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Title: Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
Author: Botta, Carlo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II" ***

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                           STORIA D'ITALIA

                          DAL 1789 AL 1814


                               SCRITTA
                           DA CARLO BOTTA

                               TOMO II



                              CAPOLAGO
                         _presso Mendrisio_
                        Tipografia Elvetica

                            MDCCCXXXIII



STORIA D'ITALIA



LIBRO SETTIMO

SOMMARIO

      Pensieri di Buonaparte. Intenzioni del Direttorio circa le
      potenze d'Italia. Spoglio delle opere egregie delle belle
      arti: lusinghe ai dotti ed ai letterati. Tregua col duca di
      Parma. Come trattato il duca di Modena. Accidenti del
      Milanese; imposizioni e rapine; mala contentezza dei popoli.
      Moto pericoloso nel Pavese, massimamente a Binasco ed a Pavia.
      Sacco di questa città accaduto ai venticinque e ventisei di
      maggio del 1796. Buonaparte si volta contro Beaulieu, e dopo
      nuove battaglie, lo sforza a ritirarsi in Tirolo. Niccolò
      Foscarini nominato dai Veneziani provveditor generale in terra
      ferma. Sue paure. Minacce, che gli fa Buonaparte. Quel che
      restava a farsi dai Veneziani in sì pericoloso ed importante
      caso. Debolezza di Foscarini. Buonaparte in Verona. Minacce
      contro Verona per aver dato ricovero al conte di Lilla. Il
      castello di Milano si arrende alle armi Francesi. Rivoluzione
      di Bologna. Giuramento prestato dai Bolognesi in presenza di
      Buonaparte. Moto di Lugo, e suoi accidenti. Spavento in Roma.
      Tregua fra Buonaparte e il papa. Esortazioni del pontefice ai
      suoi sudditi ed ai Francesi. Sforzi e solenni protestazioni
      del re di Napoli. Tregua fra il re e Buonaparte. Occupazione
      di Livorno. Ree intenzioni di Buonaparte rispetto al gran duca
      di Toscana. Nuovo moto dell'Austria a ricuperazione delle sue
      possessioni d'Italia: vi manda il maresciallo Wurmser con un
      esercito assai grosso. Il maresciallo rompe le prime schiere
      di Buonaparte, fa risolvere l'assedio di Mantova, entra in
      questa piazza, e la rinfresca d'armi, di soldati e di
      vettovaglie. Buonaparte raduna i suoi troppo sparsi.
      Moltiplici battaglie fra i due valorosi emoli. Battaglia di
      Castiglione combattuta il dì cinque agosto. Wurmser si ritira
      ai passi del Tirolo; i Francesi lo seguitano. Battaglia di
      Roveredo succeduta ai quattro settembre. I Tedeschi si
      ritirano ai più alti passi. Disegni di Buonaparte sopra la
      Germania; Wurmser gli storna, calandosi di nuovo in Italia per
      la valle della Brenta. Buonaparte lo seguita. Battaglia di
      Primolano e di Bassano. Il maresciallo valorosamente
      combattendo arriva finalmente in Mantova, che è di nuovo cinta
      d'assedio dai Francesi. Descrizione di Mantova. La Corsica si
      aliena dall'obbedienza degl'Inglesi, e torna sotto quella di
      Francia.


Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede
nella città capitale degli stati Austriaci in Italia, si apparecchiava
Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il
Mincio, e cacciando le genti Tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare
all'imperatore, che non mandasse nuovi ajuti per ricuperare le Province
perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperto la occasione al governo
di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso le
potenze Italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e
nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darle in
preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio gli si convenisse,
o al re di Sardegna, e all'imperatore, si taglieggiassero i principi
d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre
ricchezze, che possibil fosse, si ricavasse. Nè in questo mostrava il
Direttorio maggior rispetto agli amici che al nemici. Nella quale
risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta, e l'amicizia
finta, e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto, che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito
Alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i
soldati, e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare, o
restituire. «Usate, scriveva il Direttorio a Buonaparte, la occasione
del primo terrore concetto dalle nostre armi, ed aggravate la mano sui
popoli Lombardi per cavarne denaro. I canali e le altre opere pubbliche
di quel paese siano anch'esse un po' tocche dalla guerra; ma si usi
prudenza».

Nè qui finivano le parole crude rispetto alla miseranda Italia: «Ite,
scrivevano, e correte contro il gran duca di Toscana, che è servo
degl'Inglesi in Livorno; ite, ed occupate Livorno; non aspettate che vi
consenta il gran duca; il sappia quando voi già sarete padrone di quel
porto; confiscatevi le navi e le proprietà Inglesi, Napolitane,
Portoghesi, e di altri stati nemici della repubblica; sequestrate le
proprietà dei sudditi loro; se il gran duca si opponesse, sarebbe
perfidia, e sì allora trattate la Toscana come se fosse alleata
dell'Inghilterra e dell'Austria; comandate a quel principe, che ordini
incontanente, che quanto ai nemici nostri si appartiene, sia in poter
nostro posto, e risponda egli del sequestro: pascete le genti della
repubblica in Toscana, e date in contraccambio polizze del ricevuto da
scontarsi alla pace generale. Fate poi le viste di voltarvi verso Roma e
Napoli per metter timore nel pontefice e nel re; assicurate Livorno con
un forte presidio, e fate che sia scala a muovere la Corsica per ritorla
al giogo della superba casa di Brunsvick-Luneburgo, e ridurla di nuovo
sotto il dominio della repubblica».

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè
se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra, o d'Inglesi e di altri
nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana,
che la Francia stessa aveva e riconosciuta, ed accordata col gran duca.
Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei
repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la
sincerità, e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati
d'Italia, e riconosciuta la repubblica, e fatta la pace con lei, e dato
lo scambio per instanza del Direttorio al suo ministro conte Carletti
per avere lui mostrato desiderio di visitare la reale figliuola di Luigi
decimosesto testè uscita dal carcere del Tempio per esser condotta in
Alemagna. Mandò il gran duca, in vece di Carletti, il principe don Neri
Corsini, giovane ingegnoso, di buona natura, e di non mediocre
aspettazione. Nè valsero a frastornare dalla felice Toscana la cupidigia
dei repubblicani le dolci parole usate dal Corsini medesimo, quando fece
il suo ingresso al direttorio, nè le parole magnifiche che gli furono
date in risposta dal presidente. Nè io voglio dare a chi mi leggerà il
fastidio, questi discorsi raccontando, di udire parole di adulazione
inutili da una parte, e promesse d'amicizia infedeli dall'altra.

Era Genova stata straziata dalle armi Francesi e dalle armi Tedesche, e
poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata
da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali, che
dove mancavano le cagioni, s'inventavano i pretesti, ed il fine era non
di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in
preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova,
s'incominciò ad insorgere contro il governo Genovese, con dire che le
turbazioni seguite contro i Francesi nei feudi imperiali confinanti con
lo stato Genovese, e le uccisioni, che pur troppo sui confini dei
territorj Piemontese e Genovese accadevano di soldati Francesi, se non
erano opera espressa della signorìa, erano almeno troppo più
rimessamente che si convenisse, da lei udite e tollerate; che le armi e
gli stimoli alla sedizione nei feudi imperiali erano venuti da Genova, e
che da Novi venivano le armi e gl'incentivi per assassinare i Francesi
ai confini. Per la qual cosa scriveva con una insolenza incredibile
Buonaparte al senato ch'era Genova il luogo, donde partivano gli uomini
scelerati, che datisi alle strade intraprendevano i carriaggi, ed
assassinavano i soldati Francesi, che da Genova un Girola mandava ai
feudi imperiali ribellanti armi, e munizioni da guerra pubblicamente, ed
ogni giorno i capi degli assassini accoglieva, ancor bruttati di sangue
Francese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio
della repubblica; che pareva, che essa col tacere e col tollerare
appruovasse opere tanto scelerate; che il governator di Novi proteggeva
i commettitori di tanti atti barbari, perciò arderebbe i comuni dove
sarebbe ucciso un Francese; voleva che il governatore di Novi dal suo
impiego si cacciasse, Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte
in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati
trasgressori della neutralità, osserverebbe bene e puntualmente la
neutralità, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di
gente malandrina. Allo stesso modo al governatore di Novi, persona
moderata e dabbene, scrivendo, lo accusava di essersi fatto ricovero di
assassini, e superbamente gli comandava, che arrestasse gli abitatori
dei feudi imperiali che fossero nel suo territorio, e se nol facesse,
avrebbe a far con lui; poscia vieppiù soldatescamente infiammandosi,
ripeteva, arderebbe terre e case, dove gli assassini si ricoverassero.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè
l'attribuire a se medesimi opere tanto nefande non era nè verità, nè
dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era
pericolo. Certo è bene, che per quelle strade si commisero contro i
Francesi opere di molta barbarie, e certo è altresì, che Buonaparte
doveva con quei più efficaci mezzi che potesse, aver cura de' suoi
soldati, e porre la vita loro in salvo: ma che queste tanto terribili
dimostrazioni ei facesse contro i Genovesi, meno per amor di salute
verso i suoi soldati, che per occasione di muover querela contro di loro
a fine di denaro, e forse di distruzione, sarà manifesto a chiunque farà
considerazione, che questi omicidj ed assassinamenti, di cui con tanta
ragione si querelava, non già solamente sul territorio Genovese
accadevano, ma ancora, e molto più sul territorio Piemontese;
imperciocchè i villici di quei confini tra Novi ed Alessandria, gente
allora pur troppo solita al gettarsi alla strada, erano quelli
massimamente, che, stando agli agguati, uccidevano i Francesi isolati:
nel che intendevano bensì al rubare, ma molto più ancora al saziare nel
sangue Francese l'odio che contro quella nazione avevano concetto.
Eppure non fece il generale di Francia che un leggiere risentimento, e
nissuna minaccia contro il re di Sardegna. La verità era, che nè il
governo Piemontese, nè il Genovese erano rei di sì brutti eccessi, ma
bensì la sfrenatezza di costume, che porta con se la guerra tanto nei
vinti quanto nei vincitori, e l'odio di quei popoli contro il nome
Francese. L'insolenza poi di accusare tutto un governo, composto di
persone dabbene e temperato per tanti secoli, di prezzolare ed incitar i
ladri ed assassini, non poteva procedere se non da un uomo sfrenato.

A queste minacce soldatesche succedevano le prepotenze Parigine.
Comandava il direttorio a Buonaparte, s'impadronisse o di queto, se i
Genovesi consentissero, o per forza, se ricusassero, di Gavi a fine di
assicurare l'esercito alle spalle, e di conservarsi la strada della
Bocchetta aperta da Genova a Tortona: col medesimo pensiero già si era
impadronito della fortezza di Vado; il che quale rispetto sia per la
neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia più oltre procedendo,
voleva il direttorio, che come prima avesse l'esercito repubblicano
occupato il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti
bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia, mettesse in
preda. Nè contento a questo, non dimenticato il denaro, nè risguardo
alcuno avendo che il fatto della Modesta fosse accaduto non solamente
senza saputa, ma ancora con sorpresa del senato di Genova, nè che già
fosse stato composto in quattro milioni col governo di Francia, nè che
la fermezza del senato nel contrastare alla prepotenza Inglese per
serbar la neutralità fosse stata non solo vera, ma anche lodata dal
consesso nazionale di Parigi, nè che finalmente molte fossero le
molestie che per la serbata neutralità avevano ricevuto i Genovesi
dagl'Inglesi, e tuttavìa ricevevano dai Corsi, comandava a Buonaparte,
che domandasse vendetta, e milioni di contanti per la straziata Modesta,
ed operasse che coloro, che si erano mescolati in tale fatto, fossero
come traditori della patria dannati: oltre a ciò voleva e comandava, che
si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le
proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si
sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici
spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorj tutti i fuorusciti
Francesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si
dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace
generale.

Questi comandamenti, che un governo civile avrebbe avuto vergogna di
fare ad una potenza del tutto serva, si era risoluto il direttorio di
fare ad uno stato, di cui protestava voler riconoscere e rispettare
l'indipendenza e la neutralità.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano,
repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la
cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire, che volevano
che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore
di certi pretesti vecchi, che già sussistevano, poichè non era cambiata
la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso
del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il
primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorj
Veneziani. Poi prosperando vieppiù la fortuna delle armi repubblicane in
Italia, insorse il direttorio con volere che Verona desse grossa somma
di denaro in presto, a motivo che ella aveva accolto nelle sue mura
Luigi XVIII, convertendo per tal modo in colpa un ufficio di pietà.
Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed
imperiosamente comandava, che Venezia desse in presto dodici milioni, e
si voltasse in ricompensa questa detta alla repubblica Batava, che era
debitrice di questa somma, a norma dei freschi trattati, alla Francia;
il che era un farsi far presto per forza, e pagar a modo suo. Voleva
oltre a ciò, e comandava, che si consegnassero alla repubblica tutti i
fondi dei potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli
che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero
alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di
nemici che stanziassero nel porti Veneziani. Quest'erano le domande
fatte dal direttorio alla repubblica Veneta, delle quali direi, ch'io
non so s'egli desiderasse che fossero piuttosto negate che concedute, se
non sapessi che neanco il concederle sarebbe stato salute per Venezia.

Quanto al papa, se volesse trattar d'accordo, si esigesse da lui,
imponeva il direttorio, per primo patto, ordinasse subito preci
pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che
faceva il direttorio gran fondamento per l'autorità che aveva la sedia
apostolica sulla opinione dei popoli sì Francesi, che Italiani. Si venne
quinci in sul toccar il solito tasto del denaro, intimando desse
venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli,
che se pace volesse, badasse a cacciar da' suoi stati gl'Inglesi e gli
altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro
che nei Napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse l'entrarvi,
nemmeno con bandiera neutrale. Sapesse poi il re, che col mantenimento
dei patti ne andava la salute del regno.

Questi superbi comandamenti, che potevano bensì fare i potentati
Italiani amici in sembiante di Francia, ma non veri, perchè mescolavano
l'oltraggio alla forza, gli rendevano disprezzabili agli occhi del
mondo, e davano timore di danni ancor maggiori, quando, distrutta
intieramente la potenza dell'Austria, le armi repubblicane avessero
inondato tutta l'Italia.

Vengo ora ad alcuni potentati minori, che non avevano fatto guerra con
le armi alla Francia, perchè non ne avevano, e nemmeno avevano fatto
pace, perchè la Francia essendo lontana e l'Austria vicina, temevano di
ricevere o ingiuria o danno dai Tedeschi. Non ostante correndo la fama
che avessero ricchezze, coloro che reggevano le faccende della
repubblica sempre pronti ad abbracciare ogni apparente colore per
involare quel d'altrui, avevano a loro volto le proprie cupidità. In
conformità di questo voleva il repubblicano governo, che si scuotessero
bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del
secondo per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di
sangue. Quanto al duca di Modena, intenzione dei repubblicani era, che
si aggravasse la mano sopra di lui per fargli sborsar denaro in copia,
perchè aveva voce di averne, e perchè, avendo sposata l'unica sua
figliuola ad un principe Austriaco, si presumeva, o si supponeva, che
dipendesse molto dall'Austria. Lallemand, ministro di Francia a Venezia
(a questo era serbata dai cieli la sua canuta testa) esortava, che si
conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il Modenese
duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto ed era avaro; e più si
scuoterebbe, e più contanti darebbe. I frutti della lunga parsimonia di
un principe non solamente ordinato allo spendere, buono, e previdente,
ma ancora non nemico alla Francia nè per uso, nè per costume, nè per
massima, erano destinati a cadere in mano di gente capace a dissipargli
in poco d'ora.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia
dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal
sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci
parole di umanità e di libertà, che dai repubblicani di quei tempi si
andavano fino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione
di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo ai principi vinti,
dessero in poter dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero
condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti,
usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando, esser venuto
il tempo, in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia, e
servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu
questa dello avere spogliato l'Italia di tanti preziosi ornamenti; che
se il rapire l'oro, l'argento e le sostanze dei campi era uso di guerra,
non dirò comportabile, ma utile a nutrire i conquistatori, l'aggiungere
alla preda statue e quadri, non poteva essere se non atto di superbia
eccessiva, e disegno di vieppiù avvilire i vinti. Rispettarono i
Francesi ai tempi andati nelle guerre loro in Italia questi frutti
eccellenti dell'umano ingegno: Francesco primo re accarezzava con
munificenza veramente reale gli operai, non rapiva le opere. Gli
rispettarono nei tempi andati, e gli rispettarono nei moderni i
Tedeschi. I repubblicani che allora reggevano la Francia, e che non
avevano altro in bocca che parole di umanità, di civiltà, di rispetto
verso le proprietà, d'amicizia verso i popoli, fecero quello, che uomini
meno parlatori e meno ostentatori di dolci discorsi non avevano fatto.
Ma lo spoglio piaceva loro, ad alcuni per l'amore della gloria, ad altri
perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura
abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in
Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed
ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempj Italiani: con
questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le
opere preziose da rapirsi, i più dolci andavansi confortando con la
speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe
prodotto delle altre ugualmente preziose: i più severi poi, trasportando
nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano
predicando, che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che
pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse. Così questi
buoni utopisti condotti da una inremediabile illusione, in mezzo agli
ori e le gemme, di cui già risplendevano i capi repubblicani di Francia,
ed al gran lusso in cui vivevano, andavano continuamente sognando
Sparta, e conservandosi austeri ed inflessibili, facevano fede di quanto
possa in animi forti e buoni una fissazione, che abbia in se l'immagine
del bene.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buouaparte, che sapeva quel
che si faceva, voleva, che se le opere più insigni delle arti servivano
d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri gli
lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se
coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più
lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno
ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente, ed imponeva al suo
generale, che ricercasse, e con ogni modo di migliore dimostrazione
accarezzasse gli scienziati, ed i letterati d'Italia. Indicava
nominatamente l'astronomo Oriani, uomo certamente non degno per bontà e
per dottrina di essere accarezzato da un governo e da un capitano, che
spogliavano la sua patria. Recava il generale ad effetto l'intento del
direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala
alle future ambizioni. Degli accarezzati alcuni adulavano parlando,
altri sprezzavano tacendo, chi mostrò più forza fu l'eunuco Marchesi,
che non volle cantare.

Egli è tempo oramai di esporre come i raccontati comandamenti, che
finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto. Non così
tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una
trepidazione nella corte di Parma, tanto maggiore quanto il duca aveva
rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli
era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i
Francesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una
parte del ducato era venuta sotto la divozione dei repubblicani, ma
ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il
volessero, a venire in poter loro. Così il duca si trovava del tutto a
discrezione dei repubblicani, nè sapeva a quali patti questa gente
vittoriosa consentirebbe ad accettarlo in amicizia. Nè stava senza
timore, che per opera dei Gallizzanti seguisse qualche turbazione, non
già ch'essi fossero o numerosi o potenti, ma il terrore rappresentava
alle menti commosse questo pericolo più grave assai, che realmente non
era. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo
gli restava aperto, del tentare di assicurar gli stati con un accordo,
che quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe ciò non ostante
men grave, che la perdita di tutto il dominio. Tentò il ministro di
Spagna di mitigare l'animo del vincitore; ma egli, che era assai meno
sdegnato che avido, non voleva udire le proposte che gli si facevano, e
non ammetteva che il duca avesse avuto luogo nel trattato di Spagna.
Perciò domandava superbamente l'accordo, che ponesse fine alla guerra, e
con l'accordo denari, vettovaglie, e tavole dipinte di estremo valore.
Adunque come si suol fare nei casi estremi da coloro che non sono più
padroni di loro medesimi, fece il duca mandato amplissimo ai marchesi
Pallavicini e della Rosa di trattare, accettando tutte le domande,
quantunque immoderate, che si facessero dal vincitore.

In primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di
Spagna il dì nove maggio in Piacenza. Non aveva il duca nè fucili, nè
cannoni, nè altre armi, nè fortezze da dare, ma si obbligava a pagar in
pochi giorni sei milioni di lire Parmigiane, che sono a un di presso un
milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di
viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava oltre a ciò ad
allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso
dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più
preziosi, fra i quali il San Girolamo del Coreggio. Questi furono i
patti che per la intercessione di Spagna ottenne il duca di Parma, i
quali di quale natura siano, ognuno per se potrà giudicare. Nientedimeno
trovo scritto, che il cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma,
opinava che e' fossero molto moderati. Mandava intanto Buonaparte
Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde
le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca
da tanta necessità mandava le ducali argenterìe alla zecca, perchè vi si
coniassero, ed il vescovo le sue. Così usato ogni estremo rimedio, e
raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle
condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti Parmigiani e Piacentini,
ritiratisi in Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal
che riceveva grandissima molestia. Rappresentavansi spesso questi
fuorusciti al generalissimo nelle sue stanze di Milano, ed ei gli
accoglieva benignamente, e profferiva loro favori ed impieghi. Di questi
alcuni accettavano, ed adulavano; altri repubblicanamente rifiutavano,
affermando non volere altro che la libertà della patria loro: questi
Buonaparte aveva per pazzi.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di
Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte de' suoi tesori;
il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come
se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per
servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza, che disposto per
la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il
vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace
Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le
instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì
nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse,
oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di
altri due milioni: di più fra quarantott'ore rispondessero del sì, o del
no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale
governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi, e
dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri
dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a
contanti quanto abbisognasse loro passando per gli stati del duca.

A questo modo fu trattato il duca di Modena, che non aveva mai commesso
ostilità contro la Francia, sotto titolo ch'ei fosse feudatario
dell'impero d'Alemagna; qualità assai vana, che a niuna soggezione verso
il corpo germanico obbligandolo, il lasciava intieramente libero di
accostarsi a quale potenza più gli venisse a grado. Di questo non fu mai
imputato, e solo si mise in campo questo pretesto, quando giunse il
momento dello spoglio.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e
donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta
l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e
queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima
che partisse, con surrogar loro magistrati, e uomini o partigiani, o
dipendenti da Francia, e di procacciar denaro e fornimenti, che
l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual
cosa, in luogo della giunta di stato, creava la congregazione generale
di Lombardìa, ed al consiglio dei Decurioni surrogava un magistrato
municipale, in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di
grande stato. Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini,
Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato, ed a lui si
riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte
sulla conquistata Lombardìa una gravezza di venti milioni di franchi, e
faceva abilità ai commissarj, e capi di soldati di torre per forza i
generi necessari, con ciò però che dessero polizze del ricevuto
accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua
era, ch'ella cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati, e sul
corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa
dall'intenzione la esecuzione: ma i ricchi, sì perchè si sentivano
gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con
sinistre insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti, e
licenziavano i servitori, che, poco bene disposti in se per natura
vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel
popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle
il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente
abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni
dovessero continuar a pagare i salarj ai servitori. Ma fu il rimedio
insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo,
perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate
di generi di ogni spezie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai
generali, ai commissarj, ai comandanti, agli uffiziali talmente il
costringevano, che non era più padrone di se medesimo, stanziava una
imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari
quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi Milanesi. Non
parlo dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i
padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse
diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare,
consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè
a grandi e replicate vittorie era congiunta una opinione politica
ardentissima, e molto diversa da quella dei popoli, fra i quali egli
vivea. Dico questo generalmente, e massime dei primi, perchè degli
uffiziali subalterni, molti o per gentile educazione, o per bontà di
natura in tale guisa si portavano e dentro e fuori delle case del popolo
conquistato, che si conciliavano la benevolenza di ognuno, e si era, per
consuonanza, talmente addomesticata la natura di questi con quella dei
Milanesi, che aveva superato l'impressione prodotta dal terrore delle
armi, e dalle molestie di coloro, che in vece di servir di freno, come
era richiesto ai gradi loro, con l'esempio e coi comandamenti, servivano
di sprone alle male opere che si commettevano. Ma cagione gravissima di
esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi, che per uso
dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei
villarecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva
ed a chi non aveva, e così agli amici, come ai nemici del nome Francese.
Aggiungevansi le minacce e le insolenti parole, più potenti assai al far
infierire l'uomo, che i cattivi fatti. Le quali cose molto
imprudentemente si facevano: perchè oltre all'indegnazione dei popoli si
consumava malamente in pochi giorni quello, che avrebbe potuto bastare
per molti mesi, ed un paese fioritissimo inclinava rapidamente ad una
estrema squallidezza. Ciò rendeva i Francesi odiosi, ma più ancora
odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi, o per le opinioni
parteggiavano pei Francesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi,
anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti
ajutavano l'impresa di una gente, che venuta per forza nel loro paese,
aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Certamente gridavano, e
più assai che non sarebbe stato conveniente, i patriotti Italiani il
nome di libertà; ma vana cosa era sperare, che nell'animo dei popoli
consumati, ed offesi dall'insolenza militare prevalesse un nome astratto
sopra un male pur troppo reale: detestavano una libertà che si
appresentava loro mista d'improperj, e di ruberìe. Adunque lo sdegno era
grande, la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle
sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli. A questi
si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca, e gli
ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel
contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio
Francese in Italia; che quella terra era pur tomba ai Francesi, che
sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro
cacciate, o gli eccidj; nè permetterebbe Iddio, che gente nemica al nome
suo stanziasse lungamente in quell'Italia, sede propria del suo santo
vicario; già sventolar di nuovo le insegne d'Austria tra l'Adda ed il
Ticino, già calar grossi imperiali eserciti dalle Tirolesi rupi, e già
vacillare le armi in mano all'insolente Francese. Ora esser tempo di
armarsi, ora di sorgere a difensione di quanto ha l'uomo di più sacro,
di più caro e di più reverendo; gradire Iddio, e premiar coloro che
hanno la patria più che la vita a cuore: nè doversi dubitar dell'evento,
perchè già le repubblicane insegne fuggivano cacciate dalle imperiali
aquile. Cresceva il mal contento, se ne aspettavano effetti
funestissimi. Portò la fama in quei tempi, che principal autore di
queste insinuazioni fosse il conte di Gambarana, uomo attivo e molto
avverso ai Francesi. Andava egli seminando e le voci suddette, e di più,
che i Francesi volevano far per forza una leva di gioventù Lombarda per
mandarla, con le genti Francesi incorporandola, alla guerra contro
l'imperatore. Quando gli animi sono sollevati, è pronta la credenza ad
ogni cosa: e per quanto i magistrati eletti, e gli altri aderenti dei
Francesi si sforzassero di persuadere ai popoli il contrario, non
dimettevano punto la concetta opinione, anzi vieppiù vi si confermavano.
In mezzo a tutti questi mali umori successe in Milano un fatto veramente
enorme che gli fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.
Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano o
gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti, e
gioje di grandissimo valore. S'aggiungevano, come si usa, capi di minor
pregio, e fra tutti non pochi appartenevano, secondo l'uso d'Italia, a
doti di fanciulle povere, e nel monte dai parenti depositate si
serbavano al tempo dei maritaggi loro. Sacro era presso a tutti il nome
di monte di pietà, non solo perchè era segno di fede pubblica, che
sempre incontaminata si dee serbare, ma ancora perchè le cose
depositate, la maggior parte, appartenevano a persone o per condizione o
per accidente bisognose.

Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si
presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le
robe più preziose che si trovavano riposte nel monte, e le avviarono
alla volta di Genova, avvisando il direttorio, che là erano condotte
acciò ne disponesse a grado suo. Di ciò si sparse tosto la fama,
magnificandosi con dire, che non si fosse portato più rispetto alle
proprietà dei poveri, che a quelle dei ricchi; il che in parte era anche
vero. Le quali cose giunte all'insolenza militare, allo strazio che si
faceva delle campagne, alle improntitudini dei patriotti, dei quali chi
predicava una cosa che il popolo non intendeva, e chi dava materia a
credere con l'esempio che la libertà fosse il mal costume, partorirono
una indegnazione tale, che dall'un canto prestandosi fede a nuove
incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si
accese la volontà di far un moto contro i Francesi. Nè fu la città
stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè facendo i
repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà,
incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e
lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda
di cavalli, il quale frenando l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a
sbaraglio. Ma le cose non passarono sì di queto nei contorni di Milano,
massimamente verso Porta Ticinese; perchè viaggiando e Francesi e
patriotti Italiani, o soli o con poca compagnìa per quelle campagne, e
non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservargli, furono
da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano
uccisioni ancor maggiori, ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più
grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In
Binasco principalmente l'ardore contro i Francesi, e contro i giacobini,
come gli chiamavano, era giunto agli estremi: e credendo i Binaschesi,
con tutti coloro che dai vicini luoghi erano concorsi in quella terra
posta sulla strada maestra a mezzo cammino fra Milano e Pavia, che ogni
più crudele fatto fosse lecito contro chi spogliava i monti di pietà, e
secondo l'opinione loro conculcava la religione, ammazzavano quanti
Francesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo
l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Francesi,
furono barbaramente trucidati da quella gente, in cui più poteva un
intemperante furore, che un desiderio giusto di difendere la patria
contro i forestieri, e contro chi gli favoriva.

A questo moto dei Binaschesi, moltiplicando sempre più la fama dello
avvicinarsi dei Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero
le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della
provincia, essendo ciascuno armato di fucili vecchi, di pistole, di
sciabole, di scuri, di bastoni, o di qualunque altra arma che il caso,
od il furore avesse posto loro innanzi. Chi poi non accorreva per la
speranza dei soccorsi Tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il
facevano per la voce che si era levata fra la gente tumultuaria, che i
Francesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi
medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, che
dagli amatori del nome Francese si era fatto sulla piazza, con atterrare
anche nel fatto medesimo una statua equestre di bronzo, che si credeva
antica e di un imperator Romano, si erano sollevati la mattina dei
ventitre maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa
grandissima sulla piazza. Fra le grida, lo schiamazzo e le risa della
sfrenata moltitudine, i fanciulli intorno all'albero affollatisi,
facevano pruova d'atterrarlo. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le
turbe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a
martello, rispondevano con grandissimo terrore di tutti quelle della
campagna. Nascondevansi i patriotti nelle parti più segrete delle case,
perchè il popolo gli chiamava a morte: pure più temperato in fatti che
in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a
furia le porte, ed attendevano trepidamente a quello che in un caso
tanto pericoloso avesse a portar la fortuna per salute, o per
esterminio. I soldati di Francia segregati erano presi: i rimanenti, non
erano più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati
o malaticci, a grave stento si ricoveravano nel castello, dove per
mancanza di vitto era certamente impossibile che si potessero difendere
lungo tempo. Arrivavano in questo punto i contadini, e congiuntisi coi
cittadini aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che
temessero per se, perchè sapevano che il popolo infuriato dà ugualmente
contro gli amici e contro i nemici, e più volentieri contro chi ha
ricchezze che contro chi non ne ha, o che volessero ajutare quel moto,
mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in
quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi
trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con
giusta lance le cose, non vedendo comparire da parte alcuna soccorsi in
favore degli avversarj, davansi in preda all'allegrezza, e concependo
speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la
liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardìa, e di tutta
l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale Francese Haquin,
il quale non sapendo di quel moto, se ne viaggiava a sicurtà verso
l'alloggiamento principale di Buonaparte; nè così tosto ebbe posto il
piede dentro le mura, che minacciato nella persona, fu condotto per
forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati
Francesi, che disarmati ed incerti della vita o della morte se ne
stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto
dai municipali nella parte più rimota del palazzo, e facevano ogni
sforzo per sedare quel cieco impeto, che fremeva loro intorno. Ma ogni
parola era vana, perchè il furore aveva cacciato la ragione. Finalmente
il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e trovato Haquin lo
voleva ammazzare; ma i municipali, facendogli scudo dei corpi loro, il
preservavano. Nondimeno, ferito da bajonetta in mezzo alle spalle, il
traevano per le contrade fra una calca immensa, e chi si avventava, come
bestia feroce, contro di lui con orribili minacce, e chi con gli
archibusi inarcati il voleva uccidere. Pure prevalse contro tanta furia
la virtù dei municipali, che con memorabile esempio, e degno di essere
raccontato nelle storie come caso meritevole di grandissima
commendazione, amarono meglio esporsi al morir essi, che sofferire che
avanti al cospetto loro il generale Francese morisse. Mentre alcuni si
adoperavano per la salute di Haquin, altri s'ingegnavano di salvar la
vita dei Francesi presi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Così
non pochi Francesi, riscossi da un gravissimo pericolo, restarono
obbligati della vita alla umanità di magistrati Italiani, che privi di
armi altro mezzo non avevano per frenare un popolo fuor di se, che le
esortazioni, e l'autorità del nome loro. Bene fece poi Haquin ufficio di
gratitudine, a Buonaparte, che ritornata Pavia a sua divozione, gli
voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli, e
con le più instanti parole pregandolo, perdonasse a uomini già vecchi, a
uomini più abili a pregare il popolo concitato, che a concitar il
quieto, a uomini non usi a casi tanto strani, e che per una generosità
molto insigne, e con pericolo proprio, erano cagione ch'egli e più di
cencinquanta soldati Francesi superstiti pregare il potessero di dar la
vita a coloro, ai quali erano della vita obbligati. Gran conforto è
stato il nostro del poter raccontare l'atto pietoso di questo buono e
valoroso Francese in mezzo a tante ruine, a tante stragi, a tante
devastazioni, ed a tanti vicendevoli rimprocci, sempre condannabili,
perchè sempre esagerati, della perfidia Italiana, e della immanità
Francese.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia, non già perchè vi
si temessero dai più i Francesi, avendo la rabbia tolto il lume
dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano, che quella furia, per
trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della
misera città. I giorni spaventevoli, le notti più spaventevoli ancora,
ridotta quella sede nobilissima a dover perire o per furore degli amici,
o per vendetta dei nemici. Così passarono le due notti dei ventitre ai
venticinque: ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata
impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio
ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il
giorno venticinque maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di
cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più
spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si
avvicinasse dalle parti di Binasco. Spargevano, fossero i Tedeschi; ma i
più nol credevano, ed incominciavano a trepidar dell'avvenire. I Pavesi
soprattutto stavano molto atterriti, perchè all'estremo punto i villani
non conosciuti, e di domicilio incerto, se ne sarebbero fuggiti; ma la
città, bersaglio certo ad un nemico sdegnato, sarebbe stata sola
percossa da quel nembo terribile.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a
Lodi con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu,
quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia.
Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè
quest'incendj più presto si spandono che non si estinguono, tornossene
subitamente indietro, conducendo con se una squadra eletta di cavalli,
ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in Milano,
considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione
uguale alla rabbia, o forse volendo risparmiare il sangue, si deliberava
a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con
l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a
sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto applicando l'animo a far
sicuro con la forza quello, che le esortazioni non avrebbero per
avventura potuto operare, rannodava soldati, e gli teneva pronti a
marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i
Binaschesi, facilmente gli rompevano, facendone una grande uccisione.
Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco,
l'arsero tutto: il funesto incendio indicava al mondo, che strage chiama
strage, fuoco chiama fuoco, e che male con forche, e con bastoni, e da
gente tumultuaria si resiste a bajonette, a cannoni, a battaglioni
ordinati. Rimasero lungo tempo in essere le ruine affumicate e le ceneri
accumulate dell'infelice Binasco, terribili segni a chi stava ed a chi
passava.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e fattosi al balcone del
municipale palazzo orava instantemente alle genti, che si erano
affollate per ascoltarla. Rappresentava la disfatta intiera dei
Tedeschi, la vittoria piena dei Francesi, la soggezione universale,
l'incendio di Binasco, le repubblicane schiere avvicinantisi pregne di
vendetta, Buonaparte già vicino, vincitore di tanti eserciti, e solito
piuttosto a compatire a chi s'arrende, che a perdonare a chi resiste.
Pensassero a Dio, che condanna ogni eccesso; pensassero alle mogli ed ai
figliuoli loro oramai vicini a divenir orfani dei mariti e dei padri
condotti al precipizio da un insensato furore; avessero risguardo a
quell'antichissima città, sedia di tanti artifizj preziosi, di tanti
palazzi magnifici, la quale nè munita, nè difesa da esercito guerriero,
sarebbe tosto preda di gente forestiera chiamata a vendetta da un
capitano invitto: già fumare Binasco, presto aver a fumare anche Pavia,
se più prestassero fede ad una illusione manifesta, che alle parole vere
di chi per costume, per grado e per età aveva l'ingannare più in odio,
che la morte.

Così parlava l'arcivescovo desiderosissimo di salvar la città; ma più
poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno, che le persuasive parole.
Gridarono, non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai
Francesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie
offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più
speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe,
accortesi oggimai che lo sperare nei Tedeschi era vano, e che i Francesi
già stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono
tutto all'intorno le mura di armi e di armati. Ma ecco arrivare a
precipizio il vincitor Buonaparte, ed atterrare a suon di cannoni le mal
sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra
breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano
frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si
davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna: si
nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il
vincitor disponesse: aspettava Pavia l'ultimo eccidio.

Entrava la cavallerìa della repubblica, correva precipitosamente,
trucidava quanti incontrava: cento sollevati in questo primo
abbattimento perirono. Entrava per la Milanese porta Buonaparte, e
postovisi accanto con le artiglierìe volte contro la contrada
principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei
cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestìo dei
cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei
soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo
spaventevole e miserando. Ma se periva chi andava per le vie, non era
salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco, dava
Pavia in preda ai soldati. Come prima si sparse fra i miseri cittadini
il grido del dover andare a sacco, vi sorse tale un pianto, tale un
terrore, tale una miseria, che avrebbe dovuto aver forza di piegare a
pietà ogni cuor più duro. Ma le soldatesche, avventate di natura ed
irritate alla morte dei compagni non si ristavano, e vi commisero opere
non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo
le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed
intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati
saccheggiatori. Le stanze poco innanzi seggio sì gradito di domestica
felicità, divenivano campo di dolore e di terrore. I padri e le madri
vedevano in cospetto loro contaminate quelle vite, che con tanta cura
nodrite avevano illibate e caste; ed il minor dolore che si avessero
erano le perdute sostanze. Funesti vestigj si stampavano nei penetrali
più santi, della forestiera rabbia. Quanti nobili palazzi desolati!
quanti ricchi arredi spersi! quanti utili arnesi fracassati! ma più
periva il povero che il ricco; perciocchè perdeva questi il mobile,
piccola parte del suo avere, perdeva quello l'uniche sostanze che si
avesse. Quest'erano le primizie della libertà. Al che se per Buonaparte
si rispondesse, che il sangue de' suoi soldati trucidati, e la sicurtà
del suo esercito queste esorbitanze necessitavano, nissuno sarà per
negare ciò esser vero; ma ognuno aggiungerà dall'altro lato, che non era
stato punto necessario che si espilasse il monte di pietà, nè che
s'insultassero le persone, nè che si rubassero le campagne. Perlochè
ragion vuole, che questi atti barbari siano dagli uomini imputati alla
vera origine loro, siccome le imputa certamente il sommo Iddio, giusto
estimatore delle opere dei mortali.

Scese intanto la notte del venticinque maggio, e coperse i fatti
abbominevoli da una parte, il dolore e la disperazione dall'altra.
L'oscurità accresceva il terrore; le miserabili grida che uscivano da
luoghi reconditi e bui, facevano segno che vi si venisse ad ogni
estremo, di cui più la umanità ha ribrezzo, e terrore. Così fra mezzo ad
un confuso tramestio di voci disperate, alle minacce di chi, avuto già
molto, voleva ancora aver di vantaggio, all'andar e venire di soldati
correnti con preda, od a preda, ai lumi incerti, che di quando in quando
splendevano funestamente fra le tenebre, si trapassava quella notte
orribile. Nè pose l'alba del seguente giorno fine al pianto ed alle
ingiurie. Solo la cupidigia del rapire, che non mai si sazia, continuava
più intensa della cupidigia del contaminare, che si sazia, e se il sacco
era tuttavìa avaro, non era più lascivo. Ma la luce rendeva più
miserabile agli occhi dei risguardanti il guasto che era seguìto la
notte; potevano i padroni giudicare di vista quale e quanta fosse stata
la ruina loro. Piangevano: la soldatesca intanto od adunatasi nelle
vuotate case, od assembratasi nelle riempiute piazze con esultazioni
romorose, e con risa smoderate, e col bere, e col tracannare, e col
raccontare, e col vantare come suole, con soldatesco piglio quello che
aveva fatto, e quello che non aveva fatto, mandava fuori l'allegrezza
concetta per una immensa ingiuria vendicatrice di una immensa ingiuria.
Tal era l'universale dei soldati: ma noi non vogliamo che lo sdegno, e
la compassione da noi sentita per opere tanto enormi, ci faccia
dimenticare i pietosi uffici fatti da molti soldati Francesi in mezzo a
confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che abborrendo
dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro
saccheggiare; altri più oltre procedendo, fecero scudo delle persone
loro ai miserandi uomini, ed alle miserande donne, chiamate a preda od a
vituperio dai compagni loro. Sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli
altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scelerata; ed io ho
udito raccontare, non senza lagrime di tenerezza, a fanciulle
castissime, come della illibatezza loro in sì estrema sventura state
fossero a Francesi soldati obbligate. Alcuni così operarono per buona
natura, altri tirati da compassione; poichè entrati nelle desolate case
con animo di far sacco, visto lo spavento ed il dolore degli abitatori,
si ristavano, e da infuriati nemici ad un tratto diventavano generosi
guardiani e difenditori. Nè mancarono di quelli, i quali vedendo le
donne svenute alle immagini atroci che agli occhi loro si
appresentavano, posto in obblìo il primo intento di far preda, intorno
ad esse si affaticavano per farle risensare, e riconfortarle, potendo in
loro più la compassione che l'avarizia. Altri finalmente furono visti, i
quali trasportati dall'impeto comune, e già poste a ruba le magioni
altrui se ne venivano carichi di bottino, tornarsene subitamente
indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili, solo perchè
soccorreva loro in mente la miseria di coloro ai quali rapite le
avevano. Così, se in mezzo a tanta concitazione alcuni Francesi di
perduta natura non si rimasero nè alle preghiere nè alle grida
compassionevoli dei saccheggiati, si scoverse in altri od una bontà
intemerata, od una compassione più forte dell'ira e della cupidigia: nel
che tanto maggior lode loro si debbe, che ebbero a superar l'esempio. Nè
si dee passar sotto silenzio, che se si fece ingiuria alle robe ed alla
continenza, non si pose però mano nel sangue. Il che non oserò già dire
che mi rechi maraviglia; ma bene dirò, che mi par degno di grandissima
commendazione, perchè il soldato poteva uccidere non solo impunemente,
ma ancora utilmente. Parte anche essenziale di questo fatto fu
l'immunità data alle case dell'università, le quali furono da quel
turbine preservate, quantunque in se avessero, massimamente il museo di
storia naturale, molti capi di pregio, anche per soldati. Questo benigno
risguardo si ebbe per comandamento dei capi; e certamente le generazioni
debbono con gratitudine riconoscere Buonaparte dello aver fatto in modo
che il rispetto verso gli studj e verso i sussidj loro trovasse luogo
fra tanti sdegni. Più mirabile ancora fu la temperanza dei capi
subalterni, od anche dei gregarj medesimi, che portando rispetto al nome
di Spallanzani, e di altri professori di grido, si astennero o pregati
leggermente, od anche non pregati dal por mano nelle robe loro. Tanto è
potente il nome di scienza, e di virtù, anche negli uomini dati
all'armi, ed al sangue!

Finalmente il mezzodì del giorno ventisei, siccome era stato ordinato da
Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva
fatto, non incrudelì di soverchio contro a coloro, che presi con le armi
in mano ancora grondanti di sangue Francese, meritavano, secondo le
leggi, come le chiamano, della guerra, che i repubblicani facessero a
loro quello, che essi avevano fatto ai repubblicani. Un solo fu fatto
passar per le armi in sul primo fervore a Pavia; poi altri tre, che
portati all'ospedale, già vi stavano per le ferite avute, con mal di
morte. Raccontarono falsamente le gazzette e le storie dei tempi, che i
municipali, uomini tutti nobili, fossero stati castigati con la morte,
perchè solo furono tolti d'ufficio, e con altri cittadini di maggior
credito, in qualità di ostaggi, condotti in Antibo. Calaronsi dai
campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la
prima terra che strepitasse, sacco, ferro, e fuoco avrebbe.

Pavia percossa da tanta tempesta, se ne stette occupata molto tempo da
uno stupore misto tuttavìa di spavento. Ma finalmente un vivere più
regolato, quantunque non fosse senza molestia, le maniere piacevoli dei
Francesi, soprattutto la mansuetudine di Haquin fecero di modo, che
succedendo la sicurezza al terrore, ognuno tornasse all'opere consuete.
Cominciavano intanto i Pavesi ad addomesticarsi con quei soldati, che
avevano creduto tanto terribili per fama, e pruovato vieppiù terribili
per atto. Siccome poi il primo e principale ornamento di Pavia era
l'università, così il nuovo reggimento poneva cura, che ed ella si
aprisse, ed i professori si accarezzassero. Secondavano il buon volere
di chi governava i Francesi medesimi, particolarmente quelli, che non
nuovi essendo nelle scienze e nelle lettere, onoravano e con ogni gentil
modo accarezzavano Spallanzani, Scarpa, Volta, Mascheroni, Presciani,
Brugnatelli, ed altri celebrati uomini, lume e splendore d'Italia. Fra
il romore dell'armi sorgeva l'università di Pavia, e l'opera più bella
di Giuseppe II imperatore era fomentata ed ajutata da coloro, che
avevano cacciato i suoi successori da quelle loro antiche possessioni.
Solo dispiacque la elezione procurata e fatta di Rasori alla carica di
professore, perchè camminava, come giovane, con soverchio affetto nelle
nuove cose, e quei professori, uomini gravi, prudenti e pratichi del
mondo, amavano meglio chi si mostrava inclinato al conservare uno stato
già pruovato, di coloro ai quali piacevano innovazioni d'effetto
incerto.

Buonaparte, posato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi
pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni
contro Beaulieu, che, come già fu per noi narrato, alloggiava con le
reliquie delle sue genti sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che
essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva
facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi
della repubblica Veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana
da' suoi territorj, doveva fra breve scagliarvisi, e due nemici
adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie,
che ogni cosa presagiva aver a riuscire ostinate e micidiali. Vedeva il
senato, che la terraferma quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe
presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva, che i Francesi si erano
risoluti ad andar ad assalire il loro nemico, dovunque il trovassero.
Impossibile era il prevedere quali avessero ad essere precisamente gli
effetti del duro contrasto, che sulle terre Venete si preparava, ma
certo era, che avrebbe portato con se accidenti di somma pernicie,
perchè non più si trattava del semplice passo di un esercito che va ad
altro destino, e che non avendo alcun timore, non occupa con stanze
stabili le terre grosse, nè i luoghi forti; ma bene si era giunto a tale
che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e
l'altra per primo pensiero il procacciarsi i proprj vantaggi, anche a
pregiudizio della neutralità Veneziana; perciocchè la salute propria, e
la necessità di vincere sono più forti del rispetto, che si dee portare
alla dignità ed ai diritti altrui.

Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di
Bergamo, principalmente quest'ultimo, cittadino zelantissimo,
d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini; e
del pericolo che ogni giorno si faceva più grave: ma le instanze loro
restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava, ed i partigiani
della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della
repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato, che in
un caso di tanta, anzi di totale importanza, le cose di terraferma
fossero rette con unità di consiglj aveva tratto a provveditor generale
in essa Niccolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo
amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente
non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè
nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di
spaventi, e di pensieri sinistri. Sperava il senato che Foscarini
avrebbe potuto con la sua destrezza intrattenere convenevolmente i due
capi nemici, e dimostrando loro la sincerità della repubblica, ottenere
che inferissero il minor male che possibil fosse, a quelle terre
innocenti. Confidava altresì che i popoli della terraferma, vedendo in
una persona sola un tanto grado e tanta autorità, si confermerebbero
vieppiù nella divozion loro verso la repubblica; perchè il mandare un
provveditor a posta, affinchè vigilasse sulla salute loro, era
testimonio che la repubblica non gli abbandonava. Diessi, come
moderatore a Foscarini, il conte Rocco San-Fermo, con quale prudenza non
si vede, perchè San-Fermo parteggiava piuttosto pei Francesi, ed era in
cattivo concetto presso ai Tedeschi per essere stata la sua casa in
Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di
Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave
mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in
Verona, città grossa, posta sul fiume Adige, e vicina ai luoghi dove
aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i
Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, confidando che la
sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non
conoscevano i tempi: il senato medesimo non gli conosceva: perchè lo
sperare in tanta sfrenatezza di principj politici, ed in un affare in
cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello stato, che si
sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato
privo di armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.
Bene il predicava il procurator Pesaro, armi chiedendo ed armati; ma
impedirono così salutifero consiglio le fascinazioni della parte
avversaria, ed abbandonossi inerme la repubblica nella fede di coloro,
che non ne avevano.

Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero,
per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu, ch'egli
volesse, correndo per la occidentale sponda del lago di Garda, occupare
Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada, che
dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva
gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti
più leggieri verso Desenzano; anzi procedendo più oltre, mandava una
grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla
sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza, che
sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre
verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada
agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le
sue genti indietro per guisa, che in vece di star minacciose sulla
destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume
nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva
quiete negli alloggiamenti loro.

Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte
giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè
gli Austriaci avevano passato pei territorj Veneti, ma non occupato le
terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia il dì ventinove di
maggio un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non
aveva in animo di attenere, avere, diceva, l'esercito Francese superato
ostacoli difficilissimi per venire a torre il grave giogo dell'Austria
superba dal collo della più bella parte d'Europa: vittoria, e giustizia
congiunte avere compito il suo intento; le reliquie del nemico essersi
ritratte oltre Mincio; passare, a fine di seguitarle, i Francesi per le
terre della Veneziana repubblica; ma non essere per dimenticare l'antica
amicizia, da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il
popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i
costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto;
pregare i magistrati ed i preti, informassero di questi suoi sentimenti
i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia,
che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore,
fedeli nella vittoria. A questo modo Buonaparte, il dì ventinove di
maggio del novantasei, chiamava amica di Francia quella repubblica, che
il direttorio, e Buonaparte medesimo già avevano accusato, come di gran
reità, dello aver dato ricovero al conte di Lilla; qualificava fedele
nell'onore quella nazione, che già avevano accagionato di aver dato il
passo alle genti Tedesche. La forza della verità operava da un lato, la
cupidigia del rapire e del distruggere dall'altro.

Come prima Beaulieu ebbe avviso, avere i repubblicani occupato Brescia,
valendosi del pretesto, pose presidio in Peschiera, fortezza Veneziana
situata all'origine dell'emissario del lago di Garda, e che altro non è,
se non il fiume Mincio. Temeva, che Buonaparte non portasse più rispetto
a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita,
principale difesa del passo del fiume. Era Peschiera piazza forte, ma il
senato, o, per meglio dire, i Savj, persistendo in quella loro eccessiva
neutralità, nè sospettando di un turbine tanto impetuoso, l'avevano
lasciata senza difesa. Solo sessanta invalidi la presidiavano: aveva
bene ottanta cannoni, ma senza carretti, e per munizioni, cento libbre
di polvere, ma cattiva; fortificazioni in rovina, ponti levatoj
impossibili a levarsi, difese esteriori senza palizzate, strada coperta
ingombra d'alberi, non una bandiera da rizzarsi sulle mura per far segno
a qual sovrano la fortezza appartenesse. Bene aveva il colonnello
Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione
della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo
dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma
Foscarini, che aveva più paura del difendersi, che del non difendersi,
aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva
continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da coloro, in favor dei
quali ei l'aveva usata, perciocchè Buonaparte affermava, che se il
provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona
a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata; il che era vero: ma se
Foscarini non l'aveva fatto, ciò era stato per non offendere il capitano
Francese, non per compiacere al capitano Tedesco.

Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle
fortificazioni che per la brevità del tempo poterono, rassettando i
bastioni e le altre difese cadute in rovina per la vetustà. Intanto
Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico con dargli concetto che
volesse spingersi verso la punta superiore del lago, si apparecchiava a
mettere ad esecuzione il suo disegno. Era questo di sforzare il passo
del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale Austriaco senza
sospetto, quantunque per le dimostrazioni del suo avversario avesse
ritirato parte delle sue genti ai luoghi superiori, che il vero pensiero
di Buonaparte fosse di assaltarlo a Borghetto. Però aveva munito il
ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattromila soldati
eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla
sponda medesima diciotto centinaja di cavalli stessero pronti a spazzare
all'intorno la campagna, ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto
delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in
ajuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente la
mattina i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta e s'indirizzavano
al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli
Austriaci già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi
valorosamente combattendo sostenevano l'impeto dei Francesi. Restavano
superiori sulla prima giunta, perchè non essendo ancora arrivate tutte
le genti di Francia, che dovevano dar dentro, la vanguardia, che prima
aveva ingaggiato la battaglia, fortemente pressata dalla cavallerìa
Tedesca, cominciava a crollare ed a ritirarsi. Ma sopraggiungendo
squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierìe, furono gli
Austriaci risospinti, nè potendo più resistere alla moltitudine che gli
assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra
del fiume, si ricoverarono sulla sinistra. Guastarono un arco del ponte,
acciocchè il nemico non gli potesse seguitare. Qui succedeva un tirar di
cannoni molto fiero da una parte e dall'altra del fiume, ma senza
frutto, perchè nè i Francesi potevano passare per la natura del ponte,
nè i Tedeschi si volevano ritirare. Ma erano le battaglie dei Francesi
di quei tempi più che d'uomini, e con più costanza e' le sostennero che
i loro antichi. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a
guida di una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non
curando nè la profondità di lui, perciocchè l'acqua gli arrivava insino
a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si
scagliavano: già varcava, ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta
audacia il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di
Lodi, rallentarono le difese, fu fatto abilità ai repubblicani, non solo
di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa
diede la vittoria compita ai Francesi: e come l'ebbero, così l'usarono;
perchè avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per
romperlo intieramente, e sì per impedire, se possibil fosse, che
gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma
Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar
la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau
contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo
della fortezza, e corresse a Castelnuovo ed a Verona. Così
impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo,
gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva
pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo
che poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più
avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al
ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare,
perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di
dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra,
s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor
fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa, e sostenere
una stretta battaglia tra Valleggio e Villafranca, sulla sponda di un
canale largo e profondo, che congiunge le acque del Mincio con quelle
del Tartaro. Infatti mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu
faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e per tal modo,
raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la
notte interrotto la battaglia del canale verso l'Adige: quindi passato
questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau
trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.

Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da
cui si rende manifesto, che se le armi Francesi di tanto riuscirono
superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore nei soldati
dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare,
per cui il giovane generale di Francia di sì gran lunga superò il
vecchio generale d'Alemagna. Del resto fu Beaulieu capitano pratico e
risoluto, e la perdita della battaglia di Montenotte, che aperse i passi
d'Italia ai Francesi, hassi unicamente a riconoscere da un accidente
straordinario; le disposizioni prese da lui innanzi, e durante il fatto
furono per ogni guisa eccellenti, e senza l'impensato intoppo di Rampon,
è verisimile che la fortuna si sarebbe scoperta favorevole a Beaulieu
piuttosto che a Buonaparte. Certamente per poco stette, che il cattivo
consiglio di quest'ultimo, nel quale ebbe anche contrarj i suoi migliori
generali, dello aver corso a Voltri e fortificato debolmente Montenotte,
non fosse cagione della sconfitta dei repubblicani.

S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno,
che il direttorio e Buonaparte nutrivano contro la repubblica di
Venezia, meno forse per odio che per utile; il che peraltro è più
odioso. Due erano i principali fini a cui tendevano, dei quali uno
accidentale e temporaneo, l'altro da lungo tempo premeditato e perpetuo.
Si conteneva il primo in questo, che l'esercito acquistasse per se tutti
i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno. Era il
secondo di turbare lo stato quieto della repubblica Veneta, perchè pel
presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per
l'avvenire sorgessero pretesti per darla in preda, secondochè pei tempi
si convenisse, a chi l'accetterebbe, come prezzo di pace con la Francia.
All'uno ed all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di
Verona, perchè il suo sito, dove sono tre punti, è padrone del passo
dell'Adige, ed è a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a
superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale
non poteva farsi dai Francesi senza un grande sollevamento d'animi in
quelle provincie.

Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indirizzò, dopo la vittoria di
Borghetto e la presa di Peschiera, Buonaparte i suoi pensieri: e però,
siccome quegli che era maestro perfetto d'inganni, incominciò a levare
un romore grandissimo, e ad imperversare sclamando, che Venezia per aver
dato ricovero ne' suoi stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica
alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali
dimostrava la parzialità del governo Veneto verso di loro. E così
tempestando, e moltiplicando ogni ora più nello sdegno e nelle minacce,
affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con
dire, che non sapeva quello che il tenesse, che non ardesse da capo in
fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria, che si era creduta
capitale dell'impero Francese. In questo alludeva al soggiorno fattovi
dal conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia. La quale
intemperanza ed assurdità di Buonaparte, sebbene sia raccontata come se
fosse un giojello da alcuni scrittori di storie dei nostri tempi, ai
quali più piacciono le giattanze di lui che la verità e la ragione, non
so se sia o più indegna del grado del capo di un esercito grande, o più
ridicola in se stessa; perchè, la Dio mercè, non fu mai nessuno in
Verona, nemmeno credo, i matti, se qualcuno ve n'era, che abbia creduto
che la città loro fosse diventata capitale dell'impero Francese. Solo
credettero aver fatto un'opera pietosa, coll'aver dato ricovero dentro
le loro mura ad un principe perseguitato ed infelice.

Quanto al fatto di Peschiera, da quello che abbiam narrato di sopra si
può giudicare, se posciachè i Veneziani, per non dar sospetto ai due
nemici, massime ai Francesi, non avevano voluto munire quella fortezza,
fosse la medesima difendevole, e se potessero impedire in un caso tanto
improvviso, che i Tedeschi vi entrassero; e poichè Buonaparte si
lamentava di questo fatto, saria bene a sapersi, se Peschiera in quello
stato in cui era, quando i Tedeschi l'occuparono, più fosse fortezza,
che Crema, o Brescia, quando furono occupate dal capitano di Francia.
Bene sapeva egli che cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè
scriveva al direttorio il dì sette giugno, che la verità dell'affare di
Peschiera era, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani,
avendo loro solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che
con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma il vero od il
falso non arrestavano Buonaparte, e queste querele faceva in primo luogo
per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser
munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni,
non poteva entrar di queto senza il consenso dei Veneziani; in secondo
luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al
direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di
Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè se
volessero cavar cinque o sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.
Così ad una brutta sete dell'oro soggettava il capitano repubblicano la
verità, il giusto e l'onesto.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie
del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore.
E però per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni,
che dalla sua bocca propria, e non da quella d'altrui voleva udire, si
mise in viaggio col segretario San Fermo per andarlo a visitare in
Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con
esso lui e con Berthier, che è da lodarsi per la umanità mostrata in
tutte queste occorrenze, se però non era un concerto alla soldatesca tra
lui e Buonaparte, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica
Veneziana, ed in ogni accidente seguitato i principj della più illibata
neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, che non voleva esser
convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia
all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle
parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar dai
Tedeschi Peschiera; il che era stato cagione ch'egli avesse perduto mila
e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la
neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani
non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le
sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che insomma erano
i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi trascorrendo dalle
minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani
l'aver dato asilo negli stati loro ai fuorusciti francesi, ed al conte
di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo
finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava, che prima del suo
partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e
che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai
Massena, che già forse le artiglierìe di Francia la fulminavano, e che
già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel
ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da
Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era
sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose
aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque,
aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto,
acciocchè il senato ne ragguagliasse. Così Buonaparte, che sapeva di
certo, e lo scrisse al direttorio, che per fraude, e contro la volontà
dei Veneziani erano gli Austriaci entrati in possessione di Peschiera,
questo fatto attribuiva a tradimento dei Veneziani.

Spaventato in tale modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un
poco sopra di se; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse,
che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal
direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il
seguente s'appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi
fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe
salva la città, ed avrebbero i Veneti la custodia delle porte, i
magistrati il governo dello stato; ma che se gli fosse contrastato
l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.

Queste arti usava Buonaparte il dì trentuno maggio per ottenere
pacificamente il possesso di Verona. Dal che si vede qual fede prestar
si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì ventinove del mese
medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse. Così quella
repubblica di Venezia, che due giorni prima era stata chiamata amica
della Francese, e dichiarata aver sempre camminato nelle vie dell'onore,
era il dì trentuno del mese medesimo divenuta, e già da lungo tempo, non
solo infedele, ma perfida e nemica alla Francia, ed il direttorio aveva
comandato a Buonaparte, che ostilmente contro una delle città più
eminenti del suo dominio e di tutta Italia corresse. Certamente non era
questo un procedere degno di un generale di una nazione civile, e che ha
nel nemico in odio più la perfidia che la guerra. Tale sarà il giudizio
che ne faranno le generazioni sì presenti che future, in cui la virtù
sarà sempre più potente che il vizio.

Da questa insidia, e da queste minacce si rendeva chiaro, quali
dovessero essere le deliberazioni del provveditor Veneto; posciachè,
prescindendo anche dagl'indegni oltraggi, quel dire di voler arder sul
fatto una città nobilissima del territorio Veneto, quell'affermare che
fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la
guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non
poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta,
ma ancora necessaria una subita presa di armi dal canto dei Veneziani.
Quello era il momento fatale della Veneziana repubblica, quello il
momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo
e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto
dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non
piangerebbe il mondo tante vite infelicemente sparse per fondare il
dispotismo di un capitano barbaro. Che se Foscarini non aveva questo
mandato dal senato, l'aveva dal cielo, favoreggiatore delle cause pie, e
nemico dei tiranni, l'aveva dalla sua nobil patria, l'aveva dal
consentimento di tutti i buoni gonfi di sdegno all'aspetto di sì inudita
empietà. Non con le umili protestazioni, non col privar Verona delle sue
difese doveva Foscarini rispondere a Buonaparte, ma con un suonar di
campana a martello continuo, con un predicar alto di preti contro i
conculcatori della sua innocente patria, con un dar armi in mano a
uomini, a donne, a fanciulli, con un fracasso di cannoni incessabile
dalle lagune all'Adige, dalle bocche del Timavo all'emissario di Lecco.
Certamente in un moto tanto universale molte vite sarebbero mancate,
molte città distrutte, Verona forse data alle fiamme, ma la repubblica
fora stata salva. Forse alcuni sentiranno raccapriccio all'udir
rammentare di queste battaglie di popoli. Pure le usarono contro i
Francesi gli Austriaci, sebbene non prosperamente, nell'ottocentonove, e
furono lodati: le usarono contro i Francesi medesimi prosperamente gli
Spagnuoli nell'ottocentodieci, i Prussiani nell'ottocentotredici, e
furono lodati; le vollero usare i Francesi contro gli Europei
nell'ottocentoquindici, e se non furono lodati, non furono neanco
biasimati. Ora non si vede perchè non sarebbe stato lodevole ai
Veneziani di usarle: che se gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Prussiani,
ed i Francesi hanno qualche privilegio, quando ne va la indipendenza,
anzi l'essere, od il non essere dello stato, di difendersi a stormo,
sarìa bene che il mostrassero, affinchè gl'Italiani si acquetino a tanto
diseredamento.

So che alcuni diranno, che il governo di Venezia era cattivo; ma si
risponderà dagli uomini savj, che non tocca ai forestieri il giudicare
della natura del governo, e meno ancora il correggerla; nè so se muova
più a sdegno che a compassione il pensare, che queste querele
dottoresche sulla mala natura del governo Veneto vengono principalmente
da quelli, che hanno trovato ottimo il governo del direttorio, che
voleva far tagliar la testa ai naufragati, e quello di Buonaparte, che
teneva prigioni per corso d'anni, ed anche in vita senza forma di
processo gl'innocenti. Fatto sta, che poichè si voleva rendere i popoli
Veneziani servi dei forestieri, e' bisognava con risoluzione magnanima
fare, che i popoli Veneziani si salvassero da se; ma Niccolò Foscarini,
in vece di gridar campane, come Piero Capponi, corse, pieno di paura, a
Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la
principale difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i
cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte. Il non aver
usato il rimedio dei popoli non solo fu fatale per l'effetto, ma fu
anche inutile per la fama; imperciocchè ed i partigiani e gli storici
pubblicarono a quei tempi, e tuttavìa pubblicano, sebbene bugiardamente,
ma per giustificare la sceleraggine commessa contro Venezia, che se
Venezia non fece, volle fare lo stormo contro i Francesi, già prima che
succedesse la sollevazione di Verona del novantasette, che racconteremo
a suo luogo. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto veramente è falsa,
non si sa che si volesse significare il manifesto di Brescia. So che
dagli adulatori di Buonaparte viene, sebbene con la solita falsità,
accagionato di aver macchinato questo stormo Alessandro Ottolini,
podestà di Bergamo a quei tempi, uomo meritevole di ogni lode per la
fedeltà e la sincerità sua verso la patria; ma egli solamente
s'ingegnava di mantenere le popolazioni Bergamasche affezionate al nome
Veneziano; e se quando s'impadronirono i Francesi di Verona, divenne
Ottolini più vigilante e più attivo, e fece opera che le popolazioni si
ordinassero, il fece perchè le minacce ed i fatti di guerra del capitano
del direttorio a ciò lo sforzarono. Quell'ordinarsi accennava, non un
voler nuocere altrui, ma un impedire che altri nuocesse a lui, e se
Ottolini si armava, avrebbe fatto meglio l'armarsi molto più. Certamente
avrebbe egli mancato del suo dovere verso la patria, se in tanto romore
di guerra, non solo imminente, ma presente negli stati di Venezia, non
avesse procurato di serbarsi padrone di se medesimo, e capace di
mantenere con buoni ordinamenti salva la provincia commessa alla sua
fede rispetto ai due nemici, che venivano a rapire le sostanze
Veneziane, e ad ammazzarsi tra di loro sulle terre della repubblica. Ma
nei tempi scorretti che abbiamo veduto, fu costume il chiamar traditori,
ed il perseguitare con ogni sorte di pubblico improperio coloro, che più
sono stati fedeli alle loro patrie, come se fosse stato debito loro il
servire piuttosto a Buonaparte nemico, che ai principi proprj ed alla
patria, ed a quanto ha la patria in se di caro e di giocondo. Così fu
infamata la virtù di Alessandro Ottolini e di Francesco Pesaro in
Italia, di Stadion in Austria, di Stein in Prussia: così anche furono
condotti a morte Palmer di Baviera, Hofer di Tirolo: così finalmente i
magnanimi Spagnuoli furono chiamati col nome di briganti. Queste cose
chi generoso scrittore fosse, dovrebbe con disdegnosa e riprenditrice
penna altamente dannare, non cercar di scusare, ora con le parole ed ora
col silenzio, l'inganno, l'ingiustizia, e la tirannide.

Come prima si sparse in Verona, per la venuta del Foscarini, che i
Francesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone
di ogni condizione e grado uno spavento tale, che pareva che la città
avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè
sapevano che i repubblicani gli perseguitavano. Il popolo raccolto in
gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e
di terrore accusava la debolezza di Foscarini, e le perdute sorti della
repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il
pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in
un subito la strada da Verona a Venezia impedita da un lungo ingombro di
carrozze, di carri e di carrette, che le atterrite famiglie
trasportavano con quelle suppellettili, che in tanta affoltata avevano a
molta fretta potuto raccorre. Facevano miserabile spettacolo le donne
coi fanciulli loro in braccio od a mano, che piangendo abbandonavano una
sede gradita per amenità di sito, graditissima per una lunga stanza. Nè
minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi
occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più
preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarj dei poveri: navigavano
intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le
acque del mare terre non ancora percosse dalla furia della guerra.

Entrarono il dì primo giugno i Francesi in Verona. Quivi Buonaparte
lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose
piazze, i tempj, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto, per
indurre opinione ch'egli elevasse l'animo alla grandezza Romana,
l'Arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche
padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti,
ma ancora le porte e le fortificazioni. Così si verificava, secondo il
solito, la promessa di Buonaparte del voler solo occupare i ponti. Al
medesimo modo, pure secondo il solito, mantenne le promissioni da lui
fatte nel manifesto di Brescia del voler pagare in contanti tutto ch'ei
richiedesse in servigio dei soldati; imperciocchè essendosi sparsi nelle
campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del
Veronese, vi facevano tolte incredibili, che, non che si pagassero, non
si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le
cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con
quella prestezza medesima, con cui si rapivano. Quindi era desolato il
paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto
alla umana generazione è necessario, così grave e così stolto, come in
questa terribil guerra si fece. I popoli intanto vessati in molte forme,
e cadendo da una lunga agiatezza in improvvisa miseria, entravano in
grandissimo sdegno, e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor
più gravi.

A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di
Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di
Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì ventinove
giugno, salve le robe, e le persone, eccettuati solo i fuorusciti
Francesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Trovarono
dentro la fortezza cencinquanta cannoni grossi, sei mila fucili, polvere
e palle in proporzione, con molto bestiame vivo. Fu questo acquisto di
grande importanza ai Francesi, perchè era il castello come un freno ai
Milanesi, e molto assicurava le spalle dei repubblicani. Per
solennizzare questa vittoria, si fecero molte feste, balli e conviti,
dai repubblicani Francesi meritamente, dai repubblicani Italiani per
imitazione.

La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè
trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così
per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e
sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro; quivi
ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano oltre a ciò a domarsi il
papa, ed il re di Napoli, e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual
cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena,
s'incamminava alla volta di Bologna, città, forse più di ogni altra
d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che conoscendo bene la
libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forestiero.

Aveva il senato di Bologna anticonosciuto, che per la vittoria di Lodi
diveniva il generale Francese signore di tutta la Lombardìa, quanto ella
si distende dall'Alpi agli Apennini. Però desiderando di preservare il
Bolognese, e massimamente la capitale, dalle calamità che accompagnano
la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creato un'arrota d'uomini
eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e
Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò veduto il generalissimo, il
pregassero di aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il
sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli, che
nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo
stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione,
specialmente se come nemici allo stato pontificio si accostassero, aveva
commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era
intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano, e
procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della
repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da
Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli
era stato raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori
di Bologna: parlaronsi nei colloquj secreti di molti gravi discorsi, il
fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità
pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita già fin
dai tempi della lega Lombarda, e ad impetrare che i soldati
repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente.
Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio:
Buonaparte che sel sapeva, promise ogni cosa, e più di quanto i deputati
avevano domandato: partironsi molto bene edificati di lui, e se ne
tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciavano. Comparivano il
diciotto giugno in bella mostra, e con aria molto militare poco distante
da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di
cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e
schieratasi avanti al palazzo pubblico faceva sembiante d'uomini amici e
liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta
al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico
dell'arrivo dei Francesi, e della buona volontà mostrata dai capi.
Esortava che attendessero quietamente ai negozj; comandava che
rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo
i casi, a chi o con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il
seguente giorno la retroguardia: arrivavano la notte Saliceti, e
Buonaparte.

Era costume di Buonaparte, per fare che i popoli si muovessero più
facilmente contro i governi loro, e sentissero meno acerbamente il suo
dominio, di dare loro speranza di liberargli, e spesso anche gli
liberava da quanto essi governi avevano o di più odioso o di più
gravoso; perchè in tutti i reggimenti sono sempre di questi tasti, che
fanno mal suono ai popoli. Aveva Bologna perduto la sua libertà, od
almeno quello che stimava libertà, dappoichè la somma delle faccende
dello stato era venuta in mano della chiesa; la qual cosa i Bolognesi
sopportavano molto di mala voglia. Oltre a questo era Bologna stata
spogliata dai pontefici del dominio di Castel Bolognese, terra grossa
situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi
di ricuperare quell'antica colonia. Nè ripugnavano a questa
ricongiunzione i castellani medesimi, ricordevoli tuttavìa del dolce
freno col quale erano stati retti. Buonaparte, informato dai deputati di
questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di
Castel Bolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i
Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed independente. Nè
mettendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato, se ne
partisse immantinente da Bologna. Indi chiamato a se il senato, a cui
era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che essendo informato
delle antiche prerogative e privilegi della città e della provincia,
quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e
lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico
governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e
piena ritornasse: darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione,
quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica
si assomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui
giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la
dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei
corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.

Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un
particolare seggio riceveva Buonaparte il giuramento dei senatori in
questa forma: «A laude dell'onnipotente Iddio, della Beata Vergine, e di
tutti i Santi, ad onore eziandìo, e riverenza della invitta repubblica
di Francia, noi gonfaloniere e senatori del comune e popolo di Bologna
giuriamo al signor generale Buonaparte, comandante generalissimo
dell'esercito Francese in Italia, che non faremo mai cosa contraria
agl'interessi della stessa invitta repubblica, ed eserciremo l'ufficio
nostro, come buoni cittadini, rimosso ogni qualunque odio o favore, e
tanto giuriamo nella forma patria, toccando gli Evangeli».

Prestatosi dal senato il giuramento, si accostarono a prestarlo,
presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che
ecclesiastici; il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al
popolo, perchè nuova, e con qualche speranza grata al senato, perchè da
servo si persuadeva di esser divenuto padrone, non badando che se era
grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi
signori.

Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro.
Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i
popoli, parendo loro che le contribuzioni fossero opera piuttosto da
nemico, che da alleato; conciossiachè con questo nome aveva il
generalissimo chiamato la repubblica di Bologna. Pure se ne acquetavano,
perchè sapevano che bisogna bene, che i soldati vivano del paese che
hanno. Solo si sdegnavano dello scialacquo, perchè conformandosi
quietamente al fornire le cose necessarie, non potevano tollerare di dar
materia ai depredatori, che i soldati, e gl'Italiani ugualmente
rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che
dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto, che Saliceti e Buonaparte, ai
quali il direttorio aveva dato in preda l'Italia, portavano alle
proprietà ed alla religione. Imperciocchè, poste violentemente le mani
nel monte di pietà, lo espilarono per far provvisioni, come affermavano,
all'esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di
lire ducento, come se fosse lecito rapire o non rapire, secondo le
maggiori o minori facoltà dei rapiti. Ma temendo gli autori di tanto
scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante
schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero
le armi ai cittadini.

I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto
prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni,
il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio,
finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli,
ambasciadore di Bologna. Creato dai vincitori a Ferrara un municipio
d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di
scudi romani in contanti, e di trecento mila in generi. Queste angherìe
sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè
tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè
concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si
sollevarono, gridando guerra contro i Francesi. Pretendevano alle parole
loro, e ne fecero anche fede con un manifesto, perchè si accorgevano che
soli, e senza un moto generale, non potevano sperare di far effetto
d'importanza, la religione, la salvezza delle persone e delle proprietà,
la libertà e l'indipendenza d'Italia. Concorsero nel medesimo moto coi
Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto
concitata, e risoluta al combattere. I preti gli secondavano, dando a
questa moltitudine il nome di oste cattolica e papale. Augereau, come
ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di fanti
e di cavalli, alla quale era preposto il colonnello Pourailler.
Comandava intanto pubblicamente, avessero i Lughesi a deporre le armi e
ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse, fosse ucciso. Aveva in
questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposto la
sua mediazione, perchè da una parte i Francesi perdonassero, dall'altra
i Lughesi, deposte le armi, si quietassero. Ma fu l'intercessione
sdegnosamente rifiutata da quei popoli, più confidenti di quanto fosse
il dovere, in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi
venire, per la ostinazione loro, al cimento dell'armi, i Francesi si
avvicinavano a Lugo, partiti in due bande, delle quali una doveva far
impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La
vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in una imboscata,
in cui restarono morti alcuni soldati. Non ostante, volendo il capitano
Francese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a
Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta;
narrasi anzi da Buonaparte, che i sollevati, fatto prima segno
all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione
dei messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i
Francesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le
parti con molto valore. Finalmente i Lughesi rotti e dispersi furono
tagliati a pezzi con morte di un migliajo di loro, avendo anche perduto
la vita in questa fazione ducento Francesi. Fu quindi Lugo dato al
sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni
cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato; rimasero per lungo
tempo visibili i vestigi della rabbia con cui si combattè, e della
vendetta che seguitò. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai
sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono.
Comandava Augereau, che tutti i comuni si disarmassero, che le armi a
Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore, fosse
ucciso; ogni città, o villaggio, dove restasse ucciso un Francese, fosse
arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Francese, fosse ucciso, e
la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse
adunanze di gente armata, o disarmata, fosse ucciso. Tali furono gli
estremi della guerra Italica, giusti per la conservazione dell'esercito
di Francia, ingiusti per le cagioni ch'egli stesso aveva indotte; perchè
il volere che i popoli ingiuriati non si risentano, è voler cosa
contraria alla natura dell'uomo.

Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto nei feudi imperiali prossimi
al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Francesi.
Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il
rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale
Lannes con un buon nervo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì
Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce, e pel
terrore dei supplizj.

Le vittorie dei repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia,
l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo
spavento Roma. Ognuno vedeva che il resistere era impossibile, e
l'accordare pareva contrario non solo allo stato, ma ancora alla
religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si
poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni, che
un vincitore acerbo per se, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe
dal pontefice richiesto. Nè meglio si poteva antivedere, se avrebbe
portato rispetto alla città stessa di Roma, parendo, che siccome sarebbe
stato un gran fatto l'occupazione di lei, così Buonaparte cupidissimo di
gloria l'avrebbe mandata ad effetto. E quale disordine, quale
conculcazione delle cose sacre e profane prodotto avrebbe la presenza
d'uomini poco continenti dalle cose altrui, e poco aderenti alla
religione, di cui era Roma seggio principale? Per la qual cosa, come in
tanto pericolo i privati uomini non avevano più consiglio, così poco
ancora ne aveva il governo, perchè le armi temporali mancavano, le
spirituali non valevano, il nome di Roma era più sprone che freno, e la
dignità papale, che pure aveva frenato ai tempi antichi un capitano
barbaro, era venuta in derisione. I ricchi pensavano alla fuga, come se
il nemico già fosse alle porte. Gran tumulto, gran folla e gran concorso
erano, principalmente a porta Celimontana di gente di ogni sesso, di
ogni grado e di ogni condizione, che fuggendo dal minacciato
Campidoglio, s'incamminava spaventata verso Napoli. Temevasi la
cupidigia del nemico, temevasi la temerità dei cittadini.

Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore dei suoi consiglieri e del
popolo, serbava tuttavìa la solita costanza, aveva commesso al cavaliere
Azara ed al marchese Gnudi, andassero a rappresentarsi a Buonaparte, e
procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo
loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte,
in nome per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo
ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà, perchè non gli
era nascosto che l'imperatore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso
di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi stati in Italia, e che
però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia
inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto
delle sue armi contro lo stato pontificio. Laonde concludeva, il dì
ventitrè giugno, una tregua coi due plenipotenziarj del papa, in cui fu
stipulato, che il generalissimo di Francia, e i due commissarj del
direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo
Francese aveva verso Sua Maestà il re di Spagna, concedevano una tregua
a Sua Santità, la quale tregua avesse a durare insino a cinque giorni
dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi
fra i due stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un
plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse a nome
del pontefice gli oltraggi e i danni fatti a' Francesi negli stati della
Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi
alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche
si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si
chiudessero, ai Francesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse
in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella
di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierìe, munizioni e
vettovaglie si consegnasse ai Francesi; la città continuasse ad esser
retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi,
statue ad elezione dei commissarj, che sarebbero mandati a Roma;
specialmente, poichè i repubblicanuzzi di quel tempo la volevano far da
Bruti, i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si
dessero; oltre a questo cinquecento manoscritti ad elezione pure dei
commissarj medesimi cedessero in potestà della repubblica; pagasse il
papa ventun milioni di lire tornesi, dei quali quindici milioni e
cinquecento mila in oro, od argento coniato o vergato, e cinque milioni
e cinquecentomila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno
milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle
tre legazioni; il papa desse il passo ai Francesi ogni qualvolta che ne
fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.

Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra
Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto
gravi, parve nondimeno un gran fatto, che si fosse potuto distornar da
Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata
città. Intanto non lieve difficoltà s'incontrava per mandar ad effetto
il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto
consumato dalla guerra sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e
degli argenti, sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè
raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo, che insino dai
tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Sant'Angelo, fu
dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli,
vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi stati, aveva ritirato settemila
scudi di camera, che erano depositati nel tesoro pontificio, come
rappresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non
aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al
tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta della pecunia coniata
produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei
privati, il quale fu, che le cedole, che già molto scapitavano,
perdettero viemaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo
romore di guerra, e sul bel principio di una speranza di pace, le cose
pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si pruovavano gli
estremi di una guerra lunga e disastrosa.

Tutto questo risguardava alle facoltà sì pubbliche che private, ma il
governo di Francia, spaventando il papa, non solamente aveva in animo di
cavar denaro pei soldati, ma ancora di tirare il pontefice a far qualche
dimostrazione, acciocchè i cattolici di Francia accettassero volentieri
le cose fatte, e con la opinione favorevole della maggior parte dei
popoli il nuovo stato si confermasse. Era questo motivo di grande
importanza in tutta la Francia, ma molto più sulle rive della Loira,
dove coloro che avevano l'armi in mano contro il reggimento nuovo,
pretendevano alla impresa loro parole di religione. Conseguì Buonaparte
questo fine. Il pontefice mandava fuori il cinque luglio un breve
indiritto ai fedeli di Francia, col quale paternamente, ma fortemente
gli esortava a sottomettersi, e ad obbedire ai magistrati, che il paese
loro governavano; affermava essere principio della religione cattolica,
che le potestà temporali siano opere della Sapienza divina, che le
prepose ai popoli, affinchè le faccende umane non fossero governate
dalla temeraria fortuna, o dalla volontà del caso, e le nazioni agitate
da onde contrarie; avere perciò Paolo apostolo, non particolarmente di
uno special principe, ma generalmente di questa materia parlando,
statuito, che ogni potestà da Dio procede, e che chi alle potestà
resiste, alla volontà di Dio resiste. Badassero dunque bene, sclamava il
pontefice, a non lasciarsi traviare, ed a non dare, sotto nome di pietà,
occasione agli autori di novità, di calunniare la religione cattolica,
il che sarebbe peccato, che non solo gli uomini, ma Dio stesso con pene
severissime punirebbe; poichè sono, continuava, dannati coloro che alla
potestà resistono. «Vi esorto adunque, terminava il pontefice, figliuoli
carissimi, e vi prego per Gesù Cristo nostro Signore, ad essere
obbedienti, ed a servire con ogni affezione, con ogni ardore e con ogni
sforzo a coloro che vi reggono, perchè a loro obbedendo, renderete a Dio
medesimo quell'obbedienza, di cui gli siete obbligati; ed essi vedendo
vieppiù, che la religione ortodossa non è sovvertitrice delle leggi
civili, le presteran favore e la difenderanno, in adempimento dei
precetti divini, ed in confermazione dell'ecclesiastica disciplina:
infine desiderio nostro è che sappiate, figliuoli carissimi, che voi non
abbiate nissuna fede in coloro che vanno pubblicando, come se dalla
santa sede emanassero, dottrine contrarie a questa».

Queste esortazioni del pontefice non partorirono effetto alcuno in
Francia, perchè da una parte non rimise punto il direttorio del suo
rigore contro i preti cattolici, che non avevano voluto giurare la
constituzione del clero, dall'altra i Vendeesi, e coloro che in
compagnìa loro combattevano nelle province occidentali della Francia, od
in altri luoghi impugnavano o palesemente o segretamente il governo di
Parigi, non davano luogo ad alcuna inclinazione alla pace. Nè alcun
frutto buono sorse da quest'atto di Pio. Gli uni dicevano che l'aveva
fatto per forza, gli altri per debolezza, e nissuno obbediva. Allegavano
poi la fermezza dei principj non poter essere scossa, nemmeno
dall'autorità del papa. Così gli uomini obbediscono all'autorità delle
sentenze, quando è favorevole alle loro opinioni od interessi, non
obbediscono quando è contraria. Quindi nasce che il genere umano è più
ancor pieno di contraddizioni, che di enormità.

La presenza dei Francesi negli stati pontificj aveva bensì atterrito i
sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto
nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa esortato dal generale
repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con
pubblico manifesto, e comandava ai sudditi, trattassero con tutta
benignità i Francesi, come richiedevano i precetti della religione, le
leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli, e la volontà espressa del
sovrano.

Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello stato.
Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace
definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di
conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di
risorgere, s'inviava dal pontefice a Parigi l'abbate Pieracchi con
mandato di negoziare, e di stipulare la pace. Tanta variazione avevano
fatto in pochi giorni le sorti di Roma, che quel pontefice, il quale
poco innanzi esortava con tutta l'autorità del suo grado i principi ed i
popoli a correre contro i Francesi partigiani del nuovo governo, come
gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna
comandava con parole contrarie alle precedenti ai fedeli di Francia ed
ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai
Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione
dell'autorità del Romano seggio.

Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato
dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti
di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero
partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza.
Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie
dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il
terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro
ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i
soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando
che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto
all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad
estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi
imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che
trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato
ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti
con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a
marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si
ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe
aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che
consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava
loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire
anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali,
scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui
gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra
che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue
e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di
religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che
volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per
questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo
ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine:
saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città
illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse
dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i
popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il
diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere
principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il
suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo
tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il
coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per
gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad
impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna
proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro
un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,
profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti,
calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei
suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua
Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli
accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire,
che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de'
suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha
in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti
consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe
dato favore in così santa, in così generosa impresa.

Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi
poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo
sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere
se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i
figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà
contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della
religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno
prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di
popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la
riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste
parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete
constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi
piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima
volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia,
che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo,
ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal
capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del
vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in
Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate
ad essere il custode».

Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo
dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto
pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero
veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.

Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti
di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto
con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle
occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice,
avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare
fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il
papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli
accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di
Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una
sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a
concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova
si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta
piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel
valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto
pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava,
considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza
dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si
concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di
tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la
repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si
trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero
alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero
le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle
armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri
rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica,
quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani,
lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo
lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva
mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza
che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi
aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole
scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma
eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva
combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva
combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il
toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe
di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi
stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto
solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno
una provincia prima di stipulare.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue,
di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia
naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva
mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi,
Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed
allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro,
non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre
ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la
umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi
richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con
molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico,
che era stato loro imposto dalla repubblica.

Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di
Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati
in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di
Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si
cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei
neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina
Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare
con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto
potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per
frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con
ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera
della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi
Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di
Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno
per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per
liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.

Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse
verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò
fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che
sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era
stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar
Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e
confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di
correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo
intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel
papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il
marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè
s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo
impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per
quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la
prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi
punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere
improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con
parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava
il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il
gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa
alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia
sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal
direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere
informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato
facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni
dell'ingresso.

Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal
generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con
una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero
avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza
Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state
trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani
arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta
bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate,
salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col
solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte
medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno
gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio
dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per
voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per
continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di
guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in
tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane
sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe;
s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i
popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si
arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo
stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei
nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di
riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro
che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica
conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i
ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi
querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura,
Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto
ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte
era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come
di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno,
ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la
virtù di Vaubois e di Belleville.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano
al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al
direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa
Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato
della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che
in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità
di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran
duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al
direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che
potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di
cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al
direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo
del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato
un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il
principe di Toscana.

Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi
alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo
sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione
del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che
avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non
avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro
generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il
re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato
che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la
medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano,
furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia
l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che
fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto
veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il
diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità,
ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se
Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da
Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva
in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da
quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani
Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per
suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani
le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare,
serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente
e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità,
invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana,
chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di
denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli
possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata
all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di
San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e
Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico.
Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla
potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra,
non andò ora esente dalle comuni calamità.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma
parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio,
stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati
Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a
Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola
non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori
indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per
ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome,
e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e
dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere
all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte,
unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non
distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava,
non che del lodevole, anco del biasimevole.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi,
le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti,
ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era
riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o
spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la
repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti
s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per
uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe
stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era
sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che
macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i
pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi
spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era
uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei
principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di
distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a
calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più
speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la
condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa.
Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche
sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi
dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in
quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per
passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo,
tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler
ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza
dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora
era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè
l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non
sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al
Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I
Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una
subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera;
nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte
sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia
alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente
eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero
velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle
genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla
Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi
ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non
mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a
governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle
guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello
che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di
guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto
e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la
costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese
aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati
gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili
dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e
tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata
commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è
quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è
stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia.
Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il
principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un
capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le
opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente
contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi
corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in
breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i
suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich,
doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva
e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e
Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era
pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per
la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano
ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la
destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso
Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra
dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava
dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le
battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in
odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero
per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste
genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter
opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e
tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia
condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per
potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra
Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich,
insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce,
dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da
vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala
sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la
sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea,
secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non
discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti
dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti
a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior
pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze
Austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati
marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime
scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi
loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora
fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova
inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione
non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per
verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo
in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo
preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente
l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era
ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa
contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei
forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena
velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona.
Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella
celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario
avessero fatto, avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi
passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata
da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual
cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè
Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei
Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non
probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che
custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza,
quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto
peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi
risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni
banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro
una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che
da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò,
correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i
Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra
morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato
e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e
già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose
Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave
pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a
tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di
Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau,
che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in
tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella,
rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più
grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse.
Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione
mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale
Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con
parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato
Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna
commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse.
Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che
anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito
Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente
Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti
in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi
che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la
speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.

Favoriva questo pensiero l'essere la mezzana e la destra degl'imperiali
separate di largo spazio per mezzo del lago, del quale elleno non
avevano la signorìa sicura, stantechè i repubblicani lo correvano con
barche armate e leggiere. Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale
delle due parti dei Tedeschi ei dovesse assaltare; perciocchè intenzione
primaria di Wurmser fosse di far allargare l'assedio di Mantova, nel
qual fine insistendo, non sarebbe così facilmente corso in ajuto di
un'altra parte de' suoi che pericolasse. Importava anche assai
l'assalire la parte meno grossa, e nel tempo medesimo quella, che in un
caso sinistro gli avrebbe potuto troncar la strada verso Milano. Fatte
tutte queste considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto col
grosso de' suoi contro di Quosnadowich, che vincitore di Salò e di
Brescia turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a
Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che, se
gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina dei repubblicani.
Perlochè chiamava a se tutte le sue genti, anche quelle che stavano a
campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le
artiglierìe, che servivano alla oppugnazione della piazza, al perdere
l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbe credere per
la incredibile celerità dei soldati, tutte queste mosse, mandava a corsa
considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò, e liberasse
Guyeux che tuttavìa si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne,
assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo
rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e verso Salò voltandosi,
ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich.
Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci,
che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti,
ancorachè fossero molto sanguinosi, massimamente quello di Desenzano,
dove il reggimento di Klebeck, che sostenne con grandissimo valore quasi
tutto il peso della giornata, perdè più di mille soldati, quel fine che
Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori, Sauret in Salò,
Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in
Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte
degli avversarj, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo
ajuto, e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il
ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per
tal modo Buonaparte co' suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati,
sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già
fatto molto male, ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse
allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese.
Intanto per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava
Massena con tutto il suo corpo di truppe.

Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro,
gli Austriaci s'impossessavano di Verona, e Wurmser, difilandosi per la
sinistra del Mincio, entrava con un grosso corpo, ed in sembianza di
vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte
dai Francesi, e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di
grosse artiglierìe, che, trovati nella cittadella di Ancona, nel forte
Urbano e nel castello di Ferrara, o presi per forza, o dati loro in mano
dal papa in virtù della tregua, vi avevano condotto per battere la
piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi
successi di Quosnadowich, ed ignorando i sinistri, dava opera
securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero
necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza;
conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle dei disastri
accaduti a Quosnadowich; il che lo fece accorgere, che la fortuna
Francese era ancora in istato, e tuttavìa più dubbio ciò, ch'ei credeva
già sicuro. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, ed
avendo ancora forze sufficienti per affrontarsi, con isperanza di
vittoria, col nemico, usciva da Mantova, e se ne giva alle stanze di
Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era
stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale
Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza
d'animo inescusabile, abbandonava il posto, ed andava con la sua squadra
fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di
Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a
Buonaparte, che, deponendo il pensiero di più volere assaltar il nemico,
voleva ritirarsi sul Po, deliberazione veramente perniciosissima, e che
sarebbe stata la rovina di tutta la guerra Italica: l'avrebbe anche
mandata ad effetto, se Augereau più animoso di lui non l'avesse impedita
confortandolo a rientrare nella sua solita magnanimità, ed a mostrare il
viso alla fortuna. Debbe perciò la Francia restar obbligata della gloria
acquistata nei campi di Castiglione più che a Buonaparte, ai consiglj di
Augereau avanti il fatto, ed al suo valore nel fatto. Ma Buonaparte non
ancora ripreso l'animo, e la mente ancor piena del grave pericolo in cui
si trovava, stava tuttavìa dubbio e spaventoso, nè sapeva risolversi nè
al combattere, nè al ritirarsi. Augereau, che il conosceva, lo esortava
ad appresentarsi ad una mostra di soldati. Quando eglino videro il
capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo, e di estro Francese, con
lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a non aver
timore, a fidarsi in loro: gli conducesse pure alla battaglia; e
sclamando, viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano echeggiare i
colli di Castiglione di quel romore festivo. Or bene sia, disse
Buonaparte, accetto il felice augurio, domani vedrete in viso il nemico.

In questo mezzo Quosnadowich, che era capitano ardito e pratico,
ricevuti alcuni rinforzi alle sue stanze di Gavardo, ed avute le novelle
dello avanzarsi di Wurmser verso Castiglione, conoscendo di quanta
importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con esso lui ad un
impeto comune, od almeno il consuonarvi per una diversione, usciva di
nuovo in campagna, e prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi
signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato.
L'antiguardo di Quosnadowich condotto dal generale Ocskay già si era
impossessato di Lonato; le cose divenivano pericolosissime pei
repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo
vicino a Lonato, e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva la
somma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si
difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser,
mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare
Ocskay. Fu durissimo l'incontro. Pigeon non solamente fu rotto e vinto,
ma perdè tre pezzi d'artiglierìe leggieri, e venne prigioniero in mano
del nemico. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per
rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso
squadrone assai fitto, e lo mandava a serrarsi addosso al centro del
nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria, e credendo, non solo
di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano,
distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte.
Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la
vittoria ai Francesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto
dell'ali estreme degl'Imperiali con mandar loro incontro quanti feritori
alla leggiera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava
dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa, non senza grave
uccisione dei repubblicani; ma finalmente non potendo più reggere a sì
impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il
lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si racquistarono
le perdute artiglierìe. I Francesi seguitavano gli Austriaci a
Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultima fine, se non era che,
sopravvenendo con ajuti mandati da Quosnadowich il principe di Reuss,
gli metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò. In tutte
queste zuffe tanto miste ebbe più parte la fortuna che l'arte, e sebbene
i disegni dei generali Tedesco e Francese fossero certi, del primo di
calare, del secondo d'impedire che calasse, pare a noi, che Quosnadowich
abbia meglio eseguito il suo intento, che Buonaparte, perchè quegli calò
quando volle, e questi non l'impedì quando volle; ed anche si può
argomentare da tutti i fatti successi sulla destra del lago, che il
generale repubblicano abbia più operato a caso, o per necessità, che con
proposito deliberato, dominato piuttosto, che dominatore della fortuna.

Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Francesi, Augereau,
che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il
principale impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito
Tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi
l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della
terra, con farvi alloggiare una forte banda di soldati, che era
l'antiguardo di Wurmser governato dal generale Liptay. Il castello, i
colli vicini, ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati, tanto
più confidenti in se medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo,
si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi,
che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e
per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert,
facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni. Verdier
con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il
castello medesimo di Castiglione, e nella parte superiore il generale
Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma per
provveder meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte, che la
schiera di ultima salute condotta dal generale Kilmaine andasse ad
unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia.
S'incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il
dì tre d'agosto; animava gli uni la memoria delle vittorie fresche, e la
presenza dei loro generali Buonaparte ed Augereau, gli altri il vicino
soccorso del maresciallo. Dopo una ostinatissima difesa Liptay, non
potendo più reggere, si ritirava: anzi scrivono alcuni, che disperando
affatto della giornata, già si fosse risoluto di arrendersi. Ma o che in
questo punto si fosse accorto, che i repubblicani non erano tanto
numerosi quanto a prima giunta si era persuaso, come si narra da qualche
storico, o che, come altri credono, avesse veduto un grosso di
cavallerìa Tedesca, che accorreva galoppando in suo ajuto, ripreso
animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già con
incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando
Robert, uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia lo assaliva. Questo
urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano,
lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Francesi. Ebbe in
questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che
arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte, che non aveva ancor
perduto, e continuava a tempestare con costanza veramente Austriaca. Il
contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su
tutta la fronte. Finalmente i Francesi, spintisi avanti con la solita
concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul
ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste Tedesca fosse arrivata,
conquistarono il ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i
Francesi seguitando il favor della fortuna, rompevano, tanta era la
pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli
Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto, se una batterìa
posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato
l'impeto loro. Ciò fu cagione, che tenendo ancora gli Austriaci la
posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Francesi l'inoltrarsi
nella pianura, che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali,
e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo,
un'altra ostinata battaglia. In questa fazione combattuta con
grandissimo valore da ambe le parti, perdettero gli Austriaci fra morti,
feriti, e prigionieri quattro mila soldati con venti bocche da fuoco. Nè
fu lieta la vittoria ai Francesi; perchè mancarono di loro più di mila
soldati eletti, fra i quali a molto onore si nominano Beyrand,
Pourailler, Bourgon, e Marmet.

Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente: Wurmser, nel
quale si possono lodare una attività ed un vigor d'animo superiori
all'età, aveva raccolto tutte le sue genti, e si apparecchiava ad
ingaggiare una nuova battaglia, che doveva por fine a quell'acerbissima
contesa, ed a quelle pugne sparse, che da più giorni duravano, più
sanguinose che terminative. Aveva un novero di venticinque mila soldati
di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si
appoggiasse all'eminenza di Medolano, che si erge fra Guidizzolo e
Castiglione, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor
egli aveva fatto opera, che tutti i suoi venissero a congiungersi
insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte
era raccolta fra la terra di Castiglione, e la fronte dei Tedeschi, e
per tal modo l'ordinava, che l'ala sinistra guidata da Massena potesse
assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al
mezzo, e finalmente Verdier con le fanterìe, e Beaumont coi cavalli
urtassero la sinistra. Ma il generale della repubblica, che non aveva
usato nel raccorre i suoi la medesima celerità che l'emolo suo,
quantunque vecchio, usato aveva; e volendo in giornata di tanta
importanza rendere per lui sicuro per tutti i mezzi l'esito del
conflitto, aveva comandato alla schiera di Serrurier, che era sotto la
cura di Fiorella, e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo ed a
Marcarìa, camminasse celeremente verso Castiglione, e ferisse di fianco
la punta sinistra degl'imperiali. Il quale consiglio fu molto a
proposito, come si vedrà dal progresso dei fatti che seguirono. Nè
parendo per la sagacità sua a Buonaparte, che questi preparamenti
bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere, se fosse possibile di far
venire altre genti da quella terra al tempo principale. Quivi successe
un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte, e ripeterono tutti
gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questo fu, che il
generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i
suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaja
di soldati, vi trovasse in vece un corpo Tedesco grosso di quattromila
combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglierìa. Era
Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante Alemanno
gl'intimava, si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto
improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al
Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei
tanto presumesse di se medesimo, che si ardisse chiamar a resa
Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso, e cinto da tutto
il suo esercito: andasse, e da parte sua al suo generale recasse, che se
subito non s'arrendesse, ed in poter suo disarmato non si desse,
pagherebbe colla morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli
storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti
di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di
Desenzano, che, avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o
andasse errando a casa, o si sforzasse di raggiungere il corpo
principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le
armi, si arrendessero a discrezione.

Questo fatto abbellito da graziose parole si rende credibile, se si
considera l'audacia Francese, soprattutto quella di Buonaparte, capace
di questo, ed anche di molto più; ma si stimerà incredibile, se si pon
mente, che qualunque si voglia supporre la bonarietà Tedesca, non può
ella però esser tale che scenda all'estremo della semplicità, quale la
dimostrerebbe la narrazione di Buonaparte. Pure esso è affermato da
tanti storici degni di fede, che noi saremmo disposti a prestarvi
credenza, se nell'animo nostro nol rendesse dubbio il considerare, che
niuna fama primitiva del medesimo ne suonò a Lonato, che mai non si
disse, nè si seppe chi fosse il generale Tedesco che governava la
squadra fatta captiva, e il nominarlo avrebbe tolto ogni dubbio; che gli
Austriaci in tutte le mosse ed in tutti i combattimenti di quei giorni,
non che abbiano mostrato o semplicità, o viltà, diedero segni di somma
avvedutezza e di sommo valore; che la colonna ritiratasi a Desenzano
dopo l'aspra battaglia di Lonato obbediva ad Ocskai ed al principe di
Reuss, l'uno e l'altro soldati da non lasciarsi ingannare nè intimorire
così alla prima, e uomini di tal nome, che portava pure il pregio che si
nominassero, se in quell'accidente maraviglioso avessero ornato
disarmati e vinti il trionfo di Buonaparte; che un grosso di quattromila
Austriaci congiunto a quel corpo, che già signore di Ponte-San-Marco, e
della strada per a Brescia, non erano tali che non potessero sforzare il
passo di Salò, e che avessero paura della piccola quadriglia di Guyeux,
che occupava questa terra, considerato massimamente che una non debole
mano di Tedeschi alloggiava ancora a Gavardo; che finalmente quel
correre liberamente la strada da Brescia a Lonato, quell'occupare
fortemente quest'ultima terra e quell'intimare così fiero e così
replicato a Buonaparte, che si arrendesse, non dimostrano uomini
fuggiaschi e timorosi. Certamente o è falsa la dedizione dei Tedeschi, o
sono false le circostanze narrate dagli storici. Ma se il fatto è vero,
non so come si possa scusare un generalissimo, che dà dentro alla cieca
in una schiera nemica tanto grossa, che l'uscirle di mano fu piuttosto
cosa miracolosa che maravigliosa. Adunque Buonaparte non aveva spie?
adunque non correva la campagna con gli esploratori? adunque viaggiava
così alla sicura in un paese, dove le truppe ed Austriache e Francesi, e
le zuffe loro erano tanto miste, e verso quella parte, donde sapeva che
Quosnadowich voleva sboccare per unirsi con Wurmser? Certamente una tale
sicurezza era molto impertinente al tempo presente, e Buonaparte non era
uomo da commettere questi errori; perciò si rende molto dubbio il fatto.
Che se poi ad ogni modo è vero, dovrassi il capitano di Francia tanto
biasimare dell'imprudenza che lo condusse in poter del nemico, quanto
lodare dell'audacia con la quale se ne liberò.

Tutte queste fazioni, quantunque di gran momento fossero, non avevano
ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti
emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale, se le
speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser, e
tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia avessero a riuscire o
fruttuosi, o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo Austriaco
accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la
quale terra e le sue genti se ne stavano schierati i Francesi. Erano i
soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti
battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni degli altri già si
trovassero il giorno quattro agosto, nissun motivo fecero per
affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune
genti fresche, e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era
posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo, donde
potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente,
appena aggiornava, essendo giunto il tempo, che Buonaparte si era
prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi
gl'imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica,
comandava ad Augereau, ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma
essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si
tentasse perancora di sforzar l'inimico, ordinava loro, che, dato il
primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per
seguitargli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano Francese
l'aveva ordinata; perchè, non così tosto si era incominciato a menar le
mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli
alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Francesi, che, fatto un po' di
resistenza, per ubbidire ai comandamenti del capitano generale, si
tiravano indietro. Dalla quale mossa molto a proposito fatta prendendo
animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago
con intenzione di circuire la sinistra dei Francesi retta da Massena, e
di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva le rotte. Quest'era
appunto il desiderio di Buonaparte, conciossiachè suo pensiero fosse di
urtare piuttosto e sbaragliare la sinistra di Wurmser, perchè conosceva
i sinistri casi di Quosnadowich; la fortezza di Peschiera, che era in
suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in
procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei
Tedeschi. A questo fine, mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto
degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier con un
forte polso di granatieri, e con un reggimento di cavallerìa ad
assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo
assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto, e più felice nel fine,
ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le
artiglierìe, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole,
fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di
Medolano le artiglierìe Austriache, e ne seguitava un sanguinoso
combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar
valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al
ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue, se ne impadroniva.
Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di
San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già
vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del
ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi, e lo dava ai contrastanti. Nè
questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva
Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati
di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se
l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.

Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta
declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e
Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto
che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo
di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva
altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava
nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste
indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia
generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato,
sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano
dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai
soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di
Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse
infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con
vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino,
Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e
disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto,
parte intiero si ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a
Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior
danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte
mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa
medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte
creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio
di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni,
di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non
arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome
mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e
sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e
Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa
quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei
repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi
imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio
di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.

La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza
dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè
Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria,
ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo
dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei
combattenti, o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa
vittoria, si risolveva a perseguitar celeremente le reliquie del suo
avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in
aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto
tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare,
valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi
del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano
sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore
concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione
favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto
passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla
sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva
trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per
dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi
avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo
virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli.
Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a
ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in
viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena,
Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona
con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro,
sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a
partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si
aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto
sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fatti recenti
si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande
sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo
era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non
diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le
porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe
coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero
stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma
i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte
nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati
di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con
ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva
alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige,
contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando
all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich
e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di
Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo
Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul
lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai
luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena
e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di
Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si
alloggiava in Torbole, compariva con mostra vittoriosa in cospetto di
Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso
assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra
con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della
Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è
una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a
sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal
monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un
grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa
strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di
grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di
Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico
in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero
mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a
sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci
ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto
superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del
nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate,
con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo
innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori
alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i
Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo
sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto
furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose,
comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla
forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in
fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto
fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello
sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe,
passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e
rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la
strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento.
Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa
preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla
strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo,
combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù
chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti
fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in
quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi
mancarono, per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti
il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo,
principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi,
prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli
occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di
morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato
al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle
lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di
Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in
libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero
germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con
eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più
amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco
importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini:
bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina
Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero
facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da
Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la
Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo
pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i
pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente
e per lo stimolo delle vittorie.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco
considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per
difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi
della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse
confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva
probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette
di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del
Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che
combattendo di fronte non avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per
modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato
consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua
presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che
testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche
variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque
avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene
era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di
stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa
Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo
di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano,
luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e
del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la
più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin
quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo
a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi
in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei
generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in
quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada
presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la
Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per
andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della
prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente
Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso
l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la
destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava
frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano
guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei
due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece
Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che
lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di
salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di
ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far
opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i
repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con
presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è
un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a
Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già
quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo
principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra.
Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da
se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di
Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla
sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al
maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i
Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le
sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando, e
velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a
Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed
entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la
vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso
esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la
Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che
l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente
espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un
nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde
dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume
Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti
si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore,
da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici
apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana;
l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di
questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del
fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta,
chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due
ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal
ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nome di
lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque
libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella
precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di
poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne
palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura,
cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a
Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena.
Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta
Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta
dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa,
è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di
terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta
Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per
singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto.
Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la
battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno,
nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per
parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due
suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli
argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la
palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene
alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul
lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa, di San Niccolò,
degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la
palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le
barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il
lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi
venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse
andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non
ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là
sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di
terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate
con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza
munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel
mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di
Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna.
Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta
Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un
alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con
terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il
Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di
Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni
di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da
luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e
finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria
pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per
le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime,
principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo.
Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia
una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio
sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che
validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di
questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della
piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male
altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè
per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si
possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città.
La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più
diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è
un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del
corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi,
stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non
bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di
artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi
non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte.
Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e
perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero
è che per rimediare a questa debolezza, sono state sospinte oltre il
pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo
e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più
ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco
volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per
quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente
servirle di difesa.

Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta
Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un
debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre
piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo
i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa
parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia,
stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era
venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si
potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza,
quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per
un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche,
che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita
di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche.
Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto
malagevole, quanto porta la fama.

A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il
principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e
questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemico debbe
necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i
più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la
difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano
le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più
difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e
passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli
assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi
che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a
Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono
agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le
novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può
fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il
nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza,
ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli
argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di
capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito
dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se
ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede,
che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce
ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di
sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli
assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal
progresso di queste storie.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con
un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di
Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già
stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva
nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava
particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano,
rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano
Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di
cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse
cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva
fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San
Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere
le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose
infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria,
malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati
in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in
mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo
giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi,
andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale
sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale
Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci,
e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi
disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la
cavallerìa, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se
non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che
sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a
Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San
Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le
genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo
da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna
contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente
dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi
viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza
nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di
tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la
occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare
all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati,
coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla
Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di
questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero,
aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo,
salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco
destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San
Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico
potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si
accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar
la strada fra San Giorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito
della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non
potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano,
imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo
il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di
Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di
soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di
congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati
luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta
degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu
tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva
forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo
soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna
favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal
sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi,
parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si
ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco.
Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più
opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse
molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio,
condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per
fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue
sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la
campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori;
perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già
sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star
vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con
trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima
confidenza d'entrar presto in Mantova.

Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in
imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo
medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte
pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar
Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e
principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola
maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei
Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto
più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva
quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che
quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato
e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie
di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo
alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e
un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle
insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le
cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando
nuove forze e nuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di
forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava.
Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e
violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro
aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate,
poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio
d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli
che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in
Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma
ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza
di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva
mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un
colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e
provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in
Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di
maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi
Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando
nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il
carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi
principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a
Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e
Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro
ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera
fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di
Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una
compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere
il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni
pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle.
Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di
Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi
preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè
parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto
Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra
forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo
tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva
instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di
Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente
agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio
sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero
duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe,
scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge
fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e
confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar
nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò
eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che
perciò non era in sua facoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo
presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver
domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo
governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole
intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo
fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le
minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i
mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza,
quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava,
continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder
sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale
generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano
andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo
spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione
illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di
Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in
durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta
tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferrajo, che i
Francesi a Livorno portato avessero. In tal modo fu trattato Ferdinando
di Toscana dai capi di due potenti nazioni; infelice condizione di un
principe, che, non avendo armi, volle fondare la propria sicurezza sulla
integrità della vita, in tempi in cui il più potere era stimato ragione.
S'appresentavano il dì nove luglio gl'Inglesi in cospetto di
Porto-Ferrajo, con diciassette bastimenti, che portavano duemila
soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al
governatore, volere occupar Porto-Ferrajo, perchè i Francesi avevano
occupato Livorno, e macchinavano di occupar anche Porto-Ferrajo; ma non
volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito
costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della
flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto,
entrerebbero per forza.

Avute il gran duca queste moleste novelle, comandava al governatore,
protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse
alla forza. Ma già gl'Inglesi procedendo dalle minaccie ai fatti, erano
sbarcati sulle spiagge di Acquaviva, luogo di confine fra lo stato di
Toscana e quello di Piombino, e marciando per sentieri montuosi, erano
giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferrajo;
quivi piantarono una batterìa di cannoni e di obici con le bocche volte
contro la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella
strada che dà l'adito alla terra, stavano pronti ad osservare quello che
vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio
Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere
gl'Inglesi Porto-Ferrajo e i forti per preservargli dai Francesi;
porterebbero rispetto alle persone, alle proprietà, alla religione; se
n'anderebbero, fatta la pace, o cessato il pericolo dell'invasione; se
il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente, se negasse, per
forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli
delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far
si dovesse, deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che
si desse luogo alla forza, che si ricevessero gl'Inglesi, ma che si
protestasse delle seguenti condizioni: non potessero a modo niuno i
Toscani essere sforzati a combattere, se qualche forza nemica si
accostasse all'isola, provvedessero gl'Inglesi alla vettovaglia; i
soldati nelle case particolari non alloggiassero. Accettate le
condizioni, entrarono nella Toscana isola gl'Inglesi. Poco dopo
s'impadronirono anche dell'isola Capraja, di stato Genovese, meno per
sicurezza loro, che per dispetto del senato, contro il quale avevano
risentimento, per essersi, come credevano, accostato recentemente alla
parte Francese. Acquistate Elba e Capraja, correvano più molesti che
prima contro i bastimenti Genovesi, e gli mettevano in preda.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica
perturbata da gravissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte.
Bonelli condottosi nell'isola, e spargendo voci di prossimi ajuti, e
detestando la superiorità Inglese, e spargendo ogni dove faville
d'incendio, e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti
vicini a Bastìa ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente, che apertamente
resisteva al dominio del vicerè. A Bastìa, sendovi ancora presenti
gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, come gli chiamavano, o
piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi al nome
di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono
al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse
Bastìa in luogo di città Francese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili,
che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla
Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti Corsi
affinchè, arrivando a Bastìa, ajutasse quel moto, cagione probabile di
cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo;
perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta, tanta fu la destrezza di
Sapey nel procurare il tragitto malgrado del tempo burrascoso e delle
navi Inglesi, in vicinanza del porto; e sbarcava le sue genti, alle
quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. I soldati di
Casalta, divenuti forti, occuparono i poggi che dominano Bastìa.
Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si
arrendessero; quando no, gli fulminerebbe. Sopravvennero intanto le
novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome
Britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonar quello, che
più non potevano conservare; e precipitando gl'indugi dal forte di
Bastìa, perchè avevano paura che i Corsi di Casalta, calando dai monti,
impedissero loro il ritorno, lo spacciarono prestamente, e si
ricondussero alle navi. Nè fu senza danno la ritirata, o piuttosto fuga
loro; perchè soppraggiunti per viaggio dai Corsi, meglio di cinquecento
restarono cattivi. Perdettero anche i magazzini; dei cannoni alcuni
trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli
alberi di libertà si piantavano: San Bonifacio, Ajaccio, Calvi
chiamavano il nome di Francia. Restava pei patriotti, che si cacciassero
gl'Inglesi da San Fiorenzo, dove avevano adunato le maggiori forze, ed
anche la fortezza della piazza gli assicurava. Ma il precipizio era
tale, che si resisteva senza frutto. Guadagnava Casalta, non però senza
difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastìa
a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo
cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente
opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile
allegrezza i Corsi repubblicani. Conquistarono sei pezzi di artiglierìa
buona e due mortai, che in tanta fretta i vinti non avevano avuto tempo
di trasportare: i soldati sezzai vennero in poter del vincitore.
Tuttavia l'armata Inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San
Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte
alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che
volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma
solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì
magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per
tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore Corso che gli
cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con se nuove
armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di
Corsica. Arrivato a Bastìa, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi
Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo, con
animo di cacciar gl'Inglesi da quel loro ultimo nido di Mortella. Urtava
l'oste Britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono
finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si
ridussero, prestamente camminando, e tutti sanguinosi alle navi.
Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde
speculando vedeva l'armata Inglese, che continuava a starsene con
l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batterìa per
fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai
venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando
tutta l'isola in potestà di coloro, che la vollero restituire all'antica
madre di Francia. Si ricoverava Elliot vicerè a Porto-Ferrajo, dolente
che quella preda si trasferisse di nuovo nella potenza emola
all'Inghilterra. Per cotal modo furono spenti in un giro di pochi mesi
un parlamento, un reggimento ordinato, un'autorità di un re della Gran
Brettagna. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate
isole d'Elba e Capraja, brevissimo frutto di violata neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di
perdonare. Veniva annunziando, che la generosa Francia perdonava; che
mandato per lei espressamente recava a' suoi compatriotti constituzione
e libertà; una insolenza insopportabile, proscrizioni, esigli, carceri
essere stati i doni dell'Inghilterra; avere l'Inghilterra ingannato i
Corsi con pretesti di religione, come se la Francia fosse nemica alla
religione. A questo eravam serbati, sclamava fortemente Saliceti, di
vedere gl'Inglesi divenuti amici, e protettori del papa; non essere la
Francia nemica alla religione; solo volere la libertà di ogni culto;
vedete, gridava, come i traditori, che all'Inghilterra, quale vil
gregge, vi venderono, fuggono; vedete come non osano combattere; vedete
come prestamente hanno sgombrato da queste terre, che con la presenza e
coi delitti loro han voluto rendere disonorate ed infami; or sen vadano
essi pure vagando per istrani lidi con la vergogna, e coi rimorsi
compagni, e se qualche traditor resta, punirallo la repubblica: questi
svelate, questi punite; con ogni altro vivete come con fratelli:
unitevi, affratellatevi; giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei
compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio
eterno alla monarchìa. Queste incitate parole, che producevano frutti
conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle
esagerazioni, che della temperanza.



LIBRO OTTAVO

SOMMARIO

      Nuovi pensieri politici, che sorgono nella mente degl'Italiani
      più savj dopo le vittorie replicate di Buonaparte. Rivoluzioni
      nel ducato di Modena. Comizj di Bologna. Congresso
      dell'Emilia. Spaventi del pontefice; pure non consente alla
      pace. Sue gravi esortazioni ai principi. Pace del re di Napoli
      colla repubblica di Francia: il principe di Belmonte
      Pignatelli suo ambasciadore presso al direttorio. Pace tra
      Francia e Parma. Morte di Vittorio Amedeo III, ed assunzione
      di Carlo Emanuele IV, re di Sardegna; qualità di questi due
      principi. Progetti di Buonaparte e del direttorio sul
      Piemonte. Conte Balbo, ambasciadore del re Carlo Emanuele a
      Parigi sue qualità, e suo discorso d'introito al direttorio.
      Nuove tribolazioni di Genova. Gl'Inglesi vengono ad un fatto
      condannabile, che fa gettarsi Genova del tutto alla parte
      Francese. Spinola, suo plenipotenziario a Parigi: conclude un
      trattato col direttorio. Maneggi politici in Italia. Clarke
      mandatovi dal direttorio: perchè, e con quali istruzioni.
      Proposizione d'alleanza tra Francia e Venezia. Rifiutata da
      Venezia, e perchè. Proposizione d'alleanza tra l'Austria e
      Venezia. Rifiutata dalla seconda, e perchè. Proposizione
      d'alleanza tra la Prussia e Venezia. Rifiutata da
      quest'ultima, e perchè. Desolazione dei paesi Veneti per opera
      sì dei repubblicani, che degl'imperiali. Querele dei
      Veneziani. Venezia si arma per le minacce fatte da Buonaparte
      al provveditor generale Foscarini. Sospetti della Francia in
      questo proposito, e dilucidazioni date dal senato Veneziano.


Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime: l'avere
ridotto a condizione servile il re di Sardegna, costretto ad accordi
poco onorevoli quel di Napoli ed il pontefice, l'avere non solo vinto,
ma anche spento due eserciti d'Austria, l'essere disarmata la repubblica
di Venezia, e l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo
sventolar d'un'insegna, davano argomento, che la potenza Francese
metterebbe radici in Italia, e che questa provincia sarebbe per cambiare
e di signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che
sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato, e contro
il vecchio. Se per lo innanzi la parte Francese solamente seguitavano o
coloro che erano presi con esagerazione evidente da illusioni
fantastiche di bene, o coloro che in vantaggio proprio disegnavano
convertire quei rivolgimenti politici, vedute tante vittorie, si
accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savj e prudenti,
i quali opinavano, che, poichè la forza aveva partorito movimenti di
tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non
dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di
ogni amatore della patria Italiana di mostrarsi, e di dar norma con
l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi
possibil fosse, a quei moti, che scuotevano fin dal fondo la tormentata
Italia. Prevedevano, che quantunque nella probabilità delle cose
avvenire avessero i Francesi a restar signori, si sarebbero tuttavìa,
per l'impazienza e l'instabilità, di cui sono notati, presto infastiditi
delle cose d'Italia, ed in parte ritirati, e che la signorìa, divenuta
semplice autorità, avrebbe avuto natura piuttosto di patrocinio, che di
dispotismo. Allora, speravano, le cose si sarebbero ridotte ad uno stato
più tollerabile, e forse gl'Italiani avrebbero potuto ordinare una
libertà fondata dall'una parte sovra leggi patrie, dall'altra scevra
dall'imperio insolente dei forestieri. Si persuadevano che se era
scemato il pericolo delle armi Tedesche, era cresciuta la necessità di
soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere
ai popoli gl'Italiani intemperanti, che avevano prevenuto, o troppo
ardentemente, o troppo servilmente secondato i primi moti dei Francesi,
e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose. Gravi uomini,
pensavano, avere ad essere i fondatori di un vivere libero, non
cantatori, o ballerini intorno agli alberi della libertà; nè alcun nuovo
stato potersi fondare senza l'autorità degli uomini autorevoli, perchè i
nuovi stati non si possono in altro modo fondare che con la opinione dei
popoli, che alla lunga fugge gli esagerati, seguita i savj. Costoro
adunque consentivano a farsi vivi in ajuto dello stato, quantunque
sapessero in quali travagli avessero a mettersi.

Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni d'Italia, in cui uomini
prudenti per la necessità dei tempi, vennero partecipando delle faccende
pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti,
e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque
tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Fra costoro non
tutti pensavano alla medesima maniera; perciocchè alcuni più timidi, o
di più corta vista, o forse di più ristretta ambizione, amavano i
governi spezzati; altri innalzando l'animo a più alti pensieri,
desideravano l'unità d'Italia, perchè credevano, che l'Italia spezzata
altro non fosse che l'Italia serva. Fra i primi si osservavano i più
attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi
incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più
nascostamente; i primi erano amati ed accarezzati dai francesi, i
secondi odiati e perseguitati. Chiamavano questi ultimi, come se fossero
gente di molta terribilità, la lega nera, e di questa lega nera avevano
i capi dell'esercito più paura che dei Tedeschi, perchè e la potenza di
lei di per se stessi alle menti loro esageravano, ed era loro esagerata
dagl'Italiani adulatori e rapportatori che credevano, che il dar
sospetto ai Francesi facesse stimare più necessarj i servigi loro. Pieni
erano gli scritti, piene le parole segrete di questi rapportatori ai
generali e commissarj della repubblica, del nome della lega nera, ed io
ho veduto di molti sonni turbati da questo fantasma. Egli è vero, che
gli addetti a questa setta tanto odiavano i Francesi, quanto i Tedeschi,
e bramavano che l'Italia sgombra degli uni e degli altri, alle proprie
leggi si reggesse, avvisando, che lo sconvolgimento totale prodotto
dalla guerra potesse aprir la occasione a quello, a che non avrebbe mai
potuto condurre lo stato quieto. Sapevano che nè i Francesi nè i
Tedeschi amavano l'independenza Italiana; perciò volevano servirsi dei
primi per cacciare i secondi, poi servirsi della forza dell'Italia unita
per cacciare i primi. Ma questo era un ferire a caso, piuttosto che
andare ad un disegno certo, perchè, essendo in quei gravissimi accidenti
non attiva, ma passiva l'Italia, non era da credersi che vi sorgessero
personaggi civili di estrema autorità, nè generali di gran nome, ai
quali concorressero con opinione ed impeto comune per la desiderata
liberazione i popoli. Pure aspettavano confidentemente il benefizio del
tempo, e preparavano, non con ischiamazzi e con grida, ma con un parlare
a tempo, ed anche con un tacere a tempo, i semi alle future cose. Di
questi non pochi entrarono nei nuovi magistrati creati dai Francesi, che
loro diedero autorità, perchè non gli conoscevano; ed essi i
comandamenti altieri od avari, o moderavano coi fatti per acquistar
favore presso ai popoli, o con parole gli magnificavano per acquistar
odio ai Francesi. Creata la setta, entravano anche gli addetti nei
magistrati instituiti dai Tedeschi, quando questi riusciti superiori
inondarono il paese, e con le medesime intenzioni, ed al medesimo fine
indirizzavano le operazioni loro, cioè a creare autorità a se stessi, ed
odio ai Tedeschi. Questa, o vera lega che si fosse, o solamente
desiderio universale, si era propagata e radicata in tutti i paesi, ed a
lei s'accostarono personaggi, a cui non piacevano nè i Francesi nè la
libertà, perchè pareva a tutti un dolce ed onorato vivere l'independenza
dai forestieri. A questi desiderj mancarono piuttosto i principi, che i
popoli Italiani, perchè i principi avevano più paura della libertà, che
amore dell'independenza, i secondi più amore dell'independenza, che
della libertà. Ma se un principe si fosse abbattuto in Italia, non dico
quali gli partorivano i Romani tempi, ma solamente quali nascevano ai
tempi di Lorenzo, di Castruccio, e di Giulio della Rovere, avrebbe
prodotto, queste opinioni assecondando, ed una Italiana bandiera al
vento innalzando, effetti notabilissimi non che in Italia, in tutta
Europa. Ma Sardegna era fissa nel desiderio di acquistarsi una
provinciuzza Milanese, o Francese, o Genovese, Genova nel commercio,
Venezia nella mollezza, Roma nel sacerdozio, Napoli nel volersi una
particella delle Marche, Firenze in un felice e pacifico stato; Milano
privo del principe proprio ed in preda ai forestieri poteva solo
seguitare, non cominciare. Così per troppo godere, o per troppo temere,
o per istrettezza di mente, o per fiacchezza d'animo, i principi
Italiani trasandarono le occasioni, ed indirizzarono tutti i pensieri
loro al difendersi dai Francesi, non avvertendo che il proporsi per fine
di tornare allo stato vecchio, indifferente a molti, odiato da alcuni,
non poteva far muovere i popoli con quella efficacia, con cui gli
avrebbe mossi un disegno nuovo, generoso e grande.

Quanto al reggimento interno di ciascuna parte, o di tutta l'Italia,
amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano
ridurre al patriziato, istituito con la moderazione della potenza
popolare prudentemente ordinata, governo antico e naturale all'Italia;
il quale patriziato molto è diverso dalla nobiltà feudataria, frutto di
tempi barbari; perchè il primo fa i clienti protetti ed affezionati, la
seconda gli fa servi ed avversi. Può e debbe il patriziato consistere
con l'egualità dei diritti civili, ma induce necessariamente inegualità
di diritti politici, mentre la nobiltà vive con l'inegualità degli uni e
degli altri. Nè in quei tempi, in cui tanto si gridava sulle piazze la
egualità, si ristavano questi prudenti Italiani ai popolari e servili
schiamazzi; perchè da una parte sapevano, che negli stati grandi la
democrazìa pura non può sussistere, se non con soldatesche grosse e con
tribunali terribili, atti a contenere i popoli nella quiete; i quali
soldati e tribunali sono peste mortalissima di ogni libertà e di ogni
egualità. Seppeselo la Francia rossa di cittadino sangue, videlo la
Guiana piena dei più virtuosi uomini, pruovaronlo le stanze di San
Clodoaldo, fatte testimonio di quanto ardisca e di quanto possa coi
soldati un audace e fero conquistatore. Dall'altra parte, non
ignoravano, che anche nella democrazìa la egualità politica è
impossibile, perchè coloro che esercitano i magistrati, non sono in
termini di equalità con coloro che ne son privi, nè chi comanda con chi
obbedisce. Adunque vedevano, che una sola differenza poteva essere tra
il patriziato misto di democrazìa, e la democrazìa pura, e quest'era,
che in quello la inegualità politica è perpetua, in questa temporanea.
Credevano governo non solo naturale, ma necessario ed inevitabile nelle
umane società essere il patriziato; perchè chi è famoso per ricchezza, o
per dottrina, o per virtù, o per servigi fatti alla patria, avrà sempre
clientela, nè tutte insieme le grida democratiche potranno impedire,
stantechè cosa naturale ed insita nell'uomo è il corteggiare i potenti
ed il rispettare i buoni. Neanco fa effetto lo spegnere con le mannaje e
con gli esigli come suol fare la democrazìa pura, i buoni ed i potenti
cittadini; perchè nuovi sottentrano, e se non s'appresentano da se, il
popolo se gli crea; tanta è la necessità del patriziato. Ora pensavano,
dovere i legislatori prudenti usare, per ordinar bene una società,
questa necessità; e poichè è il patriziato inevitabile, volevano che per
leggi fondamentali si organizzasse, e non che si lasciasse sorgere, ed
operare a caso; perciocchè organizzato essendo, contribuisce all'armonìa
dell'umana società, non organizzato la turba. Buono, anzi necessario
consiglio essere opinavano, per bene constituire uno stato, usare gli
elementi insiti nella natura umana, perchè, quantunque sia l'uomo di
origine divina, soggiace non pertanto, come tutti gli altri animali, a
certe leggi naturali; e siccome nel domare gli animali usa l'uomo questo
modo o quest'altro, secondochè la natura di ciascuna spezie di loro il
richiede, così per reggere gli uomini debbono i legislatori adoperare
quel modo, che dalla natura della umana spezie è necessitato. Nè è da
temersi che questo procedere conduca al dispotismo, perchè l'uomo ha in
se una qualità nobile, che gli fa amare le cose generose, ed abborrire
le vili e le vituperevoli, nè può volere il proprio danno. Questo
ordinare le società secondo la natura è ben altro che ordinarle secondo
certi principj astratti e geometrici, e questo è stato altresì l'errore
continuo dei legislatori Francesi ai nostri tempi, solleciti sempre dei
principj astratti, non degli affetti e passioni naturali. Quali effetti
ne siano nati, il mondo dolente se lo ha veduto. Adunque gl'Italiani
volevano un patriziato per la conservazione della società, una
democrazìa temperata per la conservazione della equalità, l'uno e
l'altra per la conservazione della libertà. A questo salutare consiglio
si opponevano le operazioni disordinate delle armi sì Francesi che
Tedesche, l'assurdo capriccio dei Francesi di quei tempi del voler
applicar il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la
volontà di Buonaparte nemico della libertà, amico del dispotismo,
amatore, anzi ammiratore della nobiltà feudataria, ed odiatore del
patriziato paterno; finalmente gl'Italiani, servili imitatori delle cose
d'oltremonti, ed incapricciti ancor essi dei governi geometrici. Ma
gl'Italiani, veri speculatori e scrutatori delle umane cose, non si
sgomentavano, sperando dal tempo e dalla necessità ajuto
agl'intendimenti loro; e poichè pareva che per destino l'autorità regia
fosse giunta al suo fine, confidavano che la società si sarebbe fermata
al governo patrizio, misto di democrazìa, e non scesa al democratico
puro.

Questi sentimenti a sicurazione e salute d'Italia, principalmente
sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano
impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di
quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande
inondazione. Nè essa operava da se, quantunque ne avesse voglia, ma
suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e del direttorio. Il
duca di Modena solo, e senza amici, e quel che era peggio, ricco, o in
voce di essere, si trovava senza difesa esposto ai tentativi di
quest'uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva per la forza delle
opinioni, e degli esempj che correvano, fedele disposizione nei popoli.
Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emolazioni
con Modena, del governo del duca. La notte dei venticinque agosto vi si
levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazìa. Era il
presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde senza
resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città
di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar
continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le
tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale
governo: Reggio fu, o credessi libero. I soldati del duca impotenti al
resistere se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi
motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina, sì per dar norma a
quell'impeto disordinato, e sì per isperare, che egli, se non era
libertà, poteva col tempo divenire: l'allegrezza del popolo somma, e
così anche sincera. Certamente i Reggiani amavano la buona e vera
libertà, solo s'ingannavano credendo, che potesse sussistere coi
conquistatori. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento
temporaneo con forma repubblicana, moderarono l'autorità del senato,
instituirono magnati popolari, descrissero cittadini per la milizia.
Questi erano i disegni interni. Ma desiderando di rendere partecipi i
vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in
Lunigiana, ed in Garfagnana, acciocchè parlando e predicando muovessero
a novità. Inviavano Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi
Milanesi; fece Milano feste per la conquistata libertà di Reggio.
L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a se
stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con
segrete insinuazioni, e con incentivi palesi quella città. Tanto
operarono, che già una banda di novatori, portando con se non so che
albero, il volevano piantare in piazza: gridavano accorruomo, e libertà.
Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare
innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza
qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie ai
Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran
parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze dei comuni.

Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non
voleva, che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello,
che le Reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un
manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca; non avere pagato
ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano
dagli stati; lasciare interi gli aggravj di guerra ai sudditi, nè
volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della
repubblica; incitare i sudditi con perniziose arti, e per mezzo di
agenti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli
Austriaci. Dichiarava pertanto, non meritare più il duca alcun favore
dalla Francia; essere annullati i patti della tregua, l'esercito Italico
ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di
Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà, ed i dritti dei
Modenesi e dei Reggiani, sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte
non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti.
E però non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati
s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la
fortezza, sconficcavano le casse, cacciavano i soldati, afferravano le
insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al tempo medesimo occupavano
Sassuolo, Magnano, ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo
stato, e ponendo mano in tutto, che al pubblico si appartenesse. Pure le
allegrezze furono molte; piantossi l'albero, contossi, ballossi; furonvi
conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme;
annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla
repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i
comandamenti di Buonaparte.

Trattati gli affari di Modena e di Reggio, l'ordine della storia
richiede, che torniamo al filo interrotto delle cose di Bologna, che non
era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per
conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il
generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme
conformi al secolo. Ma l'aristocrazìa era odiosa ai più ardenti
instigatori, la democrazìa trionfava. Perlochè voci subdole si
spargevano contro gli aristocratici, gli chiamavano tirannelli; si
ergevano gli spiriti allo stato popolare puro; il popolo sempr'era di
mezzo e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando, che scacciato quel
tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche quei
tiranni dei senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano: il
popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse
significare: i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con
Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto
perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranza di riforme,
non accorgendosi, che se il resistere alla piena era impossibile, il
secondarla era insufficiente. Pubblicava, si creasse una congregazione
d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di
constituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di
reggimento, che sussisteva in Bologna prima della signorìa dei
pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non
piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazìa.
La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a
coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della
constituzione, tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso
dalla constituzione Francese, ma contenente molte buone parti: si
abolisse la tortura, si abbreviassero i processi, si moderassero le
pene. Buoni, oltre a ciò, erano gli ordini politici, quanto alla
elezione dei rappresentanti nei nazionali comizj.

Io narrerò i comizj di Bologna, ancorchè creda, che questo accidente
delle mie storie non parrà di molta importanza, perchè non ebbe nè
frutto nè durata, e ad altro non servì, che a contristare gli spiriti
prudenti nel veder messa a vicina comparazione la semplicità dei
conquistati con l'arti dei conquistatori.

Era la chiesa di San Petronio destinata ai comizj, correva il dì quattro
decembre; il fine era di accettare, o di rifiutare la constituzione. La
milizia urbana in armi ed in arredo, manteneva gli spiriti queti; la
secondavano i Francesi in armi, ed in arredo ancor essi. Entravano in
quel principal tempio, e fra spettacolo solenne i rappresentanti eletti
dal popolo ad accettare, od a ricusare. Era in tutti spirito raccolto,
speranza dell'avvenire, desiderio di bene, riverenza alle cose sante.
Chiamaronsi i nomi, verificaronsi le credenziali. Chiuse le porte, si
venne alla elezione del presidente. Per voti concordi nominarono Aldini,
avvocato. Intuonava Aldini, l'inno del Santo Spirito; echeggiava il
tempio. Raccolto il partito, trovossi, avere squittinato quattrocento
ottanta quattro, quattro cento trenta quattro pel sì, cinquanta per il
no. Bandì il presidente, il popolo Bolognese avere accettato la
constituzione: lodassero, ringraziassero il sommo Iddio. Intuonossi
l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar
nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta
Bologna. Godeva il popolo per lo avere a memoria dell'antica libertà
usato in quel giorno la sovranità; la notte fuochi artificiati,
luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli contenti nelle grandi
allegrezze.

Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si
creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano
deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi:
tutta l'Emilia commossa chiamava libertà.

In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i
popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in
questi moti con maggiore ardenza camminavano. Non si potrebbe con parole
meritevolmente descrivere il concorso, e la giubbilazione di queste
genti cispadane. Scriveva il generalissimo al direttorio, che quello che
vedeva con gli occhi suoi, era vero amore di libertà, e che i popoli
cispadani erano chiamati a gran destino.

La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a se i
primi, fece loro intendere con un'arte esortatoria, che era in lui molto
efficace, che lo star divisi era servitù, lo essere uniti libertà; che
le mani inermi sono serve d'altrui, le armate padrone: si unisse adunque
tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi.
Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però
si adunavano il dì sedici ottobre in Modena ventiquattro deputati per
parte di Bologna, altrettanti per parte di Ferrara, venti per Modena,
venti per Reggio. Le parole dette, ed i partiti posti e presi in
quest'adunanza generale dell'Emilia furono degni di commendazione;
furono lontane le esagerazioni, solo si pensò d'ordinare uno stato
libero. Tacquero eziandio pel bene comune le antiche emulazioni fra i
diversi membri della lega. Buonaparte medesimo pareva, che volesse
diventar savio in mezzo a gente savia. Parlava di quiete per tutti o
assenzienti o dissenzienti, abborriva le persecuzioni, detestava i
rapitori dei popoli e dei soldati. Decretava il consesso, tutta l'Emilia
in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la
nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i
pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse, che avesse
carico di levare, ordinare, armare quattromila soldati a difesa comune;
un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse in Reggio il dì venzette
decembre; questo secondo congresso statuisse la constituzione, che
avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani
all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva d'esempio ai
Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi
ultimi, per non parer da meno, offerirono dodicimila soldati. Già si
dava opera a Milano ad ordinare la legione Lombarda, in cui entrarono
Italiani di ogni provincia, e la legione Polacca, in cui si scrissero
molti Polacchi o disertori, o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti
di tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè
delle parole, nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci
usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Francesi,
gli facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da
ambe le parti. Presentarongli in una Modenese festa trionfalmente a
Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani, e gli
faceva intingere contro l'imperatore.

Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si
vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva
fatto quanto per lui si era potuto per adempir le condizioni, ancorchè
gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi, non
veniva a conclusione. Voleva il direttorio, che il papa recedesse da
qualunque lega contro Francia, negasse il passo ai nemici, il desse ai
Francesi; serrasse i porti agl'Inglesi, rinunciasse a Ferrara, a
Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo, proibisse
l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio
richiedeva, che il papa rivocasse qualunque scritto, od atto emanato
dalla santa sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia
dall'ottantanove in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con
consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte
le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse con
la forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una
terza mossa Austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di
aver seco congiunte le armi imperiali.

Sapeva Pio Sesto a quale pericolo sottoponesse se medesimo, e tutto lo
stato ecclesiastico col rifiutare la pace. Perciò non ometteva alcuno di
quegli ajuti, che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a
tutti i principi cattolici, col quale gravissimamente favellando, gli
esortava a non abbandonare dei sussidj loro la santa sede in così
imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella
religione, che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i
sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; sapere il mondo
quale strazio avesse fatto, e tuttavìa facesse il governo di Francia, di
questa santa religione e de' suoi ministri, non solamente in Francia, ma
ancora in tutti i paesi che restavano aperti alle armi sue; già
minacciarsele una totale sovversione in Italia dalle rive contaminate
dell'Adda, e del Po; già titubare su quelle dell'Adige, e già
innoltrarsi per le nemiche rupi verso il cuore della illibata Austria;
considerassero, che non si può la religione spegnere, che non si spenga,
o non si turbi immoderatamente lo stato: avere ciò pruovato in Germania,
quando opinioni nuove secondate da poche armi vi erano sorte; che
sarebbe per accadere presentemente, che nuove e molto più disordinate
opinioni, accompagnate da armi tanto formidabili sorgevano? Avere il
mondo a scerre tra la pietà, e l'empietà, tra la civiltà e la barbarie,
tra la libertà e la servitù; non essere il santo padre per mancare al
debito suo; ma soccorrergli poche armi temporali, nè le spirituali, in
tanta diminuzione di fede e di religioso costume, avere quella
efficacia, che una volta avevano; nel suo ultimo ridotto essere
oppugnata la religione; se anche questo si superasse, niuna speranza
restare, dovere la umana generazione governata essere dalla cieca forza,
dalla disordinata fortuna: sorgessero adunque, esortava, accorressero,
pruovassero avere cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più
sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli tanto vicino al
pericolo l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì
perniziosa guerra, o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei
male affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a
difesa di quella religione, che scesa da Cristo Dio pel ministero dei
santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura doveva
parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.

Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario,
primo sostenitore e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della
dignità dei principi. Ma le opinioni religiose, massimamente le
cattoliche, erano diminuite: in alcuni poi fra i principi il timore
superava la religione, in altri l'interesse politico la corrompeva. Solo
dall'imperator Francesco veniva qualche speranza, il quale però si
muoveva piuttosto per gl'interessi proprj, che per quei del papa.

Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte
Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo,
ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia
succedevano o più prosperi, o più avversi alle armi Francesi. Lo
stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in
fede, dall'altro il ritraeva il timore dei Francesi saliti a tanta
potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere, e
fece bene: bensì merita riprensione dello aver tacciato, accennando alle
tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede Italica,
come la chiamò; perchè noi non vediamo come si possa accusare una
nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vediamo come le arti
usate dal principe Napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi,
possano stimarsi arti fedifraghe, e da chiamarsi con nome odioso;
perciocchè di simili arti usano tutti i governi in tutti i loro
negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più
ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede Italica,
come infedele, da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi
Italiani per cavarne danaro, e per distruggergli, non si potrà
certamente senza sdegno da chi libero da ogni anticipata opinione
essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.

Intanto tra per la mediazione di Spagna, e per le nuove che ogni dì più
si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso tra
Francia e Napoli un trattato di pace il dì dieci ottobre, molto
onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare
del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli
s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le
principali condizioni furono, che il re rinunziasse a qualunque lega coi
nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le
potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi
armate in guerra di esse potenze, così Francesi come di altre nazioni,
se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che
stabili sequestrati, e confiscati tanto in Francia quanto nel regno a
motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio;
avesse luogo nella pace la repubblica Batava.

Fatto l'accordo, orava pubblicamente il principe di Belmonte in cospetto
del direttorio con amichevoli parole. Rispondeva il direttorio con
parole magnifiche di fede, di amicizia, di pace.

Anche la tregua tra Francia e Parma si convertiva in accordo per verità
non troppo superbo pel duca, per la protezione, in cui l'aveva la
Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente
insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori
delle tregue.

Udissi a questi giorni la morte di Vittorio Amedeo terzo re di Sardegna,
principe che avrebbe avuto in se tutte le parti, che in un reggitore di
popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di
guerra, che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per
mantener i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono
anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona
del principe, e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero
temperata. Quand'io considero il destino degli uomini, non posso non
maravigliarmi, come spesso eglino s'ingannino in quello, che debbe
rendergli o chiari od oscuri nella posterità; perchè il re Vittorio
Amedeo, che sempre anelava a voler fare commendabile il suo nome per le
armi, il fece per questa parte poco degno di lode; anzi la guerra il
fece andare in precipizio, mentre restano, e sempre resteranno le
memorie delle onorate cose fatte da lui in pace, e nel riposo de' suoi
popoli. In somma Vittorio Amedeo lasciò, morendo, un regno servo, che
aveva ricevuto intiero, un erario povero, che aveva ereditato
ricchissimo, un esercito vinto, che gli era stato tramandato vittorioso.
Così le sue virtù, che furono molte e grandi, contaminate dal vizio
della guerra, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che
promettevano.

Successe nel regno a Vittorio Amedeo terzo Carlo Emanuele quarto di
questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di
tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione.
Ma con l'animo santo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa
straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non vi era rimedio,
gli rappresentava spesso di strane fantasìe, che il facevano parere
assai diverso da quello ch'egli era veramente. Per tal modo Carlo
Emanuele quarto cominciò a regnare in un regno desolato, fu afflitto
continuamente da ombre e da ubbìe singolari, e cessò di regnare più
miserabilmente ancora, che non aveva incominciato. Essendo gli stati del
re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavìa di buone armi,
sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per
amico; perciò il direttorio niuna cosa lasciava intentata per
congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si
aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, e massimamente pei nobili,
perchè a lui parevano buoni stromenti del governare assoluto. Primario
intendimento fu sempre di Buonaparte di trasportare il dominio del re
dal Piemonte nello stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il
Piemonte, e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva
per la mente, quando più con le instigazioni tentava di accalorare lo
spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o
fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se
bisognasse, il Milanese all'imperatore, o fosse che per non so quale
ambizione di repubblica credesse, che con tante vittorie potesse alzar
l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli stati
dell'imperatore in Lombardìa. Amava meglio compensare il re a spese
della repubblica di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di
adescar tanto Carlo Emanuele, ch'ei venisse a concludere con la
repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano
tenere tanto segrete, con le altre potenze non le subodorassero,
confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente
inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a
questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva, che se congiunto
fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato
costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i
repubblicani macchinavano allora di far guerra. Non gli poteva sofferir
l'animo di offendere il capo della chiesa che non gli aveva fatto alcuna
ingiuria. Per questa cagione non ebbe per allora effetto il trattato.

In questo mentre Carlo Emanuele aveva chiamato ai consiglj dello stato,
in vece del conte d'Hauteville, stimato troppo aderente all'Austria, il
cavaliere San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio
ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito Francese, dall'ambascerìa
di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto
legnaggio, di molte lettere, e di non poca dottrina. Del rimanente,
quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia
in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto
di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come
ambasciadore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed
egli, siccome quegli ch'era accorto e buon conoscitore degli uomini, si
mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far
servigj importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro, e di
nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse, non essere
mai stato il re suo signore nemico a Francia, nè al governo di lei;
tempi fatali avergli posto in mano le armi, nel corso di quella infelice
guerra, ma fatta con coraggio e con lealtà, non avere mai cessato di
desiderare la pace; essersi, come prima il momento comodo fu giunto,
affidato in loro senza riserva alcuna, senz'altra sicurtà, che la
sincerità sua propria e la loro; d'allora in poi avere il direttorio
rettamente giudicato e dell'animo, e dell'opere sue; consigliarlo il
rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che
restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva,
l'amicizia dei due stati; avere lui carico di nudrirla, e perchè nissuna
cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti
in Piemonte contro l'ultimo ambasciadore di Francia; presentare le sue
credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui;
stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe di
Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emanuele prima della sua
assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo Francese
verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove
protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia;
desiderare, che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i
nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo Francese
per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma
vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in
amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica;
stipulare i trattati con lealtà, osservargli con fede, difendergli con
coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere, che il re l'avesse eletto
a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il
quieto mandato.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il
re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia
politica verso di lui era nondimeno sincera, e non si può dubitare, che
suo proponimento fosse di seguitar la Francia piuttosto che l'Austria,
perchè credeva, che ciò importasse alla salute ed agli interessi del suo
reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re per
aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione
del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento,
cagionava il pericolo della repubblica di Genova: il direttorio tanto
odiava l'aristocrazìa, quanto la monarchìa; nè avendo Genova, come il re
di Sardegna, la protezione del generale vittorioso, correva pericolo che
di tanto si scemasse il suo stato, di quanto si voleva accrescere quello
del suo vicino. Vennesi in sui cavilli, e sulle superbe parole.
Rincominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante
volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per
cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirgli, a cambiare
le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signorìa all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo,
uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè
s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su con le
richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agl'Inglesi, seimila
Francesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica
quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei
danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire
l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova un presidio Francese la
lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il
senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili,
mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola,
patrizio veduto volentieri dagli agenti Francesi. Si faceva lo Spinola
avanti parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì undici settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto, che fece
precipitar Genova alla parte Francese. Stavano i repubblicani sbarcando
da una nave loro sorta sulla spiaggia di San Pier d'Arena armi, ed
arnesi ad uso dei loro soldati. Ebbe Nelson, vice-ammiraglio
d'Inghilterra, che voleva comandare con insolente arbitrio sui mari,
come Buonaparte voleva comandare col medesimo arbitrio su terra, avviso
del fatto: perciò, uscito incontanente dal porto di Genova con una
grossa nave, e con una fregata, ed allargatosi un poco, e messi in mare
i palischermi pieni di gente armata, si fece sopra alla nave Francese, e
violentemente la rapì. Fu il caso tanto improvviso che i marinari della
repubblica appena trovarono scampo a terra; nè la batterìa Francese
piantata sul lido a tutela della nave, nè le artiglierìe della lanterna
furono a tempo a rompere il disegno agl'Inglesi. Fu certamente questa
una grave prepotenza: pure la batterìa piantata dai Francesi sulla terra
neutrale, dava qualche motivo a Nelson di fare quello che fece. Ma fu
inescusabile il capitano d'Inghilterra di essere uscito a questa fazione
da quell'ospitale ricovero di Genova. Faipoult usando l'occasione, ed
acceso in gravissima indegnazione domandava, che Genova intercludesse i
porti agl'Inglesi, e desse, in compenso della nave rapita, in mano di
Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe
tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra, e le minacce di Francia fecero facilmente
andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual
cosa, tacendo, o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano
alla parte Inglese, sorse più potente la parte Francese. Però fu
risoluto nel consiglio grande, ed appruovato nel piccolo, che si
chiudessero tutti i porti ai bastimenti Inglesi sì da guerra che da
commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome Francese,
pubblicava per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui,
raccontate tutte le ingiurie ricevute da poi che aveva incominciato la
guerra, dagl'Inglesi, concludeva, che, poichè la lunga pazienza ed i
frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che
gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto
ad escludere insino a nuova deliberazione dai porti Genovesi le navi
Britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita
neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti
incomodi, ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava il dì nove ottobre a Parigi tra il direttorio ed il
plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le
condizioni, a norma delle quali i due stati dovevano vivere fra di loro.
L'accettarono i Genovesi sperando, che con lei sarebbe confermato lo
stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro
denaro. Fu convenuto fra i due stati, che il decreto del governo di
Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua
esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di
munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non
potesse, la Francia la servirebbe di presidj; se la Gran Brettagna
intimasse guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova
i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi, o scritti politici;
i nobili processati, nel grande e nel piccolo consiglio si
redintegrassero, la Francia promettesse di conservare intero il
territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze
Barbaresche; di far libere e franche le terre vincolate per dritti di
feudo all'impero Germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della
Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla
Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorj,
due milioni di franchi e le facessero un presto di altri due milioni.
Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di S. Giorgio, i due
del presto pagati dai più ricchi.

Genova debole, e lacerata da due nemici potenti, fu obbligata a comporsi
con uno di loro; il che non fu la sua salute: Venezia lacerata ancor
essa da due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di se
medesima, più vicina all'Austria che alla Francia, più tenace nella
neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza, perchè si
aveva a far con uomini tali, che il comporsi ed il non comporsi con loro
erano ugualmente di rovina. Ma prima di raccontare le Veneziane
disgrazie, sarà conveniente che da noi si narrino i maneggi politici,
che allora giravano per l'Italia. Le vittorie di Buonaparte avevano dato
speranza al direttorio, che l'imperatore d'Alemagna avrebbe concetto
pensieri di pace, e che gli manderebbe ad effetto, solo che gli si
proponessero condizioni, se non onorevoli, almeno non disonorevoli;
conciossiachè principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le
altre erano subordinate, fosse sempre la pace con l'imperatore, non
solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità della casa, e del
grado. Parevagli, che ove Francesco avesse accettato le condizioni, la
repubblica riconosciuta da un tanto principe, sarebbesi bene radicata, e
per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta
nemica: ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la
Francia, si conghietturava, che anch'essa sarebbe sforzata al venirne
agli accordi. Chiaro appariva, che dalle condizioni dell'Italia, essendo
già i Paesi Bassi Austriaci posti in possessione della Francia, pendeva
principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine
dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il
generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di
veder vicino le cose, e di fare convenienti proposte d'accordo
all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo negozio, non solo per
la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le
esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare, che il direttorio, od almeno
qualche membro di lui avessero concepito sospetto di pensieri ambiziosi
in Buonaparte, e però si erano risoluti a mandare in Italia un uomo,
quale loro sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse, ed
accuratamente rapportasse gli andari del generale Italico. Del che o
accortosi, o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire
innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperj dimezzati, gli disse a
viso scoperto, che se veniva per accordarsi con lui, il vedrebbe
volentieri e l'accetterebbe: quando no, se ne poteva tornare. Questa
insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la
passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dove era, e dove
aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato
del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra
ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza, che si mantennero in
tanti e sì diversi tempi, ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.

Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse
principalmente indirizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di
racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva in nome della repubblica
di dare al re Genova co' suoi territorj con patto che egli cedesse alla
Francia l'isola di Sardegna, e si unisse in lega con la repubblica,
obbligandosi a congiungere all'esercito Italico un numero determinato di
soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emanuele
del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo,
detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu
fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più
farla cosa del re, la fece cosa sua.

A questo succedeva nei consigli dei reggitori della Francia un altro
disegno per opera principalmente di Buonaparte, e questo era,
persistendo sempre nella volontà di conservar la possessione dei Paesi
Bassi, di dare per compenso all'imperatore la Baviera, e tutti, od
alcuni territorj della terra ferma Veneta; e già i capi della repubblica
facevano pubblicare nei loro giornali di Parigi, che Venezia era
usurpatrice di parecchi territorj imperiali: intendevano principalmente
dell'Istria e della Dalmazia. Così abbisognava, per soddisfare
all'ambizione del direttorio, e perchè la Francia fosse accomodata dei
Paesi Bassi, che ed il duca di Baviera ed i Veneziani fossero spodestati
dei loro dominj.

A queste proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, non che non avesse
voglia di avere quello d'altrui, ma perchè, parendole il caso strano, il
decoro la riteneva, e non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare
per forza d'armi gli stati d'Italia; perciocchè questi negoziati
correvano prima delle ultime rotte di Wurmser. Oltre a ciò, e quest'era
il principale motivo che la faceva stare sospesa, sapeva che la Prussia
non avrebbe sopportato quietamente, ch'ella riunisse alle sue antiche
possessioni in Germania la Baviera tanto opportuna a' suoi disegni, e
tanto aumentatrice della sua potenza. Finalmente l'accettare la Baviera,
e gli stati Veneti in una condizione di tempi non ancor maturi, come
erano quei del novantasei, ed ancor soggetti a grosse e probabili
mutazioni, pareva all'Austria cosa troppo insolita, e troppo lontana dal
consueto suo andare cauto e prudente. Tutte queste considerazioni
operarono tanto nei consigli Austriaci, che non potè avere effetto la
dazione della Baviera. Ma quello che faceva la salute della Baviera,
faceva la rovina di Venezia; perchè Clarke e Buonaparte, non ostante le
vittorie avute contro Wurmser, insistevano maggiormente presso
all'Austria per darle in mano i territorj Veneti in compenso della
Lombardìa, e dei Paesi Bassi.

Conosceva il direttorio la renitenza dell'Austria. Perciò aveva mosso,
per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare,
che il timore superasse a Vienna il pudore. Dipendeva intieramente la
Spagna pei consigli, e per l'autorità del principe della Pace, dalla
Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta
Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo
fine principalissimo di aver amicizia con l'imperatore, di fare
proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la
Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il
direttorio, oltre il timore da darsi all'imperatore, che Venezia, stante
la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato
d'entrar nella lega, e però, che se gli sarebbe porta più colorita
cagione di dar la repubblica in mano altrui; che se pel contrario
Venezia, il che non era verisimile, si fosse mostrata inclinata a
collegarsi, avrebbe avuto l'Austria giustificato motivo di accettar
quello che le si offeriva. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli
col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere, che in quel totale
sovvertimento d'Europa il senato Veneziano non poteva, e non doveva più
starsene isolato e da se, ma sì consentire a quelle congiunzioni, che
per la sicurtà de' suoi stati fossero necessarie, e che nissuna
congiunzione migliore poteva essere, che un'alleanza con la Porta, la
Francia, e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a
Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo
della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando
dell'amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non
solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio Veneto, ma ancora
dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine in qualità di
persona pubblica procedendo, l'ambasciadore dava al bailo uno scritto,
acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando, che la
repubblica Francese oltre modo tenera della quiete generale, e della
preservazione degli stati contro i disegni di alcune corti ambiziose, si
era risoluta a non istarsene da se in mezzo all'Europa commossa; che a
questo fine desiderava congiungere a quella d'altri tutta la forza sua;
che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla;
che sperava che specialmente il senato Veneziano si mostrerebbe pronto a
concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del
bailo, e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due
repubbliche. Quindi più apertamente spiegandosi, dimostrava, uno e
medesimo essere un nemico a Francia ed a Venezia, quest'esser l'Austria
perpetuamente cupida delle provincie della terra ferma Veneziana, e del
dominio dell'Adriatico; ad essa accostarsi la Russia sua alleata,
ambiziosissima dell'impero d'Oriente, impero, che già tentava con le
armi, che già macchinavano nel cuor loro i Greci: darebbe volentieri la
Russia Venezia in preda all'Austria, perchè l'Austria le desse in preda
la Grecia, e l'imperio dei Turchi. Allora qual sicurezza, quale speranza
resterebbe al senato di conservar Zante, Cefalonia e Corfù con l'altre
isole del mare Ionio? Pensasse il senato, e nella prudenza sua
deliberasse, se in casi tanto estremi, non più nascosti ma aperti, non
più lontani ma vicini, altro mezzo rimanesse di scampo, che quello della
lega, che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato
per trattare una sì importante materia, rispondeva pei generali,
offerendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.

Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili
Bartolo Gradenigo, e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari
esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte
al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per
maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora
deliberato, perchè i Savj non gli avevano partecipato un affare di tanta
importanza, il venzette settembre, quando appunto più vive bollivano le
pratiche fra Clarke e gli agenti dell'Austria e che più instanti erano
le esibizioni e le esortazioni del primo ai secondi, affinchè
consentissero, in premio della pace, a pigliarsi le province Venete, si
appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il
ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica
Francese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua
amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo
quello, che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri
ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi
stati; conoscere Venezia, ragionava Lallemand, la condizione sua
rispetto alla casa d'Austria, sempre cupida dei Veneziani dominj;
sapere, esserle stati conservati per l'amicizia di Francia; non
isfuggirle l'ambizione della Russia a danno dei Turchi, la quale se
venisse a soddisfarsi, tutte le isole Venete sarebbero preda del
vincitore; l'avida Inghilterra, certo molto imprudentemente, voler
dividere le spoglie d'Oriente con porsi nel Mediterraneo a rovina totale
del commercio e della navigazione dei Veneziani; non esser mai per
perdonare queste tre potenze al senato il non aver voluto entrare nella
lega contro la Francia; già l'Austria apparecchiare la vendetta; già
volersi risarcire con Veneziana preda dei danni ricevuti dalla Francia;
più onesto che considerato consiglio del senato, essere quello di voler
seguitare le antiche consuetudini in tempi tanto rotti; più non esservi
nei negoziati politici la probità; saperlo la Polonia divenuta preda
degli amici suoi; avere potuto Venezia conservarsi intera, quando era in
piè la condizione librata d'Europa; ma fatto lo sbilancio, non potere
più sussistere senza appoggio; offerire il direttorio l'alleanza del
popolo Francese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue
vittorie, in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'assetto che
gli piacerebbe; stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione
alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini
s'attentassero di molestarla; se mandasse il senato un negoziatore a
Parigi, si concluderebbe un trattato ad unione dei due popoli fondato
sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica Francese;
già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le
sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza
con Francia.

In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del
serenissimo principe. Aggiungeva poscia, per aprir l'adito alle future
cose, che se Venezia per rispetto verso i suoi nemici naturali, che
macchinavano la sua ruina, trasandasse la occasione, che le si offeriva,
di liberarsi per sempre dall'ambizione dell'Austria, non eviterebbe
alcuno di quei pericoli, che le sovrastavano, e non avrebbe più ragione
alcuna di richiedere di assistenza una potenza, ch'ella avrebbe
trascurato, e che sola la poteva guarentire: dure parole, continuava a
dire Lallemand, essere queste a proferirsi, ma non sapere la lealtà
Francese risparmiar parole, quando si trattava di avvertire, e di
salvare un amico.

I motivi di Lallemand ajutava presso al senato il provveditore Francesco
Battaglia, il quale, non so se per amor di bene, o per amor di male, si
era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del
governo Veneziano. Inoltre conversando egli spesso in Brescia col
generalissimo, parte tratto dal nome tanto glorioso del giovane
guerriero, parte svolto e raggirato dalla loquela di lui, che per verità
era molto persuasiva, si era lasciato condurre a prestar fede alle sue
parole melliflue e magnifiche, ed a credere esser falso quello ch'ei
vedeva con gli occhi suoi proprj, e vero quello che non vedeva. Mandava
continuamente Battaglia a Venezia, ed instantissimamente pregava, si
risolvesse il senato ad accettare la lega; con vivissimi colori
rappresentava l'energia, la virtù, il valore, e le vittorie dei Francesi
trionfatori di tutta Europa; che già l'Europa vinta dalle armi, convinta
dalle ragioni e dal merito di quei nuovi repubblicani, non aveva più
altro rimedio, che il volere quello, che essi volevano; che i Turchi ed
i Veneziani dovevano usare quell'occasione propizia di scuotersi dalla
lunga inerzia, che gli aveva occupati, e che gli avrebbe resi certa
preda di grandi potenze, che a ciò anelavano; che se, mostrandosi
ingrati a tanta lealtà, a tanta beneficenza dell'amica Francia, non
avessero afferrato il crine della favorevole fortuna, bene poteva
accadere, che ella ai proprj interessi provvedendo, e mossa a sdegno dal
rifiuto, ritirasse da loro la mano sua protettrice, e divenissero i
Veneziani prezzo di riconciliazione tra nemici potentissimi, dei quali
uno voleva essere conosciuto qual era, l'altro preservare i proprj stati
da una rovina minacciata: ricordassesi il senato, ed avvertisse, che se
le coscienze morali sono mosse dal buono, le politiche sono dall'utile,
e che l'innocenza non è stata mai scudo contro la forza.

Grave al certo deliberazione era questa, e che importava alla somma
tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il
collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe
necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti
da lei, e pieni di un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi
poteva portar con se una immediata pernicie; ed in questo non si era
infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si
esporrebbe Venezia, se a starsene scollegata, e da se continuasse.
Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i Savj
di collegio, e sebbene la sentenza, in cui entrarono, sia stata da molti
biasimata, e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia
quello, che le fu fatto, come se uno stato independente fosse obbligato,
sotto pena di eccidio, di opinare come uno stato forestiero vorrebbe che
opinasse, noi non dubitiamo di affermare, ch'ella fu giusta, onorevole e
conveniente ai tempi. Era a considerarsi, e considerarono i Savj da chi,
e contro chi, ed in quali circostanze fosse proposta l'alleanza. La
proponeva il direttorio, al quale più importava la pace con l'Austria,
che l'esistenza di Venezia; che aveva, non era gran tempo, sollecitato
il Turco a muoversi contro di lei; il cui disegno era chiaramente
d'intimorir piuttosto l'Austria, che di preservar Venezia; che al tempo
medesimo proponeva di dar gli stati della repubblica all'Austria
medesima; che per mezzo di Clarke aveva testè suggerito al marchese
Gherardini, ministro d'Austria a Torino, di far occupare dagli Austriaci
la Dalmazia; che offeriva, per prezzo di alleanza, Genova alla Sardegna;
che aveva imputato a delitto alla repubblica l'avere dato un pietoso
ricovero ne' suoi stati ad un principe perseguitato dalla fortuna; che
già prima che le armi Francesi romoreggiassero sui confini Veneziani,
aveva concetto il pensiero di cavare, prevalendosi di quel lontano
terrore, milioni di denaro dalla repubblica; che questo era quel
direttorio stesso, che anche prima che l'esercito suo entrasse in
Italia, voleva far espilare la casa di Loreto; che pagava con ingiurie,
e con occupazioni violente, e con progetti di tor lo stato, l'amicizia
di Ferdinando di Toscana; che si corrucciava, se le monarchìe non
seguitavano le massime delle repubbliche, e se le repubbliche non
seguitavano le massime della democrazìa. Considerarono anche i Savj, che
queste medesime mosse erano date da Buonaparte, cioè dal rompitore delle
promesse di Brescia, dal conculcatore degli stati Veneziani,
dall'insidiatore della disarmata Peschiera, dal minacciatore della
pietosa Verona, dallo spogliatore dei monti di pietà di Milano, di
Piacenza e di Bologna. Quale fede porre, quale speranza avere nelle
promesse, e nelle protestazioni di costoro? Volere al certo render
Venezia colpevole verso l'imperatore per darla in preda all'imperatore;
volere al certo distruggere quell'innocenza, che era il principal
fondamento della sua salvazione.

Oltre a questo maturamente avvertirono i Savj, che l'Austria, innanzi
che i repubblicani pervenissero negli stati Veneziani, non aveva mai
offeso la repubblica; che dalla lega di Cambray in poi questa potenza
non aveva mai manifestato pensieri ambiziosi contro di lei; che sempre
aveva portato rispetto a' suoi territorj; che sempre le era stata
ajutatrice fedele contro le armi dei Turchi; che sempre si era opposta
ai progetti messi avanti da altri e principalmente dalla Francia, di
smembramento e di occupazione degli stati Veneti; che segnatamente
l'imperatrice Maria Teresa aveva sdegnosamente rifiutato tale proposta
fattale dalla Francia per prezzo della pace generale del quarantasette:
che l'imperatore Francesco medesimo non aveva pure testè voluto udire le
offerte fatte della occupazione della Dalmazia Veneta dal negoziatore
Clarke al ministro d'Austria in Torino, e che certamente qualunque fosse
stata l'antica fede dell'Austria e della Francia verso la repubblica,
d'infinito spazio ai tempi presenti migliore era stata quella della
prima, che quella della seconda. Concludevano da tutto questo, che se la
fortuna Francese preponderante non permetteva che si pendesse di più
verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si
pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era
destinato dai cieli, che la repubblica perisse, doveva ella perire
piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa
propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza
che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.

Tutte queste considerazioni appartenevano all'incorrotta fama: altre
appartenevano alla sicurezza. Era la repubblica disarmata, nè così
presto si sarebbero potute apprestare le armi necessarie all'importanza
di una tanta guerra; perciocchè non era da dubitare, che la congiunzione
a difensione con Francia non fosse stimata congiunzione ad offensione
dell'Austria. Dal che conseguitava, che poco momento poteva arrecare la
repubblica con la sua alleanza, e l'effetto inevitabile ne sarebbe
stato, che le province Venete poste ai confini Austriaci, ed ancora
immuni dalle armi, sarebbero state incontanente occupate in forma di
guerra dagl'imperiali per modo che tutti i territorj Veneti, nissuno
eccettuato, sarebbero divenuti o campo di feroci battaglie, o stanza di
amici intemperanti, o bersaglio di nimici irritati. Nè era da passarsi
senza essere avvertito il pensiero, che il farsi alleata del direttorio
importava alla repubblica il farsi serva di lui, ed il dover consentire
a quanto egli volesse, dar l'ingresso alle genti di Francia in Venezia
per la spedizione tanto desiderata di Trieste, dar loro accesso, e copia
dell'arsenale sotto colore di voler armar navi contro l'Inghilterra, e
tutto questo apparato nuovo e grosso di armate navali dover essere a
carico della già consunta repubblica, nè si potevano sperare ajuti di
denaro da Francia, perchè gli alleati grossi sogliono prendere, non dar
denaro ai piccoli, e fra gli alleati grossi il direttorio era quello,
che ne prendeva più, e ne dava meno. Poi di somma importanza era, che la
lega con la Francia avrebbe prodotto la guerra con l'Inghilterra; il
quale accidente di quanto danno fosse per riuscire ai Veneziani per
traffichi di mare, nissuno è che non veda; l'isole Ioniche stesse
avrebbero portato gravissimo pericolo; che se per renderle sicure contro
i moti dell'Inghilterra, vi si fossero introdotti presidj Francesi, si
poteva bene sapere quando vi sarebbero entrati, ma non quando ne
sarebbero usciti. Quest'era la guerra di mare; ma quella di terra,
avrebbero dovuto farla i Veneziani con quei medesimi modi, coi quali la
facevano i repubblicani di Francia, che è quanto a dire con incitare i
sudditi Austriaci alla ribellione; ed i territorj, che per premio si
promettevano a Venezia, sarebbero stati il frutto d'instigazioni
abbominevoli. Il che quanto fosse lontano dalla fede, dalla dignità, e
dalla consuetudine della Veneziana repubblica, e quanto potesse
macularle, facile è il vedere. Ma in tutto questo negozio, certamente
tanto importante quanto geloso, un motivo era più potente di tutti,
perchè la repubblica non si scostasse dalla illibata neutralità, e
quest'era, che la Francia era lontana e l'Austria non solo vicina, ma
confinante per lungo spazio con gli stati Veneti, e che quantunque la
fortuna tanto si fosse fino allora dimostrata favorevole alle armi
Francesi, poteva accadere ch'ella improvvisamente si voltasse in favor
dell'Austria; ed allora quale speranza, quale sicurezza sarebbe rimasta
a Venezia, perchè non diventasse preda dell'imperatore? Del quale
avvenimento dava ragionevole sospetto l'essere sempre state le stanze
dei Francesi subite e corte in Italia. Al postutto, sebbene vi fosse da
ogni parte incertezza e pericolo, più prudente consiglio era in un
affare, in cui andava la somma tutta dello stato, il fidarsi di un
governo antico, regolato e vicino, che di un governo nuovo, sregolato e
lontano. Finalmente pareva cosa troppo brutta all'integerrima
repubblica, e che non potesse passare senza grande offesa della sua
dignità, il dover correre addosso ad uno stato amico, ed ajutare alla
sua oppressione, ora che la fortuna lo aveva precipitato in una sì
grande avversità. Serbando adunque l'antica consuetudine di Venezia,
opinarono i Savj, e fu appruovato dal senato, che signora di se
medesima, e da ogni vincolo libera si serbasse la repubblica. Rispondeva
il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le
dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica Francese,
che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato,
che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni, che
verrebbero a produrre effetti contrarj all'intento; che per antico
instituto la repubblica di Venezia lontana dall'ambizione, e solita a
temperare se medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo
politico nella felicità e nell'affezione dei sudditi, e nella sincera
amicizia verso tutti i potentati d'Europa; del quale giusto ed
immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle
sollecitazioni contrarie in varj tempi fatte, essi potentati mostrati
contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai Veneti
dominj con utile costante, e contentezza inestimabile dei sudditi; che
questa condotta del senato confermata dal corso di tanti secoli felici,
non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di
guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma
assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i
sudditi, per la constituzione fisica e politica de' suoi stati, e per la
sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il
pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè
derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni, alle
quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento
con dire, sperare, che il direttorio, conosciuta la ingenuità, e la
verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette, e non sarebbe
per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia,
da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

A questo modo si terminarono i negoziati di alleanza tra il senato, e il
direttorio. La quale risoluzione, avvegnacchè da alcuni, i quali credono
che il senato Veneziano doveva deliberare come conveniva alla Francia, e
non come conveniva a Venezia, sia recata come segno di nemicizia contro
la Francia medesima, e come pretesto del tradimento fatto a Venezia, non
sarà se non lodata da tutti gli uomini prudenti. Bene appruovolla il
direttorio stesso, che più di tutti avrebbe dovuto disappruovarla,
avendo dichiarato al nobile Querini in Parigi, che il governo Francese
sentiva perfettamente come il senato in tale materia, e che mai non
l'avrebbe consigliato ad unirsi con la Francia in questa guerra contro
la casa d'Austria, conoscendo benissimo a quanti pericoli poteva Venezia
esporsi. Alla quale risposta era venuto il direttorio, perchè il nobile
Querini l'aveva, in proposito dell'alleanza parlando, interrogato, se
egli potesse assicurare, che i Francesi riuscissero a cacciare gli
Austriaci per modo che i Veneziani non avessero mai in progresso di
tempo a pentirsi dello aver abbandonato la loro neutralità.

Rifiutata dal senato l'alleanza con la Francia, restava a considerarsi,
se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con
l'Austria; perchè, se non si poteva temere che la Francia lontana
volesse far sue le spoglie di Venezia, bene si poteva dubitare di tale
intendimento nell'Austria vicina. Al qual timore davano maggiore forza
le recenti offerte fatte degli stati Veneziani dal direttorio
all'imperatore, e le parole che incominciavano a metter fuori i
comandanti Austriaci in Italia; essere l'Austria male soddisfatta delle
opere della repubblica, troppo parziale essersi dimostrata verso i
Francesi. L'alleanza con l'Austria avrebbe fermato tutti questi mali
pensieri, e non era da credere ch'ella si tirasse indietro, perchè in
mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia avrebbe recato peso
nella somma delle faccende militari. Ma prevalsero i consigli quieti,
perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella, e
non voleva soverchiamente irritare contro di se i repubblicani già
padroni di buona porzione de' suoi territorj. Era chiaro altresì, che
per la presenza dei due nemici era Venezia giunta a tale che non poteva
collegarsi nè con l'uno nè con l'altro senza correre pericolo di totale
ruina. Nondimeno, se ella avesse congiunto le sue armi con quelle
dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose
e forti, avrebbero i Francesi potuto ricevere grave danno. Il non aver
ciò fatto pruova la sincerità della repubblica.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo
a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle
ombra. Le offerte fatte dalla Francia di dare i dominj Veneti
all'Austria non furono tanto segrete che l'altre potenze non le
risapessero. Seppele fra le altre la Prussia, a cui più importava la
cosa, siccome emola e solita a recare a propria diminuzione ogni aumento
dell'Austria. Avvisò, che quello che voleva il direttorio di Francia,
avrebbe finalmente avuto effetto, perchè stimava che l'Austria, passate
le prime ripugnanze, non fosse di tale moderazione che non consentisse
ad accrescere gli stati proprj con quelli d'altrui. Per la qual cosa il
barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi,
in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo, che
con dolore infinito vedeva la condizione del senato, e delle Venete
province, divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il
consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto
turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno
non poteva nè immaginare, nè tenere il senato: soggiunse poi però, che
non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici, e collegato
con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello stato ad un avvenire
certamente molto incerto, e probabilmente tempestoso; che il governo che
facevano i Francesi delle terre veneziane con aver violato le leggi le
più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli
Austriaci di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che
perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a
premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni
contro qualunque tentativo della casa d'Austria; che bene conosceva, che
non poteva la repubblica collegarsi con la Francia, quando questa non
fosse per mantener sempre in Italia ai comandamenti del senato
cinquantamila soldati, pronti a difenderla da ogni improvviso assalto;
la quale supposizione, soggiungeva, era impossibile a verificarsi. Detto
tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire, ch'ei credeva, che la sola
potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente
potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi
politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato
non poteva a modo nissuno sospettare, ch'ei volesse una tale alleanza
procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la
sola potenza, che potesse por freno agli appetiti ambiziosi
dell'Austria, e conservare l'incolumità e l'integrità dei dominj veneti;
che a lui pareva, tale essere la opportunità e la necessità di
quest'alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa
d'Austria non poteva recarsi a male, che la repubblica cercasse di
guarentirsi da quei sinistri effetti, che a lei potevano derivare dal
cambiamento di quei principj che fino allora avevano conservato la buona
corrispondenza fra i due stati; che finalmente, quando l'imperatore
vedesse, essersi la repubblica collegata veramente con la Prussia,
avrebbe deposto il pensiero di tentare cosa alcuna contro di lei.
Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il
senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire,
che non si poteva ben prevedere quale fosse per essere, poichè
fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo all'imperatore di
chiamarsi scontento dei Veneziani, e di recar loro col tempo qualche
grave molestia.

Questo parlare profetico, e questa profferta tanto secondo il bisogno,
potevano essere la salvazione dell'insidiata Venezia, ed ogni motivo di
stato concorreva a far deliberare che si accettasse; perchè nè gli
Austriaci, nè i Francesi potevano far peggio attualmente di quel che
facevano alla repubblica, nè peggiori disegni macchinare contro di lei,
di quelli che macchinavano; il che dimostra, che la lega con la Prussia
poteva solo causar bene, non male a Venezia, e che sola poteva medicare
i mali presenti. Ben si era fino allora consigliato il senato,
seguitando il suo antico costume di non congiungersi nè con questa nè
con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione
quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria, e tanto
opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovo scritto,
questo fatale rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto
degl'inquisitori di stato, checchè a ciò fare gli muovesse, e dei Savi,
che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro
medesimi deliberato di scrivergli, che non entrasse in questo trattato.
Della quale deliberazione la posterità tutta, e massimamente la patria
loro diventata suddita, da sovrana ch'ella era, gliene avranno biasimo
ed indegnazione eterna. Forse a sì strano partito, e ad impedire sì
salutifero consiglio si mossero pel rispetto di non volere offendere la
Francia, e principalmente l'Austria, e per la speranza, che la sincerità
e l'imparzialità della repubblica avessero a condurla a salvamento;
semplicità certamente maravigliosa in una Venezia, ed in tempi tanto
scapestrati. Bene gli aveva avvertiti Lallemand, con verità dicendo, che
la probità politica non era più al mondo.

Intanto prima che si tradisse lo stato, si laceravano i sudditi sì dai
Francesi che dai Tedeschi con ogni maniera di più immoderata barbarie.
Nè più si vanti la libertà di frutti dolci, nè la regolarità degli
antichi governi di frutti moderati, nè il secolo decimottavo di umanità;
poichè e repubblicani ed imperiali, pretendendo parole soavi di
amicizia, rapivano nei miserandi territorj veneti, non solo per
necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con
violenza, non solo con comando, ma anche con ischerno le vite, l'onore,
e le sostanze di coloro, che amici chiamavano. Nè più si portava
rispetto ad una età che ad un'altra, nè ad un sesso che ad un altro; e
quello che non periva per sangue, era contaminato per bruttura; spesso
anche il sangue succedeva alla bruttura; perciocchè e' furono veduti
vecchi e fanciulli uccisi, perchè non pronti a discoprire dove fossero
riposte le sostanze, o le madri, o le figliuole loro, e se gli uomini
stati fossero fiere, non sarebbero stati trattati peggiormente dai
crudeli dominatori, come i Veneziani furono. Quello poi che era involato
per forza, era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì
vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere
necessario; chi per ufficio, o per grado aveva debito di provvedere ai
soldati, e di ritirargli dalla barbarie, si arricchiva; il perchè si
vedevano capi ricchi, soldati squallidi, abitatori spogliati: non che
non vi fossero nell'uno esercito e nell'altro uomini incorrotti, che
anzi ve n'erano molti, ma non avevano autorità, perchè il malo esempio
dominava, e tra i repubblicani erano chiamati aristocrati, come se gli
amatori della libertà si debbano conoscere dagli stupri e dalle rapine.
Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte
preziose si sperdevano dagli sfrenati forestieri: i cavalli dei ricchi
si rubarono dai repubblicani, perchè, come dicevano, erano cavalli di
aristocrati; i cavalli, e gli altri animali da tiro e da soma
appartenenti ai villici s'involavano dai repubblicani e dagl'imperiali,
perchè erano, come dicevano, animali di spie; e tant'oltre procedè
questa rapina, che le mosse militari ne divennero tarde e difficili per
la mancanza di bestie. Il male era ancora peggiore nelle bovine, parte
scialacquate dalla licenza, parte consumate da un morbo epidemico
gravissimo. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta
rabbia, ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla
esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti.
Buonaparte poi, quantunque facesse qualche dimostrazione in contrario,
dava a' suoi la briglia sul collo, e comportava loro ogni cosa, per
farsegli più suoi pei disegni avvenire. A questo tempo medesimo gli
eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai
diversi dal buonapartiano erano per moderazione, e per rispetto ai
vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che
temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre
procedendo, era cagione, che a gara le città italiche in presidio la
chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera
aristocratica, e vi furono delle male parole, e dei peggiori fatti in
questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato a
Vienna, si lamentava a Parigi; estorquere, gridava a Francesco
imperatore, i comandanti imperiali dai sudditi veneti con minacce nella
vita, e con dar in cambio semplici ricevute, quantità esorbitanti di
provvisioni; avere saccheggiato Villanova con uccisione di parecchi
abitatori, avere saccheggiato Salò e Fontanaviva, e molte altre terre
del Veronese e del Vicentino; essere la licenza dell'imperiale esercito,
ovunque passava, incomportabile, e se nella sua prima giunta a Bassano
aveva mostrato qualche moderazione, sapere le desolate sponde
dell'inferiore Brenta in quanta sfrenatezza si fosse cangiata la prima
temperanza. Nè portarsi da lui maggior rispetto ai particolari
innocenti, che allo stato amico: avere ad onta della professata
neutralità assaltato i Francesi in Brescia, uccisone alcuni,
imprigionatone molti, cacciato i restanti con forza, e con pericolo
d'incendio e di sacco di quella popolosa città; avere minacciato di
atterrare violentemente le porte di Verona, se presto non gli fossero
aperte; avere altresì con volere resistervi dentro ai Francesi fatti più
forti, posto a gravissimo ripentaglio tutta la terra; vincitore,
saccheggiare per insolenza, vinto per rabbia; se aveva, domandare per
ladroneccio; se non aveva, domandare per bisogno: in ambi i casi rapire
con violenza; accusare i Francesi per imitargli, accusare i Veneziani,
come partigiani dei Francesi per rubargli: le opinioni non fare; segno
essere alle cupide soldatesche così i pacifici cittadini, come i
parziali di Francia: non fare la dignità; le chiese contaminate, i
parochi insultati, le municipali sedi spogliate e rotte, nè sapersi più
discernere, se gl'Imperiali volessero la salute, o la perdizione di
Venezia; cotali essere le opere degl'imperiali soldati. Le giustissime
querele del senato Veneziano porte a Vienna non fruttarono, perchè
furono passate o con silenzio sprezzatore, o con promesse inutili.

Nè meno lamentevoli voci, nè meno vere gittava per mezzo del nobile
Querini a Parigi, i detestabili fatti del buonapartiano esercito nella
terraferma veneta narrando: avere saccheggiato la dogana pubblica in
Desenzano; avere a Castello Lagusaro rapacemente spogliato le stanze
della guardia veneta, minacciato barbaramente nella vita il paroco,
ucciso una miseranda vecchia, saccheggiate le case, violate le donne;
sperperate essere in fondo le provincie Bresciana e Veronese; Bassano
non aver più da vivere; pure non cessare le sforzate tolte, e chi
s'indugiava alla Francese impazienza, essere ucciso; fumare da ambi i
lati le terre arse dei Lezini monti; Lubiara, Corrodetto, Albarè di
Gardezzana, il contado tutto di Verona essere desolati; andare raminghe
le genti fameliche per la rapina violenta dei loro averi; trecento
famiglie all'estremo ridotte dal sacco errare squallide e nude per
iscoscese montagne; Este, e Montagnana soprattutto portare i segni del
repubblicano furore; ivi una povera donna, a cui la natura aveva fatto
dono infausto di bellezza, e vicina al termine della sua gravidanza
essendo, chiamata da soldati brutalissimi agli ultimi oltraggi, avere
fra doglie orribili cessato di vivere; il misero marito desideroso di
sottrarla dalla sfrenata cupidigia, avere avuto un braccio reciso dagli
oltraggiatori dell'infelice moglie; avere il repubblicano esercito di
Francia, quale furiosa tempesta, calpestato ogni cosa ad Arcole, a
Ronco, a Tomba, a Villafranca, le terre tutte fra l'Adige e il lago;
campagne devastate, granai dispersi, cantine vuotate, cavalli, buoi,
animali d'ogni spezie rapiti, mobili involati o distrutti, case rovinate
od arse, vergini violate, santuarj profanati, vasi sacri rubati,
abitanti, alcuni uccisi, inumerabili spogliati e ridotti ad errare
raminghi, coi teneri figliuoli loro asilo e sussistenza mendicando.
Questi essere gli effetti della presente guerra, i quali parrebbero
anche incredibili, se le voci stesse di tutto il Francese esercito non
gli attestassero: eppure non esser mai mancata qualunque comodità alle
genti Francesi; l'ospitalità la più amichevole essersi per la parte
Veneta e sempre, ed in ogni luogo mostrata; avere i generali, gli
ufficiali, i commissarj, i famigliari loro, i soldati stessi trovato le
case aperte per accorgli amorevolmente, per trattargli umanamente;
essersi vedute intiere famiglie di regolari, di vergini sacre, ed anche
di semplici particolari cedere ai nuovi ospiti il proprio tetto;
chiamargli a parte delle mense e di ogni comodo loro; avere sempre
abbondato ogni sorte di provvisioni; avere il governo sempre, e non
invano esortato i sudditi a sopportare pazientemente tante calamità;
essersi i sudditi con rassegnazione incredibile mostrati obbedienti alle
esortazioni, ma ciò non giovare; più si concedeva, più domandarsi;
maggior cortesia si usava, maggiore violenza adoperarsi; le più gentili
persone svillaneggiate da una soldatesca insolente; ai modi più ingenui
corrispondersi con inumani oltraggi; la nobile Verona diventata un
quartier sucido di soldati tutta, venire per la forestiera
contaminazione a schifo ai Veronesi stessi le antiche e dilette stanze
loro: certamente, dappoichè i miserabili uomini trattano la guerra, non
mai essersi dimostrata dall'un canto tanta pazienza, non mai dall'altro
tanta barbarie, e peggio, che gli oppressori chiamavano la pazienza
perfidia, la barbarie libertà. Così periva sotto nome di amicizia la
misera Venezia, non solo senza gratitudine da parte di coloro che si
succiavano le sue sostanze, ma ancora senza compassione; e per ristoro
finalmente fu fatto vendita e compra di lei dai feroci saccheggiatori,
non meno cupidi di rapire, che vogliosi di tradire. Dolevasi il senato
al direttorio; dolevansi i magistrati a Buonaparte, dolevansi ai
Tedeschi capitani: rispondevasi per gli uni e per gli altri non solo
freddamente, ma anche ironicamente, esser questi mali inseparabili dalla
guerra: esser veramente Venezia infelice; si ordinerebbe, si
provvederebbe, e gli ordini, e le provvisioni erano, che diveniva ogni
dì più insopportabile l'insolentire dei soldati. Io non so quello, che
il mondo corrompitore o corrotto sarà per dire di queste mie narrazioni;
questo so bene, che l'universale dei Francesi e degli Austriaci, anzi
tutti, eccettuatone solamente quelli, che credono che la gloria consista
nell'opprimere le nazioni forestiere, danneranno con tutti i buoni sì
detestabili eccessi, e di perpetuo biasimo noteranno coloro che vi
ebbero colpa.

Nè meglio erano rispettate da coloro, che accusavano Venezia di non
esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private, come se chi reca
ingiuria, avesse a stimarsi offeso, e chi la riceve, offenditore. Verona
massimamente era segno alla repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio
suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le
chiavi della porta di San Giorgio all'uffiziale Veneto, portava via
dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva,
prendeva le armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armerìa e nelle
riposte Veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna di
Verona, quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava
finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori, e vi piantava le
insegne Francesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie Veneziane,
tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava
forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio a grado suo il
fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per
sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle
valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila
soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia,
a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano
depositata in casa del marchese Terzi sul territorio Bergamasco, e
finalmente levava le lettere dalle poste Veneziane, aprendole per vedere
che cosa portassero; le quali cose tutte erano forse utili alla
sicurezza dei Francesi, ma certamente rompevano la neutralità di
Venezia, ed autorizzavano questa repubblica a romperla dal canto suo, ed
a fare una subita presa d'armi contro chi con tanta violenza, e con
violazione sì manifesta del diritto delle genti, turbava il suo vivere
quieto.

Considerando io l'aspro governo fatto degli stati Veneziani, non so con
qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di
Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Francesi:
il che vuol dire, che a posta di quei repubblicani e' bisognava non solo
ringraziare, ma anche amare chi crudelissimamente vi straziava.

Trattati a questo modo gli stati della repubblica di Venezia sì dagli
Austriaci che dai Francesi, apparivano intieramente mutati da quello che
erano prima che quella feroce illuvie gli sobbissasse. Le opere più
pregiate della umanità perivano perchè divenute segno di scherni
barbari; quello che s'era durato un secolo a edificare, un solo momento
distruggeva; quello che dalle più estreme regioni si veniva curiosamente
visitando, come fregi eccellenti della rispettata Italia, era guasto da
chi si vantava di avere a cuore questi preziosi ornamenti del vivere
civile; nè la necessità serviva di scusa, perchè per giuoco si guastava,
non per vivere, nè per difesa. Quanti sontuosi palazzi sconciati per
bruttura, o laceri per ruina! quanti nobili arredi involati o guasti!
quante onorate statue mutilate o rotte! Quanti alberi o di dolci frutti
carichi, o di peregrina bellezza risplendenti, per trastullo atterrati
dalle sfrenate soldatesche venute d'oltre Alpi, o d'oltre il Norico a
conculcare l'innocente Italia! Là dove nacque Virgilio, là dove nacque
Catullo, là dove nacque l'infelice Bonfadio, là dove in dolce filosofia
se n'era stato meditando il dolcissimo Bembo, erano i maggiori segni
della moderna barbarie, stampati da chi pretendeva di riformare, o da
chi pretendeva di mantenere il vivere sociale. Peggio poi, che a chi si
lamentava, si rispondeva che la guerra è migliore della pace, la
distruzione della conservazione, la disperazione della tranquillità, e
se non si rispondeva con pessime parole, si rispondeva con peggiori
fatti; il sangue si mescolava alle ruine. Sorgevano in ogni lato pianti
e lamenti, donde poco innanzi solo si udivano i canti di un popolo
felicissimo, del quale se di tanto era cambiata la condizione, non era
in lui colpa alcuna, poichè la colpa era tutta in una feroce querela
nata in lontani paesi fra popoli amatori della guerra. Le amene spiagge
del Benaco, le molli sponde della Brenta, ornate le une e le altre di
quanto hanno la natura e l'arte di più grazioso e di più magnifico,
giacevano ora desolate ed arse. Nè si poteva mostrar compassione, perchè
chi la mostrava, era stimato nemico d'Austria o di Francia: le preghiere
cagionavano le ingiurie, i pianti gli scherni, la bellezza gli oltraggi,
la forza le uccisioni. In mezzo a sì orribile strazio di sostanze e di
persone, chiamavansi, per aggiunta, gl'Italiani perfidi e vili, come se
sincerità fosse il rubare e l'ammazzare sotto titolo d'amicizia, e se
coraggio fosse l'uccidere i deboli ed i traditi. Certo stupiranno i
posteri dei mali fatti commessi, ma stupiranno vieppiù delle promesse
fatte, e se il secolo avrà nome di crudele, lo avrà ancora più
d'ingannatore. Così periva Venezia: che s'ella poi, per un qualche
sussidio al suo estremo caso, voleva chiamare a' suoi stipendi un
capitano riputato in Europa, se ne sdegnava Vienna, e se voleva ranuare
quattro cannoni sul lido, se ne sdegnava Parigi: le accuse di perfidia
tosto si proferivano da coloro, che si facevano mezzo principale per
distruggere a Venezia la perfidia.

Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi, e gli riempivano di
sdegno, parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i
popoli a nemici crudeli, parte contro i commettitori di tanti scandali.
Non mai dai Veneziani si erano amati i Tedeschi, troppo diversi per
indole e per lingua, ed anche la prossimità, come suole avvenire, gli
alienava: ma in ogni tempo erano stati amatori del nome Francese, ed è
certo, che fra tutte le nazioni del mondo la Francese era quella, che la
Veneziana con più benevolenza abbracciava. Ma per l'opere ree di
Buonaparte, e di chi a lui aderiva, molto si era rimutata questa
inclinazione dei Veneziani, e se odiavano i Tedeschi, certamente non
amavano i Francesi. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della
terraferma, tocche da quel turbine insopportabile domandavano al senato
ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso
ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento al danneggiare. Il
senato, piuttosto rispettivo che prudente, cercava di mitigar gli animi,
e quanto alle armi andava temporeggiando, perchè sperava, che qualche
caso di fortuna libererebbe i dominj da ospiti tanto importuni, e perchè
temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare
e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della
repubblica. Solo accettava le offerte della provincia Bergamasca, la
quale in questo procedeva con più calore delle altre, sì per la natura
ardita de' suoi abitatori, e sì per l'autorità del potestà Ottolini.
Offeriva trenta mila armati pronti a mettersi a qualunque pericolo per
la patria, ov'ella della opera loro abbisognasse. Ma il senato, che
conosceva bene la natura dei popoli armati, massimamente in mezzo a
tante occasioni di sdegno, temendo che più oltre procedessero, che
l'umanità ed il bisogno della patria richiedevano, aveva sottoposto a
certo ordine quella moltitudine, partendola in compagnie, e ponendo a
reggerle uomini prudenti. Raccomandava al tempo medesimo la moderazione,
e non si muovessero, se non quando la necessità e gli ordini del senato
gli chiamassero. La quale raccomandazione fu poi imputata al senato
dagli storici parziali, come pruova di perfidia, come se avesse dovuto
abbandonar senza freno all'impeto suo una moltitudine armata, e
giustamente irritata da tante ingiurie. Queste sono deliberazioni, che
in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni caso si fanno dai governi, nè si
può comprendere come possano fare diversamente. Ma il secolo, e chi loda
il secolo, volevano e vogliono, che quello che deliberava il senato
Veneziano, o che armasse o che non armasse, o che parlasse o che
tacesse, tutto gli fosse imputato a delitto; e più volte Buonaparte gli
disse, voi dovete armare, e più volte ancora, voi non dovete armare.
Contro chi poi fosse allestito tutto quell'apparato delle Bergamasche
armi, facile è il giudicare, poichè certamente era contro coloro, che
sotto spezie di amicizia trattavano Venezia da barbari, e sotto spezie
anche d'amicizia la volevano tradire. Ma queste armi si apprestarono
dopo venuta la barbarie, ed a questa unicamente, ed agli autori suoi
debbonsi imputare, se non forse si voglia credere, come odo che alcuni
uomini schifosi credono, che Venezia fosse obbligata, per far piacere ai
forestieri, di lasciarsi straziare e distruggere, non solo senza difesa,
ma ancora senza lamento. Intenzione poi del senato era di non
adoperarle, se non quando i distruttori si fossero accinti a mandar ad
effetto il pensier loro. Adunque se alcuno sarà per biasimarle, farà
segno, ch'ei non sa che cosa siano nè giustizia nè patria.

Ritornando ora al filo della storia, seguiteremo a raccontare, che non
così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il dì
trentuno maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si
accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non
già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai
repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con
assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che
marittime. Abbiamo narrato, come il generale repubblicano avesse
affermato con modi peggio che amichevoli, perchè erano incivili, che
aveva ordine dal direttorio di ardere Verona, e d'intimare la guerra ai
Veneziani. A tale gravissimo annunzio pervenuto celerissimamente per
messo a posta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta,
e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano in golfo, che si
riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di
Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia, ed in
Albania, in quanto maggior numero si potessero, le cerne, ed ai
Veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che
avevano le stanze in quelle province, senza indugio alcuno alla volta di
Venezia s'indirizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte
le navi che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor
generale da mare, e con queste anche le due destinate a portare il nuovo
bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono
prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il
principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì
due dello stesso mese, a provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani,
dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli
paresse, tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer,
affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per
custodia dei lidi, e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni
del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati, e
presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San
Pietro della Volta, lido di San Niccolò, Malamocco. A Brondolo
specialmente, dove mettono foce i fiumi Adige, Po, e Brenta, furono
fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle
che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei
circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della
Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le
isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a
questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia,
e del dogado a cui diedero il nome di Casatico. Per cotal modo Venezia
spinta dalla vicina guerra intimatale da Buonaparte, si apprestava a
difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.

Noi siamo abborrenti per consuetudine e per natura dal biasimare chi
scrive, e meno ancora chi scrive storie. Ma l'amore della verità, e la
innocenza di Venezia ci spinge a notare, che uno storico dei nostri
tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di
riprensione, quanto è diretta contro il tradito ed il misero, si lasciò
uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste
provvisioni del senato Veneziano furono fatte prima delle minacce dei
Francesi. Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrar
le date, che le provvisioni medesime furono fatte dopo, ed a cagione
delle minacce intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini;
imperciocchè minacciò Buonaparte il dì trentuno maggio, deliberò il
senato il dì primo, e secondo giugno. Il perchè l'allegazione dello
storico è contraria alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli
pretendesse che Venezia, sentite le mortali minacce di Buonaparte, non
doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà, che la Francia non doveva
armarsi, sentite le minacce di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai
sommi geografi così Francesi, come Italiani, i quali sostengono
l'opinione del citato storico, saria bene, che ci dicessero quale
maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra
Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene, che ci
dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente, che minacciasse
di totale ruina lo stato della Francia, se il governo non delibererebbe
in proposito il dimane a Parigi. Veramente, quando l'uomo vuol impugnare
la verità conosciuta, diventa ridicolo. La distruzione della repubblica
di Venezia è stata una grandissima sceleraggine, e non fa onore al
secolo il volerla giustificare. Sonci poi alcuni in Italia, che dicono,
e credo eziandio, che stampano, che Venezia perì, e meritava di perire
perchè seguitò le massime del Sarpi. A questo io non so che cosa
rispondere, se non forse, che ella ha avuto torto di voler punire colle
patrie leggi due ecclesiastici sceleratissimi, e che là doveva esser
lecito a chi portava chierica, l'infamare le rispettabili donne, ed il
commettere assassinj.

Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità dei Veneziani
verso l'Austria, narra come, non così tosto dimostrò l'imperatore
desiderio, che la repubblica non conducesse a' suoi stipendi il principe
di Nassau, il governo Veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il
consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle lagune
Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal
senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi
medesimi molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo
desiderio. Mal volentieri mi sono io indotto a parlar di questo fatto,
perchè quando anche fosse vero ciò che è falso, non si vede come per una
condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla
distruzione e vendita di lei.

Al tempo stesso, in cui il senato ordinava l'apparato militare delle
lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere, ch'ei
pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di
assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo
Francese, col quale andava esponendo, che mentre la repubblica di
Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità,
e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Francese,
erano gli animi del senato rimasti vivamente traffitti dal colloquio
avuto dal generale Buonaparte col provveditor generale Foscarini, dal
quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio
verso Venezia che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato
occasione a tale alterazione che era conscio specialmente di non
meritare alcun rimprovero per l'occupazione violenta fatta dall'armi
Austriache di Peschiera, contro di cui non era restato alla repubblica
disarmata, e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche,
altro rimedio che la più ampia e solenne protesta, e la più efficace
domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento
stesso di fare; potere lo stesso general Buonaparte rendere testimonio
dello aver trovato inermi e tranquille le città Venete, e della
prontezza, con la quale i governatori Veneti ed i sudditi
somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era
necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere
suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia,
e pronto a dare quelle spiegazioni, ed a fare quelle dimostrazioni dei
sentimenti propri, che fossero in suo potere per confermare quella
perfetta armonìa che felicemente sussisteva fra le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a
Venezia, domandava al senato, perchè ed a qual fine si apprestassero
quelle armi, come s'ei non sapesse, che il perchè erano gl'improperj e
le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in
una guerra, che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato voler fare fra
pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro, che simili
apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti, quando instavano
presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non
sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia, come
la Francia per mezzo di Buonaparte, aveva fatto. Richiedeva finalmente,
si cessassero quelle armi dimostratrici di una diffidenza ingiuriosa, e
contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Francese: il
che significava, che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva
ch'ella si difendesse.

Rispondeva pacificamente il senato, le armi, che si apprestavano, essere
a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la
terraferma; pacifica essere Venezia, volere vivere in amicizia con
tutti; in mezzo a tanto moto, ad opinioni tanto diverse, a discorsi
tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forestieri non
conosciuti, che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla
quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indirizzati
i nuovi presidj, ed a fare, che siccome l'intento suo era di non
offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere sperare, che
il governo Francese meglio informato dei veri sensi della repubblica,
deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei, e persevererebbe,
ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia
che il senato le aveva costantemente, ed a malgrado di tutte le
suggestioni ed instigazioni contrarie, conservata, quando la Francia
medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel
senato non istarebbe, che un sì desiderato fine si conseguisse a questo
tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli, a questo tutte le
sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo
affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con
esso lui sulle faccende comuni, ch'egli era grato al senato per la
gentile, e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere nè
più sincera, nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a
Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici
sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli
aveva sempre rappresentato: insomma ei si chiamò contento intieramente,
e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il dieci luglio; eppure
questo medesimo giorno, noi lo diremo, giacchè siamo serbati a
raccontare queste contraddizioni fastidiose, egli scriveva al ministro
degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine
di far odiare dal popolo i Francesi; che il generale Buonaparte,
richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto, che i Francesi erano
entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che
tenevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi
occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che
vorrebbero servire ad interessi contrari, che il medesimo Lallemand,
scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo,
che il governo Veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione
Francese, ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio
contro i Francesi; ma che in quel momento era vero del pari, che sincere
erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la
Francia; che le male impressioni lasciando luogo alla considerazione de'
suoi veri interessi, lealmente desiderava veder rotto quel giogo
Austriaco tanto grave a lui ed a tutta Italia; che per verità non si
poteva sperare che si ajutasse con le proprie mani, ma che questo poteva
bene la Francia promettersi di Venezia, che non tanto che ella
contrariasse coloro che ne la volevano liberare, desidererebbe
nell'animo suo felice compimento all'impresa loro; che, quanto
all'armare, quantunque dubbiosi potessero esserne i motivi, pareva a
lui, che tale qual era, non potesse far diffidare della fede Veneziana;
che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione
di temere; che con gli occhi suoi propri vedeva, che i preparamenti che
si facevano, non avevano altro fine, che quello di custodire le lagune
ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in se
cosa, che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di
Lallemand, che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo
fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così
Venezia, segno di tanti inganni, se armava, era stimata nemica, se non
armava, perfida; i tempi tanto erano perversi, che anche in chi
conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più
sicura della guerra, nè la guerra della pace, e l'estremo fato già la
chiamava.

Tali quali abbiam narrato, erano i pensieri e le opere di Buonaparte e
del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi
disegni furono interrotti da una nuova inondazione di armi imperiali in
Italia.



LIBRO NONO

SOMMARIO

      Negoziati inutili di pace. Stato della repubblica Cispadana:
      nuovo congresso dei popoli dell'Emilia. Squallore dei soldati
      francesi in Italia, e ruberie dei pubblicani. Lamenti di
      Buonaparte in questo proposito. L'Austria ingrossa di nuovo, e
      fa impresa di riconquistare le sue possessioni d'Italia.
      Alvinzi suo generalissimo. Nuova e terribil guerra. Feroci
      battaglie nel Tirolo con la peggio dei repubblicani: lentezza
      molto fatale all'Austria del generale Davidovich dopo le sue
      vittorie in questo paese. Disegni di Buonaparte per opporsi a
      questa nuova inondazione di Tedeschi. Fatti d'arme sulla
      Brenta. Battaglia di Caldiero. Condizione assai pericolosa di
      Buonaparte: arte mirabile, colla quale se ne riscuote.
      Prodigiosa battaglia di Arcole. Battaglia moltiforme di
      Rivoli. Gli Alemanni rincacciati del tutto dall'Italia. Il
      generale austriaco Provera fatto prigione con tutti i suoi
      sotto le mura di Mantova. Celerità maravigliosa di Buonaparte
      in tutti questi fatti. Guerra contro il Pontefice. Battaglia
      del Senio. Pace di Tolentino, e sue gravi condizioni a' danni
      di Roma. Mantova si arrende alle armi repubblicane: lodi di
      Wurmser. Lusinghe di Buonaparte alla repubblica di San Marino:
      risposte dei Sanmariniani.


Noi dobbiamo continuar nel fastidio di raccontar governi non così tosto
creati che spenti, secondochè portava l'utilità od il capriccio del
vincitore, di cui sempre più si scoprivano i pensieri indiritti a
turbare tutta l'Italia. Abbiamo nel precedente libro descritto, come per
quel principal fine dell'aver la pace coll'imperatore, il direttorio di
Parigi, e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura
ora all'imperatore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a
quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria spaventata dalle
calamità, a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena, se non di
concludere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il
generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche
l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperatore, e dalla forza della
repubblica francese, che ogni dì più pareva insuperabile, si era
piegata, benchè mal volentieri, a voler trattare, ed aveva mandato a
questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler
rimuovere tanto incendio dall'Europa afflitta, e di aver a cuore lo
stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie
dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di
Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più
renitenti, e di nuovo convenne venirne al cimento delle armi. Solo la
Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia, che nella
propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re
costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra
imminente col papa; al quale trattato il direttorio non volle ratificare
a cagione della cessione, che vi si stipulava di alcuni territorj
imperiali; perchè il re opportunamente valendosi della condizion sua
armata, e dell'esser posto alle spalle dell'esercito francese, non
cessava di addomandare o restituzione, o ricompenso delle perdute Savoja
e Nizza. Il che pazientemente non poteva udire il governo di Francia,
per essere quelle province unite per legge di stato alla repubblica.

Adunque il direttorio, trovata tanta durezza nell'Austria,
nell'Inghilterra, e nel papa, che continuamente si preparava alla
guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè
non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare, se il timore
delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il
timore delle armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia, e le instigazioni di
Trento. Ma per parlar dei primi, si voleva da Buonaparte, che a quello
che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra,
succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di constituzione,
perchè lo stato disordinato, siccome quello che è temporaneo di natura,
lascia da per sè stesso appicco a cambiamento di signoria nativa a
signoria forestiera, mentre lo stato ordinato e riconosciuto non può
darsi ad altrui senza nota d'infamia. Oltre a ciò sperava il
generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza
talmente quei popoli già di per se stessi tanto accendibili, che un
fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quel fanatismo
religioso, che per difesa propria s'ingegnava il pontefice di far
sorgere in Italia contro i conquistatori. Sapeva che queste opere erano
facili ad eseguirsi, perchè in alcuni ingannati operava l'amor della
libertà, in altri consapevoli la peste dell'ambizione. Tanta paura aveva
quel capitano vittorioso di coloro, che chiamava per isprezzo, non so se
mel debba dire per la dignità della storia, pretacci. Bene ordinato era,
quanto all'effetto, questo consiglio di opporre popoli accesi a popoli
accesi. Ma ei conosceva bene il paese, e gli umori che vi correvano;
perchè era solito dire, che in quella Cispadana repubblica erano tre
sorti d'uomini: amatori dell'antico governo; partigiani di una
constituzione independente, ma pendente all'aristocrazia, e quest'era il
patriziato; finalmente partigiani della constituzione francese o della
democrazia. Aggiungeva, che egli era intento a frenare i primi, a
fomentare i secondi, a moderare i terzi, perchè i secondi erano i
proprietari ricchi ed i preti, ch'ei credeva doversi conciliare, perchè
rendessero i popoli partigiani di Francia. Quanto ai terzi affermava,
esser giovani scrittori, uomini, che, come in Francia, così in tutti i
paesi cambiavano di governo, ed amavano la libertà solamente, come
diceva, per fare una rivoluzione. Dal che si vede in quale stima egli
avesse quelli che professavano la libertà; e per verità non pochi fra di
loro diedero tali segni al mondo, che fu manifesto come il giovane di
ventott'anni con insolita sagacità avesse bene penetrato la natura loro:
questo conoscere gli uomini fu cagione, ch'ei potè fare tutto quello che
volle.

Erasi inditto il congresso dei quattro popoli dell'Emilia, Modenesi,
Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì venzette decembre, malgrado di
Buonaparte, che avrebbe desiderato, che più presto si adunassero per dar
cagione di temere al papa in tempo, in cui, bollendo ancora le pratiche,
non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i
legati dei quattro Cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti
Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato
amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse;
l'unione massimamente dei quattro popoli in un solo stato procurassero.
Solo i Bolognesi avevano nel mandato loro qualche clausola di
restrizione, o fosse che Bologna amasse di serbare, per la sua
grandezza, qualche superiorità, o fosse che non volesse allontanarsi da
quella forma di governo che con tanta solennità aveva pocanzi accettata,
perchè prevedeva, che l'accomunarsi nello stato importava l'accomunarsi
nelle leggi. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quelli spiriti
repubblicani: pareva a tutti essere rinati a miglior secolo. Ordinarono,
non potendo capire in se stessi dall'allegrezza, ad alta voce, non a
voti segreti si squittinasse. Poi fecero una congregazione d'uomini
eletti dalle quattro province, affinchè proponessero i capitoli
dell'unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli.
Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese
venuti ad affratellarsi, erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano,
Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore,
Lena da Como, Beccaria da Pavia: «Poichè erano venuti i buoni tempi
Italici, orarono, essere venuti gli uomini Lombardi a congratularsi coi
Cispadani popoli dell'acquistata libertà; pari essere i desiderj, pari
il destino; chiamare le Francesi vittorie a nuove sorti l'Italia; dovere
i popoli Eridanici infiammare con l'esempio loro a nuova vita le altre
Italiche genti; l'Italiana patria avere ad essere, non più serva di
pochi, ma comune a tutti: ogni giusto desiderio dover sorgere con la
libertà, e tanti secoli di crudele servitù concludere una inaspettata
felicità: non dubitassero i Cispadani dello aver per amici e per
fratelli i Transpadani; una essere la mente, come uni gli animi, ed uni
gl'interessi: dimostrerebbero al mondo, che non invano aveva dato il
cielo a quei popoli testè pure divisi sotto molesti dominj, ed ora
congiunti per l'amore di una comune libertà, il medesimo aere, le
medesime terre, le medesime città magnifiche con un forte volere, con un
alto immaginare, con un maturo pensare, e se felicissima era la
occasione, sarebbe il modo di usarla generoso.»

Fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole:
«Corrispondere i Cispadani con pari amore ai benevoli Transpadani;
accettare i felici augurj; avere la libertà spento il parteggiare fra i
Cispadani, dovere spegnerlo fra tutti gl'Italiani; fuggirebbe
dall'Italia la tirannide con tutto il satellizio suo; e poichè era
piacciuto a chi regge con supremo consiglio queste umane cose, che
principiasse un libero vivere sul Po, dovere gli Eridanici allettare i
compagni coll'esempio di una incontaminata felicità».

Aprivansi in questo le porte del consesso; il Reggiano popolo, bramoso
di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a
nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione dei
quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita
allegrezza la Cispadana confederazione, chiamarono la unità della
repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno
fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta
allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da
Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del
congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo.
Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto
sembianza di energumeni, che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo dei Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di
cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il
congresso statuito, che una prima legione Italica si formasse; nè questa
truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le
insegne; il generalissimo gli squadronava, e faceva reggere da' suoi
uffiziali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli
animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della
composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui per quel
suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali, ed altri
cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e
quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il
nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo si lamentava,
che Garreau e Saliceti, commissari del direttorio, gli guastassero i
suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e
chiamando al reggimento dello stato uomini di poca entità, o troppo
risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi
commissari, e gli ammoniva con forti riprensioni; ma essi se non
apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di
persone.

Scriveva il congresso il dì trenta decembre a Buonaparte: i Cispadani
popoli chiamati per amore di lui, e per le sue vittorie a libertà,
essersi constituiti in repubblica; direbbegli Marmont suo, quanto
fossero degni del nuovo stato; direbbegli quanta forza il nome di lui
alla loro risoluzione, ed alla loro allegrezza aggiugnesse. «Accettate,
continuavano, o generale invitto, questa nuova repubblica, primo frutto
del vostro valore, e della vostra magnanimità. Voi ne siete il padre,
voi il protettore: sotto gli auspicj vostri ella sarà salva, sotto gli
auspicj vostri non s'attenteranno i tiranni di danneggiarla: noi
cominciammo il mandato dei popoli, noi presto il compiremo; ma fate voi,
che l'opera nostra sia, come il vostro nome, immortale».

Queste lettere del congresso Cispadano furono con lieta fronte ricevute
dal conquistatore. Rispondeva, avere con molto contento udito la unione
delle quattro repubbliche; l'unione sola poter dare la forza, bene avere
avvisato il congresso dello aver assunto per divisa un turcasso: già da
lungo tempo l'Italia non aver seggio fra le potenze d'Europa; se
gl'Italiani degni sono di rivendicarsi in libertà, se abili sono di
ordinare a se stessi un libero governo, verrebbe giorno, in cui la
patria loro risplenderebbe fra i potentati d'Europa gloriosamente: pure
pensassero, che senza la forza non valgono le leggi; si ordinassero
pertanto all'armi; savie essere, ed unanimi le deliberazioni loro;
null'altro mancare, se non battaglioni agguerriti, e mossi dall'amor
santo della patria; aver loro miglior condizione del popolo Francese,
libertà senza rivoluzione, ordini nuovi senza delitti; la unità della
Cispadana repubblica simboleggiare la concordia degli animi, i frutti,
se avessero per compagna la forza, avere ad essere una repubblica
vivente, una libertà benefica, una felicità di tutti.

Il congresso annunziava ai popoli la creazione della repubblica: lodava
la Francia institutrice di libertà; lodava Marmont testimonio benigno di
popoli non indegni dell'amore della sua generosa nazione, annunziatore
benevolo delle cose fatte al glorioso capo dell'esercito Italico:
esortava i popoli della Cispadana a deporre le antiche invidie ed
emolazioni, frutto infausto di funesta ambizione: in petto ed in fronte
la libertà, la equalità, la virtù portassero, dell'ajuto della potente
repubblica, che gli aveva chiamati a libertà, non dubitassero;
guardargli attentamente il mondo, aspettare ansiosamente l'Italia, che a
quell'antico splendore, che l'aveva fatta tanto grande, ed onorata
presso le nazioni, la restituissero. Così parlava a concitazione degli
animi il vincitor Buonaparte.

L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia;
perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia,
facevano un moto, correndo sulla piazza, ed intorno all'albero della
libertà affollandosi: gridavano sovranità, e indipendenza, e volevano
constituirsi in repubblica Transpadana. Dispiacque il moto
all'amministrazione generale di Lombardia, non che ella non amasse
l'indipendenza, ma le cose non le parevano ancora di tale maturità, che
si potesse venire ad un partito tanto determinativo. Il sentirono peggio
ancora il generalissimo, e gli altri capi Francesi. Tanto fu loro
molesto questo moto, che Baraguey d'Hillires, generale che comandava
alla piazza di Milano, e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva
carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.

Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori
d'Italia; tanta era la voragine, non dirò della guerra, ma dei
depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per
trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse
l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere
delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di
denaro.

Infatti i rubatori, gente frodolenta ed avara, erano una peste
invincibile. Buonaparte, che per la mancanza delle cose necessarie
vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: gli chiamava ladri,
traditori, spie; ora ne faceva pigliar uno, ora cacciare un altro; ma
nulla giovava, perciocchè tornavano, essendo protetti, perchè molti; e
si liberavano, essendo i giudici corrotti, perchè mescolati. L'Italia
pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. In
un paese opimo, e da lungo tempo immune da guerra, era penuria di soldo,
di pane, di abiti, di scarpe, di strame. Al tempo stesso i provveditori
ed i canovieri, incitati dall'ambizione e dalla libidine, tenevano, la
maggior parte, gran vita con mense lautissime, e con cavalli pomposi,
con cocchi dorati, con caterve di servitori; e ballerine e cantatrici
mantenevano, strana foggia di repubblicani. Sapevaselo Buonaparte, che
non ne capiva in se stesso dallo sdegno. Scriveva, che il lusso, la
depravazione, il peculato avevano colmo la misura. Un solo rimedio ei
trovava, e, come credeva, conforme alla sperienza, alla storia, alla
natura del governo repubblicano, e quest'era un sindacato, magistrato
supremo, che, composto di una o di tre persone, solo due o cinque giorni
durasse, ed in questo tempo autorità amplissima avesse di far uccidere
un amministratore, qualunque fosse, o con qual nome si chiamasse. «Potè,
sclamava dispettosamente Buonaparte, il maresciallo di Berwick far
impiccar l'amministrator supremo del suo esercito, perchè vi erano
mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta
abbondanza, quando i miei soldati sono penuriosi, e stremi di ogni cosa,
spaventar con le opere, poichè le parole non giovano, questo nugolo di
ladri?» Così dentro se stesso si rodeva: ma eran novelle, perchè l'oro
d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni.
Solo si soddisfaceva il capitano Italico dei servigi di Collot,
abbondanziere delle carni, e di Pesillico, agente della compagnia
Cerfbeer. Poi alcuni commissari erano facili alle signature, caso
veramente orribile. Affermava Buonaparte nel mese di ottobre, che,
eccettuati Deniée, Boinod, Mazade, e due o tre altri, gli altri
commissari erano tutti ladri: pregava il direttorio, gliene mandasse dei
probi, aggiungendo però la clausola, se fosse possibile trovarne:
soprattutto già fossero provvisti di beni di fortuna; desiderava
Villemanzy. Aveva particolarmente in grande stima il commissario Boinod,
certamente a giusta ragione, perchè era Boinod uomo di costumi
integerrimi; ed eziandio con ragione scriveva Buonaparte, che se
quindici commissari di guerra, come Boinod, fossero all'esercito,
potrebbe la repubblica far un presente di cento mila scudi a ciascuno di
loro, e guadagnerebbevi ancora quindici milioni. Tanta era l'ingluvie di
coloro, che per ufficio dovevano impedire, che altri non involasse le
sostanze dei soldati! L'ira di Buonaparte particolarmente mirava contro
un Haller, che credeva mescolato in questi traffichi. Scriveva
sdegnosamente il dì diecinove novembre al commissario del direttorio
Garreau: essere i soldati senza scarpe, senza presto, senz'abiti; gli
ospedali penuriosissimi; giacere i feriti orribilmente nudi sulla nuda
terra; pure essersi testè trovati quattro milioni in Livorno; essere in
pronto merci di gran valore a Tortona ed a Milano; avere Modena dato due
milioni, Ferrara gran valute; ma non essere nè ordine, nè buono
indirizzo nella bisogna delle contribuzioni, di cui esso Garreau aveva
carico; grave essere il male, dover esser pronto il rimedio:
rispondessegli il giorno stesso, se potesse, sì o no, provvedere ai
soldati: se no, comandasse all'Haller, spezie di furbo, come diceva, non
per altro venuto in Italia, che per rubare, e che si era fatto
sovrantendente delle finanze dei paesi conquistati, rendesse conto
dell'amministrazion sua al commissario supremo, che era in Milano, e
provvedessesi il bisognevole ai soldati volere il governo, che i
commissari nei bisogni dell'esercito si occupassero; veder mal
volentieri, ch'egli, Garreau, non se ne prendeva cura, lasciando la
bisogna in mano di un forestiero, di natura, e d'intento sospetto;
Saliceti far decreti da una parte, Garreau farne da un'altra, e con
tutto questo non esservi accordo, e manco denaro: soli quindici
centinaia di soldati, che sono a Livorno, costare più di un esercito;
esservi penuria estrema fra estrema abbondanza. Questi erano i
risentimenti del capitano generale.

Nè era minore lo sdegno di lui contro la compagnia Flachat, ch'ei
qualificava coi più odiosi nomi, senza credito, senza danaro, e senza
probità chiamandola; avere, affermava, lei ricevuto quattordici milioni,
avere somministrato solamente per sei, e ricusare i pagamenti; per lei
essere sequestrate le mercatanzie pubbliche in Livorno; volere, che si
vendessero; ma essere sicuro, che per le mene di costoro, quello che
sette milioni valeva, sarebbe dato per due: insomma, aggiungeva tutto
sdegnoso, essere gli agenti di essa compagnia i più bravi eruscatori
d'Europa. Di più, alcuni fra gl'impiegati, non contenti al peculato, far
anche le spie, e portare pubblicamente, come i fuorusciti, il bavero
verde: di questo non potersi dar pace; servir loro Wurmser, servir la
Russia, succiarsi la repubblica.

In tal modo Buonaparte riempiva di querele Italia e Francia: intanto
andava a ruba l'Italia. Nè uno era il modo del guadagno, nè alcuna
spezie di fraude si pretermetteva. I più usavano di non pagare sotto
pretesto di non aver fondi, se non con grossi sconti, le tratte, che
loro s'indirizzavano o dal governo, o dai particolari creditori; brutto
veramente, ed infame traffico era questo; perchè essi erano cagione col
non pagare, e con diffidenze artatamente sparse, che le tratte
scapitassero, poi le ricevevano a perdita, e più scapitavano, ed a
maggior perdita le ricevevano, e più grossi guadagni facevano, autori ad
un tempo, e profittatori del male. La peste penetrava più oltre, perchè
era cagione che i prezzi a bella posta s'incarissero, ed i contratti si
facessero simulati; il male del rubare era il minore, perchè il costume
si corrompeva. In queste laide involture si mescolavano anche Italiani,
e tra di questi alcuni, che avevano le cariche nei governi temporanei,
ed alcuni altresì, che facevano professione di amatori della libertà.
Queste cose facevano da se, e per se, o per mezzo d'interposte persone,
o intendendosela con gli amministratori infedeli. Con qual nome chiamare
costoro, io non saprei; so bene, come gli chiamavano, e chiamano
tuttavia, perchè son ricchi, i parasiti ed i giornali, che con parole
magnifiche gli encomiavano in quei tempi, ed encomiano ancora ai giorni
nostri; sicchè, se una volta era il proverbio, che la guerra fa i ladri
e la pace gl'impicca, ora debb'essere quest'altro, che la guerra fa i
ladri e la pace gli loda. Hanno costoro gioie, e gioielli, e palazzi in
città, e ville in contado, e statue, e quadri, e mobile prezioso, ed
ogni sorta di agio, con adulatori in quantità. Tali erano non pochi dei
gridatori di libertà dei nostri tempi, ed io ne ho conosciuto alcuni,
che stampati in fronte delle ruberie del loro paese, se ne andavano
tuttavia predicando con singolare intrepidezza la repubblica e la
libertà, anzi credevano, od almeno dicevano, esser loro i veri amatori,
ch'elleno avessero. Così, se parecchi tra i Francesi che avevano cura
dell'amministrazione involavano, si trovava anche fra gl'Italiani chi
teneva loro il sacco; e vi era allora, qual sempre vi è, una gente, che,
come i corvi intorno ai cadaveri, aliavano continuamente là dove erano i
disastri pubblici, per farne il loro pro ed arricchirsene. Costoro, ed
allora si mostrarono più che in altro tempo, sono una singolare
generazione d'uomini perchè se è stagione di libertà e' gridano libertà,
se è stagione di dispotismo, e' gridano dispotismo, e sempre ridenti, e
sempre adulatori, aiutano a spogliar con arte chi già è spogliato dalla
forza; nè abborriscono dallo spogliare e dal succiare e dallo straziare,
quand'anche il soggetto sia la patria loro, che anzi le miserande sue
grida sono incitamento alla ferina cupidigia di quest'uomini spietati.

Queste cose vedemmo con gli occhi nostri, nè la religione le impediva,
perchè era venuta a scherno, nè la giustizia, perchè era compra. Così
tra la forza che ammazzava, e l'arte che rubava, fu sobbissata l'Italia,
e peggio, ch'ella era mira di calunnie da parte degli ammazzatori e dei
ladri. Chi dava e pigliava gli appalti degli arnesi necessari alla
guerra con ingordi beveraggi, ed a prezzi più cari del doppio del
genuino valore; chi metteva, minacciando saccheggi, taglie sui paesi, e
questi denari spremuti a forza dai popoli si appropriava. Questi
prometteva di preservare dalle prede, se si desse denaro a lui:
gl'Italiani davano, e qualche volta erano preservati, e qualche volta
no: si vendeva il beneficio. Quest'altro faceva tolte di robe per gli
ospedali, le usava per se. Diè Cremona cinquantamila canne di tela fine
pei malati, e per se gli arrappatori se le pigliarono. Chi vendeva i
medicinali dell'esercito, e convertiva il prezzo in suo pro: la
corteccia tanto preziosa del Perù principalmente era divenuta materia
d'infame ladroneccio. Quanti soldati consunti dalle perniziose febbri
perirono, che sarebbero stati salvi, se i rubatori avessero avuto più a
cuore le vite loro, che le mense, i teatri, e le meretrici! Nè era cosa
che santa o sicura fosse, perchè si faceva traffico dell'asilo dei
morenti, e sonsi veduti uomini abbominevoli minacciare di porre ospedali
militari nei conventi col solo fine di costringergli a pagar denaro per
ricomperarsi da quella molestia: i soldati intanto se ne morivano per le
strade, perchè gl'insaziabili segavene s'ingrassassero, ed in ogni più
immondo, in ogni più ingordo vizio s'ingolfassero. Le polizze dei
passati si davano per chi non era passato, ed anche per chi era morto: i
magazzini si empivano di grasce finte, e nissuno aveva, se non chi non
doveva avere. I soldati perivano, i paesi pagavano, perchè a quello, che
non era somministrato dalle riposte, bisognava bene, e per forza, che i
paesi sopperissero. Così chi dava, non aveva, chi non dava, aveva; la
brutta usanza fu generale. I capisoldi poi, i premj, le indennità
largamente si davano a chi meno le meritava, nè vi era ufficiale, che di
chi ministrava fosse amico, che alla menoma rotta non si trovasse ad
aver perduto gli arnesi, e grassi compensi non toccasse, mentre gli
uomini valorosi, che combattendo virilmente contro il nemico, avevano
perduto tutto, richiedevano invano quello, a che la patria era loro
obbligata. Cuocevano infinitamente a Buonaparte i raccontati ladronecci,
e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari,
instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non
erano ladri ordinarj, ma tali, che con le malvagie opere loro
interrompevano il corso alle sue vittorie, od erano almeno cagione che
con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in
queste diete dei segreti maneggi, onde i rei se ne andavano od assoluti,
o condannati a pene nè proporzionate al delitto, nè capaci di spaventare
i compagni. «Voi avete presupposto certamente, scriveva Buonaparte
sdegnoso al direttorio, che i vostri amministratori ruberebbero, ma
farebbero i servizi, ed avrebbero un po' di vergogna: ma e' rubano in un
modo tanto ridicolo e tanto impudente, che s'io avessi un mese di tempo,
non ve ne avrebbe un solo che non facessi impiccare. Gli fo legar dai
gendarmi, gli fo processar dai consigli militari continuamente. Ma che
giova, se i giudici sono compri? Questa è fiera, e tutti vendono. Un
impiegato accusato di aver posto una taglia di diciottomila franchi a
Salò, fu condannato a due mesi di carcere. Così, come si potran pruovare
le accuse? È un concerto: tante vili enormità fan vergogna al nome
Francese.» Così si querelava, e così inveiva Buonaparte contro i
rubatori, e questa fu l'accompagnatura della libertà in Italia.

Ma egli è oramai tempo di far passaggio dall'avarizia degl'involatori al
furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente
che prima sulle Italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso
alcun ufficio per inclinare l'imperatore alla pace, ora offerendogli
compensi di nuovi stati, ora minacciando di sterminio quelli, che ancora
gli restavano. A quest'ultimo fine scriveva Buonaparte all'imperatore
Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe per ordine
del direttorio il porto di Trieste, e guasterebbe tutte le sue
possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo
in Germania avevano ridesto nell'Austria la speranza di sostenere le
cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli stati perduti; però non
volle consentire agli accordi.

Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova, perchè tutti i disegni
potevano arrivare al fine desiderato, se la sua difesa tuttavia si
sostenesse; ed all'opposto sarebbero stati disordinati, se cadesse in
possessione dei Francesi. Non era ignoto a Vienna, che il presidio era
ridotto all'estremo, dalle malattie e dalla strettezza dei viveri, e che
solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico
Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con animo invitto l'urto delle
armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal
direttorio, che, se non desse la piazza in mano della repubblica,
sarebbe quando si arrendesse, condotto a Parigi, e giudicato qual
fuoruscito Francese. Vide l'Austria, che non era tempo da aspettar
tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione;
perciò adunava con celerità mirabile un nuovo esercito di più di
cinquantamila combattenti pronto a calare per mettere di nuovo in forse
la fortuna Francese, che già tanto pareva stabile e sicura. Certamente
fu maraviglioso l'impeto Francese in quei tempi, ma non fu meno
maravigliosa la costanza Tedesca. Di tanta mole si mandavano venticinque
mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e tanto era l'ardore loro,
che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie, che poco dopo
seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore,
siccome quelli che erano cupidi non solo di ricuperare i paesi perduti,
ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle
precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania
operava efficacemente nelle menti loro, e le vittorie dell'arciduca gli
stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale
d'artiglierìa Alvinzi già pratico delle guerre d'Italia, e nel colmo
della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e
speditiva, si sperava che fosse per allontanare da se quella lentezza
che era stata cagione delle rotte precedenti. Aveva anche per
consigliero un Veiroter, che si era acquistato nome di perito capitano
in Germania. Era il disegno di questa nuova mossa non dissomigliante da
quello posto in opera pochi mesi prima da Wurmser, con questa differenza
però, che ove il maresciallo discese con tutto il pondo per la valle
dell'Adige, ed interpose, certamente con imprudente consiglio, tra le
due principali parti de' suoi tutta la larghezza del Lago di Garda,
Alvinzi ordinava, che una parte guidata da Davidowich scendesse dal
Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Francesi, che colà
stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per
Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila
combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di
varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani
ovunque gli trovasse, e quindi varcato il fiume più grosso dell'Adige
dove la occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con
Davidowich, e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già
varcati con fatica incredibile i monti della Carniola, e traversati
torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si
avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e
si accingevano a dar principio a quella terza guerra, dalla quale
pendeva il destino della potenza Austriaca in Italia.

Non erano a tanta mole pari pel numero i Francesi; perchè certamente non
passavano i quaranta mila, noverati gli assediatori di Mantova. A questi
nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani, ed i Polacchi ordinati a
Milano, e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse
per combattere nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima
utilità, ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidj nelle
piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro insino alla
Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Francesi raccolti nelle
stanze, perchè Kilmaine con ottomila soldati stava attorno a Mantova,
Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige, Massena sempre
il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla
Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine una
schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra
fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la
condotta dei generali Macquart e Beaumont. Aveva Buonaparte comandato a
Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e siccome gli
assalti sono sempre più fortunati pei Francesi, che le difese, volle che
Vaubois medesimo, ancorchè fosse inferiore di forze, non aspettasse il
nemico, ma lo andasse ad assaltare nei propri alloggiamenti: soprattutto
il cacciasse dai luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si
apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi, che
già arrivato sulle rive della Brenta, ed avendola passata, faceva le
viste di volersi incamminare verso Verona. Alloggiava Davidowich col
grosso delle sue genti a Newmark, mentre la vanguardia occupava il forte
sito di Segonzano, reso anche più sicuro dal posto eminente di Bedole,
custodito da Wukassowich. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois,
assaltava San Michele, terra posta oltre il Lavisio, con intento, se la
battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmarck. Al tempo
medesimo Fiorella urtava le terre di Cembra e di Segonzano. Fu grande la
resistenza che incontrava Guyeux a San Michele; perchè gli Austriaci
avevano chiuso l'adito alla terra con trincee, ed essendosi posti ai
merli, di cui erano guernite le case, attendevano a difendersi
virilmente. Tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i
Francesi guidati dal capitano Jouannes, e tre volte erano con grave
uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, e maggiore
anche di quanto annunziassero il numero poco notabile dei combattenti, e
la ristrettezza dei luoghi, in cui si combatteva, perchè dall'esito
pendeva la conservazione, o la conquista del Tirolo, il potere gli
Austriaci od i Francesi incamminarsi alle spalle del nemico per le valle
della Brenta, e finalmente la congiunzione, o la non congiunzione delle
due schiere Alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna
per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Francesi un ultimo
sforzo, entravano in San Michele, e se ne impadronivano a malgrado che i
Tedeschi, ajutati anche da parte dei Tirolesi, avessero continuamente
tratto contro di loro con morte di molti, e con ferita del valoroso
Jouannes.

Bene auguravano i Francesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro
ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che
interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti.
Aveva bene Fiorella, con molta valenzia combattendo, espugnato il
castello di Segonzano, ma non avendo, o perchè abbastanza non avesse
fatto esplorare i luoghi, o qual'altra cagione che sel muovesse,
sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi scendendo improvvisamente,
lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non
poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarsi più che di passo verso
Trento. S'aggiunse, che Davidowich medesimo, udite le novelle
dell'assalto dato ai Francesi, si era calato col grosso de' suoi a
soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai
repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori, ed a pezzi,
che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto
le mura, la città stessa di Trento in balìa degli antichi signori.
Successe questo fatto ai due novembre. Due giorni dopo entrava
Davidowich in Trento; rallegrandosene gli abitanti, amatori del nome
Austriaco, ed asperati dalle intemperanze dei conquistatori.

Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a
porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al
quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei
vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume
Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due
castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo
assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto
parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia
questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano
confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla
prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di
Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che
Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra.
Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri,
camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al
nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di
Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono,
Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di
Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e
riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse
la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta,
confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente
nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi, e
peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo
sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile
audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di
superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della
Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto
degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava
più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il
generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per
diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla
destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a
Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui
vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi
il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore
uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora
prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque
ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo
ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo
valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che
furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte
preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello
della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo
ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più
bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso, perduto, e
riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa
dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori
Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando
improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non
bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si
scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per
questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi
vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti
della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti
tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo
fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli,
essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo,
non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille
prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli
Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi,
ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno
e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati
fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la
seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna
pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se
Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna
prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere;
conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato
l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi,
verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e,
superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente
grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in
gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con
Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a
congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione
di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente
inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo,
con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del
Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di
Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e
l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con
occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle
prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi
varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da
Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay
correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta:
ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo
debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera,
che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski,
padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per
sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta,
della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte,
confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la
forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di
Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e
Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e,
camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della
Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal
modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli
Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che
a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e
prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il
dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche
battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo
furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi:
ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva
l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi
rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il
villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti.
Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con
le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti
dei corpi; valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca.
Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe
tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e
minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento
che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla
Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito,
e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato
non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè,
sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto
gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla
sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il
nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la
stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la
volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti,
feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila
soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca,
cadde in potere dei Tedeschi.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare
a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la
valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di
cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per
Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito,
ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno;
perchè ponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente,
il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco
numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto
momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si
fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto
a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso
da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle
rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito
centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per
tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se
non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno
medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro.
Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a
Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle
della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre
il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona.
Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa
portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i
forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed
a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella
parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore
del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al
nemico, e per tenerlo sospeso del dove volesse andar a ferire.
Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la
scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare
nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso,
a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui,
aveva tutti i partiti difficili: perchè l'aspettare era dar tempo a
Davidowich di assalirlo alle spalle, e di far allargare ad un tempo
l'assedio di Mantova; l'assaltare era un commettersi all'ultimo cimento
per la salute de' suoi, e per la conservazione della sua gloria. Ma non
istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva, che i consigli timidi
fanno i Francesi meno che femmine, i generosi, più che uomini. Si
risolveva adunque a voler pruovare a Caldiero, se la fortuna volesse
perseverare a mostrarsi benigna verso di lui, ed a cangiarsi in
contraria. Usciva da Verona; guidava Massena l'ala sinistra, Augereau la
destra. Incontrati i primi corridori nemici a San Michele ed a San
Martino, facilmente gli fugava: il giorno dodici novembre era destinato
alla battaglia. Eransi molto acconciamente accampati i Tedeschi; perchè
l'ala loro stanca s'appoggiava a Caldiero, ed alla strada maestra, che
da questa terra si volge a Verona. La destra era schierata sul monte
Oliveto, ed occupava il villaggio di Colognola, sito erto, e difficile
ad espugnarsi. Le restanti genti di Alvinzi continuavano a stanziare a
Villanova in ordine di spignersi avanti, come prima si fosse
incominciato a menar le mani a Caldiero. Non così tosto il giorno
appariva, che andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva
conquistato Caldiero, e preso al nemico cinque cannoni: già Massena si
distendeva a sinistra, e, fatti dugento prigionieri, aveva circuito la
punta dritta degli Alemanni, passando per Lavagno ed Illasi, quando il
tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in
minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo,
percuoteva nel viso i Francesi, e gl'impediva di vedere, e di combattere
con quell'ordine, e con quel valore che si richiedevano. S'aggiunse,
che, secondochè era stato ordinato dall'Alvinzi, la grossa schiera
Tedesca giugneva correndo da Villanova per modo che tra pel tempo
avverso, e l'urto di questa gente fresca, rallentavano i Francesi
l'impeto loro, ed incominciavano a declinare. Le cose erano in grave
pericolo; perchè il generale Schubirtz mandato dall'Alvinzi, aveva dato
addosso con cinque battaglioni, passando per Soave e per Colognola, a
Massena; e Provera con quattro battaglioni instava ferocemente contro la
destra di Augereau, mentre nel mezzo Alvinzi medesimo rinforzava, e
rincuorava i suoi con un nuovo nervo di genti. Già pareva disperata la
fortuna Francese, quando Buonaparte spingeva avanti a combattere la
sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuta in serbo; rinfrescava
ella la battaglia, e la teneva sospesa fino alla sera, instando però
sempre gl'imperiali grossi, ed ordinati. Finalmente, pruovato grave
danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si
ritraevano di nuovo a Verona. Dei morti, feriti, e prigionieri fu uguale
la perdita per ambe le parti; ma più grave pei Francesi, per la ferita e
prigionia del generale Launay, e per la ferita del colonnello Dupuis,
uno del guerrieri più animosi di Francia. Montarono gli uccisi a
ducento, i feriti a seicento, i prigionieri a cencinquanta.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione, e molto pericolosa la
condizione dei repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente
i campi della Corona e di Rivoli, e romoreggiare alle spalle di
Buonaparte, mentre Alvinzi grosso e vittorioso lo assalirebbe di fronte,
ed il manco che potesse avvenire, era la liberazione di Mantova, scopo
principale di tanti pensieri. Il dar mano poi al ritirarsi non si
sarebbe potuto fare senza fuga, e senza correre sino alla sponda destra
dell'Adda, perchè già Laudon incominciava a farsi vedere sui confini del
Bresciano. Quale effetto, quale sollevazione fosse per produrre nei
popoli italiani un sì grave accidente, facile cosa è il pensare:
l'Emilia perduta, il papa vittorioso, Milano titubante, il re di
Sardegna con nuovi pensieri, tanti odj liberi, tante ire senza freno
facevano temere ai repubblicani ogni più grave estremità. L'animo stesso
di Buonaparte, avvengadiochè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi
pensieri annuvolato, ed in gran malinconia venuto, incominciava a
fiaccarsi, e a diffidar della vittoria. Scriveva, avere ricondotto i
soldati scalzi, e consumati dalle fatiche a Verona; disperare di
Mantova; i più valorosi feriti; gli ufficiali superiori, i generali
migliori non poter più sostener le battaglie; quelli, che arrivavano,
essere inesperti, ed in loro non aver fede i soldati; l'esercito Italico
ridotto a poche genti; gli eroi di Lodi, di Millesimo, di Castiglione,
di Bassano o morti, o infermi; non aver più le legioni dell'antica
possanza che l'animo, ed il nome; feriti Joubert, Lannes, Lanusse,
Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Menard, Chabran; vedersi
il repubblicano esercito, vedersi, e sentirsi abbandonato dalla sua
patria nell'estreme regioni d'Italia; la fama delle sue forze avere fin
là giovato, ma oggimai pubblicarsi a Parigi, solo essere di trenta mila
soldati; i più valorosi mancati di vita, i superstiti avere presto in
casi tanto pericolosi a lasciarla; forse esser giunta l'ora estrema di
Augereau, di Massena, di Berthier, di lui medesimo; che sarebbe allora
per avvenire di tanti bravi soldati? Questo pensiero farlo più cauto,
non osar più affrontar la morte, perchè la morte sua condurrebbe
all'ultima rovina tanti prediletti compagni; volere fra breve far un
ultimo sforzo; se la fortuna il secondasse, fora Mantova sua, e l'Italia
con essa.

Tali erano le querele di Buonaparte in quell'estremo momento. Ma se si
era perduto di animo, non aveva perduto la mente, e tosto trovava modo
di riscuotersi: al che gli aprirono occasione le lentezze Tedesche. Ebbe
egli in quest'ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto
spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la
sua salute, e quella de' suoi; per lui ancora rincominciossi la non
interrotta sequela di fatti, che tanto il fecero glorioso in armi, e
tanto potente sopra la terra. Aveva Alvinzi, dopo la giornata dei
dodici, in mano sua tutto il destino della guerra; perchè, se subito
dopo avuta quella vittoria, usando la diminuzione d'animo, in cui per
lei si trovavano i repubblicani, gli avesse acremente e celeremente
perseguitati, ogni probabilità persuade o che avrebbe vinto Verona, o
che almeno, distendendosi a dritta, avrebbe potuto varcar il fiume in un
luogo superiore, ed in tal modo accozzarsi con Davidowich. Ma invece di
correre contro il nemico declinante, e di non dargli respitto,
soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare
con Quosnadowich, Veiroter, e Provera intorno a quello, che fosse a
farsi. Voleva Quosnadowich, animoso capitano, che si desse dentro
incontanente; ma a questo non voleva risolversi Alvinzi, o che credesse,
per troppa confidenza, la guerra già vinta, che volesse aspettare, che
Davidowich avesse superato gli alloggiamenti della Corona e di Rivoli.
Fatto sta, che Buonaparte usando assai maestrevolmente la occasione,
ordinava una mossa, che, convertendo del tutto le sorti, fece che
siccome prima Alvinzi era padrone della guerra, dopo, fosse Buonaparte;
ed il generale Tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni
militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a
quello, che fosse per dare al generale francese. Il fiume Adige
calandosi dalle scoscese montagne del Tirolo corre dirittamente da
tramontana a ostro insino a Bussolengo, terra situata alle ultime radici
del Montebaldo; ma da questa terra il suo corso incominciava a declinare
verso il levante, per guisa che volta le sue onde a scirocco, ed in tal
modo calandosi incontra rapido e profondo Verona; quindi passa,
seguitando sempre la direzione medesima insino a Zevio, dove giunto
essendo, la sua inclinazione diventa maggiore, e corre, non più verso
scirocco schietto, ma piuttosto verso levante scirocco: il quale corso
ei serba insino ad Albaredo, dove di bel nuovo si volta a scirocco.
Questa inclinazione del fiume è cagione, che chi il varcasse a Ronco,
luogo situato fra Zevio ed Albaredo, avrebbe Villanova più vicina che
Verona. Aveva Alvinzi lasciato a Villanova le più grosse artiglierìe, i
carriaggi, le bagaglie, e le munizioni: era anche questa terra sulla
principale strada da Verona a Vicenza. Bene considerate tutte queste
cose venne Buonaparte in isperanza di sorprendere con un subito passo
quell'alloggiamento principale degl'imperiali, e di tagliargli fuori da
Vicenza e dai loro sicuri ricetti del Friuli e del Cadorino. E ponendo
eziandio che il disegno non sortisse tutto quel fine, ch'ei si
proponeva, questo almeno era sicuro di conseguire, che Alvinzi si
sarebbe, per combatterlo, necessariamente condotto verso le parti
inferiori dell'Adige; il che l'avrebbe allontanato da Davidowich, ed
impedito la congiunzione dei due eserciti imperiali tanto temuta, e con
tanta ragione dal generale Francese. Confidava Buonaparte, che, varcando
di nottetempo l'Adige a Verona, e correndo speditamente sulla sua destra
sponda sino a Ronco, e quivi sulla sinistra ripassando, e tuttavia
velocemente marciando, sarebbe riuscito ad arrivar addosso a Villanova
innanzi che Alvinzi si fosse accorto del pericolo, ed avesse potuto
farvi i provvedimenti necessari. Dava favore a questa fazione il
considerare, che il Tedesco, non addandosene, non aveva guernito la
sinistra del fiume sotto Verona di presidj sufficienti. Solo aveva
mandato il colonnello Brigido coi pochi Croati ed Ungari, piuttosto per
sopravvedere che per combattere. La notte adunque dei tredici ordinava
Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau,
varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero
frettolosamente la destra del fiume sino a Ronco, quivi il rivarcassero
sopra un ponte estemporaneo di piatte, e passando per Arcole e per San
Bonifacio sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova. Questa
fu veramente una mossa da gran maestro dell'arte, e fra tutte quelle
ordinate dai più rinomati capitani sì degli antichi, che dei moderni
tempi non vedo alcuna, che più di questa sia non che da lodarsi, da
ammirarsi. Riuscirono improvvisi, e senza che gl'imperiali sentore ne
avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto, fatto un ponte, varcarono.
Varcava Augereau primo, Massena secondo: la duodecima fu lasciata a
guardia del ponte, la cavalleria sulla destra sponda pronta a passare,
ove il bisogno ne venisse. S'incamminava Massena a Porcile per
sopravveder ciò, che fosse per nascere dalle parti di Caldiero, Augereau
s'addirizzava verso Arcole. L'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per
marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose
impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però
non tanto, ch'ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria e con
essa il principal fine del suo proponimento. Ma perchè tutte queste cose
s'intendano da chi ci legge, necessario è, che per noi si descriva la
natura dei luoghi, che furono sedia di fatti tanto memorabili. Giace
Villanova, principal mira di tutto questo moto, sulla sinistra riva di
un grosso torrente chiamato Alpone, il quale scendendo impetuosamente
dalle montagne dei sette comuni, s'avvicina all'Adige, in cui mette foce
tra Ronco, e Albaredo. Questo torrente approssimandosi alle rive del
fiume, incontra una bassa fondura, dove serpeggiando e rallentando il
corso, forma paludi, o terreni coperti da acque stagnanti. In questi
terreni appunto per la bassezza loro sopraffatti dalle acque, ed in
mezzo a queste paludi, e pure sulla sponda sinistra dell'Alpone siede il
villaggio di Arcole, che i repubblicani dovevano necessariamente
attraversare per condursi a Villanova. Due argini principali danno
l'adito per questa limacciosa palude, dei quali il primo porta da Ronco
ad Arcole, e quindi a Villanova; il secondo partendo dal primo, quando
ei si volta verso Arcole, rade più accosto l'Adige all'insu, ed accenna
a Porcile, e di là a Caldiero. Biasimano alcuni, per le cose che
seguirono, Buonaparte del non aver passato l'Adige più sotto verso
Albaredo; il che se avesse fatto, avrebbe evitato il passo dell'Alpone.
Altri ancora gli danno carico del non aver passato l'Alpone con gettar
un ponte là dove mette nell'Adige; ma siccome la sua risoluzione fu
improvvisa, così ei non poteva conoscere tanto al minuto la natura dei
luoghi, nè prevedere, che un ignobile torrente, ed un umile ponte di
piccolo villaggio fuor di mano dell'esercito Tedesco avessero ad essere
un intoppo sì duro al suo intendimento. Bene da dannarsi è la sua
ostinazione dello aver voluto per due giorni continui sforzare il passo
al ponte d'Arcole; il che fu cagione della morte di tanti valorosi
soldati, mentre ei poteva, fin dal primo, quando incontrò tanta
resistenza, fare quello, che fece il terzo. Prevedendo poi, che nella
depressione di fortuna in cui si trovava, e nelle battaglie che erano
imminenti, avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, si era
deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al
campo principale tre mila soldati, di quelli che stavano sopra l'assedio
di Mantova. Infatti era il giorno medesimo, in cui Massena ed Augereau
avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il quindici del mese, arrivato a
Verona Kilmaine con la schiera dei tremila. Utile pensiero, nè ultimo fu
questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole.
Avevano gli Austriaci munito questo ponte con artiglierìe, e con
barricate, ed empiuto al tempo medesimo le case vicine, che erano
merlate, di eccellenti feritori. Nè questo parendo bastare al colonnello
Brigido per le difese, aveva collocato sopra e sotto il ponte sulla
sinistra dell'Alpone qua e là spessi feritori alla leggiera, i quali
tirando contro l'argine, per cui solo i Francesi potevano aver l'adito
ad Arcole, faceva loro l'accostarsi difficile, e micidiale. I primi
repubblicani che si affacciarono, furono da una immensa grandine di
palle, e di scaglia sfragellati; e certamente non mai guerrieri
combatterono con maggior valore nelle battaglie più aspre e più
difficili, con quanto i difensori di Arcole combatterono in questo
fatto. Disordinati e titubanti si allontanavano i Francesi da un luogo
di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse, e
che l'impeto in tale caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero
allo sbaraglio. Conoscendo però, che l'esempio era più efficace per
fargli andare avanti, che le parole, si fecero essi medesimi guidatori
delle colonne, ed appresentarono i primi i valorosi petti loro a quei
fulmini tanto terribili. Ma nè il nobile coraggio loro, nè la pietà
tanto maravigliosa verso la patria non poterono operare di modo che si
superasse quel mortalissimo intoppo. Imperciocchè i Tedeschi traendo
spessi e fermi, ed opponendo una costanza invincibile ad un coraggio
impetuoso, assottigliavano con tante morti, ed affievolivano con tante
ferite le Francesi squadre, che fu loro forza tornarsene indietro
disordinate e sanguinose: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente,
cedettero. Lannes fu ferito, feriti Verdier, Bon, Verne, prodi tutti, e
sperimentati capitani di guerra. Ricordavasi in questo punto Augereau
del ponte di Lodi, e, dato di mano ad una insegna, si piantava in mezzo
al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e
sanguinosi com'erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per
tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì
grande che i superstiti spaventati, ed Augereau medesimo a tutta fretta
si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti Francesi, segno di
scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai
peggiori del silenzio; tuonavano tuttavia gli Alemanni con
l'artiglierìe, e con l'archibuseria. Così poche genti trincerate a caso
in un piccolo villaggio avevano posto in grave pericolo, a cagione della
difficoltà dei luoghi, tutta una oste coraggiosa per natura, e
confidente per vittorie. Pressava il tempo; la fortuna di Francia in
Italia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi, che Alvinzi,
subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta
la sua mole in ajuto de' suoi; e come potevano sperare i repubblicani di
superar tutti, quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile?
Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando
la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più
animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce: _Or non siete voi
più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio!_

Questo parlare di Buonaparte a Francesi non poteva non partorire un
grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti
gridarono, comandasse pure gli guidasse alla battaglia. Cominciava a
sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso
il formidabil ponte. Intanto, cosa maravigliosa in un accidente tanto
spaventoso, non aveva omesso Buonaparte di ordinare quello, che avrebbe
potuto, se il terzo assalto, che si preparava, avesse avuto infelice
fine, ristorare la fortuna cadente, e dargli in mano Arcole, passo tanto
essenziale alla vittoria. Primachè si muovesse al cimento fatale
comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di
Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro all'impensata
al fianco sinistro di Arcole. Egl'intanto, smontato da cavallo, e dato
di mano ad una insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che
sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a
seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a
lui, pietosa cura, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole,
furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri, e col
calpestìo numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Nè già più si
ricordavano della morte di tanti compagni, nè delle ferite proprie, nè
del sangue sparso: solo miravano a vincere quella pruova terribile e
fatale, Lannes medesimo, quantunque già fievole per due grosse ferite,
udito il pericolo di Buonaparte, non se ne volle star a badare, e si
mescolava anch'egli nella battaglia. Procedeva avanti quel globo
formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse
addosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di Tedesche palle,
tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti,
fu costretto a dare frettolosamente indietro. Restava ferito Lannes di
una terza ferita, restava ferito Vignolle, restava ucciso Muiron,
ajutante del generalissimo, a canto a lui. Sboccavano allora gli
Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano, con l'armi
corte e bianche, strage di coloro, che scampati alla furia delle
artiglierìe, e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia
era Buonaparte, per esortazione de' suoi, rimontato a cavallo, e già
cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia
rotti avendo, lacerati, ed uccisi tutti coloro, che gli stavano intorno,
trovossi solo esposto al furore di tutte le armi Austriache. In questo
punto medesimo spaventato il suo cavallo da quell'alto romore, e da quel
trambusto orrendo, gittava se, ed il suo signore nella vicina palude.
Gli Austriaci, perseguitatori dei Francesi, non accorgendosene,
oltrepassavano il luogo, dove il guerriero fatale ad Austria si giaceva;
pareva del tutto disperata la sua fortuna. Ma il generale Belliard,
accortosi del fatto, tanto disse, e tanto fece coi granatieri, amatori
del loro capitano supremo, che voltato subitamente il viso, e dato un
forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte, ed
impedivano un caso ponderosissimo. Già Buonaparte, al quale fu presto in
quell'estremo pericolo, con troppo infelice opera per la sua patria, un
soldato Veneziano, che militava nelle schiere di Francia, rimesso a
cavallo, fu ricondotto dai soldati pieni di allegrezza per la sua
insperata salute, ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto
straordinario, che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra,
che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto,
abbandonato il pensiero di assaltar Verona, e di congiungersi per allora
con Davidowich, ordinava in primo luogo, che tutti gl'impedimenti e le
munizioni si ritraessero da Villanova a Montebello; perciocchè ebbe
tosto penetrato qual fosse l'intento del capitano di Francia. Poscia
dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a
Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di
cavallerìa fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole.
Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si
combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscir l'effetto della
presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte
aveva conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di
conquistar Verona, e di unirsi con Davidowich. Già era Provera con la
sua squadra giunto a Bionda, pronto a ferire sul fianco sinistro i
repubblicani, ma a un duro incontro di Massena fu risospinto fin oltre
Porcile.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile per la maggior
parte dell'esercito Francese, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo,
andato aggirando sulla sinistra dell'Alpone, e compariva improvvisamente
sotto le mura di Arcole al punto stesso, in cui i difensori ne erano
usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau. Nè fu lungo
il combattere, perchè e poco era il numero dei difensori, e la terra da
quel lato priva di ogni difesa. Vi entrava facilmente Guyeux; il che fa
vedere, quanto agevole vittoria avrebbe conseguito Buonaparte, se avesse
in sulle prime egli medesimo fatto quello, che aveva ordinato a Guyeux
di fare. Ma gli Austriaci, che conoscevano l'importanza della terra, si
muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio, e prestamente la
ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di
acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino
l'esercito Tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo
all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra
dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte, e
la sessagesimaquinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine, per
cui si va ad Arcole.

Due cose mirabili sono a notarsi in questa notte, la prima delle quali
si è la costanza di Buonaparte, e dei Francesi del non essersi
sbigottiti pei due feroci ributtamenti di Caldiero e di Arcole, e questa
è degna di grandissima commendazione; la seconda si è, e questa è
certamente degna di molto biasimo, che Buonaparte si sia ostinato, ora
che sapeva che tutto l'esercito d'Alvinzi era accorso alla difesa di
Arcole, a volere assaltare questa terra pel ponte tanto funesto a' suoi,
mentre avrebbe potuto o girare per Albaredo, come aveva fatto Guyeux, o
far opera di passar l'Alpone verso la sua foce nell'Adige. Certamente
assaltando Arcole pel ponte, era il terreno assai svantaggioso ai
repubblicani, e se tanto mortale fu l'assalto dato a quel passo, quando
vi erano pochi soldati a guardia, quale si doveva credere che fosse per
essere, ora che tutta la possanza del generale Austriaco si era ridotta
ad assicurarlo? Infatti l'effetto della seconda e terza battaglia di
Arcole dimostrò apertamente, quanto fosse irragionevole l'ostinazione di
Buonaparte; perchè ei non riuscì vincitore, se non quando si risolvè a
passar verso la sua foce l'Alpone, per andar a ferire Arcole sul suo
fianco sinistro.

Sorgeva appena il giorno sedici novembre, quando e Francesi, e Tedeschi
givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Avevano i primi
di nuovo varcato sulla sinistra dell'Adige, erano i secondi usciti di
Porcile e di Arcole per andare a trovar l'inimico. Al tempo medesimo
mandava Alvinzi una grossa squadra di cavallerìa a guardare il passo di
Albaredo, donde era venuto il pericolo per opera di Guyeux, e muniva
tutta la sinistra dell'Alpone di spessi ed esperti feritori alla
leggiera. Fu come quello del giorno precedente, durissimo l'incontro
dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo
Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani, perchè
attaccatosi con Provera, che veniva da Porcile, dopo un ostinatissimo
conflitto, lo risospingeva sin dentro a questa terra con perdita di
molti uccisi, ottocento prigioni, sei cannoni, e quattro bandiere. Il
generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne
buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi opponendo
valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni sin dentro ad Arcole,
e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello, che era
accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali condotti
da Alvinzi medesimo, ed alloggiati al ponte, nelle case vicine, e lungo
la sinistra del contrastato Alpone che i Francesi se ne tornarono
indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava
alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio
maggiore: miserabile era la scena di tanti Francesi morti e feriti
ammonticchiati sulla bocca del ponte, mentre gli Austriaci, siccome
quelli che combattevano da luoghi sicuri, avevano sofferto leggier
danno. Sette ufficiali Francesi, o generali, o superiori, furono
sconciamente feriti in questa fiera mischia. Chiaro si vedeva l'errore
di Buonaparte del volersi ostinare a guadagnare, con far forza di
fronte, questo varco. Alcuni accusano Augereau di questa ostinazione,
come se Augereau avesse assaltato il ponte non per comandamento di
Buonaparte, come se egli si fosse ardito di usare una tanta
trasgressione in un affare massime di tanto momento, e sotto gli occhi
stessi del generalissimo. Errare è comune destino degli uomini, e
nissuno dee dubitare a dire, che anche Buonaparte abbia errato in
materia di guerra, perchè anche con qualche errore, sarà egli sempre, e
meritamente riputato dagli uomini, sinceri estimatori delle cose, uno
dei migliori capitani, che siano comparsi al mondo, e non è punto
necessario di maculare la fama altrui per far risplendere la sua, che
già tanto in queste guerresche faccende da per se stessa risplende
veramente.

Finalmente la sorte declinante della battaglia, più che tante infelici
morti de' suoi, faceva accorto Buonaparte del commesso errore, e
pensando a quello, a che avrebbe dovuto pensare prima, si metteva
all'opra del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso
la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente,
perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano
l'intento, perchè la corrente delle acque diveniva per quell'ostacolo
tanto impetuosa, che il passare si pruovò più difficile di prima. In
questo fortunoso punto succedeva un fatto di grandissimo ardimento, e
fu, che il generale Vial, portato da incredibile ardore, volle far
pruova di passare a guado con tutto un intiero battaglione, quantunque i
soldati avessero l'acqua fino alla gola, ed i Tedeschi continuassero a
trarre furiosamente dalla riva opposta. Ma non era ancor giunto alla
metà del rivo, che fu obbligato a tornarsene sulla destra a cagione di
una fittissima tempesta di scaglia, che gli lanciarono addosso
gl'imperiali. Restava ucciso in quest'incontro un Elliot, aiutante di
Buonaparte, ufficiale assai riputato pel suo valore. In questo mentre
Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta
necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ributtamenti, usciva
grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare, se gli venisse fatto
di cacciar i Francesi nell'Adige, od almeno di costringergli a ripassare
il ponte di Ronco più frettolosamente, che non l'avevano passato. Il
pensiero del generale Tedesco era assai pericoloso pei repubblicani; ma
fu pronto al riparo Buonaparte, poichè, siccome gli Austriaci erano
obbligati a marciar sull'argine per gire all'assalto, con alcune
artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, gli faceva star
addietro. Così la strettezza dei luoghi nocque ai Tedeschi, come nociuto
aveva ai Francesi, perchè nè gli uni nè gli altri potevano spiegare le
ordinanze loro; ma fu di più grave danno ai Tedeschi, perchè essendo più
grossi, avevano maggiore speranza, se avessero potuto allargarsi, di
vincere l'inimico. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva
sosta al sangue ed alle morti. Tornavano gl'imperiali negli
alloggiamenti loro di San Bonifacio e di Arcole, i repubblicani si
ritiravano sulla destra dell'Adige, lasciata di nuovo la duodecima a
guardia del ponte di Ronco.

S'avvicinava il giorno, in cui doveva definirsi a chi dei due possenti
nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi
Buonaparte a tante infelici pruove, e persuaso finalmente, che
l'assaltar di fronte il ponte di Arcole era uno sparger sangue dei
migliori soldati senza frutto, aveva abbracciato quelle risoluzioni, che
sole potevano dargli la vittoria; poichè usando l'oscurità della notte,
e la cessazione delle armi, aveva fatto dar opera allo edificar del
ponte con cavalletti, ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo
dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però
la mattina dei diciassette, come prima incominciava ad aggiornare, erano
usciti da Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige, e
d'impedire che il nemico passasse di nuovo pel ponte di Ronco dalla
destra sulla sinistra del fiume. A ciò dava loro maggiore speranza un
accidente fortuito, perchè una barca del ponte di Ronco improvvisamente
si era affondata. Ma le artiglierìe francesi trassero sì aggiustatamente
dalla riva destra, che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di
racconciar il ponte, di conservar la duodecima, e di varcare. Andavasi
adunque alla battaglia terminativa: il maggior numero delle genti, e
l'esito delle precedenti fazioni facevano i Tedeschi confidentissimi: il
nuovo ordine dell'assalto, l'avere facoltà di passare sulla sinistra
dell'Alpone, il presidio di Legnago, che già si approssimava, ed il
valore di tanti soldati agguerriti mettevano i Francesi in isperanza di
diventar possessori della vittoria.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte; conciossiachè Massena
con piccola parte della sua schiera marciava contro Porcile per operare,
che Provera non isboccasse da questo lato; si accostava con la restante
ad Arcole per aiutare l'opera della sessagesimaquinta, in faccia al
ponte d'Arcole, e della trigesimaseconda, che sotto la condotta di
Gardanne si era alloggiata in un bosco vicino all'argine. Era il fine di
questi ordinamenti l'impedire, che i Tedeschi non potessero condurre a
mal partito le genti repubblicane poste sulla destra dell'Alpone, e non
s'impadronissero del passo di Ronco. Ma lo sforzo principale doveva
farsi da Augereau, che, passato l'Alpone sul ponte construtto la notte,
si avventerebbe, secondato dal presidio di Legnago, contro Arcole da
quella parte, dove meno era difendevole. Le cose succedevano come il
generale Francese le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto
da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesimaquinta condotta
da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi insino al
ponte di Arcole. Ma gl'imperiali, sboccandone di nuovo più grossi, si
scagliavano con tanto impeto contro di lui, che non solo fu risospinta
sin là donde si era mossa, ma disordinatamente fuggendo già aveva dato
indietro sino al ponte di Ronco. Fu percosso con grave ferita in questo
fatto Robert. Seguitavano i Tedeschi questa parte dei Francesi, che
fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente
già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i
tempi, ed usargli con vigore, compariva improvviso sulla destra loro, la
diciottesima gli percuoteva di fronte, Gardanne uscito dall'agguato gli
urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinavano la
schiera Tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole,
parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio
delle artiglierìe, e dell'archibuserìa di Francia. Morirono in
quest'abbattimento, del quale la principal lode si debbe a Massena,
quantità grande di buoni soldati Tedeschi; circa tre mila vennero in
poter dei repubblicani.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau, che, varcato il
nuovo ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone. Nè era facile a
Buonaparte di sforzarlo, perchè il Tedesco aveva con lui il miglior
nervo delle sue genti, e la sua destra si appoggiava ad una palude,
mentre la sinistra era assicurata da luoghi anche pantanosi, e da una
fiorita cavallerìa. Durava la battaglia già buon tempo con esito
incerto, quando, siccome narrano, sovvenne a Buonaparte uno stratagemma,
e fu di mandare una compagnìa di soldati a cavallo, acciocchè girando
velocemente dietro il fianco degli Austriaci, andasse a romoreggiar loro
alle spalle con le trombe, e con quel maggiore strepito che potesse.
Scrivono, che questo carico fu dato dal generale Francese ad un
luogotenente Ercole, e che Ercole lo condusse a fine con quella celerità
ed avvedutezza, che meglio si potevano desiderare. Certo è bene che, o
che il romore improvviso di questo Ercole, od il presidio di Legnago,
che già uscendo dalla vicina terra di San Gregorio incominciava a
tempestare sul sinistro fianco, ed alle spalle dei Tedeschi, o
finalmente la vittoria avuta da Massena contro il destro, sel facessero,
gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a
cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta.
Occupavano con infinita allegrezza i Francesi il tanto combattuto
Arcole, e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla,
poscia a Montebello sul Vicentino. Lasciava, ovunque passava, ogni più
sfrenato eccesso commettendo i suoi soldati, funesti vestigi sui
desolati paesi. Poco meno di tremila Tedeschi furono uccisi nella
giornata di Arcole, circa cinque mila prigionieri, tra i quali sessanta
ufficiali, diciotto pezzi d'artiglieria, e quattro insegne ornarono il
trionfo dei vincitori. Grave esser stata la perdita dei Francesi nissuno
potrà dubitare, considerando le spesse ed aspre battaglie, ed i mortali
ributtamenti, massime il silenzio del generale repubblicano in questa
parte. Ma la vittoria intiera, la mantenuta fama, la conservata Italia,
l'aver superato con un esercito vinto e minore, un esercito vincitore e
più grosso, l'aver impedito la congiunzione dei due eserciti Tedeschi,
l'aver fatto passaggio, per mezzo di una mossa maravigliosa, da una
condizione quasi disperata ad una condizione prosperissima, e finalmente
la presa di Mantova, che già si vedeva sicura per Francia, di gran lunga
compensarono i sopportati danneggiamenti.

La battaglia di Arcole, che finchè saranno in onore presso agli uomini
il valore e la scienza militare, sarà celebratissima, e stimata uno dei
più esimj fatti di guerra, che dalle storie siano tramandati ai posteri,
pose per allora in sicuro la fortuna Francese in Italia. Aveva bene
Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad
Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona poscia da Rivoli, e ridotto in
potestà sua il posto importante della Chiusa. Aveva bene anche scacciato
Vaubois medesimo dai monti di Campara con presa di undici cannoni, e di
due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavalette;
finalmente aveva bene altresì, seguitando il corso della fortuna
prospera, occupato Bussolengo, e distendendosi sulla sinistra insino a
Castelnuovo, e sulla destra insino in prossimità di Peschiera,
minacciato di riuscire alle spalle di Verona, e di correre al riscatto
di Mantova. Ma quello, che sarebbe stato fatale ai Francesi, se fosse
stato effettuato cinque o sei giorni avanti, non poteva partorire, se
non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. Il che fa
vedere, quanto sia stato funesto alla casa d'Austria, e disonorevole,
per non dire colpevole, a Davidowich l'avere soprastato, e consumato
invano tutto il tempo utile alle stanze di Roveredo. Non arrivò alle
sponde del Mincio, quando era il tempo di arrivarvi, e vi arrivò, quando
non era più il tempo. Così piuttosto agli errori de' suoi capitani che
alla natura dei soldati restò l'Austria obbligata delle rotte sofferte,
e della perduta Italia.

Non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le
sue schiere vincitrici contro Davidowich, e trovatolo a Campara lo
debellava. Vero è però, che il Tedesco, avendo avuto avviso della
calamità di Arcole, stimandosi, come era realmente, impotente al
resistere, ebbe combattuto rimessamente, e solo per dar tempo
agl'impedimenti di condursi in salvo. Poi vieppiù tirandosi all'insu, si
conduceva prima a Dolce, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Francesi,
che lo danneggiarono nella retroguardia. Nè fuvvi in questa ritirata
cosa notabile, se non che una squadra di otto cento Alemanni governati
dal colonnello Lusignano, tanto trattenne, valorosamente combattendo,
Augereau, che con ottimo intendimento era partito da Verona per
riuscire, valicando i monti della Mallara, alle spalle di Davidowich,
prima che fosse giunto ad Ala, che rendè vano il disegno dei
repubblicani. Essendo diventati novellamente i Francesi padroni di tutto
il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due
avversari i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala,
Alvinzi in Bassano, con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il
grosso sulle rive della Brenta. Si avvisò anche di alloggiare un grosso
a Primolano per aver in tal modo più vicina, e più spedita la via di
comunicare, pel corso della Brenta, con Davidowich. Stanziò Buonaparte
nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova
per istringere viemaggiormente l'assedio della piazza, che, siccome
priva dell'ajuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venire in sua possanza.

Gli Alemanni, ancora quando fossero respinti, non erano però rotti, e se
molti buoni soldati erano morti, grave danno avevano anche patito i
Francesi; le fazioni di Caldiero, e le vittorie conseguite da Davidowich
nello scendere dal Tirolo compensavano le perdite fatte nella battaglia
di Arcole. Si vedeva manifestamente, che, ove Alvinzi si fosse riforzato
per nuovi ajuti venuti dagli stati ereditarj, sarebbe di nuovo in grado
di uscire alla campagna, e di ritentar la fortuna delle armi: di nuovo
le Austriache sorti potevano risorgere. Sapeva queste cose Buonaparte;
perciò continuamente rappresentava al direttorio, avere bisogno di nuovi
soldati, e tosto gli mandassero se a loro stavano a cuore la fama, e la
potenza acquistata nelle contrade Italiche.

Mandava apportatore delle felicissime novelle a Parigi Lemarrois, suo
ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i
segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto
maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco.
Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.

Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e
da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in
nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo
decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena
aveva vinto gran parte della battaglia.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito
l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose
d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la
divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una
vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si
pensava, potuto aprire il varco.

Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del
pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che
accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla
purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa
sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo
grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi
che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino
allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutar fede, per la grande
entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto
bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un
nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava
timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi,
e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della
guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni
dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie
d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che
infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli
avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa
sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni
diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i
repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti
piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di
viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune
barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva
nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le
predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni
conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non
poco danno alle trincee fatte dai Francesi.

Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich
sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi
alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui
tardità era gravemente spiaciuta all'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe
lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo
pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle
spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore
serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè
terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si
muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le
rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la
difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva
argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare
naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza
impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi
ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si
pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra,
che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la
sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso
Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo
sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi
operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla
leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino
alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente,
partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige
a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi
s'ingrossavano per far la guerra al papa. Era lo scopo d'Alvinzi
nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei
volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio,
e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al
papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava
poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo
esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano,
ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così
come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi
pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non
ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila
combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè
aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva
Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle
ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante
rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma
dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila
dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione.
Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta
depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle
prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le
morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del
Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro
signore le perduta Italia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il
generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e
ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se
non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero
divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.

Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di
Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello
d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai
cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle
quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con
Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori
dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma
spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per
annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva
a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il
campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta
finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del
lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e
Lonato.

Da tutto questo si può conoscere, che Buonaparte si era persuaso, che lo
sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però,
siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma che
se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle,
perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena
potevano arrivare prestamente in soccorso di lui da Verona. Il primo a
dar le mosse alla sanguinosa guerra, che siam per raccontare, fu
Provera, che partito da Padova il dì sette gennajo, si dirizzava verso
Bevilacqua, terra posta sul rivo, che chiamano la Fratta. Era in
Bevilacqua il generale Duphot con una squadra, che serviva come
antiguardo al presidio di Porto-Legnago. Era intendimento di Provera di
tentare il passo dell'Adige poco sopra a quest'ultima fortezza per
recarsi quindi al soccorso di Mantova. Il dì otto sul far del giorno il
principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un piccolo
castello: trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli
voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento, lo fugava. Al tempo
medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto
di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di
Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Francesi si erano rinforzati a
Bevilacqua per le genti fresche venute da Porto-Legnago. Ma assaliti in
diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e
si ridussero a Bonavigo ed a Porto-Legnago sull'Adige, non senza grave
danno, e con perdita di due cannoni. Combattè molto animosamente in
questo fatto Duphot, ma con non minor valore combatterono i volontari
Viennesi, che furono gran parte della vittoria. Conseguìti questi primi
vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e
Porto-Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte
a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto
ne ebbe avviso, che giudicando bene del tempo, comandava a due mila
soldati, che già aveva indirizzato contro gli stati della chiesa,
retrocedessero, e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le
rive dell'Adige assaltate da Provera. Il che dimostra quanto
intempestiva, e troppo presta fosse la mossa del generale Austriaco;
perchè avrebbe fatto di mestiero, che si fosse dato tempo ai pontificj
di venire avanti tanto che congiunti con gl'imperiali avessero potuto
concorrere coi medesimi al fine, che gli uni e gli altri si proponevano.

Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli
dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto
al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto
pericolo, s'avviava a Verona la mattina del dodici, dove trovava Massena
alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano; imperciocchè Alvinzi per tener
incerto l'avversario del luogo, dove principalmente volesse ferire,
aveva comandato, che al tempo medesimo si urtasse contro tutta la fronte
del nemico. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco
distante da Verona, quando assalito dai Tedeschi fu costretto a
ritirarsi dentro le mura. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi,
attaccava la battaglia, che fu molto aspra e sanguinosa. Restava il
campo ai Francesi, e prendevano al nemico seicento prigionieri con tre
bocche da fuoco. Non fu senza grave danno la vittoria, perchè i
repubblicani perdettero a un di presso il medesimo numero di soldati con
quattro pezzi d'artiglierìa.

Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti allo aver fatto
credere al nemico, che lo volessero assalire fortemente, e grossi in
questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne;
anzi una parte guidata da Quosnadowich si conduceva celatamente, e con
molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in
Tirolo. Restava la rimanente sotto il generale Bajalitsch. Nè qui si
restavano i tentativi degli Austriaci, perchè sulle due ali estreme
Provera varcava l'Adige il dì tredici, non però senza molta difficoltà,
contrastatogli animosamente il passo da Guyeux. Alvinzi sforzava le
strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi
sull'alloggiamento forte, e fortificato di Rivoli. Pendeva in tale modo
incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual
parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo,
e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè
tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un
Veronese, amatore dei Francesi, e congiunto d'antica amicizia con
Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi
soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il
disegno di guerra del generale Austriaco, il quale disegno, tornatosene
a Verona, consegnava ad un Pico, che nato in Piemonte, e mescolatosi
nelle congiure di quel paese, si era ricoverato in Francia, e seguitando
sempre l'alloggiamento principale, si adoperava come esploratore delle
operazioni militari del nemico. Da questo Pico fu incontanente il
disegno d'Alvinzi dato in mano del generalissimo di Francia. Così ebbe
sicura notizia di quanto intendesse fare il generalissimo d'Austria.
Giungevano in secondo luogo lettere espresse di Joubert, che portavano,
quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona. Da tutto
questo divenne chiaro, che gl'imperiali farebbero il più grosso sforzo
per le regioni superiori dell'Adige col fine di andar a percuotere
direttamente quelle, che sono poste fra l'Adige ed il Mincio. Buonaparte
allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le
occasioni, comandava a Massena, corresse con tutta la sua schiera a
Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che
se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte
medesima del tredici, s'incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi
sostenere la fortuna vacillante. Confidava Alvinzi, che il generale
repubblicano, trovandosi alle prese a Verona, e sul basso Adige, non
sarebbe accorso sull'alto con tutte le sue forze. Però si persuadeva di
aver solo a fronte la schiera di Joubert. Per la qual cosa aveva
ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di
San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi
scende dal Tirolo verso Verona; l'altra condotta da Liptay girasse sui
monti per Campione per andar a ferire alla schiena il rimanente corpo di
Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di
quattromila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più
alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Francesi, per la valle
del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich, e romoreggiava sulla sinistra
dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il
passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno del
quattordici, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di
Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto, se
n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi, che i suoi pensieri
erano stati penetrati, e che in vece di avere a combattere col solo
Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte
dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti, perchè quello,
che era conveniente combattendo molti contro pochi, non era parimente
combattendo molti contro molti, anzi contro più. Tuttavia non diminuendo
per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente
il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato
della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconce ad un caso
inaspettato. Nè sicuro consiglio sarebbe stato il ritirarsi, perchè
avrebbe portato con se la perdita di tutta l'impresa, oltrechè in
cospetto di un nemico tanto attivo, la ritirata sarebbe stata
accompagnata da gravissimi pericoli. Vi era adunque pel generale
Austriaco necessità di combattere, e d'incontrar la fortuna, qualunque
ella si fosse.

Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della
mattina, e siccome gli Austriaci per ordine del loro generale puntavano
massimamente contro la sinistra dei Francesi, per secondare le colonne
che giravano alle spalle, così quest'ala Francese, ed anche la mezza
pativano grandemente, e già, crollandosi, si tiravano indietro
disordinate: erano la ottuagesimaquinta, e la vigesimanona. Pareva la
fortuna inclinare a favore dei Tedeschi. Mosso Buonaparte dall'estremo
pericolo, comandava a Berthier, nel quale e pel valore e per
l'esperienza molto confidava, sostenesse con la quartadecima l'inimico
in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più
piegava, e pericolava. Sosteneva la quartadecima un urto ferocissimo.
Questo sforzo, e la terribile trigesimaseconda, che arrivava,
ristoravano in questo luogo la battaglia, che inclinava. Ma non
procedevano con simile prosperità le cose dei Francesi sulla sinistra,
che continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando
ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare nella battaglia sulla
sinistra. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo
con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò
alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena rintegrava la
fortuna, e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei
repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci
erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli, che era a chi
l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento
compariva sulle alture a man manca Liptay, e mettendosi alla scesa già
era vicino a ferire di fianco l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era
il momento determinativo della fortuna; perchè, se gli Austriaci, in
vece che erano spartiti in parecchi corpi, tanto sulla destra, quanto
sulla sinistra dell'Adige, fossero stati ammassati in un solo e grosso
per far forza contro Rivoli, cosa è più che probabile, che avrebbero
acquistato la vittoria. Ma trovandosi le schiere divise, perchè Alvinzi,
credendo di aver a far solo con Joubert, le aveva ordinate piuttosto per
circondare, che per combattere, non poterono urtar tutte al medesimo
tempo e di concerto, e lasciarono intervalli fra di loro, pei quali
poteva il nemico penetrare, ed assaltarle di fianco. Tuttavia,
spignendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro
il fatale Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione
delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo,
il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Pinsero di nuovo
avanti i Tedeschi, e dopo una mischia spaventevole, se lo pigliavano una
seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la
fortuna sua, comandato a Berthier, che trattenesse con la cavallerìa i
Tedeschi nel piano, che fra le alture a sinistra, e Rivoli a destra si
apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in
un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed
uniti e grossi gli conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda
volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia, e di tutta la
guerra, là di Mantova si diffiniva. Nè nissuno creda, che dappoichè gli
uomini fan guerra, e neanco nelle battaglie più famose dell'antichità, e
dei tempi moderni si sia combattuto o più ostinatamente, o più
coraggiosamente, come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto
e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè e Berthier frenava il
nemico nel piano, e Joubert, che in questa giornata lasciò dubbio, se
fosse più valoroso soldato, o più esperto capitano, cacciato a forza il
nemico da Rivoli, se ne impossessava.

Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a
percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in
ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la
mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò
si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle
alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale
ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le
Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il
quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana,
tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave
disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi,
prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su
certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo
la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a
favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani;
il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a
dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stanca si debbe attribuire.
Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non
avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva,
già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver
varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di
Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso
Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima,
alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina,
aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte
Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano
ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per
ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già
poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando,
condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati,
e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le
superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle
battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla
fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che
gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la
strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro
Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle,
per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio,
che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le
bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a
quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei
nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui
gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e
dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava
questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste
d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte
più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita
tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a
Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose,
malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con
celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli,
correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera,
tanto sicuro fondamento alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar
l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci,
con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli
Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata
ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di
nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono
meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se
si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni, che il giorno
innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo,
nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero
fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e
Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la
trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial,
che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e
finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel
rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago,
sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a
precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al
ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche
trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con
bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla
mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la
metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano
alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi
Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere
prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che
stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora
Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo
più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto
atti a dar facilità di nascondere i soldati, e le artiglierie. Venendo
poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti
estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per
passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto
star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo
oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il
giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra
sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe
Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite
mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla
volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria.
Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima
terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare
molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in
cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di
passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo
principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo
ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era
ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con
celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la
notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno
sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu
tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia
di Sant'Antonio, fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano
dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas,
con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che
Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si
accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle
fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto
dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente
da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto
validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser
tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito
a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano
viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca
Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che
arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più
sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità
della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da
guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva
tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di
Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del
vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la
vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte
erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia;
ebbero gli ufficiali abilità di tornarsene sotto fede di non militare
contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i
prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una
quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava
senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte
erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate,
con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro
fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè
per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo
Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il
disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e
de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a
Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che
se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era
per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero
soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato
dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto
varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si
avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non
parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali
sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di
romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al
passare sulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare
effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa
d'armi fatta da Alvinzi.

Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella
di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con
sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari
Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano
dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte.
Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla
volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più
scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la
carità verso la patria.

Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti
solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai
più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente,
fu perdita di più di seimila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a
difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi
allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette
l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura
tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa
risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in
luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo
a cibare i soldati nelle Veneziane pianure, si spingeva oltre
perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza,
Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo
a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad
Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il
paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva
fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi,
cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più
verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi,
per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch
con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie
che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci
volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non
senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu
agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali
intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della
superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della
repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto
gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei
vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi
del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore,
abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue
sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro
distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per
le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume
sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per
portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa
dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve
capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso,
attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i
tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in
potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli
Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente
contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva
incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due
legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento
grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice
del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e
senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che
sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia
apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le
dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito
pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie
potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli
eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a
mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse
la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento.
Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i
luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio,
siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non
si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo
non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse
divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva
vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le
persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che
rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo
Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato
la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici
romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero
la rivoluzione politica in Francia.

I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste
opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni
proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo
governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione
di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora
al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè
mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non
aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe
gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsi con Francia,
ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed
incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per
ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò
facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire
i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre
alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale
governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè
migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli;
perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi
una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene
gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi
il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le
condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di
bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come
diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia
voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato
conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle
quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la
Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava
con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della
chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e
come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma
innanzi che alcuna donazione dei Francesi non l'avesse fatto sovrano di
un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno
unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di
Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e
della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse,
perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva
oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone
repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò,
che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e
tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la
potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per
riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse
questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa
medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo
potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se
tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non
obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi
e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si
considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno
si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane
cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il
generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in
questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i
capi francesi che comandavano in questa città, si dava un ballo, in cui
erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque,
che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare
e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di
assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il
cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato
dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al
generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva
concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera
intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il
generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre
all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della
neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano
sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente
fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come
fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava
il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere
un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da
farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni
d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria.
Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come
se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica
a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal
direttorio, non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse.
Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con
Francia, mentre ei trattava con Austria.

Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal
timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere
rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava,
avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono
della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue
genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria;
condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di
rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire,
che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile
contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre
all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato
contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi
capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione
d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò
consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai
repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal
direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa
comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere
a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare,
che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile,
e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per
restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.

Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila
soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani
ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile,
erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche
Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che
dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava
agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa
cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di
fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe
le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi
raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo
principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si
acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo
tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della
Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo
armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato
ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor,
testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima
Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda
di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva,
sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e
d'ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo;
occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per
combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio.
Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese;
La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte
il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume,
riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i
soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso,
col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed
amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.

Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della
nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando
Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della
Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la
dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non
ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di
arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il
presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri
mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi,
chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione;
l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli
alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro
i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si
vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era
di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e
poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in
ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe
con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei
Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano
avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco
intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul
lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che
Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso
della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano
dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità
della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a
prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza
macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la
piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di
tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il
generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo
alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa
sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella
ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di
guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero
fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi
aiutanti, ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua
elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene
securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso;
curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno
delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato
per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate
conformi all'onorata difesa.

Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la
fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo
indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più
cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero
onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al
campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma
non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di
esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con
intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il
vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna,
d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano
l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a
cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea,
traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte
sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con
soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure
sapere, non avere a mancar uomini, soliti a perseguitare cui la fortuna
perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le
generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.

Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case
arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata
la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni
di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi
minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da
breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di
Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una
fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di
settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a
quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di
centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume.
Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della
repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù
Tedesca in servitù Francese.

Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito
pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra
del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio
precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce
nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i
soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila
fanti, e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto
con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro
pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la
strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del
ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla
leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati
di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un
ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli
preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per
perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la
ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come
prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il
passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon
reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della
strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie.
Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla
leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro
facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi
secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si
affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle;
già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia,
tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio,
ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del
quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso
per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero,
quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al
pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che
varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato
per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le
necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei
feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In
questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si
metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per
vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due
di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il
passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza.
Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà
delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori.
Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj,
presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento
cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa
settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un
capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra
i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano,
non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando
ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del pontefice a
combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero
mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e
verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e
manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva
ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi
aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni
storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio
per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del
pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per
affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza,
le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata
dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la
moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e
le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli
confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la
religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi
facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore,
Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di
quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato
indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza
sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee,
che aveva fatto sopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che
sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa
di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati
già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente
comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose,
s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla
Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie.
Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le
genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire
alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di
Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta:
appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne
impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè
raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e
Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la
più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della
repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri
capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati,
si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai
continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco.
Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini
l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia
fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava,
vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al
mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione.
Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto
terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i
moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della
cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che
dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari,
rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che
si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le
suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran
pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi
incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone
al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi
di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso
Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio,
uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più
spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di
avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il
terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse
ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che
il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli
occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio
già abbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro
apostolo.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà
loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad
altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno
di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante
il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel
modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie
alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa;
nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e
disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva
a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della
grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna
fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il
titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse
con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con
Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica
veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a
piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono,
richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata.
Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara,
perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono
uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva
tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice
quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il
duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni
modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica.
Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di
Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua,
promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute
le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove
Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via
Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed
Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge
d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a
riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi
dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una
faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza,
perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più,
pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo
già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del
generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del
Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il
popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.

Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di
pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice
a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a
non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro,
nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a
serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere
alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente
le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si
facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire,
che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si
depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il
papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci
in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in
pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare
ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri
animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le
statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di
Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso
trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a
restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il
vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per
lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il
papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le
condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal
trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle
ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e
che erano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per
pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei
religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.

Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed
onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche
radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non
esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli
alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la
repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica
francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto
dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e
Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta
in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma
pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi,
essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri
interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa
all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera;
pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi
nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto
quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria
immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere
la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla
anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare
presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, che Francia
era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla
repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo
squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa
a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo
temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano
ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì
lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina
erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli
stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua
protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a'
suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volentieri, accetterebbe
anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorj contento agli antichi, non
volerne nuovi: solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di
ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu, che i cannoni non
furono dati, e che non si parlò più di San Marino; ciò successe molto
prosperamente per lui. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò
a rispettare i diritti degli uomini senza vantargli, il che è meglio che
il vantargli senza rispettargli; continuarono dall'altra parte intorno
al felice monte gli strepiti, e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo stato
ecclesiastico; poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese,
perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.


FINE DEL TOMO II.



INDICE DEL PRESENTE VOLUME


  1796

  Pensieri di Buonaparte                               _pag._   6
  Lettere che gli scrive il direttorio                          7
  Carletti scambiato e perchè                                   8
  Neri Corsini va in sua vece                                   9
  Pretesti contro Genova                                        9
  Cosa scrive al suo senato Buonaparte                         10
  Comandamenti del direttorio                                  12
  Pretesti contro Venezia                                      13
  Verona taglieggiata e perchè                                 13
  Pretesti contro al papa e il re di Napoli                    14
  Contro Parma e Modena                                        15
  Esortazioni di Lallemand                                     16
  Spoglio degli oggetti di belle arti                          16
  Oriani astronomo                                             18
  Marchesi eunuco                                              18
  Trepidazione nella corte di Parma                            19
  Fa tregua coi Francesi e a quali patti                       20
  Quadro del San Gerolamo del Correggio                        20
  Il duca fa fondere i suoi argenti                            20
  Il duca di Modena si ritira a Venezia                        21
  San Romano chiede in suo nome la pace e come la ottiene      21
  Nuovo governo in Lombardia da chi composto                   22
  La Lombardia come aggravata                                  22
  Conte di Gambarana                                           26
  Monti di pietà spogliati e sdegno che ne sorge               27
  Moto in Binasco                                              28
  Ed in Pavia                                                  29
  Pericolo del generale Haquin e come salvato                  30
  L'arcivescovo Visconti a Pavia                               33
  Binasco arso                                                 33
  Parole del Visconti ai Pavesi                                34
  Pavia saccheggiata                                           35
  Generosità di alcuni soldati                                 38
  L'università salvata                                         39
  Spallanzani come rispettato                                  39
  Rasori eletto professore                                     41
  Buonaparte perseguita Beaulieu                               41
  Tempesta contro la repubblica Veneta                         41
  Niccolò Foscarini provveditore di terraferma                 42
  Rocco San Fermo lo accompagna                                43
  Buonaparte inganna Beaulieu                                  44
  Occupa Brescia e come si giustifica                          45
  Beaulieu occupa Peschiera                                    46
  Buonaparte sforza il passo del Mincio a Borghetto            47
  Il generale Gardanne                                         48
  Augereau prende Peschiera                                    49
  Beaulieu si ritira verso il Tirolo                           49
  Odio di Buonaparte contro Venezia                            50
  Sue minacce e romori                                         51
  Foscarini va a trovarlo                                      51
  Cosa scrivesse Buonaparte al direttorio                      54
  Viltà di Niccolò Foscarini                                   58
  Alessandro Ottolini podestà di Bergamo                       58
  Uomini illustri infamati dai Francesi                        59
  Terrore in Verona                                            60
  Occupata dai Francesi                                        60
  Castello di Milano si arrende                                61
  Caprara, Malvasia e Pistorini mandati da Bologna
    a Buonaparte                                               63
  I Francesi entrano in Bologna                                64
  Cardinal Vincenti legato                                     64
  Licenziato da Buonaparte                                     65
  Castel Bolognese restituito a Bologna                        65
  Giuramento dei Bolognesi                                     65
  Contribuzioni                                                66
  Monti di Pietà derubati                                      67
  Cardinal Pignatelli legato di Ferrara                        67
  Sollevazione di Lugo                                         67
  Barone Cappelletti s'interpone per lui                       68
  Lugo saccheggiato                                            69
  Moto nei feudi imperiali di Genova                           70
  Spavento in Roma                                             70
  Azara e Gnudi mandati dal papa a Buonaparte                  71
  Tregua col papa e a quali condizioni                         71
  Breve del pontefice in favore del governo Francese           74
  Nessuno effetto di esso                                      75
  L'abate Pieracchi mandato dal papa a Parigi                  76
  Come fossero udite in Napoli le vittorie di Buonaparte       77
  Lettera del re ai vescovi                                    78
  Sua cerimonia all'altare                                     79
  Manda a Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli           80
  Conclude una tregua                                          81
  Abbandona il papa                                            81
  Persone mandate a spogliare l'Italia di oggetti di
    belle arti                                                 82
  Disegno di Buonaparte contro la Toscana                      82
  Manfredini e Corsini mandati dal gran duca a Buonaparte      83
  Murat conduce i Francesi a Livorno                           84
  Vi arriva Buonaparte                                         85
  Violenze in Livorno                                          85
  Spannocchi arrestato                                         85
  Cavaliere Angioi, viltà di Buonaparte verso di lui           86
  Buonaparte s'impossessa di Massa e Carrara                   88
  Il cavaliere Azara favorevole ai Francesi                    88
  L'imperatore manda Wurmser in Italia                         90
  Come Wurmser disponesse l'esercito                           90
  Imprevvidenza di Buonaparte                                  93
  Ritirata di Massena                                          93
  Valore di Guyeux                                             94
  I Tedeschi occupano Brescia                                  94
  Quosnadowich battuto                                         97
  Wurmser prende Verona ed entra in Mantova                    97
  Si avvia a Goito                                             98
  Viltà del generale Valette                                   98
  Buonaparte avvilito e confortato da Augereau                 98
  Generale Pigeon battuto da Ocskay                           100
  Ocskay battuto                                              100
  Generale Liptay battuto a Castiglione                       101
  Fatto curioso di Lonato                                     105
  Battaglia di Castiglione                                    108
  Wurmser si ritira verso il Tirolo                           111
  I Francesi entrano per forza in Verona                      113
  Castello di Calliano preso dai Francesi                     114
  Generale Dammartin                                          114
  I Francesi prendono Trento                                  115
  Nuovi disegni di Wurmser                                    116
  È battuto da Augereau e Massena                             118
  Si chiude in Mantova                                        119
  Descrizione di questa fortezza                              119
  Carestia nella fortezza                                     125
  Battaglia della Favorita                                    125
  E di San Giorgio                                            126
  Preso da Massena                                            127
  Cose della Corsica                                          128
  Colonnello Bonelli                                          129
  Sapey                                                       129
  Gentili, Casalta e Cervoni                                  129
  Miot ministro di Francia a Firenze                          130
  Sue parole contro gl'Italiani                               131
  Nelson prende l'isola d'Elba                                132
  E la Capraja                                                133
  Bonelli va in Corsica                                       133
  Casalta prende Bastia                                       134
  Gentili prende San Fiorenzo                                 135
  Gli Inglesi scacciati dalla Corsica, dall'Elba e
    dalla Capraja                                             136
  Nuovi pensieri politici negl'Italiani                       138
  Lega nera                                                   141
  Reggio si solleva                                           147
  Paradisi e Re mandati a Milano                              147
  Manifesto di Buonaparte contro il duca di Modena            148
  Soldati Francesi in Modena                                  149
  Cose di Bologna                                             149
  Suoi comizj                                                 150
  Aldini presidente                                           150
  Unione dell'Emilia                                          153
  I Reggiani rompono gli Austriaci                            153
  Il papa ricusa la pace                                      154
  Chiede soccorso ai principi                                 155
  Pace tra Napoli e Francia                                   156
  E tra Francia e Parma                                       158
  Morte di Vittorio Amedeo III                                158
  Gli succede Carlo Emanuele IV                               159
  Fa Priocca suo ministro                                     161
  Manda il conte Balbo a Parigi                               161
  Cose di Genova                                              163
  Manda Francesco Cattaneo a Buonaparte                       163
  E Vincenzo Spinola a Parigi                                 164
  Insolenza di Nelson                                         164
  Convenzione tra Genova e Francia                            165
  Clarke mandato dal direttorio in Italia                     167
  Che gli dicesse Buonaparte                                  168
  Pensieri ostili di Buonaparte contro Venezia                169
  Proposte di Verinac a Federico Foscari                      171
  Lallemand propone lega tra Venezia e Francia                173
  Ajutato da Francesco Battaglia                              175
  Deliberazioni tra i Savj                                    176
  Risposta del senato                                         181
  La Prussia propone di allearsi con Venezia                  184
  Ricusata per colpa dei Savj e degl'Inquisitori              187
  Repubblicani e imperiali devastano lo stato Veneto          187
  Schiera di Bernadotte perchè chiamata aristocratica         189
  Lamenti del senato a Vienna                                 189
  Altri del Querini a Parigi                                  191
  Strana pretesa di Rewbel                                    195
  Francesi e Tedeschi come amati dai Veneziani                197
  Offerta della provincia Bergamasca al senato                198
  Dopo le minacce di Buonaparte il senato provvede
    alla difesa                                               199
  Giacomo Nani provveditore                                   200
  Tommaso Condulmer                                           200
  Accusa di Pietro Daru contro Venezia ribattuta              201
  Principe di Nassau perchè non condotto agli stipendi
    di Venezia                                                202
  Venezia si scusa col governo Francese                       203
  Procedere del Lallemand a Venezia                           204
  Calunnia la repubblica presso il direttorio e la
    giustifica presso Buonaparte                              206
  Negoziati inutili di pace                                   208
  Buonaparte ordina la repubblica Cispadana                   210
  Suo detto sugli umori che erano nella medesima              211
  Deputati Lombardi a Reggio                                  212
  Facci presidente                                            213
  Fava da Bologna                                             214
  Buonaparte si compiace del loro entusiasmo e perchè         214
  Lettera scrittagli dal congresso Cispadano                  215
  Sua risposta                                                215
  Moto di libertà in Milano, come represso                    217
  Squallore dei soldati in Italia                             217
  Ladronecci nefandi dei provveditori                         218
  Il maresciallo Berwick gli faceva impiccare                 218
  Lamenti di Buonaparte di non poterlo fare                   218
  Abbondanzieri onesti chi fossero                            219
  Haller, ladro insigne                                       219
  Compagnìa Flachat ancor peggiore                            220
  Sferza il Sommariva                                         222
  Tela data in Cremona e rubata dai provveditori              223
  Buonaparte gli fa processare inutilmente                    224
  Sue minacce all'imperatore Francesco                        225
  Costanza di Wurmser in Mantova                              226
  L'Austria si spedisce a nuova guerra                        226
  Manda Alvinzi                                               227
  Veiroter                                                    227
  Disposizioni di Buonaparte                                  228
  I Francesi vincono a San Michele                            229
  Perdenti a Segonzano abbandonano Trento                     230
  Combattimenti a Calliano                                    231
  Ed a Bezeno                                                 232
  Tardità di Davidowich                                       233
  Celerità di Buonaparte                                      235
  Lanusse ferito e prigioniero                                236
  Buonaparte si ritira verso Verona                           237
  Massena ed Augereau battono gli Austriaci, ma con
    poco frutto                                               238
  Launay e Dupuis feriti                                      240
  Abbattimento di Buonaparte                                  240
  Tardità di Alvinzi                                          242
  Pensiero salutifero di Buonaparte                           244
  Descrizione di Villanova e dei bassi di Caldiero            245
  Buonaparte richiama truppe da Mantova                       246
  Battaglia di Arcole                                         246
  Generali feriti                                             247
  Soldati incoraggiti da Buonaparte                           248
  Pericolo di Buonaparte                                      250
  Salvato da un Veneziano                                     250
  Guyeux prende Arcole                                        251
  Si rinfresca la battaglia                                   253
  Coraggio del generale Vial                                  255
  Elliot ucciso                                               255
  Buonaparte passa l'Alpone                                   256
  Roberto ferito                                              258
  Stratagemma di Buonaparte                                   259
  Alvinzi si ritira                                           259
  Inutili vittorie di Davidowich                              260
  È rotto e fugato dai repubblicani                           261
  Lemarrois mandato colla novella della vittoria a Parigi     263
  Premio acconsentito ai vincitori                            263
  Costanza di Wurmser                                         264
  Davidowich richiamato                                       264
  Principe di Reuss mandato in suo luogo                      265
  Nuove deliberazioni di Alvinzi                              265
  Fedeltà dei Viennesi                                        266

  1797

  Mossa di Provera in ajuto di Mantova                        268
  Massena batte i Tedeschi a Bassano                          269
  Disegni di Alvinzi come scoperti                            270
  Partito che ne cava Buonaparte                              271
  Battaglia di Rivole                                         273
  Valore di Massena                                           273
  Lusignano si arrende con tutto il suo corpo                 277
  Sconfitta dei Tedeschi                                      277
  Maravigliosa celerità di Buonaparte                         277
  Provera si avvicina a Mantova                               278
  Perde il retroguardo                                        279
  Fatto prigioniero alla Favorita                             280
  Spavento in Roma                                            284
  Colli, generale del papa                                    285
  Cacault, ministro di Francia presso al pontefice            286
  Suoi consigli                                               286
  Ballo del papa in Milano                                    287
  Lettera del cardinal Busca intercettata                     288
  Buonaparte dichiara la guerra al papa                       289
  Suo esercito                                                290
  Strettezze di Mantova                                       291
  Wurmser si arrende                                          292
  Come lodato da Buonaparte                                   293
  Battaglia al Senio perduta dai papali                       294
  Fokalla ucciso                                              296
  Lahoz ferito                                                296
  Faenza e tutta la Romagna si dà al vincitore                297
  Colli fa vuotare la casa di Loreto                          298
  Che poi è espilata nel resto dai Francesi                   298
  Umanità di Buonaparte verso i preti fuorusciti di Francia   298
  Spavento in Roma                                            299
  Il cardinale Mattei scrive a Buonaparte                     300
  Il papa gli manda un'ambasciata                             301
  Trattato di Tolentino                                       301
  Buonaparte tenta la repubblica di San Marino e
    mandavi Monge                                             303


FINE DELL'INDICE


PUBBLICATO IL 4 LUGLIO 1833



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (signoria/signorìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





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