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Title: Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV
Author: Botta, Carlo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV" ***

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                           STORIA D'ITALIA

                          DAL 1789 AL 1814


                               SCRITTA
                           DA CARLO BOTTA

                               TOMO IV



                              CAPOLAGO
                         _presso Mendrisio_
                        Tipografia Elvetica

                            MDCCCXXXIII



STORIA D'ITALIA



LIBRO DECIMOQUARTO

SOMMARIO

      Nuova confederazione in Europa contro la Francia. Spedizione
      d'Egitto. Presa di Malta. Buonaparte sbarca, e prende piede in
      Egitto. Battaglia navale di Aboukir. Accidenti di Napoli.
      Garat, ambasciadore di Francia presso al re Ferdinando. Suo
      discorso al re. Effetti prodotti nel regno dalla vittoria
      conseguita dagl'Inglesi ad Aboukir. Il re Ferdinando si
      risolve alla guerra contro la Francia: si muove contro lo
      stato Romano, e se ne rende padrone. Brutta condotta dei
      Napolitani a Roma. Accidenti in Cisalpina: trattato d'alleanza
      fra le due repubbliche. Trouvé, ambasciadore di Francia in
      Cisalpina. Suo discorso d'ingresso al direttorio Cisalpino;
      riforma violentemente la constituzione data da Buonaparte:
      mali umori prodotti da quest'operazione. Scritti pubblicati
      contro di Trouvé, e di Rivaud, che gli era succeduto. Sette, e
      congregazioni politiche nate in Italia pei cambiamenti fatti
      in Cisalpina.


Ma tempo è oramai, che ci alziamo a descrivere alcune maggiori cose, per
cui mutossi inopinatamente lo stato d'Europa, quel dell'Africa turbossi,
le Ottomane spade chiamaronsi ad insanguinar l'Italia, ed il dominio di
questa combattuta parte d'Europa passò da Francia a coloro, che di nuovo
la combatterono. Concluso il trattato di Campoformio, si riposava la
Francia in pace con tutte le potenze del continente, ed oltre a ciò
aveva per alleate la Spagna, il Piemonte, la Cisalpina e la Olanda. Le
vittorie conseguite, il nome de' suoi generali, il valore e costanza dei
suoi soldati, avevano dato timore a tutti i principi, massimamente
all'imperatore d'Alemagna, che era stato battuto da più forti percosse,
ed aveva sofferto maggiori danni. Per la qual cosa, quantunque tutti
vedessero mal volontieri confermarsi in Francia, vale a dire nel centro
dell'Europa, principj contrari alla natura dei governi loro, contenuti
dal timore, nissuno ardiva di muoversi, ed aspettavano tempi migliori.
Perciò la Francia, non avendo nissun sospetto vicino al continente,
poteva voltar tutte le sue forze contro l'Inghilterra. A ciò fare ella
si trovava molto ben provveduta. Abbondava di navi da guerra proprie, di
capitani di mare, e di marinari eccellenti, e di più poteva aggiungere
alla sua tutta la marinerìa della Spagna e dell'Olanda, sue alleate. Il
pericolo dell'Inghilterra era gravissimo tra per questo, e per le cose
tutte di Francia, d'Olanda, e di Spagna tanto vicine che si ritrovavano
in potere del suo nemico; i porti d'Italia alla medesima signorìa
obbedivano. I soldati di terra, ed i generali dell'esercito, che si
potevano imbarcare per la fazione, erano per fama, e per valore egregi.
Già si spargevano voci della spedizione contro l'Inghilterra, già si
facevano concorrere le navi, sì grosse che spedite, nei porti più
vicini, e già Pleville-Leplay, ministro di marina, e ammiraglio di
Francia, andava sopravvedendo le coste, che prospettano l'Inghilterra.
Era il governo di Francia desideroso di fare questa spedizione per
tenere sempre più gli animi sospesi, e per impiegare generali, e soldati
vittoriosi, usi alle guerre, e che non avrebbero mai quietato nella
pace, e volentieri si sarebbero messi a tentar novità con pericolo dello
stato: al che si sapeva, che fra tutti Buonaparte era inclinato; il
direttorio aveva avuto sentore dei tentativi fatti presso al vincitore
d'Italia dai confederati per rimettere i Borboni, e delle promesse, e
delle speranze da lui date su di questo disegno. Nel che si vedeva, che
o volesse attenere le promesse ai principi, o le volesse usare per se,
era ugualmente pericoloso al direttorio.

In questa condizione di tempi i ministri d'Inghilterra, Pitt
principalmente, guida allora, e indirizzatore dei consigli di quel
reame, conobbero il pericolo, in cui erano, tra per le forze del nemico,
ed ancora per esservi nell'Inghilterra medesima non pochi, che avendo
accettato i principj della rivoluzione Francese, e desiderando di porgli
in opera nella patria loro avrebbero potuto secondar i Francesi, e
cooperare alla ruina, e sovvertimento dell'antico stato. Però avendo
potentissima occasione di muoversi, si mettevano all'ordine per ovviare
a tanto precipizio, tentando con ogni sforzo di accendere un novello
incendio di guerra sul continente, con stimolar di nuovo le potenze alle
cose di Francia. Ciò amavano meglio, che le speranze incerte e lontane
di Buonaparte.

Per commovere adunque novellamente tutto il mondo, comandavano ai loro
ambasciatori e ministri presso i potentati d'Europa, e massimamente a
quello presso l'Austria, che con efficaci parole esponessero il
pericolo, che sovrastava a tutti gli antichi governi, se la repubblica
Francese mettesse ferme radici e si confermasse, se quei principj
sovvertitori di ogni buon governo prevalessero; allegassero le rovine
d'Italia e d'Olanda; rappresentassero la Svizzera recentemente contro
ogni fede assalita, con crudeltà invasa, con avarizia spogliata;
dimostrassero, già d'ogni intorno, ad onta della pace giurata,
romoreggiare all'Austria le armi tiranniche, i principj perturbatori, le
grida degli scapestrati libertini. A che dar tempo a chi previene il
tempo? questo essere il momento d'insorgere, che le cose erano tenere;
l'aspettare, essere eccidio manifesto: però rendersi necessario il fare
senz'altro indugio ogni sforzo per ispegnere quei mostri, che
minacciavano di voler tutto divorare. Quest'erano le esortazioni dei
ministri d'Inghilterra: offerivano al tempo stesso denari, ed ajuti di
genti.

A queste instigazioni rispondeva l'Austria, che troppo più che si
convenisse, erano state debilitate le sue forze nell'ultima guerra,
troppo più esauste le sue finanze, troppo più l'inimico si era fatto
grosso, massime in Italia, perchè ella potesse subito, e sola sul
continente venire ad un cimento tanto pericoloso colla Francia; che non
ostante si offeriva ad insorgere di nuovo, ed a correre all'armi, se la
Russia consentisse a voler anch'essa venire efficacemente a parte della
contesa e la spalleggiasse con pronti ajuti. Aggiungeva che nell'opera
della Russia consisteva tutta l'importanza del fatto.

La Russia tentata rispondeva, perchè ella, così come l'Austria, stimava
miglior partito il farsi strada coll'armi proprie che lo stare alle
speranze di Buonaparte, che s'accosterebbe volentieri alla lega, quando
l'Inghilterra l'assicurasse della Turchìa: temeva, che muovendo le armi
contro la Francia, la Porta Ottomana si muovesse contro di lei.
Gl'Inglesi allora, ed a questo fine tentarono il governo Ottomano.
Rispondeva il sultano, che per l'antica unione della Porta con quel
paese non voleva muovere le armi contro la Francia, nè collegarsi con
loro che le muovevano; perchè poco temevano gli Ottomani dei principj
Francesi, e che poco loro importava, che la Francia vivesse in
repubblica o monarchìa.

Non potendo adunque i ministri d'Inghilterra con questi stimoli, e
promesse venir a capo dell'intento loro di seminar nuove discordie, ed
importando alla salute dell'Inghilterra, che nascessero presto nuove
turbazioni, si voltavano ad altre arti, sperando di ottenere dalla
Francia stessa contro di se medesima quello, che non avevano potuto
conseguire da' suoi nemici. A questo fine mandavano agenti a posta a
Parigi con le mani piene d'oro, i quali dicevano al direttorio, ed a
tutti che avevano autorità nelle cose, che per verità e' bisognava
trovar nuove occupazioni ai soldati, acciocchè non se ne stessero oziosi
con pericolo di novità nello stato; che e' bisognava trovar nuovo
pascolo all'ambizione dei generali, massime di Buonaparte, che allora si
viveva in Parigi con la mente volta a cose nuove; ma che la spedizione
contro l'Inghilterra non era impresa da doversi fare, perchè un
generale, e soldati, che acquistassero vittoria di un paese così
importante, così ricco, e così vicino alla Francia, qual era
l'Inghilterra, avrebbero poscia potuto facilmente farsi padroni del
governo stesso di Francia; che perciò ponendo anche l'esito felice della
spedizione d'Inghilterra, sovrastava un gran pericolo, anzi il più
grande di tutti; che pertanto era d'uopo voltare i pensieri altrove, e
verso paesi più lontani, ma però di molta importanza, perchè in questo
caso la fama delle cose fatte sarebbe meno pregiudiziale, e ad ogni modo
avrebbe il governo tempo di assicurarsi contro i tentativi di generali e
soldati vittoriosi: pensassero bene, quanto già loro fosse molesta la
fama, e la grandezza di Buonaparte per le vittorie d'Italia, e qual
sospetto darebbe loro, se la potente Inghilterra vincesse. A queste cose
astutamente soggiungevano, che pareva, che l'Egitto fosse paese, dove
acconciamente si potesse mandare l'esercito, contrada ricca, poco
dipendente dalla Porta, a cavallo tra l'Asia e l'Europa. Quai vantaggi
pel commercio di Francia, quai progressi per la civiltà, quali speranze
per le Indie, se a Francia accadesse di farsi padrona dell'Egitto?
Speravano gli autori di queste insinuazioni, che l'assaltare la Francia
l'Egitto avesse ad essere per lei cagione di nimicizia col sultano, la
qual nimicizia era il fondamento principale di tutte queste nuove
macchinazioni.

Questi discorsi andavano molto a versi del direttorio. Ma da un'altra
parte i medesimi agenti andavano tentando l'animo di Buonaparte con
dirgli, che l'impresa d'Inghilterra non era di così facile esecuzione,
come forse si aveva concetto nell'animo, e come pareva a prima giunta,
per gli ordini antichi, e tanto radicati in quel regno, per la forza del
suo navilio, per l'altezza d'animo di tutta la nazione a non lasciarsi
così di leggieri conquistare dai Francesi, nazione sua emola; pensasse
al lagrimevole fine di Hoche; considerasse, che la conquista
dell'Inghilterra ingelosirebbe il direttorio, e lo farebbe facilmente
precipitare in partiti pericolosi, e funesti alla fama, ed all'essere
suo; che sarebbe in paese più lontano assai meglio posto in propria
balìa per operare con più libertà; che pure un tal paese s'appresentava
alle menti loro, la cui conquista ecciterebbe tanto grido in Europa, e
tanto lustro aggiungerebbe al suo nome, quanto veramente la conquista
dell'Inghilterra, e che quest'era, a parer loro, l'Egitto.

Piacque la proposta al giovane capitano, il quale, sebbene fosse giusto
e sagace estimatore degli uomini e delle cose in ogni altra faccenda,
sentiva ciò non ostante un poco del romanzesco, quando si trattava di
guerra, e di gloria militare. Aveva egli già in quel tempo voglia, e
proposito di disfar il governo del direttorio, cioè quello degli
avvocati, come diceva, e siccome impaziente e subito in tutte le sue
azioni, gli pareva ogni momento mille anni, che non venisse
all'esecuzione. Nondimeno la guerra d'Egitto gli gradiva molto a motivo
del romanzo, ed a questa accomodava finalmente l'animo dicendo, che un
governo, che pure aveva di fresco concluso una pace gloriosa, non poteva
così facilmente essere distrutto. Sperava, che mentre egli conquistasse
l'Egitto, e facesse vieppiù chiaro il suo nome per una impresa tanto
straordinaria, sarebbe nata o qualche turbazione in Francia, o qualche
guerra fuori, che avrebbe dato occasione ai popoli di desiderarlo, e che
intanto la memoria di quel beneficio della pace data così recentemente
dal direttorio si sarebbe debilitata.

Ma gli agenti d'Inghilterra, e quelli, che da loro si erano lasciati o
sedurre o ingannare, persuadevano con efficaci parole al direttorio, che
per l'occupazione dell'Egitto non si sarebbe la Porta tenuta offesa, nè
la concordia fra i due stati interrotta. Adducevano, che poca era la
dipendenza dell'Egitto dalla Porta; che i Mamalucchi, nemici
irreconciliabili del governo Ottomano, ne erano i veri e reali signori;
che contro di questi dovevano i Francesi protestare di voler voltar le
armi; che si poteva far credere alla Porta, che l'occupazione
dell'Egitto sarebbe momentanea, e necessitata solamente dalla guerra,
che la Francia aveva con l'Inghilterra; che la provincia sarebbe di
nuovo rimessa in potestà della Porta con molta maggior divozione di
prima per la distruzione dei Mamalucchi, e che finalmente si potevano
rappresentare ai ministri Ottomani molti vantaggi commerciali per la
presenza dei Francesi in Egitto.

In tale forma accordate le cose s'incominciava a disporre gli animi in
Francia ad un'impresa tanto straordinaria. Vi si parlava dell'Egitto,
come di una terra promessa, della prosperità del commercio, della
scoperta delle antichità, dei progressi della civiltà, del cacciamento
degl'Inglesi dall'Indie, della padronanza di quelle ricche sponde del
Gange. Allignavano facilmente questi pensieri in Francia: perchè la
nazione, animosa per indole propria, era a quei tempi talmente accesa,
che qualunque più alto e difficoltoso fatto le pareva di facile
esecuzione, e la difficoltà stessa le era sprone e speranza. Taleyrand
leggeva all'Instituto uno scritto composto con singolare eleganza e
maestrìa, con cui dimostrava e l'importanza dell'Egitto, e l'utilità
della sua possessione. Si dava voce, ch'egli stesso fosse per esser
mandato ambasciatore straordinario presso alla Porta Ottomana per
ispiegar bene a quel governo i pensieri della Francia rispetto alla
spedizione d'Egitto, e per mantener tuttavia salva l'antica concordia
fra i due stati. Furono anche spediti dispacci indirizzati a lui a
Costantinopoli, come se già fosse partito, ed avviato a quella volta.

Intanto con grandissimo apparato si provvedevano le cose necessarie alla
spedizione. Concorrevano sì da Francia che da Italia, uomini, navi, armi
e provvisioni di ogni sorte a Tolone, dove si era condotto Buonaparte
per soppravvedere e sollecitare. Era egli poco innanzi stato tratto
membro dell'Instituto, e con tale qualità ne' suoi dispacci
s'intitolava, volendo conciliarsi gli animi degli scienziati, e dei
letterati di Francia, che aveano grande autorità nelle faccende, e si
mostravano molto invidiosi del dominio militare. Voleva altresì, che gli
uomini si persuadessero, che quantunque soldato, ed uso alle guerre, era
non ostante protettore della civiltà, e di chi la fomenta. Ciò importava
anche alla spedizione in un paese, antico fonte del sapere. Imbarcaronsi
pel medesimo fine alla volta dell'Egitto molti scienziati di chiaro nome
in Francia. Ma l'Inghilterra dall'un de' lati favoreggiando Buonaparte,
e sollecitando le sue passioni più vive, dall'altro nutrendo gli
smisurati desiderj, ed i sospetti del direttorio, aveva riuscito ad un
fine molto utile per lei, quello di metter discordia tra Francia e
Turchìa, d'abilitar la Russia ad unirsi coll'Austria, di aprir
l'occasione all'ultima di levarsi a nuova guerra, di sviare da' proprj
lidi una gran tempesta, di privar la Francia de' suoi migliori capitani
e soldati, di avventurare in mari lontani il potente navilio Francese,
ed insomma di fare in modo che l'Europa tutta si turbasse di nuovo con
grandissimi movimenti. Questa fu una delle opere più memorabili di
Guglielmo Pitt.

Salpava l'armata Francese, che portava con se tante sorti, avviandosi
verso Levante. Pareva ai repubblicani, ed era veramente l'isola di Malta
molto opportuna al dominio d'Africa e d'Europa. Massimamente poteva la
sua possessione facilitare a chi l'avesse, la conservazione dell'Egitto,
ed i traffichi del commercio del Levante, ai quali allora mirava, come a
cosa di somma importanza, la Francia. Era oltre a ciò manifesto, che chi
fosse padrone di Malta, ed avesse forze considerabili sul mare, poteva
facilmente turbare Sicilia e Napoli. Grande fomento, e scala già davano
a questo disegno l'essersi i repubblicani fatti padroni di Roma, ed il
romoreggiare, che vi facevano con tanto strepito per mezzo di quei
principj, coi quali si sforzavano di persuadere che i re fossero
detestabili, le repubbliche desiderabili, le rivoluzioni felici.

Da Roma potevano facilmente sommovere con le parole, sovvertire con la
forza gli stati di terraferma di Napoli, da Malta la Sicilia. Già fin
dai tempi d'Italia aveva Buonaparte applicato l'animo alla conquista di
Malta. I suoi agenti, fra i quali il primo in questa macchinazione, e il
più principale fu Regnault di San Giovanni d'Angely, uomo d'ingegno
vasto, di cuore astuto, e di parlatura molto spedita, l'avevano reso
sicuro, che con seicento mila franchi si poteva aver l'isola. Nè è da
passarsi sotto silenzio, che i cavalieri di Malta, in ciò molto degeneri
dai loro antecessori, attendevano piuttosto al vivere agiatamente,
usando le ricchezze loro in mezzo ai cristiani, che al combattere
virilmente sulle navi contro i Turchi. Per la qual cosa, oltre
l'efficacia del denaro, infame per chi lo dà e per chi lo riceve, si
prevedeva, che l'isola non avrebbe fatto una forte resistenza a chi
l'assaltasse. Così Buonaparte accostandosi a Malta, tanto forte
propugnacolo, e che con tanto valore aveva retto contro tutte le forze
di Solimano imperatore dei Turchi, andava ad una impresa certa; che
senza dubbio in tanta pressa per la fazione d'Egitto, non si sarebbe,
senza una tale sicurezza arrischiato a tentare un fatto, che gli poteva
riuscire lungo e difficile.

S'appresentava sul principiar di giugno in cospetto della contaminata
Malta la repubblicana armata. Portava forti armi, e corruttele ancor più
forti. Aveva Buonaparte condotto con se alcuni antichi cavalieri, che
abbandonata l'isola, si erano poco innanzi condotti ai soldi dei
repubblicani, e loro ajutavano all'eccidio della loro antica compagnìa.
Avevano pratica col cavaliere Bosredon di Ransijat, segretario del
tesoro dell'ordine, tocco dalle nuove opinioni. Chiedeva il generale
repubblicano l'entrata sotto pretesto di far acqua: gli fu risposto,
entrasse, ma con due navi solamente. Finse di averla per male, e
sbarcato nella cala San Giorgio, servendogli di guida i fuorusciti
Maltesi, assaltava le opere esteriori delle fortificazioni. Fu
debolissima la difesa; nè i cannoni entro i luoghi loro, nè le munizioni
piene, nè i soldati confidenti; che anzi essendo stata fra di loro
seminata discordia da coloro, che s'intendevano coi Francesi,
combatterono debolmente e scompigliatamente, temendo di essere traditi.
La Valletta poteva ancor tenersi per la fortezza del luogo, ancorchè le
difese non fossero apprestate; ma da una parte le corruttele operavano,
dall'altra le femmine, i fanciulli, i fuggitivi di ogni grado e di ogni
condizione, che dalle campagne si erano ricoverati in città all'apparire
del nemico, facevano un gran terrore. Convocava Ferdinando Hompesch,
gran maestro, la dieta dei cavalieri, ma non piena, perchè nè i più
vecchi furono chiamati, senza dei quali nissuna deliberazione
d'importanza, secondo gli statuti dell'ordine, si poteva fare, nè i più
valorosi, nè i più fedeli; perchè nè il balìo di Tigny, nè Gurgeo, nè
Clugny, nè Tillet, nè Bellemont, nè Loras, nè La Torre San Quintino, nè
La Torre del Pino con altri di più chiaro nome, comparvero, non avendo
avuto invito dal gran maestro. Indotti i più, piuttosto dalle speranze
che dai timori, deliberavano di domandar tregua; poi giunto presso il
gran maestro Marmont, si risolvevano del tutto alla dedizione sotto la
mediazione di Spagna. Convennero le due parti nei seguenti capitoli; i
quali chi vorrà considerare, facilmente si persuaderà, che se fu
ignobile la resa per le sue cagioni, non fu meno brutta la capitolazione
pei premj, che vi si stipularono. Rimettessero i cavalieri dell'ordine
di San Giovanni Gerosolomitano ai Francesi la città ed i forti di Malta,
rinunziando in favore della repubblica di Francia alla proprietà, ed
alla sovranità ch'essi avevano su quell'isola, e su quelle di Gozo e di
Comino; usasse la repubblica la sua autorità presso il congresso di
Rastadt, perchè il gran maestro, sua vita durante, conseguisse un
principato almeno uguale a quello ch'ei perdeva, e di più essa
repubblica si obbligasse a dargli per sostentazione della sua vita, una
pensione di trecentomila franchi annui, e due anni anticipati della
pensione per compenso del suo mobile; avessero i cavalieri Francesi
dalla repubblica una pensione di settecento franchi, i sessagenari di
mille; facesse la repubblica ufficio presso la Ligure, la Cisalpina, la
Romana, e l'Elvetica, perchè i cavalieri Liguri, Cisalpini, Romani, e
Svizzeri ottenessero la medesima provvigione; conservassero i beni
propri in Malta; procurasse la repubblica presso tutti i potentati
d'Europa, che i beni dell'ordine fossero conservati ai cavalieri di
ciascuna lingua; la religione si serbasse salva, ed intatta.

Il dì dodici giugno furono posti in poter dei Francesi i forti Emanuele,
e Tigny, il castello Sant'Angelo, le opere della Bormola, della
Cottonara, e della città vittoriosa. Il tredici, i nuovi signori presero
possessione del forte Ricasoli, del castello Sant'Elmo, delle opere
della Valetta, e di Floriano. Trovarono due navi da guerra, quattro
galere, dodici centinaja di cannoni, munizioni in copia. Fecero il gran
priorato di Malta, ed altri cavalieri dell'ordine adunati in Pietroburgo
una solenne protesta contro la dedizione, tacciando Hompesch
d'improvvidenza, di viltà, e di perfidia, e ritirandosi dall'obbrobrio,
in cui affermavano essere meritamente incorsi Hompesch medesimo,
Ransijat, San Tropez, ed altri dei loro compagni.

Venuto Buonaparte in possessione di un'isola tanto importante, vi creava
un governo temporaneo, di cui fe' capo Bosredon di Ransijat. Poi veniva
agli esilj ed alle espilazioni. Bandiva i cavalieri dall'isola, e fra di
loro Hompesch, che se n'andò in Germania a vivere una vita ignorata,
poichè onorata non la poteva più vivere. Ordinava Buonaparte, usando in
questo l'opera del chimico Berthollet, che s'involassero gli ori, gli
argenti, e le pietre preziose, che si trovavano nella chiesa di San
Giovanni, ed in altri luoghi dipendenti dall'ordine di Malta, eccettuati
solo quelli, che fossero necessari alla celebrazione dei riti, e così le
argenterìe degli alberghi, e quella del gran maestro; gli ori, e gli
argenti si convertissero in verghe, ed ogni cosa si serbasse pei servigi
dell'esercito.

Quasi al tempo stesso l'isola di Gozo s'arrendeva al generale Reynier,
mandatovi a posta da Buonaparte. Poscia il generalissimo, partendo
dall'espilata isola con tutta l'armata, si avviava ai suoi destini
d'Egitto. Lasciava Malta al governo di Vaubois, tanto onorato uomo,
quanto valoroso soldato. Vi lasciava anche quel Regnault ambidestro,
tanto favellatore egregio, quanto amministratore superbo. La più rara
suppellettile, e fra questa la spada del gran mastro, e le bandiere
dell'ordine, poste sulla fregata la Sensibile, s'incamminavano alla
volta di Francia. Ma incontrata la nave dagl'Inglesi, fu presa, e le
preziose conquiste condotte in Inghilterra. Erano sulla fregata Baraguey
d'Hilliers, ed Arnault: accusò Arnault della perdita della nave la viltà
dei forestieri. Nel che è da sapersi, che questi forestieri altro non
erano, che galeotti napolitani liberati da Buonaparte dalle galere di
Malta, e posti da lui, non so con qual decoro, a governar la Sensibile.
La conquista di Malta, tanto conforme alle sorti fino allora continuate
della repubblica di Francia e di Buonaparte, empiè di maraviglia
l'Europa, di timore l'Austria, di spavento Napoli. Solo gl'Inglesi, che
avevano il navilio intero, e d'invitta fama, non se ne sgomentarono;
anzi dimostrando animo maggiore, quanto più grave era il pericolo, si
preparavano al gran contrasto.

Giunto Buonaparte sui lidi Egiziani, e con tutta felicità sbarcatovi,
s'impadroniva di Alessandria: poscia con pari felicità procedendo
s'insignoriva dei luoghi più importanti e più forti di quella contrada.
Non è disegno nostro il descrivere l'Egiziana guerra, siccome quella,
che troppo è lontana dalle cose d'Italia. Solo ci piace raccontare,
poichè per lei si cambiò lo stato d'Italia, e fu avvenimento tanto grave
per tutta Europa, la battaglia navale di Aboukir.

Avevano gl'Inglesi, come abbiam narrato, notizia anticipata della
spedizione d'Egitto, ed avuto anche presto avviso della partenza
dell'armata da Tolone, siccome quelli che stavano molto all'erta, con
tanta celerità la seguitarono, che arrivarono alle bocche del Nilo prima
dei Francesi; nè avendogli trovati, si erano andati aggirando pel
Mediterraneo con isperanza d'incontrargli, e di combattergli. Nè ciò
venendo loro fatto, tanto sicura notizia avevano dell'intento dei
Francesi, di nuovo voltavano le vele verso le egiziane spiaggie. Correva
il giorno primo d'agosto destinato dai cieli ad una delle più aspre, e
più terminative battaglie, che il furore degli uomini abbia mai fatto
commettere, e di cui vi sia memoria nei ricordi delle storie, pieni per
altro di tanti spaventevoli accidenti. Viaggiava con l'armata Britannica
il vice ammiraglio Nelson, al quale dall'ammiraglio San Vincenzo era
stato commesso il carico di cercare, e di combattere l'armata Francese,
ed a piene vele solcava il mare verso Alessandria d'Egitto, quando tra
le una e mezzo, e le due ore meriggiane del sopraddetto giorno scopriva
l'armata di Francia sorta in sull'ancore nella cala d'Aboukir, ed
ordinata alla battaglia. Scoversero al tempo medesimo i Francesi la
vegnente armata nemica, e questa e quella sollevando gli animi
all'importanza del fatto, che stavano per commettere a difesa e gloria
delle patrie loro, si preparavano al cimento. Noveravansi nell'armata
Inglese tredici navi, ciascuna di settantaquattro cannoni, ed erano
quest'esse: la Vanguardia, nave capitana, su cui sorgeva Nelson,
l'Orione, il Culloden, il Bellerofonte, il Golia, il Zelante, il
Minotauro, la Difesa, l'Audace, il Maestoso, il Presto, ed il Teseo. A
questi si trovavano congiunti il Leandro di cinquanta cannoni, e la
fregata la Mutina di trentasei: insomma mila e quarantotto cannoni.
Tutto questo navilio governavano meglio di ottomila eletti marinari.

Erano nell'armata di Francia una nave grossissima, stanza
dell'almirante, nominata l'Oriente, tre di ottantaquattro, il Franclino,
il Tonante, il Guglielmo Tell, nove di settantaquattro, il Guerriero, il
Conquistatore, lo Spartano, l'Aquilone, il Popolo sovrano, il Felice, il
Timoleone, il Mercurio, il Generoso, con la Diana, fregata di
quarantotto, la Giustizia, fregata di quarantaquattro, l'Artemisia, e la
Seria, ambedue di trentasei: insomma mila e novanta cannoni per armi,
circa diecimila e novecento marinari per governo; imperciocchè i
Francesi sono sempre soliti ad empiere le loro navi di maggior numero di
gente. Aveva il supremo governo di tutto questo fiorito navilio
l'ammiraglio Brueys, capitano delle faccende navali espertissimo, e
d'animo non minore della sua perizia. Si era egli, dopo di avere
svernato con parte delle suddette navi nel porto di Corfù, condotto a
Tolone per alla fazione d'Egitto, avendo Buonaparte in lui preso somma
confidenza. Ma la condizione delle due armate era l'una dall'altra molto
diversa. Veleggiava per l'alto mare la Inglese, mentre la Francese sorta
sull'ancore sprolungava il lido da maestro a scirocco. Accresceva la sua
sicurezza l'isoletta di Aboukir, ma però un po' troppo lontana, per
potere con molta efficacia difendere il passo; era posta a capo della
fila, e munita di artiglierìe. Alcune più piccole navi provvedute di
bombarde, e che fra le altre erano fatte stanziare, davano maggior nervo
all'armata. Questo modo di combattere aveva eletto l'ammiraglio della
repubblica per non privarsi del tutto degli ajuti di terra, e perchè
prevaleva per la grossezza delle navi, e pel numero dei combattenti. Le
quali condizioni essendo per lui migliori, non voleva esporsi al
pericolo, che in una battaglia a vele, ed in tutto navale, nel qual modo
di combattere tra armata ed armata sogliono gl'Inglesi, per la
precisione e prestezza delle mosse, avere il vantaggio, si
pareggiassero. Poi, usando i Francesi di trarre con le artiglierìe loro
nel corpo delle navi nemiche, era manifesto che i tiri meglio sarebbero
aggiustati, e maggior colpo farebbero, scagliati da navi sull'ancore,
che da navi sulle vele. Così egli si prometteva una probabile vittoria,
poichè i suoi soldati essendo animosissimi, non aveva, in tale modo
combattendo, cagione di temere che il coraggio loro venisse sopraffatto
dalla maggior perizia degl'Inglesi. Spirava il vento da maestro,
volgendosi un poco verso tramontana-maestro. Non così tosto l'ammiraglio
Inglese scoverse l'armata Francese, che diè il segnale della battaglia,
ordinando alle navi, che s'accostassero tutte al nemico, chi più presto,
il meglio. Dalla parte sua Brueys fe' salire incontanente i marinari
delle navi minori sulle maggiori, e sprofondava un'ancora di più,
acciocchè le sue navi fossero più ferme, e i suoi si persuadessero, che
quello era il luogo, in cui per loro abbisognava o vincere o morire.
Egli poscia si pose co' suoi migliori ufficiali a velettare sulla gabbia
dell'Oriente, sito pericolosissimo, perchè gl'Inglesi usano di tirare in
alto nelle vele, e nel sartiame. Si scagliavano gl'Inglesi con impeto
grandissimo contro l'antiguardo, e contro il mezzo dell'armata nemica, i
quali con tutte le artiglierìe di poggia fulminando, ferocemente gli
ributtarono, non senza aver loro recato danni gravissimi. In questo
primo incontro le artiglierìe dell'isoletta ajutarono non poco l'opera
delle navi. Tornarono gl'Inglesi all'urto un'altra volta, e sarebbe
stata la battaglia più lunga e più pericolosa per loro, poichè Nelson si
ostinava in voler dar dentro al petto dell'armata nemica, che se gli
scopriva per poggia, se al capitano Foley del Golìa non fosse avvenuto
l'audacissimo pensiero di ficcarsi, girando attorno alla punta
dell'antiguardo Francese, tra il lido e l'armata nemica, donde ne
avveniva, che i Francesi, perdendo il vantaggio di poter essere assaliti
solamente da una parte, cioè da poggia, potevano, fra due tempeste di
fuoco e di palle trovandosi, essere fulminati da ambe le parti, cioè da
poggia, e da orza. Pensollo, e fecelo anche con ardire, e perizia
inestimabile Foley. Consideratasi dagli altri l'importanza di questa
mossa, che tanto vantaggiava le sorti degl'Inglesi, il Golìa fu
prestamente seguitato dal Zelante, dall'Orione, dal Teseo, dall'Audace,
e finalmente dalla Vanguardia, vascello almirante. Nè così tosto erano
per tal modo trapassati a orza dei repubblicani, che, gettate le ancore,
incominciavano a trarre con una furia incredibile.

Al tempo stesso le altre navi Inglesi, poichè non potevano esser
molestate dalle navi del mezzo e del retroguardo nemico, che sull'ancore
più dietro erano sorte, si arringavano a poggia delle Francesi, e con
furiosi tiri le tempestavano. Così tutto l'antiguardo Francese, e parte
della mezza fila, che erano il Guerriero, il Conquistatore, lo Spartano,
e l'Aquilone, combattuti da ambi i lati travagliavano grandemente,
quantunque sulle prime con molto valore si difendessero. Ma sopraffatti
da quella prepotente forza, rotti, fracassati, disalberati, ed incapaci
di muoversi a volontà, non che mareggiare con disegno, si arrenderono.
Il vento in questo, che continuava a soffiare da maestro, sospingeva il
fumo di tante artiglierìe sulla mezza schiera, e sul retroguardo
Francese, e tutto, qual foltissima nebbia, l'ingombrava, nebbia, che
solo era rotta dai foschi lumi delle tiranti artiglierìe. Era lo
spettacolo orrendo; i Francesi, che si trovavano in terraferma, ansj del
fine, che tanto grave era per la patria loro, ascesi sui luoghi più
alti, prospettavano l'augurosa battaglia. Così la specola, e le torri
d'Alessandria, così i terrazzi, e le logge di Rosetta, e la torre di
Abul-Maradur, distante un tiro di cannone da questa città, erano piene
di repubblicani, paventosi a quello che vedevano, ed a quello che
udivano. Al tempo stesso gli Arabi si erano sparsi sul lido, condotti
parte dalla contentezza di vedere i repubblicani, cui molto odiavano, in
sì grave pericolo, parte dalla speranza di avergli a svaligiare, quando
cercassero di ricoverarsi a terra. Pareva, che non si potesse aggiungere
terrore ad uno spettacolo già tanto spaventevole pel rimbombo di tante e
sì grosse artiglierìe. Eppure una nuova scena si scoverse piena ancora
di maggiore spavento. S'era fatto notte; il Bellerofonte s'attaccava con
l'Oriente. Ma questa enorme mole con un fracasso orribile lo teneva
lontano, e tanto lo conquassava, che poco più sarebbe andato a fondo.
Sopraggiungeva in questo mentre l'Alessandro, che trovatosi più vicino
ad Alessandria aveva tardato ad arrivare, e si metteva tosto a
bersagliare ancor esso l'Oriente. Il Leandro, che era stato compagno
all'Alessandro, giuntosi col medesimo, assaltava il Popolo sovrano, ed
il Franclino. Poi altre navi Inglesi si avvicinavano ai vascelli
Francesi, che tuttavia combattevano, poichè, vinta la vanguardia, era
fatto loro facoltà di girsene ad assaltare le navi della fila mezzana.
Così l'Oriente, ed i suoi due vicini il Franclino ed il Tonante, si
trovarono ad un tempo stesso bersagliati da tutte parti. L'ammiraglio
Brueys, che in tanto estremo accidente aveva compito tutte le parti di
esperto ed animoso capitano di mare, ferito prima nel capo e nella mano,
fu finalmente da una palla diviso in due a mezzo il corpo. Casabianca,
capitano dell'Oriente, ferito gravemente ancor egli, era stato costretto
a lasciare l'ufficio. In mezzo a quel tumulto ecco gridarsi
sull'Oriente, ch'egli ardeva. Nè v'era modo a spegnere; le trombe rotte,
le secchie fracassate, gli uomini fuor di mente toglievano ogni
speranza. La scheggia, e le palle Inglesi continuavano a tempestare.
Ardeva l'Oriente, tanto bella e tanto potente nave, ed ardendo spargeva
fra quelle tenebre tutto all'intorno un funesto chiarore. Davano opera
gl'Inglesi ad allontanarsi, perchè nella finale ruina di quella mole
smisurata temevano l'ultimo sterminio. Infatti verso le dieci della sera
con un rimbombo, che parve più che di grossissimo tuono, e con un
incendio, come quando il cielo di nottetempo pare tutto acceso da non
interrotte folgori, scoppiò. Successe a tanto caso, per lo spavento e
per lo stupore, per ben dieci minuti un subito ed alto silenzio. Le navi
così vicine come lontane, ravviluppate da fumo, da tizzoni, da rottami
d'ogni sorte, non si vedevano, nè senza fatica poterono preservarsi
dalle circondanti fiamme. Poi le artiglierìe rincominciarono lo strazio,
massime dal canto degl'Inglesi, che non volevano, che l'opera della
distruzione della flotta Francese restasse imperfetta. Continuossi per
tal modo a trarre sino alle tre del seguente giorno, momento, in cui fu
forza far tregua, perchè la stanchezza prevalse al furore.

Quando poi incominciò a raggiornare, quanto si scoperse diverso
l'aspetto delle cose da quello, ch'era stato prima che la battaglia
incominciasse! Due flotte per lo innanzi fioritissime, acconce, preste,
piene di gente allegra ed intera, risuonanti di grida liete, e festose,
ora rotte, lacere, tarde, sanguinose, arse, piene di morti, di
moribondi, di gemiti spaventosi e compassionevoli. Nissuna reliquia
dell'arso Oriente; la fregata la Seria gita a fondo mostrava solo la
cima degl'infranti alberi; le navi Francesi, il Guerriero, il
Conquistatore, lo Spartano, l'Aquilone, il Popolo sovrano, ed il
Franclino disalberate, ed in poter d'Inghilterra; il Felice, ed il
Mercurio dato di fianco negli scogli; il Tonante privo di tutti i suoi
alberi, l'Artemisia in fiamme, il Timoleone gito di traverso. Solo
intere si osservavano le due navi del retroguardo il Guglielmo Tell ed
il Generoso, con le due fregate la Diana e la Giustizia. Degl'Inglesi il
Bellerofonte casso di tutti i suoi alberi, un altro in pari stato, uno
col solo artimone, tutti laceri e fracassati, ma non tanto che non
potessero ed armeggiare, e mareggiare. Si scagliavano contro il Felice,
il Mercurio, il Tonante, ed il Timoleone naufraghi, e se gli prendevano.
Poi facevano forza d'impadronirsi del Guglielmo Tell, del Generoso, e
delle due fregate superstiti; ma tutte queste navi, spiegate prestamente
le vele, e preso dell'alto, andarono a salvamento, la prima governata da
Villeneuve, capitano che era stato della fregata la Giustizia, a Malta,
la seconda a Corfù. Quest'ultima, strada facendo, si prese il Cavallo
marino, grossa nave d'Inghilterra, e lo condusse con se nel porto
dell'isola. Era il Generoso al governo di la Joailles, capitano, se mai
alcuno fu al mondo, di estremo valore, e le cose che fece con quel suo
Generoso sono piuttosto incredibili, che maravigliose. Pure era di
cortese tratto, e di facile e mansuetissima natura. La Giustizia,
fregata la più veloce corridora di tutto il navilio Francese e forse del
mondo, si salvò facilmente; la Diana, più tarda, difficilmente. Non
poterono gl'Inglesi seguitare le fuggenti navi, perchè avevano le
proprie rotte, e sdruscite dalla battaglia. Dei Francesi, chi fu
raccolto dagl'Inglesi, chi fuggì verso Alessandria sui leggieri
palischermi. Ma quelli che si gittarono al lido, venuti in mano degli
Arabi, furono con ogni strazio condotti a morte: quegli scogli strani
grondavano Francese sangue. Dei Francesi mancarono in questa battaglia
tra morti, feriti e prigionieri circa ottomila, fra i quali i morti
sommarono a quindici centinaja. Furono i feriti e i prigionieri
dall'ammiraglio Inglese, sotto fede di non guerreggiare contro
l'Inghilterra fino agli scambi, liberati, e mandati in Alessandria.
Perdettero gl'Inglesi fra feriti ed uccisi circa novecento soldati, fra
i quali molto desiderarono un Wescott, capitano del Maestoso. Fu
accagionato Brueys, come si usa nelle disgrazie, anche da Buonaparte,
dello avere stanziato troppo più lungamente che si convenisse su per
quelle spiagge infedeli. Scrisse anzi il generalissimo, che questo
soprastamento aveva fatto l'ammiraglio contro i suoi ordini, poichè,
come allegò, gli aveva comandato, che si ritirasse tosto a Corfù. Altri
al contrario scrivono, avere voluto Brueys, che conosceva il pericolo,
partirsene per Corfù, ed essere stato impedito da Buonaparte, che
gl'impose di restare, perchè non voleva privarsi del sussidio della
trasportatrice armata innanzi che avesse fermato con vittorie di momento
il piede in Egitto. Ciò non mi ardirò di affermare, non avendone alcuna
testimonianza certa. Bene non si può scusare Brueys dello aver lasciato
l'adito aperto, perchè gl'Inglesi si potessero recare a ridosso della
sua armata; poichè, quando a lui si scoperse il nemico, o doveva,
salpando tostamente, e dando le vele al vento, condursi a combattere in
alto mare, o se fermo sull'ancore voleva combattere, esplorar bene le
acque frammesse tra la sua vanguardia e il lido, e trovatele profonde a
dar passo a navi grosse da guerra, mettersi in altro sito, o serrarle
con altri avvisamenti; poichè si vede, che l'esser passati per quello
stretto ad orza dell'armata Francese, diè del tutto agl'Inglesi vinta
una battaglia, che altrimenti sarebbe stata per loro assai pericolosa e
dubbia. Dall'esito di lei nacquero altre sorti in Europa.

La rivoluzione di Roma, e la presa di Malta, per cui i repubblicani si
erano acquistati grandissima facilità di perturbare il regno di Napoli,
avevano dato cagione di temere al re Ferdinando, che il governo di
Francia avesse fatto pensieri sinistri anche contro quella estrema parte
d'Italia; nè era certamente verisimile, che la smania d'innovare e di
spogliare i paesi, che tanto sfrenatamente aveva turbato Genova, Milano,
Venezia, Roma, fosse per arrestarsi ai confini dello stato Romano. Ciò
non isfuggiva al direttorio, e per tal motivo aveva timore, che il re di
Napoli facesse qualche risoluzione precipitosa contro di lui. Pertanto,
siccome quello che voleva temporeggiare per vedere quale via fosse per
pigliare la spedizione d'Egitto, e qual effetto partorirebbe sui
principi d'Europa, e sul governo Ottomano, aveva mandato ambasciatore a
Napoli Garat, letterato di molto grido in Francia, per rendere il re
persuaso, che l'amicizia della Francia, verso di lui era sincera e
cordiale. Ma il fatto stesso era contrario alle parole, perchè sebbene
Garat fosse di dolce e pacifica natura, aveva ciò non ostante molto
capriccio sulle rivoluzioni di quei tempi, parendogli, che all'ultimo
avessero a produrre qualche gran benefizio all'umanità. Era anche in
questo un altro particolare, per cui il direttorio, se avesse avuto
animo più civile, o Garat mente meno illusa, avrebbero dovuto, quello
non dare, questo non accettare il carico di Napoli, dove regnava
Carolina d'Austria. Certo è bene, che il suo arrivo dispiacque
grandemente alla regina; e da un altro lato i novatori molto si
confortavano nei pensieri loro di mutar lo stato, perchè egli aveva nome
di essersi mescolato nella rivoluzione di Francia. Favellava Garat nel
suo ingresso al re parole di pace, di filosofia, di umanità. Favellava
per verità molto tersamente, siccome accademico.

Disse, che era mandato per conservar la pace fra i due stati; che il
direttorio della repubblica Francese così trattava con le altre nazioni
d'Europa, come reggeva i Francesi; cioè con la giustizia, e che gli alti
fatti, di cui suonava l'Europa, ciò dimostravano. Continuava, avere la
repubblica Francese, allorchè più era potente e più gloriosa, dato la
pace a' suoi nemici, quando già vinti ed inermi offerivano, non più
ostacoli, ma frutti; l'independenza, e la libertà (queste cose io
rapporto per dimostrare ai posteri o la semplicità, o la illusione di
Garat) essere state recate a nazioni tra folgori, che parevano avere a
recar loro il giogo della conquista, trattati essere stati fatti con
potenze nemiche del nome repubblicano; essere questa tolleranza politica
il segno di pace per le attuali generazioni d'Europa; mostrarlo la
moderazione nella forza, di quella forza, che di per se stessa
s'arresta, dove non è più che una giustizia invincibile, che pianta
avanti a se termini, che niuna cosa che al mondo sia, potrebbe opporgli.
Poscia l'ambasciadore chiamava il re virtuoso e buono, l'Inghilterra
schiava dentro, tiranna fuori, la Francia libera, clemente e felice, la
repubblica onnipotente per la libertà, savia per le disgrazie: per tutte
queste cose rappresentare averlo mandato il direttorio. Finalmente
parlava al re di filosofia, di volcani, di lave, di globi sconquassati
in questi termini: «Non già perchè io mi sia andato ravvolgendo sotto i
portici, dove si usa la ambizione e si cerca il favore, il direttorio mi
ha inviato con mandato straordinario presso di voi; che anzi piuttosto
io non vissi mai, che nelle silenziose campagne, ne' licei, e sotto i
portici della filosofia; e quando le rivoluzioni, ed una repubblica a
voi mi mandano con comandamenti, che possono tornare in pro di molti
popoli, la fantasia mi rappresenta quei tempi antichi, in cui dal grembo
delle repubbliche della Grecia partendo filosofi, che solo un nome si
avevano acquistato, perchè avevano imparato a pensare, su questi
medesimi lidi, su questo continente stesso, su queste isole erano venuti
recando i desiderj loro per la felicità degli uomini: fecervi parecchi
del bene, tutti vollero farvene: nè voti, e desiderj disformi da questi
io avere posso, nè il direttorio della Francese repubblica m'intimava.
Debbono questi voti, e questi desiderj inspirati essere a tutte le
potenze da tutte le voci, che hanno efficacia negli uomini, debbonlo in
nome del cielo, debbonlo in nome della natura; e parmi, o re, che in
questi luoghi, dove voi regnate, fra gli accidenti più stupendi del
cielo e della terra, su questo suolo, ammasso magnifico di reliquie
dalle rivoluzioni del globo conservate, vicine a questi volcani, le cui
bocche sempre aperte, e sempre fumanti rammentano quelle lave ardenti
che buttate hanno, e di nuovo butteranno, parmi, dico, o Sire, che, o
che in repubblica si viva, o sotto l'obbedienza di un re, l'uomo dee,
più che in altro luogo, amare di raccomandare ai posteri per qualche
beneficio fatto agli uomini una vita tanto fugace, e tanto incerta».

Questo così solenne e squisito parlare teneva l'ambasciadore Garat ad un
re, che secondochè egli narrava, d'altro non si dilettava che di pesca,
di caccia, e di lazzaroni. Ferdinando, che non s'intendeva di queste
squisitezze accademiche, stava come attonito, e non sapeva come uscirgli
di sotto.

Fatto il complimento al re, se n'andava il giorno seguente, che fu il
nove di maggio, l'ambasciatore a complir con la regina, favellandole dei
desiderj di pace del direttorio, dei pensieri buoni, e delle virtù di
Giuseppe, e di Leopoldo, suoi fratelli, come se le riforme fatte nello
stato politico da questi due principi eccellenti, ed anzi gli
ammaestramenti pieni di umanità, e di dolcezza dati alle genti dai
filosofi Francesi, che l'ambasciatore chiamò maestri di Giuseppe e di
Leopoldo, avessero che fare con le sfrenatezze dei repubblicani di
Francia a quel tempo.

Queste cose sapeva, e queste sentiva Garat, perchè nissuno più di lui
ebbe i desiderj volti a pro degli uomini; ma non s'accorgeva, perchè
forse l'ambizione il trasportava, che quando regna la tirannide,
migliore e più onorevole partito è per un filosofo di ficcarsi in un
deserto, che comparire, qual messo di tiranni. Intanto si passava dai
complimenti ai negoziati, ingannandosi le due parti a vicenda; perchè,
contuttochè le dimostrazioni fossero pacifiche da ambi i lati, nissuna
voleva la pace, ed ambedue aspettavano il tempo propizio per correre
all'armi: nè il direttorio voleva lasciare quelle Napolitane prede, nè
il re di Napoli poteva tollerare, che la democrazìa sfrenata
romoreggiasse a' suoi confini. Sapeva il direttorio, che il re si era
molto sdegnato, dappoichè Berthier, e l'incaricato d'affari a Napoli
l'avevano richiesto con insolente imperio, che cacciasse da' suoi regni
tutti i fuorusciti Corsi, licenziasse il ministro Acton, desse il passo
ai soldati della repubblica per Benevento e Pontecorvo, che volevano
occupare a benefizio, come dicevano, di Roma; si confessasse il re
feudatario della repubblica Romana, ed a lei pagasse, come al papa, il
solito tributo annuale, e soddisfacesse finalmente senz'altra mora, dei
soldi corsi di detto tributo. Negava il re le superbe proposte, solo
consentiva a non più ricettare i fuorusciti. Il direttorio, volendo
mitigare l'amarezza, e lo sdegno concetto da Ferdinando per le insolenze
de' suoi agenti, aveva dato carico a Garat di racconciar la cosa.
Perlochè si venne ad un accordo, pel quale si stipulò, che i Francesi
ritirerebbero parte delle loro genti dai confini Napolitani, che la
repubblica Romana desisterebbe dalle sue richieste, che Benevento e
Pontecorvo, per amor della pace, si depositerebbero in mano del re: ma
il re, non si fidando delle dimostrazioni d'amicizia più sforzate che
spontanee, di coloro che contro la fede data o conquistavano per forza,
o sovvertivano per inganno, aveva con ogni più efficace modo armato il
suo reame. Ordinava, che di cinque regnicoli uno andasse soldato; che
ogni cinque frati o monache dessero, vestissero, ed armassero un
soldato; che ogni chierico provvisto d'un beneficio di mila ducati
d'entrata parimente fornisse un soldato; richiedeva finalmente i baroni
del regno, perchè levassero al modo stesso, ed assoldassero un grosso
corpo di cavallerìa. Queste provvisioni recate ad effetto non senza
qualche calore dal canto dei popoli, accrebbero il numero dell'esercito
sino in ottanta mila soldati. E siccome il dispendio per mantenere
un'oste sì numerosa era gravissimo, così il governo aveva posto mano
nelle rendite ecclesiastiche, accresciuto certi dazi, e perfino raccolto
le argenterìe delle chiese non del tutto necessarie alla celebrazione
dei riti religiosi. Già le truppe si avviavano ai confini, e un gran
corredo di artiglierìe si era mandato a guernire le fortezze,
principalmente quelle dell'Abruzzo. Quantunque poi l'ambasciatore Garat
non cessasse d'inculcare al direttorio, che i soldati Napolitani, per
bene armati e bene vestiti che fossero, sembravano piuttosto gabellieri
o frodatori, che buoni soldati, non se ne stava il direttorio senza
apprensione, trovandosi privo in Italia de' suoi migliori soldati, e del
suo miglior capitano, e non sapendo a qual partito sarebbe per
appigliarsi l'Austria, che di nuovo diventava minacciosa e renitente.
Garat, o che solo volesse scoprire le vere intenzioni del re, o che
credesse intimorirlo, siccome quegli che aveva la mente molto accesa
sulla potenza della sua repubblica, gl'intimava, non senza le solite
parole superbe, che disarmasse, e riducesse l'esercito allo stato di
pace. Confidava, che Ferdinando sarebbe calato a condiscendere, perchè
reggeva allora, fra gli altri ministri, lo stato il marchese del Gallo,
che aveva indole propensa pei Francesi, e siccome uno dei negoziatori
del trattato di Campoformio, si conghietturava, che avesse pensieri
favorevoli alla pace. Dispiacquero e la domanda, e la forma di lei: se
ne dolse il Napolitano governo al direttorio addomandandolo del richiamo
di Garat. Aggiunse, o vero si fosse o supposto, che egli si era
mescolato coi novatori, dando loro promesse, o stimoli troppo poco
convenienti alla qualità di ambasciadore. Attribuiva verisimile colore
alle allegazioni la domanda fatta dall'ambasciadore, perchè si
liberassero i carcerati per delitti di stato.

Il direttorio, che non era ancora ben sicuro delle cose d'Egitto e
d'Europa, richiamava Garat, mandando in iscambio Lacombe San Michel,
repubblicano assai vivo, ma più cupo, e non tanto favellatore, quanto il
suo antecessore. Era il suo mandato, che temporeggiasse ed accarezzasse;
poi quando fosse venuto il tempo, fortemente insistesse, perchè Napoli
cessasse da ogni preparamento ostile, e si rimettesse nuovamente nella
condizione di pace. Dal canto suo il re, che non vedeva fra tante
cupidigie e tante fraudi altra salute per lui, che le armi, non solo non
cessava da loro, ma ogni giorno vieppiù le aumentava. A questo, dopo
avute le novelle d'Egitto, tanto più volentieri, e più pertinacemente si
risolveva, quanto più gli era ignoto, che la Francia era contro di lui
molto sdegnata per aver fatto solenni dimostrazioni di allegrezza alla
fama della vittoria acquistata dagl'Inglesi ad Aboukir. Parve, che
Napoli tutta, e tutto il regno in quel trionfo Inglese trionfassero,
tanti furono i rallegramenti e le feste. La nappa stessa Inglese in
tanto ardore fu inalberata da quei popoli comunemente, e tutti
esclamavano, essere giunto il tempo della vendetta Napolitana, e della
rovina Francese. Ferdinando stesso era andato ad incontrar sul mare
Nelson vittorioso, quando se ne venne a Napoli per racconciar le navi
rotte nella battaglia, ed il condusse al suo palazzo a guisa di
trionfatore fra l'accolta moltitudine, che non cessava di gridare, _viva
Nelson, viva l'Inghilterra!_ Poi gli fece copia, a racconcio delle navi,
delle sue armerìe ed arsenali. Come queste cose sentisse la Francia
repubblicana, ciascuno sel può pensare. Pure se ne stava aspettando,
serbando l'ira e la vendetta a tempi più favorevoli; ed anche
l'infortunio di Aboukir l'aveva se non intimorita, fatta più cauta. Così
era in Napoli volontà di guerra, ed era anche in Parigi, ma più coperta.

In questo mezzo tempo le macchinazioni Inglesi avevano sortito l'effetto
loro, perchè l'invasione dell'Egitto, siccome gl'Inglesi avevano
avvisato, la vittoria di Nelson, e medesimamente le esortazioni delle
corti Europee presso al Divano avevano per modo operato, che la Porta
Ottomana si era scoperta nemica alla Francia, e le aveva intimato la
guerra. Accidente tanto grave cambiò ad un tratto le condizioni di tutta
Europa, e spianò la strada ad una nuova confederazione contro la
Francia. Erano l'esercito Italico, ed il suo capitano, l'uno e l'altro
tanto formidabili, in paese lontano senza speranza di poter tornare a
soccorrere la patria loro nei campi di Europa. La guerra di Turchìa con
Francia toglieva il timore, che la prima potesse adoperarsi in favore
della seconda ed apriva l'adito sicuro alla Russia di correre in aiuto
dell'Austria. Stipulavasi anche per le medesime cagioni, e per maggiore
sicurezza della Russia, un trattato di pace, e d'alleanza tra lei e la
Turchìa. Già le schiere Moscovite s'incamminavano alla volta di
Germania: Paolo imperatore si versava con tutto l'empito suo contro
Francia. Si sapeva oltre a ciò, che gl'Italiani erano sdegnati per le
esorbitanze dei repubblicani; che gli Svizzeri erano molto più, e si
sperava, che lo sdegno di questi popoli fosse per riuscire di non poco
aiuto alla guerra. Quella vasta mole repubblicana, che il terrore aveva
fondato, cessato il terrore, s'accostava alla sua ruina.

Tutte queste cose non erano ignote a Ferdinando, e considerato oltre a
questo, che tutte le genti Francesi, che allora erano in Italia raccolte
insieme, non sommavano gran pezza al numero delle sue, e che i
repubblicani già inferiori di numero, erano dispersi quà e là nei
presidj della Cisalpina, dello stato Veneto, del Piemonte, e della
Romagna, credè di poter chiarire l'animo suo senza pericolo, e di poter
far la guerra da se con frutto contro la Francia, senza aspettare il
tempo, in cui gli altri suoi confederati, principalmente l'Austria e la
Russia, avrebbero potuto venire in suo soccorso. Aveva anche udito le
novelle, che per la lega fatta tra la Russia e la Turchìa, le flotte
confederate, passati i Dardanelli, arrivavano alle fazioni dell'Jonio
contro gli occupatori delle isole Veneziane poste in questo mare. Gli
pareva altresì da non doversi lasciar raffreddare la fama della vittoria
d'Aboukir, e la presenza del vincitore Nelson, che col suo consiglio, e
con la sua forza si dimostrava pronto ad aiutar l'impresa, grandemente
il confortava a cominciarla. Accrebbero questi desiderj le novelle, che
gl'isolani di Malta si erano ribellati ai Francesi, e tolto loro l'uso
della campagna, gli avevano sforzati a ritirarsi alle fortezze. Alla
risoluzione medesima inclinava Napoli pensando, che se facesse da se,
coglierebbe maggiori frutti della vittoria, perchè la cupidigia di aver
Fermo con alcune altre terre della Marca, e la speranza di aversi a
liberare dalle pretese della santa sede pel benefizio della sua
ristaurazione in Roma, non gli erano ancora uscite di mente. Finalmente
aveva testè udito, che i Francesi, che si erano accorti dei moti di
Napoli, e dei nuovi pensieri dei principi contro di loro, erano venuti
nell'antica deliberazione del direttorio di farsi signori della Toscana,
e di porre anche le mani addosso al gran duca, se a tale estremo gli
accidenti gli sforzassero. Nè si dubitava, che i repubblicani assaliti
quasi all'improvviso, e innanzi che avessero tempo di provvedersi,
avessero presto a cedere del tutto le terre Italiane.

Il re risolutosi del tutto alla guerra, domandava ai Francesi quello, a
che sapeva che ei non potevano consentire, e questo fu, che sgombrassero
da tutti gli stati pontifici, e l'isola di Malta, sulla quale pretendeva
ragioni di sovranità, in poter suo rimettessero: chiamava l'una e
l'altra occupazione novità fatte, violazioni manifeste delle condizioni
stipulate, e dei confini accordati nel trattato di Campoformio. Il
direttorio, contuttochè si vedesse in pericolo di guerra imminente colle
principali potenze d'Europa, rispose risolutamente, non poter consentire
alle domande, giudicando benissimo, che l'inchinarsi a tali condizioni
era peggio che perdere tre battaglie campali. Per la qual cosa
pubblicava Ferdinando da San Germano, perchè già si era condotto ai
confini con tutte le sue genti, un manifesto, pel quale mostrandosi
sdegnato per la occupazione dello stato Romano e di Malta, bandiva al
mondo, aver preso le armi per allontanare dai suoi dominj ogni danno e
pericolo, per restituire il patrimonio della chiesa al suo vero e
legittimo signore, per ristorarvi la cattolica religione, per cessarvi
l'anarchia, le stragi, le rapine: protestava al tempo stesso, non volere
muover guerra contro alcun potentato, ma solo provvedere alla sicurezza,
ed all'onore della religione; lui stesso, diceva, essere venuto co' suoi
invitti soldati a così santa opera, proteggerebbe i buoni ed i virtuosi,
accorrebbe con affetto paterno i traviati che si volessero ridurre al
buon sentiero, ed a penitenza; dimenticassero, inculcava, ogni ingiuria,
spegnessero ogni desiderio di vendetta, imitassero la reale
comportazione, solo intenta a far fiorire nuovamente la religione, la
quiete, e la giusta libertà di tutti. Esortava finalmente i capi d'ogni
esercito estero a ritirarsi incontanente dal territorio Romano, ed a non
ingerirsi più oltre negli accidenti di questo stato, la cui sorte per
ragione di vicinanza, e per altri legittimi motivi principalmente
interessava la sua regia potestà.

Dalle parole trapassava tosto ai fatti: partito l'esercito in tre parti
marciava alla volta delle Romane terre. Era venuto per consigliare il re
sulle faccende di guerra il generale Austriaco Mack, mandato a questo
fine dall'imperatore Francesco. Fu suo disegno in questa mossa, sapendo
che i Francesi erano dispersi in alloggiamenti lontani fra di loro, e
sperando che i popoli tumultuerebbero in favor dei Napolitani, di
occupare un gran tratto di paese. Confidava, che gli avversarj sarebbero
stati circondati, e presi senza molto sangue. Perlocchè aveva Mack in
tale modo ordinato l'assalto, che la più grossa schiera condotta da lui
medesimo, avendo con se il principe ereditario di Napoli, per la strada
degli Abruzzi, se ne gisse contro Fermo, e se la fortuna si mostrasse
favorevole, a porre il campo sotto Ancona, terra munita di una
cittadella forte, ma con presidio debole, perchè una parte era stata
mandata a rinforzare Corfù minacciato dalle armi Ottomane e Russe. Era
suo intento, che questa schiera tagliasse il ritorno ai Francesi verso
la repubblica Cisalpina. L'altra colonna guidata dal re, che aveva con
se per moderatore Colli, aveva carico di far impeto direttamente contro
Roma serbata espressamente al trionfo di Ferdinando. Ma pensiero di
colui, che aveva ordito tutta questa macchina militare, era altresì di
tagliare la strada ai Francesi per la Toscana. Fu quest'opera commessa
ad una terza schiera sotto i comandamenti del generale Naselli: la parte
più grossa di lei posta su navi Inglesi e Portoghesi governate da Nelson
s'incamminava ad occupar Livorno. Ma perchè ella non fosse troppo
distante dalle genti che accennavano a Roma, si era dato opera, che la
minor parte, che obbediva al conte Ruggiero di Damas, fuoruscito
Francese, radendo i lidi verso Civitavecchia, se n'andasse ad occupare
quei luoghi della Toscana, che portano il nome di Presidj. Per tal modo
ordinato il disegno si mandava ad esecuzione. Il generale Championnet,
nelle mani del quale stava allora il supremo governo dei repubblicani in
quelle parti, aveva con se poca gente, nè certamente bastevole a far
fronte a tanta moltitudine, se i soldati Napolitani fossero stati pari
a' suoi per perizia e per valore; conciossiachè non avesse con lui, che
cinque reggimenti di fanti, uno di cavalleggieri, uno di dragoni, due
compagnie di artiglieri, numero forse che non sommava a dieci mila
soldati. Erano per verità con lui alcuni reggimenti Italiani, ma ei
faceva sopra di loro poco fondamento.

Il dì ventitrè novembre i Napolitani si muovevano al destino loro: già
la schiera guidata da Ferdinando, scacciate le poche genti repubblicane,
che le si pararono avanti, s'avvicinava a Terni. Mandava Championnet
domandando a Mack, qual ragione muovesse i Napolitani alla guerra contro
Francia. Rispondeva con troppo maggior alterigia che se gli convenisse,
che l'esercito di sua maestà Siciliana occupava il territorio Romano
sovvertito, ed usurpato dalla Francia contro la fede dei capitoli di
Campoformio; che il nuovo stato di Roma non era consentito nè dal re, nè
dall'imperatore, suo alleato; però andrebbe avanti, non commetterebbe
ostilità, se non se gli resistesse; se sì, commetterebbele contro
chiunque, e qual fosse il nome che si avesse. Replicava modestamente
Championnet, la repubblica Romana essere sotto la tutela della Francese,
e difenderebbela. Intanto non vedendosi, pel piccol numero de' suoi
soldati sparsi in luoghi lontani, pari al resistere a tanta piena, nè a
custodire tanta larghezza di paese, raccoglieva i suoi e gli mandava,
lasciando un sufficiente presidio in Castel Sant'Angelo, a far capo
grosso a Civita-Castellana. Ma udendo, che i Napolitani erano stati
ricevuti in Livorno, sebbene con protesta della neutralità violata per
parte dei magistrati del gran duca, che Viterbo e Civitavecchia si
levavano a rumore, che Ruggiero di Damas arrivava sui confini fra lo
stato ecclesiastico e la Toscana, soprattutto sentendo che Mack, sebbene
valorosamente, e non senza grossa strage dei regj combattuto dal
generale Lemoyne, si era impadronito di Fermo, e già accennava ad
Ancona, fece pensiero di ritirarsi più in su per le rive del Tevere, e
piantò i suoi alloggiamenti in Perugia, perchè temeva, che il generale
Napolitano gli tagliasse le strade dell'Apennino, per cui poteva avere
il suo ricovero sulle terre della Cisalpina. A Perugia poi raccoglieva
tutte le sue sparse genti, e vi trasferiva anche il governo Romano, che
aveva abbandonato, per la forza di quell'accidente improvviso, la sua
sede, lasciando Roma sicura preda dei regj. Trovarono qualche aderenza
di popoli nello stato pontificio, come era succeduto a Viterbo, ed a
Civitavecchia. Ma generalmente poco si muovevano, o tepidezza verso
l'antico governo del papa, o odio innato contro i Napolitani, o non
cessata paura delle armi repubblicane, che sel facessero. Che anzi in
alcuni luoghi, come a Terni, i paesani combatterono virilmente in favor
dei Francesi, e diedero loro campo di ridursi a salvamento. Entrava
Ferdinando trionfando in Roma il dì ventinove di novembre. Il
seguitavano i suoi soldati in bellissima mostra; il circondavano i primi
capi in magnifico arnese. Il popolo, che sempre si precipita cupidamente
sotto i nuovi signori, tratto piuttosto dalla novità, che dall'amore,
gli fece feste, e rallegramenti di ogni sorte: le Romane e le Napolitane
grida miste insieme erano un singolare spettacolo. Si rallegravano
dell'essere liberati da quel vivere tirannico e soldatesco, e si
auguravano, certo molto leggermente, tempi migliori; perciocchè non andò
gran pezza, che si accorsero come si può cambiar di signore, e non di
servitù. S'incominciava intanto a trascorrere in vituperj ed in fatti
peggiori dei vituperj, contro coloro che avevano seguitato il governo
nuovo, chiamandogli il popolo, o mosso da se, od incitato da altri, Atei
e Giacobini. I vituperj poi, ed i mali trattamenti trascorrevano, come
suol avvenire in simili casi, dai nocenti agl'innocenti, e si
manomettevano i Giacobini per odio pubblico, i non Giacobini per odj
privati. Non parlo dell'atterramento degli alberi della libertà, e della
ruina a furia di popolo del monumento eretto in Campidoglio all'ucciso
Duphot; perciocchè avesse pur voluto Dio, che a queste opere piuttosto
oziose che dannose si fossero rimasti, ma s'incominciava a far sangue, e
a demolir case. S'interpose Ferdinando, e fe' cessare i tumulti, creando
una milizia urbana, e confidandola ad un cavaliere Gennaro Valentino.
Instituì oltre a ciò un governo temporaneo d'uomini probi ed autorevoli,
che furono i principi Borghese, Aldobrandini e Gabrielli, il marchese
Massimi, ed un Ricci. Ma siccome i popoli, massimamente il Romano, non
stan fermi che alle provvisioni, così Ferdinando calava il prezzo del
pane; il che fece una grande allegrezza.

Intanto Roma si spogliava; nè meglio la città veneranda trattarono i
Napolitani che i Francesi, quantunque gli uni e gli altri si chiamassero
col nome di liberatori. Portarono le logge del Vaticano dipinte da
Raffaello, risparmiate, ed anche rispettate dai Francesi, lungo tempo le
vestigia della barbarie delle soldatesche Napolitane. Nè i quadri si
risparmiarono, nè le statue, nè i manoscritti sfuggiti alla rapacità
degli agenti del direttorio. Da tante enormità nacque, che il popolo
cominciò a desiderar Francia contro Napoli, e che molti fra i partigiani
del papa diventavano partigiani Francesi. Tali furono le opere
Napolitane in Roma; ma poco durarono, perchè era fatale, che in quella
nobile, e sventurata Roma, un dominio insolente in brevissimo giro di
tempo sottentrasse ad un dominio insolente; i quali accidenti saranno
per noi raccontati nel progresso di queste storie.

Era costume del direttorio di Francia, per sovvertire i paesi, di
accarezzare e fomentare i desiderosi di novità, o che tali fossero per
fin di bene, o per fin di male; ma conseguita la mutazione, i suoi
agenti più accarezzavano i cattivi che i buoni, perchè trovavano i primi
più arrendevoli, e meglio inclinati a servire ai desiderj loro. Tanto
più poi vezzeggiavano i cattivi, e trasandavano i buoni, quanto più
erano lontani i pericoli. Ma quando sovrastava un tempo forte, tosto si
davano a far le chiamate ai buoni, perchè questi per la virtù loro
avevano volti in lor favore gli animi dei popoli, il che era fondamento
di potenza. Da un'altra parte gli amatori veri di libertà tanto più vivi
si dimostravano, quanto più il paese loro aveva sembianza
d'indipendente, perchè il resistere alla tirannide pareva loro vano, ed
il non servire alla indipendenza, vile. Questi adunque sorgevano, quando
era data al loro paese, se non in fatti, almeno in parole, la
indipendenza, sperando di trovar modo di acquistarla vera e reale.
Quindi i dominatori, mettendosi in sospetto, usavano di ritrarre lo
stato dalle mani loro, ponendolo in balìa di coloro, che, o più vili o
più prudenti essendo, si accomodavano facilmente alle voglie dei
forestieri. Quindi nasceva, che assai più dei partigiani della potestà
regia, assai più dei fautori dell'aristocrazìa, e della oligarchìa
stessa, che per altro abborrivano, o fingevano di abborrire, gli agenti
del direttorio, odiavano gli amatori dell'indipendenza. Queste cose si
vedevano manifestamente in Cisalpina, dove essi allontanandosi
dagl'indipendenti, si accostavano ai novatori avidi di denaro e di
dominio, ed anche agli aristocrati, perchè sapevano che a questi, purchè
e' siano guarentiti, ed abbiano sicurezza contro gl'impeti e le
insolenze popolari, poco importa chi abbia il reggimento supremo in
mano. Per bene intendere queste cose, e' bisognerà incominciarle dal
loro primo principio. Aveva il direttorio di Francia fino a questo tempo
dominato in Liguria, ed in Cisalpina per la conquista; volle quindi
dominare per l'alleanza, condizione peggiore della prima, se gli
sfrenati modi non si cambiano, perchè quella comporta per se ogni cosa,
questa dovrebbe avere moderazione e regola. Stipulossi a Parigi il dì
ventinove di marzo, per forza dall'ambasciatore ordinario di Cisalpina
Visconti, volentieri dall'ambasciatore straordinario Serbelloni, un
trattato d'alleanza fra le due repubbliche, Francese e Cisalpina, i cui
principali capitoli furono i seguenti: che la repubblica Francese
riconosceva come potenza libera e indipendente la Cisalpina, e le
guarentiva la sua libertà, la indipendenza, e l'abolizione di ogni
governo anteriore a quello, che attualmente la reggeva; che vi fosse
pace ed amicizia perpetua fra ambedue; che vi fosse alleanza, e che la
Cisalpina stesse, così per le difese come per le offese, a favore della
Francia; che la Cisalpina avendo domandato alla Francese un corpo, che
fosse bastante a conservare la sua libertà, indipendenza, e quiete, e
così pure a preservarla da ogni insulto da parte de' suoi vicini, si era
convenuto fra le due repubbliche, che la Francese manterrebbe nella
Cisalpina, per tanto tempo per quanto non fosse altrimenti convenuto,
ventiduemila fanti, duemila cinquecento cavalli, cinquecento artiglieri
sì da piè che da cavallo, e che per questo la Cisalpina pagasse alla
Francese ogni anno diciotto milioni di franchi, ogni mese un milione
cinquecentomila franchi; che obbedissero queste genti, e così ancora
quelle della Cisalpina ai generali Francesi. L'ambasciatore Visconti,
siccome quelli a cui pareva, che questo trattato significasse tutt'altra
cosa piuttosto che alleanza ed indipendenza, non gli voleva consentire.
Ma ebbe ad udire dal ministro di Francia il suono di queste parole, che
la repubblica Francese avendo creato la Cisalpina, poteva anche
distruggerla, se volesse. Il che era verissimo, ma certamente nè
generoso, nè consentaneo alle belle parole, nè conducente a
indipendenza. Perciò Visconti non istette ad aspettar altro, e
sottoscrisse il trattato.

Arrivato quest'accordo in Cisalpina, vi sorse uno sdegno grandissimo: i
consigli legislativi nol volevano ratificare. Scriveva pubblicamente
Berthier, che da Roma se n'era venuto a Genova per andarsene alla
spedizione d'Egitto, che quel trattato era la salute della Cisalpina, se
ella il ratificasse. Altri sottomano insinuavano, che se ratificasse,
sarebbe ingrandita, se ricusasse, spenta.

Queste promesse e queste minacce operarono di modo che i consigli
ratificarono, non senza però molti discorsi contrari, e molta discordia.
Gli amatori dell'indipendenza se ne sgomentarono, molti mali umori
nascevano nella repubblica. S'aggiunse che i due quinqueviri Moscati e
Paradisi, e nove dei consigli legislativi, che più vivamente degli altri
si erano versati al trattato, avevano ricevuto sforzata licenza dal
direttorio di Francia. Di più si fe' dire e stampare, che fossero
fautori dell'Austria, e nemici della Francia; delle quali allegazioni si
può dire, che è dubbio, se siano o più ridicole, o più false. Ma la
persecuzione non si rimase alle parole; perchè alcuni degli oppositori
furono anche carcerati. Si conturbavano le menti a questi eccessi; si
temevano cose peggiori.

In mezzo a questi mali umori arrivava in Cisalpina mandato dal
direttorio in qualità di ambasciatore di Francia, Trouvé, giovane di
spirito, e che faceva professione di amare la libertà. Si sollevarono
gli animi al suo arrivo, comparendo per la prima volta un ministro di
Francia presso quello stato nuovo, ed ognuno si stava ansiosamente
aspettando, che cosa portasse. Gl'indipendenti ne auguravano bene pel
fatto stesso; gli aristocrati quieti si rallegravano ancor essi, perchè
speravano, che un reggimento più regolato gli preserverebbe dalle
improntitudini dei libertini. Fu l'ingresso di Trouvé al direttorio
Cisalpino molto pomposo. Parlò nel suo discorso della Francia
magnificamente, della Cisalpina amorevolmente. Piacque soprattutto
agl'indipendenti il principio del suo favellare, che fu con queste
parole: che veniva in nome della grande nazione a salutare
l'indipendenza della repubblica Cisalpina. Poi continuando affermava,
che era venuto per adempire presso a lei un carico onorevole, e caro
all'anima sua, quello cioè di giungere all'ammirazione verso gli eroici
fatti, l'amore che inspira la pratica delle virtù; che tal era il
desiderio, tale il bisogno del governo Francese, che a questo generoso
fine per comandamento di lui, ed in adempimento della sua tenerezza
paterna indirizzerebbe egli tutti gli sforzi, tutti i pensieri suoi.
Allontanassero pertanto da loro, come egli allontanava da se, le
dimostrazioni vane di un'astuta politica, che adula per corrompere, che
accarezza per uccidere: allontanassero le sottigliezze, allontanassero
le ingannatrici promesse, le seduzioni, la duplicità; animi aperti e
leali, confidenza vicendevole, giustizia sincera, probità incorrotta,
unione inalterabile fra i magistrati le due repubbliche congiungessero;
congiunzione, continuava vieppiù nella sua poesia infuocandosi il
giovane ambasciatore, congiunzione gloriosa e toccante; congiunzione
giurata sull'ara della patria per difendere i principj della ragione, e
per dilatare il culto della libertà. Queste belle poesie, che coprivano
brutti fatti, giravano a quei tempi. Rispondeva all'ambasciatore di
Francia con pensieri adulatorj, e lingua Italiana sucidissima il
presidente del direttorio Constabili: il linguaggio stesso disvelava la
debolezza degli animi, la servitù dello stato.

Scriveva sulle prime, cioè il dì trenta maggio, Trouvé a Birago,
ministro degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per
modo che il governo Cisalpino facesse risoluzioni vigorose contro i
fuorusciti Francesi, che si erano ricoverati sul territorio Cisalpino:
gli mandava indizi sopra alcuni di loro: voleva, che a termine del
capitolo decimoquinto del trattato d'alleanza fra le due repubbliche,
essi fuorusciti fossero arrestati, onde il direttorio di Francia gli
potesse bandire, e confinar ne' luoghi, che stimerebbe; accusava, quelli
di aver combattuto contro la loro patria nelle legioni parricide, come
le chiamava, di Condè, questi, di spandere fra i Cisalpini novellamente
liberi le dottrine della schiavitù, di calunniare i repubblicani
Francesi, e di far sorgere contro di loro il fanatismo, il pregiudizio,
e tutti gli odj possibili: voleva finalmente, che il ministro della
Cisalpina pubblicasse la sua lettera, affinchè tutti i fuorusciti
sapessero, che la legazione Francese dichiarava loro una guerra, la
quale non avrebbe termine, se non quando i medesimi cessassero di
contaminare la terra della libertà. Rispose il Cisalpino ministro
all'ambasciadore di Francia, che il direttorio Cisalpino purgherebbe la
terra della libertà da quegli uomini immorali, come gli qualificava,
contaminati, ed ipocriti. Brutto principio di legazione era certamente
quello, che s'annunziava con un'opera inumana, e brutto principio ancora
di governo libero era quello che la secondava.

Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciadore nella sua mente
e per se, e per comandamento di chi il mandava. Aveva il direttorio
osservato, che la vivezza dei libertini era stata cagione, che i popoli
Cisalpini, che sono generalmente di natura quieta e savia, si fossero
messi in mal umore. I medesimi libertini, siccome quelli, dico i
sinceri, che senza freno parlando accusavano continuamente di prepotenza
e di ladroneccio gli agenti del direttorio di Francia, operavano, che
l'odio contro i Francesi moltiplicasse ogni giorno. Tenevano nei due
consigli, massimamente in quello dei giovani, il predominio, e le
proposte che vi si facevano, ed i decreti che vi si pigliavano,
indicavano molta ardenza negli animi. Già insospettiva la Francia, che
sapeva, che la smoderatezza può dare contro ogni cosa, ed ella non
voleva che si desse contro di lei. L'opposizione tanto gagliarda, che
era sorta nei consigli contro il trattato d'alleanza, accresceva ancora
maggior colore a questi pensieri e sospetti, dimodochè divenne certo pel
direttorio, che se non domava quei partigiani tanto risentiti di libertà
e d'independenza, la sua superiorità in Cisalpina sarebbe sempre stata
incerta e vacillante. Infatti si vedeva, che il medesimo spirito
d'opposizione, che nei consigli ed in una parte del direttorio si era
manifestato, si radicava anche nei magistrati subalterni, ed ognuno
gridava libertà ed independenza, con tali grida accennando non più ai
Tedeschi, che ai Francesi. Parve, che fosse arrivato il tempo per
Francia di aggravar la mano e di porre il freno, perchè per la pace
fatta con l'imperatore d'Austria essendo passata la stagione di fomentar
le rivoluzioni in Lombardia, pensava, che alla sicurezza sua in Italia,
così in pace come in guerra, si appartenesse di farsene un appoggio,
introducendovi un vivere più quieto, e che più piacesse ai più ricchi, e
notabili cittadini. Per la qual cosa Trouvé, usando così i cattivi, come
i buoni, sì veramente che favorissero i suoi disegni, fece in sua casa
un'adunanza segreta, in cui si esaminarono i cambiamenti da farsi nella
costituzione Cisalpina. Ajutavano questo moto principalmente Sopransi,
antico ministro di polizia, per vendicarsi del direttorio che l'aveva
licenziato, Adelasio quinqueviro, e Luosi, ministro della giustizia. A
loro si accostavano Aldini di Bologna, Beccalozzi di Brescia, Villa di
Milano, Martinelli, ed Alborghetti di Bergamo, uomini meno odiati
dall'Austria, che amati dai Francesi. Era il progetto di ridurre la
constituzione a forma più aristocratica con diminuire il numero dei
membri dei consigli, e così ancora quello dei dipartimenti, e dei membri
dei magistrati distrettuali. Si voleva altresì accrescer forza al
direttorio, perchè si era non senza ragione osservato, ch'egli si
trovava nella constituzione molto impari ai due consigli, e quasi
schiavo loro. Con questo si voleva frenare la libertà della stampa, e
serrare i ritrovi politici, per la quale e pei quali i pensieri buoni si
facevano cattivi per la esagerazione, i cattivi peggiori per l'impeto.

Certamente questa riforma era da lodarsi, e sarebbe piaciuta ai buoni,
se al tempo medesimo si fosse data la independenza alla Cisalpina; ma
con la servitù ogni legge è cattiva, e le peggiori sono le buone, perchè
portano con se la menzogna, e fan credere che vi sia ciò che non v'è.
Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi
rappresentante, che chiamato alle congreghe segrete, nè appruovandole,
aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il romore fu grande;
le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle gazzette non
ancora frenate, furono in gran numero. Grande impressione massimamente
fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto di Marco
Ferri, fu composta, data secretamente alle stampe, e sparsa
copiosissimamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane
Piacentino, che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca
lode. Grave, e forte orazione era questa: «E donde in te, uomo da nulla
(sclamava rivoltosi al giovane Trouvé il giovane Piacentino) donde in
te, piccolo straniero, barbaro per l'Italia, la podestà di tante e sì
gravi cose a dispetto nostro operare nella nostra repubblica? Dal tuo
direttorio? Ma come mai il direttorio Francese munito ti avrebbe di così
tirannica autorità, di una autorità, che in nessun tempo, in nessun caso
mai non fu delegata ad ambasciadore presso popolo amico? Come potrebb'ei
contraddire a se stesso, e detestare nella Cisalpina quello statuto, cui
con tanto fervore, con tanta severità protegge, e difende nell'ampio
recinto di sua giurisdizione? Come vorrebbe rapire in un istante a
repubblica sorella l'independenza, che, pochi mesi sono, le ha
guarentita con solenne trattato, e che tu, pochi dì fa, con sue patenti
lettere, e in apparato quasi trionfale a salutar sei venuto? Chi oserà
mai accagionare quei gravissimi quinqueviri dell'atroce e vile perfidia
d'avere occultamente preparata la violazione di un trattato nell'atto
medesimo, che di adempirlo fan pubblica testimonianza; di un trattato,
che ottenuto avendo la sanzione dei legislatori di Francia, non può
senza il loro consenso essere alterato, come non senza il previo
concerto coi direttori Cisalpini? Chi potrà mai credere, che quel tuo
governo, il quale non ha ricevuto che la delegazione di eseguire le
leggi in terra Francese, e sopra cittadini Francesi, usurpar voglia in
paese straniero, ed alleato l'autorità elettorale, legislativa,
esecutiva, tutta insomma la sovranità nazionale? Li Cisalpini sono
troppo giusti per recare a que' supremi governanti sì grave ingiuria.
No, non è vero, che fidata abbianti la missione di rovesciar lo statuto,
per cui esistono eglino medesimi: l'hanno difeso contro Europa tutta:
come nol faran trionfare di pochi oscuri oligarchi?

«Sei tu, novello Lisandro (benchè solo in male, e peggio a te s'attagli
siffatto nome) che vuoi poterti dar vanto di avere ricostituita una
repubblica in estranio paese, tu, che nel tuo proprio non meritasti mai
di sedere fra i settecento cinquanta, che le ordinarie leggi sanzionano.
Che altro infatti dimostra il giro tortuoso de' tuoi clandestini
maneggi? Per riverire, qual inviato di Francia, l'independenza
Cisalpina, ti recasti con pubblica magnifica pompa al palagio nostro
direttoriale, e il dì venti pratile andrà chiaro nei fasti della nostra
repubblica; per colpire oggi di morte questa independenza, ti rintani
nella più secreta parte del tuo alloggiamento; vi chiami un ambizioso, e
ribelle congedato ministro, un deputato adolescente, e tal altri da te
compro o ingannato; e con questi soli tenti, e disponi il tenebroso
lavoro. Nè sa nulla il supremo governo, nulla li ministri, nulla il
senato legislatore, nulla il popolo. Ma la patria vigilanza s'adombra e
bisbiglia, va in traccia dell'ambasciadore, e il cospiratore ritrova.

«Questa è dunque la fede, l'amicizia, la fraternità, che di Francia ne
apporti? questi li modi e le forme, onde la prima ambascerìa Francese
presso la novella repubblica condisci, ed onori? Questa la libertà, la
prosperità, che in Italia pretendi? Qual vasta materia di dire per que',
che mai non posero ne' tuoi fidanza! Diranno, che voi non prometteste
libertà agli Italiani, che per più agevolmente dominargli e spogliargli;
che oggi sotto pretesto di riforma, gli caricate di nuove catene, onde
viemmeglio continuare ad ismungergli, a dissanguargli; che l'oro, non la
libertà, è l'unico idolo vostro; che quella, d'ogni virtù maestra e
fonte, non è fatta per voi, nè voi per ella; infine, che la libertà
Francese sta tutta nelle parole, e negli scritti, negli ululati di
furibondi tribuni, e nelle declamazioni di perversi impudenti sofisti.
Ma v'è di più. Quei cangiamenti, che di tua despotica possanza, e con
tanta leggerezza effettuare intendi nello stato politico della
Cisalpina, saranno l'infallibil segnale della caduta della stessa
repubblica. Questo primo funesto esempio ne trarrà altri dopo di se. Ciò
sta in principio, ma sta molto più, se si badi al carattere dei
dominatori di una nazione. Nulla è durevole in Francia, dove
signoreggiano soltanto foga di novità, ambizione di dominio, furore di
parti, disorbitanze. Offeso in tal guisa l'Italiano nell'opposto suo
carattere, insultato così, ed isvilito, non avendo potuto ancora
riconoscersi, ordinarsi come a lui si conviene, sviluppare il suo genio,
e le sue forze, non potrà che abbandonarsi al primo conquistatore, che
si parrà a lui d'innanzi. Non è nei modi, che tu, di frivoli maestri più
frivolo allievo, apparasti sulla Senna, che le antiche repubbliche
Italiane stabilite, ed assodate si sono. Giudicane, se capace ne sei,
dalla loro durata a traverso dei secoli. Più di quattordici ne contava
la Veneta. Che è ella divenuta in due giorni nelle mani de' tuoi? Ti
vanta adunque di poter tu fortificare la repubblica Cisalpina....! Per
indole natìa, per l'esempio de' tuoi, per la forza pretoriana onde sei
cinto, forse potrai distruggere; edificare, consolidare non mai: non si
consolida distruggendo».

Sentì molto gravemente Trouvé il fatto, e condottosi in pompa al
direttorio, il richiedeva con parole aspre ed imperiose dell'arresto
dell'autore dell'orazione, per avere, come diceva, insultato la
repubblica di Francia. Gli fu risposto, non trovarsi in Milano i
caratteri di tale stampa, esser venuta di fuori; cercherebbero,
farebbero, non dubitasse: ma se la passarono con parole, perchè il
direttorio non ancora riformato amava il moto dell'oratore. Intanto
rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il direttorio, mandando
anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio espressamente il
generale Brune, che era succeduto a Berthier, per rimostrare, perchè gli
piacevano i governi più popolari, e faceva professione di amatore
ardente di libertà.

Tutto fu indarno; Trouvé, al quale il direttorio, massimamente
Lareveillere-Lepeaux, per cui passavano principalmente le faccende
d'Italia portavano molta affezione, mandava ad effetto le accordate
deliberazioni. La notte dei trenta agosto chiamava in sua casa
centodieci rappresentanti, che non erano la metà di tutti: leggeva la
nuova constituzione, e le nuove leggi. Le appruovarono, chi per amore,
chi per forza, perchè aveva intimato loro, che tale era risolutamente la
volontà del direttorio di Francia, e che se non l'accettassero di buon
grado, l'avrebbe eseguita per forza. Nonostante alcuni ricusarono, e
sdegnati si ritirarono. Il giorno seguente l'opera si recava ad
esecuzione. Le soldatesche circondavano la sede dei consigli,
ributtavano con le bajonette i rappresentanti non eletti dalla riforma;
cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi; vi surrogavano Sopransi e
Luosi: i rappresentanti renitenti scacciati dai consigli; Fantoni,
Custodi, Borghi, amatori vivissimi di libertà, e capi degli altri, posti
in carcere. La forza predominava. Fece Trouvé la nuova constituzione, e
finalmente dichiarò, parendogli di avere operato abbastanza, e bene
solidato l'imperio Francese in Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità
legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli
ordini della Cisalpina, buona in se, viziosa pel modo. Ed ecco una
scena: una gran turba seguitava Ranza gridando, _che vuol Ranza, che
scartafaccio è quello_? Lo scartafaccio era la constituzione disfatta da
Trouvé, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del
Lazzaretto.

Brune, che era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio,
che lo voleva mitigare, richiamava Trouvé, dandogli scambio con Fouché.
Attribuiva anche facoltà al generale di far mutazioni, non negli ordini
stabiliti dall'ambasciatore, ma nelle persone impiegate. Rimetteva in
carica i democrati più vivi; fora lungo e fastidioso il raccontare come
e quali. Le assemblee popolari, che chiamavano i comizi, accettavano la
constituzione di Trouvé. I democrati non se ne potevano dar pace. Ma tra
l'accettare e il non accettare non era differenza, la forza forestiera
reggeva lo stato. Non piacquero al direttorio nè Fouché nè Brune, l'uno
e l'altro, come credeva, troppo ardenti in quelle bisogne, e già si
vedeva apparire la nuova confederazione contro Francia. Mandava a Milano
Joubert in vece di Brune, Rivaud in vece di Fouché, strano inviluppo
d'uomini e di leggi tante volte mutate in pochi mesi da chi reggeva il
mondo con la forza, e la forza col capriccio. Non si mescolava Joubert
nelle riforme; perchè da uomo generoso e magnanimo com'egli era,
rispettava la independenza altrui, ed aveva grandi pensieri sopra
l'Italia. Rincominciava Rivaud l'opera di Trouvé. La notte dei sette
dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava
deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina le
bajonette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da Brune,
rimettevano in carica di direttorio Adelasio, Luosi, e Sopransi cacciati
da lui. Fu imprigionato Visconti, frenata la stampa, serrati i ritrovi:
minacciaronsi i fuorusciti Napolitani di espulsione, i democrati
Cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue, e gli scritti.
Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo volevano
ammazzare, e pingevano sui loro scritti contro di lui non so che
coltello di Bruto; ma e' non fu nulla. In questa guisa la Cisalpina tra
la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati, la prepotenza
delle soldatesche forestiere, il timore di tutti, se ne stava aspettando
i nuovi assalti dell'Austria.

Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento
levarono un grandissimo romore in Francia coloro, che o sedendo nei
consigli legislativi, o con le stampe addottrinando il pubblico,
contrastavano al direttorio. Luciano Buonaparte, fratello del generale,
servendosi dei principali pensieri dell'orazione di Marco Ferri, ne fece
una al consiglio dei cinquecento, la tirannide del direttorio, e la
violenza da lui usata in Cisalpina con gravissime parole detestando.
Questi discorsi si tenevano dagli opponenti piuttosto per odio del
direttorio che per amore della libertà, per la maggior parte di loro, e
fra tutti il primo Luciano, macchinavano già fin d'allora di mutare lo
stato, cambiar la constituzione, spegnere il direttorio, e chiamare alla
somma delle cose il generale Buonaparte. Così costoro, che per amore
della libertà, come dicevano, odiavano e laceravano di continuo gli
avvocati sedenti in direttorio, non avevano poi paura di un soldato
arbitrario e vittorioso, al quale tanto volentieri concorrevano tutti i
soldati di Francia.

Rispondevano per parte del direttorio Merlin, e Lareveillere-Lepeaux a
fine di giustificare le sue opere in Cisalpina, che la Cisalpina non
aveva mai avuto una constituzione legittima, perchè quella, che le aveva
dato Buonaparte, non era mai stata accettata dal popolo; ch'ella era
solamente un'ordinanza militare, non una vera e legittima constituzione;
che i Cisalpini si dovevano solamente riputare magistrati militari
instituiti col solo fine di governar il paese a tempo, e fino agli
ordini definitivi; che del rimanente la Francia aveva conquistato col
suo sangue la Cisalpina, e però aveva il diritto di farne il piacer suo.
Erano certamente queste risposte vere, ma sarebbero state più sincere, e
non meno oltraggiose per la Cisalpina, se fossero state confessate
prima, e quando la necessità non stringeva; perchè se la Cisalpina era
mera conquista, governata solamente alla soldatesca, e sottoposta ad un
espresso dominio militare dalla parte della Francia, non si vede che
cosa volessero significare le voci d'independente, che le si davano dal
direttorio, i saluti fatti alla independenza Cisalpina dall'ambasciatore
Trouvé, quel mandare e ricevere ambasciatori a quasi tutti, e da quasi
tutti i potentati d'Europa, come la Cisalpina faceva, e quel lamentarsi
del medesimo direttorio Francese, che l'Austria non l'avesse voluta
riconoscere, nè da lei accettato, nè a lei mandato ambasciatori.

I cambiamenti fatti per forza di soldatesche nella repubblica cisalpina
ai tempi del supremo dominio di Trouvé, di Brune e di Rivaud, così
comandando il Direttorio di Francia, diedero molto a pensare ai
Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente
che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'independenza loro,
e che dalle parole in fuori, che erano veramente magnifiche, essi erano
destinati a servitù o d'Austria o di Francia. Allora s'accorsero che era
per loro diventato necessario, seppure liberi e independenti volevano
essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a
quello che per opera dei forestieri non potevano sperar di acquistare.
Surse in quel punto principalmente una setta la quale, contraria del
pari ai Francesi che ai Tedeschi, dagli uni e dagli altri voleva
liberare l'Italia, col fine di darle un essere proprio e independente.
Perlochè si unirono i capi in Milano, i principali dei quali erano i
generali Lahoz, Pino e Teuillet, e con questi Birago di Cremona, con
alcuni altri sì di Cisalpina che di altre parti d'Italia. Restarono
d'accordo che a questo scopo s'indirizzassero tutti i pensieri.
Deliberarono che le voci d'independenza si spargessero fra i popoli, che
si tirassero nell'unione quanti corpi di genti assoldate si potessero;
che a questo medesimo fine si facesse una intelligenza coi Romani e coi
Napolitani, e che ad ogni caso si formasse un'accolta di genti in
Romagna, perchè quindi, o nei circonvicini e piani paesi si spargesse, o
sul dorso degli Appennini si ritirasse, secondochè gli accidenti
richiederebbero. Per nutrire il disegno, ordinarono adunanze segrete,
che fra di loro corrispondevano, e la cui sede principale era in
Bologna; e siccome da Bologna, come da centro, queste adunanze si
spandevano, a guisa di raggi, tutto all'intorno negli altri paesi
d'Italia, così chiamarono questa loro intelligenza Società dei Raggi.

Questo tentativo era contrastato da coloro fra gli amatori della libertà
e dell'independenza, i quali, memori dei servigi fatti loro dai Francesi
che gli avevano liberati, alcuni dal carcere, altri dall'esilio, ed
altri anche da peggio, e persuasi che senza l'aiuto di Francia era
impossibile resistere ad un tempo stesso alla parte che in Italia
desiderava l'antico stato ed all'armi austriache, mal volentieri
sopportavano che, per acquistare un'independenza dubbia, si volesse non
solamente scostarsi dai Francesi medesimi, verso i quali protestavano
gratitudine, ma anche voltar l'armi contro di loro, ove le occorrenze
dei tempi il volessero. Fra questi ultimi più di tutti insisteva Cesare
Paribelli, il quale era stato mandato da Milano in Romagna ed a Napoli
per consultare su di queste faccende coi novatori del paese. Pure,
essendosi col tempo viepiù scoperto che il Direttorio di Francia aveva
l'animo troppo contrario alla libertà ed all'independenza d'Italia,
questi medesimi, e Paribelli principalmente, erano venuti a volere
l'independenza contro e a dispetto di tutti. Queste cose si tramavano, e
già i semi se ne spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le
rotte dei Francesi, per le quali, soprabbondando una estrema forza di
genti settentrionali, tutti questi intendimenti diventarono vani.
Nondimeno le operazioni di Lahoz, che in progresso si racconteranno,
furono come immediato effetto, così piccola parte di questa vasta
macchinazione. A questo modo, independenti misti con servili, novatori
con perseveranti, repubblicani forestieri, che desolavano le terre
italiane, uomini boreali, che s'apprestavano a desolarle, componevano a
questo tempo i dolori ed i terrori della miseranda Italia.



LIBRO DECIMOQUINTO

SOMMARIO

      Infelice condizione del re di Sardegna. Ginguené ambasciadore
      di Francia a Torino. Suo discorso al re; sua opinione sul
      governo regio del Piemonte. Gli amatori della repubblica si
      adunano sui confini, e tentano di far rivoluzione. Generosi
      lamenti di Priocca, ministro del re, sui casi presenti.
      Battaglia di Ornavasso, in cui i repubblicani Piemontesi sono
      vinti dalle truppe regie. Guerra tra Genova ed il Piemonte.
      Brune e Ginguené sforzano Carlo Emanuele a dar loro la
      cittadella di Torino. Indulto del re a favor degl'insorti.
      Fatto lagrimevole della Fraschea. Schifosa mascherata fatta da
      alcuni Francesi in Torino, e grave pericolo che ne nasce.
      Ginguené richiamato: sue qualità. Il direttorio di Francia,
      non si fidando del re di Sardegna, si risolve a torgli lo
      stato, e manda a questo fine il generale Joubert. I Francesi
      s'impadroniscono del Piemonte, sforzano il re a lasciarlo, e
      vi creano un governo provvisorio. Atto d'abdicazione del re.
      Sua continenza mirabile nell'andarsene. Lodi del ministro
      Priocca. Manifesto di guerra del direttorio contro il re.
      Generosa protesta di Carlo Emanuele, data in cospetto di
      Cagliari di Sardegna.


Io sono nel presente libro per raccontare il martirio del re di
Sardegna. Nella quale narrazione si vedrà, quanto possa l'abuso della
forza contro il debole, e come non abbia incresciuto al più potente, non
solo di usare la forza soverchia, ma ancora di aggiungervi la fraude,
colorandola con le dolci parole di lealtà, e di santa osservanza dei
patti. Si vedrà, come uomini, per ogni altra parte di dottrina e di
virtù compiti, si siano fatti, per le illusioni dei tempi, stromenti di
sì condannabili eccessi. Racconterò dall'altro lato uomini ridotti
all'ultimo caso mostrare più animo, e maggiore virtù, che non quelli ai
quali obbedivano quasi tutte le forze d'Europa; e se qualche contentezza
si pruova nello scrivere storie, questa è di poter purgare dalle
calunnie di tempi perversi gli uomini eccellenti.

Il re di Sardegna serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva
posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il
direttorio, non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre
condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva,
che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi stati,
prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia
voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il
re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderj avesse.
Reggeva il Piemonte il re Carlo Emanuele quarto, principe
religiosissimo, e di pacata natura, ma che trasportando i precetti della
religione nelle faccende di stato, era poco atto a destreggiarsi in un
secolo tanto rotto, e sregolato.

Sedevano appresso ai potentati d'Italia, come ambasciatori o ministri
della repubblica Francese, Ginguené a Torino, Trouvé a Milano, Garat a
Napoli, Sottin a Genova. Erano Ginguené e Garat avversi ai governi,
presso a cui erano mandati, e desideravano la mutazione, ma non la
procuravano apertamente, mentre Sottin non s'infingeva contro il sovrano
del Piemonte da quel suo nido di Genova. Principale secondatore di
mutazioni si mostrava Brune, a questo tempo generale dei Francesi in
Italia, sì per se, e sì per gli stimoli dei fuorusciti Piemontesi, che
gli stavano assiduamente ai fianchi. Questi, non contraddicendo i
repubblicani di Francia, padroni del paese, fulminavano senza posa sì
dalla Liguria, che dalla Cisalpina contro il re Carlo Emanuele; il che
giunto ai mali umori, che già erano gonfiati in Piemonte, partoriva
effetti tanto più forti, quanto più parevano essere aiutati dai
Francesi. Oltre a questo l'ambasciador Cisalpino Cicognara, che sedeva
in Torino, giovane di singolare ingegno, e di natura generosa, vedeva
molto volentieri coloro che desideravano la mutazione, e dirizzava le
cose secondo le opinioni dei tempi, in pro sì della Cisalpina
particolarmente, che dell'Italia universalmente; onde i novatori
prendevano novelli spiriti. Consultavano coll'ambasciator Cisalpino
massimamente coloro, che volevano cambiare gli ordini politici in
Piemonte per unirlo alla Cisalpina, o che si volesse fare di tutta
l'Italia una sola repubblica, come alcuni bramavano, o che si preferisse
di farne due, dell'una delle quali sarebbe capo Milano, dell'altra Roma;
imperciocchè questi pensieri appunto cadevano negli animi dei novatori
Italiani.

In mezzo a tutti questi umori era arrivato l'ambasciatore Ginguené in
Torino. Era Ginguené uomo di tutte virtù, ma molto incapriccito in su
quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli stati
repubblicani. La filosofia l'aveva allettato, e la forza straordinaria
di quella sua repubblica gli faceva una sembianza di felicità e di
libertà, come se la felicità e la libertà potessero vivere negli stati
disordinati e soldateschi. Ma l'orgoglio che nasce dalla potenza,
massime negl'ingegni vivi, fa di queste illusioni, ed anche delle
peggiori. La paura ancora operava qualche cosa in una fantasia tanto
vivace; imperciocchè, siccome Ginguené si era molto nodrito degli
scrittori Italiani, e specialmente di Machiavelli, così egli si era dato
a credere, che l'Italia fosse piena di Machiavelli e di Borgia, ed aveva
continuamente la fantasia spaventata da immagini di tradimenti, di
fraudi, di congiure, di assassinj, di stiletti, e di veleni. Stimava,
che la sincerità, e la lealtà fossero solo in Francia; nè le insidie, ed
i tradimenti di Buonaparte, e del direttorio in Italia, quantunque
fossero tanto manifesti, l'avevano potuto guarire. Con questi spaventi
in capo, veduto prima il ministro Priocca, in cui scoverse, come diceva,
non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re.
Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio, e del
direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva
Ginguené apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando,
che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei
sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le
stanze piene di soldati bene armati, e di cortigiani pomposi, entrava
Ginguené in abito solenne e con una sciabola a tracollo, nella camera
d'udienza, dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator
repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte.
Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il
discorso, perchè e le adulazioni, ed i rimproveri erano ugualmente, non
che intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, così favellava al
re. «Sire, il direttorio esecutivo della repubblica Francese,
desiderando nodrire la buona amicizia testè introdotta tra la Francia ed
il governo Piemontese, mi manda a vostra maestà. Porto con me da parte
del direttorio fede, lealtà, rispetto ai trattati, rispetto all'ordine
pubblico, rispetto al diritto delle genti. Spero trovare nei ministri,
ed in tutti gli agenti di vostra maestà i medesimi sentimenti. Un
operare sincero ed aperto solo conviensi ai governi veri. La nazione,
che per le sue vittorie acquistò il nome di grande, non ne conosce
alcuno diverso da questo. Ella fa della doppiezza e dell'astuzia nei
negoziati la medesima stima, che della viltà nelle battaglie. Ella
lascia con disprezzo i gabbamenti, e le machiavelliane fraudi a quei
vili governi corrotti, e corrompitori, che da sei anni turbano l'Europa
con le loro macchinazioni, e comprano a peso d'oro l'umano sangue. Quali
frutti raccolto hanno dai perfidi consigli le docili potenze? Io non
sono già, o Sire, per irritar quelle ferite, che il tempo solo, la pace,
e la concordia possono saldare. Solo ho intento di dire, parlando a
vostra maestà, a tutti i governi, che, come ella, sonsi ricondotti a
consigli pacifici, che la prosperità loro, che la loro gloria, nella
costanza e nella sincerità loro verso la Francese repubblica sono
massimamente ed unicamente riposte. Piacemi sperare, o Sire, che quanto
io dico, sia conforme all'animo di vostra maestà. Sarà per me gran
ventura, se la mia condotta, ed i miei principj conosciuti nelle
tempeste che turbarono la mia patria, potranno anticipatamente darvi
buon concetto di me, se la elezione del direttorio nel mandarmi a vostra
maestà le parrà segno delle sue intenzioni verso di lei, e se finalmente
nel corso di questa mia tanto onorevole missione, io riuscirommi a
dimostrare, che bene ha il direttorio esecutivo posto la sua fede in me,
e che non indarno io ho sperato meritare la stima di vostra maestà».

Questo discorso, che ritraggo di maggior semplicità, ed è molto più
purgato di quello tanto astruso, e tanto lambiccato di Garat al re di
Napoli, non sarebbe, se non da lodarsi, se non fossero quelle punture
date al governo del re; perchè, salve le precauzioni oratorie, esso
niun'altra cosa voleva significare se non questa, che il governo
Piemontese non era nè sincero, nè amico della repubblica di Francia, nè
scevro dalle corruttele Inglesi. Le quali cose certamente credeva
Ginguené, ed ebbele volute dire. Da un'altra parte quale sincerità fosse
nelle parole di Ginguené, è facile giudicare. Portava egli opinione, e
lo scrisse anche al suo governo, che un governo regio qual era quello di
Piemonte, non poteva più lungamente sussistere, essendo posto fra tre
repubbliche incitatrici, e che perciò era d'uopo operarvi buonamente una
rivoluzione, la quale avrebbe potuto essere senza sangue; che se al
contrario si aspettava ch'ella da se medesima nascesse, sarebbe violenta
e sanguinosa: pareva a Ginguené, che il re dovesse restar contento della
Sardegna. Ora qual fede, e qual lealtà verso il re vi fosse nel voler
fare una rivoluzione ne' suoi stati, e cacciarlo dal Piemonte, ciascuno
sel vede. Così chi poneva le cagioni, voleva anche gli effetti; e dalla
necessità delle cagioni argomentava poi alla giustizia degli effetti.
Certamente non era colpa del re di Sardegna, se si era creata una
repubblica incitatrice in Francia, e simili, ed ancor peggiori
repubbliche avevano i repubblicani Francesi creato in Lombardia, ed in
Liguria.

Al discorso tanto squisito del repubblicano non rispose il re, non
essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio, e
della buona salute dell'ambasciatore: poi toccò delle infermità proprie,
della consolazione che trovava nella moglie, che era sorella di Luigi
decimosesto re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguené le
parole, disse, ch'ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di
virtù. Si rallegrava a queste lodi della regina il Piemontese principe,
e mettendosi ancor egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel
favellare delle virtù e della bontà di lei, degli obblighi che le aveva,
dei difetti di cui ella l'aveva corretto, massime di quelli della
ostinazione e della violenza, della confidenza intiera che aveva in lei,
e della pace, e del buon accordo, che, mercè le sue virtù, regnavano in
tutta la famiglia. Poi seguitando, addomandava all'ambasciadore, se
avesse figliuoli. Rispose del no. Al che il principe, tutto su l'orbezza
propria intenerito, rispose, _nè anch'io ne ho, ma mi consolo per la
virtuosa donna_. Queste cose io ho voluto raccontare, perchè mi parvero
fare un dolce e consolatorio suono in mezzo alle stragi ed ai tradimenti
del secolo. Ritirossi dalla reale udienza l'ambasciador di Francia, e
sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si
sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà,
semplicità, e modestia del sovrano del Piemonte. Pure questo fu il
principe, che divenne bersaglio di tanti oltraggi, di tanti furori, e di
tante disgrazie.

Frequentavano la casa dell'ambasciator di Francia i desiderosi di novità
in Piemonte, principalmente quelli, che volendo due repubbliche in
Italia, portavano opinione, che il Piemonte dovesse essere unito colla
Francia. Nella quale opinione concordavano alcuni nobili delle
principali famiglie, o per amore di libertà, o per invidia di potenza
verso la casa reale. Stando costoro continuamente ai fianchi di
Ginguené, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando
il vero col falso sulle condizioni del Piemonte, e sulla facilità di
operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a versi
delle sue opinioni, così ei se gli credeva molto facilmente. Per la qual
cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e volendo tagliarvi
i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse
il re a licenziare i sei reggimenti Svizzeri, che tuttavia conservava a'
suoi soldi.

Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori,
vedendogli volentieri, e dando facile ascolto ai rapportamenti loro e
dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i
mali semi producevano in Piemonte frutti a se medesimi conformi.
Sorgevano in diverse parti moti pericolosi suscitati da gente audace con
intendimento di rivoltar lo stato. Il più principale pel numero e pel
luogo, ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio, terra di qualche
importanza, che obbediva al Piemonte, quantunque situata dentro al
dominio Genovese, e cinta da ogni parte delle terre della repubblica
Ligure. Quivi erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti Piemontesi,
sì quelli, che per iscampo loro e per essersi mescolati nelle congiure
precedenti, erano stati obbligati a spatriarsi, come quelli che per
opinione abborrendo la potestà regia, si erano volontariamente condotti
in paesi forestieri. Avevano fatto elezione di questo luogo, parte
perchè per lui potevano facilmente insinuarsi nei siti montagnosi del
Tortonese e delle Langhe, parte perchè non credevano che il re s'ardisse
andar ad assaltargli, stantechè era per lui necessario passare pel
territorio Ligure, e parte finalmente perchè i capi loro avevano forti
aderenze nel Genovesato, massimamente in Genova. Nè le speranze
riuscivano senza effetto: circa due mila soldati Liguri, partitisi
improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza
ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi.
Nè dubbio alcuno vi poteva essere sugli incitatori; perchè ed uscirono
sotto condotta di un ufficiale Ligure, che poi se ne tornò sicuramente a
Genova, ed erano ottimamente forniti di denaro. Al tempo stesso si
recitava sulle scene Genovesi una commedia intitolata _Furbo per furbo_,
piena di molti strazi e villanìe contro il re, e ad ogni tratto
gridavano gli spettatori, _viva la libertà, morte al tiranno
Piemontese_. L'inviato che quivi si trovava presente, per lo men reo
partito elesse di ritirarsi. Le Gazzette poi di Genova, anche quelle che
si pubblicavano sotto l'autorità del governo, continuamente laceravano
il re, chiamandolo con ogni più obbrobrioso nome, ed innalzando fino al
cielo l'impresa dei fuorusciti di Carrosio. Promettevano altresì, che
quello che si tentava dalla parte della Liguria, si sarebbe anche
tentato dalla parte della Cisalpina, e con parole infiammatissime
pronosticavano la prossima ruina di Carlo Emanuele. Capi principali del
moto di Carrosio erano uno Spinola, nobile, Pelisseri, e Trombetta
popolani, gente oltre ogni modo ardita, ed intenta a novità. Un
Guillaume, ed un Colignon Francesi erano con loro. Nissuno pensi, che
uomini incitatissimi abbiano mai pubblicato cose più immoderate contro i
re di quelle, che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna. Poi
per dar maggior terrore, e per far credere che non si consigliassero con
fondamenti falsi, spargevano ad arte voci, che la repubblica Francese
loro dava favore, e che appunto coll'intento di far sorgere la
rivoluzione in Piemonte, il direttorio aveva scambiato il suo legato,
mandando in vece di Miot, uomo, come dicevano, di pochi pensieri e
repubblicano tiepido, Ginguené, amatore vivo di repubblica, e d'animo
svegliato e forte.

Intanto dalle parole passavano ai fatti, e con infinita insolenza
procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci,
bruttissimo preludio di libertà. Fatti poscia più audaci dal numero
loro, che ogni giorno andava crescendo, marciarono armatamano contro
Serravalle, la quale combattuta vanamente, ed assaliti gagliardamente
dalle genti regie, se ne tornarono con la peggio. Parecchj altri assalti
diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero, ed ora avverso.
Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere, che riceveva il re dalle
sommosse democratiche: infatti il prenunzio di romori di verso Cisalpina
non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non
senza intesa del governo Cisalpino, e del generale Brune, in Pallanza
sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e
faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile, e la
fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano, come capi principali,
questo moto, Seras, originario di Piemonte, ma ai soldi di Francia, ed
ajutante di Brune, ed un Léotaud Francese con un Lions Francese ancor
esso, ajutante di Léotaud. Noveravansi in questa schiera meglio di
seicento combattenti, bene armati, e partiti assai regolarmente in
compagnìe. Risplendevano fra di loro non pochi giovani ingenui, e di
natali onesti. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati;
conciossiachè avendo udito, che i regj giunti prima in Arona, poi già
arrivati a Stresa, si apparecchiavano a combattergli, si deliberarono di
prevenire i loro assalti con impadronirsi della fortezza di Domodossola;
nella quale effettualmente, fatto un impeto improvviso, entrarono, non
aspettando i regj una così repentina fazione, nè la fortezza essendo
all'ordine per resistere. Vi trovarono i repubblicani alcuni cannoni,
opportuno sussidio per loro, e se gli menarono per servirsene contro le
truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era
discesa da Abriez nelle valli dei Valdesi, e già aveva occupato Bobbio,
ed il Villard, moto molto pericoloso perchè accennava a Pinerolo, terra
aperta, e poco lontana dalla città capitale di Torino. Trovavasi il
governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore
stesso del Piemonte, che tuttavìa perseverava sano, avesse a fare
qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva, se non lontano, ed
inabile ad ajutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la
Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina. Pure intendeva
all'onore, se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si
vedeva giunto al fine, di perir piuttosto per forza altrui, che per
viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un
editto, in cui mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a
vedere, che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender se
stesso nell'avversità, che in chi assalta altrui con impeto nella
prosperità. Andava in primo luogo rammentando quanto aveva operato,
dalla sua assunzione in poi, pel sollievo dei popoli; si lamentava, che
a malgrado di tante sue cure, e di tanta sollecitudine, spiriti
sediziosi e perversi avessero il precedente anno volto a ribellione una
moltitudine di persone, parte ree, parte imprudenti, le quali avevano
empiuto il Piemonte di confusione, di terrore e di rapina; raccontava,
che mercè della divina provvidenza, e coll'ajuto dei sudditi fedeli
erano stati frenati i turbatori ed interrotto il corso alle indegne
opere loro; che non ostante avevano trovato ricovero in grembo alle
potenze vicine, donde avendo raccolto nuovi partigiani, novellamente
s'attentavano di correre le province conterminali; che egli aveva
mandato contro di loro truppe a sufficienza; ma perchè meglio i sudditi
fossero tutelati, voleva, che tutte le città, che tutti i comuni, di
concerto coi giudici regj, e sotto guida dei governatori, e dei
comandanti delle piazze ponessero le armi in mano a tutti gli uomini
dabbene ed affezionati, acciocchè, ove d'uopo ne fosse, potessero
congiungersi con le genti regie, e correre insieme alla difesa comune;
che sapeva altresì, e di certa scienza novellamente affermava, che ogni
giorno riceveva tanto da parte dei generali, quanto da quella degli
agenti del governo Francese, dimostrazioni non dubbie di buona amicizia;
che finalmente con la sua reale sopportazione consigliandosi, offeriva
perdono a chi pentito de' suoi errori se ne volesse tornare al suo
grembo paterno.

Non ignorava il re, che la rabbia e la ostinazione delle opinioni
politiche non lasciano luogo alle persuasioni. E però facendo maggior
fondamento sulle armi, che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore
parecchj reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i
novatori dell'alto Novarese, e ritogliendo dalle loro mani Domodossola
la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe
sufficienti per difendere le frontiere verso la Liguria contro
gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati, per frenare e
spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.

Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo, in cui la repubblica di
Francia sentirebbe tutte queste Piemontesi sommosse; perchè, se ella le
fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva
fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse,
qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo
Francese. Ragionava egli, e certamente con molto fondato discorso, che
importava al re, che il direttorio si risolvesse sulle sorti Piemontesi;
poter bene, allegava, resistere a questi nuovi insulti, ma non potere
più lungamente sussistere nella condizione in cui era; rendersi perciò
necessario, o che la Francia gli desse mezzi d'esistenza, o che a modo
suo ne disponesse: «Se è destinato dai cieli, diceva, che noi abbiamo a
cessar di essere una potenza, se il corso delle cose, se la forza degli
umani accidenti a ciò portano, che noi abbiamo ad essere spenti, noi
preferiamo, noi anzi domandiamo, che una nazione grande, potente, e
nostra alleata sia quella, che giudichi il destin nostro, ed eseguisca
essa stessa quello, che abbia giudicato, piuttostochè vederci minacciati
dai nostri stessi sudditi, che è indegnità insopportabile, piuttostochè
vederci consumare appoco appoco, e languire in uno stato tale, che la
morte non è peggiore».

Questi estremi lamenti della cadente monarchìa Piemontese non sono
certamente segni di animo doppio, e non sincero; che anzi la sincerità è
tale, che non solamente induce persuasione nella mente, ma ancora muove
vivamente il cuore.

Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del
direttorio: che il governo Francese a modo nissuno fomentava quei
movimenti; che l'animo suo verso il re era sempre il medesimo; ch'ei
voleva adempire lealmente le condizioni dei trattati; che se un nemico
esterno assaltasse il re potrebbe egli far capitale delle bajonette
Francesi, ma che nel presente caso si vedevano sudditi volere la
distruzione del suo trono; che per verità i suoi soldati avevano
prevalso nei primi assalti; che sei mila fuorusciti Piemontesi, a cui
stava a cuore la libertà, e che bramavano la vendetta, privi di ogni
cosa necessaria al vivere, si aggiravano sull'estreme frontiere del
regno; che si adunavano in grembo di nazioni libere; che quivi si
accordavano ai disegni loro, e che coll'armi in mano assaltavano il re.
Conviensi forse alla Francia implicarsi in tale faccenda? Certamente non
conviensi. Ha la Francia armi potenti in Lombardìa, ed in Liguria: se in
queste due repubbliche nascessero moti contrari al governo, se questo di
per se non fosse abile al resistere, e richiedesse di ajuto la
repubblica Francese, accorrerebbe ella certamente in soccorso di lui, e
dissiperebbe i ribelli. Ma quando Piemontesi amatori di libertà si
adunano per conquistarla, e per far la loro patria libera, volere che i
Cisalpini, i Liguri, od i Francesi a loro si oppongano, è cosa del tutto
sconveniente e vana. A questo dire aggiungeva Ginguenè rimprocci sul
modo, con cui il governo Piemontese reggeva i suoi popoli, favellando
degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle
finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle
imposizioni. Concludeva, che i moti di sedizione non portavano con se
alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli;
ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori,
desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: che però,
esortava, preoccupassero il passo, e prevenissero la rivoluzione col
dare spontaneamente al popolo tutto quello, che si prometteva dalla
rivoluzione. I rimproveri dell'ambasciadore sul mal governo del Piemonte
erano, come di forestiero, inconvenienti; che la Francia poi non fosse
obbligata a mantenere lo stato quieto al re, era falso, perciocchè a
questo si era solennemente obbligata nel trattato d'alleanza.

In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguené, come se
desiderasse torgli non solo la forza, ma ancora la mente ed il tempo di
deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo
con importune richieste, muovendolo a ciò fare, parte i comandamenti del
direttorio, parte i propri spaventi. Chiedeva perciò, ed instantemente
ricercava Priocca, operasse, che il re cacciasse da' suoi stati i
fuorusciti Francesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte, gli
stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re, se nol
facesse, che disperdesse i Barbetti, che infestavano le strade, ed
assassinavano i Francesi. Alle due prime richieste rispondeva Priocca,
che quanto ai fuorusciti Francesi, desiderava sapere, se la Francia, e
l'ambasciador suo intendessero, ch'e' fossero perseguitati, o che la
qualità loro di fuorusciti fosse certificata in giustizia, o ch'ella
avesse nissun fondamento legale, e solo fosse effetto dell'odio
personale, dell'invidia e delle fraudi; desiderava sapere, se volessero
parlare di una emigrazione di fatto, o di una emigrazione di dritto. Se
di fatto, e' bisognava che l'ambasciadore si risolvesse a rendersi
complice di tutti gli atti d'ingiustizia e di violenza commessi da
agenti subalterni per interesse o per vendetta contro un numero infinito
di Savoiardi e di Nizzardi. Non di tutti parlerebbe il ministro; solo
rammenterebbe il conte Selmatoris, nato in Cherasco di Piemonte,
impiegato ai servigi militari, ed in corte del re da più di trent'anni,
il quale stato solo in tutto il tempo della sua vita quindici giorni
nello stato di Nizza, era stato scritto nella lista dei fuorusciti di
quel paese. Rammenterebbe altresì il cavaliere di Camerano, il quale,
chiuso dall'ottantaquattro in poi nell'ospedal dei matti di Torino, era
stato ancor esso nella lista fatale notato. Osservava oltre a ciò
Priocca, che il trattato di pace, lasciando al re la facoltà di
conservare a' suoi servigi i Savoiardi ed i Nizzardi, aveva riservato
alla repubblica Francese il diritto di addomandar l'allontanamento di
coloro, che si rendessero sospetti. Ora vorrebbesi forse, insisteva, che
tali stipulazioni guardassero indietro, o statuire il principio, che
ogni qualunque denunzia senza pruove faccia un uomo sospetto? E potrebbe
ella forse, questa valorosa e virtuosa nazione, imputare a delitto ad un
ufficiale del re l'aver guidato contro di lei soldati, che poco dopo
ella credè potere far compagni delle sue fatiche e delle sue vittorie?
Finalmente, concludeva, la giustizia è il primo dovere delle grandi
nazioni; ella è anzi bisogno, non che dovere, se esse non vogliono
rimanersi alla triste gloria di dominar con la forza, e col terrore. Ora
la giustizia domanda, anzi comanda, che non s'incrudelisca contro
persona per accuse meramente date da chi è mosso da brama detestabile di
vendetta, o da sete vile d'interesse.

Rispetto agli stiletti ed alle coltella, affermava Priocca, non potersi
i portatori di tali armi pel solo fatto del portarle punire colla pena
di morte, senza una considerabile alterazione nel corpo delle leggi, e
che nè la giustizia, nè la umanità permettevano, che per solo termine di
polizia e di prudenza, si usasse il mezzo estremo della morte. Se si
punisce di morte colui che portava un'arme, qual pena si darebbe ad un
omicida? Bene si maravigliava Priocca, che queste atroci dottrine si
professassero, e l'uso loro anche con minacce s'inculcasse da coloro,
che continuamente avevano in bocca parole di filosofia e di umanità.
Certamente non erano queste le dottrine di Beccaria.

Quanto agli assassini dei Francesi, allegava il ministro, che se gli
autori ne fossero conosciuti, sarebbero incontanente castigati, e che a
questo fine si era ordinato a tutti i magistrati sì civili che militari,
che la sicurezza e la vita dei Francesi diligentemente preservassero; ma
che sapeva bene l'ambasciatore, ed era anche vero, che intieramente non
si potevano impedire gli effetti dei risentimenti particolari suscitati
dagl'insulti, e dalla cattiva condotta dei Francesi; che il mutare la
natura degli uomini, ed il fare che non si risentano alle ingiurie, è
cosa del tutto impossibile.

Così affermava Priocca, che il governo regio, per quanto stava in lui,
fosse molto vigilante a render sicuri i Francesi in Piemonte, e quello
che diceva, anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno, che
secondo gli umori, od alla prima favola raccontata all'ambasciator di
Francia dai democrati, che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a
domandare, anche con termini molto imperativi, la liberazione
degl'incolpati. Agitavasi la causa di un Richini, detto per soprannome
Contino, capo di Barbetti, il quale accusato di grassazione contro un
commissario Francese, che viaggiava da Torino a Susa, era stato
arrestato per ordine regio, e tuttavia era sostenuto nelle carceri del
senato a Torino. A costui fu suggerito da alcuni democrati, che se ne
stavano carcerati con lui, un bel tratto, e questo fu, che affermando
cose orribili ordite per suo mezzo dal governo regio contro i Francesi,
l'avrebbero eglino scampato dal pericolo. Nè fu la risoluzione sua
diversa dal consiglio; perchè testimoniò per iscritto, che il re defunto
Vittorio Amedeo, il principe reale di Piemonte stato, dopo la morte di
Vittorio, assunto al trono, ed il duca d'Aosta, figliuol secondogenito
di Vittorio, gli avevano comandato, che se ne andasse nel contado di
Nizza e nella riviera di Genova, e quivi avvelenasse tutti i fonti, ai
quali necessariamente andassero ad abbeverarsi i Francesi; che quello,
che gli era stato imposto, aveva mandato ad effetto; che per questo era
sorta una grande mortalità così nei Francesi, come nelle bestie loro.
Aggiunse questo Contino, che se n'era andato parecchie volte, per ordine
espresso dei tre principi, ad arrestar i corrieri sulle strade, e che
aveva da essi principi avuto la facoltà più ampia di ordinare sul colle
di Tenda bande d'uomini armati col fine di assassinare i Francesi; ma
che i principi medesimi per far vedere, che non l'avevano mosso a tutte
queste enormità, l'avevano fatto carcerare, ed ordinato che se gli
facesse, come affermava, un processo simulato. Io mi sento muovere a
grandissima maraviglia, pensando che un ambasciatore di Francia, uomo
del rimanente civile e buono, soffocata in lui la prudenza
dall'illusione, non abbia abborrito dall'udire, credere, e rapportare,
come fece, al suo governo calunnie tali contro principi religiosi e pii.
Certo un deplorabile fantasma era quello, che gli occupava la mente. Il
seguito fu, che Ginguené a nome del direttorio richiese solennemente il
re, che gli desse Contino, ed il re gli satisfece dell'effetto, dandogli
incontanente, e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un
Francese: vergognosa vittoria per un governo, ed un ambasciatore di
Francia.

I terrori di Ginguené erano anche fomentati dalle esorbitanze dei
democrati più ardenti, i quali, veduto che i Francesi a tutt'altro
pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler
camminare da se, ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandogli
di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, prese occasione
di un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i
ministri, che si trovavano alle stanze di Torino, si misero a dire le
cose più smodate, che uomo immaginar si possa. Nè contenti alle parole,
mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguené.
Egli era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi
massimamente patriotti, ed amici sinceri della libertà e dell'umanità,
ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i dritti
degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno,
che a loro voleva opporsi; ella ha rovesciato il suo trono, ella ha
disperso tutte le forze dei confederati d'Europa, che erano accorsi in
suo ajuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti, perchè ha trovato
dappertutto uomini, che e conoscevano la giustizia della sua causa, e
non esitarono a dichiararsi per lei contro la tirannide. Si era la
Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i
popoli, e promettendo di ajutar quelli, che, com'ella, portassero odio
ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo
ch'ella si è proposto, è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna
stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta
tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra
del trionfo dei dispoti. Gli agenti, che manda presso a loro per
compiacere al loro orgoglio, e per istringere gli empj nodi della loro
amicizia, in vece di vestirsi a lutto per la morte degli amici per la
libertà, celebrano feste scandalose, e bevono nelle medesime coppe dei
tiranni. Il sangue di coloro, che amici della libertà si protestano,
scorre a rivi, e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della
patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarla. Gli
splendori del trono gli rendono spettatori insensibili dell'orribile
ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli
si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la
guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi, che l'oro dei
tiranni corrompe! Popoli della terra, ascoltate le voci di un uomo, che
è spettatore di tante sceleragini, e che ne pruova un dolore orribile.
Ardete le dichiarazioni frodolente dei diritti dell'uomo, ch'eglino vi
hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce, che risplende dal tempio
della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro,
abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non
atterra più troni; essa gli difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto
fatto alla tirannìa: con una mano opprime i popoli, ai quali per suo
proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni, che
divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena
bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e
non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni
e ruine».

Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato, e principalmente diretto
contro Ginguené, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la
mente inferma, del cammino, a cui si andava con quegli amatori di
libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare.
Intanto tutta l'ambascerìa di Francia n'era mossa a romore. Ginguené
prese contegno con Cicognara, a cui si era sempre dimostrato amico, ed
egli a lui. Poi parendogli cosa d'importanza, ne scriveva al direttorio,
con molta instanza pregandolo, operasse efficacemente col direttorio
Cisalpino, affinchè Cicognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in
ciò andarvi la salute di Francia.

L'ecatombe mentovata nello scritto fu questa. Eransi, come già abbiam
narrato, i Piemontesi nemici al nome reale adunati sotto la guida di
Seras e di Léotaud sulle rive del lago Maggiore, e già condottisi fin
oltre Gravelona, marciavano contro i regj che loro venivano incontro.
Erano stati armati, e forniti d'abiti, d'armi e di munizioni con secrete
provvisioni del governo Cisalpino. Si noveravano nell'esercito regio
circa quattro mila soldati descritti sotto le insegne dei reggimenti di
Savoja, della Marina, di Peyer-Im-Off, di Zimmerman, e di Bacman. Le due
parti si preparavano alla battaglia. Si combattè tra Gravelona ed
Ornavasso. L'ala sinistra dei repubblicani, donde poteva venire il più
grave pericolo, pareva fatta sicura dal fiume Toce, insino al quale ella
si distendeva; ma siccome tutta l'importanza del fatto dipendeva dal
vietare il passo del fiume ai regj, vi aveva Léotaud, per maggior
sicurezza, collocato una compagnia di gente eletta, granatieri
massimamente. Cominciavano i feritori alla leggiera una battaglia
sparsa; poi le genti più grosse l'ingaggiarono per modo, che a mezzo
giorno tutte le schiere menavano molto valorosamente le mani. La rabbia
era uguale da ambe le parti, siccome di guerra civile, ma l'impeto
maggiore da quella dei repubblicani. Questo era cagione, che i regj,
quantunque fortemente resistessero, perdevano del campo, e pareva la
fortuna inclinare del tutto a favore dei loro avversarj. Tanto bene
ordinato era questo moto, sebbene avesse in se qualche cosa di
tumultuario, e tanto era l'ardore, che animava a cose nuove quei giovani
repubblicani! Mentre in questo modo si mostrava la fortuna favorevole
agli sforzi dei novatori, ecco levarsi il grido, che i regj, aspramente
urtata e rotta la compagnia guardatrice della Toce, avevano varcato il
fiume, ed assaltavano, fremendo, le squadre repubblicane alle spalle. Nè
era senza verità il grido spaventevole; imperciochè sei compagnìe di
granatieri dei reggimenti di Savoja, e della Marina, con gagliardìa
estrema combattendo, avevano e sbaraglialo i guardatori del varco, e
passato il fiume, e già assaltavano alle terga i repubblicani. Questa
mossa fe' del tutto prevalere i regj; i repubblicani assaliti da fronte
e da dietro, e sopraffatti dal numero soprabbondante degli avversari che
su quel forte punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono
in rotta; nè fu più possibile ai capi di rannodargli, ancorchè Léotaud
in questa bisogna virilmente si adoperasse. Cencinquanta repubblicani
perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori.
Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo
la battaglia, in poter dei regj. Perì, fra gli altri, Angelo Paroletti,
giovane di costume angelico, e d'ingegno maraviglioso. I superstiti
furono condotti nel castello di Casale, dove si fecero loro i processi
militarmente; trentadue condannati a morte.

In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava
al cupo ravviluppamento dei tempi, che si accagionassero dal governo di
Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essere loro medesimi
gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguené con instanti parole
descritto al suo governo i supplizj del Piemonte. Il direttorio, che
poteva meramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le
accuse e l'inganno. Scriveva il dì diciotto maggio Taleyrand a Ginguené,
che i moti d'Italia, quelli sopratutto, che erano sorti in Piemonte,
mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il
direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di
certa scienza, che si era ordita una congiura col fine di far
assassinare tutti i Francesi in Italia; che sapeva ugualmente, che moti
sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè soccorsi
di Francesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le
loro forze per la spartizione s'indebolissero, e fosse per tal modo
fatto abilità agli assassini di uccidergli. Sapeva finalmente, che non
contenti al dare compimento a sì scelerato proposito, volevano ancora
imputarlo a coloro, che si credevano amici della Francia, affinchè la
morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva,
di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguené ciò, che il
direttorio aveva risoluto per salvare e l'Italia e i Francesi e gli
amici della repubblica, dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava
pertanto, che si appresentasse al governo del re, della orribile
conspirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze
straniere, e nemiche della Francia, e dimostrasse, volere il governo
francese risolutamente, ch'ella e per cagioni e per pretesti
intieramente fosse diradicata; volere, che prima di tutto, offerisse il
governo del re indulto leale ed intiero a tutti i sollevati, sì
veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero;
volere, che il re adoprasse le sue forze contro i Barbetti, che
desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare,
che le strade tra Francia ed Italia fossero libere e sicure. A queste
condizioni, e per allontanar il timore che le repubbliche Cisalpina e
Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua
autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune,
che apertamente, ed espressamente comandasse ai sediziosi, che
dissolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso
importante, ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia,
le anzidette condizioni, perchè tanti giudizj arbitrarj, tanti supplizj
crudeli contro uomini ragguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo
parevano essere stati condotti all'ora estrema, perchè erano amatori
della repubblica Francese, non permettevano che si frapponesse indugio.
Se il governo Sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe
manifesto, essere lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui
fomenterebbe in segreto, fingendo di temerle in palese. Del rimanente
badasse bene Ginguené a non chiamare mai i sediziosi, patriotti, ma sì
sempre amici della Francia. Nel che io non saprei giudicare, se vi sia
derisione o fraude; perchè se i sediziosi erano incitati dall'Austria e
dall'Inghilterra, come si dava sospetto, non si vede come si potessero
chiamare amici della Francia; e da un'altra parte, se veramente era la
Francia amica del re di Sardegna, come tutte le parole espresse
suonavano, non si comprende, come ella chiamasse suoi amici i ribelli,
che con le armi in mano apertamente combattevano l'autorità e la potenza
del re.

Fece Ginguené molto efficacemente il dì ventiquattro di maggio
l'ufficio. Vi aggiunse di per se parecchie parti, che furono quest'esse;
che si cacciassero i fuorusciti, che attivamente si punissero gli
uccisori dei Francesi, che con pena di morte si proibissero le coltella
e gli stiletti, che si castigassero quei preti, che seminavano odj
contro una nazione amica.

Ma parendo all'ambasciatore, che lo sforzare il re a perdonare ai
ribelli, ed il chiamare amici di Francia coloro, che macchinavano contro
il suo stato, fors'anche contro la sua vita, non bastassero a
constituirlo in compiuta servitù, voleva, ed instava presso al
direttorio, che la Francia dovea avere piena ed assoluta autorità in
Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva sforzare il re a
cambiare tutti i suoi ministri, ed a richiamare il conte Balbo da
Parigi. Su questo punto principalmente insisteva l'ambasciatore:
affermava, essere il conte l'agente di tutta la confederazione d'Europa
in Parigi, spargervi, e spandervi denari in copia, seminarvi corruttele
in ogni parte, rendere co' suoi dispacci il re sicuro, scrivere a
Torino, che badassero a stare coll'animo riposato, che i rigori usati e
da usarsi sarebbero approvati a Parigi, che gli agenti di Londra, e di
Vienna, benchè fossero d'infimo grado, si adoperavano efficacemente
contro Francia, e che del rimanente la repubblica rovinerebbe prima del
Piemonte. Per tutti questi motivi richiedeva Ginguené, che si rivocasse
il conte da Parigi, e che in oltre si eleggesse a sua scelta il
successore.

Il governo Piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi
minacce, ordinava il dì venticinque di maggio, che si sospendessero sino
a nuovo ordine i processi dei non condannati, e si soprassedesse alle
pene dei Francesi, che si fossero mescolati nelle ribellioni.

Intanto il dì ventisei di maggio alle ore quattro della mattina i fossi
di Casale grondavano sangue. Léotaud, aiutante del generale Fiorella, e
Lions ajutante di Léotaud, ambidue francesi di nascita, ma non di
servizio, con otto altri parte forestieri, parte Piemontesi, che per
aver combattuto nella battaglia di Ornavasso, erano stati dannati a
morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo
Piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero
veramente a pensare l'ora insolita dei supplizj, e la tardità della
staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi
nove ore in Trino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo
atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le
novelle, ed accelerato i supplizj, affinchè la salute arrivasse, quando
già morte spaziava. Adunque il sangue, adunque l'ecatombe di Domodossola
non bastavano? Bene ciò io debbo dire ai posteri, che questa crudeltà,
degna di eterna riprensione, non fu opera di Priocca, ma bensì di chi in
queste faccende camminava con più ferocia di lui. Si avvide il ministro
in quale taccia incorresse, e perciò scriveva all'ambasciator di
Francia, mostrando dolore dell'accidente, accusando il messo di
tardanza, e giustificandone il governo. La uccisione massimamente dei
due Francesi il travagliava: temeva di qualche subito sdegno di Francia.
Per la qual cosa scrivendo a Ginguené spiegava, come il dritto pubblico,
ed il dritto naturale avevano sempre voluto, che il giudice naturale di
un delitto sia quello del luogo, in cui è il delitto commesso, e che
come un Piemontese, che commettesse in Francia un delitto, dovrebbe
essere giudicato da giudici Francesi, così un Francese, che commettesse
un delitto in Piemonte, doveva esser giudicato da giudici Piemontesi.
Levò Ginguené pei due Francesi morti gravissime querele, minacciò il
governo Piemontese, scrisse a Parigi, che era oggimai tempo di purgar la
Francia dal dire calunnioso, che si faceva, ch'ella tollerasse le
carnificine dei Francesi e degli amici loro, per forza dell'oro mandato
a Parigi al conte Balbo. Poscia le proposizioni del Piemontese ministro
riprendendo circa il diritto pubblico e naturale, affermava, esser vere
nei casi ordinari, ma non negli straordinari, e che quello era caso
straordinario, da qualificarsi in realtà dritto di conquista, e quasi di
guerra aperta sotto nome di pace e d'alleanza: parole verissime, che se
giustificavano quello, che la Francia faceva contro il re,
giustificavano del pari quello, che si supponeva che il re facesse
contro la Francia. Adunque quello era tempo da cannoni, non da discorsi,
da manifesti di guerra, non da proteste di amicizia.

Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria di
Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più
molesti; poichè crescendo di numero e d'ardire, sboccavano sovente a far
correrìe sui territorj regj, dando loro facile adito i comandanti Liguri
per le terre della repubblica. Fra le altre ci fecero una spedizione
piena di molta audacia contro Pozzuolo, terra estrema verso le frontiere
Liguri, e custodita da un forte presidio. Partiti con una squadra di
circa quattrocento soldati al tramontar del sole del dì ventisei
d'aprile, e viaggiato tutta la notte, arrivarono il giorno seguente
improvvisi sopra Pozzuolo, ed investita la terra, dopo breve battaglia,
la recarono in poter loro, con aver fatto prigioni circa quattrocento
soldati. Portaronsi i Carrosiani molto lodevolmente in Pozzuolo, e non
fecero ingiuria ai soldati cattivi. Poi se ne tornarono a Carrosio,
donde di nuovo uscivano spesso a travagliare i confini.

Non ignorava il governo Piemontese, che i moti di Carrosio avevano più
alte radici, che quelle dei repubblicani Piemontesi, perchè Brune e
Sottin, segretamente e palesemente gli fomentavano. Tuttavia, non
volendo mancare al debito della conservazione degli stati, si era
deliberato a mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo
estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio,
poichè gli era forza traversare il territorio Ligure per arrivarvi,
aveva rappresentato al governo Ligure, che i suoi nemici non avevano
potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della
repubblica; che lo stesso facevano liberamente per venir ad invadere il
territorio Piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che
quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come
neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i
nemici di sua maestà, che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar
loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o
dissipargli essa medesima, o dare alle genti regie quel passaggio
stesso, ch'ella dava a' suoi nemici.

Rispose la repubblica, che non consentirebbe mai a dare il passo; solo
prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di
allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti.
Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad
ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più
condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio Ligure
per andar ad assaltare i regj, ed intraprendevano le vettovaglie, che
per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e
svaligiavano i corrieri. Nel che non la perdonarono nemmeno al corriero
Ligure, a cui tolsero i pieghi diretti ai ministri regj, ed aprirono
quelli dei ministri di altre potenze.

Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto il
mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano
d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche
perizia militare. Avvertinne il governo Ligure, avvertinne l'ambasciator
di Francia, avvisando, che solo fine della spedizione era di cacciare i
sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar
quiete a' suoi stati.

Sentì sdegnosamente l'ambasciadore questa mossa d'armi, e rescrivendo al
ministro Priocca, intimava, facesse incontanente, se ancor fosse tempo,
fermar le genti, che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse
possibile di assaltar questa terra senza violare il territorio Ligure;
la quale violazione non poteva non portar con se gravi, e pericolosi
accidenti. A questo modo l'ambasciatore presso ad una potenza, non
solamente amica, ma ancora alleata, sofferiva pazientemente, che i
ribelli di lei passassero pei territorj Liguri per andarla ad assaltare,
e non tollerava, anzi si sdegnava, se essa potenza per riacquistare il
suo toltole violentemente dai ribelli, attraversasse i medesimi
territorj pei quali non avendo altra strada, le era necessità di
passare.

Il re, stretto da tanti nemici, ed oppresso da chi doveva l'aiutare, non
si perdeva d'animo, volendo, che il suo fine fosse, se non felice,
almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la
ragione avesse che fare nel dominio della forza. Spiegava il regio
ministro, che a norma dei principj del diritto pubblico, quando un
principe è impossibilitato per impedimenti naturali a pervenire ad un
territorio che gli appartiene, e che gli è stato tolto, se non col
passare per quello, che da ogni parte il circonda, non vi poteva essere
dubbio sulla legittimità del passo; e poichè la repubblica Ligure non
aveva voluto nè rimuovere le cagioni, nè dare il passo, siccome dell'una
e dell'altra cosa era stata richiesta, così a lei, non al re la
violazione del territorio doveva imputarsi. I soldati regj, attraversato
il territorio Ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio,
e si facevano padroni della terra. Poscia, per maggior sicurezza,
munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si
risentirono gravemente; le cose che scrissero, sono piuttosto pazze che
stravaganti. Un Francesco Serra, figliuolo che fu di Giacomo, avanzò
ogni altro con una scrittura tanto esorbitante, ed eccedente ogni modo
di procedere civile, che se sola passasse ai posteri, non so con qual
nome chiamerebbero l'età nostra. Ma Sottin non si ristava alle parole,
anzi accesamente appresso al direttorio Ligure instando, operò di modo
che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nemico della
repubblica, e ad intimargli la guerra. Brune si rallegrava, che le cose
gli andassero a seconda, ed aprissero l'adito a' suoi disegni ulteriori.
Non dubitava, che quanto più il re fosse stretto da difficoltà, e quanto
più bassa la sua fortuna, tanto meno sarebbe renitente al consentire
alla Francia quello, ch'egli aveva in animo di domandargli, e che era
piuttosto di estrema, che di somma importanza; proponendosi in tale modo
il generale della repubblica di tirare a benefizio di lei la guerra, che
fomentava egli medesimo sottomano contro Carlo Emanuele.

Mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguené
voleva impedire, che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima
instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo
degli effetti di questa discordia. Al che il ministro rispondeva
proponendo, a fine di prevenire il sangue, e di mostrar desiderio di
pace, che Carrosio si sgombrasse dalle genti regie, e si depositasse in
mano dei Francesi. Solo domandava, che la repubblica Ligure cessasse le
ostilità, e non desse più ricetto a masse armate contro il Piemonte. Non
dispiacque all'ambasciadore la proposta, e mandava il suo segretario a
Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo Piemontese,
non aspettate le intenzioni di Brune, volendo, o per amore di concordia,
o per timore di Francia gratificare all'ambasciadore, aveva operato, che
le truppe si ritirassero da Carrosio, e ritornassero nei dominj
Piemontesi oltre i confini Liguri. Per la ritirata dei regj non
cessavano le ostilità; anzi i Liguri venuti avanti coi novatori
Piemontesi sotto la condotta del generale Siri s'impadronirono, dopo un
violento contrasto, della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i
Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti si erano fatti
signori di Loano. I soldati Piemontesi presi in questo fatto furono
condotti dai vincitori a guisa di trionfo nel gran cortile del palazzo
nazionale di Genova, dove sedevano i consigli legislativi. Sorsero molte
allegrezze. Le solite imprecazioni contro i re, massime contro quel di
Sardegna, montarono al colmo.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per far calare il re a
quello, che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille
spaventi. Già Ginguené parlando con Priocca aveva tentato per ogni modo
di spaventarlo. Affermava, che in ogni parte apparivano segni di una
feroce congiura contro i Francesi in Italia; che già Napoli armava; che
già l'imperatore empiva gli stati Veneti di soldati; che in ogni parte
si fomentavano sedizioni; che in ogni parte con infiammative
predicazioni si stimolavano i popoli contro i Francesi; che questo fuoco
covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era
l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica
Francese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di
Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato
d'affari d'Inghilterra? che essi potevano dar denari al re, dei quali
quale uso egli facesse, ben si sapeva; che i fuorusciti Francesi, che le
macchinazioni dei preti, che la parzialità dei magistrati, che il
parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Francesi della gente in
ufficio non lasciava luogo a dubitare, che qualche gran macchina si
ordisse contro Francia.

A così gravi accusazioni rispondeva il ministro, non per persuadere
l'ambasciador di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per
purgare il suo signore delle note che gli si apponevano, che bene si
maravigliava, che s'imputassero al re i preparamenti, o veri o
immaginari, di Napoli o dell'Austria, poichè sua maestà non aveva alcuna
intima congiunzione con Napoli, nissuna con Toscana; che assai
freddamente se ne viveva coll'Austria; che di ciò poteva far
testimonianza Bernadotte, ambasciatore di Francia a Vienna; che
l'Austria aveva in Torino solamente un incaricato d'affari temporaneo,
quasi senza carattere pubblico; che quanto alle congiunzioni recondite,
e quanto ai corrieri, ed altri mandatari segreti, poteva con una sola
parola rispondere, cioè che tutto era falso, e che sfidava l'ambasciador
di Francia alle pruove; che ne seguitava, non essere in alcun modo il
Piemonte partecipe di quanto accadesse negli stati monarcali d'Italia,
ed essere del tutto assurdo, ch'ei partecipasse nelle cose del Nord; che
non era mai stato obbligo di niuna potenza di derogare alle amicizie con
altre potenze, nè di cacciare i loro agenti, solo perchè con una potenza
amica di quella avevano guerra; che risultava dal trattato d'alleanza,
avere il re facoltà di conservare appresso a se i ministri delle potenze
nemiche della Francia; che la presenza loro in Torino era un mero
cerimoniale senza importanza alcuna; che Stakelberg, ministro di Russia,
che Jacson ministro d'Inghilterra non avevano forse due volte in un anno
fatto ufficj al governo, e questi ancora per cose di nonnulla: che
potevano pel Piemonte fare la Russia, e l'Inghilterra così lontane? «Che
volesse pur il cielo, sclamava Priocca, che denaro ci potessero dare!
che ci verrebbe ad un bel bisogno; il che Ginguené ottimamente sapeva;
ma che bene l'Austria e la Russia avevano altri usi a fare del denaro
loro, che quello di darlo a chi nulla poteva per loro». Che finalmente
per favellare dei fuorusciti, dei preti, dei magistrati, degl'impiegati,
o erano falsi i rapporti, od opere d'uomini privati, che siccome dal
governo non procedevano, così non potevano ragionevolmente dar
fondamento di giudicare sinistramente di lui, nè impedire, ch'ei potesse
sostenere in cospetto d'Europa di aver sempre conservato fede inviolata
ai trattati; che pertanto il governo regio si trovava innocente di tutti
i carichi che gli si davano, non con altro fine, che con quello di
perderlo. Concludeva il ministro, che sarebbe stato meglio, e più
onorevole per la Francia lo spegnerlo, che il martirizzarlo.

Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari
esteri di Francia a Ginguené, che manifestavano uno sdegno grandissimo
pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati: essere, scriveva il
ministro, la crudeltà del governo Piemontese nel suo colmo; i mezzi di
dolcezza e di persuasione non potersi più usare; voler riferire al
direttorio lo stato del Piemonte; non dubitare, ch'egli fosse per
abbracciare i consigli di Ginguené; voler proporre per condizione prima,
che si allontanasse il conte Balbo, il quale col rendere sicuro il suo
governo, il portava a commettere tutti i delitti, di cui era Ginguené
testimonio, ed a credere che sarebbero impuniti. Pure il conte non fu
mandato via; perchè o il ministro non propose, il che io credo, o il
direttorio non accettò la risoluzione dell'allontanarlo, sicchè continuò
a starsene in Parigi insino alla ruina totale del regno.

In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguené venuti alle strette
per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per
pacificare il Piemonte voleva, che si concedesse ai sediziosi. Avrebbe
l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che
aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo Francese
esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con
Ginguené nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse
solamente i delitti politici anteriori, e non gli estranei alla
sedizione; non guardasse nel futuro, ed in modo alcuno non impedisse il
governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in
terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo
due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto
alcuno ripigliassero le armi contro il re.

Brune, al quale Ginguené aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e
che evidentemente mirava più oltre, che alla servitù del re verso
Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando,
voleva, che si domandasse la consegnazione, quale deposito, in mano dei
Francesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre, che il re
licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di
Carrosio, e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla
cittadella, domandassela Ginguené, e se la domanda gli ripugnasse,
domanderebbela egli. Per tal modo a quel soldato repubblicano pareva,
che lo spogliare il sovrano del Piemonte dell'ultima fortezza, che gli
fosse rimasta, che il voltar le bocche dei cannoni della repubblica
contro la sua stessa reale sede, che il torgli per forza i servitori più
fedeli, che lo sforzarlo a dare un compenso alla repubblica Ligure per
avere, lei fomentato i suoi nemici, e corso armatamente contro di lui,
fossero cose di poco momento, e da domandarsi con un girar di discorso.

Non abborrì l'animo di Ginguené da sì insolente proposta, dalla quale
nondimeno avrebbe potuto facilmente esimersi, stantechè il generale, si
offriva a far da se. A questa moderazione avrebbe dovuto tanto più
volentieri attenersi quanto più gli era pervenuto comandamento espresso
da Parigi di non aggravar le condizioni, e di stipularle tali quali il
governo gliele aveva mandate. Ma siccome aveva molta fede in Brune, ed
era continuamente aggirato dai democrati, consentì a quello, da che ed
il carattere suo d'ambasciadore, e la sua qualità d'uomo civile lo
avrebbero dovuto stornare. Insistè adunque con apposita scrittura
appresso al ministro Priocca notificando, che Brune si era risoluto a
non accettar le condizioni. Aggiunse di proprio capo, che i Liguri
gridavano vendetta per le ingiurie sì recenti che antiche; che i
Cisalpini erano pronti ancor essi a correre ai risentimenti; che dai
Liguri e dai Cisalpini avevano i sediziosi soccorsi di consiglio, d'armi
e di denaro; che già cresciuti di numero e di forze minacciavano il
cuore del Piemonte; che le campagne erano in armi, che il fanatismo
spingeva i contadini ad ammazzare i Francesi; che i fuorusciti di
Francia, ed i nobili del Piemonte ammassavano genti per correre contro i
Francesi, che ogni cosa vestiva sembianza da nemico, ogni cosa mostrava
odio irreconciliabile, ogni cosa prenunziava la guerra; che in tale
condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire
una sicurtà era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che
questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per
ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte
appianerebbe la strada a buona concordia; che i democrati armati
deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto;
poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete
dello stato stabilmente confermata. Quale difficoltà, quale timore
potrebbe opporsi a sì sana risoluzione? Forse il timore, che i Francesi
di questa nuova condizione fossero per abusare, per non adempire i patti
dell'alleanza fin'allora tanto scrupolosamente da loro osservati? Avere
testè salvo ed incolume il Piemonte, un grosso esercito repubblicano
attraversato questo paese: temere, che i Francesi vogliano abusare della
possessione della cittadella contro il governo Piemontese sarebbe far
ingiuria alla repubblica Francese; che se i Francesi nodrissero tali
pensieri, non avrebbero, per mandargli ad esecuzione, bisogno della
cittadella; sperare pertanto, concludeva, sperare l'ambasciatore,
sperare il generale, che per l'amore e per la stabilità della pace
consentirebbe il re alla consegnazione della cittadella; dal quale atto
ne seguiterebbe incontanente, ch'egli con ogni più efficace mezzo, e con
intatta fede procurerebbe la pace, e la quiete del Piemonte.

Persistettero Ginguené e Brune nel volere la cittadella, sebbene il
ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore, che le
condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la
sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo Francese, stante le
disposizioni d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò
richiedevano dalla Francia; che per questa cagione, e per avere Sottin
trasgredito questi ordini, l'aveva il direttorio richiamato da Genova, e
soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. Infatti
era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello
spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale
deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue
instanze e diligenze il conte Balbo a Parigi.

A così strana domanda, si commosse il governo Piemontese, e già certo
del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere
felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò
primieramente il marchese Colli a Milano, affinchè facesse opera con
Brune, che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva
all'ambasciador di Francia queste parole, che, siccome pare a noi,
potrebbero servir d'esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi
fa suo dritto la forza. Il terzo capitolo dell'indulto, enunziava, solo
fare difficoltà; consentire il re a rinunziarvi, quantunque ei
conoscesse essere necessario alla quiete del regno, ed alla sicurtà
personale sua, ma rinunziandovi, richiedere il governo Francese, ed i
suoi rappresentanti di giustizia; importare massimamente al re il
soggetto presente; però richiedere la Francia di giustizia: volere la
Francia procurar salute a coloro, ch'ella chiamava suoi amici;
consentire il re alla salute loro, consentire anzi, che fossero liberi
da ogni molestia: ma volere forse la Francia, che per le trame e
macchinazioni di costoro fosse continuamente il Piemonte in pericolo di
nuove turbazioni? Fosse la sicurezza del re, suo alleato, insidiata? Non
potere volerlo senza ingiuria della giustizia, senza ingiuria della
lealtà, senza ingiuria dell'interesse suo: non potere volerlo senza
taccia di connivenza nelle opere criminose loro, cosa contraria a' suoi
principj, alle sue promesse, ai patti giurati: non volere il re fare
alcun male a coloro, che avevano voluto, e tuttavia volevano fargliene,
ma dover assicurare la tranquillità del regno, la conservazione del suo
governo; avere di ciò non solo dritto, ma dovere; quanto alla repubblica
Francese, il vantaggio, ch'ella procurava a' suoi nemici, essere per lei
un obbligo di più ad interdir loro in modo positivo ed efficace ogni
tentativo ulteriore; volere e domandare, che il manifesto da pubblicarsi
per ordine del direttorio da Brune fosse accompagnato da provvedimenti
di tal sorte, che ne fossero il Piemonte ed il suo governo fatti sicuri
delle loro macchinazioni. Circa il preliminare della cittadella, che
l'ambasciador domandava per ordine di Brune, certamente dovere
l'ambasciatore medesimo di per se pensare, quanto il re ne fosse stato
maravigliato e commosso; sapere essergli questa domanda fatta senza
ordine, e contro l'intenzione del direttorio; per questo l'ambasciadore
medesimo avere appruovato, che il re mandasse un suo ufficiale appresso
al generale della repubblica per farlo capace della falsità dei
rapporti, per dimostrare la lealtà del governo Piemontese, per isvelare
la perfidia de' suoi nemici; credere il ministro debito suo essere di
osservare in poche parole all'ambasciadore di Francia, che l'armarsi
delle campagne era falso, che qualche omicidio cagionato in parte dai
disordini commessi dai soldati Francesi non pruovava un fanatismo
micidiale contro i medesimi; che non conosceva il governo, sebbene
attentamente vegliasse, ed ogni cosa sopravvedesse, un armarsi di
fuorusciti, e manco ancora di nobili, cosa del rimanente del tutto
assurda negli ordini attuali del Piemonte; che primo e principal suo
desiderio era di conoscere, per raffrenarle, queste opere ancor più
contrarie ai diritti del regno, ed alla quiete del paese, che alla
sicurezza dei Francesi; che del resto crederebbe il re far torto a se
medesimo, se giustificasse in cospetto del mondo per una condiscendenza
tanto decisiva, e tanto eminente le calunnie tanto assurde, quanto
atroci, con cui i malvagi il perseguitavano.

Brune, che fomentava le sollevazioni contro il re con pensiero di
ridurlo agli estremi spaventi, perchè rimettesse in sua mano la
cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire, che ella non gli si
consegnasse: ed ora spaventando con minacce di nuove ribellioni, ed ora
allettando con isperanza di quiete, se si acconsentisse alla sua
domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano
rappresentavano instantemente in contrario i ministri, che in un caso
tanto grave, ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi
comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del
direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando
una debolezza inescusabile, a quella condizione, che toglieva al re le
ultime reliquie della sua dignità, e della sua independenza. E perchè i
posteri conoscano qual fosse la natura di quel governo repubblicano di
Francia, dirò, che, non che biasimasse e castigasse Ginguené e Brune
dello aver trasgredito in un caso di tanta importanza i suoi ordini,
lodò, e si tenne cara la cittadella rapita con inganno evidente, e con
disubbidienza formale a quanto aveva loro prescritto.

Stipulavasi il dì ventotto giugno a Milano fra Brune da una parte, ed il
marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del
quale erano i seguenti: che i Francesi occupassero il dì tre di luglio
la cittadella di Torino; che il presidio Francese di lei non potesse mai
passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e
liberamente, e quietamente potesse esercitare il suo officio, nè fosse
lecito ad alcuno insultare, o cambiare quanto si appartenesse alla
religione; che il governo Francese si obbligasse a cooperare alla quiete
interna del Piemonte, e nè direttamente, nè indirettamente desse
soccorso, o protezione a coloro, che volessero turbare il governo del
re; che Brune con atto pubblico ordinasse, e procurasse con ogni mezzo,
che in suo poter fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del
Piemonte; che infine usasse il generale tutta l'autorità, e tutti i
mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure
cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse, e la buona
vicinanza, e l'antico assetto di cose si rinstaurassero. Per tutto
questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a
consentire, che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non
si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro
talento; che farebbe finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le
strade del Piemonte fosse a tutti libero, e sicuro.

Per condurre ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti
d'indulto a favore dei sollevati. Brune da Milano il dì sei di luglio
pubblicava queste cose: che l'Europa conosceva gli accidenti sanguinosi
d'Italia; che questa provincia libera dalla guerra esterna, era
straziata dalla guerra civile; che le esortazioni del direttorio della
repubblica Francese non avevano potuto frenar popolazioni pronte a
correre alla discordia, ed al sangue le une contro le altre; che
l'esercito Francese cinto da ogni parte da congiure e da guerre civili,
aveva dovuto mettersi in guardia; che in tutto questo si vedeva
chiaramente l'opera dei perfidi Inglesi, che con ogni delitto, e pur
troppo spesso ancora con usare le generose passioni stesse intendevano
continuamente a turbare la quiete del mondo; che vedeva la repubblica i
suoi nemici, che vedeva ancora in compagnìa loro amici traviati; che
voleva torre ai primi la facoltà di nuocere, tornare i secondi ad un
quieto e felice vivere; che aveva il re di Sardegna, alleato della
repubblica, ad instanza formale del direttorio, perdonato intieramente
agli autori delle ultime turbazioni, e per la sicura fede delle sue
promesse posto in mano di un presidio Francese la cittadella di Torino;
che per tale modo dovevansi spegnere tutte le faci della civil guerra, e
che la repubblica, sempre intenta alla pace d'Italia, non sarebbe per
tollerare, che di nuovo a sacco ed a sangue questo bel paese si
riducesse. Esortava pertanto, ed ammoniva tutti gli amici dei Francesi,
che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni
della parte contraria, avevano prese la armi per difendere la vita e
l'onore, deponessero queste armi, e tornassero alle sedi loro, dove
troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che,
tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si
adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito
Francese, o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiarirebbe nemici
della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni, e come
gente di tal fatta gli perseguiterebbe.

Addì tre di luglio entravano i Francesi condotti da Kister nella
cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di
Monferrato, che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei
novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose
donne, ed i galanti giovani concorrevano volontieri, essendo il tempo
bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così
contro la fede data, e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva
il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo, e
l'incaricato d'affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro
per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo
Emanuele, non più re di Sardegna, ma servo di Francia, e l'ambasciator
Francese, vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato
d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per
nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava al tempo stesso, per mezzo
di Ginguené al re, sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si
uniformava Carlo Emanuele all'intento, non senza però lamentarsi, e
protestare con forti e generose parole contro quella insolente
imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini, solo i
regj fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano, ed altri
paesi perduti nella contesa precedente; le quali raccontare sarebbe
troppo minuta, e fastidiosa narrazione.

Mi accosto ora a raccontare un fatto orribile in se, orribile per le
cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi,
nemici del nome reale, tornati a stanziare, ed a far massa in Carrosio,
dopochè il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue
genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da
quelli stessi, che più intimamente assistevano ai consigli segreti di
Brune, dell'accordo, che si trattava tra Francia e Sardegna, per la
rimessa della cittadella, e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro,
che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo, ogni
speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati
a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto con
fare un moto, il quale confidavano, avesse ad allagare, se non tutto,
almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa
macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente
verso Alessandria; gli ufficiali del generale Menard, che comandava a
tutte le truppe Francesi in Piemonte, avevano loro dato speranza, che le
truppe repubblicane di Francia, che stanziavano in quella città, si
accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano, che
un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione
delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte le province che
bevono le acque del Tanaro; il che giunto all'occupazione della
cittadella di Torino, persuadeva ai novatori, che anche le province del
Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta vittoria aspettavano di
tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì
secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Francesi entrati
nella cittadella.

La mattina del cinque molto per tempo uscivano i sollevati in numero
circa di mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Francesi, che
presidiavano la piazza, facessero alcun motivo per impedirgli,
marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta
alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto
pericolosa, se Solaro governatore di Alessandria, non avesse avuto
avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il
quale per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era
consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa
Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla
Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti, e cento
cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati da
Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso
ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto;
imperciocchè uscendo i regj alla impensata dall'agguato, e con repentino
remore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a
tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, gli ruppero facilmente
togliendo loro due cannoni, e bestie da soma cariche di non poche
munizioni. I soldati regj, salvo nel primo impeto della battaglia, si
portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi: ma
si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di
natura, ed avversa al nome Francese, ed a coloro che l'amavano. Costoro
crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro
alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali, ed
ai soldati regj, che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare
il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa
e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti, chi qua chi
là per le selve, pei vigneti, e per le campagne feconde di biade, erano
spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni
momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte
dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia, che
battaglia, e piuttosto carnificina, che uccisione. Perirono seicento:
morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e
che non ebbe altro difetto, se non di opinioni false, ed esagerate in
materia di libertà.

Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far
rivoltare gli stati del re. Allegossi, avere lui a bella posta indugiato
sino ai sei del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle
masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo
fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere
incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi
dell'avergli traditi col rivelare al governo regio tutto ciò che
macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco di quei tempi,
se si considera la natura di Menard. Certo è bene, che gli ufficiali,
che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard, spendevano presso ai
sollevati il nome loro per far credere, che questi due generali
secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è
certo, che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni
partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio
dell'avere, dopo di aver per forza consentito all'indulto, in tale modo
ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo
piacere il sangue a copia, ed affermossi, che il governator
d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della
qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da
questo, che l'indulto pubblicato ai due in Torino, non fu pubblicato se
non ai sei in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni; colpa,
dicevano, del governatore, che aveva sete di sangue. Scrissene molto
risentitamente Ginguené a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro,
che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo
dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo
dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che
se in questa faccenda vi era perfidia, certamente con era dalla parte
degli agenti del re; parole terribili, e pregne di cose molto sinistre.
Poscia aggiungeva, che troppo infame esorbitanza era quella di
calunniare un uomo tanto savio, qual era il governator d'Alessandria,
uomo del quale tanto si erano per le sue virtù lodati tutti i commissari
Francesi; che pur troppo assurdo era l'imputargli l'indugio della
pubblicazione dell'indulto in Alessandria, stantechè negli ordini del
Piemonte ai governatori non s'appartiene il fare tali pubblicazioni; che
l'unica e vera cagione dell'indugio era nello avere spedito da Torino il
manifesto per lo spaccio ordinario, che partiva il mercoldì quattro del
mese, giorno appunto precedente a quello, in cui i sollevati si erano
mossi al tentativo; che del rimanente, e per certo non ignoravano essi
l'indulto, del che si offeriva a dare pruove autentiche ed
irrefragabili; che infine non poteva restar capace, come si potesse aver
per male, che una popolazione fedele e minacciata d'aggressione avesse
prese le armi per la difesa comune.

L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti
repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati e le promesse,
essere cagione di concordia fra le due parti, e di sicurtà pel Piemonte,
partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette, ch'ella non
facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Piemontesi
nel grembo stesso della real Torino. Solevano i Francesi sul battere
della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la
città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenevano neanco
da quelle, che tutto il mondo conosceva essere state composte in
ischerno, e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione.
Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi
non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci, e motti
ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale
Collin, il quale, siccome quegli che faceva professione di repubblicano
vivo, e teneva pratiche coi novatori, che ad ogni ora lo infiammavano,
si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste
intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva, che ogni sera accorrevano da
tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per
scioperìo, i novatori per disegno, e si faceva calca presso alle mura
della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla
salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo; ma essi,
udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima
rabbia si concitavano, ed a mala pena potevano frenar se stessi, che non
venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano le ire
soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul
Piemonte. Il marchese Thaon di Sant'Andrea, governatore, aveva con
iterate istanze pregato Collin, acciocchè si astenesse da usi tanto
pericolosi. Rispondeva il repubblicano, ora negando parte dei fatti, ora
allegando, che pure i repubblicani dovevano suonare le loro arie
repubblicane, come i regj le regie. Le tresche continuavano, il pericolo
cresceva. In questo estremo caso scriveva Priocca a Ginguené il dì
quindici settembre, che la sera dei quattordici, oltre la solita musica,
si eran fatte sentire parecchie volte dalla cittadella grida indecenti,
ed ingiuriose alla persona del re; che il governo guarentiva la quiete
di Torino, se non si provocasse il popolo; ma che, se con nuovi stimoli
se gli stesse continuamente ai fianchi, se ogni sera se gli desse
occasione di far calca, non poteva più promettere alcuna cosa, e
l'ambasciadore sarebbe tenuto dei funesti accidenti che ne
seguiterebbero.

Rispose l'ambasciadore, che non rifiutava il carico, ma che bene si
maravigliava dello stile dello scritto; che del rimanente l'aveva
comunicato a Collin. Dal che si vede, che i repubblicani di quei tempi,
che con solenni scritture chiamavano quasi ogni giorno il governo
Piemontese crudele, traditore e perfido, non potevano poi, per la
superbia loro, sopportare, che il governo medesimo, le cose col proprio
nome chiamando, gli avvertisse, e gli imputasse dei pericoli, ch'essi
stessi evidentemente eccitavano.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti:
appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il sedici
settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile, o disegno espresso,
come si credè con maggior probabilità, dei novatori, massimamente di
quei più arditi, che dipendevano dal fomite Cisalpino, si venne ad un
fatto mostruoso, che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò, che
di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meriggiane una
vergognosa, e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta
di tre carrozze, nelle quali si trovavano femmine vivandiere travestite
alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali ammascherati ancor essi
alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi
parrucche, con borse nere ai cappelli, con lunghe spade con l'else
d'acciaio, pure nere, e con piccoli capelli sotto braccio, tutto alla
foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente
all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente,
precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di
corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro ussari Francesi,
comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il
vicegerente, ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i
canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con
mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le
brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla
passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente
intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli ussari,
crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza gran romore, i
circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno.
Posta in tale guisa ogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente
della corte, e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere
imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la
solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa
di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi
trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne,
affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della
mascherata: al tempo medesimo gli ussari menavano piattonate forti a
tutti, che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla
cittadella suonava, e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore,
che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in
Torino, o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a
discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua
regia sede; il che come disegno sinistro gli fu poscia imputato dai
repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi
moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i
soldati Piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare,
accorrevano a furore; alcuni soldati Francesi restarono uccisi. Lo
spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I
Francesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi,
e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano
armati, e pronti a far battaglia contro i regj. Una estrema ruina
sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto (tanto fu il cielo propizio in mezzo a quel furioso
tumulto, ai fati del Piemonte) il generale Menard, che non per ufficio,
ma per accidente si trovava a Torino, veduto, che se più oltre si
procedesse, vi andava in quel fatto la salute dei Francesi, la salute
dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin, che non si
muovesse, e con le sue esortazioni, con le sue minacce, con l'autorità
del suo grado tanto operava, che fece fermare, e tornare in cittadella i
repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e
frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe
stato funestissimo. Il governatore non tralasciò ufficio, perchè il
furore improvviso dei soldati Piemontesi si raffrenasse, e diede ordini,
perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale
del Piemonte dalla generosità di Menard, e dalla moderazione di Thaon di
Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava
villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso
dell'accidente, prima da alcuni uomini fidati, poscia dal governatore,
il quale già innanzi che da Menard a ciò fare fosse invitato, gli aveva
mandato per sua sicurezza una banda di soldati. Il ministro Priocca il
mandava pregando, che ritornasse tosto, della sicurtà di lui, e di tutta
la sua famiglia promettendo. Tornato l'ambasciatore la sera del medesimo
giorno, da quell'uomo diritto, e dabbene che egli era, quando non era
sviato dai soliti fantasmi, si dimostrò molto sdegnato contro Collin,
condannando con forti parole la sua condotta, e la schifosa mascherata.
Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella, e
surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo Piemontese,
che vedeva ad un uomo rotto e dipendente dai novatori, surrogato un
generale, che non amava le rivoluzioni, e non si dimostrava alieno dal
favorire la sicurezza del paese. Queste cose faceva Ginguené sano; ma
aggirato di nuovo dai novatori, tornò sul suo male, ed ingannandosi
novellamente incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti
i Francesi il giorno stesso, che si era fatta la mascherata, come se
ella, e le insolenze, e gl'insulti fatti dagli ussari e dai corrieri,
che l'accompagnavano, fossero stati opera non di Francesi, ma di gente
che gli volesse ammazzare. Ma a queste considerazioni non ristandosi, e
trasportando le congiure da coloro che le facevano, in coloro contro i
quali si facevano, e troppo facilmente condiscendendo ai desiderj di
Brune, di nuovo tormentava Priocca. Addomandava con insolente instanza,
che il re licenziasse tutti i suoi ministri, e nuovi ne creasse in luogo
loro: voleva specialmente, che togliesse la carica a Thaon di
Sant'Andrea, al conte Revello suo figliuolo, governatore d'Asti, l'uno e
l'altro qualificando, come Nizzardi, di fuorusciti di Francia. Ancora
voleva, che il re dismettesse il conte Castellengo, vicario di Torino,
ed un David, impiegato di lui, uomini, secondo che allegava, autori di
quella orribil trama di assassinamenti di Francesi. Tacque di Priocca,
perchè parlava a lui. Lo sforzare un re non solo independente ma
eziandio alleato, ad allontanare da se i suoi servitori più fedeli, con
qualificargli anche di capi d'assassini, è un atto di cui solo si
trovano esempi nei tempi sregolati, che sono il soggetto delle presenti
storie. Essendo caso d'importanza, il ministro Priocca richiese
l'ambasciatore di abboccamento; accordaronsi, si farebbe in casa di
Francia. Il ministro vi si condusse: si confortava col pensiero di non
mancare nè di fede, nè di costanza al suo signore. Incominciò a dire,
che, quanto a lui, molto volentieri darebbe luogo, e la sua licenza
chiederebbe, se credesse ciò aver a ridondare a soddisfazione dei
Francesi, ed a quiete del regno, che a parte delle faccende pubbliche
era venuto non richiedente, le abbandonerebbe non mormorante, che
nissuno meglio di lui sapeva, quanto dolorosa cosa fosse il servire in
quei tempi; che non ostante, non l'amarezza dell'ufficio, ma l'utile
della sua patria, e la salute del regno, se ciò richiedessero, il
farebbero ritrarre; che costanza aveva sufficiente per sopportar ogni
peggior male pel sovrano, ambizione non sufficiente per volere star in
carica contro gl'interessi del suo paese; che quanto alle domande
d'esclusione, perchè potesse farne proposta, era necessario, che non
generali parole, ma fatti precisi si adducessero. Ginguené rispondendo,
tornava sulle coltella, sugli stiletti, sugli assassinj: insisteva
massimamente sulla necessità di allontanare dai consigli, e dal Piemonte
Thaon di Sant'Andrea, e tutti i suoi figliuoli, come fuorusciti di
Francia. In questo punto successe un accidente, e fu, che Marivault
segretario della legazione, improvvisamente uscendo da una porta
segreta, e nella stanza, dove i due ministri Francese e Piemontese
negoziavano, entrando con un gran viluppo in mano di coltelli e di
stiletti, sulla tavola con irato piglio gittandolo, ed a Priocca
rivolgendosi, _guardate_, disse, _se non vi sono coltelli, e se non sono
stati distribuiti; poi dite, che le accusazioni sono fondate in aria_. A
questo atto del quale, il minor male, che si possa dire, è, che fu una
commedia molto ridicola, rise di disprezzo, e di sdegno Priocca:
Ginguené prima vergognoso si tacque: poi a Marivault voltosi, gli disse,
_andatevene, e portatevene le coltella; che qui non si tratta di
coltella_. Portate via le coltella da Marivault, le quali come
pruovassero, che il governo Piemontese facesse con ordini espressi
ammazzare i Francesi con le coltella sulle strade, Dio solo il sa,
ritornarono l'ambasciadore, ed il ministro sul negoziare. La somma fu,
che non potè il primo allegare fatti precisi, o pruove del suo dire.
Promise non ostante il secondo di farne rapporto; con temperate, ma
efficaci parole dolendosi, che di continuo il governo regio, come
instigatore, e pagatore di assassini, e la nazione Piemontese, come una
banda di assassini si rappresentassero.

Parlato col re, rispondeva da parte sua Priocca, che il ministro
Taleyrand, favellando col conte Balbo, ambasciatore a Parigi, aveva
detto che il governo Francese non desiderava scambio nei capi del
Piemontese; che del resto nè Sant'Andrea, nè i suoi figliuoli erano
fuorusciti di Francia, e che gli altri magistrati, di cui si addomandava
la rimozione, non solamente non erano colpevoli di quanto loro
s'imputava, ma che ancora erano stati operatori, che fosse stata in
Piemonte salvata la vita a molti Francesi: che perciò il re non voleva
far cambiamenti, poichè non gli poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie, che le cose tra l'ambasciatore
di Francia, ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè
alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava
Ginguené presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da
un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente
instava, acciocchè chiamasse Ginguené. Questi chiamava Balbo spargitor
d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo, e pericoloso di
tutta la lega Europea contro Francia. Balbo chiamava Ginguené uomo
buono, e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di
fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle folìe, ed alla
calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna
intemperante, e di natura tale che non lasciasse pur respirare un
momento quel governo, che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo
mentre le novelle della mascherata, e della domanda fatta da Ginguené
della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente, e con molta
instanza Balbo dei due accidenti, come già si era prevalso della domanda
della cittadella. Per la qual cosa giuntovi eziandio, che Taleyrand
sapeva, che la nuova confederazione contro Francia si preparava, ma non
era ancor matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali,
prevalse l'ambasciador Piemontese. Fu Ginguené, per decreto del
direttorio dei ventiquattro settembre, richiamato dalla sua carica
d'ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza
lettere, che letterato, amatore dei letterati, e di natura dolcissima,
ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria
in tempi tanto tempestosi.

Desiderava Ginguené, prima di tornare in Francia, visitare l'Italia,
perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e
tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia.
Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed
accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco
tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené
mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in
Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è
altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo
benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente
sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano
sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma
vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe
desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto.
Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini
ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella
sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò
col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le
altre sue qualità aveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima,
non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre
s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu
sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che
rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini
molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui
suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto,
nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non
secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto,
che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli
uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.

Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio,
che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano
le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il
miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e
sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava
temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli
era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di
aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria
attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i
soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar
le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu
malagevole al direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era
molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che
si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto,
vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si
sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di
Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi
soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non
poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e
dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e
dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni,
deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del
tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione
opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era
persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che
ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui
territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano,
il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai
confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie
fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato
tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non
dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale
opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva
perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche
Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna verso Parma, di essere
ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re
non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che
verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua
salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele
ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per
congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica,
nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose
conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che
fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di
Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua,
perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè
nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con
l'Austria.

Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era
l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da
Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia
con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far
rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i
tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che
gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del
tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di
richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali
era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi
Francesi, ed oltre a ciò che rimettesse in mano di lui l'arsenale di
Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella
città stessa, e vicino alla cittadella.

Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno
stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un
ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo
del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e
del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse,
non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato
d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo
emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe
contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che
gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la
possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei
repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì
venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era
stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal
favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di
fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di
moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava,
che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a
qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se
stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà la
posterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando
addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i
Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e
di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto
era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il
direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio?
Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non
dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non
bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia.
Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte
le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di
quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del
ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono
gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito
alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi
insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla
rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re
per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi
soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che
sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo
giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con
uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli
amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si
facevano rapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri.
Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine
del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole
dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi,
dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una
risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se
non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi
intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva;
chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino
con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina
e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da
Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con
ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice
de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro
fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del
soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque
decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha
mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue
di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato
in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore
della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar
i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con
istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia
vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati.
Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar
fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di
portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito
repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle
schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora,
passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno
stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa
Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante
generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard
di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone
prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava
ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti
sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del
regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di
Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che
tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro
repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di
proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e
d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di
rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di
nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere,
procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo.
Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere
recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor
doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per
obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di
buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed
aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano,
l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte
lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli
estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse
dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di
Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di
cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un
solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse,
incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra
non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli
abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli
che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro.
Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle,
che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino
era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie
sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in
condizione di prigioniere. Vide allora il re, che ogni speranza era
spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno,
che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine.
Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che
i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il
dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri,
pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al
pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale
Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua
sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di
essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di
Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli
rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad
altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici
di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano
timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici
trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della
repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese
le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei
patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di
allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai
aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di
generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia,
sebbene oltrepassassero le sue obbligazioni, e riuscissero di sommo
aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha
consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino:
invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate
nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso
della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la
riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al
generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di
regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi
per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione
dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata
al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune
interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo
Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi
stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di
difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella
l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo
stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da
Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di
Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara,
Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì
inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non
ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per
mezzo de' suoi ministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte
amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare
ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua
Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di
fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia
a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al
cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che
sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei
quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».

Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste
generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo
interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della
forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.

Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e
gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i
Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo
di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo
alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di
decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e
per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi
di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di
torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a
ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno sette, ed a mandar
Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e
come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi
che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro,
e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso
sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine
dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele
con queste parole: _io prometto di non dare impedimento all'esecuzione
di questo trattato_. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua
famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato
alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che
fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai
repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati
e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non
piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse
gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non
imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò,
che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando
pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva
richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio
per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le
rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu
cagione, che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow,
in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua
potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo
temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a'
suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero
al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette,
e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il
governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della
cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e
le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il
potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e
di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero
ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i
diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia
ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi
palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta
mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano
eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il
potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si
suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero
nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.

Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto
che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte.
Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San
Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono,
Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo
Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate
qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù,
o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte
queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi
sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se
l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere,
quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa
propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la
confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui
si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato
nome dei buoni per compagnìa.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a
giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto
sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti
tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad
alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le
stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente
correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i
capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato.
Poco stante arrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale
continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i
repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire
di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano
assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo
feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.

Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei
repubblicani. Ma quali fossero più degni di compassione del carcerato, o
dei carceratori, giudicheranlo gli uomini diritti e dabbene. Scrivelo
anche la storia, che, come la giustizia gl'innocenti dai rei, sebbene a
passo lento, così i buoni dai tristi distingue, ed ai posteri secondo le
opere loro raccomanda. Sarà Priocca, finchè fia in pregio la virtù fra
gli uomini, lodato e celebrato, come esempio di quanto possano un animo
forte, una mente sana, una sincerità singolare, ed una fede
inalterabile. Sogliono le repubbliche o adulare, o calunniare, o
uccidere i loro cittadini grandi. Sogliono le monarchìe, ogni cosa al re
riferendo, soffocare la fama e le opere egregie dei servitori magnanimi.
Ma non potranno tanto o una invidia consueta, o una prudenza ingrata,
che non passi Priocca ai posteri, non solo lodato, ma ancora amato e
riverito, come uno degli uomini, dei quali l'Italia e l'umanità più si
debbono pregiare. Servì senza ambizione lo stato; tollerò senza
abiezione il carcere e l'esiglio, e quel che più degno è di lode, questo
è, che sopportò con equalità d'animo la calunnia; e mentre nei tempi che
seguirono, i suoi persecutori corsero, per amor dell'oro e della
potenza, agli allettamenti altrui, se ne visse e morì Priocca oscuro,
modesto, temperato, e contento in Pisa, ancorchè fosse stato più volte
chiamato alle ambizioni da chi tanto poteva, e tanto amava tirar dietro
a se, come mezzo di potenza, gli uomini venerandi. Non fu da noi
conosciuto Priocca nè per beneficio, nè per ingiuria, nè mai il volto
suo vedemmo; ma bene abbiamo tanto conosciuto l'animo di lui, che
l'essere nati nel medesimo paese, che egli, ci rechiamo a parte di
gloria.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede
degli antenati loro. Era la notte fra le nove e le dieci della sera,
oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume
dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta, che dà nel giardino, e
quivi in carrozza montati per l'altra porta, che è tra le due del
palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano.
Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza, che mai non
si potrà abbastanza lodare, e per debito di religione, come protestava,
le gioie preziose della corona, tutte le argenterie, e settecento mila
lire in doppie d'oro in oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e
la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta
soldati a cavallo Francesi, altrettanti Piemontesi: gli accompagnarono
insino a Livorno, di Piemonte. Corse fama, e fu anche affermato, che o
per timore volontariamente, o perchè fossero dai cieli serbati a tanta
indegnità, a ciò costretti dai soldati repubblicani, acconciassero ai
cappelli loro le nappe di tre colori; ma io non lo posso dir per certo;
certo è bene, che i valletti, mentre la real famiglia scendeva le scale
del palazzo, andarono cercando a tutta fretta le nominate nappe.
Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono
accolti dal gran duca, come si conveniva al grado, alla parentela, ed
alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del
direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma
alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono
portate via le gioie, e le altre suppellettili preziose, alle quali
Carlo Emanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo,
portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoja. Non so ora, se mi debba raccontare
l'intimazione di guerra fatta il dì dodici decembre dal direttorio,
quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la
distruzione dell'autorità regia in Piemonte. Accusò il direttorio con
isfrenatissime parole le coltella, i veleni, gli assassinj; disse, che
il re di Sardegna s'intendeva con quel di Napoli; tacciò di perfidia la
corte per non avere, come affermava, pubblicato in tutti i suoi stati il
trattato di pace; allegò che favorisse ed incitasse i fuorusciti, ed i
preti non giurati a macchinare contro la repubblica; che con modi
orribili ed immani facesse assassinare i Francesi con coltella e con
stiletti; che facesse uccidere i Francesi implicati nel moto di
Domodossola, dopo promesse di perdono; che il duca d'Aosta, qual altro
vecchio della montagna ordinasse e pagasse sicari, acciocchè amazzassero
i Francesi: che il governo del re facesse avvelenare i fonti a morte
certa dei Francesi; che insultasse i Francesi; che imprigionasse gli
amici della repubblica; che chiamasse all'armi i soldati provinciali
quando Napoli assaltava Roma; che quasi assediasse la cittadella; che
munisse d'artiglierie i monti, che la signoreggiano. Le quali furibonde
querimonie in quale conto si debbano tenere, facilmente potrà giudicare
chi attentamente avrà letto il presente libro di queste mie storie.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del novantanove,
arrivava il dì tre di marzo in cospetto di Cagliari. Quivi vistosi in
potestà propria, e considerato, che le deliberazioni generose, e
magnanime nascono anche, e finalmente piene di comodità e di profitto,
volle fare manifesto a ciascuno, e pubblicò solennemente, che l'onore
della sua persona, l'interesse della sua famiglia e de' suoi successori,
e così medesimamente le sue congiunzioni di amicizia con le potenze
amiche, da lui, come di un debito sacro, richiedevano, che altamente, ed
in cospetto di tutta Europa protestasse contro gli atti, per forza dei
quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorj di terraferma,
ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Dichiarava
ed affermava, fede e parola di re, che non solamente non aveva mai
violato, neanco menomamente i trattati fatti con la repubblica Francese,
ma che anzi tutto al contrario, gli aveva con tale scrupolosità, e con
tali dimostrazioni di amicizia e condiscendenza osservati, che di gran
lunga aveva ecceduto gli obblighi contratti con la repubblica; che era
notorio a ciascuno che egli ogni pensiero, ed ogni cura aveva
continuamente posto, perchè ogni cittadino Francese, e principalmente i
soldati, che o ne' suoi territorj stanziavano, o per loro passavano,
fossero da tutti rispettati e sicuri, perchè coloro, che
gl'insultassero, fossero frenati, e puniti, e perchè anzi si calmassero
gli sdegni di coloro, che mossi da giusto risentimento per oltraggi
ricevuti dai soldati licenziosi fossero trascorsi contro di loro ad atti
violenti. Protestava medesimamente ed affermava, fede e parola di re,
contro ogni scritto, ovunque fosse pubblicato, per cui venisse ad
insinuarsi, che sua maestà avesse avuto intelligenze segrete con le
potenze nemiche alla Francia; che in pruova di cotesto si riferiva, e
con intiera fede si riposava, non solamente sui rapporti mandati al
governo Francese, e su quanto i suoi generali avevano detto, e scritto
più volte, ma eziandio sulle sincere testimonianze che i ministri, e i
rappresentanti delle potenze, che sedevano in Torino, avevano mandato
alle loro rispettive corti; che poteva vedere, e giudicare facilmente
ognuno per se, e solo dai fatti noti a tutto il pubblico, che l'avere
aderito a quanto gli fu imposto dalle superiori forze della repubblica,
solo era temporaneo, ed altro fine non poteva avere, se non quello di
allontanare dai suoi sudditi in Piemonte quelle calamità, che una giusta
resistenza avrebbe partorito, essendo stato il re oppresso da un assalto
improvviso, assalto, che non avrebbe mai dovuto aspettarsi da parte di
una potenza sua alleata, e nel momento stesso, in cui per richiesta di
lei aveva posto le proprie forze nel grado della più profonda pace.
Mossa da tutti questi motivi si era sua maestà risoluta, tostochè in
poter suo fosse, di far nota a tutte le potenze d'Europa l'ingiustizia
del procedere dei generali ed agenti Francesi, e la nullità delle
ragioni addotte nei manifesti loro, e d'invocare altresì al tempo stesso
la sua rintegrazione nei dominj de' suoi maggiori.

Questi lamenti e proteste del re, quando il confessare l'intelligenze
avute coi nemici della Francia, se fossero state vere, gli sarebbe stato
utile, e conducevole alla rintegrazione, dimostrano, non solamente
sincerità, ma ancora grandezza d'animo. Così acquistava lode nella
disgrazia, mentre la prosperità fruttava infamia al direttorio.

Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di
rispetto e d'amore l'esule stirpe d'Emanuele Filiberto.



LIBRO DECIMOSESTO

SOMMARIO

      Guerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da
      Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo
      principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira
      in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli
      stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci
      battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in
      Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un
      governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè:
      gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si
      muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa
      importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e
      sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del
      Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer
      surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia,
      e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a
      Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in
      Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer,
      e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad
      Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini.
      Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei
      Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo
      provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani
      d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia:
      benevolenza dei Francesi verso di loro.


Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei
repubblicani, più abili a sconvolgere, che ad ordinare, le sorti della
parte meridionale d'Italia imprudentemente, e forse temerariamente
tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili.
Non aveva il generale Mack trovato nello stato Romano quel seguito, che
si era concetto colla speranza, poichè l'essersi ritirati, ma intieri,
non rotti, i Francesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano
timore che, ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle
offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero
scoperti contro di loro. Nè ignoravano i popoli, che sebbene un odio
grande ai nuovi repubblicani si portasse, non pochi erano, che con le
ricchezze, con le esortazioni, e con tutta l'opera loro gli secondavano:
il che faceva che ognuno credesse, che la parte loro fosse maggiore di
quello, che era veramente. Ne nasceva altresì, che i Francesi erano, per
mezzo degli aderenti, ottimamente informati di quanto più importava loro
sapere per la salute dell'esercito. Il terrore poi concetto per le
infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia,
massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo di
ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e
frenava i popoli desiderosi di prorompere. Nè potevano persuadersi
facilmente, che le truppe Napolitane, di cui si conoscevano piuttosto i
vanti che i fatti, fossero abili a resistere a genti tanto riputate per
esperienza e per valore: la troppo facile vittoria, essendosi i Francesi
ritirati piuttosto volontariamente, che per battaglie infelicemente
combattute, aveva allontanato dai Napolitani ogni occasione di mostrare
ciò, che potessero contro quei campioni formidabili della repubblica,
per modo che era la fama dei repubblicani intatta, quella dei regj
dubbia. Per la qual cosa dalla occupazione dei territorj in fuori,
acquistati piuttosto senza contrasto, che per forza, la riputazione e la
probabilità della vittoria stava tuttavia dal canto dei vincitori
audacissimi d'Italia. Si aggiungeva, che sebbene i Romani odiassero i
Francesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una
servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Nè
il procedere dei Napolitani era atto a rattemperare gli odj; perchè
oltre le parole al solito gonfiamente lanciate, il che irritava la
Romana natura assuefatta a mirar al reale, non al vano, i fatti erano
piuttosto da conquistatori provocati, che da amici chiamati, e l'Italia
andava a sacco e da chi pretendeva liberarla con parole di libertà, e da
chi pretendeva liberarla con parole di conservazione. Tutte queste cose
non erano nascoste a Mack, e però argomentando, che la guerra era
piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche
fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le
mani fossero tanto forti, quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe
presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andar
all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità
gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta, e
continuamente s'ingrossava.

Avendo adunque avuto avviso, che con felice navigazione era Naselli
sbarcato a Livorno, e Ruggiero di Damas ad Orbitello, si muoveva a
tentare la fortuna delle battaglie. Siccome poi credeva, se
prosperamente nei primi incontri combattesse, di trovare, se non
maggiore inclinazione di popoli, almeno maggiore sicurtà di governo
nella Toscana, provincia suddita a principe Austriaco, elesse di far
impeto contro l'ala destra dell'esercito Francese, che governata dal
generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi,
Civitacastellana, e Monterosi. A questo partito dava anche favore il
pensare, che Naselli, e massimamente il conte Ruggiero venivano alla
volta sua per la strada del littorale, coi quali desiderava, ed era
punto principale della sua impresa, il congiungersi. Nè era di poca
importanza il moto della città di Viterbo, che a furor di popolo si era
scoperta contro i Francesi. Marciava Mack, divisi i suoi in cinque
schiere, il dì cinque decembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre
al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale, per tener in
rispetto i Francesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero,
conducendo quarantamila soldati contro un nemico, che se arrivava agli
ottomila, non gli passava, poichè in questo numero consisteva l'ala
destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso
Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via Romana, verso Rignano, la
terza verso Santa Maria di Falori, schiere tutte destinate a combattere
sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi
di Vignanello per guadagnare la terra d'Orta, e quivi varcare il fiume.
Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la
quinta schiera dei regj marciava contro a Magliano, e già aveva
traversato il Tevere al passo di Ponzano. I Francesi, sentita
prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma
siccome quelli, che stimavano se stessi da quegli uomini valorosi che
erano, e tenendo in poco conto le genti Napolitane, uscirono
incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria,
perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano, che gli assalti
dei Francesi, per la natura pronta della nazione, sono sempre più
fortunati che le difese. Non fu l'esito diverso dalle speranze.
Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, e giovane
commendabile per valore e per bontà, contuttochè sulle prime trovasse un
duro incontro, ruppe la prima Napolitana schiera, cacciolla insino a
Monterosi, e quivi rompendola di nuovo tagliava a pezzi i valorosi,
disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose
dei Napolitani dall'altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera
di Rignano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè
Macdonald con pronti ajuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato
alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa
Maria di Falori in una squadra Polacca capitanata dal generale
Kniazewitz, e che aveva con se una legione Romana, che aveva alzate le
bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente
combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita
d'uomini, d'armi, e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu
affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale
cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito, e cinta
di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo, che
questa fazione era di grandissima importanza; erano anche ajutati dai
terrazzani, nemicissimi del nome Francese. Ma Mathieu tanto fece con le
armi e con le minacce, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra
libera al vincitore. Entraronvi i Francesi trionfando, non senza qualche
licenza, come di gente vincitrice, ed irritata. Acquistato Vignanello,
correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.

Restava la quinta schiera, che camminava verso Magliano, ma udite le
infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto,
per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così pel
valore delle sue genti, e per l'arte egregia, con la quale le mosse,
venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra, e di riuscir
vincitore da un assalto molto pericoloso. Bene si può biasimare Mack
dello aver diviso i suoi in tante parti, convenendogli piuttosto,
siccome a quello che aveva l'esercito molto più grosso, il marciare
unito; perciocchè con un solo sforzo avrebbe vinto, mentre con molti
perdè. Ma voleva Mack mostrar sempre in tutte le sue cose un'arte molto
squisita e non gli andavano a grado le mosse semplici. Così nella
propria perizia ravviluppandosi, ed impacciandosi, si esponeva ad un più
gran numero di casi fortuiti, ed apriva un maggior adito alla fortuna.
Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale
Napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta;
perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si
avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume
ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual
cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un
nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la
schiera di mezzo di Championnet: il che avrebbe disgiunto le due ali
Francesi, di cui la destra guidata da Macdonald insisteva tra il mare ed
il Tevere, e la sinistra militava sotto la condotta di Duhesme oltre
l'Apennino, tra questo monte e le spiagge dell'Adriatico. Ebbe il
generale Francese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo
avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto, e non si
commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed
affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi
fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio
nel forte a Borghetto, affinchè quivi validamente difendesse il passo
del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino
sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux,
generale del re, ad occupare Civitaducale, e Rieti, la prima, città del
regno, la seconda, dello stato Romano. Pensier suo era in questo, che
Lemoine tempestando sulla destra di Mack, gli troncasse il suo
pericoloso pensiero di spartire in due l'esercito repubblicano. Dal
canto suo Mack aveva per primo fine, spingendosi avanti, di acquistare
Terni, il che sarebbe stato il compimento del suo disegno. Con questo
intento, mandata una colonna ad occupare Civitacastellana, avviava
grosse squadre ai monti di Buono, a Cantalupo, ad Aspra, e già faceva le
viste di assaltare Otricoli, fazione, per la posizione dei luoghi, di
grandissima importanza. Aveva poi il suo alloggiamento principale, e
come quasi primario fondamento alla vittoria, sul monte di Calvi. Le
cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani;
conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati cacciati da
Magliano, che già avevano conquistato una loro schiera di gran polso,
sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Francesi,
impadronita di Otricoli, e già faceva correre da suoi cavalleggieri la
strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Francesi. Ma non
perdutisi punto d'animo, si risolvevano al combattere, e provarono
tostamente, che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè
Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i
Napolitani in Otricoli, e quantunque valorosamente vi si difendessero,
gli vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di
otto cannoni, e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di
singolar valore i Polacchi, e fu ferito gravemente in una gamba un
Santacroce, principe Romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi
Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si
poteva sostenere, e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu,
già vincitore di tanti fatti per valore di questa Napolitana guerra,
mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per
perizia, occupate le eminenze, che stanno a sopracapo alla terra, e
minacciato aspramente Moesk, se non si arrendesse, il costringeva,
ajutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel
frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le
speranze che Mack aveva concette di poter durare nello stato Romano, e
lo fece accorgere, che niun altro scampo gli restava, che quello di
ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre
novelle, ed abbandonata Roma, si era avviato, prima a Caserta, poscia a
Napoli: Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a
Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto
difender Roma nè a Calvi, nè a Cantalupo. Entrarono i Francesi
vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non
vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.

Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella
resistenza, che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto
impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra: le rotte sulla
sinistra gli tagliavano ogni strada a potersi congiungere col grosso
dell'esercito, e niun altro scampo gli lasciavano, che quello di aprirsi
il passo per forza, o di conseguirlo di queto dal vincitore, o di
retrocedere per andarsi a rimbarcare in Orbitello. Rifulse in sì estremo
accidente la virtù del conte; poichè non isgomentatosi punto, se ne
continuava a marciare con settemila soldati da Baccano verso Roma.
Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo ajutante
Bonami a sapere, che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte,
che voleva passare o per amore, o per forza per ritornare nel regno; ed
ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che
Bonami non aveva dato tempo per altro motivo, che per far accorrere
nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo,
incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla
Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani: ma
difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare a ritirarsi.
Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellerman da
Borghetto. Incontratisi repubblicani e regj a Toscanella, si
travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, contuttochè fosse
ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere
valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si
difendevano anch'essi con molta costanza: nè si spiccarono dalla
battaglia, se non quando per l'arrivo delle cavallerìe di Kellerman, era
diventata troppo disuguale. Intanto non aveva omesso il conte, mentre
col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi
vieppiù coll'antiguardo, e col grosso della schiera, ad Orbitello.
Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte, tostamente vi
s'imbarcarono sulle navi Napolitane, che quivi le attendevano. Restava,
che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente
seguitato dai Francesi; ma non così tosto il conte col retroguardo
medesimo (imperciocchè sebbene molto patisse della sua ferita, aveva
sempre in mezzo a quest'ultima parte del suo esercito combattuto) vi
entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di
volersi difendere. Si appiccava intanto una pratica tra di lui e
Kellerman, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte
d'imbarcarsi con tutte le sue genti, solo lasciando in mano dei Francesi
le artiglierìe. Bello e lodevole fatto del conte Ruggiero fu questo, e
che dimostrò, che se i buoni soldati fanno i buoni generali, ancora e
molto più i buoni generali fanno i buoni soldati. Viterbo vinta ed
occupata dal vincitore, pagò le pene dello aver anteposto lo stato
antico e dispotico, allo stato nuovo e tirannico. Ciò non ostante non vi
furono vendette esorbitanti, ed il giovine Kellerman vi si portò più
moderatamente che i tempi non comportavano.

Riconquistata Roma, ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad
assicurarsi, e ad ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un
esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno,
tuttavia, considerato il loro valore, l'efficacia della fresca vittoria,
il terrore dei nemici, e la forza delle opinioni favorevoli, che da
lungo tempo e largamente vi si erano sparse, e che ora più potentemente
operavano per la vicinanza dei Francesi, e per la sconfitta
dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era
necessario il debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la
fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno, e per
avervi Mack adunato tutte le genti, ancora forti, se non per valore
almeno pel numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi
in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da
Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini,
doveva, là dove è meno grosso per la prossimità de' suoi fonti, varcare
il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Caprano, e al tempo stesso
dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui
a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di
Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di
acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi
comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso
del disegno; perchè e Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli,
arrivavano alla destinata oppugnazione sulle sponde del Volturno. Ai
passi stretti e forti di Fondi e d'Itri fecero i Napolitani debole
resistenza: a Gaeta, piazza forte per sito e per arte, e con un presidio
di più di tremila soldati, con provvisioni e munizioni abbondanti,
niuna. Vennero a Gaeta in poter dei vincitori circa cento pezzi di
cannoni, piatte per ponti, barche armate, e barche annonarie provviste,
e vettovaglie in copia. Precipitavano a gran rovina le cose del regno,
non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il
caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti, come
speculatore ed apritor di strade, quell'arrisicato condottiere Rusca,
sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli
assalti improvvisi delle popolazioni mosse a romore, ed armate di ogni
sorte d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Principalmente
nelle contrade del Tronto, e verso Teramo, i paesani mossi a romore, e
condotti dai preti, infestavano le strade, davano addosso agl'isolati,
ed impedivano le comunicazioni tra l'una parte e l'altra dei
repubblicani. Ciò ritardava l'impeto dei Francesi, che da questa parte
non poterono seguitare di pari passo le genti vincitrici di Championnet,
e di Macdonald. Tuttavia appoco appoco prevaleva il valore regolato.
Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in
abbondanza. Poi si conduceva a Sulmona, dove mettono capo tutte le
strade dell'Abruzzo, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più
vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di
Duhesme era Pescara, città, che con la sua fortezza situata in luogo
eminente domina tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva
il mare, per la quale possono passar le artiglierìe. Questa era la
principale piazza dei Napolitani su quei lidi, sì per l'importanza del
passo, e sì perchè difende la foce del fiume Pescara, che si distende a
guisa di porto. Due mila soldati la presidiavano; ma non fecero miglior
pruova dei difensori di Gaeta; perchè, come prima i soldati leggieri
della repubblica si mostrarono sulle alture che stanno a sopracapo al
ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianella ed a Civita di Penna, il
comandante pensò alla dedizione, dando in mano dei Francesi quel luogo
tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del
regno. Vi trovarono i vincitori armi, e munizioni in copia. Acquistata
Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi per la strada di Popoli con
Lemoine a Sulmona, donde varcato il sommo giogo dell'Apennino,
condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua.
Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora
cominciavano a precipitare a manifesta rovina.

Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre le sconfitte dei regj, aveva
udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva
occupato Lucca, e si apparecchiava ad andarlo a combattere, imbarcate le
genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.

Non erano senza fortezza i nuovi alloggiamenti di Mack. Posto il campo
col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a
difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un
presidio di diecimila soldati. Tra per questi, e le genti del campo,
aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Francesi, e
se avesse avuto o migliori soldati, o più fedeli capitani, o minore
capriccio in una certa squisitezza d'arte, che gli faceva sempre
moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor
tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò, che Capua si
poteva difendere, e si perdè non per forza, ma per accordo. Ma già i
casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite
insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora
ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello, che in
breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila,
di Pescara, e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo del nemico al cuore
stesso del regno, i soldati o dispersi, o fuggitivi, che per escusazione
propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli,
venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria
delle vittorie dei francesi in Italia, e il terrore delle armi loro
rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento d'animo in chi
sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i
consiglieri di Ferdinando sul partito, che fosse a prendersi, alcuni
propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse
tostamente a ritirarsi oltre il faro. Intanto il volgo, fattesi alcune
instigazioni, anche da parte del governo, si armava da se: la città fra
il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro, e, come si usa
in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i
ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversari o veri o
supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un
Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a
Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli,
restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso
tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re,
gridando orrendamente i feroci uccisori, e l'invasata moltitudine, che
gli accompagnava, _muojano i traditori, viva la santa fede, viva il re_.
Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fresca uccisione del
corriero aveva persuaso a Ferdinando, che, tralasciando anche la forza
Francese, che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con
dignità, nè fors'anche con sicurezza. S'aggiunse che Mack, non
confidando di poter far guerra felice con quei soldati, che per altro
quanto potessero valere aveva dimostrato l'esempio del conte Ruggiero,
consigliava un accordo.

Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche
congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei
sofferti supplizj, fecero prevalere la sentenza di coloro, che
consigliavano, che il re si ritirasse in Sicilia. Fatta la
deliberazione, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e
confusione, come suole in simili accidenti; l'ultima notte del
novantotto, s'imbarcarono sulle navi Inglesi e Portoghesi, che erano
sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di
Napoli, le gioje della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano
meglio di venti milioni coniati, ed oro, ed argento vergati in quantità:
a queste ricchezze s'aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.
Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il
principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di concludere un
accordo coi Francesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè
la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la
notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton, ed i
cortigiani. Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti
contrarj, sorse uno spettacolo miserabile; poichè, fatte uscir prima le
navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece
Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il
Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del
re, che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco, che le
proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso
le barche armate della costa di Posilippo, ed i magazzini dell'arsenale:
la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città
desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo
sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando, affinchè restasse
proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua, ma fu
negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da
trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì due gennaio,
infelice pell'aspetto terribile di Napoli, che ancora agli occhi dei
naviganti appariva, più infelice pei venti avversi e le tempeste, che
poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe la
mestizia ed il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re,
fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè
l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre.
Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le
dimostrazioni amorevoli dei Siciliani, mitigarono l'amarezza concetta
per l'esiglio, e per la fresca orbezza del morto figliuolo. Accrebbe una
calunnia l'infelicità della madre, poichè trovo scritto, che la regina
avesse, partendo, comandato, che si armasse il volgo a furia, che Napoli
s'incendesse, che anima vivente, che sopra la condizione di notajo
fosse, non vi restasse. Bene mostrò soverchia asprezza Carolina ai
tempi, che seguirono, ma che abbia ordinato una immanità tanto barbara,
non è da credersi, se non da coloro che si lasciano tirare dalle
passioni estreme, e dall'amore detestabile delle parti.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la
fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi
difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo,
Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le
popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e
dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già
facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa
lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era
incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla
spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in
mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi
a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri
precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati
vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con
forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa erano in
poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano,
alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso;
già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di
popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna
speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava
Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più
valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita
frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a
quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte,
che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre
procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i
carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale
guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le
vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere
l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle
menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la
popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano
in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da
passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle
armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a
indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato
Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con
danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento ferito Mathieu da una
palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in
tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati
Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora
alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e
forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto
un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da
Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a
fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto
abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con
la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di
salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma
della vita stessa fra sdegni tanto frenati.

La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi,
aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già
incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale
dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a
quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e
fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di
coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in
quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli
alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso,
che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle
prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva
Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da
coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale
le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino
alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare,
rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua
si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il
paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si
serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si
riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni
di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte
le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a
nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli
tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo,
nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose,
affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli,
dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse.
Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo
vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a
Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava
abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli,
e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti
Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor
d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e
smisurati, e strumento molto atto a turbare il regno. Questi
incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per
modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla
giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet,
repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e
l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora
con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di
Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano;
si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non
voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una
cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le
acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a
prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per
levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a
luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era
tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni
dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si
accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore
nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a
minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la
città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano
furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le
piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano:
_muojano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_.
Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo
avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai
Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli
qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati,
e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i
lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù
inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a
morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano.
Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in
alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e
nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo,
Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e
distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori.
Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene
a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento
di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da
Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte
sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo
del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando: _viva la
patria, viva Napoli, viva il re_. Fatti più arditi dal numero e
dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di
Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per
questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto
l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col
tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a
repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla
apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza
freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti,
depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli,
fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le
minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior
terrore, _viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il
tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo s'avvedeva,
che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e
l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli
ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del
principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di
valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli
facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva,
perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a
piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che
impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava
ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e
con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a
dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersi subitamente voce,
marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti
Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni
de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace,
che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si
avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento
con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non
voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in
mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato.
Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non
facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse
schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più
udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul
saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il
duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi
rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami
improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più
guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di
marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della
barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una
bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette
il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo
chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni
amatori del nome reale, che più risguardarono all'umanità che alle
opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai
quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza
l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non
secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad
affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi,
verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute
che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento
di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima
non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva
introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora
che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli
venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni.
Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima
indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra
l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che
venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe
facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo.
Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli
tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto
impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro
una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima
importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con
maggiore animo si difendono, che le campagne e le abitazioni aliene. Il
combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque
fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano
qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di
battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il
popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i
Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una
parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le
due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda.
Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i
Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati
eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle
spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file
intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le
mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per
fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da
lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi
piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i
repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si
rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si
udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli
straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle
morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un
suonare di campana e martello spesseggiava senza intermissione, ed i
contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini
combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e
dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi
grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra
guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si
aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre
dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e
la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte.
Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si
agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi
crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle
popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle
fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era
stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli
abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad
una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti.
Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel
valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta
dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto
di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese
d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era
una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata
assassina: nascevano opere da una parte e dall'altra più che di barbari.
Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier,
tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie
valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che
nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa
guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la
Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise,
superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e
Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i
Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa
sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece
sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a
ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il
fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla
fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi
riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano,
non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma
ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in
segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui
uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la
città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente
risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata
uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto
tornarono su i furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler
impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci,
parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si
rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non
temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano
repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce;
perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a
viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono
di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia
asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei
Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai
Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la
protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni
essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo.
Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli
Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro
capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i
popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli
avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi,
benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le
strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi,
si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono.
Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del
paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo, e
se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i
lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine
appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e
terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi,
uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni,
che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli
uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da
tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si
calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie.
Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se
ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima
infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne
all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo.
Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei
repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà
eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè
fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito
famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si
fossero congiunte le insidie.

Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per
l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi
soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle
battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva, essere i
Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli
strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava,
deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la
religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso
arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi
usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il
passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì
questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu
ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei
Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in
calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo
Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui
chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per
dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità
congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e
benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano
stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più
ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente
uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel
d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto
inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono
quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia,
Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro, De Filippis, De Rensis, Doria,
Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano,
Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi,
secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà
esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la
legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile,
in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale,
del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con
Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con
Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con
Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i
distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi:
tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.

Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti
nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non
secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà
facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e
s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il
persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare
t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e
finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se
sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di
filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di
noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni
fradici. Compiacevano a se stessi con immagini lusinghevolissime: la
repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non
sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In
queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli
altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano,
dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare
la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel
sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la
virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva
fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi
dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti
spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per
le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava:
dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e
s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima
pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì
giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto
sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di
uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana
immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto
dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta
mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la
felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli
Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfino coi denti i Francesi
laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i
romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti,
di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini
benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il
male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze,
quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il
predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni,
gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con
la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne
accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che
produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste
cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella
gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là
più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e
spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od
applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I
frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare
virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la
scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno
risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio,
perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà,
ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti
pestiferi.

Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnate le operazioni del
governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte,
necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per
solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche
cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto
sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente
nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo
far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non
solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non
della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa
di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e
della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani,
rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di
mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi
soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque
milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia
assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non
fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a
quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto
importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione,
mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in
custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo
il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero,
che i Francesi fossero empj, come la corte aveva fatto spargere; nè mai
si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i
Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva
il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo
di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di
confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove
potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo,
lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e
vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi
discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il
peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica
libera e indipendente.

Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava
per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a
reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di
Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di
Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di
utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad
un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i
cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche
l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la
constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che
i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione
non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazione
richiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che
le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al
senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori,
quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più
obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo
quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di
stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo
un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica,
ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti
all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi,
se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo
legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non
portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti
ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno
qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili.
Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero
arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di
commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i
quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi
anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno;
il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a
conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè
debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva
preposto al modello della constituzione; opera in cui tutto l'acume dei
Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti
con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa,
parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era
Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo
tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati
Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati,
massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si
sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più
ardenti.

I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con
dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome
quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì
per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con
istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con
inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate,
che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti
arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero
tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire
contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far
capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più
vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione,
trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli
aristocrati, e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi
straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano
atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà,
cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno
tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte
queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui
giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano
a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali
prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la
medesima veemenza parlavano.

Bene ogni speranza di salute è spenta, ed il fondare uno stato buono
impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della
patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è
inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col
vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate
cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio
poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi,
violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che
si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano.
Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la
potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e
per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste
moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si
vide in Napoli, ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della
libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto
il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il
moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione
cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là
dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri,
acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più
eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè
occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà
diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata
la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che
la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno
di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.

Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli
aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva
modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della
repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo
conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per
quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli
sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato,
che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale
sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo,
aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti della conquista, una
commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle
rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che,
quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato
troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il
generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse
trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione
civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra
cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto
ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se
non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala
volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in
proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni
appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto
cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville,
cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà
privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i
Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei
banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari,
e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni.
Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al
tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse
supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del
commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordia tra
i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il
terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre
un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in
disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato
dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi
comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con
l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein,
forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di
temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva
un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si
apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re
quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire
facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia,
sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo
giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva,
che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di
Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato
soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che
scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto
reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il
minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il
desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti,
ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi
segreti bene edificato verso la famiglia reale di Napoli, ed
instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa
egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col
direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare
quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un
altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa
medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo
l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed
acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col
generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e
forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva
Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu
condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano
processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult.
Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in
Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica,
moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i
baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano
bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni
facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che
dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero
vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti
malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero, promuovevano
le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi
voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei
luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie
e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati
dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire
i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria
dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente
partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e
con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi
erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo
l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati
dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si
manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi
motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate
Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con
grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti
che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa
passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era
impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio,
aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi
sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati
dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni,
che già avevano concetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo
stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti,
volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per
ispegnerlo.

Dimostravano quanto fossero deboli nelle province i fondamenti del
governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni
fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire,
che di combattere; conciossiachè trovavansi eglino in Taranto ad
aspettare un vento propizio per Corfù o per Trieste, quando vi fu
bandita la repubblica e per timore se ne fuggirono per la strada di
Monteasi alla volta di Brindisi. A Monteasi, detto ad una donna che gli
alloggiava, per procurarsi miglior servizio, essere con loro il principe
ereditario, spargevasene la voce, un Girunda contadino, uomo di seguito
nella terra, gli secondava, la provincia si levava a romore, tutti
gridavano; _viva il re_, _muoja la repubblica_. Arrivavano questi Corsi,
piuttosto portati dalle spalle dei popoli, che da se, a Brindisi, dove
il supposto principe dava ordini; i popoli gli obbedivano, come se
principe fosse. S'imbarcava per la Sicilia, promettendo di andare dal re
suo padre, perchè mandasse genti soccorritrici alle fedeli popolazioni.
Lasciava, come esecutori de' suoi comandamenti, due suoi generali, come
diceva, i quali altri non erano che due oscuri Corsi per nome
Boccheciampe, e de Cesare. Si fermava il primo nella terra di Otranto,
sottomessa la città principale di Lecce; se ne giva il secondo a far
tumultuare la terra di Bari, soggiogate in sul correre Martina ed
Acquaviva, terre, che si erano scoperte favorevoli alla repubblica.
Insomma il moto fu d'importanza: accorrevano buoni, e cattivi, nobili,
plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran
fondamento a far risorgere in quelle parti l'autorità del re.

Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il
cardinale Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime,
chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia
Winspear, e l'uditor Fiore. Scrivono alcuni, che il cardinale desse
anche a voce, che fosse fatto papa. Ciò dissero di lui, perchè lo
credevano capace di dirlo. Questo debole principio in poco spazio di
tempo cresceva a dismisura, e produceva un moto, che fu cagione di
accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore
Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il
cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale gli si
aggiungeva, e finalmente chi voleva il re, o le vendette, o il sacco, a
lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le
terre aperte, finalmente le murate, e tanto crebbe la sua potenza, che
presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la
Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo
scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle
parole, anzi seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava
Cosenza, capitale della Calabria citeriore, e quantunque ella fosse una
forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce, se ne
impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola,
bellissima città di Calabria, la prese, e l'arse per l'animoso contrasto
fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili.
Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava, e gli dava in mano tutte le
Calabrie insino a Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore
della provincia di Bari.

Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le province, anche le più
vicine a Napoli, più quiete: gente sfrenata guidata da capi ancor più
sfrenati commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo
regio, e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno
Sciarpa antico soldato, uomo tanto audace, quanto feroce, aveva posto a
romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno, non
che gl'importasse del re, ma, siccome quegli che si gettava volentieri
ai partiti estremi, disprezzato dai repubblicani, ai quali si era
offerto, si vendicava della repubblica sotto nome di affezione al
governo regio. Fecero i Lucani quanto per loro si era potuto, per
impedire la congiunzione di Sciarpa con Ruffo, ma si sforzarono indarno,
perchè niun soccorso arrivava loro da Napoli; così le sommosse si
dilatavano. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto
pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima
mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere
indegnissime. Uccise con palle soldatesche più di cento prigioni fatti
in guerra, saccheggiò, ed incese più terre, che tutti gli altri capi
delle sollevazioni insieme; aveva carceri orribili, inventava tormenti
nuovi, e nuove fogge di morti: per avvezzarsi al sangue, come se bisogno
ne avesse, beveva salassato il sangue proprio, si pasceva in cospetto di
teschi sanguinosi, beveva in un cranio: si dilettava di lamenti d'uomini
tormentati, purchè repubblicani fossero ed anche qualche volta, ancorchè
repubblicani non fossero, e cercava pretesti per isfogare l'incredibile
sua barbarie: questi erano gli stromenti, che ajutavano Ruffo a riporre
in seggio il re. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le
sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si
erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa
e più importante sommossa, dopo quella del cardinale, ardeva nella
Puglia, sì perchè era molto grossa per se, sì perchè a lei si erano
congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle Pugliesi rive avevano adito le
armate Russe, Ottomane ed Inglesi, e sì finalmente perchè la Puglia per
la feracità delle sue terre nodrisce la popolosa Napoli.

A questo modo, non ostante la gloriosa vittoria di Championnet, da
Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i
repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato, che con
isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore dal re,
quantunque i modi, che si usavano, non fossero degni nè del re, nè di
alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose
della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i
Francesi per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione,
ed ogni giorno più si rendeva necessario, che con qualche nuovo e
segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie
di Napoli il valore, e che da quella opinione si riscuotessero, in cui
erano venuti, che se san bene resistere e vincere gli eserciti giusti ed
ordinati, non sanno parimente resistere e vincere, quando vengono alle
mani con popoli sollevati. Per la qual cosa erasi deliberato Championnet
(queste cose accadevano prima della sua partenza), a fare due
spedizioni, una contro la Puglia, massime contro San Severo e Trani,
dove erano le adunate più forti dei sollevati, l'altra contro la
Calabria, quella principalmente per vincere, questa per contenere.
Commetteva la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, che era
suo aderente molto affezionato, la seconda al generale Olivier, dedito a
Macdonald, emolo di Championnet. Accompagnava Duhesme, da parte del
governo Napolitano con una legione Napolitana, ma con le compagnie ancor
non piene, il conte Ettore di Ruvo, che già sopra abbiam nominato,
giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce, e capace di tentare
qualunque più difficile e pericolosa impresa. Già fin quando era ancora
in Napoli lo stato regio, si era il conte Ettore mostrato amante di
novità, e mescolato in varie congiure, ancorchè fosse maggiordomo del
re, e suo padre primo maggiordomo di corte. Era nemicissimo di Medici,
aveva fatto stampare in Napoli la constituzione di Robespierre. Scoperte
le sue trame, le quali anche poco ascondeva, per la sua natura animosa e
temeraria, fu carcerato in castel Sant'Elmo per opera di Medici; ma una
fanciulla, figliuola di un ufficiale del presidio, innamoratasi di lui,
il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte molto
dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici; poi per
sentieri rimoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Quivi, siccome
quegli che molto entrante era ed animoso, piacque ai Francesi, e venne
in grazia con Joubert, che conosciuta l'indole del giovane, giudicò, che
fosse stromento potente a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli.
Infatti quando Championnet si mosse alla spedizione, Joubert mandò con
lui il conte Ettore, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del
regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo Napolitano,
conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre
pasceva l'animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinato a
comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano
le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio, e pieno di
parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità, e per
pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanco se
questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie, e fece
depredazioni incredibili, non considerando nè come, nè contro chi, o
repubblicani, o regii che si fossero: soldati e denaro per pagargli,
questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era
egli il solo uomo capace di puntellare quello stato cadente: l'avrebbe
anche fatto, ma forse per se, non per la repubblica. Pure da cosa nasce
cosa, e primo pensiero dei repubblicani doveva esser quello di tener
lontano il re.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani,
piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale,
che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa, e dell'astuto ed animoso
cardinale. Se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo
condottiere repubblicano potuto vincere; ma altro è parlare in aringa,
altro veder in viso il nemico, non ch'ei non avesse animo, che anzi era
coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre. Partivano Duhesme ed il
conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e d'assalti
improvvisi in un paese sollevato: marciavano spigliati e divisi per
ispazzare largamente il paese: con loro, e con ciascuna schiera
marciavano le diete, o vogliam dire i consigli militari, sempre pronti a
dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono, ed
incontanente uccisi. Così dall'un cauto Duhesme ed il conte Ettore
incrudelivano coi supplizi contro i regj, dall'altro Sciarpa, Mammone e
Ruffo incrudelivano anche coi supplizi contro i repubblicani. Le ire
erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le
vendette le ire. Era disegno del generale Francese, prima, di pacificar
il paese tra Napoli e la Puglia, poi di andar a disfare quella testa
grossa di regj a San Severo. Aveva con se preti e vescovi, che
predicavano per la repubblica, gli avversari avevano preti e vescovi,
che predicavano pel re: il fanatismo religioso si mescolava alla rabbia
civile. Marciava Duhesme spartito in tre colonne, una per Avellino,
Ariano e Bovino alla volta di foggia: l'altra per Arienzo, Benevento e
Troia a Lucera: la terza, che era il retroguardo, per la strada di
Arienzo, Benevento, Ariano e Bovino a Foggia. Troia, Lucera e Bovino,
deposte le armi, si davano in potestà dei repubblicani. Foggia, che
abbondava di repubblicani, lietissimamente riceveva i Francesi. Barletta
e Manfredonia, che assaltate dai regj pericolavano, furono preservate.
Ma tumultuavano tutti i popoli all'intorno per le speranze di San
Severo, nè altre terre possedevano i repubblicani che quelle, in cui
avevano le stanze. Perlocchè si deliberava Duhesme ad andare all'assalto
di San Severo, perchè, distrutto quel nido principale, sperava, che gli
altri si sottometterebbero. Erano i regj in San Severo grossi di dodici
mila combattenti fra soldati vecchi, e gente collettizia. Prese le
stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura
sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati
contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito.
Accorgendosi i regj che i repubblicani si distendevano a sinistra per
assaltargli di fianco ed alle spalle, si calarono con grandissimo
ardire, ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Da sì
sfrenati sdegni credevano alcuni dover sorgere il governo regolato del
re, ed il governo libero della repubblica. Durò lunga pezza la battaglia
con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei
due eserciti nemici, e se prevalevano i regj di numero, prevalevano i
repubblicani di perizia. Infine andarono i primi in volta per lo scontro
più efficace delle genti regolari, e già al punto stesso il generale
Forest arrivava loro alle spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che
uccisione, perchè i regj avviluppati e rotti male si potevano difendere,
ed i repubblicani con una rabbia incredibile intendevano ad ammazzare.
Tre mila sollevati vi perdettero la vita: tutti, o la più parte,
l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito
squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere
umilmente ed instantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e
dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse
molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti. Senza
questa pietà nuova, intenzione era di ardere San Severo, nel che aveva
anche per confortatore il conte di Ruvo, perchè ed era San Severo sede
principale della sollevazione, ed avevano i San Severini, per la rabbia
delle opinioni, ucciso alcuni preti ed il vescovo stesso, perchè
parteggiavano pei Francesi e per la repubblica; ma il fatto parve a
Duhesme troppo orribile, essendo San Severo terra grossa e fiorita, però
se ne rimase mosso anche dai pianti e dalle preghiere degli abitatori.

La fama della vittoria di San Severo ridusse ad obbedienza le contrade
vicine, il monte Gargano, i monti Liburni, Corvino e Lecce stessa:
aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei
Francesi. Restava in poter dei regj la città di Trani, con la quale
ancora consentivano Andria e Molfetta. Le nimichevoli inclinazioni erano
tenute vieppiù vive dalla vista delle navi Russe e Turche, che correvano
l'Adriatico. Avrebbe desiderato Duhesme acquistare quelle terre alla
repubblica; ma dappoichè licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto
il governo, non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma
ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso a Napoli. Le
quali cose saputesi dai regj, inondavano di nuovo la provincia, e
tagliavano le strade della Puglia a Napoli. Solo Foggia continuava a
tenersi, per la forza dei repubblicani che vi erano dentro: pure era in
pericolo di perdersi, se non si soccorreva. Fu ben forza allora, se non
si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistar le terre
perdute, ed a rompere quella testa di regj, che si era adunata in Trani.
Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove:
le porte, eccetto una sola, murate, e chiuse con un fosso ed un
parapetto, le contrade rotte, e serrate con fossi e con isteccati, le
case merlate, le porte abbarrate, pieno tutto d'uomini armigeri,
rabbiosi e risoluti al difendersi. S'incominciava l'assalto da Andria;
in tale modo Broussier, al quale era commessa la cura di tutta questa
impresa, l'ordinava. Doveva il conte Ettore, che era intento in questo
fatto per esser Andria sua patria (le cose che fece, e che disse
quest'uomo tremendo, secondo l'impeto delle sue cupidità, e tirato da
fini smisurati, non si potrebbero raccontare così facilmente), assaltare
con la sua legione, e con pochi Francesi la porta Comozza, Ordonneau
quella di Barra, Broussier quella che accenna a Trani: ad estremo
pericolo era per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli
assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minor animo si
difendevano gli assaliti; nè i primi facevano frutto di momento. Già
venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar
di un obice atterrava la porta di Trani. Precipitaronvisi i Francesi
condotti da Broussier; a loro si accostavano i Napolitani condotti dal
conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano fatto
infelice pruova delle loro armi per la ostinata resistenza dei difensori
alla porta di Barra; fattosi da tutti insieme un impeto, entrarono
sforzatamente. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da
tutte le case i regj, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorte
di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, i
difensori più che uomini. Non venne la città intieramente in poter dei
repubblicani, se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze
furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti, nè tanto sangue
bastarono: non fu contento il destino, se non alla distruzione totale
della misera terra. Irritati i vincitori dalla resistenza, dalle ferite
proprie, e dalla morte di tanti compagni, fecero quello da che avrebbero
dovuto abborrire, e che quantunque sia solito a vedersi nelle guerre
civili, e nelle piazze prese d'assalto, non iscusa per questo, anzi
accusa la barbarie degli uomini. Seimila Andriotti furono in poco d'ora
mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le
donne, i fanciulli soli, e neanco tutti, furono risparmiati. Le ceneri e
le ruine d'Andria attesteranno ai posteri, che gl'Italiani non son vili
nelle battaglie, e che la umanità era del tutto sbandita dalle guerre
civili di Napoli. Forestieri antichi, forestieri moderni, e talvolta i
paesani stessi straziarono l'Italia, e se ella è ancor bella, certamente
non è colpa degli uomini.

Trani tuttavìa si teneva pei regj, nè lo sterminio d'Andria
l'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con ottomila difensori
usi alle armi, ed accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva
piuttosto atta a pigliarsi per assedio, che per assalto. Ma il tempo
stringeva, ed i repubblicani, sì Francesi che Napolitani, erano pronti a
qualunque più pericolosa fazione. Andavano all'assalto di Trani nel
seguente modo ordinati da Broussier. I Napolitani da una parte, una
banda di Francesi dall'altra facevano le viste di dare la batterìa sui
fianchi, mentre Broussier conduceva i suoi a dare il vero assalto
all'altra parte della terra. Ma i regj, essendosi accorti del disegno,
si assembrarono grossi ad aspettarlo al luogo destinato. Ardeva la
battaglia, e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito
del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori,
tutt'intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le
difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione
prevalendosi tosto i repubblicani, se n'impadronirono, e voltarono i
suoi cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le
difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, perchè si
sforzavano contro una tempesta assai fitta di palle, saliti sulle mura
facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regj continuavano
a difendersi ostinatamente, essendo, come in Andria, ogni casa ed ogni
contrada fortezze. Sarebbe stata ancor lunga e sanguinosa la battaglia,
se Broussier non avesse avvisato di far salire, rotte le porte delle
prime case, i suoi sopra i terrazzi, che coronano per l'ordinario le
case in quei paesi. Per tale modo di terrazzo in terrazzo andando,
dall'alto all'imo combattendo, i repubblicani sforzavano i regj a
sgombrare successivamente le case, e già da quei luoghi sublimi si
avvicinavano al grosso forte di Trani. Come poi accosto a lui furono
giunti, si attaccò fra di loro ed i difensori che dai luoghi superiori
del forte combattevano, una battaglia strana e quasi aerea. Sparso molto
sangue in una pertinacissima difesa, i regj, assaliti donde non
aspettavano, abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi,
che nel porto erano allestite, per fuggire. Ma nemmeno in questo
trovarono scampo; poichè Broussier, avendo preveduto il caso, aveva
armato alcune navi, che vietarono loro il passo. Alcune delle regie
furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi
fuggiva sul lido era senza misericordia, e remissione alcuna ucciso dai
trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data
al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli, che o portavano, o
potevano portar armi, mandati a fil di spada; carnificina orribile di
guerra civile, nè fia l'ultima che noi avremo a raccontare. Quietava, ma
non del tutto, la Puglia per queste vittorie; nuove adunazioni di genti
regie si facevano a Bitetto ed a Rutigliano, non molto minacciose pel
presente, molto per l'avvenire.

Schipani mandato a combattere i sollevati, ed a sopire le cose di
Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e
conflisse infelicemente, ed irritò con parole ed atti repubblicani molto
estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo
provocasse. Prese sul primo impeto Rocca di Aspide e Sicignano; ma
assaltata la terra di Castelluccio, forte pel sito, e per la pertinacia
di chi la difendeva, ne fu risospinto con grave perdita di soldati e di
riputazione. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di
Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, e Capaccio, terre che
parteggiavano fortemente per la repubblica, e fu costretto a ritirarsi.
I sollevati di questa provincia ebbero facoltà di unirsi con le bande
del cardinal Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la
terra di Bari sollevate a romore impugnavano coll'armi in mano la
recente repubblica. Nè i Francesi potevano porvi rimedio, perchè non si
fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa
di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto
a mantenersi nella capitale, che a conquistare le provincie. Schipani,
tentate invano le Calabrie, se ne giva a far guerra contro i sollevati
di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Vi fece opere
repubblicane secondo i tempi; esortava, confortava, esaltava il governo
della repubblica, e per passatempo ardeva i ritratti del re e della
regina dove gli capitavano alle mani. Ma fu lasciato dire, e i popoli
gridando viva il re, lo combatterono per guisa che fu costretto ad
andarsene. Vi si condussero i Francesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne
tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i
Lavriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di
Salerno, e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del
regno. Accresceva il pericolo l'avere gl'Inglesi occupato, non senza un
valoroso fatto di Francesco Caracciolo, che gli combattè per molte ore,
le isole d'Ischia e di Procida, che, per esser situate alle bocche del
golfo di Napoli, ne danno la signorìa a chi le tiene. Così ardeva la
sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, e
s'incominciava a temere, che l'impresa di Championnet fosse stata più
imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe
le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regj poscia i
repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le case, e
gli edifizj tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa,
siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli
abitatori e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e
religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli
contro i padri, fratelli contro i fratelli, e perfino mariti contro le
mogli, e mogli contro i mariti. Nè i preti si ristavano; perchè preti
repubblicani, combattevano contro preti regj, preti regj contro preti
repubblicani, e la croce, ed il vessillo di Cristo l'uno contro l'altro
cozzavano nelle sanguinose battaglie. Pretendevano questi e quelli
parole di vangelo alla impresa loro, gli uni chiamandolo pieno di
precetti democratici, gli altri affermando, che quel dettato divino
aveva statuito, niun'altra cosa essere al mondo, che chiesa e Cesare, e
quello che della chiesa non è, essere, non del comune, ma di Cesare. Per
atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori addì quattro marzo un
aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni
stravolgano gli uomini.

Incominciato con dire, sapere, che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai
furti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne
per traviare il popolo, e stimolarlo alla ribellione, e che preti
fanatici ordinavano trame per ispegnere il governo, ed ammazzare i
repubblicani, veniva ordinando, che ogni comune che si sollevasse,
sarebbe tassato soldatescamente e soldatescamente trattato; che i
cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parochi, e tutti gli
altri ministri della religione, fossero tenuti personalmente dei tumulti
e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano fosse
incontanente fatto passar per l'armi; che ogni prete, o ministro della
religione che fosse arrestato in qualche unione di sollevati, fosse
anch'egli fatto morire senza processo; che fosse autorizzato il governo
ad arrestare i sospetti; che chi denunziasse, o facesse arrestare un
fuoruscito Francese, od un agente dello scaduto re di Napoli, avesse una
larga ricompensa, ed il suo nome non si palesasse; che similmente chi un
magazzino segreto di armi sì da fuoco che bianche denunziasse, si
ricompensasse; che quando battesse la raccolta, ognuno tostamente si
ritirasse; che in caso di terrore improvviso le campane non si potessero
suonare, e ne andasse la vita a chi le suonasse, ed essere a ciò tenuti
tutt'insieme i preti, i religiosi, e le religiose; che chi spargesse
false novelle, fosse punito come ribelle, e chi le propagasse, come
sospetto si arrestasse e si esiliasse; che a chi fosse dannato a morte,
si sequestrassero e confiscassero i beni sì mobili che stabili a
benefizio delle repubbliche Francese e Napolitana; che ogni licenza di
cacciare si intendesse abolita, e chi fosse trovato con un fucile da
caccia, come ribelle fosse punito; che di nuovo egli protestava, e
confessava di portar rispetto alla religione ad al culto, e prometteva,
che sotto la protezione vivrebbero sì i suoi ministri, come le proprietà
e le persone; che infine i magistrati eseguissero questi suoi
comandamenti, ed i parochi gli leggessero dal pulpito. Nè contento a
questo pubblicava il generalissimo Macdonald il dì nove del medesimo
mese un manifesto molto eccessivo contro il re per animare i popoli a
difendersi contro le truppe ed i sollevati regj; imperciocchè il re
aveva fatto sapere, che fra breve sarebbe tornato nel regno.

Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani
instituiti in Italia, e contro i Francesi, si accresceva vieppiù dalle
sommosse, che nate ora in un luogo ed ora in un altro travagliavano lo
stato Romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini, ed
impedivano le strade fra Terni e Spoleto, e quantunque il generale
Grabruschi co' suoi Polacchi si affaticasse per sottomettergli, non
poteva venirne a capo, perchè spenti in un luogo pullulavano in un
altro, e già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i
nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla,
ancorachè con palle infuocate la combattesse. Stroncone, e Alatri
parimente romoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione, ed
ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si
dilatava: ogni luogo era o mosso con le armi impugnate, o poco sicuro
anche nella quiete.

Non ostante i pericoli, che correvano, il direttorio di Francia, o non
curandogli, o facendo sembianza di non curargli, si era risoluto a far
mutazioni nel governo di Napoli. Sapeva, che il commissario Faipoult non
era grato all'universale, e che Championnet sul suo primo giungere non
aveva ordinato le cose per modo che nè per l'opinione nè per la forza
potessero partorire quegli effetti ch'egli desiderava. Si aggiungeva,
che le grida, le vociferazioni, le calunnie di coloro che ambivano le
cariche, contro quelli che le avevano, e principalmente contro i membri
del governo, avevano fatto perder loro, od almeno ai più, ogni
riputazione. Tutto questo considerando il direttorio, aveva mandato a
Napoli un uomo pratico e dabbene, acciocchè riordinasse ogni cosa, e con
le virtù sue rattemperasse gli sdegni produtti dalle insolenze dei
precedenti commissari ed agenti, rimedio buono, se fosse stato
accompagnato dalla libertà, non in parole, ma in fatti, e se fossero
stati lontani i pericoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del
direttorio, il quale prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli
uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze, e fecene
delle lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini
politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non
avuto alcun riguardo al modello della constituzione proposto dalla
congregazione Napolitana, e di cui abbiamo sopra parlato. Creò fra gli
altri un direttorio, imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in
se di cattivo correggeva con le persone. Chiamovvi Ercole d'Agnese,
Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanese, e Melchior
Delfico, uomini tutti migliori dei tempi, e di non ordinaria virtù.
Certamente, se i fatti non fossero stati tanto contrari, e se una nuova
piena non fosse venuta a sobbissare l'Italia dal settentrione, avrebbe
questo buon Francese corretto in Napoli quanto il soldatesco furore, e
la civile cupidigia vi avevano guasto e corrotto. Diede egli pruova
notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald
mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di
Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era
levata a romore contro i Francesi; imperciocchè operò col generale che
la casa dei discendenti della sorella del poeta, quando la terra fosse
presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Diè molto volentieri
Macdonald, ed a modo di generosa gara con Abrial, ordini accomodati al
comandante della fazione, acciocchè l'effetto seguisse. Fra le
uccisioni, gl'incendj e le ruine dell'infelice Sorrento, pruovarono i
discendenti del cantore di Goffredo, quanto potessero in animi civili la
memoria, ed il rispetto verso quel principal lume dell'Italiana poesia.
Vollero riconoscere la conservata salute, offerendo a Macdonald, perchè
non sapendo di Abrial, a lui la riferivano, il ritratto del Tasso
dipinto dal vivo, come si crede, da Francesco Zuccaro. Il ricusava
Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del
benefizio, ed essa, l'immagine del poeta salvatore ad Abrial offerendo,
pagava con segno di gratitudine unico al mondo un immenso beneficio.
L'accettava di buon animo Abrial, e molto caro se lo serbava, e tuttavia
serba, dolce e pietosa conquista; e volesse pure il cielo, che i
repubblicani di Francia non altre conquiste che di questa sorte avessero
mai fatte in Italia!

Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava,
che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca
dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in
Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla
Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non
per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle
persone, alle proprietà, ed alla religione, come se queste cose non si
rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè
si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione
Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si
richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla
mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè
pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe
una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè
l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non
appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava
all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi
s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di
gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna,
addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato
popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e
forestiere.

Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che
deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la
nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici
deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica
secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge
Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo
Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino
Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi;
la maggior parte nobili, che non erano alieni dal voler ritrarre lo
stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli
ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire
parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero
adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma,
i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar
l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco
d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono
dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei
presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con
quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della
Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se
sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del
governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi
voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le
solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i
soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri,
ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature
insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata
Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i
repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in
preda ai re.

Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del
re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcale
nè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente,
che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati
massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per
le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti
tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a
sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che
infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era
adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve
principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam
narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i
suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì
grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu
tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere
mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà,
come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel
Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto
modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto,
spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il
bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di
ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel
conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non
vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non
s'intendevano.

Grande scapito poi alla riputazione di chi reggeva aveva recato la
faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne
il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a
coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il
debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in
altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare
quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi
biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro
valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse
dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della
differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi
biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare
questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non
si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come
lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati
più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge
obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi
beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma
sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto.
Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese.
S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo,
delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo
stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi
Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, meglio di
trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il
mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non
sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte;
se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine
erano imminenti.

Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo
detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che
i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della
rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo
erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si
lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense,
che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese
aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

I musei intanto, e le librerìe si spogliavano: rapivasi la tavola
Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva
poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In
mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte
Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della
data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il
suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono
anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei
denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro
richiedendolo. Rispose, al re solo potere e volere render conto; nè
volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del
conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare
dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se
corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo
meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte
dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole,
perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una
moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo,
col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo
d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie
scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati,
amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte
le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non
forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia
credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle
buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue
affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.

Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò
vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu
sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si
era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di
nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.

Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si
moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi
Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle
repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei
luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai
costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese,
dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo
esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome.
Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato
Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una
natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva
la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità
conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto
il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di
quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di
stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non
potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del
resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto,
parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si
vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de'
suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe
immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè
è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetua
testimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da
Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio
voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse
l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era
deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione
colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con
singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj
speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo,
vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè
alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era
inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono
tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono
volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima
importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente
tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a
far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente
ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi
facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione
allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi,
abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il
sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i
suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato
valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi,
produssero discordia nella patria loro.

Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il
popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano
per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle
rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era
tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro
il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento
contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza
cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma
egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il
manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.

La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione
di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella
provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico,
ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere
la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai
Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia.
Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il
commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con
maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i
municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui,
Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi
andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati
disordinati si ritiravano. Vi andava per calmarlo Della Torre, vescovo
di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati
Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del
pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone,
Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine
disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di
Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo
incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali.
Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane
cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di
tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che
potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli
altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un
Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per
raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si
udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella
sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente
ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente
male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada
facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare,
saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non
gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le
mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler
venire a parlamento, sperando che si facesse dentro dal popolo qualche
movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a
tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli
Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati
Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole
tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio,
dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle
ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era
perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che
Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto
l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano.
Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano,
_viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia_, e qualche volta, _viva
il re_. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si
promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a
ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar
armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere
in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte
incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero
l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore.
In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la
verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al
furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si
sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle case
dei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della
repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in
numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy
accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia
Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu
fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy
continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di
assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi.
Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai
sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella
travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti
Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia,
che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era
divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di
commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia
Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si
voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici.
Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati
distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per
riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed
anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese,
perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi,
che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando
nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto
accese.

Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova
e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la
prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri
vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da
importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza,
apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai
confini d'Italia.

Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali
abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che
da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva
a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva
l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle
sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi
nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a
suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese
dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni
per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si
estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra
sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione
dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della
Svizzera, dalla quale potevano facilmente, ove le ostilità si
rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una
parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo
disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto,
come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del
Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti,
commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati
capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui
Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche,
e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla
guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati
di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del
Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare
cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati
tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo
ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A
tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le
forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali
l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare
sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i
disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era
l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano
raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, od
alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.

Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre
eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato
il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il
secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare
gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti,
di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia.
Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di
Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva,
passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per
conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se
congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi
generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza,
di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei
depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il
direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo
di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto
volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader
l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con
intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più
ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva
Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la
semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciò fece
anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a
ricominciare; ognuno stava di mala voglia.

Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra
le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi
dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo.
L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre
poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si
congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame,
Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio,
e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero
i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero,
l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue,
e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare.
Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla
guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual
cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che
l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso
Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno
dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza
però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e
Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il
seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre
tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schierati
nella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo
alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di
munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra
la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di
Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i
reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi
ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il
Mincio e le Alpi.

Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella
all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta
mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta.
Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo
la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e
di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di
presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo,
perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva
l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad
apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero
introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray
fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di
Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per
facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a
Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti
nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmente accorrere a
soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra
celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque
miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto
finalmente a Bussolengo.

Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si
poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era
risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che
avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che
s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica,
Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana.
Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel
momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi
inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue
stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo,
conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di
fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva,
qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella
pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da
insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati
Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del
palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed
occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del
gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui
magazzini Inglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio,
recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati
continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese.
Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con
tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli
occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo
Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano
mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle
piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti
schiamazzi, come altrove.

Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli
Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di
Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati.
Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo
termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di
Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a
partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso
della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di
un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se
per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste
popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato
in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi
concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di
potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi
cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli,
quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà
può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle
cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.

Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I
Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì
ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la
destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la
mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese
esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città;
Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva
carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e
Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di
Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere
andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta
uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo
romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal
colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie
esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi,
le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con
grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago,
presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova.
Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad
Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva
gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a
Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente
maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i
Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano
più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata
resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre
Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con
perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di
perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e
Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si
erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la
seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante
erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i
due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di
questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e
valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente
per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione
di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un
terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse
per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei
Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le
mura di Verona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala
loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece
fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i
repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il
sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che
consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e
teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con
tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si
difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che
questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per
modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di
correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte
degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo
stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più
oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai
monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata
Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali
custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti
cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette
cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano
Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si
erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre
i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti,
perchè Wukassowich era uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella
proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj
s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala
destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava
a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona,
per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava
il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava
Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a
cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse
intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non
fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di
Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti
e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar
sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in
possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i
Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona.
Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe
potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva
sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli
uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani
che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto
loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che
l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le
partite in favor dei confederati.

Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti
da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero,
assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti
fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si
innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso
la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si
appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i
Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato
molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio
e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori
ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare
i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per
la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di
Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale
prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non
senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare
l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera
egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a
salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti
con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber,
Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le
armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai
monti, fu in questa guisa superata e presa. Noverarono i Francesi mille
soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle
genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i
Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto
Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse
ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale
andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.

Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole
ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare
subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era
nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della
battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar
il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro
il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto
Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città,
innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago.
Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così
nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali
degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì
per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il
solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla
vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma
che non vi si volle risolvere.

Risultava dalle due battaglie di Verona, che gli Austriaci passavano
l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer
si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della
Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato
il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni
ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi
ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal
Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il
colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il
campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il
navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar
ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi
dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po,
aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi
Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in
Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave
pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo
esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era
divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo
non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge
insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti,
si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se
prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente.
Ricordavasi delle antiche vittorie, considerava esser quei medesimi
Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime,
sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di
tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando
anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col
nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a
Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la
fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva
dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle
rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più
imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate,
mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora
Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per
operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che
arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se
tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare,
ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della
vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe
meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole
armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in
tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da
Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana
governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva
sloggiare l'inimico da' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra
sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di
Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato
animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a
Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine
di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il
Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale
Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la
sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un
grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non
obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi
improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso
Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere
nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente
le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi
fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente
combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto
questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei
loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca,
fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si
spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e
valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.

Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girar un grosso corpo a fine di
attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava
impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a
duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli
era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì
pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con
grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che
disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata
mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si
accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il
terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia
pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che
si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il
nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato
con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria
dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con
sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo
ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava,
quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non
solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano
del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi
sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano
i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna
Austriaca era vinta, ed i trionfi dei Francesi ricominciavano su quelle
terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i
freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui
Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma
s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più
che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la
vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti,
era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva
all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati,
svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi
impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage
grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e
tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico,
non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il
fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu
fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte.
Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti,
con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi
d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità.
Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la
vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa
tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti
come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati
durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli
Austriaci sì pel suo valore, come per la dolcezza della sua natura, fu
tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali
il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente
fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la
battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il
valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi
imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e
di Suwarow.

Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per
le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse
fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra
dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar
l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa
deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la
grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa
che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich
e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti
i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed
in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La
medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che
tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla
sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva
ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie
Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, e riputata
d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo
avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi
dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli
alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo
coll'immaginazione.

Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse
popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti
suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e
nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri;
che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne
astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle
fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle.
Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco
umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a
vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè
intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori
utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo
le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel
Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel
Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.

Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di
rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi
il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodiva le parti superiori
del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte
fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si
congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano
preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva
sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con
trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello
dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano
posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che
i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava
pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne
fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo
l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento
preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter
arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande
mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati
repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti,
avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro
disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti
d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine
di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre
Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei
Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a
contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva
disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il
meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo
tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con
frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo
potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli
un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste
cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in
mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di
lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio:
Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva
alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie
l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai
cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia
nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa
biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro
Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra
Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il
disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello
dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la
sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un
capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in
memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe
l'impazienza dei repubblicani. Da un altro lato non si debbe defraudare
della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il
governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di
vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda
contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando,
che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina,
che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della
Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con
ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze
del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia,
dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar
il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla
repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.

Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a
combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei
collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che
seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi,
che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera.
Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio
tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva,
come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a
destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore
dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in
qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da
Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e
d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a
sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava
porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi
a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del
mondo.

Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi
condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del
ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro,
lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per
cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile
Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo
riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava
guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta
vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i
Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo
presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava
vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante
molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel
medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale
dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza,
sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di
Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle
piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e
profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte.
Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar
sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole
necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del
ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori,
che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco
poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate
alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo
conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a
Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i
suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la
battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della
destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati,
e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al
riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la
battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni
reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale
valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria,
quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano
inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso
affronto cacciarono i Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un
colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale
Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio
le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu
rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso
Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a
ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier
respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti
dell'esercito.

Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori,
Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti
trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano
l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto
innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col
fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro
intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi
parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti,
superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale
Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del
ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per
l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni
momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi
avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il
parapetto, con le bajonette in canna superarono il passo, e fecero
strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era
mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto
il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati
dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una
parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava
prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia
ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti
del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più
poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o
volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una
novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per
fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai
vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.

Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente
con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di
coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a
condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte
baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati,
che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si
riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e
lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a
presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow
si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin qui raccontato si
vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato
dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un
valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse
tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a
Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva
a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del
nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e
tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio
assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli
ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i
soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo
fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal
generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai
vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez,
imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava
a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa.
Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e
sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi,
ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del
vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati
gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e
bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni
venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della
vittoria. Errarono, come è evidente, i Francesi in questa battaglia,
prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel
sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di
passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore.
Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di
maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che
prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si
sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e
probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.

La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e
faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli
alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di
forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende
come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle
fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati
costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano
difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè
abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto
portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte
di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi
colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in
pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono
anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenza in se
stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.

Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si
riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di
condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che
occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli
Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con
grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica,
con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in
tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia.
I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze,
e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno
pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare
in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i
repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli
volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare.
Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica
riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi
pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi
appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto
precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte
agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe
che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che
vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla
militare gloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla
sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee
soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di
quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini.
Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive
novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di
vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora
di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure
eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima
ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano
diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il
vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta
Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata,
carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose,
ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze;
la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano;
scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i
direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e
con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano
maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio
con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne
poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei
quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro
svelato i depositi dei denari, e degli archivj della repubblica. Degli
altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i
figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne
partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno
che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj.
Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le
Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal
lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi
durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte
era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano
sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria
loro varcavano.

Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della
città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i
municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla,
e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci: _Viva la
religione, viva l'imperatore Francesco secondo_. Cresceva ad ogni
momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a
salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si
accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi
d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad
ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese
risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia
ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le
persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il
palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini
facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori,
l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad
astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e
persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non
obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale
Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al
governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse
vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione
punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le
intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che
erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi
si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se
cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi
erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto
un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a
spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era
ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle
persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava
intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse
all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il
papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavano i popoli a tanto
amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali
venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo
desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i
sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.

Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse
il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per
disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare
sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald
con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di
Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato
Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro
Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così
aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che
insegnassero gli andamenti del nemico.

Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila
combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non
poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era
troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era
risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli
convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare
al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a
combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po
per dar la mano a Macdonald, al quale aveva mandato ordine, che da
Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con
esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè
perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando
il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar
animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di
sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi
diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili
per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i
grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati
strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate,
conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un
sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal
Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava
del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini.
Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato
Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei
monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il
castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad
arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese;
Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una
conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la
terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei
Francesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore
importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del
Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le
fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in
loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza
da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli
fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar
all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia
giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con
romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi,
il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad
urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il
giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più
virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran
numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità
avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè,
quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo
di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato
Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e
fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere,
essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra
di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla
destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si
appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo, luogo
vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva
penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con
la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a
fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual
cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida,
dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che
avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano.
S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e
caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per
caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che
entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati
piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi
infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento
fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si
attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e
che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la
fortezza d'animo.

Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a
far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di
Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime
terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli
tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si
trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese,
condotti da preti e frati si erano levati a calca contro i repubblicani.
Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il
seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia,
prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo
Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i
democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di
grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da
contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le
lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del
Carmine da questa plebe sfrenata, che gridava _viva la fede_, _viva San
Secondo_! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure
finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale
Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj
militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri.
Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau.
Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che
non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e
Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi
alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle
di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a
castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che
fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne
di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le
svillaneggiavano e stupravano; così i repubblicani parimente a niuna
cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle
donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso
crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente
dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le
parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino,
mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere
pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue
massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei
popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente
citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a
quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di
pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici
erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo:
dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano
giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte
presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro
dorso degli Apennini.

Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte,
che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone,
Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset
tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in
Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate
da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a
ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri
Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del
vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle
solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora
i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della
repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si
moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia
politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora
l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse
ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue
stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le
intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e
dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il
Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono
de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i
suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse,
perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi
oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che
essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano
quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di
Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva
governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito
felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loro
antenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì
spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne
dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero
gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per
sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno
della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione
delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano
protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai
scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle
genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il
liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da
loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero
le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato
ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza
dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo,
viverebbe santa ed inviolata.

Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè
sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva.
Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti
seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si
levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla
spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano
i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte
i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevano a ostro di
Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di
popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte
da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria,
che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da
prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso
sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi
in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il
seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava
masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una
terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo
luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando.
Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la
cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino
immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon
uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello
stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le
ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva,
che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a
ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo
sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e
frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati
erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise:
un curato accinto di pistole assai ben grosse, custodiva il passo della
Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli,
parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva
opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con
alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed
a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da
un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o
vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi
veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con
ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il
governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti
vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con
istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo
Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo,
che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso
la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso
Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo
credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle
meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa
non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie,
ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani
sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al
mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i
generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevano le opere nefande, gli
dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben
servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o
per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la
città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi
portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo
la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca,
e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani
tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava,
o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido
capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono
sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie,
giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.

Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè
essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo
risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica
obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto
accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni,
che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza
delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio
sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era
forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura
forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo
appena avrebbe potuto bastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito,
che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei
monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana,
poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le
guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a
conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con
genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva
Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei
Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e
piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta,
principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma
debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle,
provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto
delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza
del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra
quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti
commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la
guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di
Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe
informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i
pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni
furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia,
ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo
giungere le turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul
bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto
riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo,
si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per
vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto, _oh_, _ecco un
giacobino_, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato
giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con
gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino,
correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si
promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano,
gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che
gridassero _Viva il re_, _viva la casa di Savoja_, _muojano i
giacobini_. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il
sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come
di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi
faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse: _Viva il
re._ Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente
e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da
esitare. I villani gridavano senza posa, _muojano i giacobini_! _dove
sono questi giacobini_? _che ci si diano qua_: _che stiam facendo_, _che
non gli ammazziamo tutti_? Giacobini e non giacobini si nascondevano,
perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo.
Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i
confederati non fossero stati presti ad accorrere, ed a frenare quegli
uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che
si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti
e future.

Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco
restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow.
Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per
ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri
al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri
dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni
prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale
Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe
immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava
maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano
rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose
io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor
della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati
pazzi.

Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le
artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro
sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci,
repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare.
Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne
andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella
dalla parte della città, ed i Francesi non infesterebbero la città dalla
cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili;
i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.

Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba,
massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i
secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità
del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto
dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che
di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi
sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava
carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio
manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche
insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si
aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà
dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente
si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati
si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e
con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose
sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino
al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà
ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre
segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti,
l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle
finanze, il contador generale, ed il reggente il controllo generale;
voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che
il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re,
scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato
al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le
finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le
rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco,
certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di
credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si
spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di
editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai
particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme:
gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato
dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita,
come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze,
del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più
gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il
valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai
Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa
offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad
abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a
negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande
difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle
popolazioni paesane, ed a tante genti forestiere; perchè la vernata
essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più
forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si
chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli
uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano
tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I
vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga,
che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi
affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla
estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello
stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili
reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani,
avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle
persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa
sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era
il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il
fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case
andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade,
ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie
erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo, _Jacob,
Jacob_, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non
giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i
giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavano _Jacob, Jacob_, e
mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne, veduto chi andasse per
la strada ai fatti suoi, tosto gridavano _Jacob_, correvano dietro, ed
era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un
repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di
Panduri, che gli teneva dietro, gridando _fermati Jacob, fermati Jacob,
che siam truppe dell'imperatore_. Quella gente zotica si persuadeva, che
perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma
ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è
guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli
dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai
tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.

Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè
sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del
nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati,
parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i
repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto
ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali
famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di
questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte
Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con
molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua
patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua
disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa
che si facesse, o di anima che vivesse, scriveva contro tutti senza
freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli
scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor
più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.

Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente
nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè
non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non
si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede
stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse
con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il
giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso,
ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla
strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a
trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se
medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a
perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed
ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo
ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero
mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano
contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo;
la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine
grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella
molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti,
coi ribalzi, e coi rimandi loro avevano rotto tutte le traverse,
fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il
suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi
abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente
traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in
molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva
avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva
Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più
forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La
caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano:
una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi
trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior
parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la
piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda
circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e
gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano
vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato
piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si
fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio
uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse
libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede
di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli
altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli
scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa
tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono
trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta
obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in
grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così
breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la
cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in
una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro
un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i
cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero
opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di
un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico
governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle
sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove
fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili,
militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i
regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne
tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o
che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di
Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo
Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia
giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia
tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.

Per la conquista fatta dagli alleati dello stato di Milano, del
Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi
innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e
d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia
boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia
massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle
Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si
trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti,
sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta,
riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene
nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed
alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi,
deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che
fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza
che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva
loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le
sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di
rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche
tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così
grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di
nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non
lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una
nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese,
l'importanza di lui per la repubblica, la gloria acquistata, le menti
sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di
Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria.
Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione
magnificavano.

Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze
scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad
ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli
raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col
quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa
dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto,
salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio
le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era
in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle
case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento
consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli
esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre.
Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni
risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io
provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire
una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per
tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono
duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano
carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non
vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gli uni e
gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia
ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir
sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non
avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed
il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla
ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed
amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale
cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che
dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in
grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati
offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli
allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente
gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di
più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di
più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una
sola virtù tutte!

Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato
maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in
tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad
ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il
disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a
questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non
concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto
dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate, e
presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e
diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale
favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole
incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria
ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva,
reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi,
come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi,
volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in
quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni
stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci
delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi,
più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più
santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli
schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora
s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera
ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è
diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle
compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili
non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri
liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia
possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto
abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le
speranze nella giustizia, nella lealtà dei Francesi, e nei principj che
hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici
ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi,
porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla
felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello
scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi
rappresentanti».

Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità
sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese
finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da
quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia
nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato
occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto
perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi
cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome
della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i
rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti
dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica
Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono;
in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome
suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo
rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo
tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e
criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici della libertà
coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi
ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le
armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano
difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine
della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con
istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le
sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La
repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo
con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti
commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo
Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo
aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie
d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione,
che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia
d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo
sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine
liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge
richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la
giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con
la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino
questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi
sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.

Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse,
ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era
lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità
d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo
Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di
Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la
fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede
verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè
l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua
potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e
che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente
dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di
queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la
riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro
di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè
era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che
allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e
di restituire alla Francia il dominio d'Italia.



LIBRO DECIMOSETTIMO

SOMMARIO

      Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre
      possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi.
      Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau
      per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per
      venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore.
      Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie
      tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie
      della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano,
      poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di
      Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte
      del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati.
      Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.


La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le
Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai
repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza
d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati
l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano
impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle
prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili
contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli
abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal
mostrarsi favorevoli ai repubblicani, e dall'accarezzargli con ogni
segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu
biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva
tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere,
quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto,
abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè
all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello
delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la
cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati
nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non
ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al
difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e
lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del
vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo
errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che
essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi.
Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere
contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per
obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se
stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i
Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i
Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per
tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era
indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o per forza, che sel
facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già
erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva
spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi
mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e
per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva
sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo
considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le
forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a
Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra
romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli
Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza
grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un
Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare
Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano
affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si
riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè
i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa
l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero
i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e
piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte
Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere
la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola,
principalmente alle Benizze, luogo abbondante di acque chiare e dolci,
ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste
sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa
disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e
molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte
Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza
nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa
operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a
dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva
loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi
padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel
Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a
frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.

Intanto Alì, radunato il suo esercito, in cui si noveravano meglio di
undici migliaja di combattenti, la maggior parte a cavallo, si
apparecchiava a dar l'assalto a Preveza, e massimamente a Nicopoli, dove
era ridotto il maggior campo dei Francesi, circa settecento soldati, fra
i quali sessanta Sullioti, e ducento Prevezani. Era questo campo
fortificato con alcune trincee, ma ancora imperfette, ad al governo del
generale Lasalcette, che udito il pericolo di Nicopoli, vi si era
trasferito da Santa Maura, dove aveva le stanze, per non defraudare i
suoi in quell'estremo accidente della sua presenza, e del suo esempio.
Era fatale, che non pochi valorosi Francesi perissero in istranj lidi,
non di buona, ma di barbara guerra, perchè fossero soddisfatti i
desiderj smisurati di chi colà gli aveva mandati, ed all'ambizione di
cui pareva, che il mondo non potesse bastare. Si avventava Muktar,
figliuolo di Alì, contro i Nicopolitani alloggiamenti ferocemente, e più
ferocemente ancora ne era dai difensori ributtato. Nasceva nelle barbare
schiere uno schiamazzare orribile: gli uni stimolavano gli altri alla
vendetta, perchè le armi repubblicane, massimamente la scaglia, avevano
di loro fatto molta strage. Le grida e le imprecazioni atrocissime, e le
minacce, e l'impeto nuovo, e gli squadroni grossi dei barbari
spaventavano i capitani Prevezani, che con le loro genti tenevano il
mezzo dell'esercito repubblicano; davansi alla fuga, e fuggendo traevano
con se quasi tutti i soldati loro. Questo impensato accidente disgiunse
le due ali estreme dei Francesi, e fu lasciato fra di esse uno spazio
vuoto. Del quale favor di fortuna subitamente valendosi Muktar, ed Alì
medesimo, che in su quel fatto con tutte le genti era sovraggiunto,
mettendosi di mezzo, perchè Lasalcette, quantunque avesse voluto, non
era stato a tempo di rannodarsi, inondarono tutto il campo, troncando ai
loro nemici ogni speranza di salute. Vide quel Greco suolo, già tanto
famoso per le battaglie di Augusto e d'Antonio, i medesimi miracoli di
valore dall'un canto, maggior barbarie dall'altro; poichè non mai la
virtù Francese nelle battaglie si mostrò tanto eminente, quanto in
questa, nè mai una scelerata barbarie tanto infierì contro infelici e
buoni guerrieri quanto in questo, e dopo questo miserando fatto. Rotti e
scompigliati gli ordini dei Francesi dai barbari, che da ogni parte
insultavano, era la battaglia ridotta in affronti particolari in cui
venti combattevano contr'uno. Perivano i Francesi, ma dopo vendette a
cento doppi fatte; perchè in loro quel che non poteva la forza naturale,
poteva l'incredibile coraggio. Lasalcette medesimo, ed un Hotte,
colonnello della sesta, con le mani loro si difendevano al pari dei
gregarj. Combattevasi dai Francesi non per altra cagione che per morire
onoratamente, e da uomini forti; ma anche in questo era la fortezza
maggior di quel che appare; posciachè, che le generose opere loro
venissero raccontate ai posteri, siccome quelle che in terre prive di
ogni civiltà si commettevano, era nelle menti loro più che incerto.
Adunque combattevano piuttosto per virtù propria, che per lode altrui.
Infine fattosi dai Francesi, non quello, ma più di quello, che per la
natura umana si può, piuttosto per stanchezza insuperabile, che per
libera volontà, si diedero in poter dei vincitori, forse cento soldati,
soli superstiti di sì grosso corpo. Lasalcette, e Hotte incontrarono la
cattività medesima, nè non ignoravano, che quella gente barbara tra capi
e subalterni non avrebbero fatto differenza.

Mentre con tanto valore si combatteva alle trincee di Nicopoli,
succedeva nella vicina Preveza un fatto non meno del raccontato
maraviglioso, e che in se non ebbe nè minore crudeltà dall'un de' lati,
nè minor valore dall'altro. Era al governo di Preveza un Tissot,
capitano della sesta, con ottanta Francesi. Avendo egli inteso della
fiera battaglia che ardeva a Nicopoli, lasciati alcuni de' suoi alla
guardia, si era avviato coi restanti al soccorso dei compagni; ma già la
fortuna aveva concluso la tragedia di Nicopoli, e già Lasalcette era
venuto in poter dei barbari. Di ciò ebbe le novelle Tissot, e la forza
del nemico, che d'ogni intorno correva la campagna, gliene dava anche
manifesto argomento. Ritraeva il passo verso Preveza, continuamente
assalito da torme innumerevoli di Albanesi a cavallo, dalle quali,
ristretti i suoi in gomitolo, ed usando l'opportunità dei luoghi, con
immenso valore si difendeva. Ma il nemico, che tanto abbondava di
soldati corridori, si era condotto a Preveza, dove aspramente combattuta
la piccola guernigione lasciatavi da Tissot, e combattuto anche
aspramente da lei, si era impadronito di una parte della terra. Giunto
il capitano Francese in Preveza tanto fece con la sua debole squadra,
che, uccisi quanti Albanesi se gli pararono davanti, e calpestando i
mucchi dei cadaveri loro, riusciva sul porto, donde poco lontano
discopriva una nave bombardiera della repubblica, ed alcune barche
venute da Santa Maura, che gli arrecavano qualche ajuto di genti e di
munizioni. Sorgeva nuova speranza in coloro, ai quali niun'altra
speranza era rimasta, se non quella di una morte onorata; perciocchè gli
Albanesi raccolti a torme inondavano Preveza e le campagne, e troncavano
ogni via di scampo. Ma la speranza non fu lunga: succedeva una
disperazione tanto più dolorosa, quanto più la speranza era stata viva
ed inaspettata. Un Prevezano affezionato a Tissot si offeriva per andar
ad avvertire il capitano della nave del pericolo de' suoi compatriotti,
acciocchè accorresse prestamente in soccorso, se non per vincere, che
ciò era impossibile, almeno per iscampargli. Facevalo il Prevezano, non
curando le armi dei barbari, che gli suonavano d'ogni intorno. Ma un
Francese, tace la storia il nome di questo piuttosto mostro che uomo,
messosi sulla barca del generoso Prevezano, e con questo condottosi alla
nave, affermava, avere veduto con gli occhi suoi proprj l'uccisione di
tutti i Francesi, nè restar loro altra salute, se non quella di
allontanarsi tostamente da quei disumani e sanguinosi lidi. La crudele
bugia allignava; la nave bombardiera con le barche Mauritane, voltate le
vele, se ne tornava là dond'era venuta. Che cuore fosse di Tissot e dei
compagni nel vedere le andantisi vele, non so in quale lingua, nè con
quali parole dire adeguatamente si potrebbe. Fatto in quel mortale caso
il capitano Francese maggiore di se medesimo, gridava: «Saran dunque, o
compagni i nostri giuramenti indarno? Insulteremo noi, quai pusillanimi
soldati, alle ombre dei nostri compagni eroicamente morti nelle presenti
battaglie? No, noi morrem piuttosto, se vincere non possiamo, e la tomba
accorrà coloro, che nel momento estremo hanno onorato la patria loro:
lasciamo segni terribili del nostro valore, ed i nemici nostri all'udire
le battaglie di Nicopoli e di Preveza, ed al rammentare il nome di
Francia stupiscano di maraviglia, e tremino di terrore».

Ciò detto, si avventava con furiosissima pinta in mezzo ai barbari;
seguitavanlo i compagni; Preveza vedeva una battaglia senza pari. Pochi
uomini assaltavano una moltitudine innumerabile, nè solo l'assaltavano,
ma la ributtavano, e la cacciavano piena di maraviglia e di spavento. Le
contrade, le piazze, i portici di Preveza abbondavano di cadaveri,
fumavano di sangue. Datosi dagli animi, che sono instancabili, quanto da
loro si poteva dare, incominciavano a mancare i corpi, le cui forze
lungamente non possono durare in isforzo estremo. La fame, la sete, la
fatica, l'impeto stesso delle volontà avevano dato luogo alla
estenuazione, e se non erano rotti gli animi, erano consumate le forze,
nè più si combatteva pei repubblicani con tanto ardore. Accortisi i
barbari dell'insperato cessamento, tornavano alla battaglia con grida
spaventevoli: l'avidità della preda, la rabbia della vendetta gli
stimolavano. Vinse la moltitudine fresca contro pochi e lassi. Chi non
fu morto, fu preso, e chi non volle andar preso, a tale salse un
coraggio indomabile, si uccise da se stesso con le armi tinte del sangue
dei barbari; alcuni cercarono la morte, nell'avaro mare gittandosi.
Degli ottanta, solo otto col capitano Tissot restarono superstiti, e
questi furono tutti dal truculento vincitore dannati a vita tale, che di
lei migliore è la morte. Veduti minacciosamente da Alì, erano mandati a
strettissima prigione con quattrocento Prevezani, uomini e donne, presi
nell'infelice patria loro. Per addolorargli, e per ispaventargli,
conducevangli a riva il golfo, perchè quivi vedessero sul sanguinoso
campo, dove avevano combattuto, le miserande reliquie dei loro compagni
uccisi: cadaveri laceri, membra tronche, teste difformi, e bruttate di
sangue, e di fango. Riconosceva, ciascuno con pianti e con querele chi
aveva avuto o per parentela, o per amicizia più caro. Godevano i
barbari, insultavano, minacciavano, il dolore stesso prendevano a
scherno: peggiore governo di loro, affermavano, doversi fare di quello,
che dei morti si era fatto; avere ad essere fra pochi momenti le teste
loro vive pari a quelle degli ammazzati. Faceva Alì tormentare ed
uccidere non pochi Prevezani in cospetto dei Francesi cattivi, ed ei se
ne stava mirando, godendo, e compiacendosi delle miserabili grida dei
tormentati e dei morienti. Condotti i vinti sulla piazza di Preveza,
così ordinando il tiranno, un Albanese scotennava con rasojo le morte
teste, poi le salava; poi comandava ai Francesi, che anch'essi così
facessero. Ricusarono dapprima per onore e per orrore; ma battiture
dolorosissime gli domavano; davansi a scotennare le teste degli uccisi
compagni, spettacolo doloroso ed orribile. Gli atti nefandi a questo non
si ristavano. I quattrocento Prevezani, legati, e sanguinosi dalle
battiture furono condotti nell'isola Salagora, e quivi tutti senza
pietade alcuna, nè con più riguardo verso l'un sesso che verso l'altro,
nè verso la canuta che verso la verde età, crudelmente uccisi. Le
compassionevoli preghiere per perdono, e per grazia di coloro, di cui si
laceravano le membra, vieppiù inviperivano la ferocia di quell'aspra, e
selvaggia gente, e chi si taceva, era l'ultimo chiamato a morte. Grondò
Salagora di sangue umano a rivi, poi biancheggiò, e forse biancheggia
ancora di ossa rotte, e di teschi ammaccati. Menavansi a Lorù, grossa
terra poco lontana, i prigioni di Preveza e di Nicopoli; poi si
avviavano verso l'Arta per alla via di Ianina. Viaggiando, quella torma
di disumanati carnefici gli sforzava a portare a volta a volta le teste
ancora stillanti sangue degli uccisi amici, e chi ricusava l'orrendo
carico, era barbaramente tormentato. Gli Albanesi, quasi a modo di
passatempo, straziavano a coda di cavallo Caravella Prevezano: straziato
il lasciavano respirare, perchè raccogliesse nuova lena ad essere
ritormentato, poi di nuovo sforzavano a corsa, flagellando, il cavallo,
e così fra i tormenti ed i respiri il condussero, alzando essi al cielo
festevoli grida, ad acerbissima morte. Arrivarono all'Arta, poi a
Ianina; si offersero agli occhi loro le teste dei compagni conficcate
sui merli dell'atroce reggia di Alì. Da Ianina per la Grecia, e per la
Romanìa s'incamminavano a Constantinopoli. Dov'eran le strade più
sassose e più aspre, toglievano loro i barbari per diletto le scarpe:
dov'erano più assetati, e dove più scorrevano le acque fresche e chiare
gli proibivano dal dissetarsi: chi non poteva o per stracchezza, o per
fame, o per sete, o per ferite seguitare, tirato a forza sulla sponda
dei fossi, vi era inesorabilmente dai crudeli accompagnatori decapitato;
i compagni sforzati a portar le teste sanguinose. Sopportarono i miseri
Francesi, dico i superstiti, perchè i più perirono, con inenarrabile
costanza tormenti tanto insopportabili, Lasalcette, e Hotte i primi.
Quando io penso dall'un de' lati alla natura tanto sensitiva dell'uomo,
e con quanto amore, e con quanta difficoltà si allevino i figliuoli per
fargli adulti, d'altro allo strazio, che gli uomini fanno degli uomini,
spesso per nonnulla, spessissimo per cagioni lievi, qualche volta con
allegrezza, sempre senza dolore, sto in dubbio, se animali feroci, o
uomini io me gli deggia chiamare; che anzi al tutto mi risolvo, ed in
questo pensiero mi fermo, che piuttosto uomini, che animali feroci si
debbano chiamare, perchè non vedo, che le tigri facciano delle tigri
quello strazio, che gli uomini fanno degli uomini; e peggio, che quando
essi non possono con le coltella, si lacerano con le lingue. Bene sto
sempre in dubbio, a che cosa servono la ragione e la compassione, che
solo sono date agli uomini. I lacerati giunti a Costantinopoli, furono,
Lasalcette e Hotte, serrati nelle Sette Torri, gli ufficiali ed i
gregarj posti al remo sull'Ottomane galere.

Intanto l'oppugnazione dell'isola di Corfù si continuava gagliardamente
dai Russi e dagli Ottomani. Ogni dì più cresceva il numero degli
assalitori: mandava Alì i suoi Albanesi, e genti Turche continuamente
arrivavano. Per avere gli alleati occupato le eminenze del monte Oliveto
e di San Pantaleone, erano gli assediati ristretti nei forti, e niuna
via restava loro per allargarsi nell'isola. Il Mandruccio venuto in
poter dei Russi, le Castrate spesso infestate dai Turchi e dagli
Albanesi, che calavano dal vicino Pantaleone, San Salvatore venuto
spesso in contesa, quantunque sempre valorosamente difeso dai
repubblicani. L'assalto di Corfù tirava in lungo, l'oppugnazione
diveniva assedio, perchè i Francesi difendevano la piazza virilmente, ed
ella è molto forte, ed i Turchi, quantunque assai coraggiosi, non sanno
condurre con arte le oppugnazioni delle fortezze. In questo l'ammiraglio
di Russia Ocsacow, che governava con suprema autorità la guerra, pensava
ad una fazione di non difficile esecuzione, e che di certo gli avrebbe
dato la piazza in mano, se avesse avuto, come non dubitava, felice fine.
Siede sul fianco della città, e della principale fortezza di Corfù verso
tramontana una isoletta, o piuttosto scoglio, che gli uomini del paese
chiamano di Vido, e che i Francesi chiamavano col nome d'isola della
Pace. Era questo scoglio, siccome pieno di alberi verdissimi, quieto
recesso a chi volesse ricoverarvisi a respirare dalle cure cittadine, e
dolce prospetto a chi dalla città il rimirasse. Quest'amena sede di
riposo e d'ombre aveva tosto ad essere turbata, e straziata dalla rabbia
degli uomini. Avevano conosciuto i Francesi, che chi fosse padrone di
questo scoglio, avrebbe potuto battere da vicino coll'artiglierìe la
cortina della fortezza, e farvi presta breccia. Per la qual cosa,
tagliati ed atterrati gli alberi, vi avevano fatto spianate a guisa di
ridotti, munite d'artiglierìe sui cinque siti più importanti dello
scoglio; perchè sporgendosi oltre il circuito dell'isola, facevano le
veci di bastioni. Meglio di quattrocento buoni soldati sotto il governo
del generale Piveron erano posti a guardia di questo principale
propugnacolo di Corfù. Nondimeno, malgrado dei fatti apparecchi non era
luogo, che si potesse tenere lungamente; perchè nè vi era ridotto
trincerato, dove la guernigione potesse ritirarsi a contendere il
possesso dell'isola, ove il nemico vi fosse sbarcato, nè le batterie
erano chiuse di terrati, o di steccati; il perchè, quasi del tutto senza
parapetti essendo, lasciavano i difensori esposti al bersaglio dei
nemico, che da diverse parti si avvicinasse per andar all'assalto.
Avevano anche i cannoni carretti da marina, e però più bassi, e più
difficili a governarsi. Lo scoglio di Vido era luogo buono a tenersi da
chi, come i Veneziani, essendo forte sull'armi di mare, poteva proibire,
che il nemico sicuramente vi si avvicinasse: per questa ragione non
l'avevano i Veneziani munito di fortificazioni: ma per colui, che come
allora erano i Francesi, fosse privo di naviglio sufficiente, era Vido
sito di molta debolezza.

Il giorno primo di marzo, datosi il segno dalla nave dell'almirante
Russo con due cannonate, tutta l'armata dei confederati si muoveva
all'assalto dello scoglio di Vido. Al tempo stesso, per impedire che
Chabot mandasse nuove genti a rinforzarne la guernigione, fulminavano
contro la piazza con grandissimo fracasso le artiglierìe di San
Pantaleone, e del monte Oliveto. Ciò nondimeno venne fatto al generale
di Francia di mandare allo scoglio un soccorso di duecento soldati.
S'attelavano, sprolungandosi col fianco d'orza da ponente a greco,
venticinque navi tra vascelli di fila, caravelle Turche, e fregate
contro l'isola, e tutte traevano furiosamente. Era un novero di
ottocento bocche da fuoco, il rimbombo delle quali consentendo con
quelle dell'isola, della piazza, di San Pantaleone, e del monte Oliveto,
partorivano uno strepito tale, che e Corfù tutta ne era intronata, e le
vicine coste dell'Epiro orribilmente echeggiavano. Erano i difensori di
Vido lacerati dalle palle nemiche, e dalle schegge degli alberi rotti e
fracassati. I cannonieri di Francia per essere nudamente esposti al
fitto bersaglio del nemico, perchè i parapetti non erano sufficienti,
pativano grandemente: i cannoni stessi, rotti i carretti, si trovavano
scavalcati. Durò questa fierissima battaglia ben tre ore con danno
gravissimo dei repubblicani, con grave degl'imperiali; perchè i primi
traevano contro di loro a mira ferma. Finalmente, quando fu giudicato
dai confederati, che il guasto fatto dalle artiglierìe nei soldati e
nelle armi Francesi, avesse facilmente ad aprir loro l'adito ad un
assalto di mano, posti prestamente tutti i palischermi in acqua, e
riempitigli di gente, gli mandavano allo sbarco. Approdarono i Russi in
numero di quindici centinaja sul destro fianco dello scoglio, che si
volge verso la città; i Turchi con Albanesi misti, assai più numerosi
dei Russi, sbarcarono sul sinistro, che risguardava verso la bocca
settentrionale del porto. Nè così tosto furono sbarcati, che uccisi
barbaramente i difensori di due vicine batterìe, se ne impadronirono. I
Francesi, visto il nemico dentro, si ripararono ad alcune eminenze, non
più per contrastar la vittoria, che già era in mano degli alleati, ma
bensì per dar tempo, che quel primo furore degli Albanesi alquanto si
calmasse. Gli Albanesi e medesimamente i Turchi, quanti Francesi
venivano loro alle mani, a tanti tagliavano la testa, o che si fossero
difesi, o che si fossero arresi. Le teste gettavano nei sacchi per
portarle a Cadir Bey, vicealmirante delle navi Turche. I Russi per lo
contrario si portarono molto umanamente; imperciocchè non solamente non
uccisero nissuno fra quelli, che cedendo si erano arresi, ma ancora
preservarono molti, che già venuti in mano dei Turchi pochi momenti
avevano a restare in vita. Eransi i Russi raccolti, dopo la vittoria, in
un grosso battaglione quadrato nel mezzo dell'isola, e quivi quanti
Francesi accorsero, tanti salvarono. Furono visti ufficiali Russi, a
riscatto di Francesi venuti in mano degli Ottomani, e vicini ad aver il
capo tronco, dar denari del proprio ai barbari feroci ed avari. Un
vicecolonnello di Russia, di cui la storia con sommo nostro rammarico
tace il nome, dato tutto il suo denaro per salvar due Francesi, che i
barbari già stavano pronti per decapitare, nè contentandosene essi,
cavatosi di tasca l'orologio, il diede loro, e per tal modo scampò da
morte inevitabile i due derelitti nemici. Nè in questa pietosa
intercessione soli gli ufficiali di Russia si adoperarono, perchè e
semplici soldati, e marinari con la generosità medesima ajutarono i
Francesi. Videsi in questo fatto una estrema barbarie congiunta con una
estrema civiltà, e giacchè guerra era, pensiero consolativo è, che la
umanità vi avesse in qualche parte luogo. Piveron preso dai Russi, fu
condotto in cospetto di Ocsacow, che molto cortesemente il trattò. Quasi
tutto il presidio restò o morto, o preso.

La vittoria di Vido portava con se quella di Corfù. Era impossibile, che
la piazza fulminata da due parti potesse resistere più lungamente.
Perciò Chabot, il quale, piccolo di corpo, ma grande di animo, aveva in
tutto il corso della guerra Corcirese fatto pruova di non ordinario
valore, sforzato alla dedizione, stipulava con Ocsacow e con Cadir, che
Corfù si desse ai confederati con tutte le armi e munizioni; uscissene
il presidio con gli onori di guerra; fosse a spese, e per opera dei
confederati trasportato a Tolone; desse fede di non far guerra per
diciotto mesi contro i confederati; la nave il Leandro, e la fregata la
Bruna ai medesimi si consegnassero; Chabot, ed i suoi ufficiali ad
elezione sua potessero essere trasportati o a Tolone, o ad Ancona,
purchè fra un mese facessero la elezione. Entrarono i Russi per la porta
di San Niccolò, ed in bell'ordine procedendo per la contrada principale,
andarono a schierarsi sulla spianata, che sta in mezzo tra la città e la
fortezza. Gridavano in questo mentre i Corfiotti _viva Paolo primo_, e
sventolavano all'aura drappelli Moscoviti. Presidiarono i Russi le
fortezze, i Turchi la città. Fuvvi qualche sacco di case di giacobini,
ma subitamente represso dai confederati. Era a quei tempi un uomo nuovo,
e di umore strano a Corfù, che ve ne sono molti di tal fatta in quei
paesi, il quale in odore di santità, e quale eremita sucidamente vivendo
in una celletta vicina alla chiesa di San Spiridione, protettore
veneratissimo dell'isola, aveva più volte, quando le cose di Francia
erano più in fiore, pronosticato, che i Francesi non farebbero lunga
vita in quelle terre. Riuscito l'evento parve miracolo: il veneravano
come profeta.

Il consiglio generale di Corfù convocato dai confederati secondo gli
ordini antichi, decretava, che si ringraziasse San Spiridione, e con
annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti Russo e
Turco, e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero
Paolo primo, Giorgio terzo, Selim terzo. Fu data la somma del governo
non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole, e territorj Ionici, ad
una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù, finchè
dai confederati vi fu ordinato un governo stabile di repubblica sotto
tutela della Porta Ottomana. A questo modo per opera, prima dei
Francesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio
d'Italia all'imperio degli oltramontani, o degli oltramarini, il dominio
del mare Ionio, che Venezia aveva saputo conservare per tanti secoli
contro tutte le forze dell'impero dei Turchi; il che dimostra quanto
siano stati sconsiderati quegli Italiani, che tanto si rallegrarono
della ruina dell'antica Venezia. Venuto Corfù in poter dei confederati,
divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza
dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia; vennervi i
cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi
Gabrielli e Massimi, il cavaliere Ricci, e molti altri personaggi, a cui
più piacevano l'ozio e la sicurezza di Grecia, che il partecipare delle
fatiche e dei pericoli del cardinal Ruffo in Italia. Le flotte Russa e
Turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le
quali siamo per raccontar nel progresso di queste storie.

Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro
agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo
dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul
campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald
custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente
mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo
lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui
venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due
eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè,
sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in
Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le
fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli
fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle
pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di
Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia,
fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre
l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere
chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle
valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando
era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria,
poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la
congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsi nei contorni di
Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile
alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere
le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da
non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra
l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole
a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di
cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor
con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del
Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli,
lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e
nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile
carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice
fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità
di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in
armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle
sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori
non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana
molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il
passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli,
sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli
aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie,
a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio,
che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue, che
capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato
gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia,
e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè
animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far
il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli
suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con
viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del
Volturno.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la
destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di
riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e
Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso
la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della
marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali
bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue,
parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con
le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter
arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene
armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del
passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un
accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva
il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si
ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali
sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo
mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata
resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la
terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti
ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano
sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che
il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente
battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta
ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla
ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità,
pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle,
incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che
non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.
Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i
Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a
Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle
sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con
discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia,
lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più
gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di
Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia
succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i
Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in
favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa
mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta
ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che
queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali,
siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi
dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva
sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni
miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata;
anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro,
i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate,
acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi
delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con
isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente
armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente
esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni
giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle
vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi.
Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con
gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso
nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete,
mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni
tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a
torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda, e chi
non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli
trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando:
«Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con
questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di
ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia
quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che
avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi
al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo
un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui
entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini
presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il
furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e
notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano
disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano
a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a
divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle
guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le
insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra,
avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad
uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle
turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro,
chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi
del Gran Duca, chi tutte queste insieme; e chi era stato tinto nelle
faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel
nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come
quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si
mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e
potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure
Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono
cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i
confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti
scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia
accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a
Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a
Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di
guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura
stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte
di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di
dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero,
avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che
era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero
salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a
Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro
gli Aretini un bando terribile, che passerebbe a fil di spada, che
darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza
d'Arezzo una piramide con queste parole: _Arezzo punita della sua
ribellione_. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il
Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro,
perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte,
e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea
Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i
Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i
Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi
succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e
sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non
avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi,
perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti,
Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e
Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor
denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una
tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra
del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed
ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse
possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le
ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri,
e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito
fossero, si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto
s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti
di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il
restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di
valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei
confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di
Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe
Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a
Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio
Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar
sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per
osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o
verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata
era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau
poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due
generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro
nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande
infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in
Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri
larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi
lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo
d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che
consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polacca
romoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi
stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le
popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi
delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero
qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente
stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si
fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le
fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato
Suwarow nello alloggiare tanto spartito.

Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che
maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel
Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche
battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso
a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente
marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le
sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di
congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow
le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno
alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo
ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj,
gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani,
che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già
Victor camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a
congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia
si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le
genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di
Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava
alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione
d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano,
che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la
sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo
di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo
alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo
re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova.
Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli
Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a
Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro,
ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul
fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino
Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era
ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed
Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più
da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a
Bobbio.

Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai
generali dei due imperj, e gli fecero accorti, che era loro mestiero, se
non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con
molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno
solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai
Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la
oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a
Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che
Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume,
non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse
dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare
spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere
pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese
accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla
destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a
ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e
tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma,
che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti
orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente
si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma
i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per
distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau,
Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.

Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di
Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di
Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo
spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi
passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si
fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese
non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci.
Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi
per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per
pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano
per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del
Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i
soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani
caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre
Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati,
furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca,
che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si
combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti,
sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare
Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale
Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando
il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss,
guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels.
Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usando la
bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le
montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non
erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un
ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento
terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo
assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno
grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni
ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern
ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.
A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava,
urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il
che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano
sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente
difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città.
Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di
spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per
questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse
accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard,
che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per
questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal
forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a
Castel San Giovanni.

Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loro perito ed audace
capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e
dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle
prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le
fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i
repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald
avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna
dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di
Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra
ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi,
ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern
e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli
medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e
lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto
questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese,
circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come
Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando
che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i
repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a
tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con
l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e
combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche
condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non
le avesse mandato genti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la
salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si
ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po,
venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava
sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla
sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si
condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù
dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco
distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi
faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra
breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici
centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei
Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero
in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente
combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu
ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la
vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi
fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo
di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con
animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in
mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde
impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie,
riuscirono all'alloggiamento di Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con
pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della
vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo
cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto
inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il
generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi,
non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile,
attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano
dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette,
riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra
gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra
nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo
della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.

Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non
avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le
artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si
levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano
agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva
avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma
la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e
nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era
posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non
coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau.
L'operare spartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per
poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati.
Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non
che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria
conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.

Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più
potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con
quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente
Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi
narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio,
perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava
a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar
all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per
trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero
congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern,
passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani,
si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale
era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato
Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno,
varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per
Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald,
volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più
grosso, nè forse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito
sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto,
come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo
antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il
Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo
passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma
Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow
di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas,
udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di
Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse
opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite
fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla
dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri
d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul
centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza
contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse
la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i
due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento
s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà
facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a
Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire
subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau
scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul
fianco suo destro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima
che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la
strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato
nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero
a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le
due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a
qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire
incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il
temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile
ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e
lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed
oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow
fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per
accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal
duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con
tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora
necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento
e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra
Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il
nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più
animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza
di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo
liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersi con Moreau, al
quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato,
durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti
ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che
venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere
a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e
scannassero gridando _urra_, _urra_. Ma nel fatto i soldati mostrarono
maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano
schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al
Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po,
ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i
Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo
i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva
ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a
sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi
Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi,
Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente
di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la
maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il
Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i
repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i
primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico;
Bagrazione guidava la vanguardia; ma essendo la campagna piena di fossi
e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo
venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di
lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano,
e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a
soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò,
che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli
alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti
loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni
reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo
piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva
Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si
attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore.
Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di
Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia
repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare.
Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a
forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto
delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani,
lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato,
oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la
fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo
tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Congiunse con loro
alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a
combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto
impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce,
con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi
vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa,
affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al
nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente
marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce:
Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich,
veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo
avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la
fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si
combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè
e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e
delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi
incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i
secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti
capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio,
e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei
confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto
Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra:
tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e
bruttati di sangue sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia
orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o
moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e
munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava
sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda
strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia
non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova
battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani
innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente
Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi,
di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva
tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si
possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di
coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che
vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei
precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo
esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose
Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere
ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere
l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè
Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato,
sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la
battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazione di Macdonald
dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia
il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo,
Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi
Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva
alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro
l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che
nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di
Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il
fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i
monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i
repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle
artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che
ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra
verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più
aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono
e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski
con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva
Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i
soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in
suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo
piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano
Schweicuschi con tanta energìa, che lo conciarono per la peggio,
tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e
lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono.
Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e
l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle
schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un
grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la
cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più
fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di
disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al
combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg
con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i
contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla
ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto
sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu
conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero
molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.

Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui
campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto
affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo
della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante
riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare
esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di
fronte Otto, mentre un grosso di cavallerìa difilandosi lungo il Po,
s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe
Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in
soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di
Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè
la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le
respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei
suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe
leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla
fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei
granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia
si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe
leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per
gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto
Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che
erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e
tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del
reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite,
ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che
Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla
destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi
cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la
ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera
vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli
alloggiamenti oltre il fiume.

Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa
battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla
fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra
della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.
Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda
sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi,
bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila
repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra
breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere
di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto
tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile.
Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle
file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e
quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi,
e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli
fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a
ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente,
ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello
Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e
smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard.
Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente,
cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta
la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se
ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di
Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow
accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de'
suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col
suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò
allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente,
per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza
dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e
fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a
salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva
poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie,
non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido
pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po,
perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati
dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu
uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila
prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero
degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei
prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai
confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per
non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le
aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi
riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che
aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi,
quantunque a ciò di mala voglia, e costretto dal parere dei compagni, si
risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta
esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del
combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune
genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita,
s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce
illustrasse l'Italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo
Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar
l'assalto al nemico nei suoi proprj alloggiamenti. Nè avendolo trovato,
ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per
la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i
Russi a Zema il retroguardo Francese governato da Victor, e l'assalirono
con molto valore, e con ugual valore fu loro risposto dai Francesi, cosa
maravigliosa dopo gl'infortuni recenti. La diciasettesima, postasi in un
luogo forte, fece spalla al ritirarsi dei compagni, ma circondata
finalmente da un nemico a molti doppj più grosso, fu costretta a deporre
le armi, dandosi prigioniera in poter del vincitore. Dall'altro lato i
Tedeschi arrivarono addosso ai Francesi presso a Piacenza, e ne fecero
molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente
Rusca, Salm, e Cambray; quest'ultimo morì fra breve per le ferite avute
nella battaglia. Rusca ebbe una gamba sconcia, Olivier una meno,
entrambi guerrieri buoni, e di forme egregie di corpo. Avrebbe voluto
Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto, che
Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla
Bocchetta, e calando dai monti minacciava di trarre a mal partito
Seckendorf, e Bellegarde, dei quali il primo stringeva Tortona, il
secondo Alessandria; che anzi il capitano di Francia avrebbe potuto fare
addosso al suo retroguardo qualche fazione di sinistro augurio.
Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a
Hohenzollern, ed a Klenau, che perseguitando facessero a Macdonald tutto
quel maggior male, che potessero. Ma prima ebbe mandato una presa di
Cosacchi a disfare quella testa di Liguri, che sotto il governo di
Lapoype stanziava a Bobbio; la qual cosa venne loro agevolmente fatta.
Domandano molti, perchè Lapoype, invece di scendere ad ajutare
Macdonald, se ne sia stato inoperoso in un momento, in cui la più
efficace attività era richiesta: alcuni il tacciano di poco animo, altri
di animo rotto per non aver saputo svilupparsi a tempo dai piaceri di
Genova. Ma egli stava agli ordini di Moreau, non di Macdonald, e se il
generalissimo non gli aveva comandato di calarsi, non si vede come il
potesse fare da se. Pare poi cosa molto inverisimile, per non dir del
tutto falsa, che Moreau gli desse il comandamento di scendere, perchè ei
non poteva supporre, che Macdonald fosse, non so se mi debba dire o
tanto imprudente, o tanto temerario, che volesse mettere da se solo a
cimento sorti sì gravi quando temporeggiando solamente due giorni, le
avrebbe potute mettere coi due eserciti uniti insieme. Da tutto questo
si scorge, che se Suwarow avesse tardato ad arrivare solo due giorni, o
Macdonald solo due giorni a combattere, vinceva, per quanto delle
probabilità di guerra si può giudicare, la fortuna di Francia. Sonvi
alcuni, che accusano Macdonald di essere arrivato troppo tardi, perchè
tornando da Napoli giunse a Firenze il dì ventisei di maggio, e solo
partinne il dì otto di giugno: pare cosa strana quell'avere accennato sì
presto, e colpito sì tardi. Se avesse corso, affermano, difilato, con
dare solamente alle sue genti i riposi necessari, sarebbe certamente
giunto a Voghera, prima che Suwarow vi arrivasse, e la unione dei due
eserciti stata certa, e sicura. Di questo noi non vogliamo giudicare,
perchè non abbiamo scienza del marciare degli eserciti, nè dell'immenso
viluppo, che a' nostri tempi e' si tirano dietro. Certo, se
l'accusazione è vera, la posterità Francese avrà molto a dolersi di
Macdonald.

Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di
ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di
Levante condurre le sue genti all'unione in Genova con quelle di Moreau.
Ei ne venne ciò non ostante a capo con uguale e perizia e felicità.
Ordinava a Victor, che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i
sommi gioghi dell'Apennino, calasse per quella della Magra nel
Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora
sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e
felicemente, più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla
volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoja. Disperse le genti
leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il
viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a
grossa taglia, mandò presidj a Bologna ed al forte Urbano: poscia
salendo s'internava nella valle del Panaro, ed arrivava al suo
alloggiamento di Pistoja. Poco stettero Bologna, ed il forte ad
arrendersi ai confederati. Nè il generale Francese voleva pei disegni
avvenire, e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana.
Perlochè, chiamate a se le guernigioni di Livorno, e dell'isola d'Elba,
che avevano capitolato, la prima con un Inghirami, condottiere di
Toscani sollevati, la seconda con Napolitani e Toscani misti d'Inglesi,
e poste sulle navi per a Genova le artiglierìe e le bagaglie, si avviava
per la strada di Lucca alla volta dei territorj Liguri, e quivi
conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso
dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in
sembianza di vincitore che di vinto, per lo smisurato valore dimostrato.
Del resto mostrossi Macdonald in Italia uomo di generosa natura: fu
anche umano, malgrado delle cose eccessive che pubblicò a Napoli, e che
rinfrescò in Toscana: si astenne da quel d'altrui, abborriva i rubatori.
Amava più la gloria che la repubblica e la libertà, come d'ordinario
l'amano i soldati. Gli piacevano meglio i governi temperati, che gli
sfrenati. Insomma ei fu in Italia personaggio commendevole, e sarebbe
stato anche più se un amore smisurato di fama non l'avesse fatto errare.
Ebbe i difetti degli animi generosi, e non fu poco in mezzo a tanti vizj
di animi vili. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti
Francesi, che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza
di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone,
Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e
passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di
Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di
divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava,
essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il
giorno diciotto al momento stesso, in cui Macdonald era alle mani con
gli alleati fra il Tidone e la Trebbia, Moreau assaltava gli Austriaci
nel campo loro sotto Tortona, e quantunque, condotti da Seckendorf e da
Bellegarde, si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i
Francesi di numero, furono costretti a cedere e perdettero San Giuliano;
perseguitati acerbamente dai repubblicani nel piano di Marengo,
disordinati, e rotti si ritirarono oltre la Bormida.

Questa vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a
Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Da tutto questo
chiaramente si vede, che se Macdonald fosse, come pare che potesse,
arrivato più presto, o avesse combattuto più tardi, avrebbe la fortuna
inclinato di nuovo a favor dei repubblicani: per un intervallo di
ventiquattr'ore stette, che i vinti non fossero vincitori, e che
l'Italia, in vece di essere Russa e Tedesca, fosse Francese.
Scaramucciossi il giorno diecinove, ed il venti sulle rive della
Bormida. Il ventuno, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante
genti potè dal campo sotto Alessandria, e da altre terre vicine, facendo
stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse
in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar
i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy
a San Giuliano, e dopo una dura zuffa lo sforzava a ritirarsi.
Accorrendo con nuove genti Grenier in soccorso di Grouchy ristorava la
battaglia: il generale Tedesco, che sulle prime aveva respinto, fu
respinto. In questo mentre Bellegarde arrivava a fare spalla a
Seckendorf con una forte squadra di genti fresche, ed entrato nella
battaglia faceva piegare i Francesi: venivano in poter suo San Giuliano,
e Spinetta; continuamente i Tedeschi guadagnavano del campo. Fu forza,
che Moreau venisse in ajuto de' suoi, che si trovavano in gran pericolo.
Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano
gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, che in
questo fatto si portò da soldato molto valoroso, radunati e riordinati i
suoi, che erano stati disordinati e dispersi, dava dentro, serrandosi
addosso con molto impeto agli Austriaci, gli rompeva, e gli sforzava ad
andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della
Bormida. Un loro retroguardo lasciato al Bosco, e circondato dai
Francesi si liberò a furia di bajonette. L'estrema coda delle genti
Austriache, deposte per la forza sopravvanzante degli avversarj le armi,
si diede in poter dei vincitori. Perdettero gl'imperiali in questo fatto
molta gente, ma non tanta, quanta pubblicarono i Francesi, nè tanto poca
quanto pubblicarono i Tedeschi, certamente nel novero di due in tre mila
soldati tra morti, feriti e prigionieri; nè è dubbio, che la vittoria
non sia stata dalla parte dei repubblicani. Quivi ebbe Moreau le novelle
dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo, che per
allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola
strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito, era quella
di ritirarlo prestamente là, dond'era venuto, condottosi con frettolosi
passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle
stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente
presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure Tortonesi gli
rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per
maggiore sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta
e Serravalle, che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli,
assunto al grado di generale, ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre
valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle pianure
bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia
fortificate, e munite con buoni presidj.

In questo forte sito, ed avendo frapposto fra di lui ed il nemico, come
baluardo naturale e forte, tutto il concatenato giogo degli Apennini, se
ne stava aspettando, che cosa portassero le sorti dalla parte di
Francia, che ancora non voleva, malgrado di tante rotte, pazientemente
sopportare, che l'imperio d'Italia le uscisse dalle mani. Tornato
Suwarow dai campi tanto gloriosi per lui del Tidone e della Trebbia,
andava a porsi ad alloggiamento sulle sponde dell'Orba per impedire ogni
motivo, che i Francesi potessero fare a soccorso delle fortezze di
Tortona e di Alessandria cinte, dopo il suo arrivo, di più stretto
assedio, e che sperava avessero fra breve a cedere alle sue armi.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Francesi in Italia,
che, non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto
principio in quest'anno, perdute sette battaglie campali, e le fortezze
di Peschiera, e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella
di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente
loro fortuna altro sostegno più non aveva, che i gioghi dei monti
Liguri, ed alcune fortezze. Noveravansi fra queste principalmente i
castelli di Napoli, il castel Sant'Angelo, Ancona, Mantova, e le
fortezze Piemontesi di Alessandria, Tortona e Cuneo. Conoscevano gli
alleati, che l'imperio d'Italia non si renderebbe in mano loro sicuro,
se non quando tutte le anzidette fortezze conquistate avessero. Ma
principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova stimata il
più forte antemurale d'Italia, se non di effetto, almeno di nome, e
delle fortezze del Piemonte; conciossiachè il presidio di Mantova
essendo grosso di circa diecimila soldati, poteva ajutare efficacemente
una nuova calata di Francesi, se la fortuna divenisse loro più
favorevole; le fortezze Piemontesi, per essere vicine a Francia,
potevano facilmente servire di appoggio e di scala a nuove imprese dei
repubblicani. Agevolavano agli alleati la conquista di tutti questi
propugnacoli le vittorie conseguite, i popoli favorevoli, le armi Russe,
Inglesi e Ottomane, che o già tenevano, o minacciavano l'inferiore
Italia. Per la qual cosa non così tosto Moreau si era riparato nel suo
sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla
cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchj, sperando per
l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse
forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Siede la cittadella d'Alessandria sulla riva sinistra del Tanaro,
separata solamente per le acque del fiume dalla città, con la quale si
congiunge per un ponte coperto a guisa di quello di Pavìa. Eravi dentro
un presidio di circa tremila soldati sottomessi al generale Gardanne,
soldato, che pel suo valore in quelle guerre Italiane, era tostamente
salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Sebbene non gli fosse
nascosto, che per le rotte toccate da' suoi poca speranza gli rimaneva
di essere soccorso, tuttavia da quell'uomo forte, ch'egli era, si era
risoluto a difendersi fino agli estremi, perchè dove non vi poteva più
essere utilità per la sua patria, voleva almeno, che risplendesse
incontaminato l'onor suo, e quello de' suoi soldati. Animava
continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni
cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa.
Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava, per venir
a capo dell'espugnazione. Aveva con se ventimila soldati fra Austriaci e
Russi, più di centotrenta pezzi di artiglierìe assai grosse, parte
dell'esercito, parte condotte recentemente dalle armerìe di Torino, con
obici e mortai in giusta proporzione. Venne per sopravvedere, ed
incoraggire gli oppugnatori con la sua presenza il generalissimo dei due
imperj. Essendo la fortezza nuova, edificata secondo l'arte, ed
abbondante di caserme, e di casematte construtte a pruova di bomba, si
bramava conoscere, quanto potesse nel contrastare alla forza di chi
l'assaltava. Si convenne da ambe le parti, che gli alleati non
molesterebbero la fortezza dal lato della città, e che ella la città in
nissun modo offenderebbe. Scavata, ed alzata la prima trincea di
circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose,
essergli stato comandato, che difendesse la fortezza, e volerla
difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni,
quarantacinque obici, cinquantaquattro mortaj. Nè se ne stava Gardanne
ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierìe.
Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande, che in poco d'ora,
o per proprio colpo, o per riverberazione ruppe la maggior parte dei
letti delle artiglierìe, sboccò le restanti, uccise non pochi
cannonieri, arse una caserma, ed una conserva di polvere con orribile
fracasso: tacque per un tempo, o debolmente trasse la piazza. Usarono
gli assedianti l'accidente, e spintisi avanti con le zappe, e compite le
traverse, arrivarono sino al circuito dello spalto, dove incominciarono
a distendersi con il cavare, e con alzare la terra a destra ed a
sinistra coll'intento di compire la seconda circondazione. Tentava
Gardanne d'impedirgli, poco potendo con le artiglierìe, con
l'archibuserìa, traendo furiosamente contro i lavoratori dalla strada
coperta. Ciò non ostante condussero a perfezione la seconda; nè mettendo
tempo in mezzo, e dell'oscurità della notte giovandosi, vi alzarono di
molte batterìe. In questi bersagli si portarono egregiamente, e fecero
maravigliosi progressi contro la piazza i cannonieri Piemontesi tornati
ai servigi del re. Nè furono senza effetto le armi Francesi, perchè
molti buoni soldati dei confederati restarono uccisi, o feriti. Morì un
nipote del marchese di Castler, fu ferito gravissimamente il marchese
medesimo con grande rammarico di Suwarow, che conosceva, quanto quel
guerriero valesse. Era intendimento degl'imperiali, compita questa
seconda circonvallazione, di far pruova di cacciar i repubblicani dalla
strada coperta. In fatti tanto fecero coi cannoni, che spazzavano i
bastioni, e con le bombe e con le granate, che rendevano pericoloso e
mortale lo starvi, che i soldati di Francia l'abbandonarono, ritirandosi
del tutto nel corpo della piazza. Sottentrarono gl'imperiali, vi fecero
un alloggiamento stabile: poi con le zappe continuamente travagliandosi,
assieparono gli angoli sporgenti della medesima strada coperta, e si
condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina
dedizione. Già erano alzate le batterìe per battere in breccia, già le
scale pronte, già le artiglierìe della piazza più non rispondevano. Di
tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi
missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente
giorno si preparava, una presa di soldati fortissimi trascelti a questo
mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle
mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato
per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i
soldati; però, inclinando l'animo alla concordia, chiese, ed ottenne
patti molto onorevoli il dì ventuno luglio. Uscisse il presidio con
tutti i segni d'onore, che danno i vincitori ai vinti; si conducesse
negli stati ereditarj, vi stesse fino agli scambi, avesse Gardanne
facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i
confederati sino allo scambio. Fu assai bravo il contrasto fatto da
questo generale di Francia; ciò nondimeno fu accusato dell'essersi
arreso, prima che la breccia fosse aperta. Ma l'accusa non ebbe effetto,
perchè vennero poco dopo tante dedizioni, che fu manifesto, che la forza
insuperabile, non la codardia, od il tradimento avevano operato.
Restarono uccisi di Francesi seicento, di Cisalpini ducento. Fuvvi anche
molto sangue fra i confederati, perchè mancarono fra di loro in ugual
numero i soldati. Trovarono i vincitori nella fortezza conquistata
settemila fucili, più di cento cannoni, la maggior parte da risarcirsi,
dieci mortai, polvere in abbondanza, e munizioni da bocca
proporzionatamente. Fu celebrata la conquista di Alessandria con ogni
maniera di pubblica dimostrazione. Poi, per metter terrore, e per
isfogar l'odio, carcerarono i giacobini, come gli chiamavano; il che
contaminò l'allegrezza, perchè molti fra di loro appartenevano alle
famiglie principali del paese. Ma Suwarow voleva quel che voleva, ed
anche il consiglio supremo il secondava volentieri.

Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista
d'Alessandria dai collegati, e dai loro partigiani in Italia, che ebbero
occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova.
Aveva Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto
col consumarla per carestìa di viveri che con lo sforzarla per
oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza, che per assedio:
perciocchè s'arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora
avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le
mura sfasciate, ed il cinto della piazza rotto gli costrinsero in breve
tempo a quella risoluzione, cui il fare ed il non fare, tanto importava
a loro, ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era
arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma
non si era fatto molto avanti con le trincee, e perchè non aveva forze
sufficienti a circuire, ed a sforzare una piazza di tanta vastità, e
difesa da una guernigione di diecimila soldati. Per la qual cosa aveva
solamente applicato il pensiero al tenere impediti i luoghi, acciocchè
nissuno ajuto di genti, o di vettovaglia vi si potesse introdurre; aveva
anche fatto opera, posciachè Peschiera e Ferrara erano state soggiogate
dalle armi dei confederati, che le barche imperiali, che avevano
acquistato il dominio del lago di Garda, per le acque del Mincio
calandosi, e così pure un'armata di navi sottili ascendendo pel Po,
venissero fare spalla all'esercito terrestre, che stringeva la piazza.
Infatti l'essere padrone di Peschiera e di Ferrara, che sono a destra ed
a sinistra a guisa di opere esteriori di Mantova, dà maggior facilità a
chi è al tempo stesso signore della campagna, di acquistare per fame o
per forza quel baluardo principale d'Italia. Ma quando dopo le rotte di
Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti
all'assedio, per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava,
il novero di quarantamila soldati, il generale Tedesco, nel quale non si
poteva desiderare nè maggior animo, nè miglior arte, si accinse a voler
fare quello, che fino allora aveva solamente accennato. Per facilitargli
vieppiù l'impresa, gli mandava Suwarow alcuni pezzi d'artiglierìe ben
grosse, trovate nelle armerìe di Torino. Con questo accostamento si
trovò Kray in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da
fuoco. Alloggiava il più grosso nervo dell'esercito assediatore, la più
parte Austriaco, per modo che incominciando sulla sinistra alla Certosa,
e girando col mezzo alla Madonna, andava con la sinistra a terminarsi a
Capilupo. Un altro corpo di genti Austriache si era posto a rincontro di
San Giorgio. Eransi i Russi accampati oltre il canale di Sant'Antonio a
destra, ed a sinistra della strada che va a Verona: carico loro era di
battere la cittadella. Ma i corpi che avevano preso il campo e contro
San Giorgio, e contro la cittadella, non avevano l'ufficio di farsi via
per forza, o per rotture di mura nelle due fortezze: solo disegnavano
d'impedire la campagna al nemico, e battendo con le artiglierìe dargli
diversi riguardi, perchè meno fosse forte a difendersi in quella parte,
che principalmente Kray aveva fatto pensiero di assaltare, e dove
intendeva di far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il
nemico ostinato oltre il dovere resistesse. Nè stette lungo tempo in
dubbio circa la elezione, perchè la parte di porta Pradella gli si
appresentò tostamente come la più debole, sì per esser dominata
dall'eminenza di Belfiore, sì per non avere altra difesa esteriore, che
un'opera a corno, nè altra difesa di fianco, che il bastione di
Sant'Alessio molto lontano, una mezza luna a sinistra, ed il bastione di
Luterana a destra, sì per essere tutte queste difese molto anguste, e
perciò incapaci di molte artiglierìe, e di spandere i tiri alla larga,
anzi capaci all'incontro di essere molestate con fitto bersaglio dal
nemico, e sì finalmente per essere in questa parte il terreno manco
paludoso, e però più atto a ricevere gli approcci. Ma a volere che gli
approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli
oppugnatori l'impadronirsi del torrione, e del molino di Ceresa. A
questo fine tirando furiosamente contro i detti luoghi, sforzarono i
difensori a ritirarsene; poi fattovi impeto con una mano di soldati
animosi, vi entrarono, e vi si alloggiarono. Quindi senza starsene ad
indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione, che le
acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si
abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di
spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi
coi tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la
principale tempesta veniva da Osteria alta, dai siti vicini alla strada
per a Montanara, da Belfiore, da casa Rossa, da Paiolo, da Valle, e da
Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria aveva piantato le sue più
grosse e più numerose artiglierìe, per battere o per diritto o per
fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta
medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola
del T, e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso, e con sì viva tempesta fulminava Kray la
parte più debole della piazza, tempesta, alla quale gagliardamente anche
rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee
dell'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di
zappatori, e di palauoli ordinati a venire dalle campagne insistevano a
scavare, e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli
assediati facessero ogni sforzo per isturbargli con le artiglierìe,
giacchè con le sortite a cagione della forza prepotente degli
assediatori non potevano, la prima circondazione o come ora dicono,
parallella, che si distendeva dalla strada per a Bozzolo insino a fronte
del bastione di Sant'Alessio; poi con gli approcci o con le traverse
avvicinandosi, piantarono sei batterìe, delle quali la prima batteva il
bastione di Luterana a canto la porta Pradella, le tre seguenti
bersagliavano l'opera a corno, e la mezza luna della medesima porta, la
quinta la cortina tra la porta medesima ed il bastione di Sant'Alessio,
la sesta finalmente questo bastione. Già i confederati erano arrivati a
compire la seconda parallella, e da questa con maggior furore
scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito
il terrore della città. Per tale furioso nembo furono scavalcate quasi
tutte le artiglierìe dei difensori: l'opera a corno, e le fortificazioni
di porta Pradella lacere e quasi intieramente distrutte offerivano agli
oppugnatori mezzo poco pericoloso di attaccare la piazza, e di entrarvi.
Al tempo stesso un altro corpo di Austriaci assaltava il vico di Paiolo
sito a rincontro di porta Ceresa, e dopo un ostinato combattimento se ne
insignoriva. Il generale Austriaco Esnitz, che reggeva la schiera
oppugnatrice di San Giorgio tempestò con sì gran romore in sembianza di
volerne venire ad un assalto che i repubblicani pressati da tante altre
parti, si deliberarono di abbandonare, lasciandola in potere degli
Austriaci, questa parte delle fortificazioni di Mantova, che è divisa
dal corpo della piazza per le acque del lago di mezzo, e dell'inferiore.
Tutti questi assalti e questi vantaggi diedero abilità al corpo
principale dell'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo
stesso dello spalto degli Austriaci scavarono, ed alzarono la loro terza
circondazione. Col nemico tanto vicino, con tutte le difese demolite o
fracassate, non potevano più sperare i Francesi di conservare in
possessione loro l'opera a corno, solo antemurale della porta Pradella,
ancorchè il presidio dell'abbandonato San Giorgio fosse venuto a
rinforzare i battaglioni che la difendevano. Pensarono adunque al
ritirarsi, il che effettuarono non senza aver prima chiodato i cannoni,
che non poterono trasportare. Accortisi gl'imperiali dell'accidente,
entrarono, vi si alloggiarono, e voltando dal bastione acquistato come
da luogo più vicino, l'artiglierìe contro la porta Pradella, se alcuna
cosa ancora vi era rimasta intiera, questa disfecero e rovinarono: già
battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di
diecimila o palle, o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata
Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto
vigorosa, e tanto violenta.

Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o
ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme
consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di
Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T
coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e
fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era
divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o
perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri:
niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro
ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole
fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non
aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari, nè modo
di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con
cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita
dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro
mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta
bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava
nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il
colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e
certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta
delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto
ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò
Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo,
discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe,
che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo
addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i
seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione,
avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli
scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati
ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini,
Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e
come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e
dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali,
perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati
il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu
dimostrato al mondo, che per viva forza ella si può espugnare in pochi
giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in
abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani
molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per
l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si
trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o
da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio
perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed
ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati
malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per
malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i
feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu
accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da
altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta
continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa.
Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse
lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o
promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta
Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva
bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di
Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo
il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma
il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace
dell'avvilimento altrui, ha giudicato, che Latour-Foissac abbia compito
nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli
uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi
in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.

Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È
Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia,
dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti
gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al
sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come
abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano
guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in
podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro
Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto
sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria.
Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti,
dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di
passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra
Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee,
piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le
artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava:
ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia
aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i
vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche
provvisione sì da bocca, che da guerra.

Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di
Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi,
avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano
restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di
tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti
superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti
sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che
tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i
tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in
tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di
piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si
accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si
accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè
trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non
si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in
questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si
dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non
con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi,
pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il
direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per
espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non
altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare
i governi per mettersi nei luoghi loro, ambizione pessima, che corrompe
il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero,
ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto
si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col
subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro
tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero
conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi
rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima,
dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile
il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In
questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero
poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero
in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei
tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare
più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti.
Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese
straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli,
così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo
per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si
scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato
da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione
della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi
fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta;
delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere
in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella
Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni.
Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve
in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le
sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener
illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle
gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la
nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si
dipingevano.

Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente
operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega
Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era,
non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e
Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di
gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva,
spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo.
Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e
contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai
soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio
il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno
tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e
Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerre si
erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori,
cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani;
entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per
massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di
amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai
disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè
Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a
Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani
collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il
governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita
e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la
Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta
inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso
alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani
verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè
temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per
sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto,
che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto
il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente
rifiutato la proposta.

Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano
cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli
scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e
dell'unità Italiana, persuadendosi, che con questo nome in fronte
avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in
loro favore.

Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava
altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo
il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e
confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo
potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti,
che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in
Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il
Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle:
il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del
Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di
liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli
alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente
aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza
avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi
di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo
tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet
non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così
grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati
nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non
poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come
sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva
l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani
di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della
Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo.
Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed
infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari,
perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe
desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che
dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar
la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei
confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa,
sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert
si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona
per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse
fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione
per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau,
che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno:
«Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed
ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di
comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come
supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo
ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la
venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la
temperanza del suo animo! Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed
ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che
si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico
esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le
venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso
Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si
ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per
ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i
repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco
per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava
ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di
vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che
vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano
attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso,
come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il
vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei
repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze;
funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse
comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne
parlava anche di più.

Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era
governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine,
e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra,
ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori
disegni. La mezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore
del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e
Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e
Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una
fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale
occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla
strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba,
spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze
verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa
quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla
Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e
dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di
soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a
questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della
Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi
erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni
piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal
modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta
pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua
dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto
dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo
governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui
soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta
consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di
Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri
Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di
fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di
Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse:
erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno
all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva
differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per
ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che
non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un
de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento
per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta
militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di
opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che
si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del
direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un
campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il
nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire
di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva
sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più
bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle
difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti,
toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certa
vittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al
nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere
venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva
delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non
coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a
quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere,
prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della
repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di
cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e
piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro
delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto
loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne
guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti:
menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto
si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto
massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in
premio.

Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella
campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi
ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi
per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi
tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per
arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano
si scendesse, dove un solo errore, dove uno spavento improvviso sarebbe,
in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il
valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere
stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane
tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era
arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato
Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con
tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora
si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere
dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà
addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che
se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il
direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato,
che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che
meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere
a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza
dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità:
se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei
confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani,
nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi
intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo
l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche
volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della
repubblica avevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora
esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche
quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale
via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al
piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli
conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le
imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera
di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta
da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza,
quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale
dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi
l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non
temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria
con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a
cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste
trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo
modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi
ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che
miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che
l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si
attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati
aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con
tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non essere
scesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si
vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati
d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio
questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva,
quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il
nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.

Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che
loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi
all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano,
quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non
lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi
montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai
Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima
perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la
seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure
Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate
le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un
esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere
pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in
favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere
quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si
dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose;
stanche, e consumate essere le genti imperiali dal tanto e fresco
marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè
l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato,
i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di
malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio
dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà
ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi
dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non
giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad
imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare
gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la
necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne
dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la
necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi.
Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e
consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion
di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui
all'incendio della guerra.

Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto
con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e
della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo:
opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si
fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e
differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia
portava con se il lasciar ingrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio
ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti
imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in
dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che
questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso
numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i
soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da
sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i
Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori
soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o
starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che
stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini
inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al
primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali
usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non
fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una
qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior
coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste
avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato
ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante
larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè
le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e
d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore
concetto da tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della
vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per
onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio
l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche
improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.

A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi
e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu
deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future
dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i
confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la
battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della
repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la
presenza animato i suoi soldati, che le grida di _viva la repubblica_
fila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei
cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno
gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo
primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per
conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di
Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con
le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio, _avanti,
avanti_. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore
Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più
onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatori
dell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e
senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato
dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in
mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in
vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non
isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor
della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di
vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi
Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando
valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita
gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa
parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul
mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi
nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe,
costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava
Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad
assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden
accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente
si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono,
come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli
alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in
questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e
dell'archibuserìa di Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di
mille soldati di Russia.

Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed
anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia.
Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra
di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la
battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era
uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè
i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto.
Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che
puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione
repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano
esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i
Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che
ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì
fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli
squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi;
che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente
erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi
avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre
prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i
petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo,
quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo
superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a
Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di
nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne
con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più
di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia
si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo
disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono
uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna
prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici,
avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano
fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le
operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già
si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non
aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I
confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi
fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel
vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo
loro.

I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto
gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj
del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la
forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna
afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero,
che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi
sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di
mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow,
sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva
imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas
avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei
repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la
possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto
questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a
combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle
quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un
grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei
battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente
marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò
d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella
confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il
tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino
a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con
una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra
Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico
alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi
granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane
guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta
dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon,
e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse
di spuntare, e di circuire quella estremità medesima dell'esercito
repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal
principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di
cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla
larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da
Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow,
rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la
battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del
nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto
in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i
Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano
ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di
Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e
rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli,
recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si
affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico.
Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata.
Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli
cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte
alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I
fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città
dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che
atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele
uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva, e su chi
non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda
colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la
sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei
torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta
a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del
potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose
succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per
conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta
l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi
alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau
andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una
ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la
vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e
terminativa battaglia.

Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti
i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la
strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò
Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male
loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente
l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori
Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde
era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra,
pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne
impadroniva, quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe
della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci
Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa,
produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo
stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche
cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava.
Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per
valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e
spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento,
ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta
corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il
consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di
arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I
gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia
concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi
inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a
quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro,
che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in
Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni,
in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore.
Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che
animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi
ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e
munizioni in proporzione.

Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra
morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti
dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti.
Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani
servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle
bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle
montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di
ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per
sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano
tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei
cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi.
Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel
sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu
l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre
fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia
contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse
cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando
quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria
signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella
memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i
mali per furore, poi gli passa per indifferenza.

Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al
fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi
l'imperio quasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto,
che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe
tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del
rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di
battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa
poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul
Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle
sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva
arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati
in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del
generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da
Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di
Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento
di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà
dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava
ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava
altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera,
dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli
alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il
colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava
Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati
sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le
forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Da
un'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad
abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era
tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei
luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il
passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di
nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le
alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di
combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe,
andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta
verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su
quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito
per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva
Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti
d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a
sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe
nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il
generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi
soldati.

L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che
i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità
di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine.
Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re
di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede
sopra un monte, che sta a sopraccapo della città di questo nome. Forte
piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere
d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere
lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di
viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila
Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio
si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi
d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le
trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli
assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere
interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori
della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi
giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco
frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto
con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a
lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo
di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande
di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era
uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate
vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un
guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle
artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le
riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva,
che molta fatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare
Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter
più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo
non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due
parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni,
obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine
l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la
guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei
tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più
breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli
alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso
ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza,
entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco,
munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti
trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi
superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra
questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti
prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i
soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli
repubblicani.

Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il
faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome
del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza
dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad
assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la
forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste
fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte
le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a
questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu
piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse
piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso
alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura
crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno,
fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle
fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro
il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del
corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow,
primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.

Partito Suwarow dalle terre Italiche, ne fu molto diminuita la forza dei
confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator
Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj,
tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti
fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla
oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle
frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai
Francesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era di
conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico
intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena,
che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non
solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow,
che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente
considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si
trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il
volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte.
Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si
siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli
obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la
lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine
potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico
lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio
di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio
forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la
penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era
cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso.
Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con
gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se
contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero
abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delle forze loro in
quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e
circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga
con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa,
si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed
affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno
d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il
raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi
supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei
repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger
Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi
difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora
Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco
in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani
mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che
da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano
fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa
principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del
golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora
sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il
quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel
magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di
nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova,
donde la poterono cingere d'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi
imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte
d'occidente.

Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla
Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si
ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra
infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla
fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva
certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici
che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche
importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San
Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona.
Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti
più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar
ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i
repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e
d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa,
e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un
motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino.
Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della
città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere,
calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste
cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la
Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra
con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili
pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello
che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere
i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in
possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di
Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro
comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte,
e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che
aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le
considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva
Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del
Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si
distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e
delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor,
annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso
ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per
Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal
generale Duhesme.

Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in
numero a quello di Melas: la guerra sin allora sparsa e vaga si
riscontrava in un sol punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle
vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per
definirsi quell'ultimo atto dell'Italiana contesa, ed il destino di
Cuneo. Dopo vari alloggiamenti presi dai capi dei due eserciti, di cui
il fine per Championnet era di accostarsi a Duhesme, che veniva da
Saluzzo per quinci pruovarsi di rompere l'ala destra dei Tedeschi, e
tagliar loro la strada verso Torino, per Melas di rompere il centro dei
Francesi prima della congiunzione di Duhesme: erano la mattina dei nove
novembre ordinati nella seguente forma. La schiera di Duhesme, che
componeva la sinistra dei Francesi, marciava da Saluzzo verso
Savigliano, e quindi contro Marene, in cui stanziava l'ala destra dei
Tedeschi. La mezzana, in cui comandavano Grenier e Victor, alloggiava a
Savigliano ed a Genola, avendo un forte retroguardo a Lavaldigi. L'ala
destra dei Francesi, che obbediva a Lemoine, fermava le sue stanze a
Morozzo. Tal era dunque il sito delle genti repubblicane, che Duhesme si
muoveva sulla sinistra della Grana, Grenier e Victor tra la Grana e la
Stura, il primo a Savigliano, il secondo a Genola, Lemoine sulla destra
di quest'ultimo fiume. Dalla sua parte Melas con la destra alloggiava a
Marene, con la mezza a Fossano, con la sinistra parte pure a Fossano,
parte verso la Trinità. Obbediva la prima a Otto, e con lui doveva
cooperare Mitruschi alloggiato a San Lorenzo, la seconda ad Esnitz, la
terza a Gottesheim. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani;
il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di
combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di
Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di
Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel
momento stesso si avventava contro l'altro il dì suddetto. I primi ad
attaccarsi furono Grenier, ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano
e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare
uguali da ambe le parti. Studiavansi i Francesi di circuire la punta
destra dei Tedeschi, i Tedeschi la sinistra dei Francesi, perchè i primi
non volevano restar separati da Duhesme che si avvicinava, i secondi gli
volevano separare. Fu lunga, e forte, e variata la mischia; gli uni con
gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci
per le cavallerìe (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo
avversario sui campi aperti) furono finalmente i Francesi costretti a
ritirarsi in Savigliano. Gli seguitarono acremente i Tedeschi, dando
l'assalto alla piazza prima che avessero avuto tempo di riordinarsi. Ciò
nondimeno fecero una forte resistenza, e forse non sarebbe venuto Otto a
capo di scacciarnegli, se in quel punto non fosse arrivato con tutti i
suoi Mitruschi da San Lorenzo, e che diede da un'altra banda la
battaglia alla terra. Non potendo Grenier resistere a questo doppio
assalto, fu costretto a retrocedere, incamminandosi a Genola, e
lasciando in poter del vincitore Savigliano. Le cose succedettero
diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano aveva
assaltato il secondo a Genola; ma il Francese gli rispose con tanta
gagliardìa, che quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente
la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno. Si fece Esnitz
ajutare da Gottesheim, tutti e due insieme non ebbero miglior fortuna,
che un solo. In questo mentre il generale repubblicano Richepanse con un
piccolo corpo di cavallerìa, si faceva avanti, ed urtata con gran valore
la cavallerìa Tedesca, sforzava Esnitz a ritirarsi più che di passo
dentro le mura di Fossano. Quivi nemmeno non era sicuro, e già pensava
al modo di abbandonar la piazza per retrocedere più lontano; tanto era
stato il danno, che aveva patito in quella forte rincalzata. Ma gli
sopravvennero in questo punto le novelle della vittoria acquistata sulla
destra da Otto; il che il confortò a star fermo in Fossano, avvisandosi
che Victor avrebbe pensato a tutt'altro piuttosto che a nojarlo. Infatti
Championnet, per aver considerato il caso sinistro di Grenier, aveva
comandato a Victor, che retrocedesse, e venisse a posarsi a Lavaldigi,
divenuto l'alloggiamento principale dei Francesi. Esnitz, usando la
occasione, usciva da Fossano, acquistava Genola, e perseguitava
continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo
dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava
Lavaldigi, e dopo un lungo conflitto se ne impadroniva. Ritiravansi i
Francesi parte a Centallo, parte a Morozzo. In questo mentre giungeva
Duhesme sul campo, in cui si era combattuto sul principio della
battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva
padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto
pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima,
sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente
in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio
contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva,
che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il
giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale Francese
breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei
compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.

Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava, che l'usassero.
Il giorno seguente attorniarono un grosso squadrone lasciato da
Championnet a Ronchi, e lo sforzarono a darsi. Un'altra squadra più
grossa, che stanziava a Murazzo, tagliatole il ritorno per Cuneo, fu
anch'essa obbligata a cedere in potestà del vincitore. Non pochi
repubblicani, che fecero pruova per salvarsi di passar la Stura a nuoto,
vi restarono affogati. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra del
fiume per dar addosso a Lemoine, ma inteso che i Francesi avevano fatto
due campi, uno alla Madonna dell'Olmo, l'altro a Caraglio con intenzione
di preservare Cuneo, rinunziando al pensiero di varcare, condusse le sue
genti vincitrici, dividendole in due colonne, contro quei nuovi
alloggiamenti del nemico; i Francesi, non aspettandolo, si ritirarono ai
monti. Ma premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè la
oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, gli
perseguitava da tutte bande. Esnitz, seguitando Grenier per la strada
del Vernante lo sospingeva sino a Limone. Poco dopo, assalito da Melas,
non trovò altro scampo alla sua fortuna caduta, se non quello di
salirsene sul difficile ed erto giogo di Tenda. Otto cacciava avanti a
se i repubblicani per le valli di Stura e di Grana, e si faceva signore
di Demonte; poi spintosi più in su, occupava le Barricate e
l'Argentiera. Latterman insistendo sulla Maira, e traversando il borgo
di Busca, saliva sino a Dronero. Keim, che aveva la custodia particolare
del paese all'intorno di Torino, seguitando Duhesme, lo sforzava a
tornarsene nella valle d'Icilia alle radici del monte Ginevra, dond'era
venuto. Restava, che gli Austriaci togliessero ai Francesi Mondovì, dove
si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione,
perchè sloggiati i Francesi sforzatamente dai due sobborghi per opera di
Mitruschi, e dalle eminenze, che dominano la città, per quella di
Lichtenstein, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della
valle del Tanaro. Fuvvi a Bagnasco un duro incontro tra il retroguardo
Francese e l'antiguardo Tedesco; nè fu senza grave rischio, e fatica,
che il primo potè farsi strada al suo cammino. Occuparono i Tedeschi,
sempre ritirandosi i Francesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti
sino al ponte di Nava, che è il passo più difficile e quasi la chiave
della strada, che porta su quelle alture da un lato all'altro, non so se
mi debba dire dell'Alpi, o degli Apennini, perchè là è appunto il
confine fra le due corone di monti, che si chiamano con questi due nomi.
Per tale guisa i varj corpi di Championnet, che partendosi da diversi
punti di una larga periferia, erano venuti a concorrere, quasi come in
centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la
battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di
Genola, dispersi, e di nuovo l'uno dall'altro discostandosi, si
allargarono, ed ai punti medesimi della periferìa ritornarono.
Acquistaronne gli Austriaci facoltà di attendere alla espugnazione di
Cuneo sicuramente: il che era lo scopo principale di tante mosse, e di
sì ostinata guerra. Perdè Championnet in tutti questi fatti tra morti,
feriti e prigionieri circa la terza parte delle sue genti, che è quanto
a dire otto mila soldati. Mancarono dal lato dei Tedeschi più di due
mila. Ritirossi il capitano del direttorio a Nizza, dove tra il
cordoglio dell'esser vinto, e del vedere la depressione della
repubblica, l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di
peste infuriava, e lo sdegno concetto, perchè Buonaparte tornato
dall'Egitto si era fatto padrone di Francia sotto nome di primo consolo,
passò di questa all'altra vita. Ei fu capitano debole, ma uomo dabbene;
amò la repubblica per lei, quando tanti altri l'amavano per loro.

Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte, e di molta
importanza pel suo sito. Conoscevano quest'importanza i generali
dell'imperatore, e però sebbene la stagione già divenisse sinistra alle
opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar
con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo. Si alloggiava
Melas col grosso delle genti a Borgo San Dalmazzo per impedir ai
Francesi il calare dal colle di Tenda verso la piazza assediata. Intanto
il principe di Lichtenstein, al quale era stata commessa l'espugnazione,
cinta tutto all'intorno la fortezza, si era principalmente alloggiato
tra il Gesso e la Stura, che le scorrono, uno a destra, l'altra a
sinistra. Intento suo era di far trincee, e di dar la batterìa di quella
parte, che sta a fronte della Madonna dell'Olmo. Infatti la notte dei
ventisei novembre principiò a scavare, e ad innalzar terra contro la
strada coperta, che cingeva il bastione di Sant'Angelo.

Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di duemila
cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte, e pel desiderio di
tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia, oltre a
questo non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca, nè da
guerra, perchè e per l'ingordigie solite, e per l'angustia dei tempi non
ne era stata mal sufficientemente empiuta. L'esercito stesso, quando
guerreggiava nelle vicinanze, era stato obbligato, non avendo da
pascersi altronde, a consumare una parte dei viveri d'assedio. Ciò non
ostante Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano
valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo
a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierìe contro coloro,
che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria,
e tanti i paesani accorsi parte per amore, parte per forza, parte per
speranza del guadagno, perchè Lichtenstein, spendendo anche del suo,
usava molte larghezze: che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione
la prima parallella, e vi si piantarono diecinove batterìe pronte a
bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il due decembre,
che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori,
ritirandosi di tutto all'interno della piazza. Al tempo stesso arse una
conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle
fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori la occasione, facendo la
notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar
avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un'altro magazzino
scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco rapidamente distendendosi
minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo,
perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati
non avevano più consiglio la tempesta mandala continuamente dal nemico
accendeva l'intero: tanta era la quantità, che soprabbondevolmente
gittava Lichtenstein di palle, di bombe, e di granate reali. Mandarono i
Cuneesi pregando, che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse
le case, posciachò eglino non combattevano. Rispose il Tedesco, non
farsi alcun divario, quando si oppugnano piazze fra chi combatte, e fra
chi non combatte: capitolasse il Francese: cesserebbe la tempesta.

Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era
straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da
nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi.
Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai cinque decembre,
che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che
deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come
prigioniera, negli stati ereditarj, che si avesse cura degli ammalati e
dei feriti: erano ottocento. Volle Clement provvedere ai Piemontesi, ed
assicurar le loro condizioni con domandare, che non potessero esser
ricerchi per opinioni, o fatti politici precedenti. Gli fu risposto, che
si apparteneva allo stato, non ai soldati a giudicare. A questo modo fu
domato per forza, in men che non fa dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto
la gara contro le forze di Francia nel 1691, e nel 1744. Dal quale
accidente due conclusioni si possono dedurre, la prima che non vi è
piazza, a cui con gli approcci si possano accostare gli oppugnatori, che
possa resistere lungo tempo, se non è spalleggiata da un esercito alla
campagna; la seconda, che Parte degli approcci, e delle artiglierie è
divenuta tanto potente, che vi è adesso troppo enorme disproporzione tra
i mezzi di oppugnazione, e quei di difesa.

La presa di Cuneo, e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra
nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte
fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato a nome dei re, in
fatto egli era a divozione dell'Austria, la quale non volle mai
consentire ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta, che aveva voce
d'intendersi di guerra, ed a cui i soldati Piemontesi portavano
affezione, vi comparisse.

Intanto fu anno molto doloroso alla famiglia reale di Sardegna pei mali
veri, e per le speranze vane: perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo
del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona;
passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato,
fratello del re, giovane, siccome già abbiamo notato altrove, di ottima
natura, e di costumi dolcissimi.


FINE DEL VOLUME IV.



INDICE DEL PRESENTE VOLUME


  1798

  Francia volta i pensieri contro l'Inghilterra          _pag._ 6
  Pitt, ministro Inglese                                        7
  Seduzioni dell'Inghilterra                                    8
  Cagioni occulte della spedizione in Egitto                    9
  Si dispongono i mezzi                                        13
  Partenza dell'armata                                         14
  Regnault di San Giovanni d'Angely                            15
  Presa di Malta                                               16
  Ferdinando Hompesch gran maestro                             17
  Bandito coi cavalieri dall'isola                             18
  Berthollet                                                   19
  Baraguey d'Hilliers e d'Arnault prigioni degli Inglesi       19
  Buonaparte sbarca in Egitto                                  20
  Battaglia di Aboukir                                         20
  Nelson                                                       20
  Brueys                                                       22
  Capitano Foley                                               23
  Brueys ucciso                                                26
  La Joailles capitano del Generosa                            28
  Garat, ambasciatore a Napoli                                 30
  Pretensioni del direttorio                                   34
  Provvisioni del re di Napoli                                 34
  Marchese del Gallo, ministro                                 36
  Garat richiamato e mandato in sua vece Lacombe San Michel    36
  Nelson come accolto a Napoli                                 37
  La Porta intima guerra alla Francia                          37
  La Russia contro la Francia                                  38
  Paolo imperatore                                             38
  Isolani di Malta ribellati                                   39
  Domande del re di Napoli alla Francia                        39
  Suo manifesto                                                40
  Mack generale Austriaco                                      41
  Championnet generale Francese                                42
  I Napolitani entrano su quel della chiesa                    42
  Ferdinando entra in Roma                                     44
  Governo temporario                                           45
  Modi di sovvertire i popoli e governarli del direttorio      46
  Alleanza tra le repubbliche Francese e Cisalpina             47
  Trouvé ambasciatore presso la Cisalpina                      49
  Pensieri del direttorio contro la Cisalpina                  51
  Si pensa di formare la costituzione                          53
  Montal discopre la conspirazione                             53
  Scritto di Marco Ferri, e Melchiorre Gioja                   54
  Trouvé se ne duole, rimostranze inutili de' Cisalpini        57
  Trouvé cangia per forza la constituzione                     58
  Ranza la seppellisce                                         58
  Trouvé richiamato e mandato Fouché, poi Rivaud               59
  Joubert mandato in cambio di Brune                           59
  Luciano Buonaparte; sua orazione e suoi pensieri             60
  Società dei Raggi in Italia a che tendesse                   62
  Cesare Paribelli                                             63
  Condizioni infelici del re di Sardegna                       65
  Cicognara ambasciatore Cisalpino a Torino                    67
  Ginguené a Torino                                            68
  Suo discorso al re                                           69
  Dà animo ai novatori Piemontesi                              72
  Fuorusciti Piemontesi in Carrosio                            73
  Commedia recitata in Genova                                  74
  Capi del moto di Carrosio chi fossero                        74
  I fuorusciti minacciano il Novarese                          75
  Prendono Domodossola                                         76
  Altri fuorusciti calano verso Pinerolo                       76
  Editto del re                                                76
  Manda gente contro i fuorusciti                              78
  Priocca insiste perchè il direttorio si spieghi              78
  Risposta di Ginguené                                         79
  Richieste del medesimo                                       81
  Richini capo di Barbetti                                     83
  I democrati operano contro i Francesi a pro
    dell'indipendenza d'Italia                                 85
  Battaglia di Ornavasso tra repubblicani e regj               87
  Taleyrand cosa scrivesse a Ginguené                          89
  Nuove domande del medesimo                                   92
  Crudeltà del governo Piemontese                              93
  Fuorusciti di Carrosio assaltano Pozzuolo                    94
  Cacherano d'Osasco va contro Carrosio                        96
  Intimazione di Ginguené                                      96
  Francesco Serra e suo scritto                                98
  Sottin fa dichiarare dalla repubblica Ligure guerra al re    98
  Proposta di Priocca                                          98
  Il re fa ritirare le truppe da Carrosio                      99
  Generale Siri s'impadronisce di Serravalle                   99
  Ruffini e Mariotti                                           99
  Accuse di Francia contro il re di Sardegna                   99
  Indulto ai sollevati come accordato dal re                  102
  Domande di Brune                                            103
  Sottin perchè richiamato                                    105
  Marchese Colli mandato a Milano                             105
  Dichiarazioni del governo Piemontese                        105
  Accordo stipulato fra Brune ed il marchese di San Marsano
    in cui il re cede la cittadella di Torino                 109
  Manifesto del generale Brune                                110
  Kister s'impossessa della cittadella di Torino              111
  Gli ambasciatori esteri vogliono partire da Torino          111
  I fuorusciti di Carrosio si apprestano ad assaltare
    il Piemonte                                               112
  Solaro governatore di Alessandria                           113
  Conte Alciati                                               114
  I fuorusciti rotti alla Spinetta                            114
  Risentimento di Ginguené                                    116
  Intemperanza de' Francesi cagione di tumulti a Torino       117
  Proteste di Priocca                                         118
  Mascherata indecente che solleva il popolo                  119
  Generale Menard seda il tumulto                             121
  Collin rimosso dal governo della cittadella                 121
  Insolenti domande di Ginguené                               122
  Tratto ridicolo di Marivault segretario di Ginguené         123
  Querele reciproche di Balbo e Ginguené                      125
  Ginguené richiamato                                         126
  Eymar gli è sostituito                                      126
  Lodi di Ginguené                                            126
  Il re di Napoli muove guerra alla Francia                   127
  Joubert mandato in Italia                                   129
  Manda Musnier a Torino e perchè                             129
  Grouchy governa la cittadella di Torino                     130
  Si tenta il re per farlo rinunziare al trono                131
  Joubert dichiara la guerra al re di Sardegna                132
  E lo assalta alla sprovvista                                133
  Manifesto del ministro Priocca                              135
  Il re abdica                                                137
  Priocca consegnato in cittadella                            138
  Duca di Aosta firma l'abdicazione                           138
  Il direttorio vuole fare imprigionare il re, e come è
    salvato da Taleyrand                                      138
  La Idropica, quadro di Gerardo Dow                          139
  Governo temporario in Piemonte                              140
  Disinteresse di Joubert                                     141
  Roccabruna chi fosse                                        141
  Lodi di Priocca                                             141
  Il re parte da Torino                                       142
  Assurde accuse del direttorio contro il re                  144
  Protesta del re in data di Cagliari                         144
  Guerra nello stato Romano. Speranze di Mack come deluse     148
  Naselli a Livorno e Damas a Orbitello sbarcati              150
  Disposizioni di Mack                                        150
  Kellermann                                                  151
  Napolitani sono rotti                                       151
  Nuova fazione di Mack                                       152
  Mathieu batte Moesk ad Otricoli                             154
  Mack si ritira a Capua                                      155
  Francesi rientrano in Roma                                  155
  Ardita marcia di Damas                                      156
  Championnet assalta Capua                                   158
  Gaeta si dà ai Francesi                                     158
  Aquila e Pescara fanno lo stesso                            159
  Alessandro Ferreri assassinato                              161
  Mack consiglia l'accordo                                    162
  Il re parte e lascia suo vicario il principe Pignatelli     162
  Nelson fa incendiare le navi                                163
  Difficoltà dell'esercito Francese                           164
  I Napolitani insorgono                                      164
  I Francesi respinti a Capua                                 165
  Viltà di Pignatelli e di Mack                               166
  Vengono agli accordi                                        166
  Pignatelli punito e perchè                                  167
  Ettore Caraffa                                              167
  Arcambal commissario Francese                               168
  Insurrezione de' lazzaroni                                  168
  Pignatelli e Mack fuggono                                   169
  Principe di Moliterni capo dei lazzaroni                    170
  Championnet muove verso Napoli                              171
  Il duca della Torre e Clemente Filomarino uccisi            171
  Tradimento di Moliterni                                     172
  Battaglia tra Francesi e lazzaroni                          173
  Proni, assassino                                            174
  Moliterni inalbera sui castelli di Napoli il vessillo
    tricolorito                                               175
  Napoli in potere dei Francesi                               177
  Championnet ordina un governo repubblicano                  178
  Quali persone scegliesse                                    179
  Astruserìe de' Napolitani                                   179
  Mario Pagano                                                180
  Miracolo di San Gennaro                                     182
  Cardinale Zurlo Capece                                      183
  Constituzione Napolitana                                    183
  Disordini del governo                                       185
  Faipoult a Napoli                                           188
  Mire di Taleyrand                                           189
  Championnet condotto in Francia                             190
  Moto a Monteasi, e come cagionato                           192
  Cardinale Ruffo sbarca in Calabria                          193
  Scomunicato dal cardinale Zurlo Capece                      193
  Sciarpa                                                     194
  Mammone Gaetano                                             194
  Deliberazione di Championnet                                196
  Ettore Ruvo                                                 196
  Schipani                                                    198
  Assalto e presa di San Severo                               199
  Broussier e Ruvo espugnano Andria                           201
  Espugnano Trani                                             202
  Schipani ha poco esito in Calabria                          205
  Decreto di Macdonald                                        207
  Il direttorio manda a Napoli Abrial e cosa vi fa            210
  Suo rispetto alla casa di Torquato Tasso                    210
  Serrurier entra in Lucca                                    211
  Lucca si fa democratica                                     212
  Stato del Piemonte                                          214
  Carlo Bossi                                                 218
  Il Piemonte si fa francese                                  219
  Fantoni                                                     220
  Moti in Acqui e Strevi                                      220
  Musset mandato in Piemonte                                  223
  Prina                                                       223
  Disposizioni ostili dell'Austria                            224
  Bellegarde, Melas e Kray generali Austriaci                 225
  Suwarow conduce i Russi in Italia                           225
  Jourdan mandato al Reno                                     226
  Massena negli Svizzeri                                      226
  Scherer in Italia                                           226
  Joubert chiede licenza                                      226
  Erebrestein presa                                           227
  Intimazione del direttorio all'imperatore                   227
  Disposizione dei due eserciti Francese ed Austriaco         228
  Toscana sottomessa alla Francia                             229
  Reinhard commissario Francese                               230
  Il papa condotto in Francia dove muore                      230
  Battaglie all'Adige                                         234
  Posizione difficile di Scherer                              237
  Battaglia di Villafranca                                    238
  Scherer si ritira all'Adda                                  242
  Arrivo dei Russi in Italia                                  243
  Disposizione de' Francesi all'Adda                          244
  I soldati indisposti contro Scherer, egli rinunzia il
    comando a Moreau                                          245
  Suwarow a fronte del nemico                                 246
  Serrurier rotto a Lecco                                     247
  Melas assalta il canale Ritorto                             249
  Serrurier si arrende                                        251
  La Lombardia e il Piemonte in potere degli alleati          252
  I Cisalpini lasciano Milano                                 254
  Adelasio perchè restasse                                    254
  Melas entra in Milano                                       255
  Repubblicani mandati a Cattaro                              256
  Cedole del banco di Vienna                                  256
  Suwarow in Milano                                           256
  Pensieri di Moreau                                          257
  I Russi respinti da Bassignana                              259
  Tortona si arrende a Rosemberg                              259
  Sollevazioni in Piemonte                                    260
  Pio Vitale vescovo di Ceva                                  261
  Moreau si ritira verso Cuneo                                261
  Pastorale dell'arcivescovo di Torino                        262
  Il governo Piemontese si ritira a Pinerolo                  262
  Manifesto di Suwarow                                        263
  Branda-Lucioni cosa facesse                                 265
  Wukassovich giunge a Torino                                 268
  Cavaliere Derossi                                           269
  Suwarow entra in Torino                                     270
  Suoi provvedimenti                                          271
  Fame e violenze in Piemonte                                 273
  Espugnazione della cittadella                               275
  Fiorella si arrende                                         276
  Capitano Ruffini                                            277
  L'Austria avversa al re di Sardegna                         277
  Esuli Italiani in Francia                                   278
  Italiani che desiderano l'unità dell'Italia                 280
  Guerra in Grecia                                            285
  Chabot governatore delle isole Joniche                      286
  Alì pascià di Janina                                        286
  Offre di comprare Corfù                                     287
  Butintrò preso dai Turchi                                   287
  Parga presa dai medesimi                                    287
  Alì va contro Preveza                                       288
  Generale Lasalcette                                         288
  Muktar figliuolo di Alì                                     289
  Lasalcette e Hotte si arrendono                             290
  Tissot difende Preveza                                      290
  Generosità di un Prevezano, e codardia di un Francese       292
  Parole di Tissot                                            292
  Tissot fatto prigione                                       293
  Barbarie di Alì                                             294
  Caravella come straziato                                    295
  Francesi menati a Costantinopoli                            295
  Assedio di Corfù                                            296
  Ocsacow ammiraglio Russo                                    297
  Assalto di Vido                                             298
  Crudeltà dei Turchi e umanità dei Russi                     300
  Corfù sì arrende                                            301
  Sacre imposture a Corfù                                     301
  Esuli stanziati a Corfù                                     302
  Moreau richiama Macdonald da Napoli                         303
  Isola distrutta                                             306
  Sollevazione di Arezzo e Cortona                            307
  Angelo Guilichini presidente in Arezzo                      308
  Cortona si arrende ai Francesi                              309
  Inutile intimazione fatta ad Arezzo                         310
  Andrea Doria move Albiano                                   310
  Taglie imposte ai Romani                                    310
  Disposizione dei confederati                                311
  Errore di Suwarow                                           312
  Mosse di Moreau verso Genova                                312
  Mosse degli alleati                                         314
  Suwarow marcia verso Piacenza                               315
  Battaglia al Panaro                                         315
  I Tedeschi sono rotti a Modena                              317
  Forest generale ucciso                                      318
  Valore di alcuni fuorusciti Francesi                        318
  Battaglia alla Trebbia                                      321
  Macdonald è rotto                                           325
  Sua ostinazione perniciosa                                  326
  È rotto un'altra volta                                      331
  Si ritira verso Parma                                       332
  Busca, Salm e Cambray prigionieri                           332
  Macdonald si ritira verso il Genovesato                     334
  Va a Parigi, sue qualità                                    335
  Moreau batte i Tedeschi a Tortona                           336
  Moreau vittorioso si ritira indietro                        338
  Gli alleati sotto Alessandria                               340
  Gardanne comanda in Alessandria                             340
  Bellegarde comanda l'assedio                                341
  Gardanne si arrende                                         343
  Kray all'assedio di Mantova                                 344
  La Tour-Foissac si arrende                                  350
  È accusato di tradimento                                    351
  Presa di Serravalle                                         352
  Scontentamento in Francia                                   353
  Joubert e Championnet mandati in Italia                     356
  Parole di Joubert verso Moreau                              358
  Miracolo di San Guido castigato                             359
  Disposizioni di Joubert e di Suwarow                        360
  Dispareri nel campo Francese                                361
  A che si decidesse Joubert                                  365
  Dispareri tra gli alleati                                   365
  Deliberazione di Suwarow                                    366
  Battaglia di Novi                                           368
  Joubert ucciso                                              368
  Moreau prende il governo dell'esercito                      369
  Ostinazione di Suwarow                                      370
  Pensiero di Melas                                           371
  Lusignano prigione un'altra volta                           373
  Laudon fa decidere la vittoria                              373
  I Francesi si ritirano                                      374
  Kees gli mette in piena rotta                               374
  Karacsay                                                    375
  Perignon, Grouchy, Colli, Partenneaux prigioni              375
  Barbarie di Suwarow                                         375
  Perdite dei repubblicani                                    375
  Perdite degli alleati                                       376
  Conseguenza di questa battaglia                             377
  Championnet cala in Piemonte                                377
  Assedio di Tortona                                          378
  Gast la difende                                             379
  Conte Alcaini                                               379
  Gast si arrende                                             380
  Suwarow parte per la Svizzera                               381
  Korsacow                                                    382
  Errori de' capitani Francesi                                382
  Klenau infesta la riviera di Levante                        383
  Fazione di San Cyr in Piemonte                              384
  Championnet comanda tutto l'esercito d'Italia               385
  Moreau va alla guerra del Reno                              385
  Championnet è rotto dagli Austriaci a Fossano
    e a Savigliano                                            386
  Si ritira a Nizza e muore                                   391
  Assedio di Cuneo                                            391
  Principe di Lichtenstein                                    391
  Clement comanda la piazza                                   392
  Cuneo mal provvista                                         392
  Si arrende                                                  393
  L'Austria avversa al re di Piemonte                         394
  Disgrazie nella casa di Savoia                              394


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (fantasia/fantasìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV" ***

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