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Title: Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Author: Botta, Carlo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I" ***

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                           STORIA D'ITALIA

                          DAL 1789 AL 1814


                               SCRITTA
                           DA CARLO BOTTA

                               TOMO I



                              CAPOLAGO
                         _presso Mendrisio_
                        Tipografia Elvetica

                            MDCCCXXXIII



STORIA D'ITALIA



LIBRO PRIMO

SOMMARIO

      Proposito dell'opera. Stato d'Italia nel 1789. Come siano nati
      gli ordini feudali; poi come moderati. Opinioni ed
      inclinazioni del secolo in questa materia. Stato della
      religione; perchè fu soppressa la società dei gesuiti, e quali
      effetti siano nati da questa soppressione. Lodi di Giuseppe II
      imperatore d'Alemagna, e riforme fatte da lui. Viaggio di papa
      Pio VI a Vienna. Buon governo del ducato di Milano sotto il
      conte di Firmian. Lodi di Leopoldo gran duca di Toscana; sue
      numerose ed utili riforme; felice condizione del popolo sotto
      questo principe. Dottrine di Scipione de' Ricci vescovo di
      Pistoia, e del suo sinodo. Quali effetti partoriscano queste
      dottrine sulla corte di Roma. Stato del regno di Napoli;
      amministrazione del marchese Tanucci; opinioni che vi
      regnavano; riforme eseguite, o sperate. Stato, e parlamento di
      Sicilia. Stato del ducato di Parma sotto i duchi don Filippo e
      don Ferdinando: buona amministrazione di Dutillot. Condizioni
      di Roma e delle romane cose: disegni che vi si facevano:
      qualità di Pio VI; sua magnificenza; suoi sforzi pel
      prosciugamento delle paludi Pontine. Stato del Piemonte;
      qualità di Vittorio Amedeo III re di Sardegna; suoi
      Stato della repubblica di Venezia; natura del suo governo, e
      de' suoi popoli. Condizioni della repubblica di Genova, poi di
      quelle di Lucca, e di San Marino. Stato del ducato di Modena,
      e qualità del suo principe, Ercole Rinaldo d'Este. Sunto
      generale delle opinioni, ch'erano prevalse in Italia nel 1789.


Proponendomi io di scrivere la storia delle cose succedute in Italia ai
tempi nostri, non so quello che gli uomini della presente età saran per
dire di me. Conciossiachè mancati col finire del decimo sesto secolo gli
eccellenti storici fiorentini, i quali soli forse fra gli storici di
tutti i tempi e di tutte le nazioni scrissero senza studio di parti la
verità, i tempi andarono sì fattamente peggiorandosi, e l'adulazione in
guisa tale distendendosi, che il volere scrivere la storia con sincerità
pare opera piuttosto incredibile, che maravigliosa. E non so perch'io
m'oda dire tuttavia, che la storia è il lume del tempo, e che insegna
bene il fatto loro ai popoli, ed ai principi: imperciocchè, scritta
secondo il costume che prevalse, io non so quale altra cosa ella possa
insegnare altrui, fuori che a dir le bugie; e qual buona guida nel
malagevole cammino della nostra vita siano queste, ognun sel vede,
stantechè i negozi umani con la realtà si governano, non con le chimere.
E già i più tra coloro ai quali io appalesai questo mio pensiero, mi
dissero apertamente o ch'io non oserei, o ch'io non potrei, od
all'ultimo ch'io non dovrei mandarlo ad esecuzione. Pure, pare a me, che
se l'adulazione si cerca da una parte, che certamente si cerca, molto
ancora più si offra dall'altra, e che più ancora siano da accagionarsi
di viltà gli scrittori, che di rigore, o di ambizione i principi. Per la
qual cosa io, che di maggior libertà nello scrivere non pretendo di
godermi di quella, cui Benedetto Varchi, o Francesco Guicciardini
ottennero dal duca Cosimo, e Niccolò Machiavelli dal pontefice romano,
il quale concesse anco un amplissimo privilegio per la stampa delle sue
opere, mi confido che comportare mi si possa: salvochè si voglia
credere, od almeno dire, ciò che credeva e diceva colui, che ai nostri
dì avrebbe voluto spegnere anco il nome della libertà, cioè che tutto il
male (così chiamava egli il desiderio mostrato prima dai principi,
poscia dai popoli, di un governo più benigno) procedette dal secolo di
Leone X. Che se ad alcuni sembrasse essere le cose più tenere oggidì,
che ai tempi passati, dirò che anche allora furono, come negli anni
vicini a noi, massime nella misera Italia, inondazioni di eserciti
forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di
provincie, sovvertimenti di stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed
ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati,
e fraudi di reggimenti iniqui, e sfrenatezze di popoli scatenati. Per
me, sonmi del tutto risoluto, se a tanto si estenderanno le forze del
mio ingegno, a mandare ai posteri con verità la compassionevol trama di
tanti accidenti atroci, di cui la memoria sola ancora ci sgomenta.
Seguane poi ciò che vuole: che la vita è breve, ed il contento di avere
adempiute le parti che a buono e fedele storico si appartengono, è
grande, e quasi infinito. Oltrechè di conforto non poco sarammi il
raccontare, come farò, con uguale sincerità le cose liete, utili, e
grandi, che fra tanti lagrimevoli casi si operarono per un benigno
risguardo della divina providenza che mai non abbandona del tutto i
miseri mortali.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro;
uomini e terre caddero in potestà di questi. Così se ai tempi romani le
generazioni erano partite in uomini liberi, e schiavi, ai tempi barbari
furono divise in conquistatori, e servi. Tale è l'origine degli ordini
feudali. Teodorico re de' Goti moderò una tal condizione coll'avere
istituito i municipii. Poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero
ordine, e mitigarono, dividendola, o contrastandola, l'autorità feudale.
Così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare,
della nobiltà, del clero, e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna,
ma non potè nell'isole d'Italia; i Borboni gli conservarono in Francia,
servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia divisa in tanti
stati, e sì spesso preda di principi forestieri, che a fine di tenerla
accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità
municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne più
ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo stato. Rispetto ai
particolari restavano ancora non pochi vestigi dell'antico servaggio,
tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi, alcuni andarono
in disuso per opinione de' popoli, o per benignità dei feudatarii; altri
furono aboliti dai principi: dei superstiti, il secolo, di cui abbiamo
veduto il fine, voleva l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una
equalità quanto alla giustizia, e quanto ai carichi dello stato; nella
quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa
equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli, che
si godevano i privilegi. Dire poi, come alcuni hanno scritto, e
probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto, ed
anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti sempre
a non guardare quel che dicono, purchè dicano cose che possano
infiammare i popoli, e farli correre alle armi civili. Queste erano le
quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosissima al
pensarci, e degna di eterne lagrime, che col progresso di tempo siansi
alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze, e sofisterie,
che insegnarono alla moltitudine il voler fare da se, quantunque si
sapesse che la moltitudine commette il male volentieri, e si ficca anco
spesso il coltello nel petto da se: tanto i moti suoi sono incomposti, i
voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei
possono sempre più gli ambiziosi, che i modesti cittadini.

La religione medesima era già trascorsa, non già nel dogma, che sempre
rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi i popoli che gli
utili operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli oziosi
se ne vivevano in grandi ricchezze, delle quali non solo usavano, ma
spesso ancora abusavano: dolevansi essere i primi insufficienti per
numero, o per mala distribuzione delle cariche, i secondi eccessivi;
dolevansi di certe pratiche religiose, più utili a chi le metteva su che
decorose pel divin culto, mentre per queste era nel medesimo tempo
scemato maestà e frequenza alle più gravi e necessarie solennità della
chiesa: scandalizzarsene le anime pie, darsi cagion di calunnia agli
empi, ed agli acattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti
nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata
soppressa la società di Gesù, perchè era divenuta formidabile ai
principi, e perchè faceva coll'autorità sua, e co' suoi maneggi
formidabile di soverchio ai medesimi la corte di Roma. Imperciocchè,
mescolate le profane cose con le divine, temevano i principi cattolici,
che siccome era una monarchia universale spirituale di cui era capo il
sommo pontefice, così venisse a nascere per mezzo dei gesuiti, tanto
attivi, e tanto sagaci operatori per la santa sede, una forma di
monarchia universale temporale, in cui avesse il capo della fede
cattolica più autorità, che gli si convenisse. Vedevasi il sommo
pontefice Clemente XIV, che lo spegnere i gesuiti era un privarsi della
più efficace milizia che s'avesse: con tutto ciò non potè resistere alle
esortazioni ed alle minacce di tanti principi potenti di forze,
celebrati per pietà, formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo
in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne a
timore del papa, ed a contentezza dei principi maggior effetto, che
quello e questi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo
della chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla
semplicità antica la chiesa di Cristo; allargare la autorità de' vescovi
e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo, nè doversi più
tollerare il romano fasto. Le querele, che risuonarono già fin dai tempi
antichissimi contro la corruzione di Roma, rinnovellavansi, ed andavano
al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che le
mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè
risplendevano non per oro, nè per corredi, ma per dottrina, per
austerità di costumi, e per una certa semplicità di vita, che molto
ritraeva degli antichi tempi evangelici.

Inclinazioni di tal sorte arridevano ai principi, memori tuttavia della
superiorità dei gesuiti, e della potenza di Roma. Nè non pensavano, che
maggiore autorità acquisterebbero nell'ecclesiastiche discipline, se i
vescovi, che sempre sono da loro dipendenti, meno da Roma dipendessero.
Stimavano che la diminuzione delle prerogative papali fosse per essere
la libertà dei principi.

Queste massime più strette per chi dominava, più larghe per chi
obbediva, trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione de' popoli, e
però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le
cose civili, e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco
in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano
a riforme, nissuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da
se, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi
temperamento alle cose, e compimento a' desiderii.

Piacemi ora, venendo ai particolari, che in proposito di riforme il mio
discorso abbia principio da un nome imperiale. Giuseppe II, imperatore
d'Alemagna, principe per vigor di mente, e per amore verso l'umana
generazione facilmente il primo, se si paragona ai principi de' suoi
tempi estranei alla sua casa; il primo forse ancora, od il secondo, se
si paragona a Leopoldo suo fratello, molto pensò e molto operò in
benefizio dell'austriache popolazioni. Nè voglio, che le accuse dategli,
perchè era re, dagli sfrenati commettitori di tante enormità in Francia
a' tempi della rivoluzione, nè quelle dategli dopo, perchè ei volle
operare, ed operò molte novità, da coloro, che vorrebbono in chi regge
una potestà non solo assoluta, ma anche dura e terribile, tanto gli
nocciano, ch'io non lo predichi, come uno dei primi, e più principali
benefattori, che abbia avuto il mondo. Molto viaggiò, non per pompa, ma
per conoscere le instituzioni utili, ed i bisogni dei popoli; i casolari
dei poveri più aveva in cale, che gli edifizj dei ricchi; nè mai
visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole, ed ancor più di
fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei
feudatari, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa:
gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si
ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizi,
conservatorii, ed altre opere pie; quà fondava università di studi; i
giovani ricchi d'ingegno, e poveri di fortuna, in singolar modo aiutava.
Ai tempi suoi, e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido,
che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo
empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva
con premii, e non avviliva con la necessità dell'adulazione. Nè contento
a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti ed aprì novelle vie
al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle
dogane interne; nè mai in alcun altro paese o tempo, furono in così
grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che
sollevano, ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista.
Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di
Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia austriaca venne in tanto
fiore, che sto per dire, che in lei verificossi la favolosa età
dell'oro.

Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione
cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai
vescovi, che niuna bolla pontificia avessero per valida, che non fosse
loro dal governo trasmessa, regola già praticata da altri principi, ma
non sempre osservata; statuì, che gli ordini dei religiosi regolari, non
dai loro generali residenti in Roma, ma bensì dal superiore ordinario,
cioè dal vescovo, dipendessero; parendogli nè sicura, nè decorosa allo
stato quella dipendenza, nè alla ecclesiastica disciplina profittevole;
abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le
monache solamente quelle, che facevano professione d'ammaestrar le
fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; distribuì meglio
l'entrate di tutti; fondò poi un numero assai considerabile di
parrocchie, sollecito piuttosto dell'instruzione, e della salute di
tutti i fedeli, che del fasto di pochi prelati.

A queste innovazioni risentissi gravemente il sommo pontefice Pio VI,
uomo di natura assai subita, e delle prerogative della santa sede
zelantissimo. Perciò confidatosi nell'autorità del grado, nella maestà
dell'aspetto, e nell'eloquenza, che era in lui grandissima, nè pensando
alla diminuzion di riputazione, che gli verrebbe, se la sua gita
riuscisse senza frutto, se n'andò a Vienna. Quivi fu ricevuto forse
tanto più onoratamente, quanto più gli si volevano denegare le proposte.
Passate le prime caldezze, e ristrettosi con l'imperatore, entrò il
pontefice a negoziare con lui delle cose che occorrevano; e con
incredibile maestà favellando lo ammonì: «Badasse molto bene a quel che
si faceva; magnifiche parole essere la semplicità delle cose antiche, ma
non convenirsi ad un secolo che non le cura; esser trascorsi i costumi,
debilitate le credenze, gli animi pieni d'ambizione, però l'apparato
esteriore dover aiutare la fede vacillante, frenare dall'un canto,
saziare dall'altro gli appetiti; altra dover esser la condizione della
chiesa ristretta, povera, e perseguitata, altra quella della chiesa
estesa quanto il mondo, ricca, e trionfante; se possono convenire i
governi larghi ai piccoli stati, convenirsi certamente le monarchie ai
grandi, nè in tanta immensità di dominio spirituale potersi senza
pericolo debilitare la potestà suprema della santa sede; senza di lei
sorgerebbero tosto le ambizioni locali, e nascerebbe lo scisma;
osservasse quante discordie, e quante sette fossero nate dal solo errore
di Lutero, non per altro, che per aver gettato via il salutare freno del
successore di San Pietro: lacererebbesi del pari la restante chiesa
cattolica da tali principii; e tolti al governo consueto del pastore
universale, gli agnelli diventerebbero preda dei lupi; in materia di
riforme, quando si vuol far da se, cominciarsi forse con animo
innocente, e volto al bene, finirsi per la pervicacia, e per l'ambizione
connaturale all'uomo, nel male; non desse ascolto alle parole melliflue,
e suonanti umiltà di certuni; sotto umili spoglie, entro discorsi
mansueti velar essi pensieri superbissimi; non voler obbedire altrui per
poter col tempo dominare altrui; deboli, esser supplicanti, forti,
intolleranti; riflettesse, quanto importasse alla conservazione delle
monarchie temporali la monarchia spirituale; le male usanze appiccarsi
facilmente; sciolta questa, esser pericolo, che per contagio si
sciolgano anche le altre, e già gittarsene motti per le dottrine dei
moderni filosofi; dal torre la venerazione ad un potente, al torla a
tutti esser facile la strada; in un secolo scapestrato nissun maggior
fondamento aver i monarchi, che l'autorità monarchica del pontefice
romano; ch'esso ne voglia abusare, come ne fu accusato ai tempi antichi
contro i monarchi stessi, apparire nissun indicio, nè comportarlo il
secolo; quanto a lui particolarmente, avvertisse diligentemente alla
potenza del re di Prussia, emulo della potenza sua, e capo della parte
protestante in Germana; se alienasse da se i cattolici, i quali
seguiteranno sempre o per persuasione, o per consuetudine i dettami
della chiesa di Roma, quale speranza, quale appoggio, quale forza gli
resterebbe? Ricordassesi di Carlo V, suo glorioso antenato, costretto a
fuggirsene in fretta da Inspruck, cacciato da quei protestanti medesimi,
a cui pur troppo grandi favori aveva compartito; seguitasse le vestigia
dell'augusta sua madre, e di tanti altri antecessori del suo stesso
sangue famosi al mondo per le cose grandi fatte sì in pace che in
guerra, ma più famosi ancora per la pietà loro e per la divozione verso
la santa sede; lasciasse dall'un de' lati queste subdole opinioni,
questi pericolosi fatti, tornasse al grembo suo, ch'ei l'avrebbe accolto
ed abbracciato, quale amorosissimo padre accoglie ed abbraccia un
amatissimo figliuolo; sapersi lui, le cose umane trascorrere di secolo
in secolo, ed aver bisogno di esser ritirate di tempo in tempo verso i
principii loro; esser parato a farlo, come padre comune di tutti i
fedeli in tutto quanto e la religione richiedesse, e la dignità, ed i
diritti della santa sede tollerassero; ma da lui solo dover venire, come
da fonte comune, ed in virtù della pienezza della potestà apostolica, le
riforme; venir da altri, non poter essere senza scandalo, nè senza
offesa della dignità, e delle prerogative del vicario di Cristo; in età
già grave aver lasciato la sede apostolica sua, corso un tratto immenso
di strada, valicati aspri monti, venuto in paese tanto strano a lui, a
ciò spinto da quel divino spirito, che non inganna, per rimuovere ogni
intermedia persona, per ammonirlo a bocca lui medesimo dei pericoli che
sovrastavano, e per farlo avvertito, che una è la chiesa di Cristo, uno
il governo di lei, ed uno il suo pastore, dal quale solo gli altri
derivano l'autorità loro; non sopportasse, che tanta fatica, che sì
solenne viaggio, che esortazioni tanto paterne, che sì grande
aspettazione dei buoni, in affare di tanto momento, fossero indarno».

Tutte queste cose gravi in se stesse, e porte altresì con grandissima
gravità dal pontefice, non poterono svolgere Cesare dalle prese
deliberazioni. Tornossene Pio a Roma tanto più dolente, quanto più
vicino alla sua sede stessa vedeva sorgere la tempesta, cui voleva
stornare. Era stato assunto nel 1765 al trono di Toscana il gran duca
Leopoldo. Questo principe, il quale non si potrà mai tanto lodare, che
non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità dei popoli una
mente sana congiunta con un animo buono, e tutto volto a gratificare
all'umanità. Solone fece un governo popolare, e torbido, Licurgo un
governo popolare, e ruvido, Romolo un governo soldatesco, e
conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce, e pacifico, tanto
più da lodarsi dell'aver concesso molto, quanto più poteva serbar tutto.
E se anche si vorrà accagionare il gran duca di aver dato occasione co'
suoi nuovi ordinamenti alla rivoluzione Francese, come odo che si dice,
io non so se sia più da deplorarsi la cecità di certuni, o l'infelicità
dei principi, più soggetti sempre ad esser adulati quando fan male, che
lodati quando fan bene.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate,
incommode, improvvide, siccome quelle che parte erano state fatte ai
tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori
di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali
tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel
contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche, o nissune generali.
Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze
d'affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a
posta dei ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori
inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli, o insufficienti, un
commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo
pestilenziale, possessioni mal sicure, coloni poveri, debito pubblico
grave, dazii onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui,
o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalìe,
togliendo in tal modo qualunque prerogativa, che sottraesse ai tribunali
ordinarii quelle cause, che percuotevano l'interesse della corona.
Esentò i comuni dai fori privilegiati; gli rendè liberi nel governo dei
loro beni, diè loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di
giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze, per modo che il
corpo loro venne a formare nel gran-ducato a certi determinati effetti
una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso
l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità;
crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui, ed i fori privilegiati, corpi
e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali
furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali,
annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di
morte, abolì la tortura, il crimen-lese, la confisca dei beni, il
giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale
instanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa;
restituissersi i contumaci all'integrità delle difese; del ritratto
delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si
formasse un deposito separato a beneficio e sollievo di quegli
innocenti, che il necessario e libero corso della giustizia sottopone
talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno
che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa
maravigliosa, un fisco, che dava in vece di torre; le pene stabilì
proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere
un novello codice toscano all'auditor di Ruota Vernaccini, ed al
consiglier Ciani, uomini, l'uno e l'altro i quali non solo volevano e
sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste
faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri
dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare, che la miglior legislazione
che sia, è quella dei tempi barbari.

Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una vita
felicissima dopo le novità di Leopoldo; i costumi non solo buoni, ma
gentili, i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le
prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già aveva
dato al mondo tanti buoni esempii, venuta in potestà di un principe
umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo, che
nè il governo maggior sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità
desiderare.

A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di Leopoldo
rispetto all'agricoltura, ed al commercio. Rendè i coloni liberi dalle
vessazioni, le terre dalle servitù; moderò la facoltà d'instituir
fide-commissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio, onde fu
distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui veniva impedito
ai possessori ed ai coloni il cingere di stabili difese i terreni, e
costretti erano a lasciargli in preda al bestiame inselvatichito, con
grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero da questa provvisione effetti
notabilissimi, che e le ricolte si migliorarono, ed i bestiami
s'addomesticarono.

Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti ai
popoli, e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative
ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite,
e del ferro: a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui
contratti, e la regalìa della carta bollata si moderarono. Sapevasi
Leopoldo, che tutte queste riforme avrebbero diminuito l'entrate
dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più che il
vantaggio del fisco. Ciò non ostante assai meno diminuirono, che si era
creduto: perchè la prosperità del paese, e la più attiva circolazione
dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte a quello che si
perdeva. Mirabile argomento, che la prosperità dei popoli prodotta dalla
libertà, non la gravezza delle imposte, è la miglior fonte che sia della
ricchezza dell'erario.

S'aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali
scavati, porti, e lazzaretti o nuovi, o ristorati, fatto sicuro a
Livorno agli esteri l'esercizio della religione, aboliti i corpi delle
arti e le matricole, surrogati agl'impedimenti premii, facilità, ed
esenzioni, massime in beneficio delle arti della seteria e del
lanificio, parti essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà
delle tratte, mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò,
che se il provento loro in Toscana montò nel 1780 solamente a libbre
163,178, montò nel 1789 a ben 300,000.

Ma per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo lo
migliorò d'assai, migliorando la condizione dei coloni, ma rendè ancora
coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano incolte.
Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed ubertose terre;
così la gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le frontiere del
littorale livornese e pisano, usando secondo i luoghi appositamente
tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua liberate
dall'acque, ridotte a sanità, e restituite alla coltivazione. Ma opera
di molto maggior momento, e di quasi insuperabile difficoltà, fu il
prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto, che si aveva
speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi un vastissimo
padule, che dai confini della provincia di Pisa fino a quelli dello
stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio di circa
settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o sei, fino a
quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più considerabile
di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non sommersi tanto
fecondi, quanto l'aria vi è infame, e pestilenziale.

Sotto Ferdinando primo de' Medici erasi già in parte conseguito
l'intento, e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi
le opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior
condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò
alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni,
matematici di chiaro nome, e dell'idraulica intendentissimi. Già la
pianura di Grosseto, già il lago, o per meglio dire, la palude di
Castiglione, ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte
a stato tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi
le colmate per le acque dell'Ombrone, e della Bruna, introdotte ai tempi
delle torbe; usavansi canali, e cateratte in più opportuni siti
trasportate.

Oltre a ciò Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse fanno
l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed esenzioni
tanto i paesani, quanto i forestieri, principalmente gli abitatori
dell'agro romano, a fermar la sede loro nella maremma. Pagassesi
dall'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai fondatori; dessersi
terre o gratuitamente, od a basso prezzo, od a carico di livelli, od in
enfiteusi; dessesi anco denaro a presto, e sicuro asilo a chi vi si
venisse a ricoverare. Per questo e crebbe la popolazione, ed i terreni
si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono poi le opere per le
difficoltà dei tempi. Pure rimangono, e forse ancora lungo tempo
rimarranno nelle maremme sanesi i vestigi della generosità di Leopoldo.

Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo
principe circa il debito dello stato. Più di tre mila luoghi di monte
furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei
beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo
uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina
sua moglie, ed altri constituenti parte del patrimonio suo privato. In
tal modo si spense in gran parte il debito, che tanto gravava l'erario:
così mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello stato montava
continuamente, non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana
per opera di Leopoldo il debito medesimo si estingueva per fondarvi un
governo dolce, quieto per se, sicuro pei vicini.

Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento;
perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto,
conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizi ed ospedali: gli
studi di Pisa e di Siena meglio s'ordinavano: nuovi palazzi fondavansi,
gli antichi s'abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, lo librerìe
s'arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un orto botanico
si piantava.

Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto era e
sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la
dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello stato dal
1765 fino al 1789. In questo quasi specchio dell'economia di Toscana
vedonsi ed i risparmi fatti, e le imposizioni moderate, ed il denaro
convertito in cause pietose di sollievo, o d'ornamento pubblico.

Sonmi io fermato lungo spazio nel parlare della sapienza civile di
Leopoldo, perchè a ciò fare m'invitava il grandissimo diletto ch'io ne
prendeva, e perchè pur troppo il filo della mia storia guiderammi a
favellare di casi di gran lunga da questi dissomiglianti; nè credo, che
chi mi leggerà, se fia d'animo benigno, m'accagionerà di essermene
andato per le lunghezze, o di essermi dimorato alquanto in questa
dolcezza; poichè dolcezze tali son rare per gli storici, in tanta
infelicità dell'umana condizione.

Ma è tempo oramai ch'io venga a discorrere delle riforme fatte in
Toscana da Leopoldo nell'ecclesiastiche discipline, materia di tanta
gravità, e che destò tanto grido e tanta aspettazione d'uomini sì in
Italia, che fuori di essa. Gli antichi Toscani più propensi a dar
ricchezze ai conventi che alle parrocchie, lasciarono quelli ricchi,
queste povere. Le massime larghe dei gesuiti, e la constituzione
UNIGENITUS erano state accettate senza opposizione alcuna in Toscana. Ma
quando fu assunto al vescovato di Pistoia l'Ippoliti, i libri degli
scrittori di Porto-Reale incominciarono ad andar per le mani degli
ecclesiastici. Arnauld, Nicole, Dughet, Gourlin, Quesnel, diventarono i
libri favoriti dei preti. Questa inclinazione verso la scuola di
Porto-Reale molto s'accrebbe, quando Scipion Ricci successe all'Ippoliti
nella sede vescovile di Pistoia. Se ne compiacque Leopoldo, e convocò
nel 1787 un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquanta
sette punti, tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina.
Molti s'accordarono, altri si modificarono, alcuni si serbarono a tempi
migliori.

Il principe, avuto il parere di prelati venerabili per dottrina e per
integrità di costumi, procedè più francamente alle riforme. Stabilì, le
parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i redditi loro, veruna
tassa più non pagassero ai vescovi forestieri, annullassersi le pensioni
di qualunque sorte sopra i benefizi curati, permutassesi la destinazione
dei fondi vincolati ad usi religiosi, e indifferenti, o poco utili, ed
il provento di tali capitali in aumento delle scarse congrue dei parochi
più bisognosi s'impiegasse; con questo, ed in compenso di tali
concessioni, i rettori delle cure dall'esazione delle decime, e da altri
emolumenti di stola desistessero; i parochi alla residenza obbligati
fossero; niuno più di un benefizio goder potesse, ancorchè semplice,
massimamente se residenziale fosse; tutti i sacerdoti che benefizio
residenziale avessero, fossero alla chiesa, ov'era fondato, incardinati,
e tutti i sacerdoti semplici, alla chiesa parrocchiale, dove abitassero,
e ciò con dipendenza dal paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo
uffizio; i benefizi tanto di collazione ecclesiastica, quanto di nomina
regia, a chi servito avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed
unicamente si conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco
dipendessero, e ad aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero;
alla sussistenza degli ecclesiastici o poveri, od infirmi provvedessesi;
i romiti, salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le
compagnie, congregazioni, e confraternite sopprimessersi; a tutte
sostituissersi le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii,
refettorii, e stanze delle compagnie soppresse ai parochi gratuitamente
si consegnassero; i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito
non vestissero prima dei dieciott'anni, non professassero prima dei
ventiquattro; le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei
trenta professassero; il tribunal del sant'officio s'annullasse; le
censure di Roma, per quanto si risolvono in pene temporali, ed i
monitorii di scomunica, senza il regio consenso non s'eseguissero, nè
pubblicarsi, nè intimarsi, nè attendersi nel foro esterno potessero;
s'intendesse abolito il privilegio degli ecclesiastici di tirar i laici
al foro loro, e nelle cause criminali in tutto e per tutto ai laici
parificati fossero; le curie ecclesiastiche e delle cause meramente
spirituali conoscessero, e pene puramente spirituali definissero; gli
ordinarii ogni due anni il sinodo diocesano, per conservare la purità
della dottrina e la santità della disciplina, convocassero.

Queste deliberazioni del principe toscano, ancorchè molestissime alla
corte di Roma, non toccavano però la sostanza stessa di quell'autorità
pontificia, che già da più secoli o tacitamente consentita, o
espressamente riconosciuta dalla chiesa pretendono i papi aver piena ed
intiera. Tengono i curialisti romani quest'opinione, che il papa sia
solo vicario, e rappresentante di Cristo, e suo plenipotenziario; e che
tutti gli altri vescovi del mondo siano vicari, non di Cristo, ma del
pontefice romano, cosicchè nella chiesa non vi sia veramente che un
vescovo solo universale, che riceva da Cristo tutto il deposito
dell'autorità ecclesiastica da comunicarsi da lui con misura a' suoi
subalterni. Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipion Ricci,
vescovo di Pistoia, che intento sempre a voler ritirare il governo della
chiesa verso i suoi principii, aveva già opinato nell'assemblea dei
vescovi di Toscana, acciò si ampliassero le facoltà, non che dei
vescovi, dei parochi, volendo, a foggia dell'antica comunanza dei
Cristiani, che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa nei sinodi
diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da
Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della
sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare, od impedire, e
poter sempre, e dovere un vescovo nei suoi dritti originari ritornare,
quando l'esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il
maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni fecero
assai mal suono alle orecchie romane, per guisa, che Pio VI come
erronee, ed anche come scismatiche, alcuni anni dopo, le condannò.
Aggiunse il Ricci alcune altre dottrine, che parvero e temerarie ed alla
santa sede ingiuriose; essere una favola pelagiana il limbo dei
fanciulli, un solo altare dover essere in chiesa secondo il costume
antico; la liturgia ed esporsi in lingua volgare, e ad alta voce
recitarsi; il tesoro dell'indulgenze esser trovato scolastico, chimerica
invenzione l'averlo voluto applicar ai defunti; la convocazione del
concilio nazionale esser una delle vie canoniche per terminar le
controversie circa la fede ed i costumi. In fine sommamente dispiacque a
Roma quella proposizione del sinodo pistoiese, per la quale i quattro
articoli statuiti dal clero gallicano nell'assemblea del 1682 si
approvarono, e questa particolarmente Pio Sesto con una sua bolla tassò,
e dannò come temeraria, scandalosa, ed alla santa sede ingiuriosa.

Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia,
massimamente quando furono condannate da Roma. Scritti senza numero vi
si pubblicarono da persone dottissime nella storia ecclesiastica, alcuni
in favor di Roma, molti in favor di Pistoia, e fra Pistoia e Roma
pendeva sospesa la lite. Allegavasi dai papisti, incominciare a por
piede in Italia l'eresie di Lutero; dai difensori del Ricci, un salutar
freno incominciarsi a porre alla prepotenza di Roma. Gli ultimi, tra
perchè pretendevano ai discorsi loro parole santissime di semplicità e
di parsimonia, e perchè inclinavano a favore dei più, e perchè
finalmente era divenuta intollerabile a tutti la potenza eccessiva di
Roma, molto s'avvantaggiavano sugli avversari loro, ed andavano ogni dì
maggior favore acquistando.

Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuore del
pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime, o poco
dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva a tutti, ed ai principi
massimamente, che le dottrine, che in Toscana prevalevano, non solo la
disciplina trascorsa ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla
libertà, ed alla debita indipendenza dai romani pontefici restituissero.
Perlochè con piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con
calore si difendevano. Ma nel regno delle due Sicilie erano alcuni
particolari motivi, per cui le medesime dottrine, che suonavano parole
tanto gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo
più volonterosamente ed accettate e difese. Prima però di favellare di
queste controversie, fia d'uopo raccontare qual fosse lo stato del
regno, e quali le opinioni e le affezioni che vi predominavano,
rincrescendoci già fin d'ora, che principii che spiravano umanità e
beneficenza, siano stati poi seguitati, per la malvagità dei tempi,
dalle più orribili, e lagrimevoli tragedie, di cui ci abbiano gli
storici tramandato la memoria. Tanto, o l'ardor del cielo, o l'atrocità
delle ingiurie, o il desiderio immoderato della vendetta, o tutte queste
cagioni unite insieme fanno trascorrere sempre fino agli estremi le cose
in quella parte d'Italia.

Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750, cedè
il regno delle due Sicilie a Ferdinando Quarto, suo figliuolo
secondogenito, constituito allora nella tenera età di nove anni. Creata
prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza del
nuovo re il principe di S. Nicandro. Questi privo di ogni sorte di
lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva egli
medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia, ed altri cotali
esercizi di corpo. Di questi s'invaghì il giovane Ferdinando, che ne
prese poscia in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma crebbe
poco instrutto di ciò che importa alla vita civile, ed al governo degli
stati. Pure amava chi sapeva, e di consigliarsi con loro. Piacque alla
fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni, che a quei tempi avesse
grandissima introduzione e principal parte nei consigli napolitani il
marchese Tanucci, uomo dotto, di libera sentenza, mantenitor zelante
delle prerogative reali, ed avverso alle immunità ecclesiastiche,
massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio alle parole
sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con dolcezza.
Speravasi qualche moderazione alla tirannide feudale, che in nissuna
parte d'Italia erasi conservata più gravosa, che in quel regno,
principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici
egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano,
questo tiranneggiavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca,
dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i
governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le
prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli oli, delle sete, e
delle lane; per loro ancora i dazi d'entrata nelle terre, i pedaggi, le
gabelle, le decime, ed i servigi feudatarii. Insomma erano i popoli
vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità,
tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè
piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi
furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu
cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i
popoli.

Quanto agli stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva per la
Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di Ferdinando,
donna d'animo imperioso ed aspro. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo
luogo, prima il marchese della Sambuca, poi Acton, uomini di natura
consenziente a quella della regina; prevalsero allora le parti
d'Austria.

Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali
furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano
dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri
filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non saprei dire, se sia
maggiore la forza dell'ingegno, o l'amore dell'umanità. Erano con
incredibile avidità letti, e con grandissime lodi celebrati da tutti.
Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo stato
ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una
libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè a
questa inclinazione dei popoli contrastava il governo, non ancora
insospettito dalla rivoluzione di Francia.

Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme, perchè
più erano necessarie, e maggiori radici avevano messe le generose
dottrine, massime fra i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi:
vivevano tuttavia quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei
Lombardi, nè le leggi dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine,
nè le spagnuole, nè le austriache erano del tutto dismesse. Quindi niun
diritto in palese, nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva
più desiderare il rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per
le dette ragioni imperfettissimi.

Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza;
desideravasi qualche saggio pratico dell'utilità loro. Aveva il re,
mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono
celebrate le pianure del Parmigiano, e del Lodigiano. Piacquergli opere
tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La
colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando
dicendo, che, poichè era stato il fondatore di S. Leucio, fossene anche
il legislatore; l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della
colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno stato indipendente, di
cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla
giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia, ed agli
anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al
matrimonio, reggevansi con forme, e regole speciali, ogni cosa in
conformità delle dottrine di Filangieri. Con queste leggi particolari
prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re
vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni
dì meno alieno da quei pensieri, che gli si volevano insinuare. Appoco
appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini
andava crescendo, parendo ad ognuno, che quello che per l'angustia del
luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita
moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro
che gliene porgevano, erano appunto i più zelanti difensori della
autorità e dignità sua contro la corte di Roma. Già s'era Tanucci
dimostrato molto operativo in questo negozio delle controversie romane.
Già per consiglio suo erasi soppresso il tribunale della nunziatura in
Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte
le cause, nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche
troncato ogni appello a Roma. Pareva in fatti abuso enorme, che un
principe forestiero esercitasse giurisdizione, e rendesse giustizia
negli stati di un altro principe. Era Tanucci stato anche autore, che la
corona di Napoli, e non la santa sede nelle vacanze dei benefizi
nominasse i vescovi, gli abbati, e gli altri beneficiati, che la
presentazione della chinea il giorno di S. Pietro in una offerta di
elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar
certe formalità, che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la
sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente
si era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la
società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i frati indipendenti dai
generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della
chiesa per allestir un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar ad esecuzione senza
grandissime querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Ma
sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà, e della
indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi;
si accostò a loro l'arcivescovo di Taranto. Ma vivi soprattutto si
dimostrarono coloro, che desideravano un governo più largo, proponendosi
in tal modo, e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della
corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a
Ferdinando grandemente sdegnato contro Roma; però ogni giorno più si
addomesticava con loro, e gli vedeva, e gli udiva più volentieri.
S'aggiunse, che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non
poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con
Roma.

Tale era lo stato del regno di Napoli, in cui si vede che i medesimi
tentativi si facevano, che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa
la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore a cagione delle
controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi
civili, vi si era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia,
perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; la regina, che se
n'intendeva, ripugnava ancor essa; ed il re occupato ne' suoi geniali
diporti, amava meglio che altri facesse, che far da se. Da ciò nasceva,
che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con
leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre
camere dette Bracci, ch'erano gli ordini dello stato. Una chiamavasi
Braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori, che avevano
in proprietà loro popolazioni, almeno di trecento fuochi. L'altra
intitolavasi Braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi,
sei vescovi e tutti gli abati, ai quali il re conceduto avesse abbazie.
La terza aveva nome Camera demaniale; era composta dai rappresentanti di
quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si
chiamavano; cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea
la Sicilia, baronali, e libere. Le prime erano quelle che stavano
soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente
dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso,
che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario
di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli
ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più
città il mandato ad una persona medesima. Capo del Braccio baronale
tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico
l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città:
adunavasi anticamente il parlamento ogni anno; poi fu fatto
quadriennale. Prima di Carlo V faceva le leggi; dopo venne ridotto a
concedere i donativi.

Da questo si vede, che il nervo principale del parlamento siciliano
consisteva nei baroni, perchè più ricchi erano, e più numerosi. Ma ben
maggior era la potenza loro nelle terre, a cagione dei privilegi
feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigi
feudatarii vi erano ancora gravi. Del resto le opinioni del secolo poco
avevano penetrato in quell'isola; ma quello che non dava l'opinione, il
potevano dare facilmente gli ordini dello stato.

Questa che abbiamo raccontata, era la condizione del regno delle due
Sicilie verso l'ottantanove; ma poco diversa appariva quella del ducato
di Parma e Piacenza, dove come a Napoli, regnava la famiglia dei Borboni
di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione
del vivere civile, e le contese con la sedia apostolica pel medesimo
fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni a
diminuzione dell'autorità romana. Quando l'infante D. Filippo governava
il ducato, era in lui grande l'autorità del francese Dutillot, il quale
nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado
di primo ministro. Era stato appunto mandalo Dutillot dalla corte di
Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari
che correvano con la corte di Roma, temendosi che in quella nuova
possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù dei
diritti di superiorità sovrana, che pretendeva in quello stato. Per
verità se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in
Dutillot, non furono minori la sua destrezza, e la prudenza. Chiamò a se
i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo
Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi,
cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza, ed amatore delle
libertà ecclesiastiche, benchè, fatto vescovo, abbia poi mutato, non
dirò opinione, ma discorso; ma tanto per opera di Dutillot si
dirozzarono i costumi in quella bella parte d'Italia, e tanto vi
prosperarono le buone arti, che il regno di D. Filippo ebbe fama del
secol d'oro di Parma. Certo, città nè più colta, nè più dotta di Parma
non era a quei tempi, nè in Italia, nè forse anche altrove. Crearonsi,
per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti
ordini nell'università degli studi, un'accademia di belle arti, una
magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni
insegnamenti, ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi,
oltre Paciaudi, e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac,
Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli
ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle
parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo
stesso, ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate,
per edifizi, per strade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di
D. Filippo assai felicemente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto il ducato nel duca
Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governar lo stato
con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia
tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè avendo il duca
mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto,
che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente
XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle
ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a
farle, e lesive dell'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio, che
tutti coloro, che cooperato vi avevano, erano incorsi nelle censure
ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso,
eccettuato l'articolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice,
che dopo di lui sulla cattedra di San Pietro sedesse. Dutillot difese
con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca,
alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da
uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio, e l'arti dei
papisti già entrati molto addentro nella buona grazia del giovinetto
principe. Ciò non ostante in tutto il tempo, in cui questi fu minore
d'età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto
all'età di diciott'anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi
pensieri ad altro fine. Perchè congedato Dutillot, il principe si
governò intieramente a seconda dei papisti. Il tribunale
dell'inquisizione fu instituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè
aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a
molti il rigore eccessivo, che si usava per far osservare certe pratiche
di esterior disciplina. In questo i popoli non potevano dir del
principe, che altro suono avessero le sue parole, ed altro i fatti;
poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro,
egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi
nel calendario dell'anno. Ma mentre il duca pregava, i popoli si
erudivano, nè Parma perdette il nome, che si era acquistato, di città
dotta e gentile.

Sedeva a questi tempi, come abbiam già detto, sulla cattedra di san
Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il
colmo della prospera, e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore
Clemente XIV da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla
grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella
semplicità di costumi, e quella modestia di vita, alle quali nella
solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma,
nel primo seggio della Cristianità, ed in tanta non solo curiosità
d'indagine, ma ancora inclinazione alla miscredenza, che nei popoli di
quell'età molte evidentemente apparivano, cosa altrettanto intempestiva,
e pericolosa, quanto era in se lodevole, e virtuosa; perchè ove gli
argomenti non persuadono, le virtù non muovono, e per ultimo rimedio si
deve por mano alla pompa, imperciocchè gli uomini facilmente credono
esser la ragione dove vedono la grandezza: ed il rispettare è principio
del persuadersi.

Questi pensieri tanto operarono nella mente dei cardinali, che, morto
Clemente, chiamarono papa il cardinal Braschi, che già fin quando era
tesoriero della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non
ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo
de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del
discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo
in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la
venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la sede ne
venivano facilmente conciliati. Vero è, che tale generosa natura dava
spesso, come suol avvenire, nell'eccesso contrario; perchè s'era bello
d'aspetto, voleva anche comparir tale, forse più che al suo grado
s'appartenesse; l'eloquenza sua sentiva talvolta di eccessiva
squisitezza, e la grandezza peccava non di rado di vanità; del resto
arbitrario e sdegnoso, sopportava malvolentieri che altri ai voleri suoi
si opponesse. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e'
furono non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe
voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità dei tempi che
seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente, che un pontefice di tal natura, sentendo
altamente di se, doveva anche altamente sentire dell'autorità sua, e
delle prerogative della sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a
queste inclinazioni. Covava allora fra quei cardinali, che non erano o
dall'ignoranza offesi, o dall'ozio, o dalle morbidezze ammolliti, un
disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla
unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i
principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo
consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che
no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle
prerogative romane; se ai più pareva, che Gregorio VII avesse troppo
detto e troppo fatto, pareva all'Orsini, ch'ei non avesse nè detto, nè
fatto abbastanza. (_Gorani, Mémoires secrets des Cours d'Italie, t. II_)
Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiere dell'Orsini circa la
lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti
importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia, come pur
troppo spesso n'è nata la rovina; perchè non sempre ebbero i papi il
dovuto rispetto all'autorità temporale dei principi italiani; ed i
principi italiani hanno sempre amato invidiarsi fra di loro, e chiamare,
per ultimo rimedio, i forestieri in Italia piuttosto che pensare alla
preservazione della comune madre. Quali effetti ne siano risultati e per
loro, e per tutti, il mondo se gli ha veduti, e gl'Italiani non
piangeran mai tanto, che non resti loro a piangere molto più.

Tornando ora al proposito nostro, non potendo Pio allargare, come
avrebbe voluto, nè il dominio, nè l'autorità, perchè l'opinione era
contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per
prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi
Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior
parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a stato sì angusto, con
costanza tanto mirabile, che pochi esempi si leggono nelle storie degni
di ugual commendazione.

Chiamano paludi Pontine una pianura di centottanta miglia quadrate, che
si distende in lunghezza fino a ventisette, ed in larghezza fino a otto,
più o meno, secondo i luoghi. Ella è terminata a greco dalle montagne
della Spina, a piè delle quali sorgono le città di Terracina, Piperno, e
Sezze; a maestro dalle colline di Velletri, e dai boschi della Cisterna,
a libeccio; a scirocco, ed ad ostro dal mare.

Erano anticamente questi luoghi, e prima che diventassero tanto infami
per aere pestilenziale, colti e salubri. Solo un piccolo padule vi si
osservava vicino a Terracina. Fecevi nel quinto secolo di Roma il
censore Appio la magnifica via, che ancora si chiama col suo nome. Ma
spopolate le provincie per l'atrocità delle guerre, e fatti i terreni
incolti, le acque stagnanti soprabbondarono, e sopraffecero ogni cosa.
Poi Cetego consolo di nuovo prosciugando, le risanò. Ma le guerre civili
le tornarono a peggior condizione; tanto che ai tempi d'Augusto la via
Appia appariva sola in mezzo di quel vasto marese. Tentò Augusto,
tentarono gl'imperadori suoi successori di ridurlo a sanità, e fecerlo;
ma i Barbari, che sopravvennero, spensero, con tutti gli altri, anche
questo segno dell'uman culto, e dell'opere d'ingegno. Così quelle pingui
e vaste terre impaludate si rimasero fino ai tempi più moderni, in cui i
pontefici romani Leone Primo, e Sisto Secondo applicarono l'animo a
volerle prosciugare. Aprì il primo il gran portatore della torre di
Badino, aprì il secondo il fiume Sisto, ch'è un canale artefatto, che
attraversa le paludi per la lunghezza loro, ed è destinato a raccorre
tutte le acque superiori per condurle al mare. Ma nè l'uno, nè l'altro
di questi pontefici regnarono tempo, che bastasse a compir l'impresa.
Sgomentaronsene i successori, o fecero tentativi inutili. Clemente XIII
volle dare sfogo all'acque pel rio Martino, ma non potè, ritraendolo
l'enormità della spesa. Finalmente non così tosto fu assunto al
pontificato Pio VI, che pensò al prosciugamento delle Pontine. Quattro
fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa, e la Teppia, non trovando sfogo
al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento.
Rapini, ingegnere di grido, proposto da Pio alle opere, cavata la linea
Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico
fiume Sisto, alveò l'Uffente, e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si
scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via
Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dimostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti
all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di S.
Pietro; opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo
minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile
della basilica di Michelagnolo. Dolsersi anche non pochi, che per
fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato, che si atterrasse
l'antico tempio di Venere, al quale Michelagnolo aveva avuto tanto
rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo
pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere, come aveva fatto già
fin quando esercitava l'ufficio di auditore del Camerlingo, a papa
Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso Museo, il quale poi
condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato
Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti,
bassirilievi, ed altre anticaglie di gran pregio, alle quali non mancava
mai il motto: dato dalla munificenza di Pio Sesto; vanità per certo
molto innocente. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il Museo, così
nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente
rappresentazione di scritture, e di figure la memoria ai posteri. Nè fu
meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto
alle figure, a Ludovico Mirri, e quanto ai comenti, ad Ennio Quirino
Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino,
una delle opere più perfette, che in questo genere siano.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno:
così visitata dai più potenti principi d'Europa lasciava in loro
riverenza, e maraviglia, così la magnificenza che cresceva, suppliva
alla fede che mancava; così i popoli mossi da sì sontuosi apparati non
rimettevano di quella venerazione, che avevano sempre avuto verso la
sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano
tanta umanità, poche radici avevano messo in Roma: non che i gentili
pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro mescolando,
come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti
cagioni non vere, troppo in se stessi si compiacquero di condannar le
romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a se medesima conforme, che
mancate l'armi, comandò con la fede, mancata la fede, comandò con le
pompe, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza, che per
ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per
benefizio dei principi, o per ammaestramento dei buoni scrittori, le
vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei
popoli, e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più
generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre
parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma
di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le
altre, o rovine nella casa regnante, o rivoluzioni di popoli. Del quale
privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà, prima e
principal cagione essere la potestà assoluta del principe, giunta con un
uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni dell'ambizione
dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e
l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche
fortunata, che render se ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè
mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza, avrebbe potuto venir
a capo della sua impresa. S'aggiunse, che i principi di Savoia
governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano
sorgere capitani di gran nome, che potessero, non che distruggere,
emulare la potenza dei principi.

Da questo, e dagli eserciti molto grossi, nacque la maravigliosa
stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in
quello stato una opinione generale stabile, che da generazione in
generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante alle
repubbliche, nelle quali, se cangiano gli uomini, non cangiano le
massime, nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati
intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento, si
ravvisavano negli stati del re di Sardegna, massime circa la
ecclesiastica disciplina. Imperciocchè tolte con providissimo consiglio
dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita
l'università degli studi di ottimi professori, incominciarono le
dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecari
dell'università, Pasini, Berta, e Pavesio, uomini di molto sapere e
pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle
dottrine: Vaselli ne arricchì la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo
generoso, di vivo ingegno, e di non ordinaria perizia nelle faccende di
stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria
militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di
misura: il che rovinò le finanze, che tanto fiorivano ai tempi di Carlo
Emanuele suo padre; sparse largamente nella nazione la voglia delle
battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili, soli ammessi a
capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo
re di Prussia. Certamente se immortali lodi si debbono a Federigo per
aver difeso il suo reame contra tutta l'Europa, gran danno ancora le
fece per avervi introdotto coll'esemplo suo un eccessivo umor
soldatesco, ed aver messo su eserciti smisurati. Gli altri potentati o
per fantastica imitazione, o per dura necessità furono costretti a far
lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia, che dilatò questa peste
ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte, che la portò agli estremi, ed
altro non mancherebbe alla misera Europa per aver la compita barbarie,
se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti,
coi combattenti anche i vecchi, le donne, ed i fanciulli. Certo nè
libertà alcuna, nè ordine buono di finanza, nè civiltà durevole potrà
mai essere in Europa, se i principi non si risolvono a por giù questi
loro eserciti sterminati. Questi sono gli obblighi, che le generazioni
hanno a Federigo.

Ma tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato, che
soleva dire, ch'ei faceva più stima di un tamburino, che d'un letterato,
benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati
accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma
le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro
lasciato da Carlo, ma i debiti dello stato, non ostante che le
imposizioni s'aggravassero, tanto s'ammontarono, che sommavano nel 1789
a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento
venti milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche
conferivansi solo ai nobili, ed agli abbati di corte. Ad una generazione
di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti,
successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti per dottrina, e
fors'anche meno per costume a reggere gli uffizi loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere.
Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano
pontefice, ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio, contuttochè
pensasse da illuminato cristiano in materia religiosa, aveva, per amor
di quiete, ordinato, che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè
contro la bolla _Unigenitus_, nè mai si trattasse dei quattro capitoli
della chiesa gallicana; che anzi, siccome questi capitoli erano
apertamente insegnati, e costantemente difesi nell'università di Pavia
dopo le riforme fattevi da Giuseppe Secondo, aveva, a petizione del
cardinale Gerdil, uomo dotto, ma romano in eccesso, proibito, che i
sudditi andassero a studiare in quella università. Ma tali opinioni più
pullulavano, quanto più si volevano frenare.

Da quanto abbiam finora discorso si può raccogliere, che il paese
d'Italia, il quale ne sta ai passi, e doveva il primo esser percosso
dalla tempesta, trovavasi, sotto sembianza forte, in non poca debolezza;
poichè, se aveva esercito grosso e pieno di buoni soldati, che aveva
certamente, governavasi questo esercito da ufficiali più notabili per
nobiltà, che per esperienza di guerra; l'erario penuriava per debiti e
per dispendio esorbitante; la superiorità dei nobili odiosa a tutti.
Perciò vi covava qualche mal umore, crescendo dall'una parte la superbia
per sospetto, dall'altra l'ambizione per dispetto.

Se la monarchìa Piemontese era la più ferma delle monarchìe, la
repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro i quali
credono, essere le repubbliche varie e turbolente, nè poter la quiete
sussistere che nelle monarchìe, potran vedere nella Veneta una
repubblica più quieta di quante monarchìe siano state al mondo, eccetto
solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni;
fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Francesi;
trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra
rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure
conservossi, non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe
bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi,
e tanto s'erano radicati per antichità! Pare a me, che più sapiente
governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si risguardi la
conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per
questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove
opinioni non vi si temevano, perchè non vi si amavano, e forse ancora
non vi si amavano, perchè non vi si temevano. Solo da biasimarsi
grandemente era quel tribunale degl'inquisitori di stato per la
segretezza, l'arbitrio, e la crudeltà dei giudizi: pure era volto
piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizi, che a tiranneggiare i
popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi
che non gli hanno per legge stabile, se gli procurano per abuso; e non
so se muovano più il riso o lo sdegno certuni, che tanto romore hanno
levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui
di distruggere quell'antica e santa repubblica. Del resto, la providenza
di lei era tale, che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili
discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli
animi, e se vi rimanevano ordini buoni, mancavano uomini forti per
sostenergli. Diminuita la potenza Turchesca, e composte a quiete le cose
d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano, ed al regno di
Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la
repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar
salva nei pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi
tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la
forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti: la sapienza
civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'ottantanove
stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni
prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edifizio politico vi stava
senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.

Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la
condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno
da' suoi maggiori degenerato del Genovese. Fortezza d'animo, prontezza
di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con
qualche rozzezza, ma esente da mollezza; un osare con prudenza, un
perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui
di quel popolo, che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli
estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e
Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati d'Austria; e se i
destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarj alla
misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel
saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza con la
oppressione, e di libertà con la servitù, e gli animi distratti fra
dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè
vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla
sovranità dei patrizj, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce,
e perchè era da principio presa, e non data. Era in Genova un vegliare
continuo, una gelosìa senza posa nell'universale verso la sovranità dei
nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi
comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar
gli animi in Venezia: le sette, le fazioni, le parti ora rompendo in
manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri,
avevano mantenuto in Genova gli animi forti, e le menti attente. Era nel
paese veneto gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel
Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si
poteva conservar l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo
operando. Era in Venezia chiuso a' plebei il libro d'oro; era in Genova
aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la
fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per
delicatezza di costumi, che per forza, e se pel contrario era più
conspicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni,
quelle relative allo stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative
all'ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto-Reale era in favore,
e molto largamente si pensava sull'autorità del papa. Tal era Genova non
cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi
abitatori al molto amor patrio suo sempre molesto ai forestieri,
piuttosto che a verità, debbonsi attribuire.

Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità dei popoli e per la
stabilità degli stati l'aristocrazia temperata dal costume, se Genova
c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo
temperata dal costume e dalla gelosia del popolo, dimostravalo Lucca con
l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione
sul procedere tanto dei nobili, quanto dei popolari. Era in Lucca
quest'ordine, che chiamavano _discolato_, e rappresentava l'antico
ostracismo d'Atene, e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o
popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile, o dei
costumi buoni, tosto tenevasi Discolato, scrivendo ciascun senatore il
suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in
tre Discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine, od in
esilio. Tenevasi il Discolato ogni due mesi; il che era gran freno agli
uomini ambiziosi e scorretti. Pure siccome sempre il male è vicino al
bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva,
rendevano di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino
l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare Lucchese, ed una
terra, oltre ogni credere dolce e gioconda, era abitata da gente grave e
contegnosa.

Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero:
poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato, o vogliam
dire ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusargli di
gravame; commessarj espressi tenevano registro, e facevano rapporto al
senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca
giudizj integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza dei
popoli.

Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al
bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato
dalle stagioni, si fornivano, o danari dall'erario, o generi dai
magazzini del comune. Così mite, provvido, e libero era il reggimento di
Lucca. Così ancora facilmente si vede, che nei paesi d'Italia, che non
erano stati dati in preda dagl'imperadori a principi assoluti, od a
signori arbitrarj, erano state ordinate la giustizia e la libertà, non
impronte e superbe favellatrici, come in altri paesi, ma fondate su
buoni statuti, sull'assenza d'eserciti esorbitanti, sulla modestia di
chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo, ed assennata
degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una
compita libertà, nè io, nè altri, credo, che s'ardirà dire. Ma dove sia
questo genere di perfezione, per me nol so; poichè neanco credo che sia
dove le soldatesche sterminate possono conquistare, e recare a servaggio
non che la patria, una, ed anche più parti del mondo. Che se poi solo ed
unicamente si volesse giudicare della bontà dei governi argomentando
dall'infrequenza dei delitti, certamente si affermerebbe i governi di
Venezia, di Genova, di Lucca, e di Toscana essere i migliori. Va con
questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di
San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome, appena
nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide,
felicità senz'invidia: quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non
per dritti oltraggiosi, nè per privilegj, nè per desiderio di
dominazione: quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra nobili
temperati, così nè irrequieto, nè tirannico. Fortunate sorti, per cui,
tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli affetti
conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San
Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per
civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i
Sammariniani in tranquillo stato, ed amici a tutti: dall'alto, e dal
sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in
quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come fia da noi a suo luogo
raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale
soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente dai capi di
tutte le famiglie adunati in generale congresso, o vogliam dire a
parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da se stesso a
misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani
del comune reggono lo stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva:
avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte
della giudiziale, ma questa poi cesse a uomini chiamati dall'estero dal
consiglio sotto nome di podestà: rimase ai capitani l'ufficio di
paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro
ufficio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle
obbligazioni, o come dicono i Francesi, della risponsabilità, trovato
dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola
San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i
forestieri. Nulla ci desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in
lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizj, la quiete non piace ai
turbolenti, nè la libertà ai corrotti.

Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo di Este, ultimo rampollo di una
casa, da cui l'Italia riconosce tanti benefizj di gentilezza, di
dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli, che non solo
ogni reggimento Italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di
Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era
il duca Ercole principe degno dei suoi maggiori, se non che forse la sua
strettezza nello spendere era tale, che sapeva di miseria. Pure dubitar
si potrebbe, se tale qualità in lui si debba a vizio, od a virtù
attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse, e dalla natura
sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode, che di biasimo.
Certo, era in lui maravigliosa la previdenza, e non so se i posteri mi
crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando
dirò, che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse,
parecchi anni prima dell'ottantanove, il sovvertimento di Francia, e la
rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica, che la Francia
perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbero
collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe
buono, ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più
funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai
comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in
freno il clero e Roma, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si
ricordava del tratto di Ferrara. Fiorirono maravigliosamente a tempo suo
le lettere in quella parte d'Italia: finì la casa d'Este simile a lei,
nell'antico costume perseverando.

Ora per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora
largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderj di
riforme, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderj
risguardavano parte lo stato politico, parte la disciplina ed il governo
della chiesa; principalmente una evidente impazienza vi era sorta di
quanto rimaneva degli ordini feudali. I principi, i primi mostrarono di
volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere
generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la
macchina delle instituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la
filosofia tanto squisita di quei tempi, non quella, dico, turbolenta e
sfrenata, che non s'intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella
che desiderava maggior moderazione nei potenti, e maggior felicità nei
deboli. Imperciocchè la religione divenuta ricca e potente, per opera
dei gesuiti, lusinghiera e comportatrice di ogni cosa ai potenti, in
troppo minor cura aveva, di quanto si convenisse, coloro i quali,
secondo i precetti del suo divino Autore, suoi figliuoli prediletti
esser dovrebbono, ch'è quanto a dire i deboli. In ciò volle supplir la
filosofia, e fecelo, fintantochè uomini senza freno di lei troppo
enormemente abusando, empierono il mondo di sterminj e di sangue, come
altre volte uomini senza freno troppo enormemente ancora della religione
abusando, avevano i secoli spaventato con stragi e con ruine. A questo,
erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri
uomini gentili, ma deboli; di nuovo in alcuni armi deboli, ma opinioni
tenaci; in altri armi forti, ma eccessive, e per questo medesimo che
eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderj
buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza,
ma neanco sospetto di rivoluzione, e gli Italiani hanno natura tale, che
se van con impeto, maturano con giudizio.

Tale era Italia, quando giunto il secolo verso l'anno della nostra
salute 1789, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co'
suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo
momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in
Italia, secondo la diversità degl'ingegni e delle passioni. In questi
crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a
sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per
sospetto, i popoli più le desiderarono per l'esempio: tutti credettero
che per la vicinanza dei luoghi, per la frequenza del commercio, per la
comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero
di là, come già erano avvenute di qua da' monti.



LIBRO SECONDO

SOMMARIO

      Rivoluzioni in Francia, e loro cagioni, ed effetti. Loro
      effetti negli altri paesi d'Europa, massime in Italia.
      Proposizione di una lega Italica. Vera natura del trattato di
      Pilnitz. Morte di Leopoldo, imperatore d'Alemagna; assunzione
      di Francesco, suo figliuolo. Stimoli della Russia alla guerra
      contro la Francia. L'Austria e la Prussia in guerra con questa
      potenza. Risoluzione della Sardegna, di Venezia, di Napoli, di
      Genova, del papa e della Toscana. Umori dei popoli in Italia:
      opinioni delle due parti contrarie. Arti del governo di
      Francia rispetto ai governi Italiani nel 1792. Egli dichiara
      la guerra al re di Sardegna nel mese di settembre. Fatti
      d'armi nella Savoia, e nella contea di Nizza tra i Francesi, e
      i Piemontesi. Dispersione di questi ultimi nelle due
      provincie. Esse vengono in potestà dei primi. Fuga lagrimevole
      dei fuorusciti francesi dalla Savoia. Risoluzioni del re
      Vittorio Amedeo in un caso tanto improvviso, e tanto
      pericoloso.


Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che
bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non
fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono
ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi volesse investigar
le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi,
che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il
governavano, e finalmente lo stato dell'erario.

Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale era
prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde, e più
larghe radici in Francia, che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè
dalla Francia medesima quasi da fonte principale derivava, sì perchè la
civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì
finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le
mode ed i tempi, ed i tempi poscia gli governano. Così era allora tempo
d'umanità; e siccome questa è una nazione, che per la prontezza della
mente, e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così
nel bene, come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così
questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi
anche a certi fini, che toccano la radice del governo, e ciò non senza
pericolo dello stato; poichè se è necessario allettar gli uomini con
l'amore, è anche necessario frenargli col timore, più potendo in loro
l'ambizione e l'altre male pesti, che la gratitudine.

In tale disposizione di animi non solo erano divenuti, più che non
fossero mai stati, odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni
leggier freno, che dal governo venisse, era riputato duro e tirannico.
Da questo procedeva, che con riforme utili si desideravano anche riforme
disutili, o pericolose.

Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle, che s'erano
formate e sparse ai tempi dell'ultima guerra d'America, sì
opportunamente intrapresa, e sì generosamente condotta dalla Francia:
esser doni volontarj le contribuzioni dei popoli, dover essi e della
necessità loro, e della quantità giudicare, esser la nobiltà non
necessaria, anzi pericolosa allo stato, il re capo, non sovrano, il
clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la
religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza
per gli oppressi, che se mancavano i veri, si cercavano i supposti per
isfogar la piena di tanto amore; poichè ogni punito ed ogni imposto
riputavansi oppressi, ed un gran di sale, che si pagasse, faceva sì che
si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni,
ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione, volevano
diventar potenti con salire alle dignità, ed alle cariche dello stato.

Quest'erano le improntitudini popolari; ma la ferita era anche più
grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello stato; conciossiachè
coloro fra i nobili, che avevano militato in America, eransi lasciati
ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da una illusione
benevola, credendo che un'Americana pianta potesse portar buoni frutti
in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli,
che alla corona; ed oltre alla equalità dei dritti, desideravano
l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica constituzione del
regno. Piacevano loro le forme della constituzione d'Inghilterra. Ciò
mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per
le novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo
propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.

Ma i più fra coloro dei nobili, che o per coscienza, o per interesse
perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona
tale quale era durata da tanti secoli, davano novella forza, certo per
orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e
più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente
esigevano gli abborriti dritti feudali, credendo con maggior forza
doversi tener quello, che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente
si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili
che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente
dismessi, o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine
riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti
erano appunto quelli, che facevano maggior dimostrazione in favore delle
prerogative, e della potenza regia.

Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è, che i vizi
maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la
natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di
corrompere e di corrompersi; nè bastano le gentili dottrine a raffrenar
quest'impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi
era sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto
alle persone loro quel rispetto, che già aveva tolto ai loro dritti
l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano
giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata
l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era
riputato buono, o di pecunia accattata che si fosse, e di meretrice
compra, o di bugia, o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei
tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè
bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re,
per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le
corti s'informino sul modello dei re, così i Francesi vedendo una corte
scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore, che in tutti i
secoli hanno portato ai re loro.

Il perverso influsso era tale, che ne furono contaminati anche coloro,
che dovrebbero avere in se più di sacro e di venerando. L'alto clero,
posto da Dio per esempio e per modello ai fedeli, era diventato
scandaloso per ogni sorte di corruttela. Non pochi fra i prelati,
abbandonate le sedi e gli ovili loro, se ne givano a Parigi per ivi far
opera a diventar ministri, o mostra di ozio, di lusso e di lussuria; nè
era raro il vedere ecclesiastici di primo grado fare o i dottori
politici, o i corteggiatori di dame nelle conversazioni sì pubbliche che
private; e tra di loro alcuni, poste le mani violentemente nel proprio
sangue terminarono una vita infame con modo ancor più infame. In mezzo a
tutto questo scemava fra i popoli il rispetto verso la religione, ed è
una fra le tante maraviglie di questi tempi strani, che i vizj dei
prelati tanto e forse più abbiano contribuito all'incredulità del
secolo, che gli accagionati filosofi con gli scritti loro; poichè, se
questi davano gli argomenti, quelli davano la materia. In tal modo la
potenza separatasi prima dalla virtù, separossi anco dal rispetto, suo
principal fondamento; la virtù medesima sbandita dalla città e dalle
curie, ricoverossi fra i modesti presbiterj dei parochi, e fra gli umili
casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza
popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa, dov'era la virtù,
e la cattiva, dov'era il vizio.

A questo si aggiungeva, che a gran pezza l'entrata non pareggiava
l'uscita dello stato, deplorabil frutto dei concetti smisurati di Luigi
decimoquarto, del voluttuoso vivere di Luigi decimoquinto, e del profuso
spendere della corte di Luigi decimosesto, ancorchè questo principe se
ne vivesse per se molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era
giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina,
se presto non vi si rimediava.

In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai
nobili ai popolani, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e
mancato il denaro, principal nervo dello stato, si vedeva, che ove
nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto.
Nè la natura del re dolce e buona era tale, che potesse dare speranza di
potere o allontanare o indirizzare con norma certa, ed a posta sua gli
accidenti che si temevano.

Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro
nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre
più consentanea a se stessa nel male, che nel bene, e tanto sono cupe le
ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai
tempi, e come cosa utile e giusta, una equalità civile, una equilità
d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini
giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad
accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza, e le prerogative
della corona tanto salutari in un reame vasto, ed in una nazione vivace
e mobile, il comportassero. Ma la setta aristocratica, composta
principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più
ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del
sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il
fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori
dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con
allettative parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento
della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali
autori di questo disegno miravano più oltre, velando con parole
denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia
regnante.

Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero
molto opportunamente per arrivar ai fini loro di un'errore commesso dal
governo, il quale diede occasione alla resistenza loro, e fu primo
principio di quel fatale incendio, che arse prima il nobile reame di
Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio
ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto
desiderate dal popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le
tasse, poi far le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in
odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque avendo egli
pubblicato due editti, uno perchè si ponesse una imposta sopra le terre,
l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento
di Parigi, non solo fortemente protestò, ma ancora più oltre procedendo
ordinò, che chiunque recasse ad effetto i due editti, fosse riputato reo
di tradimento, e nemico della patria. Quest'era il momento d'insorgere
da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al
tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per se, e
desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli,
rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti.
Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che volendo usar la occasione di
guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia,
passò ben a ragione ad abbominare con pubbliche scritture, e con parole
infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una
convocazione degli stati generali, non essere in facoltà sua, nè della
corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di
tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice
espressione di questa volontà poter constituire l'atto formale della
nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba trarsi
ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla
legge; tali essere i principj, tali i fondamenti della constituzione
francese; sapere il parlamento, che si volevano sovvertire i diritti
pubblici per stabilire il dispotismo; la libertà comune essere in
pericolo; ma non volere, nè potere a tali rei disegni dar la mano, anzi
volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali dritti dei sudditi
fossero conculcati e messi al fondo: poi rivoltosi al re, gli intimò,
non isperasse di poter annullare la constituzione, concentrando il
parlamento nella sola sua persona.

Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto
secondo gli ordini fondamentali dello stato; non s'intromettessero in
affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna;
ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo
a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè
legislativa, nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza
pericolo, nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione
del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse,
cambierebbesi la monarchìa in aristocrazìa di magistrati, badassero a
far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose
pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in
mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re
di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei
parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo
autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di
notari del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti ai quali
e' si dovevano conformare, e se nol facessero, sì gli costringerebbe.

Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le
prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era
soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi o
avevano cessato di per se stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia
sospesi. Volle il re rimediare con la creazione della corte plenaria, ma
proruppe il parlamento in un'asprissima protesta: protestarono i pari
del regno, il clero stesso titubava.

Intanto uomini faziosi di ogni genere o stimolati espressamente dai capi
della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente della occasione
offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo
in ogni luogo semi di discordia e di anarchìa. Tumultuavasi a Grenoble,
a Rennes, a Tolosa, ed in altre sedi di parlamenti; orribili scritture
uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del
popolo, oppressore crudelissimo; esortavansi le genti a levarsi, a
disvelare, e punir gli oppressori.

Avendo il re trovato in vece d'appoggio, opposizione e resistenza nei
parlamenti, nella nobiltà, ed in una parte del clero, dovette
necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla
potenza dei più, giacchè i pochi l'abbandonavano. Così era fatale, che
le prime occasioni delle enormità che seguirono, siano state date da
coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le
miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e
con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il
popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli
stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome
quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi dapprima, del
qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del
terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in
comune; poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede
del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo
di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei
parlamenti, quantunque eglino con opportune scritture si fossero
sforzati di riguadagnarsi quel favore, che per un nuovo empito popolare
si era voltato all'assemblea.

L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì
l'inequalità delle imposte, poi i privilegi della nobiltà, poi quelli
del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il
clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella
non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio dell'equalità era
solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano la occasione
dell'indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia
non gli poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità
popolare non ardiva, perchè parlavano in nome, ed in favor del popolo.
In ogni luogo sedizioni, incendj, e rapine; morti funeste, e modi di
morte più funesti ancora: uomini mansueti divenuti crudeli; uomini
innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficati.
Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni
giorno; e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano
nel sangue, o ad ardere i palazzi; nè il sesso, nè l'età si
risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime
in Parigi. In mezzo a tutto questo atti sublimi di virtù patria, e di
virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile, e contrario.
Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove
avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.

In fine dopo molti e varj eventi, l'assemblea con una cotal constituzione,
che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del
democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea
legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale, che l'uccise.
Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle
cose i tristi, la nazione francese, non trovando più riposo in se
stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir dai
propri confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.

A tali accidenti di Francia cadevano nelle menti degli uomini negli
altri paesi di Europa varj pensieri. Da principio quando solo si
trattava dell'opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta
un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le
insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si
distrussero, e più ancora quando si schernirono i dritti, sopra i quali
erano fondati gli ordini delle monarchìe d'Europa, quando s'insultò il
re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò
alla meraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle
incredibili enormità si arrosero quelle compagnie raunate in Parigi, ed
affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano
volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli,
distruggere i tiranni (chè con tal nome chiamavano tutti i re) il timore
diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania,
massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni,
insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva
che per le sfrenate dottrine tutte le province s'empissero di
ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarj, i
sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di
temere il sapersi, che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini
perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello
stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle
riforme già fatte in quei tempi dai principi, e credendo potersi dare
una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar
orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in
Germania ed in Italia per la vicinanza dei territorj, per la facilità e
la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle
opinioni.

Tale era la condizione dei tempi; e per dar principio a favellare
dell'Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la
prossimità dei luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro
principe, cagione di pensare a provveder al suo stato. Del che tanto
maggior necessità il premeva, che non gli era nascosto, che nella parte
de' suoi dominj posta oltre l'Alpi, le nuove opinioni s'erano largamente
sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti
Francesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva
di più, che i suoi stati erano principalmente presi di mira da quella
compagnia di propagatori di scandali, che s'era unita in Parigi,
secondochè sfacciatamente uno di loro favellando in pubblico aveva
predicato.

Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro, i quali
reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli
ambasciadori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono
loro, che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta
cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale,
acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli
affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di
ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi
incominciavano a sorgere, stantechè sebbene fosse stato continuo il
vigilare del governo, e continue le provvidenze date, non s'erano potute
evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti
nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno
nelle altre parti d'Italia; che per verità attentamente s'affaticavano
in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per
chiudere i passi ai malvagi mandatarj, per iscoprir le congreghe
segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale dei due
alfine avesse a restar superiore o la vigilanza dei governi, o la
pertinacia dei novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate
risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi
d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune;
poichè quello, che spartitamente non avrebbero potuto conseguire,
l'avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero,
che per verità questo disegno era già loro venuto in mente da gran
tempo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritirati dal
proporlo il sapere che Giuseppe, imperatore d'Allemagna, pareva volersi
condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile quei nemici
dell'umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la
morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo suo successore
piuttosto a preservare, e conservare il proprio, che ad assalir
l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare, e di stringere i
vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la
Savoia; che il Piemonte era in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto
prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime
faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re
giudicava doversi, più presto il meglio, stringersi una lega fra tutti i
potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a
preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei
mandatarj francesi, a mantener la quiete negli stati, a parteciparsi
vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad ajutarsi con
l'armi e coi denari ove nascesse in questo luogo, od in quello qualche
turbazione. Nè pretermisero i ministri Sardi di spiegar meglio quali
dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re
loro signore, l'imperatore d'Allemagna, la repubblica di Venezia, il
papa, il re di Napoli ed il re di Spagna per la parte di Parma. Il re di
Sardegna s'era già chiarito per alcune pratiche segrete della mente dei
re di Napoli e di Spagna, che acconsentivano ad entrar nella lega; il
papa vi si accostava ancor esso, siccome quello che ardeva di sdegno a
cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gl'interessi
spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se
ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse
pacifica e meramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar le armi in
Italia, e chiamato forti eserciti di Allemagna, se le cose venute
all'estremo avessero necessitato l'esecuzione; cosa sempre, e non senza
cagione detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo
essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale
ed eterno nemico dello stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto
le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato
lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in una impresa
evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la
Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il
timore, che aveva il senato delle nuove massime francesi; poichè la
natura Italiana molto eminente negli stati Veneti efficacemente si
opponeva alla loro propagazione: poi le consuetudini da tempi
antichissimi radicate nell'animo dei popoli, e l'amore che portavano al
loro governo, non consentivano; ma erano continue, e forti le istanze
del re di Sardegna, e degli altri alleati, acciocchè il senato si
risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nelle armi Venete, avevano
gran bisogno del nome e dei denari della repubblica.

Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime
deliberazioni, ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla
Prussia dopo la morte di Giuseppe, e l'assunzione di Leopoldo. Erasi
Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune
contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia, e contro le
vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi,
non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose
essere stata stipulata la guerra, e lo smembramento della Francia,
furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni
guerriere ed ostili, che non fece, e per stimolare a maggior empito i
Francesi, che già con tanto empito correvano.

Ma morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco,
principe giovane, ed ancora inesperto delle faccende, i negozj pubblici
si piegarono a diverso, anzi a contrario fine. Caterina di Russia, la
quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo,
si era constituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in
Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con
molte protestazioni volerlo rinstaurare. Non doversi, spargeva, un re
virtuoso lasciar in preda a gente barbara; diminuita la potestà regia in
Francia, diminuirsi ancora per riverbero in tutti gli altri regni; avere
gli antichi per rispetto di un solo proscritto, preso le armi contro
stati potenti: perchè si resterebbero i principi d'Europa dal correre in
ajuto di un re, e di tutta una famiglia regia prigione, di tanti
principi esuli, di tutto il fior d'un regno perseguitato e ramingo?
l'anarchìa esser il pessimo dei mali, e più quando veste le sembianze
della libertà, perpetuo inganno dei popoli; tornare l'Europa nella
barbarie, se presto non si rimediasse; quanto a lei, essere parata ad
opporsi con tutte le forze sue alla moderna barbarie, come Pietro il
Grande, glorioso suo antecessore, aveva combattuto e superato un nemico
ostinato, e sempre pronto ad infestar con l'armi i popoli vicini. Ora
esser tempo d'insorgere, ora di unirsi, ora di pigliar l'armi per frenar
quegli scapestrati di Francia: ciò richiedere la pietà, ciò domandar la
religione, ciò volere l'umanità, ed ogni più santo, ogni più utile
interesse d'Europa.

Queste, ed altre simili cose diceva continuamente Caterina, ed insinuava
destramente nell'animo dei principi, massimamente di Francesco e di
Federigo Guglielmo. Nè mancarono a se medesimi in tale auguroso
frangente i fuorusciti francesi, e più i più famosi ed i più eloquenti,
i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in
ministro per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come
affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni
l'imperatore Francesco, che giovane d'età aveva già assaggiato la guerra
all'assedio di Belgrado, deposti del tutto i pensieri pacifici di
Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali suo padre aveva
avuto più fede, accostossi ai consigli di coloro, che dipendendo dalla
Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa, ed a cominciar la guerra.
Dal canto suo Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole
generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e
ricordandosi della gloria acquistata da Federigo secondo, si lasciò
svolgere, e postosi in arbitrio della fortuna corse anch'egli all'armi
contro la Francia.

Noi non descriveremo nè la lega, che seguì tra la Russia, l'Austria, e
la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente
cominciata, e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna.
Quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dalle cose d'Italia.
Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e
ciascuno formava in se varj pensieri secondo la varietà dei desiderj e
delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far
chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai
fuorusciti francesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne'
suoi stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, certo molto più che
a uomo prudente si appartenesse, aveva meglio bisogno di freno che di
sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la
Savoja, e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le
prime percosse dell'armi francesi, e donde, se la guerra dal canto suo
fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente
nelle viscere delle province più popolose, e più opime della Francia. Nè
contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente
alle mani, persuadendosi che le soldatesche francesi, come nuove ed
indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a'
suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto
di terminar da se la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o
che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto,
lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a
che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Matrona, e della
Senna. Così mutate le cose per la morte di Leopoldo, e pei nuovi
consigli di Francesco, il re di Sardegna, prima talmente rispettivo, che
altro non pretendeva che una lega fra i principi Italici a difesa
comune, ora datosi in preda allo spirito guerriero, gli pareva
mill'anni, che non cominciasse a mescolar le mani con la Francia.

La subitezza di Vittorio Amedeo, e la lega dei re contro la Francia,
diedero non poco a pensare al senato Veneziano, e lo confermarono
vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato,
quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime
instanze, affinchè aderisse alla lega Italica. Ma prevedendo le ostilità
vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi
armate di potenze belligeranti potessero entrar nel golfo, e turbar i
mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia non forti sull'armi
navali, gli domandassero ajuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici,
ordinò che le sue armate, che ritornate dalla spedizione contro Tunisi
stanziavano nelle acque di Malta e nell'isole del mare Ionio, se ne
venissero nell'Adriatico. Veramente essendo stato richiesto poco dopo
dai ministri Cesareo, e di Toscana, che mandasse navi per proteggere
Livorno ed il littorale pontificio, rispose, aver deliberato di osservar
la neutralità molto scrupolosamente; la qual deliberazione convenirsegli
e per massima di stato, e per interesse dei popoli.

Il re di Napoli stimolato continuamente dalla regina, e dal debito del
sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi con l'armi
navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè
sapeva che una forte armata francese era pronta a salpare dal porto di
Tolone; nè era bastante da se a difendersi dagli assalti di lei, nè
appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re
Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità. o
congiunger le sue armi con quelle del confederati. Perciò se ne giva
temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter
prorompere con frutto in aperta guerra, quando fosse venuto il tempo, e
teneva più che poteva le sue pratiche segrete.

Il gran duca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione
pei traffichi di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar
occasione di tirare a se la tempesta, che già desolava i paesi lontani,
e minacciava i vicini.

Il papa non poteva tollerare pazientemente le novità di Francia in
materia religiosa. Ma l'assemblea constituente astutamente procedendo ed
andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene
star sempre unita col sommo pontefice, come capo della chiesa cattolica,
in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo
salutavano vicario visibile di Dio in terra. Queste lusinghe venute da
un'assemblea di cui parlava, e per cui temeva tutto il mondo, avevano
molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare.
Ma succedute all'assemblea constituente, la quale benchè proceduta più
oltre che non si conveniva, aveva non di meno mostrato qualche
temperanza, l'assemblea legislativa, ed il consesso nazionale, queste
disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni
sorte di enormità. Pio VI risentitosi di nuovo gravissimamente fulminò
interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente
le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu
opportunamente tentato dall'imperatore d'Allemagna, e dai principi
d'Italia, che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè
il pontefice parendogli, che alla verità impugnata della religione, alla
necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della
sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi, e la
protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore
di Cristo, prestò orecchie alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri
nella lega offensiva contro la Francia.

Ma siccome questa era una guerra, non solamente di armi, ma ancora
d'opinioni, così si pensò a Roma ad un rimedio singolare per fermar in
suo favore quelle, che si erano tanto dilatate, e che minacciavano sì
grave ruina ai principi; conciossiachè temendosi di qualche sbocco di
Francesi in Italia, fu creduto utile il preoccupare il passo, con fare
che la religione santificasse certi principj politici, acciocchè non
facessero più forza contro di lei; e al tempo stesso, il che era più
importante, si pruovasse, che ella era il mezzo più efficace, anzi il
solo che fosse abile a prevenir gli abusi, che sogliono spingere i
popoli a trascorrere contro i principi. Così, ammessa e conciliata la
radice politica con la religione, si toglieva, speravano, agli avversari
quell'arma tanto potente delle opinioni, che allora più che nei tempi
passati erano prevalse, e si confermava vieppiù l'imperio della
religione. Adunque, ed a questo fine si diede opera, che uno Spedalieri,
uomo molto dotto e di non mediocre ingegno, stampasse nel 1791 in Assisi
un libro intitolato, _I diritti dell'uomo_. Questo libro fu dedicato al
cardinale Fabbrizio Ruffo, allora tesoriere generale della camera
apostolica, e Pio sesto ne nominò l'autore beneficiato di s. Pietro.
Afferma in questa sua opera lo Spedalieri, che la società umana, ossia
il patto che unisce gli uomini nello stato civile, è formato
direttamente, e immediatamente dagli uomini stessi, che è tutto loro,
che Dio non vi ha parte con volontà particolare diretta ed immediata, ma
soltanto come primo ente e primo movente, cioè a dire che il patto
sociale viene da Dio come vengono da lui tutti gli effetti naturali
delle cause seconde. Afferma ancora, che il governo dispotico non è
governo legittimo, ma abuso di governo, e che la nazione, che ha formato
il patto sociale, è in diritto di dichiarare decaduto il sovrano, se
questi, invece di eseguire le condizioni sotto le quali gli è stata
affidata la sovranità, le viola tirannicamente. Quindi l'autore spiega i
caratteri, per cui si viene a conoscere la tirannide, e che adducono il
caso della decadenza. Queste sue proposizioni corrobora con l'autorità
di San Tommaso, il quale nel suo opuscolo latino intitolato: _De
regimine principum ad regem Cypri_, ne dimostra la verità. Finalmente lo
Spedalieri pruova che la religione cristiana è la più sicura custode del
patto sociale, e dei diritti dell'uomo in società, e che anzi ella è
l'unica capace di produrre un tanto effetto. Rimedio non senza prudenza
era questo, ma non fu usato universalmente; imperciocchè dalla
dimostrazione in fuori, che se ne fece in Roma, nissun altro segno sorse
in Italia, che i principi il volessero accettare: appresso a loro un
principio politico contrario prevalse, la religione restò sola, e le
cose rovinarono.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che
si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente, o
troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio
dei sudditi, che tutt'intenti al commercio di mare con la Francia
navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del millesettecentonovantadue timori
universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in
Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in
Toscana; armi poche, ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata
nelle due repubbliche. Quest'erano le disposizioni dei governi; ma varj
si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le
nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le
enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi
perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto
rimessamente siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia per
l'indole molto ingentilita dei popoli gli atroci fatti avevano destato
uno sdegno grandissimo, e poco vi si temevano gli effetti dell'esempio,
massime con quel tribunale degl'inquisitori di stato, quantunque fosse
divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora
servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuovi opinioni, e
fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca
cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese, ed il cielo
vi fa gli uomini eccessivi. In Roma fra preti, che intendevano alle
faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori, che a
tutt'altro pensavano, che a quello che gli altri temevano, si poteva
vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili, e
gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità
del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e
fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare,
poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul
commercio.

La Francia intanto venuta in preda a uomini senza freno e senza
consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare alle
armi le lusinghevoli promesse, e le disordinate opinioni. Però i suoi
agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del
governo loro, e delle beatitudini della libertà. Affermavano, non voler
la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli,
rispettar chi rispettava. Quest'erano parole; ma i fatti avevano altro
suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo
dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro
promettevano ajuti di consiglio, di denaro, e di potenza, e tentando
ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi con
torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.

Per meglio dichiarare il secolo, sarà mestiero raccontare ciò che
allegavano le due contrarie parti; parrà certamente ch'io dica cose
enormi, ma se ne fecero delle più enormi ancora. Dicevano adunque i
novatori smoderati apertamente, ed a tutti che lo volevano udire, che i
re son tutti tiranni, e bisognare uccidergli; i nobili satelliti dei
tiranni; i nobili appoggiare i tiranni con l'armi, i preti con le
opinioni; il popolo esser sovrano; da lui derivar ogni potere; il popolo
esser pupillo, nè poter mai perdere i suoi diritti nè per tempo nè per
usurpazione; il ribellarsi esser dovere, quando son lesi da chi governa
i diritti del popolo; abbominevole, assurda e ridicola cosa esser la
realtà; solo governo legittimo esser la repubblica; nè tutte le
repubbliche esser legittime, ma solo le democratiche; l'aristocrazìa
mera peggiore della realtà; l'oligarchìa un male orrendo; sola, e vera
fedeltà esser quella verso il popolo; la fedeltà verso i re e verso gli
aristocrati esser tradimento; perciò tradire i re, tradire gli
aristocrati essere non solo lecito, ma debito; quest'esser le massime
eterne dettate dalle natura e da Dio; il Vangelo esser democratico; e
qui aggiungevano cose, che quantunque siamo disposti a favellar alla
libera, non osiamo per riverenza alla santità replicare; nascere una era
novella per l'umana generazione, e compiersi le predizioni delle
scritture; sorgere coi diritti la giustizia, con la giustizia la pace,
con la pace la felicità; abbastanza, e pur troppo essersi fatto pruova
delle usurpazioni, ora doversi pruovare la libertà; abbastanza, e pur
troppo essersi pruovati i privilegi, ora doversi pruovare l'equalità; la
libertà elevar gli animi, l'equalità consolargli; essere finalmente
giunto il tempo, in cui il povero avrà soccorso senza scherno,
l'oppresso riparo senza prezzo, ed in cui la società più farà per chi
meno puote; poichè negli antichi governi il potere era tutto volto a
favor di chi può contro chi non può, vero ed unico fine di ogni buon
governo; avere il potere e la legge, esser troppo, aver nemmen la legge
esser troppo poco; aver tutti una legge uguale esser giusto; bastar
bene, ed esser anche di soverchio, che i ricchi ed i grandi abbiano il
potere che danno le ricchezze e le dipendenze, senza che abbiano quello
che danno i privilegj; così nelle nuove forme torsene a chi ha troppo, e
darsene a chi ne manca, santo e dolce compenso. Sorgessero adunque,
sclamavano, giacchè sorgevano i tiranni, sorgessero i popoli a far
quello che più piace a Dio, quello che stat'era da Dio eternamente
prescritto: sorgessero, abbattessero, conculcassero i tiranni,
fondassero i governi popolari, fondassero le repubbliche, e stabilissero
un fortunato e dolce vivere. A così alta impresa spirar l'aure
favorevoli; la tirannide essere stata spenta in Francia, parte tanto
principale d'Europa; una grande, valorosa e potente nazione esser tutta
sorta in piè per ajutare chiunque voglia gettar dal collo il grave
giogo; abbastanza essersi sofferto, abbastanza tollerato, ora splendere
più benigne stelle; pruovassero, che i più numerosi sono i più forti,
che gli oppressi non son vili; trasportassero il governo del mondo dal
vizio potente alla virtù infelice.

Dall'altro canto nè maggior moderazione d'animi si osservava, nè maggior
modestia di parole. Dove sono, dicevano, questi giacobini (che così gli
chiamavano da una setta furibonda nata in Parigi), che ora si fanno a
voler riformare il mondo? Bel principio al governo loro il metter la
mano nella roba e nella vita altrui, e portar le teste lacere in
processione! Imprigionar gli onesti, e scannar gl'imprigionati! parlar
di aristocrazìa! ma se l'aristocrazìa fa male, fallo a pochi, la
democrazìa a tutti; chi fa scudo ai re, unico, e salutar temperamento in
una nazione grande, se non l'aristocrazìa, massime quando i re son
diventati bersaglio a popoli indemoniati? che virtù! I ladri in onore,
le meretrici in trionfo! Se sono i popolari virtuosi per ignoranza, sono
i magnati per educazione, e la virtù rozza diventa ferocia, se non la
tempera la gentilezza. Se i magnati son freno alle voglie assolute del
principe, ed alle voglie disordinate della plebe, sono ancora esempio ad
infondere nei popoli costumi miti, e gentili; non essere nidi di tiranni
i castelli, bensì specchi di civiltà; ciò che fu, non esser quello che
è, e nemmanco i popoli essere stati angeli; doversi in questo, e quanto
al passato dare e chiedere perdonanza. E che valse ai nobili l'aver dato
alla patria i privilegi loro, non conquistati per forza ma conceduti per
ricompensa, se, spenti i privilegi, loro si tolsero le proprietà, poi la
libertà, poi la vita? E quando finiranno gli esilj, le persecuzioni, e
le carneficine? Della realtà che dirassi? se non se questa esser modo di
governo connaturale all'uomo, poichè là dove sono uniti uomini in
società, là sempre nasce come di necessità la realtà, se non di nome,
almen di fatto, ma le più volte e di nome e di fatto; non vedersi forse
dove i più governano, reggere un solo? e non valer forse meglio la
realtà vera, che la realtà velata? non esser quella sempre più temperata
o dalle leggi, o dalle consuetudini, o dalla necessità di comparire, se
non buono, almeno giusto? all'incontro esser questa più sospettosa,
perchè senza appoggio, più crudele perchè più sospettosa, più arbitraria
perchè senza freno. Nascere la realtà dal desiderio innato in tutti di
dominare; poichè questo inducendo l'anarchìa, morte della società, fa
che si trasporta il dominio da tutti prima in pochi, poi per la medesima
ragione da pochi in un solo; e beate le nazioni che trovano la realtà
bell'e fatta, senza dover passare per l'anarchìa per farsela! Il popolo
sovrano! Certo sì per ammazzar prima i migliori uomini, poi se stesso!
Error scelerato essere il voler ridurre un teorema speculativo in
pratica; che anche i matti furiosi son padroni di muoversi, e pure si
metton loro le catene addosso: con le astrattezze non governarsi gli
uomini, ma con i rimedj contro le passioni, e mal rimedio essere lo
sbrigliarle. Doversi perciò questi regoli plebei spegnere del tutto ad
eterno esempio di una gran malvagità punita; e siccome ne furono
scrollate le fondamenta stesse della società, così doversi questa
ritirare non solo là dond'era partita, ma più verso un governo forte e
stretto. A questo opportuni stromenti essere i nobili ed i religiosi, i
primi perchè dan la forza, i secondi perchè danno la persuasione, ed a
tutti questi preporre un re forte e risoluto. Nè ciò bastare; spenti gli
uomini infami, doversi anche spegnere le dottrine sfrenate; perchè, se
bisogna castigar la generazione presente, e' bisogna sanar le future;
una moderata ignoranza esser migliore d'un insolente sapere: insomma
punir i traditori, premiar i fedeli, riordinar in tutto e per sempre il
vivere sociale. Per questo muoversi l'Europa, per questo aguzzar l'armi;
nè tanto moto essere per palliar solamente un male immenso, ma per
estirparlo; rimanere ancora in Europa sufficienti residui di realtà e di
aristocrazìa per risarcir l'edifizio della società rovinata, se
prudentemente e gagliardamente si rimettessero insieme; questo voler
fare i re confederati, a questo mirare le speranze di tutti i buoni, a
questo offerirsi i nobili, a questo persuadere i religiosi; che se tanta
aspettazione, se così gran consenso, se una sant'ira mossa da crudeli
misfatti fossero indarno, dover cader l'Europa in una inudita barbarie.

Da tutto questo si vede, quanto siano intemperanti gli uomini, quando
sono mossi da passioni politiche; imperciocchè i primi erravano per aver
portato tropp'oltre le riforme, i secondi per averle fatte degenerare in
eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e
giuste; gli uni per aver posto mano nel sangue, gli altri per volerlavi
porre; quelli per aver deposto ed ucciso un re santo, questi per aver
chiamato i re stranieri a' danni della patria loro; e se la libertà,
quantunque di un valore inestimabile, male si compra con la crudeltà,
male ancora si riacquistano i dritti feudali, e le seggiole in corte,
con dar il proprio paese in preda ai forestieri. Certo quel che più
mancò all'età nostra, è l'amor della patria, poichè i primi la resero
serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni
Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella
libertà, che il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola
libertà, che ad un tanto stato, quanto la Francia è, potesse convenirsi;
nuovo, ma non unico argomento, che non può esser libertà, dove sono i
mali costumi, massime la cupidità sfrenata di comandare, e di comparire.

Le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli, che
quelle dei loro avversarj, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità;
poi coloro, che si coprono col velame del ben comune, hanno più
efficacia di quelli, che pretendono i privilegi. Laonde l'Europa era
piena di spaventi, e si temevano funesti incendi per ogni parte.

Intanto essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e
l'altra di queste potenze applicarono l'animo alle cose d'Italia; la
prima per conservar quello che vi possedeva, la seconda per acquistarvi
quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente aver il
passo col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.

Dall'altro lato il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e
palesi per domandare, parte con minacce, parte con preghiere, ai governi
d'Italia, o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Semonville fu
destinato ad andare a specular le cose in Piemonte, ed a tentar l'animo
del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano, si
dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio
Amedeo di collegarsi con la Francia, e di dar il passo agli eserciti
Francesi, perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò
la Francia gli guarentirebbe i suoi stati, raffrenerebbe gli spiriti
turbolenti in Piemonte ed in Savoja, cederebbe in potestà di lui quanto
si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperatore.
Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè
senza ragione, d'insidie, sì perchè procedeva in queste faccende con
troppa passione, e sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era
tropp'oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e
s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Perlochè, giunto essendo
Semonville in Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro
governatore, che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di
tornarsene fuori degli stati del re, usando però col ministro Francese
tutti quei termini di complimento, che meglio sapesse immaginare.
Solaro, uomo assai cortese, ed atto a tutte le cose onorate, eseguì
prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.

Il fatto fu gravissimamente sentito in Parigi. Il giorno quindici
settembre del millesettecentonovantadue, Dumourier, ministro degli
affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del
governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto
fatto alla Francia nella persona del suo ambasciadore in Alessandria,
conchiuse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi
un romore grandissimo; chè le parole di despoto, di tiranno, di nemico
del genere umano andarono al colmo. Insomma fu chiarita solennemente la
guerra tra la Francia e la Sardegna.

Di già il giorno dieci dello stesso mese il consiglio esecutivo
provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, capo
dell'esercito che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di
assaltar questa provincia, e cacciate l'armi Piemontesi oltremonti, di
usare tutte quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu
il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e
che empierono tutto il corpo suo di ferite, che non si potranno così
facilmente sanare.

Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e
le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto
notabili apparecchi in Savoia, e nella contea di Nizza. Ma le vittorie
dei Francesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed
il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a
difendere i proprj. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei
Francesi; poichè nei due paesi contigui, in cui si doveva far la guerra,
la Savoia parteggiava pei Francesi, il Delfinato non solo non
parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi
questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si
erano fatte e si facevano: sicchè i Francesi avevano favore andando
avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.

Non ostante tutto questo, i capi, che governavano le cose del re in
Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti
francesi, che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò, che
era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero, che male con
le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.

Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità
verso i fuorusciti, e verso un generale di Francia, che, per ispiare, il
veniva a trovare in abito e sotto nome di prete Irlandese, con duro
governo asperava i popoli, soffiò imprudente sur un fuoco che già si
accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator
generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva
quell'autorità e quel credito, che in sì pericoloso accidente si
richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete Irlandese.
Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco
atto a sostenere le guerre vive dei Francesi.

Adunque tali essendo le condizioni della Savoia nel mese di settembre,
si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo
sempre nella solita sicurtà, nè potendo credere sì vicino un assalto, in
vece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le
avevano sparse quà e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano
inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a
rannodarsi subitamente dove egli assaltasse. Tanta era questa loro
semplicità, che anche quando i Francesi, prima divisi in diversi campi,
si erano raccolti tutti vicino al forte Barraux, il che denotava
l'intenzione di un assalto vicino, non fecero dimostrazione alcuna.

Il prete Irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran
novelle del mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti Francesi, che
pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo;
risposero del no. Aggiunsero, ch'era la gente di roba, che aveva paura,
e che spargeva spaventi. In questo mordevano il conte Bottone di
Castellamonte, il quale essendo intendente generale della Savoia, da
quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose,
aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro, che voleva
far partire alla volta del Piemonte. Certo, impossibil cosa era il
difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie dei confederati: non
stanziavano in questa provincia più di nove in diecimila soldati; ma
siccome erano buoni, così se fossero stati retti da capitani pratichi, e
posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata, e
ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine, il
riunirgli fu impossibile in accidente tanto improvviso.

Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la
guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto,
in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente, se non
molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti,
donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse
nel tempo medesimo la contea di Nizza. Presidiavano la contea genti poco
numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche
ajutare dalla parte del mare il contr'ammiraglio Truguet, il quale
partito da Tolone con un'armata di undeci legni dei più grossi, ed
alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva
correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar
le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta. Sua principal
intenzione era di sbarcar sotto Monaco per prender alle spalle
l'esercito che difendeva Nizza. Così i Francesi dall'Isero fino al Varo
si apparecchiavano ad assaltare gli stati di un re, che con ostili
dimostrazioni gli aveva provocati prima che gli ajuti, che aspettava
d'Alemagna, fossero giunti. Tale fu l'effetto delle rotte di Sciampagna.

Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto
l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle
frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra.
Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Sanparelliano, ed
il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di
Ciamberì. Nel medesimo tempo per tagliar il ritorno al nemico, spediva
due grosse bande, delle quali una radendo la riva sinistra del fiume
Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo
d'Oisano, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza
da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual
caso tutto l'esercito Piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca
parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della
Tarantasia. Aveva egli con certo pensiero avvisato, che la via
principale di ritirata ai Piemontesi era la Morienna, ed il monte
Cenisio. Ma queste due ultime fazioni non ebbero effetto, la prima per
una piena improvvisa dell'Isero, che rotti i ponti non permise il passo,
la seconda per la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli
altissimi monti del Galibiero.

I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi francesi,
tentarono di affortificarsi con artiglierìe presso Sanparelliano agli
abissi di Mians, donde pensavano di tempestar di traverso con palle sul
passo per mezzo d'artiglierìe poste sul castello delle Marcie. Ma a
questo non ebbero tempo; le artiglierìe non erano ancora ai luoghi loro,
quando la notte dei ventuno settembre, tirando venti orribili, e cadendo
una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal
generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux,
se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come
disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a
quell'oscurità improvvisamente della terra, e se non fosse stato il
tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la
difendevano. Ma avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si
ritirarono a salvamento.

Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi privi
di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di
Bellosguardo, di Aspromonte, e la Madonna di Mians. Così le fauci della
Savoia vennero da quel lato in poter dei Francesi. Ma Montesquiou,
usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico,
si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanterìa,
una di dragoni, e venti bocche da fuoco, alle quali fe' tener dietro
come retroguardo da due altre brigate di fanterìa, una di cavallerìa,
parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito
Piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Annecì, l'altra
verso Monmeliano. Gli rimase aperta la strada per Ciamberì, capitale
della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regj, mostrando i
capi in sì importante fatto tanta pochezza d'animo, quanta vanità
avevano mostrato innanzi. Sì grande fu la subitezza dello spavento loro,
che i Francesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente
nella città, che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. Quì
è debito nostro il raccontare come in sì pericoloso passo non vi fu
tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna; tanta è la bontà,
e la civiltà di quel popolo Ciamberiniano. Vi arrivarono i Francesi;
furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni d'allegrezza, che
portavano le opinioni, e la ricordanza delle precedenti vessazioni.

Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo
ancora avuto notizia dell'assalto, che doveva dare Anselmo a Nizza, e
vedendo la celerità incredibile delle genti Sarde nel ritirarsi,
dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere
l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce, che
i Piemontesi forti di sito, e provveduti di munizioni da guerra e da
bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge, che separano Ciamberì
dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però
deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose, e per
aspettare, che portassero i tempi dal canto dell'Alpi Marittime. Solo
fece occupare il passo di Monmeliano abbandonato dai soldati reali con
quella medesima celerità, con la quale avevano abbandonato la città
capitale. La rotta loro fece cadere, come premio della vittoria, in mano
dei Francesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di
casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e
di vettovaglia.

Ma egli è tempo oramai di raccontare la guerra di Nizza. Non
dimostrarono in queste parti i capi Piemontesi miglior consiglio, nè
miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso
che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due stati, la
notte dei ventitre settembre, dandosi precipitosamente alla fuga,
abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con
grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I
Francesi usando prestamente il favore della fortuna, corsero a
Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a
discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di
milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglierìa grossa,
una fregata, una corvetta, e tutti i magazzini reali. Così la parte
bassa della contea di Nizza venne in poter dei Francesi con incredibile
celerità, e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di
Montalbano, ma poco stante si arrese ancor esso a patti. A queste
vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che
dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti
da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal
littorale.

Anselmo, avuto Nizza, Villafranca, e Montalbano, si spinse avanti per la
valle di Roia, e non fece fine al perseguitare, se non quando arrivò a
fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle
parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma alcuni giorni
dopo, le genti Piemontesi, avuto un rinforzo di un grosso corpo
d'Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne
impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè ritornato Anselmo
col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio
divenne l'estremo confine dei combattenti.

Queste spedizioni dei Francesi nella provincia di Nizza costarono poco
sangue; perchè la ritirata dell'esercito Sardo fu tanto presta, che non
successero se non poche, e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si
scostarono dai termini dell'umanità e della moderazione. Assai diverso
da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè accostatasi
l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per
negoziare, gli furon tratte le schiopettate, per le quali furono uccisi,
o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da
biasimarsi. Però l'armata francese accostatasi vieppiù, e schieratasi
più opportunamente, che potè, cominciò a trarre furiosamente contro la
città. Quando poi per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le
morti, l'ammiraglio credè, che lo spavento avesse fatto fuggire i
difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali unite ai marinari
s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a
sacco ed a fuoco; compassionevole punizione dei violati messaggeri di
pace. Questa fu mera vendetta. Oneglia, cinta da ogni parte dalle terre
del Genovesato, era luogo di poco profitto; perciò i Francesi
l'abbandonarono, e l'armata loro, toccato Savona, e posatasi alquanto
nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone. Essendosi ora
mai tanto avanzata la stagione, che non si potea guerreggiare, se non
con molto disagio, si posarono dalle due parti le armi tutto l'inverno,
attendendo solo a far apparecchi più che potevano gagliardi, per tornar
sulla guerra con frutto, tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a
questo silenzio dell'armi nulla occorse, che sia degno di memoria, se
non se la differenza del procedere dei Savoiardi e dei Nizzardi verso i
Francesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro, e
desiderio di accomodarsi alle fogge del nuovo governo: al contrario i
secondi fecero pruova di molta avversione, e di volersene rimanere nel
termini del governo antico. Non è però da passarsi sotto silenzio, che
sebbene l'inclinazione verso le nuove cose fosse molto maggiore in
Savoja che a Nizza, non pochi ciò non pertanto fra coloro, i quali in
quel paese viveano nei primi gradi della società, o nobili o
ecclesiastici che si fossero, o per fede verso l'antico sovrano, o per
paura del nuovo si resero fuggitivi, oppure rimasti essendo nelle loro
antiche sedi, soggiacquero alle carcerazioni, ed alcuni eziandio agli
estremi supplizj. Degno altresì di commemorazione si è, che i soldati
del reggimento di Savoja dispersi per la subita invasione dei Francesi,
di propria volontà, per istrade e sentieri insoliti trapassando,
tornarono alle loro bandiere, e sotto i consueti capi si rannodarono,
esempio di fede dato dai più umili figli di quell'alpestre nazione: il
quale effetto fu poi rinnovato circa venti anni più tardi dai generosi
Spagnuoli invasi dalle armi Napoleoniche.

Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul
voler cacciar del tutto le genti Sarde dalla Savoja. A queste fine
ordinò a Rossi, che cacciandosi avanti le truppe del re, le spignesse
fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo S.
Bernardo per la Tarantasia; il che eseguirono con grandissima celerità,
e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere, che se
Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di
Nizza, fosse, dopo la conquista di Ciamberì, camminato con la medesima
celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità
dell'Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a
ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era
la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumilli, Carouge,
Bonneville, Tonone, e l'altre terre della Savoia settentrionale,
abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa
provincia venne tutta, non senza grande contentezza pubblica e privata,
in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno venne
loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali
indussero da queste bande la medesima cessazione dall'armi ed anche più
compiuta, che era prevalsa nell'Alpi Marittime.

In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di
torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella
difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual
doloroso caso si debbe imputar in parte il re medesimo per aversi voluto
scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto
innanzi, che gli ajuti austriaci arrivassero in forza sufficiente, e per
aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro, che più miravano
a comparire, che ad informarsi nell'arte difficile della guerra.
Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare
ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandargli sulle prime
alla guerra, come se l'arte della guerra ed il romor dei cannoni non
fossero cose da far sudare, e tremare anche i soldati vecchi. I nobili
poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non so se mi dica
ridicolo, od assurdo, in cui tenevano i Francesi. Pure fra di loro non
pochi erano che modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male
avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna
presente.

La rotta di Savoja, già sì grave in se stessa, fu anche accompagnata da
accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Piogge smisurate, strade
sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no,
gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso, e di ogni età, terribili
apparenze e di cielo, e di uomini, e di terra. Ma fra tutti muovevano
compassione grandissima i fuorusciti Francesi, i quali confidandosi
nelle parole dei capitani regj eransi soprastati a Ciamberì fino agli
estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non
potevano nè stare senza pericolo, nè fuggire con frutto. Imperciocchè a
chi mancava il denaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi
le bestie, od i carri per trasferirsi; perchè non se ne trovavano per
prestatura nè amichevole, nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era
venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo
miserando era quello, che si vedeva per le strade che portano a Ginevra
ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in un abisso
di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le
figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i
sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna.
Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al
petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò
la virtù o la carità umana in sì estremo caso, perchè furono viste
spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare
nelle terre strane, anche a mal grado dei parenti e padroni loro, gli
sposi, i padri, i fratelli, ed i padroni, posponendo così la dolcezza
dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire; secolo
veramente singolare, che mostrò quanto possano fra l'umana generazione
la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar
crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni, o niuni su quelle
rocche, e bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e
mandava diluvj di pioggia. A questo, soldati commisti che fuggivano
sbandati, armi sparse quà e là, un tramestìo d'uomini sconsigliati, un
calpestìo di bestie, un romor di carrette, un furore, un dolore, una
confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore a grandissima
miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze
di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro, che a gente nata in umil
luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati,
dopo aver ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo
reame di Francia, e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente
incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo, nè
il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar
eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a
partorire, fra lo squallore di tetti abjetti ed alieni, a padri venuti
in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle richieste prima da
principi, non sapere ora nè a qual rifiuto andassero, nè a qual
consenso! Quanti capitani valorosi, ed invecchiati nella milizia, ora
che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e
dello stato, mancati il riposo e lo stato, correre raminghi sotto cielo
straniero, cacciati da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore
ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di
gente instupidita a sì miserabile caso, od intenerita a tanta disgrazia.
E spesso trovarono sotto gli umili tugurj più ristoro e più consolazione
che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti, su per le vie di
Ginevra e di Torino, la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa
cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima.
Eppure in mezzo a tanto lutto la natura Francese era tuttavia
consentanea a se medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado
e canti, e risi, e piacevolezze tali, che pareva piuttosto, che a festa
andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini
gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro, o dietro le
carrozze stanti, recarsi con le capellature acconce, e con croci, e con
nastri, e con altri segni dell'andata fortuna. Tanto è tenace ciò che la
natura dà, che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti
in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il
guardare, ed il pensare degli uomini. Gran cose aveva rapportato la fama
di Francia; ma ora ai più pareva, che il fatto fosse maggior del detto;
chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda, che
usciva dai proprj confini; chi il valore de' suoi soldati, e chi la
contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla
vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di
coloro che l'avevano provocata potente. Meglio, sclamavano, fora stato
il lasciarla lacerare da se stessa, che il riunirla con le minacce;
meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti
tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia, essere minacciata
Italia; già già titubare la società umana in Europa.

A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi.
Quest'essi, dicevano (poichè nelle disgrazie gridar contro il governo è
sfogo e consolazione), quest'essi sono i frutti di tante spese, di tante
leve, di tanti vanti? Essersi per questo esausto l'erario, le
contribuzioni fatte insopportabili? Per questo chiedersi al pontefice la
vendita dei beni del clero? Per questo aumentarsi il debito dei monti?
Essersi congiunta la vergogna al danno! A questo estremo essersi ridotti
soldati valorosi per colpa di comandanti inesperti! Trattarsi la salute
di tutti, ma principalmente dei nobili: ai nobili spettarsi maggior
valore, non insolentire nella sicurtà, non perdersi d'animo nel
pericolo. Ottimo essere il re Vittorio, amarlo tutti, desiderar tutti la
salute sua; ma perchè separar la nazione in due con metter dall'una
parte i pochi coi privilegj, dall'altra i più coi gravami? Parlasse, si
mostrasse padre comune, e vedrebbe correre volonterosi i popoli per
istornare dal felice Piemonte il fatale pericolo.

Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore.
Tutta la città era contristata, e piena di pensieri funesti. Ma tanta
era la fermezza della fede dei Piemontesi nel re loro, che pochi
pensavano a novità, alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento
civile e politico dello stato; tutti volevano la conservazione della
monarchìa, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più
miravano ad ammenda, che a satira.

Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso,
poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente
pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto
d'ajuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con
frutto, perchè il fatto toccava anche a lei. Laonde reggimenti Tedeschi
arrivavano a gran giornate dalla Lombardìa in Piemonte, e s'inviavano
prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda.
Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla
neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in
Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi, essere il re solo
guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse
a distendersi quella enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove
mancano le forze proprie, abbisognar gli ajuti altrui. Cercavasi anche
di scusare le rotte di Nizza e di Savoia con dire, che quei paesi non
erano difendevoli, se non con grossi eserciti; le forze che là s'erano
inviate, essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per
offendere, senza le disgrazie di Sciampagna: dopo queste non poter più
bastare neanco a difendere; per verità essere stata troppo presta, ed
anche disordinata la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di
chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non
mancare a se medesimo, nè alla lega; solo richiedere, che come egli era
l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli
era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse
fronteggiare con gli aiuti comuni.

Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate, avevano gran
peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a
pensare a' casi suoi, siccome quella che essendo lontana dalla voragine,
aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi
proprj stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si
risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che
aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi
decimosesto, dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e
licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si
preparava alla guerra. Però diè buone speranze al re, promettendo
denari, ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del
Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnìe,
si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gittavano
nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più
della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non evitabile rimedio
dei mali presenti, e segno troppo evidente dell'improvidenza dei
reggitori ai tempi lieti. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze
poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si
affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo san Bernardo. Con
questo, usando l'opportunità della stagione, che andò freddissima, e
fatti tutti i preparamenti necessarj, si aspettava con incredibile
ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle
battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.



LIBRO TERZO

SOMMARIO

      Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze
      dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano.
      Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in
      favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria
      Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della
      neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di
      Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia.
      Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi
      in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio
      Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di
      Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj.
      Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova.
      Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran
      mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti
      considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie:
      Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono
      respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si
      arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani
      l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai
      confederati nell'andarsene.


La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di
Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre
Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per
questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e
di più feroci instigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle
menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si
avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai
tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur
sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed
indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi;
capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare
generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa.
Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar
facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala
pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco
prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.

Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che
coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace
quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione
di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate
coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e
meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria
ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo
più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse
incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri
alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era
avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua
potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le
provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto
nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei
Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di
libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro
che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma
ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e
non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione.
Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i
Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione,
profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti,
contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere
gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati
intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano
mirabilmente gli animi del volgo.

Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del
senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato
dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle
frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta
inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a
piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato,
che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di
pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non
isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata,
valicati i monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli
sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto
fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta
calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti,
vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e
conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare
i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico
dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed
il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi
ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità
loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro
di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle
insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della
repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la
rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze
d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia;
certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove
un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le
forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso
d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar
l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi
confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto
sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste
terre da sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi
campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così
sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza
irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono
in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui
gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni
sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce
influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che
costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha?
Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non
può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato,
che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non
mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con
essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di
tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini
audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si
accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non
rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza
loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti
consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le
gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose
dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia
il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile;
fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo
il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto
darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore,
l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di
tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il
senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà
della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti
offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o
funestissimo per sempre.

Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere
i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo
rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante,
voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto
procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover
essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena
di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore
alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza
dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi
alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva,
che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la
natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui
allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per
tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti;
esser parata la repubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a
sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità;
ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri,
non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.

Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi
nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il
pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si
voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene
considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli
assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.

Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in
consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la
repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in
Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per
se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso
ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal
suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con
gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse
negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi
senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o
di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè
tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi
costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta in mezzo a
queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità
sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave
giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per
forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza,
ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è
d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non
provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune
d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i
disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati,
e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a
deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire
ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono
con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto,
calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di
una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio
gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion
loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo,
che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci
pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e
la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me
fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo
scapestrato. Per verità di che ora si tratta? Forse di provocare, forse
di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo
felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che
assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la
guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che
l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così
la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in
mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura
umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la
esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la
forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli
antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora
non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella
fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la
successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì
ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè
inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la
repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della
necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato
armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora
credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento
anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa
presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nol
credete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee
giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della
repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni
credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè
ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai
luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere
non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o
sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo
che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella
s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute
d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han
sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno
così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere
il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se
state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad
ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti
d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto
eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi
assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate
degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar
vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le
sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora
l'onor di Venezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata
moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento
non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve,
perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io
ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni
inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di
questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano
fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi
sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato
nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì
novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non
contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se
costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la
occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi
sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non
siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di
pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni
e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non
siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi
guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi
condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide
persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma
chi ha mai dannato alcuno, se pon argine alla casa quando il fiume
minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba
troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un
forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare
lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene
disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me
costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con
lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore,
che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre
porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita
repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini
inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori
del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole
quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene
disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato;
che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore
ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più
sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io
opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si
levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare
le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle
potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere
pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati
apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace,
che a dimostrazione di guerra».

Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole
gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente
tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente
considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il
savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi
termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello
stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi
bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo,
lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a
guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve
ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne.
Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa
nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la
sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso
egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da
un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed
anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed
in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere;
e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator
Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi
nati per la recente invasione di Nizza e della Savoia. Adunque un Pesaro
si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa
caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la
mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde,
quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè
vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero
conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete
voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il
Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere
militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la
Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi
senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore
può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano,
ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo
a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli
eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto
dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni
nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor
maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar
l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in
questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince
per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo
stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia in breve
tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di
governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo
sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del
lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e
volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli
esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni
cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a
conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi
sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita
dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non
sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia
oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti
gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della
libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri
maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di
mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma
allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine
militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità
armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la
spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza
prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero
risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al
certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono di
Francia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la
frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie,
conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi
dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e'
sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti
i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie,
e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei
traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime
popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che
sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete
il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali
dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di
allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il
pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i
tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e
per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di
offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali
tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare,
perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior
estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè
l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di
quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le
maneggia non sa dove sia per riuscire; perchè con esse la prudenza è
muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non
mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle
promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire
dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi
ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere
un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e
certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte,
noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per
consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo
studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei
desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana
generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere
armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa
alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia,
nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che
se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che
alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte
queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto
opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal
tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di
tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti,
volere la repubblica vivere in buono ed amichevole stato con ognuno».

Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla
più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della
pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di
svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e
venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con
unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il
Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la
rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi
umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe
condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella
perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine
degno del suo principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza
di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di
Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica.
Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli,
richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il
restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà,
ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia.
Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole
esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse
preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse, essere
i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì
generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto
opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora
volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto
fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il
glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose,
esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova
libertà, nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il
quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza
del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle
sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel
Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da
sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune
consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra:
solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era
confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica,
caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della
Sardegna, e della stessa Italia.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli
veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente,
che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei,
di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e
Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo
fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che
poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì
per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e
quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province
meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro
l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò
massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di
trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero
novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed
all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei
traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca
mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti
più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori
di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che
non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e
cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città
grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in
guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era
udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per
mezzo della corte di Torino, che usava un'arte grandissima nell'ispiare,
e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati
che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si
presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito
erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così
spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le
confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più
quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri,
che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si
diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal
era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera
alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in
tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano
in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come
Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere,
s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa
stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati,
che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di
natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano
le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache,
stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte
a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò
l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale
Devins.

Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi
della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua
eccellenza nell'arte della guerra.

Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di
Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui
fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che
si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E
siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito,
più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più
tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si
tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano
segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i
negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai
Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi
su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a
secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte
consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua
delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad
entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una
parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da
quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si
dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano
che ove fossero giunti in quella città, i popoli vicini per la
vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si
sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente
disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione
non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti
certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che
considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente
sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con
amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter
loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente
stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per
sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano
soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse.
Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal
medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni
di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma
vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che
diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.

Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più
alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so
se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe
dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo
imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con
bande sparse, ed appostate nei luoghi più opportuni di quei monti aspri,
e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto
quel maggior male che potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le
cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che
grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a
gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato
animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i
secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli
di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più
volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto
sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto
essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza
per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la
sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le
frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed
anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la
contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse
condotto la opportunità di tentar la impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili,
e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono.
Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse
tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande
vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi
pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le
deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le
corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due
eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo
chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè
per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il
medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti
veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non
contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente
s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due
eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata
fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i
Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le
genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si
guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi
della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni
per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia.
Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come
la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo
si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente
minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su
Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano,
acciocchè fosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato,
od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa
opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per
essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non
che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a
cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi
due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava
le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè
gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la
frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più
basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a
questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue
genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più
facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna;
Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso
corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si
congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci
insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a
stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di
Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti
della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e
posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra,
dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la
vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli
alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone,
come squadra di riscossa, sul monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche
furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse
alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto.
Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento
di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli
mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava
confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo
concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e
quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle
differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani
dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato
nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli
stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.

Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e
per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna.
Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a
pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A
questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di
Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del
re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende
importanti, benchè di governare le cose di stato avesse piccolo
intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse
dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito
libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della
repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo.
Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si
conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che
se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato
in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero
dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il
re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai
udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè
accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo
molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati
del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla
guerra.

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati
d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a
posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza
dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni
luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della
libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi
signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di
quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e
non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette
macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il
particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia,
acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i
grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo
gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che
parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che
parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i
primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per
interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza
verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di
giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era
più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra
i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere
in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i
nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar
nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo
stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano
numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità,
la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli
stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i
preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava
una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi
Italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione, e del suo
appetito di aver signorìa in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano
utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli
uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i
principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i
popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero
usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le
cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed
operavano che non credessero loro neanco la verità.

I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche,
soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.

I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di
render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far
argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli
non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui
avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.

L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della
condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio
per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli
altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni
ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non
trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello stato,
si preparava l'adito ai forestieri.

Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno
desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato,
diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta
una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di
queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e
prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi
solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le
riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e
siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto,
allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa
fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle
speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità
umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso
poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a
quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi
generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava
di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I
Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il
che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in
un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto
allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente
allignavano, quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle
ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle
cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con
diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser
Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria;
siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era
la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù.
Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non
vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar
dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per
sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che
alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari,
che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero
essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè
supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.

Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni
dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma
fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed
erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed
aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci
opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano,
tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia,
procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i
quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di
repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano
signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati
amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori
dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli
erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri
utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil
avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello
stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e
continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di
Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare
per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli
che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo
stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di
una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali;
ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero
finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento
politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri
stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di
riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di
governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di
sottrarsi a quell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di
risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano
infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia
pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per
civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi
all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto
disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla
independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro
l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora
dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza
della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e
poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un
rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire.
A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità?
Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi
coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di
soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.

Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici
di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza
immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come
in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i
Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare
politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che
era in uso fra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano,
essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato
e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con
ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle
scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i
vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e
questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra
la gente di chiesa.

A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam
dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida
anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed
all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse
sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare
si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno
necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità
del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e
male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir
la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra
questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze,
e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle
corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e
pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro,
non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamente
quello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano,
che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza
nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro
nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e
aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era
nemica.

Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la
conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le
novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per
dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei
nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per
l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo;
altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le
occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano
continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli
perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi
avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora
descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella
quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno
intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se
non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto
favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva,
mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando la
offensiva, penetrare nell'interno della Francia.

I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna,
potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che
restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro
l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe
ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere
un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di
burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in
abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza
sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare.
A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli,
la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si
argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per
conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi
motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di
Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne
noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar
le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati
atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole
guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i
fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita
spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa
in pronto, ed appena giunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da
Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse
prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose
l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè
ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti
soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli
scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già
abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il
palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori,
trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la
più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a
bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i
difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con
palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima
battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma
con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e
due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o
lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre,
oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri,
arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano
veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai
luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque
si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile, e di
virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre
più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi
circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno,
dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare
la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del
fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai
montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la
fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi
in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi,
cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno
proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più
vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali
aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto
movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro
di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata
delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi,
così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di
Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento
ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una
furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove
l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle
coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la
perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che
scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato.
Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando
ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed
inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del
suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei
repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal
collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per
l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta
l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a
compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero
la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la
independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare
quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in
ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente
per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla;
cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea
a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica;
cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena
con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già
cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire
dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero
lacera e conquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e
mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti,
che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il
compratore.

Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente
sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano
col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della
libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti
dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della
libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue
insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali
di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo
governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati,
chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti,
restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di
miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche,
ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani
sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un
poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di
Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran
Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le
parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e
detestavano il nome di Francia.

Intanto per dar forma al governo nuovo, e ricompor quello che il
disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato
una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di
fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed
alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i
commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando
decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si
conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed
Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e
castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso
rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti
soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e
quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli.
Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del
consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e
contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili,
traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le
popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per
assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la
sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non
poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia
difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce
dominio col quale la Francia le aveva sempre rette, della fratellanza
nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere
con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere
l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre
venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi,
vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti
di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar
fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra;
fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero,
che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare
alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a
queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito,
minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi
contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo
dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura
tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano
le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione
per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri
finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.

Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi
soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli
con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra
minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol
avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, parte
vere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti
disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le
genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i
tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il
generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter
suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi
cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per
Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi,
imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse
possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non
si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi
forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che
occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si
scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da
guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano
all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con
bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra;
poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli,
rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa
Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di
maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma
non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta
la Corsica dopo di aver obbedito al freno di Francia lo spazio di
venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od
in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di
provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte
contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le
forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome
transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di
stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per
metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì
potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime
ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi
traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un
partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare
il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in
Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della
Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli
accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de'
tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di
sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in
preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più
i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità
cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la
sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per se stessa
resistere a quella che seguitava il nome di Francia.

La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che
o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano
occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di
Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi,
potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei
luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente
Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile
pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di
Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i
confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo
moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel
vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque
sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E
siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli
fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo
della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul
monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per
impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile
delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di
Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale
Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi.
Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli, e Dellera;
siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano
apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi
dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi
all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà
dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la
tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono
rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul
sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto
loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il
quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con
un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane;
ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con
molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con
gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con
nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in
questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al
capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo
fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta
arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani
di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente
l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne
miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto
mostrarono i Francesi il solito valore impetuoso, e sconsiderato; i
Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale
d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero
i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti,
feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo
giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata
circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era
l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi
all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di
nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati
risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro
poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima
perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte
posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della
guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla
estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si
congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi
del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani
l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito
dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato
l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar
l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si
argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta dei
capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento.
Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi
Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per
mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo
maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo,
si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare
prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire
accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra
dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi,
tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati
alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la
Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano
la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale
Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le
strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus,
per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare
all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla
valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi
da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il
varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di
truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contorni di Saluzzo,
e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le
acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con
forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi
Francesi.

A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito
di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta
dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di
Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di
conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le
sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi
alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano
nelle consulte dei confederati.

L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli
stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di
manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di
neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la
qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai
Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con
grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva
causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende
religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e
Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire
ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i
negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamente con
Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un
saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi,
Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di
averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se
medesima.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori,
ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva
fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia;
avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i
pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una
nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che
distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re,
del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non
ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le
pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a
determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio
Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata
Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza
volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare
per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel
termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de
La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata
avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si
facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra
era di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè
cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo
di Francia, facesse causa comune con gli alleati.

Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel
qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel
superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di
casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un
Inglese di aver ucciso un re.

Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato
ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due
marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se
ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si
scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla
Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin,
cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di
Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.

Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro
Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un
Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa
tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente
por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica
o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi
aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in
tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra
avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.

A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più
minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la
fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu
improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo
fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi
si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se
prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora
vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto
si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del
popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno
scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in
modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di
Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si
qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti
delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana
generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli,
principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi
questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere
tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente
a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società
oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia
al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire
con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel
suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato
ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe
necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore
contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.

Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a
qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che
risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi
difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè
l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste
della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che
dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai
fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere
era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più
rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi,
ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di
starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di
non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non
ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne
stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non
satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in
quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla
lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi,
chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma
alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse
il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a
cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla
neutralità.

Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente
in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio
non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare
gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più
temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più
potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente
al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta,
considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i
Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad
ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette
a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a
Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con
persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta
Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre
con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si
proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar
tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti
per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la
repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da
nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto
l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze
della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia
intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per
dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai
Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i
corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli
scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito
dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che
l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti
stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere,
i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia.
Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento
di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina
di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato
consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le
tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero
gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che
in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli
stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si
offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne
fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo,
porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene
comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt;
porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le
Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse
adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi,
a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute
stessa della repubblica si convenivano.

Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti
precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque
disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace
di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi
i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la
neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di
Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione
Francese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia;
dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al
gran duca, ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo
più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento
degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più
apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari
di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli,
aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero
dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì
pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi
udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale
incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che
continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai
per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da
quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra,
e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le
speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai
Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i
Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle
della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto
maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta
nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la
concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da
lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie
meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e
la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a
coloro che la seguitavano, ed a coloro che od amavano la libertà,
conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per
rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di
far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e
di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le
novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto
consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte
le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a
Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau,
ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero
all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide
del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei
rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i
Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero
dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli
sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano
o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si
confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del
consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i
Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo
che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo,
sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano
che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per
guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccolta insieme tutta
la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a
conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E
siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj
al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano
le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli
alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per
l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente
per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza.
Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche
fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte
l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava
dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di
Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme
dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e
velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel
fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione
di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor
resistenza, e maggior favore nei popoli.

Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di
Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili
di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per
la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro
l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a
romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le
insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione.
Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza,
che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il
Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel
governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe
antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da
se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano
varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in
Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni
superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni
della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro
e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito,
luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati.
I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati
grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere
la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano
dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si
dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla
all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans
per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole,
sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di
Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e
molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso
dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a
conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli
era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa
vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine
di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori
dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa
impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto
ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e
che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il
principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come
già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più
grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano
trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei
popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i
mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel
nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia
dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove
venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggio
principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le
sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi
a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso
alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una
grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un
battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace
gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se
l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso
nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto
dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e
mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A
questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della
Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po'
di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in
caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior
sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto
importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe,
avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero
arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere
bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale,
a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.

Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in
Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè
con le parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a
difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i
capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero
speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta
al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si
aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i
preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si
erano proposto.

Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità
il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli,
riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da
Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non
passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare
sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del
popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava,
e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero
stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque
appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i
Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e
buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero
disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si
disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la
occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui
s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia,
capo e fomite principale di quella guerra. E tanto fu il terrore
concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la
diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo
fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi
furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si
trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le
immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti
Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a
Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di
spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a
volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar
nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con
maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati.
Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood,
desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la
constituzione dell'ottantanove si accettasse.

I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di
Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far
correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento;
perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto
intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila
soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza
quello, che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e
Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri
potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso
somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si
combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della
Savoja e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse
inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano
fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e
del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano
all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano
ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a
Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico
ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio
separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero
spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero
acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual
ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli
avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a
Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte
in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in
Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati
eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie
nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però
grave contrasto, dai luoghi bassi del Faussigny e della Tarantasia i
Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj
vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a
salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima
erano discesi con tanta speranza di vittoria.

Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna.
Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia,
passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato
alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di
fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva
testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed
alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine
che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da
ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani
occuparono nuovamente Termignone.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di
Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle
sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se
l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o
condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le
fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno
dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale
mutazione delle cose d'Europa.

I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di
quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei
repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella
città sì nobile, e sì generosa.

Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano
la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio
la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da
tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde
del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed
aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a
Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il
ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo
fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di
Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In
cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad
uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta
speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di
Savoja tutta la provincia di Nizza.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era
concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana,
piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte
Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del
Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia
fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore
congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o
l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a
presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il
Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano
principalmente il forte, e la montagna Farone.

Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier,
generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte
Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo
seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si
distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso
tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del
seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla
Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte
alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e
Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva
Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli
alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia
degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse
artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con
memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze
opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose
artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso
per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture a
tramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla
montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte
all'altra della città.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto
sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le
artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del
luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile
spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non
si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a
stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa
seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre
novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si
scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che
bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo
incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso,
cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e
chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti,
e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo
essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del
grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.

All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la
voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso
di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire
mirabile contro il nemico, che già trionfava; nè fu l'esito non conforme
a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda
cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter
degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì
importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che
non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e
stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in
questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era
accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non
gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura
di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi
apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere,
eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.

I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad
ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier
a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in
un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio,
dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove
stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio
fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state
condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il
generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto,
e per procedere con arte militare in un'opera di tanta difficoltà,
divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le
viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo
per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle
spalle.

Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè
i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar
soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su
tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier
medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese,
Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti,
che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il
monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron
fulminavano l'entrata del seno.

Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici
decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano
che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la
perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto
d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto,
feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora
prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la
sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati,
ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a
favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le
difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti, ed
i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri
Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi
i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e
continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso
e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si
facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di
Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente.
Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione,
che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di
Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone.
Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di
forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte
Lamalgue.

Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito
del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de'
luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire
i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre
volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel
bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con
grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per
le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo
ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di
tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si
ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle
navi.

La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva
impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè
i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni
sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare;
ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano
adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano
trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui
Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese
rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si
adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali;
nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui
l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta
confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da
palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una
catastrofe già per se stessa tanto terribile.

Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti
ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente
sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso
loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in
tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano
per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro
compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il
tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce
dei soldati da terra che fuggivano, lo strepito dei soldati da mare, che
volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida
disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una
miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le
parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del
vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo
nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e
tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte
confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano
lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi
rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si
ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il
giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato
anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a
discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.

Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse
di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di
Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il
Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona,
il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la
Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti
altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la
grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di
Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di
settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il
Topazzo, e non pochi altri legni minori.

I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino
l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione
di quella d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco
per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che
ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che
tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo.
Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della
marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli
ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè
elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con
l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.

Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè
la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio
della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di
centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore,
il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.

I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e
Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere
Tolone in potestà della repubblica.



LIBRO QUARTO

SOMMARIO

      Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone.
      Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra
      l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai
      Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi
      della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi.
      Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere.
      Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese.
      Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti.
      Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il
      pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per
      l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato
      dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di
      Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua
      condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand
      ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi.
      Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi
      coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi.
      Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in
      questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno
      settembre 1794.


L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva
prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle
regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai
confederati quanto fosse fallace l'opinione loro di avere nei movimenti
delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale
appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad
esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei
fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro
speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi
erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era
cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior
rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era
divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così
ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè
se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il
conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo
all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui.
Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una
nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi
pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente
vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si
conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che
prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra
politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il
raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie
orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto
l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordassero fra di loro
per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza
in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto
così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed
imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di
trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti
dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province
conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso
in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone
di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte
della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come
principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte
dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e
che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e
che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per
la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei
distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale
condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza
eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a'
danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si
obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle
spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual
porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più
tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membro
dell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma
e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un
modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare
le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le
restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re
di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di
mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le
ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a
congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti
unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re
intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso
la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non
si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso
corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi
con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco
in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse
mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad
arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed
assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di
questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in
Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa
Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto
all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni
cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare
l'impresa.

I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano
entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano
subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di
prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati.
Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto
gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad
approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre
prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime
caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte
e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando
quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da
quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze
sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro
nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità
consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla
neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava
compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel
Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e
gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso
le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non
aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che
dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per la qual cosa la
fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava
alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere
l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con
più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati
del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la
stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più
difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che
gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in
Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo
tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti
dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si
persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi,
cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a
tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei
generali della repubblica era quello di occupare con questo subito
impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio
ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi
veniva da luoghi più bassi.

Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si
fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che
reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli
che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo
contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte,
principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del
Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti
occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza
neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le
altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già
raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese
le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel
porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente
contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese
per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per
questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà
nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa
dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona
amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità
del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di
coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da
Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti
il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici
avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli
sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad
assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per
rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di
passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler
i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di
Genova; voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le
obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai
repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare
era per essi necessità, non abuso di forza.

A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i
Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del
generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di
Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del
Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni
loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a
Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si
consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava,
che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste
intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata
neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione
irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì
sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in
aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si
conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva
dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a
sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a
divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato
nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per
viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto,
essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del
passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma
avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e
Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il
castello in potestà dei Genovesi.

Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a
sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un
piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando
sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar
ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al
tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e
dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche
occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una
strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti
a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti
padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi
propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso
colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un
anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria,
veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le
difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non
ostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe
riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con
assaltarlo da fronte.

Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i
repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca
importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi, che
interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Francesi
alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se
non per le navi Genovesi, che loro portavano i fromenti. Oltre a questo
la strada non era nè lunga, nè difficile per andar ad assaltare Ormea e
Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del
Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al
re di Sardegna, a poter comunicare prontamente e sicuramente
coll'Inghilterra, massimamente con le flotte Inglesi, che già erano, o
fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste
cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di
fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel
maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste
le artiglierìe nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante
l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari
erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che
sopravvanzava per la moltitudine, ed era fatto più audace per le
vittorie. La battaglia fu aspra. I Francesi partiti da San Remo, ed
occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore
inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime
delle artiglierìe, le quali traendo a punto fermo facevano una strage
incredibile nelle file dei Francesi. Questi, veduto il danno, e stimando
che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la
celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi
d'artiglierìe minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a
scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa
forma, tanto fecero, che questi, soppressati dal numero, e sorpresi
all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel
sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia squadronatisi
di nuovo si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non
si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori
mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e
dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet, aveva messo un grandissimo
spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai
luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani, e quì per fare
testimonianza al vero, è debito nostro il raccontare come, modestamente
governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui,
portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della
petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome
d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanto
a quei tempi in Francia correvano esempj degni di ogni più truculenta
barbarie, ed essi medesimi si trovavano allo stremo di ogni fornimento
al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco,
magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai
bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si
ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti, che
tornassero, intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè
contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una quadriglia di
soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto
situata in su quella marina, ed appartenente al re di Sardegna.

Quantunque questa fazione fosse d'importanza per le bisogne loro verso
il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei
sommi gioghi dei monti, ed a seminar terrore con più vicina presenza
nelle pianure del Piemonte. S'accorgevano, siccome quelli che esperti
erano ed avveduti, che insino a tanto che quelle altissime cime fossero
in mano dei regj, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si
erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierìe, la vittoria
conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Erano oltreacciò accorsi
a difendere quel passo quindeci centinaja di Austriaci pronti a
mostrare, poichè il male già si avvicinava, che l'ajuto loro verso un
alleato generoso, i cui stati oggimai ardevano, era più che di parole.
Massena, già vincitore di Sant'Agata e di Oneglia, fu destinato a questa
fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con ottomila soldati scelti,
e tanto, e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi, oltre ogni
dire difficili, nè le trincee fatte dai regj, nè le artiglierìe loro
governate con molta maestrìa, poterono operare che i repubblicani non
riuscissero vincitori. Questo fatto dimostrò, che nè i Piemontesi, nè
gli Austriaci, quantunque forti e valorosi soldati fossero, non erano
ancor usi a quegli assalti così subiti, ed a quelle battaglie da
disperati. Ne nacque in loro uno sbigottimento di cattivo augurio, e
tanto terrore nelle popolazioni, che pensarono meglio a salvar le
persone, che le masserizie; le terre restarono quasi deserte. Massena,
per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non
era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minacce: Piemontesi,
dicendo, ecco che son vicini a voi gl'invincibili repubblicani di
Francia; non conoscono essi altri nemici, che quelli della libertà;
levatevi dal collo il giogo del vostro tiranno: così vi avremo in luogo
di fratelli; quando no, vi tratteremo da schiavi: rispondetemi, e tosto
al campo. Questi incentivi di Massena, sebbene ei fosse uomo da fare più
che non diceva, non partorirono effetti di sorte alcuna, perchè i
soldati regj non gl'intendevano, e le popolazioni non gli sapevano, gli
uni e le altre erano fedeli.

Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di
Ormea, che abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori;
trovaronvi dodici pezzi d'artiglierìa grossa piemontese, dieci di bronzo
gittati ai tempi di Luigi decimoquarto, tre mila archibusi, munizioni, e
fornimenti da guerra in proporzione, con sei mila mine di fromenti,
molto riso e farine destinate all'uso dell'esercito. Di singolare
utilità pel vestire dei soldati, riuscì ai repubblicani la quantità di
panni lavorati trovati in Ormea: undeci centinaja di prigionieri resero
più cospicua questa vittoria. Più di cento fuggitivi dell'esercito
repubblicano, ritornando alle insegne proprie, se ne andarono a Nizza.
Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro
impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, oramai penetrati
nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero in Piemonte, che la
fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale
Argenteau, che la governava, rispose, volerla difendere sino
all'estremo.

I Francesi conquistata Oneglia ed i luoghi importanti, pei quali
potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi
di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al
nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano
conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari, e
tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore.
Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma
ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizj, in tempi
asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile si
credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi
invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristarono gli audaci
repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo
di aver serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime dei monti,
con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto
che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti
ridotti, che i Piemontesi avevano construtto sul monte Valesano a difesa
del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne
impadroniva; i regj a tutt'altro pensando fuori che a questo, se n'erano
stati a poco buona guardia. I repubblicani intanto insignoritisi delle
artiglierìe che munivano i tre ridotti, le voltarono contro la cappella
del San Bernardo, dove i regj avevano il campo più grosso, e facevano le
viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi,
lasciando in mano dei nemici un sito, che fu prima perduto, che si
pensasse che si potesse perdere. Nè i Francesi arrestarono il corso
loro; anzi spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù
di quelle rupi sin più là della Tuile, della quale s'impadronirono. Per
questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva
della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il
duca di Monferrato, che dopo di aver raccolte con se tutte le milizie, e
tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti,
frenò il corso alle cose che precipitavano. Certamente nissuna fazione
fra tante, e tutte audacissime, che le guerre dei nostri tempi
offerirono, nissuna più audace, nissuna più pericolosa di questa
tentossi o compissi; e sebbene sia stata fatta con pochi, e contro pochi
soldati, ed in luoghi ristrettissimi, non debbono negarsi a chi la
condusse, le prime e le più principali lodi di guerra.

Tentarono nel medesimo tempo, e pei medesimi motivi i repubblicani
parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcarono, non arrestati nè dai
turbini, nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo
all'improvviso sopra il forte di Mirabocco difeso da pochi invalidi, se
ne impadronirono facilmente. Poscia scendendo per la valle di Lucerna,
occuparono Bobbio, ed altre terra superiori della medesima valle,
minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche quì si fecero dal
governo le convenevoli provvisioni, per modo che assaliti valorosamente
i Francesi dai regj nella terra del Villars, furono costretti a
ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono
sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero
una taglia enorme; ma dopo di aver presentito la fortezza d'Icilia, che
si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e
scoscesi, contenti allo aver romoreggiato con l'armi loro per quelle
valli alpestri, ed allo aver fatto diversione efficace alla guerra di
Oneglia. Con la medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed
il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della
Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia,
perchè per lei si spianò la strada all'esercito d'Italia a poter
comunicare con quello dell'Alpi.

Il fatto d'armi di maggior rilievo e per la sua grandezza, e pel valore
mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte
Cenisio. Appunto, e principalmente per facilitarne la vittoria, avevano
i Francesi dato con forza a sinistra nel piccolo San Bernardo, a destra
nei monti Ginevra, della Croce, e dell'Argentiera. Trovasi il sommo
vertice del Moncenisio, là dove si spartono le acque tra il Rodano ed il
Po, situato a quella estremità della sua pianura, che guarda la Savoja.
Ivi una eminenza, quale sbarra, si distende dall'un lato e dall'altro, a
sinistra, dalla Savoja guardando, insino ad un greppo di monti
asprissimi ed altissimi, a destra insino ad un borro profondo ingombro
di pini e di altri alberi alpestri, e poscia precipitando con somma
ripidezza sino a Laneburgo, fa quella via molto erta e precipitosa a chi
sale da quella prima terra della Savoja verso il sommo giogo. Così il
piano del Cenisio, che va con comoda salita, a chi viene dall Italia,
sollevandosi sino a quell'estrema eminenza, giunto alla medesima si
dirupa ad un tratto verso la Savoja; il che è contrario al solito
costume delle Alpi, sempre più precipitose verso Italia, che verso
Francia. Avevano i Piemontesi munito quell'eminenza con molte e grosse
artiglierìe, e con trincee, e con ridotti. Tre principalissimi
massimamente parevano rendere sicuro quel passo, dei quali uno chiamato
dei Rivetti guardava il borro; il secondo detto della Ramassa, e che
stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada
solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra
de' regj, il quale, avuto il nome di un valente generale Italiano, che
militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva
le bocche delle sue artiglierìe volte verso una selva di spessi e folti
virgulti, che poteva da quella parte facilitare la salita agli
assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti, e
da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto,
soldato di molto valore e di pruovata sperienza, che gli governava: così
il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Francesi
soliti a quei tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile,
erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, capitano
eccellente, ed assai pratico delle guerre dei monti, fatto convenire a
Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più
pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far
riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa
la stagione sin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno,
perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi
in tre parti. Condotta l'una da Dumas medesimo saliva per la strada
maestra per affrontar il ridotto della Ramassa, la seconda guidata dal
capitano Cherbin si andava volteggiando per la selva dei pini
coll'intento di riuscire addosso al ridotto dei Rivetti, e finalmente la
terza governata da Bagdelone, tanto chiaro per la fresca vittoria del
San Bernardo, passando per gli sterpi e pei virgulti, si avvicinava al
ridotto Strasoldo. Non così tosto i regj si accorsero dello
approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglierìe, e
con l'archibuserìa. Ne nacque in mezzo a quei dirupi una battaglia
orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che
oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora
ad ora le artiglierìe, e per l'eco, che in quelle cave montagne
rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così
spesso, e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più
crescevano, quanto più si avvicinavano i Francesi ai ridotti regj;
poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa, nè dal numero dei
loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere
al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti dei Rivetti, e
della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; perchè il conte di
Clermont, che vi stava alla difesa, disposti bene ed incoraggiti i suoi
soldati, rendendo furia per furia, nè poteva vincere gli assalitori, nè
esser vinto da loro. Con pari evento e valore si combatteva al ridotto
di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio
dell'Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori
da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi, che gli
si pararono davanti strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto
medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria
dei suoi; imperciocchè i soldati del re, veduto eseguito ciò che
credevano impossibile, ed essere venuto il pericolo donde non
l'aspettavano e dove non avevano difesa, pensarono al ritirarsi; il
quale consiglio non fu effettuato senza qualche inviluppata nelle
schiere, mescolandosi, e crescendo secondo il solito il terrore là dov'è
deliberazione necessitata dalla forza. Superato il ridotto Strasoldo,
non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa.
Furono pertanto abbandonati con molta fretta dai difensori, pressati
impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già prima della rotta dei regj
a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in quei
forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia
vennero in poter dei Francesi, non senza però che il valore Italiano non
avesse fatto mostra di se, e dato a vedere alle menti sane, che valore
contro valore avrebbe tenuta la bilancia in fermo, ma che valor solo non
può prevalere contro valore congiunto ad entusiasmo.

Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa, quanto
era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regj
acquistarono i Francesi tutte le artiglierìe dei ridotti che erano
fioritissime, con alcune altre, che vicine stanziavano per gli scambj,
molta moschetterìa, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità
considerabile. Morirono pochi, rispetto alla gravità del fatto, dall'una
parte e dall'altra; circa ottocento prigionieri ornarono la vittoria dei
repubblicani. Nacquero in questa subita e confusa ritirata alcuni fatti
miserabili; perchè trovandosi fra i regj alcuni fuorusciti di Savoja, e
non potendo, o non credendo poter fuggire quella furia che loro teneva
dietro, poichè velocemente i vincitori perseguitavano i vinti,
precipitarono se stessi dalle alte rupi nei più bassi fondi, anteponendo
una morte compassionevole, ma volontaria, agli strazj che nella patria
loro sapevano contro di loro essere apparecchiati. Non fecero i Francesi
fine al perseguitare, se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In
tal modo la Ferriera e la Novalesa, terre poste l'una sul dorso, l'altra
alle falde del Cenisio dalla parte d'Italia, vennero a divozione dei
repubblicani; vi posarono le loro prime scolte. Perduto il Cenisio,
tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte
della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di
munizioni, era impossibile ad esser superato. Nè i Francesi si
attentarono di combatterlo; poichè contenti all'essere divenuti signori
del passo alpestre del Cenisio, ed allo aver messo spavento coll'armi
loro sulle rive della Dora Riparia, nè essendo in numero sufficiente a
poter tentare cosa d'importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero
quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre
parti, dove ardeva la guerra.

Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Francesi, nè
potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto
l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito
di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata,
che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione.
Voltarono adunque il pensiero ad insignorirsene per assedio; il che
credettero di poter conseguire facilmente, traversando i monti
asprissimi, che dividono il Genovesato dalla valle della Roja, e
scendendo ad occuparla nella parte superiore a Saorgio; perchè in tale
modo essendo chiuso l'adito alla fortezza e sotto e sopra, e mancata ai
difensori ogni speranza di soccorso, avrebbero dovuto fra breve cedere
alla necessità. I capitani del re, e fra i primi Colli, conosciuto il
pericolo, si erano ingegnati di ovviarvi con aver fortificato
diligentemente le cime di quei monti, massime il passo principale del
colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i
Francesi, audaci secondo il solito, e baldanzosi per le vittorie, dopo
di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si
appresentarono alla batterìa il dì venzette aprile, ed incominciarono un
furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i
Francesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di
Felta, che era parte delle difese rizzate sulle rive del Tanarello e
della Saccarda, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti
quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti
in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchj soldati di nome, e di
valore dall'una parte e dall'altra. Nè voglio che la solita continenza
degl'Italiani, che sa qualche volta di freddezza, nel far onore agli
uomini virtuosi loro, quando le testimonianze non vengono loro dai
forestieri, tanto mi trattenga, che io non soddisfaccia ad un mio giusto
desiderio raccontando come in questo fatto fu ferito mortalmente il
capitano Maulandi, capitano che era nell'esercito regio, nel quale io
non saprei dire se fosse maggiore o il valor militare, o la modestia
civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura. Amico de'
miei, amico di tutti i buoni, e buono egli stesso, meritò certamente che
altro più degno storico ch'io non sono, tramandasse le sue lodi ai
posteri; ma siccome pure questa soma mi è stata accollata da chi in me
stesso può più di me, godomi bene che l'occasione mi sia porta di fare
una tal quale testimonianza al nome del buon Maulandi, confortandomi in
tal modo colla immagine di un uomo giusto e dabbene, del fastidio dello
aver a raccontare tante corruttele, e tanti vizj dell'età nostra:
avvengadiochè io mi creda, che miglior fede ch'io far non posso delle
sue virtù, faranno ai posteri gli scritti suoi pieni di spirito poetico,
di dolce amenità, di grazia tutta Oraziana. Delle opinioni correnti
pensava moderatamente. Amatore di corretta libertà, desiderava
moderazione nelle potestà supreme, ma diede volentieri e sangue e vita
alla patria, ed al re, per loro fedelmente e valorosamente combattendo.

La vittoria del colle Ardente diè campo ai Francesi di calarsi per la
via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al
colle di Tenda, ed in tal modo quel forte, abbandonato alla larga da'
suoi difensori, e circondato da ogni parte dai nemici, fu ridotto a
difendersi con le proprie forze. Certamente, essendo munitissimo,
avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non
costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe
necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva
verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante
della fortezza, resistesse più lungamente che potesse e non cedesse la
piazza, se non quando ne avesse avuto il comandamento da lui, perchè
l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla.
Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per
l'effetto dello essere i Francesi calati sulla strada maestra tra
Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli
avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero
salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di
guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato
in un con Mesmer, comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a
morte da un consiglio militare, e passati per le armi sulla spianata
della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche
rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori, e credenza ai
popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.

Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle
di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a
quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del
favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità,
assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il
colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel
cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja,
s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza.
Quest'ampiezza è chiusa dal colle di Tenda, tanto largo quanto è
l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi
venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte.
Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno
quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al
nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi
successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità
a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore,
trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti
eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia
i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi,
abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone,
terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.

La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei
repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti
non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che
le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi
del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano
superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di
difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar
della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu
l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei
territorj della repubblica Genovese.

Tutte queste fazioni molto perniziose allo stato del re, tanto maggior
terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le
male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da
uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di
arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri
si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in
mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per
la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali
di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo
secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno
stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.

Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi,
faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina.
Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o
condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi
e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero
pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e
divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la
spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni
dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi
ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie
degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il
caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi
coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.

Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva
esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto
nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di
gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si
provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali;
ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti
dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo
diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde
instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire
dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte,
che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente
maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le
stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in
Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano
svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore,
Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di
ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia
dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un
esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del
trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni
fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria.
Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e
le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava, che si
raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero
alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il
terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando
seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si
apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro,
ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose
trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava
fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le
proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero
alla corona.

Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il
soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che
fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed
anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per
non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una
congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in
quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i
cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.

Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai
governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo
compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento
totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero
stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione
loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in
favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che
minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si
mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta
della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati
tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per
bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti
richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi
centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli
dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni
ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca
gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto,
obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per
centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il
patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.

Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si
scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama,
a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo
fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti
accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe,
preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse
che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del
regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a
volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far
peggio eziandìo che rubare.

Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che
procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò
con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui
luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini,
ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto,
siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure
moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi
Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con
la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai
soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri
s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati
contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno
precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di
Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler
promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato,
o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano
ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di
popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa
anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e
del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse
colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui
si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un
sì grave misfatto, importava ai repubblicani che glielo imputassero, e
da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di
volerne fare condegna vendetta.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei
repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i
capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro
molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza
di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti
contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e
quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di
nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo
fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime
parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede
al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la
repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti
delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le
Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe
barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai
Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di
non restar più disarmati a discrezione altrui.

Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla
volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior
ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa
Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando
tutti, che l'armarsi non era possibile, perchè l'erario era esausto, non
a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della
repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa
sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che
ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato
valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in
guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se
consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese
fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli,
e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede
che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la
Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in
Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti
Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste,
quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente
l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si
rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo
infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato
prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai
quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la
maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la
penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati,
nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in
contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando tanto in
pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino
che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta
ed infelice patria.

Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica
mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse
quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di
Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e
nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che
volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che
un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di
lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad
essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei
satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo
Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia;
ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente
insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani,
ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di
un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un
certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con
Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la
Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per
trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi;
che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da
per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici
milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe
due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro
obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei
destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia;
che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica
a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver
accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di
più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli,
partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che
si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i
fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e
superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito
per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e
furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi
difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.

Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza,
fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei
nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e
con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re
Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la
fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia,
e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue,
comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e
già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò
bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi
nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una
repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo
volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che
sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti
di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed
il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad
un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene
sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse
umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse
privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con
pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma
non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj
del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di
Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la
costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti,
dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle
egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto
consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte
a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era
combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del
grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli
atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale
emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il
conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di
Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti
usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le
querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del
Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero
bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e
sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma
usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode
debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual
frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il
progresso di queste storie.

La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era
stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo
d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a
Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e
molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici
novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo
mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle
consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse,
mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e
d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del
Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica.
Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.

Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo
discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo,
quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo
mandavano, più fallaci che vere.

A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli
la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi
verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese,
conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua;
userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità
sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi,
si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva,
osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero
conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata,
sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua
neutralità conservando.

Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva
maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema
difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato
il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti
al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo
ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta,
ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese
nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello
stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake,
ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re
cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova.
Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con
Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di
non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non
poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una
guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la
guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio,
dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i
bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o
fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi.
Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse,
l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni
suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.

Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le
rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di
dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti
scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia
che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai
veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di
lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque
fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo
independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia,
portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi
proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un
attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero
dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a
far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e
come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi
d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad
opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?

Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la
prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di
farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del
suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente
dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole
al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi
avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio
d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza,
e non rappresaglia.

La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze,
fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal
diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà
dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo.
Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o
alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica,
ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima
dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi
per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne
uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.

Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le
navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle
artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo
vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto
odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le
bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati
con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di
portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che
è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione
sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di
disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse,
per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse
dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni
strazio.

Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i
confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica,
crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia,
vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I
consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa,
essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro,
ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in
dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre
consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai
per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato
nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la
sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più
grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più
acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando
speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.

Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori.
Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi.
Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli
generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche
moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consenso
dei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di
Corte; appruovò la constituzione.

Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà
legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo
legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:

Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero
ratificati dal re:

Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se
non col consenso del parlamento:

Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi
al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi
di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:

Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra
quaranta giorni:

Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:

Avesse la nazione il diritto delle addomande:

I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare
le addomande:

Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse
intimar guerra, e fare pace:

Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:

Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato,
se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non
conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei
danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:

I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero
dai giurati:

Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:

Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:

Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i
successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel
trono della Gran Brettagna.

Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la
congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e
fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle
nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non
temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo,
sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al
suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora
essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il
coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva
fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i
civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione
nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un
sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni
dispotismo e da ogni violenza.

L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e
Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli
mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione
corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le
ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano
signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi
assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro
verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra
a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero
contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di
appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente
enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti
neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e
si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi
di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa.
Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai
Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi
eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in
Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed
umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar
anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e
di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano
dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari
Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi
quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni
incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non
portava.

Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma
insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di
Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi,
autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i
bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero
dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini,
non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero,
secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo
che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.

Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta
più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la
Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi
la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato
richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente
procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più
riposatamente, ed i vicini più securamente.

Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente
seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, ed i
progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per
la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla
Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in
questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana
non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi
stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero
cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si
confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il
trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le
truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso
la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui.
Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si
riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare,
d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila
combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della
vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al
Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano
le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane
per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con
trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di
Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che
dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e
ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e
la principale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta.
Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per
al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò
alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo,
marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci,
che difendevano il paese del Cairo.

Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche
presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei
si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di
prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di
Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti,
fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare,
dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e
dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle
alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte
dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il
castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e
Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti
loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno
l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e
numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto
sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i
Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata
neutralità.

Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da
una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di
vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata
negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa
elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci
ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che
era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida,
seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo.
Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo,
stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo
medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano,
e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa
guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume
sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del
Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati
schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di
cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.

Il generale Austriaco Wallis, a cui era commesso il governo supremo
dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la
battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che
i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca
cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia
sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine
di riuscirgli alle spalle, operò, che alcuni battaglioni dell'antiguardo
venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse
intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.

Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i
Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali
Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si
aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con
Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere:
la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la
strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti
al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo
assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un
branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il
colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per
superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza,
radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta,
riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che
era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia
avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo
furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini
degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i
due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna
sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in
ajuto del Pianale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte
Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli
disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre
mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin
oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a
sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in
agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel
punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare
indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor
degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del
Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei
Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece
avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non
fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto,
proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due
cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di
cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande
uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei
repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere
bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe
di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e
considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli
Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non
si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o
abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e
minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine
del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si
erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai
Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa,
e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla
parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel
tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro
esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando,
sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre
il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto
dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in
questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci
meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.

Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta
da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non
dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor
valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna
artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene
forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi.
Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali
Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile
ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.

Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se la fama della vittoria, e
dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il
vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i
Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti
loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli
obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per
consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè
gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida
interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le
riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero
avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la
valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa
mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti
posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in
Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli
Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e
tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e
nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona.
Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia
Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto
efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare
molte imprese dell'armi imperiali.

Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a
credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere
assaliti in sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela
entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non
potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a
vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini
dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè
contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico,
diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono
quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le
avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra
grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le
vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità
considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con
ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole,
tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano
all'infelice Italia.

L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si
ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo
di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava,
principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse
facoltà di tentare fazioni di maggior momento.



LIBRO QUINTO

SOMMARIO

      Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria.
      Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte
      d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la
      repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al
      consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del
      nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e
      risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e
      gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e
      quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la
      repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi
      dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di
      Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi.
      Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo
      Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna
      conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a
      fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio
      Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino
      per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del
      marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del
      marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo
      all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di
      novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.


Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole
alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma
eziandìo, e molto più verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte
della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi
in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati
al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si
erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di
quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume,
niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così
subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse
scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale
della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre
una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui
fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto
incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si
era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più
moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri.
Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o
subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri.
Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la
pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi
inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome
di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare
le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento
della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole
loro, e che con tanto maggior efficacia opera nella mente dei mortali,
quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col
tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni
d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le
cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di
presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de'
lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo
delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la
volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno
dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la
Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della
bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la
Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non
mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti,
perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di
guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava
le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava
dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi
dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle
cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la
sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale
acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche
negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione
propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Francesi avessero a
fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più
dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania
acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori
delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva
altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel
fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator
d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con
lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè
l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile,
massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che
avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo
frutto da un'altra parte.

Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel
cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di
Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione
d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie,
e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva,
che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi,
nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi
sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere
la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in
sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel
reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando
che l'essersi sempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella
provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo
aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè
salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia,
avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti
straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità,
allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere
l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella
occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.

Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che
in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano
i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli
Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone;
per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per
questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato
Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con
crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del
Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro,
come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar
l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni
loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi,
poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte
in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito
principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei,
precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano
che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.

Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol
fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio
nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei
principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo,
perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario
consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del
deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il
dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un
destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse,
se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla
fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più
favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli
stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella
guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci,
per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa
difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione,
o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei
de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già
pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in
braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principj della
monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere
gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse
sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per
verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi
superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia,
non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di
Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un
alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe
fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte
della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche
ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace
di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già
si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle
parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter
porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse
a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto
opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto
formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero
d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva
con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo
stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al
dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato
dalla necessità di danari, si diede opera a vendere in virtù di una
bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni
degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto
sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale,
del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per
capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente,
rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili
ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le
gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore
dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed
il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.

Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino
avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi
in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e
poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a
far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese,
e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale
sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era
allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori,
conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la
mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che
egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le
abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si
lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato
quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si
riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che
essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri,
i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che
oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra,
era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran
duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e
che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi
della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine
davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon
Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di
Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia,
di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del
Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì
da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome
proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di
fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia.
Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti
procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo
gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e
sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai
repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo,
ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta
loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi
anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede
ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori.
La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno
dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un
piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia
potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo
e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa,
mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e
potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor
peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per
comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno
con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini
a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato
incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra,
mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè
sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più
da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore
avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui
precipitava a risoluzioni inique e pericolose!

Ma divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il gran
duca, che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello,
che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in
tale modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa
deliberossi al mandare un uomo a posta a Parigi, affinchè fra i due
stati si rinnovasse quella pace, che più per forza, che per
deliberazione volontaria era stata interrotta. E parendogli, siccome era
verissimo, che si dovesse mandare chi fosse grato, diede questo carico
al conte Carletti, che era sempre stato fautore, perchè i Francesi si
proteggessero, e leale giustizia tanto nelle persone, quanto nelle
proprietà avessero. Adunque fu fatto mandato al conte, andasse a Parigi,
e col governo della repubblica la pace concludesse. Molte furono le
querele che si fecero in quei tempi di questa risoluzione, e della
scelta del Carletti. Coloro a cui più piaceva la guerra che la pace,
chiamarono il conte giacobino, e per poco stette che non chiamassero
giacobino anche il gran duca. Certo era un caso notabile, che nel mentre
che solo si vedevano in Europa principi o cacciati dalle proprie sedi
per la furia dei repubblicani di Francia, od a mala pena contrastanti
contro la forza loro, un principe Austriaco fosse il primo ad accordarsi
con una repubblica insolita, e minacciosa al nome dei re. Ma il tempo
non tardò a scoprire, che quello che il gran duca ebbe fatto per solo
amore dei sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui o
per consiglio di favoriti ambiziosi, o per gelosìa della grandezza
altrui. Ma era fatale, che in quella volubilità di governi Francesi,
quest'atto del gran duca non preservasse la Toscana dalle calamità
comuni, perchè vennero tempi, in cui la forza e la mala fede ebbero il
predominio: l'innocenza divenne allettamento, non scudo.

Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per
acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con
quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a
comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un
principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse
un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva
credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si
sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè
fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i
primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana
un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni
atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la
lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana
fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del
novantatre.

Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si
rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza
dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca
Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e
solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e
sicuro stato acquistato. Bandissi la pace pubblicamente con le solite
forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese,
che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la
Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute
sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma
bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai
dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere
stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata
nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando
il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza
svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro
di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto
la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione
del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano
stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e
l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello,
che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò
Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia.
Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che
mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità
preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico,
siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era,
amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia;
fortunatissimo per lui riputare il giorno in cui aveva concluso la pace
con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di
universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini
amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli
accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi
egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse
perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in
felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque,
continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che
siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe
con le palme piene d'ulivo.

Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese
assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi,
avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra
conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma
rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come
terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli
le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di
Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che
Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio
di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di
loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a
procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più
instanti cure del Francese popolo in mezzo a così segnalate vittorie:
esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso
volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità,
noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile
concordia.

Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento
dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente
l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti.
Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con
nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori
lunghi e veri.

Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci
parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le
dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile
Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al
consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di
Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della
repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè
con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a
determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè,
adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato
straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore
o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua
patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.

Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al
consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con
bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi
antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel
desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine
verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una
repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue
vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale
più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso
di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la
repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la
conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla
con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene
fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua
cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e
se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto
maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando,
con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della
guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di
tutti.

Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla
repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato
della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in
volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere
l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima
sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo essere più dolce, perchè
libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta
la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari;
pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la
sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re
giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta
la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara
dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le
insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere
indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che
siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari
l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la
gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica
onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere
generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva
dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe
securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia,
quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed
ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente
essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto
il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si
confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de'
suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne
gisse pur contento, che la Francese repubblica contentissima si riputava
di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari
estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia
acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni;
confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.
Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente
Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di
Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un
soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e
perfida.

Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini,
si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato
piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si
credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica
patria.

Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a
manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della
Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano
tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola
un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le
genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema
carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera
di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con
incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila
con la solita accompagnatura delle fregate, e di altri legni più
sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva
nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere
aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi
pensieri.

Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con
un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte
Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane,
ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da
Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano
correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per
andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse.
Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale
obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con
lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore
ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie
l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il
rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di
mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di
guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità
della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del
salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava
a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a
congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio
nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il
San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le
navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu
costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che
veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò
non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto
fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per
forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto
arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici
marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè
separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il
Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di
Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno
loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre
palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi
il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso
il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In
questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai
fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano
approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e
diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato
dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro
del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal
vascello l'Agamennone. Si difese molto gagliardamente Ça-ira, rendendo
furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in
soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave
il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il
corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto
opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro.
Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque
liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere
il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino
all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore,
quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu
sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con
l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a
stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili,
parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due
navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai
Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il
Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o
i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta.
Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non
poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in
soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto
lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più
abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel
porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a
fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli
alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il
grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si
arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente,
essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne
prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che
intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese,
che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per
ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia
oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata,
nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il
Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto
accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o
non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo
manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu
seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che
l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non
poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un
cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il
Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con
tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi
medesimi, sebbene in quei tempi non giusti estimatori del valore dei
Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo
che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a
perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo
dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica,
per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone.
Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor
degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo
di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.

Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le
parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la
ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa
di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le
province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i
repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che
se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più
ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì
efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la
repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che
diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la
diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che
l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in
costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del
trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano
arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a
più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto
i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le
genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed
occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto
memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro
sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva
sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si
erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il
generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di
voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di
Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle
vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso
avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di
cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi,
o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria.
Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di
Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di
Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli
chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia,
nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi
delle Nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse
dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche
crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la
regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e
moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati,
e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non
dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che
pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono,
perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti
fraudolenti e crudeli di strade.

Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti
alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito
loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta,
sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e
distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno,
di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava
insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che
pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra,
che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e
della Tinea.

Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì
pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando
rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per
insidia, o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura
un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati
che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del
governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo
le due parti a levarsene.

A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie
grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza
lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò
non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave
pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi
impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e'
dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese,
poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda.
Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè
gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere
gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte
Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e
terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque
a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno,
onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle
due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di
Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel
presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno,
e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stata per loro propizia
anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove
gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano
quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno,
che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di
Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il
posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno;
risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i
repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con
numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono
valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione
incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra
alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo
fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le
laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper
prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna
combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa
schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente
tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli
assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le
parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere,
quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità
Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di
cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi; gli
Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto
l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono,
cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con
pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene
non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia
che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma
della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del
generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili
certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo
attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve
contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in
manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro
impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano
occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della
perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni
valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di
estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il
benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso
sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza
aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le
compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma
tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo
disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con
le artiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato,
e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i
Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo
rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di
acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto
acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore
di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli
divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico
sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura
pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia,
che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse
sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne
laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in
vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si
accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero
tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle
laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo
cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali
combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe
loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza
strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli
Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito
importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due
l'esercito di Francia. Occupato san Giacomo e Melogno, salirono
gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde
poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze.
Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar
questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano
trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci;
poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.

Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova,
succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e
dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono
del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno
della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente
per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San
Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi
assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.

Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più
importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più
sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori
dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la
fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino
ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore
di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte
indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale,
Balestrino, e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il
Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di
Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e
Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.

La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma
fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della
mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con
bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano
infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano
più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti,
sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad
approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per
privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai
lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi,
aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse
fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze
galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel
sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate
Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle
navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile
nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i
repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da
tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosi meno costanti nel
sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei
fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in
attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e
stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza,
assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i
repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in
cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che
non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero
il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un
perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le
potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia,
un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione
d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi
dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed
era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed
ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli.
Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le
instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio
e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio
Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì
finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla
repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza palesemente la
professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e
facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi,
seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la
regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro
Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da
Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse
annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si
dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di
quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine
fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il
ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno,
di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della
regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni
pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il
principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico
procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma
ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni
nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo
supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli,
furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati.
Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono
gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche
senza indizj, mescolandosi le emulazioni e gli odj particolari là dove
non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un
terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si
stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il
difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era
contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in
carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini;
abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si
moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa
dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della
regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina.
Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol
salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto,
e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli
affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano,
querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in
giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto
diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non
Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il
rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente
si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al
rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale,
ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così
fu dismesso ed esiliato da Napoli, gratitudine degna del benefizio. Ciò
non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè
l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con
Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è
da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto
sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.

Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per
l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani
Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli
attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che
dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità
delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano
sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò
grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più
amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri
gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della
Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi
motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non
quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai
monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande
armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano
che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano
armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di
quelli che amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il
male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già
gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi
navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già
mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità
del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non
vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima
diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando
esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i
Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver
loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro
proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale
d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle
persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè
la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata,
trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale
molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine
di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa
turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene
universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi
non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto
imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la
sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevano
aprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e
vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno
lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del
suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data,
del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati,
preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta
querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai
per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero
offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del
re.

Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle
popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non
con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano
volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate
alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle
pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli,
o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in
Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli
aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo
animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in
Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria
famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra,
trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino
all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli nome
riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la
rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le
disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a
restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e
molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè
era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad
essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a
Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni
d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il
riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre
Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per
l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani;
perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui
hanno servito.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi
d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti
da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli
altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte
le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la
concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione
delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra
breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde a questi tempi in Sardegna, principalmente in
Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli
stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna;
domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti
giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda,
Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto
più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla
virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino,
perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al
re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche
cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne
partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati,
componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande
contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi
la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed
Angioi si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea,
essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì
ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente
tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del
re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e
principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e
la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente
voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze Francesi. Mossi
poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere
l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese
per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con
la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia
verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno
di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca
di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la
repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece
l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re
Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati,
se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso
l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a
collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di
acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla
Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della
Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con
l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che
s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza
d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti
uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano
per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva
questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se
medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo
consiglio il marchese Silva, figliuolo di uno Spagnuolo, console di
Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in
Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente
dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo
studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della
guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il
marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì
pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:

«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e
sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra
parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa
Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente
qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo,
anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa,
ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò
sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o
calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso
chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che
per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E
prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio
insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che
contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa
nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera, acquisterà per questa
medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il
suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà.
Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se
non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle
ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può
cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed
un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà
stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un
alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore,
cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della
sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con
ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e
securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili
pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già
gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio
universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto
avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo,
se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese
con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi,
signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte
dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle
operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo,
va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera dei monti, e delle
fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato,
investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una
ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i
luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile;
poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino
sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino,
entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la
contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed
inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si
avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse,
poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi
sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne
hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime,
dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza
ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi
avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a
nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a
mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a
ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle
colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla
riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura,
alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte queste cose non
possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o
quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto
potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali
che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender
continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora
sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata
avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi
consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia
vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa
dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse
ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano,
qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana,
che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi
forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande
occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare
moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della
Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e
ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa
della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e
non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi,
la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi
sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi
principi giustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la
difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i
generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa,
se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche
tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di
esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa
stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro,
sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter
risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo
col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende
le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando
già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava
o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le
forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito
m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete
questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa,
ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato
in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito
ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.

«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od
in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo,
l'alleato poco fedele, e piuttosto della salute sua che della nostra
sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei
rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più
sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo
ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e
sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia
distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se
altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma
qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa,
l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e
vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a
preservazione della nobile Italia».

Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto
veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece
non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte
inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai
Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il
marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo
temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e
fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra
e nella fede data all'Austria perseverare.

«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della
fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre
variazioni non fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente
forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime
pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini
sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate
sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti
i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo
i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di
stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che
dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che
di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la
prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se
non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi
gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la
pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria
infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese,
la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la
nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio
favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di
cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due
eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o
di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati?
Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere, il
nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti
de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato
per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non
credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la
Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli
stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci,
certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire
queste instanti querele, che voglion significare questi predicati
spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e
s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que'
luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi,
e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il
penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei
Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più
desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese
ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi
delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani,
da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono
l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la
fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo,
sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono
le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria
abbiano cura della Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere:
ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto
sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria,
ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in
contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose,
quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle
siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam
fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere
costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad
occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia,
vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia
importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi
vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella
del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol
significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di
coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo
l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare
al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è
qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee
tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale
alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma
più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con
Francia sarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro,
sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti,
tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le
sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente
i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto
diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e
quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi
e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in
casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e
se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene
pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di
rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete
voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli
spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine
teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio
questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i
Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato
sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè
sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un
manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle
non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi,
che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbia
loro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè
per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma
poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la
pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a
me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza
di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non
senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè
vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace,
che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare
punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la
farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora
dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete
ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio
sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un
amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli,
quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di
finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho
vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non
essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per
impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non
so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio
proceda il denaro da chi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da
chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma
quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che
l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che
l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti
temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già
tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte
minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte
invaso ai tempi andati».

Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè
vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata
risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta
in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica,
deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si
partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di
molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che
nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti,
che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde
la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura
fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più
onorevole.

Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non
senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesi
divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito:
ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin
dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di
voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a
quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per
le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di
Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna;
e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato
capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito
d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate
nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai
Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava
omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi
forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo,
che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e
piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di
vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della
repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si
riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per
mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di
trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio
indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla
carestìa del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante
d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi
malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore
vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si
preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai
soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente
di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte
dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla
rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per
Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi
sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San
Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che
aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti,
la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati
di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava
Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra
composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui
monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti
questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie
avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre
monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano,
un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma
come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito
di genti e d'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente
Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e
schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si
vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il
pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo
succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo
contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però,
che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al
generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con
ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita
guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei
sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di
prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna
il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno
diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico,
Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di
Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione,
terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di
quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito
Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei
ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse:
«Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza,
che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere, il
mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si
è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le
parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali
precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le
Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri,
vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei
di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad
affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi
dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la
vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti
accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte
della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può
stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate
che esso sia l'estremo per loro».

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e
perciò abile ad inspirar impeto nel soldato Francese, già per se stesso
tanto impetuoso. Perciò alle sue parole maravigliosamente incitati
givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte
oscurissima, e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di
Massena, come si era accordato con Scherer, di urtare nel mezzo dei
confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi con
impadronirsi del sommi gioghi dei monti per Bardinetto, Montecalvo e
Melogno, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala
sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi, o fuggire alla dirotta.
Dovevano secondare questa fazione, a dritta Scherer con un assalto forte
contro Loano, Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo.
Appariva appena il giorno dei ventitre novembre, che Massena assaliva da
due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano
a quest'accidente impensato gli uffiziali Tedeschi ai luoghi loro, e già
trovavano qualche titubazione e scompiglio nella ordinanza loro. La qual
cosa dimostra l'inconsiderazione di Argenteau, che non avendo
presentito, come era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli
uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro
infortunio, e fu che Devins afflitto da grave malattìa, e reso inabile
al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi,
con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva
la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batterìa, con
molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza,
cacciarono il nemico, che si ritirava, andando a farsi forte a
Bardinetto. Quivi nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i
confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano
gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le forze Massena,
giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la
vittoria. Finalmente dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti,
prevalse la virtù dei repubblicani: entrati forzatamente in Bardinetto
uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e
s'impadronirono di tutte le artiglierìe. Ritiraronsi sconcertate e
sconnesse a modo più di fuga che di ritirata le reliquie dei
confederati, per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra
sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di
Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni, s'impadronisse di
Melogno, ed al colonnello Suchet, pigliasse Montecalvo, luogo arido, e
quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si
era proposto: in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei
confederati, ma fu fatto abilità ai Francesi di calarsi verso il mare
alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del
tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Certamente Argenteau
non diede pruova di previdenza prima del fatto, nè di avvedutezza o di
costanza nel combattimento; nè il corpo di mezzo fece quella resistenza,
che per la forza dei luoghi e pel numero dei soldati e delle artiglierìe
si era Devins di lui promesso. Ma perchè la sinistra dei confederati non
ricuperasse quello che la mezza aveva perduto, Scherer, fatto dar dentro
fortemente ai tre monticelli fortificati avanti a Loano, ed alla forte
terra di Toirano, gli superava. Nei quali fatti, ajutati anche da tiri
di alcune navi Francesi, che si erano accostate al lido tra Loano e
Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora tra
per questo, e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi
battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si
ritiravano i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a
pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della
destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro
del nemico, e cacciatolo da tutti i siti, lo costringeva a ripararsi nel
campo trincerato di Ceva, dove giungevano altresì i residui lacerati e
sbaragliati della squadra d'Argenteau. Così l'ala sinistra dei
confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Francesi
sul littorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita,
la destra più intiera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto
la notte, e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale
orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i
Francesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del
giorno seguente, che condotti da Augereau, si misero di nuovo a
seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel
littorale, e già la giungevano con far di molti prigionieri. Nè quì si
contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente
alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo
di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo,
era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle di Finale,
e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cedente nemico,
dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San
Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta
improvvisa della mezza, pressata da fronte, sul fianco, ed alle spalle,
non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi
montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto
favore. Chi si potè salvare, andò a far la massa in Acqui, dove i capi
attendevano a raccorre e riordinare le compagnìe dissipate; chi non
potè, cadde in balìa del vincitore. Tutte le artiglierìe, gran parte
delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero
più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in
Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la
presenza vicine calamità all'Italia.

Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e
perfino i violamenti delle miserande donne commessi dai repubblicani sul
Genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia, che spaventata
aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore.
Pubblicava, che farebbe morire chi continuasse. Prese anche l'ultimo
supplizio de' più rei. Ma non udivano l'imperio dei capitani, e nè le
minacce, nè i supplizj spegnevano la scelerata rabbia. Certamente non
erano in questo i repubblicani scusabili, perciocchè niuna cosa può
scusare sì eccessive enormità. Pure eran stremi di ogni vettovaglia e
d'ogni fornimento: la fame e la nudità sono pur troppo male consigliere
ad ogni opera più brutta. Ma i Tedeschi e quando vennero sulla riviera
passando pei territorj del Piemonte loro alleato, massime in quei del
Cairo e del Dego, e quando se ne andarono dopo la rotta di Loano,
quantunque fossero forniti abbondantemente di ogni cosa necessaria al
vivere di soldato, commisero pari, e forse più nefandi eccessi. Così
l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore
Tedesco, in preda al furore Francese, mostrava quale sia la condizione
di chi alletta con la bellezza, e non può difendersi con la forza.



LIBRO SESTO

SOMMARIO

      Pratiche per la pace tenute in Basilea. Sono infruttuose, e
      perchè. Si prepara da ambe le parti la guerra d'Italia.
      Beaulieu surrogato a Devins nel comando dei confederati, e
      perchè. Instanze del Direttorio di Francia presso ai
      Veneziani, perchè facciano uscire dai loro stati il conte di
      Lilla: debolezza del senato Veneziano. Nobile condotta del
      conte in sì doloroso accidente. Buonaparte surrogato a Scherer
      nel comando dei repubblicani, e perchè: sue qualità.
      Situazioni delle sue genti. Sono giunti i tempi fatali, e
      s'incominciano le ostilità. Battaglia di Montenotte seguìta
      addì dieci, undici, e dodici aprile del 1796. Buonaparte
      separa gli Austriaci dai Piemontesi. Fatto di Cosserìa.
      Furiosissima battaglia di Magliani, che i Francesi chiamano di
      Millesimo e che fu combattuta il dì tredici aprile. Bellissimo
      fatto d'armi del colonnello austriaco Wukassovich al Dego.
      Generosi lamenti di alcuni generali, e capi di truppa Francese
      sugli eccessi commessi dai loro soldati. Buonaparte si volta
      contro i Piemontesi. Varj fatti d'arme, specialmente quello di
      Mondovì. Il generale repubblicano stimola i novatori del
      Piemonte: sommossa d'Alba. Buonaparte arriva a Cherasco:
      Colli, generale del re, si ritira a Carignano. Discussioni nel
      consiglio regio. Tregua di Cherasco. Bando grandiloquo di
      Buonaparte a' suoi soldati. Pace tra il re di Sardegna, e la
      repubblica di Francia, conclusa a Parigi il dì quindici maggio
      del 1796. Buonaparte perseguita Beaulieu, lo inganna, e passa
      il Po a Piacenza. Battaglie di Fombio e di Codogno. Battaglia
      sanguinosissima del ponte di Lodi, accaduta addì dieci di
      maggio. Beaulieu si ritira al Mincio. L'arciduca lascia
      Milano. Qualità dei Milanesi. Massena entra il primo in
      Milano, poi Buonaparte. Umori diversi di detta città. Discorsi
      di Buonaparte. Suo secondo bando grandiloquo ai soldati.
      Terrori d'Italia.


A questo tempo avendo i collegati pruovato con molto danno loro qual
dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di
Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla
concordia, e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere
più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani
ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il
benefizio del tempo, se accettassero; e poichè la guerra era divenuta
tanto pericolosa, si risolvettero a sperimentare, se la pace apportasse
condizioni di maggior sicurezza. Per la qual cosa pensarono a tentare la
disposizione del Direttorio di Francia con introdurre qualche negoziato
a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di
Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da
questa, ed a nome di tutti procedettero le profferte. Scriveva il dì 8
marzo Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai Cantoni Svizzeri, a
Barthelemi ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a
sapere, che la sua corte desiderava di restare informata, se la Francia
aveva inclinazione a negoziare con Sua Maestà e co' suoi alleati, a fine
di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti
termini: se a ciò si risolvesse la Francia mandasse ministri ad un
congresso da convocarsi in quel luogo, che più sarebbe stimato
conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere, quali fossero i
generali fondamenti della concordia che piacesse al Direttorio di
proporre, affinchè si potesse esaminare, se fossero accettabili, o
finalmente, se i mezzi proposti non fossero accettati, quali altri
avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa
proposta, la qual'era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i
principi, e che non avea in se cosa, che potesse offendere l'animo del
Direttorio fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a
quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed
imperiali di Francia, di voler insegnare in casa altrui, come se meglio
non conoscesse i fatti proprj chi gli governa, di chi non gli governa.
Quindi nacque altresì quell'uso affatto insolito di dar consigli, o ad
un amico, o ad un nemico e di convertire in cagione di guerra il rifiuto
di seguitarli; uso veramente enorme, perchè fa giudice della causa una
sola delle parti, rende dubbiosa la giustizia, mette la parte contraria
nella necessità di vincere o di perire, ed opera che la guerra dipenda
in tutto dal capriccio, e dall'ambizione di un solo. Il Direttorio
comandava a Barthelemi, che rispondesse, desiderare lui la pace, ma
desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volentieri le
proposte, se quel dire di Wickam di non aver autorità di negoziare non
desse sospetto intorno alla sincerità Inglese. Infatti, se incominciasse
l'Inghilterra, quest'erano le parole dottorali del Direttorio, a
conoscere i veri interessi suoi, se bramasse aprirsi di nuovo la strada
all'abbondanza ed alla prosperità, se con buona fede richiedesse di
pace, a che fine, con quale consiglio proporre un congresso, mezzo non
mai terminabile d'accordo? Perchè con termini tanto generali e sì poco
definiti, domandare alla Francia, proponesse ella un altro modo per
arrivare alla concordia? Non mostrar con questo, voler solo il governo
Inglese con queste prime offerte, acquistar per se quel favore, che
sempre accompagna chi primo mette fuori quelle gioconde parole di pace?
La speranza che abbiano ad essere senza frutto, non vedersi forse
mescolata con loro? Ma quale di questo fosse la verità, convenirsi alla
sincerità del Direttorio il palesare apertamente, a' quali patti ei
potrebbe consentire agli accordi; vietare la constituzione della
repubblica, che niun paese di quelli, che erano stati incorporati al suo
territorio, da lui si scorporasse; delle altre conquiste si
negozierebbe. Quì parimente ebbe principio quel metodo veramente
incomportabile, usato dai governi che per vent'anni l'uno all'altro
succedettero in Francia, di volere, che una legge politica interna
diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter
consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se
non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si
seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace
concette dalle profferte di Basilea. Diedene l'Inghilterra avviso a
tutte le potenze confederate, coi soliti conforti dei sussidj pecuniarj,
e col far vedere che ove la pace era impossibile, si rendeva necessario
l'usar la guerra, con tutti gli sforzi, che maggiori si potessero fare.
Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale già perduto
mezzo lo stato, e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad
esser prima condotto all'ultima rovina, che la guerra incominciasse pure
a romoreggiare su i confini dei suoi alleati. Conoscevano questi la
costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le
battaglie fossero riuscite infelicemente, ed i repubblicani si facessero
strada nel cuore del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro,
sperando di ricompensare con gli ajuti di Francia, a danno ed a
pregiudizio di alcuno fra i confederati, quello che non ostante gli
ajuti loro aveva perduto. Tentarono adunque il re ammonendolo, che si
dichiarasse, quali sarebbero i suoi pensieri, se per un sinistro di
guerra, i Francesi irrompessero nelle pianure Piemontesi. Ridotto a
queste strette, rispose animosamente Vittorio, mandando anche in questo
proposito lettere circolari a tutti i principi che correrebbe con loro
la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per
abbandonare la sua congiunzione; non dubitassero, che i fatti non
fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in
Italia, mandava a governare le genti, in vece del Devins più prudente
che ardito capitano, ed anche scemato di reputazione per le recenti
sconfitte, il generale Beaulieu, il quale quantunque già molt'oltre con
gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte a
quella furia Francese, che meglio si può vincere col prevenirla, che
coll'aspettarla. Nè mancava in lui la esperienza dei fatti di guerra,
essendosi già molto esercitato, nè senza gloria, nelle guerre di
Fiandra. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in
un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo
mai guerreggiato in Italia, nè portò con se tante forze, quante gli
erano state promesse; perchè i sussidj Austriaci in Piemonte, quando
prima in quest'anno s'incominciò a menar le mani, ascendevano forse a
trenta mila, ma certamente non passavano quaranta mila soldati, numero
non sufficiente a difendere, non che ad offendere. Del qual fatto quale
ne sia stata la cagione, o lentezza o necessità, certo è bene, che
l'opera non fu eguale al pericolo. Oltre a ciò, sebbene a Beaulieu,
quando fu chiamato generalissimo dei Tedeschi in Italia, fosse stato
promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che per difetto o d'animo o di
mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova,
nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente
all'esercito, ma ancora rettore di una forte divisione di soldati: il
che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro
presagio, parendogli, che a volere che i soldati vincano, importi il
prepor loro capitani vincitori. Nè Beaulieu medesimo era tale, che
potesse convenientemente governare capitani, e genti di diverse lingue e
di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per
guisa che più temuto che amato dai suoi e dai forestieri, era piuttosto
obbedito per forza, che per volontà. Nè i nobili Piemontesi, che
sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado.
S'aggiunse a tutto questo, che sebbene si fosse ordinato che i
Piemontesi dovessero in tutto accordarsi, e cooperare con gli Austriaci,
e questi coi Piemontesi, tuttavia l'esercito regio non obbediva a
Beaulieu, ma era retto sovranamente da Colli, al quale non mancava nè
perizia, nè virtù militare, ma non viveva concorde col capitano
Austriaco. Questo fu cagione, che, contuttochè i due generali operassero
di concerto, nei partiti dubbj però, dove aveva gran parte la propria
opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la
gravità del caso avrebbe richiesto. Con queste mancanze, mali umori, e
semi di debole concordia, s'incominciò, dalla parte dei confederati, una
guerra gravissima, nella quale si proponevano, deposte oramai le
speranze di fare impressione in Francia, come falsamente si erano
persuasi, di far di modo che almeno l'Italia si preservasse dalla
inondazione Francese. Erano per tale guisa ordinati i confederati, che
la loro ala sinistra, partendo dalla Scrivia nella vicinanza di
Serravalle, si distendeva sino alla destra sponda della Bormida. Quivi
incominciava ad aver le stanze il corno sinistro dei Piemontesi, che
traversando quelle montagne, si sprolungava fino alla Stura, con
assicurare Ceva e Mondovì con grossi presidj, e con appoggiarsi
coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Le genti più
leggieri munivano i passi più alti delle montagne, ed un campo era stato
fatto con forti trincee, ed in luogo eminente verso Lesegno per la
sicurezza del forte di Ceva. Ma siccome quello di cui stavano in maggior
gelosìa gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardìa, così si
erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona, e verso
l'estremo corno loro, occupando per tal modo con molte forze le due
strade che da Genova accennano al Milanese, una per Novi, l'altra per
Bobbio. Avrebbero desiderato per maggior sicurezza delle cose loro avere
in mano la fortezza di Tortona, e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu
loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale ancorchè posto
nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa
conservarsi. Tal era adunque la condizione dei tempi, che il re di
Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo stato,
l'imperador d'Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del
Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per
l'autorità della santa sede, e per l'incolumità della religione; Venezia
sperava nella neutralità senz'armi, Genova nella neutralità con armi,
Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia,
Parma e Modena nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli
accidenti.

Risoluzione principalissima dei reggitori Francesi era di far potente
impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i
pensieri loro. A questo si muovevano non solo pel desiderio di pascere
l'esercito in un paese ricco, ed ancora intatto, ma eziandio per la
speranza, che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne
sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero
manifestati a favor loro in tutte, od in alcune corti d'Europa
cambiamenti d'importanza. Più special fine loro in tutto questo era di
costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale speravano di
trovare in Italia per la forza dell'armi compensi ad offerire a quel
principe in iscambio dei Paesi Bassi, che ad ogni modo volevano
conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano, che,
ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla
pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più
grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. A questo
primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni
loro: del modo o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano. Al
che se avessero posto mente le repubbliche di Genova e di Venezia, non
avrebbero aspettato gli estremi casi per fare risoluzioni forti in
salute loro. Venezia particolarmente pericolava, siccome contigua agli
stati dell'imperatore; perchè, se si voleva dar il Milanese al re di
Sardegna per farlo correre contro l'Austria, si volevano anche dare
tutti o parte degli stati Veneziani all'imperatore per farlo risolvere
agli accordi. Di ciò non dubbj segni ebbero, molto innanzi che la cosa
si manifestasse coll'ultimo precipizio, i ministri di Venezia in
Basilea, in Vienna ed in Parigi, e ne avvisarono il governo. Parlava per
verità il governo Francese, parlavano i suoi agenti per ambagi, e con
parole tronche, ma non sì che la volontà nemica non vi comparisse dentro
chiaramente, e molto ancora più chiaramente il medesimo disegno si
vedeva spiegato nelle gazzette Parigine, che più dipendevano dal
governo. Siccome poi, quando si vuol perdere qualcheduno, e'
s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto,
pretesto di ostilità, così uscirono con richiedere Venezia, che
scacciasse da' suoi stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del
diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dell'infortunio, se
ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo
repubblicano di Francia, che il conte se ne stesse negli stati
Veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove;
perchè se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non
solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui,
assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito
del principe di Condè, o negli stati delle potenze in guerra con la
Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non
testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di
Luigi decimosettimo, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado
di re tenuto dai fuorusciti Francesi, dal ministro di Spagna Lascasas,
dal ministro di Russia Mardinof, e dal ministro d'Inghilterra
Macarteney, che appresso a lui era stato mandato appositamente dal re
Giorgio, il senato Veneziano non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente
nè trattato da re. Che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul
territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti, che
l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile
condiscendenza, vivendosene assai ritiratamente in una villa del conte
di Gazola: nel qual contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con
le stampe della Veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che
fece, nella sua esaltazione, alla nazione Francese; che se poi nelle sue
azioni segrete, ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per
ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si
potesse imputare alla repubblica di Venezia.

Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni,
lo sdegno del direttorio di Francia; perchè mentre superbamente
comandava al senato Veneziano, che allontanasse da' suoi dominj il conte
di Lilla, sopportava molto pazientemente, che l'ambasciador di Spagna
Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui come col re
di Francia, di affari pubblici trattasse; il che era di ben altra
importanza, che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato.
Ma la Spagna era più potente di Venezia, nè si poteva dar in preda a
nissuno in compenso di stati rapiti. Scriveva il primo marzo in nome e
per ordine del direttorio il ministro degli affari esteri Carlo
Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislao
Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul
territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno dell'asilo
concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto, e domandava,
fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorj Veneziani;
non esser questo, aggiungeva, caso di neutralità: la neutralità potersi
osservare fra potenze reali ed armate, non fra un re immaginario ed una
repubblica felicemente stabilita, che può, che sa, se ho a dirla con lo
stilaccio di quei tempi, spiegare una energìa, e delle forze reali per
farsi rispettare. Nel che si può notare, che non si vede, che cosa
importasse l'avere energìa e forze grandi, al punto della quistione, di
cui quì si trattava.

Ma tornando al nostro proposito, essendo posto in senato il partito, se
dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo Francese,
ancorachè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando
con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto, e l'antica
generosità di Venezia, fu vinto con centocinquanta sei voti favorevoli,
e quarantasette contrarj. Orarono in questo fatto contro la opinione del
Pesaro i savj del consiglio Alessandro Marcello, Niccolò Foscarini, e
Pietro Zeno, rappresentando, che la pietà verso un principe forestiero
non doveva più operare negli animi dei padri, che la carità verso la
patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu
questa, nè ad alcun modo scusabile, e tanto meno quanto si vedeva
chiaramente, che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute; nè
varrebbe a diminuire la vergogna l'esempio di Luigi decimoquinto re di
Francia, il quale stretto di nissuna necessità, non abborrì dal bandire,
a petizione dell'Inghilterra, da' suoi stati il principe Edoardo
Pretendente; perchè i re possono bene dare col loro esempio maggior
forza all'onesto, ma non onestare il disonesto; imperciocchè se gli
uomini non sono fiere, ma uomini, havvi fra di loro una legge del giusto
e dell'onesto, anteriore e divina, cui nè la forza, nè i capricci dei
potenti possono invalidare; e se i contemporanei gli adulano, i posteri
gli notano d'infamia. Tanto è forte nelle umane menti la impressione di
quella divina legge.

Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del
partito preso dal senato. Delegossi a far l'ufficio il segretario
Giuseppe Gradenigo, ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del
conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte
d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti,
eseguirono quello che dalla signorìa era stato loro comandato. A tale
annunzio rispose gravemente, partirebbe, ma per forza; se gli portasse
intanto il libro d'Oro; cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni;
se gli restituisse l'armatura di Enrico quarto suo glorioso avolo, data
in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più
lungamente in un dominio, che per debolezza obbediva ai comandamenti
degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto
nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Francesi
fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece
mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua
cancellasse sul libro d'Oro il nome dei Borboni, e l'armatura d'Enrico
in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per la fede
e l'affezione che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e
di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli
ricordava infine, e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli,
particolarmente il conte d'Entraigues, che nel dominio dei Veneziani
rimanevano. Così partiva con tanta dignità da Verona, con quanta
modestia vi era vissuto, e partendo fece un pietoso ufficio verso il re
suo fratello e verso coloro, che per affezione alla sua persona ed al
nome reale si erano fatti partecipi del suo esilio.

Intanto per gli uffizj fatti per ordine del senato dai ministri Veneti
presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle
Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte,
si acquetò il negozio del libro d'Oro, e dell'armatura d'Enrico.

Oggimai si appropinquavano le calamità d'Italia. La tirannide sotto nome
di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri,
ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente,
ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà, e
disprezzargli, un incitargli contro i re, ed un perseguitargli per
piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza non come
mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le
più sante cose antiche stuprate per derisione, o per ladroneccio, le più
sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di
monti di Pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un
incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più
atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di
più insolente, un furor Tedesco chiamato da una furia Francese, una
furia Francese chiamata da un furore Tedesco conculcata hanno, e
desolata in fondo la miseranda Italia tutta. Nè più si vanti ella
dell'esser bella, o il giardino d'Europa, o, come la chiamavano, la
terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur
troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda, e di
derisione. E quel che più debb'essere di rammarico, e di dolore perpetuo
cagione, si è, che spiriti alti e generosi quasi innumerabili, sì
d'Italia che di Francia, reputando dono inestimabile la libertà, come
ella è veramente, presi alle belle parole, e dominati continuamente da
una dolce illusione fantastica, ajutarono coi detti, con le scritture e
coi fatti quell'inganno, che altri tendeva di proposito deliberato, col
fine di soddisfare ad immense cupidità. Così la libertà, la quale altro
non è che l'esecuzione puntuale di leggi civili giuste, ed uguali per
tutti, diventò odiosa agli uomini Italiani a cagione delle opere ree di
coloro, che si vantavano di darla, e le parole degli uomini illibati sì
Francesi che Italiani, i quali la predicavano, perdettero appresso ai
popoli ogni autorità; perchè eglino offesi gravemente nelle sostanze e
nelle persone, e soggetti ad un'inconsueta insolenza di soldati, non
sapevano purgarla da quel scelerato connubio. Certamente i governi
Italiani di quei tempi non erano perfetti, ma erano almeno sopportabili
per la consuetudine, e il divenivano ogni giorno di vantaggio per le
riforme, che per la forza del secolo vi si andavano dai reggitori dei
popoli facendo. Ma che il dominio sregolato militare sia migliore di
loro, chi potrà mantenere? Dicevano alcuni, e dicono tuttavia, che da
quel male doveva nascere un bene; ma io so che gli uomini non hanno
tanta pazienza, e fu puranco la pazienza lunga. Così perì non solo la
libertà, ma contaminossi la fama stessa di lei; e se un benigno
risguardo dei cieli non ajuta l'umana generazione in Europa, temo assai,
che l'esempio, e la ricordanza delle cose fatte in Italia sotto colore
di libertà, siano ostacolo insuperabile alla fondazione di lei.

Era risoluzione irrevocabile del governo Francese in quest'anno di
tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di
correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie
spianate, le armi pronte, gli animi dei soldati accesi, la fame stessa,
che gli tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in
un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta
mole, poichè giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi
usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'Europea guerra,
mancava un generale capace di mente, invitto d'animo, e d'audacia pari
alle difficoltà che si prevedevano. Pareva, che Scherer non fosse uomo
da poter sostenere peso tanto forte, quantunque il suo nome fosse chiaro
per la fresca vittoria di Loano, ed il primo disegno d'invadere l'Italia
frutto del suo ingegno. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica
impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero
per le cose fatte a Tolone, e nella riviera. Presentendo egli per la
vastità e la forza dell'animo suo quello, che fosse capace di fare,
quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di
sollecitare, e d'infestare con tenacissima perseveranza, e con preghiere
continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta
dell'Italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi
segreti, che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero
piaciuti a Carnot, ed a Lareveillere-Lepeaux, quinqueviri, che
gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto spezie
di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si
aggiunse un matrimonio, ch'ei fece, grato a Barras, sposandosi con
Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro
Beauharnais.

Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato, e di cupidità
ardentissima di dominio, fu commessa da chi reggeva la Francia, in
iscambio di Scherer, l'opera di conquistar l'Italia. Nè così tosto ei
giunse al governo dell'esercito Italico, che mostrò quanto fosse nato
per comandare; imperciocchè, quand'erano al campo Dumorbion, Kellerman,
e Scherer, molto famigliarmente vivevano, ed alla repubblicana coi
generali subalterni; ma Buonaparte, quantunque fosse più giovane di
tutti, si compose in maggior dignità, e non dimesticandosi con nissuno,
pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra
gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau, e
gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque, che i nodi
dell'esercito viemaggiormente si restrinsero, furono i soldati più
pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto.
Si presagiva, che da una mente grande e forte dovevano partorirsi
effetti straordinarj, e si augurava prospero evento al mirabile conato:
nè mancavano sussidj ad operar fortemente. Era l'esercito fiorito di ben
cinquantamila combattenti, poveri sì d'arnese, e penuriosi di
vettovaglie, ma abbondanti di coraggio, e forti di volontà: quel
lusinghevole pensiero di correre come signori l'Italia, gli rendeva
ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la
possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano Francese
quanto volesse, purchè conculcasse l'Austriaco, il separasse dal
Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro, e la fortezza di Gavi; se
Genova non desse Gavi per amore lo prendesse per forza; instigasse i
malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente, o particolarmente
insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza, o per arte subdola;
quel che segue per sete di rapina; conciossiachè mandavagli, facesse una
subita correrìa contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia
atterrita, rapite le ricchezze, ed involati i voti appesi dai fedeli in
tanti secoli. Tanto era smisurata in quel governo la cupidità del
rapire, e del fare d'ogni erba fascio.

Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con
Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena, a sinistra
Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte dei Piemontesi,
Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore, che, lasciato
il queto esercizio dell'arte medica, si era molto volentieri mescolato
nel fracasso dell'armi. Disegnava il generale repubblicano di far impeto
contro la mezzana schiera dei confederati, acciocchè rotta che ella
fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi:
conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'oltre-Po,
i secondi rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come
credeva, facilmente accettato gli accordi separandosi dalla
confederazione dell'imperatore. A questo fine, e sapendo che grandissima
gelosìa avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e
comoda strada della Bocchetta accennava a Milano, aveva ordinato a
Cervoni, occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo fece
marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra
Signora dell'Acqua santa, strada che mette direttamente alla Bocchetta.
Questa squadra conduceva con se molti pezzi di artiglierìe sì grosse che
minute. Assai bene considerato era questo consiglio; perchè si poteva
prevedere facilmente, che Beaulieu, temendo per la Lombardìa, avrebbe
assottigliato la parte di mezzo per mandar gente ad ingrossar la
sinistra, acciocchè fosse in grado di star forte a preservare gli stati
proprj dell'imperatore. Così più facilmente si sarebbe aperto l'adito ai
repubblicani all'entrar di mezzo ai confederati. Fu certamente
intenzione di Buonaparte di dar gelosìa alla sinistra di Beaulieu,
perchè se fosse stata diversa, non sarebbe da commendarsi; perciocchè ed
indeboliva in tale modo la sua mezzana appunto verso le strade più
facili, che portano a Savona: ne' Voltri era luogo da potersi tenere,
perchè e pel lido e per la montagna poteva agevolmente il nemico
accostarsi ad assaltarlo. Bene non si può lodare dell'aver troppo
indugiato ad occupare, ed a fortificar Montenotte, che guarda la strada
per al Dego, e che domina il luogo della Madonna di Savona, principal
difesa dei Francesi sul mezzo loro; che se finalmente l'occupò, e vi
fece qualche riparo, che non fu prima degli otto aprile, fu più tosto
consiglio di Massena, che suo. Pertanto si vede che se lo stare a Voltri
era opportuno, quantunque non senza grave pericolo, il non stare a
Montenotte era degno di riprensione. E tanto maggior biasimo merita
questa omissione del generalissimo di Francia, ch'ei sapeva che gli
alleati si erano fatti molto grossi a Sassello; il che dava manifesto
indizio ch'essi volessero, passando sotto Montenotte, condursi a Savona,
e per tal modo tagliare in mezzo l'esercito repubblicano. La qual cosa
fu chiaramente dimostrata dal successo delle cose.

Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso
ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si
raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni
Francesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in
Sassello una grossa schiera composta di diecimila Austriaci, e quattro
mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel
mezzo della fronte francese, e dopo di averlo fracassato, riuscire a
Savona; con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa
tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Obbedivano
i soldati di Sassello ai generali Argenteau, e Roccavina. Non pertanto,
per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo
del conflitto in ajuto della mezza, si era risoluto ad assaltar questa
terra. Il dì dieci aprile, circa le tre meridiane, givano i Tedeschi
all'assalto di Voltri con sei mila fanti, e quattro bocche da fuoco,
passando principalmente per Campovado, e per altre strade della
montagna, mentre ducento cavalli con le artiglierìe, radendo il lido, si
accostavano dall'altra parte al luogo della battaglia. Alcune navi da
guerra Inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare
vicino. Non potendo i Francesi rispondere a tanti assalti, furono rotti,
diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se
avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza
Francese di Voltri, sarebbe stata o morta o presa. Ma sopraggiunse la
notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i
repubblicani, si ritiravano a Varaggio, ed alla Madonna di Savona.

In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi
mossisi da Sassello assaltarono grossi ed impetuosi le trincee
estemporanee fatte dai Francesi a Montenotte. Erano queste in numero di
tre, ed al di sopra l'una dell'altra, la più eminente appunto era quella
di Montenotte. Difendeva i Francesi la fortezza del luogo, favoriva i
Tedeschi il maggior numero, gli uni e gli altri infiammava un indicibile
valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente Italia. Si
combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani.
Maravigliavansi i Francesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i
Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue,
riuscirono questi, occultandosi in certe boscaglie, ad entrar per bella
forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a
conquistarsi la terza: contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto
dell'armi loro vittoriose. Quì sorse una battaglia tale, che poche di
simil fatta per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti
sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali,
trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea
si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il
colonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto
nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più
infiammandosi nel suo coraggio, quanto più era grave il pericolo,
animosissimamente rivoltossi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel
giuramento, che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il
valore dei Francesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta
pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo
combatterono, che ributtati furiosamente da ogni assalto i Tedeschi,
sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea
tanto contrastata, e tanto importante. Gli uni e gli altri sull'armi
loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un
nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Quì si vide
manifestamente l'errore di Buonaparte dello aver occupato, ed
affortificato troppo tardi, e male, Montenotte e, come accennammo, anche
per conforto altrui, del non aver fatto diradare le boscaglie, dello
aver tenute lontane da questo principal posto le altre soldatesche, per
modo che non abbiano potuto venire in questo medesimo giorno in soccorso
di quelle che pericolavano nelle trincee del monte. Certo se non era il
valore straordinario di Rampon, si perdeva la battaglia dai Francesi, e
con lei si perdevano per loro le sorti d'Italia. Ma di questi valori
straordinarj è avara la spezie, nè vi si può far fondamento per
anticipazione dai capitani bene avvisati e prudenti. Errò adunque in
questo fatto Buonaparte, riparò l'errore Rampon: la vittoria di
Montenotte, che incominciò quella mole tanto gloriosa d'imprese
militari, e quel maraviglioso corso d'inaudita felicità, non al suo buon
consiglio, ma al valore di un capitano inferiore deesi unicamente
attribuire. Ma il generalissimo nel giorno undici, anzi nella notte
stessa del dieci emendò con pari celerità ed arte l'errore commesso nel
precedente: mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il
quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea,
ma diede agio a Rampon di empire di soldati a destra ed a sinistra le
boscaglie, che ingombravano le strade per alla trincea medesima, e per
le quali dovevano di necessità passare gli Austriaci per assaltarla. Al
tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala dritta, e
mettendosi in mezzo tra la punta dritta dell'ala sinistra degli alleati,
e la punta sinistra della mezzana, snodasse minutamente l'una dall'altra
quelle due parti. Per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al
fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due
forti colonne, l'una lungo le montagne della Madonna del monte, per
meglio sostener Montenotte, l'altra per Altare e le Carcare, ad effetto
di oltrepassar la punta della mezza, che, come abbiam detto, era
governata da Argenteau, come capo, e da Roccavina, come condottiero
della vanguardia, sperando per tal modo disgiungere questa parte dalla
destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno undici, che
Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva
baldanzosamente all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo
arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi da una
tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da una
impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo
s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue
genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia,
andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza con qualche rinforzo,
e dopo respiro, di ricominciar la batterìa; ma ecco arrivare infuriando
dall'uno canto Buonaparte, dall'altro Laharpe con far le viste di
portare la tempesta a' fianchi ed alle spalle di Argenteau. Fu allora
forza ai confederati ritirarsi più che di passo per non esser posti
negli estremi. Andarono a posarsi a Magliani, a Dego ed a Pareto.
Beaulieu per serbarsi unito ad Argenteau, obliquò con l'estremo destro
della sua ala di modo che malgrado degli sforzi di Laharpe per
impedirnelo, riuscì nel suo intento. Colli, non senza una valorosa
difesa, fu costretto a ritirarsi ancor esso, avvicinandosi di fianco a
Ceva; il che fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dello
aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Aggiungendo poscia
celerità a celerità, nè volendo dar tempo ai confederati di rannodarsi,
seguitava la vittoria calando per le rive della Bormida in guisa che
sempre si metteva in mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi. Morirono
nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaja di buoni soldati
dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero,
come prigionieri, in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani
pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un miliajo
incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani
conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regj, non venisse
loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i
confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a
Millesimo, che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego
ed a Magliani, era necessario cacciargli più sotto nella prima. Quindi
nacque pei Francesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani,
e d'impadronirsi di Millesimo.

Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva
forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla
guardia della sinistra Bormida il vecchio ma prode generale Provera con
un corpo franco Austriaco, e quindici centinaja di granatieri
Piemontesi. Aveva con se per conforto e sprone alla sua vecchiaja il
marchese del Carretto, giovane forte e generoso. Era Provera posto in
molto pericolosa condizione, perchè, non avuto avviso alcuno da
Argenteau, si vide ad un tratto circondato da ogni banda dai nemici, e
lontano per l'invasione subita di Buonaparte, da Colli, che si era
posato a Montezemo per impedire ai Francesi il passo verso Ceva. Volle
con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli
venne impedito il viaggio dalla Bormida, che cresciuta per pioggie
abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa
risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio
castello di Cosserìa. Ivi senza artiglierìe, senza munizioni, senza
sussidio alcuno di cibo o di acqua, attendeva a difendersi, sperando che
intanto la fortuna avrebbe aperto qualche scampo. Augereau, che
conosceva ottimamente, che, fintantochè quel freno del castello di
Cosserìa, presidiato da forte e valorosa gente, fosse in mano del
nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la
destra, s'accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i
repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso
valore dagli assaltati: morirono in queste fazioni sanguinose tra i
Francesi molti buoni soldati, e tra loro il generale Banel, e l'ajutante
generale Quentin. Fu ferito nella testa il generale Joubert: pochi
furono feriti dentro al castello, e tutti al capo, perchè gli alleati
avevano le difese di alcune vecchie trincee. Pernottarono i Francesi a
mezzo monte, facendo con botti e letti di cannoni un tal qual riparo,
affinchè il nemico non potesse in quel bujo tentare cosa d'importanza.
Ma era sitibonda all'estremo la guernigione tra pel calore della
stagione, e per l'ardore della battaglia. Chiedeva Provera quant'acqua
bastasse ai feriti; la negava Augereau. Bensì, siccome quegli che aveva
fretta, ricercava spesso la piazza di resa; il che gli fu costantemente
rifiutato dall'Austriaco. Arrivava il giorno quattordici aprile: la fame
e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto. Diessi la piazza
ai vincitori, accordandosi che gli ufficiali avessero facoltà di
andarsene dove meglio piacesse loro, sotto fede di non militare sino
agli scambj, i soldati si conducessero, e stessero in Francia sino a
liberazione. Al tempo medesimo Rusca cacciava i Piemontesi da San
Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosserìa abilitava Augereau a
superare Montezemo, il che diè facoltà ai Francesi di spiegar le
bandiere loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di
correre a difender Ceva e Mondovì.

Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di
maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo, e a destra.
Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a
Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè
nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti, a cui potessero
ripararsi. Massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era
libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare una impressione
d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per
quella strada; dall'altra parte i Francesi pensavano a sforzarla. Gli
Austriaci in numero circa di quattromila soldati, ai quali si erano
accostati i due reggimenti Piemontesi della Marina e di Monferrato, si
fortificarono a questo fine sui monti di Magliani, di Cassano, del
Poggio, e della Sella. Fecero un ridotto a Cassano sopra Magliani, e lo
munirono d'artiglierìe, con aver anche fatto una grande abbattuta
d'alberi e di virgulti all'intorno, per poter bene scoprire l'inimico,
ove s'attentasse di salire per assaltargli. Diedero loro tempo due
giorni i Francesi, o per necessità, o per cattivo consiglio, a fornire
le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. Anzi il dì
tredici aprile una quadriglia di repubblicani, che scortava due pezzi
d'artiglierìa minuta, e se ne stava troppo confidentemente a mala
guardia, sorpresa dagli alleati, perdè le artiglierìe che furono
condotte a Dego. La principal difesa degli alleati consisteva nel
ridotto di Magliani, che stava a ridosso del castello del medesimo nome,
nel quale allogarono una grossa compagnìa del corpo franco di Giulay con
alcuni soldati della Marina.

I repubblicani per aprir quella strada che i confederati avevano
serrata, comparivano alle due meridiane del giorno tredici, minacciosi,
e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla
Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono
in tre colonne, che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma
non furono questi fatti che minacce, tentativi per iscoprir bene il sito
e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu
al Colletto, fece trarre di una forte cannonata, per prender notizia del
nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo
avvisassero dei luoghi dove si trovavano; il che gli riuscì, come aveva
sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel giorno
quattordici, nel quale i repubblicani, risoluti di venirne al cimento,
si spartirono, come innanzi, in tre parti. La destra condotta dal
colonnello Rondeau, e composta di circa quattromila soldati, assaliva
gli alleati per la strada che dai Girini conduce al Dego, e di questa,
quindici centinaja separatisi dagli altri, andarono ad occupar la strada
che dalla regione dei Pini porta alle Langhe a fine d'impedire i
soccorsi, che da Pareto, o da Spigno potessero venire agli alleati: essa
doveva far impeto contro il Poggio e la Sella. Quella di mezzo
capitanata dai generali Menard e Joubert con due mila soldati saliva al
castello di Magliani. La sinistra più grossa delle altre, che obbediva a
Massena, Causse, Monnier, e Lasalcette, era destinata a salire dalle
sponde della Bormida per dar dentro al fianco destro dei posti di
Magliani, e contro il Monterosso, che dava il varco ai medesimi. Tutte
queste mosse erano con molta maestrìa di guerra pensate, e furono
altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed
alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di
fronte la mezza, ma posatamente per aspettar l'effetto dell'assalto dato
sui due fianchi. I Francesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e
quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui
due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece
allora avanti la mezza, ed entrò forzatamente nel castello di Magliani
dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire, che
cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale
propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una furia
incredibile di palle e di scaglia. Fu quivi assai dura l'impresa pei
repubblicani, perchè i confederati maravigliosamente inferociti,
traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di
distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e
solamente verso la sera, venne fatto ai Francesi, che accorrevano contro
il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito,
cacciatone a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati
nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a
Pareto; ma i Francesi gli seguitarono a corsa, e quella colonna, che si
era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne
stava ai Pini, scagliossi ancor essa sì fattamente contro i fuggiaschi,
che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi stati sarebbero
sterminati, se i due reggimenti Piemontesi della Marina e di Monferrato,
fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro
che fuggivano, cacciati dalla furia Francese che gl'incalzava.
Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati
tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di ducento. Ma
grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di
Cosserìa, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e
dalla fame, perduta la speranza di ogni ajuto, poichè vide dall'alto la
sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi.

Quando pervennero le novelle della rotta di Magliani ad Argenteau, che
aveva tuttavia le sue stanze a Pareto, si diede a passeggiare a gran
passi, come uomo che abbia del tutto perduto il lume dell'intelletto.
Pure diede ordine ai capitani, facessero massa in Acqui. Certamente da
biasimarsi molto è la condotta d'Argenteau in questo fatto; perchè se
avesse subito avviato in soccorso dei difensori di Magliani il corpo di
cinque, o sei mila soldati, che aveva con se a Pareto, avrebbe potuto
facilmente cambiare la fortuna della giornata; perciocchè i suoi, che si
difendevano con estremo valore nel ridotto, avuto quel rinforzo,
avrebbero potuto sostenersi, od almeno la ritirata sarebbe stata salva e
sicura.

Questa fu la battaglia, che meglio di Magliani, che di Millesimo si
chiamerebbe, perchè a Magliani concorsero le principali forze delle due
parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. Ma la
fortuna solita sempre a far maravigliose conversioni in guerra, aprì
l'adito il giorno seguente ai confederati di ricuperar ciò che avevano
perduto; il che avvenne non per buono consiglio, ma per caso, anzi per
cattivo consiglio d'Argenteau. La notte, che seguì il giorno della
battaglia, il tempo che era stato nuvoloso, diventò piovoso; piovve a
rotta verso l'alba. Tra per questo, e per pensare i Francesi a
tutt'altro fuorichè a questo, che il nemico vinto avesse a prendere così
tosto nuovo rigoglio ad assaltargli, si guardavano negligentemente, e
non che stessero nelle trincee, si erano sparsi per le case, dove
attendevano meglio a riposare che a guardarsi. Solo cinquecento, o
seicento soldati vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto,
che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich accompagnato dal
luogotenente Lezzeni con un corpo di circa cinque mila soldati composto
di Croati, e dei reggimenti di Nadasti, e d'Alvinzi, venendo per la
strada di Santa Giustina, compariva improvvisamente alla vista di
Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato
a Wukassovich, che stanziava a Sassello, venisse tosto in ajuto, ed il
raggiungesse al Dego ed a Magliani. Ma siccome quegli che aveva poca
mente, ed anche la sventura gliela faceva girare, aveva indicato per la
mossa a Wukassovich un giorno più tardi di quello, che aveva realmente
in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare il dì quattordici,
che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il quindici, ed arrivando
già avea sbaragliato e pesto uno squadrone Francese, che muniva il monte
della Guardia. Non ostante che con gran sua maraviglia avesse veduto,
strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico avea occupato
Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente con la speranza di far
pruovare a Buonaparte quello, che Buonaparte aveva fatto pruovare ad
Argenteau. Già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì
improvviso accidente i Francesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per
difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiar le
artiglierìe, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue aveano
conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei
confederati. Parte dei repubblicani fuggendo, si gettarono nella valle
di Colloretto, i più si precipitarono a rotta sui dirupi, in mezzo ai
quali scorre il torrente Grillero, e si salvarono verso il Colletto,
dov'era la guardia loro di ricuperazione. Fu grande strage dei Francesi
in sul Grillero, perchè i Tedeschi gli bersagliavano dall'alto.
Perdettero i primi non solo i luoghi, ma ancora le artiglierìe che li
munivano.

Massena, a così fortunoso caso riscossosi, e gettatosi al piano, frenava
primieramente l'impeto de' suoi, che fuggivano verso il Colletto; poi,
ordinatigli di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del giorno
quattordici, gli conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di
timore, non era nemmeno Wukassovich: quì la battaglia divenne orrenda.
La sinistra era alle mani con le guardie avanzate Austriache, che si
difendevano con singolare ardimento; la mezza pativa assai, perchè i
Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi, ed impauriti
si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce
rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di
ricuperazione, e postala dietro alla mezzana, impediva, che coloro che
davano indietro, passassero il Grillero. In questo mentre restò ferito
gravemente d'un'archibugiata nell'anca destra il generale Causse che
portato alla Rocchetta, poco stante mancò di vita. La colonna di mezzo
incoraggita da Massena e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al
ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono, e
rincacciarono fino al castello. La sinistra ancor essa era stata
risospinta con grave perdita, la destra non faceva frutto. Massena
animosissimo gli conduceva di nuovo all'assalto, e di nuovo erano
ributtati con palle, ed ischegge terribili. Già il quarto assalto era
riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe,
che avendo udito lo strano caso, era prontamente accorso. Novellamente
si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il
nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza Austriaca; che anzi
quei valorosi soldati, non sapendo come quà fossero venuti, nè come
andarsene, nè quando sarebbero soccorsi, continuavano a trarre
disperatamente, ed a tener lontano il nemico. Dopo tanti rincalzi, e
tante stragi, incominciavano i Francesi a dubitare della battaglia.
Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati
vincitori di Cosserìa, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo
assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi: la
mezzana ingrossata, e rinfrescata assaliva di fronte. Urtati da tante
parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto,
combattevano dalle case; cacciati dalle case combattevano dalle
boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati d'ogni banda,
minacciosi e rannodati si ritiravano. Gran fatto è stato questo, e che
debbe far stimar Wukassovich uno dei migliori guerrieri dei nostri
tempi. La destra intanto, e quella del Monterosso, scese improvvisamente
nella valle delle Cassinelle, diedero dentro agli Austriaci ritirantisi,
e gli ruppero con molta strage, facendone anche di molti prigionieri.
Una parte però, che prese la strada delle Langhe, si ritirava intiera, e
voltando qualche volta la fronte, arrestava l'impeto del nemico,
massimamente della cavallerìa, che perseguitava coloro, che fuggivano
per la valle delle Cassinelle; anzi per un tiro venuto da lei restò
ucciso un generale di cavallerìa.

Perdettero gli Austriaci in questa battaglia tra morti, feriti e
prigionieri, sedici centinaja di buoni soldati con tutte le artiglierìe
loro: ma non fu nemmeno senza sangue pei Francesi la vittoria. Tra
morti, feriti e prigionieri mancarono più di ottocento soldati. Fra i
morti per chiarezza di nome o di grado, si noverarono Causse, il
generale di cavallerìa e Rondeau, che ferito nel piè destro, e portato a
Savona, peggiorando sempre più la piaga, passò di questa vita alcuni
mesi dopo.

Dalla presente narrazione si vede, che sebbene Buonaparte avesse errato
nell'ordinare la battaglia di Montenotte, molto bene ei seppe emendare
il fallo in quella di Magliani, egregiamente da lui ordinata e
combattuta. Argenteau da parte sua errò in molti modi, e nella battaglia
e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu
costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior
parte di quelle del nemico. Sollevossi fra l'Austriaca gente un romore
ed uno sdegno grandissimo contro di lui, accusandolo tutti dell'infelice
successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle
quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista
d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna,
perchè vi fosse preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito
giudizio.

Buonaparte errò, e riparò; Argenteau errò senza riparare; ma bene non
errarono nè Rampon, nè Wukassovich, al primo dei quali si deve tutta la
gloria di Montenotte, al secondo quella di Magliani: vinse il primo,
perchè un generale, sendosi accorto del fallo, il soccorse; perdè il
secondo, perchè un generale di poco intelletto, che poteva soccorrerlo,
nol fece. Ma resterà nella memoria dei posteri, senza rimanersi alla
felicità od alla infelicità del fatto, il nome di Wukassovich tanto ed a
giusto titolo glorioso, quanto veramente è quello di Rampon; nè noi
abbiam voluto che mancasse in queste nostre storie correggitrici della
parzialità dei tempi, il testimonio nostro a quel generoso, e prode
Austriaco.

Lo splendore della vittoria Francese fu oscurato dal furore del sacco.
Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana,
riempievano i paesi di terrore e di fuga. Queste enormità, che tanto
contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali,
abbominavano i soldati buoni, ma quelli non potevano impedirle coi
comandamenti, nè questi con l'esempio. Perchè poi, chi leggerà questi
miei scritti, non creda che un giusto sdegno ci faccia trascorrere oltre
il vero, diremo, che i generali Francesi dabbene, dicevano e scrivevano
di questo cose assai peggiori, che noi non abbiam raccontate. Scriveva
Serrurier, molti soldati amar meglio rubare che combattere, rinfacciare,
a quel modo combattere, al quale erano pagati: Chambarlac e Maugras
colonnelli, non potendo più oltre tollerar di vivere con soldatesche che
senza disciplina e senza obbedienza essendo, minacciavano ad ogni ora di
maltrattare anche gli ufficiali, che cercavano di frenare il furor loro,
domandata licenza, volevano cessar dagli stipendj. Soprattutto il buono
e generoso Laharpe iva gridando, il soldato ogni ora più arrogarsi le
ruberìe e le uccisioni, assassinare i soldati i paesani, i paesani i
soldati; non poter con parole descrivere le enormità che si
commettevano; le stanze dei soldati essere deserte; correre il soldato
le campagne a guisa piuttosto di bestia feroce che d'uomo; e se le
guardie da un lato il cacciassero, correre tosto ad assassinare da un
altro: disperarsene gli ufficiali: meno atroce caso fora, aggiungeva
dolente e sdegnoso Laharpe, l'adunare in un luogo solo gli abitatori per
ammazzargli tutti in una volta, poi devastar quel che restasse; essere
il medesimo, perchè se di ferro non morissero, di fame morrebbero: non
esservi adunque più provvidenza, sclamava, che fulminasse i scelerati
amministratori, che ridotto avevano i soldati dell'Italica oste od a
farsi ladri ed assassini, od a morir di fame: non poter più vedere, meno
ancora tollerare sì abbominevoli eccessi; chiedere perciò licenza a
Buonaparte generale, volersene ire; anteporre l'umile mestiere del
lavorar la terra per vivere, ad esser capo di genti peggiori che non
furono ai tempi andati i Vandali. Noi non abbiamo senza tenerezza
narrato le generose querele di Serrurier, di Chambarlac, di Maugras e di
Laharpe, acciocchè sappiano i posteri, che se le primizie che si diedero
all'Italia, furono opere da cui più l'umanità abborrisce, vissero ancora
in mezzo ai Francesi non pochi generosi uomini che queste esorbitanze
barbare ed abborrivano, ed apertamente condannavano.

Seguitando ora il progresso della storia, dopo la vittoria di Magliani,
insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a
capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi: nel che
tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene
unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè ed alcuni semi di discordia
già erano prima dei raccontati fatti tra di loro sorti, e, come suole
accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non
avergli, com'era debito, ajutati, i Piemontesi davano il medesimo carico
agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere alla
difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza
dei capi Austriaco e Piemontese accortosi l'accortissimo Buonaparte,
quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli
Austriaci che i Piemontesi, si risolveva a serrarsi addosso agli ultimi,
sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per
voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di
vittoria, alla conquista della Lombardia. Al quale consiglio tanto più
volentieri si appigliava, quanto più sapeva, che Beaulieu tentava
continuamente l'animo del re per farlo star fermo nella lega,
offerendogli di soccorrerlo non solo con le forze che gli restavano
tuttavia, ma ancora con quelle che o già erano arrivate, o presto
dovevano arrivare nel Milanese, purchè per sicurtà della sua fede e
delle genti Austriache, consentisse a dargli in mano le fortezze di
Alessandria e di Tortona. Per la qual cosa il capitano di Francia voltò
del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in
Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare
per arrivare ai suoi fini; la forza con perseguitar da vicino co' suoi
soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali, l'astuzia col tentar
di far muovere i popoli, con le parole di libertà, contro l'autorità del
re. A questo era e disposto per se, e comandato dal Direttorio. Gli
aveva il Direttorio imposto, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito
ai novatori, e tanto più ciò facesse, quanto più si ostinasse il
Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega, e nella
guerra. A questo fine, e per far vedere che entrava con molto favore,
aveva Buonaparte condotto con se alcuni fuorusciti Piemontesi, dei quali
alcuni erano amici della libertà, altri facevano professione di essere.
Sperando egli di far consentire con lo spavento d'interne rivoluzioni
Vittorio Amedeo alla pace, pensava di servirsi dell'opera di costoro,
quantunque in poca stima gli tenesse, anzi piuttosto gli avesse a vile,
perchè egli riputò sempre gli amatori della libertà, o veri o finti
ch'essi fossero, piuttosto importuni parlatori, che uomini capaci di far
cose di momento. Adunque, ordinato ogni cosa, come abbiamo detto, e
collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli
Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava
verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e
Serrurier.

Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Magliani, e dopo
che pel fatto di Cosserìa era stato obbligato di lasciar al nemico la
possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato,
che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera,
ed alla Testa nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte
impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la
battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, massime dei
repubblicani, i quali combattevano più scoperti. Nè vi fu modo di far
piegare i regj, che con valore difendendosi respingevano costantemente
il nemico. Succedeva questa fazione ai sedici aprile. Pernottarono
repubblicani e regj ai luoghi loro. Ma il giorno seguente, ingrossatisi
molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale
sebbene animosamente si difendessero i regj, temendo Colli di essere
spuntato dai lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva
le genti con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la
Cursaglia mette nel Tanaro. In questi fatti, proteggendo valorosamente
la ritirata il reggimento d'Acqui, morì di grave ferita il marchese
Cavoretto, morte sentita dolorosamente da tutti per le buone qualità sue
sì civili, che militari; e se i Francesi han ragione di celebrare, come
fanno, con esimie lodi coloro, che sono morti combattendo per la patria,
non so perchè gl'Italiani siano tanto scarsi in lodar coloro che, come
il marchese Cavoretto, diedero la vita per preservare una patria, che
debbe loro essere tanto cara, quanto è veramente la Francia ai Francesi.
Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città
di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane,
e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di
numero l'esercito regio nei campi della Bicocca, della Niella e di San
Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Ai
venti massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi
alla pruova i Piemontesi, per modo che Serrurier si ritirava assai
malconcio e disordinato. Infine quel valoroso Massena, il quale nato
suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato
la notte del ventuno il Tanaro a guado presso Ceva aveva occupato
Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del
ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato dai
repubblicani alle spalle; il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima
speranza della monarchìa Piemontese, ad un'estrema rovina. Perlocchè,
levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco
tutte le artiglierìe e le bagaglie, s'incamminava frettolosamente, ma
ordinatamente alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i
repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno
seguì la battaglia, che i Francesi chiamano di Mondovì. Buonaparte
solito ad abbellir con parole magnifiche le sue geste, rappresentò
questo fatto con colori di grandezza, e di virtù militare dal canto de'
suoi. Ma il vero si è, che Colli non poteva, nè voleva tra mezzo ad una
frettolosa ritirata, e con soldati già scemi d'animo e di forze venirne
ad una battaglia giusta contro un nemico vittorioso, battaglia in cui ne
sarebbe andato tutto il destino di un antichissimo reame. Solo suo
intento era di ritardar tanto il perseguitante nemico, che potesse
condur in salvo le artiglierìe ed il bagaglio, ed andar a pigliar un
alloggiamento tale, che potesse, se ancor possibil fosse, arrestar il
corso alla fortuna che con tanto impeto precipitava. Difesosi in Vico
con molta arte e valore, potè ritardando il nemico, conseguire il fine
che si era proposto, di condurre a salvamento nei luoghi sicuri dietro
l'Ellero ed il Pesio le armi grosse, e tutti gl'impedimenti. Ritirossi
poscia, andando a posarsi in un forte alloggiamento oltre la Stura, dove
la fronte era difesa dal fiume, la destra aveva per sicurtà Cuneo, donde
si congiungeva alle genti che guardavano i passi per al Colle di Tenda,
la stanca finalmente si appoggiava a Cherasco posto alla foce della
Stura nel Tanaro, ed afforzato, sebbene leggermente, con bastioni muniti
di steccate e palizzate. In tale modo un umile fiume, un esercito
valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte l'altra debole, restavano
soli impedimenti ai Francesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e
non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città
capitale di Torino. Certamente assai è da lodarsi Buonaparte per
l'ardire e per l'arte mostrata in tutti questi fatti; assai anche è da
lodarsi il valore de' suoi soldati; ma da lodarsi ancora è Colli, e
l'esercito Piemontese, che spinto e risospinto più fiate da luoghi rotti
e montuosi, conservossi sempre intiero, ed all'ultima fine intiero
rappresentossi al re per quei negoziati che per la conservazione del
regno avesse stimato convenirsi.

L'audace Buonaparte, non contento, se prima non avesse rotto ogni
resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava
dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro, impadronitosi d'Alba per
mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della
Stura, era in grado di passar il primo di questi fiumi, e di correre
alle spalle dei Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del
governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne
anche facilmente, che alcuni abitatori d'Alba, instigati principalmente
da Bonafous, fuoruscito Piemontese, venuto coi repubblicani, facessero
un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi
constituire in repubblica. Quivi Bonafous metteva sequestri, faceva
confiscazioni di beni mobili e stabili, tanto feudatarj quanto regj, e
procedendo in tutto repubblicanamente, dava timore, che con le spalle
dei repubblicani d'oltremonti e del paese, avesse a propagar
quell'incendio per tutto il Piemonte. Erasi accostato al Bonafous un
Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, e capace
del pari di far perir la realtà per la ribellione, e la libertà per
l'anarchìa. Costoro, per istimolo, scrissero e pubblicarono una lettera
a Buonaparte: voler essi, dicevano, come i Francesi, esser liberi; non
voler più vivere nè sotto un re, nè sotto altro tiranno, con qual nome
si chiamasse; volere l'equalità civile, volere spegnere i mostri
feudatarj; per questo aver preso le armi all'approssimarsi del
vittorioso esercito di Francia: gli ajutasse adunque, pregavano, a
rompere quelle catene da schiavi; vedesse l'Italia in atto di chiamarlo
alla liberazione sua; donassele la libertà, ridonassele il lustro
antico; sarebbe il suo nome glorioso ed immortale. Non contenti a
questo, Bonafous e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano bandi
repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardìa, siccome pure ai
soldati Napolitani e Piemontesi. Ancorchè il generale di Francia
sapesse, che non era in Piemonte seme sufficiente di rivoluzione, pure
andava fomentando queste dimostrazioni, e le magnificava per intimorire
il governo; perchè argomentava, che già preso da spavento pei sinistri
eventi della guerra, e male giudicando delle disposizioni dei popoli, si
lascerebbe facilmente spaventare dal pericolo immaginario di moti
interni contrarj alla quiete del regno. Adunque e per questi romori, e
per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per esser
Cherasco in se stesso poco difendevole, temendo Colli di essere
assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di
Torino, alle stanze di Carignano. Ora era giunto il re di Sardegna a
quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o
sottoporre il collo ad un nemico insolente, e ad un governo disordinato
e del tutto diverso dal suo: ora si doveva vedere, se Vittorio Amedeo
III era in grado di mostrare al mondo di avere nell'animo quei medesimi
spiriti, per cui tanto sono lodati i suoi generosi antenati Carlo
Emanuele I, e Vittorio Amedeo II. Adunossi in tanto precipizio di cose
il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti
i ministri dello stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova,
trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria,
temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi
consiglj da quei della lega, e desiderando sommamente d'interrompere
questa cosa, non avevano mancato all'ufficio loro con tenerlo
continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna, e
stesse in fede: ricordassesi, dicevano, del nome suo; avrebbe presto di
Germania e d'Inghilterra sussidj di soldati, e di denaro; non
permettesse che la generazione presente potesse dire, aver mancato
d'animo ad un primo romoreggiar di Francesi in Piemonte; ricordassesi
dell'assedio di Torino, rivocasse alla mente la vittoria tanto famosa al
mondo di Vittorio Amedeo, suo grand'avolo; la fortuna essere stata
contraria, ma il valor pari; variare la fortuna sempre, constare sempre
a se medesimo il valore; pensasse, e nella mente sua maturamente
volgesse, quanta fosse stata verso di lui la fede degli alleati, che del
tutto a lui avevano commesso le sorti d'Italia, quantunque sapessero
potere venir caso, che i francesi, rotte violentemente le barriere
dell'Alpi, penetrassero in Piemonte; non fosse minore in lui la
costanza, di quanto fosse stata la fiducia della lega; avere i re nel
corso dei regni loro prosperi casi ed avversi; essere più gloriosi
quelli che costantemente sopportano i secondi, di quelli che oscuri
trapasseno i giorni loro nei primi, considerasse bene quanto da lui
richiedessero Italia, ed Europa; non consentisse che in lui più potesse
un romor repentino, che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi
Vittorio Amedeo constantissimo a voler continuare nella fede data:
difenderebbe Torino sino all'ultimo, o anderebbe ramingo, se così
fortuna volesse; non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il
secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale,
come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non però per motivi
di stato, ma sì di religione, parendogli, come a principe
religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro, che stimava
eretici e nemici di Dio. Temeva la propagazione dei principj loro anche
in Piemonte, ed abborriva una pace, che gli pareva ancor più rea verso
Dio che verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino,
personaggio nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare
di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, esser l'Austria
infedele, pensare prima a se che ad altrui, essere il pericolo della
ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i
Francesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che
nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser
questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Francesi l'invadere
il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come
lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi
suoi: nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di
guerra, pieno di ruberìe, di devastazioni e di uccisioni; e se già a
mala pena si poteva resistere ai Francesi, come si sarebbe potuto
resistere ai Francesi stessi, ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del
regno? Non esser forse superbe le profferte degli Austriaci? non
domandar loro per prezzo degli ajuti Alessandria e Tortona? Qual
compenso poter offerir l'Austria in una felice guerra per le perdute
Savoja e Nizza? Sperarla tanto felice, ch'ella ne reintegrasse il re per
la forza dell'armi, esser più tosto fola da infermi, che argomento
d'uomini ragionevoli: all'incontro potere i Francesi, dal canto dei
quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire
nel conquistato Milanese grassi ed adeguati compensi: sì certamente
essere infido quel Francese governo, ma poter tendere maggiori insidie
in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le
fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè
la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario,
maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria.
Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni
dalle esorbitanze incomportevoli della guerra: assai e pur troppo
essersi fatto per mantener la fede promessa; dimostrarlo il sangue
sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate
campagne: assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare
all'esistenza.

A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo
per lume proprio, e per conforto dell'avvocato Prina Novarese, quel
medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore, e
maestro singolare del comandar tirato essendo, piacque poi tanto per
infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e
tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa,
commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu
fatta quella risoluzione, che sottraendo la monarchìa Piemontese da una
dipendenza certamente eccessiva verso l'Austria, la fece vera e reale
serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi perì il reame di
Sardegna, allora, e non più tardi perì la monarchìa Piemontese. Dallo
strazio che ne fece poscia quel governo repubblicano di Francia;
comprenderanno facilmente i leggitori di queste storie, che non solo più
onorevole, ma anche meno infelice consiglio sarebbe stato l'incontrare
qualunque più duro caso di fortuna coll'armi in pugno, che il darsi con
le mani disarmate ed avvinte in preda ad un amico sì fantastico, e sì
crudele.

Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello, ed il
cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult,
ministro della repubblica francese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a
Colli di domandare, ed al conte Delatour, e marchese della Costa di
accordare una sospensione di offese col generale repubblicano. Non
avendo Faipoult facoltà di negoziare, si partirono i commissarj da
Genova senza risoluzione, e s'incamminarono tostamente alla volta di
Parigi a fine di stabilire la pace, e l'amicizia con la repubblica.
Tristo e misero era il mandato, nè difforme dallo spavento concetto:
pure il timore non era uguale alle disgrazie che i tempi
apparecchiavano. Intanto, scrittosi da Colli a Buonaparte, si
sospendessero le offese, rispose, nè potere nè volere, se prima non gli
si davano due delle tre fortezze di Cuneo, d'Alessandria e di Tortona.
Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che
oppugnata gagliardamente, con ugual gagliardìa si difendeva. Adunque
l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchìa dei
Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di se medesima, cadere in
servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte
dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo, che i
repubblicani occupassero Cuneo il dì ventotto aprile, Tortona non più
tardi del trenta, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi;
restassero i Francesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura
ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per
a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperatore, che
erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la
conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un
grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così
stipulava, che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra
Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali
succedettero poco stante le condizioni più tristi ancora della pace. A
tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligj, si
scoraggiarono i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i
soldati. Lo scrittore di queste storie, trovandosi a questo tempo alle
stanze di Gap in Francia, e quivi avendo parlato coi soldati Piemontesi
cattivi in guerra, udì da loro abbominarsi con grandissimo sdegno i
patti, che la patria loro avevano condotto in sì duro servaggio.
Spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle
anzi in questo la fortuna solita ad addurre casi strani, che le novelle
della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni,
spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima
della circolare scritta dal re, per cui affermava, la sua costanza del
voler perseverare nella guerra essere inconcussa: delle quali novelle
non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro
degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare
rappresentandogli: la quale leggendo Ostermann dava segni di maraviglia,
di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole,
che per la gravità della storia non vogliamo rapportare, e che
certamente poco sono convenevoli alla maestà reale. La somma fu, che
squadernò in viso all'agente lo spaccio, che conteneva le novelle della
tregua, sdegnosamente dicendo, che i confederati sapevano ottimamente,
che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Francesi
penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re,
ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza,
avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe
pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati
potuto credere che ad un primo impeto ei fosse per mancar d'animo, e per
posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra
guisa alla sicurezza, ed agl'interessi degli stati loro.

Infatti non si vede, quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il
governo regio ad una risoluzione tanto pregiudiziale, e tanto inonorata.
Quaranta mila Francesi si erano invero affacciati ad uno degli aditi
delle pianure Piemontesi; ma difettosi di artiglierìe, massime grosse,
difettosi di cavallerìa, non potevano nè espugnar le piazze forti, nè
tener la campagna aperta. Nè denaro avevano per pagare, nè magazzini per
pascere i soldati. Oltre a ciò stavano loro ai fianchi, a destra Ceva,
che tuttavìa si difendeva validamente, a sinistra Cuneo copioso di
difensori forti, e ben provveduti di ogni cosa. La metropoli stessa di
Torino, che stava loro a fronte, senza la possessione della quale invano
avrebbero sperato di essere quieti possessori del Piemonte, era
munitissima per fortificazioni vecchie e nuove. Nè l'esercito Piemontese
era tale, che potesse dar cagione di disperare della difesa di tanti
luoghi forti: la cavallerìa sì regia che imperiale fioritissima, intera,
abile ad impedire in pianura qualunque fazione d'importanza ai
repubblicani. Abbiam narrato come Colli avesse saputo ritirarsi intiero,
e rannodato per modo che l'esercito nè disperso nè distrutto,
appresentava ancora stabile fondamento a chi avesse voluto usarlo
risolutamente. Nè le reliquie di Beaulieu erano disprezzabili, e meglio
di ventimila Tedeschi stanziavano nella Lombardìa pronti ad accorrere in
ajuto; perchè certamente il combattere in Piemonte era allora un
combattere per la Lombardìa. È vero, che per la sicurtà della fede
domandava Beaulieu Alessandria e Tortona, dura certamente e superba
condizione; ma giacchè per l'acerbità della fortuna si era giunto a tale
che o bisognava dare Alessandria e Tortona agli Austriaci, o Tortona e
Cuneo ai Francesi, non si vede perchè il primo partito non fosse e più
utile, e meno inonesto del secondo, perciocchè meglio era cedere ad un
alleato che ad un nemico, meglio cedere ad un governo di natura conforme
che ad un governo disordinato, e di natura contraria. Restava il timore,
che si aveva dei novatori; ma i soldati erano non che fedeli,
fedelissimi, il valore sperimentato, specialmente negli ultimi fatti;
degli ufficiali pochi avevano abbracciato le nuove opinioni, nè alcuna
inclinazione contraria si manifestava nelle popolazioni, nemiche
naturalmente e per antica consuetudine ai Francesi. Sapevaselo
Buonaparte, che di queste insidie s'intendeva; sapevalo, e dicevalo, e
scrivevalo, quantunque i fuorusciti Piemontesi continuamente gli fossero
ai fianchi con rappresentazioni della propensione dei popoli a voler
fare novità. Nei partigiani stessi poi si sarebbe certamente per gli
eccessi dei soldati allentato il desiderio dei repubblicani.

Di quello che fosse a farsi in così grave frangente testimonio
irrefragabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire, che se il re di
Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei
sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era
venuto. Mancò adunque il governo regio a se medesimo, non mancarono i
popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già
signori i Francesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con
ottantamila soldati, fornitissimi di cavallerìa e di grosse artiglierìe,
la capitale del regno, non disperò delle sue sorti, anzi finalmente con
una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo stato, stupiranno i posteri,
che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo stato suo in Italia, intere le
fortezze, intero l'esercito, ad un primo romoreggiare di Francesi si sia
sbigottito nell'animo, e dato subitamente in preda a coloro, che con una
pace a lui pregiudiziale, non altro fine avevano, se non di costringere
l'Austria ad una pace utile a loro.

Poco lodevole certamente fu la risoluzione del re del venirne a patti
così prestamente coi repubblicani, ma non fu senz'arte il suo procedere
dopo fermata la concordia, ed in tanta ruina di cose. Avevano egli ed i
nobili, coi quali più strettamente si consigliava, non impediti dagli
strepiti presenti a discernere la natura degli uomini, bene penetrato
quella del capitano Francese, che superba coi popoli, umile col nobili,
faceva di modo ch'egli tanto volontieri calpestasse i primi, sebbene le
parole sue suonassero diversamente, quanto amava di essere corteggiato
dai secondi, ambizione l'una e l'altra incomportabile, quella per
isfrenatezza d'imperio, questa per vanità d'animo. Per la qual cosa
furongli tosto i principali fra la nobiltà Piemontese intorno per
andargli a versi. Fugli intorno per comandamento del re il marchese di
San Marzano, e gli piacque: fugli intorno il barone Delatour testè
venuto da Vienna, dov'era stato mandato per accordare con l'imperatore
Francesco i pensieri della guerra, e gli piacque. Piacquegli altresì e
funne contentissimo, che il duca d'Aosta, figliuolo secondogenito del
re, che, avuto il governo dell'esercito, si era condotto a Racconigi per
raccorlo, gli scrivesse lettere piene di cortesi parole, e di facile
condiscendenza. Dava ammirazione il vedere come una amicizia così
fresca, e così piena di disgrazie pel Piemonte fosse accompagnata da sì
amorevoli uffizj. Bene considerate erano tutte queste cose da parte del
governo regio, perchè dimostravano ch'ei non si lasciava trasportar
dallo sdegno contro la propria utilità, e che superava gli umori per
benefizio dello stato. Tanto poi fu durevole in Buonaparte la dolcezza
di questi attaccamenti, che non gli potè dimenticare, e serbò sempre per
la casa di Savoja tale tenerezza, che se nei tempi che succedettero ella
non potè risorgere, fu piuttosto colpa di lei, che di lui. Insomma egli
aveva penuria di cavalli, e se ne gli offerivano; bisogno di barche a
passare il Po, e se ne gli fornivano; Bonafous arrestato dai paesani fu
rimesso in libertà, così ordinando il re, dal duca d'Aosta, perchè
portavano opinione, nel che s'ingannavano, che Buonaparte avesse a cuore
la liberazione di lui. Nelle conferenze poi più segrete esortava i
ministri di Vittorio Amedeo a confortarlo a star di buon animo, perchè
solo che la Francia fosse sicura, le presenti disgrazie sarebbero, come
diceva, la sua grandezza. Quanto ai zelatori della libertà affermava,
che non sarebbe mai per tollerare che facessero novità, e se qualche
Francese gli fomentasse, gliene facessero sapere, che tosto l'avrebbe o
castigato o scambiato. Tutte queste dimostrazioni faceva Buonaparte sì
per arte per aver le spalle libere a correre contro l'imperatore, e sì
per inclinazione, perchè era amatore dei governi assoluti; poichè egli,
che sempre procedè fintamente per la libertà, procedè sinceramente pel
dispotismo.

Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del
Piemonte e posto in sua balìa quel primo stato d'Italia, il che gli
alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava l'animo
ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto,
mandava fuori un bando: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni
avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque
cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso
diecimila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto
battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi
senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le
falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì
virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata
prosperità: vincitori di Tolone, le vittorie del novantatre presagiste;
vincitori dell'Alpi, più fortunate guerre presagiste: non più fra
sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia
avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con
audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro: ecco trepidar coloro,
che si facevano beffe della miseria vostra: ma se avete operato cose
grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in
poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinj
gli assassini di Basseville: altre battaglie avete a vincere, altre
città ad espugnare, altri fiumi a varcare. Forse alcuno di voi si
ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser
quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i
vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Dego, e di Mondovì bramano
tutti di portar più oltre la gloria del nome Francese; tutti vogliono
una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarne,
tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui dell'esercito
conquistatore d'Italia_. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego,
che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per Dio, gli orribili
saccheggi, sovvengavi, che siete liberatori dei popoli, non flagello:
non contaminate con la licenza le vittorie, nè il nome vostro; non
contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a
tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato:
ogni scelerato soldato, che con gli oltraggi, e col ladroneccio oscurerà
lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato
a morte».

Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a
Francesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto
incredibile: coll'immaginare già facevano loro la Germania lontana, non
che l'Italia vicina. Quel dimostrar poi di voler frenare il sacco, era
molto accomodato consiglio per dare sicurtà ai popoli spaventati da una
fama terribile, e da fatti più terribili ancora.

Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese
esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a
tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente,
securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi;
fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.

Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino,
che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da
far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano
prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.

Possente ajuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle.
Arrivarono le novelle desideratissime, essersi conclusa la pace il dì
quindici maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni
principali, cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di
Savoja e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva, e
Tortona mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa,
la Brunetta, Castel Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a
piacere del generale di Francia, Valenza: smantellassersi a spese del re
Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella
frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse
ne' suoi stati alcun fuoruscito o bandito Francese; restituissersi da
ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi, ed in perpetua
dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni
politiche; a libertà si restituissero, e dei beni loro posti al fisco si
redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di
starsene senza molestia negli stati regj, o di trasferirsi là dove più
loro piacesse; dei paesi occupati dai Francesi conservasse il re il
governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a
fornir viveri e strame all'esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria
fatta al ministro di Francia in Alessandria.

Questo trattato, che dalla parte della repubblica sentiva in tutto
l'oppressione, in nulla l'amicizia, aveva in se ogni radice di
dissoluzione: solo poteva, e doveva durare finchè la forza durasse; si
rendeva per lui lecito al sovrano del Piemonte il sottrarsi per ogni
mezzo, che in poter suo fosse, da sì dure, ed inusitate condizioni;
poichè, se importava alla repubblica l'indebolire un nemico ostinato, ed
anzi forte e generoso, non si vede, che cosa le importasse il volere,
che i fuorusciti Francesi, la più parte vecchj od infermi, e tutti
miseri, da' suoi stati cacciasse. Quest'era non debilitare il nemico, ma
farlo vile, ed il lasciare in lui semi di rabbia, e di vendetta. Vide
intanto il Piemonte uno spettacolo miserando; che quelle mani stesse, e
quelle subbie, e quei martelli che avevano costrutto la Brunetta, opera
veramente maravigliosa, forse unica al mondo, e degna di Roma antica,
ora la demolissero, e se allo scoppio delle distruggitrici mine
sentivano i Piemontesi uno immenso sdegno, avrebbero i Francesi, quando
una infatuazione compassionevole non gli avesse in quell'età fuori di
loro medesimi tirati, sentito vergogna; perocchè care a tutti sono le
opere mirabili dell'umano ingegno; e se la Francia voleva pure per
sicurezza del suo stato, e per istabilirsi totalmente il passo in
Italia, che quel propugnacolo si disfacesse, doveva almeno per un pudore
Europeo, e non istraneo ad una nazione non barbara, con le proprie mani
disfarlo, non obbligar a disfarlo coloro, che edificato l'avevano;
conciossiacosachè ciò era aggiungere l'ingiuria al danno.

Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito
considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito Austriaco
congiunto coi soldati di Napoli, e con qualche parte di Tedeschi testè
arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei
repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi
e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante
vittorie. Nè il generale della repubblica era uomo da lasciar imperfetta
l'opera, perchè dall'una parte il chiamava la popolosa e ricca Milano
con quelle opime terre della Lombardìa, dall'altra la necessità lo
spingeva a non lasciar respirar i Tedeschi, finchè non gli avesse rotti
e cacciati d'Italia intieramente. Lo starsene avrebbe raffreddato
l'ardore de' suoi, e dato tempo all'imperatore, che pure aveva il cuore
nelle sue possessioni Italiche, di avviarvi gagliardi ajuti di soldati,
e di munizioni. La mira principale, e tutta l'importanza dell'impresa
erano d'impadronirsi di Milano. Al qual fine due strade se gli
appresentavano; l'una di passare il Po a Valenza e di condursi per la
dritta alla metropoli della Lombardìa Austriaca, insistendo sulla
sinistra del fiume largo, rapido e profondo; l'altra di varcarlo sotto
la foce del Ticino per ischivare questo medesimo fiume, ancor esso
grosso e profondo, e di una rapidità singolare, con tutti gli altri che
avrebbe per viaggio incontrati, se avesse varcato al passo di Valenza.
Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che
aveva in se, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il
quale sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad
accordarsi con Francia da Ulloa, ministro di Spagna a Torino, non vi
aveva voluto consentire.

Adunque risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le
foci del Ticino e dell'Adda, il che doveva anche dar timore a Beaulieu
di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre
la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a
Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva
continuamente il governo Sardo di barche pel Valenziano passo. Là
mandava carri, là artiglierìe, là soldati, e vi faceva intorno una
continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano
inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè fu ributtato
dai presidj Piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a
Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si trovavano.
Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e
Napolitano, stava attento ad osservare quello, che fosse per partorire
l'astuzia, e l'ardire dell'avversario. Ma quantunque sperimentato ed
accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane
generale della repubblica; perciocchè fece concetto, che veramente
questi avesse l'intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era
alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due
prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi
forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia,
posta sul Ticino vicino al luogo dov'egli mette nel Po, e dov'è un
ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita, sulle rive del fiume, di
trincee, e d'artiglierìe. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con
poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma
ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte sicuro
oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di
veloci soldati, comandandole facesse due alloggiamenti per giorno, verso
Castel San Giovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte
le genti, mentre le sue artiglierìe continuavano a fulminare, per non
lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi
e l'ajutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavallerìa
tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter
loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando
riso, ufficiali, e medicamenti destinati agl'imperiali.

Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del
generale loro, i Francesi colla vanguardia composta di cinque mila
granatieri, e quindici centinaja di cavalli, varcavano felicemente il dì
sette maggio su quelle barche medesime, e sopra alcune altre che loro si
offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile
afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per
tale guisa che il dì otto quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle
Milanesi sponde. In questo passaggio per Piacenza si vide un funesto
segno della rapacità dei primi capi repubblicani, e del poco rispetto in
cui avevano le cose più sacre; perchè Buonaparte, e Saliceti commissario
del direttorio, poste le mani violentemente nei monti di pietà, e nelle
casse non solamente ducali, ma ancora del municipio, e di diversi luoghi
pii, quante robe preziose o danari vi trovarono, tante involarono.

Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i
Francesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra
posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se
ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le
genti sull'Adda sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per
munire Mantova di gagliardo presidio, se la fortuna tanto fosse
contraria all'armi imperiali, che il costringesse a lasciar del tutto la
possessione d'Italia ai Francesi. Avvisava ancora che finchè il grosso
de' suoi, che malgrado delle sconfitte era tuttavìa formidabile, si
conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa
sarebbe stata pei Francesi il correre a Milano, posciachè egli avrebbe
potuto a grado suo assaltargli sul loro fianco destro. Perlochè
s'avviava con la maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte,
che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava
altresì una forte squadra, principalmente di cavallerìa, a Casal
Pusterlengo, affinchè passando per Codogno, fosse in grado di servire
come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno
ne fosse. Pavìa intanto, città nobile per la università degli studj,
abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia
urbana, aspettando di obbedire a chi col primo strepito di tamburi sotto
le sue mura si appresentasse. Bene erano considerati i disegni di
Beaulieu, ma la prestezza Francese gli ebbe guasti; i soldati mandati a
Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivavano, non più
per contrastar il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo,
che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva,
che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere
soccorsa, poteva disordinare i suoi pensieri, perciocchè quantunque,
egli avesse varcato, non era ancor ordinato a suo modo, ed in punto di
tutto, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli
Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta, e munito
di venti pezzi d'artiglierìa alcune trincee: i cavalli, la maggior parte
Napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano
la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di
allargarsi, e di assaltar da diverse parti la terra, solo mezzo che gli
restava, stante le fortificazioni fatte dagli Austriaci, perchè il
combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande,
delle quali la prima col generale d'Allemagne, doveva, girando a destra,
assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda condotta dal colonnello
Lannes, intrepidissimo guerriero, era destinata a dar dentro sulla
destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di
attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada
maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa; perchè gli
Austriaci sfolgorarono gli assalitori con le artiglierìe ed i cavalli
Napolitani, opprimendo i soldati corridori, ed assaltando con impeto gli
squadroni stabili, rendevano difficile la vittoria ai Francesi. Gli
Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria, e per la
speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che
non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia
dei Francesi. Andavano gl'imperiali in rotta ed abbandonato Fombio a chi
poteva più di loro si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai
vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa
cinquecento tra morti e prigionieri: sarebbe stata più grave la perdita,
se la cavallerìa Napolitana, condotta massimamente dal colonnello
Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intiera alla
coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non
avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci
di ritirarsi.

Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano passo passo i
confederati, ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la
notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo dei Francesi, e del
pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila
eletti soldati, corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno
in soccorso di Fombio, credendo, che i suoi tuttavìa in quest'ultima
terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che
poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato
secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel bujo della
notte sopra i Francesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie,
seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi spingendosi oltre,
s'impadronivano di parte della terra. Non era più pari la battaglia,
perchè si combatteva da una parte con intento e con ordine certo,
dall'altra con soldati scompigliati, sorpresi ed impauriti. Accorreva al
subitaneo romore Laharpe, e postosi a guida di un reggimento fresco
marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto,
se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla
mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. In tale guisa mancò
in un casuale incontro, ed in una battaglia notturna nel fiore della sua
età il generale Laharpe, soldato di compito valore, ma ancora più di
compita virtù. Ei fu tale, che amato da tutti in vita, pianto da tutti
in morte, meritò, che il caso suo fatale fosse attribuito dai
contemporanei, sebbene a torto, a chi per troppo diversa natura
l'invidiava; uomo felicissimo, che nell'ultimo evento stesso del suo
corso mortale tanto l'opinione il differenziava da altri, che non a caso
fortuito, ma a pensato disegno fu la sua morte imputata.

L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le
sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava
frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece
che rinfrancò gli spiriti, e riordinò le schiere sbigottite e
disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi nell'ardir loro
moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si
allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti
i Francesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno, che i nemici
superiori assai di numero, facevano le viste di assaltargli, pensarono
al ritirarsi; il che fecero prima in buon ordine e regolatamente, poscia
disordinati e rotti, instando acremente i Francesi, oramai consapevoli
dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo
termine, se per la seconda volta la cavallerìa Napolitana non le faceva
scudo alla ritirata. Così una conseguita vittoria divenne in un subito
una rotta evidente. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il
bagaglio, non poche artiglierìe lasciate nei fossi della terra, molti
prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i
repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui
degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue
forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se obbligando
il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per
venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere
quell'ascendente che aveva, e trasportare in se il favore della volubile
fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della
salute di Milano, della conservazione della Lombardìa, del destino delle
reliquie ancora potenti delle genti imperiali.

Avvisavasi ottimamente il capitano Austriaco, che perduto il passo del
Ticino, e poichè i Francesi avevano varcato il Po, non gli restava altra
sedia di guerra opportuna a farvi testa, che il grosso e rapido fiume
dell'Adda, le parti inferiori del quale si trovavano assicurate dalla
fortezza di Pizzighettone munita di artiglierìe, e di sufficiente
presidio. Vuotata adunque Pavia, e lasciati dentro il castello di Milano
due mila soldati, la maggior parte del corpo franco di Giulay, aveva
raunato tutte le sue genti a Lodi. Siccome poi sapeva di certo che il
veloce Buonaparte, dopo le vittorie di Fombio e di Codogno, non avrebbe
indugiato a venire ad assaltarlo, perchè quello era l'ultimo cimento per
aver Milano, aveva collocato la sua retroguardia, sotto guida del
colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse
quanto potesse, ed in caso di sinistro si ritirasse sulla sinistra del
fiume. Intanto per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco
situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda per modo che
direttamente l'imboccavano, e spazzare potevano. Nè parendogli che
questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva
sinistra con venti pezzi d'artiglierìe grosse, dieci sopra, dieci sotto
al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera parevano rendere
il passo piuttosto impossibile, che difficile. Gli Austriaci, cui nè
tante rotte, nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora
disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a
risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro
ogni credere l'avesse effettuato. Danno alcuni biasimo a Beaulieu del
non aver tagliato il ponte in vece di averlo munito, presumendo che i
Francesi non avrebbero potuto varcare, se il ponte, fosse stato rotto,
perchè gl'imperiali forti di artiglierìe, ed ancora più di cavalli,
avrebbero avuto abilità o di arrestare i passanti, o di conquidere i
passati. Ma e' bisogna avvertire, che l'intento di Beaulieu era non
solamente d'impedire il passo al nemico, ma ancora di conservarlo per
se, perchè ed aspettava ajuti, e voleva render sospetto ai Francesi
l'andare a Milano. Quale di queste sia la parte sana, perchè può essere
errore uguale il giudicar dagli eventi, come il giudicare dai disegni,
arrivava Buonaparte impaziente delle guerre tarde, e veduto i
preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si
risolveva, correndo il decimo giorno di maggio, a far battaglia sul
ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I
generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero
opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la
stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie, e minorate
dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più
di tutti, che voleva quel che voleva, e che era non che liberale,
prodigo del sangue dei soldati, purchè vincesse, persisteva a voler dar
dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque
venire a se un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente
rischievole, use al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbaraglio, diceva
loro con quel suo piglio alla soldatesca, che tanto piaceva a' suoi
soldati: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini, che
già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato
tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si
ritirava: credersi quel Beaulieu già tante volte vinto, che il breve
passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana
presunzione, vana credenza: aver loro passato il Po, re dei fiumi;
arresterebbegli l'umile Adda? Pensassero, esser questo l'ultimo
pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque
dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardargli
la repubblica grata alle fatiche loro, guardargli il mondo maravigliato,
ed atterrito alla fama di tante vittorie: quì conquistarsi Italia, quì
rendersi il nome di Francia immortale».

Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non
così tosto erano giunti, che gli fulminavano un tuonare d'artiglierìe
d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo
tempestoso di schegge. A sì terribile urto, a sì duro rincalzo, alle
ferite, alle morti, esitavano, titubavano, s'arrestavano. Se durava un
momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio, ed i
conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda
volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai
generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era
tempo da starsene dietro le file, correvano a fronte Berthier il primo,
poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e
si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo
conflitto. Le scariche delle artiglierìe Tedesche avevano prodotto un
gran fumo, che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i
repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono,
coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue sulla sinistra
sponda. Spigneva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma
le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita,
perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una
ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierìe, calpestavano i
cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già
correvano pericolo i Francesi di essere rituffati nel fiume, ed
obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo
valore acquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta
squadra Augereau, che udito l'avviso della battaglia orribile, a gran
passi dal Borghetto in ajuto de' suoi compagni pericolanti accorreva.
Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare
la fortuna Francese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si
ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare
le strade aperte al Tirolo, e per assicurar Mantova con un grosso
presidio.

La cavallerìa Tedesca, ma principalmente la Napolitana, che anche in
questo fatto soccorse egregiamente ai Tedeschi, proteggeva il
ritirantesi esercito. Per questa cagione, e perchè la cavallerìa di
Francia, che non ancora aveva potuto varcar il ponte fracassato, penava
a passar a guado, di pochi prigionieri nella ritirata loro furono
gl'imperiali scemi. Bensì perdettero nel fatto duemila cinquecento
soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle
artiglierìe. Sopraggiunse la notte. Tra per questo, e per la stanchezza
dei soldati repubblicani accorsi a passi frettolosi, e per l'affrontarsi
della fiorita cavallerìa dei confederati, non poterono i Francesi fare
quel frutto col perseguitare, che avrebbero desiderato.

Grave fu anche la perdita dei Francesi: se non arrivò ai quattromila o
morti, o feriti, o prigionieri, come la parte avversa pubblicò, certo
passò i duemila, ancorchè Buonaparte con la solita fronte abbia
pubblicato, essere mancati de' suoi solamente quattrocento. La ritirata
dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardìa, e pose
in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva
oramai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sotto l'imperio
repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi.
Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi, e le devastazioni.

Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da
Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento,
poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città
sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una
popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non
conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il
governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi
partecipando dell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima
del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita,
che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza
per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala
soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla
durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che
sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano
il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice
Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva
per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i
Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi
muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che
siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i
repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di
oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri.
Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano
che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti
nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la
faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i
zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la
natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero
posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi
regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi
partorissero accidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si
viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non
potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito
imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato
d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella
sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana
Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete
dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili
all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove,
aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei
repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di
prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare
quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo
supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero.
L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.

Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva
il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già
era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i
quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva:
l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava
piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i
cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passava pel
territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole
quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età,
e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani,
abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle
terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla
medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima,
spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando
non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui
non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della
Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo
vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj
di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più
pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua
potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i
magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte,
che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine
verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella
generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla
religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio
entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi.
L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola,
che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavalli
custodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i
municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza
dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà.
Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di
soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano
riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la
dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte,
cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi,
tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei
repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato,
rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti,
venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la
condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano,
dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si
andava predicando.

Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o
allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno
dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella
città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed
intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si
rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera
quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano
concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato
terribile delle armi forestiere, nè la natura poco costante in se
medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni
cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione
anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua
felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva
nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del
suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe
dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con
loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco,
scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si
chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato
libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che
fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai
bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte,
perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si
stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi
finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le
novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad
alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di
Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor
loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i
commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano
sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro
alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana, e volevano esser
poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali
dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi
di patriotti.

Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di
balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano
invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della
servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano
intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia,
acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per
aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di
Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era
applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar
capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità
repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con
grida smoderate i patriotti, e parte del popolo, solito a fare come gli
altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si
lodava Buonaparte, che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo
molto schifosa l'adulazione Italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava
Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni
utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste
dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico, quanto in privato; ma
augurava male degl'Italiani, perchè essendo egli operatore grandissimo,
credeva, e con ragione, che coi fatti, non con le parole si compiscono
le grandi mutazioni negli stati. Quando poi uomini o donne amatori
sinceri di libertà (che anche donne, e non poche si trovavano
tenerissime di lei) a lui si rappresentavano per raccomandargliela,
rispondeva con ciglio austero, la conquistassero, uscissero dall'imbelle
vita, le armi pigliassero, le armi usassero: dura cosa essere la
libertà; duri cuori e dure mani conservarla; fuggire lei la mollezza e
il lusso: solo abitare fra le popolazioni forti, e magnanime.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di
ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito
sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e
profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più
potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il
dominio di una parte d'Italia, apertosi la strada alla conquista
dell'altra, convertito in se stesso gli occhi di tutti gli uomini di
quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa
maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva
desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori,
mandava fuori il venti maggio un discorso molto infiammativo a' suoi
soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso,
dall'Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro
ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dall'Austriaca tirannide,
spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia.
Vostro è lo stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime
della Lombardìa le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena
alla generosità vostra sono del dominio, che ancora lor resta,
obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei
non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè
l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi
d'Italia, vani i gioghi inaccessi degli Apennini. Sentì la patria
infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole, che ogni comune le
celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti dei fausti
eventi vostri si rallegrano e si stimano dello avervi per congiunti
fortunatissimi. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a
fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri,
che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dello aver
trovato Capua in Lombardìa? No, per Dio, no, che già vi veggo correre
alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento, i
giorni passati senza gloria, esser giorni perduti per voi. Orsù,
partianne: restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere,
allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi
accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della
repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona
contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore
i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei
discendenti di Bruto, dei Scipioni, di tutti gli uomini grandi, che
impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore
le statue degli eroi, per cui tanfo è famoso al mondo, destar dal lungo
sonno il Romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto
delle vittorie vostre: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in
meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo Francese libero,
rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti
sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete
allora fra le paterne mura, i concittadini a dito mostrandovi, diranno:
_fu soldato costui dell'esercito Italico_».

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia: ognuno aspettava
accidenti terribili.


FINE DEL TOMO PRIMO.



INDICE DEL PRESENTE VOLUME


  1789

  Proposito dell'autore                                _Pag._   6
  Detto di Napoleone                                            7
  Origine degli ordini feudali                                  8
  Desiderj dei popoli                                           9
  Soppressione dei gesuiti e suoi effetti                      10
  Giuseppe II                                                  12
  Studio di Pavia                                              13
  Pio VI va a Vienna                                           14
  Leopoldo, gran duca                                          17
  Sue riforme civili                                           18
  Vernaccini auditor di ruota                                  19
  Ciani consigliere                                            20
  Terreni asciugati                                            21
  Ximenes, Ferroni e Fantoni matematici                        22
  Riforme ecclesiastiche                                       24
  Ippoliti e Scipion Ricci vescovi di Pistoja                  25
  Assemblea de' vescovi in Toscana                             25
  Opinioni de' curialisti Romani sul papa                      27
  Altre di Scipion Ricci                                       28
  Dannate da Pio VI                                            28
  Condizioni del regno di Napoli                               29
  Educazione di Ferdinando IV                                  30
  Principe di S. Nicandro                                      30
  Marchese Tanucci                                             30
  È dimesso da Carolina d'Austria, e in suo luogo posto Acton  31
  Filangeri                                                    31
  Colonia di S. Leucio                                         32
  Riforme introdotte da Tanucci                                33
  I fratelli Cestari e l'arcivescovo di Taranto                34
  Carlo di Marco                                               34
  Bracci del parlamento di Sicilia                             35
  Parma e Piacenza                                             36
  Don Filippo e Dutillot                                       36
  Contini e Turchi teologi                                     37
  Padre Paciaudi ed altri dotti                                37
  Muore Filippo e gli succede Ferdinando                       38
  Contesa alla corte di Roma                                   38
  Dutillot congedato, il duca si fa papista e frate            39
  Clemente XIV                                                 39
  Pio VI                                                       40
  Lega italica promossa dal cardinale Orsini                   41
  Paludi Pontine                                               42
  Rapini ingegnere                                             43
  Museo Pio-Clementino                                         44
  Lodovico Mirri ed Ennio Quirino Visconti                     44
  Piemonte                                                     45
  Pasini, Berta e Pavesio                                      46
  Vaselli                                                      46
  Vittorio Amedeo III                                          47
  Federigo re di Prussia                                       47
  Cardinale Gerdil                                             48
  Venezia                                                      49
  Genova, sua differenza con Venezia                           51
  Lucca, suo Discolato cosa era                                52
  San Marino                                                   54
  Modena, Ercole Rinaldo d'Este                                55

  1792

  Stato della Francia                                          59
  Mali costumi dei nobili e del clero                          62
  Contrasti tra i parlamenti ed il re                          66
  Tumulti a Grenoble ec.                                       68
  Necker                                                       69
  L'assemblea nazionale e sue riforme                          69
  Pensieri in Europa                                           70
  Il re di Sardegna propone una lega Italica                   72
  Venezia sta sospesa                                          74
  Lega tra Leopoldo e Federico Guglielmo di Prussia            75
  Caterina di Russia                                           76
  Fuorusciti Francesi                                          77
  Lega tra la Russia, l'Austria e la Prussia                   77
  Ardore del re di Sardegna                                    78
  Il re di Napoli si fortifica                                 79
  Il papa perchè aderisce alla lega                            80
  Nicolò Spedalieri perchè scrivesse il trattato dei
    _Diritti dell'uomo_                                        81
  Genova poco tentata dagli alleati                            83
  Umori dei popoli                                             83
  Ragioni dei novatori                                         85
  Altre della parte opposta                                    86
  Semonville mandato dai Francesi in Piemonte non è ricevuto   90
  Guerra tra la Francia e la Sardegna                          92
  Savoja e Delfinato parteggiano pei Francesi                  92
  Cavaliere di Colegno sua credulità                           93
  Conte Perrone                                                93
  Cavaliere di Lazari                                          93
  Finto prete Irlandese                                        94
  Generale Montesquiou entra in Savoja                         94
  Sanparelliano preso                                          96
  Ciamberì presa                                               97
  Generale Anselmo prende Nizza                                98
  Truguet fa saccheggiare Oneglia                              99
  Differenza tra Savojardi e Nizzardi                         100
  Fedeltà del reggimento di Savoja                            101
  Savoja in potestà dei Francesi                              102
  Cagione delle disfatte dei Piemontesi                       102
  Fuorusciti Francesi                                         103
  Discorsi a Torino                                           106
  Il governo Sardo domanda ajuti agli alleati                 107
  Chauvelin ambasciatore Francese a Londra licenziato         108

  1793

  Nuove deliberazioni dei confederati                         110
  L'imperatore tenta Venezia                                  112
  Risposta del senato                                         115
  Discorso di Francesco Pesaro                                116
  Altro di Zaccaria Vallaresso                                122
  Si delibera per la neutralità disarmata                     127
  Opposizione di Francesco Calbo                              127
  Lo stesso delibera Genova                                   127
  Paoli in Corsica                                            127
  Devins generale dei Piemontesi                              130
  Umori in Lione ed in Provenza                               131
  Precì mandato dai Lionesi a Torino                          131
  Odio del re Vittorio contro i Savojardi cosa fruttasse      132
  Deliberazioni per la guerra in Francia                      134
  Kellerman generale dei Francesi                             134
  La Francia tenta Turchìa e Venezia                          136
  Tenta il re di Sardegna                                     136
  Umori in Italia, i regj                                     138
  Utopisti                                                    140
  Ecclesiastici utopisti                                      143
  Setta aristocratica                                         144
  Truguet mandato contro Cagliari è rotto dai Sardi           147
  Paoli solleva la Corsica                                    149
  Fatto generalissimo dei Corsi                               150
  Il consesso nazionale come senta questa novità              151
  Lacombe va contro i Corsi                                   152
  Arrivo di navi Inglesi                                      153
  Lacombe si ritira a Genova                                  153
  Governo in Corsica                                          154
  Generale Brunet rotto al colle di Raus                      155
  Colli e Dellera generali Sardi                              156
  Capitano Zin, sua bella fazione                             156
  Kellerman corre a Nizza e che vi fa                         158
  Il re di Napoli si dichiara contro i Francesi               159
  Harvey ministro Inglese a Firenze e sue insolenti parole    160
  Risposta del ministro Serristori                            161
  Le Flotte e Chauvelin cacciati da Firenze                   161
  Drake ministro Inglese a Genova sue insolenti parole        161
  Fregata la Modesta assalita dagl'Inglesi                    162
  Scritto di Robespierre giovane e Ricard                     162
  Deliberazione del senato Genovese                           163
  Worsley residente Inglese a Venezia, sue parole senato      164
  Deliberazioni del gran maestro di Malta                     166
  Turbolenze a Bordeaux, Monpellieri e Nimes                  168
  Lione si solleva                                            168
  È assediata                                                 169
  Duca di Monferrato va in Savoja                             171
  Il re di Sardegna va verso Nizza                            171
  Disposizioni di Kellerman                                   171
  Marsigliesi rotti da Carteau                                173
  Marsiglia saccheggiata                                      174
  Tolone si dà all'ammiraglio Hood                            174
  Piemontesi rotti in Savoja                                  175
  Ed al ponte della Giletta                                   177
  Oppugnazione di Tolone                                      177
  Dugommier generalissimo dei Francesi                        178
  Ohara generalissimo degli Inglesi                           179
  Buonaparte a Tolone                                         179
  Ohara fatto prigione                                        180
  Assalto dato a Tolone                                       180
  Sono presi i forti                                          182
  Sidney Smith                                                183
  Incendio di Tolone                                          183
  Tolonesi andantisi in esiglio                               184
  Navi predate dagli alleati                                  184
  I repubblicani entrano in Tolone                            185

  1794

  Nuovi partiti presi dagli alleati                           186
  Trattato di Valenziana tra Austria e Sardegna conchiuso
    dal barone di Thugut e marchese di Albarey                188
  Subodorato dai Francesi                                     190
  I Francesi entrano sullo stato di Genova                    192
  Generale Dumorbion e sua intimazione allo Spinola in
    Ventimiglia                                               193
  Generale Massena                                            193
  I Francesi calano verso Saorio                              194
  Prendono Oneglia                                            195
  Poi Loano                                                   197
  Massena al ponte di Nava                                    197
  Prende Ormea                                                198
  Garessio e Bagnasco                                         199
  Argenteau governatore di Ceva                               199
  Bagdelone vince i Piemontesi sul San Bernardo               200
  Frenato dal duca di Monferrato                              200
  Altre fazioni sull'Alpi                                     201
  E sul monte Cenisio                                         202
  Il barone Quinto                                            203
  Il generale Dumas                                           203
  Coraggio del conte di Clermont                              204
  Fuorusciti di Savoja e loro morte                           205
  I Francesi prendono la Ferriera e la Novalesa               206
  Assediano Saorgio                                           206
  Vincono Colli sul colle Ardente                             207
  Capitano Maulandi sua morte e sue qualità                   207
  Saorgio si arrende                                          209
  Sant'Amore e Mesmer giustiziati                             209
  I Francesi assaltano e prendono il colle di Tenda           209
  Congiure                                                    209
  Leva generale ordinata dal re Vittorio                      211
  Oliviero Wallis gli manda soldati Austriaci in ajuto        212
  Terrore in Piemonte                                         213
  Risoluzione del re di Napoli                                213
  Congiura a Napoli                                           214
  Spiriti guerrieri del pontefice                             215
  Basseville ucciso a Roma                                    215
  Consulte a Venezia                                          216
  I fratelli Pesaro                                           216
  Vincono il partito di armarsi, ma i Savj non armano         217
  Conte Rocco San Fermo mandato a Basilea, quali notizie
    manda a Venezia                                           218
  Conte di Provenza a Verona                                  219
  Lallemand inviato Francese a Venezia                        221
  Nuove prepotenze del Drake a Genova                         223
  Odio contro gl'Inglesi in Genova                            225
  Morando speziale                                            226
  Nuova Costituzione della Corsica                            227
  Discorso dell'Elliot ai Corsi                               228
  Manifesto di Paoli contro Genova                            229
  Genovesi prigioni dichiarati schiavi                        229
  Moderazione d'Inghilterra qual fosse                        230
  Turcheim e Colloredo generali Austriaci                     232
  Battaglia del Dego                                          233
  Wallis generale Austriaco                                   233
  Dumorbion, Massena, Laharpe e Buonaparte generali Francesi  234
  Albitte e Saliceti rappresentanti del popolo                234
  Buonaroti, agente nazionale                                 234
  Parsimonia Austriaca e suoi effetti                         237
  Dego saccheggiato dai Francesi                              238

  1795

  Vittorie dei Francesi                                       240
  Nuovo governo in Francia                                    240
  Duca d'Acudia ministro di Spagna                            243
  Il re di Sardegna si conferma nell'alleanza Austriaca       245
  In qual modo provvede al denaro                             246
  Il gran duca si avvicina alla Francia                       246
  Manda in Francia il conte Carletti                          249
  Come vi è accolto                                           250
  Lo conferma suo ministro plenipotenziario                   251
  La repubblica di Venezia manda in Francia Alvise Quirini    253
  Si allestisce un'armata a Tolone                            256
  Hotham ammiraglio Inglese                                   257
  Martin ammiraglio Francese                                  257
  Le Tourneur rappresentante del popolo                       257
  Battaglia del capo di Noli                                  258
  Pace tra la Francia e la Prussia                            261
  Disposizioni degli eserciti Austro-Sardo e Francese         262
  I Francesi vinti a Vado, a San Giacomo e a Melogno          265
  Massena a Melogno                                           266
  Vado preso dagli Austro-Sardi                               268
  Battaglie sulle Alpi                                        268
  Kellerman ristringe la fronte del suo esercito              268
  Resistenza dei Francesi a Borghetto e sua conseguenza       278
  Congiura in Napoli                                          278
  La regina Carolina e il ministro Acton                      271
  Giunta sopra le congiure                                    271
  Emanuele de Deo giustiziato                                 271
  Detto di Vanni                                              272
  Medici imprigionato e perchè                                272
  Integrità del giudice Chinigò                               272
  Inquietudini in Corsica                                     273
  Bando del vicerè Elliot                                     274
  Paoli chiamato in Inghilterra e suo fine                    275
  Moti in Sardegna                                            277
  La Spagna si pacifica colla Francia                         277
  Ulloa ministro di Spagna a Torino                           278
  Discorso del marchese Silva                                 279
  E del marchese di Albarey                                   284
  Scherer generale Francese in Italia                         291
  Battaglia di Loano                                          292
  Massena arringa i suoi soldati                              293
  Errore di Argenteau                                         296
  Violenze dei Francesi vincitori e dei Tedeschi vinti        298

  1796

  Pratiche di pace a Basilea                                  301
  Wickam Inglese scrive a Barthelemi Francese                 301
  Risposta del Direttorio                                     302
  Il re di Sardegna costante nella lega                       304
  Beaulieu surrogato a Devins                                 305
  Pensieri dei repubblicani di Francia                        308
  Domandano a Venezia che il conte di Lilla se ne vada
    da Verona                                                 309
  Buonaparte generale dell'esercito d'Italia                  316
  Sue disposizioni                                            318
  Battaglia di Montenotte                                     321
  Colonnello Rampon e suo giuramento                          321
  Errore di Buonaparte                                        322
  Come rimedia                                                322
  Augereau prende Millesimo                                   325
  Generale Provera                                            325
  Marchese del Carretto                                       325
  Generale Joubert ferito                                     326
  I Francesi prendono Cosserìa                                326
  Battaglia di Magliani ossia di Millesimo                    327
  Stratagemma di Buonaparte                                   328
  Soldati di Giulay                                           329
  Argenteau come senta la sconfitta de' suoi                  330
  Suo cattivo consiglio riuscito a buon fine                  331
  Colonnello Wukassovich                                      331
  Valore di Massena                                           332
  Wukassovich combatte valorosamente ed è rotto               334
  Disordini de' soldati Francesi, lamenti degli ufficiali     336
  Discordia tra gli alleati                                   337
  Morte del marchese Cavoretto                                340
  I repubblicani occupano Ceva                                340
  Poi Lesegno                                                 341
  Ritirata dei Piemontesi                                     341
  Battaglia di Mondovì                                        341
  Astuzie di Buonaparte                                       342
  Bonafous e Ranza chi fossero                                343
  Consiglio regio di Torino                                   344
  Costa arcivescovo di Torino e suo consiglio                 346
  Avvocato Prina                                              347
  La corte di Torino apre i negoziati colla repubblica        348
  Tregua tra Buonaparte e i Piemontesi e a quali condizioni   348
  Caso di dispacci spediti a Pietroburgo                      349
  Affezione di Buonaparte per la casa di Savoja               354
  Suo bando ai soldati                                        355
  Ed ai popoli                                                356
  Pace tra la repubblica e il re di Sardegna                  357
  La Brunetta distrutta                                       358
  Buonaparte come inganna Beaulieu nel passaggio del Po       360
  Ladronecci di Buonaparte e di Saliceti                      362
  Battaglia di Fombio                                         363
  Colonnello Federici ucciso                                  364
  Battaglia di Codogno                                        365
  Morte del generale Laharpe                                  365
  Generale Berthier                                           365
  Battaglia di Lodi                                           368
  Valore de' soldati e dei generali                           369
  Augereau arriva al soccorso                                 370
  Opinioni in Milano                                          371
  Lasciato dall'arciduca                                      373
  Massena vi entra                                            374
  Repubblicani di varie qualità in Milano                     375
  Arriva Buonaparte e come adulato                            377
  Sue parole ai soldati                                       378


FINE DELL'INDICE


PUBBLICATO L'8 MAGGIO 1833



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (monarchia/monarchìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





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