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Title: Al di là
Author: Oriani, Alfredo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Al di là" ***

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                          _OTTONE DI BANZOLE_

                           (ALFREDO ORIANI)


                               AL DI LÀ


                               ROMANZO.

                           Terza Edizione



                        Quanto a quelle persone apatiche, che non
                          conoscono nè le tentazioni dell'immaginazione
                          nè del sentimento, confesso
                          che hanno tutto il diritto di censurarmi,
                          ma non so decidermi se abbiano quello
                          di leggermi.

                                                        CESAROTTI.



                                MILANO
                       GIUSEPPE GALLI, EDITORE
                _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_
                                 1890



                         PROPRIETÀ LETTERARIA

         Milano — Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43.



                              A coloro che dopo letto questo libro si
                              credessero ancora in diritto di
                              arrossire perchè solo il vizio vi figura
                              e con tutto lo splendore di che il cuore
                              e la fantasia dell'artista hanno saputo
                              vestirlo, non ho che a ripetere le
                              parole di uno degli spiriti più casti e
                              profondi dei tempi moderni — la vertu
                              dans les romans n'est bonne que à
                              sagrifier — ed io mi sentivo troppo
                              virtuoso per consumare tale sagrificio.



INDICE


  PARTE PRIMA.

  CAPITOLO                     PAG.

  _PRIMA_                        1

    I                           17
   II                           30
  III                           46
   IV                           55
    V                           67
   VI                           78

  PARTE SECONDA.

  Ugo ad Anselmo               141

  PARTE TERZA.

     I                         247
    II                         264
   III                         279
    IV                         291
     V                         307
    VI                         336
   VII                         363
  VIII                         382
    IX                         391
     X                         398
    XI                         419
   XII                         430
  XIII                         442

  PARTE QUARTA.

     I                         455
    II                         464
   III                         484
    IV                         496
     V                         503

  _DOPO_                       515



AL DI LÀ



PARTE PRIMA



PRIMA

                              Une personne de ma connaissance disait:
                              Ie vais faire une assez sotte chose,
                              c'est mon portrait

                                             _Pensées._ — MONTESQUIEU.


Siamo a Bologna, una delle città più ricche e noiose d'Italia.

In un mattino del maggio 1875 un giovane traversava la piazza d'armi,
vasto quadrato chiuso da case borghesi, verso la Montagnola, che
ergendosi sovra esso in largo spianato coperto di grandi alberi, è tutto
il passeggio pubblico della città. Camminava affrettatamente e il suo
passo non era di uomo libero in terra libera, andatura trovata da
Guerrazzi e compresa da nessuno, ma di persona preoccupata; e l'aspetto
signorile malgrado gli abiti negletti. Portava il cappello e la testa
addietro mostrando una fronte corrugata con un volto pallido di una tale
pallidezza biliosa, più viva per la barba nerissima: e il volto era
maschio di lineamenti, qua e là scorretti come alla punta del naso e
alla bocca, di cui le labbra piuttosto tumide, massime il superiore,
avevano una espressione di sensualità e di alterigia. Gli occhi lucevano
grandi e neri, la sua cosa migliore; e la persona sviluppavasi aitante
con spalle larghe e petto prominente, malgrado il difetto delle gambe
lievemente curve in dentro e natanti dentro calzoni larghissimi a
seconda della moda.

Presto giunse al limite della piazza, e salendone il pendio erboso si
trovò sulla Montagnola. La mattinata era stupenda, il cielo
limpidissimo, il sole abbagliante, ma il luogo triste malgrado la sua
destinazione e l'ora. Quegli alberi densi, tutti di una famiglia, di una
forma e di un'altezza, piantati con regolarità scrupolosa, hanno un'aria
da cimitero: vi si sente troppo il lavoro dell'uomo e la smania della
simmetria: non una linea è spezzata nel quadro, non un colore, una
gradazione almeno attenua l'impressione del loro verde appannato: il
piano netto, senza una pianta o un cespuglio; e solo i fusti alti,
dritti, biancastri che paiono colonne. La campagna vi è assente, e la
natura e l'arte vi fanno una figura egualmente goffa, senza una fontana
che mormori o una spalliera che sorrida coi fiori e parli cogli odori:
nessuna statua vi ferma, appena se qualche sedile vi aspetta, come le
due vasche di pietra rossa ai lati del viale sulla piazza d'armi
attendono l'acqua solamente dal cielo, e si riempiono solamente colla
neve nei tristi inverni. Quelle due vasche sono melanconiche e forse
anco pericolose pei ragazzetti che vi giocano dintorno la sera, intanto
che le mamme cicaleggiano fra loro, o le serve incaricate di vegliarli
si distraggono nell'ammirare la superba montura di un sergente di
cavalleria, che cavalcando gloriosamente a piedi, passa loro sulla
fronte come su quella di uno squadrone di coscritti. Se invece di
pretenderla a bosco, la Montagnola fosse un giardino, pochi la
varrebbero, ma con quegli alberoni che stando in mezzo tolgono ogni
vista d'orizzonte senza offrire comodità di colloqui, senza fiori e
senza acqua, è uno dei passeggi più poveri ed antipatici.

Al di sotto corrono le mura, divise da una strada, cui si discende per
un'altra parallela, ma grande e la sola ben ombreggiata da vecchi
ippocastani.

Il giovane si fermò al parapetto di una specie di balcone, che
interrompe la siepe di confine, osservando le file lontane dei pioppi
rigare in più sensi la pianura e l'orizzonte; poi si diresse verso un
angolo vestito di boschetti adolescenti, e cadde sul primo sedile.

Sembrava assai triste ed era solo.

Rimase lungo tempo colla fronte nelle palme, indi rialzandola vivamente,
come chi ceda ad un pensiero improvviso, trasse un taccuino e colla
matita prese a scrivervi febbrilmente.

Leggiamo.

«E avanti... Ventitre anni mi son passati sul capo, ma non ho inteso che
gli ultimi cinque; il loro volo era freddo e le loro ali mi scorticarono
la fronte: una volta guardandomi nello specchio quel segno mi sembrò al
pensiero puerilmente orgoglioso il solco di un diadema che avrei un
giorno portato. Apersi i volumi dei grandi, lessi le pagine immortali e
piansi di ammirazione e di invidia. E nella notte vennero a visitarmi
immagini sublimi, e sedute sul mio letto in colloqui, che non saprei più
ridire, mi chiesero col sorriso della donna innamorata che dessi loro
una qualche sorella. Quindi sognai di essere grande, mi percossi il
petto ed ascoltandone l'urlo profondo mi parve di leone, onde esclamai:
Sarò re! Ma le immagini presto dileguarono e piansi ancora, poi scrissi.
I pensieri mi caddero dalla penna come le gocce di sangue dalla mannaia
del carnefice; i saggi mi sorrisero di compassione e sorrisi io pure...

«Che sarà dunque la vita? E questa domanda morivami intorno senza
risposta. Guardai, e vidi uomini logorarsela con micidiale fatica al
solo scopo di mantenerla, altri consumarla nella noia in traccia del
piacere, altri investigarla quasi la conoscenza ne potesse cangiare il
modo o aumentare la durata, altri che la maledivano pensando al giorno
di disfarsene, altri pochi che se ne disfacevano addirittura. Alcuni,
che interrogai, mi mostrarono una donna, una borsa, un ciondolo, e non
mi appagarono. Che sarà dunque la vita? Ne chiesi alla natura, e mi
rispose; la madre e la figlia della morte: onde ne seppi quanto prima. E
intanto mi sentivo come un viaggiatore stanco e sprovveduto che dovesse
camminare senza strada, nè meta; la terra mi appariva sterile, il cielo
una cappa di piombo come la volta di un immane sepolcro. Così durò
finchè mi splendettero nella mente le visioni delle figure scomparse:
poi mi si fe' buio nell'anima come intorno e mi calmai; l'uomo aveva
ucciso l'artista.

« — Ora, mi dissi, camminiamo confuso fra la folla che si urta,
schiamazza e muore. La vita è una lotta inutile; lottiamo per lottare,
per opprimere, per essere oppressi; tutto sta nei sensi, nella gioventù
e nella salute, e se la felicità deriva dalla ubbriachezza, trattiamo la
fantasia da sgualdrina e con l'inno facciamo una canzonetta. L'aureola
della gloria è fosforescenza di legno imputridito, luce senza calore;
l'amore una melopea da educande; la fede un vestito di fanciullo che
indossato da uomo rende ridicola la persona e difficili i movimenti...;
la speranza... oh essa è la polvere che sollevasi sulla strada e la
nasconde — non vedendo ove si vada, nè a che distanza sia la meta, non
possiamo figurarcela vicina e quale meglio ci talenta?

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Quando ebbi composto _Ugo_ nel sepolcro, gettai la penna e presi lo
schioppo. Nato sui monti e partitone, vi ritornai, e li corsi — com'eran
belli! Spesso giunsi sulle loro cime coll'alba, e vedendo i suoi raggi
stendersi sui densi castagneti, mi punse il desiderio di passeggiare
sulle loro foglie lucenti come sopra un tappeto. Spesso salutai collo
schioppo il sole che sorgeva, e nel tuono ripetuto e prolungato intesi
una voce che mi diceva: Sii forte, imitami — io salto di rupe in rupe,
non mi arresto alla palizzata di un bosco, al muro di una balza, alla
gola di un burrone; l'eco mi abbraccia, ma sfuggo e vado a morire nello
spazio, lungi lungi... Avanti.

«Queste parole mi commossero: scesi dalla collina e mi posai sulla
sponda del fiume. L'acqua scorreva lenta, monotona, uguale,
irresistibile: la vidi che percoteva le ripe per distendersi, ma invano,
e si rompeva mormorando: Avanti...

«La notte, quando la campagna taceva, uscii verso il bosco: nè luna nè
stelle. I pini dormivano: ne scossi qualcuno, che mi rispose con un
triste muover di capo: Avanti: non mi rammentare che sono condannato
all'immobilità, lasciami almeno dormire! Passai oltre: i virgulti mi
sferzavano le gambe susurrando. Arrivai ad uno spianato netto ed erboso:
v'era un lepre, e fuggì. Mi arrestai, e il vento passando sulla fronte
mi bisbigliò egli pure: Avanti!... Per dove? Mi ero ingannato credendo
di camminare senza altro scopo che il moto, di lottare senza altra
ragione che la lotta?

«Il miraggio del deserto è dunque una consolazione e non uno scherno?

«Avanti avanti, mi zufolava spietatamente negli orecchi la voce, ma
nell'anima nessun'altra le rispondeva, e il pensiero, smarrito nei
valloni del dubbio, non scorgeva nè sentiero nè orizzonte. — L'uomo
aveva d'uopo dell'artista.

«Ritornai a casa, e posato in un angolo lo schioppo mi sedetti allo
scrittoio; la mano mi tremava febbrilmente nello stringere la penna,
quando una folla entrò silenziosa per la finestra e per la porta.
Clarissa, Virginia, Corinna, Margherita, Lelia, Cosetta si sedettero
intorno sulle sedie ingombre di libri, e Manfredi, Hebal, Adolfo,
Lambert, Faust mi cinsero lo scrittoio.

«Tesi la mano a Faust.

« — Anche tu mi ripeterai: Avanti! Fosti grande: vecchio sui volumi
della filosofia un giorno la maledicesti; la intendo ancora quella tua
ultima imprecazione — maledetta la pazienza! ma avevi i capelli bianchi
e la schiena curva. L'occhio appannatosi sulle pergamene non metteva più
lampi, e il sorriso errandoti sulle labbra si sprofondava dietro le
gengive sguernite... Eri vecchio, eri un mostro...

« — Ebbene? interruppe Faust.

« — Ti sei mai pentito fra le braccia di Margherita del tuo patto con
Mefistofele?

«Faust guardò Margherita sogghignando, ed ella arrossì.»

Due mani che gli si posarono sugli occhi gli fecero cadere il taccuino.

— Una donna!

— Bella?

— Un momento, e le toccava le mani.

— Bella? fu richiesto con voce tremola per la gaiezza di riso rattenuto.

— Sì.

— Da che lo supponete?

— Dalle mani.

— Potreste ingannarvi.

— Non lo temete, contessa; ho sognato troppo ciò che potrebbero offrire.

— Così che mi avete riconosciuta...

— Al profumo, come i fiori.

Le mani caddero, e il giovane volgendosi si vide innanzi una donnina
gracile ed aristocratica. Vestiva un abito di seta giallognolo a frange
di un colore più carico, col corsetto attillato e la gonna dietro
raccolta, scoprendo così le forme della persona più sottile ancora che
svelta, colle spalle acute e i fianchi pochissimo sporgenti: difetto più
grave per la soverchia lunghezza della vita. E il petto senza busto
tradiva appena la presenza del sesso, ma quella sua povertà era così
insolente e sembrava ricordare così un'opulenza perduta nelle
dissipatezze dell'amore, che più gonfio sarebbe stato meno seducente. Il
viso aveva un'eguale fisonomia: di un ovale affilato anche troppo, un
po' sgualcito, il naso lungo, la bocca grande coi denti magnifici e una
fossetta sul mento. I capelli di un biondo italiano, quindi nè dorato,
nè setoso, nè lucido, semplicemente biondo, si rialzavano in una
eleganza gran parte nascosta dal cappello calabrese, colla tesa da un
canto curva come un piatto e all'altro costretta sul cucuzzolo da una
fibbia d'acciaio, dalla quale sorgeva una lunga penna di uccello
forestiero.

— Mi guardate? gli rispose a una lunga occhiata.

— Lo sapete pure: mi sono promesso il vostro ritratto.

— Sono troppo bella, che non vi riuscite?

— Allora sarebbe già fatto.

— Gentile...

— Perdono, contessa, ma spero che non pretenderete alla solita bellezza
dei vecchi e degli scultori. Nulla è più insipido di quella eterna
regolarità di forme, e nulla più facile. In arte, come nel resto, io
sono un ribelle e non amo le donne che rassomigliano alle statue. È la
vostra bellezza che mi piace, perchè non risulta dalla plastica...

— Che cosa scrivevate con tanta attenzione? lo interruppe accennandogli
il taccuino caduto.

— Nulla.

— Vediamo.

— Non capirete il carattere.

— Impossibile, se comprendo il mio.

E rise.

Il giovane le porse il taccuino.

— Sempre scettico?

— Sempre.

— Offritemi il braccio, se non vi rincresce, e camminiamo.

— Bene! ella esclamò.

— Che cosa?

Indi:

— Sicchè rinunciate all'arte?

— Non vi pare che le mie _Memorie inutili_ mi diano ragione?

— Sarò sincera: alcune pagine le saltai, molte mi annoiarono, certe mi
divertirono. In quel romanzo si sentiva un convulso, una smania di
malato: poi qua e là sfuriate poetiche e ridicole, motti potenti e
schifosi: sopratutto mi ripugnava l'affettazione del pessimismo.

— Dunque?

— Avanti! come scrivete: parmi che vi debba essere un certo gusto a fare
un romanzo.

— Forse: ma non a scriverlo. La felicità nell'arte è come l'amore nel
matrimonio. A venti anni noi sogniamo una commedia, un romanzo come le
ragazze un marito, ma queste se ne pentono appena accalappiatolo, e noi
scritto il primo ci accorgiamo che il secondo sarebbe ancora più
imperdonabile. Brutta malattia sognare l'immortalità sentendosi
continuamente mortale, moribondo e talvolta morto per giunta!

— L'immortalità? ecco un voto modesto...

— Vi stupisce? eppure nulla di più comune. Non vi è donna così onesta,
la quale nel suo segreto non brami di essere agognata dall'uomo che
l'avvicina per quanto brutto, non artista che bene o male scrivendo non
sogni l'eternità. Voltaire diceva: che se quella gente, la quale
piangeva alle sue tragedie, gliele vedesse scrivere calmo e qualche
volta annoiato sulla sua poltrona, le fischierebbe indispettita: se
potessero conoscersi i sogni fatti sui libri che appaiono, si leggerebbe
forse di più. D'altronde i romanzi sono la gran volgarità.

— Quelli che escono in Italia?

— Oh! di questi non parliamo, ma gli altri tutti che ci vengono
dall'estero, benchè infinitamente migliori, valgono ben poco. Il
giardino dell'arte, frase officiale, si è isterilito da un pezzo: i
grandi vi colsero i fiori, gli altri le erbe odorose, e adesso non
restano nemmeno le ortiche. Guardate, per parlare dei romanzi: tutti i
generi sono esauriti, storico, intimo, di costumi, fantastico,
religioso, sociale: tutte le passioni anatomizzate, disseccate che se ne
potrebbe comporre un museo. Dai castelli del Medioevo ai palazzi del
Risorgimento, dalle capanne delle pastorelle ai salotti delle
cortigiane, tutto fu rivelato e discusso: un giorno corsari misteriosi,
l'altro galeotti pentiti: ieri si voleva guarire la società, oggi la
famiglia. Si è cominciato dalle donne di vita perduta, poi si è venuto a
quelle di vita facile — prima è toccata alla... mi sfugge la parola,
adesso si esorcizza l'adulterio: i mariti applaudono benchè un po'
tardi, le signore...

— Le signore?...

— Le signore si annoiano e il mondo seguita innanzi. Scrivere per
scrivere è fatica; per moralizzare, oltre la noia che si dà, vi è quella
che si prova, e non è poca. Davvero non so come si possano leggere
romanzi che si rassomigliano tutti come i racconti dei cacciatori:
scappa un uccello; sparo, o casca morto o tira dritto. Due si amano — o
arenano nelle secche della virtù, o affogano, direbbe un morale
appendicista, nella gora della sensualità. Convenitene, contessa: è
noioso.

— Oh! e sbadigliò leggermente.

— E poi sempre quell'uomo e quella donna.

— Che cosa ci vorreste? Per fare all'amore come per ballare bisogna ben
essere in due.

— Ma che necessità di un uomo e di una donna? Se si balla, siamo al
solito uomo stecchito dentro l'abito nero, egli stesso quasi inamidato
quanto i solini che gli corazzano il collo, e alla solita donna che
perde gli abiti a mezzo la vita, ambedue esemplarmente composti: se si
fa all'amore, eccoci ai soliti mustacchi neri che si specchiano negli
occhi azzurri.

— Mettete dunque due uomini.

— Due uomini! Giocheranno all'_ecarté_ se hanno quattrini, se no si
diranno delle insolenze, per fingere dello spirito.

— Allora due donne.

— Me lo consigliate sul serio?

— Non vi comprendo.

— Pur troppo non è la prima volta. E il giovane le strinse il braccio
guardandola fisamente.

— Spiegatevi meglio: aiutatemi a fare che sia l'ultima.

— Subito: all'amante sostituisco una amante.

— Il marito è in salvo.

— Davvero!

— Ma se mi pare che vi corrompiate, ella seguitò con gaiezza. Mi
diventate morale... un amore femmineo, puro, delicato... Sarebbe mai per
le critiche toccate al vostro _Ugo_?

— Che! non mi arrendo già per una salva di moschetteria; anche i sovrani
si salutano così. Poi il grido: All'immoralità! è un grido di guerra, e
io non lo fuggo.

— Sarete solo.

— Ottimista!... Potrebbe anche darsi, ma coloro che mi fischieranno alla
ribalta verranno a stringermi la mano fra le quinte, e se non verranno,
tanto meglio! Del resto, il mio vero pubblico, il solo competente,
questa volta sarebbero le signore belle, poetiche, sibaritiche come voi,
e sono troppo signore per ammutinarsi colla virtuosa plebaglia della
platea.

— Ma dunque non sarà un amore puro?...

Il giovane sorrise.

— Così eccovi nuovamente infervorato a scrivere.

— Chi ve lo dice?

— Voi, mi sembra.

— Discutiamo: sapete che sono avvocato. Voi mi chiedete un romanzo
atteso che... permettetemi questi termini legali, il solo rimasuglio dei
miei studii serii, ed io ve lo scrivo, ritenuto che...

— Ne avete una gran voglia malgrado tutte le proteste.

— Non vi affrettate: mi consentite un'ipotesi difficile sul vostro
conto?

— Veramente, siete avvezzo ad abusare...

— Supponiamo che il mio romanzo vi piacesse.

— Ebbene? ribattè la signora sorridendo cogli occhi.

— Il romanziere potrebbe sperare altrettanto?

La contessa, che durante il dialogo aveva avuto il tempo di cavarsi i
guanti, si grattò con un'unghia, lunga e curva come il becco di un
falco, una narice.

— Non rispondete?

— Se non l'ho ancora letto!

— Lo leggerete.

— Quando?

— Neanche io ho preso la penna, ma invece vi piglio la mano.

Si guardò attorno per vedere se erano soli, e suggellò il contratto con
un bacio.

Indi rialzando il capo con un'espressione d'ironia e di passione:

— Madama, per questo bacio...

— La monarchia è salvata, non è vero, signor Mirabeau?

— Qualche cosa di meglio: spero di salvarmi io stesso.



CAPITOLO I

                         E ciò che inspira ai generosi amanti
                         La sua stessa beltà donna non pensa,
                         Nè comprender potria. Non cape in quelle
                         Anguste fronti ugual concetto.

                                             _Aspasia._ — Leopardi.


— Ebbene, Carlo?

— Che debbo dirti? è strano per me stesso.

— Sei alla vigilia di una grande scoperta — invece dell'America la
donna; è probabile che non sarai più fortunato di Colombo.

— Chi sa? Giorgio!

Così parlavano seduti in un praticello, formato dal gomito della via,
due uomini diversi di età e di aspetto, ma egualmente vestiti da
cacciatori. E portavano un'ampia casacca di tela a scacchi gialli e
nerognoli, i calzoni della medesima stoffa chiusi sul piede da uose alla
soldatesca, una carniera a tracolla, una giberna in cintura piena di
cartuccie e un cappello a larghe tese, che pel caldo avevano buttato
sull'erba. Carlo, il primo nominato, chino il volto come in grave
pensiero, si passava fra le dita il fischietto di zinco penzoloni a un
occhiello del corpetto; e l'altro, ritto sul busto, tenevasi fra le
gambe il calcio del fucile giocarellando, secondo il vezzo dei
cacciatori non provetti, col cane, di cui lo scrocco dava un suono
vibrato ed argentino; e guardava la campagna in quel mese di agosto
splendida ancora di messi e di verzura, in quell'ora vespertina bella di
una vivezza lievemente melanconica.

Da quel praticello, l'occhio poteva spaziare davanti sulla distesa dei
campi confusi lontanamente coll'orizzonte, o ai fianchi seguendo le
ondulazioni dei poggi, che addossati, sinuosi, brevi, stupendi cingono e
difendono Bologna a settentrione e a ponente. I quali, se dalla città
appaiono belli nella ineguaglianza delle eminenze, nello scorcio degli
aspetti, nella rottura delle facili balze ora nascoste dagli alberi, ora
patenti per una villa sedutavi su, molto più belli si rivelano da una
qualche loro cima. Infatti la loro duplice e triplice cinta non può
essere vista che dal mezzo in tutta la poetica deformità della sua
ossatura, e allora i colli sembrano prorompere da ogni lato, gareggiare
e sformarsi nel medesimo sforzo. Qualcuno si appoggia al vicino che
impedisce il libero dispiegarsi dell'altro; e dove uno domina esile,
acuminato accanto ad un altro più forte che abbassata la testa mostra
solo la schiena rotonda e verdeggiante: quale si piega addietro quasi
respinto duramente nella lotta e rimane un pendio comodo e continuo;
quale soffocato si discerne appena, e tutti insieme rivali ed amici si
intrecciano, si serrano, si sostengono, si parano della bellezza di
tutti. Certo nel passato l'acqua dovè farvi un gran lavorío, perchè
s'incontrano fenditure profonde e tortuose, quasi corsi rasciutti di
ruscelli, e declivi così ripidi e lisci che altrimenti non si
capirebbero. Dalle falde che arrivano ai piedi della città cominciano le
ville distendendosi in arco: alcune si adagiano confusamente sulla prima
erta dove è spezzata, circondandosi d'alte piante o si affacciano
curiose guardando sulla strada: o montano e dove incoronano le cime più
basse, dove superata mezza costa si sparpagliano; molte scompaiono fra
colle e colle e si nascondono in una conca, si rizzano giulive sopra una
vetta, o allontanandosi a gruppi si fermano in un fantastico bacino,
alla svolta di una strada, sopra un verde pendice; e misurandosi l'una
l'altra si salutano, si parlano, s'invidiano, animano la campagna
vestendone il terreno piuttosto ingrato di floridi vigneti e di
giardini. Però se in folla piacciono, isolate male soddisfano la ragione
e la fantasia dell'arte, generalmente case quadrate, di rosso dipinte, a
tegole rosse e finestre verdi, borghesi, volgari; rarissima qualcuna che
senta veramente di villa; nè serietà nè bizzarria nel disegno, nè
originalità nè differenza nel tipo, anzi tipo nessuno, nè italiano, nè
svizzero, nè inglese, nè francese, nè orientale, nè antico: pettegola
l'eleganza, il lusso falso ed ignorante. Certo i colli sono magnifici,
non per potenza di vegetazione ma per struttura; e se in maggior numero
terrebbero testa agli Euganei, se più grandi e col mare, Napoli non
sarebbe più il paradiso terrestre o i paradisi sarebbero due.

E da quel praticello spingendo innanzi lo sguardo si vedevano campi, poi
campi, e di essi per buon tratto le divisioni tracciate dai filari: qua
una riga di pioppi, là fulgenti al sole le acque di un macero, e le case
coi muri biancheggianti e i tetti neri: poi le cime degli alberi si
abbassano e accostandosi si livellano. Solo a grandi intervalli nel
verde lontano la macchia biancastra di una borgata o di una città, pare
una vela sul mare; più lungi ancora il verde si fa scuro, più scuro,
indefinibile: la terra si eleva, il cielo si abbassa; ambedue come due
amanti al primo abboccamento mutano colore, si sfiorano... si baciano, e
il sole curvo sull'orizzonte illumina dall'alto quel bacio e sorride. E
in quel mare ancorata ai piedi del colle Bologna, simile ad un grosso
vascello con la gran torre per albero maestro, sottile ma robusto, a
quando a quando pel tremolìo dell'atmosfera quasi pieghevole.

L'ora era deliziosa, la natura in tutta la pompa della sua estiva
opulenza.

Giorgio guardava distrattamente. A un tratto una rondine dall'ali
nerissime e la coda biforcuta guizzò sul ciglio della strada, ma scorti
i due cacciatori scivolò sul pendio prima che Giorgio avesse il tempo di
puntarla; ritornò al di sopra, e impaurita a un secondo movimento di
lui, che la aspettava, si alzò così rapidamente da evitare il colpo.
Egli la segui col fucile sino oltre il tiro da cattivo cacciatore, la
vide salire con manifesta fatica, poi abbandonandosi sull'ali fuggire
come un nero baleno dietro il colle, donde si udiva un garrire di
compagne. Poco appresso spuntò un falco e intorno a lui uno stuolo di
rondini. Giorgio rimase guardando. Non era nè un corteggio di sovrano,
nè una battaglia di molti contro uno, o se pure, la battaglia era
finita: i pigmei avevano vinto il titano, i fischi accompagnavano il
vinto. L'ali tese e quasi immobili il falco sembrava ritirarsi, ma le
rondini lo perseguitavano, come i monelli un orso per istrada, gli
volteggiavano intorno, lo chiudevano in un circolo, lo insultavano, lo
deridevano. Leste quanto il pensiero gli passavano sugli occhi, ed egli
pareva non avvertirlo, si riunivano a gruppi, si parlavano nel loro
linguaggio chi sa che propositi oltraggiosi, e sciogliendosi tornavano
ad arruffargli le piume del becco col vento del loro guizzo... e il
falco si librava lento, solenne. Le rondini disperate di irritarlo
acquetano il garrito, si ritraggono adagio, perfide, indifferenti;
qualcuna si allontana in linea retta, impicciolisce, dilegua; l'altre si
sparpagliano, salgono, si abbassano, si riuniscono ancora, in crocchio
congiurando a bassa voce — e il falco s'inoltra lento, solenne.
D'improvviso una si spicca, batte l'ali colla prestezza di un insetto,
oscilla, serpeggia, trasvola... sembra che tema di non raggiungerlo, e
nullameno quando gli è presso si raffrena, s'erge... e con una
inesprimibile rapidità gli scivola sotto — il falco sente, si precipita,
senonchè la rondine più leggiera lo evita con uno scambietto e
sollevandosi nuovamente getta alle compagne il segnale della vittoria.
Allora accorrono a stuolo, lo circondano, lo sbeffeggiano; il falco
esacerbato si ostina a una caccia impossibile: ne insegue or l'una or
l'altra sempre superato di agilità, sempre delirante di rabbia; si
dibatte, si piega su ogni lato, si disserra, finge un istante di
stanchezza, ripiglia il gioco, si accanisce e nullameno è vinto,
sbertato, fischiato....

— Povero falco! esclamò Giorgio; eccolo là come un uomo di genio fra la
folla dei mediocri... Guarda dunque, Carlo, seguitò volgendosi al
compagno e accennandogli nell'aria quella scena.

Questi alzò gli occhi.

— Ebbene? chiese Giorgio con accento nervoso.

L'altro lo fissò un momento senza rispondere e ricadde nelle proprie
riflessioni.

Come dicemmo al principio, cotesti due uomini erano assai diversi
d'aspetto, non belli ed entrambi notevoli. Quello in piedi, alto e
gracile della persona, quello seduto col mento sulle ginocchia, grosso e
mal costrutto, sebbene in quella attitudine lo apparisse meno, ma la sua
testa calva dinanzi e irta nel resto di capelli rossicci risolveva quasi
l'antico problema della quadratura del circolo, essendo rotonda per
natura e schiacciata nullameno da ogni lato, mentre gli occhi piccoli
erano verdastri e i denti sporgenti dalle labbra con una vanità
esagerata, anche per una bianchezza da zanne di elefante. Però,
attentamente considerata, la sua fisonomia non repugnava; vi si leggeva
molta intelligenza e una serietà, che a certi momenti poteva diventare
quasi nobile. Ma la differenza fra loro derivava ancora più dalla
espressione che dalla diversa irregolarità dei lineamenti. Giorgio aveva
sembianza di una natura privilegiata, incompiuta forse, forse anche
sciagurata; nella bianca pallidezza del suo volto sarebbesi detto
stemperato del lividore, mentre la vivezza delle sue grandi pupille nere
rispondeva stranamente alla contrazione della bocca pochissimo tumida e
atteggiata ad un penoso sarcasmo. Ciò dipendeva da natura o da
abitudine? Probabilmente d'ambedue, e probabilmente ancora questa
contraddizione delle labbra e degli occhi egli la portava nella testa e
nel cuore. Se l'artista avesse un tipo speciale come è di un'altra
razza, lo si sarebbe a primo colpo indovinato per tale. Carlo invece era
un borghese grave, intelligente, triviale: la sua persona mancava di
eleganza, la sua faccia non esprimeva nessuna passione; forse non ne
aveva che di pacifiche, quali le predilige il Manzoni, o se a caso
violente, violente d'istinto piucchè di sentimento: mentre Giorgio
doveva sentire tutto intensamente; nervoso, delicato, eccessivo.

Scomparso il falco, Giorgio tornò a sdraiarsi, e deposto il fucile
sull'erba stette considerando il compagno.

Questi si mosse.

— Ci pensi sempre?

— Dicevamo? rispose col tono di chi sprofondatosi in un'idea vuole
rifarne il corso senza smarrire il punto cui è arrivato.

— Ah! esclamò Giorgio sogghignando: che sei alla vigilia di scoprire la
donna. Non mi hai detto che la marchesa ti è un mistero? Saperla un
mistero è già qualche cosa.

— Ma non saperne altro...

— Massime per un innamorato.

— Non lo sono, ribattè con asprezza.

— Lo diventerai; si è sempre abbastanza giovani per commettere una
sciocchezza; poi a quarant'anni se l'amore è più difficile in compenso è
più pericoloso.

Quegli abbassò il capo.

— Credi, domandò dopo una pausa, che ci sia qualche cosa sotto questo
invito? Quella donna vorrei capirla...

— Non so se ti sarebbe un bene o un male. Sei alla vigilia, se già forse
non l'hai scoperta, di scoprire la tua donna: comprenderla è un altro
affare. Ti ho paragonato a Colombo, e insisto nel mio paragone. Invece
che qui, a un miglio forse da San Mammolo, sovra una collina di Bologna,
ti suppongo sopra una costa del nuovo mondo: bada che invento perchè non
ci sono stato: il terreno arido ed ineguale non presenta ancora nulla di
strano, di magnificamente lussurioso, di tropicale; nè alberi, nè fiori,
nè animali. Il cielo è azzurro, il mare verde come in Europa; eppure
nella terra, nel mare e nel cielo si sente una inesprimibile diversità
di un altro mondo. A fronte ti si alza un poggio, sulla cima del quale
il vento soffiando ribatte le rose di un _gazuma_... e al di là? ecco il
mistero: l'amore. Sei alle falde, ti senti attirato e dubiti di salire:
monta dunque e guarda.

— È presto detto! monta e guarda... ma bisogna essere giovane per salire
la collina, o se vi mancano le forze non rimane altro tentativo che di
una corsa disperata... come di un cacciatore dietro un lepre ferito. Si
potrebbe forse arrivare sulla vetta...

— E una volta sulla vetta, se invece di un giardino ti si affacciasse
una palude?

L'altro non rispose ed egli seguitò quasi fantasticando:

— Allora guai! perchè ridiscendere la collina sarebbe rinunciare
all'orizzonte ed al sole...

Rimasero entrambi pensierosi, ma probabilmente assorti in opposti
pensieri. Giorgio guardando il cielo sembrava quasi sognare, mentre
Carlo colla fronte aggrottata, il labbro inferiore fra i denti,
s'agitava nella soluzione impossibile di un inevitabile problema.

Il sole si chinava sulla collina e giù nella pianura l'ombre si
allungavano bizzarramente.

— Ci andrò, proruppe alla fine discorrendo seco stesso: non sono già un
ragazzo da avere paura, nè ella è tanto dotta da confondermi. È bella,
ma se ne veggono di più belle; non è vero, tu, Giorgio?

— Che cosa?

— Sei intrattabile colle tue distrazioni.

— Lo so: dunque?

— Domani ci vado.

— Ne ero sicuro.

— Perchè?

— Ti ho veduto riflettere, e gli innamorati non sono mai più sicuri di
cedere alla passione che quando vogliono assoggettarla.

— Ma se ti dico di no, che non l'amo, che non è vero! ribattè l'altro
indispettito.

— Che cosa m'importa quello che dici? Tu ci pensi a questa donna, ci
pensi come non pensasti mai a nessuna delle cause che ti hanno fruttato
maggiormente riputazione e danaro. Che vale dissimularlo? Ti comprendo:
il tuo carattere freddo, positivo si rivolta all'idea dell'amore alla
tua età, nella tua posizione, ammogliato da poco, con una bella moglie e
una suocera assidua (qui Giorgio sogghignò e Carlo sorrise), dell'amore
con una straniera stravagante, alla quale basterà forse di fermarsi due
mesi a Bologna per essere gridata un mostro da tutte le signore oneste
senza virtù, disoneste senza spirito. Tu hai paura dell'amore come
dell'ignoto... e vuoi sapere perchè domani andrai a pranzo dalla
marchesa di Monero? per provare a te stesso che non l'ami, che la puoi
sedurre a sangue freddo, e che giovandoti della tua superiorità di dotto
la sedurrai — e sai ancora come si chiama questa maniera di attacco? una
fuga in avanti. Ebbene, vai, Carlo: provati a lottare; una gentildonna e
un avvocato, ecco un duello interessante... e poi ascoltami: se non vai
domani a pranzo, ti converrà andarci posdomani a presentare le tue scuse
dell'invito ricusato e a riceverne un altro.

— Tu approvi dunque?

— Io? no, non faccio che constatare un fatto. E tu pure, proseguì
animandosi, non sfuggirai all'amore: ti si è svegliato tardi, ma pure si
è svegliato. Eterna malattia della vita! amare una donna senza saperne
la ragione e senza riuscire a farsi amare, perchè fra questi due mondi
non vi è ponte e nessuno è stato, nè sarà mai così forte da gittarlo...
Che cosa ami tu in quella donna, che ti confessi un mistero? La bellezza
delle sue forme, la voluttà di tale bellezza, ma la sua anima, la sua
vita no, perchè questo è appunto il mistero. Non amare di più; amala
come la nave corre sul mare sempre sulla superficie, e quando la
stringerai fra le braccia e la vedrai sorridere, non ti chiedere per chi
sia quel sorriso: tu sarai forse per lei uno strumento, ella per te —
non vi è ponte. L'amore è un solitario che abita in noi stessi, e di cui
la poesia è un soliloquio: non la conosciamo, e tutti gli sforzi per
indurlo a parlare o per gettarlo nelle braccia di chi chiamiamo amante
costano a noi e a lui una inutile tortura. Non chiedere alle donne che
ti amino e non amarle, ma sii poeta ed ama l'amore. L'arpa non sente la
musica, e non ti parrebbe pazzo chi, innamorato della musica, stringesse
l'arpa sul cuore? Quelli che amano una donna sono appunto così, e sono
ancora più infelici che pazzi... Musica, odori, voluttà: un'arpa che ha
suoni migliori, un fiore che ubbriaca col profumo, una voluttà che
accarezzando il corpo solleva l'anima e addormenta l'amore in un sogno
inenarrabile, ecco tutto... ma bada a non innamorarti, per Dio!
innamorarsi mai.

E rafforzò questa ultima parola con un colpo di fucile addosso ad un
povero passero che passava assai fuori di tiro.

Carlo, che vide l'uccello così lontano, non potè frenare un atto
d'impazienza.



CAPITOLO II

                              E avvenne una sera che Davide, levatosi
                              in sul suo letto e passeggiando sopra il
                              tetto della casa reale vide d'in sul
                              tetto una donna che si lavava, la quale
                              era bellissima di aspetto. Ed egli mandò
                              a dimandare di quella donna.

                                             _L. II. Samuele_, C. XI.


Un levriero dal pelo bianco e arruffato che spuntò correndo alla svolta
della strada attrasse l'attenzione dei due cacciatori.

— Bello! esclamò subito Giorgio, e lo chiamava; ma il cane, cui forse la
fucilata aveva messo in orgasmo, scorrazzava guatando e cercando da ogni
lato, e a un tratto s'accostò a Carlo, dimenando la coda quasi
all'incontro di una vecchia conoscenza, non però tanto vicino che
sembrasse stretta: e lo fissava con due occhi sfolgoranti di curiosità.

Questi impallidì e si levò.

Poco stante s'intese il calpestio di due cavalli al passo: il levriero
scomparve d'un balzo latrando festosamente: indi ritornò, ma una donna
lo seguiva tenendo un cavallo per le redini; ella si arrestò, fe' un
gesto di stupore: l'avvocato impallidì, e mentre Giorgio meravigliato li
guardava, comparve, una figura nera sopra un cavallo bianchissimo.

Sarebbe stato un bel quadro: di fronte i due cacciatori col capo
scoperto, ella in mezzo alta e bianca, vestita di un'amazzone nera che
stringendole la vita con un corsetto dei più attillati scendeva in gonna
a pieghe folte e minute da una forte ampiezza di fianchi sopra due
stivali graziosi nella forma, quanto erano stupendi i piedini che
calzavano: in testa invece del goffo cappello cilindrico portava un
berretto indescrivibile, ornato con un largo nastro e una fibbia di
bronzo dalla quale si alzava una mezza ala di fagiano. Aveva i capelli
nerissimi, ai tacchi lo sperone ungherese, sull'abito nessun altro
ornamento che i cordoni per allungarlo o raccorlo, a seconda camminasse
o cavalcasse. Alle spalle le stava un cavallo baio di rara bellezza,
bardato con finimenti bianchi, curvo del collo disegnando un arco, e la
criniera e le briglie sfioravano quasi il terreno. Così libero e
immobile, che sarebbesi detto pensoso, gli occhi intenti sull'orme della
padrona, aveva del fantastico. Dietro a qualche passo contrastavano
vivamente la mora col suo cavallo: questo bianco, arabo, colla testiera
e le redini di seta, quella vestita pure di un'amazzone nera ma, invece
del cappello, con un velo egualmente nero sulla testa e una larga
cintura di cuoio alle reni. Era bellissima per la sua razza.

Il cane ruppe primo il silenzio, e la signora avanzandosi verso
l'avvocato, che cercava degli occhi il cappello sull'erba per torsi
l'imbarazzo delle mani vuote:

— Ritorno appunto dalla vostra villa, gli disse col più amabile sorriso.

— Oh!

— Ero venuta per un colloquio e la signora mi ha trattenuta così, che
malgrado il mio serio bisogno, me ne sono quasi scordata.

Carlo s'inchinò per ringraziare, egli marito, di questo complimento alla
moglie.

— Mi permettete, ella riprese con accento più gaio, d'invitarvi adesso
da me? Debbo chiedervi consiglio per una lite che mi si minaccia.
Siccome contavo di passare questo inverno a Bologna, il mio corriere mi
aveva scelto in quel goffo palazzo dei Fantuzzi l'appartamento nobile e
l'altro interno per ridurlo a serra. Io amo i fiori come i bambini amano
i confetti. Adesso il padrone, giovandosi di qualche inesattezza di
espressione corsa nella scrittura vuole togliermi quello della serra,
così che dovrei cercarmi un'altra casa. Ciò è spaventoso, ed ero corsa
da voi ad accaparrarmi il primo avvocato di Bologna e vincere la causa.
Oh! non arrossite, proseguiva vedendolo colorarsi in volto a quella
adulazione: quando si sortì ingegno nascendo e si spese la miglior parte
della vita in uno studio, si ha diritto ad essere stimati; la modestia
conviene a noi donne, che non abbiamo altri meriti.

E un fine sorriso le passò sulle labbra.

— Che cosa mi dite mai, signora marchesa...

— Vedete, il sole tramonta.

— E la caccia è finita, molto più che non ne abbiamo fatto.

— Coraggio, gli rispose Giorgio con una occhiata: se ne offre un'altra.

Ma la marchesa non se ne avvide, rivoltasi ad accarezzare il cavallo che
le lambiva la mano sguantata.

— Ai vostri ordini, le disse quindi l'avvocato raccogliendo il cappello
e adattandosi con certa galanteria il fucile sulla spalla.

— Accettate di accompagnarmi? mille grazie; ma allora aiutatemi a
presentare le mie scuse al signore, cui se non guasto più la caccia,
tolgo il piacere della vostra compagnia.

— Tieni, egli ribattè indirizzandosi a Giorgio con famigliarità
malamente spiritosa: tu che mi trovi sempre noioso; ma non temiate di
disturbarci, signora marchesa: quando sono con lui ozioso di
professione, ozieggio io pure. Concedetemi pertanto di presentarvelo.

— Il conte Giorgio De Vinci.

— La signora marchesa di Monero.

Giorgio mosse un passo e le si inchinò colla grazia di un perfetto
gentiluomo.

— Debbo accettare l'assicurazione del mio avvocato?

— Pur troppo: non ho motivo per trattenere Carlo, e me ne duole perchè
avrei il piacere di sagrificarvelo.

— Sai, Giorgio, gli si voltò Carlo vedendo la marchesa disporsi a
proseguire: tornando a casa, puoi passare da Mimy e dirle che se avessi
a tardare non s'inquieti: sono dalla signora marchesa.

— Ah! il signor conte la vedrà questa sera... e si fermò.

L'occhio le cadde sopra un mazzetto di amorini sprofondatosele nel seno
fra il vano di due bottoni: ne lo estrasse e presentandoglielo:

— Potrei pregarvi, signor conte, di portarglielo, ricordandole che lo
ponga domani sull'abito bianco? Capriccio! aggiunse smorzando il tono
delle parole; ho domandato alla signora Mimy di mettersi domani l'abito
bianco, che finiva appunto di ricamare, e le mando questo fiore, il solo
che convenga su quello. Sarà così bella in quell'abito!...

Egli prese il mazzetto, e la marchesa barattando un'occhiata con Carlo:

— Allora, signor conte, bisognerebbe che dopo accompagnato questo
mazzetto dalla signora Mimy, accompagnaste lei domani a pranzo da me.
Veramente è un abuso, ma dirò al mio avvocato che lo difenda come un
diritto...

— Accetto, accetto: sono stato giurato e conosco Carlo.

Tutti sorrisero, meno la mora, che, immobile sul cavallo, pareva non
vedere e non intendere.

Quindi la signora, facendo al conte un grazioso cenno, si mosse;
l'avvocato si lanciò per prendere a mano il cavallo, ma questo fe' uno
sbalzo.

— No, no, Bothaina, ella esclamò chiamando l'animale aombrato e che
ubbidì subito alla sua voce: vienci dietro così: libera come lo eri nel
deserto. Vedete, Bothaina non può soffrire gli uomini; io sola la monto
e Zisa la cura. Vi pare strano? proseguì vedendolo tra il meravigliato e
il confuso.

— Piuttosto...

— Perchè? Vi sono pure tante mogli che non sopportano i propri mariti.

E rise: egli l'imitò per non sapere di meglio. Poi le offri il braccio.

— Neppure, rispose, temperando però il rifiuto con uno sguardo
lusinghiero: è tanto raro che ci possiamo muovere libere che non so
rinunciarvi e mi ritiro in campagna quasi per ciò solo. Guardate i miei
abiti: preferisco l'amazzone a tutte le vesti da salone: in sella, e via
su Bothaina e il vento che rompendosi vi fascia la fronte come un
velo... Se sapeste quanta voluttà proviamo noi donne, a battere
fieramente il tallone agitando le braccia invece di appoggiarle
timidamente su quelle di un cavaliere spesso più fiacco di noi! Andiamo,
Bothaina.

L'intelligente animale nitrì e le si appressò quasi a lambirle il collo;
ma ella lo respinse dolcemente, e fatto un ultimo saluto al conte si
avviò con Carlo, del quale il portamento imbarazzato e l'ineleganza
della persona apparivano adesso più vivamente.

La mora li seguiva, sempre rigida, e passando innanzi a Giorgio non
salutò come avrebbe dovuto un paggetto.

Giorgio rimase ascoltando il calpestìo che s'allontanava, poi
ricoricossi sull'erba e considerando gli amorini:

— È strano! e parve cadere in una fantasticaggine.

Il sole era già scomparso dietro il monte. I suoi ultimi raggi, aperti
sopra l'azzurro del cielo come un immane ventaglio di fuoco, venivano
mano mano smorzandosi: la luce si velava intorno e la campagna
acquistava fondi più carichi e tinte più riposate. La sera montava dalla
pianura allargandosi e insieme attenuandosi in alto, bella di una
sommessa mestizia e di un sereno appannato. Appena qualche rumore fra le
siepi e qualche voce dai campi. Gli alberi perdevano le fisionomie e
laggiù l'Appennino si faceva bruno come un vecchio muraglione; pareva
quasi un ammasso di nuvole trasportate da una bufera... poi si
ottenebrava ancora e l'occhio si arrestava ai primi colli sui quali
l'orizzonte si era abbattuto come una tenda. La pianura si era alzata e
i pipistrelli usciti guardinghi dagli ignoti ripari vagolavano
silenziosi ed incerti. Invano la canzone di un passeggiero in ritardo
avrebbe voluto essere lieta, mentre l'ombra avvolgeva tutto fra i suoi
veli, e ogni gorgheggio cessava fievole come il soffio del vento fra le
piante frementi nei verdi mantelli. Epicureo moribondo, un fiore
olezzava tuttavia, e una novoletta sospesa nel cielo quasi un'amaca
sembrava aspettare qualcuno per andarsene. L'infinito che circondava la
terra era svanito per sempre; solo la luna piccola e solitaria
impallidiva nel cielo: adesso la terra era piccola.

Giorgio fantasticava.

L'Avemaria scoccò al campanile di una parrocchia, quelli della città le
risposero, e un tumulto di suoni chiocchi e villani turbò per qualche
momento la tacita serenità della sera.

Egli parve risentirsene. Qua e là per l'ombra brillava un lumicino o si
alzava, ombra più densa, il fumo di un camino; laggiù nel piano
prorompevano le fiammelle dei lampioni, così che da lunge poveramente e
fantasticamente illuminata Bologna rassomigliava un grande cimitero
corso da fiaccole mortuarie.

— Che miseria quei lumi! esclamò finalmente. Ecco quanto gli uomini
hanno saputo sostituire al sole; e se domani si dimenticasse di sorgere
non avremmo nemmeno abbastanza luce per vederci morire.

Dopo questa bizzarra riflessione raccolse il fucile sulla spalla e si
allontanò. Lasciando la strada carrozzabile che saliva in serpeggiamenti
alla vetta della collina, di là prolungandosi per erte e pendii, si mise
per un sentiero chiuso da alte siepi di acacie, e digradando fu in fondo
ad una valletta; donde rimontò per una strada frequente di ville, in
quella stagione tutte abitate. Spesso s'incontrava in coppie di
villeggianti, udiva dai cancelli il riso di persone sedenti al fresco,
travedeva qualche forma biancheggiante di donna o ne intendeva la voce
che talvolta cantava. Dopo mezz'ora si arrestò ad un piccolo cancello.

— Come mai aperto! Lo spinse ed entrò in un recinto a quella luce
incerta nè giardino nè bosco, piuttosto folto di alberi, in gran parte
platani ed abeti: e si fermò al principio del viale che dava nel mezzo
del casino.

Una finestra del primo piano era aperta e n'usciva lume: un'ombra a
quando a quando lo intercettava.

Quindi le corde di un piano vibrarono.

— È Mimy! e internandosi fra gli alberi venne a postarsi dietro un
grosso ippocastano, contro la finestra, cinto al piede da un boschetto.

Ascoltò.

L'ombra fremeva: gemè un preludio di Chopin così delicato che parve il
sospiro della sera: non saliva, non insisteva: erano note come staccate
che si diffondevano svanendo in una melanconia senza nome, e altre
seguivano egualmente lievi, e poi altre ancora e il tono calava e il
silenzio sembrava palpitare. Se quella era una musica di dolore, divina
ed infelice l'anima che lo patì! E dal preludio si svolse un canto
indistinto, lento, ma a volta a volta con uno slancio ineffabilmente
appassionato come di una farfalla legata ad un filo: una lotta soave e
crudele che non poteva esprimersi senza quelle note e abbisognava della
sera bruna, piena di reminiscenze e di brividi prima che la luna
versasse tutto il suo chiarore e la solitudine si popolasse coi fantasmi
della notte. Sembrava un'aspirazione verso un ideale incompreso che
sorgesse da un'anima chiusa in una forma gracile e stupenda, come un
dolce odore esala da un bel fiore, e perdendosi inutilmente si dolesse
della propria delicatezza. Le note si fecero più rare, s'abbassarono
languenti, sfinite...

Il piano era muto e Giorgio commosso ascoltava ancora.

Guardò alla finestra: l'ombra non passava più innanzi al lume.

Quella musica sembrava aver desto l'anima del bosco, le frondi
susurravano fra loro: qualche ramo luceva al raggio di una stella
affacciatasi al suo balcone d'azzurro, mentre nell'aria udivasi come il
passare di aerei fantasmi dalle lunghe vesti sibilanti che si
inseguissero: la rugiada inumidiva lagrimosa le verdi pupille delle
foglie.

Giorgio era solo: nella casa e nel prato era silenzio.

Attese che la musica ripigliasse fra la trepidazione della sera.

D'improvviso sprizzarono le note di un fandango ebbre di risa e di baci
e la voluttà levandosi in sussulto parve gittarsi nella ridda e
riempirla di un disordine fragoroso e lascivo: gli occhi neri
avventavano lampi, le bocche fremevano e il respiro ingrossandosi faceva
arrovesciare le teste coi capelli ondeggianti... La ridda precipitava
più veloce e più nuda, perchè le note, quasi mani convulse, alzavano le
vesti... Giorgio fu trascinato: non potè resistere, si girò attorno
un'occhiata e abbracciandosi d'un tratto all'albero cominciò una
difficile e pazza ascensione. Giunse trafelato sulla forcata che la
tormenta del Fandango aveva raggiunta la foga di una tormenta di sabbie
e le ultime note cadevano soffocate, stritolate.

Nella camera non si vedeva che un doppiere sopra un tavolo.

Una bestemmia gli si frantumò fra i denti, ma indi a poco una donna,
vaporosamente vestita di una lunga veste bianca, s'appressò al tavolo e
si assise sulla poltrona: la sua posa era languida e la sua figura si
rifletteva dietro in un alto specchio, illuminandosi più vivamente nel
chiarore della lastra.

— Se Ossian la vedesse in questo punto, Giorgio pensò, la paragonerebbe
a Sumalla o ad Evirallina.

La donna non si moveva dalla sua stanca posa; una treccia discesa in una
piega della veste ne usciva sciolta in ciuffo; forse ella aveva
cominciato a disfarla e s'era fermata prima che a mezzo.

Passarono alcuni minuti: indi colla mano libera riprese la treccia, la
disciolse, la diffuse: slegò il mazzo dell'altre lasciandone intatta una
sola, e stette guardando fisamente per la finestra.

La tenda era immobile, il vento era cessato; ella pure stava immobile e
le candele la lumeggiavano.

Sospirò forte, poi aprendo lentamente le braccia fe' colla testa un atto
inesprimibile di seduzione, quasi che un fantasma le stesse dinanzi e
non intendendosi bene col linguaggio degli occhi si movesse per
abbandonarla: ma le mani non le caddero abbattute, anzi si levò, andò
allo specchio e vi si mirò intenta. Poi si volse alla finestra; la
tenebria facevasi mano mano più densa.

Dal ramo, che stringeva colle ginocchia a guisa di una sella, Giorgio
osservava comodamente nella stanza per il vano delle tende.

Mimy si slacciò al collo la veste rigettandola dalle spalle perchè
scivolasse; la veste scivolando si gonfiò come una nuvola e la nascose
sino ai ginocchi; ella non aveva più che la camicia, strana, attillata
quanto un abito, con un ampio bavero alla marinara e una cintura alle
reni che le disegnava vagamente le forme della persona. Così
contemplandosi si accomodò i capelli, stirò una calza scesa
borghesemente in crespe, allentò la fascia, si sbottonò il pettorale con
lentezza quasi di amante, che volesse bere a sorsi le voluttà delle
bellezze che scopriva; poi lo staccò, e poichè voltava il fianco alla
finestra, Giorgio potè ammirare una divina forma femminea. La camicia
era diventata una mantellina a maniche.

Allora si ammirò ella pure; poi fanciullescamente, a passi piccini,
venne a prendere la mandola in sul tavolo, trasse la poltrona allo
specchio e vi si adagiò: ma depose l'istromento sulla veste invece di
toccarlo.

All'insistenza della propria contemplazione quella donna doveva essere
innamorata di sè stessa, poichè la vanità non bastava a spiegare la
lunga e raffinata osservazione del bel corpo. Nella sua attitudine che
avrebbe entusiasmato uno scultore posava dinanzi a sè medesima.
Mollemente sdraiata sulla poltrona, colla camicia gettata sul dosso come
un mantello, i capelli ondeggianti, una mano sotto il seno e un piede
che scherzava colla cornice dello specchio, mentre la gamba vi si
rifletteva in tutta la purezza del suo profilo... ella si inebbriava,
insuperbiva forse, e non aveva torto. Le sue forme erano di grandezza
mezzana ma di una inesprimibile castità artistica — bianca, bionda,
fanciulla, all'aria estatica del volto e al fremente errare della mano
forse assorta in un sogno di amore: sola, nuda, allo specchio, la
mandola ai piedi, i capelli diffusi — figura poetica ed originale di
voluttà e di bellezza! Giorgio la divorava. La stravaganza della sua
ascensione sull'albero era superata dalla stravaganza di quella scoperta
e dall'estasi solitaria di quella donna davanti a sè stessa e in sè
stessa, giacchè quella nudità così pura e insieme così impudente
prestavasi alle più bizzarre e audaci divagazioni.

— Bella!... bisogna ch'io l'abbia, mormorò stendendo nell'ombra una mano
verso di lei.

La scena durava da quasi un'ora e la donna sembrava essersi assopita,
quando un colpo piuttosto violento all'uscio la scosse.

Stette in ascolto.

Fu bussato nuovamente.

— Chi è? ella chiese indossando lestamente la veste e respingendo d'un
piede il pettorale sotto lo specchio.

Giorgio non intese risposta, ma probabilmente fu un io, e questo era
Carlo.

— Che cosa facevi? domandò colla sua grossa voce fermandosi sulla
soglia.

— Nulla, rispose con un cenno.

Le si accostò e fissandola talmente negli occhi, che dovette abbassarli,
spinse la mano a una carezza: Mimy volle ritrarsi, egli le si chinò
all'orecchio; ella fe' un gesto supplichevole, ma l'altro la trasse
verso la finestra con un braccio alla cintura.

Così Giorgio perdeva la vista dei loro volti: la notte era bruna e il
doppiere rimaneva nel mezzo della camera dietro di loro.

S'intese un grosso bacio.

— Maledizione! ruggì Giorgio agitandosi sul suo ramo; ma è un'insolenza!
almeno rispettassero la sensibilità dei vicini.

Ma la scena peggiorava.

— No, no, proruppe vedendoli abbandonare la finestra: bada, Carlo, che
lo avrai voluto! E lasciandosi cadere penzoloni dal ramo, da quello su
di un altro, senza badar al fruscio delle foglie sensibile mentre taceva
il vento, scese dalla forcata e scivolò lungo il tronco. A terra si
fermò, incerto di presentarsi coll'amorino o di uscire pel cancello; si
decise per questo. In due salti lo toccò: era chiuso; tese l'orecchio,
nessuno. Allora si mise a scavalcarlo, e come lo inforcava, si arrestò
colpito da un'idea.

— Ah! la marchesa di Monero! la rivincita di Carlo!: balzò dall'altro
lato e sparve nell'ombra.

Il lume brillava sempre alla finestra e il lettore può, se gli piace,
risalire sull'ippocastano.



CAPITOLO III


  «Caro amico,

«Ti scrivo: perchè? veramente non lo so, ma giungendo alla fine della
lettera forse non lo saprai tu pure e ripetendoti questa domanda non
avrai più ragione di me adesso. La testa mi gorgoglia, i miei sensi
fremono ancora.

«Che penseresti tu, superiore anche nella virtù alla plebaglia borghese
e che scherzi talvolta colla tua fantasia come Pericle con Aspasia, di
una visione notturna, di una donna, la quale ti apparisse solamente
vestita di luce e bianca, bionda, sublime si ammirasse nello specchio
con tacita e solitaria voluttà; se la sua voluttà si fosse prima alzata
in lamento e il lamento fosse poi scoppiato in un inno? Che penseresti,
vedendola allungarsi sopra una poltrona bruna, cogli occhi socchiusi
come nell'abbarbaglio di una visione fuggente e le mani tese per dirle:
cedo allo splendore della tua divinità, abbasso le palpebre e schiudo le
braccia, scendi e dammi un bacio? Se il petto le si sollevasse
mollemente e i capelli corsi da brividi luminosi le ripiegassero la
testa quasi nello spasimo di una ebbrezza insufficiente ed eccessiva?

«Questa donna mi è apparsa: mi sapresti dire che cosa ne penso, perchè
l'ignoro ancora e mi è d'uopo saperlo? Stavo a cavalcioni sopra un ramo,
ella in una stanza chiusa a chiave. Contemplandola ho sentito
ridestarmisi nell'animo la gioventù addormentata da tanti anni.

«Una donna giovane e bella, che viene a rinchiudersi nella sua stanza
solo per vagheggiarsi nuda allo specchio, prodigandosi carezze
mestamente e timidamente lascive; così raffinata nella voluttà da
compiacersi a coglierne le più fuggevoli espressioni sulla propria
immagine e così innamorata della bellezza da adorarla per ore in sè
stessa; una donna che assetata d'amore s'ubbriaca bevendo al proprio
calice... ecco davvero una donna e una prepotente seduzione. Ella è
innamorata di sè stessa: però questa passione deve aver deviato. Verso
chi spingevasi prorompendo la prima volta dall'anima? Quale ideale
conteneva, giacchè ogni passione deve avere il proprio ideale, il
proprio germe di felicità, che non si svela o non scoppia se non nel suo
cielo, nella sua regione?

«Ecco quanto non so.

«Tu conosci, amico, la mia opinione sulle donne; bisogna dunque che sia
bella colei sulla quale deve posarsi il mio pensiero, e che brilli,
perchè simile alla farfalla esso non s'innamora che della fiamma. Byron
non ammetteva le donne a tavola; io le voglio solo ad istanti e che
dileguino appena tramonta il sole ond'erano belle, o la stanchezza mi si
appesantisce sugli occhi e sul cuore. Davvero non comprendo come si
possa, nonchè la vita, trascorrere tutta una giornata con una di loro;
come dopo essere salito sopra una barca soffice di fiori, abbandonandosi
alla corrente di un fiume incantato, stringendosi fra le braccia un
fantasma divino, per mezzo ad isole paradisiache, con dietro un palazzo
di nuvole, con un vento di profumi nei capelli e un vento di poesia
nell'anima: come si possa, ritornando da quelle regioni del sogno e
trovandosi sopra un divano non sempre di seta, in una camera spesso
plebea, in faccia ad una donna imbecille, non sentirsi tentato di
fuggire e fuggire dalla finestra se chiusa la porta: non capisco come
libato il vino si possa annusare la tazza, strappati i fiori odorare il
fusto del mazzo. E non intendo nemmeno come bruciando dall'amore si
possa andare marito in camera della moglie, amante a casa dell'amante,
disoccupato nel mezzanino della cortigiana alla stessa maniera che al
caffè per un gelato o alla tabaccheria per un sigaro, così accettando
un'altra forma da quella che vi ha commosso e transigendo coll'ideale
quando nell'ideale solamente sta il piacere, patteggiando col tempo
nell'aspettare che la moglie abbia finito di pettinarsi, l'amante siasi
liberata da una visita importuna e la cortigiana vi dichiari che è
arrivato il vostro turno. Quando il fumo della voluttà mi sale al
cervello e la febbre mi gitta addosso il suo caldo mantello, se per
disgrazia sono solo corro a serrarmi nel gabinetto, socchiudo le
finestre, abbasso le tende così che si faccia una tenebria indecisa, e
stendendomi sul divano mi avviluppo nella mia passione, e sogno. Allora
mi sento intorno un aereo fruscìo di vesti, un sibilar di capelli: e le
forme stupende dei sogni mi passano davanti coprendomi di lunghi
sguardi, gettandomi ineffabili sorrisi, salutandomi con gesti
intraducibili. Non mi muovo: mi circondano, mi si aggirano a cerchio, mi
passeggiano sul capo, s'intrecciano, compongono quadri che mai genio di
artista compose più belli; si atteggiano, m'inebbriano, mi straziano. E
vorrei che una forma reale fra quelle vacue s'insinuasse; vorrei udire
un rumore più distinto; discernere la voluttuosa pesantezza delle carni,
e mentre un alito infiammato mi lambirebbe la fronte e due braccia
rotonde mi cingerebbero il collo, adagiare il capo sul guanciale di un
seno. Oh! il piacere è una religione e pochi gli iniziati a' suoi santi
misteri! Colui che prostituisce il momento dell'amore con una donna
fredda o sconosciuta, che se la stringe fra le braccia prima che il
petto minacci scoppiargli, è un infame come il poeta che vende la
propria inspirazione, come la bella che discute il salario delle sue
compiacenze. Siate innamorati amando; aspettate che la marea monti, il
vento si levi, irrompa la tempesta e il sole la illumini, se volete
godere le angoscie divine della passione. Il mio amore è un oceano, e io
sono come quell'audace che salpava solo quando lo vedeva burrascoso...

«Ogni piacere deve essere in noi essenzialmente d'immaginazione: gli
orientali fumano l'oppio.

«Che una donna mi commuova e la voglio subito, lei con quell'abito, con
quella espressione, atteggiata di quella gioia, di quel dolore: non si
schermisca, non dilazioni: via le oscenità del pudore, le goffaggini
della capitolazione; o mi lasci prenderle la vita o prenda i guanti e se
ne vada, o si esalti meco o si irrigidisca come il marmo, sicchè debba
fuggirla come Pigmalione la statua, se Giove non si fosse per lui
intenerito al miracolo. Perchè sillabare grottescamente la pagina più
bella della vita invece di declamarla con entusiasmo? Perchè affibbiarsi
il piviale della religione o il lucco della legge, mentre l'amore
l'invoca nuda, e il pensiero le si insinua sotto le vesti e glie le
slaccia, glie le strappa?

«Greco in ciò, come nel resto, voglio la bellezza nuda, ma più
spiritualista del paganesimo greco, voglio nuda la nudità — vi è sempre
un velo sulle carni quando tutti gli altri sono tolti: vi è un pudore
che non ha d'uopo che di sè stesso per coprirsi e non arrossire più; e
colei, che ho sorpresa allo specchio, era più nuda che fra le braccia di
un amante, nuda come si può esserlo davanti a sè stesso in un'ora di
voluttà delirante. Se ella fosse mia, io, tanto superbo, me le butterei
alle ginocchia colle mani in croce, perchè mi si mostrasse un'altra
volta così, e, se nol volesse, la ucciderei, e, se nol potesse, credo
che la prostituirei per renderglielo più facile. No, Anselmo: finchè
quel velo è fra loro, i corpi non si combaciano e le anime non si
fondono: strappatelo e la passione, come Mefistofele, ve ne farà un
mantello, sul quale posando i piedi veleggerete nell'infinito...

«E, profondamente scettico, quando ti scrivo non so parlarti che di
donne e di amore! Tutto è inutile, filosofia, religione, incredulità:
finchè la gioventù tresca col cuore e civetta colla fantasia, non
cessiamo di compiacerci nelle meschinità sensuali della donna. Che giova
se la ragione, appartandosi dal tumulto dei sensi e dei sogni, ripari
sopra un dirupo e di là sogghignando sulle figure folleggianti pel prato
dichiari la musica piazzaiola, la baldoria villana, le forme
inestetiche, gli ornamenti triviali, i fiori selvatici? Non le badiamo,
e slanciandoci nella ridda turbinosa ci pare assai di stordirci, mentre
dovremmo sublimarci. Poche ore fa mi stimavo di molto superiore a Carlo,
il povero innamorato della marchesa di Monero, nel battermi con una
donna, e avere volentieri sfidato il sole per osservare i suoi raggi
rimbalzare in frantumi sulla mia corazza di diamante — non era diamante
ma ghiaccio.

«Ti ho detto, la testa mi gorgoglia di idee e i sensi mi fremono ancora.

«Sono stato dissoluto, lo sono e lo sarò. Nato coll'animo di un grande
artista, quantunque non abbia prodotto cosa alcuna, nè la produrrò per
un difetto organico, una inadeguazione fra il sentimento e il
linguaggio, fra la concezione e la forza di estrinsecazione; e divorato
miseramente da tutte le passioni ho dovuto spossare l'ingegno cogli
sbalzi della giovinezza, stordire l'anima coi piaceri del corpo; perchè
incapace di mostrarmi grande non ho voluto e non voglio parere mediocre;
perchè non potendo avere un Dio da adorare, e quello sarei io medesimo,
mi occorrono degli idoli da infrangere, e sono le donne, che mi amano.
Sono dissoluto, perchè vi è un'amara voluttà nel sentirsi al di sopra
della vita che si conduce, nel porre, dilapidando le proprie ricchezze,
sul capo ignobile di una cortigiana una corona, che più accuratamente
brunita farebbe levare superba la fronte di una regina: sono un
dissoluto che si ubbriaca per non piangere, un mendico che nasconde
sotto i cenci un enorme diamante mal faccettato. E adesso, io che delle
donne preferisco la qualità alla quantità, ero senza amanti se costei
non mi appariva; ma dovrò battermi per conquistarla e la guerra sarà
terribile e fuori del mio mondo maschile, con una forma diversa, più
bella, che si difenderà con tutto il vantaggio di armi meglio temprate e
di conoscere perfettamente il terreno.

«Il cimento è eroico.

«Ti confesso che scrivendoti mi sento battagliero; vorrai tu tradurre
innamorato? Forse ne avrai la malignità, forse anco avrai abbastanza
spirito per non ingannarti. Comunque sia, debba o no innamorarmi di
quella donna, e innamorandomene sedurla o essere respinto, questa
lettera è soverchiamente lunga, e sebbene la mia calligrafia mi faccia
supporre che ne salterai almeno la metà, mi rassegno a troncarla.

«Una ultima parola — sono stato invitato per oggi dalla marchesa di
Monero, quella signora che scandalizzò a Rimini tutte le nostre eleganti
col bizzarro buon gusto delle sue acconciature e colla sua cameriera
mora — me lo disse la contessina S***. Non è assolutamente bella, ma può
essere affascinante. Carlo ne è una prova, sempre più ridicolmente
imbarazzato dall'altera disinvoltura de' suoi modi. Ieri, incontrandoci,
ella m'incaricò di portare un mazzo a Mimy; ecco come accadde l'invito e
il resto. Andrò a pranzo da lei, giacchè mi preme verificare un motto
della S***, la quale, poveretta, non può perdonarle di averla affatto
ecclissata; un giorno che parlavamo di lei, veggendola passare a
cavallo, mi disse: «Si regge meglio in sella che in conversazione.» Guai
se mi ha ingannato! come temo; glie ne scriverò tante da farla inverdire
per la stizza. _Vanitas vanitatum,_ mio caro. Un poeta latino domanda:
Che cosa è più leggiero del vento? la polvere; della polvere? la piuma;
della piuma? la donna; della donna? _Nihil._

«Che s'inganni? che della donna sia più leggiero chi se ne innamora?

«Ti lascio questo problema per obbligarti a rispondere.»

Così scriveva, ritornando a casa dalla scoperta di Mimy, il conte
Giorgio De Vinci.



CAPITOLO IV

                              Studio i ricci che porta sulla fronte, i
                              fiori che mette negli abiti, la maniera
                              onde mi porge la mano, la prima parola
                              che mi dice, il primo silenzio che mi
                              serba. Non le ho ancora detto: Vi amo,
                              ma forse lo sa; ho interrogato troppe
                              cose su lei perchè nessuna mi abbia
                              tradito.

                                      _Lettere_ —  OTTONE DI BANZOLE.


L'indomani all'undici, Giorgio, montato su Allah, magnifico cavallo
andaluso, balzano da tre e tutto nero con una stella bianca in fronte,
partiva dal suo casino alla volta di quello di Mimy: era vestito con
eleganza cittadina, che goffa per sè lo pareva maggiormente in campagna;
ma contro i decreti del destino e della moda ogni recriminazione è vana.
E davvero quel tubo lucido sulla testa, quei calzoni fino sul piede
uniformemente larghi, quell'abito senza nome nella lingua e che, aperto
dinanzi, terminava in coda di rondine, spaccato nel mezzo, onde ne
usciva ridicolmente il grugno della sella, contribuivano mediocremente a
rendere bella la persona e romantico il cavaliere; però, all'espressione
del volto, pareva contento di sè e ratteneva Allah accompagnando del
corpo con grazia perfetta gli ondeggiamenti del suo passo lungo e
nervoso. Era giunto sulla strada maestra, che da porta San Mammolo si
prolunga in serpeggiamenti per una stretta valle, e aveva rivolto il
dosso a Bologna con un trotto vigoroso, quando ad una svolta
distinguendo fra una nuvola di polvere come due donne a cavallo, si
spinse al galoppo. In un attimo fu loro presso e ormai le pareggiava, ma
esse si slanciarono a tutta carriera o prendessero la sua corsa
accelerata per una sfida o glie ne gettassero un'altra. La raccolse e
schioccando la lingua fe' spiccare tre balzi ad Allah, che lo portarono
oltre la seconda donna, ma la prima lo avanzava e il suo cavallo baio
correva come il vento.

— La marchesa! esclamò superando la mora: via, Allah: Allah si avventò
disperatamente: la strada faceva un gomito: spronò, ma svoltando la vide
che, frenata la cavalla, si moveva tuttavia a piccolo trotto.

La raggiunse: ella china sulla criniera di Bothaina ad accarezzarla non
lo avvertiva.

— Siete voi, signor conte! disse finalmente voltandosi allo scalpito
dell'altra che arrivava.

Indi con vivacità:

— Ci volevate proprio inseguire? credete che mi avreste raggiunta?

— Chi è quell'uomo che possa rattenere una donna se voglia fuggirlo o
raggiungerla se fugga? Ma chi fugge o teme od abborre!

— In questi due casi mi avreste inseguita?

— Forse... per sapere il perchè.

— Sperando di raggiungermi?

— Facendo almeno scoppiare il mio cavallo.

— Ecco un complimento che un'altra potrebbe prendere per una
dichiarazione.

E un superbo sorriso le contrasse le labbra.

Proseguirono senza chiedersi per dove.

Poco dopo si fermarono al cancello aperto di un casino, borghese nel
disegno e peggio ancora per una specie di giardino, che gli si stendeva
dinanzi rotto ad aiuole con qualche albero e due statue di gesso.

— La villa della signora Mimy?

— Sì, rispondeva Giorgio tirando indietro il cavallo per lasciarla
passare.

— Mi spingete ad entrare?

— Forse che la signora marchesa non ne aveva l'intenzione?

Ella gli lanciò uno sguardo scrutatore, ma il volto di Giorgio aveva la
migliore indifferenza del mondo.

— Infatti è vero.

E s'inoltrò risolutamente accennando alla mora di attendere.

Al rumore delle cavalcature sui ciottolini del viale una figura bianca
apparve e si ritrasse prontissima da una finestra al primo piano, ma non
tanto che la marchesa non la riconoscesse: d'un salto ella fu alla
porta. Giorgio si buttò da cavallo per aiutarla, ma troppo tardi; e si
avviarono a braccetto preceduti da un servo mal livreato.

Si fermarono in un salottino decente, colle pareti e la vôlta nascoste
da una tenda di mussolina fiorata.

Poco stette a presentarsi l'avvocato commosso fino alla confusione.

— Lo debbo a te, senza dubbio, disse dopo esauriti i primi complimenti,
questo regalo di condurmi la signora marchesa.

— Perdono, ella rispose sorridendo mordace: ma la colpa o il merito è
tutto mio: il signor conte mi ha incontrata, o meglio raggiunta per
strada, e scambiò seco un'occhiata, e abbiam proseguito insieme. Stamane
mi sentivo uno strano bisogna di moto: il caso o, se permettete,
l'amicizia mi hanno guidato verso qua e una volta sulla via... Vorrei
accorgermi di riuscire importuna per farmi perdonare dalla signora Mimy.

Queste parole disinvoltamente pronunciate imbarazzarono subito Carlo.

La conversazione non si legava: l'avvocato sbirciava Giorgio invocando
aiuto, ma questi non gli badava o distratto secondo il solito o volesse
giudicare, come scriveva al suo amico, dello spirito della marchesa
lasciandole tutto il peso di quel goffo silenzio.

Questa lo sentì; quindi andando verso un mazzo di rose sulla tavola lo
prese quasi per esaminarlo: una sorgeva sull'altre col gambo rotto nello
sforzo di piantarlo dentro il fusto.

— Guardate questa rosa: non pare che le dispiaccia di trovarsi in tanto
crocchio di compagne? un mazzo di rose è come un circolo di signore: si
mescono spine e profumi. Liberiamola: chi sa con quale piacere si sarà
destata al bacio del sole sperando forse di morire, quando
tramonterebbe, in un ultimo bacio... Il destino!

E se la poneva in seno.

— Allora baciatela, rispose Giorgio, quando il sole tramonta e la rosa
morirà contenta: appassire a un occhiello del vostro abito è un destino
ben migliore che nel vano di due pruni.

Carlo sospirò approvando: avrebbe desiderato un fine uguale, solamente
alquanto più remoto.

— La signora Mimy? ella gli domandò.

— Credo che si vesta.

— Non venivate dunque dalla sua camera?

A questa domanda bizzarramente indiscreta anche per lo sguardo che
l'accompagnava egli provò un sussulto.

— Io? no, ero nello studio quando il servo è venuto ad annunciarmi che
la fortuna mi era piovuta a casa.

— Cioè salita.

Giorgio era andato alla finestra nel cui mezzo, fra le tende, pendeva
una canestrina di fiori, opera di Mimy, stupendamente imitati.

— Mi permettete che vada a vederla? ella proseguì: ieri la pregai di
mettersi l'abito bianco, non vorrei se ne dimenticasse. Quindi senza
attendere la risposta facendogli col capo un intraducibile cenno di
saluto, di carezza, di beffa sparve dietro la porta per la quale egli
era entrato.

— Non capisco! proruppe dopo un momento con voce dispettosa.

— L'ho sempre creduto, ribattè Giorgio meravigliato di vederlo solo.

— Sei un insolente.

— Adagio: non ti ho ancora detto avvocato stamane e non hai diritto
d'insultarmi. Ma che cosa hai? la marchesa t'imbarazza? Eppure sei solo.

— Appunto per ciò.

— È andata a cercare Mimy? Questo prova che non hai saputo trattenerla e
che te la preferisce: infatti ha ragione. Tua moglie è una creatura
molto amabile, tu semplicemente un avvocato molto stimato, molto dotto e
anche molto noioso. Ma, Carlo! la marchesa è una donna di spirito, la
vuoi sedurre, e sempre che la vedi diventi impacciato, ridicolo. Queste
parole sono dure, però sono la verità, niente altro che la verità.
Eppure dovresti capire che mancando di galanteria bisogna imporsi
coll'audacia o coll'ingegno. Ti credevo più avanzato, ma sono contento
di essermi ingannato: così mi avveggo di avere ancora delle illusioni da
perdere.

L'altro andò alla finestra.

— Eccole là!

Camminavano lentamente, le spalle rivolte alla casa; la marchesa le
stringeva con un braccio la vita mentre coll'altra le teneva
cavallerescamente il cappello sopra a ripararla dal sole come un
ombrellino; Mimy aveva la testa bassa, coll'abito bianco serrato alle
reni da un nastro cilestro e le lunghe treccie abbandonate. La marchesa
le parlava all'orecchio come un uomo, ma così accosto che il suo alito
doveva lambirle il collo.

— Andiamo a raggiungerle! disse Giorgio.

Carlo rimase alla finestra considerandole con malinconia: quel
bellissimo gruppo lo avviliva. Brutto e quantunque robusto già sul
declivio dell'età sentendosi inferiore disperava della propria passione,
che tanto più s'accendeva quanto meglio penetrava la possente e strana
bellezza della marchesa. Le forme di lei voluttuosamente rivelate
dall'abito avevano tale vigore e nullameno i suoi gesti tanta grazia,
l'espressione de' suoi occhi era così altera e quella del suo sorriso
così procace; quella donna aveva tanto ingegno e tanta audacia che non
si poteva non desiderarla, non amarla ardentemente... ma era impossibile
dirglielo e più impossibile ancora conquistarla.

Si sentì piegare sotto questo pensiero siffattamente che per non cadervi
sotto scese a precipizio in giardino.

Arrivò che Giorgio e la marchesa si tenevano testa.

— Così, le diceva, rimproverate agli uomini di non saper amare?

— Forse che avrei torto?

— Perdono, ma il mio sesso mi costringe a credere che sì.

— Il vostro sesso! Ecco la grande ragione degli uomini, il perchè di ciò
che chiamano amore. Ma si può veramente amare ciò che non si comprende,
e quale è l'uomo, per quanto fornito di genio, giacchè parlando di loro
bisogna pur sempre supporlo, che comprenda il cuore di una donna o abbia
una mano tanto delicata da aprirne le porte senza infrangerle, da
montarne l'altare senza rovesciarlo? Sanno amare! ma intendono nemmeno
il linguaggio della passione?

— Cosa dicono adunque le parole di Amleto sulla bara di Ofelia?

— Quello che il ruggito del leone, cui il cacciatore uccide la leonessa.

— Ruggito sublime!

— Selvaggio. Ma sia: ma quello è uno sforzo nel quale concorrono l'odio,
l'ira, il dolore, la morte; egoismo e sensi che ruggono vedendosi
sfuggire la preda. Amleto scenderebbe forse nella fossa, ma la vanità ve
lo spinge, ma a questa Ofelia così cara che cosa avrebbe da offrirle se
viva? Quando avesse intesa la poesia di quella creatura l'avrebbe
sagrificata alla vendetta del proprio padre, un ubbriacone,
all'ambizione di regnare sui Danesi, un gregge di bufali? La passione
d'Amleto è sublime, voi dite: trovatemi dunque un aggettivo per l'altra
di Salmaci o della Piccola Sirena di Andersen.

— Favole.

— No, simboli: gli uomini, seguiva con sdegnoso sorriso, sanno amare!
Quale parte hanno fatta alla donna nella conquista del mondo? Magnanimo
questo amore... Nella nostra società la donna è nulla: vergine, la si
educa alla maternità del matrimonio riducendola ad un ballocco che si
ammira finchè nuovo, ad una macchina da partorire, che si logora e si
rompe partorendo. Di lei si preferisce il corpo all'anima e si dice al
suo cuore: sii fedele al padrone — quindi un sonetto, un monile sono il
premio del sagrificio.

— Ma allora, interloquì Carlo attonito, la donna...

— Gli uomini non la comprendono.

— Eppure, replicò Giorgio, deve agli uomini che pensano, agli artisti
che creano la grandezza cui è giunta.

— Gli artisti menano questo vanto ma è una vanità come tante altre. La
donna misconosciuta nella società non esiste nell'arte. La Grecia ne
ebbe un cadavere nella Venere, il mondo moderno non ha nulla, perchè le
vergini e le madonne cristiane, limite estremo della bellezza, sono un
tipo umanamente falso. La nostra forma è bella, possiamo dirlo con
orgoglio, ma sotto i vostri scalpelli si fa inanime, sotto i pennelli si
altera, e perchè? perchè non conoscete la donna. I nostri sensi sono
infinitamente più fini, la nostra anima sarebbe inferiore? Gli uomini,
amandoci, userò questo verbo, passano vicino alle nostre siepi e non
s'accorgono che dietro sta un giardino: pirati, approdano ad un'isola,
si fermano un'ora in un seno e ripartono non solo pretendendo di averla
conosciuta, ma di essersene impadroniti.

— Stupendamente espresso! proruppe Carlo.

— Ripiego d'avvocato per non darmi ragione: ma non importa: sono le
donne che debbono approvarmi.

E gettò uno sguardo a Mimy, che abbassò gli occhi.

— Siete dunque pentita? ella riprese dopo brevissima pausa.

Mimy spalancò due occhi del più bel ceruleo.

— Il mio amorino?

— Eccolo, disse Giorgio: ho pensato che Mimy lo gradirebbe assai più
dalla mano che lo offriva, e l'ho conservato.

— Confessa piuttosto, intervenne Carlo, che la è stata una delle tue
solite distrazioni.

— Mai.

— Non è vero, Mimy, che ho avuto un buon pensiero?

— Ebbene? insistè la marchesa.

Mimy le alzò gli occhi nel viso, e guardandola con aria di dolce
rimprovero mormorò un sì fievolissimo. La marchesa le prese allora il
capo con dolcezza, e chinandoglielo quasi all'altezza della propria
bocca le mise l'amorino in un riccio, così che pareva caduto dal cielo.

Si riprese la conversazione: poco dopo, una carrozza si fermò al
cancello e la mora entrò ad avvisare la marchesa.

— In viaggio, signori, ella disse gaiamente.

L'avvocato fe' qualche osservazione, perchè aveva egli pure la carrozza,
ma dovette arrendersi.

Quella della marchesa era un magnifico calesse ad otto molle, tappezzato
di un damasco azzurro a fiorami più cupi: due cuscini ricamati
distinguevano i posti delle signore. Giorgio cavalcava allo sportello:
ultima veniva la mora.

Si udì un nitrito: era Bothaina che rimasta libera pel prato aveva
girato dietro la casa, senza che niuno le badasse nei preparativi della
partenza, e accorreva colle orecchie tese.

— Bothaina! gridò la marchesa; l'intelligente animale accostandosi alla
carrozza dal lato di Mimy mise dentro la testa per ricevere una carezza.

— Come si fa adesso? domandò l'avvocato.

— Bothaina può seguirci così.

Partirono; una nuvola di polvere densa e leggiera li accompagnò lungo la
strada.



CAPITOLO V

                              Et veritablement je ne sache rien de
                              plus hideux a voir pour quelqu'un de
                              sang froid que... et ce visage enflammé
                              de la plus brutale concupiscense: mais
                              si nous sommes ainsi près des femmes il
                              faut qu'elles aient les yeux bien
                              fascinés pour ne nous prendre en
                              horreur.

                                       _Les Confessions._ — ROUSSEAU.


La sera dello stesso giorno Giorgio, Mimy e l'avvocato si trovarono
assieme nel salottino, per chiacchierare dopo cena, ma non parlavano che
a monosillabi. I due uomini erano pensierosi, nei movimenti quasi
irrequieti.

Carlo si alzò come chi prenda una risoluzione.

— Te ne vai? gli chiese Giorgio con uno sguardo.

— Ho una causa che mi preme: poi sono stanco. Tu resti con Mimy.

— Buona notte, ella ripetè senza levare il capo dal ricamo.

Rimasero soli: egli sdraiato sulla poltrona fumando lo sigaro; ella
china sopra un fazzoletto ricamando.

La luna, che illuminava lenemente la camera, si nascose dietro una
nuvola; e Giorgio rimase nell'ombra, mentre sul volto di Mimy la luce
della fiamma a petrolio velata da un cappello di rose tremava
lievemente. Era ancora più pallida, quindi più bella del consueto,
coll'abito bianco e sui capelli l'amorino appassito della marchesa;
solamente la pettinatura cominciava a scomporsi per l'indocilità dei
ricci, alcuni dei quali le coprivano le orecchie e avanzandosi sulla
fronte unita e liscia le cadevano sulla radice del naso come il fiocco
di un cavallo.

— Mimy...

Ella lo guardò interrogando.

— Non dici nulla? penserai forse: anch'io penso a te in questo punto.

Ella si strinse famigliarmente nelle spalle ripiegandosi sul ricamo.

— Sai che cosa mi figuravo? Che questa tua placidezza copre molta
rassegnazione e il tuo pallore molta malinconia.

— A proposito di che tutto questo?

— Di tutto e di nulla: un'idea che mi ha traversato la mente e, se non
fossi con te, aggiungerei, che mi ha fatto battere il cuore. Mimy, mi
fai un piacere?

— Sentiamo.

— Fai o non fai?

— Cugino, peggiori tutti i giorni: sei stravagante, diventerai pazzo,
rispose con un sorriso di carezzevole compiacenza.

— Forse per colpa tua. Levati e va alla finestra.

— E poi?

— Niente altro.

Ella comprese, e levandosi con mollezza andò lentamente ad appoggiarsi
sul davanzale.

— Sei bella così! esclamò Giorgio, che l'aveva seguita con un gesto di
ammirazione.

Ella non rispose.

Col capo chino sulla spalla stava addossata a uno sportello in una
attitudine di fantasticaggine: l'abito, le treccie, la finestra, la luna
che omai riappariva, l'oblio forse in un pensiero d'amore, nulla mancava
per comporre una romanza; se Giorgio non fosse stato poeta nell'animo,
forse ne avrebbe provato il solletico. Invece le si venne al fianco,
posando i gomiti sul davanzale e voltandole il viso nel viso. Ella non
se ne commosse; la luna scaturì con poetica compiacenza dalla sua nuvola
come un brindisi alla fine del banchetto e li avvolse nel suo sguardo
luminoso.

— «Povera Emilia, l'idolo dilegua e il cavalier,» mormorò fra i denti.

— Che cosa canti?

— Niente: un notturno che canto spesso; è molto malinconico.

— Come la tua vita.

— Chi te lo ha detto?

— Forse è necessario che ci si dicano certe cose? Il fiore del loto,
dice un gran poeta, non può sopportare il raggio del sole e amoreggia la
luna. Credi che sia felice quest'amore? Luce e calore, amore e voluttà:
ecco l'atmosfera della vita. Sai, Mimy, come passi pel mondo? Pallido
fantasma traversi la terra come in processione accanto al marito trovata
per via, coperta di un gran velo nero: la tua gioventù è una salmodia
monotona, la tua bellezza una statua nel fondo di uno studio, che pochi
conoscono e nessuno ha sentita ancora, tuo marito pel primo.

— Ebbene? chiese punto meravigliata di quelle comparazioni e quasi
approvandole.

— Ebbene: non so quello che mi dica; ma pensando di te, e mi accade
spesso, provo un senso di pena. Mi pare che tu debba aver bisogno di uno
che animandoti col suo spirito ti cangi la processione in una scorreria
fantastica di un mattino di primavera, e dalla monotona salmodìa tragga
una musica come il terzo atto del _Faust._

Mimy appoggiò la testa allo sportello e rimase pensierosa.

Era una notte stupenda. In fondo al cielo sereno oscillavano nuvole
turchine che la luna salendo imbiancava della propria luce; un immobile
splendore dormiva sui campi lontani, mentre qualche raggio penetrando
tra gli alberi del bosco sembrava volervisi nascondere; ogni cosa
taceva. Una molle stanchezza pesava sulla natura. Nessuna stella
brillava: solo quelle nuvole oscillavano lentamente aspettando un soffio
di vento per proseguire il loro misterioso viaggio.

Giorgio si scosse: fe' qualche passo per la stanza, poi fermandosele
innanzi,

— Vuoi scendere in giardino?

— A che?

— A passeggiare.

— Se non ti dispiace preferisco di restar qui.

— Allora suonami il tuo notturno favorito.

— Per carità...

— Dunque... parliamo se non vuoi far nulla.

— Ascolto.

Invece di parlare tacquero: la conversazione era impossibile, ma intanto
che Giorgio vi si sforzava Mimy rimaneva insensibile. Allora la prese
famigliarmente per le mani e sollevandosele al volto come per osservare
il ricamo al lume di luna la staccò piano piano dalla finestra, senza
che opponesse resistenza — si trovarono quasi nel mezzo della camera,
Giorgio al buio, Mimy sull'orlo della striscia luminosa segnata sul
pavimento; avevano i volti accanto, così che allungandosi egli dubitava
di baciarle la fronte o le mani, Mimy rinvenne: in quel punto un bacio
ardente le cadde sulle dita e violentemente attirata barcollò sul petto
di lui.

— Giorgio! balbettò resistendo.

— Non ti muovere: ho bisogno di guardarti, di toccarti, d'altronde non
hai nulla a temere! aggiunse con voce più dolce. Senti, sei ancora
fanciulla, sei bella, se ti vedessi ora potresti darmi ragione senza
vanità, ma sei infelice. Qualche cosa ti manca al cuore, forse pure allo
spirito: ma amerai.

— Io!

— Ti pare stravagante?! Carlo non poteva comprenderti; tu ti consumi
alla sua ombra come un povero gelsomino soffocato da un'ellera: divori
per nutrirti il tuo profumo, ma questo profumo che respirato da un altro
sarebbe essenza di vita per te è di morte. Qualche volta ti ho sorpresa
a guardare Carlo e nel tuo sguardo ho notato tutta la penosa meraviglia
della tua anima pensando di essergli moglie. Nega se puoi. Io lo
capisco, Mimy il tuo notturno...

— Il mio notturno!

— Il tuo notturno, la tua malinconia, quello che non dici a nessuno, che
confessi forse appena a te medesima quando sei ben sola. Oh, ascoltami!
ho bisogno di parlarti.

Quindi tenendosi sempre le sue mani al petto la traeva al divano e le
sedeva di contro.

— Anch'io sono infelice: ti stupisce? fanciulla! se non distingui il
sorriso dalla smorfia del sogghigno che tenta occultarsi! Se il tuo
occhio azzurro così placido potesse scandagliare gli abissi della mia
anima, affacciarsi un momento alle desolate solitudini del mio cuore si
sbarrerebbe per raccapriccio o si velerebbe dallo spavento. Se dovessi
dirti le mie disgrazie, i miei dolori non vi riuscirei: saranno
bazzecole, scempiaggini, pazzie, forse tutto ciò riunito, forse nulla di
tutto ciò; ma sono infelice e mi è d'uopo di una donna che mi apra le
braccia e mi chiuda gli occhi col suo petto quando lo spasimo segreto
infierisce. Vedi, così... e tentava di mettersi al collo le braccia di
lei.

— Ma sei pazzo stasera! rispondeva divincolandosi.

— Pazzo! ecco la donna! ma non capisci... sono pazzo? ebbene ai pazzi è
tutto permesso. Sì, ti voglio rivelare a te stessa, poi ti aprirò la mia
anima; chi sa se potrai rifiutarla. Hai ventun anno: non so se il tuo
spirito fu mai vergine, ma se sposa significa la donna che ha saputo
l'amore, tu non la sei. Il matrimonio era stata la porta dell'avvenire,
di un mondo di sogni e di piaceri, di luce e di profumi, ma appena
varcata hai dovuto guardarti attorno stupita; invece che sovra un
giardino dava in un cortile umido e buio. Ti sei, ti hanno ingannata.
Credi adesso che quel bel mondo non sia? No; esiste, Mimy, e bisogna
entrarvi, ma la passione ne tiene le chiavi. Le vuoi? io te le offro, ti
offro la mia anima con tutti i suoi entusiasmi e le sue piaghe: la mia
anima di poeta che sente tutti gli odii e tutti gli amori, che ha ancora
la primavera della speranza fra le rovine della fede. Ah! io ho bisogno
d'essere amato... da te.

Successero alcuni istanti di silenzio: erano entrambi commossi,
specialmente Mimy alle mille miglia dall'attendersi questa scena.
Giorgio vi aveva trasceso: non poteva ragionevolmente sperare di sedurla
subito, mentre spintosi troppo oltre, se gli resisteva, piucchè la
battaglia perdeva forse la guerra: però quella passione malgrado il
discorso a Carlo e la lettera ad Anselmo la sentiva.

Mimy teneva gli occhi bassi, egli la divorava. Insensibilmente le
appressò la poltroncina e coi ginocchi le toccò i ginocchi. Tacevano in
un silenzio che era l'ultimo sforzo della eloquenza. A poco a poco i
volti si attrassero: egli allungò il collo e vedendo Mimy socchiudere
gli occhi, stimò giunto il momento: le cadde ai piedi passandole le
braccia alla cintura.

Ella volle levarsi.

— No: e la ratteneva coprendola di uno sguardo umido di voluttà; non mi
lasciare. Non è vero che mi ami? confessalo! sei troppo bella per
deturparti colla maschera della modestia... Adesso! balbettò appena,
intelligibilmente premendole il volto nel grembo.

Mimy tentava sempre di svincolarsi fissandolo in modo che pareva
esaminarlo; nel suo sguardo c'era ancora più curiosità che
sbigottimento.

Egli tacque un altro minuto supplicandola coll'atteggiamento.

— M'ami? ridomandò... Oh! ne sono degno, sono tanto infelice, ti amo
tanto! Se sentissi la mia ebbrezza e il mio spasimo in questo punto
m'ameresti per vanità o per compassione. Come sei bella! un'ora sola...
e morire... vivere per te, per animare il deserto della tua vita, per
occupare le tue malinconie... sei pur bella così! Non temere, Mimy, ti
amo troppo per perderti; voglio che la tua felicità sia il mio monumento
di artista; così sarà più nobile di un quadro o di un poema.

La posizione di Mimy facevasi sempre più difficile, era diggià nelle sue
braccia. Lo sentì, quindi colle manine bianche tentò risolutamente di
rompere il laccio, ma Giorgio la ricinse più stretta.

— Impossibile! ella mormorò rivolgendo la faccia per non vederlo.

— No, no!

— Ma Carlo!... ripetè guardando istintivamente verso la porta.

— Tu non l'ami; che importa ora? Carlo è lontano, poi non è che tuo
marito; provati ad avere un amante e vedrai. Fammi solo un segno colle
palpebre e rimango qui inginocchiato sino a domani, a posdomani, finchè
vorrai. Sai: per me in questo momento intrecciarti le mani sulla
cintura, appoggiarti il capo... è una gioia inesprimibile, eppure non
sei che una statua — animati dunque; vorrei trasfonderti metà della mia
vita, ne dovessi subito morire...

Pronunciando con voce rotta queste parole le si aggrappava mentre ella
indietreggiava, così che per seguirla trascinavasi sulle ginocchia.
L'infelice si contorceva. Le guance gli si erano accese, teneva gli
occhi sbarrati, luccicanti, con un sorriso villanamente lascivo. Codesta
trasfigurazione che un'altra donna o non avrebbe osservato o avrebbe
ammirato, ributtò Mimy.

— No! proruppe con tale accento e tale sguardo che a Giorgio caddero le
mani.

Si scostò imbarazzata e allora solamente arrossì vedendolo ginocchioni
colla fronte contro la spalliera del divano. Stette sospesa in
osservarlo e o temesse qualche nuova stranezza o non trovasse nessun
finale per quella scena, sparì tacitamente dietro alla porta.

Quando Giorgio si risollevò non parve punto stupito di essere solo; si
passò due o tre volte le mani sulla fronte.

— Imbecille! proruppe nell'andarsene.

Per chi quest'ultima parola? per lui o per Mimy?



CAPITOLO VI

                              Il faut se rappeler cet admirable cri de
                              Sapho, par le quel une nouvelle mariée
                              s'adresse à Diane, la deesse virginale
                              «deesse, deesse tu me fuis! pour combien
                              de temps? — Je ne viendrai plus vers
                              toi, jamais plus.»

                              _Portrait de Teocrite._ — SAINTE BEUVE.


Mentre Giorgio usciva dalla casa, Mimy entrava in quel gabinetto, ove la
vedemmo la prima volta, chiudendosi dietro la porta: posava la bugia sul
tavolino, e ne traeva dal cassetto un album piuttosto grande legato in
marocchino rosso con un grosso _M_ dorata sulla coperta. Lo aperse;
quindi si mise a sfogliare un quaderno racchiusovi, fermandosi qua e là
a leggere un periodo, a guardare una pagina senza leggerla.

Era nell'aspetto insieme distratta e commossa: al primo foglio bianco,
poichè il quaderno era scritto appena per metà, sembrò voler aggiungere
qualche cosa, ma rimase colla penna levata, la fronte pensierosa: non
scrisse; seguitò a sfogliare, questa volta leggendo una pagina invece di
un periodo.

Poteva mancare un'ora a mezzanotte; lo sguardo pallidamente curioso
della luna entrava col vento notturno fra le tende abbassate, l'aria era
tiepida; fuori tratto tratto alzavasi un romorio di frondi.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Questa mane era tuttavia a letto sognando ad occhi aperti quando è
entrata mammà. Mi pareva di essere ancora fanciulla e di entrare in un
antico salone gremito di splendide dame e di più splendidi cavalieri:
tutti mi guardavano domandandosi in bisbigli chi ero, così bionda e così
pensierosa. Solamente in un angolo un paggio dai capelli d'oro, gracile
al pari di me, non mi guardava, non udiva il mormorio destato dalla mia
presenza. Io lo fissavo singolarmente, mi sentivo attratta verso lui fra
la folla che mi si apriva dinanzi... Dio! il suo sguardo... Mi veniva
incontro, mi offriva il braccio senza parlare, io accettava, e ci
smarrivamo inosservati fra la folla che tornava alle proprie galanterie:
ma noi discorrevamo d'amore tanto bene, che non me ne ricordo più nulla.
Nel più bello è entrata mammà; vedendomi sentoni sul letto, forse
all'aspetto troppo meditabonda, mi ha chiesto col suo sorriso cattivo

« — Che cosa hai, Mimy?

« — Niente.

« — Sei abbattuta; bisognerà che gliene parli a Carlo.

« — Per carità, mamma.

« — Non spaventarti, piccina; quindi chinandomisi all'orecchio sempre
con quel sorriso: Guardati... diventerai brutta, e allora poi...

«Fortunatamente è sopraggiunta la cameriera e si sono messe a
chiacchierare.

«Ma guardarsi da che, mio Dio! Quale trista manìa di leggervi sul viso i
dispacci della notte e di volere che l'incomodo di dormire con un uomo
vi renda assolutamente felice... Non incontro per strada due signore che
non mi guardino; se vado a trovarle o vengono da me si occupano ancora
più della mia faccia, specialmente degli occhi, che del colore e della
guarnizione de' miei abiti. Non so se le mie amiche mi amino molto, ma
s'interessano troppo della mia vita di sposa e mi interrogano come tanti
medici sopra mio marito — io che lo dimenticherei tanto volentieri! Le
mie compagne di convento poi sono insopportabili: talora mi pare quasi
che m'odiino per essere uscita dalla loro classe tanto mi esaminano
minutamente per scoprirmi senza dubbio qualche ruga. Bisogna che amino
ben furiosamente gli uomini, se il mio matrimonio le angustia tanto.
Poverette! E pure tanto bella quando, fanciulle, si va a letto
ritornando dal teatro, ancora commosse dal _Faust_ o dalle splendide
fantasmagorie del ballo, quello spogliarsi lentamente la graziosa
toeletta, quel togliersi ad uno ad uno i fiori, lasciandosi cadere
liberamente i capelli sulle spalle: poi si va e si viene per la camera:
vi fermate a mettere a posto un sopramobile: aprite un cassetto o lo
chiudete, odorate un profumo o vi ponete allo specchio e vi ci vedete
quale poco fa in teatro, ma libera di sognare e senza paura di uno che
entri e vi disturbi, mentre la vita e il mondo stanno come due palazzi
di esposizione coi portoni aperti e le sale zeppe di meraviglie: e si
può entrare, si può ancora comprar tutto. Allora slacciando il busto si
pensa inorgogliendo a tante occhiate: si alza la gonna per ammirarsi il
piedino, poi si trascina la poltrona allo specchio, e civettando col
vostro bel visino si fanno mille sogni di trionfi e di piaceri. Allora
gli uomini ci si possono mescere perchè non li conosciamo; e se ne
abbiamo veduto uno delicato, femmineo, coi baffi appena nati, ce lo
immaginiamo supplichevole ai piedi con un silenzio e un anelito... Gli
uomini — veramente ci pensiamo troppo; però ce li creiamo come
dovrebbero essere e non come sono, triviali, brutti, opprimenti. Essere
fanciulla... sentirsi vergine, destinata ai piaceri divini
inimaginabili, che poi non arrivano mai, e che accadranno forse domani,
posdomani; prepararvisi, non avere in sè stesse nulla che vi dispiaccia,
voi belle, amabili, adorabili, adorate forse; accarezzare i vostri
tesori che appartengono a voi, a voi sole. In questa parola sta il
segreto della felicità di fanciulla «appartenersi,» nessuno può stendere
una mano sulle mie treccie, chiedermi ignobili carezze, a me fredda,
mesta forse in chi sa quale pensiero. Oh! quando si è fanciulla vi
cogliete a meditare una scena letta o veduta, e a poco a poco una calda
nuvola vi avvolge; ma invece essere sposa, lì a letto con un uomo che ha
bevuto abbondantemente a cena e depone, prima di spogliarsi, la pipa sul
tavolino: non poter stendere una gamba senza il timore di urtarne
un'altra, non stirare un braccio senza far nascere il sospetto di un
desiderio che non avete... e aspettare tremando che un gran corpo
angoloso e peloso vi si accosti trascinandosi, quale orrore! E una testa
si affonda sul vostro cuscino, un grosso naso vi entra in una guancia,
un fiato vi passa sulla bocca intanto che due zampe vi schiacciano i
vostri piedini Meglio essere fanciulla nel vostro lettuccio bianco,
odoroso: le cortine mezzo stirate, il lume chiuso nell'alabastro, un
romanzo sotto le coperte, e voi fuori col petto, coi capelli in
disordine, bellina! — quante volte mettevo lo specchio sotto il
guanciale per guardarmi! poi sognare, inebbriarsi magari di un amore
solitario contemplando a occhi chiusi qualcuno che non si conosce ed è
tanto caro.

«Pazienza se il marito fosse un amante e vi istupidisse a forza di
moine: niente! Carlo viene a coricarsi come va a sedersi sulla poltrona
del suo studio e stende la mano al mio volto come ad uno di quei grossi
volumi, che mi pregò ieri di porgergli — fortuna che mi consulta di
rado. Ma come mai questa gente, la quale pretende a un grande ingegno e
a un gran cuore, tratta così una povera fanciulla, attaccandola e
staccandola dalla carretta del loro amore (intesi questo paragone da una
contadina di mammà), battendola quando è sotto, dimenticandola affatto
quando non vi è più? Come rimango io poi?... Questa è la voluttà, questo
l'amore del talamo tanto vantato ne' miei sonetti di nozze? Ci credevo
poco, ma non mi aspettavo a questa atrocità.

«Ho letto in un libro, non ricordo più quale, che gli Indiani vivono
essenzialmente di legumi e hanno un alito, un odorato talmente finì, che
la vicinanza di un europeo carnivoro e ubbriacone li ributta:
matrimonialmente Carlo è un europeo, io un'indiana.

«Che cosa ne penserà? egli è sempre solo nel giardino delle sue voluttà:
io sono una pellegrina che perde il tempo per via fermandosi ad
osservare i fiori fra le siepi, sui margini dei fossi; che amerebbe
sedersi all'ombra di un albero, che le carezze del vento distraggono e
le esalazioni olezzanti del terreno snervano. — Arrivo sempre troppo
tardi, quando il cancello del giardino è chiuso, e mi sveglio dal
vaneggiamento urtandovi dolorosamente col capo: almeno non vedessi lui
sdraiato da ubbriaco sulla soglia. Ho sempre letto che l'amore ha
bisogno di mistero e la voluttà di veli, però il loro maggior bisogno è
quando spirano. — Cesare si ravvolse nella toga. La commedia finita cala
il sipario: perchè non in tutte? Nel nostro teatro no, e per compenso la
musica del suo russo. Povera Mimy!

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Non lo si direbbe, eppure bisogna che Carlo sia uno sciocco per
mostrarmisi addormentato così brutto e in una attitudine, che il più
spiritoso caricaturista non gli consiglierebbe per perderlo. Intanto che
lo guardavo inorridita si è svegliato, e mi sono prontamente rivolta
perchè non prenda, come un'altra volta, la mia attonitaggine per
un'estasi e me la retribuisca. Basterebbe un equivoco simile a rendere
il matrimonio insopportabile. Guai se spiando vostro marito in tal
momento una romantica figura vi traversa l'immaginazione! Che sarebbe
più la colpa dell'adulterio? Non lo commetterò mai, perchè non mi
innamorerò mai di un uomo, io già vecchia a venti anni e che morirò di
una malattia che i medici non capiranno, la mancanza di aria e di amore
— passerò bella e triste pel mondo come una bella nuvola pel cielo di
notte. Povera Mimy, tutto è finito: sei sposa: la tua gioventù è morta:
non ti resta più che la gravidanza, e avrai bevuto il calice fino alla
feccia.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Ma il matrimonio è un contratto, Carlo diceva oggi a pranzo col
presidente della Corte di appello: il matrimonio è un contratto e tutto
sta nel consenso.

«Io tacevo ansiosa di comprendere questo mistero del matrimonio. Il
presidente, che è religioso, negava il divorzio malgrado la maschile
bruttezza di sua moglie. Coraggio di martire!

«Hanno discusso con veemenza e credo pure con dottrina, ma non ho inteso
se non che il matrimonio o è un contratto o una istituzione; sempre
affare di discussione fra gli uomini: per le donne non ci si pensa. Come
negare, frattanto, o ammettere il divorzio senza consultare le donne, la
metà degli interessati e i maggiormente?

«Basta: il matrimonio nel codice è un contratto? Non è vero, è una
truffa.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Se suor Maria, che mi amava tanto e mi diceva: gli uomini? demoni!
fosse qui, con lei direi tutto, tutto. Mi piaceva suor Maria colle gote
più bianche del soggolo, gli occhi neri dolci, la bocca grande e il viso
melanconico. Che bella donna se l'avessero vestita alla moda! Poveretta!
laggiù nel convento chi sa quanto soffriva, ma adesso la invidio: nella
sua cella è sola, libera; ha tutto il giorno e tutta la notte per
sognare; che le manca? gli uomini — io ne ho uno e non avrei cuore di
cederglielo... cara suor Maria, vi renderei disperata col mio triste
regalo.»

Mimy interruppe le lettura e rimase meditando.

«Bice, che m'interroga sempre sulla mia tristezza, me ne ha mandato come
spiegazione: _Petites misères de la vie conjugale_. Ho divorato il libro
e non mi è piaciuto. Balzac ammette il matrimonio e ne fa la caricatura
degli inconvenienti. Le sono davvero piccole miserie — e le grandi? Se
il matrimonio fosse contro natura? Quando m'intendessi a scrivere e
potessi dopo decidermi a gettare la mia anima al pubblico, io sì che
farei un bel romanzo, per esempio — Il Romanzo di una moglie —
quattordici capitoli come sono quattordici le stazioni della_ Via
crucis_.

«Gli orientali hanno il serraglio, e credo ci convenga meglio delle
nostre famiglie. Il serraglio è un magnifico carcere guardato da mostri:
vi si vive fuori del mondo una vita d'immaginazione: si dorme sui
tappeti, si respirano profumi, si sta lunghe ore nel bagno, più lunghe
allo specchio; il pensiero è tutto fisso nella bellezza, la speranza
nella voluttà; il padrone entra come un attore sulla scena. Ma un marito
che si vede sempre, certe volte, in certi momenti: non vi è passione, nè
illusione che resista.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Pensavo al matrimonio: ci penso spesso. Tutti predicano che li
solamente è la vera felicità per noi donne; cioè, che per divertirsi
molto e sempre bisogna prendere un abbonamento vitalizio a un teatro in
cui gli stessi attori danno sempre la stessa commedia e gli uni sono più
goffi dell'altra. La logica degli uomini, essi che scherniscono tanto la
nostra!

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Sono sua! ecco la grande parola. Sua! Egli penserà forse: il corpo di
Mimy è mio. Come della scimmia il violino che s'imposta sotto il mento e
non sa suonare. E l'anima? sua! il mio passato, il mio sentimento, la
mia fantasia, i miei sogni, i miei castelli che fabbrico sulle nuvole e
nei quali mi rifugio, proprio tutto suo?

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Sono stata tre giorni a letto e nessuno è venuto a trovarmi.

«Ero ancora più triste che malata: la penombra, il silenzio della
camera, la cameriera che entrava sulla punta dei piedi e mi parlava
bassamente... essere sola — un raccoglimento quasi voluttuoso se i nervi
delle tempia non mi si fossero a quando a quando dolorosamente stirati.
Carlo, non lo immaginavo, malgrado un accrescimento di lavoro mi veniva
spesso al letto, si sedeva al capezzale, mentre l'osservavo fingendo di
sonnecchiare. Carlo è incapace di amare, ma non manca proprio di cuore —
è buono come un uomo.

«Se avessi una persona amata che mi si ammalasse, mi ammalerei anch'io;
mi crederei cattiva diversamente.

«Mi sono sentita inclinare verso di lui: non era più mio marito, ma un
amico, un medico disinteressato, e se mi avesse aiutata forse mi entrava
in cuore — meglio per lui e per me: ma no, sempre così... i mariti,
anche i più intelligenti, non capiscono nulla.

«Se al momento di coricarsi m'avesse detto: — Mimy, mi permetti di stare
con te? altrimenti dormo nel gabinetto: correrò pel primo se chiami; —
credo che gli sarei saltata al collo, però chiedendogli di lasciarmi
sola.

«Invece a mezzanotte m'entra in camera: mi domanda come sto, si spoglia
e giù placidamente in faccia alla cameriera:

« — Va pur là: ci penso.

«Ci pensava russando!

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Giorgio è ritornato più secco e meno brutto dalla Spagna. Come mai gli
uomini sono le nostre metà se non ci somigliano punto?

«Il sorriso che rende così grazioso il nostro volto deforma il loro,
forse per l'angolosità dei lineamenti, che al più piccolo moto si urtano
come le faccette dei giocattoli da bimbi. Qualche volta mi sono messa ad
esaminare un uomo: meditabondo, via! ma in azione: ogni cinque minuti
un'espressione triviale, un gesto villano: hanno i movimenti ancora più
pesanti delle forme (per esempio ballando nessuno di loro si regge sul
pollice, come sanno fare tutte le ballerine); il loro viso è talmente
grossolano che nessun sentimento delicato vi può sfumare; se vi dicono
un bel complimento, gli è come se vi offrissero un diamante montato in
ottone. Comprendo che la cavalla ami il cavallo; la loro bellezza è
uguale: ma la donna l'uomo?

«Ecco come da fanciulla mi figuravo l'amore: una tiepida pelliccia di
ermellino, nella quale mi avviluppavo nuda, morbida, candida, intatta.
Invece mi hanno affagottata in una pelle di asino.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Suor Maria aveva per me una ben'altra tenerezza che la mamma. Quando
eravamo in camera per la meditazione veniva spesso a trovarmi: mi
domandava tante cose! Benchè fossi sul quindici anni mi pigliava ancora
sulle ginocchia: qualche volta mi scomponeva quella orribile
pettinatura, mi sbottonava dalle spalle la pellegrina e acconciandomi i
capelli come la Maddalena dell'altar maggiore mi baciava sulla fronte.

« — Sei bellina, Mimetta; non insuperbire, veh!

«Arrossivo.

«Un giorno mi chiese se aspettavo ansiosamente di lasciare il convento.

« — Non lo so io: se tutte le suore fossero come lei, madre! ma la
badessa mi strapazza sempre...

« — Poverina!

« — Venga con me anche lei: le vorrò bene anche fuori: non dimentico io.

«Suor Maria mi guardò con due grandi lagrime negli occhi grandi.

«Mi venne da piangere e pensando di averla afflitta le gettai le braccia
al collo: la baciai, la ribaciai senza badare al rispetto...

«Mi lasciava fare.

« — Le vuol bene, madre, alla sua Mimetta?

« — Tanto!

«Io le tenevo il viso fra le palme.

«Si levò bruscamente.

«Rimasi impaurita per la mia audacia di averla baciata.

«Il mattino la rividi, e poichè teneva gli occhi bassi venne a me con
dolcezza.

« — Hai detto le tue orazioni, Mimetta?

« — Sì, madre.

« — Ti sei ricordata di me?

«La guardai incantata.

« — Prega il Signore, mia cara innocente, anche per la tua suor Maria,
che ne ha tanto a bisogno.

«Povera suor Maria: ci penso spesso.»

Mimy saltò qualche pagina.

«Uno de' miei roseti è stato ucciso da un bruco: ho seppellito l'ultimo
fiore in uno scatolino d'oro dove tengo i capelli di suor Maria.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Invece che a Giannina voglio raccontarlo a suor Maria.

«Faccio conto che siate qui nella mia camera, stasera che Carlo è a
Ravenna per un processo: voi sedete sulla poltrona, io vi avvicino lo
sgabello e nascondendovi la testa sulla spalla vi dico tutto. Ella è una
triste istoria e io sarò una narratrice ancora più triste.

«Da sei mesi ero uscita di convento: suonavo e leggevo. Nessun uomo mi
aveva parlato d'amore e nessuna donna dopo di voi. Ero quieta e
malinconica: campavo di musica e di fantasie, consolandomi delle
frequenti asprezze della mamma coi fiori della mia finestra.

«Una mattina che copiavo una rosa, mammà mi entrò in camera gravemente
ed esaminato prima il disegno mi tolse di mano la matita: ascolta, mi
disse, e seguitò dicendo che avrei sposato Carlo, il quale mi conveniva
sotto ogni rapporto. Questi lo avevo poco veduto e meno osservato,
perchè non mi piaceva.

«Spalancai gli occhi meravigliata, ed ella aggiunse che il matrimonio si
farebbe fra due mesi.

«Mamma non mi ha mai voluto bene: ma allora non avevo altra dote che la
speranza dello zio Giovanni: ero più povera della mia cameriera, e non
mi venne nemmeno il pensiero di resistere: poi due mesi erano tanto
lunghi. Rimasi dunque stupita, poi mi calmai.

«Egli veniva ogni due sere: era meco gentile e serio: annoiava anche più
che non parlasse: copiai tutto un album di fiori alla sua presenza.

« — È mio marito: pensavo qualche volta guardandolo, ma non pensavo
oltre.

«Mamma aveva una vecchia cameriera pettegola, plebea — poveretta, adesso
è morta! Mentre prima mi trascurava, dopo l'annunzio del mio matrimonio,
per cavarmi forse un regalo, diventò meco graziosa, e un mattino a
letto, che stavo col busto fuori delle coperte:

« — Come si divertirà il signor avvocato! mi disse guardandomi
leziosamente il seno: e io a coprirmi.

«Ella m'irritò, io fui curiosa e mi raccontò, anzi e mi descrisse tutto.

«Scoppiai in pianto mentre ella se ne andava ridendo. Dunque era vero?

«Il matrimonio, cui non aveva riflettuto ancora, divenne la prigione de'
miei pensieri: non ne uscivo, o se pure, tutto mi vi riconduceva:
intristivo; mamma non se ne accorgeva. Ebbi la debolezza d'interrogare
un'altra volta la cameriera, che mi punì con molti frizzi.

«Adesso osservavo Carlo con ispavento e non ardivo più dirmi in faccia
sua: è mio marito.

«La mia vita peggiorava ogni dì, perchè non potevo incontrarmi colle mie
compagne che non mi salutassero ironicamente col nome di sposina, o se
in parecchie non mi tempestassero di maligne allusioni, di scherzi
insolenti: trovavano brutto il marito e me lo litigavano: mi
compiangevano piaggiandomi, ma se piegavo abbattuta la testa, esasperavo
ancora la loro cattiveria di aguzzine. Le ragazze sono senza pietà
quando invidiano. E le mamme erano anche peggiori coi loro gravi
complimenti sulla mia buona ventura.

«In que' giorni lessi l'_Amour_ di Stendhal; il suo ingegnoso paragone
dell'amore col bastone gettato nelle miniere e dopo tre mesi ritrattone
coperto di brillanti cristallizzazioni non mi soddisfece; lo raccontai
alla cameriera di mamma: mi rispose ghignando che l'immagine del bastone
era giusta, perchè suo marito, fortunatamente morto, l'aveva sempre
bastonata durante i loro amori.

«Ma la ballata alla Luna di Alfredo de Musset capitatami in una strenna
mi fece proprio male: mi ricordo tuttavia le ultime terribili strofe.
Dio! essere ridicola in quel momento. Quella luna che spia i due sposi e
li impedisce col suo sguardo derisorio non la potevo sopportare;
chiuderò, pensavo, le finestre: ma qualcuno mi vedrà pur sempre, e
questo qualcuno era a Fognano nella vostra cella, suor Maria. Musset
deve essere stato un uomo cattivo, e la sua Lucia, se lo amò, fece male.
Ma pensare che se potessero vedervi in quel momento scoppierebbero risa
così forti e sguaiate che nemmeno egli le sopporterebbe.... Gli uomini
sono mostri, suor Maria; se vi avessero veduta quella sera, che dopo
piangeste e toccò a me a consolarvi, oh il nostro doveva essere un
gruppo molto bello!

«Arrivò la vigilia.

« — È la mia ultima notte, pensai facendo la piega al letto. Non avevo
voluto la cameriera per star sola. Girai luogo tempo per la camera,
esaminai i miei sopramobili, consultai il mio specchio e lo raccomodai:
tutto mi parlava forse con più commozione che non quando lasciai il
convento. Era di primavera. Il letto bianco mi pareva più soffice, più
misteriose le cortine; volli leggere e non vi riuscii, perdermi in
qualche fantasia delle dilette e nemmeno. Egli mi era sempre agli occhi:
lo vedevo entrare in manica di camicia, cacciar dentro la testa a
guardarmi... io raccapricciavo immobile e desolata: egli stendeva una
mano sulle coperte... È orribile. Mi rifugiai nel vostro pensiero, suor
Maria, penetrai nella vostra cella e vi scorsi sul giaciglio il capo
libero dalle bende, l'abito slacciato. Avevate il volto pallido ed
estatico: pensa a me! come è buona! E mi chinavo sul guanciale ad
accarezzarvi insensibilmente una ciocca vagabonda — non mi sentivate. Il
mio alito vi lambiva le tempia: vi rivolgevate, vi rivolgevate senza un
segno di meraviglia... vi ero vicina e il vostro sogno continuava.

«Quella notte fu un'eternità: talora correvo incontro al pericolo e lo
affrontavo istupidendomivi — era ancora meglio che vederlo appressare
lento, inesorabile: talora lo fuggivo senza persuadermi di fuggirlo ed
era uno spasimo inesprimibile.

«Si fe' giorno — la funzione sarebbe alle dieci della mattina.

«Attraverso i vetri vidi un bel garofano sbocciato nella notte: scesi a
coglierlo, mi ricoricai.

«Lo ammirai: poi montommi la stizza e lo stracciai.

« — Mi faranno lo stesso, proruppi piangendo.

« — Cosa farà egli in questo momento? Sempre lui e non poterlo
dimenticare...

«Poco dopo, entrarono la cameriera e la zia, ambedue guardandomi con un
sorriso di mistero. Volevano conoscere se avevo dormito, perchè non
dormirei la notte veniente.

« — Sollecita stamane, Mimetta: intanto la cameriera usciva: ti preme
dunque molto di lasciare il tuo lettino di fanciulla?

«Non risposi.

«Ella sedette sulla sponda, e prendendomi la fronte colle mani mi baciò:
poi facendosi grave:

« — Dunque è per oggi! Già, tu lo sai meglio di me, e chi sa che cosa ti
figuri nella tua testolina. Non bisogna spaventarsi, sai: gli uomini
sono un po' ruvidi: vedi, il pudore va usato con civetteria; tu poi,
civettuola, te ne intendi, e la tua riserbatezza è di una seduzione
irresistibile. Bene! che cosa hai adesso che diventi seria? non ti
dispiacerà già di maritarti, Mimetta?

«Mentre mi andava consigliando colla sua esperienza gli occhi mi si
empivano di lagrime.

« — Ma via, Mimetta: non istà bene adesso questa afflizione. Carlo ti
vuol molto bene, tu l'ami e sei bella; egli è ricco e bravo e sarete
felici. Poverina, ti rincresce: va là che la è più paura che altro: fa
conto che t'abbiano a levare un dente, e davvero Carlo ha un bricciolo
di cavadenti nell'aspetto: via non ti offendere dello scherzo, che non
sei ancora sua moglie. Vuoi che ti conti io?... purchè ti quieti, la zia
Matilde ti confessa quello che le accadde, perchè la scena su per giù è
sempre la stessa. Siccome voi altri non seguite la a moda, del resto
commoda, di partir subito, usciti di casa gli invitati e la mamma,
resteremo io e la zia Agnese per condurti nella camera nuziale; se la
vedessi! è una cosa da principe; un letto di mogano colle cortine di
damasco in lana. Ti spoglieremo e allora, solo allora, signorina, vi
daremo gli ultimi consigli. Poi ti lascieremo e passerai i cinque minuti
più lunghi della tua vita, Carlo entrerà: vuoi sapere in qual costume?
forse le mutande sotto e la veste da camera sopra. Eh! bimba mia, non è
un costume seducente come quello di Salvini nell'_Otello_ alla scena del
Senato (la zia ha sempre avuto per il grande attore un culto segreto ed
appassionato) però bisogna adattarsi: se meno splendido è però comodo a
gettarsi per entrare sotto le lenzuola... ti par mille anni di esserci?
Una volta sotto egli tacerà: gli uomini sono tutti imbarazzati a questo
punto per quanto facciano gli audaci: poi ti domanderà qualche cosa
inutile, cui penerai molto a rispondere; lo sentirai guardarti, perchè
allora certe occhiate si sentono proprio... ma vuoi proprio saper tutto?
Bene, bisognerà appagarti. Dunque ti accarezzerà, e le carezze
cominceranno naturalmente dall'alto; tu fin qui contentati di arrossire,
e fremerai involontariamente: è quanto basta. Quindi le sue mani
scenderanno nel medesimo tempo che la sua faccia e i suoi piedi si
accosteranno alla tua faccia e a' tuoi piedi: lo sentirai allungarsi;
non aver paura ancora: la balestra non scatta sebbene sia tesa.

«A questa frase risi involontariamente e la zia scoppiò più forte, così
che aprendo la porta, mamma, e la cameriera ci sorpresero in ilarità.

« — Ma bene! mamma esclamò: ecco la morale della predica: il predicatore
che ride più del pubblico.

«Fu deciso che mi alzassi subito.

«Presi un bagno e volli essere sola. Per l'ultima volta mi guardai
vergine allo specchio e baciai la mia immagine come per salutare una
compagna adorata: salutavo la Mimy fanciulla e la salutavo mestamente,
perchè non l'avrei trovata mai più, mai più!

«Povero ermellino, cacciato nell'antro della volpe come diventerà la tua
candida pelliccia?

«Giunse Carlo in abito nero: il mio era di un pallido color lilla; sotto
il velo mi sfuggivano le treccie, annodate da due nastrini con queste
parole: _Amor, Fides_ — il motto del blasone matrimoniale, e l'idea era
di lui.

«Suor Maria, questo racconto m'irrita, e vi risparmio la descrizione
delle formalità.

«Alle sette della sera lasciai davvero la mia casa. Sul primo
pianerottolo pretestando non so quale cosa, ma certo bizzarra perchè
tutti risero, riscappai dentro, corsi nella mia camera; sebbene ne
avessi portato gli oggettini più cari, la volevo rivedere. Mi affacciai
alla finestra, scopersi il letto, mi guardai nello specchio: mi si
stringeva il cuore. Quante idee! mi vennero le lagrime agli occhi, ma fu
un lampo: intesi che mi venivano a cercare, e con uno sforzo fuggii.

«Il pranzo era annunziato per le otto e mezzo, non vi trovammo che
alcuni parenti dei più stretti. Mi pareva un sogno di essere in un'altra
casa mia: mi osservavo attorno, e niente mi conosceva: ero un'estranea
anch'io. Gran faccenda per la tavola; io medesima dovetti intervenire
gustando prima della tavola un antipasto di economia famigliare — queste
due parole sono sue.

«Che sciocca idea di non partire subito da Bologna! Oh tutte quelle
premure, quei sorrisi, quelle occhiate della gente che vi analizza, quei
complimenti sciocchi! e non sapere dove fissare gli occhi temendo che se
vi scappano anche per ribrezzo sul marito subito venti bocche
sogghignino e venti teste gustino un pensiero insolente: e dover
rispondere a tutto e a tutti, mostrarsi disinvolta e fino a un certo
segno innamorata... quel rumore, quella gioia volgare, spietata...

«Si pranzò: io fui il bersaglio di tutti gli sguardi, di tutti i motti
spiritosi: inspirai tutti i brindisi. Chi sa quanti ci lodavano ridendo
in cuor loro. Fra i parenti sedevano alcuni amici di lui, giudici,
consiglieri della corte, che parevano tante faccie staccate dalle
bomboniere di Rovinazzi; parlavano gravemente fra il romorio degli altri
avendo l'aria di essere qualche cosa di più... Infatti erano anche più
brutti.

«Poi finì il martirio dei complimenti, degli sguardi che mi volevano
svelare tutti i misteri. Non rimasero nelle sale che alcune signore.

«Suor Maria, non vi dirò quello che mi dissero.

«Quando la mia buona santa volle se ne andarono esse pure lasciandomi
nelle mani delle due zie. Fui condotta nel gabinetto attiguo alla camera
nuziale, che egli stesso aveva arredato; proprio il capolavoro di un
uomo.

«Lì cominciarono a spogliarmi senza che potessi nè consentire nè
resistere, come un fantoccio.

«Rimasi colla camicia, gli stivalini e la corona di rose bianche, quindi
mi offersero un paio di pantofole in lana di un orribile disegno:
chinandomi per calzarle mi si slacciò il seno.

« — Piccino! disse la zia Agnese, e nella sua voce c'era quasi del
rimprovero. Ella certo lo aveva decuplo del mio.

«Arrossii.

« — Non ti levi le calze? seguitò.

« — È meglio che le tenga, rispose la zia Matilde.

« — Sono di seta, delicate.

« — Meglio: sarà bene che le tenga per le prime ore: poi, Mimetta, mi si
rivolse, te le trarrai. Gli uomini, proseguì colla zia Agnese, ne vanno
pazzi e molti spingono l'esigenza fino agli stivalini; bisogna pure
contentarli questi tiranni.

«Io ascoltavo attonita questa grave discussione.

«Fu deciso che andassi a letto colle calze.

« — Zia, disse la Matilde, tocca a voi accomodare il letto per la
piccina: andate a fargli la piega e a dispor tutto: non vogliamo che
Mimetta si fermi nella camera; se vorrà poi uscire di letto se la
intenderà con Carlo.

«Ridevano.

«Cominciavo ad avere la febbre: quei preparativi m'irritavano
dolorosamente, e mi sarebbe quasi parso di essere alla commedia se la
coscienza non mi avesse avvertita che la protagonista era io.

« — Mimetta, mi si voltò la zia: siamo all'ultimo, coraggio! Non bisogna
piangere; no, piccina mia, bisogna ritirare quelle lagrime dai begli
occhioni cilestri. Adesso voltati addietro: il passato di fanciulla è
passato davvero e incomincia una vita nuova — incominciala dunque bene.
Non gli vuoi ancora troppo bene, e abbassava la voce per non essere
udita dall'altra camera; me ne sono accorta, silenzio! Anch'io quando
sposai il mio Giuseppe ero come te: ma questa di non amarlo non è una
buona ragione, per mostrarti fredda con lui: anzi al contrario, perchè
guai se ti sospettasse! la pace della tua vita ne sarebbe distrutta per
sempre. Gli uomini tengono molto all'amore della moglie sul principio,
poi si rallentano. Lascialo farti bella, lascialo fare, e se soffrirai,
mostralo per averne il merito: sarà il maggiore —. Sapendo condursi si
può nella prima notte conquistare la propria supremazia. Ti voglio bene
io, e ti consiglio più da amica che da zia: abbi giudizio adesso se
vorrai averne poco in appresso... ma no, tu sarai sempre buona, angelo
mio.

«Mi baciò davvero commossa.

« — Piano con quei baci, che non senta Carlo: sarebbe capace
d'ingelosirsi! interruppe la zia Agnese. Siamo pronti, sposina.

«Mi presero ognuna per un braccio. Chiusi gli occhi: sentii che
entravamo nella camera, travidi un gran letto colle cortine rosse.

«Ci fermammo: eravamo sulla sponda del talamo tanto vantato nei sonetti
di nozze. A sinistra, dal mio canto era già fatta la piega.

«Mi scossi come se fino allora fosse stato un sogno, quindi ciò che
avevo imparato della notte mi apparve in tutta la sua grossolana realtà,
così che mi sembrò quasi d'aver tutto sopportato. Egli poteva essere nel
letto ad aspettarmi che la sensazione non sarebbe stata più violenta.

« — Su! esclamarono ridendo, e prima di avvedermene mi trovai seduta con
una gamba lungo la sponda e l'altra penzoloni: le pantofole troppo
grandi m'erano cadute.

« — Guardate quanto è fatta bene questa bricconcella! disse la zia
Matilde.

«Quelle mani mi agghiacciarono dove si posarono. Non era una
profanazione? Mi riparai prestamente sotto le coperte tirandomele sul
collo.

«Indi:

« — Buona notte; noi ce ne andiamo, mi dissero.

«Le guardai impaurita: tremavo di restar sola in quella camera ignota,
in quel letto non mio, troppo grande.

«La zia Matilde s'incamminava verso l'uscio: l'altra fingendo di
accomodare le coperte:

« — Siate buona.

« — Agnese...

« — Vengo. Dunque vi lasciamo. Datemi un bacio.

« — Anche a me, e la zia Matilde ritornò al letto.

«Dovetti levarmi per contentarle. In quella che davo l'ultimo bacio
scorsi una figura fra la porta e gettai uno strido nascondendomi.

«Uscirono.

«Suor Maria non saprò mai esprimervi ciò che provai in quei momenti.
Avevo la testa in subbuglio: mi fischiavano gli orecchi. Stavo
rannicchiata sotto le coperte e sudavo ritirandomi in me stessa come una
sensitiva: se avessi potuto impicciolirmi tanto che non mi avesse più
trovata! Ma cosa parlano all'uscio? Ebbi la tentazione per un istante,
di scendere ad origliare. E i famosi consigli delle zie? Ecco che viene!
balbettavo nel pensiero. Ah! è questa la voluttà di un primo
appuntamento con un uomo, che vantano i romanzi! Adesso dimenticavo
tutte le spiegazioni della cameriera e ritornavo ingenua, ignorante,
fingendomi mille cose, storpiando quelle che ancora ritenevo. Come sarà
vestito? Lo vedrò, mi vorrà vedere? come mi conterrò? lasciar far tutto
secondo le raccomandazioni della zia Matilde: capisco... anzi non
capisco nulla. Ma come, noi che ci siamo trattati tanto freddamente per
due mesi, così all'improvviso passare a una confidenza... Gli parrò
bella con tutti questi ricciolini giù pel collo e col mio petto piccino?
La zia Agnese, che cattiveria! Ma se mi ripetesse quella sprezzante
parola: piccino!

«Udii muoversi la maniglia dell'uscio. Mio Dio! mi raccomandai.

«Non entrava alcuno; respirai.

«Che si cacci subito a letto o me ne domandi il permesso? mi pare che
dovrebbe chiederlo. Povera Mimy! Ah! se fosse qui suor Maria e mi
proteggesse — se dovesse entrare lei invece.

«Era lui: aveva la veste da camera: scalzo colle pantofole.

« — Hai freddo? mi disse con un mezzo sorriso vedendomi rattrapita.

«Mi stesi subito senza rispondere.

«Egli si premè contro la sponda del letto: era quasi pallido. Dio! che
goffaggine...

« — Se mi domanda di venire a letto gli dico di no, pensai.

«Taceva sempre: d'improvviso, non sapendo forse cosa fare, si chinò per
baciarmi; le sue labbra mi toccarono la fronte mentre la ritraevo.

«Soffocai un grido: era già a letto.

«Avevamo le faccie in iscorcio che si toccavano quasi: avrei sofferto
qualunque tortura per muovermi e non mi arrischiavo.

«Stemmo così in silenzio. Riandavo il discorso della zia Matilde
attendendo che si verificasse e fremevo. La vicinanza di lui mi destava
un indefinibile ribrezzo. Ero così lungi da ogni pensiero d'amore, come
dal trovare lui bello; ma debbo confessarvelo? non desideravo neppure di
uscire da quel letto: capitemi, perchè non mi so spiegare. Dipendeva
dalla curiosità, dalla stanchezza di meditare un male inevitabile? Non
lo so, immaginate tutto fuorchè una simpatia per lui.

«Che cosa parlano mai i romanzi della fragilità del nostro sesso?
Menzogne! Coloro i quali scrivono di queste cose non hanno conosciute le
donne... Giorgio mi ha raccontato che il papa ha dovuto ordinare una
camicia di bronzo al bel genio di Canova sul monumento di Clemente XIV,
perchè le inglesi si fermavano troppo ad ammirarlo, e può essere; ma
esaltarsi, soccombere di concupiscenza, come diceva la badessa che mi
strapazzava tanto, presso un uomo brutto come generalmente gli amanti e
i mariti, questa è una infame calunnia inspirata dalla vanità ai nostri
padroni o una malattia nervosa di qualche povera donna. Siamo troppo
belle per essere così brutali.

«Vedete come divago dal racconto che vi ho promesso? Non ci posso
proprio pensare a quei brutti momenti.

«Carlo sospirò — ci siamo, e ci eravamo davvero.

«Dopo il vento la gragnuola.

«Sentii il suo sospiro salirmi per la guancia e la guancia credo che
arrossisse, perchè egli stendendovi la mano:

« — Come sei calda! osservò, e nel medesimo tempo un piede di un peso
enorme mi affondava i miei due piedini.

«Mi avevano consigliato di lasciar fare.

«Egli principiava a smaniare. Voleva forse discorrere e non trovava che
dire: mi sembrava d'intendere le parole mormorargli in bocca. Gli volsi
un'occhiata di sbieco e vidi due occhi verdi, luccicanti come gli
smeraldi del mio finimento di nozze, e un viso rosso quasi avesse
soffiato per dieci minuti sui carboni.

« — Mimetta...

«Finsi di non intendere.

« — Mimetta...

« — Avete bisogno di qualche cosa? balbettai.

« — Sorniona! E la sua mano dalla guancia mi scivolò al seno tentando
invano di aprire i piccoli bottoni del corsetto.

« — Apriti! susurrò con voce convulsa.

«Apriti! ma rompilo piuttosto: violentami e lasciami la grazia della
debolezza che è vinta, il pudore della innocenza che è sagrificata!...

«Arrossii credo sino ai piedi. Vi ricordate, suor Maria, con quanta
grazia pigliandomi le mani e accarezzandomi cogli occhi, coi palpiti del
petto, mi costringevate a schiudermi il turpe abitino di educanda?...

« — Apriti, via.

«Dovetti ubbidire.

«Il mio povero seno, il mio solo orgoglio! io che lo amavo come un poeta
può amare il proprio genio, che l'avrei voluto sempre casto per
conservarlo sempre bello... il mio seno che voi amavate, suor Maria, e
coprivate di baci appoggiandovi la vostra bella testa di angelo
sventurato: essere costretta a profanarlo così senza potere neppur
piangere, senza la poesia del dolore per consolare il sagrificio. Oh!
lasciatemi piangere adesso che non sono più Mimy la fanciulla, narrando
come la povera fanciulla fu ignobilmente uccisa nel triste mistero di
una notte, che non tornerà mai più...

«Non potevo piangere: la mente mi si faceva di una limpidezza terribile,
mentre il corpo mi si irrigidiva: nulla doveva sfuggirmi della scena
sciagurata.

«Mi era sopra colla testa e io tenevo con isforzo gli occhi al muro per
non vederlo, ma una curiosità dolorosa mi spingeva. Mi venne la cattiva
voglia di guardarlo; giacchè non potevo allontanare il calice ne volevo
la feccia. Infelice! la mia occhiata parve forse un invito; sparii
soffocata.

«Non è tutto.

«Egli spiritava. Mi cercava colle labbra sorridenti e mi giunse con un
bacio lungo, infernale, che non scemava, non finiva: un bacio co' suoi
denti neri senza che potessi muovermi. Non respiravo — non è tutto: mi
sottrassi disperatamente, ma invano, giacchè le sue labbra ancora sulle
mie labbra ripetevano orribilmente la sublime carezza delle colombe
intarsiate sulla cimasa del letto.

«Non è tutto, ve l'ho detto: il suo alito puzzava. E quando le lagrime
gonfiandomi infine gli occhi mi caddero giù pel viso, cadeva egli pure.
Aveva trionfato... aveva bevuto il vino senza badare alla tazza.
Ubbriacone villano!

«Villano!

«Siamo pure infelici noi povere donne...

«Non è tutto ancora... Oh risparmiatemi il racconto di questa ignobile
miseria, la più ignobile, e possiate non indovinarla nella delicata
bontà del vostro cuore. — La vostra candida colomba, la vostra Mimy...»

Qui interruppe la lettura e si passò la mano sugli occhi ad asciugare
una lagrima: sfogliò ancora molte pagine arrestandosi ad una scritta con
un carattere, sebbene della stessa mano, assai dissimile. Forse coloro
che pensano d'indovinare l'anima dalla calligrafia ne amerebbero
un'analisi, ma troppo poco ingegnosi per tale impresa ci contenteremo di
leggere con Mimy, guardandole negli occhi, ai passi più difficili.

«È bella come una eroina. Ho visto un ritratto di Goethe: la stessa
fronte ampia e possente, quasi misteriosa nella sua strana bianchezza;
vorrei vederla in mezzo a una tempesta dominare le onde.

«Se non avevo quel brutto signore dinanzi forse mi avrebbe scorta. Me ne
dispiace davvero: le avrei offerto la mia ammirazione: vi è tanto
piacere nell'ammirare una donna! Peccato che la sarta non mi sappia fare
un abito simile al suo in due giorni, correrei subito allo stabilimento
ed ella capirebbe che la copio; ma chi sa se capirebbe il mio
complimento o non mi supporrebbe invece una ridicola provinciale, che
s'affretta a scimmiottare le grandi dame della capitale. Non mi pare
italiana e non so qual nazione darle, mentre è più bianca e diversamente
bianca dalle belle inglesi che ammirai tanto nell'inverno a Firenze — un
bianco non vivo come nel marmo, nè spento come nella camelia, tiepido,
appannato, sotto al quale si travedono appena le vene azzurrine.

«Oh come è bella!

«Sarà vedova o maritata.»

Mancava il punto interrogativo: forse Mimy non aveva osato compire nel
pensiero questa domanda.

«Le ho parlato.

«Era vestita come le signore di Bologna non lo sono mai: con un abito da
mattina. Me ne intendo di eleganza io, sebbene moglie di Carlo che veste
filosoficamente, dice lui. Quanto sarebbe brutto vicino a lei!

«Ci siamo incontrate scendendo di carrozza. Sulla porta dello
stabilimento non c'erano uomini. Io precedeva e non ho osato fermarmi
per passare la seconda. Il salone era deserto. Ho sentito che ella
affrettava il passo e il cuore mi ha balzato con violenza, mentre il
pensiero mi è subito corso alla volgare mussolina che indossavo. Avrei
voluto guardarmi nello specchio perchè mi pareva mi stesse male ogni
cosa: la parrucca era certo per traverso, i cannoncini sulle spalle
disciolti, la veste troppo inamidata non accompagnava i movimenti del
passo; ma non mi arrischiavo toccarla sentendomi dietro il suo sguardo.
Ho traversato il salone certo più largo del solito, e scendevo l'ultimo
gradino quando ella apriva l'uscio. Eravamo sole. Giulietta doveva
raggiungermi nel camerino. Fortuna che l'ombrellino mi ha salvato
dall'impiccio delle mani — la strada era proprio troppo lunga. Sarà una
pazzia, ma avevo la febbre. Titubando ho rallentato il passo, poi ho
pensato: se mettessi gli occhiali neri? così potrei guardarla con più
coraggio... sì ma divento brutta: il mio nasino li sopporta male: e non
ho di bello che gli occhi — se li copro è finita. A poco a poco mi sono
fatta raggiungere, ma me ne sono subito pentita perchè ella sembrava
decisa a non oltrepassarmi. L'ombra del suo ombrellino mi dava sul
petto: ascoltavo il rumore de' suoi passi sulla sabbia, odoravo il suo
odore di vainiglia — scriverò a Giannina che me ne mandi subito qualche
boccetta. Mi sono accorta che camminavo a testa bassa come una educanda.

«Non voglio pensarci oltre: vado a suonare la canzone del moro di
Gottschalk.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Eravamo otto signore nel bagno; le più belle io e Giulietta. Mi sono
dimenticata la cuffia nel camerino, ma credo di averlo fatto a bella
posta: però non pensavo che mi si avessero a sciorre le treccie. Ella
era là sulla piattaforma respirando il vento marino che le scherzava col
velo; quando mi sono caduti i capelli le è sfuggito un gesto. Il mare
era mosso: io nuotavo con passione rompendo le piccole onde, mentre le
altre signore strillavano di paura strette alla fune. La spuma
imbiancandomi i capelli mi susurrava: ti guarda, ti guarda.

«Ne ero sicura: quando sono uscita dal camerino era lì che mi aspettava.
Molti giovani, i belli di Bologna, attendevano pure sulla piattaforma,
collezione di scimmiotti più grandi che nei serragli ma in compenso
assai meno graziosi. Ci camminavano dietro ridendo forte per farsi
notare — imbecilli! badare a loro vicino a lei.

«Siamo giunte così agli scalini: mi sono scansata per lasciarla passare;
ella mi ha risposto col medesimo gesto d'invito.

« — Oh! impossibile: mi è sfuggito.

« — Impossibile! Là gioventù e la bellezza non debbono mai cedere il
passo.

«Ho arrossito senza muovermi. Che sciocca! non dovevo rispondere: Allora
io passo la seconda?

«I scimmiotti ci guardavano: ella si è accorta della mia pena e mi ha
offerto il braccio.

« — Sarò il vostro cavaliere.

«Ho accettato tremando. Il salone era pieno di gente che si è messa
subito a guardarci.

« — Bello il mare stamane: ella mi diceva all'orecchio come un uomo.

« — Sì.

« — Del colore dei vostri occhi. È questa l'ora del vostro bagno alla
mattina?

« — Sì: ci verrà pure la signora?

« — Oh! no: me ne dispiace; piglio il bagno in alto mare, lungi dalla
folla: ma ci verrò egualmente; spero che c'incontreremo.

«Eravamo fuori dello stabilimento: una magnifica carrozza l'aspettava.
Ci siamo barattate le carte da visita.

« — Emilia... un bel nome.

« — Comincia per E come Elisa.

« — Ah! e stringendomi vigorosamente la mano mi ha salutato.

«==Elisa di Monero==con sopra una corona di marchesa: scritto in
corsivo: un biglietto piccino piccino.

«La marchesa ha una fossetta sul mento: pare un nido di baci.

Mimy scartabellò due o tre pagine.

«Il mare ondulava appena: Carlo ritto a poppa seguiva da lungi il bianco
di una piccola vela, mentre io pensavo alla marchesa.

«Avevo preso meco la mandola per consiglio di lui e m'era accomodato sul
capo un fazzoletto color di rosa alla graziosa maniera delle contadine,
colle punte dietro svolazzanti. Il rosa mi va bene, perchè colora
lievemente la mia pallidezza spesso marmorea.

«Carlo mi chiama.

« — Voltati, Mimy: quella barchetta pare che sia ferma: vi è dentro un
moro: no, aspetta, mi pare una donna.

«E guardava vivamente col cannocchiale.

« — È della marchesa! mi ha subito esclamato il cuore.

«Egli ordinava di remare a quella parte. Mi sentivo agitata: il mare
ondoleggiante mi pareva aumentare la nostra distanza trascinando sempre
più lungi la barchetta: il tremolìo dei raggi nell'acqua mi
abbarbagliava.

« — Perchè non canti qualche cosa sulla mandola? Non ho mai ascoltato
musica in mare; dicono che faccia tanto effetto.

« — Ora?

« — Si leva il vento di terra, diceva il marinaio più vecchio; che
alziamo la vela, signore? si va più presto e meglio.

« — Come vuoi.

«In un momento hanno piantato il bastone e spiegata la vela: era fra me
e Carlo.

«Volavamo: quindi ho cantato sopra un'aria di Schubert la mia barcarola
favorita:

    «Soffia il vento nella vela
    «Ride il cielo e ride il mar...

«ma gittando l'ultimo trillo, il più acuto, ero a poca distanza dalla
barca. Uno strano marinaio vestito di una camicietta bianca dentro un
largo calzone egualmente bianco e rimboccato al ginocchio, con in testa
un fazzoletto come il mio, stava curvo sui remi quasi aspettando un
ordine. Era davvero una donna. Intorno alla barca nulla: dunque nulla?
Quella mora era proprio della marchesa? non poteva appartenere a qualche
capitano di vascello? frattanto vascelli non se ne vedevano. Avevo
cantato quella barcarola per la mora e per Carlo — che sciocca!

«Volsi indispettita le spalle alla barca e per non vedere più nulla mi
copersi la faccia col fazzoletto: mi veniva da piangere.

« — Ma no, pensai; è una scempiaggine.

«Mi scossi agitando così il fazzoletto che mi cadde nell'acqua.

« — Ah! gridò il marinaio che mi era presso: lo pigliamo subito. Difatti
allungò il remo percotendolo sull'acqua, ma i cerchi che vi si formarono
lo respinsero assai più lungi.

« — Come si fa adesso?

« — Diamogli dietro colla barca.

« — Contro vento?

«Un'ondicciuola lo coperse: dopo un momento riapparve più lontano.

« — Ti butti: disse Carlo al più giovane.

« — Già, se non ci fosse lei... e mi indicava.

« — Perchè?

« — Che vuole, coi calzoni si nuota male e ad asciugarseli addosso c'è
da buscare un malanno. Beppe, tu non ce le hai mica?

« — Che cosa?

« — Bestia!

«Carlo scoppiò a ridere rumorosamente: il pover'uomo non aveva
mutandine.

« — Va là: poco male.

«Io m'ero già rassegnata a perdere il fazzoletto ed ammiravo il remoto
sfumare del verde marino, quando un grido di Carlo mi scosse: guardai e
vidi nuotare verso noi una testa, di cui le treccie nereggiavano a
quando a quando sopra un dorso nudo nello sforzo della sbracciata... La
marchesa! Mi venne quasi male. Nuotava colla forza del più robusto
marinaio: non sapevo più cosa credere, e non pensai nemmeno di farle
accostare la barca. Ci raggiungeva egualmente.

«Mi chinai e vidi Carlo a guardare anelante.

« — Carlo!

«Non m'intese.

« — Carlo!

«Si volse e comprendendomi si ritirò, ma siccome la vela ci separava,
non so se veramente si nascondesse dall'altro lato, come esigeva la
convenienza.

« — Ferma! gridai al vecchio.

« — Che cosa? e si piegava verso di me per guardare.

«Lo respinsi colla mano ponendomi fra lui e la marchesa: nello stesso
momento con un colpo vigoroso sull'acqua ella arrivava ad afferrare
l'orlo della barca: si sollevò col fazzoletto fra le labbra.

« — Il vostro fazzoletto, signora.

«Tesi confusa la mano, ma ella non lo lasciò e stringendomi un dito,
cogli occhi negli occhi che non potevo nè evitare nè sostenere il suo
sguardo:

« — Non mi ringraziate?

« — Signora marchesa...

« — Allora stendete un po' più la mano e permettete alla mia bocca di
baciarvela: ella vi ha reso il servigio, a lei la ricompensa.

«Ubbidii: ella si rituffò e ricomparve lontana nuotando verso la barca
della mora, che parve chiamare col fischietto d'oro, che le pendeva al
collo per un filo rosso.

«La vedemmo salire sulla barca e non vedemmo altro, perchè la mora
l'avvolse subito in un bianco accappatoio.

«Ci allontanammo.

«Carlo non mi prestò più il cannocchiale.

«Ecco come io pure concepisco il bagno, in alto mare guardando la riva
lontana e le vele bianche passare all'orizzonte paragonandosi con esse.
Vorrei uno scoglio bianco per sedermi con lei al sole e parlare d'amore
fra la cocente solitudine del mare e del cielo. Un bacio allora sarebbe
sublime; poi tuffarsi ancora, nuotare di conserva come si cammina a
braccetto per il viale di un bosco, e ritornando stanche allo scoglio,
riposarci l'una in grembo all'altra coprendoci coi capelli, dopo averli
torti sul sasso come si scolpiscono le Veneri.

«Poi montare sulla barca, rivestirci: la mora vogherebbe... e io
canterei accovacciata ai piedi della marchesa sopra un cuscino...

«È bella!... se trovassi una immagine... Bella come la prima speranza
d'amore in un'ora di solitaria voluttà.

«Ho paura che Carlo discorra dell'accaduto allo stabilimento; se lo
sapessero che ella ci si è mostrata così... Che importa? ho letto in un
romanzo che il pudore è una invenzione moderna dei brutti — credo che
abbia ragione.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«La marchesa mi ha mandato i Nibelungi; queste parole erano segnate
colla matita:

« — Che mi parli di uno sposo, mamma diletta? Senza amore di guerriero
voglio vivere sempre, perchè a causa di un uomo nessun dolore mi tocchi.
Così mi conserverò bella fino alla morte.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Carlo si è innamorato: egli! La marchesa lo deride e non se ne avvede.

«Questa sera le ha fatto un complimento:

« — Ma sono proprio bella? gli ha risposto la marchesa: trovatemi un
paragone.

« — Non ve ne sono, mi è sfuggito.

«Ella ha sorriso.

« — L'ho trovato.

« — Originale?

« — Lo spero: come la Minerva vaticana.

«A questo paragone veramente originale la marchesa ha fatto una smorfia.

« — E voi non avete il vostro complimento?

« — Sì.

« — Come sono dunque bella?

« — Come io vorrei esserlo se voi non lo foste.

« — Ah! perdonate al mio orgoglio, signor avvocato, ma questa volta la
moglie ha vinto il marito: accade spesso.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

  «Mia cara signora,

«Poichè ieri sera non mi fu possibile venire allo stabilimento e debbo
partire sull'atto, mi piglio la libertà di scrivervi: posso sperare che
non vi sembri strano? Certo ci conosciamo da troppo poco perchè costumi
così amichevoli corrano fra noi; ma se la simpatia è la prima apparenza
e il primo fondamento dell'amicizia, permettendomeli, non faccio che
esprimervi parte dei sentimenti che mi avete inspirato. Siccome non ho
conosciuto che voi a Rimini, sono quasi tentata di credere voi pure non
vi abbiate conosciuto che me. Il nostro incontro fu quasi romantico
quanto la vostra bellezza. Vi ricordate la passeggiata sulla spiaggia al
lume di luna? Quella sera mi pareste stupendamente bella; seppi che
occupavate un gran posto nel mio cuore e che potrei difficilmente un
giorno dimenticarvi. Eravate vestita di bianco, melanconica,
meditabonda: la vostra mano appoggiandosi al mio braccio fremeva, i
vostri occhi mi guardavano a quando a quando incantati mentre sulla
bocca vi aleggiava un voluttuoso e triste sorriso. Perdonatemi, signora,
l'audacia delle osservazioni e il cattivo gusto delle frasi; ma quel
ricordo mi brucia così nel pensiero, che trattandolo, la passione mi
turba e non so velarlo come vorrebbe forse la convenienza.

«Io parto, voi pure a giorni lascerete Rimini per la vostra villa: così
almeno mi disse il signor avvocato. Volendo rivedervi mi converrà dunque
cercarvi fra le belle colline felsinee, ed ecco una nuova attrattiva. Ma
voi, signora, all'ombra di un vecchio albero o sotto una rustica capanna
penserete mai a me? Vi tornerà mai la memoria alle poche sere sulla
piattaforma, nelle quali abbiamo tanto parlato guardando il mare? Vorrei
essere davvero vostra amica per godermi questa bella speranza e dirmi
qualche ora del giorno o della notte: forse adesso la più bella
fanciulla, perdonatemi ancora questo nome che non conviene al vostro
stato di sposa ma va sì meravigliosamente alla vostra figura, la più
bella fanciulla cui mi sia incontrata, s'intrattiene di me... Vi sono
nell'amicizia consolazioni ineffabili, e questa n'è una: occupare la
vostra anima delicata quanto il vostro viso, esservi intorno invisibile
ed avvertita: sentire le vostre melanconie, comprendere le vostre
passioni, essere la vostra confidente, colei alla quale si ricorre per
non star sola, che è nella nostra vita, nell'aria che si respira, nei
fiori che si colgono, nel giardino ove ci si perde, nel letto ove ci si
adagia... Ecco un sogno di felicità; questo sogno mi assedia.

«Dall'amicizia all'amore è un tratto anche più breve che dalla vita alla
morte, dall'amore alla voluttà; quindi desiderandovi amica vi confesso
di amarvi. Voi donna comprendetemi e perdonatemi se non dividete il mio
affetto — consultate però bene il vostro cuore prima di rispondermi e
non mi spedite la risposta, perchè non posso darvi ora alcun indirizzo.

«Il cuore di una donna è capace di sentimenti d'infinita delicatezza,
che gli uomini ignorano: consultatelo bene.

                                                  «ELISA DI MONERO.»

«_PS._ Se intendeste di mostrare questa lettera al signor avvocato per
avvisarlo che parto è inutile: gli mando una carta da visita. Mi
accorgo, rileggendo la lettera, che non vi ho salutato; non ve ne
offendete. Mi duole troppo dirvi addio: non so pensarci, mi è
impossibile scriverlo.

«No: a rivederci.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Partita... come un sogno!

« — Ci rivedremo — non lo credo; perchè dovrebbe ritornare? Eccomi
ancora sola, più sola e per sempre.... Inchiodate dunque il coperchio,
ora che il cadavere è adagiato nella cassa...

«Povera Mimy!

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Che scena! Ero nel gabinetto quando Giulietta è entrata ansante.

« — La signora marchesa!

« — Chi!

« — Di Rimini.

«Mi è mancato il respiro, e Giulietta è scappata per preparare non so
cosa.

«Dio! com'ero mal vestita. L'abito mi faceva mille brutte pieghe, avevo
la pettinatura vecchia, le pantofole invece degli stivalini, ma il
tempo, di raffazzonarsi mancava — Come mi troverà brutta! Nullameno,
sono andata verso la sala sudando freddo. La porta era socchiusa; la ho
traveduta presso il tavolo con un mio ricamo in mano.

«Sentendomi si è rivolta.

« — Così dunque vi sorprendo: il signor avvocato è a Bologna, alla Corte
di Appello: vi stupisce che sia tanto bene informata? almeno non vi
dispiacerà...

« — Perchè?...

« — Ah! signora Mimy, questa è una cattiva risposta: una amica avrebbe
trovato di meglio.

«Ero nella massima confusione.

« — Mi permettete, soggiungeva colla sua disinvoltura prendendomi le
mani, di invitarvi a sedere: la mia visita sarà molto lunga.

«Poi ha parlato lei sola di tante cose con uno spirito e una leggerezza,
che a poco a poco mi è ritornata la confidenza delle migliori sere ai
bagni, e ho potuto seguirla. Adesso che ci penso, non capisco come ella
abbia retto la conversazione con me, che parlavo a monosillabi.

« — È appena di un anno il vostro matrimonio?

« — Di un anno.

« — Breve?

« — Un anno.

« — A me parve lungo. Davvero il matrimonio non vale quanto costa. Amore
e matrimonio, un fiore di primavera e un fungo di autunno: che ne dite
di coloro, i quali ne compongono un mazzo e pretendono che sia bello?

«Le ho risposto con un sorriso.

« — Si vede che le leggi sono fatte dagli uomini: ci vogliono immacolate
nel matrimonio e appena contrattolo ci si rivelano nella più ributtante
animalità: prima il morso, poi gli speroni. Le donne vi assentono;
alcune, le più volgari, vantano perfino la vita di famiglia. Partorire
figli, essere idropica nove mesi dell'anno e gli altri tre
convalescente, diventare brutta dieci volte prima di essere vecchia,
balloccarsi coi piaceri della nonna avendo intorno una torma di
bambini... ecco tutto — e il sogno, il romanzo della gioventù, le
passioni, l'incognito, la febbre, questa vita della vita?... Compiango
le mogli, ma non posso sopportarle felici: mi sembra una rinnegazione
della nostra aristocrazia questa loro plebea beatitudine nel
matrimonio...

« — Ma il mondo...

« — Il mondo, mi ha interrotto riscaldandosi, lo so, finirebbe: anzi
tutto dubito se fosse un gran male — e che m'importa del mondo? che cosa
è? La moltitudine è il mondo? Ebbene, abbia le sue leggi e i suoi
matrimoni; però tutti non sono moltitudine, e coloro che hanno un altro
mondo nell'anima, le donne che sentono sè medesime perchè accettano o
peggio ancora godono di questa degradazione: la subiscano almeno,
abbiano la poesia del dolore se non quella della felicità. Una volta
vidi una tigre domata lambire la mano a un facchino e ne patii: ecco la
donna e il marito. Ci battano, ma non ne siamo innamorate. La tigre non
deve amare che la tigre; la tigre è più bella dell'uomo.

«Così parlando gli occhi le lanciavano fiamme e il viso le si era
colorato. Bella e superba! Ma che discorsi! eppure ha ragione.

«Io tacevo non sapendo che fare o dire: la sua audacia mi spaventava.

« — È vostra questa rosa? proseguiva mutando discorso e tono con
incredibile facilità; e m'indicava un ricamo sul seggiolino.

« — Sì.

« — Allora accettate anche questa: ha soggiunto traendosi e
presentandomi una magnifica rosa bianca.

«Poi abbiamo ancora parlato non so come di cose malinconiche. Mi sono
venute le lagrime agli occhi.

«Ella si è alzata vivamente guardando l'oriuolo:

« — Ho tuttavia una mezz'ora: la passo con voi: ma usciamo, scendiamo in
giardino.

« — Come siete pallida, triste: siete sempre così?

« — Carattere...

« — O sciagura.

« — Forse anco.

« — Però siete giovanissima.

« — Venti anni.

« — L'età del primo amore.

« — E del matrimonio.

« — Dimentichiamo, dimentichiamo ha mormorato mormorando gli ammirabili
versi del Carducci:

    «Odi le cetere tinnir, montiamo;
      «Fuggiam le occidue macchiate rive,
                    «Dimentichiamo.»

« — Vi ricordate?

«Non volevo rispondere, e poi non potevo.

« — Consentite?

« — Consentite? insisteva ancora con voce più sommessa.

« — Sì...

«Il suo volto si è avventato sul mio e le sue labbra mi hanno tanto
baciato le labbra da suggermi il respiro. Oh, il suo bacio! Siamo
rimaste così: quando l'ho guardata aveva le labbra bianche.

« — Ho fatto male a chiedervi un bacio: avrei dovuto darvelo quando
siete entrata, così sarebbe stato meno terribile.

«E mi ha trascinato correndo giù per le scale. Erano le quattro dopo
mezzogiorno: fra le piccole aiuole l'aria scottava, sebbene il sole
fosse nascosto da un gran nuvolone turchiniccio: laonde abbiamo girato
dietro il casino internandoci fra i pochi alberi, che Carlo decora col
nome di bosco quando parla coi vicini: ci siamo sedute all'ombra della
vecchia quercia: mi sentivo in una atmosfera tropicale.

« — Che ne pensate de' miei discorsi? mi ha chiesto.

« — Belli...

« — Null'altro? confessatelo, sono stravaganti come io stessa, come
tutto e tutti che abbassandosi o sollevandosi escono dalla zona comune.
Mostrate al vostro giardiniere la rosa delle Alpi e vi risponderà:
Strana! Mostrategli la rosa Gulsad-berk dalle cento foglie e vi
risponderà egualmente: e se io dicessi a vostro marito, che è pure un
gran giureconsulto: una donna ama una donna con maggior passione
dell'uomo più sensibile, di Byron o di Heine, mi risponderebbe:
stravaganza — e avrebbe torto come il vostro giardiniere. Ma se io
ripeto a voi intelligente quanto bella: il matrimonio è il peggiore fra
i contratti ammessi e proibiti dal codice, la famiglia un ergastolo per
la passione, la gioventù senza amore il delitto più insensato contro noi
stessi e la natura: se vi ripeto che noi donne siamo la poesia e
dobbiamo essere i nostri poeti, che Eva amò gli angeli perchè soli la
somigliavano ed Eva era sola, mentre Adamo era il cane che veniva a
lambirle la mano abbandonata nel languore dell'amplesso celeste... mi
ribatterete: stravaganza?

« — Oh! no_ — Gli amori degli angeli — _il mio poema favorito... Ma la
passione, e tremavo dolente di contraddirla e curiosa della risposta, è
davvero la vita? Noi facciamo sogni stupendi... non sono che sogni...

« — Perchè disperare? Credere ai sogni della mente, sogni di volgari
interessi, seguirli, dar loro una forma più consistente del marmo e
considerare quelli del cuore come nebbie che il vento debba dissipare
ancora prima che il sole le illumini... È un triste piacere quello di
lanciare un sasso contro un vaso di porcellana per riconoscerlo fragile.
Io accarezzo i miei sogni, e se Sardanapalo offriva un premio per un
nuovo piacere, ne offro un altro, fosse un bacio ad un uomo, per un
nuovo sogno. Sognare è godere, quindi vivere, ed io voglio sognare...

«Così dicendo la sua testa mi si è languidamente appoggiata sulla
spalla, come la testa di Zaraph sulla spalla di Nama.

«Una ciocca de' miei ricci le era rimasta sotto la gota: l'aria
bruciava, le foglie ci guardavano immobili, noi pure stavamo immobili.

« — Mio Dio!

« — Le cinque! ho esclamato ascoltando l'orologio.

« — Sognavo...

«Ah!

« — Perchè non mi chiedete del sogno?... Ve lo lascio ad immaginare.

«Poi levandosi e tenendomi per mano siamo andate verso il cancello: la
sua mora l'attendeva colla carrozza.

«Mi ha stretto la mano e raccolte febbrilmente le redini è partita di
gran carriera. Speravo che alla svolta della strada si rivolgerebbe: mi
sono ingannata.

  «Mia cara signora.

    «Così dolci mi rendi, o creatura
      «Bella, i riposi, che la veglia è morte
      «E vita il sonno dilettosa e pura.
    «Ma perchè mi t'involi e, quando assorte
      «Fiso in te le pupille ebbre d'amore,
      «Ratto mi chiudi del tuo ciel le porte?

«Ricorderete questi versi: sono la preghiera di Lille, sublime come ella
ed il suo amore.

«Lille muore in amplesso di luce, e il bacio della sua voluttà moribonda
divora la bocca del serafino piucchè il bacio di una saetta: cercate in
tutti i poemi ma non ve ne troverete un altro di maggiore potenza: è il
bacio di una donna. Noi siamo eccelse: stiamo dunque in alto,
_excelsior, excelsior!_ Se i fiori spuntano nel fango il loro profumo
sale al cielo; se la donna è depressa nella società deve sollevare in
alto il pensiero, perchè la poesia come la gloria non si posano che
sugli alti monumenti — le cornacchie che gracchiano non giungono alle
vette delle aquile, e se il poeta disse che le vette sono battute dai
fulmini per distorci dal salirle gli risponderemo: menti, non sei un
poeta — la passione può incontrarsi colle folgori come la tigre colle
iene — in alto l'aria è più pura, più limpida l'anima; e non sarà
impossibile intenderci.

«L'infelice posizione della donna mi ha sempre, dacchè appresi a
pensare, addolorata. La vita è voluttà, mi dicevo, e queste donne non
godono: non godono le vergini fra le pareti assiderate dei conventi; non
godono le spose che la legge consegna ammanettate al marito del quale la
vita, attività di officina, non somiglia tampoco alla loro,
fantasticheria di poeta; non godono le madri ridotte allo stato di
balie... e la vita o è voluttà o è dolore. Io non intendo nulla alle
parole di missione o di cielo da guadagnare: non ho che un sole, che una
luna, che una vita, che una giovinezza, che una passione l'amore. Colgo
il fiore che olezza senza pensiero che la morte possa cogliermi nello
stesso momento. Voglio godere, sempre godere, null'altro che godere: la
voluttà è bellezza e splendore, gioventù di sensi e di anima, poesia di
arte, di natura. Ahimè! bisogna dunque esser belli e ricchi per godere,
mentre l'immensa maggioranza dei viventi è brutta e povera. Una bella
statua non istà bene in un granaio, un amore in una soffitta: occorre un
altare per la statua, un tempio per l'amore.

«Vedete, il mio problema si rinserra: abbandoniamo alla misericordia di
Dio e alla fatica dei filosofi la felicità delle masse affamate, e
piangendo su esse una ultima lagrima occupiamoci della felicità delle
eccezioni. Io ne sono una, voi un'altra; incontrandovi fui subito tratta
verso di voi. Ho quindi sognato come ieri sulla vostra spalla.

«Siete sempre malinconica. La vostra fronte bianca come l'ala della più
bianca colomba è avvolta nella benda di un pensiero doloroso, la quale
ne lascia vedere il candore ma lo ammorza: i vostri occhi hanno la
fissazione penosamente estatica delle lunghe meditazioni — e badate, mia
bella amica, quando una donna medita così sè medesima, ella è gravemente
infelice, poichè il dolore si concentra e si raggomitola quasi a farsi
più piccolo, mentre la gioia sprizza dall'anima come una fontana di
luce, ricadendo in fiocchi, che si sciolgono in una atmosfera
d'irresistibile espansione. Perchè tanta pallidezza sulla vostra fronte?
Il pallore è la tinta della morte; una fronte così pallida può ben
sospettarsi il sarcofago di un morto ideale. Perchè l'azzurro dei vostri
occhi è sovente smorto come quello di una turchese? Vedete: vi ho
osservata. Siete divinamente bella nella vostra tristezza, bella come
una di quelle statue nude e velate, colle quali gli scultori si
compiacciono da qualche anno a popolare le esposizioni: perdonate dunque
all'affettuosa curiosità della donna che vorrebbe alzarvi il velo.

«Non soffrite una malattia della vita, ma avete la vita ammalata: non è
il lago che sollevato dalla tempesta si frange invano nelle roccie, ma
lo stagno, il quale fremente ancora sente che non si muoverà più, non
risalirà la collina, non serpeggerà nella pianura; che l'immobilità sarà
la morte delle sue acque, onde imputridendo perderanno l'aspetto del
cielo e uccideranno i fiori sulla sponda; che ode il vento passare al di
sopra e non può sorridergli, che vede le nubi addensarsi minacciando la
bufera e sente che non sarà liberato.

«Oh coraggio! La malinconia è la stanchezza del desiderio inappagato, la
prostrazione della speranza: sperate, chiedete. Che cosa posso fare per
voi? Vi comprendo, non vi sarà spesso accaduto di essere compresa: ma
non basta; mi vi offro. Conosco la vita sebbene io pure non viva, ma
diventate sinceramente mia amica e vi dirò come abbia scoperto il nostro
mondo: vi racconterò la mia odissea, vi mostrerò i giardini di Circe
così belli che a rovescio di Ulisse, il quale ne fuggì, bramerete forse
di entrarvi: allora indicandovi il sentiero vi domanderò il permesso di
accompagnarvi.

                                                            «ELISA.»

«Un'altra lettera di lei.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Bella e gentile, vi ringrazio. Il mazzo di bianche gardenie, che mi
avete mandato stamane per ciò solo che camminando ieri al vostro braccio
ne lodai la grandezza e il profumo, non è stato solo un pensiero della
mente, mi lusingo, ma anche del cuore. L'avete composto voi stesso il
mazzo? Il mio istinto di donna me lo dice, perchè un giardiniere vi
avrebbe aggiunti altri fiori e curata più la simmetria. Queste bianche
gardenie strette insieme da un cerchio di verde giranio senza arte,
senza pretensione sono sublimi. Le avete colte per un pensiero
improvviso e appena colte mandate, non è vero?

«Vi ringrazio.

«Ogni gardenia m'inspira una idea, mentre fiutandole insieme mi sento
avvolgere il viso dal loro profumo inebriante come dalle larghe maniche
del vostro abito bianco, che profumate così caramente. Ho baciato le
bianche gardenie come se baciassi la vostra bianca fronte. Ah! come
sareste bella vestita di un semplice manto candido, meno ampio ma
tagliato sul gusto della toga romana: sopra una spalla rattenuto da una
fibbia e sull'altra buttato colla negligenza di persona che mediti: i
piedi nudi entro sandali pallidamente rosei, i capelli inanellati e sui
capelli una gracile corona di queste gardenie... sareste così bella che
tutti vi guarderebbero come una pellegrina di altri mondi smarritasi
sulla terra.

«Debbo dirvelo? Il mazzo che ho baciato con tanto affetto mi ha
risvegliato nell'anima un senso inesprimibile di malinconia: ho pensato
alla felicità di questi poveri fiori sul loro arbusto, ai loro amori
odorosi, alla loro vita aerea e così breve... e noi li tronchiamo con
feroce indifferenza per ornarci il seno dei loro profumati cadaveri.
Forse erano felici di vivere nel vostro piccolo giardino, di vedervi, di
salutarvi come una sorella maggiore... Adesso mi paiono sorpresi di
essere nelle mie mani e nel loro olezzo fiuto un non so che di doloroso.
Poveri fiori! Conserverò le loro ceneri in una bell'urna e possa la
nostra amicizia durare quanto esse. Perdonatemi questa malinconia forse
insulsamente poetica e credete pure, che regalandomi altri fiori non mi
saranno meno diletti e preziosi. Tutto ciò che viene dal vostro cuore e
passa per la vostra mano mi diviene caro.

«Vi mando un ramoscello di geranio: il suo sorriso cupamente verde è
ancora più melanconico che quello della gardenia candida ed appannata;
il suo odore è acuto come il pungolo del desiderio, acre come il
vaneggiamento della passione che spera ed attende.

«Il ramoscello non ha che le foglie adesso — credete che un giorno avrà
i fiori?

«Bella e gentile, addio: no a rivederci. Posdomani sarei ben felice
d'incontrarvi; eviterei così di farvi sempre visita nell'assenza di
vostro marito. Lasciatevi trovare nel viale coperto di acacie che sale
alla parrocchia... vi passeggeremo sole: ho tante cose da dirvi, ho
tanto bisogno di stringervi la mano.

«Pensate qualche volta alla vostra

                                                            «ELISA.»

Così scartabellando Mimy era giunta all'ultima pagina.

Rimase alquanto assorta colla penna fra le dita.

— Voglio scriverle, mormorò.

  «Signora,

«Siete sublime, vi amo, voi pure avete detto di amarmi — datemene una
prova. Amate i fiori e li respirate, il mare e vi tuffate nelle sue
onde, i cavalli e li slanciate alla corsa, amate, me e...?

                                                              «MIMY.»



PARTE SECONDA



  Caro Anselmo,


                                             Di villa, 5 agosto 1871.

Soffia un vento indiavolato che scompone la campagna dalla lieta
serenità: gli alberi sibilano furibondi mentre i campi di canepa
ondeggiano come laghi verdeggianti. Tale tempesta col cielo sereno e
l'aria secca somiglia a quelle che talora si scatenano nell'anima e la
scuotono senza offuscarne la lucidezza, nè toccarne la profondità —
tutto trema, ma alla superficie; il muggito delle passioni si perde in
un fracasso uniforme, onde il pensiero ne è più sbattuto che impaurito.
Tale bufera m'imperversa adesso nel cuore. Certo sopportai nel passato
ben altri uragani, ma pochi così mi tormentarono, giacchè la maretta mi
è sempre dispiaciuta più della burrasca e non ho mai provato maggiore
spasimo della mediocrità del piacere e del dolore.

Forse mi esprimo male che non riescirai a comprendermi; non so meglio
esprimermi. Studiando noi stessi siamo come pescatore, che da una rupe
si chini sopra un limpido lago a gittarvi le reti; e vorremmo pescare il
segreto che ci commuove: scorgiamo laggiù un'immagine, l'avvolgiamo,
tiriamo la corda, ma l'immagine è quella del nostro volto — l'altra
dell'anima è rimasta nel fondo. I più dotti psicologi non fecero mai
pesca migliore, o riuscendo a decifrare qualche carattere sopra una
porta si vantarono indarno di esservi entrati. L'anima chi l'ha spiata?
Talora ci sale al cervello un profumo inebbriante, ma dove sorridono i
fiori che lo esalano? Mistero: l'idea è un mistero per l'idea, il
sentimento pel sentimento, perchè la logica che li unisce non li spiega,
e la coscienza, avvertendoli, è come una strada polverosa che conserva
le orme dei passeggeri, non le fisonomie.

Sono agitato, caro Anselmo, da un gran vento di collera. Sento in me
lamentarsi un ferito, cui bene non distinguo se orgoglio, senso o
sentimento; la mia ragione è irritata da questo dolore. Mi permetterai
di sfogarmi teco confessandomi? Mi sei amico, sei curioso come filosofo:
ecco due eccellenti pretesti che me lo consigliano e te lo impongono.
Nella mia dell'altro ieri ti parlai di una donna sorpresa nuda allo
specchio amoreggiando sè stessa e del mio progetto di sedurla, meno
ancora per esserne innamorato che per distrarre la noia dolorosa del mio
spirito in questo tempo. Non val meglio sfogliare un cuore mediocre che
un mediocre romanzo? Ti assicuro che il pensare sempre di sè stessi è
pure il triste pensiero e che colei che me ne liberasse meriterebbe
davvero una riconoscenza infinita! Avevo pensato, mi ero deciso. Ebbene,
caro Anselmo, sono stato respinto malgrado l'impeto della mia passione,
in quel momento sincera, e la simpatia di una vecchia amicizia. Virtù!
Vorrai tu dire? Ma t'inganneresti perchè Mimy non ha nulla di quel
sentimento, strano volgarmente nelle donne, chiamato con tal nome e che
consiste nel conservare il loro corpo solamente pel marito, mentre non
lo amano; e se vuoi convincerti che Mimy non è una borghese virtuosa, io
le faccio la corte, io che non la farò mai ad una donna la quale intanto
che le parli di amore pensi alle pene dell'inferno o si aggiri fra i
metafisici aforismi di Kant come una pescivendola fra le rovine del foro
romano. Perchè dunque fui respinto? La ho vista nuda e la sua nudità era
allora terribilmente lasciva...; invece calma, gelida mi guardava colle
grandi pupille azzurre, inesplicabilmente curiose, mentre singhiozzavo
ieri alle sue ginocchia di amore e di dolore. Oh! è uno spasimo senza
nome quello di aprire in delirio le braccia per stringere la voluttà e
non abbracciare invece che un cadavere; di essere lì, anelante, ai piedi
di una donna, voi artista, re dei mondi ideali e dirle: t'amo, soffia il
vento, partiamo sovr'esso come Paolo e Francesca di Schaeffer: t'amo
divina... ed ella fredda e stupida, senza nulla comprendere e nulla
sentire — e voi che dovete chiudervi colla mano la bocca per soffocare
l'incendio che vi divora il petto, chiudere le orecchie per non udire le
arpe dei misteriosi paradisi, chiudere gli occhi per non vedere i
misteri dei dilatati orizzonti, ricadendo dall'altezza del sogno sulla
strada della realtà, sicchè alla caduta vi scoppiano per aria i polmoni,
vi si frantumano le membra sui ciottoli... e non morire e veder lei che
vi guarda fredda, stupida, senza nulla comprendere, nulla sentire...

Sono stato respinto, ma non sono ancor vinto; anzi la guerra non fu
nemmeno dichiarata. Posso quindi vantarmi di essere fra non molto
vincitore — sono troppo orgoglioso per cedere, troppo gentiluomo per
avere degli scrupoli — fors'anco riuscirò ad innamorarmi in qualche
giorno, e allora ella stessa sarà contenta di me. So quello che tu,
nobile puritano, potrai dirmi a dissuasione della impresa, ma so che
sarebbe inutile e voglio risparmiartene la fatica.

Ecco la mia morale: condanna, ma ascolta.

La società è una lotta di tutti contro tutti, nella quale ognuno predica
il sacrificio per farne suo pro: la moralità è una barriera mobile
alzata da interessi timidi che vogliono agire nascosamente, saltata dai
forti, rispettata dai deboli: tutti gli uomini s'ingannano a vicenda, le
donne gli uomini: la virtù consiste nella forza, la grandezza
nell'abbassamento dei vicini. La felicità di uno nasce dal dolore
dell'altro, quindi odio di tutti verso tutti, necessariamente unito ad
una simpatia di tutti per tutti, a cagione della nostra vita socievole e
dell'interesse che rattiene l'individuo all'individuo. Al di là del
mondo umano nè speranze, nè timori; e nel mondo la necessità in ognuno
di impadronirsi di quanto gli giova — l'amicizia è un'alleanza, l'amore
un'aderenza di forze: guai ai fiacchi! Che una donna mi piaccia, caro
Anselmo, e me la prendo ed ho ragione; il marito me la contende ed ha
egualmente ragione; ci battiamo ed abbiamo tuttavia ragione, e tutta la
giustizia sta in questo, che qualunque sia il risultato della lotta il
vincitore acquista il possesso, non un diritto sull'oggetto conquistato
— la lotta può sempre ricominciare, sempre giusta, sempre uguale la
ragione nei combattenti.

Mimy è bella, dunque cerco di impadronirmene, libera di resistermi, se
ne ha la forza morale: Carlo suo marito non saprà nulla per legge di
guerra, e se per caso lo saprà, a noi due la battaglia, e guai al vinto!

Adesso condannami e rimanimi amico, perchè la nostra alleanza non ti
grava in questa mia impresa: solamente, ti manderò il bollettino della
campagna.

_Vale et me ama._


                                                            5 agosto.

                              _Venite et videte si est dolor sicut
                              dolor meus._

Ti ho letto, ma non ti ringrazio: hai troppa ragione. Forse che io
cangierò? Pur troppo ne dubito. Organismo robusto ed armonico, che nella
tua superiorità non puoi intendere la mia debolezza, mi tratti senza
pietà perchè non approvi se non ciò che capisci, e non capisci se non
ciò che è logico. Malattia! esclami rimproverandomi la compiacenza onde
ti descrivo le mie contraddizioni; ma dimentichi dunque che anche la
malattia ha la sua voluttà, e che nello spasimo vi è spesso un prurito,
che lo rende quasi caro? Quando il vaiuolo si essica, l'infermo è
incessante a scrostarne i grumi e vi si tortura e vi si inebbria — tu
dirai: ha torto due volte: e cosa credi di avergli provato con ciò?

Nessuno può mutare sè stesso: _Ego sum qui sum_, come il Dio di Mosè:
però conserva la tua generosa intenzione, e io rifiuto la cura. Parmi di
averti scritto altra volta che nella mia anima erano due grandi
passioni, la bellezza e la forza, e m'ingannavo, perchè non due, ma
tutte. Qualunque sia l'oggetto o l'idea, o non mi tocca o se mi
appassiona mi vi porto con tutta l'anima, mi vi perdo e nullameno me ne
distolgo colla massima facilità. Poeta e filosofo, classico e romantico,
austero e dissoluto, passo prontamente per tutti i gradi del termometro
e le antitesi dei sistemi, uniformandomi a tutti; materialista, ho
l'entusiasmo della forma; spiritualista, la febbre dell'ideale, e una
stravagante potenza di attenzione e di distrazione.

Talora parlando con una donna, se le sfugge una parola o un'idea la
inseguo senza badare più ad altro: invano ella mi vorrebbe richiamare,
non respiro più che per quell'idea, e finchè non l'abbia raggiunta non
ritorno in me stesso: talora m'incanto invece a guardare una donna, ed
ella potrebbe parlare come un genio che non l'ascolterei: studio qualche
cosa della sua fisonomia, onde a poco a poco la cangio, la trasfiguro —
-è lei, non è più lei, è una conoscenza di altri mondi, una mia
creazione, divento pazzo, e due volte perdetti così due signore molto
amabili. Quindi al pari dello spirito ho variabile l'amore: ho lo
spirito nei sensi e i sensi nello spirito.

Ho torto ancora?

Poeta, l'inno è la mia forma e mi sprizza dall'anima come un getto di
fiamme: invece di ballonzolare come l'allodola sul prato, scatto dal
suolo, mi innalzo, dileguo stringendo fra gli artigli l'immagine che mi
ha commosso, e là solo nell'azzurro, senza via, senza limite al mio
volo, volando sempre, ignorando se mi fermerò, se dovrò o vorrò
fermarmi.

Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore,
e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o
una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi
seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più
facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si
rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente
cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora
vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un
mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche
volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io
vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come
un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace
della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un
viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi
attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti
e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi
diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro
spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e
dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i
panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo
ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze:
sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico,
confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un
impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte,
ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che
passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi
istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.

Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel
dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più
foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne
spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un
febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero;
da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni
minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi
ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio
guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo
spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango
seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le
miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più
orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo
nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e
difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il
tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la
disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia
l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in
Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una
rassegnazione divina nell'_Ecce Homo;_ ma chi potè raffigurare
l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza
espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità,
con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho
gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il
sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime
alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato,
non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando
il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto
il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi
un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi
ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città,
rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust,
volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il
fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora
indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di
Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a
baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran
maestro. Ecco per la religione.

Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere
nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che
non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa
parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè
mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide
la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella
Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel
_Prometeo_, nella _Divina Commedia_, nella _Trasfigurazione_?

Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione:
afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi
cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio _Mefistofele_, che sogghigna
spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta,
non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo
all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e
mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei
copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una
faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano
sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non
palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia
forma divina, come dentro un astuccio.

L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo
supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel
mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie
appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante
della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi!
Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che
più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho
tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la
ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno
della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un
volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso
nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.

Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia,
fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto
sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della
gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di
anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di
sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente
belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la
mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare,
dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella
costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che,
sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante
— l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel
sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece
irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente
co' suoi raggi ai raggi del sole...

Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non
sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.

Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il
naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda
allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da
quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori
sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è
dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è
infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda:
ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza
camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a
sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu
moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da
un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole —
mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito
immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra
si gonfii in torrente...

In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani:
manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli
fa, gl'ingenui delle crociate.

Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio
come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi,
Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No,
tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera.
Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al
sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al
matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e
divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui
appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo
nel _club_ fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di
lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi
indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle
voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le
sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa
donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi
dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e
perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi,
piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su
nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita,
inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche
eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a
mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla,
la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro
romanziere, gli grida: _tue-la_? Non importa. Ma i figli che resteranno
senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire
vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella,
così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola
al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove
sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più
nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama.
Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza
educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde
come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano
vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma
che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per
scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai
fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di
aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa
respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una
carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio
marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non
potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà
aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non
è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini
— ti chiedo solo di amarmi...

Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie,
quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la
delicata ingenuità rapirci alla sua passione?

Ti ripeto: amo l'adultera.

Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il
dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito
come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si
compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è
sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la
beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di
nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli
sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare
senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la
vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità
di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare
l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione
continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così
poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno
— nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di
Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una
festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva
unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono
assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo:
multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità:
bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo,
tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione
invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il
fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano:
bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che
nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di
convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita
senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi
dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.

Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano
ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili
dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa
che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di
Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature:
ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità
del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare:
il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di
pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce:
egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare
perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla
d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco
invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come
un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il
giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di
voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un
viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un
sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver
provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di
un dio maledetto.

Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto
piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il
grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio
fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel
canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la
natura nel più intimo segreto.

Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se
vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo
battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre,
colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata:
l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue
ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano
quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal
prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non
posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa
voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine
di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al
piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo
ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già
tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben
coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi
sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto
dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle
labbra e la sfida dell'empio negli occhi.

— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la
fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.

— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo
sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.

Ma ritorniamo all'adultera.

Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che
ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?

Che cosa mi ha fatto quest'uomo perchè lo assassini nell'anima e nella
discendenza? divise meco le sue prime gioie, i suoi primi dolori: mi
giovò di consigli, mi confortò di sollecitudini... non importa: lo
tratterò peggio del mio nemico, chiudendolo, se mi scopra, in questo
dilemma, o suicidarsi o uccidere l'amico, la moglie, la madre de' suoi
bambini. È un'infamia? Eppure tutti la commettono inebriandovisi, e io
come gli altri — perchè? Domanda al pesco perchè il succo de' suoi
frutti sia tanto delizioso e quello delle sue foglie tanto mortale: se
ti risponde, faccio altrettanto. Solo posso dirti che l'amore
dell'adultera è il più bello, perchè il più appassionato: l'ingiuria
fatta all'amico vi rende più care le carezze, il peccato punzecchia il
desiderio, il delitto profuma la voluttà; sentite che toccando quella
mano accettate la vostra sentenza di morte, e il brivido della paura
mescendosi a quello della concupiscenza, raddoppia la scossa nervosa.
Per sedurre questa donna quanta fatica, quanti dolori, quanti pericoli!
Ho lottato con me stesso, con lei, col marito: ho calpestato la
confidenza, la gratitudine; legato dalle catene dei costumi e delle
leggi, le ho spezzate lanciando a Dio e alla società il guanto del
duello. Adesso striscio come il serpente, domani mi batterò come un
leone; adesso la mia arma è il sorriso, quando vorrete le pistole... e a
te, donna, depongo ai piedi le catene rotte, il cuore lacerato, la mente
ribelle: Due Giuda, il nostro bacio è il prezzo del nostro tradimento,
prezzo inestimabile: due maledetti ci stringiamo seno contro seno, e la
folgore, che ci brontola sul capo, stringe più forte il nostro amplesso.
Oh! coraggio, donna: bastiamo a noi stessi. Senti come è dolce l'olezzo
di questo fiore sepolcrale? rifugiati pure nel mio cuore — ma credi che
vi saresti penetrata così avanti, se il rimorso non ti incalzava?

Ecco il linguaggio dell'adulterio, stupendo connubio della lirica colla
drammatica.

Mi ripeto ancora; amo l'adultera.

Vedi, il matrimonio e la vecchiezza si rassomigliano spaventosamente.
Sulla soglia di questa si fermano speranze e sogni, sulla soglia di
quello si ferma l'amore come un ateo alla porta di una chiesa. Lì seduto
pensa alla fanciulla rapitagli e si consuma nel rammarico. Come sei
bello nel tuo dolore e nella tua fantasticaggine! O superbo mendico,
ateo sublime, io ti saluto.

E saluto te pure, Anselmo.


                                                            9 agosto.

Mimy è lievemente ammalata. Ieri quando giunsi al suo casino il sole
tramontava. Le finestre erano chiuse, sul prato nessuno. Mi fermai a
guardare il sole e mi sovvennero le parole di Moor, commoventi di mesta
grandezza: — Così cade un eroe! — Quando ero fanciullo il mio pensiero
fu di nascere e di morire come il sole. Un pensiero di fanciullo! —
Pensiero di re, Moor, e io l'ebbi teco. Ma pur, di coloro che
splendettero nel meriggio, quanti ebbero un tramonto come il sole? Un
imperatore romano, mediocre in tutto fuori che nell'orgoglio, si levò
moribondo da letto: un re muore in piedi! Menzogna. La vecchiaia deturpa
l'eroismo e la gloria: ci spegniamo nebbiosi invece di tramontare.
Vivere e morire come il sole, ecco un destino! Prorompere splendido al
mattino, abbagliare nel meriggio, e al vespero gettarsi sul capo un
lembo della clamide e lento, lento, come il leone ripara all'antro,
allontanarsi nell'infinito...

Nell'andito incontrai Carlo, che mi domandò subito della marchesa.

— Dove è Mimy? lo interruppi.

— A letto, non si sente bene.

— Infame! e non me lo hai detto subito?

— Ma senti...

Siccome avevo sentito abbastanza, corsi alla camera di lei e mi arrestai
sulla soglia; non avevo incontrato nessun servo, dentro non udivo
rumore. Un pensiero orgoglioso m'illuminò; che siasi ammalata per me!
però ebbi il buon senso di non fermarmici su, e m'appressai piano piano
alla porta: busso o non busso? non bussai.

Stava appoggiata a una bica di cuscini, i capelli entro una cuffietta
bianca, il capo sopra una spalla.

Scambiammo poche parole.

— Questi fiori sono appassiti! notai pigliando dal tavolo un mazzetto di
amorini. I vostri fiori prediletti! li avete colti voi stessa?

— No: mi furono regalati dalla marchesa.

Com'era bellina in quel costume d'inferma!

— È venuto il medico?

— Sì.

— Come vi ha trovata?

— Debole, e mi ha ordinato un po' di moto.

— Obbedirete?

— Mi ci proverò.

— Allora, se me lo permettete, domani vengo coi cavalli; li monteremo
per una piccola passeggiata al passo.

— Vi ringrazio.

— Eppure la marchesa, se fosse qui, mi darebbe ragione! Del resto, se la
mia offerta vi dispiace, sia come non fatta.

— Adesso vi offendete...

— Perchè? avrei torto! Che cosa sono per voi da farvi accettare i miei
consigli? Siamo cugini, ma al mondo siamo tutti più o meno cugini e ci
siamo, nullameno, stranieri.

È entrato Carlo recando una lettera.

— Leggi: è della marchesa. Ho riconosciuto il carattere. Indi con ansia
mal dissimulata: non c'è niente per noi?

— Leggete; e gli tendeva la carta.

Erano poche parole: «Se domani sul vespro passassi dal vostro casino
colla carrozza, potrei sperare che mi accompagnereste? Faremo qualche
giro per la campagna; sono sicura che ci divertiremo: siate tanto
amabile.»

— Andrete colla marchesa? le ho chiesto con malumore.

— Quando non vi dispiaccia.

— E per me ci sarà un posto? dimandava Carlo.

— Potrebbe darsi, ma il biglietto non ne parla; e un sorriso, che mi è
parso di trionfo, le ha sfiorato le labbra.

Povero Carlo! se non innamora la marchesa, sua moglie non è certo
innamorata.

Adesso che ti ho dipinta la scena ti manderei quasi la romanza, che ho
scritta per Mimy appena ritornato e che le manderò dimani. È in versetti
biblici, la forma di Michiewitz, il grande polacco, ma non mi piace, e
ti risparmio. Non so che cosa mi pagassi in questo momento perchè la
romanza fosse degna di Musset e per dirle: Mimy, ti getto un fiore
immortale, dammi un bacio. Invece le regalerò un fiore di zucca.

Un'ora sola, Anselmo, un'ora sola di genio e acconsento a gettarmi dalla
finestra. Si è paragonata la vita a molte cose, a un grido, a un
pellegrinaggio, a un'ombra, a una foglia, ma nessuna immagine è forse
più giusta di quella di un naufragio. Non m'importa di morire, ma vorrei
chiudere un foglio con pochi versi entro un'ampolla, e lanciarlo in mare
prima di affogare: l'ampolla sarebbe raccolta da altre imbarcazioni e
quando i vascelli non solcassero più l'oceano, vi errerebbe eternamente,
conchiglia immortale di perla divina. Ad altri di me più forti la gloria
affannosa dei grandi poemi, dei segreti carpiti alla natura, delle leggi
adagiate nella società: mi basta un nonnulla, una novella, una romanza,
un cartone; la dimensione non monta, purchè il genio l'abbia toccato...
Ma ritorniamo a Mimy.

Non l'ho vista mai più bella che a letto. Dumas ha profondamente ragione
mostrandoci l'amore appoggiato come un angelo dietro il letto di una
inferma. Nessun fascino insolente di meriggio regge al malinconico
prestigio del vespero, e se la modestia o l'audacia possono talora
rendere più acre lo stimolo della voluttà, l'impotenza che nasce dal
dolore la rende sempre più intensa. Se Carlo non fosse entrato nella
camera sarei rimasto fino a sera, fino a notte presso il letto a
guardarla negli occhi aspettando di udirla gemere per mormorarle
all'orecchio: Soffri, Mimy! Ella è malinconica: avremmo forse pianto
insieme a qualche mesta parola inebbriandoci del nostro dolore come il
poeta coll'entusiasmo, il trionfatore coll'orgoglio. Il corsetto da
notte nella sua casta semplicità aveva maggiori seduzioni dell'abito più
scollacciato: avrei preferito la religiosa trepidazione di girare per la
camera in punta di piedi fremendo allo scricchiolio delle scarpe, o di
rialzare una tenda perchè il lume crepuscolare si abbattesse sulla sua
faccia altrettanto smorta... noi due soli, muti... al più ricco tumulto
di una festa da ballo.

Ridi, Anselmo? Hai ragione, perchè questi sentimenti li provo adesso nel
mio gabinetto e non li ho provati nella sua camera. Forse che la
farfalla dell'amore romperebbe solamente adesso il suo involucro e
batterebbe l'ali nel raggio del sole? Ti rammenti la stupenda pagina di
Herder sulla crisalide? Egli ne ha poche di uguali e con lui pochi
scrittori di simili. Di Herder fu giudicato assai bene, è una poesia e
non un poeta: e questa definizione dolorosa, che mi si addice ancora
meglio che a lui mi dispera, giacchè la poesia senza essere poeta è come
la bellezza senza il dono della simpatia, la superiorità senza la
grandezza. _Les delicats sont malheureux_, non è vero, La Fontaine? La
delicatezza non è il fondo della poesia, mentre il genio ne è la forza e
lo splendore?


                                                            11 agosto.

Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il
capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito,
contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi
movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre
aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della
vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio
passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa
muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa
viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver
vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il
loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le
illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di
uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi
dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore,
possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite
avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore —
mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi
ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i
fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la
gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.

Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione
di lamentarmi.

Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore.
Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi
divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono
italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna
religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova
monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come
all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia
esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta?
Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo
incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa
imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi
e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica
impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare
un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio
incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico!
Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita
in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come
dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi
inciampare?

A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro
mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e
rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per
affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è
una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di
paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi
consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto
questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso
in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro _Child
Herold_, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in
terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male —
consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno
che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro
della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di
aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...

Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto
sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.

Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri
un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere
amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso
maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne
scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone
alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine,
facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera
di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di
aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio
vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere
della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che
fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo
vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi
del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo
inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella
memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi
capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io
aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...

Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.

Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita
reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma
anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali —
_Seul a un sinonime: mort_. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo,
perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in
un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido
che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii
che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo,
quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore;
quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o
si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e
vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto,
afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se
è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e:
spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii
moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la
veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra
condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide
all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna:
spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare
una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu
modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e
vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo,
vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa
volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a
liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di
amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

_Fare well._

_PS._ Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara,
segreta, come si esprime De Mère.


                                                            12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di
spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si
sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo
ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il
feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo
è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse
traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una
barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia
dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo
sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo:
dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il
petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una
ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta
e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua
curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi
spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non
sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera
di centinaia di orme...

Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di
spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le
stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per
persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi
per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei
campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia;
a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come
un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre
della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini!
Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di
Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno
accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a
dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne.
Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche
i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far
perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non
perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io
sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro
pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era
dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di
Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando
molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un
mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo
e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti
offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.

— Sentiamo: che cosa le manca?

— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero
più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.

— E se lo desiderassi io invece?

— Sareste ancor più disgraziata di me.

Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il
braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È
inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la
mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in
essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i
miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani
se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.

Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal
più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero
inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non
avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.

— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella
società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che
posi; mi interpellava uno dei più intimi.

— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.

— Belle?

— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la
propria metà.

— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e
le avreste turpemente ingannate.

— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!

— Che ne sai tu di Byron?

— Quanto gli altri che lo hanno letto.

— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?

— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.

Cercavo inutilmente Mimy.

Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla
mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra
loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo
hanno impicciolito alla loro statura.

Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho
piantato l'amico.

La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.

— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate,
che non vi ho veduta entrando?

— Fuori, questa festa mi soffoca.

— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?

— Sì.

— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la
marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?

— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.

— E non l'avete pregata?

— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.

Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala
incominciava un altro valzer.

— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.

— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per
sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi
divertite: datemi la mano.

Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di
stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il
vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più
in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.

— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena
sciagurata. Allora scendiamo in giardino.

— In giardino?!

— Avresti paura?

— E la festa...?

— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola
risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie
vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.

Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.

— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare?
le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la
romanza.

— No.

— Leggere?

— Che cosa?

Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.

— Ti piace?

— No.

— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene
avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.

Così entrammo nel giardino.

— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?

— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in
sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il
pranzo della marchesa?

— Giorgio...

— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte
peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una
donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.

— Proprio!...

Mi guardò sbalordita.

— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono
antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno
di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.

— Oh! m'insultate?

— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto,
l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a
tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non
l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli
materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo,
dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate
essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale
verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo
abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana:
questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la
menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere
virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite
più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio
della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma
finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi
risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè
dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera
vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo
per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la
febbre della passione e della grandezza...

— Che cosa ne sapete?

— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e
frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo
della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio,
e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e
del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.

— È il meno che posso fare.

— Meno sciocco vuoi dire.

— Giorgio!...

— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo
t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non
amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le
immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno;
entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai
miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta;
io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo
nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti
starò presso, e sarà il mio trionfo.

Ella fece un moto colle spalle.

— Accetti la sfida?

— Insolente!

— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.

Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.

— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il
fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a
quest'ora che siete la mia amante.

— Ma non lo sono.

— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno
facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie:
avreste il danno senza il vantaggio.

Entrammo nell'andito deserto.

— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici:
o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio
non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci
dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.

Non rispose.

Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due
carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.

— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia
innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.

— Non ci siete, di più ancora: come voi.

— Mentitore!

— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?

Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò
subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il
coraggio di riderne.

La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato
possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli,
s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i
naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una
scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e
complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si
guardavano annoiati.

Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.

Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si
pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un
mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.

— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.

— Aspetto ancora.

— Colla signora Mimy.

— Pur troppo no.

— Innamorato!

— Da che lo indovinate?

— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.

— Lo credo.

Ella si morse le labbra.

— Sono dunque molto vecchia?

— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.

— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.

— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non
supponendovene.

— Vuole proprio schiacciare una povera donna.

Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.

Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della
festa. Non riuscivamo a parlarci.

— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore
della festa.

— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.

— A pranzo, Mimy?

— A pranzo.

Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.

— Mimy...

— Non vi accostate o scappo.

— T'amo.

— Non è vero.

— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi
sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro
col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di
andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo
che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.

      Wal light through yonder window breaks?
    It is the east, and Iuliet is the sun.
    Arise, fair sun.

Le dissi a mezza voce avanzandomi sotto la finestra.

— Ah! rispose impaurita.

— Vorrei finire come Romeo se tu potessi essere Giulietta per me.

— È un complimento o un sarcasmo?

— Una dichiarazione. Senti, e arrampicandomi sulla inferriata della
sottoposta finestra, me le accostai. Vorrei essere il sogno che verrà
nel tuo letto... non chiudere per Dio! non vorrei essere nè più
indiscreto, nè più pesante del sogno: vorrei solo farti sospirare per
avvolgermi nel tuo respiro come nella esalazione di un fiore. Tu non lo
credi, ma io ti amo, Mimy.

Ella mi guardava.

— Ti amo.

— Commedia!

— Che! gridai allungandomi: ella volle ritirarsi, ma vedendo che mettevo
un piede sulla cimasa della ferriata, così che sollevandomi non avevo
altro appoggio che il muro con gran pericolo di cadere, si fermò.

Ero in una difficile positura: salito il primo piede, non mi veniva
fatto di levare il secondo, poco giovandomi le mani: un momento fui per
cadere, ella soffocò un grido.

— Smetti: ma cadrai!...

— Se hai paura, gettami una treccia. Ero montato.

— Scherzi sempre.

— No, ti amo davvero! Dammi la mano.

— Buona notte.

— Dammi la mano! insistei. Ella si ritraeva, io restava ritto contro il
muro, un braccio levato in un'attitudine ridicola.

Una vampa di sdegno m'irruppe nel cuore.

— Ah!... e finsi di pericolare.

Ella si precipitò al davanzale protendendo ambe le braccia; ma in quel
punto perdetti davvero l'equilibrio e mi convenne spiccare un salto per
non tombolare. Caddi così sciaguratamente che Mimy scoppiò a ridere.

M'allontanai che intendevo sempre il suo riso.


                                                            20 agosto.

Ho incontrato la marchesa per la strada di Casalecchio, sola su
Bothaina.

— Avete un buonissimo cavallo, mi ha detto considerandolo con occhio
intelligente.

— Non quanto Bothaina.

— Le donne sono sempre più belle degli uomini: è un compenso dato loro
dalla natura.

— Agli uomini o alle donne?

— Alle donne: sono tanto infelici a cagione degli uomini, e sorrideva,
che hanno ben d'uopo di potersi tratto tratto raccogliere nel mesto
orgoglio della propria bellezza e sognare.

— Ci siete sempre così avversa! Ma allora...

— Allora!... prorompeva.

— Gli uomini vi avranno fatto soffrire.

— È vero.

— Avete amato? mi è fuggito sventatamente.

— Amato? Chi? E voi, signor conte?

Non ci siamo risposto. La strada faceva un gomito e appariva il ponte di
Casalecchio.

Non so, Anselmo, se nei tuoi brevi soggiorni a Bologna ti sia mai spinto
fino a Casalecchio per vederne la chiusa; se non lo hai fatto, vieni che
ne vale la pena. È uno stupendo paesaggio, che mi ha fatto sospirare
cento volte il pennello di Corot per renderne la bellezza latente e
melanconica. Il fiume la crea mostrandovisi appena, perchè svolta
immediatamente al di sopra della chiusa e al di sotto del ponte; a
destra è fiancheggiato da una collina, che venuta lungo la strada di
Bologna fa angolo sul ponte spingendosi verso l'Appennino lontano ed
azzurrognolo: a sinistra da un'alta pianura, della quale non si veggono
i confini — e il fiume sembra avere egli aperto quel vano per il quale
passa luminosamente magnifico. La prima collina coperta di boschetti
cedui è piuttosto bassa e povera, ma, prolungandosi, si congiunge ad
altre più poetiche di forme e di vegetazione, ed altre ancora più remote
si allineano tinte di un aereo violetto, ed altre simili a nebbie
fiottano in fondo sfumando i colori e le angolosità di tutta la catena.
Nessuna altra, delle tante che formano l'Appennino, o per l'armonia
delle tinte o per la trasparenza dell'aria o per l'incanto della
prospettiva, ha una più meravigliosa leggerezza, che fa pensare ai
quadri più belli del Ghirlandaio, il primo che abbia sentito questa
musica degli orizzonti e sia riuscito a scriverla sulla tela. E lo
sguardo volgendosi alla pianura dilaga nella verde indifferenza dei
campi o abbassandosi entra nel fiume, che si accosta per una lunga curva
alla chiusa e la cala. Non aspettarti che te lo descriva: nessun pittore
lo potrebbe, perchè il bianco, tutta la luce della pittura, non può
rendere il vibrante raggiare dell'acqua al sole, e questa volta la tela
dovrebbe essere unicamente di raggi e di baleni... E se fallirebbe il
pennello, immagina come riuscirebbe la penna! Immagina che guardando dal
ponte, il fiume immoto non ondula, non riverbera, ma toccando il ciglio
del primo gradino il suo vasto lenzuolo scivola spiegazzandosi, mentre
per tutta la linea di quello prorompono migliaia di pennacchi
sfolgoranti; sono i raggi del sole che rimbalzano spezzati e figurano
come le batterie di una immensa ribalta; e l'acqua cala unita,
trasparente, ondulosa, talora svolgendosi come una tela, talora
rincrespandosi come una vesta, talora rigandosi di solchi indecisi,
torcendosi in pieghe che si aprono prima che strette. Cola sempre
uguale, infinitamente varia nella monotonia: la luce è sotto essa, in
essa, sovr'essa: la luce è acqua, l'acqua è luce: cola coperta
d'infiniti sorrisi, armoniosa d'infiniti suoni, vaga d'infinite
apparenze, finchè sull'ultimo gradino rimbalza, si addensa, si arrotola
quasi, e svolgendosi in una frangia bruna di colore e bianca di spuma,
casca, mormora, si calma, si perde nell'altra del letto, e quando passa
sotto il ponte non somiglia più a sè stessa, nè a quella che argentea,
diafana, radiante si stende sulla magica china.

D'ambo i lati sorgono gruppi di case; a destra un mulino difeso da un
muraglione, donde irrompono due grossi getti d'acqua, che rugge di
dolore sfuggendo fra i congegni delle macine: sopra il mulino si
uguaglia uno stretto piano, dal quale s'erge il poggio di una villa
bella, forse la più bella di Bologna; e al di sopra ancora, come un elmo
bizzarro, il bizzarro tempio di San Luca.

Andavamo di così gran trotto, che Allah stentava a pareggiare Bothaina
guidata con rara maestria.

— Bella! esclamò la marchesa scorgendo la cascata, e spinse Bothaina
oltre il fosso, la siepe, su di un praticello che finiva alla ripa del
fiume. La seguii saltando così male, che n'ebbi quasi stracciato un
calzone.

— Che direste di un abito tagliato in quel drappo? mi si rivolse.

— Assai comodo per chi volesse vestirsi rimanendo nudo.

— L'ideale deve essere così.

E mi guardò con evidente disprezzo.

Mi levai rispettosamente il cappello:

— Signora marchesa, siete la prima donna che incontro nella vita e
m'inchino: non credevo che ne esistessero.

— È un bel complimento, quand'anche non sincero, giacchè voi siete un
uomo.

— E quest'uomo potrebbe essere amato?

— Giacchè lo dite per voi, sarò sincera: no.

— Li sdegnate dunque tutti?

— E se così fosse! Vi pare strano? Eppure non veggo perchè ameremmo gli
uomini più brutti e infinitamente più brutali di noi. Che direste voi,
artista se, entrando in un ospedale di vaiuolosi, vedeste una madonna
del Coreggio spiccarsi dalla sua tela per pendersi al braccio di un
ributtante convalescente e trascinarlo fuori della folla? So bene che
l'antichità si è compiaciuta negli amori dei Satiri colle Ninfe, delle
deformità colle bellezze; ma uomini composero tali quadri, e dubito se
fossero più insolenti verso sè medesimi dipingendosi con tanta verità, o
verso di noi accusandoci di un gusto così cattivo.

Povero Carlo!

— Perdono, ma parmi trattiate singolarmente l'antichità. Per Pane amato
da Pitide o da Teo, vi sono Cefalo ed Aurora, Endimione e Diana, due fra
i gruppi più belli dell'arte umana; e se avete veduto a Roma quello di
Apollo e di Dafne del Bernini, forse avrete supposto, come io, che Dafne
avesse altre ragioni per fuggire che la bellezza di Apollo. Lady Morgan,
una donna che non rinnegherete, sosteneva che aveva torto.

— Statue! e le statue valgono più degli uomini e meno delle donne. Non
ho mai incontrati uomini belli come il Meleagro, ma ho veduto molte
donne più belle della Venere, sebbene diversamente. Due uomini, Alessi e
Virgilio, Antinoo e Adriano, Stesileo e Temistocle sono orribili:
componete le tre Grazie come meglio vi piace e saranno sempre divine.
Non vi pare che l'ode di Saffo a Dorica valga tutti i versi maschili da
quelli di Meleagro a quelli di Orazio.

Che cosa ti sembra, Anselmo, di una donna che arrischia tale
conversazione? Sono rimasto interdetto. Pronunciando queste ultime
parole il suo occhio era di una serenità quasi insultante, mentre le sue
labbra contratte dolorosamente parevano soffrire ancora di quanto
avevano detto.

Quale è dunque l'ideale di quest'anima forte?

Forse profittando del mio silenzio la marchesa rivolse la briglia e
saltò sulla strada.

— Pensate alle mie parole? mi chiese dopo alcuni passi.

— Ebbene, sì; non posso comprendere...

— L'audacia della mia erudizione?

— No, ma la ragione del vostro odio. Ho inteso molte donne sparlare di
noi, ma nessuna colla vostra potenza, nè dal vostro punto di vista.
Avete sofferto più di loro, diversamente da loro? Quale è dunque il
vostro ideale? Accettate l'Apollo, se rifiutate lo scultore?

— Come siete aggressivo, signor conte! dovrò farvi un discorso per
rispondere a tutto; e per cominciare non ho detto di odiare gli uomini,
ma che ci sono inferiori nella bellezza e nel sentimento. Che cosa è
l'amore per voialtri? un episodio, e per noi tutto un poema. A quindici
anni la desiderate questa donna, a venti l'amate (sono generosa, dico
amate), a trenta non la ricordate più, mentre ella non ha che una
risorsa, l'amore; una occupazione, l'amore; una passione, l'amore.
Debole e delicata, rimane sola a divorare il proprio dolore, uccidendo
gli stessi sogni che la fanno vivere, guardandosi tristamente
invecchiare e morire. Voialtri, che passate la vita negli affari, non
potete rispondere a un amore di donna, che le assorbe tutta la vita e in
continuo sviluppo si è perfezionato attraverso i secoli come il vostro
ingegno; siete indegni di godere le bellezze che non gustate; siete i
brutti della voluttà e noi ne siamo le intelligenze. E se una donna
osasse sentire in sè stessa tutto il dolore delle martiri, che il vostro
amore ha fatto solamente nei tempi della nostra civiltà e che voi non
sapreste neppure calcolare; se rifiutasse di amare gli uomini, credete
che sarebbe pazza od ingiusta?

— No, ma a questa donna superiore dimanderei: chi amerete? Gli uomini
sono incapaci e indegni, vi rivolgereste mai a Dio?

— Dio! non è che l'ombra dell'uomo, più lunga e più deforme?

— Dunque! rompete l'Apollo, ma Venere rimane spaiata.

— Può darsi.

— Dunque?

— Conte, siete molto curioso. Andiamo dalla signora Mimy a chiederle la
mia risposta.

— Andiamo.

Abbiamo slanciati i cavalli. La polvere ci avvolgeva in una nuvola,
mentre correvamo curvi sulla sella cogli occhi socchiusi e la bocca
fremente, quasi invisibili sulla strada e quasi senza vederla. In quella
polvere mi pareva di sentire come un profumo della sua persona: ero
commosso.

Dopo venti minuti di quella furia infilavamo il cancello della villa:
Mimy nel prato si cullava sopra una poltrona americana; si alzò
vivamente. La marchesa arrestò di botto la cavalla e saltò a terra,
mentre io stentavo frenare Allah tutto bianco di spuma.

— Scendi dunque, mi gridava Carlo dalla finestra malignamente.

La marchesa aveva diggià infilato il braccio di Mimy.

— Chi è più bello, io o il signor conte?

— Puoi permettere che si discuta? interloquì Carlo sopraggiungendo.

— Non domando un complimento e quindi non interrogo un uomo. Così, mia
bella, avete riflettuto?

— Non ce n'è bisogno, parmi.

— Eccovi la mia risposta.

Decisamente ero battuto: ella mi ha gettato un sorriso come
un'elemosina.

— Questa volta è toccato a Venere il fare da Paride e Paride ha perduto.

— Vi risponderò come Antonio ad Augusto: è una sconfitta che non umilia.

Carlo e Mimy ci guardavano interrogando.

Ahimè! la marchesa ha ragione: è più bella di me, e l'amore è la musica
della bellezza!


                                                      22 agosto 1871.

Ho scritto a Mimy una lunga lettera; che cosa ne risulterà? Ero così
commosso scrivendola che ella sarà più fredda del marmo e più imbecille
di cinquanta borghesi moltiplicate l'una per l'altra, non commovendosi
nel leggerla. Sono umile e delicato: però la voluttà freme sotto quelle
frasi modeste, e sollevandone talora un lembo sorride e scompare.


                                                          2 settembre.

È troppo: le permettevo di non rispondere, di non capire magari la mia
lettera, ma partire senza avvisarmi, come se fossi un estraneo, è una
brutalità. E Carlo, che mi deve tanti consigli sul suo amore, si porta
via la moglie, quasi che io non le facessi la corte! Cosa faranno a
Bologna? È partita per evitarmi o per pungermi? Per provarmi che mi
disprezza, che non vuole più oltre sopportarmi?

Comunque sia, badi questa donna che osa troppo se pretende davvero di
lottare con me. Far soffrire è forse maggiore voluttà che far godere:
badi questa donna, che in ogni poeta vi è una tigre, e guai se si
desta...


_PS._ Povero Allah! ecco ciò che si guadagna ad amarmi...

Sono caduto a cento passi dal mio casino correndo sfrenatamente: avrei
dovuto sfracellarmi, e invece solo Allah si è rotto una gamba.

L'ho aiutato ad alzarsi... povero Allah: mi è venuto da piangere quando
guardandomi col suo grande occhio ha capito il mio dolore e mi ha
perdonato...

Come avrebbe sorriso la marchesa!

L'aveva incontrata forse dieci minuti prima, che correva verso Bologna.

— Dove correte con tanto impeto? mi ha domandato trattenendo la cavalla.

— Non lo so, e voi, marchesa?

— Torno a Bologna.

— Anche voi! Ritorno da villa Contarina: sono partiti tutti per Bologna;
andate a raggiungerli?

— Non mi prestereste la vostra intenzione?

— Io! se galoppo dal lato opposto.

— Volete scortarmi?

— Siete troppo bella: mi esporrei a troppi pericoli.

Mi sentivo addosso una smania feroce. Spronavo me stesso e il cavallo
divorando la strada e la bizza. Già prima aveva interrotto questa
lettera in un eccesso di furore per sellare da me stesso Allah.
Bisognava che incontrassi la marchesa per diventare pazzo. Carlo ha
ragione benchè avvocato: quella donna è un enigma, non arrossisce mai;
il suo sogghigno fa sull'animo l'effetto di uno stridore di lima sugli
orecchi. I suoi occhi hanno una luce fredda come il pallore del suo
volto, sul quale si frangono osservazioni e desiderî. Quando penso che
Carlo vuol sedurla, mi sembra di vedere un bull-dog affrontare una
pantera.

Sento nitrire Allah.

Il mio amico morrà! Ancora un filo che si rompe.


                                                          8 settembre.

Avevo scritto ad Agnese — ti ho raccontato come sono stato il suo
amante? — di portarmi la sua persona, e mi ha mandato invece una lettera
di uno stile anche peggiore. Immaginati, che si offende del mio
capriccio, perchè s'invitano così le cortigiane e non le signore.

Non comprendo la differenza: per me la virtù sta nella bellezza, e una
cortigiana può essere bella di corpo e di anima quanto una gran signora.
Del resto, se la voluttà è un vino singolare che invecchiando peggiora,
per la forma del vaso Agnese rassomiglia fino all'equivoco ad una antica
boraccia di Faenza e Mimy ad un giglio. Bere in un fiore, ecco la
psicologia e la storia dell'amore!

Voler bere in un fiore perchè fatto a calice e tutto umido di rugiada,
quando la sete della felicità ci tormenta, bella e dolorosa follia!
Certo le labbra del calice sorridono e quelle gocce, forse lagrime
cadute dagli occhi d'oro delle stelle, parlano una infinità di cose nel
loro linguaggio di iridi, ma la sete non può spegnersi con così poco. Ad
un'altra coppa ci bisognerebbe sospenderci; all'anfora, dalla quale
trabocca eternamente l'onda della vita, e sulla quale Dio riposa il
gomito dal giorno della creazione!


                                                          8 settembre.

Non è tornata. Se non fosse un errore di strategia, anderei a Bologna.
Forse mi aspetta laggiù e ridendo del mio dispetto e ascoltando
anticipatamente il canzoniere de' miei lamenti: si sarà ingannata: sto
in campagna, e quando ritornerà, sarò freddo come ne' miei giorni
migliori.

    Non conosci la donna, o tu che stimi
    Vincerne il cuore coi sospir, col pianto.

Canta Aroldo il selvaggio e profondo libertino. Non piangete mai davanti
ad una donna, se non volete che si faccia una collana delle vostre
lagrime, e del vostro dolore un cappellino alla propria vanità.

Che cosa farà a Bologna? Non vi ha amanti; Mimy è una vergine, che ha
forse sognato quanto Messalina ha compito, ma serbandosi vergine. Quali
chimere sognano dietro quella sua fronte unita ed opaca? Quali desideri
hanno fatto il nido in quella testolina e colle ali sfolgoranti ne
sollevano a quando a quando i capelli d'oro? Non lo so: non s'indovina
il suono per vedere l'istrumento.

Ho bisogno di tutta quella donna, del suo corpo e della sua anima: il
suo corpo è uno splendido palazzo, ma la sua anima ne è la fata che deve
offrirmi, per me solo, un festino degno di Balthasar: voglio un giorno e
una notte con lei come il sole e la luna non ne hanno ancora illuminato.

Intanto il palazzo è chiuso e la fata invisibile...

Senti: Mimy è pazza del suo canerino: se lo imitassi nella mia corte,
poichè la maschera dell'aquila sembra mediocremente gustata? Non saranno
quindi che gorgheggi, quintessenze di pensierini, seduzioni delicate
come le carezze del sole invernale all'alicanto; la mia passione dovrà
svolazzarle intorno per comunicarle col tremito delle ali la sua atroce
e dolorosa trepidazione, lambirle tutti i sensi ad ogni vampa di calore,
tutti i pensieri ad ogni sussulto di poesia, tutto il cuore ad ogni
ribrezzo di solitudine.

— Che ne dici? mi faccio onesto.

_PS._ Ti mando questo pensiero.

«Baciare una mano è caro, una fronte è puro, una idea è sublime ed è
bacio di uomo; baciare una bocca è voluttuoso, ma è bacio d'animale.»

Che te ne pare per un principiante di onestà? Se non mi rispondi subito,
dichiaro che di onestà non sei nemmeno principiante.


                                                        13 settembre.

Esco in questo punto da Mimy, tornata sola.

Carlo è rimasto a Bologna colla marchesa.

— Non siete gelosa? le ho chiesto.

— Perchè?

— Badate: la bruttezza inspira amori più della bellezza: i romanzi di
Hugo sono lì per provarlo. La marchesa, che è donna superiore, non
s'innamorerà forse di Carlo, ma chi vi garantisce che non lo prenda come
una rarità per compiere la collezione dei proprii amanti?

— Che cosa ne sapete, ribatteva con calore di amica, se la marchesa
abbia avuto degli amanti? Tutti eguali voialtri: perchè una povera donna
in un momento di debolezza vi avrà invocato e ne sarà stata pagata come
voi soli sapete pagare, tutte le donne hanno una collezione di amanti...
Parola di spirito e sopratutto generosa!

— Siete veramente bella quando vi stizzite.

— Andate là che i vostri complimenti non m'illudono.

— Chi tenta d'illudervi? però mi avete compreso a rovescio. Non sono di
coloro che negano ad una donna il diritto di avere un amante, mentre poi
vorrebbero diventarlo: ammetto anzi che possa ingannarsi più volte nella
scelta: che ami non solo il bello ma il brutto, il grande ma l'ignobile,
perchè entro un boccale di maiolica vi può essere un vino migliore che
in una bottiglia di cristallo. Non disprezzo se non due sorta di donne:
quelle che non sentono amore, o sentendolo non ne hanno il coraggio.

— Disprezzate le martiri?!

— V'ingannate ancora, Mimy: non è una martire colei che soffoca il
proprio amore per non soffrirne i pericoli, piucchè non sia una buona
madre colei che abbandona il bambino per nascondere la propria
maternità. Quando si ama si osa. Che cosa importano le calunnie e le
minacce? Lasciatela imperversare la tempesta, lasciate che il fulmine
voli attorno al vostro palazzo come il leone di cui parla San Pietro;
l'anima assopita nel proprio gabinetto di madreperla sopra una amaca
d'argento non sentirà quei ruggiti, li sentisse tutto il mondo. Mi
capite, Mimy? Sapete un nome per la donna che rinnega il proprio amore,
e mentre il cuore le si allarga generosamente nel petto chiama la paura
a soffocarla colle sue mani di spettro, o mentre l'anima apre le ali
chiama ancora la paura a mozzicargliele coi suoi denti corrosi di
scheletro? Se lo sapete ditemelo, perchè deve essere un nome tremendo.

Così parlando me le era appressato e le avevo preso un capo della
sciarpa: ad un suo gesto ne sciolsi il nodo.

— Ve la pigliate col mio nastro adesso?

Mi alzai con violenza e apersi la finestra: non una stella o una nuvola;
un fosco color di piombo, un cielo tetro come la mia anima.

— Perchè non mi avete risposto? Non mi dite che a certe lettere non si
risponde: è una frase vecchia ed imbecille: quando un uomo vi offre la
propria vita bisogna accettare o rifiutare: il silenzio non sarebbe che
stupida superbia o brutale insensibilità, scegliete.

— Non scelgo.

— Dunque tutt'e due.

— Insolente! e mi guardò con aria di sfida.

Mi esaltai.

— Mimy! esclamai afferrandola per un braccio.

— Minacciate...

— Sì.

— Chiamo Giulietta.

— È inutile: badate, Mimy: abusate singolarmente della vostra posizione
di donna: badate, la vittima non è sempre paziente nè ben legata, e
anche il carnefice può passare un tristo quarto d'ora. Oh! non
sorridete... il sorriso è uno sprone di cui non ho bisogno per far
perdere le staffe alla vostra virtù. Volete la guerra: tanto meglio...
Quando ritorna Carlo?

— Sarebbe il giorno della battaglia?

— Sarò un romano antico: ebbene, sì.

— Sabato.

— A sabato.

— E fino allora tregua....

— Delle visite volete dire. Non v'importunerò prima di sabato, ma sabato
mi riceverete alla presenza di vostro marito: sono gentiluomo, non farò
scene.

— Addio, Mimy: le stesi la mano, ma ella, mettendovi la sua, mi mise
pure negli occhi uno sguardo melanconico e meravigliato: gliela strinsi
e uscii precipitosamente.

Ti ho scritto una lettera o una scena?


                                                        15 settembre.

Indovina come mi sono distratto. Due anni fa ti mostrai Namouna, la mia
mendicante del Cairo — non ti ho ancora scritto, che si è innamorata di
me e che non le bado?

L'altra notte sono andato nella sua camera: dormiva colla testa
penzoloni dai cuscini e col gattino favorito sul tappeto presso una sua
lunga treccia mezzo disciolta. Il lume da notte rischiarava
misteriosamente la camera.

La ho destata.

— Vieni con me.

— Debbo vestirmi?

— No: mettiti questo scialle invece della camicia.

Poi sono tornato nel gabinetto azzurro, le ho fatto accendere tutte le
candele e l'ho mandata per una bottiglia di Falerno. L'attendevo
sdraiato sul divano in una posa eccessivamente sultanica. Ella rientrava
poco dopo colla bottiglia stappata e un bicchiere, seminuda entro quello
scialle nero, orlato di tenui ricami rossi...

— Beviti quella bottiglia; ma siediti prima, qui.

— Tutta?

— Tutta.

— Mi ubbriacherò: e si versava subito un bicchiere bevendolo d'un fiato.

— Brava! un bacio per bicchiere. Namouna, mi vuoi bene?

Invece di rispondere, ella si alzò.

— Dove vai adesso?

— A prendere uno di quei bicchieri.

— Da rosolio!

— Ci sta anche il vino.

Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo
scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di
Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel
mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo
sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno
abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio
desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine
nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa,
poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè
Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di
queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo,
sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha
quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più
splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza;
sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.

Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di
quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a
mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi
a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della
camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca
per non cadere — avevamo uno scialle in due.

— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.

Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni
ai fianchi.

La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo
turcamente.

— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io
colla mia vita ancora più vuota.

Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così
energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò
sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.

Le soffiai una boccata di fumo nei capelli.

— M'esce il fumo dalla testa.

— Che cosa ci resta allora?

— Il fuoco.

— Namouna, mi vuoi bene?

— Io adoro... e a me chi mi vuol bene? Al Cairo morivo di fame e di
caldo... qui è lo stesso.

— Adorami dunque; vediamo che cosa sai fare.

Mi fissò un momento colla faccia attonita, mise un lampo dagli occhi e
si alzò barcollando. La vesta dalle spalle rovesciandosele
capricciosamente sui fianchi, costretta dai cordoni finse il più
bizzarro costume. Così andò in giro a tutte le poltrone, e pigliandone i
cuscini me li adattava sotto il dosso in una enorme bica senza che
lavorandomi intorno si accorgesse di essere seminuda; due volte la sua
treccia mi sferzò il volto senza che pensassi ad afferrarla: poi ella
uscì e tornò recando alcuni vasi cinesi dalla sua camera, che dispose
intorno al divano, quasi intorno ad un altare o ad una aiuola della
quale io fossi il fiore principale, e quando ebbe composta la sua scena,
guardandola con soddisfazione d'infantile vanità, uscì ancora e rientrò
con una ghirlanda di rose così bene imitate, che posandomela sul capo
gliela strappai per odorarle.

— Fiori di seta, affetti di donna!

Ci guardammo.

Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.

Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia
bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della
spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei
vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.

Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello
scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per
non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio
cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille
sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un
ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo
linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro,
svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino
del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è
l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della
bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra
della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi
amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei
paradisi hanno scordato.

Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole,
mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi
saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una
donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero
convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una
regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di
palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una
clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato
di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi
adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di
questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una
rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno
sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre,
e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal
divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.

A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.

Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede
sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non
potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!

Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo,
me la mangiava dai baci.

— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?

— Sono povera io.

— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?

— Sì.

— Da quando mi ami?

— Sempre.

— Molto?

— Così! e apriva le braccia.

— Allora alzati e vattene.

Mi guardò trasognata.

— Debbo ripeterlo?

La poveretta si alzò veramente ubbriaca barcollando. La lunga vesta le
strisciava dietro sul tappeto sotto la magnifica nudità del suo torso.

Era affranta: la grazia del suo passo scomposto mi rendeva più acre il
piacere della ripulsa e la lascivia degli sguardi coi quali lambivo la
sua nudità verginale. Alla porta ella rivolse la testa con atto
disperato e scoppiò in singhiozzi.

— Namouna, prima di andartene spegni le candele e porta via i fiori.

Era l'ultima sferzata, non la sostenne.

Domani dovrò ricordarmi di comperarle un abito per questa sua prima
disobbedienza.

Forse nel domare la carne vi è più epicureismo che mortificazione,
giacchè la violenza nella castità genera quasi sempre un misticismo più
voluttuoso di tutti i libertinaggi. Le ballerine di Sibari inaffiavano
le rose dei loro vasi col Falerno; le monache inaffiano quelle della
loro anima colle lagrime, e le ottengono di un odore più acuto e
delicato. — Se le pareti delle celle avessero ritenute le parole
sfuggite al petto dei santi nelle loro estasi, quanti inni leggeremmo
adesso più belli dei più belli di Hugo, e come dovremmo impallidire di
vergogna, noi che ci vantiamo di saper vivere davanti all'orgie
sentimentali dei grandi, che la Chiesa ha giustamente alzati sugli
altari!


                                                      Da Casalecchio.

Domani è sabato.

Si dice che Alessandro dormisse alla vigilia di Arbella, Condè a quella
di Rocroy, ed è caro crederlo per la grandezza del carattere umano: però
ne dubito. Io non dormirò questa notte.

— Addio, Anselmo: ci parleremo dopo Filippi, e possa tu ripetere nella
tua malinconia di onesto uomo: virtù, non sei che un nome vano! Sulla
porta di un cimitero di giustiziati sta questa iscrizione:

              _Deus vitam, lex necem, pietas sepulcrum._

Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:

     Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.


                                                        20 settembre.

«Ci parleremo dopo Filippi» ti avevo scritto: adesso vuoi una lettera o
una scena? Ti scriverò da amante, da artista o da uomo di spirito,
poichè fino ad un certo punto posso pretendere a tutti questi nomi? È la
prima volta che scrivendoti mi trema la mano. Perchè? Pur troppo abbiamo
in noi sentimenti che non ci sappiamo spiegare come quelle maschere che
in un ballo scompaiono tra la folla dopo susurratoci un incomprensibile
discorso: invano vorremmo indovinare chi sotto di esse si celi: ci sono
note ed ignote; epperò fuggenti non possiamo seguirle, nè perdute
ritrovarle. Si era vissuto trent'anni e questi sentimenti non avevano
traversato la nostra coscienza, si vivrà altri trent'anni e non la
traverseranno forse più... Incomprensibili ore di vita, che il tempo
sembra aver rubato ad un'altra e che passano nella nostra, come un
uccello dell'equatore per una contrada nebbiosa d'Inghilterra:
inestimabili diamanti travolti nei ciottoli di un ruscello montanaro!

Nello _Ecclesiaste_ è scritto che ogni cosa ha la sua ora, la nascita e
la morte, la gioia ed il dolore; ma il grande di quei proverbi immortali
saprebbe dirmi: che cosa occupi questa mia ora? V'è l'ora del dubbio
anelante, della lotta convulsa, della trepida vittoria, del languore
crepuscolare — poi il languore si dissipa... oh ditemi dunque il nome di
questa ultima ora!

Ma è ora che ti conti sul serio qualcosa.

Vieni, Anselmo, ritorniamo pei sentieri di questa notte. Veramente ne
sono uscito solo da troppo poco, perchè ripassarvi in due cercando dove
mi arrestai fremendo ad ascoltare il silenzio, o bevvi tra l'ombra un
raggio di luna, sia dolce della malinconia religiosa del passato; ma ho
premesso di condurti meco e dovesse la tua onesta compagnia profanare
quei nascosti sentieri, vieni, li rifaremo. Ti dirò tutto, ma se nel mio
racconto ti appaiano vani o contraddizioni, tu filosofo non te ne
offendere: sarà forse una circostanza che il cuore commosso tenta
nascondere allo sguardo freddo della ragione; una immagine, che arrivata
questa notte dalle regioni della poesia si è gettata il mantello sul
capo e si è stancamente assopita; sarà un sentimento, che nel delirio
della voluttà perdette la parola, o un pensiero che ricredutosi nega di
mostrarsi e si appiatta dietro i neonati gelsomini... Non potrò, non
vorrò forse dirlo, e tu credine ciò che meglio ti piace, ma non ti
lagnare.

Vedesti mai le capre inerpicarsi pei greppi a divorare le buccie degli
sterpi incarogniti dal vento? Notasti con quanta destrezza profittano
delle asperità del terreno montando e arrestandosi indifferenti ed
insieme convulse? Così adesso le mie idee si sospendono alle roccie
della memoria e del linguaggio per brucare una parola: come le capre
sono bianche e nere, giovani e vecchie; alcune belano un saluto al
mattino, altre paiono non vedere, non sentire la festa del giorno.

A questo punto un magnifico insetto, pallidamente verde, mi si posa
sulla carta: lo conosco di vista; è uno di quei grandi signori che hanno
per palazzo una rosa. La sua persona è tanto gracile che sembra
camminare con fatica sulla carta levigata; eppure le mie labbra, non ha
guari, erravano su carni più morbide delle rose e egualmente profumate!

Sabato mattina Namouna m'entrò in camera, che ero tuttavia a letto,
recando una lettera di Carlo — ti aspetto a pranzo. — Io risposi: non
vengo: a stasera. Mi alzai, presi un bagno, e, fattomi bello con più
cura e minor successo della natura nel farmi brutto, mi chiusi nello
studio. Avevo lo spirito coraggioso, lessi, mi posi davanti al mio
quadro. Ho dipinto per due ore — è una donna che medita — tu più
pessimista di me non gridare: al paradosso! Volevo esprimere il pensiero
della sua meditazione e vi sono quasi riuscito, poi una piega dell'abito
mi ha costretto a gettare furiosamente il pennello.

Era l'ora del pranzo. Mi sono fatto servire da Namouna. L'ingenua
ammirazione delle sue occhiate avrebbe potuto pagarmi di tutti gli
immani studi di toeletta, ma lo spirito mi si veniva facendo sempre più
grave, talchè finii molto più a bere che a mangiare. Non giovò: come
l'ombra si allunga invincibilmente al cadere del sole, la malinconia mi
si stendeva sull'anima. Sellai io stesso Lina. È tutta bianca come il
seno di una monaca, ha una testina più intelligente della mia e due
occhi, che molte signore si augurerebbero; poi sono salito pei più
deserti sentieri fino a San Luca. Il sole era curvo sull'Appennino
quando mi arrestavo sulla spianata dinanzi al tempio. Mi sovvennero i
bei versi del Carducci:

    Sol di settembre, tu nel mezzo stai,
    Come l'uom che i migliori anni finì
    E guarda triste innanzi.

Triste il sole di settembre: triste l'ora, che perduta l'ardente poesia
del giorno non ha ancora quella immaginosa del vespero, triste come il
volto di donna che fu divinamente bella e perdendo la bellezza della
gioventù non prese ancora quella della vecchiaia!

Come la criniera e le redini sul collo di Lina, mi ondeggiavano i
pensieri nella mente. Andavo verso il casino di Mimy, quasi
indifferente, e sentivo troppo questa indifferenza per crederci.

Il sole calava raccogliendo mano mano i suoi raggi e l'ombra saliva per
le falde dei colli: io e Lina inoltravamo a testa bassa.

Avevano lasciato Giulietta ad aspettarmi. Carlo era serio fino alla
tetraggine: la sua pelle dal colore dell'avorio ingiallito era passata
all'altro dell'oliva acerba, mentre i suoi capelli ammutinati
trionfalmente sotto il cilindro sembravano un manipolo di spighe sotto
uno staio; Mimy ne rideva dondolandosi al suo braccio come un uccello
sopra una fronda.

— Che c'è di nuovo a Bologna? gli ho chiesto ammiccando.

— È scappata la contessa Rina.

— Con chi!

— Coll'ultimo amante.

— Brava! ecco una donna che ha almeno la virtù dello scandalo: andrei
quasi a Bologna per vedere l'aria trionfante di tutte quelle borghesi e
quelle devote, le quali non troveranno mai un peccatore, che le faccia
scappare.

— Così tu approvi.

— No, per due grandi ragioni: prima l'amante è brutto.

— Più del marito.

— Zitto! un marito è fuori della legge del bello: e Bologna è un paese
anche più brutto. La Rina rimetterà difficilmente il piede nei saloni,
perchè la Rina è bella e tutte le signore, che umiliava colla bellezza,
la respingeranno come si respingeva Mirabeau dal ministero strillando
immoralità! Rina tratta la galanteria da gran signora, che non teme
disapprovazione; e ciò è troppo forte, perchè i deboli non la condannino
per non condannare sè stessi.

Mimy mi ringraziò con un'occhiata.

— Me lo aspettavo che approvassi! Sei di una immoralità rivoltante. Una
donna, prorompeva sdegnosamente, per una sordida sete di scandalo fugge
coll'amante, infama il marito, disonora la vecchiaia de' suoi genitori,
rovina due famiglie... e tu applaudi! Non poteva contentarsi dell'amante
senza lo scandalo?

— Ecco la grande distinzione: hai troppo ingegno per non riconoscere al
fatto la legittimità della natura, ma la franchezza della forma ti
ripugna, mentre in essa sarebbe la redenzione del fatto, se fosse
colpevole. E che ne sai tu avvocato, di questa sordida sete di scandalo,
che spinse la Rina a rovinarsi invece di godersi quietamente e
palesemente l'amante come le sue oneste amiche? Lo sai se non soffriva
nella casa maritale? Quali passioni violente si agitavano nel suo
corpicino delicato? Se prima del triste passo non abbia pesato tutte le
tue ragioni ed altre ancora e nullameno si sia decisa? Rispettiamo un
po' più lo spirito delle donne e non lanciamo una sentenza di morte
contro un mistero. Vuoi che ti dica perchè sei tanto arrabbiato contro
la contessa?

— Perchè?

— Perchè a Bologna hai fatto fiasco colla marchesa: gli susurrai
all'orecchio.

Egli mi scagliò una occhiata velenosa dandomi nel gomito.

— Che faresti nel caso del marito? insistei guardando Mimy.

— Mi vendicherei.

— Battendoti?

— Meglio: non sono gentiluomo io: battendo.

— Cioè assassinando.

— Mio Dio! che discorsi! interloquì Mimy visibilmente in pena.

— Hai ragione; per quanto generoso, il duello questa volta è ridicolo:
l'amante può trionfare del marito come della moglie. Quando un amico vi
uccide bisogna ucciderlo: dente per dente, occhio per occhio —
afferrarlo per la schiena e piantargli un pugnale nel cuore. È la sola
soddisfazione che rende possibile ancora il matrimonio. Dumas ha torto:
il grido della giustizia non è _tue-la_, ma _tue-le_; la donna è
innocente e corruttibile, noi corrotti e corruttori.

A queste parole pronunciate con certa esaltazione Carlo sorrise: gli
accarezzavano l'intimo corruccio e mi approvava col cuore se non colla
testa.

Quindi si alzò dicendomi con accento secco:

— Vieni.

Ci chiudemmo a chiave nel suo studio.

— Sono geloso, ruggì appena sicuro di non essere inteso. Quella donna è
una infame civetta.

— La marchesa di Monero?

— Sì.

— Impazzisci: te lo avevo predetto. Non sei di forza a lottare con
quella donna: e poi non ti ama.

— Chi te lo dice?

— Allora ti ama e sei geloso di te stesso: per un avvocato ragioni
passabilmente.

— Lasciamo gli scherzi, Giorgio: soffro come un dannato. Adesso si
lascia corteggiare dal marchese Del Pino, quel biondino antipatico.

— Assurdo! Del Pino è un bel giovine, infinitamente più bello di te.

— Sia pure, ma ella è una infame civetta senza cuore. Pare quasi che
odii gli uomini e voglia innamorarli per godersi le loro torture.

— Potrebbe essere: allora guai a te!

— Che cosa mi consigli?

— Niente.

— Non vi sono rimedii a certe malattie, e quei dubbiissimi non li
seguiresti. Ella è forte, sii forte. Maria Stuarda amò Bothwell perchè
la violò, il mio cocchiere si è lasciato bastonare da una donna e ne è
stato amato: sono due sistemi che hanno fatto le loro prove: puoi
provare.

Carlo era così profondamente irritato che la mia contraddizione lo
spingeva nell'abisso, ma esaltandosi per la marchesa, io pensavo che
dimenticherebbe Mimy. Però il nostro colloquio non fu così breve; egli
ritornava sempre sulla propria gelosia e sulla leggerezza della
marchesa, rompendo in lamentazioni quasi eloquenti.

Finalmente mi liberai e tornammo nel prato; Mimy vi era ancora nella
stessa attitudine.

— Stai a cena con noi? mi chiese Carlo.

— Per questa sera ne ho avuto abbastanza di te; e poi guarda: tua moglie
non m'invita.

— Ve ne andate? ella rispondeva con cert'aria di sfida.

— E mi dispiace di lasciarvi in cattiva compagnia; Carlo è idrofobo.

— Ho perduto una causa importantissima: darei dieci anni di vita per
vendicarmi di qualcuno.

— Dunque addio.

Uscii dal cancello, ma invece di avviarmi a casa feci il giro del
piccolo bosco, fermandomi al cancello aperto quella sera fatale. Era
chiuso a catenaccio, colle sbarre vestite di spini: lo tentai
inutilmente col piede. Nullameno avevo a passare. Con una pazienza da
martire e valendomi del temperino, che ruppi ad un legaccio di ferro,
scostai uno ad uno gli spini dalle sbarre tanto da cacciarvi la mano,
poi il piede, ma gli spini, stretti da frequenti nodi, appena respinti
tornavo a baciare le sbarre baciandomi invece le mani, che mi
sanguinavano — però vi feci qualche vano e giovandomene con destrezza
inforcai il cancello: davvero che avrei preferito il puledro più
ombroso! Se Mimy mi avesse visto in quella posizione ero perduto! Gli
spini mi si avviticchiavano alle gambe; posavo sulla punta dei piedi
tentando invano di levarne uno senza perdere l'equilibrio: ad ogni
momento mille trafitture col pericolo di lacerar i calzoni: pensavo
anche ai calzoni. Mi cimentai, levai un piede, traballai, stetti quasi
per cadere, mi stracciai le mani; fu un momento di angoscia, cadendo
potevo far rumore, e sebbene il bosco fosse deserto... ma non cascare
era difficile... lo era troppo, perchè caddi con un ramo di spini nel
collo.

Mi fermai a respirare; il sangue mi usciva da molte lacerazioni, sentivo
di avere delle spine nelle mani: ci penserà Mimy! Questa risposta mi
consolò. Camminavo cautamente fra gli alberi, trepidando più di paura
che di amore: se fossi scoperto! Studiavo l'ombra e il silenzio, le
fisonomie degli alberi; giunsi al mio ippocastano: ristetti. La finestra
del salottino di Mimy era aperta e sotto essa l'inferriata, un'altra
volta salita, nereggiava nella tenebra.

— E sia! Mi accostai al muro, afferrai una sbarra e in due slanci fui
sulla cimasa, ma colle braccia non arrivavo al davanzale della finestra;
allora un'idea m'illuminò, mi sciolsi di cintura la sciarpa romana: la
gettai e per fortuna si arrestò al ferruccio, che fissa, chiudendola, il
riccio dell'imposta. Tirai e resistè; dunque su a rischio che la sciarpa
sfugga... uno sforzo, uno sbalzo e cascai nel gabinetto.

Qui ti lascio.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Ero dunque al buio nel salottino di Mimy: respirai di soddisfazione, poi
fremetti. Se Giulietta fosse entrata in quel punto e travedendomi avesse
gridato dallo spavento... Questa idea mi fece raccapricciare, poi mi
rassicurai; il dado era tratto: _væ victis_! e movendomi con
circospezione cercai di riconoscere il luogo, perchè volevo penetrare
nella camera di Mimy. Camminavo tentoni col cuore così tumultuante che
ne udivo i palpiti: mi fermavo a mezzo i passi: un silenzio e un'ombra
di sepolcro mi avvolgevano. Lo scricchiolio elegante delle scarpe mi
dava orribili punture, mi sembrava di camminare come i commedianti nelle
scene notturne, quando si abbassano i lumi della ribalta, e la
ridicolezza dei loro passi e dei loro atti mi colpì così vivamente, che
non potei tenermi dal ridere. Afferrai brancicando una poltrona, quella
di Mimy: non so perchè respirassi con più libertà adagiandomivi;
arrovesciai il capo sulla spalliera ed incrociai le gambe come se fossi
nel mio gabinetto.

Rimasi così qualche tempo dimenticandomi Mimy nel sognarla: poi quel
bollore di sensi si abbassò e il sogno svanì nelle tenebre. Alzandomi
inciampai in uno sgabello, che ebbe la gentilezza di non rovesciarsi:
proseguii, giunsi all'uscio, era chiuso. Girai la smaniglia: era chiuso
a chiave e sapevo la serratura a scrocco. Presi a voltarla lentamente:
ogni percossa del congegno martellavami le tempia: apersi, rinchiusi
colla smaniglia: ero nella sua camera.

Non ebbi più paura.

Buio assoluto, tutto chiuso: accesi uno zolfanello. Ebbene, Anselmo,
nulla al mondo mi aveva ancora dato la sensazione di quella luce in
quella camera dalle pareti in lilla, colle tende bianche e l'aria
verginale. Stupii, mi parve strano di essere lì dentro, io un uomo in
quella cameretta linda ed innocente! Corsi allo specchio, presso il
letto, nascosto da un padiglione di veli: lo stupore mi rendeva più
brutto.

— Osceno!

Il fiammifero era ancora a mezzo: alzai una cortina del letto.

Faust ha ragione: la mano trema scoprendo il letto dell'amata. Si potrà
guardare indifferentemente la scena più lubrica, nuda la donna più
bella, forse la vostra donna, ma il suo letto intatto, bianco, colle
trine agli origlieri e ai lenzuoli, tutto bianco, appena odoroso; il
letto nel quale ripara la propria nudità, ove si accarezza sospirando o
ridendo, ove avrà passate tante ore di solitaria voluttà, godute tante
estasi mai confessate, durati tanti spasimi inconfessabili... il suo
letto vi commuove, vi confonde. Non ti dirò la sua poesia, tutto
fasciato di candidi veli, con una coperta di merletti leggieri: non si
vedeva nè legno, nè ferro: molti cuscini alla testiera, la Sacra
famiglia di Muller pendente dalla parete colla sua Madonna
inginocchiata, la più bella, la più divina e insieme la più umana di
quante Madonne io conosca; e ai piedi un'altra gualdrappa bianca, mi
esprimerò così nella mia ignoranza dei lavori femminili, pure a merletti
gonfi.

Il fiammifero si spense scottandomi le dita.

Se avessi sorpresa a dormire Mimy... ma il lettino era vuoto, era
freddo. Decisi di sdraiarmivi sopra, e spolverati accuratamente gli
stivali in quel buio mi vi allungai, affondando la testa nei cuscini.
Chiusi gli occhi.

Il letto a molle cedeva troppo sotto il mio peso troppo grave: da tutti
i drappi si sprigionava un odore sottile, le trine mi entravano nei
capelli, mi pareva che il cortinaggio si chinasse per riconoscermi,
l'ombra mi accarezzava... Ero ubbriaco.

Aspettai: voleva aspettare Mimy.

Il pensiero le correva dietro, poi divagava come accade sempre nelle
situazioni troppo violente e prolungate; le idee più strane, le immagini
più bizzarre mi passavano pel capo distraendomi tanto da tormi la
coscienza della mia posizione: poi la riacquistavo, e il sangue mi
ribolliva improvviso al cuore e alle tempia.

Aspettando mi feci malinconico.

— Povera Mimy! Che cosa mi aveva fatto per trattarla a quel modo,
entrarle in camera, entrarle nel letto come un ladro, e chi sa quale
spavento proverebbe scoprendomi? Povera donna!... Una statuetta di
opale, un raggio di luna gettato da un genio fantastico in una forma
femminile: giovane, fragile, chi sa quali fantasmi accarezza nel
pensiero, quali passioni nel cuore, ed io infinitamente più brutto vengo
ad assalirla, sfondo la siepe del suo giardino e ne calpesto i fiori...
Che cosa mi ha fatto perchè io sia giustificato e la mia ombra abbia
diritto di offuscare il suo raggio, perchè la mia bruttezza offenda di
un bacio osceno la sua beltà; perchè il mio cuore prostituito insucidi
il suo cuore poetico, e il mio spirito scettico inaridisca il suo
spirito credente? Povera donna! mi diceva con tristezza: ecco il vostro
destino; siete bella, confidente, e un bel giorno un uomo vi si accosta
inavvertito, vi investe, vi possiede, — piangete, palpitate,
v'inebbriate un momento di un senso misterioso, divino; poi l'uomo si
leva lento, ributtante, e voi? macchiata, decaduta per sempre dal vostro
cielo, inconsolabile. Guai a chi sorge, a chi brilla! Povera Mimy... Il
pensiero del dolore, che le avrei dato, m'inteneriva; il mio amore le
sarebbe passato sul cuore come un bracco inzaccherato sopra un cuscino
di seta bianca... Povera Mimy, povero e tristo Giorgio!

Anche questa malinconia venne meno.

Ero sempre sdraiato sul letto, Mimy tardava: m'impazientivo. Che cosa
faceva dunque? dov'era? una idea mi traversò lo spirito infangandomelo;
che Carlo voglia rifarsi con lei della marchesa? Il dispetto è così
stravagante! non mi ci volli fermare, e mi volsi al muro quasi per
addormentarmi. Stavo così da poco quando udii muoversi la smaniglia
dell'uscio: mi voltai convulsamente: Mimy entrava col candeliere in una
mano e la mandola nell'altra.

Finalmente!

Posò candeliere e mandola sul tavolino e sedette. La vedevo benissimo
fra le tende sforacchiate dai ricami; si era già slacciato il nastro
della cintura, scomposto sul capo il mazzo delle treccie; sedeva
pensierosa nella sua posa abituale. Sospirò: io stentavo a non tradirmi
con qualche movimento rumoroso; poi scosse la testa e seguitò a
spogliarsi. Finì di sbottonare la veste, di slacciarsi il busto che
gettò sopra una sedia: la camicia allentandosi mi rubò i contorni del
corpicino delicato; sciolse le altre treccie, che caddero pesantemente
sulla veste, e rimase un altro momento meditabonda — a che pensava? a
me? Volevo quasi crederlo, ma v'era troppa languidezza nel suo
atteggiamento, e allora m'avrebbe adorato! La ragione negava alla mia
vanità questa divina compiacenza. Quindi alzandosi andò a sedersi dietro
il canterano, così che le vedevo solo un piedino, mentre mutava gli
stivalini nelle pantofole; un piedino di fanciulla, grazioso come il
complimento di una fanciulla e che avrebbe capito nel cavo della mia
mano. Furono pochi secondi: mosse al letto.

Non ti dirò nulla: era amore, rammarico, orgoglio? non so se il cuore mi
battesse: non so nulla.

Si avanzava in camicia, sciolti i capelli, bianca, bionda,
indifferente...

Si fermò allo specchio: mi volgeva le spalle e la vedevo nella lastra:
se avessi spinto un braccio dalle tende l'afferravo. Mi venne questa
idea.

Ella si considerava melanconicamente, almeno mi parve. Si lisciò i
capelli, si guardò i denti e sorrise come per provare la grazia del
sorriso: stette sospesa mirandosi, si salutò, nota questo verbo
esattissimo... e si rivolse.

Questa volta ero calmo: ancora due secondi, due passi e la bomba
scoppiava: guai se fosse scoppiato un grido: due secondi, due secoli,
due eternità...

In faccia alla catastrofe avevo riacquistato il mio sangue freddo: il
libertino dominava l'artista, lo scettico il poeta. Ella si accostò: la
sua bianca figura si mesceva al bianco del cortinaggio: tutto era
bianco: alzò un braccio, toccò una cortina — un movimento e tutto è
fatto, o meglio tutto comincia.

— Ah! gridò soffocatamente indietreggiando, mentre io mi spingevo dal
letto perchè mi riconoscesse.

— Un momento! esclamò supplichevole cercando di nascondermisi, e la sua
voce era tanto commossa, il suo gesto così eloquente che ubbidii:
ritrassi il capo abbassando gli occhi, e quando li rialzai ella si era
diggià infilato l'abito.

— Uscite, mi disse tremando.

— È impossibile.

— Allora esco io.

— Impossibile ancora.

— Lo vedremo, e si moveva.

Afferrai la mandola e traendone un forte accordo mi sedetti. Si voltò
meravigliata.

— Che cosa faccio? suono, vi risparmio l'incomodo di suonare il
campanello, perchè canterò e sveglierò forse Carlo, che accorrerà, non
v'impazientite! abbastanza presto per fare una scena. Chi sa che questo
non dissipi il suo cattivo umore: io in camera vostra, il letto
disfatto, voi quasi in camicia... se non si contenta ha il gusto
difficile: e sarà colpa vostra, glielo avrete affinato.

Mimy si era fermata.

— Oh! ma è impossibile! riprese dopo una pausa convulsa.

— Lo penso anch'io.

— Giorgio, uscite per carità: ma donde siete entrato?

— Dalla finestra.

— È impossibile!

— Avete torto nuovamente: ho scavalcato il cancello del bosco — guardate
come mi sono guastato le mani — anzi vi ho ancora alcuni spini che, più
calma, spero mi estrarrete fra poco. Mi sono arrampicato
sull'inferriata, poi gettando questa sciarpa, sul ferruccio del
davanzale ho dato la scalata: vi confesso, non senza pena. Adesso vi ho
spiegato tutto.

Ella tremava come una canna al vento: impallidiva ed arrossiva; voleva
guardarmi e se ne vergognava, indicibilmente più bella in quel disordine
di vesti e di vita.

Ci fu un istante di silenzio.

— Sedete, le dissi: abbiamo da parlare a lungo.

— No: non importa! e fece un passo verso l'uscio.

— «Bella figlia dell'amore, — » cominciai sull'aria del _Rigoletto_.

— Zitto! mi accennava impaurita colla mano.

Allora mi alzai e pigliando il largo per non spaventarla andai alla
porta, ne trassi la chiave, chiusi e gliela presentai.

— Siete libera: dunque sediamo ed ascoltatemi. Vi sorprendo o meglio mi
sorprendete nella vostra camera e vi agitate: avete ragione, lo avevo
preveduto, ma avete troppo spirito per esagerare questo convulso.

— È una indegnità.

— Non esageriamo, vi ripeto. Ho giurato d'amarvi e mantengo la parola.
Se mi odiate: ebbene volete uscire? io mi metto a cantare e Carlo
arriva: conoscete i suoi principii cavallereschi. Voi sarete salva e noi
ci batteremo forse qui: mi farò ammazzare o lo ammazzerò, più probabile
il primo che il secondo. Non lo dico per intenerirvi, perchè preferisco
ancora la vostra indifferenza sprezzante a un amore di compassione.
Potete forse rimproverarmi di scegliere ineducatamente il terreno e di
esporvi nel caso di una scena alle atroci calunnie del pubblico, ma vi
giuro sul mio onore, e allora, Anselmo, pensavo a te, che la vostra
innocenza sarà provata — del resto non pretendo di essere inappuntabile:
però l'uomo, che giuoca la vita, merita qualche scusa se nella
commozione dimentichi le esigenze della etichetta.

Ella taceva cogli occhi bassi.

— Se vi ho offesa, seguitai, ne sono pentito e triste, Mimy; ma sono
innamorato: voi, una statua tagliata nel ghiaccio polare, voi non sapete
l'infinito di ragioni che sta in questa parola. Vi sorprendo come un
assassino — e sia, per voi sono pronto a diventarlo. Mimy: sentitemi
bene: sono qui, e non ne uscirò e non ne uscirete, per questa notte, se
non provocando una scena. Però siete libera: vi lascio la mia vita fra
le mani — scegliete: un deposito o un giocattolo: vi ripeto, siete
libera fino al dispotismo, fino alla tirannia.

— Giorgio, Giorgio! mormorava giungendo le mani: siete pazzo.

— Me lo avete detto altre volte, mia bella, e oramai ne sono persuaso.
Sarò pazzo, sarò tutto quello che vorrete, ma voi siete...

— Ascoltatemi, m'interruppi a un suo movimento nervoso. Siete bella, ma
alla vostra perfezione manca una corona, l'amore. Lasciate che io povero
poeta, che non potrò mai cingerne alla mia, la cinga alla vostra fronte:
sarete contenta. Lasciate che vi ami, perchè ne sono degno, lo dico con
orgoglio, per quanto possiate stimare voi stessa. Avete ceduto a Carlo,
perchè dovreste resistermi? Vi comporrò una ghirlanda colle rose, che
ancora mi fioriscono nell'anima, le poche che il dolore ha salvato colle
sue rugiade di sangue dal torrido sole della vita. La vita passa — tu
credi forse che un giorno senza amore sia un giorno passato? t'inganni,
questo giorno ti riviverà funestamente all'anima, come dura la cicatrice
nel corpo quando la piaga è guarita — oh! mia bella, quando non sarai
più fanciulla e sarai ancora bella sentirai che cosa sia un giorno
passato senza amore. Le tue guance sono pallide, la tua fronte opaca, il
tuo cuore melanconico; vuoi che le guance si colorino, che la fronte
splenda, che il cuore sorrida — sali la nave del mio amore, la poesia
soffierà come il vento nelle vele, e salpiamo per l'infinito...

Parlavo mano mano più commosso; l'entusiasmo m'infiammava. Trasfigurato
alla mia coscienza, m'inebbriavo di me e di lei, alla quale dovevo
questa trasformazione momentanea.

Caddi in ginocchio.

— Oh, Mimy, come t'amo!

— Proprio?

— Sì, risposi cogli occhi ardenti.

— Allora uscite, Giorgio: andatevene, non abusate di una povera donna.
Lasciatemi, ve ne prego, e tentava di staccarmi le mani, che l'avevano
afferrata. Se mi amaste davvero non mi trattereste così.

Due grosse lagrime le spuntarono dagli occhi cilestri.

— Non piangere, per tutti i santi delle tue orazioni! Non mi perdonerei
mai di averti costato una lagrima. Ma dunque mi odii molto!... Che cosa
ti ho fatto per esserti più odioso di Carlo, che ti comprò per
assassinarti? Fidati al mio amore: ti amerò con tutta la mia potenza di
uomo, il mio entusiasmo di artista. Non mi ami? un pochino!

Mi premevo le sue mani al petto appressandole il volto al seno
tumultuante. Ella mi guardava sempre più pallida ed agitata, e le
lagrime le rigavano argenteamente le gote.

Anselmo, la bellezza che piange!

Stavo in ginocchioni col petto nei suoi ginocchi; l'odoroso tepore del
suo corpo passando nel mio e raddoppiandosi formava intorno a noi
un'ardente atmosfera. Febbricitante, inconscio mi ubbriacavo colla sua
angoscia, assaporavo i suoi fremiti, libavo i suoi brividi — povera e
stupenda fanciulla! Il suo dolore m'inspirava una indefinibile voluttà
d'inasprirlo, di svegliarle la voluttà; le sue mani umide ed inanimi mi
comunicavano una indomabile irrequietezza di vita; l'agitazione del suo
seno mi agitava come il mare agita una barca abbandonata sul lido...
mentre l'onnipotente lusinga del silenzio dava all'aurora della tempesta
tutto il suo incanto.

Improvvisamente la strinsi, forzando le sue braccia a cingermi il collo.

— Ah!

— Tardi.

— No: Giorgio, rispettami: non mi vuoi bene!...

Un singhiozzo mi arrestò: la guardai, sembrava vicina a svenire,
scolorita, come senza respiro: infatti mi mancò fra le braccia. La
sollevai come una bambina adagiandola sul letto.

— Mimy, mormoravo coprendole di baci gli occhi socchiusi: guardami,
andrò via: non ti posso vedere così; e pure dicendo queste parole le mie
mani spietate le smentivano. Il sangue mi si accendeva; i baci si
moltiplicavano più lunghi ed ardenti. Un fatale prestigio spirava da
quel corpo quasi morto, da quelle labbra bianche, da quelle palpebre
abbassate, mentre le stracciavo l'ultimo velo, tenendole gli occhi alla
faccia: inebbriante e dolorosa profanazione! feroce e spirituale
brutalità! Mimy era bella come una statua, santa come un cadavere,
delicata come un angelo: la bianca ombria del cortinaggio dava alla sua
nudità un pallore anche più spento, una sacra nebulosità; la voluttà
sembrava essersi celata nel suo corpo come una bella donna entro un
fitto velo scoprendosi senza mostrarsi — io provavo mille sensazioni
insopportabili, palpitavo di mille sentimenti micidiali: ebbro, pazzo
salivo e scendevo vertiginosamente per tutta la scala dell'essere, dal
bruto all'ideale; tremavo, fremevo: quella bellezza e quella nudità mi
parlavano, mi rispondevano, lampeggiavano confuse, onnipotenti,
incomprensibili.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

L'istromento dovrebbe spezzarsi quando non può accompagnare il canto
troppo alto della passione, o la penna che ci piantiamo nel cuore per
narrarne i sentimenti, cangiarsi in pugnale e restarvi quando non si può
più scrivere nemmeno col sangue! Dovrei fermarmi qui e non posso. Un
irresistibile bisogno mi urge di dirti quello che non riuscirò a dirti,
di darti la formula impossibile della mia voluttà: bisogno lascivo e
doloroso, al quale si oppongono del pari invano la logica della ragione
e la logica del cuore.

La mia vita per un inno, tutta la mia vita d'imbecille per un'ora di
poeta! L'entusiasmo che mi fermenta nell'anima scoppii e l'uccida, ma
l'anima morendo trovi il suo grido, il suo verbo... No: l'incendio morrà
soffocato: la tempesta non avrà un urlo. Atroce impotenza! Dovunque il
dolore, sempre il dolore: come un insetto velenoso sul fiore del
piacere, come una stuonatura nella sinfonia della voluttà, come uno
spettro al banchetto dell'amore: sempre il dolore, ad ogni passo che si
muta, ad ogni pensiero che nasce, ad ogni pensiero che muore: la nostra
vita non può obliarlo: ne è il principio e forse anche l'immortalità,
come cantava ieri un grande poeta.

Dio! se Mimy fosse morta in quel punto l'avrei amata egualmente!

Alla fine sentii mancarmi il respiro, e feci un movimento che la scosse.

— Mimy! esclamai attaccandomele alle labbra, ed ella mi appoggiò le mani
sul capo per sollevarsi.

Ci guardammo: il mio sguardo la vinse e i suoi occhi cilestri si
nascosero dietro le palpebre. L'abbracciai ed ella non repugnava, non
consentiva, piangendo senza singhiozzi: era mia e mi sfuggiva! Questa
contraddizione mi esaltò: nel delirio più ancora della angoscia che
della passione l'infiammai cogli sguardi, l'arsi coi baci, e a poco a
poco la calda atmosfera delle mie parole e del mio respiro parve
penetrarla; sentii fremere le sue mani nelle mie e le sue labbra
tremarmi sotto le labbra, mentre durava a piangere silenziosamente
guatandomi a volta a volta con una sublime attonitaggine. Le sue lagrime
erano il vino del nostro banchetto e mi ubbriacarono follemente... ci
amammo in un'estasi atrocemente divina, in un tumulto di baci e di
singhiozzi, di moine e di ripulse, di esclamazioni e di gemiti profondi
soffocati, nervosi: negli occhi le scintillavano lagrime e baleni, mi
baciava fuggendomi e sentivo una sorda agonia di parole incomprensibili,
di tronchi singulti — un amplesso ineffabile, senza nome, forse come
quello di Adamo e di Eva la prima volta dopo la cacciata dal paradiso, o
dell'angelo della voluttà e del dolore la prima volta, che esuli dal
cielo, s'incontrarono sulla terra.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Adesso quell'ora è passata: quanto conforto e quanta amarezza in questa
parola! Conforto di aver vissuto, amarezza di sopravvivere alla propria
vita. È passata, Anselmo, come tutte le altre ore noiose, come sul letto
di tanti infermi, sul sepolcro di tanti morti! Il pensiero si rivolge,
quasi un pellegrino, a guardare la sua traccia nel passato e distingue
appena nel paesaggio una vetta illuminata dal sole. Là discese quell'ora
nel suo transito fatale... Avanti, pellegrino: hai avuto il tuo raggio
di sole, il tuo pellegrinaggio non fu vano e puoi perderti senza lamenti
nel buio della maremma. Se Dio esistesse, egli medesimo nella sua
onnipotenza, non potrebbe farti risalire quella vetta — la tua ora di
vita è trascorsa: avanti, pellegrino, nel buio della maremma!

Addio, Anselmo, la tristezza mi si addensa nello spirito, e invece di un
inno sto per chiedere al genio del poeta un'elegia.

Quale miserabile creatura l'uomo! Certo la nostra vita fu un errore e
nel mito del peccato originale si nasconde un'idea profondamente vera —
se non si espia si soffre, se il peccato non fu della creatura fu del
creatore. Sempre infelici appena ci raccogliamo in noi stessi!

«Ti diverti: dunque soffri.» Pascal, hai ragione. Ma il tuo Dio ha torto
di averci trattato così.


_PS._ Ci penso ora: e se Mimy fosse entrata con Giulietta?! Adesso sono
orgoglioso della mia sventatezza.

La vita è più bella attraverso il prisma di una lagrima, dicono; e la
voluttà? Mimy piangeva col volto talora sorridente sotto quel velo di
dolore. Vedesti mai sorridere un fiore nell'acqua al raggio della luna?
Pare che i colori destandosi sussultino, ma a quel raggio morto che
l'acqua scuote appena perchè appaia più morto, il loro sorriso diviene
incerto, s'abbruna quasi: una trepidazione lo fa a quando a quando
trasalire come un vivente ai baci di un cadavere. Ella era così! Oh mia
pallida e dolorosa fanciulla, mi coglierò tutti i fiori e tutte le gemme
dell'anima per fartene un serto, ti offrirò come un incenso i sentimenti
più delicati e magnanimi del mio cuore: e tu mi amerai, o dolorosa, come
la viola ama l'erba e la gazzella ama il prato.


                                                    29 settembre 1871.

Sono otto giorni che non ti scrivo — il mio romanzo sarebbe finito?
Certo se fosse una opera d'arte bisognerebbe interromperlo a questo
punto, poichè seguire due amanti fuori della loro vita d'amore per
vederli decadere e sparire, sia ben triste: ma il mio romanzo è vero e
adesso diviene più vivo e discusso. Ho fatto una scorreria in una bella
provincia che ora debbo conquistarla; debbo alzarmi un palazzo dove ho
piantato la tenda. Impadronirsi di una donna non è possederla, giacchè
per possederla bisogna averla penetrata dal senso al sentimento, dalla
fantasia alla ragione. Come viaggiatori per una strada, gli amanti si
appaiano, camminano cinquanta passi colle braccia intrecciate, e a una
svolta si separano; e se chiedeste all'una chi era l'altro: non so,
risponderebbe, mi pare che si chiamasse Giorgio! Mimy è la mia amante...
e poi? Lagrime e baci mi si inaridirono sulle guance, ma la sete da essi
accesa mi riarde più atroce. Se debbo sempre precipitare dalla torre,
con qual cuore salirla? Se ogni volta che monto la barca, la prima
ondata deve trascinarmi impetuosamente dal lido e la seconda più
impetuosamente rigettarmivi, non sarebbe meglio star seduti sulla sabbia
affogando nella contemplazione del mare illimitato il desiderio di
correrlo?

Talora mi assale quasi un rimorso.

E se Mimy fosse come tutte le mie altre amanti, così che dopo averla
costretta al sorriso della passione dovessi piegare tristamente il capo
per nasconderle quel mio eterno sogghigno... ed ella, poveretta, lo
vedesse! Se avessi aperta con dolorosa violenza la sua conchiglia per
lasciarne cadere la perla? Se avessi sforzato il sarcofago della sua
anima per gettarvi dentro una beffa?... Povera donna infelice! era ben
meglio che non ci fossimo incontrati. Spesso baciandole la bionda
testina mi assale un fremito di compassione e di rispetto: così
fanciulla e così ostinatamente infelice mi sembra una predestinata, di
quelle, checchè ne pensi la pettegola ragione, le quali portano il segno
e il presentimento della sventura che le ucciderà — una testa, cui non
manca se non la benda del sagrificio sui capelli e il lampo della pietà
negli occhi, per essere quella di una santa!


                                                      5 ottobre 1871.

Preparati a strapazzarmi, grave amico.

Siamo ai tempi di Giulietta e Romeo. Ho portato a Mimy un bastone di
ulivo forte quanto una spranga di ferro; a notte tarda gitto un grido di
civetta, ella pone il bastone attraverso la finestra, mi butta una corda
di seta: io monto; in tre secondi ho scavalcato il davanzale, cavato il
bastone, chiuso l'imposta, abbracciata e baciata Mimy secondo il sistema
di Hayez.

L'altra sera arrivai con un fagotto sotto il braccio.

— Che cosa è? mi chiese colla sua curiosità di fanciulla.

— Un tuo vestito, e le mostrai un costume di paggetto in casimiro nero a
filetti neri; la mantellina a doppio bavero formava l'involto, gli
stivali erano fatti sulla forma di una scarpetta che le avevo rubata, il
caschettino era senza penna. Mimy cascò da moltissime nubi, ascoltando
il mio progetto di uscire soli alla campagna fuggendo dalla finestra,
ella così mascherata per non destare sospetti; ma le ripugnava ancora
più d'indossare quel costume maschile che di avventurarsi fuori di casa.
Fu una graziosa rivelazione di pudore — consentire agli sguardi di tutti
gli oggetti le proprie forme use al mistero delle vesti o agli studiati
tradimenti dei corsetti era troppo! Una donna si mostrerà semivestita,
seminuda, nuda, piucchè nuda, ma solo a certi momenti e a patto di
commovere: invece infilare un paio di calzoni, nascondere il seno in un
corpetto, non essere più donna, non camminare più con quella grazia, non
fare più quei gesti, non atteggiarsi più in quelle pose, mostrarsi come
senza sesso... Ebbi una lunga lotta che si concluse con questo trattato:
Mimy vestirebbe il costume purchè non assistessi alla sua prova.

— No! esclamai fortemente.

— Zitto! Giulietta potrebbe udire.

— No! Giorgio, si raccomandava, incrociando le braccia sul petto:
lasciami, mi vesto da me. Ma io badava ad aprirle la veste per fare più
presto.

— Ti do un bacio.

— Preferisco di infilarti i calzoni. Ehi! la camicia è troppa lunga.
Aspetta.

Caddi in ginocchio e traendomi di tasca il temperino a forbice cominciai
a tagliarla come si dipingono le saette. Ridevo: ella voleva
indispettirsi e suo malgrado soffiò; ambedue demmo in un riso pazzo,
soffocato, così che perdendo l'equilibrio rovesciammo abbracciati per
terra.

Quando ci rialzammo, ella mi lasciò seguitare l'amputazione, ma i
calzoni troppo stretti, malgrado tutte le mie misure di precauzione
ordinandoli al sarto, presentavano difficoltà, che mi facevano scoppiare
dalle risa. Pochi piaceri al mondo valgono quello di abbigliare da uomo
una donna bella e pudica.

Finalmente fu vestita. Apersi la finestra: la luna sonnolenta erasi
tirata sulla testa il lenzuolo di un nuvolone. Incoraggiai Mimy e,
disposta la corda, scavalcai risolutamente il davanzale: ella mi seguì,
ma spingendo gli occhi nel buio ebbe paura e si ritrasse; dovetti quindi
cingerle con un braccio la vita, attirandola così violentemente che mi
cadde sul collo: vi si aggrappò. Con quel dolce peso mi calai abbastanza
bene lungo la corda per un ginnastico par mio.

La notte era calma.

Legammo il capo della corda all'inferriata.

Camminavamo in silenzio: il paggetto mi dava di braccio. Eppure era una
imprudenza la mia! Se Carlo fosse salito allora nella camera di Mimy...
Povera donna, come si cimenta per un mio capriccio! Un impeto di
tenerezza m'irruppe così furiosamente nel cuore che stringendo
improvvisamente Mimy con ambo le braccia mi posi a correre a correre,
finchè caddi sfinito sul margine di un fosso.

Allora parlammo. Mimy ha più ingegno di Carlo e più cuore della marchesa
di Monero — ti basti questo per giudicarla. Non è facile a parlare, ma
se commovendosi alla poesia di una parola vi acconsenta, la sua
conversazione ha tutta la voluttà di un amplesso.

— Di tutti i misteri dell'amore il più tenebroso non pare anche a te la
sua nascita?

— Non nasce: allora morrebbe. Un amore che può dire: nacqui il tal
giorno, mente come una donna che dicesse: sono diventata poetessa nella
tale settimana. L'amore si sviluppa nell'anima come la bellezza nel
corpo; ma quando si fu veramente belli, si è belli anche vecchi. Ho
sempre amato, fino da bambinella, le farfalle, i fiori... ho amato una
stella, della quale non ho mai saputo il nome. Mi ricordo di averla
guardata lunghe notti dalla finestra e di essermi coricata triste, se un
qualche nuvolone me la nascondeva e la brillante amica mancava al
convegno — La mia stella! E neppure essa mi amava! Sogni, lusinghe...
una parola che si anela di pronunciare e che si trema di udire, che
spesso non si comprende dicendola, che non è mai compresa se la dite...
ecco l'amore.

E il paggetto mi appoggiò languidamente il capo sulla spalla: gli passai
una mano sugli occhi per accarezzarlo e sentii che piangeva
silenziosamente.


                                                          12 ottobre.

Ecco la prima lettera di Mimy: le avevo scritto imponendole di
rispondermi.

Te la mando; giudicala, io ne sono desolato.


Rispondervi? Una volta mi paragonaste a una gardenia: che cosa potrebbe
mai rispondervi una gardenia? Essa non ha altra parola che il suo
profumo: io non ho altro profumo che la mia malinconia; respiratela, non
l'interrogate. Perdono! Forse non ci avete pensato, ma chiedere a una
povera donna come me di scrivervi è stata da parte vostra una grande
crudeltà. E che cosa potrebbe ella mai dire a voi, che avete tanto
spirito, se non avete poi abbastanza cuore per capire il suo silenzio?
Lasciatemi nella mia taciturna tristezza, non rapite l'ombra a coloro
che non ebbero il sole; non siate più cattivo del vento che scuote le
querce sulla cima dei monti e non disturba la ginestra nel fondo del
burrone. Ora che siete il mio amante, e ve ne sarete vantato con voi
stesso più di una volta, dovreste usare più dolcezza — la violenza sarà
forse una virtù con quelli che resistono, ma non con quelli che
dovettero cedere... Rispettate i caduti voi che avete vinto, lasciate
tacere voi, artista, coloro che non possono parlare.

Non volevo rimproverarvene, ma poichè debbo rispondervi, mi vi
costringete. Nella vostra lettera mi rinfacciate amaramente di non
invitarvi a scalare di notte la mia finestra — la frase è velata, però
il pensiero traspare. Vi siete dunque dimenticato che scrivevate ad una
donna, la quale sebbene caduta ha ancora un avanzo di dignità, e che
anche l'adulterio ha il suo pudore?... Non lo avrei mai creduto!

Ho letto il vostro Heine: oh! egli è un grande! rileggete l'ultima
strofa del suo Negriero; i vostri ordini per l'interesse de' miei
piaceri rassomigliano molto agli ordini del suo capitano Van Koek.

Mi firmo

                                                                MIMY.



PARTE TERZA



CAPITOLO PRIMO

                              E per rendersi ben orribili questi
                              provinciali non parlano che della
                              corruzione delle grandi città.

                                                      STENDHAL.


Che cosa è una città di provincia? Ecco un problema non meno difficile
dell'altro: che cosa è una donna? e che aspetta ancora da un grand'uomo
la propria soluzione; ma l'autore incredibilmente modesto di questo
romanzo lo ha qui posto invano per non essere oggi in tanta folla di
grandi scambiato per tale. Come il vento sfoglia la rosa e si sforza
inutilmente di aprire la pigna, gli spiriti del filosofo e del poeta si
sono affaticati intorno alla donna, poco più fortunati del vento:
seppero assai cose meravigliose e più assai ne ignorarono, seppero i
mari ed i cieli, svelarono la creatura e il creatore, scrutarono la vita
e la morte, ma quando il pensiero stanco di tante sconfitte e di tante
vittorie volle riposarsi sopra una fronte femminile, come un insetto si
riposa dal volo fra i petali di un fiore — il fiore era odoroso ma
chiuso, offriva il riposo non l'ospitalità. Indarno il pensiero
incalzato dal sole tentò colle fini zampe di schiudere la tenue corolla
— i delicati tessuti resisterono a tutti gli sforzi, mentre l'olezzo che
li eccitava gli rammolliva pure l'energia: il fiore rimase chiuso,
l'insetto sulla sua cima, e così dura tuttora, ed è probabile che duri
per un pezzo. Nel fondo del vaso di Pandora rimase la speranza, e fu
bene, giacchè i mali involatisene sarebbero in breve cessati per
mancanza di uomini; sulla fronte della donna sta il mistero, ed è
meglio, altrimenti il nostro pensiero nell'ora della stanchezza non
saprebbe ove raccogliere il volo: così la provvidenza è davvero piena di
buon senso e occorre tutta la sfacciataggine del genio per osare di
negarlo.

La donna è un problema, che ogni giorno si ritenta; e una città di
provincia, mi disse un amico passabilmente spiritoso, è una donna
borghese. Rabbrividii: il paragone poteva essere oscuro per chi non
intendesse la parola borghese, ma lo trovai spaventoso di esattezza. In
amendue la medesima disgustosa difettosità, una piccolezza di forma
rattrapita dalla rachitide, una vita inanime, una maschera
d'impertinente vanità sopra un'anima schizzinosamente imbecille. Un
illustre scrittore si è provato ad indicare spicciolatamente i caratteri
della donna onesta non virtuosa, e malgrado l'acume profondo e lo
spirito vivace vi è appena riuscito: ma sarebbe infinitamente più
difficile dire che cosa sia una donna borghese. Nessuna fantasia, per
quanto atrocemente buffona, da Aristofane il padre ad Heine il figlio,
avrebbe creato simile tipo diventato il trionfale aborto della nostra
civiltà, il capolavoro del nostro buon senso cristiano e della nostra
saggezza economica, del filosofismo liberale e delle rivoluzioni
medioevali e francesi.

Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto
o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi
detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra
una mediocrità trecentista.

A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito
peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate
abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando
una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere
più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il
suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e
il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di
arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni
morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle
tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le
dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le
bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a
vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua
anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi
di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso
quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se
Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati
del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità
scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse
sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più
irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società
moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si
staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.

La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese,
deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre
classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come
della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si
perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile
intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel
secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli
uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli
della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la
sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio
come Bologna.

Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il
sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli!
Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico,
una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua
aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo
popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo
mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono
che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire.
In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e
chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si
annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano
sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le
calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini
oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è
meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove
s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una
borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a
domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i
regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.

E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una
strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi
convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare
dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle
donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di
aneddoti sempre gli stessi come i _fatti diversi_ nei giornali — là un
cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una
ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono
conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si
enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo
basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è
potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di
lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare
un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro
elegante per impararne subito il prezzo.

La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di
tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse
farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come
parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle
rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo
carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di
provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi
maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e
i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre
tradizioni.

Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante,
artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i
gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che
nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in
provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi
tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune
lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di
ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni
sociali.

Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I
cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione,
ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono
grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se
non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono
loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità;
infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare
sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un
tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.

I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli
veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto
progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del
partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè
medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con
maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e
s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai
Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i
grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che
il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali
cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o
scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati
per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di
tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente,
forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi,
che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare
sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e
nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene;
scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per
insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta
Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia
perdere.

Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le
differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è
eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i
satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto
dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza
sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una
originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora
di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una
signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli
sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega
da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un
quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria
spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria
leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra
faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.

Per una signora della capitale un abito è una novità, per una signora di
provincia è un avvenimento commentato spesso non senza frutto e spesso
consegnato nelle mani della tradizione. A Roma una festa, nella quale si
spende la rendita di un milionario provinciale e convengono centinaia di
bellezze e di grandezze, è una guarnizione di brillanti lavorata da un
grande orefice: a Bologna una festa, che costa meno di una scatola di
sigari avanesi e ove brillano fra pochi nobili di data così vecchia, che
il loro nome non brilla piucchè nel passato, i deputati di giovani
botteghe e di più giovani ed apocrife fortune, per l'artistico
dell'aspetto rassomiglia a una di quelle guarnizioni di reliquari di
cuori d'argento e di coralli, che attirano l'attenzione dei devoti e
degli increduli sul petto delle madonne miracolose.

Una signora della capitale sarà insipida se parla, una signora della
provincia lo è anche se tace; e come a questa non trovate mai un abito
da mattina, a quella lo spirito grettamente famigliare, che nella
signora tradisce la massaia: a Roma tutte le signore hanno la carrozza,
a Bologna la maggior parte vanta il comodo dei portici, che le rende
assolutamente inutili per chi non può assolutamente averle: ma una
signora senza carrozza è come un re senza trono, oggetto mezzo di
compassione e mezzo di scherno: è peggio che senza amanti, peggio che
senza spirito — è una contraddizione più dolorosa delle contraddizioni
economiche studiate da Proudhon, delle antitesi critiche rivelate da
Ferrari.

E per finire questo sublime parallelo, oggi sono alla moda, di due
sublimità: una signora della capitale sta ad una signora di provincia
come una gran signora ad una borghese, un artista ad un artigiano, un
attore ad una scimmia, una donna ad una femmina, un uomo ad un prete.
Domandate a quella, la gran signora, quanto si può chiedere ad una
donna, la sostanza dei profumi, l'amabilità del nulla, la poesia del
vuoto e l'avrete: non chiedete nulla alla seconda, la borghese, perchè
avvicinandola avrete tutto, il lezzo della materia, la prosa del
silenzio, la vacuità del deserto; guardate la prima come un bel ricamo
di seta, di oro falso, di perle finte; la seconda come il suo rovescio
di nodi e di bioccoli: amate l'una e fuggite l'altra, ecco il consiglio
di tale, che si stima buon consigliere, poichè non siede in nessun
consiglio comunale.

Ma gli uomini sono peggiori delle donne perchè l'uomo, generalmente meno
bello, è sempre più inestetico della donna. Nullameno il loro vestito,
per quanto affettato, è più vicino alla moda; un taglio più audace,
colori più vivi, stoffe più appariscenti, una maggiore quantità di abiti
e una massima alternanza nell'indossarli, ecco i caratteri esteriori
dell'elegante di provincia; e se vi aggiungete una pettinatura
impossibile, un portamento estremamente pago di sè stesso, un enorme
spaccio di profumi e di francese, una insulsaggine di ballerino con una
vanità di grand'uomo, avrete un ritratto abbastanza somigliante e mal
fatto. Mentre i giovani serii, speranze provinciali della patria,
rifanno nei giornali della provincia gli articoli dei maggiori giornali
delle capitali, e commettono discorsi nelle più ritrose circostanze,
superbi di capitanare una confraternita di cuochi o di barbieri, gente
che vuol camminare dietro loro sulla grande via del progresso seminata
di grandi monumenti e di grandi morti; questi trovano la filosofia di un
corpetto liscio o a stola, le affinità elettive dei colori, la rettorica
di una cravatta, la ragione della moda e quindi della loro esistenza;
entrambi meschini: i primi contraffazione dell'arte, i secondi della
scienza: gli uni soffiano sulla loro vita, mozzicone di sigaro, nella
superba speranza che se ne sviluppi un incendio visibile a tutto il
mondo: gli altri si lasciano vivere, ma non si lascerebbero abbigliare
da altro senno che il loro, felici quando morranno di aver molto
vestito: in coloro l'anima inacetisce, in costoro imputridisce, epperò
si rassomigliano. Talora pure s'incontrano alle feste di beneficenza,
nuovo e più sanguinoso insulto lanciato alla miseria ed alla pazienza
dei lavoratori, nelle quali i giovani gravi rappresentano la muffa, gli
eleganti le frondi, le eleganti i fiori della pianta borghesia — e i
primi fanno ridere, i secondi ridono, le terze sorridono ad entrambi,
mentre quelli sono ancora meno spiritosi di questi, che parlano come le
altre sono vestite.

Mettete assieme uno o due presidenti di una qualunque associazione
inspirata a grandi principii, come una Lega per la istruzione del popolo
o una società ippica o carnevalesca, un segretario di venti comitati che
furono e di più ancora che saranno, una dama delle solite collette per
le inondazioni, una patronessa di opere pie, come una casa di educazione
per le povere donne che pericolarono un po' troppo e vogliono
ricominciare la loro santa missione di armonia e di amore: ascoltateli
discutere un invito o una protesta a nome della morale e, se vi
resistete, gettate in mezzo ad essi una grande idea o una abbietta
insinuazione contro un grande uomo o una donna superiore, e vi prometto
uno spettacolo assai più bello delle loro serate filodrammatiche e
filarmoniche coi dilettanti.

In una grande città gli scandali, in una mezzana i pettegolezzi: tutto è
pettegolo nel capoluogo, perfino quelli che tacciono, perchè non possono
a meno di ascoltare: ognuno vive dei fatti altrui, spia le altrui
disgrazie, le novera, ne fa un poema; tutti conoscono quelle di tutti e
ne godono, sviluppando così il divino principio della fratellanza.

Entrate in un villaggio, e non si parla che di caccia o di pesca; in una
capitale, e una corrente di idee vi solleva; entrate in un capoluogo, e
non si fanno che pettegolezzi; ogni cosa vi si impicciolisce, perfino la
politica, che diviene lotta di ministri piuttosto che di idee e di
nazioni. Invano le case chiudono porte e finestre contro tutti gli
sguardi, che le penetrano egualmente e più invano i provinciali lo
sanno, giacchè non possono guardarsi l'uno dall'altro: si conosce il
ricolto dei vostri campi, delle vostre scappate e più ancora di quelle
di vostra moglie se ne fa: si ha la topografia del vostro appartamento,
l'inventario dei vostri debiti e dei vostri progetti; la vostra rovina,
se siete dissestato, è calcolata infallibilmente ad ogni ora; se la
vostra fortuna invece è in rialzo potete studiarne la scala sulla faccia
dei vostri concittadini, come si guarda il termometro per sapere i gradi
del calore; la cacciata di un impiegato preoccupa quanto la caduta di
una dinastia, il matrimonio di un conte piucchè la scoperta di una
seconda America.

Una indefinibile astiosità regna in tutte le relazioni, giacchè quegli
uomini senza concetti e senza orizzonti pare si litighino una meta
stessa tanto studiano d'incepparsi. Le grandi idee passano sulle città
come le nubi, e forse uno appena fra tutti, astronomo solitario e
deriso, le avvertirà. Che se il vapore ha stretto con una catena di
ferro tutte le città in una sola, come cantano i poeti nei giornali,
rasenta nullameno invano la città di provincia; vi deposita la merce,
non lo spirito della civiltà, o se qualche poco ve ne lascia, è una
fondiglia che evaporerà in un fermento mal odoroso. Veramente sarebbe
difficile dire di che cosa viva una città di provincia spesso senza
industria nè commercio nè università; possidenti oziosi per elezione,
operai troppo spesso oziosi per necessità, merciai che si nutrono dei
bisogni di questi e dei prodotti di altri paesi: in nessuno nemmeno il
dubbio che la vita debba essere una marcia ascensionale, che fuori della
città si viva e si cammini davvero; ma se odono la musica della marcia,
si mettono spiritosamente alla finestra, attendendo qualcuno cui
accodarsi; mentre poi, se passa, non se ne avveggono.

La città di provincia ha pure la sua morale, diversa che nel villaggio e
nella capitale. In questi, poichè gli estremi si toccano, uno dei pochi
proverbi non sbagliati, evvi una rilassatezza ingenua o una tolleranza
filosofica per i peccati della carne, che lascia alle peccatrici godersi
in pace la vita, e se non aumenta, non scema loro le simpatie del
pubblico: le vergini vi sono più rare che altrove, ma i matrimoni non
meno frequenti per questo; invece nelle città di provincia guai alla
donna che non sa farsi perdonare l'amante a forza di ipocrisie! Tutti si
rivoltano disgustati alla immoralità: persone coll'anima così fangosa da
convincere della sua materialità il più esaltato spiritualista, si
velano come Timante la fronte all'osceno spettacolo e maledicono: poi
coll'istinto olfattivamente feroce della iena fiutano le peste degli
amanti, li seguono in istrada, in casa: li guardano in tutte le pose,
contano i baci, le carezze, le ire, le paci e vanno al caffè per farne
la somma, che trovano sempre modo di mostrare al padre o al marito. Nè
per essere ipocrita quanto un gesuita, nessuna donna speri salvarsi,
giacchè l'oziosità provinciale sempre sollecitata dal pungolo della
maldicenza, e costretta ad esercitarsi su piccole cose, crea
quotidianamente capolavori giapponesi di cattiveria e di pazienza.

Il sentimento dell'onore, ha detto Montesquieu giustamente, è proprio
delle monarchie e quindi delle grandi città: in provincia nessun
carattere veramente aristocratico; nè alterezza, nè fragilità: o
arroganza o abbiezione: molte ingiurie e pochi duelli — la ricchezza
unica causa di stima, perciò molti ricchi e nessun signore: l'amore, nè
galanteria nè passione: l'ambizione, una invidia malevola: il lusso una
pomposità: la virtù un galantomismo passivo o uno studio cristiano: mai
uno slancio o un baleno: tutto deforme, meschino, meno la terra e il
sole che durano a sorridersi, forse per dimenticare di sostenere e
d'illuminare tali disgustosi formicai.

Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta
si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il
fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle
orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il
cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio
Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena
donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro
sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia
quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi
di passione e di dolore.

Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola
all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza,
ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle
rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le
civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi
vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le
mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del
deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema
all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità
nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come
Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi
come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di
tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto
manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia
Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta
di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!

Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e
di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di
una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla
testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una
padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra
quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea
possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori
crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli
infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati
a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta
dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori
incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di
tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.

Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di
esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore
muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità
i loro personaggi.



CAPITOLO II

                              Ohimè! neppure il mio specchio mi
                              riconosce più!

                                      _Scene della Boemia._ — MURGER.


«Al fiore che muore sul mattino la rugiada; all'anima, che muore sul
mattino, l'arsura divorante del meriggio!

«Il mio cuore era come una vallata alpina, bella di rupi e di abeti;
adesso è un campo deserto, pel quale il cacciatore erra tormentando con
feroce ingordigia i pochi virgulti e le messi malaticcie. Perchè
l'uragano non avvalla dalle cime azzurrine della montagna a sperdervi
questo ultimo aspetto di vita?

«Oggi pure ho pianto.

«==La palma, dice un proverbio arabo, deve avere il piede nell'acqua e
la testa nel sole==così la palma fiorisce: anch'io ho i piedi nel
pantano e il fuoco nella testa, ma invece avvizzisco: non ho più odori
pel vento, non ho più rugiade, non ho più un uccello che mi addormenti
col suo canto... non ho più nulla, perchè ho un amante!

«Dove andarono i miei sogni di fanciulla, i miei dolori di sposa? Una
volta ero una vergine dall'anima ancora più candida del corpo, dalle
innocenti fantasie, dagli affetti ingenui e delicati: suor Maria era il
vento che scherzava col mio bottone di rosa; era l'angelo custode che mi
ratteneva un istante sulla soglia del mondo col fascino del suo
sguardo... E io l'amai, prima senza sapere il perchè, dopo non volendolo
sapere: era bella, era buona!

«Sola nella mia celletta, la notte pensavo a lei ravvolgendomi nel suo
amore, come in una coperta bianca senza ricami e senza frangia — le
nostre non erano che carezze, cicalecci sommessi e prolungati: la sua
mano che mi errava sul petto, la mia che se le insinuava fra le bende a
scherzare coi capelli, uno sguardo che si spegneva in un sorriso, un
sospiro che finiva in un soffio scherzoso... e lì abbracciate sopra una
sedia, io sulle sue ginocchia, colla fronte calma appoggiata al suo seno
tumultuante, un braccio intorno alla sua cintura; lì abbracciate finchè
non mi addormentassi... Che cosa sarà adesso di suor Maria? Forse la
santa infelice mi ama tuttavia e pensa alla sua infedele Mimetta! Dio mi
ha giustamente punita di avervi obliato, suor Maria! Non sono più la
vostra bella ed immacolata Mimy: se i miei capelli sono ancora biondi,
la mia fronte ha un pallore più spento, le mie labbra sono impallidite
più della mia fronte e il sorriso le ha abbandonate, come un'amica
fastosa abbandona l'amica caduta nella a povertà.

«Gettatemi addosso una coperta di fango, voi che mi avete uccisa, e
lasciatemi dimenticare nel sonno della morte i dolori della vita...

«Perchè vivere ancora quando non si crede più a sè stessi? Non credo più
a me medesima, non sono più degna di amare: il matrimonio mi aveva
macchiato il corpo, l'adulterio mi ha infangata l'anima. Dopo la
brutalità di Carlo, la frenesia di Giorgio! Se le sue labbra fossero di
fuoco e mi imprimessero sulle guance lo stigma di una tanaglia sarei
meno repugnante ai suoi baci; ma sentire che fremo, che palpito malgrado
il ribrezzo dell'anima, che le mie labbra si tendono per rendere il
bacio... è un martirio troppo crudele. Mi dibatto come un naufrago
nell'onda di quella impura voluttà e mi vi annego: prostituta! Perchè
egli, così stravagante, non pensò mai a gettarmi uno scudo nel
grembiale? eppure me lo sono guadagnato! Se quella notte fatale avessi
pensato di cadere tanto basso, avrei chiamato Carlo arrischiando
piuttosto di morire. La vita è più spaventosa della morte in certi casi.
Oh! ella mi amava, ne sono certa: ella una donna più grande di tanti
grandi che hanno monumenti per le piazze, si compiaceva in me povera
fanciulla (come mi chiamerebbe adesso?) e voleva forse educarmi per
sollevarmi fino a lei...

«Povera e ingrata Mimy, hai preferito l'ostricone alla perla, un cardo a
una rosa!

«Mi è impossibile pensare a lei: penso meglio a suor Maria.»

E appoggiando i gomiti sul tavolo stette col viso nelle palme: piangeva
sommessamente, difficilmente, quasi avesse già esaurito il tesoro delle
lagrime.

Poi risollevò il capo e, senza tergersi gli occhi imperlati come una
viola dalla rugiada, rilesse un foglio.

                               A. MIMY.

Hier couché à tes pieds je reposais la tête sur le doux coussin de tes
genoux, et savourant ton beau sein mes yeux se baignaient de volupté et
de douleur.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Les tresses blondes des cheveux se tenaient immobiles sur ton cou, et
l'envie me rongeait le cœur. J'aurait payé leur place avec des jours
de jeunesse pour enfouir mes regardes dans les bouffes de ton collet,
blanc comme ta peau et aussi parfumé.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Mimy, tu es belle, mais les statues des tombeaux sont aussi belles et
sans cœur: ta froideur me glace la vie dans le veines, et ma pauvre
ame se meurt dans l'atroce delice de tes baisers sans amour.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Mimy, tu es belle, mais la jeunesse galoppe et la poussiere de la route
retombe blanche sur ses cheveux: aimons jeunes et vivons d'amour comme
la fleur de soleil et l'abeille des fleurs.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

— Galoppi, galoppi, mormorò con accento di profonda tristezza: quando
sarò vecchia avrò cessato di amare e di soffrire.

E seguitò leggendo.

«Ieri notte mi parve di incontrare il raggio di quella stella, che amai
bambina. Oh! la brillante amica aveva ancora il suo fulgido sorriso, ma
la povera Mimy non potrebbe più ricambiarglielo. Bella nel suo azzurro,
fra il suo popolo di stelle, eternamente, immutabilmente bella, il suo
pallido viso, mi pareva proprio che avesse un viso, mi cercava con
affetto di amica: i suoi capelli di una luce pallidamente bionda
tremavano come agitati dal vento... Oh! la mia stella, non guardarmi
neppur tu, perchè tu pure non mi riconosceresti... «Ciò che potrei dirti
adesso è troppo diverso da quanto altre volte ti dissi nelle mie notti
verginali, la tua luce è troppo pura per i pensieri che mi affaticano la
mente; il tuo sorriso non può riposarsi sulla fronte di un'adultera.
Solo quando sarò morta e il mio corpo ridiverrà puro divenendo cadavere,
quando chiusa nella cassa di abete non potrò più rivederti... allora
ripensa alla fanciulla, che un giorno ti amava e vieni a visitare la sua
tomba — non sentirò più la pietà del tuo raggio, non importa! vieni
egualmente, riposati sul mio sasso e compiangimi.

«Dio, perdonami l'audacia del lamento, ma fu errore farmi nascere donna!
Perchè creare un giglio e riempirne il calice di profumi e di rugiade
per satollarne il grifo dei porci? Perchè macchiare di tinte così belle
il dosso della mosca e darle un'anima così allegra per perderla poi
nella rete del ragno?

«Povera la mia bellezza, il solo amore che mi consolava! Talora vorrei
quasi avvolgermi le treccie al collo e strangolarmi... rendermi almeno
orribile, schiacciandomi il viso, e invece il dolore, spietato come un
uomo, mi fa più bella. Se domani mi levassi brutta come Carlo, la
marchesa proverebbe un fiero dolore, ma si consolerebbe perchè nulla più
della bruttezza toglie la poesia al dolore e non si può essere più
fedele a un mostro che ad un cadavere; si consolerebbe con un'altra
fanciulla più bella, e nel fondo della mia miseria potrei confortarmi
della sua felicità. Invece se apprenderà che l'ho tradita per Giorgio,
posponendo lei bella come deve esserlo Dio per contentare i propri
angeli, ad un uomo il quale malgrado ogni orgoglio le si confessa
inferiore: che la ho tradita dopo essermele tacitamente promessa...
nella giusta amarezza del suo amore dovrà maledirmi... e le avrò aperto
nel cuore una piaga insanabile.»

Si arrestò pensierosa: sulla fronte contratta le passò una nuvola bruna.

Era sola nel suo gabinetto, vestita di un'ampia vesta azzurra, coi
cordoni pendenti sui fianchi, senza nè orlature, nè ricami: così la
pallidezza del suo viso e il biondo de' suoi capelli parevano più vivi.
Sembrava molto più bella ed afflitta che al tempo della villeggiatura.

Entrò Giulietta annunciando la marchesa di Monero.

— Non è possibile!

— Ma oggi è giorno di ricevimento! rispose la cameriera meravigliata di
quella meraviglia e del rossore, che le aveva colorate improvvisamente
le smorte guance.

È necessario sapere che a Bologna ogni famiglia borghese e anche
qualcuna che non lo è, consacra un giorno della settimana al
ricevimento, magnifica parola che odora di corte; e quindi la padrona si
veste colla massima eleganza, accende la stufa nell'inverno, socchiude
le imposte nell'estate e aspetta seduta nella sua poltrona
coll'indolenza di un dio indiano gli omaggi e le dissertazioni degli
avventori sull'ultima neve, sul caldo insopportabile, sul prezzo di un
abito alla moda comprato da una signora o sopra un voto del consiglio
comunale circa le scuole o la nettezza pubblica, se la signora si occupi
di alta politica.

— La marchesa! ripetè Mimy levandosi; ma in quella la marchesa
presentavasi sulla soglia dietro Giulietta, che si ritirò per lasciarla
passare.

Si mossero incontro; Mimy sempre arrossendo s'imbarazzava sino a
dimenticare i più volgari convenevoli; ma la marchesa parve non
avvertire quel disordine e, sedendosi sul divano, obbligò Mimy a
seguirla.

— Vi ricordate l'ultima volta che sono venuta? le chiese colla sua voce
più limpida.

— Un mese oggi.

— Avete un'eccellente memoria; e la guardava fisa, ma il suo sguardo,
nel quale un fino osservatore avrebbe distinto una certa durezza mal
definibile, s'intenerì a quel pallore tanto spento e allo sguardo di
quegli occhi cerulei, ai quali un tenue cerchio turchino accresceva il
fascino melanconico.

— Forse che sareste ammalata o lo foste?

— No.

— Eppure vi trovo deperita.

— Può darsi, mormorò lentamente.

— Che cosa pensereste, riprese la marchesa, se fossi venuta a dirvi che
parto?

— Quando?!

— Forse a giorni.

— Partite...

— Vi pare strano?

— Oh! a me... Impallidì ancora più e le cadde la testa sul petto, senza
moto.

— E va bene, disse poi sordamente, alzandosi quasi per dissimulare
l'emozione. Le tese la mano.

— Mi salutate! Avete dunque fretta che parta?

A queste parole piuttosto scherzose che ironiche Mimy accennò di
svenire: una nube le passò sulla fronte, socchiuse gli occhi e sarebbe
caduta se la marchesa non la reggeva per la mano: però fu un lampo: con
uno sforzo violento si rimise e liberandosi la mano:

— Io sarò forse deperita, ma voi, signora marchesa, siete diventata
cattiva.

La marchesa fe' un gesto di trionfo, che l'altra non vide essendosi
rivolta alla finestra per nascondere una lagrima.

Un impaccio stravagante pesava sul loro dialogo, come fossero ognuna
malcontenta dell'altra o temessero di passar oltre scendendo alle
confidenze: parlavano ad intervalli e a stento: ogni parola era una
allusione, un baleno che sfuggiva ad una nuvola carica di elettrico. La
conversazione si riappiccò, o meglio la marchesa cominciò a parlare
colla solita disinvoltura, ma i discorsi le venivano suo malgrado
malinconici: sorrideva e non finiva il sorriso, e dopo qualche minuto
ancora di sforzi le parole si fecero più rare e più scure.

— Non ritornerete mai più, le rispose Mimy a una domanda sul vicino
carnevale.

— E se ciò fosse, credete che molte persone mi faranno la medesima
domanda o la ripeteranno quando sarò partita? Bologna è una città ben
brutta, sebbene il signor Thiers dica che è ben costruita, e le sue
donne sono degne della città: vi ha certo qualche eccezione, la
principessa di San Marciano, la marchesina Del Pino, ma Bologna è una
città che si può lasciare senza rammarico, quando nessuno in essa vi
ricordi.

— Nessuno: ne siete sicura?

— Mio Dio, no: certo si parlerà un pezzo di me, de' miei equipaggi,
della mia mora: si pretenderà di conoscere la mia vita, s'inventeranno
forse romanzi sul mio conto, poi un altro scandalo, perchè qui io sono
uno scandalo, verrà a rubarmi l'attenzione degli oziosi: sarò una
ricordanza che si richiama per un paragone, per un frizzo... poi non
sarò più nulla.

Mimy si strinse la fronte.

— Avete ragione, e accentuava singolarmente le sillabe: è una follia
pretendere di fare sopra un'anima, per quanto grande, tale impressione
che solo la morte la cancelli... eppure è una ingiustizia! Che siamo
passeggiere sulla terra, poco importa; il mondo non è abbastanza bello
per inspirare il desiderio della immortalità, ma che le passioni siano
in noi passeggiere, che nella vita non possiamo attaccarci solidamente a
un amore, a una speranza...; ma allora spiegatemelo voi, — insisteva con
una esaltazione crescente, — voi, signora marchesa, che siete una donna
superiore, perchè il cuore crede alle passioni che sente e adora quelle
che desta, se queste morranno assai prima di quelle?

— Non so.

Poi si levò lentamente andando al tavolo sul quale era rimasto il
manoscritto, lo prese senza che l'altra assorta se ne avvedesse: e
leggendo ove prima le caddero gli occhi, pronunciò ad alta voce:

«Se un angelo venisse in una delle mie notti insonni a dirmi: Vuoi tu
amare sulla terra, e il tuo amore lo vuoi felice o infelice? Credo che
esiterei lungo tempo prima di rispondere, e forse non mi deciderei nè
per l'uno, nè per l'altro: vorrei che il mio amore fosse molto la
felicità della persona amata e quasi altrettanto la mia infelicità,
perchè nessuna passione deve essere più voluttuosa di soffrire e
sentirsi morire inebbriando l'amante.»

— È vostro questo pensiero? è pur delicato! e proseguì:

«Vorrei morire di questa passione, morire giovane, morire lentamente, ma
sopratutto morire bella, perchè l'amore dell'amante non si affievolisse
colla mia vita e consolasse il mio tramonto primaverile col voluttuoso
tepore del suo meriggio — vorrei morire innamorata per non sopravvivere
al mio amore e per farmi del suo il lenzuolo da riposarvi mollemente
tutta l'eternità. Moribonda, sorriderei fissandomi nel suo volto, come
un fiore s'incanta nel sole che lo ha ucciso a forza di baci. Bianca
sopra un letto tutto bianco, un po' scarna, i capelli un po' in
disordine, la mano secca e nervosa serrata nella sua: morire un vespero
senza nessun altro nella camera, nè rumori al di fuori, nè raggi di sole
che insultassero colla pompa del loro splendore alla calma di quel
silenzio e di quella ombria: morire per avere troppo amato, per aver
fatto troppo godere, per avere troppo goduto, non trovando modo di
espanderla la voluttà del vostro cuore: morire per seppellire seco tutti
i tesori di bellezza e di passione, per assaporare nella stanca
impotenza del senso la voluttà della morte dallo strazio dissimulato
dell'amante....»

Durante la lettura Mimy aveva più volte mutato di aspetto: il pallore
più spento, il rossore più vivo le si erano avvicendati fuggevolmente
sul viso; più d'una volta aveva dovuto mettersi una mano sul cuore per
frenarne i battiti troppo violenti ed impedire alla vita di smarrirsi:
anelante, esterrefatta seguiva cogli occhi gli occhi della marchesa,
tremando sempre che all'incontro di una parola si rivolgessero verso di
lei e l'interrogassero. Avrebbe sofferto non so cosa per distruggere
quel manoscritto, incauto confidente de' suoi dolori, ma la commozione
troppo violenta non le lasciava forza di strapparlo di mano alla
marchesa, nè tampoco di chiederglielo.

In quell'ansia Mimy perdeva la ragione, e ciò era tanto più spaventoso,
che nella faccia pareva calma, attonita nella marchesa.

Questa si rivolse, e abbassando il manoscritto con atto di
scoraggiamento:

— E dire, mormorò, chè un uomo avrà inspirato tanta poesia e tanta
passione ad un cuore di donna!

— Un uomo! ripetè scattando dal divano e accostandosele con passo quasi
di belva senza perdere di vista il manoscritto.

— Mi sarei ingannata, o sarei troppo indiscreta chiedendovi il suo nome?
Deve essere un uomo molto bello, perchè questa morte vagheggiata
tenendolo per mano non somigli ridicolmente a una morte volgare con un
marito o un prete al capezzale. Vorrei essere la vostra migliore amica
per sapere il suo nome.

— Il signor conte De-Vinci, rispose Giulietta affacciandosi dopo aver
bussato inutilmente alla porta.

Le due donne si scambiarono un'occhiata luminosa: la marchesa di
rimprovero, Mimy di disperazione.

— Non sono in casa per nessuno: mi pare che ve ne avevo avvisata.

E mentiva ingenuamente: quel giorno era di ricevimento.

— Scusi, signora, si scusò impaurita all'insolita maniera la fanciulla,
ma il signor conte è arrivato col signor Carlo, e mi hanno ordinato di
annunziarli.

Mimy abbassò il capo.



CAPITOLO III

                              Josè, repondit-elle, tu me demandes
                              l'impossible: je ne t'aime plus, tu
                              m'aimes encore... Je pourrais bien
                              encore te faire quelque mensonge, mais
                              je ne veux pas m'en donner la peine.

                                                 _Carmen._ — MERIMÉE.


— Il mio giornale! esclamò udendo rumore nell'anticamera.

— Il vostro giornale... ripetè la marchesa, fissandola con occhio
scrutatore.

— Datemelo, datemelo! insisteva torcendosi le mani con aria di sì
pietosa desolazione, che lo ottenne; ma quasi troppo tardi, che potè
appena insinuarlo nel cassetto, mentre Carlo e Giorgio scostavano il
cortinaggio della porta.

Si avanzarono sorridenti, Giorgio verso Mimy e Carlo verso la marchesa.

— V'ingannate, questa gli rispose ad un complimento susurratole a bassa
voce: ero venuta dalla signora Mimy, e la guardò che rimaneva seria al
saluto allegro e leggermente trionfale di Giorgio.

Vi fu d'ambo le parti uno scambio di insipidezze, e finalmente Elisa si
levò.

— Mi lasciate? le disse Mimy, accostandosele cogli occhi sbarrati.

— Sì: debbo provare una romanza giuntami stamane da Parigi: ritorno a
casa; d'altronde, sono stanca.

— Di me?

— Oh! non sono vostro marito, nè un avvocato io per stancarmi di una
persona così bella quando la possedessi.

E così parlando si riadattava il cappellino elegantissimo con una
orlatura di martora su velluto nero.

— Mi permettete di accompagnarvi? le chiese Carlo intanto che Mimy
andava a prenderle il manicotto da una poltroncina: ve ne prego,
aggiungeva sommessamente.

— Quando la signora Mimy lo permetta, e la fissò; ma la povera fanciulla
non sostenne l'occhiata e abbassò gli occhi accarezzando il manicotto.

Carlo e la marchesa si mossero.

— Ringraziatemi, le disse questa sorridendole un ultimo addio: non vi
lascio sola.

Mimy rimase colla tenda in mano e seguitò a guardare per la porta, che
l'altra era già scomparsa. Allora Giorgio, rimasto estraneo a questa
scena così indifferente d'aspetto e viva d'interesse, le si avvicinò
sulle punte dei piedi e abbracciandola strettamente per la cintura:

— Sola! ripetè, come l'eco dell'ultima parola della marchesa, della
quale s'intese la carrozza rotolare sordamente sulla strada nevosa.

Ella lo guardò senza rispondere.

Giorgio e Mimy erano dunque due amanti, poichè si avevano l'uno e
l'altra, e il mondo che incredibilmente vecchio è da lungo tempo
positivo, li avrebbe, conoscendoli, giudicati per tali — li conosceva e
così li giudicava: amanti non importa se di anima o solamente di corpo.
Ma in fatto Mimy non amava Giorgio, almeno come credeva che avrebbe
amato amando: ed egli invece l'amava meglio che non lo pensasse e
dicesse malgrado l'esaltazione di certe lettere ad Anselmo, che
sentivano la smania di autore. Quella donna era troppo delicata per
abbandonarsi con voluttà all'uragano di un amore maschile: la quercia si
rialza con sibilo beffardo sotto il soffio dell'aquilone, mentre la rosa
invece vi si sfoglia: la cavalla di razza s'inpenna superba sotto lo
sprone del cavaliere, ma l'agnella si accascierebbe se il pastore
volesse montarla: Giorgio in questo caso era il pastore.

Ella soffriva ancora più di questo secondo amore di Giorgio, che del
primo amore con Carlo.

Giorgio, essa lo ammetteva, era bello per un uomo: ingegno di filosofo,
cuore di poeta, eleganza di artista, una scioperataggine di epicureo,
una vita tempestosa sibbene vuota di avvenimenti: una agitazione
febbrile in tutte le azioni, una superiorità aristocratica su tutte le
persone, una disperazione latente che si scopriva tratto tratto in uno
slancio lirico: tutte queste qualità e questi difetti lo rendevano un
amante ideale e quasi da romanzo, molto più che a Bologna era il re
della moda e tutte le signore dell'alta società si disputavano la sua
corte o almeno un suo elogio — era bello nell'anima e anche nel corpo,
nonostante la mediocre purezza delle sue forme vaghe di quella
inesprimibile eleganza, che l'arte non ha saputo ancora rendere ed è la
più irresistibile di tutte le seduzioni: era bello e non lo amava: anzi
si dibatteva nel suo amore senza la forza di liberarsene.

Quella passione egualmente sfrenata nella voluttà che eccelsa nel
sentimento la commoveva a suo dispetto: il vento la investiva
sollevandola in alto in alto, ma appena quietava, ella ridiscendeva in
sè medesima e la coscienza la rimordeva di essere lo zimbello e il
carnefice di una passione non contraccambiata, dopo di aver tradito un
uomo per un altro uomo. Allora la bella infelice scoppiava in pianto, o
aprendo il giornale, di cui già leggemmo qualche pagina, cedeva al
prestigio del suo eterno pensiero di amore, e scriveva.

Nè a Giorgio, poeta e uomo di spirito, era sfuggita quella inquieta
preoccupazione.

— Mimy, le disse un giorno, che la sorprese in lagrime, Carlo ti rende
infelice: vuoi abbandonarlo? Andremo in Svizzera, starai sempre meco.

Senonchè Mimy per risposta si era sforzata a rattenere le lagrime e non
si era più mostrata piangendo.

Ma Giorgio non si appagò; stranamente infelice egli medesimo, ovunque
sospettasse un dolore nascosto lo perseguiva forse per una misteriosa
affinità, forse per l'egoismo di non essere solo a patire: e questa
volta la lusinga era tanto maggiore che, per servirci di una sua
espressione, quel dolore era un velo, dietro il quale si celava la parte
migliore di Mimy. Quindi le era sempre intorno per indovinarla, ma ella
se ne accorgeva, si schermiva, e come donna vinceva. Tutto era vano;
generalmente Mimy finiva col sorridere mestamente al suo armeggio, e
quando lo vedeva stanco, gli stringeva la mano per compenso e si
lasciava baciare.

Una volta egli toccò della marchesa, dicendole che ne era innamorata:
Mimy vi convenne troppo facilmente, ed egli non vi pensò altro.

In questa guisa durava da qualche tempo; il carnevale era vicino. La
marchesa veniva raramente da Mimy; Giorgio quasi ogni giorno e più di
una volta; Carlo non si accorgeva di nulla come marito e come innamorato
di Elisa, che lo teneva al guinzaglio come un orso, facendolo ballare
con un complimento o un epigramma. Ma già cominciava a susurrarsi di
questa simpatia dei due cugini, e poichè Mimy era molto bella e Giorgio
il re della moda, signore ed eleganti vi si interessavano mordendo così,
che con tutto il suo spirito egli stentava non poco a fronteggiare
quell'armata di calunnie e di pettegolezzi.

Ella non usciva più dal suo appartamento. Lo aveva tutto rinnovato con
gusto abbastanza artistico per la modica somma e una città come Bologna:
le pareti erano in mussoline persiane, le tende in lana, i mobili di
acajou e in seta, gli intagli non dorati; aveva un gabinetto color di
rosa, soffice, femminilmente soave, e una camera da letto di un azzurro
cupo e severo — ecco tutto: passava spesso le intere giornate nella
camera da letto seduta sopra una lunga poltrona ricamando, leggendo o
meditando.

Ogni giorno si faceva più pallida e più bella: molle della persona come
una Ondina, dimagrando insensibilmente perdeva in mollezza e guadagnava
in sentimento: e poichè l'istinto del bello e della civetteria è
inestinguibile nella donna, aveva cangiata pettinatura accomodandosi i
capelli lisci sulla fronte come le madonne e lasciandone cadere sulla
spalla un riccio mal inanellato o una treccia incompiuta.

In quella camera riceveva Giorgio. Aveva fermamente rifiutato i convegni
in un'altra casina, come sogliono usare gli amanti, perchè mettere
all'amore l'orario e il domicilio, le sarebbe parsa l'ultima
degradazione.

— Perchè non tieni qualche vaso di fiori? li ami tanto e ti somigliano
tanto! le aveva dimandato un giorno, che ella era più triste.

— Forse per vederli appassire con me?

— Sei troppa afflitta: non mi ami più.

— Avete pur detto che amo i fiori, e lo guarda con un sorriso, di cui lo
scherzo nascondeva male l'ironia.

— Non mi ami, aveva ripetuto, ed era uscito.

Quel giorno invece Giorgio era più allegro e innamorato del solito: la
teneva abbracciata sul divano e, coprendola di carezze palpitanti, si
fermava di quando in quando a guardarla come un artista: ma ella
inquieta non gli badava, anzi, ritraendosi troppo bruscamente ad un suo
atto, gli fe' battere la testa sul dosso del divano.

— Mimy! esclamò stupito.

Poi, lasciandosi scivolare, le si accovacciò a' piedi.

— Vediamo se hai cuore di respingermi; ti converrà farlo col piede, e
prendendogliene uno nel pugno, le trasse la pantofola di velluto cremisi
cogli orli di seta rossa e se la mise al di sopra della spalla sul
cuore. Non mi vuoi bene? non importa: ti amo per me e per te, e se il
tuo cuore è più piccolo del tuo piede, il tuo piede è così bello che mi
compenserà del tuo cuore. Cattiva! te lo leggo negli occhi — adesso, se
non mi odii, mi disprezzi: vuoi provare una voluttà veramente femminile?
calpestami. Sei abbastanza bella, così pettinata, per sembrare una
madonna: io farò da dragone. Calpestami: ti giuro che non proverò minore
voluttà di te: anche l'abbiezione, sai, ha la sua ebbrezza...

— Ma, Giorgio! mormorava cercando di ritrarre il piede.

— No.

— Sii ragionevole.

— O il piede o tutto.

— Il piede dunque, e le sfuggì un gesto di dispetto.

Giorgio si levò sulle ginocchia.

— Ma è proprio vero che non mi ami?

Mimy rivolse lo sguardo.

Giorgio si era fatto cupo, Mimy grave: le sedette a fianco, e con sforzo
visibile per parlare cominciò lentamente:

— Non mi avete dunque mai amato... è dunque vero? Qualche volta ne ho
dubitato, ma era un dubbio troppo atroce per potermivi fermare. Siate
almeno generosa... ditemi qual è il vostro ideale e vi prometto di
raggiungerlo. Ma queste parole sono stupide: voi, che non mi amate, ne
ignorate voi stessa il perchè. Lo so che sono brutto, senza gloria, che
non posso offrire nessuna corona alla vostra vanità — che siete troppo
bella per me... Mi amate! esclamò improvvisamente; non è vero che mi
amate?

E prendendole le mani la forzava a rispondere.

— Giorgio....

— Io voglio essere amato: lo esigo. Badate: mi attaccherò al vostro
amore come un naufrago: vi farò affondare meco se non mi amate.

— Questa la credete una minaccia?

Giorgio indietreggiò: lo sguardo di Mimy aveva una strana limpidezza.

— Spieghiamoci, disse dopo una pausa. Non mi amate?

— È vero.

— Che! e si cacciò le mani nei capelli spingendole il volto sotto il
volto.

Mimy resistette. Allora si levò e mosse qualche passo su e giù per la
stanza tutto sconvolto. La donna lo seguiva cogli occhi nè spaventata,
nè intenerita da quella esaltazione vicina alla follia. Poi egli si
calmò, almeno in apparenza, ed arrestandosele innanzi:

— Tutto sarà finito?

— Tutto.

— Impossibile!

— Questa volta vi sfido.

— E se mostrassi le vostre lettere a Carlo? è un'infamia, ma ne sarò
capace per conservarvi: mi siete indispensabile più della vita, più
dell'onore.

— Le ho firmate appositamente.

— Non mi sferzate: sarò capace di tutto se mi abbandonate.

— Minacciate?... riprese Mimy pigliando forza dalla resistenza. Tanto
meglio! mostrategliele quelle lettere, proseguiva con voce sibilante, e
aspettate a mostrargliele in un giorno di cattivo umore: egli non avrà
il coraggio di uccidermi, nè voi quello del suicidio, quando non sarete
più il mio amante.

— E chi lo sarà in vece mia?

— Nessuno.

— Non amate?

— Amo.

— Chi? il suo nome? parola di gentiluomo giuro di rispettare il segreto.

— Amo una donna, e scoppiò a ridere nervosamente, abbandonandosi sul
divano col viso nelle palme.

A questa scappata, che suppose una beffa, così il riso l'accompagnava,
Giorgio fe' un atto di disperazione.

— Non insultate, Mimy; perchè mi uccidete.

— Senza farvi morire. Voi parlate sempre di morire e siccome avete
ingegno ne parlate bene, ma avete più senno e non ne fate nulla. Andate
là che non mi avete mai amata e non soffrirete molto: vi lamentate
troppo per essere infelice: il dolore è muto.

Mimy era sfinita da questa scena, la più violenta della sua vita, e si
accasciò sopra sè stessa.

Era meravigliata della propria energia.

— Ah! non vi amo, ruggì Giorgio: datemi un bacio.

— No.

— Datemelo... ebbene, aspettate: corse alla stufa, ne apri lo sportello,
vi mise dentro la mano guantata, e afferrando un carbone acceso se lo
pose sull'altra palma: poi ritornando a lei, spaventata da quella nuova
pazzia:

— Il bacio! esclamò pallido di passione e forse anche di spasimo: vi
prometto di lasciarmi spegnere questo carbone sulla mano: e il guanto
riarso lasciava già scoperta la pelle.

Mimy si levò per farglielo gittare, ma egli cingendola col braccio
libero ed allontanando l'altro le impresse un bacio sulla bocca, lungo,
disperato; le carni fumavano senza che vi badasse, e Mimy commossa da
quella prova di amore s'imbiancava in volto, socchiudendo gli occhi.

— Mi amerai?

— No.

— Lo voglio,

— No.

— Guarda: e riafferrando il carbone, che ardeva tuttora sul tappeto:
guarda, ripetè, e se lo insinuò nel corpetto: adesso vienimi sul petto e
schiacciamelo nelle carni: ti lascerò quando sarà spento: e
accompagnando le parole col fatto le gittò improvvisamente le braccia
alla cintura e strappando robustamente la rovesciò sul tappeto.

— Cavati quel carbone.

— No: se non cedi.

— Giorgio!

— T'amo.

— Giorgio!

Senonchè il dolore fu più forte della volontà, e pigliando il carbone al
di sopra del corpetto dovette soffocarlo, mentre Mimy anelante, vinta,
cessava di resistere.

Dieci minuti dopo ella gli prestava il fazzoletto di battista finamente
ricamato per fasciare una piaga nerastra al costato sinistro e apriva le
finestre, perchè esalasse il puzzo di bruciato.

Giorgio pareva un cadavere.

— Addio, le disse tendendole la mano in un abbattimento mortale.

— Addio...

Egli uscì tenendosi una mano sulla ferita: ella rimase in mezzo al
gabinetto.

— Partirà, mormorò cacciandosi le mani nei capelli; poi abbassando la
voce quasi per non udirla essa medesima:

— Vile! un altro spergiuro.



CAPITOLO IV

                              Perchè le vedove sono più belle delle
                              fanciulle? Si è detto: l'amor vi passò:
                              Michelet corregge: l'amore vi è rimasto
                              — ne l'uno, nè l'altro. La superiorità
                              della vedova sulla fanciulla è la stessa
                              che del libertino sul collegiale,
                              giacchè l'ingenuità per quanto vezzosa
                              non vale lo spirito: e la vedova conosce
                              sè medesima e il mondo: è dotta nella
                              galanteria, artista nella voluttà.
                              Passando per tutti gli stadii della
                              vita, la sua personalità si fece
                              perfetta e adesso lusinga maggiormente
                              l'orgoglio della conquista. Una
                              fanciulla si prenderà forse per
                              sorpresa, una vedova bisogna pigliarla
                              di assalto: onde se la battaglia è per
                              l'uomo una necessità e una passione, val
                              meglio conquistare nella vedova una
                              città opulenta, che nella vergine un
                              villaggio alpestre e primitivo.

                         _La Donna_, Opere inedite. OTTONE DI BANZOLE.


Dappertutto l'amore è sempre l'amore: voce o eco, fiore o fronda, fiamma
o bracia, voluttà di sensi o voluttà di fantasia, passione di testa o
passione di cuore; dappertutto l'amore è sempre amore. Se la vita è un
sentiero, vi batte come ombra o come sole; e seduti o in cammino,
distratti o attenti, l'amore ci avviluppa e ci penetra — le sue vampe
saranno più o meno ardenti, la sua frescura più o meno viva, ma finchè
la nostra fronte può alzarsi verso il cielo non le evita, e nullameno
quelle non hanno fecondità, nè queste ristoro. I suoi raggi accendono la
febbre e offuscano gli occhi; le sue ombre addormentano la ragione e
intirizziscono la volontà: e l'amore diffuso intorno a noi come l'aria e
la noia, è necessario quanto l'una a mantenere la vita, quanto l'altra
ad irritarla.

Nulla al mondo, dacchè la intelligenza vi apparve e la parola vi suonò,
è stato più lodato dell'amore; la fantasia che prima lo adorava nel
senso lo prestò alle adorazioni della ragione; questa più matura lo
respinse e allora l'altra fattasi arte lo reimpose e vinse.

E dovunque l'amore, sempre l'amore — ieri come oggi, oggi come domani.

Statua di cristallo, che il sole fa luccicare, poichè luccica pare più
preziosa che di marmo, ma col tramonto del sole perde ogni seduzione:
eterna antinomia dell'amore, che non esiste se non stimandosi divino e
non è più nulla se cessi di essere voluttuoso! Togliete l'amore
all'anima, e le spegnete ogni luce; abbandonate l'anima all'amore, e la
sua vita invece di essere un cammino di conquista sulla terra, diviene
una gita inutile entro una gondola sulla corrente di un fiume — giovani,
amate coll'entusiasmo confidente del mattino; maturi, col torrido ardore
del meriggio: vecchi, colla tremula mestizia del vespero... e poi? Le
braccia che strinsero trepidanti lo stupendo fantasma si stringeranno
vuote al petto: avrete amato invano, invano goduto, invano sofferto, e
sedendovi sul margine della fossa che vi aspetta, mormorerete un'altra
parola egualmente vuota ed incomprensibile dell'amore — nulla! Povero ed
immutabile destino...

Ebbene, non importa — amate, amate tutto ciò che brilla, che sorride,
che canta: amate l'idea che s'invola, il fiore che odora, il vino che
freme, la donna che mente: amate il sole che vi matura per la tomba,
amate la natura che vi si ringiovanisce dintorno mentre invecchiate,
amate la bellezza che vi inebbria e non vi soddisfa, amate la vita che
vi fugge, amate la morte che vi cerca. Ah! amate, perchè l'amore è
oblio, e quando la tempesta imperversa e la nave scricchiola prossima a
scompaginarsi, piucchè una tavola cui rattenersi, sarebbe il sonno un
dono inestimabile.

Forse l'amore non sarà che illusione, ma l'orizzonte esso pure non è
bello se non perchè una illusione — e l'illusione si deve contemplare,
non studiare! Non per nulla il poeta ci disse: che Dio ci vegliava
dietro le cortine del cielo: tutto che seduce è mistero, tutto che
veramente sublime è invisibile... — Perchè l'inno che incominciò col
singulto della beffa finisce adesso coi fremiti dell'entusiasmo? poeta,
poeta, la tua lira è più incostante della donna, e invece di tormentarla
colle dita convulse ti converrebbe assai meglio farne un guanciale alla
testa pazza e dormire...

La carrozza della marchesa era tappezzata di seta azzurra; la sua
atmosfera e il suo colore contrastavano così voluttuosamente col bianco
e col freddo della neve che l'avvocato assorto nel piacere di essere
vicino a quella donna non pensava quasi più. E siccome la neve
consigliava al passo le cavalle meklemburghesi, la lentezza del
procedere sembrava aumentare il significato di quel silenzio: la
marchesa stava rannicchiata in un angolo con una mano nel manicotto e
coll'altra sguantata accarezzandone il pelo.

— Ma signor Carlo, esclamò, m'impazientite!

Egli si scosse dalla sua posa volgare.

— Non sapete che tacere; forse per un avvocato sarà un merito singolare,
ma con una donna è noioso.

Carlo la guardò negli occhi per meglio comprendere, ma la luce
fosforescente di quelle pupille nella penombra lo abbagliò.

— È vero: vicino a voi, signora marchesa, mi riesce più facile tacere
che parlare.

— Forse tacendo mi sentireste meglio?

— Forse...

La marchesa si rizzò allora indolentemente sul busto ed appressandogli
il volto al volto lo fissò con intraducibile espressione. Carlo fremette
ed ella socchiudendo gli occhi, quasi le sfuggissero le parole:

— Forse! avreste dunque altrettanto cuore che ingegno?

— Ah! e voleva prenderle una mano, ma la marchesa erasi precipitata allo
sportello chiamando col dito un giovane signore, mentre coll'altra mano
tirava il cordone della livrea al cocchiere.

All'avvocato sfuggì una smorfia di dispetto.

— Signor marchese, ella diceva al giovanotto, cui aveva già dato la mano
senza pensare a ritirarla: a quando la nostra trottata?

— A quando vorrete, ma con questo tempo...

— Riuscirà più bella: romperemo la neve; l'avete pur rotta a piedi per
venire fin qui: e osservò la sua traccia.

Il giovane sorrise colla grazia di una donna e, voltandosi egli pure, le
accostò maggiormente il viso e le susurrò basso basso, che Carlo non
potè intenderlo.

— Mi romperei anche la testa per voi.

— Avreste torto, è troppo bella.

Indi:

— A domani mattina!

— L'ora?

— Sulle dieci.

— Verrò al vostro palazzo.

— No: ci troveremo fuori di porta Castiglione.

Il giovane le strinse la mano visibilmente lieto e si allontanò.

La marchesa si rigettò nel fondo della carrozza e il cocchiere spinse le
vigorose cavalle a un trotto serrato. Passarono sulla fronte del
Pavaglione, dal quale molti eleganti, che si annoiavano elegantemente in
quell'ora, salutarono con altrettanta affettazione che premura; quindi
voltarono pel Mercato di Mezzo, una specie di vicolo, e sfiancando dalle
due torri infilarono via San Vitale fino al palazzo Fantuzzi: un
palazzo, che non ha se non la facciata e barocca. Pochi saprebbero dire
a quale scuola appartenga la sua architettura, piccola e pesante: le
finestre vi sono quasi maggiori delle porte; sopra le finestre spiccano
rilevati varii elefanti grandi come un maiale colla solita torre sulla
schiena; il muro è scannellato, a quadroni come le colonne, e un
cornicione quasi leggiero e molti scudi qua e là non effigiati coronano
il tetto.

Salirono lo scalone signorile nell'ampiezza e pieno di statue di gesso;
quindi la marchesa fe' accompagnare l'avvocato da una cameriera nella
gran sala, dicendogli che tarderebbe poco a raggiungerlo. Egli traversò
due anticamere arredate con gusto molto antico e si fermò nella sala,
vasto stanzone del seicento ammobiliato con un lusso e una severità, che
il nostro secolo non conosce più. Il soffitto ad intagli ancora
vivamente dorati e seminati di rosoni s'apriva nel mezzo a nicchia per
accogliere una donna dorata, che sosteneva con braccio forse troppo
esile per sì enorme fatica un grosso lampadario di Murano; molti mobili
di quercia intagliati s'appoggiavano alle pareti o sorgevano nel mezzo:
mobili che avevano sfidato trionfalmente più di un secolo e più di una
moda — e trionfavano ancora, massime un divano, che sembrava guardare
compassionevolmente due piccole poltrone moderne di velluto: sui vasti
tavoli si alzavano più vasti e limpidissimi specchi riflettendo vasi e
statue di bronzo, ma fra tutti quei ricchi oggetti il più stupendo era
un orologio di ottone a torre fra molte copie in marmi rari delle rovine
del foro romano. Molti ritratti più preziosi nella cornice che nella
tela pendevano dalle pareti, e un gran camino di marmo nero si apriva di
contro alla porta, fra due finestre colle tende di damasco rosso e una
gran sedia da un lato più simile a un trono che a una cattedra. Il
salone ricco severo doveva diventare quasi fosco quando le tende
abbassate vi rabbuiavano la luce già scarsa.

Carlo, che vi era stato molte volte, non si guardò nemmeno attorno:
attese sfogliando un album.

Sentì entrare la marchesa e le mosse incontro.

— Non andrete a quel convegno? le domandò con ansia.

— Quale?

— Col marchese Del Pino.

— Ci andrò: una magnifica passeggiata sulla neve ancora vergine delle
vostre colline. Poi Del Pino ha spirito e, permettetemi, ciò a Bologna è
abbastanza raro perchè possa interessare.

— E se vi supplicassi di non andarci?

— Voi!...

L'avvocato trasalì.

— Vi offro un altro spettacolo; domani ho una bella causa all'Assise, un
mistero; una donna che adorava suo marito e che lo ha ucciso. L'accusata
è giovane, quasi ancor bella: è un gran carattere, perchè ha ricusato di
narrare la più piccola circostanza, e alle mie rimostranze, che il
silenzio poteva perderla, si è stretta nelle spalle. Io difendo la sua
testa: venite a sentirmi.

— Sperate di vincere?

— Sì, se venite.

— Fanciullo!

— Venite e vi giuro di essere eloquente. Quella donna è vittima di una
grande passione; non vi è più delitto dove entra la passione. Io
svilupperò questa tesi, e i giurati, che sono uomini e non giudici, mi
daranno forse ragione. E si fermò quasi per afferrare i capi da svolgere
nella difesa. Se venite, forse le salverete la vita.

— Potrebbe essere un triste regalo.

— Del Pino, mormorò Carlo con uno scoraggiamento, nel quale sentivasi
tuttavia molto orgoglio, avrà dunque più spirito che io non abbia
ingegno!

La marchesa non rispose e si accomodò un riccio sulla fronte.

Chiusa nell'abito di velluto nero, la sua persona forse un po' pingue,
un difetto che avrebbe rapito di ammirazione Tiziano e Rubens, aveva in
quella attitudine una sveltezza assolutamente nuova, che la ringiovaniva
senza farle perdere i pregi della maturità: un collo stupendo, il seno
gonfio, la forma di un braccio che si disegnava, un piccolo piede che
spuntava dalla veste, e due mani così morbide e nervose, che
promettevano carezze insopportabili nella voluttà — e dal volto una
espressione di saffica poesia, che le pioveva sul corpo avvolgendolo
come in una luce... Era impossibile guardarla, esserle vicino, toccare
colle pupille l'opaco pallore di quelle carni, sfiorare il turgore di
quel seno, contemplare quella faccia così nobile e così cortigiana e non
amarla subito, irresistibilmente... Forse un osservatore abbastanza
vecchio per mantenersi calmo avrebbe sorpreso qualche civetteria nella
posa e qualche studio nella espressione, ma erano egualmente
irresistibili e bisognava sentirle anche non credendovi.

Carlo invece credeva.

Le prese audacemente una mano:

— Non lo amate, no?

— Amate! ripetè quasi svegliandosi da un sogno. Chi parla di amore?
siete voi!

— Sì: non lo amate?

— Amate! quale strana domanda! forse che nel mondo si vive e si muore di
amore? Si coglie un fiore, si odora, si gitta — ecco tutto, e voi
parlate di amore...

— Non lo amate? insisteva.

— E voi? gli rispose con un sorriso, nel quale lo scherzo non vinceva la
spossatezza voluttuosa.

Si fermarono.

— Io vi amo, soggiunse timidamente.

— Lo so.

— Non mi crederete?

— Mai.

La sua voce vibrò possente pronunciando questa parola, ma gli occhi non
l'imitarono.

— Sapete perchè sono venuta dalla signora Mimy? per dirle che parto a
giorni e che tornerò ad abbracciarla prima di lasciarci per sempre.

— Partite...

— Ebbene: suggeritemi dunque un altro partito invece di meravigliarvene;
che cosa debbo fare a Bologna? Del Pino mi ha detto: andate a Parigi, e
voi? voi, lo interruppe, mi dite per antitesi: restate. Che cosa farò a
Bologna, ove non vi è che un salone, quello della principessa di San
Marciano, la quale partirà probabilmente ella pure per Roma? Qui sono
uno scandalo: la mia bellezza, oramai me ne avete persuasa, il mio
lusso, la mia mora, tutto scandalizza... poi mi annoio. Quando l'anima è
vuota, bisogna distrarla: occorrono divertimenti, quando non si hanno
più passioni.

— Però Del Pino vi piace.

— È bello.

— Potreste amarlo? tornò ad insistere con voce tremula per l'emozione.

— Non lo credo.

— Non ci andrete dunque domattina?

— Vi ho già detto che andrò.

— Sola!

— Sola.

— E se si dicesse che siete la sua amante?

— Ciò potrebbe accadere; Del Pino è molto bello.

L'avvocato fe' un gesto violento.

— Non vi capisco, ruggì soffocatamente stringendosi la fronte nelle mani
come per impedire alla propria ragione di rovesciarsi.

Quella donna gli dava le vertigini. Chi amava dunque questa bella che
coglieva un uomo come un fiore? Mal dotto nello studio del cuore,
l'avvocato si chinava su quell'anima come sopra una voragine dal fondo
della quale saliva misto ad un fracasso di torrente un acre profumo di
fiori. Quella donna partirebbe dunque per sempre! Il mistero
dileguerebbe misteriosamente...

E Del Pino l'avrebbe forse posseduta: che importa se innamorata o
fredda, quando la possedesse? Questo pensiero era anche più terribile
dell'altro.

— Perchè non mi amate? le domandò colla ingenuità delle grandi passioni.

— Ma perchè voi medesimo non mi amate, sebbene crediate sinceramente il
contrario. Volete che vi riveli a voi stesso? Vi servirà di consolazione
nei primi giorni della mia assenza; dopo non ne avrete più bisogno. Oh!
non protestate, non interrompete: l'eloquenza a domani. Voi credete di
amarmi perchè non avete mai amato, perchè nato con uno spirito pratico e
positivo, con minore fantasia di un aritmetico, avete sempre vissuto di
studio e di sensi: perchè la vostra vita fino ad oggi era come il corso
di un gran fiume per una grande pianura, calmo e maestoso... e io sono
venuta a turbarlo. Io sono tutto quello che voi non siete: sono pallida,
sono aristocratica, sono splendida: ho più cuore che voi non abbiate
ingegno, più ingegno che non abbiate mai supposto in una testa
femminile. Voi mi amate perchè vi siete detto: con questa donna la
sazietà è impossibile — amore di uomo, amore di egoista. Siate sincero:
nei vostri sogni, nei vostri progetti sulla marchesa di Monero avete mai
pensato a ciò, che potreste offrirle in cambio di ciò che ella vi
darebbe.

Carlo era attonito.

— Ho dunque ragione, ella proseguì melodiando la voce: credete adesso
che io possa amarvi conoscendovi? La vostra passione è una illusione,
che vi ho prodotto; forse conoscendomi meglio chi sa se non si
dissiperebbe... Siete già un uomo illustre, fra un anno potete essere un
grand'uomo: il Parlamento vi aspetta. La donna, che fosse vostra amante,
avrebbe cento ragioni d'insuperbire: conterebbe i vostri trionfi, si
farebbe della vostra gloria una toeletta più splendida delle più
splendide, che arrivano da Parigi... Sperate: siete ancora giovane; le
donne amano ancora gli uomini.

— No: poichè non mi amate.

— Siete sicuro se io sia una donna come tutte le altre? Se la vostra
qualità di marito non sia un ostacolo, e non ricusi di amarvi per non
deporre i miei baci sui baci di un'altra donna.

— Sareste gelosa di Mimy?... Non mi ha mai amato.

La marchesa raggiò.

— E voi siete in grado di dire altrettanto?

— Io... e si sconcertava sotto il suo sguardo. È impossibile, ella
seguitò rammollendosi della persona, che l'abbiate compresa, ma la
gracile delicatezza di quella donna deve avervi commosso a qualche ora;
l'avrete amata: l'amereste ancora?

Questa domanda indiscreta era mossa con una curiosità così
aristocratica, che l'avvocato arrossiva come un fanciullo.

— Non arrossite ancora, perchè v'inseguirò più avanti nel vostro
segreto: dal giorno che mi amaste mi avete mai tradita? Non vi provate a
mentire: vi leggerei la verità negli occhi e nella voce.

Egli fe' un gesto meravigliato e la marchesa, coprendosi il volto come
dalla gioia, lasciò sfuggirsi:

— Mai?!

Carlo respirò.

— Partite, gli disse alzandosi tuttavia turbata: così che illudendosi
come tutti gli innamorati, egli suppose che lo scacciasse pel timore di
cedergli.

— Promettetemi di non andare con Del Pino, e me ne vado.

— Sono dunque bloccata, che mi si dettino le condizioni? Andate, andate:
il vostro amore ha avuto oggi un bel giorno; siate una volta poeta,
contentatevene; vorreste chiedere il meriggio al mattino?

— Perchè no? Partirete da Bologna?

— Chi sa.

— Prima d'amarmi?...

— Chi sa.

Si levarono.

— Come siete bella! mormorò quasi pallido quanto lei, ma di un brutto
pallore.

Ella gli tese la mano, che afferrò con impeto: si mossero verso la
porta. Tacevano. Egli le sbirciava il seno agitato dalla tempesta.

Passando dinanzi ad uno specchio vi si guardarono insieme e sorrisero di
questa muta e significativa intelligenza da innamorati: la marchesa
arrossì leggermente come sorpresa.

Si strinsero la mano.

— Ci andrete?

— Sì.

— Vi aspetto egualmente all'Assise: la seduta comincerà alle undici.

— Superbo!

— Sia: voglio costringervi ad applaudirmi; sarò meno brutto allora,
aggiunse con malinconia.

E, saettandole un ultimo sguardo, fuggì.

— Zisa! chiamò la marchesa aprendo un usciuolo invisibile nella
tappezzeria.

Comparve la mora.

— Fa preparare il bagno: quest'oggi è festa.

La schiava le cadde davanti in ginocchio.

— Dì? sono bella?

— Troppo...

— Oh! voglio essere amata: voglio ubbriacarmi d'amore. Tu pure sei
bella... vuoi amarmi?

La voce le si affievolì, mentre ella cadeva sopra una sedia. Pareva
sfinita, gli occhi le nuotavano in un umidore iridato, le labbra sempre
rosse sembravano asperse di rugiada. La schiava le si trascinò ai piedi
come un cane ed abbracciandole le ginocchia colle pupille fiammanti come
due carbonchi:

— Io... io... sola! susurrò.

La marchesa volle chinarsi a baciare quella fronte più nera della sedia
di quercia, ma Zisa l'afferrò a mezzo la vita e sollevandola con
singolare robustezza fuggì per l'usciolo della sala.



CAPITOLO V

                              Se la lagrima della innocenza moribonda
                              sulla gota della vergine esalta meglio
                              del vino più generoso, il sudore che la
                              febbre del peccato trae sulla fronte
                              della adultera esalta ancora più di
                              quella lagrima.

                         _L'Amore,_ Opere inedite — OTTONE DI BANZOLE.


L'avvocato era uscito ebbro di quella prima speranza e di quel primo
insulto alla sua gelosia. Sino allora aveva sperato e taciuto come tutti
gli innamorati: la marchesa era bella, grande, forse anche facile:
pensava a lei tutto il giorno, ma ogni qualvolta l'incontrava tutto lo
spirito gli svaniva a un tratto. Quel giorno invece aveva osato ripetere
la semplice ed eterna dichiarazione: vi amo; s'era mostrato geloso e la
gelosia era passata senza contrasti: aveva quindi riconquistato la
propria superiorità di uomo, e con quell'invito alle Assisie forse anche
decisa la vittoria. Quella causa bella e grave aveva l'interesse di un
romanzo e si prestava a tutte le dichiarazioni filosofiche e
sentimentali; una causa fatta a posta per sedurre una donna, poichè una
donna n'era l'eroina e l'amore la ragione: egli contava di brillarvi
insolitamente, di vincere sè stesso, e qualunque ne fosse l'esito,
strappasse o no quella testa al carnefice, tutti i cuori sarebbero dalla
sua parte. L'accusata era una di quelle romantiche figure, che paiono
nate solamente per tessere un dramma e perirvi.

Domani era dunque il giorno più importante della sua vita, ma poichè la
vittoria dipendeva dall'ingegno e dalla dottrina, era superbo di
battersi con tali armi: così venti anni di solitudine studiosa,
rimpianti nelle ore di malinconia, passati quasi fuori del mondo in un
ambiente luminoso ma freddo, produrrebbero un giorno di vera apoteosi;
alla luce della gloria si mescerebbe il calore della passione, mentre le
porte di quel mondo epicureo, che aveva sempre condannato senza
conoscerlo nemmeno nelle irruenze giovanili, si aprirebbero d'improvviso
scoprendo la marchesa sulla soglia.

Esisteva dunque un'altra vita, un altro amore, un altro vizio diversi da
quelli che aveva fino allora creduti?

Corse diffilato a casa per lavorare sino al domani, ma come si
allontanava dal palazzo Fantuzzi l'esaltazione sensuale gli si mutava in
una febbre di gelosia. Quell'ostinato appuntamento col marchese Del Pino
era un nuvolone, che gli copriva il sole delle ultime parole e degli
ultimi sorrisi della marchesa. Carlo raccapricciava al pensiero di
essere amato e tradito nel medesimo giorno. Come la marchesa gli aveva
detto con tanta audacia, egli era un uomo vergine e sensuale, di molto
ingegno e di poco cuore. Impetuoso di carattere e di istinti, aveva
domato collo studio e colle cure della professione la forza leonina
della propria natura, arrivando a quarant'anni per una vita vuota di
affetti e di avvenimenti, uniforme di luce e di calore.

Delle donne fino dal primo palpito virile non aveva amato che il sesso
col trasporto del bevitore pel vino, dimenticandolo appena assaporato:
purchè la forma fosse appariscente, poco importa se corretta, il
contrario di Giorgio; molta carne, molta salute, molta lascivia — le
qualità del vino: la polpa, l'odore, la spuma, — ecco la donna. Il cuore
non era mai stato invitato ai banchetti rumorosi di quelle voluttà, la
fantasia non aveva mai offerto per essi le sue sale meravigliose; solo
il senso v'interveniva, potente, ubbriacone, spensierato; poi si
addormentava, e la mente, vecchia e severa quanto una badessa,
ripigliava la matassa difficile dei processi. Così a vent'anni, così a
trenta, così ancora a quaranta.

Non aveva mai letto una donna o un romanzo; d'altronde non li avrebbe
capiti: aveva inteso parlare d'amore come dell'Africa senza
invogliarsene, o lo aveva studiato sugli innamorati delle Assisie come
un caso di medicina legale. Le sue passioni erano lavorare, guadagnare,
bere: quella la più carezzata, questa la più intensa, l'ultima la sola
che dovesse frenare, e la frenava; forte quanto un Ercole, brutto come
un Fauno, felice al pari del borghese, che dopo cinque lustri di
drogheria arriva a comprarsi una villa o a sedere in un consiglio
comunale — intelligente come pochi avvocati, ma nulla più di un
avvocato. Però con tale tempra d'ingegno da simulare all'occasione molto
sentimento nell'esame di una passione con osservazioni fini o
distinzioni profonde; ma simile ai grandi casuisti del Rinascimento, che
ci hanno lasciato i più stupendi e i più aridi trattati di psicologia,
la comprendeva solamente colla testa.

Viveva borghesemente, se non che tratto tratto, forse per fisica
influenza, si faceva tristo e pensava che la sua felicità non era poi
gran cosa: mediocri le ricchezze, mediocre la fama, mediocri i piaceri:
che era solo ed invecchierebbe con un domani eguale all'ieri; ma questi
insulti di malinconia erano poco più efficaci degli schiaffi del vento
sul granito: l'avvocato ripigliava il sopravvento sull'uomo alle prime
migliaia di lire da guadagnare o al primo onore provinciale da cogliere.

Finalmente incontrò la marchesa, conobbe la donna e quel giorno si
perdette. La filosofica uniformità della sua vita gli parve una
monotonia insopportabile, la sua magnifica posizione borghese una
miserabilità di fronte all'alterezza di quella donna aristocratica.
Quindi apprese di non essere stato fino allora che un servitore del
pubblico, mentre gli scandali della marchesa sempre al di sopra degli
applausi e dei fischi, gli davano le prime vertigini della grandezza: e
forte si appassionò di quella forza, s'innamorò di quella bellezza, fu
preso da quella eleganza ed amò. Alla prima coscienza dell'amore temè di
sè stesso, tanto si conobbe trasfigurato; poi temè della marchesa
sentendosele inferiore: ma l'orgoglio arse sull'altare dell'amore, la
gelosia soffiò e l'avvocato bruciò tutto come il mistico roveto di Mosè.

L'azalea fa prima il fiore poi le foglie: egli fu prima adultero che
amante e marito. Infatti, i due coniugi non avevano famiglia. Carlo
viveva nel suo studio, Mimy nel suo appartamento; amabili e rispettosi
come due stranieri accomunatisi per qualche giorno; però in pubblico
egli faceva le viste di marito e parlava acremente dell'adulterio,
giurando seco stesso di punirlo se la moglie v'incappasse, meno ancora
per sentimento di marito che di conservatore. Carlo era a Bologna un
capo di questo partito.

Si chiuse dunque nello studio, ma aveva appena slegato il fascicolo del
processo e disposti alcuni libri, che la smania lo vinse e dovette
levarsi e camminare. La passeggiata della marchesa lo angosciava. Uso a
considerare la donna nelle solite categorie di vergine, di sposa o di
madre, l'anomalia della marchesa lo sconcertava — quella castità di
cuore quasi straniera a ogni capriccio della carne, quell'alta
concezione dell'amore, quella facile inconsideratezza e insieme quella
inaccessibile superiorità gli passavano davanti al pensiero come figure
di lanterna magica agli occhi di un fanciullo. Come cedere ad un uomo
senza amarlo e confessarlo poi ad un altro, che vi ama ed è
profondamente geloso? Chi era costei che passava sul fango senza
macchiarsi la veste? Quali seduzioni usarle? Da qual parte insidiarle lo
spirito o i sensi? Quella donna era capace di una grande passione e
forse come Diogene la cercava colla lanterna dello scandalo. Carlo
vaneggiava: povero falco innamorato di un'aquila, si smarriva nel cielo
guardando lei che saliva sempre sublime, e guardando la roccia sulla
quale la superba gli era passata dappresso volando.

— Del Pino! Del Pino! mormorava a denti stretti camminando su e giù per
lo studio, e quel nome lo irritava come una frustata: si dirupava sul
bel giovane biondo, lo frantumava, lo pestava, passava, ripassava su
lui, tremendo, rabbioso... ed ecco ancora Del Pino ed Elisa, bianchi
come la neve, che salivano un poggio tenendosi per mano colla
distrazione degli innamorati: il vento sollevava le criniere dei cavalli
e i ricci sulla fronte di lei; il vento era gelido e non lo sentivano...
Come erano belli! come si sorridevano!

Non volle vedere, negò a sè stesso la verità di quell'appuntamento, li
raggiunse anch'egli a cavallo, sebbene non ne avesse in tutta la sua
vita inforcato un solo, e rovesciando furiosamente il bel giovine ne
prese il posto: ma Elisa ve lo intirizziva con quel suo sguardo fiso,
metallico... No, non ci andrà, verrà all'Assisie: venga a sentirmi in
questo processo d'amore, poi mi paragoni con lui e scelga il più bello:
accetto. Così parlando si rimetteva allo scrittoio tutto infervorato, ma
se ne toglieva ancora: andava, veniva, bestemmiava, sorrideva; sogni e
sentimenti gli si urtavano nella testa e nel cuore, si struggeva di
miseria e di beatitudine, più della prima che della seconda. Invano
forte di una lunga abitudine volle ostinarsi a studiare; il pensiero più
indocile di un ragazzo divagava quinci e quindi: più invano volle
credere quella passeggiata un appuntamento amoroso o un puro capriccio —
la febbre gelosa gli impediva ambe le spiegazioni e il dolore del
disinganno non gli era in quel punto meno necessario dell'entusiasmo
della confidenza.

Finalmente Giulietta venne ad avvisarlo pel pranzo: oramai annottava.

Mimy era già nel tinello estremamente abbattuta nell'aspetto: sedettero
e si disposero a mangiare; non ne poterono nulla.

Mimy si arrovesciò sulla sedia.

— Non mangi?

— Non ho fame.

— Nemmeno io.

Marito e moglie innamorati della stessa persona, entrambi senza
appetito!

Carlo si sentiva scoppiare.

— Dunque la marchesa parte?

Mimy alzò vivamente la testa.

— Ti dispiacerà, non è vero? È tanto tua amica! Perdio! bisogna
convenirne, è una gran donna; non ne ho mai incontrate di simili... Ma è
un capriccio incomprensibile, prendere in affitto un palazzo per un
anno, farvi mille spese e abbandonarlo dopo due mesi. Capisco che è una
gran signora... E l'altra di domattina? Fuori di Castiglione col
marchese Del Pino, loro due soli a rompere la neve coi cavalli — Ti
stupisce? Non lo sapevi? è cosa da insensati.

E si vuotava il bicchiere: Mimy aveva sbarrati gli occhi.

— Loro due soli; confessa che di peggiori non se ne può inventare. A
proposito: domani va la mia causa all'Assisie. Vuoi venirci, Mimy?
L'accusata è molto simpatica e ti piacerà: avevo anche invitata la
marchesa, ma pare che quella gita le stia molto a cuore, e non verrà.
Dovresti andare a trovarla e condurla teco: ti prometto uno spettacolo
bello.

Carlo, felice di questa idea, si fece superlativamente amabile: giovarsi
della moglie per impedire all'amante un tradimento, era uno stratagemma
degno di un uomo avvezzo da lungo tempo alle Assisie! Senonchè Mimy, già
afflitta della scena precedente, cedette a questo nuovo colpo.
Comprendeva benissimo l'intenzione del marito, ma pur soffrendone nella
delicatezza del suo cuore innamorato non volle secondarla. Elisa
amerebbe il pallido marchesino: non era ella stata l'amante di Giorgio!
Certo nelle più dolorose malinconie non aveva mai sospettato la
possibilità di un simile strazio; caduta disperatamente nel fango,
poteva levare lo sguardo alla immagine puramente radiosa della sua
amata... adesso il fango rimbalzava su quella immagine. Non importa — ti
sei cacciata nel pantano? vi muori e teco vi affoghino tutti gli ideali
che ti sorridevano: nessun dolore deve esser risparmiato a colei che
mentì al proprio amore, nessuna condanna è troppo severa per l'adultera
donna...

Mimy taceva; Carlo l'incalzava.

Giulietta li sorprese portando l'arrosto.

— Va fuori: non abbiamo fame, egli le si rivolse brutalmente, e appena
uscita la fanciulla avvilita da quell'ordine, appressò la sedia a Mimy
per prenderle la mano. Ella lo guardò fiso negli occhi: Carlo le
abbandonò la mano.

— Verrai domani alle Assisie?

— Sapete pure che certe scene mi fanno male.

— Sai, farò una bella difesa.

— Vi credo.

— Vieni colla marchesa se temi di annoiarti: vi saranno tante signore.

— La marchesa!

— Saresti gelosa? ribattè sorridendo goffamente.

Mimy soffocava: volle alzarsi.

— Fermati.

— Tu le vuoi bene, soggiunse con lieve rossore: impediscile questa
passeggiata, che la renderà lo zimbello della maldicenza. In provincia
certe cose non sono permesse. Ho ragione, Mimy? Ella è tua amica: devi
salvarla.

Questa insistenza sfacciata non la commosse. Del Pino ed Elisa, un
appuntamento amoroso, una vendetta di lei per punirla della sua viltà
con Giorgio — ecco la calamita che le attraeva irresistibilmente l'animo
in quel punto. Aver tanto amato, tanto sofferto e sentirsi di un colpo
frangere tra le mani la corda delle speranze ritorta di tanti sogni e di
tanti dolori! Non essere più nulla, ricadere nella volgarità della vita
maritale, non essere, per tutta l'esistenza, che la moglie di Carlo
l'avvocato!..

Tentò invano di resistere a quel flusso di amarezze, ne fu travolta,
scoppiò in pianto torcendosi le mani nella più straziante disperazione.
Piangeva così impetuosamente che i singhiozzi le facevano groppo alla
gola: respirava a stento. Volle levarsi per fuggire, ma le mancarono le
forze, e allora appoggiando la fronte sul tavolo se la cinse col
braccio.

Carlo sbigottì stimandosi scoperto, e per riparare il mal fatto le
appressò ancor più la sedia:

— Ma Mimy, sei proprio pazza per affliggertene così: non credevo di
offenderti... Tu sei la sua amica e potevi giovarle; del resto, quella
donna non l'amo e non l'ho mai amata. Dio! non piangere, sarò sempre il
tuo Carlo, e tu sei la mia Mimy: non è vero che ci vogliamo bene? E
cercava di tirarsela contro. Vada pure a spasso col marchese,
s'innamorino, a me non ne importa nulla.

— Lo so, balbettò inintelligibilmente levando il volto rosso dalle
lagrime: andate, andate.

— Via, non piangere, non l'ho fatto apposta.

— Andate, ripeteva esacerbata dal ridicolo di quella situazione, e
poichè egli non capiva si alzò risolutamente e lo respinse; egli cedette
finalmente, e Mimy ricadde sulla sedia.

Rimase così lungo tempo e pianse, pianse... Poi si terse gli occhi colla
triste rassegnazione dell'abbattimento, passò per tutti i gradi della
rassegnazione, assaporò tutti gli spasimi della gelosia che si conosce
senza diritti, si punse a tutte le spine del disinganno: tradita,
delusa! perdere anche Elisa. Pianse nuovamente, inconsolabilmente: pensò
le cose più bizzarre, divagò nelle astrazioni più lontane, ma sempre
ritornava alla marchesa e le lagrime le si riaffacciavano agli occhi.

Volgendo attonitamente intorno la faccia si accorse di non essere sola:
Giulietta la spiava da molto tempo, colla fisonomia piangente.

— Vieni qui, esclamò impetuosamente: non è vero che dovrei morire? Se mi
vuoi bene, rispondimi di sì. Morire! ripeteva colla immobilità della
follia negli occhi: perchè vivere? Se Dio avesse cuore dovrebbe
fulminarmi.

Questo sforzo la spossò.

Giulietta le si accostò timidamente e mettendosele in ginocchio le
nascose il volto negli abiti. Stettero così in silenzio, ma il dolore
della buona fanciulla fu un balsamo a quella passione esasperata; a poco
a poco Mimy cessò di singhiozzare, ed accarezzando distrattamente quella
testa, il pensiero le si calmò. Mimy si era quetata nella prostrazione
di ogni forza.

Carlo stava rinchiuso nello studio più triste di prima, poichè colle sue
opinioni sul matrimonio la scena accaduta teneva del peccato ancora più
che della imprudenza. La moglie, secondo lui, non aveva mai a sospettare
del marito, e se l'adulterio, solamente dall'uscio del marito poteva
entrare nella famiglia, almeno doveva passarvi inosservato: l'impuro
serpe non doveva lasciare traccia di sito o di vischio sull'altarino del
Lare. Certo questo culto del Lare rimaneva per lui alquanto nella
astrazione, e la pratica della sua vita non aveva sempre rivelata
l'immanenza della teorica; però la professava sinceramente avendola,
sebbene capo del partito conservatore, succhiata da Mazzini e da
Michelet e difesa sempre nei tribunali come superiore ad ogni altra con
calore eloquente e sincero. Si era dunque tradito con Mimy, offendendola
nel suo decoro di moglie fino a farla piangere.

Se come coniugi non si amavano, l'amabilità del vicendevole rispetto ne
faceva quasi le viste a loro medesimi: l'amore poteva sospettarsi
addormentato nel languore delle legittime voluttà intanto che
l'indifferenza faceva da governante: adesso invece l'indifferenza doveva
cedere allo sdegno: Mimy, era stata insultata. Le donne non perdonano,
come non perdonano i preti, non perdonano i vecchi, come nessun debole
perdona: ma se una donna poteva in un momento di bontà perdonare ad un
uomo di averla posposta ad un'altra, non poteva certo perdonare d'essere
stata essa medesima impiegata al proprio scorno: la vanità non transige
coll'umiliazione, perchè il circolo non può transigere col quadrato.

Carlo s'inabissava sempre più: e se Mimy avesse pensato ella pure a
tradirlo? Se gli avesse impedita la corte alla marchesa scoprendolo come
un uomo senza cuore e chiedendole di partire subito da Bologna? Di che
non sono capaci le donne?...

Stava immerso da due ore in questi pensieri quando fu bussato alla porta
ed entrò Giorgio, anch'egli triste in sembianza.

— Ah! sei tu.

Giorgio si buttò sopra una sedia.

— Che cosa vuoi? ero venuto per invitarti a teatro. Questa sera è la
beneficiata della prima donna: una folla immensa, tutti i palchi pieni.

— Allora....

— C'è il mio.

— Grazie: non vengo.

— Fai malissimo, perchè se vieni soffrirai come un dannato: è la
consolazione di chi ama. Del Pino accompagna la marchesa.

Carlo impallidì.

— C'è mezz'ora: va ad avvisare Mimy, giacchè io ho già avvisato il
cocchiere: andremo insieme.

— Impossibile. Ho avuto ora una scena tale con Mimy a proposito della
marchesa, che ella ha pianto: non mi arrischio di rammentargliela. Va,
se la persuadi, perdio! sei un grand'uomo.

Giorgio stette un momento pensieroso.

— Accetti? esclamò Carlo; se vinci ti do un bacio.

— Bacio di Giuda.

Giorgio andò da Mimy: si parlarono abbastanza disinvolti, ella annuì e
si chiuse nel suo gabinetto per farsi bella.

_Au moment ou la parure commence, l'amant n'est plus que un mari et le
bal seul devient l'amant:_ ha già osservato finamente De Maistre — e
fedele alla sua natura di donna, Mimy dimenticò sino il dolore di poco
prima per farsi bella. Forse alla naturale vanità della bellezza si
mesceva una sommessa speranza di amore, di vincere nell'animo della
marchesa la simpatia per Del Pino. Indossò quel famoso abito bianco, si
cinse il collo con un nastrino di velluto nero sospendendovi una perla
grossa quanto una delle sue lagrime allora allora versate, insinuò fra
le treccie cadenti sulle spalle una catenella di gramigna stupendamente
imitata, e pallida, bianca non ebbe d'uopo di polvere per procurarsi la
smorta bianchezza che commuove tanto e che la moda, questa volta
artista, esige. La toeletta semplicissima fu lunga ed accurata: ogni
piega della veste, ogni errore dei capelli fu calcolato; calcolato lo
splendore che il pianto aveva messo negli occhi; calcolata la bianchezza
delle mani che rimasero senza guanti per conservare la loro nervosa ed
aristocratica seduzione. Poi si avvolse in una pelliccia di ermellino
foderata di raso bianco, e venne nel salottino, ove Giorgio l'attendeva.

Vedendola entrare così bianca che aveva quasi del fantasma egli
fremette.

— Bianca come la neve ed egualmente fredda!

— Egualmente effimera, rispose tristamente.

Sopraggiunse Carlo e partirono.

Quella sera la sala del Bibbiena vivamente illuminata era magnifica allo
sguardo. Dalla platea al loggione non un palco vuoto, tutto il pubblico
elegante, una platea molto densa e qua e là nei palchi molti mazzi di
fiori coi nastri pendenti: l'architettura un po' pesante in quella luce
e con quella folla sembrava perdere alquanto del suo carattere.
Fortunate le signore se avessero potuto fare altrettanto, diventando
belle! Però vi si erano sforzate e la lodevole ostinazione della loro
impotenza avrebbe dovuto redimere qualche cosa della scorrettezza o
della soverchia maturità delle forme: molte portavano intrepidamente
abiti scollacciati, tutte vestivano riccamente, e le perle cingevano
loro i colli e i diamanti scintillavano loro fra i capelli, ma le loro
pose mancavano di aristocrazia e i loro colori di armonia.

Tutti quei palchi sporgenti parevano gabbie, e quelle donne così vestite
piuttosto assistenti a una mostra che a una rappresentazione. Le signore
dell'alta società, poche, poco belle, poco giovani, occupavano i palchi
dei due primi ordini; l'alta borghesia erasi insinuata fra questi, e il
resto occupava il resto. Disseminati nella platea o nelle barcaccie gli
eroi della moda mostravano le bianche camicie, si accomodavano i
capelli, disponendosi coscienziosamente ad attaccare col cannocchiale
qualche metà di qualche marito dabbene. Un non so che regnava nella sala
e l'animava visibilmente.

Si rappresentavano gli _Ugonotti_, il capolavoro di Meyerbeer.

Giorgio, Carlo e Mimy entrarono sulla fine del primo atto.

Al rumore che fece aprendosi l'uscio del palchetto, molte persone si
volsero, e Mimy si vide di fronte la marchesa che la guardava. Sedè.
Giorgio si mise in faccia a lei. Carlo in un angolo spiava attentamente
la marchesa e il marchesino.

La marchesa splendeva: era vestita di un abito di moerro nero, serrato
alla vita e aperto sul petto alla Maria Stuarda; un alto pizzo bianco le
montava dietro fino alla nuca, sulla quale i capelli si raccoglievano
capricciosamente in un mazzo coronato da un grosso corallo brillantato.
Le maniche molto strette consentivano le braccia magnifiche e lasciavano
sfuggire le mani sguantate fra delicatissime trine: nessuna
ricercatezza, nessun ornamento, ma la sua pallida e vigorosa sembianza
spiccava singolarmente in quella toeletta. La sua testa aveva, come già
osservammo, del romantico, quasi del fatale, se la parola non fosse ella
stessa romantica: gli occhi erano grandi e nerissimi, il naso aquilino,
la bocca di un carattere byroniano; ma l'ovale del volto era di una
delicatezza infinita e la parte del collo scoperta ancora più
voluttuosa. Del Pino le sedeva di contro: schizziamolo rapidamente.
Biondo, gracile, gentile, di una pallidezza incredibilmente cerea, di
una aristocrazia ineffabilmente tenue: somigliava in certo modo alla
marchesa — lo stesso naso, però meno vigoroso, gli stessi occhi, ma
azzurri, una bocca freschissima con denti di porcellana e una barba
adolescente di un biondo slavato ed elegantissimo. Michelangiolo
incontrandolo si sarebbe stretto sdegnosamente nelle spalle, Delacroix
se ne sarebbe forse innamorato; era un maschio femmineo, un sorriso di
donna vestito da uomo.

La gente dei palchi e della platea guardava spesso verso di loro.

Erano soli; parlavano vivamente, anzi il marchesino se le chinava così
sul volto che i loro aliti dovevano confondersi. Carlo dal suo angolo
imitava il bracco sulla beccaccia. Mimy li guardava per sottrarsi allo
sguardo di Giorgio, che le si dimenticava spesso in volto. La marchesa
non badava loro.

Finì il primo atto: il marchesino chiacchierando sempre le prese la
punta del ventaglio e la ritenne: ella ascoltandolo abbassava
insensibilmente la faccia verso la sua: parlavano ancora, poi tacquero;
si guardavano: magnifico gruppo per un artista! Giorgio lo considerò.

— Come si guardano! mormorò a Mimy.

Ella non rispose.

Quei due s'erano dimenticati del teatro: ormai le loro faccie si
toccavano, quando il marchesino piegando forse sotto il fascino di
quelle grandi pupille nere, si gettò indietro e subito dopo, sempre
colla punta del ventaglio fra le mani, le si sedette accanto colla
massima imprudenza.

Carlo scappò sbattendo l'uscio.

Giorgio e Mimy si voltarono meravigliati.

— Va dalla marchesa, sciagurato! disse Giorgio.

La fronte di Mimy, sino allora bruna, s'illuminò di un baleno.

— Carlo è innamorato.

Non gli badò.

In quel punto egli entrava nel palchetto della marchesa.

Questa gli tese cordialmente la mano e tutta la violenza di lui cadde
per incanto: si trovò lì dentro come senza saperlo, s'imbarazzò, si fe'
più goffo del solito, e malgrado una insistenza poco cavalleresca
dovette lasciare a Del Pino il suo posto e sedersi in faccia al
pubblico. Girò intorno gli occhi e incontrò quelli di sua moglie. Se la
distanza gli avesse permesso di leggervi sarebbe stato ancora più
imbarazzato, perchè erano carezzevoli. Mimy cessò di guardare in quel
palco e appoggiando il gomito al parapetto si accomodò nel suo
atteggiamento favorito.

— Vi divertite? le domandò Giorgio, che nel dolore della passione aveva
perduto lo spirito.

— Divertirmi?

— Giudicando dal volto sembrerebbe di sì.

— Il volto è una maschera.

— Dunque soffrite e mentite?

— Credete che menta il fiore seguitando a odorare anche dopo reciso? E
volse un'occhiata al palco di Elisa: v'entravano molte persone.

La marchesa sempre sorridente sembrava farsi più allegra, Carlo diveniva
cupo. Evidentemente parlava, reggeva, ella sola la conversazione, non
senza grave fatica; Del Pino si era chiuso nel silenzio e gli altri
eleganti erano quasi tutti analfabeti dello spirito.

Quindi l'avvocato dovette suo malgrado uscire per la folla delle troppe
visite, ma andandosene non ebbe il coraggio di ripetere l'invito alle
Assisie.

Nel corridoio s'imbattè col suo collega della difesa.

— Ero venuto a casa tua e mi hanno detto che eri a teatro; ma è per
domani! non ci siamo ancora bene concertati, e la causa parmi
discretamente difficile. Andiamo a studiare: avremo tutta Bologna alle
Assisie.

— T'inganni, alle Assisie non ci sarà alcuno, rispose il povero
innamorato.

L'altro l'osservò stupito.

— Vieni?

— No.

— E domani?

— Improvviserò, rispose con una indifferenza che avrebbe forse
guadagnata la marchesa.

Scese nell'atrio e si mise a passeggiare.

Era abbattuto nell'aspetto. Quella collera violenta caduta al primo
sguardo della marchesa era stata come l'albero, che nel rovesciarsi
sconquassa il vascello. Perchè essere geloso di quella donna che gli
sguizzava sempre di mano? Perchè impedire di essere amato a Del Pino,
così bello e gentile, se egli brutto non poteva esserlo? Fra loro due,
lo sentiva, egli doveva figurare come una insegna da osteria fra un
quadro di Guido ed un altro di Hayez; eppure, così brutto aveva uno
spirito abbastanza grande per meritare l'amore... Invece, giunto a
quarant'anni senza amore, invecchierebbe e morirebbe senza amore! Che
gli importava la sua splendida riputazione di avvocato, le ricchezze
accumulate, la vasta intelligenza, la forza fisica e morale?... Carlo
era in uno di quei momenti, nei quali l'anima scoraggiata si compiace
del proprio abbattimento, e morte le speranze agonizzano i desideri;
tutto quello che era nella luce o nell'ombra si confonde in una tenebria
indecisa, — il passato è una nebbia, una nebbia l'avvenire e la vita vi
fluttua in mezzo come una nuvola — Soffrire non volendo sapere il
perchè, soffrire lentamente come cola una lagrima per la guancia:
sdraiarsi nel dolore come in una tomba aspettando che ne ricada il
coperchio, ecco l'estrema voluttà. Così si era persuaso d'essere indegno
di amore, di non avere dritti alla gelosia, di non essere più geloso. La
marchesa sarebbe l'amante di Del Pino, di altri, di tutti, fuorchè di
lui: egli non sarebbe più nulla al mondo...

Il fruscìo di una veste di seta lo interruppe.

La marchesa usciva al braccio di Del Pino; lo spettacolo non era ancora
a mezzo. Fu uno strappo violento. Così come si trovava le si cacciò
dietro, ma si affacciava appunto sulla porta, che Del Pino rinchiudeva
lo sportello della carrozza. Invece di buttarsi in un fiacchero,
ordinando al vetturino di seguirla, corse alcuni passi lungo il portico
del teatro; la carrozza gli sfiancò tanto presso, che se non era una
colonna, quelli di dentro lo avrebbero scorto: la carrozza proseguiva
rapidamente malgrado la neve piuttosto alta e perchè recentissima non
ancora aperta. Carlo dietro a furia. La strada era deserta.
Robustissimo, correva rapidamente colle scarpe di pelle lucida, a suola
sottilissima e i calzoni che lasciavano penetrare la neve a bagnargli le
gambe, ma i cavalli correvano anche più; la distanza cresceva ed egli
raddoppiava di lena: si strinse in una mano le code dell'abito, e via
spiccando balzi prodigiosi. Una volta scivolò e sarebbe caduto se non si
fosse giovato della gran forza, ma si spinse più furiosamente, senonchè
in quel punto la carrozza svoltava a sinistra della piazzetta che prende
nome dal vecchio palazzo dei Bentivoglio. Fremette, ma non si smarrì.

— Non vanno dunque a casa? mormorò dandosi un pugno nella coscia come
per sferzarsi, e proseguì la corsa disperata. Giunse all'angolo, e potè
vedere ancora la carrozza piegare a sinistra del teatro Contavalli. La
strada saliva, pure non si rallentò: ansante, trafelato arrivò in piazza
San Martino: era deserta; riconobbe la carreggiata e non potè più
correre perchè i calzoni inzuppati gli legavano le gambe e le scarpe
scontortesi in quella ruina gli indolenzivano i piedi: aveva perduto un
tacco; nei portici passava gente.

Si rimise il cappello e proseguì al passo dietro la carreggiata, infilò
via Cavaliera, piegò verso le due Torri, sempre su quella traccia,
distinguendola, riconoscendola fra le altre, si mise per via San Vitale:
si fermò al palazzo Fantuzzi. Tardi! il portone era chiuso.

Del Pino era salito dalla marchesa o era partito dopo averla ricondotta?
Tremendo problema, per un geloso.

Stette un momento in fra due se battesse, ma si conobbe sì strano in
arnese, in abito nero, infangato fino agli occhi, i capelli grondanti di
sudore, che non ne ebbe il coraggio. Interrogò il portone, guardò la
carreggiata, studiò sulla neve l'orme dei piedi, ma erano troppe; spiò
le finestre; in due brillava il lume, le ravvisò del gabinetto favorito.

— Saranno là dentro!

L'orologio della chiesa vicina suonò le undici.

Per la strada non passava anima viva: bianca, muta, sconsolata: egli
solo in piedi, davanti a quel portone in costume da ballo! Intanto,
cessato l'impeto della corsa, il sudore gli si gelava sulla fronte al
vento notturno, perchè gli abiti troppo leggeri non lo difendevano che
assai male: rabbrividì. Egli, l'avvocato più grave e più celebre di
Bologna, in quella situazione appena condonabile ad un ragazzo da liceo!
Se qualcuno passandolo riconoscesse... Però essi erano là dentro, in
quel gabinetto elegante, seduti ad un buon fuoco, forse sulla stessa
poltrona: il punch fumava e lo dimenticavano — egli la teneva fra le
braccia e scherzandole colla frappa del corsetto rideva ricordandole la
brusca apparizione dell'avvocato, quel suo goffo imbarazzo, il più goffo
silenzio, la goffissima partenza: ella sorrideva accarezzando la tenue
barba all'elegante favorito... l'ambiente era caldo, fiori sul camino,
fiori nell'anima, fiori sulla bocca. Del Pino uscirebbe o passerebbe la
notte con lei? Perchè abbandonare il teatro a mezzo la rappresentazione?
Inutili domande, dolorosi enigmi... Mimy rimasta sola con Giorgio che
cosa penserebbe di questa scappata dopo la scena a pranzo? Giorgio era
poi un amico tanto sicuro da non profittare d'una cattiva disposizione
di lei? Essere tradito a un tempo da ambe le parti era troppo anche per
un avvocato...

Il freddo facevasi mano mano più acuto e la tramontana levandosi
raggelava la neve: la notte si prometteva limpida, ma insopportabile,
massime alle povere sentinelle. Carlo era una di esse. Si era diggià
abbottonato la marsina calcandosi il gibus sulle orecchie, nullameno
sentiva nelle carni una frigidezza dolorosa, mentre l'acqua penetratagli
nelle scarpe gli intirizziva i piedi. Si ritrasse sotto il portico e fe'
qualche passo per rianimarsi il calore; si fermò.

— Aspetterò, voglio vederlo uscire.

E dopo:

— Ma se non esce?

Il vento soffiava poderoso; per evitarlo si nascose nel vano di una
porta, dalla quale poteva spiare le finestre illuminate e il portone
chiuso. Attese; sempre triste l'attendere, allora poi tristissimo. Lo
sciagurato si mise a pensare, e di pensiero in pensiero divagò lontano;
pensò alla sua infanzia, all'adolescenza studiosa, alla più severa
giovinezza: spigolò qua e là per le reminiscenze di quegli anni, e si
lacerò ad obliati pruneti, respirò un'aura di obliate primavere: poi
assistè alla morte di sua madre e le ripetè il giuramento di
ammogliarsi, così che la vecchia moriva contenta e superba di lui, ma
tutto ciò in confusione. Sposava Mimy, ed ecco la marchesa insinuarsi
fra quei ricordi e scompigliarli. Egli, che non aveva amato nemmeno sua
madre, s'innamorava perdutamente di lei: non più preoccupazioni di
guadagni, avidità di reputazione; quella donna, solamente quella donna,
essere l'amante di quella donna. Era bella, aristocratica, un'ideale, un
romanzo. Se la vita non è un romanzo dove è la sua voluttà?... E la
fantasia apriva al senso anelante la galleria de' suoi quadri
centuplicati dagli specchi; e lo spirito si smarriva in mille scene
tutte amorose e inebbrianti. Vivere con quella donna, aumentare ancora
la propria fama; già molte volte Bologna gli aveva offerto la
candidatura, ora accetterebbe, sarebbe deputato, forse ministro e dopo
una lotta eroica alla tribuna si riposerebbe su quel seno pigliandovi un
bagno di voluttà ignote a tutto il resto degli uomini. La vita e la
morte di Mirabeau: allori e fiori, calici e baci.

Un accordo di pianoforte lo tolse a quel sogno, facendogli provare più
vivamente i morsi del freddo.

Ascoltò: pareva un preludio. Una voce che non era quella della marchesa
modulò qualche nota e tutto tacque.

Le finestre erano sempre illuminate, il portone chiuso. Guardò
l'orologio: ormai il tocco.

— Tardi, susurrò pensando a Mimy, che certamente Giorgio aveva
ricondotta a casa.

In questo tempo qualche persona era passata pel portico, ma egli celato
nell'ombra della porta ne aveva evitato gli sguardi; senonchè
l'immobilità gli accresceva il freddo di per sè insopportabile in quel
costume e con quell'umidore alle gambe. Tornò a muoversi, gli occhi
sempre nelle finestre, senza allontanarsi, proprio come una sentinella.

Che cosa non avrebbe dato per essere in quel gabinetto o almeno per
vedervi dentro? Invece lì fuori, tremante di freddo, di gelosia, di
vergogna, lì come una farfalla sorpresa dal gelo nelle ali cogli occhi
fisi nel lume. Suonò un'ora, suonarono le due. Forsechè la marchesa e il
marchesino si andrebbero a letto o il marchesino uscirebbe? Non vi erano
ragioni per credere che uscisse a quell'ora, se fino a quell'ora aveva
potuto rimanere. Ma le finestre si erano oscurate. Carlo saltò dal
portico nella strada e si mise presso l'usciolo tagliato nel portone...
A che scopo? Neppure egli lo sapeva, ma guai per l'altro, se fosse
davvero uscito, colla smania di lotta che in quel punto agitava
l'avvocato. Incollò l'orecchio ad una fessura e stette ascoltando;
nulla: nemmeno un rumore di passi nell'appartamento superiore, nemmeno
il martellare dello scrocco di un uscio: nulla, se non un'arietta che
zufolando per la fessura gli indoloriva l'orecchio. Dunque non usciva?
Si percosse violentemente la fronte e tornò sotto il portico. Le due
finestre non si distinguevano più, tutte erano egualmente buie,
indifferenti, impossibile fissarne una per cinque minuti ora che non
avevano più espressione; il pensiero brancicandole scivolava come un
caduto per la camicia di un pozzo. Bruno il palazzo, buie le finestre, e
la strada bianca, fredda, deserta: la tramontana soffiava intirizzente;
e non potersi distrarre, scaldare quasi al lume di quella finestra.

La notte era limpida, il freddo tagliente: che fare a quell'ora, sotto
quel portico in faccia a quel palazzo muto?

— Resterò fino a domattina, masticò rabbiosamente fra i denti, e tornò a
ripararsi sotto la porta.

Suonarono le due e tre quarti.

La strada era sempre bianca, fredda, deserta: le finestre non parlavano,
ma invece i piedi gli spasimavano atrocemente e il fiato gli si
congelava sulla barba: sentì mancarsi la risoluzione. Perchè quella
guardia? O Del Pino era dalla marchesa e non ne uscirebbe che a giorno
alto, ed era impossibile restare sotto il portico così abbigliato,
quando la gente ricomincerebbe a circolare; ma quel lume non luceva più!
A che pensare? In che divagarsi? A che rattenersi?

— Sono pur sciagurato! e si spiccò dalla porta per andarsene, ma la
gelosia lo rimorse più acuta. E se Del Pino era là dentro?

Due grosse lagrime gli gocciolarono dagli occhi.

Erano le prime lagrime della sua vita, ma non gli furono un refrigerio
alla maledetta arsura dell'anima: guardò ancora le finestre; poi
finalmente se ne distolse imprecando. Povero Carlo! quelle poche ore gli
avevano devastata la vita come un uragano devasta una bella pianura di
orti e di vigneti, ma se la pianura ridiventa bella alla nuova stagione,
egli forse non avrebbe mai più potuto dopo quella tempesta ritornare
l'uomo calmo e forte di prima.



CAPITOLO VI

                              Quale influenza avrà un mazzo di fiori
                              in un gabinetto, massimamente d'inverno,
                              sopra una signora che respirandone il
                              profumo senta l'uomo da lungo tempo
                              simpatico parlarle d'amore? Certo queste
                              due voluttà si mesceranno
                              rinvigorendosi, e il linguaggio odoroso
                              dei fiori servirà d'interprete al
                              linguaggio dell'amore. Per me credo che
                              la tappezzeria, i mobili, la luce, il
                              lusso, la fisonomia di una stanza, un
                              libro aperto, un periodo letto a metà,
                              una immagine traveduta spiando lo
                              specchio, un'eco raccolta in una parola,
                              un'aria che si risveglia guardando il
                              pianoforte entrino per assai nella
                              seduzione di una donna. La pianta
                              dell'amore non ispunta in terreno
                              incolto, e perchè il cuore della donna
                              sia fecondato bisogna che la rugiada lo
                              bagni prima che soffi il vento e s'alzi
                              il sole.

                              Ha ancora meno spirito di un marito
                              l'amante che non conosce la propria
                              insufficienza.

                              La donna è essenzialmente religiosa:
                              tutto ciò che non è divino è nulla per
                              lei — bisogna quindi crearle un mondo
                              nel mondo ed esserne il Dio per imporle
                              l'enorme sacrificio di amarvi.

                    _Contro Isocrate. Avvertimenti morali a Demonio._
                                                 OTTONE DI BANZOLE.


La mattinata era bella.

La neve caduta come un immenso mantello, che si fosse rotto fra gli
alberi e sulle siepi, dava alla campagna un aspetto di desolata
uniformità. Le sue case più distanti in quell'abbandono e senza verde
intorno diventavano come incomprensibili — perchè abitare in quel
paesaggio senza vita? Appena qualche esile colonna di fumo uscendo dai
camini tremolava lievemente sui tetti, mentre un altro vapore più denso
e più grasso alitava dai concimi, e i pagliai di un giallo dorato, più
vivo, tra tutto quel candore sembravano cedere sotto il peso del loro
elmo d'argento. Nessun rumore, nessuna attività: tratto tratto un ramo
aiutato dal sole invisibile si rialzava scrollando la neve, come un cane
che esca dall'acqua, o un uccello passava pigolando per la fame,
spaventato dallo scoppio di un archibugio lontano.

Tutto era bianco nella stretta pianura, all'infuori di un abete o di una
spalliera di mortella intorno a qualche casino abbandonato; ma sulla
collina di San Michele, antico e vasto convento, una folla d'alberi
brulli e frondosi rompeva per largo tratto il niveo tappeto, facendovi
come una macchia. Non un sentiero era scoperto sui monti.

Avvolto in un ampio mantello, che cadeva in bei panneggiamenti, e
calzando grossi stivali, Carlo usciva da Porta Castiglione, che
suonavano le nove: sulla soglia della porta la neve s'era disciolta in
una limacciosa pozzanghera impressa di orme e rigata da rotaia, ma al di
là della strada di circonvallazione, l'altra della collina non era
aperta se non da una stretta pista che smarrivasi dopo un centinaio di
passi in un solco sudicio su quel candore — l'orma degli uomini nella
natura!

Perchè venire a piedi non invitato a quel convegno? Che cosa ne
penserebbero gli altri due?

Non vi aveva riflettuto.

Levatosi di buon mattino, s'era vestito da campagna dimenticando la
seduta dell'Assisie, e avvoltosi nel mantello, quasi per uscire
immediatamente, aveva invece egli stesso acceso il caminetto. Si sentiva
stanco.

Non osò presentarsi a Mimy, temendo egualmente le sue domande e il suo
silenzio; colpevole in faccia a sè stesso ed a lei, gli parve gran cosa
di evitarla per meglio dimenticare. Adesso andava ripensando la scena
della notte.

Giunse presto ove la strada si biforcava, da una parte svoltando verso
San Michele e dall'altra proseguendo in serpeggiamenti su per la
collina. Si fermò: avevano a passare di lì.

Attese un pezzo, poi guardò l'orologio: le nove e tre quarti.

Cominciava quasi a pentirsi di essere venuto, ma per cansare
possibilmente il ridicolo di aspettarli, si disse che vedendoli
muoverebbe loro incontro, come di ritorno in città da una passeggiata —
forse da questo buco non l'avrebbe scappata, ma una scappatoia c'era.
Stava immobile guardando, ascoltando. L'anima gli tremava, mentre il
pensiero ritornando, malgrado tutti gli sforzi della volontà, ai dolori
della notte li ridestava uno ad uno. Aspettare, sempre aspettare, e
aspettare forse inutilmente!

Aspettava da venti anni.

Un rumore di passi e di voci al di sopra lo fece voltare. Due contadini
venivano sghignazzando.

Quando gli furono presso, uno esclamò:

— E quel zuccone innamorarsi a quarant'anni! va là, che con un'altra
donna in casa si deve star bene...

— Le case vorrebbero essere rotonde con una donna per cantone.

— E a quelli che s'innamorano aguzzargli i pali sulla schiena e
piantarglieli... — ma si arrestò per rispetto dell'avvocato; senonchè il
dado era ormai tratto e scoppiò a ridere volgendosi al compagno.

Carlo, che aveva inteso, li guardò allontanarsi così allegri, e mormorò
tristamente:

— Hanno ragione.

I due contadini erano scomparsi; Carlo rimase ancora solo. Come tutto
era bianco e freddo! Attendeva sempre, ma l'anima in quella aspettazione
gli si prostrava invece d'impazientirsi. Tutta la sua energia l'aveva
consumata nella notte. Oramai si rassegnava ad essere venuto
inutilmente: i contadini avevano proprio ragione: egli era stato un
imbecille innamorandosi a quarant'anni la prima volta!

Vennero le dieci, e stanco di quell'immobilità ritornò sui propri passi
alla curva della strada, dalla quale si vedeva fino quasi alle mura, e
nessuno! Sospirò, risalì, si spinse per la strada di San Michele, tese
l'orecchio, acuì lo sguardo. Allora fantasticò, disse che la marchesa
mancherebbe all'appuntamento, che non amava Del Pino, che aveva negato
di venire all'Assisie per metterlo alla prova; ma nel più bello di
questa argomentazione trionfante una voce sorse dal fondo della
coscienza e gridò: no. Si smarrì, divagò, suppose un'altra passeggiata a
San Luca, alla Certosa: quei due erano così stravaganti! Suppose che non
la facessero, che fossero tuttora a letto, languidi della notte... Fu
una idea micidiale, che volle invano respingere e che gli ravvivò tutti
i dolori sofferti... Intanto il tempo passava.

Le dieci ed un quarto, poi le dieci e mezzo: la seduta doveva cominciare
alle undici.

Bisognava risolversi; a che?

L'anima gli si frantumava nella tempesta con quella natura intorno
bianca ed inerte: l'opposizione di tale calma esteriore rese più
violenta la tempesta e lo decise.

Si ravvolse nel mantello dandosi rabbiosamente un pugno nel petto, e
ritornò a gran passi verso la città: alla porta s'imbattè nei due
contadini, che lo guardarono guardandosi fra loro.

— Strada San Vitale, palazzo Fantuzzi! gridò ad un vetturino che
passava, cacciandosi nel fiacre.

Il cavallo, che era una rozza, seguitò il suo passo, mentre il cocchiere
si alitava sulle mani intirizzite. Non ci volle altro.

— E frusta, mascalzone! ruggì abbassando lo sportello: paga doppia, ma
frusta.

E lo incitò tanto che, offeso da quella prima parola nel suo sacro
orgoglio di cittadino, il mascalzone si decise a frustare, ma non così
il cavallo a correre, impedito dalla neve che scemavagli le poche forze
lasciategli dalla fame. L'avvocato, che quelle piccole contrarietà
facevano infine prorompere, scagliò bestemmie su bestemmie. Tutto gli si
opponeva, persino le strade in molti canti barricate così che bisognava
prendere delle giravolte: egli sbuffava dal caldo cacciando ogni tanto
la testa fuori dello sportello. Finalmente infilarono via San Vitale:
suonavano le undici.

— Tardi! bestemmiò saltando dal predellino, che la carrozza si muoveva
ancora.

— La marchesa? domandò precipitosamente al portinaio, che spazzava
l'atrio.

— Che cosa?

— È in casa?

— Chi?

— La signora marchesa, imbecille!

— No, rispose più alla seconda che alla prima parte della domanda.

Gli cadde il cuore.

— È uscita a cavallo?

— Un'ora fa.

— Sola?

— Sola.

Quando entrò nella sala dell'Assisie la Corte era diggià seduta: il suo
compagno della difesa cominciava a spaventarsi.

L'accusata, chiusa nella gabbia di ferro, sembrava non accorgersi del
pubblico e sedeva sull'ignobile panca, la fronte nella mano. Il suo
viso, ancora giovane ma patito, aveva una malinconica espressione, resa
quasi fosca dai capelli nerissimi, che mal pettinati, in treccie e in
riccioli l'incorniciavano: era scarno, livido. La veste ampia e smollata
non consentiva le forme della persona: ma la testa era di un bel
carattere, vigorosa, cogli occhi affossati e nerissimi, le labbra
sottili: la mano era secca e nervosa, il piede che spuntava dalla veste
assai piccolo.

Siccome all'entrare di Carlo sorse un mormorio negli spettatori, ella si
rivolse, incontrò il suo sguardo e riabbassò indifferente gli occhi.

Il processo era grave: trattavasi della testa.

Arrivando al banco, Carlo cadde così abbattuto sulla sedia, che il
compagno gli chiese sbigottito se si sentiva male.

— Peggio, rispose con scherno doloroso.

L'altro l'osservò stupito e non osò interrogarlo di più.

Incominciarono le formalità: Carlo si volse al pubblico osservando le
signore in prima fila, convenute in gran numero pel nome dell'avvocato e
l'importanza della causa e il sesso dell'accusata — una donna che ha
ucciso il marito a sangue freddo e senza un motivo apparente, bella, che
può essere condannata nel capo, eccitava anche troppo la curiosità
femminile: bisognava venire all'Assisie per penetrare quella fisonomia e
leggere meglio del giudice nelle risposte, cogliere a volo la passione.
L'accusata avrebbe paura? Svenirebbe se condannata nel capo? Problemi
divertenti per gli sfaccendati, ed era il caso. Poi vi è sempre una
certa voluttà a sentirsi libero e sano in faccia ad un altro prigioniero
e moribondo.

Carlo corse rapidamente tutte le signore collo sguardo senza fermarsi ad
alcuna, sebbene più di due begli occhi cercassero di incontrarsi ne'
suoi per vanità.

L'interrogatorio proseguiva: l'accusata rispondeva con voce franca ma
velata, senza iattanza e senza paura: si era passata una mano sui
capelli e composte le pieghe della veste. Confessò l'omicidio, ma quando
il presidente volle spingersi oltre colle domande, gli lanciò
un'occhiata breve breve e si chiuse nel silenzio.

Le circostanze erano atroci.

— Badate, egli le disse commosso da quella ostinazione: tacendo potete
pregiudicarvi ed essere condannata nel capo.

— E poi?

Carlo la guardò: in quel punto era bella.

— Somiglia quasi alla marchesa, e si volse udendo aprirsi la porta delle
signore: entrava la principessa di San Marciano: nuovo rumore nella
sala.

Il còmpito del Pubblico Ministero questa volta era assai facile, giacchè
la rea si era accusata di per sè quanto lo si potesse: però il
coscienzioso magistrato non volle venir meno al suo carattere di sicario
della legge e si scagliò contro la donna colla maggior collera
artificiale. Il suo discorso, breve ma noioso, fu un continuo
scoppiettio di razzi rettorici, di sentenze morali: a sentirlo, la
società aveva bisogno di quella testa per reggersi sui cardini, o tutto
era perduto, la morale, il matrimonio, la famiglia, il mondo, Dio e
probabilmente ancora qualcunaltro.

L'accusata non si scosse, o avesse un cuore molto duro o una mente molto
distratta.

Rispose primo e vantando la irresistibile eloquenza dell'accusa il
compagno di Carlo, ma la sua difesa, basata unicamente sul fatto,
somigliò all'altro discorso, come si rassomigliano quelle coppie di
fantocci che ornano i caminetti, e avrebbe potuto passare inosservata
anche con vantaggio dell'oratore. Venne la volta di Carlo.

Vi fu un leggero bisbiglio, poi un silenzio di statua.

Carlo si levò.

L'accusata lo guardò curiosamente: il difensore era più pallido della
rea.

Stette un momento colle mani appoggiate sul banco e la testa china, poi
l'alzò alteramente e con voce prima lenta, poi mano mano più sonora e
concitata proruppe nel mezzo della questione. Il delitto era un delitto
di amore, l'ostinazione della pallida accusata nel rifiutare ogni
spiegazione il pudore della passione; e qui ebbe movimenti di vera
eloquenza. S'indirizzò ai giurati, e cacciandosi nei laberinti di
quell'anima, che non conosceva, li trasse seco frementi, li aggirò a
lungo negli umidi sotterranei ove germinano le idee e i sentimenti:
mostrò loro quelli che insinuandosi per i crepacci delle volte
arrivavano all'aria aperta ed al sole, gli altri meno fortunati che
strisciavano al suolo o si abbarbicavano alle pareti, talora giungendo
ad abbracciare le radici delle piante felici e a soffocarle colla
dolorosa vendetta del vinto. L'analisi era viva, colorata, sensibile a
tutti malgrado la sua finezza; commosso commoveva, onde accorgendosene
ad una pausa si spinse oltre all'attacco, e negò quella testa al
carnefice, negò alla società il diritto di morte, negò infine la colpa
alla passione: fu oratore, fu quasi poeta, fu potente. Come fosse la
cima di un monte vi salse prima correndo, poi ridiscese e risalì
indicando alla gente ove mettere il piede negli scoscendimenti delle
roccie: la salita era terribile, massime per gente borghese, ma
l'avvocato ascendeva colla fronte luminosa: la sua voce toccava,
blandiva, sferzava — bisognava buono o malgrado seguirlo, senonchè
riguadagnando per la terza volta l'aerea cima cadde stanco egli stesso e
dovette chiedere al presidente qualche minuto di riposo fra uno scoppio
spontaneo, irresistibile di applausi.

Tutti guardavano verso di lui e verso la rea, che ammaliata da quella
potenza lo fissava immobile.

Carlo era ricaduto colla fronte nelle mani.

Si voltò alle signore e non vide la marchesa, bensì Del Pino.

— Crudele! mormorò fra i denti.

Ritornata dalla passeggiata, perchè non veniva alle Assisie?

Questa durezza incomprensibile lo prostrò: fino allora aveva sperato e
spesso nel calore della improvvisazione, udendo schiudersi la porta,
sbirciava.

Se ella fosse venuta, quella testa era forse salva!

Dovette proseguire: senonchè tutto era in lui cambiato, persino il gesto
e la voce; al bello e temerario oratore succedeva un floscio avvocato,
che invece di negare quella testa la mercanteggiava cogli articoli del
codice: e il discorso durò un'altra ora interrompendosi per ripetersi
zoppicante, snervato, disgustoso; e svanita nel giurì e nella gente la
prima impressione, il delitto riapparve nella sua luce sanguigna; il
carnefice ridistese verso la testa della accusata la mano dianzi
ritirata con ispavento. Nè a Carlo questo sfuggiva: sentivasi realmente
venir meno, non aveva altra voglia che di finire, ma come accade spesso
la parola gli avea rubata la mano, ed egli andava innanzi senza
pensiero, quasi inseguendola...

Finalmente tacque e al suo tacere sorse un bisbiglio di disapprovazione.
Che cosa gli importava della folla? Degli applausi o dei fischi di chi
non poteva apprezzare il suo ingegno nè attirare il suo cuore? Fischi ed
applausi della moltitudine, aria percossa! In quella sala, peggio in
quella folla, gli pareva di soffocare; sarebbe fuggito, se il compagno
non lo distoglieva come da un atto indecente verso l'accusata, la quale
lo guardava più intensamente di prima, quasi per leggergli in volto la
passione, che lo aveva reso tanto dissimile da sè stesso in così breve
lasso di tempo.

Il presidente le chiese se avesse altro da aggiungere in sua difesa.

— Nulla, rispose levandosi e lanciando al Pubblico Ministero un'occhiata
di disprezzo; se non che pregare i miei giudici di accordare la mia
testa a quel signore, purchè ritiri almeno la metà delle insolenze che
mi ha prodigate con tanto coraggio.

Questa risposta fu una folgore e tutti ne rimasero interdetti, perfino
il presidente, egli stesso tanto avvezzo a strapazzare gli accusati.

Il Pubblico Ministero, lo constatiamo con grande compiacenza, pregando
ognuno dei nostri innumerevoli lettori di crederlo per quanto
incredibile, fu ancora abbastanza uomo per arrossire di sè stesso. Oh!
il rossore di tale che non vive se non perchè si uccida ed è stimato in
proporzione delle vite immolate; che per mestiere odia i caduti e li
calpesta, che cuccia il dito nelle piaghe e le lacera, e più trionfa,
più la vittima si contorce nello spasimo, oh! il suo rossore consola,
perchè ci rassicura della nostra spiritualità sempre viva nell'ombra e
nel fango di ogni opera umana...

L'avvocato era sulle spine: sapeva di aver perduto la causa; ma troppo
incallito nel mestiere per provarne rimorso, e troppo orgoglioso per
avvilirsi di un insuccesso, non pensava che a correre subito dalla
marchesa per domandarle una spiegazione. Da due giorni aveva il cuore
così gonfio di opposti sentimenti, che non versandone parte in un
colloquio gli pareva di scoppiare.

I giurati ritornarono dalla camera: il verdetto portava la condanna del
capo.

L'accusata l'accolse in piedi in attitudine modesta ma impenetrabile:
non una nube le oscurò la fronte, non ebbe una contrazione alle labbra,
un palpito nel petto; guardava colui che leggeva, poi girò gli occhi sul
pubblico e più di una fronte legalmente pura si abbassò dinanzi alla
pallida fronte della moribonda.

II Pubblico Ministero non potè frenare un sorriso di trionfo, nè Carlo
la propria smania, e fuggì.

Corse diffilato al palazzo Fantuzzi.

— La signora marchesa è in casa?

— Sì.

— Sola?

La donna lo fisò meravigliata e fe' una smorfia.

Comprese di aver detto una sciocchezza ed aggiunse:

— Potrà ricevermi? bisogna che mi riceva; annunziatemi, ve ne prego, — e
senza darle il tempo di rispondere si spinse nell'anticamera; la donna
lo condusse al salone e ve lo lasciò.

Era ancora più agitato: cominciava a sentire la difficoltà di una
spiegazione non ridicola colla marchesa. Passeggiò su e giù pel salone
fermandosi davanti al ritratto di una matrona, che nuda il seno malgrado
il poco calore dell'ambiente, sembrava guardarlo sorridendo.

Quel ritratto gli deviò i pensieri.

Poco dopo intese da una stanza attigua un accordo di mandôla e la voce
della mora, che cantava con accento melodico e appassionato:

    Oh t'amo! il sol ti sfolgora
      Nelle pupille, t'amo...
      T'amo... ogni accento spirami
      Sui labbri smorti... t'amo!
    Non mi guardar — mi palpita
      Troppo violento il cor...
      Della fanciulla è gracile
      L'innamorato fior!
    Schiava, vorrei rivendermi
      Sol per lambirti il piè;
      Farti un guancial del vergine
      Seno e soffrir per te.

La romanza si smorzò così voluttuosamente, che l'avvocato si sentì
correre al cuore un fremito di poesia e attese palpitando che
ripigliasse.

Zisa riprese:

    E amar ti lascia, o pallida
      Sultana del piacere...
      Schiava di te, m'innebrio
      Di schiava nel pensiere.
    Una catena argentea
      Mi serra il collo e il piè:
      Ad ogni anello un bacio
      E non invidio ai re,
    Nè le regine splendide,
      Nè le corone d'or,
      Le Urîs al cielo; un raggio
      Mi basta del tuo amor.

Tremavano ancora le ultime note della mandôla, che l'uscio segreto si
aperse e comparve la cameriera della marchesa accennando all'avvocato di
entrare. Questi cadde da una meraviglia in un'altra maggiore, perchè la
fanciulla non aveva altra veste che un ampio mantello azzurro, sotto al
quale si vedevano i piedi stretti in sandali colle corregge egualmente
azzurre: era accesa nel viso e le treccie nerissime le cadevano
disordinate sul manto.

Egli ubbidì al suo gesto grazioso e le passò innanzi senza osare uno
sguardo, ma entrando nell'altra stanza si fermò percosso sulla soglia.
Era uno spettacolo degno delle _Mille ed una Notte_! Quella stanza era
una tenda di damasco violetto a fiori giallognoli, la quale cadeva in
ampi panneggiamenti intorno a quattro colonne di bronzo sopra un tappeto
certamente orientale, tanto era bizzarro nel disegno e splendido nel
colore. Un canestro di filigrana d'argento sospeso alla vôlta e colmo di
gaggie esalava un odore dolce e penetrante: sotto di esso quattro
tartarughe sostenenti una grossa lastra di acciaio brunito formavano un
tavolino cinto da cuscini neri ricamati d'oro: sul tavolino fumava
ancora una tazza di caffè presso un enorme dente di elefante bucarellato
da infinite sigarette; e in un canto, sovra un magnifico letto di
bronzo, coi piedi a grinfe d'aquila in gran parte nascosti da una
coperta di raso violetto, stava la marchesa sdraiata in un costume
simile a quello della cameriera, ma tutto bianco e senza sandali ai
piedi.

S'appoggiava a una bica di cuscini, nudo un braccio sotto il capo
scoprendo un po' di spalla, ma il manto avvoltolato strettamente le
disegnava tutto il corpo. Era appena colorata in viso, gli occhi le
splendevano e le splendevano le labbra e i capelli ancora più neri dei
cuscini. Da un lato del letto luccicavano la sua grande arpa d'oro e uno
specchio; la mandôla era sul letto, e sulla sua cimasa sopra una mensola
di malachite olezzava un altro canestrino di fiori. A piedi del letto
nuda sopra una pelle d'orso bianco, stava Zisa la mora. Vedendo entrare
l'avvocato Zisa si alzò e le sue catene d'argento, come aveva cantato,
tintinnirono. Infatti un collare sfolgorantemente brunito le serrava il
collo, un altro in forma di cinto le reni e due altri gli stinchi e due
i polsi e due le braccia, ma congiunti fra loro con catene di un bianco
appannato. I capelli sciolti e cresputi erano costretti sulla fronte da
un diadema di coralli meno rossi delle sue labbra, come l'argento era
meno candido dei suoi denti. Più alta e più svelta della marchesa, Zisa
era ancora più robusta: le sue forme erano di una forza e di una
delicatezza inesprimibili; l'anche e le spalle superbe; ineffabile il
seno, più rotondo che nella Venere; il ventre piccolo e lustrato come di
onice, le giunture stupendamente fini.

Una bella levriera le stava sdraiata ai piedi.

— Siete proprio voi? esclamò la marchesa senza scomporsi: avanzatevi
dunque, si direbbe che vi faccio paura.

— Quasi! balbettò inoltrandosi e guardandosi intorno colla meraviglia
del villano che entra la prima volta in un tempio.

— Sulema, disse la marchesa alla cameriera, ravvoltola il tuo manto e
fanne un sedile: qui. Sulema, scostati. Sedete dunque; davvero che se
durate ancora in questo stupore, mi farete pentire di avervi ricevuto
nel mio gabinetto.

— Perchè non piuttosto nel vostro paradiso?

— Sentiamo: perchè venite con tanta premura a sorprendermi nell'ora del
bagno? Avete qualche notizia importante o qualche nuovo rimprovero? A
proposito, e la vostra bella rea?

— Condannata.

— Nel capo?

— Nel capo.

— Avete dunque perduto?

— E lo debbo a voi: voi mi avete insegnato a perdere le mie cause.

— Cosichè mi odierete ferocemente; e la bella donna volgendosi sul
fianco veniva quasi a porgli il seno sul capo. Eppure non avete trovato
finora una donna di me più generosa. Sono bella: vi permetto di dirmelo,
di amarmi; mi lascio corteggiare, vi lascio essere geloso, vi ricevo
come non ho mai ricevuto nessuno...

— Nemmeno Del Pino?

— Avvocato! ribattè con un ghigno adorabile a questa indiscreta
interruzione: vi ricevo nel mio _Sancta Sanctorum_ ed osate lagnarvi? E
se vi dicessi che siete voi l'ingeneroso, che amandomi furiosamente da
due o tre mesi non mi avete ancora offerto un piacere o un dolore per i
tanti che vi ho prodigati?... Ma perdono, adesso vi umilio e dimentico
che siete già un uomo illustre e che non vi manca forse se non una
grande passione per divenire un grand'uomo.

L'avvocato non si riscosse nemmeno all'accento civettuolo di queste
ultime parole. Quella scena lo stordiva ancora più che non l'ammaliasse.
Che cosa era quel gabinetto per la marchesa? Quella donna nuda ed
incatenata? Perchè riceverlo così? La mente gli si aggirava rapidissima
per mille supposizioni. che svanivano, appena toccate, come bolle di
sapone; intanto l'odore dei fiori e quelle nude bellezze gli pungevano i
sensi lanciandoli sfrenati come i cavalli di una biga. Una fiamma gli
ardeva così cuore e volto, che se la marchesa non gli avesse imposto
rispetto, avrebbe nitrito come un cavallo. Ma l'ebbrezza soffocata gli
si condensava sempre più nell'anima, scuotendogliela con tremoti di
vulcano, e acciecandogliela col fumo.

Elisa, che lo guardava, vedendogli fare come un gesto sonnambulo:

— A che pensate? gli chiese.

— A voi! rispose in inglese, per evitare almeno nel dialogo la presenza
della schiava.

— E ne pensate male, certamente!

— Ebbene, sì. Perchè ricevermi in questo gabinetto? Non siete una donna
comune per amare lo scandalo, supponendo ch'io vada a ridire ciò che mi
avete mostrato, e non volete sedurmi, perchè non mi amate. Ascoltatemi,
signora marchesa: avete ragione; siete tutto ciò che io non sono, siete
bella, nobile, splendida... e io non sono che un povero avvocato, un
povero nulla: vi ho amato, vi amo per quanto può amare il mio cuore, ma
perchè forse mi manca quella poesia di immagini e quella musica di
parole del vostro discorso, stimate piccolo il mio cuore. E quando anche
lo fosse? L'ovo è pieno e il fiume lascia qua e là scoperto il proprio
letto. Potevate rifiutare il mio amore da gran signora, ma lacerarlo a
colpi di spillo, come Fulvia la lingua di Cicerone, è vendetta di
miserabile e non di potente!

E quanto erano più dure le parole, era più malinconico l'accento.

— Lo so che siete bella, continuò con crescente emozione, e non
occorreva la splendida insolenza di questo manto per farmene accorto.

La marchesa corse allora sulle proprie forme collo sguardo, quasi per
accertarsi di meritare il rimprovero: egli seguiva con gli occhi gli
occhi di lei, e siccome la marchesa tardava a rivolgerglieli, le prese
la mano libera sul letto e la strinse.

— Per carità spiegatevi.

— È troppo difficile.

— Temete che non vi comprenda? sono dunque imbecille?

— L'ingegno, chi ne dubita? ma il cuore...?

— L'ho, ve lo giuro.

Ella tacque e guardò il gruppo delle schiave, che distratte fra loro non
parevano prestare alcuna attenzione a quel dialogo.

— Iela! si volse chiamando la bella levriera: dammi un bacio.

Alla voce della padrona l'animale fe' uno sbalzo e si mise tosto a
lambirle la mano con tanto amore che gli si dovette imporre di cessare:
poi la marchesa chiamò Zisa ripetendole lo stesso ordine e le tese un
piede così impercettibilmente, che l'avvocato non accortosene, sorrise
alla scelta della mora di baciare quel candido piedino: indi Sulema, e
questa la baciò sulla bocca appoggiando una mano sul cuscino, così che
egli sorprese fra i loro seni lo sfiorarsi delle loro labbra. Ambedue le
schiave si muovevano con disinvoltura di donne perfettamente vestite.

— Adesso scegliete, gli si rivolse la marchesa: datemi un bacio.

L'avvocato strabiliò: ma ella lo fissava con tanta potenza, che si levò:
non osava, ed ella fredda al pari di una statua non arrossiva, non
trepidava, coll'occhio immobile del serpe attirandolo irresistibilmente.
— Si curvò, si curvò lentamente, si curvò ancora su quel viso inerte, su
quell'occhio luminoso, inflessibile... oh, era un bacio impossibile!
Pure seguitò a curvarsi sulla bocca... non un alito, un fremito — allora
chiuse gli occhi da disperato ed avventossi ad un bacio come chi si
lanci nel vuoto.

Ma in tale positura gli mancò un piede e cadde quasi sulla marchesa:
potè rattenersi, e volgendosi al rumore delle catene agitate si vide
dietro Zisa pronta a sostenerlo o a strapparlo dal letto.

La mora aveva gli occhi fiammeggianti.

— Non avete cuore, gli disse la marchesa respingendo la schiava con
un'occhiata; un bacio sulla bocca! e non avete capito che vi era
infinitamente più amore nell'altro di Zisa sul piede, e che un
innamorato posto così alla prova doveva preferire l'amarezza di non
baciare alla volgarità di ripetere il bacio di altri? Non intendete la
poesia del dolore e non sarete mai che un mediocre voluttuoso. Bisognava
baciarmi cogli occhi, offrirmi una lagrima; temevate che non vi
comprendessi?

Carlo spalancò gli occhi.

— Oh spieghiamoci, ella proseguiva animandosi: me lo avete chiesto con
ragione. È impossibile, non sarete mai il mio amante: voi non siete che
sensuale e io sono voluttuosa: io voglio la bellezza, le voluttà
raffinate dei poeti, lo splendore del lusso, l'ebbrezza della febbre...
Il mio amante dovrebbe offrirmi tutto ciò, incoronarmi di fiori e
pungermi di spine, essere bello, genio, forse pazzo, forse anche
cattivo, e voi non lo siete — ringraziatene il cielo. Le mie donne,
guardatele; sono belle come statue greche: voi me le rimproverate: non
ci intenderemo giammai. L'amore, come lo concepisco io, non ha nè
oscenità nè pudore, perchè la sua voluttà purifica quanto il fuoco, e
nella sua armonia si perde ogni dissonanza. Se amassi un uomo
raddoppierei il numero delle mie donne e gliele offrirei come un mazzo
di fiori, egualmente beata, si compiacesse egli nell'ultima ancella o
nella prima sacerdotessa del tempio. Queste parole vi sembreranno pazze
— e vi sembrino. Stranieri di due mondi, ci siamo incontrati a caso,
abbiamo creduto di poterci accompagnare e invece ci dividiamo stranieri;
però dividiamoci amici. Soffiate sui vostri sogni come sulla polvere
caduta sopra un cameo e conservate netto il cameo della vostra ragione.
Partirò, mi dimenticherete e tutto sarà finito.

— No.

— Illusioni!

— Vi amo.

— Parole di amore, aria ricamata!

— Addio, e gli tese la mano; perdonatemi di avervi ricevuto così.

— Questa è la freccia del Parto.

— Che non vi ucciderà.

Carlo non poteva rassegnarsi a partire. Più ella gli mostrava
l'impossibilità del loro amore, più vi si ostinava colla testardaggine
delle passioni, che attaccate di fronte raddoppiano le forze nella
resistenza. In questa tirata sull'amore non aveva tutto capito, ma
quell'idealismo della voluttà non gli era passato invano sull'anima.
Solitario e robusto abete alpino sentendosi fra le frondi use ai veli
ricamati della brina una folata di profumi involati ad una palma, gli
sembrava di destarsi dalla propria vita gelata a non so quale altra
vita.... Quei tiepidi ed incogniti olezzi erano pur deliziosi! Qual
cielo sorrideva sul capo della pianta felice, che li esalava? Quali
uccelli facevano il nido fra le sue foglie e vi si davano appuntamenti
amorosi? L'abete palpitava, ma laggiù nel deserto la palma incoronata di
sole, avvolta negli odori, non pensava che a sè stessa o ad un'altra
palma....

Era oppresso, si sentiva mancare il respiro.

— Sir Charles.

— Milady.

— Mi perdonate? e la voluttuosa guardandolo languidamente stiravasi nel
manto, come una leonessa al sole aspettando il leone.

— Dunque addio: egli dava la mano per invitarlo a sorgere.

Egli ubbidiva.

— Aspettate; si gittano fiori sulle tombe: voglio gettarne uno sulla
fossa del vostro sogno.

Sorse seduta, cosichè il manto disciogliendosi le lasciò quasi nudo il
seno: afferrò la mandola e passandosi prima una mano sulla fronte come
per correggere un riccio o ghermire una idea, lo guatò con occhio
corrusco e cantò:

    Vola, fuggiasca rondine,
      Che vengo teco a vol;
      Tutto è qui morto, o rondine,
      Dove dirizzi il vol?
    Lontan, lontan ceruleo
      Sorride il ciel, sorride
      Più alto il sole; o rondine,
      Quale più ti sorride?
    Vola, fuggiasca rondine:
      Fuggiasca volerò...
      Tutto è qui morto, perdermi
      Lontan, lontano io vò!

— Lontan lontano io vò, ripetè abbandonando la mandola e coprendosi il
volto leggermente arrossito.

— Dunque addio...

— Addio, mormorò stringendole la mano e contemplandole il seno, come il
condannato contempla il cielo nel salire i gradini del patibolo: però
non si spiccava, ed ella in atteggiamento fra il languido e il modesto
non si muoveva sotto quegli occhi fiammeggianti.

L'avvocato ebbe una forte contrazione nella faccia: le si chinò
improvvisamente sul volto.

— Mi provocate, brontolò sordamente: e se accettassi? Sono più forte di
voi.

— Provate.

Egli non si mosse; stettero qualche secondo scontrandosi col lampo
minaccioso delle pupille come colla lama di un fioretto, ma vinse la
donna. Quegli occhioni avevano una luce intollerabile e dura quanto il
riverbero al sole di uno scudo brunito.

L'avvocato dovette abbassare i suoi.

— Accompagnate il signore, gridò la marchesa a Zisa congedandolo con un
gesto.

Egli uscì lentamente, macchinalmente senza comprendere, nè rivolgersi: e
Zisa ritornando trovò la marchesa nella stessa attitudine, ancora torva
in viso.

— Leonessa! esclamò, inginocchiandosi presso il letto: non vorrei che
una tana e vivere sempre con te....



CAPITOLO VII

                              Le sceptique qui n'ose douter de sa mère
                              c'est comme l'athée, qui rumine Dieu
                              lorsque le tonnerre gronde — blague et
                              faiblesse! Le rire de l'ironie ne
                              convient qu'aux forts et si tout
                              philosophe est cousin d'un athée, tout
                              rieur est neveu d'un gladiateur.

                       _Reponse à Lamennais_: Paroles d'un incredule.
                               _Opere inedite._ — OTTONE DI BANZOLE.


Innamorato al di là delle proprie forze, dopo quella scena teatrale,
Carlo non pensava più che alla marchesa; non studiava, non andava al
foro.

In casa triste ed accigliato non s'incontrava con Mimy che a pranzo, ma
evitava perfino di doverle parlare, quasi le odiasse il privilegio di
piacere alla marchesa. E Mimy, delicata quanto una sensitiva, soffriva
di queste maniere, ma non osava lagnarsi, pensando ai propri torti verso
il marito, perchè Mimy credeva ancora l'adulterio una colpa, malgrado
l'audacia di certe massime del suo giornale: e quelle acerbità ne erano
come la pena.

Quindi, ritirata nel suo roseo gabinetto, tutto il giorno meditava e
piangeva sulla sua triste vita e sul più triste avvenire, spesso
consolandosi con Giulietta, che soave di anima e come donna incline alla
cura degli infermi, riceveva quegli sfoghi di amarezza senza
l'indiscrezione di volerli scrutare. Le due donne si amavano di profonda
e tacita amicizia, e sebbene differenti di natura, perchè Mimy
aristocratica nel senso più elevato della parola, e Giulietta plebea,
armonizzavano tra loro come un bel fiore con una bella erba.

Giulietta sapeva della tresca col cugino e la disapprovava molto
vedendone soffrire Mimy, ma entratavi complice rispettosa portando più
di una lettera o vegliando più di un appuntamento, non le aveva mai
fatto sentire nemmeno con uno sguardo tutta l'importanza del servigio: e
adesso che Giorgio era stato respinto, le lettere arrivavano più
frequenti per mano di Namouna. L'egiziana, che sapeva tutto parimenti,
sulle prime aveva recalcitrato a far da corriere: poi per amore o per
debolezza aveva dovuto cedere al padrone.

Quella notte che Carlo passò così malamente sotto le finestre della
marchesa, Giorgio ricondusse Mimy nella propria carrozza. Per strada non
dissero una parola, ma giunti a casa, invece di separarsi, Giorgio salì
da lei.

Erano entrambi scontenti: sedettero guardando la fiamma. Giorgio si
stancò presto di quel silenzio e volle ritentare la prova del mattino:
usò ogni spirito per introdurre la conversazione, fu brioso, passionato,
e non ne fece nulla. Mimy non lo ascoltava nemmeno; questa noncuranza lo
esasperò.

— Ve l'ho già detto, gli rispose con dolcezza: voglio vivere sola i
giorni che mi avanzano.

— Invecchierete presto.

— Lo spero.

Il suo accento era così sconsolato che Giorgio ne fu commosso.

Si levò, ella gli tese la mano.

— Perdonate, disse non badando all'impeto col quale gliela stringeva, se
vi sono causa di dolore: so che mi amate più di quanto mi meriti, ma non
posso amarvi e non voglio ingannarvi; lasciatemi questa ultima onestà.

Un singhiozzo le tagliò la voce.

— Mimy! gridò appressandosele.

— Oh! andate, ve ne prego, e lo spingeva dolcemente.

Egli indietreggiava sempre guardandole negli occhi tremoli di lagrime.

— Ditemi almeno perchè piangete, se vi debbo perdere; darei la metà
della vita perchè piangeste per me.

— Cattivo! se lo sapeste... vi pentireste di questo desiderio.

L'indomani, nell'ora che Carlo entrava alle Assisie, egli ritornava da
Mimy, ma Giulietta gli disse che la padrona era a letto indisposta e non
riceveva visite: il volto della buona fanciulla era così triste che
Giorgio non dubitò un momento della sua sincerità. Però insistette per
essere ammesso, promettendo che si fermerebbe nel gabinetto a guardare
nella camera dal buco della serratura, e le offerse per prezzo del
favore un ricco anello che portava in dito — tutto fu inutile. La
fanciulla, sebbene scossa un momento dallo splendore del dono, trovò nel
suo affetto per la padrona abbastanza forza contro l'avarizia.

Giorgio dovette andarsene dopo avere scritto sopra una carta da visita
questi due versi dell'Aroldo:

                      Ei che ama
    Delira. Amore è frenesia. Peggiore
    Però del male il risanare estimo.

Ritornò la sera e scelse l'ora del pranzo per eludere la consegna di
Giulietta: infatti li trovò a tavola. Mimy lo salutò freddamente, Carlo
gli fece appena un cenno col capo. Era burbero, l'altra languida e
sofferente. Scambiarono qualche parola con fatica.

Appena finito il pranzo ella si ritirò.

Rimasti soli, Giorgio che sapeva di dominarlo malgrado la grande
sproporzione di dottrina, affrontò risolutamente Carlo parlandogli della
marchesa: ma questi esacerbato dalla scena poco prima subíta e inadatto
a una guerricciuola di motti esplose, felice di avere qualcuno contro
cui sfogare l'amarezza concepita contro sè stesso. Era come una rivolta
di plebeo contro un nobile, e quindi senza misura. Carlo giunse fino
alle insolenze. Se Giorgio non fosse stato buon gentiluomo e uomo di
spirito chi sa come finiva; ma potè a stento troncare la scena e
coprirsi la ritirata con un motto brillante come un razzo. Partì in modo
che ritornare non era punto facile.

Così passarono più giorni. Il secondo era stato per Mimy giorno di
ricevimento. Molte signore della ricca borghesia le si erano recate in
visita. Già nella città vociferavasi degli amori di Carlo per la
marchesa di Monero e di Giorgio per Mimy, cosichè il pettegolume vi
ricamava sopra le più minute e false storielle, e siccome gli amanti
erano tutte persone di levatura, si faceva loro l'onore di un più cieco
accanimento, di una più acerba maldicenza.

Tutti gli oziosi, dei quali la vanità soffriva a contatto di ogni
notorietà, si godevano alle calunnie propalate, come gente assiderata al
sole: oramai nei club e nelle case non si parlava che delle stranezze
del conte De Vinci, il quale già dissestato finiva di rovinarsi nei più
pazzi capricci; e di Carlo, che geloso di Del Pino, il favorito della
marchesa, non compariva più in tribunale o comparendovi vi commetteva,
mal preparato o distratto spropositi da principiante.

Dal barbiere alla modista, dal pizzicagnolo al patrizio tutti erano
occupati dello stesso soggetto, tutte le fantasie sbrigliate nel
medesimo campo, tutte le malignità sguazzanti nel medesimo pantano —
alcuni lioncelli della moda passavano dieci volte al giorno sotto le
finestre dei nostri personaggi, quasi nella speranza di sorprendere una
scena; e delusi la inventavano, conchiudendo forse per crederla a forza
di ripeterla. I vicini del palazzo Fantuzzi e della casa Mimy stavano
alle finestre colla costanza delle sentinelle: le borghesi
s'invelenivano contro questi amori così forti da attirare tutti gli
sguardi della città, le patrizie ingelosivano che Mimy, una borghese,
fosse la principessa reale di Bologna e il più splendido degli eleganti
ne andasse pazzo; gli avvocati e la gente seria dicevano cose orrende di
Carlo, fingendo di compiangere il suo amore disgraziato per una donna,
forse una avventuriera, di costumi insopportabili, che aveva ancora più
amanti che cameriere. Si parlava di tutti loro come di un gruppo di soli
discesi ad appollaiarsi sui merli della torre Asinelli.

Quindi ognuno di essi conosceva la mala parte che recitava in paese, ma
nessuno ne soffriva più di Mimy: ella non comprendeva quelle velenose ed
instancabili miserabilità; arrossiva, spasimava ad ogni puntura di
zanzara come a una unghiata di tigre. E in quel giorno, essendo state
sgombrate le strade dalla neve, si presentarono più signore del solito:
Mimy riceveva nel gabinetto roseo. Cinque o sei signore e due
giovanotti, belli quanto un figurino di mode, ma ancora più insipidi, la
torturavano parlando di Giorgio e della marchesa di Monero. Colla
ferocia delle donne, esse le chiedevano ingenuamente quale nuova
passione rendesse così stravagante il conte, e la consigliavano a
giovarsi di ogni mezzo per rimetterlo sulla buona via. Non si sapeva
perchè quel povero giovanotto volesse stordirsi così: ieri sera aveva
dato una cena mostruosa, poi scommesso col marchese Del Pino di andare e
ritornare da Castelfranco in così poco tempo, che uno dei cavalli era
morto ed egli s'era quasi accoppato nel cadere.

Mimy si schermiva alla meglio, ma dopo Giorgio entrava in scena la
marchesa e le allusioni diventavano più fini, i morsi più atroci e
gentili; si voleva offendere la donna e la moglie, mettere non solo il
veleno, ma l'amaro in ogni parola e nullameno indorarla: nulla di più
sorridente, un cicaleccio di squisitezza neroniana.

Giulietta entrò con un mazzo e una carta da visita. Era un dono di
Giorgio.

  «Mia bella cugina,

Essendo ammalato, non posso profittare del vostro giorno di ricevimento:
vi mando un mazzo di fiori, che ho fatto comporre da Namouna e che vi
prego di accettare. So che amate i fiori: io li invidio — nutrirsi di
luce, parlare profumi, essere l'amore della gioventù, della bellezza e
dell'amore... quale destino!


— Ah! il conte Giorgio De Vinci! esclamarono le signore in coro. Come
sta? Guardate che bei fiori: sempre gentiluomo, sempre elegante!

E assediavano Mimy; si sarebbero lasciate strappare un occhio, e
qualcuna ne aveva dei passabili, pur di strapparle quel biglietto.
Leggere quel biglietto! certo v'era qualche parola di amore...

— Non sarà dunque gravemente ammalato se scrive: o ha fatto scrivere?
domandava la moglie di un avvocato arricchitosi per tempo malgrado la
notoria incapacità.

Mimy le tese il biglietto.

Questa lo prese con avidità mal dissimulata e lesse tanto prestamente
che parve non comprendere; intanto le altre avrebbero voluto fare
altrettanto o almeno leggerle al disopra delle spalle. Ella rilesse e
restituì il biglietto con aria fra l'ebete e lo scontento.

Aveva sperato una dichiarazione d'amore e non l'aveva capita.

Vi fu un momento di silenzio. Mimy si sentiva sulle spine: quelle donne
brutte, mal vestite, volgari, cattive le erano odiose: i loro discorsi
maligni, la loro famigliarità senza abbandono e senza aristocrazia
l'irritavano dolorosamente traendola alla mestizia. Le paragonò colla
marchesa e il cozzo dei contrasti fu così violento che ne ebbe come le
vertigini; ma a salvarla rientrò Giulietta annunziando:

— La principessa di San Marciano.

Tutte quelle borghesi scomparvero immediatamente nell'ombra e Mimy sola
sostenne favorevolmente il paragone con lei, malgrado una evidente
inferiorità di brio e di alterigia. Le due donne si rassomigliavano in
certa guisa, entrambe pallide e gracili, ma la bellezza di Mimy era
plastica e quella della San Marciano unicamente di espressione. Forse
aveva la persona troppo slanciata, forse il collo sebbene flessuoso
mancava di mollezza come tutte l'altre membra rivelate arditamente
dall'abito: le scapole le sporgevano, la vita le si allungava
soverchiamente, ma la sua figura con tutti questi difetti, e chi sa
anche per questi difetti, aveva un vivace ed acre prestigio. Il viso
estremamente piccolo e rotondo, appuntato nel mezzo, colpiva pel bianco
spento e l'incredibile finezza della carne, quanto pel contrasto della
bocca grandissima e di una soavità infantile col nasino, che spiccandosi
abbastanza serio dalla fronte coperta d'una infinità di ricci, si
rivolgeva gaiamente alla punta, interrompendosi come un epigramma troppo
ardito. Gli occhi erano di quel colore, che laggiù in fondo
all'orizzonte segna confondendoli i confini del mare e del cielo, e
avevano una affascinante incertezza di espressione, mobili come il mare,
sorridenti come il cielo, fulgidi colla volubilità delle onde e la
trepidazione dell'azzurro.

Sebbene giovane, doveva aver molto vissuto. Una indefinibile esperienza
della vita le si leggeva quindi nella gracilità quasi affaticata dei
lineamenti, e a ogni reticenza del sorriso, a ogni guizzo dello sguardo
si rivelavano mille misteriosità della sua anima, come in mare al
gonfiarsi o allo sfasciarsi di un'onda variano e si centuplicano i
fluttuanti paesaggi.

La principessa, che comprese la posizione di Mimy, volse appena
un'occhiata al gruppo delle borghesi, che si sforzavano titanicamente di
assumere un nobile contegno, e colla adorabile scortesia delle persone
perfettamente aristocratiche si strinse con Mimy, quasi fossero sole,
parlandole vivamente in inglese. Mimy si spaurì dell'audacia, le
borghesi fremettero, ma nessuna si trovò tanto spirito da accettare la
battaglia: susurrarono fra loro e decisero la ritirata in corpo.

In quella la principessa levavasi per prendere il mazzo di Giorgio e si
rimetteva al fianco di Mimy, lodando i fiori e il disegno.

Fu il segnale della partenza. La principessa in piedi, una mano sul
tavolino e la fronte alta ricevette i loro saluti piuttosto goffi,
rispondendovi appena e seguendole collo sguardo fin sotto il cortinaggio
della porta, e quando Mimy accommiatata l'ultima signora si rivolse, le
mosse incontro, le strinse affettuosamente la mano e si riassisero senza
un commento.

Chiacchierarono. Il vespero oramai imbruniva e l'ora del ricevimento
passava. Mimy non temè di altre visite. La San Marciano molto gaia
parlava di tutto: Mimy ascoltava a volta a volta sorridendo e ammirava
l'amica: ma era deciso che quello fosse un giorno sciagurato e capitò la
mamma a guastarle il colloquio.

La San Marciano si levò; aveva quella donna in antipatia forse pel suo
carattere, forse anco pel naso così rosso, che sarebbesi detto vi si
fosse rifugiato tutto il suo pudore e bloccato su quella punta estrema,
arrossisse di vergogna.

— Quest'oggi, carina, pranzo da te, questa disse appena furono sole,
slacciandosi la mantiglia e dandole un bacio.

Mimy, pensierosa, non glielo rese.

— Che bei fiori! chi te li ha mandati? Scommetto che sono della
marchesa: quella donna è ben impudente.

— Impudente!

— Ma chi è questa signora da fare tanto chiasso a Bologna e che trova
tutto brutto e ridicolo? La se ne vada e ci farà un gran piacere. Povera
Mimy! tu sì buona la tratti da amica e non sai che ella ti rende la
favola di Bologna.

Mimy la guardò strabiliando.

— Vieni qui, fanciulla mia; e sempre accarezzandola proseguì a spiegarle
l'obbrobrioso contegno della marchesa, la quale le seduceva il marito
mostrandosi tenerissima di lei; e tutta la città ne rideva. Una donna
che in fondo non si sa chi sia: una avventuriera, che ostenta gli amanti
e ha già guastato quel povero Del Pino, tanto bello! povero giovine...
Hai parlato mai della marchesa con Giorgio? tienti a lui: quello è un
uomo. Bisogna che Carlo sia ben... oramai lo dicevo, per posporti a lei,
una donna che avrà quarant'anni — però, se tu non sai difenderti, c'è la
mamma, sai?

— Ma...,

— Lascia fare alla tua mamma: ne ho della esperienza io. Senti: Carlo
non ti merita e, se tu non lo avessi voluto, non te lo avrei dato.
Ingannarti così villanamente! non sa egli che quando si è brutti a modo
suo e si ha una moglie bella bisogna farle i punti d'oro? Giacchè è
brutto, avesse almeno il cuore e lo spirito di Giorgio: ti piace
Giorgio, Mimetta?

— Mio Dio, che cosa è? cosa intendete di fare?

— Nulla: mi sentirà; bisogna salvare la tua dignità di moglie. Quella
donna non metterà più il piede in casa tua, e Carlo lascerà la tresca
nella quale perde la sua e la tua riputazione.

Giulietta portò il lume ed avvisò che il signor Carlo era arrivato.

— Entri.

— Per carità, mamma...

— Arrivate solamente adesso? questa gli chiese, ch'era ancora sulla
porta, coll'accento di un colonnello.

L'altro levò stupito la testa.

— Ritornerete già da casa della marchesa?

— Quale? ebbe lo spirito o l'ingenuità di rispondere.

Ella quietò Mimy con un sorriso di superiorità, ed avanzandosi verso di
lui con passo solenne:

— Ho bisogno di parlarvi seriamente: concedetemi un quarto d'ora.

Carlo guardava la moglie, questa, per disimpacciarsi, i fiori.

La mamma lo trascinò nella stanza attigua chiudendone accuratamente ogni
uscio.

— Che c'è?

— C'è... Oh l'affare è grave per me e per voi, per la madre e per il
marito.

— Ma infine...

— La mia Mimy è infelice per colpa vostra: perchè innamorarvi della
marchesa di Monero così che tutta Bologna lo sa? Mimy è più giovane, più
bella, lo dico con orgoglio di madre, e l'abbandonate in un angolo. —
Che cosa dovrà farsi della sua gioventù?

— La si diverta, è ricca: chi glielo impedisce? egli rispondeva
scontento della piega del dialogo.

— Si diverta? bella! con chi? col marito no: il signor marito, è
inutile! replicò ad un suo gesto di diniego, è innamorato della signora
marchesa. La povera Mimy non voleva dirmelo, ma gliela ho strappata
questa amara confessione, e ha pianto. Sapete che ci vuole un bel cuore
a far piangere così una fanciulla! Mi ha confessato tutto: la trattate
perfino male. So tutte le visite che fate alla marchesa, le ore che
passate sotto le sue finestre, mentre gli altri sono dentro.

— Gli altri? chi!?

— Gli altri. Siete innamorato come un giovanetto: non sapete conquistare
l'amante e perdete la moglie.

L'avvocato fremeva.

— So tutto io...

— Allora che cosa volete da me? Andatevene.

— Voglio darvi un consiglio, replicò quasi non avvertendo l'asprezza
dell'ultima parola. Calmatevi: mio Dio! fate certi occhi che spaventano;
come mai la marchesa vi resiste? e un maligno sorriso commentava
l'insulto. Ascoltatemi. Io conosco Mimy meglio di voi: ha un'anima
romantica, ha bisogno di amare, e voi la trascurate. Potreste
ingannarvi; adesso non parlo al marito, perchè so che è geloso, ma
all'avvocato: ho paura di Giorgio; si sono voluti bene fino da
fanciulli. Giorgio è bello, è un elegante, ha tutte le qualità per
piacere. Non vi siete ancora accorto che fa la corte a Mimy?... Oh non
vi spaventate. Mimy è tuttora innocente, ma seguitate a tradirla
palesemente ogni giorno, e poi lagnatevi dopo. Se voi non amate Mimy,
l'amo io, e vi dico: guardatela, altrimenti ci guarderò io. Non voglio
che si dica male di mia figlia. Non vi siete proprio mai accorto di
nulla? ripeteva squadrandolo con aria di compassione.

— In nome di Dio, che cosa è? difendete vostra figlia o l'accusate?

— Eh?

— C'è da impazzire: e Giorgio...?

— Basta, basta.

Carlo si agitava a mano a mano che l'altra sembrava disposta a non
andare oltre.

— Ditemi dunque qualche cosa. Si veggono? dove?

— Qui, in casa vostra; ma non vi scaldate: Mimy è una moglie onesta che
non vi tradirà.

— Già!

— Dubitereste! voi suo marito: andiamo, venite di qua, Mimy potrebbe
insospettirsi, e non è bene. Non venite?

— Certo si scriveranno... adesso ci penso. Giorgio veniva bene spesso al
casino, per Dio!

— E voi andavate dalla marchesa: la partita sarebbe pari, ma non lo è.

Così dicendo sorrideva.

Egli l'avrebbe schiaffeggiata volentieri: sentiva tutta l'infamia del
suo procedere, ma temeva che avesse ragione.

— Via andiamo.

— No.

— Ma ho promesso a Mimy di pranzare con lei.

— Andate pure, non ho fame, e le volse le spalle.

Ella rientrò nel salottino.

— La signora, le disse Giulietta, si è ritirata nella sua camera e mi ha
lasciata a pregarla di pranzare col signor Carlo, perchè ella non si
sente bene e vuole stare sola.

La baronessa fissò un momento la fanciulla, e un ghigno rabbioso le
contrasse la bocca. S'avvide di essere giocata, ma troppo vecchia e
cattiva per mancare di abilità, dissimulò l'ira: si fe' aiutare da
Giulietta a rimettersi la mantiglia e partì raccomandandole ogni cura
per Mimy e di correre subito ad avvertirla se il male peggiorasse.

— Mi sfidano: la vedremo.

Perchè?

La baronessa Clelia Carretti era la madre di Mimy, ma non sarebbesi
potuto giurare che Mimy fosse figlia del marito di lei. Nata in una
nobile famiglia decadente, un giorno la baronessa Clelia aveva sposato
un ricco borghese; e quell'altro giorno lo aveva rovinato grazie a un
lusso smodato e poco intelligente: quindi la moglie, che aveva accettato
il marito ricco, lo trovò insopportabile povero: questi che l'aveva
amata per la carne e per la vanità, la scoperse una donna molto
imperfetta. Le liti scoppiarono prima rare e sommesse, poi violenti,
solite, quotidiane seguendo l'aire dei debiti e delle ipoteche.

Mimy capitò in quella burrasca e nascendo non trovò più il padre andato
alla Certosa prima di andare alla malora; ma uccise quasi la madre.
Povera fanciullina! per punizione fu messa in campagna: nessuno andava a
trovarla. La mamma aveva toccato a tempo una grossa eredità e di prodiga
s'era fatta avara mantenendosi dissoluta. Quando Mimy fu grandicella la
misero in convento, quando fu grande le fecero sposare Carlo senza dote:
ma uno zio impietositosi ebbe la gentilezza di morire nominandola erede
universale: un mezzo milione, e di colpo la figlia si trovò più ricca
della madre. Allora scoppiò la rivolta. Mimy, che aveva sempre
sopportato e taciuto nella casa materna, non volle più oltre il giogo
della madre nella casa coniugale e mutò modi; la trattò freddamente, le
disobbedì, non la ricevette, la costrinse ad indietreggiare senza dar
luogo a scene malgrado il carattere della baronessa, un miscuglio di
volgarità e di ferocia. Questa resistette tentando di appoggiarsi al
marito, ma contento della eredità di Mimy quanto scontento della dote
negata e di quell'intervento in casa propria, che Mimy con abilità
donnesca faceva irritantemente risaltare, egli non le badò e la
baronessa dovette ritirarsi.

Poco dopo uscita la baronessa dalla famiglia vi entrò la marchesa —
perchè adesso colei voleva rientrarvi e a quella maniera? Perchè la
mamma odiava la figlia? Il problema è difficile e non ardiremo darne la
soluzione; solamente Mimy era bella, aveva il cuore buono,
l'intelligenza lucente e la baronessa non era mai stata che plebeamente
appetitosa e ora non lo era più: l'una brillava nel meriggio, l'altra si
oscurava nel tramonto. Mimy aveva il dono di attrarre: la baronessa
repelleva, del che accorgendosi peggiorava. Mentre Mimy era buona perchè
amabile, l'altra era cattiva perchè scontenta di sè medesima: un raggio
ed un'ombra, un sorriso e un sogghigno. La mamma aveva voluto
sacrificare la figlia, e, non riuscitavi che a mezzo, l'offesa
ritorcevasi adesso contro l'offensore. Mimy borghese fu accolta
amabilmente dalle poche vere dame di Bologna, l'altra nobile era appena
tollerata, e se voleva un amante doveva noleggiarlo; così l'agonia della
vanità le si incrudeliva nell'agonia del sesso. Ma se la mamma odiava la
figlia, questa analizzando sè stessa non aveva mai osato analizzare tale
dolorosa avversione: la sentiva, l'evitava, se la nascondeva alle volte
come camminando lungo un dirupo ove altri già pericolò, si rifiuta di
guardare il ciglio fatale e si allunga il passo.



CAPITOLO VIII

                              Si la mer n'eût des tempêtes sa beauté
                              diminuerait énormément: le doute est la
                              tempête des passions, qui doublant leur
                              force double aussi leurs attraits. Rien
                              n'est si enivrant que la lutte de la
                              lumière et de l'ombre, de l'espérance et
                              du désespoir, du génie et de la folie.
                              Le doute tant des fois calomnié vaut
                              bien la foi, et son vertige micidial
                              l'extase stupide.

                              _Lettres à Barié_. — OTTONE DI BANZOLE.


Mimy era da due ore nel suo gabinetto quando Giulietta introdusse
Sulema, l'araba della marchesa, vestita con eleganza di grande signora.

Mimy diventò rossa, le tese la mano, quasi l'altra non fosse una
cameriera; ella invece di stringerla se la portò rispettosamente alle
labbra e:

— Permettete, signora: bacio per la signora marchesa, le disse
dolcemente.

Mimy sempre più confusa voleva farla sedere, ma l'araba rimase in piedi
e presentandole una lettera faceva atto di ritirarsi.

— Mi lasciate?

— La signora marchesa mi attende: verrà ella stessa per la risposta,
però se ve ne fossero due potrei portarne una.

Mimy pensò un momento, poi andando ad aprire un piccolo scrigno sotto lo
specchio ne trasse fra molte bazzecole e gioielli un medaglione, il suo
ritratto da fanciullina, magnifica miniatura di Gordigiani montata in
oro. Glielo diede. Sulema considerò meravigliata il ritratto poi
l'originale, entrambi stupendi.

Però la fanciullina vinceva la donna: e poichè Mimy non le diceva altro,
le offerse salutando un mazzetto di gelsomini.

— Ancora da parte della marchesa?

— No: da parte mia. Le arabe preferiscono il gelsomino a tutti i
fiori... eppure vi sono fiori più belli, seguitò contemplandola con uno
sguardo di ammirazione.

Mimy comprese.

Sorrisero.


La lettera della marchesa diceva:


«Perchè non ci scriviamo più? Crescendo in noi l'amicizia si è forse
agghiacciato l'amore? Sarebbe troppo triste il crederlo, mentre lo è già
fin troppo il domandarlo: questa sera rompo il velo del silenzio e vi
appaio colla fede di essere ancora riconosciuta, perchè ho veramente
bisogno di voi, e voi sola potete comprendermi.

«A giorni partirò da Bologna, forse per sempre, forse per fuggire da me
stessa sulle traccie del mio sogno d'amore. Voi avete, fanciulla, il
pallore dei sogni sulla fronte, come me ne soffrite e, credendoli
solamente sogni, ve ne disperate — Eden terribile questo dei sogni, ove
le serpi si nascondono tra i fiori e vi mordono quando allungate la mano
per coglierli: ove l'ombra attira ed uccide, ove il sole accende sorrisi
sopra tutte le cose mentendole, ove la musica delle piante ubbriaca e le
farfalle seguendole guidano a perdizione... Eppure dover vivere di un
sogno e doverne morire, perchè sempre un sogno, quale destino!

«Quale è il vostro sogno, fanciulla? Quale larva ha gittato la sua
pallidezza sul vostro viso, quali baci hanno ammorzato il rosso delle
vostre labbra, in quali abbracciamenti la vostra persona si fe' così
gracile pur rimanendo così plastica?... Ditemi, fanciulla, di quale
dolore vi siete innamorata, perchè l'ami io pure, lui che vi rese così
bella.

«Se la sventura è una catena, forse lo stesso anello chiude i nostri
polsi.... ma ecco che sogno ancora e dimentico che dovrò partire da
Bologna e che voi non vorrete seguirmi! Che cosa farete quando io non
sarò più per voi? Sempre bella, sempre moglie, sempre sola, sempre
infelice: brillare come un diamante in una grotta, tacere come la cetra
di un poeta sulla sua tomba di marmo.... Sarà questa la vostra sorte e
la compirete rassegnata: lasciatemi quindi piangere con voi una lagrima
sul vostro destino.

«Il sogno della vita non può essere che un sogno di amore; il mio era
forse il sogno di un sogno. Sognavo l'amore di una bella più bella delle
più belle fantasime dei pittori e dei poeti; al pari di me aveva sognato
e patito: ci rivelavamo incontrandoci con uno sguardo; io rompevo la sua
catena e c'involavamo lungi lungi, in un'immensa città o in una fiorita
solitudine. Là ci amavamo. Il nostro palazzo era costruito come un
tempio, alcune schiave belle come le muse degli antichi ci servivano;
nessun triste spettacolo; arte e natura, musica e fiori, gemme e sete,
giovinezza e voluttà, tutto ai nostri piedi, un mondo nel mondo e in
esso noi due sole.

«Sognavo un amore divino e solitario, un corpo più gracile, un'anima più
delicata della mia... Era una figura pallida e mesta coi capelli
svolazzanti sulle spalle, una tunica bianca a ricami d'oro, un seno
piccolo, forme vaporose... Leggiera come una nube la vedevo passarmi sul
capo e viaggiare lontanamente pel cielo: mi compariva nel mio gabinetto,
spesso entrando nella mia camera la trovavo seduta sulla sponda del
letto, ma scorgendomi se ne andava... Sogni!

«Da lungo tempo giro il mondo sull'orme di quel fantasma col terrore di
averlo incontrato e che non mi abbia riconosciuto... Oh! se la mia vita
dovrà passare senza amore e dovrò cadere nella tomba cogli occhi fisi
disperatamente dietro la sua tunica bianca... maledetta l'ora che
nacqui, che la mente ebbe il primo pensiero e il cuore il primo palpito:
maledetta la bellezza che mi aveva resa degna dell'amore e l'ingegno che
me ne aveva rivelata la divinità! Avete un farmaco per questa piaga?
Avete un origliere per riposarvi una testa morente di questo dolore?

«Mia pallida fanciulla, perchè ci siamo mai incontrate? Perchè i vostri
capelli eran così biondi e il vostro abito così bianco come la tunica
della mia Peri? Lontana da voi, il mio cuore verrà spesso a palpitare
sul vostro abito bianco: sempre che la voluttà mi bisbigli all'orecchio
le sue poesie, il vostro nome mi salirà alle labbra come guizza sulla
bruna onda del mare un triglio gemmato; vi sentirò dappertutto, intorno
a me, intrecciata ne' miei capelli come un ramoscello fiorito e spinoso.
E voi che cosa farete? Dove andrete? A chi penserete? Chi amerete? Ah!
misteriosa fanciulla, che mi comprendete e non potete amarmi, che legata
al mio polso collo stesso anello non potete col braccio libero
stringervi al mio braccio, voi tanto bella e infelice, addio! Addio,
povera rosa, che le gramigne hanno soffocato nelle loro spire: addio,
magnifica opale, che una lumaca ha chiusa nella propria casa... Addio!»


Mimy si strinse la lettera al cuore e si arrovesciò soffocata sul
divano.

— M'ama, lei! mormorava baciando e ribaciando la carta... Mia...
solamente... mia, e tendeva le labbra quasi per baciare la stessa
parola, che pronunziava.

Tutti i suoi pensieri eran note di un inno, ma occorrerebbe una cetra
intrecciata di raggi di stelle e di pistilli di fiori al poeta, che
volesse ripeterlo. Certo sarebbe una gentile voluttà seguire il volo di
questa bianca colomba per l'azzurro del nuovo cielo, mentre il sole ci
tenderebbe sotto un raggio per impedirci di cadere, e là in alto qualche
stella non ancora scomparsa ci getterebbe forse un saluto.... Ma la
natura non concesse nè ai poeti nè ai falchi tali voli e li costrinse
entrambi a volteggiare sulle rupi stridendone fisi il sole troppo alto.

Mimy ebbe l'ebbrezza, poi l'estasi, poi l'assopimento della felicità —
la parola, la musica, l'eco: il sorriso, la danza, l'amplesso. Amava,
era riamata, aveva tutto. In quei momenti inenarrabili Raffaello le
avrebbe invano offerto per un bacio tutte le proprie vergini, invano
Napoleone le avrebbe fatto una cintura della sua spada di conquistatore,
invano Dio le avrebbe gettato un pugno di stelle come un pugno di
brillanti.... Che le importava di tutto ciò? Amava, era riamata, aveva
tutto!

Tornò ancora a rileggere la lettera, e penetrandone sempre più la
profonda poesia si sentì scoppiare il cuore dalla gioia! Si ricordava
bensì del marchese Del Pino, ma non aveva la forza di esserne gelosa,
tanto nel suo amore era timida e grande. Poi la marchesa non lo amava,
ne era sicura. A poco a poco le si aggravarono gli occhi e le parve di
vaneggiare; un'aura blanda la molcea come agitata dall'ali di un sogno,
incogniti profumi le esalavano intorno al capo, mentre il torpore,
avvolgendola come in una tiepida coltrice, la rovesciava languidamente
sul divano... Mimy era assopita.

Carlo entrando a caso nel gabinetto si fermò maravigliato sulla porta.
Non aveva mai veduto la moglie così bella, ma le parole della baronessa
lo rimorsero improvviso e, vedendole quella lettera sulle ginocchia, la
suppose di Giorgio.

Un brivido d'ira gli corse al cuore: si avvicinò col passo del ladro.

— Quella lettera! esclamò, mentre lo scricchiolio delle scarpe aveva
risvegliata Mimy, che tentò subito di nasconderla.

— Ma....

— Quella lettera, la voglio, datemi quella lettera!

— Che cosa volete farne? è mia: non vi è nulla che vi possa interessare.

— Davvero! ghignò. E così? La voglio.

— No.

Un lampo gli schizzò dagli occhi.

— Dunque è di Giorgio...: voi! e mosse un passo, ma il pericolo invece
di sbigottirla rese a Mimy tutto il suo spirito.

— V'ingannate, ripetè freddamente, è della marchesa.

— Menzogna....

— V'ingannate.

— Oh! lo vedremo.

Ella gittò la lettera nel fuoco.

— Ah! ruggì slanciandosi per ritirarla, ma non trovò subito le molle e
la fiamma la cingeva già di un velo intangibile.

Si guardarono: la lettera bruciò in un attimo e i fogli carbonizzati
montarono per la canna del camino con un corteo di faville, come fossero
le anime degli arsi pensieri.

— Perchè avete bruciata quella lettera? Se io sospettassi...?

— Avete già sospettato.

— Nè senza ragione.

— Allora decidete.

Egli fu scosso dalla risposta.

— Siete l'amante di Giorgio.

— La mamma vi ha male informato.

— Chi ve lo ha detto?

— Indovino: non mi ha ella detto che amate la marchesa, e non ha forse
mentito...? Andate, proseguì con orgoglio, dalla signora marchesa e
dimandatele se non mi ha mandato una lettera per Sulema mezz'ora fa. La
marchesa non è un uomo per mentire, e non mentirebbe con voi. Non dico
questo per giustificarmi: se mi sospettate, non aggiungo una sola parola
per dissipare i vostri sospetti e ne accetto tutte le conseguenze.

Carlo era alla tortura: la franca indifferenza di Mimy gli cresceva
colla gelosia i sospetti.

— Aspettate! gridò afferrandola pel braccio mentre si moveva per
ritirarsi nella sua camera: giuratemi che Giorgio non è il vostro
amante.

La domanda era così stravagantemente ingenua che Mimy, pur conoscendolo
da un pezzo, non potè frenare un atto di sprezzante meraviglia; egli se
ne avvide e la lasciò, ma quando scomparve dietro la porta, esclamò
battendosi la fronte:

— Sono un imbecille! quella donna mi giuoca... come la marchesa!



CAPITOLO IX

                              La trepidazione della speranza è
                              talvolta così violenta che basterebbe
                              sola ad uccidere in pochi istanti,
                              senonchè l'anima non la sopporta e dopo
                              i primi fremiti prorompe fuggendo ad
                              affermare o a negare. L'insetto si regge
                              fermo sull'ali, non l'uomo più pesante e
                              più debole.

                             _Lettere a Caldesi._ — OTTONE DI BANZOLE.


Due giorni dopo la marchesa, recandosi da Mimy, incontrava Carlo sulla
porta dello studio.

— Venivate dunque da lei, egli le diceva avvertendola come non fosse in
casa.

— E anche da voi: fra otto giorni dò una festa, venivo ad invitarla.
Conto su lei e su voi. Ella sarà la più bella, voi il più illustre.

— Vorrei essere il più bello, rispose con malinconia.

— L'ingegno non è forse una bellezza?

— Non mi farete l'onore di entrare nel mio studio? Lo studio di un
grande avvocato, e sorrideva sempre con malinconia, può essere una
curiosità.

— Entriamo, altrimenti sareste capace di supporre che vi temo.

Lo studio era ricco e severo.

— Dunque la vostra festa...?

— È di addio: invito gli amici per lasciar loro, abbandonandoli, una
buona impressione: dissero tanto male di me, che si meritano bene che li
condanni a trovarmi amabile almeno l'ultima notte. Parto per Parigi.

— Per sempre?

— Per sempre: ma non ricominciamo, non mi parlate di amore. Sono così
stanca di non poter amare, che oramai mi persuado dell'illusione
dell'amore. Hanno ragione quelle donne, che mutano gli amanti come i
guanti: se l'amore è un'illusione, l'amante deve essere un'ombra. Che
importa il nome dell'albero quando vi protegga dal sole? Davvero non
vale la pena di scegliere. Se nessuno di essi può darvi il tesoro che
cercate, perchè rifiutare loro l'elemosina che domandano? Un bacio vale
forse più di un soldo?

Carlo trasalì.

Ella si alzò.

— Uscirete senza avermi fatto l'elemosina? Siete una milionaria e negare
un soldo ad un povero sarebbe lurida avarizia.

— Badate a non dovervene pentire — un bacio è un prologo: se vi fallisse
la commedia?

— Avrei sempre il mio prologo: meglio poco che nulla.

— Uomo! meglio nulla che poco, massime in amore: allora datemi un bacio.
E gli tese la mano, che egli si recò avidamente alle labbra.

— Attendete, le disse rattenendola. Siete la donna più bella, la sola
donna grande che abbia visitato il mio studio; scrivetemi un pensiero su
questo album, sul quale ne ho notato io stesso molti di autori.

Il complimento era lusinghiero, fors'anche meritato, e la marchesa lo
accettò senza scuse volgari. Così in piedi, senza trarsi i guanti, prese
una penna e, stata un momento meditando, scrisse:

    Dio fece l'uomo, poi la donna: prima l'abbozzo, poi la statua.

— Avete ragione, ma facendo la statua bella si dimenticò di farle il
cuore. Voltaire diceva: «Dio fece l'uomo frivolo per farlo meno misero;»
e s'ingannava, doveva dire: «Dio fece la donna frivola per fare l'uomo
più misero.» Se sapeste amare come sapete innamorare!

— Amo forse di più! ma non parliamo d'amore.

Gli strinse cordialmente la mano e fuggì così ratta, che egli non ebbe
il tempo di offrirle il braccio, nè di dirle che Mimy era uscita colla
San Marciano: non le corse dietro, ma cadde sopra una poltrona e tese
l'orecchio al rumore della carrozza che si allontanava.

Era una giornata d'inverno stupenda anche pel cielo d'Italia: l'aria era
tiepida, il sole scintillava, pareva una festa. Una insolita gente
popolava le vie, e quelli che non potevano escire stavano alle finestre,
le ragazze povere col lavoro o il caldanino in mano, ai balconi delle
case ricche le signore in veste da camera o in toelette sfoggiate. Molti
vasi di fiori si riaffacciavano sulle strade come spiando il tempo,
sorridendo del vederlo sì bello, e i passeri venivano a domandar loro
dove si fossero nascosti tanto tempo e recavano loro notizie dalla
campagna sulla vicina primavera. Nella città non un lembo di neve: fuori
la verzura aveva fatti larghi strappi nel bianco lenzuolo e ghignava
maliziosamente un umido e luccicante sogghigno. Gli uccelli traversavano
l'aria cantando e il sole sorrideva alla natura ancora misera, come un
gran signore entrando in una festa di povera gente.

Che bel giorno per amare, escire in vettura alla campagna e gridare:
evviva! come gli eroi di Auerbach!

La marchesa giunse in piazza del Paviglione; i cavalli procedevano al
passo. Molte signore passeggiavano sotto il portico in abito nuovo,
almeno giudicando dalle occhiate della gente al loro passaggio, e molti
giovinotti deposti i mantelli si mostravano con insistente cortesia in
bella vita. Le porte delle botteghe erano spalancate e gremite di gente
che si estasiava guardando le ultime novità — stile commerciale.

Il magnifico equipaggio e la magnifica marchesa furono subito un
avvenimento.

Mimy, che veniva con Giorgio, arrossì vedendo la marchesa scendere quasi
precipitosamente ad incontrarli. Questa dimandò al conte della sua
ferita, la quale non era stata grave malgrado il brutto cadere della
carrozza; però egli usciva quel giorno la prima volta. Egli le chiese
della festa d'addio, e qui il dialogo facendosi fra loro vivo e
spiritoso, Mimy guardò Giorgio con deferenza.

Elisa sorprese quell'occhiata e fremè visibilmente: quindi la invitò
seco in carrozza.

— Mi perdonate se vi rubo la dama? disse a Giorgio.

— No, egli rispose mascherando con un sorriso il dispetto.

— Non importa, purchè ella mi perdoni.

Giorgio era ancora allo sportello e sopravveniva Del Pino, quando la
marchesa accennò al cocchiere di partire. Traversarono la città e si
erano già dilungate alquanto da porta San Felice senza barattare una
parola.

— Sareste gelosa amando? domandò la marchesa.

— Sì.

— Avete ragione: un amore senza gelosia è un leone senza ruggito.
Sareste gelosa... di tutti?

— Di nessuno.

— Oh!

— Sarei gelosa di lei stessa: temerei che troppo bella mi accettasse
senza amarmi... ma l'amerei egualmente.

— Sublime! esclamò afferrandole con impeto la mano, poi guardando
l'orologio ordinò al cocchiere di volgere alla stazione.

— Manca tuttavia un quarto d'ora.

I cavalli volavano: Mimy teneva la testa bassa sentendo gli sguardi
della marchesa.

— Scendiamo, questa le disse, che la carrozza non erasi ancora fermata
sotto la tettoia di ferro.

— Ma chi parte?

— Noi: partite meco. Per dove? ma per dove volete, per Parigi, per
l'America, per l'Oriente. Partiamo subito e, prima che ci si sospetti,
abbiamo già lasciato l'Italia.

Mimy divenne pallida come un cadavere.

— Coraggio...

— Oh! mormorò rabbrividendo e colle lagrime agli occhi.

La marchesa rimontò in carrozza e non si parlarono più.

— Addio, le disse senza stringerle la mano, mentre Mimy scendeva alla
propria casa e l'avvocato si affacciava ad una finestra.

— È una triste parola.

— Il saluto che si manda ai morti.

— Ma da chi spera.

— E voi sperate?

— Sempre.

— A rivederci, le gridò dietro, che fuggiva. Mimy si rivolse raggiante,
fece un gesto inesprimibile e sparì.



CAPITOLO X

                              La speranza è come una barca; quando la
                              fortuna o la passione la portano in alto
                              ogni riga sul mare si fa un sorriso, e
                              crediamo che potremo sempre spingerla
                              fino al porto; ma se le è contrario il
                              vento, quel sorriso diviene un sarcasmo.

                                _Lettera a Fifi._ — OTTONE DI BANZOLE.


La natura non ha spettacolo da paragonare con una festa da ballo:
l'aurora più vezzosa non vale una signora mediocre, le più belle
sinfonie dei rosignuoli sono come un rumorio di monelli a fronte di un
valzer di Strauss e di Chopin. L'atmosfera di una festa da ballo non si
trova che in una festa da ballo, ma occorrono polmoni giovani per
respirarla: è inesplicabilmente composta di mille profumi, di carni e di
fiori, di mille luci di sorrisi e di sguardi, di mille riverberi di
capelli e di gemme, di mille calori di sensi e di parole: è
indefinibile, è volubile — adesso calma come quella di una valle
ignorata dai venti, poi agitata come sul cratere di un vulcano, ardente
come sul meriggio di un sollione, soave come in una notte di primavera.

La festa era splendida quanto lo consentiva il palazzo e la città: anzi
a Bologna non se ne erano mai vedute di simili. Il vasto scalone non si
riconosceva quasi, vivamente illuminato da globi bianchi e con una
moltitudine di vasi disposti in bell'ordine sulla balaustra e pei
pianerottoli. Si entrava per un vasto stanzone dipinto goffamente di
trofei antichi e col soffitto a grandi quadri di grossi travi, che punto
modificato contrastava colla luce e la verzura profusa nell'atrio e
nella seconda anticamera scomparsa dietro un'armatura, coperta di piante
e di fiori, una immensa e fantastica capanna coi muri di frondi e il
pavimento di aiuole — follia di prezzo e di gente aristocratica. Da
questa si passava nel salone irriconoscibile. Spariti tutti quei mobili
quasi funebri nella loro serietà, una cornice di semplici divani teneva
luogo di loro tutti e lasciava nel mezzo uno spazio sufficiente per le
danze di un gran numero di coppie. Il vecchio lampadario di Murano
sfolgorava raddoppiando per migliaia di riverberi il lume delle candele;
quattro immensi specchi riproducevano all'infinito la loro vacuità
aspettando qualche scena che la riempisse. Due anticamere e un salone,
una miseria di locale dissimulata dalla splendida improvvisazione degli
addobbi.

Fuori nevicava, ma una gran gente di piccola borghesia e di plebe stava
sotto il portico e i più intrepidi giù nella strada, fino sul portone,
per riconoscere gli invitati e i loro costumi, perchè la festa era
annunziata in costume — novità che aveva sollevati tutti gli animi e
occupati tutti i discorsi della città nei pochi giorni che l'avevano
preceduta. Ora i costumi comparivano e i reietti della festa volevano
almeno vederne una volta i beati, non badando che questa invidiosa
ammirazione faceva appunto i tre quarti della loro beatitudine. Gli
invitati scendevano rapidamente e più rapidamente infilavano lo scalone,
la notte essendo fredda e ventosa: ma giungevano infinitamente più
fiaccheri che carrozze, triste augurio per la festa.

La veglia già animata andavasi mano mano gremendo. Sebbene fosse in
costume, molti uomini passeggiavano però in abito nero e molte donne in
abiti volgari. La marchesa faceva sola gli onori di casa in un magnifico
costume di Notte. Una leggiera vesta di velo, quasi tessuta di fumo, le
scendeva vaporosamente dalle spalle in strascico lungo, fluttuante,
disegnandole appena la persona, che diventava quasi più alta e delicata:
il voluttuoso ma troppo rubusto rilievo delle ànche scompariva nel
panneggiamento, e il seno, tradendosi appena nella parte superiore
s'impiccioliva. Un altro velo le avvolgeva indescrivibilmente la fronte,
parte celando e parte scoprendo i capelli, e scendeva sull'alto della
vesta e non finiva che allo strascico come un lembo di nuvola sopra una
nuvola, che il vento respingesse con una intenzione di voluttà. Molte
perle rotolate fra le pieghe dei veli imitavano la rugiada, e un grosso
e unico brillante sulla fronte le brillava come stella. Nulla di bianco
se non la faccia e le braccia che uscivano nude di sotto a veli
bizzarramente, uniti alle spalle: non un lembo di camicia o di sottana,
di trina o di merletto; il piede coperto da una calza nera e calzato da
una pianella egualmente nera, trapunta di brillanti, si mostrava a
quando a quando e spariva.

Quella sera la marchesa superava sè medesima, e se un difetto poteva
rimproverarlesi, era un'aria di calda sensualità, temperata dal
fantastico del costume; ma se ne era accorta e aveva migliorato il
portamento, sempre audace, con una incertezza di moti e di gesti quasi
originali.

Gli uomini l'ammiravano desiderandola, le donne tacendo.

La festa crebbe, arrivò l'aristocrazia e con essa i costumi. Abiti quasi
tutti dell'ottocento negli uomini e nelle donne: qualche abate di Luigi
XIV, qualche Maria Stuarda, qualche villanella romana: elegante solo la
principessa di San Marciano, vestita come si dipinge la Pia de' Tolomei,
e quasi somigliandole; la marchesina Del Pino, la più gracile e la più
gentile, trasformata in Ofelia.

Le danze erano incominciate.

Dopo il primo valzer della marchesa con Del Pino, abbigliato
graziosamente da Raffaello, giunsero Carlo, Mimy e la baronessa: il
primo in abito nero, Mimy incantevolmente vestita da Margherita, la
baronessa cammuffata da Aurora. Veramente l'Aurora si levava un po'
tardi, ma rossa di veli, di sete e fino nel naso, che sotto una brinata
di cipria arrossiva modestamente di questo ultimo trionfo della sua
padrona.

— Nevica, disse all'orecchio di un'altra signora come ella senza
costume, e forse senza costumi, quella Agnese già vicina di Mimy in
villa e per una volta amante di Giorgio: guarda la baronessa, come le si
è imbiancato il naso.

— Sarà per dare il buon esempio ai capelli che si ostinano a parer neri.

La Notte allora al braccio di Raffaello si spiccò udendo annunziare il
nome di Mimy.

— Permettereste a me, o bella damigella, di darvi il braccio e di
accompagnarvi?

— Non sono nè bella, nè damigella, ma accetto.

— Vedete Faust? chiese sommessamente la baronessa a Carlo: no, volevo
dir Giorgio; quel costume di Margherita m'imbroglia.

Carlo si morse le labbra cercando Giorgio cogli occhi: non lo vide e per
vendicarsi la piantò villanamente in mezzo della sala.

Del Pino passeggiava colla San Marciano, Ofelia era sospesa al braccio
di un bel paggio del quattrocento, al secolo figlio di un droghiere, il
quale viveva di rendite incognite e s'era infiltrato misteriosamente
nell'aristocrazia comparendovi uno dei più belli e dei più imbecilli.

— Che graziosa capanna! diceva Mimy sempre al braccio della marchesa.

— Troppe frondi e troppo pochi fiori: ma il nostro amore...

Quella chinò il capo.

— Mimy, soggiungeva la marchesa abbassando la voce ma calcando
sull'accento, una sola parola. Credete che due donne si possono amare
almeno quanto un uomo e una donna? rispondete. Questa è forse l'ultima
notte che ci parliamo. Io parto, ma prima di lasciarvi voglio sapere se
mi sono ingannata su voi. Lo credete questo amore di due donne?

— Sì, balbettò impaurita dall'energia di quella voce sommessa.

— Sì? ripetetelo; affermate una gran cosa e udendovi tutte queste
persone vi riderebbero in faccia. Ebbene, se lo credete, crederete anche
a me. Io parto: voi restate?

Mimy non rispose.

— Pensate di restare? mi lascerete partire sola e passerete il resto
della vostra vita come se non ci fossimo mai incontrate? Oh! vi amo,
Mimy: non aspettate che vi dipinga il mio amore, voi stessa che mi amate
sapete che non è possibile. Se nella testa mi nascesse un pensiero, che
pretendesse descrivere uno dei fiori che mi avete fatto nascere
nell'anima, vorrei aprirmi la testa per strapparmi quel brutto pensiero.
Non vi parlerò del mio amore: i fiori li coglierete voi stessa, voi sola
che li conoscete e sapete che non hanno nome. Venite meco; sarete mia
moglie, la mia amante, la mia padrona; per voi sono pronta a rinunciare
a tutte le mie donne, a tutti quei piaceri nei quali mi stordivo per
dimenticarmi di non essere amata. Vivremo sempre insieme, non vivrò che
per voi e quel giorno che mi accorgerò di non essere più abbastanza
bella per appagare il vostro amore... lo giuro su voi medesima, che
siete il mio Dio — quel giorno sarò morta.

Una specie di singulto le tagliò la voce.

Mimy si sentiva piegare sotto il vento di quelle infuocate parole.

— Aspettate, l'altra proseguiva quasi Mimy volesse parlare: non mi
rispondete, voglio prima spiegarvi a voi stessa. Voi avete sognato
l'amore femminile che adesso vi offro, me ne sono avveduta ai primi
discorsi di Rimini. Non amate vostro marito, non amate un amante, Mimy
alzò il capo, ma lo sguardo della marchesa era senza rimproveri, non
amate che me, non potete essere felice che con me. Ma oltre l'amore
v'inspiro anche ammirazione: mi avete discussa cento volte nel silenzio
del vostro cuore e la sentenza mi fu sempre favorevole. Voi non credete
agli amanti, che mi si attribuiscono...

Ella le strinse il braccio per risposta.

In quel punto s'udì il preludio di una polka.

L'avvocato e Del Pino si presentarono nel medesimo tempo, così che il
marchesino dovette invitare Mimy, perchè il marito non ballasse colla
moglie; ma la marchesa seppe tanto gentilmente schermirsi, che rimase
con Mimy, e i due innamorati ritornarono nel salone.

L'anticamera era quasi deserta.

Le due donne tacquero qualche minuto senza guardarsi. Si sentivano sopra
una china: in fondo s'apriva un burrone e sovra vi era gettato uno
stretto ponte; ma scendendo a precipizio si poteva non fermarvi il
piede, e allora si precipitava nell'abisso — miseranda caduta! Chiunque
le avesse osservate si sarebbe stupito alla trepidazione dei loro volti;
ma la marchesa, forse di carattere più violento, sembrava ancora più
convulsa.

— Perchè rifiutate di fuggire? Avete paura?

— Fuggire, mormorò;... e il mondo...?

— Condanni; che importa? Badate, sono le mie ultime parole: domani parto
da Bologna per sempre. Vi amo troppo per sopportarvi sotto i miei occhi
moglie di Carlo, poichè se ho potuto fin qui per forza di civetteria
distrarlo, si stancherà dello zimbello e ritornerà vostro marito.
Cercherò di dimenticarvi sicura di non riuscirvi: porterò meco il mio
dolore; lontana da voi potrò almeno idealizzarvi sognando. Questa festa
l'ho data unicamente per voi; aspetterò la vostra risposta prima che
usciate e, se mi ricuserete, vi dico addio adesso intanto che ne ho la
forza... Siate tanto felice quanto io vivrò miserabile.

E stringendole convulsivamente la mano si allontanò. Mimy la seguì collo
sguardo, la vide scomparire tra la folla: il ballo era finito.

— Sempre pensierosa! le disse sorprendendola la San Marciano.

— E voi sempre sorridente.

— È un rimprovero? avete torto di mostrarvi così: vi si supporrà
infelice e se ne riderà. Nella dissimulazione vi è più virtù che non si
pensi.

E la trascinò seco in sala.

La vivacità era cresciuta dopo le prime danze; ognuno trovato il proprio
centro vi si moveva con libertà: i vecchi, i borghesi, l'aristocrazia si
mescevano in gruppi e si divertivano canzonandosi scambievolmente: le
donne sorridevano ai giovanotti: si discutevano i costumi; complimenti e
sangue cominciavano ad infiammarsi, spiriti e lingue si scioglievano. Le
più belle avevano naturalmente più folla, le più brutte lanciavano per
compenso più frizzi, ma i più acuti scattavano dalle donne che troppo
mature per essere amate smaniavano d'intorbidare la fontana, che anche
curvandosi non potevano più toccare.

Finalmente entrò Giorgio, cupo nel cupo costume di Amleto: scoppiò un
hurrà di applausi.

— Perchè questo lutto? gli domandò con un sorriso la principessa.

— Per me.

— Imitate Carlo V: vi anticipate il lutto invece del funerale.

— V'ingannate, principessa: ho un ucciso in me stesso, e lanciò
un'occhiata a Mimy.

— Perchè non lo seppellite?

— Perchè spero che risusciti.

— Un miracolo!

— Forse che le donne avrebbero cessato di farne?

E volgendosi, dovè salutare tutti gli accorsi, ma quel trionfo di
eleganza e di spirito non valse a rasserenarlo.

— Siete troppo tetro, mio principe, arrischiò la marchesina del Pino.

— Non vi dolga: Ofelia è troppo bella.

La delicata fanciulla fremè al complimento e si rivolse per nascondere
il rossore, che le colorava le smorte guance.

Giorgio passò oltre, gironzolò pel salone, poi andò a sedersi in un
angolo.

L'orchestra suonò una contraddanza e i gruppi dei ballerini si disposero
con vivace disordine.

— Non ballate con noi, signor conte? l'interrogò passandogli innanzi
quella tale Agnese al braccio del droghiere.

— Perchè non vestirti da Faust piuttosto? disse questi. L'epigramma
della baronessa era sulle labbra di tutti.

— Da Faust? ripetè l'altra.

— E perchè? rispose Giorgio cogli occhi sfolgoranti d'ira.

— Ma per conservare il carattere di amante di Margherita.

E contento della facezia sorrise alla dama.

— Allora perchè non ti sei vestito da droghiere del quattrocento
piuttosto che da paggio?

— Giorgio! esclamò impallidendo.

— Signore.

— Signor conte! spero che ritirerete questa parola o...

— Sentiamo l'alternativa.

— Ma via! s'intromise la signora.

— O ci batteremo.

Giorgio s'inchinò con freddo sorriso.

— Ed io spero, aggiunse, che risparmierete alla signora queste volgari
particolarità; quindi salutando la dama si allontanò.

Qualcuno aveva ascoltato il diverbio e si seppe subito del duello.
D'altronde il volto accigliato del paggio e lo sbigottito di Agnese lo
lasciavano facilmente indovinare. Successe un bisbiglio, tutti vollero
esserne informati: i cavalieri piantavano le dame e si stringevano
intorno al droghiere premendolo d'interrogazioni, ma egli fingeva
schermirsene pur confessandolo coi più intimi, onde in pochi secondi il
segreto fu divulgato. Egli ed il conte si battevano alla pistola, a
venti passi, a dieci, a cinque. Le versioni erano già molteplici:
Giorgio si batteva per provare di non essere l'amante di Mimy, della
quale andava pazzo: qui mille circostanze, mille aneddoti e tutti a
guardare il paggio umile in tanta gloria, mentre il conte era passato
nel salottino, ove i vecchi giuocavano il faraone.

Mimy intese e si fe' pallida: la marchesa si annuvolò.

La contraddanza parve lunghissima, tutti provavano il bisogno di
serrarsi coi più amici sull'accaduto e di parlarne coi protagonisti: le
signore osservavano Mimy che ballava nel gruppo della marchesa, gli
uomini si ammiccavano fra loro. Finalmente la musica cessò e la folla
potè sparpagliarsi. Mimy rimase colla San Marciano.

Ofelia entrò con una compagna nel salottino del giuoco; Carlo teneva il
banco ignaro di tutto e Giorgio puntava cogli altri, così infelicemente
che tutti ne facevano le meraviglie.

— Decisamente sono sfortunato! esclamò arrischiando l'ultima carta.

— Fortunato in amore non giuochi a carte, gli rispose un vecchietto.

— Fortunato! e si ritirò che la posta era perduta.

— Signor conte! lo fermò la marchesina tagliandogli la strada.

— Perchè non mi chiamate più mio principe?

— Non mi piace la figura di Amleto, è un personaggio troppo infelice e
fatale.

La fanciulla lo guardava malinconicamente pensando forse al pericolo che
lo minacciava.

— Avete ragione, rispose tetro; Amleto non può essere compreso da
Ofelia, perchè la tortora non può comprendere l'avoltoio.

E proseguì; aveva scorto Mimy al braccio della principessa. Ofelia lo
seguì con un lungo sguardo.

Passò vicino alle due donne, si fermò indifferentemente e legarono il
discorso senza parlare del duello; ma la principessa sentì che egli
aveva d'uopo di restar solo con Mimy, e cogliendo il destro con
disinvoltura di gran signora si ritirò.

— Ho bisogno di parlarvi, fu la prima parola di Giorgio; venite.

Si girò gli occhi attorno,

— Andiamo nella anticamera: vi è meno gente.

Infatti v'erano poche persone che rientravano nel salone alle prime note
di un ballo: in breve fu deserta. Ella rabbrividì, mentre la baronessa
non veduta spiava in uno specchio tutti i loro movimenti. Giorgio si
vide presso la porta socchiusa, mascherata da un graticcio di ginestre,
del gabinetto destinato alle dame per le raccomodature della toeletta:
era illuminato, pieno di specchi; dentro nessuno.

— Venite, saremo più ritirati.

— Mai! e lo fissò in faccia rimproverandolo.

Egli sogghignò mestamente.

— Sapevo che non mi amavate, poichè me lo avete detto più volte, ed
avrete forse ragione, ma avete torto di non suppormi abbastanza
gentiluomo per rispettarvi in casa d'altri. Venite, ho bisogno di
parlarvi: sono forse le ultime parole che vi dirò; le ultime parole di
un moribondo dovrebbero essere sacre per una donna.

Mimy fu intenerita: conosceva Giorgio coraggioso, e quell'allusione al
pericolo di essere ucciso domani non veniva certo da affettazione
romantica o da teatrale jattanza.

La porta era a due passi, il gabinetto esso pure destinato alla festa:
Giorgio instava, poteva morire domani... Mimy cedette.

Entrarono rapidamente, cautamente senza chiudere il graticcio, ma egli
che voleva un colloquio assolutamente libero, vedutasi innanzi un'altra
porta afferrò un candelliere, e profittando del movimento repentino di
Mimy la spinse innanzi, aperse la porta, fu nell'altra stanza e prima
che ella avesse tempo di riaversi aveva diggià rinchiuso a chiave.

— Mimy, le disse appressandosele, abbiamo pochi momenti: domani mi batto
per te; non è un rimprovero, sono contento di battermi per te.

— Giorgio! mormorava sottraendosi ancora incerta di sè medesima e della
situazione.

— Oh! ti rispetterò, non temere; Mimy, ti amo, ti amo sempre, più di
quando ero il tuo amante; mi è d'uopo ridiventarlo o morire. Più volte
hai riso di questa parola: ebbene, mi batto, e se non giuri adesso di
amarmi... no, è troppo, di lasciarti amare, ti giuro che mi lascio
ammazzare.

Il suo aspetto era così appassionato, gli tremavano così la voce e gli
sguardi, che bisognava credergli questa funesta risoluzione.

— Mi amerai?

— Non lo posso, rispondeva addolcendo la voce: non lo posso, Giorgio, e
voi non meritate d'essere ingannato... Ma usciamo.

— Non mi amerai? mi lascerai piuttosto morire?

— Giorgio, siate ragionevole: ma perchè vi piaccio tanto? vi sono altre
donne, che valgono ben più di me!

— Taci! ruggì infiammandosi; non rendere almeno volgare il rifiuto, non
mutare il pugnale in coltello. E io che ti amo tanto! Avere più fiamma
nel cuore che il sole non ne abbia sulla fronte, e doverla spegnere nel
sepolcro! Povera donna! se tu conoscessi il cuore che rifiuti...

Ma l'esaltazione, che pareva ammorzatasi nella tristezza, fiammeggiò
ancora: si strinse violentemente il capo e con atto anche più violento
scuotendolo, ne svelse un pugno di capelli. Mimy, impaurita, guardò la
porta come per tentare di fuggire, ma egli che se ne accorse le sbarrò
il passo.

In quel punto s'intese rumore nel gabinetto. Mimy gelò. Attesero due o
tre secondi senza respiro: furono bussati due colpi alla porta.

— Siamo in casa d'altri: non facciamo scandali, si udiva susurrare la
baronessa.

— Perduti! pianse Mimy accasciandosi sotto questa nuova ruina, e sarebbe
caduta se Giorgio non la sorreggeva.

La situazione non poteva essere peggiore. Con un moto di belva sorpresa,
Giorgio si guardò attorno per fuggire; non v'era scampo. Avventò
un'orrenda bestemmia, alla quale Mimy rispose con un singulto.

— Mimy! proruppe sordamente inginocchiandosele innanzi; tanto meglio!
Carlo non può assassinarci qui: dovrà battersi meco, ti prometto di
ammazzarlo. Amami: non hai che me per salvarti, e ti salverò.

Mimy era fuori di sè, lo fissava con occhio istupidito non comprendendo
il senso di quelle parole.

Furono bussati altri due colpi e s'intese come l'appoggiarsi di una
spalla alla porta per forzare la serratura.

— Coraggio, Mimy, apro: dammi un bacio. Così inginocchiato se la prese
contro il petto, indi si levò risoluto, ma ella gli si lanciò al collo e
rimasero abbracciati.

Giorgio tentava di liberarsi.

— Fermatevi! udirono dietro una voce e videro la marchesa orribilmente
pallida sulla soglia di un usciuolo nascosto dalla tappezzeria: si
avanzò lentamente cogli occhi su Mimy.

— Uscite, le disse, e andate subito in sala a raggiungere la San
Marciano, che vi salverà col suo spirito.

E accompagnò questa parola con un gesto così solenne che Giorgio ne fu
colpito, e l'altra uscì macchinalmente quasi quel gesto la spingesse:
però uscendo si dimenticò di chiudere l'usciuolo. Gli altri non se ne
avvidero, entrambi avevano abbassata la testa.

La marchesa si riebbe prontamente, e poichè la porta era sempre
violentata, accennò a Giorgio di aprirla: poi infilandogli il braccio
compose il volto a una fredda alterigia. La porta cedette e Carlo, che
si spingeva, restò percosso sulla soglia.

— Ci permetterete almeno di passare? gli disse la marchesa con voce
stridula, schiacciandolo sotto uno sguardo di disprezzo.

— Voi! esclamò indietreggiando.

— Forse che la baronessa vi avrebbe fatto sperare altri incontri?

Questa si fe' rossa nel volto come nel naso.

— Andiamo, signor conte, sento la musica che ricomincia. E passò in
mezzo a loro con una inesprimibile maestà di portamento.

In quell'istante Mimy passava per l'anticamera al braccio della
principessa.

— Avete voluto ingannarmi e rendermi per giunta ridicolo: mormorò Carlo
sordamente stringendo il braccio della baronessa; badate a non pentirvi
un giorno di questo ignobile scherzo.

— Scherzo! ribattè: venite meco e vi prometto di trovare l'uscio per
dove l'ha fatta evadere. È una vecchia commedia: non mi ci piglieranno.

Però molta gente ingombrava l'anticamera, e quel colloquio
soverchiamente animato attirava l'attenzione, di guisa che non si poteva
decentemente entrare colà dentro. Sulema comparve in quell'istante e
rinchiuse la porta a chiave.

La baronessa si morse le labbra: anche questa volta Mimy aveva vinto.

Tutto cotesto tramestìo non era passato senza nota: le donne, che non
corteggiate cercavano distrarsi spiando gli altrui amori, avevano
osservato l'alterazione del volto della marchesa e degli altri, onde la
baronessa ritornando in sala non ebbe che a lanciare una favilla per
destare l'incendio. Elisa passeggiava al braccio di Giorgio, che già
tutti parlavano della sua avventura guardandola curiosamente; se ne
avvide, ma giuocando di audacia non volle lasciare il cavaliere e si
sforzò di attaccare discorso.

Del Pino le si fe' incontro quasi stravolto: aveva in mano una rosa e la
sfogliava.

— Perchè stracciate questa bella rosa?

— Perchè la bellezza è una maschera, il profumo una menzogna e un uomo
può ben stracciare una rosa quando una donna straccia in una volta più
di un cuore.

— E quando l'avrete stracciata? rispose colla massima calma: le rose non
cesseranno di essere belle, odorose e le donne...

— Si serviranno della bellezza per attrarre e dello spirito per
uccidere.

— Ecco una massima che potrebbe essere un'offesa, interloquì Giorgio.

— E allora?

— Oh! fra nostri pari...

La marchesa li considerò un momento senza che la ruga della fronte le si
spianasse. Era ancora più livida che pallida; il suo occhio aveva uno
sguardo feroce. Vide passare Ofelia e se le accompagnò, ma aveva mutati
appena due passi, che ecco Sulema farle un segno.

Carlo, Mimy e la baronessa si disponevano a partire.

Ella mosse loro incontro e accettò senza obbiezioni il pretesto
inventato per giustificare quella troppo pronta ritirata: li accompagnò
alquanto e offrendo il braccio a Mimy:

— Dunque addio, signora... siate felice.

Stavano sul limitare dell'anticamera; Carlo e la baronessa erano innanzi
pei mantelli.

— Eppure se mi avessero detto, questa non è la donna che cerchi, avrei
giuocata la testa che non mi ero ingannata. Voi... la coperse di uno
sguardo sfolgorante di mille passioni: maledetta! esclamò respingendola
brutalmente dalla porta e tornò fuggendo nel salone.

— Mi fate quasi paura, disse Ofelia imbattendosele daccapo e non sapendo
ancora nulla dello scandalo del gabinetto.

Ristette: poi afferrandole il braccio con impeto repentino:

— Volete un consiglio da chi ha vissuto troppo e può darvelo? proruppe
sordamente. Guardatevi dall'amore voi che siete bella, come dal vaiuolo.
Se guardando un quadro, se leggendo un libro, se ascoltando un uomo o
una donna vi sentite gonfiare il cuore... soffocatelo, sarà ancora
ventura. Diffidate di tutto, del sole, del cielo che vi sorride, della
terra che vi fiorisce intorno: diffidate degli uomini che sono bruti,
delle donne che sono maschere — innamoratevi di voi stessa: ecco il mio
consiglio e respingete sino l'idea di un altro amore.

Ma pronunciando queste ultime parole scoppiò in un riso convulso.

Ofelia la osservò incantata e mezzo sbigottita.

— Vi ho fatto proprio paura, segui accorgendosi, malgrado la tempesta
nell'anima, di aver trasceso. Ma sapete, Ofelia, che i vostri capelli
neri sono magnifici! Che bel lenzuolo per chi suicidandosi potesse
avvolgervisi e cadere nel sepolcro... Belli! e le accarezzava un riccio
sul collo: neri come un panno mortuale.

— Che brutte idee!

— Brutta la morte! aspettate, fanciulla, di conoscere la vita.

Quindi piantandola bruscamente come l'aveva afferrata, s'insinuò fra la
folla.



CAPITOLO XI

                              Si quelque chose peut encore me
                              persuader que je fus homme et j'eus de
                              la pieté, c'est le spectacle d'une belle
                              douleur, qui se noie dans une sale
                              volupté.

                            _Lettere ad Alberani_ — OTTONE DI BANZOLE.


Mimy era quasi svenuta alla maledizione. Carlo ritornando colla
pelliccia la trovò languidamente appoggiata al muro con Sulema, che la
reggeva: le fu premurosamente attorno, ma ella, che aveva chiusi gli
occhi, li aperse vivamente e riconosciutolo si sforzò a dominare
l'emozione.

Per istrada non dissero una parola, a casa ognuno si ritirò nella
propria camera; Mimy traversando il gabinetto roseo cadde sfinita sopra
una sedia. Era così abbattuta nel volto, che Giulietta soffocò un grido
di spavento sostenendole la fronte che si piegava quasi morta.

— Mio Dio! esclamò: brucia!

— Se tu potessi mettere una mano qui dentro..., e le indicò il cuore.

Giulietta le si inginocchiò innanzi, ella le abbracciò il collo e
nascondendole la testa nelle spalle pianse. Le lagrime prima rare e
grosse come i goccioloni che precedono i temporali, scesero poco a poco
meno difficili, continue, senza un singhiozzo — lagrime mute di un
dolore nel quale colla speranza era cessata la facoltà del lamento;
lagrime di amore sventurato e innocente, che la natura non volle si
potessero mai cristallizzare perchè le stelle non fuggissero disperate
d'invidia e la notte incombesse buia buia...

E quel pianto mesto le accarezzava colla sua armonia quel dolore, perchè
vi è una ineffabile armonia nel pianto muto: tutti quei lamenti che
muoiono prima di aver vagito, quei sospiri che cadono a mezzo la via,
quei rari aneliti che paiono il soffio d'una voce estintasi nello sforzo
inutile di voler gridare, quei brividi dell'affanno che si dibatte senza
muoversi come un cacciatore nelle spire di un serpente... fanno una
musica senza nome, la quale passa sull'anima come un vento e la
trasporta... Il cielo è bruno, il vento è freddo e l'anima è trasportata
sempre più in alto, lontano... il mondo è rimasto laggiù che non si vede
e non si ode: nessun astro sorride, ma il vento non si stanca, e
l'anima, che si sente rapita, vi batte l'ali convulsa quasi per farsene
un appoggio e non cadere.

Mimy piangeva abbandonata al pianto, come una barca, cui si rompa il
canapo, alla corrente di un fiume: e le pareva che il pianto la
trascinasse lungi dal suo dolore — meravigliosa previdenza della natura,
che ha dato il pianto al dolore per lasciargli più lungamente la
vittima. Giulietta commossa da quelle lagrime si obliava in quel affanno
non suo.

Poi come negli uragani, quando l'acqua scema infierisce il vento, il
pianto imperversò: Mimy alzò il capo scoppiando in singhiozzi.

— Mio Dio! che cosa è stato? supplicò affettuosamente la fanciulla.

L'altra la guardò come se la domanda fosse strana.

Il mondo non aveva dunque sentito la tempesta che l'aveva schiantata!

Si levò con impeto e respingendola mosse qualche passo per la stanza:
era fuori di sè.

— Cosa è stato eh? urlò fermandosele innanzi. È stato: oh ma è
impossibile! è Dio che mi perseguita: che cosa gli ho fatto io!

Giulietta taceva e piangeva. Mai la sua padrona era stata così
angosciata; la buona fanciulla s'affliggeva di non poterla soccorrere.
Se si fosse trattato di un sacrificio, di soffrire lei... volentieri! ma
quel dolore non lo comprendeva e si trovava come sulla sponda del
canale, entro cui l'altra annegava senza poterle allungare abbastanza la
mano perchè vi si rattenesse.

Poi anche i singhiozzi cessarono e Mimy cadde in una immobilità di
statua: Giulietta non osò di chiamarla. Attese un pezzo, ma come l'altra
non rinveniva finse di ritirarsi, lo stratagemma riuscì; Mimy si destò
di soprassalto e riconoscendola:

— Va a letto, mormorò, deve essere tardi.

— Mi lasci qui nella sua camera: starò vicino al suo letto, se avrà
bisogno...

— Buona! rispose considerandola con malinconica tenerezza: va,
poveretta. Non voglio che tu soffra per me; soffro io per tutti.

— No, vada là: non le domanderò più nulla. Questa notte può sentirsi
male; io sarò lì.

— Ma che cosa farai fino a giorno?

— Starò in un angolo dietro la tenda, se non mi vuol vedere.

Questa prova di amore fece bene a Mimy, ma ancora troppo sconvolta per
abbandonarvisi aveva bisogno di essere sola, di non essere più nel
mondo. Giulietta dovè ritirarsi: uscì lentamente e sulla porta si
rivolse con un'ultima speranza. Mimy la attirò con un gesto:

— Dammi un bacio, Giulietta.

Mimy la baciò sulla fronte e entrò quasi tragicamente nella sua camera.
Il suicidio le aveva gettato improvvisamente la propria ombra
sull'anima.

Morire!

Profondarsi nelle tenebre e nel silenzio... Dall'orlo estremo della
roccia, sulla quale già irrompeva la lava in onde di fumo e di fuoco,
spiccare un salto e giù nell'abisso: più nulla, eternamente più nulla.
L'anima inseguita s'affacciava alla roccia e si arretrava affascinata
dalla calma infinità di quel vuoto. Perchè attendere l'onda
fiammeggiante, sentirsi ardere i piedi, gli stinchi, i ginocchi, non
avendo più nello spasimo la forza di gridare e conoscendo che ogni grido
sarebbe perduto? No, meglio laggiù: spiccare un salto, e nella rapidità
della caduta il vento vi spoglia di ogni veste e l'anima si perde atomo
bruno nell'immensità della tenebra.

Appena nella camera, Mimy ritrasse le cortine dal letto e lo considerò.

— Morta!

Si assise sulla sponda pensando.

Quella idea del suicidio, travoltale nella mente dalla fiumana del
dolore, ella l'aveva afferrata colla disperazione del naufrago. Adesso
si sentiva più calma, non piangeva, non singhiozzava più: morire...
tacere per sempre. In quella sfinitezza pregustava già la quiete
ineffabile del sepolcro. Le pareva quasi di essere morta, poi di morire
ancora avanzando per le regioni della morte solo per sentirsi sulla
fronte la blanda frescura del loro tacito vento. Era vestita di nero,
camminava per una landa; il vento le respingeva le vesti e i capelli,
camminava sospinta da una forza muta...

Così di fantasia in fantasia perdeva la coscienza della realtà e la
placidezza dell'anima trasfondendosi nei sensi ne calmava i nervi
torturati. Divagò, si allontanò oltre ogni confine, ogni paese e
finalmente si ritrovò dinanzi al mondo, dal quale si era precipitata,
senonchè questa volta le parve meno terribile: quindi il suo pensiero
risalì la roccia. Il vulcano fumava ancora, ma la lava si era indurita
sul terreno. Colla mesta curiosità dell'esule guardò i siti abbandonati,
mentre la memoria dei patimenti sofferti ripalpitava come un'eco; l'eco
crebbe mano mano, più patetica, armoniosa, finchè una musica vi si
confuse distendendovisi mollemente. Mimy ascoltò. Le parole non
s'intendevano, ma le note si esprimevano meglio che le parole — quella
musica la conosceva, era di Mariani e si doleva per lei. Mimy ascoltava.
La musica si appressava: fremiti improvvisi le passavano quali colombe
sulla fronte inseguiti da qualche nota acuta come gridi erompenti da
quella ineffabile querela; poi la musica si abbassava simile ad un velo
che la rugiada spruzzava di lagrime, s'abbassava più lenta... cadeva a
lembi; Mimy pure abbassava il capo, i capelli le piovevano dalla fronte,
non vedeva, non udiva più nulla... piangeva!

Si trovò che piangeva senza affanno; ma la realtà riapparve bruscamente
e l'anima, che dianzi aveva imprecato, cadde sulle ginocchia e mormorò
la preghiera della rassegnazione. Ma perchè piangere tanto su ciò che
era irreparabile? Non lo sapeva che il fantasma della felicità era un
fantasma di nebbia e doveva sciogliersi si levasse il vento o raggiasse
il sole? Amare una donna e pretendere che questo errore di cuore e di
sensi non avesse mai a dissiparsi! Certo ella aveva amato: aveva vissuto
per amare, morirebbe d'amore — triste destino! Morire d'amore senza
avere altrimenti amato che come l'infermo partecipa dalla finestra alla
gioia di primavera folleggiante sui prati e sui colli...

Era rassegnata, ma sentiva tutto lo sconforto della rassegnazione.
Fanciulla, aveva amato una stella: giovinetta, suor Maria; donna la
marchesa, ed ora che l'anelito dell'amore le si era confuso coll'anelito
della vita la stella non si vedeva più confusa nella folla scintillante
del cielo, suor Maria, mistico fantasma, sognava prigioniero in una
cella di Fognano e la marchesa si allontanava corruscante di bellezza e
di maledizione come una cometa. Ma perchè la cometa fuggiva la vista del
fiore, che chiuso ai soli dell'inverno e dell'estate non erasi aperto se
non al suo raggio fatale?

Povero fiore... Aver sognato di morire nel bacio ardente di quell'astro
vagabondo e morire invece nel putridume delle rugiade! Ma perchè mentre
tutti i fiori vivevano contenti del sole, questi aveva atteso la cometa?
Bizzarro destino! Una donna che ama una donna, un amore che nasce
nell'identità di sesso, e la ragione invece di strapparlo lo feconda, la
fantasia lo bacia, tutto gli sorride; il dolore gli fa velo perchè non
muoia nel freddo dell'alba, la poesia lo scalda più del sole: appare
l'astro in cielo, il fiore palpita, l'astro sorride, poi s'abbruna,
getta un lampo e dilegua... E se ciò non fosse stato che un sogno? Se la
marchesa avesse scherzato col suo cuore malato, come si scherza coi
fanciulli intrattenendoli di fole? Eppure no: la marchesa l'aveva
realmente amata. Che cosa era dunque questo amore?

Non lo sapeva, e lo sapeva perduto al momento di coglierlo.

Sentimento e ragione si confondevano in questi pensieri e l'anima
naufragava. Morire innocente colla maledizione del colpevole...
Innocente? lei, l'amante di Giorgio! no, no: bisognava morire perchè
l'amore era morto, e Elisa potesse cercarsi un'altra donna più bella e
più pura e in un giorno di felice voluttà ricordandosi della povera Mimy
ordinare alla maledizione di allontanarsi dalla sua tomba — Maledetta
no, piuttosto un altro inferno, piuttosto la maledizione di Dio...

Questa idea la fece torcersi spasmodicamente le mani, ma non piangeva
più.

Stava forse da due ore sul letto quando l'uscio s'aperse discretamente e
Carlo entrò in costume notturno da marito.

Mimy non lo vide, le cortine l'impedivano.

Camminava sulla punta dei piedi, s'appressò, prese un lembo della
cortina. Mimy aveva i capelli in disordine, il viso quasi cadaverico, ma
bella, poetica in quell'atteggiamento. Egli medesimo si commosse
credendo d'indovinare in quel dolore una gelosa vanità di donna. Si
chinò per sentirla respirare, ella aperse gli occhi e glieli sbarrò in
faccia.

Egli!

Priapo e Lotide... Egli non sostenne la meraviglia di quell'occhiata e
lasciando ricadere la tenda, sedè sulla sponda del letto. Perchè dopo
tanti mesi di assenza i due coniugi s'incontravano ancora nel talamo?
Chi può analizzare la logica di un marito e il sentimento di un
avvocato? Respinto dalla marchesa voleva conservarsi Mimy, offrendole
qualche compenso per lo scandalo della festa? O tornava a Mimy per fare
oltraggio alla marchesa? O la marchesa fiammeggiavagli così nel
pensiero, che avesse d'uopo di una donna e toccasse a Mimy di fare per
lui tale ufficio in quell'istante.

Ecco alcune ipotesi discutibili, e se al lettore paiono poche le
raddoppii, e risolva il problema che noi ci contentiamo di proporre.

Il letto era forse troppo largo per una sola persona, ma certamente
troppo stretto per due, sicchè le loro teste s'appoggiavano sul medesimo
cuscino: ella non aveva cangiato positura, cogli occhi bassi, pensava,
non pensava più a nulla sentendosi sempre più invadere dal sentimento
della morte. In quel punto era già fuori della vita, tutte le speranze
erano morte, tutte le disgrazie esaurite, il mondo stesso dileguato...
Non restavano che la marchesa e Mimy, ma ella stava sdraiata sul
coperchio della propria tomba e l'altra svaniva come una meteora in
fondo all'orizzonte. Come i suoi capelli neri lucevano sul terso azzurro
del cielo! Come la sua fronte si rivolgeva terribilmente bianca! Mio
Dio, essere una santa, essere Dio per chiamare quella meteora e dirle...
oh mio Dio?

Le sfuggì un sospiro. Una mano le cadde leggiera leggiera sopra una
spalla. Era Dio, che avendola intesa rispondeva? No, ma qualcuno che
poteva somigliarvi. Carlo credendo di comprendere quel sospiro voleva
consolarla. Una mano le si era appena appena posata sulla spalla, che
un'altra le passò sotto il dosso, onde dolcemente sollevata venne a
cadergli sul petto. Non capiva; il viso smorto non esprimeva che
stanchezza: aveva bisogno di dormire — _to die_ — _to sleep_, dormire,
morire. Ella gli posò inconsciamente il capo sulla spalla, bada! e
subito una bocca calda quanto un ferro da stirare le si incollò sulla
fronte... Oh! la voluttà stava dunque ubbriaca sulla soglia della morte
per impedire alla vita disperata di cercarvi un rifugio? Non sì udì che
uno strido di fanciulla, cui l'acqua del canale travolge, uno strido di
allodola sulla quale piomba il falco e risale già morta in cielo... poi
un gorgoglio, un soffio come un batter d'ala di falco...



CAPITOLO XII

                              Les tempêtes de l'Océan ne sont rien
                              pour celui qui connait les tempêtes da
                              cœur — le marin qui s'aventure dans
                              les unes n'a souvent le courage de
                              l'artiste, qui veut peindre les autres
                              et s'y élance seulement pour en être
                              ballotté: mais si nulle terreur au monde
                              n'égale la terreur d'une tempête en mer,
                              nulle volupté n'est si enivrante que de
                              contempler la tempête d'un cœur,
                              lorsque le souffle de l'ouragan passe
                              sur le vôtre.

                            _Lettere a Ortolani_ — OTTONE DI BANZOLE.


Mimy era seduta sulla sponda del letto: un rossore febbrile le svaniva
sul volto.

Al pendolo suonarono le due e tre quarti.

— Sola! mormorò levandosi. L'espressione di quella calma desolata era
scomparsa e le rughe le si sollevavano e spianavano sulla fronte, come
le onde in mare al vento: sedè a un grazioso tavolino di lacca e
reclinando la testa sulla palma cadde in profonda meditazione. Si
sentiva ancora più agitata che al ritorno dalla festa, quando
lacerandosi il cuore coll'unghie del rimorso, piegava mal rassegnata
alla sorte, ma convinta di meritarla. Adesso era ben altra la tempesta.
Carlo l'aveva sollevata.

Morire senza aver nulla goduto, frangere la tazza, nella quale fuma il
vino di una vita olimpica nell'atto di recarla alle labbra... Sì, e
mentre pentita eroicamente di una colpa non propria si compie il
sacrificio, un uomo vi tende colla insolente famigliarità del marito un
lurido boccale di birra... Non era forse presto per morire? lei, che la
marchesa aveva amata e che sentivasi, malgrado ogni rimorso, ancora
degna di amore, morire... Non era possibile: la voluttà ridestata si
aggrappava al dolore e gli contendeva l'arma omicida.

Ma perchè non vi sarebbe un rimedio? Tutto fuorchè morire, fuorchè
perdere la bellezza, scendere laggiù nel sepolcro così gelido e così
buio... Morire, farsi fredda, brutta: l'occhio cerulo smorto che pare di
vetro colorato, la bocca livida, le mani, oh! le mani del cadavere
stecchite che non si possono toccare dal ribrezzo: poi essere spogliata
di quello stupendo costume alla Margherita, lasciata in camicia: poi i
becchini, la cassa. No era troppo giovane ancora, troppo bella per
finire così...

Morire? Che ne penserebbe Elisa? Dove andrebbe questa grande infelice?

Si fermò: la marchesa non le avrebbe creduto, se le avesse spiegato il
mistero di quella scena? Certamente si erano sempre stimate e nessuna di
loro avrebbe mentito in simile caso; ma bisognava presentarsi, avere
tanto coraggio di raccontarle ogni cosa per filo e per segno: dirle non
sono morta di vergogna, perdonatemi, perchè non ho il coraggio di
morire: una nuova bassezza per redimerne un'altra!

Certo la marchesa si sarebbe alzata coll'espressione del disgusto sul
volto. Mimy indietreggiò: non era più una fanciulla che piegava
atterrita dall'uragano, ma una pantera, che chiusa nel vallo ad ogni
modo vuole uscire e spicca balzi, tenta le porte, scruta le fessure e se
non urla, l'anelito glielo impedisce. Non voleva morire senza vedere
Elisa, non voleva perderla. Cercò o meglio ancora le parve cercare:
sarebbe corsa da lei sopra una strada selciata con frantumi di vetro se
glielo avessero ordinato.

Tornò a passeggiare arrestandosi allo specchio. La candela sul tavolo
non splendeva abbastanza per illuminarlo perchè potesse vedersi bene
nella lastra: pensò a Giorgio. Anch'egli era in pericolo di morte per
lei, sciagurato! La mamma doveva essere afflitta di essere stata invano
perversa; tutti infelici quella notte, meno Carlo. Oh, per lui non
esistevano certi dolori!

Il pensiero di Carlo la respinse nuovamente verso sè medesima. Vedeva la
propria orribile vita, accettando di vivere una volta partita la
marchesa. Era impossibile che la mamma non arrivasse ad indovinare la
generosità di Elisa e a divulgarla con tutti: Carlo, che non sapeva
ancora del duello di Giorgio, lo saprebbe e si stimerebbe tradito: altri
scandali. Poi la mamma che entrerebbe a difenderla per inasprire la
contesa, poi Giorgio innamorato e cavalleresco che guasterebbe ogni
cosa; nel miglior caso, inevitabile una separazione, e allora la società
la respingerebbe. Non un mezzo per liberarsi dall'amante come dal
marito. Giorgio l'assedierebbe, si batterebbe per lei, la costringerebbe
a riceverlo; quindi bisognerebbe fuggire da Bologna dietro un uomo
innamorato, ma capace di morire oggi per lei come di piantarla domani...
Poi l'abbandono, la solitudine, la degradazione dopo la vergogna... A
che rattenersi sopra una tale china di ghiaccio? Così la fanciulla che
aveva amato una stella, che aveva pianto sulla propria verginità, che
era rimasta pura nell'adulterio, veniva mano mano infangandosi e finiva
come tante sciagurate del popolo. Allora non era meglio morire?

Lo credette: ma bisognava pure risolversi, perchè la marchesa partiva
domani e il domani era già arrivato. Stava per decidere di tutta la
vita. Come incalzava furioso il tempo!

Sentì mancarsi il respiro, così la colse inavvertita la necessità di
risolversi subito: guardò l'orologio. Le tre e mezzo; fra tre ore il
giorno imbiancherebbe.

— Mio Dio! mio Dio! esclamò nascondendosi il volto nelle palme, e cadde
sulle ginocchia. Nelle circostanze scabrose i fanciulli piangono, le
donne pregano, gli uomini bestemmiano — tre partiti ugualmente naturali
e vani. Mimy pregò, forse non sapendo chi, per qual cosa: ma la
preghiera è un trionfo del sentimento sulla ragione, e si levò più
calma. Aveva risoluto: tornò al tavolo e scrisse con mano febbrile:

  «_Signore_,

«Questo stato mi opprime: non posso più lungamente durarlo. La marchesa
è innocente, è una donna sublime, che avete ragione di amare. Io era in
quel gabinetto, io che vi inganno da tre mesi, ma che non vi ingannerò
più. Non vi racconto la mia caduta, perchè mia madre ve l'ha raccontata;
non cerco scusarmi. Io medesima non mi comprendo e scrivendovi non so
bene quello che mi dica.

«Siate più felice di me: dimenticatemi. Amandone un'altra non vi sarà
difficile; così non avrò almeno il dispiacere di affliggervi
allontanandomi per sempre.

«Vi raccomando Giulietta.

«Non mi cercate; fra noi tutto deve essere finito. Forse il mio avvenire
è più fosco del vostro, ma avrò il coraggio di compierlo sola; voi
sarete sempre un uomo illustre, io sarò un'infelice di più fra i
colpevoli, e sia! La vita non può essere eterna.

«Addio, signore. Se le mie ultime parole potessero non dispiacervi, vi
auguro tutta la felicità che non avrei mai potuto darvi e non vi chieggo
che l'oblio. Oh! gettatelo sulla mia memoria questo mantello dei morti
e, seppellendomi in un angolo del vostro passato, proseguite sicuro ed
avventurato. Io dormirò nella mia tomba: vi prometto di non uscirne mai
più, mai più!

«Addio.

                                                              «MIMY.»

Piegata e suggellata la lettera, mise un gran sospiro.

Un nuovo pensiero la turbò? scriverebbe anche a Giorgio? Il suo buon
cuore lo avrebbe voluto, ma la ragione si rifiutò. Perchè scrivergli?
Che cosa dirgli? Sospirò.

Colla trepida foga della passione che si sente incalzata dalla ragione e
teme di essere raggiunta precipitò i preparativi della partenza:
cominciò a svestirsi, e slacciandosi l'abito arrossì di trovarsi sul
seno molti bottoni aperti; lo rigettò, si sciolse le trecce e
riallacciandole con febbrile prestezza le acconciò in mazzo. Aveva
fretta, forse anche freddo perchè la stufa si era spenta da un pezzo.
Aperse quindi lo sportello dell'armadio a specchio, e ne trasse fra
molti un abito nero: se ne vesti in un batter d'occhio. Tornò ad
acconciarsi i capelli. Quei ricciolini avevano l'indisciplinatezza dei
ragazzi e sembravano godersi alle carezze delle sue mani delicate... poi
si arresero, e benchè il loro tumulto non fosse al tutto sedato, potè
coprirlo con un cappellino egualmente nero, guarnito d'un sì fitto velo
da togliere ogni fisonomia al volto. Il nuovo abbigliamento era così
elegante che Mimy, respingendo sui fianchi la vesta, non potè non
accorgersene; ma si avvide ancora, che aveva le scarpette bianche, e le
mutò.

Era smorta e patita nella faccia.

— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi
di pianto.

Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?

Non ci volle pensare.

Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di
tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se
stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e
gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un
cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto
il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una
cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo
mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano
alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le
tende il suo canarino.

Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che
cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto
melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta?
Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non
avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non
siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una
gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...

Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che
minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non
fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera.
Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e
cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era
d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il
cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni
cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di
agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di
Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e
coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della
marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele
via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la
sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le
rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro
biglietto per la fanciulla.

  «Buona Giulietta,

«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della
mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua
padrona.

                                                              «MIMY.»

La malinconia dell'ultima frase la vinse così che due lagrime le
appannarono gli occhi. Ora che tutto era disposto per la fuga, quella
piena di sentimenti e di idee svaniva per incanto: si guardò attorno.
Quel disordine quasi drammatico le strinse tanto il cuore, che dovette
ripetersi di non volerci pensare per soffocare l'emozione.

Interrogò l'orologio; appena le quattro e mezzo: due ore prima di
giorno. Il tempo che prima incalzava, adesso sembrava andare adagio per
godersi la sua tortura. Due ore lì vestita, pronta sempre a fuggire,
erano troppo lunghe: doveva star seduta in quel freddo, agghiacciarsi i
piedi, agghiacciarsi l'anima, riflettere ancora sulla risoluzione presa,
pesarne l'audacia, scrutarne tutti i dubbi, noverarne tutti i
pericoli... Non si dava forse al mondo un coraggio capace di tanto.

La candela era meno che mezza. Se si fosse spenta prima dell'alba? Nel
gabinetto se ne trovavano altre, ma bisognava cercarle, e ciò aveva
mille imbarazzi; in certi momenti ogni cosa, ogni atto acquista un
significato incomprensibilmente fantastico. Si sentiva venir freddo;
quindi per muoversi andò all'armadio e ne trasse la pelliccia di
martora. Vi si ravvoltolò e si rimise a sedere come prima sulla
poltrona. Cominciò ad attendere: non erano trascorsi cinque minuti che
le sembrò di avere già troppo atteso e dovette alzarsi per camminare.
Una smania indefinibile l'agitava; temeva di pensare e non lo avrebbe
potuto in quel convulso di ogni fibra: quasi quasi vi si provò.
Passeggiò, si guardò nello specchio, studiò le pieghe dell'abito e
indispettita di queste frivolezze in tanta solennità di momenti rilesse
il biglietto di Giulietta, riaperse quasi il cofano e si pentì a mezzo.

— Mio Dio! attendere ancora due ore.

Rigironzolò, trovò un libro e lesse:

      Ma dimmi, altro è l'amore
    Che lagrime e dolor?

— Altro! rispose e seguitò leggendo, senonchè la mente non teneva dietro
agli occhi e gittò il libro.

Quella domanda di Japhet a Aholibama le era entrata così profondamente
nell'anima che se la ripetè parecchie volte. L'amore non è che lagrime e
dolore: i fiori della sua corona nascono in cielo, ma per farli vivere
sulla terra un giorno bisogna inaffiarli col pianto, e forse muoiono
egualmente. L'amore è un angelo allontanatosi dal paradiso per la noia
della sua festa perenne, e Dio lo maledì; allora rimase sulla terra, e
oggi pure tutti quelli che amano sono maledetti e piangono...

Mimy si accorse di piangere questa volta senza amarezza: pensava con
malinconica confusione all'amore e piangeva. Ebbene, perchè non
piangere? Ogni lagrima che stilla dagli occhi è forse un'idea dolorosa
che esce dal cervello. Si avvolse più strettamente nella pelliccia, si
buttò sul letto e tirandosi un lembo del lenzuolo sul volto chiuse gli
occhi.

Il tempo allungava il passo.

Che cosa meditavano in quell'ora Giorgio e la marchesa?

Quali tempeste imperversavano in quelle anime più vaste dell'oceano e
infinitamente più profonde?

Non cerchiamo saperlo: come tutti gli spettacoli, anche quello del
dolore annoia alla lunga e non tutti i lettori avranno atteso a quello
di Mimy senza provare alle ganascie il prurito dello sbadiglio...
Avanti, la strada è oramai breve se triste: pochi fiori per le siepi,
pochi uccelli per l'aria, poca varietà nel paesaggio... Affrettiamoci al
casino, che domina quella vetta; là, in mancanza di meglio, avremo la
voluttà di separarci.



CAPITOLO XIII

                              La vita rassomiglia ad una fuga di
                              stanze cogli usci chiusi: ogni volta che
                              ci tocca aprirne uno ci sentiamo
                              rimescolare o pel timore che sia
                              l'ultimo o per l'ansia di che cosa
                              nasconda.

                              _Lettera a Conti._ — OTTONE DI BANZOLE.


La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco
dell'alba.

Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai
caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte
le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse,
riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella
agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso
è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più
fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si
procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.

Fuggire!

Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene
l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde,
sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle
passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo
imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme
convulsioni.

Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in
alto mare.

Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò
la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il
cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un
sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della
tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si
mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva
fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi
senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì
cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore
che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento.
Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era
ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più
faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a
furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi
delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma
dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la
sentinella, adesso il portinaio.

Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto
l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con
soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la
persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire
passeggiasse.

Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun
vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la
principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti
ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta
la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una
simile scappata.

Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.

Si fermò.

— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la
principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.

— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.

— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.

— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.

— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun,
andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo
alla disperazione.

La risposta fu accolta con un hurrà.

— Grazie, balbettò.

— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a
pregare per qualcuno?

— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.

Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta;
senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata
da quella allusione.

Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì
abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese.
Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne
fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un
signore di chiamare i fiaccheri.

— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla
dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.

Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe
veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.

La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più;
le mancavano le ginocchia.

Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa
avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che
da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in
una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era
fra tenebre lacerate da baleni.

Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso
una chiesa; vi entrò.

Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore,
un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di
argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai
pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate
presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra.
Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.

La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre
vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne
arrivò una terza.

— Don Ignazio è uscito?

— Non ancora.

— Sapete la nuova? La Tuda è morta.

— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.

— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è
ammazzata per quel bel mobile.

In quel punto suonò il campanello della messa.

— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?

— Ah! don Ignazio.

— Eh?

— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di
ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua
madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla
Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica
figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri
per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la
vergogna che si è uccisa.

— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.

— Chi sa!

— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San
Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a
guardare l'oste.

Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore;
dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe
riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco
quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre
l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a
guardare nell'abisso vi si precipitava...

Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era
bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo
che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti
troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la
ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva
chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se
quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era
morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto
le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta,
pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la
seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della
immortalità...

Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita
era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per
lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era
meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio
cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene,
camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro
giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla
fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un
sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma
che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se
Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?

Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla
messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola
balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad
osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in
ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio
del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì.
Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La
mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco:
poca gente girava ancora.

Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta
discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la
raggiungesse tuttavia per strada!

Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due
torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là
dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.

Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che
lì pure non avrebbero dormito?

Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini
dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il
portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo
scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e
vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si
aperse quasi istantaneamente.

— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.

Questa si fe' rossa.

— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione
le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse
venuta.

Sulema attese.

— La signora marchesa... è in casa?

— Sì.

— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.

— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.

— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.

— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò
disobbedito, spero di essere perdonata.

L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy
tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono
pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai
elegante.

— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?

Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.

— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e
colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:


«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e
poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più
grande del vostro cuore ascoltatemi.

                                                              «MIMY.»

Piegò il biglietto e glielo consegnò.

Sulema partiva.

— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.

L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.



PARTE QUARTA



CAPITOLO PRIMO

            _Laura._    L'amo come il fulgor del creato,
                               Come l'aura che avviva il respir,
                               Come il sogno celeste beato,
                               Da che venne il mio primo sospir.

            _Gioconda._ Ed io l'amo siccome il leone
                               Ama il sangue, ed il turbine il vol,
                               E la folgor le vette, e l'alcione
                               Le voragini, e l'aquila il vol.

                                   _La Gioconda._ — ARRIGO BOITO.


La marchesa era seduta sopra una lunga poltrona ai piedi del letto;
Sulema si ritirò immediatamente, mentre Mimy entrava cogli occhi bassi e
il passo incerto, arrestandosi poco oltre la soglia.

Elisa fe' un gesto e l'altra, attirata quasi a forza, le venne innanzi
alla ottomana senza nemmeno vedere che la marchesa si era sollevata sul
busto attendendo ansiosamente una parola.

Mimy non parlava: pareva vacillare.

— A che debbo mai, signora, la fortuna di questa visita mattutina? disse
finalmente Elisa alzandosi.

Mimy, che aveva rifiutato l'invito di sedersi, fu percossa da questa
fredda e semplice domanda: A che debbo mai? Non aveva dunque voluto
leggere il suo bigliettino? La fissò un istante, poi gli sguardi le si
appannarono e cadendole ai piedi le abbracciò le ginocchia in piantò
dirotto.

— Perdono, perdono!

— Mimy! esclamò prendendole il volto nelle mani: mi tradivate dunque
quando vi sorpresi?

— No.

— Giuratemelo.

— Ve lo giuro, e se mento Dio mi uccida prima che mi abbiate perdonato.

— Ah! ruggì la marchesa rialzandola robustamente e premendosela sul
cuore. Mimy non singhiozzava più, ma piangeva ancora e i baci di Elisa
le cadevano sulle gote più caldi e più frequenti, anzi l'abbraccio era
così violento, che le mancò il respiro e le chinò il capo sulla spalla.

Soffocava dall'emozione.

— Mimy, Mimy.... O mio Dio! che cosa hai? sono la tua Elisa, diceva
sentendosela svenire fra le braccia. L'adagiò teneramente sulla poltrona
e alla sua volta inginocchiandosi.... Mimy, ripeteva, sono la tua
Elisa.... guardami dunque....

Quello di Mimy non era che languore, ma s'infinse alle dolci carezze e
tenne chiusi gli occhi per non mutare guanciale. Le riposava il capo sul
seno: ma siccome l'altra seguitava a smaniare, li aperse languidamente e
sorrise.

— Mia....

— Sempre.

— E mi ami?

— Più.... Mimy cercò un paragone... più che tu non mi ami.

La marchesa abbassò gli sguardi quasi umiliata da quella parola, ma
risollevandoli prontamente le chiese agitata:

— Ma a casa tua?...

— Sono fuggita.

— Che! Se ti inseguisse? è un uomo geloso, vendicativo. Gli hai detto
che venivi da me?

— No.

Respirò.

— Allora forse ti inseguirà.

Mimy comprese.

Tacquero un istante.

— Sempre con te.

— Sempre; la marchesa abbracciandola nuovamente le sentì una gonfiezza
in una tasca: Che cosa hai?

— Guardaci, tutte le tue lettere, tutte. Le cavò con vanità bambinesca e
gettandogliele in grembo: Vuoi che te ne reciti una? le so tutte a
memoria.

— No, parlami piuttosto di te. Sei proprio fuggita? non volevi dunque
più ritornare a casa?

— Certo. — E se non mi avessi trovata? Se ti avessi respinta?

— Cattiva! rispose con una smorfia.... Impossibile!

— Supponilo.

— Sarei morta.

— Come?

— Non lo so.

— Dunque non ci pensi più al passato?

— E nemmeno al futuro! mi basti tu.

La marchesa pure si senti vacillare nella stretta di quell'amore.

Così durarono chiacchierando, Mimy assorta nella felicità, l'altra
trepidante di perderla ancora ad ogni momento. La fanciulla non si
ricordava già più delle angosce della notte, nè della lunga agonia del
mattino: il passato era veramente sparito. Elisa la teneva sulle
ginocchia; che cosa era più tutto il resto? Nullameno la coscienza le si
destava a volta a volta da quel voluttuoso languore come da un sogno, si
assicurava di non sognare e tornava ad assopirsi. Allora Mimy guardava
la marchesa, socchiudeva gli occhi e posandole il capo sul capo la
baciava furtivamente.

A una di quelle occhiate:

— Hai pensato, Mimy, che cosa faremo?

Ella spalancò gli occhi.

— Cara bambina, non vorrai già restare a Bologna: tuo marito ti
cercherebbe, sarebbe capace di rivolerti.

— Lo sfido.

— Non ti ci provare.

— Ecco, ti rispondo come mi hai risposto: parliamo di te. Tu che hai
tanto ingegno mi dovresti parlare come mi scrivevi. La tua pallida
fanciulla ti si è davvero intrecciata ai capelli, e vi si insinuava le
dita scomponendoli, come un ramoscello spinoso, me la ricordo questa
cattiva parola, ma non oserai strapparlo. Improvvisami un inno: gli
uccelli li improvvisano pure al sole! scoppiò improvvisamente a dire.

— Di gioia, ma l'aquila, che sola lo ama, stride quando s'innalza verso
lui. Non ti fidare alla passione che studia il ritmo. Quando essa
scoppia davvero, è molto se ci resta la forza di un gemito, ma appena il
vulcano cessa dall'eruzione la fantasia ritorna, raduna qualche carbone,
vi soffia e ridesta in piccolo l'incendio che l'aveva fatta fuggire. Sai
dove si leggono gl'inni?

— Nei libri.

— Negli occhi: ma se quelli dei libri esaltano, quelli degli occhi
abbruciano.

— Ti ritrovo dunque, mia Saffo. Come sei bella e grande! Mai inni, mai
poesie scritte: tu sarai il mio poeta. Già non ho mai capito come si
possa gettare alla plebe le proprie emozioni. Tu sarai il mio poeta e
canterai per me sola senza accorgertene: io raccoglierò le perle de'
tuoi canti nell'urna del mio cuore e le seppellirò meco.

A quest'ultima parola di morte che conchiudeva un dialogo così fulgido
di vita, la marchesa considerò con tristezza la bella testa di Mimy resa
affascinante dalla gioia.

— Perchè parli di morte, fanciulla?

— Non lo so; tutte le volte che sono felice penso di morire.

Ed ella pure si fe' grave.

Stavano sempre nella stessa attitudine, Mimy sulle ginocchia di Elisa,
entrambe con un braccio intorno alla cintura: quella vestita di nero
colla luce dell'ebbrezza nel volto ancora macilento dalle passioni della
notte e, in tale contrasto, stupendo; questa chiusa in una ricca vesta
da camera bruna a bruni ricami, pallida, mal pettinata, con un cerchio
turchino sotto gli occhi così terribilmente più vivi. Però quella
carissima attitudine alla lunga doveva stancarle; Mimy, che se ne
accorse la prima, si lasciò scivolare per terra e, sdraiandosele ai
piedi, appoggiò la testa sui ginocchi dell'amica. Era accaduto un gran
cambiamento nello spirito di Mimy, dianzi così timida e riservata e
adesso così espansiva e folleggiante. Forse la vispa educanda di suor
Maria, morta da qualche anno, risorgeva senza ricordi del tempo della
morte e, mutata l'amante, sempre collo stesso spirito delicato e
leggiero. Invano si sarebbe voluto riconoscere in quella donnina
bizzarramente allungata sul tappeto la stessa, che poche ore prima stava
attonita in un atroce abbattimento sulla sponda del proprio letto o si
trascinava vacillante in chiesa. Ma la sua natura eccezionale, col cuore
di un poeta e la fantasia di una vergine, costretta a svilupparsi
inarmonicamente nella prima famiglia della madre e nella seconda del
marito, aveva presa l'abitudine di una vita ideale, immaginosa. Così
dopo essersi dibattuta angosciosamente nella tempesta, adesso gettata
sulla riva s'incantava guardando le farfalle e i fiori senza più
pensiero del mare: la donna dalle violenti passioni si era addormentata
e la fanciulla dalle fantasie idilliache, quasi ne fosse il sogno,
sorrideva e gioiva.

Forse la marchesa faceva queste riflessioni assaporando quel suo pazzo e
bambinesco atteggiamento.

Mimy cessò dalle carezze.

— È proprio vero! se sapessi... quella maledizione. Me la sento ancora
passare sulla testa e mi si rizzano i capelli: mi pare un sogno di
essere in paradiso! Come ho pianto! Però ne sono contenta..». Soffrire
per te, per starti sempre sulle ginocchia.

— Credi di essere stata sola a soffrire?

— Ti avrò afflitta... non me lo perdonerò mai, ma se Dio ha veduto il
mio dolore, egli pure deve: essersene impietosito.

Una lagrima le sorrise fra le palpebre.

— Piangi ancora?

— No, no, rispose nascondendole la faccia fra le ginocchia.

— Mimy, le disse dopo una pausa e con tono quasi solenne la marchesa, il
volto soffuso di rossore e gli occhi scintillanti: hai una religione?
Ebbene, giurami pel tuo Dio che non mi tradirai e che se un giorno non
ti piacerò più me lo dirai: ti renderò la tua libertà.

Si abbracciarono.

— E tu non mi fai promettere nulla?

— Io! non ne ho il diritto, non sono come te, sono una mendicante, che
raccogli, e vuoi che patteggi? Guarda. Se adesso quella porta si aprisse
e entrasse una donna infinitamente più bella di me e tu mi lasciassi per
cadere ai suoi piedi... non mormorerei: mi avresti amata e basta. Se
adesso mi trovassi brutta e dovessi cacciarmi.... uscirei, andrei a
cercarmi un angolo isolato, nel quale raccogliermi a pensare che mi hai
amata... Tu, proseguiva, obbligarti meco! Non voglio esser una tua pari,
mi basta di essere l'ultima serva, ma la più innamorata. Ho pensato
spesso, vedendo una farfalla sopra un fiore, a chi godeva più se la
farfalla o il fiore, e ho sempre tenuto pel fiore. Sentirsi finalmente
premere dalla farfalla, sentire che il seno si apre e che questa
farfalla, per la quale si è tanto palpitato può d'istante in istante
involarsi, deve essere la più intensa e la più delicata delle voluttà.

— Ma la farfalla morrà sul fiore prima di spiccarsene.

— Se il fiore non muoia prima di dolore, sentendosi avvizzire sotto il
bacio della farfalla celeste...



CAPITOLO II

                              T'amo, Fernanda, t'amo come l'uccello
                              ama l'aurora, il marinaio il mare, il
                              poeta la gloria, come tu ami il denaro,
                              come non potresti mai nè meritare, nè
                              comprendere: e, se non mi amerai,
                              comprerò la tua avarizia, e sarai mia
                              come il cavallo che monto e la pipa
                              nella quale fumo.

                                                   OTTONE DI BANZOLE.


Forse era trascorsa un'ora in quelle carezze, quando fu bussato alla
porta e Sulema entrò sbigottita nel volto.

— Il signor avvocato! disse prevenendo l'interrogazione della marchesa e
gettando un'occhiata a Mimy.

— Il signor avvocato, ripetè severamente la marchesa, e perchè l'avete
introdotto?

— È entrato per forza; e le spiegò come si fosse cacciato quasi a furia
nell'anticamera ordinandole imperiosamente di annunziarlo.

La marchesa taceva, ma nella calma del suo volto si sentiva la tempesta.

— Coraggio! è l'ultima burrasca, ma la supereremo, si volse a Mimy
stringendole in fretta la mano.

Questa le corse dietro.

— E io?

— Tu aspettami qui.

Sembrava che Mimy volesse aggiungere qualche cosa, ma o si pentì o non
ne ebbe la forza: però l'altra preoccupata non se ne accorse. Uscì, e
rientrando subito con un foglio in mano:

— Leggi: ti passerà meglio il tempo. È una lettera che ti ho scritto
stanotte.

Mimy era abbattuta, Elisa collo sguardo corruscante; al sito del
cacciatore la leonessa si alzava squassando la criniera.

Mimy si riassise sulla poltrona e l'ansia di conoscere che cosa le
scrivesse nella medesima ora d'agonia la vinse sull'ansia della caccia
che Carlo le dava. Si strinse i fogli contro le labbra e lesse:

  «Signora,

«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà
presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato
chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il
destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato
ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più
convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel
cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la
finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò
adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua
piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno
supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il
leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone
a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi
debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda,
se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia,
ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia
delle acque.

«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne
prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non
piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime
delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete,
ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi
della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la
traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo
alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso
dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi
apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro
cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi
piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi
rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio,
come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate
il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine,
il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano,
seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.

«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi
sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua
creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra
noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo
nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso
confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le
nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?

«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?

«Osiamo essere franche.

«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci
teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo
camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate,
perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra
il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri
s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due
colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci
siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo,
amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle
calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.

«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore,
trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in
un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano
le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco
nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si
riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei
giardini della passione...

«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello
stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al
primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi
cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella
nell'ebbrezza del mio trionfo!

«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore,
perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che
avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo
vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita
temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di
gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun
naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi
amai e vi volli.

«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè
dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di
conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato
l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo
splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel
lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro
signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci
sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della
fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare:
esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi
lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le
circostanze.

«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e
se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete
pietà di me.

«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di
accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo
astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile
che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro,
usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più
delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso
ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace
delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di
circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la
mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi
ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora
piegata, stesa nella polvere.

«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra
villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi.
Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto
lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento
misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle
brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia!
Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci
guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle
acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci
stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti
spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di
sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi
fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla
tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la
coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.

«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due
uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni,
romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i
pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi
osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo
fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione
della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e
m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un
immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa
coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.

«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero
innamorata.

«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce,
il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla
violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo
sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma
del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel
buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una
ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo
sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo
bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri,
strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di
vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei.
O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o
la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la
mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda
che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.

«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai.
Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima
volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi
davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il
mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva
alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi:
ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a
discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.

«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato
e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella
mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul
punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la
metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la
carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.

«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di
affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi
aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo
incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o
la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile.
Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato
veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi,
ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi.
Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che
sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.

«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più
pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di
Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più:
la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.

«Allora decisi di disputarvi; il resto lo sapete.

«Eppure, v'insisto, ci siamo amate. Benchè m'ingannassi non stimando
nella vostra anima la profondità, che poi vi scopersi, non posso non
credere al nostro amore: ci siamo amate, e se anche l'odio accendesse
ora fra noi la sua fiaccola fosca non ci abbaglierebbe tanto da farci
perdere lo splendore dei nostri sorrisi di un dì.

«Il passato è passato, asilo di conforto contro la collera di Dio e
delle passioni! Come vi veggo, bella nella memoria! Perchè non posso
ripetere la vostra immagine sopra una tela e metterla sopra un altare?
Fanciulla, fanciulla, perchè siete mai così bella! Se la voce dell'amore
fosse potente, come cantano i poeti, griderei adesso con tutte le forze
chiamando le stelle dalle loro danze remote, e le pregherei di venir
meco in processione ai vostri piedi ad implorarmi il perdono piangendo
coi loro occhi immortali, che non conobbero mai che il sorriso...
Chiamerei tutti i fiori, quelli che sorgono sulle nevi immacolate e
quelli che si ergono fra le sabbie dei deserti, perchè vi circondassero
amorevolmente e ognuno nella sua favella di odori vi parlasse di me...

«Amatemi, amatemi se il vostro spirito è grande, perchè il mio amore è
un infinito e sarà vostro.

«Ma ditemi, voi, che siete trascorsa audace per gli oceani tenebrosi
della passione a gettarvi la sonda e la rete, perchè mi avete amata?
L'amore per una donna avete forse creduto che potesse nutrirsi sempre
delle insipide erbe dell'amicizia e che tutta la sua vita dovesse
passare nello studio di nascondersi a sè medesimo per non discutere il
proprio problema? Se prima di conoscere l'amore con un uomo potevate, e
non era così, non comprendere che l'amore con una donna dovesse essere
altrettanto pieno nel possesso; dopo non più... E allora perchè
lusingarmi, rinvigorirmi con una promessa la lena moribonda per voltarmi
a un tratto le spalle e sospendervi al collo di lui? Che Dio trovi, egli
cui dicono sì buono, nella sua infinità abbastanza misericordia per
rimettervi il male che mi avete fatto!

«Se la bruttezza della loro forma, le oscenità del loro cuore, le
dissimiglianze del loro carattere e delle loro attitudini, le asperità
infine della natura degli uomini vi avevano spinta verso un ideale
migliore; se neppure il genio e la passione del conte, gli debbo nemica
queste lodi sincere, vi avevano nascosto i suoi difetti, e l'amore di
una donna bella della vostra bellezza e del vostro cuore sorrideva ai
vostri sogni di fanciulla e ai vostri dolori di donna...; se la donna
cercava la donna, e io vi apparvi la donna ideale, perchè rifiutaste di
fuggire quando vi condussi alla stazione? Non oso dirvi questa terribile
parola e mi scivola mio malgrado dalla penna: Mimy sarebbe stata più
piccola del suo amore, poichè Mimy amava?

«Non amavate vostro marito, non amavate vostro cugino, a chi dunque mi
avete posposta? Che io lo sappia almeno il nome del mio rivale per
dirgli di condensare la sua vita nel vostro amore e di morire per voi...
Sarà pur bello, se vi piacque, e io cadrò ai suoi piedi, adorando questo
maschio Iddio della bellezza, che passa la prima volta sulla terra! Ma
allora vi converrà fuggire con lui: dove andrete? Da quando l'amate?
Prima di conoscermi, o dopo? La testa mi si perde in queste congetture e
sento che la ragione è sfinita di questa lotta di argomenti.

«Addio, signora. Comunque sia, mi avete respinto e la mia ultima prova
di amore sarà di non importunarvi mai più. Napoleone perdendo l'impero
del mondo conservò ancora uno scoglio, da cui guardare l'immane ruina ed
essere dal mondo contemplato immane ruina egli stesso... Di lui più
infelice avrò maggiormente perduto e non potrò più vedervi, nè essere
veduta da voi. Non avevo che voi nella vita; per voi che non conoscevo
ancora avevo reso bello collo studio il mio spirito; per voi educata la
mia bellezza a tutti i vezzi della voluttà; per voi aveva cresciuto un
amore, quale nessuna donna aveva mai offerto e nessun uomo goduto... voi
sola, e mi fuggite! avrò invano vissuto. L'altare era coperto di fiori,
splendevano i ceri, l'organo mormorava le sue commosse armonie e la
fidanzata ha fuggito la fidanzata davanti all'altare... che il genio del
male s'inebbrii dunque del suo trionfo e rovesci lo splendido tempio sul
capo dei credenti. Tutto è finito; parola più amara di tutta l'amarezza
dell'oceano condensata in una goccia... Ho vissuto e vivrò ancora, sia
pure per poco... e perchè? Offro me stessa in premio a quel filosofo,
che sappia dirmi adesso il perchè della mia vita.

«Ascoltatemi ancora qualche momento. Questa è la mia ultima lettera, la
corda che mi tiene sospesa sull'abisso; non vi lagnate dunque se
l'allungo di un palmo e ritardo così la caduta. Affacciatevi piuttosto
una ultima volta sul mio abisso, così che guardandovi io non senta più
il vuoto sotto i piedi e non vegga più finire la corda nelle mani della
morte... Oh! io casco dal cielo, ma il sole mi splende indifferente sul
capo e l'azzurro sorride, la natura esulta: io sola infelice, io sola
colpevole... ah no, signora, credetelo, colpevole lo siete anche voi. Mi
avete pure crudelmente trattata! Respingere il naufrago che aveva
afferrata la riva, rinchiudere la cassa sul sepolto che l'aveva
scoperchiata!

«Ascoltatemi.

«Poichè dovrò allontanarmi, non negate il tozzo di pane al povero, cui
rifiutaste l'ospitalità, e ditemi: allorchè mi amaste, quale era il
vostro sogno di vita? Ecco il problema che da sola non risolvo e nel
quale si dibattono spasmodicamente il mio cuore e la mia ragione.

«Quando ero fanciulla, come voi, sognavo l'amore di una bella che bella
solamente per me non patisse alcun lordo contatto, non avesse altro
pensiero che d'essere bella e di amarmi. Nobile, bella, ricca io
medesima, immaginavo che nulla potesse impedirmi di vivere per tale
sogno e di ottenerlo. M'ingannavo: dovetti essere moglie, umiliare il
mio ideale, prostituire i miei sensi sotto un uomo; senonchè la violenza
non potè degradarmi, mi ribellai, riebbi l'indipendenza e fui vedova,
doppiamente ricca di danaro, d'esperienza e di passione. Quindi cercai
il mio sogno e non lo trovai.

«Intanto, nella speranza mi era preparato una specie di serraglio,
compiacendomi a chiamare col nome di schiave le cameriere che mi
idolatravano. Viaggiai mezza Europa, approdai in Oriente, rimontai
l'Egitto e conobbi donne di rara bellezza, d'ingegno vivace, ma nessuna
che rispondesse al mio cuore. Ero dunque pazza se cercavo la felicità in
un'altra zona fuori della natura? Ma una voce segreta mi susurrava che
esisteva, e mi sentivo troppo nobile di anima per stimare la mia
passione una bestialità. Proseguii i vagabondi viaggi e finalmente
stanca tornai in Sicilia, spendendovi un anno a adornare la villa per la
mia incognita. Poi mi rimisi in cammino, e v'incontrai. Ma se meco
aveste comuni le giovanili aspirazioni ed i sogni, e al pari di me non
potevate amare che una donna, perchè il pensiero di vivere meco lungi
dal mondo, al di sopra del mondo, non fu il primo della vostra mente,
per non dire del vostro cuore?

«Se Dio esiste e la morte ci apre le porte del suo tribunale, io potrò
sempre dirgli: la mia vita giusta o reproba è una, diritta, sempre
fedele a sè stessa; non ho mai deviato volontariamente, non ho
rallentato il passo, discussa la meta... Ma voi gli direte altrettanto?
voi che avete ingannata e tradita voi stessa; voi che per paura di un
urlo plebeo avete posto la mano sulla bocca dell'amore e soffocandolo
gli avete detto: taci! Voi che avete stritolato un'anima grande come la
vostra, perchè? ditemelo, signora; via ditemi come pensavate, come
pensate adesso di vivere; ditemi, poichè la vita è un matrimonio, a che,
a chi vi sposereste se non mi avete sposata?

«E noi saremmo state felici. Vi avevo già preparato un castello, un
serraglio per voi la sultana. I miei milioni, perdonatemi la goffa
particolarità, vi avrebbero circondata di un lusso quale solo la poesia
può desiderarlo; voi sultana, regina, idolo, dio. Il mio amore si
sarebbe steso ai piedi per rendervi più soffici i tappeti dei fiori o
della Persia, si sarebbe addensato intorno alla vostra nudità per
avvolgerla in una nube sfolgorante, o avrebbe soffiato sulle pieghe dei
vostri abiti per renderle più lievi e più loquaci. Fuori alla campagna
sarebbe stato il genio della solitudine e della natura, nelle sale del
mio palazzo il mago dell'arte e della voluttà. Voi desta, avrebbe
vegliato sulle ore che passavano perchè ognuna vi gettasse un sorriso o
un piacere: voi addormentata, avrebbe composto la musica per i balli dei
vostri sogni... Il mio amore sarebbe stato sempre con voi, dovunque; il
mio amore avrebbe saputo uccidermi se glielo aveste ordinato...

«Che gli dirò adesso, al mio amore, adesso che lo avete abbandonato?
Perchè vi ho mai rispettata nei primi convegni e debbo essere cacciata
dalla fontana senza avervi pure bagnato il lembo della veste? Non vi ho
dato che un bacio e non vi ho posato che una sola volta il capo sulla
spalla... Ebbene, fanciulla, poichè vi sono dispiaciuta e mi rinnegate,
venite a godervi la mia morte; andrò a sdraiarmi sul coperchio della mia
tomba, quello sarà il letto e il veleno lo berrò alla tazza della vostra
indifferenza... Ma lasciatemi amare, lasciate che vi spogli quel casto
costume di Margherita, mentre spoglierò il mio tetro costume di Notte.
Vi prometto di non violarvi, ma nuda vi sentirò nuda, vi bacierò solo i
capelli, e così non sentirete i miei baci; ma nuda al vostro fianco, il
seno presso il seno, l'anca nell'anca, il volto nel volto, la mano nella
mano, così, almeno così... e quando sarò morta levatevi, signora, ma
fate piano, perchè anche morta sentirò quest'ultimo abbandono e i
fremiti del mio cadavere potrebbero spaventarvi...

«Oh, Mimy, ma è impossibile che ci lasciamo! Allora se ne vada il sole e
seco se ne vada la terra, che non mi erano cari se non per voi!

«Ci penso e vaneggio: è impossibile che ci lasciamo. Avervi cercata
cinque anni, essere cresciuta per voi, per voi divenuta una donna, e
abbandonarvi, perdervi... perchè? Vi ripeto, è impossibile. Il naufrago,
quando lo ha abbracciato, non lascia più il suo salvatore dovessero
assieme annegare: naufragavo se non vi avessi incontrata, ed oramai
dobbiamo essere unite per la vita e per la morte.

«Un grande poeta ha detto: che nessun dolore è maggiore del ricordarsi
del tempo felice nella miseria, ma vi è un dolore più ineffabile, quello
di vedere immiserito il proprio ideale. Non importa. Io che volevo
vivere unicamente per voi, e che voi viveste unicamente per me; che nel
nostro amore volevo riunite tutte le perfezioni e tutta la natura, che
avrei voluto vedervi sempre nell'azzurro pura come esso e colla fronte
più luminosa del sole... non importa, rinuncio all'ideale di voi e mi
contento della Mimy dell'avvocato e del conte. Non sono più la donna che
stimavate grande, sono una povera donna, che domanda l'elemosina.
Amatemi come meglio vi piacerà, dalla vostra sfera sublime seguitate a
scendere fin dove scendono le donne più intrepide al fango, e vi
seguirò... sarò l'ultimo, il più ridicolo dei vostri amanti; amatemi in
un'ora di noia, in un'ora di rabbia, non importa! Non vi disputo più,
non dico più: o tutto o nulla... no, datemi quello che vorrete, ma
datemi qualche cosa e chiedetemi qualunque sacrificio. Vendetemi ognuno
dei vostri baci per un bacio che darò a vostro marito, al vostro
domestico; quando mi vi inginocchierò ai piedi, percotetemi col tacco la
gota, ma lasciatemi toccare la vostra veste. Ho bisogno di voi e vi
voglio. Starò sempre alla vedetta, e quando vi vedrò più afflitta o più
superba, stenderò la mano... Avremo ancora qualche appuntamento?!

«Se verrete una volta sul mio letto sarò consolata per sempre, perchè ad
ogni tempesta di rammarichi mi vi andrò a sdraiare, e baciando i
cuscini, dove affondò la vostra testa, mi sembrerà di baciarvi sulle
labbra.

«Mi negherete anche questo? Lo so che vi offesi, che ho osato
brutalmente respingervi, che vi ho maledetta; ma vi chieggo perdono, e
vorrei che quelle empie parole fossero scorpioni che mi ritornassero in
bocca e quella maledizione un serpente che mi stringesse la gola. Lo so
che ho avuto torto, ma Napoleone mormorò nella caduta, ma Cristo gemè
sulla croce, ma nemmeno voi siete innocente... Ah! perdono: non di voi,
ma di me debbo parlarvi. Perdonatemi, signora, l'offesa villana,
perdonatemi subito, perdonatemi tardi, ma perdonatemi. Se debbo espiare
il mio peccato, datemi qualunque penitenza: la compirò col sorriso sulle
labbra e nel cuore.

«Ma se non vorrete perdonarmi? Se non mi amaste? No, no, è impossibile:
eppure siamo divise e sento l'aspide dello sconforto mordermi il cuore.
Mimy, sono pur terribili queste ore, che tu dormi forse nell'ombra di un
sogno innocente. Dormi, divina reietta, come dormono i fiori sotto al
loro raggio di luna e i raggi della luna dormono sull'onde del lago. Io
vorrei piuttosto dormire teco nel fondo di un sepolcro fra lividi
cadaveri e candidi scheletri, che sfolgorare onnipotente sul trono di
Semiramide.

«Perchè mai Courbet in un'ora di genio dipinse Venere e Psiche...? Tu
dormi, bionda, e la bruna non può entrare nella tua camera a passi di
lupo.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·»



CAPITOLO III

                              La follia vince spesso il genio, la
                              fortuna il merito; l'uccello il
                              serpente; il serpente il leone, perchè
                              la donna non vincerebbe l'uomo?

                                                   OTTONE DI BANZOLE.


L'avvocato, che attendeva nel salone, s'impazientiva e aumentava quasi
volontariamente la propria impazienza per sottrarsi a una segreta
emozione.

Messo sulla traccia da una imprudente parola di Giulietta, era venuto a
cercar la moglie fuggita presso la donna da lui amata pazzamente. Che
cosa decidere ritrovandola? Perchè cercarla? Come chiederla a quella
donna, alla quale aveva offerto tante volte il proprio amore, e che
adesso, dopo l'eroico scandalo del gabinetto, amava e temeva
maggiormente? Chi era dunque la maschera? Era folle? No: perchè?

Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre
indietreggiare.

Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa
ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito
fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi
un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente
semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta
scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana
sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro
merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo
la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e
disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel
collo e per le spalle.

Ella s'innoltrava lenta, lenta.

— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.

— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete
venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.

Sedè sull'altra poltrona.

— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti
sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la
parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi
ha ancora risposto?

— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.

— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!

— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono
una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.

— Se la bellezza avesse troni...

La marchesa gli troncò con un sorriso indulgente il complimento, e
l'avvocato arrossì.

Tacquero: il duello stava per cominciare.

— Mimy è qui?

— Ebbene?

— Voglio vederla.

— È impossibile.

— Perchè?

— Non lo so: ma è impossibile.

— Ma sapete voi tutto?

— So qualche cosa.

— Dunque?...

— Aspetto che mi diciate, poichè si tratta della signora Mimy, che cosa
vi conduce qui.

A questa franca interrogazione, egli si fermò.

— La difendete ancora?

— Ancora, soggiunse con amarezza, e voi perchè la perseguitate ancora?
Comprendo: Mimy vi fugge, l'inseguite. Istinto di cacciatore che insegue
una lepre, ma istinto pure di lupo che insegue un'agnella.

— Così, sono io che ho torto!

— Infallibilmente, poichè siete voi il fuggito.

— Logica bizzarra! mormorò.

E dopo un istante:

— Dunque mi vi opponete: capisco... vorreste salvarla nuovamente.... So
tutto. E le presentò la lettera di Mimy.

La marchesa s'illuminò in volto dalla gioia.

— Siete una nobile amica, ma badate, l'amicizia, essa pure, ha le sue
frontiere. Ieri sera l'avete salvata con una generosità da romanzo, e
adesso vi domando scusa del mio impeto villano e vi ammiro. Ma la scena
è cambiata. Malgrado la vostra bella azione io so e il mondo sa tutto.
Quella donna non può aver mancato impunemente a' suoi doveri... la
reclamo.

— Come un giudice in tribunale, rispose stridulamente la marchesa.

— E sia pure, ribattè irritato dalla ridicolezza della sua posizione.

La marchesa si levò:

— Ebbene, no. Cedetemi vostra moglie: credo che in diritto romano si
possa. Catone la dette pure ad Ortensio.

Questa scappata detta con inesprimibile grazia lo fece sorridere.

— Non importa: la mia citazione vi esilara, e così? insistè infilandogli
il braccio.

— No, egli fe' resistendo: qualunque siano le vostre opinioni sul
matrimonio, io ho le mie e il mondo ha le sue. Siete libera di ridere
che Giorgio mi abbia miserabilmente ingannato, di offrire ricovero alla
sua amante; siete libera in questo come nel trovarmi brutto, senza
spirito, senza pregio, ma non senza onore. Non scherzo, signora. Mia
moglie è qui e deve ritornare meco: voglio impedirle altri scandali. Se
avete voluto trattenermi finchè mi calmi, parmi ormai d'essere
abbastanza tranquillo per non destare seri timori.

— Che cosa farete di vostra moglie, che vi fugge?

— La legge mi lascia più di una strada.

— V'ingannate, per un gentiluomo non ve n'è che una sola: la
separazione.

— Può essere.

— Separatevi. Che cosa può accordarvi il tribunale di più che ella non
abbia perduto fuggendovi? Conosco il codice anche io. Mimy non vi
disputa nulla, poichè vi abbandona tutto.

Non rispose, e l'altra stimando d'averlo scosso:

— Dimenticatevi quella donna: non vi eravate mai uniti, adesso vi
separate. Lasciatela al suo destino. Ella perde più di voi, giacchè
perde ciò che il mondo chiama onore, e scende dalla sfera della legalità
per finire chi sa dove; mentre voi sarete sempre un grande avvocato,
dovunque ricevuto, dovunque applaudito. Mimy era infelice con voi e lo
sarà più senza di voi. Se desiderate la vendetta: tranquillatevi,
l'avrete. È venuta da me, so tutto e l'ho raccolta giurando di
proteggerla.

— Anche da Giorgio?

— Anche dal conte, replicò senza scomporsi: da tutti. Sono sola al mondo
e rimarrò sempre sola. Mimy mi terrà compagnia e ci aiuteremo a vivere.
Quella colpa, che a voi pare infame per ragioni di egoismo, non irrita
me donna. Mimy è sempre per me la bella fanciulla di Rimini dal cuore
delicato e dalla fantasia poetica, e ora, che mi chiede ospitalità
fuggendo disgraziatamente dal mondo, sarei peggiore delle sue amiche,
che domani la insulteranno, troppo vili per l'energia dello scandalo, se
la rifiutassi. Mimy è pentita, addolorata, starà meco fuori del mondo:
io veglierò su lei. Andate avanti per la vostra strada voi, che l'avete
gloriosa, e non rivolgetevi a guardare a quale svolta si è perduta
vostra moglie...

— Andrò innanzi solo...

— Non eravate solo anche prima, non lo sareste egualmente quando ella
consentisse a ritornare con voi. Un abisso vi divide. La vostra vanità
di uomo, i vostri progetti di marito soffriranno, ne convengo: ma ogni
vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice.

Egli aveva chinato il capo. Quelle osservazioni erano troppo sensate per
rispondervi prontamente, e per di più pronunciate con un accento, che
molto ne leniva la durezza. Stava cogli occhi fissi sopra un fiore del
tappeto e pensava, intanto che la marchesa, calma nella voce,
l'osservava con mortale trepidazione.

— Signor Carlo, riprese ad un suo moto: siccome contavo di partire,
partirò domani portando meco Mimy. Ve lo giuro sulla tomba di mia madre,
finchè Mimy sarà meco non sarà di alcun uomo. Nessuno sa ancora della
sua fuga e non se ne saprà, anche sospettandola, perchè il conte non
sarebbe meno fuggito di voi. Direte che è partita meco per un viaggio, e
se la baronessa vorrà saper quale, penserò io ad ingannarla. Accettate?

— Di perdere a un tempo una donna che amo ed una donna che odio:
l'offerta è splendida.

— Di chi la colpa?

— Di voi. Ma perchè da quattro mesi vi trovo in ogni luogo della mia
vita? Giorgio, uno dei pochi che amavo, mi tradisce; mia moglie mi
vilipende e poi mi fugge lasciandomi solo e ridicolo in faccia al mondo
e alla vecchiaia e, quasi la bevanda non fosse abbastanza amara, venite
voi e vi gettate dentro il vostro amore. Così, quando penserò a voi, mi
ricorderò di essere un marito come tutti; quando penserò a lei, mi
ricorderò che avevo incontrato una donna ben più bella e che mi ha
egualmente fuggito. Bisogna che ci sia un destino contro di noi, perchè
i dispiaceri non saprebbero ordinarsi di per sè tanto atrocemente!

— Coraggio, non bisogna poi avvilirsi...

— Chi si avvilisce? Credete che rimpianga quella civetta? Ma è triste
sentire a quarant'anni di non avere più nè famiglia, nè una passione di
cui vivere. Voi partirete, andrete lontano, a Parigi, a Pietroburgo, a
New-York, non lo so. Là sarete felici. Giovani, belle, ricche, tutto il
mondo ai vostri piedi, mentre io starò in uno studio a distrigare dalla
legge o da un altro avvocato qualche imbecille incappatovi. Per me tutto
è finito. A Bologna non c'è un'altra donna come voi: non ho dove
rivolgermi. Rimontando il passato, soffrirò ancora più, e voi ne
riderete, e forse ritornando da una festa o preparandola vi domanderete:
che cosa farà adesso quell'imbecille di Carlo? Mi pare di sentirvi.

— V'ingannate.

— No, non m'inganno, proruppe violentemente; i brutti sono ridicoli per
i belli, i vecchi pei giovani, gl'ingannati per gl'ingannatori. A voi
tutto e a me niente; è impossibile, non mi rassegno. Avete detto: ogni
vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice. Bella frase e
vera: ma ogni vita deve avere una felicità, come ogni lago ha un
incanto. Io non l'ebbi ancora e la voglio, e se mia moglie non potè
darmela, mi rivolgerò a qualche altra: se l'avrà, è mia. Vi pare che
abbia ragione, signora marchesa?

Ella, che si aspettava da un pezzo questo colpo, non ne fu sbigottita.

— Veramente non mi pare. Avvicinatevi, soggiunse tendendogli amabilmente
la mano, e ragioniamo.

— Sarà difficile: e gliela afferrava appassionatamente appressando una
specie di sgabello alla poltrona.

Vi fu un altro silenzio: ella si colorò in volto.

— Mi amate?

— Sì.

— Se vi dicessi, e lo fissava audacemente negli occhi: offritemi un dono
e sono vostra?

— Accetterei, dovessi restare sulla paglia.

— Siete più generoso di Assuero: egli non offriva che una provincia...
Cercate.

Egli le baciò convulsivamente la mano, ma cercò inutilmente.

— Lo sapevo: se io l'avessi trovato?

— Voi!

— Rinunciatemi Mimy.

— Ah! e di seduto le scivolò in ginocchio.

— Non partirete?

— Partirò.

— Quando?

— Posdomani.

— Per sempre?

— Chi può dire questa parola superba? partirò.

Egli la contemplava istupidito. Gli pareva di sognare, mentre venuto a
cercare sua moglie per vendicarsi, era adesso lungi dal primo disegno;
ma la marchesa calda nel volto di un voluttuoso rossore e col seno
ineffabilmente commosso lo abbagliava e l'incendiava. Si stavano tanto
presso e in tale atteggiamento, che l'amplesso era quasi incominciato e
scoppiando un bacio si compiva.

La marchesa sfinita si rigettò sulla spalliera della poltrona.

Carlo le passò un braccio alla cintura.

— E sia!

Ma ella balzò in piedi, e respingendolo, sembrò voler fuggire.

— Marchesa! gridò inseguendola: ma è una...

Non disse di più, perchè ella gli aveva chiusa la bocca con una mano.

— Adesso andate e stringiamoci la mano: io salvo una donna e voi ne
perdete un'altra.

— Ma...

— A domani.

— Troppo tardi.

— Eppure sarà domani.

— E se non mi piegassi? Domani! Gittate un tizzone in un pagliaio e poi
ditegli: ardi solo domani: non vi ubbidirà.

— Sì, altrimenti lo spegnerò.

Gli tese la mano, che l'altro strinse.

— Chi mi assicura che manterrete la promessa? scoppiò improvvisamente a
dire.

Una nube passò sulla fronte della donna.

— Dubitate? e, accennandogli di attendere, sfuggì per la porta e ne
ritornò subito con un astuccio in mano.

— È il diadema di mia madre. Regalandomelo, mi fece promettere che non
me ne priverei per cosa al mondo. Prendetelo in pegno, e se domani
mattina non mi troverete, andate e gettatelo nel Reno.

— Ma vale centomila franchi!

— Molto di più, corresse sorridendo ironicamente: andate.

L'accento di quest'ultima parola fu così imperioso che indietreggiò come
un servo. Teneva l'astuccio aperto nelle mani, ritraendosi metà rivolto
alla porta, metà a lei, immota nell'altero atteggiamento.

— Domani mattina a quest'ora! disse guardando l'orologio sul tavolo.

— A quest'ora.

Si avanzò di un passo e correndole incontro:

— Non lo posso credere: è una felicità troppo grande. Le prese un lembo
della veste e fuori di sè dalla gioia glielo baciò.

— Lasciatemi, signore: se la fortezza ha abbassato la bandiera, non ha
ancora aperto le porte. A voi il domani, ma l'oggi è ancora mio; però
queste parole furono pronunciate con tale malinconia, che finì di
persuaderlo.

Si ritrassero entrambi ad un tempo: l'avvocato andando verso la porta;
la marchesa verso l'usciuolo del gabinetto. Vi giunse la prima, si fermò
sulla soglia. Di rossa era divenuta pallida: ogni passo di lui sarebbesi
detto le calpestasse il cuore. Egli camminava vivacemente e arrivando
alla porta ne scostò in fretta il cortinaggio, fe' girare la maniglia,
il cortinaggio ricadde quasi coprendolo. In quel punto intese un:

— Ah! che lo gelò.

Mise fuori il capo, non vide che lo strascico rosso della veste
scomparire per la fessura dell'usciuolo.

Stette pensoso; si mirò attorno, fece due passi nel salone, gli occhi
fissi sull'usciuolo fremendo incomprensibilmente: ma il domani gli
rifiammeggiò così vivamente nel pensiero che stringendosi con
un'occhiata suprema tutto quel salone sul petto, uscì sospirando un
altro ah! diverso ma egualmente passionato.

Chi aveva vinto?

Chi aveva vinto alla battaglia di Mantinea? I Tebani che avevano
sconfitto l'ala sinistra dei nemici rimanendo padroni del campo, o gli
Spartani che avevano tagliato a pezzi lo squadrone sacro e ucciso
Epaminonda?



CAPITOLO IV

                                             A quoi rêver au bain?
                  Helas! l'Oisivité s'endort laissant sa porte
                  Ouverte — Entre l'Amour. Pour que la Raison en sort
                  Il ne faut pas longtemps.

                                     _Mardoche._ — ALFRED DE MUSSET.


Ecco una sala da bagno. Una donna si rattiene la camicia sul ginocchio e
chinandosi sull'orlo della vasca sorride alla bellezza della propria
immagine sorridente fra il velo dell'acqua. I capelli ancora crespi
dell'elegante acconciatura le ondulano sulle spalle marmoree a ogni moto
del capo, come forse ad ogni guizzo del senso, desto dalla propria
nudità, le fremono idee nella mente. La luce scende arcanamente velata
non si sa dove e l'aria tiepida è satura di profumi. Le statue bianche
immobili sembrano assaporare la voluttà dell'ambiente. Tutto tace; non
un'immagine o un rumore del mondo, non una pianta che ricordi la natura,
non un oggetto che ricordi la legge. Se la gloria ha i trofei e Dio le
chiese, la voluttà ha le terme o almeno le ebbe un giorno, quando regnò
sulla terra un popolo grande. Adesso la virtù cristiana ha cacciato
dalla vita questo lusso poetico, e le donne si bagnano entro una
ignobile tinozza in una più ignobile camera, come s'immerge il pollo
nella catinella prima di arrostirlo. Le case non hanno più sale per la
voluttà e non hanno più statue... Dimentichiamo e sogniamo...

La sala è rotonda. Nel pavimento lastricato di diaspro siciliano si
profonda una vasca di alabastro degradando a scalinata; intorno girano
dodici colonne di alabastro e nei loro vani appoggiate alle pareti
attendono dodici statue. La donna ha lasciato il suo manto bianco sopra
un cippo di marmo, e guarda. Le statue sorridono...

Io vi abbandono e seguo il mio racconto.

Il gabinetto, nel quale Mimy disponevasi al bagno, quantunque inferiore
in magnificenza all'altro che la marchesa possedeva nel suo famoso
castello di Sicilia, rivelava forse meglio la graziosa ricchezza della
sua fantasia di poeta. Era una specie di capanna rustica senza forma
alcuna. Le sue pareti e la vôlta formati di rami di quercia nemmeno
sbucciati andavano per ogni lato e parevano cadere ad ogni istante; anzi
la vôlta era rovinata in un angolo e fra le sue ruine sorgevano
piantelle rampicanti ed erbe grasse.

In un altro angolo s'ammucchiavano molti canestri di fiori esotici, che
usi a brillare nei gabinetti aristocratici, e quindi malcontenti del
luogo, sembravano guardarsi in uno specchio, capricciosamente insinuato
fra i rami, parlando fra loro coll'alterigia di un crocchio di eleganti
a una festa di parrocchia in campagna. Non li curiamo ed esaminiamo
questo canotto, che partito Dio sa da quali atroci spiaggie di
antropofagi si è qui fermato troppo grave di acqua. È tutto di un pezzo,
perchè l'artista selvaggio invece di correggere la deforme rotondità
dell'albero non lo sbucciò nemmeno e non badò che a scavarlo
profondamente nel mezzo per adagiarvisi sdraiato e vogare nascosto alle
freccie dei nemici.

Mimy vi è dentro e ascolta fremendo le ultime parole di un canto di
Zisa, che si smorza in una cadenza malinconica.

La voce si spense. Mimy, adagiandosi nel canotto, in uno specchio
insinuato sì improvvisamente nella vôlta bizzarra che le rappresentò il
suo bagno, si sorprese così bella in quel movimento di meraviglia, che
non potè a meno di sorridersi.

L'acqua del canotto era tiepida e profumata come l'ambiente. Mimy era
sola.

Si raccolse. Quanti avvenimenti in poche ore! Oh! erano troppi e non ci
volle pensare. Si estasiò nella contemplazione di quel gabinetto,
esaminò le pianticelle, i rami cadenti e che non cadevano forse
rattenuti dalla volontà di Elisa che la proteggeva; tornò a guardarsi
nello specchio, guardò i fiori che si specchiavano come lei, e li trovò
belli. Tutto era bello in quel punto.

Si sentiva felice, tremava, fremeva, aveva voglia dì piangere e di
ridere. Era in casa della marchesa, nel suo bagno, proprio nel suo
bagno. Se ci fosse stata anche lei? Veramente in due non ci si poteva
stare, ma l'acqua, lattiginosa per una infusione di odori, somigliava
tanto ad una coperta, e in un letto per quanto piccino si cape sempre in
due. Che bella cosa sognare nel bagno quando si sa, e si vuole ignorare
che Elisa vi aspetta e vi sospira, e sognare, come si sognava una volta
da fanciulla quando amore, dolore e voluttà erano effluvio di remote
contrade, e adesso sognare meno indistintamente! no: folleggiare ancora
così, folleggiare intorno alla verità, come i bambini girano intorno
alla cassetta dei confetti, che la vecchia ha portato pel camino dopo
mezzanotte....

Il bagno le blandiva sensi e sogni. E dopo il bagno?

Si alzò alquanto sul busto a guardare le statue: fiutò come una malizia
nel loro sorriso e ruppe in un riso pazzo, infantile.

Ma la porta si aperse e Mimy si rituffò colla prontezza di una
rannocchia, così che gli spruzzi dell'acqua le imperlarono i capelli. Un
passo e un rumore di catene si appressava. Era Zisa nuda con un
accappatoio sul braccio. Il bagno era finito. Mimy si drizzò mezzo
vergognosa, ma la schiava afferrandola alla cintura la sollevò dal
canotto, l'avvolse nell'accappatoio e la portò sul sedile coperto da una
pelle di orso nero.

La mora era quasi mesta nel volto.

— Come siete bella! le disse Mimy, che l'osservava lasciandosi
asciugare.

— Bella! rispose con accento malinconico; lo sono stata, ma non lo sarò
più.

— Non lo sarete più?...

— Tu lo sei più di me, e liberandola improvvisamente dell'accappatoio
indietreggiò per contemplarla.

Indi:

— Mi avevano detto che il diamante nero era la più bella fra le gemme...
Inganno!

Mimy comprese l'amarezza di quel complimento, e se ne inebbriò; Zisa era
forse la schiava prediletta della marchesa e confessava di essere meno
bella. Per quanto buono, il suo cuore dovette esultare del trionfo.

Quindi la mora andò alla parete di contro e ne scostò un ramo scoprendo
uno stipo meraviglioso, fornito di tutti gli oggettini che servono alla
toeletta di una signora. Prese un vasetto d'oro, greco nello stile, e
ritornando a Mimy la cosparse di una polvere candida e odorosa; poi cavò
una veste di raso bianco dentro e fuori, tepida forse per la vicinanza
di un calorifero nascosto, e gliela indossò. Quindi le si inginocchiò ai
piedi per forbirli con uno scopettino e una lima di avorio.

Mimy fe' un movimento, così che Zisa inginocchiata sopra un ginocchio
solo perdette l'equilibrio: ella la sostenne.

— Perdono!

Si guardarono.

— Mi amerete anche voi? Mimy le chiese con affettuosa timidezza.

La mora sorrise scoprendo due file di denti impareggiabili e scotendo il
capo con un moto di leonessa:

— Amerei una iena se ella l'amasse! e accompagnò queste parole con una
occhiata così sfolgorante che l'altra n'ebbe quasi paura.

La toeletta proseguì. Zisa le sciolse i capelli, e ravviatili lungamente
col pettine, per togliere loro le pieghe artificiose dell'acconciatura,
li spruzzò con un piccolo inaffiatoio, che si applicava alle labbra, di
una essenza tenuemente odorosa: li lustrò con un fazzoletto di seta, e
insinuandovi ambo le mani li disordinò col capriccio del vento. Poi le
tolse la veste, che portò seco quasi tutta la polvere, le spazzolò
ancora il corpo bianco con un fioco di seta pendente ad un bastoncino di
corallo; trasse da un terzo cassetto un ampio mantello di lana finissima
e una corona di rose. L'avvolse e la incoronò.

Mimy non si moveva.

Allora le pose un braccio sotto le reni, un altro sotto i ginocchi, e la
sollevò distesa. Mimy si raccolse i capelli, che le toccavano terra.

— Andiamo.

— Dove?

La mora volle provarsi a sorridere, ma non potè.

Mimy le nascose la testa contro la spalla rabbrividendo.



CAPITOLO V

                              Fleur rouge de la volupté, fleur
                              arrachée au soleil par Promethée, je
                              n'aime que toi seule et seule je te
                              cultive dans mon cœur. Ta corolle est
                              rouge et ton parfum enivre bien
                              autrement que le parfum de la fleur
                              bleue de l'ideal. Chaque fois que mon
                              ame saigne par ses innombrables
                              blessures je la plonge dans ton calice,
                              et le sang coule alors sans douleur.

                         _Hymne à la Volupté..._ — OTTONE DI BANZOLE.


Entrarono nel gabinetto. Era ancora il medesimo con qualche
miglioramento, a prima vista poco notevole. Anzitutto le finestre erano
chiuse e invece del sole una grossa lampada, chiusa in una palla
appannata e inghirlandata di fiori, spandeva una luce queta, quasi
assopita su tutto quel violetto delle tende, che s'abbruniva come in
certi vecchi quadri di grandi maestri, mentre le loro pieghe cadevano
con una scura poesia.

Nessun mobile tranne il letto e un antico tripode nel mezzo, dal quale
tenui profumi evaporavano intorno alla lampada, lambendola mollemente
come talora i vapori fanno alla luna; ma nel salire s'insinuavano fra le
crespe della tenda allargandosi mano mano fino a velarle, facendo quasi
immaginare, se nel gabinetto si fosse trovata una donna nuda, che quella
fosse nuvola che l'aveva accompagnata e l'attendeva per ripartire. Il
letto di bronzo dorato, nascosto dalla coperta di raso violetto e
riparato da un indescrivibile padiglione di merletti, antichi nel
disegno e nella dubbiezza del candore, spioventi da un grande vaso di
rose a capo del letto, era di un lusso semplice quanto costoso.

Zisa depose Mimy così avvoltolata sul letto e si ritirò quasi
precipitosamente.

La prima cosa che Mimy vide nello specchio, che correva magnifico per
tutta la lunghezza del letto, fu sè stessa e molti fiori buttati qua e
là a mucchi. Due canestri di fiori le sorridevano sopra due mensole di
malachite, sopra il capo aveva una vôlta di merletti, sopra i merletti
una nube, sopra la nube una tenda, dinanzi un tripode fumante; un
gabinetto vero ed impossibile. Si perdette. Solo una donna poteva avere
alzato questo mobile tempio alla voluttà, perchè solo una donna poteva
esserne la sacerdotessa. Il tripode fumava, ma perchè non dinanzi alla
dea?

Colla fantasia già esaltata dai sogni del bagno, Mimy cercò la divinità,
e la vide albeggiare dietro la nube azzurrognola dei profumi.

Era una figura bianca, nuda entro quella nuvola che le rendeva più
leggiere e delicate le forme... Un'attitudine impossibile ad esprimersi
nella sua poesia, una fronte luminosa, un sorriso più luminoso ancora.
Un'irradiazione fulgente, ma attenuata dalla nube, le si diffondeva
dalla persona e arrivando a Mimy le penetrava nel candido manto,
strisciandole su tutto il corpo. Mimy si sentiva quasi sollevare, e
sarebbe bastato un moto di quell'onda luminosa per comunicare colla dea.

Chiuse gli occhi: si accorgeva di vaneggiare e che non aveva più forza
di vincersi.

Sospirò.

O il gabinetto fosse soverchiamente caldo, o le infiammasse il sangue,
si portò le mani alle gote arrossite ed allentò il manto.

Ella, che pure aveva una fantasia ricca e delicata, non avrebbe mai
immaginato quel gabinetto della marchesa. Questo nome fu un buffo di
vento che le sperse tutti i pensieri; e di nuovo chiuse gli occhi. Non
voleva vedere più. Quel gabinetto, quell'atmosfera, quei profumi
l'opprimevano. Voleva assopirsi. Non contenta di avere chiuso gli occhi,
li strinse; non paga ancora, li coperse con una mano: le pupille così
compresse mandarono lampi e brevi e lucenti meteore solcarono quel buio.
Si provò veramente a dormire, ma ogni sforzo fu inutile, finchè quella
fatica l'illanguidì e l'ansia le si calmò. Non pensava più, come non
nuota colui che allungandosi si lascia portare dalla corrente.

Un'altra donna entrò tacitamente; era la marchesa.

Aveva una diafana veste di velo bruno aperta come le camicie dei marinai
sino a mezzo del seno e trattenuta sotto di esso da uno splendido
fermaglio formato da un solo rubino: ma dinanzi le scendeva quasi a
grembiule sino allo stinco, e dietro le si distendeva in strascico
lunghissimo e leggero, lasciandole albeggiare ad ogni passo il profilo
della gamba. Camminava scalza. Due nastrini di velluto le stringevano
gli stinchi, due le braccia velate sino al gomito da una specie di
piccola cappa, e uno il collo. I capelli su quel molto bianco delle
carni rifulgevano ancora più neri e male pettinati forse nella fretta,
poichè una lunga ciocca cadeva giù pel dosso fino ai ginocchi, e il
resto legati da un filo di perle si attorcigliavano sulla nuca in un
difficile arruffamento.

Era bella. Forse uno scultore le avrebbe trovato più di un difetto nelle
forme troppo robuste, forse le reni, forse i fianchi sarebbero
sconvenuti a una Venere; ma Tiziano non dipinse mai un collo, nè due
spalle più voluttuose, ma il seno abilmente impicciolito dal velo aveva
ancora un'ampiezza terribilmente lasciva; ma la statura, il portamento,
l'imperiale maestà del volto appena appena commosso la facevano un tipo
sublime e fantastico. Era la donna nel meriggio della propria giornata,
bella di vita ancor più che di forme; la donna che ha vissuto, che ha
goduto, che ha forse anco sofferto, che ha sviluppata tutta la propria
bellezza e si ferma un istante prima di cominciare a perderla.

Avendo veduto Mimy in quell'atteggiamento camminava colla massima
leggerezza, e si arrestò al letto contemplando.

Del volto di Mimy non si vedeva che la fronte e la bocca, la fronte pura
e la bocca tremola di un nascente sorriso. Ella lo premè con uno sguardo
inesprimibile, poi le corse su tutte le forme avvilluppate nel manto e
risalì posandosele sulla bocca. Mimy non sentiva, immobile, col petto
che si alzava nel respiro rivelando un delicato contorno, mentre i
capelli distesi sotto il dosso le spuntavano in ciuffo dall'anca, su
quel violetto della coperta di raso spiccando dorati come una criniera
di leone o un raggio di sole.

La marchesa si chinò sulla assopita, quasi essendo un fiore ne volesse
respirare il profumo, ma non osò chinarsi piucchè a mezzo e dilatando
gli occhioni neri la cinse di un più avido sguardo. Un non so che di
straordinario le brillava nella faccia. L'opaca e in certo modo possente
pallidezza del viso le si era allividita, le pupille le fiammeggiavano
fuori dell'orbita leggermente bistrata come dal segno di uno sforzo.
Tutti i lineamenti le tremavano. Così china colle braccia mezzo aperte
all'amplesso e un sorriso famelico e il petto anelante sembrava la
statua Voluttà non nella calma come la sentivano gli antichi, ma nella
passione come la sentiamo noi moderni. Era più bella di Mimy, se la vera
bellezza sta nella vita, bella della bellezza fantastica, appassionata,
peccatrice, tanto cara alla scuola romantica. Stupendo gruppo di Venere
e Psiche, degno del pennello di Courbet!

Ma perchè la marchesa, che certo soffriva in quella penetrante
contemplazione, non destava Mimy? Difficile dirlo. Forse non voleva
toglierla all'assopimento, stimandolo conseguenza dei travagli della
notte, forse l'amava in quell'atteggiamento capricciosamente infantile,
forse, e il più probabile, s'inebbriava del proprio frenato rapimento.
Ma la passione fosse più forte della volontà, o le mancassero le forze,
dovette sedersi sulla sponda del letto; però lo fece con tale
delicatezza che Mimy non diè un moto. Il letto essendo stretto le due
donne si toccavano quasi.

— Oh! sospirò sommessamente, volgendo attorno lo sguardo per togliersi
al fascino di quella assopita.

La lampada sospesa alla vôlta spandeva sempre la sua luce quieta, il
tripode fumava, i fiori sparsi a mucchi sul tappeto e sulle pelli
esalavano i loro acri profumi, mentre il fumo delle essenze arse
movendosi per cento ondulazioni calava sul padiglione dei merletti.
Nessun rumore, nessun testimonio; perfino il sole escluso, sebbene fuori
scintillasse stupendo sul candore della neve. La temperatura
dell'ambiente cresceva: la marchesa si vide nello specchio ansante di
aspettazione.

Aspettava da cinque anni. Era tempo.

Si diè un'occhiata nello specchio, respinse lo strascico distendendolo
sul tappeto, si acconciò il grembiule e si dispose. Mimy aprendo gli
occhi doveva vederla di mezzo profilo, seduta, più bella in
quell'atteggiamento, che le nascondeva la pesantezza, dei fianchi.

Allungando un braccio classico di forma e che terminava in una mano di
piccolezza quasi eccessiva, prese quella che Mimy si teneva sul viso e
la scostò. Questa spalancò gli occhi, li spalancò ancora e non disse una
parola, non mise un'esclamazione.

— Dormivi?

— No: fe' scuotendo il capo.

— Mi sognavi dunque?

— Neppure.

— E allora?

— Non lo so, ma sono contenta di non aver sognato. Non avrei mai sognato
così: e la guardò con una meraviglia mista di ammirazione e di amore.
Senonchè abbassò gli occhi improvvisamente e, arrossendo appena appena,
si trasse colla mano nascosa il manto sul collo e accennò di scostarsi.

L'altra sorrise e quel sorriso la fe' di nuovo arrossire.

— Il letto è troppo piccino. Aspetta; scivolò sul tappeto e cingendole
con un braccio la vita l'attirò sulla sponda così vivamente che una
gamba ne spenzolò.

Disgraziatamente, strisciando sulla coperta il manto di Mimy s'aperse.

— Ah! esclamarono ad un tempo. Mimy voleva ricoprirsi, ma Elisa più
lesta si disciolse il nodo delle perle nei capelli, che caddero in una
magnifica onda, e gettandogliela sul seno le adagiò il capo in grembo.

— Ho letto già di una fata, che aveva un origliere, sul quale potendo
dormire si facevano sogni di paradiso e che la fata era obbligata a
realizzare. Eppure non alzerei il capo per posarlo su quell'origliere!
Mimy, sono bella?... non ti veggo così! Se tu potessi vederti... Oh! ti
amo: e tu?

— Io!

Una lagrima le apparve nell'occhio cerulo, e staccandosi dalle palpebre
scese lenta lenta per le guance.

— Piangi!

— Ho il cuore troppo pieno; piango con te!

E si alzò per pigliarle la testa, ma non vi sarebbe riuscita se Elisa
non si spingeva oltre. Si incontrarono, si confusero in un bacio.

— Sempre con te!

— Sempre... così.

— Così.

— Sempre così abbracciate, coll'anima sulle labbra e baciandoci.
Vogliamo morire così.

— Mimy!

— Elisa!

— E sono tua? tu mi ami? Senti come mi batte il cuore: mi pare di
morire.

— Oh! non si muore di gioia.

Così parlavano guardandosi, la faccia nella faccia, l'una respirando il
respiro dell'altra, ma la fanciulla indietreggiò e ricadde sul cuscino.
Elisa la contemplò ancora un istante, le stese i capelli sul viso senza
velarle gli occhi, le passò un braccio sotto l'anca e con una ciocca dei
proprii le blandì lieve lieve il seno vergineo. A quella delicata
carezza visibili fremiti le correvano sulle carni e umidi lampi le
sprizzavano dagli occhi cerulei. Quindi le strappò di sotto il mantello
e, chinandosele sul petto, lo corse smaniosa colle labbra. Ma ad ogni
bacio cresceva la febbre, cresceva l'anelito e i respiri sfuggivano
talora sibilando. Mimy velata dai capelli non la si vedeva arrossire, ma
l'altra impallidiva e il seno le palpitava violentemente, mentre colla
mano le saliva pel dosso alla testa. Ansava, tremava. Arrivò al volto,
ne scostò i capelli e, guardatolo prima con indicibile rapimento, tornò
al bacio infuocato delle labbra. Le labbra si premevano, si premevano i
corpi, perchè la marchesa nello sforzo era salita sul letto, ma quel
bacio, convulso non finiva, non lentava. Forse sentendosi entrambe
soffocare si serravano colle braccia l'una contro l'altra per aiutarsi,
ed invano. Infine la più forte vi si strappò; Elisa levò con atto
febbrile il capo, mentre Mimy chiudeva gli occhi.

Una leonessa sopra una gazzella.

— Mimy! ruggì, e passandosi una mano dietro il collo si rigettò dinanzi
tutto il volume dei capelli, così che ne rimasero ambedue coperte; poi
si riaccostarono e ricominciò un dialogo tronco, sibilante, sommesso.
Erano parole incomprensibili, non erano neppure parole. Erano non lo so:
ma le teste si agitavano, scoppiava qualche grido e le braccia si davano
una stretta.

— Uomo?! mormorò la marchesa.

— No: donna...

Poco dopo la tenda pei merletti ricadde e nascose tutto il letto.

               · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Al mattino Carlo correva coll'astuccio in mano al palazzo Fantuzzi. Le
finestre del piano nobile erano aperte, ma Elisa e Mimy se n'erano
involate.

Non si è mai saputo se l'avvocato andasse al Reno per gettarvi il
diadema, come gli aveva detto la marchesa.



DOPO


Da quella scena della Montagnola il giovane e la contessa si erano
incontrati più volte senza più parlare del romanzo, quando un mattino
s'imbatterono nel Pavaglione.

Il giovane aveva un fascio di carte in tasca.

— Ah! mi ricordo: e quel certo romanzo?

— Dorme da un mese.

— Il sonno dei morti?

— No, dei malati.

— E l'avete finito?

— Contessa, me lo chiedete sul serio?

Ella comprese e sorrise.

— Adesso che cosa fate?

— Ozieggio: è il solo mestiere che mi garbi e nel quale riesca quasi con
onore. Bisogna aver avuto la mania dell'arte e della gloria per
inebbriarsi del dolce far niente. Tutto vi sorride, dal sole che vi
desta con discrezione a mezzogiorno al becco del gas, che vi augura la
buona notte quando tornate a casa sull'alba. Nella giornata si va a
spasso pel Pavaglione, s'incontrano alcune signore sempre brutte e
vestite a un modo, mentre voi siete sempre bella e sempre vestita
diversamente. E quelle signore vi sorridono, mostrandovi che han più
denti in bocca che idee pel capo o amanti per la mano.

— Per carità, lo interruppe con gaio spavento: non cominciate adesso una
delle solite tirate; è cosa da far scappare anche il sole.

Il giovane le offerse il braccio per risposta.

— Ma siete in ozio davvero? Non vi credo.

— Avete torto, perchè io vi credo sempre anche quando mi trovate
ridicolo. Sono in isciopero da un mese, e mi darete ragione. Conto su'
miei giorni di ozio per farmi perdonare quelli nei quali lavoro. Sono
uno scrittore tanto immortale!

— Disgraziato!

Ma dovettero separarsi, perchè una zia di lei, più vecchia del proprio
blasone, veniva loro incontro, pedinata da un servitore dell'altro
secolo.

— Il signor Ottone di Banzole.

Annunziò una graziosa cameriera. Egli s'inoltrò per un gabinetto
elegante verso la contessa, che si scaldava a un buon fuoco sopra una
poltrona migliore.

Si strinsero la mano, quindi sedendosi sopra uno sgabello, che trasse
vicino alla poltrona, di Banzole non disse parola.

— Così, mio caro autore, siete taciturno?

— Sì: sono a Bologna da tre mesi e mi vi annoio come se vi fossi stato
sempre. E voi vi siete annoiata con quello scartafaccio? disse
indicandoglielo sul camino.

— Poco.

— Sul serio?

— Quanto lo possiate desiderare.

— Contessa, non toccate la mia potenza di desiderio, perchè sono capace
di dirvi che vi desidero subito e da un pezzo.

— Zitto, lo interruppe: mi direste una insolenza. Parliamo piuttosto del
vostro romanzo. Ma sapete che il tema era difficile e forse seguiterà a
parer tale, moralmente, anche dopo svolto? Vi confesso che mi aspettavo
a qualche cosa di più semplice, perdonatemi la parola, di più volgare;
invece mi fate veramente un romanzo di passione. La marchesa, Mimy,
Giorgio e perfino l'avvocato sono tutte persone di una spiritualità
quasi eccessiva, che mentre camminano per una palude infangandosi fino
ai capelli, tengono ostinatamente gli occhi al cielo. Conosco poco
l'arte, ma per accarezzare una simile contraddizione bisognava che
l'artista avesse il genio della immortalità o la passione del vizio.

— Chi sa se non avete ragione?

— Mio Dio! mi fate rabbrividire colla vostra calma.

Invece sorrideva.

— Che cosa volete, contessa, non ho mai compreso bene il vizio e la
virtù, ma ho sempre sentito intensamente la bellezza e la bruttezza, e
ho conchiuso per farne i due poli della mia coscienza, l'ombra ed il
sole della mia vita. Per me una signora è sempre virtuosa finchè è
bella, e le sue passioni sono sempre legittime finchè animate dalla
poesia e vestite dal lusso. Sono un pagano io, come Giorgio, dei tempi
di Alcibiade e di Aspasia. D'altronde vi ringrazio della splendida frase
— il genio della immoralità — ma sono desolato di non meritarla. Non ho
sublimato a passione ciò, che altri chiamerà vizio, per renderlo più
attraente, ma ho supposto ingenuamente che fosse una passione, e la ho
dipinta. Il mio romanzo sarà certamente criticato, ricorderà a molte
donne, dimentiche da un pezzo, di arrossire; scandalizzerà molte ragazze
che l'avevano castamente sognato prima di leggerlo, mi creerà una
riputazione orribilmente triste come un giorno di pioggia o il discorso
di un professore per una distribuzione di premii, ma mi vi rassegnerò
colla bonomia dello scettico, contento se qualche signora del vostro
spirito e della vostra bellezza mi abbia compreso e gustato. Già ve lo
dissi: scriverò per le signore sibaritiche.

— Non ve ne sono più.

— E voi?

— Io, sono di Bologna.

— Oh! esclamò: la risposta è profonda.

Chinò il capo e risollevandolo prontamente le appressò lo sgabello tanto
da afferrarle fanciullescamente uno dei cordoni, che le scendevano sul
fianco:

— Dove siamo adesso?

— Il problema non è molto difficile, qui.

— Qui in un gabinetto elegante, una signora voluttuosamente sdraiata
sopra una poltrona di forma comodissima per sognare e ai suoi piedi un
giovane, che per sognare non ha bisogno se non di fissarla un istante
negli occhi turchini. Un magnifico candelabro di bronzo dorato illumina
la scena. Ebbene, perchè non sogniamo? Sibari è ancora in piedi e noi
siamo in uno dei suoi mille gabinetti. Se non abbiamo corone sul capo, i
fiori ci olezzano nella fantasia e possiamo intrecciarcene. Non ho mai
colto uno dei vostri fiori, ma debbono essere pure belli, se quelli che
vi sorridono sulle labbra sono tanto voluttuosi.

La signora si agitò a queste ultime parole e il giovane proseguì
incalzando.

— Sogniamo, contessa: è uno dei lussi più splendidi e meno costosi; mi
vi abbandono spesso con passione. Guardate. Questo è un bel gabinetto e
sarebbe una bella cornice per un quadro d'amore: la mia visita diviene
un convegno, voi un'amante, io un artista innamorato che viene a
sdraiarvisi ai piedi... scena di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La
gioventù, il lusso, la passione, il mistero... nulla manca.

— Proprio nulla? pensateci bene. Per esempio, precisando un po' più il
sogno... supponete un po' di musica, un po' di cena.

Il giovane balzò vivamente in piedi.

— Contessa...

— Favorite di suonare quel campanello.

— Alice, ella si rivolse alla cameriera, che fu pronta a comparire:
serviteci da cena.

Il giovane meravigliato guardava la contessa con sguardo voluttuoso e
diffidente: ma ella non vi badava osservando le due cameriere, che
entravano, come nelle commedie, portando un tavolino brillantemente
apparecchiato. Lo posero dinanzi al camino e si ritirarono colla muta
prontezza di due schiave.

La cena si componeva di un pasticcio, che esalava fumo ed odore, e di
una beccaccia corazzata dei soliti crostini. Due bottiglie, una di Reno
e l'altra di Sciampagna, fiancheggiavano una graziosa canestrina di
fiori: i bicchieri e le posate erano d'oro. Si assisero. La pendola
suonò le undici.

Il pasticcio fu aperto e dalla crosta uscirono in folla cappelletti, che
impedirono per alcuni minuti alle parole di uscire di bocca: ma il
dialogo riprese assai meno poetico. Erano complimenti ed epigrammi, una
collana alternata come di perle e di coralli: poi le perle si fecero
mano mano più rare e i coralli salirono dal roseo delicato al roseo
vivo, indi al rosso, il voluttuoso color del sangue e del vino. Si
parlava di amore. I motti scoppiettavano come razzi, i sensi
trasalivano: alcune occhiate passavano attraverso quei razzi e
perdendosi si risolvevano in un sorriso. Il giovane mangiava con
evidente soddisfazione, la contessa tratto tratto lo sbirciava.

— Un inno allo sciampagna, gli disse prendendo ella stessa la bottiglia
e sciogliendone le bende metalliche.

— Allo sciampagna, che spuma colla passeggiera facilità, onde la donna
ama e l'artista si esalta.

La contessa si alzò ad empirgli il bicchiere.

Egli lo votò, lo tese ancora.

— L'inno?

— Eccolo:

    Oh! m'empi il bicchiere
      E canto per te:
      Son povero, o donna,
      Di speme e di fè.

    Ma canto, e il mio inno
      È un raggio solar,
      Che come al moscino
      Mi basta a campar.

    Non credo, non spero.
      Ma godo talor...
      E godo col vino
      Col canto e l'amor...

Le ultime parole furono pronunciate con vibrazione così energica, che
contrastò singolarmente col senso spensierato del brindisi.

— Bello! disse con ironico sorriso: ma è un inno per voi. Uomo! vi
ripeterò colla marchesa di Monero.

Egli non rispose.

Seguitarono a cenare. La beccaccia fu disossata, i crostini scomparvero,
il vino sparì e perfino la canestra dei fiori non si salvò. La contessa
n'estrasse una camelia e mostrandogliela:

— Perchè mai la camelia, che non ha odore, è tanto stimata?

— Perchè somiglia alle donne volgarmente oneste; donna senza amore,
fiore senza profumo.

— Il trionfo della insensibilità sulla passione.

— E voi per chi state? per il trionfatore in mezzo alla folla dei
piccoli, o per il vinto, cui accompagna la simpatica ammirazione dei
pochi grandi?

La cena era finita: ella si alzò senza replicare, ma l'altro fe'
altrettanto, e si trovarono appoggiati al caminetto fissandosi nello
specchio.

Il fuoco ardeva scoppiettando, il candelabro brillava, ma la tappezzeria
bruna non ripercotendone la luce, il gabinetto rimaneva quasi buio e
loro due in una zona di luce e di calore. Avevano i resti di una cena
elegante a lato, un po' di mistero e forse anche di simpatia nello
spirito, la poesia dello sciampagna nel cervello, il sentimento di una
uguale superiorità aristocratica in cuore. Tutto animava e rendeva bella
la scena.

Tacevano, ma erano troppo vicini, perchè il silenzio, prolungandosi, non
diventasse pericoloso.

La donna se ne avvide e rivolse la faccia dallo specchio per riprendere
il dialogo, senonchè nel medesimo tempo egli le pigliava una mano e
considerandola col raccoglimento seduttore della fantasticaggine evitava
il suo sguardo.

Da tempi immemorabili e prima assai che Sterne, poi Balzac e mille altri
dessero analisi e consigli, il prendersi per la mano a certi punti o il
lasciarsela prendere fu considerato una gran cosa: più di una donna
cadde perchè un uomo allora la sostenne con una mano, più di un uomo fu
cangiato in bestia, perchè una donna lo toccò con una mano — e
l'incontro di due mani come quello di due mari ebbe infinite diversità e
conseguenze.

Due dita che si stringono, ecco, direbbe un hegheliano, il primo momento
dell'amore. E il secondo?

La contessa non resistette, ma sulle labbra le passò un sorriso, che,
osservato, avrebbe tolto di Banzole alla sua fantasticaggine. Non lo
vide, seguitò a considerare la mano e la presse come il tasto d'un
pianoforte; il tasto cedette. Di Banzole rialzò il capo: stettero
sospesi. Bastava un tremito per destare la nota. La contessa strinse
vigorosamente all'inglese la mano del giovine.

— Che! proruppe come destandosi da un sogno.

Ella ripetè la stretta.

— Ma mi salutate?... avrei perduto?

— No, avete vinto: il romanzo è stupendo.

— Allora?

— Vi siete vinto voi stesso vincendo la causa.

E scoppiò a ridere.

Il giovane abbassò la testa impallidendo.

— Peggio di Mirabeau!

— No: egli non salvò la monarchia, come se ne era vantato, mentre voi
salvate l'artista se l'uomo è perduto.

— E questa cena?

— Come il colloquio di Antonietta con Mirabeau.

— Ma potrebbe dirsi di voi ciò che si disse di Antonietta?

— Mirabeau e la storia non vi crederebbero, come non vi hanno creduto.

— La battaglia era perduta: bisognava salvare la ritirata.

— Mirabeau lasciando Antonietta le chiese la mano da baciare.

— Ebbene?

Le passò vivamente un braccio alla cintura e se la strinse contro il
petto.

— Ah!

— Mirabeau non faceva che promettere e io ho in parte mantenuto: mi
occorre di più.

Quindi giovandosi del modo, onde la teneva abbracciata, le diede un
bacio sulla bocca.

— Contessa...

— Sempre buoni amici.

— Sempre: _honny soit qui mal y pense._


FINE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (desideri/desiderî, fruscio/fruscìo e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





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