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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME DECIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIII



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO L.

      _Descrizione dell'Arabia e de' suoi abitatori. Nascita,
      carattere e dottrina di Maometto. Predica alla Mecca. Fugge a
      Medina. Propaga la sua religione colla spada. Sommessione
      volontaria o sforzata degli Arabi. Sua morte, e suoi successori.
      Pretensioni e trionfi d'Alì e de' suoi discendenti._


Dopo avere per più di sei secoli tenuto dietro ai vacillanti sovrani di
Costantinopoli e della Germania, ora risalendo all'epoca del regno
d'Eraclio, mi trasferirò sulla frontiera orientale della monarchia
greca. Mentre lo Stato s'impoveriva colla guerra di Persia, e straziata
era la Chiesa dalla Setta di Nestorio e da quella dei Monofisiti,
Maometto, colla spada in una mano e coll'Alcorano nell'altra, fondava il
suo trono sulle ruine del Cristianesimo e di Roma. I talenti del Profeta
arabo, i costumi del suo popolo e lo spirito della sua religione sono
tra le cagioni che hanno operato il decadimento e l'ultimo crollo
dell'impero d'Oriente; e la rivoluzione che ne seguì, e che si può
noverare fra le più memorabili che impressero nelle varie nazioni del
Globo un carattere nuovo e permanente, ci presenterà uno spettacolo ben
degno de' nostri sguardi[1].

La penisola d'Arabia raffigura[2] tra la Persia, la Siria, l'Egitto e
l'Etiopia una specie di vasto triangolo con faccie irregolari. Dalla
punta settentrionale di Beles[3], sull'Eufrate, forma una linea di mille
e cinquecento miglia che termina nello stretto di Babelmandel e nel
paese dell'incenso. La linea del mezzo, che va dall'Oriente
all'Occidente, da Bassora a Suez, dal golfo Persico al mar Rosso, può
essere all'incirca la metà in lunghezza[4]; i lati del triangolo si
dilatano insensibilmente, e la base che è al mezzodì presenta all'Oceano
indiano una costa di circa mille miglia. La superficie interna della
penisola è quattro volte più ampia di quella dell'Alemagna o della
Francia; ma la parte più vasta di quel terreno è stata giustamente
disonorata cogli epiteti di _Petrea_ e di _Arenosa_. La natura almeno
fregiò i deserti della Tartaria di grandi alberi, d'erbaggi abbondanti,
e il viaggiator solitario vi trova nello spettacolo dei vegetabili una
sorta di consolazione e di società; ma gli orridi deserti dell'Arabia
non offrono allo sguardo che un'immensa pianura di sabbia, solamente
interrotta da montagne aride ed angolose, e la superficie del deserto,
priva d'ombra di sorta, mostra un terreno abbruciato dai raggi diretti
del cocente sole del tropico. In vece di rinfrescar l'atmosfera non
diffondono i venti che un vapore nocivo ed anche mortale, quando
soprattutto vengono dal sud-ouest; i monti di sabbia cui formano e
disperdono alternativamente, ponno paragonarsi ai flutti dell'Oceano:
caravane ed eserciti intieri furono inghiottiti da quel vortice. Si
desidera e si contende l'acqua colà, che per tutto il Mondo è sì comune,
e tanta è la carestia di legna che ci vuol molt'arte per conservare e
propagare il fuoco. Non ha l'Arabia una sola di quelle riviere
navigabili, che fecondano il suolo, e ne portano alle vicine contrade le
produzioni. La terra sitibonda assorbe i torrenti che cadono dalle
colline: il tamarindo, l'acacia e poche piante robuste, che pongono le
radici nei crepacci delle rupi, non si alimentano che della rugiada
notturna: quando piove si ha cura di trattenere qualche goccia d'acqua
in cisterne o in acquedotti; i pozzi e le fonti sono i secreti tesori di
que' deserti, e dopo molti giorni di viaggio il trafelato pellegrino
della Mecca[5] non incontra per dissetarsi che poche acque ributtanti
pel sapor che han contratto sopra un letto di zolfo o di sale. Tale è la
prospettiva generale del clima dell'Arabia; e questa universale
sterilità dà un prezzo infinito a qualche apparenza di vegetazione, che
si trovi qua e là; un bosco ombroso, un meschino pascolo, una corrente
d'acqua dolce invitano una colonia d'Arabi a stanziar sul fortunato
terreno che loro procaccia alimento ed ombra per sè e pei lor bestiami,
e li incoraggia a coltivar la palma e la vite. Le alte terre che
costeggiano l'Oceano indiano son segnalate dalle legne e dall'acque che
vi si rinvengono in maggior abbondanza; l'aria è più temperata, più
saporite le frutta, più numerosi gli animali e gli uomini; la fertilità
del suolo inanimisce e premia i lavori dell'agricoltura; e l'incenso[6]
ed il caffè di quelle regioni hanno tratto colà in ogni tempo i
mercadanti di tutti i paesi del Mondo. Paragonando questa regione
privilegiata al rimanente della penisola, merita il nome d'Arabia
_Felice_, e mercè del contrapposto de' suoi dintorni comparisce agli
occhi dell'immaginazione bella e pomposa di tutti gl'incanti della
favola, che per la lontananza ha preso il credito della verità; si è
supposto che la natura avesse riservato a questo paradiso terrestre i
suoi favori più singolari, e le sue opere più curiose; che gli abitanti
vi godessero di due cose che sembrano incompatibili; lusso e innocenza;
che il suolo ridondasse d'oro e di pietre preziose[7], e che terra e
mare esalassero vapori aromatici. Non conoscono gli Arabi questa
divisione dell'Arabia _Deserta_, della _Petrea_ e della _Felice_ tanto
famigliare ai Greci ed ai Latini; ed è ben cosa singolare che un Cantone
che non cangiò nè linguaggio, nè abitatori serbi appena qualche vestigio
dell'antica sua Geografia. Li distretti marittimi di _Bahrein_ e
d'_Oman_ stanno rimpetto alla Persia. Il regno di _Yemen_ fa conoscere i
limiti o almen la situazione dell'Arabia Felice: il nome di _Neged_ si
distende nell'interno delle terre, e la nascita di Maometto ha
illustrato la provincia di Hejaz che giace sulla costa del mar Rosso[8].

Si misura la popolazione dai mezzi di sussistenza, e la vasta penisola
dell'Arabia ha forse meno abitatori che una provincia fertile e
industre. Gli Icthyofagi[9], o popoli che vivon di pesci, andavano un
tempo erranti sulle coste nel golfo Persico, dell'Oceano ed anche del
mar Rosso a procurarsi quel precario alimento. In sì miserabile
condizione, che poco merita il nome di società, quel bruto che si chiama
uomo, senz'arti e senza leggi, quasi sfornito d'idee e di parole era
superiore di poco al resto degli animali; per lui passavano in una
silenziosa obblivione le generazioni ed i secoli, e i bisogni e gli
interessi che restringeano l'esistenza del Selvaggio all'angusto margine
della costa marittima, gl'impedivano il pensiero di moltiplicar la
specie; ma è ben rimota di già quell'epoca in cui la gran masnada degli
Arabi si tolse da quella deplorabile miseria, e non potendo il deserto
mantener una popolazione di cacciatori, passarono questi subitamente al
più tranquillo e più felice stato della vita pastorale. Tutte le tribù
erranti degli Arabi hanno le abitudini stesse; nella faccia de'
_Beduini_ attuali si rinvengono i delineamenti dei loro avi[10], i
quali, al tempo di Mosè o di Maometto, abitavano sotto tende della
medesima forma, e guidavano i lor cavalli, i cammelli, le gregge ai
fonti ed ai pascoli stessi. Il nostro dominio sugli animali di servigio
ci scema le fatiche, accrescendoci le ricchezze, ed il pastor Arabo è
divenuto padrone ed arbitro d'un fedele amico, e d'uno schiavo laborioso
nel suo cavallo[11]. Credono i naturalisti che il cavallo sia originario
dell'Arabia, ove il clima è il più favorevole non alla statura, ma
all'ardenza e alla velocità di questo generoso quadrupede. Il pregio de'
cavalli barbari, spagnuoli ed inglesi proviene della mischianza del
sangue arabo[12]. Con una cura superstiziosa conservano i Beduini la
rimembranza della storia e dei meriti della razza più pura; si vendono
carissimi i maschi, ma le femmine rare volte si contrattano, e la
nascita d'un nobile poledro è un'occasione di gioia e di congratulazioni
fra le tribù. Questi cavalli sono allevati sotto tende in mezzo ai
fanciulli arabi, coi quali stanno in un'amichevole famigliarità che
nutre in loro abitudini di dolcezza e d'affetto. Non hanno che due
andature, il passo e il galoppo; le loro sensazioni non sono mortificate
dalle continue percosse della sferza o dello sprone; se ne riserva la
forza pei momenti in cui occorre o fuggire, o inseguire; appena sentono
la mano, o la staffa si slanciano colla celerità del vento; e se nella
rapida corsa il loro amico è rovesciato a terra, nel punto istesso si
fermano, e aspettano che il cavaliere risalga in sella. Nelle sabbie
dell'Affrica e dell'Arabia, il cammello è un dono del cielo e un animale
sacro. Questa robusta e paziente bestia destinata a portare i fardelli
può camminar molti giorni senza mangiare e senza bere; il suo corpo,
segnato dai marchi di servitù, ha una specie di tasca, o sia un quinto
stomaco, che è un serbatoio d'acqua dolce; i grandi cammelli possono
soffrire un peso di dieci quintali; e il dromedario d'una struttura più
snella e più agevole, precorre il cavallo più agile. E in vita e in
morte, quasi tutte le parti del cammello sono profittevoli all'uomo; la
sua femmina somministra una quantità considerabile d'un latte nudritivo;
quando è in tenera età la carne ha il sapor del vitello[13]; si ricava
dall'orina un sale prezioso; i suoi escrementi suppliscono alle materie
combustibili; e il suo lungo pelo, che cade e si rinova ogni anno,
lavorato grossolanamente serve al vestire, al mobigliamento e alle tende
de' Beduini. Nella stagione piovosa si nutre della poca erba del
deserto; negli ardori della state e nella penuria del verno le tribù
s'accampano sulla costa del mare, sulle colline dell'Yemen, o ne'
contorni dell'Eufrate, e spesse volte si trasferirono, non senza
rischio, sino alle sponde del Nilo e ne' villaggi della Siria e della
Palestina. La vita d'un Arabo vagabondo è tutta pericolo e miseria; e
benchè si procacci talvolta colle rapine, o colle permute, i frutti
dell'industria, un semplice particolare in Europa col suo lusso trova
godimenti assai più sodi e piacevoli di quelli che possa ottenere il più
altiero Emir, ricco d'un armento di diecimila cavalli.

Si osserva per altro una differenza essenziale tra le masnade, o sia
orde della Scizia, e le tribù Arabe; parecchie di quest'ultime si
adunarono in borgate, e si diedero al traffico e all'agricoltura.
Impiegavano una parte del tempo e dell'industria nelle cure del
bestiame; tanto in guerra che in pace si mischiavano coi loro fratelli
del deserto; e queste utili pratiche procacciarono a' Beduini qualche
mezzo da sovvenire a' bisogni, e diedero loro qualche sentore d'arti e
di scienze. Le più antiche e più popolate delle quarantadue città
dell'Arabia[14], indicate da Abulfeda, appartenevano all'Arabia Felice;
le torri di Saana[15], e il mirabile serbatoio di Merab erano opera del
re degli Omeriti[16]; ma questa gloria profana era oscurata e vinta da'
fasti profetici di Medina[17], non che della Mecca[18], situate presso
il mar Rosso, lontane l'una dall'altra dugencinquanta miglia: era
l'ultima di queste città sante conosciuta da' Greci sotto il nome di
_Macoraba_, e la desinenza della parola ne denota la vastità, che
peraltro, nell'epoca più florida, non sorpassò mai l'ampiezza, nè la
popolazione di Marsiglia. Convien dire che un occulto motivo, forse nato
da qualche superstizione, determinasse i fondatori a prescegliere una
situazione tanto infelice. Fabbricarono le abitazioni di melma, o di
pietra, sopra un piano lungo due miglia circa, e largo d'un miglio, alle
falde di tre monti sterili. Il suolo è roccia; l'acqua, non esclusa
quella del santo pozzo di Zemzem, è amara o salmastra; i pascoli remoti
dalla città, e l'uva che si mangia viene da' giardini di Tayef, che sono
lontani sessantasei miglia. Si segnalavano fra le diverse tribù Arabe i
Koreishiti che regnavano alla Mecca, per la riputazione, e il valore; ma
nel mentre che la trista qualità del terreno era ritrosa
all'agricoltura, erano essi collocati in luogo vantaggioso per
trafficare. Col mezzo del porto di Gedda, distante solo quaranta miglia,
manteneano un'agevole corrispondenza coll'Abissinia, e questo regno
cristiano fu il primo asilo de' discepoli di Maometto. Si trasportavano
i tesori dell'Affrica a traverso della penisola a Gerrha, o Katif, città
della provincia di Bahrein, edificata da' fuorusciti della Caldea, i
quali, è fama, impiegarono per materiali una rocca di sale[19]. Si
conduceano di poi, colle perle del golfo Persico, su le zattere, sino
alla foce dell'Eufrate. Giace la Mecca quasi in pari distanza, cioè
trenta giornate di viaggio lontana dall'Yemen che le sta a destra, e
dalla Siria posta su la sinistra. Quelle caravane posavano il verno
nell'Yemen, la state nella Siria, e l'arrivo loro dispensava i vascelli
dell'India dalla noiosa e difficile navigazione del mar Rosso. I
cammelli de' Koresheiti ritornavano da' mercati di Saana e di Merab, e
da' porti di Oman e d'Aden, carichi d'aromi preziosi. Le fiere di Bostra
e di Damasco fornivano biada alla Mecca, e lavori dell'industria loro:
queste lucrose permute portavano l'abbondanza e la ricchezza nelle
contrade di quella città, e i più nobili de' suoi figli accoppiavano
l'amor delle armi alla profession del commercio[20].

I forestieri e i nativi del paese discorsero con grandi elogi
dell'independenza perpetua degli Arabi, e parecchi artificiosi
controversisti hanno trovato[21] in quello stato singolare, ma naturale,
una profezia ed un miracolo in favore della posterità d'Ismaele[22].
Parecchi fatti che non si ponno nè dissimulare, nè eludere, rendono
imprudente e superflua questa maniera di ragionare: il regno d'Yemen fu
soggiogato ora dagli Abissini, ora da' Persiani, ora da' Soldani
d'Egitto[23], e da' Turchi[24]: le città sante della Mecca e di Medina
varie volte furono soggette a un tiranno Tartaro, e la provincia romana
d'Arabia[25] comprendea particolarmente il deserto ove Ismaele e i suoi
figli alzarono probabilmente le loro tende in faccia a' fratelli. Ma
questa servitù non fu che passeggera o locale; il Corpo della nazione
sfuggì all'impero delle più possenti monarchie. Sesostri e Giro, Pompeo
e Traiano, non valsero a terminare la conquista dell'Arabia; e se il
moderno sovrano de' Turchi[26] esercita una giurisdizione apparente, il
suo orgoglio è ridotto a domandare l'amicizia d'un popolo che provocato
è terribile, e che invano si assale. È cosa evidente che la libertà
degli Arabi dipende dalla lor indole e dalla qualità del paese. Per
molte generazioni, prima di Maometto[27], aveano le contrade
circonvicine provato con grave danno l'intrepido valore di quelli nella
guerra offensiva e nella difensiva. Seguendo le abitudini e la
disciplina della vita pastorale, gli uomini si conformano a poco a poco
alle pazienti e operose virtù del soldato. La cura delle pecore e de'
cammelli è lasciata alle donne della tribù; ma la gioventù bellicosa,
sempre a cavallo, armata ed unita sotto la bandiera dell'Emir,
s'esercita a scagliar dardi, a maneggiar la chiaverina e la scimitarra.
La memoria della lunga loro independenza è la testimonianza più certa
per provarne la durata; ogni generazione novella si sente infiammata
dalla brama di mostrarsi degna de' suoi antenati, degna di conservare
l'eredità del valore che gli fu trasmesso. All'avvicinarsi d'un comune
nemico rimane sospesa ogni lite domestica; nelle ultime ostilità contro
i Turchi, ottantamila confederati assalirono, e rubarono la caravana
della Mecca. Marciano alla battaglia forti della speranza di vincere, e
si conducono dietro quanto occorre ad assicurare la ritratta. I lor
cavalli, e i cammelli, che in otto o dieci giorni possono correre
quattro o cinque cento miglia, si dileguano rapidamente davanti al
vincitore; le acque occulte del deserto ne eludono ogni ricerca, e le
schiere vittoriose son costrette a languire di fame, di sete, di stenti
inseguendo un nemico invisibile, che, ridendosi degli sforzi ostili,
riposa sicuro in seno all'ardente sua solitudine. Nè solamente le armi e
i deserti de' Beduini ne francheggiano la libertà; essi sono una
barriera per l'Arabia Felice, gli abitanti della quale lontani dal
teatro della guerra sono snervati dal clima e dall'abbondanza del suolo.
Dalle fatiche e dalle malattie furono distrutte le legioni
d'Augusto[28], nè mai si giunse, fuorchè per mare, a sottomettere
l'Yemen. Quando Maometto[29] inalberò il suo sacro Vessillo[30], era
quel regno una provincia del reame di Persia; ma regnavano tuttavia
nelle montagne sette principi degli Omeriti, e il luogotenente di Cosroe
si indusse a dimenticare la patria, e il suo sciagurato padrone. Gli
storici del secolo di Giustiniano ci espongono lo stato degli Arabi
independenti, che parteggiarono secondo l'interesse e l'inclinazione
propria nella lunga guerra dell'Oriente: fu permesso alla tribù di
_Gassan_ l'accamparsi sul territorio di Siria, ed a' principi di Hira
l'edificare una città circa quaranta miglia al mezzodì dalle ruine di
Babilonia. Spediti erano e vigorosi nelle fazioni militari, ma venali
nell'amicizia, incostanti nella fedeltà, capricciosi negli odii: era più
facile l'attizzare questi Barbari erranti che il disarmarli, e nella
familiarità che si acquista con chi guerreggia, imparavano a conoscere e
a dispregiare l'altiera debolezza di Roma e della Persia. Da' Greci e
da' Latini le tribù Arabe, disseminate fra la Mecca e l'Eufrate[31],
erano confuse sotto il nome generale di Saraceni[32], cui sino
dall'infanzia ogni cristiano apprendeva a pronunciare con orrore e
spavento.

Quando gli uomini vivono sommessi ad una tirannide interna, invano si
rallegrano della lor nativa independenza; ma l'Arabo personalmente è
libero, e per qualche rispetto gode i beni sociali senza rinunciare a'
dritti della natura. In ogni tribù, la gratitudine, la superstizione, o
la fortuna sollevarono una famiglia particolare sopra dell'altre. Le
dignità di Scheik e d'Emir si trasmettono in modo invariabile a questa
razza eletta; ma l'ordine di successione è precario e poco determinato,
e al personaggio più degno o più avanzato d'età in quella nobile
famiglia si conferisce l'officio semplice, ma rilevante, di terminare
coi suoi consigli le liti, e di guidare coll'esempio la bravura della
nazione. Fu permesso ancora ad una donna valente e coraggiosa di
comandare a' concittadini di Zenobia[33]. Dalla momentanea unione di più
tribù risulta un esercito: quando è durevole, una nazione; e il Capo
supremo, l'Emir degli Emiri, che inalbera davanti a loro la sua
bandiera, può dagli stranieri considerarsi per un re. Se i principi
Arabi abusano d'autorità, ne sono presto puniti dalla diserzione de'
sudditi, accostumati ad un reggimento dolce e paterno. Non è frenato da
verun vincolo il lor coraggio; liberi ne sono i passi; il deserto è per
tutti: non sono congiunte le famiglie fra loro che per un contratto
naturale e volontario. La popolazione dell'Yemen, più docile, ha
tollerato la pompa e la maestà d'un monarca, ma se, come fu detto, non
poteva il re uscire del palazzo senza porre a repentaglio la vita[34],
dovea la forza del suo governo essere in mano de' Nobili e de'
magistrati. Nelle città della Mecca e di Medina si vede, in mezzo
dell'Asia, la forma o piuttosto la realtà d'una repubblica. L'avolo di
Maometto e i suoi antenati in linea retta compariscono nelle operazioni
al di fuori, e nell'amministrazione interna come principi del loro
paese: pure l'impero loro, come quello di Pericle in Atene, e de' Medici
in Firenze, era appoggiato all'opinione che avevasi della loro sapienza
e integrità: il poter loro si divise col patrimonio, e lo scettro passò
dagli zii del Profeta al ramo cadetto della tribù de' Koreishiti.
Adunavano il popolo nelle grandi occasioni, e poichè non si guida il
genere umano se non per la forza o la persuasione, ne viene che l'uso e
la celebrità dell'arte oratoria presso gli Arabi è la più chiara pruova
della lor libertà pubblica[35]. Ma il semplice edifizio della lor
libertà era ben diverso dalla struttura dilicata e artificiale delle
repubbliche greche e romana, ove ogni cittadino aveva una parte indivisa
de' dritti civili e politici della Comunità. In un sistema di società
men complicato, gode la nazione Araba la libertà, perciò che ciascheduno
de' figli suoi aborre dal sottomettersi vilmente alla volontà d'un
padrone. Il cuore dell'Arabo è guernito delle austere virtù del
coraggio, della pazienza e della sobrietà; coll'amore per la
independenza vien contraendo l'abitudine di dominare sè stesso, e la
tema del disonore sbandisce da lui lo spavento pusillanime delle
fatiche, de' pericoli, della morte. Il suo contegno denota la gravità
del suo pensare; parla adagio, e il suo discorso è sensato e conciso;
ride poco, e non ha altro gesto che quello di accarezzare la propria
barba, rispettabile simbolo della virilità; pieno del sentimento di sè
medesimo, tratta leggermente gli eguali, e senza soggezione i
superiori[36]. La libertà dei Saraceni sopravvisse alla conquista del
lor paese; ebbero i primi Califi a soffrire la franchezza ardita e
familiare dei sudditi; salivano in cattedra a persuadere e ad edificare
la congregazione, e solamente dopo che fu trasferita la sede dell'impero
su le rive del Tigri, introdussero gli Abassidi l'altero e magnifico
cerimoniale delle Corti di Persia, e di Bisanzio.

Volendo studiare le nazioni e gli uomini, conviene investigare le
cagioni che tendono ad accostarli o a disgiungerli, che restringono o
estendono, addolciscono o inaspriscono il carattere sociale. Segregati
dal rimanente degli uomini, s'abituarono gli Arabi a confondere le idee
di forestieri e di nemici, e la povertà del suolo diffuse fra loro un
principio di giurisprudenza, che sempre ammisero, e posero in pratica.
Pretendono che nel comparto della Terra, gli altri rami della gran
famiglia abbiano avuto in sorte i climi ubertosi e felici, e che la
posterità di Ismaele, proscritta e dispersa, abbia il dritto di
rivendicare, coll'artificio e colla violenza, quella parte d'eredità che
le fu ingiustamente negata. Secondo l'osservazione di Plinio, le tribù
Arabe sono dedite al ladroneccio del pari che al traffico, assoggettano
a contribuzioni o a spoglio le caravane che attraversano il deserto, e
sin da' tempi di Giobbe e di Sesostri[37], furono i lor vicini le
vittime di loro rapacità. Se un Beduino vede da lungi un viaggiatore
solitario, gli corre addosso furiosamente, gridando: «Spogliati: tua zia
(mia moglie) è senza veste». Se quegli si sottomette subito, ha diritto
alla clemenza dell'Arabo; ma la menoma resistenza lo irrita, e il sangue
dell'assalito debbo espiare quello che sarebbe stato versato per la
difesa. Chi spoglia i passeggeri da sè solo, o con pochi compagni, è
trattato da ladro, ma le imprese d'una truppa numerosa prendono qualità
di guerra legittima ed onorata. Le disposizioni violente d'un popolo
armato così contro il genere umano s'erano inviperite per l'abito di
saccheggiare, d'assassinare, di far vendette approvate da' costumi
domestici. Nell'odierna costituzione dell'Europa, il dritto di far pace
o guerra appartiene a pochi principi, e ancora più pochi son quelli che
in fatto esercitano questo dritto; ma poteva impunemente ogni Arabo, ed
anche con gloria, volgere la punta della sua chiaverina contro un
concittadino. Qualche somiglianza d'idiomi e di usanze erano quel solo
vincolo che congiugneva queste tribù in Corpo di nazione, ed in ogni
Comunità era impotente e muta la giurisdizione del magistrato: dalla
tradizione si ricordano mille e settecento battaglie[38] accadute in
que' tempi di ignoranza che precedettero Maometto: per l'animosità delle
fazioni civili più acerbe facevansi le ostilità, e il racconto in prosa
o in versi d'un'antica contesa bastava a riaccendere le stesse passioni
nei discendenti delle popolazioni nemiche. Nella vita privata, ogn'uomo,
o per lo meno ogni famiglia, era giudice o vindice della causa propria.
Quella delicatezza d'onore che valuta più l'oltraggio che il danno,
avvelena mortalmente ogni lite degli Arabi; facilmente s'offende l'onore
delle lor mogli e delle lor barbe: un atto indecente, un motto frizzante
non può espiarsi altramente che col sangue del reo, e tanto è paziente
il lor odio nel temporeggiare, che aspettano per mesi ed anni
l'occasione di vendicarsi. I Barbari di tutti i secoli hanno ammesso
un'ammenda o un compenso per l'omicidio, ma nell'Arabia hanno i parenti
del morto l'arbitrio d'accettare la soddisfazione, o di praticare colle
proprio mani il diritto di rappresaglia. La loro rabbia giugne alla
sottigliezza di ricusare anche la testa del nemico, di sostituire un
innocente al colpevole, di rovesciare la pena sul migliore e sul più
ragguardevole degli individui di quella razza di cui si dolgono. Se
perisce per lor mano, sono esposti essi pure al pericolo delle
rappresaglie: vanno ad accumularsi insieme l'interesse e il capitale di
questo sanguinario debito, per modo che i Membri delle due famiglie
passano i giorni a tendere, e a temere agguati, e tante volte occorre un
mezzo secolo a saldare finalmente questa partita di vendetta[39].
Siffatta inclinazion micidiale, che non conosce nè pietà, nè indulgenza,
è stata peraltro temperata dalle massime dell'onore, che vuole in
ogn'incontro privato una specie d'eguaglianza d'età e di forza, di
numero e d'armi. Prima di Maometto, celebravano gli Arabi un'annua
solennità per due o quattro mesi, durante la quale, dimenticando le
nimicizie straniere o domestiche, lasciavano religiosamente in riposo le
armi, e questa tregua parziale ci offre meglio l'idea delle loro
abitudini di anarchia e di ostilità[40].

Ma questo ardore di rapina e di vendetta era mitigato dal commercio, ed
anche dal gusto per la litteratura. I popoli più civili del Mondo antico
circondano la penisola solitaria in cui giace l'Arabia; il mercadante è
amico di tutte le nazioni, e le caravane annuali recavano alle città, ed
anche ne' campi del deserto, i primi albori di luce, e i primi semi di
gentilezza. Qualunque siasi la genealogia degli Arabi, derivò la lor
lingua della fonte medesima dell'ebrea, della siriaca, della caldaica:
le diversità di dialetto che si notano fra le varie tribù, sono pruova
della loro independenza[41], e tutte, dopo il nativo idioma,
preferiscono quello semplice e chiaro della Mecca. Nell'Arabia, siccome
già nella Grecia, la lingua ha fatto più rapidi progressi che non i
costumi; ottanta erano le parole per significare il mele, dugento per
denotare il serpente, cinquecento per un lione, mille per una spada, in
un tempo che questo copioso vocabolario non si conservava ancora che
nella memoria d'un popolo illetterato. Nelle iscrizioni de' monumenti
degli Omeriti si trovano caratteri mistici e non usati, ma le letture
cufiche le quali sono il fondamento dell'alfabeto moderno, inventate
furono sulle rive dell'Eufrate, e poco dopo introdotte alla Mecca da un
forestiero, che quivi si domiciliò dopo la nascita di Maometto.
L'eloquenza naturale degli Arabi era estranea alle regole grammaticali,
poetiche, e rettoriche, ma avevan essi gran sagacità, ricca fantasia,
frasi energiche e sentenziose[42]; i loro discorsi composti, pronunciati
con gran forza, facevano molta impressione sull'uditorio. L'ingegno e il
valore d'un poeta nascente erano dalla sua tribù, e dalle alleate per
tutto decantati. S'imbandiva un solenne banchetto; un coro di donne
battendo i timballi, in un assetto da giorno nuziale, cantavano davanti
a' figli e agli sposi la fortuna della loro tribù; erano vicendevoli le
congratulazioni pel nuovo campione che s'apparecchiava a sostenere le
loro ragioni, pel nuovo eroe che doveva immortalare il lor nome. Le
tribù più remote e le più nemiche fra loro, andavano ad una fiera
annuale, abolita poi dal fanatismo de' primi Musulmani, e siffatta
assemblea nazionale debbe pure aver contribuito molto a dirozzare, ed a
familiarizzare insieme que' Barbari. Trenta giorni spendeansi a
permutare biada e vino, non che a recitare componimenti d'eloquenza e di
poesia. La magnanima gara de' poeti veniva disputando il premio, e
l'Opera che ottenea la corona si deponeva negli archivi de' principi e
degli Emiri: furono recati in idioma inglese i sette poemi originali
impressi in lettere d'oro, e appesi nel tempio della Mecca[43]. I poeti
Arabi erano gli storici e i moralisti del loro secolo; e se
partecipavano a' pregiudizii de' concittadini, incoraggiavano almeno e
premiavano la virtù. Godevano cantando l'unione della generosità e del
valore, e ne' sarcasmi contro qualche tribù spregevole, il più amaro
rimbrotto era questo, che gli uomini non sapeano dare, e le donne non
sapeano rifiutare[44]. Ne' campi degli Arabi si scontra quella
ospitalità, che si usava da Abramo, e che si cantava da Omero. I feroci
Beduini, terrore del deserto, accolgono, senza esame e senza esitazione,
lo straniero che osa affidarsi all'onore di quelli, e porre il piede
nelle lor tende. Sono trattati con amicizia e con riguardo. Egli entra a
parte della ricchezza o della povertà del suo ospite, e quando ha
passato riposo, viene rimesso in via, con ringraziamenti, con
benedizioni, e fors'anche con donativi. Danno gli Arabi anche pruove di
più generosa cordialità verso i fratelli, e gli amici che sono in
bisogno: gli atti eroici che loro meritarono gli encomii di tutte le
tribù sono senza dubbio di quelli che trapassavano, anche ai lor occhi,
gli angusti limiti della prudenza e dell'uso comune. Si faceano dispute
per sapere quale tra i cittadini della Mecca superasse gli altri in
generosità: per metterli a la pruova, un giorno si rivolsero a tre di
quelli, fra cui erano bilanciati i suffragi. Abdallah, figlio d'Abbas,
partiva per un lungo viaggio: avea già il piede nella staffa, quando un
pellegrino fattosi a lui dinnanzi gli volse queste parole: «figlio dello
zio dell'apostolo divino, vedi un viaggiatore, che è miserabile.»
Abdallah smontò subito da cavallo, offerse al supplicante il proprio
cammello, col suo ricco vestiario, e con una borsa di quattromila monete
d'oro; non ritenne che la spada, sia perchè fosse di buona tempera, sia
che ricevuta l'avesse da un parente rispettato. Il servo di Kais disse
al secondo supplicante: «il mio padrone dorme, ma tu ricevi quella borsa
di settemila monete d'oro: questo è quanto abbiamo in casa: eccoti di
più un ordine, a vista del quale ti sarà dato un cammello e uno
schiavo». Il padrone, quando fu desto, diede gran lodi al suo fedele
ministro, e lo fece libero, con un mite rimprovero di avere, rispettando
il suo sonno, messo limiti alla sua liberalità. Il cieco Arabah era
l'ultimo de' tre Eroi: mentre il mendico ricorse a lui, camminava
appoggiato sulla spalla di due schiavi: «oimè, esclamò, i miei forzieri
son voti; ma tu puoi vendere questi due schiavi: e quando tu non li
accettassi, io non li voglio più.» A queste parole, respinse da sè i due
schiavi, o cercò brancollando l'appoggio d'una muraglia. Abbiamo in
Hatem un perfetto modello delle virtù degli Arabi[45]: era prode,
liberale, poeta eloquente, ladro scaltrito: metteva ad arrostire
quaranta cammelli per li suoi conviti ospitali, e se un nemico veniva
supplichevole, gli restituiva i prigioni, e il bottino. L'independenza
de' suoi concittadini non curava le leggi della giustizia, ma tutti
orgogliosamente seguivano il libero impulso della compassione e della
benevolenza.

Gli Arabi[46], simili agl'Indiani in questo, adoravano il sole, la luna,
le stelle, superstizione affatto naturale, che pur fu quella dei primi
popoli. Pare che quegli astri luminosi offrano in cielo l'immagine
visibile della Divinità: il numero e la distanza loro danno al filosofo,
come al volgo, l'idea di uno spazio illimitato; sta un'impronta
d'eternità su que' globi che non sembrano soggetti nè a corruzione, nè a
deperimento, e pare che il loro movimento regolare annunci un principio
di ragione o d'istinto, e la loro reale o immaginaria influenza mantiene
l'uomo nella vana idea che oggetto speciale delle lor cure sieno la
terra e i suoi abitatori. Babilonia coltivò l'astronomia come una
scienza, ma non aveano gli Arabi altra scuola, nè altra specola fuorchè
un cielo limpido, e un territorio tutto piano. Ne' lor viaggi notturni
prendeano a guida le stelle; mossi da curiosità, o da divozione, ne
aveano imparato i nomi, le situazioni relative e il luogo del cielo ove
comparivano ogni giorno: dall'esperienza aveano appreso a dividere in
ventotto parti lo Zodiaco della luna e a benedire le costellazioni che
versavano piogge benefiche sull'assetato deserto. Non potea l'impero di
que' corpi raggianti stendersi al di là della sfera visibile, e
sicuramente ammetteasi dagli Arabi qualche potenza spirituale necessaria
per presedere alla trasmigrazion dell'anime, e alla risurrezion de'
corpi: si lasciava morire un cammello sul sepolcro d'un Arabo, acciocchè
potesse servire il padrone nell'altra vita, e poichè invocavano l'anime
dopo morte, doveano ad esse supporre sentimento e potere. Io non conosco
bene, e poco mi cale di conoscere la cieca mitologia di que' Barbari, le
divinità locali cui poneano nelle stelle, nell'aria e su la terra, i
sessi e i titoli di que' Dei, le loro attribuzioni o la gerarchia. Ogni
tribù, ogni famiglia, ogni guerriero independente creava, e cangiava a
suo talento i riti non che gli oggetti del suo culto; ma in tutti i
secoli quella nazione, per molti rispetti, accettò la religione del pari
che l'idioma della Mecca. L'antichità della CAABA precede l'Era
cristiana. Il greco istorico Diodoro[47] accenna nella sua descrizione
della costa del mar Rosso, che tra il paese de' Tamuditi e quello de'
Sabei sorgeva un Tempio famoso di cui tutti gli Arabi veneravano in
santità: quel velo di lino o di seta che tutti gli anni è colà mandato
dall'imperatore de' Turchi, fu la prima volta offerto da un pio re degli
Omeriti, che regnava sette secoli prima di Maometto[48]. Potè il culto
de' primi Selvaggi esser contento d'una tenda o d'una caverna, ma poi si
innalzò un edifizio di pietra e d'argilla, e non ostante l'incremento
dell'arti, e la potenza propria non si scostarono i re dell'Oriente
dalla semplicità del primo modello[49]. La Caaba ha la forma d'un
parallelogrammo cinto da un vasto portico; vi si vede una cappella
quadrata, lunga ventiquattro cubiti, larga ventitre, alta ventisette,
che riceve luce da una porta e da una finestra: il suo doppio tetto è
sostenuto da tre colonne di legno; l'acqua pluviale cade da una
grondaia, che presentemente è d'oro, e una cupola difende dalle sozzure
accidentali il pozzo di Zemzem. Coll'arte, o colla forza ebbe la tribù
dei Coreishiti in custodia la Caaba; l'avo di Maometto esercitò la
dignità sacerdotale da quattro generazioni inveterata nella sua
famiglia, la quale era quella degli Hashemiti, la più reverenda e la più
sacra del paese[50]. Il recinto della Mecca avea le prerogative del
santuario, e nell'ultimo mese d'ogn'anno la città ed il Tempio erano
pieni d'una moltitudine di pellegrini che recavano alla casa di Dio voti
ed offerte. Queste cerimonie, anche al dì d'oggi osservate dal fedel
Musulmano, furono introdotte e praticate dalla superstizione
degl'idolatri. Giunti ad una certa distanza, si spogliavano delle
vestimenta, faceano sette volte rapidamente il giro della Caaba, e sette
volte baciavano la pietra nera, e visitavano sette volte e adoravano le
montagne vicine, e gettavano in sette riprese alcune pietre nella valle
di Mina, e le cerimonie del pellegrinaggio terminavano, allora come
adesso, con un sagrificio di pecore, e di cammelli, la lana e l'unghie
de' quali si seppellivano nel terreno sacro. Le varie tribù trovavano o
introducevano nella Caaba gli oggetti del lor culto particolare. Era
quel Tempio ornato, o piuttosto deformato, da trecentosessanta idoli che
figuravano uomini, aquile, lioni, gazelle; il più notabile era la statua
di Hebal, d'agata rossa, che teneva in mano sette frecce senza capo o
penne, istrumenti e simboli d'una profonda divinazione; ma questo
simulacro era un monumento dell'arto de' Siri. Alla divozione de' tempi
più rozzi avea bastato una colonna, o una tavoletta, e le rupi del
deserto furono tagliate a foggia di numi o d'altari, ad imitazione della
pietra nera della Mecca[51] creduta, con forti ragioni, come un oggetto
originariamente d'un culto idolatra. Dal Giappone al Perù fu in uso la
pratica de' sagrifici, e per esprimere gratitudine o timore, il devoto
ha distrutto, o consunto, in onore degli Dei i doni del cielo più cari e
preziosi. Parve la vita dell'uomo[52] l'obblazione più bella da farsi
per allontanare una calamità pubblica, e il sangue umano tinse gli
altari della Fenicia e dell'Egitto, di Roma e di Cartagine: sì barbara
usanza si mantenne fra gli Arabi lunga pezza: nel terzo secolo la tribù
de' Dumaziani sagrificava ogn'anno un giovanetto[53], e fu piamente
scannato un re prigioniero dal principe de' Saraceni, che serviva sotto
le insegne dell'imperator Giustiniano suo alleato[54]. Un padre che
trascina un figlio appiè degli altari è il più sublime e il più grande
sforzo del fanatismo. L'esempio dei santi e degli eroi ha santificato
l'atto o l'intenzione di questo sagrificio. Lo stesso padre di Maometto
fu così destinato a morte per un voto temerario, e si durò gran fatica a
redimerlo con cento cammelli. In que' giorni d'ignoranza, gli Arabi, al
pari de' Giudei e degli Egizi[55], s'astenevano dalla carne di
porco[56], facevano circoncidere[57] i figli giunti alla pubertà; e
queste usanze, nè riprovate, nè prescritte dal Corano, sono tacitamente
passate alla posterità loro, e ai proseliti. Si è congetturato con molto
ingegno, che il sagace legislatore si uniformasse agli ostinati
pregiudizi de' suoi concittadini; ma è più naturale il credere ch'egli
abbia seguìto le abitudini e le opinioni della sua gioventù, senza
prevedere che un uso analogo al clima della Mecca sarebbe per divenire
inutile o incomodo su le rive del Danubio o del Volga.

Libera era l'Arabia: avendo la conquista e la tirannia capovolto i regni
circonvicini, le Sette perseguitate ripararono su quel suolo felice ove
poteano francamente professare la propria opinione, e regolare le azioni
a seconda della credenza. Le religioni de' Sabei, de' Magi, de' Giudei,
de' Cristiani erano diffuse dal golfo Persico sino al mar Rosso. In un
tempo remotissimo dell'antichità, la scienza de' Caldei[58], e le armi
degli Assiri propagato aveano il Sabeismo nell'Asia: su le osservazioni
di duemila anni i sacerdoti e gli astronomi di Babilonia[59] fondato
aveano il concetto che formarono delle leggi eterne della Natura e della
Previdenza. Adoravano i sette Dei, ovvero angeli, che dirigevano il
corso de' sette pianeti, e spandeano su la terra i loro indeclinabili
influssi. Alcune immagini e talismani figuravano gli attributi de' sette
pianeti, i dodici segni dello Zodiaco e le ventiquattro costellazioni
dell'emisfero settentrionale e dell'australe. I sette giorni della
settimana erano dedicati alle lor deità rispettive: i Sabei oravano tre
volte al giorno, e il tempio della Luna, situato in Haran, era il
termine del loro peregrinare[60]; per la pieghevolezza della lor fede
erano facili a dare continuamente e ad ammettere novelle opinioni. Le
loro idee[61] su la creazione del Mondo, sul diluvio, su i Patriarchi
aveano una singolar somiglianza con quelle de' Giudei lor cattivi;
citavano i libri secreti d'Adamo, di Seth, d'Enoch; e una lieve tintura
dell'Evangelo fece di tai politeisti i Cristiani di San Giovanni che
stanno nel territorio di Bassora[62]. Le are di Babilonia furono
atterrate dai Magi, ma la spada d'Alessandro vendicò le ingiurie de'
Sabei; per più di cinque secoli gemette la Persia sotto giogo straniero:
alcuni de' discepoli di Zoroastro scamparono dal contagio della
idolatria, e respirarono co' loro antagonisti l'aria libera del
deserto[63]. Erano già stanziati nell'Arabia i Giudei da sette secoli
prima, della morte di Maometto, e le guerre di Tito e d'Adriano ne
scacciarono un più gran numero dalla Terra Santa. Questi esuli
industriosi aspirarono alla libertà e alla dominazione, formarono
sinagoghe nella città, castella nel deserto, e i Gentili, cui
convertirono alla religione Mosaica, furono confusi co' figli d'Israele,
a' quali, pel segno esterno della circoncisione, rassomigliavano. Più
operosi ancora e più fortunati furono i missionari Cristiani: sostennero
i Cattolici[64] le pretensioni loro all'impero universale: le Sette da
essi perseguitate si ritrassero di mano in mano al di là de' confini
dell'Impero romano: da' Marcioniti, e da' Manichei furono disseminate le
loro opinioni fantastiche e i loro evangeli apocrifi: i Vescovi
giacobiti e nestoriani[65] introdussero nelle Chiese dell'Yemen, e fra i
principi di Hira e di Gassan massime più ortodosse. Aveano le tribù la
libertà di scegliere, ogni Arabo era padrone di farsi una religione
particolare, e talvolta alla superstizione grossolana della sua casa
accoppiava la sublime teologia de' santi e de' filosofi. Alla concordia
generale de' popoli istruiti andavano debitori del domma fondamentale
della esistenza d'un Dio supremo che sovrasta a tutte le potenze della
terra e del cielo, ma che sovente s'è rivelato agli uomini col ministero
de' suoi angeli e de' suoi profeti, e che pel favore o per la giustizia
sua ha interrotto con miracoli l'ordine consueto della Natura. I più
ragionevoli tra gli Arabi ne riconoscevano il potere quantunque
trascurassero d'adorarlo[66]. Per abitudine piuttosto che per
convincimento aderivano a' resti dell'idolatria. I Giudei e i Cristiani
erano il popolo del libro santo: la Bibbia era già tradotta in lingua
Arabica[67], e que' nemici implacabili riceveano con pari fede l'antico
Testamento. Amavano gli Arabi di trovare nella Storia de' patriarchi
Ebrei qualche vestigio della propria origine. Festeggiavano la nascita
d'Ismaele, e le promesse a lui fatte: riverivano la fede e le virtù
d'Abramo; riportavano la sua genealogia e la loro sino alla creazione
del primo uomo, e colla stessa credulità[68] ammisero i prodigi del
sacro testo come i sogni e le tradizioni de' Rabbini giudaici.

[A. D. 569-609]

L'oscura e volgare origine che si attribuì a Maometto è una sciocca
calunnia de' Cristiani[69], i quali così adoperando danno più risalto al
merito dell'avversario in vece di menomarlo. La discendenza sua da
Ismaele era un privilegio, oppure una favola comune all'intera
nazione[70]; ma se abietti o incerti erano i primi anelli della sua
genealogia, provava una nobiltà purissima per più generazioni; discendea
dalla tribù di Koreish, e dalla famiglia degli Hashemiti, i più illustri
fra gli Arabi, principi della Mecca, e custodi ereditari della Caaba.
Abdol-Motalleb, suo avo, era figlio di Hashem, cittadino ricco e
generoso, che in tempo di carestia avea mantenuto co' guadagni del suo
traffico i concittadini. La Mecca, sostentata dalla liberalità del
padre, fu salvata dal coraggio del figlio. Il regno d'Yemen obbediva a'
principi cristiani dell'Abissinia; avvenne che per un insulto ricevuto,
Abrahah, loro vassallo, si determinò a vendicare l'onore della croce;
una truppa d'elefanti e un esercito d'Affricani investirono la santa
città. Si propose un accomodamento; nella prima conferenza, l'avo di
Maometto domandò che fossero restituite le sue greggie. «E perchè, gli
disse Abrahah, non implori piuttosto la mia clemenza in favore del tuo
Tempio che ho minacciato?» «Perchè, replicò l'intrepido Capo, le greggie
son mie, e la Caaba appartiene agli Dei, che ben sapranno difenderla
contro l'oltraggio e il sacrilegio». La diffalta di viveri o il valore
de' Koreishiti forzarono gli Abissini ad una ritratta obbrobriosa. Si
ornò il racconto di quella sconfitta colla apparizione miracolosa d'uno
stormo d'uccelli che fecero piovere una grandine di sassi su le teste
infedeli, e la memoria di questa liberazione fu per lungo tempo
celebrata sotto nome di Era dell'elefante[71]. La gloria
d'Abdol-Motalleb fu rabbellita dalla felicità domestica; visse sino
all'età di centodieci anni, e diede la vita a sei figlie e a tredici
maschi. Abdallah, suo figlio prediletto, era il più bello e il più
modesto giovanetto dell'Arabia; narrasi che nella prima notte delle sue
nozze colla vezzosa Amina, della nobile stirpe degli Zahriti, duecento
fanciulle morissero di gelosia e di rabbia. Maometto, o, più esattamente
scrivendo, Mohammed, unico figlio di Abdallah e d'Amina, nacque alla
Mecca quattro anni dopo la morte di Giustiniano, e due mesi dopo la
sconfitta degli Abissini[72], i quali, vincendo, introdotta avrebbero
nella Caaba la religione cristiana. Ancora fanciullo perdette il padre,
la madre e l'avolo. I suoi zii erano considerati assai, ed erano molti:
nella division della successione non ebbe per sua parte che cinque
cammelli ed una schiava d'Etiopia. Abu-Taleb, il più ragguardevole de'
suoi zii, fu sua guida nell'interno della casa e fuori, in pace e in
guerra[73]. Nella età di venticinque anni andò Maometto a servire
Cadijah, ricca e nobile, vedova della Mecca, che in premio della sua
fedeltà gli concedette ben tosto la sua mano e la sua fortuna. Il
contratto matrimoniale dimostra, secondo la semplicità di que' tempi,
l'amore scambievole di Maometto e di Cadijah, e lo rappresenta per
l'uomo più costumato e gentile della tribù di Koreish. Lo sposo assegnò
alla moglie per trattamento vedovile dodici once d'oro e venti cammelli
che furono dati dallo zio[74]. Questa alleanza ripose il figlio
d'Abdallah nel grado de' suoi antenati, e la saggia matrona fu paga
delle domestiche di lui virtù, sinchè giunto all'età di quarant'anni[75]
assunse il titolo di Profeta, e predicò la religione del Corano.

Secondo la tradizione de' suoi compatriotti, Maometto[76] era insigne
per avvenenza, vantaggio esteriore dispregiato soltanto da quelli che
nol possedono. Prima di favellare, sia in pubblico sia in privato, si
conciliava già il favore degli astanti. Applaudivasi al suo contegno che
annunciava un uomo autorevole, alla sua aria maestosa, al suo sguardo
penetrante, al suo sorriso piacevole, alla lunga barba, alla fisonomia
in cui si leggevano i sentimenti dell'anima, al gesto che cresceva forza
alle sue parole. Nella familiarità della vita privata non si dipartiva
mai dalla civiltà grave e cerimoniosa del suo paese; i suoi riguardi
verso i ricchi e i potenti erano nobilitati dalla condiscendenza e
affabilità con cui trattava i cittadini più poveri della Mecca. La
franchezza delle sue maniere velava l'astuzia delle sue mire, e
l'urbanità prendeva in lui le sembianze d'affetto per la persona a cui
parlava, o quelle d'una benevolenza generale. Vasta era e sicura la sua
memoria, agevole l'ingegno e adatto alla società, sublime
l'immaginazione, e il giudizio chiaro, pronto, decisivo. Aveva coraggio
nel pensare come nell'operare, e benchè sia da credersi che i suoi
disegni si allargarono gradatamente a seconda del buon esito, la prima
idea che concepì della sua missione profetica porta l'impronto d'un
ingegno straordinario. Educato in grembo alla famiglia più nobile del
paese, avevane preso l'abito di parlare il più puro dialetto degli
Arabi; e sapea contenere la facilità e l'abbondanza del discorso, e
accrescerne il pregio con un silenzio usato a luogo e tempo. Con tutti
questi doni dell'eloquenza, non era in fin fine Maometto che un Barbaro
ignorante: non se gli era insegnato quand'era giovane, a leggere, nè a
scrivere[77]; la universale ignoranza lo assolvea da vergogna e da
rimprovero; ma fra limiti angusti era imprigionato il suo spirito, e
mancava di quegli specchi fedeli che riflettono su la mente nostra i
pensamenti de' saggi e degli eroi. Veramente il gran libro della Natura
stava aperto davanti a' suoi occhi; nondimeno debbonsi attribuire agli
autori della sua vita le osservazioni politiche e filosofiche che ne'
suoi viaggi gli prestano[78]. Lo veggiamo, la mercè loro, fare confronti
di tutte le nazioni e di tutte le religioni della terra, scoprire la
debolezza della monarchia della Persia e di quella di Roma, osservare
con isdegno e compassione il suo secolo degenerato, e formare il
divisamento di unire sotto uno stesso re e uno stesso Dio l'invitto
valore e le virtù prische degli Arabi. Più esatte indagini ci avvertono
che Maometto non avea veduto le Corti, gli eserciti, i Templi
dell'oriente; che consistettero i suoi viaggi nell'attraversare la Siria
andando due volte alle fiere di Bostra e di Damasco; che avea soli
tredici anni quando accompagnò la caravana dello zio, e dovè ritornare
alla casa di Cadijah tosto ch'ebbe spacciate le merci da lei
affidategli. Nelle sue corse precipitose e negligenti potè l'occhio
acuto del suo grande intelletto penetrare cose invisibili pe' suoi rozzi
compagni: potè quello spirito fecondo ricevere i semi di varie
cognizioni; ma l'ignoranza in cui era dell'idioma siriaco avrà poi
repressa moltissimo la sua curiosità, e di fatto io non iscorgo nella
vita e negli scritti di Maometto che siensi mai allargate le sue mire
oltre i confini dell'Arabia. La divozione e il commercio conduceano
ogn'anno alla Mecca pellegrini da ogni Cantone di quella romita parte
del globo. Per le libere comunicazioni vigenti fra questa moltitudine di
persone poteva un cittadino qualunque aver modo di studiare nella lingua
nativa lo stato politico e il carattere delle varie tribù, la dottrina e
la pratica de' Giudei e de' Cristiani. Poteano gli Arabi aver avuta
occasione d'esercitare l'ospitalità con alcuni stranieri utili ad essi,
colà guidati da genio o da necessità, e i nemici di Maometto nominarono
un Giudeo, un Persiano e un Monaco siriaco come cooperatori secreti nel
comporre il Corano[79]. Il conversare arricchisce d'idee l'intelletto,
ma la solitudine è la scuola del grand'uomo, e l'uniformità di un'opera
annuncia la mano d'un autor solo. Si era dato Maometto interamente alla
contemplazione religiosa; ogni anno si allontanava dalla gente non che
dalle braccia di Cadijah nel mese di Ramadan; si ritraeva nel fondo
della spelonca di Hera, distante tre miglia della Mecca[80]: quivi
consultava lo spirito di frode o quello del fanatismo, il soggiorno del
quale non è già in cielo, ma nella mente del profeta. _Non vi ha che un
Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio_: tale è la fede, che sotto nome
d'_Islam_, predicò egli alla sua famiglia e alla sua nazione, e che così
comprende una verità eterna, ed una favola evidente.

È lecito agli Apologisti della religione giudaica l'insuperbirsi perchè,
in tempo che le favole del politeismo illudevano le nazioni dotte
dell'antichità, da' lor semplici antenati serbavasi nella Palestina la
cognizione e il culto del vero Dio. Non è agevol cosa[81] il conciliare
gli attributi morali di Jehovah colla norma delle virtù _umane_; le sue
qualità metafisiche sono esposte in un modo oscurissimo; ma ogni pagina
del Pentateuco e dei profeti attesta il suo potere: l'unità del suo nome
è stampata su la tavola prima della legge, nè mai il suo santuario è
macchiato da veruna immagine visibile della Essenza invisibile. Dopo
distrutto il Tempio di Gerusalemme, la devozione spirituale della
sinagoga depurò, determinò, illuminò la fede degli Ebrei proscritti; nè
basta l'autorità di Maometto a giustificare il rimprovero ch'egli ha
sempre fatto ai Giudei della Mecca o di Medina d'adorare Ezra come
figlio di Dio[82]. Ma gli uomini d'Israello più non componevano un
popolo, e tutte le religioni del Mondo aveano il torto realissimo agli
occhi di quel Profeta, di dare e figli e figlie e colleghi al Dio
supremo. Nella goffa idolatria degli Arabi si appalesa senza velo e
senza sutterfugio questa pluralità; e malamente si salvavano i Sabei da
tale accusa, colla preminenza che davano nella gerarchia celeste al
primo pianeta o intelligenza; e nel sistema de' Magi la lotta de' due
principii tradisce l'imperfezione del principio vittorioso. Parea che i
cristiani del settimo secolo fossero a poco a poco ricaduti nella
idolatria[83]; volgeano preghiere in pubblico ed in secreto alle
reliquie e alle immagini che deturpavano i Templi d'Oriente; una folla
di martiri, di santi, d'angeli, oggetti della venerazion popolare,
offuscavano il trono dall'Onnipotente, e i Colliridii, eretici che nel
fertile suolo d'Arabia fiorivano, alla Vergine Maria conferivano il
titolo e gli onori di Dea[84]. _Sembra_ che al principio dell'Unità
Divina s'oppongano i misteri della Trinità e dell'Incarnazione. L'idea
che naturalmente presentano è quella di tre Divinità uguali, e della
trasformazione dell'uomo Gesù nella sostanza del figlio di Dio[85]. La
spiegazione che danno gli ortodossi[86] satisfa soltanto un credente:
una curiosità, ed uno zelo smoderato aveano rotto il velo del santuario,
e ciascuna Setta dell'oriente avea premura di confessare che l'altre
tutte meritavano il rimprovero di idolatria e di politeismo. Il simbolo
di Maometto non dà su questa materia motivo di sospetto, nè di equivoco.
Il Profeta della Mecca rigettò il culto degl'idoli e degli uomini, delle
stelle e de' pianeti, per quel ragionevole principio che tutto ciò che
si leva dee tramontare, ciò che riceve vita dee morire, ciò che è
corruttibile dee guastarsi e dissolversi[87]. Il suo entusiasmo,
regolato dalla ragione, adorava nel Creatore dell'Universo un Essere
eterno e infinito che non ha forma, nè occupa spazio, che non ha
generato nulla, e a cui nulla si rassomiglia; che è presente a' nostri
più occulti pensieri, che esiste per necessità della sua natura, e che
da sè trae tutte quante le sue morali e intellettuali perfezioni. I
discepoli del Profeta costantemente aderiscono a sì grandi verità[88], e
gl'interpreti del Corano le spiegano colla precisione de' metafisici. Un
filosofo deista potrebbe sottoscriversi al simbolo popolare de'
Musulmani[89], simbolo per avventura troppo sublime per le attuali
facoltà dell'uomo; ed in fatti come mai la sua immaginazione od anche
l'intelligenza sua potrebbero comprendere una sostanza incognito, quando
da questa si separano tutto le idee di tempo e di spazio, di moto e di
materia, di sensazione e di riflessione? La voce di Maometto confermò
questo primo principio dell'unità di Dio insegnata dalla ragione e dalla
rivelazione; i suoi proseliti dalle frontiere dell'India a quelle di
Marocco, sono distinti dal nome d'_unitari_, e coll'interdizion delle
immagini s'andò incontro al pericolo dell'idolatria. Da' Maomettani fu
ammessa con rigorosa osservanza la dottrina de' decreti eterni, e della
predestinazione assoluta, e studiansi essi inutilmente di concordare la
prescienza di Dio colla libertà dell'uomo, col suo merito, o demerito,
non che di spiegare l'esistenza del male in un Mondo governato da una
potenza e bontà infinita.

Il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua
esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo; i profeti di
tutti i tempi hanno avuto la vera o apparente mira di dare a conoscere
agli uomini l'Ente supremo, e di rinvigorire la pratica della morale.
Maometto non negava a' suoi predecessori quel credito che pretendeva per
sè, e riconosceva una serie d'uomini ispirati dalla caduta del nostro
primo padre sino alla promulgazione del Corano[90]. Durante quell'epoca,
egli diceva, centoventiquattromila eletti, singolari per favori ricevuti
e per virtù, hanno ottenuto qualche raggio della luce profetica;
trecento tredici appostoli sono stati specialmente inviati a distogliere
i loro concittadini dall'idolatria e dal vizio; lo Spirito Santo ha
dettato cento quattro volumi; e sei legislatori d'una fama trascendente
hanno annunciato al Mondo sei rivelazioni successive; per cui si
variavano le cerimonie d'una religione immutabile. Adamo, Noè, Abramo,
Mosè, Gesù Cristo e Maometto sono i sei legislatori gradatamente
eminenti in modo, che ognun di loro è superiore a que' che lo precedono.
Egli metteva nel numero degl'Infedeli chi odiava o negava fede a
qualcuno di questi Legislatori. Non sussistevano le scritture de'
Patriarchi se non se nelle copie apocrife de' Greci e dei Sirii[91]: non
s'era meritato Adamo alcun dritto alla gratitudine e al rispetto de'
figli; una classe inferiore de' proseliti della sinagoga osservava i
sette precetti di Noè[92], e i Sabei onoravano in certo modo la memoria
d'Abramo nella Caldea, ove era nato il patriarca. Aggiugnea Maometto che
fra le miriadi parecchie di profeti da Dio inspirati, Mosè e Gesù Cristo
soli viveano e regnavano ancora, e che quanto rimaneva degli scritti
inspirati era registrato ne' libri dell'antico e nuovo Testamento. Il
Corano[93] ha consecrata e abbellita la storia miracolosa di Mosè, e
possono i Giudei vendicarsi della lor cattività col vanto di vedere
accettati i lor dommi dalle nazioni, delle quali essi beffano i simboli
di fede più moderni. Il Profeta dei Musulmani palesa una gran riverenza
per l'Autore del cristianesimo[94]. «Gesù Cristo, figlio di Maria, dice
egli, è veracemente l'appostolo di Dio, egli è la sua parola mandata nel
grembo di Maria; è uno spirito che da lui procede: merita onore in
questo Mondo e nell'altro: egli è di quelli che più s'avvicinano alla
faccia di Dio[95]». Esso poi accumula sul capo di lui le meraviglie e
de' Vangeli veri e degli aprocrifi[96], nè la Chiesa latina[97] ha
sdegnato di pigliare in prestito dal Corano l'immacolata Concezione
della Vergine madre[98]. Osserva peraltro che Gesù non era che un
mortale, e che nel dì del Giudizio farà testimonianza contro i Giudei
che non vogliono riconoscerlo per profeta, e contro i Cristiani che
l'adorano come figlio di Dio. La malignità de' suoi nemici macchiò la
sua riputazione, e cospirò contro la sua vita, ma non ne fu peccaminosa
che l'intenzione; un fantasma o un malfattore[99] gli fu sostituito su
la croce, e il Santo immacolato salì al settimo cielo[100]. L'Evangelo
fu per sei secoli la via della verità e della salute; ma i cristiani a
poco a poco posero in dimenticanza le leggi e l'esempio del fondatore, e
apprese Maometto dai Gnostici ad incolpare e la chiesa e la sinagoga
d'aver esse corrotto il sacro testo[101]. Mosè e Gesù Cristo si
rallegrarono per la certezza della venuta d'un profeta più illustre di
loro. La promessa[102] del _Paracleto_, o Spirito Santo, fatta
dall'Evangelo, fu adempiuta nel nome e nella persona di Maometto[103],
il più grande e l'ultimo degli appostoli di Dio.

A comunicare le idee è necessaria la corrispondenza del linguaggio co'
pensieri: nulla otterrebbe il discorso d'un filosofo nell'orecchio d'un
paesano; ma quale differenza impercettibile è mai quella che si rinviene
nelle loro intelligenze paragonate insieme, e quella che si scopre nel
contatto d'una intelligenza finita con una infinita, la parola di Dio
espressa dalla parola o dallo scritto d'un mortale! Può l'ispirazione
de' profeti ebrei, degli appostoli, degli evangelisti di Gesù Cristo,
non essere incompatibile coll'esercizio della loro ragione e memoria, e
lo stile e la composizione de' libri nell'antico e nuovo Testamento
dimostrano assai la diversità del loro ingegno. Si contentò Maometto
alla figura più modesta, ma più sublime, di semplice editore; secondo
lui e i suoi discepoli, la sostanza del Corano[104] è increata ed
eterna; esiste nella essenza della divinità ed è stata inscritta con una
penna di luce su la tavola de' suoi decreti eterni; l'angelo Gabriele,
che nella religione Giudaica aveva ricevuto le più rilevanti missioni,
gli recò, in un volume fregiato di seta e di gemme, una copia in carta
di quell'Opera immortale, e il fedel messaggero gliene rivelò
successivamente i capitoli ed i versetti. In vece di spiegare a un
tratto il perfetto e immutabile esemplare del volere di Dio, ne pubblicò
Maometto, come glien veniva talento, vari frammenti. Ciascheduna
rivelazione è adattata a' bisogni diversi delle sue passioni, o della
sua politica, e per sottrarsi al rimprovero di contraddizione pose per
massima, che ogni testo era abrogato o modificato da qualche passo
susseguente. I discepoli di Maometto scrissero accuratamente sopra
foglie di palma, o su omoplati di agnello, le parole di Dio e quelle
dell'appostolo, e queste diverse pagine forono gittate senz'ordine e
senza connessione in un forziere che il Profeta diede in custodia ad una
delle sue mogli. Due anni dopo la sua morte, Abubeker, amico e
successore di lui, compilò ordinatamente e diede alla luce il sacro
libro: il quale fu riveduto dal califfo Othmano nell'anno trentesimo
dell'Egira, e le varie edizioni del Corano partecipano tutte al
miracoloso privilegio di presentare un testo uniforme e incorruttibile.
Sia fanatismo, sia vanità, dai pregi del suo libro ricava la prova della
verità della sua missione: disfida arditamente uomini ed angeli ad
imitare la bellezza d'una delle sue pagine, ed osa affermare[105] che
Dio solo poteva dettare quello scritto[106]. Siffatto argomento fa
grande impressione su l'animo di un devoto Arabo inclinato sempre alla
credulità e all'entusiasmo, il cui orecchio è sedotto dal solletico de'
suoni, e che per ignoranza è inetto a raffrontare insieme le diverse
produzioni dello spirito umano[107]. Non potrà certamente nè l'armonia,
nè la ricchezza dello stile dell'originale passare nelle traduzioni
all'udito dell'infedele Europeo. Questi non iscorrerà che con impazienza
quella interminabile e incoerente rapsodia di favole, di precetti, di
declamazioni che rado inspira un sentimento o un pensiero, che striscia
talvolta su la polvere, e talvolta si dilegua per le nuvole. Gli
attributi di Dio esaltano l'immaginazione del missionario Arabo; ma i
suoi tratti più sublimi son di molto inferiori alla nobile semplicità
del libro di Giobbe, scritto nello stesso paese e nella lingua stessa,
da tempo antichissimo[108]. Se la composizione del Corano sorpassa le
facoltà dell'uomo, a qual intelletto superiore debbesi attribuire
l'Iliade d'Omero, le Filippiche di Demostene? In tutte le religioni, la
vita del fondatore supplisce al silenzio delle sue rivelazioni scritte:
le parole di Maometto furono considerate come tante lezioni di verità,
le sue azioni come esempi di virtù; dalle sue mogli, dai suoi compagni
fu conservata la rimembranza di quanto avea detto e fatto in tutta la
vita pubblica e privata. Due secoli appresso, il Sonna, o sia la legge
orale, fu statuita e consacrata dal lavoro di Al-Bochari, il quale
separò centomila dugentosettantacinque tradizioni autentiche da un
ammasso di tremila più incerte o men vere. Ogni giorno soleva questo pio
Autore trasferirsi a pregare nel tempio della Mecca. Ivi facea le sue
abluzioni colle acque dello Zemzem; depose successivamente le sue carte
su la cattedra e su la tomba dell'appostolo, e dalle quattro Sette
ortodosse de' Sonniti fu approvata quell'Opera[109].

Da prodigi strepitosi era stata confermata la missione di Mosè e di
Gesù, e gli abitatori della Mecca e di Medina eccitarono più volte
Maometto a dare ugual pruova per la sua, a far discendere dal cielo
l'Angelo e il libro che diceva d'averne ricevuto; a creare un giardino
in mezzo al deserto, o a distruggere la città miscredente con un
incendio. Tutte le volte ch'egli si sentia così cimentato da'
Coreishiti, se ne sottrasse, vantando in modo oscuro il dono di visioni
e di profezia; se ne appella alle pruove morali della sua dottrina, e si
mette a coperto dietro la Providenza, la quale nega que' segni e quelle
maraviglie che scemano il merito della fede, e la colpa aggravano della
infedeltà; ma dal tuono modesto, o collerico, delle sue risposte trapela
la debolezza e l'imbarrazzo suo, e que' passi sciagurati non lasciano
dubbio veruno intorno all'integrità del Corano[110]. I suoi Settari
parlano de' suoi miracoli più asseverantemente di lui, e la franchezza
della loro credulità va crescendo quanto più son lontani all'epoca e al
luogo delle sue imprese spirituali. Credono essi, o assicurano, che
andassero gli alberi ad incontrarlo; che fosse salutato da' sassi; che
scaturisse acqua dalle sue dita; che nudrisse miracolosamente i
famelici, sanasse gl'infermi, risuscitasse i morti; che una trave
mandasse gemiti al suo cospetto; che un cammello gli dirigesse lagnanze;
che una spalla di agnello lo avvisasse ch'era avvelenata, e che la
natura vivente del pari che la morta fossero sottomesse all'appostolo di
Dio[111]. Fu descritto seriamente il suo sogno d'un viaggio che fece di
notte, come se il fatto fosse vero e materiale. Un animal misterioso, il
borak, lo trasportò dal Tempio della Mecca a quello di Gerusalemme,
corse un dopo l'altro i sette cieli in compagnia dell'angelo Gabriele;
nelle rispettive dimore dei Patriarchi, de' Profeti, degli Angeli ne
ricevette, e restituì loro, la visita. Ebbe egli solo licenza di
oltrepassare il settimo cielo; aperse il velame dell'unità; giunse a due
tiri di dardo presso il trono di Dio, e tocco nella spalla dalla man
dell'Altissimo, ne sentì tal freddo che gli passò il cuore. Dopo questa
familiare e considerevole conversazione, calò di nuovo a Gerusalemme,
risalì sul borak, tornò alla Mecca, e spese soltanto la decima parte
d'una notte a compiere un viaggio di molte migliaia d'anni[112]. Giusta
un'altra leggenda confuse in un'adunata nazionale i Koreishiti i quali
gli facevano una maliziosa disfida. La sua prepotente parola divise in
due l'orbe lunare; l'obbediente pianeta si rimosse dal suo cammino, fece
sette rivoluzioni intorno alla Caaba, e dopo aver salutato Maometto, in
lingua Arabica, si impicciolì ad un tratto, entrò pel collo della sua
camicia, e ne uscì per la manica[113]. Queste novelle meravigliose son
di trastullo all'uomo volgare, ma i più gravi autori Musulmani imitano
la modestia del lor maestro, e lasciano una certa libertà di credenza o
d'interpretazione[114]. Potrebbono rispondere che per predicare la
religione non era necessario rompere l'armonia della Natura; che una
fede priva di misteri non ha uopo di miracoli, e che la spada di
Maometto[115] non era men potente che la verga di Mosè.

Il politeismo è oppresso e angustiato dalle tante superstizioni che
ammette la sua credenza: mille cerimonie venute dall'Egitto erano
frammiste alla sostanza della legge Mosaica, e lo spirito del Vangelo
s'era dileguato entro la vana pompa del culto. Il pregiudizio, la
politica o il patriottismo determinarono il Profeta della Mecca a
consacrare le cerimonie degli Arabi, non che l'usanza di visitare la
santa pietra della Caaba; ma spirano i suoi precetti una pietà più santa
e più ragionevole; l'orazione, il digiuno, la limosina, son questi i
doveri religiosi del Musulmano: gli viene data speranza che, nel suo
pellegrinaggio verso il cielo, sarà dall'orazione portato a mezza
strada, che il digiuno lo condurrà alla porta del palazzo
dell'Altissimo, e che le limosine gliene apriranno l'ingresso[116]. 1.
Secondo la tradizione del viaggio notturno, l'Appostolo, nella sua
conferenza con Dio, ebbe ordine d'imporre l'obbligo a' suoi discepoli di
fare cinquanta orazioni al giorno. Avendogli consigliato Mosè di
domandare che scemato fosse questo fardello insopportabile, a poco a
poco fu ridotto il numero a cinque, senza che gli affari, i piaceri, i
tempi o i luoghi potessero dispensarne. Alla punta del giorno, a
mezzodì, dopo pranzo, la sera, e nella prima vigilia della notte debbono
i fedeli rinnovare gli atti della lor divozione, e quantunque sia ben
menomato il fervor religioso, pure i viaggiatori rimangono edificati
tuttavia dalla perfetta umiltà, e dal raccoglimento con cui sogliono
orare i Turchi e i Persiani. La pulitezza è una introduzione alla
preghiera; sin da' più remoti tempi, usavano gli Arabi lavarsi di
sovente mani, viso e corpo: il Corano comanda espressamente queste
abluzioni, e in difetto d'acqua permette il servirsi di sabbia. Dal
costume e dalle decisioni de' dottori sono determinate le parole e le
attitudini, se si debba star seduto, in piedi, o colla faccia in terra;
ma consiste la preghiera in brevi e fervide giaculatorie; la pietà non è
stancata da una noiosa liturgìa, ed ogni Musulmano, in ciò che lo
risguarda, è investito del carattere sacerdotale. Fra i deisti che
rigettano le Immagini, si è giudicato conveniente fermare il volo della
fantasia fissando l'occhio e il pensiero verso un _Kebla_, o sia punto
visibile dell'orizzonte. Da principio fu tentato il Profeta di
prescegliere Gerusalemme, per divenire grato a' Giudei; ma presto si
ricondusse ad una inclinazione più naturale, e cinque volte al giorno
gli occhi de' Musulmani abitanti in Astracan, in Fez, in Delhi, stanno
devotamente rivolti al santo Tempio della Mecca. Non pertanto sono tutti
i luoghi ugualmente acconci al servigio di Dio; i Maomettani sono
indifferenti a pregare in casa o in istrada. Per distinguerli dai Giudei
e da' Cristiani, il lor Legislatore ha consacrato al culto pubblico il
venerdì d'ogni settimana; ragunasi il popolo nella moschea, e l'Imano,
per lo più vecchio venerando, sale il pulpito, fa l'orazione, indi una
predica; ma la religion Musulmana non ha nè Sacerdoti, nè Sagrificio; e
dallo spirito independente del fanatismo sono guardati con dispregio i
ministri e gli schiavi della superstizione. 2. Le mortificazioni
volontarie[117] degli ascetici, tormento e vanto della lor vita, erano
odiose ad un Profeta che biasima i suoi discepoli perchè han fatto voto
d'astenersi dalle carni, dal sonno, e dalle donne, e che avea fermamente
dichiarato che non soffrirebbe monaci nella sua religione[118]. Istituì
peraltro un digiuno di trenta giorni all'anno; raccomandò premurosamente
di osservarlo come cosa che monda l'anima e assoggetta il corpo, come un
esercizio salutare d'obbedienza al voler di Dio e del suo Appostolo. Nel
mese del Ramadan, dallo spuntare del sole sino al tramontare, il
Musulmano non mangia, nè beve; si priva di mogli, di bagni, di profumi,
nega a sè stesso ogni cibo atto a sostenere le forze e a fomentare
qualunque piacere che può soddisfare i sensi. Secondo le rivoluzioni
dell'anno lunare, il Ramadan cade alternativamente nel maggior freddo
del verno, o nel più forte ardore della state, e per dare alla sete una
stilla d'acqua, convien penosamente aspettare la fine d'una giornata
cocente. Maometto è il solo che abbia fatto una legga positiva e
generale[119] della proibizione del vino, che nelle altre religioni è
speciale per alcuni Ordini di sacerdoti o di romiti; e alla sua voce una
parte considerevole del globo ha abiurato l'uso di questo salubre ma
pericoloso liquore. Vero è che il libertino non si sottomette a queste
disgustose privazioni, e l'ipocrita sa eluderle; ma non si può incolpare
il Legislatore che ha posto questi regolamenti di sedurre i suoi
proseliti coll'esca de' piaceri sensuali. 3. La carità de' Musulmani
s'abbassa fino agli animali; e per quella che concerne agl'infelici e
agli indigenti viene più volte raccomandata dal Corano, non solamente
come opera meritoria, ma come un dovere assoluto e indeclinabile. Forse
Maometto è l'unico Legislatore che abbia assegnata la precisa misura
della limosina: sembra varia a seconda del grado e della qualità del
possedimento, cioè secondo che gli averi consistono in denaro, in grani
o in bestiame, in frutti o in mercanzie; ma per adempiere alla legge,
debbe il Musulmano dare la _decima_ delle sue rendite; e se ha peccato
di frode, o di estorsioni, è tenuto, quasi per una specie di
restituzione, a dare la _quinta_ parte in vece della _decima_[120].
Necessariamente dee la benevolenza guidare alla giustizia, poichè ci è
vietato di far danno a coloro che siamo obbligati ad assistere. Può bene
un Profeta rivelare gli arcani del cielo e dell'avvenire; ma nelle sue
massime morali non può che ripeterci le lezioni che dal proprio nostro
cuore abbiam già ricevute.

Ricompense e gastighi sono il sostegno de' due dommi, e de' quattro
doveri pratici dell'Islamismo: gli sguardi del Musulmano piamente
s'affisano sul Giudizio finale; e benchè non abbia osato il Profeta
stabilire l'epoca di quella tremenda catastrofe, accenna oscuramente i
segni, che in cielo e in terra, precederanno la dissoluzione universale
in cui tutti gli Esseri animati perderanno la vita, e l'ordine della
creazione tornerà nel primo caos. Al suono della tromba si vedranno dal
nulla emergere nuovi Mondi; gli angeli, i genii, gli uomini s'alzeranno
fuori dalle tombe, e l'anime umane saranno ricongiunte a' lor corpi.
Pare che sieno stati i primi gli Egiziani ad ammettere la dottrina della
risurrezione[121]; imbalsamarono le mumie, alzarono piramidi per
conservare l'antica dimora dell'anima durante un periodo di tremila
anni, parziale tentativo ed inutile: con mire più filosofiche si fonda
Maometto su l'onnipotenza del Creatore, che con una parola può ravvivare
l'argilla priva di vita, e raunare atomi innumerevoli che più non
conservino la lor forma o sostanza[122]. Non è facile a dirsi ciò che
sia dell'anima in quell'intervallo, e coloro che sono i più convinti
della sua spiritualità sentono troppo l'imbarazzo di spiegare come possa
poi pensare e operare senza l'intervento degli organi de' nostri sensi.

Il Giudizio finale succederà alla riunione del corpo e dell'anima; e
Maometto nel farne la dipintura su le tracce de' Magi, ha soverchiamente
seguìto le forme, ed anche le operazioni lente e successive d'un
tribunale umano. Lo incolpano i suoi intolleranti avversari d'avere
prodigalizzata sino ad essi stessi la speranza della salute, d'aver
propugnata la più peccaminosa eresia, dicendo che ogn'uomo che crede in
Dio e fa buone opere può aspettarsi nell'ultimo giorno una sentenza
favorevole. Poco si confaceva all'indole d'un fanatico sì ragionevole
indifferenza, nè v'ha ragion di pensare che un inviato del cielo abbia
scemato il pregio e la necessità delle proprie rivelazioni. Stando al
Corano[123] la fede in Dio è inseparabile dalla fede in Maometto; le
buone opere son quelle da lui prescritte, e da queste due condizioni
procede la necessità dell'Islamismo, al quale sono invitate tutte le
nazioni come tutte le Sette. Per iscusare la lor cecità spirituale,
indarno allegheranno ignoranza, o porranno in mezzo le lor virtù; punite
saranno con eterni tormenti: le lagrime poi che versò Maometto sul
sepolcro della madre, per la quale gli era vietato il pregare, sono una
manifesta contraddizione di fanatismo e d'umanità[124]. Il decreto è per
tutti gl'infedeli; quel grado d'evidenza che avranno rigettato, e la
gravità degli errori commessi, determineranno il grado del peccato e
della pena loro. Le dimore eterne de' Cristiani, degli Ebrei, de' Sabei,
de' Magi, degl'idolatri, stanno nell'abisso le une sotto l'altre, e
l'ultimo inferno è per li miscredenti ipocriti che si copersero colla
maschera di religione. Quando la maggior parte degli uomini sarà stata
riprovata per le loro opinioni, i soli veri credenti saranno secondo le
lor opere giudicati. Una bilancia vera, o allegorica, peserà esattamente
il bene e il male della vita d'ogni Musulmano, e allora vi sarà un
singolare compenso per la satisfazione delle ingiurie: una parte delle
azioni buone dell'offensore sarà computata a vantaggio dell'offeso in
proporzione del torto che gli fu fatto, e se l'offensore è spoglio di
questa spezie di proprietà morale, una parte proporzionale de' demeriti
dell'offeso verrà ad accrescere la massa de' suoi peccati. Sarà
pronunciata la sentenza secondo che il peso de' delitti o quello delle
virtù tracollerà nella bilancia, e tutti allora senza distinzione
passeranno il ponte acuto e pericoloso pendente sopra l'abisso; ma i
buoni, camminando su le pedate di Maometto, faranno il loro ingresso
glorioso in Paradiso, nel mentre che i peccatori saranno precipitati nel
primo e nel meno orribile de' sette inferni. Varierà la durata
dell'espiazione da nove secoli a settemila anni; ma fu abbastanza
scaltrito il Profeta per promettere che _tutti_ i suoi discepoli
(qualunque si fossero i loro peccati) sarebbero salvati per la lor fede,
e per sua intercessione, dall'eterna condanna. Non faccia maraviglia che
per mezzo della tema operi la superstizione più fortemente sullo spirito
umano, poichè con più energia dall'immaginazione si dipinge la miseria
di quel che la felicità della vita futura. Senz'altro sussidio che fuoco
e oscurità, ecco fatta l'immagine d'un supplizio che coll'idea
dell'eternità può aggravarsi all'infinito; ma questa idea medesima
d'eternità genera un effetto contrario allora che si tratta della durata
del piacere; e i nostri godimenti troppo sovente non provengono che
dalla cessazione del dolore, o dal paragone dello stato nostro con un
altro più infelice. È assai naturale che un Profeta arabo descriva
enfaticamente i boschetti, le fontane, le riviere del paradiso; ma in
vece di dare a' beati il nobile diletto della musica, della scienza,
dell'amicizia e del commercio spirituale, ne colloca puerilmente la
felicità nello sfarzo delle perle e de' diamanti, delle vesti di seta,
de' palagi marmorei, del vasellame d'oro, de' vini squisiti, delle
golosità raffinate, d'un seguito numeroso, e di tutta quella pompa di
lusso e di sensualità, che diviene al suo possessore insipida pur anche
nel breve spazio assegnato alla vita nostra mortale. L'ultimo de'
credenti avrà per suo uso settantadue houris, o fanciulle, dagli occhi
neri, dotate d'una bellezza mirabile, di tutta la freschezza della
gioventù, d'una purità virginale, d'una sensibilità squisita: l'istante
del piacere si prolungherà per migliaia d'anni, e con facoltà
centuplicate degni saranno i beati della loro felicità. Qualunque siasi
per questo rispetto la volgare opinione, certo è ch'egli apre a' due
sessi le porte del cielo; ma non ha voluto spiegarsi riguardo agli
uomini che le donne vi troverebbero, per timore di recare inquietudine
alla gelosia de' loro primi mariti, o di turbarne la contentezza col
dubbio che eterno sarebbe per avventura il lor matrimonio. Questa
dipintura d'un paradiso sensuale suscitò lo sdegno e forse l'invidia de'
monaci[125]; l'impura religione di Maometto è la materia delle
declamazioni di costoro, e il pudore di qualche apologista del Corano
non ha altro spediente a cui appigliarsi fuorchè le figure e le
allegorie; ma da' dottori più bravi e più conseguenti s'ammette, senza
arrossirne, l'interpretazion letterale del Corano: di fatti inutile
sarebbe la risurrezione del corpo se non gli si restituisce l'esercizio
delle sue facoltà più preziose, ed è necessaria la riunione de' piaceri
de' sensi e dell'intelletto a far perfetta la felicità dell'uomo, che di
due sostanze è composto. Le gioie peraltro del paradiso di Maometto non
saranno ristrette a' piaceri del lusso, e alla soddisfazione degli
appetiti sensuali; il Profeta dichiara espressamente che i santi e i
martiri, ammessi alla beatitudine della visione divina, dimenticheranno
e avranno a sdegno tutte le spezie d'un grado inferiore[126].

[A. D. 609]

Le prime e le più malagevoli conquiste che fece Maometto alla sua nuova
religione[127], quelle furono di sua moglie, del servo, del pupillo e
d'un amico[128], avvegnacchè si dava per Profeta con quelli che men
d'ogn'altro potevano dubitare se fosse o no soggetto alle infermità
della natura. Nonostante, credette Cadijah alle parole del marito, e fu
a parte della sua gloria: Zeid, docile ed affezionato, si lasciò sedurre
dalla speranza della libertà; l'illustre Alì, figlio di Abu-Taleb,
abbracciò le opinioni di suo cugino coll'energia d'un giovane eroe; e la
fortuna, la moderazione e la veracità di Abubeker francheggiarono la
religione del Profeta cui succeder doveva. Persuasi da lui, dieci de'
più ragguardevoli cittadini della Mecca assentirono d'essere
privatamente ammaestrati nella dottrina dell'Islamismo: cedendo al grido
della ragione e dell'entusiasmo, divennero l'eco del domma fondamentale:
«Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio»; e per
guiderdone della lor fede ottennero ancor viventi e ricchezze ed onori,
e il comando degli eserciti e l'amministrazione de' regni. Tre anni
furono impiegati in silenzio alla conversione di quattordici proseliti:
furono quelli i primi frutti di sua missione; ma sin dal quarto anno
prese il carattere d'un Profeta, e volendo comunicare alla sua famiglia
la luce delle divine verità, fece imbandire un banchetto composto, è
fama, d'un agnello e d'un vaso pieno di latte, e convitò quaranta
persone della razza degli Hashemiti. «Cari amici ed alleati, disse loro,
vi offro, e sono io il solo che offerir vi possa i più preziosi
donativi, i tesori di questo Mondo e dell'altra vita. Iddio mi ha
comandato di chiamarvi al suo servizio. Chi è tra voi che voglia
aiutarmi a portare il mio carico? chi vuol essere mio compagno e mio
visir[129]?» Nulla gli fu risposto: per lo stupore, per l'incertezza o
pel disprezzo stavan chiuse tutte le bocche; quando finalmente Alì,
giovanotto di quattordici anni, caldo d'ardore e d'ardire, ruppe il
silenzio, e sclamò: «Profeta, son io quegli che cerchi: se oserà
qualcuno levarsi contro di te, io gli spezzerò i denti, gli caverò gli
occhi, gli romperò le gambe, gli spaccherò il ventre. Profeta, sarò io
il tuo visir». Accolse Maometto con gran trasporto questa profferta, e
fu ironicamente esortato Abu-Taleb a rispettare la nuova dignità di suo
figlio. Avendo poscia voluto il padre d'Alì, in tuono serio, indurre il
nipote ad abbandonare un impegno ineseguibile: «Risparmiate i consigli,
rispose allo zio suo benefattore l'intrepido fanatico: quando si ponesse
il sole sulla mia destra, la luna sulla sinistra non si cangerebbe la
mia risoluzione». Per dieci anni perseverò nell'esercizio della sua
incumbenza, e questa religione, che ha soggiogato l'Oriente e
l'Occidente, non pose radici nelle mura della Mecca che con gran
lentezza e difficoltà. Aveva peraltro il contento di vedere che la sua
piccola congregazione di unitari andava ogni giorno crescendo; n'era
rispettato come un Profeta, ed egli a tempo e luogo le comunicava il
cibo spirituale del Corano. Si può argomentare il numero de' suoi
proseliti dalla partenza di ottantatre uomini e di diciotto donne che
nel settimo anno della sua missione si ritirarono in Etiopia; la sua
Setta fu assai presto rafforzata per la conversione di Hamza suo zio, e
dell'inflessibile e feroce Omar, che adoperò in favor dell'Islamismo
collo stesso zelo con cui ne aveva tentata la distruzione. Non si
racchiuse la carità di Maometto nella sola tribù di Koreish o nel
recinto della Mecca; nelle grandi solennità, o ne' giorni di
peregrinazione, andava alla Caaba, favellava agli stranieri di tutte le
tribù, e sia nelle conferenze particolari, sia nelle pubbliche aringhe,
predicava la credenza e il culto d'un solo Dio. Debole allora di forze e
saggio nella sua dottrina, sosteneva la libertà di coscienza, e
riprovava l'uso della violenza in materia di religione[130]: ma esortava
gli Arabi alla penitenza, e scongiuravali a risovvenirsi degli antichi
idolatri di Ad e di Thamud, che la giustizia divina avea disperso dalla
faccia della terra[131].

[A. D. 613-622]

Dalla superstizione e dalla gelosia era confermato nella incredulità il
popolo della Mecca. Gli anziani della città, gli zii del Profeta,
affettavano dispregio dell'ardimento d'un orfano che voleva figurare da
riformatore del suo paese. Le pie preghiere di Maometto nella Caaba
erano perseguitate dalle grida di Abu-Taleb: «Cittadini e pellegrini,
gridava, non date orecchio al tentatore, non date retta alle sue empie
novità: state invariabilmente attaccati al culto di Al Lata e Al Uzzah».
Non ostante, questo vecchio Capo amava sempre il figlio d'Abdallah, e ne
difendeva la persona e la riputazione contro gli assalti de' Koreishiti,
la cui gelosia da lungo tempo era adontata dalla preminenza della
famiglia di Hashem. Coprivano l'odio sotto il colore della religione; al
tempo di Giobbe, il magistrato Arabo puniva il delitto d'empietà[132], e
Maometto era reo del delitto d'abbandonare e rinnegare gli Dei della sua
nazione; ma la Polizia della Mecca era sì difettosa, che i Capi dei
Koreishiti, anzi che accusare un reo, furono obbligati ad usare la
persuasione o la violenza. Più volte si diressero ad Abu-Taleb con aria
di rimprovero e di minaccia. «Tuo nipote, gli dissero, insulta la nostra
religione, accusa d'ignoranza e di follìa i nostri saggi antenati; fallo
tacere subitamente acciocchè non turbi e sollevi la città. Se prosegue
così, sguaineremo la spada contro lui e i suoi aderenti, e tu renderai
conto del sangue de' tuoi concittadini». Abu-Taleb potè pel suo credito
e per la sua moderazione sottrarsi alla violenza di questa fazion
religiosa. I più deboli o più timidi fra i discepoli di Maometto si
ritrassero in Etiopia, e il Profeta andò in cerca d'asili in diversi
luoghi, sia in città sia in campagna, che gli offrissero qualche
sicurezza. Continuando a difenderlo la sua famiglia, il rimanente della
tribù di Koreish s'impegnò a rinunziare ogni commercio co' figli di
Hashem, a nulla comperare da loro, a nulla vendere ad essi, a non
contrarre più matrimoni seco loro, ma a perseguitarli senza pietà
finattanto che non consegnassero alla giustizia degli Dei Maometto.
Questo decreto fu sospeso nella Caaba, ed esposto alla vista di tutta la
nazione; gli emissari de' Koreishiti perseguitarono i Musulmani sin nel
cuore dell'Affrica, assediarono il Profeta e i suoi più fidi discepoli,
li privarono d'acqua, e con rappresaglie dall'una e dall'altra parte
s'inviperì la reciproca animosità. Parve che una tregua, di poca durata,
riconducesse la concordia, ma colla morte d'Abu-Taleb rimase abbandonato
Maometto in balìa de' nemici; e la morte della fedele e generosa Cadijah
gli levava ogni consolazione domestica. Abu-Sophian, Capo del ramo
d'Ommiyah, succedette alla primaria dignità della repubblica della
Mecca. Il quale, zelante adoratore degl'idoli, nemico mortale della
famiglia di Hashem, convocò un'assemblea de' Koreishiti e de' loro
alleati per decidere della sorte dell'appostolo. Imprigionandolo, si
poteva provocare il suo coraggio ad atti di disperazione, ed esiliando
un fanatico eloquente, e accetto al popolo, si potea da lui diffondere
il male in tutte le province dell'Arabia. Fu decisa la sua morte, ma si
convenne che per dividere il delitto e prevenire la vendetta degli
Hashemiti, un Membro d'ognuna delle tribù gl'immergerebbe la spada nel
petto. Da un angelo o da una spia fu informato di quella sentenza, nè
vide scampo fuorchè nella fuga[133]. A mezza notte, accompagnato dal suo
amico Abubeker, fuggì cheto cheto di casa; attendendo i sicari alla
porta, ma rimasero ingannati dalla figura d'Alì, che dormiva nel letto
dell'appostolo, vestito del suo abito verde. Ebbero rispetto i
Koreishiti alla pietà del giovane eroe, ma in alcuni versi d'Alì, che
sussistono ancora, abbiamo una descrizione commovente delle sue
inquietudini, della sua tenerezza, della sua religiosa fiducia. Maometto
e il suo compagno si tennero nascosti per tre giorni nella caverna di
Thor, distante dalla Mecca una lega: quando imbruniva la notte, il
figlio e la figlia d'Abubeker recavano ad essi i viveri, e le notizie di
quel che nella città succedeva. I Koreishiti, che attentamente spiavano
per tutti i dintorni, giunsero all'ingresso della caverna; ma la
Providenza, dicesi, li deluse con un ragnatelo, e con un nido di colombo
che erano situati in modo da persuadere che niuno vi fosse entrato. «Non
siamo che due», diceva tremante Abubeker: «un terzo è con noi, rispose
il Profeta, ed è Iddio medesimo». Rallentato che fu alquanto l'ardore
delle persecuzioni, uscirono della spelonca i due fuggiaschi, e salirono
su i lor cammelli; camminavano alla volta di Medina quando furono
arrestati dagli emissari de' Koreishiti; a forza di preghiere e di
promesse poterono scampare dalle lor mani. In quel critico momento
avrebbe la lancia d'un Arabo cangiata la storia del Mondo. Questa fuga
di Maometto, che passò dalla Mecca a Medina, stabilisce l'epoca
memoranda dell'Egira[134], che dopo dodici secoli segna ancora gli anni
lunari delle nazioni Musulmane[135].

[A. D. 622]

La religion del Coran sarebbe morta in culla, se non avesse Medina
accolto con fede e con riverenza i santi esuli della Mecca. Medina, o la
_città_ che nomavasi Yatreb avanti che fosse consecrata come il trono
del Profeta, era divisa fra due tribù, i Caregiti e gli Awsiti, dove i
menomi accidenti di continuo risvegliavano l'odio ereditario; erano suoi
umili alleati due colonie di Giudei che vantavano origine sacerdotale;
senza convertire gli Arabi avevano introdotto fra loro quel genio della
scienza e delle idee religiose che procacciò a Medina l'onore d'esserci
soprannomata la città del _Libro_. Avendo le predicazioni di Maometto
convertiti alcuni de' suoi cittadini più nobili venuti in pellegrinaggio
alla Caaba, tornando a casa, diffusero la cognizione del vero Dio e del
suo Profeta; e la novella alleanza de' Medinesi coll'appostolo fu
ratificata dai loro deputati in due conferenze secrete, che si tennero
la notte sur una collina dei sobborghi della Mecca. Nella prima, dieci
Caregiti e due Awsiti si unirono di religione e d'affetto, e
dichiararono in nome delle loro mogli, dei figli e dei fratelli assenti
che per sempre professerebbero i dommi del Corano, e ne osserverebbero i
precetti. Produsse la seconda un'associazione politica che fu il
principio dell'impero de' Saraceni[136]. Settantatre uomini e due donne
di Medina ebbero una solenne conferenza con Maometto, co' suoi alleati e
co' suoi discepoli, e scambievolmente prestarono giuramento di fedeltà.
Promisero gli abitanti di Medina in nome della loro città, che se
sbandito fosse Maometto, lo riceverebbero come un alleato, che gli
obbedirebbero come a Capo, e che lo difenderebbero sino all'ultima
estremità con tanta costanza come le proprie mogli ed i figli. «Ma se vi
richiama la vostra patria, dimandarono con un'inquietudine per lui
onorevole, abbandonerete i vostri nuovi alleati? — Tutto ora è comune
tra noi, rispose Maometto ridendo; il vostro sangue è mio sangue; mia la
ruina vostra. Siamo avvinti gli uni agli altri dall'onore e
dall'interesse. Io son l'amico vostro, e il nemico de' vostri nemici. —
Ma se spendiamo la vita per voi, qual premio ne avremo? soggiunsero i
deputati di Medina. — Il PARADISO, replicò Maometto. — Stendi dunque la
mano», gridarono. L'appostolo stese la mano, ed essi rinnovellarono il
giuramento di sommessione e di fedeltà. Ratificò il popolo questo
trattato, e con unanime voto accettò l'Islamismo. Si rallegrarono gli
abitanti di Medina per l'esilio di Maometto, ma tremavano per la
sicurezza sua, e ne attesero con impazienza l'arrivo. Dopo un cammino
pericoloso e rapido lungo la costa del mare, posò a Koba, situata a due
miglia da Medina, e fece il suo pubblico ingresso sedici giorni dopo la
fuga dalla Mecca. Gli andarono incontro cinquecento cittadini, e da ogni
parte udì acclamazioni di fedeltà e di riverenza. Sedeva sopra un
cammello femmina, coperto da un ombrello la testa, e davanti a lui era
portato un turbante spiegato a guisa di stendardo. I suoi più prodi
discepoli, dispersi dalla tempesta, si radunarono intorno a lui, e i
suoi Musulmani, eguali tutti di merito si distinsero co' nomi di
_Mohageriani_, e d'_Ansari_, fuggiaschi gli uni dalla Mecca, e gli altri
ausiliari di Medina. Per soffocare ogni seme di gelosia, bravamente
immaginò di congiugnere a due a due i primari tra loro con investirli di
dritti e obbligandoli a legami fratellevoli. Dopo questa disposizione,
Alì rimase solo, e amorevolmente dichiarò il Profeta sè voler essere
compagno e fratello di quel giovane gentiluomo. Riuscì in tutto a bene
questo espediente; e in pace e in guerra fu rispettata la santa
fraternità, e le due parti studiarono di segnalarsi con generosa gara di
coraggio e di fedeltà. Una sola volta addivenne che una contesa
accidentale alcun poco turbò quella unione; un patriotta di Medina
accusò i forestieri d'insolenza; lasciò travedere che si potevano
cacciare, ma fu inteso con raccapriccio, e suo figlio si profferse
vivacemente a recare al piè dell'appostolo la testa del proprio padre.
Dal punto che Maometto stanziossi in Medina, esercitò i poteri di re e
di gran Pontefice, e fu empietà il non piegare il capo a' decreti d'un
giudice dalla sapienza divina inspirato. Ricevette egli in dono o
comperò un piccolo pezzo di terra appartenente a due orfanelli[137]:
quivi fabbricò una casa ed una moschea più venerande nella rozza loro
semplicità che non i palagi ed i templi de' Califfi d'Assiria. Fece
incidere nel suo suggello d'oro o d'argento il suo titolo di appostolo;
quando faceva orazione, e predicava nell'assemblea, che tenevasi ogni
settimana, si appoggiava al tronco d'una palma, e solamente lungo tempo
dopo fece uso d'un seggio, o d'una cattedra di legno lavorata alla
grossolana[138]. Dominava già da sei anni, quando mille e cinquecento
Musulmani raccolti sotto le armi giurarono nuovamente fedeltà; e
Maometto di bel nuovo promise loro assistenza sino alla morte
dell'ultimo di loro, o al totale discioglimento della Lega. Nel campo
medesimo ebbe a scorgere con maraviglia il deputato della Mecca quanta
fosse l'attenzione de' fedeli alle parole, e ai sguardi del Profeta, la
premura nel raccogliere sia gli sputi sia i capegli che gli cadevano, e
l'acqua che serviva alle sue ablazioni; quasi tutte queste cose un grado
avessero di profetica virtù. «Ho veduto, diss'egli, il Cosroe della
Persia e il Cesare di Roma; ma non ho mai veduto un re così rispettato
da' sudditi quanto lo è Maometto da' suoi compagni». Il devoto fervore
del fanatismo in fatti si manifesta in guisa più energica e vera che la
fredda e cerimoniosa servilità delle Corti.

Ogn'uomo, nello stato di natura, ha diritto d'impiegare la forza
dell'armi in difesa della sua persona o delle sue proprietà, di
respingere ed anche di prevenire la violenza de' nemici, e di continuare
le ostilità sinattanto che abbia ottenuto una giusta soddisfazione, o
che sia giunto a quell'ultimo segno ch'è stabilito per le rappresaglie.
Nella libera società degli Arabi, i doveri di suddito e di cittadino non
metteano un grave freno, e Maometto, adempiendo una missione di carità e
di pace, era stato spogliato e sbandito dall'ingiustizia de' suoi
concittadini. Per l'elezione fattane da un popolo independente, il
fuoruscito della Mecca era stato elevato alla dignità di sovrano, e
legittimamente avea ricevuta la prerogativa di formare alleanze, e di
fare la guerra offensiva e difensiva. Suppliva la pienezza della potenza
divina all'imperfezione de' suoi diritti, e diveniva il fondamento del
suo potere: prese egli nelle sue nuove rivelazioni un'aria più feroce e
più sanguinaria, pruova, che l'anteriore moderazione che usò era stata
una conseguenza della sua debolezza[139]. Avea tentato le arti della
persuasione, ma passato era il tempo della pazienza; dichiarò che Iddio
gli comandava di propagare la religione col ferro, di abbattere i
monumenti dell'idolatria, e di perseguitar le nazioni miscredenti senza
rispetto a' giorni o a' mesi santi. Attribuì all'autore del Pentateuco e
dell'Evangelo que' precetti di sangue che dal Corano ripetonsi ad ogni
pagina; ma il carattere di dolcezza che si scorge nello stile
dell'Evangelo permette di spiegare altrimenti quel passo equivoco ove
sta scritto, che Gesù ha recato in terra non la pace, ma la spada; e non
denno confondersi le sue virtù pazienti e modeste collo zelo
intollerante de' principi e de' vescovi, che il nome disonorano di suoi
discepoli. A giustificare questa guerra di religione, allegava con più
esattezza Maometto[140] l'esempio di Mosè, o quello de' Giudici e de' re
d'Israello. Le leggi militari degli Ebrei sono anche più rigorose di
quelle dell'Arabo legislatore[141]. Il Dio degli eserciti marciava in
persona davanti a' Giudei; se una città resisteva, passavano a fil di
spada i maschi senza distinzione: le sette nazioni di Canaan furono
esterminate, nè il pentimento o la conversione valeano a sottrarle
dall'inevitabile sentenza, per la quale non si dovea entro il recinto
del lor dominio risparmiare veruna creatura vivente. Maometto almeno
lasciò a' nemici la libertà di scegliere la sua amicizia, la
sommessione, o la guerra. Come tosto professassero l'Islamismo, gli
ammetteva a' vantaggi temporali o spirituali de' suoi primi discepoli, e
li facea combattere sotto le bandiere medesime per la gloria della
religione a cui s'erano addetti. Per lo più la sua clemenza era ligia al
suo interesse, ma di rado conculcava il nemico atterrato, e par che
prometta che per un tributo lascerà a' men colpevoli de' sudditi
increduli il culto loro, o almeno l'imperfetta lor fede. Sin dal primo
mese del suo regno eseguì quanto avea ne' suoi precetti statuito su la
guerra religiosa, e inalberò il suo vessillo bianco davanti le porte di
Medina; l'appostolo guerriero si trovò in persona a nove battaglie o a
nove assedii[142], e in dieci anni compiè da sè stesso, o coll'opera de'
suoi luogotenenti, cinquanta imprese guerresche. Continuava egli, nella
sua qualità d'Arabo, a esercitare le professioni di mercadante e di
ladrone, e colle piccole scorrerie che andava facendo, per difendere o
assaltare una caravana, disponeva a poco a poco le sue genti alla
conquista dell'Arabia. Una legge divina avea regolato il comparto del
bottino[143], il quale veniva fedelmente ammassato in un solo cumulo;
riservava il Profeta per opere pie e caritatevoli un quinto dell'oro e
dell'argento, de' prigionieri e del bestiame, de' mobili e
degl'immobili; del resto faceva parti eguali cui distribuiva a' soldati,
sia che avessero riportato vittoria, o custodito il campo; le ricompense
di quelli che avessero perduto la vita passavano alle mogli ed ai figli;
per animare poi la gente ad accrescere la cavalleria, dava una porzione
al cavaliere ed una al cavallo. Accorrevano da ogni luogo gli Arabi
erranti a porsi sotto il vessillo della religione e del saccheggio: era
stato premuroso il Profeta a santificare il commercio de' soldati colle
donne prigioniere sia che fossero trattate come spose, sia da concubine;
egli mostrava loro nel godimento della fortuna e della bellezza una
debole immagine delle gioie del paradiso destinate a' prodi martiri
della Fede: «La spada, egli diceva, è la chiave del cielo e
dell'inferno; una goccia di sangue versata per la causa di Dio, una
notte passata in armi, varranno più che due mesi di digiuni e
d'orazioni: chi perirà in battaglia otterrà il perdono de' peccati;
nell'ultimo giorno, le sue ferite saranno lucide come il minio, odorose
come il muschio; ali d'angeli e di cherubini saranno sostituite alle
membra ch'egli abbia perdute». In tal guisa seppe infiammare l'anima
intrepida degli Arabi. L'idea di un Mondo invisibile si dipingeva con
forti colori alla fantasia di quel popolo, e quella morte che già
sprezzavano divenne oggetto di speranza e di desiderio. Insegna il
Corano, nel significato il più assoluto, i dommi della predestinazione e
della fatalità che spegner potrebbero ogn'industria ed ogni virtù, se
l'uomo regolasse la vita colle proprie opinioni: que' dommi peraltro
hanno in ogni tempo esaltato il coraggio de' Saraceni e de' Turchi. I
primi compagni di Maometto marciavano alla battaglia con intrepidezza:
non vi ha pericolo ove non sia incertezza d'evento; se erano
predestinati a morire nel proprio letto, esser doveano sicuri e
invulnerabili in mezzo a' dardi de' combattenti[144].

Avrebbe la fuga di Maometto bastato per avventura a satisfare i
Koreishiti, se temuto e presentito non avessero la vendetta d'un nemico
il quale era in luogo ove intercettare il commercio loro per la Siria
nel passaggio all'andata e al ritorno pel territorio di Medina. Lo
stesso Abu-Sophian colla sola scorta di trenta o quaranta guerrieri
guidava una caravana di mille cammelli, e fu tanto felice, o ben
regolato, il suo viaggio che deluse la vigilanza del Profeta, ma seppe
che i santi ladroni stavano in imboscata, spiando il suo ritorno. Spedì
un corriere a' suoi fratelli della Mecca, i quali per il timore di
perdere merci e munizioni volarono immantinenti a soccorrerlo con tutte
le forze della città. La santa masnada dell'appostolo contava trecento
tredici Musulmani, fra i quali settantasette fuorusciti, il resto
ausiliari; non avea che settanta cammelli, che servivano
alternativamente a ciascheduno di loro (i cammelli d'Yatreb erano
terribili in guerra); ma tanta era la miseria de' suoi primi discepoli,
che due soli erano coloro che potessero comparire a cavallo sul campo di
battaglia[145]. Si trovava egli nella celebre e fertile vallata di
Beder[146], lungi tre giornate da Medina, quando le sue vedette
l'avvisarono, che s'appressava da una parte la caravana, e dall'altra i
Koreishiti con cento cavalli ed ottocento cinquanta fanti. Dopo breve
deliberazione decise di sagrificare le ricchezze alla gloria ed alla
vendetta; fece un piccolo trinceramento per coprire le sue genti e un
ruscello d'acqua dolce che bagnava la valle. «O Dio, esclamò egli,
mentre i Koreishiti calavano dalle colline, o Dio, chi più t'adorerà su
la terra se i miei guerrieri periscono? — Animo, figli miei, stringete
le file, scagliate i vostri dardi, e la vittoria è nostra». Dopo queste
parole s'assise con Abubeker sopra un trono o cattedra[147], ed invocò
con gran fervore l'aiuto di Gabriele e di tremila angeli. Tenea fisso
l'occhio sul campo di battaglia; già cedeano i suoi soldati, ed erano
sul punto di rimanere sconfitti; quando il Profeta si slanciò dal trono,
salì a cavallo, e gittò un pugno di sabbia in aria, gridando: «La faccia
di coloro sia coperta d'obbrobrio.» I due eserciti, colpiti dal suono
della sua voce, credettero vedere la squadra angelica da lui chiamata in
soccorso[148]: tremarono i Koreishiti, e si diedero alla fuga: settanta
de' più valorosi furono uccisi, e settanta prigionieri decorarono il
primo trionfo dei fedeli. I morti furono spogliati e insultati: due
prigionieri giudicati i più rei ebbero la morte, e gli altri pagarono
pel riscatto quattromila dramme d'argento, che furono qualche compenso
per la fuga della caravana; ma indarno i cammelli d'Abu-Sophian
cercarono una nuova strada in mezzo al deserto e lungo l'Eufrate;
pervenne ancora la vigilanza di Maometto a coglierli in via, e il
bottino dovette essere considerevole, se, come è fama, la quinta parte
dell'appostolo fu di ventimila dramme. Abu-Sophian irritato per la
perdita pubblica e propria, ragunò un corpo di tremila uomini, fra'
quali settecento armati di corazze e dugento cavalieri: tremila cammelli
lo seguitarono, ed Henda, sua sposa, con quindici matrone della Mecca,
batteva continuamente il tamburino per animare i soldati ed esaltare la
grandezza di Hobal, la divinità più popolare della Caaba. Da novecento
cinquanta credenti era difeso il vessillo di Maometto; la sproporzione
del numero non era più grande di quel che fosse alla giornata di Beder,
e tanta era la lor fiducia che la vinse su l'autorità divina, e su le
ragioni umane che volle adoperare Maometto per dissuaderli dal
combattere. La seconda battaglia si fece sul monte Ohud, lungi sei
miglia da Medina al settentrione[149]: s'avanzarono i Koreishiti in
forma di mezza luna, e Caled, il più terribile e il più fortunato de'
guerrieri Arabi, conducea l'ala diritta della cavalleria. Maometto da
bravo capitano collocò i suoi soldati sul pendìo del colle, e lasciò nel
di dietro un distaccamento di cinquanta arcieri. La carica fu sì
vigorosa che sbaragliò il centro degli idolatri, ma nell'inseguirli
perdettero il vantaggio del terreno; gli arcieri abbandonarono il posto;
gli uni e gli altri allettati dall'esca del bottino, disubbidirono al
generale, e ruppero l'ordinanze. Allora l'intrepido Caled girando la sua
cavalleria a' fianchi, e da tergo de' nemici, gridò ad alta voce che
Maometto era stato ucciso. Avea questi di fatto sofferto un colpo di
chiaverina nella faccia, e un sasso gli aveva spezzato due denti; ma in
mezzo al disordine ed al terrore sgridava gl'infedeli feritori d'un
Profeta, e benediva la mano amichevole che ne stagnava il sangue, e lo
conduceva in luogo di sicurezza. Settanta martiri perdettero la vita pe'
peccati del popolo; caddero orando, dice l'appostolo, e tenendo ciascuno
abbracciato il corpo del commilitone morto con lui[150]: le femmine
della Mecca inumanamente mutilarono i cadaveri, e la sposa di
Abu-Sophian mangiò un brano delle viscere di Hamza, zio di Maometto.
Poterono i Koreishiti godere del trionfo della loro superstizione, e
sfogare il furore ond'erano invasi; ma il piccolo esercito di Maometto
si riordinò prestamente sul campo di battaglia, senza avere però nè
forza, nè coraggio per porre l'assedio a Medina. Nell'anno seguente fu
assalito l'appostolo da diecimila nemici, e questa terza spedizione
prese il nome ora dalle _nazioni_ che marciavano sotto le bandiere
d'Abu-Sophian, ora dalla _fossa_ che fu scavata davanti alla città e al
campo, dove, in numero di tremila, i Musulmani si tenevano trincerati.
Evitò Maometto prudentemente un'azion generale: Alì si segnalò in un
duello: la guerra si prolungò per venti giorni, indi i confederati si
ritirarono. Una bufèra accompagnata da pioggia e da grandine rovesciò le
lor tende: un avversario insidioso ne fomentava le dissensioni, e i
Koreishiti nella diffalta de' loro alleati perdettero ogni speranza di
atterrare il trono, o di fermar le conquiste dell'uomo invincibile che
aveano proscritto[151].

[A. D. 623-627]

Dalla scelta che volea far Maometto della città di Gerusalemme per primo
_Kebla_ dell'orazione, si manifesta l'inclinazione inspiratagli da'
Giudei; ed era da desiderarsi, pe' temporali loro interessi, che
avessero ravvisato nel Profeta arabo la speranza d'Israele, e il Messia
ad essi promesso. L'ostinazione dei Giudei convertì in odio implacabile
la sua affezione; perseguitò egli quel popolo sciagurato sino all'ultimo
istante della sua vita, e pel suo duplice carattere d'appostolo e di
conquistatore, avvenne che la sua persecuzione si stese a questo Mondo e
nell'altro[152]. I Kainoka abitavano Medina, protetti dalla città:
Maometto colse l'occasione d'un tumulto, nato a caso, per dichiarare che
dovevano essi abbracciare la sua religione, o combattere. «Oimè,
risposero sbigottiti gli Ebrei, noi non sappiamo trattare l'armi, ma
perseveriamo nella credenza e nel culto de' padri nostri; e perchè vuoi
tu ridurci alla necessità d'una giusta difesa?» Questa lotta disuguale
si terminò in quindici giorni, e solo con estrema ripugnanza s'arrese il
Profeta alle istanze de' suoi alleati, e fece grazia della vita a'
prigioni, ma ne confiscò le ricchezze. Divennero più formidabili l'armi
di questi in pugno a' Musulmani di quel che lo fossero state in lor
mano, e settecento infelici esiliati dovettero colle mogli e co' figli
mendicare un asilo su le frontiere della Sorìa. I più rei erano i
Nadhiriti, per aver tentato d'assassinare il Profeta in una conferenza
amichevole. Maometto ne assediò il castello distante da Medina tre
miglia; ma quelli si difesero con tanto valore che ottennero una
capitolazione decorosa; uscì la guarnigione a tamburo battente, e
ricevette tutti gli onori di guerra. Aveano i Giudei suscitata la guerra
de' Koreishiti, e vi si erano immischiati: dal punto che le _nazioni_ si
scostarono dalla _fossa_, Maometto, senza mai deporre l'arnese,
s'incamminò nel giorno stesso ad estirpare la razza nemica dei figli di
Koraidha. Dopo una resistenza di venticinque giorni, si arresero a
discrezione. Fondavano qualche speranza nell'intervento de' loro alleati
di Medina, ma avrebbero dovuto sapere che il fanatismo estingue
l'umanità. Un vecchio venerando, al giudizio del quale si sottoposero
volontari, pronunziò contro tutti la sentenza di morte. Settecento Ebrei
incatenati furono condotti su la piazza del mercato, furono calati vivi
nella fossa preparata pel supplizio e per la sepoltura loro, e il
Profeta con occhio imperturbato mirò la strage de' suoi nemici
disarmati. Da' Musulmani si ereditarono le pecore e i cammelli degli
uccisi; trecento corazze, cinquecento picche, e mille lance furono la
parte più utile delle spoglie. Chaibar, città antica e opulenta, lontana
sei giornate al nord-est di Medina, era il centro della potenza degli
Ebrei in Arabia; il suo territorio fertile, nel cuor del deserto, era
sparso di piantagioni e di bestiame, e difeso da otto castella, molte
delle quali imprendibili. Avea Maometto dugento cavalieri, e mille e
quattrocento fanti; in una serie d'otto assedii laboriosi, che bisognava
fare in maniera metodica, queste schiere furono esposte a' rischi, alla
fatica e alla fame, e già i Capi più ardimentosi disperavano del buon
successo. Rianimò l'appostolo la lor fedeltà e il coraggio citando le
glorie d'Alì, ch'egli nomò il Leone di Dio. Forse si può credere per
vero che la terribile scimitarra di questo tagliò in due un soldato
Ebreo di statura gigantesca; ma sarebbe difficile per noi lodare il
senno de' romanzieri, che ce lo rappresentano in atto di levare da'
gangheri la porta d'una Fortezza, coprendo con quest'enorme scudo il
braccio sinistro[153]. Dopo la resa delle castella, dovette la città di
Chaibar sottomettersi al giogo. Il Capo della tribù fu messo alla
tortura in presenza di Maometto, che voleva forzarlo a dichiarare in che
luogo nascosti avesse i tesori: l'industria de' pastori e degli
agricoltori ottenne un'indulgenza precaria; fu permesso che
migliorassero il proprio patrimonio, ma a piacimento del vincitore, e a
patto di dargli la metà della rendita. Sotto il regno di Omar, gli Ebrei
di Chaibar furono trapiantati in Siria, e il Califfo notificò in quella
occasione, che nel letto di morte aveagli il suo signore ordinato di
cacciare dall'Arabia ogni religione che non fosse la vera[154].

[A. D. 629]

Cinque volte al giorno volgea Maometto lo sguardo verso la Mecca[155], e
da' più santi e più forti impulsi sentiva in sè suscitata la smania di
rientrare da conquistatore in quella città, e in quel Tempio, da cui era
stato espulso; o vegliando, o dormendo, sempre avea davanti agli occhi
la Caaba: egli interpretò certo suo sogno come una visione ed una
profezia; spiegò la santa bandiera, e si lasciò sfuggire di bocca
l'imprudente promessa di trionfo. Il suo viaggio da Medina alla Mecca
non annunciava che una peregrinazione religiosa e pacifica; settanta
cammelli ornati pel sacrificio precedeano la sua vanguardia. Rispettò il
territorio sacro, e poterono i prigionieri, rimandati senza riscatto,
divolgare la sua clemenza; ma come ebbe messo piede nella pianura,
lontano dalla città una giornata, esclamò: «Coloro si sono vestiti di
pelle di tigre». Fu arrestato dalla moltitudine e dal valore de'
Koreishiti, e aveva a temere non gli Arabi del deserto, trattenuti sotto
le sue insegne dalla speranza del bottino, abbandonassero poi e
tradissero il lor capitano. In un momento l'imperterrito fanatico si
trasformò in un freddo e circospetto politico, omise nel trattato co'
Koreishiti la qualità di appostolo di Dio, segnò con essi e co' loro
alleati una tregua di dieci anni; s'impegnò a restituire i fuggiaschi
della Mecca che abbracciassero la sua religione, e ottenne solamente per
patto l'umile privilegio d'entrare nella Mecca l'anno dopo, come amico,
e di rimanervi tre giorni per terminare le cerimonie del pellegrinaggio.
La vergogna e il dolore copersero come d'una nube la ritirata de'
Musulmani, e per questo infelice successo poterono facilmente accusare
d'impotenza un Profeta, che sì frequentemente avea spacciato le sue
vittorie come pruova di sua missione. Nell'anno seguente, si
risvegliarono alla vista della Mecca la fede e la speranza de'
pellegrini: stavano le loro spade nel fodero; fecero sette volte il giro
della Caaba su le pedate di Maometto; i Koreishiti s'erano ritirati su
le colline; e Maometto, dopo le solite cerimonie, uscì nel quarto giorno
della città. La sua divozione edificò sommamente il popolo; sorprese,
divise, sedusse i Capi; e Caled e Amron, che poi doveano soggiogare la
Siria e l'Egitto, abbandonarono in tempo l'idolatria che già era vicina
a perdere tutto il credito. Vedendo Maometto che cresceva di potere per
la sommissione delle tribù Arabe, raunò diecimila soldati pel conquisto
della Mecca; e gl'idolatri, com'erano i più deboli, furono di leggieri
convinti che fosse stata rotta la tregua. L'entusiasmo e la disciplina
acceleravano i passi de' suoi guerrieri, e assicuravano il segreto della
sua impresa. Finalmente da diecimila fuochi venne l'annunzio a'
Koreishiti spaventati dell'intenzione, dell'avvicinamento e della forza
irresistibile del nemico. Il fiero Abu-Sophian corse ad offrire le
chiavi della città, ammirò quella sì varia moltitudine d'armi e di
stendardi fatti passare alla sua presenza, osservò che il figlio
d'Abdallah aveva acquistato un gran regno, e sotto la scimitarra d'Omar
confessò essere Maometto l'appostolo del vero Dio. Macchiò il sangue
romano il ritorno di Mario e Silla, e qui pure dal fanatismo della
religione era stimolato il Profeta a trarre vendetta; e attizzati dalla
memoria delle ingiurie sofferte avrebbero i suoi discepoli con grande
ardore eseguito, o forse anticipato l'ordine della strage. Anzichè
satisfare al risentimento proprio, e a quello delle sue soldatesche,
Maometto proscritto e vittorioso[156] perdonò a' suoi concittadini, e
conciliò le fazioni della Mecca. Entrarono nella città i suoi soldati in
tre colonne; ventotto cittadini perirono sotto il ferro di Caled.
Maometto proscrisse undici uomini e sei donne; ma biasimò la crudeltà
del suo luogotenente, e la sua clemenza o il disprezzo risparmiarono
parecchi di coloro ch'egli avea già notati per vittime. I Capi de'
Koreishiti si prostrarono a' suoi piedi, ed egli disse loro: «che potete
aspettare da un uomo che avete oltraggiato? — Noi confidiamo nella
generosità del nostro concittadino. — Nè confiderete in vano; andate; la
vostra vita è sicura, e voi siete liberi.» Il popolo della Mecca meritò
il suo perdono, dichiarandosi per l'Islamismo, e dopo un esiglio di
sette anni, venne riconosciuto il missionario fuggiasco qual principe e
Profeta del suo paese[157]; ma i trecento sessanta idoli della Caaba
furono ignominiosamente abbruciati; fu purificato e abbellito il tempio
di Dio, e per esempio alle generazioni future si sommise di nuovo
l'appostolo a tutti i doveri di pellegrino; e con legge espressa fu
vietato ad ogni miscredente il por piede sul territorio della santa
città[158].

[A. D. 629-632]

La conquista della Mecca si trasse dietro la fede e la sommessione delle
Arabe tribù[159], che secondo le vicende della fortuna riverito avevano,
o spregiato, l'eloquenza e l'armi del Profeta. Anche oggi l'indifferenza
per le cerimonie e opinioni religiose fa il carattere de' Beduini, ed è
probabile che accettassero la dottrina del Corano in quella guisa con
cui la professano, cioè senza pigliarsene gran briga. Taluni di loro
peraltro, più ostinati degli altri, si mantennero fedeli alla religione,
non che alla libertà de' lor avi, e con ragione fu detta per soprannome
la guerra di Honano _guerra degl'idoli_, poichè Maometto aveva fatto
voto di distruggerli, e i confederati di Tayef giurato di
difenderli[160]. Frettolosamente, e di soppiatto, corsero quattromila
idolatri ad assalire d'improvviso il conquistatore; guardavano con
occhio di compassione la stupida negligenza de' Koreishiti; ma
confidavano ne' voti e forse ne' soccorsi d'un popolo, che da sì poco
tempo avea rinunciato a' suoi Dei, e s'era piegato sotto il giogo del
suo nemico. Dispiegò il Profeta le bandiera di Medina e della Mecca;
gran numero di Beduini si pose sotto i suoi stendardi, e vedendosi i
Musulmani in numero di dodicimila, s'abbandonarono in braccio ad una
imprudente e colpevole presunzione. Senza cautela discesero nella
vallata di Honano: gli arcieri e frombolieri degli alleati aveano prese
le alture; fu oppresso l'esercito di Maometto, perdè la disciplina, si
smarrì di coraggio, e giubilarono i Koreishiti vedendoli esposti al
rischio di perire. Già accerchiano il Profeta salito su la bianca mula;
volle egli slanciarsi contro le lor picche per ottenere almeno una morte
gloriosa; ma dieci de' suoi fedeli compagni gli fecero schermo
coll'armi, e colla persona, e tre di loro furono uccisi a' suoi piedi.
«Fratelli miei, esclamò egli a più riprese con dolore e sdegno, io sono
il figlio d'Abdallah; sono l'appostolo della verità! O uomini! siate
fermi nella fede; o Dio, mandaci il tuo soccorso!» Abbas suo zio, il
quale simile agli eroi d'Omero aveva una forza ed un suono straordinario
di voce, intronò la valle con un grido di promesse e di premii: i
Musulmani fuggiaschi si ridussero da ogni banda al sacro stendardo, ed
ebbe Maometto la consolazione di vedere riacceso in ogni cuore il fuoco
guerriero: dal suo contegno ed esempio fu decisa in suo favore la
battaglia, ed egli esortò le schiere vittoriose a lavare senza ritegno
la propria vergogna nel sangue nemico. Dal campo di Honano corse alla
volta di Tayef, città lontana sessanta miglia dalla Mecca al sud-est, il
cui fertile territorio produce le frutta della Sorìa in mezzo al deserto
dell'Arabia. Una tribù amica, esperta, non so come, nell'arte degli
assedi, gli fornì arieti ed altre macchine, e un corpo di cinquecento
operai; ma indarno offerse libertà agli schiavi di Tayef, invano
infranse le proprie leggi schiantando le piante fruttifere, invano i
minatori apersero le trincee, e le sue truppe salirono alla breccia.
Dopo venti giorni d'assedio diede il segnale della ritratta, ma
allontanandosi dalla piazza, cantò devotamente vittoria, e affettò di
chiedere al cielo il pentimento e la salute di quella città incredula.
L'impresa per altro fu fortunata, poichè il Profeta fece seimila
prigionieri, prese ventiquattromila cammelli, quarantamila pecore, e
quattromila once d'argento. Una tribù, che aveva combattuto a Honano,
riscattò i prigioni col sagrificio de' suoi idoli; ma il Profeta per
indennizzare i soldati cedette loro il quinto del bottino, soggiugnendo
che avrebbe voluto a pro loro possedere tanti capi di bestiame, quanti
erano gli alberi nella provincia di Tehama. In vece di gastigare la mala
volontà de' Koreishiti, prese il partito, com'egli stesso diceva, di
ridurli al silenzio procacciandosi l'affetto loro con grandi liberalità;
Abu-Sophian ricevette per sè solo trecento cammelli e venti once
d'argento, e la Mecca sinceramente abbracciò la religion del Corano. Ne
fecero doglianza i _fuggitivi_ e gli _ausiliari_, dicendo che dopo avere
portato il peso della guerra erano negletti nel tempo del trionfo. «Oh
Dio! replicò lo scaltro condottiero, lasciatemi sagrificare pochi
miserabili averi per affezionarmi persone che già erano nemici nostri, e
per fortificare questi nuovi proseliti nella fede. Quanto a voi, io vi
affido la mia vita e la mia fortuna: voi siete i compagni del mio
esilio, del mio regno, del mio paradiso». Egli fu accompagnato da'
deputati di Tayef che temevano un secondo assedio: «Appostolo di Dio,
concedeteci, gli dissero, una tregua di tre anni, e tollerate l'antico
nostro culto. — Non per un mese, non per un'ora. — Almeno dispensateci
dall'obbligo dell'orazione. — La religione è vana senza la preghiera».
Si sottomisero allora chetamente: fu demolito il lor tempio, e questo
decreto di proscrizione si estese a tutti gl'idoli dell'Arabia. Un
popolo fido salutò i suoi luogotenenti su le coste del mar Rosso,
dell'Oceano e del golfo Persico, e gli ambasciatori che vennero ad
inginocchiarsi davanti al trono di Medina furono numerosi, dice un
proverbio arabo, quanto i datteri maturi che cadono da una palma. La
nazione assoggettossi al Dio e allo scettro di Maometto; si soppresse
l'ignominioso nome di tributo; si spesero le elemosine o le decime,
volontarie o forzate, in servigio della religione, e da cento
quattordici Musulmani fu accompagnato nell'ultimo pellegrinaggio
l'appostolo[161].

[A. D. 629-630]

Quando Eraclio tornò trionfante dalla guerra Persiana, ricevette in
Emeso un inviato di Maometto, che invitava i potentati e le nazioni
della terra a professare l'Islamismo. Gli Arabi fanatici in questo
avvenimento han veduto una pruova della conversione secreta di
quell'imperatore cristiano; e la vanità de' Greci ha supposto per la sua
parte che fosse venuto in persona il principe di Medina a visitare
l'imperatore, e avesse dalla munificenza imperiale accettato un ricco
demanio, e un asilo sicuro nella provincia di Siria[162]; ma fu di breve
durata l'amistà d'Eraclio e di Maometto: aveva la nuova religione
risvegliato anzichè indebolito lo spirito di rapina ne' Saraceni, e
dall'uccisione d'un inviato si colse un motivo onesto d'invadere con
tremila soldati il territorio della Palestina che si stende all'oriente
del Giordano. A Zeid fu affidata la santa bandiera, e tale fu il
fanatismo, se non la disciplina, della Setta nascente, che i capitani
più nobili militarono di buon grado sotto lo schiavo del Profeta.
Morendo Zeid, dovea essergli successivamente surrogati Jaafar, ed
Abdallah, e se venivano a perire tutti tre, aveano facoltà i soldati di
eleggersi il generale. Questi tre di fatto rimasero uccisi alla
battaglia di Muta[163], cioè nella prima azione guerresca, in cui i
Musulmani vennero a pruova di valore contro un nemico straniero. Zeid
morì da soldato nella prima fila; eroica e memoranda fu la fine di
Jaafar, il quale avendo perduta la man destra, impugnò lo stendardo
colla sinistra, e troncatagli questa, strinse e tenne la bandiera co'
due moncherini sanguinenti, sinattantochè per cinquanta onorate ferite
stramazzò al suolo: «Accorrete, esclamò Abdallah che andò a farne le
veci, accorrete arditamente, la vittoria o il paradiso è nostro». La
lancia d'un Romano decise l'alternativa, ma Caled, il convertito della
Mecca, afferrò il vessillo; nove spade si spezzarono in man sua, e la
sua prodezza valse a reprimere e a respignere i cristiani di numero
superiori. Nella notte seguente si tenne consiglio di guerra, ed egli fu
eletto per generale nel conflitto della domane, ove colla sua abilità
seppe assicurare a' Saraceni la vittoria o almeno la ritratta, e quindi
Caled ricevè da' suoi compatriotti e da' nemici il glorioso soprannome
di _Spada di Dio_. Salì Maometto in pulpito, e dipinse con enfasi
profetica la sorte de' soldati che per la causa di Dio avevano data la
vita; ma in privato lasciò vedere sentimenti di natura, e fu sorpreso in
atto di piagnere per la figlia di Zeid. «Che veggo mai? gli disse
maravigliato un suo discepolo. Tu vedi un amico, rispose l'appostolo,
che piange la morte dell'amico più fedele». Dopo conquistata la Mecca,
volle il sovrano dell'Arabia far sembiante di prevenire le ostilità di
Eraclio, e dichiarò guerra solennemente a' Romani, senza cercare di
nascondere le fatiche ed i rischi di tale impresa[164]. Erano scorati i
Musulmani; osservarono che si difettava di danaro, di cavalli, di
vittuaglie; opposero le faccende della messe, e l'ardor della state. «È
ben più caldo l'inferno, disse loro incollerito il Profeta». Non degnò
poi obbligarli a servire, ma ritornato che fu, lanciò contro i più
colpevoli una scomunica di cinquanta giorni. Giovò la diffalta di coloro
a dare risalto maggiore al merito di Abubeker, di Othmano e de' fidi
servi che posero a rischio e vita e fortune. Diecimila cavalieri e
ventimila fanti seguirono lo stendardo di Maometto. Il viaggio in fatti
fu penosissimo; al tormento della sete e della fatica s'aggiunse il
soffio ardente e pestilenziale de' venti del deserto: dieci uomini
montavano alternativamente uno stesso cammello, e furono stretti alla
umiliante necessità di dissetarsi coll'urina di quell'utile quadrupede.
A mezza strada, cioè lungi da Medina e da Damasco dieci giornate,
posarono presso al bosco e alla fontana di Tabuc. Non volle Maometto
procedere più innanzi; si dichiarò pago delle intenzioni pacifiche
dell'imperatore d'oriente, che forse cogli apparecchi militari lo aveva
già sbigottito; ma l'intrepido Caled sparse il terrore pel suo nome
d'intorno a' luoghi per cui passava; ed il Profeta riceveva gli omaggi
di sommessione delle tribù e città, dall'Eufrate sino ad Ailah, città
che giace sulla punta del mar Rosso. Non ebbe Maometto difficoltà di
concedere a' suoi sudditi cristiani la franchigia delle persone, la
libertà del commercio, la proprietà degli averi, e il permesso
d'esercitare il lor culto[165]. Erano troppo deboli gli Arabi cristiani
per far argine alla sua ambizione; i discepoli di Cristo erano accetti
all'inimico degli Ebrei, ed importava all'interesse del conquistatore il
proporre una capitolazione vantaggiosa alla religion più potente che
fosse al Mondo.

[A. D. 632]

Sino all'età di sessantatre anni conservò Maometto le forze necessarie
alle fatiche temporali e spirituali della sua missione. Più che ad odio
dovrebbero movere a compassione i suoi accessi d'epilepsia, calunnia
inventata da' Greci[166]; ma egli credette d'essere stato da una Ebrea
avvelenato a Chaibar[167]. La sua salute per quattro anni andò di giorno
in giorno languendo; s'aggravarono le sue infermità, e finalmente morì
d'una febbre di quattordici giorni, che per intervalli gli tolse la
ragione. Vedendosi al termine della sua carriera mortale, pensò ad
edificare i suoi fratelli con singolare umiltà. «Se v'ha, diss'egli
dall'alto della sua cattedra, se v'ha alcuno che io abbia ingiustamente
percosso, mi sottometto alla sferza della rappresaglia. Se ho macchiata
la riputazion d'un Musulmano, divulghi pur egli i miei falli davanti
alla congregazione. Se ho spogliato delle sue sostanze un fedele, serva
quel poco che possedo a pagare il capitale e il frutto del debito.» «Sì,
gridò una voce di mezzo alla folla, ho ragion di pretendere tre dramme
d'argento». Maometto trovò giusta la domanda, pagò la somma richiesta, e
rendè grazie al creditore che lo aveva accusato in questo Mondo
piuttosto che nel giorno finale. Con una fermezza tranquilla vide
accostarsi l'ultim'ora: diede la libertà a' suoi schiavi
(diciassett'uomini, per quanto si crede, e undici donne); dispose
minutamente l'ordine che si doveva tenere ne' suoi funerali, e moderò le
lamentazioni de' suoi amici cui benedisse con parole di pace. Sino a'
tre ultimi giorni fece in persona la pubblica preghiera; parve poscia
che eleggendo Abubeker a supplire per lui in quell'ufficio, destinasse
quel vecchio e fedele amico per successore nelle incumbenze sacerdotali
e regie; ma non volle esporsi all'odio che gli avrebbe potuto suscitare
un'elezione più spiegata. Nel punto che visibilmente andavano scemando
le sue forze, domandò penna e inchiostro per iscrivere, o piuttosto per
dettare, un libro divino, com'egli diceva, che fosse il compendio e il
compimento di tutte le rivelazioni: nella stessa sua camera insorse
disputa per sapere, se gli si permetterebbe di porre un'autorità
superiore a quella del Corano; e la quistione si riscaldò tanto che dovè
d'indecente veemenza riprendere i suoi discepoli. Se si può prestar fede
in parte alle tradizioni delle sue mogli, o di coloro che vissero con
lui, mantenne in seno alla famiglia, e sino all'ultimo istante di vita,
tutta la dignità d'un appostolo, e tutta la franchezza d'un entusiasta;
descrisse le visite dell'angelo Gabriele venuto a dar l'ultimo addio
alla terra, ed espresse una viva fiducia non solo nella bontà, ma nel
favore dell'Essere supremo per lui. Un giorno, in un colloquio
familiare, aveva annunciato che per un suo privilegio speciale non
verrebbe l'angelo della morte a pigliar la sua anima se non se dopo
avergliene chiesta rispettosamente licenza. Conceduta che l'ebbe, cadde
in agonia; la sua testa si posava sul petto di Ayesha, la prediletta
delle sue mogli; svenne egli nell'angoscia, ma poi riavutosi alquanto,
sollevò verso la soffitta un'occhiata ancora franca, sebbene già fosse
languida la voce, e pronunciò queste parole interrotte: «O Dio!...
perdona i miei peccati... sì... vado a rivedere i miei concittadini che
sono nel cielo». Poi sdraiato sur un tappeto disteso per terra esalò
placidamente l'ultimo fiato. Questo tristo accidente impedì la
straordinaria spedizione che dovea farsi per la conquista della Siria:
l'esercito s'era fermato alle porte di Medina, e stavano i capitani
raccolti attorno al loro padrone moribondo. Nella città, e specialmente
poi in casa del Profeta, non s'udivano che grida di dolore quando
cessava il silenzio della disperazione; dal solo fanatismo si ottenea
qualche consolazione e speranza. «Il testimonio, l'intercessore, il
mediator nostro presso Dio non può esser morto, gridavasi, ce ne
appelliamo a Dio, non è morto: come Mosè e Gesù,[168] assorto in estasi,
ben tosto ritornerà al suo fido popolo.» Non si volle stare alla
testimonianza de' sensi, e Omar, cavando la scimitarra dal fianco,
minacciò di tagliare la testa di quell'infedele che osasse asserire che
più non viveva il Profeta. La moderazione d'Abubeker, da tutti
rispettato, sedò lo scompiglio. «Adorate voi Maometto, disse egli ad
Omar e alla moltitudine, ovveramente il Dio di Maometto? Il Dio di
Maometto vive per sempre, ma è mortale l'appostolo siccome noi, e giusta
la sua predizione ha soggiaciuto al destino comune de' mortali». I suoi
più stretti parenti piamente lo sotterrarono colle proprie mani nel
luogo stesso ove era spirato[169]. La sua morte e sepoltura hanno
consacrato Medina; e gl'innumerevoli pellegrini della Mecca deviano
sovente per onorare con devozione spontanea[170] la modesta tomba del
Profeta[171].

Aspetterà forse il lettore che nel termine della vita di Maometto io mi
faccia ad esaminare i suoi errori e le sue virtù, e a decidere se
quest'uomo straordinario abbia meritato più il titolo d'entusiasta, o
quello d'impostore. Quando avessi vissuto familiarmente col figlio
d'Abdallah, difficile sarebbe l'impegno e incerto il successo; ma dopo
dodici secoli, mi si presentano confusi i delineamenti di questo Profeta
fra i religiosi nugoli di incenso; e se potessi pur un istante
ravvisarli, questa incerta rassomiglianza non s'affarebbe ugualmente al
solitario del monte Hera, al predicatore della Mecca e al vincitor
dell'Arabia. Quest'uomo destinato a divenir l'autore di sì gran
rivoluzione, era nato, per quanto pare, con un'inclinazione alla pietà e
alla contemplazione: quando pel suo matrimonio fu immune dal bisogno,
evitò la strada dell'ambizione e dell'avarizia; visse innocente sino
all'età di quarant'anni, e se fosse morto allora non avrebbe avuto
alcuna celebrità. L'unità di Dio è un'idea conformissima alla natura e
alla ragione; dal solo conversare una volta co' Giudei e co' Cristiani
potè apprendere a spregiare e a detestare l'idolatria della Mecca. Era
ufficio di uomo e di cittadino pubblicar la dottrina della salute, e
togliere dal peccato e dall'orrore la patria. È agevole cosa a
concepirsi che uno spirito inteso costantemente e acremente a uno stesso
oggetto, potesse convertire un obbligo generale in una mission
particolare, e considerare per inspirazioni del cielo gli ardenti
concetti della sua immaginazione; che l'ardor del pensiero abbia potuto
condurlo ad una specie di estasi e di visione, e che abbia poi
rappresentato le sue sensazioni interne, e la sua guida invisibile sotto
la forma e gli attributi d'un angelo di Dio[172]. Pericoloso e lubrico è
il passo dal fanatismo all'impostura. Il Demone di Socrate[173] ci
mostra abbastanza sino a qual segno possa un saggio illudere sè
medesimo, come illudere gli altri un uom virtuoso, in qual modo
addormentarsi la coscienza fra l'illusion personale e la frode
volontaria. La carità ci farebbe persuasi che dapprima fosse animato
Maometto da' motivi più puri d'una benevolenza naturale; ma l'appostolo
che non è un Dio, è tale da non amare increduli ostinati nel ributtare
le sue pretensioni, nel dispregiarne gli argomenti, nel perseguitare la
sua vita. Se Maometto perdonò qualche volta a' suoi avversari personali,
credea senz'altro lecito a sè di detestare i nemici di Dio; allora
passioni inflessibili d'orgoglio e di vendetta gli entrarono in cuore,
e, simile al Profeta di Ninive,[174] fece voti per la distruzione de'
ribelli che avea condannati. Per l'ingiustizia usatagli dalla Mecca, e
per l'elezione che fece Medina, il semplice cittadino fu trasformato in
principe, e l'umile predicatore in generale d'esercito. Ma sacra era la
sua spada per l'esempio de' Santi, e quel Dio che punisce un Mondo
peccatore colla peste e co' tremuoti, poteva adoperare il valor de' suoi
servi per convertire e castigare alcuni uomini. Nell'esercitare il
governo politico fu obbligato a mitigare l'inflessibile severità del
fanatismo, a cedere in qualche parte a' pregiudizi e alle passioni de'
Settari di quello, e di valersi degli stessi vizi del genere umano per
la salute di esso. Soventi volte la menzogna e la perfidia, la crudeltà
e l'ingiustizia servirono a propagare la fede, e Maometto ordinò o
approvò l'assassinio de' Giudei, e degl'idolatri fuggiti dal campo di
battaglia. Cotali atti ripetuti dovettero depravarne l'indole a poco a
poco, e la pratica di alcune virtù personali e sociali, necessarie a
mantenere la riputazione di Profeta nella sua Setta, e fra i suoi amici,
furono debole compenso agli effetti funesti di quelle abitudini
perniciose. L'ambizione fu la passion dominante degli ultimi suoi anni,
e potrebbe un politico sospettare che dopo le vittorie ridesse
l'impostore nel suo secreto del fanatismo della sua gioventù, e della
credulità de' suoi proseliti[175]. In vece un filosofo osserverà che il
buon esito, e l'altrui sciocchezza rafforzar dovevano in lui l'idea
d'una mission divina, che i suoi interessi erano inseparabilmente
collegati colla sua religione, e che potea liberarsi da' rimproveri
della coscienza, persuadendo a sè stesso, che la Divinità dispensava lui
solo dalle leggi positive e morali. Solo che se gli supponga un resto di
rettitudine naturale, ponno considerarsi i suoi delitti quasi una
testimonianza della sua buona fede. Le arti della menzogna e della
soperchieria parranno men colpevoli quando s'impiegano al trionfo della
verità, e avrebbe avuto orrore a valersi di siffatti istrumenti, se non
fosse stato certo che rilevanti e giusti erano i disegni pe' quali ne
usava. Si può per altro anche in un conquistatore e in un sacerdote
trovare una parola, un'azione di vera umanità; e quel decreto, che nella
vendita de' prigionieri vietò il separare le madri da' figli, può
sospendere e raddolcire la censura dello storico[176].

Maometto avea il buon senso di non curare la pompa e la dignità
regia[177]: l'appostolo di Dio s'abbassava alle occupazioni più oscure
della vita domestica: accendeva il foco, scopava la stanza, mugnea le
pecore, rattoppava le scarpe, e le vestimenta. Se aveva a schifo le
mortificazioni e le virtù di un romito, osservava senza sforzo, come
senza vanità, la dieta frugale d'un Arabo e d'un soldato. Nelle grandi
occasioni ammetteva i compagni al suo desco che allor s'imbandiva con
un'abbondanza rustica ed ospitale; ma abitualmente lasciava passar più
settimane senza accendere fuoco in cucina. Confermava coll'esempio la
proibizione del vino: calmava la fame con un tozzo di pane d'orzo; gli
piaceva assai il latte e il mele, ma per costume si nudriva di datteri e
d'acqua. Profumi e donne erano le due sensualità che il suo temperamento
esigeva; non erano proibite dalla sua religione, ed egli asseriva che
anzi da questi piaceri innocenti pigliava forza il fervore della sua
devozione. Pel caldo del clima il sangue degli Arabi è acceso, e gli
scrittori antichi notarono la inclinazione di quelli al
libertinaggio[178]. Dalle leggi religiose e civili del Corano ne venne
regolata l'incontinenza; furono biasimate le alleanze incestuose, ed una
illimitata poligamia fu ristretta a quattro mogli, o concubine; furono
statuiti con eque norme i dritti di letto e di stradotale delle mogli;
fu disanimata la libertà del divorzio; divenne per esse l'adulterio un
delitto capitale, e fu punita con cento vergate la fornicazione
d'entrambi i sessi[179]. Furon questi i precetti dati dal legislatore
nella calma della ragione; ma nella vita privata, si abbandonò Maometto
senza ritegno alle inclinazioni dell'uomo, e fece abuso de' dritti di
Profeta. Una rivelazione speciale lo dispensò dalle leggi, ch'egli aveva
al suo popolo imposte; tutte, senza riserva, le donne furono in preda a'
suoi desiderii: questa singolare prerogativa fu per altro soggetto
d'invidia più che di scandolo, e di venerazione anzi che no pe'
Musulmani devoti. Richiamando alla memoria le settecento mogli e le
trecento concubine del sapiente Salomone, loderemo la moderazione del
Profeta arabo, che sposò soltanto quindici o diciassette donne; undici
delle quali aveano ciascuna il proprio appartamento separato intorno
alla casa dell'appostolo, e alternativamente otteneano il favore della
sua compagnia coniugale. È cosa singolare che tutte fossero vedove,
trattane Ayesha, la figlia di Abubeker. La quale era vergine quando la
sposò; e tale è la forza del clima per anticipare il tempo della
pubertà, ch'ella non avea che nove anni quando egli consumò il
matrimonio. La giovinezza, l'avvenenza, la franchezza d'Ayesha le
diedero ben presto la preminenza su le compagne; ebbe l'amore e la
confidenza del Profeta, e dopo la morte del marito, la figlia d'Abubeker
fu per lungo tempo riverita come la madre de' fedeli. Equivoca per altro
ed imprudente fu la sua condotta morale; in un viaggio di notte rimase
per avventura indietro, e la mattina tornò al campo in compagnia d'un
uomo. Maometto inclinava alla gelosia, ma da una rivelazione ebbe avviso
che innocente era sua moglie; castigò gli accusatori, e pubblicò quella
legge, così utile alla pace delle famiglie, che non sarebbe condannata
alcuna donna se da quattro uomini non fosse stata veduta nell'atto
d'adulterio[180]. L'amante Profeta dimenticò gl'interessi della propria
fama nelle sue tresche con Zeineb, sposa di Zeid, e con Maria, schiava
egiziana. Stando un giorno in casa di Zeid, scorse seminuda la bella
Zeineb, e si lasciò fuggire un grido di cupidigia, e di devozione. Il
servile o riconoscente liberto capì quel che bramava l'appostolo, e si
prestò senza esitazione a compiacere gli amori del suo benefattore: ma
avendo i legami figliali esistenti fra loro suscitato una specie di
scandolo; discese dal cielo l'angelo Gabriele a ratificare quanto era
accaduto, annullò l'atto di adozione, e blandamente rimbrottò il Profeta
che diffidasse della indulgenza di Dio. Hafna, figlia di Omar, una delle
mogli di Maometto, lo sorprese sul letto proprio in braccio alla schiava
egiziana; promise ella di perdonargli e di mantenere il secreto, ed egli
giurò che rinuncierebbe a Maria. Ma entrambi posero in dimenticanza i
patti, e l'angelo Gabriele venne un'altra volta dal cielo con un
capitolo del Corano che assolvea Maometto dal giuramento, e l'esortava a
godersi liberamente le sue prigioniere e le concubine; senza badare a'
clamori delle sue mogli. In un ritiro di trenta giorni con Maria,
adempiè il meglio che seppe fare agli ordini dell'inviato di Dio. Quando
ebbe sbramato l'amore e la vendetta chiamò alla sua presenza le undici
mogli, le rimproverò d'inobbedienza e d'indiscrezione, e le minacciò di
divorzio in questo Mondo e nell'altro; minaccia terribile, poichè quelle
che aveano diviso il letto col Profeta erano per sempre escluse dalla
speranza d'un secondo matrimonio. Quel che si narra delle facoltà
naturali, o soprannaturali, che avea in sorte il Profeta[181], potrebbe
scusare per avventura la sua incontinenza; è fama ch'egli vantasse il
vigore di trenta figli d'Adamo, e che avrebbe potuto eguagliare la
decimaterza fatica[182] dell'Ercole greco. Potrebbe anche la sua fedeltà
per Cadijah fornire un argomento difensivo più serio e decente: in
ventiquattro anni di matrimonio, non fece mai uso, quantunque giovane,
del suo diritto di poligamia, nè mai all'orgoglio o alla tenerezza della
illustre matrona toccò di soffrire l'associazione d'una rivale. Morta
che fu, la noverò tra le quattro donne perfette, tre delle quali erano
la sorella di Mosè, la madre di Gesù, e Fatima, la prediletta tra le sue
figlie. «Non era già vecchia? gli disse un dì Ayesha, coll'insolenza
d'una bella e fresca giovane, e Dio non le ha sostituita un'altra
migliore? — No, per Dio, rispose Maometto con un'effusione di virtuosa
gratitudine, veruna donna può essere preposta a Cadijah: ella mi ha
creduto quando mi sprezzavano gli uomini; ella ha provveduto alla mia
necessità mentre io era povero e perseguitato dagli uomini[183]».

Moltiplicando in tal guisa le mogli, avea forse in animo il fondatore
d'una nuova religione, e di un nuovo impero, di moltiplicare le sorti di
una numerosa posterità, e d'una successione diretta. Ma le speranze di
Maometto andarono deluse. Ayesha, sposata vergine, e le altre sue dieci
mogli tutte vedove, in età matura e di provata fecondità, tra le
possenti braccia di lui si rimasero sterili. Quattro figli avuti di
Cadijah erano morti in infanzia. Maria, la sua concubina Egiziana, gli
divenne più cara per aver partorito Ibrahim, ma non passarono quindici
mesi che dovè il Profeta piangerne la perdita: sostenne egli con
fermezza i motteggi de' suoi nemici, e represse l'adulazione o la
credulità de' Musulmani, assicurandoli che un'ecclissi solare, avvenuta
in quel tempo, non era stata conseguenza della morte d'Ibrahim. Avea
pure avuto da Cadijah quattro figlie, le quali sposarono i più fedeli
de' suoi discepoli; morirono tre prima del padre loro; ma Fatima,
l'ultima che godea tutta la sua confidenza e affezione, divenne consorte
d'Alì suo cugino, e ceppo d'una stirpe illustre. Al merito e alle
disgrazie d'Alì e de' suoi discendenti, è d'uopo ch'io doni qui
anticipatamente la esposizione della serie de' Califfi saraceni, titolo
che distingue i Commendatori de' credenti in qualità di vicari e di
successori dell'appostolo di Dio[184].

La nascita d'Alì, il suo matrimonio e la sua riputazione, che lo
innalzarono sopra tutti i suoi concittadini, poteano giustificarne le
pretensioni al trono dell'Arabia. Figlio d'Abu-Taleb, era già per questo
solo titolo il Capo della famiglia di Hashem, e principe ereditario, o
custode della città e del tempio della Mecca. S'era dileguata la luce
profetica, ma il marito di Fatima potea sperare l'eredità e la
benedizione del padre della moglie; alcune volte avevano gli Arabi
obbedito ad una donna, e il Profeta strignendo teneramente fra le
braccia i suoi due nipoti, li avea dalla sua cattedra qualche volta
mostrati al popolo come l'unica speranza della sua vecchiaia, e come
Capi della gioventù del paradiso. Poteva il primario de' veri credenti
aver fiducia di camminare davanti a loro in questo e nell'altro Mondo, e
se taluni pur comparivano più gravi ed austeri, almeno tra i nuovi
convertiti, non potea veruno vincere Alì nello zelo e nella virtù.
Accoppiava in sè i pregi di poeta, di soldato e di santo: vive ancora la
sua sapienza in una Raccolta di sentenze morali e religiose[185], e
quando era tempo di disputare o di combattere, dalla sua eloquenza o dal
suo valore erano soggiogati gli avversari. Dal primo giorno della sua
missione sino all'estrema cerimonia de' suoi funerali, non fu mai
abbandonato l'appostolo da quell'amico generoso, ch'egli amava
denominare suo fratello, suo vicegerente, e il fido Aronne d'un altro
Mosè. Fu poi rimproverato il figlio d'Abu-Taleb di avere trascurato i
propri interessi, omettendo di farsi dichiarare in guisa solenne
successore al trono, il che avrebbe tolta di mezzo ogni concorrenza, e
data ai suoi diritti la sanzione d'un decreto celeste; ma scevro da
diffidenza l'eroe s'affidava in sè stesso. La gelosia per altro del
potere, e forse la tema di qualche contrarietà valsero a tenere in
sospeso le risoluzioni di Maometto, e nell'ultima infermità vide
assediato il suo letto dalla scaltrita Ayesha figlia di Abubeker e
nemico d'Alì.

[A. D. 632]

Colla morte e pel silenzio di Maometto, la nazione ricuperò i suoi
dritti, e convocò un'assemblea per deliberare su la scelta d'un
successore. I titoli di nascita, e l'ardito e altero contegno d'Alì
offendevano lo spirito aristocratico degli anziani che volevano poter
sovente disporre dello scettro con libere e frequenti elezioni. Mal
sofferivano i Koreishiti l'orgogliosa preminenza della linea di Hashem;
si riaccese l'antica discordia delle tribù; i _fuggiaschi_ della Mecca e
gli _ausiliari_ di Medina posero in campo i lor dritti speciali, e fu
fatta l'imprudente proposta di eleggere due Califfi independenti, cosa
che avrebbe soffocato pur nella cuna la religione e l'impero de'
Saraceni. Ogni trambusto cessò per la magnanima risoluzione di Omar, il
quale rinunciando alle sue pretensioni, alzò subitamente la mano, e si
dichiarò il primo suddito del placido e venerando Abubeker. L'occasione,
che era urgente, e l'assenso popolare poterono rendere scusabile questa
illegale e precipitata determinazione; ma Omar esso stesso annunciò
dalla cattedra, che se da indi in poi osasse un Musulmano precedere il
suffragio de' suoi fratelli, sarebbero degni di morte e l'elettore e
l'eletto[186]. Abubeker fu senza pompa installato; Medina, la Mecca, le
province d'Arabia gli obbedirono. Soli gli Hashemiti negarongli il
giuramento di fedeltà, e il pertinace lor Capo si tenne racchiuso per
più di sei mesi in casa senza volerlo riconoscere, e senza por mente
alle minacce d'Omar, il quale tentò di dar fuoco alla casa della figlia
dell'appostolo. Colla morte di Fatima, e coll'indebolimento della
fazione d'Alì si calmò in lui lo sdegno, e riconobbe egli finalmente il
generale de' fedeli; approvò la scusa da quello addotta della necessità
di prevenire i nemici comuni, e saviamente ricusò la proposta, che
Abubeker gli faceva, d'abdicare il governo degli Arabi. Dopo un regno di
due anni, il vecchio Califfo intese la voce dell'angelo della morte. Nel
suo testamento, coll'assenso tacito de' suoi compagni, commise lo
scettro alla ferma ed intrepida virtù di Omar. «Non ho mestieri di
questa dignità,» disse il modesto Musulmano. «Ma la dignità ha bisogno
di te,» gli rispose Abubeker, il quale si morì pregando fervorosamente
il Dio di Maometto, perchè volesse ratificare quella scelta, ed
inspirare a' Musulmani sommessione e concordia. Fu esaudita la sua
orazione, poichè Alì si diede tutto alla solitudine e alla preghiera, e
protestò di voler rispettare il merito e la dignità del suo rivale, che
lo consolò della perdita dell'impero co' più cortesi uffici di amicizia
e di stima. Omar fu assassinato nell'anno duodecimo del suo regno.
Temendo di gravare la propria coscienza co' peccati del successore, non
volle nominare al trono nè suo figlio, nè Alì; ma lasciò a sei de' suoi
rispettabili socii la difficil cura di scegliere il comandante de'
credenti. Fu pure Alì biasmato dagli amici[187] d'aver permesso che
venissero assoggettati i suoi dritti al giudizio degli uomini, e
d'averne riconosciuta la giurisdizione accettando un posto fra i sei
elettori. Avrebbe potuto ottenerne il suffragio se avesse degnato
promettere di conformarsi, in guisa rigorosa e servile, non solo al
Corano e alla tradizione, ma alle decisioni de' due anziani[188].
Othmano, già secretario di Maometto, accettò a quelle condizioni il
governo, e soltanto dopo il terzo Califfo, cioè passati ventiquattro
anni dopo la morte del Profeta, Alì, per voto del popolo, fu investito
della dignità di re e di gran sacerdote. I costumi degli Arabi non
aveano perduta poco nè punto la primitiva semplicità, e il figlio
d'Abu-Taleb non si curò della pompa e delle vanità del Mondo. Nell'ora
della orazione si trasferì alla moschea di Medina, vestito d'una leggera
stoffa di bambagia, coperto il capo di un turbante grossolano, colle
pantofole in una mano, e coll'altra posata sopra il suo arco che gli
serviva di bastone. Da' compagni del Profeta e da' Capi delle tribù
venne salutato il nuovo sovrano, e gli fu presentata la destra in segno
di fedeltà.

Avviene per lo più, che i mali prodotti dalle contese dell'ambizione si
restringano a' tempi e a' luoghi ove insorsero le contese medesime; ma
la discordia religiosa degli amici e nemici d'Alì, riaccesa in tutti i
secoli dell'Egira, nutre pur oggi l'odio perenne de' Turchi e de'
Persiani[189]. Questi ultimi avviliti col nome di _shiiti_, o settari,
hanno aggiunto al simbolo Musulmano l'articolo seguente di fede: che se
Maometto è l'appostolo di Dio, il suo compagno Alì n'è il Vicario. Nel
commercio abituale della vita, e nel culto pubblico, scagliano
imprecazioni contro i tre usurpatori la cui esaltazion successiva lo ha
per sì lungo tempo, ad onta de' suoi dritti, rimosso dalla dignità
d'Imano e di Califfo; e nell'idioma loro il nome d'Omar esprime il colmo
della scelleraggine e dell'empietà[190]. I _Sonniti_, la dottrina dei
quali è accettata generalmente e si fonda sulla tradizione ortodossa de'
Musulmani, seguono una opinione più imparziale, o per lo meno più
decente. Rispettano la memoria d'Abubeker, d'Omar, d'Othmano e d'Alì,
tutti santi e successori legittimi del Profeta; ma credendo che il grado
di santità abbia determinato l'ordine di successione[191], danno
l'ultimo luogo allo sposo di Fatima. Quello storico, che con una mano
ritrosa a' monumenti della superstizione bilancerà il merito de' quattro
Califfi, pronuncierà sentenza che i lor costumi furono egualmente puri
ed esemplari, che ardente ne fu lo zelo, e giusta tutte le apparenze
sincero, e che in mezzo all'opulenza e potenza loro consacrarono la vita
alla pratica dei doveri della morale e della religione; ma le virtù
pubbliche d'Abubeker e d'Omar, ma la sapienza del primo, e la severità
del secondo mantennero in pace e nella prosperità lo Stato. Per
debolezza di naturale e per la vecchiaia Othmano fu inetto a dilatare
l'Impero colle conquiste, o a reggere il peso del governo. Egli delegava
ad altrui l'autorità, ed era ingannato; ammetteva altri alla sua
confidenza, ed era tradito. I più saggi tra i fedeli gli furono inutili,
o si cangiarono in nemici, e le sue prodigalità gli suscitarono ingrati
e malcontenti. Per le province si sparse il mal seme della discordia:
s'adunarono i deputati di quelle a Medina, e co' Charegiti, disperati
fanatici, i quali recalcitravano alla subordinazione e alla ragione, si
confusero gli Arabi, che, nati liberi, chiedeano riforma degli abusi di
cui dolevansi, e punizione degli oppressori. Cufa, Bassora, l'Egitto e
le tribù del deserto armarono i lor guerrieri, vennero ad accamparsi ad
una lega circa da Medina, e imperiosamente al sovrano intimarono di fare
ad essi giustizia, o di scendere dal trono. Di già il suo pentimento
disarmava e disperdeva i rivoltosi; ma l'artificio de' suoi nemici li
accese di nuovo furore, e per una falsità, a cui si lasciò indurre un
perfido secretario, perdette Othmano la riputazione, e più presta ne fu
la caduta. Non aveva più il Califfo la stima e la fiducia de' Musulmani,
unico presidio de' suoi antecessori: un assedio di sei settimane lo
ridusse a mancar d'acqua e di viveri, nè le deboli porte del suo palagio
ebbero altra difesa che gli scrupoli di pochi ribelli più timorati che
gli altri. Abbandonato da coloro che aveano abusato della sua bontà, al
venerando Califfo, rimasto senza difensori, non restò che attendere la
morte: si presentò condottiero degli assassini il fratello d'Ayesha: fu
trovato Othmano che teneva il Corano sul petto, e fu da mille colpi
trafitto. Dopo cinque giorni d'anarchia, cessò il tumulto colla
inaugurazione d'Alì; il rifiutar la corona sarebbe stato cagione d'una
strage generale. In questa critica situazione, mantenne egli la fierezza
che s'addiceva al Capo degli Hashemiti, e dichiarò che preferito avrebbe
il servire al regnare; gridò contro la presunzione de' soldati esteri, e
volle l'assenso se non volontario, almeno espresso de' Capi della
nazione. Non fu mai accusato d'essere stato complice dell'assassinio di
Omar, quantunque si celebri in Persia senza riguardo la festa
dell'uccisore di quel Califfo. S'era dapprima interposto Alì ad
accomodare la lite fra Othmano e i suoi sudditi, ed Hassan, il
primogenito de' suoi figli, mentre difendeva il Califfo, fu insultato e
ferito. Rimane dubbio peraltro se Alì sia rimasto ben saldo e fosse
sincero nell'opporsi a' ribelli, ed è poi certo che si giovò del loro
delitto. Un'esca simile potea ben sedurre e corrompere la più specchiata
virtù. Non solo su la sterile Arabia si stendeva lo scettro de'
successori di Maometto, ma i Saraceni erano stati vincitori in oriente e
in occidente, e le doviziose contrade della Persia, della Siria,
dell'Egitto erano il patrimonio del comandante de' fedeli.

[A. D. 655-660]

Una vita passata in orazione e in contemplazione non avea raffreddato
l'ardor guerriero ed operoso di Alì: giunto all'età matura, con una
lunga esperienza del Mondo, lasciava vedere nel suo contegno una
temerità e imprudenza giovanile. Ne' primi giorni della sua
amministrazione non pensò ad assicurarsi con benefici, o con catene,
della mal certa fedeltà di Telha e di Zobeir, due Capi arabi i più
poderosi. Si ricoverarono essi alla Mecca, indi a Bassora, inalberarono
il vessillo della ribellione, e s'insignorirono della provincia d'Irak e
dell'Assiria, che invano domandate aveano per guiderdone de' servigi
prestati: la maschera del patriottismo giova a coprire le più manifeste
contraddizioni; e i nemici d'Othmano, che forse ne furono gli assassini,
chiesero allora che fosse vendicata la sua morte. Furono nella fuga
accompagnati da Ayesha, la vedova di Maometto, che sino all'ultimo
istante di vita serbò implacabil odio al marito e alla posterità di
Fatima. I più ragionevoli tra i Musulmani si scandolezzarono al vedere,
che la madre de' fedeli cimentasse e persona e dignità in un campo, ma
la moltitudine superstiziosa credè che dalla sua presenza fosse
consacrata la giustizia, e accertato il trionfo dalla causa da lei
abbracciata. Il Califfo seguìto da ventimila de' suoi fidi Arabi, e da
novemila prodi ausiliari di Cufa, diede battaglia sotto le mura di
Bassora a' ribelli superiori di numero, e riportò la vittoria. Telha e
Zobeir, Capi dell'esercito nemico, caddero in quel conflitto, il primo
ove l'armi de' Musulmani si tinsero del sangue de' concittadini. Ayesha,
dopo aver corse le file per incoraggiare i soldati, s'era posta in mezzo
al pericolo. Settanta uomini, che teneano le redini del suo cammello,
furono uccisi o feriti, e la seggiola o lettiga in cui era chiusa si
trovò, finita l'azione, tutta traforata e carica di chiaverine e di
dardi. Sostenne la augusta prigioniera con volto intrepido i rimbrotti
del vincitore, il quale, con quei riguardi e quell'affezione che doveva
sempre alla vedova dell'appostolo, la rimandò subito al luogo ove
solamente poteva essere confinata in modo decoroso, cioè alla tomba di
Maometto. Dopo questa vittoria, che si denominò la giornata del
_cammello_, Alì si volse contro un avversario più formidabile, contro
Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian, che aveva preso il titolo di Califfo, ed
era francheggiato dalle forze della Siria, e dalla riputazione della
casa d'Ommiyah. Dopo il passaggio del Thapsaco, la pianura di
Siffin[192] s'allunga su la riva occidentale dell'Eufrate. In questo
terreno vasto e piano fecero i due competitori per centodieci giorni una
guerra d'avvisaglie. La perdita d'Alì in novanta scaramucce, succedute
in que' giorni, fu valutata di venticinquemila uomini, e quella di
Moawiyah di quarantacinquemila; si trovarono fra i morti venticinque
veterani di quelli che aveano combattuto a Beder, sotto lo stendardo di
Maometto. In sì sanguinosa tenzone, il Califfo legittimo si dimostrò
superiore al rivale per valore e per umanità. Ordinò alle sue milizie,
sotto pene severe, d'aspettare il primo assalto del nemico, di perdonare
a' fuggiaschi, di rispettare i cadaveri degli uccisi, e l'onore delle
prigioniere. Propose da generoso di risparmiare il sangue de' Musulmani
con un duello; ma intimorito il rivale, ricusò una disfida che gli
pareva una sentenza di morte. Montato Alì sopra un cavallo baio investì,
precedendo i suoi soldati, e ruppe le file dei Siri, sbigottiti dalla
forza invincibile della sua grave spada a due tagli. Ogni volta che
atterrava un ribelle, gridava, Allah Acbar; «Dio è vincitore;» e nel
forte d'una battaglia notturna, s'intese quattrocento volte ripetere
questa terribile esclamazione. Già il principe di Damasco meditava la
fuga; ma per l'inobbedienza e il fanatismo delle sue soldatesche
perdette Alì la vittoria che sembrava per lui sicura. Moawiyah ne agitò
la coscienza col dichiarare solennemente, che si appellava al Corano cui
mostrava esposto su le picche della prima fila di soldati, e dovette Alì
soscrivere una tregua obbrobriosa, e un compromesso insidioso. Si
ritrasse egli a Cufa, pieno di dolore e di rabbia; scorata era la sua
fazione; lo scaltro rivale soggiogò, o sedusse, la Persia, l'Yemen,
l'Egitto; e il pugnale del fanatismo, rivolto contro i tre Capi della
nazione, non colse che il compagno di Maometto. Tre Charegiti, o
entusiasti, discorrendo un giorno nel tempio della Mecca intorno ai
disordini della Chiesa e dello Stato, decisero che colla morte d'Alì, di
Moawiyah e d'Amrou, amico di quest'ultimo e vice-re dell'Egitto, sarebbe
rimessa la pace e l'unità della religione. Ognuno degli assassini elesse
la sua vittima, avvelenò il ferro, si consacrò alla morte, e
secretamente si trasferirono al luogo destinato per commettere il
delitto. Erano tutti tre del pari fermi e risoluti; ma il primo, per
isbaglio, trafisse in vece di Amrou il deputato che sedeva al suo posto:
dal secondo fu pericolosamente ferito il principe di Damasco, e il terzo
nella moschea di Cufa colpì mortalmente il Califfo legittimo, che, nel
sessantesimoterzo anno dell'età sua morì, raccomandando generosamente ai
figli di terminare con un sol colpo il supplizio dell'assassino. S'ebbe
cura di celare il suo sepolcro[193] a' tiranni della casa
d'Ommiyah[194]; ma nel quarto secolo dell'Egira fu innalzato, presso le
ruine di Cufa, un monumento, un tempio, e una città[195]. Migliaia di
Shiiti riposano in quella terra sacra a' piedi del Vicario di Dio, e il
deserto è avvivato dal concorso de' Persiani, de' quali ogn'anno è
grande la frequenza colà, nell'opinione che sia meritorio quel
pellegrinaggio al pari di quel della Mecca.

[A. D. 661-668]

I persecutori di Maometto usurparono l'eredità de' suoi figli, e i
difensori della idolatria si fecero Capi supremi della sua religione e
del suo impero. Violenta ed ostinata fu l'opposizione d'Abu-Sophian,
tarda e forzata la conversione; ma dall'ambizione e dall'interesse fu
rassodato nella fede che aveva abbracciata; servì, combattè, e forse
credette veramente, e da' nuovi meriti della famiglia d'Ommiyah fu
cancellata la memoria de' torti della sua prisca ignoranza. Moawiyah,
figlio d'Abu-Sophian e della crudele Henda, sin dalla prima gioventù era
stato fregiato dell'incarico, o del titolo di segretario del Profeta.
Essendogli stato conferito dal saggio Omar il governo della Siria,
amministrò per più di quarant'anni quella rilevante provincia, sia come
agente subordinato, o come Capo supremo, senza rinunciare alla fama di
prode e di liberale, e soprattutto amò quella di umano e di moderato.
Dalla gratitudine il popolo fu vincolato al suo benefattore, e i
Musulmani vittoriosi s'arricchirono delle spoglie di Cipro e di Rodi:
dal sacro dovere di perseguitare i sicari d'Othmano pigliò pretesto la
sua ambizione per operare. Espose nella moschea di Damasco la camicia
sanguinente del martire: l'Emir deplorò la disgrazia del suo alleato, e
sessantamila Siri giurarono di rimanergli fedeli, e di vendicare
Othmano. Amrou vincitore dell'Egitto, che valeva esso solo per un
esercito, fu primo a salutare il novello monarca, e divolgò quel
pericoloso segreto, potersi creare i Califfi arabi anche fuori della
città del Profeta[196]. Lo scaltrito Moawiyah deluse la prodezza del
rivale, e, morto Alì, negoziò l'abdicazione del figlio Hassan, che aveva
un animo superiore, o forse inferiore, ad un impero mondano, e a cui non
increbbe posporre il palagio di Cufa ad un'umile celletta presso la
tomba dell'avo. Finalmente il cangiamento d'un impero elettivo in
monarchia ereditaria satisfece gli ambiziosi desiderii del Califfo.
Qualche mormorìo di libertà o di fanatismo indicò la ripugnanza degli
Arabi, e da quattro cittadini di Medina fu negato il giuramento di
fedeltà: ma seppe Moawiyah dirigere i suoi disegni con vigore e
destrezza, e il suo figlio Yezid, quantunque d'indole debole e di
costumi dissoluti, fu gridato comandante de' fedeli, e successore
dell'appostolo di Dio.

[A. D. 680]

Si narra della beneficenza d'un figlio d'Alì il fatto seguente. Uno
schiavo servendo la tavola lasciò cadere sopra il padrone una scodella
piena di brodo bollente: allora si gettò a' suoi piedi, e per sottrarsi
al gastigo ripetè quel passo del Corano, che dice: «il paradiso è per
coloro che san dominare la propria collera. — Io non sono in collera. —
E per quelli che perdonano le offese. — Io perdono l'offesa che m'hai
fatto. — E per quelli che rendono bene per male. — Io ti dono la libertà
e quattrocento pezze d'argento.» Hosein, fratel minore di Hassan, con
tutta la pietà di questo avea pure ereditato in parte il coraggio del
padre; militò decorosamente contro i cristiani nell'assedio di
Costantinopoli. Aggiugneva la primogenitura della stirpe di Hashem al
sacro carattere di nipote dell'appostolo: potea sostenere le sue
pretensioni contro Yezid, tiranno di Damasco, di cui spregiava i vizi, e
non degnava riconoscere i titoli. Fu trasmessa in secreto da Cufa a
Medina una lista di cenquarantamila Musulmani, che si dichiaravano
parteggiatori della sua causa, e prometteano di pigliar l'armi come
tosto ei comparisse su le sponde dell'Eufrate. Senza badare a' consigli
degli amici più saggi, deliberò d'affidare la propria persona e la
famiglia in balìa d'un popolo perfido. Attraversò il deserto dell'Arabia
con numeroso seguito di donne e di fanciulli sbigottiti; ma quando fu
presso alle frontiere dell'Irak, la solitudine del paese, e le apparenze
che vide d'inimicizia gl'inspirarono molta diffidenza, e gli diedero
motivo di temere o la diffalta, o la ruina de' suoi partigiani. Fondati
erano i timori; Obeidollah, governatore di Cufa, avea soffocate le prime
scintille d'insurrezione, e Hosein fu accerchiato, nella pianura di
Kerbela, da cinquemila cavalli, che precisero la sua comunicazione colla
città e col fiume. Poteva ancora riparare in una Fortezza del deserto,
che aveva affrontato le forze di Cesare e di Cosroe, e sperare nella
fedeltà della tribù di Tai, che armato avrebbe diecimila guerrieri in
sua difesa. In una conferenza che egli ebbe col Capo della soldatesca
nemica, domandò che gli fosse permesso di ritornare a Medina, o d'essere
collocato in una delle guarnigioni di frontiera che si tenevano contro i
Turchi, o finalmente d'essere condotto sano e salvo davanti Yezid; ma
gli ordini del Califfo, o del suo Luogo-tenente, erano rigorosi, e
assoluti, onde fu risposto ad Hosein che dovea sottomettersi, come
prigioniero e colpevole, al comandante de' fedeli, ovveramente
aspettarsi la pena della ribellione. «Pensate forse di sgomentarmi,
replicò egli, minacciandomi la morte»? Passò dunque la notte seguente
nell'apparecchiarsi, con una rassegnazione tranquilla e solenne, alla
sua sorte. Consolò sua sorella Fatima che piangea la rovina della sua
famiglia. «Non dobbiamo porre fiducia in altro che in Dio, le disse: in
cielo e in terra tutto dee perire e ritornare al suo Creatore: mio
fratello, mio padre, mia madre erano meglio di me, e la morte del
Profeta dee servire d'esempio a tutti». Sollecitò gli amici a porsi in
salvo con pronta fuga, i quali con voce unanime ricusarono d'abbandonare
l'amato padrone, o di sopravvivergli; ed egli ne rafforzò il coraggio
con fervida orazione, e colla promessa del paradiso. Nella mattina di
quel giorno funesto, Hosein salì a cavallo, prese in una mano la spada,
il Corano nell'altra: i generosi martiri della sua causa erano solo in
numero di trentadue cavalieri, e di quaranta fanti; ma fortificato
avevano i fianchi e il tergo colle corde delle lor tende, e s'erano
muniti con una fossa profonda piena di fascine accese all'usanza degli
Arabi. Si avanzarono mal volentieri i nemici, e un de' loro Capi, che
disertò con trenta soldati, venne a dividere con Hosein le angosce d'una
morte inevitabile. Nelle mischie corpo a corpo, o ne' singolari
conflitti, la disperazione rendette invincibili i Fatimiti; ma la
moltitudine che gli accerchiava li coperse d'un nembo di dardi: cavalli
ed uomini caddero successivamente uccisi: le due parti assentirono una
tregua d'un istante per l'ora della preghiera, e in fine terminò la
battaglia colla morte dell'ultimo compagno di Hosein. Solo egli allora,
rifinito dalla fatica, e piagato, si assise all'ingresso della sua
tenda. Mentre stava bevendo poche stille d'acqua per rinfrescarsi, fu
colto da un dardo in bocca: e rimasero uccisi fra le sue braccia il
figlio e il nipote, giovanetti di rara avvenenza. Sollevò al cielo le
mani coperte di sangue, e orò pe' viventi e pe' morti. Escì sua sorella
della tenda in un accesso di disperazione, scongiurando il generale de'
Cufiani perchè non lasciasse svenare Hosein in sua presenza: e i più
arditi fra i suoi guerrieri retrocessero da ogni lato all'arrivo
dell'eroe moribondo, che offriva il collo al lor ferro. Lo spietato
Shamer, nome abbominato da' fedeli, li rimbrottò di viltà, e il nepote
di Maometto cadde trafitto da trentatre colpi di lancia e di sciabola.
Ne calpestarono i Barbari il corpo, e portarono la testa al castello di
Cufa, ove l'inumano Obeidollah gli percosse colla canna la bocca. «Ahi!
esclamò un vecchio Musulmano, su quelle labbra ho veduto le labbra
dell'appostolo di Dio». Dopo tanti secoli, e in un clima sì diverso, una
scena sì tragica dee movere a pietà il più freddo lettore[197]. Quanto
a' Persiani, ricorrendo la festa di questo martire, celebrata ogni anno
quando visitar sogliono in pellegrinaggio la sua tomba, s'abbandonano a
tutta la frenesia del dolore e dello sdegno[198].

Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti
appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una
razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare
riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti
consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a
Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria
del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici
IMANI[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan,
Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi,
senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione
del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor
Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le
rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome
loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti
santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere
di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita
allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo
degl'Imani, distinto dal soprannome di _Mahadi_, o Guida, visse più
solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una
spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte:
dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima
del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o
Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la
posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]:
può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì:
superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di
quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli
angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero
Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che
cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di
parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha
consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de'
Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì
della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il
contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva
una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia
genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa
è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di
Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti,
mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri.
Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde:
hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro
Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole
loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia
di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è
mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca
e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta
la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi.
Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di
plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più
recente degli altri re della Terra[204].

I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo
si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir
tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e
partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli
appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono
le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che
un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi
concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle
rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa
condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più
vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare
del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme
accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo.
Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del
timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le
barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli
Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al
godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad
essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la
riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la
sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di
Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non
conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia
renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli
d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi
dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui
predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi
appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della
Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie
misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma
sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a
studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole
del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con
più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a
Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni
tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli
a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e
Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e
immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun
simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori
tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i
precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la
gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero,
che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di
sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che
l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i
Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di
premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni
metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono
dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma
presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè
mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o
nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la
cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi,
successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare
ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale
o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti
della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede.
Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale,
non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e
l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le
leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa
servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso
l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri
e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto
dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla
popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone
rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera
più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del
tempo.

Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di
Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei
più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel
Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una
dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose
per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni
di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero
gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue
delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina,
lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto
dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte
all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a
dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse
pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e
d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi,
come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla
oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza
ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a
quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero
nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno
l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una
lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla
rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono
in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli
Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de'
tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di
Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le
due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse
d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze
chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si
restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208].

NOTE:

[1] Poichè in questo capitolo e nel seguente io mostrerò molta
erudizione araba, debbo dichiarare la mia perfetta ignoranza delle
lingue orientali, e la gratitudine mia pei dotti interpreti, che mi han
fatto copia del lor sapere su questa materia in latino, in francese e in
inglese. Indicherò a tempo e luogo le raccolte, le versioni e le storie
che ho consultate.

[2] In tre classi ponno dividersi i Geografi dell'Arabia: 1. i _Greci_ e
i _Latini_, le cognizioni progressive de' quali si possono esaminare in
Agatarcide (_De mari Rubro in Hudson, geographi minores, t. I._), in
Diodoro di Sicilia (t. I. l. II, p. 159-167, l. III, p. 211-216, edit.
Wesseling), in Strabone (l. XVI, p. 1112-1114), dietro Eratostene, (p.
1122-1132, dietro Artemidoro), in Dionigi (_Periegesis, 927-969_), in
Plinio (_Hist. natur., V, 12; VI, 32_) e in Tolomeo (_Descript. et
Tabulae urbium in Hudson, t. III._) 2. Gli _scrittori arabi_ che han
trattato quest'argomento collo zelo del patriottismo o della divozione.
Gli estratti dati da Pocock (_Specimen Hist. Arabum, p. 125-128_) della
Geografia del Seriffo al-Edrissi, accrescono il disgusto che si prova
nella versione, o nel sommario, (p. 24, 27, 44, 56, 108, etc.)
pubblicata dai Maroniti coll'assurdo titolo della _Geographia nubiensis_
(Paris 1619); ma i traduttori latini e francesi, Graves (in Hudson, t.
III) e Galland (_Voyage de la Palestine_, del La Roque, p. 265-346), ci
han dato a conoscer l'Arabia d'Abulfeda, descrizione la più minuta ed
esatta che si abbia di quella penisola, e se le può aggiugnere per altro
la _Biblioteca Orientale_ del d'Herbelot, p. 120, et _alibi passim_. 3.
I _viaggiatori Europei_, tra i quali Shaw (p. 438-455) e Niebuhr
(_Description_, 1773; _Voyages_, tom. I, 1776) vogliono essere
menzionati con onore: Busching (_Géographie_ par Berenger, t. VIII. p.
416-510) ha fatto una compilazione giudiziosa; e il lettore debbe aver
sotto gli occhi le carte del d'Anville (_Orbis veteribus notus_, e la
prima parte dell'Asia) e la sua _Geografia antica_ (t. I, p. 208-231).

[3] Abulfeda, _Descriptio Arabiae_, p. 1; d'Anville, l'_Eufrate e il
Tigri_, p. 19, 20. In questo luogo, ove si trova il paradiso, o sia
giardino d'un satrapo, passò Senofonte coi Greci l'Eufrate per la prima
volta (_Ritirata dei diecimila_l. 1. c. 10, p. 29. edit. Wells).

[4] Il Reland ha provato con molta erudizione superflua 1. che il nostro
mar Rosso (il Golfo d'Arabia) non è che l'una parte del _mare Rubrum_,
Ερυθρα θαλασση degli antichi, che si allungava fino allo
spazio indefinito dell'Oceano indiano; 2. Che i vocaboli sinonimi
ερυθρος, αιθιοψς, sono allusivi al color dei Neri o Negri.
(_Dissert. miscell_., t. I. p. 59-117).

[5] Fra le trenta giornate o stazioni, che si contano fra il Cairo e la
Mecca, quindici mancano d'acqua dolce. _V._ la strada degli Hadjees, nei
_Viaggi di Shaw, p. 477_.

[6] Plinio, nel duodicesimo libro della sua Storia naturale, (l. XII, c.
42) tratta degli aromi, e soprattutto del _thus_ o incenso dell'Arabia:
Milton in una similitudine rammenta gli odori aromatici che il vento del
Nord-est trasporta sulla costa di Saba (Paradiso Perduto lib. 4).

[7] Agatarcide afferma che vi si trovavano pezzi d'oro vergine, la cui
grossezza variava da quella d'una oliva a quella d'una noce; che il
ferro valea due volte e l'argento dieci volte più dell'oro (_De mari
Rubro_, p. 60.). Questi tesori, veri o immaginarii, si son dileguati, e
non si conosce al presente nell'Arabia una sola miniera d'oro. (Niebuhr,
_Description_, p. 124).

[8] Si consulti, si legga per intero e si studii lo _Specimen Historiae
Arabum_ di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e
della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio,
tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note
sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia.

[9] Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz (_Periplus maris
Erythraei_, p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare
probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero
abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che
vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano
(Procopio, _De bello Persico_ l. I. c. 19).

[10] _V._ lo _Specimen Historiae Arabum_, di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il
viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte
Carmelo (_Voyage de la Palestine_, Amsterdam, 1718) presenta un quadro
piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da
Niebuhr, (_Description de l'Arabie_, p. 327-344), e dal Signor di Volney
(t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han
pubblicati viaggi nella Siria.

[11] Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul
_Cavallo_ e sul _Cammello_ dell'_Istoria naturale_ del Signor di Buffon.

[12] _V._ sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p.
142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di
Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per
l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I
cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano
generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento
(d'Herbelot _Bibl. Orient._ p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il
vigore per portare il cavaliere e la sua armatura.

[13] _Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces sunt_diceva un
medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto
il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non
ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già
meno frugale (Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. III. p. 404).

[14] Marciano d'Eraclea (_in Perip., p. 16, in t. I_; de Hudson, _minor
Geograph_.) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice.
Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità
dello scrittore.

[15] Albufeda (_in_ Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco:
anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen (_Voyages de Niebuhr_, t.
I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar
(Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53).

[16] Pocock, _Specimen_, p. 57; _Geograph. Nubiensis_, p. 52. Meriaba, o
Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni
d'Augusto (Plinio _Hist. nat._ VI, 32); e non era per anche risorta nel
secolo sedicesimo (Albufeda _Descript. Arab._, p. 58).

[17] Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a
Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il
computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una
caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a
Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci
alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o
quattrocento dodici ore, sino al Cairo (_Voyages de Shaw_, p. 477); e
secondo il calcolo del d'Anville (_Mesures itinéraires_, p. 99), una
giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio (_Hist. nat._
XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese
dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino
a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume
a' fatti.

[18] Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della
Mecca (d'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 368-371; Pocock, _Specimen_, p.
125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti
l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice
Thevenot (_Voyage du Levant_, part. I, p. 490) è tolto dalla bocca
sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila
case (Chardin, t. IV, p. 167).

[19] Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 6.)
accenna una di queste case di sale presso Bassora.

[20] _Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut
latrociniis degit_ (Plinio, _Hist. nat._, VI, 32). _Vedi_ il Koran di
Sale, _Sura_ 106, p. 503; Pocock, _Spec._, p. 2; d'Herbelot, _Bibl.
orient._, p. 361; Prideaux, _Vie de Mahomet_, p. 5; Gagnier, _Vie de
Mahomet_, t. 1, p. 72-120, 126. etc.

[21] _La Genesi, al capo 16, v. 12, dice:_ hic erit ferus homo: manus
ejus contra omnes, et manus omnium contra eum, et e regione universorum
fratrum suorum figet tabernacula. _Qui nel dato carattere d'Ismaele
possono considerarsi descritti profeticamente i suoi discendenti, gli
Arabi, dati a regolare ladroneccio, e dimoranti poco lungi della
Palestina; non sono artificiosamente contorti i sensi della Genesi; non
si potrebbe per altro spiegare il_ manus omnium contra eum _che col
riferirlo all'essere stata l'Arabia alcune volte invasa da armate
tartare, e persiane; ma ciò potrebbe pur dirsi di tanti altri Stati._
(Nota di N. N.)

[22] Un dottor anonimo (_Univers. History_, vol. XX, edit. in-8) ha
ricavato dall'independenza degli Arabi una _dimostrazione_ formale della
verità del cristianesimo. Può un critico primieramente negare i fatti, e
poi disputare sul senso del passo che si allega della Bibbia (_Genes._
XVI, 12), su l'ampiezza della applicazione, e sul fondamento della
genealogia.

[23] Fu soggiogato (A. D. 1173) da un fratello del gran Saladino che
fondò una dinastia de' Curdi o degli Ayoubiti (Guignes, _Hist. des
Huns_, t. 1, p. 425; d'Herbelot, p. 477).

[24] Dal luogotenente di Solimano I (A. D. 1538), e da Selim II (1568).
_V._ Cantemir (_Hist. de l'empire Ottoman_, p. 201-221.) Il Bascià che
risedeva in Saana comandava a ventun Bey, ma non mandò mai tributi alla
Porta (Marsigli, _Stato Militare dell'impero Ottomano_, p. 124), e i
Turchi ne furono cacciati verso l'anno 1630. (Niebuhr, p. 167, 168.)

[25] Le principali città della provincia romana che chiamavasi Arabia e
terza Palestina, erano Bostra e Petra che datavano dall'anno 105, epoca
in cui furono soggiogate da Palma, luogotenente di Traiano. (Dion
Cassio, l. LXVIII). Petra era la capitale de' Nabatei, che traevano il
nome dal primogenito dei figli d'Ismaele (Genes. XXV, 12, etc., co'
_Commenti_ di San Girolamo, del Le Clerc, e del Calmet). Giustiniano
abbandonò un paese palmifero di dieci giornate di viaggio al mezzodì di
Aelah (Procopio, _De bell. persico_, l. I, c. 19); e i Romani avevano un
centurione e una dogana (Arriano _in Periplo maris Erythroei_, p. 11, in
Hudson, t. 1) in un luogo (λευκη κωμη, _Pagus Albus_ Hawarra)
del territorio di Medina (d'Anville, _Mémoire sur l'Egypte_, p. 243). Su
questi possedimenti reali, e su qualche nuova scorreria di Traiano
(_Peripl._ p. 14, 15) fondarono gli storici e le medaglie la
supposizione che i Romani conquistassero l'Arabia.

[26] Niebuhr (_Descript. de l'Arabie_, p. 302, 303, 329-331) ci dà le
notizie più recenti ed autentiche sul grado d'autorità che possedono i
Turchi nell'Arabia.

[27] Diodoro di Sicilia (t. II, l. XIX, p. 390-393, ediz. del Wesseling)
ha data a conoscere chiaramente l'independenza degli Arabi nabatei, che
fecero resistenza alle armi d'Antigono e di suo figlio.

[28] Strabone, l. XVI, p. 1127-1129; Plinio, _Hist. nat_., VI, 32. Elio
Gallo sbarcò presso Medina, e fece quasi trecento leghe nella parte
dell'Yemen che giace fra Mareb e l'Oceano. Il _non ante devictis Sabeae
regibus_ (_Od_. I, 29), e gl'_intacti Arabum thesauri_ (_Od_. III, 24)
d'Orazio, attestano l'indipendenza ancora inviolata degli Arabi.

[29] _Lo stendardo di Maometto non è sacro pel lettore cristiano: questo
aggettivo è male applicato ad uno stendardo di un fortunato Capo
d'entusiasti, che coll'armi diffusero la lor religione rapidamente in
molte, e vaste regioni dell'Asia, e dell'Affrica._ (Nota di N. N.)

[30] _V._ in Pocock una Storia imperfetta dell'Yemen, _Specimen_, p.
55-66; di Hira, p. 66-74; di Gassan p. 75-78, su tutte le cose che si
poterono sapere, o di cui si potè in un tempo d'ignoranza serbare
memoria.

[31] Le Σαρακηνικα φυλα, μυριαδες ταυτα, και το πλειστον αυτων
ερημονομοι, και αδεσποτοι, _tribù Saracene, a decine di migliaia, e per
lo più abitatrici di deserti, e independenti_, descritte da Menandro
(_Excerpt. legat._, p. 149), da Procopio (_De bell. Pers._ l. I. c.
17-19; l. II, c. 10) e, coi più forti colori, da Ammiano Marcellino, (l.
XIV, c. 4) che ne parla sin dal tempo di Marc'Aurelio.

[32] Questo nome usato da Tolomeo e da Plinio in un senso più ristretto,
e da Ammiano e da Procopio in significato più largo, fu ridicolamente
derivato da _Sarah_, moglie d'Abramo; e in un modo assai oscuro dal
villaggio di _Saraka_ μετα Ναβαταιους _fra i Nabatei_ (Stephan., _De
urbibus_), ma più plausibilmente da vocaboli arabici, che significano
un naturale disposto al ladroneccio, o che denotano la loro situazione
all'Oriente (Hottinger, _Hist. orient._, lib. I, c. I. p. 7, 8; Pocock,
_Specimen_, p. 33-35; Assemani, _Bibl. orient._ t. IV, p. 567). Ma
l'ultima e la più ammessa di tali etimologie è confutata da
Tolomeo (_Arabia_, p. 2, p. 18, _in_ Hudson, t. IV), che segna
espressamente la situazione occidentale e meridionale de' Saraceni, che
allora erano una tribù oscura stanziata su le frontiere dell'Egitto.
Questa denominazione adunque non può riferirsi al carattere nazionale; e
poichè fu data da forestieri, convien cercarne l'origine non già nella
lingua araba, ma in una straniera.

[33] _Saraceni.... mulieres aiunt in eos regnare._ (_Expositio totius
Mundi_, p. 3, _in_ Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella
Storia ecclesiastica (Pocock, _Specim._, p. 69-83).

[34] Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, _non uscire della reggia_,
dicono Agatarcide (_De mari Rubro_, p. 63, 64, _in_ Hudson, t. I),
Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p.
1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o
di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si
spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge.

[35] _Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et_
ELOQUENTIA (Sephadius, _apud_ Pocock, _Specimen_, p. 161, 162.) Solo co'
Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi
avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di
Demostene.

[36] Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr
dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che
da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie.

[37] _V._ Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia
di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio
sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i
re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di _Hycsos_ (Marsham,
_Canon. chron._, p. 98-163, ec.)

[38] Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, _Bibl.
orient._, p. 75). I due storici che hanno scritto su le _Ayam-al-Arab_,
le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli
furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò
quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, _Specimen_, p. 48).

[39] Niebuhr (_Description_, p. 26-31) espone la teorica e la pratica
moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel
Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole
più rozza dell'antichità.

[40] Procopio (_De bell. Pers._ l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace
verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan _quattro_, il primo
mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che
in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o
sei volte (Sale, _Disc. prélim._, p. 147-150, e _Note_ sul nono Capitolo
del Corano, p. 154, etc.; Casiri, _Bibl. hispano-arabica_, t. II, p. 20,
21).

[41] Arriano, che vivea nel secondo secolo, accenna (_in Periplo maris
Erithraei_, p. 12) la differenza parziale o totale de' dialetti Arabi.
Pocock (_Specimen_, p. 150-154), Casiri (_Bibl. hispano-arabica_, t. I,
p. 1, 83, 292; tom. II, p. 25, ec.) e Niebuhr (_Descript. de l'Arabie_,
p. 72-86) hanno minutamente trattato di ciò che risguarda l'alfabeto e
la lingua degli Arabi; ma io trascorro leggermente su questa materia,
non prendendo io diletto a ripetere da pappagallo parole che non
intendo.

[42] Il Voltaire ha inserito nel suo Zadig una Novella familiare (il
Cane ed il Cavallo) per provare l'accortezza naturale degli Arabi
(d'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 120, 121; Gagnier, _Vie de Mahomet_, t.
I, p. 37-46); ma d'Arvieux, o piuttosto La Roque (_Voyage de la
Palestine_, p. 92), ha negata la superiorità di che si dan vanto i
Beduini. Le cento sessantanove sentenze di Alì (tradotte in inglese da
Ockley, a Londra, 1718) sono un saggio dello spirito de' frizzi in cui
son singolari gli Arabi.

[43] Pocock (_Specimen_, p. 158-161) e Casiri (_Bibl. Hisp. Arab._, t.
I, p. 48-84, ec., 119; t. II, p. 17, ec.) parlano de' poeti Arabi
anteriori a Maometto. I sette poemi della Caaba furono stampati in
inglese da Sir William Jones; ma l'onorevole missione che gli fu
commessa nell'India ci ha privato delle sue note molto più interessanti
che non quel testo vieto ed oscuro.

[44] Sale, _Discours prélim._, p. 29, 30.

[45] D'Herbelot, _Bibl. orient._, p. 458; Gagnier, _Vie de Mahomet_, t.
III, p. 118. Caab, e Hesno (Pocock, _Specim._ p. 43, 46, 48) si
segnalaron anch'essi nella liberalità, ed un poeta arabo dice
elegantemente di quest'ultimo: _Videbis eum cum accesseris exultantem,
ac si dares illi quod ab illo petis_.

[46] Tutto quello che ora può sapersi dell'idolatria degli Arabi antichi
si trova in Pocock, (_Specim._, p. 89, 136, 163, 164). La sua profonda
erudizione è stata interpretata in modo ben chiaro e conciso dal Sale
(_Discours prélim._, p. 14-24); e l'Assemani (_Bibl. orient._, t. IV, p.
580-590) ha aggiunto annotazioni preziose.

[47] Ιερον αγιωτατον ιδρυται τιμωμενον υπο παντων Αραβων περιττοτερον
si vede un Tempio famoso venerato per santissimo da tutti
gli Arabi (Diod. di Sicilia, t. I, l. III, p. 211); la qualità e il sito
concordano tanto che mi fa maraviglia come siasi letto questo passo
curioso senza avvertirlo e senza badare all'applicazione. Pure
Agatarcide (_De mari Rubro_, p. 58, _in_ Hudson, t. I.), copiato da
Diodoro nel resto di quella descrizione, non fa motto di quel celebre
Tempio. Forse che il Siciliano ne sapea più che l'Egizio? O fu costrutta
la Caaba tra l'anno di Roma 650 e il 746, tempo in cui componevano i
loro libri? (Dodwell, _in Dissertat. ad._ t. I, Hudson, p. 72; Fabricio,
_Bibl. graec._, t. II. p. 770).

[48] Pocock, _Specimen_, p. 60, 61. Dalla morte di Maometto retrocediamo
a sessantott'anni, e dalla sua nascita a cento ventinove anni avanti
l'Era cristiana. Il velo, o la tela, che oggi è di seta e d'oro, non fu
anticamente che una stoffa di lino d'Egitto. (Abulfeda, _Vit. Mohammed_,
c. 6, p. 14).

[49] La pianta originale della Caaba, servilmente copiata dal Sale,
dagli autori della Storia universale, ec. è un abbozzo fatto da un
Turco, che Reland (_De religione Mohammed_, p. 113-123) ha corretta e
spiegata colla scorta di buone autorità. Si consulti su la Leggenda e la
Descrizione della Caaba il Pocock (_Specimen_, p. 115-122), la
_Bibliothèque orientale_ del di Herbelot (_Caaba, Hagier, Zemzem_,
etc.), e il Sale (_Disc. prélimin._ p. 114-122).

[50] Sembra che Cosa, quinto antenato di Maometto, usurpasse la Caaba
(A. D. 440); ma Iannabi (Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. I, p. 65-69) e
Abulfeda (_Vit. Mohammed_, c. 6, p. 13) raccontano il fatto
diversamente.

[51] Massimo Tirio, che vivea nel secondo secolo, attribuisce agli Arabi
il culto d'una pietra. Αραβιοι σεβουσι μεν, εντινα κα δε ηιδα, το δε
αγαλμα ειδον; λοθος ην τετθαγωνος _gli Arabi adorano un simulacro
di tal fatta, che per altro non ho veduto; la pietra, era
quadrangolare_ (_Dissert. 8_, t. I, p. 142, ediz. Reiske); e i cristiani
hanno ripetuto con gran veemenza questo rimprovero (Clemente
Alessandrino, _in Protreptico_, p. 40; Arnobio, _Contra gentes_, lib.
VI, p. 246). Ma pure quelle pietre altro non erano che i Βαιτυλα della Siria e della Grecia, tanto rinomati nell'antichità sacra
e profana (Euseb. _Praep. Evangel._, l. I, p. 37; Marsham, _Canon.
chron._ p. 54-56).

[52] Il dotto Sir John Marsham (_Canon. chron._, p. 76-78, 301-304)
discute esattamente i due orridi punti dell'Ανδροθυσια _sagrifici
umani_, e della παιδοθυσια, _sagrifici di fanciulli_. Sanconiatone
dall'esempio di Crono trae l'origine de' sagrifici della Fenicia;
ma non sappiamo se Crono vivesse prima o dopo Abramo, od anzi se mai
sia stato al Mondo.

[53] Κατ’ ετος εκαστον παιδα εθυον _ogn'anno sagrificavano un
fanciullo_; tal'è il rimprovero di Porfirio; ma egli accusa di questo
crudel costume anche i Romani, costume già abolito del tutto, A. V. C.
657. Tolomeo (_Tabul._, p. 37, _Arabia_, p. 9-29), ed Abulfeda (p. 57)
fan menzione di Dumaetha, Daumat-al-Gendal; e le carte di d'Anville
pongono questo luogo nel cuor del deserto, tra Chaibar e Tadmor.

[54] Procopio (_De bell. pers._, l. I, c. 28), Evagrio (l. VI, c. 21) e
Pocock (_Specimen_, p. 72-86) attestano i sagrifici umani degli Arabi
del sesto secolo. Il pericolo e la liberazione d'Abdalah son piuttosto
una traduzione che un fatto (Gagnier, _Vie da Mahomet_, l. I, p. 82-84).

[55] _Non può dirsi, che gli Ebrei s'astenessero dal mangiare le carni
del porco per ignoranza, per sanità o per qualunque altro motivo; essi
ciò facevano per comando di Dio, venuto loro per mezzo di Mosè,
fondatore di lor religione; non bisogna unire insieme gli usi religiosi
delle altre nazioni con quelli degli Ebrei; potevano essi essere i
medesimi, anzi, parlando dell'astinenza dal mangiare il porco, lo erano;
ma i motivi di cotale astinenza erano diversi; presso gli Ebrei, il solo
motivo che Mosè ne addusse fu il commando assoluto di Dio. Lo stesso
dicasi della circoncisione della quale viene l'Autore subito a parlare._
(Nota di N. N.)

[56] _Suillis carnibus abstinent_, scrive Solino (_Polyhist._, c. 33),
il quale copia da Plinio (l. VIII, c. 68); strana supposizione che i
maiali non possano vivere nell'Arabia. Aveano gli Egizi un'avversione
naturale e superstiziosa per questo animale immondo (Marsham, _Canon_,
p. 206). Gli Arabi antichi praticavano altresì, _post coitum_, la
ceremonia dell'abluzione (Erodoto, l. I, c. 80), consacrata dalla legge
de' Musulmani (Reland, p. 57, etc.; Chardin, o piuttosto il _Mollah_ di
Shah Abbas, t. IV, p. 71, etc.).

[57] I dottori Musulmani non han piacere di trattare questa materia;
pure credono necessaria la circoncisione per la salute, e pretendono
ancora che per una specie di miracolo, nascesse Maometto senza prepuzio
(Pocock, _Spec._, p. 319, 320; Sale, _Disc. prélim._, p. 106, 107).

[58] Diodoro Siculo (t. I, l. II, p. 142-145) ha data alla lor religione
un'occhiata curiosa ma superficiale da Greco. Si dee apprezzare la loro
astronomia, avvegnachè aveano finalmente fatto uso della lor ragione, se
dubitavano che il sole fosse nel numero de' pianeti e delle stelle
fisse.

[59] Semplicio (che cita Porfirio), _De coelo_, l. II, com. 46, p. 123;
l. XVIII, _ap._ Marsham, _Canon chron._, p. 474, che dubita del fatto
perchè contrario a' suoi sistemi. La più vecchia data delle osservazioni
de' Caldei è dell'anno 2234 avanti Gesù Cristo. Dopo il conquisto di
Babilonia fatto da Alessandro, quelle osservazioni, per le preghiere
d'Aristotele, furono comunicate all'astronomo Ipparco. Che bel monumento
nella storia delle Scienze!

[60] Pocock (_Specim._, p. 138-146), Hottinger (_Hist. orient._, p.
162-203), Hide (_De relig. vet. Persar._, p. 124-128, ec.), d'Herbelot
(_Sabi_, p. 725, 726) e Sale (_Discours prélim._) destano in noi
curiosità senza soddisfarla, e l'ultimo scrittore confonde il Sabeismo
colla religion primitiva degli Arabi.

[61] _Essendo stato Abramo un pastore Caldeo, essendo stati gli Ebrei
schiavi in Babilonia, città della Caldea, ed essendo stati istruiti
della creazione, e del diluvio da Mosè, è naturale che le idee dei
Caldei, o Sabei, intorno a queste cose, fossero conformi a quelle degli
Ebrei: del resto sono stati attribuiti alcuni libri ad Adamo, a Seth, e
ad Enoch._ (Nota di N. N.)

[62] D'Anville (l'_Eufrate e il Tigri_, p. 130-147) determina il sito di
que' cristiani equivoci. L'Assemani (_Bibl. orient._, t. IV, p. 607-614)
avrà forse esposto i lor veri Domma, ma è fatica arrischiata il voler
fissare la credenza d'un popolo ignorante che teme e arrossisce di
svelare le sue arcane tradizioni.

[63] Abitavano i Magi nella provincia di Bahrein (Gagnier, _Vie de
Mahomet_, t. III, p. 114) frammisti agli Arabi antichi (Pocock,
_Specimen_, p. 146-150).

[64] _Cioè i Cattolici hanno procurato di spargere il più che hanno
potuto la loro credenza, ma non già d'avere l'Impero temporale._ (Nota
di N. N.)

[65] Pocock, aderendo a Sharestani, ec. (Specimen, p. 60-134, ec.),
Hottinger (_Hist. orient._, p. 212-238), d'Herbelot, (_Bibl. orient._,
p. 474-476), Basnagio (_Hist. des Juifs_, t. VII, pag. 185, t. VIII,
pag. 280) e Sale (_Disc. prélim._, p. 22, ec. 33, ec.) descrivono la
situazione de' Giudei e dei Cristiani nell'Arabia.

[66] Nelle obblazioni avean per massima d'ingannar Dio a pro dell'idolo,
ch'era meno possente, ma più irritabile (Pocock, _Specimen_, p.
108-109).

[67] Le versioni ebraiche o cristiane che abbiamo della Bibbia sembrano
più moderne del Corano, ma dee credersi che s'avessero traduzioni
anteriori, 1. per l'uso perpetuo della sinagoga, che spiegava la lezione
ebraica con una parafrasi in lingua volgare del paese; 2. per l'analogia
delle versioni armena, persiana ed etiopica, espressamente citate da'
Padri del quinto secolo, i quali asseriscono che le scritture erano
state tradotte in tutte le lingue de' Barbari. (Walton, _Prolegomena ad
Biblia Polyglotta_, p. 34, 93, 97; Simon, _Hist. crit. du vieux et du
nouveau Testament_, t. I, p. 180, 181, 282, 286, 293, 305, 306; t. IV,
p. 206.)

[68] _La credenza che prestarono gli Arabi, prima che Maometto fondasse
la sua nuova religione, ai miracoli narrati nella Bibbia, era fondata
sopra i motivi di credibilità che avevano i miracoli stessi; non può
dunque dirsi credulità. L'Autore poi ha torto dicendo, per le parole di
Hottinger,_ est une calomnie maladroite des chrétiens_, poichè vi sono
anche alcuni altri scrittori cristiani che confessano esser nato
Maometto di stirpe nobile._ (Nota di N. N.)

[69] _In eo conveniunt omnes, ut plebejo vilique genere ortum_, etc.
(Hottinger, _Hist. orient._, p. 136). Ma Teofane, il più antico degli
storici Greci, e padre di più menzogne, confessa che Maometto era della
razza d'Ismaele, εκ μιας γενικωτατης φυλης (_Chron._ p. 277.)
di una famiglia nobilissima.

[70] Abulfeda (in _Vit. Mohammed_, c. 1, 2) e Gagnier (_Vie de Mahomet_,
p. 25-97) espongono la genealogia del Profeta quale è ammessa da' suoi
nazionali. Se fossi alla Mecca, mi guarderei ben del contrastarne
l'autenticità, ma a Losanna mi farò lecito d'osservare, 1. che da
Ismaele a Maometto lo spazio è di duemila e cinquecento anni, e che i
Musulmani non contano che trenta generazioni in vece di settantacinque;
2. che i Beduini moderni sono ignari della storia propria, e non si
curano della lor genealogia (_Voyage de Darvieux_, p. 100-103).

[71] I primi semi di questa o favola o storia si trovano nel
centesimoquinto capitolo del Corano, e Gagnier (_Préface de la Vie de
Mahomet_, p. 18, etc.) ha tradotto il racconto d'Abulfeda sul quale si
può cercare qualche schiarimento nel d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 12)
e Pocock (_Specimen_, p. 64). Prideaux (_Vie de Mahomet_) scrive essere
una novella inventata dal profeta; ma il Sale (_Koran_, p. 501-503),
mezzo Musulmano, punge l'incoerenza di questo scrittore che credeva ai
miracoli dell'Apollo di Delfo. Il Maracci (_Alcoran_, t. I, parte II, p.
14; t. II, p. 823) attribuisce il prodigio al diavolo, e forza i
Musulmani a confessare che Dio non avrebbe protetto contro i cristiani
gli idoli della Caaba.

[72] Le epoche più sicure, quelle d'Abulfeda (_in Vit._, c. 1, p. 2)
d'Alessandro o de' Greci 882, di Bocht Naser o Nabonassar 1316, ci danno
l'anno 569 per quella della nascita di Maometto. A' Benedettini è
sembrato troppo oscuro ed incerto il vecchio calendario degli Arabi per
prestargli fede (_Art de vérifier les dates_, p. 15); stando al giorno
del mese o della settimana, fanno un nuovo computo, e ritirano indietro
la nascita di Maometto sino al 10 novembre 570. Concorderebbe questa
data coll'anno 882 de' Greci, stabilita da Elmacin (_Hist. Saracen._ p.
5) e da Abulfaragio (_Dynast._ p. 101, e l'_Errata_ della versione di
Pocock). Si pone oggi molta cura a conoscere l'epoca precisa della
nascita di Maometto, che forse non era nota a quest'ignorante
profeta[*].

* _Alcuni letterati più moderni pongono la nascita di Maometto nell'anno
571 dell'Era cristiana._ (Mohammeds religion, etc. _von Cludius_, p. 21)
(Nota dell'Editore francese).

[73] Secondo altri, Abu-Taleb s'impadronì del retaggio paterno di
Maometto, e cercò ancora di far perire quell'orfano, il quale dovè
ricorrere alla protezione degli altri parenti, di fuggire e d'andare
dietro le carovane. (_Mohammeds religion aus dem Koran dargelegt_ etc.
_von_ Cludius, p. 21.) (_Nota dell'Editore francese_).

[74] Ecco la testimonianza onorevole che Abu-Taleb rendette alla sua
famiglia e al nipote. _Laus Dei, qui nos a stirpe Abrahami et semine
Ismaelis constituit, et nobis regionem sacram dedit, et nos judices
hominibus statuit. Porro Mohammed filius Abdollahi nepotis mei_ (nepos
meus) _quo cum ex aequo librabitur e Koraishidis quispiam cui non
praeponderaturus est, bonitate et excellentia, et intellectu et gloria
et acumine etsi opum inops fuerit (et certe opes umbra transiens sunt et
depositum quod reddi debet), desiderio Chadijae filiae Chowailedi
tenetur, et illa vicissim ipsius, quidquid autem dotis vice petieritis,
ego in me suscipiam_ (Pocock, _Specimen_, _a septima parte libri_ Ebu
Hamduni.)

[75] L'istoria della vita privata di Maometto, dalla sua nascita sino
alla sua missione, si legge in Abulfeda (_in Vit._, c. 3-7) e negli
scrittori Arabi, autentici o supposti, citati dall'Hottinger (_Hist.
orient._, p. 204-211), nel Maracci (t. I, p. 10-14) e nel Gagnier (_Vie
de Mahomet_, t. I, p. 97-134).

[76] Abulfeda (_in Vit._ c. 65, 66), Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. III,
p. 272-289). Le tradizioni più verosimili sulla persona e i discorsi del
Profeta vengono da Ayesha, da Alì e da Abu Horaira, soprannomato il
padre d'un gatto (Gagnier, t. II, p. 267; Ockley, _Hist. of the
Saracens_, t. II, p. 149), e che morì l'anno dell'egira 59.

[77] Que' che credono che Maometto sapesse leggere e scrivere, non hanno
adunque esaminato ciò ch'è scritto d'altra mano che la sua ne' _suras_,
o cap. del Corano 7, 29 e 96. Abulfeda (_in vit._, c. 7), Gagnier (_Not.
ad_ Abulfeda, p. 15), Pocock (_Specimen_, p. 151), Reland (_De Religione
Mohammed._, p. 236) e Sale (_Disc. prélim._, p. 43) ammettono senza
contrasto que' testi e la tradizione della Sonna. Il Sig. White è presso
che il solo che neghi l'ignoranza del profeta, per accusarne
l'impostura. Ma le sue ragioni sono tutt'altro che soddisfacenti. Due
viaggi non lunghi alle fiere di Siria non bastavano certamente ad
acquistare cognizioni sì rare fra i cittadini della Mecca; nè mai alla
sottoscrizione d'un trattato, che si fa con animo quieto, avrebbe
Maometto lasciata cadere la maschera. Niuna conseguenza può dedursi da
ciò che si narra della sua malattia e del suo delirio. Prima che
s'avvisasse di spacciarsi profeta, avrebbe dovuto nella vita privata
mostrar di sovente che sapeva leggere e scrivere; e i suoi primi
proseliti, i membri della sua famiglia, sarebbero stati i più pronti a
riconoscere ed accusare la sua scandalosa ipocrisia. (White, _Sermons_,
p. 203, 204; _Notes_, p. 36-38.)

[78] Il conte di Boulainvilliers (_Vie de Mahomet_, p. 201-228) fa
viaggiare Maometto come il Telemaco del Fénelon e il Ciro di Ramsay. La
sua andata alla Corte di Persia è probabilmente una fola, nè posso
capire io stesso donde venga quella esclamazione: «I Greci peraltro son
uomini!» Quasi tutti gli scrittori Arabi, Musulmani e Cristiani parlano
dei due viaggi nella Siria (Gagnier, _ad_ Abulfeda, p. 10.)

[79] Mi manca il tempo d'esaminare le favole e le congetture poste in
mezzo sul nome di que' forestieri accusati, o presunti dagl'Infedeli
della Mecca. (_Corano_, c. 16, p. 223; c. 35, p. 297, colle note del
Sale; Prideaux, _Vie de Mahomet_, p. 22-27; Gagnier, _Not._ ad Abulfeda,
p. 11-74; Maracci, t. II, p. 400). Il Prideaux medesimo ha osservato che
queste intelligenze saranno state secrete, e che la scena succedette nel
cuor dell'Arabia.

[80] Abulfeda (_in vit._, c. 7, p. 15; Gagnier, t. I, p. 133-135.)
Abulfeda (_Geogr. arab._, p. 4) indica il sito del monte Hera. Eppure
Maometto non aveva mai udito parlare della grotta della ninfa Egeria,
_ubi nocturnae Numa constituebat amicae_; non del monte Ida, ove Minosse
conversava con Giove, ec.

[81] _Basta leggere il Decalogo, che contiene le volontà di Jehovah,
vale a dire di Dio, considerato nella sua essenza, siccome intendevano,
ed intendono con quel vocabolo di esprimere gli Ebrei, per conoscere la
concordanza dei di lui attributi morali colle virtù sociali; se poi si
trovano nella Scrittura sacra alcune espressioni, ed alcuni epiteti, che
sembrano sulle prime non potersi concordare coll'idea dell'Essere
supremo, siccome sarebbero quelli di iracondo, di furioso, di geloso,
determinanti passioni umane, essi, siccome dicono i teologi, devono
considerarsi siccome modi figurati di dire de' sacri scrittori, i quali
si servivano di cotali espressioni per usare un linguaggio inteso dagli
uomini. Se la Scrittura per esempio ci dice, che Dio si riposò dopo
l'opera della creazione, chi penserà che l'Essere supremo abbia avuto
bisogno di riposarsi, egli ch'è un'attività immensa ed eterna?_ (Nota di
N. N.)

[82] _Corano_, c. 9, p. 153. Al-Beidawi e gli altri commentatori citati
dal Sale, ammettono questa accusa; io non so vedere come possa
acquistare verosimiglianza dalle tradizioni oscure ed assurde de'
Talmudisti.

[83] _Leggasi la nostra annotazione_ (p. 248) _fatta al T. IX, e
vedrassi distesamente, che non era nel settimo secolo, nè è
presentemente, un'idolatria il culto che i Cristiani, o per meglio dire
i Cattolici, prestano alle immagini, ed alle reliquie. Se poi i
cristiani detti Collidiani, e ch'erano eretici, prestavano a Maria un
culto che a ragione era un'idolatria, ciò nulla offende il
cattolicismo._ (Nota di N. N.)

[84] Hottinger, _Hist. orient._, p. 225-228. L'eresia de' Colliridii fu
recata di Tracia in Arabia da varie donne, e il nome procede dal
vocabolo Κολλυρις, ossia focaccia, ch'esse offerivano alla Dea.
Questo esempio, non che quello di Berillo, vescovo di Bostra (Eusebio,
_Hist. eccles._, l. VI, c. 33) e di parecchi altri, ponno scusare quel
rimbrotto, _Arabia haereseon ferax_.

[85] Quando il Corano parla di tre Dei (c. 4, p. 81, c. 5, p. 92), è
chiaro che alludea Maometto al nostro mistero della Trinità; ma i
commentatori Arabi non vedono in que' passi che il Padre, il Figlio e la
Vergine Maria, Trinità ereticale, sostenuta, dicesi, da alcuni Barbari
nel Concilio niceno (Eutych. _Annal._, t. I, p. 440). Ma l'esistenza de'
_Marianiti_ è contestata dal sincero Beausobre (_Hist. du Manichéisme_,
t. I, p. 532); e per dare spiegazione allo sbaglio, dice che viene dalla
parola _rouah_ (Spirito Santo), che è del genere femminino in vari
idiomi dell'Oriente, e che è in senso figurato la madre di Gesù Cristo
nell'Evangelo de' Nazareni.

[86] _La spiegazione soddisfa anche sufficientemente la ragione, e non
porge l'idea di pluralità di Dei, ossia di politeismo, ch'era la
religione di quasi tutti i popoli antichi, eccettuato specialmente
l'Ebreo, e lo è di moltissimi anche oggidì, ed al quale la religione
cristiana si opponeva, e si oppone. E poi finalmente cotal mistero non è
contrario alla ragione, ma solamente è superiore alla ragione, siccome
con buoni ragionamenti sostengono i teologi: la natura è piena di
misterj superiori alla ragione, siccome sanno i fisici, ed i metafisici;
vorressimo noi negarli perchè non li intendiamo, perchè superano le
facoltà della nostra ragione, mentre sono in fatto? perchè non ne
ammetteremo noi dunque parlando teologicamente del di lei Autore? Il
Gibbon si dichiarò già Teista, cioè pensa rettamente contro gli atei, se
pur veramente ve ne furono, e ve ne sono, esservi un Esser supremo,
dicendo_ p. 51, e che così comprende una verità eterna, _confermando ciò
da filosofo Teista anche in altri luoghi, e specialmente_ p. 56, il Dio
della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua
esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo. _Perchè mai
sembra egli qui opporsi all'idea della Trinità di quest'Essere supremo,
siccome fece Maometto, il quale nell'atto che predicava e sosteneva con
grande entusiasmo, ed anche coll'armi, contro il politeismo degli Arabi
del suo tempo, esservi un Essere supremo, un Dio solo, non ammetteva la
Trinità delle Persone, e quindi veniva a negare la divinità di Cristo,
ed a riguardarlo soltanto come un uomo ottimo e sapiente, la quale
divinità coi motivi della di lei credibilità è il fondamento della
credenza dei cristiani?_ (Nota di N. N.)

[87] Questo sistema d'idee filosoficamente si svolge nell'esempio
d'Abramo, che nella Caldea si oppose alla prima introduzione della
idolatria (_Corano_, c. 6, p. 106; d'Herbelot, _Bibl. orient._, p. 13.)

[88] _V._ il _Corano_, e soprattutto i capitoli 3 (p. 30), 57 (p. 437),
58 (p. 441) che annunciano l'onnipotenza del Creatore.

[89] Pocock (_Specimen_, p. 274, 284-292), Ockley (_Hist. of the
Saracens_, v. 2, p. 82-95), Reland (_De relig. Mohamm._, l. I, p. 7-13)
e Chardin (_Voyages en Perse_, t. IV, p. 4-28) hanno tradotto i simboli
più ortodossi dell'Islamismo. A questa grandissima verità, che niente
v'ha di simile a Dio, Maracci (_Alcoran._, t. I, part. III, p. 87-94)
oppone goffamente, che Dio fece l'uomo ad immagine sua.

[90] V. Reland (_De relig. Moham._, l. I, p. 17-47). Sale (_Discours
prélim._, p. 73-86, _Voyage de Chardin_, t. IV, p. 28, 37, 39, 47), su
questa aggiunta de' Persiani, _Alì è il vicario di Dio_. Ma il numero
preciso de' profeti non è articolo di fede.

[91] _V._ intorno a' libri apocrifi d'Adamo, il Fabricio, _Codex
pseudepigraphus_. V. T., p. 27-29; intorno a que' di Seth, p. 154-157; a
que' d'Enoch, p. 160-219; ma il libro d'Enoch è per alcuni rispetti
consecrato dalla citazione che ne fa l'appostolo San Giuda. Sincello e
Scaligero allegano in suo favore un lungo brano d'una leggenda.

[92] I sette precetti di Noè sono spiegati dal Marsham (_Canon.
chronicus_, p. 154-180), che in questa occasione aderisce al sapere e
alla credulità dello Selden.

[93] D'Herbelot ha seminato con amenità, ne' suoi articoli _Adamo, Noè,
Abramo, Mosè,_ ec., le leggende inventate dalla fantasia de' Musulmani,
che hanno piantato il loro edificio su le fondamenta della Sacra
Scrittura e del Talmud.

[94] Corano, c. 7, p. 128, ec.; c. 10, p. 173, ec.; d'Herbelot, p. 647,
ec.

[95] Corano, c. 3, p. 40; c. 4, p. 80; d'Herbelot, p. 390, ec.

[96] V. l'Evangelo di San Tommaso, o dell'Infanzia, nel _Codex
apocryphus_ N. T. del Fabricio, che rauna le varie testimonianze su
quello scritto (p. 128-158). Fu pubblicato in greco dal Cotelier, e in
arabo dal Sike, che crede posteriore a Maometto la copia che ne abbiamo;
ma pure le citazioni s'accordano coll'originale sul discorso di Gesù
Cristo nella culla, su gli uccelli d'argilla dotati di vita, ec. (Sike,
c. I, p. 168, 169; c. 36, p. 198, 199; c. 46, p. 206; Cotelier, c. 2, p.
160, 161.)

[97] _La Chiesa latina crede, come fu rivelato, che Maria concepì per
opera dello Spirito Santo; crede inoltre ch'essa sia stata immacolata
nella sua Concezione, e non ha bisogno di prendere quest'ultima credenza
dal libro di Maometto, nomato il_ Koran; _se poi la Concezione
immacolata v'è indicata, ciò non può che formare un favore già superfluo
a cotale credenza._ (Nota di N. N.)

[98] L'immacolata Concezione della Vergine Maria è in modo oscuro
indicata nel Corano (c. 3, p. 39), e più apertamente dalla tradizione
de' Sonniti (Sale, _Nota_, e Maracci, t. II, p. 212). San Bernardo
riprovò, nel secolo duodecimo, l'immacolata Concezione, come una novità
presuntuosa (Fra Paolo, _Istoria del Concilio di Trento_, l. II.).

[99] _La morte e la resurrezione di Gesù Cristo sono narrate chiaramente
negli evangelj, e furono sempre credute. Anche Giuseppe Flavio storico,
benchè Ebreo, a vantaggio di tale credenza, accenna la resurrezione, nè
vale che alcuni critici indiscreti abbiano sostenuto essere stato
artifiziosamente inserito il passo nell'Opera di Giuseppe Flavio, per
accreditare la resurrezione narrata nell'evangelio coll'affermazione
d'uno scrittore Ebreo vicino alla morte di Cristo: l'autenticità di
questo passo fu con buone ragioni difesa._ (Nota di N. N.)

[100] _V._ il Corano, c. 3, v. 53, e c. 4, v. 156 dell'edizione del
Maracci. _Deus est praestantissimus dolose agentium_ (bizzaro
elogio)_.... nec crucifixerunt eum, sed objecta est eis similitudo_:
espressione che potrebbe accordarsi coll'opinione de' Doceti; ma credono
i comentatori (Maracci t. II, p. 113; 115, 173; Sale, p. 42, 43, 79) che
un altro uomo, amico o nemico, fosse crocifisso in vece di Gesù Cristo.
Uno favola è questa, che avean letta nel vangelo di San Barnaba,
pubblicata sin dal tempo di Sant'Ireneo, da vari Ebioniti (Beausobre,
_Hist. du Manichéisme_, t. II, p. 25; Mosheim, _De reb. cristian._, p.
353).

[101] Quest'accusa si trova oscuramente espressa nel Corano (c. 3, p.
45); ma nè Maometto nè i suoi settari erano abbastanza versati nella
lingua o nell'arte critica, per dare a' lor sospetti qualche valore o
apparenza di verità. Gli Ariani peraltro e i Nestoriani han potuto
spacciare qualche istoria in questo proposito, e l'ignorante Profeta
porge orecchio alle asserzioni ardite de' Manichei. _V._ Beausobre, t.
I, p. 291-306.

[102] _I discepoli di Gesù Cristo ricevettero il Paracleto, ossia lo
Spirito Santo, che da lui era stato loro promesso, siccome leggiamo nel
secondo capo del Libro degli atti degli appostoli; è inutile poi
rispondere alle vane pretensioni di Maometto._ (Nota di N. N.)

[103] Tra le profezie dell'antico e del nuovo Testamento, pervertite di
senso per la frode o l'ignoranza de' Musulmani, venne applicata al loro
Profeta la promessa del _Paracleto_, o del Consolatore, che i Montanisti
ed i Manichei s'erano già appropiata (Beausobre, Hist. crit. du Manich.
t. I, p. 263 etc.); e cambiando la parola περικλυτος in παρακλητος, ciò
ch'è facile, fanno risultare l'etimologia del nome di Maometto (Maracci,
t. I, part. I, p. 15-28).

[104] _V._ sul Corano, d'Herbelot, p. 85-88; Maracci t. I. _in vit.
Mohammed_, p. 32-45; Sale, _Discours prélim._, p. 56-70.

[105] _L'Alcorano contiene una farragine di moltissime cose, alcune
delle quali sono oscure, altre paraboliche, ed enigmatiche; alcune altre
si contraddicono. È vero, che i Maomettani dottori pretendono aver avuto
L'Alcorano una derivazione divina, cioè esser venuto da Dio fino
all'orbita della luna, dalla quale sia stato ogni versetto rivelato a
Maometto dall'angelo Gabriele; ma secondo i migliori critici, il libro
fu scritto per la massima parte da Maometto; altri pensano che un certo
monaco Sergio, o Bhaira, cristiano nestoriano, sia concorso a scriverlo,
tanto più che vi si nega la divinità di Cristo, siccome facevano i
Nestoriani, e ne venne un miscuglio delle religioni ebraica, cristiana,
ed antica arabica; la morale, nell'amore del prossimo, è simile alla
cristiana; potrebbe Maometto averla presa anche dai libri di Confucio,
legislator de' Chinesi; ma non sembra averne avuto contezza._ (Nota di
N. N.)

[106] _Corano_ c. 17, v. 89; Sale, p. 235, 236; Maracci, p. 410.

[107] Credeva una Setta d'Arabi che la penna d'un mortale eguagliar
potesse o sorpassare il Corano (Pocock, _Specimen_ p. 221, etc.); e il
Maracci (polemico troppo duro per un traduttore) mette in ridicolo
l'affettazione di rime che si scontra nel passo più applaudito (tom. I,
part. II, p. 69-75).

[108] _Colloquia_ (siano reali o favolosi) _in media Arabia atque ab
Arabibus habita_, (Lowth, _De poesi Hebraeorum praelect._ 32, 33, 34,
col Michaelis suo editore tedesco _Epimetron_ IV). Il Michaelis per
altro (p. 671, 673) ha notate molte immagini che vengono dall'Egitto,
come l'elefantiasi, il papiro, il Nilo, il coccodrillo, ec. Ha
caratterizzato l'idioma in cui è scritto il libro di Giobbe, colla
denominazione equivoca di _Arabico-Hebraea_. La rassomiglianza de'
dialetti procedenti dalla stessa fonte era assai più sensibile nella
loro infanzia che nella maturità (Michaelis, p. 682; Schutens, _in
praefat Job_).

[109] Al-Bochari morì, A. H. 224. _V._ d'Herbelot, p. 208, 416, 827;
Gagnier, _Nota ad_ Abulfeda, c. 19, p. 33.

[110] _V._ soprattutto i capitoli 2, 6, 12, 13, 17, del Corano. Prideaux
(_Vie de Mahomet_, p. 18, 19) ha confuso quell'impostore. Il Maracci,
che fa maggiore sfarzo di dottrina, ha dimostrato che i passi del Corano
in cui si negano i miracoli di Maometto sono chiari e positivi
(_Alcoran_ t. I, part. II, p. 7-12), e che sono ambigui e inconcludenti
gli altri che sembrano affermativi (p. 12-22).

[111] _V._ lo _Specimen Hist. Arabum_, il testo d'Abulfaragio (p. 17),
le note di Pocock (p. 187-190), d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 76, 77
), _i viaggi del Chardin_ (t. IV, p. 200-203). Il Maracci (_Alcoran_, t.
I, p. 22-64) s'è affaticato a raccogliere o a confutare i miracoli, e le
profezie di Maometto, che, secondo vari scrittori, ascendono a tremila.

[112] Abulfeda (_in vit. Mohammed_, c. 19, p. 33) narra assai
minutamente questo viaggio notturno, ch'ei tratta da visione. Prideaux,
che pure ne parla (p. 31-40), aggrava gli assurdi; e Gagnier (t. I, p.
252-343) dichiara, seguendo lo zelante Al-Jannabi, che negare quel
viaggio è lo stesso che non credere al Corano. Il Corano peraltro non
nomina in quel proposito nè il cielo, nè Gerusalemme, nè la Mecca; non
lascia sfuggire che queste mistiche parole; _Laus illi qui transtulit
servum suum ab oratorio Haram ad oratorium remotissimum_ (_Koran_, c.
17, v. I; nel Maracci, t. II, p. 407, poichè il Sale si fa lecita più
libertà nella sua versione). Fondamento ben misero per l'aereo edificio
della tradizione.

[113] Maometto, nello stile profetico che adopera il presente o il
passato in vece del futuro, avea detto: _Appropinquavit hora et scissa
est luna_ (_Koran_, c. 54, v. I; nel Maracci, t. II, p. 688). Questa
figura rettorica fu presa per un fatto che dicesi confermato da
testimoni oculari i più degni di fede (Maracci, t. II, p. 990). I
Persiani sogliono sempre celebrare la festa di questo avvenimento
(Chardin, t. IV, p. 201); e Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. I, p. 183-234)
noiosamente svolge tutta questa leggenda su la fede, per quel che pare,
del credulo Al-Jannabi. Nondimeno un dottor Musulmano ha combattuto il
testimonio principale (apud Pocock, _Specimen_, p. 187). I migliori
interpreti spiegano il passo del Corano nel modo più semplice
(Al-Beidawi, _apud_ Hottinger, _Hist. orient._, l. II, p. 302); e
Abulfeda serba il silenzio che a un principe e ad un filosofo si
conveniva.

[114] Abulfaragio (_in Specimen, Hist. Arab._, p. 17); e le autorità più
rispettabili citate nelle note del Pocock (p. 190-194) vengono
giustificando quello scetticismo.

[115] _Il buon credente troverà che non era da farsi cotal paragone._
(Nota di N. N.)

[116] Maracci (_Prodromus_, part. IV, p. 9-24). Reland (nel suo egregio
Trattato _De religione mohammedica_, Utrecht, 1717, p. 67-123), e
Chardin (_Voyage en Perse_, t. IV, p. 47-195) seguendo i teologi
Persiani ed Arabi, danno una relazione autenticissima di que' precetti
sul pellegrinaggio, su l'orazione, il digiuno, le limosine e le
abluzioni. Il Maracci è un accusator parziale; ma il gioielliere Chardin
avea l'occhio d'un filosofo, e il Reland, erudito giudizioso, avea corso
l'oriente senza uscire di Utrecht. Il Tournefort narra nella lettera
quattordicesima (_Voyage du Levant_, t. II, p. 325-360, in-8) quel che
avea veduto della religione de' Turchi.

[117] Maometto (_Koran_ del Sale, c. 9, p. 153) rimprovera i cristiani
perchè si sottomettono a' preti e a' monaci, ed abbiano così altri
padroni fuorchè Dio. Il Maracci (_Prodromus_, part. III, p. 69, 70)
scusa questo culto, specialmente pel Papa, e cita, collo stesso Corano,
il caso d'Eblis o Satano, che fu precipitato dal cielo per non aver
voluto adorare Adamo.

[118] _Koran_, c. 5, p. 94, e la nota del Sale, che cita in proposito
Jallalodino e Al-Beidawi. D'Herbelot dice che Maometto condannò la _vita
religiosa_, e che i primi sciami di Fakiri, di Dervissi, ec. non
comparvero che dopo l'anno 300 dell'Egira (_Bibl. orient._, p. 292-718).

[119] _V._ le due difese in proposito (_Koran_, c. 2, p. 25; c. 5, p.
94); l'una nello stile d'un Legislatore, l'altra in quello d'un
fanatico. Il Prideaux (_Vie de Mahomet_, p. 62-64) e il Sale (_Discours
préliminaire_, p. 124) svolgono i motivi particolari e pubblici che
indussero Maometto a così ordinare.

[120] La gelosia del Maracci (_Prodromus_, part. IV, p. 33) fa
l'enumerazione delle limosine più liberali ancora che si usano da'
Cattolici di Roma. Dice che quindici grandi spedali accolgono migliaia
di pellegrini e d'infermi; che annualmente sono dotate mille e
cinquecento fanciulle; che vi son cinquantasei scuole di carità pe' due
sessi, e che centoventi Confraternite recano sollievo a' lor Membri
bisognosi, ec. Le carità di Londra sono anche più estese, ma temo non
convenga attribuirle più all'umanità che alla religione del popolo
inglese.

[121] _V._ Erodoto (l. II. c. 123) e il nostro dotto concittadino Sir
John Marsham (_Canon. chron._, p. 46). L'Αδης di quello scrittore (p.
254-274) è uno schizzo elaborato delle regioni infernali quali erano
immaginate e descritte dagli Egizii e da' Greci, da' poeti e da'
filosofi dell'antichità.

[122] Il _Coran_ (c. 2, p. 259; etc.) del Sale (p. 32) e del Maracci (p.
97) riferiscono un miracolo ingegnoso che satisfece alla curiosità
d'Abramo, e ne rassodò la credenza.

[123] Reland, guidato sempre da lealtà, dimostra che Maometto ha
riprovato tutti gl'increduli (_De religione Mohammed_, p. 128-142), che
per li diavoli mai non vi sarà salute (pag. 196-199), che non sarà
limitato il paradiso a' piaceri sensuali (p. 199-205) e che l'anima
delle donne è immortale (p. 205-209).

[124] Al-Beidawi, _apud_ Sale, Coran, c. 9, p. 164. Il non pregare per
un parente incredulo è giustificato, secondo Maometto, da' doveri di un
Profeta e dall'esempio d'Abramo, il quale riprovò il proprio padre come
nemico di Dio. E pure Abramo (soggiugne egli, c. 9, v. 116, Maracci, t.
II, p. 317) _fuit sane pius, mitis_.

[125] _Questa è una scurrilità poco conveniente ad un grave Scrittore;
ogni lettore sensato disapproverà questo scherzo._ (Nota di N. N.)

[126] _V._ sul giorno del Giudizio, sull'inferno, sul paradiso, ec., il
Corano (c. 2, v. 25, c. 56, 78 ec.), colla confutazione virulenta bensì,
ma dotta, del Maracci (nelle sue _Note_, e nel _Prodromo_, part. IV, p.
78, 120, 122, ec.), d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 368-375), Reland (p.
47-61) e il Sale (p. 76-103). Le idee de' Magi sono esposte in guisa
oscura ed ambigua del dottore Hyde, loro apologista (_Hist. relig.
Pers._, c. 33, p. 402-412, _Oxford_, 1760). Il Bayle ha provato
nell'articolo _Maometto_, che lo spirito e la filosofia mal suppliscono
al difetto di cognizioni esatte.

[127] Prima di delineare l'istoria delle operazioni di Maometto verrò
indicando gli autori, o i documenti da me prescelti. Le versioni latina,
francese e inglese del Corano sono precedute da discorsi storici, e i
tre traduttori, il Maracci (t. I, p. 10-32), il Savary (tom. I, p.
1-248) e il Sale (_Preliminary Discourse_, p. 33-56) aveano
accuratamente studiato la lingua e il carattere del loro autore. Furono
pubblicate due vite particolari di Maometto, l'una dal dottore Prideaux
(_Life of Mahomet_, settima edizione, _Londra_, 1718, in 8.) e l'altra
dal conte di Boulainvilliers (_Vie de Mahomet_, Londres, 1730, _in_ 8.).
Ma l'opposta brama di trovare un impostore o un eroe, troppo
frequentemente ha fatto torto al sapere del primo, e alla sincerità del
secondo. L'articolo della Biblioteca orientale del d'Herbelot (p.
598-603) è ricavato precipuamente da Novairi e da Mircond; ma il Sig.
Gagnier, nativo di Francia, e professore di lingue orientali in Oxford,
è in questa parte la guida migliore e più certa. Ha pubblicato due opere
ben lavorate (Ismael Abulfeda, _De vita et rebus gestis Mohammedis_,
etc., _latine vertit_, _praefatione et notis illustravit Joannes
Gagnier_. Oxford, 1723, _in fol._ — La vita di Maometto, tradotta e
compilata dall'Alcorano dalle tradizioni autentiche della Sonna, e de'
migliori Autori arabi, _Amsterdam_, 1748, 3 vol. _in_ 12): egli ha
interpretato, illustrato, supplito il testo arabo d'Abulfeda e
Al-Jannabi; il primo principe istruito che regnò in Hamah nella Siria,
A. D. 1310-1332 (_V._ Gagnier, _Praefat. ad_ Abulfeda): il secondo
dottor credulo che visitò la Mecca, A. D. 1556 (d'Herbelot, p. 397;
Gagnier, t. III, p. 209, 210). Questi sono gli Autori da me seguìti: e
dopo questa mia dichiarazione il lettore curioso potrà più minutamente
esaminare l'ordine de' tempi e de' capitoli. Debbo osservare per altro
che Abulfeda e Al-Jannabi sono storici moderni, e che non si può
ricorrere a veruno scrittore del primo secolo dell'Egira.

[128] Prideaux (p. 8) dietro ai Greci rivela i dubbii segreti della
moglie di Maometto. Boulainvilliers (p. 272) espone le mire sublimi e
patriottiche di Cadijah, e dei primi discepoli del Profeta, quasi fosse
stato il consigliere privato di Maometto.

[129] _Vezirus, portitor, bajulus, onus ferens_; e con giusta metafora
questo nome plebeo fu applicato alle colonne dello Stato (Gagnier, _Not.
ad_ Abulfeda, p. 19). Io m'ingegno di conservare il carattere
dell'idioma arabo per quanto mi vien fatto di scorgerlo in una
traduzione latina e francese.

[130] Energici sono e molti i passi del Corano in favore della
tolleranza. _V._ c. 2, v. 257; c. 16, v. 129; c. 17, v. 64; c. 45, v.
15; c. 50, v. 39; c. 88, v. 21, ec. colle note del Maracci e del Sale.
In generale possono giudicar gli eruditi questo carattere di tolleranza
secondo che loro sembrerà, e se tal capitolo fu rivelato alla Mecca o a
Medina.

[131] _V._ il Corano (_passim_, e particolarmente c. 7, p. 123, 124,
ec.) e la tradizione degli Arabi (Pocock, _Specimen_, p. 35-37). Si
mostravano a mezza strada, fra Medina e Damasco, certe caverne della
tribù di Thamud, adatte ad uomini d'una statura ordinaria (Abulfeda,
_Arabiae Descript._, p. 43-44); e si ponno con qualche probabilità
attribuirle ai Trogloditi del Mondo primitivo (Michaelis, ad Lowth, _De
poesi Hebraeor._, p. 131-134; _Recherches sur les Egyptiens_, t. II, p.
48 ec.).

[132] Al tempo di Giobbe, i magistrati Arabi punivano realmente il
delitto d'empietà (cap. 31, v. 26, 27, 28), ed io arrossisco per un
illustre Prelato (_De poesi Hebraeorum_, p. 650, 651, ediz. Michaelis, e
_Lettera_ d'un professore dell'Università d'Oxford, p. 15-53), vedendo
che ha giustificato e decantato questa inquisizione de' Patriarchi.

[133] D'Herbelot, _Bibl. Orient._, p. 445. Cita egli una storia
particolare della fuga di Maometto.

[134] L'Egira fu istituita da Omar, secondo califfo, a imitazione
dell'Era de' Martiri de' Cristiani (d'Herbelot. p. 444), e, parlando
esattamente, cominciò sessantotto giorni prima della fuga di Maometto,
avanti il primo di Moharren, o sia il primo giorno di quell'anno arabo,
che fu il venerdì 16 luglio, A. D. 622. ( Abulfeda, _Vita Mohammed_, c.
22, 23, p. 45-59, e l'edizione datane da Greaves, delle _Epochae Arabum
d'Ullug Beig_, etc., c. 1, p. 8-10 ec.).

[135] Le circostanze della vita di Maometto, dopo la sua missione sino
all'Egira, si trovano in Abulfeda (p. 14-45), e Cagnier (t. I, p.
134-251, 342-383). La leggenda che sta a pag. 187-234, è assicurata da
Al-Iannabi, e rifiutata da Abulfeda.

[136] Abulfeda (30, 33, 40, 86) e Gagnier, (t. I, p. 343, ec.; 349 ec.,
t. II, pag. 223, ec.), descrivono la triplice inaugurazione di Maometto.

[137] Il Prideaux (_Vie de Mahomet_, p. 44) prorompe in rimproveri
contro la scelleragine dell'impostore che spogliò due orfani, figli d'un
carpentiere; rimproveri tratti dalla _Disputatio contra Saracenos_,
scritta in Arabo prima dell'anno 1130; ma l'onesto Gagnier (_ad_
Abulfeda, p. 53) ha dimostrato che mal colsero que' due autori il senso
della parola _al nagiar_, che in questo luogo significa non un abietto
mestiere, ma una tribù nobile d'Arabi. Abulfeda descrive il cattivo
stato di quel terreno; il suo valente interprete ha pensato, seguendo
Al-Bochari, che se ne offerse il prezzo; seguendo Al-Iannabi, che la
compera fu fatta in tutte le regole, e che, seguendo Ahmed Ben-Giuseppe,
il generoso Abubeker ne pagò la somma. Così viene giustificato in questa
parte il Profeta.

[138] Al-Iannabi (_apud_ Gagnier, t. II, pag. 246, 324) descrive il
suggello e la cattedra di Maometto come due reliquie preziose; e la
dipintura che fa della Corte del Profeta è tolta da Abulfeda (c. 44, p.
85).

[139] L'ottavo e il nono capitolo del Corano sono i più veementi e
feroci; e il Marucci (_Prodromus_, parte IV, p. 59, 64) ha mostrato più
giustizia che discrezione nell'inveire contro le espressioni ambigue
adoperate dall'impostore.

[140] _Se Mosè diede esempj di grande severità, egli ci dice, che gli
diede per ordine di Dio, e questo basta: quanto poi a' Giudici re
d'Israele, sanno i dotti, e ce lo dice anche lo stesso storico ebreo
Giuseppe Flavio, che il governo degli Ebrei era teocratico il quale per
sè stesso è soggetto a grandi e terribili abusi per parte degli uomini._
(Nota di N. N.)

[141] I devoti cristiani del nostro secolo leggono con rispetto, ma non
con pari soddisfazione, il decimo e il ventesimo capitolo del
Deuteronomio, corredati da' commenti in pratica di Giosuè, di Davidde,
ec.; ma vari vescovi,[*] e i rabbini dei primi tempi han battuto con
piacere e con buon effetto il tamburo della guerra sacra. (Sale,
_Discours prélimin._, p. 142, 143).

* _Se i vescovi de' tempi andati fecero guerra, e diedero battaglie, non
fecero ciò secondo lo spirito vero dell'Evangelo, il quale rimane lo
stesso qualunque sieno state le loro azioni._ (Nota di N. N.)

[142] Abulfeda, _in Vit. Mohamm._, p. 156. L'arsenal particolare di
Maometto consisteva in nove sciabole, tre lancie, sette picche, o
semipicche, un turcasso e tre archi, sette corazze, tre scudi, e due
elmetti (Gagn. t. III, p. 328, 334); eravi inoltre uno stendardo bianco
e una bandiera nera (p. 335), venti cavalli (p. 322), ec. La tradizione
ha conservato due de' suoi discorsi guerreschi. (Gagnier, t. II, p.
88-337).

[143] Il dotto Reland (_Dissertationes miscellaneae_, t. III,
_Dissert._, 10, p. 3-53) ha trattato compiutamente questo soggetto in
una dissertazione particolare, _De jure belli Mohammedanorum_.

[144] Il Corano (c. 3, p. 52, 53; c. 4, p. 70, ec. colle note del Sale,
e, c. 17, p. 413, colle note del Maracci) espone in tuono serio questa
dottrina della predestinazione assoluta, su la quale poche religioni
hanno da rimproverare sè stesse. Reland (_De Religione Mohammed._, p.
61-64) e il Sale (_Discours prélimin._ p. 103) vengono sviluppando le
opinioni dei dottori; e i nostri viaggiatori moderni van disaminando
quanta sia la fidanza inspirano a' Turchi, fiducia che già comincia a
scemare.

[145] Al-Iannabi (_apud_ Gagnier, t. II, p. 9) gli dà settanta od
ottanta cavalli; e in due altre occasioni, anteriori alla battaglia
d'Ohud, dice (p. 10) che Maometto aveva una milizia di trenta, e a
pagina 66, un corpo di cinquecento cavalieri. Abulfeda, che pare più
esatto, asserisce (_in Vit. Mohammed_, part. XXXI, p. 65) che i
Musulmani non aveano alla battaglia d'Ohud che due cavalli. Erano
numerosi i cammelli nell'_Arabia Petrea_, ma i cavalli, per quanto pare,
non vi erano comuni come nell'Arabia _Felice_ o nell'Arabia _Deserta_.

[146] Beder-Huneena, lungi venti miglia da Medina, quaranta dalla Mecca,
giace su la strada maestra della caravana d'Egitto; i pellegrini fanno
un'annua festa per la vittoria del Profeta con illuminazioni, razzi ec.
(_Viaggi di Shaw_, p. 477).

[147] Il luogo ove si ritirò Maometto durante il combattimento è
chiamato dal Gagnier (_in_ Abulfeda, c. 27, p. 58, _Vie de Mahomet_, t.
II, p. 30-33) _umbraculum_, un palchetto di legno con una porta. Reiske
(_Annales Moslemici Abulfedae_, p. 23) traduce la stessa parola Araba in
quelle di _Solium_, _Suggestus editior_; differenza che molto importa
per l'onore dell'interprete e dell'eroe. Duolmi vedere come il Reiske
rimproveri il suo collaboratore. _Saepe sic vertit, ut integrae paginae
nequeant nisi una litura corrigi: Arabiae non satis callebat et carebat
judicio critico_ (J.-J. Reiske, _Prodidagmata ad Hagji Chalifae
Tabulae_, p. 228, _ad calcem Abulfedae Syriae Tabulae_, Leipzig, 1766,
_in_ 4).

[148] Le vaghe espressioni del Corano (c. 3, pag. 124, 125; c. 8, p. 9)
permettono a' commentatori di supporre il numero di mille, tremila o
novemila angeli: il più piccolo senza altro bastava a trucidare settanta
Koreishiti (Maracci, _Alcoran_, t. II, p. 131). Gli scoliasti però
confessano che niun occhio mortale vide questa squadra angelica
(Maracci, p. 297). Fanno commenti arguti su quelle parole: «non tu, ma
Dio ec.» (c. 8, 16); d'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 600, 601.

[149] _Geograph. nubiensis_, p. 47.

[150] Nel terzo capitolo del Corano (p. 50-53, colle note del Sale)
arreca il Profeta qualche misera scusa sulla sconfitta di Ohud.

[151] _V._ su i particolari delle tre guerre di Beder, d'Ohud e della
fossa, fatte dai Koreishiti contro Maometto, Abulfeda (p. 56-61, 64-69,
73-77), Gagnier (t. II, p. 23-45, 70-96, 120-139), cogli articoli del
d'Herbelot, e i compendi d'Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 6,7) e
Abulfaragio (_Dynast._ p. 102).

[152] Abulfeda (p. 61, 71, 77, 87, ec.) e Gagnier (t. II, p. 61-65,
107-112, 139-148, 268-294) raccontano le guerre di Maometto contro le
tribù Giudaiche di Kainoka, de' Nadhiriti, di Koraidha, e di Chaibar.

[153] Abu Rafe, servo di Maometto, affermò, si dice, che tutta la sua
forza unita a quella d'altre sette persone non bastò a rialzare quella
porta da terra (Abulfeda, p. 90). Abu Rafe era un testimonio oculare; ma
chi farà testimonianza per lui?

[154] Elmacin (_Hist. Saracen._ p. 9), e il grande Al-Zabari (Gagnier,
t. II, p. 285) attestano che i Giudei furono sbanditi. Nondimeno il
Niebuhr (_Descript. de l'Arabie_, p. 324) crede che la tribù di Chaibar
professi tuttavia la religione Giudaica e la Setta de' Kareiti, e che
nel saccheggio delle caravane i discepoli di Mosè sieno soci di quelli
di Maometto.

[155] Abulfeda (p. 84-87, 97-100, 102-111), Gagnier (t. II, p. 209-245,
309-322; t. III, p. 1-58), Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 8, 9, 10),
Abulfaragio (_Dynast._, p. 103), narrano i progressi della impresa per
assoggettare la Mecca.

[156] Solo dopo il conquisto della Mecca il Maometto di Voltaire
immagina e compie i più orrendi misfatti. Confessa il Poeta che non ha
fondamento storico, e si contenta a dire per sua giustificazione, «che
chi fa la guerra alla patria in nome di Dio, è capace di tutto.»
(_Oeuvr. de Voltaire_, t. XV, p. 282). Questa massima non è nè
caritatevole nè filosofica, e si dee poi certamente portare un po' di
rispetto alla gloria degli eroi, e alla religione de' popoli. So poi che
la rappresentazione di quella tragedia scandolezzò forte un ambasciatore
Turco che allora stava a Parigi.

[157] Si disputa tuttavia da' dottori Musulmani su la quistione se la
Mecca fosse soggiogata dalla forza, o se ella si sottomettesse di buon
grado (Abulf. p. 107, e Gagnier, _ad loc._); e questa contesa di parole
è tanto importante quanto quella che si agita in Inghilterra sopra
Guglielmo il _Conquistatore_.

[158] Il Chardin (_Voyage en Perse_, t. IV, p. 166) e il Reland
(_Disser. miscell._, t. III, p. 51) escludendo i cristiani dalla
penisola d'Arabia, dalla provincia di Heyas o dalla navigazione del mar
Rosso, sono più severi de' Musulmani medesimi. Sono ammessi i cristiani
senza ostacolo nel porto di Moka, e in quello altresì di Gedda, e solo
s'è interdetto ai profani l'ingresso nella città e nel precinto della
Mecca. (Niebuhr, _Description de l'Arabie_, p. 308, 309; _Voyage en
Arabie_, t. I, p. 205-248, ec.).

[159] Abulfeda, pag. 112-115, Gagnier, t. III, pag. 67-88, d'Herbelot,
art. _Mohammed_.

[160] Abulfeda (p. 117-123) e Gagnier (t. III, p. 88-111) narrano
l'assedio di Tayef, la division del bottino, cc. Al-Iannabi fa menzione
delle macchine, e degl'ingegneri della tribù di Daws. Credevasi che
l'ubertoso terreno di Tayef fosse una porzione della Siria, e
trasportato l'avesse colà il diluvio universale.

[161] Abulfeda (p. 121-133), Gagnier (t. III. p. 119-219), Elmacin (pag.
10, 11) ed Abulfaragio (p. 103) raccontano gli ultimi conquisti, e il
pellegrinaggio ultimo di Maometto. Il nono anno dell'Egira fu denominato
_l'anno delle ambasciate_. (Gagnier, _Not. ad Abulfed._, p. 121).

[162] Si confronti il superstizioso Al-Iannabi (_ap._ Gagnier, t. II, p.
232-255) con Teofane (p. 276-278), con Zonara (t. II, l. XIV, p. 86) e
con Cedreno (p. 421), Greci non meno di lui superstiziosi.

[163] _V._ su la battaglia di Muta, e le conseguenze, Abulfeda (p.
100-102) e Gagnier (t. II, p. 327-343). Καλεδος, scrive Teofane,
ον λεγουσι μαχαιραν του Θιου _Caled, denominato Spada di Dio_.

[164] I nostri soliti storici, Abulfeda (_Vit. Moham._ p. 123-127) e
Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. III, pag. 147-163) espongono l'impresa di
Tabuc; ma per fortuna possiamo per questa ricorrere al Corano (c. 9, p.
154-165), e alle note erudite e sagaci del Sale.

[165] Il _Diploma securitatis Ailensibus_ è attestato da
Ahmed-Ben-Giuseppe e dall'autore _Libri splendorum_ (Gagnier, _Not. ad_
Abulfeda p. 125). Ma lo stesso Abulfeda, come Elmacin (_Hist. Saracen._
p. 11), quantunque convengano su i riguardi che Maometto ebbe ai
cristiani (p. 13), non fan menzione che della pace che con essi
conchiuse, e del tributo che loro impose. Nel 1630, Sionita pubblicò a
Parigi il testo e la versione della patente di Maometto in favor de'
cristiani: fu ammessa dal Salmasio, rigettata dal Grozio (Bayle,
MAHOMET, Rem. A. A.). Hottinger dubita se sia autentica (_Hist. orien._
p. 237). Renaudot la sostiene, perchè riconosciuta da' Musulmani (_Hist.
patriarch. Alexand._ pag. 169); ma il Mosemio (_Hist. eccles._, p. 224)
dimostra quanto futile sia quest'opinione, e inclina a quella che crede
apocrifa la patente. Pure Abulfaragio cita il trattato dell'impostore
col patriarca Nestoriano (Assemani, _Bibl. orient._ t. II, p. 418); ma
Abulfaragio era patriarca de' Giacobiti.

[166] Teofane, Zonara e gli altri Greci asseriscono che Maometto pativa
accesi epilettici, e questa asserzione è con trasporto ammessa dal goffo
bigottismo dell'Hottinger (_Hist. orient._ p. 10, 11), del Prideaux
(_Vie de Mahomet_, p. 12) e del Maracci (t. II), _Alcoran._ (pag. 762,
763). I titoli dei due capitoli del Corano (73, 74), denominati
l'_avviluppato_ ed il _coperto_, citati in pruova di questo fatto,
s'adattano male a questa interpretazione. È più decisivo il silenzio o
l'ignoranza de' commentatori Musulmani che una negativa perentoria; ed
Ockley (_Hist. of the Saracen._, t. I, pag. 301), il Gagnier (_ad_
Abulfeda, p. 9, _Vie de Mahomet_, t. I. p. 118) e il Sale (_Koran_, p.
469-474) si attengono alla parte più caritatevole.

[167] Abulfeda (p. 92) ed Al-Jannabi (_apud_ Gagnier, t. II, p.
286-288), suoi partigiani zelanti, francamente confessano il fatto del
veleno, il cui effetto era tanto più obbrobrioso, poichè la donna, che
glielo diede, aveva avuta intenzione di smascherare così l'impostura del
Profeta.

[168] _Non deve maravigliare, che nel caldo del fanatismo i discepoli di
Maometto si sieno ingannati a grado di non crederlo morto, ed abbianlo
paragonato a Mosè, ed a Gesù Cristo. Saggio e bello è poi il discorso di
Abubeker, e conforme al puro Deismo, ed alla religione dello stesso
Maometto, che non ha mai nè detto, nè preteso d'essere adorato, ma
soltanto obbedito come un preteso inviato da Dio per manifestare la sua
legge agli uomini._ (Nota di N. N.)

[169] I Greci e i Latini hanno inventato e divolgato la ridicola fola
che da forti calamite sia tenuto sospeso in aria il deposito di Maometto
nella volta del tempio della Mecca σημα μετεωριζομενον.
(Laonico Calcondile, _De rebus turcicis_, l. III. p. 66). _V._ il
_Dizionario_ di Bayle, art. _Mahomet._ Rem. EE. FF. Anche senza l'aiuto
della filosofia, basta osservare, 1. che il Profeta non è stato sepolto
alla Mecca; 2. che la sua tomba, che sta a Medina, fu veduta da milioni
di pellegrini, ed è in terra (Reland, _De religione Moammed_, l. II, c.
19, p. 209-211; Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. III, p. 263-268).

[170] Al-Jannabi enumera (_Vie de Mahomet_, t. III, p. 372-391) i vari
doveri del pellegrino che va a visitare il sepolcro del Profeta e de'
suoi compagni; e quel dotto casuista decide che questo è un atto
rigoroso di devozione come l'adempimento d'un precetto divino, e quasi
meritorio ugualmente. Contendono fra loro i dottori per sapere quale
delle due città, della Mecca o di Medina, debba ottenere la preminenza,
(p. 392-394).

[171] Abulfeda (_Vit. Moham._, p. 133-142) e Gagnier (_Vie de Mahomet_,
t. III, p. 220-271) descrivono l'ultima malattia, la morte e la
sepoltura di Maometto. I particolari più secreti e rilevanti furono
descritti nel principio da Ayesha, da Alì, da' figli d'Abbas, ec.; e
abitando essi in Medina, e avendo sopravvissuto al Profeta molt'anni,
poterono ripetere que' pii racconti ad una seconda e terza generazione
di pellegrini.

[172] Con molta imprudenza s'avvisarono i cristiani di dare a Maometto
una colomba domestica, la quale parea che scendesse dal cielo, e gli
parlasse all'orecchio: siccome Grozio si fonda su questa supposizione di
miracolo (_De veritate religionis christianae_), il suo traduttore
Arabo, il dotto Pocock, gli ha chiesto il nome de' suoi autori; Grozio
ha confessato essere ignota la cosa a' Musulmani. Si soppresse nella
versione Araba questa pia menzogna, per timore non movesse a riso e a
sdegno i Settari di Maometto; ma s'è conservata, per edificare i fedeli,
nelle tante edizioni del testo latino. (Pocock, _Specimen Hist. Arabum_,
pag. 186, 187; Reland, _De religione moham._ l. II, c. 39, p. 259-262).

[173] Εμοι δε τουτο εσιν εκ παιδος αρξαμενον φωνη τις γιγνομενη η οταν
γενηται ασι αποτρεπει με τουτου ό αν μελλπραττειν, προτρεπει δε ουποτου:
_sin da fanciullo ho provato una certa voce interna, la quale
ogni volta mi distoglieva da quel ch'io fossi per fare, ma non mai mi
volgeva a fare_. (Platon., _in Apolog. Socrat._, c. 19, p. 121, 122,
ediz. Fisher.). Gli esempli familiari che Socrate vanta nel suo dialogo
con Teage (_Platonis opera_, t. I, 128, 129, ediz. Enr. Stefano)
sorpassano la previdenza umana, e l'inspirazione divina (il Δαιμονιον)
del filosofo si vede chiaramente indicata ne' _Memorabilia_
di Senofonte. Cicerone (_De divinat._, t. LIV), e le quattordicesima e
quindicesima dissertazione di Massimo Tirio (1. 153-172, ediz. Davis)
espongono le idee che ne aveano i platonici più ragionevoli.

[174] _Anche qui è indebito il paragone fra Maometto ed il Profeta di
Ninive; noi dobbiamo credere, che questi fosse inspirato da Dio quando
parlava; e sappiamo, che Maometto non fu che un fortunato ed abile
fondatore della sua religione._ (Nota di N. N.)

[175] Voltaire, in uno de' tanti suoi scritti, paragona Maometto vecchio
ad un Fakir «che si stacca la catena dal collo per darla su le orecchie
a' suoi confratelli».

[176] Gagnier con uguale imparzialità espone questa legge umanissima di
Maometto, e gli assassinii di Caab e di Sophian dal Profeta incoraggiati
ed approvati.

[177] Si consulti, su la vita privata di Maometto, il Gagnier e i
capitoli correlativi di Abulfeda; su la sua dieta (t. III, p. 285-288);
su i suoi figli (p. 189-289); su le sue mogli (p. 290-303); sul suo
matrimonio con Zeineb (t. II, p. 152-160); su i suoi amori con Maria (p.
303-309); su la falsa accusa d'Ayesha (pag. 186-199). Per questi ultimi
fatti, la pruova men rifiutabile scontrasi nel ventiquattresimo,
trentesimoterzo, e sessantesimosesto capitolo del Corano, col
commentario del Sale. Il Prideaux (_Vie de Mahomet_, p. 80-90), e il
Maracci (_Prodrom. Alcoran._, part. IV, p. 49-59) malignamente hanno
esagerato i difetti di Maometto.

[178] _Incredibile est quo ardore apud eos in Venerem uterque solvitur
sexus._ Ammiano Marcellino, l. XIV, c. 4.

[179] Il Sale (_Discours préliminaire_, p. 133-137) fa la
ricapitolazione delle leggi sul matrimonio, sul divorzio, ec.; e chi
avrà letto l'_Uxor hebraica_ del Salden vi ravviserà molte ordinanze
degli Ebrei.

[180] Decise il Califfo Omar in un caso memorabile, che non varrebbero
tutte le testimonianze di presunzione, e che i quattro testimoni
dovrebbero avere veduto _stylum in pixide_. (Abulfedae, _Annales
Moslemici_, p. 71, vers. Reiske).

[181] _Sibi robur ad generationem, quantum triginta viri habent, inesse
iactaret;_ (Maracci, _Prodr. Alcoran._ part. IV, p. 55. _V._ pure le
_observ._ del Belon, l. III, c. 10, fol. 179 recto). Al-Iannabi
(Gagnier, t. III, p. 287) cita Maometto stesso che millantava di
superare tutti gli uomini in valor coniugale.

[182] Uso qui lo stile d'un Padre della chiesa, εναθλέυωι Ηρακλης
τρισκαιδεκατον αθλον (San Gregorio Nazianzeno, _Orat._ 3, p. 108).

[183] Abulfeda, _in vit. Moham._ p. 12, 13, 16, 17, _cum notis_ Gagnier.

[184] Questo schizzo dell'Istoria araba è tolto dalla Biblioteca
orientale del d'Herbelot (articoli _Abubeker_, _Omar_, _Othman_, _Alì_,
etc.), dagli Annali di Abulfeda, d'Abulfaragio e d'Elmacin, e
soprattutto dalla Storia de' Saraceni di d'Ockley (vol. I, pag. 1-10,
115-122, 229-249, 363-372, 378-391, e secondo volume quasi totalmente).
Devonsi ammettere però con cautela le tradizioni delle Sette nemiche;
son quelle una riviera che diviene più limacciosa quanto più si
allontana dalla fonte. Chardin copiò troppo fedelmente le fole e gli
errori de' Persiani moderni (_Voyages_, t. II, p. 235-250, ec.).

[185] Ockley, sul finire del suo volume secondo, ci ha data una versione
inglese di censessantanove massime ch'egli dubbiosamente attribuisce ad
Alì, figlio di Abu-Taleb. Spira nella sua traduzione l'entusiasmo d'un
traduttore. Quelle massime però dipingono al naturale, ma con tinte
assai tetre, la vita umana.

[186] Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. I, p. 5, 6) suppone,
aderendo ad un manoscritto Arabo, che non piacesse ad Ayesha veder suo
padre per successore all'appostolo. Questo fatto, già sì poco verosimile
in sè, non si legge nè in Abulfeda, nè in Al-Iannabi, nè in Al-Bochari:
ma quest'ultimo cita una tradizione intorno ad Ayesha, provenuta da lei
medesima (_in vit. Mohammed_, pag. 136; _Vie de Mahomet_, t. III, p.
236).

[187] Particolarmente dal suo amico e cugino Abdallah, figlio d'Abbas,
che morì (A. D. 687) col titolo di gran dottore de' Musulmani. Secondo
Abulfeda, egli novera le occasioni rilevanti in cui aveva negletti Alì i
suoi buoni consigli (p. 76. vers. Reiske), e conchiude così (p. 85): _O
princeps fidelium, absque controversia, tu quidem vere fortis es, at
inops boni concilii, et rerum gerendarum parum callens._

[188] Suppongo che i due anziani di cui fan cenno Abulfaragio (p. 115) e
Ockley (t. I, p. 371) non sieno già due consiglieri in carica, ma
Abubeker ed Omar, i due predecessori d'Othmano.

[189] Lo Scisma de' Persiani viene esposto da tutti i viaggiatori
dell'ultimo secolo, e soprattutto nel secondo e quarto volume del
Chardin loro maestro. Il Niebuhr, inferiore al Chardin, ha il vantaggio
peraltro d'avere scritto nel 1764, epoca più recente d'assai (_Voyages
en Arabie_, etc., t. II, p. 208-233), e posteriore al vano tentativo che
ha fatto Nadir-Shah per cangiare la religione del suo popolo (_V._ la
sua _Storia della Persia_, tradotta da Sir William Jones, t. II, p. 5,
6, 47, 48, 144-155).

[190] Omar presso loro significa il diavolo. Il suo assassino è un
santo. Quando i Persiani scagliano una freccia, sogliono gridare: «Possa
questa freccia trafiggere il cuore d'Omar». (_Voyages de Chardin_, t.
II, p. 239, 240, 259, ec.).

[191] Questa graduazione di merito è notata distintamente nel simbolo
spiegato dal Reland (_De relig. Moham._, l. I, p. 37), e da un argomento
de' Sonniti riferito dall'Ockey (_Hist. of the Sarac._, t. II; p. 230).
L'usanza di maledire la memoria d'Alì fu abolita, quarant'anni dopo,
dagli stessi Ommiadi (d'Herbelot, p. 690); e son pochi i Turchi che
osino insultarlo come infedele (_Voyages de Chardin_, t. IV, p. 46).

[192] D'Anville (_l'Euphrate et le Tigre_, p. 29) dimostra che il piano
di Siffin è il _campus barbaricus_ di Procopio.

[193] Abulfeda, Sonnita moderato, espone le varie opinioni sul
seppellimento d'Alì, ma s'attiene al sepolcro di Cufa, _fama numeroque
religiose frequentantium celebratum_. Niebuhr fa il conto che si
seppelliscono ne' contorni duemila persone all'anno, e che cinquemila
sono i pellegrini che vanno a visitarlo (t. II, p. 208, 209).

[194] Tutti i tiranni di Persia da Adhad-el-Dowlat (A. D. 977;
d'Herbelot, pag. 58, 59, 95), sino a Nadir-Shah (A. D. 1743, _Hist. de
Nadir-Shah_, t. II, p. 155), hanno ornato colle spoglie del popolo la
tomba d'Alì. La cupola è di rame magnificamente dorato, che brilla a'
raggi del Sole in distanza di molte miglia.

[195] La città di Meshed-Alì, lontana cinque o sei miglia dalle ruine di
Cufa, e centoventi al mezzodì di Bagdad, ha l'estensione e la forma
dell'odierna Gerusalemme. Meshed-Hosein, più vasta e più popolosa, è
lungi trenta miglia.

[196] Seguo l'energico concetto e la frase di Tacito (_Hist._ l. I, c.
4): _Evulgato imperii arcano posse imperatorem alibi quam Romae fieri._

[197] Ho abbreviato la bella narrazione d'Ockley (t. II, p. 170-231),
assai lunga e piena di minuti particolari, dai quali bene spesso emerge
appunto il patetico.

[198] Il danese Niebuhr (_Voyages en Arabiae_, etc., t. II, p. 208 ec.)
è forse quel solo de' viaggiatori Europei che abbia osato andare a
Meshed-Alì, e a Meshed-Hosein. Que' due sepolcri sono in mano de'
Turchi, i quali soffrono la devozione degli eretici Persiani, ma
l'assoggettano ad un tributo. Il Chardin, che tante volte ho lodato,
descrive partitamente la festa della morte di Hosein.

[199] Il d'Herbelot nota la successione all'articolo generale _Iman_; e
negli articoli speciali per ognuno de' dodici pontefici dà un ristretto
della lor vita.

[200] Parrà ridicolo il nome d'Anticristo, ma i Musulmani hanno attinto
da tutte le religioni (Sale, _Discours prélimin_. p. 80-82). Nella regia
scuderia d'Ispahan stanno sempre due cavalli sellati, l'uno per Mahadi,
e l'altro pel suo luogotenente, Gesù, figlio di Maria.

[201] L'anno dugento dell'Egira (A. D. 815). _V._ d'Herbelot, p. 546.

[202] D'Herbelot, pag. 342. Cercavano gli avversari de' Fatimiti ogni
modo per avvilirli col dar loro un'origine giudaica; ma quelli provavano
benissimo d'essere discendenti di Iaafar, sesto Imano; e l'imparziale
Abulfeda conviene in questo (_Annal. moslem_. pag. 238) ch'erano
riconosciuti da parecchi, _qui absque controversia genuini sunt
Alidarum, homines propaginum suae gentis exacte callentes_. Cita alcune
linee del celebre Seriffo Or-Rahdi, _ego ne humilitatem induam, in
terris hostium?_ (Sospetto ch'ei fosse un Edrissita della Sicilia) _cum
in Egypto fit chalifa de gente Alii, quocum ego communem habeo patrem et
vindicem_.

[203] I re di Persia dell'ultima dinastia discendono dallo Sheik Sefi,
santo del quattordicesimo secolo, e per lui da Moussa Cassem, figlio di
Hosein, figlio d'Alì (Olear. p. 957; Chardin, t. III, p. 288): ma non
posso assegnare i gradi intermedii di veruna di queste o vere o favolose
genealogie. Se erano Fatimiti, provenivano forse da' principi di
Mazanderan che regnavano nel secolo nono (d'Herbelot, p. 96).

[204] Demetrio Cantemiro (_Hist. de l'Empire ottom_. p. 94) e Niebuhr
(_Descript. de l'Arabie_: p. 9-16, 317, ec.) descrivono esattamente lo
stato odierno della famiglia di Maometto e d'Alì. Peccato che il
viaggiator Danese non abbia potuto possedere le cronache dell'Arabia.

[205] _Considerando la religione di Maometto dal solo aspetto dell'unità
e delle perfezioni di Dio, vi si trova anzi ogni motivo di propagazione;
ed è far troppo torto al genere umano, e specialmente agli Arabi che al
momento della predicazione di Maometto erano idolatri, il pensare che
per quanta prevenzione cieca avessero a favor dell'idolatria, ossia del
politeismo, la loro ragione dovesse a lungo opporsi all'idea, sostenuta
da Maometto, e tanto naturale, di un'Esser supremo e delle sue
perfezioni._

[206] _Se gli Appostoli S. Pietro e S. Paolo andassero ora nella
magnifica, e famosa Basilica del Vaticano, vi vedrebbero professati i
medesimi dogmi, ch'essi credettero e pubblicarono; li troverebbero
spiegati dai Concilj generali, ed espressi in formule, od Atti di Fede,
secondo lo spirito ond'essi medesimi li sparsero. Vi troverebbero a dir
vero nuovi metodi, nuove discipline, nuove cerimonie. Ma S. Pietro
stesso nel Concilio da lui tenuto in Gerusalemme pose, di consenso cogli
altri seguaci di Cristo ch'era già morto, alcune regole, e prese
risoluzioni convenienti, e vantaggiose alle circostanze de' cristiani di
quell'epoca, come pure fece S. Paolo nella Grecia; e perciò vedrebbero
con piacere i buoni ed utili ordinamenti, e discipline, che secondo le
circostanze, e per l'utilità e propagazione del cristianesimo, e
l'edificazione de' credenti, furono fatti in Roma, e diffusi nelle
province a norma delle decisioni dei Concilj, e delle Decretali e
Costituzioni de' Papi; e vedrebbero poi a decoro della religione, e
quindi con grande compiacenza, un tempio magnifico eretto dalle idee
principesche, e dai tesori di Giulio II, e di Leone X; vedrebbero poi in
un colla semplicità del culto protestante di Ginevra l'allontanamento
dalla buona dottrina, cui per altro diedero origine le grandi spese, e
le publicate Indulgenze di Leone X per la costruzione del Vaticano._

[207] _Non hanno forse anche i Cristiani nel loro intelletto l'immagine
pura della Divinità?_

[208] Gli autori della Storia universale e moderna hanno compilato
(volume 1 e 2) in ottocentocinquanta pagine _in folio_ la vita di
Maometto e gli annali de' Califfi. Ebbero la ventura di leggere e talora
correggere i testi Arabi. Ma ad onta delle loro millanterie, io non
m'accorgo nella fine di questo passo sull'Islamismo che m'abbiano dato
cognizione d'un gran numero di particolarità, se pure me n'han data una
sola. Questa pesante massa di cose non è mai ravvivata da una scintilla
di filosofia e di buon gusto, e i compilatori si sono nella loro critica
abbandonati a tutto l'astio del bigottismo contro il Boulainvilliers, il
Sale, il Gagnier, e quanti han palesato qualche parzialità, o qualche
sentimento di giustizia per Maometto.



CAPITOLO LI.

      _Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica
      e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi
      o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel
      governo._


[A. D. 632]

La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la
morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta
crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione.
Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi
discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le
angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o
raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini,
che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati
dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un
solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei
politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo
sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le
abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi
convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità
della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o
gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato
dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva
acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù
Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci
e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i
costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti
religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del
Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non
ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per
l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso.
L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e
d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne
il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi
_fuorusciti_ ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di
Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli
della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo
rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi
ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver
esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo,
risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion
de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto
undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle
lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e
rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con
umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche
buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si
prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella
fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico,
in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama,
s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue
prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono
que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle
azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210].
Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e
nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto
la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi
avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor
dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di
Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In
un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento
uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono
col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila
infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che
ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la
disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia,
privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così
tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla
religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto
il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il
grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui
successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.

Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi
Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono
nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e
Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo
della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che
avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i
piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in
età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della
religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano.
Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più
lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina
alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare
tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità
della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor
orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra.
Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad
Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio,
acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello
Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il
conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì
d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri,
e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a'
più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze
d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo
successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di
assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori
delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane
d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito
forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare
omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini
della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e
l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per
li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale
mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di
venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne
promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri
ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto
fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne
decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani
nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente
sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati.
Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente
si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati
i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente
accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de'
Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e
l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo
repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di
Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano
istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a
propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi
all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa
d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù
esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono
le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi
l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio
della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare
per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per
avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la
confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero
di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe
respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe
disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.

Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura
il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi
artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di
provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i
Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari
fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de'
successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto
stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In
tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila
città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti,
ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di
Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori
davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla
Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io
m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi
conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade
più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per
quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche
scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon
dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui
sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia,
pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il
primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla
fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si
fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere
della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti
scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più
moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della
Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere
che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo
sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que'
giorni da' Monaci. La _Biblioteca Orientale_, di cui andiam debitori ad
un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse
gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle
glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.

[A. D. 632]

I. Nell'anno primo del regno del primo Califfo, Caled, suo
Luogo-tenente, Spada di Dio, e flagello degl'infedeli, s'inoltrò sino
alle sponde dell'Eufrate, e sommise le città d'Anbar e di Hira. Una
tribù d'Arabi sedentari s'era collocata su la frontiera del deserto,
all'occidente delle ruine di Babilonia, e in Hira risedeva una stirpe di
re che abbracciato avevano il cristianesimo, e che da più di sei secoli
regnavano all'ombra del trono della Persia[224]. Da Caled fu sconfitto e
morto l'ultimo de' principi Mondari; il suo figlio prigioniero fu
mandato a Medina; i suoi Nobili piegarono le ginocchia davanti al
successor di Maometto: fu sedotto il popolo dall'esempio e dalle
vittorie de' suoi concittadini, e per primo frutto di sue conquiste
ricevette il Califfo un annuo tributo di settantamila monete di oro.
Sbalorditi rimasero i vincitori, e i loro storici ancora, da questo
primo lampo di futura grandezza. «Nell'anno stesso, scrive Elmacin,
diede Caled molte grandi battaglie: fece immensa strage d'infedeli, e
un'innumerevole quantità di spoglie preziosissime cadde in balìa de'
vittoriosi Musulmani»[225]. Ma all'invitto Caled sorvenne ben presto
l'impegno della guerra di Sorìa: capitani meno operosi e meno avveduti
diressero l'invasione della frontiera di Persia. Respinti furono con
gran perdita i Saraceni al passo dell'Eufrate: è bensì vero che punirono
l'insolenza de' Magi, ma fu poi ridotto il rimanente del loro esercito a
vagare qua e là nel deserto di Babilonia.

[A. D. 636]

Per lo sdegno e pel timore rimasero alquanto tempo sopite le intestine
turbolenze de' Persiani. Fu deposta Arzema loro regina per l'unanime
voto dei sacerdoti e de' nobili: era essa il sesto degli usurpatori
surti e scomparsi nello spazio di tre o quattro anni, dopo la morte di
Cosroe e la ritratta di Eraclio. Ne fu data la corona a Yezdegerd,
nipote di Cosroe, e per la coincidenza d'un periodo astronomico[226] è
segnata in una guisa memorabile l'epoca della caduta totale della
dinastia de' Sassanii, e della religione di Zoroastro[227]. Non contava
il nuovo re che quindici anni, e dalla gioventù ed inesperienza sua fu
persuaso a sottrarsi dal rischio d'una battaglia. Lo stendardo regio fu
consegnato nelle mani di Rustam, generale del suo esercito, il quale da
trentamila soldati che lo formavano, s'aumentò, dicesi, a centomila,
sudditi, o alleati della Persia. I Musulmani, che dapprima eran
dodicimila, pe' rinforzi ricevuti presentavano un corpo di trentamila
combattenti; accampavano nelle pianure di Cadesia[228], e quantunque
avessero meno _teste_, aveano più _soldati_ che l'esercito irregolare
degl'infedeli. Farò qui una osservazione cui mi verrà il taglio di
rinnovare frequentemente: l'assalto degli Arabi non era, come quello de'
Greci e de' Romani, l'urto d'una linea ben compatta e stretta di
fanteria: cavalieri e arcieri erano il maggior nerbo delle loro forze, e
non raro addiveniva che una battaglia, spesso interrotta e spesso
rinnovata con zuffe corpo a corpo, e con iscaramuccio di fuggiaschi,
potevasi prolungare per più giorni senza che vi fosse alcuna decisione
di vittoria: con ispeciali denominazioni si distinguono i vari periodi
della battaglia di Cadesia. Il primo s'appella la giornata del
_soccorso_, a cagione di mille Siri che giunsero in tempo a soccorrere
gli Arabi: la giornata della _scossa_ indica senza altro il trambusto
d'uno degli eserciti, e forse di entrambi: il terzo, nel quale seguirono
gli assalti di notte, ha ricevuto il bizzarro titolo di notte del
_ruggito_, a motivo delle grida discordi de' guerrieri, paragonate a'
suoni inarticolati de' più feroci animali. La mattina susseguente decise
la sorte della Persia, e una bufèra, sopraggiunta opportunamente, cacciò
nembi di polvere negli occhi de' miscredenti. Il fragore dell'armi
pervenne sino alla tenda di Rustam, il quale, ben diverso da un antico
eroe così denominato, stavasi coricato mollemente ad un'ombra
tranquilla, fra le salmerie del suo campo, e il numeroso seguito di muli
carichi d'oro e d'argento. Al rumor del pericolo, si slanciò
precipitosamente il generale fuori di quel luogo di riposo, ma,
fermatolo nel fuggire ed afferratolo per un piede, un Arabo gli troncò
la testa, e la portò in cima alla sua lancia nel campo di battaglia, ove
disseminò la strage e il terrore nelle file più folte dell'esercito
persiano. Confessano i Saraceni la perdita di settemila e cinquecento
guerrieri; e descrivono con ragione la battaglia di Cadesia come
_ostinata_ ed _atroce_: tali sono le loro frasi[229]. Nel conflitto fu
dagli Arabi portato via lo stendardo della monarchia, fatto del
grembiale di cuoio d'un fabbro ferraio che s'era già sollevato al grado
di liberatore della Persia; ma da una profusione di gemme era coperta e
nascosta quasi del tutto questa insegna d'una eroica povertà[230]. Dopo
questa vittoria la ricca provincia d'Irak, o dell'Assiria, si sottomise
al Califfo, e per la fondazione di Bassora[231], piazza che domina
sempre il commercio e la navigazion de' Persiani, furono prontamente
assicurati i conquisti. Lungi ottanta miglia dal golfo, l'Eufrate e il
Tigri si congiungono a formare una sola corrente ampia e retta, oggi
chiamata giustamente la riviera degli Arabi. Bassora fu piantata su la
sponda occidentale, a mezza strada fra la congiunzione e la foce de' due
celebri fiumi. Ottocento Musulmani formarono la prima colonia; ma per la
felice sua situazione divenne ben presto una florida e popolosa
capitale. L'aria, comecchè sia eccessivamente calda, n'è pura e salubre;
di palme e di truppe di bestiami sono coperti i prati all'intorno, e una
delle valli del circondario è noverata fra i quattro paradisi, o
giardini dell'Asia. Sotto i primi Califfi, stendeasi la giurisdizione di
questa colonia Araba sino alle province meridionali della Persia; è
stata consacrata la città dai sepolcri di parecchi compagni di Maometto,
martiri dell'Islamismo; e non cessano i navili europei di frequentare il
porto di Bassora, che apre una comoda stazione, e un passaggio al
commercio dell'India.

Non ostante la battaglia perduta a Cadesia, poteva un paese, tagliato da
fiumi e da canali, essere uno schermo insuperabile per la cavalleria de'
vincitori, e le mura di Ctesifone e di Modano, che avevano ributtato le
macchine romane, non potevano essere abbattute da' dardi Musulmani; se
non che fu determinata la rovina de' Persi dall'opinione che giunto
fosse l'ultimo giorno per la religione e l'impero loro: i posti più
forti furono, dalla vigliaccheria o dal tradimento di chi li guardava,
abbandonati: e il re, seguitato da una porzione della famiglia e da'
suoi tesori, ricoverossi in Holwan, alle falde de' colli della Media.
Nel terzo mese dopo la battaglia, Said, luogotenente d'Omar, varcò senza
ostacolo il Tigri: la capitale della Persia fu presa d'assalto, nè valse
la disordinata resistenza popolare che a crescer l'impeto de' colpi de'
Musulmani, che con religioso trasporto esclamavano: «Ecco il palazzo
bianco di Cosroe; ecco adempiuta la promessa dell'appostolo di Dio».
Improvvisamente la miseria de' masnadieri del deserto cangiossi in una
ricchezza, che sorpassava ogni loro speranza, ogni idea. Ciascheduna
camera di quel palazzo mostrava un nuovo tesoro, o celato con arte, o
esposto alla vista con grande sfarzo: l'oro, l'argento, i mobili, le
vestimenta preziose vinsero di gran lunga, a detta d'Abulfeda, tutti i
calcoli dell'immaginazione, o la estensione de' numeri; ed un altro
storico porta la somma inaudita, e quasi infinita di quelle favolose
ricchezze, a tremila migliaia di milioni di pezze d'oro[232]. Qualche
piccolo fatto, ma che alletta la curiosità, dimostra chiaramente il
contrapposto della ricchezza coll'ignoranza. Racchiudea la città gran
provvigione di canfora[233] venuta dalle lontane isole dell'oceano
Indiano, la quale doveva essere mescolata alla cera che serve a
illuminare i palazzi d'oriente. Non conoscendo nè la proprietà, nè il
nome di quella gomma odorosa, i Saraceni la credettero sale, ne misero
nel pane, e stupirono a sentirne l'amarezza. Un tappeto di seta, lungo
sessanta cubiti e largo altrettanto, ornava un appartamento del palazzo,
e rappresentava un paradiso, o giardino, con fiori, frutta, arboscelli
ricamati in oro, o raffigurati con pietre preziose, e il tutto
circondato da un contorno verde variato da più colori. Il generale
Arabo, persuaso con ragione che il Califfo potrebbe mirar con piacere
questo bel lavoro della natura e dell'arte, indusse i soldati a
rinunciare questa parte di bottino. Il rigido Omar, senza por mente a'
pregi dell'arte e della regia magnificenza che sfoggiavano in quella
composizione, ne distribuì i frammenti a' suoi fratelli di Medina. Il
disegno fu distrutto; ma tanto era il valore della materia, che la sola
porzione d'Alì fu venduta ventimila dramme. Fu arrestato un mulo che
trasportava la tiara e la corazza, la cintura e i braccialetti di
Cosroe, e questo bel trofeo venne offerto al comandante de' fedeli: i
più gravi de' suoi compagni non contennero le risa guardando la barba
bianca, le braccia pelose e la goffa figura di quel vecchio soldato
adorno delle spoglie del gran re[234].

Dopo il saccheggio di Ctesifone, questa città ben presto abbandonata
andò a poco a poco in rovina. Non piaceva a' Saraceni nè l'aria, nè la
situazione, e ad Omar fu consigliato da un suo generale di portar la
sede del governo su la riva occidentale dell'Eufrate. Furono in ogni
tempo e facili e pronte la fondazione e la rovina delle città d'Assiria.
Manca il paese di legname da costruzione e di pietre: i più solidi
edificii[235] son di mattoni cotti al sole, e uniti con un cemento di
bitume che si trova nel paese. Il nome di Cufa[236] non può dare altra
idea che d'una abitazione fabbricata di canne e di terra; ma una ricca,
numerosa e brava colonia di veterani popolava allora quella nuova
capitale, e la facea ragguardevole: i Califfi più saggi, per tema di
provocare a sedizione centomila guerrieri, ne tolleravano le licenziose
abitudini. «Abitanti di Cufa, diceva Alì nel domandarne il soccorso, vi
siete sempre segnalati in valore. Avete vinto il re di Persia, e teneste
sperperate le sue forze sino al giorno in cui vi insignoriste del suo
retaggio». Le battaglie di Jalula e di Nehavend poser termine a sì gran
conquisto. Perduta la prima, Yezdegerd non si credette più sicuro in
Holvan; andò a celare la sua vergogna e la disperazione nelle montagne
del Farsistan, da cui Ciro era disceso co' suoi prodi campioni, allora
suoi eguali. Al coraggio del monarca sopravvisse quello della nazione;
in mezzo alle colline meridionali di Ecbatana, ossia Hamadan, cento
cinquantamila Persiani tentarono un terzo ed ultimo sforzo per difendere
la religione e il paese nativo, e gli Arabi alla battaglia decisiva,
accaduta in Nehavend, posero il nome di vittoria delle vittorie. Se è
vero che il general Persiano fosse preso in mezzo ad una truppa di muli
e di cammelli carichi di mele che lo avea fermato nella sua fuga, questo
accidente, per quanto possa comparirci leggiero o singolare, giova ad
indicarci quali inciampi[237] dovesse soffrire nel suo cammino un
esercito d'oriente dal lusso che l'accompagnava.

[A. D. 637-651]

E Greci, e Latini parlarono molto imperfettamente della geografia della
Persia; ma pare che le sue città più celebri sieno anteriori
all'invasione degli Arabi. La conquista di Hamadan e di Ispahan, di
Casvino, di Tauride e di Rei, venne avvicinando a poco a poco questi
vincitori alle rive del mar Caspio, e gli oratori della Mecca ebbero
campo di celebrare i trionfi e il valor de' fedeli, i quali avean già
perduta di vista l'Orsa settentrionale, e trapassato quasi i limiti del
Mondo abitato[238]. Volgendosi di poi alla parte dell'occidente
dell'impero Romano, varcarono di nuovo il Tigri sul ponte di Mosul, e in
mezzo alle province prigioniere dell'Armenia e della Mesopotamia
abbracciarono i loro concittadini dell'esercito di Sorìa, i quali avevan
pure ottenuto grandi vittorie. Dal palagio di Modano si incamminarono di
bel nuovo verso oriente, e non furono nè meno rapidi, nè meno estesi i
loro progressi. Si inoltrarono lungo il Tigri, e il golfo di Persia, e,
valicate le gole delle montagne, sboccarono nella vallata di Estachar,
ossia Persepoli, e profanarono l'ultimo santuario dell'impero dei Magi.
Credè il nipote di Cosroe d'essere sorpreso fra le colonne che
crollavano e fra le statue mutilate, miseri emblemi della passata e
della presente fortuna persiana[239]; attraversò fuggendo colla massima
celerità il deserto di Kirman; implorò l'aiuto dei bravi Segestani, e
andò in traccia d'un oscuro ricovero sulla frontiera dell'impero dei
Turchi e di quel dei Cinesi: ma un esercito vittorioso non teme fatica:
divisero gli Arabi le forze loro per inseguir da ogni lato il timoroso
nemico, e dal Califfo Othmano fu promesso il governo di Korasan al primo
generale, che penetrato avrebbe in quella contrada vasta e popolosa, già
regno un tempo della Battriana. Fu accettata la condizione, e meritato
il premio: fu piantato lo stendardo di Maometto sulle mura di Herat,
Merou, e Balch, e il general vincitore non si riposò se non dopo che i
suoi cavalli, fumanti di sudore, si furono dissetati nelle correnti
dell'Oxo. Nella generale anarchia i governatori delle città e delle
castella, divenuti independenti, ottennero capitolazioni speciali; dalla
stima, dalla prudenza o dalla pietà dei vincitori ne furon dettati gli
articoli, e secondo la rispettiva professione di fede, il vinto rimase
loro concittadino o loro schiavo. Harmozan, principe di Ahvah e di Susa,
dopo un'ardita difesa fu astretto a cedere la sua persona e i suoi Stati
in balìa del Califfo. Il loro abboccamento darà a conoscere i costumi
degli Arabi. Quando questo voluttuoso Barbaro fu d'avanti ad Omar,
ordinò il Califfo che fosse spogliato delle sue vesti di seta ricamate
in oro, e della tiara tempestata di rubini e di smeraldi: «Adesso, disse
il vincitore al suo prigioniero, riconoscete voi il decreto di Dio, e il
diverso trattamento che si compete alla sommessione ed alla infedeltà?»
«Oimè! rispose Harmozan, non me ne accorgo che troppo. Nei giorni della
nostra comune ignoranza noi combattevamo con armi terrene, e la mia
nazione ebbe vittoria. Allora Iddio stava neutrale; dopo che ha sposata
la vostra causa, egli ha rovesciato il regno, e la religione nostra».
Stanco di questo noioso dialogo si lagnò il Persiano d'una gran sete che
soffriva; ma diede a divedere il timore d'essere ucciso nell'atto di
bere. «Non abbiate timore, gli disse il Califfo, la vostra vita è sicura
sinchè abbiate bevuto di quell'acqua». L'astuto Satrapo gli rendè grazie
per quella promessa, e nel punto stesso gettò a terra il vaso
dell'acqua. Voleva Omar castigare la sua superchieria, ma gli
ricordarono i Musulmani la santità del giuramento, e quindi, con la sua
pronta conversione alla religione di Maometto, acquistò Harmozan non
solamente un diritto al perdono, ma ben anche un assegno di duemila
pezze d'oro. Per regolare la buona amministrazione della Persia si fece
un'enumerazione del popolo, del bestiame e dei frutti della terra[240].
Se questo monumento, che ci prova la vigilanza dei Califfi, fosse giunto
a noi sarebbe utile ai filosofi di tutti i secoli[241].

[A. D. 651]

Yezdegerd s'era trasferito fuggendo oltre l'Oxo, e sino a Jaxarte, due
fiumi[242] notissimi agli antichi e ai moderni, e che scendono dalle
montagne dell'India alla volta del mar Caspio; egli fu con molta
ospitalità accolto da Tarkhan, principe della Fargana[243], provincia
fertile alle sponde dell'Jaxarte. Tanto il re di Samarcanda che le
geldre turche della Sogdiana e della Scizia furono commosse dalle
querele e dalle promesse del monarca deposto; e lo sventurato principe
implorò l'amicizia assai più ferma e potente dell'imperator della
Cina[244]. Il virtuoso Taitsong[245], primo re della dinastia dei Tang,
può giustamente essere paragonato agli Antonini; viveva il suo popolo
nella pace e nella prosperità, e quarantaquattro tribù di Tartari
obbedivano alle sue leggi. Cashgar e Khoten, guarnigioni delle sue
frontiere, mantenevano comunicazioni frequenti con le popolazioni che
abitavano le sponde dell'Jaxarte e dell'Oxo. Da una colonia di Persiani,
stanziatasi recentemente nella Cina, era stata colà introdotta la
astronomia dei Magi, e potè Taitsong essere sbigottito dai rapidi
progressi, e dalla pericolosa vicinanza degli Arabi. L'autorevole
credito, e forse i soccorsi del governo Cinese ravvivarono lo speranze
di Yezdegerd, non che lo zelo degli adoratori del fuoco, ed egli
s'avanzò con un esercito di Turchi a riconquistare il reame de' suoi
padri. Senza sguainare la spada godettero i fortunati Musulmani lo
spettacolo della sua sconfitta e morte. Il nipote di Cosroe fu tradito
da un servo, insultato dai ribelli abitanti di Merou, e assalito,
disfatto, inseguito dai Tartari che egli avea presi per alleati. Giunto
alla sponda d'un fiume pregò un mugnaio perchè lo portasse nel suo
battello all'altra riva, e gli offerse le anella e i braccialetti che
aveva: inetto a comprendere, o a sentir le disgrazie d'un re, quel rozzo
uomo gli rispose, che il suo mulino gli fruttava al giorno quattro
dramme d'argento, e che non abbandonerebbe il suo guadagno se non nel
caso di un sufficiente compenso. Questo momento di esitazione e di
ritardo diede agio alla cavalleria turca per arrivare e trucidare
l'ultimo re di Sassania[246], che allora contava il decimonono anno
dell'infelice suo regno. Firuz, suo figlio, umile cortigiano
dell'imperator della Cina, accettò l'impiego di capitano delle sue
guardie, e da una colonia di Persiani che si collocò nella provincia di
Bucaria, vi fu conservata per lungo tempo la religione dei Magi. Suo
nipote ereditò il titolo di re; ma dopo un debole, ed infruttuoso
tentativo se ne ritornò nella Cina, e finì la vita nel palazzo di Sigan.
Così s'estinse la linea mascolina de' Sassanidi; ma le prigioniere del
sangue reale di Persia furono date ai vincitori per ischiave, o spose, e
da queste illustri madri fu nobilitato il sangue dei Califfi, e degli
Imani[247].

Distrutto il reame di Persia l'impero dei Saraceni non si disgiunse più
da quello dei Turchi che per la riviera dell'Oxo. Non andò guari, che
questo stretto confine fu tolto dal valore degli Arabi: a poco a poco i
governatori del Korasan estesero le scorrerie, ed una vittoria valse
loro la conquista di un coturno che una regina de' Turchi lasciò cadere
mentre precipitosamente fuggiva al di là delle colline di Bochara[248];
ma la conquista definitiva della Transoxiana[249], come quella della
Spagna, era serbata al regno glorioso dell'inerte Valid; ed il nome di
Catibah, che significa un condottier di cammelli, indica la condizione e
il merito d'un generale che soggiogò queste due regioni. Nel mentre che
uno de' suoi colleghi per la prima volta inalberava lo stendardo de'
Musulmani sulle rive dell'Indo, sottomettea Catibah alla religione del
Profeta, e all'impero del Califfo le vaste contrade chiuse fra l'Oxo,
l'Jaxarte, e il mar Caspio[250]. Gli infedeli furono obbligati ad un
tributo di due milioni di pezze d'oro; furono arsi o messi in pezzi i
lor idoli; il capitan Musulmano pronunciò un discorso nella nuova
moschea di Carizma; dopo molti combattimenti le masnade turche furono
respinte fino al deserto, e dagli imperatori della Cina si chiese
l'amicizia degli Arabi vincitori. Debbesi attribuire in gran parte
all'industria loro la fertilità di quella provincia, che era la Sogdiana
degli antichi: ma dopo il regno dei re Macedoni si conosceano i vantaggi
del suo territorio e del clima, e se ne traeva profitto. Prima
dell'invasione dei Saraceni, Carizma, Bochara e Samarcanda erano città
ricche e popolose, soggette ai pastori del settentrione. Le contornava
un doppio muro, e un muro esterno chiudeva i campi e i giardini che al
distretto appartenevano delle città. Dai negozianti della Sogdiana si
fornivano tutte le merci che l'India e l'Europa abbisognavano, e dalle
fabbriche di Samarcanda si è diffusa in occidente quell'arte
inestimabile che trasforma i cenci di lino in carta[251].

[A. D. 632]

II. Abubeker dopo avere rimessa l'unità della fede e del governo,
scrisse a tutte le tribù Arabe questa lettera: «Nel nome del Dio
misericordioso, salute e prosperità al resto de' veri credenti, e le
benedizioni del cielo siano con voi. Io lodo il Dio onnipotente, e prego
pel suo profeta Maometto. — Vi do avviso che io intendo di mandare i
veri credenti nella Sorìa[252] per toglierli dalle mani degli infedeli,
ed ho voluto ammonirvi, che il combattere per la religione è un atto
d'ubbidienza al volere di Dio». Ritornarono i suoi inviati annunciando
il pio e guerriero ardore onde avevano infiammate tutte le province, e
si videro giugnere successivamente al campo di Medina le intrepide turbe
dei Saraceni, gloriosi di marciare alla guerra, che si lagnavano del
calor della stagione, e della penuria di vittovaglie, e che con
impazienti mormorazioni accusavano la lentezza e gli indugi del Califfo.
Come tosto fu compiuto l'armamento, salì Abubeker sopra una collina,
fece la rassegna degli uomini, dei cavalli, e delle armi, ed orò
fervorosamente al cielo pel buon esito dell'impresa. Coll'esercito e a
piedi camminò tutto il primo giorno; e quando i capitani per riverenza
vollero smontar da cavallo egli ne dissipò gli scrupoli dicendo, avere
ugual merito chi marciava a cavallo e chi a piedi in servigio della
religione. Le sue istruzioni[253] ai generali dell'armata di Sorìa
furono dettate da quel fanatismo guerriero che corre a conquistare
oggetti di mondana ambizione, affettando di non curarli. «Sovvengavi,
disse loro il successor del Profeta, che siete sempre alla presenza di
Dio, e alla vigilia della morte; pensando alla certezza del giudizio, e
sperando il paradiso, guardatevi dalla ingiustizia e dall'oppressione.
Deliberate co' vostri fratelli, e ingegnatevi di mantenervi l'amore e la
fiducia dei vostri soldati. Quando combatterete per la gloria di Dio
operate da uomini, senza volger le spalle; ma la vostra vittoria non si
lordi del sangue delle donne, nè dei fanciulli. Non distruggerete le
palme, non arderete i campi di biada: non abbatterete mai gli alberi
fruttiferi, nè farete danno ai bestiami, trattine quelli che ucciderete
per cibarvi. Quando accorderete un trattato, o una capitolazione, siate
solleciti d'adempierne gli articoli, e sinceri come la vostra parola.
Nel procedere avanti incontrerete persone religiose che vivono in
monasteri, e si elessero questa maniera di servire Iddio. Lasciatele in
pace, non le uccidete, nè distruggete i loro monasteri[254]: troverete
un altra classe d'uomini che appartengono alla sinagoga di Satanasso, ed
hanno la testa rasa in cerchio[255]: non mancate di fendere a questi il
cranio e di negar loro quartiere, sempre che non vogliano divenir
Maomettani o pagare il tributo». I trattenimenti profani o frivoli, e
quanto potesse ricordare antiche dispute, erano fra gli Arabi
severamente vietati: sin nei tumulti de' campi attendevano assiduamente
agli esercizi di religione, consacrando gli intervalli di riposo alla
preghiera, alla meditazione, e allo studio del Corano. L'abuso, od anche
l'uso del vino era punito con ottanta bastonate sulla pianta de' piedi,
e nel fervore dei primi tempi si videro peccatori ignoti che rivelavano
i propri falli, e ne chiedevano la punizione. Dopo qualche incertezza,
il comando dell'esercito di Sorìa fu conferito ad Abu-Obeidah uno de'
fuggiaschi della Mecca, e de' compagni di Maometto. Dalla somma dolcezza
e bontà della sua indole veniva raddolcito il suo zelo e la sua
divozione, senza che si indebolissero per questo; ma tosto che la guerra
si faceva terribile, i soldati invocavano il genio superiore di Caled;
e, comunque fosse la scelta del principe, era sempre nel fatto e nella
opinione _la Spada di Dio_ il primo generale dei Saraceni. Questo Caled
sì rinomato ubbidiva per altro senza ripugnanza, ed era consultato senza
gelosia; tale era la sommessione di questo guerriero, o piuttosto la
consuetudine del suo tempo, che si dichiarava pronto a servire sotto la
bandiera della fede, quand'anche fosse fra le mani d'un fanciullo, o di
un nemico. Certo è che al Musulmano vittorioso erano promesse gloria e
dovizie; ma si aveva avuto premura di ripetergli, che se cercava nei
beni di questo Mondo i soli moventi delle sue azioni, quei soli ne
sarebbero il guiderdone.

La vanità romana aveva onorato del nome di _Arabia_[256], tra le
quindici province della Sorìa, quella che racchiudeva i terreni
coltivati all'oriente del Giordano, e parve che da una specie di diritto
nazionale rimanessero giustificate le prime invasioni dei Saraceni. Si
arricchiva questo Cantone coi frutti d'un traffico variato: era stata
cura degli imperatori di coprirlo con una serie di Fortezze, ed era
almeno sicuro da una sorpresa per la solidità delle mura di Gerasa,
Filadelfia e Bosra[257]. Quest'ultima era la decima ottava stazione dopo
Medina: ne conoscevan benissimo il cammino le carovane di Hejaz e
dell'Irak, le quali ogni anno concorrevano a quel mercato,
abbondantemente provveduto delle produzioni della provincia e del
deserto. I timori perpetui che dava la vicinanza degli Arabi aveano
avvezzato gli abitanti all'uso dell'armi, e dodicimila cavalieri
potevano uscire delle porte di Bosra, nome che, nell'idioma siriaco,
significava una torre munita. Quattromila Musulmani, incoraggiati dai
primi trionfi contro le borgate aperte e le fanterie leggiere dei
confini, osarono assaltare la Fortezza di Bosra dopo averle intimata la
resa; ma furono oppressi dalla moltitudine dei Siri e sarebbero periti
tutti se Caled non giungeva in aiuto con mille e cinquecento cavalli. Il
quale biasimò quella impresa, rimise l'eguaglianza nel conflitto, liberò
il suo amico, il venerando Serjabil, che indarno invocava l'unità di Dio
e le promesse dell'appostolo. Dopo un breve riposo fecero i Musulmani le
loro abluzioni con una sabbia la quale supplì alle veci dell'acqua[258],
e Caled recitò l'orazione della mattina prima che montassero a cavallo.
Il popolo di Bosra, confidando nelle proprie forze, aperse le porte,
ordinò l'esercito nella pianura, e giurò di morire per la difesa della
religione. Ma una religion di pace non potea resistere a quel grido
forsennato: «alla battaglia! alla battaglia! Il paradiso! Il paradiso!»
che da ogni parte risonava fra le schiere de' Saraceni: il trambusto
della città, il suono delle campane[259], le esclamazioni dei preti e
dei monaci raddoppiavano lo spavento e la confusione dei Cristiani. Non
perdettero gli Arabi che dugentotrenta uomini, e rimasero padroni del
campo di battaglia: sin per invitare l'aiuto del cielo, o quel della
terra, furon coperte le mura di Bosra con croci benedette, e con
bandiere consacrate. Romano, governatore di questa città, aveva sin dai
primi momenti condotto a sommessione gli abitanti; deposto dal popolo,
che lo spregiava, ardeva di voglia di vendicarsi, e ne avea per
disgrazia i modi. In un abboccamento notturno che egli ebbe cogli
emissari di Caled gli avvisò d'un passaggio fatto sotto la sua casa, il
quale si prolungava fuori della Piazza; il figlio del Califfo e cento
volontari si fidarono della parola di Romano, e con una fortunata
intrepidezza apersero una strada facile al rimanente de' Saraceni.
Poichè Caled ebbe determinato la servitù ed il tributo cui doveano
soggiacer gli abitanti, Romano, apostata o convertito, si diè vanto
nell'assemblea popolare di quel tradimento così meritorio agli occhi
della nuova sua religione. «Io rinuncio, soggiunse egli, alla vostra
società in questo Mondo e nell'altro: rinnego colui che fu crocifisso e
i suoi adoratori; eleggo Iddio per mio padrone, l'Islamismo per mia
religione, la Mecca per mio tempio, i Musulmani per miei fratelli, e
riconosco per mio profeta Maometto mandato sulla terra per guidarci alla
via della salute, e per glorificare la vera religione a dispetto degli
uomini che danno colleghi a Dio».

[A. D. 633]

Non era Bosra lontana da Damasco[260] se non quattro giornate, e la
brama di conquistarla animò gli Arabi ad assediare l'antica capitale
della Sorìa[261]. Posero campo a qualche distanza dalle mura fra i
boschetti e le fontane di quel dilettevole luogo[262]; e proposero a'
cittadini pieni di coraggio, e già rinforzati da cinquemila Greci, la
solita alternativa di sommettersi al Maomettismo, al tributo, o alla
guerra. Nella decadenza del pari che nell'infanzia dell'arte militare,
anche i generali stessi hanno soventi volte offerto ed accettato
disfide[263]. Più d'una lancia si ruppe nella pianura di Damasco, e alla
prima sortita degli assediati segnalossi Caled col suo valor personale.
Aveva già dopo una zuffa ostinata abbattuto e fatto prigioniero un dei
campioni cristiani, che per la statura e l'intrepidezza era un
avversario degno di lui; nel tempo stesso prese un cavallo fresco
datogli dal governatore di Palmira, e corse frettoloso alla prima linea
del suo esercito: «Riposatevi un poco, gli disse Derar suo amico, e
permettetemi di fare le vostre veci: troppo vi siete stancato nella
lotta contro quel cane di cristiano. — Oh Derar, risposegli
l'istancabile Caled, ci riposeremo poi nel Mondo avvenire: chi fatica
oggi si riposerà domani». Collo stesso ardore rispose alla disfida d'un
altro campione; lo battè e lo rovesciò pure sulla polvere, e
indispettito pel rifiuto che fecero questi due prigionieri d'abbandonare
la propria religione ne fece gettar le teste nella città. Dal cattivo
esito di molti fatti generali e particolari, furono obbligati gli
abitanti di Damasco di tenersi coperti dietro le mura. Un messaggiero
calato giù dai bastioni rientrò nella città colla promessa d'un potente
rinforzo che sarebbe giunto fra poco. Ne furon ben presto avvisati gli
Arabi dal tumulto di gioia suscitato da questa nuova. Dopo vari
dibattimenti risolvettero i generali di levare, o piuttosto sospendere,
l'assedio, sinchè non avessero data battaglia alle forze
dell'imperatore. Volea Caled nella ritratta collocarsi al retroguardo,
cioè nel sito più pericoloso; pur lo cedette modestamente ai desiderii
d'Abu-Obeidah: ma nel punto del maggior rischio volò in aiuto del suo
compagno fortemente stretto da seimila cavalieri, e da diecimila fanti
sortiti dalla città, dei quali non rimase che un ben piccolo drappello
che andasse a raccontare a Damasco le circostanze della loro sconfitta.
Questa guerra diveniva assai rilevante per non esigere la riunione dei
Saraceni dispersi sulle frontiere della Sorìa, e della Palestina:
riferirò qui una delle lettere circolari inviate per questo oggetto ai
vari governatori, ed era diretta ad Amrou, quegli che soggiogò di poi
L'Egitto. «Nel nome di Dio misericordioso, Caled ad Amrou, salute e
felicità. Sappi che i Musulmani tuoi fratelli han fatto disegno di
trasferirsi in Aiznadin, ove sta un esercito di settantamila Greci, i
quali intendono di marciar contro di noi _per estinguere colla lor bocca
la luce di Dio: ma Dio conserva la sua luce a dispetto degli
infedeli_[264]. Tosto che questa lettera sarà consegnata alle tue mani
vieni seguitato da coloro che sono con te ad Aiznadin, ove, se così
piace al massimo Iddio, ci troverai». Furono con gioia eseguiti gli
ordini di Caled, e i quarantacinquemila Musulmani, che arrivarono nello
stesso giorno e nello stesso luogo, attribuirono al favor della
Providenza gli effetti del loro zelo, e della loro prontezza.

Quattro anni dopo i trionfi della guerra persiana fu turbata la quiete
d'Eraclio e dell'impero da un nuovo nemico, e da una religione della
quale sentivano troppo i Cristiani d'oriente le conseguenze senza
comprenderne chiaramente i dogmi. L'invasion della Sorìa, la perdita di
Bosra, e l'assedio di Damasco risvegliarono l'imperatore nella sua
reggia di Costantinopoli o di Antiochia. Settantamila soldati, tanto
veterani che di nuova leva, si raccolsero in Hems, o Emesa, sotto gli
ordini di Werdan[265] suo generale, e queste squadre, quasi tutte
composte di cavalleria, potevano egualmente denominarsi Sire, Greche o
Romane; _Sire_ a cagion del luogo d'onde eran tratte, o del teatro della
guerra: _Greche_ per la religione, o la lingua del sovrano: _Romane_ per
la nobile denominazione profanata mai sempre dai successori di
Costantino. Werdan, montato sopra una mula bianca ornata di catene
d'oro, e circondato da bandiere e stendardi, attraversava la pianura di
Aiznadin, quando gli venne veduto un guerriero feroce e seminudo, che
andava a scoprire il nemico, ed era Derar guidato dal fanatismo del
secolo e della nazione, la quale ha forse troppo esagerato questo atto
di valore. Odio del cristianesimo, avidità di saccheggio, non curanza di
pericolo eran queste le passioni dominanti dell'ardito Saraceno; la
vista della morte non indeboliva mai la sua fiducia religiosa, mai non
ne turbava la tranquilla intrepidezza, e non potea nemmeno impedire le
naturali e facete arguzie della sua giovialità marziale; col coraggio e
colla prudenza riuscivano a bene le sue imprese più disperate. Dopo aver
corsi innumerevoli rischi, dopo essere stato tre volte in balìa degli
infedeli, superò tutti i pericoli, ed ebbe la sua parte nei guiderdoni
della conquista di Sorìa. Nella qual occasione resistè, ritirandosi,
all'assalto di trenta Romani che Werdan mandò contro lui, e dopo averne
uccisi o scavalcati diecissette tornò sano e salvo al campo dei
Musulmani, che ne applaudivano la prodezza. Avendolo il suo generale
gentilmente rimproverato della temerità che aveva dimostrata, egli se ne
scusò colla semplicità di un soldato. «Non io cominciai quell'assalto,
egli disse; vennero essi per prendermi, ed io avea timore che mi vedesse
Iddio volger le spalle agli infedeli. Ma daddovero io mi battea di buona
voglia, e sicuramente Iddio è venuto in mio soccorso. Senza la tema di
mancare ai vostri ordini non sarei tornato sì presto, e veggo di qua che
coloro cadranno fra le nostre mani». Un Greco, venerando per la canizie,
si fece avanti in mezzo ai due eserciti, e offerse una pace che sarebbe
liberalmente pagata: dichiarò che se i Saraceni si ritiravano avrebbe
ogni soldato in dono un turbante, una veste, e una moneta d'oro, il
generale dieci vesti e cento monete d'oro, e cento vesti e mille monete
d'oro il Califfo. Un sogghigno disdegnoso fu la risposta di Caled. «Cani
di cristiani sapete già quale alternativa vi si concede; sottomettetevi
al Corano, pagate un tributo, o venite a combattere. Noi ci dilettiamo
della guerra, e la preferiamo alla pace; abbiamo a schifo le vostre
misere limosine, poichè presto saremo padroni delle vostre ricchezze,
delle famiglie, e delle persone vostre». Con tutte queste sembianze di
dispregio, sentiva forte il pericolo in cui si trovavano i Musulmani.
Quei sudditi del Califfo che erano stati in Persia, e veduto avevano gli
eserciti di Cosroe, confessavano che mai non s'era presentato ai loro
sguardi un esercito più formidabile. L'astuto Saraceno trasse dalla
superiorità del nemico l'argomento da riscaldare di più il valor dei
soldati. «Voi vedete a fronte, egli disse, tutte congiunte le forze de'
Romani. Non vi rimane speranza di camparne; ma potete in un sol giorno
conquistare la Sorìa; l'evento dipende dalla disciplina e dalla pazienza
vostra. Riservate il vostro valore a questa sera. Le vittorie del
Profeta succedeano di sera». Il nemico attaccò successivamente per due
volte, e sostenne Caled con calma e fermezza i dardi romani, e le
mormorazioni del suo esercito. Finalmente quando s'avvide essere omai
esinanite le forze e i turcassi de' nemici, diede il segnale della
carica, e della vittoria. Gli avanzi dell'esercito imperiale fuggirono
in Antiochia, in Cesarea, in Damasco, e si consolarono i Musulmani della
perdita di quattrocentosettanta uomini, ripensando d'aver mandato
all'inferno più di cinquantamila infedeli. Difficil cosa sarebbe
valutare il bottino di quella giornata: si impadronirono i Saraceni di
gran quantità di bandiere, di croci, di catene d'oro e d'argento, di
pietre preziose e d'una immensa farragine di armature e di vestimenta di
gran valore. Si differì la generale distribuzion della preda sino al
tempo che sarebbe presa Damasco; ma di grande utilità furono le armi che
divennero nuovi istrumenti di vittoria. Si spedirono al Califfo queste
gloriose notizie, e le tribù Arabe, che apparivano le più insensibili o
le più avverse alla mission di Maometto, domandarono con grande ardore
la grazia di partecipare alle spoglie della Sorìa.

Il dolore, e la costernazione portarono tostamente a Damasco quei tristi
ragguagli, e dall'alto delle mura miravano gli abitanti il ritorno degli
eroi di Aiznadin. Amrou capitanando diecimila cavalieri formava la
vanguardia. Le schiere dei Saraceni venivano l'una dopo l'altra con un
apparato spaventevole, e nel retroguardo stava Caled preceduto dallo
stendardo dell'Aquila Nera. Il quale aveva all'attività di Derar
affidato l'impegno di fare la ronda intorno la città con duemila
cavalieri, di sgombrar la pianura e di intercettare i soccorsi, o le
lettere che si volessero mandare alla Piazza. Gli altri capitani Arabi
furono postati davanti le sette porte, e con nuovo vigore e nuova
fiducia l'assedio ricominciò. Nelle fortunate ma semplici fazioni de'
Saraceni, raro è che si scontri l'arte, la fatica e le macchine di
guerra de' Greci e de' Romani; colla persona de' guerrieri anzichè colle
trinciere investivano una città; si contentavano a respingere le sortite
degli assediati, avventuravano una sorpresa o un assalto, ovvero
aspettavano che la penuria, o qualche sedizione mettesse in lor balìa
una Fortezza. Volea Damasco sottomettersi dopo la battaglia d'Aiznadin,
considerandola come una sentenza definitiva pronunciata contro
l'imperatore in vantaggio del Califfo; ma l'esempio e l'autorità di
Tommaso, nobile greco, che in una condizione privata divenne illustre
per la sua alleanza con Eraclio[266], le rendettero il coraggio. Dal
tumulto e dalla illuminazione notturna ebbero ad avvedersi gli
assedianti che la città preparava una sortita per la punta del giorno, e
benchè l'eroe cristiano fingesse di spregiare il fanatismo degli Arabi,
ricorse anch'esso agli spedienti d'una superstizione consimile. Fece
innalzare un gran Crocifisso davanti la porta principale alla vista de'
due eserciti, vennero in processione il Vescovo ed il Clero, e deposero
il Nuovo Testamento ai piedi dell'immagine di Gesù Cristo; e le due
parti furono secondo la rispettiva credenza edificate, o scandolezzate
da una orazione diretta al figlio di Dio, perchè difendesse i suoi servi
e la verità della sua legge. Furiosi furono i combattimenti, e la
destrezza di Tommaso[267], il più bravo degli arcieri, avea costata la
vita ai Saraceni più prodi, quando una eroina valse finalmente a
vendicarne la morte. La moglie di Aban, che in quella guerra santa
accompagnava il marito, se lo strinse fra le braccia nel punto che
spirava per le sue ferite, dicendogli: «Beato te, beato te caro amico,
tu vai a raggiugnere il tuo padrone che ci aveva uniti, ed ora ci
separa. Io vendicherò la tua morte, e farò quanto dipenderà da me per
venire al luogo ove tu vai. D'ora innanzi nessun uomo più mi toccherà,
perchè mi sono consacrata al servigio di Dio». Senza mandar un gemito,
senza versare una lagrima lavò il cadavere dello sposo, e colle usate
cerimonie lo seppellì. Adempiuto che ella ebbe il tristo ufficio, vestì
le armi del marito, a maneggiar le quali s'era nel suo paese avvezzata,
e il suo intrepido braccio corse a cercare l'uccisore di Aban, che stava
combattendo nel più forte della mischia. Col primo strale ferì la mano
dell'alfiere di Tommaso, col secondo trapassò l'occhio al capitano, e i
Cristiani sbigottiti non videro più nè il loro stendardo, nè il
generale. Nulla di meno non volle il generoso difensor di Damasco
ritrarsi al suo palazzo; gli fu curata la piaga sulle mura, continuò la
zuffa fino a sera, e i Siri stettero sotto le armi sino a giorno. Nel
più fitto della notte un colpo della campana grande diede il segnale; si
spalancarono le porte, ognuna delle quali vomitò uno sciame di guerrieri
che impetuosamente si scagliarono sul campo dei Saraceni addormentati.
Caled fu il primo a pigliar l'armi, e corse con quattrocento cavalli al
luogo del pericolo; a quest'uomo insensibile corsero le lagrime sul viso
quando esclamò: «oh Dio, che non dormi mai, getta un'occhiata su tuoi
servi, e non abbandonali in mano dei lor nemici». La presenza della
_Spada di Dio_ arrestò il valore e il trionfo di Tommaso; non così tosto
ebbero conosciuto i Musulmani il pericolo, che tornarono alle loro file,
e caricarono ai fianchi ed a tergo gli assalitori. Dopo aver perduto
soldati a migliaia, il general cristiano si ritirò con un sospiro di
disperazione, e le macchine di guerra piantate sulle mura contennero i
Saraceni dall'inseguire.

[A. D. 634]

Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni
probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più
valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle
diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la
ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah.
Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda
di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li
congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede
del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità,
che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto
potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del
Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che
conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad
Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina
al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè
l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il
buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel
punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per
cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata
la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere,
esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del
Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie
di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i
suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le
loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e
di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha
consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai
fedeli la fatica di combattere. — Ed io, rispose irritato Caled, non
sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa
d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.»
Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì
bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di
Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di
lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più
impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di
rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la
decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria,
e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte,
alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover
esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il
mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la
disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con
una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto
adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si
era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della
capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del
Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli
abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e
si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il
prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo
vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici,
soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un
prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro
cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della
disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar.
Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo
inesorabile di Caled; contese egli agli abitanti di Damasco la proprietà
d'un magazzino di biada; si ingegnò di privar la guarnigione dei
beneficii del trattato: con ripugnanza permise ai fuggiaschi d'armarsi
d'una spada, d'una lancia o d'un arco, e dichiarò aspramente che dopo
tre giorni potrebbono i suoi soldati inseguirli, e trattarli da nemici
de' Musulmani.

La passione d'un giovane Siro fu il compimento della rovina degli esuli
Damasceni. Un nobile cittadino di quella città, nomato Giona[270], s'era
impalmato ad una giovanetta d'opulenta famiglia, appellata Eudossia;
avendo i parenti di questa differite le nozze, si indusse ella a fuggire
collo sposo prescelto. I due amanti subornarono con denaro i soldati che
nella notte guardavano la porta di Keisan. Giona, che passava il primo,
fu circondato da una truppa d'Arabi; esclamò in lingua greca: «L'uccello
è preso», e così diede avviso alla sua Bella di ritornarsene a Damasco.
Lo sciagurato Giona, tratto avanti a Caled, e minacciato di morte,
dichiarò che credeva in Dio solo, e in Maometto suo appostolo, e fino al
giorno del suo martirio adempiè i doveri di un bravo e leale Musulmano.
Presa la città, andò al monastero ove erasi ricoverata Eudossia: ma
costei avea dimenticato l'amante, non vedendo più in lui che un apostata
cui ricevette con sommo dispregio. Preferì essa la sua religione alla
terra nativa, e Caled, sordo alla compassione, ma guidato in questo caso
dalla giustizia, ricusò di ritenere per forza un uomo, o una donna di
Damasco: per un articolo del Trattato, e per le provvidenze che esigeva
questo nuovo conquisto, dimorò Caled in Damasco per quattro giorni.
Conteggiando il tempo e la distanza avrebbe egli in tal occasione
perduto la smania delle stragi e delle rapine; ma s'arrese alle
importune istanze di Giona, che lo assicurava potersi ancora arrivare i
fuggitivi spossati di fatica. Gli inseguì di fatto Caled con quattromila
cavalieri travestiti da cristiani Arabi. Non si fermava che pel momento
dell'orazione, e ben conoscevano le sue guide il paese. Per lungo spazio
di strada furon visibili le vestigia degli abitanti di Damasco; ma ad un
tratto disparvero; tuttavolta furono rincorati i Saraceni nelle lor
mosse dalla sicurezza avuta, che i fuggiaschi s'erano sperperati nelle
montagne, e che potrebbero raggiugnerli presto. Durarono stenti
eccessivi nel valicare le giogaie del Libano; ma l'indomabile ardor d'un
amante sostenne e confortò il coraggio di que' vecchi fanatici. Un
paesano di quel Cantone gli avvisò, che l'imperatore avea mandato ai
fuorusciti un ordine di radere la costa del mare senza indugio, sulla
strada che conduceva a Costantinopoli, temendo per avventura che lo
spettacolo e il racconto dei loro patimenti avessero a scoraggiare i
soldati, e il popolo di Antiochia. Furon guidati i Saraceni attraverso
del territorio di Gabala[271] e di Laodicea scansando sempre le città.
Continua era la pioggia, oscurissima la notte; solo una montagna gli
separava dai fuggitivi, e Caled, sempre inquieto per la sicurezza dei
suoi guerrieri, confidava al compagno i tristi presagi avuti in sogno;
ma dai primi raggi del giorno furono dissipati tutti i suoi timori.
Scorse davanti a sè in una bella vallata le tende dei Cristiani scampati
da Damasco. Dopo aver consacrati alcuni istanti al riposo e
all'orazione, divise in quattro corpi la cavalleria; affidò il primo al
suo caro Derar, e riservò l'ultimo per sè; piombarono questi quattro
corpi un dopo l'altro sopra una moltitudine scompigliata, mal fornita
d'arme, e già debellata dal dolore, e dalla fatica. Trattone un
prigioniero che ottenne perdono, e fu rimandato, ebbero i Musulmani la
soddisfazione di credere che nemmeno un cristiano, dell'uno o dell'altro
sesso, era campato dai colpi della loro scimitarra. Sparso era nel campo
l'oro e l'argento di Damasco: vi trovarono i vincitori più di trecento
some d'abiti di seta, bastanti a vestire un esercito di Barbari. Cercò
Giona, e scoperse in mezzo alla strage, l'oggetto della sua costante
ricerca; ma l'ultimo atto della sua perfidia avea messo il colmo al
risentimento d'Eudossia, la quale facendo ogni suo potere per liberarsi
dall'odiose carezze di costui, si immerse un pugnale nel seno. Un'altra
donna, la vedova di Tommaso, creduta, non so se a torto o a ragione, la
figlia di Eraclio, fu pure salvata e rimandata senza riscatto; ma
solamente per disprezzo mostrossi tanto generoso Caled, ed un insolente
messaggio portò sino al trono de' Cesari le disfide dell'orgoglioso
Saraceno. Dopo aver fatto più di centocinquanta miglia nella provincia
Romana, colla stessa rapidità e segretezza, se ne tornò a Damasco. Omar
salendo al trono gli tolse il comando: ma se il Califfo biasimò la
temerità della impresa, lodò il vigore e la prudenza di lui
nell'eseguirla.

In un'altra occasione dimostrarono egualmente i vincitori di Damasco
come amassero, e come dispregiassero le ricchezze di questo Mondo.
Seppero che nella fiera di Abyla[272], la quale si faceva lungi trenta
miglia incirca della città, concorrevano ogni anno le produzioni
naturali e quelle della industria di tutta la Sorìa, che una folla di
pellegrini andava, in que' giorni, a visitare la cella d'un santo
eremita, e che le nozze della figlia del governator di Tripoli doveano
rallegrare la festa del commercio e della superstizione. Abdallah,
figlio di Jaafar, santo e glorioso martire, prese l'incarico, guidando
cinquecento cavalieri, dell'utile e religiosa missione di spogliare
gl'infedeli. Nell'avvicinarsi alla fiera d'Abyla venne a sapere, non
senza inquietudine, che i Giudei e i Cristiani, i Greci e gli Armeni,
gli originali della Sorìa e gli abitanti dell'Egitto formavano una
truppa di diecimila uomini, e che la sposa era scortata da cinquemila
cavallieri. I Saraceni si fermarono: «Per me, disse Abdallah, non so
dare addietro; numerosi sono i nostri nemici, grandi i pericoli che
corriamo; ma luminoso e certo è il guiderdon che otterremo o in questo,
o nell'altro Mondo: ciascuno, a suo grado, vada avanti o si ritragga».
Nemmeno un Musulmano si ritirò. «Menateci, disse Abdallah al Cristiano
che gli serviva di guida, e vedrete che possono fare i compagni del
Profeta». I suoi soldati caricarono in cinque distaccamenti; ma dopo i
primi istanti di vantaggio che ebbero in questo impreveduto assalto,
furono circondati e quasi oppressi dal numero superior de' nemici; e la
loro brava gente fu paragonata al punto bianco che si vede sulla pelle
d'un cammello nero[273]. Sul tramontar del sole cadevano le armi dalle
lor mani per la fatica, ed eran sul punto d'essere precipitati nella
eternità, quando scorsero venir loro in faccia un nembo di polvere:
colpì le loro orecchie il grato suono del _tecbir_[274], e ben presto
videro lo stendardo di Caled, che con tutta la velocità dei cavalli
della sua soldatesca giungeva in aiuto. Il quale sbaragliò i battaglioni
cristiani, e senza cessar la strage li perseguitò sino al fiume di
Tripoli. Rimasero abbandonate le ricchezze poste in mostra alla fiera,
il danaro portato per le provviste, la brillante pompa delle nozze, la
figlia del governatore, e quaranta donne del seguito. Frutta,
vittoaglie, mobili, argento, vasellame, gioielli, tutto fu tostamente
ammucchiato sulla schiena de' cavalli, degli asini e dei muli, e
tornarono i pii masnadieri in trionfo a Damasco. L'eremita dopo breve e
violenta discussione con Caled sulle rispettive religioni ricusò la
corona del martirio, e fu lasciato in vita soletto su quella scena di
eccidio e di desolazione.

[A. D. 635]

È la Sorìa[275] un dei paesi più anticamente coltivati; merita essa
questa preferenza[276]. La vicinanza del mare e delle montagne,
l'abbondanza delle legne e dell'acqua, temperano l'ardor del clima, e
dalla fertilità del suolo deriva sì gran quantità di sussistenze, che
n'è mirabilmente giovata la propagazione degli uomini e degli animali.
Dal secolo di Davide a quello d'Eraclio si coperse il paese di fiorenti
città: ricchi e numerosi ne eran gli abitanti, e quantunque lentamente
devastata dal dispotismo e dalla superstizione, dopo le recenti calamità
della guerra persiana, poteva ancora la Sorìa essere un incentivo alla
rapacità delle ingorde tribù del deserto. Una pianura di dieci giornate,
che da Damasco si stende ad Aleppo e ad Antiochia, è innaffiata alla
parte di ponente dal tortuoso Oronte. Le vette del Libano, e
dell'anti-Libano le sovrastano da settentrione a mezzogiorno fra
l'Oronte e il mediterraneo, e in addietro si diede l'epiteto di
_concava_ (Coelesyria) ad una lunga e fertilissima valle cinta nella
medesima direzione da due catene di montagne coperte sempre di
neve[277]. Tra le città indicate nella geografia e nella storia della
conquista di Sorìa, coi loro nomi greci e coi nomi orientali, si nota
Emesa o Hems, Eliopoli o Baalbek: la prima, metropoli della pianura, la
seconda, capitale della vallata. Sotto l'ultimo Cesare erano ben munite
e piene d'abitanti: ne risplendeano da lontano le torri: edifici
pubblici e privati occupavano un vasto terreno, e gran fama avevano i
cittadini pel coraggio od almen per l'orgoglio, per le ricchezze o
almeno per lusso. Al tempo del Paganesimo, Emesa ed Eliopoli adoravano
Baal ovvero il Sole; ma caduta la superstizione e la grandezza loro,
ebbero a provare una sorte molto diversa. Niun vestigio rimane del
tempio d'Emesa il quale, se si presta fede ai poeti, eguagliava in
altezza la cima del monto Libano[278], mentre le rovine di Baalbek,
ignote agli scrittori antichi, solleticano la curiosità e ottengono la
ammirazione de' viaggiatori Europei[279]. Il tempio è lungo dugento
piedi, largo cento: un doppio portico d'otto colonne adorna la facciata:
se ne contano quattordici da ogni lato, ed ogni colonna, formata di tre
pezzi di pietra o di marmo, ha quaranta piedi d'altezza. L'ordine
corintio che si osserva nelle proporzioni e negli ornamenti annunzia
l'architettura greca: ma poichè Baalbek non fu mai residenza d'un
monarca, si stenta a capire come la liberalità dei cittadini, o del
Corpo municipale abbian potuto sopperire alla spesa di costruzioni tanto
magnifiche[280]. Dopo la conquista di Damasco marciarono i Saraceni alla
volta di Eliopoli e di Emesa, ma non rivangherò particolarità di
sortite, e di combattimenti, dopo averle già rappresentate in prospetto
sopra una scena più vasta. Nella continuazion di questa guerra,
ottennero trionfi non solo colle armi ma anche colla politica; seppero
dividere i nemici con tregue particolari e di poca durata; avvezzarono i
popoli della Sorìa a paragonare i vantaggi della loro alleanza e i
pericoli dell'averli nemici; si addomesticarono colla lingua, colla
religione e colle costumanze loro, e vennero con segrete compre vuotando
i magazzini e gli arsenali delle città cui voleano assediare. Vollero un
riscatto più costoso dai più ricchi e dai più ostinati; alla sola
Calcide fu imposta la tassa di cinquemila oncie d'oro, d'altrettanto
d'argento, di duemila vesti di seta e della quantità di fichi e di ulive
che potesse essere portata da cinquemila asini. Osservarono per altro
scrupolosamente gli articoli delle tregue e delle capitolazioni, ed il
luogotenente del Califfo avendo promesso di non entrare nelle mura di
Baalbek, tenuta come prigioniera dalle sue armi, si rimase tranquillo
nella sua tenda sino a tanto che le fazioni che laceravano la città
richiesero che un padrone straniero andasse a sedarle. In meno di due
anni si terminò la conquista della pianura e della valle di Sorìa. Nulla
di meno ebbe a lagnarsi di lentezza il Califfo, e i Saraceni espiando i
lor falli con lagrime di pentimento e di rabbia, domandarono ad alta
voce d'esser condotti alle battaglie del Signore. In un fatto accaduto
poco tempo prima sotto le mura di Emesa, s'udì esclamare un giovane
Arabo, cugino di Caled: «Credo vedere le houris dagli occhi neri che mi
guardano; se una sola comparisce sulla terra tutti gli uomini
morirebbero d'amore. Ne scorgo una che ha un fazzoletto di seta verde, e
un cappello di pietre preziose; mi fa segno e mi chiama: vieni subito mi
dice, perchè sono innamorata di te.» Così dicendo, si scagliò
furiosamente sui Cristiani, e spargeva per ogni parte la strage, quando
il governatore di Hems, che l'osservò, lo trafisse con una chiaverina.

[A. D. 636]

Era d'uopo ai Saraceni di tutto il valore ed entusiasmo loro per far
fronte alle forze dell'imperatore, il quale dalle tante perdite sofferte
aveva argomentato abbastanza che voleano i pirati del deserto
conquistare regolarmente, e conservare a sè la Sorìa, e che in poco
tempo verrebbero a capo del lor disegno. Ottantamila soldati delle
province europee ed asiatiche furono mandati per mare e per terra ad
Antiochia e a Cesarea: sessantamila Arabi cristiani, della tribù di
Gassan, erano le soldatesche leggiere di quell'esercito, e lo
precedevano sotto la bandiera di Iabalah, l'ultimo de' loro principi:
avevano i Greci per massima: _che col diamante si tagliava meglio che in
altra guisa il diamante_. Non si espose Eraclio in persona ai rischi di
quella guerra: ma presuntuoso siccome egli era, o forse per mancanza di
coraggio, diede comando espresso di decidere in una sola giornata il
destino della provincia e di quella guerra. Gli abitanti della Sorìa
difendeano la causa di Roma e di Cristo; Nobili, cittadini, paesani
furono del pari irritati dalla ingiustizia, e dalla barbarie di un
esercito licenzioso che come sudditi li opprimeva, e li spregiava come
stranieri[281]. Aveano i Saraceni posto campo sotto le mura d'Emesa,
quando ebbero sentore di que' grandi apparecchi, e benchè i capitani
fossero ben risoluti al combattere, raunarono consiglio di guerra:
voleva il pio Abu-Obeidah ricevere la corona del martirio in quel luogo
medesimo: ma fu saggio avviso di Caled il fare una ritratta onorevole
sulla frontiera della Palestina e dell'Arabia, ove potrebbe l'esercito
attendere il soccorso degli amici, e l'assalto degli infedeli. Un
corriere spedito a Medina ritornò prestamente colle benedizioni di Omar
e di Alì, colle preghiere delle vedove del Profeta, e con un rinforzo di
ottomila Musulmani. Questo piccolo drappello battè per via un
distaccamento dei Greci, e arrivando a Yermuk, ove erano accampati i
Saraceni, s'ebbero la lieta novella, che Caled avea già sbaragliato e
disperso gli Arabi cristiani della tribù di Gassan. Nei dintorni di
Bosra cadono a torrenti della montagna di Hermon le acque sulla pianura
di _Decapoli_, ossia delle dieci città, e d'Hieromax, di cui si alterò
il nome cangiandolo in quello di Yermuk dopo un breve corso si perdè nel
lago di Tiberiade.[282] Le sue sponde mal conosciute furono allora
illustrate da lunga e sanguinosa battaglia. In quella gran circostanza
dalla voce pubblica, e dalla modestia di Abu-Obeidah fu renduto il
comando al Musulmano più degno. Caled si collocò sulla fronte
dell'esercito; alle spalle pose il suo collega, acciocchè i Musulmani,
se mai fossero tentati a fuggire, fossero arrestati dal suo aspetto
venerando e dalla vista della bandiera gialla, che Maometto avea
spiegata avanti le mura di Chaibar. Stava nell'ultima linea la sorella
di Derar e le donne arabe che s'erano coscritte per quella santa guerra,
che sapeano trattare l'arco e la lancia, e che in un momento di
cattività aveano difesa contro gli incirconcisi la verecondia loro e la
religione[283]. L'arringa dei generali fu breve, ma energica. «Avete in
faccia il paradiso, alle spalle il diavolo e il fuoco dell'inferno».
Nondimeno fu tanto impetuosa la carica della cavalleria romana che ne fu
rotta l'ala destra degli Arabi, e separata dal centro. La quale per tre
volte s'indietreggiò alla rinfusa, e tre volte fu riordinata dai
rimproveri e dai colpi delle donne. Negli intervalli dell'azione,
Abu-Obeidah visitava le tende dei confratelli, ne prolungava il riposo
recitando in una volta due delle cinque orazioni quotidiane, ne curava
le ferite di propria mano, e li confortava colla riflessione, che gli
infedeli che partecipavano ai loro mali non participerebbero alla loro
ricompensa. Quattro mila e trenta Musulmani furono seppelliti sul campo
di battaglia, e la destrezza degli arcieri Armeni procacciò a settecento
Arabi la gloria di perdere un occhio nell'esercizio di quel religioso
dovere. Confessarono i veterani della guerra di Sorìa non aver mai
veduto azione così terribile, ed il cui esito fosse sì lungo tempo
incerto; ma non ve n'ebbe altresì veruna più decisiva di quella; Greci e
Siri a migliaia caddero sotto la spada degli Arabi; gran numero di
fuggitivi fu dopo la vittoria trucidato pei boschi, e nelle montagne.
Parecchi altri, che perdettero il guado, annegarono nell'acqua
dell'Yermuk, e, qualunque sia l'esagerazione dei Musulmani[284], dagli
autori cristiani si confessa che il cielo li punì in maniera ben
sanguinosa dei loro peccati[285]. Manuele che comandava i Romani fu
ucciso a Damasco, dove si ricoverò nel monastero del monte Sinai.
Jabalah, esigliato dalla Corte di Bisanzio, pianse colà i costumi
dell'Arabia da lui abbandonati, e la sciagura d'aver preferito la causa
de' Cristiani[286]. Altra volta era stato propenso all'Islamismo; ma in
un pellegrinaggio alla Mecca, essendosi trasportato a percuotere un suo
concittadino, avea presa la fuga per salvarsi dall'imparziale e severa
giustizia del Califfo. I Saraceni vittoriosi passarono un mese a Damasco
nella quiete e nei sollazzi: la division del bottino fu rimessa alla
prudenza di Abu-Obeidah. Ogni soldato ebbe una parte per sè, ed una pel
suo cavallo, ed ai nobili corsieri di razza araba fu riservata doppia
porzione.

[A. D. 637]

Dopo la battaglia di Yermuk non si vide più comparire l'esercito romano,
e furono arbitri i Saraceni di scegliere quella delle città munite della
Sorìa volessero prima attaccare. Chiesero al Califfo se marciar
dovessero verso Cesarea o Gerusalemme, ed a seconda della risposta di
Alì fu messo subitamente l'assedio a quest'ultima città. Agli occhi di
un profano era Gerusalemme la prima o la seconda capitale della
Palestina: ma considerata come il tempio della Terra Santa, consacrata
dalle rivelazioni di Mosè, di Gesù, e dello stesso Maometto, era, dopo
la Mecca e Medina, l'oggetto di venerazione e delle peregrinazioni dei
Musulmani devoti[287]. Il figlio di Abu-Sophian fu spedito con
cinquemila Arabi a tentare da prima di insignorirsi della Piazza per
sorpresa o con un trattato; ma nell'undecimo giorno fu investita da
tutto l'esercito di Abu-Obeidah; il quale fece al comandante e al popolo
di Elia[288] la solita intimazione: «Salute e felicità, diss'egli, a
coloro che seguono la via retta. Noi ve lo comandiamo: dichiarate che
non vi ha che un Dio, e che Maometto è il suo appostolo. Se non lo fate,
consentite a pagare un tributo e ad essere nostri sudditi; altrimenti io
condurrò contro di voi una gente che apprezza più la morte, che voi il
vino e la carne di porco; e non vi lascerò, se piace a Dio, che dopo
avere sterminato quanti combatteranno con voi, e ridotti a schiavitù i
vostri figli». La città per ogni parte era difesa da valli profonde e da
rupi scoscese: dopo l'invasion della Sorìa erano state accuratamente
restaurate le mura e le torri; essendosi fermati in quella Piazza, che
non era molto lontana, i più prodi dei guerrieri campati dall'eccidio
d'Yermuk, questi, non men che la difesa del santo sepolcro[289], doveano
accendere nell'anima di tutti quelli che riempieano la città qualche
scintilla dell'entusiasmo, onde era infiammato lo spirito de' Saraceni.
Quattro mesi durò l'assedio di Gerusalemme; ogni giorno fu segnato da
qualche sortita o da qualche assalto: le macchine degli assediati
molestarono costantemente i nemici dall'alto delle mura, e fu ancora
agli Arabi più funesto il rigore del verno. Cedettero finalmente i
Cristiani alla perseveranza dei Musulmani. Il Patriarca Sofronio si
affacciò sulle mura, e, servendosi dell'organo di un interprete, domandò
un abboccamento. Dopo avere indarno tentato di distogliere il
luogotenente del Califfo dal suo empio disegno, chiese in nome del
popolo una capitolazione vantaggiosa, e ne propose gli articoli con
questa clausola insolita, che l'autorità e la presenza di Omar sarebbero
mallevadori della esecuzione. Fu discussa la cosa nel consiglio di
Medina: la santità del sito, e l'opinione di Alì determinarono il
Califfo ad appagare in questo proposito i voti dei soldati propri e de'
nemici, e la semplicità che dimostrò in questo viaggio è notabile più
che mai lo fosse tutta la pompa dell'orgoglio e della tirannide. Il
vincitor della Persia e della Sorìa sedeva sopra un cammello di pelo
rosso, il quale era altresì caricato d'un sacco di biada, d'un altro
sacco di datteri, d'un piatto di legno, e d'un otricello di cuoio pieno
di acqua. Quando si fermava, erano invitati tutti quelli che lo
accompagnavano, senza far distinzione alcuna, a partecipare
del suo pasto frugale che egli consacrava con orazioni e con
un'esortazione[290]. Nel tempo stesso durante questa spedizione, o
pellegrinaggio, esercitava i suoi poteri amministrando la giustizia:
frenava la licenziosa poligamia degli Arabi; reprimeva le estorsioni e
le crudeltà che usavansi verso i tributari; e per punire i Saraceni del
troppo lusso, levava loro di dosso le ricche vesti di seta, e
stropicciava loro la faccia nel fango. Come scorse da lungi Gerusalemme
esclamò ad alta voce: «Dio è vittorioso. Signore agevolateci questa
conquista;» e dopo avere alzata la sua tenda, fatta di rozza stoffa,
placidamente s'assise per terra. Segnata che ebbe egli la capitolazione,
entrò in città senza cautele e senza timori, e conversò urbanamente col
Patriarca intorno le antichità religiose della sua chiesa[291]. Sofronio
si prostrò davanti al nuovo padrone dicendo in suo segreto, colle parole
di Daniele: «L'abbominazione della desolazione sta nel Luogo
Santo[292]». Si scontrarono insieme nella chiesa della Risurrezione
all'ora della preghiera: ma non volle il Califfo far quivi le sue
divozioni, e si contentò di orare sui gradini della chiesa di
Costantino. Ragguagliò il Patriarca del prudente motivo che lo aveva
determinato: «Se mi fossi arreso alle istanze vostre, gli disse, sarebbe
avvenuto che col pretesto di imitare il mio esempio avrebbero un giorno
i Musulmani rotto gli articoli del trattato»; ordinò che si edificasse
una Moschea[293] sul terreno per l'addietro occupato dal tempio di
Salomone; e nei dieci giorni che passò a Gerusalemme, pose ordine anche
per l'avvenire a ciò che per l'amministrazione della Sorìa si conveniva.
Potea Medina temere non fosse il Califfo trattenuto dalla santità di
Gerusalemme, o dalla vaghezza di Damasco; ma tosto egli sbandì ogni
inquietudine ritornando spontaneamente al sepolcro dell'appostolo[294].

[A. D. 638]

Formò il Califfo due corpi d'esercito per condurre a termine la
conquista del rimanente della Sorìa; un distaccamento scelto fu lasciato
nel campo della Palestina sotto gli ordini d'Amrou e d'Yezid, mentre
Abu-Obeidah e Caled, capitanando lo stuolo più considerevole, marciavano
di bel nuovo alla volta del settentrione per impadronirsi d'Antiochia e
di Aleppo; quest'ultima città, la Berea de' Greci, non aveva ancora la
celebrità d'una capitale, e colla volontaria loro sommissione, non che
per la miseria, ebbero gli abitanti la sorte di riscattare, a condizioni
moderate, colla vita la libertà della loro religione. Il castello
d'Aleppo[295], separato dalla Piazza, si ergeva sopra un'alta collina
formata dalla mano degli uomini; i fianchi di quella altura, quasi
perpendicolare, erano guerniti di pietre da taglio, e si poteva empiere
totalmente la fossa coll'acqua delle vicine sorgenti. La guarnigione
dopo aver perduto tremila uomini, avea tuttavolta modo di difendersi, e
il Capo ereditario, il prode Youkinna, aveva ammazzato suo fratello, un
santo monaco, perchè avea pronunziata la parola di pace. Rimase morto o
ferito gran numero di Saraceni durante quell'assedio che durò quattro o
cinque mesi, e che fu il più penoso di tutti gli assedi della guerra
siriaca; gli altri si ritrassero in distanza d'un miglio dalla Piazza,
ma senza poter deludere la vigilanza di Youkinna; nè venne pure fatto ai
medesimi di sbigottire i Cristiani colla morte di trecento prigionieri
cui decapitarono sotto le mura del castello. Primamente dal silenzio,
poi dalle lettere d'Abu-Obeidah comprese il Califfo essere ormai sfinita
la pazienza delle sue soldatesche, ed aver esse omai perduta ogni
speranza di prendere quella Fortezza. «Io partecipo co' miei affetti,
gli rispose Omar, a tutte le vicende vostre, ma non posso assolutamente
permettervi di levar l'assedio del castello. La ritirata vostra
scemarebbe la fama delle nostre armi, e darebbe coraggio agli infedeli
di piombare sopra di voi da ogni lato: rimanete davanti Aleppo, fino a
tanto che Iddio decida dell'evento, e la vostra cavalleria vada
foraggiando nel circondario». Alcuni volontari di tutte le tribù
dell'Arabia, giunti al campo sopra cavalli o cammelli, crebbero forza
alle esortazioni. Era con essi certo Damete, guerriero di servile
estrazione, ma di figura gigantesca e d'animo intrepido. Nel giorno
quarantesimosettimo di servigio chiese trenta uomini con cui sorprendere
il castello. Caled, che lo conosceva, commendò il suo disegno, ed
Abu-Obeidah avvertì i suoi fratelli di non avere dispregio per la
nascita di Damete, e protestò che se potesse abbandonare gli affari
pubblici, di buon grado avrebbe militato sotto gli ordini dello schiavo.
Per mascherare l'impresa ideata, finsero i Saraceni di ritirarsi
trasportando il campo lungi una lega incirca da Aleppo. I trenta
avventurieri stavano in imboscata a piè del colle, e Damete finalmente
si procacciò le notizie che bramava, ma non senza andare nelle furie
contro l'ignoranza de' suoi prigionieri greci. «Maladetti da Dio questi
cani! esclamava l'ignorante Arabo: che strano e barbaro linguaggio è
quello che parlano!» Nel più fitto della notte scalò l'altura che egli
aveva attentamente visitata dal lato più accessibile, sia che in quella
parte fossero più degradate le pietre, sia che il pendìo fosse più
declive, o men vigilante la guardia. Sette de' suoi compagni più robusti
salirono sulle spalle gli uni degli altri, e lo schiavo gigantesco
sosteneva sopra il suo largo e nervoso dosso il peso di tutta la
colonna. I più elevati potevano aggrapparsi alla parte inferiore dei
muri. Vi si arrampicarono finalmente, pugnalarono alla sordina le
sentinelle e le gettarono abbasso dalla Fortezza; ed i trenta guerrieri
ripetendo questa pia giaculatoria, «Appostolo di Dio aiutateci e
salvateci,» furon successivamente tirati sul muro, mercè delle lunghe
tele de' lor turbanti. Damete andò cautamente a spiare il palazzo del
governatore, che con romorose allegrie festeggiava la ritirata del
nemico: e ritornato ai suoi compagni assalì dalla parte interna
l'ingresso del castello. La sua piccola squadra abbattè la guardia,
sgombrò la porta, calò abbasso il ponte levatoio, e difese questo
angusto passaggio sino all'arrivo di Caled, che, sul far del giorno,
venne a trarlo di pericolo, e ad assicurare la sua conquista. Il bravo
Joukinna, che s'era dato a conoscere per un nemico sì formidabile,
divenne un utile e zelante proselita; e il general dei Saraceni dimostrò
i riguardi che avea pel merito, in qualunque condizione lo trovasse,
rimanendo coll'esercito in Aleppo, sin che non fu guarito Damete delle
sue onorate ferite. Era tuttavia coperta la capitale della Sorìa dal
castello di Aazaz, e dal ponte di ferro dell'Oronte. Ma perduti quei
posti di gran momento, e sconfitto l'ultimo esercito Romano,
Antiochia[296], ammollita dal lusso, tremò e si sottomise con un
riscatto di trecentomila pezze d'oro, e fu salva dalla distruzione; ma
quella città, soggiorno un tempo dei successori d'Alessandro, sede del
governo romano in Oriente, decorata da Cesare coi titoli di città
libera, santa e vergine, altro non fu poi sotto il giogo dei Califfi che
città di provincia e di secondo ordine[297].

[A. D. 638]

Nella vita d'Eraclio si vede che dall'obbrobrio, e dalla debolezza dei
primi e degli ultimi anni della sua amministrazione fu oscurata la
gloria del trionfo della guerra persiana. Allorchè i successori di
Maometto si armarono contro di lui per l'onore della propria religione,
egli si sentì gelare alla prospettiva degli stenti e dei pericoli
innumerabili in cui si sarebbe ingolfato: per natura indolente, non
trovava più in una inferma vecchiaia il modo di sollevarsi ad un secondo
sforzo. Per un sentimento di vergogna, e per la sollecitazione dei Siri
fu impedito dall'allontanarsi, sin nel primo momento, dal teatro della
guerra; ma più non vivea l'eroe, e puossi in qualche modo attribuire
all'assenza o al cattivo procedere del sovrano la perdita di Damasco e
di Gerusalemme, non che le sanguinose giornate di Aiznadin, e d'Yermuk.
In vece di difendere il sepolcro di Cristo, impelagò la Chiesa e lo
Stato in una controversia metafisica[298] sopra l'unità della volontà; e
mentre dava la corona al figlio, avuto della seconda moglie, si lasciava
tranquillamente spogliare della porzion più preziosa del retaggio, che
egli assegnava ai suoi figli. Prostrato a terra nella cattedrale di
Antiochia, al cospetto dei vescovi ed ai piedi del Crocifisso, pianse i
suoi peccati e quelli del popolo suo, ed insegnò al Mondo essere inutile
e forse empia cosa l'opporsi al decreto di Dio. Erano di fatto i
Saraceni come invincibili, poichè considerati erano per tali; e poteva
la disfatta di Youkinna, il suo falso pentimento, e le tante sue
perfidie giustificare i sospetti dell'imperatore, il quale si credeva
accerchiato da traditori ed appostati pronti a consegnar la sua persona
e l'impero in mano dei nemici di Cristo. Offuscato in mente
dall'avversità e dalla superstizione, si abbandonò al terrore di sogni e
di presagi nei quali parvegli vedere enunciata la caduta della sua
corona; e dato alla Sorìa un eterno addio, salpò con un seguito poco
numeroso sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà[299].
Costantino, suo figlio primogenito, comandava quarantamila uomini in
Cesarea, sede dell'amministrazion civile delle tre province della
Palestina. Ma i suoi particolari interessi lo chiamavano alla Corte di
Bisanzio; e dopo la fuga del padre s'avvide che mal potea resistere alle
forze congiunte del Califfo. La sua vanguardia fu intrepidamente
assalita da trecento Arabi, e da mille Schiavi negri, i quali nel cuor
del verno aveano superate le nevi del Libano, e furon ben tosto seguiti
dagli squadroni di Caled. I Saraceni che stavano in Antiochia e in
Gerusalemme arrivarono dal settentrione e dal mezzogiorno lungo la costa
marittima, e si ricongiunsero sotto le mura delle città della Fenicia.
Tripoli e Tiro furono consegnate per tradimento, e da un navile di
cinquanta bastimenti da trasporto, che senza diffidare entravano nei
porti allora dal nemico occupati, ebbero i Musulmani un utile rinforzo
d'armi e di munizioni: ben presto ebber fine le loro fatiche per
l'inaspettata resa di Cesarea. Il figlio d'Eraclio s'era imbarcato nella
notte[300], e, vedendosi abbandonati, comperarono i cittadini il perdono
al prezzo di dugentomila pezze d'oro. Le altre città della provincia
Ramlah, Tolomeide o Acri, Sichem o Neapoli, Gaza, Ascalona, Berita,
Sidone, Gabala, Laodicea, Apamea e Jerapoli, non osarono lungamente
resistere ai voleri del conquistatore; e la Sorìa piegò il collo sotto
lo scettro dei Califfi, sette secoli dopo il tempo in cui Pompeo ne
privò l'ultimo dei re Macedoni[301].

[A. D. 633-639]

Gli assedi, e le fazioni di sei campagne avean costata la vita a
migliaia di Musulmani. Morivan come martiri ebbri di gloria e di
allegrezza, e da queste parole d'un giovanetto Arabo, che per l'ultima
volta abbracciava la madre e la sorella, si può conoscere la semplicità
della lor fede. «Non già, disse loro, le squisitezze della Sorìa, e le
gioie passeggere di questo Mondo m'hanno indotto a consacrare la vita
per la causa della religione; voglio impetrare il favor di Dio, e del
suo appostolo: ho udito dire da un compagno del Profeta, che le anime
dei martiri saranno alloggiate nel gozzo degli uccelli verdi che
mangiano le frutta del paradiso, e che bevono l'acqua delle sue
correnti. Addio: ci rivedremo fra i boschetti, e presso le fontane che
Dio riserva a' suoi eletti». Quei fedeli che cadeano in balìa del nemico
aveano occasione di esercitare la costanza men forte, ma più difficile,
e fu applaudito il cugino di Maometto, il quale, dopo tre giorni
d'astinenza, ricusò il vino e il maiale offertogli dalla malizia degli
infedeli per unico nudrimento. La debolezza di parecchi Musulmani, meno
coraggiosi, diveniva soggetto di disperazione per quegli implacabili
fanatici, e il padre di Amer deplorò in tuono patetico l'apostasia e la
dannazione del figlio, che avea rinunciato alle promesse di Dio e alla
intercessione del Profeta, per occupare un giorno fra i sacerdoti e i
diaconi i più profondi abissi dell'inferno. I più fortunati degli Arabi
che sopravvissero alla guerra, perseverando nella fede, furono
preservati mercè dell'accortezza de' loro capitani dal pericolo di far
abuso della loro prosperità. Abu-Obeidah non lasciò alle sue truppe che
tre giorni di riposo, e, allontanandoli dal contagio de' costumi di
Antiochia assicurò il Califfo, che solo poteano i rigori della povertà e
della fatica mantenerli nella religione e nella virtù. Ma la virtù
d'Omar sì austera per lui, era indulgente e dolce pe' suoi fratelli.
Dopo aver pagato al suo luogotenente un giusto tributo d'elogi e di
azioni di grazia, concedette una lagrima alla compassione, e sedutosi in
terra scrisse una lettera ad Obeidah, rinfacciandogli amorevolmente la
troppa severità. «Iddio, dissegli il successor del Profeta, non ha
interdetto l'uso delle buone cose di questo Mondo ai fedeli, ed a coloro
che han fatte opere buone; però avreste dovuto concedere più riposo alle
vostre soldatesche, e lasciare che godessero i sollievi che offre il
paese in cui siete. I Saraceni, che non han famiglia in Arabia, possono
maritarsi in Sorìa, e ognun d'essi è padrone di comperarsi le schiave di
cui abbisogna». Eran già disposti i vincitori a usare ed abusare di
queste permissioni aggradevoli: ma l'anno del loro trionfo fu guasto da
una mortalità d'uomini o di animali, per cui perirono in Sorìa
venticinquemila Saraceni. Ebbero i Cristiani a piangere Obeidah: ma i
suoi fratelli rammentarono esser lui uno dei dieci eletti che il Profeta
avea nominati eredi del suo paradiso[302]. Caled visse ancora tre anni,
e si mostra nei contorni di Emesa la tomba della _Spada di Dio_. Il suo
valore, da cui i Califfi riconoscono il loro impero nella Sorìa e
nell'Arabia, si rafforzava coll'opinione che aveva, che la Providenza
avesse una cura particolare di lui; e sinchè portò una cappa benedetta
da Maometto si credette invulnerabile in mezzo ai dardi degli infedeli.

[A. D. 639-655]

Ai Musulmani, che morirono in Sorìa dopo la conquista, succedettero i
loro figli o concittadini; quel paese divenne la residenza e il sostegno
della casa d'Ommiyah; e le entrate, le soldatesche e le navi di un regno
sì potente furono impiegate ad allargare per ogni lato l'impero de'
Califfi. Sprezzavasi dai Saraceni ciò che è superfluo nella gloria, e
rade volte degnano i loro storici indicare le minori conquiste che si
perdono nella luce e nella rapidità della lor vittoriosa carriera. Al
nort della Sorìa passarono il monte Tauro, soggiogarono la provincia di
Cilicia e Tarso la capitale, antico monumento dei re d'Assiria. Giunti
al di là d'una seconda giogaia di quelle montagne, diffusero il fuoco
della guerra, anzi che la face della religione, sino alle coste
dell'Eussino, e ai dintorni di Costantinopoli. Dalla parte _d'oriente_
s'innoltrarono fino alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri[303]. I
limiti sì lungo tempo contestati di Roma e della Persia sparirono per
sempre; Edessa, Amida, Dara e Nisibi, videro rase quelle mura che aveano
durato contro l'armi e le macchine di Sapore e di Nushirvan, e nulla
valsero la lettera di Gesù Cristo[304], nè l'impronta della sua figura
nella santa città d'Abgara in faccia ad un conquistatore infedele. Dal
mare è confinata la Sorìa all'_occidente_, e la rovina di Aredo,
isoletta o penisola sulla costa, non avvenne che dieci anni dopo. Ma i
colli del Libano erano adombrati d'alberi atti a costruzione; il
commercio della Fenicia dava una moltitudine di marinai, e gli Arabi
poterono allestire ed armare un naviglio di mille e settecento barche,
le quali fecero fuggire i navigli dell'impero dagli scogli della
Panfilia sino all'Ellesponto. L'imperatore, nipote di Eraclio, prima del
combattimento era stato vinto da un sogno e da un giuoco di parole[305].
Rimasero i Saraceni signori del Mediterraneo, e vennero saccheggiando
successivamente le isole di Cipro, di Rodi, e delle Cicladi. Tre secoli
avanti l'Era cristiana, il memorando ed inutile assedio di Rodi[306],
fatto da Demetrio, aveva dato a quella repubblica soggetto e materia
d'un trofeo: erasi da lei in un ingresso del porto collocata una statua
colossale d'Apollo, ossia del Sole, nobile monumento della libertà e
dell'arti della Grecia alto settanta cubiti. Il colosso di Rodi
sussisteva da cinquantasei anni, quando fu atterrato da un tremuoto;
l'enorme suo tronco e i vasti suoi brani restarono sparsi per otto
secoli sul terreno, e furono sovente descritti come una delle maraviglie
del Mondo antico. I Saraceni ne raccolsero i frantumi e gli vendettero a
un mercadante Ebreo di Edessa; il quale, è fama, vi trovò tanto rame per
caricar novecento cammelli; peso che par ben considerabile anche quando
vi fossero comprese le cento figure colossali[307] e le tremila statue,
che decoravano la città del Sole nei suoi giorni di prosperità.

III. Fa mestieri, per ispiegare la storia del conquisto d'Egitto,
ragionare alquanto sul carattere del vincitore. Amrou, uno dei primari
Saraceni nel tempo in cui l'ardire e l'entusiasmo esaltavano sopra sè
stesso l'ultimo dei Musulmani, avea sortito natali abbietti ad un tempo
ed illustri. Era nato da una celebre prostituta la quale, dei cinque
Koreishiti che accoglieva in casa, non seppe dire qual fosse il padre di
questo fanciullo; ma per la rassomiglianza delle fattezze lo attribuì ad
Aasi il men giovine de' suoi amanti[308]. Amrou dal suo brio giovanile
si lasciò dare in preda alle passioni e ai pregiudizi della famiglia:
esercitò il suo ingegno poetico in versi satirici contro la persona e la
dottrina di Maometto; la fazione allor dominante impiegò la sua
accortezza contro gli esuli, per motivo di religione, rifuggiti alla
Corte del re di Etiopia[309]. Ma egli ritornò dalla sua ambasciata
addetto secretamente all'Islamismo; la ragione ovver l'interesse lo
determinarono ad abbandonare il culto degli idoli: scampò dalla Mecca
col suo amico Caled, e il Profeta di Medina ebbe il piacere
d'abbracciare nel punto medesimo i due campioni più intrepidi della sua
causa. Amrou, che mostrava gran desiderio di comandare gli eserciti de'
fedeli, fu rimbrottato da Omar che lo consigliò a non cercare autorità e
dominio, poichè l'uomo che oggi è suddito può domani essere principe.
Per altro non trascurarono il suo merito i due primi successori
dell'appostolo, e alla sua prodezza furon debitori dei conquisti della
Palestina: egli in tutte le battaglie, e negli assedi della Sorìa diede
a divedere congiunta la calma di un generale al valore di un ardente
soldato. In uno de' suoi viaggi a Medina se gli mostrò voglioso il
Califfo di veder la spada che aveva mietuto tante teste cristiane. Il
figlio di Aasi gli presenta una scimitarra cortissima che nulla avea di
singolare, e accortosi della sorpresa di Omar. «Oimè, gli disse il
modesto Saraceno, anche la spada senza il braccio del suo padrone
sovrano non è più tagliente, nè più pesante della spada del poeta
Pharezdak[310].» Dopo il conquisto dell'Egitto la gelosia indusse il
califfo Othmano a richiamare Amrou; ma nelle turbolenze sopravvenute
potè il suo ardore nel dimostrarsi capitano, uom d'alto affare, e
oratore trarlo ben presto dalla classe de' privati. Al potente suo
aiuto, sia nei consigli, sia nell'esercito andarono debitori gli Ommiadi
della assodata loro grandezza. Moawiyah, per gratitudine, restituì il
governo e l'amministrazione delle rendite pubbliche dell'Egitto a un
amico fedele, che da sè stesso erasi sollevato dalla condizione di
semplice suddito, e Amrou terminò i suoi giorni nel palazzo e nella
città che avea fondato sulle sponde del Nilo. Gli Arabi citano come un
modello d'eloquenza e di sapienza il discorso che fece ai figli nel
letto di morte; deplorò i trascorsi della sua gioventù: ma per poco che
gli rimanesse della vanità di poeta[311], potè esagerare volontieri il
veleno e il pericolo delle sue vecchie satire contro l'Islamismo.

[A. D. 638]

Accampato era Amrou nella Palestina, quando avendo carpita per sorpresa
la permission del Califfo, o forse anche senza aspettarla, s'incamminò a
conquistare l'Egitto[312]. Il magnanimo Omar confidava in Dio e nelle
sue armi che crollato avevano i troni di Cosroe e di Cesare: ma ponendo
a confronto il debole esercito Musulmano colla grandezza della impresa,
si pentì dell'imprudenza sua, e diede ascolto ai timidi compagni.
L'orgoglio e la potenza degli antichi Faraoni erano idee familiari ai
lettori del Corano, e appena avean bastato prodigi dieci volte rinnovati
a condurre ad effetto, non la vittoria, ma la fuga di seicentomila figli
di Israele. Aveva l'Egitto gran numero di città popolatissime e forti:
il Nilo solo coi tanti suoi rami formava una barriera insuperabile, e
doveano i Romani ostinatamente difendere il granaio della capitale
dell'impero. In questa angustia si rimise il Califfo alla decision della
sorte, o, secondo il suo avviso, a quella della providenza. Era partito
da Gaza l'intrepido Amrou e marciava verso l'Egitto con quattromila
Arabi solamente, quando fu raggiunto dal messo di Omar. «Se siete ancora
in Sorìa, diceva la lettera equivoca del Califfo, ritiratevi tostamente,
ma se all'arrivo del corriere toccate già la frontiera d'Egitto,
inoltrate pure francamente, e fidatevi nell'aiuto di Dio e de' vostri
fratelli». Dalla esperienza, o piuttosto da' segreti avvisi, imparato
aveva Amrou a diffidare della stabilità delle risoluzioni delle Corti, e
continuò la sua strada fino a tanto che si trovò sul territorio
d'Egitto. Raunò allora i suoi ufficiali, ruppe il suggello, lesse il
foglio, e dopo avere con gravità domandato che nome avesse e qual fosse
il luogo dov'era, protestò piena sommessione agli ordini del Califfo.
Dopo un assedio di trenta giorni si insignorì di Farmah, ossia Pelusio,
e l'acquisto di questa città, nomata con ragione la chiave dell'Egitto,
gli aperse l'ingresso del paese sino alle rovine d'Eliopoli in vicinanza
dell'odierna città del Cairo.

Sulla sponda occidentale del Nilo, poco lungi dalla parte orientale
delle piramidi ed al mezzogiorno del Delta, la città di Menfi, che avea
di circonferenza centocinquanta stadi, mostrava la magnificenza degli
antichi re dell'Egitto. Sotto il regno dei Tolomei e dei Cesari era
stata trasferita alla riva del mare la residenza del governo; ben presto
le arti e le ricchezze d'Alessandria offuscarono l'antica capitale:
divenuti deserti i palagi e i templi di Menfi andarono in rovina; ma nel
secolo di Augusto, ed anche al tempo di Costantino, era annoverata fra
le città più vaste e più popolose[313]. Le due sponde del Nilo, largo in
quel sito tremila piedi, erano collegate da due ponti, l'un di sessanta
battelli e l'altro di trenta, appoggiati nel mezzo della corrente
all'isolotto di Ruda adorno di giardini e di case[314]. Nell'estremità
orientale del ponte si vedeva la città di Babilonia, e il campo di una
legione romana che guardava il passo del fiume e la seconda capitale
dell'Egitto. Investì Amrou quella gran Fortezza, che potea considerarsi
come una parte di Menfi o _Misrah_; non andò guari che giunse al campo
un rinforzo di quattromila Saraceni, e convien daddovero far onore
all'industria e alla fatica dei Siri suoi alleati per la costruzion
delle macchine che si adoperarono a battere le mura. L'assedio intanto
durò sette mesi, e i temerari assalitori si videro accerchiati
dall'inondazion del Nilo che minacciò di inghiottirli[315]. Finalmente
trionfarono per la temerità dell'ultimo assalto; passarono la fossa
guernita da punte di ferro; piantarono le scale e penetrarono nella
Fortezza gridando: Dio è vittorioso: indi respinsero il resto dei Greci
sino ai lor battelli e sino all'isola di Ruda. Presentando questo luogo
una comunicazione agevole col golfo e con la penisola di Arabia, Amrou
lo preferì a Menfi, che fu abbandonata. Le tende degli Arabi divennero
abitazioni stabili, e la prima moschea quivi eretta fu santificata dalla
presenza di ottanta compagni di Maometto[316]. Il campo sulla riva
orientale del Nilo si trasformò in una nuova città; e nello stato
ruinoso in cui son oggi i quartieri di Babilonia e di Fostati, si
confondono sotto la denominazione di vecchio Misrah o vecchio Cairo, del
quale fecero un ampio sobborgo; ma il nome di Cairo, che significa la
città della vittoria, appartiene veramente all'odierna capitale dai
Califfi fatimiti fondata nel decimo secolo[317]. Essa s'è a poco a poco
discostata dal Nilo; ma può un osservatore attento tener dietro alla
continuità delle fabbriche, cominciando dai monumenti di Sesostri fino a
quelli di Saladino[318].

[A. D. 638]

Dopo un trionfo sì glorioso, avrebbero tuttavolta dovuto gli Arabi
rifuggir nel deserto, se non trovavano nel centro dell'Egitto un
poderoso alleato. Dalla superstizione e dalla rivolta degli oriundi del
paese furon già facilitati i conquisti d'Alessandro: abborrivano coloro
quei Persiani, loro tiranni, discepoli dei Magi, che avevano arso i
templi dell'Egitto, e sbramata la lor fame sacrilega colla carne del dio
Api[319]. Un motivo simile originò dieci secoli dopo una rivoluzione
somigliante, e i cristiani Cofti si diedero a conoscere del pari ardenti
a sostenere un dogma incomprensibile[320]. Ho già spiegata l'origine e i
progressi della controversia de' Monofisiti, come pure la persecuzion
degli imperatori che cangiò una Setta in una nazione, e indispettì
l'Egitto contro la religione e il governo loro. Furono accolti i
Saraceni come liberatori della chiesa Giacobita, e si intavolarono,
durante l'assedio di Menfi, i negoziati d'un Trattato fra un esercito
vittorioso e un popolo di schiavi. Fuvvi un Egiziano nobile e ricco, di
nome Mokawkas, il quale aveva dissimulata la sua credenza per ottenere
l'amministrazione della sua provincia. Giovandosi della confusione, che
fu conseguenza della guerra de' Persiani, aspirò egli alla independenza,
e una ambasciata di Maometto lo innalzò al grado dei principi; ma con
ricchi donativi, e con equivoci complimenti eluse la proposta fattagli
d'abbracciare una nuova religione[321]. Per aver abusato dell'autorità
commessagli, fu esposto al risentimento d'Eraclio; l'arroganza e il
timore gli impedivano di sottomettersi, e tutto l'induceva a gettarsi
nelle braccia della nazione, ed a procacciarsi l'assistenza dei
Saraceni. Nelle sue prime conferenze con Amrou intese senza sdegnarsi
l'intimazione della solita alternativa: il Corano, il tributo o
combattere: «I Greci, diss'egli, sono presti e parati a rimettersi alla
sorte dell'armi; ma io non voglio aver che fare coi Greci nè in questo
Mondo, nè nell'altro; rinnego per sempre il tiranno che dà legge a
Bisanzio, il suo Concilio di Calcedonia ed i Melchiti suoi schiavi. I
miei fratelli ed io abbiam risoluto di vivere e di morire nella
profession dell'evangelo e nell'unità di Cristo. Noi non possiamo
abbracciar la religione del vostro Profeta, ma bramiamo la pace, e
consentiam di buon cuore a prestare tributo ed obbedienza ai suoi
successori temporali». Il tributo fu fissato in due pezze di oro per
ogni cristiano: i vecchi, i monaci, le donne, e i fanciulli dei due
sessi, sino all'età di sedici anni, furono esentati da questa tassa
personale: i Cofti, domiciliati al di sopra e al di sotto di Menfi,
diedero il giuramento di fedeltà al Califfo, e promisero ospitalità per
tre giorni a qualunque Musulmano viaggiasse nel lor Cantone. Questa
carta di sicurezza annichilì la tirannide ecclesiastica e civile de'
Melchiti[322]: gli anatemi di S. Cirillo risonarono in tutti i pulpiti,
e furono restituite le chiese col lor patrimonio alla comunion de'
Giacobiti, i quali godettero smodatamente di quel momento di trionfo e
di vendetta. Beniamino, lor Patriarca, uscì del suo deserto mosso dai
pressanti inviti di Amrou, il quale dopo un colloquio con esso degnò
dichiarare graziosamente sè non aver giammai scontrato alcun sacerdote
cristiano che fosse di più puri costumi, e di più venerandi
sentimenti[323]. Il Luogo-tenente di Omar passò da Menfi in Alessandria,
e in questo viaggio confidò tanto nell'affetto e nella gratitudine degli
Egiziani, che non pigliò veruna precauzione per la propria sicurezza: al
suo avvicinarsi si restauravano le strade ed i ponti, e per tutta la via
fu generale la premura di fornirgli i viveri, e di informarlo di quanto
accadea. Universale fu la diserzione, e i Greci d'Egitto, che appena
uguagliavan la decima parte degli abitanti nativi, non furono in caso
d'opporre la menoma resistenza: erano stati sempre odiati, e non erano
più temuti: più non osava il magistrato comparire in tribunale, nè il
vescovo mostrarsi all'altare: le guarnigioni lontane furono sopraprese,
o affamate dai paesani. Se non avesse il Nilo offerta un'agevole e
pronta comunicazione col mare, non sarebbesi salvato alcuno di coloro
che per nascita, lingua, impiego e religione erano collegati coi Greci.

La ritirata loro nell'alto Egitto avea riunito gran soldatesca
nell'isola di Delta; dai canali del Nilo, naturali e artificiali, era
formata una serie di posti vantaggiosi, e agevoli alla difesa: e per
giungere in Alessandria i Saraceni vittoriosi spesero ventidue giorni,
ne' quali diedero molte battaglie generali e particolari. Negli annali
dei loro conquisti, non s'incontra per avventura un'impresa più
rilevante e difficile dell'assedio d'Alessandria[324]. Questa città,
primo emporio del traffico dell'intero Mondo, era abbondevolmente ricca
d'ogni sorta di munizioni, e di presidii per la difesa. I suoi numerosi
abitanti combattevano pei dritti che sono i più cari al cuor dell'uomo,
religione e proprietà; e pareva che dall'odio dei nativi del paese non
potessero sperare giammai nè pace, nè tolleranza. Era sempre libero il
mare, e se l'angustia in cui era l'Egitto fosse stata bastante a
scuotere l'indolente Eraclio, avrebbe costui agevolmente potuto versare
nella seconda capital dell'impero nuovi eserciti di Romani e di Barbari.
Aveva Alessandria dieci miglia di circuito, e tanta estensione avrebbe
di leggieri portato l'inconveniente di dividere le forze dei Greci, e di
favorire gli stratagemmi di un vigilante nemico: ma edificata in un
rettangolo assai lungo, coperto ai due lati dal mare e dal lago
Mareotide, presentava ad ogni estremità una fronte non maggiore di dieci
stadi. Adeguavano gli Arabi le loro forze alla difficoltà dell'assedio,
e alla fortezza della Piazza. Dall'alto del suo trono in Medina, teneva
Omar gli occhi fissi sul campo e sulla città: la sua voce suscitava a
combattere e le tribù Arabe, e i veterani della Sorìa, e dalla fama e
fertilità dell'Egitto era possentemente avvivato e sostenuto lo zelo di
questa santa guerra. Agitati gli Egiziani dalla brama di distruggere, o
di cacciare i lor tiranni, secondavano colle loro braccia gli sforzi di
Amrou; e forse l'esempio dei loro alleati valse a riaccendere loro in
petto qualche scintilla di fuoco marziale, mentre Mokawkas nudriva
l'ambiziosa speranza d'avere la tomba nella chiesa di S. Giovanni
d'Alessandria. Osserva il patriarca Eutichio che i Saraceni combatterono
con un coraggio da leone; ributtarono le frequenti e quasi giornaliere
sortite degli assediati, e non tardarono ad attaccare le mura e le torri
della città. In ogni assalto la spada e il vessillo di Amrou splendevano
eminenti nella vanguardia. Un giorno fu trasportato dal suo valor
temerario: i guerrieri del suo seguito, dopo aver penetrato nella
cittadella n'erano stati scacciati, e il generale rimase in balìa de'
Cristiani con un amico e uno schiavo. Condotto davanti al Prefetto Amrou
si ricordò del suo grado, e non pensò al suo stato presente. Un contegno
fastoso, e un linguaggio altero già svelavano il Luogo-tenente del
Califfo, e la scure d'un soldato era alzata sul suo capo pronta a punire
l'insolente cattivo. Ebbe salva la vita mercè della prontezza ingegnosa
del suo schiavo, il quale, battendo il viso del suo padrone, gli comandò
in aria fiera di starsene zitto davanti ai superiori. Il credulo Greco
fu ingannato, prestò l'orecchia alla proposta d'una negoziazione, e
rimandò i prigionieri sperando che giugnerebbe in loro vece una
deputazione più ragguardevole; ma ben presto le acclamazioni del campo
annunciarono il ritorno del generale, e beffarono la semplicità degli
infedeli. Finalmente, dopo un assedio di quattordici mesi[325] e la
perdita di ventitremila uomini, i Saraceni la vinsero. Non rimaneva più
nella Piazza che un piccolo drappello di Greci abbattuti e avviliti, che
salparono alla volta di Costantinopoli, e la bandiera di Maometto
sventolò sulle mura della capitale dell'Egitto. «Ho presa la gran città
dell'occidente, scriveva Amrou al Califfo, e non è possibile far
l'enumerazione delle ricchezze e delle rarità che contiene. Mi
ristringerò ad osservare che vanta quattromila palagi, quattromila
bagni, quattrocento teatri, o luoghi da spettacoli, dodicimila botteghe
di commestibili, e quarantamila Ebrei tributari. La città è stata vinta
dalla forza dell'armi, senza trattato o capitolazione, e sono ansiosi i
Musulmani di godere i frutti della lor vittoria[326].» Il Califfo
ributtò con fermezza ogni pensier di saccheggio, e ordinò al suo
Luogo-tenente che riserbate fossero le ricchezze e le rendite di
Alessandria al servigio pubblico, e alla propagazion della fede; furono
numerati gli abitanti, e assoggettati a un tributo; fu domato il
fanatismo, e il mal talento dei Giacobiti; ed avendo i Melchiti piegato
il collo al giogo degli Arabi, ottennero la grazia di esercitare
occultamente sì, ma tranquillamente il proprio culto. Giunse la nuova di
questo vergognoso e funesto avvenimento ad accrescere i mali
dell'imperatore, la salute del quale andava ogni dì declinando: egli si
morì d'idropisia sette settimane circa dopo la perdita di
Alessandria[327]. Sotto la minorità di suo nipote, i clamori d'un popolo
privato dei grani, che gli erano stati sin allora dispensati
giornalmente, decisero il Consiglio di Bisanzio a fare un tentativo per
ricuperare la capitale dell'Egitto. Una squadra e un esercito romano due
volte, in quattro anni, occuparono il porto e le fortificazioni
d'Alessandria. Due volte ne furono discacciati dal valore d'Amrou, che
dalle minacce di interne sedizioni nella provincia di Tripoli e della
Nubia, ove avea portata la guerra, fu indotto a rivolgersi colà. Ma
vedendo quanto quest'impresa fosse facile, Amrou, dopo il secondo
assalto ove aveva durato fatica a respingere i Greci, giurò che se fosse
una terza volta obbligato di gettare gli infedeli in mare, farebbe sì
che Alessandria fosse da ogni parte accessibile al pari della casa d'una
prostituta. Tenne parola di fatto, perchè smantellò in molti luoghi le
mura e le torri: ma castigando la città risparmiò il popolo, ed eresse
la moschea della Clemenza nel sito dove, nella sua vittoria, aveva
raffrenato il furore de' suoi soldati.

Deluderei l'aspettazione del lettore, se qui non favellassi del caso che
distrusse la biblioteca d'Alessandria, riferitoci dal dotto Abulfaragio.
Era dotato Amrou d'un ingegno più avido di sapere, e di idee più
liberali che non il resto de' suoi concittadini, e nelle ore di riposo
amava di conversar con Giovanni discepolo d'Amonio, che, per lo studio
assiduo che faceva della grammatica e della filosofia, era soprannomato
_Filopono_[328]. Animato da questa famigliarità osò Filopono domandare
un dono per lui inestimabile, spregevole pei Barbari: chiese la
biblioteca reale, quella sola delle spoglie d'Alessandria in cui non
erasi apposto il suggello del vincitore. Era propenso Amrou a compiacere
il grammatico, ma alla sua scrupolosa integrità non si addiceva alienare
il menomo che senza la permissione del Califfo. La famosa risposta
d'Omar, dipinge benissimo tutta l'ignoranza del fanatismo: «Se gli
scritti dei Greci son concordi al Corano, sono inutili e non si denno
conservare: se discordi da quello, son pericolosi e si denno
abbruciare». Questa sentenza fu ciecamente eseguita; i volumi in carta o
in pergamena furono distribuiti ai quattromila bagni della città, e
tanto era l'incredibile numero di quelli, che appena bastaron sei mesi
per consumarli tutti. Dopo che s'è pubblicata una version latina delle
dinastie di Abulfaragio[329], questa novella fu ripetuta diecimila
volte, e non vi ha un erudito che con un santo sdegno non abbia
deplorato questo irreparabile annientamento del sapere, delle arti e del
senno dell'antichità. Per me sono assai tentato a negare il fatto e le
conseguenze. Quanto al fatto, non v'ha dubbio, è sorprendente. «Udite e
stupite», dice lo storico anch'esso, e l'asserzione isolata d'un
forestiere, che sei secoli dopo scorreva sui confini della Media, è
bilanciata dal silenzio di due Annalisti d'un tempo anteriore, entrambi
originari di Egitto, il più antico de' quali, cioè il patriarca
Eutichio, ha molto minutamente narrata la conquista d'Alessandria[330].
Il rigido decreto d'Omar ripugna ai precetti più fermi, e più ortodossi
de' casisti Musulmani[331], i quali dichiarano formalmente che non è
lecito giammai dare alle fiamme i libri religiosi de' Giudei e dei
Cristiani, ancor che si acquistino per dritto di guerra, e che si
possono legittimamente impiegare ad uso de' fedeli le composizioni
profane degli storici o de' poeti, dei medici o dei filosofi[332].
Convien forse supporre nei primi successori di Maometto un fanatismo più
distruttore: ma in questo caso avrebbe dovuto finir presto l'incendio
per mancanza di materiali. Non rianderò qui tutti gli accidenti sofferti
dalla biblioteca d'Alessandria, non l'incendio involontariamente
cagionatovi da Cesare nel difendersi[333], non il pernicioso
fanatismo de' Cristiani che badavano di distruggere i monumenti
dell'idolatria[334]. Ma se discendiamo poi dal secolo degli Antonini a
quello di Teodosio, una serie di testimonianze contemporanee ci
avviserà, che il palagio del re e il tempio di Serapide non conteneano
più li quattro o settecentomila volumi raccoltivi dal buon gusto e dalla
magnificenza de' Tolomei[335]. Forse la metropoli o la residenza dei
Patriarchi vantava una biblioteca: ma se le voluminose opere dei
controversisti, Ariani o Monofisiti, andarono daddovero a riscaldare i
bagni pubblici[336], confesserà sorridendo il filosofo che finalmente
avranno giovato qualche cosa al genere umano. Io piango sinceramente
altre biblioteche più preziose, che furono avvolte nella rovina
dell'impero Romano. Ma quando mi metto seriamente a calcolare la
lontananza dei tempi, i guasti fatti dalla ignoranza, e infine le
calamità della guerra, ho più maraviglia dei tesori rimasti che dei
perduti. Gran numero di fatti curiosi e rilevanti son caduti
nell'oblivione; non ci pervennero che mutilate le opere dei tre grandi
storici di Roma, e manchiamo d'una quantità di bei passi della poesia
lirica, giambica e drammatica dei Greci; ma conviene che ci rallegriamo
al vedere che gli eventi e le devastazioni fatte dal tempo abbiano
rispettato i libri classici, a cui dal suffragio dell'antichità[337] fu
decretato il primo posto dell'ingegno e della gloria. I nostri maestri,
per l'intelligenza dell'antichità, avean letto e confrontato le opere
dei loro predecessori[338], nè abbiam motivo di credere d'aver perduta
qualche verità importante, o qualche utile scoperta.

Amrou, nell'amministrazion dell'Egitto[339], ebbe pure riguardo alle
massime dell'equità e della politica, agli interessi del popolo credente
difeso da Dio medesimo, e a quelli del popolo dell'Affrica protetto dal
diritto delle genti. Nel disordine della conquista e d'un primo istante
di libertà, avvenne che la tranquillità della provincia fosse turbata
specialmente dalla lingua dei Cofti e dalla spada degli Arabi. Dichiarò
Amrou ai Cofti che punirebbe doppiamente la fazione e la perfidia colla
pena dei delatori, che riguarderebbe come suoi nemici personali, e
coll'innalzamento dei cittadini innocenti cui si fosse tentato di
perdere o soppiantare. Rammentò agli Arabi tutti i motivi di religione e
d'onore che doveano impegnarli a sostenere la dignità del proprio
carattere, a piacere a Dio ed al Califfo colla schiettezza e la
moderazione, a risparmiare, a difendere un popolo che s'era fidato alla
lor parola, ed a tenersi contenti alle luminose ricompense che aveano
legittimamente ricevute in guiderdone della lor vittoria. Quanto alla
maniera con cui regolò le rendite del paese; si scorge che disapprovò il
testatico, imposizione semplicissima, ma sommamente oppressiva, e che
preferì giustamente altri tributi calcolati sulla rendita netta dei vari
rami dell'agricoltura e del commercio. Fu assegnato il terzo della
contribuzione a mantenere gli argini e i canali cotanto alla pubblica
prosperità necessari. Sotto il suo governo supplì la fertilità
dell'Egitto alle carestie dell'Arabia, e una schiera di cammelli,
carichi di biada ed altre derrate, copriva quasi senza lasciar
intervallo la lunga strada da Menfi a Medina[340]. Il senno d'Amrou
rinnovò ben tosto la comunicazion col mare, già intrapresa o eseguita
dai Faraoni, dai Tolomei, e dai Cesari, e fu aperto dal Nilo al mar
Rosso un canale lungo per lo meno ottanta miglia. Questa navigazione
interna, che avrebbe congiunto il Mediterraneo coll'oceano dell'Indie,
fu ben presto abbandonata come inutile e pericolosa; la sede del governo
era passata da Medina a Damasco, e s'ebbe timore non i navili Greci
penetrassero per avventura fino alle sante città dell'Arabia[341].

Solo per la fama e per le leggende del Corano, Omar aveva cognizion
dell'Egitto a lui testè sottomesso: volle perciò che il suo
Luogo-tenente gli descrivesse il reame di Faraone e degli Amaleciti, e
la risposta d'Amrou presenta una dipintura brillante e molto esatta di
quel singolar paese[342]. «O comandante dei credenti, egli disse,
l'Egitto è un composto di terra nera, e di piante verdi collocate fra
una montagna polverizzala, e una sabbia rossa. Un uomo a cavallo che
parta da Siene giugne in un mese alla sponda del mare. Scorre nella
valle un fiume su cui riposa mattina e sera la benedizione
dell'Altissimo, e che s'alza e s'abbassa a seconda dei rivolgimenti del
sole e della luna. Quando l'annuale bontà della providenza dischiude le
sorgenti e le fontane che alimentano il suolo, le acque del Nilo
straripano con fracasso in tutta la contrada, e per questo salutare
allagamento spariscono le campagne, e i villaggi non comunicano più
insieme se non mercè d'una moltitudine di barche dipinte. Ritirandosi le
acque, depongono un limo fertile atto a ricevere le varie semenze. I
nugoli di coltivatori che oscurano la terra ponno paragonarsi a un
formicaio industrioso; la naturale loro indolenza è stimolata dalla
sferza del padrone, e dalla speranza dei fiori e delle frutta cui le
loro braccia debbono moltiplicare. Rare volte è illusa questa speranza:
ma la ricchezza che proccacciano il frumento, l'orzo, il riso, i legumi,
gli alberi fruttiferi, e le gregge vien divisa inegualmente fra i
lavoratori, e i proprietari. A seconda delle vicende delle stagioni, la
superficie del paese è adorna di acque _argentine_, di verdi _smeraldi_
e del giallo cupo delle ricolte dorate[343]». Nondimeno, quest'ordine
benefico resta qualche volta interrotto, e la tardanza dell'inondazione
come pure il subitaneo straripamento del fiume, che sopravennero nel
primo anno della conquista, poterono originare l'edificante favoletta
che si spacciò in questo proposito. Si pretese che avendo la pietà
d'Omar vietato il sagrifizio d'una vergine, che si immolava ogni anno al
Nilo[344], sdegnato il fiume si stette queto nel suo letto: ma che
quando vi fu gettato l'ordine del Califfo, le onde ubbidienti si
sollevarono all'altezza di sedici cubiti in una notte. L'ammirazione che
avevano gli Arabi pel paese allora conquistato, suscitava l'estro
sregolato del loro spirito romanzesco. Asseriscono autori gravi che in
Egitto si contavano allora ventimila città o villaggi;[345] che senza
parlar dei Greci e degli Arabi, risultarono da una numerazione sei
milioni di Cofti tributari[346], e venti milioni di Cofti d'ogni età e
d'ogni sesso; che lo erario del Califfo riscoteva annualmente da quel
paese trecento milioni d'oro o d'argento[347]. La nostra ragione è
ferita della stravaganza di queste asserzioni; ma si risentirà di più se
ha la pazienza di prendere il compasso, e di misurare l'estension delle
terre da lavoro; una valle che si prolunga dal tropico sino a Menfi, e
che rare volte ha più di dodici miglia di larghezza, ed il triangolo del
Delta, pianura di duemila cento leghe quadrate, non son che la decima
parte dell'ampiezza della Francia[348]. Da più esatte indagini si potrà
ricavare una stima più ragionevole. I trecento milioni creati da un
error di copista sono ridotti alla somma, per altro considerabile, di
quattro milioni e trecentomila pezze d'oro, novecentomila delle quali
erano assorbite dallo stipendio de' soldati[349]. Due tabelle
autentiche, una del duodecimo secolo, l'altra del secolo presente,
restringono a duemila e settecento le città e i villaggi, numero che può
parere tuttavia rilevante[350]. Un Console francese, dopo lungo
soggiorno al Cairo, ha calcolata la popolazione odierna dell'Egitto in
quattro milioni circa di Musulmani, di Cristiani e d'Ebrei, calcolo
assai forte, ma non incredibile[351].

IV. Furon gli eserciti del califfo Othmano i primi che fecero il
conquisto della parte dell'Affrica, che del Nilo corre sino all'oceano
Atlantico[352]. I compagni di Maometto e i Capi delle tribù approvarono
questo pio disegno; e si partirono da Medina ventimila Arabi carichi dei
doni e delle benedizioni del comandante dei fedeli. Si riunirono a
ventimila dei lor concittadini accampati nei contorni di Menfi; fu
eletto a condur questa guerra Abdallah[353], figlio di Said, e fratello
di latte del Califfo, uno che avea soppiantato poco innanzi il vincitore
e il Luogo-tenente dell'Egitto. Nè il suo merito, nè il favor del
principe bastavano a fare che dimenticata fosse la sua apostasia. Aveva
Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè
scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di
copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa
gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che
erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per
dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca
venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di
Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in
cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava,
che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido
l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più
interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e
con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo
collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che
quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito
cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si
internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca
poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi
cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del
lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia
alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a
poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella
sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca.
Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del
mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e
alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare
i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che
Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila
uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in
quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e
non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò
egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di
pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con
grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual
ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi
rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio,
giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del
padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a
lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime
file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua
mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale
Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri
dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò
dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti,
o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni.

Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne
l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore
in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura
di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito
di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici
guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo
o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli
occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? —
Nella sua tenda — Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando
si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto
preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo
esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli
infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate
gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà
in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e
alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione
d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della
parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i
Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte
dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a
bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole
salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano
ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e
svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che
a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare
alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il
campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la
lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita
e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del
fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal
cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava
alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci,
fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono
un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva
lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa
alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un
boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di
tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi
della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani,
vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad
implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di
fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per
le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non
poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di
quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e
col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in
pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma
se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni
fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo
affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni.
Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si
presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria:
nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia;
ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe
scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo
soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre,
che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente
dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e
che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una
mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per
altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole
commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei
Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo
nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non
avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri
consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di
Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359].

[A. D. 689]

L'invasione cominciata dai Saraceni verso l'occidente fu sospesa per lo
spazio di circa vent'anni, sino al tempo che la casa d'Ommiyah, fattosi
forte colà, terminò la discordia civile: allora dai gridi degli
Affricani stessi fu invitato il califfo Moawiyah. Aveano i successori
d'Eraclio ricevuta la nuova del tributo dalla forza imposto ai sudditi
della provincia romana in Affrica; ma invece d'aver compassion di quel
popolo e di alleviarne la miseria, il gravarono d'un secondo tributo
della stessa somma, a titolo di compenso e di ammenda. Invano allegarono
gli Affricani la povertà e la totale loro rovina; il ministero di
Costantinopoli fu inesorabile; il perchè, disperati, preferirono il
dominio d'un sol padrone, e dalle angherie del Patriarca di Cartagine,
investito del potere civile e militare, furono indotti i Settari, ed
anche i Cattolici, ad abbiurare la religione come pure l'autorità de'
lor tiranni. Il primo Luogo-tenente di Moawiyah si procacciò molta
gloria: soggiogò una città ragguardevole, battè un esercito di
trentamila Greci, fece ottantamila prigionieri, e colle loro spoglie
arricchì gli avventurieri della Sorìa, e dell'Egitto[360]. Ma il
soprannome di vincitor dell'Affrica appartiene più giustamente al suo
successore Akbah. Partì egli di Damasco con diecimila Arabi dei più
prodi, che furono di poi assistiti dal soccorso incerto di molte
migliaia di Barbari, affezionati ad essi per una conversione del pari
dubbiosa. Difficil cosa sarebbe, e poco sembra necessaria, indicare
precisamente la strada delle armi di Akbah. Gli Orientali hanno empiuto
l'interno dell'Affrica e di eserciti e di cittadelle immaginarie. La
provincia bellicosa di Zab, o di Numidia, poteva armare quarantamila
uomini, ma se le attribuirono trecentosessanta città, numero
incompatibile collo stato miserabile in cui, o per l'ignoranza o per la
trascuraggine degli abitanti, giaceva allora l'agricoltura[361]; e le
rovine d'Erba, o Lambesa, antica metropoli dell'interno di quel paese,
non presentano una circonferenza di tre leghe quale le fu supposta.
Accostandosi alla costa del mare si trovano le notissime città di
Bugia[362] e di Tanger[363], che furono, per quanto sembra, il limite
delle vittorie dei Saraceni. La comodità del porto conserva a Bugia un
resto di traffico: dicesi che in tempi più prosperi quella città
racchiudesse ottantamila case; il ferro che si ricava, abbondantissimo,
dai monti vicini avrebbe potuto ad un popolo più valoroso somministrare
gli strumenti necessari alla sua difesa. Si compiacquero i Greci e gli
Arabi d'abbellire delle lor favole la situazione lontana, e l'antica
origine di Tingi, o Tanger. Ma quando gli ultimi ci parlano delle sue
mura di rame, dell'oro e dell'argento che coprivano le cime de' suoi
edifici, non si dee in questo linguaggio figurato vedere che emblemi di
forza e di ricchezza. Solamente in un modo imperfetto aveano i Romani
osservata e descritta la provincia della Mauritania Tingitana[364], così
chiamata pel nome della capitale: vi aveano stanziate cinque colonie, le
quali per altro non occupavano che piccola parte del paese, e se si
eccettuino gli agenti del lusso i quali correvano le foreste, per
cercarvi l'avorio e il legname di cederno[365], e le coste dell'oceano,
per trovar le conchiglie della porpora, poco s'innoltravano i Romani
nelle parti meridionali. L'intrepido Akbah penetrò nell'interno delle
terre, attraversò il deserto, ove i suoi successori innalzarono le belle
capitali di Fez e di Marocco[366], e finalmente giunse alla riva del mar
Atlantico e alla frontiera del gran deserto. Il fiume di Sus discende
dalla parte occidentale del monte Atlante come il Nilo, e fecondando il
suolo dei contorni, si scarica in mare poco lontano dalle isole Canarie,
o Fortunate. Abitavano le sue rive i Mori più grossolani, selvaggi senza
leggi, senza disciplina, senza religione, i quali rimasero sbigottiti
dall'invincibile forza degli Arabi; e poichè non possedevan nè oro, nè
argento, la parte più preziosa del bottino, che fecero colà i Musulmani,
si ridusse a un certo numero di belle schiave, alcune delle quali si
vendettero sino per mille pezze d'oro. Sebbene la vista dell'oceano non
raffreddasse lo zelo di Akbah, pure lo forzò ad arrestare i passi.
Spinse egli il cavallo in mezzo all'onde del mare, e alzati gli occhi al
cielo esclamò con tuono fanatico. «Gran Dio, se non fossi arrestato da
questo mare, andrei sino ai regni ignoti dell'occidente predicando per
via l'unità del tuo santo nome, e passando a fil di spada le nazioni
ribelli che adorano altri Dei fuori di te»[367]. Intanto questo nuovo
Alessandro, che aspirava a nuovi Mondi, non potè conservare le regioni
che aveva occupate. La diserzion generale dei Greci e degli Affricani lo
richiamò dalle sponde dell'Atlantico, ed egli, accerchiato in ogni parte
da una moltitudine furibonda, non ebbe altro scampo che quello di morir
gloriosamente. L'ultima scena della sua vita fu un bell'esempio di
quella generosità che fra gli Arabi è sì comune. Era tratto prigioniero
al campo di Akbah un capitano ambizioso, che conteso aveagli il comando,
e che era stato sfortunato nell'impresa; gli insorgenti, sperando nel
suo odio e desiderio di vendetta, pensavano a farlo entrare nei loro
disegni: ma sdegnò egli quelle proferte, e rivelò la cospirazione:
quando Akbah si vide accerchiato da ogni parte, spezzò i ferri del
prigioniero e lo consigliò a ritirarsi: ma quegli protestò voler
piuttosto morire sotto la bandiera del suo rivale. Allora tenendosi
tutti due abbracciati, come amici e martiri, sguainarono la scimitarra,
ne ruppero il fodero, e combatterono sino a tanto che finalmente caddero
l'uno presso l'altro, dopo, aver veduti trucidati sino all'ultimo i loro
concittadini. Zobeir, che fu il terzo generale o terzo governatore
dell'Affrica, fece vendetta della morte del suo predecessore, ed ebbe il
destino medesimo. Riportò molte vittorie sugli originari del paese: ma
fu oppresso da un grande esercito spedito in aiuto di Cartagine da
Costantinopoli.

[A. D. 670-675]

Addiveniva sovente che le tribù dei Mori si congiungevano alle squadre
degli Arabi, partecipavano della preda, e si sottomettevano alla lor
religione: ma tosto che si ritiravano, o provavano qualche disastro,
faceano ritorno alla selvaggia loro independenza ed all'idolatria.
Prudentemente avea divisato Akbah di porre una colonia d'Arabi nel
centro dell'Affrica, e pensava che una città fortificata avrebbe tenuta
a freno la leggerezza dei Barbari, e sarebbe un luogo sicuro ove, in
tempo di guerra, potrebbero i Saraceni preservare le famiglie e le
ricchezze. Nel cinquantesim'anno dell'Egira vi pose di fatto una colonia
col modesto titolo di stazione d'una carovana. Nello stato di
decadimento a cui oggi è ridotta Cairoan, quella colonia[368] è tuttavia
la seconda città del regno di Tunisi, lontana dalla capitale cinquanta
miglia incirca verso il settentrione[369]: come ella è distante dodici
miglia dalla costa del mare, verso occidente, non è stata esposta agli
insulti delle navi greche e siciliane. Sgombrato che fu il terreno dalle
bestie selvatiche e dai serpenti, quando fu schiarata la foresta, o
piuttosto il deserto, si videro in mezzo ad una pianura di sabbia le
vestigia di una città romana. I legumi che consuma Cairoan vengono da
lungi, e mancando le sorgenti nel circondario sono astretti gli abitanti
a raccogliere in cisterne e serbatoi l'acqua piovana. Ma l'industria
d'Akbah vinse ogni ostacolo; segnò un recinto di tremila e seicento
passi di contorno, e lo circondò d'un muro di mattoni, e in men di
cinque anni si vide sorgere intorno al palagio del governatore un numero
sufficiente di case private. Fu fabbricata una spaziosa moschea
sostenuta da cinquecento colonne di granito, di porfido e di marmo di
Numidia, e divenne Cairoan la sede del sapere come del governo. Ma non
pervenne a questo grado di gloria che nei tempi posteriori. Le sconfitte
d'Akbah e di Zobeir diedero un gran crollo alla nuova colonia, e per le
dissensioni civili della monarchia degli Arabi furono interrotte le
imprese verso occidente. Il figlio del prode Zobeir ebbe a sostenere
contro la casa degli Ommiadi una guerra di dodici anni e un assedio di
sette mesi. Vuolsi che Abdallah accoppiasse in sè la ferocia del leone e
l'astuzia della volpe; ma se fu erede del coraggio paterno, nol fu punto
della generosità[370].

[A. D. 692-698]

Il ritorno della pace nell'interno dell'impero concedette al califfo
Abdalmalek agio a terminare la conquista dell'Affrica. Hassan,
governator dell'Egitto, ebbe il comando delle soldatesche, e fu
assegnato a questa impresa la rendita dell'Egitto, e quarantamila
uomini. Aveano i Saraceni, nelle vicende della guerra, ora soggiogate or
perdute le province interiori: ma la costa del mare era sempre occupata
dai Greci: dai predecessori di Hassan era stato rispettato il nome e le
fortificazioni di Cartagine, ed il numero dei suoi difensori s'era
aumentato dagli abitanti di Cabes e di Tripoli che colà si erano
ricoverati. Hassan fu più ardimentoso e più fortunato; ridusse a
soggezione, e saccheggiò la metropoli dell'Affrica servendosi di scale
per prenderla, come dicono gli storici, il che dà a credere che per un
assalto egli risparmiò le noiose operazioni d'un assedio regolare. Ma
non andò guari che la gioia dei vincitori fu turbata dalla giunta d'un
rinforzo di Cristiani. Giovanni, prefetto e patrizio, abile e rinomato
generale, imbarcò a Costantinopoli le forze dell'impero d'oriente[371];
fu raggiunto ben presto dalle navi e dai soldati della Sicilia, e
ottenne dalla paura e dalla religione del monarca Spagnuolo una numerosa
schiera di Goti[372]. I suoi navigli fransero la catena che chiudeva
l'ingresso del porto, e gli Arabi si ritrassero a Cairoan o a Tripoli.
Sbarcarono i Cristiani: i cittadini salutarono il vessillo della Croce,
e fu speso inutilmente il verno a pascersi di vane chimere di trionfo o
di liberazione; ma l'Affrica era perduta per sempre. Animato dallo zelo
e dal risentimento, il Commendatore dei fedeli[373] mise in punto tanto
in mare che in terra, per la campagna seguente, un armamento più grosso
del primo, e fu costretto Giovanni ad abbandonare il posto e le
fortificazioni di Cartagine. Vi fu una seconda battaglia nei contorni di
Utica, ove Greci e Goti furon di bel nuovo sconfitti, ed altro scampo
non ebbero che un pronto imbarco per sottrarsi alla spada di Hassan, che
aveva investito la debole palizzata del campo loro. Quanto rimaneva di
Cartagine fu dato alle fiamme, e la colonia di Didone[374] e di Cesare,
fu lasciata in abbandono per più di due secoli sino all'epoca in cui il
primo del Califfi fatimiti ne ripopolò un quartiere, che non era forse
la ventesima parte dello spazio per lo innanzi occupato. Al principio
del sedicesimo secolo era rappresentata la seconda capitale
dell'occidente da una moschea, da un collegio senza scolari, da
venticinque o trenta botteghe, e dalle capanne di cinquecento paesani,
che immersi nella più cenciosa povertà pur conservavano tutta
l'arroganza dei senatori Cartaginesi: ma fu ancora distrutto questo
miserabil villaggio dagli Spagnuoli, che Carlo V posti avea nella
Fortezza della Goletta. Disparvero le rovine di Cartagine, nè si
saprebbe ove si fossero un giorno, se gli archi spezzati d'un
acquidoccio non guidassero i passi del viaggiatore che le ricerca[375].

[A. D. 692-698]

Erano già stati espulsi i Greci, ma non ancora erano padroni gli Arabi
del paese. I Mori, o Barbari[376], sì deboli sotto i primi Cesari, e di
poi sì formidabili ai principi di Bisanzio, contrapponevano nelle
province interne una disordinata resistenza alla religione e al potere
de' successori di Maometto. Sotto i vessilli della lor regina Cahina
vennero le tribù independenti ad accordarsi in certo modo ed a pigliare
disciplina; e come i Mori attribuivano alle lor mogli il dono di
profezia, attaccarono i Musulmani del paese con un fanatismo simile al
loro. Mal poteano bastare le vecchie soldatesche di Hassan alla difesa
dell'Affrica: le conquiste d'una generazione furono perdute in un
giorno: il generale Arabo, trascinato dalla corrente, si ritrasse alle
frontiere d'Egitto, e cinque anni attese i soccorsi che gli andava
promettendo il Califfo. Dopo la ritirata de' Saracini, la profetessa
vittoriosa raunò intorno a sè i Capi dei Mori, e diede loro uno
stravagante consiglio degnissimo della politica dei Selvaggi. «Le nostre
città, diss'ella, e l'oro e l'argento che contengono allettano
continuamente gli Arabi ad insignorirsene; questi vili metalli non sono
l'oggetto dell'ambizione nostra: ci bastano le semplici produzioni della
terra. Distruggiamo queste città, seppelliamo sotto le rovine que'
funesti tesori, e quando non offriremo più esca alla cupidigia de'
nostri nemici, forse cesseranno di turbare la tranquillità d'un popolo
che sa far la guerra». Da unanimi applausi fu accolta la proposta:
cominciando da Tanger fino a Tripoli furon demoliti gli edifizii, o per
lo meno le fortificazioni, tagliati gli alberi fruttiferi, annientati i
mezzi di sussistenza: Cantoni fertili e popolosi divennero deserti, e
sovente gli storici dei tempi posteriori accennavano i vestigi della
prosperità e della devastazione dei loro antenati. Ecco che ne dicono
gli Arabi moderni. Ma quanto a me, son molto inclinato a credere che
solo per l'ignoranza dell'antichità, per voglia del maraviglioso, e per
quell'abitudine, divenuta quasi una moda, d'esagerare la filosofia de'
Barbari, abbiano rappresentato come un atto volontario le calamità e i
guasti di tre secoli, contando dai primi furori dei Donatisti e dei
Vandali. Nel corso della rivoluzione è probabile che per la sua parte
Cahina contribuisse ai disastri; e forse il timore della propria rovina
spaventò o indispettì le città, che lor malgrado al giogo d'una donna
s'erano sottomesse. Non isperavano più i coloni, e forse non bramavano
più, il ritorno del sovrano che regnava in Bisanzio. Non era mitigata la
loro servitù dai beneficii del buon ordine e della giustizia, e doveano
i più zelanti cattolici preferire di buon grado le imperfette verità del
Corano alla cieca e goffa idolatria dei Mori. Fu adunque il general dei
Saracini per la seconda volta accolto come il salvator della provincia:
gli amici del viver civile cospirarono contro i Selvaggi di quella parte
di Mondo; Cahina fu uccisa nella prima battaglia, e cadde con lei il mal
fermo edificio del suo impero e della superstizione che lo
fiancheggiava. Lo stesso spirito di sedizione si riaccese sotto il
successore di Hassan: ma infine fu soffocato dall'attività di Musa e de'
suoi due figli; e si può giudicare qual fosse il numero dei ribelli da
quello di trecentomila di loro che furono ridotti a cattività.
Sessantamila di quelli schiavi, assegnati pel quinto dovuto al Califfo,
furono venduti a pro dell'erario: trentamila giovani furono arrolati
nelle milizie, e per le pie sollecitudini di Musa, che non cessò di
porre ogni opera ad inculcare ai vinti le dottrine e le pratiche del
Corano, s'abituarono gli Affricani ad obbedire l'appostolo di Dio e il
comandante dei fedeli. Pel clima che abitavano e pel loro governo, non
che pel modo di vivere e per le qualità delle abitazioni, i Mori
vagabondi rassomigliavano ai Bedoini del deserto, che abbracciando la
religione di Maometto ebbero l'orgoglio di appropiarsi la lingua, il
nome e l'origine degli Arabi. Così a poco a poco si mischiò il sangue
degli stranieri con quello dei nativi del paese, e parve allora che la
medesima nazione si fosse diffusa dall'Eufrate all'Atlantico, sulle
arenose pianure dell'Asia e dell'Affrica. Concedo per altro che
cinquantamila _tende_ di Arabi puri abbian potuto passare il Nilo, e
disperdersi nel deserto della Libia, e so che cinque tribù di Mori
conservan tuttavia il loro idioma barbaresco, e portano il nome e il
carattere d'Affricani _bianchi_[377].

[A. D. 709]

V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i
Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini
dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di
detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin
dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la
costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean
soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la
Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto
angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli
Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che
altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza
e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben
presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio
inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto
la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il
vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se
si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono,
giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata
sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla
vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate
e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta,
romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può
bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più
atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo
la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati
soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio,
il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima
della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva:
ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano
tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro
risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più
pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori
un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una
rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia,
era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È
verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa
sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo
regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè
perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e
l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile;
avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha
dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della
Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo
debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto
di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le
calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento
della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza
d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in
cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei
Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la
regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico:
segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i
successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città
cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle
armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione
essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a
quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma
non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da
lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i
reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi.
Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo
carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i
congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe
contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe
di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica
dall'Europa[384].

[A. D. 710]

Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli
d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una
prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani
tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor
Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo
memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del
novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si
conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o
finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da
questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di
colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a
cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede
il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras.
La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che
ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa
e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel
ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli
presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera
vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini
di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo
capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto.
Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di
Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima
denominazione di _Gebel al Tarik_, montagna di Tarik, e le trincere del
campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni
che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla
potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu
ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli
Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva
avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri,
avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando
furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti
seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di
religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette
alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani
dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a
novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se
del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik,
cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il
credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e
gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali
che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo
regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta
celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che
va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a
perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e
i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce;
ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o
decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno
successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga
veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o
sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro
valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro
copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik
alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il
mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho
giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani».
Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato
coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni
abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di
Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più
importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si
trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto
s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che
alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati
dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In
mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò
sul suo cavallo _Orelia_, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò
da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno
gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla
riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso
il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè
per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di
Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un
valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del
campo di battaglia[390].»

[A. D. 711]

Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che
più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo
la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che
terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è
perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto,
sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città
della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla
città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il
tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì
questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e
che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova
con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i
cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un
altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la
quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma
popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il
Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla
Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più
zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se
furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il
vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole.
Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro;
permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero
esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o
infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali
rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri.
Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli
indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali
e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti
trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna,
che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del
battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il
destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione
paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di
fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di
Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna
cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il
nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di
Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città
che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella
tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e
che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik
spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al
di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente
di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le
settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di
Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e
ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione
che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era
assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa
avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi
dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di
trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico
capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla
battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel
generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare
una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione
congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo
l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori
ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà
che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un
assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i
cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi,
di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in
un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a
conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva
rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi
preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i
robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada
di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396].

[A. D. 712-713]

Alla notizia di questi rapidi trionfi la soddisfazione di Musa degenerò
in invidia temendo, senza palesarlo, che Tarik non gli lasciasse più
luogo a conquisti. Partissi dalla Mauritania con diecimila Arabi e
ottomila Affricani per andare in Ispagna, e sotto le sue bandiere
militavano i più nobili dei Coreishiti. Al suo figlio maggiore lasciò il
governo dell'Affrica, e condusse con sè i tre più giovani i quali, per
l'età ed il valore, si mostravano atti a secondare le imprese più
coraggiose del padre. Approdò egli ad Algeziraz, dove fu rispettosamente
accolto dal conte Giuliano, il quale soffocando i rimorsi della
coscienza testificò, in parole ed in fatti, che la vittoria degli Arabi
non avea punto nè poco scemata l'affezione sua per la lor causa.
Nondimeno rimanevano a Musa alcuni nemici da sottomettere. I Goti, nel
tardo lor pentimento, paragonavano il loro numero a quel dei vincitori:
le città trascurate da Tarik si credevano imprendibili, e da intrepidi
patriotti erano difese le fortificazioni di Siviglia e di Merida. Dal
Beti marciò Musa all'Anas, ossia dal Guadalquivir alla Guadiana, ne
assediò le città, e le sottomise successivamente. Quando scorse le opere
della romana magnificenza, il ponte, gli acquidotti, gli archi trionfali
e il teatro dell'antica metropoli della Lusitania, disse egli a quattro
uffiziali del suo seguito: «Si direbbe che la razza umana abbia unito
tutta l'arte e tutte le forze che aveva per fondare questa città:
fortunato colui che potrà divenirne padrone!» A tanta ventura egli
aspirava in fatti; ma gli abitanti di Merida sostennero in questa
occasione l'onore che avevano di discendere dai bravi legionari
d'Augusto[397]. Sdegnando di confinarsi entro le mura, uscirono ad
assalire gli Arabi nel piano; ma furono puniti di tanta imprudenza da un
distaccamento nemico che postosi in agguato, nel fondo d'una cava o in
mezzo a muricci, precluse loro la ritirata. Allora Musa fece condurre
all'assalto le torri di legno che usavansi negli assedi: la difesa della
piazza fu lunga ed ostinata, ed il _Castello dei Martiri_ sarà per le
generazioni future una perpetua testimonianza della rotta dei Musulmani.
Finalmente la costanza degli assediati fu vinta alla lunga dalla fame e
dalla disperazione, e il vincitore prudente attribuì nella capitolazione
alla stima e alla clemenza ciò che fu ridotto a concedere per l'ansietà
di godere della vittoria. Fu lasciata agli abitanti la scelta fra
l'esiglio o il tributo: le due religioni si divisero fra loro le chiese,
e furono confiscati a profitto dei Musulmani gli averi di coloro che
perirono nell'assedio, o che ripararono nella Galizia. Venne Tarik su
Merida e Toledo a salutare Musa, e lo condusse al palazzo dei re Goti.
Il loro primo abboccamento fu freddo e cerimonioso: volle il
Luogo-tenente del Califfo un conto esatto dei tesori della Spagna, ed
ebbe Tarik occasione di vedere che esposta era la sua riputazione ai
sospetti ed all'infamia. Quest'eroe fu imprigionato, insultato e
ignominiosamente frustato per mano, o almeno, per ordine di Musa. I
primi Musulmani per altro osservavano una sì stretta disciplina, ed
avevano uno zelo sì puro e uno spirito sì docile, che dopo questo
pubblico oltraggio non vi fu difficoltà di commettere a Tarik
l'onorevole impresa di ridurre a sommessione la provincia di Tarragona.
Dalla liberalità dei Coreishiti fu eretta in Saragossa una moschea; il
porto di Barcellona riaperto ai vascelli della Sorìa; e gli Arabi
perseguitarono i Goti al di là dei Pirenei nella provincia di Settimania
(la Linguadoca) di cui erano quelli in possesso[398]. Trovò Musa in
Carcassona sette statue equestri di argento massiccio, che stavano nella
Chiesa di Santa Maria, e non è credibile che ve le abbia lasciate. Da
Narbona, ove pose un _termine_ ossia una colonna, se ne tornò sulle
coste della Galizia e della Lusitania. In sua assenza, Abdelaziz, uno
dei suoi figli, ebbe a punire gli insorgenti di Siviglia, e da Malaga
sino a Valenza soggiogò le sponde del Mediterraneo. Il trattato ch'egli
fece col saggio e prode Teodemiro, e che ci è rimasto in originale[399],
darà a conoscere i costumi e la politica di quel tempo. «_Articoli di
pace convenuti e giurati tra Abdelaziz, figlio di Musa, figlio di
Nassir, e Teodemiro, principe dei Goti._ Nel nome del misericordioso
Iddio, Abdelaziz concede la pace alle seguenti condizioni: non sarà
turbato Teodomiro nel suo principato; non si recherà ingiuria alla vita,
nè alle proprietà, nè alle donne, nè ai fanciulli, nè alla religione, nè
ai templi dei cristiani; Teodemiro consegnerà spontaneamente le sue
sette città di Orihuela, Valentola, Alicante, Mola Vacasora, Bigerra
(oggi Bejar), Ora (ossia Opta) e Lorca; non soccorrerà, nè riceverà i
nemici del Califfo, ma comunicherà fedelmente quanto egli per avventura
scoprisse dei loro disegni ostili; pagherà annualmente, come pure ogni
Goto di famiglia nobile, una pezza d'oro, quattro misure di biada,
altrettanto d'orzo, e una certa quantità di mele, d'olio e d'aceto:
l'imposizione di ciascuno dei loro vassalli sarà la metà di questa
tassa. Segnato il quattro di Regeb, l'anno dell'Egira 94, e sottoscritto
da quattro testimoni Musulmani[400]». Tanto Teodemiro che i suoi sudditi
furono trattati con singolare dolcezza; ma pare che la rata del tributo
variasse dal decimo al quinto, a seconda della docilità od ostinazione
dei cristiani[401]. In questa rivoluzione ebbero essi molto a soffrire
dalle passioni naturali e religiose degli Arabi, i quali profanarono
varie chiese, e qualche volta presero per idoli le reliquie e le
immagini. Alcuni ribelli furono passati a filo di spada, ed una città
situata fra Cordova e Siviglia, della quale non conosciamo il nome, fu
rasa sino alle fondamenta. Se per altro si paragonano queste violenze
con quelle commesse dai Goti, quando invasero la Spagna, o alle altre
che accadero quando i re di Castiglia e d'Aragona la ripigliarono,
converrà far elogio alla moderazione ed alla disciplina degli Arabi.

[A. D. 714]

Era Musa assai attempato, quantunque, per nascondere la sua vecchiezza,
coprisse sotto una polve rossa la canizie della barba; ma il suo cuore
riscaldato dall'amore di gloria sentiva tuttavia il fervore della
gioventù. Non vedendo nel possesso della Spagna che il primo passo alla
conquista d'Europa, dopo avere in terra ed in mare apparecchiato un
poderoso armamento, si metteva in punto per varcare di nuovo i Pirenei,
per battere nella Gallia e nell'Italia i regni de' Franchi e de'
Lombardi, allora pendenti verso l'ultima rovina, e per predicare l'unità
di Dio sull'altare del Vaticano. Di là, soggiogando i Barbari della
Germania, voleva seguire il corso del Danubio, dalla sua sorgente sino
al Ponto-Eusino, rovesciare l'impero di Costantinopoli, e, ripassando
d'Europa in Asia, riunire le contrade, che avrebbe vinte, al governo di
Antiochia ed alle province della Sorìa[402]; ma questo vasto disegno,
che non era poi forse tanto difficile ad eseguirsi, doveva agli occhi
delle anime volgari sembrare stravagante, e quasi una visione da
conquistatore. Non andò guari che Musa fu obbligato a risovvenirsi della
propria dependenza e servitù. Gli amici di Tarik avevano esposto con
buon successo i suoi servigi e l'ingiuria che aveva sofferta: la Corte
di Damasco biasimò il procedere di Musa, entrò in sospetto delle sue
intenzioni, e la tardanza sua ad obbedire al primo ordine, che lo
richiamava, ne fece venire un secondo più severo e perentorio. Fu
spedito dal Califfo un intrepido messaggero al campo di Musa, a Lugo in
Galizia, e quivi alla presenza dei Musulmani e dei cristiani afferrò la
briglia del suo cavallo. Fosse la fedeltà di Musa, o quella delle sue
milizie, non seppe egli pensare a disobbedire; ma fu mitigata la sua
disgrazia dal richiamo del suo rivale, e dalla licenza ch'egli ebbe di
dare i due governi che aveva a due suoi figli Abdallah e Abdelaziz. Nel
suo viaggio trionfale da Ceuta a Damasco, fece pompa delle spoglie
dell'Affrica e dei tesori della Spagna, ed aveva al suo seguito
quattrocento Goti nobili che portavano corone e cinture d'oro. Si
valutava a diciotto ed anche a trentamila il numero dei prigionieri
maschi e femmine trascelto, secondo la nascita e bellezza loro, a
decorare il trionfo. Giunto a Tiberiade in Palestina seppe da un
corriere di Solimano, fratello di Valid ed erede presuntivo del trono,
essere il Califfo infermo di pericolosa malattia, e che Solimano
desiderava che Musa riservasse all'epoca del suo regno lo spettacolo dei
trofei della sua vittoria. Se fosse guarito Valid, sarebbe stata
colpevole la dilazione di Musa; quindi egli proseguì il suo cammino e
ritrovò già sul trono un nemico. Fu esaminata la sua condotta da un
giudice parziale: il suo avversario era caro al popolo, e quindi fu
quegli dichiarato reo di vanità e di mala fede, e l'ammenda, a cui fu
condannato, di dugentomila pezze d'oro, se non lo ridusse alla miseria
divenne una prova delle suo rapine; l'indegno trattamento che aveva
usato a Tarik fu punito con una ignominia somigliante, e il vecchio
generale, dopo essere stato pubblicamente flagellato, stette un giorno
intiero sotto la sferza del Sole davanti la porta del suo palazzo, e
finì coll'ottenere un onesto esiglio col pio nome di pellegrinaggio alla
Mecca. La caduta di Musa avrebbe dovuto saziare l'odio del Califfo; ma
egli temeva una famiglia potente ed oltraggiata, e il suo spavento ne
domandava l'estirpazione. Fu segretamente, e con prontezza, spedita la
sentenza di morte in Affrica ed in Ispagna a' fedeli servi del trono, e
se fu giusta, certamente furono nell'eseguirla violate le forme
dell'equità. Abdelaziz morì nella moschea, o nel palazzo di Cordova
sotto il ferro de' cospiratori, ed i suoi assassini gli rinfacciarono
d'avere avuto pretensione agli onori di re, come pure lo scandolo del
suo matrimonio con Egilona, vedova di Rodrigo, che offendeva i
pregiudizi dei Cristiani non che dei Musulmani. Con un raffinamento di
crudeltà fu presentata la sua testa al padre domandandogli, se conosceva
le fattezze di quel ribelle: «Sì, esclamò con indignazione, conosco quel
volto; sostengo che fu innocente, e invoco sul capo dei suoi assassini
un egual destino, ma più giusto». Ben presto la disperazione e la
vecchiaia liberarono Musa dal timore dei re; egli si morì di affanno
dopo che fu giunto alla Mecca. Fu trattato meglio il suo rivale Tarik al
quale furon perdonati i suoi servigi, e permesso d'entrare nel novero
degli schiavi[403]. Non so se il conte Giuliano ricevesse per guiderdone
la morte che aveva meritata, ma non l'ebbe per mano dei Saracini,
avvegnachè sia smentito dalle testimonianze più irrefragabili ciò che si
disse dell'ingratitudine loro verso i figli di Witiza. Ai due principi
si restituirono i privati demanii del padre; ma alla morte del
primogenito, chiamato Eba, sua figlia dallo zio Sigebut fu ingiustamente
spogliata del paterno retaggio. Andò la figlia dal principe Goto a
perorare la sua causa davanti al Califfo Hashem, ed ottenne la
restituzione delle sue proprietà; fu data in matrimonio ad un nobile
Arabo, e i suoi due figli, Isacco ed Ibrahim, furono in Ispagna accolti
con quei riguardi che alla nascita e alla ricchezza loro si convenivano.

Una provincia conquistata prende facilmente le abitudini del vincitore,
sia per l'introduzione degli stranieri, sia per lo spirito di imitazione
che s'insinua ne' nazionali: così la Spagna, che avea veduto
alternativamente mischiarsi al proprio sangue quello dei Cartaginesi,
dei Romani, dei Goti, in poche generazioni venne pigliando il nome ed i
costumi degli Arabi. Dietro ai primi generali ed ai venti Luogo-tenenti
del Califfo, che si succedettero in quel paese, giunse pure un seguito
numeroso d'ufficiali civili e militari, i quali amavan meglio menare una
vita agiata in paese lontano, che vivere stentatamente in patria. Queste
colonie di Musulmani portavano vantaggio all'interesse del pubblico e
dei privati, e le città della Spagna rammemoravano con fasto la tribù, o
il cantone dell'oriente donde traevano origine. Le vittoriose brigate di
Tarik e di Musa, quantunque miste di molte nazioni, eran distinte col
nome di _Spagnuole_ il quale formava in certo modo il lor diritto di
conquista; permisero nondimeno ai Musulmani dell'Egitto di stanziarsi
nella Murcia e in Lisbona. La legione regia di Damasco si domiciliò in
Cordova, quella di Emesa in Siviglia, quella di Kinnisrin ossia Calcide
in Jaen, quella di Palestina in Algeziras e in Medina Sidonia. i
guerrieri venuti dall'Yemen e dalla Persia si sperperarono intorno a
Toledo e nell'interno del paese, e le fertili possessioni di Granata
furono date a diecimila cavalieri[404] della Sorìa e dell'Irak, i quali
erano la razza più pura e più nobile che fosse in Arabia. Queste fazioni
ereditarie mantenevano uno spirito di emulazione talora utile, ma il più
delle volte pericoloso. Dieci anni dopo la conquista, fu presentata al
Califfo una carta della Spagini ove erano segnati i mari, i fiumi, i
porti, le città, il numero degli abitanti, il clima, il suolo
e le produzioni minerali[405]. Nello spazio di due secoli,
l'agricoltura[406], le manifatture e il commercio d'un popolo illustre
crebbero vie meglio le beneficenze della natura, e gli effetti della
operosità degli Arabi furono anche abbelliti dalla oziosa loro fantasia.
Il primo degli Ommiadi che regnò in Ispagna chiese in sussidio i
cristiani; e col suo editto di pace e di protezione si tenne contento ad
un modico tributo di diecimila oncie d'oro, di diecimila libbre
d'argento, di diecimila cavalli, di altrettanti muli, di mille corazze e
d'un ugual numero di elmetti e di lancie[407]. Il più possente dei suoi
successori ricavò dallo stesso regno una rendita annuale di dodici
milioni e quarantacinquemila denari ossia pezze d'oro, che formano circa
sei milioni sterlini[408], somma che nel decimo secolo probabilmente
superava la totalità delle rendite di tutti i monarchi cristiani.
Risedeva il Califfo in Cordova, città che vantava seicento moschee,
novecento bagni e dugentomila case; dava leggi a ottanta città di
prim'ordine, a trecento del secondo e del terzo, e dodicimila villaggi
ornavano le fertili sponde del Guadalquivir. Queste sicuramente sono
esagerazioni degli Arabi, ma è vero però che non mai fu più ricca la
Spagna, nè meglio coltivata e popolosa, come sotto il loro governo[409].

Aveva il Profeta santificate le guerre de' Musulmani; ma tra i vari
precetti, e gli esempi da lui dati in vita, prescelsero i Califfi le
lezioni di tolleranza più acconce a disarmare la resistenza
degl'increduli. Era sempre l'Arabia il santuario ed il retaggio del Dio
di Maometto, il quale poi guardava con occhio men amorevole e men geloso
le altre nazioni della terra. Quindi gli adoratori del suo Dio credevano
potere a buon dritto estirpare i politeisti e gl'idolatri che ignoravano
il suo nome[410]; ma non andò guari tempo che vennero sagge
considerazioni politiche in supplimento delle massime di giustizia, e,
dopo qualche misfatto d'uno zelo intollerante, seppero i Musulmani,
insignoritisi dell'India, rispettare le pagodi di quel popolo numeroso e
devoto. A' discepoli di Abramo, di Mosè e di Gesù[411] fu mandato
solenne invito, perchè abbracciassero il culto del Profeta, come il più
perfetto, ma però, quando avessero voluto pagare piuttosto una tassa
moderata, si concedea loro libertà di coscienza, e facoltà di adorare
Iddio alla lor maniera[412]. Col professare l'Islamismo poteano i
prigionieri, fatti sul campo di battaglia, redimersi dalla morte; le
donne peraltro doveano adattarsi alla religione de' padroni, e così, per
l'educazione che davasi a' figli de' prigionieri, andava a poco a poco
crescendo il numero de' proseliti sinceri. Ma dalla seduzione per
avventura più che dalla forza furono vinti que' milioni di neofiti
dell'Affrica, i quali si dichiararono pronti a seguire la novella
religione. Con un atto di poco momento, con una semplice profession di
fede, in un istante il suddito o lo schiavo, il prigioniero o il
delinquente diveniva uom libero, eguale e compagno de' Musulmani
vittoriosi. Espiati erano tutti i suoi peccati, infranti tutti i suoi
impegni anteriori: a' voti di castità sostituivansi le inclinazioni
della natura; la tromba de' Saracini svegliava gli spiriti ardenti
sopiti nel chiostro, e in quella generale convulsione ogni Membro d'una
nuova società si collocava in quella situazione, che a' suoi talenti e
al suo coraggio si conformava. Non era minore l'impressione che faceva
su la moltitudine la felicità promessa da Maometto nell'altra vita, di
quel che i piaceri in questa permessi; e vuol carità che si pensi, che
da buon numero de' suoi proseliti si credesse lealmente alla verità e
santità della sua rivelazione, la quale di fatto, ad un politeista
ragionatore, potea parere degna della natura divina, non che dell'umana.
Più pura del sistema di Zoroastro, più generosa della legge di
Mosè[413], sembrava la religion di Maometto meno contraria alla ragione
di quello che i tanti misteri e le superstizioni che, nel settimo
secolo, la semplicità digradavano dell'Evangelo.

Nelle vaste regioni della Persia e dell'Affrica avea l'Islamismo
sradicata la religion nazionale. Tra le Sette dell'oriente, la teologia
equivoca de' Magi era la sola che tuttavia sussistesse, ma si potea di
leggieri, sotto il venerando nome d'Abramo, destramente collegare alla
catena della rivelazione divina gli scritti profani di Zoroastro[414].
Potevasi raffigurare il suo cattivo principio, il genio Ahriman, come il
rivale o la creatura di Lucifero. Non v'era un'immagine che ornasse i
templi della Persia, ma si poteva rappresentare come una goffa e
cerimoniosa idolatria il culto che al Sole ed al fuoco era diretto[415].
Dalla prudenza de' Califfi, per l'esempio dato da Maometto[416], fu
rivolta l'opinione all'avviso più moderato, e tanto i Magi che i Guebri
furono posti co' Giudei e co' Cristiani nel novero de' popoli della
legge scritta[417]; di modo che nel terzo secolo dell'Egira, la città di
Herat offerse un singolare conflitto di fanatismo privato e di pubblica
tolleranza[418]. Per la legge musulmana era assicurata la libertà civile
e religiosa dei Guebri di Herat con patto che pagassero un tributo; ma
l'umile moschea, di recente innalzata dai Musulmani, era oscurata
dall'antico splendore di un tempio del Fuoco unito all'edifizio
musulmano. Predicando si lagnò un fanatico Imano di questa scandalosa
vicinanza, ed accagionò di debolezza o d'indifferenza i fedeli.
Attizzato dalla sua voce si raunò il popolo tumultuariamente, furon date
alle fiamme le moschee ed il tempio, ma sul loro suolo si cominciò
subito una nuova moschea. Ricorsero i Magi al sovrano del Corasan per
ottenere riparazione all'ingiuria sofferta, ed egli avea promesso
giustizia e soddisfazione, quando (ciò che si stenterà a credere)
quattromila cittadini di Herat, di carattere austero e d'età matura,
giuravano con voce unanime che _mai_ non aveva esistito il tempio del
Fuoco. Allora non vi fu più modo per continuare l'inquisizione del
fatto, e la coscienza de' Musulmani, scrive lo storico Mirchond[419],
non ebbe rimorso di questo suo pio e meritorio spergiuro[420]. Il più
gran numero per altro dei templi della Persia andò in rovina per la
diserzione accaduta a poco a poco, ma generale, di quelli che li
frequentavano. Fu la diserzione fatta _a poco a poco_, poichè non se ne
sa nè il tempo nè il luogo, e non pare che fosse accompagnata da
persecuzioni e da resistenza. Fu _generale_, poichè fu l'Islamismo
abbracciato da tutto il regno, cominciando da Shiraz sino a Samarcanda,
mentre la lingua del paese, conservata dai Musulmani di quella regione,
prova la loro origine persiana[421]. Da parecchi miscredenti, dispersi
nelle montagne e nei deserti, fu ostinatamente difesa la superstizione
dei loro antenati, e rimane una debole tradizione della teologia dei
Magi nella provincia di Kirman, sulle sponde dell'Indo, fra i persiani
che stanno a Surate e nella colonia fondata presso Ispahan da Shah
Abbas. Il gran pontefice si è ritirato nel monte Elbourz, diciotto leghe
distante dalla città di Yezd. Il fuoco perpetuo, se continua ad ardere,
è inaccessibile ai profani, ma i Guebri, che nelle fattezze uniformi e
molto grossolane attestano la purezza del sangue loro, vanno in
peregrinazione a visitare il domicilio di quel pontefice che è lor
maestro ed oracolo. Colà ottantamila famiglie conducono una vita
tranquilla e innocente sotto la giurisdizione de' vecchi, e con alcuni
lavori industriosi e con le arti meccaniche provvedono alla sussistenza,
non trascurando di coltivare la terra con quello zelo che, come dovere,
è loro inspirato e prescritto dalla religione. Il volere dispotico di
Shah Abbas, il quale pretendea con minacce e torture forzarli a
consegnargli i libri di Zoroastro, fu vano contro la loro ignoranza; ed
ora, sia moderazione o disprezzo, i sovrani attuali non danno più
inquietudine agli oscuri Magi superstiti[422].

[A. D. 749-1076]

La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi
ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce
dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure
avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e
da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e
di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori
erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de'
sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e
di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo
dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò
il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il
tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua
frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi
progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque
vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a
Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i
moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un
prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per
indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non
erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un
Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione
del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete,
che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal
Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente
spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata
la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della
sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle
quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e
d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che
il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha
speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze
di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto,
s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da
lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla
circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed
erano denominati _Mosarabi_[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi
loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso
la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella
comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di
Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli
Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti
vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di
Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato,
l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa
ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V
approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie
cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu
totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare
Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di
Roma[429].

Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e
tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di
coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della
conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai
quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per
l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi
nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed
affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste
particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le
chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese
in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità,
le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero:
poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di
segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori
delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu
inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere
quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion
della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente
fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina
la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre
esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono
oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor
padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge
irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo
Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per
l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno
onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero
condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata
l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei
bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si
ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È
ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la
salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza
nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o
sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i
tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani
ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la
pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge
di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza
del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro
apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la
religion del Profeta.

Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e
più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di
fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei
comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato,
nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de'
compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle
tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro
massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano
i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la
norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel
libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni
dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei
loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono
oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da
oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai
confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se
leviamo dal conto la _Manica del vestito_, per usare la frase dei loro
scrittori, cioè la lunga ma stretta provincia dell'Affrica, doveva una
carovana impiegare quattro o cinque mesi ad attraversare da qualunque
banda, cioè da Fargana sino ad Aden e da Tarso sino a Surate, quella
region dell'impero che formava per così dire un solo pezzo non
interrotto[435]. Invano si sarebbe cercata colà quella unione
indissolubile, e quella agevole sommessione che s'incontrava sotto
l'impero d'Augusto e degli Antonini; ma la religion musulmana dava a sì
vaste contrade una generale rassomiglianza di costumi e di opinioni. In
Samarcanda, in Siviglia, con pari ardore, si studiavano la lingua e le
leggi del Corano; e Mori e Indiani si scontravano in pellegrinaggio alla
Mecca, s'abbracciavano, come concittadini e fratelli, e l'idioma degli
Arabi era il dialetto popolare di tutte le province giacenti
all'occidente del Tigri[436].

NOTE:

[209] _V._ la descrizione della città e del distretto d'Al-Yemanah in
Abulfeda (_Descript. Arabiae_, p. 60, 61). Nel tredicesimo secolo
v'erano tuttavia alcune ruine e poche palme. Oggi quel Cantone medesimo
è soggetto alle visioni e alle armi d'un profeta moderno, di cui si
conosce la dottrina imperfettamente. (Niebuhr, _Description de
l'Arabie_, p. 296-302).

[210] Questa profetessa, che si nomava Segjah, ritornò all'idolatria
dopo la caduta dell'amante; ma sotto il regno di Moawiyah abbracciò la
religione musulmana, e morì a Bassora (Abulfeda, _Annal._ vers. Reiske,
p. 63).

[211] _V._ il testo, che dimostra l'esistenza d'un Dio per l'opera della
generazione, in Abulfaragio (_Specimen Hist. Arabum_ pag. 13 e Dynast.,
pag. 103) e in Abulfeda, (_Annal._, pag. 63).

[212] _V._ il suo regno in Eutichio (t. II, p. 251), Elmacin (p. 18),
Abulfaragio (p. 108), Abulfeda (p. 60 ), d'Herbelot (p. 58).

[213] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 264), Elmacin (p. 24), Abulfaragio
(pag. 110), Abulfeda (pag. 66), d'Herbelot (p. 686).

[214] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 323), Elmacin (p. 36), Abulfaragio
(pag. 115), Abulfeda (pag. 75), d'Herbelot (p. 695).

[215] _V._ intorno al suo regno Eutichio (p. 343), Elmacin (p. 51),
Abulfaragio (p. 117), Abulfeda (p. 83), d'Herbelot (p. 89).

[216] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 344), Elmacin (p. 54), Abulfaragio
(pag. 123), Abulfeda (pag. 101), d'Herbelot (p. 586).

[217] _V._ i regni loro in Eutichio (t. II, p. 360-395), Elmacin (p.
59-108), Abulfaragio (_Dynast._ IX, p. 124-139), Abulfeda (p. 111-141),
d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 691), e gli articoli particolari di
quest'Opera che si riferiscono agli Ommiadi.

[218] Appena troviamo negli storici Bizantini qualche monumento
originale sul 7.º e 8.º secolo, trattane la Cronica di Teofane
(_Theopanis confessoris chronolog., gr. et lat., cum notis Jacobi Goar._
Parigi 1655 in fol.) e il compendio di Niceforo (_Nicephori patriarchae
C. P. Breviarium historicum, graec. et lat._ Parigi 1648 in fol.):
vissero questi due scrittori nel principio del nono secolo (_V._ Hancke,
_De scriptor. byzant._, p. 200-246). Fozio, lor contemporaneo, non ci dà
maggiori notizie. Dopo aver lodato lo stile di Niceforo, soggiunge:
Και ολως πολλους εσι τον προ αυτου αποκρυπτομενος τηδε της ισοριας τη
συγγραφη, _e assolutamente oscura in quel ristretto d'istoria molti che
lo precedettero_; solamente si lagna della sua troppa brevità (Phot.
_Bibl. Cod._ 66, p. 100). Si ponno raccogliere alcune giunte nelle
storie di Cedreno e di Zonara, che son del duodecimo secolo.

[219] Tabari, o Al-Tabari, nativo del Taborestan, famoso Imano di
Bagdad, e il Tito Livio degli Arabi, terminò la sua storia generale
l'anno 302 dell'Egira (A. D. 914). Sollecitato da' suoi amici, ridusse
la sua Opera di trentamila fogli a più discreta misura; ma non si
conosce l'originale Arabo che per le versioni fattene in lingua Persiana
e Turca. Dicesi che la storia de' Saraceni, di Ebu-Amir o Elmacin, sia
un ristretto della grande storia di Tabari. (Ockley, _Hist. of the
Saracens_, vol. II, _Prefazione_, pag. 39, _e Lista degli autori_, di
d'Herbelot, p. 866, 870, 1014).

[220] Oltre la lista degli autori Arabi data da Prideaux (_Vita di
Maometto_, pag. 179, 189), Ockley (sul fine del secondo volume) e Petis
de la Croix (_Hist. de Gengis-Kan_, p. 525-550), s'incontra nella
Biblioteca orientale, articolo _Tarikh_, un catalogo di due o trecento
storie o croniche dell'Oriente, delle quali solo tre o quattro sono
anteriori a Tabari. Reiske (ne' suoi _Prodidagmata ad Hagji chalifae
librum memorialem ad calcem Abulfedae Tabulae Syriae_, Leipzig, 1766) fa
una viva dipintura della letteratura orientale, ma non ebbe effetto il
suo disegno, nè la version francese annunciata da Petis de la Croix
(_Hist. de Timur-Bec_, tom. I, _Prefazione_, pag. 45).

[221] Indicherò opportunamente gli storici e i geografi speciali: ma
nella narrazione generale ebbi per guida le seguenti opere: 1. _Annales
Eutychii, patriarchae Alexandrini, ab Edwardo Pocockio_, Oxford, 1656, 2
vol. in 4. È questa una pomposa edizione d'un autore assai tristo.
Pocock lo tradusse per appagare i pregiudizi presbiteriani di Selden,
amico suo. 2. _Historia Saracenica Georgii Elmacin, opera et studio
Thomae Erpenii_, _in_ 4., _Lugd. Batav._, 1625. Vuolsi che Erpenio
traducesse frettolosamente un manoscritto guasto, e la sua versione in
fatti è piena zeppa di spropositi e di difetti di stile. 3. _Historia
compendiosa Dynastiarum a Gregorio Abulpharagio, interprete Edwardo
Pocockio_, _in_ 4., Oxford, 1663. Essa è più utile alla storia
letteraria che alla civile dell'oriente. 4. _Abulfedae Annales Moslemici
ad ann. hegyrae 406, a Jo. Jac. Reiske_, _in_ 4., Leipzig, 1754. La
migliore è questa delle nostre cronache e per l'originale e per la
versione, ma è molto inferiore alla fama d'Abulfeda. Sappiamo ch'egli
scrisse a Hamah nel secolo quattordicesimo. I tre primi autori erano
cristiani, e fiorirono nel decimo, duodecimo, e tredicesimo secolo.
Nacquero i due primi in Egitto; l'un d'essi era patriarca de' Melchiti,
e l'altro uno scrittore Giacobita.

[222] Il Sig. di Guignes (_Storia degli Unni_, t. I, _Prefaz._ p. 19,
20) ha con esattezza e cognizion di causa fatto il carattere di due
spezie di storici Arabi, del freddo analizzatore, e dell'oratore pomposo
e tumido nello stile.

[223] _Biblioteca orientale_, del Sig. d'Herbelot, _in folio_, _Parigi_,
1697. Si consulti sul merito di questo pregevole autore il suo amico
Thevenot (_Viaggi in Levante_, part. 1, c. 1). La sua opera è un tessuto
di varietà che debbono andare a genio di tutti i gusti; ma non ho mai
saputo tollerare l'ordine alfabetico da lui seguìto; e lo trovo poi più
gradevole nella storia della Persia che in quella degli Arabi. Il
supplimento aggiuntovi, da poco tempo in qua, coll'aiuto degli scritti
de' Sig. Visdelou e Galland (_in folio_, Aia, 1775) val meno d'assai. È
un ammasso di novelle, di proverbi, di particolarità su le antichità
cinesi.

[224] Pocock spiega la cronologia della dinastia degli Almondari
(_Specimen, Hist. Arabum_, p. 66-74), e d'Anville dà le notizie relative
alla situazion geografica de' loro Stati (l'_Eufrate e il Tigri_, p.
125). Il dotto Inglese sapea l'arabo più del Muftì d'Aleppo (Ockley,
vol. II, p. 34). A qualunque secolo, a qualsiasi paese del Mondo si
trasporti il geografo Francese, egli si trova per tutto nella sua
giurisdizione.

[225] _Fecit e Chaled plurima in hoc anno praelia, in quibus vicerunt
Muslimi et INFIDELIUM immensa multitudine occisa spolia infinita et
innumera sunt nacti_ (_Hist. Saracen._, p. 20). L'annalista cristiano si
fa lecita bene spesso la parola _infedeli_, nazionale pe' Musulmani, la
quale risparmia lunghe numerazioni; mi do a credere che non sarò di
scandolo a veruno se frequentemente l'imito.

[226] Un ciclo di centovent'anni, nella fine del quale un mese
intercalare di trenta giorni equivaleva al nostro anno bisestile, e
rintegrava l'anno solare. Nel volgere di millequattrocento quaranta
anni, questa intercalazione applicavasi successivamente dal primo al
duodecimo mese; ma Hyde e Freret discutono la gran quistione, se dodici,
o solamente otto cicli, si compierono prima dell'Era di Yezdegerd, da
tutti assegnata al 16 Giugno A. D. 632. Quanto è mai l'ardore degli
Europei nel disaminare i punti più rimoti ed oscuri d'antichità! (Hyde,
_De religione Persarum_, c. 14-18, p. 181-211; Freret, _Mém. de
l'Académie des inscriptions_, t. XVI, p. 233-267).

[227] L'Era di Yezdegerd del 16 Giugno 632, cade nel quinto giorno dopo
la morte di Maometto, avvenuta il 7 Giugno A. D. 632; e il suo
esaltamento al trono non può porsi più in là della fine dell'anno primo.
Non potevano adunque i suoi predecessori aver avuto incontri di
resistere all'armi del Califfo Omar; e queste date incontestabili
rovesciano la cronologia sconsiderata d'Abulfaragio. _V._ Ockley, _Hist.
of the Saracens_, vol. I, pag. 130.

[228] Cadesia, dice il Geografo di Nubia (p. 121), è posta _in margine
solitudinis_, sessantuna leghe distante da Bagdad, e due stazioni da
Cufa. Otter (_V._ t. I, pag. 163) numera quindici leghe, e osserva che
vi si trovano datteri e acqua.

[229] _Atrox, contumax, plus semel renovatum_; son queste le espressioni
ben appropriate del traduttore d'Abulfeda (Reiske, p. 69).

[230] D'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 297-348.

[231] Potrà cogliere il Lettore notizie soddisfacenti intorno a Bassora
nella _Geogr. di Nubia_, p. 121; in d'Herbelot (_Bibl. orient._ p. 192);
in d'Anville (l'_Eufrate e il Tigri_, p. 130, 133-145); in Raynal
(_Hist. philosoph. des Deux-Indes_, t. II, pag. 92-100); ne' viaggi di
Pietro della Valle (t. IV, p. 370-391); in Tavernier (t. I, p. 240-247);
in Thevenot (t. II, p. 545-584), in Otter (t. II, p. 45-78); in Niebuhr
(t. II; p. 172-199).

[232] _Mente vix potest numerove comprehendi quanta spolia..... nostris
casserint_ (Abulfeda, p. 69). Presumo peraltro che il conto stravagante
d'Elmacin sia un errore della traduzione, e non del testo. Ho veduto che
i traduttori d'opere antiche, di libri greci, per esempio, sono cattivi
computisti.

[233] L'albero della canfora cresce nella Cina e nel Giappone, ma si
danno parecchi quintali di questa canfora, di qualità inferiore, per una
libbra di gomma di Borneo, e di Sumatra, assai più preziosa (Raynal,
_Hist. philosoph._, t. I, pag. 362-365; _Dictionnaire d'Hist.
naturelle_, par Bomare; Millar, _Gardener's Dictionary_). Forse da
Borneo e da Sumatra portarono di poi gli Arabi la loro canfora
(_Géograph. nubien._, p. 34, 35, d'Herbelot, p. 232).

[234] _V._ Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. I, p. 376, 377. Posso bensì
credere il fatto ma non la profezia.

[235] La torre di Belo a Babilonia, ed il vestibolo di Cosroe a
Ctesifone son le rovine più considerevoli della Assiria. Furono visitate
da Pietro della Valle, viaggiatore curioso e vanaglorioso. (t. I, p.
713-718; 731-735).

[236] Si consulti l'articolo Coufah della Biblioteca di d'Herbelot (p.
277, 278), e il secondo volume dell'istoria d'Ockley, particolarmente le
pagine 40 e 153.

[237] _V._ l'articolo Nehavend di d'Herbelot (pag. 667-668), ed i
_Voyages en Turquie et en Perse_, di Otter, tom. I, pag. 191.

[238] Con questa ignoranza e questo tuono d'ammirazione descriveva
l'oratore Ateniese i conquisti fatti verso il settentrione da
Alessandro, il quale per altro non oltrepassò mai le rive del mar Caspio
Αλεξανδροσε εξω της αρκτου και της οικουμενης, ολιγου δειν, πασης
μεθησηκει _Alessandro trapassò l'Orsa, e quasi scorse tutta la
Terra_ (Eschine, _contro Tesifonte_ t. III, pag. 534, _ediz. greca degli
orat._, Reiske). Questa causa memorabile fu perorata in Atene (_Olimp._
CXII, 3) l'anno 330 avanti G. C., in autunno (Taylor, _Prefaz._, p. 370,
etc.), un anno in circa dopo la battaglia di Arbella. Alessandro allora
inseguiva Dario, e marciava verso l'Ircania e la Battriana.

[239] Abbiam questo fatto curioso nelle Dinastie di Abulfaragio, p. 116.
È inutile provare l'identità di Estachar e di Persepoli (d'Herbelot, p.
327), e lo sarebbe di più copiare i disegni e le descrizioni che ne son
date dal Chardin e da Corneille-le-Bruyn.

[240] Dopo il racconto della conquista di Persia, aggiugne Teofane:
αυτω δε τω χρονω εκελευσεν Ουμαρος αναγραφηνωι πασαν την υπ’ αυτον
οικουμενην, εγενοτο δε η αναγραφη και ανθρωπων και κτηνων και φυτων
_e nel tempo stesso ordinò Omar l'enumerazione di quanto era nel
paese a lui soggetto, e questa descrizione comprese gli uomini, le
bestie, e le piante_ (_Cronograph._, p. 283).

[241] Nella quasi totale mancanza di monumenti per questa parte di
Storia, duolmi che il d'Herbelot non abbia trovato ed adoperato la
traduzione in lingua persiana dell'Opera di Tabari, corredata, per
quanto egli dice, di parecchi estratti degli annali scritti dai Ghebri o
Magi (_Bibl. orient._, p. 1014).

[242] Quanto sappiamo di più autentico de' fiumi di Sihon (Jaxarte) e
del Gihon (Oxo), si trova nell'opera del Sceriffo Al-Edrisi (_Geogr.
nubien._, p. 138), in Abulfeda (_Descript. Korasan in_ Hudson, t. III,
p. 23), nello scritto di Abulghazi-Khan, che regnava sulle rive di que'
due fiumi (_Hist. généalog. des Tatars_, p. 32, 57, 766), e nel geografo
turco, manoscritto che sta nella Biblioteca del re di Francia (_Examen
critique des historiens d'Alexandre_, p. 194-360).

[243] Abulfeda (pag. 76, 77) descrive il territorio della Fargana.

[244] _Eo redegit angustiarum eumdem regem exulem, ut Turcici regis et
Sogdiani, et Sinensis auxilia missis litteris imploraret_ (Abulfeda,
_Annal._, p. 74). Il Freret (_Mémoires de l'Acad. des inscript._, t.
XVI, p. 245-255) e il de Guignes (_Hist. des Huns_, t. I, p. 54-59)
hanno sparsa molta luce sull'istoria di Persia, e quella della Cina. Il
Signor de Guignes presenta molte particolarità geografiche sulle
frontiere de' due paesi (t. I, p. 1-43).

[245] _Hist. Sinica_, p. 41-46, nella terza parte delle Relazioni
curiose del Thevenot.

[246] Mi sono ingegnato di porre d'accordo i racconti di Elmacin (_Hist.
Saracen._, pag. 37), d'Abulfaragio (_Dynast._, p. 116), d'Abulfeda
(_Annal._, pag. 74-79) e del d'Herbelot (p. 485). La fine di Yezdegerd
non solo fu lagrimevole ma oscura.

[247] Yezdegerd lasciò due figlie: l'una sposò Hassan figlio di Alì,
l'altra Mohammed figlio di Abubeker; ebbe Hassan una posterità numerosa.
La figlia di Firuz si maritò al Califfo Valid: Yezid loro figlio vantava
un'origine, o vera o favolosa, dai Cosroe della Persia, dai Cesari di
Roma, e dai Chagan dei Turchi o degli Avari (d'Herbelot, _Bibl.
orient._, p. 96-487).

[248] Questo coturno, valutato duemila pezze d'oro, fu raccolto da
Obeidollah figlio di Ziyad, che divenne poi nome abbominevole per
l'assassinio che commise di Hosein. (Ockley, _History of the Saracens_,
vol. II, p. 142, 143). Salem suo fratello avea seco la sua sposa, ed è
questa la prima moglie araba che passasse l'Oxo (A. D. 680), la quale
prese in prestito, od anzi rubò la corona e le gemme della regina dei
Sogdiani. (p. 231-232).

[249] Il signor Greaves ha tradotto parte della geografia d'Abulfeda, e
l'ha inserita nella raccolta dei _Geographi minores_ di Hudson (t. III),
col titolo di _Descriptio Chorasmiae_ et Mawaralnahrae, _id est,
regionum extra fluvium Oxum, p. 80_. Petis de la Croix (_Hist. de
Gengis-kan_, etc.) e alcuni autori moderni, di quelli che scrissero
sulle contrade dell'oriente, impiegano a ragione la parola Transoxiana
più grata all'orecchio, e che significa lo stesso; ma s'ingannano quando
l'attribuiscono agli Scrittori della antichità.

[250] Elmacino (_Hist. Saracen._, p. 84), d'Herbelot (_Bibl. orient._,
Catibah, Samarcanda, Valid) e il de Guignes (_Hist. des Huns_, t. I, p.
58-59) accennano succintamente le conquiste di Catibah.

[251] Si è inserita nella _Bibliotheca arabico-hispana_, una curiosa
descrizione di Samarcanda (t. I, p. 208 ec.). Il bibliotecario Casiri,
seguendo un testimonio degno di fede, (t. II, 9) narra che la carta fu
portata per la prima volta dalla Cina a Samarcanda (A. E. 30), e che fu
inventata o piuttosto introdotta alla Mecca (A. E. 88). La Biblioteca
dell'Escuriale possede un manoscritto in carta che appartiene al quarto
o quinto secolo dell'Egira.

[252] Al-Wakidi, Cadì di Bagdad, che nacque A. D. 748, che morì A. D.
822, ha composto una storia particolare del conquisto della Sorìa; ha
pure scritta la storia del conquisto dell'Egitto, del Diarbekir ec.
Al-Wakidi, migliore dei Cronichisti sterili e recenti degli Arabi, ha il
doppio merito d'essere antico, e molto minuto nel raccontare; le
novelle, e le tradizioni che riferisce dipingono senza arte la natura
umana e il suo secolo: per altro la sua narrazione è troppo spesso
difettosa, piena di particolarità meschine e inverosimili. Sinchè non si
scoprano opere migliori sarà preziosa la versione datane dal dotto e
franco Ockley, e questo autore non merita le critiche virulente che
Reiske si permise (_Prodidagmata ad Hadji califae Tabulas_, p. 236). Mi
duole il cuore a pensare che Ockley terminò il suo lavoro in prigione
(_V._ la Prefazione del primo volume, A. D. 1708, e la Prefazione del
secondo, 1718, colla lista degli autori che sta in fine).

[253] Al-Wakidi ed Ockley (t. I; p. 22-27 ec.) riferiscono le istruzioni
ec., sulla guerra di Sorìa. È d'uopo restringere in poco le notizie che
danno, ed è inutile citarle di continuo; mi credo obbligato a indicare
gli altri Scrittori.

[254] Non ostante questo precetto, il Signor de Paw (_Recherches sur les
Egyptiens_, t. II, p. 192 ediz. di Losanna) rappresenta i Bedoini come
nemici implacabili dei monaci cristiani. Per me credo che si possa
spiegare questa contraddizione da una parte colla avidità degli Arabi,
dall'altra coi pregiudizi del filosofo Tedesco.

[255] Anche nel settimo secolo i monaci in generale erano laici con
capellatura lunga e sparsa, che poi tagliavano quando erano ammessi al
sacerdozio. La tonsura circolare era emblematica, e mistica; figurava la
Corona di Spine che fu messa in capo a Gesù Cristo; ma indicava altresì
il diadema reale, ed ogni sacerdote era un re ec. (Thomassin,
_Discipline de l'Eglise_ t. I, p. 721-758, e specialmente, p. 737-738).

[256] _Hinc Arabia est conserta, ex alio latere Nabathaeis contigua;
opima varietate commerciorum, castrisque oppleta validis et castellis,
quae ad repellendos gentium vicinarum excursus, sollicitudo perviget
veterum per opportunos saltus erexit et cautos._ (Amm. Marcell., XIV, 8;
Reland, _Palest._, t. I, p. 85, 86).

[257] Ammiano loda le fortificazioni di Gerasa, di Filadelfia, e di
Bosra, _firmitate cautissimas_. Meritavano gli stessi elogi al tempo di
Abulfeda (_Tab. Syr._ p. 99), il quale descrive questa città, metropoli
di Hawran (Auranitis), lontana quattro giornate da Damasco. Il Reland ne
spiega la etimologia ebraica (_Palest._ t. II, p. 666).

[258] Maometto che predicava la sua religione in un deserto, ed a
guerrieri, dovè permettere che in mancanza di acqua si facessero le
abluzioni colla sabbia (_Koran_. c. 3, p. 66: c. 5, p. 83); ma i casisti
Arabi e Persiani hanno imbrogliato questa permission pura e semplice in
un ammasso di delicatezze, e di distinzioni (Reland, _De relig. Moham._
l. I, p. 82, 83; Chardin, _Voyages en Perse_, t. IV).

[259] _Sonarono le campane_ (Ockley t. I, p. 38). Ma dubito forte che il
testo di Al-Wakidi, o l'uso del tempo, non possano giustificare questa
espressione. _Ad Graecos_, dice il dotto Ducange (_Gloss. med. et infim.
Graecit._, t. I, p. 774) _campanarum usus, serius transit et etiamnum
rarissimus est._ L'epoca più antica in cui dagli scrittori di Bisanzio
si faccia menzione delle campane è riportata all'anno 1040. Ma
pretendono i Veneziani d'avere introdotte le campane a Costantinopoli
sin dal nono secolo.

[260] Si trova una minuta descrizion di Damasco presso il Sceriffo
Al-Edrisi (_Geogr. nubien_, pag. 116, 117) e Sionita suo traduttore
(_Appendix_, c. 4) Abulfeda (_Tabul. Siriae_, p. 100), Schultens (_Index
Geogr. ad vit. Saladin_), d'Herbelot (_Bibl. orient._ pag. 291),
Thevenot (_Voyages du Levant_, part. I, pag. 688-698), Maundrell
(_Voyage d'Alep à Jerusalem_, p. 122-130) e Pocock (_Descript. de
l'Orient_, vol. II, p. 117-127).

[261] _Nobilissima civitas_, dice Giustino. Secondo le tradizioni
orientali era anteriore ad Abramo o a Semiramide. (Giuseppe, _Antiq.
jud._ l. I, c. 6, 7, p. 24-29 edit. Havercamp. Justin. XXXVI, 2).

[262] Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον,
την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων
καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων
πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. _Imperocchè io reputo doversi
veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto
l'Oriente,_ Damasco io dico, _quella santa città è la maggiore fra tutte
l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la
temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la
fertilità del terreno_ ec. (Giuliano _epist._ 24, p. 392). Questi begli
epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda
l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec.
(p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole
autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa
lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non
cresce che παρα ημιν _nel nostro paese_) era un abitante di
Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?

[263] Voltaire che dà un'occhiata vivace e penetrante alla superficie
dell'istoria, è stato sorpreso dalla somiglianza che trovasi fra i primi
Musulmani e gli eroi dell'Iliade, tra l'assedio di Troia e quello di
Damasco (_Hist. générale_, t. I, pag. 348).

[264] È un passo del Corano, c. IX, 32: LVI, 8. I Musulmani, come i
fanatici Inglesi dell'ultimo secolo, citavano ad ogni occasione le loro
scritture sia nelle conversazioni familiari, sia nei casi di qualche
momento; per altro queste citazioni non erano tanto bizzarre quanto le
frasi ebraiche trapiantate nel clima e nel dialetto della Gran
Brettagna.

[265] Il nome di Werdan non era noto a Teofane, e comunque abbia potuto
appartenere a un capitano Armeno, nella terminazione e nella pronunzia
non manifesta origine greca. Se gli storici Bizantini sfigurano i nomi
orientali, gli Arabi rendettero ad essi una pariglia, come prova questo
caso speciale; trasponendo le lettere greche da destra a sinistra si
scontra nel nome assai comune di _Andrew_ l'anagramma di _Werdan_, e in
questa guisa è accaduto forse lo sbaglio di nome.

[266] La vanità persuase agli Arabi che Tommaso fosse genero di Eraclio.
Si sanno i figliuoli che ebbe Eraclio da due mogli, e sicuramente la sua
augusta figlia non s'era maritata per vivere in esigilo a Damasco. (_V._
Ducange _Fam. byzant._ p. 118-119). Se Eraclio fosse stato men pio,
crederei quasi che si trattasse d'una figlia naturale.

[267] Al-Wakidi (Ockley p. 101) scrive che Tommaso scagliava _dardi
avvelenati_; ma questa invenzione dei Selvaggi è tanto contraria all'uso
dei Greci e de' Romani, ch'io diffido molto in questo caso della
credulità malevola de' Saraceni.

[268] Abulfeda non conta che settanta giorni spesi nell'assedio di
Damasco (_Annal. Moslem._ p. 67, vers. Reiske); ma Elmacin, che
riferisce questa opinione, prolunga a sei mesi la durata dell'assedio, e
dice che i Saraceni fecero uso di _baliste_ (_Hist. Saracen._ p. 25-32).
Nemmeno quest'ultimo conto basta a riempiere lo spazio che si trova fra
la battaglia di Aiznadin (luglio A. D. 633) e l'esaltamento di Omar (24
luglio A. D. 634), sotto il regno del quale tutti gli autori d'accordo
pongono la presa di Damasco (Al-Wakidi presso Ockley vol. I, p. 115,
Abulfaragio, _Dynast._ pag. 112, vers. Pocock). Forse, come alla guerra
di Troia, furono interrotte le operazioni dell'assedio da scorrerie sino
agli ultimi settanta giorni dell'assedio.

[269] Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani
Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di
Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (_V._
pure. Eutichio _Annal._, t. II, p. 379, 380-383).

[270] La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes,
che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie
inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di
rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di
quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli
attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la
disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli
Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i
cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled
e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che
dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli.
Scioglimento totalmente inetto.

[271] Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono
tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p.
13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato
l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio
delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in
Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli
itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p.
146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).

[272] _Dair Abil Kodos._ Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e
significa _santo_, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed
Eliopoli. Questo nome (_Abil_ vuol dire una vigna) concorre, colla
situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, _Palest._, t. I, p.
317; t. II, p. 525-527).

[273] Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire
nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile
cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che
non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.

[274] «Udimmo il _tecbir_, così chiamano gli Arabi il grido di guerra,
quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e
sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle
lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della
seconda conjugazione, da _kabbara_, che significa lo stesso che _Alla
acbar_, _Dio è onnipotente_.

[275] La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica
della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo
e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del
Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale
cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock
intitolato, _Descrizione dell'oriente_ (della Sorìa, e della Mesopotamia
vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo
spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.

[276] L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την
μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν,
_ed è abitata da molta e felice popolazione_ (in _Perieges._, v. 902, in
t. IV, _Geograph. minor._ Hudson). In un altro passo chiama questo paese
πολυπτολιν αιαν _terra popolata di città_ (v. 898); poi continua:

    Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη
    Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.

                                           v. 921, 922.

_Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per
arricchire di frutta le piante_ (v. 921, 922).

Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione
del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che
mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, _Biblioth.
graec._ l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)

[277] Il dotto e giudizioso Reland (_Palest._, t. I, p. 311-326) ha
descritto eccellentemente la topografia del Libano, e dell'anti-Libano.

[278]

    _ — Emesae fastigia celsa renident_
    _Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras_
    _Turribus in coelum nitentibus: incola claris,_
    _Cor studiis acuit....._
    _Denique flammicomo devoti pectora soli_
    _Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,_
    _Et tamen his certant celsi fastigia templi._

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano
nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo
con Fabricio (_Bibl. latin._, t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro
l'avviso del Salmasio (_ad Vopiscum_, p. 366, 367, _in Hist. August._),
attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui
attinse.

[279] Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell
(_Journey_ pag. 134-139) che del pomposo _in folio_ del dottor Pocock
(_Description de l'orient_, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica
descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che
trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno
sparire tutte le descrizioni anteriori.

[280] Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un
espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek
furono opere delle fate o dei genii (_Hist. de Timur-Bec_, t. III, l. V,
c. 23, p. 311, 312; _Voyage_ d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e
Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che
suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. _Non sunt
in omni Syria aedificia magnificentiora his_ (_Tabula Syriae_, p. 103).

[281] Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo:
_Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos._ Alcuni ufficiali
Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li
alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece
Manuele che sorridere.

[282] _V._ Reland (_Palestine_, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775).
Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa,
poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina,
dell'ebraica ed araba. Il Cellario (_Geogr. antiq._, t. II, p. 392) e il
d'Anville (_Geogr. anc._ t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del
Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro
della loro vittoria.

[283] Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli
Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a
combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).

[284] Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri
quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241).
Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo,
mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le
lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.

[285] Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge:
(_Cronogr._ pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του
Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το
Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν
_venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di
Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano
seguìta presso Tabita_ (vuol forse parlare di Aiznadin?), _e l'altra
presso Yermuk con enorme strage._ — La sua narrazione è breve ed oscura;
ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al
vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι
εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας
στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, _e non potendo_
(i Romani) _star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano
debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume
dell'Yermuk, quivi annegati perivano_.

[286] _V._ Abulfeda (_Annal. Moslem._, p. 70, 71) il quale riferisce le
lamentazioni poetiche di Jabalah medesimo, e gli elogi d'un poeta Arabo,
a cui, per mezzo d'un ambasciatore d'Omar, furon mandate dal Capo della
tribù di Gassan cinquecento pezze d'oro.

[287] _La Terra Santa, ovvero la Palestina, devesi considerare
consacrata per le rivelazioni di Mosè, e perchè vi condusse la vita Gesù
Cristo, e perchè in essa s'operò il mistero della Redenzione de' fedeli,
ma non già per alcuna relazione a Maometto; nè Gesù Cristo ha bisogno di
quella riverente stima, che Maometto gli professò, e molto meno importa
a' fedeli Cristiani, che i Musulmani avessero divozione per
Gerusalemme._ (Nota di N. N.)

[288] L'uso de' profani avea prevalso nel nome della città: era
conosciuta dai devoti cristiani per quello di Gerusalemme (Euseb. _De
martyr. Palest._, c. II); ma la denominazione legale e popolare di
_Aelia_ (la colonia d'Elio Adriano) era dai Romani passata agli Arabi
(Reland _Palest._, t. I, p. 209, t. II, p. 835; di Herbelot _Bibl.
orient._, articolo _Cods_, p. 269; _Ilia_, p. 420). L'epiteto _Al-Cods_,
la santa, è il nome che gli Arabi propriamente danno a Gerusalemme.

[289] _Non devesi nè paragonare, nè confondere il fanatismo de'
Musulmani, che li rese vittoriosi e propagatori della lor religione,
collo zelo di cui erano animati i Cristiani per difendere il Santo
Sepolcro._ (Nota di N. N.)

[290] Ockley (vol. I, p. 250) e Murtadi (_Merveilles de l'Egypte_, p.
200-202) ci descrivono questo viaggio singolare, e il treno di Omar.

[291] Citano gli Arabi con fasto un'antica profezia conservata a
Gerusalemme, la quale indicava Omar per nome, per la religione e colla
descrizione della persona, come eletto a conquistare quella città. È
fama che usassero i Giudei un pari artificio per solleticare l'orgoglio
di Ciro e di Alessandro che andavano a soggiogarli. (Giuseppe, _Antiq.
jud._, l. XI, c. 1-8, p. 547, 579-582).

[292] Το βδελυγμα την ερημοσεως το ρηθεν δια Δανιηλ του προφωητου, εστως
εν τοπω αγιω _il lezzo della desolazione, indicato da Daniele profeta,
entrato nel Luogo Santo_. (Theoph. _Chronogr._, p. 281). Sofronio, un
de' teologi che comparvero più profondi nella controversia de'
Monoteliti, fece servire alla circostanza presente questa predizione che
ad Antioco ed ai Romani era già stata applicata.

[293] Stando ai calcoli esatti del d'Anville (_Dissert. sur l'ancienne
Jérusalem_, pag. 42-54), la moschea d'Omar, che fu ampliata ed abbellita
dai Califfi suoi successori, ingombrava, sul terreno dell'antico tempio
di Salomone (παλαιον του μεγαλου ναου δαπεδον _l'antico pavimento
del gran tempio_, dice Foca) uno spazio lungo duecento quindici, e largo
centosettantadue _tese_. Il geografo di Nubia asserisce che questo
magnifico edifizio per estensione e bellezza non era vinto che dalla
gran moschea di Cordova (p. 113), dal signor Swinburne rappresentata con
tanta eleganza qual è presentemente (_Travels into Spain_, p. 296-302).

[294] Ockley ha trovato nei manoscritti di Pocock, che si conservano in
Oxford (vol. I, pag. 257), una delle tante tarikhs arabe o cronache di
Gerusalemme (d'Herbelot, p. 867), delle quali ha fatto uso per supplire
al difettoso racconto di Al-Wakidi.

[295] La storia persiana di Timur (tom. III, l. V, cap. 21, p. 300)
descrive il castello d'Aleppo come un Forte costrutto sopra una roccia
alta cento cubiti, prova, dice il traduttor francese, che non era stata
veduto dall'autore. Oggi è in mezzo alla città; non è munito, non ha che
una porta, la sua circonferenza è di cinque o seicento passi, e la fossa
è piena per metà d'acque stagnanti (_Voyages de Tavernier_, t. I, p.
149; Pocock, vol. II, part. I, p. 150). Le Fortezze dell'oriente son pur
poca cosa per un Europeo.

[296] È assai importante la data della conquista d'Antiochia sotto gli
Arabi; confrontando le epoche della Cronologia di Teofane cogli anni
dell'Egira, portati dalla storia d'Elmacin, apparirà che quella piazza
fu presa tra il ventitre gennaio, e il primo settembre 638 dell'Era
cristiana (Pagi, _Critica_, _in Baron., Annal._, t. II, pag. 812, 813).
Al-Wakidi (Ockley, v. I, p. 314) pone questo fatto nel martedì 21
agosto, data impossibile, poichè essendo in quell'anno caduta la Pasqua
nel cinque aprile, deve il 21 agosto essere stato un venerdì. (_V._ le
Tavole dell'_arte di verificare le date_).

[297] L'editto favorevole di Cesare, per cui la città riconoscente
contava la sua epoca dalla vittoria di Farsaglia, fu segnato εν
Αντιοχεια τη μητροπολει, ιερακαι ασυλω, και αυτονομω και αρχουση και
προκαθημενη της ανατολης _in Antiochia capitale santa ed inviolata, e
libera, e dominante, e preside dell'Oriente_. (Giovanni Malala _in
Chron._, p. 91, ediz. di Venezia). Convien distinguere ne' suoi scritti
i fatti relativi al suo paese da lui ben conosciuto, da quelli
dell'istoria generale dei quali è un solenne ignorante.

[298] _Qui l'Autore intende parlare del Monotelismo, ossia di
quell'eresia, od opinione erronea, che sosteneva esservi in Gesù Cristo
una sola volontà. Ecco lo stato della controversia, e come fu decisa dal
Concilio ecumenico, ossia generale VI, l'anno 680._

_Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù
Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni
prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due
persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di
difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva
talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il
Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro
Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure
ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche,
che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani
pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il
Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani,
dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza
confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una
sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata
prima già condannata._

_Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una
sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere
questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente
distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia
azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù
Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano
persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico._

_Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole
e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè
stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una
intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque
altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e
volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito
nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù
Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo
principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque
la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo,
che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi
sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de'
vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio
generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che
queste cose sostenevano:_

I. _Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha
che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi
dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se
l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della
volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza
della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre
volontà, il che è falso._

II. _Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di
sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza;
se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che
conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e
delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa
colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe
che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si
fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù
Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del
Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una
sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due
nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno
le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono
Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non
racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra
umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù
Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la
divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il
Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto
della sua sapienza._

_I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono
vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo
con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si
lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due
operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi
d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati.
Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti
del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei
cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in
Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si
trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza
mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma
che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò
d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i
chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro,
Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna
di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da'
difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert.
II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19.
Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure
intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage,
Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae
etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli,
Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti._ (Nota di N.
N.).

[299] _V._ Ockley (vol. I, p. 308-312), che pone in ridicolo la
credulità del suo autore. Quando Eraclio fece questo addio alla Sorìa,
_Vale, Syria, et ultimum vale_, profetizzò che i Romani non
rimetterebbero il piede in quella provincia che dopo la nascita di un
funesto rampollo, che sarebbe il flagello dell'Impero (Abulfeda, p. 68).
Io non conosco nè poco nè punto il senso mistico di questa predizione,
che forse non ne aveva di sorta alcuna.

[300] Nel buio dell'oscura ed inesatta cronologia di questi tempi ho per
guida un monumento autentico (che sta nel libro delle cerimonie di
Costantino Porfirogenito) il quale attesta, che il 4 giugno, A. D. 638,
l'imperatore coronò nel palagio di Costantinopoli Eraclio suo figlio
cadetto alla presenza di Costantino suo figlio primogenito, e che il 1
gennaio, A. D. 639, i tre principi andarono alla gran chiesa, e il 4
all'Ippodromo.

[301] Sessantacinque anni prima di Cristo, _SYRIA Pontusque monumenta
sunt Cn. Pompeii virtutis_ (_Vell. Paterculus_, II, 38), o piuttosto
della sua fortuna e potenza: dichiarò provincia romana la Sorìa: e gli
ultimi dei principi Seleucidi furono inetti ad armare un sol braccio in
difesa del lor patrimonio (_V._ i testi originali raccolti dall'Usserio.
_Annal._, p. 420).

[302] Abulfeda, _Annal. Moslem._ p. 73. Poteva Maometto aver la
scaltrezza di variare gli elogi pe' suoi discepoli. Era solito dire
d'Omar, che se potesse esservi dopo lui un Profeta Omar lo sarebbe, e
che sarebbe risparmiato dalla giustizia divina in una disgrazia generale
(Ockl. vol. I, p. 221).

[303] Al-Wakidi pure avea scritto l'istoria della conquista del
Diarbekir ossia della Mesopotamia (Ockley, sul fine del secondo volume)
non veduta, per quanto pare, dai nostri interpreti. La cronaca di
Dionigi di Telmar, patriarca giacobita, racconta la presa di Edessa, A.
D. 637, e di Dara, A. D. 641 (Assemani _Bibl. ortent._ t. II, pag. 103);
e i lettori attenti ponno attignere alcuni particolari incerti dalla
_Cronografia_ di Teofane (p. 280-287). La maggior parte delle città
della Mesopotamia si arresero spontanee (Abulfaragio, p. 112).

[304] _Sanno i dotti che cotale lettera è apocrifa._ (Nota di N. N.)

[305] Sognò di essere in Tessalonica, sogno del tutto innocente e
insignificante; ma il suo indovino, o la sua vigliaccheria gli fecero un
presagio certo di sconfitta racchiuso in quella funesta parola βες αλλω
νικην, dà la vittoria a un altro (Teoph. p. 286: Zonara t. II,
l. XIV, p. 88).

[306] Tutti i passi e tutti i fatti relativi all'isola, alla città e al
colosso di Rodi furon raccolti nel laborioso Trattato di Meursio, che
fece le stesse ricerche sulle isole di Creta e di Cipro (_V._ nel terzo
volume delle sue opere il Trattato denominato _Rhodus_ l. I, c. 15; p.
715-719). L'ignoranza di Teofane e di Costantino, scrittori dell'istoria
Bizantina, fa ascendere a mille trecento sessant'anni lo spazio di tempo
trascorso fra la caduta del colosso di Rodi e la vendita de' suoi
frantumi fatta da' Saraceni, e scioccamente assicurano che quei rottami
fecero il carico di trentamila cammelli.

[307] _Centum colossi alium nobilitaturi locum_, scrive Plinio col suo
spirito solito (_Hist. natur._, XXXIV, 18).

[308] Sappiam questo fatto dall'ardire d'una vecchia che gliene fece
rimbrotto in faccia al Califfo, e ad un suo amico. La quale fu mossa a
ciò dal silenzio d'Amrou e dalle liberalità di Moawiyah (Abulfeda,
_Annal. Moslem._, p. 111).

[309] Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. II, pag. 46 ec.) cita l'istoria o il
romanzo abissinio di Abdel-Balcides. Questi ragguagli per altro sulla
ambasceria e sull'ambasciatore non sono inverisimili.

[310] Questa risposta ci fu conservata dal Pocock (_Not. ad Carmen
Tograi_, p. 284), e il signor Harris (_Philosophical Arrangements_, p.
350) giustamente la loda.

[311] _V._, sulla vita e il carattere d'Amrou, Ockley (_Hist. of the
Saracens_, vol. I, p. 28, 63, 94, 328, 342, 344, e alla fin del volume;
vol. II, p. 51, 55, 57, 74, 110, 112, 162) e Otter (_Mém. de l'Acad. des
inscr._ t. XXI, p. 131-132). I lettori di Tacito raffronteranno
sicuramente Vespasiano e Muziano con Moawiyah e Amrou. L'analogia per
altro sta più nella situazione che nel carattere di questi personaggi.

[312] Anche Al-Wakidi ha composto un'istoria particolare della conquista
d'Egitto, ma Ockley non potè procacciarsela; e le indagini di
quest'ultimo (vol. I, p. 344-362) pochissimo aggiunsero al testo
originale d'Eutichio (_Annal._ t. II, p. 296-323, vers. Pocock),
Patriarca melchita d'Alessandria che visse tre secoli dopo quella
rivoluzione.

[313] Strabone, testimonio esatto ed osservatore, parlando d'Eliopoli,
nota che νυνι μεν ουν εκι πανερημος η πολις _ora è quella città
al tutto deserta_ (_Geographia_ l. XVII, p. 1158); ma parlando di Menfi
dice, πολις δ’εσι μεγαλη τε κα: ευανδρος δευτερα μετ’ Αλεξανδρειαν
_città grande e popolosa, seconda dopo Alessandria_ (p. 1161). Accenna
tuttavia la mescolanza d'abitatori, e la rovina dei palazzi. Ammiano
ragionando dell'Egitto, propriamente detto, pone Menfi fra le quattro
città, _maximis urbibus quibus provincia nitet_,(XXII 16), e il nome di
Menfi appare illustre nell'itinerario romano, e nella lista dei
vescovadi.

[314] Non si trovano che in Niebuhr, e nel geografo di Nubia (p. 98)
questi ragguagli curiosi su la larghezza (duemila novecento quarantasei
piedi) e sui ponti del Nilo.

[315] Comincia il Nilo ad ingrossare a poco a poco dopo il mese di
Aprile: l'elevazione si fa più sensibile nel tempo della luna che viene
dopo il solstizio d'estate (Plinio, _Hist. nat._, v. 10), e si pubblica
per lo più al Cairo nel giorno di S. Pietro (29 giugno). Da un registro
di trent'anni viene indicata la maggior altezza delle acque fra il 25
luglio e il 18 agosto (Maillet, _Descript. de l'Egypte_ lettera XI, p.
67, ec. Pocock, _Description de l'Orient_, vol. I, p. 200; Shaw's
_Travels_, p. 383).

[316] Murtadi, _Merveilles de l'Egypte_, p. 243-259. Si dilunga egli su
questo argomento con lo zelo, e collo spirito minuzioso d'un cittadino e
d'un devoto, e le sue tradizioni locali hanno gran sembianza di verità
ed esattezza.

[317] D'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 233.

[318] È benissimo conosciuta e fu descritta la situazione del vecchio e
nuovo Cairo. Due scrittori, che aveano perfetta cognizione dell'antico e
del moderno Egitto, fissarono dopo dotte indagini il sito di Menfi a
_Gizeh_ rimpetto al vecchio Cairo (Sicard, _Nouveaux Mémoires des
Missions du Levant_, t. VI, p. 5, 6; _Observat. et Voyages de Shaw_, p.
296-304). Dobbiam per altro rispettare non poco l'autorità e gli
argomenti del Pocock (vol. I, p. 25-41), del Niebuhr (_Voyage_, t. I, p.
77-106), e particolarmente del d'Anville (_Description de l'Egypte_, p.
111, 112, 130-149), i quali collocan Menfi appresso il villaggio di
Mohannah alcune miglia più abbasso verso mezzogiorno. Questi scrittori,
nel fervor della disputa, dimenticarono che il vasto terreno d'una
metropoli cuopre, ed annulla la più gran parte dello spazio che forma il
subbietto di questa discussione.

[319] _V._ Erodoto, l. III, c. 27, 28, 29: Eliano, _Hist. Var._ l. IV,
c. 8: Suida in Ωχος, t. II, p. 794; Diodoro di Sicilia t. II,
lib. XVII p. 197, ediz. di Wesseling. Των Περσων ησεβηκοτων εις τα ιερα,
_dei Persiani violatori dei templi_, dice l'ultimo di questi Storici.

[320] _Quei cristiani Egiziani, che non vollero ricevere la decisione
del Concilio ecumenico di Calcedonia, che aveva decretato contro
Eutiche, Abate di un monastero, esservi in Gesù Cristo due nature, sono
nominati_ Cofti, _o_ Copti, _o_ Giacobiti, _ed a cagione della loro
erronea opinione, d'esservi in Gesù Cristo una sola natura, sono detti
con greco vocabolo_ Monofisiti. _Al tempo del Concilio di Calcedonia ed
anche poco dopo erano intorno a seicentomila; oggidì sono ridotti a
circa quindicimila per le persecuzioni, e gli atroci massacri che ne
fecero i Cattolici sostenitori del Concilio di Calcedonia. Il Capo della
Chiesa Copta fu ed è il Patriarca d'Alessandria, successore di S. Marco
evangelista._

_Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di
Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de'
Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella
vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di
Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi
adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto.
La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio,
ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da
tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da
Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi
vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in
diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio
di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal
dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano
tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che
rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio
degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I
governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand.
pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle
loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito
a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio
implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i
decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui
soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in
generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò
all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche
oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro
antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I
Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè
volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi
sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la
divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua
persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto
nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza
particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è
stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana._ (Nota di N. N.).

[321] Mokawkas mandò al Profeta due vergini Cofte colle loro fantesche,
ed un eunuco; un vaso d'alabastro, una verga d'oro puro, dell'olio, del
mele, e le più belle tele dell'Egitto; un cavallo, un mulo, e un asino,
tutti e tre insigni per qualità particolari. L'ambasceria di Maometto
partì da Medina il settimo anno dell'Egira (A. D. 628) _V._ Gagnier
(_Vie de Mahomet_, t. II, p. 255, 256, 303) che copia Al-Jannabi.

[322] Eraclio aveva commessa al patriarca Ciro la prefettura
dell'Egitto, e la direzione della guerra (Theoph. p. 280, 281). «Non
consultate voi in Ispagna i vostri preti? diceva Giacomo II. — Sì, gli
rispose l'ambasciator del re Cattolico, e i nostri affari van di
conseguenza». Non oso davvero riferire i disegni di Ciro, che volea
pagare il tributo ai Musulmani senza scemar le rendite dell'imperatore,
e convertire Omar dandogli in isposa la figlia d'Eraclio. (Nicephor.,
_Breviar._ p. 17, 18).

[323] _V. la vita di Beniamino_ in Renaudot (_Hist. patr. Alexand._,
pag. 155-172) il quale ha corredata l'istoria del conquisto dell'Egitto
con alcuni fatti tolti dal testo arabo di Severo, isterico Giacobita.

[324] Il primario tra i Geografi, il d'Anville (_Mémoires sur l'Egypte_,
p. 52, 63), ci ha data la descrizion locale d'Alessandria; ma ne dobbiam
cercar alcune particolarità ulteriori ne' viaggiatori moderni: non
citerò che Thevenot (_Voyage au Levant_, part. I, p. 381-395); Pocock
(vol. I, p. 2-13); Niebuhr (_Voyage en Arabie_, t. I, p. 34-43); due
viaggi più recenti ed emuli, quelli del Savary e del Volney, potranno il
primo dilettare, l'altro istruire.

[325] Eutichio (_Annal._ t. II, p. 319), ed Elmacin (_Hist. Saracen._,
p. 28) son d'accordo nel fissar la presa d'Alessandria nel venerdì della
nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'Egira (22 dicembre A. D.
640). Contando i quattordici mesi passati davanti ad Alessandria, i
sette mesi davanti Babilonia ec., parrebbe che Amrou cominciasse
l'invasion dell'Egitto sulla fine dell'anno 638; ma si sa per cosa certa
che entrò in quel paese il dodici di bayni (sei giugno). (Murtadi,
_Merveilles de L'Egypte_, p. 164; Severo, _apud_ Renaudot p. 162). Il
general Saraceno, e poi Luigi IX re di Francia si fermarono a Pelusio, o
Damiata, durante l'inondazion del Nilo.

[326] Eutichio, _Annal._, t. II, p. 316-319.

[327] Non ostante qualche contraddizione fra Teofane e Cedreno, l'esatto
Pagi (_Critica_, t. II, pag. 824) ha ricavata da Niceforo e dalla
cronaca orientale la vera data della morte d'Eraclio. Finì egli i suoi
giorni l'11 febbraio, A. D. 641, 60 giorni dopo perduta Alessandria. Una
lettera in dodici giorni arrivava da Alessandria a Costantinopoli.

[328] Ci restano molti Trattati di questo amante della fatica
(φιλοπονος): ma si leggono quelli che sono stampati come quelli che non
furono pubblicati mai; Mosè ed Aristotele sono i subbietti principali di
que' verbosi commentari, uno de' quali porta la data del 10 maggio, A.
D. 617 (Fabricio, _Bibl. graec._ t. IX, p. 458-468). Un moderno
(Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era
tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon
senso, e in vero sapere.

[329] Abulfaragio, _Dynast._, p. 114. vers. Pocock. _Audi quid factum
sit et mirare._ Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei
moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo
scetticismo ragionevole di Renaudot (_Hist. Alex. patriar._, p. 170;
_Historia..... habet aliquid_ απιστον _(incredibile) ut Arabibus
familiare est_).

[330] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali
d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio
d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor
effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.

[331] _È vero che_ ortodosso_, in sostanza, non vuol dir altro che uomo
di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro
opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro;
ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo_ ortodosso _può soltanto
adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai
Maomettani._ (Nota di N. N.)

[332] _V._ Reland, _De Jure militari Mohammedanorum_ nel terzo volume
delle _Dissertazioni_ p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de'
Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al _nome_ di Dio.

[333] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (_Supplément_ de
Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (_Annal._ pag. 469). Scrive Tito
Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: _Elegantiae regum
curaeque egregium opus_, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente
criticato dal rigido stoicismo di Seneca (_De tranquillitate Animi_, c.
9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.

[334] _V._ il capitolo XXVIII di quest'opera.

[335] Aulo Gellio (_Nuits attiques_ VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII,
16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole
d'Ammiano son da notarsi: _fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et
loquitur monumentorum veterum concinens fides_, etc.

[336] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia,
degli Esapli, delle _Catenae patrum_, de' commentari ec. (p. 170). Il
nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da
Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, _Prolegomen._, _ad_ N. T., p.
8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.

[337] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano
(_Instit. Orat._ X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed
apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.

[338] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton
(_Reflexions on ancient and modern learning_, p. 85-95) oppone su questa
materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di
Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei
Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina
pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione
sia stata una gran perdita per la filosofia.

[339] Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna,
tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità
curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289).

[340] Eutichio, _Annal._ tom. II, p. 320; Elmacin, _Hist. Saracen._, p.
35.

[341] È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al
lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (_Mém. sur
L'Egypte_, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e
stampata a Strasburgo nel 1770 (_Jungendorum marium fluviorumque
molimina_, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè
negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due
mari (_Mémoires du baron de Tott_, t. IV).

[342] Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto
delle _Meraviglie dell'Egitto_ composto nel tredicesimo secolo da
Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che
fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle _Antichità
Egiziane_ è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla
conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di
stima (_V._ la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289).

[343] Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille
occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo
(_Lettera_ II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo
(_Lettera_ IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su
quella contrada un'occhiata più acuta:

«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo
letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre
l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta
allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una
leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o
che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città
ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le
circondano!» (_Works and Memoirs of Gray_ edizione di Mason p. 199,
200).

[344] Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai
sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai
successori di Maometto.

[345] Maillet, _Description de l'Egypte_, p. 22. Segna egli questo
numero come opinione _comune_, e soggiunge che generalmente quei
villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più
gente che nelle nostre grandi città.

[346] Eutichio, _Annal._, t. II, p. 308-311. I venti milioni furono
calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per
l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i
sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici.
(_Recherches sur la population de la France_, pag. 71, 73). Il signor
Goguet (_Orig. des arts_, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico
Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i
millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno.

[347] Elmacin (_Hist. Saracen._ p. 218); d'Herbelot senza scrupolo
ammette questo enorme computo (_Bibl. orient._, p. 1031); Arbuthnot
(_Tables of ancient coins_, p. 262) e il de Guignes (_Hist. des Huns_,
t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità
d'Appiano, che dona ai Tolomei (_in Praefat._) un'entrata annua di
settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento
ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il
conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria
(Bernard, _De Ponderibus antiquis_, p. 186).

[348] _V._ i calcoli del d'Anville (_Mém. sur l'Egypte_, p. 23 ec.). Il
signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può
valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (_Recherches
sur les Egyptiens_, t. I, p. 118-121).

[349] Renaudot (_Hist. patriarch. Alexandr._ p. 334) il quale tratta la
lezion comune, o la version d'Elmacin, da' _error librarii_. I 4,300,000
pezze che egli sostituisce pel nono secolo sono un termine medio assai
probabile, oltre i 3,000,000 che acquistarono gli Arabi colla signoria
dell'Egitto (_idem_, p. 168) e i 2,400,000 che il sultano di
Costantinopoli riscosse nell'ultimo secolo (Pietro della Valle, t. I,
pag. 352; Thevenot, part. I, p. 824). Il Paw (_Recherches_, t. II, p.
365-373) cresce a poco a poco la rendita dei Faraoni, dei Tolomei, e dei
Cesari, da sei a quindici milioni di scudi di Germania.

[350] La lista di Schultens (_Index geograph. ad calcem vit. Saladin._,
p. 5) contiene duemila trecento novantasei città o villaggi: quella del
d'Anville (_Mém. sur l'Egypte_, p. 29), a seconda dei dati fornitigli
dal divano del Cairo, ne numera duemila secento novantasei.

[351] _V._ Maillet (_Description de l'Egypte_, p. 28): i suoi argomenti
sono giudiziosi e sembrano procedenti da un uomo leale. Son più contento
delle osservazioni fatte da questo autore, che della sua erudizione:
egli non conosceva nè le lettere greche, nè le latine, ed è troppo
incantato dalle finzioni degli Arabi. Abulfeda (_Descript, Aegypt. arab.
et latin., Joh. David Michaelis_, Gottingue, _in_ 4. 1776) ha raccolto
quanto essi dissero di più ragionevole. Per riguardo ai due viaggiatori
moderni, Savary e Volney, il primo diletta, come già notai; ma il
secondo è tanto istruttivo che io vorrei che potesse girare tutto il
globo.

[352] La mia narrazione della conquista dell'Affrica è cavata da due
Francesi che scrissero sulla letteratura degli Arabi. Cardonne (_Hist.
de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes_, t. I, p.
8-55) e Otter (_Hist. de l'Acad. des inscriptions_, t. XXI, p. 111-125,
136); essi hanno attinto i fatti in gran parte da Novairi, che compose
(A. D. 1331) un'Enciclopedia in più di venti volumi. Questa Enciclopedia
ha cinque parti generali; ella tratta, 1. della medicina, 2. dell'uomo,
3. degli animali, 4. delle piante, e 5. dell'istoria. Gli affari
dell'Affrica sono discussi nel sesto capitolo della quinta sezione di
quest'ultima parte (Reiske, _Prodidogmata ad Hadii chalifae tabulas_, p.
232-234). Fra gli storici antichi citati da Novairi, è da osservarsi la
narrazione originale d'un soldato che conduceva la vanguardia dei
Musulmani.

[353] _V._ l'istoria d'Abdallah in Abulfeda (_vit. Mohammed_ p. 109), e
Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. III, p. 45-48).

[354] Leone l'Affricano (_in Navigazione e Viaggi di Ramusio_, t. I,
_Venezia_, 1550, fol. 76, _retro_) e Marmol (_Description de l'Afrique_,
t. II, p. 562) hanno descritta la provincia e la città di Tripoli. Era
il primo un Moro erudito che avea viaggiato; compose o tradusse la
geografia dell'Affrica a Roma, dove si trovava prigioniero, e avea preso
il nome e la religione di Papa Leon decimo. Lo spagnuolo Marmol, soldato
di Carlo V, era prigioniero dei Mori quando compilò la sua descrizione
dell'Affrica; tradotta in francese dal d'Ablancourt (Parigi, 1667, 3
vol. in 4). Marmol avea letto ed osservato; ma non ha quell'occhio
curioso e quelle vedute estese che si trovano nello scritto di Leone
l'Affricano.

[355] _V._ Teofane, che fa menzione della sconfitta piuttosto che della
morte di Gregorio. Egli dà al Prefetto il nome ingiurioso di Τυραννος
_Tiranno_; è verosimile che Gregorio avesse presa la porpora
(_Chronograph._, p. 285).

[356] _V._ in Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. II, p. 45) la morte
di Zobeir, che fu onorato dalle lagrime di Alì contro cui si era egli
ribellato. Eutichio (_Annal._, t. II, p. 308) parla del suo valore
all'assedio di Babilonia, se pure non si tratta d'altra persona collo
stesso nome.

[357] Shaw's _Travels_, p. 118, 119.

[358] _Mimica empito_, dice Abulfeda, _erat haec, et mira donatio;
quandoquidem Othman, ejus nomine nummos ex aerario prius ablatos aerario
praestabat_ (_Ann. mosl._ p. 78). Elmacino (nella sua oscura versione
pag. 39) riporta, per quel che pare, questo medesimo raggiro. Quando gli
Arabi assediarono il palazzo di Othmano, fu questa una delle principali
incolpazioni allegate.

[359] Επεστρατευσαν Σαρακηνοι την Αφρικην, και συμβαλοντες τω τυραννω
Γρηγοριω τουτον τρεπουσι και τους συν αυτω κτεινουσι και στοικησαντες
φορους μετα των Αφρων υπεστρεφαν. _Guerreggiarono i Saraceni in Affrica,
e venuti a conflitto col tiranno Gregorio lo batterono, e con lui
uccisero i suoi compagni, e dopo avere segnato il tributo sugli
Affricani si ritirarono._ (Teofane, _Chronograph._, p. 285, ediz. di
Parigi). La sua cronologia è incerta ed inesatta.

[360] Teofane (in _Chronogr._, p. 293) riferisce le voci vaghe che
andavano arrivando a Costantinopoli sulle conquiste degli Arabi
all'occidente; e Paolo Warnefrido, diacono d'Aquileia (_De gest.
Langobard._, l. V, c. 13), ci avvisa che a quei giorni mandarono
un'armata navale da Alessandria nei mari di Sicilia e dell'Affrica.

[361] _V._ Novairi (_apud_ Otter, p. 118), Leone l'Affricano (_fol._ 81
_retro_), che conta solo _cinque città ed infiniti casali_; Marmol
(_Descript. de l'Afrique_, t. III, pag. 33) e Shaw (_Voyages_, p.
57-65-68).

[362] Leone l'Affricano, _fol._ 58; Marmol t. II, p. 415; Shaw pag. 43.

[363] Leone l'Affricano, _fol._ 52; Marmol t. II, p. 228.

[364] _Regio ignobilis, et vix quicquam illustre sortita, parvis oppidis
habitatur, parva flumina emittit, solo quam viris melior et segnitie
gentis obscura._ (Pomponio Mela, I, 5, III, 10.). Mela è tanto più degno
di credenza in quanto che i suoi Maggiori, oriundi della Fenicia, aveano
lasciata la Tingitania per traslocarsi in Ispagna. (_V. in_ II, 6, un
passo di questo geografo, messo a crudel tortura dal Salmasio, da Isacco
Vossio, e da Giacomo Gronovio, il più violento dei critici). Viveva egli
nel tempo che questo paese fu interamente soggiogato dall'imperatore
Claudio; eppure, trent'anni dopo, Plinio (_Hist. nat._, V, 1) si lagna
di quegli autori troppo indolenti per indagare quella provincia
selvaggia e rimota, e troppo orgogliosi nel confessare la loro
ignoranza.

[365] Aveano gli uomini a Roma la smania del legname di cederno, come le
donne quella delle perle. Una tavola rotonda di quattro o cinque piedi
di diametro, si vendeva al prezzo d'un ricco podere (_Latefundii
taxatione_), cioè per otto, dieci o dodicimila lire sterline. (Plinio
_Hist. nat._, XIII, 29). So bene che non va confuso il _citrus_
coll'albero che dà il frutto dagli antichi appellato _citrum_; ma non
sono abbastanza dotto in botanica per caratterizzare il primo, che
somiglia al cipresso dei boschi, col nome volgare o con quello che gli
assegna Linneo, e non deciderò nemmeno se il _citrum_ sia l'arancio o il
limone. Pare che il Salmasio abbia esausta questa materia; ma troppo
spesso si intrica nelle file confuse d'una mal ordinata erudizione
(_Plinian. Exercit._, t. II, p. 666 ec.).

[366] Leone l'Affricano _fol._ 16 _retro_; Marmol, (t. II, p. 28).
Trattasi spesso di questa provincia, che fu il primo teatro delle glorie
e della grandezza dei Sceriffi, nella curiosa storia di questa dinastia
registrata in fine del terzo volume della descrizione dell'Affrica del
Marmol. Il terzo volume delle Ricerche storiche sui Mori, pubblicata
recentemente a Parigi, spande molta luce sulla storia e la geografia dei
regni di Fez, e di Marocco.

[367] Otter (pag. 119) ha messa tutta l'enfasi del fanatismo a questa
esclamazione che il Cardonne (p. 37) ha mitigata, e che sotto la sua
penna non indica il pio pensiero di _predicare_ il Corano. Eppure aveano
l'uno e l'altro davanti il testo di Novairi.

[368] Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. II, p. 129, 130) parla della
fondazione di Cairoan, e Leone l'Affricano (_fol._ 75), Marmol (t. II,
p. 532) e Shaw (p. 115) parlano della situazione della moschea ec.

[369] Bene spesso gli autori han commesso un enorme sbaglio per una
piccola somiglianza di nome, confondendo la _Cirene_ dei Greci col
_Cairoan_ degli Arabi, due città lontane mille miglia l'una dell'altra.
Non evitò quest'errore il grande de Thou, errore tanto meno scusabile in
quanto si trova in una descrizion dell'Affrica accuratamente da lui
elaborata (_Hist._ l. VII, c. 2, in t. I, p. 240 ediz. di Buckley).

[370] Oltre le cronache arabe d'Abulfeda, d'Elmacin, e d'Abulfaragio pel
settantesimoterzo anno dell'Egira, si possono consultare d'Herbelot
(_Bibl. orient._ p. 7) ed Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. II, p.
339-349). Ockley riferisce in modo patetico l'ultimo colloquio
d'Abdallah e di sua madre, ma dimenticò un effetto fisico del dolore da
lei provato alla morte del figlio: il ritorno cioè, e le funeste
conseguenze dei suoi _mestrui_ in età di novant'anni.

[371] Λεοντιος.... απαντα τα Ρωμαικα εξωπλισς πλοιμα ςτρατηγον τε
επ’αυτοις Ιωαννην τον Πατρικιον εμπειρον των πολεμιων προχετρισαμενος
προς Καρχηδονα κατα των Σαρακηνων εξεπεμψεν _Leonzio.... imbarcò tutte
le forze romane, ed eletto per capitano di quelle il patrizio Giovanni
pratico di guerra lo spedì a Cartagine contro de' Saraceni_ (Niceforo,
_Constantinop. Breviar._ p. 28). Il patriarca di Costantinopoli e
Teofane (_Chronogr._ p. 309) hanno in poche parole rammentato
quest'ultimo tentativo per soccorrer l'Affrica. Il Pagi (_Critica_ t.
III, p. 129-141) ha stabilita la Cronologia, confrontando esattamente
gli storici Arabi e Bizantini che sovente si contraddicono per le
epoche e pei fatti. _V._ pure una nota d'Ockley (p. 121).

[372] _Dove s'erano ridotti i nobili Romani e i Goti: e di poi, i Romani
fuggirono e i Goti lasciarono Cartagine_ (Leone l'Affricano, fol. 72).
Non so da quale scrittore Arabo abbia tolto questo fatto relativo ai
Goti: ma questo nuovo ragguaglio è tanto importante e verosimile che mi
basta la più piccola autorità per ammetterlo.

[373] Questo Commendatore è chiamato da Niceforo βασιλεως Σαρακηνων _re
dei Saraceni_ definizione un po' vaga, ma esatta abbastanza, delle
incombenze del Califfo. Teofane usa la strana denominazione di
Προτοσυμβολος _Protosimbolo_, che Goar, suo interprete, applica al
_Vizir Azem_. Forse attribuivano giustamente al ministro piuttosto che
al principe l'uficio attivo; ma dimenticarono che i califfi Ommiadi
non aveano che un _Cateb_, o segretario; e che non fu rimessa o
istituita la dignità di Visir, se non che l'anno 132 dell'Egira
(d'Herbelot p. 912).

[374] Solino (l. XXVII, p. 36 ediz. Salmasio) dice che la Cartagine di
Didone ha sussistito seicento settantasette, o settecento trentasette
anni. Queste due versioni dipendono dalla differenza dei manoscritti e
delle edizioni (Salmas. _Plinian._, _exercit._, t. I, pag. 228). Il
primo di questi computi, che ne porta la fondazione a ottocentoventitre
anni avanti Gesù Cristo, s'accorda meglio colla testimonianza ben pesata
di Velleio Patercolo; ma i nostri cronologisti (Marsham, _Canon.
chron._, p. 398) preferiscono l'ultimo conto, che par loro più conforme
agli annali degli Ebrei e de' Tiri.

[375] Leone l'Affricano, fol. 71; Marmol. t. II, p. 415-447: Shaw, p.
80.

[376] Si ponno distinguere quattro epoche nella Storia del nome di
_Barbaro_: 1. al tempo di Omero, quando i Greci o gli abitanti della
costa asiatica usavano forse un idioma comune, il suono imitativo di
_barbar_ divenne un nome che si dava alle tribù più rozze, che aveano
più ingrata pronunzia e più difettosa grammatica. Καρες βαρβαροφωνοι
_I Carii di barbaro accento_ (Iliade 2, 567, con lo Scoliaste d'Oxford,
con le note di Clarke e col Tesoro greco di Enrico Stefano t. I,
pag. 720). 2. Sin dai tempi d'Erodoto almeno, fu applicato
a tutte le nazioni straniere alla lingua e al nome dei Greci. 3. Nel
secolo di Plauto i Romani si sottomisero a questo insulto (Pompeo Festo
l. II, pag. 48 ediz. del Dacier), e si davano da sè il nome di Barbari.
Vennero a poco a poco nella pretensione che non convenisse questo titolo
all'Italia, e alle province che aveano assoggettate; e infine non lo
diedero che ai popoli selvaggi, od ai nemici che stavano fuori del
precinto dell'impero. 4. Conveniva ai Mori in tutti i sensi. I
conquistatori Arabi presero questa parola dalla lingua dei Romani
stanziati nelle province, ed è poi divenuto un nome locale pei popoli
che vivono lungo la costa settentrionale dell'Affrica nomata _Barbaria_.

[377] Il primo libro di Leone Affricano, e le _Osservazioni_ del dottor
Shaw (p. 220, 223, 227, 247 ec.) schiarirono assai le tribù erranti
della Barbaria che dagli Arabi o dai Mori discendono. Ma lo Shaw s'era
tenuto a una rispettosa distanza da quei Selvaggi, e pare che Leone,
prigioniero a Roma, dimenticasse in Italia quel che sapeva della
letteratura Araba, mentre acquistava qualche cognizione di quella dei
Greci e dei Romani. Ha commesso gran numero d'errori grossolani nella
prima parte dell'istoria Maomettana.

[378] In una conferenza disse Amrou, ad un principe Greco, che la lor
religione era differente, e che questo dava giusto motivo alle liti tra
fratelli (Ockley, _Hist. of the Saracens_, vol. I, p. 328).

[379] Abulfeda, _Annal. moslem._, p. 78, _vers._ Reiske.

[380] Il nome d'Andalusia vien dato dagli Arabi non solo alla provincia
che ha questo nome al presente, ma a tutta la penisola di Spagna.
(_Geograph. nub._, pag. 151; d'Herbelot, _Bibl. orient._, pag. 114,
115). Sembra che questo nome non derivi da _Vandalusia_, paese dei
Vandali, come han detto alcuni autori (d'Anville, _Etats de l'Europe_,
p. 146, 147 ec.). La vera etimologia par quella di Casiri che osserva
che _Handalusia_ significa in arabo la region dell'occidente, e così
equivale all'Hesperia dei Greci (_Bibl. arabico-hispana_, t. II, p. 327,
ec.).

[381] Descrive il Mariana la caduta e il risorgimento della monarchia
dei Goti (t. I, p. 238-260, l. VI, c. 19-26, l. VII, c. 1, 2). Lo stile
di questo storico nella suo nobile opera (_Historia de rebus Hispani_,
_libri_ XXX, Aia 1733, 4 volumi _in folio_ colla continuazione del
Miniana) ha quasi il pregio e l'energia degli autori Romani classici, e
dal duodecimo secolo in poi si può riposare sulle dottrine e sul
giudizio che egli palesa. Ma questo Gesuita non era scevro dai
pregiudizi del suo Ordine; come il suo rivale Buchanan, egli ammette e
abbellisce le leggende nazionali più assurde. Trascura troppo la critica
e la cronologia, e colla sua vivace immaginazione supplisce alle lacune
dei monumenti storici. Queste lacune sono considerabili e
frequentissime. Rodrigo di Toledo, primo storico Spagnuolo, viveva
cinque secoli dopo la conquista degli Arabi: e quanto si sa dei tempi
anteriori è ristretto in poche linee aridissime degli oscuri annali, o
cronache, d'Isidoro di Badajoz e di Alfonso III re di Leone, da me
trovati solamente negli annali del Pagi.

[382] Lo stupro, dice Voltaire, è difficile a fare, come a provare. Si
sarebbero mai collegati i vescovi per una fanciulla? (_Hist. gener._, c.
26). Questo argomento non è concludente in buona logica.

[383] Sembra che nella storia di Cava, il Mariana (l. VI, c. 21, pag.
241, 242) voglia gareggiare col racconto che fa T. Livio nella storia di
Lucrezia. Ad esempio degli antichi, cita rare volte gli autori, e la
testimonianza più antica indicata dal Baronio (_Annal. eccles._, A. D.
715, n. 19) quella è di Luca Tudense, diacono di Galizia, del secolo
tredicesimo il quale dice solamente _Cava quam pro concubina utebatur_.

[384] Gli orientali Elmacin, Abulfaragio ed Abulfeda trapassano in
silenzio la conquista della Spagna, o appena appena ne fan motto. Il
testo di Novairi e degli altri scrittori Arabi si trova, con qualche
mistura, nella storia dell'Affrica e della Spagna sotto la dominazion
degli Arabi (Parigi 1765, 3 vol. in 12, t. I, p. 55-114), scritta dal
signor de Cardonne, e in modo più conciso nella storia degli Unni (t. I,
p. 347-350) del signor de Guignes. Il bibliotecario dell'Escurial non ha
risposto alla mia aspettazione, eppure sembra che abbia attentamente
rifrustati i materiali confusi che sono sotto la sua custodia. Alcuni
frammenti preziosi del _genuino_ Razis (che scrisse in Cordova l'anno
dell'Egira 300), di Ben-Hazil, etc. dan lume alla storia della conquista
di Spagna (_V._ _Bibl. Arabico-Hispana_, t. II, p. 32-105, 106-182,
252-319, 332). Il dotto Pagi ha fatto suo pro delle cognizioni che aveva
il suo amico abate di Longuerne sulla letteratura degli Arabi, e molto
mi giovarono le lor fatiche.

[385] Uno sbaglio di Rodrigo di Toledo, nel paragone che ha fatto degli
anni lunari dell'Egira cogli anni giuliani dell'Era di Cesare, condusse
il Baronio, il Mariana e la turba degli storici Spagnuoli a porre la
prima invasion degli Arabi nell'anno 713, e la battaglia di Cheres nel
novembre 714. Questo anacronismo di tre anni fu scoperto dai cronologi
moderni, e soprattutto dal Pagi (_Critica_, t. III, p. 169-171, 174),
che hanno indicato la vera data della rivoluzione. Il sig. Cardonne,
versato nella letteratura degli Arabi e che per altro ammise l'antico
errore, ha palesato in questo proposito una ignoranza o una negligenza
inescusabile.

[386] Il primo anno dell'Era di Cesare, seguìta dalla legge e dal popolo
di Spagna sino al secolo decimoquarto, è di trent'otto anni anteriore
alla nascita di Gesù Cristo. Parmi che si riporti alla pace generale per
mare e per terra che rassodò il potere e la _divisione_ dei Triumviri
(Dione-Cassio, l. XLVIII, p. 547, 553; Appiano _De bell. civ._, l. I, p.
1054 ediz. _in folio_). La Spagna era una delle province sottomesse a
Cesare Ottaviano, e Tarragona, che innalzò il primo tempio in onore
d'Augusto (Tacito, _Annal._, 1, 78), potè apprendere dagli orientali
questa specie d'adulazione.

[387] Il padre Labat (_Voyages en Espagne et en Italie_, t. I, pag.
207-217) parla col suo brio ordinario della strada del Cantone e del
vecchio castello del conte Giuliano, come pure dei tesori nascosti ec.,
a cui prestan fede i superstiziosi Spagnuoli.

[388] Il geografo di Nubia (p. 154) descrive i siti che furono il teatro
della guerra; ma difficilmente si crede che il Luogo-tenente di Musa
siasi appigliato ad un espediente tanto disperato ed inutile quanto
quello d'incendiare i propri vascelli.

[389] Xeres (la colonia romana d'Asta Regia) non è lontana da Cadice che
due leghe; nel sedicesimo secolo era un granaio del paese, ed oggi è
noto il vino Xeres a tutte le nazioni Europee (_Lud. Nonii Hispania_: c.
13, p. 54-56, opera esattissima e concisa). D'Anville (_Etats de
l'Europe_, etc. p. 154).

[390] _Id sane infortunii regibus pedem ex acie referentibus saepe
contingit._ (Ben-Hazil di Granata, _in Bibl. arabico-hispana_, t. II, p.
323). Alcuni Spagnuoli creduli pensano che Rodrigo riposasse in una
cella d'un Eremita; altri dicono che fu chiuso vivo in una botte piena
di serpenti, e che esclamò con grido lamentevole: «Sono straziato nella
parte ove tanto peccai!» (Don Chisciotte, part. II, l. III, c. I).

[391] Il sig. Swinburne ha speso settantadue ore e mezzo per andare
sopra le mule da Cordova a Toledo per la via più breve. Debbe
abbisognare più tempo alle mosse lente e deviate d'un esercito.
Attraversarono gli Arabi la provincia della Mancia, divenuta pei lettori
di tutte le nazioni una terra classica sotto la penna di Cervantes.

[392] Nonio (_Hispania_, c. 59, p. 181-186) descrive in pochi tratti le
antichità di Toledo, la quale nel tempo delle guerre puniche era _urbs
parva_, ed _urbs regia_ nel sedicesimo secolo. Egli prende in prestito
da Rodrigo il _fatale palatium_ dei ritratti moreschi; ma modestamente
accenna che altro non era che un Anfiteatro romano.

[393] Rodrigo di Toledo (_Hist. Arab._, c. 9, p. 17, _ad calcem_
Elmacin) descrive questa tavola di smeraldo, e si fonda sull'autorità di
Medinat-Almeyda, del quale ci dà il nome in lettere arabiche. Par che
conosca gli autori Musulmani; ma non posso convenire col sig. di Guignes
(_Hist. des Huns_, t. I, p. 350) che abbia letto e copiato Novairi,
perchè morì un secolo prima che Novairi componesse la sua storia. Questo
sbaglio nasce da un errore anche più goffo: il sig. di Guignes confonde
lo storico Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo nel secolo
tredicesimo, col cardinale Ximenes che governò la Spagna nel principio
del secolo sedicesimo, e che ha esercitato i pennelli della storia, ma
non li ha maneggiati giammai.

[394] Avrebbe potuto Tarik incidere su l'ultima rocca quel verso
vanaglorioso di Regnard e dei suoi compagni nell'estremità della
Lapponia: _Hic tandem stetimus, nobis ubi defuit orbis._

[395] Questo fu l'argomento del traditore Oppas; e i Capi a cui si
diresse non risposero già collo spirito di Pelagio: _Omnis Hispania
dudum sub uno regimine Gothorum, omnis exercitus Hispaniae in uno
congregatus Ismaelitarum non valuit sustinere impetum._ (_Chron.
Alphonsi regis, apud Pagi_, t. III, p. 177).

[396] D'Anville (_Etats de l'Europe_, p. 159) in poche parole, ma
chiare, riferisce il risorgimento dei Goti nelle Asturie.

[397] I legionari superstiti dopo la guerra de' Cantabri (Dione-Cassio,
t. LIII, p. 720) furono collocati in questa metropoli della Lusitania, e
forse della Spagna (_submittit cui tota suos Hispania fasces_). Nonio
(_Hispania_, c. 31, p. 106-110) fa l'enumerazione degli antichi
edifizii, ma la termina con queste parole: _Urbs haec olim nobilissima
ad magnam incolarum infrequentiam delapsa est et praeter priscae
claritatis ruinas nihil ostendit._

[398] I due interpreti di Novairi, il de Guignes (_Hist. des Huns_, t.
I, p. 349) ed il Cardonne (_Hist. de l'Afrique et de l'Espagne_, t. I,
pag. 93, 94, 104, 105) fanno entrare Musa nella Gallia narbonese; ma io
non trovo che Rodrigo di Toledo, od i manoscritti dell'Escuriale faccian
menzione di questa impresa; ed una Cronaca francese rimanda l'invasione
dei Saraceni al nono anno dopo la conquista della Spagna, A. D. 721
(Pagi, _Critica_, t. III, pag. 177, 195: _Historiens de France_, t.
III). Ho gran dubbio che Musa non abbia passato i Pirenei.

[399] Quattro secoli dopo Teodemiro, i suoi demanii di Murcia e di
Cartagena ritengono il nome di Tadmir nel geografo di Nubia (Edrisi, p.
154-161); _V._ pure il d'Anville (_Etats de l'Europe_, p. 156; Pagi, t.
III, p. 164). Nonostante la miseria in cui vedesi oggi l'agricoltura
della Spagna, il sig. Swinburne (_Travels in Spain_, p. 119) vide con
piacere la deliziosa vallata che da Murcia si stende ad Orihuela, e che,
in uno spazio di quattro leghe e mezzo, presenta una quantità
considerabile di belle biade, di legumi, di trifoglio, di Aranci, ec.

[400] _V._ questo trattato, in arabo e in latino, nella _Bibliotheca
arabico-hispana_, tom. II, pag. 105, 106. Ha la data del 4 del mese
Regeb, A. II. 94, cioè 5 aprile A. D. 713, il che sembra che prolunghi
la resistenza di Teodemiro e il governo di Musa.

[401] Il Fleury (_Hist. eccles._, t. IX, p. 261) ha dato, seguendo
l'istoria di Sandoval (p. 87), l'estratto d'altra convenzione segnata
_A. AE. c. 115 A. D. 734_, tra un Capo Arabo ed i Goti e Romani del
territorio di Coimbra nel Portogallo. Quivi si fissa la contribuzione
delle chiese a venticinque libbre d'oro, quella dei monasteri a
cinquanta, delle cattedrali a cento; si dichiara che i cristiani saran
giudicati dal loro conte, ma che, negli affari capitali, questi dovrà
consultare l'Alcade; che le porte della chiesa saranno chiuse, e i
cristiani rispetteranno il nome di Maometto. Non ho sott'occhio
l'originale per decidere se sia fondato o no il sospetto che questo
scritto sia stato inventato per introdurre le immunità d'un convento del
paese.

[402] Può paragonarsi questo gran disegno, attestato da vari scrittori
Arabi (Cardonne, t. I, p. 95, 96), a quello di Mitridate, di marciare
dalla Crimea a Roma, o all'altro di Cesare di conquistare l'oriente, e
di tornare dal settentrione in Italia; ma l'impresa eseguita da Annibale
supera per avventura quei tre vasti divisamenti.

[403] Mi duole assai che siano smarrite due Opere arabe dell'ottavo
secolo, una vita di Musa e una poesia sulle vittorie di Tarik, delle
quali, se non son perdute, non ho avuto almeno alcuna notizia. La prima
di queste, autentiche amendue, era stata composta da un nipote di Musa,
sfuggito alla strage della famiglia; e la seconda dal Visir del primo
Abdalrahman, Califfo di Spagna, che aveva potuto conversare con qualche
veterano di quel conquistatore (_Bibl. arabico-hispana_, t. II, p.
36-139).

[404] _Bibl. arabico-hispana_, t. II, p. 32-252. La prima di queste
citazioni è tratta da una _Biographia hispanica_, scritta da un Arabo di
Valenza (_V._ i lunghi estratti che ne dà Casiri, t. II, p. 30-121); e
l'ultima da una cronologia generale dei Califfi e delle dinastie
Affricane e Spagnuole, con una storia particolare di Granata, tradotta
quasi tutta da Casiri (_Bibl. arabico-hispana_, t. II, p. 177-319).
L'autore Ebn-Khateb, nativo di Granata, e contemporaneo di Novairi e di
Abulfeda (nacque A. D. 1313, e morì A. D. 1374) era storico, geografo,
medico e poeta (t. II, p. 71, 72).

[405] Cardonne, _Histoire de l'Afrique et de l'Espagne_, t. I, p. 116,
119.

[406] Si vede nella biblioteca dell'Escuriale un lungo trattato
d'agricoltura composto da un Arabo di Siviglia nel dodicesimo secolo, e
Casiri aveva l'intenzione di tradurlo. Reca una lista degli autori
Arabi, Greci, Latini, ec. che vi sono citati; ma è molto senz'altro se
lo scrittore di Andalusia abbia conosciuto gli ultimi per l'opera del
suo concittadino Columella (Casiri, _Bibl. arabico-hispana_, t. I, p.
323-338).

[407] _Bibl. arabico-hispana_, t. II, p. 104. Casiri traduce la
testimonianza originale dello storico Rasis, tal quale si trova nella
_Biographia hispanica_ araba, part. 9; ma stupisco altamente vedendola
diretta _Principibus coeterisque christianis Hispanis suis_ CASTELLAE.
Questo nome _Castellae_ era ignoto all'ottavo secolo, non avendo
cominciato il regno di Castiglia che nel 1022, un secolo dopo Rasis
(_Bibl._ t. II, p. 530); e quel nome indicava non una provincia
tributaria, ma una serie di castella non soggette a' Mori (d'Anville,
_Etats de l'Europe_, pag. 166-170). Se Casiri fosse stato buon critico,
avrebbe forse schiarito una difficoltà a cui ha dato egli per avventura
occasione.

[408] Cardonne, t. I, p. 337, 338. Egli valuta questa entrata a
centotrenta milioni di franchi. Da questa pittura della pace e
prosperità dell'impero de' Mori resta amenizzato il sanguinoso ed
uniforme quadro della loro storia.

[409] Posseggo per avventura una magnifica ed interessantissima opera
non mai posta in vendita, ma dispensata in dono dalla Corte di Madrid,
la _Bibliotheca arabico-hispana escurialensis, opera ed studio Michaelis
Casiri, Syro Maronitae. Matriti, in folio, tomus prior, 1760, tomus
posterior, 1770_. Questa edizione onora veramente i torchi di Spagna:
l'editore indica mille ottocento cinquant'un manoscritto giudiziosamente
classificati; e co' suoi lunghi estratti illustra la letteratura
musulmana e la storia di Spagna. Non rimane più timore di perdere que'
monumenti; ma fu veramente imperdonabile la negligenza di chi non fece
questo lavoro avanti l'anno 1671, tempo funesto per l'incendio che
divorò la maggior parte della Biblioteca dell'Escuriale, allora
doviziosa delle spoglie di Granata e di Marocco.

[410] Gli _Harbii_, che così son detti, _qui tolerari nequeunt_, furono,
1. quelli che non solo adorano Dio, ma ben anche il sole, la luna, o
gl'idoli; 2. gli atei _utrique, quamdiu princeps aliquis inter
Mohammedanos superest, oppugnari debent donec religionem amplectantur,
nec requies iis concedenda est, nec pretium acceptandum pro obtinenda
conscientiae libertate_ (Reland, _Dissert. 10, De jure militari
Mahommedan., t. III, p. 14_). Che teorica austera!

[411] _Si suppone che l'Autore ciò dica siccome asserito dai seguaci
della religion Maomettana, che avevano ed hanno una prevenzione in
favore di lei; poichè ogni buon credente sa che le rivelazioni di Mosè,
e gli Evangelj hanno i caratteri, ed i segni che mostrano la loro
origine divina; nè questi segni e questi caratteri si osservano nella
pretesa rivelazione di Maometto._ (Nota di N. N.).

[412] In una conversazione del Califfo Al-Mamoun cogl'idolatri, o Sabei
di Charra, sta chiaramente indicata la distinzione che facevasi tra una
Setta proscritta e una tollerata, tra gli _Harbii_, e il popolo del
libro, ossia i credenti d'una rivelazione divina (Hottinger, _Hist.
orient_., p. 107, 108).

[413] _Vorrà dire l'Autore, che la legge di Maometto fu più generale di
quella di Mosè, alludendo alla permessa poligamia: ma risguardando la
legge di Mosè, anche come quella soltanto d'un legislatore civile, è
certamente più saggia, e più conforme al buon ordine sociale di quella
di Maometto; nè vale il porre in campo il clima caldo degli Arabi,
perchè anche gli Ebrei abitavano i paesi ad essi vicini. La pretesa
folla de' misterj de' Cristiani, erano stati determinati dai Concilj
generali, secondo rettissime spiegazioni dell'Evangelio, al sorger che
facevano le erronee opinioni particolari, ossia eresie, perciò quei
misterj erano già negli evangelj._ (Nota di N. N.)

[414] Il Zend o Pazend, che è la Bibbia de' Guebri, è da questi, o
almeno da' Musulmani annoverata fra' dieci libri che Abramo ricevette
dal cielo[*], e la loro religione ha il nome onorevole di religione
d'Abramo (d'Herbelot _Bibl. orient.,_ p. 701; Hyde, _De religione
veterum Persarum_, c. 13, p. 27, 28, ec.). Temo assai che ci manchi una
esposizione pura e libera del sistema di Zoroastro. Il dottore Prideaux
(_Connection_, vol. I, p. 300, in 8) aderisce all'opinione che crede che
Zoroastro, durante la cattività di Babilonia, fosse schiavo e discepolo
d'un profeta Giudeo. I Persiani che furono i padroni de' Giudei
rivendicheranno forse l'onore, miserabile onore, d'essere pure stati
loro precettori per le opinioni religiose.

* _Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea,
della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo
avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche
scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse
libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico
commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei
se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver
noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un
grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o
religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese
altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle
cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana
de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto
la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I
Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano
anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile
distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno
Stato: è questa l'opera del tempo_. (Nota di N. N.).

[415] Le mille ed una Notte Araba, dipintura fedele de' costumi
orientali, rappresentano sotto i più odiosi colori i Magi, o adoratori
del fuoco a cui rinfacciano il sagrifizio annuo di un Musulmano. Non
sussiste la menoma affinità tra le religioni di Zoroastro e quella degli
Indi; ma non di rado i Musulmani le confondono, e questo sbaglio è stato
una delle cagioni della crudeltà di Timur (_Hist. de Timur-Bec_, di
Cerefedin-Alì-Yezdi, l. V).

[416] _Vie de Mahomet_ di Gagnier, t. III, p. 114, 115.

[417] _Hae tres sectae, judaei, christiani, et qui inter Persas magorum
institutis addicti sunt κατ’ εξοχην (per eccellenza) POPULI
LIBERI dicuntur_ (Reland, _Dissert_., t. III, p. 15). Il Califfo Mamoun
confermò questa onorevole distinzione che separava le tre Sette dalla
religione indeterminata ed equivoca de' Sabei, sotto lo scudo della
quale permettevasi agli amichi politeisti di Charrae il loro culto
idolatra (Hottinger _Hist. orient_., p. 167, 168).

[418] Questa curiosa storia è narrata dal d'Herbelot (_Bibl. orient_.,
p. 440, 449) su la testimonianza di Condemiro, ed anche dello stesso
Mirchond (_Hist. priorum regum persarum_, etc. p. 9-18, not. p. 88, 89).

[419] Mirchond (_Mohammed emir Khoondah Shah_), nativo di Herat, compose
in lingua persiana una storia generale dell'oriente, dalla creazione del
Mondo sino all'anno ottocento settantacinque dell'Egira (A. D. 1471).
Nell'anno 904 (A. D. 1498), fu fatto bibliotecario del principe, e con
questo soccorso pubblicò in sette o dodici parti un'opera che fu
commentata, e poi fu ridotta in tre volumi dal suo figlio Condemiro (A.
E. 927, A. D. 1520). Petit de la Croix (_Hist. de Gengis-Khan_, pag.
537, 538, 544, 545) accuratamente ha distinto questi due scrittori
confusi dal d'Herbelot (pag. 358, 410, 994, 995). I molti estratti da
quest'ultimo pubblicati sotto il nome di Condemiro appartengono al padre
piuttosto che al figlio. Lo storico di Gengis-Khan rimanda il lettore ad
un manoscritto di Mirchond datogli dal suo amico d'Herbelot. Ultimamente
fu stampato in Vienna, 1782, in quarto, _cum notis_ di Bernardo di
Jenisch, un curioso frammento in persiano ed in latino (le dinastie
Taheriana e Soffariana), e l'editore dà speranza di continuare l'opera
di Mirchond.

[420] _Quo testimonio boni se quidpiam praestitisse opinabantur._
Mirchond per altro avrà condannato questo zelo, giacchè approvava la
tolleranza legale dei Magi, _cui_ (il tempio del Fuoco) _peracto
singulis annis censu, uti sacra Mohammedis lege cautum, ab omnibus
molestiis ac oneribus libero esse licuit_.

[421] L'ultimo Mago, che abbia avuto un nome e qualche autorità, sembra
essere Mardavige-il-Dilemita, che nel decimo secolo regnava nelle
province settentrionali della Persia situate presso il mar Caspio
(d'Herbelot, _Biblioth. orient._, p. 355); ma i _Bovidi_, suoi soldati e
successori, professarono l'Islamismo, oppure l'abbracciarono, ed io
porrei la caduta della religione di Zoroastro al tempo della loro
dinastia (A. D. 933-1020).

[422] Quanto ho esposto dello stato presente de' Guebri nella Persia è
tratto dal Chardin, il quale, benchè non sia nè il più dotto, nè il più
giudizioso de' viaggiatori moderni, è però quegli che ha posto maggior
diligenza nelle ricerche (_Voyages en Perse_, t. II, p. 109, 179, 187,
in 4). Pietro della Valle, Oleario, Thevenot, Tavernier, ec., che
indarno ho consultati, non aveano occhi abbastanza esercitati con
acutezza sufficiente d'ingegno per ben esaminare questo popolo sì
osservabile.

[423] La lettera d'Abdoulrahman, governatore o tiranno dell'Affrica, al
Califfo Aboul-Abbas, primo degli Abbassidi, ha la data dell'A. E. 132
(Cardonne, _Hist. de l'Afrique et de l'Espagne_, t. I, p. 168).

[424] _Bibl. orient._, p. 66; Renaudot, _Hist. patriar. Alex._, p. 287,
288.

[425] _V._ le lettere de' papi Leone IX (_epist._ 3), Gregorio VII (l.
I, _epist._ 22, 23; l. III, _epist._ 19, 20, 21), e le annotazioni del
Pagi (t. IV, A. D. 1053, n. 14; A. D. 1073, n. 13), il quale ha cercato
il nome e il casato del principe Moro, con cui carteggiava sì
urbanamente il più superbo de' Papi.

[426] Mozarabes o Mostarabes, _adscititii_, secondo la traduzione di
quella parola in latino (Pocock, _Specim. Hist. Arabum_, p. 39, 40;
_Bibl. arabico-hispana_, t. II, pag. 18). La liturgia mosarabica, tenuta
un tempo dalla chiesa di Toledo, è stata dai Papi disapprovata ed
esposta alle incerte prove del ferro e del fuoco (Marian., _Hist.
Hispan_., t. I, l. IX, c. 18, p. 378): è scritta in lingua latina, ma
nell'undecimo secolo si credè necessario (A. D. 1039) fare una versione
in arabo dei canoni dei Concilii di Spagna (_Bibl. arabico-hispana_, t.
I, pag. 547), ad uso dei vescovi e del clero de' paesi soggetti ai Mori.

[427] Circa la metà del decimo secolo l'intrepido inviato
dell'imperadore Ottone primo rinfacciò al clero di Cordova questa
colpevole condiscendenza (_Vit. Johann. Gorz, in sec. Benedict. V_, n.
115, _apud_ Fleury, _Hist. eccles_., t. XII, pag. 91).

[428] Pagi, _Critica_, t. IV, A. D. 1149 n. 8, 9. Egli osserva
giustamente che quando Siviglia fu ripresa da Ferdinando di Castiglia
non vi si trovarono altri cristiani fuorchè i prigionieri, e che la
descrizione delle chiese mozarabiche dell'Affrica e della Spagna, datane
da Giacomo di Vitry, A. D. 1218 (_Hist. Hieros._, c. 80, pag. 1095, _in
gestis Dei per Francos_) fu tolta da un libro più antico, e soggiugne
che la data dell'Egira 677 (A. D. 1278) debbe applicarsi alla copia, e
non all'originale d'un Trattato di giurisprudenza in cui si espongono i
dritti civili de' cristiani di Cordova (_Bibl. arab.-hisp._, t. I, pag.
47), e che i Giudei erano i soli dissidenti che da Abul-Waled, re di
Granata (A. D. 1313), potessero essere perseguitati o tollerati (t. II,
p. 288).

[429] Renaudot, _Hist. patriar. Alex._, p. 288. Se avesse potuto Leone
Affricano, prigioniero in Roma, scoprire il menomo avanzo di
cristianesimo nell'Affrica, non avrebbe lasciato di dirlo per far la
corte al Papa.

[430] _Absit_ (diceano i cattolici al Visir di Bagdad) _ut pari loco
habeas Nestorianos, quorum praeter Arabas nullus alius rex est, et
Graecos quorum reges amovendo Arabibus bello non desistunt_, etc. V.
nelle Raccolte d'Assemani (_Bibl. orient_., t. IV, p. 94-101) lo stato
dei Nestoriani sotto i Califfi. Nella dissertazione preliminare del
secondo volume d'Assemani viene esposto più concisamente quello dei
Giacobiti.

[431] Eutych., _Annal_., t. II, pag. 384, 387, 388; Renaudot _Hist.
patr. Alex_., p. 205, 206, 257, 332. Il primo di quei patriarchi Greci
poteva essere men fedele agli imperatori e men sospetto agli Arabi,
professando in qualche punto l'eresia dei Monoteliti.

[432] Motadhed, che regnò dall'A. D. 892 sino al 902. Conservavano
tuttavia i Magi il lor nome e il grado fra le religioni dell'impero
(Assem., _Bibl. orient_. t. IV, p. 97).

[433] Narra Reland le angarie messe dalla legge e dalla giurisprudenza
musulmana sopra i cristiani (_Dissert._, tom. III, p. 16-29). Eutichio
(_Annal._, t. II, p. 448) e il d'Herbelot (_Bibl. orient._, pag. 640)
accennano gli ordini tirannici del Califfo Motawakkel (A. D. 847-861), i
quali sono ancora in vigore. Il greco Teofane racconta, e probabilmente
esagera, una persecuzione del Califfo Omar II (_Chron._, p. 334).

[434] S. Eulogio, che fu pure una delle vittime, celebra e giustifica i
martiri di Cordova (A. D. 850 ec.). Un sinodo convocato dal Califfo
censurò in modo equivoco la lor temerità. Il saggio Fleury, usando la
solita moderazione, non può accordare la lor condotta colla disciplina
dell'antichità: _«Pure l'autorità della chiesa ec.»._ (Fleury, _Hist.
eccles._, t. X, p. 415-522, e particolarmente p. 451-508, 509). Gli atti
autentici di questo sinodo spandono una viva luce, benchè passeggera,
sullo stato della chiesa di Spagna nel nono secolo.

[435] _V._ l'articolo _Eslamiah_ (noi diciamo _cristianità_) nella
_Bibliothèque orientale_ (p. 325). Questa carta dei paesi soggetti alla
religion musulmana è attribuita all'anno dell'Egira 885 (A. D. 995), ed
è di Ebn-Alwardi. Le perdite sofferte dal Maomettismo in Ispagna da quel
tempo in poi, si sono bilanciate coi conquisti nell'Indie, nella
Tartaria e nella Turchia europea.

[436] Nel collegio della Mecca s'insegna come lingua morta l'arabo del
Corano. Il viaggiator Danese paragona questo antico idioma al latino; la
lingua volgare dell'Hejaz e dell'Yemen all'italiano, e i dialetti arabi
della Sorìa e dell'Egitto e dell'Affrica ec. al provenzale, allo
spagnuolo, e al portoghese (Niebuhr, _Descript. de l'Arabie_, p. 74
ec.).



CAPITOLO LII.

      _I due assedii di Costantinopoli fatti dagli Arabi. Loro
      invasione in Francia, e loro sconfitta per opera di Carlo
      Martello. Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi.
      Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi. Imprese navali
      contro l'isola di Creta, contro la Sicilia e Roma. Decadimento e
      divisione dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi degli
      imperatori Greci._


Quando per la prima volta uscirono del lor deserto, avranno sicuramente
gli Arabi maravigliato di vedere così facili e rapidi i loro trionfi. Ma
quando nella lor corsa vittoriosa, pervennero alle rive dell'Indo e alla
vetta dei Pirenei; quando dopo infinite prove ebbero conosciuto la forza
delle lor scimitarre, e l'energia della lor fede, si saranno egualmente
stupiti di incontrare qualche nazione che potesse resistere alle lor
armi invincibili, e qualche limite che oppor si potesse alla dilatazione
dell'impero de' successori del Profeta. Temerità è questa che pure è
perdonabile in fanatici e in soldati, se si pensa alla fatica che dee
durare uno storico, che a mente fredda tien dietro presentemente ai
trionfi dei Saracini, quando vuole rendere a sè stesso ragione del come
abbiano potuto la religione e i popoli dell'Europa, eccetto la Spagna,
salvarsi da quel rischio imminente e quasi inevitabile in apparenza. I
deserti degli Sciti e dei Sarmati eran difesi dalla ampiezza loro, dalla
miseria e dal coraggio de' pastori del settentrione; remotissima ed
inaccessibile era la Cina: ma i Musulmani s'erano insignoriti della
maggior parte della Zona temperata; i Greci erano indeboliti dalle
calamità della guerra, dalla perdita delle più belle province, e la
precipitosa caduta della monarchia de' Goti potea sbigottire i Barbari
dell'Europa. Ora io m'accingo a svolgere le cagioni che preservarono la
Brettagna e la Gallia dal giogo civile e religioso del Corano, che
protessero la maestà di Roma, e ritardarono la servitù di
Costantinopoli; che rinvigorirono la resistenza dei cristiani, e fra i
Maomettani disseminarono germi di discordia e di debolezza.

[A. D. 668-675]

Quarantasei anni dopo la fuga di Maometto, comparvero armati i suoi
discepoli davanti alle mura di Costantinopoli[437]; essi erano animati
dalle promesse, o vere o supposte, del Profeta che la prima armata che
assediasse la città dei Cesari avrebbe il perdono dei peccati: vedeano
inoltre gli Arabi la gloria di quella lunga serie di trionfi che
ottennero i primi Romani, trasfusa giustamente nei vincitori della nuova
Roma, e la ricchezza delle nazioni versata in quella metropoli, che per
la sua bella situazione era fatta veramente per essere a un tempo il
centro del commercio e la sede del governo. Il Califfo Moawiyah, dopo
avere strozzati i suoi rivali e assodato il trono, volle colle vittorie,
e il vanto di questa santa impresa, espiare il sangue de' cittadini
versato nelle guerre intestine[438]. Gli apparecchi che fece in mare e
in terra furono adeguati alla grandezza della spedizione; ne fu affidato
il comando a Sophian, vecchio guerriero; ma furono rincorate le
soldatesche dalla presenza e dall'esempio d'Yezid, figlio del comandante
de' fedeli. Poco aveano i Greci a sperare, poco i lor nemici a temere
dal coraggio e dalla vigilanza dell'Imperatore che deturpava il nome di
Costantino, e non imitava del suo avo Eraclio se non se gli anni che
aveano ottenebrata la sua gloria. Senza essere arrestate, e senza
incontrare ostacolo, le forze navali de' Saracini passarono il canale
dell'Ellesponto, che pur oggi dai Turchi è considerato come il baloardo
posto dalla natura a difesa della capitale[439]. L'armata araba gittò
l'ancora, e sbarcarono le milizie presso il palazzo di Hebdomon,
distante sette miglia della Piazza. Dall'alba sino a notte fecero esse
per molti giorni parecchi assalti lungo le mura dalla porta dorata al
promontorio orientale, e l'urto delle colonne, poste di dietro,
spingevano avanti i guerrieri della prima linea. Ma gli assedianti
aveano calcolato male la forza e le difese di Costantinopoli. Da
numerosa e ben disciplinata guarnigione erano protette le sue mura
solide ed alte, e il valore Romano si riscosse in faccia al pericolo,
onde era minacciata la religione e l'impero: gli abitanti fuggiaschi
dalle province già conquistate, ricoverati colà, rinnovarono con miglior
successo i modi difensivi usati in Damasco e in Alessandria, e
sbalordirono i Saracini mirando i prodigiosi e strani effetti del fuoco
greco. Una resistenza tanto ostinata gli determinò a volgersi ad imprese
più facili; corsero quindi a mettere a sacco le coste d'Europa e d'Asia,
che cingono la Propontide, e dopo aver tenuto il mare, dal mese d'aprile
fino a settembre, si ritirarono per ottanta miglia dalla capitale
nell'isola di Cisico, ove formato aveano i magazzini, e depositata la
preda. Furon sì pazienti nella perseveranza, o sì deboli nelle
operazioni, che per sei estati successive eseguirono l'istesso disegno
d'assalto che terminò con ugual ritirata. Quindi ogni impresa,
manchevole di effetto, scemava in essi il vigore non che le speranze di
vincere, sino a tanto che i naufragi e le malattie, il ferro e il fuoco
del nemico gli astrinsero ad abbandonare quell'inutile tentativo. Ebbero
essi a piangere la perdita o a celebrare il martirio di trentamila
Musulmani, che lasciarono la vita all'assedio di Costantinopoli, e i
pomposi funerali di Abù-Ayub, o Giob, solleticarono la curiosità de'
cristiani medesimi. Questo Arabo venerando, uno degli ultimi compagni di
Maometto, era nel numero degli _Ansar_, o ausiliarii di Medina, che
accolsero il Profeta quando fuggì dalla Mecca. Da giovanetto erasi
trovato alle battaglie di Beder e di Ohud; giunto all'età matura era
stato l'amico e il collega d'Alì, e aveva logorato il resto delle sue
forze lungi dalla patria in una guerra contra i nemici del Corano.
Sempre fu rispettata la sua memoria: ma fu negletto, ed anzi ignorato,
il luogo della sua sepoltura per otto secoli sino a tanto che Maometto
II prese Costantinopoli. Una di quelle visioni che sono le arti consuete
in tutte le religioni del Mondo rivelò ai Musulmani, che Ayub era
sepolto al piè delle mura in fondo al porto, e quindi fu eretta colà una
Moschea che poi fu con ragione prescelta per luogo della inaugurazione
semplice e marziale dei soldani Turchi[440].

[A. D. 677]

L'esito di quell'assedio risuscitò nell'oriente e nell'occidente la
gloria dell'armi romane, ed oscurò per un poco quella de' Saracini. A
Damasco, in un consiglio generale degli Emiri o Coreishiti, fu accolto
onestamente l'inviato dell'imperatore; e allora i due imperi segnarono
una pace o tregua di trent'anni, nella qual occasione il comandante de'
credenti umiliò la sua dignità sino a promettere un annuo tributo di
cinquanta cavalli di buona razza, di cinquanta schiavi e di tremila
pezze d'oro[441]. Era già molto vecchio il Califfo, e volea godere della
sua autorità, e terminare i giorni nella quiete e tranquillità; ma
mentre al solo suo nome tremavano i Mori e gli Indiani, era poi la sua
reggia e la città di Damasco insultata dai Mardaiti o Maroniti del monte
Libano, i quali furono il miglior propugnacolo dell'impero sino al tempo
che la sospettosa politica dei Greci, dopo averli disarmati, li confinò
in un'altra contrada[442]. Dopo la sommossa dell'Arabia e della Persia,
non rimaneva più alla casa d'Ommiyah[443] altro dominio fuorchè i reami
della Sorìa e dell'Egitto. Nel suo imbarazzo e nello spavento che provò,
s'indusse a cedere sempre più alle premurose domande dei cristiani, e fu
statuito il tributo d'uno schiavo, d'un cavallo e di mille pezze d'oro
al giorno per tutti i 365 giorni dell'anno solare. Ma non così tosto
l'armi e la politica di Abdalmalek ebbero rintegrato l'impero, ricusò un
segno di servitù che feriva non men la sua coscienza che l'orgoglio:
cessò dunque di pagare il tributo, e i Greci avviliti dalla stravagante
tirannia di Giustiniano II, dalla legittima ribellion del popolo e dal
frequente ricomparire d'altri avversari non poterono pretenderlo a mano
armata. Sino al regno d'Abdalmalek, teneansi contenti i Saracini a
godere i tesori della Persia e di Roma col conio di Cosroe o
dell'imperator di Costantinopoli; il Califfo fece battere monete d'oro e
d'argento, nominate dinari, con una iscrizione la quale, benchè potesse
essere censurata da qualche severo casista, annunciava l'unità del Dio
di Maometto[444]. Sotto il regno del Califfo Walid, si cessò d'usare la
lingua e i caratteri greci nei conti della rendita pubblica[445]. Se
questo cangiamento originò l'invenzione o stabilì l'usanza delle cifre,
appellate comunemente arabiche o indiane, avvenne che poi con un
regolamento di computisteria, immaginato dai Musulmani, si aprisse il
campo alle più rilevanti scoperte dell'aritmetica, dell'algebra e delle
matematiche[446].

[A. D. 716-718]

Mentre che il Califfo Walid sonnecchiava sul trono di Damasco, e dai
suoi Luogo-tenenti si compiea la conquista della Transoxiana e della
Spagna, un terzo esercito di Saracini inondava le province dell'Asia
Minore e s'accostava a Bisanzio. Ma il tentativo ed il cattivo esito
d'un secondo assedio era riserbato al suo fratello Solimano, sospinto,
per quanto pare, da più operosa ambizione e da un ardir più marziale.
Negli sconvolgimenti dell'impero Greco, dopo che fu punito e vendicato
il tiranno Giustiniano, un basso segretario, cioè Anastasio o Artemio,
fu dall'accidente o dal suo merito vestito della porpora. Sorvennero
presto a spaventarlo le nuove di guerra, avendogli l'ambasciatore, da
lui spedito a Damasco, riferito il terribile annunzio degli apparecchi
che si faceano dai Saracini in mare e in terra, per un armamento ben
superiore di quanti si fossero veduti, o di tutto ciò che si poteva
immaginare. Le precauzioni d'Anastasio non furono indegne nè del suo
grado, nè del pericolo che lo minacciava. Ordinò che sgombrasse dalla
città qualunque persona che non avesse viveri bastanti per un assedio di
tre anni; empiè i magazzini e gli arsenali; restaurò e munì fortemente
le mura, e su quelle e su brigantini, di cui crebbe frettolosamente il
numero, collocò macchine da lanciar pietre, dardi e fuoco. Havvi
certamente maggiore sicurezza e più gloria a prevenire che a respingere
un assalto: immaginarono i Greci un divisamento che vinceva il lor
coraggio consueto, d'ardere cioè le munizioni navali del nemico, i
legnami di cipresso tratti dal Libano e condotti sulle coste della
Fenicia pel servigio dei navili egiziani. Grazie alla viltà o alla
perfidia delle squadre, che con una nuova denominazione appellavansi le
soldatesche del _Tehme Obsequien_[447], andò fallita la magnanima
impresa. Trucidarono esse il lor capitano, abbandonarono la bandiera
propria nell'isola di Rodi, si sperperarono pel continente vicino, e
poscia ottennero il perdono, o forse un premio, eleggendo ad imperatore
un semplice ufficiale dell'erario. Il quale nomavasi Teodosio, e poteva
pel suo nome piacere al senato ed al popolo; ma dopo un regno di alcuni
mesi sdrucciolò dal trono in un chiostro, e cesse al braccio ben più
vigoroso di Leone Isaurico l'onore di difendere la capitale e l'impero.
Già già il più formidabile dei Saracini, Moslemah, fratello del Califfo,
si avvicinava con cento ventimila tra Arabi e Persiani, la maggior parte
dei quali montava cavalli o cammelli; e ben durarono lungamente gli
assedi di Tiane, di Amorio, e di Pergamo, piazze che furono prese, ad
esercitare la lor arte, e a crescerne le speranze. Nel noto passaggio
d'Abido sull'Ellesponto per la prima volta tragittarono i Musulmani
dall'Asia in Europa. Di là girando attorno le città della Tracia,
situate sulla Propontide, andò Moslemah ad investire Costantinopoli
dalla parte di terra: cinse il suo campo di fossa e di muro; appostò le
sue macchine d'assedio, e ammonì, colle parole e le azioni, che se pari
alla sua fosse l'ostinazione degli assediati, aspetterebbe in quel sito
pazientemente il ritorno della stagion delle semine e del ricolto.
Fecero i Greci della capitale la proferta di redimere la propria
religione e l'impero con una menda o contribuzione d'una pezza d'oro per
testa: ma questa magnifica offerta fu sdegnosamente ributtata, e
l'arrivo delle navi dell'Egitto e della Sorìa sempre più raddoppiò la
presunzione di Moslemah. Si è computato il numero delle navi a mille e
ottocento, dal che si può argomentare quanto erano piccole, e venivano
con loro venti vascelli in cui la grandezza facea danno alla celerità, e
che per altro non conteneano che cento soldati armati pesantemente.
Questa numerosa squadra procedea verso il Bosforo sopra un mare
tranquillo, con vento favorevole, e, per valermi delle frasi dei Greci,
la selva mobile adombrava la superficie dello stretto. Intanto dal
generale Saracino s'era fissata la funesta notte destinata ad un assalto
generale per terra e per mare. Per aumentare la fiducia del nemico, avea
l'imperatore fatto abbassar la catena che custodiva l'ingresso del
porto; ma intanto che i Musulmani stavano esaminando se convenisse
giovarsi dell'occasione, o se avessero a temere di qualche insidia,
venne a sorprenderli la morte. Lanciarono i Greci le lor barche
incendiarie; gli Arabi, le lor armi, e le lor navi divenner preda delle
fiamme, e quei vascelli che vollero fuggire si spezzarono gli uni contro
gli altri, o furono inghiottiti dall'onde. Di modo che non si trova
negli Storici alcun vestigio di quella squadra, che minacciava la
distruzion dell'impero. I Musulmani ebbero però un disastro più
irreparabile: morì il Califfo Solimano d'indigestione[448] nel suo
campo, presso Kinnisrin o Calcide in Sorìa, mentre era in punto di
marciare a Costantinopoli col resto delle forze dell'oriente. Un parente
nemico di Moslemah succedette a Solimano, e le inutili e funeste virtù
d'un bigotto disonorarono il trono d'un principe dotato d'ingegno e di
attività. Mentre il nuovo Califfo Omar attendeva a calmare ed a
satisfare gli scrupoli della sua cieca coscienza, la sua trascuranza,
piuttosto che la sua risoluzione, lasciava continuare l'assedio durante
l'inverno[449]. Quella stagione fu oltre modo rigidissima: un'alta neve
coperse la terra per più di cento giorni, e i nativi abitatori degli
ardenti climi dell'Egitto e dell'Arabia si rimasero abbrividiti, e quasi
senza vita nel lor campo gelato. Si rianimarono col ritorno della
primavera, e già per essi s'era fatto un secondo sforzo onde
soccorrerli; ricevettero infatti due numerosi navili carichi di biada,
d'armi e di soldati; il primo di quattrocento barche di trasporto e
galere veniva da Alessandria, e il secondo di trecento sessanta
bastimenti dai porti dell'Affrica. Ma si riaccesero i terribili fuochi
dei Greci, e fu meno grande la distruzione solo perchè aveano i
Musulmani appreso per esperienza a star lontani dal pericolo, o perchè
gli Egiziani, che servivano sul navile, tradirono e passarono coi loro
vascelli ad unirsi coll'imperator de' cristiani. Si riaperse il
commercio e la navigazion della capitale, e la pesca supplì ai bisogni
ed al lusso degli abitanti. Ma non tardarono le schiere di Moslemah a
provare la penuria e le malattie, che crebbero ben presto in guisa
terribile per la necessità di ricorrere agli alimenti i più disgustosi e
rivoltanti per lo stomaco. Era scomparso lo spirito di conquista ed
anche di fanatismo; non potean più i Saracini uscire delle linee soli, o
in piccoli distaccamenti, senza essere esposti all'inesorabile vendetta
de' paesani della Tracia. Con doni e con promesse si procacciò Leone un
esercito di Bulgari dalle rive del Danubio: questi Selvaggi ausiliari
espiarono in qualche modo i danni, che con la sconfitta e l'eccidio di
ventiduemila Asiatici avean recato all'impero. Si sparse scaltramente la
nuova che i Franchi, popolazioni ignote del Mondo latino, armassero in
favor de' cristiani per mare e per terra, e questo formidabile soccorso,
colmando di gioia gli assediati mise il terrore negli assedianti.
Finalmente dopo tredici mesi d'assedio[450], Moslemah privo di speranza
ricevè lietamente dal Califfo il permesso di ritirarsi. La cavalleria
araba varcò l'Ellesponto e le province dell'Asia, senza indugiare e
senza essere disturbata. Ma un esercito Musulmano era stato tagliato a
pezzi verso la Bitinia, e tanto in più riprese avea sofferto il
rimanente dell'armata navale, per la procella e pel fuoco greco, che
sole cinque galere portarono ad Alessandria la nuova dei tanti e quasi
incredibili disastri sofferti[451].

Se Costantinopoli fu salva dei due assedii degli Arabi, conviene
soprattutto attribuirne il successo alle devastazioni e al terrore che
spandeva il fuoco greco, divenuto ancor più terribile per la
novità[452]. Il gran segreto di questa formidabile composizione, e la
maniera di dirigerla, erano stati insegnati da Callinico, oriundo
d'Eliopoli in Sorìa, il quale aveva abbandonato il servigio del Califfo
per quello dell'imperatore[453]. Si vide il talento d'un chimico e d'un
ingegnere adeguare la forza delle squadre e degli eserciti, e questa
scoperta, o questo miglioramento nell'arte della guerra, cadde per
ventura nel tempo che i Romani tralignati non poteano lottare contro il
fanatismo guerriero, e la gioventù valorosa dei Saracini. Quello Storico
che vorrà analizzare sì straordinario composto dee diffidare della
propria ignoranza, e di quella degli autori Greci tanto dediti al
maraviglioso, tanto negligenti, e in quest'occasione sì gelosi di
custodire per sè soli questa scoperta. Dalle parole oscure, e forse
fallaci che si lasciano sfuggire dalla penna, si potrebbe essere indotti
a credere che la nafta[454], ossia il bitume liquido, olio leggiero,
tenace e infiammabile[455] che sgorga dalla terra e che s'infiamma al
tocco dell'aria, fosse il primario ingrediente del fuoco greco. La
nafta, non so in che modo e in che proporzione, si mescolava col zolfo e
colla pece che si cava dai pini[456]. Da questa mistura, che produceva
un fumo denso, e un'esplosione fragorosa, usciva una fiamma ardente e
durevole, che non solo si alzava in linea perpendicolare, ma che colla
stessa forza abbruciava di fianco e abbasso, ed invece di estinguerla
l'acqua l'alimentava e le cresceva attività: non v'erano che la sabbia,
l'orina, e l'aceto che potessero mitigare la furia di quel formidabile
agente, dai Greci giustamente chiamato fuoco _liquido_, o fuoco
_marittimo_. Si adoperava con pari successo contro il nemico, in mare e
in terra, nelle battaglie e negli assedii. Si versava dall'alto delle
mura mercè d'una grande caldaia. Si gettava in palle di pietra o di
ferro arroventate, o pure si lanciava sopra strali e chiaverine coperte
di lino e di stoppe, molto imbevute di olio infiammabile; altre volte si
deponeva in brulotti destinati a portare in maggior numero di luoghi la
fiamma divorante; per lo più lo faceano passare attraverso lunghi tubi
di rame collocati nella parte anteriore d'una galea, la cui estremità,
figurando la bocca di qualche mostro selvaggio, parea che vomitasse
torrenti di fuoco liquido. Quest'arte di gran momento era accuratamente
custodita in Costantinopoli come il Palladio dello Stato. Quando
l'imperatore prestava le galere e l'artiglieria ai suoi alleati di Roma,
non si pensava certamente a svelare ad essi il segreto del fuoco greco,
e l'ignoranza e lo stupore aumentavano e trattenevano il terror dei
nemici. Uno degli imperatori[457], nel suo Trattato sulla amministrazion
dell'impero, accenna le risposte e le scuse colle quali si può eludere
l'imprudente curiosità, e le importune istanze dei Barbari. Raccomanda
che si dica che un angelo rivelò il mistero del fuoco greco al primo e
al massimo dei Costantini, ordinandogli espressamente di non mai
comunicare alle nazioni estere questo dono del cielo, e questa grazia
speciale conceduta ai Romani; che sono obbligati del pari il principe e
i sudditi a serbare in proposito un religioso silenzio, mancando al
quale sarebbero esposti alle pene temporali e spirituali destinate al
tradimento e al sacrilegio; che così fatta empietà tirerebbe subito
addosso al reo la prodigiosa vendetta del Dio de' cristiani. Queste
precauzioni fecero sì che i Romani dell'oriente fossero padroni del lor
secreto per quattro secoli, e alla fine dell'undecimo i Pisani, avvezzi
a tutti i mari e pratici di tutte le arti, si videro fulminati dal fuoco
greco senza poterne indovinare la composizione. Finalmente fu scoperta o
indovinata dai Musulmani, i quali poi, nelle guerre della Sorìa e
dell'Egitto, rivolsero contro i cristiani quel flagello che contro di
loro avean quelli inventato. Un cavaliere, che non curava le spade nè le
lancie de' Saracini, racconta candidamente lo spavento ch'egli ebbe, del
pari che i suoi compagni, alla vista e allo strepito della funesta
macchina che vomitava torrenti di fuoco greco, così tuttavia nominato
dagli scrittori francesi. Giugneva esso fendendo l'aria, dice
Joinville[458], sotto la forma d'un drago alato con lunga coda, e grosso
quanto una botte; faceva il rimbombo del fulmine, era celere come il
lampo, e colla sua orribile luce dissipava le tenebre della notte. L'uso
del fuoco greco, o come potrebbe oggi appellarsi del fuoco saracino,
continuò sin verso la metà del secolo quattordicesimo[459], sin a quel
tempo che il nitro, il zolfo ed il carbone, combinati per l'effetto di
scienza o del caso, hanno colla scoperta della polvere da schioppo
portato un gran cangiamento nell'arte della guerra e negli annali del
Mondo[460].

[A. D. 721 ec.]

Costantinopoli e il fuoco greco impedirono agli Arabi il passaggio in
Europa dalla parte dell'oriente; ma all'occidente e del lato de' Pirenei
venivano i vincitori della Spagna minacciando un'invasione alle province
della Gallia[461]. Vedendo il digradamento della monarchia francese si
sentivano allettati colà questi fanatici, sempre insaziabili di
conquiste; nè i discendenti di Clodoveo ereditato aveano da lui il
coraggio e l'indole indomita. Fosse disgrazia o debolezza di carattere,
i nomi degli ultimi re della razza merovingia non andavan disgiunti dal
titolo di neghittosi[462]. Regnavano essi senza autorità, e morivano
senza gloria. Un castello nelle vicinanze di Compiègne[463] era la
residenza loro, o per meglio dir la prigione; ma tutti gli anni, nei
mesi di marzo e di maggio, un carro tirato da sei buoi li conduceva
all'assemblea dei Franchi, ove davano udienza agli ambasciatori
stranieri e ratificavano gli atti dei Prefetti del Palazzo. Era questo
ufficial domestico il ministro della nazione, e il padrone del principe
a un tempo: così la carica pubblica era divenuta il patrimonio di una
sola famiglia. Il primo Pipino avea lasciato alla sua vedova e al figlio
che n'ebbe la tutela d'un re già venuto all'età matura, e questa debole
reggenza era stata rovesciata dai più ambiziosi fra i bastardi di
Pipino. Era quasi disciolto un governo mezzo selvaggio e mezzo
depravato: i duchi tributari, i conti governatori delle province, e i
signori dei feudi ad esempio dei Prefetti del Palazzo s'adoperavano a
farsi grandi sopra la debolezza d'un monarca spregiato. Fra i Capi
independenti un de' più arditi e de' più fortunati fu Eude, duca
d'Aquitania, il quale nelle province meridionali della Gallia usurpò
l'autorità, e ben anche il titolo di re. I Goti, i Guasconi, e i Franchi
si raccolsero sotto lo stendardo di questo eroe cristiano, il quale
respinse la prima invasion de' Saracini, e Zama Luogo-tenente del
Califfo perdè sotto le mura di Tolosa l'esercito e insieme la vita: alla
ambizione de' suoi successori s'aggiunse lo sprone della vendetta:
valicarono nuovamente i Pirenei ed entrarono nella Gallia con forze
poderose, e con la risoluzione di conquistare il paese. Per la seconda
volta prescelsero il sito vantaggioso di Narbona[464], ove i Romani
aveano formata la prima loro colonia; domandarono la provincia di
Settimania, o di Linguadoca, come parte dependente dalla monarchia di
Spagna. I vigneti della Guascogna e dei contorni di Bordeau divennero
possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della
Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i
costumi e la religione dell'Arabia.

[A. D. 731]

Ma questi angusti confini non bastavano al coraggio di Abdalraham, o
Abderamo, dal Califfo Hashem ridonato ai voti de' soldati e del popolo
di Spagna. Quel vecchio ed intrepido generale destinava al giogo del
Profeta il rimanente della Francia e dell'Europa, e tenendosi certo di
superare quanti ostacoli potessero la natura o gli uomini opporgli,
s'apparecchiò con un esercito formidabile a compiere il decreto da lui
dato. Dovette da prima reprimere la ribellione di Manuza, capitano Moro,
padrone dei passi più importanti dei Pirenei. Avea questi accettata
l'alleanza del duca d'Aquitania; ed Eude, condotto da motivi d'interesse
privato o da prospettive d'utilità pubblica, avea conceduta sua figlia,
giovanetta di grande avvenenza, ad un Affricano infedele: ma Abderamo
con armi più forti assediò le principali Fortezze della Cerdagna, e il
ribelle fu preso ed ucciso nelle montagne, e mandata la sua vedova a
Damasco per contentare le brame, o più probabilmente la vanità del
Califfo. Varcati i Pirenei, Abderamo senza indugiare passò il Rodano e
pose l'assedio ad Arles. Volle un esercito cristiano portar soccorso a
questa città: nel tredicesimo secolo vedevansi ancora i sepolcri de' lor
capitani, e le rapide onde del fiume trascinarono a migliaia nel
Mediterraneo i loro cadaveri. Non ebbe minor fortuna Abderamo dalla
parte dell'oceano. Attraversò senza ostacolo la Garonna e la Dordogna,
che congiungono le loro acque nel golfo di Bordeaux; ma al di là di
questi fiumi, trovò il campo dell'intrepido Eude che avea formato un
secondo esercito, e che sofferse una seconda sconfitta, funesta tanto ai
cristiani che, per lor confessione, Iddio solo poteva contare il numero
dei morti. Dopo questa vittoria inondarono i Saracini le province
dell'Aquitania, i nomi gallici delle quali sono piuttosto mascherati che
cancellati dalle denominazioni attuali di Perigord, Saintonge e Poitou;
Abderamo inalberò il suo stendardo sulle mura o almeno davanti alle
porte di Tours, e di Sens, e corsero i suoi distaccamenti il regno di
Borgogna sino alle tanto note città di Lione e Besanzone. La memoria di
quelle devastazioni è stata lungamente conservata dalla tradizione,
avvegnachè non la perdonava Abderamo nè a paese, nè ad abitanti; e la
invasion della Francia, fatta dai Mori e dai Musulmani, ha dato origine
a quelle favole, con cui ne' romanzi di cavalleria hanno guastato sì
bizzarramente i fatti, e che dall'Ariosto furono ornate di tinte così
brillanti e piacevoli. Nello stato di decadimento in cui giaceano la
società e le arti, le città abbandonate dagli abitanti non offerivano ai
Saracini che una preda miserabile: il più ricco bottino consistette
negli spogli delle chiese e dei monasteri cui diedero al fuoco dopo
averli saccheggiati. S. Ilario di Poitiers e San Martino di Tours[465],
in queste occasioni, dimenticarono quel poter miracoloso che dovea
difendere le loro tombe[466]. Avean corso trionfando i Saracini lo
spazio di più di mille miglia dallo scoglio di Gibilterra sino alle rive
della Loira; continuando così altrettanto, sarebbero giunti ai confini
della Polonia ed ai monti della Scozia: il passaggio del Reno non è già
più malagevole di quello del Nilo e dell'Eufrate, e da un'altra parte il
navile arabo avrebbe potuto penetrar nel Tamigi senza dare una battaglia
navale. Oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e
dall'alto delle sue cattedre si dimostrerebbe[467] a un popolo
circonciso la santità, e la verità della rivelazione di Maometto[468].

[A. D. 732]

Ma il senno e la fortuna d'un sol uomo salvarono la cristianità. Carlo,
figlio illegittimo di Pipino-il-Breve, si tenea contento al titolo di
Prefetto o di duca dei Franchi: ma egli meritava di divenire il ceppo
d'una stirpe di re. Governò per ventiquattro anni il regno, e colle sue
vigilanti cure ristaurò e sostenne la maestà del trono: i ribelli della
Germania e della Gallia furono successivamente schiacciati dalla
attività d'un guerriero, che nella medesima campagna piantava le sue
bandiere sull'Elba, sul Rodano e sulle coste dell'oceano. Nel punto del
pericolo dalla voce pubblica fu chiamato in soccorso della patria; il
suo rivale, il duca d'Aquitania, fu costretto a comparire tra la folla
dei fuggiaschi, e dei supplicanti. «Oh Dio! esclamavano i Franchi, che
disgrazia! che indegnità! già da gran tempo ci vien parlato del nome e
delle conquiste degli Arabi; noi temevamo la loro invasione dalla parte
d'oriente; essi han conquistata la Spagna, ed ecco che vengono
dall'occidente ad occupare il nostro paese. Eppure per numero sono
inferiori a noi, e le loro armi non vaglion le nostre, poichè non
portano scudi. — Se baderete al mio consiglio, rispose loro il bravo
Prefetto del Palazzo, non penserete ad interrompere la corsa, e non
precipiterete i vostri assalti: è quello un torrente che mal si
tenterebbe di arrestare nel suo impeto; sete di ricchezze, e sentimento
di gloria addoppiano in essi il valore, e il valore può più dell'armi e
del numero. Aspettate sino a tanto che, carichi di bottino, siano
inceppati nelle lor mosse. Questi tesori ne divideranno i pareri, e
faran sicura la vostra vittoria». Forse questa sottil politica è
un'invenzione degli scrittori Arabi, e forse la situazione di Carlo può
attribuire ai suoi indugi un motivo men nobile e più personale, il
segreto desiderio cioè, d'umiliare l'orgoglio, e di desolare le province
del ribelle duca d'Aquitania. È più verosimile per altro che fossero
forzati gli indugi di Carlo, ed alla sua brama contrarii. Ignoti erano
alla prima e alla seconda razza, gli eserciti permanenti; dominavano
allora i Saracini più che mezzo il reame; e, secondo la rispettiva lor
condizione, tanto i Franchi della Neustria che quei dell'Austrasia
troppo si dimostrarono sbigottiti, o poco attenti al pericolo che lor
soprastava; ed i soccorsi, volontariamente forniti dai Gepidi e dai
Germani, avean troppa via da correre per arrivare al campo de'
cristiani. Come tosto ebbe Carlo Martello raunate le sue forze, andò in
traccia del nemico, e trovollo nel cuor della Francia, fra Tours e
Poitiers. Le sue mosse ben regolate erano state nascoste da una catena
di colline, e per quanto pare fu sorpreso Abderamo dall'inaspettato suo
arrivo. Con pari ardore marciavano le nazioni dell'Asia, dell'Affrica e
dell'Europa ad una battaglia, che dovea cangiare la faccia del Mondo.
Passarono i sei primi giorni in iscaramuccie, nelle quali ebbero buon
successo i cavalieri e gli arcieri dell'oriente. Ma nella battaglia
ordinata, che seguì nel giorno settimo, furono oppressi gli Orientali
dalla forza e dalla statura dei Germani, i quali con indomito cuore, e
con mani di _ferro_[469] assicurarono la libertà civile e religiosa
della loro posterità. Il soprannome di Martello, che fu dato a Carlo,
prova abbastanza il peso de' suoi colpi intollerabili. Il risentimento e
l'emulazione avvivarono il valore di Eude, e, agli occhi dell'istoria, i
lor compagni d'armi sono i veri Pari, i veri Paladini della cavalleria
francese. Si combattè sino all'ultimo chiarore di giorno; cadde ucciso
Abderamo, e i Saracini si ritrassero entro il lor campo. Nella
confusione e nella disperazion della notte, le varie tribù dell'Yemen e
di Damasco, dell'Affrica e della Spagna si lasciarono trasportare dalla
rabbia sino a rivolger le armi le une contro l'altre; gli avanzi
dell'esercito improvvisamente si dissiparono, ed ogni Emir, più non
pensando che alla propria sicurezza, fece precipitosamente la sua
particolare ritirata. Allo spuntar dell'alba, tanta quiete del campo
Saracino fu da prima considerata dai cristiani vittoriosi per una
insidia. Pure sulle notizie avute dalle spie, si avventurarono
finalmente ad accostarsi per veder le ricchezze lasciate nelle tende già
vuote; ma, eccetto qualche famosa reliquia, non tornò in mano ai
legittimi proprietari che una piccola porzione di bottino. Ben presto si
sparse la gran nuova nel Mondo cattolico, e i monaci d'Italia asserirono
e credettero che il martello di Carlo aveva accoppato trecentocinquanta,
o trecento settantacinquemila Musulmani[470], nel mentre che i cristiani
non aveano perduto più di mille e cinquecento uomini nella giornata di
Tours; ma queste novelle incredibili sono abbastanza smentite da quel
che si sa della circospezione del general Francese, il quale temette i
rischi dell'inseguire, e che rimandò alle lor foreste i suoi alleati
della Germania. L'inazione d'un vincitore è una prova che egli ha
perduto assai di forza, e veduto correre molto del suo sangue, e non è
tanto il momento della battaglia, ma della fuga dei vinti quello che è
segnato da strage maggiore. Nondimeno la vittoria dei Franchi fu intera
e decisiva. Eude ricuperò l'Aquitania, e gli Arabi più non pensarono
alla conquista delle Gallie, da cui Carlo Martello e i prodi suoi
discendenti li respinsero ben presto al di là dei Pirenei[471]. Fa
meraviglia che il Clero, debitore della sua esistenza a Carlo Martello,
non abbia canonizzato o per lo meno lodato a cielo il salvatore del
cristianesimo: ma nella pubblica angustia era stato astretto il Prefetto
del Palazzo ad impiegare, in servigio dello Stato e per lo stipendio dei
soldati, le ricchezze, o almeno le rendite dei vescovi e degli abati. Fu
dimenticato il suo merito per sovvenirsi solamente del suo sacrilegio, e
un Concilio di Francia osò dichiarare[472], in una lettera ad un
principe Carlovingio, che il suo avo era dannato, che quando ne fu
aperta la tomba furono spaventati gli spettatori da un odor di fuoco e
dalla vista di un orrido drago, e che un Santo di quel tempo avea goduto
lo spettacolo di vedere ardere l'anima ed il corpo di quel sacrilego
negli abissi per tutta l'eternità[473].

Nella Corte di Damasco non fece tanta impressione la perdita d'un
esercito e d'una provincia in occidente, quanto l'esaltazione e i
progressi d'un rivale domestico. Eccettuati quei della Sorìa, giammai i
Musulmani non aveano amato la Casa d'Ommiyah. Aveanla veduta sotto
Maometto perseverare nell'idolatria, e nella ribellione; aveva essa a
malgrado suo abbracciato l'Islamismo; era irregolare e fazioso il suo
innalzamento, e bagnato il suo trono dal sangue più sacro ed illustre
dell'Arabia. Il pio Omar, che pur era il migliore dei principi di questa
razza, non avea riconosciuto bastante il suo titolo, e nelle lor virtù
personali non aveano tutti il modo di giustificarsi d'aver violato
l'ordine della successione, e gli occhi, non che il cuor dei fedeli,
erano volti verso la linea di Hashem, ed i parenti dell'appostolo di
Dio. Fra quei discendenti del Profeta, i Fatimiti erano spensierati o
pusillanimi, ma gli Abbassidi con ardimento e prudenza covavano speranze
di gran fortuna. Dal fondo della Sorìa, ove traevano una vita oscura,
fecero partire segretamente agenti e missionari, che nelle province
d'oriente andavano predicando il diritto ereditario ed irrevocabile che
loro competeva; Mohammed, figlio d'Alì, figlio d'Abdallah, figlio
d'Abbas, zio del Profeta, diede udienza ai deputati del Korasan, e ne
accettò un regalo di quarantamila pezze d'oro. Morto Mohammed, le truppe
numerose di fedeli, che non aspettavano altro che un Capo e un segnale
di ribellione, prestarono giuramento al suo figlio Ibrahim; il
governator del Korasan continuò a deplorare le inutilità de' suoi
avvertimenti, e il funesto sonno dei Califfi di Damasco, sino al giorno
in cui con tutti i suoi aderenti fu cacciato dalla città e dal palazzo
di Meru da Abu-Moslem generale dei ribelli[474]. Questo creatore di re
che chiamò, come è fama, gli Abbassidi a regnare, fu alla perfine pagato
come s'usa nelle Corti per l'ardire avuto di farsi utile. Una nascita
ignobile, forse in paese estero, non avea potuto frenare l'ambiziosa
energia di Abu-Moslem. Geloso egli delle sue mogli, prodigo delle sue
ricchezze e del sangue proprio, non che dell'altrui, si dava vanto con
gran compiacenza, e forse per la verità, d'aver data la morte a
seicentomila nemici; e tanta era la gravità del suo naturale e della sua
fisonomia, che fuor d'un giorno di battaglia non fu mai veduto
sorridere. Tra i colori scelti dalle diverse fazioni, il _verde_ era
quello dei Fatimiti; gli Ommiadi avevano preso il color _bianco_, e,
come il più contrario a questo, il _nero_ era stato preso dagli
Abbassidi. I turbanti e gli abiti di questi erano offuscati da quel
tetro colore: due stendardi neri elevati su picche, alte nove cubiti,
precedan la vanguardia di Abu-Moslem, e si chiamavano la _notte_ e
l'_ombra_, volendosi con tai nomi allegorici oscuramente indicare
un'unione indissolubile, e la succession perpetua della linea di Hashem.
Dall'Indo all'Eufrate, fu sconvolto l'oriente dalle contese della fazion
dei Bianchi, e dall'altra dei Neri: eran vincitori gli Abbassidi il più
delle volte: ma lo splendore di queste vittorie fu scemato per le
disgrazie personali del Capo. Scossasi infine da un lungo letargo,
deliberò la Corte di Damasco di impedire il pellegrinaggio della Mecca
intrapreso da Ibrahim, con luminoso seguito, per raccomandarsi al favor
del Profeta e del popolo a un tempo. Da un distaccamento di cavalleria
furono precise le sue mosse: egli fu arrestato, e spirò l'infelice in
una prigione di Harran, senza avere assaporato i piaceri del regno che
gli era stato tanto promesso. Saffah ed Almansor, suoi fratelli cadetti,
scamparono dalle mani del tiranno, tenendosi celati a Cufa sino a quel
giorno che dallo zelo del popolo, e dall'arrivo dei lor partigiani
dell'oriente, furono rincorati a mostrarsi al pubblico ansioso di
vederli. Saffah, ornato dei fregi di Califfo e dei colori della sua
Setta, seguitato da un corteggio religioso e militare, andò alla
moschea, salì in pulpito, fece orazione, indi un discorso come successor
legittimo di Maometto. Partito che fu, i suoi alleati ricevettero da un
popolo affezionato il giuramento di fedeltà: ma non nella moschea di
Cufa, ma sulle rive del Zab dovea terminarsi la gran contesa. Parea che
la fazione dei Bianchi avesse tutti i vantaggi, l'autorità d'un governo
ben assodato, un esercito di cento ventimila soldati contro un numero
sei volte minore di nemici, la presenza e il merito del Califfo Merwan,
quattordicesimo ed ultimo della casa d'Ommiyah. Prima di salire sul
trono s'era acquistato, per le sue campagne in Georgia, l'onorevole
soprannome di _asino_ della Mesopotamia[475], e si avrebbe potuto
annoverarlo tra i più gran principi, se i decreti eterni, dice Abulfeda,
non avessero stabilita quell'epoca per la rovina della sua famiglia:
decreto, soggiunge egli, contro il quale indarno lotterebbero tutta la
forza e la sapienza degli uomini. Si compresero male, o si violarono gli
ordini di Merwan; vedendosi tornare il suo cavallo, che egli avea per
una necessità corporale abbandonato un istante, fu creduto morto, e
Abdallah, zio del suo competitore, seppe bravamente dirigere
l'entusiasmo degli squadroni neri. Dopo una sconfitta irreparabile fuggì
il Califfo alla volta di Mosul: ma di già sventolava sulle mura la
bandiera degli Abbassidi, e allora ripassò il Tigri, gettò un'occhiata
di dolore sul suo palagio di Harran, varcò l'Eufrate, abbandonò le
fortificazioni di Damasco, e, senza soffermarsi nella Palestina, pose il
suo ultimo campo a Busir sulle sponde del Nilo[476]. Era incalzato nella
fuga dall'istancabile Abdallah, il quale inseguendolo cresceva ogni dì
più in forza e riputazione. Le reliquie della fazion dei Bianchi furono
totalmente disfatte in Egitto, e il colpo di lancia, che troncò la vita
e le inquietudini di Merwan, gli parve forse tanto utile quanto lo era
pel suo vincitore. L'inesorabile vigilanza del principe trionfante
estirpò i rami più remoti della famiglia rivale; ne furono disperse le
ossa, caricata d'imprecazioni la memoria, e vendicato ampiamente il
martirio di Hosein sulla posterità dei suoi tiranni. Ottanta Ommiadi,
che s'erano arresi sulla parola de' lor nemici, o fidavansi alla lor
clemenza, furono convitati ad un banchetto in Damasco, e colà furono
indistintamente trucidati ad onta delle leggi della ospitalità; fu
imbandita una tavola sui loro corpi, e dai gemiti della loro agonia si
pascea la giovialità dei commensali. L'esito della guerra civile fermò
saldamente la dinastia degli Abbassidi; ma furono soli i cristiani che
dovessero trionfare delle conseguenze degli odi, e delle perdite che
aveano sofferto i discepoli di Maometto[477].

[A. D. 755]

Se per altro le conseguenze di tale sconvolgimento politico non avessero
portato danno alla forza e all'unità dell'impero de' Saracini, avrebbe
bastato una generazione a riempiere il voto dei Musulmani mietuti dalla
guerra civile. Nella proscrizione degli Ommiadi, Abdalrahman, giovanetto
arabo della stirpe reale, era il solo che si fosse salvato dal furor dei
nemici, e fu inseguito dalle rive dell'Eufrate sino alle valli del monte
Atlante. La sua giunta nelle vicinanze della Spagna rianimò lo zelo
della fazione dei Bianchi. Sino a quel punto erano stati soli i Persiani
ad immischiarsi nella causa degli Abbassidi; l'occidente non avea
partecipato poco nè punto alla guerra civile, e i servi della famiglia
cacciata dal trono vi possedeano tuttavia, ma precariamente, le proprie
terre, e gli impieghi del governo. Fortemente riscaldati dalla
gratitudine, dallo sdegno e dal timore indussero il nipote del Califfo
Hashem ad occupare il soglio de' suoi antenati. Nella disperata
condizione in cui era, non potea ricevere altro consiglio da un'estrema
temerità, nè da un'estrema prudenza. Dalle acclamazioni del popolo fu
salutato il suo arrivo sulla costa d'Andalusia, e dopo più tentativi,
coronati dal buon esito, fondò Abdalrahman il trono di Cordova, e fu il
ceppo degli Ommiadi di Spagna, che per più di due secoli e mezzo
regnarono dalle rive dell'Atlantico sino alle montagne de' Pirenei[478].
Uccise egli in un combattimento un Luogo-tenente degli Abbassidi, venuto
con una squadra ed un esercito ad assalire i suoi dominii. Un ardito
emissario andò a sospendere davanti al palagio della Mecca la testa di
Ala, conservata nel sale e nella canfora; ed il Califfo Almansor fu ben
lieto, per la propria sicurezza, d'essere pei mari e per una vasta
ampiezza di paese diviso da un sì terribile avversario. Non ebbero alcun
effetto i loro nuovi divisamenti, e le dichiarazioni di guerra; la
Spagna, invece d'aprir una porta al conquisto dell'Europa, fu staccata
dal tronco della monarchia, e, impelagata in guerre continue
coll'oriente, parve propensa a mantener la pace e i vincoli d'amicizia
coi principi cristiani di Costantinopoli e di Francia. All'esempio degli
Ommiadi si conformarono i discendenti veri o supposti di Alì, cioè gli
Edrissiti di Mauritania, e i Fatimiti dell'Egitto e dell'Affrica, i più
potenti di tutti. Nel decimo secolo tre Califfi, o comandanti de' fedeli
che regnavano in Bagdad, in Cairoan ed in Cordova si contendeano il
trono di Maometto, si scomunicavano a vicenda, e non erano d'accordo che
su questa massima di discordia, che un Settario è più odioso e più
colpevole di un infedele[479].

Era la Mecca il patrimonio della linea di Hashem, ma non si avvisarono
mai gli Abbassidi di soggiornare nella città del Profeta. Presero
avversione per Damasco, che già era stata la residenza degli Ommiadi
bagnata del lor sangue, ed Almansor, fratello e successore di Saffah,
gettò le fondamenta di Bagdad[480], ove risiedettero per cinquecento
anni i Califfi suoi successori[481]. Fu collocata la nuova capitale
sulla riva orientale del Tigri circa quindici miglia al di sopra delle
rovine di Modain; fu cinta d'un doppio muro di forma circolare, e sì
rapido fu l'aumento di questa città, oggi ridotta a città di provincia,
che ottocentomila uomini e sessantamila donne di Bagdad e dei villaggi
vicini assistettero ai funerali d'un Santo, amato dal popolo. In questa
_città di pace_[482], in mezzo alle dovizie dell'oriente, assai presto
gli Abbassidi posero in non cale la moderazione e la semplicità dei
primi Califfi, e vollero emulare la magnificenza dei re Persiani.
Almansor, dopo aver fatte tante guerre ed innalzato sì gran numero di
edificii, lasciò quasi trenta milioni di lire sterline in oro e in
argento[483], e i suoi figli, sia pei vizi o per le virtù, dissiparono
in pochi anni questi tesori. Mahadi, un di loro, spese sei milioni di
danari d'oro in un solo pellegrinaggio alla Mecca. Forse per motivi di
carità e di divozione fondò cisterne e caravanserai (ospizii) sopra una
strada di settecento miglia; ma quella truppa di cammelli carichi di
neve che lo seguivano, non potea servir ad altro che a dar maraviglia
agli Arabi, e a rinfrescare i liquori e le frutta per la tavola del
principe[484]. Non mancarono i cortigiani senz'altro di colmar di elogi
la liberalità d'Almamon suo nipote, che, prima di smontar da cavallo,
distribuì i quattro quinti della rendita d'una provincia, vale a dire
due milioni e quattrocentomila danari d'oro. Alle nozze dello stesso
principe, sulla testa della sposa si seminarono mille perle di primaria
grossezza[485], ed un lotto di terre e di case dispensò ai cortigiani i
capricciosi favori della fortuna. Nel declinar dell'impero, lo splendor
della Corte invece di scemare si accrebbe, e un ambasciator Greco ebbe
occasione d'ammirare o di guardar con compassione la magnificenza del
debole Moctader. Tutto l'esercito del Califfo, tanto cavalleria che
fanteria, era sotto l'armi, dice lo storico d'Abulfeda, e formava un
corpo di cento sessantamila uomini: i grandi ufficiali, i suoi schiavi
favoriti gli stavano a fianco, vestiti nel modo più luminoso con cinture
brillanti di gemme e d'oro. Poi si vedeano settemila eunuchi,
quattromila dei quali erano bianchi; vi erano settecento portieri o
guardie d'appartamenti. Vogavano sul Tigri scialuppe e gondole
riccamente decorate. Non era minore la sontuosità nell'interno del
palazzo ornato di trent'ottomila tappezzerie, tra le quali dodicimila e
cinquecento eran di seta ricamate in oro: inoltre ventiduemila tappeti
da terra. Manteneva il Califfo cento leoni ognuno de' quali avea un
custode[486]. Fra gli altri raffinamenti d'un lusso mirabile non
conviene dimenticare un albero d'oro e d'argento che spandea diciotto
grossi rami, sui quali, non meno che sui più piccoli, si scorgevano
uccelli d'ogni spezie fatti, del pari che le foglie dell'albero, dei
medesimi metalli preziosi. Questo albero dondolava come gli alberi de'
nostri boschi, e allora si udiva il canto di vari uccelli. In mezzo a
tutto questo apparato fu condotto l'ambasciator Greco dal visir a piedi
del trono del Califfo[487]». In occidente, gli Ommiadi di Spagna
sosteneano con pari pompa il titolo di comandante dei fedeli. Il terzo e
il più grande degli Abdalrahman eresse a tre miglia di distanza da
Cordova la città, il palazzo e i giardini di Zebra in onore della sua
sultana favorita. Vi spese venticinque anni di lavoro, e più di nove
milioni sterlini; chiamò da Costantinopoli i più bravi scultori ed
architetti del suo secolo; mille dugento colonne di marmo di Spagna e
d'Affrica, di Grecia o d'Italia sorreggevano o abbellivano questi
edificii. La sala d'udienza era incrostata d'oro e di perle, e figure
d'uccelli e di quadrupedi d'infinito lavoro contornavano una gran vasca
posta nel centro. In un alto padiglione, collocato in mezzo ai giardini,
si vedeva uno di quei bacini o fontane che nei climi caldi sono sì
deliziose, ma che invece d'acqua era pieno di argento vivo purissimo. Il
serraglio di Abdalrahman, computandovi le mogli, le concubine e gli
eunuchi neri, era composto di seimila e trecento persone, e quando
andava al campo era seguìto da dodicimila guardie a cavallo che aveano
cinture e scimitarre guarnite d'oro[488].

Nella condizione privata avviene che le nostre voglie sono represse
dalla povertà a dalla subordinazione: ma un despota, alle cui brame
tutti servono ciecamente, dispone della vita e del braccio di milioni
d'uomini presti sempre a soddisfare senza indugio ogni suo capriccio.
Noi siamo abbacinati da una condizione sì luminosa, e, ad onta dei
consigli della fredda ragione, pochi sono fra noi che ostinatamente
ricusassero di provare i piaceri e le cure del regno. Può dunque
riescire a qualche utilità l'indicare in proposito l'opinione di quel
medesimo Abdalrahman, la magnificenza del quale ci ha mossi forse ad
ammirazione e ad invidia, e il riportare uno scritto di sua mano trovato
dopo la sua morte nel gabinetto di lui. «Presentemente io conto
cinquant'anni di regno, sempre vittorioso o in pace, amato dai sudditi,
temuto dai nemici, rispettato dagli alleati: ho avuto a seconda de' miei
desiderii ricchezza, onori, potenza e piaceri, e pare che nulla dovesse
mancare sulla terra alla mia felicità. In questo stato ho voluto
attentamente tener conto di tutti i giorni in cui ho provato una
felicità vera; essi non furono che _quattordici_.... oh! uomo, non porre
mai la tua fiducia nelle cose di questo Mondo[489].» Il lusso dei
Califfi, tanto inutile alla privata lor contentezza, indebolì la forza e
limitò l'ingrandimento dell'impero degli Arabi. Non aveano i primi
Califfi pensato che a conquiste temporali e spirituali, e dopo aver
provveduto al personal loro mantenimento, che alle necessità della vita
si restringeva, impiegavano scrupolosamente in que' religiosi disegni
tutta l'entrata. La moltitudine de' bisogni, e il difetto d'economia
impoverirono gli Abbassidi, i quali, invece di darsi tutti a' grandi
pensieri dell'ambizione, consacravano alle ricerche della pompa e dei
piaceri le ore, i sentimenti e le forze del loro ingegno. Donne, ed
eunuchi usurpavansi le ricompense dovute al valore, e il campo reale era
ingombro del lusso della Corte. Uguali costumanze si seguirono dai
sudditi del Califfo. Col tempo e nella prosperità s'era calmato il
severo loro entusiasmo: cercavan fortuna nei lavori d'industria, gloria
nella coltura delle lettere, felicità nella quiete della vita domestica.
Non era più la guerra la passion dei Saracini, nè più bastavano lo
stipendio accresciuto, le liberalità sovente rinnovate a sedurre i
discendenti di quei prodi, che allettati dalla speranza del bottino o
del paradiso giungevano in folla sotto lo stendardo d'Abubeker e di
Omar.

[A. D. 754-813]

Quando gli Ommiadi regnavano, erano ristretti gli studii dei Musulmani
ad interpretare il Corano, e a coltivar l'eloquenza e la poesia nella
propria lingua. Un popolo esposto sempre ai rischi della guerra, debbe
apprezzare l'arte della medicina o piuttosto della chirurgia; ma i
medici Arabi si dolean sotto voce che l'esercizio e la temperanza
riducessero a poco il numero dei malati[490]. I sudditi degli Abbassidi,
dopo le guerre civili e le domestiche, esciano del letargo in cui
s'erano assopiti gli ingegni. Impiegarono l'ozio, che aveano acquistato,
a soddisfar la curiosità che lo studio delle scienze profane veniva
ispirando negli animi loro. Questo studio da prima venne favorito dal
Califfo Almansor, il quale, oltre il ben conoscere la legge musulmana,
aveva imparato l'astronomia. Ma quando salì al trono Almamon, settimo
degli Abbassidi, compiendo i disegni del suo avo invitò da ogni parte le
Muse alla sua Corte. Dai suoi ambasciatori a Costantinopoli, dai suoi
agenti nell'Armenia, nella Sorìa, nell'Egitto furono raunati gli scritti
della Grecia, ed egli li fece tradurre in arabo da valenti interpreti,
esortò i sudditi a leggerli assiduamente, e il successor di Maometto
assistè con piacere, e insiem con modestia, alle assemblee ed alle
dispute degli eruditi. «Non ignorava, dice Abulfaragio, che coloro che
consacran la vita a perfezionare l'intelletto, sono gli eletti di Dio, i
suoi migliori e più utili servi. L'ignobile ambizion dei Cinesi e dei
Turchi può ben insuperbirsi dell'industria delle lor mani e dei lor
godimenti sensuali: ma quegli abili operai non devono considerare se non
se con disperata invidia gli esagoni, e le piramidi delle celle d'un
alveare[491]. La ferocia de' leoni e delle tigri debbe atterrire quegli
uomini valorosi, e nei piaceri dell'amore la forza loro è bene inferiore
a quella dei più vili quadrupedi. I maestri della sapienza sono i veri
luminari e i legislatori del Mondo, il quale senza di loro ricadrebbe
nell'ignoranza e nella barbarie.[492]». Nei principi della Casa d'Abbas,
che succedettero ad Almamone, pari fu la curiosità e lo zelo
d'apprendere: i lor rivali, i Fatimiti d'Affrica, e gli Ommiadi di
Spagna, comandanti anch'essi dei fedeli, furon pure i protettori delle
scienze. Nelle province solevano gli Emiri indipendenti concedere al
sapere quella protezione che da loro si considerava come uno dei doveri
di chi regna, e la loro emulazione diffuse, da Samarcanda e da Boccara
sino a Fez e a Cordova, il gusto delle scienze, e i guiderdoni da quelle
meritati. Il visir d'uno di que' Soldani donò dugentomila pezze d'oro
per erigere a Bagdad un collegio, e lo dotò d'una rendita di
quindicimila danari. Ne uscirono per avventura in vari tempi seimila
scolari di tutte le classi, cominciando dal figlio del nobile sino a
quello dell'artigiano. Gli alunni poveri ricevano una somma sufficiente
ai lor bisogni, e i professori aveano stipendi proporzionati al merito
od al talento loro. In tutte le città, il genio curioso dei dilettanti,
e la vanità dei ricchi venivano moltiplicando gli esemplari delle opere
della letteratura araba. Un semplice dottore rifiutò gli inviti del
soldano di Boccara, perchè a trasportare i suoi libri sarebbe stato uopo
di quattrocento cammelli. La biblioteca dei Fatimiti conteneva centomila
manoscritti, vergati in bellissimo carattere e legati magnificamente, i
quali senza timore e senza difficoltà erano prestati agli studenti del
Cairo. Nondimeno questo numero sembrerà ancora assai moderato, se si
voglia credere che gli Ommiadi di Spagna aveano formata una biblioteca
di seicentomila volumi, fra i quali se ne contavano quarantaquattro pel
solo catalogo. Cordova lor capitale, e le città di Malaga, d'Almeria e
di Murcia diedero il giorno a più di trecento autori; e per lo meno
settanta erano le biblioteche pubbliche nelle città solamente del regno
d'Andalusia. Il dominio delle lettere arabe si è prolungato per lo
spazio di circa cinque secoli, sino alla grande irruzione dei Mongou, e
fu contemporaneo al periodo più oscuro e più ozioso degli annali
Europei; ma pare che la letteratura orientale abbia declinato dopo che
le scienze comparvero nell'Occidente[493].

Nelle biblioteche degli Arabi, come in quelle dell'Europa, la maggior
parte di questo enorme ammasso di volumi non aveva che un valor locale
ed un pregio immaginario[494]. Vi stavano in mucchio una farragine
d'oratori e di poeti, lo stile dei quali era conforme al gusto e ai
costumi del paese; d'istorie generali e particolari, a cui ogni nuova
generazione recava il suo tributo d'eroi e di fatti; di raccolte e di
commentari sulla giurisprudenza, che pigliavano la loro autorità dalla
legge del Profeta; di interpreti del Corano, e di tradizioni ortodosse;
finalmente tutto lo stuolo dei teologi polemici, mistici, scolastici e
moralisti, considerati come i primarii o gli ultimi degli scrittori,
secondo che sono guardati dall'occhio dello scetticismo, o da quel della
fede. I libri di scienza o di speculazione poteano dividersi in quattro
classi, filosofia, matematica, astronomia e medicina. Furono tradotti e
spiegati in lingua araba gli scritti dei Saggi della Grecia, e si è
ritrovato in queste versioni qualche Trattato di cui oggi è perduto
l'originale[495]: tradussero gli orientali e studiarono, fra gli altri,
gli scritti d'Aristotile e di Platone, d'Euclide e d'Apollonio, di
Tolomeo, d'Ippocrate e di Galeno[496]. Fra i sistemi di idee che hanno
variato col gusto d'ogni secolo, abbracciarono gli Arabi la filosofia
d'Aristotile, del pari intelligibile ed oscura del pari pei lettori di
tutti i tempi. Platone avea scritto per gli Ateniesi, e lo spirito delle
sue allegorie è troppo intimamente connesso colla lingua e colla
religion della Grecia. Caduta che fu questa religione, uscendo i
Peripatetici della loro oscurità trionfarono nelle controversie delle
Sette orientali, e lungo tempo dopo fu dai Musulmani di Spagna renduto
alle scuole latine il loro fondatore[497]. In fisica, i progressi delle
vere cognizioni erano stati inceppati dagli insegnamenti dell'accademia
e del liceo, che invece dell'osservazione avean messo in questa scienza
il raziocinio. La superstizione ha fatto troppo uso della metafisica
dello spirito infinito, e dello spirito finito: ma dalla teorica e dalla
pratica della dialettica sono fortificate le nostre facoltà
intellettuali; le dieci categorie di Aristotile generalizzano e mettono
in ordine le nostre idee[498], e il suo sillogismo è l'arma più
tagliente della disputa. Era questa abilmente impiegata nelle scuole dei
Saraceni; ma siccome giova più per discoprire l'errore che la verità,
non è maraviglia se si veggono nella succession dei tempi girare
continuamente e maestri e discepoli nello stesso circolo d'argomenti. Le
matematiche hanno un vantaggio particolare, quello cioè, di poter
sempre, nel corso dei secoli, progredire più innanzi senza retrogradare
giammai; ma gli Italiani, se mal non m'appongo, nel decimoquinto secolo
presero la geometria quale si trovava presso gli antichi; e qualunque
siasi l'etimologia della parola Algebra, gli stessi Arabi attribuiscono
modestamente quella scienza a Diofanto un de' Geometri della
Grecia[499]. Con più gloria coltivarono l'astronomia che sublima lo
spirito umano, insegnandogli a non curare il piccolo pianeta in cui
abita nella propria passaggera esistenza. Il Califfo Almamon somministrò
i dispendiosi stromenti necessari agli osservatori: per altro il paese
de' Caldei aveva un terreno egualmente piano, e uno stesso Orizzonte
sempre sgombro di nubi: nelle pianure di Sennaar, e la seconda volta in
quelle di Cufa misurarono i matematici esattamente un grado del gran
circolo della terra, e trovarono essere l'intera circonferenza del globo
ventiquattromila miglia[500]. Dal regno degli Abbassidi sino a quello
dei nipoti di Tamerlano, si osservarono le stelle con attenzione, ma
senza l'aiuto dei cannocchiali; e le Tavole astronomiche di Bagdad, di
Spagna e di Samarcanda[501] correggono alcuni errori secondari, senza
avere il coraggio di rinunciare all'ipotesi di Tolomeo, e senza avanzare
un passo verso la scoperta del sistema solare. Non poteano esser ben
accolte le verità scientifiche nelle Corti d'oriente se non se mercè
della ignoranza e della sciocchezza; e si sarebbe ributtato l'astronomo,
se non avesse avvilito il suo sapere e l'onestà sua colle vane
predizioni dell'astrologia[502]. Ma nella scienza della medicina hanno
gli Arabi ottenuto giustissimi elogi. Mesua e Geber, Razis ed Avicenna
si sono innalzati alla sublimità dei Greci; e nella città di Bagdad si
contavano ottocento sessanta medici approvati, ricchi per la pratica di
loro professione[503]. In Ispagna si affidava la vita dei principi
cattolici al sapere dei Saracini[504], e la scuola di Salerno, nata
dalle dottrine che avean essi portate, richiamò in Italia e nel resto
dell'Europa i precetti dell'arte salutare[505]. Dovettero i buoni
successi di ciascun di que' medici essere frutto della forza propizia di
molte cagioni personali ed accidentali; ma si può formare un concetto
più positivo di quanto sapevano in generale su l'anatomia[506] la
botanica[507] e la chimica[508], che sono le tre basi della lor teorica
e della loro pratica. Per un rispetto superstizioso dei morti, non si
permetteva ai Greci e agli Arabi che la sezione delle scimie e d'altri
quadrupedi. Le parti più solide e più visibili del corpo umano erano
note ai tempi di Galeno; ma al microscopio ed alle iniezioni dei moderni
era serbato il conoscerne meglio la costruzione. La botanica esige
indagini faticose, e poterono le scoperte della Zona torrida arricchire
di duemila piante l'erbario di Dioscoride. Quanto alla chimica, forse i
templi e i monasteri dell'Egitto conservavano per tradizione qualche
dottrina di essa, e col praticare le arti e le manifatture s'erano
imparati molti utili segreti; ma la scienza è debitrice della sua
origine e del suo incremento alla fatica dei Saracini. I quali furono i
primi ad usure il lambicco per distillare, e a noi ne tramandarono il
nome; analizzarono le sostanze dei tre regni; osservarono le differenze
e le affinità degli alcali e degli acidi, e dai minerali più pericolosi
seppero ricavare medicamenti dolci e salubri. Ma la trasmutazione dei
metalli e l'elixir d'immortalità furono le principali occupazioni della
chimica araba. Migliaia di dotti videro sparire la lor fortuna, e la
ragione e il senno nei crogiuoli dell'alchimia; si congiunsero insieme
il mistero, la favola e la superstizione, degni socii per lavorare alla
grand'opra della pietra filosofale.

Intanto i Musulmani aveano trascurato i maggiori beneficii che fornisce
la lettura degli autori della Grecia e di Roma: cioè la cognizion
dell'antichità, del buon gusto e della libertà di pensare. Alteri,
baldanzosi delle ricchezze della propria lingua, sdegnavano gli Arabi lo
studio d'un idioma straniero. Fra i cristiani dei loro dominii
sceglievano gl'interpreti greci, e questi faceano le traduzioni talora
sul testo originale, e forse più sovente sopra una versione siriaca; e
pare che i Saracini, dopo aver pubblicato nella propria lingua tante
Opere d'astronomia, di fisica e di medicina, non abbiano tradotto un
poeta, un oratore, e nemmeno uno storico[509]. La mitologia d'Omero
avrebbe ributtata la severità del lor fanatismo; governavano essi in una
neghittosa ignoranza le colonie dei Macedoni, e le province cartaginesi
e romane; non v'era più memoria degli eroi di Plutarco e di T. Livio, e
l'istoria del Mondo, prima di Maometto, era ristretta ad una breve
leggenda sui patriarchi e profeti, e i re della Persia. Forse gli autori
greci e latini, in cui è occupata la nostra educazione, ci hanno per
avventura inspirato un gusto troppo esclusivo, nè io son sollecito a
condannare la letteratura e il giudizio delle nazioni di cui non m'è
nota la lingua. So per altro che possono gli autori classici insegnare
assai cose, e credo che molto hanno da imparare gli orientali da quelli;
mancano specialmente d'una certa dignità temperata nello stile, delle
nostre belle proporzioni dell'arte, delle forme del bello visibile ed
intellettuale, dell'abilità di delineare esattamente i caratteri e le
passioni, d'abbellire un racconto o un argomento, e di comporre
regolarmente l'edificio dell'epopea e del dramma[510]. L'impero della
verità e della ragione è sempre presso a poco lo stesso. I filosofi
d'Atene e di Roma godevano la libertà civile e religiosa, e ne
sosteneano coraggiosamente i diritti. Colle loro scritture di morale e
di politica avrebbero a poco a poco rallentati i ferri del dispotismo
orientale, e sparso uno spirito generale di discussione e di tolleranza:
nel leggerli, avrebbero i saggi Arabi pensato che il Califfo poteva
essere un tiranno, e il loro Profeta un impostore[511]. All'istinto
della superstizione fecero anche timore le scienze astratte, e i più
austeri dottori della legge dannarono l'imprudente e perniciosa
curiosità di Almamon[512]. Deesi attribuire alla sete del martirio, alle
visioni sul paradiso e al domma delle predestinazioni l'indomabile
entusiasmo del principe e del popolo. La spada dei Saracini cessò
d'essere tanto formidabile quando la gioventù passò dai campi ai
collegi, quando gli eserciti de' fedeli osarono leggere e riflettere.
Pure la puerile vanità dei Greci s'inalberò al vedere quegli studii, e
solo con gran ripugnanza s'indussero a comunicare il santo fuoco ai
Barbari dell'oriente[513].

[A. D. 781-805]

Nel tempo della sanguinosa lotta fra gli Ommiadi e gli Abbassidi, aveano
i Greci colto il destro di vendicarsi dei torti ricevuti ed allargare i
confini. Ma pagarono caro questo piacere sotto Mohadi, terzo Califfo
della dinastia, il quale fece esso pure suo pro dei vantaggi che gli
presentava la debolezza della Corte bizantina, governata da una donna e
da un fanciullo, Irene e Costantino. Dalle rive del Tigri giunse al
Bosforo di Tracia un esercito di novantacinquemila Persiani ed Arabi,
condotti da Haroun[514] o Aronne, secondo figlio del Califfo, e
l'imperadrice, che presto lo vide accampato in faccia al suo palazzo
sulle alture di Crisopoli o Scutari, comprese allora d'aver perduta gran
parte delle sue soldatesche e delle province. Colla sua approvazione, i
ministri segnarono una pace ignominiosa, e i donativi scambievoli delle
due Corti non poterono mascherare la vergogna d'un annuo tributo di
settantamila danari d'oro a cui dovette obbligarsi l'impero Romano. I
Saracini non aveano avuta bastante precauzione innoltrandosi in una
terra nemica e lontana dal loro impero; per indurli a ritirarsi, furono
promesse guide sicure e viveri in abbondanza, nè vi fu un solo Greco da
tanto che insinuasse, potersi circondare e distruggere le loro milizie
affaticate nel punto che passassero fra una montagna di malagevole
accesso e la riviera di Sangario. Cinque anni dopo questa impresa, salì
Haroun sul trono paterno; e di tutti i monarchi della sua famiglia fu
quegli che mostrò più potenza ed energia. La sua alleanza con Carlo
Magno gli ha data celebrità in occidente, e noi lo conosciamo sin dalla
nostra infanzia per la figura che fa continuamente nelle Novelle Arabe.
Egli denigrò il suo soprannome di Rashid (il Giusto), con la morte de'
generali Barmecidi, forse innocenti, il che, per altro, non impediva che
potesse far giustizia a una povera vedova, la quale, saccheggiata da'
soldati, osò citare al despota negligente un passo del Corano, che lo
minacciava del giudizio di Dio e della posterità. Si abbellì la sua
Corte della pompa del lusso e delle scienze; nei ventitre anni del suo
regno corse più volte le province del suo impero dal Korasan sino
all'Egitto. Fece cinque pellegrinaggi alla Mecca; invase in otto epoche
diverse il territorio dei Romani, ed ogni volta che questi ricusarono di
pagare il tributo, impararono che un mese di devastazioni era più
funesto che un anno di sommessione. Dopo la deposizione e l'esiglio
della snaturata madre di Costantino, risolvette il suo successore
Niceforo d'abolire questa marca di servitù e di disonore. La sua lettera
al Califfo alludeva al giuoco degli Scacchi, che s'era di già diffuso
dalla Persia nella Grecia: «La regina (diceva egli parlando d'Irene) vi
considerava come una torre, e si credeva una pedina. Questa donna
pusillanime aveva acconsentito a pagarvi un tributo, il doppio di quello
che avrebbe dovuto esigere da un popolo barbaro. Restituite dunque i
frutti della vostra ingiustizia, o preparatevi a decidere questa lite
coll'armi». Nel pronunciar queste parole gli ambasciatori gettarono a
piè del trono un fascio di spade. Sorrise a quella minaccia il Califfo,
e cavando la sua tremenda _sansamah_, quella scimitarra sì famosa negli
annali della storia e della favola, troncò le deboli armi dei Greci
senza smuzzare il taglio della sua. Dettò poscia questa lettera
terribilmente laconica: «In nome del Dio misericordioso,
Haroun-al-Rashid comandante dei fedeli, a Niceforo, cane Romano. Figlio
d'una madre infedele, ho letto la tua lettera. Tu non avrai la mia
risposta, ma la vedrai». La Scrisse in caratteri di sangue e di fuoco
nelle pianure della Frigia; e per arrestare la celerità guerriera degli
Arabi, dovettero i Greci ricorrere alla dissimulazione e all'apparenza
di pentimento. Dopo le fatiche della campagna si ritrasse il Califfo
vittorioso a Racca sull'Eufrate[515], che era il palagio da lui
prediletto. Ma i suoi nemici, vedendolo lontano cinquecento miglia,
rincorati inoltre dal rigor della stagione, si avventurarono a violare
la pace. Ebbero però a rimanere storditi dell'ardimento e dalla rapidità
del Califfo, che nel cuor del verno ripassò le nevi del monte Tauro;
avea già Niceforo esausti tutti gli stratagemmi di negoziazione e di
guerra, e questo perfido Greco non uscì che con tre ferite da una
battaglia che costò la vita a quarantamila sudditi. Sdegnò per altro
anche una volta la sommessione, e il Califfo si mostrò parimenti
preparato alla vittoria. Aveva Haroun cento trentacinquemila soldati di
milizia regolare e più di trecentomila uomini d'ogni genere entrarono in
campagna sotto il vessillo nero degli Abbassidi. Questo esercito sgombrò
l'Asia Minore sino al di là di Tiane ed Ancyra, ed investì Eraclea del
Ponto[516], già capitale d'un paese florido, ed oggi miserabile borgo,
il quale, al tempo di cui parliamo, sostenne colle sue vecchie mura
l'assedio di un mese contra tutte le forze dell'oriente. Haroun la
rovinò da cima a fondo, e i suoi guerrieri vi trovarono grandi
ricchezze; ma se avesse conosciuta la storia della Grecia, avrebbe
deplorata la perdita di una statua d'Ercole, che avea tutti gli
attributi del Semidio, cioè la clava, l'arco, il turcasso, e la pelle di
lione in oro massiccio. Per li progressi dei guasti in mare e in terra,
dall'Eusino all'isola di Cipro, fu determinato Niceforo a ritrattare la
sua superba disfida. Consentì Haroun alla pace: ma volle che rimanessero
le rovine d'Eraclea per una lezione ai Greci, e per un trofeo alla sua
gloria, e che la moneta del tributo portasse l'effigie e il nome di
Haroun e de' suoi tre figli. Ma questa pluralità di sovrani fu quella
che diede ai Romani agio per sottrarsi al proprio disonore[517]. Dopo la
morte del padre, i figli del Califfo si contesero l'eredità, e quegli
che vinse la prova, il nobile Almamone, ebbe troppo che fare a
ristabilire la pace domestica e la coltura delle scienze.

[A. D. 823]

Mentre Almamone regnava in Bagdad, e Michele-il-Balbo in Costantinopoli,
gli Arabi soggiogarono le isole di Creta[518] e di Sicilia. I loro
scrittori, che ignoravano la fama di Giove e di Minosse, non curarono la
prima di quelle conquiste: ma non fu trascurata dagli storici Bizantini,
che qui cominciano a spargere un po' più di luce sulle cose del lor
tempo[519]. Una turba di volontari della Andalusia, malcontenti del
clima e del governo di Spagna, se ne andarono per mare in cerca
d'avventure, e poichè non aveano che dieci o venti galere furono
chiamati corsari. Come sudditi e difensori della parte dei Bianchi,
credevano aver dritto d'invadere i domimi dei Califfi Neri. Da una
fazione ribelle furono introdotti in Alessandria[520]; tagliarono a
pezzi amici e nemici, posero a sacco le chiese e le moschee, vendettero
più di seimila cristiani, e si tennero forti nella capitale dell'Egitto
sino al tempo che Almamon piombò su loro col suo esercito. Dalla foce
del Nilo sino all'Ellesponto, le isole e le coste, che appartenevano o
ai Greci o ai Musulmani, furono esposte alle loro devastazioni.
Allettati dalla fertilità della Grecia, e ardenti di voglia di
insignorirsene, presto vi ritornarono con quaranta galere. Corsero gli
Andalusii quell'isola senza tema e senza ostacolo; ma quando giunsero
alla riva per imbarcarvi la preda, videro i lor navili in mezzo alle
fiamme, e confessò Abu Caab, loro Capo, sè essere l'autore
dell'incendio. Accusato dalle loro grida come stravagante o perfido, «di
che vi lagnate? rispose l'accorto Emir. Io vi ho condotto in una terra,
ove scorre il latte e il mele. Qui sta la vostra patria. Riposate dalle
fatiche, e ponete in dimenticanza i deserti nativi. — E le nostre donne
e i nostri figli? esclamarono i pirati. — Le vostre belle prigioniere
faran le veci delle vostre mogli, soggiunse Abu Caab, e in braccio a
loro diverrete ben presto padri d'una nuova famiglia». Non ebbero da
prima per abitazione che il loro campo sulla baja di Suda, cinto da una
fossa e da un muro; ma da un monaco apostata, fu loro indicato nella
parte orientale un sito più opportuno, e il nome di _Candace_, che
diedero alla lor Fortezza e alla colonia loro, e divenuto quello
dell'intera isola chiamata poi corrottamente Candia. Delle cento città
sussistenti ai tempi di Minosse, non ne rimanean più che trenta, e una
sola, per quanto si crede, Cydonia, ebbe coraggio di mantenersi in
libertà e di non abbiurare il cristianesimo. I Saracini di Creta non
tardarono a rifare vascelli; e i boschi del monte Ida solcarono ben
presto i mari. Nei cento trentott'anni di una guerra continua contro
quegli arditi corsari, non cessarono i principi di Costantinopoli di
attaccarli e inseguirli senza frutto.

[A. D. 727-878]

Un atto di severità superstiziosa fece perdere la Sicilia[521]. Un
giovane, che avea rapita una religiosa, fu condannato dall'imperatore a
perdere la lingua. Eufemio, tale era il nome del giovanetto, ebbe
ricorso alla ragione e alla politica dei Saracini d'Affrica, e fece
ritorno ben presto nel suo paese, vestito della porpora imperiale,
seguìto da cento navi, da settecento cavalieri, e da diecimila fanti.
Questi guerrieri sbarcarono a Mazara, presso le rovine dell'antica
Selinunte; ma dopo alcune piccole vittorie, i Greci liberarono
Siracusa[522]; rimase ucciso l'apostata nell'assedio, e gli Arabi furono
ridotti a mangiar i cavalli. Vennero anch'essi soccorsi da un potente
sforzo dei Musulmani della Andalusia; la parte occidentale, che era la
più considerevole dell'isola, fu a poco a poco sottomessa, e i Saracini
elessero il comodo porto di Palermo per sede della lor potenza navale e
militare. Serbò Siracusa per cinquant'anni la fede giurata a Gesù Cristo
e all'imperatore. Quando fu assediata l'ultima volta, mostrarono i suoi
cittadini un avanzo di quel coraggio, che avea resistito altre volte
alle armi d'Atene e di Cartagine. Più di venti giorni stettero fermi
contro gli arieti e le catapulte, le mine e le testudini degli
assedianti; e avrebbe potuto essere soccorsa la Piazza, se non fossero
stati impiegati in Costantinopoli i marinai dell'armata imperiale a
fabbricare una chiesa in onore della Vergine Maria. Il diacono Teodosio,
non che il vescovo e tutto il clero furono strappati dagli altari,
caricati di catene, condotti a Palermo, gettati in una prigione e
continuamente esposti al rischio di scegliere o la morte o l'apostasia.
Teodosio ha scritto, sopra la sua situazione, un discorso patetico che
non è privo d'eleganza, e che può considerarsi come l'epitaffio del suo
paese[523] Dal tempo che fu soggiogata la Sicilia dai Romani, sino a
quello in cui fu conquistata dai Saracini, Siracusa, ora ristretta
all'isola d'Ortigia che formò il suo primo recinto, avea a poco a poco
perduto l'antico splendore. Nondimeno conteneva ancora grandi ricchezze;
i vasi d'argento trovati nella cattedrale pesavano cinquemila libbre; il
bottino fu valutato un milione di pezze d'oro, vale a dire circa
quattrocentomila lire sterline, e il numero de' prigionieri dovette
essere più considerevole che in Tauromenio, d'onde furono trasportati
diciassettemila cristiani in Affrica per vivere colà nella schiavitù.
Dai vincitori fu annichilita in Sicilia la religione e la lingua dei
Greci, e tanta fu la docilità della nuova generazione, che furono
circoncisi quindicimila giovanetti in un sol giorno col figlio del
Califfo Fatimita. Salparono dai porti di Palermo, di Biserta e di Tunisi
le forze marittime degli Arabi, e assalirono e posero a ruba
centocinquanta città della Calabria e della Campania, nè il nome dei
Cesari o degli appostoli valse a difendere i sobborghi di Roma. Se
fossero stati concordi i Musulmani, avrebbero di leggieri avuta la
gloria di sottomettere l'Italia all'impero del Profeta; ma i Califfi di
Bagdad aveano perduta in occidente l'autorità, gli Aglabiti e i Fatimiti
usurpato le province dell'Affrica, mentre in Sicilia i loro Emiri
anelavano alla independenza e i lor disegni di conquista e di
ingrandimento si ristrinsero ad alcune scorribande di corsari[524].

[A. D. 846]

Fra le umiliazioni e i patimenti che desolavano allora l'Italia, il nome
di Roma risveglia negli animi un'augusta e insiem dolorosa memoria.
Parecchi navili Saracini della costa d'Affrica ebbero il coraggio di
salire il Tevere ed accostarsi ad una città, che, sebben digradata, era
ancora riverita come metropoli del Mondo cristiano. Un popolo tremante
ne custodiva le porte e le mura; ma le tombe e le chiese di S. Pietro e
Paolo, situate nei sobborghi del Vaticano e sulla strada d'Ostia,
rimanevano abbandonate al furor de' Musulmani. La santità di questi
luoghi aveali protetti contro l'ingordigia dei Goti, dei Vandali, dei
Barbari e dei Lombardi; ma gli Arabi aveano a sdegno l'Evangelo e la
Leggenda, e dai precetti del Corano era approvata ed anzi stimolata la
loro rapacità. Tolsero alle statue del cristianesimo le offerte onde
erano arricchite; levarono dalla chiesa di S. Pietro un altar d'argento,
e se lasciarono interi gli edificii ed i corpi dei Santi quivi sepolti,
deesi attribuire questo riguardo alla fretta piuttosto che ai loro
scrupoli. Nelle scorrerie che fecero sulla via Appia, saccheggiarono
Fondi, e assediarono Gaeta, ma si allontanarono dalle mura di Roma, e la
discordia loro salvò il Campidoglio dal giogo del Profeta della Mecca.
Ma eran sempre minacciati i Romani dallo stesso pericolo, e mal poteano
le lor forze difenderli da un Emir dell'Affrica. Invocarono essi la
protezione del Re di Francia che allora dava legge ai medesimi: un
distaccamento dei Barbari battè un esercito francese, e Roma ridotta
allo stremo, pensava a tornare sotto l'impero del principe che regnava
in Bisanzio; ma poteva questo divisamento aver sembianza di ribellione,
e troppo lontani e precari erano i soccorsi che ne poteano sperare[525].
Parve che la morte del Papa, Capo spirituale e temporale della città,
fosse un aumento a tanti mali; ma nell'urgenza delle circostanze si
abbandonarono le forme e i maneggi ordinari d'una elezione, e la
concorrenza dei suffragi a favor di Leone IV[526] fu la salvezza del
cristianesimo e di Roma. Questo Pontefice era nato Romano. Ardeva ancora
nel suo petto il coraggio delle prime età della repubblica, e in mezzo
alle rovine della patria teneasi ritto in piedi come una di quelle
maestose e ferme colonne, che si vedono sollevare il capo sopra gli
avanzi del Foro. Consacrò i primi giorni del suo regno a purificar le
reliquie che furon messe in luogo sicuro, indi a far orazioni,
processioni e tutte le cerimonie più solenni della religione, che per lo
meno servirono a guarire la fantasia e a riconfortar le speranze della
plebe. Da lungo tempo non s'avea pensiero di ciò che concerneva alla
difesa della città; non già che si sperasse la pace, ma perchè
l'angustia e la miseria dei tempi non davan luogo a simili cure. Leone
ristaurò le mura come potè coi deboli mezzi che aveva e nella
ristrettezza del tempo; quindici torri furono erette, o rifabbricate nei
siti di più facile accesso: due di queste torri dominavano le due rive
del Tevere, e si tirarono catene sul fiume per impedire alle navi
nemiche il passaggio all'insù. Ebbero almeno i Romani qualche intervallo
di riposo, poichè seppero avere i Saracini levato da Gaeta l'assedio, e
i flutti ingoiato buon numero di Musulmani col sacrilego loro bottino.

[A. D. 849]

L'esplosione della procella fu differita, per poi scoppiare in breve con
più violenza. L'Aglabita[527], che regnava in Affrica, avea redato dal
padre un tesoro e un esercito; una squadra di Arabi e di Mori, dopo un
breve soggiorno nei porti della Sardegna, venne ad approdare alla foce
del Tevere, cioè a sedici miglia da Roma, e col numero e colla
disciplina parea che annunciassero non una scorreria passeggera, ma la
ben ferma intenzione di conquistare l'Italia. Leone intanto era stato
sollecito ad allearsi colle città libere di Gaeta, di Napoli e d'Amalfi,
vassalle dell'impero Greco: alla giunta del Saracini, comparvero le
galere di quelle nel porto d'Ostia capitanate da Cesario, figlio del
duca di Napoli, giovine guerriero, caldo di valore e magnanimo, già
vincitore dei navili degli Arabi. Co' suoi primarii ufficiali andò al
palazzo di Laterano per invito del Papa, che finse accortamente
d'interrogarlo sul motivo del suo viaggio, e di ricevere con sorpresa
pari alla gioia l'aiuto mandatogli dalla Provvidenza. Il Padre de'
cristiani si trasferì ad Ostia, accompagnato dalle milizie armate di
Roma, fece la rivista de' suoi liberatori e diede loro la benedizione.
Gli alleati baciarono i piedi al Pontefice. Ricevettero essi la
Comunione con una divozion guerriera, e Leone pregò il Dio che aveva
sostenuto S. Pietro e S. Paolo sui flutti del mare, perchè sostenesse la
forza delle braccia pronte a combattere i nemici del suo santo nome. I
Musulmani, dopo un'orazione simile a quella de' cristiani, e con pari
coraggio, cominciarono ad assalire le navi cristiane, che tennero ferme
il lor sito vantaggioso lungo la costa. Pendea la vittoria verso gli
alleati, quando la gloria di determinarla col loro valore fu ad essi
rapita da subitanea tempesta, che confuse l'abilità dei marinai più
ardimentosi. I cristiani erano difesi dal porto, mentre le navi
affricane furon disperse e spezzate fra le roccie e le isole d'una costa
nemica. Quelle che camparono dal naufragio e dalla fame, venute in balìa
de' loro implacabili avversari non ne ottennero quella clemenza che già
non meritavano. La spada e il patibolo liberarono i cristiani da una
gran parte di quella pericolosa moltitudine di stranieri; gli altri,
posti in catene, furono utilmente impiegati a riparare i sacri edificii
che avean voluto distruggere. Il Papa, seguìto dai cittadini e dagli
alleati, andò a prostrarsi e a rendere grazie davanti ai Depositi degli
appostoli, e dal bottino raccolto in questa vittoria navale si scelsero
tredici archi d'argento massiccio per sospenderli all'altare del
Pescatore di Galilea. Finchè durò il suo regno, Leon IV attese a munire
e ad ornare la città di Roma. Ristaurò e abbellì le chiese, si valse di
ottomila marchi d'argento a riparare i danni sofferti da quella di S.
Pietro, e l'arricchì di vasi d'oro, che pesavano dugento sessanta
libbre, adorni dei ritratti del papa e dell'imperatore, e contornati di
un cerchio di perle. Ma è men degno di onore il carattere di Leone per
questa vana magnificenza, che per la cura paterna con cui rialzò le mura
di Orta e di Ameria, e raccolse nella nuova città di Leopoli, lontana
dalla costa dodici miglia, i dispersi abitanti di Centumcellae[528]. Per
le sue liberalità, potè una colonia di Corsi domiciliarsi colle mogli e
coi figli in Porto, città posta alla foce del Tevere, che già crollava,
e che egli riparò per essi: i campi e i vigneti di quel territorio furon
distribuiti fra i nuovi coloni, e per aiutare le loro prime fatiche
diede loro cavalli e bestiami, di modo che quei bravi fuorusciti,
spirando vendetta contro i Saracini, giurarono di vivere e di morire
sotto il vessillo di S. Pietro. A poco a poco i pellegrini
dell'occidente e del settentrione, che venivano a visitare la tomba
degli appostoli, avean formato il vasto sobborgo del Vaticano, e,
secondo il linguaggio del tempo, si distinguevano le loro abitazioni col
nome di _scuole_ dei Greci e dei Goti, dei Lombardi e dei Sassoni; ma
quel rispettabile recinto era sempre esposto senza difesa a un insulto
dei sacrileghi. L'autorità fu prodiga di tutto il suo potere, la carità
di tutte le sue limosine a circondarlo di mura e di torri, e per quattro
anni, che durò questo pio lavoro, fu veduto, a tutte le ore e in tutte
le stagioni, l'instancabile Pontefice intento ad incoraggiare gli operai
colla sua presenza. Il nome di _città Leonina_, da lui dato al Vaticano,
lascia trapelare il suo amore di gloria, passion generosa ma terrena;
nondimeno, molti atti di penitenza e d'umiltà cristiana temperarono
l'orgoglio di quella dedica. Il Papa ed il clero girarono a piedi, e
sotto il sacco e la cenere, il recinto segnato per la nuova città; salmi
e litanie furono i canti di trionfo; si aspersero d'acqua santa i muri,
e sul fin della cerimonia Leone pregò gli appostoli e l'esercito degli
angeli a mantener l'antica e la nuova Roma sempre pure, felici e
inespugnabili[529].

[A. D. 838]

L'imperator Teofilo, figlio di Michele-il-Balbo, è un dei principi più
attivi e coraggiosi che abbiano nel medio evo occupato il trono di
Costantinopoli. Marciò cinque volte in persona contro i Saracini in
guerre offensive e difensive; terribile nell'assalto, ottenne anche
nelle sconfitte la stima de' nemici. Nell'ultima delle sue imprese,
entrò in Sorìa, ed assediò l'oscura città di Sozopetra dove a caso era
nato il Califfo Motassem, il cui padre Haroun, sì in pace che in guerra,
si facea sempre accompagnare dalla prediletta delle sue mogli e delle
sue concubine. Allora le armi dei Saracini erano rivolte contro la
sedizione di un impostore Persiano, e non potè che intercedere in favore
d'una città, per cui aveva una specie di attaccamento figliale. Le sue
istanze noiose indussero l'imperatore ad offenderne l'orgoglio in punto
sì sensibile. Sozopetra fu arsa; gli abitanti furono mutilati o
ignominiosamente segnati da un marchio, e i vincitori rapirono sul
territorio de' contorni mille prigioniere. Era tra queste una matrona
della Casa di Abbas, la quale disperata implorò il soccorso di Motassem:
irritato questi dall'insulto de' Greci, credette del suo onore il farne
vendetta, e rispondere all'invito fattogli dalla sua parente. Sotto il
regno de' due fratelli maggiori, s'era ristretto il retaggio del più
giovine all'Anatolia, all'Armenia, alla Georgia e alla Circassia, e
questa situazione sulle frontiere gli avea dato modo di esercitare i
suoi talenti militari, sì che fra i titoli che il caso gli avea dati al
soprannome di _Ottonario_[530], formano senza dubbio il più onorevole
quelle otto battaglie che guadagnò, o almeno che fece contra i nemici
del Corano. In questa contesa personale, le soldatesche dell'Irak, della
Sorìa e dell'Egitto, levarono le lor reclute dalle tribù dell'Arabia e
dalle masnade turche: numerosa dovette esser la sua cavalleria, benchè
convenga dibattere un poco dai cento trentamila cavalli che gli danno
gli storici; e le spese dell'armamento sono state valutate di quattro
milioni sterlini, ossia centomila libbre d'oro. Si ragunarono i Saracini
a Tarso, e in tre divisioni presero la strada maestra di Costantinopoli.
Motassem comandava la battaglia: la vanguardia era guidata da Abbas suo
figlio, il quale, nelle prime sue prove militari, poteva trionfare con
più gloria o perdere con meno vergogna, ed il Califfo avea risoluto di
vendicare con pari ingiuria l'ingiuria ricevuta. Il padre di Teofilo era
nato in Amorio[531] di Frigia, città già cuna della casa imperiale,
segnalata pei suoi privilegi e monumenti, e, qualunque fosse l'opinion
del popolo, non meno preziosa di Costantinopoli agli occhi del sovrano e
della Corte. Fu scolpito il nome d'_Amorio_ sugli scudi de' Saracini, ed
i tre eserciti si riunirono sotto le mura di quella città proscritta.
Era stato avviso dei consiglieri più saggi di votar la Piazza, di
sgombrarla d'abitanti, e di abbandonarne gli edificii alla vana furia
dei Barbari. S'appigliò l'imperatore al più generoso partito di
sostenere un assedio, e di dare una battaglia per difendere la patria
de' suoi antenati. Quando gli eserciti si avvicinarono, parve che la
fronte della linea musulmana fosse la più abbondante di picche, e di
chiaverine: ma dall'una e dall'altra parte, non fu per le milizie
nazionali glorioso l'esito della pugna. Gli Arabi furono sbaragliati, ma
dalle spade di trentamila Persiani che aveano ottenuto servigio e
domicilio nell'impero Greco. Furono respinti e sconfitti i Greci, ma
dalle freccie della cavalleria turca; e se una pioggia caduta la sera
non avesse bagnate e allentate le corde degli archi, a stento avrebbe
potuto l'imperatore salvarsi con piccol drappello di cristiani.
L'esercito debellato si fermò in Dorilea, città tre giornate lontana dal
campo di battaglia. Teofilo, facendo la rivista de' suoi palpitanti
squadroni, non ebbe che a scusare la propria fuga con quella dei
sudditi. Dopo questa pubblicità della sua debolezza, invano ebbe
speranza di preservare Amorio: rigettò con isdegno l'inesorabile Califfo
le sue preghiere e promesse; ne ritenne anche presso di sè gli
ambasciatori perchè fossero testimoni della sua vendetta, e poco mancò
che non fossero spettatori della sua vergogna. Un governator fedele, una
guarnigione composta di veterani e d'un popolo disperato, sostennero per
cinquantacinque giorni i vigorosi assalti dei Musulmani, e sarebbero
stati astretti i Saracini a levar l'assedio, se un traditore non avesse
loro indicata la parte più debole dei muri, che facilmente potea
conoscersi dalle figure d'un leone e d'un toro collocate in quel luogo.
Motassem compiè in tutto il rigore il suo voto. Affaticato dalla strage
senza esserne sazio, ritornò al palazzo di Samara, che egli avea
fabbricato poco prima nei contorni di Bagdad, mentre lo _sfortunato_
Teofilo[532] implorava il tardo ed incerto soccorso del suo rivale,
l'imperatore dei Franchi. Intanto all'assedio d'Amorio avean perduta la
vita settantamila Musulmani, ed erano stati vendicati coll'eccidio di
trentamila cristiani, e colle crudeltà praticate verso un egual numero
di prigionieri, che furono trattati come i malfattori più atroci.
Qualche volta la necessità obbligò le due fazioni ad acconsentire al
cambio e al riscatto dei prigionieri[533]: ma in questa lotta nazionale
e religiosa dei due imperi, era senza fiducia la pace e senza dar
quartiere la guerra: di rado se lo accordava sul campo di battaglia, e
quelli che scampavano dalla morte o erano riservati ad una schiavitù
perpetua, ovvero ad orribili torture, ed un imperatore cattolico
racconta giovialmente il supplicio dei Saracini di Creta, che furono
scorticati vivi o tuffati in caldaie d'olio bollente[534]. Avea Motassem
per un puntiglio d'onore sagrificata una florida città, dugentomila
uomini, e molti milioni. Lo stesso Califfo smontò da cavallo, e imbrattò
la veste per dar soccorso a un vecchio decrepito, che era caduto
coll'asino in una fossa limacciosa. A quale di queste due azioni avrà
egli con più piacere pensato quando fu chiamato dall'angelo della
morte[535]?

[A. D. 841-870]

Con Motassem, l'ottavo degli Abbassidi, scomparve la gloria della sua
famiglia e della nazione. Quando i vincitori arabi furono dispersi per
l'oriente, quando si furono mischiati colle milizie servili della
Persia, della Sorìa e dell'Egitto, vennero perdendo l'energia e le
bellicose virtù del deserto. Il coraggio dei paesi meridionali è una
produzione artificiale della disciplina e del pregiudizio. Era scemata
l'attività del fanatismo, e le soldatesche del Califfo, divenute
mercenarie, si reclutarono nel settentrione, ove si trova il valor
naturale, produzion vigorosa e spontanea di quei climi. Si prendeano in
guerra, o si compravano i Turchi[536] viventi al di là dell'Oxo e
dell'Iaxarte, gioventù robusta, che si educava nell'arte della guerra e
nella fede musulmana. Questi Turchi, divenuti le guardie del Califfo,
circondavano il trono del loro benefattore, e non andò guari che i loro
Capi usurparono l'impero del palazzo e delle province. Fu Motassem il
primo che desse questo esempio pericoloso chiamando più di cinquantamila
Turchi nella capitale, i quali colla eccessiva licenza suscitarono, e si
tirarono addosso l'odio pubblico; e dalle contese dei soldati e del
popolo fu obbligato il Califfo a lasciare Bagdad, e a trasportare la sua
residenza ed il campo de' suoi barbari favoriti a Sumara, sul Tigri,
circa dodici leghe superiormente alla città di Pace[537]. Motawakkel,
suo figlio, fu sospettoso e crudele tiranno. Detestato dai sudditi
ricorse alla fedeltà delle guardie turche; questi stranieri ambiziosi,
sbigottiti dal vedersi odiati, si lasciarono agevolmente sedurre dai
vantaggi che lor promettea una rivoluzione. Per le istigazioni di suo
figlio, o per la lor brama di dare a lui la corona, si gettarono all'ora
della cena nell'appartamento del Califfo, e lo tagliarono in sette pezzi
con quelle spade che aveano da lui ricevuto per difendergli la vita ed
il trono. Moatanser, su quel trono ancora rosseggiante del sangue
paterno, fu portato in trionfo; ma nei sei mesi di regno, non provò che
le angosce d'una coscienza colpevole. Se, come si dice, egli pianse alla
vista di una vecchia tappezzeria che raffigurava il delitto e il castigo
del figlio di Cosroe; se il pentimento, e il rimorso gli abbreviaron di
fatto la vita, ci sarà lecito sentire un po' di compassione per un
parricida, che nel punto della morte esclamava d'aver perduto la
felicità di questo Mondo e dell'altro. Dopo quest'atto di tradimento, i
mercenari stranieri diedero a lor grado e ritolsero l'abito e il bastone
di Maometto, che tuttavia erano gli emblemi del reame; e in quattr'anni
crearono, deposero e assassinarono tre Califfi. Ogni volta che eran
dominati da timore, da rabbia, da cupidigia, i Turchi afferravano il
Califfo pei piedi, e dopo averlo strascinato fuor del palagio lo
esponevano nudo al sole ardente, lo battevano con mazze di ferro, e lo
forzavano a comprare colla abdicazione qualche momento di ritardo per un
destino inevitabile[538]. Infine si calmò questa tempesta, o veramente
prese un altro corso: tornarono gli Abbassidi a Bagdad che offeriva loro
un soggiorno meno procelloso: da una mano più ferma e più abile fu
repressa l'insolenza del Turchi, e queste milizie tremende colle guerre
estere furon divise o distrutte. Ma le nazioni dell'oriente s'erano
avvezzate a mettersi sotto i piedi i successori del Profeta, e solo col
menomarne la forza, e rallentandone la disciplina, poterono i Califfi
ottenere nell'interno dei loro Stati la pace. Son tanto uniformi i
funesti effetti del dispotismo popolare, che mi par di ripetere qui la
storia delle guardie pretoriane[539].

[A. D. 890-951]

Mentre gli affari, i piaceri e le cognizioni in quel tempo spegneano il
fanatismo, serbavasi tutto intero il suo fuoco in un piccol numero
d'eletti che voleano regnare in questo Mondo o nell'altro. Invano
l'appostolo della Mecca avea ripetuto mille e mille volte che egli
l'ultimo sarebbe dei Profeti. L'ambizione, o, se è lecito profanare
questa parola, la ragione del fanatismo potea sperare che dopo le
missioni successive d'Adamo, di Noè, d'Abramo, di Mosè, di Gesù, e di
Maometto avrebbe lo stesso Dio nella pienezza dei tempi rivelata una
legge sempre più perfetta e più durevole. L'anno 277 dell'Egira, un
predicatore Arabo, per nome Carmath, prese nei dintorni di Cufa i titoli
pomposi ed inintelligibili di _Guida_, di _Direttore_, di
_Dimostrazione_, di _Verbo_, di _Spirito Santo_, di _Cammello_, di
_Araldo del Messia_ che avea conversato con lui, come egli dicea, sotto
la forma umana, e finalmente di _Rappresentante di Maometto_, figlio di
_Alì_, di _Rappresentante di S. Gio. Battista_, e dell'_Angelo
Gabriele_. Pubblicò un volume mistico, in cui diede ai precetti del
Corano un senso men materiale. Rilassò le leggi sulle abluzioni, sul
digiuno, e sul pellegrinaggio; permise l'uso del vino e dei cibi
vietati, e per mantenere il fervore ne' suoi discepoli, impose ad essi
l'obbligo di orare cinquanta volte al giorno. L'ozio e l'effervescenza
della ciurmaglia rustica, che si fece ligia al nuovo Profeta, chiamarono
l'attenzione dei magistrati di Cufa: ma con una timida persecuzione
accrebbero i progressi della Setta, e il nome poi di Carmath fu anche
più venerato quando ebbe lasciato il Mondo. I suoi dodici appostoli si
dispersero fra i Beduini, «razza d'uomini, dice Abulfeda, spoglia di
ragione come di religione»; e la loro fama già minacciava all'Arabia una
rivoluzione novella. Erano i Carmatii ben disposti a ribellarsi, poichè
non riconoscevano i titoli della casa d'Abbas, e avevano in
abbominazione la pompa mondana dei Califfi di Bagdad. Erano suscettivi
di disciplina, avendo giurato una cieca ed assoluta sommessione al loro
Iman, che dalla voce di Dio e da quella del popolo era chiamato al
ministero profetico. Invece delle decime statuite dalla legge, chiese ad
essi il quinto delle proprietà e del bottino: le azioni più criminose
non erano che il tipo della disobbedienza, e il giuramento del segreto
univa i ribelli e li toglieva alle ricerche. Dopo una sanguinosa
battaglia, si insignorirono della provincia di Bahrein lungo il golfo
Persico; le tribù d'una vasta estension del deserto furono sottomesse
allo scettro, o piuttosto alla spada di Abu-Said; e di Abu-Taher suo
figlio; e questi Imani ribelli poterono mettere in campo cento settemila
fanatici. Furono sbigottiti i mercenari del Califfo alla giunta d'un
nemico che non chiedeva, e non dava quartiere; la diversità di forza e
di pazienza, che si osservava nei due eserciti, prova il cangiamento
portato nel carattere degli Arabi da tre secoli di prosperità. Tai
soldatesche erano in tutti i combattimenti sconfitte; le città di Racca
e di Baalbek, di Cufa e di Bassora furono prese e poste a sacco; regnava
la costernazione in Bagdad, e il Califfo stava tremante dietro le
cortine della sua reggia. Abu-Taher fece una scorreria al di là del
Tigri, e arrivò sino alle porte della capitale con soli cinquecento
cavalli. Avea Moctader ordinato che si spezzassero i ponti, e il Califfo
aspettava ad ogni istante la persona o la testa del ribelle. Il suo
Luogo-tenente, fosse timore o compassione, informò Abu-Taher del
pericolo, e gli raccomandò di fuggire frettolosamente: «Il vostro
padrone, disse al messaggiero l'intrepido Carmatio, ha trentamila
soldati: ma nel suo esercito non conta tre uomini come questi». Poi
rivolto a tre de' suoi compagni, comandò al primo che si immergesse un
pugnale nel seno, al secondo che si gettasse nel Tigri, e al terzo che
si lanciasse in un precipizio. Essi ubbidirono senza dolersi: «Narrate
quel che avete veduto, soggiunse l'Imano; prima della notte il vostro
generale sarà incatenato in mezzo ai miei cani». Avanti la notte appunto
fu sorpreso il campo ed eseguita la minaccia. Le rapine dei Carmatii
erano santificate dalla avversione che avevano al culto della Mecca;
spogliarono una carovana di pellegrini, e ventimila Musulmani devoti
furono lasciati perire di fame e di sete tra le sabbie ardenti del
deserto. Un altr'anno, permisero che i pellegrini continuassero il lor
viaggio senza interruzione; ma in tempo delle solennità che celebrava la
pietà dei fedeli, Abu-Taher prese d'assalto la città santa, e, calpestò
le cose più rispettabili della fede de' Musulmani. I suoi soldati
passarono a fil di spada cinquantamila cittadini e forestieri,
profanarono il recinto del tempio, seppellendo colà tremila cadaveri; il
pozzo di Zemzem fu empiuto di sangue; fu levata la grondaia d'oro; si
divisero gli empi Settari il velo della Caaba, e portarono in trionfo
alla lor capitale la pietra nera, primo monumento della nazione. Dopo
tanti sacrilegii e tante atrocità, continuarono ad infestare le
frontiere dell'Irak, della Sorìa, e dell'Egitto; ma il principio vitale
del fanatismo s'era inaridito alla radice. Per iscrupolo o per
cupidigia, riapersero la strada della Mecca ai pellegrini, restituirono
la pietra nera della Caaba; nè giova indicare quali fazioni li divisero
o quall'armi li distrussero. La setta dei Carmatii può considerarsi come
la seconda delle cagioni visibili che contribuirono alla decadenza e
alla caduta dell'impero de' Califfi[540].

[A. D. 800-936]

Il peso e l'ambizione dell'impero medesimo furon la terza cagione della
sua rovina, e quella che si comprende alla prima occhiata. Si vantava il
Califfo Almamor di reggere con più facilità l'oriente e l'occidente, che
di ben condurre i pezzi d'uno scacchiere di due piedi quadrati[541]; ma
mi do a credere che nell'uno e nell'altro di questi giuochi commettesse
gravissimi falli, e osservo che nelle province lontane era già scaduta
l'autorità del primo e del più potente degli Abbassidi. L'uniformità dei
modi che impiega il dispotismo, veste di tutta la dignità del principe
ogni rappresentante nel suo ufficio; la divisione e la bilancia dei
poteri dovettero rammentare la consuetudine dell'ubbidienza, e dar
ardimento ai sudditi, che sino a quel punto erano passivi nella
sommessione, a ricercar l'origine e i doveri del governo civile. Rare
volte chi è nato nella porpora è degno del trono: ma l'esaltazione d'un
semplice cittadino, talora anche d'un paesano o di uno schiavo, ispira
generalmente una grande opinione del suo coraggio e della sua abilità.
Il vice-re d'una provincia lontana s'ingegna d'appropiarsi il deposito
precario alla sua cura affidato, e di trasmetterlo ai suoi discendenti;
amano i popoli di vedere in mezzo a loro il sovrano; e i tesori e gli
eserciti, di cui egli dispone, divengono l'oggetto ad un tempo e
l'istrumento delle sue mire ambiziose. Finchè i Luogo-tenenti del
Califfo stettero contenti al titolo di vice-re, finchè credettero dover
implorare per sè o pei figli la rinnovazion dei poteri che avean
ricevuto dall'imperatore, finchè sulle monete e nelle preghiere
pubbliche conservarono il nome e i titoli di comandanti dei fedeli, si
conobbe appena aver l'autorità cangiato di mano. Ma nel lungo esercizio
d'un potere ereditario, pigliarono il fasto e le attribuzioni di
regnanti: la pace o la guerra, i premi o i castighi non dipendevano che
dalla lor volontà, e non si impiegavano le rendite del governo fuorchè
in servigio del paese, o a sostener la magnificenza del governatore;
invece di contribuzioni effettive in uomini ed in danaro, i successori
del Profeta ricevettero come un attestato di sommissione, buono
solamente a lusingare il loro orgoglio, un elefante, uno stormo di
falconi, una serie di tappezzerie di seta o poche libbre di muschio e
d'ambra[542].

Dopo che la Spagna si levò di dosso il giogo temporale e spirituale
degli Abbassidi, si videro comparire nella provincia d'Affrica i primi
sintomi della disobbedienza. Ibrahim, figlio di Aglab, Luogo-tenente del
vigile e severo Haroun, legò il suo nome e il potere alla dinastia degli
_Aglabiti_. O per indolenza o per politica dissimularono i Califfi
l'oltraggio e il danno, e si contentarono ad usare il veleno contro il
Capo della casa degli _Edrisiti_[543], che fondò il regno e la città di
Fez sulle rive del mare occidentale[544].

[A. D. 872-902]

In oriente, la prima dinastia fu quella del _Thaeriti_[545] discendenti
del prode Taher, che nelle guerre civili dei figli di Haroun avea con
troppo zelo e fortuna servito la causa d'Almamon, di tutti il più
giovine. Fu mandato in onorevole esiglio a comandare sulle rive
dell'Oxo, e l'indipendenza de' suoi successori, che governarono da
padroni il Korasan sino alla quarta generazione, fu palliata dalla
modestia delle loro azioni, dalla prosperità dei sudditi e dalla
sicurezza in cui seppero mantener la frontiera. Rimasero soppiantati da
un di quegli avventurieri tanto comuni negli annali dell'oriente, che
aveva abbandonato la professione di calderaio, da cui viene il nome di
_Suffaridi_, pel mestiere di ladro. Chiamavasi Giacobbe, ed era figlio
di Leith; s'introdusse la notte nell'erario del principe di Sistan: ma
avendo urtato in un pezzo di sale, che lo fece cadere, se lo accostò
imprudentemente alla lingua per sapere che fosse. Il sale fra gli
orientali è simbolo d'ospitalità, e quindi il pio ladro subitamente si
ritirò senza prender nulla e senza far guasto. Scopertasi questa azione,
tanto onorevole per Giacobbe, ne meritò egli il perdono e la fiducia del
principe. Fu comandante da principio dell'esercito del suo benefattore,
e combattè poscia per sè; soggiogò la Persia, e minacciò la sede degli
Abbassidi. Marciava verso Bagdad quando fu arrestato dalla febbre.
L'ambasciator del Califfo chiese udienza: Giacobbe lo chiamò al
capezzale del letto; aveva vicino sopra una tavola una scimitarra nuda,
una crosta di pane nero, ed un mazzo d'agli. «Se muoio, diss'egli, il
vostro padrone non avrà più timore; se vivo, questo ferro deciderà la
nostra lite; se son vinto, ripiglierò senza pena la vita frugale della
mia gioventù.» Dall'altezza a cui s'era elevato non potea la caduta
essere sì tranquilla; la sua morte, venuta a tempo, assicurò col suo
riposo quello pur del Califfo, che con immense concessioni ottenne che
suo fratello Amrou tornasse nei palagi di Shiraz e d'Ispahan. Eran
troppo deboli gli Abbassidi per combattere, e troppo orgogliosi per
perdonare; chiamarono in aiuto la potente dinastia de' Samanidi, i quali
passarono l'Oxo con diecimila cavalieri tanto poveri che avean le staffe
di legno, e tanto prodi che sconfissero l'esercito dei Suffaridi, otto
volte più numeroso del loro. Amrou, fatto prigioniero, fu mandato in
catene alla Corte di Bagdad, donativo aggradevole; ed essendosi
contentato il vincitore alla possessione ereditaria della Transoxiana e
del Corasan, tornarono per qualche tempo i regni di Persia al dominio
dei Califfi. Due volte le province della Sorìa e dell'Egitto furono
smembrate per opera di schiavi turchi della razza di Toulun e di quella
d'Ikside[546]. Questi Barbari, che abbracciata aveano la religione ed i
costumi de' Musulmani, si sollevarono dalle fazioni sanguinose del
palagio al governo d'una provincia, poi ad una autorità independente.
Rendettero celebri e formidabili tra i contemporanei i loro nomi; ma i
fondatori di queste due potenti dinastie confessarono, sia coi detti,
sia coi fatti, la vanità dell'umana ambizione. Nel punto di mandar
l'ultimo sospiro, il primo implorò la misericordia di Dio verso un
peccatore, che non avea conosciuto i limiti del proprio potere; il
secondo, circondato da quattrocentomila soldati e da ottomila schiavi,
celava agli occhi di tutti la camera ove procurava di dormire. Furono
allevati i loro figli nei vizii dei re, e gli Abbassidi ricuperarono la
Sorìa e l'Egitto che possedettero ancora trent'anni. Nel declinare del
loro impero, i principi Arabi della tribù di _Hamadan_ si insignorirono
della Mesopotamia e delle rilevanti città di Mosul e d'Aleppo. Indarno i
poeti della Corte degli _Hamadaniti_ ripeteano, senza arrossire, aver la
natura formato il loro viso sul modello della bellezza, la lingua per
l'eloquenza e le mani per la liberalità e pel valore; nella storia del
loro innalzamento e del lor regno, non troviamo che una serie di
perfidie, di assassinii e di parricidii. In que' medesimi giorni funesti
agli Abbassidi surse la dinastia de' _Bowidi_ ad usurpare nuovamente il
reame di Persia. Tal rivoluzione fu fatta dalla spada dei tre fratelli,
i quali sotto diversi nomi si intitolavano sostegni e colonne dello
Stato, e che dal mar Caspio all'oceano non vollero altri tiranni fuor di
sè stessi. Sotto il lor dominio ripresero vita la lingua e gli ingegni
persiani, e trecentoquattro anni dopo la morte di Maometto perdettero
gli Arabi lo scettro dell'oriente.

[A. D. 936]

Rahdi, il ventesimo degli Abbassidi e il trentesimonono dei successori
di Maometto, fu l'ultimo che meritò il titolo di comandante de'
fedeli[547], l'ultimo (dice Abulfeda) che abbia parlato al popolo e
conversato coi dotti, l'ultimo che nelle spese della casa spiegasse la
ricchezza e la magnificenza degli antichi Califfi. Dopo lui, i padroni
dell'oriente furono ridotti alla più abbietta miseria, ed esposti agli
oltraggi ed ai colpi riservati agli schiavi. Per la sedizione delle
province si ristrinse il loro dominio al recinto di Bagdad; ma questa
capitale racchiudeva sempre una moltitudine innumerevole di sudditi
superbi della passata fortuna, mal contanti dello stato in cui erano
allora ed aggravati dalle esazioni d'un fisco, per l'innanzi arricchito
delle spoglie o dei tributi della nazione. Nel loro ozio erano occupati
dalle fazioni e dalla controversia. I rigidi Settari di _Hanbal_[548],
sotto la maschera della pietà, vollero privarli dei piaceri della vita
domestica; penetrarono a forza nelle case dei plebei e dei principi,
rovesciarono i vasi di vino che trovarono, batterono i musici e ne
ruppero gli strumenti, e con infami sospetti disonorarono tutti coloro
che vivevano con gioventù di bell'aspetto. Di due persone unite nella
professione medesima, una, generalmente, era per Alì, l'altra contro; e
finalmente furono scossi gli Abbassidi dalle grida dei Settari che ne
contestavano i titoli e maledivano i fondatori di quella dinastia. Solo
potea la forza militare reprimere una plebe turbolenta; ma chi poteva
sbramare la cupidità dei mercenari, o mantenerli nella disciplina? Gli
Affricani e i Turchi, commessi alla guardia del Califfo, vennero
scambievolmente alle mani, e gli Emiri d'Omra[549] imprigionarono o
deposero il loro sovrano e profanarono la moschea e l'harem. Se i
Califfi si riparavano nel campo, o alla Corte d'un principe vicino, non
era che un cangiare di servitù; finalmente la disperazione li trasse a
chiamare i Bowidi, soldani della Persia, le cui armi invincibili
attutirono le fazioni di Bagdad. Moezaldowlat, secondo dei tre fratelli
Bowidi, s'arrogò il poter civile e militare, e volle ben generosamente
assegnare sessantamila lire sterline per le spese private del comandante
dei fedeli. Ma quaranta giorni dopo la rivoluzione, in un'udienza data
agli ambasciatori del Chorasan e sotto gli occhi d'una moltitudine
sbigottita, i Dilemiti, per ordine del principe straniero, svelsero il
Califfo dal trono, e lo strascinarono in un carcere. Gli saccheggiarono
il palazzo, gli cavarono gli occhi, e tanta fu l'ambizion degli
Abbassidi che non dubitarono d'aspirare ancora ad una corona sì
pericolosa e avvilita. I voluttuosi Califfi ritrovarono nella scuola
dell'avversità le virtù austere e frugali dei primi tempi della lor
religione. Spogliati dell'armatura e del vestimento di seta digiunavano,
pregavano, studiavano il Corano e la tradizion dei Sonniti, adempievano
con zelo, e da uomini istruiti, gli uffici della lor dignità
ecclesiastica. Sempre in essi erano rispettati dalle nazioni i
successori dell'appostolo, gli oracoli della legge o della coscienza dei
fedeli; qualche volta dalla debolezza e dalle discordie dei lor tiranni
fu renduta a loro la sovranità di Bagdad, ma era cresciuta la lor
disgrazia col trionfo dei Fattimiti, veri o falsi discendenti di Alì.
Questi rivali fortunati, venuti dalla estremità dell'Affrica, aveano
annientata in Egitto e in Sorìa l'autorità spirituale e temporale degli
Abbassidi, ed il monarca del Nilo insultava l'umil pontefice delle rive
del Tigri.

[A. D. 960]

Mentre crollava l'impero dei Califfi, nel secolo che scorse dopo la
guerra di Teofilo e di Motassem, le ostilità delle due nazioni si
ridussero a qualche scorreria per terra e per mare, promosse dalla
vicinanza e da un odio irreconciliabile; ma le convulsioni che agitarono
l'Oriente destarono i Greci dal letargo offerendo speranze di vittoria e
di vendetta. L'impero di Bisanzio, dopo l'esaltazione della razza di
Basilio, era stato in pace senza perdere la sua dignità, mentre poteva
colla totalità delle sue forze assalire alcuni piccoli Emir, i cui Stati
erano ad un tempo investiti, o minacciati in un'altra parte da altri
Musulmani. I sudditi di Niceforo Foca, principe tanto rinomato in guerra
quanto abbominato dal popolo, gli diedero fra le acclamazioni i titoli
enfatici di Stella del mattino, e di Morte de' Saracini[550]. Nella sua
carica di gran famigliare o di general dell'oriente, soggiogò l'isola di
Creta, distrusse quella tana di pirati che da sì lungo tempo impunemente
insultava la maestà dell'impero[551], e ci mostra i suoi talenti in
questa impresa che avea così sovente costato ai Greci danno e vergogna.
Fece sbarcare le sue genti coll'aiuto di ponti solidi e uniti, che dalle
sue navi gettava sulla costa. Questo sbarco disseminò lo spavento fra i
Saracini. Sette mesi durò l'assedio di Candia: i Cretesi si difesero con
un coraggio disperato, animati dai frequenti soccorsi che ricevevano dai
lor fratelli d'Affrica e di Spagna; e quando ebbe l'esercito dei Greci
superate le mura e la doppia fossa, si batterono ancora nelle strade e
nelle case. Presa la capitale, fu soggiogata l'isola intera, ed i vinti,
senza opporsi, ricevettero il battesimo offerto dal vincitore[552]. Si
diede a Costantinopoli lo spettacolo d'un trionfo: applaudì la capitale
a questa cerimonia da gran tempo dimenticata, e il diadema imperiale
divenne l'unico guiderdone acconcio a pagare i servigi, o a satisfare
l'ambizion di Niceforo.

[A. D. 963-975]

Dopo la morte di Romano il giovane, quarto discendente di Basilio in
linea retta, Teofania sua vedova sposò successivamente i due eroi del
suo secolo, Niceforo Foca e Giovanni Zimiscè, assassino di quello.
Regnarono come tutori e colleghi dei figli, che erano in minore età, e i
dodici anni che comandarono l'esercito dei Greci son l'epoca più bella
degli annali di Bisanzio. I sudditi e gli alleati che menarono alla
guerra, erano, almeno nell'opinion del nemico, dugentomila uomini,
trentamila dei quali erano armati di corazze[553]; quattromila muli
seguivano i lor passi, e un muro di picche di ferro difendeva il campo
che poneano ogni notte. In una lunga serie di sanguinosi ma indecisivi
combattimenti, non può scorgere lo storico che una anticipazione di
quelle leggi distruttive, che avrebbe adempiute alcuni anni più tardi il
corso ordinario della natura; seguirò dunque in poche parole le
conquiste dei due imperatori, dai colli della Cappadocia sino al deserto
di Bagdad. Gli assedi di Mopsoesto e di Tarso in Cilicia esercitarono
sul principio l'abilità e la perseveranza dei lor soldati, a cui senza
tema di errare darò qui il nome di Romani. Dugentomila Musulmani erano
predestinati a trovar la morte o la schiavitù[554] nella città di
Mopsoesto, divisa in due parti dalla riviera di Saro. Pare sì numerosa
questa popolazione, che dee supporsi comprendesse almeno quella dei
distretti dependenti da Mopsoesto. Questa città fu presa d'assalto; ma
Tarso fu lentamente vinta dalla fame. Come tosto i Saracini si furono
arresi all'onorevole capitolazione offerta, ebbero il dolore di scorgere
da lungi le navi dell'Egitto che venivano inutilmente a soccorrerli.
Furono rimandati con un salvo condotto alle frontiere della Sorìa;
aveano vissuto in pace gli antichi cristiani sotto il loro dominio, e il
vuoto lasciato dalla lor partenza fu presto riempiuto da una nuova
colonia: ma la moschea fu cangiata in una scuderia, fu data alle fiamme
la cattedra dei dottori dell'Islamismo, e si riservò all'imperatore un
gran numero di croci ricche d'oro e di gemme, spoglie delle chiese
dell'Asia, da cui potè essere egualmente soddisfatta o la sua pietà o la
sua avarizia; ed egli fece levare le porte di Mopsoesto e di Tarso
acciocchè, incrostate nelle mura di Costantinopoli, servissero a
perpetuo monumento della sua vittoria. Dopo essersi impadroniti e
assicurati delle gole del monte Aman, si trasferirono più volte i due
principi Romani nel centro della Sorìa: ma invece di investire
Antiochia, parve che l'umanità o la superstizion di Niceforo rispettasse
l'antica metropoli dell'oriente. Si contentò a tirare una linea di
circonvallazione intorno alla Piazza, lasciò un esercito sotto le mura,
e raccomandò al suo Luogo-tenente d'aspettare con tranquillità il
ritorno della primavera; ma nel cuor dell'inverno, giovandosi d'una
notte oscura e piovosa, un ufficial subalterno con trecento soldati
s'accostò alle mura, vi adattò le scale, si impadronì di due torri, e
tenne fermo contro la folla dei nemici, che lo stringean d'ogni parte,
sino a tanto che il suo Capo si determinò suo malgrado di secondarlo. Fu
messa subito a ruba e a sacco la città con molta strage; indi vi si
rinnovò il regno di Cesare e di Gesù Cristo, e indarno centomila
Saracini degli eserciti di Sorìa e dei navili d'Affrica vennero a
logorarsi in vani sforzi sotto la Piazza. Obbediva la regia città
d'Aleppo a Seifeddowlat, della dinastia di Hamadan, il quale oscurò la
sua gloria abbandonando precipitosamente il regno e la capitale. Nel
magnifico palazzo, che abitava fuor delle mura d'Aleppo, i Romani
trovarono giubilanti un arsenale ben provveduto, una scuderia di mille e
quattrocento muli e trecento sacchi d'oro e d'argento; ma le mura della
Piazza non cedettero ai loro arieti, e dovettero gli assedianti
accamparsi nella montagna di Iaushan, situata nelle vicinanze. Nella lor
ritirata si inviperirono le dissensioni, che s'erano accese tra gli
abitanti della città e i mercenari, i quali abbandonarono le porte e i
baloardi, e mentre furiosamente si battevano nella piazza del mercato,
furono sopprapresi ed oppressi dal nemico comune. Furon passati a fil di
spada tutti gli uomini d'età matura, e condotti prigionieri diecimila
giovani. Tanto considerevole fu il bottino, che non ebbero i vincitori
bastanti bestie da soma per trasportarlo; si arse quel che ne restava, e
dopo dieci giorni donati alla licenza e alla crapula, abbandonarono i
Romani questa città deserta e inondata di sangue. Nelle loro incursioni
in Sorìa, ordinarono agli agricoltori che seminassero le terre,
acciocchè nella prossima stagione vi trovasse l'esercito sussistenza.
Sottomisero più di cento città, e per espiare i sacrilegii commessi dai
discepoli di Maometto, si diedero alle fiamme più di diciotto pulpiti
delle primarie moschee. La lista dei loro conquisti ricorda per un
istante i nomi classici di Ieropoli, d'Apamea e di Emeso. L'imperator
Zimiscè accampò nel paradiso di Damasco, ed accettò il riscatto d'un
popolo sottomesso: questo torrente non fu arrestato che dalla
inespugnabile Fortezza di Tripoli, sulla costa di Fenicia. Dopo il regno
di Eraclio, appena i Greci aveano veduto l'Eufrate sotto al monte Tauro;
Zimiscè passò senza ostacolo questo fiume, e dee lo storico imitare la
prontezza con cui sottomise le già famose città di Samosata, d'Edessa,
di Martiropoli, d'Amida[555] e di Nisibi, antico limite dell'impero nei
contorni del Tigri. Era fomentato il suo ardore sempre più dalla smania
di insignorirsi dei tesori ancora intatti d'Ecbatana[556], nome
notissimo e sotto il quale uno storico di Bisanzio ha nascosta la
capitale degli Abbassidi. La costernazione dei fuggiaschi avea di già
sparso colà il terror del suo nome: ma l'avarizia e la prodigalità dei
tiranni di Bagdad ne avea già dissipate le immaginarie ricchezze. Dalle
preghiere del popolo, e dalle premure imperiose del Luogo-tenente dei
Bowidi era sollecitato il Califfo a provedere alla difesa della città.
Rispose lo sciagurato Mothi essere stato spogliato dell'armi, delle
rendite e delle province, e d'essere preparato e presto ad abdicare una
dignità che non potea sostenere. L'Emir fu inesorabile: si vendettero i
mobili del palazzo, e la misera somma ricavatane di quarantamila pezze
d'oro, fu immediatamente spesa in capricci di lusso; ma la ritirata dei
Greci liberò Bagdad da ogni inquietudine; la sete e la fame stavano alla
guardia del deserto della Mesopotamia, e quindi l'imperatore, sazio di
gloria e carico delle spoglie dell'oriente, fece ritorno a
Costantinopoli, ove nella cerimonia del suo trionfo mise in pompa gran
quantità di stoffe di seta, di vasi d'aromi, e trecento miriadi d'oro e
d'argento. Questa procella frattanto non aveva che umiliato la testa
delle Potenze dell'oriente, senza distruggerle. Partiti i Greci,
rivennero i principi fuggitivi alle lor capitali; i sudditi ritrattarono
i giuramenti carpiti dalla forza, purificarono di bel nuovo i Musulmani
i lor templi, e rovesciarono gli idoli dei santi e de' martiri della
religion cristiana; i Nestoriani e i Giacobiti vollero piuttosto
ubbidire ai Saracini che a un principe ortodosso, nè i Melchiti erano
abbastanza forti o coraggiosi per difender la chiesa e lo Stato. Di quei
vasti conquisti, Antiochia, le città di Cilicia, e l'isola di Cipro
furono le sole che restassero in modo utile e permanente all'impero
Romano[557]. {412}

NOTE:

[437] Teofane ascrive i sette anni dell'assedio di Costantinopoli
all'anno 673 dell'Era cristiana (primo settembre 665 dell'Era
Alessandrina), e la pace dei Saracini _quattro_ anni dopo;
contraddizione manifesta che il Petavio, il Goar e il Pagi (_Critica_,
t. IV, p. 63, 64) si sono ingegnati di togliere. Fra gli Arabi, Elmacin
registra l'assedio di Costantinopoli all'anno 52 dell'Egira (A. D. 672,
8 gennaio), e Abulfeda, i calcoli del quale sono a mio giudizio più
esatti e più credibile l'asserzione, nell'anno 48 (A. D. 668, 20
febbraio).

[438] _V._ sul primo assedio di Costantinopoli Niceforo (_Breviar._, p.
21, 22), Teofane (_Chronograph._, p. 294), Cedreno (_Compend_., p 437),
Zonara (_Hist._, t. II, l. XII, p. 89), Elmacin (_Hist. Saracen._, pag.
56, 57), Abulfeda (_Annal. Moslem._, p. 107, 108, _vers._ Reiske),
d'Herbelot (_Biblioth. orient._, _Constantinah_), Ockley (_Hist. of the
Saracens_, v. II, p. 127, 128).

[439] Si troverà lo stato e la difesa dei Dardanelli nelle _Memorie del
Barone di Tott_ (tom. III, pag 39-97), che era stato inviato per
fortificarli contro i Russi. Mi sarei aspettato da un attore de'
principali qualche più esatta particolarità: ma pare che egli scriva più
per dilettare che per istruire i lettori. Forsechè quando s'accostarono
gli Arabi, il ministro di Costantino, come quello di Mustafà, non fosse
distratto a trovare due canarini che cantassero precisamente la stessa
nota.

[440] Demetrio Cantemiro, _Hist. de l'empire ottom._, p. 105, 106;
Ricaut, _Etat de l'empire ottom._, p. 10, 11; _Voyages de Thevenot_,
part. I, p. 189. I cristiani supponendo che dai Musulmani si confonda
frequentemente il martire Abu-Ayub col patriarca Giob, invece di provare
l'ignoranza de' Turchi danno a divedere la propria.

[441] Teofane, quantunque Greco, è degno di fede per questi tributi
(_Chronogr._, p, 295, 296, 300, 301) che sono, con qualche divario,
raffermati dall'istoria araba di Abulfaragio (_Dynast._, p. 128, _ver._
del Pocock).

[442] La critica di Teofane è giusta ed espressa energicamente, την
Ρωμαικην δυναστειαν ακρωτηριασας.... πανδεινα κακα πεπονθεν η Ρωμανια
υπο των Αραβων μεχρι του νυν, _mutilando la dinastia ottomana.... la
Romania ebbe a sostenere ogni sorta di mali sotto gli Arabi sino a
questi giorni_ (_Chronog._ p. 302, 303). La serie di quegli avvenimenti
si può raccogliere dagli annali di Teofane, e dal compendio
del Patriarca Niceforo, p. 22, 24.

[443] Queste rivoluzioni sono scritte in uno stile chiaro e schietto nel
secondo volume dell'istoria dei Saracini composta da Ockley (p.
233-370). Non solo dagli autori stampati, ma dai manoscritti arabi
d'Oxford ha tratto molti materiali; avrebbe potuto cercare là entro
molto di più se fosse stato rinchiuso nella biblioteca Bodleiana, invece
d'essere nella prigion della città, destino troppo indegno d'un tal uomo
e del suo paese.

[444] Elmacin, che pone il conio delle monete arabe (A. E. 76, A. D.
695) cinque o sei anni più tardi che gli storici greci, ha confrontato
il peso del dinaro d'oro, del maggiore e del comune prezzo, colla dramma
o dirhem d'Egitto (p. 77), equivalente a circa due pennies 48 grani del
peso inglese (Hooper's _Inquiry into ancient measures_, p. 24-36), o a
circa otto scellini. Si può conchiudere, attenendosi ad Elmacin e ai
medici arabi, che v'erano dinari anche del valore di due dirhem, e altri
che non valevano che un mezzo dirhem. La moneta d'argento era il dirhem
in peso e in valore; ma una bellissima, ancorchè antica, coniata a Waset
(A. E. 88), e conservata nella biblioteca Bodleiana, è di quattro grani
inferiore al campione del Cairo (_V._ l'_Histoire universelle moderne_,
t. I, p. 548 della traduzione francese).

[445] Και εκωλυσε γραφεσθαι ελληνισι τους δημοσιους των λογοθεσιων
κωδικας, αλλ’Αραβιοις αυτα παρασεμαινεσθαι χωρις των ψηφων, επνδη
αδυνατον τη εκεινων γλωσση μοναδα, η δυαδα, η τριαδα η οκτω ημισυ η
τρια γραφεσθαι, _e proibì di scrivere in greco i registri pubblici
dei conti, ma d'indicarli in lettere arabe separatamente, poichè era
impossibile scrivere l'unità, la dualità, il terno, l'otto e mezzo, o
il tre in quella lingua._ (Teofane, _Chronograph._, p. 314). Questo
difetto, se v'era realmente, avrà stimolato gli Arabi ad inventare, o
a pigliare in prestito un altro metodo.

[446] Secondo un nuovo sistema assai probabile, messo in campo dal
signor di Villoison (_Anecdota Graeca_, t. II, p. 152-157), le nostre
cifre non furono inventate nè dagli Indiani, nè dagli Arabi, ma erano
usate dagli aritmetici greci e latini molto prima del secolo di Boezio.
Quando sparvero le lettere dall'occidente, quelle cifre furono adoperate
dagli Arabi che traduceano i manoscritti originali, e i Latini le
usarono _di nuovo_ verso l'undecimo secolo.

[447] Secondo la divisione dei _Themi_ o province descritte da
Costantino Porfirogenito (_De thematibus_; t. I, pag. 9, 10),
l'_Obsequium_, denominazion latina dell'esercito o del palagio, era
nell'ordine pubblico il quarto. La metropoli era Nicea che stendea la
sua giurisdizione dall'Ellesponto ai paesi addiacienti della Bitinia e
della Frigia. (_V._ le carte che dal Delisle son poste avanti
l'_Imperium orientale_ del Banduri).

[448] Il Califfo avea mangiato due pannieri d'ova e di fichi, cui
divorava alternativamente, e avea finito il pasto con un composto di
midolla, e di zuccaro. In una delle sue peregrinazioni alla Mecca mangiò
Solimano in una volta diciassette melegranate, un capretto, sei polli, e
gran quantità di uve di Tayef. Se la minuta del pranzo del sovrano
dell'Asia è veramente esatta, bisogna ammirarne più l'appetito che il
lusso (Abulfeda, _Annal moslem._ p. 128).

[449] _V._ l'articolo di Omar Ben-Abdalaziz, nella _Bibliothèque
orientale_ (p. 689, 690); _praeferens_, dice Elmacin (p. 91),
_religionem suam rebus suis mundanis_. Era tanto ansioso di andare al
soggiorno della divinità che fu inteso una volta affermare, che non
vorrebbe nemmeno incomodarsi a bagnar di olio l'orecchio per guarire
dalla sua ultima malattia. Non avea che una camicia, e, in tempo che il
lusso s'era introdotto fra gli Arabi, non ispendeva più di due dramme
all'anno (Abulfaragio, p. 131); _haud diu gavisus eo principe fuit orbis
Moslemus_ (Abulf., p. 127).

[450] Niceforo e Teofane convengono in dire che fu levato l'assedio di
Costantinopoli il 15 agosto (A. D. 718). Ma assicurando il primo, che è
il più degno di fede, aver durato 13 mesi, si sarà ingannato il secondo
asserendo, che cominciò nell'anno precedente nello stesso giorno. Non
vedo che il Pagi abbia notata questa contraddizione.

[451] Sul secondo assedio di Costantinopoli ho seguito Niceforo (_Brev._
p. 33-36), Teofane (_Chronogr._ p. 324-334), Cedreno (_Compend._, p.
449-452), Zonara (t. II. p. 98-102) Elmacin (_Hist. Sarac._ p. 88),
Abulfeda (_Ann. moslem_, p. 126), e Abulfaragio (Dynast. p. 130), autore
arabo che appaga di più i lettori.

[452] Carlo Dufrène Ducange, guida sicura ed istancabile pel medio evo e
per la storia di Bisanzio, ha trattato del fuoco greco in molti luoghi
de' suoi scritti, e non rimane speranza di spigolare molti fatti dopo di
lui. _V._ in particolare _Glossar. med. et infim. graecitat._, page
1275, sub voce τνρ θαλασσιον υγρον _fuoco marino liquido_.
_Gloss. med. et infim. latin. ignis graecus_; _Observations_ sopra
Villehardouin, p. 305, 307; _Observations_ sopra Joinville, p. 71, 72.

[453] Teofane lo chiama αρχιτεχτων _architetto_ (p. 295);
Cedreno (p. 437) fa venire quell'artista da Eliopoli (dalle rovine
d'Eliopoli) in Egitto; e diffatti la chimica si studiava particolarmente
dagli Egiziani.

[454] Dietro una debole autorità, ma una verosimiglianza fortissima, si
suppone che la nafta, l'_oleum incendiarium_ della storia di Gerusalemme
(_Gest. Dei per francos_, pag. 1167), la fonte orientale di Giovanni di
Vitry (lib. III c. 84), entrasse nella composizione del fuoco greco.
Cinnamo (l. VI, p. 165) chiama il fuoco greco πυρ Μηδικον
_fuoco Medo_; e si sa esservi gran quantità di nafta tra il Tigri e il
mar Caspio. Plinio (_Hist. nat._, II, 109) dice che la nafta servì alla
vendetta di Medea, e secondo l'una o l'altra etimologia Ελαιον Μηδιας o
Μηδειας _olio di Media o di Medea_ (Procopio _De bell. Gothic._, l. IV,
c. II) può significare questo bitume liquido.

[455] _V._ sulle varie specie d'olio e di bitumi i _Saggi chimici_ (v.
V, saggio I) del dottor Watson (ora vescovo di Landaff). Questo libro
classico è di tutti quelli che conosco il più atto a diffondere il gusto
e le cognizioni della chimica. Le idee men perfette che ne avevano gli
antichi si trovano in Strabone (_Geograf._ l. XVI, p. 1078), e in Plinio
(_Hist. nat._, II p. 108, 109); _huic_ (Naphtae) _magna cognatio est
ignium, transiliuntque protinus in eam undecunque visam_. Otter (t. I,
pag. 153-158), è quello tra i nostri viaggiatori che in questa materia
mi soddisfa di più.

[456] Anna Comnena ha squarciato in parte questo velo. Απο της πευκης,
και αλλων τινων τοιουτων δενδρων αειθαλων συναγεται δακρυον ακαυστον.
Τουτο μετα θειου τριβομενον εμβαλλετα, εις αυλισκους καλαμων και
εμφυσαται παρα του παιξοντος λαβρω και συνεχει πνευματι. _Dalla
pece e da altri consimili alberi, sempre verdi, si raccoglie una stilla
non ardente. Questa pestata col zolfo si lancia nei tubi delle canne, e
si soffia colla bocca ed esce col fiato._ (Alexiad. l. XIII, pag. 383).
Altrove ella fa menzione della proprietà d'ardere κατα το πρανες και
εφ’ εκατερα _nel piano e dalle bande_. Leone, al capo decimonono
della sua Tattica (_Opera Meursii_, t. VI, p. 843, ediz. del Lami,
Firenze 1745), parla della nuova invenzione del πυρ μετα βροντης και
καπνου _fuoco con fragore e con fumo_. Queste sono testimonianze
originali e di persone d'alto affare.

[457] Costantino _Porfirogenito, De administratione imperii_, c. 13, p.
64, 65.

[458] _Histoire de saint Louis_, p. 39, _Parigi_, 1688; p. 44, Parigi,
dalla stamperia reale 1761. Per le osservazioni del Ducange è preziosa
la prima di queste edizioni, e la seconda per la purezza del testo del
Joinville. Il quale è l'unico autore che ne insegni come i Greci,
coll'aiuto d'una macchina che operava come la fionda, lanciavano il
fuoco greco dietro un dardo o una chiaverina.

[459] Sia vanità sia smania di contendere l'altrui fama la più fondata,
si sono indotti alcuni moderni a fissare prima del quattordicesimo
secolo la scoperta della polvere da schioppo (V. sir William Temple,
Dutens ec.), e quella del fuoco greco prima del settimo secolo. (_V._ il
Sallustio del presidente de Brosses t. II, p. 381); ma le testimonianze
da essi citate, anteriori all'epoca a cui si assegnano queste scoperte,
sono di rado chiare e satisfacenti, e si può dubitare di frode, e di
credulità negli scrittori successivi. Gli antichi negli assedii facevano
uso di combustibili che contenevano olio e zolfo, e il fuoco greco per
la qualità, e per gli effetti ha qualche somiglianza colla polvere da
schioppo. Intanto la prova più difficile da eludere sull'antichità della
prima scoperta sta in un passo di Procopio (_De bell. goth._ l. IV, c.
11); e su quella della seconda in alcuni fatti della storia di Spagna al
tempo degli Arabi (A. D. 1249, 1312, 1332, _Bibl. arabico-hispana_, t.
II, p. 6, 7 e 8).

[460] Il monaco Bacone, quell'uomo straordinario, rivela due delle
sostanze che entrano nella polvere da schioppo il salnitro e il zolfo; e
nasconde la terza sotto una frase di gergo misterioso, quasi temesse la
conseguenza della sua scoperta (_Biographia britannica_, vol. I, p. 430,
quarta edizione).

[461] _V._ sull'invasion della Francia, e la sconfitta degli Arabi per
opera di Carlo Martello, l'_Historia Arabum_ (c. II, 12, 13, 14) di
Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo, che avea sotto gli occhi la
cronaca cristiana di Isidoro Pacense, e l'istoria dei Maomettani scritta
dal Novairi. I Musulmani tacciono o in poche parole fan cenno della loro
perdita: ma il signor Cardonne (t. I, pag. 129, 130, 131) ha fatto un
racconto _puro_ e genuino di quanto ha potuto attingere dalle opere di
Ibn-Halikan, di Hidjazi, e d'un anonimo. I testi delle cronache di
Francia e delle vite dei Santi stanno nella raccolta del Bouquet (t.
III) e negli annali del Pagi (t. III), il quale ha riordinata la
cronologia sulla quale gli annali del Baronio s'ingannano di sei anni.
Si scorge più sagacità e spirito che verace erudizione negli articoli
_Abderamo e Manuza_ del dizionario del Bayle.

[462] Eginhart, _De vita Caroli magni_, c. 2, pag. 13-18, edizione di
Schmink, _Utrecht_, 1711. Qualche critico moderno accusa il ministro di
Carlo Magno d'aver esagerata la debolezza dei Merovingi; ma le sue
osservazioni generali sono esatte, e i lettori francesi godran sempre di
ripetere i bei versi del Leggio di Boileau.

[463] _Mamaccae_ sulla Oisa, tra Compiègne e Noyon, chiamato da Eginhart
_perparvi redditus villam_ (_vedi_ le Note della carta dell'antica
Francia nella raccolta di Don Bouquet). _Compendium_, o Compiègne, era
un palagio più maestoso (Adriano Valois, _Notitia Galliarum_, p. 159); e
l'abate Galliani, quel sì gioviale filosofo, potè dire con verità
(_Dialogues sur le commerce des blés_) che era la residenza dei re
cristianissimi e capellutissimi.

[464] Anche prima che fosse fondata questa colonia, A. U. C. 630
(Velleio Patercolo, I, 15) ai tempi di Polibio (_Hist._ t. III, pag.
263, ediz. di Gronov.). Era Narbona una città celtica di primo ordine,
ed uno dei luoghi più settentrionali del Mondo allora conosciuto
(d'Anville, _Notice de l'ancienne Gaule_, p. 473).

[465] _Non sempre i Santi fanno miracoli, e possono anche lasciare di
farne in causa propria._ (Nota di N. N.)

[466] Rodrigo Ximenes rimprovera ai Saracini di avere violato il
santuario di S. Martino di Tours. _Turonis civitatem, ecclesiam et
palatia vastatione et incendio simili diruit et consumpsit._ Il
continuator di Fredegario non rimprovera loro che l'intenzione: _ad
domum beatissimi Martini evertendam festinant; at Carolus_, etc.
L'annalista francese era più tenero dell'onore del Santo.

[467] _Non sembra potersi negare, che, se gli Arabi avessero continuato
ed assodato le loro conquiste fatte in Francia nel principio dell'ottavo
secolo, non s'insegnerebbe in Francia, in Germania, in Italia, ed in
Oxford la religione di Maometto, giacchè avevano annientato la religione
cristiana nelle conquistate province affricane, e volti i popoli con
varj mezzi e coll'educazione a professare la religione de' vincitori,
siccome han fatto i Cristiani conquistatori dell'Allemagna intorno al
principio del secolo nono, e di molte province vaste d'America nel
decimosesto; ma il buon credente deve pensare, che Gesù Cristo, che
assiste sempre in un modo invisibile i suoi seguaci, avrebbe protetto la
sua religione. I conquistatori nei tempi passati volevano, che i popoli
vinti adottassero la lor religione, e la prosperità dell'armi seco
traeva quella del culto dei vincitori; ma i progressi del sapere seco
condusse la tolleranza reciproca delle opinioni religiose, ed un popolo
vinto, o passato ad altro dominio, è sicuro di conservare il suo culto
qualunque egli sia. Crediamo poi, che i mali della guerra recati
all'Europa dagli Arabi sieno stati molto minori di quelli ch'ella ebbe a
soffrire dopo quell'epoca fino alla fine del regno di Luigi XIV.
D'altronde l'Europa ignorantissima ne' tempi della grande prosperità e
potenza degli Arabi, fu da essi istruita specialmente nelle matematiche,
nell'astronomia, e nella medicina; beneficio che compensò di gran lunga
i mali della guerra._ (Nota di N. N.)

[468] Dubito per altro se le moschee d'Oxford avrebbero prodotto
un'Opera tanto elegante e ingegnosa di controversia quanto lo sono le
prediche ultimamente fatte (_at Bampton's lectures_) dal sig. White,
professore di lingua araba. Le osservazioni che fa sull'indole e la
religion di Maometto sono con bell'arte adattate al suo subbietto, e
generalmente fondate sulla verità e sulla ragione. Egli fa la figura
d'un avvocato pieno di spirito e d'eloquenza, ed ha talora i pregi d'uno
storico e d'un filosofo.

[469] _Gens Austriae membrorum preeminentia valida, et gens Germana
corde et corpore praestantissima, quasi in ictu oculi manu ferrea et
pectore arduo Arabes extinxerunt._ (Rodrigo di Toledo, c. 14).

[470] Son questi i conti di Paolo Warnefrid, diacono d'Aquileia (_De
gestis Langobard._, l. VI, p. 921, ediz. di Grozio) e d'Anastasio,
bibliotecario della chiesa Romana (_in vit. Gregorii II_): parla
quest'ultimo di tre spugne miracolose, che rendettero invulnerabili i
soldati francesi che le aveano spartite fra loro. Sembrerebbe che nelle
sue lettere al Papa si usurpasse Eude l'onore della vittoria; tale è il
rimprovero che gli fanno gli annalisti francesi, i quali l'accusano
falsamente ancor essi d'aver chiamato i Saracini.

[471] Pipino, figlio di Carlo Martello, ripigliò Narbona e il resto
della Settimania A. D. 755 (Pagi _Crit._, t. III, p. 300). Trentasette
anni dopo, fecero gli Arabi una scorreria in questa parte della Francia,
e impiegarono i prigionieri alla costruzione della moschea di Cordova
(De Guignes, _Hist. des Huns_, t. I, P. 354).

[472] _Non è da meravigliarsi, che in quei tempi si scrivessero, e si
spacciassero simili cose; la storia dei secoli di mezzo n'è piena;
l'interesse od il fanatismo le dettava, e l'ignoranza e la stupidità le
avvalorava, e le accettava. Ciò nulla ha a fare coll'intrinseco della
religione cristiana tanto nella parte dogmatica, che nella parte
morale._ (Nota di N. N.)

[473] Questa lettera pastorale diretta a Luigi il Germanico, nipote di
Carlo Magno, è probabilmente composta dall'astuto Hincmar, ha la data
dell'anno 858, ed è segnata dai vescovi delle province di Reims e di
Rouen (Baronio, _Annal. eccles._, A. D. 741; Fleury _Hist. eccles._, t.
X, p. 514, 516). Baronio stesso, per altro, e i critici francesi
rigettano con disprezzo questa favola inventata dai vescovi.

[474] I cavalli e le selle che avean portato le sue mogli furono uccisi
ed arsi, per timore che non fossero montati poi da un uomo. Mille e
dugento muli, o cammelli, erano destinati al servizio della cucina, ove
si consumavano ogni giorno tremila pani, cento agnelli, senza parlare
de' buoi, del pollame ec. Abulfaragio (_Hist. dynast._ p. 140).

[475] _Al-Hemar._ Egli era stato governator della Mesopotamia, e in un
proverbio arabo vien lodato il coraggio di quegli asini guerrieri, che
mai non fuggono davanti al nemico. Questo soprannome di Merwan può
giustificare la nota similitudine d'Omero (_Iliade_, A. 557, etc.), e il
soprannome e la citazione Omerica devono impor silenzio ai moderni, che
riguardan l'asino come una emblema di stupidità e di bassezza
(d'Herbelot, _Bibl. orient._, p. 558).

[476] Quattro città d'Egitto portano il nome di Busir, o Busiride, sì
famoso nelle favole greche. La prima, in cui fu morto Merwan, sta
all'occidente del Nilo, nella provincia di Fium o d'Arsinoe, la seconda
nel Delta, nel Nomo Sebennitico, la terza presso le Piramidi, e la
quarta, che fu distrutta de Diocleziano (_V._ il Capitolo XIII di
quest'opera), è nella Tebaide. Ecco una nota del dotto, ed ortodosso
Michaelis: _Videntur in pluribus Aegypti superioris urbibus Busiri
Coptoque arma sumpsisse christiani, libertatemque de religione sentiendi
defendisse, sed succubuisse, quo in bello Coptus et Busiris diruta, et
circa Esnam magna strages edita. Bellum narrant, sed causam belli
ignorant scriptores Byzantini, alioqui Coptum et Busirim non rebellasse
dicturi, sed causam christianorum suscepturi_ (Nota 211 p. 100). _V._
sulla geografia delle quattro Busiridi, Abulfeda (_Descript. Aegypt._,
p. 9, vers. Michaelis, Gottingue, 1776, _in-4_), Michaelis (_Not._
122-127, p. 58-63) e d'Anville (_Mém. sur l'Egypte_, p. 85-147-205).

[477] _V._ Abulfeda (_Annal. moslem._ p. 136-145), Eutichio (_Annal._,
t. II, p. 392, vers. Pocock), Elmacin (_Hist. Saracen._, pag. 109-121),
Abulfaragio (_Hist. dynast._ p. 134-140), Rodrigo di Toledo (_Historia
Arabum_, c. 18 p. 33), Teofane (_Chronographie_, p. 356, 357, che parla
degli Abbassidi sotto il nome di Χωρασανιται _Corasaniti_ e di
Μαυροφοροι _Maurofori_) e la _Biblioth._ d'Herbelot, articoli
_Ommiades_, _Abbassides_, _Maerwan_, _Ibrahim_, _Saffah_, _Abou-Moslem_.

[478] Si consulti sulla rivoluzione di Spagna, Rodrigo di Toledo (c. 18,
pag. 34, ec.), la _Bibliotheca arabico-hispana_ (t. II, p. 30, 198) e
Cardonne (_Hist. de l'Afriq. et de l'Esp._, t. I, p. 180-197, 205, 272,
323, ec.).

[479] Io non confuterò gli errori bizzarri, nè le chimere di Sir William
Temple (_Oeuvres_, v. III, p. 372-374, ediz. in 8), nè del Voltaire
(_Hist. générale_, c. 28, tom. II, p. 124, 125, ediz. di Losanna) sulla
division dell'impero de' Saracini. Gli errori del Voltaire provengono da
difetto di notizie e di riflessione: ma sir William fu tratto in inganno
da un impostore Spagnuolo, che ha inventato una storia apocrifa del
conquisto della Spagna fatto dagli Arabi.

[480] Il geografo d'Anville (_l'Euphrate et le Tigre_, p. 121-123) e il
d'Herbelot (_Biblioth. orient._, p. 167, 168) bastano a dar a conoscere
Bagdad. I nostri viaggiatori Pietro della Valle (t. I, p. 688-698),
Tavernier (t. I, p. 230-238), Thevenot (part. II, p. 209-212), Otter (t.
I, p. 162-168) e Niebuhr (_Voyage en Arabie_, t. II, p. 239-271) non la
videro che decaduta; e per quanto io so, il geografo di Nubia (p. 204) e
l'Ebreo Beniamino di Tudela (_Itinerarium_, p. 112-123, di Const.
imperatore, _apud_ Elzevir 1633), sono i soli scrittori che vedessero
Bagdad sotto il regno degli Abbassidi.

[481] Si posero le fondamenta di Bagdad, A. E. 145 (A. D. 762).
Mostasem, ultimo degli Abbassidi, venne in balìa dei Tartari che lo
mandarono a morte, A. E. 656 (A. D. 1258, 20 febbraio).

[482] Medinat al Salem, Dar al Salam. _Urbs pacis_, o Ειρηνοπολις
(Irenopoli), secondo la denominazione ancor più elegante
che le han data i scrittori Bizantini. Non van d'accordo gli autori
sull'etimologia di Bagdad; ma convengono che la prima sillaba in lingua
persiana significa un giardino di Dad, eremita cristiano, la cella del
quale era la sola abitazione che fosse nel sito ove si fabbricò la
città.

[483] _Reliquit in aerario sexcenties millies mille stateres, et quater
et vicies millies mille aureos aureos._ (Elmacin, _Hist. Saracen._ p.
126). Ho valutato le pezze d'oro per otto scellini, ed ho supposto che
la proporzione dell'oro all'argento fosse di dodici a uno: ma non mi fo
mallevadore delle quantità numeriche di Erpenio; i Latini non vagliono
più dei Selvaggi nei calcoli aritmetici.

[484] D'Herbelot p. 638; Abulfeda (p. 154) _nivem Meccam apportavit, rem
ibi aut nunquam aut rarissime visam_.

[485] Descrive Abulfeda, (pag. 184-189) la magnificenza e la liberalità
d'Almamon. Il Milton fece allusione a quest'uso orientale:

«Ovvero ai luoghi ove il pomposo oriente, colla opulenta sua mano, versa
sopra i suoi re l'oro e le perle della Barbarìa».

Mi son valso dell'espression moderna di _lotto_ per tradurre li
_missilia_ degli imperadori Romani, i quali davano un premio o un lotto
a chi lo coglieva quando era gettato in mezzo alla folla.

[486] Quando Bell d'Antermony (_Travels_, vol. I; pag. 99) accompagnò
l'ambasciador Russo all'udienza dello sventurato Shah Hussein di Persia,
furon condotti nella sala dell'assemblea due leoni, per far mostra del
potere che aveva il monarca sugli animali più feroci.

[487] Abulfeda, p. 237: d'Herbelot, p. 590. Quell'ambasciator Greco
giunse a Bagdad A. D. 917. Nel passo d'Abulfeda mi son servito, con
qualche cangiamento, della traduzione inglese del dotto ed amabile sig.
Harris di Salisbury (_Philological Enquiries_, 364, 365).

[488] Cardonne, _Hist. de l'Afr. et de l'Esp._, t. I, p. 330-336. La
descrizione e le incisioni dell'Alhambra, che si trovano nei _Voyages de
Swinburne_ (p. 171-188, in ingl.), danno una vera idea del gusto e
dell'architettura degli Arabi.

[489] Cardonne, t. I, pag. 329, 330. I detrattori della vita umana
citeranno in aria di trionfo questa confessione, i lamenti di Salomone
sulle vanità del mondo (_V._ il poema verboso ma eloquente di Prior) e i
dieci giorni felici dell'imperatore Seghed (Rambler, n. 204, 205);
spesso sono smodati i loro disegni, e rare volte imparziale il lor modo
di valutarli. Se mi è lecito parlar di me (il sol uomo di cui posso con
certezza parlare), i miei giorni felici han superato di molto il piccol
numero indicatoci dal Califfo di Spagna, a continuano tuttavia; nè
temerò di aggiungere, che il piacere che io provo a comporre quest'Opera
ha una gran parte nel conto de' miei giorni beati.

[490] Il Gulistan (pag. 239) narra la conversazione di Maometto e d'un
medico (_Epistol._ Renaudot, _in_ Fabricio, _Bibl. graec._, t. I, p.
814). Il Profeta esso stesso era versato nell'arte della medicina, e il
Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. III, p. 394-405) ha fatto un estratto
degli aforismi che sussistono sotto il suo nome.

[491] _V._ le particolarità di questa curiosa architettura delle api in
Réaumur (_Hist. des Insectes_, t. V., Memoria 8). Questi esagoni son
terminati da una piramide. Un matematico ha cercato quali angoli dei tre
lati d'una tal piramide adempirebbero al dato fine colla minor quantità
di materie possibili, ed ha determinato il più grande in 109°, 26′, e il
più piccolo in 70°, 34′. La misura che seguono le api è di 109°, 28′, e
di 70°, 32′. Questa perfetta concordanza non fa onore per altro al
lavoro se non a danno dell'artista, poichè le api non conoscono la
geometria trascendente.

[492] Saied-Ebn-Ahmed, Cadì di Toledo, che morì A. E. 462, A. D. 1069,
ha somministrato ad Abulfaragio (_Dynast._ p. 160) questo passo
singolare, come pure il testo dello _Specimen Historiae Arabum_ del
Pocock. Alcuni aneddoti letterari sui filosofi e i medici ec., vissuti
sotto ogni Califfo, formano il primario pregio delle dinastie di
Abulfaragio.

[493] Questi aneddoti letterari sono tratti dalla _Bibliotheca
arabico-hispana_ (t. II, p. 38, 71, 201, 202), da Leone Affricano (_De
Arab. medicis et philosophis_, in Fabrizio, _Bibl. graec._, t. XIII, p.
259-298, ed in particolare p. 274), da Renaudot (_Hist. patriar. Alex._
p. 274, 275, 536, 537), e dai _Remarques chronologiques_ d'Abulfaragio.

[494] Il Catalogo arabo dell'Escuriale darà un'idea giusta della
proporzion delle classi. Nella biblioteca del Cairo, i manoscritti
d'astronomia e di medicina eran da seimila e cinquecento, con due bei
globi, uno di bronzo e l'altro d'argento (_Bibl. arab.-hispana_, t. I,
p. 417).

[495] Vi si è trovato, per esempio, il quinto, sesto e settimo libro
(manca sempre l'ottavo) delle Sezioni coniche d'Apollonio Pergeo,
stampati poi, nel 1661, secondo il manoscritto di Firenze (_Fabr. Bibl.
graec._ t. II, p. 559). I dotti per altro possedevano già il quinto
libro indovinato e rinnovato dal Viviani (_V._ il suo elogio nel
Fontenelle, t. V, p. 59 ec.).

[496] Il Renaudot (Fabricio, _Bibl. graec._ t. I, p. 812, 816) discute
in un modo veramente filosofico il pregio di queste versioni arabe
piamente difese dal Casiri (_Bibliot. arab.-hisp._ t. I, p. 238-240). La
maggior parte delle traduzioni di Platone, d'Aristotile, d'Ippocrate, di
Galeno ec., che viveva in Corte dei Califfi di Bagdad, e che morì A.D.
876. Era Capo d'una scuola o d'un'officina di traduttori, e van sotto il
suo nome le Opere dei suoi discepoli. _V._ Abulfaragio (_Dynast._, p.
88, 113, 171-174, et _apud_ Assemani, _Bibl. orient._, t. II, p. 438),
d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 456), Assemani (_Bibl. orient._, t. III,
pag. 164) e Casiri (_Bibl. arabico-hispana_ t. I, p. 238 ec., 251,
286-290; 302-304, ec.).

[497] _V._ Il Moshemio, _Instit. Hist. eccles._, p. 181, 214, 236, 257,
315, 338, 396, 438 ec.

[498] Il Commentario più elegante su le categorie o su i predicamenti
d'Aristotile è quello che si trova nei _Philosophical arrangements_ del
signor Giacomo Harris (Londra 1775 in 8), il quale si ingegna di
ravvivare lo studio delle lettere e della filosofia dei Greci.

[499] Abulfaragio, _Dynast._, p. 81-222; _Bibl. arab.-hispan._, t. I, p.
370, 371. _In quem_ (dice il Primate de' Giacobiti) _si immiserit se
lector, oceanum hoc in genere_ (_algebrae_) _inveniet_. Non si sa in
qual tempo abbia vissuto Diofanto d'Alessandria. Ma sussistono ancora i
suoi sei libri, e sono stati spiegati dal Greco Planude, e dal Francese
Meziriac (Fabricio, _Bibl. graec._, t. IV, p. 12-15).

[500] Abulfeda (_Annal. moslem._, p. 210, 211, vers. Reiske) descrive
questa operazione dietro la scorta di Ibn-Challecan e de' migliori
storici. Questo grado misurato esattamente era di dugentomila cubiti
regi, ossia assemiti; misura che gli Arabi avean tolta dai libri divini,
e dagli usi della Palestina e dell'Egitto; questo antico cubito si vede
quattrocento volte sopra ogni lato della base della gran piramide, e
indica, per quanto pare, le misure primitive e universali dell'oriente
(_V._ la _Metrologia_ del laborioso sig. Paucton, p. 101, 195).

[501] _V._ le _Tavole astronomiche_ d'Ulugh-Begh, colla _Prefazione_ del
dottor Hyde, nel primo volume del suo _Syntagma dissertationum_, Oxford,
1767.

[502] Albumasar e i migliori astronomi arabi convenivano della verità
dell'astrologia, e attigneano le loro predizioni più sicure, non già da
Venere e Mercurio, ma da Giove e dal Sole. (Abulfaragio _Dynast._, p.
161-163). _V._ sullo stato e sui progressi dell'astronomia in Persia il
Chardin (_Voyages_ t. III, p. 162-283).

[503] _Bibl. arabico-hispana_, t. I, pag. 438. L'autore originale narra
un'istoria faceta d'un pratico ignorante, ma senza malizia.

[504] Nel 956, Sancio il Grasso, re di Leone, fu guarito dai medici di
Cordova. (Mariana, l. VIII, c. 7; t. I, p. 318).

[505] Muratori discute, da quell'uomo dotto e giudizioso che egli era,
(_Antiquit. Ital. med. aevi_, t. III, p. 932-940) ciò che si riferisce
alle scuole di Salerno, e alla introduzione della dottrina degli Arabi
in Italia (_V._ pure Giannone, _Istoria civile di Napoli_ t. II, p.
119-127).

[506] _V._ una bella descrizione dei progressi dell'anatomia, in Wotton,
(_Reflections on ancient and modern learning_, p. 208-256). I begli
ingegni hanno indegnamente assalita la sua riputazione nella
controversia del Boyle e del Bentley.

[507] _Bibliot. arab.-hispan._ t. I, p. 275. Al-Beithar di Malaga, il
più grande dei lor botanici, avea viaggiato in Affrica, nella Persi e
nell'India.

[508] Il dottor Watson (_Elements of chemistry_, v. I, p. 17 ec.)
consente che i progressi degli Arabi nella chimica erano veramente opera
loro: egli cita non ostante la modesta confessione del celebre Geber,
scrittore del nono secolo (d'Herbelot p. 387), il quale diceva d'aver
ricavato dagli antichi Saggi la maggior parte delle sue cognizioni,
forse sulla trasmutazione de' metalli. Qual che fosse l'origine o la
vastità del loro sapere, sembra che le arti della chimica e
dell'alchimia fossero diffuse nell'Egitto tre secoli almeno prima di
Maometto (_Wotton's Reflections_, p. 121-133; Paw, _Recherches sur les
Egyptiens et sur les Chinois_, t. I, p. 376-429).

[509] Abulfaragio (_Dynast._, p. 26-148) cita una version siriaca dei
due poemi d'Omero, fatta da Teofilo, Maronita cristiano del monte
Libano, il quale professava l'astronomia in Roha o Edessa sulla fine
dell'ottavo secolo: la sua Opera sarebbe una curiosità letteraria. Ho
letto in qualche luogo, ma senza crederlo, che Maometto II traducesse in
lingua turca le Vite di Plutarco.

[510] Ho letto con gran piacere il commentario latino di Sir William
Jones sulla poesia asiatica (Londra 1774 in 8), che quest'uomo
maraviglioso, per la sua cognizione sulle lingue, pubblicò in gioventù.
Oggi, che il suo gusto e il suo ingegno sono perfettamente maturi,
scemerebbe per avventura un poco gli elogi così caldi ed anche
esagerati, che egli dà alla letteratura degli orientali.

[511] È stato accusato Averroe, un de' filosofi Arabi, d'avere sprezzate
le religioni dei Giudei, dei Cristiani e dei Musulmani (_V._ il suo
articolo nel Dizionario di Bayle): certamente ognuna di queste religioni
direbbe che fu ragionevole il suo disprezzo, eccetto che nella parte che
la concerne.

[512] D'Herbelot, _Bibl. orient._, p. 546.

[513] Θεοφιλος ατοπον κρινας ει την των οντων γνωσιν, δι ην το Ρωμαιων
γενος θαυμαζεται εκδοτον ποιησει τοις εθνεσι, etc. _Stimando
Teofilo cosa inopportuna se comunicasse ai Gentili la cognizione degli
Enti per cui sono ammirati i Romani_, ec. Cedreno (p. 548) espone i vili
motivi d'un imperatore, che nobilmente negò un matematico alle istanze
ed alle offerte del Califfo Almamon. Questo sciocco scrupolo, quasi
negli stessi termini, è riferito dal continuator di Teofane (_Scriptores
post Theophanem_, p. 118).

[514] _V._ il regno e il carattere di Haroun-al-Rashid nella
_Bibliothèque orientale_, p. 431-433, all'articolo di quel Califfo, e
negli altri a cui ci rimanda il d'Herbelot: questo dotto compilatore ha
trascelto con molto gusto nelle cronache d'oriente gli aneddoti
istruttivi e dilettevoli.

[515] Quanto alla situazione di Racca, l'antico Niceforio, veggasi
d'Anville (_l'Euphrate et le Tigre_, pag. 24-27). Nelle Notti Arabe si
parla di Haroun-al-Rashid come se non uscisse mai di Bagdad. Egli
rispettava la sede reale degli Abbassidi: ma i vizi degli abitanti
l'aveano cacciato da quella città (Abulfeda, _Annal._ p. 167).

[516] Il signor di Tournefort nel suo dispendioso viaggio da
Costantinopoli a Trebisonda, passò una notte in Eraclea, ossia Eregri.
Esaminò la città nel suo stato d'allora, e ne raccolse le anticaglie.
(_Voyage du Levant_, tom. III, lettera 16, p. 23-35). Abbiamo una storia
particolare d'Eraclea nei frammenti di Mennone, conservati da Fozio.

[517] Teofane (p. 384, 385, 391, 396, 407, 408), Zonara (t. II, l. XV,
p. 115-124) Cedreno, (p. 447, 478), Eutichio (_Annal._, t. II, p. 407 ),
Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 136, 151-152), Abulfaragio (_Dynast._ p.
147, 151) ed Abulfeda (156, 166-168) parlano delle guerre di
Haroun-al-Rashid contro l'impero Romano.

[518] Gli autori che mi hanno meglio istruito dello stato antico e
moderno di Creta, sono Belon (_Observ._ ec. c. 3-20, _Paris_, 1555),
Tournefort (_Voyage du Levant_, t. I, lettera II e III) e Meursio
(CRETA, nella raccolta delle sue Opere t. III, p. 343-544). Benchè Creta
sia chiamata da Omero Πιειρα _opulenta_, e da Dionigi λιπαρη τε και
ευβοτος _splendida ed ubertosa_, non so credere che quell'isola
montuosa superasse e nemmeno pareggiar potesse la fertilità
della maggior parte dei paesi di Spagna.

[519] Le particolarità più autentiche e più minute si incontrano nei
quattro libri della continuazion di Teofane, che Costantino
Porfirogenito, fece da sè stesso, o che fu fatta per ordine suo, e
pubblicata colla vita di suo padre Basilio il Macedone (_Scriptores post
Theophan._, p. 1-162 da Francesco Combesis, _Paris_, 1685 ). Vi si narra
la perdita di Creta e di Sicilia (l. II, p. 46-52 ). Vi si ponno
aggiungere come testimonianze secondarie quelle di Giuseppe Genesio (l.
II, pag. 21, Venezia, 1733), di Giorgio Cedrano (_Compend._, p.
506-508), e di Giovanni Scylitze Curopalata (_apud_ Baronio, _Annal.
eccl._, A. D. 827, n. 24 ec.). Ma i Greci moderni rubano sì palesemente,
che fra loro si potrebbe citare una folla d'altri autori.

[520] Renaudot (_Hist. patriar. Alex._, p. 251-256, 268, 270) ha
descritto i guasti commessi in Egitto dagli Arabi dell'Andalusia; ma si
dimenticò di congiungerli al conquisto di Creta.

[521] Δηλοι (dice il continuator di Teofane, l. II, p. 51)
δε ταυτα σαφεστατα και πλατικωτερον η τοτε γραφαισα Οεογνωστω και εις
χειρας ελθουσα ημων, _tai cose sono manifestissime e più
divulgate di quelle scritte allora da Teognosto e venute nelle nostre
mani_. Questa storia della perdita della Sicilia non si ha più. Muratori
(_Ann. d'Ital._ t. VII, p. 7-19-21 ec.) ha soggiunto alcune
particolarità tratte dalle cronache d'Italia.

[522] La pomposa e interessante tragedia del _Tancredi_ converrebbe
piuttosto a quest'epoca, che all'anno 1005 scelto dal Voltaire. Io farò
un lieve rimprovero all'autore per avere dato a Greci, schiavi
dell'imperator di Bisanzio, il coraggio della cavalleria moderna e delle
antiche repubbliche.

[523] Il Pagi ha riferito e rischiarato il racconto o le lamentazioni di
Teodosio (_Critica_, t. III, p. 619 ec.). Costantino Porfirogenito (_in
vit. Basil._, c. 69, 70, pag. 190-192) fa menzione della perdita di
Siracusa e del trionfo dei demonii.

[524] Si trovano parecchi estratti d'autori Arabi sulla conquista della
Sicilia in Abulfeda (_Annal. moslem_., p. 271-273), e nel primo volume
degli _Script. rerum italic_. del Muratori. Il signor de Guignes (_Hist.
des Huns_, t. I, p. 363, 364) aggiunge alcuni fatti rilevanti.

[525] Uno dei più eminenti personaggi di Roma (Graziano, _magister
militum et romani palatii superista_) fu accusato per aver detto: Quia
_Franci nihil nobis boni faciunt, neque adjutorium praebent, sed magis
quae nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus Graecos et cum
eis faedus pacis componentes Francorum regem et gentem de nostro regno
et dominatione expellimus?_ (Anastasio in Leone IV, p. 199).

[526] Il Voltaire (_Hist. générale_, t. II, c. 38, p. 124) pare molto
colpito dal carattere di Leone IV. Ho usato le sue frasi generali, ma la
veduta del Foro mi ha fornito un'immagine più esatta e più viva.

[527] De Guignes (_Hist. génér. des Huns_, t. I, pag. 363, 364),
Cardonne (_Hist. de l'Afrique et de l'Espagne_, sotto il dominio degli
Arabi, t. II, pag. 24, 25). Questi scrittori non van d'accordo intorno
alla successione degli Aglabiti, nè a me basta l'animo di conciliarli.

[528] Beretti (_Chronogr. Ital. med. aevi_, p. 106-108) ci ha dato
schiarimenti sulla città di Centumcellae, di Leopoli, della città
Leonina e delle altre del ducato di Roma.

[529] Gli Arabi e i Greci tacciono egualmente in proposito dell'invasion
di Roma, fatta dagli Affricani. Le cronache latine non ci istruiscono
abbastanza (_V._ gli _Annali_ del Baronio e del Pagi). Anastasio,
bibliotecario della chiesa Romana, istorico contemporaneo, è la guida
autentica che abbiam seguìta per la storia de' Papi del nono secolo. La
sua vita di Leon IV contiene ventiquattro pagine (p. 175-199 ediz. di
Parigi): e se comprende in gran parte minuzie superstiziose, dobbiamo
biasimare e lodare ad un tempo il suo eroe, perchè più spesso è stato in
chiesa che al campo.

[530] Questo numero d'_otto_ fu applicato a diverse circostanze della
vita di Motassem. Era egli l'_ottavo_ degli Abbassidi, e regnò _otto_
anni, _otto_ mesi, e _otto_ giorni; lasciò morendo _otto_ figli, _otto_
figlie, _otto_ mila schiavi, e _otto_ milioni d'oro.

[531] Rare volte parlano i Geografi antichi di _Amorio_, e gli itinerari
romani l'hanno dimenticato del tutto. Dopo il sesto secolo divenne sede
episcopale, e poi metropoli della nuova Galazia (Carlo di Saint-Paul,
_Geograph. sacra_, pag. 234). Questa città è risorta dalle sue rovine se
si legge _Amuria_ invece di _Anguria_, nel testo del geografo di Nubia
(p. 236).

[532] Era chiamato in Oriente Δυστυχης _sciagurato_ (_Continuator_
Τheoph. l. III, p. 84). Ma tanta era l'ignoranza dei popoli d'occidente,
che non vergognarono i loro ambasciadori di parlare in un'arringa
pubblica _de victoriis quas adversus exteras bellando gentes coelitus
fuerat assecutus_ (_Annal. Bertinian., apud_ Pagi, t. III, p. 720).

[533] Abulfaragio (_Dynast_., p. 167, 168) riferisce uno di quei cambi
singolari che si fece sul ponte del Lamo in Cilicia, confine dei due
imperi, lontano una giornata all'occidente di Tarso ( d'Anville, _Geogr.
ancien_., t. II, p. 91). Quattromila quattrocentosessanta Musulmani,
ottocento donne e fanciulli, e cento alleati furono cambiati con egual
numero di Greci. Passarono gli uni davanti agli altri a mezzo il ponte,
e quando da ambe le parti furon giunti ai lor concittadini esclamarono
_Allah Acbar_ e _Kyrie eleison_! È probabile che allora si facesse il
cambio del maggior numero de' prigionieri di Amorio; ma lo stesso anno
(A. E. 231) i più illustri di loro, indicati colle denominazioni di
quarantadue martiri, furon decapitati per ordine del Califfo.

[534] Costantino Porfirogenita _in vit. Basil_. c. 61, pag. 186. È vero
che que' Saracini, come corsari e rinnegati, furono puniti con un rigor
particolare.

[535] V. intorno a Teofilo, a Motassem, e alla guerra d'Amorio, il
continuator di Teofane (l. III, p. 77-84), Genesio (l. III, pag. 24-34),
Cedreno (pag. 528-532), Elmacin (_Hist. Saracen_., p. 180), Abulfaragio
(_Dyn_., p. 165, 166), Abulfeda (_Annal. mosl_., p. 191), d'Herbelot
(_Bibl. orient_., p. 639, 640).

[536] Il signor de Guignes, che talvolta trapassa la laguna che si trova
tra l'istoria de' Cinesi e quella de' Musulmani, e che altrevolte vi
cade entro, crede che quei Turchi siano gli _Hoei-ke_ altramente detti i
_Kao-tche_ o i gran _Carri_; i quali erano disseminati dalla Cina e
dalla Siberia sino ai dominii dei Califfi e dei Samanidi; e che
formavano quindici _orde_ o masnade ec. (_Hist. des Huns_, t. III, p.
1-33, 124-131).

[537] Egli cangiò l'antico nome di Sumera o Sumara in quello di
_Ser-men-rai_, città che piace a prima vista (d'Herbelot, _Bibl.
orient._, p. 808; d'Anville, _l'Euphrate et le Tigre_, p. 97, 98).

[538] Per darne un esempio, ecco i particolari della morte del Califfo
Motaz: _Correptum pedibus pertrahunt, et sudibus probe perculeant, et
spoliatum laceris vestibus in sole collocant, prae cujus acerrimo aestu
pedes alternos attollebat et demittebat. Adstantium aliquis misero
colaphos continuo ingerebat, quos ille objectis manibus avertere
studebat.... quo facto traditus tortori fuit, totoque triduo cibo
potuque prohibitus.... suffocatus_, etc. (Abulfeda, p. 206). egli dice
parlando del Califfo Mohtadi: _Cervices ipsi perpetuis ictibus
contundebant, testiculosque pedibus conculcabant_ (p. 208).

[539] _V._ in quel che concerne ai regni di Motassem, Motewakkel,
Mostanser, Mostain, Motaz, Mohtadi e Motamed, nella _Biblioteca_ del
d'Herbelot, e negli _Annali_ di Elmacin, d'Abulfaragio, e di Abulfeda,
che saran già divenuti famigliari al lettore.

[540] Si consulti sulla Setta dei Carmatii, Elmacin (_Hist. Saracen._,
p. 219, 224, 229, 231, 238, 241, 243), Abulfaragio (_Dynast._, p.
179-182), Abulfeda (_Annal. moslem_., p. 218, 219, ec. 245, 265, 274), e
d'Herbelot (_Bibl. orient._ p. 256-258, 635). Nelle materie teologiche e
cronologiche io vi trovo molta contraddizione che sarebbe difficile e
poco importante lo schiarire.

[541] Hyte, _Syntagma Dissertat._, t. II, p. 57, _in Hist. Shahiludii_.

[542] Si ponno esaminare le dinastie dell'impero Arabo, cercando negli
annali d'Elmacin, di Abulfaragio e di Abulfeda le date che rispondono
agli avvenimenti, e nel dizionario del d'Herbelot i nomi sotto i quali
son distribuiti i vari articoli. Le Tavole del Signor De-Guignes (_Hist.
des Huns_, t. I), presentano una cronologia generale dell'oriente, mista
di alcuni aneddoti istorici; ma dal patriottismo fu tratto a confonder
l'epoca e i luoghi.

[543] Gli Aglabiti e gli Edrisiti son l'argomento principale dell'opera
del Signor di Cardonne (_Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la
domination des Arabes_, t. II, p. 1-63).

[544] Per non essere accusato d'errori, debbo notare le inesattezze del
Signor de-Guignes (t. I, pag. 359) sugli Edrisiti. I. Non potea esser
l'anno dell'Egira 173 quello in cui si fondarono la dinastia e la città
di Fez, perchè l'una e l'altra furono stabilite da un figlio _postumo_
d'un discendente d'Alì, che fuggì dalla Mecca l'anno 168; II. questo
fondatore Edris, figlio di Edris, invece d'esser vissuto sino a cento
vent'anni, e sino all'anno trecentotredici dell'Egira, come si afferma
contra ogni verosimiglianza, morì (A. E. 214) nel fior dell'età; III. la
dinastia finì l'anno dell'Egira 307, 23 anni più presto del tempo
assegnato dall'istorico degli Uni, (_V._ gli esatti _Annali_ d'Abulfeda,
p. 158, 159, 185, 238).

[545] La storia originale e la version latina di Mirchond trattano della
dinastia dei Thaeriti e dei Suffaridi, non che del principio di quella
dei Samanidi; ma l'instancabile d'Herbelot ne avea già attinti i fatti
più importanti.

[546] Il signor de-Guignes (_Hist. des Huns_, t. III, p. 124-154) ha
esausto quanto si riferisce ai Tulonidi ed agli Iksiditi dell'Egitto, ed
ha sparsa gran luce sulle notizie degli Hamadaniti e dei Carmatii.

[547] _Hic est ultimus chalifah qui multum atque saepius pro concione
perorarit.... fuit etiam ultimus qui otium cum eruditis et facetis
hominibus fallere hilariterque agere soleret. Ultimus tandem chalifarum
cui sumptus, stipendia, redditus, et thesauri, culinae, caeteraque omnis
aulica pompa priorum chalifarum ad instar comparata fuerint. Videbimus
enim paulo post quam indignis et servilibus ludibriis exagitati, quam ad
humilem fortunam, ultimumque contemptum abjecti fuerint hi quondam
potentissimi totius terrarum Orientalium orbis domini._ (Abulfeda,
_Annal, moslem._, p. 261.) Ho riferito questo passo per indicare la
maniera e lo stile d'Abulfeda: ma le frasi latine son veramente del
Reiske. Lo storico Arabo (p. 255, 257, 260, 261, 269. 283 ec.) mi ha
somministrato i fatti più interessanti di questo paragrafo.

[548] In pari occasione, aveva mostrato il lor maestro più moderazione e
tolleranza. Ahmed-Ebn-Hanbal, Capo d'una delle quattro Sette ortodosse,
nacque a Bagdad A. E. 164, e vi morì A. E. 241. Contrastò ed ebbe a
soffrire assai nella disputa concernente la creazione del Corano.

[549] All'impiego di Visir era stato sostituito quello di Emir-Al-Omra
(_imperator imperatorum_), titolo dapprima istituito da Rhadi, che poi
passò ai Bowidi ed ai Sel-jukidi, _vectigalibus, et tributis et curiis
per omnes regiones praefecit, jussitque in omnibus suggestis nominis
ejus in concionibus mentionem fieri_. (Abulfaragio _Dynast._, p. 199).
Elmacin (p. 254, 255) ne fa pure menzione.

[550] Luitprando, il cui carattere irascibile era inasprito dalle
disgrazie del suo stato, accenna soprannomi di rimprovero e di disprezzo
che, più dei titoli vani immaginati dai Greci, convengono a Niceforo:
_Ecce venit stella matutina, surgit Eous, reverberat obtutu solis
radios, pallida Saracenorum mors, Nicephorus_ μεδων regnante.

[551] Non ostante l'insinuazione di Zonara και ει μη se non ec.
(t. II, l. XVI, p. 197), è cosa sicura che Niceforo Foca soggiogò
totalmente e definitivamente Creta (Pagi _critica_, t. III, p. 873-875;
Meursio, _Creta_, l. III, c. 7; t. III, p. 464, 465).

[552] S'è scoperta nella Biblioteca degli Sforza una vita greca di S.
Nicone Armeno, che il gesuita Sirmondo tradusse in latino per uso del
cardinal Baronio. Questa leggenda contemporanea getta un po' di chiarore
sullo stato di Creta, e del Peloponneso nel decimo secolo. S. Nicone
trovò l'isola nuovamente congiunta all'impero dei Greci: _faedis
detestandae Agarenorum superstitionis vestigiis adhuc plenam ac
refertam_.... Ma il missionario vittorioso, forse con qualche soccorso
terrestre, _ad baptismum omnes veraeque fidei disciplinam pepulit_.
_Ecclesiis per totam insulam aedificatis_, ec. (_Annal. eccles._, A. D.
961).

[553] Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 278, 279). Luitprando era propenso a
disprezzare la potenza de' Greci, ma confessa che Niceforo marciò contro
gli Assiri con un esercito d'ottantamila uomini.

[554] _Ducenta fere millia hominum numerabat urbs_ (Abulfeda, _Annal.
moslem._, p. 231) di Mopsuestia o Masifa, Mampsysta, Mansista, Mamista,
come si chiama nella età di mezzo corrottamente, o forse più esattamente
secondo Vesseling (Itiner. p. 580). Non posso credere a tanta
popolazione di Mopsoesto pochi anni dopo la testimonianza dell'Imp.
Leone ου γαρ πολυπληθια σρατου τοις Κιλιξι βαρβαροις εστιν
_poichè i Cilici barbari non hanno esercito numeroso_ (_Tactica_, c. 18,
in Meursii _Oper._, t. VI, p. 817).

[555] I nomi corrotti di Emeta e di Myctarsin accennano nel testo di
Leone Diacono le città di Amida e di Martiropoli (Miafarekin, _V._
Abulfeda, _Géograph._ p. 245, vers. Reiske). Leone parlando della prima
dice, _urbs munita et illustris_, e della seconda, _clara atque
conspicua opibusque et pecore, reliquis ejus, provinciis, urbibus, atque
oppidis longe praestans_.

[556] _Ut et Ecbatana pergeret Agarenorumque regiam everteret.... aiunt
enim urbium quae usquam sunt ac toto orba existunt felicissimam esse
auroque ditissimam._ (Leone Diacono _apud_ Pagi t. IV, p. 34). Questa
magnifica descrizione non si confà che a Bagdad, e non è applicabile nè
ad Hamadan (la vera Ecbatana, d'Anville, _Géograph. ancienne_, t. II, p.
237) nè a Tauris, che per lo più si confonde con questa città. Cicerone
(_pro lege Manilia_, c. 4), dà il nome d'Ecbatana nello stesso senso
indefinito alla residenza reale di Mitridate re di Ponto.

[557] _V._ gli _Annali_ d'Elmacin, Abulfaragio, e Abulfeda dopo l'A. E.
351, sino all'A. E. 361, e i regni di Niceforo Foca e di Giovanni
Zimiscè, nelle cronache di Zonara (t. II, l. XVI pag. 199; l. XVII, pag.
215) e Cedreno (_Compend._ p. 649-684). Le tante ommissioni che si
trovano in questi autori sono supplite in parte dalla storia manoscritta
di Leone Diacono, che il Pagi ottenne dai Benedettini, e che inserì
quasi intieramente in una versione latina (_Critica_, t. III, p. 873, l.
IV, p. 37).



CAPITOLO LIII.

      _Stato dell'Impero d'oriente nel decimo secolo. Sua estensione e
      divisione. Ricchezze e rendite. Palazzo di Costantinopoli.
      Titoli e cariche. Orgoglio e potenza degli imperatori. Tattica
      dei Greci, degli Arabi e dei Franchi. Estinzione della lingua
      latina. Studii e solitudine de' Greci._


Sembra che alcuni raggi di luce scendano a rischiarare la profonda
oscurità del secolo decimo. Noi con curiosità e con riverenza gettiamo
lo sguardo sulle Opere di Costantino Porfirogeneta[558], composte in età
matura per istruzione del figlio, nelle quali ci avvisa che egli intende
spiegare davanti ai nostri occhi lo stato dell'impero d'oriente dentro e
fuori, in pace e in guerra. Nel primo di quei libri descrive minutamente
l'imperatore le pompose cerimonie della chiesa e del palazzo di
Costantinopoli, giusta il suo cerimoniale, o quello de' suoi
predecessori[559]. Cerca nel secondo di considerare esattamente le
province o, come allora si chiamavano, i _temi_ dell'Europa e
dell'Asia[560]. Espone il terzo qual fosse il sistema di tattica presso
i Romani, la disciplina e l'ordine delle loro milizie, e le lor fazioni
militari in mare e nel continente, ma non si sa se questo Trattato sia
di Costantino o di Leone suo padre[561]. Il quarto tratta della
amministrazion dell'impero, e vi si rivelano i segreti della politica di
Bisanzio nelle sue corrispondenze di amicizia o inimicizia colle altre
nazioni. I lavori letterari di quel tempo, le massime seguite nella
pratica delle leggi, dell'agricoltura e negli scritti storici ebbero in
vista, per quanto pare, il vantaggio dei sudditi, e furon fatti per
onorare i principi Macedoni. I sessanta libri _dei Basilici_[562], che
formano il Codice e le Pandette della giurisprudenza civile, furono
compilati sotto i tre primi regni di quella dinastia. Avea l'arte
dell'agricoltura occupati gli ozii ed esercitato la penna de' più dotti
e virtuosi personaggi dell'antichità, e i venti libri dei _Geoponici_ di
Costantino[563] racchiudono quanto fu detto di meglio in quella materia.
Ordinò questo principe che fossero raccolti in cinquantatre libri[564] i
fatti della storia più acconci a propagar le virtù e ad ispirare orrore
al vizio; e poterono tutti i cittadini giovarsene per sè, o fare che si
giovassero i loro contemporanei delle lezioni e degli avvisi dei tempi
passati. Il sovrano dell'oriente discese in tal guisa dall'augusto
carattere di legislatore al modesto ufficio di professore, o di copista;
e se non rendettero i suoi successori o i suoi sudditi il debito onore
alle sue cure paterne, almeno i posteri ne han ricevuta la durevole
eredità.

Veramente, con un esame più severo sviene di molto il valore del
donativo e la gratitudine della posterità; nè il possesso di questo
imperiale tesoro ci toglie il dispiacere della nostra povertà ed
ignoranza in quell'epoca della storia, e colla indifferenza o col
disprezzo rimane insensibilmente cancellato l'onor degli autori. I
Basilici non sono che frammenti, e una versione greca parziale e
mutilata delle leggi di Giustiniano. Ma sovente la sapienza degli
antichi giureconsulti si vede alterata da una rigida devozione, e
tiranneggiata la libertà del commercio e la felicità della vita privata
dalla proibizione assoluta del divorzio, del concubinato e del prestito
fruttifero. Poteva un suddito di Costantino ammirare in quella
compilazione istorica le inimitabili virtù della Grecia e di Roma;
poteva scorgere a qual segno di energia e d'elevazione era già pervenuto
l'uomo; ma tutto altro effetto dovette provenire da una nuova edizione
della vita dei Santi che il gran Logoteta, ossia cancellier dell'impero,
ebbe ordine di preparare; e Simone il _Metafraste_[565] arricchì ed ornò
colle sue favolose leggende l'oscura materia fornitagli dalla
superstizione. Secondo il raziocinio umano, tutti i meriti ed i miracoli
celebrati nel calendario hanno minor pregio dell'opera d'un solo
agricoltore che moltiplichi i doni del cielo, e alla sussistenza
provegga de' suoi simili. Eppure gl'imperatori da cui avemmo i
Geoponici, hanno più premura d'esporre i precetti d'un'arte
distruggitrice, quella della guerra, che sin dal tempo di Zenofonte[566]
si insegnava come l'arte degli eroi e dei re. La tattica di Leone e di
Costantino ha ricevuto l'impronto dello spirito del secolo in cui
vissero, e il suo carattere consiste nella mancanza di ingegno e di
originalità. Quindi trascrivono essi, senza criterio, la regole e le
massime accreditate dalle vittorie: non istile, non metodo: poste alla
rinfusa le istituzioni più lontane e quelle che meno con quelle
s'accordano, la falange di Sparta e quella di Macedonia, le legioni di
Catone e di Traiano, di Augusto e di Teodosia. Si può anche contendere
l'utilità, o almen l'importanza di questi elementi dell'arte militare.
La lor teorica generale è dettata dalla ragione; ma nella applicazione
ne sta il merito e la difficoltà. L'esercizio più che lo studio forma la
disciplina del soldato. Il talento della guerra è il retaggio di quegli
ingegni tranquilli ma pronti, creati dalla natura per decidere la sorte
degli eserciti e delle nazioni; e la prima di queste qualità dipende
dall'abitudine della vita, la seconda dalla prontezza del vedere, e le
battaglie guadagnate per le lezioni della tattica son tanto rare quanto
le epopee create colle regole della critica. Il libro delle cerimonie è
una noiosa e imperfetta descrizione di quella pompa ridicola, che
infettava la chiesa e lo Stato, da poi che l'una avea perduta la sua
purità, l'altro la forza. Invece di alcune tradizioni favolose
sull'origine delle città, invece d'alcuni maligni epigrammi sui vizi
degli abitanti, si potevano sperare dalla descrizione dei temi o delle
province le notizie autentiche di ciò che solo può avere il
governo[567]. Son quelli i fatti che l'istorico si sarebbe dilettato a
raccogliere: ma non si potrà condannare il suo silenzio in questo
argomento quando Leone il Filosofo, e Costantino suo figlio trascurano
le cose più interessanti, come la popolazion della capitale e delle
province, la quantità delle imposizioni e delle rendite, il numero de'
sudditi e degli estranei che sotto la bandiera imperiale militavano. Nel
Trattato della amministrazion pubblica s'incontrano gli stessi difetti;
avvi per altro un pregio particolare, ed è che quantunque possan essere
incerte o favolose le descritte antichità delle nazioni, pure
minutamente e con esattezza vi si trova esposta la geografia de' paesi
barbari, e i costumi dei loro abitanti. Fra quei popoli, erano i Franchi
quei soli che avean modo d'osservare e di descrivere la metropoli
dell'Oriente. Il vescovo di Cremona, ambasciatore d'Ottone il Grande, ha
dipinta Costantinopoli quale ella era verso la metà del decimo secolo;
caldo ne è lo stile, vivace la narrazione, frizzanti le osservazioni, ed
anche i pregiudizi e le passioni di Luitprando hanno l'impronta
originale della libertà e dell'ingegno[568]. Con questi pochi sussidi
tanto stranieri che tratti dal paese, io m'accingo ad esaminare
l'aspetto e la situazione vera dell'impero di Bisanzio, la condizion
delle province e le loro ricchezze, il governo civile e le forze
militari, i costumi e le lettere dei Greci ne' sei secoli che volsero
dopo il regno d'Eraclio sino all'invasion dei Franchi e dei Latini.

Dopo che si furon divise le province tra i figli di Teodosio, folti
sciami di Sciti e di Germani inondarono quelle province, e misero in
fondo l'impero dell'antica Roma. L'ampiezza dei dominii velava la
debolezza di Costantinopoli: non erano stati attaccati i suoi confini, o
per lo meno erano tuttavia nella loro integrità, e l'impero di
Giustiniano si era dilatato per due grandi acquisti, l'Affrica e
l'Italia; ma non possedettero gli imperatori queste contrade che poco
tempo, e precariamente, e fu invasa dai Saracini quasi la metà
dell'impero orientale. I Califfi arabi s'insignorirono della Sorìa e
dell'Egitto, e dopo sottomessa l'Affrica, i lor Luogo-tenenti
soggiogarono la provincia romana che allora formava la monarchia de'
Goti in Ispagna. Approdarono i lor vascelli alle isole del Mediterraneo;
a dai porti di Creta e dai Forti della Cilicia, che erano le loro stanze
più rimote, gli Emiri, o fedeli o ribelli ai Califfi, insultavano del
pari la maestà del trono e della capitale. Le province ancora obbedienti
agli imperatori presero nuova forma; alla giurisdizione dei presidenti,
dei consolari e dei conti furono sostituiti, sotto i successori
d'Eraclio, i _temi_[569] o governi militari quali ce li fa conoscere
l'imperator Costantino. L'origine di quei ventinove _temi_, dodici dei
quali in Europa, e diciassette in Asia, è del tutto oscura, ed incerta o
capricciosa l'etimologia dei loro nomi; arbitrari ne erano e cangiavano
spesso i confini; ma quei nomi, che sembrano più strani alla nostra
orecchia, derivavano dal carattere e dalle attribuzioni delle milizie
pagate dalle province, ed alla lor custodia assegnate. La vanità dei
principi Greci si valse avidamente del simulacro d'alcune conquiste, e
della memoria dei dominii perduti. Si creò una nuova Mesopotamia sulla
riva occidentale dell'Eufrate; fu trasferito il nome di Sicilia col suo
pretore ad un'angusta striscia della Calabria, e un brano del ducato di
Benevento fu nomato il _tema_ della Lombardia. Mentre declinava l'impero
degli Arabi, poterono i successori di Costantino soddisfare il proprio
orgoglio, e in maniera più stabile; le vittorie di Niceforo, di Giovanni
Zimiscè e di Basilio II restaurarono la gloria, e i confini allargarono
dell'impero Romano. La provincia di Cilicia, la metropoli di Antiochia,
le isole di Creta e di Cipro tornarono alla fede di Cristo, e alla
signoria dei Cesari: il terzo dell'Italia fu annesso al trono di
Costantinopoli; fu distrutto il regno di Bulgaria, e gli ultimi sovrani
della dinastia Macedone diedero legge alle contrade che dalle sorgenti
del Tigri si estendono ai contorni di Roma. Nuovi nemici e nuove
calamità ottenebrarono nell'undecimo secolo questo bell'orizzonte; gli
avventurieri Normanni vennero ad invadere il rimanente dell'Italia, e i
Turchi svelsero dal trono romano quasi tutte le diramazioni dell'Asia.
Dopo queste perdite, regnavano ancora gli imperatori della casa Comnena
dalle sponde del Danubio a quelle del Peloponneso, e da Belgrado sino a
Nicea, a Trebisonda e alla tortuosa corrente del Meandro. Le vaste
province della Tracia, della Macedonia e della Grecia obbedivano al loro
impero; ad essi appartenevano Cipro, Rodi, Creta, e cinquanta isole del
mar Egeo, o del mar Santo[570], e questi avanzi superavano ancora
l'estensione del più gran regno d'Europa.

Poteano ancora gli imperatori andar con ragione superbi, poichè fra
tutti i monarchi del cristianesimo, non v'era un solo che vantasse una
sì gran capitale[571], sì grossa rendita, e uno Stato sì florido e
popoloso. Le città dell'occidente erano decadute coll'impero, e le
rovine di Roma, le mura di melma, le case di legno, e l'angusto recinto
di Parigi e di Londra non davano ai Latini veruna idea che potesse
predisporli alla vista di Costantinopoli, al suo sito e alla sua
vastità, alla magnificenza de' suoi palagi, delle chiese, delle arti o
del lusso de' suoi innumerabili abitatori. Poteano i suoi tesori
stimolare o allettare l'avidità dei Persiani, dei Bulgari, degli Arabi e
dei Russi: ma la sua forza aveva sempre ributtato, e promettea di
ributtare ancora i lor temerarii assalti. Erano le province meno felici
e più facili da conquistare, e si citavano pochi Cantoni e poche città
che non fossero state poste a sacco dai Barbari, tanto più ingordi di
bottino quanto più scemi della speranza di fermare il piede in quelle
contrade ove faceano scorrerie. Dal regno di Giustiniano in poi,
l'impero d'oriente venne ogni dì perdendo del suo primo splendore; la
forza struggitrice era più potente di quella che tendeva a perfezionare,
e i mali della guerra erano aggravati da quelli più durevoli che dalla
tirannide civile e dalla ecclesiastica discendevano. Sovente il
prigioniero, scampato dai Barbari, era spogliato e incarcerato dagli
agenti del suo sovrano. La superstizione dei Greci ne ammolliva lo
spirito coll'uso dell'orazione, e indeboliva il corpo coll'eccesso dei
digiuni: la moltitudine dei conventi e delle solennità privava la
nazione di gran numero di braccia e di giornate di lavoro. Nondimeno i
sudditi dell'impero Bizantino erano tuttavia il popolo più industre e
più operoso della terra. Era stata prodiga la natura al lor paese di
tutti i beneficii del suolo, del clima e della situazione, e la lor
indole paziente e pacifica era più giovevole alla conservazione e al
ristauramento delle arti, di quel che potesse esserlo lo spirito
guerriero e l'anarchia feudale dell'Europa. Le province che ancora eran
parte dell'impero, si popolarono e s'arricchirono sulle disgrazie di
quelle che irreparabilmente caddero in balìa del nemico. Per fuggire il
giogo dei Califfi, vennero i Cattolici della Siria, dell'Egitto e
dell'Affrica a cercare il dominio del loro legittimo principe e la
società dei lor fratelli. Fu accompagnato e addolcito il loro esilio
dalle ricchezze mobiliari, che sfuggono alle indagini dell'oppressione,
e Costantinopoli accolse nel suo grembo il commercio che abbandonò Tiro
ed Alessandria. I Capi dell'Armenia e della Scizia, scacciati dal nemico
o dalla persecuzion religiosa, vi furono con ospitalità ricevuti; si
diede coraggio a quei che li avean seguìti di fabbricare nuove città e
di coltivar le terre deserte; e molti angoli dell'Europa e dell'Asia han
conservato e il nome e le costumanze, o la memoria almeno, di quelle
colonie. Quelle tribù dei Barbari, che coll'armi alla mano avean fermato
il piede sul territorio dell'impero, furono anch'esse a poco a poco
ridotte sotto le leggi della chiesa e dello Stato. Quando avessi
bastanti documenti per descrivere i ventinove temi della monarchia
Bisantina, dovrei per avventura ristringermi alla esposizione di una
sola di queste province che desse a conoscere le altre. Per buona sorte
posso parlare minutamente di una che più merita attenzione, cioè di
quella del Peloponneso, nome che sarà gradevole alla curiosità di tutti
i dilettanti delle cose antiche.

Sin dall'ottavo secolo, durante il procelloso regno degli Iconoclasti,
alcune geldre di Schiavoni, che precorsero lo stendardo reale della
Bulgaria, aveano inondato la Grecia ed anche il Peloponneso[572]. Erano
stranieri Cadmo, Danao, e Pelope che aveano seminato di già su quel
fertile suolo i germi della civiltà e del sapere; ma dai selvaggi del
Nord furono totalmente sbarbate le reliquie di quelle già isterilite
radici. Questa irruzione cangiò la faccia del paese e gli abitatori;
perdette il sangue greco gran parte della sua purezza, e i nobili più
superbi del Peloponneso ricevettero i nomi ingiuriosi di forestieri e di
_schiavi_. Sotto i regni successivi si potè in parte sgombrar quella
terra dai Barbari che la bruttavano; i pochi che vi si lasciarono furono
legati da un giuramento di ubbidienza, di tributo e di servigio
militare, che poi rinnovarono, e violarono soventi volte. Per una
singolar congiuntura, si unirono gli Schiavoni del Peloponneso e i
Saracini dell'Affrica ad assediare Patrasso. Erano già agli estremi i
cittadini di quella città, e per ravvivarne il coraggio si immaginò di
dar loro a credere che veniva in soccorso il pretor di Corinto; fecero
essi una sortita così vigorosa che gli stranieri si rimbarcarono, i
ribelli si sottomisero, e fu attribuita la vittoria ad un fantasma, o ad
un guerriero incognito, che combatteva, si disse, nella prima schiera
sotto la figura dell'appostolo S. Andrea. Allora si ornò dei trofei di
vittoria la cassa che conteneva le sue reliquie, e la stirpe prigioniera
fu per sempre addetta al servigio, e soggetta al potere della chiesa
metropolitana di Patrasso. Dalla rivolta delle due tribù schiavone,
stanziate nei contorni di Helos e di Lacedemone, fu spesso turbata la
pace della penisola. Qualche volta insultarono la debolezza del
ministero di Bisanzio, e qualche volta fecero resistenza alla sua
oppressione. Finalmente, alla nuova che veniva in soccorso un drappello
dei lor concittadini, carpirono una specie di carta che regolava i
diritti e i doveri degli Ezzeriti e dei Milengi, determinando l'annuo
tributo a mille ducento pezze d'oro. Nel descriver le province
dell'impero, il principe ebbe cura di non confondere cogli Schiavoni una
razza domestica, forse indigena, e che poteva trarre la sua origine dai
miseri Iloti. I Romani, e specialmente Augusto, aveano liberato dal
dominio di Sparta le città marittime, e questo privilegio valse agli
abitanti il titolo di Eleuteri o di Laconii liberi[573]. Al tempo di
Costantino Porfirogeneta, avean già quello di Manioti col quale
disonorarono l'amor di libertà coll'inumana usanza di prendere, e
saccheggiare i vascelli che s'arrenavano nei loro scogli. Il loro
territorio che non produceva biada, ma dava un gran ricolto d'olive, si
estendeva sino al capo Maleo; il lor Capo, o principe, era nominato dal
pretor di Bisanzio, e un piccol tributo di ottocento pezze d'oro era
un'arra delle loro immunità, piuttosto che di dependenza. Seppero gli
uomini liberi della Laconia manifestare l'energia romana, e lungo tempo
aderirono alla religione dei Greci antichi. Abbracciarono poi il
cristianesimo per cura dell'imperator Basilio; ma Venere e Nettuno avean
ricevuto gli omaggi di questi grossolani adoratori, anche cinque secoli
dopo che furono proscritte nell'impero Romano le divinità del
paganesimo. Il tema del Peloponneso comprendeva tuttavia quaranta
città[574]; e nel decimo secolo, Sparta, Argo e Corinto poteano essere
egualmente lontane dall'antico splendore come dalla odierna povertà.
Quelli che possedevano le terre o i beneficii della provincia furono
obbligati al servigio militare, sia in persona, sia con sostituti: si
esigevano cinque pezze d'oro da ognuno dei ricchi possessori, e i
cittadini meno agiati si univano in certo numero a pagare questo
testatico. Quando fu pubblicata la guerra d'Italia, gli abitanti del
Peloponneso, per dispensarsi dal servigio, offersero cento libbre d'oro
(quattromila lire sterline) e mille Cavalieri con armi e bagagli. Le
chiese e i monasteri fornirono la loro quota, e si colse un sussidio
sacrilego dalla vendita delle dignità ecclesiastiche, e fu obbligato
l'indigente vescovo di Leucadia[575] a dichiararsi debitore ogni anno
d'una pensione di cento pezze d'oro[576].

Ma la ricchezza della provincia, la fonte più certa delle rendite
pubbliche, derivava dalle preziose e abbondanti produzioni del traffico,
e delle manifatture. Si scorgono alcuni sintomi d'una sana politica in
una legge che libera da ogni imposizione personale i marinai del
Peloponneso, e gli operai che lavoravano la pergamena e la porpora. Pare
che sotto questo titolo si comprendessero gli opificii di tela, di lana,
e precipuamente di seta: fiorivano nella Grecia i primi fin dal tempo
d'Omero, e gli ultimi forse erano attivi sin dal regno di Giustiniano.
Queste arti esercitate in Corinto, in Tebe e in Argo occupavano e
mantenevano gran numero di persone: v'erano impiegati, secondo l'età e
la forza rispettiva, uomini, donne, fanciulli, e se molti degli operai
erano schiavi, erano poi di condizion libera e onorata i loro padroni,
che dirigevano i lavori e ne raccoglieano il guadagno. I donativi che
offerse all'imperator Basilio suo figlio adottivo, che egli avea
ricevuti da una ricca matrona del Peloponneso, erano stati senza dubbio
fatti nei telai della Grecia. Quella donna, che si nomava Danieli, gli
mandò un tappeto di bellissima lana che rappresentava gli occhi d'una
coda di pavone, e che era tanto grande da coprire il pavimento d'una
chiesa nuova eretta in onore di Gesù Cristo, dell'arcangelo S. Michele,
e del profeta Elia; di più gli diede seicento pezze di seta e di tela di
varie qualità, e acconce a diversi usi. Le stoffe di seta tinte dei
colori di Tiro erano ricamate coll'ago, e tanta era la finezza delle
tele che una pezza intiera poteva stare nella cavità di una canna[577].
Uno storico di Sicilia, che descrive queste opere dell'industria greca,
ne fissa il prezzo secondo la quantità e la qualità della seta, la
finezza del tessuto, la vaghezza de' colori, il disegno dei ricami.
Ordinariamente nel tessuto delle stoffe si impiegava uno, due o tre
fili; ma se ne facevano di sei, che erano molto più forti e più cari.
Fra i colori si vanta col trasporto d'un retore lo scarlatto fiammante,
e il brillante più mite del color verde. Si ricamavano in oro e in seta;
le righe o i circoli formavano gli ornamenti semplici; le più belle
presentavano fiori esattamente imitati, e quelle che si facevano ad uso
del palagio o degli altari, spesso risplendeano di pietre preziose, ed
aveano figure contornate di file di perle orientali[578]. Sino al
duodecimo secolo era la Grecia l'unico paese cristiano, il quale
possedesse quell'insetto prezioso, a cui siam debitori della materia di
quella elegante superfluità, ed abili operai nell'arte del fabbricarle.
Ma gli Arabi erano stati destri a rubarne il segreto: i Califfi
dell'oriente e dell'occidente avrebbero creduto avvilirsi recando da un
paese infedele i mobili e le stoffe loro, e due città di Spagna, Almeria
e Lisbona, divennero celebri per le manifatture di drappi di seta, per
l'uso che ne facevano, e forse pel traffico in estere parti. I Normanni
introdussero questi opificii nella Sicilia, e portandovi così un'arte
profittevole, Ruggero distinse la sua vittoria dalle ostilità uniformi
ed infruttuose di tutti i secoli. Dopo il sacco di Corinto, d'Atene e di
Tebe il suo Luogo-tenente imbarcò nelle proprie navi una folla
prigioniera di tessitori e d'operai dei due sessi, trofeo glorioso pel
suo padrone, quanto vergognoso pel Greco imperatore[579]. Il re di
Sicilia, apprezzò sommamente il valore del donativo, e quando si trattò
di restituire i prigionieri, non eccettuò che quegli operai maschi e
femmine di Tebe e di Corinto, i quali lavoravano sotto un barbaro
signore, dice lo storico Bizantino, siccome un tempo gli Eretrii servi
di Dario[580]. Si fabbricò nel palagio di Palermo un magnifico edifizio
per questa industriosa colonia[581], e l'arte fu propagata dai figli
degli operai e dagli alunni che essi istruirono in modo da satisfare
alle sempre crescenti inchieste delle nazioni dell'occidente. Si può
attribuire la decadenza dei telai alle turbolenze dell'isola, e alla
concorrenza delle città italiane. Nell'anno 1314, la repubblica di Lucca
era fra le italiche la sola che facesse commercio di drappi di
seta[582]. Una rivoluzione interna ne disperse gli operai a Firenze, a
Bologna, a Venezia, a Milano ed anche nei paesi Transalpini; e tredici
anni dopo questo avvenimento, è ordinato negli statuti di Modena di
piantar gelsi, ed è regolata l'imposizione sulla seta cruda[583]. I
climi settentrionali non son tanto acconci a educare i bachi da seta; ma
quelli della Cina e dell'Italia mantengono i telai della Francia e
dell'Inghilterra[584].

Qui specialmente ho da dolermi che l'incertezza e la insufficienza delle
memorie di quel tempo non mi concedano di esattamente valutare le
imposizioni, le rendite ed altri spedienti pecuniari dell'impero Greco.
Da tutte le province dell'Europa e dell'Asia venivano l'oro e l'argento
con flusso abbondante e regolare nell'erario imperiale. Le perdite
dell'Impero, spogliando il tronco di qualche ramo crebbero la grandezza
relativa di Costantinopoli, e le massime del dispotismo ristrinsero lo
Stato nella sola capitale, la capitale nella Corte, e la Corte nella
persona del principe. Un viaggiatore ebreo, che girò l'oriente nel
duodecimo secolo, si perdè ad ammirar le ricchezze di Bisanzio. «Colà,
dice Beniamino di Tudela, in quella regina delle città, colano ogni anno
le contribuzioni dei sudditi dell'impero; le sue alte torri sono piene
zeppe di seta, di porpora e d'oro. È fama che Costantinopoli paghi ogni
giorno al sovrano ventimila pezze d'oro, imposte alle botteghe, alle
taverne, alle fiere, ai mercadanti della Persia, dell'Egitto, della
Russia, dell'Ungheria, dell'Italia e della Spagna, che accorrono colà
per mare e per terra[585].» In argomento di danaro, l'autorità d'un
Ebreo è senz'altro assai valutabile; ma poichè i trecento sessantacinque
giorni dell'anno farebbero la somma di più di sette milioni di lire
sterline, son d'avviso che convenga sottrarne almeno le tante feste del
Calendario greco. I tesori adunati da Teodora e da Basilio II
indicheranno in un aspetto incerto, ma luminoso, le rendite e i sussidi
che avea l'impero. La madre di Michele, prima di ritirarsi in un
chiostro, volle ammonire o svelare la prodigalità dell'ingrato figlio,
dando un conto fedele delle ricchezze che passavano tra le sue mani.
Montava la somma a cento novemila libbre d'oro, e inoltre a trecentomila
libbre d'argento, frutto della sua economia e di quella del marito[586].
Non è men celebre l'avarizia di Basilio di quel che lo sia il valore e
la fortuna di lui. Pagò e ricompensò i suoi eserciti vittoriosi senza
toccare un tesoro di centomila libbre d'oro (circa otto milioni
sterlini), che egli custodiva nelle volte sotterranee del palazzo[587].
A così fatti cumuli di danaro si oppone la teorica e la pratica
dell'odierna nostra politica, e siam più inclinati a calcolar la
ricchezza nazionale sopra l'uso e l'abuso del credito pubblico. Pure, un
re temuto dai nemici, una repubblica rispettata dagli alleati van
seguendo tuttavia queste massime degli antichi governi, e l'uno e
l'altra hanno ottenuto il lor fine, che per l'uno era la potenza
militare, per l'altra la domestica tranquillità.

Qualunque fossero le somme serbate ai bisogni giornalieri e futuri dello
Stato, erano messe in prima linea le spese consacrate alla pompa, e ai
piaceri dell'imperatore, nè altri limiti aveano che la sua volontà. I
principi di Costantinopoli si scostavano assai dalla semplicità della
natura; ma pure, al ritorno della bella stagione guidati dal gusto e
dalla moda, andavano, lungi dal fumo e dallo strepito della capitale, a
respirare un'aria più pura; godevano essi, o parea che godessero, della
villereccia allegria delle vendemmie; si divertivano alla caccia, e nei
più tranquilli passatempi della pesca, o quando era più infocata la
state, cercavano i luoghi ombrosi e rinfrescati dai venti marini. Su le
coste e le isole dell'Asia e dell'Europa torreggiavano le magnifiche
loro case campestri; ma invece di que' modesti ornamenti d'un'arte, che,
cercando di celarsi, non vuol che abbellire le scene della natura, i
marmi dei loro giardini servivano solo a far mostra della ricchezza del
padrone, e dell'opera dell'artista: i demanii del principe, dilatati
colle eredità e colle confische, aveano data al sovrano la proprietà
d'un gran numero di superbi palazzi in città e nei sobborghi: dodici
erano occupati dai ministri di Stato: ma il gran palazzo, residenza
principale dell'imperatore, conservò sempre per undici secoli lo stesso
spazio fra l'Ippodromo, la cattedrale di S. Sofia, e i giardini, le
molte terrazze dei quali scendevano sino alle rive della
Propontide[588]. Quando Costantino eresse il primo edificio, si era
proposto in animo di copiare o eguagliare l'antica Roma, e gli
abbellimenti a mano a mano aggiunti dai suoi successori miravano a
gareggiare colle meraviglie del Mondo antico[589]. Nel decimo secolo, il
palazzo di Bisanzio, infallibilmente superiore per solidità, grandezza e
magnificenza a quanto si conosceva allora, era l'ammirazione dei popoli
o quella almen dei Latini[590]; ma il lavoro e i tesori di sette secoli
non aveano creato altro che una gran mole irregolare: ogni edificio
separato portava l'impronta del tempo in cui fu eretto e del gusto del
fondatore, e l'angustia dello spazio potè talora dar motivo al monarca
regnante di demolire, forse con segreta compiacenza, l'opera de'
predecessori. Il risparmio dell'imperator Teofilo non fu diretto al suo
lusso privato, nè a cosa che potesse aumentare la pompa della sua Corte.
Da un suo ambasciatore, ch'egli particolarmente amava, e che aveva fatto
stordire gli stessi Abbassidi coll'orgoglio e colle liberalità, gli fu
recato il modello d'un palazzo allora costrutto dal Califfo di Bagdad su
le sponde del Tigri. Immediatamente fu imitato, e migliorato ancora: le
nuove fabbriche di Teofilo[591] furono corredate di giardini e di cinque
chiese, fra le quali una era considerevole per la vastità e la bellezza;
avea tre cupole; la cima di bronzo dorato posava su colonne di marmi
italiani, e i muri erano pure incrostati di marmi di più colori:
quindici colonne di marmo frigio sorreggevano, davanti alla chiesa, un
portico semicircolare, che avea la forma e la denominazione del _Sigma_
greco, e pari era la costruzione delle volte sotterranee. Una fontana
decorava la piazza dinnanzi al portico, e gli orli del bacino erano di
lamina d'argento. Al cominciar d'ogni stagione, si empieva la vasca
delle frutta più deliziose, che, per divertire il principe, si
lasciavano pigliare alla plebe; ed egli godeva di questo tumultuoso
spettacolo dall'alto di un trono sfolgorante d'oro e di gemme, collocato
sopra una gradinata di marmo alta quanto un alto terrazzo. Stavano
seduti sotto il trono gli officiali delle guardie, i magistrati, e i
Capi delle fazioni del circo; occupava il popolo i gradini più bassi, e
nel davanti era piena la piazza di truppe di ballerini, di cantanti, di
pantomimi. Il palazzo della giustizia, l'arsenale e gli uffici
contornavano la piazza, e di più v'era la camera _di porpora_, così
denominata per la distribuzione de' manti di scarlatto e di porpora, che
colà ogni anno faceasi dalla mano stessa dell'imperatrice. La lunga fila
degli appartamenti del palazzo era adatta alle varie stagioni: v'erano a
profusione il marmo, il porfido, quadri, statue, mosaici, oro, argento,
pietre preziose. A sì bizzarra magnificenza pose Teofilo in opera
l'abilità degli artisti del suo tempo; ma il buon gusto d'Atene avrebbe
spregiato que' frivoli e dispendiosi lavori, tra i quali si vedeva un
albero d'oro, ne' rami e nelle foglie del quale si celava una
moltitudine di uccelli artefatti, da' quali s'udiva il gorgheggio
speciale d'ognuno, e due lioni d'oro massiccio, grandi al naturale, che
giravano gli occhi e ruggivano come quelli delle foreste. Anche i
successori di Teofilo, pertinenti alle dinastie di Basilio e di Comneno,
ambirono di lasciar dopo sè qualche monumento del regno loro, e la parte
più ricca ed augusta del palazzo ebbe da loro il titolo di _Triclinio_
d'oro[592]. Cercavano i più doviziosi, e i più nobili tra i Greci
d'imitare con proporzion conveniente il sovrano, e quando con vesti
ricamate passavano a cavallo per le contrade, erano da' fanciulli
creduti altrettanti re[593]. Danieli, quella matrona del
Peloponneso[594], che ho mentovata sopra, le cure della quale aveano
contribuito al primordio della fortuna di Basilio il Macedone, fosse
amore o vanità, volle vedere il suo figlio adottivo nella pompa di tutta
la sua grandezza. Per fare il viaggio di cinquecento miglia, quante se
ne contavano da Patrasso a Costantinopoli, non le parvero per l'età, o
per la mollezza sua, abbastanza agiate le vetture o i cavalli: venne in
lettiga portata da dieci schiavi robusti, e trecento ne impiegò a
quest'uso, moltissime essendo le fermate pe' ricambi. Accolsela Basilio
con filial riverenza nel palazzo di Bisanzio, e gli onori le compartì di
reina; e veramente, qual che si fosse la condizione di costei, i
donativi ch'ella fece all'imperatore non erano indegni della regia
magnificenza. Ho già descritti i bei lavori del Peloponneso, in lino, in
seta e lana che erano parte del regalo; ma il più magnifico dono fu
quello di trecento giovanetti di rara avvenenza, fra' quali cento erano
eunuchi[595]: «imperocchè ben sapeva essa, scrive lo storico, essere
l'aria della Corte più confacente a questa specie d'insetti, che la
cascina d'una pastorella alle mosche nella state.» Ella fu padrona,
sinchè visse, della maggior parte de' demanii del Peloponneso; e nel suo
testamento nominò erede universale Leone, figlio di Basilio. Pagati
ch'ebbe i legati, unì questi al demanio imperiale ottanta case di
campagna o poderi: fece liberi tremila schiavi della Danieli,
trapiantandoli sulla costa d'Italia, e formandone una colonia. Dalla
fortuna di una semplice privata si può di leggieri argomentare qual
fosse la ricchezza e la magnificenza degli imperatori.

In un governo assoluto che non ha riguardo alle condizioni nobili o
plebee, tutti gli onori vengono dal sovrano, e il grado, sia in Corte,
sia nel rimanente dell'impero, dipende dai titoli o dalle cariche,
ch'egli dà o toglie a sua voglia. In un intervallo di oltre a dieci
secoli, da Vespasiano sino ad Alessio Comneno[596], il Cesare fu la
seconda persona, o almeno ebbe il secondo posto nello Stato; di poi si
venne più facilmente concedendo il titolo supremo d'_Augusto_ ai figli
ed ai fratelli del monarca regnante. Lo scaltro Alessio, che, senza
violarlo, eludere voleva l'impegno contratto con un possente Collega, il
marito di sua sorella, e ad un tempo ricompensare la pietà del fratello
Isacco, senza farne un suo eguale, immaginò una dignità nuova superiore
a quella di Cesare. Per la flessibilità propria della lingua greca potè
congiungere i nomi d'Augusto e d'Imperatore (_Sebasto_ et
_Auctocratore_), e formò la sonora parola di _Sebastocratore_. Egli era
maggiore di Cesare, e sedeva sul primo gradino del trono; le
acclamazioni pubbliche ripetevano il suo titolo, e nell'esterno non
differiva dal sovrano che negli ornamenti del capo e nella calzatura.
Solamente l'imperatore portava i coturni di porpora o di color rosso, e
il diadema o la tiara che gli imperatori Greci aveano presa dalla
costumanza dei re di Persia[597]. Era questo un gran berretto
piramidale, di stoffa di lana o di seta, quasi coperto da un ammasso di
perle e di diamanti; un circolo orizzontale, e due archi d'oro formavano
la corona; vedeasi in cima nel punto d'intersezione un globo o una
croce, e cadeano sulle guance due cordoni o pendenti di perle. I coturni
del Sebastocratore e del Cesare erano verdi, e le corone _aperte_, e non
tanto cariche di pietre preziose. Creò Alessio le dignità di
_Panhypersebasto_ e di _Protosebasto_ inferiori a quella del Cesare, e
questi titoli, pel suono e pel senso, poteano essere gradevoli a una
orecchia greca. Accennano essi una superiorità e un primato sul semplice
titolo d'Augusto, titolo sacro e primitivo d'un principe romano, che
allora, spoglio dell'antica dignità, toccò agli alleati e agli ufficiali
della corte Bisantina. La figlia d'Alessio non sa contenersi per la
compiacenza di questa bella gradazione di speranze e d'onori: ma come
gli ingegni più meschini possono acquistar la scienza della parola, non
durò gran fatica l'orgoglio dei successori d'Alessio ad arricchire
questo dizionario di vanagloria; diedero essi ai figli o ai fratelli
prediletti il nome più sublime di padrone o di _despota_, al quale fu
conceduta una nuova pompa e nuove prerogative, e fu registrato
immediatamente dopo la dignità d'imperatore. Questi non dava in generale
se non ai principi del sangue i cinque titoli, I di _despota_, II di
_Sebastocratore_, III di _Cesaro_, IV di _Panhypersebasto_, V di
_Protesebasto_, ed erano emanazioni della sua maestà; ma come a queste
dignità non s'accoppiava alcun officio, erano per sè inutili e aveano
una autorità affatto precaria.

Ma in tutte le monarchie, i ministri della Corte e dell'erario,
dell'armata navale e dell'esercito sono partecipi dell'autorità reale e
del governo. Solo i titoli son differenti; e nel volger dei secoli, i
conti o i prefetti, il pretore e il questore discesero a poco a poco,
mentre i loro inferiori salirono ai primi gradi dello Stato. I. Nella
monarchia, che tutto riduce alla persona del principe, le cerimonie e le
altre particolarità della Corte formano il dipartimento più rispettato.
Il _curopalata_[598], elevato a un ordine sì illustre sotto il regno di
Giustiniano, fu soppiantato dal _protovestiario_, il quale da prima non
aveva altra incombenza che quella della guardaroba; fu estesa la sua
giurisdizione su tutti gli ufficiali che servivano alla pompa e al lusso
del principe, e colla sua bacchetta d'argento presedeva alle udienze
pubbliche e private. II. Giusta le disposizioni di Costantino, ai
ricevitori delle rendite pubbliche si dava il nome di _Logoteti_ o
computisti; si distinguevano i Logoteti del demanio, delle poste,
dell'esercito, dell'erario pubblico e della cassa privata, e si paragonò
il _gran Logoteta_, supremo custode delle leggi e delle rendite, ai
cancellieri delle monarchie Latine[599]. Avea l'ispezione su tutta
l'amministrazion civile, ed era aiutato in questa incombenza da' suoi
subalterni, l'_eparca_ o prefetto della città, il primo segretario, i
custodi del sigillo privato, degli archivi e dell'inchiostro purpureo,
riservato per le sottoscrizioni dell'imperatore[600]. L'introduttore e
l'interprete degli ambasciatori esteri portava i titoli di gran
_Shiaus_[601] e di _Dragomano_[602], nomi tratti dalla lingua turca e
ancora famigliari alla Porta. III. I _familiari_, il cui titolo da
principio fu sì modesto, e che non aveano altro impiego che quello di
stare alla guardia del principe, s'innalzarono a poco a poco al grado di
generali; i temi militari dell'oriente e dell'occidente, le legioni
dell'Europa o dell'Asia furono compartite sovente fra molti generali
particolari, sino a tanto che il _gran familiare_ venne investito del
comando universale e assoluto delle forze di terra. Le incombenze del
protostratore si riduceano in principio ad aiutar l'imperatore quando
montava a cavallo, e coll'andar del tempo divenne in guerra il
Luogo-tenente del gran familiare: le scuderie, la cavalleria, e quanto
concerneva la caccia e la falconeria furono da lui dependenti. Lo
_stratopedarca_ esercitava l'ufficio di gran giudice del campo; il
_protospatario_ comandava le guardie; il _contestabile_[603], il _grande
eteriaco_, e l'_acolito_ erano i diversi Capi dei Franchi, dei Barbari,
e dei Varangi o Inglesi, mercenari esteri e che, degenerati i Greci,
componeano la forza degli eserciti di Bisanzio. IV. Il _gran duca_
disponeva delle forze navali, le quali in assenza sua obbedivano al
_gran drungario_ dell'armata navale, e a questi era sostituito l'_Emir_
o _ammiraglio_, nome tolto dalla lingua dei Saracini[604], ma poi
ammesso in tutte le lingue d'Europa. Questi ufficiali e molti altri, che
vano sarebbe il numerare formavano la gerarchia civile e la militare:
gli onori e gli emolumenti, l'abito e i titoli d'ognuno, infine i saluti
che dovean farsi scambievolmente, o la rispettiva preminenza, furono
regolati con più cura che non si sarebbe impiegata a formar la
costituzione d'un popolo libero: era quasi portato il codice alla
perfezione, quando questo vano edificio, monumento di fasto e di
servitù, fu per sempre sepolto sotto le rovine dell'impero[605].

L'adulazione e il timore hanno impiegato verso persone simili a noi i
titoli più alti, le positure più umili, che dalla divozione furono
scelte per onorar l'Essere Supremo. Diocleziano prese dal servil
cerimoniale della Persia l'usanza dell'_adorare_[606] l'imperatore, di
prostrarsi davanti a lui e di baciargli i piedi; e s'è mantenuta,
crescendo sempre in servilità, sino all'ultima epoca della monarchia dei
Greci; eccetto le domeniche, in cui si ometteva per motivi di orgoglio
religioso, queste vergognose riverenze si esigevano da quanti erano
ammessi alla presenza del monarca, e doveano assoggettarvisi i principi
decorati del diadema e della porpora, gli ambasciatori dei sovrani
independenti come i Califfi dell'Asia, dell'Egitto e della Spagna, i re
di Francia e d'Italia, ed anche gli imperatori Latini. Nel trattar gli
affari Luitprando, vescovo di Cremona[607], difese la libertà d'un
Franco e la dignità d'Ottone suo signore: ma sincero, siccome egli era,
non sa velare l'umiliazione della sua prima udienza. Quando s'accostò al
trono, gli uccelli dell'albero d'oro cominciarono i lor gorgheggi, a cui
tenner bordone i ruggiti dei due leoni d'oro. Fu obbligato, del pari che
i suoi due compagni, a curvarsi e a prostrarsi, e tre volte colla fronte
toccò la terra. Nei pochi istanti che durò quest'ultima cerimonia, con
una macchina era stato innalzato il trono sino alla soffitta, e vi
compariva l'imperatore con abiti nuovi, e ancor più sontuosi, e la
conferenza terminò in un superbo e maestoso silenzio. Il vescovo di
Cremona, nel suo racconto così curioso e tanto notabile pel suo candore,
espone le cerimonie della Corte di Bisanzio: queste anche presentemente
sono osservate dalla Porta, e si mantennero fino all'ultimo secolo nella
Corte dei Duchi di Moscovia o di Russia. Dopo un lungo viaggio per mare
e per terra, da Venezia a Costantinopoli, l'ambasciatore si fermò alla
porta d'oro, sino a tanto che venissero gli ufficiali che dovean
condurlo al palazzo assegnatogli; ma questo palazzo era una prigione, e
dai suoi rigidi guardiani gli era interdetto ogni comunicazione coi
forestieri, o coi nativi del paese. Offerse egli nella prima udienza i
donativi del suo padrone, i quali consistevano in ischiavi, in vasi
d'oro, e in armi di gran valore. Il pagamento de' soldati, con
ostentazione fatto alla sua presenza, gli diede lo spettacolo della
magnificenza dell'impero: egli fu uno dei convitati al banchetto
reale[608], dove gli ambasciatori delle nazioni erano disposti in
ordinanza, e collocati a seconda della stima o del disprezzo che ne
aveano i Greci: l'imperatore mandava dalla sua tavola come per gran
favore i piatti che egli aveva assaggiati, ed ognuno de' suoi favoriti
ricevette un abito d'onore[609]. Ogni mattina e ogni sera gli ufficiali
dell'ordine civile e del militare andavano al palazzo ad esercitare il
loro impiego: il padrone qualche volta gli onorava d'una occhiata o d'un
sorriso; dichiarava i suoi voleri con un moto di testa o con un segno:
davanti a lui tutti i grandi della terra stavano in piedi umili e
silenziosi. Quando l'imperatore facea per la città i suoi passeggi
trionfali, in tempi fissi o in occasioni straordinarie, si mostrava
liberamente agli occhi del pubblico: le cerimonie inventate dalla
politica erano collegate a quelle della religione, e le feste del
Calendario greco determinavano le sue visite alle principali chiese.
Nella vigilia di queste processioni, gli araldi annunciavano la pia
intenzion del principe, o la grazia di cui degnava i suoi sudditi. Si
scopavano e purificavano le strade, si seminavan i fiori sulle finestre
e sui balconi, si esponevano mobili preziosi, vasellami d'oro e
d'argento, tappezzerie di seta, e da una severa disciplina era represso
e frenato il tumulto della plebe. Precedeano gli ufficiali dell'esercito
coi loro soldati, e li seguiva una lunga fila di magistrati e
d'ufficiali dell'ordine civile; gli eunuchi e i familiari componevano la
guardia dell'imperatore, e il patriarca col clero lo riceveano
solennemente alla porta della chiesa. Non si lasciava alle voci
grossolane ed alle acclamazioni spontanee della moltitudine la cura di
applaudire; erano collocati drappelli di _Azzurri_ e di _Verdi_ in modo
conveniente nel luogo per cui passava l'imperatore, e quel furore di
questioni, che aveano già scossa la capitale, s'era a poco a poco
cangiato in una gara di servitù. Rispondeansi a vicenda gli uni agli
altri coi cantici in lode dell'imperatore; i lor poeti e musici
dirigevano il coro, e voti di lunga vita[610] ed augurii di vittorie
erano il ritornello d'ogni strofetta. L'udienza, il banchetto, la chiesa
rimbombavano dei medesimi applausi, e, quasi per provare l'immensa
estensione del dominio del principe erano ripetuti in latino[611], nel
linguaggio dei Goti, dei Persiani e Francesi, ed anche degli Inglesi, da
uomini mercenari tolti da queste varie nazioni, o eletti a
rappresentarli[612]. Costantino Porfirogeneta ha raccolto questa scienza
del cerimoniale e della adulazione[613] in un volume scritto in uno
stile pomposo ad un'ora e fanciullesco, e potè la vanità dei suoi
successori aggiungervi un lungo supplimento. Pure, riflettendo un poco,
dovea ciascun d'essi rammentarsi che si profondeano eguali acclamazioni
a tutti gli imperatori e a tutti i regni; e chi di loro era uscito d'una
condizione privata poteva sovvenirsi, che il momento in cui aveva alzato
di più la voce ed applaudito con più ardore, era quello in cui invidiava
la fortuna o cospirava alla vita del suo predecessore[614].

I principi delle nazioni settentrionali, popoli, dice Costantino, senza
fede e senza fama, ambivano l'onore di allearsi alla famiglia dai Cesari
con matrimoni, sia ottenendo la mano d'una principessa del sangue
imperiale, o congiungendo a qualche principe Romano le proprie
figlie[615]. Quel vecchio monarca, nelle sue istruzioni al figlio, viene
svelando le segrete massime inventate dalla politica e dall'orgoglio;
insegna le risposte più decenti, che ponno darsi per eludere quelle
insolenti e irragionevoli proposte. La natura, dice il prudente
imperatore, stimola ogni animale a cercarsi una compagna fra gli animali
della sua specie, e per la lingua, la religione ed i costumi si divide
il genere umano in diverse tribù. Mercè d'una saggia attenzione a serbar
la purità delle razze, l'armonia si mantiene della vita pubblica e della
privata; ma dalla lor mescolanza nasce il disordine e la discordia. Tali
furono l'opinione e i principii secondo i quali si regolarono i prudenti
Romani, le leggi dei quali proscrivevano il matrimonio d'un cittadino e
d'una forestiera. Ai tempi della libertà e delle virtù, avrebbe un
senatore sdegnato per sua figlia la mano d'un re, e Marc'Antonio
sposando una Egiziana fece onta alla sua riputazione[616]; e la pubblica
censura obbligò Tito a licenziare, malgrado suo e malgrado di lei,
Berenice[617]. Per meglio perpetuare l'autorità di questa massima, si
suppose che Costantino il Grande la confermasse. Gli ambasciatori delle
nazioni estere, e di quelle soprattutto che non aveano abbracciato il
cristianesimo, furono solennemente avvertiti che queste alleanze dal
fondator della capitale e dalla religion dell'impero erano state
proscritte. La pretesa legge fu incisa sull'altare di S. Sofia, e si
dichiarò decaduto dalle comunioni civili e religiose de' Romani
quell'empio che osasse macchiar la maestà della porpora. Se da qualche
falso fratello avessero gli ambasciatori saputo la storia della Corte di
Bisanzio, avrebber potuto allegare tre memorabili infrazioni fatte a
questa legge immaginaria, il matrimonio di Leone o piuttosto di suo
padre Costantino IV colla figlia del re dei Cozari, quello d'una nipote
di Romano con un principe Bulgaro, e l'altro finalmente di Berta,
principessa francese o italiana, col giovane Romano figlio dello stesso
Costantino Porfirogeneta. Ma a queste tre obbiezioni vi avean tre
risposte che togliean la difficoltà e statuivano la legge: I. Il
matrimonio di Costantino Copronimo era considerato colpevole; questo
principe, nato nell'Isauria, e trattato da eretico, che avea macchiata
la purità battesimale e dichiarata guerra alle Immagini, avea di fatto
sposato una Barbara. Quest'empia alleanza avea posto il colmo a' suoi
delitti e l'aveva abbandonato alla censura della chiesa e della
posterità.

[A. D. 941]

II. Romano non poteva essere considerato come imperator legittimo: nato
di famiglia plebea, s'avea usurpato il trono, ignorava le leggi, e non
pensava all'onore della monarchia. Suo figlio Cristoforo, padre della
giovanetta che sposò il re Bulgaro, non avea che il terzo grado nel
collegio de' principi, ed era poi suddito ad un tempo e complice del suo
colpevole padre. Sinceri e zelanti cristiani erano i Bulgari, e la
sicurezza dell'impero, non che la libertà di più migliaia di
prigionieri, dependeano da questa mostruosa alleanza. Nondimeno, non
potendo motivo alcuno esentarlo dalla legge di Costantino, fu dal clero,
dal senato e dal popolo disapprovato il suo contegno, e in vita e in
morte gli fu rimproverato l'obbrobrio dello Stato. III. Il saggio
Porfirogeneta avea trovato una difesa più onorevole pel maritaggio di
suo figlio colla figlia di Ugone re d'Italia. Dal gran Costantino,
principe ragguardevole per la santità, apprezzavasi la fedeltà e il
valore dei Franchi[618]; e lo spirito profetico onde era dotato lo avea
istruito della loro grandezza. Furono eccettuati dalla proibizion
generale essi soli. Ugone re di Francia discendeva in linea retta da
Carlomagno[619], e sua figlia Berta aveva ereditato le prerogative della
famiglia e della nazione. A poco a poco la voce della verità e quella
della malevolenza vennero scoprendo la frode, o l'errore della Corte
imperiale: invece del reame di Francia, i possedimenti di Ugone si
restrinsero alla semplice contea d'Arles: ma tutti eran d'accordo nel
dire, che giovandosi delle turbolenze di quel tempo, usurpata avesse la
sovranità della Provenza, e invaso il regno di Italia. Suo padre non era
che un semplice gentiluomo, e se Berta era del sangue dei Carlovingi, il
bastardismo e la libidine aveano lordato ogni grado di quella stirpe.
Ugone aveva avuta per suocera la famosa Valdrade, che fu concubina
piuttosto che moglie di Lotario II, e che con quest'adulterio, col
divorzio e colle seconde nozze avea provocato sopra di sè i fulmini del
Vaticano. Sua madre, che nomavasi la gran Berta, fu successivamente
sposa del conte d'Arles e del Marchese di Toscana; colle sue galanterie
scandalezzò l'Italia e la Francia, e sino al suo sessantesim'anno i
drudi, che ella ebbe di tutte le classi, furono zelanti istrumenti della
sua ambizione. Imitò il re d'Italia l'incontinenza della madre e della
suocera, e a tre delle sue concubine favorite si diedero i nomi classici
di Venere, di Giunone e di Semele[620]. La figlia di Venere fu ceduta
alle istanze della Corte di Bisanzio; lasciò il nome di Berta per
pigliare quello di Eudossia, e fu maritata o piuttosto impalmata al
giovine Romano, erede presuntivo dell'impero di oriente. Per la poca età
dei due sposi fu sospesa la consumazion del matrimonio; ma quest'unione
non si eseguì, essendo morta Eudossia cinque anni dopo. L'imperatore
Romano sposò in seconde nozze una plebea, ma di sangue romano, e ne ebbe
due figlie, Teofane ed Anna, amendue maritate con principi. La maggiore
fu data per pegno di pace al figlio d'Ottone il Grande, che aveva
domandata questa alleanza colle armi e colle negoziazioni. Si potea
dubitare se un Sassone avesse diritto ai privilegi della nazion
Francese; ma la fama e la pietà d'un eroe, restauratore dell'impero
d'occidente, attutirono ogni scrupolo. Teofane dopo la morte del suocero
e del marito governò Roma, l'Italia e l'Alemagna nella minorità di suo
figlio Ottone III, e i Latini commendarono le virtù d'un'imperatrice,
che sagrificò la ricordanza del suo paese a doveri più sacri[621]. Nel
matrimonio della sorella Anna, la voce imperiosa della necessità o del
timore impose silenzio a tutti i pregiudizi, e rimosse tutti i riguardi
relativi alla dignità imperiale. Un idolatra settentrionale, Volodimiro,
duca di Russia, aspirò alla mano della figlia degli imperatori; sostenne
l'inchiesta con minacce di guerra, colla promessa di convertirsi e
coll'offerta di soccorso contro un ribelle che turbava l'impero. La
principessa Greca, vittima della sua religione, fu svelta dal palazzo
de' suoi avi, e condannata a correre in cerca d'una corona selvaggia, e
d'un esiglio disperato sulle rive del Boristene appresso al Circolo
polare[622]. Pure il matrimonio fu felice, e fecondo: la figlia di
Geroslao, nipote d'Anna, illustre pel sangue da cui proveniva, sposò un
re di Francia, Enrico I, il quale andò a cercare una moglie sui confini
dell'Europa e del Cristianesimo[623].

Nella sua reggia di Bisanzio, l'imperatore era il primo schiavo del
cerimoniale, che imponeva ai sudditi, e di quelle rigorose formalità,
che regolavano ogni parola ed ogni gesto; l'_etichetta_ lo assediava nel
suo palazzo, e disturbava l'ozio del suo ritiro in campagna. Ma egli
disponeva arbitrariamente della vita e della fortuna di più milioni
d'uomini, e spesso addiviene che i più nobili ingegni, che si ridono dei
vani piacere della pompa e del lusso, son poi sedotti dal piacere più
attraente di comandare ai loro eguali. S'accoppiava nel monarca il poter
legislativo coll'esecutivo; e Leone il Filosofo aveva annichilito quel
poco d'autorità che rimaneva al senato[624]. La servitù aveva renduto
ottuso lo spirito dei Greci, di modo che, fra i più arditi atti di
ribellione, non si elevarono mai alla idea di una costituzione libera, e
la pubblica felicità non aveva altro sostegno, nè altra regola, che il
carattere particolar del monarca. La superstizione addoppiava anche più
le catene. Quando l'imperatore riceveva la corona dal patriarca nella
chiesa di S. Sofia, giuravano i popoli a piè degli altari una sommession
passiva ed assoluta al suo governo e alla sua famiglia. Il principe, per
la parte sua, prometteva di astenersi quanto fosse possibile dalle pene
capitali e dalle mutilazioni: segnava una profession di fede ortodossa,
e giurava di obbedire ai decreti dei sette sinodi e ai canoni della
santa chiesa[625]. Ma vaghe ed indeterminate erano le sue proteste di
clemenza; facea quel giuramento non al popolo ma ad un giudice
invisibile, e fuor dei casi d'eresia, su cui si mostrava inesorabile il
clero, eran pronti i ministri del cielo a sostenere l'inevitabil diritto
del principe, e ad assolvere i piccoli falli del sovrano. Viveano
soggetti essi medesimi al magistrato civile; un cenno del despota
creava, trasferiva, deponeva i vescovi o li puniva di morte ignominiosa;
qualunque fosse la ricchezza, o il credito di costoro, non poterono mai,
come quelli della chiesa Latina, formar una repubblica independente, ed
anzi il patriarca di Costantinopoli condannava la grandezza temporale
del vescovo di Roma, mentre nel suo segreto gli portava invidia. Ma
l'esercizio del despotismo è per buona sorte frenato dalle leggi della
natura, e da quelle della necessità[626]. Il grado di sapere e di virtù
che si crede in quello che governa un impero, divien la misura
dell'attaccamento di lui alla sacra norma dei suoi faticosi doveri; e il
grado di vizio o di nullità che gli si suppone, lo determina vie
maggiormente a lasciarsi cadere di mano lo scettro troppo grave per lui;
allora è un ministro o un favorito quegli, che, con un filo
impercettibile, fa muovere il simulacro di re, e che, pel suo privato
interesse, assume il carico della pubblica oppressione[627]. In certi
istanti il monarca più assoluto dee temere la ragione o il capriccio
d'una nazione schiava, e l'esperienza ha provato che l'autorità regia
perdè in sicurezza e solidità ciò che guadagna in estensione.

Invano un despota usurpa i titoli più pomposi[628], invano stabilisce i
suoi dritti; egli alla fin fine non ha che la sua spada per difenderli
contro i nemici stranieri e domestici. Dal secolo di Carlo Magno a
quello delle Crociate, i tre grandi imperi, o popoli Greci, Saracini, e
Franchi, possedevano e si disputavano la terra allora nota, poichè non
parlo qui della Cina, la quale, per essere alla estremità dell'Asia, non
aveva che fare in quelle sommosse. Per giudicare delle lor forze
militari, convien paragonarne il valore, le arti che conoscevano, le
ricchezze che aveano, e finalmente la sommessione al Capo supremo, che
poteva movere tutte le molle dello Stato. I Greci, che nel primo punto
erano tanto inferiori ai lor rivali, erano in questa medesima parte
superiori ai Franchi; e nel secondo e terzo merito per lo meno
eguagliavano i Musulmani.

La ricchezza dei Greci faceva sì che potessero assoldare nazioni più
povere, e mantenere un'armata navale per difendere le proprie coste, e
portare il guasto alle terre nemiche[629]. Con un traffico del pari
vantaggioso alle due parti contraenti, cambiavano l'oro di
Costantinopoli col sangue degli Schiavoni, dei Turchi, dei Bulgari e dei
Russi; col valore contribuirono alle vittorie di Niceforo e di Zimiscè;
e se una popolazione nemica ne restrignea troppo il confine, era
obbligata a bramar la pace per tornare alla difesa del suo paese, che a
loro istigazione veniva invaso da una tribù più lontana[630]. Sempre i
successori di Costantino pretesero l'impero del Mediterraneo dalla foce
del Tanai sino alle colonne di Ercole, e sovente lo possedettero. La lor
capitale era piena di munizioni navali e d'abili operai: la situazione
della Grecia e dell'Asia, le lunghe coste, i profondi golfi e le molte
isole annesse all'impero, avvezzavano i sudditi alla navigazione, e il
commercio di Venezia e d'Amalfi era per l'armata imperiale un vivaio di
marinari[631]. Dopo la guerra del Peloponneso e le Puniche, non aveano
gli eserciti di mare aumentata la forza; ed avea la scienza di costruire
navigli fatto passi retrogradi. I carpentieri di Costantinopoli, come i
meccanici dei nostri giorni, ignoravano l'arte di fabbricare quei
maravigliosi edifizi che aveano tre, sei, o dieci ordini di remi, gli
uni sopra gli altri, o che operavano gli uni dietro degli altri[632]. _I
Dromoni_, o galee leggiere, dell'impero Bisantino[633] non avean che due
ordini composti ognuno di venticinque banchi; un banco portava due
remiganti che vogavano dall'uno e dall'altro fianco del navile.
Nell'atto del combattere, il capitano o centurione stava sulla poppa con
quello che portava la sua armatura; due piloti attendevano al timone e
due ufficiali stavano alla prora, l'uno per appostare, l'altro per
movere contra il nemico le macchine che scagliavano il fuoco greco. La
ciurma, come era l'uso nella infanzia dell'arte, adempieva ad un tempo
gli uffici di marinari e di soldati; erano muniti d'armi offensive e
difensive, d'archi e di freccie, di cui si valevano dall'alto del ponte,
e di lunghe picche che uscivano fuori dalle aperture dell'ordine
inferiore de' remi. È bensì vero che si facean talvolta più grandi e più
solide le navi da guerra; allora le fazioni di combattere e di
_manovrare_, si dividevano più regolarmente fra settanta soldati e
dugento trenta marinari; ma generalmente erano di una forma leggiera, e
facili ai movimenti. Poichè il Capo Maleo, sulla costa del Peloponneso,
avea sempre una fama spaventosa, un numeroso navile imperiale fu
trasportato per terra e per lo spazio di cinque miglia, cioè per tutta
la larghezza dell'istmo di Corinto[634]. Le regole della tattica navale
non si erano cangiate da Tucidide in poi: una squadra di galee, nel
momento della zuffa, procedeva innanzi sotto la figura d'una mezza luna,
e si ingegnava di cacciare gli acuti speroni nei lati più deboli delle
navi nemiche. Vedeasi sopra il ponte una macchina composta di forti
pezzi di legno, diretta a lanciar pietre e dardi; l'arrembaggio faceasi
mediante una gru, che sollevava e abbassava panieri pieni d'uomini
armati; il vario collocamento e la mutazion dei colori del padiglione
ammiraglio determinavano tutto il linguaggio dei segnali, che sono tanti
e così chiari fra i moderni. I fanali della galera capitana annunciavano
di notte gli ordini di cacciare, di combattere, di fermarsi, di rompere,
o di formar la linea. In terra i segnali di fuoco si ripeteano da una
montagna all'altra; una serie d'otto posti indicava una estension di
paese di cinquecento miglia, e così Costantinopoli era in poche ore
informata delle mosse ostili dei Saracini di Tarso[635]. Si può
argomentare la forza navale degli imperatori Greci dalla descrizione
dell'armamento che prepararono per vincere Creta. Furono allestite nella
capitale, nelle isole del mar Egeo, e nei porti dell'Asia, della
Macedonia e della Grecia, cento dodici galere, e settantacinque navi
costrutte ad esempio di quelle della Panfilia. Questa squadra portava
trentaquattromila marinai, settemila e trecentoquaranta soldati,
settecento Russi, e cinquemila e ottantasette Mardaiti, provenienti da
una popolazione discesa dalle montagne del Libano. Il loro stipendio,
probabilmente per un mese, fu valutato trentaquattro centinaia d'oro,
cioè circa centotrentaseimila lire sterline. La nostra immaginazione si
perdè nel catalogo delle armi e delle macchine, delle stoffe e delle
tele, de' viveri e de' foraggi, delle munizioni e degli utensili d'ogni
sorta, adoperati inutilmente al conquisto di un'isoletta, quando erano
bastanti a fondare una florida colonia[636].

L'invenzion del fuoco greco non originò, come quella della polvere da
schioppo, un total cambiamento nell'arte della guerra. A questo fuoco
liquido andò debitrice la città, non che l'impero di Costantinopoli,
della sua liberazione. Gran guasti esso faceva negli assedii e nelle
battaglie marittime; ma poca cura si pose a perfezionare questa nuova
arte, o forse era men suscettiva di miglioramento. Per battere o per
difendere le fortificazioni, si continuò a far uso più spesso e con
effetto maggiore delle macchine antiche, delle catapulte, delle baliste
e degli arieti. La sorte delle battaglie non era commessa al fuoco
rapido e terribile d'una linea di fanteria, che invano si difenderebbe
con armature da un fuoco simile della linea nemica. Il ferro e l'acciaio
erano sempre gli strumenti consueti di strage e di difesa: gli elmetti,
le corazze e gli scudi del decimo secolo erano per la forma, o per la
materia, poco differenti da quelli onde erano guerniti i compagni
d'Alessandro o di Achille[637]; ma invece d'accostumare i Greci moderni
a marciare costantemente, e però senza stento, carichi di quell'utile
peso come i soldati delle antiche legioni, si portavano le armi d'una
soldatesca su carri leggeri che la seguivano, e di mala voglia,
all'avvicinarsi del nemico, ripigliavano frettolosamente i guerrieri un
arnese, che per difetto d'abitudine li impacciava. Le armi offensive
erano spade, scuri di battaglia e picche: ma la picca macedone era stata
accorciata d'un quarto, e ridotta alla misura più comoda di dodici
cubiti o piedi. Aveano i Greci duramente sentita la forza dei dardi
scitici ed arabici; a quel tempo deploravano gli imperatori la decadenza
dell'arte di balestrare come una delle cagioni delle pubbliche,
calamità, e raccomandarono, o piuttosto ordinarono, che tutti gli uomini
addetti al servigio militare si dedicassero all'esercizio dell'arco,
sino all'età di quarant'anni[638]. I _drappelli_ o reggimenti, erano per
lo più di trecento soldati; e, siccome termine medio tra le linee sopra
quattro, e quelle sopra sedici uomini di profondità, la fanteria di
Leone e di Costantino si formava sopra una profondità d'otto soldati: ma
la cavalleria caricava con quattro di profondità, per questa giustissima
considerazione, che la pression dei cavalli di dietro non aumenta la
forza dell'urto che si fa nella fronte. Se si accresceva qualche volta
del doppio la densità degli ordini della fanteria o della cavalleria,
era segno d'una segreta diffidenza che si aveva del coraggio delle
schiere solamente destinate allora a spaventare col numero, e disposte a
lasciare ad un drappello scelto l'onore d'affrontar le picche e le spade
de' Barbari. L'ordinanza di battaglia sicuramente variava secondo la
qualità del terreno, secondo il disegno che si aveva, e secondo il
nemico; ma generalmente l'esercito formava due linee e una riserva, e in
tal guisa aveva una serie di speranze e di sussidi analoghi al carattere
e allo spirito giudizioso dei Greci[639]. Se la prima linea era
respinta, si ripiegava negli intervalli della seconda; e la riserva
compartendosi in due divisioni, girava i fianchi per profittar della
vittoria o per coprire la ritirata. La regolarità dei campi, e i metodi
del camminare, degli esercizi e delle fazioni, gli editti e i libri del
monarca Bisantino faceano almeno in teorica quanto può fare
l'autorità[640]. Tanta era la ricchezza del principe e l'abilità de'
suoi numerosi operai, che gli eserciti aveano a biseffe tutto ciò che
potean desiderare in utensili e in munizioni. Ma nè l'autorità del
principe, nè la bravura de' suoi artefici poteano formare la macchina
più importante, cioè il soldato; e se il _cerimoniale_ di Costantino
suppone sempre che l'imperatore tornerà trionfante[641], la sua tattica
non si eleva molto al di sopra degli espedienti di scampare da una
sconfitta, e di prolungare una guerra[642]. Non ostante qualche
passaggiera vittoria, erano scaduti i Greci nella propria opinione, e in
quella dei vicini. Mano tarda e lingua pronta, era il proverbio popolare
che indicava l'indole della nazione. Fu assediato l'autor della Tattica
nella capitale, e i Barbari, anche i più deboli, che tremavano al solo
nome dei Saracini o dei Franchi, poterono superbire di quelle medaglie
d'oro e d'argento che aveano rapite all'imbelle sovrano di
Costantinopoli. Avrebbe potuto la religione, per molti titoli, ispirare
ad essi quel coraggio di cui, per colpa del lor governo e del carattere
proprio, mancavano: ma la religione dei Greci non insegnava che a
soffrire e a cedere. Niceforo, che per poco rintegrò la disciplina e la
gloria del nome Romano, volle compartire gli onori del martirio ai
cristiani, che in una santa guerra contro gli infedeli perdessero la
vita: ma il patriarca, i vescovi e i primari senatori impedirono questa
legge dettata dalla politica, sostenendo pertinacemente, giusta i canoni
di S. Basilio, che tutti quelli che s'erano contaminati col sanguinoso
esercizio del mestiere dell'armi, dovevano per tre anni essere segregati
dalla comunione dei fedeli[643].

Si sono confrontati questi scrupoli dei Greci colle lagrime che
versavano i primi Musulmani, quando non poteano assistere ad una
battaglia, e tal contrapposto d'una vile superstizione e d'un fanatismo
coraggioso spiega agli occhi del filosofo la storia delle due nazioni
rivali. I sudditi degli ultimi Califfi[644] aveano veramente smarrito lo
zelo e la fede dei compagni del Profeta, ma i lor dogmi guerrieri
riguardavano sempre la divinità come il motor della guerra[645]. Una
scintilla di fanatismo ardeva sempre nel seno della lor religione, ed
accendeva bene spesso le più rapide fiamme fra i Saracini stanziati
sulle frontiere dei cristiani. Le lor milizie regolari erano composte di
que' valorosi schiavi educati a custodir la persona, e a seguir la
bandiera del loro signore; ma al primo squillo della tromba, che
annunciava una santa guerra contro gli infedeli, si svegliava il popolo
Musulmano della Sorìa e della Cilicia, dell'Affrica e della Spagna.
Bramavano i ricchi di vincere o di morire per la causa di Dio; la
speranza del bottino allettava i poveri; e i vecchi, gli infermi e le
donne, per partecipare a questa impresa meritoria, mandavano in lor vece
un soldato con le armi ed il cavallo. Le loro armi offensive e difensive
erano per la forza e la tempra eguali a quelle de' Romani: ma costoro
comparivano ben superiori nell'arte di maneggiare un cavallo, o di
scagliare i dardi. Le piastre d'argento che coprivano le tracolle, le
spade ed anche la bardatura del cavallo, sfoggiavano la magnificenza
d'una nazione prosperosa; e, eccetto alcuni arcieri neri venuti del
mezzogiorno, gli Arabi non pregiavano guari il valore indigente ed
inerme degli antenati. Invece di carri, venia lor dietro una lunga fila
di cammelli, d'asini e di muli; la moltitudine di questi animali, che si
ornavano di tende e di banderuole, ne ingrossavano apparentemente il
numero, e cresceano lo sfarzo dell'esercito; ma la figura deforme e il
detestabile odore dei cammelli, spargeano spesso la confusione tra i
cavalli del nemico. Soffrivano questi soldati il calore e la sete con
una pazienza che li rendeva invincibili; ma il freddo del verno
agghiacciava i loro spiriti; si conosceva la loro disposizione al sonno,
e perchè non fossero sorpresi fra le tenebre, conveniva ricorrere alle
precauzioni più rigorose. L'ordinanza di battaglia formava un
parallelogrammo di due file profonde e salde, l'una di arcieri, l'altra
di cavalleria. Nei combattimenti, sosteneano intrepidamente il più
furioso assalto, e generalmente non s'avanzavano alla carica che quando
s'erano accorti della spossatezza degli assalitori; ma s'erano respinti
o sbaragliati, non sapeano nè riordinarsi, nè rintegrare la zuffa, e ciò
che aumentava lo spavento era la credenza, che Iddio si dichiarasse
favorevole al nemico. Lo scadimento e la caduta dell'impero dei Califfi
confermavano allora questa funesta opinione, e non mancava tra i
Musulmani qualche oscura profezia[646] che presagiva la sconfitta or
dell'uno, or dell'altro esercito. Non v'era più unità nell'impero degli
Arabi; ma i suoi brani formavano tanti Stati independenti, che
eguagliavano i grandi reami; ed un Emir d'Aleppo e di Tunisi trovava nei
suoi tesori, nell'industria e nell'ingegno dei sudditi il modo di
rendere formidabili le sue forze marittime. Troppo spesso s'avvidero i
principi di Costantinopoli, che nella disciplina di quei Barbari niun
vestigio vedeasi di _barbarie_, e che se mancavano dello spirito
d'invenzione, sapeano cercare e prestamente imitare le scoperte
d'altrui. È bensì vero che il modello superava la copia; le lor navi, le
macchine e le fortificazioni non erano così ben costrutte, e
confessavano, senza arrossire, che Iddio, il quale ha donato la lingua
agli Arabi, ha poi formato più delicatamente la mano dei Cinesi e la
testa dei Greci[647].

Il nome di varie tribù della Germania, stanziate fra il Reno e il Veser,
era divenuto quello della maggior parte della Gallia, dell'Alemagna e
dell'Italia, e i Greci del pari che gli Arabi appellavano FRANCHI[648] i
cristiani della chiesa Latina, e le nazioni occidentali che si
estendevano sulle sponde ignote dell'oceano Atlantico. Il gran senno di
Carlomagno aveva imito ed avvivato il gran corpo della nazione dei
Franchi; ma la discordia e il tralignamento de' suoi successori posero
ben presto in fondo il suo impero, che avrebbe emulato quello di
Bisanzio e vendicati gli affronti fatti a' cristiani. I sussidi che
potea trarre dalle rendite pubbliche, dal commercio e dalle manifatture,
impiegati un tempo a pro del servigio militare; gli scambievoli soccorsi
che si davano le province e gli eserciti; finalmente, quelle squadre che
per lo innanzi guardavano i mari dalla foce dell'Elba sino a quella del
Tevere, non facean più timore ai nemici, nè davano più fiducia ai
sudditi. Sul principio del decimo secolo, era quasi scomparsa la
famiglia di Carlomagno; dalle rovine della sua monarchia erano surti
vari Stati nemici e independenti; i Capi più ambiziosi prendeano il
titolo di re; al di sotto di loro l'anarchia e la discordia, sparse
egualmente in tutti gli ordini, riproduceano per ogni dove l'esempio
della lor ribellione, ed i Nobili di tutte le province disubbidivano al
sovrano, aggravavano i vassalli, e si teneano in uno stato di guerra
perpetuo contro i loro eguali e i vicini. Queste guerre private che
sconnettevano la macchina del governo, manteneano lo spirito marziale
della nazione. Nell'odierno sistema europeo, cinque o sei gran
Potentati, godono almeno nel fatto del gius della spada. Una classe
d'uomini che si consacrano alla teorica e alla pratica dell'arte
militare, eseguiscono sopra una frontiera lontana le operazioni
immaginate nel segreto delle Corti; il rimanente del paese gode allora
in mezzo alla guerra la tranquillità della pace, e non s'accorge dei
cangiamenti che sopravvengono in proposito se non per l'accrescimento o
la diminuzione delle imposizioni. Nei disordini del decimo e duodecimo
secolo, ogni paesano era soldato e munito ogni villaggio; tutti i boschi
e tutte le valli offerivano scene di strage e di rapina, e i proprietari
di tutte le castella erano costretti a prendere il carattere di principi
e di guerrieri. Si fidavano arditamente al coraggio e alla politica
propria per difendere la lor famiglia, per proteggere le loro terre e
vendicare l'ingiuria; e simili ai conquistatori d'un ordine superiore,
non erano che troppo propensi ad oltrepassare i diritti della difesa
personale. La presenza del pericolo e l'indispensabile necessità del
coraggio induravano lo spirito e il corpo di costoro; e per una
conseguenza dello stesso carattere, ricusavano d'abbandonare un amico, e
di perdonare a un nemico: invece di riposare sotto la guardia del
magistrato, ricusavano fieramente l'autorità delle leggi. In questo
tempo dell'anarchia feudale furono convertiti in istrumenti di morte gli
utensili della agricoltura e delle arti: le pacifiche occupazioni della
società civile e della ecclesiastica s'annientarono, o si depravarono; e
il vescovo, cangiando la mitra in elmo, era trascinato dai costumi del
suo secolo più che dai doveri che il feudo suo gli imponeva[649].

Andavano superbi i Franchi del genio loro per la libertà e per la
guerra; e i Greci parlano di questa propensione con una specie di
maraviglia e di spavento. «I Franchi, dice l'imperator Costantino, sono
ardimentosi e bravi quasi sino alla temerità, e il loro intrepido valore
è sostenuto dal disprezzo che hanno dei pericoli e della morte. In un
campo di battaglia, e nella mischia attaccano di fronte e piombano sul
nemico senza calcolare il proprio numero. Le lor file sono strette dai
saldi legami della parentela e dell'amicizia, e la brama di salvare o di
vendicare i cari compagni è il fomite della loro prodezza. Reputano la
ritirata come una fuga obbrobriosa, e la fuga poi è per essi un'infamia
che non può lavarsi giammai[650].» Una nazione sì valorosa e
imperterrita sarebbe stata sicura della vittoria, se grandi difetti non
avessero bilanciato questi pregi. Lasciando deperire la marineria,
rinunciarono ai Greci ed ai Saracini l'impero del mare, per portare
soccorso ai loro alleati, o guasto ai nemici. Nel secolo che precedette
l'istituzion della cavalleria, erano inabili i Francesi nelle fazioni di
cavalieri[651]; e nei momenti di pericolo conoscean tanto i guerrieri
d'esserne ignoranti, che volean piuttosto smontar da cavallo e
combattere a piedi. Non avendo l'uso delle picche o dell'armi da
lanciare, erano impacciati da lunghe spade, da arnesi pesanti, da enormi
pavesi, e, se posso ripetere il rimprovero che lor facevano i magri
abitanti della Grecia, la grassezza, figlia della loro intemperanza,
accresceva difficoltà ai loro movimenti. Non curanti di disciplina,
sdegnavano il giogo della subordinazione, e abbandonavano il vessillo
del capitano se voleva tenerli in campagna più del tempo determinato pel
loro servigio. Erano da tutte le parti esposti alle insidie del nemico,
che quantunque men prode era più astuto. Si potea subornarli con danaro,
perchè avevano un'anima venale; si potea soprapprenderli notte tempo,
perchè non pensavano a chiudere il campo e facean male la sentinella. Le
fatiche di una giornata estiva spossavano le loro forze, non che la
pazienza, e si davano poi alla disperazione se non potevano sbramare con
molto vino e molto cibo il vorace loro appetito. Fra questi caratteri
generali della nazion dei Franchi, si osservavano alcune varietà locali
che io attribuirei al caso piuttosto che al clima, ma ch'erano comuni
agli oriundi e agli stranieri. Un ambasciator di Ottone dichiarò nella
Corte di Costantinopoli, che i Sassoni sapean battersi meglio colla
spada che colla penna, e che preferivano la morte alla vergogna di
volgere il tergo al nemico[652]. I Nobili della Francia si gloriavano di
non avere nei lor modesti abituri altro diletto che la guerra e la
rapina, unica occupazione della lor vita. Affettavano di mettere in
ridicolo i palazzi, i banchetti, e i costumi gentili degli Italiani,
che, secondo l'opinione dei Greci medesimi, avean tralignato dall'amor
di libertà e dal valore degli antichi Lombardi[653].

Il famoso editto di Caracalla concedette ai suoi sudditi, cominciando
dalla Brettagna sino all'Egitto, il nome e i privilegi di Romani; e da
quel punto il lor sovrano, sempre in mezzo a' suoi concittadini, potè a
sua scelta determinare o eleggere momentaneamente la residenza nell'una
o nell'altra delle province della patria comune. Quando seguì la
divisione dell'oriente e dell'occidente, fu conservata con tutto lo
scrupolo l'unità ideale dell'impero; nei titoli, nelle leggi, negli
statuti, i successori di Arcadio e di Onorio si annunciarono sempre come
colleghi inseparabili nelle medesime incumbenze, come associati alla
sovranità dell'impero e della città di Roma entro i medesimi limiti.
Caduta la monarchia d'occidente, la dignità della porpora romana si
concentrò tutta quanta nei principi di Costantinopoli: Giustiniano fu il
primo che unì all'impero i dominii dell'antica Roma, che ne erano
separati da sessant'anni, e che sostenne col dritto di conquisto
l'augusto titolo d'imperator de' Romani[654]. Un motivo di vanità o di
disgusto indusse uno de' suoi successori, Costantino II, ad abbandonare
il Bosforo Tracio, ed a restituire al Tevere gli antichi onori; pensiero
insensato! esclama il malevolo scrittore della istoria bisantina,
spogliare una vergine adorna di tutto lo splendore della gioventù e
della bellezza, per abbellire, o piuttosto mettere in mostra la
deformità d'una vecchia grinzosa[655]. Ma il ferro de' Lombardi gli
impedì di fermare il piede in Italia; entrò in Roma, non come un
vincitore, ma in figura di fuggiasco; e dopo aver passato colà dodici
giorni, mise a sacco l'antica capitale del Mondo, e poi ne partì per
sempre[656]. Succedette l'intera separazione dell'Italia, e dell'impero
di Bisanzio circa due secoli dopo le conquiste di Giustiniano; e appunto
sotto il suo regno cominciò ad andare in disuso la lingua latina. Avea
questo legislatore pubblicato le sue Instituta, il suo Codice, e le
Pandette, in un linguaggio che egli vanta come lo stile pubblico del
governo romano, l'idioma della Corte e del senato di Costantinopoli,
degli eserciti, e de' tribunali dell'oriente[657]. Ma non si intendea nè
dal popolo, nè dai soldati dalle province asiatiche questa lingua
straniera; e la maggior parte degli interpreti delle leggi, e dei
ministri di Stato non la sapeano che malamente. Dopo una lotta che durò
poco, la natura e l'abitudine trionfarono delle istituzioni della
potenza umana; Giustiniano, a pro dei sudditi, promulgò nelle due lingue
le sue Novelle; le varie parti della sua voluminosa giurisprudenza
furono successivamente tradotte:[658] fu posto in dimenticanza
l'originale, non si studiò più che la versione, e la lingua che per sè
stessa meritava la preferenza, divenne nell'impero Greco l'idioma della
legge, come quello della nazione. I successori di Giustiniano, e per la
loro origine e per l'uso del paese che abitavano, furono stranieri alla
lingua romana. Tiberio, secondo gli Arabi,[659] e Maurizio, secondo gli
Italiani[660], furono i primi Cesari greci, e i fondatori d'una nuova
dinastia, e d'un nuovo impero: si compiè sordamente questa rivoluzione
prima della morte di Eraclio, e si conservarono alcune frasi oscure
della lingua latina nei termini di giurisprudenza, e nelle acclamazioni
di Corte. Quando Carlomagno e gli Ottoni ebbero rintegrato l'impero
d'occidente, ai nomi di Franchi e di Latini fu dato lo stesso senso e la
stessa ampliazione, e questi Barbari altieri sostennero con una specie
di giustizia i lor dritti alla favella come al dominio di Roma.
Insultarono ai popoli dell'oriente che aveano dimesso l'abito è l'idioma
romano, e si fondarono in queste ragionevoli costumanze per indicarli
sovente col nome di Greci[661]. Ma dal principe e dai popoli dell'impero
Bisantino, fu sdegnosamente ributtata questa denominazione di disprezzo.
Con tutti i cangiamenti introdotti dal corso dei secoli, vantavano una
successione diretta e non interrotta da Augusto e Costantino in poi; e
nell'ultimo grado della debolezza e dell'avvilimento, ai frammenti
dell'impero di Costantinopoli rimaneva tuttavia il nome di Romani[662].

Mentre che nell'oriente si scrivevano in latino gli atti del governo, il
greco era la lingua della letteratura e della filosofia; con questo
idioma sì ricco e perfetto, non poteano gli uomini dotti invidiare il
sapere rubato e il gusto imitatore de' Romani loro scolari. Distrutto
che fu il paganesimo, perduta la Sorìa e l'Egitto, e abolite le scuole
d'Alessandria e d'Atene, le scienze della Grecia a poco a poco si
ricoverarono ne' monasteri, e precipuamente nel real collegio di
Costantinopoli, incendiato poi sotto il regno di Leone l'Isaurico[663].
Nello stile enfatico dei tempi di cui parliamo, il presidente di quel
collegio era chiamato l'astro della scienza; i dodici professori delle
diverse scienze e facoltà, erano i dodici segni del zodiaco; aveano una
biblioteca di trentaseimila cinquecento volumi, e mostravano un antico
manoscritto di Omero in un rotolo di pergamena lungo centoventi piedi,
che era stato, dicevano, un intestino di un serpente di mostruosa
grandezza[664]. Ma il settimo e l'ottavo secolo furono un periodo di
discordia, e di ignoranza; il fuoco divorò la biblioteca; fu soppresso
il collegio, e gli autori dipingono gli Iconoclasti, come i nemici della
antichità; di fatto i principi della famiglia d'Eraclio e della dinastia
isaurica, si disonorarono coll'ignoranza, e col dispregio salvatico che
aveano per le lettere[665].

Appare nel nono secolo l'aurora del ritorno delle scienze[666]. Quando
il fanatismo degli Arabi fu calmato, furono solleciti i Califfi di
conquistare le arti, piuttosto che le province dell'impero; le cure che
posero per accattare cognizioni, ravvivarono la emulazione dei Greci:
sciorinarono le polverose lor biblioteche, ed appresero a conoscere ed a
premiare i filosofi che non aveano per lo innanzi avuto altro compenso
delle lor fatiche, se non il piacere dello studio, e la scoperta della
verità. Il Cesare Barda, zio di Michele III, meritò il titolo di
generoso protettore delle lettere, nome che solo ha potuto preservarne
la memoria, e scusarne L'ambizione: egli almeno sottrasse al vizio e
alla follìa una parte dei tesori di suo nipote; aperse nel palazzo di
Magnauro una scuola, dove colla sua presenza metteva in gara i maestri e
gli alunni. Erano Capo Leone il filosofo, arcivescovo di Tessalonica, il
cui sapere profondo nell'astronomia e nelle matematiche facea maraviglia
a' popoli stranieri dell'oriente; e l'opinione che si avea della sua
dottrina, era negli animi volgari accresciuta da quella modesta
disposizione, che li inclina a vedere, in tutte le cognizioni che
sorpassano le proprie, un effetto di ispirazione e di magia. Per le
fervide istanze di questo Cesare, il celebre Fozio[667], suo amico,
rinunciò alla independenza di una vita studiosa, ed accettò la dignità
di Patriarca, nella quale fu e scomunicato ed assolto dai Sinodi
dell'oriente e dell'occidente. Anche per confessione dei sacerdoti suoi
nemici, non era estrania a quest'uomo universale alcun'arte o scienza:
profondo ne' suoi concetti, istancabile negli studii, eloquente nello
stile, esercitava Fozio la carica di Protospatario, ossia di capitano
delle guardie, quando fu spedito ambasciatore al Califfo di Bagdad[668].
Per alleviare qualche ora di esiglio, e forse di solitudine, compose in
fretta la sua _Biblioteca_, monumento di erudizione e di critica. In
essa fa la rivista, senza metodo, di duecento ottanta autori storici,
oratori, filosofi, teologi; ne espone, in compendio, i racconti, o le
dottrine; giudica lo stile e il carattere loro, e cribra anche i Padri
della chiesa con una libertà prudente, che spesso traluce in mezzo alle
superstizioni del suo secolo. L'imperator Basilio, a cui doleva d'essere
stato mal educato, commise a Fozio l'istruire il figlio e successore,
Leone il Filosofo; e il regno di questo principe, non che di Costantino
Porfirogeneta, figlio di esso, sono una delle più belle epoche della
letteratura di Bisanzio. La munificenza loro arricchì la biblioteca
imperiale dei tesori dell'antichità, ed essi ne fecero da sè stessi, e
coll'aiuto di collaboratori, vari estratti e compendi, che senza
annoiare l'indolenza del pubblico, sono atti a ricrearne la curiosità.
Oltre i _Basilici_, o il Codice delle leggi, propagarono col medesimo
zelo gli studi della agricoltura e della guerra, due arti intese a
nudrire e a distruggere l'umana specie; fu compilata la storia della
Grecia e di Roma, in cinquantatre titoli o capitoli; ma non ne giunsero
a noi che due, quello delle ambasciate, e l'altro delle virtù e dei
vizi. Colà i lettori d'ogni classe vedeano dipinto il passato, poteano
far loro pro delle lezioni o degli avvisi dati in pagina, e apprendevano
ad ammirare, o forse ad imitare, qualche virtù d'un secolo più luminoso.
Io non mi fermerò sulle opere dei Greci di Costantinopoli, i quali, con
uno studio assiduo degli antichi, meritarono per molti titoli la
ricordanza e la gratitudine della posterità. Noi possediamo tuttavia il
Manuale filosofico di Stobeo, il Lessico grammaticale e storico di
Suida, le Chiliadi di Tzetze che in dodicimila versi comprendono
seicento narrazioni, e i Commentari sopra Omero di Eustazio, arcivescovo
di Tessalonica, che, dal suo corno d'abbondanza, ci versa i nomi e le
autorità di quattrocento scrittori. Da questi autori originali, e dalla
numerosa legione degli Scoliasti[669] e del critici, si può conoscere
quali fossero le ricchezze letterarie del duodecimo secolo. Era tuttavia
Costantinopoli rischiarata dalla luce di Omero e di Demostene, di
Aristotile e di Platone; e circondati da simili tesori, che noi godiamo
o trascuriamo, dobbiam pure invidiare quella generazione che potea
leggere l'istoria di Teopompo, le arringhe d'Iperide, le commedia di
Menandro[670], e le odi di Alceo e di Saffo. Il gran numero dei
commenti, allora pubblicati sui classici greci, è una prova non solo che
allora sussistevano, ma che stavano ancora nelle mani di tutti; e due
donne, l'imperatrice Eudossia, e la principessa Anna Comnena, che sotto
la porpora coltivarono la rettorica e la filosofia[671], sono un esempio
assai sorprendente della universalità del sapere. Il dialetto volgare
della capitale era rozzo e barbaro; si segnalavano con uno stile più
corretto, e più elaborato, le conversazioni, o almeno gli scritti degli
ecclesiastici e de' cortigiani, che talora aspiravano alla purità dei
modelli dell'Attica.

Nella moderna nostra educazione, lo studio penoso, ma necessario, di due
lingue morte, logora il tempo e rallenta l'ardore d'un giovane alunno.
Per lungo tempo i poeti e gli oratori dell'occidente si videro inceppati
nei loro pensieri dai barbari dialetti dei nostri antenati, cotanto
scemi d'armonia e di grazia; e l'estro, senza l'aiuto de' precetti e
degli esempi degli antichi, era abbandonato alla guida naturale ma
incolta del proprio giudizio, e della propria immaginazione. I Greci di
Costantinopoli, dopo avere purgato l'idioma volgare, usavano liberamente
la lingua degli avi, portentosa invenzione dello spirito umano; ed era
lor famigliare la cognizione dei sublimi maestri, che aveano dilettato o
istruito la prima delle nazioni; ma questi vantaggi non fanno che
raddoppiar la vergogna ed il biasimo che aggravano un popolo tralignato.
Se i Greci dell'impero stringeano nelle lor mani inerti le ricchezze
avìte, non aveano già ereditata l'energia che ha creato ed accresciuto
questo sacro patrimonio; leggevano, lodavano, compilavano, ma parea che
la lor anima, sonnacchiosa e languida, fosse inabile a pensare e a fare.
In uno spazio di dieci secoli, non si scorge una scoperta che abbia
migliorata la dignità dell'uomo, o accresciutane la felicità; non una
idea di più aggiunta ai sistemi speculativi degli antichi; veniano, l'un
dopo l'altro, pazienti discepoli ad ammaestrare dogmaticamente una
generazione, non men di loro servile. Non s'è trovato un solo passo di
storia, di filosofia, o di letteratura che, per bellezza di stile o di
sentimenti, per pensieri originali od anche per una felice imitazione,
abbia meritato di vivere. Quei prosatori di Bisanzio, che si leggono con
meno noia, hanno una semplicità ingenua e senza pretensione, che non
permette di censurarli; ma gli oratori, che si credeano i più
eloquenti[672], sono i più lontani dagli esemplari con cui voleano
gareggiare. Al nostro gusto e alla ragione, fann'urto in ogni pagina una
scelta di parole ampollose e andate in disuso, un fraseggiare pesante e
intralciato, una incoerenza di concetti, uno studio puerile d'ornamenti
falsi o improprii, e gli stenti di questi scrittori per innalzarsi, per
abbagliare il lettore, e coprir d'esagerazione e d'oscurità un'idea
triviale. Nella prosa cercan sempre il brio poetico, e la poesia è
sempre inferiore alla scipitezza della prosa. Le muse della tragedia,
della epopea e del poema lirico stavansi taciturne e spoglie d'onore; i
Bardi di Costantinopoli non si segnalavano al più che con un enigma o un
epigramma, con un panegirico o una novella; trascuravano persino le
regole della prosodia, e, pieni l'orecchio della melodia Omerica,
confondeano tutte le misure di piedi e di sillabe in quei miserabili
accordi, che ebbero nome di versi _politici_ o _di città_[673].
L'ingegno de' Greci era inceppato da una superstizione vile e imperiosa,
che stende il suo dominio intorno alla sfera delle scienze e delle arti.
Si smarriva il giudizio nelle controversie metafisiche: colla credenza e
le visioni e i miracoli, avean perduto tutti i principii della evidenza
morale, ed il gusto era depravato dalle omelie dei monaci, mescuglio
assurdo di declamazioni e di frasi della Scrittura. Mai questi poveri
studi non furono nemmeno nobilitati dall'abuso dell'ingegno; i Capi
della chiesa Greca, stavano umilmente contenti ad ammirare ed a copiare
gli oracoli antichi; e le scuole, ed il pulpito non ebbero alcuno che
sapesse emulare la gloria di S. Atanasio e di S. Grisostomo[674].

Tanto nei travagli della vita attiva che in quelli della speculativa,
l'emulazion dei popoli e degli individui è il movente più efficace degli
sforzi e dei progressi del genere umano. Le città dell'antica Grecia
serbavano tra loro quella fortunata mescolanza d'unione e di
independenza, che sopra una scala più grande, ma in una guisa più
debole, si trova fra le nazioni della Europa moderna. Congiunte dalla
lingua, dalla religione e dai costumi, erano scambievolmente spettatrici
e giudici di sè stesse[675]: independenti per cagion d'un governo e per
interessi diversi, mantenea ciascheduna segretamente la propria libertà,
e si ingegnava di superare le rivali nello stadio della gloria. Era meno
vantaggiosa la situazion dei Romani: pure sin dai primi tempi della
repubblica, cioè quando si formò il carattere nazionale, videsi nascere
una pari emulazione fra gli Stati del Lazio e dell'Italia, e tutti
intesero ad eguagliare, o a vincere nelle arti e nelle scienze i Greci
che aveano per esemplari. Non v'ha dubbio, che l'impero dei Cesari non
abbia arrestata l'attività e gli avanzamenti dello spirito umano. La sua
vastità lasciava in vero qualche libertà all'emulazione reciproca dei
cittadini: ma quando fu gradatamente ridotto da prima all'oriente, indi
alla Grecia ed a Costantinopoli, non si vide più nei sudditi dell'impero
Bisantino che un'indole abbietta e fievole, effetto naturale della loro
situazione isolata. Erano oppressi a settentrione da tribù di Barbari;
di cui ignoravano il nome, e che appena riputavano uomini. La lingua e
la religione degli Arabi, nazione più incivilita, frapponeano ad ogni
comunicazione sociale con essi un argine insuperabile. Professavano i
vincitori dell'Europa come i Greci la religion cristiana; ma sconosciuto
era a questi l'idioma dei Franchi o dei Latini; rozzi ne erano i
costumi, e non ebbero co' successori d'Eraclio alcun vincolo d'alleanza
o affari di inimicizia. Unico nella sua specie, l'orgoglio greco, sempre
contento di sè medesimo, non si turbava giammai pel confronto con un
merito straniero, e non vedendo rivali che potessero spronarlo nella sua
carriera, nè giudici per coronarlo alla meta, non è da maravigliare se
abbia dovuto soccombere. Le Crociate vennero mischiando le nazioni
dell'Europa e della Asia; e solamente sotto la dinastia dei Comneni
tornò l'impero di Bisanzio a gareggiare, benchè debolmente, in
cognizioni e in virtù militari.

NOTE:

[558] Claudiano spiega con eleganza il senso dell'epiteto
Πορφυρογενητος, _porfirogeneta_, ossia nato nella porpora.

    _Ardua privatos nescit fortuna Penates;_
    _Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas_
    _Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro._

E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi
che esprimono lo stesso pensiero.

[559] Un superbo manoscritto di Costantino (_De Caeremoniis aulae et
ecclesiae Byzantinae_), fu trasportato da Costantinopoli a Buda, a
Francfort e a Lipsia, ove dal Leich, e dal Reiske ne fu fatta una
magnifica edizione (A. D. 1751, _in-folio_), accompagnata da quegli
elogi che non mancano mai gli editori di prodigalizzare al subbietto
delle loro fatiche qualunque ne sia il merito.

[560] _V._ nel primo volume dell'_Imperium orientale_ del Banduri,
_Costantinus de Thematibus_, p. 1-24; _De administrando imperio_ p.
45-127, ediz. di Venezia. Il testo dell'antica edizion di Meursio vi è
corretto sopra un manoscritto della biblioteca reale di Parigi di già
conosciuto da Isacco Casaubono (_Epist. ad Polybium_ 10), e spiegato da
due carte di Guglielmo Delisle, il primo dei Geografi anteriori al
d'Anville.

[561] La tattica di Leone e di Costantino fu pubblicata coll'aiuto di
qualche nuovo manoscritto nella grande edizione delle opere di Meursio
fatta dal dotto Lami (t. VI, p. 531-920, 1211-1417: _Fiorenza_, 1745);
ma il testo è ancora guasto e mutilato, e sempre oscura e piena di
spropositi la versione. La biblioteca di Vienna fornirebbe qualche
prezioso materiale ad un nuovo editore (Fabricio, _Bibl. graec._, t. VI,
p. 369, 370).

[562] Fabricio (_Bibl. graec._, t. XII, p. 425-514), Einec. (_Hist.
juris romani_, p. 396-399), e Giannone (_Istoria civile di Napoli_, t.
I, p. 450-458) possono utilmente consultarsi come storici di
giurisprudenza intorno ai Basilici. Quarant'un libri di questo codice
greco sono stati pubblicati con una version latina da Carlo Annibale
Fabrotti, Parigi 1647, in sette volumi in folio. Si sono scoperti di poi
quattro altri libri che furono inseriti nel _Novus Thesaurus juris
civil. et Canon._, di Gerardo Meerman, t. V. Giovanni Leunclavio ha
composto (a Basilea 1575) un'_egloga_ o _sinopsi_ dei sessanta libri che
formano l'intera Opera. Si vedono nel _Corpus juris civilis_ le
centotredici Novelle o leggi nuove di Leone.

[563] Mi son servito dell'ultima edizione de' Geoponici, che è la
migliore (stampata da Nicolao Niclas, _Lipsia_ 1781, due volumi in
ottavo). Leggo nella prefazione, che lo stesso imperatore richiamò i
sistemi di rettorica e di filosofia da lungo tempo dimenticati. I suoi
due libri della _Hippiatrica_, ossia dell'arte di curare la malattia de'
cavalli, furon pubblicati a Parigi, 1530 in folio (Fabr. _Bibl. graec._
t. VI, p. 493-500).

[564] Di quei cinquantatre libri o titoli, due soli pervennero sino a
noi e furono stampati: l'uno _De legationibus_ da Fulvio Orsino,
_Anversa_, 1582, e da Daniele Eschelio, August. Vindel. 1603; e l'altro
_De virtutibus et vitiis_ da Enrico di Valois, ediz. di Parigi, 1634.

[565] Ankio (_De scriptorib. Bizant._ pag. 418-460), dà il sommario
della vita e la lista delle opere di Metafraste. Questo Biografo dei
Santi si compiaceva nel parafrasare i sensi o le assurdità degli Atti
antichi; essendo stato una seconda volta parafrasato il suo stile di
rettore nella version latina del Surio, appena oggi si può conoscere un
filo del tessuto primitivo.

[566] Giusta il primo libro della Ciropedia, la tattica, che non è che
una piccola parte dell'arte della guerra, era già professata in Persia,
il che deesi riferire alla Grecia. Una buona edizione di tutti gli
autori che hanno scritto di tattica sarebbe impresa degna d'un erudito:
egli potrebbe scoprire qualche nuovo manoscritto, e colle sue cognizioni
schiarire l'istoria militare degli antichi: ma un tale erudito
dovrebb'essere di più soldato, e sventuratamente non vive più un Quinto
Icilio.

[567] Dopo aver osservato che i Cappadoci son meno forniti di merito
quanto sono più elevati per grado e per ricchezze, l'autore della
descrizion delle province si compiace dell'epigramma attribuito a
Demodoco:

    Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη
    Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου.

_Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone
il sangue velenoso._

Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un
serpente morse Giovanni Freron. — E che? Il serpente ne morì». Ma poichè
i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia,
avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma
(Costantino Porfirogeneta, _De themat._, c. 2; Brunk, _Analect. graec._,
t. II, p. 56; Brodaei _Anthologia_, l. II, p. 244).

[568] La _Legatio Luitprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam_,
è stata inserita dal Muratori negli _Scriptores rerum italicarum_, t.
II, parte prima.

[569] _V._ Costantino (_De thematibus_, nel Banduri, t. I, p. 1-30), il
quale s'accorda a dire che quella parola è ουκ παλαια _non
antica_. Maurizio (_Stratagema_, l. II. c. 2) si serve della parola
Θημα _tema_ per indicare una lezione: fu poi applicata al
posto o alla provincia che esso occupava. Ducange (_Gloss. graec._ t. I,
p. 487, 488). Gli autori han tentato di dar l'etimologia dei temi
opsico, optimazio e tracesio.

[570] Αγιος Πελαγος _Santo Pelago_, come lo chiamano i Greci
moderni; i geografi e i marinai ne han fatto l'Arcipelago e le Arches
(d'Anville _Géograph. ancienne_, t. I, p. 281: _Analyse de la Carte de
la Grèce_, p. 60). La moltitudine dei monaci, e di quelli specialmente
di S. Basilio, che abitavano tutte l'isole e il monte Athos, o _monte
santo_, che sta nei contorni (_Observations_ di Belon, fol. 32), potea
giustificare l'epiteto di santo dato a questa parte del Mediterraneo.
Αγιος con piccolo cangiamento divien la parola primitiva
Αιγαιος _Egeo_, immaginato dai Doriesi, che nel lor dialetto
diedero il nome figurato di αιγες, ossia capre, ai flutti
saltellanti (Vossio, ap. Cellarius, _Geogr. antiq_., t. I, p. 829).

[571] Secondo il viaggiatore ebreo, che avea corsa l'Europa e l'Asia,
non gareggiava in estensione con Costantinopoli, se non se Bagdad, la
gran città degli Ismaeliti (_Voyage_ di Beniamino di Tudela, pubblicato
da Baratier, t. I, c. 5, p. 46).

[572] Εσθλαβωθη δε πασα η χωρα και γεγονε βαρβαρος _fu saccheggiata
tutta la provincia e divenne Barbara_, dice Costantino (Thematibus,
l. II, c. 6, p. 25) in uno stile tanto barbaro, quanto il
suo concetto, a cui aggiunge, secondo il suo costume, un ridicolo
epigramma. Lo scrittore che ci ha dato alcune epitomi di Strabone,
osserva pure Ηπειρον, και Ελλαδα σχεδον και Μακεδονιαν, ηαι
Πελοποννησον Σκυθαι Σκλαβοι νεμονται _gli Sciti schiavi anche ora
spogliano quasi tutto l'Epiro e la Grecia e la Macedonia e il
Peloponneso_ (l. VII, p. 98, ediz. di Hudson). Dodvell, in proposito di
questo passo (_Geogr. minor_, t. II, _Dissert._ 6, p. 170-191), narra,
in una guisa che stanca, le scorrerie degli Schiavoni, e pone nell'anno
980 l'epoca di questo commentator di Strabone.

[573] Strabone, _Geogr._ l. VIII, p. 562; Pausania, _Graec. Descriptio_,
l. III, c. 21, p, 264, 265; Plinio, _Hist. natur._, l. IV, c. 8.

[574] Costantino, _De administr. imperio_, l. II, c. 50, 51, 52.

[575] La roccia di Leucade era la punta meridionale della sua diocesi.
Se egli avesse avuto il privilegio esclusivo del salto degli Amanti,
tanto noto ai lettori d'Ovidio, _epist. Sapho_, sarebbe stato il più
ricco prelato della chiesa greca.

[576] _Leucatensis mihi juravit episcopus, quotannis ecclesiam suam
debere Nicephoro aureos centum persolvere, similiter et caeteras plus
minuisve secundum vires suas_ (Luitprando, _in Legat._, p. 489).

[577] _V._ Costantino (_in vit. Basil._, c. 74, 75, 76, p. 195-197, _in
Scriptor. post Theophanem_) il quale impiega gran numero di parole
tecniche o barbare. Barbare dic'egli, τη των πολλων αμαθια. καλον γαρ
επι τουτοις κοινολεκτειν _per l'imperizia di molti, essendo
ben fatto famigliarizzarsi con esse_. Il Ducange si studia di spiegarne
alcune: ma gli mancava la scienza d'artefice.

[578] Quanto scrive Ugo Falcando degli opificii di Palermo (_Hist.
sicula in Proem._, in Muratori _Scriptor rerum italic._, t. V; p. 256),
è tolto da quei della Grecia. Senza trascrivere le sue frasi
declamatorie, che ho mitigate nel testo, osserverò che in quel passo, il
Carisio, primo editore, ha ragionevolmente sostituita la parola
_exanthemata_ alla bizzarra di _exarentasmata_. Viveva Falcando verso
l'anno 1190.

[579] _Inde ad interiora Graeciae progressi Corinthum, Thebas, Athenas
antiqua nobilitate celebres expugnant; et maxima ibidem praeda direpta,
opifices etiam qui Sericos pannos texere solent, ob ignominiam
imperatoris illius, suique principis gloriam, captivos deducunt. Quos
Rogerius, in Palermo Siciliae metropoli collocans, artem texendi suos
edocere praecepit; et exhinc praedicta ars illa, prius a Graecis tantum
inter christianos habita, Romanis patere coepit ingeniis._ (Ottone di
Frisinga, _De Gestis Frederici I_, l. I, c. 33; in Muratori, _Scriptor.
Ital._, t. VI, pag. 668). Questa eccezione permette al vescovo di
vantare Lisbona, e Almeria, _in sericorum pannorum opificio
praenobilissimae_ (_in Chron._, _apud_ Muratori, _Annal. d'Ital._, t.
IX, p. 415).

[580] Niceta, _in_ Manuel, l. II, c. 8, p. 65. Egli parla dei Greci come
abili ευητριους οθονας σφαινειν, _a tessere grandi tele_,
come ιστω προσανοεχοντας των εξαμιτων κιαι χρυσωπαστων στολων
_intesi a far tessuti di sciamiti e di stoffe con oro_.

[581] Ugo Falcando le chiama _nobiles officinas_. Gli Arabi piantarono
canne e ne cavarono zucchero nella pianura di Palermo; ma non recarono
colà la seta.

[582] _V._ la vita di Castruccio Castracani, non quella pubblicata dal
Machiavelli, ma da Nicola Tegrini, che è più autentica. Il Muratori che
l'inserì nell'undecimo volume de' suoi _Scriptores_ etc. cita questo
passo curioso nelle sue _Antichità d'Italia_ (t. I, _Dissert._ 25, p.
378).

[583] _V._ l'estratto degli statuti manoscritti di Modena citati dal
Muratori nelle _Antichità d'Italia_ (t. II, _Dissert._ 30, p. 46-48).

[584] I telai di stoffe di seta furono introdotti in Inghilterra l'anno
1620 (Andersons, _Chronological Deduction_, vol. II, p. 4). Ma alla
rivocazione dell'Editto di Nantes è debitrice la Gran Brettagna della
colonia di Spitalfields.

[585] _Voyage_ di Beniamino di Tudela, t. I, c. 5, p. 44-52. Il testo
ebraico fu tradotto in francese da Baratier, quel giovanetto
maraviglioso pel sapere, che però aggiunse alla versione un volume
d'erudizione indigesta. Gli errori e le finzioni del Rabbino ebreo non
bastano a ingerir dubbio sulla realtà de' suoi viaggi.

[586] _V._ il continuator di Teofane (t. IV, p. 107), Cedreno (p. 544) e
Zonara (t. II, l. XVI, p. 157).

[587] Zonara (t. II, l. XVII, p. 225) invece di _libbre_, usa la
denominazione più classica di talenti: stando al senso letterale di
questo vocabolo, il tesoro di Basilio, con un calcolo esatto, sarebbe
sessanta volte più considerevole.

[588] Chi brama una minuta descrizione del palazzo imperiale, vegga la
_Constantinop. christiana_ (l. II, c. 4, p. 113-123) del Ducange ch'è il
Tillemont del medio evo. La laboriosa Alemagna non ha prodotto due dotti
più operosi e più esatti di questi due antiquari, impastati per altro
del sangue spiritoso dei Francesi.

[589] Se si crede ad un epigramma (Anthol. graec., l. IV, p. 488-489,
Brodaci, _ap._ Wechel) attribuito a Giuliano, ex-prefetto dell'Egitto,
il palazzo di Bisanzio vinceva il Campidoglio, il palazzo di Pergamo, il
bosco Ruffiniano (φαιδρον αγαλμα _bel simulacro_), il tempio
di Adriano, Cizico, le piramidi, il faro ec. Il Brunch ha raccolto
(_Analect. graec._, t. II, p. 493-510) settant'uno epigrammi di questo
Giuliano, alcuni de' quali sono frizzanti, ma questo non vi si trova.

[590] _Constantinopolitanum palatium non pulchritudine solum, verum
etiam fortitudine omnibus quas unquam videram munitionibus praestat_
(Luitpr., _Hist._, l. V, c. 9, p. 465).

[591] _V._ il continuatore anonimo di Teofane (p. 59-61-86), cui mi sono
attenuto dietro l'estratto elegante e conciso del Le Beau (_Hist. du
Bas-Empire_, t. XIV, p. 436-438).

[592] _In aureo triclinio quae praestantior est pars potentissimus_
(l'usurpatore Romano) _degens caeteras partes (filiis) distribuerat_
(Luitprando, _Hist._, l. V, c. 9, p. 489). _V._ sul significativo di
triclinio (_aedificium tria vel plura_ κλινη (letti) _scilicet_
σεγη (camere) _complectens_), il Ducange, (_Gloss. graec. e
Observations_ sul Joinville p. 240), e il Reiske (_ad Constantinum de
Ceremoniis_, p. 7).

[593] _In equis vecti_ (dice Beniamino di Tudela), _regum filiis
videntur persimiles._ Io preferisco la version latina dell'imperator
Costantino (p. 46) alla francese del Baratier (t. I, p. 49).

[594] _V._ i particolari del viaggio, della munificenza, e del
testamento di essa nella vita di Basilio scritta da Costantino, nipote
di questo imperatore (c. 74, 75, 76, p. 195-197).

[595] Carsamatium (καρξιμαδες, Ducange, _Gloss._) _Graeci
vocant, amputatis virilibus et virga, puerum eunuchum quos Verdunenses
mercatores ob immensum lucrum facere solent et in Hispaniam ducere_
(Luitprando, l. VI, c. 3, p. 470); è questo l'ultimo abbominio
dell'infame traffico di schiavi. Mi fa stupore peraltro che in Lorena,
nel decimo secolo, si trovassero così attive speculazioni di commercio.

[596] _V._ l'_Alessiade_ (l. III, p. 78, 79) d'Anna Comnena, che può
paragonarsi a Madamigella di Montpensier, trattane la pietà filiale. Col
suo gran rispetto pe' titoli e per le formalità, ella dà a suo padre il
nome di Επισημοναρχης, inventore di quest'arte regia, τεχνη τεχνων _arte
delle arti_, e επισημων επισημη, _scienza
delle scienze_.

[597] Στεμμα, σεφανος, διαδημα; _serto, corona, diadema_ (_V._
Reiske, ad _Ceremoniale_ p. 14, 15). Il Ducange ha pubblicato una dotta
dissertazione sulle corone di Costantinopoli, di Roma, e di Francia ec.
(sopra Joinville, XXV, p. 289-303): ma nessuno dei trentaquattro modelli
che egli ne dà s'accorda esattamente colla descrizione d'Anna Comnena.

[598]

    _Par exstans curis, solo diademate dispar_
    _Ordine pro rerum vocitatus_ CURA-PALATI,

dice l'Affricano Corippo (_De laudibus Justini_, l. I, 136); e nello
stesso secolo (il sesto) Cassiodoro dice parlando di quell'uffiziale,
_Virga aurea decoratus inter numerosa obsequia primus ante pedes regis
incederet_ (_Variar._, VII, 5). In processo di tempo, cacciarono i Greci
al quindicesimo grado questo grande ufficiale, e divenne quasi ignoto,
ανεπιγνωστος, e non esercitava più alcun ufficio νυν δε ουδεμιαν
(Codin, c. 5, p. 65).

[599] Niceta (_in_ Manuele, l. VII, c. I,) lo definisce così, ως η
Λατινων φωνη καγκελαριον, ως δ’Ελληνες ειποιεν λογοθετην, _quel
che in lingua, latina è il cancelliere, i Greci chiamano Logoteta_.
Andronico vi aggiunse l'epiteto di μεγας _grande_ (Ducange, t.
I. p. 822, 823).

[600] Dopo l'imperatore Leone I (A. D. 470), l'inchiostro imperiale, che
tuttavia si vede in alcuni atti originali, fu una mescolanza di minio,
di cinabro o di porpora. I tutori dell'imperatore, che avean facoltà di
servirsene, scrivean sempre l'indizione e il mese con inchiostro verde.
_V._ il _Dictionnaire diplomatique_ (t. I, p. 511-513), compendio
prezioso.

[601] Il soldano mandò un Σιαους _Siaus_ ad Alessio (_Anna
Comnena_ l. VI, p. 170: Ducange _ad loc._); e Pachimaro parla spesso del
μεγας τζαους, _grande Tziaus_ (l. VII, c. I; l. XII, c. 30; l.
XIII, c. 22). Lo Sciau bascià oggi comanda settecento ufficiali (Ricaud,
_Ottoman Empire_ p. 349, ediz. _in_-8.)

[602] _Tagesman_ è il nome arabo d'un interprete (d'Herbelot, p. 854,
855), πρφτος των ερμηνεων ους κοινως ονομαζουσι δραγομανους,
_il primo degli interpreti, che comunemente chiamano dragomani_, dice
Codino (c. 5, n. 70, p. 67). _V._ Villehardouin (n. 96), Busbek
(_epist._ 4, p. 338) e Ducange (_Observ._ sopra Villehardouin, _et
Gloss. graec. et latin._)

[603] Κονοσταυλος o κοντοσταυλος, _conostaulo_ o _controstaulo_,
parola corrotta dal latino _comes stabuli_ o dal francese _connétable_.
I Greci han dato a questo vocabolo un senso militare sin dall'undecimo
secolo, cioè almeno tanto per tempo quanto i Francesi.

[604] Questa parola dalla lingua dei Normanni passò direttamente ai
Greci. Nel duodecimo secolo, Giannone annovera l'ammiraglio di Sicilia
tra i grandi ufficiali.

[605] Questo abbozzo degli onori e delle cariche dell'impero Greco è
cavato da Giorgio Codino Curopalata, che viveva ancora dopo che
Costantinopoli fu presa dai Turchi. La sua frivola Opera, ma scritta
accuratamente (_De officiis ecclesiae et aulae_ C. P.), è stata
illustrata dalle note di Goar e dai tre libri del Gretsero, dotto
Gesuita.

[606] La maniera di salutare portando la mano alla bocca, _ad os_, è
l'origine della parola latina _adorare_. _V._ l'erudito Selden (_Titles
of Honour_ vol. III, p. 143-145, 942). Pare, giusta il primo libro
d'Erodoto, che quest'uso venga dalla Persia.

[607] Luitprando descrive facetamente le sue due ambasciate che fece
nella Corte di Costantinopoli, quello che vide e che ebbe a soffrire
nella capitale dell'impero Greco (_Hist._ l. VI, c. 1-4, p. 469-471;
_Legatio ad Niceph. Phoc._, p. 479-489).

[608] Fra gli altri divertimenti di questa festa, un giovanetto tenne
sulla fronte in equilibrio una picca, o pertica, lunga ventiquattro
piedi, che portava un po' al di sotto della sua estremità superiore una
spranga di due cubiti. Due altri ignudi, ma coperti alla cintura
(_campestrati_), fecero ora insieme or separatamente diversi scherzi
come d'arrampicarsi, di fermarsi, di giocare, di scendere ec. _ita me
stupidum reddidit_, dice Luitprando, _utrum mirabilius nescio_ (p. 470).
A un altro pranzo si lesse un'omelia di S. Crisostomo sugli Atti degli
appostoli, _elata voce non latine_ (p. 483).

[609] Con molta verosimiglianza si fa derivare la parola _gala_, da
_cala_ o _caloat_, che, in arabo, significa un abito d'onore (Reiske,
_Not. in cerem._, p. 84).

[610] Πολυχρονιζειν desiderar _lunga vita_, parola spiegata poi con
quella di ευφημιζειν _augurar bene_ (Codin, c. 7, Ducange, _Gloss.
Graec_. t. I, p. 1199).

[611] Κωνσερβετ Δεους εμπεριουμ βεστρουμ — βικτορ σις σεμπερ — βηβητε
Δομινι Ημπερατορες ην μυλτος αννος _Conservet Deus imperium
vestrum — victor sis semper — Vivite Domini Imperatores in multos annos_
(_Ceremon._ c. 75, p. 215). I Greci non avendo il _V_ latino furono
obbligati ad usare il loro β. Queste frasi strane han potuto
imbarazzare qualche professore, fintanto che avran poi scoperto il vero
linguaggio.

[612] Βαραγγοι κατα την πατριαν γλωσσαν ουτοι, ηγουν Ινκλινιστι
πολυχρονιζουσι _i Varangi (gli Inglesi) secondo la patria
lingua ancor essi, cioè inchinati, auguran lunga vita_ (Codin, p. 90).
Vorrei che avesse conservato, anche in parte corrotte, le parole della
acclamazion degli Inglesi.

[613] _V._ sopra questa cerimonia l'opera di Costantino Porfirogeneta
colle note, anzi dissertazioni degli editori tedeschi Leich e Reiske,
sul grado delle persone di Corte (pag. 80, not. 23-62), sull'adorazione
che non si facea le domeniche (p. 95-240 not. 131), sulle uscite
trionfali (p. 2, ec. not. p. 3 ec.), sulle acclamazioni (_passim_, not.
25 ec.), sulle fazioni e sull'Ippodromo (p. 177-214, not. 9-95 ec.),
suoi giuochi dei Goti (pag. 221, not. 3), sulla vendemmie (pag. 217,
not. 109): questo libro contiene molte altre particolarità.

[614] _Et privato Othoni et nuper eadem dicenti nota adulatio_ (Tacito,
_Hist._ I, 85).

[615] Le _Familiae byzantinae_ del Ducange spiegano e rettificano il
decimoterzo capitolo _De administratione imperii_.

[616] _Sequiturque nefas Aegyptia conjux_ (Virgilio, _Aeneid_, VIII,
688). Questa Egiziana per altro discendeva da gran numero di re. _Quid
te mutavit_ (dice Antonio ad Augusto in una lettera) _an quod reginam
ineo? Uxor mea est_ (Svetonio, _in August._, c. 69). Per altro non so,
nè ho tempo di cercare, se il Triumviro osasse mai celebrare il suo
matrimonio con Cleopatra secondo i riti romani o quei dell'Egitto.

[617] _Berenicem invitus invitam dimisit_ (Sveton. _in Tito_, c. 7). Non
mi ricordo se io abbia altrove osservato che questa bella Giudea avea
allora più di cinquant'anni. Il giudizioso Racine s'è ben guardato dal
parlar della sua età e del suo paese.

[618] Si suppone che Costantino avesse fatto elogio della ευγενεια
_nobiltà_, e della περιφανεια _fama_ dei Franchi, con cui avea contratto
alleanze pubbliche e private. Gli autori francesi (Isacco Casaubono,
_in Dedicat. Polybii_) si compiacciono di quei complimenti.

[619] Costantino Porfirogeneta (_De administ. imperii_, c. 26) dà la
genealogia e la vita dell'inclito re Ugone. περιβλπτου ρεγος Ουγονως.
Se ne avranno idee più esatte nella critica del Pagi, negli
annali del Muratori e nel compendio di Saint-Marc, A. D. 925-946.

[620] Luitprando dopo avere parlato delle tre Dee, aggiugne _et quoniam
non rex solus iis abutebatur, earum nati ex incertis patribus originem
ducunt_ (_Hist_., l. IV, c. 6). _Vedi_ sul matrimonio della seconda
Berta, Hist. l. V, c. V; sull'incontinenza della prima, _Dulcis
exercitio hymenaei_, l. II, c. XV; su le virtù ed i vizi di Ugone, l.
III, c. 5. Non conviene però dimenticare che il vescovo di Cremona è un
poco inclinato per le cronache scandalose.

[621] _Licet illa imperatrix graeca sibi et aliis fuisset satis utilis
et optima_, etc. Tale è il preambolo d'un autore nemico (_apud_ Pagi t.
IV, A. D. 989, n. 3). Il Muratori, il Pagi, e il Saint-Marc alla data di
ognuno di questi avvenimenti, parlano del suo matrimonio e delle
principali azioni della sua vita.

[622] Cedreno (t. II. p. 699), Zonara (t. II, p. 221), Elmacin (_Hist.
Saracen_., l. III, c. 6), Nestore (_apud_ Lévesque, t. II, p. 112), Pagi
(_Critica_, A. D. 987, n. 6); combinazion singolare! Volodimiro ed Anna
son nel numero dei Santi della chiesa russa, eppure noi conosciamo i
vizi del primo e ignoriamo le virtù della seconda.

[623] _Henricus primus duxit uxorem scythicam, russam, filiam regis
Jeroslai_. Alcuni vescovi Greci furono spediti ambasciatori in Russia; e
il padre _gratanter filiam cum multis donis misit_. Si fece questo
matrimonio nel 1051. _V._ i passi delle cronache originali negli storici
di Francia del Bouquet (t. XI, p. 29-159-161-319-384-481). Il Voltaire
ha potuto maravigliarsi di questa alleanza; ma non avrebbe dovuto
confessarsi ignaro del paese, della religione ec., di Jeroslao, nome
notissimo negli Annali di Russia.

[624] Una costituzion di Leone Filosofo (78), _Ne Senatusconsulta
amplius fiant_, parla il linguaggio del più assoluto dispotismo: εξ ου
το μοναρχων κρατος την τουτων ανηπται διοικησιν και ματαιον το αχρηστον
μετα των χρειαν παρεχομενων συναπτεσθαι, _da che la potenza dei monarchi
regola la loro amministrazione, essere inopportuno e vano il congiungere
a ciò che è inutile le cose che portano utilità._

[625] Codino (_De officiis,_ c. 17, p. 120, 121) ci dà a conoscere
questo giuramento sì forte verso la chiesa πιστος και γνηστιος δουλος
και υιος της αγιας εκκλησιας, _fedele e legittimo servo, e
figlio della santa chiesa_, e poi sì debole quando si tratta degli
interessi del popolo, και απεχεσθαι φονων και ακρωτηριασμων και αμοιων
τουτοις κατα το δυνατον _ed astenersi dal mandar a morte,
dal mutilare, e da possibili condanne per quanto fosse possibile_.

[626] _I saggi e buoni sovrani sanno por limiti al loro potere colla
voce di una retta coscienza, condotta dall'equità, e dal bene generale
dello Stato; conoscono i loro diritti, ed i loro doveri; sanno tener
fermo il trono, sanno scegliere i ministri, che partecipano con essi
delle gravi cure dello Stato._ (Nota di N. N.)

[627] _Quelli che hanno la grave cura di governare, sanno prevenire gli
effetti funesti de' capricci de' governati, e conservare l'ordine
stabilito._ (Nota di N. N.)

[628] _Deve intendersi che l'Autore riferisca il vocabolo despota al
governo degli Arabi, ed anche di Costantinopoli nell'epoca di cui si
tratta, ed anche a quello del Gran Signore d'oggidì. Sanno tutti che
governo despotico è quello che non è regolato ordinatamente da un Codice
scritto di leggi, e sotto il quale le proprietà non sono sicure, siccome
non lo sono le vite. Le attuali monarchie d'Europa hanno un codice
scritto, che guarentisce le proprietà, le vite, ed i diritti; nè queste
cose si possono perdere che per la violazione delle leggi._ (Nota di N.
N.)

[629] Ecco le minacce di Niceforo all'ambasciatore d'Ottone: _Nec est in
mari domino tuo classium numerus. Navigantium fortitudo mihi soli inest,
qui cum classibus aggrediar, bello maritimas ejus civitales demoliar; et
quae fluminibus sunt vicina redigam in favillam_ (Luitprando _in legat.
ad Nicephorum Phocam, in_ Muratori _Scriptores rerum italicarum_, t. II,
part. I, p. 481). Egli dice in un altro sito: _qui caeteris praestant
Venetici sunt et Amalphitani_.

[630] _Nec ipsa capiet eum_ (l'imperator Ottone) _in qua ortus est
pauper et pellicea Saxonia: pecunia qua pollemus omnes nationes super
eum invitabimus; et quasi Keramicum confringemus_ (Luitprando, in
Legat., p. 487). I due libri _De administrando imperio_, ripetono per
tutto gli stessi principii politici.

[631] Il decimonono capitolo della Tattica di Leone (_Meurs. opera_, t.
VI, p. 825-848), pubblicata più correttamente sopra un manoscritto di
Gudio dal laborioso Fabricio (_Biblioth. graec._, t. VI, p. 372-379),
tratta della _naumachia_ o guerra navale.

[632] L'armata di Demetrio Poliorceta aveva pure navigli di quindici o
sedici ordini di remi, de' quali non si faceva uso che nel
combattimento. Quanto alla nave con quaranta ordini di remi di Tolomeo
Filadelfo, era un piccolo palazzo ondeggiante, la cui portata,
paragonandola a quella d'un vascello inglese di cento cannoni, era nella
proporzione di quattro e mezzo ad uno, secondo il dottore Arbuthnot
(_Tables of ancient coins_, etc., p. 231-236).

[633] È tanto chiara l'asserzione degli autori che dicono avere avuto i
_Dromoni_ di Leone ec. due ordini di remi, che io debbo criticare la
versione di Meursio e di Fabricio, i quali pervertono il senso per una
cieca fedeltà alla denominazione classica di _triremi_. Gli storici
bisantini commettono qualche volta la medesima inesattezza.

[634] Costantino Porfirogeneta _in vit. Basil._, c. 61, p. 185: loda
egli moderatamente questo stratagemma come βουλην συνστην και σοφην
_un'invenzione prudente e dotta_; ma, offuscato dalla sua
fantasia, presenta la navigazione intorno al Capo del Peloponneso come
un tragitto di mille miglia.

[635] Il continuator di Teofane (l. IV, p. 122, 123) nomina i luoghi di
questi segnali che rispondono gli uni agli altri; il castello di Lulum
presso Tarso, il monte Argeo, il monte Isamo, il monte Egilo, la collina
di Mamasso, il Ciriso, il Mocilo, il colle d'Ausenzio, il quadrante del
faro del gran palazzo. Dice che le notizie si trasmettevano εν ακαρει
in un attimo: miserabile esagerazione, che nulla dice perchè
dice troppo. Sarebbe stata cosa più istruttiva l'indicare un intervallo
di tre, di sei o di dodici leghe.

[636] _V._ il _Cerimoniale_ di Costantino Porfirogeneta (l. II, c. 44,
p. 176-192). Un lettore attento scorgerà qualche contraddizione in varie
parti di questo calcolo; ma non sono già più oscure, o più
inesplicabili, delle tabelle totali, e di quelle degli uomini effettivi,
dei soldati presenti e degli altri atti al servigio, dei riscontri di
riviste e dei congedi, cose che nei nostri eserciti odierni si vogliono
coperte d'un velo misterioso, ma profittevole a taluno.

[637] _V._ il quinto, sesto e settimo capitolo, περι οπλων, περι
οπλισεως, e περι γυμνασιας _delle armi, dell'armamento e
dell'esercizio_, nella Tattica di Leone, coi passi corrispondenti in
quella di Costantino.

[638] Osservano essi της γαρ τοξειας παντελως αμεληθεισης... εν τοις
Ρωμαιοις τα πολλα νον αιωθε σφαλματα γινησθαι _essendo onninamente
negletta l'arte del balestriere... sogliono presentemente succedere
fra i Romani molti errori_ (Leone, _Tactique_, p. 581; Costantino,
p. 1216). Non era però massima de' Greci e de' Romani lo spregiare
l'arte de' saettieri, perchè combattevano da lungi, e disordinatamente.

[639] Si confrontino i passi della Tattica, p. 669, e 721, e il
duodecimo col diciottesimo capitolo.

[640] Nella prefazione alla sua Tattica, Leone deplora apertamente la
mancanza di disciplina e le disgrazie di quel tempo. Ripete senza
scrupolo (_Proem._ p. 537) i rimproveri di αμελεια, αταξια, αγυμνασια,
δειλια, _negligenza_, _confusione_, _mancanza d'esercizio_,
_poltroneria_ ec.; e pare che sotto la generazion seguente meritassero
la stessa censura gli alunni di Costantino.

[641] _V._ nel _Cerimoniale_ (l. II, c. 19, p. 363) la consuetudine
tenuta quando l'imperatore calpestava i Saracini prigionieri, mentre
cantavasi: «tu hai fatto scabello de' tuoi nemici», e il popolo ripeteva
il _Kyrie eleison_ quaranta volte seguitamente.

[642] Osserva Leone (_Tactique_ p. 668), che una battaglia ordinata
contro qualunque nazione è επισφαλες e επικινδυνον _incerta_ e
_pericolosa_. Le parole sono energiche, e l'osservazione è
giusta; ma se i primi Romani fossero stati di questo avviso, noti
avrebbe mai dato leggi Leone alle rive del Bosforo Tracio.

[643] Zonara (t. II, l. XVI, p. 202, 203) e Cedreno (_Compend._, p. 698)
che parlano di questa idea di Niceforo, applicano molto male l'epiteto
di γενναιον _generosa_ all'opposizion del Patriarca.

[644] Il decimo ottavo capitolo, che tratta della tattica delle varie
nazioni, è il più storico ed il più utile di tutta l'Opera di Leone. Non
avea che troppe occasioni l'imperator Romano di studiare i costumi e le
armi de' Saracini (_Tactique_ p. 809-817, e un frammento d'un
manoscritto della biblioteca Medicea, che si trova nella prefazione del
sesto volume del Meursio).

[645] Παντος δε παι κακου εργου τον Θεον αιτιον υποτιθενται και πολεμοις
χαιρειν λεγουσι τον Θεον τον διασκορπιζουντα εθνη τα τους πολεμους
θελοντα. _Suppongono che Iddio sia l'autore d'ogni azione, anche
cattiva, e dicono che si compiace della guerra quel Dio che disperde
le nazioni che voglion la guerra_ (Leone, _Tactique_ p. 809).

[646] Luitprando (p. 484, 486) riferisce e spiega gli oracoli de' Greci
e de' Saracini, dove, secondo l'uso della profezia, il passato è chiaro
ed istorico, e l'avvenire oscuro, enimmatico ed inesatto. Secondo questa
linea di demarcazione tra la luce e l'ombra, si può per lo più
determinar l'epoca di ognuno di quegli oracoli.

[647] Si riscontra la sostanza di questa riflessione in Abulfaragio
(_Dynast._, p. 2, 62, 101); ma non mi sovviene dove io l'abbia trovata
nella forma di questa spiritosa sentenza.

[648] _Ex Francis, quo nomine tam Latinos quam Teutones comprehendit,
ludum habuit_ (Luitprand., _in Legat. ad imp. Nicephor._, p. 483, 484).
L'ampiezza data poi a questa denominazione è confermata da Costantino
(_De administr. imp._, l. II, c. 27, 28), e da Eutichio (_Annal._, t. I,
p. 55, 56) che vissero tutti e due prima delle Crociate. Le
testimonianze d'Abulfaragio (_Dyn._, p. 69) e d'Abulfeda (_Praefat. ad
Geogr._) sono le più recenti.

[649] Si può consultare utilmente su questo articolo di disciplina
ecclesiastica e beneficiaria, il padre Tomassino (t. III, l. I, c. 40,
45, 46, 47). Una legge di Carlomagno esentava i vescovi dal servigio
personale; ma l'uso contrario, che prevalse dal nono al decimoquinto
secolo, è confermato dall'esempio o dal silenzio de' Santi e dei
dottori... «Voi giustificate coi sacri canoni la vostra poltroneria,
dice Ratario di Verona; ma i canoni vi proibiscono anche l'incontinenza,
eppure......»

[650] L'imperator Leone ha esposto imparzialmente, nel decimo ottavo
capitolo della sua Tattica, i vizi e le qualità militari dei Franchi,
(che Meursio traduce in modo ridicolo col vocabolo _Galli_), e dei
Lombardi o Longobardi. _V._ pure la ventesimasesta dissertazione del
Muratori, _De antiquitatibus Italiae medii aevi_.

[651] _Domini tui milites_ (diceva l'orgoglioso Niceforo) _equitandi
ignari, pedestris pugnae sunt inscii: scutorum magnitudo, ensium
longitudo, galearumque pondus neutra parte pugnare eos sinit; ac
subridens, impedit, inquit, et eos gastrimargia, hoc est ventris
ingluvies_, etc. (Luitprando, _in Legat._ p. 480, 481).

[652] _In Saxonia certe scio.... decentius ensibus pugnare quam calamis,
et prius mortem obire quam hostibus terga dare_ (Luitprando, p. 482).

[653] φθαγ οι τοιυν και Λογιβαθδοι λογον ελευθεριας περι πολλου
ποιουνται, αλλ’ οι οι μεν Λογιβαθδοι το πλεον της τοιαυτης αθετης νυν
απωλεσαν. _I Franchi per altro, e i Longobardi sovente fan
parola di libertà; ma i Longobardi ora hanno perduto il più di questa
virtù._ (Leone, _Tactiq._, c. 18, p. 805). L'imperatore Leone morì, A.
D. 911. Un poema istorico che finisce nel 916, e che sembra composto nel
940 da un Veneziano, così parla dei costumi d'Italia e di Francia.

    — _Quid inertia bello_
    _Pectora_ (Ubertus ait) _duris praetenditis armis,_
    _O Itali? Potius vobis sacra pocula cordi;_
    _Saepius et stomachum nitidis laxare saginis_
    _Elatasque domos rutilo fulcire metallo._
    _Non eadem Gallos similis vel cura remordet;_
    _Vicinas quibus est studium devincere terras_
    _Depressumque larem spoliis hinc inde coactis_
    _Sustentare._

(_Anonym. carmen Panegyricum de Laudibus Berengarii Augusti_, l. II,
_in_ Muratori, _Script. rerum italic._, t. II, _pars._ I, p. 393).

[654] Giustiniano, dice lo storico Agatia (l. V, p. 157), πρωτος Ρωμαιων
αυτοκρατωρ ονοματι και πραγματι, _e di nome e di fatti primo
imperator de' Romani_. Gli imperatori di Bisanzio non presero per altro
il titolo formale di imperatori dei Romani, se non dopo il tempo che
vollero pretenderlo gli imperatori Francesi e Tedeschi dell'antica Roma.

[655] Costantino Manasse ha scritto contro questo divisamento in versi
barbari.

    Την πολιν την βασιλειαν αποκοσμησαι θελων,
    Και την αρχην χαθισασθαι τριπεμπελω Ρωμη,
    Ως ειτις αθροστολιστον αποκοσμεσει νυμφην,
    Και γραυν τινα τρικοθωνον ως κορην ωραισει.

_volendo spogliare la città regina, e gratificare della primazia la
decrepitissima Roma, come chi spogliasse una sfarzosissima sposa per
ornare come una fanciulla una vecchiaccia dell'età di tre cornacchie._
Ed è confermato da Teofane, Zonara, Cedreno, e dall'_Historia Miscella_:
_voluit in urbem Romani imperium transferre_ (l. XIX, p. 157), in t. I,
part. I, degli _Script. rerum ital._ del Muratori.

[656] Paolo Diacono, l. V, c. II, p. 480; Anastasio, _in vitis
Pontificum_, nella raccolta del Muratori, t. III, part. I, pag. 141.

[657] Si consultino la prefazione del Ducange (_ad Gloss. graec. medii
aevi_) e le Novelle di Giustiniano (VII, LXVI). Dicea l'imperatore che
la lingua greca era κοινος, _comune_, la latina πατριος, _nativa_, per
lui, e finalmente che ella era κυριωτατος, _imperialissima_ pel
πολιτειας σχημα, _sistema del governo_.

[658] Ου μεν αλλα και Λατινικη λεξις και φρασις εις επι τους νομους
κρυπτουσα τους συνειναι ταυτην μη δυναμενους ισχυρους απετειχιξε _Non
certamente anche una frase e dizione latina ascondendo le leggi
rendette bravi quelli che non potevano averla familiare_ (Matth.
Blastares, _Hist. jur._, _apud._ Fabric., _Bibl. graec._, t.
XII, p. 369). Il Codice e le Pandette furono tradotte ai tempi di
Giustiniano (p. 358-366). Fu Taleleo che pubblicò la versione delle
Pandette. Teofilo, uno de' tre primi giureconsulti a cui Giustiniano
commise questo lavoro, ha lasciato una parafrasi elegante ma prolissa
dell'Instituta. Giuliano per altro (A. D. 570) CXX _Novellas graecas
eleganti latinitate donavit_ (Eineccio, _Hist. J. R._, p. 396), per uso
dell'Italia e dell'Affrica.

[659] Abulfaragio dice che la settima dinastia fu quella dei Franchi o
Romani, l'ottava quella dei Greci, la nona quella degli Arabi. _A
tempore Augusti Caesaris, donec imperaret Tiberius Caesar, spatio
circiter annorum 600 fuerunt imperatores C. P. patricii, et praecipua
pars exercitus romani: extra quod, consiliarii, scribae et populus,
omnes Graeci fuerunt: deinde regnum etiam graecanicum factum est_ (p.
96, vers. Pocock). Abulfaragio avea studiata la religione cristiana e le
materie ecclesiastiche, ed aveva qualche vantaggio sui più ignoranti
Musulmani.

[660] _Primus ex Graecorum genere in imperio confirmatus est_; o secondo
un altro manoscritto di Paolo Diacono (l. III, c. 15, p. 443), _in
Graecorum imperio_.

[661] _Qui linguam, mores, vestesque mutastis, putavit sanctissimus
papa_ (ironia ben ardita), _ita vos (vobis) displicere Romanorum nomen.
His nuncios_, forse i nuncii, _rogabant Nicephorum imperatorem
Graecorum, ut cum Othone imperatore Romanorum amicitiam faceret_
(Luitprando, _in Legatione_, p. 486).

[662] Laonico Calcondila, che sopravisse all'ultimo assedio di
Costantinopoli, racconta (l. I, p. 3) che Costantino trapiantò i Latini
d'Italia in una città greca della Tracia; che questi pigliarono la
lingua e i costumi del paese, e che si confusero gli oriundi del sito e
i Latini di Bisanzio sotto il nome di Greci. I re di Costantinopoli,
soggiunge lo storico, επι το οφας αυτους σεμνυνεσθαι Ρωμαιων βασιλεις τε
και αυτοκρατορας αποκαλειν, Ελληνων δε βασιλεις ουκετι ουδαμη αξιουν
_per esaltare sè stessi s'intitolavano re dai Romani ed imperatori,
e non degnavano punto nè poco quello di re de' Greci._

[663] _V._ il Ducange (_C. P. Christiana_, l. II, p. 150, 151), che ha
raccolte le testimonianze, non già di Teofane, ma di Zonara (t. II, l.
XV, p. 104), Cedreno (p. 454), di Michele Glica (p. 281) e di Costantino
Manasse (p. 87). Dopo avere confutata l'assurda accusa sparsa contro
l'imperatore, lo Spanheim (_Hist. imaginum_, p. 99-111) parla da vero
avvocato, e tenta di mettere in dubbio o di contestare l'esistenza del
fuoco, e quasi della biblioteca.

[664] Secondo Malco, questo manoscritto d'Omero fu consunto dalle fiamme
ai tempi di Basilico. Può essere stato rinnovato: ma in un budello di
serpente! questo pare strano ed incredibile.

[665] L'αλογια _irragionevolezza_ di Zonara, e la αγρια και αμαθια
_rusticità e ignoranza_ di Cedreno sono vocaboli energici,
che forse conveniano molto bene a quelle due dinastie.

[666] _V._ Zonara (l. XVI, p. 160 e 161) e Cedreno (p. 549, 550). Leone
il filosofo, come il monaco Bacone, fu trattato da Mago nel suo secolo
ignorante; fu però minore l'ingiustizia se egli è l'autor degli oracoli
più comunemente attribuiti all'imperatore dello stesso nome. Le opere di
Leone sulle scienze fisiche stanno manoscritte nella biblioteca di
Vienna (Fabricio, _Biblioth. graec._, t. VI, p. 366: t. XII, p. 781).
_Quiescant!_

[667] Anckio (_De Scriptorib. Byzant._, p. 269-396) e Fabricio discutono
alla distesa il carattere ecclesiastico e letterario di Fozio.

[668] Εις ασσυριους _agli Assirii_, non può significare altro
che Bagdad, residenza del Califfo. Sarebbe stata curiosa ed istruttiva
la relazione della sua ambasceria. Ma come potè egli procacciarsi tutti
quei libri? Non avrà trovato a Bagdad una Biblioteca sì numerosa, nè
avrà potuto trasportarla colle sue robe, ed è impossibile che se la
recasse in testa. Pure quest'ultima supposizione, per quanto sembri
incredibile, pare assistita dalla testimonianza di Fozio istesso,
οσας αυτων η μνημη διεσωζε, _di quanti_ (di quei libri) _fece
conserva la mia memoria_. Camusat (_Hist. critiq. des Journaux_, p. 87,
94) espone benissimo quanto concerne al myrio-biblion.

[669] _V._ gli articoli particolari di quei Greci moderni nella
biblioteca greca di Fabricio, Opera dotta ma suscettiva di miglior
metodo e di molti miglioramenti. Fabricio parla d'Eustazio (t. I, p.
289-292, 306-329), di Pselli (_Diatribe de Leon Allatius, ad calcem_, t.
5), di Costantino Porfirogeneta (t. VI, p. 486-509), di Giovanni Stobeo
(t. VIII, p. 665-728), di Suida (t. IX, p. 620-827), di Giovanni Tzetze
(t. XII, p. 245-273). Il Signor Harris, nei suoi _Philological
Arrangements_ (_Opus senile_), ha dato un abbozzo di questa letteratura
dei Greci di Bisanzio (p. 287-300).

[670] Gerardo Vossio (_De poetis graecis_, c. 6) ed il le Clerc
(_Bibliothèque choisie_, t. XIX, p. 285) fan cenno, dietro l'oscura
testimonianza o le ciarle del volgo, d'un commentario di Michele Psello
sulle ventiquattro commedie di Menandro, che sussistevano manoscritte in
Costantinopoli. Questi lavori classici non paiono compatibili colla
gravità d'un erudito paziente, che sveniva sulle categorie (_De
Psellis_, p. 42), ed è probabile che siasi confuso Michele Psello con
Omero Sellio, che avea scritto gli argomenti delle commedie di Menandro.
Suida nel duodecimo secolo numerava cinquanta commedie di questo autore;
ma trascrive spesso l'antico Scoliasta d'Aristotile.

[671] Anna Comnena ha potuto insuperbirsi della purezza del suo
grecizzare (το Ελληνιζειν ες ακρον εοπουδακυια, _studiosissima
a cogliere il fiore della lingua greca_), e Zonara, contemporaneo ma non
adulatore di lei, ha potuto aggiungere con verità γλωτταν ειχεν ακθιβως
Αττικιζουσαν, _possedette la lingua assolutamente attica_. La
principessa conoscea bene i Dialoghi dottissimi di Platone, il τετρακτυς
o il _quadrivio_ dell'astrologia, la geometria, l'aritmetica
e la musica. _V._ la sua prefazione dell'_Alessiade_ colle note del
Ducange.

[672] Il Ducange, per criticare il gusto degli autori bisantini (_Praef.
Gloss. graec._, p. 17), accumula le autorità d'Aulio Gellio, di Girolamo
Petronio, di Giorgio Amartolo, e di Longino, che davano ad un'ora il
precetto e l'esempio.

[673] I _versus politici_, quei prostituti, che, come dice Leone
Allazio, per la loro facilità si danno in braccio a tutti, aveano per lo
più quindici sillabe; furono usati da Costantino Manasse, da Giovanni
Tzetze ec. (_V._ il Ducange, _Gloss. latin._, t. III, part. I, p. 345,
346, ediz. di Basilea, 1762).

[674] S. Bernardo è l'ultimo Padre della chiesa Latina, e San Giovanni
Damasceno, che fiorì nell'ottavo secolo, è venerato come l'ultimo della
chiesa Greca.

[675] _Essais_ di Hume, vol. I, p. 125.


FINE DEL DECIMO VOLUME.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL DECIMO VOLUME


  CAPITOLO L. _Descrizione dell'Arabia e de'
  suoi abitatori. Nascita, carattere, e dottrina
  di Maometto. Predica alla Mecca. Fugge a Medina.
  Propaga la sua religione colla spada.
  Sommessione volontaria o sforzata degli Arabi.
  Sua morte e suoi successori. Pretensioni e
  trionfi di Alì e de' suoi discendenti._

  A. D.
            Descrizione dell'Arabia                      _pag._ 6
            Terreno e clima                                     7
            Delle tre Arabie o dell'Arabia Deserta,
              dell'Arabia Petrea, e dell'Arabia Felice         10
            Costumi de' Bedovini o Arabi pastori               10
            Il cavallo                                         12
            Il cammello                                        13
            Città dell'Arabia                                  14
            La Mecca                                           15
            Suo commercio                                      16
            Independenza nazionale degli Arabi                 17
            Loro libertà e loro carattere domestico            22
            Guerre civili e vendette particolari               25
            Tregua annuale                                     28
            Loro qualità e loro virtù sociali                  28
            Loro amore per la poesia                           30
            Esempi di generosità                               31
            Loro antica idolatria                              33
            Il Caaba o tempio della Mecca                      34
            Sagrificii e cerimonie religiose                   37
            Introduzione dei Sabei                             39
            I Magi                                             41
            Gli Ebrei                                          41
            I Cristiani                                        41
    569-609 Nascita ed educazione di Maometto                  43
            Liberazion della Mecca                             45
            Qualità del Profeta                                47
            Un solo Dio                                        51
            Maometto appostolo di Dio ed ultimo dei Profeti    56
            Mosè                                               58
            Gesù                                               58
            Il Corano                                          61
            Miracoli                                           65
            Precetti di Maometto, preghiere, digiuni
              e limosine                                       68
            Risurrezione                                       72
            L'inferno e il paradiso                            73
        609 Maometto predica alla Mecca                        77
    613-622 La tribù di Koreish s'oppone alla sua missione     82
        622 È cacciato dalla Mecca                             84
        622 È ricevuto a Medina in qualità di principe         85
    622-632 Sua dignità regia                                  88
            Egli dichiara la guerra agli infedeli              89
            Sua guerra difensiva contro i Coreisbiti
              della Mecca                                      94
        623 Battaglia di Beder                                 95
        628 D'Ohud                                             97
        625 Le _nazioni_ o _la fossa_                          98
    623-627 Maometto soggioga gli Ebrei dell'Arabia            99
        629 Sommession della Mecca                            101
    629-632 Conquisto dell'Arabia                             105
    629-630 Prima guerra de' Maomettani contro
              l'impero Romano                                 109
        632 Morte di Maometto                                 112
            Suo carattere                                     117
            Vita privata di Maometto                          121
            Sue mogli                                         122
            Suoi figli                                        125
            Carattere d'Alì                                   127
        632 Regno d'Abubeker                                  128
        634 D'Omar                                            129
        644 D'Othmano                                         130
            Discordia de' Turchi e de' Persiani               130
        655 Morte d'Othmano                                   133
    656-660 Regno d'Alì                                       134
        655 o 661-680 Regno di Moawiyah                       138
        680 Morte d'Hosein                                    139
            Posterità di Maometto e d'Alì                     143
            Trionfo di Maometto                               146
            Stabilità di sua religione                        147
            Del bene e del male da lui fatto nel suo paese    150

  CAPITOLO LI. _Conquisto della Persia, della
  Sorìa, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna,
  fatto dagli Arabi o Saracini. Impero de' Califfi
  o successori di Maometto. Situazione de'
  Cristiani sotto quel governo._

        632 Unione degli Arabi                                152
            Carattere de' loro Califfi                        155
            Loro conquiste                                    158
        632 Invasion della Persia                             162
        636 Battaglia di Cadesia                              163
            Fondazion di Bassora                              166
        637 Sacco di Modain                                   167
            Fondazione di Cufa                                169
    637-651 Conquisto della Persia                            171
        651 Morte dell'ultimo re della Persia                 174
        712 Conquisto della Transoxiana                       177
        632 Invasion della Sorìa                              178
            Assedio di Bosra                                  182
        633 Assedio di Damasco                                185
        633 13 luglio. Battaglia d'Aiznadin                   188
            Gli Arabi ritornano a Damasco                     191
        634 Damasco è presa d'assalto dopo essere stata
              presa per capitolazione                         194
            Persecuzione contro gli abitanti di Damasco       197
            Fiera d'Abyla                                     200
        635 Assedio d'Eliopoli e d'Emesa                      202
        636 novembre. Battaglia d'Yermuch                     207
        637 Conquisto di Gerusalemme                          211
        638 Conquisto d'Aleppo e d'Antiochia                  216
        638 Fuga d'Eraclio                                    220
            Fine della guerra di Sorìa                        225
    633-639 I vincitori di Sorìa                              225
    639-655 Avanzamenti dei vincitori della Sorìa             228
            Egitto. Carattere e vita d'Amrou                  230
        638 giugno. Invasion dell'Egitto                      232
            Le città di Menfi, di Babilonia, e del Cairo      234
        638 Sommessione de' Cofti o Giacobiti                 236
            Biblioteca di Alessandria                         245
            Amministrazion dell'Egitto                        250
            Ricchezza e popolazione                           251
        647 Affrica. Prima invasione fatta da Abdallah        256
            Il Prefetto Gregorio e sua figlia                 258
            Vittoria degli Arabi                              259
    665-689 Progressi de' Saracini in Affrica                 263
    670-675 Fondazione di Cairoan                             268
    692-698 Conquista di Cartagine                            269
    698-709 I Musulmani compiono il conquisto dell'Affrica    272
            Adozione de' Mori                                 275
        709 Spagna. Primi disegni degli Arabi su
              questo paese                                    276
            Stato della monarchia de' Goti                    276
        710 Prima discesa degli Arabi in Ispagna              280
        711 La seconda discesa                                282
            Loro vittoria                                     283
        711 Distruzione della monarchia de' Goti              285
    712-713 Conquisto della Spagna fatto da Musa              289
        714 Disgrazia di Musa                                 294
            Prosperità degli Spagnuoli sotto gli Arabi        297
            Tolleranza religiosa                              300
            Propagazione del Maomettismo                      301
            Annientamento de' Magi della Persia               303
            Decadenza e caduta del Cristianesimo in Affrica   308
   1149 ec. E della Spagna                                    310
            Il Cristianesimo tollerato dai Musulmani          311
            Loro mali                                         312
        718 L'impero dei Califfi                              314

  CAPITOLO LII. _I due assedii di Costantinopoli
  fatti dagli Arabi. Loro invasione in Francia,
  e loro sconfitta per opera di Carlo Martello.
  Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi.
  Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi.
  Imprese navali contro l'isola di Creta, contro
  la Sicilia e Roma. Decadimento e divisione
  dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi
  degli imperatori Greci._

            Limiti delle conquiste degli Arabi                316
    668-675 Primo assedio di Costantinopoli fatto
              da gli Arabi                                    317
        677 Pace e tributo                                    320
    716-718 Secondo assedio di Costantinopoli                 323
            I Saracini abbandonano l'assedio di
              Costantinopoli                                  328
            Scoperta ed uso del fuoco greco                   329
        721 Invasione della Francia eseguita dagli Arabi      334
        731 Spedizione e vittorie d'Abderamo                  336
        732 Disfatta de' Saracini per opera di
              Carlo Martello                                  340
            Si ritirano davanti ai Francesi                   343
    746-750 Esaltamento degli Abbassidi                       344
        750 10 febbraio. Caduta degli Ommiadi                 349
        755 Rivolta della Spagna                              349
            Triplice division del Califfato                   351
    750-960 Magnificenza de' Califfi                          351
            Effetti di questa magnificenza pel ben
              pubblico e pel ben individuale                  356
    754-813 Introduzione della letteratura fra gli Arabi      358
            Loro veri progressi nelle scienze                 361
            Mancanza d'erudizione, di gusto e di libertà      367
    781-805 Guerre di Haroun-al-Rashid contro i Romani        370
        823 Gli Arabi soggiogano l'isola di Creta             374
    827-878 E di Sicilia                                      376
        846 Invasion di Roma eseguita dai Saracini            379
        849 Vittoria e regno di Leone IV                      381
        852 Fondazione della città Leonina                    384
        838 La guerra d'Amorio tra Teofilo e Motassem         384
    841-870 Disordine delle guardie turche                    389
    890-951 Nascita e progressi de' Carmatii                  392
   900 etc. Loro imprese militari                             393
        929 Essi saccheggiano la Mecca                        395
    800-936 Rivolta delle province                            395
            Le dinastie independenti                          397
    800-941 Gli Aglabiti                                      397
    829-907 Gli Edrisiti                                      397
    813-872 I Thaeriti                                        398
    872-902 I Soffaridi                                       398
    874-999 I Samanidi                                        399
    868-905 I Tulondi                                         400
    864-968 Gli Iksiditi                                      400
   892-1001 Gli Amadaniti                                     400
   933-1055 I Bowidi                                          400
        936 Abbassamento de' Califfi di Bagdad                401
        960 Impresa de' Greci                                 404
            Soggiogamento di Creta                            404
    963-975 Le conquiste in Oriente di Niceforo Foca
              e di Giovanni Zimiscè                           405
            Conquista della Cilicia                           406
            Invasion della Sorìa                              407
            I Greci riprendono Antiochia                      407
            Passaggio dell'Eufrate                            409
            Pericolo di Bagdad                                410

  CAPITOLO LIII. _Stato dell'impero d'oriente
  nel decimo secolo. Sua estensione e divisione.
  Ricchezze e rendite. Palazzo di Costantinopoli.
  Titoli e cariche. Orgoglio e potenza degli
  imperatori. Tattica dei Greci, degli Arabi
  e dei Franchi. Estinzione della lingua latina.
  Studi e solitudine de' Greci._

            Memorie sull'Impero Greco                         412
            Scritti di Costantino Porfirogeneta               412
            Imperfezione di questi scritti                    415
            Ambasciata di Luitprando                          418
            I temi o le province dell'impero, e loro
              limiti a diverse epoche                         419
            Ricchezza e popolazione                           421
            Stato del Peloponneso                             423
            Degli Schiavoni                                   424
            Gli uomini liberi della Laconia                   425
            Città e rendite del Peloponneso                   426
            Delle manifatture ed in particolare
              degli opificii di Seta                          427
            Questi passano dalla Grecia in Sicilia            429
            Rendita dell'impero Greco                         430
            Fasto e lusso degli imperatori                    432
            Il palazzo di Costantinopoli                      433
            Ammobigliamento ed ufficiali del palazzo          436
            Onori e titoli della famiglia imperiale           438
            Officii dello Stato e dell'esercito               440
            Adorazion dell'imperatore                         443
            Ricevimento degli ambasciatori                    444
            I Cesari sposi di femmine straniere               448
            Legge immaginaria di Costantino                   449
        733 Prima eccezione                                   449
        941 Seconda eccezione                                 450
        943 Terza eccezione                                   450
        972 Ottone d'Alemagna                                 452
        988 Volodimiro principe di Russia                     453
            Autorità dispotica degli imperatori               453
            Forza militare de' Greci, de' Saracini
              e dei Franchi                                   456
            Marineria de' Greci                               457
            Tattica e carattere de' Greci                     461
            Carattere e tattica de' saracini                  465
            I Franchi o i Latini                              468
            Loro carattere e loro tattica                     471
            Perdita della lingua latina                       473
            Gli imperatori Greci e loro sudditi vogliono
              conservare il nome di Romani                    477
            Tempo d'ignoranza                                 478
            Rinascimento della letteratura greca              479
            Decadenza del gusto e dell'ingegno                483
            Mancanza d'emulazion nazionale                    486


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (liturgia/liturgìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state
trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per
eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10 (of 13)" ***

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