo Spondano sul
carattere e sulla vita di Mattia Corvino (A. D. 1464, n. 1; 1475, n. 6;
1476, n. 14-16; 1490, n. 4, 5). La prima ambizione di questo Principe
era volta a meritarsi l'ammirazione degl'Italiani. Pietro Ranzani,
Siciliano, ne ha celebrate le imprese nell'_Epitome rerum hungaricarum_.
(p. 322-412). Galesto Marzio di Narni ha raccolte tutte le arguzie e le
sentenze di Mattia Corvino (p. 528-568); e abbiamo inoltre una relazione
particolare sul suo matrimonio e sulla cerimonia della sua
incoronazione. Queste tre Opere trovansi unite nel primo volume
_Scriptores rerum hungaricarum_ del Bell.

[39] Ser Guglielmo Temple nel suo pregevole Saggio sulle virtù eroiche
(vol. III, p. 385 delle sue Opere) collegò Uniade e Scanderbeg ai sette
uomini che ad avviso di lui meritarono, senza averla cinta, una Corona;
Belisario, Narsete, Gonzalvo di Cordova, Guglielmo I, Principe d'Orange,
Alessandro, Duca di Parma, Giovanni Uniade e Giorgio Castriotto, o
Scanderbeg.

[40] Bramerei trovare alcuni Comentarj semplici ed autentici scritti da
un amico di Scanderbeg, ove mi venissero dipinti a dovere il luogo,
l'uomo ed i tempi. La vecchia Storia nazionale di Marino Barletti, prete
di Scodra (_De vita, moribus et rebus gestis Georgii Castrioti_, ec.,
lib. XIII, p. 367, _Strab._ 1537, _in fol._ ), non cel dà a divedere che
avvolto in bizzarri panni e carico di menzogneri ornamenti. _V._
Calcocondila, l. VII, p. 185; l. VIII, p. 229.

[41] Marino tratteggia appena e con ripugnanza tutto quanto si riferisce
alla educazione e alla circoncisione di Scanderbeg (l. I, p. 6-7).

[42] Se Scanderbeg morì nel 1466, compiendo il sessantesimoterzo anno
della sua età (Marino, l. XIII, p. 270 ), ne deriva che nacque nel 1403.
Se in età di nove anni, _novennis_ (Mar. l. I, pag. 1-6), fu dai Turchi
rapito ai genitori, sarà ciò accaduto nel 1412, vale a dire nove anni
prima che Amurat II salisse il soglio: questo Principe ereditò dunque,
non comprò egli lo schiavo albanese. Spondano ha osservata questa
contraddizione (A. D. 1341, n. 31; A. D. 1443, n. 14).

[43] Per buona sorte Marino ci ha istrutti delle rendite di Scanderbeg
(l. II, p. 44).

[44] Vi erano due Dibras, Dibras Superiore, e Dibras Inferiore, uno
nella Bulgaria, l'altro nell'Albania. Il primo distante settanta miglia
da Croia (l. I, pag. 17) era contiguo alla Fortezza di Sfetigrado, i cui
abitanti ricusarono di attinger l'acqua ad un pozzo, ove era stata usata
la perfidia di gettare un cane morto (l. V, pag. 139-140). Una buona
carta dell'Epiro ne manca.

[45] Si paragoni il racconto del turco Cantemiro colla prolissa
declamazione del prete Albanese (l. IV, V, VI), copiata da tutti quelli
che vennero dopo.

[46] Ad onore del suo Eroe, il Barletti (l. VI, p. 188-192) fa morire il
Sultano sotto le mura di Croia, di malattia per dir vero; ma questa
ridicola favola è smentita dai Greci e dai Turchi, che convengono
unanimemente sul tempo e sulle circostanze della morte di Amurat
avvenuta dopo.

[47] _V._ le sue imprese in Calabria, ne' libri IX, X di Marino
Barletti, ai quali può contrapporsi la testimonianza, o il silenzio del
Muratori (_Ann. d'Ital._ t. XII, p. 291) e dei suoi Autori originali
(Giovanni Simoneta, _De rebus Francisci Sfortiae_, in Muratori, _Script.
rerum Ital._, tom. XXI, p. 728, ed altrove). La cavalleria albanese
divenne ben tosto famosa in Italia sotto il nome di Stradiotti (_Mém. de
Comines_, l. VIII, c. 5).

[48] Lo Spondano, fondato sopra ottime autorità e giudiziose
considerazioni, ha ridotto il colosso di Scanderbeg a proporzioni
ordinarie (A. D. 1461, n. 20; 1463, n. 9; 1465, n. 12, 13; 1467, n. 1).
Le lettere che lo stesso Scanderbeg scriveva al Papa e la testimonianza
di Franza, riparatosi a Corfù, vicino al luogo dell'asilo sceltosi
dall'Albanese, ne dimostrano le angustie cui si vide questi ridotto,
angustie che Marino cerca palliare con poco garbo (l. X).

[49] _V._ intorno alla famiglia de' Castriotti il Ducange (_Fam.
Dalmat._, XVIII, p. 548-550).

[50] Colonia d'Albanesi citata dal sig. Swinburne nel suo viaggio alle
Due Sicilie (vol. I, p. 350-354).

[51] Chiara ed autentica è la Cronaca di Franza, ma invece di quattro
anni e sette mesi, lo Spondano (A. D. 1445, n. 7) attribuisce sette o
otto anni al regno dell'ultimo Costantino, fondandosi sopra una lettera
apocrifa di Eugenio IV al Re di Etiopia.

[52] Il Franza (l. III, c. 1, 6) è meritevole di confidenza e di stima.

[53] Supponendo che cotest'uomo fosse preso nel 1394, allorchè Timur
invase la Georgia la prima volta, (Serefeddino l. III, cap. 50), egli è
possibile che abbia seguito il suo padrone tartaro nell'Indostan,
nell'anno 1398, e di lì siasi imbarcato per le Isole degli aromi.

[54] I felici e virtuosi Indiani vivevano oltre a cencinquanta anni, e
possedevano le più perfette produzioni de' regni vegetabili e minerali;
gli animali vi erano di statura gigantesca, draghi di settanta cubiti,
formiche lunghe nove pollici (formica indica), pecore grandi come gli
elefanti, e anche elefanti grandi come pecore. _Quidlibet audendi...._
etc.

[55] Il nostro centenario s'imbarcò in una nave che veleggiava alle
Isole degli aromi, per trasferirsi a uno de' porti esterni dell'India,
_invenitque navem grandem ibericam qua in Portugalliam est delatus_. Un
tal passaggio descritto nel 1477 (Franza, l. III, c. 30), vent'anni
avanti la scoperta del Capo di Buona Speranza, è immaginario, o
miracoloso; però questa singolare geografia sente l'antico e vecchio
errore che collocava le sorgenti del Nilo nell'India.

[56] Cantemiro che chiama la figlia di Lazzaro Ogli, l'Elena de'
Serviani, mette l'epoca delle sue nozze con Amurat nell'anno 1424. Non
sarà cosa sì facile da credersi che durante ventisei anni in cui
stettero insieme il Sultano _corpus ejus non tetigit_. Dopo la presa di
Costantinopoli, ella si rifuggì presso Maometto II, Franza (l. III, c.
XXII).

[57] Il leggitore istrutto avrà a memoria le offerte di Agamennone
(_Iliade_, l. V, n. 144) e l'uso generale degli antichi.

[58] Cantacuzeno (ignoro se fosse parente dell'Imperatore di questo
nome) era Gran Domestico, zelante difensore del simbolo greco, e
fratello della regina di Servia, presso la quale fu inviato col
carattere d'ambasciadore (Siropulo, p. 37, 38-45).



CAPITOLO LXVIII.

      _Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista
      definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di
      Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero
      romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di
      Maometto II, sua morte._


L'assedio di Costantinopoli fatto dai Turchi, eccita primieramente i
nostri sguardi e la nostra curiosità sul personaggio e sul carattere del
possente distruttore di questo Impero[59]. Maometto II era figlio di
Amurat II; la madre di lui, insignita de' titoli di Cristiana e di
Principessa, trovossi verisimilmente confusa tra la folla delle tante
concubine che venivano d'ogni paese a popolare lo _harem_ del Sultano.
Educato da prima nelle massime e ne' sentimenti d'un devoto seguace
dell'Islamismo, finchè in lui durò questo fervore, non v'era volta in
cui avesse toccate donne infedeli, che non si tergesse indi le mani e il
volto colle abluzioni prescritte dalla legge. Ma sembra che, cogli anni
e colla consuetudine di regnare, si ammollisse in lui la severità di
così stretta osservanza; e l'animo ambizioso di questo principe,
disdegnando riconoscere alcuna potestà maggior della sua, vuolsi che, in
alcuni momenti di libertà, qualificasse senza riguardi il Profeta della
Mecca coi predicati d'impostore e di masnadiero. Ma, agli occhi del
pubblico, sempre mostratosi rispettoso alla dottrina e ai precetti del
Corano[60], i suoi privati trascorsi non giunsero mai a saputa del
popolo; però a tal proposito, non conviene prestar cieca fede alla
credulità degli stranieri e de' settarj, ognor proclivi a pensare che
uno spirito, recalcitrante alla verità, opponga poi all'errore e alle
cose assurde un disprezzo ancor più invincibile. Addottrinato da
abilissimi maestri, fece rapidi progressi nel corso degli studj che nel
tempo della sua educazione gli vennero prescritti; assicurasi che egli
parlasse o intendesse cinque lingue[61], l'araba, la persiana, la caldea
o l'ebraica, la latina e la greca. Potea contribuire al suo diletto la
persiana, alla sua edificazione l'araba; le quali due lingue d'ordinario
tutti i giovani dell'Oriente imparavano. Attese le corrispondenze che
trovavansi fra i Greci ed i Turchi, era naturale in lui il desiderio di
conoscere la lingua d'una nazione ch'ei divisava di soggiogare: e doveva
parimente essergli piacevole d'intendere gli encomj in versi, o in prosa
latina[62], che all'orecchio gli pervenivano[63]; ma non intendiamo di
qual giovamento potesse divenirgli, o qual merito raccomandasse alla sua
politica il rozzo dialetto de' suoi schiavi ebrei. Famigliari erano ad
esso la storia e la geografia, e ardea di nobile emulazione in leggendo
le vite degli Eroi dell'Oriente e forse di quelli dell'Occidente[64]. I
suoi studj di astrologia, poteano essere scusati dalle assurde massime
di quel secolo, oltrechè questo studio, vano in sè stesso, suppone in
chi lo professa alcuni principj di matematica; le generose
sollecitazioni fatte ai pittori dell'Italia, perchè venissero a stare
presso di lui, e le ricompense delle quali ai medesimi largheggiò, il
palesarono acceso di un gusto profano per le belle arti[65]. Ma la
religione e le lettere non pervennero a domare il suo carattere
selvaggio ed impaziente di freno. Nè rammenterò già a questo proposito,
perchè pochissima fede le presto io medesimo, la storia de' quattordici
paggi fatti sventrare dinanzi a sè, per conoscere qual d'essi avesse
mangiato un popone, nè l'altra leggenda della bella schiava da lui
medesimo decollata per dare a divedere ai suoi giannizzeri che le donne
non avrebbero mai soggiogato il loro padrone. Il silenzio degli Annali
turchi che accusano di ubbriachezza soli tre Principi della dinastia
ottomana[66], attesta la sobrietà di Maometto II; ma sono fuori di
dubbio i suoi furori e l'inflessibilità delle sue passioni. Sembra
dimostrato ad evidenza che, e nel campo, e nella reggia, lievissimi
motivi lo indussero a versar torrenti di sangue, e che le sue
inclinazioni, contrarie alla natura, arrecarono spessi oltraggi ai più
nobili fra i suoi giovani prigionieri. Durante la guerra d'Albania, egli
meditò le lezioni del padre, e ne superò di buon'ora la gloria, onde
all'invincibile scimitarra di questo Sultano viene attribuita la
conquista di due Imperi, di dodici Reami, e di dugento città, calcolo
però falso e dalla sola adulazione instituito. Egli aveva
indubitatamente tutte le prerogative di un soldato, e quelle fors'anche
di un Generale: la presa di Costantinopoli suggellò la sua fama; ma
ponendo in confronto le imprese, i soccorsi per eseguirle, e gli
ostacoli, lo stesso Maometto II avrebbe dovuto rifiutar, vergognandone,
l'adulazione di chi lo mettea al pari di Alessandro e di Timur. Le forze
da lui guidate furono sempre superiori di numero a quelle dell'inimico,
e nondimeno, le sue conquiste non si estesero al di là dell'Eufrate e
del mare Adriatico, e nondimeno, ne interruppero il corso e Uniade, e
Scanderbeg, e il Re di Persia, e i Cavalieri di Rodi.

[A. D. 1451-1481]

Sotto il regno di Amurat, Maometto gustò due volte i diletti del trono e
due volte ne scese: la sua giovine età non gli permettea d'opporsi al
ritorno del padre; ma non la perdonò più mai ai Visiri che questo
salutare espediente aveano consigliato. Dopo avere sposata la figlia di
un Emir turcomanno, e assistito alle feste che durarono due mesi, partì
con sua moglie da Andrinopoli per Magnesia, ov'era la residenza del suo
governo. In meno di sei settimane, lo richiamò un messaggio del Divano
che annunziavagli la morte del padre, e la propensione che mostravano i
giannizzeri a ribellarsi. Ma la rapidità del suo arrivo, e il vigore che
ei dimostrò, li ricondussero tosto all'ubbidienza: attraversò
l'Ellesponto con una scelta guardia, e alla distanza di un miglio da
Andrinopoli, gli furono incontro, per prosternarsi ai suoi piedi, i
Visiri e gli Emiri, gl'Imani e i Cadì, i soldati ed il popolo, che gioia
e tenerezza ostentavano. Egli avea allora ventun anni, e allontanò ogni
motivo di sedizione colla morte, indispensabile a' suoi fini, de'
fratelli tuttavia fanciulli[67]. Vennero a congratularsi con esso, e a
sollecitarne l'amicizia, gli Ambasciatori delle Potenze d'Asia e
d'Europa, coi quali favellò in termini che additavano moderazione e
pace. Ridestò fiducia nell'animo del greco Imperatore con solenne
giuramento e lusinghevoli assicurazioni che andavano unite alla ratifica
del Trattato stipulatosi dal padre suo coll'Impero; finalmente assegnò
un ricco dominio, in riva allo Strimone, al pagamento annuale de'
trecentomila _aspri_ dovuti alla Corte di Bisanzo, che, per secondare le
istanze del Sultano, custodiva un Principe della Casa ottomana. Ma i
suoi confinanti dovettero palpitare in veggendo la severa austerità di
questo giovane Monarca nel riformare il fasto della Casa imperiale. Le
somme di danaro che da Amurat venivano consagrate al lusso, egli adoperò
ai fini della sua ambizione. Licenziò, incorporandone una parte nel suo
esercito, un reggimento di settemila falconieri; nella state di quel
primo anno del suo regno, trascorse a capo delle sue soldatesche le
province dell'Asia; e dopo avere umiliato l'orgoglio de' Caramani, ne
accettò la sommessione, affinchè non gli dessero impaccio ad eseguire
imprese di maggior conseguenza[68].

[A. D. 1451]

I Casisti musulmani, e soprattutto turchi, avean deciso non potere i
Fedeli tenersi obbligati da una promessa contraria agl'interessi e ai
doveri di lor religione, ed essere in facoltà del Sultano l'annullare i
Trattati fatti da lui e da' suoi predecessori; privilegio immorale, che
la giustizia e la magnanimità di Amurat avea disdegnato. Ma l'ambizione
persuase al figlio di Amurat, il più orgoglioso di tutti gli uomini, la
bassezza di discendere agli artifizj della dissimulazione e della
perfidia. Colla pace sul labbro e colla guerra nel cuore, ei non pensava
che ad impadronirsi di Costantinopoli, e a rompere co' Greci; i Greci
stessi gliene somministrarono imprudentemente il pretesto[69]. I greci
Ambasciatori, ai quali dovea parer ventura l'essere dimenticati,
seguirono al campo il Principe turco per chiedergli il pagamento, anzi
l'aumento della somma di danaro annuale ch'egli sborsava all'Impero di
Bisanzo. Importunarono parimente con tale inchiesta il Divano; laonde il
Visir, amico de' Cristiani in segreto, lor fece conoscere i sentimenti
de' suoi colleghi e di Maometto. «Insensati e miserabili Romani, dicea
Calil; noi conosciamo i vostri disegni, e voi non sapete il pericolo in
cui vi state! Lo scrupoloso Amurat più non vive, e la sua Corona è
passata sul capo di un giovane vincitore che alcuna legge non frena, che
alcun ostacolo non può arrestare. Se vi scampate da lui, ringraziatene
la divina bontà che differisce tuttavia il gastigo de' vostri peccati.
Perchè volerci provocare in modo indiretto, e con vane minacce? Mettete
in libertà il fuggitivo Orcano. Coronatelo Sultano della Romania.
Chiamate gli Ungaresi dall'altra riva del Danubio, armate contro di noi
le nazioni dell'Occidente, e siate sicuri esser questo il vero modo di
fabbricarvi ed affrettarvi la vostra rovina». Ma se queste tremende
parole del Visir spaventarono gli Ambasciatori, altrettanto li
rincorarono l'umana accoglienza e gli affettuosi detti del Principe
ottomano. Maometto promise loro che appena fosse di ritorno ad
Andrinopoli, ascolterebbe le querele de' Greci, e si prenderebbe
pensiero de' loro veri interessi. Poi, toccata appena l'altra riva
dell'Ellesponto, abolì per prima cosa il pagamento annuale che solea
farsi ai Greci, ordinando si scacciassero dalle rive dello Strimone
tutti i loro impiegati. Date così a divedere le sue ostili intenzioni,
non tardò un secondo decreto che minacciava assedio a Costantinopoli, e
in tal qual modo incominciava a metterlo ad effetto. L'avolo di Maometto
II avea sulla costa asiatica edificata una Fortezza che dominava il
passaggio angusto del Bosforo. Ora il nipote risolvè di innalzarne una
più formidabile di rincontro a questa sulla costa europea; laonde mille
muratori ricevettero in primavera il comando di trovarsi in un paese
detto Azomaton, situato ad una distanza circa di cinque miglia dalla
Capitale dell'Impero greco[70]. L'eloquenza è l'espediente dei deboli;
ma l'eloquenza dei deboli rare volte persuade, e gli Ambasciatori di
Costantino adoperarono invano quest'arme per distorre Maometto dagli
ideati divisamenti; ebbero bel rimostrare che l'avolo del Sultano, per
fabbricare solamente una Fortezza nel proprio territorio, ne avea
chiesta permissione all'Imperatore Manuele, nè trattavasi allora di una
duplice fortificazione che rendesse i Turchi padroni dello Stretto,
siccome questa, il cui fine non poteva essere se non se di rompere la
lega fra le due nazioni, d'impedire il commercio de' Latini sul mar
Nero, e fors'anche di affamare Costantinopoli. «Io non intraprendo nulla
contro la vostra città, rispondea lo scaltrito Sultano, ma pensate che
le sue mura sono il limite del vostro Impero. Vi siete forse dimenticati
le strettezze in cui si trovò mio padre, quando vi collegaste cogli
Ungaresi, quando questi invadeano dalla banda di terra il nostro
territorio, e quando aprivate alle galee francesi l'ingresso
dell'Ellesponto? Amurat dovette guadagnarsi colla forza il passaggio del
Bosforo, e lo effettuò, perchè il poter vostro non corrispondeva alla
vostra mala volontà. Mi ricordo che io, allora fanciullo, stavami ad
Andrinopoli; quella volta i Musulmani tremarono, e i _Gaburi_[71] ci
derisero per qualche tempo sulla nostra disgrazia. Ma quando mio padre
riportò quella vittoria ne' campi di Warna, fece voto, sappiatelo,
d'innalzare, per assicurarsi meglio, una Fortezza sulla riva
occidentale; ed io devo mantenere i voti di mio padre: avete voi forse
il diritto o la forza per impedirmi di far quel che voglio sul mio
territorio? Perchè questo spazio di terra è mio, i possedimenti de'
Turchi, in Asia, arrivano fino alle sponde del Bosforo; e quanto
all'Europa i Romani l'hanno abbandonata. Tornate a casa vostra, e dite
al vostro Re; che l'Ottomano presente è molto diverso dai suoi
predecessori; che le sue risoluzioni oltrepassano tutto quanto quelli
desiderarono; che egli fa più di quanto essi poteano risolvere. Partite,
non vi verrà fatto alcun male; ma farò scorticar vivo il primo di voi
che tornasse da me con un siffatto messaggio». Dopo una simile
intimazione, Costantino, per valore e per grado il primo di tutti i
Greci[72], avea risoluto di prender l'armi, e impedire che i Turchi si
avvicinassero maggiormente, e sulla riva europea del Bosforo si
stanziassero. Ma il rattennero i consigli de' suoi Ministri dell'Ordine
civile ed ecclesiastico, che gli fecero abbracciare un men nobile e in
uno men prudente sistema. Questi lo indussero ad opporre nuova pazienza
a nuovi oltraggi, a lasciare agli Ottomani il biasimo di farsi i primi
aggressori, ad affidare nella fortuna e nel tempo, così la loro difesa,
come la distruzione di una Fortezza, che Maometto, i Consiglieri
diceano, non potea conservar lungo tempo in vicinanza ad una vasta e
popolosa Capitale. Tra le speranze de' creduli e i timori de' saggi, il
verno trascorse, differendosi sempre di prendere provvedimenti che
avrebbero dovuto stare a cuore di ciascun cittadino, nè lasciare a verun
d'essi un istante sol di riposo. I Greci si accecarono sul pericolo che
li minacciava, sintanto che il giungere di primavera e l'avvicinare di
Maometto, li facesse certi della loro inevitabil rovina.

[A. D. 1452]

Rare volte vengono disobbediti gli ordini di un padrone che mai non
perdona. Ai 26 di marzo, la pianura di Azomaton si vide coperta di uno
sciame d'indefessi turchi operai, ai quali, e per terra e per mare, e
dall'Europa e dall'Asia, venivano portati i materiali di cui
abbisognavano[73]. Nella Catafrigia si preparava la calce; dalle foreste
di Eraclea e di Nicomedia erano tratte le legna; gli scavi della Natolia
somministravan le pietre. Ognuno dei mille muratori, aiutato da due
manovali, aveva l'obbligo giornaliero di due cubiti di fabbrica. Datasi
forma triangolare alla Fortezza[74], ciascun angolo di essa venne
fiancheggiato da una grossa torre, la prima delle quali stava sul pendio
della collina; le due altre occupavano le coste del mare. La grossezza
delle mura era di ventidue piedi, di trenta il diametro delle torri; un
saldo spianato di piombo formava il coperchio dell'edifizio. Maometto in
persona sollecitava e con instancabile ardore regolava il lavoro;
ciascuno dei tre Visiri volle per sè l'onore di avere terminata una
delle tre torri; lo zelo de' Cadì con quello dei giannizzeri gareggiava;
non v'era servigio, comunque triviale, che non venisse nobilitato
dall'idea di servir Dio e il Sultano, e la solerzia della moltitudine
animavano gli sguardi di un despota, il cui sorriso diveniva pronostico
di felicità, un'occhiata severa, di morte. Atterrito l'Imperator greco
in veggendo procedere un'opera ch'egli non era più in tempo di
arrestare, cercò ma indarno, di ammollire con modi carezzevoli, e con
donativi, l'animo d'un inesorabile nemico, che anzi desiderava e
fomentava tutte le occasioni di venire ad aperta guerra; occasioni che
non poteano più tardare ad offrirsi. Osservando alcuni Cristiani che gli
avidi e sacrileghi Musulmani adoperavano, e certamente senza scrupolo, i
frantumi di sontuose chiese poste in rovina, e perfino le colonne di
marmo consagrate all'Arcangelo S. Michele, col volersi opporre,
ricevettero la palma del martirio dalle mani stesse dei distruttori.
Costantino avea chiesta una guardia turca che proteggesse i campi e i
ricolti de' sudditi greci; e veramente Maometto questa guardia gli
concedè, ma comandandole per prima cosa di lasciar pascolare liberamente
i muli e i cavalli del campo, e di proteggere i Turchi contro i nativi,
ogni qualvolta i secondi si avvisassero di assalire i primi. Accadde una
notte che gli uomini del seguito d'un Capo ottomano aveano mandati i lor
cavalli in mezzo a un campo di biade mature. Irritati i Greci dal danno,
e più dall'insulto, vennero cogli Ottomani ad una rissa, in cui perirono
parecchi individui dell'una e dell'altra nazione. Fu fatto su di ciò
ricorso a Maometto, che n'ebbe massima gioia, cogliendo questa
opportunità per inviar truppe che sterminassero gli abitanti di quel
villaggio. I colpevoli, se tali poteano dirsi, s'erano dati alla fuga;
ma quaranta agricoltori che, affidati alla propria innocenza,
attendevano tranquillamente alla mietitura, caddero vittima delle
scimitarre ottomane. Fino a quel momento, Costantinopoli ricevea fra le
sue mura que' Turchi che per motivo di commercio, o di curiosità vi si
traevano; ma a questo annunzio che accrebbe a dismisura il terrore, il
Sovrano ordinò se ne chiudesser le porte; pure sempre lusingato dalla
speranza di pace, mise liberi, il terzo giorno, i Turchi che vi si
trovavan racchiusi[75], inviando a Maometto un ultimo messaggio, da cui
traspirava la ferma rassegnazione di un cristiano e di un guerriero.
«Poichè nè i giuramenti, nè i Trattati, nè la stessa sommessione possono
assicurare la pace, egli scriveva al Sultano, prosegui gli atti della
tua sacrilega nimistà. Solo in Dio è posta la mia speranza. Se gli piace
di ammollire il tuo cuore, un sì felice cambiamento mi arrecherà gioia;
se egli vuole che Costantinopoli sia tua, mi sottometterò senza
lagnarmene ai suoi santi voleri. Ma fin che il Giudice de' Principi
della Terra non avrà pronunziato fra noi, io devo vivere e morire
difendendo il mio popolo». Maometto diè tal risposta che lo mostrava
risoluto inesorabilmente alla guerra. Compiuto essendo e munito a dovere
il novello Forte, vi pose un vigilante Agà, e quattrocento giannizzeri
incaricati di sottoporre a tributo tutte le navi che, senza distinzion
di paese, si trovassero a gittata delle nuove batterie; indi ritornò ad
Andrinopoli. Una nave veneziana che ricusava obbedire ai nuovi
dominatori del Bosforo, con un solo sparo di cannone fu mandata a fondo.
Il capitano e trenta marinai si salvarono nel palischermo; ma condotti
indi alla Porta carichi di catene, il loro condottiero venne impalato,
eglino decollati: lo storico Duca narra di avere veduti a Demotica i
loro corpi esposti alle belve[76]. L'assedio di Costantinopoli venne
differito alla successiva primavera; intanto un esercito ottomano marciò
nella Morea per dar faccende ai fratelli di Costantino. In questi
calamitosi giorni (A. D. 1453), uno de' Principi Paleologhi, il despota
Tommaso, ebbe la sorte, o il disastro di vedersi nascere un figlio.
«Ultimo erede, dice l'afflitto Franza, dell'ultima _scintilla_
dell'Impero romano[77]».

I Greci ed i Turchi trascorsero il verno nella inquietudine e
nell'ansietà; agitati i primi dal timore, fatti impazienti i secondi
dalla speranza; e gli uni intesi agli apparecchi di difesa, gli altri a
quelli d'assalto; ma più fortemente erano compresi da questi sentimenti,
che per diverso motivo agitavano gli animi de' due popoli, i loro
Imperatori, l'uno che temea di perder tutto, l'altro che ad acquistar
tutto agognava; sentimenti che rendea più vivi in Maometto l'ardore
della giovinezza e la violenza della sua indole. Intanto che impiegava
l'ore di passatempo ad Andrinopoli[78] nel fabbricare il palagio _Gehan
Numa_ (la lanterna del Mondo), edifizio che ad altezza prodigiosa venne
innalzato, i suoi pensieri non si dipartivano dal divisamento di
conquistare la città de' Cesari. Alzatosi verso l'ora della seconda
veglia della notte, mandò pel primo Visir; il messaggio e l'ora,
l'indole del principe e i rimbrotti di una non innocente coscienza
spaventavano non poco Calil-Baza, il quale, stato confidente di Amurat,
fu anche tra coloro che consigliarono di richiamarlo al trono. Vero è
che Maometto, all'atto di cingere la Corona, lo avea confermato nella
carica di Visir colmandolo di apparenti favori; ma il vecchio Ministro
non ignorava di camminare sopra un diaccio fragile e sdruccioloso, che
potea rompersegli sotto i piedi, e in un abisso precipitarlo.
L'affezione, forse innocente, dimostrata da questo Visir ai Cristiani
gli avea, sotto il Regno trascorso, acquistato l'odievole nome di _Gabur
Ortascì_, o di fratel balio degl'Infedeli[79]. Dominato dall'avarizia,
mantenea col nemico una venale corrispondenza che fu scoperta e punita
dopo la guerra. Nella notte in cui ricevè l'ordine di trasferirsi presso
il Sultano, abbracciò la moglie e i figli, paventando di non più
rivederli; indi riempiuto di piastre d'oro un calice, corse al palagio,
ove prostratosi dinanzi a Maometto, gli offerse, giusta l'uso orientale,
quell'oro, come lieve tributo e pegno di sommessione e di
gratitudine[80]. «Non voglio, il Sultano gli disse, riprendermi quello
che ti ho donato, ma piuttosto accumulare sul tuo capo nuove
beneficenze. Però adesso pretendo da te un dono, che mi sarà più utile e
che vale ben più del tuo oro; ti chiedo Costantinopoli». Riavutosi dalla
sorpresa il Visir, gli rispose: «quel medesimo Dio che ti ha conceduto
sì gran parte dell'Impero romano non te ne ricuserà la Capitale, e i
pochi dominj che le vanno or congiunti. La Providenza dell'Altissimo e
il tuo potere me ne assicurano; i tuoi fedeli schiavi ed io
sagrificheremo i nostri giorni e i nostri averi per eseguire la tua
volontà.» «_Lala_[81] (vale a dire mio precettore,) disse il Sultano,
vedi tu quest'origliere? questa notte nelle mie agitazioni non ho fatto
che mandarlo da una banda e dall'altra. Temi l'oro e l'argento dei
Romani; del rimanente, noi vagliamo più di loro alla guerra, e, col
soccorso di Dio e del Profeta, non tarderemo ad impadronirci di
Costantinopoli.» Per indagar l'animo de' suoi soldati, ei trascorrea
sovente le strade solo e travestito, nè era cosa priva di rischio l'aver
riconosciuto il Sultano, quando agli occhi del volgo volea nascondersi.
Molte ore d'ozio impiegava a delineare la pianta di Costantinopoli, a
disputare co' suoi generali ed ingegneri sui luoghi ove conveniva
innalzare le batterie, d'onde fosse meglio incominciare l'assalto, o dar
fuoco alle mine, o applicare le scale. Durante il giorno, si provavano
le fazioni e gli stratagemmi che il Sultano avea ideati la notte.

Nell'esaminare gli strumenti di distruzione, portava sollecita
attenzione alla terribile scoperta fatta recentemente dai Latini, onde
l'artiglieria di Maometto superò quella dell'altre nazioni d'allora. Un
fonditor di cannoni, danese o ungarese, che trovava appena il suo vitto
al servizio de' Greci, passò a quello de' Turchi, e largamente nel
compensò il Sultano, rimasto contento fin dalla prima risposta che
cotest'uomo erasi affrettato di dare ad una sua interrogazione. «Posso
io avere un cannone fornito della forza di mandare una palla o un sasso
che basti a rovesciare le mura di Costantinopoli?» — «Mi è nota, rispose
il fonditore, la fortezza di queste mura, ma quand'anche fossero più
salde di quelle di Babilonia, potrei metter contr'esse una macchina di
tanto forte gittata che le buttasse a terra; sta poi a vedere, se i
vostri ingegneri saprebbero appuntare e collocar questa macchina».
Immediatamente, dopo una tale risposta, Maometto fece mettere una
fonderia ad Andrinopoli; e provvedutosi quanto metallo a ciò
abbisognava, in capo a tre mesi, il fonditore, che nomavasi Urbano, ebbe
terminato un cannone di bronzo di una smisurata, e quasi incredibile
grandezza. Il calibro era, dicesi, di dodici palmi, e lanciava una palla
di pietra che oltre a sei quintali pesava[82]. Fu scelto dinanzi al
nuovo palagio un vano di spianato per provare la nuova macchina; e
affine di prevenire le infauste conseguenze del terrore che il primo
sparo della medesima avrebbe incusso, venne avvertito il pubblico, un
giorno prima di mettere il cannone in atto. Lo scoppio fu udito a una
distanza di cento stadj all'intorno. Per trasportare questa macchina
struggitrice, vennero congiunti insieme trenta carri, a tirare i quali
sessanta buoi furono adoperati; dugento uomini stavano ad entrambi i
lati, per mantenere in equilibrio e sostenere questa enorme massa,
sempre in procinto di rotolarsi, or da una banda, or dall'altra; dugento
cinquanta marraiuoli marciavano innanzi per agevolarle il passaggio e
riparare le strade ed i ponti; onde fu d'uopo di due mesi circa di
lavoro per far fare cencinquanta miglia alla macchina. Un arguto
Filosofo[83] deride a tal proposito la greca credulità, giustamente
osservando che non giova mai il fidarsi troppo alle esagerazioni de'
vinti. Giusta il calcolo istituito dal medesimo, sol per lanciare con
effetto alla distanza che fu presa una palla di due quintali,
abbisognerebbe un quintale e mezzo di polvere; la qual massa non potendo
in un tratto accendersi tutta, la palla uscirebbe, prima che il
quindicesimo della polvere avesse preso fuoco, e sarebbe animata quindi
da un minimo impulso. Ignorante, come confesso di esserlo in quest'arte
struggitrice, aggiugnerò soltanto che la scienza dell'artigliere, di
tanto migliorata ai dì nostri, preferisce il numero alla grossezza de'
pezzi, la vivacità del fuoco allo strepito, o anche all'effetto di un
solo scoppio. Nondimeno non ardisco rifiutare una testimonianza positiva
ed unanime de' contemporanei, nè dee parere inverisimile che i primi
fonditori, condotti, ne' loro sforzi, più dall'ambizione che dal sapere,
tentassero ancora cose oltre al possibile. Però un cannone turco, più
grande ancora, nelle dimensioni, del cannone di Maometto, custodisce
tuttavia l'ingresso de' Dardanelli, e benchè ne sia incomodo l'uso, una
recente prova ha dimostrato esserne tutt'altro che da disprezzarsi gli
effetti. Tre quintali di polvere lanciarono lontano seicento tese un
sasso pesante undici quintali; questo andò in tre pezzi, che
attraversarono il canale lasciando il mare coperto di spuma, e
percossero l'opposta collina, e con forza ne vennero rimbalzati[84].

[A. D. 1453]

Intanto che Maometto minacciava la Capitale dell'Oriente, l'Imperatore
greco implorava con ferventi preci i soccorsi della terra e del Cielo;
ma le potenze invisibili erano sorde alle sue supplicazioni, e la
Cristianità vedea con indifferenza la caduta di Costantinopoli che non
avea omai altra speranza di soccorso, fuorchè nella gelosia politica del
Sultano d'Egitto. Fra gli Stati che avrebbero potuto soccorrere
Costantinopoli, quali erano troppo deboli, quali troppo lontani; alcuni
riguardavano immaginario il pericolo, altri inevitabile. I Principi
dell'Occidente badavano soltanto alle interminabili querele che li
disunivano; il Papa non sapea perdonare ai Greci la loro ostinazione, o
doppiezza; ed anzi Nicolò V in vece di adoperare la sua mediazione
perchè le armi e le ricchezze dell'Italia li favorissero, predisse la
prossima lor distruzione; onde pel suo onore desiderava quasi
l'adempimento di tal profezia.

Parve che provasse un istante di compassione allor che li vide al grado
ultimo del disastro; ma questa compassione venne troppo tardi, e gli
sforzi che produsse, mancando d'energia come di successo, Costantinopoli
era già in mano de' Turchi, prima che le squadre di Genova e di Venezia
uscissero dei loro porti per andarne in soccorso[85]; gli altri
Principi, e persin quelli della Morea e delle isole della Grecia, si
mantennero in una fredda neutralità: la colonia genovese dimorante a
Galata negoziò a parte col Sultano, il quale non le tolse la lusinga che
la sua clemenza le avrebbe permesso di sopravvivere alla rovina
dell'Impero. Una gran parte di plebei, ed alcuni nobili abbandonarono da
vili il loro paese, quando imminente era il pericolo; l'avarizia fece
che i ricchi negassero all'Imperatore, e conservassero pei Turchi quelle
ricchezze con cui poteano stipendiarsi più eserciti di mercenarj[86]. In
tale stato d'invilimento e derelizione, Costantino si preparò nullameno
a sostenere lo scontro col suo formidabil nemico, e per vero, il
coraggio del Principe greco pareggiava i pericoli che gli sovrastavano;
ma troppo minori erano le sue forze della lotta da sostenersi. Fin dai
primi giorni di primavera, l'antiguardo turco, impadronitosi de' borghi
e de' villaggi fino alle porte di Costantinopoli, concedea protezione e
vita a quelli che si sommettevano; ma sterminava col ferro e col fuoco
qualunque paese tentasse resistere. Mesembria, Acheloo e Bizon, città
che sul mar Nero rimanevano ai Greci, si arrendettero alla prima
intimazione. Unicamente Selimbria meritò l'onore di un assedio, o di un
blocco, perchè i prodi suoi abitanti, intanto che erano stretti dal lato
di terra, si posero in mare, corsero a devastar la costa di Cizico, e di
ritorno, vendettero in mezzo alla pubblica piazza i prigionieri che in
questa correria avevano fatti. Ma il silenzio, la sommessione furono
generali all'arrivo di Maometto che pose il suo campo cinque miglia
distante dalla Capitale del greco Impero, ed avanzatosi indi col suo
esercito schierato in battaglia, collocò dinanzi alla Porta di S. Romano
il proprio stendardo, dando incominciamento al memorabile assedio di
Costantinopoli.

Le milizie europee ed asiatiche di Maometto teneano tutto lo spazio di
destra e sinistra dalla Propontide al porto. I giannizzeri occupavano il
fronte rimpetto alle tende di Maometto; una profonda fossa copriva le
linee ottomane, e un corpo di Turchi a parte circondava il sobborgo di
Galata, tenendosi in guardia contro la mal certa fede dei Genovesi.
Filelfo, che, trent'anni prima dell'assedio dimorava in Grecia,
fondandosi sopra dati accuratamente raccolti, assicura che le forze de'
Turchi, tutte comprendendole senza eccezione, non poteano oltrepassare i
sessantamila uomini di cavalleria e i ventimila di fanteria, rampognando
alle nazioni cristiane la pusillanimità di essersi così docilmente
sottomesse ad un pugno di Barbari. E per vero dire, se non si
calcolassero che i _Capiculi_[87], soldati della Porta che andavano di
conserva col Principe e dal suo erario venivano stipendiati, il loro
numero doveva starsi all'incirca col calcolo di Filelfo; ma è da
osservarsi che i Pascià mantenevano, o reclutavano una milizia
provinciale a parte ne' proprj governi; che eranvi molti paesi soggetti
ad una contribuzione militare; che per ultimo l'esca del bottino
attraeva una grande moltitudine di volontarj sotto lo stendardo di
Maometto; e lo squillo della sacra tromba, dovette condurvi uno sciame
di fanatici affamati ed intrepidi, che, se altro non fosse, accrebbero
lo spavento dei Greci e ne rintuzzarono al primo assalto le spade. Duca,
Calcocondila, e Leonardo da Chio, fanno ascendere a trecento o
quattrocentomila uomini l'esercito del Sultano; ma Franza, trovatosi in
maggior vicinanza del campo, e meglio quindi in istato d'instituire le
sue osservazioni, non contò più di dugencinquantottomila uomini, calcolo
ragionevole che non oltrepassa nè i fatti che si sanno, nè i limiti
della probabilità[88]. Men formidabile era la forza marinaresca degli
assedianti; perchè comunque trecentoventi legni si stessero nell'acque
della Propontide, solamente diciotto di questi meritavano di essere
nominati navi da guerra, non consistendo quasi tutto il rimanente, se
non se in piccioli navigli da trasporto, che versavano nel campo
ottomano e uomini, e munizioni, e vettovaglie; e Costantinopoli, in
questo suo stato di massima debolezza, contenea tuttavia più di
centomila abitanti, che però tra i prigionieri, non fra i combattenti,
fecero numero; operaj la maggior parte, preti, donne e uomini sforniti
di quel coraggio, che talvolta per la comune salvezza le medesime donne
hanno saputo mostrare. Comprendo, e sarei quasi proclive a scusare la
renitenza di que' sudditi, che per obbedire alle voglie di un tiranno si
vedono costretti a portar le armi in lontane contrade; ma colui che non
ardisce cimentare la propria vita per difendere i propri averi ed i
figli, ha perduta fra gli uomini i sentimenti più operosi e
caratteristici dell'umana natura. Giusta un ordine dell'Imperatore, i
suoi ufiziali si trasportarono in ciascun rione per prendere un registro
di que' cittadini, non esclusi i frati, che fossero abili e pronti ad
armarsi in difesa del loro paese; catalogo che fu rimesso a Franza[89]
il quale, preso da dolore e confusione ad un tempo, portò l'annunzio al
Sovrano, che tutto il numero dei difensori della nazione si riduceva a
quattromila novecentosettanta Romani; infausta verità che Costantino e
il suo fedele Ministro procurarono di tenere celata, intanto che venne
tratto dall'arsenale un corrispondente numero di scudi, di balestre e di
archibusi. Si aggiugnea il sussidio di duemila stranieri, comandati da
Giovanni Giustiniani, Nobile genovese, al quale, oltre all'essere stata
pagata anticipatamente e con generosità la sua soldatesca, venne
promessa l'Isola di Lesbo in premio del suo valore e de' suoi buoni
successi. Venne indi tirata dinanzi all'ingresso del Porto una grossa
catena, cui difendevano alcune navi da guerra e mercantili, così greche
come italiane, e furono trattenute pel servigio pubblico tutte le navi
della Cristianità che, a mano a mano, giugneano dal mar Nero e
dall'Isola di Candia. Dopo tutti questi provvedimenti, una Capitale di
tredici, o forse sedici miglia di circonferenza, non poteva opporre a
tutte le forze dell'Impero ottomano che una guarnigione di sette, o
ottomila soldati. Stavano aperte agli assedianti l'Asia e l'Europa,
mentre le forze e i viveri de' Greci scemavano ogni giorno senza che di
fuori potessero sperare verun soccorso.

[A. D. 1452]

I primi Romani avrebbero impugnate l'armi, deliberati di vincere o di
morire. I primi Cristiani si sarebbero abbracciati fra loro, aspettando
con rassegnazione e carità la corona del martirio; ma i Greci di
Costantinopoli, comunque non sentissero fervore che per gli affari di
religione, non ne traevano altro frutto, che di reciproche nimistà e
discordie. L'Imperatore Giovanni Paleologo avea, prima di morire,
abbandonato il divisamento che tant'ira destò nei suoi sudditi, il
divisamento di unir le due Chiese; il fratello di lui Costantino lo
ripigliò quando, le angustie in cui trovavasi, gl'imposero come una
necessità di ricorrere ad un'ultima prova di dissimulazione e di
adulazione[90]. Inviò ambasciatori a Roma coll'incarico di chiedere
temporali soccorsi ed assicurare il Santo Padre che i Greci al suo
spirituale dominio si sommetteano. Questi scusavano ad un tempo il lor
Sovrano, se avea da prima trascurato un tale dovere, a motivo dei tristi
casi dello Stato che aveano assorte tutte le sollecitudini del Principe,
in sostanza bramosissimo di vedere un Legato pontifizio nella sua
Capitale. Benchè il Vaticano sapesse per prova quanto vi fosse poco da
fidarsi nelle parole dei Greci, non potea con decenza mostrarsi sordo a
tali voci di pentimento; ma più presto un Legato che un esercito gli
concedè; laonde sei mesi prima della presa di Costantinopoli il
Cardinale Isidoro nativo di Russia, vi comparve, qual nunzio del
Pontefice, seguìto da un corteggio di preti e di soldati. L'Imperatore
lo accolse qual padre ed amico; ne ascoltò rispettosamente i sermoni
così in pubblico come in privato, e sottoscrisse l'atto di unione, nella
stessa guisa che venne accettato nel Concilio di Firenze, al qual
esempio si conformarono i più docili fra i sacerdoti e laici della
Chiesa greca. Nel giorno 12 dicembre, i Greci si unirono alla
celebrazione del divin sagrifizio e della preghiera, nel tempio di S.
Sofia, ove fu fatta commemorazione solenne de' due Pontefici, vale a
dire di Nicolò V, Vicario di Gesù Cristo, e del Patriarca Gregorio, che
un popolo ribelle aveva esiliato.

Ma le vesti e la lingua del Prete latino ufiziante furono argomento di
scandalo ai Greci, inorriditi in veggendolo consagrar pane senza
lievito, e versar acqua fredda nel calice eucaristico. Uno Storico
greco confessa arrossendo che nessuno de' suoi concittadini,
compresovi lo stesso Imperatore, si prestò di buona fede a tale
riconciliazione[91][92]. A discolparli dalla taccia di una sommessione
così inconsiderata e plenaria, dicevano essersi riservati il diritto di
rivederne l'atto in appresso; ma la migliore e più trista scusa ad un
tempo che avessero, stava nel confessarsi spergiuri. Oppressi dai
rimproveri di quei lor fratelli che non avevano tradita la propria
coscienza, rispondeano lor sotto voce: «armatevi di rassegnazione anche
per poco, aspettate di veder libera la città dall'immenso drago che
spalanca la bocca per divorarci; ne saprete dire in allora se siam
riconciliati davvero cogli azzimiti». Ma la pazienza non è la
prerogativa caratteristica dello zelo religioso, nè cortigianesca
disinvoltura è bastante a frenar la violenza del popolare entusiasmo.
Persone d'ogni classe e d'entrambi i sessi si trasportarono in folla
dalla chiesa di S. Sofia alla celletta del frate Gennadio[93], affine di
consultare nel gran frangente questo religioso che reputavasi l'oracolo
della Chiesa. Ma il santo personaggio non si mostrò: assorto, a quanto
parea, nelle sue profonde meditazioni, o nelle sue estasi mistiche,
lasciò solamente esposta in fronte alla sua porta una tavoletta, ove le
turbe lessero le seguenti parole: «Sciagurati Romani! perchè
abbandonaste voi la strada della verità? Perchè invece di mettere la
vostra fiducia in Dio, negli Italiani l'avete posta? Col perdere la
vostra fede, perderete anche la vostra città. Signore, abbi compassione
di me. Io protesto al cospetto tuo che sono innocente di questo delitto.
Sciagurati Romani, pensate bene, trattenetevi e pentitevi! nell'atto
stesso che abbiurerete la religione dei padri vostri; nell'atto stesso
che vi collegherete coll'empietà, cadrete schiavi sotto uno straniero
servaggio». Udito questo avviso di Gennadio, le vergini spose di Dio,
pure come gli Angeli, e superbe come i demonj[94], sorsero contra l'atto
di unione, e maledirono qualunque lega coi partigiani presenti e futuri
della Chiesa latina; le imitò, le approvò la maggior parte del Clero e
del popolo. Uscendo del monasterio di Gennadio, i devoti Greci si
sparsero per la taverna bevendo alla confusione degli schiavi del Papa,
votando tazze ad onore della immagine della Santissima Vergine, e
supplicandola a difendere questa città da Maometto, come altre volte
l'avea protetta contro l'armi di Cosroe e contro il Cagano. Così
inebbriati dal fanatismo e dai fumi del vino, esclamarono
sconsigliatamente: «Che abbiam noi bisogno di soccorso e di unione? che
abbiam noi bisogno dei Latini? vada lungi da noi il culto degli
azzimiti». Frenesia epidemica che tenne in trambusto la popolazione per
tutto il verno antecedente alla vittoria de' Turchi; la Quaresima e la
prossimità delle feste, anzichè ispirare sentimenti di pace e di carità,
non fece che rincalzare l'ostinazione e la prevalenza del fanatismo. I
confessori che spiavano e atterrivano le coscienze, prescrivevano
penitenze rigorosissime a chiunque avesse ricevuta la comunione dalle
mani d'un prete accusato di consenso, o formalmente, o tacitamente,
prestato alla Lega. La Messa celebrata da un tal sacerdote, contaminava,
secondo costoro, quegli stessi che le aveano assistito; se preti,
perdeano la virtù del carattere sacerdotale, e nemmen nel pericolo di
morte istantanea, era permesso invocare il soccorso delle loro preghiere
e delle loro assoluzioni. Appena celebratosi dai Latini il servigio
divino nella chiesa di S. Sofia, fu riguardata come polluta, e il Clero
e il popolo ne rifuggirono come da una sinagoga, o da un tempio di
Pagani; onde questa venerabile Basilica, che, fumante non ha guari
d'incensi, e splendente per immensa moltitudine di fiaccole, avea sì
spesso risonato di preci e di rendimenti di grazie, rimase fra lo
squallore di un assoluto e tetro silenzio. Più inviperito odio portavasi
ai Latini che agli stessi Eretici ed Infedeli; talchè il primo Ministro
dell'Impero, il Gran Duca, si spiegò apertamente che avrebbe preferita
la necessità di vedere a Costantinopoli il turbante di Maometto
all'odievol presenza della tiara del Papa o di un cappello di
Cardinale[95]. Tal sentimento cotanto indegno di un cristiano e di un
amico della sua patria, era divenuto a tutti i Greci comune, e tornò ad
essi fatale. Costantino si trovò privo dell'affetto e del soccorso de'
proprj sudditi, la viltà naturale de' quali prendea un religioso
pretesto dal dovere di rassegnarsi ai decreti della Providenza, o dalla
chimerica speranza di una liberazione miracolosa[96].

Due lati del triangolo in cui stassi Costantinopoli, vale a dire quelli
che si estendono lungo il mare, erano inaccessibili ai nemici; la
Propontide da una banda formava una difesa naturale, il porto ne formava
un'artificiale dall'altra. Un doppio muro, e una fossa che avea cento
piedi di profondità, copriva la base del triangolo situata fra le due
rive dalla banda di terra; alle quali fortificazioni il Franza che le
avea vedute, attribuiva una estensione di sei miglia[97]; quivi fu il
principale assalto degli Ottomani. Costantino dopo avere ripartite le
fazioni e il comando de' posti più pericolosi, si accinse a difendere
l'esterno muro. Ne' primi giorni d'assedio, i soldati scesero nella
fossa d'onde fecero una sortita in piena campagna, ma non tardarono ad
avvedersi che, avuta proporzione del numero de' combattenti d'entrambi i
campi, era più funesta ai Greci la perdita d'un Cristiano, che al nemico
quella di venti Turchi; laonde dopo queste prime prove di coraggio, si
limitarono prudentemente a lanciare armi di gittata dall'alto de'
baloardi, prudenza che in tale istante non potea essere accusata, come
viltà, comunque la popolazione greca fosse in generale pusillanime e
vile; l'ultimo de' Costantini si meritò il nome di Eroe; la sua nobile
truppa di volontarj parea infiammata dello spirito de' primi Romani, e
gli ausiliarj stranieri sosteneano l'onore della cavalleria d'Occidente.
In mezzo al fumo, fra lo strepito e il fuoco de' loro archibusi e de'
loro cannoni, percoteano incessantemente con grandini di dardi il
nemico. Tutte le bocche delle greche spingarde mandavano cadauna nello
stesso tempo sui Turchi cinque e persin dieci palle di piombo della
grossezza d'una noce; e giusta la spessezza delle file, o la forza della
polvere, ciascun colpo potea trapassare l'armadura e il corpo di molti
guerrieri; ma i Turchi bentosto, riparando la loro via con trincee, o
tenendosi dietro alle rovine, si avvicinarono maggiormente. Ogni dì più
periti nella scienza militare divenivano i Cristiani, ma i lor magazzini
da polvere, mal provveduti sin da principio, non doveano tardare a
votarsi. La loro artiglieria scarsa e di picciol calibro, non potea
produrre grandi effetti, e se aveano ancora alcuni pezzi più rilevanti
non si avventuravano a collocarli sopra vecchie muraglie, che l'impeto
dello scoppio avrebbe crollate e rinversate[98]. Oltrechè, il micidiale
segreto essendo già noto parimente agli Ottomani, questi lo adoperavano
con tutta l'efficacia che possono infondere negl'ingegni di offesa il
fanatismo, le ricchezze, il dispotismo. Ragionammo dianzi del gran
cannone di Maometto, arme rilevante e segnalata nella Storia dell'epoca
ora descritta; enorme bocca da fuoco che fiancheggiavano altre due quasi
della stessa grandezza[99]. Dopo che i Turchi ebbero appuntato una lunga
serie di cannoni contro le mura, quattordici batterie fulminarono nel
tempo stesso i luoghi meno fortificati; ma nel descrivere una di tali
batterie, gli Autori si valgono d'espressioni sì equivoche, che non
intendiamo bene, se essa contenesse centotrenta pezzi di cannone, o
centotrenta palle. Del rimanente, a malgrado del potere e della solerzia
di Maometto, scorgesi l'infanzia dell'arte in quel tempo. Sotto un
padrone che calcolava i minuti secondi, il gran cannone non potea trarre
che sette volte al giorno[100]. Il metallo riscaldato scoppiò, sicchè
molti cannonieri rimasero morti, e fu ammirata l'abilità di un fonditore
che immaginò, per andar contro ad una nuova disgrazia, di versare, dopo
ciascuno scoppio, una certa quantità d'olio entro i cannoni.

Le prime palle dei Musulmani lanciate a caso, aveano fatto più strepito
che rovina. Mercè soltanto i suggerimenti di un ingegnere cristiano, i
Turchi appresero a percotere direttamente i due lati opposti degli
angoli salienti d'un baloardo. Per quanto poco destri fossero questi
artiglieri, la moltiplicità de' colpi supplì alla poca abilità di
addirizzarli, onde gli Ottomani, pervenuti finalmente sino all'orlo
della fossa, si accinsero a colmare questa enormissima apertura a fine
di procurarsi per traverso alla medesima una strada all'assalto[101]. Vi
gettarono entro e massi e fascinate e tronchi d'alberi, e tal fu
l'impeto di quei lavoratori, che i primi trovatisi in riva alla fossa, o
i più deboli, vi caddero dentro e vi trovarono sepoltura. Intantochè gli
assedianti davano indefessa opera a tale lavoro, la sola speranza di
salute per gli assediati stavasi nel cercare di renderli inutili, a
lunghi e micidiali scontri esponendosi, e distruggendo la notte tutta
l'opera che i soldati di Maometto aveano fatta nella giornata. Ricorreva
all'arte delle mine il Sultano; ma oltre alla difficoltà di valersene in
un terreno, che era compatta rupe, gli opponeano altrettante contromine
i cristiani ingegneri; perchè niuno aveva a que' giorni pensato a colmar
di polve quelle vie sotterranee, e a produr così quegli scoppj che fanno
saltare in aria le torri e le intere città[102]. Una circostanza che
contraddistinse dagli altri assedj quello di Costantinopoli, si fu l'uso
promiscuo dell'artiglieria antica e moderna. Fra mezzo ai metalli
ignivomi vedeansi macchine opportune a lanciar sassi e dardi; uno stesso
muro soffriva l'urto delle palle e dell'ariete ad un tempo; nè la
scoperta della polvere avea fatto dimenticare l'uso del fuoco greco.
Rotandosi su i suoi cilindri, avanzava un'immensa torre di legno, mobile
arsenale di munizioni da guerra, coperto d'un triplice cuoio. I
guerrieri che vi stavano chiusi entro, poteano senza pericolo, per le
feritoie della medesima, trarre sugli assediati; la parte anteriore di
essa avea tre porte, che davano abilità di sortire e di ritirarsi ai
soldati. Una scala interna li conduceva al pianerottolo superiore di
essa torre, d'onde poteano col ministerio di carrucole, sollevare una
scala che, attaccandosi coll'estremità al baluardo nemico, diveniva un
ponte per gli assedianti. Coll'unione di tutti questi diversi modi
d'assalto, alcuni de' quali tanto più funesti si fecero ai Greci, perchè
non ne aveano veruna cognizione, giunsero finalmente i Turchi a
rinversare la torre di S. Romano; però vennero ancora respinti dopo un
ostinato combattimento, che la notte interruppe e che divisavano
rincominciare all'alba del nuovo giorno con più vigore, e maggiore
fiducia di buon successo. Nè questi momenti conceduti alla speranza e al
riposo vennero trascurati dalla solerzia dell'Imperatore greco e del
genovese Giustiniani, che rimasti tutta la notte su i baloardi,
affrettarono tutti que' provvedimenti da cui poteva ancora dipendere il
destino della Chiesa e di Costantinopoli. Laonde all'apparire
dell'aurora novella, l'impaziente Maometto vide, con istupore ed eguale
afflizione, incenerita la sua torre di legno, tornata nel primo stato la
fossa, restaurata la torre di S. Romano. Deplorando il mal esito de'
concetti disegni, esclamò dimentico della riverenza che al proprio culto
dovea: «Trentasettemila Profeti non bastavano a farmi credere, che
gl'Infedeli in sì breve tempo avessero eseguito sì immenso lavoro».

La generosità de' Principi cristiani fu languida e tardi arrivò; ma fin
dal momento in cui Costantino previde l'assedio della sua Capitale,
intavolò negoziati nelle isole dell'Arcipelago, nella Morea e nella
Sicilia per ottenerne i soccorsi più indispensabili. Cinque grandi
vascelli mercantili[103], armati da guerra avrebbero già salpato da Chio
nel primo giorno di aprile, se non li avesse trattenuti un ostinato
vento di tramontana[104]. Un di questi portava bandiera imperiale; gli
altri quattro, appartenenti ai Genovesi, andavano carichi di frumento e
d'orzo, d'olio e di vegetabili, e soprattutto di soldati e marinai pel
servigio della Capitale. Finalmente dopo un penoso indugio, spiegaron le
vele col favore di un leggier vento australe, che fattosi più gagliardo
nel secondo giorno, li portò ben tosto all'Ellesponto e alla Propontide;
ma circondata per terra e per mare trovavasi la Capitale del greco
Impero; e la squadra turca, situata all'ingresso del Bosforo, terminava
a guisa di mezza luna alle due estreme rive per chiudere il passaggio a
questi ardimentosi ausiliari, o per lo meno a fin di respingerli.
Qualunque leggitore abbia presente alla memoria il quadro geografico di
Costantinopoli, comprenderà e ammirerà la magnificenza di un tale
spettacolo. I cinque vascelli cristiani procedeano innanzi, in mezzo a
giulive acclamazioni, e forzando il ministerio delle vele e de' remi
contro una squadra nemica di trecento navigli; i baloardi, il campo, le
coste dell'Europa e dell'Asia, vedeansi coperte di spettatori impazienti
con inquietudine dell'effetto che questo rilevante soccorso avrebbe
prodotto; effetto che a prima vista non avrebbe dovuto sembrare
dubbioso. La superiorità de' Turchi era tanta, che si togliea da ogni
proporzione col numero de' Cristiani; e certamente, giusta un calcolo
ordinario, la moltitudine e il valore de' combattenti gli avrebbe
assicurati della vittoria. Cionnullameno l'imperfezione della loro
marineria mostrava come questa fosse stata creata d'improvviso dalla
volontà del Sovrano, e non nata gradatamente dall'ingegno inventivo
della nazione; e giunti anche all'apice della grandezza, i Turchi
confessavano che, se Dio avea conceduto ad essi l'Impero della terra,
quello del mare rimanea agli Infedeli[105]; modesta confessione, la cui
verità è stata confermata da una sequela dì sconfitte e da un rapido
scadimento. Tranne diciotto galee bastantemente forti, il rimanente
della squadra era composta di battelli aperti, rozzamente costrutti, mal
governati, troppo caricati di combattenti, e sprovveduti di cannone; e
poichè il coraggio ne deriva in gran parte dalla conoscenza delle nostre
proprie forze, non è maraviglia se i più valorosi giannizzeri tremarono
in veggendosi sopra un elemento nuovo per essi. Dalla parte in vece de'
Cristiani, veniano governati da piloti abilissimi cinque grandi vascelli
pieni di veterani dell'Italia e della Grecia, avvezzi da lungo tempo ai
disagi e ai pericoli della navigazione. Intanto che davano opera a
calare a fondo, o ad infrangere i deboli legni che impacciavano ad essi
il cammino, le loro macchine d'artiglieria spazzavano il mare e
versavano fuoco greco su quelle barche ottomane che osavano avvicinarsi
per tentar l'arrembaggio; chè i venti e i flutti si chiariscono mai
sempre pe' navigatori più abili. I Genovesi salvarono il vascello
imperiale contro cui, nella mischia, più numerosa oste infieriva; e
gravissima fu la perdita de' Turchi, respinti in due assalti, un più
lontano, l'altro ov'erano petto a petto coi Cristiani. Maometto standosi
a cavallo in su la piaggia, incoraggiava i Musulmani colla sua voce, con
promesse di ricompensa, col timore che egli inspirava, più poderoso
sovr'essi che lo stesso timore de' nemici. Il fervore del suo animo, i
moti del suo corpo[106] sembravano imitare le azioni de' combattenti, e
quasi foss'egli il padrone della natura, da niuna tema frenato, facea
impotenti sforzi per ispinger nel mare il proprio cavallo. La violenza
dei suoi rimproveri, i clamori del campo indussero la squadra turca ad
un terzo assalto che fu più funesto ancor de' due primi; al qual
proposito citerò, senza poterle prestar molta fede, la testimonianza di
Franza, il quale afferma che i Turchi a loro confessione medesima
perdettero nella strage di questa giornata più di dodicimila uomini. In
somma fuggirono disordinatamente verso le coste dell'Europa e dell'Asia,
intanto che la squadra de' Cristiani, in trionfo e immune da danni,
procedea lungo il Bosforo, pervenuta a lanciar l'áncora con sicurezza
dalla banda interna della catena del porto. Nell'ebbrezza di questa
vittoria, sosteneano i Cristiani che il loro braccio era valevole ad
annichilare tutto l'esercito dei Turchi. Intanto Balta Ogli,
l'ammiraglio, ossia il Capitano-Pascià, ferito in un occhio, traeva da
questa circostanza un sollievo coll'accagionarla della perdita della
battaglia. Era costui un rinnegato della famiglia de' Principi di
Bulgaria, stimabile per meriti militari, se un'abbominevole avarizia non
gli avesse contaminati; e, sia d'un solo, o popolare il dispotismo,
sotto il governo del medesimo, la disgrazia si ha per prova di delitto.
Il grado e i servigi di questo guerriero apparvero nulli a fronte dello
scontento di Maometto; onde dopo essere stato alla presenza del Sultano
steso per terra da quattro schiavi, ricevè cento battiture applicategli
con un bastone d'oro[107]. Essendone indi stata decretata la morte, il
vecchio Generale ammirò la clemenza del Sovrano che si contentò di
torgli le sue sostanze e mandarlo in esilio. Il soccorso navale che qui
abbiamo descritto, ridestò la speranza ne' Greci e divenne una rampogna
all'indifferenza dimostrata dalle nazioni occidentali collegate col
greco Impero; massimamente in considerando che milioni di Crociati erano
venuti in altri tempi a cercare una inevitabil morte ne' deserti della
Natolia e fra le rupi della Palestina; e che qui non era sì grave il
pericolo, attesa la situazione di Costantinopoli, munitissima per natura
contra i nemici, e ai confederati accessibile. Non facea d'uopo d'un
troppo rilevante armamento delle Potenze marittime per salvare gli
avanzi del nome Romano e mantenere una Fortezza cristiana nel centro del
turco Impero. Cionnullostante i tentativi fatti per liberare
Costantinopoli si limitarono alla spedizione di questi cinque vascelli;
le nazioni lontane non mostrarono cruciarsi nè poco nè assai de'
progressi de' Turchi, e l'Ambasciatore ungarese, stavasi in mezzo al
campo turco, per dissipare i timori e regolare le fazioni del
Sultano[108].

Era cosa difficile pe' Greci l'indovinare i segreti del Divano;
cionnullameno i loro autori sono persuasi che una resistenza così
ostinata e maravigliosa avesse stancata la perseveranza di Maometto.
Vuolsi ch'ei meditasse una ritirata, e che ben presto avrebbe levato
l'assedio, se l'ambizione e la gelosia del secondo Visir non avesse
prevalso ai perfidi suggerimenti di Calil-Pascià che si mantenea sempre
in segreta corrispondenza colla Corte di Bisanzo. Vedea il Sultano
l'impossibilità d'impadronirsi della Capitale, a meno di poterla
assalire per mare nel tempo stesso che le sue truppe la batterebbero
dalla banda di terra; ma come superare il passaggio del porto? La grossa
catena che lo chiudea era difesa da otto grandi navigli, da venti più
piccioli e da un ragguardevole numero di galee e di battelli; i Turchi,
lungi dal vedersi in istato di forzare questo propugnacolo, doveano
temere una sortita del navilio greco e una seconda battaglia in aperto
mare. In mezzo a tali perplessità, il genio di Maometto concepì e pose
ad effetto un disegno di maraviglioso ardimento; quello di far
trasportare per terra i suoi legni più leggieri e le sue munizioni dalla
riva del Bosforo a quella che guardava la parte più interna del porto,
distanza di circa dieci miglia sopra terreno disuguale e coperto di
macchie; e poichè era d'uopo radere in passando il sobborgo di Galata,
il buon successo dell'impresa, o la morte di tutti i soldati in essa
adoperati dependeano dalla colonia dei Genovesi; ma questi avidi
mercatanti aspirando al favore di essere soggiogati per gli ultimi, il
Sultano fu tranquillo per questa parte, e fece poi che la moltitudine
degli operaj supplisse alle scarse cognizioni dei suoi meccanici.
Spianata la strada, venne coperta di larghi e saldissimi tavolati, che,
a renderli più scorrevoli, venivano unti con grasso di pecora e di bue.
Poi per ordine del Sultano, vennero, col ministero di leve e carrucole,
tratte fuor dello stretto, portate sopra cilindri e spinte su questi
tavolati, ottanta galee o brigantini da cinquanta e da trenta remi,
divenuti oziosi come le vele; due piloti stavano al governale e alla
prora di ciascun navilio, e i canti e le acclamazioni delle ciurme
allietavano questo rilevante lavoro. In una sola notte la flotta de'
Turchi s'inerpicò alla collina, attraversò la pianura, venne lanciata
nel porto, in un sito ove non trovavasi bastante acqua pe' navigli greci
che erano più pesanti. Il terrore che tale impresa portò nell'animo
degli assediati e la fiducia che per essa crebbe ne' Turchi, ne fece
esagerare il reale vantaggio; questo fatto notorio e indubitabile ebbe a
spettatrici entrambe le nazioni, onde gli Storici dell'una e dell'altra
l'hanno raccontato[109]. Gli Antichi hanno più di una volta fatto uso di
un simile stratagemma[110]. Le galee ottomane, mi giova ripeterlo, non
erano che grossi battelli. Se raffrontiamo la grandezza de' navigli e la
distanza, gli ostacoli e gl'ingegni adoperati per superarli, sono forse
state eseguite ai dì nostri[111] imprese non meno maravigliose[112].
Appena Maometto ebbe navi e truppe nella parte superiore del porto, con
botti unite da travi e anelli di ferro e coperte da un saldo tavolato,
costrusse, ove l'acqua era più angusta, un ponte, o piuttosto un molo
largo cinquanta, e lungo cento cubiti. Posto sopra questa galleggiante
batteria uno de' maggiori cannoni, le ottanta galee, le truppe e le
scale, si avvicinavano a quel sito d'onde i guerrieri latini altra volta
aveano presa la città d'assalto. Viene rimproverato ai Cristiani di non
avere distrutti questi lavori prima che fossero terminati; ma un fuoco
più rilevante rendeva inutili le loro batterie; non quindi è che non
tentassero una notte di ardere le galee e il ponte del Sultano; la sola
vigilanza di Maometto impedì ad essi di avvicinarsi; onde que' primi
legni de' Greci che troppo innoltrati si erano, vennero presi o calati a
fondo; e quaranta giovani guerrieri, i più valorosi dell'Italia e della
Grecia, furono inumanamente trucidati per ordine di Maometto.
L'Imperatore di Bisanzo per parte sua fe' piantare sui baloardi le teste
di dugentosessanta prigionieri musulmani, giusta ma crudel rappresaglia
che non mitigava l'affanno delle strettezze in cui si trovava. Dopo un
assedio di quaranta giorni, nulla potea più differire la caduta di
Costantinopoli; poco numerosa di per sè stessa la guarnigione, ridotta
era affatto per quel duplice assalto; il cannone degli Ottomani avea
distrutte per ogni banda quelle fortificazioni che resistettero per
dieci secoli ad ogni impeto di nemici; già più d'una breccia era aperta,
e vicino alla porta di S. Romano, quattro torri erano state atterrate
dall'artiglieria dei Turchi. Per dar lo stipendio alle truppe, deboli e
in procinto di ribellare, Costantino si vide costretto a spogliare i
tempj, promettendo di restituire il quadruplo di quanto da essi togliea;
azione che ebbesi per sacrilega, e somministrò nuovi soggetti di
scontento ai nemici dell'unione delle due Chiese. A tanti mali univasi
lo spirito di discordia che vie più indeboliva le forze de' Cristiani;
gli ausiliari genovesi e veneziani disputavano scambievolmente per la
lor preminenza, e Giustiniani e il Gran Duca, l'ambizione de' quali non
aveva estinto il comune pericolo, si mandavano a vicenda le rampogne di
perfidi, o di codardi.

Durante l'assedio, si parlò per più riprese di pace e di capitolazione,
e molti messi erano stati spediti dal campo alla città e dalla città al
campo[113]. Le sventure aveano siffattamente scoraggiato l'Imperator
greco, che ad ogni condizione sarebbesi sottomesso, purchè la sua
religione e il suo diadema fossero stati in salvo. Maometto per parte
sua desiderava di risparmiare il sangue de' proprj soldati e più ancora
di assicurarsi le ricchezze di Costantinopoli; e con queste brame
conciliava i doveri di buon Musulmano offrendo ai _gaburi_ le
alternative di farsi circoncidere, o di pagare un tributo, o di
rassegnarsi alla morte. Con una somma annuale di centomila ducati
sarebbe stata soddisfatta la cupidigia del Sultano, ma non l'ambizione,
che al possedimento della Capitale dell'Oriente aspirava. Di fatto
propose a Costantino un equivalente di questa città, e la tolleranza ai
Greci, o se meglio il bramassero, la facoltà di ritirarsi con sicurezza;
ma dopo un'infruttuosa negoziazione, protestò che avrebbe trovato un
trono, o una tomba sotto le mura di Bisanzo. Per sentimento d'onore e
per tema del biasimo universale, rifuggendo Paleologo persino dall'idea
di consegnare agli Ottomani la Capital dell'Impero, risolvette di
cimentare gli estremi disastri della guerra. Molti giorni vennero
impiegati dal Sultano negli apparecchi dell'assalto, sol differito
ancora per la fiducia che egli aveva nell'astrologia, scienza sua
prediletta; onde lasciò respirare i Greci sino al dì ventinove maggio,
annunziato dagli astri come giorno fausto e predestinato alla presa di
Costantinopoli. La sera del ventisette, dopo aver dati gli ultimi
ordini, spedì i comandanti de' corpi e gli araldi per tutto il campo, a
divulgare i motivi della perigliosa impresa e ad eccitare i soldati ad
adempiere con valore i proprj doveri. Il timore è una delle più forti
molle morali sotto i governi dispotici; le minacce di Maometto espresse
nello stile degli Orientali, annunziavano che se anche i fuggiaschi e i
disertori avessero l'ali[114], non fuggirebbero alla giustizia
inesorabile del Sultano. La maggior parte de' giannizzeri e de' Pascià
perteneano per nascita a famiglie cristiane: ma successive adozioni
perpetuavano la gloria del nome turco, e a malgrado del cambiamento
degl'individui, l'imitazione e la disciplina mantengono lo spirito di
una legione, di un reggimento o di un'_oda_. Prima di portarsi alla pia
impresa, i Musulmani vennero esortati a purificare il loro spirito colla
preghiera, il corpo con sette abluzioni, e ad astenersi da ogni
nudrimento fino alla sera della domane. Uno stuolo di dervis trascorreva
le tende per inspirare ai soldati la brama del martirio, e per
assicurarli di futura perpetua giovinezza da trascorrersi in riva ai
fiumi, e per mezzo ai giardini del paradiso, in braccio alle belle
_huris_ dagli occhi neri. Cionnullameno, Maometto calcolava anche più
sull'effetto delle ricompense temporali e visibili. Venne promesso di
raddoppiare gli stipendj in premio della vittoria. «La città e gli
edifizj mi appartengono, dicea Maometto; ma lascio a voi i prigionieri e
il bottino, l'oro e la bellezza; siate ricchi e felici. Le province del
mio Impero son numerose; l'intrepido soldato che salirà il primo le mura
di Costantinopoli, otterrà in guiderdone la più bella e la più ricca di
queste da governare; la mia gratitudine accumulerà sovr'esso onori e
fortune, oltre quanto uom sappia immaginare». Allettamenti sì variati e
poderosi infiammarono gli animi de' soldati, che disprezzando la morte,
e impazienti della battaglia, fecero risonare il campo dell'acclamazione
maomettana. «Dio è Dio, non v'è che un Dio, e Maometto è l'Appostolo di
Dio[115]», e da Galata fino alle Sette Torri, la terra e il mare vennero
rischiarati dai fuochi che gli assedianti avevano accesi durante la
notte.

Ben diverso era lo stato cui ridotti si vedeano i Cristiani che con
impotenti grida deploravano i lor peccati, o il gastigo, del quale erano
minacciati. Fu esposta in una processione solenne la celeste immagine
della Vergine; ma la Vergine non ascoltò le loro preghiere; accusavano
l'ostinazione dell'Imperatore che non avea voluto cedere la piazza,
quand'era tuttavia in tempo di farlo, e anticipavano gli orrori della
sorte che gli aspettava, sospirando la pace e la sicurezza di cui si
lusingavano godere sotto il servaggio de' Turchi. I più nobili fra i
Greci e i più prodi confederati vennero nella sera dei ventotto di
maggio chiamati al palagio, perchè si preparassero a sostener con
coraggio l'imminente assalto generale de' Turchi. L'ultimo discorso che
ad essi fece Paleologo potè dirsi l'Orazione funebre dell'Impero
romano[116]. Promise, supplicò, fece inutili sforzi per riaccendere ne'
cuori altrui quelle speranze che già nel suo erano spente; niuna
prospettiva ei poteva offrire che di tristezza e di lutto non fosse;
tanto più che il Vangelo e la Chiesa cristiana non hanno promessa alcuna
sensibile ricompensa agli Eroi che cadono in servendo la loro patria.
Pure l'esempio del Principe e la noia di starsi rinchiusi in una città
assediata, aveano armati del coraggio della disperazione questi
guerrieri. Lo storico Franza che assistè a questa lugubre assemblea, con
istile patetico la dipinge. Versarono lagrime, si abbracciarono;
dimenticando le lor ricchezze e le loro famiglie, alla morte si
consagrarono. Trasferitosi al suo posto ciascun de' Capi, trascorse la
notte col far vigile sentinella sui baloardi. L'Imperatore, seguìto da
alcuni fedeli compagni, entrò nella Chiesa di S. Sofia che stava per
divenire tra poco una moschea. Piansero, orarono a piè degli Altari e
ricevettero la comunione. Dopo aver riposato pochi momenti nel palagio
che risonava di lamentazioni e di grida, chiese perdono a tutti coloro
ch'ei potesse avere offeso[117], e montò indi a cavallo per visitare i
posti e scoprire le fazioni del nemico. La caduta dell'ultimo de'
Costantini è più gloriosa della lunga prosperità de' Cesari di Bisanzo.

Un assalto può talvolta sortir buon successo in mezzo alle tenebre; però
la sapienza militare e le nozioni astrologiche del Sultano lo indussero
ad aspettare il mattino di questo memorabile ventinove maggio 1453
dell'Era Cristiana. Un solo istante di quella notte non fu perduto per
Maometto; le truppe, coi cannoni e colle fascine, si erano avanzate fin
sull'orlo della fossa che in molti luoghi offeriva un sentiero spianato
alla breccia; le ottanta galee quasi toccavano colle prore e colle scale
da scalata i muri del porto men atti ad essere difesi. Il Sultano
ordinò, sotto pena di morte il silenzio; ma le leggi fisiche del moto e
del suono non obbediscono alla disciplina e al timore. Ben potea ciascun
individuo soffocar la voce e misurare i passi, ma le pedate e il lavoro
di un esercito producevano necessariamente confusi suoni che ferirono
gli orecchi delle sentinelle della torre. Al sorgere dell'aurora, i
Turchi incominciarono l'assalto per mare e per terra, senza avere
sparato, giusta l'uso, il cannone del mattino; la loro linea d'assalto
fitta e continua è stata paragonata ad una lunga corda torta o
intrecciata[118]. Le prime file vedeansi composte della ciurma di
quell'esercito, di un branco di volontarj che si batteano senz'ordine nè
disciplina, di vecchi o di fanciulli, di contadini e di vagabondi, e
finalmente di tutti coloro che aveano raggiunto l'esercito colla cieca
speranza del bottino e del martirio. Un impulso generale avendoli spinti
a' piedi della muraglia, i più arditi a salire sul baloardo vennero
precipitati entro la fossa, e tanta era di costoro la calca che ogni
dardo, ogni palla de' Cristiani ne atterrava qualcuno. Ma non andò guari
che una sì penosa difesa stremò le forze e le munizioni degli assediati:
i cadaveri di Ottomani che già empievano la fossa, divennero un ponte ai
lor colleghi, e la morte delle prime turbe mandate al macello fu più
utile al trionfo del Sultano che nol fosse mai stata la loro vita. I
soldati della Natolia e della Romania condotti dai loro Pascià e
Sangiacchi, fecero impeto gli uni dopo gli altri: si combatteva da due
ore con vario ed incerto successo, ed i Greci aveano tuttavia qualche
vantaggio, e ne guadagnavano ancora; ma uditasi la voce del greco
Imperatore che eccitava i suoi soldati a compiere con un ultimo sforzo
la liberazione del loro paese, si fecero innanzi i vigorosi ed
invincibili giannizzeri che non avevano ancor combattuto. Stava
spettatore e giudice del lor coraggio il Sultano a cavallo, con in mano
una clava; e circondato da diecimila uomini della sua truppa domestica,
da lui serbata ai momenti i più decisivi, colla voce e coll'occhio
regolava e spingeva quelle onde di combattenti. Dietro questa terribile
linea vedeasi una numerosa truppa di giustizieri, i quali, secondo
l'uopo, stimolavano, rattenevano, punivano i soldati, che avevano il
pericolo in prospetto, l'infamia e una inevitabil morte alle spalle, sol
che avessero pensato alla fuga. La musica guerresca de' tamburi, delle
trombe e de' timballi, soffocava le grida dello spavento e del dolore; e
l'esperienza ha provato che l'effetto meccanico de' suoni rendendo più
vivace la circolazione del sangue e i moti degli spiriti animali,
produce sulla macchina umana una impressione superiore nell'efficacia
all'eloquenza della ragione e dell'onore. L'artiglieria delle linee
assalitrici, dalle galee del ponte, fulminava i Greci per ogni parte; e
campo e città e assedianti e assediati vedeansi involti in mezzo a un
nugolo di fumo che potea solamente essere dissipato o dalla liberazione,
o dalla distruzione compiuta dell'Impero romano. Le singolari tenzoni
degli Eroi della Favola e della Storia feriscono la nostra immaginazione
e ne allettano; le dotte fazioni militari possono giovare a schiarire la
mente e a migliorare un'arte necessaria, benchè perniciosa al genere
umano; ma nella pittura di un assalto generale tutto è sangue,
confusione ed orrore; laonde io disgiunto, per tre secoli e per
l'intervallo di un migliaio di miglia, da una scena che andò priva di
spettatori e di cui gli stessi attori non poteano formarsi un'idea
esatta o compiuta, non mi accignerò a disegnarla.

Se Costantinopoli non fece più lunga resistenza, vuole accagionarsene la
palla, o il dardo che, per traverso alla sua manopola, trafisse la mano
del Giustiniani, il quale, alla vista del proprio sangue, e tormentato
dall'estremo dolore che la ferita gli producea, sentì mancare il proprio
coraggio. Era il Giustiniani, e col braccio, e col consiglio, il più
fermo baloardo di Costantinopoli; allorchè abbandonava il suo posto per
andare in traccia di un chirurgo, l'instancabile Imperatore che di
questa ritirata si accorse, il fermò: «la ferita, esclamava Paleologo, è
lieve, il pericolo imminente, necessaria la vostra presenza; per quale
strada contate voi ritirarvi?» — «Per quella strada che Dio ha aperta ai
Turchi» il tremebondo Genovese rispose, e sì dicendo, attraversò
rapidamente una breccia del muro interno; col quale atto di viltà
sfregiò una vita che era stata luminosa fra l'armi. Sopravvissuto pochi
giorni al suo disonore, gli ultimi istanti del vivere ch'ei trascorse a
Galata, o nell'isola di Chio, furono avvelenati dai rimproveri della sua
coscienza e da quelli del pubblico[119]. La maggior parte degli
ausiliari avendo seguìto l'esempio del Genovese, allentò la difesa nel
momento medesimo che più invigoriva l'assalto. Il numero degli Ottomani
era cinquanta volte maggiore, forse centuplo di quel de' Cristiani. Le
doppie mura della Capitale continuamente spezzate per ogni banda, e
senza posa, dall'artiglieria, un mucchio sol di rovine offerivano. Era
inevitabile che, in una circonferenza di molte miglia, non si trovassero
alcuni luoghi o più accessibili, o men custoditi, e se d'uno solo di
questi punti s'impadronivano gli assedianti, diveniva quello il momento
estremo della Capitale. Ora il giannizzero Hassan, cui statura e forze
gigantesche la natura avea compartite, meritò il primo la ricompensa che
avea promessa il Sultano. Tenendo con una mano la scimitarra, e
coll'altra lo scudo, scalò il muro esterno; emuli del suo valore, il
seguirono trenta altri giannizzeri, diciotto de' quali perirono sotto il
ferro dell'inimico; giunto Hassan alla sommità, ove con dodici de' suoi
compagni si difendea, venne precipitato nella fossa; fu veduto rialzarsi
sulle ginocchia, e nuovamente una grandine di dardi e di pietre lo
rinversò. Nondimeno, ei fece il più col mostrare che quella sommità di
baloardo poteva raggiungersi. Ben tosto uno sciame di Turchi coprì le
mura e le torri, e i Greci, perduto anche il vantaggio del terreno, si
trovarono oppressi dall'immenso numero de' Musulmani che da un istante
all'altro crescea. In mezzo alla calca, continuò lungo tempo a vedersi
l'Imperatore greco[120] che gli ufizj di generale e di soldato compiea;
ma finalmente disparve. I Nobili che combatteano al suo fianco
sostennero sino all'ultimo respiro gli onorevoli nomi di Paleologo e di
Cantacuzeno. Gli si udirono pronunciare queste dolenti parole: «Nè vi
sarà alcun fra i Cristiani che voglia per pietà tagliarmi la
testa?»[121] perchè la sua ultima angoscia veniagli dal timore di cader
vivo fra le mani degl'Infedeli[122]. Risoluto di morire, aveva avuta la
previdenza di spogliare la porpora: in mezzo alla mischia, cadde
finalmente sotto i colpi d'ignota mano e rimase, sotto un mucchio di
morti, sepolto. Da quell'istante, nessuno pensò oltre a resistere e la
sconfitta fu generale; datisi a fuggire i Greci dalla banda della città,
e angusto essendo alla moltitudine de' fuggiaschi il passaggio della
porta di S. Romano, molti in questa trista gara perirono soffocati e
schiacciati. I Turchi vincitori si fecero ad inseguirli precipitosamente
per le brecce del muro interno, e intanto che avanzavano per le strade
si unì ad essi il corpo che avea forzata la porta del Fenar dalla banda
del porto[123]. Nel primo ardore d'inseguire i Cristiani, circa duemila
di questi vennero passati a filo di spada; ma ben tosto l'avarizia vinse
la crudeltà, e i vincitori confessarono che la strage sarebbe anche
stata minore, se la prodezza di Costantino e de' suoi scelti soldati non
gli avesse tratti in paura di trovare un'eguale resistenza in tutti i
rioni della Capitale. Così, dopo un assedio di cinquantatre giorni,
cadde finalmente sotto l'armi di Maometto II questa Costantinopoli, che
avea disfidate le forze di Cosroe, del Cagano e de' Califfi. I Latini
non ne aveano abbattuto che l'Impero, ma i Musulmani ne abbattettero la
religione[124].

Presto si diffonde la notizia delle sventure; ma sì estesa è
Costantinopoli che i più lontani rioni rimasero ancora per alcuni
momenti nella felice ignoranza del loro infausto destino[125]. Ma in
mezzo alla generale costernazione, fra le mortali angosce che ciascuno
provava per sè o per la patria, fra il tumulto e lo strepito
dell'assalto, certamente in quella fatal notte, il sonno avrà potuto
dimorar poco fra gli abitanti di Costantinopoli, e duro fatica a credere
che molte donne greche sieno state destate da profondo e tranquillo
riposo per l'improvviso arrivo de' giannizzeri. Appena la pubblica
sciagura fu certa, abbandonati vennero in un istante le case e i
conventi; i tremebondi abitanti si ammucchiavano per le strade, a guisa
di branchi d'impauriti animali, come se dall'unione di lor debolezza
avesse potuto scaturire la forza, o sperando fors'anche ciascuno di
trovarsi, in mezzo a tanta calca, meglio nascosto e sicuro. Da tutte le
bande venivano a rifuggirsi nella chiesa di S. Sofia, onde in men
d'un'ora, e padri, e mariti, e mogli, e fanciulli, e preti, e monache, e
frati, empievano il Santuario, il coro, la nave, le logge superiori e
inferiori del tempio; ne sbarrarono le porte, cercando un asilo in quel
luogo sacro che, il dì innanzi ancora, credeano profanato perchè vi
aveano celebrato il divin sagrifizio i Latini. La fidanza di questi
infelici fondavasi sulla predizione di un fanatico, o di un
impostore[126], il quale aveva annunziato che i Turchi prenderebbero
bensì Costantinopoli e inseguirebbero i Greci fino alla colonna di
Costantino sulla piazza rimpetto a S. Sofia; ma esser quello il termine
delle calamità di Bisanzo; che un Angelo allora scenderebbe, con una
spada in mano dal cielo, e consegnando questa spada e l'Impero ad un
poverello seduto ai piedi della colonna, gli direbbe: «Prendi questa
spada e vendica il popolo del Signore»; che all'udir tali accenti i
Turchi si darebbero a fuga, e che i Romani vincitori scaccierebbero indi
il nemico dall'Occidente e da tutta la Natolia sino ai confini della
Persia. A tal proposito, Duca, con egual verità ed amarezza, rimprovera
ai Greci la loro ostinazione e le loro discordie; «quand'anche, egli
esclama, fosse comparso l'Angelo e vi avesse promesso di sterminare i
vostri nemici a patto che sottoscriveste l'unione delle due Chiese,
credo che in questo fatale momento avreste rifiutata una tal via di
salute, ovvero per ottenerla, ingannato il vostro Dio[127].

Mentre i Greci aspettavano quest'Angelo che mai non veniva, i Turchi a
colpi di azza atterravano le porte di S. Sofia; e poichè non trovarono
resistenza, non vi fu spargimento di sangue, nè ad altro pensarono che a
scegliere e custodire i loro prigionieri. La giovinezza, l'avvenenza e
l'apparenza della ricchezza guidavano la scelta, e l'anteriorità della
presa; la forza personale e l'autorità de' colpi sul diritto di
proprietà decidevano. Non era trascorsa un'ora, che i prigionieri maschi
si trovavano avvinti con funi, le donne coi loro veli e colle loro
cinture: i Senatori vedeansi accoppiati ai loro schiavi, i Prelati ai
sagrestani, abbietti giovinastri a nobili vergini, sin allora nascoste
alle luce del giorno e fino agli sguardi dei più prossimi loro parenti;
cattività che confuse i gradi sociali, e infranse i vincoli della
natura; nè i gemiti de' padri, nè le lagrime delle madri, nè le
lamentazioni de' fanciulli valsero a movere gl'inflessibili soldati di
Maometto. Le più acute grida venivano mandate dalle monache che
vedendosi strappate agli Altari, col seno scoperto e colle chiome
scarmigliate, stendeano al Cielo le braccia, e dobbiamo credere che
poche di esse potessero preferire le grate del Serraglio a quelle del
monastero. Già le strade erano piene di questi sciagurati prigionieri,
quasi animali domestici, aspramente in lunghe file condotti. Il
vincitore frettoloso di cercar nuove prede facea correre, a furia di
minacce e di colpi, queste vittime tremebonde. Nello stesso tempo le
medesime scene di rapina si replicavano in tutte le chiese, in tutti i
conventi, in tutti i palagi, in tutte le abitazioni della Capitale; nè
vi furono santità, o solitudine di luogo, che le persone, o la proprietà
de' Greci facessero salve. Più di sessantamila di questi infelici,
trascinati, o su navigli, o nel campo, vennero cambiati, o venduti
giusta il capriccio, o l'interesse de' lor padroni, e dispersi per le
varie province dell'Impero ottomano. Giova qui il far conoscere le
avventure di alcuni più spettabili di tali prigionieri. Lo Storico
Franza, primo Ciamberlano e Segretario dell'Imperatore, cadde, non meno
della sua famiglia, in potere dei Turchi. Ricuperata la libertà, dopo
quattro mesi di schiavitù, osò nel successivo anno trasferirsi ad
Andrinopoli, ove gli riuscì riscattare la moglie che apparteneva al
_Mir-Basi_, o mastro della cavalleria; ma erano stati riservati ad uso
di Maometto i suoi due figli, allora nel fiore dell'età e della
bellezza; la figlia morì nel Serraglio, forse vergine tuttavia; il
figlio in età di quindici anni, preferendo la morte all'infamia, spirò
sotto il pugnale del Sultano, che contra il pudore del giovinetto
attentò[128]. Sarebbesi forse Maometto immaginato di espiare un atto sì
atroce colla letteraria generosità dimostrata nel far libera una matrona
greca e due figlie della medesima, in grazia di un'Ode latina di Filelfo
che nella nobile famiglia di questa matrona aveva condotto la
moglie[129]? Molto avrebbe rilevato all'orgoglio, o alla crudeltà di
Maometto, il poter aver tra le mani il Legato di Roma. Ma il Cardinale
Isidoro pervenne a fuggire da Galata sotto l'abito d'un uom del
volgo[130]; perchè le navi italiane padroneggiavano sempre la catena e
l'ingresso del porto esterno. Dopo essersi segnalati per valore que'
condottieri, finchè durato era l'assedio, profittarono, per salvarsi,
dell'istante in cui il saccheggio della città dava divagamento alle
ciurme de' Turchi. Sull'atto di salpare, videro coperta di supplichevoli
turbe la spiaggia, ma caricarsi non poteano del trasporto di tanti
infelici; i Veneziani e i Genovesi tracelsero i loro compatriotti; e gli
abitanti di Galata, senza fidarsi alle promesse che avea fatte ai
medesimi Maometto, abbandonarono le proprie case portando seco quanto
aveano di più prezioso.

Nel dipingere il saccheggio delle grandi città, lo Storico si vede
condannato agli uniformi racconti di infortunj, sempre i medesimi;
perchè le stesse passioni producono gli stessi effetti, e quando queste
non hanno più freno, oh come poco l'uom, venuto a civiltà, differisce
dall'uomo selvaggio! In mezzo alle esclamazioni vaghe della pietà
religiosa e dell'odio, non troviamo che vengano accusati i Turchi di
avere versato, pel solo piacer di versarlo, il sangue dei Cristiani: ma,
giusta le loro massime, che furono pur quelle degli Antichi, la vita de'
vinti spettava ai vincitori, che, in ricompensa delle fatiche sostenute,
poteano trar profitto dai servigi, dal prezzo di vendita, o dal riscatto
de' lor prigionieri d'entrambi i sessi[131]. Il Sultano avea concedute
ai suoi soldati tutte le ricchezze di Costantinopoli; e un'ora di
saccheggio arricchisce più che il lavoro di molti anni; ma non essendo
stato distribuito in una maniera regolare il bottino, non ne furono
fatte le parti dal merito, onde i servi del campo che non aveano
affrontati i rischi e le fatiche della battaglia, le ricompense del
valore si appropiarono. Nè dilettevole, nè istruttivo riescirebbe il
racconto di tante depredazioni, che vennero valutate quattro milioni di
ducati, ultimo avanzo della ricchezza del greco Impero[132]. Una
picciola parte di tale somma apparteneva ai Veneziani, ai Genovesi, ai
Fiorentini e ai mercatanti di Ancona, i quali stranieri aumentavano con
un continuo e rapido giro le loro sostanze; ma i Greci consumavano i
proprj averi nel vano lusso d'abiti e di palagi, o li sotterravano
convertiti in verghe e vecchia moneta, per timore che il fisco non li
domandasse per la difesa della patria. Le più gravi querele vennero
eccitate dalla profanazione e dallo spoglio delle chiese e de'
monasteri. Il tempio di S. Sofia, _il Paradiso Terrestre, il secondo
Firmamento, il veicolo de' Cherubini, il Trono della gloria di
Dio_[133], fu spogliato delle offerte che per un volger di secoli vi
avea portata la divozion de' Cristiani: l'oro e l'argento, le perle e le
gemme, i vasi e i fregi che vi si contenevano, vennero indegnamente
adoperati ad uso degli uomini. Poichè i Musulmani ebbero spogliate le
sante immagini di tutto ciò che ai profani sguardi potevano offerir di
prezioso, la tela o il legno de' quadri o delle statue vennero lacerati,
infranti, abbruciati, calpestati, o adoperati in vili ministerj nelle
stalle e nelle cucine. Ma quando i Latini s'impadronirono di
Costantinopoli, si erano fatti leciti i sacrilegj medesimi; onde uno
zelante Musulmano potea usare, a quanto era per lui monumento
d'idolatria, quel trattamento che dai colpevoli Cattolici[134] aveano
sofferto Gesù Cristo, la Vergine e i Santi. Un filosofo, in vece di far
eco ai pubblici clamori, potrà osservare che declinando a quei giorni le
arti, il lavoro non avea forse maggior prezzo del suo soggetto, e che la
soperchieria de' preti, e la credulità del popolo, non quindi si
stettero dal riaprire altre fonti di miracoli e di visioni; e più
gravemente si dorrà della perdita delle biblioteche di Bisanzo che in
mezzo al generale soqquadro vennero distrutte, o disperse. Dicesi che,
in tale occasione, ventimila manoscritti andassero smarriti[135], che
con un ducato se ne compravano dieci volumi, e che questo prezzo, troppo
rilevante forse per un intero scaffale di libri teologici, era il
medesimo per le Opere compiute di Aristotile e di Omero, cioè delle più
nobili produzioni della scienza e della letteratura degli antichi Greci.
Abbiamo però un conforto in pensando che una parte inestimabile delle
nostre ricchezze classiche era già stata posta in sicuro nell'Italia, e
che alcuni artefici di una città dell'Alemagna aveano fatto tale
scoperta, per cui le opere dell'ingegno non temono più le ingiurie del
tempo, o della mano dei Barbari.

Il disordine e il saccheggio incominciati a Costantinopoli fin dalla
prima ora[136] di questa memorabile giornata del ventinove maggio, si
prolungarono sino all'ottava ora, in cui Maometto arrivò trionfante per
la porta di S. Romano, accompagnato dai suoi Visiri, dai suoi pascià e
dalle sue guardie; ciascun de' quali, dice uno Storico bisantino,
fornito della forza di Ercole e dell'agilità di Apollo, equivaleva a
dieci uomini ordinarj in un dì di battaglia. Il vincitore[137] si mostrò
sorpreso da maraviglia all'aspetto magnifico e peregrino a' suoi sguardi
di quelle cupole, di que' palagi di uno stile così diverso da quello
dell'architettura orientale. Giunto all'Ippodromo, o Atmeidan, ne ferì
gli sguardi la colonna de' Tre Serpenti, e per dar prova di forza
atterrò colla sua azza da guerra la mascella inferiore di uno di cotesti
mostri[138], che i Turchi credeano essere gl'idoli o i talismani della
città. Sceso da cavallo dinanzi alla porta maggiore di S. Sofia, entrò
nel tempio, monumento della sua gloria, che egli si mostrò tanto geloso
di conservare, che, accortosi d'uno zelante musulmano inteso a rompere
il pavimento di marmo, con un colpo di sciabola lo avvertì avere bensì
conceduti ai suoi soldati il bottino e i prigionieri, ma riservati al
Sovrano i pubblici e privati edifizj. La Metropoli della Chiesa
d'Oriente venne tosto per ordine del Sultano convertita in Moschea. Già
i ricchi oggetti di cristiano culto che erasi potuto traslocare, non vi
si trovavano più; vennero rinversate le croci, lavate, purificate e
spogliate d'ogni ornamento le muraglie coperte di mosaici e di pitture a
fresco. In quel giorno, o nel successivo venerdì, il _muezin_, ossia
pubblico banditore, dalla sommità della più alta torre, gridò l'_ezan_,
ossia pubblico invito a nome di Dio e del Profeta; l'Imano predicò, e
Maometto II fece la _namaz_ di preghiere e rendimenti di grazie su
quell'Altar maggiore, ove poco prima erano stati celebrati al cospetto
dell'ultimo de' Cesari i misterj de' Cristiani[139]. Uscendo del tempio
di S. Sofia si condusse al palagio augusto, ove cento successori di
Costantino aveano avuto soggiorno, ma deserto, e in poche ore spogliato
di tutta la pompa imperiale; alla qual vista non potè starsi il
vincitore dal meditare sulle vicissitudini dell'umana grandezza e dal
ripetere gli eleganti versi d'un Poeta persiano.

    «Nelle sale dei regi ordisce intanto
    «Sue tele il ragno immondo, e dalle vette
    «Superbe d'Erasciab, infausto canto,
    «Sbattendo le negr'ali, il corvo mette[140].

Non quindi pienamente soddisfatto, pareagli imperfetta la sua vittoria,
se non sapea che fosse divenuto di Costantino, se fuggitivo, se
prigioniero, o se perito nella battaglia. Due giannizzeri chiesero
l'onore e il prezzo di questa morte, e venne riconosciuto sotto un
mucchio di cadaveri per le aquile d'oro ricamate sui suoi calzari; nè
tardarono i Greci a ravvisare piangendo il capo del loro Sovrano.
Maometto, dopo aver fatto esporre ai pubblici sguardi questo sanguinoso
trofeo[141], concedè al suo rivale gli onori della sepoltura. Morto
l'Imperatore, Luca Notaras, Gran Duca e primo Ministro dell'Impero[142],
veniva dopo, come il più rilevante fra i prigionieri. Condotto a piè del
trono co' suoi tesori, «e perchè, gli disse sdegnato il Sultano, non hai
tu adoperati questi tesori in difesa del tuo Principe e della tua
patria?» — «Essi ti appartenevano, rispose lo schiavo, Dio te gli aveva
serbati». — «Se dunque mi erano serbati, replicò il despota, perchè hai
avuta l'audacia di tenerli sì lungo tempo, e perchè ti sei fatta lecita
una resistenza infruttuosa e funesta?». Il Gran Duca si scolpò allegando
l'ostinazione degli ausiliari e alcuni incoraggiamanti segreti venutigli
dal Visir; partì finalmente da questo pericoloso abboccamento con
promessa fattagli di perdono e di vita. Trasportatosi indi Maometto a
visitare la moglie di Notaras, principessa avanzata in età e oppressa da
malattia e da cordogli, adoperò per consolarla le più tenere espressioni
d'umanità e di figliale rispetto. Si mostrò del pari clemente co'
primarj ufiziali dello Stato, di molti pagando egli stesso il riscatto,
e chiarendosi per alcuni giorni l'amico e il padre de' vinti; ma cambiò
ben presto la scena, e pochi giorni prima che egli partisse, l'Ippodromo
fu macchiato del sangue de' più nobili prigionieri. I Cristiani parlano
con raccapriccio della perfida crudeltà del vincitore; ne' loro racconti
abbelliscono di tutti i colori d'un eroico martirio l'esecuzione del
Gran Duca e de' suoi due figli, attribuendola al generoso rifiuto del
padre che non volle consegnarli a saziare le turpi brame di Maometto. Ma
uno Storico greco si è lasciato per inavvertenza sfuggire alcune parole
di cospirazioni, di divisamenti di restaurare l'Impero di Bisanzo, di
soccorsi che si aspettavano dall'Italia; trame di tal natura possono
essere gloriose, ma il ribelle, abbastanza ardito per avventurarle, non
ha diritto di lagnarsi se le sconta poi colla propria vita; nè merita
biasimo un vincitore, se strugge nemici ne' quali non gli è più permesso
il fidarsi. Il Sultano tornò nel giorno 18 giugno ad Andrinopoli, e
sorrise sulle abbiette e ingannevoli congratulazioni inviategli dai
Principi cristiani, che il presagio della prossima loro caduta vedeano
in quella dell'Impero dell'Oriente.

Costantinopoli era rimasta vôta e desolata, priva di Sovrano e di
popolo; ma niuno potea toglierle quell'ammirabile vantaggio di sito che
la indicherà in tutti i tempi, siccome la Metropoli di un grande Impero,
onde il Genio del luogo trionferà mai sempre delle vicissitudini delle
età e della fortuna. Bursa e Andrinopoli, altra volta Capitali
dell'Impero ottomano, non furono più che due città di provincia, poichè
Maometto II pose la residenza propria e dei suoi successori sull'alto
colle che a tal uopo Costantino avea scelto[143]. Ebbe l'antiveggenza di
distruggere le fortificazioni di Galata, ove i Latini avrebbero potuto
trovare un rifugio; ma non fu tardo nel far riparare i danni prodotti
dall'artiglieria dei Turchi sulla Capitale; onde prima del mese di
agosto, apparecchiata videsi immensa copia di calce a fine di ristorarne
le mura, e il suolo, e gli edifizj pubblici e privati, sacri e profani,
che tutti appartenevano al vincitore. Assegnò al suo Serraglio, o
palagio uno spazio di otto stadj al vertice del triangolo; e quivi è che
in seno della mollezza il _Gran Signore_ (pomposo nome immaginato
dagl'Italiani) regna in apparenza sull'Europa e sull'Asia, mentre nè la
persona di lui, nè le rive del Bosforo sono in sicuro dagl'insulti di
una squadra nemica. Concedè una ragguardevole rendita alla Cattedrale di
S. Sofia, omai divenuta moschea, che guernita per ordine del Sultano di
torricelle (_minaretti_), venne circondata di boschi e fontane, utili ad
un tempo alle abluzioni dei Musulmani, e a procurar loro gradevoli
rezzi. Un modello eguale fu preso per la costruzione dei _giami_, o
moschee regie, la prima delle quali lo stesso Maometto edificò sulle
rovine del tempio de' SS. Appostoli, e delle tombe de' greci Imperatori.
Nel terzo giorno dopo la conquista, una invasione rivelò il sepolcro di
Abu-Ayub, o Giob, stato ucciso durante il primo assedio che sotto le
mura di Costantinopoli posero gli Arabi, e riverito qual martire; sulla
cui tomba i nuovi Sultani cinsero d'allora in poi la spada
imperiale[144]. Da questo punto Costantinopoli non appartiene più alle
indagini dello Storico del romano Impero, nè quindi starommi a
descrivere gli edifizj civili e religiosi che i Turchi profanarono, od
innalzarono. Non tardò a tornare la popolazione, nè terminava il
settembre, quando cinquecento famiglie si erano conformate al comando
del Principe, che prescriveva loro, sotto pena di morte, di venire ad
occupare le abitazioni della Capitale. Benchè il trono di Maometto fosse
abbastanza difeso dai numerosi e fedeli suoi sudditi, con antiveggente
politica egli aspirava a riunire il rimanente de' Greci, i quali
accorsero in folla, quando si videro certi per le loro vite, per la lor
libertà e per la professione del loro culto. L'elezione e la investitura
del Patriarca venne eseguita cogli stessi cerimoniali che prima alla
Corte di Bisanzo serbavansi. Laonde i Greci videro, con una
soddisfazione non disgiunta da ribrezzo, il Sultano in mezzo a tutti gli
apparati del regio fasto, consegnare nelle mani di Gennadio il
Pastorale, simbolo del ministero ecclesiastico, che da questo Prelato si
riassumeva, condurlo alla porta del Serraglio, presentarlo di un cavallo
riccamente bardamentato, ordinare ai suoi Visiri e Pascià che il
guidassero al palagio ai Patriarchi assegnato[145]. Scompartite fra
entrambi i culti le chiese di Costantinopoli, vennero riconosciuti i
limiti delle due religioni, e per sessant'anni, i Greci[146] godettero
di queste distribuzioni regolate dalla giustizia, e de' vantaggi e de'
privilegi della Chiesa greca, sintantochè, dopo questo volger di tempo,
li violò Selim, nipote di Maometto. I difensori del Cristianesimo
eccitati dai Ministri del Divano, solleciti d'ingannare il fanatismo di
Selim, osarono sostenere che il parteggiamento ordinato da Maometto era
un atto di giustizia, non di generosità; un Trattato, non un
concedimento; e che se una metà di Costantinopoli fu presa di assalto,
l'altra metà avea soltanto ceduto in virtù di una capitolazione; essere
per vero dire caduta preda delle fiamme la patente che questi patti
autenticava, ma supplire a tale perdita la testimonianza di tre vecchi
giannizzeri, testimonianza comprata, che nondimeno sull'animo di
Cantemiro ha maggior peso delle affermazioni positive ed unanimi degli
autori contemporanei[147].

Abbandono all'armi turche i resti della Monarchia de' Greci nell'Europa
e nell'Asia; ma scrivendo una Storia del decadimento dell'Impero romano
in Oriente, devo accompagnare fino all'estinzione loro le due ultime
dinastie[148] che regnarono a Costantinopoli. Demetrio e Tommaso
Paleologo[149], fratelli di Costantino e despoti della Morea, rimasero
soprappresi da estrema desolazione in udendo la morte dell'Imperatore e
la rovina della monarchia. Privi di speranza di poterla difendere, si
prepararono, non men de' Nobili che della lor sorte partecipavano, a
cercare l'Italia, ove credeano che l'ottomano fulmine non li potrebbe
percotere. Ma le prime loro inquietudini dissipò Maometto, che
contentandosi di un tributo di dodicimila ducati, e inteso a devastare
il Continente, e le isole che a mano a mano invadea, concedè ai popoli
della Morea un respiro di sette anni; sette anni però che furono un
periodo di cordogli, discordie e calamità. Trecento arcieri italiani più
non bastavano a difendere l'_Essamilione_, quel baloardo dell'Istmo, sì
di frequente rialzato e atterrato. I Turchi, impadronitisi delle porte
di Corinto, tornarono da questa correria fatta nell'estiva stagione, con
molto bottino e molta mano di prigionieri; della qual cosa querelandosi
i Greci, vennero ascoltati con indifferenza e disprezzo. Gli Albanesi,
tribù di pastori dediti al ladroneccio, portarono devastazione e morte
per la penisola. Ridotti Demetrio e Tommaso ad implorare il fatale ed
umiliante soccorso di un vicino Pascià, questi dopo avere soffocata la
ribellione, prescrisse ai due Principi la regola di lor condotta. Ma nè
i vincoli del sangue, nè i giuramenti rinovati a piè degli Altari, e
all'atto della Comunione, nè la forza anche più imperiosa della
necessità, valsero a calmare, o sospendere le domestiche loro querele.
Ciascun d'essi mise a ferro e fiamme il territorio dell'altro,
disperdendo in sì snaturata lotta le elemosine e i soccorsi venuti ad
essi dall'Occidente, e adoperando il proprio potere unicamente ad atti
barbari ed arbitrarj. Mosso dall'astio e dalle strettezze in cui si
trovava, il più debole di essi ricorse al comune loro padrone; e quando
fu maturo l'istante del buon successo e della vendetta, Maometto,
chiaritosi l'amico di Demetrio, entrò con forze formidabili nella Morea.
Poi occupata Sparta ( A. D. 1460), così disse al proprio confederato:
«Voi siete troppo debole per tenere in freno una provincia sì
turbolenta. Riceverò nel mio letto la figlia vostra, e voi passerete il
tempo che vi rimane da vivere nella tranquillità, e in mezzo agli
onori». Demetrio sospirò, ma obbedì. Consegnate le Fortezze e la figlia,
seguì ad Andrinopoli il suo genero e Sovrano, dal quale ottenne pel
mantenimento proprio e della sua Casa una città della Tracia e le
addiacenti isole d'Imbros, Lenno e Samotracia. Ivi il raggiunse nel
successivo anno un suo compagno d'infortunio, Davide, ultimo Principe
della stirpe de' Comneni, il quale, fin d'allora che i Latini presero
Costantinopoli, avea fondata sulla costa del mar Nero una nuova
dominazione[150]. Maometto che continuava le sue conquiste nella
Natolia, assediò con una squadra e un esercito la Capitale di Davide,
che osava intitolarsi Imperatore di Trebisonda[151]. Ogni negoziazione
si ridusse ad una interrogazione unica e perentoria: «Volete voi, gli
chiese il Sultano, rassegnando il Regno, conservare le vostre ricchezze
e la vita? o vi piace piuttosto perdere Regno, ricchezze e vita?» Il
debole Comneno atterrito da tale inchiesta, imitò l'esempio di un suo
vicino musulmano, il Principe di Sinope[152], che dopo una intimazione
di tale natura, avea ceduto una città fortificata, quattrocento cannoni,
e dieci, o dodicimila soldati. Gli articoli della capitolazione di
Trebisonda (A. D. 1451) essendo stati adempiuti con tutta esattezza,
Davide e la famiglia di esso vennero condotti in un castello della
Romania. Ma poco dopo, essendo stato per lievi indizj preso in sospetto
di mantenere una corrispondenza col Re di Persia, il vincitore immolò il
Principe di Trebisonda e la famiglia del medesimo ai timori concetti, o
alla propria cupidigia. Nè andò guari che il titolo di suocero del
Sultano non fu all'infelice Demetrio una salvaguardia per sottrarsi alla
confiscazione e all'esilio, perchè la sua abbietta sommessione, più che
la pietà, il disprezzo di Maometto eccitò. I Greci del suo seguito
vennero mandati a Costantinopoli, e a lui venne fatto un assegnamento
annuale di cinquantamila _aspri_; sintantochè finalmente l'abito
monastico e la morte, che in età grandemente avanzata il raggiunse, lo
sciogliessero dalla podestà di un padrone terreno. Non sarebbe una
quistione tanto facile da risolversi se la servitù incontrata da
Demetrio sia stata più umiliante dell'esilio cui si condannò il fratello
di esso, Tommaso[153]. Appena caduta in potere de' Turchi la Morea, si
riparò questi a Corfù; indi in Italia con altri compagni, spogliati di
tutto al pari di lui. Il suo nome, la fama delle sofferte sciagure, e la
testa dell'Appostolo S. Andrea che si portò seco, gli ottennero
ospitalità alla Corte del Vaticano, e un assegnamento annuale di seimila
ducati, fattogli dal Papa e dai Cardinali, assegnamento che gli giovò a
prolungare il corso di una miserabile vita. Andrea e Manuele, figli di
Tommaso, vennero educati in Italia; il primogenito, sprezzato dai
nemici, gravoso agli amici, s'invilì colla propria condotta e col
matrimonio che contrasse. Non gli rimanendo più che il suo titolo di
erede dell'Impero di Costantinopoli, lo vendè successivamente ai Re di
Francia e d'Aragona[154]. Carlo VIII, ne' giorni della sua passeggera
prosperità, aspirando ad unire l'Impero d'Oriente al Regno di Napoli, in
mezzo ad una pubblica festa s'intitolò _Augusto_, e vestì la porpora de'
Cesari; pel qual fatto i Greci allegraronsi, e paventarono gli Ottomani,
credendo ad ogni istante veder giungere cavalieri francesi alle loro
rive[155]. Manuele Paleologo, secondogenito di Tommaso, bramò rivedere
la patria; e il ritorno di lui potendo sotto certi aspetti far piacere
alla Porta, sotto nessuno intimorirla, trovò, per la grazia del Sultano,
asilo e ospitalità in Costantinopoli; e quando morì, le esequie del
medesimo vennero onorate da numeroso corteggio di Greci e di Musulmani.
Avvi animali di sì generosa indole, che ricusano propagare la loro razza
in istato di schiavitù. Ad una specie men nobile potrebbero a buon
diritto dirsi appartenenti gli ultimi Principi della schiatta greca
imperiale. Manuele accettò dalla generosità del Gran Signore due belle
mogli, lasciando dopo di sè un figlio confuso fra la turba degli schiavi
turchi, de' quali adottò l'abito e la religione.

[A. D. 1455]

Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, fu sentita ed esagerata in
Europa l'importanza di una tal perdita; e la caduta dell'Impero
d'Oriente portò una macchia al Pontificato di Nicolò V, governo
sott'altri aspetti, tranquillo e felice. Il dolore, o lo spavento che i
Latini provarono, ridestò o ridestar parve l'entusiasmo delle Crociate.
In una delle più rimote contrade dell'Occidente, nella città di Lilla
fiamminga, Filippo, Duca di Borgogna, adunò i primarj suoi Nobili,
presentandoli di una festa il cui pomposo apparecchio fu regolato in
modo che facesse grande impressione negli animi e ne' sensi degli
spettatori[156]. In mezzo ad un convito, comparve un Saracino, di
statura gigantesca, conducendo un simulacro di elefante che sosteneva un
Castello; usciva fuori del Castello una Matrona vestita a gramaglia che
figurava la Religione. Deplorava questa le proprie sventure, accusando
l'indolenza de' suoi campioni. Intanto avanzavasi il primo araldo
dell'Ordine del Toson d'Oro, tenendo sul pugno un fagiano vivo, che
offerse al Duca, giusta i riti della Cavalleria. Per corrispondere a
questa bizzarra intimazione, Filippo, Principe in cui vecchia età e
saggezza si univano, obbligò sè medesimo e tutte le proprie forze
all'uopo di una guerra santa, da imprendersi contro i Turchi. I Baroni e
Cavalieri convenuti a quest'Assemblea ne imitaron l'esempio, chiamando
in testimonio del loro giuramento Dio, la Madonna, le Dame, e il
_fagiano_, aggiugnendo voti particolari, non meno stravaganti del tenor
generale di quel giuramento. Ma l'adempimento di tutte sì fatte
obbligazioni dependendo da alcuni avvenimenti non anco avverati, ed
estranei alla meditata impresa, il Duca di Borgogna, che visse altri
dodici anni, potè, fino agli estremi della sua vita, mostrarsi persuaso,
ed esserlo forse, di dover partire da un giorno all'altro. Se d'un
eguale entusiasmo tutti gli animi fossero stati accesi in Europa, se
l'unione de' Cristiani avesse pareggiato il loro valore, se da tutte le
Potenze della Cristianità, dalla Svezia[157] venendo a Napoli, si fosse
somministrato in giusta proporzione il contingente, spettante a
ciascuna, di cavalleria, di fanteria e di sussidi, avvi motivo per
credere, che gli Europei avrebbero riconquistata Costantinopoli e
rispinti i Turchi oltre l'Ellesponto e l'Eufrate. Ma il Segretario
dell'Imperatore, che scrivea tutti i dispacci, e che assistette ad
ognuna delle Assemblee, Enea Silvio[158], uom preclaro per intendimento
in politica e per li pregi del dire, ne dimostra, fondandosi su tutto
ciò che avea veduto egli stesso, quanto lo stato della Cristianità in
quei tempi, e la generale disposizione degli spiriti contrastassero
coll'esecuzione di simile impresa. «La Cristianità, così si esprime, è
un corpo privo di capo, una repubblica che non ha nè magistrati, nè
leggi. Il Papa e l'Imperatore rifulgono di quella luce che deriva dalle
eminenti dignità; son fantasmi che abbarbagliano la vista; ma, incapaci
di comandare, non trovano chi voglia ad essi obbedire. Ogni paese è
governato da un Sovrano particolare; ciascun Sovrano da parziali
interessi. Qual'eloquenza potrebbe pervenire a radunare sotto uno
stendardo medesimo un sì grande numero di Potenze, discordi fra loro per
propria natura, nemiche le une delle altre? Quand'anche si giungesse a
raccogliere le loro truppe, chi avvi che ardisse assumerne il comando?
Qual ordine potrebbe instituirsi in questo esercito? qual disciplina
militare prescrivere? Chi s'incaricherebbe di nudrire una moltitudine
d'uomini tanto immensa? chi d'intenderne gl'idiomi, o di conciliarne le
consuetudini incompatibili fra di loro? Qual uomo riuscirebbe a mettere
insieme in pace gl'Inglesi e i Francesi, Genova e l'Aragona, gli
Alemanni e i popoli dell'Ungheria e della Boemia? Se imprendiamo una tal
guerra con poco numero di soldati, saremo oppressi dagl'Infedeli; se con
grosso esercito, il saremo dal proprio nostro peso, dal disordinamento
de' nostri». Cionnullameno, questo Enea Silvio fu quel medesimo, che,
divenuto Papa, col nome di Pio II, trascorse il rimanente de' proprj
giorni negoziando per una guerra da moversi ai Turchi. Questi parimente
nel Concilio di Mantova destò alcune scintille di un entusiasmo, o vero
fosse, o simulato; ma giunto ad Ancona per imbarcarsi egli stesso in
compagnia delle truppe, le promesse de' Crociati andarono a terminare in
iscuse; il giorno della partenza, che prima era stato dato con
asseveranza, venne protratto ad un'epoca indefinita. L'esercito
pontifizio si trovò composto soltanto di alcuni pellegrini alemanni, che
lo stesso Papa fu costretto a rimandare, contentandoli con indulgenze e
limosine. I successori di Pio II, e gli altri Principi dell'Italia, poco
curanti dell'avvenire, dominati dal momento, non pensarono ciascuno che
ad ingrandirsi dilatando i proprj confini: la distanza, o la prossimità
degli oggetti era per essi la norma di giudicarne l'importanza, e la
grandezza apparente era pure agli occhi loro la reale. Se avessero avuto
più vaste e nobili mire, pel loro interesse medesimo, sarebbersi
risoluti a sostenere una guerra marittima difensiva contro il comune
nemico, e, col soccorso di Scanderbeg e dei suoi prodi Albanesi,
avrebbero evitata l'invasione del Regno di Napoli. L'assedio di Otranto,
presa indi e smantellata dai Turchi, sparse una generale costernazione;
e già il Pontefice Sisto accigneasi a fuggire di là dall'Alpi, quando il
nembo fu dissipato dall'avvenimento che pose fine alle imprese e alla
vita di Maometto II (A. D. 1481), pervenuto all'età di cinquant'un
anni[159]. Nell'ambizioso animo suo questo conquistatore agognava alla
conquista dell'Italia, ove possedea già una città fortificata ed un
vasto porto, e certamente, se viveva ancora, giusta ogni apparenza,
avrebbe soggiogata, come la nuova, l'antica Roma[160].

NOTE:

[59] Per chi voglia formarsi idea del carattere di Maometto II, è cosa
egualmente mal sicura il creder troppo ai Turchi e ai Cristiani. Il
ritratto più moderato di questo conquistatore lo abbiamo da Franza (l.
I, c. 33), in cui gli anni e la solitudine aveano raffreddati i
sentimenti dell'odio. _V._ anche Spondano (A. D. 1451, n. 11), il
Continuatore di Fleury (t. XXII, pag. 552), gli _Elogia_ di Paolo Giovio
(l. III, p. 164-166) e il _Dictionnaire de Bayle_ (t. III, p. 272-279).

[60] Cantemiro (p. 115): «Le moschee da lui fondate attestano il
rispetto che mostrò in pubblico alla religione. Disputò liberamente col
Patriarca Gennadio intorno alle religioni, greca e musulmana» (Spond.,
A. D. 1453, n. 22).

[61] _Quinque linguas praeter suam noverat; graecam, latinam,
chaldaicam, persicam._ L'autore che ha tradotto il Franza in latino, ha
dimenticata la lingua araba, che sicuramente tutti i Musulmani
studiavano per poter leggere il libro del Profeta.

[62] Filelfo con un'Ode latina chiese al vincitore di Costantinopoli la
libertà della madre e delle sorelle di sua moglie, ed ottenne la grazia.
L'Ode fu portata a Maometto dagl'inviati del Duca di Milano. Evvi chi
attribuisce allo stesso Filelfo l'intenzione di ritirarsi a
Costantinopoli; la qual cosa mal concilierebbesi co' suoi _Discorsi_,
spesse volte intesi a suscitare la guerra contro i Musulmani. (Vedine la
_Vita_ scritta dal Lancelot nelle _Mém. de l'Acad. des inscript._, t. X,
p. 718-721, ec.).

[63] Roberto Valturio, nel 1483, pubblicò a Verona i suoi dodici libri
_De re militari_, prima Opera che faccia menzione dell'uso delle bombe.
Sigismondo Malatesta, principe di Rimini, e protettore del Valturio,
intitolò la stessa opera, con un'epistola latina, a Maometto II.

[64] Se crediamo al Franza, Maometto II studiava assiduamente la vita e
le azioni di Alessandro, di Augusto, di Costantino e di Teodosio. Ho
letto in qualche luogo che per ordine di Maometto erano state tradotte
in latino le Vite di Plutarco. Ma se questo Sultano sapea il greco, una
tal traduzione non poteva essere che ad uso de' suoi sudditi; e per vero
dire, se le vite di Plutarco sono una scuola di valore, lo sono anche di
libertà.

[65] Il celebre Gentile Bellino, che Maometto II avea fatto venir da
Venezia, n'ebbe in dono una catena e una collana d'oro con una borsa di
tremila ducati; ma sono incredulo, al pari del Voltaire, sulla storia
ridicola dello schiavo decollato per far vedere al pittore il meccanismo
de' muscoli.

[66] Questi Imperatori dediti all'ubbriachezza furono Solimano I, Selim
II e Amurat IV (Cantemiro, p. 61). I Sofì della Persia a tale proposito
offrono un catalogo più lungo e compiuto. E nell'ultimo secolo i nostri
viaggiatori europei assistettero alle orgie di questi principi, e ne
parteciparono.

[67] Uno di questi giovani principi di nome Calapino, fu sottratto alle
mani del suo barbaro fratello e condotto a Roma, ove ricevè il battesimo
col nome di Calisto Ottomano. L'imperatore Federico III gli concedè un
dominio nell'Austria, ove terminò i suoi giorni. Cuspiniano, che, in sua
gioventù, aveva conversato a Vienna con questo principe, in allora
vecchio, ne loda la pietà e la saggezza (_De Caesaribus_ p. 672, 673).

[68] _V._ l'avvenimento di Maometto II al trono, in Duca (c. 33), in
Franza (l. I, c. 33; l. III, c. 2), in Calcocondila (l. VII, p. 199) e
in Cantemiro (p. 96).

[69] Prima di descrivere l'assedio di Costantinopoli, noterò che, ad
eccezione di poche cose dette per incidenza da Cantemiro e dal
Leunclavio, non ho potuto intorno a questo avvenimento procurarmi alcuna
relazione fatta dai Turchi, nè alcun racconto che stia a petto di quello
della presa di Rodi eseguita da Solimano II (_Mém. de l'Acad. des
Inscript._, t. XXVI, p. 723-769). Ho dovuto quindi fidarmi de' Greci, i
cui pregiudizj in questa occasione si trovano in qualche modo diminuiti
dalle angustie del momento. Seguirò soprattutto Duca (c. 34-42), Franza
(l. III, c. 7-20), Calcocondila (l. VIII, p. 201-214) e Leonardo di Chio
(_Historia C. P. a Turco expugnatae_, Norimberga, 1544, in 4.); l'ultimo
di questi racconti è il più antico, perchè porta la data dei 16 agosto
dell'anno medesimo della presa di Costantinopoli, ed essendo stato
composto settantanove giorni dopo di essa, nell'isola di Chio, dà a
divedere la prima confusione di idee e di sensazioni eccitate da un
simile avvenimento. Intorno al medesimo si possono parimente trarre
alcuni schiarimenti da una lettera del Cardinale Isidoro (_in Farragine
rerum turcicarum, ad calc._ Calcocondyles, Clauseri, Basilea, 1584) al
Papa Nicolò V, e da un Trattato che nel 1581 Teodosio Zigomala inviò a
Martino Crusio (_Turco-Graecia_ l. 1, p. 74-98, Basilea, 1584). Spondano
(A.D. 1453, n. 1-27) in pochi cenni, ma da critico valente, passa in
rassegna i materiali e i fatti diversi. Mi prenderò la licenza di
lasciar da un canto le relazioni di Monstrelet e de' Latini, i quali,
lontani dal teatro dell'azione, le fondavano soltanto su quel che
avevano udito dire.

[70] Pietro Gilli (_De Bosphoro Tracio_, l. II, cap. 15), Leunclavio
(_Pandect._, p. 445) e Tournefort (_Voyage dans le Levant_, t. II,
_lettre_ XV. p. 443, 444) sono gli autori che danno a conoscere meglio
la situazione della Fortezza e la topografia del Bosforo. Ma mi
augurerei la carta, ossia la pianta, che il Tournefort spedì in Francia
al Ministro della marina. Il leggitore può trascorrere nuovamente il
capitolo XVII di questa Storia.

[71] Duca esprime col vocabolo di _Kabur_ il predicato di spregio che i
Turchi applicano agl'Infedeli; Leunclavio e i moderni scrivono Giaur. La
prima di queste parole, giusta il Ducange (_Gloss. graec._, t. I, p.
530), viene da Καβουρον, che in greco volgare significa _testuggine_,
«col quale, continua il Ducange, i Turchi voleano indicare un moto
retrogrado fuor della fede». Ma sfortunatamente per l'interpretazione
del Ducange, _Gabur_ (_Bibl. orient._, p. 375) non è altra cosa che il
vocabolo _Gheber_, ghebro, che è passato dalla lingua persiana alla
turca, ed applicato prima agli adoratori del fuoco, venne appropiato a
quei della Croce.

[72] Il Franza attesta il senno e il coraggio del suo padrone.
_Calliditatem hominis non ignorans imperator prior arma movere
constituit_; parla con dileggio delle opinioni assurde dei _cum sacri
tum profani proceres_ che egli aveva veduti e uditi, _amentes spe vana
pasci_. Duca non apparteneva al Consiglio privato.

[73] Invece di questo chiaro ed ordinato racconto, gli Annali turchi
(Cantemiro, p. 97) fanno rinascere la ridicola favola del cuoio, e dello
stratagemma adoperato da Didone per fabbricare Cartagine. Questi Annali,
fuorchè per coloro che le preoccupazioni anticristiane traviano, sono
molto men da apprezzarsi delle Storie scritte dai Greci.

[74] Circa le dimensioni di questa Fortezza, chiamata oggidì il Vecchio
Castello d'Europa, Franza non è affatto d'accordo con Calcocondila, la
cui descrizione fu verificata sopra luogo dall'editore Leunclavio.

[75] Fra i Turchi trovatisi a Costantinopoli, quando ne furono chiuse le
porte, eranvi alcuni paggi di Maometto, sì convinti dell'inflessibil
rigore del lor padrone, che chiesero venisse loro tagliata la testa,
poichè volevansi ad essi impedire i modi di tornare al campo prima del
tramontare del Sole.

[76] _V._ Duca (c. 35). Franza (l. III, c. 3), che avea navigato sul
vascello veneto, ne riguarda siccome un martire il Capitano.

[77] _Auctum est Palaealogorum genus, et imperii successor, parvaeque
Romanorum scintillae haeres natus, Andraeas_, ec. (Franza, l. III, c.
7). Espressione energica ispirata dal dolore.

[78] _V._ Cantemiro, p. 97, 98.

[79] Il presidente Cousin traduce il vocabolo Συντροφος, _Coeducato_,
padre, balio. Egli segue, è vero, la versione latina, ma nella sua
fretta, ha trascurata la nota, ove Ismaele Boillaud (_ad Ducam_)
riconosce e corregge il proprio errore.

[80] L'uso di non mostrarsi al Sovrano, o ai superiori, senza offrirgli
doni, è antichissimo fra gli Orientali; sembra analogo all'idea de'
sagrifizj, più antica ancora e più generale. _V._ alcuni esempj di
questa costumanza presso i Persiani, in Eliano (_Hist. Variar._, l. I,
c. 31, 32, 33).

[81] Il _Lala_ de' Turchi (Cantemiro, p. 54) e il _Tata_ dei Greci
(Duca, c. 35) vengono dalle prime sillabe che i fanciulli pronunciano; e
può osservarsi che queste voci primitive, fatte per indicare i genitori,
sono sempre la ripetizione d'una medesima sillaba composta d'una
consonante _labiale_ o _dentale_ seguita da una vocale aperta (De
Brosses, _Mécanisme des langues_, t. I, p. 231-247).

[82] Il talento attico pesava circa sessanta mine, o libbre (_V._ Hooper
_on Ancient Weights Measures_, etc.); ma tra i Greci moderni questa
denominazione classica è stata applicata ad un peso di cento e di
centocinque libbre (Ducange, ταλαντον). Leonardo da Chio misura la
palla, o il sasso del secondo cannone: _Lapidem qui palmis undecim ex
meis ambibat in gyro._

[83] _V._ Voltaire, _Hist. génér._, c. 91, p. 294, 295. Si sa che questo
autore aspirava alla monarchia universale nella letteratura. Onde il
vediamo nelle sue poesie pretendere il titolo di astronomo, di chimico,
ec., e sollecito di ostentare il linguaggio di tali scienze.

[84] Il Barone di Tott (t. III, p. 85-89), che nell'ultima guerra
fortificò contro i Russi i Dardanelli, ha descritto, con tuono enfatico
ed anche comico, la sua prodezza e la costernazione in cui furono gli
Ottomani. Ma questo ardimentoso viaggiatore non possede l'arte
d'inspirar confidenza.

[85] _Non audivit indignum ducens_, dice l'ingenuo Antonino; ma poichè i
timori e la vergogna non tardarono a crucciar l'animo del Pontefice, il
Platina dice in tuono d'abile cortigiano: _In animo fuisse Pontifici
juvare Graecos._ Enea Silvio dice ancora in termini più asseveranti:
_Structam classem_, ec. (Spond., A. D. 1453, n. 3).

[86] Antonino, _in Proëm. epist. cardinal. Isid., ap. Spond._ Il dottore
Iohnson ha ottimamente espressa questa circostanza caratteristica nella
sua tragedia, l'Irene.

    _The groaning Greeks dig up the golden caverns,_
    _The accumulated wealth of hoarding ages;_
    _That wealth which, granted to their weeping prince,_
    _Had rang'd embattled nations at their gates._

I quali versi così furono trasportati nella nostra lingua:

    Dal grembo della terra, ove gli avari
    Progenitori li celaro, a stento
    Le gemme e l'oro ritogliean; tesori
    Che, del lor prence conceduti al pianto,
    Falangi di guerrieri avrian condotte
    Nanti le porte di Bisanzo, e salva
    Da servitù de' Cesari la sede.

[87] Presso i Turchi, le truppe poste a guardar il palagio chiamansi
_Capiculi_, quelli che difendono le province _Seratculi_. La maggior
parte de' nomi e delle istituzioni della milizia turca precedevano il
_Canone Nameh_ di Solimano II, sul qual codice il Conte Marsigli,
giovandosi anche della propria esperienza, compose il suo _Stato
militare dell'Impero ottomano_.

[88] L'osservazione di Filelfo venne confermata nel 1508 da Cuspiniano
(_De Caesaribus in epilog. de militia turcica_, p. 697). Il Marsigli
prova che gli eserciti effettivi de' Turchi son men numerosi assai di
quanto appariscono. Leonardo da Chio, non conta più di quindicimila
giannizzeri nell'esercito che assediò Costantinopoli.

[89] _Ego, eidem (Imperatori) tabellas exhibui, non absque dolore et
maestitia, mansitque apud nos duos, aliis occultus numerus._ (Franza,
lib. III, c. 8). Purchè si perdonino a Franza alcuni pregiudizj
nazionali, non saprebbe desiderarsi un testimonio più autentico di lui,
sia intorno ai fatti pubblici, sia intorno ai consigli privati.

[90] Spondano racconta il fatto di questa unione non solamente con
parzialità, ma d'una maniera imperfetta. Il Vescovo di Pamiers morì nel
1642, e la Storia di Duca, che parla di questi avvenimenti (c. 36, 37)
con verità e coraggio eguali, non fu pubblicata che nel 1649.

[91] Il Franza, uno del numero de' Greci conformisti, confessa aversi
avuto ricorso a tale riconciliazione solamente _propter spem auxilii_; e
favellando di quelli che non vollero assistere al divin servigio in
comune nella chiesa di S. Sofia, afferma con soddisfazione che _extra
culpam et in pace essent_ (l. III, c. 20).

[92] _Già i Greci, vale a dire l'Imperatore, la Corte, ed alcuni
Vescovi, Commissarj de' rimasti in Oriente, tanto al Concilio di Lione,
che a quello di Firenze, non si unirono momentaneamente nella credenza
co' Latini, ammettendo nel_ Credo ec. _l'aggiunta_ filioque, _usando nel
tempo de' due Concilj il pane azzimo e riconoscendo il primato del
Vescovo di Roma, ed ammettendo il purgatorio ed altre cose, che per
avere soccorsi contro i Turchi, che minacciavano perfino Costantinopoli;
l'unione nella credenza fra Cristiani-greci e Cristiani-latini, durò
come quella dei loro Vescovi ne' due detti Concilj; i Vescovi greci,
nell'aderire a' Latini per bisogno, non furono sinceri; il fatto lo
provò, perchè andati alla loro patria, la divisione nella credenza
tornò, e dura anche oggidì e durerà._ (Nota di N. N.)

[93] Il nome secolare di lui era Scolario, al quale sostituì l'altro di
Gennadio nel vestir la cocolla, ovvero nell'atto di divenir Patriarca.
Essendo quell'istesso che avea difesa a Firenze cotesta unione,
perseguendola poi a Costantinopoli con tanto accanimento, Leone Allazio
(_Diatrib. de Georgiis in Fabric. Bibl. graec._, t. X, p. 760-786) ha
creduto che vi fossero due uomini di tal nome; ma il Renaudot (p.
343-383) ha confermata l'identità della persona, e la doppiezza del
carattere.

[94] _Quest'ultima espressione è inconveniente; bastava dire, ostinate
nella loro opinione, e fanatiche: si sa pur troppo che in cotali
controversie non vi fu e non v'è luogo a via di mezzo, a riconciliazione
ed a pace._ (Nota di N. N.)

[95] Φσκιολιον, καλυπτρα ammettono assai bene l'interpretazione
_cappello di Cardinale_. La differenza di vesti incrudeliva ancor la
discordia fra i Greci e i Latini.

[96] _Il buon credente non deve dire chimerica la speranza di qualche
miracolo; ma bisogna saperlo domandare, e meritarlo._ (Nota di N. N.)

[97] Fa d'uopo ridurre le miglia greche ad una picciola misura che si è
conservata nelle _werste_ di Russia, che sono di cinquecento
quarantasette tese di Francia. I sei miglia del Franza non eccedono le
quattro miglia inglesi, secondo il d'Anville (_Mésures itineraires_, p.
61-123, ec.).

[98] _At in dies doctiores nostri facti paravere contra hostes
machinamenta, quae tamen avare dabantur. Pulvis erat nitri modica
exigua; tela modica; bombardae, si aderant, incommoditate loci primum
hostes offendere maceriebus alveisque tectos non poterant. Nam siquae
magnae erant, ne murus concuteretur noster, quiescebant._ Questo
passaggio di Leonardo da Chio è singolare ed importante.

[99] Al dire di Calcocondila e di Franza, il grande cannone scoppiò.
Duca pretende che l'abilità dell'artigliere evitasse questo disastro. È
evidente che i primi e l'ultimo di questi Storici non parlano dello
stesso pezzo.

[100] Circa un secolo dopo l'assedio di Costantinopoli, le squadre di
Francia e d'Inghilterra si diedero il vanto di avere, in un
combattimento di due ore accaduto nella Manica, tratti trecento colpi di
cannone (_Mémoires de Martin du Bellay_, l. X, nella _Collection
générale_, t. XXI, p. 239).

[101] Ho scelti alcuni singolari fatti, senza aspirare all'instancabile
quanto truce eloquenza adoperata dall'Abate Vertot nelle sue prolisse
narrazioni degli assedj di Rodi, di Malta, ec. Questo vivace Storico,
fornito di una mente romanzesca, e sollecito di piacere co' proprj
scritti ai Cavalieri di Malta, ne ha adottato l'entusiasmo e lo spirito
cavalleresco.

[102] La dottrina delle mine artificiali trovasi per la prima volta
accennata in un manoscritto del 1480 di Giorgio da Siena (Tiraboschi, t.
VI, parte I, p. 324). Vennero tosto adoperate nel 1487 a Sarzanella; ma
il loro miglioramento appartiene al 1503, e ne viene attribuito l'onore
a Pietro di Navarra, che ne fece uso con buon successo nelle guerre
d'Italia (_Hist. de la Ligue de Cambrai_, t. II, p. 93-97).

[103] È cosa singolare che i Greci non si accordano sul numero di questi
famosi vascelli. Duca ne indica cinque, Franza e Leonardo, quattro,
Calcocondila, due: forse l'ultimo indica solamente i due più grandi; gli
altri comprendono ancora i piccoli. Il Voltaire, che ne assegna uno di
questi a Federico III, confonde fra loro gl'Imperatori d'Oriente e
d'Occidente.

[104] Il Presidente Cousin trascura manifestamente, o piuttosto ignora
affatto ogni erudimento della lingua e della geografia, quando fa che un
vento australe trattenga a Chio questi vascelli, e che un vento di
tramontana li conduca a Costantinopoli.

[105] Può vedersi qual fosse la debolezza e lo scadimento della turca
marineria in Rycault (_State of the ottoman Empire_, p. 372-378), in
Thevenot (_Voyages_, part. 1, p. 229-242) e nelle _Mémoires du baron de
Tott_ (t. III). Questo ultimo Scrittore si mostra sempre sollecito di
dilettare e sorprendere i suoi leggitori.

[106] Devo confessarlo, in questo momento mi si rappresenta alla
immaginazione la pittura animata che ne offre Tucidide (l. VII, c. 71)
dell'atteggiamento degli Ateniesi, allorchè, perplessi ed inquieti,
stavano contemplando la battaglia navale che accadde nel gran porto di
Siracusa.

[107] Giusta il testo esagerato, o corrotto di Duca (c. 38) questo
bastone d'oro pesava cinquecento libbre. Il Bouillaud legge cinquecento
dramme, o cinque libbre, peso che bastava per tenere in azione il
braccio di Maometto sul corpo del suo ammiraglio.

[108] Duca, mal istrutto, a confessione di lui medesimo, degli affari
dell'Ungheria, attribuisce a questo fatto un motivo di superstizione.
«Gli Ungaresi, dic'egli, credeano che Costantinopoli sarebbe il termine
delle conquiste de' Turchi.» _V._ Franza (l. III, c. 20) e Spondano.

[109] La testimonianza unanime di quattro Greci vien confermata da
Cantemiro (p. 96), che fonda sugli Annali turchi le sue narrazioni; pur
sarei proclive a ridurre la distanza di dieci miglia, e a prolungare
l'intervallo d'una notte.

[110] Franza cita due esempj di navigli trasportati in tal guisa
sull'Istmo di Corinto per uno spazio di sei miglia; l'un, favoloso,
riguarda le imprese d'Augusto dopo la battaglia di Azio; l'altro, vero,
si riferisce a Niceta, Generale greco del decimo secolo. Il ridetto
Storico poteva aggiugnere l'audace impresa operata da Annibale per
introdurre nel porto di Taranto le sue navi (Polibio, l. VIII, pag. 749,
edizione di Gronov.).

[111] Questa fazione fu probabilmente consigliata ed eseguita da un
Greco di Candia, che in una occasione di tal natura prestò servigio
simile ai Veneziani (Spond., A. D. 1438, n. 37).

[112] A questo luogo, intendo favellar soprattutto delle imbarcazioni
eseguite dai nostri, nel 1776 e 1777, sui laghi del Canadà, impresa che
tanti disagi costò e tornò sì inutile nell'effetto.

[113] Calcocondila e Duca non vanno d'accordo sul tempo e i particolari
della negoziazione, nè questa essendo stata, o gloriosa, o salutare, il
fedele Franza risparmia al suo principe fin la taccia d'aver pensato ad
arrendersi.

[114] Queste ali (Calcocondila, l. VIII, p. 208) non sono che una figura
orientale; ma nella Tragedia inglese Irene, la passione di Maometto esce
dai limiti della ragione e perfino dal senso comune.

    _Should the fierce North, upon his frozen wings,_
    _Bear him aloft above the wondering clouds,_
    _And seat him in the Pleiads' golden chariot — _
    _Thence should my fury drag him down to tortures._

«Quand'anche l'impetuoso vento del Nort sulle sue ali addiacciate li
portasse al di sopra delle nubi stupefatte, e li collocasse nel dorato
carro delle Pleiadi, il mio furore li toglierebbe di là per consegnarli
a nuovi tormenti».

Indipendentemente dalla stravaganza di questo discorso senza
conclusione, noterò, 1 Che l'azione de' venti non opera al di là
dell'atmosfera. 2 Che il nome, l'etimologia e la favola delle Pleiadi
appartengono unicamente al popolo greco (_Scholiast. ad Homer._ Σ. 686,
_Eudacia in Ionia_, p. 339; Apollodoro, l. III, c. 10; Heyne, p. 229,
not. 682), e non han che fare coll'astronomia degli Orientali (Hyde,
_Ulugbeg. Tabul. in Syntag. Dissert._, t. I, p. 40-42; Goguet, _Origine
des arts_, etc; t. VI, p. 73, 78; Gebelm, _Hist. du Calendrier_, p. 73)
studiata da Maometto. 3 Il carro delle Pleiadi non entrò nè nelle
scienze dell'astronomia, nè nella favola: temo che il dottore Iohnson
abbia confuso le Pleiadi coll'Orsa Maggiore, ossia col Carro, il Zodiaco
con una costellazione del Nort.

    Αρκτον θ’ ην και αμαξαν επικλησιν καλεουσι

    _Chiamò l'orsa anche carro._

[115] Il Franza prende collera per queste acclamazioni dei Musulmani,
non perchè adoperavano il nome di Dio, ma perchè vi frammetteano quello
del Profeta. Il pio zelo del Voltaire è eccessivo ed anche ridicolo.

[116] Sospetto assai che Franza si sia fabbricato a suo modo questo
discorso il quale sa di predica e di convento siffattamente da indurre
il dubbio se Costantino lo abbia mai pronunziato. Leonardo gli
attribuisce un'arringa diversa, in cui si mostra più riguardoso verso
gli ausiliari latini.

[117] Questo contrassegno di umiltà, che la divozione talvolta ha
suggerito ai principi giunti all'estremità della vita, è un
perfezionamento aggiunto alla dottrina del Vangelo sul perdono delle
ingiurie: è cosa più facile il perdonare novecentonovantanove volte, che
il chiedere una sola volta perdono ad un inferiore.

[118] Oltre alle diecimila guardie, ai marinai e ai soldati di mare, il
Duca annovera dugencinquantamila Turchi, o a cavallo o fantaccini, che a
questo assalto generale parteciparono.

[119] Il Franza nel censurare severamente la ritirata del Giustiniani,
esprime il proprio cordoglio e quello del pubblico. Duca, per motivi che
a noi sono ignoti, lo tratta con più riguardi e dolcezza; ma le parole
di Leonardo da Chio manifestano un'indegnazione che era tuttavia nel suo
primo impeto, _gloriae, salutis, suique oblitus_. I Genovesi,
compatriotti del Giustiniani, sono sempre stati sospetti e spesse volte
colpevoli in tutto quanto operarono nelle loro spedizioni dell'Oriente.

[120] Duca dice che l'Imperatore fu ucciso da due soldati turchi. Se
prestiam fede a Calcocondila, egli rimase ferito in una spalla, indi
schiacciato sotto la porta della città. Franza, trasportato dalla
disperazione, si precipitò in mezzo ai Turchi, nè fu spettatore della
morte di Paleologo; al quale possiamo senza taccia di adulazione
applicare que' nobili versi di Dryden.

    «Per la vasta pianura, è vana speme
    «Di rinvenirlo; allorchè ai vostri sguardi
    «Di cadaveri un monte appaia, a quello
    «V'inerpicate; e giunti in su la cima,
    «Il troverete; al generoso aspetto
    «Come nol ravvisar? Coi lumi al cielo
    «Ancor conversi, in su quel letto istesso
    «Giace supin che di nemiche salme
    «Pria gli compose il formidabil brando.

[121] Spondano (A. D. 1453, n. 10), che spera l'Imperatore in luogo di
salute, vorrebbe potere assolvere questa sua inchiesta dalla colpa di
suicidio.

[122] Leonardo da Chio giustamente osserva, che se i Turchi avessero
riconosciuto l'Imperatore, non avrebbero perdonato a sforzi per salvare
un prigioniero di tanta importanza che Maometto dovea desiderare d'aver
fra le mani.

[123] _V._ Cantemiro, p. 96. I vascelli Cristiani che si trovavano alla
bocca del porto, aveano sostenuto e tardato l'assalto da quella banda.

[124] Calcocondila non arrossisce della ridicola supposizione che gli
Asiatici saccheggiassero Costantinopoli per vendicare le antiche
sciagure di Troia; laonde i gramatici del secolo decimoquinto fanno
derivare con compiacenza la grossolana denominazione _Turchi_ dall'altra
più classica _Teucri_.

[125] Allorchè Ciro sorprese Babilonia, che stava celebrando una festa,
la città era sì grande e sì poca la cura degli abitanti nel farne la
guardia, che lungo tempo vi volle prima di far giungere ai lontani rioni
la notizia della vittoria del Re persiano. _V._ Erodoto (l. 1, c. 191) e
Usher (_Annal._, p. 78) che cita su di ciò un passo del Profeta Geremia.

[126] _Nelle sue prime parole_, che i Turchi prenderebbero
Costantinopoli, _la predizione era facile a farsi, e ad avverarsi pel
tristissimo stato de' Greci; il resto fu ben lungi dal verificarsi: il
linguaggio poi ond'è espressa e modificata, è proprio del tempo della
presa di Costantinopoli, e della circostanza d'una prossima pubblica
sciagura, che mettendo spavento grandissimo negli animi, li dispone a
ricevere le predizioni e a divenirne fanatici; quel linguaggio poi
rassomiglia molto ad uno stile più antico. Vi sono sempre stati veri e
falsi Profeti, e vi furono imperfette, e perfette predizioni; fatta dal
buon credente l'eccezione de' Profeti della Sacra nostra Scrittura, la
considerazione de' tempi, delle politiche e civili circostanze, del
carattere nazionale, del clima, della religione, della specie di
letteratura del paese di cui si tratta, somministra fondamenti e mezzi
per ben intendere le loro mire e per giudicarle._ (Nota di N. N.)

[127] Questa animata descrizione è tolta da Duca (c. 39), che due anni
dopo si trasferì presso il Sultano, come ambasciatore del principe di
Lesbo (c. 44). Fino alla conquista di Lesbo, accaduta nel 1463 (Franza,
l. III, c. 27), questa isola avrà ringorgato di fuggiaschi bizantini, i
quali non avranno fatto altro che raccontare, e forse arricchir di
favole la storia della loro sventura.

[128] _V._ Franza, l. III, c. 20, 21. Le sue espressioni son chiare:
_Ameras sua manu jugulavit.... volebat enim eo turpiter et nefarie
abuti. Me miserum et infelicem!_ Del rimanente, ei non poteva sapere che
per via di vaghe vociferazioni le sanguinolente, o infami scene, che
accadeano in fondo al Serraglio.

[129] _V._ Tiraboschi (t. VI, part. I, pag. 290) e Lancelot (_Mém. de
l'Acad. des Inscript._ t. X, pag. 718). Sarei curioso di sapere come
egli abbia potuto lodare cotesto pubblico nemico, dopo averlo in più
d'un luogo vilipeso, come il più corrotto e il più barbaro de' tiranni.

[130] I _Comentarj_ di Pio II, suppongono che Isidoro mettesse il suo
cappello di Cardinale sulla testa d'un morto; che questa testa venisse
recisa e portata in trionfo, intanto che il padrone vero del cappello,
era contrattato, venduto, e liberato, come un prigioniero di poco
prezzo. La grande Cronaca dei Belgi orna di nuove avventure la fuga
d'Isidoro. Ma questi (dice Spondano, A. D. 1453, n. 15), le tacque nelle
sue lettere, per paura di perdere il merito e la ricompensa di avere
sofferto per Gesù Cristo.

[131] Il Bosbec si diffonde con piacere e approvazione su i diritti
della guerra e sulla schiavitù tanto comune fra gli Antichi e fra i
Turchi (_De legat. turcica_, epist. 3, p. 161).

[132] Somma indicata in una nota in margine dal Leunclavio
(Calcocondila, l. VIII, p. 211); ma quando ci vien raccontato che
Venezia, Genova, Firenze ed Ancona perdettero cinquanta, venti e
quindicimila ducati, sospetto sia stata dimenticata una cifra, ed, anche
in tale supposizione, le somme tolte agli stranieri avrebbero appena
oltrepassata la quarta parte dell'intero bottino.

[133] _V._ gli elogi esagerati e le lamentazioni di Franza (l. III, cap.
17).

[134] _È vero che i Latini, o Cattolici, prendendo Costantinopoli,
commisero degli eccessi per l'odio che portavano a' Cristiani
greci-scismatici; ma i mali cagionati da' Turchi prendendo
Costantinopoli sono stati maggiori. Il vedere nella Storia
l'odio persecutore e sanguinario fra Cristiani-cattolici, e
Cristiani-scismatici, e quello ancora che per simili cagioni venne,
merita la nostra compassione riguardando a' traviamenti del fanatismo,
riprovati dalla buona morale. L'uomo imparziale, e dotto della Storia
civile ed ecclesiastica, conosce che i mali prodotti dalle molte e
lunghe controversie e guerre per motivi di religione, e di riti, non
furono inferiori a quelli derivati dall'altre guerre._ (Nota di N. N.)

[135] _V._ Duca (c. 43) e una lettera 15 luglio 1453 scritta da Lauro
Quirini al Pontefice Nicolò V (Hody, _De Graecis_, p. 192 sopra un
manoscritto della Biblioteca di Cotton).

[136] Faceasi uso a Costantinopoli del Calendario Giuliano che conta i
giorni e le ore incominciando da mezza notte; ma qui sembra che Duca le
conti dal nascere del Sole.

[137] _V._ gli _Annali Turchi_, pag. 329, e le _Pandette di Leunclavio_,
p. 448.

[138] Ho già parlato di questo monumento singolare dell'antichità greca
(_V._ il cap. XVII di quest'Opera).

[139] Dobbiamo a Cantemiro (pag. 102) le descrizioni fatte dai Turchi
sulla trasformazione della chiesa di S. Sofia in Moschea, acerbo
argomento delle lamentazioni di Franza e di Duca. È cosa non priva di
vezzo l'osservare, come una medesima cosa appare sotto aspetti contrarj
a un Musulmano, e a un Cristiano.

[140] Il distico originale, da cui questi versi sono tradotti, vien
riportato da Cantemiro, e trae nuova bellezza dall'applicazione che ne
fu fatta. Così nel saccheggio di Cartagine, Scipione ripetè la profezia
famosa di Omero. Parimente un egual sentimento di generosità trasportò
la mente de' due conquistatori sul passato o sull'avvenire.

[141] Non posso persuadermi con Duca (_V._ Spondano, A. D. 1453, n. 13)
che Maometto abbia fatto portare la testa dell'Imperator greco
all'intorno per le province dalla Persia, dell'Arabia ec. Egli sarebbe
stato certamente contento di meno inumani trofei.

[142] Franza era il personale nemico del Gran Duca, nè il tempo, o la
morte di questo nemico, o la solitudine del chiostro, poterono
inspirargli qualche sentimento di compassione o di perdono. Duca
propende a lodarlo siccome un martire. Calcocondila è neutrale, ma egli
è però quel fra gli Storici che ne dà qualche traccia sulla cospirazione
ordita dai Greci.

[143] _V._ intorno alla restaurazione di Costantinopoli, e alle
fondazioni de' Turchi, Cantemiro (p. 102-109), Duca (c. 42) Thevenot,
Tournefort, e gli altri nostri moderni viaggiatori. L'Autore del
_Compendio della Storia ottomana_ (tom. I, p. 16-21) fa una pittura
esagerata della grandezza e della popolazione di Costantinopoli, dalla
quale nondimeno possiamo comprendere che, nel 1586, i Musulmani erano in
questa Capitale men numerosi de' Cristiani e ancor degli Ebrei.

[144] Il _Turbé_, o monumento sepolcrale di Abu-Ayub, trovasi descritto
e delineato nel _Tableau général de l'Empire ottoman_ (Parigi, 1787,
grande _in folio_), Opera la cui magnificenza supera forse l'utilità.

[145] Franza descrive una tale cerimonia, che è stata probabilmente
abbellita passando dalle labbra de' Greci in quelle de' Latini. Il fatto
vien confermato da Emanuele Malasso, che ha scritta in greco-volgare la
_Storia de' Patriarchi dopo la presa di Costantinopoli_, inserita nella
_Turco-Graecia_ del Crusio (l. V, p. 106-184). Ma i leggitori, anche i
più proclivi a credere, si persuaderanno difficilmente che Maometto
abbia adottata la seguente formola cattolica: _Sancta Trinitas quae mihi
donavit imperium, te in patriarcham novae Romae delegit._

[146] Lo Spondano descrive (A. D. 1453, n. 21; 1458, n. 16), seguendo la
_Turco-Graecia_ del Crusio, la schiavitù e le intestine dissensioni
della Chiesa greca. Il Patriarca successore di Gennadio si gettò in un
pozzo per disperazione.

[147] Cantemiro (p. 101-105) si tiene fermo sulla unanime testimonianza
de' Turchi antichi e moderni, facendo osservare che questi autori non si
sarebbero fatta lecita una menzogna per diminuire la loro gloria
nazionale, giacchè ella è cosa più onorevole il prendere una città
d'assalto che per capitolazione; ma, 1. sospette mi sembrano tali
testimonianze, non citandosi particolarmente dal ridetto Storico alcun
autore, mentre gli _Annali Turchi_ del Leunclavio affermano senza
eccezione, che Maometto s'impadronì di Costantinopoli _per vim_ (p.
329). 2. Lo stesso argomento varrebbe a favore dei Greci, i quali non
avrebbero posto in dimenticanza un Trattato sì onorevole, e in un
vantaggioso per essi. Il Voltaire, giusta il suo stile, preferisce i
Turchi ai Cristiani.

[148] _V._ Ducange (_Fam. byzant._, pag. 195) intorno la genealogia e la
caduta de' Comneni di Trebisonda, e v. parimente questo Antiquario,
sempre esattissimo nelle sue ricerche, sulle cose degli ultimi
Paleologhi (p. 244-247, 248). Il ramo de' Paleologhi di Monferrato non
si estinse che nel secolo successivo; ma essi avevano dimenticato la
loro origine e i congiunti che lasciarono nella Grecia.

[149] Nella obbrobriosa Storia delle dispute e delle sciagure de' due
fratelli, Franza (l. III, c. 21-30) mostra eccedente parzialità a favor
di Tommaso. Duca (c. 44-45) è troppo laconico; troppo diffuso
Calcocondila (l. VIII, IX, X) che inoltre impaccia con soverchie
digressioni i proprj racconti.

[150] _V._ la perdita, o la conquista di Trebisonda in Calcocondila (l.
IX, pag. 263-266), in Duca (c. 45), in Franza (l. III, c. 27), in
Cantemiro (p. 107).

[151] Il Tournefort (t. III, lett. 17, p. 179) afferma che Trebisonda è
_mal popolata_; ma il Peyssonel, l'ultimo ed il più esatto fra gli
osservatori, le attribuisce centomila abitanti (_Commercio del mar
Nero_, t. II, p. 72, e in quanto spetta alla provincia, p. 53-90). La
prosperità e il commercio di questo paese vengono continuamente
disturbati da due _Ode_ di giannizzeri, in una delle quali si arrolano
per l'ordinario trentamila _Lazi_ (_Mém. de Tott_, t. III, p. 16, 17).

[152] Ismael-Beg, principe di Sinope, o Sinople, godea una rendita di
dugentomila ducati, derivatagli soprattutto dalle sue miniere di rame
(Calcocondila, l. IX, p. 258, 259). Peyssonel (_Com. del mar Nero_, t.
II, p. 100) attribuisce alla moderna città di Sinope trentamila
abitanti; calcolo che sembra smisurato. Nondimeno, sol trafficando con
una nazione, può conseguirsi una giusta idea della sua popolazione e
ricchezza.

[153] Lo Spondano, seguendo il Gobelin (_Comment. Pii II_, l. V), narra
l'arrivo del despota Tommaso a Roma, e il ricevimento che v'ebbe (A. D.
1461, n. 3).

[154] Con un atto che porta la data de' 6 settembre, 1494, trasportato
di recente dagli archivj del Campidoglio alla Biblioteca reale di
Parigi, il despota Andrea Paleologo, serbandosi la Morea ed alcuni
privilegi, trasmise a Carlo VIII, re di Francia, gl'Imperi di
Costantinopoli e di Trebisonda (Spond., A. D. 1493, n. 2). Il sig. di
Foncemagne (_Mém. de l'Acad. des Inscript._, t. XVII, p. 539-578) ne ha
offerta una dissertazione intorno a quest'atto che gli era pervenuto in
copia da Roma.

[155] _V._ Filippo di Comines, il quale conta con soddisfazione il
numero de' Greci, che speravasi di eccitare a sommossa. Aggiunge a
questi suoi calcoli l'osservazione, che i Francesi non avrebbero dovuto
eseguire, se non se una traversata di mare di sole settanta miglia e
facile assai; e che la distanza da Valona a Costantinopoli non è che di
diciotto giorni di cammino ec. In questa occasione la politica dei
Veneziani salvò l'Impero dei Turchi.

[156] Vedi la descrizione di tale festa in Olivieri della Manica
(_Mémoires_, part. I, c. 29, 30) e la compilazione e le osservazioni del
sig. di S. Pelagia (_Mém. sur la Chevalerie_, t. I, p. III, p. 182-185).
— Così il fagiano, come il pavone, venivano riguardati augelli reali.

[157] Un computo fatto in que' tempi diè a divedere che la Svezia, la
Gozia e la Finlandia, conteneano un milione e ottocentomila combattenti;
onde erano ben più popolate che nol sono oggidì.

[158] Lo Spondano, nel 1454, seguendo Enea Silvio, ha fatta una pittura
dello stato d'Europa, che di proprie osservazioni ha arricchita. Questo
pregiabilissimo Annalista, e il Muratori, hanno narrato la sequela delle
cose accadute dal 1453 al 1481, epoca della morte di Maometto, alla
quale io chiuderò il presente capitolo.

[159] Oltre ai due Scrittori d'Annali accennati nella nota precedente, i
leggitori potranno consultare il Giannone (_Istoria Civile_, t. III)
intorno all'invasione di Napoli fatta dai Turchi. Quanto alla
descrizione del Regno e delle conquiste di Maometto II, mi sono valso
talvolta delle _Memorie istoriche de' Monarchi ottomani di Giovanni
Sagredo_, edizione di Venezia del 1677, in 4. O in tempo di pace, o di
guerra, i Turchi furono sempre scopo all'attenzione della Repubblica di
Venezia. Il Sagredo, Procuratore di S. Marco, potè in virtù della sua
carica, veder per entro a tutti i dispacci ed archivj della sua
Repubblica, e l'Opera di questo Nobile non va priva di meriti nè per la
sostanza, nè per lo stile. Nondimeno dà a divedere troppa acredine
contro gl'Infedeli, e la sua narrazione (di sole settanta pagine in
quanto spetta a Maometto) diviene più ricca di particolari ed autentica,
coll'avvicinarsi agli anni 1640 e 1644 che la compiscono.

[160] Terminando qui i miei lavori che si riferiscono all'Impero greco,
darò alcuni cenni sulla grande Raccolta degli Scrittori di Bisanzo, de'
quali più d'una volta ho citati i nomi e le testimonianze nel corso
della presente Storia. Aldo e gl'Italiani non impressero in greco che
gli Autori Classici dei tempi migliori; ma dobbiamo agli Alemanni le
prime edizioni di Procopio, di Agatia, di Cedreno, di Zonara ec. I
volumi della Bisantina (36 vol. _in fol._) sono comparsi successivamente
(A. D. 1648, ec.) per opera della Tipografia del Louvre, cui hanno
prestati alcuni soccorsi le Tipografie di Roma e di Lipsia. Ma
l'edizione di Venezia del 1729, meno costosa per vero dire, e più
abbondante di quella di Parigi, altrettanto le cede in lusso e
correzione. I Francesi che furono incaricati di questa edizione, non
possedono tutti eguale grado di merito; le note storiche però di Carlo
Dufresne Ducange aggiungono pregio al testo di Anna Comnena, di Cinnamo,
di Ville-Hardouin. Le altre Opere pubblicate da questo Scrittore sullo
stesso soggetto, vale a dire il _Glossario_ greco, la _Costantinopolis
christiana_, le _Familiae byzantinae_, spargono sulle tenebre del Basso
Impero una vivissima luce.



CAPITOLO LXIX.

      _Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale
      de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di
      Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori.
      Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione
      e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone.
      Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli
      Orsini._


[A. D. 1100-1500]

Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero
romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che
avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i
destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con
sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per
esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che
successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di
una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i
successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più
rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e
gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le
conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per
contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale
liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù.
Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè
la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione
dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa
intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta
independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e
spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le
geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare
costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai
sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo
clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il
medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei
canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la
rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del
carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene
degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere
quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende
politiche della _Città di Roma_, che si sommise all'autorità temporale
dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di
Costantinopoli.

[A. D. 800-1100]

Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i
Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il
trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna
conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso
del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la
Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo
luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i
successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si
contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia,
sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive
del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa
distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che
correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de'
lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili
emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e
le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica.
L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima
volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente
sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano
debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S.
Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato;
i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso
manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa
nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano!
Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di
Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio
di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione
degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle
monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano
nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto
il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i
pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non
erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare
quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un
popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse
incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore
attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli
alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e
della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine
dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio
Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio;
sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro
partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la
lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere
imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi
dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa
sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore
avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su
l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il
Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe
straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a
divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non
dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna,
veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior
parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del
popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata
dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella
Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano
alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo.
Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il
dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i
più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il
diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima.
L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste
profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di
quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti
che erano reali e durevoli. Il nome di _Dominus_, o di Signore, vedeasi
scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto
con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma,
per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni,
avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla
città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi,
gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile
colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una
sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una
nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci
Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di
superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una
all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel
Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea
ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è
vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli
scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più
pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di
ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e
i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo.
Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello
squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al
martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi
di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano,
creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso
fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che
vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il
piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale
interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di
assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè
dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso,
traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che
la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune
mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande
numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non
poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi
discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma
una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva
il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della
Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che
lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come
civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti
nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano
sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati
del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder
grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi
al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere
riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli,
spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia,
rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno
non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de'
clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173]
fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà
e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali
volgevansi all'utile de' Romani.

Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una
volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale.
Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata
dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per
coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de'
commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor
rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a
momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti
vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna
di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini,
senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor
ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione
è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri,
diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non
gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con
forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un
Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare
i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un
oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un
tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto,
che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore
le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i
rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de'
moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla
pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione,
esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla
violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti
avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo;
ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito,
venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli
Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli
stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo
Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de'
poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste
eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione
ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza
del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo
carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del
diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze
della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la
prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i
decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione
che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il
nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più
rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare
affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era
tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici
del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo
entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai
confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto
abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero
molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi
ai piedi del Santo Padre[177].»

[A. D. 1086-1305]

Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà
trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la
lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le
passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del
Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e
con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia
disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni,
e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie
bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli.
Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore
delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a
Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al
momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i
Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e
alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità,
vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il
racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol
suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole;
quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del
dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i
Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel
giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della
moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato
da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della
ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della
Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu
annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore
e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua,
trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi,
alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra
dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi.
Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande
ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un
esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le
acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era
stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto
aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono
l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio
Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave,
furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i
Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo,
afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli
risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal
guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una
sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del
Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto
a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole
impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo,
il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in
cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per
fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa
disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane,
vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e
mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di
S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, _scossa la
polve delle sue scarpe_, _l'Appostolo_ si allontanò da quelle mura, fra
cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e
confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo
Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di
questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181].
Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal
narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra
il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in
arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia
da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo
vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti
del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli
Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro
trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi
fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti
giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di
mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri
prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o
il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali
circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in
questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel
palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze
l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo
continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e
seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non
affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della
discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di
fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace
all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e
il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai
particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma
eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il
trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo
discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare
una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non
conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de'
Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile,
che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere
usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a
regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per
ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse
le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a
fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al
Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione,
gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano,
nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino
stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè
sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori;
insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se
chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi
nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e
la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica».
Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della
carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non
è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo
dodicesimo[184].

[A. D. 1140]

Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai
loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani
poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò
loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano
dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate,
avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di
ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria,
venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla
semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero
posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e
l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non
mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito
di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella
dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I
suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e
dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi,
confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale,
onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità,
faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato
discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in
sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta
e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici
disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo
maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie
alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso
manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia
_politica_ dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali
soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non
appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che
gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de'
laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare
ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di
rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie
de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per
metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma
per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a
chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche
tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine
diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta
a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole
dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale
di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la
paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il
decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il
discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo,
oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era
stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di
educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una
libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano
talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un
secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu
nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il
quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da
Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del
Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo,
giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e
del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191]
avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il
nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato
partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò
lo stendardo della ribellione.

[A. D. 1144-1154]

Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da
prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò
eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando
nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del
Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano,
diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del
Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città.
Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro
diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i
Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il _nome_ d'Imperatore, ma
a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo
spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo
spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al
Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano
usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto
parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi
senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e
atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle
spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia
ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè
il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di
dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel
Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più
intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in
questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e
che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò
dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale.
Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto
alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un
Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la
città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano
disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e
spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse
colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del
sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la
imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al
riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi
della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe
coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e
i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di
continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a
rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica.
Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche
dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione,
essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un
individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro
nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione
de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per
impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il
martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi
d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero
gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un
soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta
dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di
esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola
d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la
Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle
scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la
giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più
particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe
degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava
la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.

[A. D. 1144]

L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e
nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano
restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due
Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici
plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del
popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si
dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna
volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma
tali titoli venivano conceduti dagl'Imperatori, avvero i possenti
cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado,
della lor dignità[198] e fors'anche delle pretensioni che avevano di
derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che
apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo,
e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della
Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del
Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di
alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente
forma ad una nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in
Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e
molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello.
L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che
con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una
cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben
combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù,
l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le
discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de'
suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea
proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere
il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200] Come
assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità
necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si
abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del
fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più
nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale
a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a
cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi
avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano
alle leggi della città di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza
accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e
imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di
Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro
libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un
titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente
divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne'
paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile
un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono,
o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche
famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i
tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che
insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per
lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].

Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del
secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza,
annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il
monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa
quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce
alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima
che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i
precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio
durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi
sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne'
tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo
Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica
cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean
corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura;
distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i
lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il
primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare
nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica
bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza
dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi
s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari
avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e
d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di
ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui
largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla
cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno
ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro
uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte
le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non
meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma
ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di
battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale
sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II
portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli
Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo
secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra
una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano
sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO
ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro
rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato
dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del
Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter
dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città,
questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale:
nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile
e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che
consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli
uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che
alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo;
ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi,
gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una
volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero
di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che
per una terza parte, mettendo in vece di lui un _patrizio_; ma un sì
fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per
un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della
sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un
Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o
certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da
ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al
Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e
chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso
gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad
un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma
limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di
Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua
carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se
mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri
legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre
all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più
intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era
compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj
de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo,
forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la
scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o
parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una
libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono
più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un
Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo,
dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il
perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o
privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro
pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al
successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e
della Repubblica[211].

In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli
pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di
amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al
più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo
eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro
governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori
di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro
avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte,
prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici,
sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più
temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della
loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori
que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel
medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle
italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa
apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si
vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea,
purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e
d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che
unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un
tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di
pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore
e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da
giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa
esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e
l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero.
Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore,
egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe
potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi
_Podestà_[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o
Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione
della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome
convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla
moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la
prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea
comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco
accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria
con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che
fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.

[A. D. 1252-1258]

In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna
italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati
dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama,
e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite,
questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto
venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne
determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della
città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di
crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e
del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel
possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine.
Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe
tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza
del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad
un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in
Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di
masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo
costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e
sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani
indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono
d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni
pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere
la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere,
e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza
di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare
la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero
mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie
romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà,
la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli
ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la
qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col
passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne
ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi
a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del
medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro,
racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una
grande colonna di marmo[215].

[A. D. 1263-1278]

Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano
bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria
obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe,
che già munito di potere independente, si trovasse in istato di
difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si
unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più
ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo
tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore
che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista
del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà
dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo
soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente
espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole
dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che
accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il
misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese
un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè
l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato
in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno;
talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di
Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice,
mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo
l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno
essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò
che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di
assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i
personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV,
che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere
eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di
Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare
autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al _nobile
e fedele Martino_, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema
della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto
di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via
di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso
titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la
libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che
accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria
loro Metropoli.

[A. D. 1144]

Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la
Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti
della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i
proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare.
Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I,
offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute
loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia
giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A.
D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e
sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo
esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la
Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a
non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non
ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato
siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di
discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il
_Siciliano_ hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla
_nostra_ libertà, e alla _vostra_ coronazione. Il nostro zelo e il
nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il
lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle
famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri
nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne
abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera
nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può
senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo,
introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto
quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra
gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi
stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere
l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri
predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella
Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare
Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del
popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive
luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a
Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra
poco, e Roma nol vide.

[A. D. 1155]

Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di
più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori
governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed
ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori
di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete
orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed
amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del
Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano
sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i
diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della
medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che,
ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina
dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente
e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri
peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri
Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile
istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza
scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno
consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al
servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma?
Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222].
Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son
data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo,
il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete
il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la
giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le
patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli
vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete
cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene
anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era
ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro
vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un
monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de'
primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa
saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si
ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose
del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna.
Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia
edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno
stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà.
Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il
coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle
legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non
si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue
virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più
degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra
sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai
Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati,
implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri
riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e
domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi
liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio.
Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene.
Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani
son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero?
Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e
invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete
giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se
ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia?
Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere
restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io
difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie
liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre
volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla
importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte
pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà.
Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il
suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero
dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il
numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa
vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città,
della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un
Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane
entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico
che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il
popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono
sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e
dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i
Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande
stendardo, detto il _Carroccio_ di Milano[226]. Estinta la Casa di
Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le
loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici
fossero deboli e rifiniti[227].

Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte
Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande
immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro
guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?) furono oggetto di
terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di
aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo.
Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si
attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi
Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la
selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate;
ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria
cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata
si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e
il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe
stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare
l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma,
spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe
le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le
ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere
veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e
posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè
padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e
le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e
tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i
vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il
Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro
ambizione, sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali
sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de'
primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle
falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano
i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una
spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano.
Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano
alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè
rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo
valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per
ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore
intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città
rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per
tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero
successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di
Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali
Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più
mai[230]; le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da
torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le
colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi
giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è
Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha
riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di
Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani
ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse
volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di
queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e
nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo,
possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232] e di
Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili
giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole
guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria
alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso di Tuscolo, e
stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i
morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono
contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella
spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega,
l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro
sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano
comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester.
Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di
loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il
numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la
sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile
esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato
possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle
legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il
conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i
Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle
quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per
breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di
disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto
connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari,
ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de'
mercenarj stranieri.

L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna
del Signore[234]; sotto i primi Principi cristiani, la cattedra di S.
Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite
ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e
dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata
la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente
su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero
giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea
impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori
ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento
la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in
giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa
Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e
dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de'
Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle
elezioni spariva per le sommosse di una città che non conoscea più
superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate
chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi,
l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti
argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan
fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza
poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi
Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un
Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno
de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che
non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si
vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli
uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179,
instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo
le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo
Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il non
partecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i
Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo
grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto,
venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè
i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli
erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in
Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa
cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti
allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si
pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo
ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava
sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati
gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice
dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il
caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando
due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse
volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che
lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano
tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di
Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A.
D. 1274)[238] pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie
obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche
registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle
esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di
convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla,
vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune,
o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una
sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati
prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato
al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati
civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno
e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i
Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la
mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi
vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la
sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della
Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni
casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e
promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali
debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de'
Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra
alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il
precetto della clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo
della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande
impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però
dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239] uno
specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In
tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro
Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che
credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più
essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D.
1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi
restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i
Romani[241] dinanzi alla Chiesa di S. Pietro; nel qual luogo, rimosso
dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di
questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del
popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il
Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi
l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due
giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una
terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro
impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua
carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e
alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto
del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè
ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la
propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano
legittimo[243]; e questo assalto tentato fuor di tempo contro il
privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.

Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano,
non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del
popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti
durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si
credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza
nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di
questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i
Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi
continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi
vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le
guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali
terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le
sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo,
e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore
tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la
lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S.
Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio,
ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per
correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli
ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando; e appena giunti in Roma si
chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione;
veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate,
delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli
stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di
Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e
fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e
chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose
sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che
seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove
non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il
trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle
rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un
effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di
Francia[245]. Alle armi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto
(A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del
Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè
sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio
di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo
che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da
trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di
Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano
posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani
dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano.
Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna,
aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il
Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire
gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il
suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il
Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che
durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano
irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo.
Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo,
ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di
moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo
teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperioso
di cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma,
preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj,
l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde
il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un
martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un
magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con
accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne
con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè
Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua
mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò
sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle
quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli
effetti[246][247].

[A. D. 1140]

Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della
lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte
contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbe stata
obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa
offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del
suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma
conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio
avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani,
l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle
seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono
regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza
e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione
dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i
Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune
maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e
s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti
segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la
residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio
propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la
Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che
trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in
Avignone[249], rimasta per oltre a settantasette anni[250] la fiorente
residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da
tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone
offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la
cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi
fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto
l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del
Venesino,[251] paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone.
Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi
Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa
la Sovranità d'Avignone, che non pagarono più di ottantamila
fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un
popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e
onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la
loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita
di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori
di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal
pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si
andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che
odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di
Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove
risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.

[A. D. 1300]

I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche
dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse
della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio,
e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti
dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole,
il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio,
inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de'
sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero.
La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli
seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio;
l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'_Anno Santo_[254], non fu
men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la
beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia
priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più
prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed
avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava
per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun
secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità
popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde
vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in
campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300,
la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce
per implorare le indulgenze dell'Anno Santo _come era consueta cosa il
concederle_. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota
loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze
de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione
plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e
alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi
Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la
Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi
dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna,
vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di
ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e
dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare
non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati
tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità
potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti
individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo
alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de'
pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la
contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in
que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno
di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che
in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più
lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a
somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non
avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza
contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S.
Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè
fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli
alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta
l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino,
di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria,
spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la
gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente
VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa
ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un
tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della
Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de'
suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla
legge mosaica, dalla quale prese il nome di _Giubbileo_[258]. Si obbedì
alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e
liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice
flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli
dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle
matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro
Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di
stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi
l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di
trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di
questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni
della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei
Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della
superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno
l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di
profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo
turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].

Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda
alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le
numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e
dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della
natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi,
spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e
ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori
municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di
Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il
debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli
ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità
del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che
il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi
la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che
potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele
metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li
rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262];
onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi
stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano
orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di
oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti
erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per
mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi,
e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più
bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile
da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma
l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di
Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo
alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il
Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il
Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico
nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del
medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII,
questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la
Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero
il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono
nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi,
e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi
sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del
popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e
l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza
di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte
di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi
fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è
mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a
diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi
mantenute[265]. La famiglia de' _Frangipani_, contò Consoli nel
risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità
ch'essa ebbe di _frangere_, dividere il suo pane col popolo in tempo di
carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome
i _Corsi_ e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città
entro il recinto delle proprie fortificazioni. I _Savelli_, di
derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro
dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori
l'antico soprannome di _Capizucchi_; i _Conti_ hanno conservati gli
onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli _Annibaldi_[266]
debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata
dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.

Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di
mestieri distinguere le famiglie rivali de' _Colonna_ e degli _Orsini_,
la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di
Roma moderna.

1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai
incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non
hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè
quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che
guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a
parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome,
ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano
provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di _Cavae_; possedeano
per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di _Colonna_ nella
Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata
di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un
tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata
in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di
Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli
stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle
rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti
per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini
di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito,
sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo,
il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei
fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati.
Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro
trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di
Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti
della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne
trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice
imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo
Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio
VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta
famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione
di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e
temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi
personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S.
Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono
le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata
Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul
terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna
desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e
ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti
pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta;
duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e
condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la
loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del
tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il
popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità
che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal
calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini
d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi
dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII
ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti
d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero
fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273].
Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far
prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di
Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai
Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona
reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in
merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal
Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli
antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono
l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura,
fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era
per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva
perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?»
— «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne
il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per
riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano
Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o
della Corte di Avignone.

2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da
prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande
dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo
della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e
pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che
li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti
di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V
e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia
l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il
dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj
parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e
nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di
Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore
sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in
forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la
Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del
potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i
Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini
quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi
sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si
scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti
furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine
e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad
Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica;
convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori
rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari
nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la
sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di
quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui
delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e
trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo
trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la
vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa
un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo
Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un
collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del
Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che
il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma
e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i
serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e
salda marmorea COLONNA[279].

NOTE:

[161] _Cioè Gregorio II che fu eletto Vescovo di Roma circa l'anno 716,
tempo in cui, appunto, l'Imperatore Leone Isaurico voleva abolire il
culto delle Immagini, introdottosi circa due secoli prima, sostenendolo
in Italia Gregorio cogli altri Vescovi. Cotale controversia mise a
sollevazione l'Italia contro l'Imperatore suo Sovrano, e diede occasione
a Gregorio d'opporsi biasimevolmente al pagamento delle pubbliche
gravezze, ch'egli non doveva confondere colla quistione del culto delle
Immagini, e di prendere dominio temporale in Roma e ne' vicini
territorj. Fu questo il primo passo de' Papi (anteriore agli atti di
Pipino, ed ai diplomi de' principi Carolini, e degli Ottoni), poco
considerato dalla maggior parte degli Storici, alla potestà e sovranità
temporale._ (Nota di N. N.)

[162] L'Abate Dubos, che ha sostenuta ed esagerata l'influenza del clima
con minore acume del Montesquieu, succedutogli in questa opinione, fa
un'obbiezione a sè stesso dedotta dal tralignamento de' Romani e de'
Batavi; e sul primo di questi esempj risponde; 1. essere l'alterazione,
sofferta dai Romani, meno reale che apparente; e doversi attribuire alla
prudenza de' Romani moderni, se tengono celate entro sè stessi le virtù
de' loro maggiori; 2. aver sofferto un grande e sensibile cambiamento
l'aere, il suolo e il clima di Roma. (_Réfléxions sur la Poésie et la
Peinture_, p. II, sect. 16).

[163] Ho tenuti per tanto tempo lontani da Roma i miei leggitori, che mi
è forza insinuar loro di richiamare a memoria o rileggere il Capitolo
XLIX di questa Storia.

[164] Gli autori che descrivono meglio la coronazione degli Imperatori
alemanni, soprattutto di quelli dell'undicesimo secolo, sono il
Muratori, che si tiene ai monumenti originali (_Antiquit. ital. medii
aevi_, t. I, _Dissert._ 6, p. 99, ec.) e il Cenni (_Monument. domin.
pontific_., tom. II, _Dissert._ 6, p. 261). Non conosco quest'ultimo che
per le compilazioni fattene dallo Schmidt (_Storia degli Alemanni_, tom.
III, p. 225-266).

[165] _Exercitui romano et teutonico!_ Si scorgea di fatto la realtà
dell'esercito degli Alemanni, ma quanto chiamavasi esercito romano, non
era più che _magni nominis umbra_.

[166] Il Muratori ne ha offerta la serie delle monete pontificie
(_Antiquit._, t. II, _Dissert._ 27, pag. 548-554). Non ne trova che due
anteriori all'anno 860; e noi ne abbiamo, da Leone III fino a Leone IX,
cinquanta, nelle quali vedonsi il titolo e l'effigie dell'Imperatore
regnante; nessuna di quelle di Gregorio VII, o di Urbano II, è pervenuta
sino a noi; sembra però che Pasquale II non volesse permettere sulle
proprie monete questo contrassegno di dependenza.

[167] _Vedi_ la nota di N. N. in fine del Volume.

[168] _Il Teologo dice, che que' contrasti ostinatissimi non derivano
d'ambizione, ma da zelo._ (Nota di N. N.)

[169] _V._ Ducange, _Gloss. Mediae et infimae latinitatis_, t. VI, p.
364, 366, _Staffa_. I Re prestavano questo omaggio agli Arcivescovi, e i
vassalli ai loro Signori (Schmidt, t. III, pag. 262). Era una delle più
sagaci arti della politica della Corte di Roma il confondere i
contrassegni della sommessione figliale con quelli della feudale.

[170] _Vedi_ la nota di N. N. alla fine del Volume.

[171] Lo zelante S. Bernardo (_De Consideratione_, lib. III, t. II, p.
431-442, edizione di Mabillon, Venezia 1750) e il giudizioso Fleury
(_Discours sur l'Hist. eccles._, IV e VII) deplorano queste appellazioni
che tutte le Chiese portavano innanzi al Pontefice romano; ma il Santo,
che credeva alle false decretali, condanna solamente l'abuso di tali
appellazioni: lo Storico, più avveduto, rintraccia l'origine e combatte
i principj di questa nuova giurisprudenza.

[172] _Germanici..... Summarii non levatis sarcinis onusti nihilominus
repatriant inviti. Nova res! Quando hactenus aurum Roma refudit? et nunc
Romanorum consilio id usurpatum non credimus_ (S. Bernard., _De
Consideratione_, l. III, c. 3, p. 437). Le prime parole di questo passo
sono oscure, e verisimilmente alterate.

[173] _È già noto a' dotti d'istoria civile ed ecclesiastica quanto
grandi sieno stati i mali e gli abusi in ciò, e quante le cattive e
ridicole consuetudini, che, contrarie alle vere idee della religione,
influirono a corrompere in quel tempo la buona morale pubblica._ (Nota
di N. N.)

[174] «Allorchè i Selvaggi della Luisiana vogliono cogliere il frutto,
tagliano il tronco, e dalla pianta atterrata lo svelgono. Ecco qual è il
governo dispotico» (_Esprit de Lois_, lib. V, cap. 13). Le passioni e
l'ignoranza sono sempre dispotiche.

[175] _Gli oracoli de' preti (così non bene denominando l'Autore le
decisioni ecclesiastiche) non sono in sostanza, se rettamente dati, che
cose derivanti più o meno direttamente dalle Sacre Scritture, o da
queste dedotte, e definite coll'autorità de' Concilj, de' SS. Padri e
de' Papi, e quindi il buon cattolico che crede alle Sacre Scritture, ed
ai giudizj di quelle autorità, riceve per mezzo de' preti spiegazioni,
istruzioni e precetti, giacchè i laici o non vogliono, o non possono
istruirsi su i libri anzidetti. Se poi si abusò per ignoranza o per
arte, cagionando in tempi d'ignoranza e di fanatismo mali grandissimi,
ciò è da condannarsi._ (Nota di N. N.)

[176] Giovanni di Salisbury in un colloquio famigliare con Adriano IV,
suo compatriotta, accusa l'avarizia del Papa e del Clero: _Provinciarum
diripiunt spolia, ac si thesauro Craesi studeant reparare. Sud recte cum
eis agit Altissimus, quoniam et ipsi aliis et saepe vilissimis hominibus
dati sunt in direptionem_ (_De Nugis Curialium_, l. VI, c. 24, p. 387).
Nella pagina successiva, biasima la temerità e l'infedeltà de' Romani,
l'affezione dei quali invano si sforzavano i Papi di cattivarsi con
donativi anzichè per virtù meritarla. Dobbiamo dolerci che Giovanni di
Salisbury, avendo scritto sopra tanti argomenti diversi, non ci abbia
somministrata, in vece di tratti di morale e di erudizione, qualche
notizia di sè medesimo, e de' costumi del suo tempo.

[177] Hume's, _History of England_, vol. I, p. 419. Lo stesso autore,
sulla testimonianza di Fitz-Stephen, racconta un atto di crudeltà,
singolarmente atroce, commesso contro i preti da Goffredo, padre di
Enrico II. «In tempo ch'egli (Goffredo) dominava la Normandia, il
Capitolo di Seez avvisò di procedere senza il consenso del suo Signore
alla elezione di un Vescovo. Goffredo ordinò che i Canonici e il Vescovo
testè nominati venissero privati delle parti genitali, indi che sopra un
piatto gli venisse portata la prova materiale dell'esecuzione della
sentenza». Quegl'infelici aveano bene ogni ragione di lamentarsi del
dolore e del pericolo di vita ai quali soggiacquero; ma poichè aveano
fatto voto di castità, il tiranno non li privò che d'una ricchezza per
essi inutile.

[178] Trovansi negli _Storici Italiani del Muratori_ ( t. III, p.
277-685) le Vite de' pontefici, da Leone IX insino a Gregorio VII,
composte dal Cardinal d'Aragona, da Pandolfo da Pisa, da Bernardo Guido
ec., che hanno tolte da autentici monumenti le narrate cose; e ho sempre
avuta questa raccolta dinanzi agli occhi.

[179] Le date che si troveranno a mano a mano in questo capitolo possono
riguardarsi come citazioni degli Annali del Muratori, eccellente guida,
da cui d'ordinario non mi diparto. Egli adopera e cita con magistrale
sicurezza, la sua grande Raccolta degli Storici Italiani, divisa in
vent'otto volumi, e benchè io l'abbia consultata, possedendo nella mia
biblioteca un tale tesoro, ho fatto ciò per diletto, non per un bisogno
che l'Autor degli Annali, coll'esattezza delle sue citazioni, mi avrebbe
risparmiato.

[180] Non posso a meno di qui trascrivere il seguente energico passo di
Pandolfo da Pisa: _Hoc audiens inimicus pacis atque turbator jam factus
Centius Frajapane, more draconis immanissimi sibilans, et ab imis
pectoribus trahens longa suspiria, accinctus retro gladio sine mora
concurrit, valvas ac fores confregit. Ecclesiam furibundus introiit,
inde custode remoto papam per gulam accepit, distraxit, pugnis,
calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae
acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum Dominum per capillos et
brachia, Iesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit,
inibi catenavit et inclusit._

[181] _Ego coram Deo et Ecclesia dico, si unquam possibile esset, mallem
unum imperatorem quam tot Dominos_ (Vit. Gelas. II, p. 398).

[182] _Quid tam notum saeculis quam protervia et cervicositas Romanorum?
Gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque
adhuc, subdi nescia, nisi cum non valet resistere_ (_De Consideratione_,
l. IV, c. 2, pag. 441). Il Santo riprende fiato, continuando di poi in
tal guisa: _Hi invisi terrae et caelo, utrique injecere manus_, etc. (p.
443).

[183] Il Petrarca, nella sua qualità di cittadino romano, si fa lecito
di osservare, che S. Bernardo, comunque santo, era uomo; che avea potuto
lasciarsi trasportare dalla collera, e fors'anche pentirsi dopo del
proprio impeto, ec. (_Mém. sur la vie de Pétrarque_, t. I, p. 330).

[184] Il Baronio nel dodicesimo volume de' suoi Annali trova una scusa
semplice e facile, separando i Romani in due categorie, di _Cattolici_
l'una, di _Scismatici_ l'altra. Spetta ai primi tutto il bene, ai
secondi tutto il male che è stato detto di Roma.

[185] Il Mosheim che dà conto delle eresie del dodicesimo secolo, nelle
_Inst. Hist. eccles._ (p. 419-427), porta favorevole opinione di Arnaldo
da Brescia. Ho fatto parola altrove della Setta de' Paoliziani (c. 54)
seguendoli nelle loro migrazioni dall'Armenia fino nella Tracia e nella
Bulgaria, nell'Italia e nella Francia.

[186] Arnaldo da Brescia ci è stato dipinto in originale da Ottone di
Freysingen (_Chron._, l. VII, cap. 31; _De Gestis Frederici_ I, l. I, c.
27; 1. II, c. 21), e nel terzo libro di _Ligurinus_, poema di Gunther,
Autore che vivea nel 1200 (Fabricius, _Bibl. lat. med. et infim.
aetat_., t. III, p. 174, 175). Il Guilliman (_De rebus helveticis_, lib.
III, cap. 5, pag. 108) copia il lungo tratto che a quest'eresiarca si
riferisce.

[187] Il Bayle, trascinato dalla sua malnata inclinazione a buttare in
giuoco tutte le cose, si è sbizzarrito con inconsideratezza e dottrina
eguali, quando nel suo Dizionario critico è venuto agli articoli
_Abelardo_, _Fulbert_, _Eloisa_. Il Mosheim con somma aggiustatezza ne
racconta le dispute di Abelardo e di S. Bernardo intorno a diversi punti
di teologia scolastica e positiva (_Instit. Hist. eccles._, p. 412-415).

[188]

               — _Damnatus ab illo_
    _Praesule, qui numeros vetitum contingere nostros,_
    _Nomen ab INNOCUA ducit, laudabile vita._

Meritano qualche applauso la sagacia e l'esattezza del poeta che trae
partito, per fare un complimento, dalle angustie in cui lo ponea il nome
anti-poetico di Innocenzo II.

[189] Si è trovata a Zurigo una Iscrizione di _Statio Turicensis_, in
caratteri romani (d'Anville, _Notice de l'ancienne Gaule_, p. 642-644);
ma la Città e il Cantone mancavano di prove per arrogarsi ed appropiarsi
in privilegio i nomi di _Tigurum_ e di _Pagus Tigurinus_.

[190] Il Guilliman nella sua Opera _De rebus helveticis_ (l. III, cap.
5, pag. 106) ci dà conto della donazione fatta nell'anno 833
dall'Imperatore Lodovico il Pio alla badessa Ildegarda sua figlia.
_Curtim nostram Turegum in ducatu Alemanniae in pago Durgaugensi_,
unitamente ai villaggi, ai boschi, ai prati, alle acque, ai censi, alle
chiese, ec.... tutte le quali cose formavano un magnifico donativo.
Carlo il Calvo concedè a Zurigo il _Jus monetae_; la città venne cinta
di mura sotto Ottone I, e gli Antiquarj di questo paese ripetono con
piacere quel verso del Vescovo di Freysingen.

    _Nobile Turegum multarum copia rerum._

[191] _V._ S. Bernardo (_Epist._ 195, 196, t. I, p. 187-190). In mezzo
alle sue invettive, il Santo si lasciò sfuggire una confessione
importante, _qui, utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est
vitae_. Afferma inoltre che Arnaldo sarebbe stato per la Chiesa un
acquisto prezioso.

[192] Arnaldo consigliava ai Romani,

    _Consiliis armisque suis moderamina summa_
    _Arbitrio tractare suo: nil juris in hac re_
    _Pontifici summo, modicum concedere regi_
    _Suadebat populo. Sic laesâ stultus utraque_
    _Majestate, reum geminae se fecerat aulae._

La poesia del Gunther qui s'accorda colla prosa di Ottone.

[193] _V._ Baronio (A. D. 1148, n. 38, 39) che ha seguito il manoscritto
del Vaticano: egli inveisce violentemente contro Arnaldo (A. D. 1141, n.
3), cui pure dà colpa delle eresie _politiche_ che a quei giorni
dominavano nella Francia, e gli effetti delle quali il ferivano.

[194] I leggitori inglesi possono consultare la _Biografia Britannica_,
articolo _Adriano IV_; ma i nostri autori nazionali nulla hanno aggiunto
alla fama, o al merito del loro concittadino.

[195] Oltre allo Storico e al Poeta da me citati, anche il Biografo di
Adriano IV racconta gli ultimi fatti di Arnaldo (Muratori, _Script. rer.
ital._, t. III, part. I, p. 441, 442).

[196] _V._ Ducange (_Gloss. latin, med. et infim. aetat._ Il
Decarchones, t. II, p. 726) riferisce, seguendo il Biondi, il seguente
passo (_Decad._ II, l. 2): _Duo consules ex nobilitate quotannis
fiebant, qui ad vetustum consulum exemplar, summae rerum praeessent_; e
il Sigonio (_De regno Italiae_, l. VI, _opp._ t. II, p. 400) parla de'
Consoli e de' Tribuni del decimo secolo. Il Biondi ed anche il Sigonio
si sono troppo attenuti al metodo classico di supplire colla ragione e
coll'immaginazione alla mancanza di monumenti.

[197] Nel Panegirico di Berengario (Muratori, _Script. rer. ital._, t.
II, part. I, p. 408) parlasi di un Romano _consulis natus_, nel
principio del decimo secolo. Il Muratori (_Dissert._ 5) ha trovato negli
anni 952, 956 un _Gratianus in Dei nomine consul et dux_, e un _Georgius
consul et dux_; nel 1015, Romano, fratello di Gregorio VIII, si
intitolava superbamente, ma in un modo alquanto vago, _Consul et Dux et
omnium Romanorum Senator_.

[198] Gl'Imperatori greci, fino al secolo decimo, hanno usato coi Duchi
di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, ec., del titolo di υπατος o console
(Vedi _Chron. Sagornini_ in diversi luoghi), e i successori di
Carlomagno non rinunziarono ad alcune delle loro prerogative. Ma in
generale, i nomi di _Console_ e di _Senatore_ che si usarono altra volta
presso i Francesi e gli Alemanni, non vogliono dir altro che _Conte_, o
_Signore_ (_Seigneur_; Ducange, _Gloss._). Gli Scrittori monastici
cedono di frequente all'ambizione di mettere in uso belle espressioni
classiche.

[199] La forma più costituzionale è quella che trovasi in un Diploma di
Ottone (A. D. 998): _Consulibus Senatus populique romani_; ma
verisimilmente è apocrifo un tale atto. Lo Storico Dithmar (Muratori,
_Dissert._ 25) narrando la coronazione di Enrico I, accaduta nel 1014,
lo rappresenta: _A senatoribus duodecim Vallatum quorum sex rasi barba,
alii prolixa, mystice incedebant cum baculis._ Il Panegirico di
Berengario fa menzione del Senato (p. 406).

[200] Nell'antica Roma, l'Ordine equestre, soltanto sotto il consolato
di Cicerone, che si dà merito dell'instituzione di quest'Ordine, divenne
un terzo ramo della repubblica, prima composta unicamente del Senato e
del popolo. (Plinio, _Hist. nat._ XXXIII, 3; Beaufort, _Republ. rom._,
t. I, p. 144-155).

[201] Il Gunther descrive ancora il sistema democratico immaginato da
Arnaldo di Brescia:

    _Quin etiam titulos urbis renovare vetustos;_
    _Nomini plebeio secernere nomen equestre,_
    _Jura tribunorum, sanctum reparare senatum,_
    _Et senio fessas mutasque reponere leges._
    _Lapsa ruinosis et adhuc pendentia muris_
    _Reddere primaevo Capitolia prisca nitori._

Ma alcune di tali riforme erano chimere, altre si riducevano a sole
parole.

[202] Dopo lunghe dispute fra gli Antiquarj di Roma, sembra cosa oggidì
convenuta, che la cima del monte Capitolino, presso al fiume, sia il
_mons Tarpeius_, l'_Arx_, e che sull'altra sommità, la chiesa e il
convento di _Aracoeli_, occupati dai Franciscani Scalzi, tengano il
luogo ove fu un giorno il tempio di Giove (Nardini, _Roma antica_, l. V,
c. 11-16).

[203] Tacit., _Hist._ III, 69, 70.

[204] Questo parteggiamento delle monete fra l'Imperatore e il Senato
non è per altro un fatto positivo, ma opinione verisimile de' migliori
Antiquarj (_V._ la _Scienza delle Medaglie_ del P. Joubert, t. II, pag.
208-211, nella edizione, perfetta quanto rara, del Barone della Bastia).

[205] La dissertazione ventesimasettima sulle Antichità d'Italia (tom.
II, p. 559-599 delle Opere del Muratori) offre una serie di monete
senatoriali che portavano gli oscuri nomi di _Affortiati_, _Infortiati_,
_Provisini_, _Parparini_. Nel durare di quest'epoca, tutti i Papi, senza
eccettuarne Bonifazio VIII, si astennero dall'usare il diritto di batter
moneta, ripreso poi da Benedetto XI, il quale ne usò in modo regolare
nella Corte di Avignone.

[206] Uno Storico alemanno, Gerardo di Reicherspeg (in _ Baluz.
Miscell._, t. V, pag. 64, _V._ Schmidt, _Storia degli Alemanni_, t. III,
pag. 265 ), così descrive la costituzione di Roma dell'undicesimo
secolo: _Grandiora urbis et orbis negotia spectant ad romanum
pontificem, itemque ad romanum imperatorem; sive illius vicarium urbis
praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet dominum
papam cui facit hominium, et dominum imperatorem a qua accipit suae
potestatis insigne, scilicet gladium exertum._

[207] Un autore contemporaneo (Pandolfo da Pisa nella Vita di Pasquale
II, pag. 357, 358) racconta come accaddero nel 1118 l'elezione del
Prefetto e la formalità del giuramento: _Inconsultis patribus..... loca
praefectoria.... laudes praefectoriae... comitiorum applausam....
juraturum populo in ambonem sublevant.... confirmari eum in urbe
praefectum petunt._

[208] _Urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum
quod illi donavit de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id
tempus juramento fidelitatis imperatori fuit obligatus, et ab eo
prefecturae tenuit honorem_ (Gesta Innocent. III, _in_ Muratori, tom.
III, part. I, p. 487).

[209] _V._ Ottone di Freysing, _Chron._ VII, 31; _De gestis Frederici_
I, l. I, c. 27.

[210] Un Autore inglese, Ruggero Hoveden, fa menzione dei soli senatori
della famiglia _Capuzzi_ ec., _quorum temporibus melius regebatur Roma
quam nunc_ (A. D. 1194) _est temporibus LVI senatorum_ (Ducange,
_Gloss._, t. VI, p. 191, SENATORES).

[211] Il Muratori (_Dissert._ 42, t. III, p. 785-788) ha pubblicato un
Trattato originale, il cui titolo è: _Concordia inter D. nostrum papam
Clementem III et senatores populi romani super regalibus et aliis
dignitatibus urbis_, etc., _anno 44 Senatus_. Ivi il Senato assume il
linguaggio dell'autorità: _Reddimus ad praesens.... habebimus....
dabitis praesbyteria... jurabimus pacem et fidelitatem_, etc. Lo stesso
autore ne offre ancora una _chartula de Tenimentis Tusculani_, che porta
per data il quarantasettesimo anno della stessa epoca, e vien confermata
_decreto amplissimi ordinis senatus acclamatione P. R. publice Capitolio
consistentis_. Trovasi quivi la distinzione fra i _senatores
consiliarii_ e i semplici senatori (Murat., _Diss._ 42, t. III, p.
787-789).

[212] Il Muratori (_Dissert._ 45, t. IV, p. 64-92) ha data ottimamente a
conoscere questa forma di governo, e l'_Oculus pastoralis_, che trovasi
in fine di tale Opera, è un trattato, o sermone sugli obblighi de'
Magistrati stranieri.

[213] Gli Autori latini, quelli almeno del secolo d'argento, aveano già
trasportato dall'uffizio alla persona insignita di esso il vocabolo
_potestas_.

    _Hujus qui trahitur praetextam sumere mavis._
    _An Fidenarum Gabiorumque esse POTESTAS._
                             (Juven., Satir. XI, 99)

[214] _V._ la Vita e la morte di Brancaleone nella _Historia major_ di
Mattia Paris, p. 741, 757, 792, 797, 799, 810, 823, 833, 836, 840. I
pellegrinaggi e le sollecitazioni delle cause mantenevano in
corrispondenza le Corti di Roma e di S. Albano; e il Clero inglese,
pieno d'astio contro i Papi, si rallegrava in veggendoli umiliati ed
oppressi.

[215] Così Mattia Paris conchiude il tratto che si riferisce a
Brancaleone: _Caput vero ipsius Brancaleonis in vase pretioso super
marmoream columnam collocatum, in signum sui valoris et probitatis,
quasi reliquias, superstitiose nimis et pompose sustulerunt. Fuerat enim
superborum potentum et malefactorum urbis malleus et exstirpator, et
populi protector et defensor, veritatis et justitiae imitator et amator_
(p. 840). Un biografo d'Innocenzo IV (il Muratori, _Script._, t. III,
parte I, p. 591, 592) fa un ritratto men favorevole di questo Senator
ghibellino.

[216] Quegli Storici, le cui Opere trovansi inserite nell'ottavo volume
della Raccolta del Muratori, Nicolò di Iamsilla (p. 592), il monaco di
Padova (pag. 724), Sabba Malespini (lib. II, cap. 9, p. 808), e
Ricordano Malespini (c. 177, p. 999), parlano della nomina di Carlo
d'Angiò all'uffizio di Senatore perpetuo di Roma.

[217] L'arrogante Bolla di Nicolò III, che fonda la sua temporale
sovranità sulla donazione di Costantino, ne rimane tuttavia, e Bonifazio
VIII avendola inserita nella sesta delle Decretali, i Cattolici, o
almeno i Papisti, debbono riverirla siccome legge sacra e perpetua.

[218] Devo al Fleury (_Hist. eccles._, t. XVIII, p. 306) una
compilazione di quest'atto dell'autorità del popolo, ch'egli ha tolto
dagli Annali ecclesiastici di Odorico Rainaldo, A. D. 1281, n. 14, 15.

[219] Ottone, Vescovo di Freysingen, ha conservato tali lettere e
discorsi (Fabricius, _Bibliot. latin. medii et infim._ t. V, pag. 186,
187). Ottone era forse lo Storico che potea fra tutti i suoi colleghi
vantare più eccelsi natali. Figlio di Leopoldo, marchese d'Austria, e di
Agnese figlia dell'Imperatore Enrico IV, era divenuto fratello di
Corrado III, zio di Federico I. Ha lasciata una Cronaca de' suoi tempi
in sette libri, e una Storia _De Gestis Frederici I_, in due libri;
questa ultima Opera si trova nel sesto volume degli Storici del
Muratori.

[220] Noi desideriamo, diceano que' Romani ignoranti, di restituire
l'Impero _in cum statum, quo fuit tempore Constantini et Justiniani, qui
totum orbem vigore senatus et populi romani suis tenuere manibus_.

[221] _V._ Ottone di Freysing., _De gestis Freder. I_, l. I, c. 28, p.
662-664.

[222] _Hospes eras, civem feci. Advena fuisti ex transalpinis partibus,
principem constitui._

[223] _Non cessit nobis nudum imperium, virtute sua amictam venit,
ornamenta sua secum traxit. Penes nos sunt consules tui_, etc. Cicerone,
o Tito Livio non avrebbero disdegnate queste immagini che adoperava un
Barbaro nato ed allevato nell'ercinia Foresta.

[224] Ottone di Freysingen, che conoscea certamente il linguaggio della
Corte e della Dieta alemanna, parla de' Franchi del dodicesimo secolo
come della nazione regnante (_proceres Franchi, equites Franchi, manus
Francorum_): aggiunge nondimeno l'epiteto _Teutonici_.

[225] _V._ Ottone di Freysingen (_De Gestis Frederici I_, l. II, c. 22,
pag. 720-723). Nella traduzione e nel compendio di questi atti autentici
e originali, mi sono permesse alcune libertà, senza per altro
discostarmi dal senso.

[226] Il Muratori (_Dissert_. 26, tom. II, p. 492) ha tolto dalle
Cronache di Ricobaldo e di Francesco Pipino questo bizzarro avvenimento,
e i pessimi versi che accompagnarono il donativo.

    _Ave decus orbis, ave! Victus tibi destinor, ave!_
    _Currus ab Augusto Frederico Caesare justo._
    _Vae Mediolanum! Jam sentis spernere vanum_
    _Imperii vires, proprias tibi tollere vires._
    _Ergo triumphorum urbs potes memor esse priorum_
    _Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant._

Ecco ora un passo delle _Dissertazioni italiane: Nè si dee tacere che
nell'anno 1727, una copia di esso Carroccio in marmo, dianzi ignoto, si
scoprì nel Campidoglio, presso alle carceri di quel luogo, dove Sisto V
l'avea fatto rinchiudere. Stava esso posto sopra quattro colonne di
marmo fino colla seguente inscrizione_, ec., il soggetto della quale
collimava con quello dell'Inscrizione antica.

[227] Il Muratori narra con imparziale erudizione (_Annal_., t. X, XI,
XII) quanto si riferisce al declinare delle forze e dell'autorità
degl'Imperatori in Italia; e i nostri leggitori potranno raffrontarne i
racconti colla _Storia degli Alemanni_ (tom. III, IV) scritta da
Schmidt, che con quest'Opera si meritò la stima de' proprj concittadini.

[228] _V._ Floro, l. I, c. 11, (traduzione Liguì, edizione Bettoni del
1823, p. 17, 18). Può leggersi con molta soddisfazione questo passo di
Floro che meritò gli elogi di un uomo sommo (_Oeuvres de Montesquieu_,
t. III, p. 634, 635, edizione in 4).

[229] _Ne a feritate Romanorum, sicut fuerant Hostienses, Portuenses,
Tusculanenses, Albanenses, Labicenses, et nuper Tiburtini destruerentur_
(Mattia Paris, p. 757). Questi avvenimenti vengono accennati negli
Annali e nell'Indice del Muratori (vol. XVIII).

[230] _V._ la vivace pittura che ne presenta il P. Labat (_Voyage en
Espagne et en Italie_) dello stato e delle rovine di queste città,
sobborghi, per così dire, di Roma, e quanto egli dice sulle rive del
Tevere, ec. Era egli riseduto lungo tempo in vicinanza di Roma. _V._
anche una descrizione più esatta di questa città che il P. Eschinard
(Roma, 1750, in 8) ha unita alla Carta topografica del Cingolani.

[231] Il Labat (t. III, p. 233) porta un decreto che, prima di questo
risorgimento, era stato emanato dal Governo romano, e nel quale
trovavasi una espressione che feriva crudelmente l'amor proprio e la
povertà de' Tivolesi: _In civitate Tiburtina non vivitur civiliter._

[232] Per assicurarsi questa data, il Muratori ha avuta la saggezza di
ponderare le testimonianze di nove autori, contemporanei alla battaglia.

[233] _V._ Mattia Paris, (p. 345). Il Prelato che comandava una parte
dell'esercito pontifizio, era Pietro di Roche, stato Vescovo di
Winchester trentadue anni. Lo Storico inglese ce lo dipinge, come
guerriero e uomo di Stato (p. 178-399).

[234] _I fatti su i quali l'Autore scorre colla sua solita rapidità,
sono veri pur troppo, ma null'altro proveranno se non se i Papi, ed i
preti in generale, essendo uomini, furono talvolta presi, come gli
altri, da ambizione, da avidità, e da altre passioni, e quindi alcune
volte i partiti loro, pel grande loro potere su gli animi, furono
terribili; l'espressione figurata_ la vigna del Signore, _onde l'Autore
disegna la Chiesa, non era da usarsi, perchè i teologi dicono che la
Chiesa è il corpo mistico, cioè misterioso di Cristo, nel quale
veramente non devono essere le cose anzidette, avendo egli detto a' suoi
seguaci_ pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis; _ma pur troppo la
Storia ecclesiastica e civile è piena di fatti, che mostrano avere i
Cristiani spesse volte dimenticato quelle parole._ (Nota di N. N.)

[235] _Se il volgo riguardava quale idolo il Papa, s'allontanava assai
dal vero cristianesimo e dalla vera idea che devesi avere del Papa._
(Nota di N. N.)

[236] _V._ Mosheim (_Instit. Hist. eccl._, p. 401-403). Lo stesso
Alessandro non rimase per poco vittima di una di queste tumultuose
elezioni; e Innocenzo, il cui merito era dubbioso, fu riconosciuto Papa
soltanto, perchè l'ingegno e il sapere di S. Bernardo fecero piegare a
favore di lui la bilancia. Vedine la _Vita_ e gli scritti.

[237] Il Thomassin (_Discipl. de l'Eglise_, t. I, pag. 1252-1287) ha
discusso con molto senno sopra tutto quanto si riferisce all'origine, ai
titoli, all'importanza, alle preminenze, agli abiti, ec. de' Cardinali,
ma la loro porpora non ha conservato lo stesso splendore. Il sacro
Collegio venne aumentato e determinato al numero di settantadue
individui, onde raffigurasse, sotto l'autorità del Vicario di Gesù
Cristo, il numero de' suoi discepoli.

[238] _V._ la Bolla di Gregorio X (_Approbante sacro Concilio_ nel SESTO
della legge canonica, l. I, t. 6, c. 3) vale a dire nel supplemento alle
Decretali che Bonifazio VIII promulgò a Roma nel 1298, diramandole a
tutte le Università dell'Europa.

[239] L'ingegno del Cardinale di Retz gli dava diritto di dipingere il
Conclave del 1665 al quale assistè (_Mem_. t. IV, p. 15-57). Ma non so
in qual conto debbano tenersi il sapere e la veracità di un anonimo
italiano, la cui Storia (_Conclavi_, in 4, 1667) è stata continuata dopo
il regno di Alessandro VII. La fortuna accidentale dell'Opera offre agli
ambiziosi una lezione non fatta per iscoraggiarli. Per mezzo a un
intricato labirinto si arriva alla cerimonia dell'adorazione, e la
pagina successiva comincia dai funerali del Candidato prescelto.

[240] Le espressioni del Cardinale di Retz sono positive e pittoresche.
«Vi si stette sempre col medesimo rispetto, e colla medesima civiltà,
che vengono osservati ne' gabinetti dei Re; colla stessa gentilezza che
vedeasi adoperata alla Corte di Enrico III; con quella famigliarità che
appartiene ai Collegi, colla modestia addicevole ai noviziati, con
quella carità, almeno in apparenza, che regnar potrebbe in mezzo a
fratelli perfettamente concordi tra loro».

[241] «_Richiesti per bando_ (così si esprime Giovanni Villani)
_senatori di Roma, e 52 del populo, e capitani de' 25, et consoli_
(Consoli?) _e 13 buoni huomini, uno per rione_». Noi non abbiamo
cognizioni bastanti su quella età per determinare qual parte di una tale
costituzione fosse solamente temporanea, e qual altra ordinaria e
permanente. Però, gli antichi statuti di Roma ne porgono in ordine a ciò
qualche debole lume.

[242] Il Villani (l. X, c. 68-71, _in_ Muratori, _Script_. t. XIII, p.
641-645) parla di cotesta legge, narrando l'avvenimento con molto meno
orrore di quello che ne dimostra il prudente Muratori. Coloro che hanno
studiati i tempi barbari de' nostri Annali, avranno anche veduto quanto
le idee, o, a dir meglio, le assurdità della superstizione, sieno
incoerenti e variabili.

[243] _V._ nel primo volume de' Papi d'Avignone la seconda _Vita_
originale di Giovanni XXII (p. 142-145), la confessione dell'Antipapa
(p. 145-152) e le laboriose note del Baluzio (p. 714, 715).

[244] _Romani autem non valentes nec volentes ultra suam celare
cupiditatem, gravissimam contra papam movere caeperunt quaestionem,
exigentes ab eo urgentissime omnina quae subierant per ejus absentiam
damna et jacturas, videlicet in hospitiis locandis, in mercimoniis, in
usuris, in redditibus, in provisionibus, et in aliis modis
innumerabilibus. Quod cum audisset papa, praecordialiter ingenuit, et se
comperiens_ MUSCIPULATUM etc-. (Mattia Paris, p. 757). Circa alla Storia
ordinaria della vita de' Papi, alle loro azioni, alle morti, residenze
in Roma, e allontanamenti, ci contentiamo di accennare ai nostri
leggitori gli Annalisti ecclesiastici, Spondano e Fleury.

[245] Oltre alle Storie generali delle Chiese d'Italia e di Francia,
abbiamo un prezioso Trattato, composto da un Dotto, amico del sig. de
Thou, che ha per titolo _Histoire particulière du grand différent entre
Boniface VIII et Philippe le-Bel, par_ Pierre Dupuis (t. VII, part. II,
p. 61-82); ed è inserito nelle Appendici delle ultime e migliori
edizioni della Storia del Presidente De Thou.

[246] Non è cosa sì facile da comprendersi, se il Labat (t. IV, pag.
53-57) scherzi, o parli sul serio, quando racconta che il paese d'Agnani
si risente tuttavia di questa maledizione di Benedetto XII; e che la
natura, fedele suddita de' Pontefici, vi tarda ciascun anno la maturità
delle biade, degli olivi e delle vigne.

[247] _Se il Labat scriveva di buona fede, egli era grandemente
ingannato dalle sue cieche prevenzioni, e dal fanatismo; e se faceva la
satira della stupida credulità del popolo d'Agnani di quel tempo, avea
ben ragione di farla; ma colle satire non s'istruiscono, ma s'irritano i
popoli; vi vogliono libri ben fatti e scuole._ (Nota di N. N.)

[248] _V._ nella Cronaca di Giovanni Villani (l. VIII, c. 63, 64, 80, in
Muratori, t. XIII) l'imprigionamento di Bonifazio VIII e l'elezione di
Clemente V. I particolari di tale elezione, come quelli di molti
aneddoti, non sono troppo chiari.

[249] Le Vite originali degli otto Papi di Avignone, Clemente V,
Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V,
Gregorio XI e Clemente VII, furono pubblicate da Stefano Baluzio (_Vitae
paparum Avenionensium_, Parisiis, 1693, 2 vol. in 8), con lunghe note e
ben fatte, e con un volume d'atti e documenti. Collo zelo di un uomo
amante della sua patria e di un editore, giustifica, o scusa
pietosamente i caratteri de' suoi concittadini.

[250] Gl'Italiani paragonano Avignone a Babilonia, e chiamano la
migrazione della Santa Sede in quella città _cattività di Babilonia_. La
Prefazione del Baluzio confuta gravemente tali metafore più addicevoli
alla fantasia del Petrarca che alla ragione del Muratori. L'abate di
Sade si va trovando in impaccio tra la sua affezione verso il Petrarca e
l'amore di patria. Osserva modestamente che molti svantaggi locali di
Avignone sono spariti, e che gl'Italiani venuti a stanziarsi colà,
seguendo la Corte de' Pontefici, vi aveano portati que' vizj contro cui
l'estro del Petrarca si è scatenato (t. I, p. 23-28).

[251] Filippo III, re di Francia, cedè nel 1273 la Contea del Venesino
ai Pontefici, dopo avere egli ereditati i dominj del Conte di Tolosa.
Quarant'anni prima, l'eresia del Conte Raimondo avea somministrato un
pretesto agli stessi Papi di impadronirsi di questa Contea; e fin
dall'undicesimo secolo riscoteano diversi diritti d'oscura origine sopra
alcune terre citra Rhodanum (Valois, _Notitia Galliarum_, p. 459-610;
Longuerue, _Déscript. de la France_, t. I, p. 376-381).

[252] Se un possedimento di quattro secoli non tenesse vece di un
diritto, sì fatte obbiezioni basterebbero a rendere nullo il contratto;
ma farebbe sempre di mestieri restituire la somma, perchè fu realmente
pagata. _Civitatem Avenionem emit... per ejusmodi venditionem pecunia
redundantes_, etc. (_Secunda vita Clement. VI_, _in_ Baluzio, t. I, p.
272; Muratori, _Script._, t. III, part. II, p. 565). Giovanna, e il
secondo marito della medesima, furono sedotti dal danaro contante, senza
del quale non avrebbero potuto ritornare nel loro regno di Napoli.

[253] Clemente V fece in una sola volta una promozione di dieci
Cardinali, nove francesi, uno inglese (_Vit. quarta_, pag. 63, Baluzio,
p. 625, etc.). Nel 1331 il Papa ricusò due Prelati raccomandatigli dal
Re di Francia, _quod XX cardinales, de quibus XVII de regno Franciae
originem traxisse noscuntur, in memorato collegio existant_ (Thomassin,
_Discipl. de l'Eglise_, t. I, p. 1281).

[254] Le prime nozioni intorno a ciò, ne vengono dal Cardinale Giacomo
Gaetano (_Maxima Bibl. patrum_, t. 25); sarei imbarazzato a decidere se
il nipote di Bonifazio VIII fosse uno stupido, o un malvagio; le
incertezze sono minori rispetto al carattere dello zio.

[255] _Sanno già le colte persone la condotta di Bonifazio VIII, e
conoscono il di lui carattere; egli fu ed è disapprovato per avere
voluto colle scomuniche sottomettere l'autorità del re di Francia,
Filippo il Bello, nelle cose temporali, e per avere quindi recato molti
mali._ (Nota di N. N.)

[256] _V._ Giovanni Villani (l. VIII, c. 36) nel dodicesimo volume della
Raccolta del Muratori, e il _Chronicon Astense_, nell'undecimo volume
della stessa Raccolta. _Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem accepit,
nam duo clerici, cum rastris_, etc.

[257] Le due Bolle di Bonifazio VIII e di Clemente VI si trovano nel
_Corpus juris canonici_, (_Extravag. commun._, l. V, tit. 9, c. 1, 2).

[258] Gli _Anni e i giubbilei sabbatici_ della legge di Mosè (_Car.
Sigon. de republ. Hebraeorum_, _Opp._, tom. IV, lib. III, c. 14, 15,
pag. 151, 152); la sospensione di ogni specie di cura e lavori, quella
restituzione periodica dei fondi, quell'affrancamento dai debiti e dalla
servitù, ec., offrono una bella idea, ma l'esecuzione ne sarebbe
impossibile in una repubblica non teocratica; e avrei piacere, se mi si
potesse dimostrare che gli Ebrei osservavano di fatto questa rovinosa
festa.

[259] _V._ la Cronaca di Mattia Villani (t. I, c. 56) nel volume
decimoquarto del Muratori, e les _Mém. sur la vie de Pétrarque_ (t. III,
p. 75-89).

[260] Il sig. Chais, Ministro della Comunione protestante all'Aia, ha
trattato profondamente questo argomento nelle sue _Lettres historiques
et dogmatiques sur les Jubilées et les Indulgences_ (Aia, 1751, 3 v. in
12); Opera laboriosa, e che riuscirebbe dilettevole, se l'Autore non
avesse preferito il carattere di teologo polemico a quel di filosofo.

[261] Il Muratori (_Dissert._ 47) cita gli Annali di Firenze, di Padova,
di Genova ec., l'analogia degli altri avvenimenti, la testimonianza di
Ottone di Freysingen (_De Gestis Freder. I_, lib. II, cap. 13) e la
sommessione del Marchese d'Este.

[262] Nell'anno 824 l'Imperatore Lotario I si credè in necessità
d'interrogare il popolo romano per intendere dai singoli individui,
secondo qual legge nazionale intendevano di essere governati.

[263] Il Petrarca inveisce contro questi stranieri, tiranni di Roma, in
una declamazione, o epistola piena di ardite verità, e di assurda
pedanteria, che pretendeva applicare le massime ed anche i pregiudizj
dell'antica Repubblica a Roma, qual trovavasi nel secolo decimoquarto
(_Mem._, t. III, p. 157-169).

[264] Il Pagi (_Critica_, t. IV, p. 435, A. D. 1124, n. 3, 4) racconta
l'origine e le avventure di questa famiglia di ebrei, traendo le sue
testimonianze dal _Cronographus Maurigniacensis_, e da _Arnulphus
Sagiensis de Schismate_ (_in_ Muratori, t. III, part. I, p. 423-432). I
fatti debbono sotto alcuni aspetti esser veri; ma piacerebbemi che
fossero stati narrati freddamente prima di farne un argomento di
rimprovero all'Antipapa.

[265] Il Muratori ha pubblicate due dissertazioni (41 e 42) su i nomi, i
soprannomi e le famiglie d'Italia. La critica ferma e moderata di questo
Storico può forse avere offesi alcuni Nobili che delle favolose loro
genealogie superbiscono. Nondimeno poche once di oro puro vagliono
meglio di molte libbre di metallo grossolano.

[266] Il Cardinale di S. Giorgio, nella sua Storia poetica, o a meglio
dire versificata, della elezione e coronazione di Bonifazio VIII
(Muratori, _Scriptor. Ital._, tom. III, parte I, p. 641, ec.) ne fa
conoscere lo stato di Roma e le famiglie ch'essa racchiudeva all'epoca
di tale coronazione (A. D. 1295):

    _Interea titulis redimiti sanguine et armis_
    _Illustresque viri Romana a stirpe trahentes_
    _Nomen in emeritos tantae virtutis honores_
    _Intulerant sese medios festumque colebant,_
    _Aurata fulgentes toga sociante caterva._
    _Ex ipsis devota domus praestantis ab URSA_
    _Ecclesiae, vultumque gerens demissius altum_
    _Festa COLUMNA Jocis, nec non SABELLIA mitis;_
    _Stephanides senior, COMITES, ANNIBALICA proles,_
    _Praefectusque urbis magnum sine viribus nomen._

                       (l. II, c. 5, 100, p. 647, 648)

Gli antichi statuti di Roma distinguono undici famiglie di Baroni, che
debbono prestare _in consilio communi_, e dinanzi al Senatore, il
giuramento di non concedere asilo nè protezione ai malfattori, agli
esiliati ec., giuramento che poi non osservavano.

[267] Possiam dolerci che i Colonna non abbiano eglino stessi pubblicata
una Storia compiuta e critica della illustre loro famiglia; la quale
idea mi viene suggerita dal Muratori (_Dissert._ 42, t. III, p. 647,
648).

[268] _V._ Pandolfo da Pisa, _in vit. Pascal. II_, _in_ Muratori,
_Script. Ital._, t. III, part. I, p. 335. Questa famiglia possede
tuttavia vasti fondi nella Campagna di Roma; ma ha venduto ai
Rospigliosi il feudo _Colonna_ (Eschinard, p. 358, 359).

[269] _Te longinqua dedit tellus et pascua Rheni_, dice il Petrarca; e
nel 1417 un duca di Gheldria e di Juliers si riconobbe (Lenfant,
_Histoire du Concile de Constance_, t. II, p. 539) discendente degli
antenati di Martino V (Ottone Colonna). Ma il re di Prussia osserva
nelle _Mémoires de Brandebourg_, che ne' suoi stemmi lo scettro è stato
confuso colla Colonna. Per sostenere l'origine romana di questa
famiglia, fu ingegnosamente supposto (_Diario di Monaldeschi_, ne'
_Script. ital._, t. XII, p. 553) che un cugino dell'Imperatore Nerone,
nel fuggir da Roma, andasse ad edificare la città di Magonza.

[270] Non è a questo luogo da tacersi il trionfo romano, o l'ovazione di
Marc'Antonio Colonna, che avea comandate le galee del Papa alla
battaglia di Lepanto (De Thou, _Hist._, l. VII, t. III, p. 55, 56;
Muratori, _Oratio 10, opp._ t. I, p. 180-190).

[271] Muratori, _Annali d'Italia_, t. X, p. 216, 220.

[272] Il grande affetto dimostratosi sempre dal Petrarca alla famiglia
Colonna ha indotto l'abate di Sade a raccogliere molte particolarità
intorno la condizione, in cui si trovavano i Colonna nel secolo
decimoquarto, la persecuzione che soffersero da Bonifazio VIII, il
carattere di Stefano e de' suoi figli, i loro litigi cogli Orsini, etc.
(_Mém. sur Pétrarque_, t. I, pag. 98-110, 146-148, 174-176, 222-230,
275-280). La critica del Sade spesse volte corregge i fatti narrati dal
Villani sopra semplici tradizioni, e gli errori di alcuni moderni meno
esatti. Vengo assicurato che il ramo di Stefano è estinto.

[273] Alessandro III avea promulgati incapaci di possedere alcun
beneficio ecclesiastico tutti i Colonna che parteggiarono per
l'Imperatore Federico I (Villani, l. V, c. 1), e Sisto V abolì l'usanza
di rinovare ogni anno la scomunica emanata contro di essi (_Vit. di
Sisto V_, t. III, pag. 416). Il tradimento, il sacrilegio e l'esilio
sono di frequente la miglior prova di antica nobiltà.

[274]

       — _Vallis te proxima misit_
    _Apenninigenae qua prata virentia sylvae_
    _Spoletana metunt armenta gregesque protervi._

Il Monaldeschi (t. XII, _Script. ital._, pag. 533) attribuisce origine
francese alla casa Orsini. Può essere che in tempi lontanissimi sia
migrata di Francia in Italia.

[275] La Vita di Celestino V, pubblicata in versi dal Cardinale di S.
Giorgio (Murat., t. III, part. I, pag. 613, ec.) contiene il seguente
passo assai chiaro, nè privo di eleganza (l. I, c. 3, p. 203. ec. ).

       — _Genuit quem nobilis Ursae_ (Ursi?)
    _Progenies, romana domus, veterataque magnis_
    _Fascibus in clero, pompasque experta senatus,_
    _Bellorumque manu grandi stipata parentum_
    _Cardineos apices nec non fastigia dudum_
    _Papatus_ iterata _tenens._

Il Muratori (Dissert. 42, t. III) vorrebbe si leggesse _Ursi_, ed
osserva che il primo pontificato di Celestino III, Orsino, era
sconosciuto.

[276] _Filii Ursi, quondam Celestini papae nepotes, de bonis Ecclesiae
romanae ditati_ (_Vit. Innocent. III_, _in_ Muratori, _Script._, t. III,
p. 1). La prodigalità usata da Nicolò III a favore de' suoi parenti
apparisce anche meglio dalle Opere del Villani e del Muratori. Ciò
nonostante gli Orsini avrebbero trattati con disdegno i nipoti di un
Papa moderno.

[277] Il Muratori nella sua _Diss._ 51 sulla Antichità d'Italia, spiega
l'origine delle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini.

[278] Il Petrarca (t. I, p. 222-230) come partigiano de' sentimenti dei
Colonna, ha celebrata una tale vittoria; ma due autori contemporanei,
l'uno di Firenze (Giovanni Villani, lib. X, c. 220), l'altro di Roma
(Lodovico Monaldeschi, p. 533, 534), contraddicono l'opinione del Poeta,
e si mostrano men favorevoli all'armi Colonna.

[279] L'abate di Sade (t. I, _Notes_, p. 61-66) ha applicato il sesto
Sonetto del Petrarca _Spirto Gentil_, ec., a Stefano Colonna il Giovane.

    ORSI, _lupi, leoni, aquile e serpi_
    _Ad una gran marmorea_ COLONNA
    _Fanno noja sovente ed a sè danno_.



CAPITOLO LXX.

      _Carattere del Petrarca e sua coronazione. Libertà e antico
      governo di Roma risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e
      vizj, espulsione e morte di questo tribuno. Partenza dei Papi
      d'Avignone e loro ritorno a Roma. Grande scisma d'Occidente.
      Riunione della Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà
      romana. Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello Stato
      ecclesiastico._


[A. D. 1374]

I moderni non vedono nel Petrarca[280] che il Cantore italiano di Laura
e dell'amore. In questo armonioso Poeta l'Italia ammira, o piuttosto
adora, il padre della sua lirica poesia, e l'entusiasmo o l'ostentazione
del sentimento ne ripetono i canti o per lo meno il nome. Qualunque
essere possa l'opinione di uno straniero, non avendo egli che una
nozione superficiale della lingua italiana, dee starsi in ordine a ciò
al giudizio di una nazione ragguardevole pe' suoi lumi. Nondimeno oso
sperare, o presumo, che gli Italiani non mettano a confronto una serie
di Sonetti e di Elegie d'un andamento sempre uniforme e noioso, co'
sublimi componimenti dei loro epici Poeti, colla originalità selvaggia
del Dante, colle regolari bellezze del Tasso, coll'inesausta varietà
dell'inimitabile Ariosto. Mi vedo anche men atto a giudicare sul merito
dell'amante, ed eccita in me poco interesse una passione metafisica
concetta per una donna tanto vicina al chimerico, che si è dubitato se
vi sia stata[281]; sì feconda[282] che mise al Mondo undici figli
legittimi,[283] mentre il suo spasimato cantava e disacerbava i suoi
amorosi affanni presso alla fontana di Valchiusa[284]. Secondo
l'opinione del Petrarca e quella de' più gravi suoi contemporanei,
questo amore era un peccato, e i versi che lo celebravano un futile
passatempo. Egli dovette ai suoi versi latini e ad alcuni tratti di
filosofia e di eloquenza, scritti nel medesimo idioma, la sua fama, di
cui non tardarono a risonare la Francia e l'Italia: i suoi amici e
discepoli si moltiplicarono in ciascuna città; e comunque il grosso
volume delle sue Opere[285] or dorma in pace, dobbiamo nondimeno encomj
e gratitudine all'uomo che coll'esempio e coi precetti fece rivivere il
gusto e lo studio degli autori del Secolo d'oro. Il Petrarca aspirò dai
suoi primi anni alla corona poetica; e dopo avere ottenuti nelle tre
facoltà gli onori accademici, ei ricevè anche il grado supremo di
maestro, o dottore in poesia[286]. Il titolo di Poeta laureato
mantenutosi costantemente, piuttosto per consuetudine che per effetto di
vanità alla Corte d'Inghilterra[287] venne inventato dai Cesari della
Germania. Nelle provoche di musica dell'Antichità[288], il vincitore
otteneva un premio; credeasi che Virgilio e Orazio fossero stati
coronati nel Campidoglio; idea che accese la fantasia del Petrarca;
fattosi sospiroso di ottenere gli onori medesimi[289], oltrechè il
lauro[290] avea per lui un nuovo vezzo venutogli della somiglianza col
nome di Laura. Il lauro, e Laura, fattisi scopo degli ardenti suoi voti,
crebbero di pregio ai suoi occhi per la difficoltà di ottenerli; ma se
la virtù, o la prudenza di Laura rendettero questa inesorabile[291], il
Petrarca vinse almeno la ninfa della poesia, e potè vantarsi del primo
trionfo. La vanità di questo Poeta non fu per vero delicatissima, poichè
ad assicurarsi meglio l'adempimento delle sue brame, celebrò da sè
medesimo le proprie fatiche e il buon esito delle medesime; popolare era
divenuto il suo nome, i suoi amici s'adoperavano fervorosamente per lui,
onde superò finalmente, colla destrezza dell'uom di merito che sa
ostentare rassegnazione, le opposizioni pubbliche, o segrete della
gelosia, o del pregiudizio. Aveva trentasei anni, quando fu sollecitato
di accettare ciò che egli ardentemente agognava; e trovavasi nella sua
solitudine di Valchiusa nel giorno in cui ricevette questo solenne
invito per parte del Senato di Roma; ed altro simile ne ricevè
dall'Università di Parigi. Certamente non era attributo nè della
dottrina di una scuola di teologia, nè della ignoranza di una città
abbandonata al disordine, il concedere questa Corona immortale, benchè
ideale soltanto, che decretano al genio gli omaggi del pubblico e della
posterità; ma tal molesta considerazione il Petrarca dal suo animo
allontanò. Dopo alcuni momenti d'incertezza e di gioia si risolvè per
gli onori che la Metropoli del Mondo offerivagli.

[A. D. 1341]

La cerimonia della coronazione[292] fu celebrata in Campidoglio sotto
gli auspizj di quel supremo Magistrato della Repubblica che del Petrarca
era ad un tempo il protettore e l'amico. Vi comparvero dodici giovani
patrizj in abito di colore scarlatto, e sei rappresentanti delle
primarie famiglie vestiti di verde, che portavano ghirlande di fiori.
Appena il Senatore, Conte di Anguillara, collegato coi Colonna, si fu
collocato sul trono, facendogli corteggio molti Principi e Nobili, il
Petrarca venne chiamato da un araldo, e surse in piede. Dopo avere
recitato un discorso sopra un testo di Virgilio e messi voti
triplicatamente per la prosperità di Roma, s'inginocchiò innanzi al
trono, d'onde il Senatore, ponendogli la Corona sul capo, pronunciò
questi pochi detti ben più preziosi di essa: «Tale è la ricompensa del
merito». Il popolo esclamò: «Lunga vita al Campidoglio e al Poeta!» Il
Petrarca recitando un sonetto a gloria di Roma, fece sfarzo del suo
ingegno poetico e d'un animo che sentiva la gratitudine. Trasferitosi il
corteggio al Vaticano, Petrarca prostrandosi al Reliquiario di S.
Pietro, si tolse dal capo la profana corona poc'anzi ottenuta. Il
diploma[293] che venne porto al Petrarca, gli concedea il titolo e i
privilegi di Poeta laureato dismessi d'uso da tredici secoli,
conferendogli facoltà di portare a suo grado una corona d'alloro, o
d'edera, o di mirto, di vestire l'abito di poeta, d'insegnare,
disputare, interpretare, comporre in qualunque luogo, e sopra qualunque
argomento di letteratura. Tal grazia gli ratificarono il Senato ed il
popolo, insignendolo in oltre del carattere di cittadino di Roma,
siccome premio allo zelo che per la gloria di cotesta città avea
dimostrato; onore d'alto riguardo e da esso ben meritato. Avendo egli
attinte negli scritti di Cicerone e di Tito Livio le idee di quegli
egregi cittadini vissuti ne' bei tempi della Repubblica, coll'opera di
sua ardente immaginazione, arricchivale del calore del sentimento, e
ogni sentimento si trasformava in passione. La vista de' Sette Colli e
delle maestose loro rovine invigorì queste vivaci impressioni. Prese ad
amar sempre più una nazione che dopo averlo coronato, per proprio figlio
adottavalo; gratissimo figlio che si mosse a pietà e ad indignazione
all'aspetto della povertà e dell'invilimento di Roma; dissimulando i
falli de' suoi novelli concittadini, applaudiva con entusiasmo agli
ultimi eroi e alle ultime matrone della Repubblica; e trasportato dalle
ricordanze del passato, e acceso di speranze sull'avvenire, cercava di
velar fino a sè stesso l'obbrobrio de' tempi nei quali vivea. Roma agli
occhi suoi era sempre la padrona legittima dell'Universo; il Papa e
l'Imperatore, l'uno il Vescovo, l'altro il Generale di Roma, aveano
abbandonato il loro posto facendosi lecita una ignominiosa ritirata
sulle rive del Rodano e del Danubio; ma la Repubblica, rivestendo le
antiche virtù, potea ricuperare l'antica libertà e l'antico dominio.
Intantochè, giuoco dell'entusiasmo e della propria eloquenza[294], si
abbandonava coll'animo alle luminose chimere che n'erano figlie, una
vicissitudine politica, che parve pronta ad avverarsi, venne a rendere
attoniti il Petrarca, l'Italia e l'Europa. Imprendo ora a ragionare
dell'innalzamento e della caduta del tribuno Rienzi[295]. L'argomento è
importante; i materiali in gran numero, e le contemplazioni animate di
un bardo, fatto fervoroso del patriottismo[296], ravviveranno il
racconto, copioso di circostanze, ma semplice, del Fiorentino[297] e
soprattutto del Romano[298] che questa parte di Storia hanno trattata.

In un rione della città abitato solamente da artigiani e da ebrei, il
maritaggio di un ostiere con una lavandaia diede vita al liberatore di
Roma[299]. Nicola Rienzi Gabrini non potea ricevere da tali genitori nè
dignità, nè ricchezze; ma eglino s'imposero sagrifizj per procurargli
una liberale educazione, da cui riconobbe e la sua gloria e l'immatura
sua morte. Questo giovane plebeo che studiò la storia e l'eloquenza
negli scritti di Cicerone, di Seneca, di Tito Livio, di Cesare e di
Valerio Massimo, sollevossi per ingegno al di sopra degli eguali e dei
contemporanei. Con ardore instancabile interpretava i manoscritti, e le
iscrizioni degli antichi marmi, e dilettandosi di traslatarli nella
lingua volgare del suo paese, spesse volte si lasciava trasportar sì che
esclamava: «Ove sono oggidì que' Romani, ove le loro virtù, la loro
giustizia e possanza? Perchè non nacqui io in tempi più felici?[300]».
Dovendo la Repubblica inviare alla Corte di Avignone un'ambasceria
composta di tre Ordini dello Stato, Rienzi per suo ingegno ed eloquenza
fu nominato fra i tredici Deputati de' Comuni. Colà ebbe l'onore di
arringare Papa Clemente VI, e il diletto di conversare col Petrarca,
ingegno che a quel di Cola si confaceva; ma la povertà e l'umiliazione
impacciavano le sue mire ambiziose, onde il patriotta romano vedeasi
costretto a vestire un sol abito e a vivere delle elemosine dello
spedale. Fosse per giustizia che si volle rendere al merito del
medesimo, o aura temporanea di fortuna, si tolse finalmente da quello
stato di abbiezione, ottenendo l'impiego di notaio appostolico, d'onde
gli derivarono e uno stipendio giornaliero di cinque fiorini d'oro, e
più estese ed onorevoli corrispondenze, e la facilità di esporre a
pubblico confronto l'illibatezza delle sue parole e delle sue azioni,
co' vizj che allor dominavano nello Stato. La sua eloquenza rapida e
persuasiva facea grande impressione sulla moltitudine, ognor propensa
all'invidia e alla censura. Mortogli un fratello per mano d'assassini,
l'impunità di costoro l'infiammò di nuovo ardore, in un tempo in cui era
impossibile scusare, o esagerare i disordini pubblici. Sbandite vedeansi
dall'interno di Roma l'integrità e la giustizia, che pur d'ogni civile
società sono lo scopo. Molti cittadini[301], i quali si sarebbero forse
rassegnati agli aggravj che li ferivano soltanto nelle persone, o negli
averi, mossi dalla gelosia, ingenita soprattutto ne' Romani, sentivano
più d'ogni ingiuria il disdoro bene spesso arrecato al pudore delle lor
donne; erano oppressi parimente dall'arroganza dei superbi Nobili e
dalla prevaricazione de' Magistrati corrotti; e, giusta gli emblemi
allegorici, per più riprese, e in diverse fogge comparsi sopra certe
pitture che il Rienzi esponeva a pubblica vista nelle strade e nelle
chiese, la sola differenza tra i cani e i serpenti consisteva in ciò che
i primi abusavano dell'armi, delle leggi, i secondi. Intanto che la
folla attratta dalla curiosità di questi quadri, stavasi contemplandoli,
l'oratore pien d'ardimento, e sempre apparecchiato, ne svolgeva il
senso, ne applicava la satira, accendea le passioni degli spettatori, e
lasciava tralucere una lontana speranza di conforto e di liberazione. I
privilegi di Roma, la sovranità di essa, eterna su i proprj Principi e
le proprie province, erano, in pubblico e in privato, l'argomento de'
suoi discorsi. Un monumento di servitù divenne fra le sue mani un titolo
di libertà, uno sprone a ricuperarla; intendo il decreto col quale il
Senato concedea amplissime prerogative all'Imperator Vespasiano, inciso
sopra una tavola di bronzo, che vedeasi tuttavia nel coro della chiesa
di S. Giovanni di Laterano[302]. Il Rienzi convocò, per udire la lettura
di un tale decreto, molto numero di plebei e di Nobili, ad accogliere i
quali avea fatto preparare un chiuso recinto. Egli vi comparve vestito
d'un abito in cui scorgeasi la magnificenza e ad un tempo non so che di
mistero; dopo letta e tradotta in volgar lingua questa iscrizione[303],
ne fece il comento diffondendosi con fervida eloquenza sull'antica
gloria del Senato e del popolo, dai quali ogni specie di poter legittimo
derivava. L'indolente ignoranza de' Nobili non permettea loro
d'accorgersi ove andassero a ferire queste singolari rimostranze; alcune
volte per vero dire, maltrattarono con parole, e sin con percosse, il
plebeo che voleva assumere le parti di riformatore; ma spesse volte
ancora gli lasciarono la libertà d'intertenere colle sue minacce e
predizioni i cittadini che attorno al palazzo Colonna assembravansi; e
il moderno Bruto[304] sotto la maschera di pazzo buffone si nascondea.
Mentre così comportava di essere scopo alle lor decisioni, la
restaurazione del _Buono Stato_, sua espressione prediletta, compariva a
mano a mano al popolo un avvenimento desiderabile, poi possibile, e per
ultimo imminente: così preparati gli animi de' plebei ad applaudire al
liberatore che veniva loro promesso, vi fu tra essi chi ebbe il coraggio
di secondarlo.

[A. D. 1374]

Una profezia, o piuttosto una intimazione affissa alla porta del tempio
di S. Giorgio, fu la prima spiegazione pubblica de' suoi disegni;
un'assemblea di cento cittadini, convenuti di notte tempo sul monte
Aventino, fu il primo passo verso l'esecuzione di questi disegni. Dopo
avere preteso dai cospiratori un giuramento di mantenere il segreto e di
aiutarlo, mostrò loro l'importanza dell'impresa e la facilità di
condurla a termine: discordi fra loro i Nobili, privi di soccorsi, forti
soltanto pel timore che l'immaginaria loro possanza inspirava; congiunti
nel popolo il diritto e il potere; bastanti le rendite della Camera
Appostolica ad alleggerire la miseria pubblica; l'utile che lo stesso
Pontefice avrebbe trovato nel vederli trionfare de' nemici del governo e
della libertà. Dopo avere assicurato alla manifestazione delle sue
intenzioni l'appoggio di una banda di fedeli partigiani, ordinò loro, a
suon di tromba, di essere, senz'armi, nella notte della domane, innanzi
alla chiesa di S. Angelo per provvedere alla restaurazione del _Buono
Stato_; fu questa notte impiegata nel far celebrare trenta Messe ad
onore dello Spirito Santo. Allo schiarire del giorno uscì della chiesa
col capo scoperto, armato di tutto punto, e fiancheggiato da cento
cospiratori. Il Vicario del Pontefice, semplice Vescovo di Orvieto,
indotto a sostenere una parte in questa singolare cerimonia, camminava
alla destra del Rienzi, dinanzi al quale venivano portati tre stendardi,
emblemi dei disegni de' congiurati. L'un d'essi stendardi, detto la
_bandiera della Libertà_, rappresentava Roma, che, seduta sopra due
lioni, tenea in una mano una palma, nell'altra un globo; sul secondo
stendardo, _bandiera della Giustizia_, vedeasi S. Paolo colla spada
sguainata; sul terzo, S. Pietro colle chiavi della _Concordia_ e della
_Pace_. Incoraggiavano il Rienzi gli applausi d'una innumerabile folla
che intendea poco il significato di tutto questo apparecchio, ma datasi
cionnullameno a grandi speranze: la processione si condusse lentamente
dal Castel Sant'Angelo al Campidoglio. Nondimeno alcuni interni moti che
il Rienzi si sforzava nascondere, non permetteano all'animo suo di darsi
con piena tranquillità al sentimento del suo trionfo. Asceso, senza
incontrare ostacoli e con apparente fiducia, sulla rocca della
Repubblica, dall'alto del balcone arringò il popolo, che ne confermò gli
atti e le leggi nel modo per lui il più lusinghiero. I Nobili, come se
stati fossero sforniti di armi, e inabili a prendere verun partito,
rimasero spettatori costernati e silenziosi di questa stravagante
sommossa, per la quale era stato ad arte scelto il momento, in cui
Stefano Colonna, il più formidabile di tutti i Nobili, dimorava fuori di
Roma. Al primo sentore delle accadute cose, vi ritornò, e standosi nel
suo palagio, ostentò di sprezzare questo movimento popolare, facendo
noto al Deputato del Rienzi, che a proprio bell'agio avrebbe fatto
gettar giù dalle finestre del Campidoglio il pazzo, dal quale
quell'ambasceria gli veniva. Immantinente sonò a stormo la grande
campana; e fu tanto rapida la sollevazione, e tanto incalzante il
pericolo, che Stefano Colonna raggiunse a precipizio il sobborgo S.
Lorenzo, d'onde, dopo avere preso fiato un istante, si allontanò, sempre
colla medesima sollecitudine, fintantochè si vedesse in sicuro nel suo
Castello di Palestrina, ove in appresso rampognò sè medesimo di poca
antiveggenza, per non avere spenta la prima scintilla di un sì
formidabile incendio. Dal Campidoglio emanò una intimazione generale e
perentoria a tutti i Nobili, perchè si ritirassero tranquillamente ne'
loro dominj; questi obbedirono, e la loro partenza assicurò la
tranquillità di Roma, che sol cittadini liberi, ed obbedienti al nuovo
ordine di cose, omai racchiudea.

Ma una sommessione volontaria coi primi trasporti dell'entusiasmo
dileguasi, onde il Rienzi conobbe quanto gli rilevasse giustificare la
sua usurpazione col darle forme regolari, e mediante un titolo legale
sancirla. Dipendea dalla sua volontà che il popolo grato, ed ebbro del
riacquistato uso del potere, accumulasse sopra di lui i titoli di
Senatore e di Console, d'Imperatore e di Re; ma preferì l'antico e
modesto nome di tribuno; sacro titolo del quale la protezione delle
Comuni formava l'essenza: quell'ignorante plebe poi non sapea che il
tribunato non avea mai conferito il diritto di partecipare al potere
legislativo, o esecutivo della Repubblica. Col nome pertanto di tribuno,
il Rienzi, acconsentendo i Romani, pubblicò salutarissimi regolamenti
per la restaurazione e il mantenimento del _Buono Stato_. Conforme ai
voti della onestà e della inesperienza, fu promulgata una legge per
terminare entro quindici giorni tutte le cause civili. La frequenza in
que' giorni degli spergiuri, e i gravi danni che ne derivavano,
giustificano forse un'altra legge che puniva il calunniatore, o il
testimonio falso, colla medesima pena cui sarebbe soggiaciuto, se
colpevole, l'accusato. Il legislatore può vedersi costretto dai
disordinamenti politici del tempo a percotere con pena capitale tutti
gli omicidj, a prescrivere il taglione per qualsisia ingiuria. Non
essendovi da sperare una buona amministrazione della giustizia che dopo
avere abolita la tirannide de' Nobili, fu stabilito, che niuno, eccetto
il supremo Magistrato, non avrebbe il possesso, o il comando delle
porte, de' ponti, o delle torri dello Stato; che niun presidio
particolare verrebbe introdotto nelle città o castella del territorio
romano; che niun privato avrebbe il dritto di portar armi, o di
fortificar la sua casa, nè in città, nè in campagna; che i Baroni
sarebbero eglino stessi mallevadori della sicurezza delle pubbliche
strade, e dello spaccio libero delle derrate; che ogni protezione
conceduta ai malfattori ed ai ladri verrebbe punita con una menda di
mille marchi d'argento. Inutili però e ridicoli sarebbero stati questi
regolamenti, se non gli avesse sostenuti una forza capace di tenere a
freno la licenza de' Nobili. Al primo momento di sospetto, la campana
del Campidoglio potea mettere in armi più di ventimila volontarj; ma il
tribuno e le leggi abbisognavano d'una forza più regolare e più stabile.
In ciascun porto della costa, venne collocato un naviglio incaricato di
proteggere il commercio. I tredici rioni della città somministrarono,
vestirono, e pagarono a proprie spese una milizia permanente di
trecensessanta uomini a cavallo, e di mille trecento fantaccini; e già
si ravvisa lo spirito delle repubbliche nel donativo di cento fiorini,
assegnato con decreto, come testimonianza dì pubblica gratitudine agli
eredi de' militari che pel servigio dello Stato avessero perduta la
vita. Senza timore di comparire sacrilego, il Rienzi adoperò le rendite
della Camera Appostolica alla pubblica difesa, alla istituzione di
pubblici granai, al sollievo delle vedove, degli orfani, e de' conventi
poveri. L'imposta sui fuochi, l'altra sul sale, e l'altra sulle dogane,
produceano ciascuna centomila fiorini annuali[305]; gli è forza credere
che gli abusi fossero giunti al massimo eccesso, se, come vien detto, la
giudiziosa assegnatezza del tribuno triplicò, in quattro, o cinque mesi,
la rendita della tassa sul sale. Dopo avere così riordinate le forze e
le rendite della Repubblica, il Rienzi intimò ai Nobili, che ne'
solitarj loro castelli continuavano tuttavia a godere independenza, di
trasferirsi al Campidoglio, per prestare ivi giuramento di fedeltà al
nuovo Governo, e di sommessione alle leggi del _Buono Stato_. Temettero
questi per la loro sicurezza, ma ben sentendo che un rifiuto sarebbe
stato anche più pericoloso dell'obbedienza, i Principi, e i Baroni
ritornarono a Roma, e come semplici e pacifici cittadini rientrarono
nelle proprie case. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, e i Frangipani si
videro confusi dinanzi al tribunal d'un plebeo, di quel vil buffone che
aveano sì spesse volte deriso, alla quale umiliazione aggiugneasi la
rabbia di dover celare, senza averne la forza, l'interno dispetto. Egual
giuramento fu pronunziato a mano a mano dalle diverse classi della
società, dal Clero e dagli agiati cittadini, dai giudici e dai notai,
dai mercanti e dagli artigiani. L'ardore e la sincerità delle giurate
cose, vie più manifestavasi a proporzione dell'avvicinarsi alle ultimi
classi. Tutti giurarono di vivere e di morire in seno della Repubblica e
della Chiesa, l'interesse della quale il Tribuno ebbe l'arte di
collegare al proprio, chiamando per formalità suo collega nella carica
il Vescovo d'Orvieto, Vicario del Papa. Gloriavasi il Rienzi di avere
liberati il trono e il Patrimonio di S. Pietro da un'aristocrazia di
ribelli, e Clemente VI, rallegrandosi per allora di vedere depressi i
Nobili, mostrava di credere alle manifestazioni d'affetto che gli
venivano per parte del Riformatore, di averne per accetti i servigi e di
confermare la podestà che il popolo gli avea conferita. Un intensissimo
zelo per la purezza della Fede animava le parole, e forse il cuore del
Rienzi; lasciò credere accortamente che lo Spirito Santo lo avesse
incaricato di una missione soprannaturale, condannò a gravi multe
pecuniarie coloro che non adempirebbero il dovere annuale della
Confessione e della Comunione, si diede con opera indefessa e vigorosa a
mantenere la felicità spirituale e temporale del fedele suo popolo[306].

Non si è forse mostrata giammai con tanto vigore la forza del carattere
di un sol uomo, come nel subitaneo cambiamento politico, benchè
passeggiero, che il tribuno Rienzi operò. Egli sottomise un covazzo di
banditti alla disciplina d'un esercito, o d'un convento; paziente
nell'ascoltare, pronto nel render giustizia, inesorabile nelle
punizioni. Facilmente poteano avvicinarsi a lui il povero e lo
straniero. Nè la nascita, nè le dignità, nè le immunità della Chiesa
valevano a salvare un reo, o i complici del reo. Aboliti in Roma gli
edifizj privilegiati, e tutti quegli asili che impacciavano ne' loro
atti gli ufiziali della giustizia, adoperò il ferro e il legno de'
distrutti cancelli alle fortificazioni del Campidoglio. Il vecchio padre
dei Colonna, che avea nel proprio palagio dato asilo a un colpevole,
soggiacque al duplice obbrobrio di averlo voluto salvare e di fare
scorgere la sua impotenza. In vicinanza di Capranica erano stati rubati
un mulo e un vaso d'olio. Il Signor del Cantone, che apparteneva alla
famiglia Orsini, fu condannato a pagare il valore del mulo e dell'olio,
ed inoltre un'ammenda di cinquecento fiorini, per non avere mantenuta
ben difesa la strada; nè la persona de' Baroni, meglio delle lor case o
terre, sottraevasi al rigor delle leggi. O fosse caso, o il facesse ad
arte, Rienzi usava eguale severità ai Capi delle opposte fazioni. Pietro
Agapito Colonna, stato Senatore di Roma, fu arrestato in mezzo alla
strada per un'ingiustizia commessa, o per debiti; e Martino degli Orsini
che ad altri atti di violenza e rapina aggiunse quello di predare un
naviglio naufragato alla foce del Tevere, dovette riparare colla sua
morte l'oltraggio fatto alla pubblica giustizia[307]. Nè il nome di lui,
nè la porpora di due zii Cardinali, nè un maritaggio di recente
contratto, nè lo stato di convalescenza, in cui trovavasi dopo una
mortale infermità, furono circostanze atte a smovere l'inflessibile
Tribuno, che volendo dare un esempio, avea scelta già la sua vittima. I
pubblici ufiziali strapparono dal suo palagio e dal suo letto nuziale
Martino; breve ne fu il processo, e fuor d'ogni dubbio apparve
l'evidenza dei commessi delitti; la squilla del Campidoglio adunò il
popolo; il reo, spogliato del suo manto, ginocchione, e colle mani
legate dietro la schiena, ascoltò la sua sentenza di morte; poscia,
concedutigli brevi momenti per confessarsi, venne condotto al patibolo.
D'indi in poi, qualunque reo, perdendo ogni speranza di evitare il
castigo, quanti eranvi scellerati, partigiani del disordine e oziosi,
purificarono colla loro fuga i recinti e il territorio di Roma. «Allora,
dice il Fortifiocca, le foreste si allegrarono per non essere più dai
masnadieri infestate; i buoi ripigliarono i lavori dell'agricoltura; i
pellegrini tornarono a visitare le chiese; le strade maestre e i
pubblici alberghi si empierono di viaggiatori; il commercio,
l'abbondanza, la buona fede ricomparvero ne' mercati, talchè una borsa
piena di oro poteasi lasciar con sicurezza in mezzo ad una strada la più
frequentata». Quando i sudditi non hanno motivo di temere per le proprie
vite e sostanze l'industria e le ricchezze che la compensano, risorgono
ben tosto di per sè stesse. Roma si manteneva sempre le Metropoli del
Mondo cristiano, e gli stranieri che dalla felice amministrazione del
Tribuno erano stati protetti, ne magnificavano per ogni dove la fortuna
e la gloria.

Incoraggiato dal buon successo de' primi divisamenti, il Rienzi concepì
un'idea anche più vasta, ma forse chimerica di per sè stessa; quella di
unire i diversi Stati dell'Italia, fossero principati, o città libere,
in una Repubblica federale, in cui Roma tenesse, come altre volte, e
giustamente, il primo grado. Non meno eloquente negli scritti che ne'
discorsi, incaricò di numerose sue lettere diversi messaggieri fedeli e
solleciti, che portando in mano un bianco bastone, attraversavano i
boschi e le montagne, e venivano, anche presso i paesi nemici,
riguardati com'uomini insigniti del sacro carattere di ambasciatori.
Fosse adulazione, o verità, raccontarono, tornando dal loro viaggio, di
aver trovati gli orli delle strade piene di prostrate turbe, che
imploravano al loro cammino un buon successo dal Cielo. Se le passioni
fossero state capaci di ascoltar la ragione, se l'interesse pubblico
avesse potuto trionfare del privato, certamente l'Italia confederata e
retta da un Tribunale supremo, si sarebbe riavuta dai mali che le sue
discordie intestine le aveano apportati, e avrebbe chiuse le Alpi ai
Barbari del Settentrione. Ma l'epoca favorevole ad una tale unione era
trascorsa; e se Venezia, Firenze, Siena, Perugia, e alcune città di
minor ordine offersero al _Buono Stato_ la vita e le sostanze de' lor
cittadini, i tiranni della Lombardia e della Toscana non poteano che
disprezzare, o abborrire il plebeo che era pervenuto a fondare una
libera costituzione. Però le risposte che vennero e dalle une e dalle
altri parti d'Italia, abbondavano di manifestazioni di amicizia e di
riguardo al Tribuno. Nè andò guari che il Rienzi ricevè gli ambasciatori
dei Principi e delle Repubbliche, e in mezzo a tanto concorso di
stranieri, e con tutti quelli coi quali o per affari, o per piacere
conversò il notaio plebeo, seppe mantenere il contegno or maestoso, or
nobilmente affabile che ad un Sovrano si addice[308]. L'istante più
glorioso del suo regno si fu allor quando Luigi, Re d'Ungheria, invocò
la giustizia del Tribuno contro la cognata, Giovanna, Regina di Napoli,
accusata di aver commesso al capestro il marito[309]. Il processo di
questa Sovrana venne solennemente a Roma agitato; ma dopo avere uditi
gli avvocati d'ambe le parti[310], il Rienzi ebbe il senno di differire
ad altro tempo la decisione di un sì alto affare, che la spada
dell'Ungarese non tardò poi a conchiudere. Oltre le Alpi, e soprattutto
ad Avignone, questo grande cambiamento di cose eccitò curiosità,
sorpresa ed applausi. Rammentando che il Petrarca era vissuto in
intrinsechezza col Rienzi, e lo avea fors'anche confortato co' suoi
consigli, non troveremo cosa maravigliosa, se gli scritti pubblicati dal
Poeta in que' giorni spirano per ogni dove ardore di patriottismo e di
gioia; il rispetto ch'egli professava al Pontefice, la gratitudine che
doveva ai Colonna, sparvero a fronte de' più sacri obblighi di
cittadino. Il Poeta laureato del Campidoglio approva la sommossa, ne
applaudisce l'Eroe, e in mezzo ad alcuni suggerimenti, e ad alcune paure
che trapelano nella sua _Epistola hortatoria_, annunzia alla Repubblica
belle speranze di una grandezza eterna, e sempre più luminosa[311].

Intantochè il Petrarca alle sue visioni profetiche si abbandonava,
rapidamente declinavano la fama e il poter del suo Eroe. Il popolo che
avea contemplata ammirando l'ascensione della meteora, incominciava ad
accorgersi delle irregolarità che essa dava a diveder nel cammino, e
delle ombre che spesse volte ne oscuravano lo splendore. Più eloquente
che giudizioso, più intraprendente che risoluto, il Rienzi non
assoggettava, quanto avrebbe dovuto, le facoltà della sua mente
all'impero della ragione, ed esagerava sempre in proporzione decupla a
sè medesimo e gli argomenti della speranza e que' del timore; onde la
prudenza che non avrebbe di per sè sola bastato ad innalzarlo a sì alto
grado, non si prese cura di mantenervelo. Giunto all'apice della
grandezza, le sue buone qualità presero insensibilmente l'indole di que'
vizj che confinano con ciascuna virtù.

La giustizia di lui tralignò in crudeltà, la liberalità in profusione,
il desiderio di fama in ostentazione e vanità puerile. Egli avrebbe
dovuto non ignorare che i primi Tribuni, tanto forti e sacri nella
pubblica opinione, non diversi nel tuono, nelle vesti, nel contegno da
un qualunque altro plebeo, da questo si distinguevano solo allora, che
adempiendo gli atti del proprio ufizio, trascorreano la città a piedi,
accompagnati da un solo _viator_, o sergente[312]. Si sarebbero sdegnati
i Gracchi, o forse non avrebbero frenate le risa in veggendo il lor
successore attribuirsi i predicati di SEVERO E MISERICORDIOSO,
LIBERATORE DI ROMA, DIFENSORE DELL'ITALIA[313], AMICO DEL GENERE UMANO,
DELLA LIBERTÀ', DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA; TRIBUNO AUGUSTO. Con un
apparecchio teatrale il Rienzi avea preparato il cambiamento politico
della sua patria; ma di poi, abbandonatosi al lusso e all'orgoglio,
abusò della politica massima che consiglia di parlare ad un tempo agli
occhi e all'animo della moltitudine. Avea ricevuti tutti i doni esterni
dalla natura[314]; ma l'intemperanza col farlo divenire troppo pingue,
lo sformò; sol con una gravità e severità ostentate correggea in
pubblico la sua propensione al riso smodato. Vestiva, almeno ne' giorni
di gala, un abito di velluto, o di raso di varj colori, foderato di
pelliccia e ricamato d'oro: il bastone della sua magistratura che tenea
in mano, era uno scettro d'acciaio tratto ad estrema pulitura,
sormontato da un globo e da una Croce d'oro, che racchiudeva un pezzetto
della vera Croce. Allorchè trascorrea la città, od assisteva ad una
processione, cavalcava un bianco palafreno, simbolo del Governo regio;
gli sventolava sopra la testa il grande stendardo della Repubblica, su
di cui erano dipinti il Sole in mezzo ad un campo di stelle, una colomba
e un ramo d'olivo; gettava alla plebe piastre d'oro e d'argento;
cinquanta guardie armate di labarde lo circondavano; lo precedea uno
squadrone di cavalleria fornito di timballi e di trombe d'argento
massiccio.

[A. D. 1347]

Il desiderio che manifestò di ottenere il grado di Cavaliere[315] diede
solennità all'abbiezione de' suoi natali, e invilì la dignità del suo
ufizio; oltrechè, col farsi armar cavaliere, divenne ad un tempo odioso
ai Nobili, fra i quali prendeva sede, e ai plebei che da lui si vedevano
abbandonati. Per una tal cerimonia, che dissipò le somme che rimaneano
nell'erario, fu posto in opera tutto quanto il lusso e le arti di quella
età potevano somministrare. Partitosi dal Campidoglio il corteggio, si
trasferì al palagio di Laterano, trovando per tutto il cammino e
decorazioni, e giuochi che ne festeggiavano il passaggio; l'Ordine
civile e il militare marciavano, ciascuno, sotto le proprie bandiere; le
matrone romane accompagnavano la moglie del Tribuno, e gli Ambasciatori
de' diversi Stati dell'Italia, presenti alla cerimonia, dovettero
certamente applaudire in pubblico, e deridere in loro cuore, una pompa
tanto nuova e bizzarra. Giunto la sera alla Chiesa e al palagio di
Costantino, congedò, ringraziandola la numerosa sua comitiva, e la
invitò per la festa della domane. Ricevette l'Ordine dello Spirito Santo
da un vecchio Cavaliere dopo la purificazione nel bagno. Nel compiere
questa cerimonia, più che con ogn'altro suo atto, il Tribuno disgustò e
venne in ira ai Romani per essersi valso dal vaso di porfido, d'onde,
giusta una ridicola tradizione, Costantino avea per opera del Pontefice
Silvestro ricevuto il risanamento dalla lebbra che lo affliggea[316].
Osò indi vegliare, o piuttosto dormire, nel recinto sacro del
battistero; ed un caso fortuito avendo fatto cadere il suo letto
solenne, venne tratto da ciò il presagio della sua vicina caduta. Nel
seguente giorno, allorchè i Fedeli si adunavano per le cerimonie del
culto, si mostrò alla folla in maestoso atteggiamento, vestito di
porpora, colla spada e cogli speroni d'oro. Giuntane ad estremo grado la
stoltezza e l'audacia, interruppe i Santi Misteri, alzandosi dal trono,
e fatti alcuni passi verso l'Assemblea, ad alta voce gridò. «Noi
intimiamo al Pontefice Clemente di comparire al nostro Tribunale; gli
comandiamo di risedere nella sua diocesi di Roma; la stessa intimazione
di presentarsi dinanzi a noi volgiamo al Collegio de' Cardinali[317], e
ai due pretendenti Carlo e Lodovico di Baviera, che si arrogano i titoli
d'Imperatori; ordiniamo parimente a tutti gli Elettori dell'Alemagna che
c'instruiscano con qual pretesto hanno usurpato il diritto inalienabile
del popolo romano, solo, antico e legittimo Sovrano dell'Impero[318]».
Sguainò indi la sua spada, vergine ancora, l'agitò per tre riprese verso
le tre parti del Mondo, e nel delirio che lo avea preso, per tre volte
esclamò: «E ciò ancor mi appartiene». Il Vescovo di Orvieto, Vicario del
Papa, voleva adoperarsi ad arrestare il corso di tutte queste pazzie; ma
una musica guerresca soffocava le sue deboli proteste; nè osò
autenticarle col togliersi dall'Assemblea; ma anzi terminata la
cerimonia, pranzò col suo collega Rienzi ad una tavola, fino a quel dì
riservata pel solo Pontefice. Fu apparecchiato un banchetto sullo stile
delle mense di cui un giorno i Cesari soleano presentare i Romani. Gli
appartamenti, i portici, i cortili del palagio di Laterano vedeansi
tutti ingombrati da tavole per gli uomini e per le donne di ogni grado:
un torrente di vino sgorgava dalle narici del cavallo di bronzo che
portava la statua del fondatore di Costantinopoli, e se d'alcuna cosa
difettava quel convito, difettava sol d'acqua: le cure presesi per il
buon ordine e la paura tennero in freno la popolare licenza. Venne indi
assegnato il giorno per l'incoronazione di Rienzi[319]. I più
ragguardevoli personaggi del Clero romano gli posero, l'un dopo l'altro,
sul capo sette corone di differenti metalli, che rappresentavano i Sette
Doni dello Spirito Santo: in tal guisa s'avvisava il Rienzi di seguir
l'esempio degli antichi tribuni! Spettacoli così straordinarj
ingannavano, o lusingavano il popolo, che nella soddisfatta vanità del
suo Capo credea soddisfatta la propria. Ma poichè anche nella vita
privata, si stolse dalle leggi della frugalità e dell'astinenza, i
plebei che sopportato aveano con pazienza il fasto de' Nobili, quello
del loro eguale mal tollerarono. La moglie, il figlio, lo zio del
Rienzi, barbiere di professione, serbando nondimeno ignobili modi,
aveano aperte case da Principi.

Così un semplice cittadino descrive in tuono compassionevole, e forse
con qualche compiacenza, l'umiliazione dei Baroni di Roma: «Comparivano
innanzi al Tribuno col capo scoperto, e colle braccia incrocicchiate sul
petto, e cogli occhi bassi; e oh come tremavano![320]». Fintantochè il
Rienzi contenne unicamente col freno della giustizia la popolazione,
fintantochè le sue leggi parvero essere quelle del popolo romano, la
coscienza costringeva i Nobili ad apprezzare quell'uomo, che detestavano
per orgoglio e per interesse; ma quando le stranezze del Tribuno fecero
sì ch'essi aggiugnessero all'odio il disprezzo, concepirono la speranza
di abbattere un potere, che non era più con egual vigore dalla
confidenza pubblica sostenuto. La comune sventura ridusse per qualche
tempo al silenzio la nimistà dei Colonna e degli Orsini, che si unirono
co' loro voti contra il Rienzi, e forse combinarono insieme i
divisamenti per perderlo. Venne in questo mezzo arrestato un masnadiere
che aveva attentato contro la vita del Tribuno; e, posto alla tortura,
accusò i Nobili, come suoi instigatori. Dacchè il Rienzi incominciò a
meritarsi il destino de' tiranni, ne prese parimente le massime e le
paure. Nello stesso giorno per tanto chiamò, sotto diversi pretesti al
Campidoglio, i suoi principali nemici, tra i quali si noveravano cinque
individui della famiglia Orsini, e tre della Colonna; ma in vece di
trovarsi invitati ad un consiglio, o ad una festa, si videro tenuti
prigionieri sotto la spada del dispotismo, o della giustizia; onde, o
innocenti, o colpevoli, il timore per loro dovette essere eguale. Lo
squillo della maggiore campana avendo adunato il popolo, vennero
accusati di una cospirazione contro la vita del Tribuno; e benchè vi
fosse fra i Romani chi deplorava la sciagura dei prigionieri, un solo
non ardì di sollevare una mano, nemmeno una voce, per sottrarre al
pericolo che le minacciava le teste dei primi Nobili di Roma. La
disperazione sosteneva in essi l'apparenza del coraggio; eglino
trascorsero fra le angosce in separate stanze la notte, e il venerabile
Eroe dei Colonna, Stefano, picchiando alla porta del suo carcere,
supplicò per più riprese le sentinelle perchè con una sollecita morte da
sì indegna schiavitù il liberassero. L'arrivo di un confessore e il
tintinnìo di una campana finalmente fecero ad essi manifesto il loro
destino. Il salone del Campidoglio, preparato all'uopo del sanguinoso
spettacolo, vedeasi tappezzato a rosso e a bianco. Cupa e severa
mostravasi la fisonomia del Tribuno; stavano apparecchiati colle scuri
in mano i carnefici; lo strepito delle trombe soffocava gli accenti che
i Baroni condannati avrebbero voluto volgere ai circostanti; ma in un
momento sì decisivo, lo stesso Rienzi non era men perplesso ed inquieto
de' suoi prigionieri: temea lo splendore dei loro nomi, il risentimento
delle famiglie, l'incostanza del popolo, i rimproveri dell'Universo;
laonde, dopo avere arrecato ad essi mortale oltraggio, potè entrare in
lui la speranza chimerica, che, perdonando, avrebbe ottenuto a sua volta
perdono; e pronunziò un'elaborata diceria assumendo il tuono di
cristiano e di supplichevole; chiamando sè umile ministro dei Corpi
comunali, si fece ad intercedere da questi suoi padroni la grazia de'
Nobili rei, offerendo la propria fede ed autorità, quali mallevadori
della buona condotta che tenuta avrebbero per l'avvenire. «Se la
clemenza de' Romani vi fa grazia, così volse ad essi il discorso, non è
egli vero che promettete di consagrare la vostra vita e le vostre
sostanze alla difesa del _Buono Stato_?». Soprappresi i Baroni da questa
inesplicabil clemenza, risposero con una inchinazione di capo, e
intantochè rinovavano il giuramento di fedeltà, giusta ogni credere,
formavano voti sincerissimi di vendetta[321]. Un sacerdote promulgò a
nome del popolo l'assoluzione loro; poi ricevettero il Pane Eucaristico
in compagnia del Tribuno; indi, dopo avere assistito ad un banchetto,
seguirono la processione; e per tal modo essendo stati adoperati senza
risparmio tutti i contrassegni spirituali e temporali di
riconciliazione, tornarono alle case loro insigniti de' nuovi titoli di
Generali, consoli e patrizj.

La ricordanza del pericolo corso, più che la gratitudine per la loro
liberazione, tennero per alcune settimane cheti gli Orsini e i Colonna;
ma finalmente i più poderosi di entrambe le famiglie, usciti di Roma,
innalzarono a Marino lo stendardo della sommossa. Riparate
affrettatamente le mura di questo castello, i vassalli si trasferirono
presso i loro Signori; chiunque, condannato in contumacia, non potea
sperare la protezion delle leggi, si armò contro il Magistrato; per
tutta la strada che conduce da Marino a Roma, venivano rubate le
mandrie, devastati i vigneti e i campi di biada; e il popolo accusava
Rienzi di quelle calamità che il governo di Rienzi gli avea fatto
dimenticare. Cotest'uomo, il quale faceva assai miglior comparsa dalla
tribuna che sul campo di battaglia, andò lento nelle provvisioni per
arrestare i ribelli, e quando cominciò a decretarne, questi aveano già
raccolti molti soldati e rendute inespugnabili le loro Fortezze. La
lettura di Tito Livio non avea conferito a Rienzi nè il sapere, nè il
valore di un Generale: ventimila Romani si videro costretti a tornar
addietro, privi di buon successo e di gloria, dall'assalto del castel di
Marino; il Tribuno intanto teneva a bada la sua vendetta or con pitture
che mostravano i nemici col capo volto, ora annegando allegoricamente
due cani; fossero almeno stati due orsi, giacchè egli intendeva di
alludere agli Orsini. Con ciò convincendo sempre più della sua
incapacità i ribelli, questi mandarono avanti con maggior vigore le loro
fazioni. Sostenuti in segreto da un grosso numero di cittadini, si
accinsero all'opera d'introdursi, fosse a viva forza, o per sorpresa,
entro Roma, conducendo seco quattromila fantaccini, e mille seicento
uomini a cavallo. Custodita accuratamente era la città; la campana a
stormo sonò tutta la notte. Le porte furono a vicenda guardate con
grande sollecitudine, ed aperte con incredibile audacia. Pur, dopo
qualche titubazione, gli armati esterni credettero opportuna cosa il
ritirarsi; e già le due prime divisioni di questo esercito si
allontanavano, allor che i Nobili del retroguardo, vedendo libero
l'ingresso di Roma, da un imprudente valore si lasciarono trasportare.
Felici nel successo di una prima scaramuccia, furono indi oppressi dal
numero de' Romani e senza remissione trucidati. Quivi perì Stefano
Colonna il Giovane, dal quale il Petrarca aspettava la restaurazione
dell'Italia. Prima di Stefano erano già caduti sotto il ferro nemico e
Giovanni, giovanetto che porgea grandi speranze, e Pietro, che dovette
augurarsi la tranquillità e gli onori della Chiesa, l'un figlio, l'altro
fratello, e un nipote di Stefano, e due bastardi della famiglia Colonna;
e il numero di sette, _le sette corone dello Spirito Santo_, chiamavale
Rienzi, fu compiuto dalle mortali angosce di un inconsolabil padre, del
vecchio Capo della Casa Colonna, che sopravvisse alla speranza e alle
sciagure della sua gente. Il Tribuno, per animare vie più le sue truppe,
immaginò un'apparizione e una profezia di S. Martino e di Bonifazio
VIII[323]. Nell'inseguire almeno i nimici, Rienzi dimostrò un coraggio
da eroe, dimenticando peraltro la massima degli antichi Romani che
abborrivano i trionfi nelle civili guerre ottenuti. Asceso il
Campidoglio, depose sull'altare la corona e lo scettro, millantando, nè
privo affatto di fondamento era un tal vanto, di aver troncata
un'orecchia, che troncar non poterono nè il Papa, nè l'Imperatore[324].
Ricusando, per sentimenti di bassa e implacabil vendetta, ai morti gli
onori della sepoltura, i corpi dei Colonna, ch'ei minacciava esporre
alla pubblica vista in un con quelli de' malfattori più abbietti,
vennero nascostamente sotterrati dalle religiose di lor famiglia[325].
Il popolo entrando a parte del cordoglio di queste pie vergini, e
pentitosi del proprio furore, detestò l'indecente gioia di Rienzi che
andò a visitare il luogo ove quelle illustri vittime avean ricevuta la
morte. Su quel terreno medesimo concedè al proprio figlio gli onori
della cavalleria: ciascun de' Cavalieri della sua guardia percosse con
lieve colpo il giovane neofito, e qui si stette tutta la cerimonia;
l'abluzione del novizzo, ridicola quanto inumana, fu fatta entro uno
stagno ancor tinto del sangue dei Nobili di Roma[326].

[A. D. 1437]

Un lieve indugio avrebbe salvati i Colonna; un mese dopo il suo trionfo,
il Rienzi venne scacciato da Roma. Imbriacato dalle sue vittorie, perdè
quelle poche virtù civili che gli rimanevano ancora, e le perdè senza
essersi acquistata la fama di un abile guerriero. Sorse contro di lui
una fazione ardita e vigorosa entro il recinto stesso di Roma, e quando,
in pubblica assemblea[327], pose i partiti per creare una nuova imposta
e per dar norme al governo di Perugia, trentanove Membri l'opinione di
lui combattettero. Si volle accusarli di perfidia e di corruzione, ma
respingendo questi l'accusa, e obbligando ad operare la forza per
iscacciarli di lì, gli dimostrarono che se la ciurmaglia lo sosteneva
ancora sul trono, disertato aveano dalla sua causa i più rispettabili
cittadini di Roma. Il Papa e i Cardinali, non mai lasciatisi abbagliare
dalle vane proteste del Rienzi, erano giustamente offesi dalla sua
insolente condotta; onde la Corte d'Avignone mandò in Italia un
Cardinale Legato, il quale, dopo una inutile negoziazione e due
parlamenti col Rienzi, lanciò una Bolla di scomunica che spogliava il
Tribuno del suo ufizio, qualificandolo co' nomi di ribelle, di sacrilego
e di eretico[328]. I pochi Baroni che allor rimanevano si trovavano
ridotti alla necessità di obbedire; l'interesse e la vendetta in quel
momento li legarono al servigio della Chiesa; ma rammentando la morte
tragica del Colonna, abbandonarono ad un uom di ventura il rischio e la
gloria del cambiamento che si tentava. Giovanni Pepino, Conte di
Minorbino nel Regno di Napoli[329], o per veri delitti, o per le sue
ricchezze era stato condannato ad un perpetuo carcere; e il Petrarca che
aveva sollecitato per la liberazione del prigioniero, contribuì
indirettamente, e senza volerlo, alla perdita dell'amico. Con
cencinquanta soldati introdottosi destramente in Roma il Minorbino, si
trincerò entro il rione dei Colonna, e pervenne senza fatica a termine
di una impresa che era stata giudicata impossibile. Dal primo istante di
pubblico sospetto, la campana del Campidoglio non interruppe il suo
tintinnìo; ma in vece di accorrere a questo così noto segnale, il popolo
si tenne silenzioso e tranquillo, onde il pusillanime Tribuno, versando
lagrime all'aspetto della pubblica ingratitudine, rassegnò il Governo e
abbandonò il palagio di Stato.

[A. D. 1347-1354]

Il Conte Pepino senza l'uopo di sguainare la spada, restaurò la Chiesa e
l'aristocrazia; si nominarono tre Senatori, primo de' quali fu il
Legato, gli altri vennero scelti nelle famiglie rivali dei Colonna e
degli Orsini. Abolite tutte le instituzioni del Tribuno, ne fu
proscritta la testa. Nondimeno il nome di lui pareva tuttavia sì
formidabile, che i Baroni stettero perplessi tre giorni prima di farsi
coraggio ad entrare in città. Il Rienzi si trattenne più d'un mese nel
Castel S. Angelo, d'onde tranquillamente si ritirò dopo essersi
adoperato indarno a ridestare il coraggio e l'antica affezione de'
Romani. Dileguatasi la lor chimera d'impero e di libertà, mostraronsi
tanto inviliti, che sarebbero stati pronti ad abbandonarsi di proprio
grado alla servitù, purchè tranquilla e ben regolata. Appena
accorgendosi che l'autorità de' nuovi Senatori derivava ad essi dalla
Santa Sede, non vedeano, che per riformare la Repubblica, quattro
Cardinali avevano ricevuta una podestà da dittatori. Roma fu una seconda
volta agitata per le sanguinose querele de' Baroni, che si abborrivano
l'un l'altro, e disprezzavano le Comuni. Le lor Fortezze e nelle città e
nelle campagne vennero rialzate, e di nuovo ancor demolite: e i
tranquilli cittadini somigliavano, dice lo Storico fiorentino, ad un
gregge di pecore, che i rapaci lupi divoransi. Ma quando finalmente
l'orgoglio e l'avarizia de' Nobili ebbero stancata la pazienza de'
Romani, una Confraternita della Beata Vergine protesse, e vendicò la
Repubblica. Sonò a stormo la campana del Campidoglio; i Nobili armati
tremarono innanzi ad una moltitudine d'inermi cittadini; il Colonna, uno
di que' Senatori, ebbe a ventura di salvarsi, scalando una finestra del
palagio; il suo collega Orsini morì lapidato a pie dell'Altare. Due
plebei, Cerroni e Baroncelli, tennero successivamente il pericoloso
ufizio di Tribuni. La mansuetudine del Cerroni rendendolo poco atto a
sostenere un sì grave peso, dopo alcuni deboli sforzi si ritirò con una
fama incontaminata, e con un onesto patrimonio, a godere pel rimanente
della sua vita le delizie de' campi. Il Baroncelli, privo di eloquenza e
di sublimità d'ingegno, per fermezza d'animo si segnalò. Tenendo però
discorsi patriottici, correa sulle tracce dei tiranni; ogni sospetto che
costui concepiva fruttava morte a chi ne era lo scopo, e a lui parimente
fruttarono morte le sue crudeltà. In mezzo a tanti pubblici disastri, i
falli del Rienzi vennero dimenticati, e i Romani si augurarono la pace e
la prosperità del _Buono Stato_[330].

Dopo un esilio di sette anni, il primo liberatore di Roma venne alla sua
patria restituito. Salvatosi dal Castel Sant'Angelo, sotto panni di
frate, o di pellegrino, corse ad implorare l'amicizia del Re d'Ungheria
che in Napoli allora regnava; nè avea intanto mancato di eccitare
l'ambizione di tutti i venturieri coraggiosi, ne' quali a mano a mano
scontrossi; era anche tornato a Roma, confuso tra la folla de'
pellegrini del Giubbileo; indi nascostosi fra gli eremiti
dell'Appennino, avea poscia errato per le città dell'Italia,
dell'Alemagna e della Boemia. Niun lo vedea, ma il suo nome inspirava
ancora terrore; e le angosce in cui stavasi la Corte di Avignone,
provano il merito personale di cotest'uomo, o giovano fors'anche a
supporlo maggiore che nol fosse di fatto. Uno straniero che aveva
ottenuta udienza da Carlo IV, ebbe il coraggio di manifestarsi per il
Tribuno della romana Repubblica, e fece attonita un'Assemblea di
Ambasciatori e di Principi coll'eloquenza di un patriotta, colle narrate
visioni profetiche, coll'annunzio della prossima caduta dei tiranni e
del Regno dello Spirito Santo[331]; ma di qualunque genere si fossero le
speranze che confortarono il Rienzi a manifestarsi, certamente altro non
si guadagnò che di essere custodito qual prigioniero; nondimeno sostenne
il suo carattere d'independenza e di dignità, mostrando di secondare,
come per propria scelta, l'ordine espresso del Pontefice che ad Avignone
il volea. Se la mala condotta tenuta da esso nel tribunato aveva
allontanato da lui l'animo del Petrarca, la sventura dell'amico presente
riaccese la fervida sollecitudine del Poeta, che si dolse acerbamente,
perchè il liberatore di Roma venisse in tal modo dall'Imperatore di Roma
consegnato al Vescovo di Roma. Il Rienzi fu condotto lentamente, ma con
sicura scorta, da Praga ad Avignone, ove fece il suo ingresso a guisa di
un malfattore; condotto in carcere, vi fu incatenato per una gamba; e
quattro Cardinali ricevettero l'ordine di esaminarlo su i delitti di
eresia e di ribellione, de' quali veniva accusato. Ma il processo e la
condanna del Rienzi avrebbero chiamata l'attenzione pubblica sopra tali
argomenti, che prudente cosa era di lasciare sotto il vel del mistero;
la supremazia temporale de' Papi, il dovere della residenza in Roma, i
privilegi civili ed ecclesiastici del Clero e del popolo romano. Il
Pontefice regnante in allora, ben meritevole del nome suo di _Clemente_,
sentì compassione per le sventure, stima per la grandezza d'animo del
prigioniero; e crede inoltre il Petrarca ch'ei rispettasse in quest'uomo
straordinario il nome e il sacro carattere di Poeta[332]. Divenuta più
mite la prigionia del Rienzi, gli vennero conceduti libri; sicchè in
Tito Livio e nella Bibbia che studiò assiduamente cercò la cagione e il
conforto nelle proprie sventure.

[A. D. 1354]

Solamente sotto il Pontificato d'Innocenzo VI, il Rienzi potè sperare
libertà e risorgimento, essendo la Corte di Avignone venuta in sentenza,
che codest'uomo, altra volta sì fortunato nel ribellare, fosse quanto vi
volea in quel momento per acchetare e tor di mezzo l'anarchia della
Metropoli. Dopo avere la ridetta Corte obbligato il Rienzi a prometterle
fedeltà, lo spedì in Italia col titolo di Senatore; ma la morte del
Baroncelli in quel punto sopravvenuta, rendè per poco inutile la
missione; che anzi il Legato, Cardinale Albornoz[333], uom versatissimo
nella politica, gli permise a contraggenio e senza somministrargli
soccorsi, di continuare in tale impresa piena di rischio. Ciò nondimeno
il Rienzi fu accolto sulle prime con quanto favore uom poteva augurarsi;
si ebbe per una pubblica festa il dì del suo ingresso; nè tardò colla
facondia del dire e colla prevalenza che tuttavia possedea a far
risorgere le leggi del _Buono Stato_; ma i vizj, così di lui come del
popolo, ben presto coprirono di nubi un'aurora sì bella. Oh quante volte
in Campidoglio ha dovuto augurarsi la prigionia di Avignone! Dopo
un'amministrazione di quattro mesi, morì trucidato in una sommossa, che
i Baroni romani avevano suscitata. Nel conversare, dicesi cogli Alemanni
e co' Boemi, ne abbracciò i costumi d'intemperanza e di crudeltà; le
sciagure ne aveano snervato l'entusiasmo senza invigorirne la virtù, o
la ragione; a quelle vivaci speranze della verde età, stategli un dì
presagio e certezza di buon successo, era in lui succeduta la fredda
inerzia della diffidenza e della disperazione. Tribuno, avea regnato con
un potere assoluto, ma sancito dalla scelta e dall'amor dei Romani.
Senatore, i cittadini non vedeano in esso che il servile strumento di
una Corte straniera, e intantochè a questi si rendeva sospetto, il
Principe lo abbandonò. L'Albornoz, in cui parea sola intenzione di
perderlo, si mantenne inflessibile nel negargli qualunque soccorso
d'uomini, o di danari. Rienzi, suddito, non osava più metter mano nelle
rendite della Camera Appostolica; e il primo sentor che diede di mettere
imposte, fu segnale di clamori e di sedizione. Nemmeno nell'adempire gli
atti della giustizia, evitò i rimproveri, per lo meno, d'uom crudele, e
spinto da personali considerazioni; sagrificò alla propria diffidenza
uno fra i più virtuosi cittadini di Roma; e allorquando fece eseguire la
sentenza di morte pronunziata contro un assassino da strada, che in
altri tempi gli avea somministrati danari, parve che il Magistrato o
troppo si dimenticasse, o troppo si ricordasse delle obbligazioni del
debitore[334]. Una guerra civile che ridusse a stremo il suo erario,
stancò finalmente la pazienza de' cittadini; mentre i Colonna, rinchiusi
nel lor Castello di Palestrina, non si stavano dal commettere ostilità,
i mercenarj del Rienzi incominciarono ad avere a vile un Capo che
mostravasi geloso fin d'ogni merito secondario. Quest'uomo offerse,
durante l'intera sua vita, un miscuglio bizzarro di eroismo e di viltà.
Nell'atto che una furiosa moltitudine assaliva il Campidoglio, e gli
ufiziali civili, e militari del Rienzi lo abbandonavano, in quel momento
il Senatore, intrepido, ebbe il coraggio di afferrare la bandiera della
libertà, e di mostrarsi al verone, d'onde pronunziò eloquentissima
aringa, a fine di commovere gli animi dei Romani, e farli convinti che
alla propria caduta quella si unirebbe della Repubblica. Ma le
imprecazioni e una grandine di sassi interruppe il suo dire; un dardo
gli trapassò una mano, dal quale istante si diede in preda ad
abbiettissima disperazione; e immerso nel pianto, fuggendo nel più
occulto angolo del suo palagio, nè ivi ancora credendosi sicuro, si
calò, col ministero d'un lenzuolo, in un cortile ove guardavano le
finestre del suo ultimo asilo, divenutogli carcere. Abbandonato da
qualsivoglia speranza, rimase ivi assediato fino alla sera, e
sintantochè le porte del Campidoglio fossero state distrutte dal fuoco,
e atterrate a colpi di azza. Il Senatore tentò fuggire sotto panni di
plebeo, ma ben presto riconosciuto, venne tratto sul gran terrazzo del
palagio, teatro fatale delle sue sentenze e delle loro esecuzioni. Privo
di voce e di moto, ignudo per metà, e quasi morto, rimase così un'ora in
mezzo alla moltitudine, di cui però erasi calmata la rabbia, fecendo
luogo alla curiosità e alla maraviglia; un estremo sentimento di
rispetto e di compassione parlava ancora negli animi a favore del
misero, e forse avrebbe vinto sull'odio, se un assassino più risoluto
degli altri non s'affrettava a piantargli un pugnale nel cuore. Il
Rienzi spirò in quel medesimo istante; il corpo di lui trapassato da
mille colpi (ultimo sfogo della rabbia dei suoi nemici) venne
abbandonato pastura ai cani, e gli avanzi ne furono abbruciati. I
posteri porranno in bilancia, le virtù e i vizj di quest'uomo
straordinario; ma in un lungo periodo di anarchia e di servitù, spesse
volte il Rienzi è stato celebrato coi nomi di liberatore della sua
patria e d'ultimo cittadino romano[335].

[A. D. 1355]

Il primo e il più ardente fra i desiderj del Petrarca sarebbe stato la
restaurazione di una libera Repubblica; ma dopo l'esilio e la morte del
suo eroe plebeo, tornò a volger lo sguardo al Re dei Romani. Il
Campidoglio fumava ancora del sangue di Rienzi, allorchè Carlo IV,
scendea l'Alpi per farsi coronare Imperatore e Re d'Italia. Ricevè a
Milano la visita del Poeta, del quale contraccambiò con illusioni
l'adulazione; e accettò da esso una medaglia d'Augusto, promettendogli,
senza sorridere, che avrebbe imitato il fondatore della Monarchia
romana. Le speranze del Petrarca sempre deluse derivavano da una falsa
applicazione dei nomi e delle massime dell'Antichità. Pure avrebbe
dovuto accorgersi come i caratteri e i tempi non fossero ancora i
medesimi, e quanto incommensurabile differenza disgiungesse il primo de'
Cesari da un Principe boemo innalzato dal favore del Clero al grado di
Capo titolare della germanica aristocrazia. Lungi ch'ei pensasse a
restituire a Roma l'antica gloria e le antiche province, Carlo avea,
mercè d'una segreta negoziazione, promesso al Papa di uscir di Roma il
dì medesimo che verrebbe coronato; onde nella sua non gloriosa ritratta
lo accompagnarono le rampogne del patriotta Poeta[336].

Il Petrarca che avea perduta ogni speranza del risorgimento della
libertà e dell'Impero, a meno sublimi voti si limitò, accingendosi a
riconciliare il Pastore col gregge, e a ricondurre nella sua antica e
vera diocesi il Vescovo di Roma. Nè il suo zelo in ordine a ciò fu mai
veduto affievolirsi; e nel fervore della gioventù, e quando ebbe
acquistata la prevalenza degli anni, non si stette dal volgere
successivamente a cinque Pontefici le sue esortazioni, e l'eloquenza del
medesimo era dal sentimento, e dalla franchezza di una nobile libertà,
sempre animata[337]: figlio di un cittadino di Firenze, preferì in ogni
istante il paese che gli avea data la vita a quello cui la propria
educazione dovea; l'Italia agli occhi del Petrarca fu mai sempre la
regina delle nazioni e il giardino del Mondo. Certamente, ad onta delle
sue fazioni domestiche, essa avea progredito nell'arti e nelle scienze,
nella ricchezza e nella civiltà più della Francia; ma non fu poi tale
fra lo stato delle due nazioni la differenza, che ne venisse un diritto
al Petrarca di qualificare, siccome barbare, tutte le genti poste di là
dall'Alpi. Intanto che facea segno all'odio suo ed ai disprezzi
Avignone, la mistica Babilonia, ricettacolo secondo lui di tutti i vizj
e d'ogni genere di corruttela, dimenticava, che questi scandalosi vizj
non erano produzione indigena del suolo di Francia, ma venuti in
compagnia del potere e del lusso della Corte dei Papi. Egli confessa per
vero che il successore di S. Pietro è il Vescovo della Chiesa
universale; ma soggiunge che l'Appostolo, non sulle rive del Rodano, ma
su quelle del Tevere avea posta la sua residenza, nè può comportare, che
mentre tutte le città del Mondo cristiano s'allegravano della presenza
del loro Vescovo, la sola Metropoli rimanesse solitaria e deserta. Dopo
la traslocazione della Santa Sede, i sacri edifizj di Laterano, del
Vaticano, i loro altari, i lor Santi languivano inviliti ed ignudi; e
come se l'offrire il ritratto d'una moglie vecchia, piangente e oppressa
dalle infermità e dalla vecchiezza, agli occhi di un volubil marito
fosse modo opportuno a ricondurglielo fra le braccia, il Petrarca solea
dipingere Roma sotto la figura di una desolata matrona[338]; ma la
presenza del Sovrano legittimo dovea dissipare le nubi che coprivano i
Sette Colli; un'eterna gloria, la prosperità di Roma, la pace
dell'Italia sarebbero state la ricompensa di quel Pontefice che avesse
osato formare questa generosa risoluzione. Di cinque Papi, ai quali osò
volgere tali conforti il Petrarca, i tre primi, Giovanni XXII, Benedetto
XII e Clemente VI, o se ne presero spasso, o fors'anche se ne
annoiarono; ma finalmente Urbano V tentò un sì memorabile cambiamento,
che da Gregorio XI fu messo a termine. Questi due Pontefici incontrarono
ostacoli pressochè insuperabili all'adempimento di un simil disegno. Un
Re di Francia, che meritò il soprannome di Saggio, non volea sciogliere
i Papi dalla soggezione in cui teneali l'obbligo di soggiornare nel
centro del territorio francese; nativi di questa contrada erano la
maggior parte de' Cardinali, affezionati alla lingua, ai costumi e al
clima d'Avignone, ai magnifici loro palagi e soprattutto al vin di
Borgogna. Riguardavano l'Italia, come un paese straniero e nemico; onde
quando s'imbarcarono a Marsiglia, il fecero con tal ripugnanza, come se
fossero stati banditi, o venduti in Terra infedele. Urbano V visse per
tre anni in sicurezza e in modo onorevole nei Vaticano; vide protetta la
propria dignità da una guardia di duemila uomini a cavallo, e ricevette
quivi le congratulazioni del Re di Cipro, della Regina di Napoli, e
degl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente; ma ben tosto la gioia del
Petrarca e degl'Italiani fece luogo al dolore e allo sdegno. Mosso da
motivi di pubblica o di privata utilità, dai desiderj o proprj, o dei
Cardinali, Urbano tornò in Francia, e la vicinissima elezione del suo
successore vedeasi sciolta dalla tirannide patriottica de' Romani. Però
le Potenze celestiali in soccorso di questi si adoperarono; una santa
pellegrina, Brigida di Svezia, che disapprovava la partenza di Urbano,
gli predisse la morte. Santa Catterina da Siena, la sposa di Gesù Cristo
e la messaggera de' Fiorentini, eccitò Gregorio XI a ritornare a Roma; e
parve che gli stessi Pontefici, questi grandi fautori dell'umana
credulità[339], fossero persuasi delle visioni di una tal donna[340].
Non è però da tacersi che particolari ragioni autenticavano sì fatti
avvisi del Cielo. Una banda di scorridori nemici entrati in Avignone
aveano arrecato oltraggio alla Santa Sede; l'intrepido Capo che la
conducea, pretese dal Vicario di Gesù Cristo e dal Sacro Collegio il
pagamento di un riscatto, ed assoluzione ad un tempo; la qual massima
de' guerrieri francesi che risparmiavano il popolo e spogliavano le
chiese, era una nuova eresia pericolosissima per le sue
conseguenze[341]. Intantochè questi motivi consigliavano il Pontefice ad
abbandonare Avignone, Roma ne sollecitava ardentemente il ritorno. Il
Senato ed il popolo lo riconosceano qual legittimo loro Sovrano, gli
offerivano le chiavi delle porte, de' ponti e delle Fortezze, almeno in
quanto spetta al rione transteverino[342]; ma protestavano in uno di non
poter più sopportare lo scandalo della sua lontananza e i disastri che
ne derivavano, nè nascondeano che, quando egli si fosse ostinato a
rimanere sulle sponde del Rodano, si sarebbero veduti alla necessità di
richiamare in vigore e sostenere l'antico loro diritto di elezione. Già
era stato chiesto all'Abate di Monte Cassino che godea tanta rinomanza e
presso il popolo e presso il Clero, se avrebbe accettata la tiara[343];
e il venerabile Ecclesiastico[344], aveva risposto: «Son cittadino di
Roma, e il mio primo dovere è quello di obbedire alla voce del mio
paese»[345].

[A. D. 1378]

Se la superstizione fosse competente ad indagare le cagioni delle morti
immature[346], se gli eventi dessero norma a giudicare il merito delle
azioni, dovrebbe credersi che l'espediente preso dalla Corte Pontificia,
tanto ragionevole e provvido di per sè stesso, fosse stato una
disobbedienza ai voleri del Cielo. Gregorio XI morì quattordici mesi
dopo il suo ritorno al Vaticano, e venne dietro a tal morte il grande
scisma che per oltre a quarant'anni tenne divisa la Chiesa. Composto in
quel tempo di ventidue Cardinali il Sacro Collegio, sei di questi erano
rimasti ad Avignone; undici Francesi, uno Spagnuolo, e quattro Italiani,
entrarono, seguendo le ordinarie forme, in Conclave, ed essendovi ancora
la legge che prescrive di scegliere il Papa fra i Cardinali, venne, con
unanimità di voti, acclamato Sommo Pontefice l'Arcivescovo di Bari,
suddito del Regno di Napoli, e uomo ragguardevole per zelo e sapere, che
assunse il nome di Urbano VI. La lettera del Sacro Collegio ne attesta
libera e regolare l'elezione, ed inspirato, come d'ordinario, dallo
Spirito Santo il Corpo degli Elettori. Effettuatasi nel consueto modo la
cerimonia dell'adorazione, dell'investitura e della coronazione, Roma e
Avignone obbedirono alla potestà temporale di Urbano VI, alla supremazia
ecclesiastica del medesimo, il Mondo latino. Per più settimane
continuarono i Cardinali ad assembrarsi intorno di lui, largheggiandogli
delle più vive proteste di affezione e di fedeltà. Ma non appena i
calori della state diedero a questi un pretesto convenevole per partirsi
da Roma, ad Anagni e a Fondi si congregarono; ove con sicurezza, e
gettata la maschera, rendettero solenne la lor doppiezza ed ipocrisia.
Scomunicato l'_Anticristo_ di Roma, così allora chiamarono Urbano,
procedettero ad una nuova scelta, il cui favore cadde sopra Roberto da
Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e venne annunziato dal Sacro
Concistoro alle genti, come il Vicario legittimo di Gesù Cristo.
Chiarirono forzata, illegale, nulla di diritto, e dettata dalle minacce
de' Romani e dal timor della morte la prima elezione; querela però che
da alcune circostanze verisimili sembra giustificata. I dodici Cardinali
francesi, unendo in sè oltre a due terzi de' suffragi ed essendo quindi
padroni della elezione, non par presumibile, qualunque fosse la natura
delle intestine loro dissensioni, che avessero liberamente sagrificati i
proprj interessi e diritti a favore di uno straniero, la cui nomina
dovea rendere certo e perpetuo l'allontanamento loro dalla patria. I
racconti diversi, ed anche contraddittorj de' contemporanei[347], quali
più, quali meno, confermano il sospetto di una popolare violenza.
Proclivi per natura alla licenza e alla sedizione i Romani, a queste
aggiugneano allora uno stimolo la coscienza de' loro diritti, e la paura
di un'altra migrazione. Trentamila ribelli, dicesi, che assediavano il
Conclave, colle loro minacce lo intimorirono; le campane di S. Pietro e
del Campidoglio sonarono a stormo. «La morte, o un Papa italiano» era il
grido universale. I dodici vessilliferi, o Capi de' rioni, in modo di
caritatevole avviso, lo ripetevano; si fecero alcuni apparecchi per
arder vivi i Cardinali refrattarj, e vedeasi grande probabilità, che se
la tiara fosse stata conferita ad un Francese, niun di questi uscisse
vivo dal Vaticano. Nè fu men forzata, continua a dirsi, la loro
dissimulazione durante alcune settimane che trascorsero dopo il
Conclave. Ma l'orgoglio e la crudeltà di Urbano li minacciava di
pericoli anche maggiori, nè tardarono a conoscere quanto pesasse questo
tiranno, sì freddamente atroce che diportavasi pel suo giardino
recitando il Breviario in mezzo ai gemiti di sei Cardinali assoggettati,
per suo ordine, alla tortura in una stanza vicina. Certamente con quel
suo inesorabile zelo gli avrebbe costretti ad adempiere i loro doveri
nelle parrocchie di Roma; e se, per sua mala ventura, non tardava la
promozione di nuovi Cardinali che avea meditata, i Cardinali francesi in
breve sarebbero stati in minor numero nel Sacro Collegio, e d'ogni
appoggio sforniti. Tali motivi e la speranza di rivalicare le Alpi, li
spinsero a turbare sconsigliatamente la pace e l'unità della Chiesa; e
le Scuole cattoliche continuano a disputare sulla validità della prima,
o della seconda elezione[348]. Vanità nazionale, anzichè sentimento del
proprio interesse, regolò, in questa bisogna, le deliberazioni della
Corte e del Clero di Francia[349]. Trascinate dall'esempio di questa
nazione la Savoia, la Sicilia, l'Isola di Cipro, l'Aragona, la
Castiglia, la Navarra e la Scozia, si posero dalla parte di Clemente
VIII, e morto esso, da quella di Benedetto XIII. Roma e i principali
Stati dell'Italia, l'Alemagna, il Portogallo, l'Inghilterra[350], i
Paesi Bassi e i Regni del Nort conobbero valida l'elezione di Urbano VI,
che ebbe Bonifazio IX, Innocenzo, e Gregorio XII per successori.

[A. D. 1378-1418]

Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e
spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu
turbato, e gran parte di questi mali, che da essi principalmente
divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo
alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato
d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni.
La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due
Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a
compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi
straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e
i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta
nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma
s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di
Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale,
co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a
parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri
gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i
Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso
intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma,
un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda
il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamava _Gonfaloniere_, o
General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la
scelta de' loro Magistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e
per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore;
profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue
divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una
guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e
gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la
conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto
la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli
attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o
certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].

[A. D. 1394-1407]

Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello
scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco
sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi
capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito
della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla
riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla
Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana,
erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per
sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste
saggiamente da banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle
ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti
inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la
tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà
di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le
nazioni ricusassero obbedienza[354] a quello fra i due competitori, il
quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la
proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede
vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè
si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata.
Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere,
nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo
eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti
che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli
scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle
fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per
quindici anni i disegni pacifici della Università di Parigi. Una
vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne
ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due
Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di
venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma,
chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi,
Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario,
detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior
successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai
Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante
fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere
la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la
residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un
eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne
risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire
alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e
spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione
della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad
un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi
rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono
animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far
procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono
intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo
innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di
loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura
che non può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti,
per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la
salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».

[A. D. 1404]

Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la
pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi
abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione,
come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e
dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori
sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le
parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma
il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì
poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse
forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli
uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè
spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in
vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il
Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano
attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per
Gregorio XII, la divozione e l'amor patriottico rendè favorevoli gli
Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna).
Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per
la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator
Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore
della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità
degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne
composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra
i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di
gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si
cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa
volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità
che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere
egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere
l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là
dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si
era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in
mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata
dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per
vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore
imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di
Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un
onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso
dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu
lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario
Castello, due volte al giorno i reami ribelli, fattisi disertori della
sua causa. — Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di
Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro
Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono
aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio,
trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della
Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e
l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveano i Romani per
l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di
questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano.
Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i
voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione
il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico
trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno
dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul
Vaticano[357].

[A.D. 1417]

Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta,
diritto goduto per tre secoli dal Senato[358]; e dalle monete coniate
col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie
delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo,
d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da
Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse
importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. — 1. Il
contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la
molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i
Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città.
Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un
Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa,
assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire
sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il
riconobbero, allorchè la barca ove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma
gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona
artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la
città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte,
disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una
ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè
la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi
repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento
unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe
di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati
tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla
morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di
quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I
Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero
più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un
popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto,
gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a
sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che
era stata una fra le cagioni della sommossa. — 2. Sotto il pacifico
Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le
menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti
di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per
l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per
possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere
raccolte le sue forze militari entro le mura della Metropoli, e
provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla
propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele
avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla
sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che
niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana
cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i
successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo
viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal
suffragio degli alemanni Elettori.

Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de'
Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati
andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e
il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero
e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362].
Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva essere
dottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta
miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale,
al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di
nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a
severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in
questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano
tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi
con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di
broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più
leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano
almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in
banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento,
che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la
podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il
superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di
misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione
estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i due
_collaterali_, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle
leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i
processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano
coteste leggi, che sembra lasciassero campo alle querele private e alle
unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il
Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della
giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del
territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano
quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli
stendardi de' _Caporioni_ particolari, Capi di ciascun rione; e il primo
di questi Capi veniva distinto col grado e titolo di _Priore_. Il potere
legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee
generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro
predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre
classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra,
quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino
maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più
ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri
usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele
prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il
diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad
alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna;
le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via
di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano
in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile
indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo
collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a
mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580,
sotto il Pontificato di Gregorio XIII, e col consenso di questo
Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in
tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I
Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e
comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un
Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in
Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari
uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un
Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le
forme della Repubblica.

[A. D. 1453]

È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj
abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di
Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle
tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un
secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il
Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata,
possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio;
sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di
restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome
immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta
donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli
scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il
Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366] con cui viene dipinto
l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo
appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo
sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine,
pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a
prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo
ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a
difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva
colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo
Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le
vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom
traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato
ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime
infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i
divisamenti concetti; nè lungo tempo dovè aspettarla. In mezzo ai
giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo
attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione
generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco
punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo
a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra
obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore
della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei
Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non
pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei
diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi
partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane
intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il
giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della
Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in
mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il
contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e
in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante
acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi
di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa
tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo
tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento
soldati, e di quattrocento esuli, da lungo tempo avvezzi a sofferire e a
combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà
di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per
ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani,
giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa
e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare;
li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi
li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne
questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran
campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica».
Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il
Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove
assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi
un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un
armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore
l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e
moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia.
Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero
le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della
Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono
compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica
libertà[368]. Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la
loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è
veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali
sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il
più abbietto.

Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse
alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser
fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di
spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano
Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa
feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili
le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò
talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto
il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie
rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le
altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato
dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso,
Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le
sue alle vittoriose grida degli Orsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da
starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi
all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non
si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano;
e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la
moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato
ecclesiastico[370].

[A. D. 1500]

Le folgori spirituali[371] del Vaticano dipendono dalla forza che
l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla
ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora
nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla
violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo.
Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada
di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era
dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le
sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria
militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite
per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi
dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e
coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo
l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si
prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di
Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questa estesa e fertile
contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e
temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi
sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei
raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in
appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia
dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a
tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari
di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati
dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo
periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i
Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e
i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più,
eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia,
dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il
dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in
soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e
di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte
da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del
Settentrione e dell'Occidente, sotto gli stendardi di Carlo V,
distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e
Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed
ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una
disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del
possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e
riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte
l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre
offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per
cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de'
Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli
Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli
ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della
Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di
proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia,
pace e sommessione durate dalla metà del secolo decimosesto alla metà
del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e
dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo
rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro
il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino
allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai
nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi
del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza
soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà
e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni
de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente.
In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le
proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al
proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini
non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e
delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie
pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè
le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno
spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e
stagnante.

La dominazione temporale del Clero è sempre stato soggetto di censura a'
Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la
credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non
piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona
del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie,
trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure
calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe
dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non
soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe,
non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di
lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni
frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj
di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica,
privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere
grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro
alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de'
chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per
l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure
d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una
religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del
dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta
qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i
costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per
uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non
mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli
esempj di Pontefici degni di stare al paragone coi più grandi Potentati.
Il genio di Sisto V[377] si sollevò dall'oscurità di un convento di
Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e
di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli
scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378];
creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti
dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto
nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente
accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel
S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di
conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli
abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i
posteri di trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e
quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne
rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene
un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le
massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante
un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia,
dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione
dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto a me, che desidero morire in pace
con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non
offenderò volontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.

NOTE:

[280] Les _Mémoires sur la vie de François Pétrarque_ (Amsterdam, 1764;
1767, 3 vol. in 4) presentano un'Opera abbondante di particolarità,
originale e gradevole assai; lavoro eseguito con impegno, e da tale che
avea studiati accuratamente e il Poeta, e i contemporanei del Poeta; ma
in mezzo alla Storia generale del secolo in cui visse l'eroe del
racconto, lui medesimo perdiamo troppo sovente di vista, e l'autore
comparisce talvolta snervato per troppa ostentazione di urbanità e di
galanteria. Nella prefazione posta al primo volume, l'abate di Sade
accenna, esaminando partitamente il merito di ciascheduno, venti
biografi italiani, che hanno trattato _ex professo_ l'argomento
medesimo.

[281] L'opinione di coloro che voleano Laura essere solamente un
personaggio allegorico, prevalse nel secolo decimoquinto, ma i
circospetti Comentatori non s'accordavano, volendo alcuni che _Laura_
fosse la Religione, altri la Virtù, e persino la Santissima Vergine, ec.
_V._ le Prefazioni del primo e secondo volume dell'abate di Sade.

[282] Laura di Noves, nata verso l'anno 1307, nel gennaio del 1325,
sposò Ugo di Sade, gentiluomo di Avignone, che fu geloso, ma non, a
quanto sembrò, per effetto di amore, perchè contrasse novelle nozze,
sette mesi dopo la morte di Laura, accaduta nel 6 di aprile 1348, ventun
anni esattamente dal dì, che Petrarca, vedendola per la prima volta, si
accese d'amore per lei.

[283] _Corpus crebris partubus exhaustum:_ l'abate di Sade, biografo del
Petrarca, e sì ardente di zelo e d'affetto per questo Poeta, discende in
decimo grado da un figlio di Laura. Gli è verisimile essere questo il
motivo che gli ha suggerito il disegno della sua Opera, e lo ha fatto
sollecito di rintracciare tutte le particolarità di una Storia sì
rilevante per la vita e la fama della sua progenitrice (_V._ soprattutto
il tom. I, p. 123-133, note, p. 7-58, e il t. II, p. 455-495, note, p.
76-82).

[284] La fontana di Valchiusa, cotanto nota ai nostri viaggiatori
inglesi, è stata descritta dall'abate di Sade (_Mémoires_, t. I, p.
340-359) che ha seguìto le Opere del Petrarca, e le sue proprie nozioni
locali. Essa per verità non era che un ritiro da eremita, e la sbagliano
assai que' moderni che nella grotta di Valchiusa mettono insieme Laura e
il suo amante.

[285] L'edizione di Basilea, del secolo decimosesto, senza additar
l'anno, contiene milledugencinquanta pagine, stampate in carattere
piccolo. L'abate di Sade predica con forza per una nuova edizione delle
Opere latine del Petrarca; ma io dubito se sarebbe nè molto proficua al
Tipografo, nè molto dilettevole al Pubblico.

[286] _V._ Seldeno, _Titles of Honour_ (t. III delle sue Opere, p.
457-466). Un secolo prima del Petrarca, S. Francesco avea ricevuta la
visita di un poeta _qui ab imperatore fuerat coronatus et exinde rex
versuum dictus_.

[287] Da Augusto fino a Luigi XIV, la Musa de' poeti non è stata che
troppo menzognera e venale; pure io dubito, se in verun secolo, o in
veruna Corte, siavi mai stato, come alla Corte d'Inghilterra, un poeta
stipendiato coll'obbligo di somministrare due volte all'anno, e sotto
tutti i regni, e qualunque fosse l'occasione, una certa quantità di
versi, e una certa dose di cantici di lode da cantarsi nella Cappella
regia, e credo, alla presenza del medesimo Re. Mi esprimo con tanto
maggiore franchezza sulla ridicolosità di un tal uso, che non vi sarebbe
miglior tempo d'abolirlo siccome questo in cui viviamo sotto un Monarca
virtuoso, ed avendo per poeta un uomo sommo.

[288] Isocrate (_Panagir._, t. I, pag. 116, 117, ediz. Battie.
Cambridge, 1729) vuole di Atene sua patria, la gloria dell'istituzione
αγωνας και τα αθλα μεγισαμη μονον ταχους και ρωμης, αλλα και λογων και
γνομης, _degli agoni e dei premj massimi non solo per la velocità e per
la forza, ma ancora per l'eloquenza e pel sapere_. I Panatenei vennero
imitati a Delfo, ma non v'ebbe ai Giuochi Olimpici alcuna corona per la
musica fuor quella che la vanità tirannica di Nerone si arrogò (Svet.,
_in Ner._, c. 23, Philostrat. presso il _Casaubon. ivi_, Dione Cassio, o
Xifilino, l. LXIII, p. 1032, 1041, _Potter's greek Antiquities_, v. I,
p. 445-450).

[289] I Giuochi Capitolini (_certamen quinquennale_ MUSICUM _equestre;
gymnicum_) vennero istituiti da Domiziano (Svet., c. 4) nell'anno 86 di
Gesù Cristo (Censorino, _De die Natali_, c. 18, p. 100, ediz.
Havercamp), nè furono aboliti che nel quarto secolo (Ausonio, _De
professoribus Burdegal_. V). Se la corona fosse stata conceduta a poeti
d'un merito straordinario, l'esclusione di Stazio (_Capitolia nostrae
inficiata lyrae, Sylv._, l. III, v. 31) potrebbe darne a divedere qual
fosse il merito di coloro che concorrevano alle corone dei giuochi del
Campidoglio; certamente i poeti latini vissuti prima di Domiziano sol
dall'opinione pubblica furono coronati.

[290] Il Petrarca e i Senatori di Roma ignoravano che l'alloro fosse la
corona de' Giuochi Delfici, non quella de' Capitolini (Plinio, _Hist.
nat._, XV, 39; _Histoire critique de la république des lettres_, t. I,
p. 150-220). I vincitori del Campidoglio venivano coronati con una
ghirlanda di foglie di quercia (Marziale, l. IV, ep. 54).

[291] Il pio discendente di Laura si è sforzato, e non senza efficacia,
a difendere la purità della sua progenitrice contro le censure di gravi
personaggi, e contro le derisioni del mondo maligno (t. II, _not._, p.
76-82).

[292] L'abate di Sade descrive con molta esattezza tutto quanto alla
incoronazione del Petrarca si riferisce (t. 1, p. 425, 435, t. II, p.
1-6, not. p. 1-13). Questi racconti sono tolti dagli scritti del
Petrarca e dal Diario romano del Monaldeschi, che ha avuto il senno di
non frammettere alle sue narrazioni le favole di cui ne ha recentemente
presentati Sannuccio Delbene.

[293] L'atto originale trovasi pubblicato fra i documenti giustificativi
alle _Mémoires sur Pétrarque_ (t. III, p. 50-53).

[294] Per avere prove sull'entusiasmo che il Petrarca nodriva per Roma,
voglia soltanto il leggitore aprire a caso le Opere dello stesso Poeta,
o quelle del suo francese biografo. Questi ha scritto il primo viaggio
del Petrarca a Roma (t. I, p. 323-335); ma in cambio di tanti fiori di
rettorica e di morale, sarebbe stato meglio che, per dilettare il suo
secolo e la posterità, il Poeta avesse offerta una descrizione esatta
della città e della propria Coronazione.

[295] Il Padre Du Cerceau, Gesuita, ha scritto la _Histoire de la
Conjuration de Nicolas Gabrini, dit de Rienzi, tyran de Rome, en 1347_,
Opera pubblicata a Parigi, nel 1748, in 12, dopo la morte dell'autore.
Ho tolti da quest'Opera alcuni fatti e diversi documenti che trovansi in
un libro di Giovanni Hocsemio, Canonico di Liegi, Storico contemporaneo
(Fabricius, _Biblioth. latin. medii aevi_, t. III, p. 273; t. IV, p.
85).

[296] L'abate di Sade che fa sì grande numero di scorrerie sulla Storia
del secolo decimoquarto, necessariamente ha dovuto trattare, come
proprio soggetto, una vicenda politica, che fece nel Petrarca una sì
viva impressione (_Mémoires_, t. II, p. 50, 51, 320, 417, not. p. 70-76;
t. III, p. 221-243, 366-375). V'ha luogo a credere che nessuna idea, o
nessun fatto accennati nelle Opere del Petrarca gli sieno sfuggiti.

[297] Giovanni Villani, l. XII, c. 89-104, in Muratori, _Rerum Ital.
script._, t. XIII, p. 969, 970, 981-983.

[298] Il Muratori ha inserito nel suo terzo volume delle _Antichità
italiane_ (p. 249-548) _i Fragmenta historiae romanae ab anno 1327,
usque ad annum 1354_, scritti nel dialetto che usavasi a Roma e a Napoli
nel secolo decimo quarto, con una versione latina a comodo degli
stranieri. Contengono questi le particolarità le più autentiche sulla
Vita di Cola (Nicolò) di Rienzi; erano stati pubblicati nel 1627, in 4.,
col nome di Tommaso Fortifiocca, del quale non parlasi nell'Opera, se
non se come d'uomo punito dal Tribuno per delitto di falso. La natura
umana rade volte è capace di una così sublime, o stupida imparzialità;
ma chiunque sia l'autore di tali Fragmenti, gli ha scritti sul luogo e
nel tempo della sommossa, e dipinge senza secondi fini e senza arte i
costumi di Roma e l'indole del Tribuno.

[299] La prima e la migliore epoca della vita del Rienzi, quella in cui
governò col carattere di Tribuno, trovasi descritta nel capitolo
decimottavo dei _Frammenti_ poc'anzi citati (p. 399-479). Questo
capitolo, nella nuova divisione, forma il secondo libro della Storia,
che contiene trent'otto capitoli, o sezioni meno estese.

[300] A taluno forse non dispiacerà di trovar qui un saggio dell'idioma
che parlavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimoquarto: _Fo da soa
juventuine nutricato di latte de eloquentia, bono gramatico, megliore
rettuorico, autorista bravo. Deh como et quanto era veloce lettore!
moito usava Tito Livio, Seneca, et Tullio, et Balerio Massimo, moito li
dilettava le magnificentie di Julio Cesare raccontare. Tutta la die se
speculava negl'intagli di marmo le quali iaccio intorno Roma. Non era
altri che esso, che sapesse lejere li antichi pataffii. Tutte scritture
antiche vulgarizzava; quesse fiure di marmo justamente interpretava. Oh
come spesso diceva:_ Dove suono quelli buoni Romani? dove ene loro somma
justitia? Poteramme trovare in tempo che quessi fiuriano!

[301] Il Petrarca raffronta la gelosia de' Romani col carattere facile
de' mariti avignonesi (_Mém._, t. I, p. 330).

[302] I frammenti della _Lex Regia_ trovansi nelle _Inscrizioni_ del
Grutero (t. I, p. 242) e in fine al Tacito dell'Ernesti, con alcune
dotte annotazioni dell'editore. (t. II).

[303] Non posso omettere un sorprendente e ridicolo abbaglio del Rienzi.
La _lex Regia_ conferisce a Vespasiano la facoltà di dilatare il
_Pomaerium_, vocabolo famigliare a tutti gli Antiquarj, ma non al
Tribuno, che lo confondeva con _pomarium_ (verziere), e traducea lo
_Jardino de Roma, cioene Italia_; il quale significato adottarono e il
traduttore latino (p. 406) e lo Storico francese (pag. 33), meno
scusabili nella loro ignoranza. Che più? La dottrina del Muratori su
questo passo si è addormentata.

[304] _Priori_ (Bruto) _tamen similior, juvenis uterque, longe ingenio
quam cujus simulationem induerat, ut sub hoc obtentu liberator ille P.
R. aperiretur tempore suo.... Ille regibus, hic tyrannis contemptus._
(Opp., p. 536).

[305] Leggo in un manoscritto _perfumante quatro_ SOLDI, in un altro
_quatro_ FIORINI; differenza non lieve, perchè il fiorino valeva dieci
_soldi romani_ (Muratori, _Dissert._ 28). Verrebbe dalla prima versione
che le famiglie di Roma ascendessero solamente a venticinquemila, la
seconda le porterebbe a dugencinquantamila; ma temo assai che la prima
versione sia più conforme allo stato di scadimento in cui trovavasi Roma
in allora, e alla poca estensione del suo territorio.

[306] V. Hocsemio, p. 398, presso Du Cerceau (_Hist. de Rienzi_, p.
194). Le quindici leggi pubblicate da questo tribuno trovansi presso lo
Storico che, per far più presto, chiamerò _Fortifiocca_, l. II, c. 4.

[307] _V._ Fortifiocca (l. II, c. 11). La descrizione di questo
naufragio ci dà a conoscere alcune particolarità del commercio e della
navigazione del secolo decimoquarto. 1. Il naviglio era stato costrutto
a Napoli, e noleggiato pe' porti di Marsiglia e di Avignone. 2. I
piloti, originarj di Napoli e dell'isola _Oenaria_, e meno abili dei
piloti siciliani e genovesi. 3. Lo stesso naviglio tornava allora,
costeggiando, da Marsiglia; assalito da una tempesta, si rifuggì alla
foce del Tevere, ma mancatagli la corrente, fu costretto a naufragare;
la ciurma, veduta l'impossibilità di salvarlo, scese a terra. 4. Questo
naviglio portava all'erario regio la rendita della Provenza, e contenea
molte balle di pepe, di cannella e drappi di Francia, per un valore di
ventimila fiorini, preda assai rilevante a quei giorni.

[308] Nello stesso modo un vecchio conoscente di Oliviero Cromwell, che
si ricordava di averlo veduto entrar goffamente, e con ignobile
atteggiamento nella Camera de' Comuni, fu attonito del contegno facile e
maestoso del Protettore sul trono (_V._ Harris's _Life of Cromwell_,
pag. 27-34, sulle testimonianze di Clarendon, Warwick, Witelocke,
Waller, ec.). Un uomo che senta il proprio merito e il proprio potere
assume facilmente le maniere confacevoli alla sua dignità.

[309] _V._ le particolarità, le cagioni e gli effetti della morte di
Andrea nel Giannone (t. VI, l. XXIII, p. 111, 130 dell'ediz. Bettoni,
Milano) e nelle _Mémoires sur la vie de Pétrarque_ (t. II, p. 143-148,
245-250, 375-379, _not._, p. 21-37). L'abate di Sade vorrebbe attenuare
il delitto di questa Regina.

[310] L'avvocato che arringò contro Giovanna di Napoli non poteva
aggiungere nulla alla forza de' ragionamenti espressi in poco nella
lettera di Luigi di Baviera: _Johanna! inordinata vita praecedens,
retentio potestatis in regno, neglecta vindicta, vir alter susceptus, et
excusatio subsequens, necis viri tui te probant fuisse participem et
consortem._ Giovanna di Napoli ha molti tratti singolari di somiglianza
con Maria di Scozia.

[311] _V._ l'_Epistola hortatoria de capessenda republica_, che il
Petrarca scrisse al Rienzi (_Opp._, pag. 535-550) e la quinta egloga o
pastorale dello stesso Petrarca, allegorica dal principio al fine, e
piena di oscurità.

[312] Plutarco nelle sue _Quistioni romane_ (_Opusc._, t. I, p. 505,
ediz. gr. Enr. Stef.), pone sopra principj sommamente costituzionali il
genere semplice del poter dei Tribuni, i quali, propriamente parlando,
non erano magistrati, ma argini opposti alla magistratura. Era di lor
dovere ομοιουσθαι σχηματι, και σολη και διαιτη τοιε επιτνγχανουσι των
πολιτων... καταπατεισαιδαι δει, _assomigliarsi nel contegno, nell'abito
e nella vita ai seguaci dei cittadini.... il tribuno dee passeggiare_,
(è detto di C. Curione) και μη σεμνον ειναιτη τον δημαρχον οψει... οσω
δε μαλλον εκταπεινουται τω σωματι, τοσουτω μαλλον αυξεται τη δυναμει, _e
non essere d'aspetto severo in vista.... Quanto più comparisce umile
all'esterno, tanto più cresce in potere_. Ma nè il Rienzi, nè forse lo
stesso Petrarca erano in istato di leggere un filosofo greco. Ciò
nondimeno Tito Livio e Valerio Massimo, che entrambi studiavano,
avrebbero potuto instillar loro questa modesta dottrina.

[313] Non si saprebbe come tradurre in inglese questo titolo energico,
ma barbaro, _Zelator Italiae_[*], che il Rienzi assumea.

* _Forse desiderosissimo di una Italia_ in italiano si accosterebbe al
concetto che Cola di Rienzi voleva esprimere. Dico si accosterebbe,
perchè _desiderare_ non è _adoperarsi per ottenere_. _Studiosissimo_,
_zelantissimo_ renderebbe meglio il _zelator_, ma senza un verbo col
segnacaso genitivo _di vedere, di creare_, si cadrebbe nell'oscuro, e
forse nel barbaro, anche in italiano. (_Nota del Trad. Ital._)

[314] _Era bell'uomo_ (l. II, c. I, p. 399). È da osservarsi che _il
riso sarcastico_ dell'edizione di Bracciano non si trova nel manoscritto
romano pubblicato dal Muratori. Di ritorno dal suo primo esilio, veniva
dipinto siccome un mostro. _Rienzi traeva una ventrasca tonna trionfale
a modo de un abbate asiano or asinino_ (l. III, c. 18, p. 523).

[315] Comunque stravagante possa sembrare una tal festa, se ne erano
vedute altre simili. Nel 1327, un Colonna e un Orsini furono creati
cavalieri dal popolo romano, che tentava questa via per avvicinare le
due famiglie; fu apprestato a ciascuno de' due candidati un bagno
d'acqua di rose; lor vennero apparecchiati letti con reale magnificenza,
e a S. Maria d'Araceli sul Monte Capitolino furono serviti dai venti
_buoni uomini_. Ricevettero indi da Roberto, re di Napoli, la spada di
cavalieri (_Hist. rom._, l. I, c. 2, p. 259).

[316] Tutti credeano in quel tempo alla lebbra e al bagno di Costantino
(Petr. _epist. fam._ VI, 2); e il Rienzi, per giustificare in appresso
la propria condotta presso la Corte di Avignone, allegò che un divoto
Cristiano non poteva avere profanato un vaso di cui s'era servito un
Pagano. Cionnullameno quando venne lanciata contro il tribuno una Bolla
di scomunica, fra i motivi della medesima veniva anche specificato
questo delitto (Hocsemio, presso il Du Cerceau, p. 189, 190).

[317] Questa intimazione verbale fatta al Pontefice Clemente VI, narrata
dal Fortifiocca, e che trovasi in un manoscritto del Vaticano, viene
negata dal biografo del Petrarca (t. II, _not._, p. 70-76); egli si
giova però d'argomenti più speciosi che atti a convincere. Non è
maraviglia, se la Corte di Roma non desiderò di entrare in una quistione
sì dilicata.

[318] Quanto ai due Imperatori rivali, che il Rienzi citò al suo
tribunale, è l'Hocsemio (Du Cerceau, p. 163-166) che racconta questo
tratto di libertà e di follia.

[319] È cosa singolare che il Fortifiocca non abbia fatto cenno di
questa coronazione, verisimile per sè stessa, e confermata dalle
testimonianze dell'Hocsemio e del medesimo Rienzi (Du Cerceau, p.
167-170-229).

[320] _Puoi se faceva stare denante a se, mentre sedeva, li baroni tutti
in piedi ritti co le vraccia piegate, e co li capucci tratti. Deh como
stavano paurosi_ (_Hist. rom._, l. II, c. 20, p. 409)! Gli ha veduti, ce
li fa vedere.

[321] La lettera, colla quale il Rienzi giustifica la condotta tenuta
verso i Colonna (Hocsemio, presso Du Cerceau, p. 222-229), svela al
naturale un mariuolo ad un tempo ed un pazzo[322].

[322] Trovo un concetto affatto identico nel Cantore del Ricciardetto.

    «E v'è un misto di matto e di briccone.»

                              (_Nota dell'Ed._)

[323] Rienzi, nella lettera che abbiam citata poc'anzi, attribuisce a S.
Martino il Tribuno e a Bonifazio VIII, nemici della Casa Colonna, a sè
medesimo e al popolo romano, la gloria di questo combattimento, che il
Villani (l. XII, c. 104) trasforma in una regolare battaglia. Il
Fortifiocca (l. II, c. 34-37) descrive partitamente e con semplicità il
disordine del combattimento, la fuga de' Romani, e la viltà di Rienzi.

[324] Parlando della caduta della famiglia Colonna, intendo qui
solamente quella di Stefano. Il Padre Du Cerceau confonde spesse volte
il padre ed il figlio. Dopo l'estinzione del primo ramo, questa Casa si
è perpetuata ne' rami collaterali da me non conosciuti in un modo
abbastanza esatto. _Circumspice,_ dice il Petrarca, _familiae tuae
statum, Columniensium_ domos: _solito pauciores habeat Columnas. Quid ad
rem? Modo fundamentum stabile, solidumque permaneat._

[325] Il Convento di S. Silvestro era stato fondato e dotato dai
Cardinali della Casa Colonna a favore di quelle loro parenti che
volessero abbracciare la vita monastica, e la stessa Casa Colonna
continuò sempre a proteggerlo. Nel 1318 le religiose erano in numero di
dodici. Le altre figlie di questa Casa aveano la permissione di sposare
i lor cugini in quarto grado, dispensa fondata sul picciolo numero delle
nobili famiglie romane, e sulle strette loro parentele (_Mém. sur
Pétrarque_, t. I, p. 110; t. II, p. 401).

[326] Il Petrarca scrisse alla famiglia Colonna una lettera piena di
ricercatezza e di pedanteria (_Fam._, l. VII, _epist._ 13, p. 682, 685).
Vi si vede un'amicizia annegata in mezzo al patriottismo. _Nulla toto
orbe principum familia carior; carior tamen respublica, carior Roma,
carior Italia._

«_Je rends graces aux Dieux de n'être pas Romain._»

[327] Polistore, autore contemporaneo che ha conservati molti fatti
originali, nè privi di vezzo per gli eruditi (_Rer. Ital._, t. XXV, c.
31, p. 798-804), accenna oscuramente questa assemblea, e le opposizioni
che trovò il Rienzi nella medesima.

[328] Il P. Du Cerceau (p. 196-252) ha tradotti i Brevi e le Bolle di
Clemente VI contra il Rienzi seguendo gli Annali Ecclesiastici di
Oderico Rainaldi (A. D. 1347, n. 15-17-21) che trovò questi atti negli
archivj del Vaticano.

[329] Mattia Villani descrive l'origine, il carattere e la morte di
questo Conte di Minorbino, uomo _di natura incostante et sanza fede_.
Era stato avo del Minorbino un astuto notaio che arricchitosi delle
spoglie de' Saracini di Nocera, comperò indi la Nobiltà. _V._ il suo
imprigionamento, e gli sforzi fatti a pro del medesimo dal Petrarca (t.
II, p. 149-151).

[330] Mattia Villani (l. II, c. 47; l. III, c. 33-57-78) e Tommaso
Fortifiocca (l. III, c. 1-4) narrano le turbolenze accadute in Roma fra
l'intervallo della partenza e del ritorno del Rienzi. Non mi sono
fermato sulle amministrazioni del Cerroni e del Baroncelli che imitarono
unicamente il Rienzi, loro modello.

[331] Lo zelo di Polistore, l'Inquisitore dominicano (_Rer. ital._, t.
XXV, c. 36, p. 819), ha, non v'è dubbio, esagerato queste visioni, non
saputesi nè dagli amici, nè dai nemici del Rienzi. Se questi avesse
affermato, che il Regno dello Spirito Santo sottentrava in vece di
quello di Cristo, che la tirannide del Pontefice doveva essere abolita,
non si sarebbe tardato a convincerlo di eresia e di ribellione, senza
dar disgusto al popolo di Roma.

[332] La maraviglia, e quasi gelosia, del Petrarca è una prova, se non
della verità di questo fatto incredibile, almeno della buona fede di chi
lo racconta. L'abate di Sade (_Mém._ t. III, p. 242) cita la sesta
epistola del lib. decimoterzo del Petrarca; ma egli ha consultato il
manoscritto reale, non l'edizione ordinaria di Basilea (p. 920).

[333] Egidio, o Gille Albornoz, Nobile spagnuolo, Arcivescovo di Toledo,
e Cardinale Legato in Italia (A. D. 1353-1367), restituì coll'armi e col
consiglio l'autorità temporale ai Pontefici. Sepulveda ne ha scritta la
vita; ma il Dryden non ha potuto ragionevolmente supporre che il nome di
Albornoz, o di Volsey fosse pervenuto all'orecchio del Mufti della
tragedia del _Don Sebastiano_.

[334] Il P. Du Cerceau (p. 344-394) ha tolta da Mattia Tillani e dal
Fortifiocca la sua relazione sulle azioni e la fine del Cavaliere di
Montréal, vissuto da ladro e morto da eroe. Capo di una compagnia libera
(la prima di queste bande che avesse ancora desolata l'Italia) si
arricchì e divenne formidabile; aveva impiegato danaro in tutti i
banchi, e a Padova, solamente, sessantamila ducati.

[335] Il Fortifiocca che non si mostra nè amico, nè nemico del Rienzi,
ne racconta con tutte le particolarità (l. III, p. 12-25) l'esilio, la
seconda amministrazione e la morte. Il Petrarca che amava il _Tribuno_,
intese con indifferenza la morte del _Senatore_.

[336] L'abate di Sade descrive in piacevole modo, e attenendosi allo
stesso Petrarca, la fiducia e le speranze deluse del Poeta (_Mem._ t.
III, p. 375-413); ma il maggior cordoglio, benchè il più nascosto, fu
per lui la corona che il Poeta Zanubi ottenne dalle mani medesime
dell'Imperatore Carlo IV.

[337] _V._ nell'Opera aggradevole ed esatta dell'abate di Sade le
lettere scritte dal Petrarca, nel 1334, a Benedetto XII (t. I, p.
261-265), nel 1342, a Clemente VI (t. II, p. 45-47) e nel 1336, ad
Urbano V (t. III, p. 677-691); l'elogio dell'ultimo di questi Pontefici
(p. 711-715), l'apologia del medesimo (p. 771); e si consulti (_Opp._ p.
1068-1085) ove si rinverrà il parallelo pieno di fiele che il Petrarca
instituisce fra il merito della Francia e quel dell'Italia.

[338]

    _Squallida sed quoniam facies, neglectaque cultu_
    _Caesaries; multisque malis lassata senectus_
    _Eripuit solitam effigiem; vetus accipe nomen;_
    _Roma vocor._

                                    (Carm. l. II, p. 77.)

Protrae una tale allegoria al di là di tutti i limiti, e sin della
pazienza dei leggitori. Le lettere in prosa che il Petrarca scrisse ad
Urbano V sono più semplici e più persuasive (_Senilium_, l. VII, p.
811-827; l. IX, _epist._ 1. p. 844-854).

[339] _In vece di credulità bisognava dire fede, o credenza, perchè
credulità significa credenza eccessiva senza motivi di credibilità. S.
Paolo scrisse_ rationabile obsequium vestrum. _Si sa poi da quella parte
d'istoria Ecclesiastica risguardante i Papi specialmente, ch'essi furono
premurosissimi, per loro istituto, di tener fermi gli animi nella
credenza._ (Nota di N. N.)

[340] Non ho tempo di trattenermi sulle leggende di Santa Brigida e di
Santa Catterina: la seconda di queste leggende potrebbe somministrare
alcune dilettevoli storie. L'impressione che fecero sull'animo del Papa
è attestata dai discorsi tenuti da lui medesimo al letto di morte,
quando avvertì i circostanti _ut caverent ab hominibus, sive viris, sive
mulieribus, sub specie religionis loquentibus visiones sui capitis, quia
per tales ipse seductus_ etc. (Baluzio, _Not. ad vit. pap.
Avenionensium_, t. I, p. 1223).

[341] Questa spedizione di scorridori viene narrata dal Froissard
(Chronique, t. I, p. 230) e nella Vita del Du Guesclin (_Collection
générale des Mémoires historiques_, t. IV, c. 16, p. 107-113). Fin
dall'anno 1361 la Corte avignonese avea sofferte violenze da bande
d'uomini della stessa indole, che indi attraversavano l'Alpi (_Mémoires
sur Pétrarque_, tom. III, p. 563-569).

[342] Il Fleury, seguendo gli Annali di Oderico Rinaldi, cita il
Trattato originale stipulato e sottoscritto nel dì 21 decembre, 1776,
fra Gregorio XI e i Romani (_Hist. eccl._, t. XX, p. 275).

[343] La prima Corona, o _regnum_ (Ducange, _Gloss. lat._, t. V, p.
702), che vedesi far comparsa sulla mitra de' Papi, significa la
donazione di Costantino, o di Clodoveo. Bonifazio VIII vi aggiunse la
seconda per dare a divedere che i Pontefici, oltre al regno spirituale,
un regno temporale possedono. I tre Stati della Chiesa vengono
rappresentati dalla triplice Corona che adottarono Giovanni XXII, o
Benedetto XII (_Mém. sur Pétr_. t. I, p. 258, 259).

[344] Il Baluzio (_Not. ad pap. Avenion._, t. I, p. 1194, 1195) cita
diverse testimonianze intorno alle minacce degli ambasciatori romani e
alla rassegnazione dell'Abate di Monte Cassino, _qui ultro se offerens,
respondit se civem romanum esse, et illud velle quod ipsi vellent_.

[345] Possono leggersi, nelle Vite di Urbano V, e di Gregorio XI,
Baluzio, (_Vit. pap. Avenion._, t. I, p. 363-486), Muratori, (_Script.
rer. ital._, t. III, part. I, pag. 613-712) il ritorno de' Papi a Roma,
e l'accoglienza che dal popolo ricevettero. Nelle dispute dello scisma
vennero esaminate severamente, benchè con parzialità, tutte le
circostanze; soprattutto allor quando accadde la grande verificazione
che decise sull'obbedienza della Castiglia, verificazione alla quale il
Baluzio, seguendo un manoscritto della Biblioteca di Harlay, rimanda sì
di frequente i proprj leggitori nelle sue note, p. 1281, etc.

[346] Può forse, chi crede l'immortalità dell'anima, ravvisare nella
morte un gastigo per l'uom dabbene? Mostrerebbe così una perplessità
nella propria fede. Ma un filosofo non può essere di concorde avviso coi
Greci ον οι θεοι φιλουσιν αποθνησκει νεος, _muore giovane chi è amato
dagli Dei_ (Brunck, _Poetae Gnomici_, p. 231). _V._ in Erodoto (l. I, c.
31) la Novella e morale de' giovani d'Argo.

[347] Il Sig. Lenfant, nella _Storia del Concilio di Pisa_, ha compilati
e paragonati fra loro i racconti de' partigiani d'Urbano, e di quei di
Clemente, degl'Italiani e degli Alemanni, de' Francesi e degli
Spagnuoli. Sembra che gli ultimi si mostrassero più operosi e verbosi in
questa querela. Il loro editore Baluzio ha nelle sue _Note_
somministrate le prove sopra tutti i fatti e i detti che vengono narrati
nelle Vite di Gregorio XI e di Clemente VII.

[348] Sembra che i numeri adottati dai successori di Clemente VII, e di
Benedetto XIII, sciolgano a svantaggio della legittimità di questi
Pontefici la quistione. Gl'Italiani li chiamano, senza riguardo,
Antipapi, mentre i Francesi, dopo avere ventilate le ragioni d'entrambe
le parti, si limitano a dubitare e a tollerare (Baluz., _in Praef._). È
cosa singolare, o piuttosto è cosa da non maravigliarsene, che l'una e
l'altra fazione ebbero Santi, visioni e miracoli.

[349] Il Baluzio si studia (_Not._ p. 1271-1280) a giustificare la
purezza e la pietà de' motivi di Carlo V, Re di Francia: «Questo
Principe ricusò di ascoltare le ragioni di Urbano; ma e i partigiani di
Urbano non ricusarono forse di ascoltare quelle di Clemente etc.?».

[350] Una lettera o declamazione pubblicata col nome di Eduardo III
(Baluzio, _Vit. papar. Avenion._, t. I, p. 553), mostra con quanto zelo
la nazione inglese si movesse contra la fazione di Clemente; nè a sole
parole si limitò questo zelo. Il Vescovo di Norwick sbarcò a capo di
sessantamila fanatici sul Continente (Hume's, _History_, vol. III, p.
57, 58).

[351] Oltre a quanto narrano in generale gli Storici, i Giornali di
Delfino Gentile, di Pietro Antonio e di Stefano Infessura, nella grande
Raccolta del Muratori, ne danno a conoscere quai fossero in quella età
lo stato e le sciagure di Roma.

[352] Il Giannone (T. VI, l. XXIV, c. VI, p. 247, ediz. Bettoni) suppone
che Ladislao si fosse intitolato _Rex Romae_, benchè tale titolo più non
si conoscesse dopo l'espulsione dei Tarquinj. Ma si è scoperto in
appresso che conveniva leggere _Rex Ramae_, di Rama, oscuro regno
congiunto a quel di Ungheria.

[353] Qual precipua e decisiva parte abbia sostenuta il Regno di Francia
nello scisma di Occidente, leggesi in una Storia particolare, composta
sulla traccia di autentici documenti da Pietro Dupuis, ed inserita nel
settimo volume dell'ultima edizione dell'opera del Presidente De Thou,
amico dello stesso Dupuis (part. XI, p. 110-184).

[354] Giovanni Gerson, uno de' più intrepidi fra que' dottori, autore, o
per lo meno il propugnatore zelante di questo partito, regolò spesse
volte in ordine a ciò la condotta dell'Università di Parigi e della
Chiesa Gallicana, come egli medesimo ne parla a lungo ne' proprj scritti
teologici, dei quali abbiamo una buona compilazione eseguita dal Le
Clerc (_Bibl. choisie_, t. X, p. 1-78).

[355] Leonardo Bruni di Arezzo, un di quelli che maggiormente
contribuirono al risorgimento della letteratura classica nell'Italia, e
che, dopo avere servito parecchi anni alla Corte di Roma, qual
Segretario, abbandonò questa carica per assumere l'altra onorevole di
Cancelliere della Repubblica di Firenze (Fabr., _Bibl. med. aevi_, t. I,
p. 290). Il Lenfant nella sua Opera (_Concile de Pise_, t. I, p.
191-195) ne ha offerta la traduzione di questa curiosa lettera.

[356] Non posso passare sotto silenzio la grande lite nazionale che gli
ambasciatori dell'Inghilterra sostennero valorosamente contro quelli di
Francia. Pretendeano questi che la Cristianità fosse per essenza
scompartita in sole quattro grandi nazioni, l'Italia, l'Alemagna, la
Francia e la Spagna, sole, secondo essi, che avessero voce nella grande
contesa; e quanto ai Regni men vasti (la Danimarca, il Portogallo ec., e
vi aggiugnevano l'Inghilterra) non erano che compresi sotto l'una, o
l'altra di queste generali divisioni. Gl'Inglesi affermavano per parte
loro che le Isole Britanniche, di cui la principale era l'Inghilterra,
dovevano essere riguardate come quinta nazione, e quinta nell'aver voce;
e per rialzare lo splendore della loro patria ricorsero a tutti gli
argomenti che la verità e la favola ai medesimi suggeriva. Comprendendo
nelle Isole Britanniche l'Inghilterra, la Scozia, il paese di Galles, i
quattro Regni d'Irlanda e le Orcadi, presentarono questi territorj di
otto reali Corone, distinte per quattro o cinque lingue, l'inglese, la
gallese, il dialetto della contea di Cornovaglia, la scozzese e
l'irlandese; asserirono che la maggiore fra queste Isole era lunga, da
tramontana ad ostro, ottocento miglia, corrispondenti a quaranta giorni
di cammino; che la sola Inghilterra contenea trentadue contee, o
cinquantaduemila parrocchie (asserzione un poco avanzata) oltre alle
cattedrali, ai collegi, ai priorati, agli ospitali. Furono allegate la
missione di S. Giuseppe di Arimatea, la nascita di Costantino, la
legazione de' due Primati, ec.; nè venne posta in obblivione la
testimonianza di Bartolomeo di Glanville (A. D. 1360 ) il quale non
vedeva che quattro Regni nella Cristianità; 1. quel di Roma; 2. quel di
Costantinopoli; 3. quel dell'Irlanda, passato negl'inglesi Monarchi; 4.
quel della Spagna. Gl'Inglesi trionfarono ne' Consigli; ma per vero dire
aggiunsero grande peso alle loro fazioni le vittorie di Enrico V. Ser
Roberto Wingfield, ambasciatore di Enrico VIII presso l'Imperatore
Massimiliano I, trovò a Costanza le allegazioni d'entrambe le parti, e
le fece stampare a Lovanio nel 1517. Vennero indi più correttamente
pubblicate nella Raccolta di Vonder-Hardt (t. V), che si giovò di un
manoscritto di Lipsia; ma non ho veduto che la compilazione di tali atti
pubblicata dal Lenfant (_Conc. de Const._, t. II, p. 447-453; ec.).

[357] Un Ministro protestante, il sig. Lenfant, che abbandonando la
Francia, si ritirò a Berlino, ha scritta con molta buona fede, diligenza
ed eleganza, la Storia de' tre successivi Concilj di Pisa, di Costanza e
di Basilea, in sei volumi in 4. La parte men pregevole di quest'Opera è
quanto si riferisce al Concilio di Basilea, la migliore, quella che
tratta del Concilio di Costanza.

[358] _V._ la _Diss. 27 delle Antichità_ del Muratori, e la prima
_Istruzione della Scienza delle Medaglie_ del P. Joubert e del Barone
della Bastia. La Storia numismatica di Papa Martino V e de' suoi
successori venne composta da due frati, Moulinet, oriondo francese, e
Bonanni, oriondo italiano. Credo però che la prima parte della Serie sia
stata rifatta con più recenti medaglie.

[359] Oltre alle Vite di Eugenio IV (_Rer. Ital._, tom. IX, p. 869, e t.
XXV, p. 256) il Giornale di Paolo Petroni e di Stefano Infessura, sono i
testi più sicuri ed originali che si abbiano intorno alla ribellione de'
Romani contra Eugenio IV; il primo che vivea in que' giorni a Roma,
tiene il linguaggio di un cittadino, pavido, nella stessa guisa, della
tirannide de' preti e di quella del popolo.

[360] Il Lenfant (_Conc. de Basle_, t. II, pag. 276-268) nel descrivere
la coronazione di Federico III, segue Enea Silvio, spettatore ed attore
di questa sfarzosa cerimonia.

[361] Il giuramento di fedeltà che il Papa prescriveva all'Imperatore, è
stato registrato e consacrato nelle _Clementine_ (l. II, tit. 9); ed
Enea Silvio, il quale si oppose a questa nuova pretensione del
Pontefice, non prevedea che dopo il volgere di pochi anni, ascenderebbe
egli stesso il trono di S. Pietro, e abbraccerebbe allora le massime di
Bonifazio VIII.

[362] _Lo senatore di Roma, vestito di brocarto con quella beretta, con
quelle maniche, e ornamenti di pelle, co' quali va alle feste di
Testaccio e Nagone_, non ferì forse gli sguardi di Enea Silvio; ma il
cittadino di Roma parla con ammirazione e compiacenza di una tal
circostanza.

[363] _V._ negli _Statuti_ di Roma il _Senatore_ e i tre _Giudici_ (l.
I, c. 3-14), i _Conservatori_ (lib. I, cap. 15, 16, 17; l. III, c. 4), i
_Caporioni_ (lib. I, c. 18; l. III, c. 8), il _Consiglio segreto_ (lib.
III, cap. 2), il _Consiglio comune_ (l. III, c. 3). Il titolo delle
_querele domestiche_, delle _disfide_, e degli _atti di violenza_, ec.,
occupa molti capitoli (c. 14-40) del secondo libro.

[364] _Statuta almae urbis Romae auctoritate S. D. N. Gregorii XIII,
Pont. Max. a senatu populoque Rom. reformata et edita Romae, 1580, in
folio._ I vecchi statuti cadendo in disuso, nè convenendo più per
l'avvenire ai Romani, furono raccolti in cinque libri non pubblicati.
Luca Peto, dotto giureconsulto e antiquario venne incaricato di esserne
il Triboniano; per altro io m'augurerei il vecchio codice colla sua
rozza corteccia di libertà e di barbarie.

[365] Nel tempo ch'io stetti a Roma, e nel tempo parimente che vi
soggiornò il sig. Grosley (_Observ. sur l'Italie_, t. II, p. 361), il
Senatore di Roma era il sig. Bielke nobile svedese che aveva abbracciata
la religione cattolica. Gli Statuti accennano anzichè determinare i
diritti del Papa sulla elezione del Senatore e de' Conservatori.

[366]

    _Sopra il monte Tarpeio, Canzon, vedrai_
    _Un cavalier che Italia tutta onora_
    _Pensoso più d'altrui che di sè stesso_

            Petr. Canz. _Spirto gentil ec._

                                   (_Nota dell'Ed._).

[367] _Nicolò V ben lungi dall'essere un tiranno avea trattato Stefano
Porcaro con molta clemenza, e questi avendo giurato fedeltà doveva
osservarla._ (Nota di N. N.)

[368] Il Machiavello (_Ist. fiorentina_, l. VI, p. 373-375, edizione
Bettoni) ne porge un racconto brevissimo e in un curiosissimo della
cospirazione del Porcaro. La troviamo parimente nel giornale di Stefano
Infessura (_Rer. Ital._, t. III, part. II, p. 1134, 1135) e in uno
scritto particolare pubblicato da Leone Battista Alberti (_Rer. Ital._,
t. XXV, p. 609-614). È cosa non priva di vezzo l'istituir paragone fra
lo stile di questi due scrittori, e fra le opinioni del cortigiano e del
cittadino. _Facinus profecto quo... neque periculo horribilius, neque
audacia detestabilius, neque crudelitate tetrius, a quoquam perditissimo
uspiam excogitatum sit.... Perdette la vita quell'uomo da bene, e
amatore dello bene e libertà di Roma._

[369] I disordini di Roma, inveleniti oltre ogni dire dalla parzialità
di Sisto IV, vengono narrati ne' Giornali di Stefano Infessura e di un
cittadino anonimo che ne furono spettatori. _V._ le turbolenze dell'anno
1484 e la morte del Protonotario Colonna (t. III, part. II, p.
1083-1158).

[370] «_Est toute la terre de l'Eglise troublée pour cette partialité_
(dei Colonna e degli Orsini), _comme nous dirions Luce et Grammont, ou
en Hollande Houc et Caballan; et quand ce ne serait ce différend, la
terre de l'Èglise serait la plus heureuse habitation pour les sujets,
qui soit dans tout le monde (car ils ne payent ni tailles ni guères
autres choses), et seraient toujours bien conduits (car toujours les
papes sont sages et bien conseillés); mais très-souvent en advient de
grands et cruels meurtres et pilleries_».

[371] _Non può negarsi, che le scomuniche, le quali escludono alcuno dal
numero de' fedeli, non fanno effetto sull'animo di quelli che non
credono alla loro forza ed alle loro conseguenze. Per altro le
scomuniche devono avere un giusto e certo soggetto. Ogni diritto di
scomunicare, ed ogni scomunica, ha la sua origine e la sua forza da
quelle parole di Cristo riferite nell'Evangelio._ Si autem peccaverit in
te frater tuus vade et corripe eum inter te et ipsum solum; si te
audierit lucratus eris fratrem tuum; si autem non audierit adhibe tecum
adhuc unum vel duos, ut in ore duorum vel trium testium, stet omne
verbum. Quod si non audierit eos, die ecclesiae; si autem ecclesiam non
audierit sit tibi sicut Ethaicus et Publicanus. _S. Matteo, c. 18. La
Storia civile ed ecclesiastica concordemente ci mostrano quali grandi e
replicati abusi sieno stati fatti del diritto di scomunicare, secondando
le passioni, e recando mali e disordini gravissimi._ (Nota di N. N.)

[372] L'assegnatezza di Sisto V portò a due milioni e mezzo di scudi
romani la rendita dello Stato ecclesiastico (_Vit._ t. II, p. 291-296),
e sì bene fornito era l'esercito pontifizio, che in un mese Clemente
VIII potè occupare con tremila uomini a cavallo, e ventimila fantaccini
lo Stato di Ferrara (t. III, p. 64). D'indi in poi (A. D. 1593) le armi
del Pontefice han presa per buona sorte la ruggine; e la rendita, almeno
in apparenza, debb'essere cresciuta.

[373] Soprattutto dal Guicciardini e dal Machiavello. Il leggitore può
consultare _l'Istoria generale_ del primo, _l'Istoria fiorentina_, il
_Principe_, e i _Discorsi politici_ del secondo. Il Guicciardini e il
Machiavello, Fra Paolo e il Davila degni loro successori, sono stati
considerati a buon diritto, come i primi Storici de' moderni popoli fino
a questo momento, in cui la Scozia è surta al vanto di contendere
cotesta palma all'Italia.

[374] Nel descrivere l'assedio di Roma fatto dai Goti (c. XXI) ho
paragonati i Barbari coi sudditi di Carlo V, anticipazione che mi feci
lecita senza scrupolo, siccome usai nel narrare prima del tempo le
conquiste dei Tartari, per la poca speranza che allora era in me di
terminare quest'Opera.

[375] Il racconto delle deboli ostilità cui si lasciò trascinare per
ambizione il Pontefice Paolo IV della famiglia Caraffa, leggesi nel
Presidente De Thou (l. XVI, XVIII) e nel Giannone (t. VIII, l. 33, c. 1,
p. 203-232, edizione Bettoni). Due bacchettoni cattolici, Filippo II e
il Duca d'Alba, osarono separare il principe romano dal Vicario di Gesù
Cristo. Nondimeno il carattere sacro che ne avrebbe santificata la
vittoria, giovò onorevolmente a proteggerlo nella sconfitta.

[376] Il dottore Adamo Smith (_Wealth of Nations_, vol. I, p. 495-504)
spiega in ammirabile guisa il cambiamento dei costumi e le spese che
trae seco il progresso della civiltà. Forse dimostra con troppa
acredine, che le mire le più personali ed ignobili hanno partoriti gli
effetti i più salutevoli.

[377] Un Italiano uscito del suo paese, Gregorio Leti, ha pubblicata la
Vita di Sisto V (_Amsterd_. 1721, 5 vol. in 12), opera circostanziata e
dilettevole, ma non fatta per inspirare piena fiducia. Nondimeno quanto
vi si legge sul carattere del Pontefice, e sui principali fatti di
questa Storia trovasi confermato negli Annali dello Spondano e del
Muratori (A. D. 1585-1590), e nella Storia contemporanea del grande De
Thou. (l. LXXXII, c. 1, 2; l. LXXXIV, c. 10; l. C, c. 8).

[378] I Ministri esteri, ad esempio della Nobiltà romana vollero avere
questi luoghi privilegiati, _quartieri_, o _franchigie_. Giulio II avea
abolito l'_abominandum et detestandum franchitiarum hujus modi nomen_;
ma le franchigie ricomparvero ancora dopo Sisto V. Non so trovare ove
fosse la giustizia, o la grandezza di Luigi XIV quando, nel 1687, spedì
a Roma un ambasciatore (il Marchese di Lavardin) con mille ufiziali,
guardie e servi armati per sostenere questo iniquo diritto e insultare
Innocenzo XI in seno della sua Capitale. (_Vita di Sisto V_, t. III, p.
260-278; Muratori, _Annali d'Italia_, t. XV, p. 494-496, e Voltaire,
_Siècle de Louis XIV_, t. II, c. 14, p. 58, 59).

[379] Questo oltraggio diede origine ad un decreto scolpito in marmo e
collocato in Campidoglio; decreto il di cui stile è di una semplicità
nobile e repubblicana. _Si quis, sive privatus, sive magistratum gerens,
de collocanda_ vivo _pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo
S. P. Q. R., decreto in perpetuum infamis et publicorum munerum expers
esto M. D. X. C. mense Augusto_ (_Vita di Sisto V_, tom. III, p. 469).
Credo che un tale decreto venga tuttavia osservato, nè dubito di
affermare che dovrebbero mettere una simile proibizione tutti i principi
meritevoli veramente di statua.

[380] Le Storie della Chiesa, dell'Italia e della Cristianità mi hanno
giovato a comporre questo capitolo. Nelle Vite originali de' Papi si
scopre sovente lo stato della città e della Repubblica di Roma, e gli
avvenimenti de' secoli XIV, XV trovansi registrati nelle rozze Cronache
che ho esaminate accuratamente, e che ora, seguendo l'ordine dei tempi,
indicherò ai leggitori.

1. Monaldeschi (Ludovici Boncomitis), _Fragment_. _Annalium roman_. (A.
D. 1328), in _Scriptores rerum italicarum_ del Muratori, t. XII, p. 525.
N. B. La fiducia che può essere inspirata da questo fragmento, viene
alquanto diminuita da una singolare interpolazione mediante cui l'Autore
racconta la sua _propria morte_, accaduta quando compieva il
centoquindicesimo anno.

2. _Frammenta Historiae romanae_ (_vulgo_ Thomas Fortifiocca, _in romana
Dialecto vulgari_) A. D. 1327-1354, nel Muratori (_Antiquit. med. aevi
ital._, t. III, p. 247-548), base autentica della Storia del Rienzi.

3. Delphini (Gentilis) _Diarium romanum_ (A. D. 1370-1410) in _Rerum
italic._, etc. t. III, part. II, p. 846.

4. Antonini (Petri), _Diarium romanum_ (A. D. 1404-1417) t. XXIV, p.
969.

5. Petroni (Pauli) _Miscell. historica romana_ (A. D. 1433-1446), t.
XXIV, p. 1101.

6. Volaterrani (Jacob), _Diarium rom._ (A. D. 1472-1484), t. XXIII, p.
81.

7. _Anonymi Diarium urbis Romae_ (A. D. 1481-1492), t. III, part. I, II,
p. 1069.

8. Infessura (Stephani), _Diarium romanum_ (A. D. 1294, 1378-1494), t.
III, part. II, p. 1109.

9. _Historia arcana Alexandri VI, sive excerpta ex Diario Joh. Burcardi_
(A. D. 1492-1503) _edit. a Godefr. Gulielm. Leibnizio_, Hanov. 1897, in
4. I manoscritti che si trovano nelle diverse Biblioteche dell'Italia e
della Francia possono giovare a compire la grande e preziosa Opera del
Burcardo, (Foncemagne, _Mém. de l'Acad. des Inscript._, t. XVII, p.
597-606).

Eccetto l'ultima Opera, questi frammenti e giornali si trovano nella
Raccolta del Muratori, mia scorta e mio maestro nella Storia d'Italia.
Il Pubblico gli debbe in ordine a ciò: 1. _Rerum italicarum Scriptores_
(A. D. 500-1500) _quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit_,
etc., 28 vol. _in fol._, Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi
un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave
a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2.
_Antiquitates Italiae medii aevi_, 6 volumi _in fol._; Milano,
1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i
costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con
un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3.
_Dissertazioni sopra le Antichità italiane_, 3 vol. in 4; Milano, 1751,
traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo
Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo
latino _Antiquitates_. 4. _Annali d'Italia_, 18 volumi in 8; Milano,
1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia,
dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5.
_Delle Antichità Estensi ed Italiane_, 2. vol. _in fol._; Modena,
1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli
attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare
dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi
della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore
laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj
ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi
circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. _Vita del
Proposto Ludovico Antonio Muratori_, scritta da Gian Francesco Soli
Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4.



CAPITOLO LXXI.

      _Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto.
      Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato
      ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera._


[A. D. 1430]

Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi[381] e un suo amico,
servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e
riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura
contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi
appariva[382]. Il luogo della scena e questo spettacolo offerivano ad
essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna,
che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e
che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde
convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo
a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma,
offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti.
«L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma
nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro
accolse il fuggitivo Troiano[383]. La Rocca Tarpea che tu vedi da quella
parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del
Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai
lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che
lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo
sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La
collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la
testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re.
Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e
dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli
sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha
perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori,
le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei
Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra
quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli
obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina
gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj
frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano
dettava le sue leggi e creava i suoi Magistrati, non contiene oggidì che
recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali
e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la
saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono
rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un
robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie
sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa
l'impressione del molto più che è distrutto[384]».

Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi
che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della
classica sollevato[385]. 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si
discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di
Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una
doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza
di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual
più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino
ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che
Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato
sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a
sette, le antiche _terme_, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati
a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire,
nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano
e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor
fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che
contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la
grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la
spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e
importanza delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle
Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli
archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti,
non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un
arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri
ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men
nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le
maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un
picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie
pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove
stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi
fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le
colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli
obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel
popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non
rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure,
delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I
mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere
interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra;
quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le
esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne
sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali
erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia
di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che
per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più
recente costruzione.

Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero
d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi
questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di
sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le
sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi
abbellimenti, nè tampoco restaurare gli antichi; e poichè è legge di
tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de'
secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i
gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun
edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a
due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in
modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due
secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo
avea pubblicata una descrizione di Roma[386]. Forse per sua ignoranza,
l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le
stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era
d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di
antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del
popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni,
dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti
prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i
più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo
tempo[387], e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi
con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La
medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e
noi cercheremmo indarno il _Settizonio_ di Severo[388], celebrato dal
Petrarca e dagli Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli
edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession
delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la
distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto.

Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle
opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion
delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal
tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3.
L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti
dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di
Roma.

I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita
durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e
nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un
istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di
un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi,
maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti
tanti secoli prima di noi[389]. Cento generazioni sono sparite come le
foglie d'autunno[390]; pur dopo la caduta de' Faraoni e de' Tolomei, de'
Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle
loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un
edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e
i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai
turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente
l'atmosfera e il suolo di Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e
le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro
fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in
veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que'
grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste
Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte
generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della
distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può
produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche
degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il
memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò,
con più, o men di furore per sei, o nove giorni[391]. Le fiamme
divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade
anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma,
sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli
altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli
edifizj incendiati[392]. L'Impero trovandosi allora all'apice di sua
gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue
ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de'
capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti
dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di
anarchia, ciascuna ferita è mortale, ciascuna perdita irremediabile, nè
avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che
vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a
credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la
devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i
mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto,
mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte
spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de'
poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le
ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui
le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè
corrono ulteriore pericolo. — La situazione di Roma la espone in oltre
ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e
dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è
irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della
state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera,
o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il
vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto,
rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni.
Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima
guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un
traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi
veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di
Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura
della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal
subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo
stagnamento dell'acque[393]. Eguale calamità essendosi, ne' giorni
d'Augusto, rinnovellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi
situati sulle sue rive[394]; nè le sollecitudini di cotesto Imperatore,
a fine di mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine,
risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e
pericoli[395]. La superstizione e privati interessi si opposero per
lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi
al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque[396],
impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde
i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il
freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie
gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura[397]. Ora se
il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte,
chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo
fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente?
Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle
rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a
quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico
livello[398], ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti
delle acque[399].

II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani
dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto
esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere
spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e
il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto
prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare
con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può
concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo,
quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei
Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra
fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio
di vendicare la fuga di Odino[400], d'infrangere i ceppi delle nazioni,
di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della
letteratura classica, e di collocare la loro nazionale architettura
sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri
del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza
ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di
distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e
della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè
conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati
si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a
rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a
pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà
superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I
soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una
Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a
tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai
licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze
facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano
trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio
nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari.
Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma
il sesto giorno[401], i Vandali il decimoquinto[402]; e benchè sia più
facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il
precipitoso loro furore non sarebbe stato gran chè efficace sulle salde
fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che
Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che
questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto
la prosperosa amministrazione di Teodorico[403]; e che il passeggiero
sdegno di Totila[404] trovò un freno nelle stesse considerazioni di
Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero.
Se la precitata accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del
tutto lo stesso, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i
templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo
a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a
cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione
dei templi dell'Oriente[405] lor ne offeriva un esempio, e serve in un
d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il
demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli
convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli
monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel
conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della
società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per
effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del
Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la
Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono
comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente
ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il
Pantheon[406] per impiegare al servigio della religione questo maestoso
edifizio.

III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana
è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della
manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la
possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità
maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa
di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture
passeggiere di questo Mondo. I Barbari che s'impadronirono di Roma,
usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto
le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la
lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio
de' Goti, o sul navilio de' Vandali[407]. L'oro e l'argento furono i
primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto
il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle
proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari
attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi
preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle
sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente
parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in
monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o
meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il
ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto
sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel
visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo
che coprivano il Pantheon[408]. Gli edifizj di Roma poteano per vero
venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati
materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle
viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e
gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver
soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i resti della città, se si
fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di
vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti
dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino
stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un
guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno
avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal
por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe
fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici
il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per
le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i
marmi di Ravenna[409] e di Roma[410], nuovo ornamento al palagio che
edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di
Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò
nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i
materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e
del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica
Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire
l'insolente lusso di Napoli[411]. Però i saccheggi, o le vendite de'
marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di
Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi
degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la
situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti
aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima
era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa
dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti,
che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle
abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie
consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti
lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici[412]; i
giuochi del teatro, del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto
secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante;
ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di
croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un
particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui
numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La
città conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta
Capitoli e collegi di canonici e di preti[413], che aumentavano, anzichè
ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme
dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non
sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli
abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i
Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le
più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi
marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un
convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i
Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di
quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione
de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto
V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del
_Settizzonio_[414]. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque
profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica
rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie
sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo
il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della
Concordia[415], e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a
que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di
quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri
monumenti della veneranda Antichità[416]. I bisogni e i guasti operati
dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il
Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a
Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea[417], e però duro
fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di
trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X,
si aumentarono ad ottantacinquemila[418], non dubito che tale
accrescimento non sia stato alla città antica funesto.

IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di
distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio
degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da
frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de'
successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo,
trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando
impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del
Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente.
Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente
dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de'
Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' Colonna; ho descritto ne'
due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini
pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza
della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In
questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne'
quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue
proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si
armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano,
e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche
dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano
arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde
torri[419] e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città
ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui
altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una
convenevole proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli
Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle
rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il
dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e
negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di
Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava
ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere,
accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e
gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea
mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad
esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio
Cesare, de' Titi e degli Antonini[420]. Vi voleano pochi cambiamenti per
trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed
ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece
sorgere il castel Sant'Angelo[421]. Il Settizonio di Severo fu in istato
di resistere all'esercito di un Sovrano[422]. Il sepolcro di Metella è
sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato[423]; i Savelli e
gli Orsini occuparono i teatri di Pompeo e di Marcello[424]; le informi
Fortezze costrutte su questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il
lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte
d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo
della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo
scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto
viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai
Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento
di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro
deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al
pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa;
chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine
nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV,
Roma, priva di Sovrano e di Senato, si trovò per sei mesi abbandonata al
furore delle guerre civili. «Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e
poeta[425], rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati
con incredibile rapidità[426]; i colpi dell'ariete infransero le mura,
le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e
l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti». La
tirannide delle leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse
fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette,
spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro
avversarj[427]. Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere
invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le
ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale
opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. «Vedete, egli dice,
questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè
i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza
attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi
figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia
Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese non potè
colla spada de' suoi guerrieri[428]». La preponderanza di quest'ultima
cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle
case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva
continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i
materiali per novelli edifizj di distruzione.

Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro
di Tito che ha preso il nome di _Colosseo_[429], sia a motivo della sua
estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse
sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del
tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli
spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata
di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più
riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di
prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi,
le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento,
furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo,
dell'avarizia de' Barbari, o de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è
costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due
più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori
fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e
che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari
non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli[430]. 2.
Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del
Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che
nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai
o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno
ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge[431]. Maestoso, ad
onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto
e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si
manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo
secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma
fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo,
Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa»[432].
Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da
tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la
saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere
alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto
un numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il
Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al
Colosseo[433].

Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma.
Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole;
perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge[434] o la
consuetudine della città regolava i giuochi che, prima della
Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo
agonale[435]. A questi presedea in solenne abito il Senatore, che
aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il
pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di
seta[436]. Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi[437] e per
le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta
sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi più nobili, che si stavano
in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani.
Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori
sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un
autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive[438].
Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli
spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna,
s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio
in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre;
le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi
coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le
Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì
nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due
drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che
alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste
fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue
donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge
come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor
famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce
d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a
sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza
il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la
descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i
colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra
questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e
dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i
Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i
Corsi. Ciascun d'essi avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto
e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai
melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. _Son solo come
il più giovane degli Orazj_, era l'impresa dell'intrepido; _Vivo nella
desolazione_, quella d'un vedovo; _Ardo sotto la cenere_, di un amante
timido; _Adoro Lavinia, o Lucrezia_, parole equivoche fatte per indicare
una passion più moderna. _Così è pura la mia fedeltà_, molti che ad una
insegna bianca si accompagnavano. _Annego nel sangue; avvi morte più
dilettevole?_ Così un feroce coraggio esprimeasi. _Non v'è alcuno più
forte di me?_ alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva
significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di
entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre
divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: — _Son forte a malgrado
del mio dolore_ — _La forza pareggia in me la grandezza_ — _Se cado, voi
cadrete insieme con me_. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo
Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre
l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il
Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de'
Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria
fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e
vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie
dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle
esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e
di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione
romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero
dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche
biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e
quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio
nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano
una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di
prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva
alla macelleria dell'Anfiteatro[439].

Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa
che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di
materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo
nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto
assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del
Colosseo[440]; onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di
questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani[441]. Per reprimere
cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo
recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura,
concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e
l'edifizio ai monaci di un vicino convento[442]. Dopo la morte del
ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una
sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai
più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe
meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo
nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo
XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del
Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza
esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a
cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi
imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovinoso cui presentemente è
ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il
palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso
di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato[443]. Vien fatto eguale
rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo
potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la
salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i
Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo
delle corone di un numero sì sterminato di martiri[444].

Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui
rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase
attonito sulla stupida indifferenza[445] de' Romani[446]; e s'avvide
che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei
cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea
gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta lungi
d'essere vano, avvilito mostrossi[447]. Un'antica descrizione della
città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere
l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli
abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in
quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle
labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il
_Capitolio_[448], dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il
_capo_ del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta
la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e
grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto
lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto
della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di
pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo.
Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province,
ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un
incantesimo[449] ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma,
la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte
ov'erano accampati i ribelli, la campanella sonava, il Profeta del
_Capitolio_ annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il
pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un
secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante,
cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni
di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a
Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno
sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di
oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci.
Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui,
filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro
cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue
azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa
pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo
monumento di sè medesimi[450]. Lo spirito de' Romani in preda alle idee
di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò
più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a
caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati
si siano scoperte[451]. La statua rappresentante il Nilo, che orna
oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il
terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma
il proprietario, impazientito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò
nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza
valore[452]. La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi,
diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i
fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai
diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e
stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la
liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle
mani de' suoi barbari concittadini[453].

[A. D. 1420]

Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica
autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a
riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli
ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che
incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della
libertà e dell'industria. — Una città di ordinario venne a grandezza per
l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da
questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle
manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma
non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e
privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i
dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i
miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai
calcoli del monipolio. — Il soggiorno di un Monarca, le spese di una
Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi,
benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I
tributi e le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il
Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e
dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de'
Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il
Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben
debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e
della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella
delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila
anime[454], e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de'
Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla
superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della
moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato
dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della
Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi
fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di
servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta
la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro
gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi
dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con
maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche
alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli
altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri
inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S.
Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion
consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova
collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e
di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e
palagi, non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare
le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella
polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma,
restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari.
Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi
artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua
salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le
gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una
colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi,
in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli
Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i
monumenti dell'antica Roma[455]; e i viaggiatori vengono in folla dalle
più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi
rispettosamente le vestigia degli Eroi e visitare gli avanzi dell'Impero
del Mondo.

       *       *       *       *       *

La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la
più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mondo, ecciterà
l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee
meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli
effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla
maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette
in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per
lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti
del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del
Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della
Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi
posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la
religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento
e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente;
le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo
stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà
dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le
proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza
de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di
un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e
che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei
desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del
Pubblico.

                                            Losanna, 27 Giugno 1787.

NOTE:

[381] Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età,
dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente
citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo _De Varietate
fortunae_, da cui questo tratto è stato tolto.

[382] _Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae
cujusdam, ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas
columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet_ (p. 5).

[383] _Aeneid._, VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e
condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i
nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con
esso d'un tal sentimento.

[384] _Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia
successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad
Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia
vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies_ (Poggi, _De
Variet. fortunae_, p. 21).

[385] _V._ Poggi (p. 8-22).

[386] _Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de
Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori_, Armadio _IV_, n. 69. Il
Montfaucon (_Diarium italicum_, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro
con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. _Scriptor_, così si
esprime, _XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei
imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus:
sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo
recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus
indagandis operam navabit_ (p. 283).

[387] Il P. Mabillon (_Analecta_, t. IV, p. 502) ha pubblicata la
relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le
Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto
alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più.

[388] _V._ intorno il _Settizonio_ le _Mém. sur Pétr._, (tom. I, p. 325,
Donato, p. 338, e Nardini, p. 117-414).

[389] L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta.
Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero
innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade
decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle
dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di
Gesù Cristo. _Canon. Chronicus_ (p. 47).

[390] _V._ l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di
frequente questa immagine naturale e malinconica.

[391] Il dotto critico sig. De Vignolles (_Hist. crit. de la rep. des
lettres_, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo
incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che
ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno.

[392] _Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor
integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca
tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta._ Fra gli antichi
edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna
innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro
_praesenti Herculi_, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire
il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, _cum
penatibus populi romani_. Deplora parimente le _opes tot victoriis
quaesitae et Graecarum artium decora.... multa quae seniores meminerant,
quae reparari nequibant_ (_Annal. XV_, 40, 41).

[393] A. U. C. 507, _repentina subversio ipsius Romae praevenit
triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene
absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra
opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans,_ omnia _Romae
aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam
convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta
dissolvit, ei quae cursus torrentis invenit, impulsa dejecit_ (Oros.,
_Hist._, l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare
che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo
pagano.

[394]

    _Vidimus flavum Tiberim, retortis_
    _Littore Etrusco violenter undis,_
    _Ire dejectum monumenta regis_
      _Templaque Vestae._

                 (Hor. _Carm._ l. I, od. II).

Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di
Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio
di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di _vetustissima_ o
d'_incorrupta_?

[395] _Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit,
completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum_
(Svetonio, in _Augusto_, c. 30).

[396] Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia
portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo
proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di
tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera
de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: _La
natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio_ ec.

[397] _V._ le _Epoques de la Nature_ dell'eloquente filosofo Buffon. La
sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è
quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè
medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini
(p. 212-561, edizione in 4).

[398] Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo
fatto singolare quanto incontrastabile, _V._ le sue Opere (t. II, p. 98,
edizione di Baskerville).

[399] Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati
alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre
grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni
1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.).

[400] Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più
mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia
della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho
prestata seria fede giammai (_V._ quanto ne ho detto al capit. X). I
Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto
Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non
presentano che favole e oscurità.

[401] _V._ il capitolo XXXI di quest'Opera.

[402] Cap. XXXI, _ivi._

[403] Cap. XXXIX, _ivi._

[404] Cap. XLIII, _ivi._

[405] Cap. XXVIII, _ivi._

[406] _Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur
PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et
omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit_
(_Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV_, Muratori,
_Script. rer. ital._, t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore
anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a
Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò
alla Vergine, _quae est mater omnium Sanctorum_ (p. 297, 298).

[407] Flaminio Vacca (_V._ Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in
fine della _Roma antica_ del Nardini) e parecchi Romani, _doctrina
graves_, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor
tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi,
_filiis nepotibusque_. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per
provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de'
conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per
iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità.

[408] _Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et
ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta
discooperuit_ (Anastas. _in Vitalian._, pag. 141). Questo Greco, vile al
pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di
devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una
Chiesa cattolica.

[409] _V._ intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di
Papa Adriano I a Carlomagno (_Cod. Carolin._, _epist._ 67, nel Muratori,
_Script. ital._, tom. III, part. II, pag. 223).

[410] Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D.
887-899), _De reb. gestis Car. M._, l. V, 437-440, negli _Historiens de
France_ (t. V, p. 180).

    _Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas,_
      _Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit._
    _De tam longinqua poterit regione vetustas_
      _Illius ornatum Francia ferre tibi._

E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (_Histor. de France_, t.
V, p. 378), _extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae
pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et
marmora devehi fecit_.

[411] Un passo del Petrarca (_Op._, p. 556, 557, _in epistola hortatoria
ad Nicolaum Laurentium_) è sì energico, ed all'uopo, che non posso
starmi dal trascriverlo: _Nec pudor aut pietas continuit quominus impii
spoliata Dei templa, occupatas arces, opes publicas regiones urbis,
atque honores magistratuum inter se divisos_ (mancherà un _habeant_),
_quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae
vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupendâ
societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides
desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam
ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores
horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis
fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque
nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de
liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus
fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum
venerabilis civis_ (dee dire _cinis_) _erat, ut reliquas sileam,
desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt._ Ciò
non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca.

[412] Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi
nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna
alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora
a Spoleto (_Annali_, t. VI, pag. 416).

[413] _V._ gli _Annali d'Italia_. Lo stesso Muratori avea trovato questo
e il precedente fatto nella _Storia dell'Ordine di S. Benedetto_
pubblicata dal Mabillon.

[414] _Vita di Sisto V_, di Gregorio Leti, t. III, p. 50.

[415] _Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi,
vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad
calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti_
(p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una
sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del _Governo
civile di Roma_, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che
veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi
assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di
Cecilia Metella (p. 19, 20).

[416] Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II,
è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto
della regina di Svezia (_Musaeum italicum._, t. I, p. 97).

    _Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas;_
       _Ex cujus lapsu gloria prisca patet._
    _Sed tuus hic populus muris defossa vetustis_
      _Calcis in obsequium, marmora dura coquit;_
    _Impia tercentum si sic gens egerit annos_
      _Nullum hinc indicium nobilitatis erit._

[417] _Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium,
vacua videretur, populum habet immensum_ (_Opp._, p. 605, _Epist.
familiares_, 11, 14).

[418] Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle
diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico
Lancisi. _De Romani Coeli qualitatibus_, p. 122.

[419] Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre
città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita
compilazione pubblicata dal Muratori col titolo _Antiquitates Italiae
medii aevi, Dissert. 26_, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I,
p. 446 della stessa Opera volgarizzata.

[420] _Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane
Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt_
(Montfaucon, _Diarium italicum_, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285)
accenna _arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et
senatorum, turres de Bratis, arcus Antonini, turres de Cosectis_, etc.

[421] _Hadriani molem.... magna ex parte Romanorum injuria....
disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia,
absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset_ (Poggi, _De
varietate fortunae_, p. 12).

[422] Di Enrico IV, (Muratori, _Annali d'Italia_, tom. IX, p. 147).

[423] Mi giova in questo luogo citare un passo importante del
Montfaucon: _Turris ingens rotunda.... Caeciliae Metellae.... sepulchrum
erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum
supersit; et_ TORRE DI BOVE _dicitur, a boum capitibus muro inscriptis.
Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta
fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum
Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum
Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati,
in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat_ (p. 142).

[424] _V._ Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono
tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello.

[425] Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, _ad velum aureum_, nella Vita di
Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, _Script. ital._,
t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.).

    _Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu_
    Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum_ (probabilmente
         _vocatos_)
    _In scelus in socios fraternaque vulnera patres,_
    _Tormentis jecisse viros immania saxa;_
    _Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas_
    _Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo_
    _Lumina vicino, quo sit spoliata supellex._

[426] Il Muratori (_Dissertazioni sopra le Antichità Italiane_, t. I, p.
427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di
due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto
_cantari_ di Genova (ogni _cantaro_ pesa cinquanta libbre).

[427] La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza,
prescrivendo severamente di conservare _pro comuni utilitate le case de'
cittadini messi in bando_ (_Galvaneus_, nel Muratori, _Script. rer.
ital._, t. XII, p. 1041).

[428] Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e
piangendo additavagli, _maenia_, _lacerae specimen miserabile Romae_, e
annunziava l'intenzione di restaurarle (_Carmina latina_, lib. II,
_epist. Paulo Annibalensi_, XII, p. 97, 98).

    _Nec te parva manet servatis fama ruinis_
    _Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae_
    _Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas_
    _Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti_
    _Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!_
                      _Quod ille nequivit_ (Hannibal)
    _Perficit hic aries._

[429] Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua _Verona
illustrata_, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e
Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per
riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il
nome di _Colosseo, o Culiseo_, perchè eguale denominazione fu data
all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè
la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (_in atrio_) del suo
palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19).

[430] Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia
di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o
otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi
nel _Tesoro_ di Sallengro. Il Montfaucon nel _Diarium_ (p. 233) decide
che l'avidità de' Barbari _est una germanaque causa foraminum_.

[431] Donato, _Roma vetus et nova_, p. 285.

[432] _Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus,
cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus_ (Beda, _in Excerptis,
seu collectaneis_ presso il Ducange, _Gloss. med. et infimae
latinitatis_, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo
attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma
prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il
venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra.

[433] Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal
Muratori (_Script. rer. ital._, t. III, p. 1), il passo che attesta
questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla
fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo.

[434] _V. Statuta urbis Romae_, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186.
Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di
Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, _Script. rer. Ital._, t.
XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di _Nagona_ e del monte
Testaceo.

[435] Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa
piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo,
questo cumulo singolare di _maiolica rotta_, sembra solamente serbato ad
una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di
maiali per dare divertimento alla plebaglia (_Statuta urbis Romae_, p.
186).

[436] Il _pallio_, giusta il Menagio, viene da _palmarium_, ma questa è
una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini
abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o
abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome
premio della vittoria (Muratori, _Diss._ 33).

[437] Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno
millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille
cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete
d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi
era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli
Ebrei. (_Statuta urbis_, _ivi_).

[438] Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti
di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta
la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli _Annali
romani_ (Muratori, _Script. rer. ital._, t. XII, pag. 535, 536).
Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo
in cui vengono raccontate, il carattere della verità.

[439] Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la
ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo.

[440] Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (_Mém. de
l'Acad. des Inscript._, t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo
delle fazioni, _de Tiburtino faciendo_, nel Colosseo, fondandosi sopra
un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma.

[441] _Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem
deletum_ (Poggi, p. 17).

[442] Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura
il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27);
questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione
favorevole per far rivivere un tal diritto.

[443] Dopo aver misurato il _priscus amphitheatri gyrus_, il Montfaucon
(p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era
tuttavia intatto; _tacendo clamat_. Il _Muratori_ (_Ann. d'Ital._, t.
XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice
Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano
VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: _Quod non fecerunt
Barbari, fecerunt Barbarini_; ma può essere che la sola somiglianza
delle parole lo abbia suggerito.

[444] Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo
smantellamento del Colosseo: _Quod si non suopte merito atque
pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res
utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse._

[445] Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad
una menda di cinquecento _aurei_ chiunque demolirà un antico edifizio,
_ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis
perpetuo repraesentent._

[446] Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, _Mémoires
sur Pétrarque_, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto _miraculo rerum
tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu,
nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam
rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror_
(_Opp._, pag. 605, _Familiares_ 11, 14. _Joanni Columnae_).

[447] Egli eccettua, lodandone le _rare_ cognizioni, Giovanni Colonna.
_Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus
dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae_.

[448] L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio,
aggiunge: _Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat
quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem
dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim
imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum
resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant
custodes senatui,_ etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i
quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si
ribellarono; ma _tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in
hebdomada senatoribus nuntiavit._ Agrippa tornò addietro e ridusse ad
obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298).

[449] Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio _captus a Romanis exiit,
ivitque Neapolim_. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (_De
gestis regn. anglor._, l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di
Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i
Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti.

[450] _V._ l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente
osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste
statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele,
vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a
dire prima del vincitore di Dario (Plinio, _Hist. nat._ XXXIV, 19).

[451] Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta
miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro,
ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide
sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio
latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e
portava nel petto una larga ferita (_Pectus perforat ingens_, ec.). Se
questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de'
contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in
quel secolo barbaro apparvero.

[452] _Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput
integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad
plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures
in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus,
horti patronus congesta humo texit_ (Poggi, _De varietate fortunae_, p.
12).

[453] _V._ le _Memorie di Flamminio Vacca_ (n. 57, p. 11, 12) sul finire
della Roma antica del Nardini (1704, in 4).

[454] Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o
diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto
(Labat, _Voyage en Espagne et en Italie_, t. III, p. 217, 218 ). Nel
1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel
1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento
novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della
popolazione abbia continuato.

[455] Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha
fatte sulle diverse parti di questa città (_Diarium. italic._, c. 8-20,
p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi.
Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica
Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di
Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti,
se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli
scritti di Onofrio Panvinio, _qui omnes observavit_, poi le Opere
recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il
Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta
dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti
cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le
iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti
gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome
di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla
munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire
questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima
pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda
ed esatta per la topografia dell'antica Roma.


(_Nota alla pagina 141_) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni
intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora
come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè
Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj
personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che
all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al
Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto
delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato
Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente,
malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia _Credo
etc._ del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (_Credo etc._, da
noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12)
dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della
_consustanzialità_ di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser
Supremo, vale a dire della _divinità_ di Gesù Cristo, ed i
Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani,
negando i primi la _consustanzialità_ e la _divinità_ di Gesù Cristo, ed
accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè
all'Esser Supremo, ma non _consustanziale_ allo stesso, ossia della
stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo
poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero,
i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa
dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine,
sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi
occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il
Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici
ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i
Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di
molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani,
da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere
nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a
favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli
Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia
Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente
Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte
cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in
cui non v'era la parola _consubstantialem_, determinata dal Concilio di
Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore
Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353
contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo
di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per
ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per
comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e
potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di
Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo
Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani
e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non
voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu
Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di
Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con
Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della _consustanzialità_.
Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio;
ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino
Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S.
Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono
concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio
Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista
situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali,
che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel
quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo
semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e
bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur
troppo l'atto di fede, ossia il _Credo etc._ semi-ariano, di quel
Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore
Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e
divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de'
Concilj di Labbe, edizion di Venezia: _Post quam biennio exulasset
(Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum
innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio
exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque
dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac
morum turpissimam maculam incurit_. Labbe t. 3, p. 195, edizione di
Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu
poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de'
Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco
la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi
ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la
sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale
dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede
del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera
ed universale.

_Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae
voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego
Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius,
decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At
ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox
consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus,
idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi
perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio,
a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt,
dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu
per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius
sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et
frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem,
et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et
coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego
libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc
sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram,
quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini,
comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et
ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii
ad orientales episcopos._ Bini stesso presso Labbe dice: _haec est vera
illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit_.

Ecco un'altra lettera di Liberio.

_Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium_ (Vescovi ariani
d'Occidente): _eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae
restitui cupit_.

_Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et
unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate
compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae
martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei.
Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae
episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem,
secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae
comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae
romanae etc._ In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani
presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di
che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci
accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: _Liberius medio
victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor
intravit. S. Jeron. in Chron._ S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo
sostenitore della _consustanzialità_ e _divinità_ di Gesù Cristo,
deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj
ariani, così disse pure del Papa Liberio: _Haec est perfidia ariana....
anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi
anathema, et tertio praevaricator Liberii_. _Lib. 6, fragm._, edizione
Parigi 1693.

Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione
fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana,
siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il
quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non
una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un
altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu
il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo
Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà,
una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i
Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè
sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e
dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati
Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i
Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro
Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi
mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale
consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra,
dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le
parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà
in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i
Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel
loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo
una sola volontà. _Hist. sextae Synodi._ Labbe, T. 7, p. 610.

Ecco la lettera.

_Dilectissimo fratri Sergio, Honorius._ Dopo alcune parole dice: _Nec
non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus
novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato,
claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines
offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae
operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei
eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae
naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam
suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem
operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum
Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc._ _Actio 13, Conc.
VI._ Labbe, _sacrorum Conc. etc._, edizione Veneta. T. II, p. 582. Il
Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i
Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne
macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò
chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante
piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori
premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche
e di religione.

Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose
che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto
Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri
eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio:

_Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et
secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis,
opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim
anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit;
necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et
exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico
Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema,
Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico
anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano
haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi
anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur
haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et
universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc._
Labbe, T. II, p. 622.

_Sanctum Concilium exclamavit_ (avendo già i Vescovi, ed i procuratori
d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli atti) _omnes
ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro
et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus
haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et
docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione
Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18._ Labbe, T. II,
pag. 655. _Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas
naturales operationes communiter, atque indivise procedentes
praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores
procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum,
Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos
praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium
gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in
his, seculus est. Actio 18._ Labbe, Tom. II, pag. 658.

Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra
Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de'
quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che
d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin,
giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di
Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla
civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può
saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento
delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non
si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche
dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da
tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla
si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il
fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini
dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o
da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti,
mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello stato,
e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e
della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non
lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino
a' nostri giorni. (_Nota di N.N._)


(_Nota alla pag. 142_) Il diritto de' rei ecclesiastici, e
particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il
potere di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj
rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione,
non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre
con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj
nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte
a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, _Sacrorum Conciliorum Nova
et amplissima Collectio etc._, edizione Venezia) furono proposti nel
Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo
presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui
abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota T.
12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il
diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e
consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle
famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione
dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono
e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo
nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette
Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S.
Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso
la fine del secolo quarto.

I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi
secoli.

II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una
stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il
falsificatore ha voluto far credere.

III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione
latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo
intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono
scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420.

IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e
degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non
fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da
Isidoro, come scritte da essi.

V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del
secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state
promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del
nono.

VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del
Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò
l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi
Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite.

VII. Perchè Dionisio detto il _Picciolo_, diligente collettore delle
Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo,
cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere
Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato
d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli
stesso ci assicura; _praeteritorum apostolicae sedis praesulum
constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad
Julianum praesbyterum_.

VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi,
contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro
falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati,
di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi
secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state
scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che
fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua
collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette.
Queste Lettere principalmente sostengono come doverose, e già consuete
le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle
cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o
delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener
Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi,
e determinano molte regole per renderle assai difficili.

Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a'
cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi
contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse,
erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli
del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di
conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè
s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il
suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere
per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo
ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento,
tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica,
i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da
quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute
vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false
Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di
conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e
praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate
dall'autorità di cinquanta de' primi Papi.

L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a
costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano
ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni,
sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni,
scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: _Etsi sedem
apostolicam nullatenus appellasset_ (cioè il Vescovo reo condannato e
deposto dal Concilio) _contra tot tamen et tanta vos Decretalia_ (cioè
le false d'Isidoro) _efferre statuta, et episcopum, inconsultis nobis,
deponere nulla modo debuistis_. _Epist. 42. Nic. I._ Le cause de'
Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj
delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi
presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto
canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di
Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali
(benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni
antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro
specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro
Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie
che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero
Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle
promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano:
_quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere,
libellum de patrum antiquorum_ (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a
Siricio) _ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones,
editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra
evangelicam, et apostolicam et canonicam etc._ Flodoardo, _Hist. di
Reims_.

Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in
Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro
Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero
le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo
Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro
de Marca: _Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex
supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos
transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de
unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab
episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta
statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi
tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata
fuisse verba epistolarum illarum decretalium et earum auctoritatem,
probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae
Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari,
ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch.
Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii_, l. 3, c. 6.

Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di
Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di
togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle
appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente
anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle
Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai
Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce
lo prova il prelodato Arcivescovo: _Tandem eo deventom est ut tantis
nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam
gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et
Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo,
Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in
causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent_, Ibidem, l. 3,
c. 7.

La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il
nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli
circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il _Piccolo_) onde _antiquo
juri novum successit_, ci dice dottamente anche il _De Marca_, formossi
delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione
generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne
testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di
Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III,
d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni
dette _Clementine_, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo _Corpus
juris canonici_.

Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a
stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come Capi in
particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co'
Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e
quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a
Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì
dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i
rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine
del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche
da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande.
Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo
lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali
(vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S.
Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere
e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi
un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei
Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e
sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle
false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori
protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere
invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino:
vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307.

       *       *       *       *       *

Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della
grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando
e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere
innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra
importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che
potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito
dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile.
Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato
l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere:
l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta
avrebbe raddoppiato quasi i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente.
Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a'
sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero.


FINE DEL DECIMOTERZO ED ULTIMO VOLUME.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL DECIMOTERZO
VOLUME


  CAPITOLO LXVII. _Scisma de' Greci e de' Latini.
  Regno e carattere di Amurat. Crociata di
  Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del
  medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg.
  Costantino Paleologo, ultimo Imperatore
  di Costantinopoli._

  A. D.

            Parallelo fra Roma e Costantinopoli          _pag._ 5
  1440-1448 Scisma greco dopo il Concilio di Firenze           10
            Zelo de' Russi e degli Orientali                   13
  1421-1451 Regno e carattere di Amurat II                     15
  1442-1444 Rassegna due volte successive il trono             17
       1443 Lega formata da Eugenio contro i Turchi            19
            Ladislao Re di Polonia e d'Ungheria marcia
              contr'essi                                       23
            Pace de' Turchi                                    24
       1444 10 novembre. Violazione del Trattato di pace       25
            Giornata di Warna                                  28
            Morte di Ladislao                                  29
            Il Cardinale Giuliano                              31
            Giovanni Corvino Uniade                            32
       1457 Difesa di Belgrado e morte di Uniade               34
  1404-1413 Nascita e educazione di Scanderbeg principe
              dell'Albania                                     36
       1443 Tradisce il Sultano e fa guerra ai Turchi          38
            Valore di Scanderbeg                               40
       1467 Morte                                              42
  1448-1453 Costantino ultimo degli Imperatori Romani o Greci  44
  1450-1452 Ambasceria di Franza                               46
            Stato della Corte di Bisanzo                       49

  CAPITOLO LXVIII. _Regno e carattere di Maometto II.
  Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli
  fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo.
  Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano
  nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste
  di Maometto II; sua morte._

            Carattere di Maometto II                           51
  1451-1481 Regno                                              55
       1451 Intenzioni ostili di Maometto contro i Greci       57
       1452 Costruisce una Fortezza sul Bosforo                62
            Guerra de' Turchi                                  64
            Apparecchi per l'assedio di Costantinopoli         66
            Gran cannone di Maometto                           68
       1453 Costantinopoli assediata                           71
            Forze de' Turchi                                   74
            De' Greci                                          75
       1452 Fallace unione delle due Chiese                    77
            Ostinazione e fanatismo de' Greci                  78
       1453 Progredisce l'assedio di Costantinopoli            82
            Assalto e difesa                                   85
            Soccorso venuto agli assediati, e vittoria
              navale riportata dai Cristiani                   87
            Maometto fa trasportare il suo navilio per terra   92
            Strettezze in cui trovasi la città                 96
            I Turchi si preparano ad un assalto generale       96
            L'Imperator Costantino si congeda l'ultima
              volta dai Greci                                  99
       1453 29 maggio. Assalto generale                       101
            Morte dell'Imperatore Costantino Paleologo        106
            I Greci perdono la città e l'Impero               107
            Costantinopoli saccheggiata dai Turchi            107
            Prigionia de' Greci                               110
            Calcolo del bottino                               112
            Maometto II trascorre la città, S. Sofia,
              il palagio, ec.                                 116
            Condotta di Maometto verso i Greci                118
            Torna a popolare e ad abbellire Costantinopoli    119
            Estinzione delle famiglie imperiali de'
              Comneni e de' Paleologhi                        123
       1460 La Morea perduta pe' Turchi                       125
       1461 Anche Trebisonda                                  126
       1453 Dolore e spavento in cui è immersa l'Europa       129
       1481 Morte di Maometto II                              133

  CAPITOLO LXIX. _Stato di Roma dopo il secolo
  dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi.
  Sedizioni nella città di Roma. Eresia politica
  di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della
  Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani.
  Loro guerre. Vengono privati della elezione
  e della presidenza de' Papi, che si ritirano
  ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma.
  Querele fra i Colonna e gli Orsini._

  1100-1500 Stato di Roma e cambiamenti politici del
              medesimo                                        135
   800-1100 Imperatori di Roma francesi e alemanni            137
            Autorità de' Pontefici in Roma                    140
            Fondata sull'affezione del popolo                 140
            Sul diritto                                       140
            Sulle virtù degli stessi Pontefici                141
            Sulle loro ricchezze                              142
            Incostanza della superstizione                    143
            Sommosse di Roma contro i Papi                    145
  1086-1305 Successori di Gregorio VII                        147
  1099-1118 Pasquale II                                       148
  1118-1119 Gelasio II                                        149
  1144-1145 Lucio II                                          150
  1181-1185 Lucio III                                         150
  1119-1124 Calisto II                                        151
  1130-1143 Innocenzo II _ivi_
            Pittura che S. Bernardo fa dei Romani             152
       1159 Eresia politica di Arnaldo da Brescia             153
  1144-1154 Esorta i Romani a far rinascere la repubblica     157
       1155 Arso vivo                                         159
       1144 Restaurazione del Senato                          160
            Campidoglio                                       163
            Zecca                                             164
            Prefetto della città                              166
            Numero de' Membri del Senato, e forma della
              loro elezione                                   167
            Ufizio del Senatore                               169
  1252-1258 Brancaleone                                       171
  1263-1278 Carlo d'Angiò                                     173
       1281 Papa Martino IV                                   174
       1328 L'Imperatore Luigi di Baviera                     175
            I Romani si volgono agl'Imperatori                175
       1144 Corrado III                                       175
       1156 Federico I                                        177
            Guerre de' Romani contro le città confinanti      181
       1167 Battaglia di Tuscolo                              184
       1234 Di Viterbo                                        185
            Elezione de' Papi                                 185
       1179 Diritto de' Cardinali fondato da Alessandro III   187
       1274 Conclave instituito da Gregorio X                 188
            Lontananza de' Papi da Roma                       192
  1294-1303 Bonifazio VIII                                    193
       1309 Traslazione della Santa Sede ad Avignone          195
       1300 Instituzione del Giubbileo e dell'Anno Santo      198
       1350 Secondo Giubbileo                                 202
            Nobili o Baroni di Roma                           203
            Famiglia di Leone l'Ebreo                         205
            I Colonna                                         207
            Gli Orsini                                        211
            Contese ereditarie di queste famiglie             212

  CAPITOLO LXX. _Carattere del Petrarca e sua
  coronazione. Libertà e antico governo di Roma,
  risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e
  vizj, espulsione e morte di questo tribuno.
  Partenza dei Papi d'Avignone e loro ritorno a
  Roma. Grande scisma d'Occidente. Riunione della
  Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà romana.
  Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello
  Stato ecclesiastico._

  1304-1374 Il Petrarca                                       214
       1341 Coronato del lauro poetico a Roma                 219
            Nascita, carattere e divisamenti
              patriottici del Rienzi                          222
       1347 Si arroga il governo di Roma                      227
            Assume il titolo e gli ufizj di tribuno           229
            Leggi del Buono Stato                             229
            Libertà e prosperità della repubblica di Roma     232
            Il Tribuno rispettato in Italia                   235
            Celebrato dal Petrarca                            237
            Disonoratosi per vizj e follie                    238
            Ricevuto cavaliere                                240
            Coronato                                          243
            Incute spavento ai Nobili di Roma che
              lo detestano                                    244
            Questi s'armano contro il Rienzi                  247
            Sconfitta e morte di un Colonna                   248
            Caduta e fuga del tribuno Rienzi                  250
  1347-1354 Varie sommosse accadute in Roma                   252
            Nuovi avvenimenti del Rienzi                      254
       1351 Prigioniere ad Avignone                           255
       1354 Senatore in Roma                                  256
            Morto nello stesso anno                           259
       1355 Il Petrarca visita l'Imperatore Carlo IV,
              indi il rampogna                                259
            Sollecita i Papi d'Avignone a porre in
              Roma la loro residenza                          260
  1367-1370 Ritorno d'Urbano V                                263
       1377 Gregorio XI rimette definitivamente la
              sede del Governo appostolico in Roma            263
       1378 Morte di Gregorio XI                              266
            Elezione di Urbano VI                             266
            Di Clemente VII                                   267
            Grande scisma di Occidente                        269
            Sciagure di Roma                                  270
  1394-1407 Negoziazioni per la pace e la riunione
              de' scismatici                                  271
       1409 Concilio di Pisa                                  274
  1414-1418 di Costanza                                       275
            Elezione di Martino V                             277
       1417 Martino V                                         277
       1431 Eugenio IV                                        278
       1447 Nicolò V                                          278
       1434 Ultima sommossa di Roma                           278
       1452 Federico III, ultimo degl'Imperatori romani
              coronato a Roma                                 280
            Statuti e governo di Roma                         280
       1453 Congiura del Porcaro                              283
            Ultimi disordini promossi dalla Nobiltà romana    287
            I Papi acquistano un assoluto dominio ec.         288
            Governo ecclesiastico                             293

  CAPITOLO LXXI. _Descrizione delle rovine di Roma
  nel secolo decimoquinto. Quattro cagioni di
  scadimento e distruzione; il Colosseo citato
  ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera._

            Contemplazioni e discorsi del Poggi
              seduto sul colle del Campidoglio                298
            Descrizione delle rovine di Roma                  300
            Scadimento successivo delle opere romane          302
            Derivato da quattro cagioni                       304
            I. Dai guasti operati dal tempo e dalla natura    304
            Turbini e tremuoti                                305
            Incendj                                           305
            Innondazioni                                      307
            II. Dalle devastazioni di cui e i Barbari
              e i Cristiani si sono fatti colpevoli           309
            III. Dall'uso e dall'abuso de' materiali
              che i monumenti antichi somministravano         312
            IV. Dai litigi domestici degli abitanti di
              Roma                                            319
            Colosseo o anfiteatro di Tito                     324
            Giuochi di Roma                                   326
       1332 Combattimento de' tori sull'arena del Colosseo    327
            Guasti cui è soggiaciuto il Colosseo              330
            Consacrazione del medesimo                        332
            Ignoranza e barbarie de' Romani                   332
       1420 Restaurazioni e abbellimenti di Roma              336
            Conclusione dell'Opera                            339


FINE DELL'INDICE



INDICE GENERALE DELLE MATERIE CONTENUTE NELLA STORIA DELLA DECADENZA E
ROVINA DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON


  Introduzione alla Storia della decadenza e rovina dell'Impero
      romano, tom. I, pag. 1.


  A

  ABANO, Saracino; eroismo di sua moglie a lui superstite, t. X,
      p. 193.

  ABASSIDI, innalzamento di questa famiglia al rango di Califfi
      dei Saracini, t. X, p. 344.

  ABDALLAH, sua prima invasione nell'Africa, t. X, p. 256.
      Saccheggia la fiera d'Abyla, t. X, pag. 200. Il Prefetto
      Gregorio e sua figlia, t. X, p. 258.

  ABDALMALEK, Califfo de' Saracini. Si rifiuta di corrispondere il
      tributo all'Imperatore di Costantinopoli, e stabilisce una
      moneta nazionale, t. X, p. 322.

  ABDALBAHMAN, Saracino, stabilisce il suo trono a Cordova in
      Ispagna, t. X, p. 350. Lusso della sua Corte, t. X, p. 355.
      Millanteria della sua felicità, t. X, p. 356.

  ABDELAZIZ, Saracino; suo Trattato con Teodemiro Principe Goto di
      Spagna, t. X, p. 292. Sua morte, t. X, p. 296.

  ABDERAMO. Sua spedizione e sue vittorie, t. X, p. 336. Sua
      morte, t. X, p. 342.

  ABDOL-MOTALLER, avolo del profeta Maometto. Sua storia, t. X, p.
      44.

  ABGARO. Ultimo re d'Edessa mandato prigioniero a Roma, t. I, p.
      309.

  ABGARO. Ricerche su l'autenticità della sua corrispondenza con
      Gesù Cristo, t. IX, p. 259.

  _Abissinia_, invasa da' Portoghesi, t. IX, p. 135. Descrizione
      de' suoi abitanti, t. VIII, p. 75. Sua storia ecclesiastica,
      t. IX, p. 134.

  ABISSINJ; loro conquiste, t. VIII, pag. 75. Loro alleanza con
      Giustiniano, t. VIII, p. 78.

  ABISSINJ o Nubj; settarj, t. IX, p. 132. Loro Chiesa, t. IX, p.
      134.

  _Abila_, sua fiera, t. X, p. 200. I Saracini saccheggiano la sua
      fiera, t. X, p. 202.

  ABLAVIO, Prefetto sotto Costantino il Grande, t. III, p. 358.
      Congiura contro questo favorito orgoglioso, t. III, p. 359.
      Vien messo a morte, t. III, p. 461.

  ABU-AYUB. Sua storia, t. X, p. 319. Onori resi alla sua memoria
      dai Maomettani, t. X, p. 320.

  ABUBEKER, Califfo. Suo regno, t. X, p. 128. Invade la Sorìa, t.
      X, p. 178.

  ABU-CAAB. Comanda i Mauri dell'Andalusia che soggiogarono
      l'Isola di Creta, t. X, p. 275.

  ABULFEDA, racconto ch'egli fa del lusso del Califfo Moctader, t.
      X, p. 349.

  ABULFARAGGIO. Primate de' Giacobiti dell'Oriente, t. IX, pag.
      118. Elogio della sua saggezza e della sua erudizione, t. X,
      p. 359.

  ABBONDANZIO, generale d'Oriente, padrone dell'eunuco Eutropio
      reso da questo infelice ed esiliato, tom. VI, p. 280.

  ABU-SOFFIAN, principe della Mecca; congiura contro Maometto, t.
      X, p. 85. Battaglie di Beder e d'Ohud, t. X, p. 95. Assedia
      Medina senza successo, t. X, p. 97. Cede la Mecca a Maometto
      e lo riconosce come Profeta, t. X, p. 104.

  ABU-TAHER. Carmasio. Saccheggia la Mecca, t. X, p. 378.

  ACACIO, vescovo d'Amida; esempio straordinario di amore
      episcopale, tom. VI, p. 326.

  _Acaia_. Sua estensione, t. I, p. 35.

  ACRI e tutta la Terra Santa perduta pei Latini, t. IX, p. 459.

  ADAUTTO. Il solo martire di qualche distinzione durante la
      persecuzione di Diocleziano, t. III, p. 98.

  ADOLFO, re de' Goti; conclude la pace coll'Impero e marcia nella
      Gallia, t. VI, pag. 192. Suo matrimonio colla principessa
      Placidia, t. V, p. 195. Suoi tesori, t. VI, p. 197. Marcia
      nella Spagna, t. VI, p. 214. Sua morte, t. VI, p. 215.

  ADRIANO. Sua adozione all'Impero e suo carattere, t. I, p. 113.

  ADRIANO II, restituisce le conquiste fatte da Traiano in
      Oriente, t. I, p. 10. Paralello di questo Imperatore ed
      Antonino Pio, t. I, p. 11. Suo sistema pacifico, t. I, p.
      12. Sua moderazione e sua instancabile attività, t. I, pag.
      11. Fu principe eccellente, soffista ridicolo e tiranno
      geloso della sua autorità, t. I, p. 113. Non ascolta che il
      suo capriccio nella scelta del suo successore, t. I, p. 114.

  ADRIANO I, Papa. Sua alleanza con Carlomagno a danno dei
      Lombardi, t. IX, pag. 296. Riceve Carlomagno a Roma, t. IX,
      p. 302. Sostiene la falsa donazione di Costantino il Grande,
      tom. IX, p. 307.

  _Africa_. Descrizione di questa parte del Mondo, t. I, p. 38.
      Guerra d'Africa a' tempi di Diocleziano, t. II, p. 125.
      Tirannia dei Romani, t. V, p. 79. Rivoluzione di Firmo, t.
      V, p. 81. L'Africa viene sottomessa da Teodosio, t. V, 82.
      Suo stato, t. V, pag. 86. Desolata dai Vandali, t. VI, p.
      347. Assedio d'Ippona, t. VI, p. 349. Progresso de' Vandali
      in Africa, t. VI, pag. 354. Sorprendono Cartagine, t. VI, p.
      356. Esuli e schiavi Africani, t. VI, p. 357. Favola de'
      sette dormienti, t. VI, pag. 359. Invasa da Giustiniano, t.
      VII, p. 319. Stato de' Vandali in questo paese, t. VII, p.
      360. Contese intorno alle guerre dell'Africa, tom. VII, p.
      369. Presa di Cartagine, t. VII, p. 381. Conquista
      dell'Africa fatta da Belisario, t. VII, pag. 389. Turbolenze
      dopo partito Belisario, tom. VIII, p. 81. Rivoluzione dei
      Mori, t. VIII, pag. 85. Prima invasione fatta da Abdallah,
      tom. X, p. 256. Assedio di Tripoli, t. X, pag. 259. Il
      Prefetto Gregorio e sua figlia; t. X, pag. 258. Vittoria
      degli Arabi, t. X, p. 259. Progressi de' Saracini in Africa,
      t. X, p. 269. Fondazione di Cairoan, tom. X., p. 268.
      Conquista di Cartagine, t. X, p. 269. I Musulmani compiono
      il conquisto dell'Africa, tom. X, p. 272. Adozione de' Mori,
      t. X, p. 275. Annientamento de' Magi della Persia, t. X, p.
      303. Decadenza e caduta del cristianesimo in Africa, t. X,
      p. 308.

  AGLABITI, t. X, p. 397.

  AGOSTINO (Sant'). Sua morte, t. VI, p. 350.

  AGRICOLA. Suo piano di conquistare l'Irlanda, t. I, p. 6.

  _Agricoltura_. Sua perfezione in Occidente, t. I, p. 79.
      Introduzione de' fiori e delle frutta, t. I, p. 80.
      Coltivazione dell'ulivo, t. I, p. 81. Prati artificiali, t.
      I, p. _ivi._ Abbondanza generale, t. I, p. 82.

  AJACE. Come è distinto il suo sepolcro, t. III, p. 243.

  AIZNADIN. Battaglia quivi seguìta, t. X, p. 188.

  _Alani_. Invadono l'Asia e sono respinti da Tacito, t. II, p.
      65. Soggiogati dagli Unni, t. V, p. 202. Loro alleanza cogli
      Unni e coi Goti, t. V, pag. 228. Loro discordie, t. V, p.
      258.

  ALARICO, re de' Goti. Disfatto da Costantino, t. III, p. 353.
      Marcia nella Grecia, t. VI, p. 45. Egli è assaltato da
      Stilicone, t. VI, p. 50. Si rifugia colla sua armata
      nell'Epiro, t. VI, p. 187. È dichiarato generale
      dell'Illirico Orientale, t. VI, pag. 53. E re dei Visigoti,
      t. VI, p. 56. Invade l'Italia, t. VI, p. _ivi._ Battaglia di
      Pollenzia, tom. VI, p. 65. Suo ardire e ritirata, t. VI,
      pag. 67. Sua negoziazione con Stilicone t. VI, p. 98. Loro
      corrispondenza t. VI, pag. 100. Debolezza della Corte di
      Ravenna tom. VI, p. 114. Alarico marcia verso Roma t. VI, p.
      116. Accetta un riscatto, e leva l'assedio di Roma t. VI, p.
      157. Negoziazioni inutili t. VI, p. 160. Secondo assedio di
      Roma, t. VI, p. 166. Depone Attalo creato imperatore dai
      Goti e dai Romani t. VI, p. 171. Terzo assedio e saccheggio
      di Roma tom. VI, p. 173. Abbandona Roma e devasta l'Italia
      t. VI, p. 187. Sua morte t. VI, p. 191.

  ALARICO II, re de' Goti, combatte contro Clodoveo re dei Franchi
      e rimane ucciso per sua mano t. VII, p. 101.

  ALBERICO. Sua ribellione, t. IX, p. 353.

  ALBIGESI, loro persecuzione, t. XI, p. 38.

  ALBINO (Clodio) governatore della Gran Brettagna si dichiara
      contro l'usurpatore Giuliano. Suo carattere e sue
      pretensioni t. I, p. 164. Artifizj e successi di Severo suo
      competitore; sua disfatta e morte t. I, p. 180.

  ALBOINO, re de' Lombardi. Suo valore, amore, e vendetta t. VIII,
      p. 283. Intraprende la conquista dell'Italia t. VIII, p.
      288. Viene ucciso da Rosmunda sua moglie t. VIII, p. 295.

  ALESSANDRO Severo. Elagabalo imperatore lo dichiara Cesare t. I,
      p. 221. Suo innalzamento al trono t. I, p. 222. Potere della
      sua madre Mammea t. I, p. 223. Saviezza e moderazione del
      suo governo t. I, p. 225. Sua educazione e virtuoso
      carattere t. I, p. 226. Giornale della sua vita ordinaria t.
      I, p. _ivi._ Felicità generale de' Romani t. I, p. 228.
      Alessandro ricusa il nome di Antonino t. I, p. _ivi._
      Sedizione dei Pretoriani, e uccisione di Volpiano t. I, p.
      230. Tumulti delle legioni t. I, p. 232. Fermezza
      dell'Imperatore t. I, p. _ivi._

  ALESSANDRO Severo. Difetti del suo regno e del suo carattere t.
      I, p. 234. Digressione sulle finanze dell'Impero t. I, p.
      235. Imposizione del tributo sopra i cittadini Romani, t. I,
      p. 236. Il tributo abolito t. I, p. 237. Tributi delle
      province t. I, p. _ivi._ Dell'Asia t. I, p. 238. Dell'Egitto
      tom. I, p. _ivi._ Della Gallia t. I, p. _ivi._ Dell'Africa
      t. I, p. _ivi._ Della Spagna t. I, p. 239. Dell'isola di
      Giera, t. I, p. _ivi._ Somma delle entrate, t. I, p. 240.
      Sua supposta vittoria contro Artaserse, t. I, p. 310.
      Dimostra del rispetto per la Religione Cristiana, t. III, p.
      69. Sua morte, t. I, p. 255.

  _Alessandria_. Descrizione di questa città, t. I, p. 417. Suoi
      tumulti, t. I, p. _ivi._ Sua distruzione, t. I, p. 418.
      Storia di S. Atanasio d'Alessandria, t. IV, p. 149. Del suo
      successore Giorgio di Cappadocia, t. IV, p. 295. Sedizione,
      e devastazione dei Templi, massacro di Giorgio, t. IV, p.
      297. Ristabilimento di S. Atanasio, t. IV, p. 301.
      Distruzione del Tempio di Serapi, t. V, p. 374. Storia di S.
      Carillo Patriarca, t. IX, p. 28. Sua Biblioteca, t. I, p.
      245.

  ALESSIO, Imperatore, suo esercito e azioni campali, t. XI, pag.
      161. Battaglia di Durazzo, t. XI, p. 168. Presa di Durazzo,
      t. XI, p. 168. Sua politica coi Crociati, t. XI, p. 318.
      Rispettato ed onorato dai Crociati, t. XI, p. 321. Buoni
      successi riportati nelle Crociate, t. XI, p. 381. Sue
      spedizioni per terra, t. XI, p. 385.

  ALESSIO II, degradato dal rango supremo, t. IX, p. 220. Sua
      morte, t. IX, p. 230.

  ALEPPO, conquistata dagli Arabi, t. X, p. 216.

  _Alemagna_. Indipendenza dei suoi Principi, t. IX, p. 363.
      Costituzione germanica, tom. IX, p. 366.

  _Alemanni_. Loro origine, t. I, p. 384. Invadono la Gallia e
      l'Italia, t. I, p. 385. Sono respinti innanzi a Roma dal
      Senato e dal popolo, t. I, p. 385. Loro negoziazione
      coll'Imperatore Galliano, t. I, p. _ivi._ Violano il
      trattato di pace, t. II, pag. 23. Invadono nuovamente
      l'Italia, t. II, p. 26. Vinti da Aureliano, t. II, p. 24.
      Invadono nuovamente la Gallia, t. V, p. 56. Loro ritirata,
      t. V, p. 58. Odio ereditario fra loro e i Borgognoni, t. V,
      pag. 63. Disfatti e sottomessi da Clodoveo, t. VII, p. 81.
      Invadono per la terza volta l'Italia, t. VIII, pag. 128.
      Sono disfatti da Narsete, tom. VIII, pag. 130. Divengono
      vassalli e confederati de' Franchi, tom. IX, p. 335.

  ALÌ, compagno di Maometto, t. X, p. 124. Suo carattere, t. X, p.
      127. Suo regno, t. X, p. 134. Sue pretese al trono d'Arabia,
      t. X, p. 127. Sua ritirata, t. X, p. 130. Sua morte, t. X,
      p. 134. Sua posterità, t. X, p. 143.

  ALP-ARSLAN, suo regno, t. XI, p. 229. Conquista dell'Armenia e
      della Georgia, t. XI, p. _ivi._ Sua morte, t. XI, p. 240.

  AMALASUNTA, regina d'Italia. Suo governo, t. VII, p. 409. Suo
      esilio e morte, t. VII, p. 413.

  _Amadoniti_, t. X, p. 400.

  _Amalfi_, commercio di questa città, t. XI, p. 149.

  AMBROGIO (Sant') Vescovo di Milano, t. V, p. 307. Successo della
      sua opposizione contro l'Imperatrice Giustina, t. V, p. 309.
      Sua autorità e condotta, tom. V, p. 336. Impone una pubblica
      penitenza all'Imperatore Teodosio pel suo massacro di
      Tessalonica, t. V, p. 337. Resiste alle istanze ed ai
      prosperi successi dell'usurpatore Eugenio, t. V, p. 353.
      S'oppone all'erezione degli altari della Vittoria, t. V, p.
      366.

  AMMIANO-MARCELLINO. Carattere ch'egli fa della nobiltà Romana,
      t. VI, p. 130.

  AMORIO. Guerra quivi seguìta tra Teofilo e Motassem, t. X, p.
      384.

  AMROU, suo carattere e vita, t. X, p. 230.

  AMURAT I, Sultano de' Turchi, t. XII, p. 328. Suo regno e sue
      conquiste in Europa, t. XII, p. _ivi._

  AMURAT II, suo regno, t. XII, pag. 4000. Suo carattere, t. XIII,
      p. 15. Abdica due volte il trono, tom. XIII, p. 17. Sua
      morte, t. XIII, p. 19.

  _Anacoreti_. Vivono in ritiro, e seguendo l'impulso della loro
      fantasia, tom. VII, p. 32.

  ANASTASIO, imperatore d'Oriente. Suo regno, t. VII, p. 206. Sua
      guerra coi Persiani, t. VII, p. 304. Popola ed abbelisce la
      città di Dara, t. VII, pag. 344.

  ANASTASIO II, imperatore dei Romani. Suo regno, t. IX, p. 163.

  ANATOLIA, divisa fra gli Emiri Turchi, t. XII, p. 319.

  ANDRAGAZIO, generale di cavalleria di Massimo, t. V, p. 279.

  ANDRONICO il Vecchio, imperatore Greco, t. IX, p. 216. Chiama i
      Catalani, t. XII, p. 221. Superstizione sua e del suo
      secolo, tom. XII, p. 233. Si associa agli onori della
      porpora il suo figlio Michele, t. XII, p. 241. Rassegna
      l'Impero, t. XII, p. 343. Sua morte, t. XII, p. 245.

  ANDRONICO, (Michele), suo successore, t. XII, p. 245. Due mogli
      avute dal medesimo, t. XII, 246. Sua morte, t. XII, p. 248.

  ANDRONICO (figlio di Michele). Fugge dalla Capitale e leva
      un'armata, t. XII, p. 241. Sua incoronazione, t. XII, p.
      _ivi._ Suo regno, t. XII, p. 246. Sua malattia, t. XII, p.
      251. Sua ambasceria a Papa Benedetto XII, t. XII, p. 416.

  _Anicia_, (famiglia). Superava tutte le altre in pietà ed in
      ricchezza, t. VI, pag. 122. La prima famiglia senatoria che
      abbraccia il Cristianesimo, t. VI, pag. 124. I marmi del
      palazzo di questa famiglia passati in proverbio per dinotare
      la sua ricchezza e magnificenza, t. VI, p. 125.

  ANIMA. Dottrina della sua immortalità, t. II, pag. 272. Opinioni
      che ne avevano i Filosofi, t. II, p. 273.

  ANNIBALE alle porte di Roma, t. VI, p. 119.

  ANNIBALIANO, nipote di Costantino, ottiene il titolo di Cesare,
      t. III, pag. 344. Esercitato nelle fatiche della guerra, t.
      III, p. 345. Governa le province del Ponto, della Cappadocia
      e della picciola Armenia, tom. III, p. 346. Massacrato per
      ordine di Costanzo, tom. III, p. 360.

  ANNO Santo. Sua instituzione, t. XIII, pag. 198.

  ANTEMIO, prefetto d'Oriente; usurpa la suprema autorità dopo la
      morte d'Arcadio, t. VI, p. 513. Suoi talenti, sua fermezza e
      fedeltà nella sua amministrazione durante la minorità di suo
      figlio Teodosio, t. VI, p. 313.

  ANTEMIO, genero di Marciano; suo innalzamento, e sue vittorie:
      creato Imperatore d'Occidente, t. VI, p. 512. Discordie fra
      lui e Ricimero, t. VI, p. 531. Sacco di Roma e morte di
      Antemio, t. VI, p. 535.

  _Antiochia_. Progressi del Cristianesimo nella Chiesa di
      Antiochia, t. II, p. 334. Storia e processo pubblico del suo
      vescovo Paolo Samosateno, t. III, pag. 74. Tempio e sacro
      bosco di Dafne, t. IV, p. 288. Disprezzo e profanazioni del
      bosco di Dafne: tom. IV, p. 291. Tempio di Dafne abbruciato,
      t. IV, p. 292. Cattedra Episcopale d'Antiochia, t. IV, p.
      293. Licenziosi costumi del popolo d'Antiochia, t. IV, p.
      314. Loro avversione a Giuliano, t. IV, p. 316. Carestia di
      grano e pubblico disgusto, t. IV, p. _ivi._ Satira di
      Giuliano contro questa città, t. IV, 319. Libanio sofista,
      t. IV, p. 320. Severa inquisizione contro il delitto di
      Magia in Antiochia, t. V, pag. 29. Sedizione di questa città
      per alcuni editti, t. V, p. 328. Degradata dal suo rango,
      perde il nome ed i diritti di città, t. V, p. 329. Terribile
      castigo contro i suoi abitanti, t. V, p. 330. Perdono ed
      assoluzione generale accordata da Teodosio, t. V, pag. 332.
      Rovine di questa città; è rifabbricata da Giustiniano sotto
      il nome di Teopoli, tom. VIII, p. 47. Assediata dai
      Saracini, e ripresa dai Greci, t. X, p. 408. Assediata dai
      Crociati, t. IX, p. 340.

  ANTONIO (sant'), nato nella Bassa Tebaide, fissa la sua ultima
      dimora sul monte Colzimo, vicino al mar Rosso, t. VII, p. 8.

  ANTONINA, moglie di Belisario. Sua storia segreta, t. VII, pag.
      465. Teodosio di lei amante, t. VII, pag. 466. Risentimento
      di Belisario e di Fozio suo figlio, t. VII, p. 469.
      Perseguita suo figlio, t. VII, p. 470. Fonda un monastero
      dopo la morte di Belisario, t. VIII, p. 143.

  ANTONINI, loro adozione all'Impero romano, tom. I, p. 115. Loro
      sistema pacifico, t. I, p. 12.

  ANTONINO, più conosciuto sotto il nome di Eliogabalo.

  ANTONINO PIO: suo carattere e regno, t. I, p. 116. Suoi
      contrasti con Adriano suo predecessore, t. I, p. 12. Fa
      rispettare il nome romano, t. I, p. 12. Adotta Vero per suo
      successore, t. I, p. 115.

  APOLLINARE, Patriarca d'Alessandria; suo pontificato, t. IX, p.
      127.

  APOSTOLI, loro tombe e reliquie t. VIII, p. 328.

  _Aquitania_. Vi si stabiliscono i Goti, t. VI, p. 218.
      Conquistata dai Franchi, t. VII, p. 102.

  _Aquileja_. Suo assedio, t. I, p. 273. Crispino e Monofilo
      dirigono il valore dei suoi abitanti, t. I, p. 274. Le teste
      di Massimino e di suo figlio, portate su picche, annunziano
      agli abitanti di Aquileja essere finito il suo assedio, t.
      I, p. 276. La morte di Massimino giunta in quattro giorni da
      Aquileja a Roma, t. I, p. 277. Una delle città più
      magnifiche de' Veneziani, t. VI, p. 448.

  _Arabi_. Costumi de' Bedovini, o pastori Arabi, tom. X, pag. 10.
      Loro commercio, t. X, p. 16. Loro independenza nazionale,
      tom. X, p. 17. Loro libertà e loro carattere domestico, t.
      X, p. 22. Loro guerre civili e loro particolari vendette, t.
      X, p. 25. Loro tregua annuale, t. X, p. 28. Loro qualità e
      virtù sociali, t. X, p. 28. Loro amor per la poesia, t. X,
      p. 30. Esempi di generosità, tom. X, p. 31. Loro antica
      idolatria, t. X, p. 33. Loro sagrifizi e cerimonie
      religiose, t. X, p. 37. Loro unione, t. X, pag. 152.
      Carattere, de' loro Califfi, tom. X, pag. 155. Loro
      conquiste, t. X, p. 158. Invadono la Persia, t. X, p. 162.
      La conquistano, t. X, p. 171. Invadono la Sorìa, t. X, p.
      178. Assedio di Bosra, t. X, p. 182. Assedio di Damasco, t.
      X, pag. 185. Damasco è presa d'assalto, t. X, p. 194.
      Conquista di Gerusalemme, t. X, p. 211. Conquista d'Aleppo e
      d'Antiochia, t. X, p. 216. Invadono l'Africa, tom. X, p.
      256. Conquistano Cartagine, t. X, p. 269. Primi loro disegni
      sulla Spagna, t. X, p. 276. Prima loro discesa in Ispagna,
      t. X, p. 280. Seconda, tom. X, p. 282. Loro vittoria, t. X,
      pag. 283. Conquista della Spagna fatta da Musa, t. X, pag.
      289. Prosperità degli Spagnuoli sotto gli Arabi, t. X, p.
      297. Limiti delle conquiste degli Arabi, t. X, pag. 316.
      Primo assedio di Costantinopoli fatto dagli Arabi, tom. X,
      pag. 317. Pace e Tributo, tom. X, p. 320. Secondo assedio di
      Costantinopoli, t. X, p. 323. Invadono la Francia, t. X, p.
      334. Spedizione e vittoria d'Abderamo, tom. X, pag. 336.
      Loro disfatta per opera di Carlo Martello, t. X, p. 340.
      Introduzione della letteratura fra gli Arabi, t. X, p. 358.
      Loro veri progressi nelle scienze, t. X, p. 361. Mancanza di
      gusto, di erudizione, e di libertà, t. X, p. 367. Soggiogano
      l'Isola di Creta, t. X, p. 374. Soggiogano l'Isola di
      Sicilia, tom. X. p. 376.

  _Arabia_. Descrizione di questa parte, t. X, p. 6. Terreno e
      clima, t. X, p. 7. Tre Arabie: Arabia deserta, Arabia
      Petrea, e Arabia Felice, t. X, p. 10. Il cavallo, t. X, p.
      12. Il cammello, t. X, p. 13. Città dell'Arabia, t. X, p.
      14. La Mecca, t. X, p. 15. Suo commercio, t. X, pag. 16. Il
      Caaba o Tempio della Mecca, t. X, p. 34. Introduzione dei
      Sabei, t. X, pag. 39. Dei Magi degli Ebrei, e de' Cristiani,
      t. X, pag. 41. Liberazione della Mecca, t. X, p. 45.
      L'Arabia conquistata da Maometto, t. X, p. 105. Bene e male
      fatto da Maometto, in questo paese, tom. X, p. 150.
      Carattere de' suoi Califfi, t. X, p. 155. Esaltamento degli
      Abbassidi, t. X, p. 344. Caduta degli Ommiadi, t. X, pag.
      349. Sedizione generale delle sue province, t. X, p. 395.

  ARBEZIO. Veterano rispettabile del Gran Costantino meritò gli
      onori del Consolato, t. V, p. 28.

  ARCADIO, figlio di Teodosio, Imperatore d'Oriente, t. VI, p. 5.
      Suo matrimonio con Eudossia, t. V, p. 16. Suo Regno, t. VI,
      pag. 272. Amministrazione e carattere d'Eutropio, suo
      favorito, t. VI, p. 275. Ribellione di Tribigildo, t. VI, p.
      285. Cospirazione e caduta di Gaina, tom. VI, p. 292. Morte
      d'Arcadio, t. VI, p. 310. Suo testamento supposto, t. VI, p.
      312.

  ARDARICO, Re dei Gepidi, saggio e fedel consigliere di Attila,
      t. VI, 373.

  _Arianismo_. Sua origine, suoi progressi, e lamenti religiosi da
      lui suscitati, tom. IV, pag. 97. Formole di fede Ariana, t.
      IV, pag. 104. Condotta degli Imperatori in punto di
      controversia ariana, t. IV, p. 112. Gli Ariani sono
      perseguitati da Costantino, t. IV, p. 114. Morte di Ario
      loro Capo, t. IV, p. 115. Costanzo li favorisce, t. IV, p.
      117. Concilj Ariani, tom. IV, pag. 119. Vescovi Ariani, tom.
      IV, pag. 154. Crudeltà degli Ariani, tom. IV, pag. 162.
      Arianesimo di Costantinopoli, tom. V, p. 286. Sue rovine in
      quella città, t. V, pag. 292. In Oriente, t. V, p. 294.
      Conversione de' Barbari all'arianesimo, t. VII, p. 44. Sua
      rovina fra i medesimi, t. VII, p. 63.

  ARINTEO. Generale per la forza, pel valore, e per la bellezza
      superiore a tutti gli Eroi del suo tempo, t. V, p. 28.

  ARIO. I suoi nemici anche i più accaniti fanno giustizia alla
      sua erudizione, ed alla purezza de' suoi costumi, t. IV, p.
      95. I vescovi d'Asia in maggior parte sembravano favorire le
      sue opinioni, t. IV, p. 96.

  _Arles_. Centro del governo e del commercio dei Galli, t. VI, p.
      229. Assediata dai Visigoti, t. VI, p. 417.

  _Armata romana_ (vedi Legioni).

  _Armenia_. Conquistata dai Persiani, t. I, p. 400. Tiridate loro
      la toglie, e ne ottiene il trono, t. II, p. 130. Rivoluzione
      del popolo e dei Nobili, tom. II, pag. 131. I Persiani
      nuovamente occupano l'Armenia, tom. II, p. 139. Morte di
      Tiridate e stato di questo Regno, t. III, p. 365. Suo stato
      a' tempi di Costantino, t. III, p. 364. Sapore se ne
      impadronisce, e diventa una provincia Persiana, t. V, p. 89.
      Morte del re Tirano, e cattività d'Olimpia vedova del
      medesimo, t. V, p. 90. Dopo la morte di Sapore, Para rianima
      le speranze degli Armeni. Avventure di questo Principe, t.
      V, p. 93. Divisione di questo regno tra i Romani ed i
      Persiani, t. VI, p. 327. L'Armenia conquistata dai Turchi,
      t. XI, p. 228.

  _Armenj_, Settarj, t. IX, p. 122.

  _Armorica_ (Provincia). Comprendevansi sotto questo nome le
      contrade marittime della Gallia tra la Senna e la Loira,
      tom. VI, p. 223. Rivolta di questo paese, t. VI, p. _ivi._

  _Armorici_, sottomissione loro e delle truppe romane, t. VII, p.
      88.

  ARNALDO DA BRESCIA, sua eresia politica, t. XIII, p. 153. Esorta
      i Romani a far rinascere la Repubblica, t. XIII, p. 157.
      Arso vivo, t. XIII, p. 159.

  ARRIANO, suoi viaggi, t. VIII, p. 62.

  ARSENIO, governatore d'Arcadia. Fugge dal palazzo di
      Costantinopoli e si ritira in un monastero d'Egitto, tom.
      VI, p. 16.

  ARSENIO, Patriarca, scomunica l'Imperatore Michele Paleologo, t.
      XII, p. 190.

  _Arseniani_, loro sistema, t. XII, p. 200.

  ARTASERSE, ristabilisce la monarchia de' Persiani, t. I, pag.
      292. Vi stabilisce una amministrazione ferma e vigorosa, t.
      I, p. _ivi._ Trova dei nemici formidabili nei Romani, t. I,
      p. 296. Sua ambizione, tom. I, p. 305. Pretende dai Romani
      le province dell'Asia, e loro dichiara la guerra, tom. I, p.
      309. Relazione più probabile della guerra, t. I, p. 312.
      Carattere e massime di Artaserse, tom. I, p. 313.

  ARTURO, re di Brettagna. Sua fama, suoi tesori, sua tavola
      rotonda, t. VII, p. 155.

  _Arti di lusso_, tom. I, p. 82. Loro decadenza sotto
      Diocleziano, t. II, p. 168.

  ARVANDO, prefetto della Gallia. Suo processo, t. VI, p. 521.

  _Asia._ Conquiste di Trajano in questo paese, t. I, p. 9.
      Restituite da Adriano, t. I, pag. 10. Numero delle sue
      Città, tom. I, p. 75. Sue rendite, t. I, p. 291. Sue
      rivoluzioni, t. I, pag. _ivi_. Invasa dagli Alani, t. II, p.
      65. Sua sicurezza dopo la conquista dell'Isauria, t. VII, p.
      335. Origine ed impero de' Turchi, t. VIII, p. 20.

  _Asia Minore._ Sue divisioni, t. I, p. 36. Come governata, t. I,
      p. 37. Conquistata da Cosroe, t. VIII, pag. 390. Indi dai
      Turchi, t. XI, p. 249.

  _Assalona._ Giornata campale quivi seguìta a' tempi dei
      Crociati, t. XI, p. 365.

  _Assemblee_ delle sette province della Gallia, tom. VI, p. 229.

  _Assemblee_ Legislative, loro privilegio a' tempi di Costantino,
      t. IV, p. 70.

  _Assiria._ Descrizione di questo paese, t. IV, p. 335. Invasa da
      Giuliano, tom. IV, p. 338. Assedio di Perisabor, t. IV, p.
      _ivi_. Di Maogamalca, t. IV, p. 340.

  ATTALO, Prefetto di Roma, eletto imperatore dai Goti e dai
      Romani, t. VI, p. 168. Vien deposto da Alarico, t. VI, pag.
      171. Ristabilito e degradato un'altra volta, t. VI, pag.
      208. Esiliato a Lipari, t. VI, p. 211.

  ATTANARICO, luogotenente di Ermanrico. S'acquista gloria, e
      calamità in una guerra difensiva contro i luogotenenti
      dell'Imperatore, t. V, p. 102. Sua morte e funerali, t. V,
      p. 260.

  ATANASIO (Sant') d'Alessandria. Sua indole ed avventure, t. IV,
      p. 123. Persecuzioni contro di lui, t. IV, p. 127. Sua Lega
      coi Meleziani, t. IV, p. _ivi_. Primo esilio, t. IV, p. 130.
      Ristabilito nella sua sede, t. IV, pag. 131. Secondo esilio,
      t. IV, pag. _ivi_. Richiamato di nuovo, t. IV, pag. 134. Sua
      condanna, t. IV, p. 141. Esiliato di nuovo, tom. IV, p. 143.
      Sua espulsione da Alessandria, t. IV, p. 144. Contegno da
      lui tenuto, t. IV, p. 148. Suo ritiro, t. IV, p. 149.
      Cattedra Episcopale a lui restituita, t. IV, p. 300.
      Perseguitato, indi è scacciato da Giuliano, t. IV, p. 302.
      Sua morte, t. V, p. 45. Giusta idea della sua persecuzione,
      t. V, p. 46.

  ATABEK della Sorìa, t. XI, p. 405.

  _Atene._ Sue scuole, t. VII, p. 347. Soppresse da Giustiniano,
      t. VII, p. 352. Proclo, e i suoi successori, t. VII, pag.
      353. Ultimi filosofi, t. VII, p. 355. Diviso il greco Impero
      fra i Francesi e i Veneziani, toccò il principato d'Atene a
      Ottone De la Roche, t. XII, p. 226. Gauttiero di Brienne
      succede nel ducato d'Atene, tom. XII, pag. 229. Tagliato a
      pezzi colla sua cavalleria dai Catalani chiamati la _Gran
      Compagnia_, t. XII, pag. 229. Questi si dividono l'Attica e
      la Beozia, t. XII, p. _ivi._ Situazione presente degli
      Ateniesi, t. XII, p. _ivi._ Mutamenti politici avvenuti in
      Atene, t. XII, p. 226.

  ATTILA, re degli Unni, sua figura, suo carattere, t. VI, p. 368.
      Acquista l'impero della Scizia e della Germania, t. VI, p.
      371. S'impadronisce della Persia, t. VI, pag. 373. Muove la
      guerra all'imperio d'Oriente, t. VI, p. 374. Trattato di
      pace tra lui e l'Imperatore Orientale, tom. VI, pag. 376.
      Sue scorrerie in Europa sino a Costantinopoli, tom. VI, p.
      377. Ambasciate da lui spedite a Costantinopoli, t. VI, p.
      390. Ambasciata da lui avuta da Massimino, t. VI, p. 393.
      Suo contegno cogli ambasciatori Romani, tom. VI, p. 400.
      Riprende l'Imperatore Teodosio, che lo voleva far
      assassinare, e gli perdona, t. VI, p. 406. Conviti reali, t.
      V, p. 403. Cospirazione de' Romani contro la vita d'Attila,
      t. VI, p. 404. Minaccia ambidue gl'Imperi, e si prepara ad
      invadere la Gallia, t. VI, p. 410. Invade la Gallia, ed
      assedia Orleans, tom. VI, p. 428. Si ritira nelle pianure
      della Sciampagna, t. VI, pag. 434. Alleanza dei Romani e de'
      Goti contro di lui, t. VI, p. 435. Battaglia di Chalon, t.
      V, pag. 438. Ritirata d'Attila, t. IV, p. 440. Perde la
      battaglia di Chalon, t. VI, p. 441. Invade l'Italia, t. VI,
      p. 443. Fa la pace coi Romani, t. VI, pag. 450. Morte di
      Attila, t. VI, p. 454. Distruzione del suo Impero, tom. VI,
      p. 456.

  AUGUSTO, sua moderazione, t. I, p. 2. Imitato da' suoi
      successori, t. I, pag. 4. La conquista della Brittania fu la
      prima eccezione, t. I, p. 5. Seconda eccezione, la conquista
      della Dacia, t. I, p. 7. Adriano e i due Antonini
      abbracciano il sistema pacifico di Augusto, t. I, p. 12.
      Stabilimenti militari delle due flotte nei porti di Misene e
      di Ravenna, t. I, p. 13. Numero e disposizione delle
      legioni, t. I, p. 25. Distribuisce l'Italia in undici
      regioni, e vi comprende l'Istria, t. I, pag. 73. Situazione
      di Augusto, t. I, p. 89. Riforma del Senato, t. I, p. 90.
      Augusto depone l'usurpato potere, t. I, p. 91. È forzato a
      riassumerlo col titolo di Imperatore, ossia Generale, t. I,
      pag. 92. Luogotenenti dell'Imperatore, t. I, p. 95.
      Divisione delle province tra l'Imperatore ed il Senato, t.
      I, p. 96. Il primo conserva il comando militare e le sue
      guardie in Roma medesima, t. I, p. _ivi._ Idea generale del
      sistema imperiale, t. I, p. 102. I titoli di Augusto e di
      Cesare, t. I, pag. 105. Carattere e politica di Augusto, t.
      I, p. 106. Ripeteva con orgoglio: ho trovato la mia Capitale
      con semplici mattoni, e la tramando a' miei successori
      fabbricata in marmo, t. I, p. 66. Dopo la vittoria di Azio,
      giubilando il popolo Romano in segreto per la caduta
      dell'aristocrazia, Augusto lo seduce colle sue liberalità,
      t. I, p. 90. Dal suo zelo di riformare il Senato, fa
      conoscere ch'egli aspira ad essere padre della patria, t. I,
      p. 91. Pronuncia uno studiato discorso, ove vedesi
      l'ambizione sotto il velo del patriottismo, t. I, p. _ivi._
      Si rifiutano i Senatori d'accettare la sommissione
      d'Augusto, t. I, p. 93. Tal giuoco d'Augusto è più volte da
      lui rinnovato, t. I, p. 94. Confida la sua autorità a dei
      luogotenenti, t. I, p. 99. Appaga con un facile sagrificio
      la vanità de' Senatori, t. I, p. 100. Anche in tempo di pace
      e nel centro della Capitale tiene presso di sè una guardia
      numerosa, tom. I, pag. 107. Il Senato gli accorda a vita il
      Consolato e la podestà tribunizia, t. I, pag. 108. Si fa
      aggiungere colla sua politica le dignità di Sommo Pontefice
      e di Censore, t. I, p. 109. Conserva la forma dell'antica
      amministrazione, t. I, p. 100. Chiedea umilmente per lui i
      suffragi del popolo, t. I, p. _ivi._ Il governo imperiale,
      da lui istituito, era una monarchia assoluta, rivestita di
      tutti i caratteri di una repubblica, t. I, p. 111. La sua
      Casa, sebbene numerosa e brillante, non era composta che di
      schiavi e di liberti, t. I, p. 113. Sapeva Augusto che i
      popoli si lasciano governare con vani titoli, t. I, p. 107.
      Ristabilisce la disciplina nelle armate, t. I, p. 108.
      Destina Tiberio a suo successore, t. I, p. 110. Tasse da lui
      imposte sui cittadini Romani, t. I, p. 240. Gabelle, t. I,
      pag. 241. Imposizioni sulle vendite, t. I, p. 242. Tasse sui
      Legati e sulle eredità, t. I, p. 243.

  AUGUSTO, figlio del patrizio Oreste, ultimo imperatore di
      Occidente, t. VI, p. 541. Implora la clemenza di Odoacre,
      tom. VI, p. 452. Viene rilegato nella villa di Lucullo, t.
      VI, pag. 546. Decadenza dello spirito romano, t. VI, p. 549.

  AURELIANO, generale di Claudio, è da lui destinato a suo
      successore, t. II, pag. 16. Sua origine e servigi da lui
      prestati, t. II, p. 18. Regno fortunato di Aureliano e
      severità della disciplina da esso mantenuta negli eserciti,
      t. II, pag. 19. Trattato da lui conchiuso coi Goti, t. II,
      p. 21. Cede ai medesimi la Dacia, t. II, p. 22. Fa la guerra
      agli Alemanni, e gli sommette, tom. II, p. 24. Acquista
      all'impero la Gallia, la Spagna, la Brittania, l'Egitto, la
      Sorìa e l'Asia Minore, t. II, p. 30. Vince i Palmireni nelle
      battaglie d'Antiochia e d'Emesa, t. II, p. 37. Altre
      operazioni di Aureliano, tom. II, p. 38. Stato di Palmira,
      tom. II, pag. 39. Assedio di questa città operato da
      Aureliano, t. II, p. 41. Resa della medesima, e cattività di
      Zenobia, t. II, p. 42. Distruzione di Palmira, tom. II, p.
      43. Ribellione mossa in Egitto da Fermo, e repressa da
      Aureliano, t. II, p. 44. Trionfo di Aureliano, t. II, p. 45.
      Sua clemenza verso Tetrico e verso Zenobia, t. II, p. 47.
      Fastosa pietà dello stesso principe, t. II, p. 49.
      Ribellione da lui sedata in Roma, t. II, pag. 50. Corregge
      l'alterazione delle monete; osservazioni a tale proposito,
      t. II, p. 51. Atti crudeli esercitati da Aureliano, t. II,
      p. 53. Spedizione da esso impresa nell'Oriente, t. II., pag.
      54. Sua morte dovuta ad un tradimento, t. II, pag. 55.
      Contesa straordinaria fra l'esercito ed il Senato per la
      scelta del suo successore, t. II, p. 57. Sentenza stata
      decretata da Aureliano contro il vescovo d'Antiochia, t.
      III, p. 75. Come Aureliano si prendesse cura di far eseguire
      tale sentenza, t. III, p. 76.

  AUREOLO invade l'Italia; è disfatto ed assediato in Milano, t.
      II, p. 6. Morte di Aureolo, t. II, p. 10.

  AUTARI, re dei Lombardi, tom. VIII, p. 310.

  _Autuno._ Assedio sostenuto da questa Città contro le legioni
      dei Galli, t. II, p. 203. È presa d'assalto e saccheggiata,
      t. II, p. 205.

  _Aversa._ Fondazione di questa Città, t. XI, p. 124.

  _Avignone._ Traslazione della Santa Sede in questa Città, t.
      XIII, p. 195.

  AVITO, Imperatore, t. VI, pag. 475. Suo genio per la guerra e
      per la negoziazione, t. VI, pag. 476. Vien deposto dal grado
      Imperatorio, t. VI, pag. 484. Sua morte, t. VI, p. 486.

  _Avari._ Gli Avari fuggono innanzi ai Turchi, e si avvicinano
      all'impero d'Oriente, t. VIII, p. 25. Loro ambasciata a
      Costantinopoli, t. VIII, p. 26. Altra ambasciata a Giustino
      II, imperatore, t. VIII, p. 281. Distruggono il re ed il
      regno dei Gepidi, tom. VIII, p. 286. Orgoglio, politica e
      potere del Cacano degli Avari, tom. VIII, pag. 361. Guerra
      di Maurizio contro i medesimi, t. VIII, p. 367.
      Costantinopoli liberata dagli Avari e dai Persiani, t. VIII,
      p. 410.

  Avvertimento opposto dal traduttore Pisano al capitolo XXXIII
      del Gibbon, t. VII, p. 187.

  _Azimo_, o _Azimomzio_, nella Tracia sui confini dell'Illirico,
      si distingue per lo spirito marziale della sua gioventù, t.
      VI, p. 388.

  AZIO, osservazioni sulle cose Romane dopo questa battaglia, t.
      I, p. 90.


  B

  _Bachi_ da seta. Loro introduzione nella Grecia, t. VII, p. 300.

  BAHARAM, liberatore della Persia. Sue imprese, t. VIII, pag.
      348. Sua ribellione, t. VIII, p. 351. Sua morte, t. VIII, p.
      357.

  BALBINO, Console; dichiarato imperatore dal Senato, t. I, p.
      267. Suo carattere e sue virtù, t. I, p. 269. Tumulto a
      Roma, t. I, p. 270. I pretoriani malcontenti, t. I, p. 279.
      Uccisione di Balbino, t. I, p. 280.

  BALTI, nobil razza dei Goti da cui discendeva Alarico, t. V, p.
      330.

  BALDOVINO, conte di Fiandra e di Hainaut, eletto imperatore
      d'Oriente, tom. XII, p. 105. Parteggiamento dell'impero
      Greco, tom. XII, p. 110. Sua sconfitta e cattività, t. XII,
      p. 124.

  BALDOVINO II, imperatore di Costantinopoli, tom. XII, p. 137.

  BAIAZET, o Ilderim. Suo regno, t. XII, p. 331. Conquiste del
      medesimo dall'Eufrate al Danubio, t. XII, p. 332. Battaglia
      di Nicopoli dove sconfigge un esercito di cento mille
      Cristiani, t. XII, p. 335. Circostanze di questa vittoria e
      suo carattere, tom. XII, p. 337. Ferma la sua dimora a
      Bursa, t. XII, p. 338. Minaccia l'imperio de' Greci, e
      propone loro un Trattato che viene accettato con molta
      sommissione, t. XII, pag. 340. Guerra di Timur contro il
      Sultano Baiazet, t. XII. pag. 362. Giornata d'Angora, t.
      XII, p. 373. Sconfitta e prigionia di Baiazet, t. XII, p.
      376. Storia della gabbia di ferro, t. XII, p. 377. Contraria
      al racconto dello Storico Persiano di Timur, ma attestata
      dai Francesi, dagli Italiani, dagli Arabi, dai Greci, dai
      Turchi, t. XII, pag. 380. Conghiettura probabile, t. XII, p.
      383. Sua morte, t. XII, p. 384. Guerre civili dei figli di
      Baiazet, t. XII, p. 396.

  _Barbari_. Loro scorrerie, t. II, pag. 7. S'introducono
      nell'Impero, e vi si stabiliscono, t. II, p. 13. Vittorie
      riportate da Probo contro i Barbari, t. II, p. 72, Probo
      incorpora i Barbari fra le milizie romane, t. II, p. 78.
      Dissensioni dei Barbari, t. II, p. 122. Condotta tenuta
      verso di loro dagl'Imperatori, tom. II, pag. 123.
      Diocleziano imita Probo nel distribuire i Barbari vinti tra
      i provinciali, t. II, p. 123. Dottrina dell'immortalità
      dell'anima presso i Barbari, tom. II, pag. 272. Aumento de'
      Barbari ausiliarii nelle legioni romane, t. II, p. 297.
      Stato de' Barbari nella Gallia, t. VI, pag. 221. Conversione
      dei Barbari al Cristianesimo, t. VII, p. 37. Rovina
      dell'Arrianismo fra i Barbari, tom. VII, p. 63. Leggi dei
      Barbari, t. VII, pag. 109. Pene pecuniarie per l'omicidio,
      t. VII, p. 113. Giudizii di Dio, t. VII, p. 116.
      Combattimenti giudiciali, t. VII, pag. 118. Divisione delle
      terre fatte da' Barbari, t. VII, p. 120. Loro stato al tempo
      di Giustiniano, t. VIII, p. 9.

  BARDI. Fino a qual punto assicurassero l'immortalità da loro
      promessa agli Eroi, t. II, p. 41. Coi loro canti eccitano
      l'entusiasmo militare nel cuore de' loro concittadini, tom.
      II, p. 42. Nel momento delle battaglie celebravano le
      imprese degli antichi Eroi, tom. II, p. 43.

  _Bari_. Conquista di questa città, t. XI, p. III.

  BASILIO I (il Macedone), fondatore di una nuova dinastia, t. IX,
      p. 186. Sua vita paragonata a quella di Augusto, t. IX, pag.
      190. Riforma la giurisprudenza di Giustiniano, tom. IX, p.
      193. Sua morte, t. IX, p. 194.

  BASILIO II. Sua educazione e suo regno, t. IX, p. 204. Sue
      spedizioni contro i Saracini, t. IX, p. 205. Distrugge il
      regno de' Bulgari, t. IX, p. 206.

  _Bassora_, fondazione di questa città, t. X, p. 166.

  _Beder_, battaglia quivi seguìta, t. X, p. 95.

  BELISARIO, suo carattere e scelta, t. VII, pag. 365. Suoi
      servigi nella guerra persiana, t. VII, p. 366. A Dara prende
      al suo servigio Procopio suo fedel compagno, e storico di
      quelle gesta, t. VII, p. 367. Suoi preparativi per la guerra
      africana, t. VII, p. 368. Partenza della sua flotta, t. VII,
      p. 371. Sbarca sulla costa dell'Africa settentrionale, t.
      VII, p. 175. Sconfigge i Vandali nella prima battaglia, tom.
      VII, pag. 378. Prende Cartagine, t. VII, p. 381. Ultima
      disfatta di Gelimero e de' Vandali, tom. VII, pag. 384.
      Conquista l'Africa, tom. VII, p. 389. Ritorno e trionfo di
      Belisario, t. VII, p. 396. Suo consolato, tom. VII, p. 399.
      Sconfigge i Mori, tom. VII, p. 402. Belisario minaccia gli
      Ostrogoti d'Italia, t. VII, pag. 407. Invade e sottomette la
      Sicilia, tom. VII, p. 414. Invade l'Italia, e sottomette
      Napoli, tom. VII, pag. 420. Entra in Roma, t. VII, pag. 427.
      Valore di Belisario nell'assedio di Roma fatto dai Goti, t.
      VII, p. 428. Sua difesa fatta di quella città, t. VII, p.
      430. Respinge un generale assalto de' Goti, t. VII, p. 435.
      Sue sortite, t. VII, p. 436. Libera Roma, tom. VII, p. 444.
      Ricupera molte altre città d'Italia, t. VII, p. 447. Gelosia
      de' generali romani, t. VII, pag. 450. Fermezza ed autorità
      di Belisario, t. VII, p. 453. Assedia Ravenna, tom. VII, p.
      457. Sottomette il regno Gotico d'Italia, tom. VII, pag.
      460. Fa prigione il re Vitige, tom. VII, p. 461. Ritorno e
      gloria di Belisario, t. VII, p. 462. Storia segreta di
      Antonina sua moglie, t. VII, p. 465. Teodosio di lei amante,
      t. VII, pag. 466. Risentimento di Belisario e di Fozio
      figlio di Antonina, t. VII, p. 469. Persecuzione del suo
      figlio, tom. VII, pag. 470. Disgrazia e sommissione di
      Belisario, t. VII, pag. 471. Belisario difende l'Oriente, t.
      VIII, pag. 50. Belisario comanda per la seconda volta in
      Italia, t. VII, p. 95. Roma assediata dai Goti, t. VIII, p.
      97. Tentativo di Belisario, t. VIII, p. 99. Roma presa dai
      Goti, t. VIII, p. 101. Ripresa da Belisario, t. VIII, p.
      105. Belisario richiamato per l'ultima volta, t. VIII, p.
      107. Ultima vittoria di Belisario, t. VIII, pag. 139. Sua
      disgrazia e morte, t. VIII, p. 141.

  _Belle lettere_, coltivate sotto il regno di Adriano e dei due
      Antonini, t. I, p. 143. Ricompense accordate agli Artisti,
      ai Professori ed ai Poeti, t. I, pag. 145. Loro decadimento
      sotto Diocleziano, t. II, p. 341.

  BENIAMINO, Patriarca Giacobita, t. IX, p. 131.

  BERNARDO (San). Parte da lui presa nelle Crociate, t. XI, p.
      398. Sua indole e sua missione, t. XI, p. 399.

  BESSARIONE. Cenni su questo Cardinale, t. XII, p. 488.

  _Bitinia_, conquista di questo paese, t. XII, p. 318.

  _Bisanzio_, sua situazione e sua estensione al ricevere il nome
      di Costantinopoli, t. III, pag. 290. Difetti della sua
      storia, t. IX, p. 140. Relazioni della sua storia colle
      rivoluzioni del Mondo politico, t. IX, p. 144.

  BOCCACCIO, suoi studj, t. XII, p. 481. Anima col suo Decamerone
      lo studio della lingua greca in Italia, t. XII, p. 483.

  BEDOVINI, o pastori Arabi. Loro costumi, t. X, p. 10.

  BOEMONDO, t. XI, p. 307.

  BOEZIO. Suo carattere, studj, ed onori, t. VII, p. 244. Suo
      patriottismo, t. VII, p. 247. Viene accusato di tradimento,
      t. VII, p. 248. Sua carcerazione e morte, t. VII, p. 249.

  BONIFAZIO. Uno dei settantatre intendenti d'Aglae, dama romana,
      t. III, p. 268. Per avere qualche sacra reliquia
      dell'Oriente, intraprende un pellegrinaggio, tom. III, p.
      269.

  BONIFAZIO, Generale di Placidia madre dell'imperatore
      Valentiniano III, t. VI, p. 337. Suo errore e rivolta
      nell'Africa, tom. VI, p. 339. Invita i Vandali, t. VI, p.
      340. Passa in Africa, t. VI, p. 342. Enumera il suo
      esercito, t. VI, pag. 343. Suo tardo pentimento, t. VI, p.
      345. Disfatta e ritirata di Bonifazio, t. VI, pag. 352. Sua
      morte, t. VI, p. 353.

  BONIFAZIO VIII, Papa, t. XIII, p. 193.

  BONOSO, generale romano, innalza lo stendardo della rivoluzione
      nelle Gallie, t. II, p. 82. Sconfitto da Probo, imperatore,
      t. II, p. 83.

  _Borgognoni._ Loro origine e loro odio ereditario contro gli
      Alemanni, t. V, p. 61. Loro stato a tempi di Valentiniano,
      tom. V, p. 62. Loro stato a tempi de' Goti, t. VI, pag. 220.
      Loro stabilimento nelle Gallie, t. VI, p. 222. Abbracciano
      il Cristianesimo, tom. VI, p. 388. Motivi della loro fede,
      t. VI, p. 389. Effetti della loro conversione, t. VI, p.
      393. Adottano l'eresia dell'Asia, t. VI, p. 399. Sono vinti
      e sottomessi da Clodoveo, t. VII, p. 19.

  _Bosra._ Assedio di questa città, t. X, p. 182.

  _Bosforo._ Descrizione di questa contrada, t. III, p. 291.

  _Bowidi_, t. X, p. 400.

  _Brancaleone_, t. XIII, p. 171.

  _Brettagna._ Conquistata dai Romani, t. I, p. 4. Forma la
      divisione occidentale dell'Impero in Europa, t. I, pag. 73.
      Importanza di questo paese, t. II, p. 117. Carausio è
      riconosciuto per Sovrano di quella contrada, t. II, p. 118.
      Sua ribellione nella Brettagna, t. II, p. 119. La Brettagna
      ricuperata da Costanzo, t. II, p. 120. In qual modo fossero
      difese le sue frontiere, t. II, p. _ivi_. Fortificazioni, t.
      II, p. 121. Origine della Gran Brettagna, t. V, pag. 68.
      Invasa dagli Scoti e dai Pitti, t. V, p. 69. Sua
      ristaurazione portata da Teodosio, t. V, p. 76. Rivolta
      della sua armata, t. VI, p. 92. Costantino Imperatore della
      Gran Brettagna e dell'Occidente, t. VI, p. 94. Morte di
      questo usurpatore, t. VI, p. 192. La Gran Brettagna e
      l'Armorica scuotono il giogo del governo romano, tom. VI,
      pag. 223. Stato di questo paese, t. VI, p. 225. Nuove
      rivoluzioni nella Brettagna, t. VI, p. 145. Discesa in quel
      paese dei Sassoni, t. VII, p. 146. Stabilimento della
      Eptarchia Sassonica, t. VII, p. 149. Desolazione della
      Brettagna, t. VII, p. 157. Suo stato oscuro e favoloso, t.
      VII, p. 166.

  _Brettoni._ Loro stato, t. VII, pag. 151. Loro resistenza, t.
      VII, p. 152. Loro fuga, t. VII, p. 154. Cercano di scuotere
      il giogo, t. VII, p. 158. Loro servitù, t. VII, p. 160. Loro
      costumi, t. VII, p. 164.

  _Bulgari._ Loro origine, tom. VIII, p. 136. Loro costumi, t.
      VIII, p. 138. Invadono la Macedonia e la Tracia, t. VIII, p.
      146. Belisario li costringe alla pace, tom. VIII, p. 149.
      Loro emigrazione, t. XI, p. 53. Discendono essi dalla razza
      primitiva degli Schiavoni, t. XI, p. 56. Loro primo regno,
      t. XI, p. 57. Loro cognizioni militari e costumanze, t. XI,
      p. 67. Dopo d'essere stati sommessi per più di
      centosettant'anni agli Imperadori di Costantinopoli, si
      ribellano, ed è riconosciuta la loro indipendenza, t. XII,
      p. 17. Si azzuffano coi Latini, e Giovaniccio, loro
      condottiero, riporta su d'essi una compiuta vittoria,
      facendo prigioniere l'Imperatore Baldovino, t. XII, p. 116.


  C

  _Cacano_ degli Avari. Suo orgoglio politico, e potere, t. VIII,
      p. 361.

  _Cadessa_, battaglia quivi seguìta, t. X, p. 163.

  _Cairovan_, sua fondazione, t. X, p. 268.

  _Caledonii_, loro guerre coi Romani, t. I, p. 192. Fingal e i
      suoi eroi, t. I, p. 193. Paralello de' Caledonii coi Romani,
      t. I, p. 194. Poemi d'Ossian, t. I, p. 195. Il loro paese
      invaso dagli Scoti e dai Pitti, t. V, p. 69.

  _Califato_. Sua triplice divisione, t. X, p. 351.

  _Califfi_. Loro impero in Oriente, t. X, p. 314. Loro
      magnificenza, t. X, p. 351. Effetti di questo lusso sul ben
      pubblico e sul bene individuale, tom. X, p. 356. Decadenza e
      divisione del loro impero, t. X, p. 387. Califfi di Bagdad,
      loro abbassamento, t. X, p. 401.

  CALIGOLA, indegno successore d'Augusto e condannato ad una
      perpetua ignominia, t. I, p. 107. Tentativi del Senato dopo
      la sua morte, t. I, p. 108. Immagine del governo riguardo
      agli eserciti, t. I, p. 108. Sua memoria come d'un tiranno,
      t. I, p. 119.

  _Calcedonia_. Suo Concilio, t. IX, p. 60. Decreti di questo
      Concilio, t. IX, p. 64.

  CALISTO II, Papa, tom. XIII, p. 151.

  CANTACUZENO Giovanni, sotto il regno di Andronico il Giovane,
      governa l'Imperatore, t. XII, p. 249. Sua buona sorte, t.
      XII, p. 250. Nominato alla reggenza dell'impero, t. XII, p.
      251. Contrastatagli da Apocauco, dall'Imperatrice Anna di
      Savoja e dal Patriarca, t. XII, 252. Assume la porpora, t.
      XII, p. 254. Guerra civile, t. XII, p. 256. Vittoria di
      Cantacuzeno, t. XII, p. 257. Reingresso in Costantinopoli,
      tom. XII, p. 257. Regno di Cantacuzeno, tom. XII, pag. 271.
      Giovanni Paleologo muove le armi contro Cantacuzeno, tom.
      XII, pag. 264. Cantacuzeno nel mese di gennaio rassegna il
      trono, t. XII, p. 265. Sua disputa intorno alla luce del
      monte Tabor, t. XII, p. 265. Guerra de' Genovesi contra
      l'Imperatore Cantacuzeno, t. XII, pag. 274. Sconfitta della
      flotta di Cantacuzeno, t. XII, p. 275. Negoziazione di
      Cantacuzeno con Clemente VI, t. XII, p. 242.

  CARACALLA, figlio di Severo, t. I, p. 191. Sua ambizione, ed
      avversione pel fratello Geta, t. I, pag. 192. Suo
      avvenimento al trono, t. I, p. 195. Gelosia in odio del
      fratello, t. I, p. 196. Uccisione di Geta, t. I, p. 198.
      Rimorso, e crudeltà di Caracalla si estende per tutto
      l'Impero, t. I, p. 202. Getta i suoi tesori alle truppe, e
      ne corrompe la disciplina, t. I, p. 204. Assassinio di
      Caracalla, t. I, p. 205. Li soldati sforzano i Senatori a
      metterlo nel novero degli Dei, t. I, p. 206. Passione di
      questo Principe per imitare Alessandro il Macedone, t. I, p.
      207. Gioia eccitatasi nel popolo per la sua morte, t. I, p.
      208.

  CARAUSIO, sua ribellione nella Brettagna, t. II, p. 115. Suo
      potere in quel paese, t. II, p. 117. Riconosciuto in Sovrano
      di quella contrada dagli Imperatori Romani, t. II, p. 118.
      Sua morte, t. II, p. 119.

  _Cardinali_, loro diritto fondato da Alessandro III, t. XIII, p.
      187.

  CARINO, figlio di Caro, t. II, p. 90. Con Numasiano gli succede
      nell'Impero, t. II, p. 91. Vizj e sregolatezze di Carino, t.
      II, p. 90. Lusso dei giuochi Romani ordinati da Carino, t.
      II, p. 95. Discordie civili, t. II, p. 102. Sconfitta, e
      morte di Carino, t. II, p. 104.

  _Carizmj_, loro invasione, t. IX, p. 448.

  CARLO MAGNO, conquista la Lombardia, t. IX, p. 297. Imperatore
      di Francia, t. IX, p. 298. Sue donazioni ai Papi t. IX, p.
      303. Settimo Concilio Generale, t. IX, p. 314. Ripugnanza di
      Carlo Magno, t. IX, p. 318. Incoronazione di Carlo Magno
      come Imperatore di Roma, e di Occidente, t. IX, p. 328. Suo
      carattere, t. IX, p. 329. Ampiezza del suo Impero in
      Francia, t. IX, p. 332. Nella Spagna, in Italia, in
      Germania, ed in Ungheria, t. IX, p. 334. Suoi vicini, e suoi
      nemici, t. IX, p. 358. Suoi successori, t. IX, p. 240.

  CARLO MARTELLO, Duca di Francia, sua inclinazione negli affari
      d'Italia, t. IX, p. 342. Vien fatto patrizio di Roma, t. IX,
      p. 368. Sconfigge i Saracini che avevano invasa l'Italia, t.
      X, p. 217.

  CARLO IV, Imperatore di Germania; sua debolezza, e sua povertà,
      t. IX, p. 367. Sua pompa, t. IX, p. 370. Potere, e modestia
      di Augusto in confronto di lui, t. IX, p. 372.

  CARLO V. S'impadronisce di Roma e vi dà il saccheggio, t. VI, p.
      185.

  CARLO d'Angiò, s'impadronisce di Napoli, e della Sicilia, t.
      XII, p. 210. Minaccia l'Impero Greco, tom. XII, p. 213.
      Altre sue azioni, t. XIII, p. 173.

  CARMAZI. Loro nascita, e progressi, t. X, p. 392. Loro imprese
      militari, tom. X, p. 593. Saccheggiano la Mecca, t. X, p.
      395.

  CARO. Elezione, e carattere di questo Imperatore, t. II, p. 86.
      Caro batte i Sarmati, e marcia in Oriente, t. II, p. 88. Dà
      udienza agli Ambasciatori Persiani, t. II, p. 89. Vittorie,
      e morte straordinaria di Caro, t. II, p. 90.

  _Cartagine_. Sorge dalle ceneri con isplendore, t. I, p. 151. È
      sorpresa dai Vandali, t. VI, p. 194. Ridotta in potere di
      Belisario, t. VII, p. 381. Conquistata dagli Arabi, t. X, p.
      269.

  _Catalani_. Loro servigio, e guerra nell'Impero Greco, t. XII,
      p. 220.

  _Cavalieri_ di Rodi, t. XII, p. 321.

  _Caaba_, o Tempio della Mecca, t. X, p. 34.

  _Cenobiti_. Questi monaci, vivendo in comunità, seguivano la
      medesima regola, t. VI, p. 444.

  _Censure_ spirituali a tempo di Costantino, t. IV, p. 65.

  CESARE. I titoli di Augusto e di Cesare, t. I, p. 105.

  CESARI. Stirpe dei Cesari e della famiglia Flavia, t. I, p. 111.

  CHIESA CATTOLICA. Pace e prosperità sua sotto Diocleziano, t.
      III, p. 77. Distruzione della Chiesa di Nicomedia, t. III,
      p. 86. Distruzione delle chiese, t. III, p. 92. Bandi
      successivi, t. III, p. 94. Pace della Chiesa, t. III, p.
      103. Autorità della Chiesa, t. IV, p. 93. Distinzione tra la
      potenza temporale e la spirituale, t. IV, p. _ivi._ Fazioni
      religiose, t. IV, p. 94. Fede della Chiesa occidentale e
      Latina, t. IV, p. 109. Stato della chiesa alla morte di
      Giuliano e tolleranza religiosa universalmente pubblicata da
      Gioviano, t. V, p. 5. Unione delle chiese greca e latina, t.
      IX, p. 76. Particolarità di Giustiniano sulla sua
      amministrazione in materie ecclesiastiche, t. IX, p. 77.
      Unione delle chiese, t. IX, p. 97. Introduzioni delle
      immagini nella chiesa cristiana, t. IX, p. 253. Indolente
      superstizione della Chiesa greca, t. IX, p. 312. Riforma e
      pretensioni della Chiesa, t. IX, p. 353. Abusi nella Chiesa
      greca, t. XI, p. 5. Stato della chiesa di Gerusalemme e
      particolarità sulle peregrinazioni al santo sepolcro, t. XI,
      p. 255. Le chiese greche e latine si dividono e questo
      Scisma precipita la caduta dell'Impero romano in Oriente, t.
      XII, p. 5. Variazioni nella chiesa latina, t. XII, p. 10.
      Unione di Andronico il Vecchio colla chiesa latina, t. XII,
      p. 203. Unione delle due chiese disciolta, t. XII, p. 210.
      Corruttela che regnava nella chiesa latina ai tempi di
      Giovanni Paleologo II, t. XII, p. 444. Scisma, t. XII, p.
      446. Unione della chiesa greca colla latina, t. XII, p. 469.
      Pace definitiva della chiesa, t. XII, p. 472. Paralello fra
      i Greci ed i Latini, tom. XII, P. 475.

  CHNODOMARO. Seguìto da altri sei Re, conduce la vanguardia dei
      Barbari, t. IV, p. 47. Nella memorabile battaglia di
      Strasburgo vien fatto prigioniere, tom. IV, p. 53.

  _Cibali_, città della Panonia situata sulla Sava a 50 miglia da
      Sirmio, t. II, pag. 227. Battaglia quivi seguìta fra
      Costantino e Licinio, t. II, p. _ivi._

  _Cina_. Suo impero settentrionale, t. XII, p. 295. Suo impero
      meridionale, t. XII, p. 297.

  CIPRIANO (San), Vescovo di Cartagine, tom. III, p. 49. Governa
      non solo quella chiesa, ma anche quella dell'Affrica, t.
      III, p. 50. Osservazioni intorno al suo martirio, t. III, p.
      _ivi._ Primi rischj corsi dal medesimo, e sua fuga, t. III,
      p. _ivi._ Suo esiglio, t. III, p. 51. Sua condanna, t. III,
      p. 53. Sua morte, t. III, p. 54. Motivi della condotta
      tenuta da Cipriano, t. III, p. 55.

  CIRILLO (San) Patriarca di Alessandria, t. IX, p. 28. Suo
      dispotismo tirannico, t. IX, p. 30. Un sinodo di vescovi
      d'Oriente si dichiara contro di lui, t. IX, p. 46. Sua
      vittoria, t. IX, P. 49.

  CLAUDIANO poeta, t. VI, p. 109. Avvilupato nella caduta del suo
      benefattore Stilicone, t. VI, pag. III.

  CLAUDIO, suo carattere e sua elevazione all'impero, t. XI, p. 8.
      Sua clemenza e giustizia, t. XI, p. 11. Intraprende la
      riforma dell'esercito, t. XI, p. 12. Sue angustie e
      costanza, t. XI, p. _ivi._ Vittoria da lui riportata contro
      i Goti, t. XI, p. 14. Sua morte. Raccomanda Aureliano per
      suo successore, t. XI, p. 16.

  CLEANDRO, Ministro romano a' tempi dell'Imperatore Commodo, t.
      I, p. 135. Sua avarizia e crudeltà, t. I, p. 136. Sedizione
      da lui suscitata e sua morte, t. I, p. 137.

  CLEFONE, Re dei Lombardi. Sua morte, t. VIII, p. 299.

  CLEMENTE Flavio Console, sposa Domitilla, tom. III, p. 184. Con
      un pretesto è giudicato e condannato a morte, t. III, p.
      185.

  CLEMENTE VII Papa. Sua elezione, t. XIII, p. 267.

  _Clero Cristiano_. Sua ordinazione a' tempi di Costantino, t.
      IV, p. 55. Sue sostanze, t. IV, p. 58. Giurisdizione civile,
      t. IV, p. 93. Sua avarizia repressa da Valentiniano, t. V,
      p. 21.

  CLODIO Albino, Governatore della Gran Brettagna. Godeva della
      confidenza di Marc-Aurelio, t. I, p. 163. L'Imperatore lo
      autorizza ad assumere il titolo e la dignità di Cesare, tom.
      I, p. 165. Schernisce le minaccie di Commodo, t. I, p. 167.

  CLODIONE, re de' Franchi, t. VI, p. 282.

  CLODOVEO, re de' Franchi, t. VII, p. 77. Sua vittoria sopra
      Siagro, t. VII, p. 79. Sottomette gli Alemanni, t. VII, p.
      80. Sua conversione al cristianesimo, t. VII, p. 84. Guerra
      co' Borgognoni, tom. VII, p. 90. Vittoria di Clodoveo, t.
      VII, p. 92. Totale conquista della Borgogna, t. VII, p. 94.
      Guerra Gotica, t. VII, p. 96. Vittoria di Clodoveo, t. VII,
      p. 99. Conquista l'Aquitania, t. VII, p. 102. Suo consolato,
      t. VII, p. 104.

  _Cofti_ o Giacobiti, sommessi, t. X, p. 236.

  _Colchide_. Descrizione di questa provincia, della Lazica o
      Mingrelia, t. VIII, p. 54. Costumi degl'indigeni di questo
      paese, t. VIII, p. 58. Sue rivoluzioni sotto i Persiani,
      cinquecento anni avanti Cristo, t. VIII, p. 60. Sotto i
      Romani 60 anni avanti Cristo, t. VIII, p. 61. Rivolta e
      pentimento degli abitanti della Colchide, t. VIII, p. 64.
      Guerra Colchica o Lazica, e assedio di Petra, t. VIII, p.
      69.

  COLONNA. Origine di questa famiglia, t. XIII, p. 207. Il suo
      stemma fregiato di una corona reale, t. XIII, p. _ivi._ Suo
      odio ereditario contro la famiglia degli Orsini, t. XIII, p.
      212. Si arma contro Rienzi, t. XIII, p. 244. Sconfitta e
      morte di uno di questa famiglia, tom. XIII, p. 248. Ottone
      Colonna riunisce il conclave, t. XIII, p. 277. Questo Papa,
      chiamato poi Martino V, ristaura ed abbellisce Roma, t.
      XIII, p. _ivi._

  _Commercio_. Vario commercio cogli stranieri degli imperatori
      romani, t. I, p. 143. D'oro e d'argento, t. I, p. 145.

  COMMODO, Imperatore. Suoi vizii abbominevoli e suo avvenimento
      al trono, t. I, p. 127. Suo carattere, t. I, p. 128. Suo
      ritorno a Roma, t. I, p. 129. Vien ferito da un assassino,
      t. I, p. 130. Suo odio e crudeltà verso il Senato, t. I, p.
      131. Suoi piaceri dissoluti, t. I, p. 138. Fa mostra della
      sua abilità nell'anfiteatro, t. I, p. 141. Combatte da
      gladiatore, t. I, p. 142. Sua infamia e stravaganza, t. I,
      p. 143. Cospirazione de' suoi domestici, t. I, p. 144. Sua
      morte, t. I, p. 145.

  COMNENO, Isacco I, Imperatore d'Oriente, t. IX, p. 211. Abdica
      il trono imperiale e si ritira in un convento, t. IX, p.
      213.

  COMNENO, Alessio I. Ascende il trono, carattere e vita di questo
      principe, tom. IX, p. 220. Politica di questo principe, t.
      XI, p. 318. Ottiene omaggio dai Crociati, t. XI, p. 321.

  COMNENO Emanuele. Sua forza e sua destrezza nel maneggio delle
      armi, t. IX, p. 225. Tratti singolari del suo carattere, t.
      IX, p. 228.

  COMNENO, Alessio II. Degradato dal supremo rango e sua morte, t.
      IX, p. 230.

  COMNENO, Andronico I. Suo carattere e sue prime avventure, t.
      IX, p. 230. Suo avvenimento al trono, t. IX, p. 241.
      Ribellione de' suoi sudditi, t. IX, p. 243. Sua morte, t.
      IX, p. 244.

  COMNENO, Isacco II, sopranominato l'Angelo, tom. IX, p. 245.

  _Concilii_ provinciali, t. III, p. 67. Di Nicea, t. IV, p. 100.
      Di Rimini, t. IV, p. 111. Ariani, t. IV, p. 119. D'Arles, t.
      IV, p. 138. Di Milano, t. IV, p. 139. Di Costantinopoli a'
      tempi di Teodosio, t. V, p. 295. D'Efeso, t. IX, p. 33. Di
      Calcedonia, t. IX, p. 49. Di Costantinopoli, t. IX, p. 73.
      Secondo di Nicea, t. IX, pag. 311. Di Piacenza, t. XI, pag.
      271. Di Clermont, t. XI, p. 275. Di Pisa, t. XIII, p. 274.
      Di Costanza, t. XIII, p. 275.

  _Conclave_. Istituito da Gregorio X, t. XIII, p. 188.

  _Consoli_. Loro elezione e loro attribuzioni, t. III, p. 267.
      Proconsoli e vice-prefetti, t. III, p. 280.

  _Conti_ di Edessa, tom. XII, p. 164. Conti di Devon, t. XII, p.
      172.

  CORANO. Suoi pregi e contenuto, t. X, p. 60.

  CORRADO III, t. XIII, p. 175.

  _Coreisciti_ della Mecca; guerra difensiva di Maometto contro li
      stessi, t. X, p. 94.

  _Corona_ (Santa) di spine, t. XII, p. 144.

  COSROE I, re di Persia, t. VIII, p. 69. Fugge presso i Romani,
      t. VIII, p. 354. Suo ritorno e sua vittoria, t. VIII, p.
      356. Sua ristaurazione e politica, t. VIII, p. 358. Invade
      l'impero Romano, t. VIII, p. 385. Conquista la Sorìa, tom.
      VIII, p. 387. La Palestina, tom. VIII, pag. 388. L'Egitto,
      t. VIII, pag. 389. L'Asia Minore, tom. VIII, p. 390. Suo
      regno e magnificenza, t. VIII, p. _ivi._ Viene disfatto da
      Eraclio, e i Persiani lo dichiarano deposto dal trono, t.
      VIII, pag. 419. È ucciso da Siroe suo figlio, t. VIII, p.
      423. Trattato di pace coll'Impero orientale, t. VIII, p.
      424.

  COSROE, Nushirwan, t. VIII, p. 35. Suo amor del sapere, t. VIII,
      p. 39. Sua pace e guerra coi Romani, t. VIII, p. 43. Invade
      la Sorìa, t. VIII, p. 46. Rovina Antiochia, tom. VIII, p.
      48. Sue negoziazioni e trattati con Giustiniano, tom. VIII,
      p. 113. Conquista il Yemen, t. VIII, p. 340. Ultima sua
      guerra coi Romani, t. VIII, p. 342. Sua morte, t. VIII, p.
      344.

  COSTANTE, figlio del Gran Costantino. Sua educazione, t. III, p.
      345. Divisione dell'impero col fratello Costantino, t. III,
      pag. 361. Guerra civile col fratello Costantino, t. III, p.
      372. Morte di Costante, t. III, p. 374.

  COSTANTE II, imperatore dei Romani, t. IX, pag. 132. Suo
      fratricidio e sua morte, t. IX, p. 133.

  COSTANTINO, soldato Brettone, è proclamato legittimo Imperatore
      della Brettagna e dell'Occidente, tom. VI, p. 93. È
      riconosciuto come tale nella Brettagna e nelle Gallie, tom.
      VI, pag. 94. Riduce in suo potere la Spagna, t. VI, p. 96.
      Contese del Senato romano, t. VI, p. 100. Divide coi Barbari
      il bottino delle Gallie e della Spagna, t. VI, pag. 203.
      Morte di questo usurpatore, t. VI, p. 208.

  COSTANTINO il grande, sua nascita, educazione e fuga, t. II,
      175. Viene innalzato al trono, t. II, p. 179. È riconosciuto
      da Galerio che conferisce a lui il titolo di Cesare, t. II,
      p. 181. Veri motivi della Sede trasportata a Costantinopoli,
      t. II, pag. 182. Timori di nuove tasse nati nei Romani, t.
      II, p. 183. Suo governo nella Gallia, t. II, p. 199. Guerra
      civile tra Costantino e Massenzio, t. II, pag. 202.
      Preparativi di guerra da entrambe le parti, tom. II, p. 203.
      Costantino passa le Alpi, t. II, p. 206. Battaglia di
      Torino, tom. II, p. 207. Assedio e battaglia di Verona, t.
      II, p. 209. Vittoria di Costantino dinanzi a Roma, tom. II,
      p. 213. Ricevimento da lui avuto, e condotta da lui tenuta,
      t. II, p. 215. Si collega con Licinio, tom. II, p. 219. Sue
      contese con Licinio, t. II, p. 226. Prima guerra civile tra
      i medesimi, t. II, p. 227. Giornata di Cibali, e battaglia
      di Mardia, t. II, p. 229. Trattato di pace, t. II, p. 230.
      Pace generale e leggi di Costantino, t. II, p. 231. Guerra
      Gotica, t. II, p. 235. Seconda guerra civile fra Costantino
      e Licinio, t. II, p. 236. Giornata di Adrianopoli, t. II, p.
      239. Assedio di Bisanzio e vittoria navale di Crispo, t. II,
      p. 240. Riunione dell'impero, t. II, p. 244. Sistema
      politico di Costantino e de' suoi successori, t. III, p.
      234. Suo carattere, t. III, p. 328. Sue virtù, t. III, p.
      329. Suoi vizj, t. III, p. 331. Sua famiglia, t. III, p.
      333. Gelosia di Costantino, t. III, p. 337. Suoi figli e
      nipoti, t. III, p. 344. Loro educazione, t. III, p. 345.
      Ambasciate venute a Costantino dall'Etiopia, dalla Persia e
      dall'India, tom. III, pag. 356. Morte e funerali di
      Costantino, t. III, p. _ivi._ Fazioni nella sua Corte, t.
      III, p. 337. Massacro dei Principi suoi fratelli e nipoti,
      t. III, p. 359. Divisione dell'impero, t. III, p. 361.
      Guerra tra i figli di Costantino, t. III, p. 372.
      Conversione di Costantino, e motivi ed effetti, t. IV, p. 6.
      Sospetti caduti sopra di lui per la morte di suo figlio, t.
      IV, p. 7. Avanzo in esso di superstizione pagana, t. IV, p.
      8. Diritto divino di Costantino, t. IV, p. 18. Aspettazione
      e fede di un miracolo, tom. IV, p. 23. Il Labaro, stendardo
      della croce, t. IV, p. 24. Segno di Costantino, t. IV, p.
      27. Apparizione di una croce nelle nuvole, t. IV, pag. 32.
      La conversione di Costantino poteva essere sincera, t. IV,
      p. 34. Divozione e privilegi di Costantino, t. IV, p. 36.
      Suo battesimo protratto fino all'avvicinarsi della morte, t.
      IV, pag. 40. Cangiamento della religione nazionale, t. IV,
      p. 47. Distinzione della potestà spirituale e temporale, t.
      IV, p. 48.

  COSTANTINO II, figlio del precedente. Sua educazione, t. III, p.
      345. Divide l'Impero co' suoi fratelli Costante e
      Costantino, tom. III, p. 361. Suo malcontento e sua
      invasione negli Stati di Costante, t. III, pag. 372. Sua
      morte, t. III, p. 385.

  COSTANTINO III, imperatore d'Oriente, suo regno e sua morte, t.
      IX, p. 150.

  COSTANTINO IV, sopranominato Pogonate. Suo regno e sua morte, t.
      IX, p. 155.

  COSTANTINO V, detto Copronimo, t. IX, p. 165. Suo regno
      dissoluto e crudele, t. IX, p. 166.

  COSTANTINO VI, cospira contro l'imperatrice Irene sua madre, t.
      IX, p. 170. Viene riconosciuto Imperatore, t. IX, p. 171.
      Irene ristabilita sul trono, lo fa mutilare, t. IX, p. 172.

  COSTANTINO VII, Porfirogeneta, t. IX, p. 197.

  COSTANTINO VIII, suo regno, t. IX, p. 196.

  COSTANTINO IX, sua educazione e suo regno, t. IX, p. 222.

  COSTANTINO X, o Monomaco, t. IX, p. 210.

  COSTANTINO XI, o Ducas, si dimentica dei doveri di un sovrano e
      di un guerriero, t. IX, p. 214.

  COSTANTINO XII, tom. IX, p. 216.

  _Costantinopoli_. Disegno di questa Capitale, tom. III, p. 234.
      Descrizione di questa città, t. III, pag. 236. Bosforo, tom.
      III, p. 237. Porto di Costantinopoli, t. III, pag. 239.
      Propontide, t. III, p. 240. Elesponto, t. III, p. 241.
      Fondazione della città, t. III, p. 243. Estensione, t. III,
      p. 248. Progressi di questa grand'opera, t. III, p. 250.
      Edifizii, t. III, p. 251. Popolazione, t. III, p. 256.
      Privilegi accordati a questa città, t. III, p. 259.
      Dedicazione di Costantinopoli, t. III, p. 262. Forma di
      governo, t. III, p. 264. Gerarchie dello Stato, t. III, p.
      266. Tre gradi d'onore, t. III, p. _ivi._ Consoli, t. III,
      p. 267. Patrizii, t. III, p. 271. Prefetti del Pretorio, t.
      III, p. 274. Prefetto di Roma e di Costantinopoli, t. III,
      p. 277. Proconsoli e Viceprefetti, t. III, p. 280.
      Governatori delle province, t. III, p. 281. Professione
      della legge, t. III, p. 285. Ufficiali militari, tom. III,
      pag. 288. Distinzione delle truppe, t. III, p. 291.
      Riduzioni delle legioni, t. III, p. 293. Difficoltà delle
      leve, t. III, p. 295. Aumento dei Barbari ausiliarii, t.
      III, p. 297. Sette ministri del palazzo, t. III, p. 299.
      Ciamberlano, t. III, p. _ivi._ Maestro degli ufficii, t.
      III, p. 301. Questore, t. III, p. 304. Tesoriere pubblico,
      t. III, p. 305. Tesoriere privato, t. III, p. 306. Conti de'
      domestici, t. III, p. 308. Agenti o ministri delatori, t.
      III, p. _ivi._ Uso della tortura, t. III, p. 310. Finanze,
      t. III, p. 312. Tributo generale e indizione, t. III, p.
      313. Tasse in forma di capitazione, t. III, p. 317.
      Capitazione sul commercio e sull'industria, tom. III, p.
      323. Liberi donativi, t. III, p. 325. Conclusione, t. III,
      p. 327. Chiesa di S. Sofia in Costantinopoli, t. VII, p.
      319. Altre sue chiese e palazzi, t. VII, p. 325. Primo
      assedio di questa città fatto dagli Arabi, t. X, p. 317.
      Secondo assedio, t. X, p. 323. Costantinopoli presa ed
      assediata la prima volta dai Latini, t. XII, P. 57. Secondo
      assedio fatto dai medesimi Latini, t. XII, p. 70.
      Saccheggio, t. XII, p. 76. Parteggiamento del bottino, t.
      XII, p. 78. Miseria dei Greci, t. XII, p. 80. Sacrilegi e
      scherni, t. XII, p. 82. Distruzione delle statue, t. XII, p.
      83. Costantinopoli ripresa dai Greci, t. XII, p. 151.
      Pericoli che minacciarono l'impero di Costantinopoli, tom.
      XII, p. 300. Nuove angustie di questa città, t. XII, p. 342.
      Assediata da Amurat II, t. XII, p. 406. Stato della lingua
      greca in questa città, t. XII, p. 452. Paralello fra i Greci
      ed i Latini, t. XII, p. 475.

  COSTANZO, assunto all'Impero da Diocleziano, tom. II, p. 110.
      Ricupera la Brettagna, t. II, p. 120. In qual modo le
      frontiere Brittaniche fossero difese, t. II, pag. 121.
      Libera la Gallia dall'invasione degli Alemanni, t. II, p.
      123. In qual modo trattò i Barbari, t. II, p. 122. Suo
      carattere e sua situazione dopo la rinunzia di Diocleziano,
      t. II, p. 172. Sua morte, t. II, pag. 181.

  COSTANZO, figlio del gran Costantino, t. III, p. 96. Sua guerra
      coi suoi fratelli Costante e Costantino, t. III, p. 372.
      Nega d'entrare in negoziati con Magnenzio e Vetranione, t.
      III, p. 378. Sua guerra contro Magnenzio, t. III, p. 382.
      Battaglia di Mursa, t. III, p. 385. Conquista l'Italia, t.
      III, pag. 388. Costanzo solo imperatore, t. III, p. 394.
      Favorisce gli Ariani, tom. IV, p. 117. Suo sdegno contro di
      Atanasio, t. IV, p. 137. Divisione dell'Impero sotto di lui,
      t. IV, p. 154. Roma, t. IV, p. 156. Costantinopoli, t. IV,
      p. 158. Sua gelosia contro Giuliano, t. IV, pag. 178. Timori
      e invidia che l'agitavano, t. IV, p. 180. Ordina alle
      legioni della Gallia di condursi nell'Oriente, t. IV, p.
      180. Morte di Costanzo, t. IV, p. 208.

  COSTANZO, generale. Suo carattere e vittorie, tom. VI, p. 206. È
      associato all'impero d'Occidente da Onorio di cui sposa la
      sorella, t. VI, p. 287. Sua morte, t. VI, p. 288.

  COURTENAI. Origine di questa famiglia, t. XII, p. 162. Courtenai
      di Francia, t. XII, p. 166. Loro unione con le altre
      famiglie di Francia, t. XII, p. 167. Courtenai
      d'Inghilterra, tom. XII, p. 171.

  COURTENAI Pietro, Imperatore d'Oriente, t. XII, p. 132. Sua
      prigionia e morte, t. XII, p. 134.

  COURTENAI Roberto, Imperatore d'Oriente, tom. XII, p. 134. Sua
      morte, t. XII, p. 136.

  CRESCENZIO, Console, t. IX, p. 357.

  _Creta_ (Isola), soggiogata dagli Arabi, t. X, p. 374.
      Soggiogata dai Greci, t. X, p. 404.

  CRISOLARA Manuele. Introduce in Italia la lingua greca, t. XII,
      p. 484.

  _Crisopoli_ (oggi Scutari). Battaglia quivi seguìta tra
      Costantino e Licinio, tom. II, p. 236.

  CRISPO. Sua virtù, t. II, p. 325.

  _Cristianesimo_ e Cristiani, t. II, p. 278. Virtù dei primitivi
      Cristiani, t. II, p. 239. Loro penitenza e pentimento delle
      colpe, t. II, p. _ivi._ Cura che avevano essi della propria
      fama, t. II, p. 295. Gli antichi Cristiani avversi al
      piacere ed alla voluttà, t. II, p. 298. Opinioni che aveano
      circa la castità ed il matrimonio, t. II, p. 299. Loro
      avversione agli affari della guerra e del governo, t. II, p.
      302. Loro solerzia tutta intesa al governo della Chiesa, t.
      II, p. 304. Primiera loro libertà ed eguaglianza, t. II, p.
      306. Loro generale proporzione in confronto coi Pagani, t.
      II, p. 344. Se i primi Cristiani fossero ignoranti e di vile
      condizione, t. II, p. 344. Alcune eccezioni rispetto alla
      loro dottrina, t. II, p. 345. Rispetto alla condizione ed
      alle ricchezze, t. II, p. 346. Disprezzo ch'ebbero per il
      Cristianesimo alcuni uomini celebri del primo e secondo
      secolo, t. II, p. 348. Profezie, t. II, p. 349. Miracoli, t.
      II, p. 351. Generale silenzio intorno le tenebre della
      Passione, t. II, p. 352. I Cristiani riguardati come Setta,
      t. III, p. 11. I loro costumi calunniati, t. III, p. 18.
      Imprudenza loro nel modo di difendersi, t. III, p. 19. I
      Cristiani confusi dai Gentili coi Gnostici, e conseguenze
      che da ciò ne derivarono, t. III, p. 20. I Cristiani
      accusati dell'incendio di Roma sotto Nerone e terribilmente
      puniti, t. III, p. 27. Passo di Tacito a tale proposito,
      tom. III, p. 28. Osservazioni sopra questo passo, t. III, p.
      29. I Cristiani ed i Giudei egualmente oppressi sotto il
      regno di Domiziano, tom. III, p. 34. Ignoranza di Plinio su
      quanto s'aspetta ai Cristiani, t. III, p. 39. Procedure
      legali contro i Cristiani, istituite sotto il regno di
      Trajano e dei suoi successori, t. III, p. 40. Clamori
      popolari contro i Cristiani, t. III, p. 41. Ordine di
      giudicatura che si teneva rispetto a' Cristiani, t. III, p.
      43. Equità dei Magistrati romani, t. III, p. 46. Ardore con
      cui i primitivi Cristiani agognavano il martirio, t. III, p.
      57. A mano a mano illanguidito, t. III, p. 60. Tre vie per
      evitarlo, t. III, p. 61. Avvicendarsi di severità e di
      tolleranza, t. III, p. 63. Le dieci persecuzioni, t. III, p.
      _ivi._ Editti in favore dei Cristiani, che si attribuiscono,
      a Tiberio ed a Marco Antonino, t. III, p. 64. Stato dei
      Cristiani nel durare dei regni di Commodo e Severo, t. III,
      p. 66. Deteriorato sotto i successori del secondo di questi
      due Imperatori, t. III. p. 68. Pace e prosperità dei
      Cristiani sotto Diocleziano, t. III, p. 77. Progresso dello
      zelo fra i Cristiani e della superstizione fra i Pagani, t.
      III, p. 79. Alcuni soldati Cristiani puniti da Massimiano e
      Galerio, t. III, p. 82. Diocleziano indotto da Galerio ad
      incominciare una persecuzione generale contro i Cristiani,
      t. III, p. 84. Primo bando contro i Cristiani, t. III, p.
      86. Zelo manifestato a tale proposito da un Cristiano, e
      punizione ch'ei n'ebbe, t. III, p. 88. Esecuzione che sortì
      il primo bando, t. III, p. 91. Bandi successivi, t. III, p.
      94. Idea generale della persecuzione, t. III, p. 95. Stato
      dei Cristiani nelle province Occidentali, sotto Costanzo, e
      nel primo periodo del regno di Costantino, t. III, p. 96.
      Stato dei Cristiani nell'Italia e nell'Affrica sotto
      Massimiano e Severo, t. III, p. 97. Sotto Massenzio, t. III,
      p. 98. Nell'Illirico e nell'Oriente sotto Galerio e
      Massimino, t. III, p. 100. Editto di tolleranza pubblicato
      da Galerio, t. III, p. 102. Pace della Chiesa, t. III, p.
      103. Massimino si prepara a rinnovare la persecuzione, t.
      III, p. 104. Fine delle persecuzioni, t. III, p. 106. Quanto
      possa credersi intorno ai patimenti de' martiri e de'
      confessori, t. III, p. 107. Numero dei martiri, t. III, 109.
      Conclusione, t. III, p. 111. Loro zelo ai tempi di
      Costantino, t. IV, p. 90. Loro scuole proibite da Giuliano,
      t. IV, p. 282. Disfavore in cui vennero, ed oppressioni
      usate da Giuliano, t. IV, p. 284. Condannati da Giuliano a
      riedificare i templi pagani, t. IV, p. 285. Cristiani nelle
      Gallie, t. IV, p. 11. Editto di Milano, t. IV, p. 12. Uso e
      bellezza della morale Cristiana, t. IV, p. 13. Dottrina e
      pratica dell'obbedienza passiva, t. IV, p. 14. Lealtà e zelo
      del partito Cristiano, t. IV, p. 20. Propagazione del
      Cristianesimo, t. IV, p. 43. Ordinazione del Clero
      cristiano, t. IV, p. 55. Sue sostanze, t. IV, p. 58. Sue
      censure spirituali, t. IV, p. 65. Zelo ed imprudenza dei
      Cristiani sotto Giuliano, t. IV, p. 304. I tre Capitoli del
      Cristianesimo, t. IX, p. 85. Unione della Chiesa greca e
      latina, t. IX, p. 97. Separazione perpetua delle Sette
      Cristiane d'Oriente, t. IX, p. 99. Cristiani di S. Tommaso
      nell'India, t. IX, p. 110. Cristiani presso gli Arabi, t. X,
      p. 41. Decadenza del Cristianesimo, e sua caduta in Affrica,
      t. X, p. 308. Tollerato dai Musulmani in Ispagna, t. X, p.
      311.

  CRISTOFORO, Ministro di Costantino VI, t. IX, p. 396.

  _Croati_ o Schiavoni della Dalmazia, t. XI, p. 55.

  _Crociate_. Prima Crociata, t. XI, pag. 268. Considerate sotto
      l'aspetto della equità, t. XII, p. 280. Motivi spirituali,
      ed Indulgenze, t. XI, pag. 284. Motivi temporali, e mondani,
      t. XI, p. 290. Forza dell'esempio, t. XI, p. 293. Partenza
      dei primi pellegrini, condotti da Piero l'Eremita, t. XI, p.
      295. Distrutti nell'Ungheria e nell'Asia, tom. XI, p. 297.
      Partenza dell'esercito de' Crociati, t. XI, p. 300.
      Cavalleria, t. XI, p. 309. Principi Latini convenuti a
      Costantinopoli, t. XI, p. 313. Rassegna e novero de'
      Crociati, t. XI, p. 327. Assedio di Nicea, t. XI p. 332.
      Battaglia di Dorilea, t. XI, p. 335. I Crociati si volgono
      all'Asia Minore, t. XI, pag. 337. Vittorie riportate dai
      Crociati, t. XI, p. 344. Fame e stremi cui si trovano
      ridotti i Crociati in Antiochia, t. XI, p. 345. Leggenda
      della Santa Lancia, t. XI, p. 349. Guerrieri celesti, t. XI,
      p. 352. Spedizioni per terra, incominciando dalla prima
      Crociata, t. XI, p. 385. Seconda Crociata condotta da
      Corrado III, e da Luigi VII, t. XI, p. 385. Terza Crociata
      condotta da Federico, t. XI, pag. 386. Passaggio de'
      Crociati pei dominj dello Imperator greco, t. XI, p. 389.
      Considerazioni sulla durata dell'entusiasmo delle Crociate,
      t. XI, p. 398. Terza Crociata per mare, tom. XI, pag. 427.
      Assedio di Acri, t. XI, p. 429. Quarta Crociata, t. XI, pag.
      442. Quinta Crociata, t. XI, p. 443. S. Luigi, e sesta
      Crociata, t. XI, p. 448. Presa di Damieta, t. XI, p. 451.
      Settima Crociata, t. XI, p. 454. Acri e tutta la Terra Santa
      perduta pei Latini, t. XI, p. 459. Crociata dei baroni
      Francesi, t. XII, pag. 29. Unione della Crociata e partenza
      da Venezia, t. XII, p. 39. Assedio di Zara, t. XII, p. 42.
      Lega de' Crociati col giovane Alessio, t. XII, p. 44. I
      Crociati partono da Zara per Costantinopoli, t. XII, p. 47.
      Arrivo, t. XII, p. 50. Inutili tentativi dell'Imperatore per
      negoziare, tom. XII, p. 51. Passaggio del Bosforo, t. XII,
      p. 53. Conseguenze generali delle Crociate, t. XII, p. 155.
      Prigionia de' principi Francesi, t. XII, p. 335.

  _Cufa_. Fondazione di questa città, t. X, p. 169.


  D

  _Dacia_. Conquistata da Trajano, t. I, p. 7. Divisa
      dall'Illirico e come governata, t. I, p. 34. Ceduta ai Goti
      da Aureliano, t. II, p. 22.

  _Dafne_. Suo tempio e bosco a lei sacro, t. IV, p. 288.
      Disprezzo e profanazioni, tom. IV, p. 291. Reliquie
      trasferite alla Chiesa di San Babila, e tempio di Dafne
      abbruciato, t. IV, p. _ivi._

  _Dalmazia_. Divisione dell'Illirico e della Dalmazia, e come
      fossero governate, t. I, p. 34.

  DALMAZIO. Nipote di Costantino, che ottiene il titolo di Cesare,
      t. III, p. 373. Addestrato alle fatiche della guerra, t.
      III, p. 374.

  _Damasco_. Assedio di questa città, t. X, p. 185. Presa
      d'assalto dopo d'aver ceduto per capitolazione, t. X, pag.
      194. Persecuzione contro i suoi abitanti, t. X, p. 197.

  DAMASO, Vescovo di Roma. Sua ambizione e lusso, t. V, p. 52.

  _Damieta_. Presa di questa città nelle Crociate, t. XI, p. 451.

  DANDOLO Enrico, Doge di Venezia. Riceve amichevolmente gli
      ambasciatori francesi, t. XII, p. 26. Favorisce la quarta
      Crociata, t. XII, p. 36.

  _Danubio_. Cenni su questo fiume, t. V, p. 96.

  _Dara_. Città situata alla distanza di quattordici miglia da
      Nisibi e fortificata da Giustiniano VII, p. 343.

  DECIO, Imperatore. Servigi, ribellioni, vittorie e regno di
      questo Principe, t. I, pag. 354. Marcia contro i Goti, t. I,
      p. 356. Ristabilisce la carica di Censore nella persona di
      Valeriano, t. I, p. 368. Disegno impraticabile e senza
      effetto, t. I, p. 370. Disfatta e morte di Decio e di suo
      figlio, t. I, p. 371. Loro elogio, t. I, p. 372.

  DEMETRIA. Vergine celebre, nipote di Proba, vedova del prefetto
      Petronio, t. VI, p. 79.

  _Demonj._ Considerati dall'antichità siccome Dei, t. II, p. 256.

  _Disciplina ecclesiastica._ Variazioni in essa avvenute, t. XII,
      p. 10.

  DIOCLEZIANO. Sua elezione all'Impero, t. II, p. 2. Suo
      carattere, t. II, pag. 106. Guerra civile da lui estinta sul
      campo di battaglia, e atti di clemenza esercitati, t. II, p.
      107. Associazione nell'impero de' due Cesari, Galerio e
      Costanzo, t. II, p. 110. Impero scompartito fra quattro
      principi. Loro concordia, t. II, pag. 111. Sua condotta coi
      contadini della Gallia, t. II, p. 113. Loro ribellione, t.
      II, pag. 114. Diocleziano imita Probo nel distribuire i
      Barbari vinti tra i provinciali, t. II, p. 123. Guerra
      d'Affrica e dell'Egitto, t. II, p. 124. Condotta tenuta da
      Diocleziano nell'Egitto, tom. II, p. 125. Sopprime tutti i
      libri d'Alchimia, t. II, pag. 127. Novità e progressi di
      quest'arte, t. II, p. 128. Guerra persiana, t. II, p. 129.
      Moderazione di Diocleziano, t. II, p. 140. Conclusione della
      pace, t. II, pag. 142. Condizioni della medesima, t. II, p.
      _ivi_. L'Arasse assegnato per confine ai due Imperi, t. II,
      p. _ivi_. Cessione di cinque province di là dal Tigri, t.
      II, pag. _ivi_. Trionfo di Diocleziano e di Massimiano, t.
      II, p. 145. Lunga loro assenza da Roma, t. II, p. 146. Loro
      residenza in Milano, t. II, pag. 147. Indi in Nicomedia, t.
      II, pag. 148. Abbassamento di Roma e del Senato, t. II, pag.
      149. Nuovi corpi di guardie nominati da Diocleziano,
      Gioviani ed Erculiani, t. II, p. 150. Magistrature civili
      omesse, tom. II, pag. 150. Dignità e titoli imperiali, t.
      II, p. 151. Diocleziano cinge il diadema, ed introduce il
      cerimoniale persiano, t. II, pag. 153. Nuovo sistema di
      governo. Due Augusti e due Cesari, tom. II, p. 156. Aumento
      delle tasse, t. II, p. _ivi_. Rinuncia di Diocleziano, t.
      II, pag. 158. Paralello fra Diocleziano e Carlo V, t. II, p.
      _ivi_. Lunga malattia di Diocleziano, t. II, pag. 159.
      Prudenza di Diocleziano, t. II, p. 161. Si ritira in Salona,
      t. II, pag. _ivi_. Filosofia di cui dette prove, t. II, p.
      162. Descrizione di Salona e del paese circonvicino, t. II,
      pag. 164. Palazzo di Diocleziano, t. II, p. 165. Decadenza
      delle arti, t. II, pag. 167. Stato in cui vennero le
      lettere, t. II, p. 168. Nuovi Platonici, t. II, p. 169.
      Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano, t. II, p. 171.

  DIONE Cassio, storico romano. Vuol riformare l'armata. I
      Pretoriani dimandano la sua testa, t. I, p. 231.
      L'imperatore Alessandro Severo lo sottrae al furore delle
      truppe, t. I, p. 232.

  DOMIZIANO. Opprime i Cristiani ed i Giudei, tom. III, p. 34.

  DOMIZIO, pretore in Sicilia. Sua crudeltà esercitata su di uno
      schiavo, t. I, p. 131.

  _Donatisti._ Loro scisma, t. IV, p. 79. Ribellione e furore dei
      Donatisti Cironcelioni, t. IV, p. 164. Loro suicidi
      religiosi, tom. IV, p. 167. Donatisti a' tempi di
      Valentiniano III, t. VI, p. 344.

  _Dormienti_ (favola dei sette), p. 359.


  E

  _Ebioniti._ Nazarei che s'erano rifiutati d'accompagnare il loro
      Vescovo Latino, t. II, p. 259. Il nome di Ebionita, termine
      di disprezzo, t. II, p. 260. Credevano che la religione
      Giudaica non potesse giammai essere abolita, t. II, p. 263.
      Onoravano Gesù Cristo come il più grande Profeta, t. III, p.
      167.

  _Ebrei._ Riguardati come nazione, t. III, p. 11. Sottomessi ai
      successori d'Alessandro; sortono dall'oscurità, t. III, p.
      14. Loro attaccamento alla legge di Mosè, e loro avversione
      per ogni culto straniero, t. III, pag. 15. Erano più
      attaccati alle tradizioni de' loro maggiori, che alle pruove
      che avevano sotto gli occhi proprii, t. III, p. 17. Non era
      loro permesso il matrimonio cogli stranieri, tom. III, pag.
      18. Riconoscevano nel Messia l'aspettato Gesù degli Oracoli,
      t. III, pag. 22. I quindici primi Vescovi di Gerusalemme
      furono tutti Giudei circoncisi, tom. III, p. 24. Sotto il
      regno d'Adriano giunsero al colmo le loro disgrazie, t. III,
      p. 26. Nella dottrina mosaica non facevasi alcun cenno
      dell'anima, t. III, p. 43. Orribili crudeltà commesse dagli
      Ebrei nelle città d'Egitto, di Cipro e di Cirene, t. III, p.
      189. Loro antichi privilegi concessi dalla bonomia
      d'Antonino Pio, t. III, p. 190. Ebrei al tempo di Giuliano,
      t. IV, pag. 268. Loro persecuzione nella Spagna, t. VII, p.
      69. Ebrei presso gli Arabi, tom. X, p. 41.

  _Edessa_, città. Questo piccolo Stato conteneva la parte
      settentrionale e la più fertile della Mesopotamia, t. II, p.
      30. Suo principato fondato da Baldovino, t. XI, p. 338.

  _Edrisiti_, t. X, p. 397.

  _Efeso._ Suo tempio di Diana abbruciato dai Goti, t. I, p. 398.
      Suo primo Concilio, t. IX, p. 43. Opposizione dei vescovi
      d'Oriente, t. IX, p. 47. Suo secondo Concilio, t. IX, p. 57.

  EGIDIO. Sua rivolta nella Gallia, t. VI, p. 505.

  _Egitto._ Descrizione di questo paese, t. I, p. 38. Guerra
      seguita in questo paese colle armi di Diocleziano, t. I, p.
      238. Conquistato da Cosroe, t. VIII, p. 389. Invaso e
      conquistato da Amrou, t. X, p. 230. Sue città di Menfi, di
      Babilonia e del Cairo, t. X, p. 234. Amministrazione di
      questo paese, t. X, p. 250. Sua ricchezza e popolazione, t.
      X, p. 251.

  ELAGABALO, chiamato prima Bassiano e Antonino. Sue ribellioni,
      t. I, p. 211. Scrive al Senato, t. I, p. 214. Suo ritratto,
      t. I, p. 216. Sua superstizione, t. I, p. _ivi_. Sue
      sfrenate dissolutezze, t. I, p. 218. Disprezzo che i tiranni
      di Roma avevano per le leggi della decenza, t. I, p. 220. I
      soldati malcontenti, t. I, p. 221. Sedizione dei Pretoriani
      ed uccisione di Elagabalo, t. I, p. 222.

  _Eliopoli_, assedio di questa città, t. X, p. 202.

  _Emesa_, assedio di questa città, t. X, p. 202.

  EMILIANO, sue vittorie e ribellione, t. II, p. 375. L'armata lo
      proclama Imperatore sul campo di battaglia t. II, p. 376.
      Sue lettere al Senato, t. II, p. _ivi_. Soccombe sotto
      Valeriano, e sua morte, t. II, p. 377.

  ENEA di Gazza, filosofo della Setta di Platone, che riportò
      sagge osservazioni sui martiri dell'Affrica, tom. VI, p.
      505.

  ENRICO, re dei Visigoti, t. VII, p. 75.

  ENRICO l'Uccellatore. Sue vittorie, t. XI, p. 75.

  ENRICO III, imperatore. Chiamato in soccorso dai Greci, t. XI,
      p. 172. Assedia Roma, t. XI, p. 174. Fugge all'avvicinar di
      Roberto, t. XI, p. 175.

  ENRICO IV, imperatore. Conquista il regno di Sicilia, t. XI, p.
      203.

  ENRICO, re. Suo regno ed indole, t. XII, p. 127.

  ENRICO, re de' Visigoti, tom. VII, p. 75. I suoi successi lo
      rendono l'Oracolo dell'Occidente, e sua morte immatura, t.
      VII, p. 76.

  EPIFANIO (Sant') vescovo di Pavia, parte, col benefico carico di
      mediatore per Roma, ove è accolto con quelle onorificenze
      dovute al suo merito e alla sua rinomanza, t. VI, p. 532.

  EPITETO (lo Schiavo) onora il secolo in cui visse, t. II, p.
      348.

  ERACLIANO, conte dell'Affrica. Sua ribellione e disfatta, t. VI,
      p. 201.

  ERACLIO. Suo regno, t. VIII, p. 384. Suo cattivo stato, t. VIII,
      pag. 394. Implora la pace, t. VIII, p. 396. Si apparecchia
      alla guerra, t. VIII, p. 397. Sua prima spedizione contro i
      Persiani, t. VIII, p. 401. Sua seconda spedizione, t. VIII,
      p. 404. Costantinopoli liberata dagli Avari e dai Persiani,
      t. VIII, p. 410. Alleanze e conquiste di Eraclio, tom. VIII,
      pag. 414. Sua terza spedizione, t. VIII, p. 416. Sue
      vittorie, t. VIII, p. 417. Trattato di pace fra i due
      imperii, t. VIII, pag. 423. L'Ectesi, t. IX, p. 91. Suo
      secondo matrimonio, t. IX, p. 148. Sua morte, t. IX, p. 148.

  ERACLEONE, t. IX, pag. 150. Punizione di Martina e di Eracleone,
      t. IX, p. 152.

  ERMANRICO. Sua conquista del Danubio, t. V, p. 96.

  ERMENEGILDO. Sua rivolta e suo martirio nella Spagna, t. VII, p.
      73.

  ERODE Attico. Suo esempio, t. I, p. 68.

  EUDOSSIA imperatrice. Suo carattere, sue avventure e suo
      matrimonio con Teodosio, t. VI, p. 320. Suo pellegrinaggio a
      Gerusalemme, t. VI, p. 322. Sua ambizione e sue contese con
      Pulcheria, t. VI, p. 323. Spogliata ignominiosamente degli
      onori del suo grado, e muore in esilio, t. VI, p. 324.

  EUGENIO il gramatico. Sua usurpazione a' tempi di Teodosio, t.
      V, p. 345. Teodosio gli dichiara la guerra, lo sconfigge, e
      muore tom. V, p. 347.

  EUGENIO IV, Papa, t. XII, p. 444. Lega da lui formata contro i
      Turchi, t. XIII, p. 19.

  EUNAPO. Suoi frammenti istorici e filosofici pieni d'invettive
      contro i principii dei suoi avversarii, tom. V, p. 387.

  _Eunuchi._ Sono introdotti nella Grecia e in Roma, e loro
      potenza a' tempi di Costanzo, t. III, p. 394.

  EURIPIDE, poeta. Nella sua tragedia d'Ifigenia ha posta la scena
      nel Chersoneso Taurico, t. I, 388.

  _Europa._ Stato delle sue fortificazioni circa il cinquecento,
      t. VII, p. 328.

  EUSEBIO di Cesarea. Spiegazione equivoca da lui data al vocabolo
      _homoousion_, t. IV, p. 114.

  EUTICHE. Sua eresia, t. IX, p. 56.

  EUTROPIO. Sua amministrazione e carattere, t. VI, p. 275. Sua
      venalità ed ingiustizia, t. VI, p. 278. Crudele ed ingiusta
      legge di lesa maestà, t. VI, 283. Caduta d'Eutropio, t. VI,
      289.

  EZIO, generale di Placidia, madre dell'Imperatore Valentiniano
      III, tom. VI, p. 357. Suo carattere ed amministrazione, tom.
      VI, p. 412. Sua relazione cogli Unni e cogli Alani, t. VI,
      p. 414. Gli vien tolta la vita da Valentiniano, tom. VI, p.
      459.


  F

  FALCANDO, storico. Sue lamentazioni, t. XI, p. 201.

  FAUSTA, figlia di Massimiano. Sposa il grande Costantino, t.
      III, p. 334. Suoi artificii contro Crispo figlio primogenito
      di Costantino, tom. III, p. 337. Condanna e supplicio di
      questo principe, t. III, p. 340. Suoi tre figli e loro
      educazione, t. III, p. 344.

  FAUSTINA, moglie di Marc-Aurelio, celebre per la sua bellezza e
      per le sue galanterie, t. I, p. 126.

  _Fede_. Formole di fede Arriane, t. IV, p. 104.

  _Fede_ della Chiesa occidentale e latina, t. IV, p. 109.

  FEDERICO I. Cenni su questo Principe, t. IX, p. 361. Suoi
      successi, t. XIII, p. 177.

  FEDERICO II, t. IX, p. 362.

  FEDERICO III. Ultimo degli Imperatori romani coronato a Roma, t.
      XIII, p. 380.

  FELICE (S.) Vescovo d'Affrica, t. III, p. 91. Decapitato a
      Venosa nella Lucania, luogo celebre pel nascimento di
      Orazio, t. III, p. 92.

  FERMO. Sua ribellione a' tempi di Valentiniano nelle province
      della Numidia e della Mauritania, t. V, p. 81. Ammazza in
      una contesa il proprio fratello, t. V, p. _ivi._ In una
      notte viene strozzato, t. V, p. 85.

  FILIPPO, prefetto del pretorio. Sue brighe, dopo la morte di
      Gordiano, t. I, p. 286. È sollevato all'Impero, t. I, p.
      287. Nel suo regno si rinnovano i giuochi secolari, t. I, p.
      290.

  FILIPPICO, Imperatore dei Romani, t. IX, p. 162.

  FILOSOFIA Platonica, t. XII, p. 492.

  FINANZA ed imposte. Loro stato dai bei secoli della repubblica
      sino al regno di Alessandro Severo, t. I, p. 235.
      Imposizione del tributo sopra i cittadini Romani, t. I, p.
      236. Il tributo abolito, t. I, p. 237. Tributi delle
      province dell'Asia, dell'Egitto, della Gallia, dell'Affrica,
      della Spagna e dell'isola di Giera, t. I, p. 238. Somma
      dell'entrate, t. I, p. 240. Tasse imposte da Augusto sui
      cittadini Romani t. I, p. _ivi._ Gabelle, t. I, p. 241.
      Imposizione sulle vendite, t. I, p. 242. Tasse sui Legati e
      sulle eredità, t. I, p. 243. Conforme alle leggi ed ai
      costumi, t. I, p. 244. Regolamenti degli Imperatori, t. I,
      p. 245. Editto di Caracalla, t. I, p. 246. La cittadinanza
      conferita ai provinciali per sottometterli alle tasse, t. I,
      p. 247. Diminuzione passeggiera del tributo, t. I, p. _ivi._
      Conseguenza dell'universale cittadinanza romana, t. I, p.
      248. Finanze sotto Costantino, tom. III, p. 312. Tributo
      generale o indizione, t. III, p. 313. Tasse in forma di
      capitazione, t. III, p. 317. Capitazione sul commercio e
      sull'industria, t. III, p. 323. Liberi donativi, t. III, p.
      325.

  FINGAL e i suoi Eroi, t. I, p. 193.

  FLAVIA. Famiglia di questo nome e sua stirpe, t. I, p. 111.

  FLAVIO Clemente. Sua condanna e morte, t. III, p. 37.

  FLORIANO fratello di Tacito. Usurpa il trono, tom. II, p. 67.
      Morte dell'usurpatore, dopo tre mesi, t. II, p. 68. I
      discendenti di Tacito e di Floriano rimangono nell'oscurità,
      t. II, p. 68.

  FOCA. Sua elezione, t. VIII, p. 373. Rivolta di Costantinopoli,
      t. VIII, p. 374. Creato imperadore, t. VIII, p. 377. Suo
      carattere, tom. VIII, p. 378. Sua tirannide, t. VIII, p.
      379. Sua caduta e morte, tom. VIII, p. 381.

  _Fortificazioni_ d'Europa circa il cinquecento, t. VII, pag.
      328. Dell'impero dall'Eusino sino alle frontiere della
      Persia, t. VII, p. 336. Di Dara in Persia, t. VII, p. 343.

  FOZIO, Patriarca di Costantinopoli. Sue dispute di ambizione coi
      Pontefici, t. XII, p. 12.

  _Francia_. Origine di questo nome, idea dello stato generale di
      questo paese e delle sue rivoluzioni, t. VII, p. 73. Invasa
      dagli Arabi, t. X, p. 334. Liberata da Carlo Martello, t. X,
      p. 339. Riunione del ducato di Normandia alla corona di
      Francia, t. XI, p. 206.

  _Franchi_. Loro origine e loro confederazione coi Romani, t. I,
      p. 379. Invadono la Gallia, t. I, p. 381. Devastano la
      Spagna, t. I, p. 387. Passano in Affrica, t. I, pag. 388.
      Loro ardita impresa, t. II, p. 80. Loro stabilimento
      nell'impero, t. II. p. _ivi._ Soggiogati da Giuliano, t. IV,
      pag. 63. Loro stabilimento nella Gallia sotto i re
      Merovingi, t. VI, pag. 421. Loro totale conquista della
      Borgogna, t. VII, p. 94. Loro conquista della Aquitania, t.
      VII, pag. 102. Totale stabilimento della Monarchia francese
      nella Gallia, tom. VII, pag. 105. Controversie politiche, t.
      VII, p. 108. Anarchia de' Franchi, tom. VII, 139. Invadono
      l'Italia, t. VII, p. 453. Loro discesa in questo paese cogli
      Alemanni, t. VIII, pag. 128. Ripugnanza loro e di Carlo
      Magno, t. IX, pag. 318. I Franchi e i Latini, t. X, p. 468.
      Loro carattere e loro tattica, t. X, p. 471. Loro tracotanza
      nelle Crociate, t. XI, pag. 225. Loro indugio, t. XI, p.
      356. Marciano verso Gerusalemme, t. XI, pag. 357. Assediano
      e conquistano questa città nell'anno stesso, t. XI, p. 358.
      Loro Lega coi Veneziani, tom. XII, p. 336.


  G

  GAINA, Capo dei Goti. Fa massacrare Rufino, t. VI, p. 25. Primo
      generale d'Oriente, si dichiara contro Stilicone suo
      benefattore, t. VI, p. 27. Fomenta la ribellione di
      Tibigildo, tom. VI, p. 287. Sua cospirazione e caduta, tom.
      VI, p. 292.

  GALERIO. Sua associazione all'Impero, t. II, p. 110. Discende il
      Danubio contro i Barbari, t. II, p. 122. Come li trattasse,
      t. II, p. 123. Sua disfatta nella guerra della Persia, t.
      II, pag. 134. Ricevimento che gli fa Diocleziano, t. II, p.
      136. Vittoria da lui riportata sui Persiani, t. II, p.
      _ivi._ Condotta da lui tenuta verso la famiglia del
      debellato Narsete, t. II, p. 137. Negoziazioni di pace, t.
      II, p. 138. Discorso da lui tenuto agli ambasciadori
      Persiani, tom. II, p. 139. Assume il titolo d'Augusto, t.
      II, p. 171. Sud carattere, t. II, p. 172. Sua ambizione
      sconcertata da due rivoluzioni, t. II, p. 175. Riconosce
      Costantino, e gli conferisce soltanto il titolo di Cesare,
      t. II, 180. Conferisce il titolo d'Augusto a Severo suo
      favorito, t. II, p. 181. Ribellione de' Romani contro di
      lui, t. II, p. 188. Invade l'Italia, t. II, p. _ivi._ Tristi
      successi di questa spedizione, e sua ritirata, t. II, p.
      191. Innalza Licinio e Massimino al rango d'Augusti, t. II,
      p. 192. Sua morte, t. II, p. 196. Sorte sgraziata della sua
      vedova e del suo figlio, t. II, p. 222. Editto di tolleranza
      pubblicato prima della sua morte, t. III, p. 73.

  _Gallia_. Sua divisione in sei province romane, t. I, p. 30. Sua
      estensione e sue città assai floride, t. I, p. 72. Forma
      parte dell'Impero, t. I, p. 73. I Barbari la invadono, t. I,
      p. 381. Gli Svevi vi discendono anch'essi sotto il nome di
      Alemanni, tom. I, p. 383. Acquistata all'Impero da
      Aureliano, t. II pag. 30. Successione degli usurpatori nella
      Gallia, t. II, p. 31. Sollevazione di Bonoso e Procolo nella
      Gallia, t. II, p. 82. Stato dei contadini della Gallia, ai
      tempi dei due Cesari Galerio e Costanzo, t. II, p. 113.
      Governo di Costantino nella Gallia, t. II, p. 199. Invasione
      della Gallia fatta dai Germani, t. III, p. 437. Prima
      campagna fatta da Giuliano nella Gallia, t. III, p. 441.
      Seconda campagna, t. III, p. 443. Città della Gallia
      restaurate, t. III, p. 454. Descrizione di Parigi, tom. III,
      p. 458. Cristiani della Gallia protetti, t. IV, p. 11. Gli
      Alemanni invadono la Gallia, t. V, p. 56. Desolazione della
      Gallia per l'invasione de' Germani, t. VI, pag. 89.
      Costantino è riconosciuto nella Gallia, t. VI, p. 94. Adolfo
      re dei Goti marcia nella Gallia, t. VI, p. 192. Rivoluzioni
      della Gallia, t. VI, p. 204. Stato dei Barbari nella Gallia,
      t. VI, p. 221. Assemblea delle sette province della Gallia,
      t. VI, p. 229. Attila si prepara ad invadere la Gallia, t.
      VI, p. 410. I Visigoti nella Gallia sotto il regno di
      Teodosio, t. VI, p. 416. I Franchi nella Gallia sotto i re
      Merovingi, t. VI, p. 421. Attila invade la Gallia, ed
      assedia Orleans, t. VI, p. 426. Attila si ritira nelle
      pianure della Sciampagna, t. VI, p. 434. Battaglia di
      Chalon, t. VI, p. 438. Rivolta d'Egidio nella Gallia, t. VI,
      p. 505. Conquiste dei Visigoti nella Gallia, t. VI, p. 524.
      Martino nella Gallia, t. VII, p. 12. Rivoluzione della
      Gallia, t. VII, pag. 73. Finale stabilimento della Monarchia
      francese nella Gallia, tom. VII, p. 105. Privilegi dei
      Romani nella Gallia, tom. VII, p. 136. Ampiezza dell'Impero
      di Carlo Magno nella Gallia, t. IX, p. 332. Invasione della
      Gallia eseguita dagli Arabi, t. X, p. 334. I Paoliziani
      fermano il loro soggiorno nella Gallia, t. XI, p. 30.

  GALLO. Sua elezione in Imperatore Romano, tom. I, p. 273. Compra
      la pace pagando un annuo tributo ai Goti, t. I, p. 374.
      Disgusto popolare, t. I, p. 375. Rivolta d'Emiliano e
      abbandono ed uccisione di Gallo, t. I, p. 376. Sua morte
      vendicata, tom. I, p. 377.

  GALLO, nipote di Costantino. Sua educazione, t. III, p. 397.
      Vien dichiarato Cesare, tom. III, p. 398. Sua crudeltà, sua
      imprudenza, t. III, p. 400. Fa massacrare i Ministri
      dell'Imperatore, t. III, p. 402. Pericoli della sua
      situazione, t. III, 404. Sua disgrazia e sua morte, t. III,
      p. 405.

  GALLIENO, divide il trono col suo padre Valeriano. Infortunio
      del suo regno, tom. I, p. 378. Esclude i Senatori dal
      servigio militare, t. I, pag. 385. Fa alleanza cogli
      Alemanni, t. I, pag. 386. Suo carattere ed amministrazione,
      t. I, pag. 407. Sua morte, t. II, pag. 7. Stato dei
      Cristiani sotto il suo regno, t. III, pag. 73.

  GELASIO II, Papa, t. XIII, p. 149.

  GELIMERO. Usurpa il trono di Ilderico, t. VII, pag. 362. Fa la
      conquista della Sardegna, tom. VII, pag. 375. Viene disfatto
      da Belisario in Affrica, t. VII, p. 378. Fa mettere a morte
      Ilderico e i suoi partigiani, t. VII, p. 380. Ultima
      disfatta di Gelimero e dei Vandali, t. VII, p. 384. Sue
      angustie e schiavitù, tom. VII, p. 392. Fine di Gelimero
      nella Galazia, t. VII, p. 399.

  _Generali_ romani. Loro potere, t. I, p. 93.

  GENGISKAN, primo Imperatore de' Mongulli e dei Tartari, t. XII,
      p. 282. Sue leggi, t. XII, p. 285. Invade la Cina, t. XII,
      p. 289. Batte il Sultano Mohammed, e si impadronisce di
      Carizme, del Turkestan e della Persia, t. XII, p. 291. Sua
      morte, t. XII, p. 294.

  GENNERIDO, soldato di barbara estrazione, gran generale della
      Dalmazia, della Pannonia, della Norica e della Rezia.
      Rianima la disciplina e lo spirito della repubblica, t. VI,
      p. 163.

  _Genovesi_. Scacciati che furono i Latini da Costantinopoli,
      fermarono la loro dimora a Pera o Galata, t. XII, p. 269.
      Loro commercio e loro tracotanza al Mar Nero, t. XII, p 272.
      Loro guerra contro l'imperatore Cantacuzeno, t. XII, p. 274.
      Sconfitta data dai Genovesi alla flotta di Cantacuzeno, t.
      XII, pag. 275. Vittoria da essi riportata sui Greci e sui
      Veneziani, tom. XII, pag. 276. Rendonsi padroni della
      navigazione del Mar Nero, fino all'epoca della conquista de'
      Turchi, dopo la rovina di Costantinopoli, t. XII, p. 280.

  GENSERICO, re dei Vandali. Suo ritratto, t. VI, p. 341. Sbarca
      in Affrica, t. VI, p. 242. Dà il sacco a Roma, t. VI, pag.
      472. Sue spedizioni navali, tom. VI, pag. 507. Sue
      negoziazioni coll'Impero d'Oriente, tom. VI, pag. 508.
      Incendia la flotta Romana sulla costa dell'Affrica, t. VI,
      p. 522.

  _Geougi_, popolo Tartaro. I loro principi ereditarj, discendenti
      dallo schiavo Moko, occupano un posto fra i Monarchi della
      Scizia, tom. VI, p. 77.

  _Gepidi_. Invadono le province romane fra il Danubio e le Alpi,
      t. VIII, p. 9. Loro distruzione, t. VIII, p. 12. Morte del
      loro re Cunemondo, e distruzione di questo regno, t. VIII,
      p. 286.

  _Germani_, loro origine, t. I, p. 321. Favole e congetture, t.
      I, p. 322. I Germani non conoscevano l'uso delle lettere, t.
      I, p. 324. Ignoranti nelle arti e nell'agricoltura, t. I, p.
      326. Non avevano, nè maneggiavano metalli, t. I, p. 327.
      Loro indolenza, t. I, p. 328. Loro trasporto per le bevande
      spiritose, t. I, p. 330. Libertà dei Germani, t. I, p. 332.
      Assemblee del popolo, t. I, p. 334. Autorità dei Principi e
      dei Magistrati, t. I, p. 335. Più assoluti sui beni che
      sulle persone dei Germani, t. I, p. 336. Obbligazioni
      volontarie, t. I, pag. _ivi._ Castità dei Germani, tom. I,
      p. 338. Sue probabili cagioni, tom. I, p. 339. Cagioni che
      impedirono i progressi dei Germani, t. I, p. 345. Mancanza
      d'armi, t. I, p. _ivi._ Mancanza di disciplina, t. I, pag.
      346. Dissensioni civili fra loro, t. I, p. 348. Fomentate
      dalla politica romana, t. I, pag. 349. Loro unione
      passeggera contro Marco Antonino, t. I, p. 350. Divisione
      delle tribù Germaniche, t. I, p. 351. Loro numero, t. I,
      pag. 352. Invadono la Gallia, t. III, p. 437. L'invadono di
      nuovo sotto Valentiniano, t. V, p. 56. Emigrazione de'
      Germani settentrionali, t. VI, pag. 77. Un branco d'essi
      invade la Gallia, tom. VI, p. 86.

  _Germania_. Suo stato fino all'invasione de' Barbari sotto il
      regno dell'Imperatore Decio, t. I, pag. 316. Sua estensione,
      t. I, pag. 317. Suo clima, t. I, pag. 318. Suoi effetti
      sopra i naturali del paese, t. I, pag. 320. Stato della sua
      popolazione, tom. I, p. 331. Religione, t. I, pag. 341. Suoi
      effetti nella pace, t. I, pag. 342. Nella guerra, t. I, p.
      343. I Bardi, t. I, p. 344. Dissensioni politiche fomentate
      dai Romani, t. I, p. 349. Spedizione di Probo nella
      Germania, t. II, pag. 75. Sottomessa da Attila, t. VI, pag.
      371. Riunita da Carlomagno sotto il medesimo scettro, t. IX,
      p. 335.

  _Gerusalemme_. Giuliano progetta la riedificazione del suo
      tempio, t. IV, p. 274. Descrizione di questa città, t. IV,
      p. 276. Pellegrinaggi, t. IV, p. 277. Il progetto della
      riedificazione non riesce, t. IV, p. 280. Conquistata da'
      Saracini, t. X, p. 211. Stato di questa città, e
      particolarità sulle peregrinazioni al Santo Sepolcro, t. XI,
      p. 255. Condizione di Gerusalemme sotto i Califfi Fatimiti,
      tom. XI, pag. 260. Numero de' pellegrini aumentato, t. XI,
      pag. 263. Conquistata dalle armi turche, t. XI, p. 265. Suo
      reame sotto i Crociati, t. XI, p. 367. Sue Assise, t. XI,
      pag. 371. Corte dei Pari, t. XI, p. 373. Legge de'
      combattimenti giudiziarii, t. XI, pag. 375. Corte de'
      Borghesi, t. XI, p. 377. Conquista del suo regno e presa
      della città fattasi dal Sultano Saladino, t. XI, p. 420.

  GESÙ CRISTO. Sua Incarnazione, t. IX, p. 5. Nato solamente uomo,
      secondo gli Ebioniti, t. IX, p. 8. Sua nascita e suoi
      effetti, t. IX, p. 11. Gesù Cristo un Dio in tutta la sua
      dignità, secondo i Doceti, t. IX, p. 15. Il suo corpo
      incorruttibile, t. IX, p. 17. La doppia natura di Cerinto,
      t. IX, p. 20. La divina Incarnazione di Apolinare, t. IX, p.
      22. Assenso degli Ortodossi al decreto della Chiesa
      cattolica, e disputa sulle parole con cui si esprimerebbe
      questo Dogma, t. IX, p. 26. Il Trisagion e la guerra di
      religione fino alla morte di Anastasio, t. IX, p. 73. Prima
      guerra religiosa, t. IX, p. 77.

  _Gesuiti_. Loro missione in Etiopia, t. IX, p. 137. Conversione
      dell'Imperatore degli Abissini, t. IX, p. 138. Espulsione
      finale de' Gesuiti, t. IX, p. 140.

  GETA, figlio di Settimio Severo. Nominato Imperatore con suo
      fratello Caracalla dopo la morte del loro padre, t. I, p.
      195. Sua avversione contro il fratello Caracalla, t. I, p.
      196. Negoziazioni con Caracalla per dividere l'Impero, t. I,
      p. 197. Viene ucciso dal suo fratello, t. I, p. 198. Posto
      fra gli Dei, t. I, p. 200.

  _Giacobiti_, t. IX, p. 114.

  GIAMBLICO (il divino). Filosofo della scuola di Platone,
      ammirato come uno dei primi maestri nella scienza
      dell'allegoria, t. IV, p. 243.

  _Giannizzeri_, t. XII, p. 330.

  GILDONE. Sua ribellione in Affrica, t. VI, p. 29. Condannato dal
      Senato di Roma, t. VI, p. 32. Guerra d'Affrica; disfatta e
      morte di questo usurpatore, t. VI, p. 36.

  GIORGIO di Cappadocia. Opprime Alessandria e tutto l'Egitto, t.
      IV, p. 296. Trucidato dal popolo, t. IV, p. 297. Indi
      venerato come Martire, t. IV, p. 299.

  GIORNANDES. Misurò il campo Catalanico, conosciuto sotto il nome
      di provincia della Sciampagna, t. IV, 435.

  GIOVANNI Zimiscè, tom. IX, p. 202.

  GIOVANNI, o Calo Giovanni, t. IX, p. 223.

  GIOVANNI XII, Papa, t. IX, p. 356.

  GIOVANNI, usurpatore dell'Impero d'Occidente. Sua elevazione e
      sua caduta, t. VI, p. 332.

  GIOVANNI Crisostomo (S.). Eletto Arcivescovo di Costantinopoli;
      suo merito, t. VI, p. 297. Sua amministrazione pastorale e
      suoi difetti, tom. VI, 300. Perseguitato dall'Imperatrice
      Eudossia, t. VI, p. 303. Sollevazione popolare in
      quest'occasione, t. VI, 304. Suo esilio, t. VI, p. 307. Sua
      morte, t. VI, p. 309. Sue reliquie trasportate a
      Costantinopoli, t. VI, p. 309.

  GIOVANNI di Cappadocia, tom. VII, p. 312. Suoi edifizii ed
      architetti, t. VII, p. 315. Fabbrica della chiesa di Santa
      Sofia, t. VII, p. 319.

  GIOVANNI di Brienne Imperatore di Costantinopoli, tom. XII, p.
      137.

  GIOVANNI Duca Vatace, tom. XII, p. 178.

  GIOVANNI Paleologo. Suo regno, t. XII, p. 249.

  GIOVANNI Corvino. Uniade, t. XIII, p. 32.

  GIOVIANO. Eletto Imperatore, t. IV, 370. Seguita la guerra
      contra Sapore, t. IV, p. 373. Vergognosa negoziazione di
      pace, t. IV, 376. Debolezza di Gioviano, t. IV, p. 378.
      Evacua la provincia, e ritirasi verso Nisibi, t. IV, p. 380.
      Disapprovazione generale del suo negoziato di pace, t. IV,
      p. 383. Abbandona Nisibi, e restituisce a' Persiani le
      cinque province, t. IV, p. 385. Pubblica una tolleranza
      universale dopo d'avere stabilita la pace nella Chiesa e
      nello Stato, t. V, p. 9. Sua marcia da Antiochia, t. V, p.
      11. Sua morte, t. V, p. 12. Trono vacante, t. V, p. 14.

  GIOVINO. Incoronato a Magonza, e caduta di questo usurpatore, t.
      VI, p. 208. È decapitato, t. VI, p. 210.

  GIROLAMO (S.). La sua gratitudine contribuì al merito ed al
      carattere assai sospetto di Damaso vescovo di Roma, t. V, p.
      52. Piange gli orrori commessi dai Goti nella Pannonia, t.
      V, p. 245.

  _Giubbileo._ Sua istituzione, e primo Giubbileo, t. XIII, p.
      198. Giubbileo secondo, t. XIII, p. 202.

  _Giudei,_. Unico popolo che siasi rifiutato di soscriversi al
      commercio universale del Genere umano, t. II, p. 247.
      Sottomessi ai successori di Alessandro, sortirono
      dall'oscurità, t. II, p. 248. Il loro attaccamento alle
      leggi di Mosè uguagliava l'abborrimento che avevano per le
      religioni straniere, t. II, p. 249. La religione Giudaica
      credeva più fermamente le tradizioni de' suoi maggiori che
      le testimonianze de' proprii sensi, t. II, p. 251. Era
      proibito ai Giudei di contrarre matrimonio o affinità colle
      altre nazioni, t. II, p. _ivi_. I Giudei convertiti,
      riconoscevano nella persona di Gesù il Messia annunciato da'
      vecchi oracoli, t. II, p. 255. I primi quindici Vescovi di
      Gerusalemme furono tutti Giudei circoncisi, t. II, p. 256.
      Sotto il regno di Adriano, il disperato fanatismo de' Giudei
      pose il colmo alle loro calamità, t. II, p. 258. La dottrina
      dell'immortalità dell'anima non accennata nella legge di
      Mosè, t. II, p. 276. Orribili crudeltà commesse dai Giudei
      nelle città d'Egitto, di Cipro e di Cirene, t. III, p. 8.
      L'indole mansueta di Antonino Pio restituisce ai Giudei gli
      antichi loro privilegi, t. III, p. 9. Sdegnando di trattare
      cogli altri popoli, godevano in libertà l'esercizio della
      loro insocievole religione, t. III, p. 11. Gl'Imperadori
      decretano una capitazione generale sul popolo Giudaico, t.
      III, p. 35. I Giudei sono protetti da Giuliano l'Apostata,
      t. IV, p. 279. Sono perseguitati nella Spagna, t. VII, p.
      69. Oppressi da Giustiniano, t. IX, p. 82.

  _Giudizii_ di Dio. I Magistrati usavano nell'incertezza della
      testimonianza colle famose prove del fuoco e dell'acqua, t.
      VII, p. 117.

  _Giudizii_ del popolo. I cittadini di Roma e di Atene in materia
      criminale venivano giudicati dal popolo, t. VIII, p. 269.

  GIULIA, l'Imperatrice, moglie di Settimio Severo. Sue eccellenti
      qualità, t. I, p. 189. S'applicava alle lettere ed alla
      filosofia, t. I, p. 190. È assassinato nel suo palazzo, da
      Caracalla, Geta suo figlio, ed ella stessa vien ferita in
      una mano, volendo salvarlo, t. I, pag. 198. Giulia è
      costretta a ricevere l'assassino con sorriso di approvazione
      e di gioia, t. I, pag. 200. Ridotta, dopo la morte di
      Caracalla, alla condizione di suddita, con volontaria morte
      pon fine all'umiliante sua dipendenza, t. I, p. 211.

  GIULIANO, Didio, ricco Senatore, compra l'Impero dai Pretoriani,
      t. I, p. 160. È riconosciuto dal Senato, t. I, p. _ivi_.
      Prende possesso del palazzo, t. I, p. 161. Malcontento del
      pubblico, t. I, pag. 162. Gli eserciti della Brittania,
      della Sorìa e della Pannonia si dichiarano contro di lui, t.
      I, pag. _ivi_. Sue angustie dopo che Settimio Severo fu
      dichiarato imperatore dalle legioni Pannoniche, t. I, p.
      169. Sua incertezza, t. I, p. 170. È abbandonato da'
      Pretoriani, t. I, p. 171. Condannato e decapitato per ordine
      del Senato, t. I, p. 172.

  GIULIANO, l'Apostata, nipote di Costantino. Sua educazione, t.
      III, p. 397. Suo pericolo e sua liberazione, t. III, p. 407.
      Suo esilio in Atene, t. III, p. 409. Vien richiamato a
      Milano, t. III, p. 412. Dichiarato Cesare, t. III, p. 413.
      Nuovo obelisco, t. III, pag. 419. Sua condotta e sua vita
      privata, t. III, p. 439. Prima campagna da lui fatta nella
      Gallia, t. III, p. 441. Seconda campagna, t. III, p. 443.
      Battaglia di Strasburgo, tom. III, p. 445. Vittoria di
      Giuliano, t. III, p. 447. Tre spedizioni di Giuliano al di
      là del Reno, t. III, p. 452. Città della Gallia ristaurate,
      t. III, p. 454. Sua amministrazione civile, tom. III, p.
      456. Gelosia di Costanzo contro di lui, t. IV, p. 179.
      Giuliano proclamato Imperatore dalle legioni della Gallia,
      t. IV, p. 185. Sue proteste d'innocenza, t. IV, p. 188.
      Ambasceria a Costanzo, t. IV, p. 190. Quarta e quinta
      spedizione di Giuliano al di là del Reno, t. IV, pag. 192.
      Negoziato inutile, e intimazione di guerra, t. IV, p. 194.
      Giuliano s'accinge ad assalire Costanzo, tom. IV, pag. 197.
      Dal Reno marcia nell'Illirico, t. IV, p. 200. Giustifica la
      propria causa, t. IV, p. 204. Preparamenti ostili, t. IV, p.
      206. Dopo la morte di Costanzo, Giuliano è riconosciuto da
      tutto l'Impero, t. IV, pag. 211. Governo civile e vita
      privata del medesimo t. IV, pag. 212. Conghietture
      sull'intervallo fra la morte di Costanzo e la partenza di
      Giuliano accintosi alla guerra Persiana, t. IV, p. 215.
      Riforma della Corte imperiale, tom. IV, p. 216. Tribunale di
      giustizia, t. IV, pag. 220. Punizione contemporanea
      dell'innocente e del reo, t. IV, p. 221. Clemenza di
      Giuliano, t. IV, p. 224. Propenso alla libertà ed alla
      repubblica, t. IV, p. 226. Sua sollecitudine verso le città
      greche, t. IV, p. 229. Giuliano oratore e giudice, t. IV,
      pag. 230. Indole di Giuliano, t. IV, p. 235. Religione di
      Giuliano, t. IV, p. 234. Educazione ed apostasia del
      medesimo, t. IV, p. 237. Abbraccia la mitologia del
      paganesimo, t. IV, p. 240. Allegorie, t. IV, p. 242. Sistema
      teologico di Giuliano, t. IV, p. 244. Fanatismo de'
      filosofi, t. IV, p. 246. Iniziazione e fanatismo di
      Giuliano, tom. IV, p. 247. Religiosa dissimulazione, tom.
      IV, p. 250. Scritti da esso composti contro la religione
      Cristiana, t. IV, p. 252. Tolleranza universale, t. IV, p.
      254. Zelo e divozione di Giuliano nella ristaurazione del
      Paganesimo, t. IV, p. 256. Riforma del Paganesimo, t. IV, p.
      259. Giuliano tenta di rifabbricare il tempio di
      Gerusalemme, t. IV, p. 274. Parzialità di Giuliano per gli
      Ebrei, t. IV, pag. 279. Giuliano perseguita Atanasio, e lo
      scaccia dalla sua sede, t. IV, p. 302. Cesari nominati da
      Giuliano, t. IV, p. 309. Risoluzione di marciare contro i
      Persiani, t. IV, p. 311. Da Costantinopoli passa in
      Antiochia, t. IV, p. 313. Il popolo d'Antiochia contrario a
      Giuliano, t. IV, p. 316. Giuliano compone una satira contro
      gli abitanti d'Antiochia, t. IV, p. 319. Marcia verso
      l'Eufrate, t. IV, p. 323. Suo disegno d'invadere la Persia,
      t. IV, p. 325. Alienazione del re di Armenia, t. IV, p. 327.
      Apparecchii militari, t. IV, p. 328. Giuliano entra nel
      territorio Persiano, t. IV, p. 330. Marcia pel deserto della
      Mesopotamia, t. IV, p. 331. Suoi successi, t. IV, pag. 333.
      Invade la Sorìa, tom. IV, p. 338. Assedio di Perisabor, t.
      IV, p. _ivi_. Di Maogamalca, t. IV, pag. 340. Personale
      condotta di Giuliano, t. IV, p. 342. Conduce la sua flotta
      dall'Eufrate al Tigri, t. IV, p. 346. Passaggio del Tigri, e
      vittoria de' Romani, tom. IV, p. 348. Stato di Giuliano, e
      sua ostinazione, tom. IV, p. 352. Incendia la flotta, t. IV,
      p. 355. Marcia contro di Sapore, t. IV, pag. 358. Ritirata
      ed angustie dell'esercito Romano, tom. IV, pag. 361.
      Giuliano è ferito mortalmente, t. IV, p. 364. Morte di
      Giuliano, t. IV, p. 366. Riflessioni sopra la sua morte, t.
      IV, p. 387. Suoi funerali, t. IV, p. 390.

  GIULIO Nipote. Imperatore di Occidente insieme con Glicerio, t.
      VI, p. 537. Sua abdicazione e sua morte, t. VI, p. 539.

  _Giuochi_ secolari. Rinnovati da Filippo, t. I, p. 287.

  _Giurisprudenza_ Romana, tom. VIII, p. 161. Leggi dei Re di
      Roma, t. VIII, p. 163. Le Dodici Tavole dei Decemviri, t.
      VIII, p. 166. Loro indole ed influenza, t. VIII, p. 169.
      Leggi del popolo, t. VIII, p. 171. Decreti del Senato, t.
      VIII, p. 174. Editti de' Pretori, t. VIII, p. _ivi_. Editto
      perpetuo, t. VIII, p. 176. Costituzioni degli Imperadori, t.
      VIII, p. 177. Loro potere legislativo, tom. VIII, p. 178.
      Loro rescritti, tom. VIII, p. 180. Forma della legge romana,
      t. VIII. p. 182. Successioni de' legisti civili, t. VIII, p.
      184. Primo periodo, t. VIII, p. _ivi_. Secondo periodo, t.
      VIII, p. 186. Terzo periodo, tom. VIII, p. _ivi_. Loro
      filosofia, t. VIII, p. 187. Autorità, t. VIII, p. 189.
      Sette, t. VIII, p. 191. Riforma della legge romana fatta da
      Giustiniano, t. VIII, p. 194. Codice Triboniano, t. VIII, p.
      195. Codice di Giustiniano, t. VIII, p. 195. Le Pandette o
      il Digesto, t. VIII, p. 199. Lode e censura del codice e
      delle Pandette, t. VIII, p. 200. Perdita della
      Giurisprudenza antica, t. VIII, p. 203. Incostanza legale di
      Giustiniano, t. VIII, p. 207. Seconda edizione del codice,
      t. VIII, p. 208. Le Novelle, t. VIII, p. _ivi_. Le
      Instituta, t. VIII, p. 209.

  _I Delle persone._

  Liberti e schiavi, t. VIII, p. 210. Padri e figli, t. VIII, p.
      213. Limitazione della potestà paterna, t. VIII, pag. 216.
      Mariti e mogli, t. VIII, p. 220. Riti religiosi del
      matrimonio, t. VIII, p. _ivi_. Libertà del contratto
      matrimoniale, t. VIII, p. 222. Libertà ed abuso del
      divorzio, tom. VIII, p. 223. Limitazioni della libertà del
      divorzio, t. VIII, p. 226. Incesti, concubine e bastardi, t.
      VIII, p. 229. Tutori e pupilli, t. VIII, p. 232.

  _II Delle cose._

  Diritto di proprietà, t. VIII, p. 233. Di eredità e di
      successione, t. VIII, p. 237. Gradi civili di parentela, t.
      VIII, p. 239. Introduzione e libertà de' testamenti, t.
      VIII, p. 241. Legati, t. VIII, p. 243. Codicili e
      fedecommessi, t. VIII, p. 245.

  _III Delle azioni._

  Promesse, t. VIII, p. 247. Benefizii, t. VIII, p. 248. Interesse
      del danaro, t. VIII, p. 251. Danni, tomi VIII, p. 252.

  _IV Dei delitti e delle pene._

  Rigore delle Dodici Tavole, t. VIII, p. 254. Abolizione e non
      curanza delle leggi penali, t. VIII, p. 259. Si
      ristabiliscono le pene capitali, t. VIII, p. 262. Misura del
      delitto, t. VIII, p. 264. Vizio contro natura, t. VIII, p.
      265. Rigore degli Imperatori cristiani, t. VIII, p. 267.
      Giudizii del popolo, t. VIII, p. 269. Giudizii scelti, tom.
      VIII, p. 271. Assessori, t. VIII, p. 273. Esilio e morte
      volontaria, t. VIII, p. 274. Abusi della Giurisprudenza
      civile, t. VIII, p. 275.

  GIUSTINIANO. Imperatore d'Oriente. Sua nascita, t. VII, p. 255.
      Sua adozione e successione all'Impero, t. VII, p. 258. Suo
      regno, t. VII, p. 262. Suo matrimonio con Teodora, t. VII,
      p. 266. Fazioni del Circo, t. VII, p. 277. Fazioni a Roma,
      t. VII, p. 279. Esse dividono Costantinopoli e l'Oriente, t.
      VII, p. _ivi_. Giustiniano favorisce gli Azzurri, t. VII, p.
      281. Sedizione di Costantinopoli chiamata Nika, t. VII, p.
      284. Angustia di Giustiniano, t. VII, p. 287. La sedizione è
      oppressa, t. VII, p. 289. Agricoltura e manifatture da lui
      protette, t. VII, p. 290. Stato delle rendite, t. VII, p.
      303. Avarizia e profusione di Giustiniano, t. VII, p. 305.
      Perniciosi risparmii, t. VII, p. 306. Remissioni, t. VII, p.
      307. Gravezze, t. VII, p. 308. Monopolii, t. VII, p. 309.
      Venalità, t. VII, p. 310. Testamenti, t. VII, p. 311.
      Ministri di Giustiniano, t. VII, p. 312. Sopprime le scuole
      di Atene, t. VII, p. 352. Estingue il Consolato romano, t.
      VII, p. 356. Risolve d'invadere l'Affrica, t. VII, p. 359.
      Debolezza dell'Impero di Giustiniano, t. VIII, p. 5. Sua
      negoziazione e Trattati con Cosroe, t. VIII, p. 72. Sua
      alleanza cogli Abissini, t. VIII, p. 78. Suoi preparativi
      per la guerra Gotica, t. VIII, p. 115. Sua morte e
      carattere, t. VIII, p. 144. Comete, t. VIII, p. 147.
      Terremuoti, t. VIII, p. 151. Peste, sua origine e natura, t.
      VIII, p. 154. Estensione e durata, t. VIII, p. 158.
      Particolarità sulla sua amministrazione in materie
      ecclesiastiche, t. IX, p. 77. Sue persecuzioni, t. IX, p.
      79. Contro gli Eretici, t. IX, p. 80. Contro i Pagani, t.
      IX, p. 81. Contro gli Ebrei, t. IX, p. 82. Sua ortodossia,
      t. IX, p. 84. Eresia di Giustiniano, t. IX, p. 88.

  GIUSTINIANO II, t. IX, p. 156. Suo esilio, t. IX, p. 158. Suo
      ritorno al trono e sua morte, t. IX, p. 159.

  GIUSTINO, detto il Vecchio, Imperatore d'Oriente. Suo
      innalzamento al trono e suo regno, t. VII, p. 257. Adotta
      nell'Impero Giustiniano suo nipote, t. VII, p. 258.

  GIUSTINO II, detto il Giovane, Imperatore d'Oriente. Suo regno,
      t. VIII, p. 280. Suo Consolato, t. VIII, p. _ivi_.
      Ambasceria degli Avari e sua fermezza in quest'occasione, t.
      VIII, p. 281. Sua impotenza e sua abdicazione, t. VIII, p.
      299. Sua morte, t. VIII, p. 303.

  GIUSTINO (Santo e Martire). Cercò la verità nelle scuole di
      Zenone, d'Aristotele, di Pitagora e di Platone, t. II, p.
      342. Sotto la sua dottrina, lo spirito sublime degli Oracoli
      ebraici sfuma in una fredda allegoria, tom. II, p. 350.

  GLICERIO, imperatore d'Occidente con Giulio Nipote, t. VI, p.
      537. Al diadema sostituisce la mitra, t. VI, p. 538.
      Assassina Giulio Nipote, t. VI, p. 539.

  _Gnostici_, credevano che la religione giudaica non fosse punto
      istituita dalla sapienza divina, tom. II, p. 264. Non
      volevano sentir parlare del riposo della Divinità dopo
      l'opera de' sei giorni, tom. II, pag. 262. I più dotti fra i
      Padri hanno imprudentemente ammesso le sofistiche
      sottigliezze dei Gnostici, tom. II, p. 263. I Gnostici si
      distinguevano come la parte più culta, più dotta e più
      facoltosa del Cristianesimo, t. II, p. 264. I Gnostici
      fiorirono assai durante il terzo secolo, t. II, p. 265.
      Generalmente conosciuti sotto il nome di Doceti, t. IV, p.
      108.

  GOFFREDO di Buglione. Capo dei Crociati, t. XI, p. 302. Sua
      elezione e regno, tom. XI, p. 364.

  GONTRANO, nipote di Clodoveo, invade gli Stati gotici della
      Settimania o Linguadoca, t. VII, p. 140.

  GORDIANO, Proconsole d'Affrica, e suo figlio. Loro carattere ed
      innalzamento, t. I, p. 260. Sollecitano la conferma della
      loro autorità, t. I, p. 263. Il Senato ratifica l'elezione
      de' Gordiani, t. I, p. 263. Dichiarano Massimino pubblico
      nemico, t. I, p. 265. Prendono il comando di Roma e
      dell'Italia, tom. I, p. 265. Si preparano ad una guerra
      civile, t. I, p. 266. Disfatta e morte dei due Gordiani, t.
      I, p. 267.

  GORDIANO, parente dei precedenti. È dichiarato Cesare, t. I, p.
      276. Resta solo Imperatore dopo la morte di Massimo e di
      Balbino, t. I, p. 281. Sua innocenza e sua virtù, t. I, p.
      282. Suo assassinamento, t. I, pag. 285. Sistema di una
      repubblica militare, t. I, p. 285. Giuochi Secolari, t. I,
      p. 287. Decadenza dell'Impero romano, t. I, p. 288.

  _Goti, Ostrogoti e Visigoti._ Loro origine dalla Scandinavia, t.
      I, p. 356. Loro religione, t. I, p. 358. Loro emigrazione
      dalla Scandinavia nella Prussia, t. I, p. 360. Instituzioni
      d'Odino loro legislatore, t. I, pag. _ivi_. Loro migrazione
      dalla Prussia nell'Ucraina, t. I, p. 362. La loro nazione si
      aumenta nel marciare, t. I, p. 363. Invadono le province
      romane, t. I, p. 365. Eventi diversi della guerra Gotica, t.
      I, p. 367. Loro ritirata, t. I, p. 374. Tributo ignominioso
      loro pagato dai Romani, t. I, p. 375. Conquistano il
      Bosforo, t. I, p. 388. Prima loro spedizione navale, t. I,
      p. 390. Assediano e prendono Trebisonda, t. I, p. 391.
      Seconda loro spedizione. Saccheggiano le città della
      Bitinia, t. I, p. 392. Loro ritirata, t. I, p. 393. Terza
      spedizione navale, t. I, p. 394. Passano il Bosforo e
      l'Ellesponto, t. I, p. 395. Devastano la Grecia, e
      minacciano l'Italia, t. I, p. 396. Loro divisioni e loro
      ritirata, t. I, p. _ivi_. Rovinano il tempio d'Efeso, t. I,
      p. 398. Loro condotta in Atene, t. I, p. 399. Invadono
      l'Impero, t. II, p. 13. Sono sconfitti dall'Imperatore
      Claudio, t. II, p. 15. Trattano con Aureliano che a loro
      cede la Dacia, t. II, p. 22. Loro guerra contro di
      Costantino, t. III, p. 351. Sconfitta da loro sofferta, t.
      III, p. 352. Causa della loro guerra ai tempi di
      Valentiniano, t. V, p. 98. Ostilità e pace, t. V, pag. 101.
      Loro ostilità cogli Unni, t. V, p. 173. Perdite sofferte dai
      Goti in tali ostilità, t. V, p. 205. Implorano la protezione
      di Valente, t. V, p. 209. Sono trasportati sul Danubio
      nell'Impero romano, t. V, p. 212. Loro angustie e
      malcontento, t. V, p. 215. Loro ribellione nella Mesia, e
      prime loro vittorie, t. V, pag. 218. Penetrano nella Tracia,
      t. V, p. 221. Operazioni della guerra Gotica, t. V, p. 224.
      Loro unione con gli Unni, gli Alani ec., t. V, p. 227.
      Valente marcia contro di essi, t. V, p. 233. Assediano
      Adrianopoli, t. V, p. 242. Saccheggiano le province romane,
      t. V, p. 244. Strage della gioventù Gotica nell'Asia, t. V,
      p. 246. Loro guerra con Teodosio, t. V, p. 254. Loro
      divisioni, disfatta e sommissione, t. V, p. 258. Loro
      stabilimento nella Tracia e nell'Asia, t. V, p. 265. Ostili
      loro sentimenti, t. V, p. 268. Loro ribellione, t. VI, p.
      43. Loro rispetto per la religione cristiana, t. VI, p. 174.
      Loro ricchezze dopo invasa l'Italia, t. VI, pag. 197.
      Conquistano la Spagna, e la restituiscono all'Impero, t. VI,
      p. 216. Loro stabilimento in Aquitania, tom. VI, pag. 249.
      Abbracciano il Cristianesimo, t. VII, p. 39. Motivi della
      loro fede, t. VII, p. 40. Effetto della loro conversione, t.
      VII, p. 43. Restano involti nell'eresia Ariana, t. VII, p.
      44. Distinzione fra essi e gli Italiani, t. VII, p. 219.
      Assediano Roma, t. VII, p. 428. Loro assalto respinto da
      Belisario, tom. VII, p. 435. Levano l'assedio di Roma, t.
      VII, p. 448. Perdono Rimini, tom. VII, p. 450. Si ritirano a
      Ravenna, t. VII, pag. _ivi_. Loro rivoluzioni, t. VIII, p.
      88. Contrasto fra i vizi de' Greci e le virtù dei Goti, t.
      VIII, p. 92. Assediano Roma, t. VIII, p. 97. La prendono
      d'assalto, t. VIII, p. 101. Scacciati da questa città, la
      riprendono, tom. VIII, p. 110. Stato della loro Monarchia in
      Italia, t. X, pag. 278. Distruzione della loro Monarchia, t.
      X, p. 285.

  GRAZIANO, eletto Imperatore, t. V, p. 109. Sua vittoria, sugli
      Alemanni, t. V, p. 230. Investe Teodosio dell'Impero
      orientale, t. V, p. 248. Suo carattere e sua condotta, t. V,
      p. 271. Suoi difetti, t. V, p. 272. Rende malcontente le
      truppe romane, t. V, p. 274. Rivoluzione contro di lui nella
      Gran Brettagna, t. V, p. 276. Sua fuga e sua morte, t. V, p.
      278.

  _Greci._ Loro imprese in Oriente, t. X, p. 404. Soggiogano
      l'isola di Creta, t. X, p. 404. Conquistano la Cilicia, t.
      X, p. 406. Invadono la Sorìa, t. X, p. 407. Riprendono
      Antiochia ai Saracini, t. X, p. _ivi_. Passaggio
      dell'Eufrate, tom. X, p. 409. Pericolo di Bagdad, t. X, p.
      410. Loro lotta coi Saracini e coi Franchi in Italia, t. XI,
      p. 110. Loro nuova provincia in Italia, t. XI, p. 113.
      Guerra coi Normanni, t. XI, p. 109. Fatti particolari, tom.
      XI, p. 116. Loro scisma, t. XII, pag. 5. Loro avversione ai
      Latini, tom. XII, pag. 6. Cause di una tale avversione, t.
      XII, p. 13. Scomunica contro di essi e contro il Patriarca
      di Costantinopoli, tom. XII, p. 15. Loro inimicizia spiegata
      contro i Latini, t. XII, p. 16. Loro dispareri coi Latini,
      t. XII, p. 65. Incomincia la guerra, t. XII, pag. 69. Loro
      ribellione, tom. XII, p. 115. Buoni successi dei Greci, tom.
      XII, p. 148. Prendono e riprendono Costantinopoli, t. XII,
      p. 151. Ristaurazione dell'Impero dei Greci, t. XII, p. 177.
      Perseguitati dall'imperatore Michele Paleologo, t. XII, p.
      193. Riconquistano Costantinopoli, e ritorno del loro
      Imperatore, tom. XII, pag. 193. S'uniscono colla chiesa
      Latina, t. XII, p. 203. Perseguitati da Andronico il
      Vecchio, t. XII, p. 207. Si sciolgono dall'unione colla
      chiesa Latina, tom. XII, p. 210. Minacciati da Carlo
      d'Angiò, t. XII, p. 213. Mutamenti politici de' Greci, t.
      XII, p. 226. Sconfitta loro data dai Genovesi, t. XII, p.
      276. Province asiatiche perdute dai Greci, t. XII, p. 319.
      Discordia de' Greci, tom. XII, p. 340. Stato del loro
      Impero, t. XII, p. 402. Stato del sapere fra i Greci, tom.
      XII, p. 434. Negoziazioni di Eugenio IV con essi, t. XII,
      pag. 448. Concilio de' Greci e de' Latini in Ferrara, t.
      XII, p. 458. Loro negoziazioni, t. XII, p. 464. Unione de'
      Greci coi Latini, t. XII, pag. 469. Loro ritorno a
      Costantinopoli, t. XII, pag. 471. Stato della loro lingua a
      Costantinopoli, t. XII, p. 472. Paralello fra i Greci e i
      Latini, t. XII, p. 475. Risorgimento della loro erudizione
      in Italia, t. XII, p. 477. I Greci in Italia, t. XII, p.
      487. Pregi o difetti de' Greci, t. XII, p. 489. Loro forza
      contro Maometto II, t. XIII, p. 75. Loro ostinazione e
      fanatismo, t. XIII, p. 78. Perdono la città e l'Impero, t.
      XIII, p. 107. Loro prigionia, t. XIII, p. 110.

  _Grecia._ Suo governo, t. I, p. 35. Divisione delle sue
      province, t. I, p. 57. Le arti sue soggiogano i trionfi di
      Roma, t. I, p. 59. Memorie sul greco Impero, t. X, p. 412.
      Scritti di Costantino Porfirogeneta, e imperfezione de'
      medesimi, t. X, p. 415. Ambasciata di Luitprando, t. X, pag.
      418. I temi o le province dell'Impero, e loro limiti a
      diverse epoche, t. X, p. 419. Ricchezza e popolazione, t. X,
      p. 421. Stato del Peloponneso, t. X, p. 423. Degli
      Schiavoni, t. X, pag. 424. Gli uomini liberi della Laconia,
      t. X, p. 425. Città e rendite del Peloponneso, t. X, p. 426.
      Delle manifatture ed in particolare degli opificj di seta,
      tom. X, p. 427. Questi passano dalla Grecia in Sicilia, tom.
      X, p. 429. Rendita dell'Impero greco, t. X, pag. 430. Fasto
      e lusso degli imperatori, t. X, p. 432. Il palazzo di
      Costantinopoli, t. X, p. 433. Ammobiliamento ed ufficiali
      del palazzo, t. X, p. 436. Onori e titoli della famiglia
      imperiale, t. X, p. 438. Officj dello Stato e dell'esercito,
      t. X, p. 440. Adorazione dell'Imperatore, t. X, p. 443.
      Ricevimento degli Ambasciatori, t. X, p. 444. I Cesari della
      Grecia sposi di femmine straniere, t. X, p. 448. Legge
      immaginaria di Costantino, t. X, p. 449. Autorità dispotica
      degli Imperatori della Grecia, t. X, pag. 453. Forza
      militare della Grecia, t. X, p. 456. Sua marineria, t. X, p.
      457. Gl'imperatori Greci e i loro sudditi vogliono
      conservare il nome di Romani, tom. X, pag. 477. Periodo
      d'ignoranza nella Grecia, t. X, p. 478. Rinascimento della
      letteratura, t. X, p. 479. Decadenza del gusto e
      dell'ingegno, t. X, pag. 483. Mancanza d'emulazione
      nazionale, t. X, p. 486. Spedizione de' Normanni nella
      Grecia, t. XI, p. 155. Invasa da Ruggero, gran Conte della
      Sicilia, tom. XI, p. 188.

  GREGORIO (San) il Grande. Credesi che facesse abbruciare la
      Biblioteca Palatina e la Storia di Tito Livio, t. VIII, pag.
      327. Sua nascita e sua professione, tom. VIII, p. 329. Suo
      pontificato, t. VIII, p. 332. Sue funzioni spirituali, t.
      VIII, p. 333. Suo governo temporale, e suoi salutevoli
      avvisi intorno alla capitazione ed alle tasse, t. VIII, p.
      335.

  GREGORIO II, Papa. Sue epistole originali all'Imperatore Leone,
      t. IX, p. 279.

  GREGORIO (San) di Nazianzo. Sua eloquenza e sua pietà, t. V, p.
      288. Compromesso da Massimo, tom. V, p. 291. Presiede il
      Concilio di Costantinopoli, tom. V, p. 298. Suo ritiro, tom.
      V, p. 299.

  GROMBATE, re dei Chioniti alleati di Sapore. Perde suo figlio
      sotto le mura di Amida, t. III, p. 430.

  GROZIO. Racconto ch'egli fa di centomila sudditi di Carlo V,
      uccisi dal carnefice ne' soli Paesi Bassi per le spirituali
      censure, t. III, p. 112.

  _Grutongi_ od Ostrogoti. Loro disfatta a' tempi di Teodosio, t.
      V, p. 262.

  _Guardie_ Pretoriane. Loro istituzione, t. I, p. 156. Loro
      campo, t. I, pag. 157. Loro forza, loro ardire e loro
      speciosi diritti, t. I, p. 158. Mettono l'Impero
      all'incanto, t. I, p. 159. Le guardie pretoriane abbandonano
      l'Imperatore Giuliano, t. I, p. 171. Loro disgrazia, t. I,
      pag. 172. Nuovo stabilimento de' Pretoriani, t. I, p. 185.
      Ufficio del Prefetto de' Pretoriani, t. I, p. 186.
      Rilassamento della loro disciplina, t. I, p. 204. Loro
      sedizione ed uccisione di Elagabalo, t. I, p. 222. I
      Pretoriani malcontenti di Massimo e di Balbino, t. I, p.
      279. Li uccidono, t. I, p. 280.

  _Guardie_ Turche. Loro disordine, t. X, p. 389.

  _Guerre_ civili a' tempi di Settimio Severo, t. I, p. 177. Loro
      conseguenze crudeli, t. I, p. 180.

  GUGLIELMO I, soprannominato il Cattivo, re di Sicilia, t. XI, p.
      198.

  GUGLIELMO II, soprannominato il Buono, re di Sicilia, t. XI, p.
      200.

  GUISCARDO Roberto, Duca. Sua nascita e suo carattere, tom. XI,
      p. 139. Ambizione del medesimo, e buoni successi ottenuti,
      t. XI, pag. 143. Fatto duca della Puglia, t. XI, p. 145. Sue
      conquiste in Italia, t. XI, p. 146. Invade l'impero
      d'Oriente, t. XI, p. 155. Assedia Durazzo, t. XI, p. 158.
      Battaglia da esso data avanti questa città, t. XI, p. 165.
      Presa di Durazzo, t. XI, p. 168. Suo ritorno, t. XI, p. 170.
      Enrico III, Imperatore, fugge dall'assedio di Roma
      all'avvicinar di Guiscardo, t. XI, p. 175. Riporta le sue
      armi nella Grecia, tom. XI, p. 177. Sua morte, t. XI, p.
      180.

  GUNDAMONDO, t. VII, p. 48.

  GUNDOBALDO, o Gundebaldo, Re di Borgogna. Questo regno aveva per
      confini i due fiumi, la Savona ed il Rodano, s'estendeva
      dalla foresta de' Vosgi fino alle Alpi ed al mare di
      Marsiglia, t. VII, p. 90.


  H

  HAROUN-AL-RASCHID. Sue guerre contro i Romani, t. X, p. 370.

  HOSEIN. Sua morte, t. X, p. 139.


  I

  _Iberia._ Stato di questa provincia, t. II, p. 144.

  ICA, figlio di Baiazetto, t. XII, p. 397.

  IKSIDITI, t. X, p. 400.

  ILARIONE (S.). Giovane Sirio. Ritirasi nella Palestina lungi
      sette miglia da Gaza, t. VII, p. 11. ILDEBALDO, Re d'Italia.
      Sua crudeltà e sua morte, t. VIII, p. 89.

  ILDERICO, Re dei Vandali. Disfatto dai Mori, t. VII, p. 49. Dal
      trono passa alla carcere, t. VII, p. 359. Sua morte, t. VII,
      p. 360.

  _Illiria._ Sua divisione in province, t. I, p. 34.

  _Imao Caf_ ed _Altai_; catena di monti considerevole nell'Asia,
      t. VIII, p. 20.

  _Immagini._ Loro introduzione nella Chiesa cristiana, t. IX, p.
      253. Loro culto, t. IX, p. 256. Immagine di Edessa, t. IX,
      p. 258. Copie dell'immagine di Edessa, t. IX, p. 262.
      Opposizione al culto delle immagini, t. IX, p. 264.
      Persecuzione delle medesime, tom. IX, p. 271. Vengono
      ristabilite in onore nell'Oriente dall'Imperatrice Irene, t.
      IX, p. 312. Definitivo stabilimento delle immagini sotto
      l'Imperatrice Teodora, tom. IX, p. 316. Ripugnanza dei
      Franchi e di Carlo Magno, t. IX, p. 318.

  _Imperatori_ romani. Loro stabilimenti militari, t. I, p. 13.
      Disciplina militare sotto i medesimi, t. I, p. 15.
      Esercizii, t. I, p. 16. Legioni romane sotto il loro
      comando, t. I, p. 18. Loro armi, t. I, p. 19. Loro
      cavalleria, t. I, p. 21. Truppe ausiliarie, t. I, p. 22.
      Artiglieria, t. I, p. 23. Accampamenti, t. I, p. 24. Marce,
      t. I, p. 25. Numero e disposizione delle legioni, t. I, p.
      _ivi_. Marineria, t. I, p. 27. Loro Luogotenenti, t. I, p.
      95. Divisione delle province tra gl'Imperatori ed il Senato,
      t. I, p. 96. Conservano il comando militare e le loro
      guardie in Roma medesima, t. I, p. _ivi_. Prerogative
      imperiali, t. I, p. 99. Idea generale del sistema imperiale,
      t. I, p. 102. Corte degl'Imperadori, t. I, p. _ivi_.
      Apoteosi, t. I, p. 103. Loro titoli di Angusto e di Cesare,
      t. I, p. 105. Memoria infame di alcuni di essi, t. I, p.
      119. Loro autorità nell'elezione dei Papi, t. IX, p. 347.
      Disordini, tom. IX, p. 350. Autorità che godevano in Roma,
      t. IX, p. 354.

  _Impero_ Romano. Quadro delle sue province, t. I, p. 29. La
      Spagna, t. I, p. _ivi_. La Gallia, t. I, p. 30. La
      Brittania, t. I, p. 31. L'Italia, t. I, p. 32. Il Danubio e
      la frontiera Illirica, t. I, p. 33. La Rezia, t. I, p.
      _ivi_. Il Norico, la Pannonia e la Dalmazia, t. I, p. 34. La
      Mesia, la Dacia, la Tracia, la Macedonia e la Grecia, t. I,
      p. 35. L'Asia Minore, t. I, p. 36. La Sorìa, la Fenicia e la
      Palestina, t. I, p. 37. L'Affrica, t. I, p. 38. Il
      Mediterraneo e le sue isole, t. I, p. 40. Idea generale
      dell'Impero romano, t. I, p. _ivi_. Principii del governo,
      t. I, p. 42. Spirito universale di tolleranza, t. I, p. 43.
      Del popolo e dei filosofi, t. I, p. 45. Dei magistrati, t.
      I, p. 47. Nelle province e in Roma, t. I, p. 48.
      Nell'Italia, t. I, p. 51. Nelle province, t. I, p. 53.
      Colonie e città municipali, t. I, p. 54. Divisione delle
      province Greche e Latine, t. I, p. 56. Uso generale delle
      due lingue, t. I, p. 59. Schiavi e loro trattamento, t. I,
      p. 60. Liberti, t. I, p. 61. Numero degli schiavi, t. I, p.
      63. Popolazione dell'Impero romano, t. I, p. 64. Obbedienza
      ed unione, t. I, p. 65. Monumenti romani, la maggior parte
      de' quali innalzati a spese de' privati, t. I, p. 66. Presso
      che tutti i monumenti romani consacrati all'uso pubblico.
      Templi, teatri, acquedotti, ec., t. I, p. 71. Numero e
      grandezza dell'Impero nella Gallia, nell'Italia e nella
      Spagna, t. I, p. 73. Nell'Affrica e nell'Asia, t. I, p. 74.
      Vie romane, t. I, p. 76. Poste, t. I, p. 77. Navigazione, t.
      I, p. 78. Progresso dell'agricoltura nelle province
      Occidentali dell'Impero, t. I, p. 79. Introduzione de' fiori
      e de' frutti, t. I, p. _ivi_. Vino e ulivi, t. I, p. 80.
      Lino, prati artificiali, fertilità generale, t. I, p. 81.
      Arte di lusso, t. I, p. _ivi_. Commercio straniero, t. I, p.
      82. Oro ed argento, t. I, p. 84. Felicità generale, t. I, p.
      85. S'indebolisce il coraggio ed il talento, t. I, p. 86.
      Degenerazione, t. I, p. 88. Potenza consolare e tribunizia
      dell'Impero romano, t. I, p. 97. Magistrature, t. I, p. 99.
      Il Senato, t. I, p. 101. Immagine della libertà popolare, t.
      I, p. 107. Immagine del governo riguardo agli eserciti, t.
      I, p. 108. Loro ubbidienza, t. I, p. 109. Destinazione di un
      successore all'Impero, t. I, p. 110. Caduta dell'Impero
      romano in Occidente, t. VII, p. 169.

  _Impero_ Greco. Sue memorie, t. X, p. 412. I Temi o le province
      dell'Impero: loro limiti a diverse epoche, t. X, p. 419.
      Ricchezza e popolazione, t. X, p. 421. Stato del
      Peloponneso, t. X, p. 423. Degli Schiavoni, t. X, p. 424.
      Gli uomini liberi della Laconia, t. X, p. 425. Città e
      rendite del Peloponneso, tom. X, p. 426. Delle manifatture,
      ed in particolare degli opificii di seta, tom. X, p. 427.
      Questi passano dalla Grecia in Sicilia, t. X, p. 429.
      Rendita dell'Impero greco, t. X, p. 430. Fasto e lusso degli
      Imperadori, t. X, p. 432. Il palazzo di Costantinopoli, t.
      X, p. 433. Onori e titoli della famiglia Imperiale, t. X, p.
      438. Officii dello Stato e dell'esercito, t. X, pag. 440.
      Autorità dispotica degli Imperatori, t. X, pag. 453.
      Gl'Imperatori greci e i loro sudditi vogliono conservare il
      nome di Romani, t. X, pag. 477. Ristauramento dell'Impero
      greco, t. XII, p. 177. Stato di questo Impero nel secolo XV,
      t. XII, p. 402. Successione ereditaria e meriti de' principi
      Ottomani, tom. XII, p. 407.

  ISACCO (l'Angelo), Imperatore dei Greci. Suo carattere e suo
      regno, t. XII, p. 21. Sua morte, t. XII, p. 70. — _Alessio_
      (l'Angelo) figlio del precedente. Sua usurpazione ed indole,
      t. XII, p. 25. Sua Lega coi Crociati, t. XII, p. 44. Rimesso
      in trono, t. XII, p. 61. Scacciato di nuovo da Morzuflo, t.
      XII, p. 70. Sua morte, t. XII, p. _ivi_.

  _Italia._ Invasa da Alarico. Disfatta de' Goti a Pollenzia, t.
      VI, p. 56. Invasa da Radagaiso. Disfatta dei Germani avanti
      Firenze, t. VI, p. 79. Massacro di Pavia, t. VI, p. 105.
      Assedii successivi e saccheggio di Roma, t. VI, p. 153.
      Scorrerie per l'Italia, t. VI, p. 187. Pace coi Goti.
      Regolamenti per sollievo di Roma e dell'Italia, t. VI, p.
      192. Invasione d'Attila e assedio di Aquilea, tom. VI, p.
      443. Odoacre primo re d'Italia, t. VI, p. 542. Trista
      situazione di questo regno, t. VI, p. 552. Regno di
      Teodorico; divisione delle terre; separazione dei Goti
      dagl'Italiani, t. VII, p. 216. Governo civile dopo le leggi
      romane, t. VII, p. 227. Florido stata, di Roma e
      dell'Italia, t. VII, p. 230. Regno d'Amalasunta, tom. VII,
      p. 409. Di Teodato, t. VII, p. 417. Di Vitige, t. VII, p.
      427. Invasione dell'Italia operata da Belisario, t. VII, p.
      420. Molte città d'Italia ricuperate da Belisario, t. VII,
      pag. 447. Invasione dell'Italia, fatta dai Franchi, t. VII,
      p. 453. Belisario sottomette il regno Gotico d'Italia, t.
      VII, p. 460. Rivolta de' Goti, tom. VIII, pag. 88. Regno e
      vittorie in Italia di Totila, t. VIII, p. 90. Belisario
      comanda per la seconda volta in Italia, t. VIII, 95. Roma
      assediata dai Goti, t. VIII, p. 97. Tentativo di Belisario,
      t. VIII, p. 99. Roma presa dai Goti, t. VIII, p. 101.
      Ripresa da Belisario, tom. VIII, p. 105. Roma di nuovo presa
      dai Goti, t. VIII, p. 110. Narsete fa la conquista di Roma,
      t. VIII, p. 122. Disfatta e morte di Teja, ultimo re dei
      Goti, t. VIII, 124. I Franchi e gli Alemanni invadono
      l'Italia, t. VIII, p. 128. Narsete li sconfigge, t. VIII, p.
      130. Roma divenuta la seconda città dell'Impero, t. VIII, p.
      133. Invasione dei Bulgari, t. VIII, pag. 136. Alboino re
      dei Lombardi, t. VIII, p. 283. Imprende la conquista di
      tutta l'Italia, t. VIII, p. 288. Conquista di una gran parte
      dell'Italia fatta dai Lombardi, t. VIII, pag. 293. Calamità
      dell'Italia, tom. VIII, pag. 308. Stato dell'Italia nel
      secolo ottavo, t. IX, p. 275. Sua rivoluzione t. IX, p. 283.
      Repubblica di Roma, t. IX, p. 288. Discesa in Italia di
      Pipino e sua liberazione di Roma, tom. IX, p. 294. Conquista
      d'Italia fatta da Carlo Magno, t. IX, pag. 297.
      Incoronazione di Carlo Magno come Imperatore di Roma e
      dell'Occidente, t. IX, p. 323. Ampiezza dell'Impero di Carlo
      Magno in Italia, t. IX, pag. 334. Il regno d'Italia, t. IX,
      p. 359. Invasione di Roma eseguita dai Saracini, t. X, p.
      379. I Paoliziani stabiliscono il loro soggiorno in Italia,
      t. XI, p. 30. Guerre de' Saracini, dei Latini e dei Greci in
      Italia, t. XI, p. 109. Conquista di Bari, t. XI, p. 111.
      Nuova provincia dei Greci in Italia, t. XI, p. 113. Comparsa
      dei Normanni in Italia, t. XI, p. 120. Loro milizie in
      questo paese e loro conquista della Puglia, t. XI, p. 127.
      Oppressione di questa provincia, t. XI, 131. Conquiste di
      Roberto Guiscardo in Italia, t. XI, p. 146. Disegni di
      conquista sull'Italia dell'Imperatore Manuele, t. XI, p.
      193. Risorgimento dell'erudizione Greca in Italia, t. XII,
      p. 477. La lingua, greca si ferma in Italia per opera di
      Manuele Crisolara, tom. XII, p. 484. I Greci in Italia, t.
      XII, p. 487. Nicolò V protegge l'emulazione ed il progresso
      delle lettere greche in Italia, t. XII, p. 493. Cosimo e
      Lorenzo de' Medici consacrano per quello studio le immense
      loro ricchezze, t. XII, p. 496. Uso ed abuso dell'antica
      erudizione, tom. XII, p. 498.


  K

  _Kan_, Mongulli della Persia. Loro avvilimento, t. XII, p. 313.

  _Kipsack._ Cenni su questo paese, t. XII, p. 301.

  _Koreishiti._ Tribù che si oppone alla missione di Maometto, t.
      X, p. 82.


  L

  _Labaro_, o stendardo della croce, di cui il significato ci è
      ignoto, e di cui si è finora cercato invano l'etimologia, t.
      IV, p. 23.

  _Lactario._ Monte ove i medici di Roma, dopo il tempo di
      Galieno, mandavano i loro ammalati a respirare un'aria più
      pura, t. VIII, p. 125.

  LADISLAO, re della Polonia e d'Ungheria. Marcia contro i Turchi,
      t. XIII, pag. 23. Battaglia di Warna, t. XIII, p. 28. Sua
      morte, t. XIII, p. 29.

  LASCARIS Teodoro, imperatore di Nicea, t. XII, p. 116.
      Ristaurazione dell'Impero greco da lui operata, t. XII, p.
      178.

  LASCARIS II, t. XII, p. 181. Suo ritorno al greco Impero, t.
      XII, p. 195.

  LASCARIS Giovanni, pupillo di Michele, e legittimo Sovrano.
      Perde la sua dignità, t. XII, p. 197. Vien confinato in un
      lontano castello dove languisce per molti anni, t. XII, p.
      198.

  _Latini._ Loro inimicizia coi Greci, t. XII, p. 16. Stabiliscono
      delle fattorie a Costantinopoli, e vi comprano delle terre e
      delle case, t. XII, p. 18. Loro emulazione e progressi nelle
      lettere, t. XII, p. 493.

  LATTANZIO. Fa uso dell'eloquenza di Cicerone e della
      piacevolezza di Luciano per dimostrare la superstizione
      Pagana, t. II, p. 329. Pubblica al Mondo il glorioso esempio
      del Sovrano della Gallia, che fino dai primi momenti del suo
      regno conobbe e adorò la maestà dell'unico e vero Dio, t.
      IV, pag. 6.

  LATRONIANO, celebre poeta, la cui riputazione pareggia il grido
      degli antichi, t. V, p. 304.

  _Lazii._ Loro conversione, tom. VIII, p. 63.

  LEANDRO. Passa il mare fra le città di Sesto e di Abido per
      possedere la sua bella, t. III, p. 241.

  _Legioni_ sotto gl'Imperadori, t. I, p. 18. Numero e
      disposizione delle legioni, t. I, p. 25. Loro ubbidienza, t.
      I, p. 109. Si dichiarano contro Giuliano, t. I, p. 162. Le
      legioni Pannoniche dichiarano Imperatore Settimio Severo, t.
      I, p. 168. Rilassamento della militar disciplina sotto
      Severo, tom. I, p. 183. Rilassamento della disciplina sotto
      Caracalla, t. I, p. 204. Loro malcontento, t. I, p. 220.
      Tumulti delle legioni sotto l'Impero di Alessandro Severo,
      t. I, p. 232. Sedizione in Roma, t. I, p. 278. Claudio
      intraprende la loro riforma, t. II, p. 12. Severità di
      disciplina in esse mantenuta da Aureliano, t. II, p. 19.
      Probo incorpora i Barbari fra le legioni romane, t. II, p.
      78. Paralello tra la severa disciplina voluta da Aureliano e
      la più mite abbracciata da Probo, t. II, p. 84. Distinzione
      delle truppe a' tempi di Costantino, t. III, p. 291.
      Riduzione delle legioni, t. III, p. 295. Lusso effeminato
      nel loro campo sotto Graziano. L'infanteria depone
      l'armatura, t. V, p. 357.

  LEONE di Tracia, Imperatore d'Oriente, t. VI, p. 510. Sua
      fermezza e sua moderazione, t. VI, p. 511. Suoi preparativi
      contro i Vandali dell'Affrica, t. VI, p. 518. Cattivo
      successo in questa spedizione, t. VI, p. 521.

  LEONE III, detto l'Isaurico, Imperatore d'Oriente e fondatore di
      una nuova dinastia, t. IX, p. 164. Suo regno, e saggezza
      della sua amministrazione, t. IX, p. 165. Favorisce gli
      Iconoclasti, t. IX, p. 266. Ribellione in Italia, e
      distruzione delle sue statue, t. IX, p. 275.

  LEONE IV, Imperatore d'Oriente, t. IX, p. 168. Suo matrimonio
      con Irene, t. IX, p. 170. La dichiara Imperatrice nel suo
      testamento, t. IX, p. 171.

  LEONE IV, Pontefice romano. Sue vittorie e suo regno, t. X, p.
      381.

  LEONE V, nominato l'Armeno, Imperatore d'Oriente. Suo regno, t.
      IX, p. 176.

  LEONE VI, detto il Filosofo, Imperatore d'Oriente. Suo regno, t.
      IX, p. 193. Violazione delle sue proprie leggi contro le
      quarte nozze, t. IX, p. 194.

  LEONE IX, Papa. Sua Lega coi due Imperi, t. XI, p. 133. Sua
      spedizione contro i Normanni, t. XI, p. 135. Disfatta e
      prigionia di questo Pontefice, t. XI, p. 136.

  LEONE Ebreo. Abbraccia il Cristianesimo, t. XIII, p. 205. Sua
      famiglia, t. XIII, p. _ivi_. Suo figlio governatore, tom.
      XIII, p. _ivi_. Suo nipote posto sul trono di S. Pietro, t.
      XIII, t. _ivi_.

  LEONIDA. Come si sacrificasse co' suoi trecento guerrieri alle
      Termopili, t. VIII, p. 6.

  _Leonina._ Fondazione di questa città, t. X, p. 384.

  LEONZIO Pilato, primo professore di lingua greca a Firenze e
      nell'Occidente, t. XII, p. 487.

  LETA, vedova dell'Imperadore Graziano. Addolcisce per qualche
      tempo la pubblica miseria, e consacra al sollievo
      dell'indigenza le immense sue ricchezze, t. VI, p. 154.

  LETO, Prefetto del Pretorio. Cospira contro l'Imperatore
      Commodo, t. I, p. 145. Eccita i Pretoriani contro Pertinace,
      t. I, p. 152. S'invola alla pubblica indegnazione dopo
      l'assassinio di questo Principe, t. I, p. 159.

  _Letteratura._ Sua introduzione presso gli Arabi, t. X, p. 358.
      Suo stato nella Grecia, tom. XII, p. 434. In Francia, t.
      XII, p. 436. In Inghilterra, t. XII, p. 437. Uso e abuso
      dell'antica erudizione, t. XII, p. 498.

  LIBANIO, sofista. Suoi scritti e suo carattere, t. IV, p. 320.

  LIBERIO, Vescovo di Roma. Esiliato dall'Imperatore Costanzo, t.
      IV, p. 143. Questo Pontefice briga pel suo richiamo con
      criminose concessioni, t. IV, p. 143.

  LICINIO, Generale romano, innalzato alla dignità di Augusto, t.
      II, p. 191. Sei Imperatori contemporanei, t. II, p. 192.
      Divide con Massimino i dominii di Galerio, t. II, p. 198.
      Sua guerra con Massimino, t. II, p. 221. Vittoria da lui
      riportata, t. II, _ivi_. Sue crudeltà, t. II, p. 222.
      Contesa fra Costantino e Licinio, t. II, p. 226. Prima
      guerra civile fra i medesimi, t. II, pag. 227. Giornata di
      Cibali e battaglia di Mardia, t. II, p. 229. Trattato di
      pace, t. II, p. 230. Seconda guerra civile tra Costantino e
      Licinio, t. II, p. 236. Sommissione e morte di Licinio, t.
      II, p. 243.

  _Lingua_ latina. Suo decadimento e perdita, t. X, p. 473.

  _Lione._ Resiste alle armi di Aureliano; castigo inflitto a
      questa città, t. II, p. 30.

  _Lombardi._ Loro conversione, t. VII, p. 68. Loro stato a' tempi
      di Giustiniano, tom. VIII, p. 10. Loro origine, e loro
      emigrazioni, t. VIII, p. 11. Distruggono il Re e il regno
      de' Gepidi, t. VIII, p. 286. Conquista di una gran parte
      d'Italia fatta dai medesimi, t. VIII, p. 293. Loro regno, t.
      VIII, p. 314. Loro lingua e costumi, tom. VIII, p. _ivi_.
      Vestimenta e matrimonii, t. VIII, p. 319. Loro governo, t.
      VIII, p. 322. Loro leggi, t. VIII, p. _ivi_. Assaltano la
      città di Roma, t. IX, p. 291. Sono disfatti da Pipino Re di
      Francia, t. IX, p. 294.

  _Lombardia._ Conquistata da Carlo Magno, t. IX, p. 297.

  LOTTARIO I, t. IX, p. 341. Divisione dell'Impero, t. IX, p. 342.

  LUCIO II, Papa, tom. XIII, p. 150.

  LUCIO III, Papa, tom. XIII, p. 150.

  LUCULLO. La sua casa assegnata per ritiro ad Augustolo figlio
      d'Oreste, t. VI, p. 546.

  LUIGI il Pio, t. IX, p. 341.

  LUIGI VII, re di Francia. Preso dai Greci al ritorno di una
      Crociata, e liberato per opera dell'ammiraglio di Ruggero,
      t. XI, p. 189. Intraprende la seconda Crociata, t. XI, p.
      385.

  LUIGI IX, re di Francia. Intraprende la sesta Crociata, t. XI,
      p. 448. Sua cattività in Egitto, t. XI, pag. 452. Muore
      sotto le mura di Tunisi nella settima Crociata, t. XI, p.
      454.

  LUIGI di Baviera, Imperatore, t. XIII, p. 175.

  LUITPRANDO. Sua ambasciata, t. X, p. 418.

  LUPERCALI (la festa dei). La loro origine anteriore alla
      fondazione di Roma. Celebravansi ancora sotto il regno di
      Antemio, tom. VI, p. 515.

  LUPICINA, o Eufemia, Imperatrice di stirpe dei Barbari; di
      grossolani costumi, ma d'una virtù esemplare e senza
      macchia, t. VII, p. 271.


  M

  _Macedonia._ Suo governo, t. I, p. 35.

  MACRINO Opilio, prefetto del pretorio. Fa assassinare
      l'Imperatore Caracalla, tom. I, p. 205. Elezione e carattere
      di questo usurpatore, t. I, p. 207. Il Senato malcontento,
      t. I, p. 208. L'esercito malcontento anch'esso, t. I, p.
      209. Procura di riformare le armate, t. I, p. 210.
      Rivoluzione di Elagabalo, e disfatta e morte di Macrino, t.
      I, p. 213.

  _Magi._ Distruttori delle Are degli Arabi, t. X, p. 41.
      Annientamento de' Magi della Persia, t. X, p. 303.

  _Magìa._ Severe indagini del delitto di Magìa a Roma e in
      Antiochia, t. V, p. 29.

  MAGNENZIO. Sua usurpazione, t. III, pag. 376. Costanzo nega
      d'entrare in negoziati con Magnenzio, tom. III, p. 378.
      Guerra di Costanzo contro Magnenzio. Disfatta e morte di
      quest'ultimo, t. III, p. 382.

  MAJORIANO, Imperatore d'Occidente. Suo carattere e suo
      innalzamento, t. VI, p. 487. Sue leggi salutari, t. VI, 491.
      Protegge gli edifizii di Roma, t. VI, pag. 493. Si prepara
      ad invadere l'Affrica per iscacciarne i Vandali, t. VI, p.
      496. Perdita della sua flotta, t. VI, pag. 500. Sedizione
      nel suo campo, sua abdicazione e sua morte, t. VI, p. 502.

  MALEK-SA. Suo regno e prosperità, t. XI, p. 242. Sua morte, t.
      XI, p. 246.

  _Mamalucchi_ d'Egitto, t. XI, p. 456.

  MAMGO, Capo d'un'orda che accampava sui confini dell'Impero
      Cinese, tom. II, p. 132. Implora la protezione di Sapore,
      tom. II, p. _ivi_. Esiliato nell'Armenia, t. II, p. _ivi_. È
      trattato con distinzione rispettosa, t. II, p. 133.

  MAMMEA, madre di Alessandro Severo. Rimane sola incaricata
      dell'educazione di suo figlio e dell'amministrazione
      dell'Impero, t. I, pag. 221. Conserva sempre sullo spirito
      d'Alessandro un potere assoluto, t. I, p. 223. Saviezza e
      moderazione del suo governo, t. I, p. 225. Sceglie sedici
      fra i più saggi Senatori per comporre il proprio Consiglio,
      tom. I, p. 225. Educazione e virtuoso carattere da lei
      ispirato ad Alessandro, t. I, p. 226. Ascolta con piacere le
      esortazioni d'Origene, t. III, p. 69.

  MAMMUD il Gaznevida, uno dei principi più grandi della nazione
      de' Turchi, t. XI, p. 209. Sue dodici spedizioni
      nell'Indostan, t. XI, p. 211. Indole di Mammud, t. XI, p.
      213.

  MANUELE, Imperatore d'Oriente. Respinge i Normanni che
      insultavano Costantinopoli, t. XI, pag. 191. Riduce la
      Puglia e la Calabria, t. XI, p. _ivi_. Suoi disegni di
      conquista sull'Italia e sull'Impero d'Occidente, t. XI, pag.
      193. Andati a vuoto, t. XI, p. 195. Fa la pace coi Normanni,
      tom. XI, p. 197.

  _Maogamalca_, città o Fortezza della Sorìa a undici miglia di
      distanza dalla Capitale della Persia. Assediata
      dall'Imperatore Giuliano, t. IV, p. 340.

  _Maomettani_ o Maomettismo. Prima loro guerra contro l'Impero
      romano, tom. X, pag. 109. Propagazione del Maomettismo, t.
      X, p. 301. Progressi de' Maomettani a danno delle Crociate,
      t. XI, p. 404.

  MAOMETTO, profeta. Sua nascita e sua educazione, t. X, p. 43.
      Sue qualità, t. X, p. 47. Credeva un solo Dio, t. X, pag.
      51. Appostolo di questo Dio, ed ultimo dei Profeti, t. X, p.
      56. Sua dottrina intorno a Mosè e intorno a Gesù Cristo, t.
      X, p. 58. Il Corano, tom. X, p. _ivi_. Consacra ed
      abbellisce la storia miracolosa di Mosè, t. X, p. _ivi_.
      Contenuto del Corano, t. X, p. 61. Falsi miracoli di
      Maometto, t. X, p. 65. Precetti di Maometto: preghiere,
      digiuni ed elemosine, t. X, pag. 68. Sue opinioni sulla
      Risurrezione, sull'Inferno e sul Paradiso, t. X, p. 72.
      Predica alla Mecca, t. X, p. 77. Opposizione alla sua
      missione fatta dalla tribù di Coreish, t. X, pag. 82. È
      scacciato dalla Mecca, t. X, p. 84. È ricevuto a Medina in
      qualità di principe, t. X, p. 85. Sua dignità regia, t. X,
      pag. 88. Dichiara la guerra agl'Infedeli, t. X, p. 89. Sua
      guerra difensiva contro i Coreishiti della Mecca, t. X, p.
      94. Battaglie di Beder, d'Ohud e della Fossa contro i
      medesimi, t. X, p. 95. Soggioga gli Ebrei dell'Arabia, t. X,
      p. 99. Sommessione della Mecca, t. X, p. 101. Conquista
      dell'Arabia, t. X, p. 105. Dichiara la guerra all'Imperatore
      d'Oriente, t. X, p. 109. Sua morte, t. X, p. 112. Suo
      carattere, t. X, p. 117. Sua vita privata, t. X, p. 121. Sue
      mogli, t. X, p. 122. Suoi figli, t. X, pag. 125. Sua
      posterità, t. X, pag. 143. Suoi trionfi, t. X, p. 146.
      Stabilità della sua religione, t. X, p. 147. Del bene e del
      male da lui fatto nel suo paese, t. X, p. 150.

  MAOMETTO, figlio di Baiazetto, t. XII, p. 399.

  MAOMETTO II, suo carattere, t. XIII, p. 51. Suo regno, t. XIII,
      p. 55. Sue intenzioni ostili contro i Greci, t. XIII, p. 57.
      Costituisce una Fortezza sul Bosforo, t. XIII, p. 62. Guerra
      dei Turchi, t. XIII, pag. 64. Apparecchio per l'assedio di
      Costantinopoli, t. XIII, p. 66. Suo gran cannone, t. XIII,
      p. 68. Costantinopoli assediata, t. XIII, p. 71. Attacco e
      difesa, tom. XIII, p. 72. Forza de' Turchi, t. XIII, p. 74.
      Dei Greci, t. XIII, p. 75. Progredisce l'assedio, di
      Costantinopoli, t. XIII, pag. 82. Soccorso venuto agli
      assediati e vittoria riportata dai Cristiani, t. XIII, p.
      87. Maometto fa trasportare i suoi navigli per terra, t.
      XIII, p. 92. Strettezze in cui trovasi la città, t. XIII, p.
      96. I Turchi si preparano ad un assalto generale, t. XIII,
      p. _ivi_. Assalto generale, t. XIII, pag. 101.
      Costantinopoli saccheggiata dai Turchi, t. XIII, p. 107.
      Calcolo del bottino, t. XIII, p. 112. Maometto trascorre la
      città, Santa Sofia ed il palazzo, t. XIII, p. 116. Condotta
      di Maometto verso i Greci, t. XIII, p. 118. S'accinge a
      popolare e ad abbellire Costantinopoli, t. XIII, p. 119.
      S'impadronisce della Morea, t. XIII, p. 125. Conquista la
      città di Trebisonda, t. XIII, p. 126. Dolore e spavento in
      cui è immersa l'Europa, t. XIII, p. 129. Morte di Maometto
      II, t. XIII, p. 133.

  MARCELLINO, governatore di Sicilia. Sua ribellione, tom. VI, p.
      503. S'impadronisce della Dalmazia, e prende il titolo di
      Patrizio d'Occidente, t. VI, p. 504. Rinuncia alla sua
      indipendenza, e riconosce l'autorità di Antemio, t. VI, p.
      519. Sua morte, tom. VI, p. 523.

  MARCELLO, Vescovo di Roma. È esiliato per rendere la pace alla
      Chiesa, t. III, p. 99.

  MARCELLO, Vescovo nella Sorìa. Animato d'uno zelo apostolico, fa
      abbattere tutti i templi della diocesi di Apamea, tom. V, p.
      372. Sorpreso ed ucciso da un corpo di villani, tom. V, p.
      373.

  MARCIANO, Senatore. Succede al trono di Teodosio II, t. VI, p.
      409. Culto da lui reso alla memoria di Pulcheria, t. VI, p.
      510. Sua morte, t. VI, p. _ivi_.

  MARCO Aurelio, Imperatore, Principe Filosofo. Sue guerre
      difensive, t. I, p. 14. Suo carattere e suo regno, t. I, p.
      116. La sua indulgenza per la moglie Faustina e pel figlio
      Commodo diviene un'ingiuria al Pubblico, t. I, p. 125.
      Passeggera unione degli Alemanni contro questo principe, t.
      I, p. 350. Supposti editti di questo principe, t. III, p.
      64.

  MARCOMIRO, re dei Franchi. Convinto innanzi al tribunale del
      Magistrato romano d'aver violato la fede dei Trattati, viene
      esiliato nella Toscana, t. VI, p. 88.

  _Mardia_ (piano di) nella Tracia. Seconda battaglia fra
      Costantino e Licinio, t. II, p. 229.

  MARIA, moglie d'Onorio. Muore ancor vergine, dieci anni dopo le
      sue nozze, tom. VI, p. 41.

  _Marina_ presso i Romani, t. I, p. 27.

  _Maroniti_, t. IX, p. 109.

  MARTE, (la spada di). Scoperta da un Unno; la cava di terra, e
      l'offre ad Attila, t. VI, p. 370.

  MARTINA, nipote e moglie di Eraclio, Imperatrice d'Oriente, t.
      IX, p. 148. Si impadronisce del governo a nome di suo figlio
      Eracleone, t. IX, pag. 149. Sono deposti e condannati come
      autori della morte di Costantino, t. IX, p. 151.

  MARTINO, vescovo di Tours, uno dei Santi più illustri della
      Chiesa. Difende la causa della tolleranza, t. VII, p. 12.
      Scorre per la Gallia, distruggendo ed atterrando gl'idoli ed
      i templi, t. VII, p. 372.

  MARTINO IV, Papa, t. XIII, p. 174.

  MARTINO V, Papa. Sua elezione, t. XIII, p. 277. Suo governo, t.
      XIII, p. _ivi._

  _Martiri e Martirio_. Loro numero meno considerevole di quanto è
      stato esagerato, t. III, pag. 48. Su quanto possa credersi
      intorno ai patimenti de' martiri, t. III, p. 106. Loro
      numero, tom. III, p. 109. Culto dei martiri cristiani circa
      il quattrocento, t. V, p. 389. Riflessioni generali, t. V,
      p. 392. Martiri e reliquie favolose, t. V, p. 392.

  MASCEZEL, figlio di Nabello affricano, t. VI, pag. 33. Riporta
      una vittoria facile, completa e quasi senza effusione di
      sangue, t. VI, p. 36. Accoglienza da lui avuta alla Corte di
      Milano, t. VI, p. 39. Rimane infelicemente annegato, t. VI,
      p. _ivi._

  MASSENZIO, figlio di Massimiano. Dichiarato Imperatore di Roma,
      t. II, pag. 184. Rifiuta la perfida amicizia di Galerio,
      Imperatore d'Oriente, t. II, p. 189. Sua tirannide
      nell'Affrica e nell'Italia, t. II, p. 199. Guerra civile tra
      lui e Costantino, t. II, p. 202. Indulgenze e timori di
      Massenzio, t. II, p. 211. Sua morte, t. II, p. 215.
      Distruzione della sua stirpe, t. II, p. 216. Persecuzione
      de' Cristiani sotto questo principe, t. III, p. 98.

  MASSIMIANO. Associato all'Impero da Diocleziano, t. II, p. 145.
      Sua lunga assenza da Roma, t. II, p. 146. Sua residenza in
      Milano, t. II, p. 147. Circo, teatro, zecca, palazzo, bagni
      fondati in questa città da Massimiano, t. II, p. _ivi._
      Estingue il pericoloso spirito d'indipendenza, t. II, p.
      149. Usurpa, se non gli attributi, i titoli della divinità,
      t. II, p. 153. Rinunzia di Massimiano alla imperiale
      dignità, contemporanea a quella di Diocleziano, t. II, p.
      161. Suo feroce carattere, t. II, p. _ivi._ Riveste la
      porpora, t. II, p. 185. Arruola un numeroso corpo di Mori
      per la sua guerra Affricana, t. II, p. 186. Conduce a Roma
      prigioniero Severo, t. II, p. 187. Dà sua figlia Fausta in
      moglie a Costantino, e gli conferisce il titolo d'Augusto,
      t. II, p. _ivi._ Difende l'Italia invasa da Galerio, tom.
      II, p. 188. Massimiano si rifuggia nella Corte di suo genero
      Costantino, t. II, p. 194. Sparge artificiosamente rumore
      sulla morte di Costantino; occupando il suo trono, procura
      di svegliare una ribellione, tom. II, p. _ivi._ Segreta ma
      irrevocabil sentenza di morte contro di lui, t. II, p. 197.
      Stato de' Cristiani sotto il regno di questo Principe, t.
      III, p. 96. Condanna e supplizio dell'Imperatrice sua
      figlia, t. III, p. 359.

  MASSIMINO, Governatore d'Egitto e della Sorìa. Innalzato alla
      dignità d'Augusto, t. I, p. 193. Divide con Licinio i
      dominii di Galerio, t. I, p. 198. Guerra con Licinio, t. I,
      p. 221. Sconfitta da lui avuta, t. I, p. _ivi._ Sua morte,
      t. I, p. _ivi._ Ingratitudine e crudeltà di questo principe,
      t. I, p. 223.

  MASSIMINO, lottatore della Tracia. Sua nascita e sua fortuna, t.
      I, p. 252. Suoi impieghi ed onori militari, t. I, p. 253.
      Sua congiura contro l'Imperatore Alessandro Severo, t. I, p.
      _ivi._ Rivestito della porpora e proclamato dalle legioni,
      t. I, p. 255. Sua tirannia, t. I, p. 256. Oppressione delle
      province, t. I, p. 258. Ribellione in Affrica. Gli abitanti
      gli oppongono i due Gordiani già da essi proclamati
      Imperatori, t. I, p. 259. L'elezione di questi, venendo
      ratificata dal Senato, è Massimino dichiarato pubblico
      nemico, t. I, p. 265. Si prepara a far la guerra al Senato
      ed ai nuovi Imperatori, t. I, p. 271. Marcia verso l'Italia,
      t. I, p. 272. Avvenimento all'assedio d'Aquilea, t. I, p.
      273. È assassinato insieme al suo figlio, nel suo proprio
      accampamento, da un partito di Pretoriani, t. I, p. 275. Suo
      ritratto, t. I, p. 276. Allegrezza universale nell'Impero
      romano all'annunzio di sua morte, t. I, p. 277. Sedizione in
      Roma, t. I, p. 278.

  MASSIMO, Console. Dichiarato Imperatore dal Senato, t. I, p.
      267. Suo carattere e sue virtù, t. I, p. 269. Tumulto in
      Roma, t. I, p. 270. Condotta di Massimo, tom. I, p. 275.
      Malcontento de' Pretoriani, t. I, p. 279. Sua morte, t. I,
      p. 280.

  MASSIMO. Sua ribellione contro Graziano nella Gran Brettagna.
      Nominato Imperatore, t. V, p. 276. Suo Trattato di pace con
      Teodosio, t. V, p. 280. Versa il sangue dei suoi sudditi per
      opinioni religiose, t. V, p. 303. Invade l'Italia, t. V, p.
      316. Sua disfatta e sua morte, t. V, p. 321.

  MASSIMO (Petronio), Senatore e Console, t. VI, p. 460. Sua
      moglie rapita da Valentiniano, t. VI, p. 461. Eletto
      Imperatore d'Occidente: suo carattere e suo regno, t. VI, p.
      467. Violenza da lui fatta all'Imperatrice Eudossia, t. VI,
      p. 468. Sua morte, t. VI, p. 470.

  MATERNO. Sua ribellione, t. I, p. 133.

  MAURIZIO. Suo regno, t. VIII, p. 307. Sua guerra contro gli
      Avari, t. VIII, p. 367. Stato degli eserciti romani, t.
      VIII, p. 371. Loro disgusto e ribellione, t. VIII, p. 372.
      Morte di Maurizio e de' suoi figli, t. VIII, p. 374.

  MEBODE. Suo zelo e sua prudenza, cagione della stabilità del
      diadema di Cosroe, t. VIII, p. 35.

  _Mecca_ (la). Vedi Arabia e Maometto. Assedio di questa città,
      t. X, p. 15. Sua liberazione, t. X, p. 45. Maometto predica
      in essa, t. X, p. 77. Viene discacciato da questa città, t.
      X, p. 84. Sommessione di questa città a Maometto, t. X, p.
      101. Saccheggiata dai Carmatii, t. X, p. 395. Sua rivolta,
      t. X, p. _ivi_. Dinastie indipendenti, tom. X, p. 397.

  _Medina._ Questa città riceve Maometto in qualità di principe,
      t. X, p. 85.

  MELLOBAUDE. Re de' Franchi, generale dell'Imperat. Graziano, t.
      V, p. 280.

  MENSURIO, Vescovo di Cartagine. Si rifiuta di consegnare un reo
      agli ufficiali della giustizia, t. III, p. 99.

  MEROVINGI. Loro patrimonio e benefizii, t. VII, p. 122.
      Usurpazioni private, t. VII, p. 124. Servitù personale, t.
      VII, p. 126.

  _Mesia._ Divisione dell'Illiria; come governata, t. I, p. 41.

  MESOPOTAMIA. Stato di questo paese a' tempi di Costantino, t.
      III, p. 364.

  METRODORO, gramatico. Chiamato a Costantinopoli da Giustiniano
      per insegnarvi l'eloquenza alla gioventù, t. VII, p. 318.

  _Micca Aurea_, orsa feroce ed enorme. Valentiniano usava di
      questo animale come di una guardia fedele posta accanto alla
      sua stanza da letto, t. V, p. 37.

  MICHELE, Imperatore de' Romani; sue pacifiche virtù t. IX, p.
      170.

  MICHELE II, il Balbo. Suo regno, t. IX, p. 174.

  MICHELE III. Tratti straordinarii del suo carattere, t. IX, p.
      183. Sua morte, t. IX, p. 187.

  MICHELE IV, il Paflagonio; suo regno, t. IX, p. 208.

  MICHELE V, detto Calafate. Suo regno, t. IX, p. 209.

  MICHELE VI, o Stratiotico. Sua elevazione, t. IX, p. 211.
      Relegato in un monastero, t. IX, p. 214.

  MICHELE VII, detto Parapinace, t. IX, p. 216.

  _Milano._ Diviene la residenza degli Imperatori d'Occidente, t.
      II, p. 147. Malcontento generale su questo proposito, t. II,
      p. 149. Distruzione di questa città fatta dai Goti, tom.
      VII, p. 455.

  _Milenarii._ Loro dottrina sulla seconda venuta del Messia, t.
      II, p. 279. I Padri della Chiesa ne fecero assai parole su
      questa loro dottrina, t. II, p. 281.

  _Miracoli._ Loro forza ne' primi tempi della Chiesa, t. II, p.
      286. Dubbi mossi sulla loro veracità, t. II, p. 289.
      Presente incertezza nel determinare l'epoca dei miracoli, t.
      II, p. 291. Utilità dei primi miracoli, t. II, p. _ivi_.
      Quanto fossero creduli, t. V, p. 393.

  MISITEO. Sua amministrazione, t. I, p. 283. Guerra persiana, t.
      I, p. 284.

  MITRIDATE. In un sol giorno fa massacrare ottantamila Romani, t.
      I, p. 63.

  _Moadin._ Saccheggio di questa città, t. X, p. 167.

  MOAWIYAH. Suo regno, t. X, p. 138.

  _Monaci._ Origine loro e vita monastica, t. VII, p. 6.
      Sant'Antonio ed i monaci d'Egitto, t. VII, p. 9.
      Propagazione della vita monastica in Roma, t. VII, p. 11.
      Sant'Ilarione nella Palestina, t. VII, p. 12. San Basilio
      nel Ponto, t. VII, p. _ivi_. San Martino nelle Gallie, t.
      VII, p. _ivi_. Cause del rapido progresso della vita
      monastica, t. VII, p. 14. Ubbidienza de' monaci, tom. VII,
      p. 18. Loro vesti ed abitazioni, t. VII, p. 20. Loro vitto,
      t. VII, p. 22. Loro lavoro manuale, t. VII, p. 24. Loro
      ricchezze, t. VII, p. 26. Loro solitudine, t. VII, p. 28.
      Loro divozione e loro visioni, t. VII, p. 29. Cenobiti ed
      Anacoreti, t. VII, p. 31. San Simeone Stilita, t. VII, p.
      34. Miracolo e culto de' monaci, t. VII, p. 35.
      Superstizione di quel tempo, t. VII, p. 36. Conversione de'
      Barbari, t. VII, p. 37.

  _Monarchia._ Idea di questo governo, t. I, p. 89. Apparenza
      ridicola e solidi vantaggi d'una successione ereditaria, t.
      I, p. 249.

  _Monarchia_ francese. Suo stabilimento nelle Gallie, t. I, p.
      105.

  _Mongulli_, t. XII, p. 281. Loro primo Imperatore, t. XII, p.
      282. Invadono la Cina, t. XII, pag. 289. Carizme, la
      Transossiana e la Persia, t. XII, p. 291. Loro secondo
      Imperatore, t. XII, pag. 294. Conquiste nell'Impero
      settentrionale della Cina, tom. XII, p. 295. Della Cina
      meridionale, t. XII, p. 297. Della Persia e dell'Impero de'
      Califfi, t. XII, p. 298. Della Natolia, t. XII, p. 300.
      Cinquecentomila Mongulli sotto gli ordini di Batoci, nipote
      di Octai, devastano il Kipsah, la Russia, la Polonia e
      l'Ungheria, t. XII, p. 301. Regnano a Tobolsk, t. XII, p.
      306. I grandi Kan erano fissati sulle frontiere della Cina,
      t. XII, p. 309. Cublai fissa la sua residenza a Pekin, t.
      XII, p. 310. Rivolta dei Cinesi; eglino scacciano dal trono
      la razza degenerata dei Gengis, tom. XII, p. 311.
      Gl'Imperatori Mongulli si seppelliscono nell'oscurità del
      deserto, t. XII, pag. _ivi_. Loro invilimento, t. XII, p.
      313. Timur o Tamerlano è innalzato al trono di Samarcanda,
      t. XII, p. 352. Sue conquiste, t. XII, p. 353. Dopo il regno
      d'Aurengzeb, l'Impero de' gran Mogolli si è disciolto, tom.
      XII, p. 396.

  _Monoteliti._ Loro controversia, t. IX, p. 90.

  _Monumenti_ romani. La maggior parte innalzati dai particolari,
      t. I, p. 66. L'Odeone, t. I, p. 71. Templi, teatri,
      acquedotti, t. I, p. 72. Arco di trionfo di Costantino, t.
      II, p. 217. Bagni pubblici, t. VI, p. 146. Circo, t. VI, p.
      147. Edifici di Roma protetti da Majoriano, t. VI, p. 494.

  _Mori._ Loro adozione, t. X, p. 275.

  MOSÈ, ancor vivente secondo Maometto, t. X, p. 58.

  MUMMOLO. Esercitò il comando in Capo della Borgogna col titolo
      di Patrizio, t. VII, p. 137.

  MURAD o Amurat, sultano dei Turchi. _V._ Amurat.

  _Mursa_ o Essek, celebre città sulla Drava, t. III, p. 385.
      Battaglia fra i Romani dell'Occidente ed i Barbari della
      Germania, t. III, p. 386.

  MURZULFO, Alessio. Usurpa il trono di Costantinopoli, t. XII, p.
      69. Sua fuga, t. XII, p. 75. Sua morte, t. XII, p. 116.

  MUSA. Sua conquista della Spagna, t. X, p. 289. Sua disgrazia,
      t. X, p. 294.

  MUSA. Figlio di Baiazetto, t. XII, p. 398.

  _Mussulmani._ Loro mali in Ispagna, t. X, p. 312. Loro progressi
      a danno delle Crociate, t. XI, p. 404.

  MUSTAFÀ, figlio di Baiazetto, t. XII, p. 396.


  N

  _Napoli._ Assediata e ridotta da Belisario, t. VII, p. 420.
      Origine dell'investitura di questo regno conferita dai
      Pontefici, t. XI, p. 138.

  _Narbona._ Assediata dai Goti, t. VI, 219.

  NARSETE, Eunuco, creato generale e posto al paragone con
      Belisario, tom. VII, p. 452. Suo carattere e sua spedizione
      contro i Goti, t. VIII, p. 115. S'impadronisce di Roma, t.
      VIII, p. 122. Sconfigge i Franchi e gli Alemanni che avevano
      invasa l'Italia, t. VIII, p. 130. Diviene il primo e il più
      potente degli Esarchi in Italia, t. VIII, p. 187. Suoi
      disgusti e sua morte, t. VIII, p. 290.

  _Natolia._ Cenni su questa provincia, t. XII, p. 300.

  _Natri._ Costumi di quegli abitanti, t. VIII, p. 57.

  _Navigazione_ presso i Romani, t. I, p. 78.

  _Nazioni_ (le, o la _fossa_). Guerre contro Maometto, t. X, p.
      98.

  _Nejtaliti_ o Unni bianchi; nazione guerriera e civilizzata che
      possedeva le città commercianti di Boccara e di Samarcanda,
      t. VIII, p. 23.

  NEGO, o principe sovrano dell'Abissinia. Gli erano ubbidienti
      sette regni, t. VIII, p. 77.

  NEPOZIANO, nipote di Costantino. Prende il titolo di Augusto, t.
      III, p. 389. Regna soltanto ventotto giorni, t. III, p.
      _ivi_. Sua ribellione; è estinta col suo sangue e con quello
      di sua madre, t. III, p. _ivi_.

  NERONE. Incendio di Roma sotto il suo regno, tom. III, p. 25.
      Perseguita i Cristiani, t. III, p. 27.

  NERVA. Sotto il suo regno insegnò la rivelazione Cristiana che
      il _Logos_ erasi incarnato nella persona di Gesù Nazareno,
      t. IV, p. 86.

  _Nestoriani_, t. IX, pag. 101. Soli padroni della Persia, t. IX,
      p. 104. Loro missioni in Tartaria, nell'India e nella Cina,
      tom. IX, p. 106.

  NESTORIO, patriarca di Costantinopoli, t. IX, pag. 35. Sua
      eresia, t. IX, p. 37. Sua condanna nel Concilio d'Efeso, t.
      IX, p. 46. Suo esilio, t. IX, p. 53.

  NICEFORO, Imperatore de' Romani, t. IX, p. 174.

  NICEFORO II, nominato Foca. Suo regno, t. IX, p. 200. Sua morte,
      t. IX, p. 204.

  NICEFORO III, o Botoniate, t. IX, p. 218.

  NICETA, Senatore e Storico di Costantinopoli; incendiato che fu
      il suo palazzo, si ritira a Selimbria, t. XII, p. 81.

  NICOLÒ V, Sommo Pontefice, t. XIII, p. 278.

  _Nicomedia_, antica Capitale dei re della Bitinia, conteneva
      grandi ricchezze, t. I, pag. 393. Saccheggiata dai Goti, t.
      I, p. 394. Per capriccio vi appiccano il fuoco, t. I, p.
      395. Diocleziano vi impiega le ricchezze d'Oriente per
      decorarla, t. II, p. 148. Non cedeva in isplendore e in
      lusso che alle città di Roma, di Alessandria e di Antiochia,
      t. II, p. 148. Favorita residenza, come la città di Milano,
      degl'Imperadori Diocleziano e Massimiano, t. II, p. 148.
      Distruzione della sua Chiesa, t. III, p. 86. Nello spazio di
      giorni quindici due volte si appicca il fuoco al palazzo, t.
      III, p. 90. Ne sono di ciò, accusati i Cristiani, t. III, p.
      _ivi_.

  _Nicopoli._ Fondata da Augusto come un perenne monumento della
      vittoria d'Azio, consacrato alla divota Paola, t. VI, p.
      127. Battaglia quivi seguita, t. XII, p. 334.

  NIGRO Pescennio, governatore della Sorìa, t. I, p. 162.
      Dichiarasi nemico dell'usurpatore Giuliano, t. I, p. 163.
      Capitano inetto al comando, t. I, p. 165. La sua severa
      disciplina però affrancava il valore, e teneva in dovere le
      milizie, t. I, pag. _ivi_. Perdette nei piaceri di Antiochia
      quei preziosi momenti dei quali seppe approfittare
      l'attività di Severo, t. I, p. 166. Successi ed artificii di
      Severo, suo competitore, sua disfatta e sua morte, t. I, p.
      174.

  _Ninive_, città assai famosa anticamente, all'Est del Tigri ed
      all'estremità del ponte di Mosul, tom. VIII, p. 416.

  _Nisibi._ Assedio di questa città, t. III, p. 369.

  _Nobiltà_ romana, genealogia de' Senatori, t. VI, p. 121.
      Famiglie antiche, tom. VI, p. 122. Opulenza della Nobiltà,
      t. VI, p. 125. Suoi costumi, t. VI, pag. 128. Quadro del suo
      carattere, t. VI, p. 130.

  NORADINO, t. XI, p. 407.

  _Norica_. Divisione dell'Illirio; come governata, t. I, p. 39.

  _Normanni_. Loro comparsa in Italia, t. XI, p. 120. Fondazione
      di Aversa, t. XI, p. 124. Loro milizie nella Sicilia, t. XI,
      p. 125. Conquistano la Puglia, t. XI, p. 127. Indole de'
      Normanni, t. XI, p. 130. Opprimono la Puglia, tom. XI, p.
      131. Spedizione di Leone IV Papa, e de' due Imperi contro di
      essi, t. XI, p. 135. Disfatta e prigionia di questo
      Pontefice, t. XI, p. 136. Invadono l'Impero d'Oriente, t.
      XI, p. 150. Insultano Costantinopoli, e sono respinti
      dall'Imperatore Manuele, t. XI, p. 191. Loro pace con questo
      principe, t. XI, p. 197. Ultima guerra fra essi e i Greci,
      t. XI, p. _ivi_. Fine del loro regno in Sicilia; riunione
      del Ducato di Normandia alla Corona di Francia, t. XI, p.
      206.

  _Novelle_ (centosessantotto), e sedici editti furono aggiunti
      alla raccolta della Giurisprudenza civile, t. VIII, p. 208.

  NUMERIANO, Imperatore, figlio di Probo, gli succede nell'Impero,
      t. II, p. 91. Suo glorioso successo nella guerra di Persia e
      suo ritorno a Roma, t. II, p. 101. Sua morte, t. II, p. 102.

  NUSHIRWAN. Suo regno, tom. VIII, pag. 35. Suo amore del sapere,
      t. VIII, p. 39. Pace e guerra coi Romani, t. VIII, p. 43.
      Invade la Sorìa, t. VIII, p. 46. Rovina Antiochia, tom.
      VIII, p. 48. Sue negoziazioni e trattati con Giustiniano, t.
      VIII, p. 72. Conflitto tra Roma e la Persia, t. VIII, p.
      339. Sua conquista dell'Iemen, t. VIII, p. 340. Ultima sua
      guerra coi Romani, t. VIII, p. 342. Sua morte, t. VIII, p.
      344.


  O

  ODENATE, Senatore Palmireno. Vendica la maestà di Roma avvilita
      da Sapore, t. I, p. 405. Associato all'Impero, riceve il
      titolo di Augusto, t. I, p. 414. Muore vittima d'un
      domestico tradimento, t. II, p. 35. Sua morte vendicata
      dalla sua vedova Zenobia, t. II, p. 36.

  ODINO, legislatore della Scandinavia. Sue Instituzioni e sua
      morte, t. I, p. 359. Bella ma incerta ipotesi a suo
      riguardo, t. I, p. 360.

  ODOACRE, Re d'Italia, t. VI, p. 542. Sua clemenza verso
      Augustolo ultimo Imperatore d'Occidente, t. VI, p. 543.
      Estensione dell'Impero occidentale, t. VI, p. 544. Carattere
      e regno di Odoacre, t. VI, p. 550. Miserabile stato
      d'Italia, t. VI, p. 552. Sue tre disfatte, t. VII, p. 22.
      Sua capitolazione e sua morte, t. VII, p. 214.

  OGIGE, il più antico personaggio della greca antichità. Sotto il
      suo regno mutò il pianeta di Venere di colore, di
      configurazione e persino il suo corso periodico, t. VIII, p.
      149.

  _Ogori_, o _Varconiti_, nazione stabilita alle sponde del Til,
      denominato il Nero, t. VIII, p. 25.

  _Ohud_, battaglia quivi seguìta, t. X, p. 97.

  OLGA, suo battesimo, t. XI, p. 102.

  OLIBRIO, Imperadore d'Occidente, t. VI, p. 533. Sua morte, t.
      VI, p. 537.

  OLIMPIA, regina d'Armenia. Sua cattività, t. V, p. 90.

  OLIMPIO, favorito dell'Imperatore Onorio. Cospira contro
      Stilicone, t. VI, p. 102. Perseguita tutti coloro tra' suoi
      amici che erano sfuggiti al massacro di Pavia, t. VI, p.
      107.

  OLIMPIODORO, Storico; descrisse lo stato della città di Roma
      nell'epoca in cui l'assediarono i Goti, tom. VI, p. 126.

  OMAR, Califfo; suo regno, t. X, p. 129. Sua morte, t. X, p. 130.

  _Ommiadi._ Loro caduta, t. X, p. 349.

  ONORIA, principessa. Sue avventure, t. VI, p. 425.

  ONORIO. Divisione dell'Impero fra lui ed Arcadio, t. VI, p. 5.
      Suo matrimonio e carattere, t. VI, p. 39. Sua fuga da
      Milano, t. VI, p. 59. Perseguitato ed assediato dai Goti, t.
      VI, p. 61. Battaglia di Pollenzia, t. VI, p. 64. Suo trionfo
      a Roma, tom. VI, p. 70. Abolisce i gladiatori, t. VI, p. 71.
      Fissa la sua residenza a Ravenna, t. VI, pag. 73. Ultimi
      suoi anni e morte, t. VI, p. 330.

  ORCANO. Suo regno, t. XII, p. 317. Sue nozze con una principessa
      Greca, t. XII, p. 324. Sua morte, e morte di suo figlio
      Solimano, t. XII, p. 328.

  ORESTE, figlio di Tatullo. Deve al favore di Nipote le dignità
      di patrizio e di gran Generale delle armate, t. VI, p. 539.

  _Orientali_. Loro insensibilità, t. I, p. 120. Loro zelo, t.
      XIII, p. 13.

  _Oriente._ Guerra d'Oriente ai tempi di Valentiniano, t. V, p.
      88. Trattato di pace, t. V, p. 93. Discordie in Oriente in
      fatto di religione, t. IX, p. 67.

  ORIGENE. Tutto l'Oriente vantava la sua pietà ed il profondo suo
      sapere, t. III, p. 69. L'Imperatrice Mammea onorevolmente lo
      rimandò al suo ritiro di Palestina, t. III, p. _ivi_. Mandò
      varie lettere edificanti all'Imperatore Filippo, t. III, p.
      70.

  ORMUZ, figlio di Nushirwan. Sua tirannia e vizi, t. VIII, p.
      344. Viene deposto ed imprigionato, t. VIII, p. 351. Sua
      morte t. VIII, p. 354.

  _Ortodossi_, perseguitati, tom. IV, p. 115.

  OSIO, vescovo di Cordova, esiliato d'ordine dell'Imperatore
      Costanzo, t. IV, p. 142. S'impiega la persuasione e la
      violenza per estorcere la ripugnante soscrizione del
      decrepito vescovo Osio, t. IV, p. 143.

  _Osservazioni_ generali sulla caduta del romano Impero in
      Occidente, t. VII, p. 171.

  OTHMANO, Califfo de' Saracini; suo regno, t. X, pag. 130. Sua
      morte, tom. X, pag. 133.

  OTTAVIO, figlio adottivo di Cesare; sua origine; qual parte egli
      prendesse nelle proscrizioni; rende schiava la repubblica, e
      prende il nome di Augusto, tom. I, p. 139.

  _Ottomani_, loro origine, tom. XII, pag. 314. Invadono l'Europa,
      t. XII, p. 326. Ristaurazione del loro Impero, t. XII, p.
      400.

  OTTONE, re di Germania. Ristabilisce e si appropria l'Impero
      d'Occidente, t. IX, p. 342. Transazione fra il suo Impero e
      quello d'Oriente, t. IX, p. 344.

  OVIDIO, esiliato sulle spiagge glaciali del Danubio, t. III, p.
      349. Descrive coi più vivi colori l'abito ed i costumi de'
      Goti, e dei Sarmati, t. III, p. 350.


  P

  PACOMIO (San). Occupava l'Isola di Tabenna nell'Alta Tebaide, t.
      VII, p. 10.

  _Padri_ della Chiesa. Loro morale, t. II, p. 296. Amore del
      dilettarsi e dell'operare insiti nell'umana natura, t. II,
      p. 297.

  _Paganesimo_ e Pagani. I Pagani della Grecia e di Roma, t. II,
      p. 275. Dottrina dell'immortalità dell'anima presso i
      Pagani, t. II, p. _ivi_. Condannati agli eterni supplizii,
      t. II, pag. 284. Loro proporzione generale coi Cristiani, t.
      II, p. 344. Progressi del loro zelo e della loro
      superstizione, t. III, p. 79. Il paganesimo tollerato sotto
      Costantino e sotto i suoi figli, t. IV, p. 173. Sua
      mitologia e sue allegorie adottate da Giuliano l'Apostata,
      t. IV, p. 240. Suo ristabilimento e sua riforma sotto
      quell'Imperatore, t. IV, p. 257. Suo stato a Roma, t. V, p.
      358. Distruzione dei suoi templi, t. V, p. 359. Richiesta
      del Senato per l'altare della Vittoria, t. V, p. 363.
      Conversione di Roma, t. V, p. 366. Distruzione de' templi
      nella provincia, t. V, p. 369. Il tempio di Serapide in
      Alessandria, t. V, p. 374. Ultima distruzione del
      paganesimo, t. V, p. 377. La religione pagana è proibita, t.
      V, p. 382. Indi oppressa, t. V, p. 384. È finalmente
      estinta, t. V, pag. 386. Introduzione delle cerimonie pagane
      nel Cristianesimo, t. V, p. 399. Persecuzione di Giustiniano
      contro i Pagani, t. IX, p. 81.

  PALEOLOGO Michele. Sua famiglia e carattere, t. XII, p. 185. Suo
      innalzamento al trono di Nicea, t. XII, p 189. Coronato
      Imperatore, t. XII, p. 193. Sua conquista di Costantinopoli,
      t. XII, p. _ivi_. Suo ingresso, t. XII, p. 194. Manda in
      bando il giovane Imperatore Giovanni Lascari, suo pupillo e
      suo legittimo sovrano, dopo avergli fatto cavar gli occhi,
      t. XII, p. 197. È scomunicato dal Patriarca Arsenio, t. XII,
      p. 198. Fa coronare il suo figlio Andronico, e si unisce
      colla Chiesa latina, t. XII, p. 203. Eseguisce in persona le
      censure ecclesiastiche e perseguita i Greci scismatici, t.
      XII, p. 207. Sollecita i Siciliani a ribellarsi, t. XII, p.
      214. Sua morte, t. XII, p. 218.

  PALEOLOGO Giovanni, figlio di Andronico il Giovane; eredita il
      trono in età di nove anni, t. XII, 249. Gli vien dato per
      tutore Giovanni Cantacuzeno, t. XII, p. 250. Sposa la figlia
      di Giovanni Cantacuzeno, t. XII, p. 261. Giovanni Paleologo
      muove le armi contro di Cantacuzeno, t. XII, 264. Battuto,
      ritirasi nell'isola di Tenedo, e dopo ritorna a
      Costantinopoli, t. XII, p. 265. È spettatore indifferente
      della rovina del suo Impero, tom. XII, p. 342. Sua morte, t.
      XII, p. 344. Trattato di Giovanni Paleologo con Innocenzo
      VI, t. XII, p. 423. Visita a Roma Urbano V, t. XII, p. 425.

  PALEOLOGO Manuele, figlio di Giovanni. Serve nelle armate di
      Baiazetto, t. XII, p. 341. Monta sul trono di
      Costantinopoli, t. XII, pag. 342. Nella sua infelice
      situazione implora la protezione del Re di Francia, t. XII,
      p. 344. Lascia il trono a Giovanni suo nipote, Principe di
      Selimbria, t. XII, p. _ivi_. Ritorna sul trono, t. XII, p.
      439. Sua indifferenza pei Latini e sue negoziazioni, t. XII,
      p. _ivi_. Ragguaglio di un intertenimento famigliare
      dell'Imperatore Manuele, t. XII, p. 441. Sua morte, t. XII,
      p. 442.

  PALEOLOGO Giovanni II, Imperatore. Ottiene il permesso di
      regnare pagando un tributo, t. XII, p. 407. Suoi viaggi, t.
      XII, p. 429. Suo zelo, t. XII, p. 443. S'imbarca sulle galee
      del Pontefice, t. XII, p. 450. Accolto trionfalmente in
      Venezia, t. XII, p. 456. In Ferrara, t. XII, 457. Suo
      ritorno a Costantinopoli, t. XII, p. 471. Sua Lega cogli
      Ungheri, tom. XIII, p. 22. Sua morte, t. XIII, p. 44.

  PALEOLOGO Costantino, figlio di Giovanni, ed ultimo degli
      Imperatori Romani o Greci, t. XIII, p. 44. Spedisce Franza
      in ispeciale ambasciatore dal Sultano Amurat, t. XIII, p.
      46. Suoi progetti falliti per la guerra de' Turchi, t. XIII,
      p. 50. Nel momento dell'assalto generale di Costantinopoli,
      dà l'ultimo addio ai Greci, t. XIII, p. 99.

  _Palestina._ Sua descrizione, t. I, p. 37. Conquistata da
      Cosroe, t. VIII, p. 383.

  _Palmira._ Descrizione di questa città, t. II, p. 39. Assediata
      da Aureliano, t. II, p. 41. Sua rivolta e sua rovina, t. II,
      p. 44.

  _Pandette_ (le), ossia il Digesto; composte in tre anni sotto il
      regno di Giustiniano, t. VIII, p. 199. Lode e censura delle
      Pandette, t. VIII, p. 200.

  _Pannonia._ Divisione dell'Illiria, come governata, t. I, p. 39.

  _Paoliziani_ o discepoli di San Paolo. Loro origine, t. XI, p.
      8. Loro Bibbia, t. XI, p. 10. Semplicità della loro dottrina
      e del loro culto, t. XI, p. 12. Ammettono i due principii
      dei Magi e dei Manichei, t. XI, p. 15. Si stabiliscono
      nell'Armenia e nel Ponto, t. XI, p. 17. Perseguitati
      dagl'Imperadori greci, t. XI, p. 19. Loro ribellione, t. XI,
      p 22. Affortificano Tefrica, t. XI, p. 23. Saccheggiano
      l'Asia Minore, t. XI, p. 24. Venuti in decadimento, t. XI,
      p. 26. Trapiantati dall'Armenia nella Tracia, t. XI, p.
      _ivi_. Soggiornano in Italia e in Francia, t. XI, p. 30.
      Persecuzione degli Albigesi, t. XI, p. 33. Caratteri e
      progressi della riforma, t. XI, p. 35.

  PAOLO di Tanis, Patriarca di Alessandria, t. IX, p. 126.

  PAOLO Samosateno, Vescovo di Antiochia. Nella sua giurisdizione
      ecclesiastica tutto era venale, t. III, p. 73. I Chierici da
      lui dipendenti imitavano il loro Capo nella soddisfazione di
      ogni sensuale appetito, t. III, p. 75. Alcuni errori da lui
      ostinatamente sostenuti intorno alla dottrina della Trinità,
      eccitano lo sdegno delle Chiese orientali, t. III, p. _ivi_.
      Degradato della sua dignità episcopale, t. III, p. _ivi_.
      Aureliano ne fa eseguire la sentenza, t. III, p. 77.

  PAOLINO (San) successivamente monaco, e Vescovo, t. VI, p. 188.
      Consacrò il resto de' suoi averi e de' suoi talenti al
      servizio del glorioso martire San Felice, t. VI, p. 189.

  _Papi_ o Pontefici romani. Loro alleanza coi Re di Francia, t.
      IX, p. 298. Donazioni loro fatte da Pipino e da Carlomagno,
      tom. IX, p. 303. Stendonsi le decretali e la donazione di
      Costantino, t. IX, p. 308. Si separano dall'Impero
      d'Oriente, t. IX, p. 320. Autorità degli Imperatori nella
      elezione de' Papi, t. IX, p. 347. Disordini, t. IX, p. 350.
      Loro lunga e obbrobriosa schiavitù, t. IX, p. _ivi_. Riforma
      e pretese della Chiesa a questo proposito, tom. IX, p. 354.
      Essi scomunicano il Patriarca di Costantinopoli ed i Greci,
      t. XII, p. 15. Ricevono dai Greci il giuramento d'abiura e
      d'obbedienza, t. XII, pag. 206. Loro autorità temporale in
      Roma, tom. XIII, p. 140. Fondata sull'affezione del popolo,
      t. XIII, pag. _ivi_. Sul diritto, t. XIII, p. _ivi_. Sulle
      virtù degli stessi Pontefici, t. XIII, p. 141. Sulle loro
      ricchezze, tom. XIII, p. 142. Incostanza della
      superstizione, t. XIII, p. 143. Rivolta in Roma contro i
      Papi, t. XIII, p. 145. Gregorio VII, fondatore della
      sovranità de' Papi, viene scacciato da Roma, t. XIII, p.
      147. Pasquale II, investito da una grandine di pietre e di
      dardi, t. XIII, p. 148. Gelasio II, preso pei capelli ed
      incatenato, t. XIII, p. 149. Lucio II e III. Il primo,
      percosso con un colpo di pietra nel cerebro, muore; ed il
      secondo, vede assalito da mille ferite il suo corteggio, t.
      XIII, pag. 150. Calisto II, proibisce l'uso delle armi, tom.
      XIII, p. 151. Martino IV, t. XIII, p. 174. Elezione dei
      Papi, t. XIII, p. 185. Diritti dei Cardinali stabiliti da
      Alessandro III, t. XIII, p. 187. Gregorio X istituisce il
      Conclave, t. XIII, pag. 188. I Papi s'assentano da Roma, t.
      XIII, p. 192. Bonifazio VIII, tom. XIII, pag. 193.
      Traslazione della Santa Sede ad Avignone, t. XIII, p. 195.
      Instituzione del Giubbileo, o dell'Anno Santo, t. XIII, p.
      198. Secondo Giubbileo, t. XIII, p. 202. Ritorno d'Urbano V
      a Roma, t. XIII, p. 263. Gregorio XI ristabilisce la Santa
      Sede a Roma, tom. XIII, pag. _ivi_. Elezione d'Urbano VI, t.
      XIII, p. 266. Elezione di Clemente VII, t. XIII, p. 267.
      Martino V ed Eugenio IV, t. XIII, pag. 277. Nicolò V ultimo
      Papa frastornato dalla presenza d'un Imperatore Romano, t.
      XIII, pag. 278. Assoluto dominio acquistato dai Papi in
      Roma, t. XIII, p. 288. Loro governo ecclesiastico, t. XIII,
      p. 293. Sisto V, suoi vizi e sue virtù, t. XIII, p. 294.

  PAPINIANO. Celebre giureconsulto, e prefetto del Pretorio, t. I,
      p. 186. Si rifiuta di fare l'apologia dell'assassinio di
      Geta: rimane vittima della sua coraggiosa resistenza, e la
      sua morte è compianta come una pubblica calamità, t. I, p.
      201.

  PARA, Re di Armenia. Sue avventure, t. V, pag. 93. Sua morte, t.
      V, p. 106.

  PARAPINACE, t. IX, p. 216.

  _Parigi._ Descrizione di questa Capitale, t. III, p. 458.

  PASQUALE II. Vedi _Papi_.

  _Patrizii._ Origine del loro Ordine; loro privilegi, t. III, p.
      271. Qual rango li distingueva a' tempi di Costantino, t.
      IX, p. 300.

  PELAGIO (l'Arcidiacono) presenta innanzi a Totila il Vangelo, e
      la sua preghiera salva i Romani, t. VIII, p. 102.

  PERENNE, Ministro romano, t. I, p. 132.

  _Perisabor_, o Anbar, città grande della Sorìa, alla distanza di
      cinquanta miglia da Ctesifonte, t. IV, p. 339.

  PEROZE, re di Persia. In una spedizione contro i Neftaliti,
      insiem coll'armata, perde la vita, t. VII, p. 340.

  _Persia._ Sue rivoluzioni, t. I, p. 283. I Barbari dell'Oriente
      e del Settentrione, t. I, p. 290. Monarchia persiana
      ristabilita da Artaserse, t. I, p. 292. Riforma della
      religione de' Magi, t. I, p. 293. Teologia persiana: due
      principii, t. I, pag. 295. Culto religioso, t. I, p. 297.
      Cerimonie e precetti morali, t. I, pag. 298. Incoraggiamento
      dell'agricoltura, t. I, p. _ivi_. Potere dei magistrati, t.
      I, pag. 300. Spirito di persecuzione, tom. I, pag. 302.
      Stabilimento dell'autorità reale nelle province, t. I, p.
      303. Estensione e popolazione della Persia, t. I, p. 304.
      Ricapitolazione, delle guerre tra i Parti ed i Romani, t. I,
      p. 305. Calamità di Seleucia e di Ctesifonte, t. I, p. 306.
      Conquista di Osroene fatta dai Romani, t. I, p. 308.
      Artaserse riclama le province dell'Asia, e dichiara la
      guerra ai Romani, t. I, p. 310. Relazione di questa guerra,
      t. I, pag. 313. Forza militare dei Persiani, t. I, p. 314.
      L'infanteria assai debole, ma la cavalleria eccellente, t.
      I, pag. 315. Conquista dell'Armenia sotto la condotta di
      Sapore, t. I, p. 400. Tiridate rimonta sul trono
      dell'Armenia, t. II, p. 130. Ribellione del popolo e de'
      Nobili, t. II, p. 131. I Persiani riprendono l'Armenia, t.
      II, p. 133. Guerra fra i Persiani ed i Romani, t. II, p.
      134. Disfatta di Narsete; negoziazioni per la pace, t. II,
      p. 138. Avvenimento singolare di Sapore, t. III, p. 362.
      Questo principe vuol riprendere dai Romani le province al di
      là del Tigri; stato della Mesopotamia e dell'Armenia, t.
      III, pag. 364. Morte di Tiridate, t. III, pag. 365. Guerra
      coi Romani; battaglia Singara, t. III, p. 367. Negoziazioni
      coll'Imperatore Costantino, t. III, pag. 425. Invasione
      della Mesopotamia operata da Sapore, t. III, p. 429. Assedii
      di Amida e di Singara, t. III, p. 430. Invasione della
      Persia fatta da Giuliano l'Apostata, t. IV, p. 326. Sua
      marcia nei deserti della Mesopotamia, e suoi successi, t.
      IV, pag. 331. Invasione della Sorìa; assedii di Perisabor e
      di Maogamalca, tom. IV, p. 338. Passaggio del Tigri,
      ritirata e vittoria dell'armata romana, tom. IV, p. 348.
      Guerra nell'Armenia e cattività della regina Olimpia, t. V,
      p. 89. Morte di Sapore, t. V, p. 92. Avventure di Para re
      d'Armenia, t. V, p. 93. Divisione di questo regno fra i
      Romani ed i Persiani, t. VI, p. 327. Attila s'impadronisce
      della Persia, t. VI, p. 373. Morte di Peroze re di Persia,
      t. VII, p. 340. Guerra contro i Romani, t. VII, p. 342. Le
      porte Caspie e le porte Iberie, t. VII, p. 344. Stato della
      Persia nel sesto secolo, tom. VIII, p. 33. Regno di
      Nushirwan, t. VIII, p. 35. Pace e guerra coi Romani, t.
      VIII, p. 43. Guerra di Colchide o Lazica, t. VIII, pag. 53.
      Rivoluzione dopo la morte di Cosroe, t. VIII, p. 339. Il
      tiranno Ormouz suo figlio vien deposto, t. VIII, p. 350.
      Usurpazione di Baharam, t. VIII, pag. 358. Fuga e
      ristabilimento di Cosroe II, t. VIII, pag. _ivi_. Soggioga
      la Sorìa, l'Egitto e l'Asia Minore, t. VIII, p. 388.
      Spedizione de' Persiani ai tempi d'Eraclio, t. VIII, p. 401.
      Pace coi Romani, t. VIII, p. 423. La Persia invasa dagli
      Arabi, tom. X, p. 162. Battaglia di Cadesia, t. X, p. 164.
      Fondazione di Bassora, tom. X, p. 168. Saccheggio di Modain,
      t. X, p. 169. Fondazione di Cufa, tom. X, pag. 170.
      Conquista della Persia, t. X, p. 171. Morte del suo ultimo
      re, tom. X, p. 174. Annientamento dei Magi, t. X, pag. 303.
      La Persia soggiogata dai Turchi o Turcomani, t. XI, p. 219.
      Regno e carattere di Togrul-Beg, t. XI, pag. 221. Libera il
      Califfo di Bagdad, t. XI, p. 225. Sua investitura, t. XI, p.
      226. Sua morte, t. XI, p. 227. Regno d'Alp-Arslan, t. XI, p.
      229.

  _Pertinace_, Senatore consolare. Eletto Imperatore; sua origine,
      t. I, 145. Riconosciuto dalle guardie pretoriane, t. I, p.
      147. E dal Senato, t. I, p. 148. Virtù di Pertinace, t. I,
      p. 149. Procura di riformare lo Stato, t. I, p. 150. Suoi
      regolamenti, t. I, p. _ivi_. Sua popolarità, t. I, p. 152.
      Per questo si suscita il malcontento fra i pretoriani, che
      lo fanno assassinare, t. I, p. _ivi_. Congiura prevenuta, t.
      I, p. 153. Sua morte, t. I, pag. 154. Il Senato gli rende
      onori divini, t. I, p. 171. Suoi funerali e apoteosi, t. I,
      p. 173.

  PESCENNIO, Negro nella Sorìa, t. I, p. 165.

  _Peste_ dell'anno 542 in Oriente e nell'Occidente, t. VIII, p.
      154. Sua origine e sua natura, t. VIII, p. 155. Sua
      estensione e sua durata, t. VIII, p. 158.

  _Petra._ L'assedio di questa città è un'impresa delle più
      rimarchevoli di questo secolo, t. VIII, p. 66.

  PETRARCA alla Corte d'Avignone. S'accinge con ardore allo studio
      della lingua greca, e si lega in amicizia col celebre
      Barlamo, t. XII, p. 478. L'Italia lo ammira come padre della
      poesia lirica, t. XIII, p. 214. È incoronato a Roma, t.
      XIII, p. 219. Impegna l'Imperatore Carlo IV a ristabilire la
      repubblica, t. XIII, p. 259. Sollecita i Papi d'Avignone a
      rimettere la Santa Sede in Roma, t. XIII, p. 260. Riferisce
      ai Romani la distruzione degli antichi monumenti, t. XIII,
      p. 261.

  _Piacenza._ Concilio tenuto in questa città da Urbano II, t. XI,
      p. 271.

  PIERO l'Eremita, tom. XI, p. 268.

  PIETRO di Courtenai, Imperatore d'Oriente, tom. XII, pag. 132.
      Sua prigionia e morte, t. XII, p. 134.

  PILPAI. Le favole morali e politiche di questo vecchio Bramino
      si conservavano fra i tesori del re dell'Indie con un
      misterioso rispetto, tom. VIII, p. 42.

  PIPINO libera Roma assalita dai Lombardi, t. IX, p. 294. Re di
      Francia, t. IX, p. 297. Donazione di Pipino ai Papi, tom.
      IX, p. 303.

  PISONE (Calpurnio). Messo a morte dall'usurpatore Valente, t. I,
      p. 412.

  _Pittagora._ Quando questi inventò il nome di filosofo, ebbe
      origine in Roma da Bruto I la libertà e il consolato, t.
      VII, p. 356.

  _Pitti_ (i). Invadono la Calcedonia, t. V, p. 71. E la Gran
      Brettagna, tom. V, p. 73.

  PLACIDIA, figlia del gran Teodosio, t. VI, p. 195. Suo
      matrimonio con Adolfo re dei Goti, t. VI, pag. _ivi_.
      Barbaro ed ignominioso trattamento con lei praticato
      dall'usurpatore assassino di suo marito, t. VI, p. 216.
      Ricondotta con onore al palazzo di suo fratello Onorio, t.
      VI, p. 117. Rimaritata a Costanzo ed associata all'Impero
      d'Occidente, t. VI, pag. 330. Sua amministrazione dopo la
      morte di questo principe e durante la minore età de' suoi
      figli, t. VI, p. 336. Suoi due generali Ezio e Bonifazio, t.
      VI, p. 339.

  PLATONE. Suo genio nello scoprire la natura misteriosa della
      divinità, t. IV, p. 82. Questa segreta dottrina insegnavasi
      di soppiatto nei giardini dell'accademia, t. IV, p. 83. Con
      minore riserva nella celebre scuola d'Alessandria, tom. IV,
      p. 83.

  PLAUZIANO. Ministro e favorito di Severo; nominato prefetto del
      pretorio; suo infame dispotismo; massacrato sotto gli occhi
      dell'Imperatore, t. I, p. 186.

  _Plebei._ Stabilimento di quest'Ordine, t. III, p. 272.

  PLINIO il Vecchio. Onora il secolo in cui fiorì, e il suo
      carattere innalza la dignità della natura umana, t. II, p.
      348. Trascurò il fenomeno più grande di cui l'uomo sia stato
      testimonio dopo la creazione del Mondo, t. II, p. 351.

  PLINIO il Giovane. Gloriosa è la sua memoria, tom. III, pag.
      348. Traiano, suo signore ed amico, lo nomina governatore
      della Bitinia e del Ponto, t. III, p. 39.

  PLOTINO, filosofo della scuola di Platone, era riputato uno de'
      più grandi maestri della scienza delle allegorie, t. IV, p.
      243.

  POGGIO, autore Italiano, t. XIII, p. 298. Osserva che Roma, fra
      tutte le città del Mondo, è quella che nella sua caduta
      offre un aspetto il più imponente insieme e il più
      compassionevole, tom. XIII, p. 300.

  _Politeismo._ Suo risorgimento circa il 400, t. V, p. 396. La
      teologia semplice ne' primordii del Cristianesimo viene
      sfigurata coll'introduzione di una mitologia popolare, t. V,
      p. 399.

  _Polizia_ e _Tribunali_. Agenti o spie della Corte, t. III, p.
      308. Uso della tortura, t. III, p. 310.

  _Pollenzia_ (la vittoria di), celebrata da Claudiano come il
      giorno più glorioso nella vita del suo Signore, t. VI, p.
      98.

  _Polonia._ Cenni su questa provincia, t. XII, p. 301.

  POMPEO il Grande. Come vincesse due milioni di nemici in una
      battaglia ordinata, e riducesse mille cinquecento città dal
      lago Meotide sino al mar Rosso, t. VIII, p. 6.

  _Popolo_ romano. Suo numero in proporzione della forza militare,
      t. I, p. 155.

  PORFIRIO, filosofo della scuola di Platone, assai stimato come
      eruditissimo nella scienza delle allegorie, tom. IV, p. 243.

  PORFIROGENETA, suoi scritti, t. X, p. 412. Loro imperfezione, t.
      X, p. 415.

  _Portoghesi_ in Abissinia, tom. IX, p. 135.

  _Poste._ Loro stabilimento nelle province romane, tom. I, p. 77.

  POSTUMIO. Le virtù di questo principe sono la causa della sua
      caduta, t. II, p. 30.

  _Predicazione._ Resa libera e pubblica a' tempi di Costantino,
      t. IV, p. 68.

  _Prefetti_ del Pretorio, t. III, p. 274. Di Roma e di
      Costantinopoli, t. III, p. 277. Viceprefetti, t. III, p.
      280.

  PRETESTATO, prefetto e filosofo Pagano, pieno d'erudizione, di
      gusto e di belle maniere, t. V, p. 54.

  PRISCILLIANO, Vescovo d'Avila in Ispagna. Capo di una Setta
      nominata i Priscillianisti, t. V, p. 300. Sua condanna
      insieme a quella de' suoi compagni, t. V, p. 303.

  PRISCO, lo storico, amico di Massimino. Coglie l'occasione della
      sua ambasciata per esaminare da vicino la vita domestica di
      Attila, t. VI, P. 393.

  PROBO, della famiglia Anicia, Dopo il saccheggio di Roma si
      ricovera sulle coste dell'Affrica, t. VI, p. 184.

  PROBO, suo carattere e sua elevazione al trono, t. II, p. 69.
      Sua condotta rispettosa verso il Senato, t. II, p. 70.
      Vittorie da lui riportate sopra i Barbari, t. II, p. 72.
      Libera la Gallia dall'invasione dei Germani, t. II, p. 73.
      Porta le armi nella Germania, t. II, p. 75. Muraglia
      fabbricata per suo ordine dal Reno al Danubio, t. II, p. 76.
      Incorpora i Barbari fra le milizie romane, t. II, p. 78.
      Estingue molte rivoluzioni nell'Oriente e nella Gallia colle
      sue guerre, t. II, p. 80. Riceve gli onori del trionfo, t.
      II, p. 83. Paralello tra la severa disciplina voluta da
      Aureliano, e la più mite abbracciata da Probo, t. II, p. 84.
      È barbaramente massacrato dalle sue truppe, t. II, p. 85.
      Autorità del Senato perita con Probo, t. II, p. 87.

  PROCLO. Si assicura che adoperasse dei medesimi mezzi
      d'Archimede per distruggere nel porto di Costantinopoli i
      vascelli dei Goti, t. VII, p. 353. Suoi successori, t. VII,
      p. 354. Ultimo dei filosofi, t. VII, p. 355.

  PROCOPIO. Sua ribellione contro l'Imperatore Valente, t. V, p.
      22. Sua disfatta e morte, t. V, p. 27.

  PROCOPIO, retore. Suo carattere e suoi scritti, t. VII, p. 7.
      Compagno e Storico di Belisario, t. VII, p. 365.

  _Proculiani._ Setta a' suoi tempi famosa, che divideva co'
      Sabiniani la giurisprudenza romana, t. VIII, p. 191.

  PROCULO, generale romano. Eccita le rivolte nella Gallia, t. II,
      p. 82. Soccombe sotto il genio superiore dell'Imperatore
      Probo, t. II, p. 83.

  PROMOTO, generale d'infanteria che salvato avea l'Impero,
      respingendo l'invasione degli Ostrogoti, tom. VI, p. 8.

  _Propontide_ (la). Descrizione di questa provincia, t. III, p.
      240.

  _Province_ romane. Divise fra l'Imperatore ed il Senato, t. I,
      p. 95. Governatori in esse spediti, t. I, p. 255.

  _Puglia._ Conquistata dai Normanni, t. XI, p. 127. Oppressione
      di questa provincia, t. XI, p. 131.

  PULCHERIA, Imperatrice d'Oriente. Suo carattere e sua
      amministrazione, tom. VI, p. 315. Erede del coraggio e dei
      talenti del gran Teodosio, t. VI, p. _ivi_. Fa sposare
      Eudossia a suo fratello Teodosio il Giovane, t. VI, p. 318.
      Sue controversie con questa principessa, e sua vendetta, t.
      VI, p. 323. Suo matrimonio con Marciano, t. VI, p. 327. Sua
      morte, t. VI, p. 510.


  Q

  _Quadi._ Guerra contro di questo popolo, t. III, p. 421. Loro
      guerra a' tempi di Valentiniano, t. V, p. 103.

  QUINTILII (fratelli). Vittime della crudeltà di Commodo, t. I,
      p. 132.

  QUINTILIO. Sua usurpazione e sua caduta, t. II, p. 17.


  R

  RADAGAISO, Re de' Germani confederati. Invade l'Italia, t. VI,
      p. 79. Assedia Firenze, t. VI. p. 81. Minaccia Roma, t. VI,
      p. 82. Il suo esercito è vinto e distrutto da Stilicone, t.
      VI, p. _ivi_. La morte di questo illustre prigioniero
      disonora il trionfo di Roma e del Cristianesimo, t. VI, p.
      86.

  RADIGERO, Re de' Varni, tribù dei Germani che abitavano i
      dintorni del Reno e dell'Oceano, t. VII, p. 167.

  RAIMONDO di Tolosa, t. XI, p. 305.

  _Ravenna._ Assedio di questa città operato da Belisario, tom.
      VII, p. 387. Cenni su l'Esarcato, tom. VIII, p. 312.

  RECAREDO, primo re cattolico. Dal suo regno sino a quello di
      Witiza furono celebrati sedici Concilii nazionali, t. VII,
      p. 65.

  _Religione cristiana._ Suoi progressi, ed importanza di tale
      ricerca, t. II, p. 245. Cinque cagioni dell'accrescimento
      del Cristianesimo, t. II, p. 247. Intolleranza de' primitivi
      Fedeli provenuta dalla religione giudaica, t. II, p. 247.
      Zelo di religione più liberale nei primitivi tempi, t. II,
      p. 253. Abborrimento in cui ebbero i primi Cristiani la
      idolatria, t. II, p. 268. Esteso anche agli uffizii e
      pratiche del civil vivere, t. II, p. _ivi_. Alle arti, t.
      II, p. 270. Alle pubbliche feste, t. II, p. 271. Opinioni
      sulla fine del Mondo, t. II, p. 279. Dell'incendio di Roma e
      del Mondo, t. II, p. 282. Tali timori utili a' progressi
      della religione cristiana, t. II, p. 283. Ricapitolazione
      delle cinque cagioni, t. II, p. 327. Debolezza del
      politeismo, t. II, p. 329. Lo scetticismo del Mondo pagano
      riuscì favorevole alla nuova religione; come pure la pace e
      l'unione dell'Impero romano, t. II, p. 331. Prospetto
      istorico dei progressi della religione cristiana in Oriente,
      t. II, p. 332. Chiesa d'Antiochia, t. II, p. 334. Egitto, t.
      II, pag. 336. Roma, t. II, p. 337. Affrica e province
      Occidentali, t. II, p. 337. Paesi posti oltre i confini
      dell'Impero romano, t. II, pag. 341. La religione cristiana
      è odiata dagli Imperatori romani, t. III, p. 6. Cagioni da
      cui questi potevano essere mossi, t. III, p. 7. La religione
      cristiana accusata d'ateismo è mal conosciuta dal popolo e
      dai filosofi, t. III, p. 12. Le assemblee che si teneano dai
      suoi seguaci riguardate come adunanze di cospiratori, t.
      III, p. 16. La religione cristiana si propaga nell'Armenia,
      t. III, p. 365. È rispettata dai Goti, t. VI, p. 174.
      Esposizione generale della persecuzione nell'Affrica, t.
      VII, p. 50. Frode de' Cattolici, t. VII, p. 57. Si diffonde
      nel Nord, t, XI, p. 105.

  _Religione ebraica._ Rapidità de' suoi progressi, t. II, p. 247.
      Più opportuna alla difesa che alla conquista, t. II, p. 251.
      Ostinazione degli Ebrei convertiti e ragioni della medesima,
      t. II, pag. 254. Chiesa Nazarena di Gerusalemme, t. II, p.
      256. Ebioniti, t. II, pag. 259. Gnostici, t. II, p. 261.
      Altre Sette ebree; progressi ed effetti che produssero nel
      Mondo, tom. II, p. 264.

  _Reliquie._ Il Clero, istrutto dall'esperienza, che le reliquie
      de' Santi più valevano che non l'oro e le pietre preziose,
      si sforza di accrescere con esse il tesoro della Chiesa,
      tom. V, p. 393.

  _Rezia._ Divisione dell'Illiria, e come governata, tom. I, p.
      33.

  RICCARDO, re d'Inghilterra, nella Palestina, t. XI, p. 432.
      Trattato conchiuso dal medesimo e sua partenza, t. XI, p.
      437.

  RICIMERO, Capo dei Barbari; sua origine, suoi servigi e suo
      potere, t. VI, p. 485. Depone Avito, t. VI, p. 486. S'oppone
      all'Impero di Maioriano, t. VI, pag. 487. Governa l'Italia
      col titolo di Patrizio, t. VI, p. 490. Sacrifica Maioriano
      alla sua ambizione, t. VI, p. 503. Regna in Occidente sotto
      il nome di Severo, t. VI, p. _ivi_. Il suo orgoglio umiliato
      alla Corte di Costantinopoli, t. VI, p. 508. Sua discordia
      con Antemio, t. VI, pag. 531. Saccheggia Roma, t. VI, p.
      534. Sua tirannia e sua morte, t. VI, p. 536.

  RIENZI-GABRINI (Nicola). Sua nascita, carattere e divisamenti
      patriottici, t. XIII, p. 222. Si arroga il governo di Roma,
      t. XIII, pag. 227. Assume il titolo e gli ufizi di Tribuno,
      t. XIII, p. 229. Leggi del _Buono Stato_, t. XIII, p. _ivi_.
      Libertà e prosperità della repubblica di Roma, t. XIII, p.
      232. Il Tribuno rispettato in Italia, t. XIII, p. 235.
      Celebrato dal Petrarca, t. XIII, p. 237. Suoi vizi e sue
      follie, t. XIII, p. 238. Ricevuto cavaliere, t. XIII, p.
      240. Sua incoronazione, t. XIII, p. 243. Incute spavento ai
      Nobili di Roma che lo detestano, t. XIII, p. 244. Questi si
      armano contro il Rienzi, t. XIII, p. 247. Abdica il governo,
      e fugge dal palazzo dello Stato, t. XIII, p. 250. Varie
      sommosse accadute in Roma, t. XIII, p. 252. Nuove avventure
      del Rienzi, t. XIII, p. 254. Prigioniere ad Avignone, t.
      XIII, pag. 255. Spedito a Roma col titolo di Senatore, t.
      XIII, p. 256. Muore nello stesso anno, t. XIII, p. 259.

  _Riflessioni_ d'ignoto autore sopra i capitoli 17, 18, 19, 20,
      21, 22, 23, 24, e 25 della Storia della decadenza e rovina
      dell'Impero romano di Edoardo Gibbon, divise in tre lettere
      dirette ai signori Foothead e Kirk, Inglesi cattolici, t. V,
      p. 113. Altre del medesimo sopra i capitoli 26, 27, e 28
      della medesima Storia, divise pure in tre lettere dirette
      agli stessi Signori, t. V, p. 402. Altre del medesimo sopra
      i capitoli 29, 30, 31, della stessa Storia in una lettera
      diretta agli stessi signori, t. VI, p. 232.

  _Riforma;_ indole e conseguenze, t. XI, p. 40.

  ROBERTO Guiscardo. V. Guiscardo.

  _Rogaziani._ Setta la quale sosteneva che Cristo non
      riconoscerebbe la purità della sua dottrina che nella
      Mauritania Cesarea, tom. IV, p. 81.

  _Roma._ Sua libertà, tom. I, p. 50. Trionfante e soggiogata
      dalle arti della Grecia, t. I, pag. 59. Suoi monumenti, t.
      I, p. 66. Dissensioni civili fomentate dalla sua politica
      nella Germania, t. I, p. 349. Fame e peste in questa città,
      t. I, p. 414. Cerimonie superstiziose, t. II, p. 27. Sue
      fortificazioni, t. II, p. 28. Rivolta in occasione della
      riforma della moneta, ed osservazioni in tale proposito, t.
      II, p. 50. Giuochi del Circo e dell'anfiteatro sotto i regni
      di Carino e di Numeriano, t. II, p. 95. Roma cessa d'essere
      la Capitale dell'Impero, t. II, p. 145. Suo abbassamento, t.
      II, p. 149. Malcontento in tale proposito, t. II, p. 182.
      Progressi del Cristianesimo in Roma, t. II, p. 337. Incendio
      di questa città sotto il regno di Nerone, t. III, p. 25.
      Prefetti di Roma, t. III, pag. 280. Torbidi religiosi, tom.
      IV, p. 158. Il popolo esclama: _un Dio, un Cristo, un
      Vescovo_, t. IV, p. _ivi_. Indagini fatte in Roma pel
      delitto di magìa, t. V, p. 29. Stato del Paganesimo, t. V,
      p. 359. Conversione di Roma, t. V, p. 366. Minacciata dai
      Germani, e liberata da Stilicone, t. VI, pag. 82. Marcia di
      Alarico contro questa città, t. VI, pag. 116. Annibale alle
      sue porte, t. VI, p. 119. Sua nobiltà, t. VI, pag. 125. Suoi
      bagni e suoi giuochi pubblici, t. VI, pag. 146. Sua
      popolazione, tom. VI, p. 149. Primo assedio fatto dai Goti,
      t. VI, pag. 153. Fame, t. VI, p. 154. Peste e superstizione,
      t. VI, p. 156. Liberazione dall'assedio e negoziazioni
      inutili, t. VI, p. 157. Secondo assedio, t. VI, p. 166.
      Terzo assedio e saccheggio di Roma, t. VI, p. 173.
      Devastazione ed incendio di questa città, t. VI, pag. 176.
      Schiavi o fuggitivi, t. VI, p. 181. Saccheggio di Roma dato
      dalle truppe di Carlo V, t. VI, p. 185. Pace coi Goti, e
      regolamento per sollevare questa città dai passati
      infortunii, t. VI, p. 192. Saccheggiata nuovamente dai
      Vandali, t. VI, pag. 471. Sua prosperità sotto Teodorico,
      tom. VII, p. 230. Giustiniano abolisce il Consolato di Roma,
      t. VII, p. 371. Entrata in questa città di Belisario; è
      assediata dai Goti, t. VII, p. 428. Lutto generale della
      città, t. VII, p. 438. Liberata dal giogo dei Barbari, t.
      VII, p. 444. Nuovamente assediata dai Goti, t. VIII, p. 166.
      Oppressione generale e crudele carestia, tom. VIII, p. 167.
      I Goti padroni di Roma, t. VIII, p. 169. Ripresa da
      Belisario, t. VIII, p. 173. Nuovamente dai Goti, t. VIII, p.
      182. Espugnata da Narsete, t. VIII, p. 200. Miseria ed
      avvilimento di questa città, t. VIII, p. 358. Tombe e
      reliquie degli Apostoli, t. VIII, p. 402. Repubblica di
      Roma; governo dei Papi, t. IX, p. 288. È investita dai
      Lombardi, t. IX, p. 291. Liberata da Pipino, t. IX, p. 294.
      Invasa dai Saracini, t. X, p. 379. Assediata da Enrico III,
      Imperatore d'Oriente, t. XI, p. 172. Stato e rivoluzione di
      Roma dopo il secolo duodecimo, t. XIII, p. 135. I successori
      di Carlo Magno e degli Ottoni s'accontentano del titolo di
      Re di Germania e d'Italia sino all'epoca in cui vennero
      incoronati Imperatori di Roma, t. XIII, p. 137. Giuravano
      essi tre volte di mantenere e proteggere la libertà di Roma,
      t. XIII, p. 138. Rivolta di Roma contro i Papi, t. XIII, p.
      145. Arnaldo di Brescia, monaco, è il primo che tenta di
      risvegliare la libertà romana, t. XIII, p. 153. Sostiene,
      che la clava e lo scettro appartengono al magistrato civile,
      tom. XIII, p. 155. Ristabilimento della repubblica, t. XIII,
      p. 157. Morte di Arnaldo di Brescia, t. XIII, p. 159. È
      ristabilito il Senato, t. XIII, p. 160. Descrizione del
      Campidoglio, t. XIII, p. 163. Monete, t. XIII, p. 164.
      Prefetto della città, t. XIII, p. 166. Forma d'elezione dei
      membri del Senato, tom. XIII, p. 167. Branca Leone, podestà,
      t. XIII, p. 171. Carlo d'Anjou successore, t. XIII, p. 173.
      Luigi di Baviera, Imperatore romano, accetta quest'ufficio
      municipale nell'amministrazione della sua propria Metropoli,
      t. XIII, p. 175. Corrado III, t. XIII, p. _ivi_. Federico
      Barbarossa suo successore, t. XIII, p. 177. Discorso fatto a
      questo Imperatore dagli ambasciadori di Roma, t. XIII, p.
      177. Orgoglio dei nobili o baroni romani, t. XIII, p. 203.
      Litigio dei Colonna e degli Orsini, t. XIII, p. 207.
      Ristabilimento della libertà e del governo di Roma operato
      dal Tribuno Rienzi, t. XIII, p. 222. Carlo IV scende dalle
      Alpi per farsi incoronare Imperatore e Re d'Italia, t. XIII,
      p. 259. Mali di Roma, t. XIII, p. 270. Ultima rivoluzione di
      Roma, t. XIII, p. 278. Federico III, ultimo Imperatore di
      Germania coronato in Roma, t. XIII, p. 280. Statuti e
      governo di Roma, t. XIII, pag. _ivi_. Cospirazione di
      Porcaro, t. XIII, p. 283. Disordini della nobiltà sotto il
      regno di Sisto IV, t. XIII, p. 287. La maggior parte
      d'Italia riconosce la sovranità dei Papi di Roma, t. XIII,
      p. 289. Vantaggi e difetti del governo ecclesiastico, t.
      XIII, p. 293. Descrizione che fa il Poggi delle rovine di
      Roma, tom. XIII, pag. 298. Deperimento per grado delle opere
      dell'antichità, t. XIII, p. 302. Quattro cause di
      distruzione, t. XII, p. 304. I. Guasti operati dal tempo e
      dalla natura, t. XIII, p. _ivi_. II. Devastazioni dei
      Barbari, t. XIII, p. 309. III. Uso ed abuso de' materiali
      che offrivano i monumenti romani, t. XIII, p. 312. I marmi
      di Ravenna e di Roma decorarono il palazzo fabbricato da
      Carlo Magno a Aix La Chapelle, t. XIII, p. 315. Le guerre
      intestine dei Romani, t. XIII, p. 319. Colosseo o anfiteatro
      di Tito, t. XIII, p. 324. Giuochi di Roma, t. XIII, p. 321.
      Combattimento del toro al Colosseo, t. XIII, p. 327. Guasti
      del Colosseo, t. XIII, p. 330. Consacrazione del Colosseo,
      t. XIII, p. 332. Ignoranza e barbarie dei Romani, t. XIII,
      p. _ivi_. Riparazioni ed abbellimenti di Roma sotto il Papa
      Martino V, t. XIII, p. 336. Bellezza e splendore della nuova
      città, XIII, p. 337.

  _Romani._ Quarant'anni dopo la riduzione dell'Asia, ottantamila
      Romani furono in un sol giorno massacrati per ordine del
      crudele Mitridate, t. I, p. 54. Loro felicità sotto principi
      saggi e virtuosi, t. I, p. 118. Natura precaria della
      medesima, t. I, p. _ivi_. Somma loro miseria sotto i
      tiranni, t. I, p. 120. Spirito illuminato dei Romani e
      memorie della loro libertà, t. I, pag. 121. L'estensione del
      loro Impero toglieva loro ogni asilo, t. I, pag. 123. Loro
      pace e prosperità sotto Settimio Severo, t. I, p. 118.
      Oppressi da Caracalla, t. I, p. 200. Felicità generale sotto
      Alessandro Severo, t. I, p. 228. Osservazioni sulle loro
      finanze, dai bei secoli della repubblica sino al regno di
      questo principe, t. I, p. 236. Oppressione sotto Massimino,
      t. I, p. 258. Guerre coi Persiani, t. I, pag. 305. Conquista
      di Hosroene, t. I, p. 308. Guerra persiana, t. I, p. 309.
      Alleanza coi Goti contro Attila, t. VI, p. 432. Privilegi
      dei Romani nella Gallia, t. VII, p. 136. Nuova guerra
      persiana, t. VII, p. 340. Carattere dei Romani, secondo S.
      Bernardo, t. XIII, p. 152. Spediscono ambasciadori a Corrado
      III, e a Federico I, t. XIII, p. 175. Distruggono le città
      poste in vicinanza di Roma, t. XIII, p. 181. Battaglia di
      Toscolano, t. XIII, p. 184. Battaglia di Viterbo, t. XIII,
      p. 185.

  ROMANO. Comandante militare nell'Affrica. La sua tirannia eccita
      una rivoluzione, t. V, p. 79. Sua impunità, t. V, p. 86.

  ROMANO I, Lecapeno, t. IX, p. 196.

  ROMANO II, Argiro, t. IX, p. 207.

  ROMANO III, Diogene, imperatore d'Oriente, t. IX, p. 205.
      Sconfitto dai Turchi, t. XI, p. 233. Fatto prigioniere e
      liberato, tom. XI, p. 236. Sua morte, t. XI, p. 240.

  ROMANO VI il Giovane, t. IX, p. 199.

  ROSMUNDA, moglie d'Alboino re de' Lombardi. Fa assassinare suo
      marito, tom. VIII, p. 195. Sua fuga e morte, t. VIII, p.
      298.

  RUFINO, favorito di Teodosio. Suo carattere ed amministrazione,
      t. VI, p. 7. Sue crudeltà, t. VI, p. 9. Opprime l'Oriente,
      t. VI, p. 12. Deluso nella speranza di maritare sua figlia
      coll'Imperadore Arcadio, t. VI, p. 15. Sua caduta e morte,
      t. VI, p. 25. Discordia fra i due Imperi, t. VI, p. 26.

  RUGGERO il Conte. Conquista la Sicilia, t. XI, p. 150. Invade
      l'impero d'Oriente, t. XI, p. 155.

  RUGGERO, gran Conte di Sicilia. Suo regno e sua ambizione, t.
      XI, pag. 181. Duca della Puglia, t. XI, p. 182 Primo re di
      Sicilia, t. XI, p. 183. Sue conquiste nell'Affrica, t. XI,
      p. 185. Invade la Grecia, t. XI, p. 188. Il suo ammiraglio
      libera Luigi VII, re di Francia, t. XI, pag. 189. Insulti
      portati sotto le mura di Costantinopoli, t. XI, p. 190.
      Respinto dall'Imperatore Manuele, tom. XI, p. 191.

  RURICIO Pompejano, comandante a Verona, t. II, p. 208. Disfatto
      da Costantino e trovato fra i morti, t. II, p. 210.

  _Russia._ Uso singolare nel matrimonio del Czar, t. IX, p. 67.
      Origine della sua Monarchia, t. XI, p. 80. Geografia e
      commercio di questo paese, t. XI, p. 85. Spedizioni navali
      de' Russi contro Costantinopoli, tom. XI, p. 89. Prima, t.
      XI, p. 91. Seconda, t. XI, p. 92. Terza, t. XI, p. 93.
      Quarta, t. XI, p. 94. Negoziazioni e profezie, tom. XI, p.
      _ivi_. Regno di Swatoslao, t. XI, p. 96. Disfatta de' Russi
      data da Giovanni Zimiscè, t. XI, p. 99. Sua conversione,
      tom. XI, pag. 101. Battesimo di Olga, t. XI, p. 102. Di
      Wolodimiro, t. XI, p. 104.


  S

  _Sabei._ Loro introduzione presso gli Arabi, t. X, p. 39.

  _Sabellianismo_, t. IV, p. 99.

  SALADINO, Sultano. Regno e carattere di questo principe, t. XI,
      p. 414. Conquista il regno di Gerusalemme, tom. XI, p. 420.
      Prende la città nel medesimo anno, t. XI, p. 423. Assedia
      Tiro e San Giovanni d'Acri, tom. XI, p. 428. Sua morte, t.
      XI, p. 440.

  _Salerno_, sua scuola, t. XI, p. 148.

  _Salona_ nella Dalmazia. Descrizione di questa città e de' suoi
      dintorni, t. II, p. 164. Palazzo di Diocleziano, t. II, p.
      166.

  _Samanidi_, t. X, p. 399.

  SAPORE re di Persia. Sue vittorie sui Romani, t. I, p. 401.
      Invade la Sorìa, la Cilicia e la Capadoccia, t. I, p. 403.
      Arditezza e successi di Odenate contro di lui, t. I, p. 405.
      Storia singolare delle sue avventure, t. III, p. 362. Dopo
      la morte di Costantino dichiara la guerra ai Romani, tom.
      III, pag. 364. Carnificina che ne fa, t. III, p. 369. Suo
      figlio preso dai Romani nel suo campo, frustato, posto alla
      tortura, e pubblicamente ucciso, t. III, pag. 370. Sue
      negoziazioni con Costanzo, t. III, pag. 425. Invade la
      Mesopotamia, t. III, p. 428. Assedia Amida, t. III, p. 430.
      Poi Singara, t. III, p. 433. Condotta dei Romani, t. III, p.
      435. Vinto dai Romani sulle rive del Tigri; riprende forza,
      li sconfigge e li costringe a ritirarsi, t. IV, p. 348.
      Entra nell'Armenia, e conduce prigioniera la regina Olimpia,
      t. V, p. 89. Sua morte, t. V, p. 91.

  _Saracini._ Loro condotta nella guerra di Sorìa, t. X, p. 179.
      Loro progressi in Affrica, t. X, p. 263. Assediano
      Costantinopoli, t. X, p. 317. Abbandonano quella città, t.
      X, p. 328. Invadono la Francia, e sono disfatti da Carlo
      Martello, t. X, p. 340. Si ritirano davanti i Francesi, t.
      X, p. 343. Soggiogano le isole di Creta e di Sicilia, t. X,
      p. 374. Invadono Roma, t. X, p. 379. Loro carattere e loro
      tattica, t. X. pag. 465. Loro lotta in Italia coi Franchi,
      t. XI, p. 109.

  _Sardica._ Sua assemblea, t. IV, p. 133.

  _Sarmati._ Costumi di questi popoli, t. III, p. 347. Loro
      stabilimento vicino al Danubio, t. III, p. 349. Sostenuti da
      Costantino nella loro guerra contro i Goti, t. III, p. 351.
      Loro espulsione, t. III, p. 354. Guerra loro fatta da
      Giuliano, t. III, p. 421. Costanzo gli fa guerra, e gli dà
      un re, t. IV, p. 404. Loro scorrerie nella Pannonia e
      nell'Illirico, t. V, p. 103. Loro guerra a tempi di
      Valentiniano, t. V, p. 103.

  _Sassoni._ Loro origine e loro stato a' tempi di Valentiniano,
      t. V, p. 64. Loro discesa, t. VII, pag. 147. Stabilimento
      dell'Enarchia Sassonica, t. VII, p. 149.

  SATURNINO. Sua ribellione nell'Oriente, t. II, p. 81.

  SCANDERBEG, principe Albanese. Sua nascita ed educazione, t.
      XIII, p. 36. Tradisce il Sultano, e fa la guerra ai Turchi,
      t. XIII, p. 38. Suo valore, t. XIII, p. 40. Sua morte, t.
      XIII, p. 42.

  _Schiavoni._ A' tempi di Giustiniano, t. VIII, p. 13. Loro
      scorrerie, tom. VIII, p. 16.

  _Scisma_ Greco dopo il Concilio di Firenze, t. XIII, p. 10.

  _Scisma_ d'Occidente, t. XIII, p. 269. Negoziazione per la pace
      e per la riunione degli Scismatici, tom. XIII, p. 271.

  _Sciti_, ossia Tartari. Loro costumi pastorali, tom. V, p. 174.
      Loro vitto, t. V, p. 176. Abitazioni, t. V, pag. 179.
      Esercizii, t. V, pag. 181. Governo, t. V, p. 184. Loro
      guerre a tempi di Teodosio il Giovane, t. VI, p. 379. Stato
      degli schiavi, t. VI, p. 382.

  _Scizia_, o _Tartaria_. Sua situazione ed estensione, t. V, p.
      187. Conquiste degli Unni nella Scizia, t. V, pag. 192. Sue
      rivoluzioni, t. VI, p. 75. Sottomessa da Attila, t. VI, p.
      371.

  _Scotti_ e _Pitti_ a' tempi di Valentiniano, tom. V, p. 69. Loro
      invasione della Brittania, t. V, p. 73.

  SEBASTIANO, usurpatore. Sua caduta e decapitazione, t. VI, p.
      208.

  _Selgiucidi._ Loro parteggiamento dell'Impero, t. XI, p. 248.
      Fondano il regno di Rum, t. XI, p. 252.

  _Senato_ romano. Sua riforma sotto Augusto, t. I, p. 90. Le
      province romane divise fra lui e l'Imperatore, t. I, p. 96.
      Il diritto d'eleggere i Magistrati conferito da prima al
      popolo, poi attribuito a questo corpo, t. I, p. 99. È fatto
      utile e maneggevole strumento del dispotismo dei Cesari, t.
      I, p. 101. Suo tentativo dopo la morte di Caligola, t. I, p.
      108. Sua giurisdizione legale contro gl'Imperadori, t. I, p.
      148. Dichiara infame la memoria di Commodo, dopo avergli
      prostituite grandissime e vilissime lodi, t. I, p. 149.
      Condanna a morte l'usurpatore Giuliano, e rende divini onori
      a Pertinace, t. I, p. 172. I soldati di Caracalla lo
      costringono ad annoverare questo principe nel numero degli
      Dei, t. I, p. 206. Consacra all'infamia la memoria di
      Elagabalo, t. I, p. 222. Dichiara l'Imperatore Massimino
      pubblico nemico, e ratifica l'elezione fatta in Affrica dei
      due Gordiani; assumendo intanto il comando di Roma e
      dell'Italia, t. I, p. 265. Suoi preparativi onde sostenere
      una guerra civile, t. I, p. 266. Dopo la morte di Gordiano
      dichiara Imperatori Massimo e Balbino, t. I, p. 267.
      Costretto dal popolo a nominare un terzo Imperatore, il
      giovane Gordiano, t. I, p. 270. Respinge i Barbari appostati
      sotto le mura di Roma, t. I, p. 386. Servizio militare
      interdetto ai Senatori da Galieno, t. I, p. 387. Vendetta
      presa dai Senatori contro la famiglia e gli amici di questo
      principe, t. II, p. 11. Singolare contesa fra il Senato e
      l'esercito per la scelta d'un Imperatore, t. II, p. 55.
      Autorità e prerogative di questo corpo, t. II, pag. 62. Si
      estingue l'una e le altre con Probo, t. II, p. 87.
      Abbassamento del Senato, t. II, p. 149. Eccitano i Senatori,
      e favoreggiano il pubblico malcontento contro gli Imperatori
      d'Italia, t. II, p. 183. Domandano il ristabilimento
      dell'altare della Vittoria, t. V, p. 363.

  _Serapide_, di cui in Alessandria vi era un tempio. Questa
      divinità non sembra che avesse un culto particolare, o che
      appartenesse alla superstizione degli Egizii, t. V, p. 375.
      Descrizione del suo Tempio, t. V, p. 376. La sua statua
      colossale avvolta nelle rovine del suo tempio e della sua
      religione, t. V, p. 379.

  _Seta._ Uso della seta presso i Romani, t. VII, p. 290.
      Trasporto della seta dalla Cina per terra e per mare, t.
      VII, p. 295.

  _Sette_ Cristiane. Loro indole generale, t. IV, p. 169.

  SEVERO, favorito di Galerio, dichiarato Augusto da questo
      principe, t. II, p. 181. Viene a Roma, e vi trova gli animi
      avversi alla sua autorità, tom. II, p. 185. Fugge a Ravenna;
      sua disfatta e sua morte, t. II, p. 186. Crudeltà di Licinio
      esercitata contro i figli di questo principe, tom. II, p.
      221.

  SEVERO Alessandro; dichiarato Cesare da Elagabalo, è ben presto
      spogliato di questo titolo e degli onori, e vien protetto
      dalle guardie Pretoriane, t. I, p. 219. Suo esaltamento al
      trono, t. I, p. 223. Potere di sua madre Mammea, t. I, p.
      323. Sua amministrazione saggia e moderata, tom. I, p. 225.
      Sua educazione, e suo virtuoso carattere, t. I, p. 226.
      Giornale della sua vita, t. I, p. 226. Fa la felicità dei
      Romani, t. I, p. 228. Rifiuta il nome di Antonino, t. I, p.
      _ivi_. Intraprende la riforma dell'esercito, t. I, p. 229.
      Rivolta delle guardie Pretoriane; a' suoi piedi e nel suo
      proprio palazzo vien massacrato il Prefetto Ulpiano, t. I,
      p. 230. Dione Cassio lo Storico da lui sottratto al furore
      de' Pretoriani medesimi, t. I, p. 231. Tumulto delle
      legioni; sua singolar fermezza in quest'occasione, t. I, p.
      232. Difetti del suo regno e del suo carattere, t. I, pag.
      234. È assassinato dalle sue truppe, t. I, p. 255. Sua
      pretesa vittoria sui Persiani, t. I, p. 310. Stato dei
      Cristiani sotto il regno di questo principe, e de' suoi
      successori, t. III, p. 97.

  SEVERO Libio. Imperatore di Occidente. Suo regno oscuro e senza
      gloria, t. VI, p. 503.

  SEVERO Settimio. Generale dell'armata della Pannonia, si
      dichiara contro l'usurpatore Giuliano, t. I, p. 162. Suo
      carattere, t. I, p. 167. Dichiarato Imperatore dalle
      legioni, t. I, p. 168. Sua marcia in Italia, tom. I, p. 169.
      S'avanza sino a Roma, t. I, p. _ivi_. Viene riconosciuto dal
      Senato, t. I, p. 171. Nega la sua protezione a' Pretoriani,
      t. I, p. 172. Suoi successi contro Negro ed Albino, t. I,
      pag. 174. Esito delle guerre civili, t. I, p. 177. Deciso da
      una o due battaglie, t. I, p. 178. Sua animosità contro il
      Senato, t. I, p. 181. Saviezza e giustizia del suo governo,
      t. I, p. 182. Pace e prosperità generale, t. I, p. 183.
      Rilasciamento della militar disciplina, t. I, p. _ivi_.
      Forma una nuova guardia Pretoriana, t. I, p. 185. Fa
      massacrare alla sua presenza Plauziano, suo ministro e
      favorito, t. I, p. 186. Opprime il Senato con un dispotismo
      militare, tom. I, p. 187. Nuove massime della prerogativa
      imperiale, t. I, p. _ivi_. Sua grandezza e suoi dispiaceri,
      t. I, p. 189. L'Imperatrice Giulia sua consorte, t. I, p.
      _ivi_. I due loro figli Caracalla e Geta, t. I, p. 191. Loro
      scambievole avversione, t. I, p. _ivi_. Tre Imperatori, t.
      I, p. 172. Morte di Severo Settimio, t. I, p. 195.

  SIAGRO, Re de' Romani, disfatto da Clodoveo, t. VII, p. 79. Sua
      morte, t. VII, p. 80.

  _Siberia._ Cenni su questa provincia, t. XII, p. 305.

  _Sicilia._ Disordini di questa Isola, t. I, p. 416. Invasa e
      soggiogata da Belisario, t. VII, p. 414. Dagli Arabi, t. X,
      p. 377. Conquistata da Ruggero, t. XI, p. 150.
      Dall'Imperatore Enrico VI, t. XI, p. 203. Se ne impadronisce
      Carlo d'Anjou, fratello di S. Luigi, t. XII, p. 211.
      Tiranneggia i Siciliani, t. XII, p .212. Rivolta de'
      Siciliani animata da Michele Paleologo, t. XII, p. 213.
      Incoraggiata da Procida, t. XII, p. 215. Vespero Siciliano,
      tom. XII, p. 217. Pietro d'Aragona, Re di Sicilia, t. XII,
      p. 218. Morte di Carlo d'Anjou, t. XII, p. 219.

  _Soffaridi_, t. X, p. 398.

  SOFIA (Santa). Chiesa in Costantinopoli. Sua fabbrica, t. VII,
      p. 319. Sua descrizione, t. VII, p. 321. Marmi, t. VII, p.
      323. Ricchezza, t. VII, p. 325.

  SILVANO. Suo fine infelice t. III, p. 416.

  SILVERIO Papa. Sua intelligenza coi Goti di renderli padroni di
      Roma: suo esilio, t. VII, p. 441.

  SIMMACO, Senatore Romano. Sua ambasciata a Teodosio per
      addimandargli il ristabilimento dell'altare della Vittoria,
      t. V, p. 363. Esiliato, t. V, p. 366. Sua morte, t. VII, p.
      252.

  SOLIMANO. Figlio di Baiazetto, t. XII, p. 398.

  _Sorìa._ Soggiogata dai Romani, t. I, p. 37. Spedizione
      d'Aureliano, t. II, p. _ivi_. Invasa da Cosroe I, Re di
      Persia, t. VIII, p. 46. Conquistata da Cosroe II, t. VIII,
      p. 388. Invasa dagli Arabi, t. X, p. 178. Assedio di Bosra,
      t. X, p. 172. Di Damasco, t. X, p. 185. Battaglia
      d'Aiznadin, t. X, p. 188. Damasco presa d'assalto dopo di
      essere stata presa per capitolazione, tom. X, p. 195. Si
      inseguono i suoi abitanti, t. X, p. 197. Fiera d'Abila, t.
      X, p. 200. Assedio d'Eliopoli e d'Emesa, t. X, p. 203.
      Battaglia d'Iermuck, tom. X, p. 207. Conquista di
      Gerusalemme, t. X, p. 211. D'Aleppo e d'Antiochia, t. X, p.
      216. Fine della guerra di Sorìa, t. X, p. 225. Progressi de'
      vincitori, t. X, p. 228. Invasa da Niceforo Foca e da
      Zimiscè, t. X, p. 407. I Greci riprendono Antiochia, t. X,
      p. 408.

  _Spagna._ Sua divisione in tre province Romane, tom. I, p. 29.
      Vicende posteriori e Monarchia, t. I, p. 74. Sottomessa da
      Costantino, t. VI, p. 96. Sue rivoluzioni, t. VI, p. 204.
      Invasa dagli Svevi, dagli Alani e dai Vandali, t. VI, p.
      211. Liberata dai Goti, t. VI, p. 216. Spedizione di
      Teodorico, t. VI, p. 482. Conquiste de' Visigoti, t. VI, p.
      524. Assemblea legislativa di questo paese, t. VII, p. 142.
      Codice dei Visigoti, t. VII, p. 145. Conquista de' Romani,
      t. VII, p. 405. Primi disegni degli Arabi sulla Spagna, t.
      X, p. 276. Loro discesa, t. X, p. 280. Musa conquista la
      Spagna, t. X, p. 289. Prosperità della Spagna sotto gli
      Arabi, t. X, p. 297. Decadenza e rovina del Cristianesimo in
      questo paese, t. X, p. 310.

  SPEDALIERI Nicola. Saggio di confutazione dell'Istoria di Gibbon
      spettante all'esame del Cristianesimo, t. III, p. 115.

  SPIRITO SANTO. Processione di questa Persona dalla Santissima
      Trinità, t. XII, p. 7.

  STAURACIO, t. IX, p. 174.

  STEFANO di Chartres, t. XI, p. 303.

  STILICONE. Ministro e generale dell'impero d'Occidente; suo
      carattere, t. VI, p. 18. Sua integrità nell'amministrazione
      militare, t. VI, p. 20. Durante la minorità di Onorio e
      d'Arcadio è a lui conferita la reggenza dei due imperi
      d'Oriente e d'Occidente, t. VI, p. 22. Rufino suo rivale
      fatto da lui assassinare, t. VI, p. 24. Intrighi ed
      artificii contro di lui; dichiarato nemico dello Stato dal
      Senato di Costantinopoli, tom. VI, p. 28. Sua condotta
      all'epoca della rivolta di Gildone in Affrica, tom. VI, p.
      29. Scaccia i Goti e i Germani dall'Italia, t. VI, p. 82.
      Sue negoziazioni con Alarico, t. VI, p, 98. Intrighi del
      Palazzo contro di lui, t. VI, p. 102. Sua disgrazia e sua
      morte, t. VI, p. 104. Sua memoria resa infame, t. VI, p.
      107.

  _Storia_ Bizantina. Suoi difetti, t. IX, p. 141. Sua unione
      colle rivoluzioni del Mondo politico, t. IX, p. 143. Disegno
      su questa Storia di Gibbon, t. IX, p. 144.

  SVATOSLAO. Suo Regno, t. XI, p. 96. Sconfitta da lui avuta dalle
      armi di Zimiscè, t. XI, p. 98.

  _Svevi._ Loro origine e loro fama, t. I, p. 384. Diverse tribù
      assumono il nome di Alemanni, t. I, p. _ivi_. Invadono la
      Gallia e l'Italia, t. I, p. 385. Il Senato ed il popolo li
      respingono da Roma, t. I, p. 385.

  SULPICIANO, Governatore di Roma, ed avo di Pertinace. Sue
      pretese al trono dopo la morte di questo Principe, t. I, p.
      160.


  T

  _Tabor._ Disputa intorno la luce del monte, t. XII, p. 265.

  TACITO, Senatore Romano, eletto Imperatore. Suo carattere, t.
      II, p. 59. Poteri accordati al Senato, t. II, pag. 62. Gioia
      e confidenza nata ne' Senatori, t. II, p. 63. Viene
      riconosciuto anche dall'armata, t. II, p. 64. Vittorie da
      lui riportate in Asia sopra gli Alani, t. II, p. 65. Sua
      morte, t. II, p. 66. Suoi figli rimasti nell'oscurità, t.
      II, p. 69.

  TACITO (lo Storico). Somma riputazione da lui acquistata nel
      secolo in cui fiorì, t. II, p. 349. Intraprende e compie la
      Storia di Roma in trenta libri, t. III, p. 31.

  TAERITI, t. X, p. 398.

  TANCREDI, t. XI, p. 307.

  TANGIU, gran potenza degli Unni, t. V, p. 191. Il Tangiu
      radunava spesso insieme sino due o trecentomila uomini di
      cavalleria, t. V, p. 193. Dopo un regno di mille trecento
      anni fu questa potenza distrutta, t. V, p. 199.

  _Tartari_. Vedi Sciti.

  TEJA. Ultimo Re dei Goti in Italia, sua disfatta e sua morte, t.
      VIII, p. 124.

  TEODATO. Re dei Goti d'Italia. Suo regno e sua debolezza, t. VII
      p. 417. Sua morte, t. VII, p. 425.

  TEODORA Imperatrice. Sua nascita e suoi vizi, t. VII, p. 266.
      Suo matrimonio con Giustiniano, t. VII, p. 270. Sua
      tirannia, t. VII, p. 273. Sue virtù, t. VII, p. 274. Sua
      fermezza in una tristissima situazione, tom. VII, p. 276.
      Sua morte, t. VII, p. 277. Culto delle immagini da lei
      ristabilito in Oriente, t. IX, p. 316.

  TEODORICO, Re dei Visigoti. Suo carattere, t. VI, p. 478. Sua
      spedizione in Ispagna, t. VI, p. 482.

  TEODORICO, Re degli Ostrogoti. Sua nascita e sua educazione, t.
      VII, p. 201. Sue prime imprese, t. VII, p. 203. Suoi servigi
      e sua rivolta, t. VII, p. 206. Sua marcia in Italia, t. VII,
      p. 209. Sue vittorie riportate da Odoacre, t. VII, p. 211.
      Suo regno in Italia, t. VII, p. 216. Favoreggia la
      separazione dei Goti e degl'Italiani, t. VII, p. 217. Suo
      sistema colle Potenze straniere, t. VII, p. 220. Sue guerre
      difensive, t. VII, p. 223. Suo armamento navale, t. VII, p.
      225. Governa l'Italia colle leggi romane, t. VII, p. 227. Si
      porta a Roma, t. VII, p. 231. Suo arianismo, t. VII, p. 236.
      Vizi del suo governo, t. VII, p. 239. È provocato a
      perseguitare i Cattolici, t. VII, p. 241. Suoi rimorsi e sua
      morte, t. VII, p. 252. Monumento a lui innalzato dalla sua
      figlia Amalasunta, t. VII, p. 254.

  TEODORO Lascaris, Imperatore di Nicea, t. XII, p. 116.

  TEODORO Lascaris II, t. XII, p. 181.

  TEODOSIO, Generale di Valentiniano; libera la Gran Brettagna
      invasa dai Pitti e dagli Scozzesi, t. V, p. 76. Sottomette
      l'Affrica, t. V, p. 82. Decapitato a Cartagine, t. V, p. 85.

  TEODOSIO, Patriarca d'Alessandria. Vien deposto, tom. IX, p.
      126.

  TEODOSIO il Grande, creato Imperatore, t. V, p. 248. Sua nascita
      e suo carattere, t. V, p. 250. Sua prudenza e suoi successi
      nella guerra contro i Goti, tom. V, p. 254. Suo trattato di
      pace con Massimo, t. V, p. 280. Suo battesimo e suoi scritti
      ortodossi, t. V, p. 273. Raduna un Concilio a
      Costantinopoli, t. V, p. 296. Suoi editti contro gli
      eretici, t. V, p. 300. Prende le armi per soccorrere
      Valentiniano II contro Massimo, t. V, p. 318. Sua vittoria,
      e suo ingresso trionfale nell'antica Capitale dell'Impero,
      t. V, p. 323. Virtù di questo Principe, t. V, p. 324. Suoi
      difetti, t. V, p. 347. Sua clemenza dopo la sedizione
      d'Antiochia, tom. V, p. 332. Massacro di Tessalonica da lui
      ordinato, t. V, p. 333. Sua penitenza, t. V, p. 337. Sua
      generosità, t. V, p. 341. Intraprende la guerra contro
      l'usurpatore Eugenio, e sua vittoria, t. V, p. 347. Sua
      morte, t. V, p. 353. Divisione definitiva dell'Impero Romano
      fra i suoi figli, t. VI, p. 5.

  TEODOSIO II, Imperatore d'Oriente. Sua educazione e suo
      carattere, t. VI, p. 317. Suo matrimonio colla bella
      Atenaide nominata dopo Eudossia, t. VI, p. 320. Acre gelosia
      contro questa Principessa. La priva degli onori del suo
      grado, t. VI, p. 323. La divisione dell'antico regno
      d'Armenia rende ancora qualche splendore al suo spirante
      impero, t. VI, p. 330. Vittoria da lui riportata contro
      l'usurpatore Giovanni, t. VI, p. 332. Assassinio da lui
      tentato contro Attila andato a vuoto, e perdono ottenuto, t.
      VI, p. 406. Sua morte, t. VI, p. 408.

  TEODOSIO III, Imperatore d'Oriente. Suo regno, t. IX, p. 163.

  TEOFILO, t. IX, p. 180.

  _Teologia._ Dottrina dei Filosofi su l'immortalità dell'anima,
      t. II, p. 273. Dei Pagani della Grecia e di Roma, t. II, p.
      275. Dei Barbari, t. II, p. 276. Dei Giudei, t. II, p.
      _ivi_. Dei Cristiani, t. II, p. 278. Dottrina dei Millenarj,
      t. II, p. 279. Verità contestata dei miracoli, t. II, p.
      289. Politeismo, t. II, p. 327. Donatisti, t. IV, pag. 79.
      Trinitari, t. IV, p. 81. Sistema di Platone insegnato prima
      della venuta di Cristo nelle scuole d'Alessandria, t. IV, p.
      _ivi_. Rivelato dall'Apostolo Giovanni, t. IV, p. 85. Gli
      Ebioniti ed i Doceti, t. IV, p. 86. Natura misteriosa della
      Trinità, t. IV, p. 88. Zelo dei Cristiani, t. IV, p. 90.
      Autorità della Chiesa, t. IV, p. 94. Tre sistemi sulla
      Trinità: l'Ariano, il Triteismo, ed il Sabelliano, t. IV, p.
      97. Concilio di Nicea, t. IV, p. 100. Sette degli Ariani, t.
      IV, p. 106. Fede della Chiesa latina o Occidentale, t. IV,
      p. 109. Concilio di Rimini, t. IV, p. 111. Concilii ariani,
      t. IV, p. 119. Concilii d'Arles e di Milano, t. IV, p. 139.
      Storia Teologica sulla dottrina dell'Incarnazione, t. IX, p.
      5. La natura umana e divina di Gesù Cristo, t. IX, p. 8.
      Inimicizia fra' Patriarchi d'Alessandria e di
      Costantinopoli. San Cirillo e Nestorio, t. IV, p. 28.
      Concilio tenuto in Efeso, t. IX, p. 43. Eresia d'Eutiche, t.
      IX, p. 56. Concilio generale tenuto in Calcedonia, t. IX, p.
      64. Discordia civile ed ecclesiastica, t. IX, p. 67.
      Intolleranza di Giustiniano, t. IX, p 77. I tre Capitoli, t.
      IX, p. 86. Controversia de' Monoteliti, t. IX, p. 90. Stato
      delle Sette di Oriente. I Nestoriani, i Giacobiti, i
      Maroniti, gli Armeni, i Cofti, e gli Abissini, t. IX, p.
      100.

  TERTULLIANO Affricano. Annuncia l'ultimo giudizio, l'universale
      giudizio del Mondo, t. II, p. 284. Per dimostrare la
      stravaganza del paganesimo usa dell'eloquenza di Cicerone, e
      dello stile faceto di Luciano, t. II, p. 329. Assai versato
      nello studio della lingua latina, t. II, p. 345.

  _Tessalonica._ Rivolta e massacro generale de' suoi abitanti, t.
      V, p. 333. Penitenza pubblica per questo imposta a Teodosio
      il Grande da Sant'Ambrogio, t. V, p. 337.

  TETRICO, re d'Aquitania; suo regno e sua disfatta, t. II, p. 32.
      Ristabilito nel suo posto, e nella sua fortuna dalla
      clemenza d'Aureliano, t. II, p. 48.

  TIBERIO, figlio adottivo d'Augusto, è da lui chiamato a
      succedergli nell'Impero, t. I, p. 110. Supposti editti di
      questo Principe, t. III, p. 64.

  TIBERIO II. Associato all'Impero d'Oriente, t. VIII, p. 301. Suo
      regno, t. VIII, p. 303. Sue virtù, t. VIII, p. 305. Sua
      morte, t. VIII, p. 306.

  TIMUR o Tamerlano, Principe Emireno. Sua Storia, tom. XII, p.
      346. Sue prime imprese, t. XII, p. 350. Innalzato al trono
      del Zagatai, t. XII, p. 352. Sue conquiste, t. XII, p. 353.
      Della Persia, t. XII, p. _ivi_. Del Turkistan, t. XII, p.
      355. Del Kipsak della Russia ec., t. XII, p. 356. Guerra di
      Timur contro il Sultano Baiazetto, t. XII, p. 359. Invade la
      Sorìa, tom. XII, pag. 366. Saccheggia Aleppo, t. XII, pag.
      368. Damasco, t. XII, p. 370. Bagdad, t. XII, pag. 371.
      Ingresso di Timur nella Natolia, t. XII, p. 372. Giornata
      d'Angora, t. XI, p. 373. Sconfitta e prigionia di Baiazetto,
      t. XII, p. 376. Storia della gabbia di ferro, t. XII, p.
      377. Contraria al racconto dello Storico Persiano di Timur,
      t. XII, p. 379. Attestata dai Francesi, t. XII, pag. 380.
      Dagli Italiani, t. XII, p. _ivi_. Dagli Arabi, tom. XII, p.
      381. Dai Greci, t. XII, p. 382. Dai Turchi, t. XII, p. 383.
      Conghietture probabili, t. XII, p. _ivi_. Termine delle
      conquiste di Timur, t. XII, p. 384. Trionfo a Samarcanda, t.
      XII, pag. 388. Morto nella spedizione della Cina, t. XII, p.
      390. Indole e pregi di Timur, t. XII, p. 391.

  _Tiranni_ di Roma, t. I, p. 353. Il loro vero numero non era più
      di diciannove, t. I, p. 410. Carattere e merito de' tiranni,
      tom. I, p. _ivi_. Oscurità della loro nascita, t. I, p. 411.
      Causa della loro ribellione, t. I, p. 412. Loro morti
      violenti, t. I, p. 415. Fatali conseguenze di queste
      usurpazioni, t. I, p. 414. Disordini della Sicilia, t. I, p.
      416. Tumulti d'Alessandria, t. I, p. 412. Ribellioni degli
      Isaurici, t. I, p. 418. Fame e peste, t. I, p. 419.
      Diminuzione della specie umana, t. I, p. 420.

  TIRIDATE Armeno. Imprese sue giovanili, t. II, pag. 129. Suoi
      impegni con Licinio, t. II, p. _ivi_. Ritoglie l'Armenia ai
      Persiani, t. II, p. 130. Stato in cui trovavasi questo
      paese, t. II, p. _ivi_. Sollevazione del popolo e de'
      Nobili, t. II, p. 131. Tiridate tornato al trono d'Armenia,
      tom. II, p. 143.

  TITO. Chiamato da Vespasiano a succedergli, t. I, p. 111.
      Associato all'Impero, t. I, p. 112.

  TOGRUL-BEG. Suo regno ed indole, t. XI, p. 222. Libera il
      Califfo di Bagdad, t. XI, p. 224. Ne riceve investitura, t.
      XI, p. 226. Sua morte, t. XI, p. 227.

  _Tolleranza_ religiosa, t. X, p. 300.

  TOTILA, re d'Italia. Sue vittorie, t. VIII, p. 90. Sue qualità e
      sue virtù, tom. VIII, p. 94. Assedia Roma, t. VIII, pag. 99.
      S'impadronisce di quella città, t. VIII, p. 101. Viene
      scacciato da Belisario, t. VIII, p. 105. La riprende di
      nuovo, t. VIII, p. 110. Sua disfatta e sua morte, tom. VIII,
      p. 118.

  _Tracia_. Suo governo, t. I, p. 35.

  TRAJANO Imperatore. Si segnala nella guerra contro i Daci, t. I,
      p. 9. Anche nell'Asia, t. I, pag. 10. Sua adozione, e suo
      carattere, t. I, p. 112. Investe della sovrana autorità il
      suo nipote Adriano, t. I, p. 113. Forma legale di procedura
      da lui stabilita contro i Cristiani, t. III, p. 40.

  _Transossiana_. Conquista di questo paese, t. X, p. 177.

  TRASIMONDO, t. VII, p. 48.

  TRIBIGILDO. Capo degli Ostrogoti. Sua ribellione, t. VI, p. 285.

  _Trinità_. Controversie su questo mistero, t. IV, p. 81. Sistema
      platonico anteriore a Cristo di 360 anni, tom. IV, p. 81.
      Rivelato dall'Apostolo S. Giovanni, t. IV, p. 85. Natura
      misteriosa della Trinità, t. IV, p. 88. Tre sistemi della
      Trinità, t. IV, p. 97.

  _Trisagion_ e la guerra di religione fino alla morte di
      Anastasio, t. IX, p. 73.

  _Triteismo_, t. IV, p. 98.

  _Truppe_. Proporzione della forza militare colla popolazione di
      uno Stato, t. I, pag. 155. Distinzione delle truppe sotto
      Costantino, t. III, p. 291. Riduzione delle legioni, t. III,
      p. 293. Difficoltà degli arruolamenti, t. III, p. 295.
      Numero dei Barbari ausiliari aumentato, t. III, p. 297.

  _Tulondi_, t. X, p. 400.

  _Turchi_, loro origine, e loro Impero nell'Asia, t. VIII, p. 20.
      Rapidità delle loro conquiste, t. VIII, p. 25. Loro alleanza
      coi Romani, t. VIII, pag. 30. Loro discordia coi Persiani,
      t. X, p. 131. Loro emigrazioni, t. XI, p. 61. I Turchi
      Selgiucidi, t. XI, p. 208. Loro rivolta contro Mammud
      conquistatore dell'Indostan, t. XI, p. 209. Loro costumi e
      loro emigrazioni, t. XI, p. 217. Sconfiggono i Gaznevidi, e
      soggiogano la Persia, t. XI, p. 220. Regno e carattere di
      Togrul-Beg, t. XI, p. 222. I Turchi invadono l'Impero
      romano, t. XI, p. 228. Fanno la conquista dell'Armenia e
      della Georgia, t. XI, p. 229. Regno d'Alp-Arslan, t. XI, p.
      _ivi_. Di Malek-Shah, t. XI, p. 242. Divisione dell'Impero
      dei Selgiucidi, t. XI, p. 248. Conquista dell'Asia Minore,
      t. XI, p. 249. Regno Selgiucida di Rum, tom. XI, p. 252.
      Stato di Gerusalemme; dettaglio sui pellegrinaggi che vi si
      fanno, t. XI, p. 255. Califfi Fatimiti, t. XI, p. 353.
      Sacrilegio di Hakem, t. XI, p. 261. Aumento del numero de'
      pellegrini, t. XI, p. 263. Conquista di Gerusalemme fatta
      dai Turchi, t. XI, p. 265. Crociata e marcia de' primi
      Latini a Costantinopoli, tom. XI, p. 279. Conquista di
      Nicea, d'Antiochia, e di Gerusalemme fatta dai Franchi, e
      liberazione del Santo Sepolcro, t. XI, p. 344. Guerra contro
      i Crociati, t. XI, p. 390. Conquista dell'Egitto fatta dai
      Turchi, t. XI, p. 408. Origine degli Ottomani, t. XII, p.
      314. Regno d'Otmano, t. XII, p. 315. Conquista della
      Prussia, t. XII, pag. 317. Regno d'Orcano, t. XII, p. _ivi_.
      S'impadroniscono della Bitinia, tom. XII, p. 319. Prendono
      il titolo d'Emiri, t. XII, p. _ivi_. Molti Emiri si dividono
      l'Anatolia, t. XII, p. _ivi_. Le province asiatiche che
      formavano parte dell'Impero romano, conquistate dai Turchi,
      t. XII, pag. 320. I Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme
      difendono Rodi per più di due secoli, t. XII, p. 321. I
      Turchi s'approfittano della discordia de' Greci per passare
      in Europa, t. XII, p. _ivi_. Matrimonio d'Orcano con una
      principessa greca, t. XII, pag. 324. Gli Ottomani si
      stabiliscono in Europa, t. XII, p. 326. Morte d'Orcano e di
      Solimano suo figlio, t. XII, p. 328. Regno d'Amurat I, e sue
      conquiste in Europa, t. XII, p. _ivi_. Instituzione de'
      Giannizzeri, t. XII, p. 330. Regno di Baiazetto I, e sue
      conquiste, t. XII, p. 331. Crociata e cattività de' Principi
      Francesi, t. XII, p. 335. Loro riscatto, t. XII, pag. 338.
      Minacciano l'Impero greco, t. XII, p. 342. Alla battaglia
      d'Angora, fatto prigioniero Baiazetto, resta disfatta
      l'armata Turca, tom. XII, pag. 373. Lega d'Eugenio contro i
      Turchi, tom. XIII, pag. 19. Marcia di Ladislao contro di
      essi, tom. XIII, p. 23. Pace, tom. XIII, p. 24. Violazione
      del Trattato di pace, t. XIII, p. 25. Giornata di Warna,
      tom. XIII, p. 28. Perdono la Morea, t. XIII, p. 125. E
      Trebisonda, tom. XIII, p. 126.


  U

  _Ucrania_. Descrizione di questa provincia; emigrazione dei
      Goti, t. I, p. 365.

  UGO di Vermandois, t. XI, p. 303.

  ULFILA, apostolo de' Goti, tom. VII, p. 37.

  ULPIANO, prefetto del Pretorio, assassinato dalle stesse sue
      guardie non ostante la difesa del popolo, tom. I, p. 230.

  _Ungari_. Loro emigrazione, t. XI, p. 61. Origine fisica di
      questi popoli, t. XI, p. 65. Loro cognizioni militari e
      costumanze, t. XI, p. 67. Scorrerie degli Ungaresi; paesi
      ove si fermano, t. XI, p. 70.

  _Ungheria_. Cenni su questa provincia, t. XII, p. 301.

  UNIADE. Sua morte e difesa di Belgrado, t. XIII, p. 32.

  UNNERICO, t. VII, p. 48.

  _Unni_ e _Goti_, t. V, p. 173. Loro sede primitiva, t. V, pag.
      191. Loro guerra coi Cinesi, t. V, p. 193. Loro decadenza e
      rovina, t. V, p. 196. Loro emigrazioni, t. V, p. _ivi_. Unni
      bianchi di Sogdiana, t. V, p. 200. Unni del Volga, tom. V,
      p. 201. Loro vittoria sopra gli Alani, t. V, pag. 202. Loro
      vittorie sui Goti, t. V, p. 205. Condotti da Attila, t. VI,
      p. 364. Loro stabilimento nella moderna Ungheria, t. VI, p.
      365. Invadono la Persia, tom. VI, pag. 373. Attaccano
      l'Impero Orientale, tom. VI, p. 376.

  URBANO II al concilio di Piacenza, t. XI, p. 271.

  URBANO V. Suo ritorno a Roma, t. XIII, p. 263.

  URBANO VI. Sua elezione, tom. XIII, p. 266.


  V

  VALENTE, fratello di Valentiniano. È associato all'Impero, t. V,
      p. 19. Rivolta di Procopio, t. V, p. 22. Disfatta e morte di
      questo usurpatore, t. V, pag. 27. Ordina severe indagini sul
      delitto di magia, tom. V, p. 29. Sua crudeltà, t. V, p. 34.
      Sue leggi e suo governo, t. V, p. 37. Professa l'Arianismo,
      e perseguita i Cattolici, t. V, p. 43. Giusta idea della sua
      persecuzione, tom. V, p. 46. Riceve i Goti nell'Impero, t.
      V, pag. 212. Rivolta di questi, e operazioni di una guerra
      contro di essi, t. V, p. 233. Battaglia d'Adrianopoli, t. V,
      p. 236. Disfatta di Valente, ed orazione funebre pronunciata
      per lui e per la sua armata, t. V, p. 238.

  VALENTINIANO, eletto Imperatore. Suo carattere, t. V, p. 15.
      Riconosciuto anche dall'armata, t. V, p. 17. Associa suo
      fratello Valente nell'Impero, t. V, p. 19. Divide
      definitivamente gli Imperi d'Oriente e d'Occidente, t. V, p.
      20. Prescrive le più severe indagini sul delitto di magia,
      t. V, p. 29. Sua crudeltà, t. V, p. 34. Sue leggi e suo
      governo, t. V, p. 37. Assicura una tolleranza religiosa, t.
      V, p. 41. Reprime l'avarizia del Clero, t. V, p. 49. Passa
      il Reno e lo fortifica, t. V, p. 60. Sua spedizione
      nell'Illiria, t. V, p. 106. Sua morte, t. V, p. 109.

  VALENTINIANO II. Eletto Imperatore, t. V, p. 109. Sua fuga, t.
      V, p. 318. Teodosio prende le armi per soccorrerlo, t. V, p.
      _ivi_. Carattere di questo principe, t. V, p. 342. Sua
      morte, t. V, p. 344.

  VALENTINIANO III, Imperatore d'Occidente, t. VI, p. 334.
      Assassina il Patrizio Ezio, t. VI, p. 459. Viola la moglie
      di Massimo, tom. VI, p. 461. Sua morte, t. VI, p. 463.

  VALERIA, sorte sgraziata di questa Imperatrice, e di sua madre,
      t. II, p. 222.

  VALERIANO. L'officio di censore affidato a lui, tom. I, p. 370.
      Vendica la morte di Gallo, ed è proclamato Imperatore, t. I,
      p. 377. Suo carattere, t. I, p. 378. Divide il trono col suo
      figlio Galieno, t. I, p. 379. Calamità generale dei Regni di
      questi due Principi, t. I, p. 379. Irruzione dei Barbari, e
      origine della confederazione de' Franchi, t. I, p. _ivi_.
      Sua marcia in Oriente. Vinto colà e fatto prigioniero da
      Sapore, t. I, p. 401. Avventura di questo Principe, t. I, p.
      406. Stato dei Cristiani sotto il suo regno, t. III, p. 73.

  _Vandali._ Sbarcano nell'Affrica, t. VI, p. 342. Desolazione da
      essi prodotta in quel paese, t. VI, p. 348, loro successi,
      t. VI, p. 354. Sorprendono Cartagine, t. VI, p. 356. Loro
      potenza navale, t. VI, pag. 384. Saccheggiano Roma, t. VI,
      p. 471. Loro spedizioni navali, t. VI, pag. 506. Abbracciano
      il Cristianesimo, t. VII, p. 39. Motivi della loro fede, t.
      VII, pag. 40. Effetti della loro conversione, t. VII, p. 43.
      Adottano l'eresia d'Ario, t. VII, pag. 44. Persecuzione dei
      Vandali ariani contro gli ortodossi, t. VII, pag. 47.
      Ilderico e Gelimero, t. VII, p. 49. Quadro generale di
      questa persecuzione, t. VII, p. 50. Situazione de' Vandali
      nell'Affrica, t. VII, p. 360. Disfatta dei Vandali per opera
      di Belisario, t. VII, p. 378.

  _Varangi_ di Costantinopoli, t. XI, p. 83.

  VATACE (Giovanni duca). Fa la guerra a Roberto Imperatore
      Latino, e distrugge la sua armata, tom. XII, p. 136. Succede
      a Teodoro Lascaris nell'Impero di Nicea, t. XII, p. 178.

  _Venezia_. Fondazione di questa Repubblica, tom. VI, p. 447.
      Stato de' Veneziani, t. XII, p. 32. Mantengono l'onore della
      loro bandiera, t. XII, p. 34. Loro primitivo governo, t.
      XII, pag. 35. Si collegano coi Francesi per la quarta
      Crociata, t. XII, p. 36. Condizioni del Trattato, e sua
      ratifica, t. XII, pag. 38. I Crociati a Venezia, t. XII, p.
      41. Quivi s'imbarcano, e diriggono il loro esercito contro
      Zara, t. XII, p. 42. Indi contro Costantinopoli, t. XII, 57.
      Dopo la presa di Costantinopoli i Veneziani si riservano
      quasi per più d'una metà l'Impero d'Oriente, t. XII, p. 110.

  VERO (Elio) e suo figlio. Loro adozione all'Impero fatta da
      Adriano e da Antonino, t. I, p. 114.

  _Vescovi_. Loro instituzione come presidenti del Collegio della
      Chiesa, t. II, p. 307. Progresso dell'autorità episcopale,
      t. II, p. 312. Dignità del governo episcopale, t. II, p.
      326. Stato dei Vescovi sotto gl'Imperatori Cristiani, t. IV,
      pag. 50. Loro elezione, t. IV, p. 52.

  VESPASIANO, Imperatore. Elegge Tito a suo successore, t. I, pag.
      110. Origine di questo Principe, t. I, p. 111.

  VETRANIONE. Veste la porpora dopo l'assassinio di Costante, t.
      III, p. 376. È deposto da Costanzo, t. III, p. 379.

  _Visigoti_ nella Gallia sotto il regno di Teodosio, t. VI, p.
      416. Loro alleanza coi Romani, t. VI, p. 430. Loro conquista
      nelle Gallie e nella Spagna, tom. VI, p. 524. Loro
      conversione in Ispagna, tom. VII, p. 65. Loro stabilimenti,
      t. VII, p. 141. Loro codice, t. VII, p. 144. Loro
      neutralità, t. VII, p. 405.

  VITIGE. Re d'Italia, t. VII, p. 424. Assedia Belisario in Roma,
      t. VII, p. 428. Rispinto, e forzato a levare l'assedio, t.
      VII, p. 448. Sua ritirata, t. VII, p. 461. Sua cattività, t.
      VII, p. 462.

  VITTORIA. Artifici di questa Principessa, t. II, p. 31.

  VITTORINO. Traviamenti di questo principe: sua morte, t. II, p.
      30.

  VOLODOMIRO. Principe di Russia, t. X, p. 453. Suo battesimo, t.
      XI, p. 104.


  Z

  ZENGHI, t. XI, p. 406.

  ZENOBIA. Carattere di questa Principessa, t. II, p. 33. Sua
      bellezza, sua erudizione e suo valore, t. II, p. 34. Vendica
      la morte di suo marito, t. II, p. 35. Regna nell'Oriente e
      nell'Egitto, t. II, p. 36. Assediata nella sua Capitale, t.
      II, p. 37. Prigioniera di Aureliano, t. II, p. 42. Sua
      condotta, t. II, p. 43. Clemenza dell'Imperatore; e doni a
      lei fatti dal medesimo, t. II, p. 48. Adotta i costumi delle
      Dame romane, t. II, p. _ivi_.

  ZENONE, Imperatore d'Oriente. Suo regno, t. VII, p. 204.

  ZENONE, Vescovo. Suo formolario l'_Henoticon_, t. IX, p. 69.

  ZIMISCÈ Giovanni, Imperatore romano. Sue conquiste in Oriente,
      t. X, p. 405.

  ZINGIS-KAN, o Gengis-Kan. Primo Imperatore de' Mongulli e de'
      Tartari, t. XII, p. 282. Sue leggi, t. XII, p. 285. Invade
      la Cina, t. XII, p. 289. Invade Carizme, la Transossiana e
      la Persia, t. XII, p. 291. Sua morte, t. XII, p. 294. Suoi
      successori, t. XII, p. 306. Adottano i costumi della Cina,
      t. XII, p. 308.

  ZOE, t. IX, p. 209.

  ZOROASTRO, legislatore persiano. Sua teologia, tom. I, p. 295.
      Spirito di persecuzione che disonora il suo culto, t. I, p.
      302.

                                 FINE



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (magia/magìa e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte
integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali
inesattezze ortografiche o grammaticali.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 (of 13)" ***

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