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Title: Vita di Andrea Doria, Volume II
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Vita di Andrea Doria, Volume II" ***

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                                VITA

                                 DI

                            ANDREA DORIA


                                 DI
                          F. D. GUERRAZZI.

                           VOLUME SECONDO.



                               MILANO.
                CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI.
                                1864.



            Dritti di traduzione e riproduzione riservati.

       NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore
              verranno considerate come contraffatte._

                                                 M. Guigoni

                            Tip. Guigoni.



CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO VII.


Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema
blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di
cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le
artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve
davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di
Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di
conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli
chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di
là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste
navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola,
nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore
del Messico, e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in
compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta
schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese,
reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze
largite dal sommo Pontefice.

Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo
sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo
temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire
travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata
del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo
si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad
Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite
minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono
sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu
eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i
vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il
naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi
entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi
imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la
espugnazione di Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava
affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo
vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo
piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il
messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi,
la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da
un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano
soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose
non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo
aperto combatterlo.

Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali
presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre
schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo
sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la
spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture
giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le
artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.

Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle,
il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono
disperata impresa a espugnarsi. Carlo avvisò assediarla dalla parte di
Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una
delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi
avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi
si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi
non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani
arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè
alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i
cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi,
e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza
badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche
sagro[1] gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di
eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli
Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la
notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi,
togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie,
onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottare su le armi; venuto giorno,
i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta
uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra
parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le
artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava
con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in
minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli:
appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni
rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero
le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso,
intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per
anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo
impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non
reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra
loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più
atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava
altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a
guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava
il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora
queste compagnie, esposte senza riparo alla pioggia, fitte nel fango,
abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria
considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro
di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a
difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi
però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una
picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme
gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi,
saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte,
e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e
lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate,
e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si
raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno.
Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la
ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il
fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia:
colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava
su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò
ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non
devo tacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte
elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee
incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero
fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di
loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è
sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di
capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così,
che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli
co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal
numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da
lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò
il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie
cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè
i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per
combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano
sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di
furore, accolti intorno a sè gli uomini più valorosi, e concitando le
squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i
nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere,
imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da
cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le
porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di
tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando
esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le
muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di
balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco
vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan
agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li
percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non
se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i
quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il
gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente;
nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non
fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le
fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel
campo vestito di un manto bianco, con pietosa voce sclamando: _fiat
voluntas tua! fiat voluntas tua!_

Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di
compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con
ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti
uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto
meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come
notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non
avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre
a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie
cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la
battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi
lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero
parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi
sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli
archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie
scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge
tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei
seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le
forze e la vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati
uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto
irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la
salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama
mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo
battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della
battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a
rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero
agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non
curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e
duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè
i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati
ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo
la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.

Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma
eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il
vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera
raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora
quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e per quanto
lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni
maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di
annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli;
difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati
trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li
finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non
si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di
merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si
destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione
dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana,
giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli,
cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di
gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi
che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva
alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una
zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.

Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè
il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando
fra loro o contro gli scogli come vetri si stritolavano; basti dirne
tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di
artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non
si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello
Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli
risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto
tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento
su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso
in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza
ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo,
pregheranno per noi! —

Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo,
si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli
comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani,
che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni
costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come
tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata
stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al
bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee
sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nè voglio che questo si
abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli
cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le
galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere,
imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non
badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole
questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai
Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai
giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].

Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e
dei frati avessero partorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto
di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non
potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile;
andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci
si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono
il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad
esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di
forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa
per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore
provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da
battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname
per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a
quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante
mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti
fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano
di Dio.

Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se
dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle
faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e
primo tra questi Ferdinando Cortez, il quale disse: per suo avviso non
potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa;
imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il
quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè
famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con
giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e
solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare
la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale
iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di
partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo
intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe
dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani
glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò
tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa
Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della
perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e
più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata
battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il
Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già
smeraldi, bensì una perla da lui conquistata (per significarlo con
parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel
banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che
ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il
Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: —
_Inter natos mulierum non surrexit major._ — Accadde che, mentre lo
mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non
senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la
profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non
perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo
mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi
le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli
uomini.

Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi,
avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva
l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e
d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi;
veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da
prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati
nella velocità dei cavalli; senonchè gli archibugieri, a cui sovveniva
in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li
bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a
costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad
un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia,
che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a
nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria,
il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in
compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al
benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di
legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e
cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso
la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a
salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori.
Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo
Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel
settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la
sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste
parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa,
giusta e cristiana impresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi
sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita
delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne
faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e
tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila
ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di
Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi,
conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.

Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere
fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del
naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece
gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta
determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole
convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa
di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto
che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e
popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o
poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo
spettacolo insolito, il quale percote l'animo più forte del consueto,
comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia,
per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme
racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far
meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le
volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero,
eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi
vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio
eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non
rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare
e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì
a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro
la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali,
lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire
sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno
raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto
fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli
annegati sopra la spiaggia. —

Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultimi gli
Spagnuoli, fosse elezione o fortuna; e lo Imperatore, con la spada
ignuda nella mano, vigilava perchè veruno, così amico come nemico,
disturbasse lo imbarco; quando tutti ei li vide saliti su le navi, ed
assicuratosi bene che anima viva non rimaneva in terra, entrò nella
capitana di Andrea Doria. Ma la fortuna, che pareva placata, con subita
vicenda tornò in furore così, che prima si compisse lo imbarco, ecco
scompigliati da capo il cielo e il mare, di qua di là sbatacchia le navi
per modo, che trovandosene alcune in pessimo arnese per le passate
burrasche, sfasciaronsi con la morte di quanti vi erano sopra saliti.
Due di loro, risospinte indietro, investirono sul lido donde avevano
sferrato pur dianzi; Spagnuoli erano, i quali vistisi circuiti da copia
immensa di nemici, e conoscendo la resistenza vana, davano ad intendere
con cenni volersi rendere salva la vita; di ciò non paghi gli Arabi e i
Turchi, presero a far carne; allora gli Spagnuoli statuirono morire come
conviene ad uomini di cuore, e con gli archibugi combattendo e con le
picche e co' pugnali alla disperata, arrivarono a farsi strada
attraverso alla moltitudine: districatisi dalla folta, sempre chiusi in
battaglia, incamminaronsi verso Algeri; dove giunti, rinvennero grazia
presso Assan agà, e gli Spagnuoli rinnegati che gli stavano attorno,
mossi dalla virtù degli uomini, dalla carità della patria comune e dalla
fede che avevano riposto nella loro generosità. Più dura sorte
incontrarono due altre navi; una, dopo molto sbattimento, si aperse, e
settecento vite si sommersero a un tratto: l'altra, per cinquanta
giorni, patì fortuna; logorata ogni cosa, comecchè insolita e strana,
capace al sostentamento, parte dei naviganti perì; i superstiti, tocca
terra, non si potendo in veruna guisa riavere, un dopo l'altro se ne
andarono. Tuttavia, e nonostante questi ed altri casi, la massa
dell'esercito imperiale e le galere si ridussero a Bugia presidiata
dagli Spagnuoli. Certo qui non gli attendeva copia di beni, imperciocchè
il presidio perpetuamente combattuto dai terrazzani, non che acquistare
contado, facesse assai a difendere le mura; pure ebbero castrati e buoi:
gli sovvenne eziandio certa nave genovese chiamata la Fornara, carica di
vettovaglia, che dette in secco su codesta spiaggia, e sebbene il
biscotto restasse impregnato di acqua salsa pure lo ebbero per
provvidenza.

Qui lo Imperatore stette, finchè, abbonacciato il mare, licenziò
Ferdinando Gonzaga e le galee della Religione, che dopo avere toccato
Utica, dove Muleasse re di Tunisi gli accolse con amorevole
sollecitudine, si ridussero ai porti di Sicilia; partiti questi,
valendosi di un gagliardo vento di scilocco, si condussero, Carlo prima
a Maiorca, poi a Cartagena, Andrea diritto a Genova; il primo per
ritirarsi nel monastero di Miorada presso Olmeto, dove, confessati
umilmente i suoi peccati, fece penitenza bevendo acqua e mangiando pane:
cosa più enorme che grave pel buono Imperatore, il quale fu vinto dalla
gola così, che, infermo e presso alla morte, pigliava piuttosto funate
da orbo sulle spalle che smettere le leccornie[4]; se il secondo si
confessasse dei suoi peccati non sappiamo; sappiamo però che, con
istupenda diligenza, dette opera a riparare il danno sofferto dalle sue
galee e a fabbricarne delle nuove.

Tale ebbe fine una impresa, la quale sarebbe ottimamente riuscita, se si
fosse dato retta ai consigli del vecchio Doria; ma questo è proprio
vizio della potenza, che anco messa da parte la piaggeria degli
adulatori, colui che può non patire freno alla sua volontà, termina col
credere che tutto gli abbia a fare di berretta, anco gli elementi, anco
la morte: così, come a Carlo V, incolse a Filippo II suo figliuolo nella
Manica, e ad antichi e moderni dominatori; tra i secondi memorando
Napoleone per la Russia. Di Carlo così allora cantavano i poeti:

    «Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscío
      Possiate dir: vinta, la terra, e l'onde,
      Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»

Così i poeti; ma Dio, col declinare del ciglio, gli faceva sentire, che,
coronati o no, gli uomini sono tutta polvere davanti a lui.

Tra Carlo V e Francesco I, le paci e le tregue erano soste per
ripigliare fiato e combattere feroci meglio di prima: pertanto, in
guerra fossero o no, non ismettevano le mutue offese mai: a questo modo,
avendo Giannettino Doria levato monsignore Granvela, consigliere di
Carlo, da Siena per condurlo a Barcellona, i Francesi gli tesero insidie
alle isole Yeres, e lo pigliavano, se meno accorto fosse stato il
Giannettino, il quale, procedendo sempre, come dicono gli Spagnuoli, con
la barba sopra la spalla, spedì innanzi una fregata a speculare i mari,
che, retrocedendo in fretta, gli porse avviso del tratto; allora egli
tornò a Genova, ed alle due che già conduceva, aggiunse quattro galee di
scorta: le francesi erano sette, ma non si rimasero ad aspettarlo. Più
atroci fatti si commisero per la parte dei cesarei; Alfonso Davalos,
marchese del Vasto, fece ammazzare a tradimento Cesare Fregoso e Antonio
Rincone, oratori del re di Francia, uno a Venezia, l'altro a
Costantinopoli, a fine di svaligiarli delle commissioni; e fu caso pieno
di atrocità. Cesare, nonostante la tregua, consigliava Antonio di
passare pel paese dei Grigioni; ma questi, come colui che di persona era
grave, preferì per sua comodità scendere il Po in barca, e là, dove
sotto Pavia il Ticino mette foce nel Po, ecco uscire di agguato parecchi
burchi spagnuoli ed assaltare le due barche degli ambasciatori;
restarono morti di colta il Rincone, il capitano Boniforte e il Fregoso:
a questo dissero poi arieno voluto salvare la vita, senonchè, menando
alla disperata la spada, nè consentendo a cedere, e' fu mestieri
ammazzarlo; risparmiarono il conte Camillo da Sessa luogotenente del
Fregoso, e i barcaroli, i quali però furono sostenuti in carcere segreta
nel castello di Cremona, perchè non si palesasse la scelleraggine; e non
ci riuscirono, chè l'altra barca, dov'erano i servitori, le lettere, i
danari e i bagagli, facendo forza di remi e secondata dalla corrente,
scampò a Piacenza, dove i salvati raccontarono tutto il successo. Di
questa immanità se ne dette carico al Davalos, e allo Imperatore; ma
allora, come ora, usavano le dichiarazioni e le proteste per purgarsi
dalle false accuse e più dalle vere; furonvi anco i giuramenti, ma anco
allora, come adesso, tutti questi rifugi si avverano per puntelli, i
quali raddoppiansi alla stregua che lo edificio minaccia ruina. Il
marchese Davalos, che si affermava inconsapevole fino del passaggio
degli oratori di Francia su le terre lombarde, finse cercarli, e dopo
molte ricerche (e poteva risparmiare le poche) dopo due mesi, dietro la
scorta dei barcaroli, gli rinvenne sepolti sotto poca terra, sicchè le
fiere in parte gli avevano stracciati: Cesare Fregoso fu riconosciuto da
certa ferita che aveva, in una mano, e la moglie di lui, mossa da pietà
non meno che da desiderio di vendetta, questa mano riposta dentro una
borsa recò in Francia per infiammare l'animo del Re e della baronia. Non
pertanto il marchese del Vasto faceva spargere voce, che senz'altro i
malandrini gli avessero morti per derubarli e non gli fu creduto: allora
mise fuori lettere dello Imperatore, le quali gli ordinavano che, caso
mai ponesse loro le mani addosso, non gli malmenasse per quanto aveva
cara la grazia sua, non considerando che per queste lettere si
contraddiceva alla pretesa ignoranza del passaggio degli oratori di
Francia per le terre lombarde; e come esse non valsero a scolpare lui,
così palesarono Carlo partecipe del tradimento, e lo fecero sospettare.
Per ultimo, il Marchese ricorse al partito di mandare attorno cartelli
che chiarivano mentitore e marrano chiunque gli opponesse cotesto
misfatto, e sè parato a provarlo con le solite spavalderie; ma, anco a
quei tempi, cominciava a capirsi che una stoccata fa prova della perizia
o della fortuna di cui la mena, non della verità del fatto; però ognuno
si tenne la fede, che aveva. Quanto a Carlo giurò al Papa, quando fu in
Lucca, sè innocente da cotesta strage, e promise cavare vendetta
strepitosa dei malfattori, e fossero qualunque, ed in qualunque dignità
costituiti, ogni volta che gli venissero scoperti; ma in cotesti tempi
ci erano confessori, che dello spergiuro fatto, e da farsi, assolvevano,
e si credeva potere il fascio delle proprie colpe mettere sul
confessore, come la valigia sopra la groppa di un somiere e dirgli:
portalo tu, ch'io ti pago la fatica.

Oltre questa, che veramente fu potentissima causa, lo infortunio
affricano, le armi turchesche vittoriose in Ungheria, fornivano a
Francesco occasione da non lasciarsi passare: onde spedito, per via
sicura, il capitano Polino nuovo oratore a Solimano, ed ottenuta
promessa da lui, che avrebbe mandato la sua flotta col Barbarossa nel
Mediterraneo, ruppe guerra di un tratto allo Imperatore da tre lati,
nella Borgogna, nel Brabante, e a Perpignano con tale disegno, che tutti
questi campi mostrassero sembianza di riunirsi per fare impressione in
Italia, e ciò a fine di sconcertare lo Imperatore perplesso, da qual
parte avesse a schermirsi. Di queste guerre raccontano le storie
generali: da noi vuolsi toccare quella di Perpignano soltanto, però che
in essa Andrea Doria pigliasse parte. Il marchese del Vasto, che stava a
buona guardia a Milano, trovandosi a fronte in Torino un condottiere
accorto qual fu monsignore di Langé, potè, per credibili indizi,
persuadersi come, per allora, i Francesi non pensassero a rompere la
guerra in Italia, onde spediva in diligenza un Cicogna a Cesare, per
avvertirlo a tenere di occhio Perpignano; ma Cesare lo rimandò indietro,
con la commissione di ammonire il Marchese: attendesse a badare il suo
governo; dell'altro lasciasse la cura a lui: così persuadeva la superbia
a Carlo; ma la sagacia gli fece trovare buono lo avviso, e più lo aiuto
del Marchese, imperciocchè Andrea Doria, d'accordo col Davalos, temendo
lo sforzo dei Francesi a Perpignano, chiamato a furia Giannettino Doria,
che in quel torno stanziava a Barcellona con alquante galee, ed
attendeva a costruirne sei delle nuove, gli fece trasportare colà
quattro compagnie di Spagnuoli ed una di Tedeschi, valorosa gente
condotta dal valorosissimo capitano Pietro da Guevara, distratte dal
Marchese dal presidio di Milano. Per altra parte Andrea, sempre
d'accordo col Davalos, ordinava ad Antonio Doria, che con le galee di
Sicilia e di Napoli conducesse tosto a Savona le fanterie superstiti
alla impresa di Algeri, perchè non rimanesse indebolito nella Italia
settentrionale l'esercito di Cesare, egli poi non rifiniva da Cartagena
mandare nella città assediata polvere, piombo e miccia. È fama che,
nonostante la diligenza del Doria e la virtù spagnuola, i Francesi
avrebbono terminato con lo espugnare Perpignano, dacchè egregi fatti di
arme vi fossero combattuti da Gian da Turino e dal Sampiero Corso,
incliti difensori della repubblica fiorentina; anco Virginio Orsino
acquistò buona fama, rompendovi coi cavalli italiani le squadre
accorrenti dei cavalieri spagnuoli; ma ogni disegno capitò male a
cagione delle folli dimore; chè ora si vollero aspettare certi Svizzeri
assoldati dal Re, ed ora il Barbarossa, come ne dava sicurezza l'oratore
Polino; e, più che per altro, per colpa della superba vanità dei
Francesi, la quale vietò, che si accogliesse il consiglio di Giampaolo
Orsino, che, contro il parere dell'Annebò, giudicava si avessero a
piantare le artiglierie, non già contro la parte meglio munita, bensì
contro la più debole della muraglia. Tirando in lungo lo assedio, la
baronia spagnuola se ne commosse, e punta di orgoglio, fece capo al duca
di Alba, domandando con accesissime parole di essere condotta a
combattere col nemico; lo Imperatore, dal canto suo, si era posto in
assetto, per dare ai Francesi una battitura tale, che se ne avessero a
ricordare per un pezzo; per le quali cose il Delfino riputò buon partito
sciogliere l'assedio e ritirarsi più dentro le terre di Francia.

Cessato un travaglio, ecco sottentrarne un altro due cotanti più fiero.
Il Barbarossa con centodieci galee, ed un nugolo di fuste, uscito dal
Bosforo sul finire dello Aprile, giunge in Sicilia ed arde Reggio. Diego
Gaetano, con settanta Spagnuoli nella Rocca, resiste; in grazia della
figliuola bellissima gli si perdona la vita, e quella, menata seco il
Barbarossa, ebbe cara così, che indi a poi tenne piuttosto in grado di
consorte, che di schiava. Andrea obbedendo ai comandi dello Imperatore,
parte con l'armata per Barcellona, dove imbarcatolo insieme con alcune
insegne di fanti e di cavalli, lo conduce a Genova, non incontrata per
via cosa al loro andare molesta, sia per parte dei Turchi o dei
Francesi, e questa fu l'ultima volta che l'Imperatore albergò nel
palazzo Doria, dove stette otto giorni: e vi convennero a visitarlo il
marchese del Vasto, Ferrante Gonzaga e Pierluigi Farnese. A Pierluigi
che gli diceva: il Papa aspettarlo a Bologna per conferire insieme
intorno alle faccende della cristianità, rispose: quanto alla pace con
Francia non volerne intendere parola; su le altre pratiche
negozierebbero per via di ambasciatori; a tale acerbezza lo moveva il
rovello che veramente nudriva profondo contro il re di Francia, ed anco
il rancore contro il Papa, non avendo visto per parte di lui, nè dei
suoi, segno alcuno di parzialità nelle guerre ch'egli aveva sostenuto
contro i Francesi in Italia; la quale cosa essendo stata udita con
angustia grande dal Papa, operò sì, ch'egli spedisse incontanente il
cardinale Farnese, che con parole blande raumiliando lo Imperatore, lo
persuase ad abboccarsi col Papa a Busseto, luogo di Gerolamo
Pallavicino. In cotesto parlamento con fervorose preci instava il Papa,
affinchè la pace fra i principi cristiani si fermasse: toccò della
necessità di conferire il ducato di Milano a principe italico, remossa
ogni ingerenza austriaca, e ciò conforme alle capitolazioni della lega
di Napoli: propose investirne Orazio Farnese suo nepote, col quale
tratto si verrebbe a torre di mezzo ogni pretesto alle diuturne
pretensioni di Francia, ed ai sospetti dei governi italiani, mentre
dall'altra parte se lo confermava in certo modo nella sua potestà; però
che Orazio suo nipote, essendo a un punto genero di Carlo, veniva ad
essere una stessa cosa con lui; per questo modo il duca di Savoia
sarebbe stato restituito nei suoi dominii; e così composte le faccende
della cristianità in assetto durevole, poteva darsi opera, con isperanza
di esito prosperoso, alla lega dei principi cristiani per purgare la
Europa dalla infamia dei Turchi; quanto a danaro, vivesse sicuro, egli
gliene prometteva tanto da bastargli a qualsivoglia impresa per
grandissima ch'ella fosse. Non si conchiuse nulla; che lo Imperatore si
mostrò intorato a volerla sgarare ad ogni modo con Francesco, andandone
in questo, secondochè egli diceva, la sua reputazione come Carlo, e
quella dello impero come Cesare: ai danari provvide accomodandosi con
Cosimo duca di Firenze, che gli pagò dugentomila scudi a patto lo
mettesse in possesso delle fortezze di Firenze, di Pisa e di Livorno.

Taccionsi le guerre combattute da Carlo contro i Turchi, e nè anco si
ricordano le altre contro i Francesi fuori d'Italia; stringendomi ai
fatti, nei quali s'innesta la vita del Doria, dirò, che l'armata
turchesca, rasentando le coste d'Italia, senza recare altro danno si
condusse a Marsiglia, dove dopo essersi unita alla francese, che
comandava monsignore di Enghienne, ed ora forte di ventidue galee e
diciotto navi grosse, mosse ad espugnare Nizza. Il Re in vista di torsi
da dosso od attenuare la infamia dello avere chiamato i Turchi ai danni
della cristianità, fece significare ai Genovesi non temessero di nulla;
i Turchi, dal dare una mano alla espugnazione di Nizza in fuori, non
dovevano fare altro, e non lo avrebbono fatto, e per meglio procacciare
fede alle parole, avendo ottenuto dal Barbarossa che liberasse parecchi
Genovesi tenuti al remo sopra le sue galee, gli rimandò a Genova
cortesemente senza riscatto; nè mise minore studio a ristorare gli
uomini di San Remo delle prede fatte sopra di loro; carità e cortesie di
cui il diavolo ride, imperciocchè avessero per iscopo di staccare i
Genovesi dalla devozione dello Imperatore o per lo meno renderglieli
sospetti; e siccome nè l'una cosa nè l'altra poterono i Francesi
conseguire, così ruppero in querimonie grandi contra la ingratitudine
dei Genovesi, ma essi ne rimasero con le beffe e col danno; che dei
Francesi è antico il vezzo bandire ladro cui non hanno potuto rubare.

Il capitano Polino non mancò d'intimare la resa ai Nizzardi minacciando
sperpetue: questi, non curato lo esterminio, vollero correre ogni più
rea fortuna per mantenersi in fede al duca di Savoia; e fin qui fecero
bene; poi, trasportati da eccessivo zelo pel diletto signore, presero a
colpi di archibugio il Grimaldo spedito dal Polino a cotesto fine e lo
ammazzarono; e qui fecero male, anzi pessimamente. Certo se i Nizzardi
avessero potuto presagire, che, dopo tre secoli, sarieno stati dati per
_giunta_, non avrebbono fatto prova di tanto ardore: ma natura dispose,
che i popoli si governino sovente col cuore, i principi sempre con lo
interesse: di pretesti poi e di parole belle per onestare cose
bruttissime non si patì mai penuria; e ci ha sempre uomini parati a
farle, ed uomini altresì che le lodano, e con ischiamazzo pervertono la
coscienza pubblica: più tardi sopraggiunge il giudizio severo della
storia; senonchè questa ai mali compiti non ripara, e agli avvenire
poco, essendo il comune della gente o incurioso, o accidioso.

Nello assedio di Nizza fu notabile questo: i Turchi, dopo abbattuto con
le artiglierie un bastione murato di fresco, salirono su le macerie e vi
piantarono una insegna; i Francesi, qualunque ne fosse la cagione, non
andarono essi, bensì mandarono i Toscani condotti da Lione Strozzi
priore di Capua ad emulare i Turchi, e vi salirono anch'essi; ma poi
Turchi e Toscani, dalla virtù dei cittadini, vennero duramente respinti;
dei Turchi in cotesto scontro ne restarono morti un cento, e ci persero
con l'alfiere la insegna; dei Toscani da venticinque, e un gherone della
bandiera: i feriti non si contano. Se di siffatta ventura ne
arrovellassero i Turchi, massime i Giannizzeri, non importa dire; basti
che, prima di andare a giacersi, deliberarono rinnovare pel giorno
seguente più che mai furiosa la batteria; ma il Polino, cui gravava
forse la infamia propria, e quella del suo signore, s'intromise perchè
il Barbarossa tirasse su le navi i Giannizzeri, presagendo che, in caso
di presa della terra, per opera di queste bestie sarebbe corso sangue
come acqua. I cittadini resisterono al secondo assalto con virtù pari e
diversa fortuna[5]; onde meritarono lode dal nemico stesso, il quale,
comecchè inferocito, pure gli accolse in fede a nome del Re con le
medesime condizioni con le quali vivevano sotto il duca Carlo: però se a
questo partito si trovò costretto Andrea Odinet conte di Monforte
governatore della città, diverso consiglio tenne Paolo Simeoni della
casa Balbi da Chieri, cavaliere di Rodi, castellano della Rocca; il
quale, comecchè ci avesse dentro donne e fanciulli, e per essere già
stato alla catena del Barbarossa[6] sapesse quanto terribile uomo fosse
costui, tuttavolta statuì resistere, finchè l'anima gli bastasse. Turchi
e Francesi, di uguale ira infiammati contro il virtuoso cavaliere,
presero a tempestare la Rocca con le artiglierie; e mirabili apparvero i
Turchi per l'aggiustatezza dei tiri, i quali scoronate le muraglie e
sfondate le volte, resero lo affacciarsi ai parapetti mortale,
pericoloso ogni ricovero altrove: qui accadde, che i Francesi, mancanti
di polvere, ne mandassero a chiedere in prestito al Barbarossa; il
quale, con mal piglio e peggiori parole, gli rampognò, come non
vergognassero patire inopia di munizione a casa loro per modo che
avessero faccia di mandarne a levarla a lui, che ce l'aveva portata fino
da Costantinopoli; non essere però stato da loro messo in dimenticanza
il vino, di cui avevano piene le stive delle galee; si provassero ora
con quello a dare la batteria alle mura di Nizza. Le parole tra esso e
il Polino crebbero per questo accidente così riottose, che il
Barbarossa, abbracciatolo per la vita, stette a un pelo che non lo
scaraventasse nel mare; pure alla fine si placò e dette la polvere.
Ripigliata la batteria, il Simeoni non si lasciò sgomentare dalla
grandine delle palle, nè dai pianti, nè dagli strilli della imbelle
moltitudine raccolta dentro la rocca, per certo questi meno dannosi di
quelli, non già meno sconfortanti: anco la seconda prova fu sostenuta
con successo prosperevole; tentarono minare la rocca, ma indarno, come
quella che era fondata sul macigno. Intanto, mentre si affaticavano
intorno a coteste opere, vennero intercette lettere del marchese del
Vasto promettitrici di pronto e valido soccorso, della quale cosa tanto
rimasero sbigottiti i Turchi e i Francesi, che in fretta e in furia
tirando indietro le artiglierie si levarono dallo assedio; e con grande
ansietà durarono tutta la notte vigilando e accendendo fuochi per
sospetto di sorpresa: alla domane, non vedendo comparire persona,
arrossirono della paura, ed attesero a ripigliare l'assalto; non lo
concesse il tempo, chè la pioggia dirotta impedì tenere il campo, onde
l'armata turca si ridusse ad Antibo, la francese a Tolone. Poco dopo
sopraggiunse Andrea Doria, che trasportava su ventidue galee la gente
del Davalos; però la impresa di Nizza doveva tornare funesta per tutti;
imperciocchè sopra la costa di Villafranca si levasse un subito gruppo
di vento, che, dopo avere sbattuta l'armata di Andrea, spinse alla
spiaggia parecchie sue galee, le quali si ruppero con la perdita di
tutte le artiglierie: nondimanco il marchese del Vasto soccorse Nizza,
saccheggiata dai Turchi innanzi che sgombrassero, in onta alle
supplicazioni del Polino; onde il Marchese, non potendo con altro, la
sovvenne dì belle parole. Andrea, colto il destro, sguizzò a Genova,
evitando di mettersi al cimento così sconquassato com'era; sicchè Lione
Strozzi e Salì capitano del Barbarossa, andatigli dietro, non poterono
cavarne altro, che ripescare con gli argani le artiglierie andate a
fondo lungo la spiaggia di Villafranca, trofei della fortuna, non della
virtù[7].

Nel Piemonte il Davalos non potendo quietare, fece per consiglio di
Andrea la impresa di Mondovì, e la condusse a bene: poi prese Carignano,
e ci mise dentro a difenderlo Pirro Colonna conte di Stipacciano.
Narrano come costui, baldanzoso troppo, si fosse vantato che senz'altro
aiuto lo avria tenuto tre mesi, e non erano anco passati quindici
giorni, che già cominciava a serpentare il Marchese per averne soccorso.
Andrea, consultato dal Davalos, gli scrisse, che dove lo potesse
sovvenire senza pericolo o con poco, sì il facesse, però si guardasse da
ingaggiare battaglia; perocchè, quantunque di fanterie stesse pari al
nemico, ed anco lo superasse, troppo gli appariva inferiore di cavalli;
e poi, la posta che si metteva in avventura non era uguale da entrambe
le parti; correndo pericolo lo Imperatore in caso di sinistro non solo
della Italia, bensì anco della Germania, dove mal domi fremevano i
baroni: era da credersi eziandio che, le cose andando per la peggio, la
lega con la Inghilterra si sarebbe sciolta, dacchè di questa maniera
leghe durino ad un patto, il quale, sebbene non vi si legga espresso,
non per questo le regge meno, ed è, che le parti mantengansi sempre
intere e gagliarde: in fine doversi temere il subbisso che ne verrebbe
dalla cresciuta audacia dei Turchi stanziati a Lione. Giusto in quel
punto che ei stava suggellando la lettera, eccogli sopraggiungere nuovo
dispaccio del Davalos che lo chiarisce della necessità di venire a
giornata: non potere fare a meno di aiutare il presidio di Carignano,
perchè, essendo composto delle tre nazioni spagnuola, tedesca e
italiana, moveva il suo pericolo a inestimabile concitazione l'intero
esercito formato a sua volta degli stessi tre popoli; se i nemici
superavano di cavalli, egli stava sopra di loro co' fanti; e poi, quanto
a cavalli, se i Francesi la vincevano in numero, i suoi andavano innanzi
per prodezza: inoltre doversi da lui senza dimora cavare partito dallo
esercito, conciossiachè non possedendo pecunia da fargli le nuove paghe,
temeva forte gli si sbandasse: e doversi considerare altresì che da lui
si sosteneva la buona causa, intendendo restituire al duca di Savoia
l'avito retaggio usurpatogli a torto dal Re; pessima poi quella dei
nemici, la quale, non solo si faceva fondamento della ingiustizia, ma ed
anco della empietà, avendo chiamato il Turco in aiuto con oltraggio ed
iattura della santa Chiesa. Nonostante questo dispaccio, Andrea mandò la
sua lettera prima scritta, o credesse come consigliava, o fosse per la
ragione, che nota argutamente il maresciallo di Monluc in questa
congiuntura, la quale dice così: — oltrechè tale forse consiglia, come
ho veduto più volte, contro al suo proprio parere, e sè mostra renitente
al detto dei più, per potere poi, se la cosa procede male, dire, per me
fui contrario, e non mancai di avvertirlo, ma non mi vollero dare retta.
Grande fraude e dissimulazione governano il mondo, e nel nostro mestiere
forse più che in ogni altro. —

Questa memoranda battaglia, forse da noi sarà descritta in altra parte;
intanto giovi sapere, che, come al Davalos, così la sconsigliarono al
D'Anghienne, e che come il Davalos, viste le bande dei Tedeschi e la
cavalleria del Baglione rotte, giudicando la giornata perduta si ritirò
a precipizio in Asti, il D'Anghienne del pari mirando lo scempio, che le
picche spagnuole menavano dei Grigioni, e della sua battaglia, o vogliam
dire centro dello esercito, si diede al disperato, e non potendo
sopravvivere alla disfatta, tentò passarsi con la spada la goletta
dell'armatura e svenarsi. Ventura fu, che monsignore di San Giuliano,
mastro di campo, il quale per trovarsi in parte dove poteva vedere lo
insieme della battaglia, notasse come gli Svizzeri e gli archibusieri
guasconi dopo avere vinto il sinistro lato del Marchese si fossero
avventati contro il battaglione delle picche tedesche e spagnuole, le
quali, sciolti gli ordini, per inseguire i Grigioni e la battaglia
francese mal potendo resistere, furono disperse, onde arrivando proprio
in quel punto che il D'Anghienne si voleva finire, gli gridò con gran
voce dalla lontana: — per Dio, non fate, signore, che la giornata è
vinta. —

Affermano gli storici il marchese Davalos in cotesto dì da sè stesso
disforme, e certo diverso fu da quello, che si mostrava a Milano: della
sua paura fanno fede parecchi, attribuendola chi ad una cosa, chi ad
un'altra, ma che ei si fuggisse in Asti, incamuffato dentro una veste
negra perchè nol ravvisassero e pigliassero, non sembra vero;
imperciocchè il maresciallo Monluc nelle sue Memorie ci narri, che
venutogli addosso l'uzzolo di farlo prigioniero, gli corse dietro a
briglia abbattuta con una mano di gentiluomini francesi; se nonchè,
avendo scorto dalla lontana che procedeva serrato dentro uno squadrone
di cavalleggieri con le lancie in resta, rivolto ai compagni disse loro:
— signori, e' sarà bene tornarcene con Dio, affinchè non accada che
invece di sonare restiamo sonati. —

Io vorrei credere in questa parte il Brantôme, il quale racconta, come
la paura, la quale si cacciò addosso, e non senza ragione, al Marchese,
che cascando prigioniero gli avrebbono fatto pagare il fio della mala
morte del Fregoso e del Rincone, gli togliesse l'animo di cimentarsi con
la solita prodezza nella battaglia, dove aggiunge una gravissima
sentenza, degna al tutto di essere, come merita, considerata: — ho
inteso affermare da uomini sommi, che mente trista, o da qualche brutta
colpa deturpata sia incapace di valore, e quando mai il valore ci fosse
stato una volta congiunto, ecco se ne separa in un attimo e per sempre,
facendo luogo a perpetua ansietà, non meno che alla tribolazione del
rimorso. —

Ad ogni modo, se il Marchese ebbe paura, e lo sgomentò la coscienza, fu
per poco; dacchè con ispirito più alacre che mai si diede a raccogliere
gli sbandati, a rifornire di gente le compagnie e provvedere danari e
vettovaglie: lo secondava in tutte queste cose Andrea Doria molto
apprensionito che la potenza imperiale non ruinasse in Italia: egli
spediva in fretta corrieri a Napoli, a Roma, a Firenze, sollecitando
ogni maniera soccorsi: dicono mettesse fuori moneta del suo; e può
darsi, ma io non ci credo[8]; corrisposero tutti minacciati dal pericolo
comune: supremo vincolo tra gli uomini l'interesse: sempre più degli
altri sollecito Cosimo duca di Firenze, tiranno fresco e pauroso dello
agitarsi che faceva l'emulo Pietro Strozzi da lui odiato del pari che
temuto; egli pertanto provvide di danaro Ridolfo Baglione perchè
ricomponesse le sue squadre di cavalli rotte alla Ceresuola; al Doria
scrisse tenere pronti duemila fanti capitanati da Otto da Montaguto; e
il Doria senza frapporre indugi andò a levarli a Livorno, e
trasportatili su le galee a Lerici e alla Spezia, gli spinse subito
verso Milano, dove giunsero desiderati a sollevare gli spiriti
abbattuti. Davvero non ci voleva diligenza minore di quella che sanno
inspirare l'odio e la paura per ripararsi dalla furia di quel Piero
Strozzi, che anco ai Francesi parve avventato; infatti costui per le
alpi dei Grigioni corre alla Mirandola; colà di botto assolda seimila
fanti o sette; il re di Francia gli aveva stanziato buona quantità di
danaro su i banchi di Venezia; ma i tesorieri, andando lenti a fare le
rimesse, spende dei suoi; al cardinale di Este, e agli altri partigiani
di Francia che lo consigliano ad aspettare il conte di Pitigliano, il
quale sovvenuto in Roma dai cardinali francesi aveva accozzato a un bel
circa pedoni quanti i suoi, non dà retta; passa il Po a Casalmaggiore,
rasenta le mura di Cremona, guazza l'Adda sotto Castiglione, rompe due
bande di cavalli, ne manda malconcio il capitano Silva, minaccia Milano.
Ma s'egli pronto, il Davalos era accorto: però da lunga pezza codiandolo
gli aveva come teso una rete, dentro la quale si confidava pigliarlo a
man salva; ma Piero n'ebbe lingua, innanzi di dare nella ragna; pure la
batteva in passi; altri si sarebbe dato per perso; non egli: rivalica il
Po, si getta su i monti, anco lì circuito dai cavalli dei principi di
Salerno e di Sulmona, e dagli altri del Baglioni, si tira indietro su di
un'erta ingombra di viti dove inseguito li combatte e respinge;
trasportato dall'impeto cala al piano, dove dal nemico ricomposto in
ordinanza è alla sua volta disfatto; si salva, ed entrato in Piemonte lo
empie di querele perchè il D'Anghienne e monsignore di Tes non lo
sovvenissero, e a torto; però che questi capitani, stremi di gente, e
stremi di pecunia, non che capaci ad aiutare altrui, appena potevano
reggere sè stessi; dubitavano, che le terre sottoposte, per poco se ne
appartassero, avessero a ribellarsi, e Pirro Colonna da Carignano
minacciava sortite per poco gliene porgessero il destro. Nè anco per
questo si smarrisce Piero, che raccoglie i superstiti alla rotta della
Scrivia; altri ne aggiunge condotti a sue spese, mentite le insegne,
facendo cucire sopra la sua veste, e dei suoi la croce rossa del
marchese del Vasto; salta a Piacenza, quinci a Montobbio castello dei
Fieschi; poi, Pierluigi Farnese aiutante o connivente, passato in
Piemonte, assalta e piglia Alba.

Al Barbarossa, infastidito dei Francesi quanto questi fastidivano lui,
fu data licenza di tornarsene in Costantinopoli; egli, con piccolo
civanzo, portò infamia infinita, e tuttavia lo proseguirono con lodi
eccelse e larghissimi doni: costeggiando la Liguria, desiderò di non
affrontarsi col vecchio Doria; per la quale cosa fece significare alla
Repubblica, che, se _così le piacesse_, sarebbe passato senza offendere
e per compenso senza essere offeso: gli fu risposto, _magari!_ A Vado,
dove sostò, lo presentarono di vittovaglie elette, di stoffe di seta e
di velluti; nè Andrea gli si mostrò avaro di munizioni e di altri
presenti, ma intanto gli spediva dietro Giannettino con trenta galee per
tenerlo d'occhio, ed anco, caso mai gliene capitasse il taglio, di
sterminarlo a un tratto: è da credersi, che il Barbarossa, potendo non
gli si sarebbe mostrato meno cortese; ed in vero, essendosi imbattuto in
certa nave di Savona carica di mercanzie, egli, tanto per non perdere il
vizio, se l'acciuffò: passando per Piombino chiese il figliuolo di
Synam, di cui altrove è detto, e perchè dapprima il D'Appiano lo negava,
disertò Capoliveri all'Elba, e si dispose a nabissare Piombino; allora
gli ebbero a dare il fanciullo, e a pagargli il danno ch'egli aveva
fatto; pena condegna al debole arrogante: guastò Portò Ercole, distrusse
Talamone: qui commise immane atto di vendetta barbarica; però che,
avendo udito come nella chiesa del luogo giacessero le ossa di
Bartolomeo da Talamone, uomo valoroso che, trovandosi al governo delle
galee del Papa, mentre scorrazzava l'isola di Metelino aveva dato il
guasto ai poderi del padre suo, lo fece disotterrare e buttarlo ai cani;
nè pago a tanto ordinò che la casa di lui si riducesse in cenere. Da
Orbetello, in grazia delle provvisioni del duca Cosimo fu respinto; le
città littorane della Chiesa lasciò intatte, ma si rifece su quelle di
Napoli, Procida, Salerno e Pozzuolo; Ischia mise a ferro e a fiamma,
avendo conosciuto che apparteneva al marchese Del Vasto, ma la città
munita di grosse artiglierie non potè superare; Lipari vuotò di gente; e
gli schiavi che trasse seco di qui, e d'altrove sommarono a dodicimila,
i quali non avendo modo di stanziare, nè volontà di nudrire, in parte
morivano; i più infermarono; tuttavia di entrambi la sorte era pari,
perchè gli uni e gli altri senza pietà ordinava si gittassero in mare.
Delle giunte a questa derrata non si parla; cose solite allora, e non
disusate anco adesso.

L'odio antico di Carlo imperatore e di Francesco re, per nuove ingiurie
inacerbito, pareva ormai giunto là dove i nemici, ogni umano rispetto
postergando, ad altro non badino, che a finirsi tra loro: e di vero, dai
fatti, era da argomentarsi così. Carlo, stretta lega con Enrico VIII
d'Inghilterra, deliberò portare gli estremi danni alla Francia; doveva
l'inglese assaltarla dalla Normandia, e dalla Piccardia; egli dalla
Fiandra: raccolto in fretta uno esercito, la più parte Tedeschi, si mise
in campo, e provò su le prime la fortuna propizia; prese o piuttosto
ricuperò Lucemburgo, poi Commerci e Ligni; per ultimo San Desiderio; qui
gli si voltava la sorte, però che la diuturna difesa opposta dalla
piazza desse agio al re di Francia di mettere in piedi un esercito di
quarantamila uomini con duemila uomini di arme ed altrettanti
cavalleggieri; il popolo eziandio si commosse, ed anteponendo vivere
libero in terra deserta, che schiavo in paese salvo sotto dominazione
straniera, primachè gliene mandassero il comando, arse le biade nei
campi, colmò i pozzi, fece intorno ai Tedeschi solitudine foriera della
morte. I due eserciti, l'uno contro l'altro avanzandosi, si trovarono a
fronte divisi dalla Marna, che allora menava le acque grosse: inferociti
i principi; dei soldati, chi anelante la vendetta, e chi la rapina, si
erano cercati da lontano, fra mezzo assedii di città, scontri di arme,
incendi, e sangue per finirsi; gli occhi dei popoli di Europa, anzi del
mondo stavano fissi su i campi francesi: gli animi, secondo le voglie e
gl'interessi, pendevano incerti fra la speranza e il timore, intorno
all'esito della battaglia imminente, e nonostante tutto questo, la
battaglia non ebbe luogo, all'opposto ne uscì la pace. Tanto chi le mira
da lungi o per di fuori s'inganna nel giudizio delle faccende politiche.
Lo Imperatore non si trovò mai così vicino ad essere oppresso come ora
in mezzo ai suoi trionfi, nè il re di Francia tanto in forze come di
presente, che sembrava condotto al verde. Le cause del subito mutarsi
dello Imperatore, che ricavo sparsamente da parecchi scrittori,
giudicaronsi queste: egli lasciava governare la più parte della impresa
da Guglielmo Furstembergo soldato per mani ladre, per ardire e per
perizia nelle armi singolarissimo: un tempo costui stette allo stipendio
di Francia, ma n'ebbe licenza o sia che i vizii superassero le sue
virtù, o perchè, essendo cessato il bisogno delle sue virtù,
infastidissero i vizii. Notte tempo, andando egli in volta a speculare
il paese con un ragazzo di compagnia, ed un mugnaio per guida, capitò
nelle mani ai cavalleggeri francesi. Il Re, appena se lo seppe prigione,
volle che gli mozzassero il capo addirittura, ma essendone stato
trattenuto, più tardi non potè, però che Carlo, avendo preso monsignore
di Roccasurione principe del sangue, gli fece sapere che avrebbe tenuto
vita per vita; onde al Furstembergo fu poi concesso riscattarsi pagando
trentamila ducati di taglia; oltre questa, che non fu mediocre perdita,
attesa la conoscenza che aveva costui dei luoghi, terre, forze ed umori
dei Francesi, fece amarezza il vedere Enrico VIII che tirando l'acqua al
suo mulino, attendeva allo acquisto di Bologna senza darsi un pensiero
al mondo del resto: le vettovaglie di dì in dì assottigliavansi, e si
prevedeva presto avrebbero a cessare non tanto per la devastazione delle
campagne, quanto e più per lo sperpero, che ne facevano quelle bestie
tedesche; ancora, se le vettovaglie stavano per cessare, i denari erano
cessati e da un pezzo, peccato vecchio di tutti gli Stati, ma
dell'Austria naturale vizio: lo esercito, a confronto di quello raccolto
dal Re, scarso, dacchè si diceva di trentamila fanti, e non arrivava ai
venticinque, con poco più poco meno, cinquecento cavalleggeri tra
italiani, borgognoni e tedeschi; nè dava minor molestia della scarsezza,
la pessima composizione di quello, come Cesare stesso aveva potuto
sperimentare allo assalto di San Desiderio, dove per difetto di bande
italiane agilissime in simili fazioni, gli toccò ad essere respinto con
molte morti, e dolorosissime tutte; gli tornava al pensiero il mal
costrutto ricavato dalla invasione di Francia dalla parte di Provenza,
dove pure s'inoltrò molto meglio in arnese, che ora, e sovvenuto dal
mare, con Andrea Doria al fianco, solertissimo e provvidissimo capitano
su quanti ne vissero al mondo: non poteva tenere per niente la
considerazione, che quanto più si metteva dentro il paese più si
allontanava da quella, che oggi con vocabolo soldatesco, si chiama _base
delle operazioni_; onde in caso di rovescio, circondato da popoli
inviperiti correva pericolo, che non uno del suo esercito tornasse vivo
a casa: affermano altresì (e gli scrittori chiesastici ne assegnano il
vanto alla virtù di questo) che la regina di Francia, sorella dello
Imperatore, gli mandasse un Gabriello Gusmano frate dell'ordine dei
predicatori, religioso di santa vita (s'intende) e di stupenda dottrina
(e questo s'intende anco più), il quale lo raumiliò tutto, facendolo
pentire di tante vite perse a danno della cristianità, mentre tanto bene
arieno potuto adoperarsi nella esaltazione della Fede contro la nequizia
del Turco. Forse, non si vuole negare, le parole del frate avranno messo
il peso loro nella bilancia, ma io penso, che nell'animo dello
Imperatore potesse di più la considerazione della empietà dei Tedeschi,
i quali posta la obbedienza in non cale, rotto ogni ordine di
disciplina, minacciati di morte i capitani, taluni percossi, superando i
medesimi Turchi nell'avara crudeltà, dove passavano, lasciavano traccia
di fuoco e di sangue con seme di odio immortale: nè, mirabile a dirsi!
il tempo, che per ultimo può sopra lo stesso metallo, mutò questa gente
prava in nulla: tale vive quale visse; erede dei misfatti paterni, cui
accrebbe co' proprii; il giorno, nel quale fie dispersa dalla faccia del
mondo, alla umanità sarà dato respirare liberamente.

Per la parte di Francesco, l'avversità con le frequenti batoste lo aveva
sbaldanzito assai, e gli anni e gli acciacchi gl'insinuavano più
riguardosi consigli; non poteva dissimulare a sè stesso cotesti essere
gli ultimi sforzi della monarchia; il suo esercito composto nella
massima parte di Svizzeri, gente vendereccia: la baronia francese dalle
continue guerre scemata, nè su i legionarii delle milizie popolari
potersi fare grande assegnamento, perchè imperiti delle armi e non
provati nella disciplina dei campi.

E' fu mestieri trovare un modo, perchè la superbia di quei due potenti
non restasse offesa, e tuttavia qualcheduno di loro cominciasse a far
sentire il desiderio di pace; e fu trovato; se non si trovava, le molte
e gravi considerazioni di cessare la guerra forse non valevano, e per
superbia dei re avrebbero continuato a lacerarsi cinque popoli: allora
sarebbono saltati su dottori, che non mancano mai, i quali arieno reso
capace il popolo come tutto quello che si faceva, era per suo bene. La
pace fu sottoscritta a Crespì; ne furono i patti: perpetua pace fra
Carlo e Francesco, e chi succedesse a loro, e questo fu messo così per
parere secondo il solito: in caso di guerra contro il Turco, il Re
sovvenisse lo Imperatore di seicento uomini di arme e mille
cavalleggieri, e questo pure fu scritto e sottoscritto, nonostante la
persuasione di Carlo che non gli avrebbe mai avuti, e quella di
Francesco, che non gli avrebbe mai dati: di un cuore solo, e con ferocie
unite i cultori della religione riformata perseguiterebbero; e poichè si
trattava fare del male, su questo patto si tennero fede anco troppo:
Carlo darebbe al duca di Orleans in moglie o la propria figliuola con la
dote della Fiandra, e dei Paesi Bassi, ritenendone, bene inteso, il
possesso vita durante, ovvero la nepote, figlia di Ferdinando re dei
Romani, dotandola del Milanese, da consegnarsi un anno dopo consumato
matrimonio: un altro anno lo pigliava poi per decidersi tra il primo
partito e il secondo: questo patto è più che probabile avrebbe rescisso
lo Imperatore, ma la morte prese sopra di sè annullarlo: imperciocchè il
duca di Orleans, dopo conchiusa la pace, essendo stato a reverire lo
Imperatore da cui fu accolto con grande dimostrazione di affetto, nel
tornarsene in Francia, sopraggiunto da febbre, indi a non molto perì;
taluno disse di peste, altri di altro male, non mancò chi sostenne di
veleno propinatogli da Ferdinando Gonzaga; delle quali cose tutte
terremo proposito, a Dio piacendo, in luogo più acconcio: intanto ci
siamo condotti alla tragedia dei Fieschi, che mi apparecchio a narrare
con animo purgato da odio e da amore.



CAPITOLO VIII.

   Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è
   sperimentale: a questa bisogna attenerci. Cariatidi, che sieno e
   donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi
   Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo
   tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi
   contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori
   dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori
   di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del
   conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e
   contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo
   imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea
   piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne
   segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo.
   — Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia,
   smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle
   intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramare la
   congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei
   fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza
   vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della
   vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse
   volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a
   Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi,
   inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta
   consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di
   Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele
   Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal
   carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. —
   Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della
   congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici
   della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. —
   Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad
   Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne
   richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in
   città. — Il duca di Piacenza tiene 5000 fanti ai confini pronti a
   entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di
   Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno
   verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare
   i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la
   congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo
   inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea
   che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo
   inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue.
   — Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a
   giudicare il conte Fiesco. — Forza di animo del Conte e suo
   giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di
   Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del
   Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena,
   vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si
   chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono
   ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e
   le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato;
   dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono
   plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che
   non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo
   cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta
   dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte
   dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta
   avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a
   forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa
   gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città.
   — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a
   saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al
   riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a
   rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani
   rotta la catena si salvano su la Temperanza invano inseguita da
   due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in
   città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore,
   avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta
   di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse
   sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della
   generosità. — Costanza di animo del vecchio Doria unica; monta a
   cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino
   spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di
   Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni
   patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci
   si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare
   vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo.
   — Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza
   della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso
   percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a
   mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta
   malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze
   della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro;
   gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la
   impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il
   porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda
   deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano
   addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. —
   Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella;
   rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la
   morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne
   in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non
   vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove
   capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza
   offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città.
   Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e
   Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della
   congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea, che torna in
   sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il
   cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli
   nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo
   due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di
   Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e
   all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il
   Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di
   scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo
   Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e
   fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per
   soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava
   ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria;
   piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco
   figliuolo di Adamo alla condotta dell'armata. Quanta parte delle
   spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca
   Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi.
   Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la
   repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco.
   Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue,
   all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il
   luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo
   munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e
   Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi,
   non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a
   Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi,
   che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed
   espugnazione di Varese e di Cariseto; il castellano Nicelli notte
   tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per
   la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese.
   Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo,
   ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze
   e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme
   fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che
   sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si
   arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni
   per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola
   Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal
   Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la
   spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di
   processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al
   Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la
   risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno
   il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco
   ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione
   Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al
   Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. —
   Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. —
   Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo
   moglie di Gianluigi Fiesco: sposa in seconde nozze Chiappino
   Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a
   interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi
   potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al
   Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a
   balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatore
   Carlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e
   quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di
   questa.


Raro o non mai la causa degli accidenti comparisce unica e semplice: per
lo contrario noi li vediamo derivare ordinariamente da cause multiformi
e complesse di cui talune lasciano traccia, ed altre no, o perchè la si
perde, o perchè sia incapace di segno sensibile; le prime si conoscono
meglio dai presenti come più materiali, le seconde per avventura meglio
dai posteri, imperciocchè spettando più al giudizio, questo cammina
quasi sicuro, quando gli effetti appaiono nella massima parte, od in
tutto compiti. Però, a fine che la fantasia non usurpi il campo della
speculazione storica, tu farai di raccogliere con molto studio i fatti,
cernirli, e t'industrierai a operare sì che il giudizio assai da vicino
gli ormeggi non tanto per le considerazioni, che spillano, per così
dire, dalle loro viscere, quanto per le altre, le quali nascono dal
confronto di fatti di natura conforme. Ai giorni nostri s'industriarono
parecchi surrogare alla scuola sperimentale italiana, con titolo
ambizioso, una maniera di scienza, che non è propriamente metafisica, nè
poesia, e che tuttavolta guasta ad un punto metafisica, storia e poesia;
ed abusando costei della facoltà che possiede chiunque viene dopo di
stendere la vista sul passato cavandone concetti generali, s'inerpica a
suo mo' su per le cime degli arbori stampandoti astrattezze singolari e
strane che annunzia al mondo col titolo di sistemi.

I padri di questa maniera portati, innamorandosene come suole oltre al
giusto, si danno per la storia in cerca di fatti, che trovati poi
sottopongono a sostegno dei mostruosi edifizi a modo di _cariatidi_[9]
con iscapito inestimabile così della verità delle cose come del giudizio
degli uomini. A noi, cui siffatta scuola non piacque mai, e parci a
dritto, recheremo la storia della congiura di Gianluigi Fiesco, e delle
cause che la generarono, col metodo appreso dai nostri maestri d'Italia.

Il conte Gianluigi Fiesco, nato di nobilissima stirpe, contava nel
millecinquecentoquarantasette venticinque anni, bello era e biondo, di
poca barba, e di aspetto gentile; gli fu padre Sinibaldo, mostratosi
sempre, mentrechè visse, assai parziale al principe Andrea, o perchè
veramente lo amasse, o perchè, così fingendo, gli paresse provvedere
meglio alla sicurezza ed alle comodità sue; difatti corre fama
credibile, che lo imperatore Carlo pei conforti di Andrea, lo
investisse, o piuttosto lo facesse investire dal duca di Milano, del
feudo di Pontremoli per fellonia del conte di Noceto ricaduto alla
camera imperiale: però i suoi maggiori seguitarono sempre co' Grimaldi
parte guelfa, e fieramente furono avversi al Doria ed agli Spinola
perpetui ghibellini; nè senza ragione, come non senza pro, imperciocchè
la casa Fiesca noverasse ben quattrocento mitrati tra vescovi e
arcivescovi, parecchi cardinali e due papi, nè, a crescerne la superbia,
mancavano fregi laicali, chè si faceva vanto di aver dato alla Sicilia
anco un re. Lo stato del giovane conte, non tanto da costituirlo
principe di corona, pure era superiore a quello che a privato cittadino
convenga; di vero egli è certo che esercitasse dominio baronale sopra
trentadue o trentatrè castella la più parte munite di rocche e di
artiglierie: attorno a Genova possedeva terre dalla Polcevera fino a
Sestri e a Moneglia; poi in Lunigiana, poi in Lombardia; sudditi molti;
rendita infinita[10]. Fra le tristi condizioni questa sperimentiamo
pessima come quella che, facendoti impaziente della civile uguaglianza,
ti spinge all'acre voluttà del dominio, massime poi, se altri si attenti
accenderti con l'emulazioni e i soprusi. Nato a questo modo e cresciuto
Gianluigi, agevole cosa è credere, che fumasse di superbia, la quale,
dicono con molto fondamento di verità, venisse in lui fomentata dalla
madre Maria, dacchè anch'ella nacque e crebbe tra fasti pari, forse
maggiori, come quella che usciva di casa della Rovere, onde si trovava a
partecipare della grandigia di due famiglie magnatizie, nè la modestia
era mai stata il pregio di quella della Rovere. Quali i modi, e quali le
parole adoperate da cotesta femmina per serpentare il figliuolo noi
ignoriamo; pure a immaginarseli facile, che le passioni, quantunque con
forme più o meno rudi, si manifestino in ogni tempo tutte ad un modo.
Riferiscono altresì che il giovane conte, anco senza pungolo, sarebbe
stato portato a immanità, però che molto si dilettasse nella lettura
della Catilinaria di Sallustio, della vita di Nerone dettata da
Svetonio, e delle opere di Niccolò Machiavello; ma tu abbi queste accuse
in conto di novelle, che i vili seguaci della fortuna prodigano sempre
in biasimo dei vinti: se il Fiesco restava di sopra, chi sa di quanto
improperio andrebbe gravata la memoria di Andrea, e per opera di quei
dessi! Nè queste le sole, chè gli furono cortesi del moto irrequieto, e
del torbido sguardo di Catilina, e miseria, e libidine come a Catilina
spinta fino al delitto. Anco Catilina fu vinto; e il vitupero di lui,
non la storia scrissero i patrizi suoi nemici: però così di fuga, circa
a Catilina meritano considerazione queste due cose: ch'egli morì in
battaglia da eroe, e che la repubblica romana quinci a breve ruinò pei
vizii di quei medesimi, che a Catilina gli rinfacciavano.

Comunque fosse di Catilina, troppo dista il romano dal patrizio
genovese; e fie utile a chi legge, caro a noi, mettere qui un breve
parallelo, scritto sopra le traccie di Jacobo Campanaccio, uomo non
volgare, nè timido amico della verità, il quale, composto un libro di
questa congiura, lo dedicò a Ferdinando Gonzaga. Lucio Sergio Catilina,
e Gianluigi Fiesco sortirono inclito sangue: di ambizione, e di audacia
pari; a prevalersi della discordia dei cittadini, industriosissimi
entrambi: in ambedue si videro di non poca virtù mirabili segni: ancora,
l'uno e l'altro nello studio di conciliarsi gli animi col facile
costume, coll'ossequio, co' benefizii e coi doni, singolari. Nelle cause
del fare diversi, chè mosse, a quanto sembra, Catilina la povertà del
censo, e quantunque conoscesse scelleraggine, niente altro che
scelleraggine essere la sua, nondimanco si ostinò a commetterla;
spinsero all'opposto il conte Fiesco la invidia, la emulazione,
l'alterigia propria, la impazienza dell'alterigia altrui, la cupidità di
gloria: forse altre cause incognite sì, ma non ignobili, le quali tutte
ebbero virtù d'impartire al delitto specie di generosità. Ecci altresì
chi afferma le angustie di pecunia avere fatto forza al Conte, il
Bonfadio tra questi; ma come non fu vero, così non è verosimile;
conciossiachè stando anco a quello che dicono, essere il suo patrimonio
gravato di ventimila scudi di debito, che cosa montano essi per chi
possiede trentatrè castella? Nè torre danaro in presto denota sempre
inopia, bensì talvolta bisogno di sopperire a spesa non presagita e
straordinaria, ed abbiamo veduto Andrea stesso accattarne dal
Centurione, da Erasmo Doria, dal Pallavicino, e da altri. Come nelle
cause, se vuolsi favellare il vero, nelle forme e nei modi furono
disuguali Catilina e il Fiesco; il primo per aggrondatura terribile, e
per occhi chiazzati di sangue, pallido in faccia, e stravolto sempre;
l'altro di aspetto giocondo, piacevole, dignitoso ad un punto e venusto.
Catilina anco prima della congiura infame per libidini e delitti, anzi
reputato vesano; Gianluigi al contrario sariasi in ogni tempo tenuto
incolpevole, in mezzo poi al tempo in cui visse, santissimo, però che
non sia vero, e non si trovi scritto su verun libro ch'egli
amoreggiasse, come fingono romanzieri e tragedi, con la sorella di
Giannettino, ed invece ci trovi la moglie Leonora gli fosse sommamente
diletta. Catilina ebbe usanza con uomini rotti a mal fare e perduti, e
questi a tutti gli altri antepose; diverso il Fiesco scelse alla opera
compagni cuori di salda fede, e nello amore di patria forse più sinceri
di lui. Il Fiesco giovane supera Catilina attempato nella callidità,
nello ingegno, e nella costanza, avendo saputo con sagacia stupenda
allestire le forze della moltitudine, e mantenere la segretezza,
difficile eziandio nei pochi, per modo che anco Cicerone ne sarebbe
stato preso; però che, se vogliamo giudicare senza passione, a scoprire
la trama di Catilina troppo più contribuiva la insania di lui, che la
solerzia del Consolo. Catilina giacque vinto dagli uomini, Gianluigi
dalla fortuna: per ultimo Catilina prese le armi contro la patria, il
Conte forse per sè, ma contro la patria non mai.

In quei dì corse il grido e Gianluigi ci credè, o finse crederci, e
forse artatamente fece spargerlo egli stesso, che Giannettino Doria
gl'insidiasse la vita, avendo procurato parecchie volte propinargli il
veleno, e poichè in questo non era riuscito, avere, per ultimo, commesso
al capitano Lercaro, che, appena chiudesse gli occhi Andrea, lo
ammazzasse. Non ci era bisogno di tanto perchè Gianluigi pigliasse in
odio Giannettino, comparendo anco questi giovane, e bello, quantunque di
bellezza affatto disforme a quella del Conte, ch'ebbe persona robusta,
capelli neri, occhi grandi ed azzurri, e nella faccia più espressione
d'imperio, che di bontà; tristo veramente non era, senonchè l'abitudine
del comando gli aveva dato modi risoluti troppo ed acerbi: di sè
presumeva molto, nè a torto, che per le prove sostenute in terra e in
mare era dagli amici del pari, che dai nemici tenuto degno di succedere
ad Andrea, non senza fiducia, che lo avesse a superare, e già egli lo
aveva eletto suo luogotenente: quanto allo Imperatore, non era dubbio
che, morto Andrea, gli conferirebbe titolo e grado di ammiraglio.

Quindi comparirà naturale come il Conte sentisse accendersi in cuor suo
il desiderio di emularlo, non gli sembrando essere, e non essendo punto
sotto di lui per istato, e per attitudine a operare cose illustri. Negli
uomini meccanici e bisognosi, la gara nasce per la soddisfazione dei
volgari appetiti della vita, nei gentili poi e nei ricchi, per cupidità
di gloria e di comando; onde gli Stati, se intendono godere pace,
bisogna che, non solo non chiudano, bensì all'opposto procurino tenere
sempre aperte le strade ai cittadini per lo esercizio delle peculiari
loro ambizioni; altrimenti la gara impedita degenera in invidia, e le
forze dei privati in contesa fra loro, invece di aumentare la patria, ne
perturbano il quieto vivere, le industrie e i commerci, e
coll'offenderne le leggi, e soperchiarne i magistrati, la spingono a
inevitabile perdizione. Arrogi che Andrea, procedendo sempre con vesti
dimesse, non si mostrando per le vie con maggiore compagnia, che di un
servo, professandosi in palese osservantissimo della legge, poteva
gettare a molti polvere negli occhi, non però a tutti; chè non mancavano
di quelli, che i modi suoi co' modi di Cosimo il vecchio dei Medici
paragonassero, e sapessero com'ei di nascosto allungasse le mani sopra
le leggi e sopra i magistrati, lento e cauto gettando le fondamenta
della grandezza della propria famiglia; senonchè Giannettino veniva
talora a guastargli i disegni con le iattanze soldatesche, e le
improntitudini proprie dei guastati dalla fortuna; che per le vie
passava rumoroso pel codazzo di una turba di staffieri: il nugolo dei
parasiti, e degli adulatori, com'è da credersi, non lo lasciava un
momento; egli splendido di vesti sfoggiate, orgoglioso, insultante, ed
anco a sprazzi benefico; ma gli oltraggi nocevangli, e non lo
avvantaggiavano i doni, perchè balestrati là come se fossero sassate; nè
cotesti modi incivili recavano molestia agli emuli ed ai pacifici
cittadini soltanto, bensì ancora agli stessi amorevoli della casa Doria,
i quali, pensosi delle proprie fortune, ed anco di quelle della patria,
ne avvisarono Andrea, che, secondo il solito dei vecchi, si metteva in
quattro a difendere Giannettino a lui più caro delle pupille degli
occhi.

Nè la città pativa difetto di pessimi umori; all'opposto ce n'era di
avanzo; oltre la domestica tirannide minacciata da Giannettino, quel
sentirsi di dì in dì stretta maggiormente dagli ugnoli dell'aquila
imperiale, tornava a molti fuori di misura fastidioso. La spartizione
dell'autorità dello Stato si trovava a fin di conto essersi fatta tra
nobili e nobili, e fra questi anco in misura non giusta, per guisa che i
vecchi del portico di San Pietro, soperchiando in virtù della legge i
nuovi del portico di San Luca, questi, di quanto tolsero loro le leggi,
si erano rifatti a furia di brogli, donde gozzaie presenti, con pericolo
di peggio per lo avvenire: il popolo minuto brontolava, imperciocchè
egli volentieri si astenga dalle magistrature per elezione, sentendosene
incapace, ma non intenda a verun patto rimanerne escluso per legge.
Unico contento il popolo grasso, o vogliamo dire i mercanti, ellera
degli Stati, dacchè come l'ellera rompe i muri al punto medesimo che li
sorregge, così i mercanti, mantenendo lo Stato co' guadagni, lo rovinano
con la viltà; nè può negarsi da cui abbia pratica della storia,
insegnandogli questa, che se i patrizi nuocono con l'emulazioni, il
popolo coi tumulti, dei mercanti sia proprio vizio la viltà; a tutto si
accomodano purchè i guadagni camminino: nell'abbondanza vendono molto,
nella penuria caro; alla prosperità forniscono delizie, alla moría bare.
La tirannide che li conosce, quando ha paura, tocca certi tasti di
ordine, e di disordine, che mandano a bene o a male i traffici, e i
mercanti per paura inferociscono, facendo mostra di valore per la tutela
dei fondachi, mentre per la patria non si moverebbero quanto hanno lungo
il braccio. Anco nelle altre classi del consorzio civile occorrono
abietti, i mercanti quasi tutti servi volontari della gleba.

Accortezza, e forse anco spavento persuasero dopo la congiura a far
correre voce, che dei nobili veruno s'indettasse col Conte a caso
pensato, fossero tutti stati colti alla sprovvista: si tentò, che altri
credesse similmente del popolo con poco frutto; chè troppo si conobbe
essere andato d'accordo, però che oltre le cagioni addotte lo stimolasse
la fame, precipuo incentivo a novità, ed, a quei tempi, infiniti gli
operai stanziati in Genova: affermano gli storici quelli della sola arte
dei tessitori fossero trentamila, e mi pare troppo: capo del popolo
Giovambattista Verrina, uomo del quale, a vero dire, non sappiamo molto,
ma che i pochi fatti chiariscono anima antica, e lo stesso biasimo a
forza onesto dei suoi nemici ce lo attestano intemerato cittadino; egli
perpetuo eculeo ai fianchi del Fiesco, o sia perchè entrambi si
proponessero scopo e pratiche pari, o come credo piuttosto, d'accordo
nelle pratiche, differissero, almeno nel riposto animo, sopra i fini
della impresa.

Questi gl'impulsi proprii e domestici; gli esterni non che mancassero
abbondavano; prima di tutti instavano il Papa, e i Farnesi, e questi,
non tanto per odio contro lo Imperatore, quanto contro Andrea; taluno
nega che Paolo III partecipasse alla congiura, ma la è cosa, che non si
può negare: i Farnesi odiavano Andrea, perchè Cesare, conferendo con
esso lui i negozii di Stato, massime d'Italia, egli gli avesse persuaso
a tenersi Milano, e caso mai si trovasse costretto a disfarsene, ne
investisse il genero Ottavio, occupando però con forte presidio i
castelli di Milano, e di Cremona: non mancano neppure di quelli che
disdicono fosse desiderio del Papa di acquistare Milano, e per
conseguente la causa dell'odio contro il Doria, ma e' sono prelati
quelli che lo sostengono, ed attendenti alla Curia romana, come
Apollonio Filareto, il cardinale Pallavicino, ed altri siffatti; pure
anco il Pallavicino accorda che nel congresso di Busseto, il Papa,
poichè ebbe negoziato invano per ottenere che Cesare restituisse il
ducato alla Francia, s'industriò a farlo cedere al nipote Ottavio, e
Margherita di Austria, la quale avvisata in fretta, corse fin là per
sollecitare la pratica; forse la sgaravano, se Ferdinando Gonzaga,
odiatore perpetuo dei Farnesi i quali lo ricambiavano a misura di
carbone, trovandocisi a caso presente non avesse sturbato il trattato.
La storia dei fatti chiarirà meglio il vero; intanto si tenga per certo
che nei tempi, giusta la comune opinione, furono reputati i Farnesi
partecipi e istigatori del Fiesco: i ministri di Cesare lo rinfacciarono
apertamente a Cammillo Orsini dopo la strage di Pierluigi, quasi ad
ammonirlo, che l'uomo, qual semina, tal raccoglie. Oltre questa che ho
detto, tra i Farnesi e il Doria ci fu un'altra causa di dissidio, meno
grave in sè, ma che s'inciprignì per le offese scambievoli: era morto
poco prima monsignore Imperiale Doria vescovo di Sagona in Corsica, e
abbate di San Fruttuoso, ricco, tra le altre sostanze, di molta rendita
per pecunia investita nel reame di Napoli: certo i suoi denari non erano
pochi, ma la fama, come suole, esagerava; però non è da dirsi se la
Curia ci stendesse sopra in un attimo le mani; Andrea, che corsaro era e
genovese, epperò in verbo quattrini punto meno tenero di Roma, chiese
gli si rendessero gli averi del Vescovo, e tutti, e subito. Allora la
Curia romana, almanaccando secondo il solito, sottopose la lite alla
sacra Ruota di Roma; Andrea, persuaso che sarebbe stato un contare le
sue ragioni peggio che agli sbirri, non ci comparve nè manco: infatti i
giudici romani decisero in pro del Papa invocato il santissimo nome di
Dio, e in omaggio della giustizia. Andrea ricorse in appello dinanzi ad
altri giudici, e lo fece mandando Giannettino a Civitavecchia a ghermire
quattro galee del Papa, e rimorchiarle a Genova: e sottosopra, con
giudici diversi, fu giustizia pari. I Genovesi più o meno sbrizzolati
sempre di pinzochero levandone al cielo le stimate, si accalcarono
intorno Andrea per sapere come fosse ita la faccenda; egli rispose: —
L'andò pei suoi piedi, il Papa leva la mia roba a me, ed io levo la sua
a lui; egli che è più forte di me a Roma mi dà il torto co' suoi
giudici, ed io che mi trovo più forte di lui in mare, mi fo ragione co'
miei soldati. — Però al Papa sovveniva un altro partito a cui non aveva
posto mente il Doria, e questo fu di catturare quanti Genovesi si
trovarono allora a Roma, e di staggirne gli averi. Levossene per Genova
infinito rumore, onde al Doria reluttante toccò a cedere, e lo fece a
patto che nel restituire le galee si accordasse di sottoporre la lite a'
giudici convenuti tra le parti. Intanto Roma aveva chiarito la eredità
del Vescovo Imperiale minore della fama, e per di più grave di molti
carichi destinati a sollievo di parenti poveri. Il Mascardo prelato
afferma, che il cardinale Farnese la offerisse al Doria quando che
volesse accettarla in dono da lui; e non è vero; il Sigonio al contrario
narra, che il Cardinale gli proponesse di fare a mezzo (probabilmente
quando era sicuro di perdere l'intero) e questo arieggia meglio
all'avarizia di Roma; ma Andrea fermo; o tutto o niente. Delegata la
causa al Nunzio di Napoli, questi per manco di scandolo, la decise in
via sommaria a favore di Andrea.

Milano negato al Papa era causa di odio comune contro Cesare e Andrea;
lo spoglio del Vescovo di Sagona causa peculiare al Doria, ma Paolo III
ne aveva altre speciali contro lo Imperatore, per cui intendeva tenerlo
basso non solo a offesa, quanto a schermo della sua prepotenza: lungo
troppo raccontarle tutte, bastino queste più cocenti. Carlo V aveva
percosso di fiere battiture i Luterani, ma piuttosto in pro della
propria autorità, che per interesse di Roma, alla quale egli non gli
costringeva umiliarsi, o almeno quanto pretendeva la Curia; non recava
minore cruccio vedere come i prelati spagnuoli, rigidissimi in fatto di
religione, avversassero a spada tratta le prerogative della Chiesa nel
Concilio di Trento. I Papi, da molto tempo in qua, non hanno saputo
stare con l'Austria nè senza l'Austria; gli unisce il talento e il
bisogno di opprimere, li separa l'agonia di soperchiarsi.

Chiunque consideri lo struggimento dei Francesi a pigliare la roba
altrui, oggi ridotti a cedere la propria, o piuttosto, che reputavano
tale; e pensi all'odio antico, all'orgoglio umiliato di Francesco re,
che le buone qualità e le ree di cotesto popolo in sè raccolse tutte in
modo eccessivo, crederà di lieve, che giornaliere, e focose dovessero
venire a Gianluigi le istigazioni di Francia per isturbare in Italia le
faccende dell'Imperatore: certo era fresca la pace di Crepy, ma tu non
andrai errato se immagini, che il re di Francia, mentre intingeva la
penna nel calamaio per segnarla, mulinava il modo di romperla. Narrano
parecchi come Gianluigi, tuttavia adolescente, gli si profferisse, ed in
prova di ciò allegano, che quando Cesare Fregoso fu morto nel Po, il
marchese Davalos, tra le altre scritture di Cesare, trovasse un
memoriale di mano del Fiesco sottoscritto da parecchi cittadini
genovesi, col quale si dichiaravano parati a tentare cose nuove in
benefizio del Re; nè il Marchese mancava di mandare le carte al Doria,
ammonendolo di tenere la barba sopra la spalla, ma questi gittava il
memoriale sul fuoco reputandolo affatto immeritevole di fede e falso,
imperciocchè, anco messi da parte la età novella del Fiesco, la indole
mansueta, l'affetto, ch'egli doveva portargli come a suo tutore, la
reverenza a Cesare, non era da supporsi ch'ei volesse commettersi in
balía del Fregoso, vecchio nemico di casa sua, tra le famiglie dei quali
erano occorse sempre offese, ed uccisioni, anzi perfino un Fiesco, colpa
di un Fregoso, fu tratto già per Genova a coda di cavallo, morte non
meno salvatica, che infame: onde spedì lettere al Davalos che del tutto
deponesse il sospetto, e si guardasse dal disservire il suo pupillo
Gianluigi presso lo Imperatore, e quegli, per contentare l'amico gliel
promise, pur tuttavia nel riscrivergli avvertendolo, che se ne
pentirebbe.

Novelle tutte, messe fuori per piaggiare, per colorire le calunnie, ed
anco per istudio d'imitazione degli antichi, febbre del secolo di cui
scriviamo: allora, più che avanzarsi col proprio ingegno, parve bello
saccheggiare l'altrui, e comparire scrittori piuttosto eruditi che
originali: facile però ravvisare in questo la traccia di Silla, che
presente Cesare giovanetto diventerebbe adulto peggiore di due Marii, e
ai prieghi altrui non lo uccide, e di Marcello che a Nola, invece di
mettere le mani addosso a Lucio Banzio, volle con parole accorte, e co'
benefizi amicarsi cotesto ferocissimo; aggiungono altresì che Andrea
imitasse Marcello nell'arsione della lista dei congiurati, ma sbagliano,
conciossiachè Tito Livio, nel libro terzo della Deca terza, testimoni
come Marcello, invece di trascurare la lettura dei nomi dei traditori,
ributtato Annibale ne facesse diligente inquisizione mandandone poi
meglio di sessanta sotto la scure. Or ora esporremo come il concetto
della congiura, di mano in mano, sorgesse nell'animo del Fiesco, quanto
dondolasse, e quali argomenti ce lo confermassero: intanto le cose
discorse intorno al memoriale rinvenuto addosso al Fregoso abbiansi per
invecerie: sta fermo, che la barca dov'erano le carte del Fregoso e del
Rincone potè riparare a Piacenza, mandando delusa la brama del marchese
assassino.

Altri, dissero, contribuirono a dare la pinta a Gianluigi e può essere,
come Renata di Francia duchessa di Ferrara, Piero Strozzi, Pierluca
Fiesco, Cangino Gonzaga e degli altri si tace; certo quanti seguivano le
parti di Francia e quelle dello Impero avversavano, non avranno fatto a
risparmio di aizzamenti con Pierluigi e con altri per ispingerli a opere
utili alla propria fazione, dannose alla nemica.

Esposte le cause, ragione vorrebbe che io discorressi dei fini o veri o
verosimili, che il Conte si propose nella impresa zarosa; i primi
rimasero sepolti nel suo petto, che di questa maniera disegni non si
mettono in carta: intorno ai secondi, oltre quelli che adombrammo nel
favellare delle cause impellenti l'animo del Conte, e' pare che lo
movessero l'ambizione di costituirsi signore della città dove si sentiva
vassallo; indole maligna, epperò prona alla vendetta non sembra che lo
sforzasse, e questo chiarirà la storia; forse lo indusse desiderio di
riformare lo Stato con migliore fondamento di giustizia, ma ciò non è
certo, a ogni modo con pari imparzialità possiamo affermare sicuro,
ch'egli intendesse distribuire meglio gli uffici e lo esercizio del
potere tra i nobili del portico nuovo e quelli del portico vecchio, che
la cosa condotta a cotesti termini non poteva durare: se, e quanto
avrebbe messo la plebe a parte del reggimento non ci è dato accertare:
senza dubbio di lusingherie ei non faceva a spilluzzico col popolo, ma
questo, secondo il consueto, chi più divisa opprimere più blandisce, e i
patrizi, agitati dall'uzzolo di prepotere, costumano sempre, e non di
rado pur troppo anco quelli che pure escono dalle viscere del popolo.
Però è da credersi che s'egli se ne dimenticava, del popolo si sarebbe
ricordato il Verrina. Questo dentro; di fuori non avrebbe potuto per
avventura fare altro, che mutare soma alla patria, e di spagnuola
renderla francese, e quindi difficile a giudicarsi se di tutto quel
tafferuglio la carne valesse il giunco; pure a danni saremmo andati giù
di lì; soprusi avrebbero patito maggiori; il guadagno poteva ridursi
nella voltabilità dei Francesi, e nel tedio in cui cadono presso loro le
cose, che hanno con più ardente brama appetito, mentre la mano dello
spagnuolo sembra una grappa di ferro murata sopra le cose che piglia:
però essendo Gianluigi di spiriti alteri, e come giovane pieno di
baldanza e di cupidità di gloria, fie razionale supporre, che avrebbe
colto tutte le congiunture per procurarsi stato e mutare, potendo, anco
le condizioni d'Italia: — La quale anco a cotesti tempi fu opera
disperata unicamente e di vili: possibile agli animosi se, posponendo il
proprio interesse alla Patria, avesse messo a repentaglio per lei gli
averi e la vita; e ciò chiariremo con prove in mano più tardi.

Non sarà troppo arrisicato accertare, che Guglielmo di Bellay, oratore
di Francia presso il Senato di Genova, tentando ogni via per nocere allo
Stato che l'ospitava (officio a simile razza di gente allora e poi
ordinario), commise a Pierluca Fiesco consorte di Gianluigi di dare
nelle buche intorno a lui per iscoprire paese; costui avendo conosciuto,
che nel terreno tentato entrava non che la vanga anco il manico, tirò
innanzi la pratica, e su quel subito venne conchiuso, che Gianluigi si
avesse a recare fino a Piacenza dal duca Pierluigi Farnese dove avrebbe
inteso il resto; e il Conte andò, parandosegli innanzi giusta causa a
colorire il viaggio, qual era quella di rendergli omaggio, per le
castella di Calestano, e di Borgo di Val di Taro, il quale, comecchè
fosse feudo imperiale, pure dipendeva dal Duca per trovarsi sul
Piacentino: negoziando insieme il Duca e il Conte, per dare a questo
plausibile copertura di assoldare fanti e raunarli a Genova senza
sospetto altrui, si accordarono che il primo venderebbe al secondo le
quattro galee ch'egli teneva, o figurava tenere agli stipendii del Papa;
però Gianluigi, procedendo col calzare di piombo, volle presentirne
Andrea, a cui disse che senza il suo consenso non avrebbe mosso foglia;
della quale cosa assai si compiacque il vecchio, molto confortandolo a
farlo, però che, torre cotesti legni di mano a gente nemica, da un lato
non gli paresse che bene, e dall'altro pensava, che una via per isfogare
il giovanile rigoglio bisognava aprire a Gianluigi: così egli a cui non
era dato penetrare nel cupo animo del Conte; ma Paolo Panza suo maestro,
che ci leggeva aperto, consultato all'uopo dissuase il trattato, ma
senza prò. Il prezzo delle galee chiarisce in parte lo scopo dello
acquisto, poichè oggi si conoscono i patti di cotesto contratto
stipulato a Piacenza il 23 Ottobre 1545 i quali sono: per le quattro
galee chiamate la Capitana, la Padrona, la Vittoria, e la Caterina paghi
il Conte trentaquattromila scudi d'oro; un terzo subito: un terzo per
Pasqua di Natale del 1546: il saldo al medesimo termine dell'anno
successivo; in guarentia del pagamento s'ipotecava il castello di
Calestano.

Ora, da quanto occorre scritto nei ricordi dei tempi, si giudica che una
galea valesse ad un bel circa ventimila scudi; di fatti il Brantôme
racconta come si trovasse presente a Malta, quando certo signore de la
Rone _gentil soldatino_ di Poitiers, giocatore per la vita, vinse di un
tratto a Giovannandrea nipote adottivo del principe Doria diecimila
scudi di oro; della qual cosa stizzito Giovannandrea propose di giocarsi
una galea di contro a ventimila scudi di oro, e il soldatino accettò,
senonchè l'altro, soprastato alquanto, non ne volle fare nulla: —
perchè, egli disse, io non vorrei che questo soldato di ventura, dopo
avermi guadagnato la galea, andasse vantandosi in Francia avermela vinta
con altro, che con le carte. — Anco Cammillo Porzio, avendo occasione
sulle sue storie di notare la compra delle galee di Pierluigi fatta dal
Fiesco, la chiama _grandissimo mercato_. Donde non parrà strano tenere,
che, senza un secondo fine, il duca di Piacenza s'inducesse a scapitare
in quel negozio un quarantaseimila ducati almanco.

Dall'essere state da Andrea staggite coteste galee al Papa, taluno credè
argomentare che le non appartenessero al duca Pierluigi, ma fu mala
prova, dacchè, volendo Andrea ricattarsi a ogni patto per via di
rappresaglia, non istette a guardarla tanto pel sottile; gli giovava
credere, che il padre facesse col figliuolo tutta una borsa e così
credè. Paolo III sofferse acerbamente l'alienazione delle galere, più
che per altro, a causa della consueta avarizia dei preti la quale
s'industria a guadagnare sempre a man salva senza arrisicare mai nulla,
e ne rimangono testimonianze storiche; tra le altre basti la lettera
scritta dal cardinale Farnese al Duca suo padre il nove gennaio 1546,
dove si dichiara, quando possa rompersi il contratto col conte Fiesco,
l'animo di Sua Santità essere inclinato a compiacerne Lione Strozzi, o
meglio l'arcivescovo Santi, il quale, oltre all'offerirne più giusto
prezzo, aveva sborsato cinquemila scudi di caparra; ma poi il Papa,
fatto capace della cosa, si acquietò; e quando poco dopo Gianluigi
trasse a Roma a fine di presentargli il fratello Girolamo per capitano
delle galee, di cui tre lasciò al soldo della Chiesa, una si tenne per
lui, e da quella via per baciargli i piedi, lo accolse alla grande, così
persuadendogli la indole sua fastosa, e la memoria della magnificenza
con la quale il padre Sinibaldo lo aveva per lo addietro ospitato nel
suo palazzo di Violà.

E adesso dov'è ito questo palazzo di cui il Bonfadio scrive, che
soprastando a Genova pareva, che ne domandasse il principato? Invano tu
ne cercheresti la traccia: tuttavolta, se il Bonfadio non avesse con mal
suo pro' dato a pigione anima e penna, avrebbe potuto riflettere che se
il palazzo del Doria posto in bassissimo livello su la estrema sponda
del mare non domandava il dominio della città, egli era perchè già lo
teneva. Questo palazzo di cui non fu lasciato pietra sopra pietra,
illustre per tante memorie, ornato di ogni maniera di spoglie, famoso
per le immagini di numero infinito di personaggi per dottrina o per
prodezza eccellenti, sorgeva sul poggio di Carignano a manca di cui
guarda la basilica dell'Assunta, da un lato ha il mare, dall'altro la
valle del Bisagno, a oriente la costa si stende sino a Portofino, a
occidente di promontorio in promontorio tocca l'estremo capo di Noli.
Con molti e diversi nomi lo troverai appellato dagli storici, come
Violato, Violà, Violacio e Violata: il volgo chiama tuttora quei luoghi
Viovà; il vero nome del palazzo fu di _Via lata_ però che quivi
appresso, in antico, un canonico Fiesco della collegiata della chiesa di
Santa Maria in _Via lata_ di Roma, facesse per sua devozione fabbricare
sul medesimo poggio, più in piccolo, una immagine della basilica romana;
questa chiesa protetta dalla religione dura anco adesso, ma non ha guari
ebbe mozza la cuspide del campanile o per timore di ruina, o per altra
causa a me ignota.

A Roma Gianluigi si accontò col cardinale Trivulzio protettore dei
Francesi, il quale senza dubbio lo avrà con efficacissimi discorsi
inanimito alla impresa; quali essi fossero io ignoro; altri sasseli,
beato lui! Ma certo, che il Cardinale, come altri immagina, ricontasse
al Conte la storia di casa sua non parmi che fosse, imperciocchè sarebbe
stata perdita di tempo espresso dandomi a credere che Gianluigi la
dovesse sapere un poco meglio di lui. Ai retori succedono, più trista
genia, i calunniatori, i quali dopo averci ritratto il Conte di
ambizione e d'ingegno sfasciato, ora ce lo affermano in balía della
Francia, a patto che al fratello Girolamo si commettesse la condotta di
sei galee; a lui quella di duecento uomini di arme pagati per la difesa
di Montobbio, e il comando di non so quanti cavalli col soldo di
dodicimila scudi l'anno: aggiungono però si riservasse a ratificare il
contratto dopo il suo ritorno a Genova, e parrebbe per conferirne
assieme ai suoi fidatissimi; tuttavia non la contano così, e ci dicono,
che tocca appena Genova, approvò addirittura ogni cosa mandando Antonio
Foderato a Roma co' capitoli sottoscritti; così, dopo avere reso vana
ogni consulta, per opinione di cotesti strani storiografi, egli se ne
aperse col Verrina, e lo ricercò del suo parere; questi lo ripiglia
severo; turpe ammazzare il nemico e fuggire; gli stessi Francesi, come
uomo di animo feroce e codardo, lo avrebbono tolto in dispregio; che
Giannettino si trucidi sta bene, e con esso Andrea, Adamo Centurione, il
suo figliuolo Marco e i maggiorenti della terra, ma col braccio del
popolo ha da rifare uno Stato a modo suo, ed egli mettersene a capo; in
Genova nè Spagnuoli, nè Francesi: quanto a lui non intendere mutare
soma, bensì volere libertà. Dopo questo discorso, fingono, che Gianluigi
si pentisse dei capitoli sottoscritti, e mandasse in fretta un servitore
su le traccio del Foderato per chiamarlo indietro. Stupide cose
abboccate da uomini stupidi non meno che tristi. Sappiamo di loro, e
fermiamoci a tanto, che il concetto del Conte, non anco bene disegnato
circa alla sua estensione, per ora non si stringeva a meno, che a
sostituire sè nella signoria di Genova; poi da cosa nasce cosa, e il
tempo la governa.

Affermano eziandio, che Gianluigi si riducesse circa a quel torno, e non
si sa perchè, a Montobbio per consultare la cosa con Giovambattista
Verrina, Vincenzo Calcagno, e Raffaelle Sacco: se ciò fu, pensa se
coteste consulte avessero a tenersi segrete, nondimanco ci ha scrittori
che sanno di che negoziassero, e quali ragionamenti tenessero senza
preterire una virgola. Intanto giovi dire chi costoro si fossero: già
qualche cenno intorno al Verrina toccammo di sopra: vari i racconti, e
più vari i giudizi allora e poi circa a questo uomo; secondo gli
scrittori parziali al vivere libero, o sviscerati alla monarchia più o
meno tirannica, diventa eroe cascato fuori dalle pagine di Plutarco, o
ladro, che per angustia di averi, per appetiti di vizii desiderava
sovvertire la città per mettere le mani su quel di altrui; a noi non
comparisce degno di tanta lode e nè di tanta infamia; dai pochi
frammenti che ci avanzano dei suoi costumi arduo ricomporne figura
intera; pure possiamo affermare, ch'ei fosse di nobile schiatta, e lo
ricaviamo da questo, che, preso a Montobbio, gli mozzarono il capo
assieme al conte Girolamo Fiesco, mentre il Cangialancia impiccarono;
ora è noto come la testa tagliata costituisse un privilegio di nobiltà;
appendevansi i plebei: appo gl'Israeliti ed in China, all'opposto i
maggiorenti strangolano e strangolavano, i plebei decapitarono e
decapitano; e' sono tutte opinioni. Tra noi più di un patrizio provò a
questo modo la gentilezza della sua prosapia; se il carnefice ne dovesse
fare le maraviglie tu pensa, il quale, spiccando un capo dal busto, non
si sarà mai creduto dalle milla miglia coniare pei posteri del
giustiziato un diploma di nobiltà. Fandonia, ch'ei patisse inopia di
averi, accordandosi la più parte degli scrittori com'ei provvedesse il
Conte di denari, onde taluno che ciò confessa e pur persiste a
sostenerlo misero, ad evitare la contraddizione racconta, che egli gli
accattasse dagli amici, e non si accorgono che l'uomo industre, il quale
trova credito presso gli amici facoltosi, prima ha da ispirare di sè
buona estimazione, e poi, che con questi aiuti di leggieri si cava di
angustie: pertanto nobile, e di sostanze per nulla al verde, sembra che
piacesse al Verrina promovere sempre le parti del popolo, onde si
argomenta, che quanto a lui potesse essere affatto generoso il fine
propostosi: abitando egli in Carignano pigliò usanza con Gianluigi, ed
avendo agio di trattenersi seco lui domesticamente, vuolsi credere, che
questi nei consigli si accordassero: per sua interposizione il Conte
potè trattare col popolo cattivandosene lo affetto, mercè le carezze e i
benefizi: trovatosi insieme col consolo dei tessitori Sebastiano
Granara, volle informarsi intorno allo stato dell'arte, e sentendolo
ridotto al verde, scarsi i lavori, i salari grami, e pel caro del vivere
parecchi operai versarsi nella inopia, gli raccomandò, mandassegli i
bisognosi al palazzo, non già in frotta, bensì alla spicciolata, i quali
andati, dopo avergli compianti furono da lui amorevolmente avvertiti a
rammentarsi come la casa Fiesca dimostrasse in ogni tempo viscere pel
popolo: di presente pigliassero dai suoi fattori grano a credenza;
pagherebbonlo a miglior fortuna: alle necessità della famiglia
sovvenissero; solo desiderare, che ciò non si divulgasse, perchè Dio non
conta la carità ambiziosa, la quale riceve la sua mercede nella superbia
appagata: altri all'opposto afferma, ch'ei ne chiamò alcuni pochi in
palazzo, e questi tutti sudditi suoi, a cui pose mensa, ed essi
mangiarono e bevvero, e poi caldi di vino gli si proffersero largamente:
non negano la esibizione del grano, ma accertano, che fu da tutti
rifiutata; più bello il secondo racconto, più vero il primo. Insomma il
Verrina s'industriò per modo, che Gianluigi venne presto in cima allo
amore del popolo. Ci è chiaro altresì che della congiura fu parte
principale il Verrina, avendone sicuro riscontro nelle lettere di
Raffaelle Sacco che pauroso, il Verrina lo aggravasse nelle sue
deposizioni, offre giustificare come costui fosse autore, capo, mezzo, e
fine della congiura[11]: uomo costante lo manifestano lo studio di
mantenere la parte Fiesca nell'avversa fortuna, la pertinacia a
combattere per la causa della libertà, e finalmente la morte incontrata.
Di più, per ricerca che mi abbia fatto, non trovai, e dettando storie di
più non aggiungo.

Anco su Vincenzo Calcagno le notizie ci vennero scarse: nato in Varese,
si accomodò prima per paggio con Sinibaldo padre di Gianluigi; morto
Sinibaldo, durò col figliuolo in officio di cameriere. Gli scrittori,
massime moderni, per aggruppare figure, come i dipintori costumano nei
quadri, spiccanti per contrasto, dopo averci ritratto Verrina arruffato,
ci danno ad intendere il Calcagno mite e amico del lieto vivere; noi
possiamo credere ch'ei col suo padrone fosse un'anima ed un cuore; per
lui visse, morì per lui.

Quanto a Raffaello Sacco, egli era, come dice, savonese, e studiò legge;
negli Stati del Conte tenne ufficio di giudice; poi Gianluigi se lo
tolse appresso in condizione di auditore; egli seguì la fortuna del
Fiesco non senza mistura d'interesse privato, chè parteggiò pel re di
Francia, un po' perchè col favore di questo sperava salire in grandezza,
e un po' pel rancore che ogni Savonese sentiva allora per Genova; costui
fu compagno al Conte in Roma e a Piacenza, e intervenendo ad ogni
trattato, gli parve che il Conte, sovvenuto da Francia, dal Papa e dai
Farnesi, non potesse sinistrare, e s'ingannò; per la morte di Gianluigi
non tenne disperate le cose; di fatti nel febbraio del 1547, scrivendo a
Girolamo Fiesco a Montobbio, lo confortava a mostrarsi animoso perchè di
_qua ci hanno molti amici_, e metta il tempo a partito per munire e
rafforzare il castello; del resto stia gagliardo, che forse, _se Dio
vorrà, il mondo potrebbe havere un'altra faccia questa state, e farsi
vedere uomo valente così con gli amici come co' nemici_. Speranze di
fuorusciti; andato tutto alla peggio, vedemmo come si sbracciasse a
riversare la colpa sopra Verrina, e smanioso che questi possa
acquistarsi fede, si rammarica di essere perseguitato perchè savonese;
con tali invenie, confidando tornare in grazia agli offesi, o almeno
essere perdonato da loro; anco queste illusioni di fuori usciti. La
debolezza del Sacco però non vuolsi vituperare come infamia, chè lui
scusano la moglie e i figli in miseria, la potenza dei Doria che lo
cercavano a morte, e la natura nostra, la quale, pei lunghi infortunii,
anco tra i più gagliardi sbigottisce: traditore non fu, al contrario
fedele ai Fiesco fino alle ultime prove, poi prevalsero nell'animo suo
cure di sè e della famiglia.

Se, dopo questi, altri partecipasse alla congiura io credo di sì; di
fatti taluni si rammentano sparsamente in questa storia, e frugando
trovo eziandio nominati Gasparo Botto, Francesco Curlo detto Becchino,
Benedetto Cirese, Girolamo Magiolo, Francesco Verze, e Pierfrancesco
Fiesco, questi di _Genova_; Scipione Carsetto, Girolamo Sacco e
Francesco Macchione questi altri del dominio di _Genova_; nè certo i
soli, però, a parere mio, con questa distinzione, che parecchi la
conoscessero nei generali, e la assentissero; nei particolari pochi, e
forse i soli tre prima ricordati, e di ciò porge testimonianza lo stesso
Sacco quando si confessa in colpa di avere taciuto, non gli parendo
ufficio di uomo dabbene sventare cose onde il suo padrone ne avesse a
perdere lo Stato e la vita, come _anco non lo hanno fatto altri, che
pure lo sapevano ed avrebbono potuto palesarle, e non di manco stanno
nei loro letti_.

La consulta di Montobbio è riportata da quasi tutti gli storici, ed in
taluni comparisce amplificazione rettorica, in altri (questi più
parziali pei Doria) un misto di rettorica e di malignità. Quegli
immagina al Verrina oppositore il Sacco spaurito e tremante, questi,
meglio avvisando, dacchè il Sacco, compagno di Gianluigi nelle sue
pellegrinazioni politiche, doveva ormai essere domestico così nella
congiura da non sentirsi venire la pelle di oca a favellarne, mette da
parte il Sacco e gli surroga il Calcagno, uomo che, dal padrone in
fuori, non vedeva più in là, a' cenni del quale teneva affilate anima e
spada: naturalmente i consigli del Verrina s'immaginano tutti immani:
secondo lui agevole cogliere la città alla sprovvista presidiata da soli
duecentocinquanta soldati, di cui almeno venti sudditi suoi; le galee in
darsena custodite da poca guardia; le armi chiuse nell'arsenale del
Doria. Il Sacco (così messer Cappelloni segretario di Giovannandrea
figliuolo di Giannettino) rispondendo comincia col dire che gli tremano
le gambe sotto (e se fosse uomo da tremargli le gambe lo dimostra la
lettera scritta al conte Gerolamo a Montobbio), parere facili i partiti
rischiosi, ma poi tal bove crede andare a pascere e va al macello; i
Genovesi amare la libertà, ed essi volerneli privare! Da troppe cose
doversi essi guardare, dalla fedeltà di Genova per Andrea, dal nome, e
dalla solerzia di lui; superati questi pericoli, dalla esecrazione
universale, e dalla pubblica vendetta: impossibile che principi, o vogli
italiani o vogli forestieri, consentissero ingrandire il Fiesco: inoltre
doversi porre mente allo erario disperso, al banco di San Giorgio messo
a ruba, alla iattura della pubblica e della privata fortuna, rotti i
commerci, guaste le industrie, nabissata la città; e, posto ancora che
tutto andasse in filo di ruota, e come presumeva il Conte che il popolo
genovese lo acclamerebbe padrone? — Questo dabbene segretario ebbe
avvertenza a ogni cosa; come vedete non lasciò tasto senza toccarlo.
Verrina allora si fa piegare da lui a partiti più cauti, non però meno
feroci, e s'immagina che suggerisse nella massima parte le provvidenze
ammannite dalla sagacia dello astuto Conte.

Le quali furono: innanzi tratto tenersi bene edificati Andrea,
Giannettino e l'altra gente Doria con gli ossequii e i blandimenti; e
questo Gianluigi potè con tanta efficacia conseguire, che Andrea, ormai
vecchio di ottantun'anno, e malescio, nella conversazione del giovane
trovava non mediocre sollievo: Giannettino altresì gli aveva posto
amore; tanto vero questo, che avendo il Conte chiesto ad Andrea licenza
di armare la galea tenuta fuori della condotta col Papa per mandarla in
corso, nè questi potendoglielo consentire a cagione dello Imperatore,
che intendeva la tregua pattuita col Turco si osservasse, egli turbato
per credersi guasto il disegno di raccogliere senza sospetto gente in
Genova, ne mosse querimonia a Giannettino, il quale baldanzoso gli
disse: «non mancasse armare la galea, e spedirla in Levante che poi per
la strada si aggiusterebbero i basti.»

Anco per questo fatto che non sembra potersi rivocare in dubbio, rimane
chiarito di che sorta libertà godesse Genova, dove un cittadino non
poteva mandare fuori legno in corso senza il beneplacito di Andrea; e
quanta la superbia di Giannettino, che tale faceva caso dei voleri, non
che di Andrea, dello stesso Imperatore.

Giannettino non favellò a sordo, che Gianluigi, senza lasciarla
freddare, prese a introdurre in città gente avvezza a fazioni
arrisicate, in parte suoi vassalli, in parte fornitagli dal duca
Farnese; furonci anco di quelli, che rimasti senza soldo, cessata la
guerra di Smalcalda non sapevano, per così dire, che cosa farsi
dell'anima loro: a stornare ogni sospetto, parte di questi entrò
sfilatamente in veste rusticana, riducendosi di nascosto al palagio di
Vialata, parte ci furono tratti alla scoperta in catene come forzati; a
questo modo ne radunò trecento. A sostenere il moto appena fosse
avvenuto, indettaronsi Gianluigi col duca Farnese, che questi avrebbe
tenuto su le mosse ai confini tremila fanti, la quale proposta molto
volentieri fu dal Duca assentita, come quella che avrebbe potuto
aprirgli la via a tenersi Genova per sè. Gli storici toscani ricordano
di tali maneggi avesse fumo lo scaltrito duca di Firenze, che per opera
dei suoi fidati pose mano su certa lettera in cifra del Farnese, la
quale mandò con la chiave in diligenza allo Imperatore, che non ne fece
caso, perchè divertito allora in negozi più urgenti, o perchè così
voglia la fortuna, che volge i casi umani. Sul proposito dei tremila
fanti tenuti pronti dal Duca, gli scrittori parziali al Doria
aggiungono: che, mentre il popolo si sfogava a mandare a ruba le case
dei cittadini, e a far carne, dovevano essi introdursi in città, e parte
occupare le porte, parte spingendosi oltre, impadronirsi del palazzo,
dove su quel primo bollore chiamato il popolo, il Verrina, senza tante
concioni, avrebbe posta sul capo al Conte la berretta ducale; gli
schiamazzi del popolo sarieno stati tenuti in conto di universale
acclamazione; se taluno contrastasse, gli avrebbono tagliato ad un punto
parola e gola. Tanto basterebbe al diritto, se fosse bastato a
sostenerlo la forza. Anco qui calunnia, e imitazione classica,
arieggiando il trovato a Marcantonio che presenta nei lupercali il
diadema a Cesare. Dopo questi apparecchi noti, e i troppi più che ci
rimasero sconosciuti, chi scrisse in infamia della congiura racconta
essere stata prima proposta del Verrina, che nella congiuntura delle
nozze del marchese Giulio Cybo cognato di Gianluigi con la Peretta
sorella di Giannettino, egli convitasse a banchetto Andrea, Giannettino,
i figliuoli suoi, il Figuerroa ambasciatore cesareo, e quanti più
potesse caporali della terra, e a tavola tutti senza misericordia
trucidassersi; su l'avvertenza di Gianluigi che Andrea per la sua
decrepitezza non andava a mangiare fuori di casa, Verrina rispose; ciò
non mettere inciampo, imperciochè egli si faceva forte entrargli in casa
con due suoi fratelli, e otto o dieci a lui devotissimi, e quivi
scannarlo. Al Conte non piacque il partito, e siccome mostrava
raccapriccio al troppo sangue, Verrina riprendeva che in simili faccende
non aveva mai visto che il troppo sangue guastasse, bensì il poco. Così
il Capelloni che s'industria a torre, o almeno ad attenuare nei Doria la
macchia di fede tradita. Più di lui immaginoso il Sigonio, non potendo
dissimulare come sarebbe stato troppo semplice supporre, che un vecchio
di ottantun'anno si fosse condotto da Fassuolo fin sul Carignano pel
diletto di assistere a conviti, dà ad intendere che Andrea ci sarebbe
stato chiamato non per questo, bensì per sottoscrivere, come tutore dei
Fiesco, non so quale strumento in virtù del quale il conte Girolamo
cedeva certe sue giurisdizioni; e non avverte, che se a questo modo
poteva forse chiamarcisi Andrea, non si comprende come ce lo dovessero
accompagnare Giannettino e i figliuoli, molto meno i maggiorenti di
Genova. Di fatti egli afferma che a cotesto disegno non fu dato seguito,
proponendosi invece di ammazzare il principe Doria ad una messa novella
che si doveva celebrare in santo Andrea, il quale concerto del pari
rimase senza conclusione, perchè presentirono, non vi avrebbe assistito
il Principe nè Giannettino, bensì vi sarebbe andato il conte Filippino a
farvi la solita offerta per la parte di Andrea. Questa pure imitazione,
non però classica ma moderna, delle congiure dei Pazzi, e dell'Olgiati,
e ad arte imaginata per rendere la cosa più abbominevole coll'orrore del
sacrilegio.

Ora pertanto, esposte le false trame, discorriamo le vere, o almeno
quelle che ci sono meglio accertate. Pareva opportuna la notte
precedente alla elezione del nuovo Doge, che doveva farsi il quattro di
gennaio; ma il Conte, temendo lo indugio non pigliasse vizio, volle
precipitare gli eventi: i trecento fanti già in casa, gli altri tremila
pronti ai confini: il popolo minuto disposto, i nobili malcontenti,
vogliosi di vederne la fine; la galea venuta da Civitavecchia la vigilia
di Natale aveva dato fondo sotto Sarzano. Andrea il primo dell'anno si
mise a letto travagliato di forte doglia al braccio, il due gli entrò la
febbre accompagnata da emicrania. Gianluigi a vespero si fa a trovare
Giannettino, e gli confida avrebbe durante la notte imbarcata la ciurma
su la galera, e spedita subito in corso, che a tenere tanta gente su le
spese non ci era da cavarne troppi avanzi; da Sarzano l'avrebbe fatto
tirare innanzi al ponte dei Cattanei; caso mai udisse rumore nella
nottata, non pigliasse sospetto, ed acchetasse Andrea, se sveglio o
destato se ne adombrasse; più tardi sarebbe ito a visitarlo a casa, e
Giannettino improvvido forse lo ringraziava. In questo mentre non erano
mancati, nè mancavano avvisi ad Andrea, Ferdinando Gonzaga, subentrato
nel governo di Milano al marchese del Vasto, giusto poco prima defunto,
vigilando sottile gli andamenti del Duca per debito di ufficio, e per
odio antico, come prima seppe della massa dei tremila fanti raccolti ai
confini, spedì lettera a Don Gomez Suarez di Figuerroa oratore cesareo a
Genova perchè desse la sveglia al Principe, nè questi se ne rimase, anzi
narrano che lo faceva appunto nel momento in cui Gianluigi entrò in
camera al Principe per visitarlo, e con fervide parole instava perchè in
grembo a cotesto giovane non si addormentasse. Il Conte, ingenuo e
mansueto, dopo riverito a mo' di figliuolo Andrea, prese a informarsi a
parte a parte del suo male, e a mostrarsene dolente, lo consolò con
parole tutte amorevoli; onde il vecchio se ne sentì come ricreato; ciò
fatto, recatisi su i ginocchi Giovannandrea, Pagano e Carlo figli di
Giannettino, li vezzeggiò, li baciò, con varii giochi li divertì, sicchè
egli era un ridere festoso, un'allegria; della quale cosa pigliando
Andrea maraviglioso diletto, chinatosi verso il Figuerroa, gli susurrò
nell'orecchio se gli paresse il Conte uomo da fraudolenza e da sangue.
Che cosa rispondesse lo Spagnuolo s'ignora; forse gli avrà dato ragione
un po' per piaggeria, e un po' persuaso. Declinando il giorno, Gianluigi
tolse commiato, e capitatogli dinanzi Giannettino, gli raccomandò ad
ordinare, che per quella notte tenessero aperta la bocca del porto, e
quegli il promise. Giocante della Casabianca, alfiere della guardia
corsa, nella prima ora della notte venne ad avvisare Andrea come, ito ai
quartieri per cavarne i soldati a rilevare i posti, avesse trovato
mancarne parecchi, e tutti sudditi di Gianluigi, della quale novità
pigliando Andrea non lieve alterazione, Giannettino reputò spediente non
tenergli più oltre nascosta la licenza data al Fiesco di mandare in
corso la galea, a patto che di notte l'armasse, e di notte la facesse
uscire di Genova, affinchè il Turco ignorandolo, non ne venisse danno
alla città; senz'altro il Conte essersi valso dei soldati sudditi suoi
per tenere in rispetto su la partenza le ciurme: di qui tra Giannettino
e Andrea corsero diverbii, volendo quegli che la parola data ad ogni
modo andasse innanzi, ed a scusarsi, può credersi, facesse valere come
la repulsa data da Andrea si attribuisse a invidia ch'egli portasse a
Gianluigi, anzi i commettimali avere sparso voce com'egli, andato in
Ispagna, avesse disservito il Conte presso lo Imperatore, ond'egli aveva
voluto a quel modo smentire l'addebito. Quanto allo Imperatore poi,
difficile gli arrivasse agli orecchi; e sapendolo gl'importerebbe poco:
ad ogni modo premere assaissimo alla gente Doria tenersi bene edificati
gli amici di casa[12].

Forse cotesta fu baldanza di animo gagliardo, e può darsi che invece
fosse orgoglio di mente superba; tuttavia che Giannettino mancasse di
tenere l'occhio addosso a Gianluigi non è da credersi, ma, per sua
opinione, aveva tanto in mano da reputarsi sicuro. Nelle lettere del
Sacco, già da noi citato, occorre ricordare come il giorno stesso della
congiura, di buona ora, persona che non nomina, fosse a trovare il Conte
in Carignano, e gli proponesse farlo signore della città; di che il
Conte la sgridò forte, e se la cacciò via davanti, mentre ella non
rifiniva di serpentare, che tanto con quel governo erano risoluti di
romperla, e ch'egli buttava la fortuna fuori della finestra. Il Fiesco
ed i compagni suoi tennero cotesta persona per ispia; dove mai l'avesse
inviato Giannettino a fare le forche, dal rapporto dello accaduto potè
trarne argomento per aquetare il sospetto, caso mai gli fosse sorto
nella mente.

Quanto al vecchio Andrea dirò, che i Genovesi per ordinario sentono e
spesso non immeritamente di sè, la quale estimativa io penso che in lui
la sperienza lunga, i partiti quasi sempre riuscitigli utili, e la
fortuna piuttostochè diminuire crescessero, onde in grazia di questa
prosunzione vediamo come l'uomo rimanga preso quasi sempre, perchè sè
troppo reputa capace, e altrui troppo semplice o imbelle. Il giudizio
nuoce talora in altra e diversa maniera, imperciocchè, argomentando che
le azioni altrui devano essere sempre condotte con discorso pari al tuo,
mentre spesso commettonsi in balía della insania, e dell'avventatezza,
avviene, che ti colga inopinato quello, che ad ogni verso ti pareva
impossibile. Se poi Andrea s'ingannasse per estimare troppo o troppo
poco Gianluigi, non posso chiarire; prudentissimo, anzi trincato egli
era, e un giovancello lo vinse: di qui, a cui preme guardarsi, prenda
insegnamento a bene operare lo ingegno.

Merita che da noi si riferisca un caso su cui si accordano parecchi
storici ed è, che Gianluigi, uscendo di palazzo Doria, poichè fu montato
sopra un suo giannetto briosissimo, prese a farlo corvettare sopra la
piazza sotto i balconi di Andrea ostentando la sua perizia nell'arte del
maneggio; cosa che dimostra quanto impero avesse su l'anima sua cotesto
uomo: nature forti, che apparendo quasi sempre fra popoli prima di
tracollare nella servitù, sembrano quasi gli ultimi tratti della
spirante libertà. Smesse le corvette se ne va difilato a casa, muta
veste, e chiamato a sè Paolo Panza, gli raccomanda che tenga compagnia
alla Contessa, con qualche lieta lettura, o gioconda novella la diverta;
la visiterebbe più tardi; ode dal Calcagno i rapporti, e con nuove
istruzioni lo licenza, poi, tolti seco dieci uomini, scende da capo in
città, e si acconta col Verrina, che forse l'aspettava; gli dice niente
essere mutato; nella notte si strigherebbe il fatto: raccolga
congiurati, e glieli meni a casa; veda condurci anco gente la quale,
quantunque non partecipe della congiura, pure egli sappia di animo
avverso al governo, e ai Doria: perchè i chiamati non sospettassero, e
venissero volentieri, dica loro egli convitargli a cena: ci sarebbe una
grande adunanza, non mancherebbero dame, andarono degli uni e degli
altri chi dice ventotto, chi trenta, chi più, e ordine era dato alla
guardia lasciasse entrare tutti, uscire nessuno: i convenuti poi,
condotti da servi discreti dentro una sala, quivi erano lasciati chiusi
a chiave: di veglia non videro apparecchio, bensì udirono romore di
arme, e la misteriosa frequenza che palesa qualche grave successo, o che
sta per accadere; chi era a parte non istupiva, gli altri sì, e
temevano; pure tutti, è da credere, aspettassero pieni di ansietà la
fine della strana avventura. Di un tratto ecco spalancarsi le porte, e
comparire Gianluigi pallido in faccia e aggrondato; egli si fece a capo
di una lunga tavola; rimane in piedi e con ambo le mani si agguanta allo
spigolo; le due candele che sole ardevano colà si mette a destra e a
sinistra; intorno alla tavola si dispongono curiosi i convenuti, secondo
il digradare della luce più o meno rischiarati; taluni al buio; allora
egli con voce commossa, per testimonianza dei presenti, è fama, che
favellasse così: — Amici, e compagni miei, io vi ho tratti qui con lo
invitarvi a cena, nè mi disdico; e la cena, che io intendo imbandirvi
fia tale che da lungo secolo non fu mai vista in Italia: io vi ho
invitato a liberare la patria e voi dalla tirannide di Andrea Doria, e
da quella imminente e più grave di Giannettino, il quale, è noto, poco
innanzi recatosi dallo Imperatore in Ispagna, avergli chiesto con
l'accordo dei nobili del portico vecchio, potersi dopo la morte dello
zio scoprirsi addirittura padrone della città, e tanto essergli stato di
leggieri concesso; però che fausto ai despoti sorga quel giorno in cui
mirino spenta una repubblica. Di ciò porgergli sicurissima notizia il
signore duca Pierluigi Farnese con le lettere ch'egli metteva loro
davanti (e qui buttò su la tavola un fascio di fogli), le leggessero, le
ponderassero, e si chiarissero. Giannettino (e a parecchi di loro doveva
essere noto), consapevole com'egli Fiesco non sarebbe stato per patire
questa cosa giammai, s'industriò con ogni via levarlo di mezzo con
veleno o con ferro, nella quale scelleraggine se non era riuscito,
averne debito alla fedeltà altrui, ed alla sua buona fortuna; adesso poi
sapere di certo, Giannettino avere commesso al capitano Lercaro, che
appena morto Andrea (al quale per essergli aggravato di molto il male
rimanevano più pochi giorni di vita; forse ore) lo finisse; onde amore
di patria prima, e poi cura di sè, che arma i più imbelli tra gli
animali, costringerlo a troncargli i disegni...

Giunto a questa parte del suo ragionamento il Fiesco si spaventò nel
considerare come gli astanti, parte sorpresi dalla novità del caso, e
parte atterriti non si commovessero, ond'egli allora parlò di forza:

«Ora quali sembianti sono questi, che mi mostrate voi? O che volevate
mutare le sorti della città e le vostre a suono di querele? Pensavate
forse, che le congiure stessero nel consultare sempre, e venire all'atto
delle mani mai? Non volete essere meco? Doveva aspettarmi siffatta fede
da voi? Così premiate me che intendo farvi liberi?»

Si riscosse a tanto uno dei raccolti, e rispondendo per tutti disse: —
pigliate animo, Conte, che noi non saremo per mancarvi mai. —

Ma Gianluigi, non si mostrando pago di cotesto gramo consenso, aggiunse
con ismania crescente: «no, io vo vedervi in faccia, io vo sentirmelo
dire da tutti ad uno ad uno; nè, se voi ricusate seguirmi, io vo
sforzarvi, solo scongiuro, che taluno di voi impugni questo pugnale — e
trattoselo da lato lo gittò su la tavola — e mi ammazzi: meglio è che
muoia per mano degli amici, che dei nemici miei: ciò mi fia manco dolore
assai. — »

A questo modo gli agguindolò, li vinse; in molti prevalse eziandio la
paura di essere messi in pezzi contrastando. Così il vero mescendo al
falso, i piaggiatori del Doria felice, per interesse o per sospetto ai
tempi suoi, e dopo perchè la potenza anco svanita induce ad ossequio;
all'opposto il Campanaccio, meno servile, ne accerta, che i convocati,
udendo coteste pietose parole, lo levassero a cielo, profferendosi
parati a seguitarlo in ogni più fortunosa avventura, e così poco gli
abbindolò con gli artificii, o con la violenza li costrinse, che due di
loro, Giovambattista Giustiniano, e Giovambattista Bava, altri ci pone
un Cattaneo, si ricusarono a mettersi al cimento.

Gli altri, crucciosi del rifiuto, gli appellano traditori e li vogliono
morti: ciò non patisce il Conte; bensì ordina, che come prigioni nel
palagio fino al termine della impresa custodiscansi: sembra però che i
mentovati patrizii non dissentissero mica dalla impresa, bensì per manco
di animo si tirassero indietro dalla baruffa. Comunque sia, ordinate per
tal guisa in questa parte le cose, fece portare vivande e vino, ed
eglino presero, così in piedi alla soldatesca senza apparecchio, a
riconfortarsene. Mentre i congiurati trattengonsi nella commessazione,
il Conte sale in camera alla moglie Eleonora e sì favella: — La dama,
che io corteggio da tanto tempo con sì acceso affetto, di voi punto men
bella, oggi si è disposta a darmisi del tutto in balía...

E siccome la Contessa allo strano discorso si affannava, Gianluigi,
consolandola, le scoperse cotesta donna essere Genova, e la tramata
congiura, e la esecuzione imminente; di questo Leonora sentendo infinita
paura e con esso lei il Panza, presero entrambi a scongiurare Gianluigi
a mettere giù il pernicioso disegno, mescolando i pianti con le
persuasioni, le carezze co' terrori. Fors'egli si aspettava ad altro,
imperciocchè sbuffando gridò, se avessero più caro che Giannettino lo
scannasse. — Siccome il Panza rincalzava. — coteste senz'altro essere
calunnie di gente trista; egli soggiunse averne prove in mano: ad ogni
modo ormai, anco volendo, non potersi più tirare indietro; pigliassero
pertanto in buona parte quanto stava per accadere; dopo ciò, malissimo
soddisfatto, fece per quinci partirsi, e mentre sta per voltarsi, un
grossissimo cane da lui avuto in delizia, si levò diritto mettendogli le
zampe davanti sopra le spalle quasi per trattenerlo; della quale cosa
crucciato a un punto e commosso, se lo scacciò dattorno ordinando lo
incatenassero giù nel cortile.

Senza perdere altro tempo, ito in camera, si chiuse nell'arme da capo a
piè, e con la rotella in braccio e la picca in mano tornò ai congiurati,
che, al vederselo comparire dinanzi a quel modo prestante, applaudirono.
Distribuite poi picche, e spade ai congiurati disse: andiamo. Voleva non
rivedere più la sua Leonora, ma la passione lo vinse, sicchè tornò a lei
per raumiliarla con dolci parole, e la pregava di starsi di animo lieto;
non gli levasse al maggiore uopo il coraggio: manco per questa volta
egli non ne cavò costrutto, perchè, tanto ella come il Panza, nello
udire per casa strepito di arme, tremavano a verga, e gli risposero: —
non che potere dare coraggio altrui, impossibile procurarsene a sè,
pensando al cimento in cui si metteva, di ammazzare o di essere
ammazzato, e se Dio non rimediava, vedevano chiaro ch'egli si andava a
buttare giù nel precipizio. — Allora risoluto Gianluigi concluse: —
orsù, Leonora, fate forza all'animo vostro, domani od io sarò morto, o
voi meco Signora di Genova. —

Narrano che sinistri presagi in quel dì lo funestassero, ed in tempi nei
quali Re, Imperatori, e lo stesso Papa tenevano astrologhi in Corte, ai
presagi di cui o speravano o impaurivano, non sarà maraviglia se anco il
volgo ci prestasse fede. Tali si estimarono certi corvi con pertinacia
precorrenti al suo cavallo, e lo incespicare di questo così, che quasi
con le ginocchia toccò terra; però se la impresa fosse ita a bene non
sarebbero mancati gli augurii felici; non è tuttavia da tacersi, che il
cane, quantunque messo a catena, quando ei passò pel cortile, gli si
posse traverso le gambe impetuoso in modo, che s'egli era men pronto ad
appuntellare la punta della spada per terra stramazzava; ond'ebbe a
dire: Dio ce la mandi buona! Il Sacco, che gli procedeva a lato,
soggiunse: — non vi turbate per tanto; fate come i Romani che
interpretavano gli augurii a comodo loro. — Ma spesso con danno —
concluse il Conte e tirò innanzi.

Anco su la via che tenne, gli scrittori discordano; messi a confronto ed
esaminati i luoghi, parmi più verosimile questa, che il Conte, dopo
avere mandato il Verrina al ponte dei Cattanei per isferrarvi la galea,
e accostarla bel bello alla bocca della Darsena, si conducesse un'ora
prima della mezzanotte all'antica porta di Sant'Andrea assieme a tutta
la comitiva. Quelli cui preme far credere, che Gianluigi traesse a forza
i congiurati, danno ad intendere, ch'egli ordinasse con voce terribile
si uccidesse senza rimissione chiunque si attentasse uscire di schiera;
la quale cosa come potesse conoscersi di notte per cotesto laberinto di
vicoli non si comprende, e meno ancora come per lui si sperasse riuscire
in così arrisicata avventura con questa razza compagni. Da Santo Andrea
Gianluigi spedì Cornelio con cinquanta fanti a pigliare la porta
all'Arco, e ciò fu presto eseguito; due o tre guardie uccise, alcune più
ferite. Presa la porta ed avutane notizia per Prione, e San Donato dopo
traversata la piazza dei Salvaghi, il Conte arrivò al ponte dei
Cattanei; quivi commise al minor fratello Ottobuono Fiesco, e al
Calcagno una squadra maggiore di soldati, perchè con essa pel borgo a
Prè si affrettassero a impadronirsi della porta di San Tommaso all'altro
estremo della città: anco qui la faccenda riuscì a pennello, sebbene con
alquanto più di resistenza, chè il capitano Lercaro non si arrese se
prima gravemente ferito non lo atterrarono, restandoci morto il suo
fratello, l'alfiere con una diecina di soldati. Aveva la città in quei
tempi altre tre porte, ed erano la Carbonara, dell'Acquasola, e di
Oricina; ma a queste, come di poca importanza, non provvidero.

Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva,
chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi,
dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di
Darsena.

Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al
medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta
appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata:
poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del
tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per
soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse
la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia;
domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo
sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo
impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai
custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora lui e i
suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I
congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della
porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma
alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano
Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da
lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della
gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo
appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed
ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando.
Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla
porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la
gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè
corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di
pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la
posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva,
imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi
circostanti, massime da quella di _Prè_ (che non volle in cotesta
occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovese
_Prede_), facevano le viste di volerle mettere a ruba: anco le ciurme,
accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello
indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti
gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le
presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava
secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna
gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per
cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora
scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito,
gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo
seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai
moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che
altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non
l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua
morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo
trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli
rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.

Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco
delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo
terribili se punte nel medesimo istante dai supremi aculei, amore di
rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio;
la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di
ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva
giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una
peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i
Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di
libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà
negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed
impadronitisi della galea la _Temperanza_, naviglio destinato a strane
venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più
tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza,
ma invano; se la _Temperanza_ sboccasse dalla Darsena prima che si
partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di
casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le
due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della
Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato
presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera
efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura
si mostrasse vivo, parmi pur ragionevole supporre, che in qualche non
lontano porto della riviera stanziassero.

Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi,
trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si
riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà,
con molti anni di pena meritamente inasprita.

Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà,
lì Francia; altrove _Gatto_, _Gatto_, e più che tutto Fiesco, lo
strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio
delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di
spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè
manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla
disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le
altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme
debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile
dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del
Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi
nel pantano trae l'ultimo fiato.

Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo
strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galea
quando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue
apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso,
molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse
quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e
dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi
addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio
solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San
Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il
Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta;
quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo
archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello
ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a
brucia pelo nel petto.

E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo
accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di
quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna
ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel
calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare
tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo
consorte, egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti,
imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori
l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —

Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue,
arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma
tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario
grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima,
la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo
hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che
ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San
Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto
eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di
farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo
argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la
vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena
attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia
del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè
anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo
ordinasse, mai sì espressamente proibisse di assaltare il palazzo di
Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a
cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva
le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel
saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio
la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a
peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto
assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il
quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte
asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose
inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i
successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si
desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della
terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o
da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di
vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che
vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò
proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione
del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco,
bensì un soldato della guardia di Genova, forse per isgararsi di qualche
ruggine antica.

Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non
aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e
gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso:
la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più
volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a
tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso
per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più
urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non
poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse
appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare
in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare
tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di
Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco
in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel
monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di
Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si
nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio
indomito, mi mette ribrezzo cotesto immenso amor proprio, che lo
persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non
correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo
la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il
costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità
d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era
caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne
sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in
tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro
tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto
abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle:
quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma
scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano,
entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di
ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia
avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei
Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò
fino a Masone, castello degli Spinola.

Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i
quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzo per
sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto
gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò
Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il
cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo
con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore
Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali
rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò
presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e
verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo
minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva,
ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo,
sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed
autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai
risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai
patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale
trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a
levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il
Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà
pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemica al
popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di
quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di
lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei
detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la
possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi
le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito
è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai
per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per
trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le
tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.

La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la
porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere
lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con
l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta;
ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva
interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro,
mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di
congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con
minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano, eccetto uno,
nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti
Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra;
onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento
non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo:
speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della
porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non
l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite;
ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire
dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non
istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci
dai nemici.

Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i
soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la
difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci
allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo
tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in
cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi,
comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a
cotesta banda ondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta
assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a
quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito
Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però
subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in
terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni
evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più
prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i
consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal
Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati
la previdenza dello scampo rubò l'animo.

La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra
due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di
lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la
città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare
maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero
loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in
compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in
cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e
temendo peggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne
scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante
della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi
scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio,
ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale,
onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli
facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria.
Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva
troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore
Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale
Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col
Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore,
imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro
stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco
chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e'
bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle
coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino
Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli
altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela, cominciò a dire
con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono
a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene
comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza
che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio
con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte
parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali
intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui
fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato
subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe
provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del
bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai
padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della
sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali,
ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del
Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una
macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel
sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei
compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in
mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo, tardi impaziente degl'indugi
trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si
accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse
consultare con prudenza il modo dello assalto.

In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si
accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe
che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso
ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia
non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze
dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non
paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per
provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle
essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco;
lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco
sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi
l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto
ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di
perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con
patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al
punto in cui Girolamo si trovava ridotto era bazza; però volle in pegno
la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu
tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a
nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano,
dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a
Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.

Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il
Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti
su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono
verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia,
conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo
Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che
per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì
in libertà.

A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva
uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a
casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza
Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il
Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto
prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andrea partì
subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato
il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia;
non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non
fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte
del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a
punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori
si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra
tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni
adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si
bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo
in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di
vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e
borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del
riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere
di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal
pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si
appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i
consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che
il popolo minuto non aveva cessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto
da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia
piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura;
colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve,
dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in
alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo
avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.

Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima,
cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di
Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita
la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica
contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che
questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve
pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da
Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo
ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.

In vero a fargli la debita risposta egli non perse tempo, imperciocchè
il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo
beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggiti dalle galere del
Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di
tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i
quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come
della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore
alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa
capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della
cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi
attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare
zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in
pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la
cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il
Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad
ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a
negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come
potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane
per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima
che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere
se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani
dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto, Andrea si obbligava
a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e
provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un
servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca,
che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi
della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la
bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i
fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha
detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.

Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che
Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di
Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come
dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola
accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con
le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono
scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547
scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il
Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per
simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto
colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sul Piacentino
Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma
poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da
non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e
facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a
cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla
Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei
suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare,
e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto
d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga
contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi
aveva in mano lo strinse.

Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza
principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio
dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre
orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero
costui chiariremo fra poco.

Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente
ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e
mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da
Chiappino Vitelli, da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue
armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della
Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè
inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare
ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di
libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore,
mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse
unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.

Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a
rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri
forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che
partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era
miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò
Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo
Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta
dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea
nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu
mestieri compire le ciurme pagando galeotti _buone voglie_; indi a poi
il delitto, e la preda somministrarono forzati e schiavi di avanzo. Ma
quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se
ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli
riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente
d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che
furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte,
Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria,
e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca
Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la
Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire
altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra
padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono
aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni
loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo
per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547,
dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si
donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di
Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe.
Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea,
dacchè chi l'occupa sta come a cavallo tra Lombardia e Toscana; ed in
quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese
aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il
comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo
toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto;
degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi
ebbe Agostino Landi, e meritò titolo di _acedelma_ o campo di sangue, ma
lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio di _Vialata_ già
dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava
inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta;
oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione
sorgesse.

Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si
condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco
che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio;
Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea
intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni
instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si
osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con
sicurezza, nè con decoro sopportare il fumo negli occhi di Montobbio a
dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a
repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva
bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo
in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a
trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri
un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío;
costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica
insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi
affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse
stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a
seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le
promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma)
essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una
famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei
parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta,
quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.

I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e
dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il
Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatore lontano, con tante
legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace
difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e
venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non
potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano
averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio,
Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai
cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo
conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò
ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva
fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi
ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato
validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri,
e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei
Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per
lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di
Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora
provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per
ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in
Castelvetro, ne fu ributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino,
commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo
consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare
servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che
ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del
Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo
per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a
cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le
terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse
successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella
spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle
medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la
superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte
speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli
altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora
vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per
la guerra.

Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con
facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se
nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando, gli assediati
calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non
volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco
vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito
co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul
contado di Piacenza.

Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni;
levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due
colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie
preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano
Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano
generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi
dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però
che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere
l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi,
per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al
Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per
cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati
grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare le artiglierie per
coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che
potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti
sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da
tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse
ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle
offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli
assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di
pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei
cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite
degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in
isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero,
e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del
vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla
impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati
nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di
Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie
del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i
soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca
di Firenze, e del vicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento
fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e
talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e
artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni
vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo
data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a
battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò
tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di
quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di
paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per
corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se
gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo
in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato
movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel
dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare
taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne
d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto
allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere
vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi
condizioni facilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi.
Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio,
esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in
salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e
Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere
pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al
momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a
cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte
Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.

Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne
facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio;
pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere
alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda
di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti,
fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore.
Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue
altrui conta come acqua, la roba nulla.

La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu
che ormai non rimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero
commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo
quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò
quattro mesi.

Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del
Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno,
il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di
Giannettino.

Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni
suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare
la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le
morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi
principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo,
altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si
osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in
ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la
riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere
quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le
menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella
del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con la quale implorava la
vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella
affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di
brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga
nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal
Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le
supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il
quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi
piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie
vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano
ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice
memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?)
che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre
visse del continuo mantenere.»

Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del
Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più
codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso
mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento
commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e
vassalli imperiali, nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio
della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla
bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi
Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse
pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse
a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece
testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che
nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa
troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta
guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte
Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non
tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui
profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si
mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è
mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o
forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non
furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non
meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba,
che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di rado si
evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per
la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la
vita.

Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese
giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che
la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è,
che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di
già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal
Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o
sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela
sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume
alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle
difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi
si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da
Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore,
e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il
Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni
modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però
eglino hanno ributtato per cinque distinte ragioni, che insomma poi
riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro
avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori,
non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per
sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte
Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio
Cangialanza plebeamente appese.

Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile
il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non
incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo
le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una
ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile
instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli
storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio
fossero con riguardo scrupoloso giudicati.

Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in
Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e
povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza;
forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure,
amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipione si ha ricordo, e
sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina
dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di
ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello
Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si
ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè
sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu
cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed
ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini
di Francia[13].

Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a
militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi
uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il
marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore
di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con
trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente
non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi,
per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione
proprio in faccia; in fatti presto li ridussero al verde, in grazia
delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati
i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una
galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri
altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a
discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che
portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli
consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno;
tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece
riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre
fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del
Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un
uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza
della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia
tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi
tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra
gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire
raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su
lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro doveva
aspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva
spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E
nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea
Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono
salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio,
più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita
l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito,
volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto,
che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una
immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca,
finchè gli bastasse il fiato.

Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di
Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella
durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del
marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino
Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi
Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente
la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva
immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) ci mostra la Leonora sul
lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è
niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si
conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed
ha per titolo: _Alberi genealogici_ di diverse famiglie genovesi,
occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino
Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane,
dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in
grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore
dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito:
apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non
patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo
com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San
Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci
buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che
non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.

Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita
di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco
potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che,
come scellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne
ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse
fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni
da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici
potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che
lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore
dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse
tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma
questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini
nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune
pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città
sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco
compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè
pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui
allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la
colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea
vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti
amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore,
alla fortuna, e alle armi di lui?

Inani cose tutte per piaggeria o per errore, ma più per piaggeria,
perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo
ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal
Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il
solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due
forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato
Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i
primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio
genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da
principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun
governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi
tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia
fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei
Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si
trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia,
avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici
e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello
infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei
Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero
caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia prova lo
Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in
Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido
che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco,
spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con
ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo
solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe
senza fallo osservato.

A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano
per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la
parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo
già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno
si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal
rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della
consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote
del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un
rasoio.



CAPITOLO IX.

   Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la
   Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne
   rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il
   Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse
   acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un
   Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il
   Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono
   tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di
   mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. —
   Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del
   Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato
   Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone
   giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del
   Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito
   mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici
   ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre
   da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta
   Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come;
   i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia
   dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. —
   La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la
   vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca
   chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea
   pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta;
   prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con
   Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro
   questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che
   arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore
   scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari
   sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per
   concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina;
   milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio
   della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia.
   — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il
   Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial
   caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. —
   Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi
   segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa;
   poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria
   di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di
   oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo
   al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa
   propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro
   le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena
   consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa
   civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii;
   suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. —
   Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di
   lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la
   cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo
   Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si
   mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri
   la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove
   pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero
   di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura.
   — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati
   intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al
   duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo
   avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo
   si vantava felice più di _Tiberio_, _Plac_, _Cabal e Prope_. Il
   gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con
   esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il
   Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di
   finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù
   anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno
   a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie,
   il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si
   protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli
   devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si
   sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura
   cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali
   cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole
   rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e
   come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. —
   Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio
   Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e
   messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro
   segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il
   Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli
   scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali;
   quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla
   Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di
   legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si
   accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi;
   s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa,
   che questi gli aveva scritto in occasione della morte di
   Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di
   Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di
   discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi
   usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia
   sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo
   restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. —
   Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova
   ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e
   fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. —
   Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una
   fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai
   nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci
   acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla
   più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte
   provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di
   Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei
   costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I
   cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli
   finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile
   che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se,
   partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a
   Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il
   figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo
   tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di
   Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare
   Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni;
   — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a
   Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di
   scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli
   Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna.
   — Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la
   fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i
   giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. —
   Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva
   diventa pessima.


Che i carnefici di Cristo si spartissero lacerata la tunica di lui gli è
fatto vero, e tuttavia potrebbe essere simbolo di questo, che gli
oppressori dei popoli si prevalsero sempre della religione per onestare
truci proponimenti: così Ferdinando il Cattolico, a torre via fin le
radici delle sette moresca ed ebrea, le quali facessero rifiorire con la
libertà della coscienza la libertà civile, instituì nella Spagna la
Inquisizione; e non mica al modo praticato fin lì dalla Chiesa, sibbene
perfidamente insidiosa, e ladramente omicida; però che dove, con la
sentenza del giudice, quantunque corrottissimo, disperava arrivare
cotesto Re si ripromise giungere con la mano del frate armata di corda e
di fiamma; nella quale cosa avendo egli, o piuttosto parendogli avere
trovato il conto, si avvisò piantarla anco in mezzo di Napoli. Senonchè,
a contrastare le intenzioni regie, sorsero i baroni atterriti, i quali
dimostrarono quivi non essere Arabi nè Ebrei; il popolo tutto di una
legge e di un sangue; cotesto arnese in mano ai frati capacissimo a
sconvolgere lo Stato, schiantando le sostanze, e le vite delle
principali famiglie; molto più poi, che presso i Napoletani si teneva in
poca riverenza la religione del giuramento, e il falso testimonio comune
così, da non parere, come pur troppo era, peccato enorme contro a Dio.

Il Cattolico per queste, che, comunque strane, pure si provarono
verissime, e per altre più cause, giudicò prudente rimanersi da fare
novità circa alle faccende della Inquisizione. Più tardi, governando
Napoli in qualità di Vicerè Pietro di Toledo marchese di Villafranca,
costui, un po' per abbassare i baroni, dai quali si sapeva aborrito, e
un po' per compiacere al genio di Carlo V, che intendendo alla
dominazione assoluta perseguitava in un paese la democrazia, e in un
altro l'aristocrazia, s'industriò intromettervela per via di straforo. A
tale scopo il cardinale di Burgos, fratello come dicono del Toledo, e
certo della famiglia di lui, fece pratiche in corte di Roma per ottenere
la facultà, ma non ne venne a capo, imperciocchè Paolo III astutissimo,
considerato bene il negozio, non estimò spediente consentire
l'abbassamento della baronia napoletana, la quale co' suoi umori,
impediva che il dominio spagnuolo oltrapotesse nel regno, e nella
Italia; ma più tardi, atterrito della dottrina dei Luterani, che per le
terre italiane si allargava ad occhio, e serpentato dal cardinale
Giovampietro Caraffa, alla perfine si lasciò andare.

Qui l'argomento non comporta, che da noi si narrino le fortune di
cotesto successo; basti tanto, che, malgrado l'accordo del Papa col
Vicerè, fu mestieri tentare di mettere la Inquisizione dentro Napoli per
bene due volte, e artatamente; pure non riescì; alla terza poi buttarono
giù buffa; ma come il primo conato e il secondo cascarono dinanzi al
mormorio dei cittadini, e alle parole franche del medico Pessa, e
Antonio Grisone, così il terzo rimase vinto dal furore del popolo, e
dallo ardimento di Annibale Bozzuto, che, bandito più tardi per cotesta
colpa, riparò a Roma dove Giulio III in premio della dottrina, e della
bontà sua lo creò arcivescovo di Avignone, e Pio IV lo promosse
cardinale.

Il Vicerè, venutigli meno i tiri furbeschi, ricorse alle armi, non
risparmiando le stragi promiscue, nè il fulminare dai castelli la città
in fascio; nè i fuochi lavorati, nè il briccolare di pentole
incendiarie, nè gli altri argomenti che la tirannide, vinta sul campo
della giustizia, adopera su quello della prepotenza, e n'ebbe la peggio.
Se in cotesto giorno si fosse lasciato libero il corso all'ira del
popolo, forse era finita per la signoria spagnuola nel regno di Napoli,
senonchè, a guastare ogni cosa, si rizzarono su, come suole, gli uomini
dei mezzani partiti, i quali, quantunque predicassero la resistenza
giusta, e savio ammannire le armi, tuttavia scongiurando il popolo a
perseverare nella divozione di Cesare, lo consigliavano a eleggere
deputati, che a lui recassero con le querele la istanza di definire la
causa tra il popolo e il Vicerè. Il popolo, invece di pigliare a sassi
cotesti sciagurati, lasciatosi, come suole, abbindolare da loro, elesse
deputati allo imperatore Ferdinando Sanseverino principe di Salerno, suo
consorte per via della madre, Maria di Arragona, che fu nipote di
Ferdinando il Cattolico, e Placido Sangro cavaliere di molto seguito.

Il principe di Salerno, prima di accettare quel carico, sembrandogli
come pur troppo fu cagione di guai, volle consultare il parere dei
cortigiani, tra i quali precipui Vincenzo Martelli maggiordomo, e
Bernardo Tasso segretario; fu il consiglio del primo più cauto, meglio
generoso quello del secondo, e per ventura ci rimangono entrambi
stampati nelle opere loro, anzi Torquato Tasso gli pigliò ad argomento
del suo dialogo del _Gonzaga_, ovvero del _Piacere onesto_. Il Giannone
appuntò nella sua storia civile il Principe di leggerezza per essersi
messo a cotesto cimento, ma se lo studio del proprio comodo avesse a
somministrare la misura della bontà delle azioni umane, mal giudizio si
dovrebbe portare sul senno dello storico napoletano; imperciocchè, se
egli si fosse provvidamente astenuto dall'offendere la Curia romana, non
avrebbe provato la miseria, lo esilio, e per ultimo la dodicenne
prigionia in cui lo tenne, con ingiustizia pari alla slealtà, un Carlo
Emanuele re di Sardegna per avvantaggiare i suoi interessi con Roma.

Il vicerè Toledo, poichè sentendosi debole gli toccava rodere il freno,
disse si contenterebbe ad aspettare la risoluzione di Cesare, e intanto
spediva messi su messi agl'imperiali cagnotti in Italia, chiedendo armi
e soldati per isgararla col popolo. Principale tra questi Andrea Doria,
che allestite subito le galee, e inviatele alla Spezia, v'imbarcò mille
Spagnuoli forniti dal Gonzaga vicerè di Milano, ed altrettanti Italiani
da Cosimo duca di Firenze, i quali giunsero a tempo in Napoli per
servire ministri ai furori del Toledo[14]. La storia rammenta, che per
la parte di Andrea Doria andaronci altresì Marco Centurione luogotenente
delle sue galee, ed Antonio Doria capitano dei presidii. Ora il vicerè,
tra per questi ed altri aiuti che gli vennero da Sicilia e da Roma,
salito in superbia fece mettere le mani addosso a cinque giovani nobili,
per un po' di rumore che menarono in piazza contro gli sbirri, tre dei
quali ordinò che ad ogni patto si condannassero a morte, nonostante che
un Lappedo presidente del Consiglio negasse sottoscrivere la sentenza,
più che il terrore del delitto potendo in lui la lusinga, che la
moltitudine sbigottita dalla strage quetasse, siccome gliene porgeva
speranza Scipione di Somma consigliere di guerra con lo esempio fresco
del Focillo, e dei susurroni suoi compagni, strozzati i quali, il
tumulto per le gabelle cessò. E' sembra, che anco al boia l'infame
beccheria repugnasse, dacchè troviamo che il Toledo, impaziente
d'indugio, facesse scannare quei miseri da un suo moro affricano dinanzi
al largo del castello sopra un tappeto di panno nero; nè pago di tanto,
salì a cavallo, e scorrazzando su e giù la città, bravava il popolo. —
Certo e' non l'avria contata, ma anco lì i soliti rispettivi a fare
delle braccia croce, affinchè il popolo non desse nei mazzi, e a
scongiurarlo che un negozio tanto bene avviato non arruffasse da capo,
nella giustizia dello imperatore ponesse fiducia intera; e Pasquale
Caracciolo aggiungeva: — a fine dei conti i tre scannati gentiluomini
erano di noi altri, però il popolo non si ha da pigliare tanta smania
dei fatti nostri; lasci ritirare le gambe a cui scottano i piedi. — Per
le quali parole il popolo immelensito perse la balía di menare le mani e
si strinse solo a negare il saluto al vicerè; però Scipione di Somma
avendo ardito voltarsi alla moltitudine per dirle: — ti sieno troncati i
piedi e le mani — questa divampando gli si strinse addosso con gli urli:
— a te troncati il collo, i piedi, e le mani, e a quanti traditori della
Patria ci sono: — tuttavolta i respettivi, sbracciandovisi attorno, non
senza sudarci acqua e sangue, giunsero a rimettere incolume il vicerè in
castello: dopo ciò, sembrando loro avere salvata la Patria, attesero
tranquilli gli effetti della sperimentata giustizia imperiale.

La giustizia venne e fu questa: deponessero le armi; in tutto e per
tutto obbedissero al vicerè. Bandita in piazza, proruppe un tumulto
quale in cotesti paesi costuma; pareva il finimondo, e il Summonte con
molta piacevolezza ci narra che arrivò fino ad operare miracoli, dacchè
un Giovambattista Caraffa cavaliere gerosolomitano, il quale, per non
potersi più reggere in piedi a cagione della podagra, si era fatto
portare dai suoi famigli a braccia per udire la relazione del cavaliere
Sangro, tutto sottosopra dalla paura, guarito di un tratto salì
scappando in cima al campanile di San Lorenzo; non dimanco, dopo la
prima sfuriata, si accomodò anche questa, affermando il Sangro con
giuramento come la risposta acerba fosse accompagnata con istruzioni
tali, da rimandare tutti contenti come una pasqua a casa; e il popolo
insensato nella sua fede credè, e cesse le armi.

Il dì di San Lorenzo, di cui il martirio è per lo appunto simbolo della
vita del popolo, arrostito sempre, e non consumato mai, fu pubblicato
intero il regio indulto, il quale diceva: — la Inquisizione si mettesse
da parte, alla città le artiglierie si restituissero, e con le
artiglierie il titolo di fedelissima: dall'altro lato, in pena di avere
avuto ragione, pagasse di multa centomila ducati, ventiquattro capi del
tumulto dal perdono si eccettuassero; a cui il Vicerè, in grazia della
sua particolare munificenza, ne aggiunse altri trentasei, che in un
giorno furono condannati a morte con l'arrato della confisca dei beni:
ebbero ventura, che avvertiti in tempo, poterono mettersi in salvo. Al
principe di Salerno trattenuto in corte toccò sopportare di ogni maniera
strazi; alla fine dimesso tornò in patria a pigliarsene il resto; dove
invelenito con umiliazioni quotidiane, nelle sostanze afflitto, nella
vita insidiato conobbe quanto sia men sicuro ribellarsi a mezzo che
intero; imperciocchè ribellandoti intero tu il faccia quando te ne torna
il destro, e allora puoi vincere, o venire a patto; mentre ribellandoti
a mezzo ti converrà ribellarti intero quando meno ti cada in acconcio, e
ti troverai oppresso prima che tu ci possa mettere riparo. Da tutto
questo pel nostro argomento basti cavarne tanto, che Andrea Doria, col
farsi condottiero agli stipendii dell'Austria, non solo non rifuggì, ma
sollecito accorse a spegnere nel sangue ogni spirito di libertà in
Italia, e dopo i corpi, a incatenare gli spiriti, aiutando a piantarci
come un chiodo nel cuore la Inquisizione: però male, a nostro avviso, si
consiglia chiunque sostiene, che per esso la Italia serbò della libertà
quel tanto, che la condizione pessima dei tempi concedeva, dacchè rimane
chiarito che non istette per lui, se la patria non isprofondava
nell'inferno della servitù.

Esponendo la congiura del Fiesco notammo in qual modo Andrea della
venuta di Agostino Landi a Genova si approfittasse per mettere un po' di
addentellato alla vendetta, la quale sempre agognò, e in breve ottenne;
tuttavia non sembra vero, ch'ei fosse parte precipua nella strage di
Pierluigi Farnese, come l'Ulloa nelle vite di don Ferrante Gonzaga e di
Carlo V si industriò dare ad intendere; mi adopererò a investigare la
cosa affinchè tocchi ad ognuno la infamia che gli spetta: piace ai
potenti tuffare il braccio nel sangue e fino al gomito quando ci trovano
interesse, e poi si arrovellano a rovesciarne la colpa sul capo altrui;
così non ha da essere; chi bebbe il dolce (se dolce fu) gusti l'amaro.

Si trova come Andrea, accontatosi con don Giovanni di Lucca, ed in ciò
spinti dalle indefesse sollecitazioni del Gonzaga, pigliassero ad
infiammare l'animo di Cesare, affinchè non lasciasse impunito il Farnese
per le tante ingiurie arrecategli; e da questo ottennero lo assenso di
congiurargli contro, avendolo rinvenuto maravigliosamente disposto
adesso, che alle vecchie gozzaie aggiungevasi il favore manifesto fatto
a Piero Strozzi nel fuggirsi di Lombardia, e la congiura del Fiesco
istigata dal duca: del Doria poco all'imperatore importava, massime
adesso che era diventato vecchio, moltissimo di quel tramestio continuo
che i Farnesi facevano con la Francia per intorbidare le acque e
pescarvi dentro qualche altro brano di Italia, e ciò tanto più ora, che
le recenti vittorie di Germania, dandogli il capo giro, lo persuadevano
di tenersi ormai sicuro di agguantare il dominio universale della terra,
e però non è da dirsi quanto s'infellonisse contro chiunque egli
giudicava si mettesse tra mezzo la sua mano e il mondo.

Allora Andrea, o perchè il Girolamo Pallavicino conte di Cortemaggiore
avesse vincoli di parentela a Genova, o sia perchè riputasse avere pegno
sicuro in mano della fede di lui, prese a condurre pratiche per
ammazzare il Farnese con esso più da vicino che col Landi, e certo che
se gli altri nobili di Piacenza sentivano molestamente le offese nelle
sostanze e nelle giurisdizioni feudali, egli poi, oltre queste, ne
pativa un'altra più grave di tutte quante uomo possa arrecare ad altro
uomo. Sforza Pallavicino, essendo ad un punto nipote del Duca Pierluigi
per parte di Costanza sua sorella ed erede necessario di Girolamo, si
cacciò nella testa che egli avesse a morire senza successione, almanco
legittima, affinchè le sostanze di quello gli entrassero in casa, e lo
zio Duca s'impegnò di servirlo; ma a Girolamo, come succede, venne
prurito di moglie, giusto in quel punto che se la sentì vietata, e di
colta la prese; poi, pauroso della mala parata, sbiettò, e il Duca, cui
parve rimanere giuntato, occupa violentemente Cortemaggiore, nè qui si
ferma, che messe le mani addosso a Lodovica e a Cammilla, madre e moglie
di Girolamo, le getta in prigione; e comecchè dal nequissimo caso
turbati il cardinale Triulzio, i Veneziani, lo Imperatore e il Papa
s'interponessero per indurre il Duca a sensi più miti, ei non si volle
piegare, anzi incocciandosi si andava schermendo con ogni ragione
amminicoli, che ora imputava al Conte non so quanti omicidi, ed ora
pretendeva, che gli si umiliasse; non mancò perfino screditarlo presso
Carlo V come settatore delle parti di Francia. Ma cosa anco più strana
fu, che in onta di tutto questo, Cammilla si chiarì gravida; come ciò
accadesse, può essere e può non essere mistero secondochè il figliuolo
spettasse a Girolamo davvero, o assentisse a lasciar correre, che si
credesse suo: da prima perfidiano nel negare il fatto, ma il ventre
pregnante stava lì disperata testimonianza del vero: supplicato il Duca
perchè liberasse la donna, per tema che a cagione delle angustie
dell'animo sconciasse, invelenito rifiutò.

Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca,
prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a
cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta,
ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga
arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia,
ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul
declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una
porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo
l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo
Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne
faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la
fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè
negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava
adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi
alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le
carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse
a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni
nella impresa, ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore
davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo
Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso
Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva
non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui
non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo
si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu
tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio
chiarito da quello che verrò esponendo.

Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza.
Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa
femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei
Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di
Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon
pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa
alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti
oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza,
e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre
donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimò Pierluigi e
Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa
Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e
Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le
famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di
Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici
anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio,
Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure
senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si
trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con
Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse
Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne
statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove
stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa
tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla
vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una
lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu
casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne
conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e
ribrezzo. Il Varchi, in fine delle storie, narra lo immane caso di
Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico
Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori;
ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al
divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se
col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine
alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da
Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e
allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor
della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo
trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino
complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano;
nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto,
conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni
maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma
contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il
Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal
misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche
s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi
notava altresì simile assoluzione essere accaduta in segreto, ed avere
composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo
Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente
soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio
di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se
nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la
bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate
due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona,
e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte
da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del
Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco
chiusa con la clausula: _e per ogni altro eccesso_. Ora chi può dire,
che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo
vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda
della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri
ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui,
ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste.
Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione
propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un
punto faceva ufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono,
a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce
settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori o
_soverchio di coito dopo il bagordo_; nel trentotto lo ammonisce a non
incappare nella _peste_, e gl'indovina che procederà _carnalaccio_
secondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei
mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino
di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì
del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da
Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di
Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e
il giudizio, che di cotesto fatto porgeva lo scrittore[16], messa in
brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. —
Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgare in ogni età, e all'ultimo,
in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire,
in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e
poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti
preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi
trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè
Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura
domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed
era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la
lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con
l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno
dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale
fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della
propria famiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava
meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il
gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il
marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria
di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un
giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi
ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei
nobili il nome di Pierluigi bastardo.

Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino,
retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di
Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani,
paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco,
fu derelitto.

Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in
pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente
coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa,
tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte
dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè
visse; lui morto si tolsero alla Chiesa, le ripigliò Leone X per cederle
da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le
ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi
sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore
Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio
Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo
V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le
medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si
afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata
dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto
Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore,
questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo,
tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza
quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.

Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi
andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei
Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come
ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai
Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a
calcolo le spese di mantenimento delle fortezze vecchie, della fabbrica
delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne
faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con
la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi
togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare,
sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva
da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa
fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la
espiazione di qualche grosso peccato.

Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di
cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi
attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse
operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il
popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a
capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso
consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la
storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e
non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè
manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.

Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere
secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro
alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le
città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse
via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal
vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri
tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto
gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo
dei feudi di Bardi e di Campiano.

Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a
dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per
compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì
all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il
governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva
rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547
Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio
nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole
sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suo governo, a
fargli sapere, se capitando il destro di _rubargli_ alcuna delle due
terre volesse _restare servita_. Carlo, che di casa di Austria era,
risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il
Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio a _rubare_
Piacenza[18]: _Sa_ Vostra Maestà, che nel _robbare_ (almanco chiamava le
cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria
gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo,
la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza
scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe
col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la
batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non
sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino
dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per
diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare
della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso
sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di
colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore
insultasse certo fidato di lui; _questi fingesse_ mettersi in salvo a
Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga,
_fingendosi_ offeso per siffatti cartelli, _fingerebbe_ mandare sicarii
a sbertire il suo fidato, il quale _fingendo_ scoprire la trama,
riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si
metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di
guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al
trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse
dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta:
in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare
l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento:
e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza
bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse
legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi
cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire
il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con
diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al
negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli
manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque
modo sovvenire il Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui
non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la
impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco
di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su
quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla
volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a
seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno
allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra
il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la
Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli
starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è
chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita
risposta perchè bisogneria _fare lo effetto_ la prima domenica dopo
Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del
padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli
rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il
modo.

Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo
nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattare Siena con
Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse
importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si
chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al
mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi
eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse
servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che
mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e
conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca
carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a
questo per volontà di fargli servitio. —

Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne
scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due,
difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in
quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non
rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza,
e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio
1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero
giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la
Sua Santità felicita col segno della sua santissima benedizione. —
Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse
già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione,
quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle
benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi
facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi
l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal
quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla
conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le
difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga
non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato
serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i
gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro
il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: per
_honestare_ il negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a
posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità
di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al
re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si
tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo
bisogna, ch'ei si pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e
qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la
cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza,
e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si
dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il
parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del
Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere
mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si
possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per
tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo
Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del
12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un
mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non
si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —

Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di
questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le
volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si
chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato
mortale: sacramenti poi non erano le parole, nè le intenzioni dello
Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere
le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si
soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia
senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si
cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare
punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la
prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i
compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:

1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè,
avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza
padrone; _aliter_ darannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i
feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua
Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca
pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di
rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi
il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello
Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia di _omicidii_, sia
di _guadagni_, non si abbia a cercare, nè inquisire, reputandosi il
tutto fatto e acquistato in buona guerra.

Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo
Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco
di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di
accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli
avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei
congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del
Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui
Gonzaga assentita per forza.

Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a
fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si
riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da
mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo
questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni,
onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva
concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si
sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui
nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per
parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe
consiglio.

In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte
del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo
la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di
profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia
il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi,
il che è _contro la mente di Vostra Maestà_, ma questo non è tutto
ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, mi _parria che poco caso
si havesse a fare di lui_, quanto che, essendo venuto ora il Duca
Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi
non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in
un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile
potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su
le difese. —

Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al
contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per
qualsivoglia _omicidio_ e _guadagno_ commesso o fatto in quel dì, non si
rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto
capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco
adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua
pedanteria anco la frode.

E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse;
conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare
per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e
tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che
Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano
corressero mille _pazzie_; quivi i servitori del Duca vivere odiati e
sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che
soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo
avverso, e se potessero fare _rubberia_, per suo avviso lo farebbono.
Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava
residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato
l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e
dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato
costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia,
nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato
fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli
stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui
accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si
erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambedue cagnotti
di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci
pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da
Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso
uno assai _capriccioso_ pianeta causatore di ribellioni per lo che si
conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed
aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a
Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della
sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel
Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da
Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni
Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si
ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giorno _uziaco_[19]; ma
questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per
isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano
il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli
giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e felice
da disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e
parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti
sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi
occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della
quale non è permesso dubitare[20].

Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava
beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si
presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo
che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi
stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore:
l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio:
quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il
Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte
Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al
sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non
aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo,
avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende,
Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto
nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra
nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a
lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero
testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il
Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca,
per essersi sbandata come gente che vive senza sospetto, e colta alla
sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli
altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare
strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le
armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi
nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo
al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano.
Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e
sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando,
infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto;
e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo
gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano
penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie
più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non
ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello
nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che
tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle
case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè
Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere
la città senza la cittadella, statuì recarsi ad afforzare Parma co'
fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza
Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le
artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi
e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si
trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa,
che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con
Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così
Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli
fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la
volontà del popolo[22].

Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città, mentre più infuriava
il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al
Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a
perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare
le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si
sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri
accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che
vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono
le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro?
Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di
noi ipocriti, e codardi[23].

Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore
presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranne che
per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi
ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e
rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti
del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne
nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don
Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il
Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito
dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per
loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in
vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo
andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola: _se pure è
possibile_; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo
ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero
impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come
l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che, _dovendosi trucidare il
Farnese_, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare
subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei
cortigiani storiografi ce ne hanno chiarito le scritture allegate.
L'Ulloa[25] ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo
fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero,
ordinò _pietosamente_ lo depositassero dentro una chiesa, _affinchè il
popolo non lo vituperasse_. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare
le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì
Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co'
suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria
degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte
chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo
seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere
dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la
cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in
altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia
dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi
vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta
opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici
mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed anco cautela
non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si
levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e
nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si
attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e
si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli
risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado;
senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre,
e giunse a morire nel suo letto.

Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati
protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli
sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli
cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente
schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva
mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce
fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando
alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da
prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto, che come
preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla
figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con
questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta
fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo,
Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del
cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di
arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e
menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese
Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II,
per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte
provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.

Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia
che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio
Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva
lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con
lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono,
dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se
avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di
mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o
no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero;
tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più
riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè
il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove
rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la
rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò
afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura
essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il
Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la
strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il
conte Giulio Landi, mentre il suo amico Spina, oltre a salvargli le sue
robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a
Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli,
fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le
genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade
rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese,
e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma:
nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la
sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei
borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.

Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco
adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre
si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi
con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò
era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale
Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio
cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse
da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si
toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godute nè la Chiesa nè il
Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose,
essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore
del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli
fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non
dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e
Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza,
ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal
costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come
il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi
partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in
sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di
Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come
un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a
suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel
concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa
annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30],
e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca di
Parma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai
vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa,
di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto
mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»

Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che
eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di
rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si
rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a
cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e
siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di
sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di
stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni:
questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di
affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli
uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè
ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati
civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti
porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi
dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.

La tradizione conservò, ed anco qualche storico lasciava scritto, come
allo annunzio della strage di Pierluigi tanta gioia assalisse Andrea da
non capire in sè medesimo, epperò, cercato il breve col quale il Papa,
usando lo stile bugiardamente pomposo che si costuma nella Curia romana,
erasi con esso lui doluto per la strage di Giannettino, e trovatolo,
dopo averlo fatto con molto studio ricopiare, glielo rinviò tale e
quale, mutati i nomi e quanto era da mutarsi; solo per maggiore strazio
toccò degli uffici della parentela spirituale, dacchè quando ad Ottavio
figliuolo di Pierluigi nacquero da Margherita austriaca due gemelli, gli
levassero al sacro fonte tre compari, il duca di Firenze, il marchese
del Vasto, e il Giannettino Doria. Se per me si dettassero adesso libri
a modo di dramma, io piglierei questo fatto senza troppo approfondare la
cosa, ma componendo storie io devo dire, che mi sembra poco verosimile,
avuto riguardo alla consueta natura di Andrea, la quale fu chiusa, e per
la età, e pel bisogno simulatrice e dissimulatrice; massime poi che in
questi giorni medesimi viveva in travaglio grande per la sua vita,
dimodochè io penso, che, invece di provocare, avrebbe messo pegno se lo
lasciavano in pace. Infatti ci rimane di Andrea Doria a Ferdinando
Gonzaga una lettera scritta nel medesimo dì in cui cadeva trucidato
Pierluigi, con la quale gli racconta per disteso le vie che si tentavano
dal re di Francia di levarlo dal mondo: a questo uopo, egli afferma,
essere stati eletti quattro sicarii al borgo di Valditaro, ed otto alla
Mirandola da un Galeotto da Pico, cui avevano dato il carico di
assaltarlo mentre andava al palazzo; però egli stava a buona guardia, e
metteva fiducia di salvarsi prima in Dio, e poi nell'ordine di usare
sottile diligenza, affinchè veruna persona sconosciuta o forestiera
entrasse in città; affermava eziandio avere saputo, e forse glielo
avranno dato ad intendere, essersi formata un'altra trama, la quale
consisteva nel mandare, sopra la galea del Fiesco, un ducento
archibusieri, sotto la condotta di Cornelio Bentivoglio, a Genova nel
mezzo della notte, e assalire la sua casa, e combatterla, finchè i
banditi genovesi ingrossati ai confini non fossero giunti con
celerissimi passi ad occupare la città per consegnarla ai Francesi.
Tuttavia vuolsi notare, che a mo' delle molle di acciaio, le quali
quando sono da maggiore forza compresse, dove di un tratto sprigioninsi,
vibrano con maravigliosa veemenza, così accade della natura umana, e se
gli animi ritenuti irrompono, lo fanno con impeto metuendo e terribile:
di questo possiamo vederne un esempio nel medesimo Andrea Doria, quando
ormai co' piedi nella fossa, ordinò che sotto i suoi occhi si mazzerasse
Ottobuono Fiesco. Checchè di ciò sia, la lettera spedita da Andrea a
Paolo III intorno alla strage del figliuolo io non vidi, nè credo che
altri abbia visto mai.

Laudatori della iniqua opera non difettarono; tra scelleraggine e virtù
una sola la distinzione per loro, se prospera o infelice. Il barone
Sisnech ne scriveva al Gonzaga congratulazioni, come se gli fosse nato
un figliuolo, e giova riportare in parte cotesta lettera nel preciso
linguaggio, pur desiderando, che le barbare cose non incontrino mai
linguaggio meno barbaro di quello, però che per essa molte menzogne dei
sicarii di penna di cotesto tempo vengano fatte palesi: «a qui havemo
inteso la morte del signor Pietro Aluisio, ed io non ho visto niguno che
havesse piansuto, se non generalmente hanno dato la sententia, ch'el è
stato pagato secondo gli suoi meriti, ed che vostra Excellentia s'ha
gubernato nel ditto caso da valoroso et prudente come quel savio
principe, ch'è.»

Di lui a mille doppi più indegno il Bonfadio, che, educato nelle umane
lettere, doveva da ogni bruttezza morale aborrire: costui pertanto, che
nei suoi Annali poche pagine prima giudicò la congiura del Fiesco
parricidio, adesso scrivendo del macello del duca Farnese, per andare a'
versi dei padroni, racconta come il conte Giovanni Anguissola con tre o
quattro dei suoi, che secondo il solito lo accompagnavano, entrato in
castello, e udito appena il segno convenuto tra loro, con _incredibile
grandezza di animo_ fece l'ufficio suo; e fu, siccome abbiamo veduto,
ammazzare alla sprovvista un uomo stroppio, e due preti incolpevoli,
forse all'Anguissola ignoti, e certo non contrastanti: paura fu questa
di assassino, e lusso di ferocia!

Scrivendo talora libri, nei quali, ai fatti veramente accaduti, andai di
tratto in tratto innestando uomini e casi immaginati, udii spesso
appormi l'accusa di viziato vagheggiatore ed espositore di ogni maniera
efferatezze: ora che mi sono condotto a raccontare storie affatto vere,
o che le si reputano tali, non vedo quale civanzo ne sia venuto a me, nè
ad altrui; all'opposto parmi averci scapitato e di molto: imperciocchè
nella mia immaginativa allato dell'uomo iniquo io potessi mettere il
virtuoso; dove lasciava l'orma la scelleraggine farci mettere il piede
alla pena umana qualchevolta, e sempre alla divina; alternare insomma
veleni e antidoti, demoni ed angioli; ora non è più così; il morto giace
su la bara, e mi tocca di colpa trapassare in colpa, sicchè, per lo
immenso laberinto di opere fraudolenti e di sangue, l'anima sbigottisce,
e lo stesso giudizio per incertezza balena. Tanto mi scappò quasi a
forza, considerando come dopo due congiure adesso mi occorra raccontare
la terza, e forse la più lamentevole di tutte.

Ricciarda Malaspina nacque figliuola primogenita del marchese Alberico
di Massa e Carrara. Rimasta erede dello stato dopo la morte paterna
condusse a marito Lorenzo Cibo, che fu nipote per sorella di Lione X, e
pronipote di Innocenzo VIII; da questo matrimonio ebbe due figliuoli
Giulio e Alberico; essendo ella di natura piuttosto superba, che altera,
quantunque celebrassero il suo consorte perfettissimo cavaliere, pure
vivevasi a Roma separata da lui, donde per via di Vicari governava il
suo stato, che del marito, per quanto si ha ricordo, poco caso faceva o
nessuno. Questa divisione di corpi, e più di animi, doveva partorire
pessimi frutti in famiglia, e di vero li partorì; dei figli il maggiore,
mostrandosi inchinevole al padre di preferenza che alla madre, da questa
fu preso in uggia, la quale per contrasto fece sua delizia del figliuolo
minore ossequentissimo a lei. Di qui il sospetto in Giulio, che la madre
tentasse ogni via di privarlo del marchesato al quale lo chiamava erede
il testamento dell'avo Alberico: si trova altresì che la madre
Ricciarda, largheggiando di danaro col figliuolo minore, lasciasse
sovente nella inopia Giulio, dicendogli che se ne facesse dare da suo
padre, il quale per natura generoso anco troppo, invece di poterne
somministrare altrui, sovente aveva mestieri accattarne per esso. Finchè
Lorenzo visse, le cose rimasero in termini di una cotale quiete torbida,
che non è guerra, nè può chiamarsi pace; ma non sì tosto ebbe cessato di
vivere, che Giulio, giovane appena dicianovenne, sovvenuto dai vassalli,
i quali se molto aborrivano la marchesa lontana, adesso ch'era venuta a
stanziare fra loro non la potevano soffrire, s'impadronì dello stato, e
lei, e il cardinale Cibo suo zio (quel desso tanto famoso a cui Filippo
Strozzi lasciava, morendo, il suo sangue perchè se ne facesse un
migliaccio) imprigionò; ma cotesta impresa, come quella ch'era stata
condotta piuttosto con impeto che con discorso, capitò subito male, onde
Ricciarda, agevolmente liberatasi, riparò in Castello, e Giulio ebbe a
ventura di salvarsi con la fuga, riparando presso il marchese Malaspina
di Fosdinuovo. Ricciarda usò della vittoria conforme le persuadeva
l'indole di mala femmina, e per di più inviperita; nè il cognato prete è
da credersi buttasse acqua su quel fuoco; bandiva pertanto i ribelli, ne
atterrava le case, le fortezze per via di opere murarie rinforzava, di
munizione le forniva; tuttavolta, interponendosi pacieri i parenti, a
malincuore la donna perdona al figliuolo, e di corto, preposto il
cardinale al governo dello stato, vassi a Roma.

Giulio, rimasto a Massa, ebbe odore, che la marchesa, partendo,
lasciasse ordine al Castellano, che, in caso di bisogno, avesse a
chiedere aiuto al Duca di Ferrara; e morta lei, guardasse la fortezza e
lo stato pel suo figliuolo Alberico: ora essendo questi disegni fatti
palesi ad Andrea Doria e a Cosimo duca di Firenze, accadde, che nè l'uno
nè l'altro ci trovassero il proprio conto; non Andrea, perchè fosse in
trattato di maritare la Peretta sorella di Giannettino con Giulio, come
poi veramente condusse in matrimonio; non Cosimo, che emulo del duca di
Ferrara, sentiva venirsi i brividi addosso al solo pensiero di averlo a
sofferire vicino; però ambedue di accordo sbracciaronsi a tutto uomo per
aizzare il giovane Giulio, affinchè occupasse da capo lo stato materno:
questi, che aveva bisogno piuttosto di freno che di sperone, non è a
credersi se ora, che alle parole quei due astutissimi aggiungevano
fatti, ci camminasse di buone gambe. Giannettino Doria lo accomodò di
ottocento fanti e di quattro pezzi di artiglieria, Cosimo di munizioni e
di bombardieri per abbattere la Rocca; ma non ce ne fu mestieri,
imperciocchè i sicarii di Giulio ammazzassero a tradimento il Castellano
co' suoi figliuoli; allora Giulio ci mise dentro a guardarla Paolo da
Castello soldato di Cosimo, e questo merita nota, perchè da un lato
testimonia la levità del giudizio del marchese, e dall'altro la
manifesta complicità di Cosimo. Levossi per simile immanità rumore
infinito, e la Ricciarda in Roma mosse subito lite davanti ai Tribunali
a fine di diseredare il figliuolo per causa d'ingratitudine; meglio
avvisata poi, le parve più spediente ricorrere allo Imperatore, che
cotesti modi spicci non tollerava, bene intesi in altrui, pretendendo
che gli uomini vassalli allo impero non rifiatassero, io sto per dire,
senza il suo consenso, ed oggi avendolo le vittorie germaniche
imbaldanzito, così che per pigliarsi il mondo, pensava gli avesse a
bastare di stendere le braccia; ordinava pertanto: sgombrisi da ogni
soldato Massa e subito; si depositi nelle sue mani la Rocca; la
custodisca presidio spagnuolo a cui preponeva il cardinale Cibo. Giulio,
comecchè per essere stato nudrito in Corte dello Imperatore fosse uso a
tenerlo in reverenza grande, tuttavia ad obbedire cotesti comandamenti
ricalcitrava, e diceva a cui non lo voleva sapere sè essere disposto a
mettersi in isbaraglio per difendere il fatto suo, ma avendo Carlo
commesso per lo appunto ad Andrea Doria ed a Cosimo di ridurre il
giovane a partito, questi con lo zelo stemperato di servi, i quali
paurosi di avere perduto la grazia del padrone si mettono in quattro per
ricuperarla, tirano lo improvvido giovane a Pisa, e quivi gli fanno
capire, che o con le buone o con le cattive bisogna che si adatti; anzi
occorrono scrittori, il Cappelloni e il Sigonio tra gli altri, che
attestano Cosimo averlo fatto addirittura prigione: a me è mancato modo
di chiarirlo, ma devo confessare che per siffatti tiri Cosimo pareva
fatto a posta, che nella sua natura ci entrava del principe, ma del
bargello troppo più. Aggiungono che Cosimo si movesse a ciò per le
ardentissime istanze del cardinale Cibo; e può darsi, chè il Cardinale
in confronto a Cosimo non iscapitava di un pelo; ma io non lo credo:
bastava a Cosimo il bisogno di tenersi bene edificato lo Imperatore per
fare quello e peggio. Poi per iscusarsi, così Andrea come Cosimo,
mandarono voce dintorno, che Giulio, prevedendo contraria la sentenza
che stava per dare Ferdinando Gonzaga eletto giudice dallo Imperatore
nella controversia tra lui e la madre, avesse di già messo pratica col
cardinale di Lorena, e con gli Strozzi di ribellare Genova, e dopo,
imprigionato Andrea, consegnarla ai Francesi, e questo aveva rivelato
certo Paolino di Arezzo, grande famigliare di Giulio; trovati tutti nè
verosimili, nè veri. Giulio, uscito salvo dalle accoglienze dell'ospite
toscano, va a Roma, dove s'ingegna tornare in grazia alla madre, e par
che ci riesca, compiacendola con la renunzia dei suoi diritti sul
marchesato, dal quale già lo aveva dichiarato, come si presagiva,
decaduto la sentenza di Ferrante Gonzaga; la madre in compenso gli pagò
certa quantità di moneta. Giulio sembra si confermasse più che mai a
tentare cose nuove in Genova o altrove, e certo avevano troppa virtù a
dargli la pinta il giovanile bollore, il tempo pravo, gli esempi
nequissimi e il cruccio delle ingiurie patite, dacchè lo vediamo adesso
intento a raccogliere da ogni lato pecunia; a tale scopo egli si adoperò
ritirare anco la dote della moglie Peretta; ma Andrea diritto,
subodorata la cosa, si andò con varie giravolte scansando; e questo
sicuramente non valse a blandire l'animo del giovane. Quantunque le
sieno cose difficili a provare per vie di scritture, puossi
razionalmente credere, se guardiamo alla qualità degli uomini e delle
passioni loro, che non mancassero al Marchese i conforti dei cardinali
di Bellay e di Guisa, e nè manco quelli del Papa o degli attenenti del
Papa: leggo eziandio, che gli venissero stimoli anco da Scipione Fiesco,
il quale la marchesana Ricciarda aveva come parente accolto nelle sue
case di Roma; ma ciò giudico fosse fatto per apparecchiare un pretesto
d'infierire, come su gli altri Fieschi, su lui, imperciocchè troppo egli
fosse giovanetto in quel tempo: questo altro credo piuttosto, che
Giulio, nel quale non sembra la prudenza andasse a pari con l'animo
irrequieto e macchinatore, gli facesse sapere cose, che svertate poi dal
garzone, gli dessero il tracollo. Concertatosi pertanto il conte Giulio
con la fazione francese di tentare che Genova si ribellasse e Andrea si
togliesse di mezzo, sia coll'ammazzarlo o altrimenti, volendola filare
troppo sottile, si condusse a visitare Don Diego Mendozza oratore
cesareo a Roma e gli disse: «i Francesi tentarlo di entrare ai loro
servizi, e se fosse con buona grazia di lui, egli fingerebbe trovarsi
disposto a contentarli, promettendogli, che dove questo fosse accaduto,
egli s'ingegnerebbe in modo di mettere nelle mani dì Sua Maestà qualche
piazza forte presidiata dai Francesi nel Piemonte.» Il Mendozza, che era
tristo, e volpe vecchia, gli rispose: «rimettersi in tutto e per tutto
nelle sue braccia;» e l'altro: «ci pensasse bene, perchè non voleva
ch'egli poi venisse in sospetto di lui, se gli riportassero il bazzicare
che avrebbe fatto co' Francesi;» e il Mendozza da capo: «nè manco per
ombra:» onde il giovane, che aveva presunzione molta, e senno poco,
riputando essersi messo lo Spagnuolo in tasca, procedè meno rispettivo
di quello che forse avria, senza cotesta arcata, adoperato.
Assicuratosi, come credeva, da questa parte, si recò a Venezia, dove
venuto a mezza spada co' congiurati, rimase stabilito fra loro:
mandassersi ad avvisare gli aderenti dì Genova, che ci chiamassero
quanti più uomini potessero, introducendoli uno alla volta e sotto vesti
mentite; il conte Ottobuono Fiesco in Valditaro, che fu suo feudo,
radunasse i sudditi rimasti fedeli su le mosse, per non lasciare solo
nel repentaglio il conte Giulio; egli poi, tornato a Genova sotto colore
di visitare la moglie, menasse copiosa compagnia; gli dettero lettere
commendatizie pei parenti dei banditi, lo fornirono di danaro;
procurasse, che in certo determinato giorno la guardia del palazzo del
Doge si trovasse tutta, e nella massima parte composta di gente amica; e
poichè a lui, come congiunto, era facile lo ingresso in ogni tempo al
Principe, lo ammazzasse senza riguardo, e con esso lui l'oratore
imperiale con otto o dieci dei maggiorenti della città; agli aiuti di
Ottobuono Fiesco arieno tenuto prossimamente dietro i Francesi dal
Piemonte, dalla Mirandola e da Parma. L'oratore di Francia a Genova gli
dette il contrassegno per monsignore di Chental, che si doveva tenere
pronto a sovvenire la impresa con duemila fanti, e dicono, che fosse:
_il Re Artu con tutti i cavalieri della tavola tonda_; a questo modo
disposta ogni cosa, mosse da Roma per Genova, in compagnia di Alessandro
Tommasi sanese, con molta pecunia addosso, e carte bianche col nome di
Ottobuono Fiesco per gli partigiani suoi. Dicono, che la madre,
accortasi delle pratiche di Giulio, lo tradisse porgendone avviso
all'Oratore di Sua Maestà, ma io credo piuttosto lo facesse intendere al
Cardinale perchè si guardasse; e da questo n'ebbe contezza l'Oratore:
così mi gioverebbe potere affermare per carità di questa nostra umana
natura, ma forse il rimedio è peggiore del male; chè zio paterno essendo
il prete, stava in luogo del padre; se nonchè come prete, non era
obbligato a sentire le voci del sangue; nè a nulla che sappia di umano.

Ormai i passi del giovane Conte sono contati: giunto a Pontremoli,
intanto che muta cavalli alla posta, ecco circondarlo una mano di
soldati spagnuoli condotti dal capitano Pietro Dureto, ed intimargli
l'arresto: opponendosi egli, mentre tenta levare i terrazzani a rumore,
come quelli che serbavano grata memoria di casa Fiesca, si mette mano
alle armi, dove dopo avere rilevato due ferite casca in terra; preso e
legato lo imprigionano nel castello di Milano: colà ricercato
sottilmente da Niccolò Sacco capitano di giustizia, confessa parte a
parte quanto di colpa compì, e quanto disegnava eseguire: lo condannano
a morte: per alcun tempo non se ne parla più, e parve lo dimenticassero,
un bel giorno, e fu di sabato, trovaronlo su la piazza del castello
tagliato in due tocchi, tramezzo a due torchi accesi. A Genova
sostennero parecchi in prigione, e dacchè, dopo minuta indagine, non si
rinvenne in loro peccato, si contentarono bandirli, uno solo più gramo
degli altri decapitarono; si chiamava Ottaviano Zini, e si tenne per
comune opinione, che tale adoperassero per non parere che avessero
straziato tanti cittadini senza fondamento di verità; cosa praticata
prima di allora, e dopo; costumando la tirannide, dove trova offesa,
farla pagare a quanti scopre colpevoli; dove la sospetta soltanto, ed
anco ad uno per tutti: sono la paura, e il sospetto reati di cui glieli
desta nel cuore.

Così ho narrato, perchè in altro modo non mi occorse, per ricerche
instituite, trovare scritto. Che in parte più o meno grave la colpa
fosse vera, apparisce probabile, considerata la natura umana, la
impazienza giovanile, e le varie acerbissime offese con le quali lo
avevano invelenito: però tutto a quel modo non deve essere passato, e di
questo ogni uomo si persuaderà di leggieri dove pensi, che Jacopo
Bonfadio, il quale per trovarsi in Genova, e allato a' Doria, doveva
pure sapere di quel caso ben dentro, afferma che Giulio non ebbe mai
intenzione di ammazzare Andrea, e che quanto confessò fu per forza di
tormenti, che gli stessi storici venduti dicono crudelissimi: e se vuoi
saggio d'ipocrisie vecchie, per farne confronto con le ipocrisie nuove,
leggi quanto scrive Alfonso Ulloa, nella vita di Don Ferrante Gonzaga,
intorno ad Alberigo fratello di Giulio ed al Gonzaga, di cui al primo
cotesta morte approdò, e il secondo ordinò. «Cotesta morte dolse
_internamente_ al signore Alberigo, ed a tutti gli amici suoi, e
principalmente a Don Ferrante, che conosceva, che quello incauto e mal
consigliato cavaliere (che da fanciullo era stato messo ai servigi
dell'Imperatore) era stato ingannato, e trattato diversamente di quello
che il suo valoroso animo, ed altri pensieri ricercavano.» Misero! e non
gli valse tutto questo almeno per non essere esposto, fatto a tocchi,
sopra una pubblica piazza!

Amico Platone, più amica la verità, disse l'antico, e Carlo, e con esso
lui quanti reggono despoti ripetono: amici quanti travagliansi, e si
fanno ammazzare per noi, più amica la nostra potenza; così egli nel
concetto della monarchia universale mirando a sottomettersi intieramente
Genova, riputata, come veramente ella è, porto d'Italia, intendeva
rifabbricarci quella stessa fortezza che già murarono i Francesi e
dissero _Briglia_, quasi per tenere in freno la città, e secondo il suo
vecchio costume presidiarla con soldati spagnuoli. A questo fine
l'Oratore imperiale si industriava scalzare l'animo di Andrea Doria,
dimostrandogli da un lato le insidie dei Francesi inviperiti, potenti, e
prossimi in guisa da temere di vederseli ruinare addosso con improvvisa
scorreria, e dall'altra i nemici della Patria domi sì non estirpati, e
scemi non già di maltalento, bensì di forze, le quali col tempo si
rifanno; lui troppo esperto per ignorare che gli amici, massime
politici, non rallegransi di tutte le contentezze degli amici, nè di
tutte le disdette intristisconsi. Ai nobili vecchi il partito di
fabbricare la fortezza non isgarbava, usi dalla propria sicurtà in fuori
non vedere, o curare nella Patria altro interesse; e poi, secondo il
costume antico, si adattavano meglio a servire da una parte per dominare
dall'altra, che vivere civilmente con uguaglianza sotto la legge. Andrea
le cose esposte dall'Oratore aveva veduto prima di lui, ed altre
parecchie che a lui erano sfuggite, onde in quella subita perturbazione
dell'animo, e vinto altresì dalle istanze dei suoi settatori si lasciò
andare per modo, da farsi intendere che alla fabbrica non si sarebbe
mostrato contrario; allora questi, colta la palla al balzo, mandarono
Adamo Centurione in Ispagna per negoziare il trattato.

Ma non si potendo le cose segretamente condurre, che in parte non
trasparissero, il Comune di Genova, avuto odore del pericolo, si reca al
Doria, e con preghiere la libertà della Patria gli raccomanda, che ormai
in Italia non servire in tutto e per tutto gli stranieri appellavasi
libertà, e lo supplica a rispettare la sua fama; pensi, a lui vecchio e
senza figliuoli non potere concedere la fortuna maggiore onoranza quanto
morire libero nella Patria per la sua virtù liberata, nè già sperasse
che i cittadini di quieto sofferissero Genova ridotta alla odiosa
servitù; che avrieno tolto innanzi mandarla a fuoco e a fiamme. Al
Doria, rimosso alquanto il pericolo e rinfrancato l'animo, tornarono gli
antichi concetti a galla, di porre sè, la sua famiglia, e i suoi tra
Genova e Spagna; serva la Patria a Carlo ma di seconda mano; e forse,
anco, io lo voglio credere. Andrea in quel punto maledì in cuore suo la
colpa antica di avere screduto, che la Italia potesse rivendicarsi a
libertà: breve, promise non avrebbe avuto Genova nè fortezza, nè
Spagnuoli; e mandata ogni pratica a monte, dalla osservanza delle
promesse fatte ai cittadini nè per minacce, nè per blandizie si remosse:
con lui d'insidie maestro, le insidie tornarono corte; nè la congiura
del Fiesco fa caso, che il giovane conte di simulazione e di
dissimulazione fu miracolo.

E le insidie ci furono e potentissime, imperciocchè il duca di Alva,
sotto colore di venire in Italia per cercarvi Massimiliano nipote di
Carlo V e condurlo in Ispagna, avesse comandamento da questo Imperatore
dabbene di concertarsi col vicerè di Milano Ferdinando Gonzaga, e con
Cosimo duca di Firenze, di occupare Genova per sorpresa nella occasione
della fermata che ci avrebbe fatto il principe don Filippo suo figliuolo
nel prossimo viaggio per le terre d'Italia; questi personaggi, dopo
essersi data la posta a Piacenza, reputarono opportuno convenirci
mediante loro ministri per non mettere il campo a rumore; i quali
difatti, adunatisi, vi fermarono quello che in breve esporrò. Il papa
che, scottato già dall'acqua calda temeva la fredda, stando su l'avviso
presentì primo la trama, e facendo dal governatore di Parma Carlo Orsino
instituire sottile indagine, questi venne in cognizione come un certo,
del consiglio segreto del Gonzaga, avesse svertato di cotali parole:
tenere adesso le mani in pasta, la quale rimestata a dovere avrebbe dato
bene altro pane, che quello di Piacenza; gli bucinarono altresì negli
orecchi come alcuni colonnelli dello Imperatore avessero avuto ordine
segreto di avvicinarsi verso i confini di Genova, e ne riferì a Roma,
dove o per bontà di amico, o per commissione segreta della Corte,
pigliatane lingua Lionardo Strata, gentiluomo genovese, questi fu a
tempo di porgere consigli salutari alla Patria. Il Senato, o Comune di
Genova, senza stare, visto il lupo a cercare l'orma, provvide secondo
gli antichi ordinamenti, forse caduti in disuso, si deputassero quaranta
nobili, i quali, descritte quaranta compagnie di duecento cinquanta
uomini l'una, di buone armi le armassero, e le tenessero bene edificate
per eseguire quanto venisse loro commesso di fare.

Andrea, come altrove dicemmo, sortito per sua rea fortuna ad essere
soprassagliente, ed albergatore di principi stranieri in Italia,
imbarcava a Rosas, altri afferma a Barcellona, ma erra, Filippo per
Genova, dopo avere condotto Massimiliano in Ispagna; chi nota
cinquantotto essere, chi sessanta le galee capitanate allora da Andrea,
sicule la più parte, e napolitane, o spagnuole; due di Antonio Doria,
del Grimaldo di Monaco due, due del visconte Cicala, diciannove di
Andrea, fra cui la quinquereme in cotesti tempi reputata cosa stupenda:
quaranta navi onerarie seguivano. Quale e quanto il corteo, gli arnesi
preziosi, le vesti sfoggiate, gli arazzi, le bandiere, i suoni, altri
racconti: hacci un volume e grosso che ricorda i minuti particolari di
questo viaggio, chi ne ha voglia lo legga: lo scrisse l'_Estrella_
spagnuolo[31]. A noi basti saperne tanto, che su le navi Filippo portava
seco il vasellame della corte per comparire nei conviti onorevole,
valutato un milione di oro[32]. Tuttavia notisi, ch'ei lo portava per
farlo vedere, e quasi per richiamo, come costuma chi uccella, perchè a
veruno donò, se togli femmine[33], da tutti prese, massime in Italia, e
più gli Spagnuoli insaccavano, e meno pareva loro che gli dessero, che
davvero l'_avara crudeltà di Catalogna_ da nessuno fu vinta, se ne togli
la odierna austriaca, la quale è pure consorte di quella.

Veleggiavano per le coste d'Italia su la medesima galera Andrea, il
principe Filippo, il duca di Alva, il Madruzzo cardinale di Trento, don
Luigi Davila commendatore di Alcantara, don Gomez Figuerroa, capitano
della guardia, Guittierez Lopez di Padiglia maggiordomo ed altri
personaggi preposti a tali e tante così svariate cariche, che troppo
sarebbe lungo riferire: a vederli parevano sviscerati amici, tanto non
rifinavano avvicendarsi oneste accoglienze e liete; più di tutti
Filippo, il quale un dì arringava Andrea, rendendogli grazie non pure
grandi, maravigliose, e nella sua orazione piena di concetti superlativi
paragonò prima il padre Carlo a Giulio Cesare e a Filippo macedonio, poi
più modestamente sè ad Alessandro magno. Gli Spagnuoli, tenendo ormai di
aver agguindolato Andrea, comecchè urbanamente, lo proverbiavano, e lo
davano a divedere, Andrea al contrario affatto sicuro della solerzia
ligure lasciava dire mostrando di non addarsene.

Intanto chi di loro due si apponesse si chiariva da questo. Don
Ferrante, giusto nel punto in che l'armata salpava da Rosas, aveva
scritto al Senato: essere il principe Don Filippo partito di Spagna, ma
siccome, venendo per mare, gli era tolto condurre seco accompagnatura
dicevole alla grandezza sua, così dimandargli stanza per duemila cavalli
e duemila fanti, co' quali egli si proponeva onorare in Genova la
presenza del suo signore e padrone. Rispondeva il Senato: non la potere
concedere, se non dopo informato del numero e della qualità degli uomini
che traeva seco il principe Don Filippo; allora piglierebbe consiglio;
replicava insistendo il Gonzaga: la guardia aversi a trovare sul posto
appunto mentre il Principe scendeva a terra; gl'indugi sbandissero, ed i
più tristi sospetti; ma il Senato pertinace ammoniva alla scoperta: dal
poco fidarsi non essergliene capitato mai danno: venisse in compagnia di
venti compagni e gli aprirebbero; se con più gli chiuderebbero le porte
in faccia.

Allora la collera del Gonzaga, come colui che vedeva il male esito dei
suoi tiri furbeschi, rotti gli argini dette di fuori e di rinfacci mandò
giù un diluvio. Di qua e di là si avvicendarono proteste; all'ultimo il
Senato, per non tirare di soverchio la corda, consentiva alloggiasse il
Gonzaga a Sestri con duecento cavalli e trecento fanti.

Quanto a Cosimo ci occorre buona ragione per crederlo di voglie mutate,
e lo argomentiamo da questo: premuroso di difendere e di crescere lo
stato, egli aveva scritto allo Imperatore come Piombino, in mano di
donna vedova e di garzone pupillo, male reggerebbe agli assalti nemici,
e meno l'Elba per essere luogo aperto; desse a lui Piombino,
spodestandone i signori vecchi, e gli consentisse fortificare la
seconda, ed egli entrare mallevadore che sarieno entrambi rimasti illesi
dagli sforzi dei Francesi. Piacque il partito allo Imperatore per molte
cause, di cui non ultima, per non dire principale, quella di arruffare i
principi italiani fra loro, e tenerseli come fili attaccati al dito. Gli
Appiani pertanto si cacciarono via, e Piombino, consegnato a Cosimo, si
munisce da lui con gagliardissimi baluardi; così eziandio l'Elba, e
l'opere che ci furono fatte ammirò nel passato secolo il Vauban, ed anco
nel nostro si tengono in pregio. I Genovesi, commossi per tale novità,
come quelli che vivevano in inquietudine di Cosimo non meno ansiosa che
dell'Imperatore, però che se questi superava quello in potenza, quegli
vinceva questo di solerzia, e stando loro da canto poteva côrre a volo
le occasioni, presero a levare infinite querimonie, e stette a un pelo
che, saltati a tumulto su le galee, non uscissero a mettere sottosopra
le muraglie fabbricate di fresco; ventura fu che Andrea, accorrendo,
ordinasse le galee si sferrassero dal porto, e si discostassero in mare;
allora il popolo, vistosi tronco il cammino, si placò alle promesse del
Doria, il quale lo mallevava, che lo Imperatore informato gli avrebbe
tolto cotesto spino dall'occhio. Cesare Pallavicino fu subito spedito a
Corte, non si sa con quali argomenti (comecchè si sappia i Genovesi
avere sempre fatto capitale su gli scudi di oro), tirarono dalla loro un
certo frate domenicano Multedo confessore dello Imperatore; di cotanto
più facile riesciva al Pallavicino cattivarsi il padre domenicano,
quanto, che questi avesse ruggine contra Cosimo per la soppressione
ch'ei fece dei Frati di san Marco in odio del culto da loro serbato pel
Savonarola. Il Multedo non omise mettere a scrupolo di coscienza del suo
imperiale penitente lo spoglio iniquo consumato in suo nome a danno
della vedova e del pupillo; uno storico qui nota e bene, che il frate
operò da quel valentuomo ch'egli era; per altro bisognava confessare,
che avrebbe fatto meglio, dacchè era entrato su questo tasto, a
mettergli a scrupolo di coscienza tutto il rimanente, ed era troppo più,
che egli si teneva, come i cani cuccioli, con ingiustizia anco maggiore
usurpato. A Cesare, cui bastava che Piombino fosse stato munito co'
danari di Cosimo, non parve vero, sotto pretesto di giustizia, far
sentire al tirannello fiorentino che aveva la rosa una stretta di mano;
e poi trovò utile alla sua politica le gozzaie fra i principi a lui
sottoposti inasprire speculando su la discordia per allungare gli
ugnoli; quindi a Giovanni De Luna, e al Mendozza commetteva, che preso
possesso di Piombino, con soldati spagnuoli lo presidiassero. Cosimo al
quale sembrò, com'era difatti, essere giuntato, si risentiva; e Cesare
all'opposto lo tassava d'ingratitudine, avendogli, secondochè gli
rinfacciava, ottenuto dai Genovesi non senza molta fatica il quieto
possesso delle fortezze della isola d'Elba ai Genovesi molestissime,
perchè da loro temute minaccie e pericolo per la prossima Corsica;
nondimanco Cosimo imbroncito non si mosse da Firenze per complire don
Filippo al suo arrivo a Genova; dicono ch'ei mandasse il figliuolo
Francesco in compagnia di un vescovo Ricasoli, scusandosi, narra
Giambattista Cini nella vita di Cosimo, col travaglio, che gli davano le
cose di Genova da lui vigilate pel servizio dello Imperatore, ma invece
perchè lo smacco di Piombino gli si era fitto nel cuore, e però aveva
seco stesso deliberato non volere tanto precipitare la sua reputazione,
che ogni cenno dello Imperatore lo avesse sempre, e a qualunque sua
voglia a movere: amando per sè e per la rimanente Italia l'amicizia di
Cesare non la servitù, mentre a questa egli si mostrava piuttosto
stupidamente cupido che a diritto sollecito ridurre; e queste sono le
parole che possono parere generose, ma insomma le proverai inani, perchè
come un duca di Fiorenza potesse pigliare queste arie con lo Imperatore
non si capisce, se non che barcamenandosi con la Francia; ma allora,
invece di vendicarsi in libertà, si sottometteva a due dipendenze;
invece i Medici, e gli altri piccoli principi italiani, avendo
sperimentato di tale ragione politica, trovarono che egli era come
cacciarsi tra la incudine e il martello. Non senza cagione poi ho
scritto dicono che andasse Francesco a complire il principe Filippo,
però che simile novella venga smentita dal Cantini, altro spositore
della vita di Cosimo, insieme con la giunta dei centomila scudi di oro
portati dall'erede di Cosimo in dono a Filippo, non parendo verosimile,
che il duca, tanto per natura e per abito sospettoso, volesse
avventurare in cotesti tempi torbi il figliuolo unico, e fanciullino di
sette anni, e per di più presentare di tante monete l'erede di colui,
che con sì gravi ingiurie lo aveva di recente angustiato. Su di che, se
da un lato è da dirsi, che gli scrittori contemporanei, e vissuti in
Firenze, pei fatti che videro meritano fede su quelli che vissero ai
tempi nostri, dall'altro poi bisogna persuaderci che lo inverosimile, e
nè manco lo strano somministrano motivo plausibile per discredere le
azioni degli uomini.

Se durante il viaggio, ovvero dopo toccato il lido accadesse questo
altro caso che trovo scritto ed io riporto, non mi è noto; però
sembrerebbe più certo che avvenisse in cammino. Avendo il principe
spagnuolo richiesto Andrea del luogo dov'egli credeva ben fatto, ch'egli
pigliasse stanza, quegli accorto rispose: in casa sua, che tale
veramente doveva considerare il palazzo di Fassuolo, avendolo egli
donato allo Imperatore Carlo, il quale benignamente accettatolo, glielo
aveva restituito, affinchè lo custodisse e tenesse in punto per sè e
suoi in occasione che si dovessero fermare a Genova; e siccome Filippo
si avvide che volteggiando non si accostava, andò diritto col
domandargli in qual modo gli venisse dissentito albergare nel palazzo
della Signoria; alla quale recisa domanda Andrea rispose reciso: cotesta
essere la sede del Governo, nè potere il Governo trasferirsi altrove
senza scapito di reputazione. Mentre così le cose passavano tra pirata e
corsaro, e gli Spagnuoli, sicuri dell'esito di cotesta scherma, ne
pigliavano sollazzo, ecco appressarsi una galea sottile, spedita da
Ferrante Gonzaga, annunziatrice essere le argute insidie andate
all'aria; all'erta il Senato, l'ingresso della città alla gente in armi
disdetto; guaste le insidie, se si potesse adoperarci la forza, si
facesse; altrimenti mettessero l'animo in pace.

Filippo, il quale alle stupende qualità di fingere sortite dalla natura
non aveva anco dato l'ultima mano col freno dell'arte, sdegnoso dichiara
non volere più oltre andarsene a Genova; gitterebbe l'áncora a Savona;
lo dissuadeva il duca di Alva; però mutato animo, accoglieva cortese
quattro ambasciatori della repubblica a Ventimiglia, donde poi avendo
con esso loro mosso a Savona, colà lo raggiunsero a complirlo altri otto
oratori con a capo Agostino Lomellino; poi l'ospitava Benedetta Spinola,
e n'ebbe fama di gentile e di magnifica; dopo due giorni pigliava stanza
nel palazzo di Fassuolo: però prima di entrare, quasi ammonimento della
Provvidenza, a due miglia dalla lanterna, la galea Lione di Napoli ruppe
dentro uno scoglio a fior d'acqua aprendosi da cima in fondo: comecchè
fossero prontamente soccorsi, a stento poterono salvarsi quelli che ci
erano su. Don Alonzo Osorio ci perse tutte le sue robe, e don Luigi
della Cerda le robe e quasi la vita, imperciocchè tanto restasse in mare
che sebbene si reggesse a noto, per la spossatezza o pel freddo stava lì
per dare gli ultimi tratti. Su questa galea andavano i fornimenti della
cappella del Principe, di valore non lieve, e ne patirono gran danno.
Della gente accorsa in frotta dalla universa Italia a far prova di
abiezione, o per agonia di comodi da lungo sollecitati e non conseguiti
mai, o per isperanza di ottenerne dei nuovi, o per paura di perdere
quelli già avuti, si tace. Andrea superò in isplendidezza la stessa
aspettativa degli Spagnuoli magnifici molto, e più che magnifici
ostentatori di magnificenza, studioso com'era di abbondare nelle mostre,
quanto più fermo di niente cedere nella sostanza.

Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non
fosse ai rei scrittori di diari che oggidì appellansi officiali, narra
come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa
procedesse quietissimamente (adesso direbbesi _regnò l'ordine più
perfetto_) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque
un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non
uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo
improvviso romore, si udì il grido: _ammazza! ammazza!_ e il popolo
traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca
gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a
peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente
armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali,
riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo,
li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre
giorni dopo.

Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a
Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per
avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote,
fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui,
mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca,
il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torre
del palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo
il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a
Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in
compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese.
Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del
gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura
acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la
fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista
tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che
dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte;
e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare
impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero.
Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo
archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la
terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca
le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La
scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia
anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere
e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra
la plebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai
solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo
stringeva maggiore.

La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne
ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere
dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con
promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano,
non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare
violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la
perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni
Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio
gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le
iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma
anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla
di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore,
mise un termine all'abiezione. Solo però tornerà curioso ricordare come
Filippo, appunto su la entratura della porta di Vacca, incontrasse poste
in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e
l'altra la Libertà, entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano
bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione;
alla Libertà troncando il capo alla _Giustizia_ di Arragona[35]. Però se
non lava, attenua la ignominia italiana il vituperio di Fiandra,
imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e
di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la
porta donde Filippo entrava: _Clementia firmabitur thronus eius_, ed
un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana: _Te duce
Libertas tranquilla pace beabit!_ — Filippo scortato da duegento
archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le
gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di
sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli
quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente,
entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona
ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.

Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci
altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli
mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non
di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio,
certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e
un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i
tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano
eccitati; il fare fuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni
tempo giudicata facilmente la prima.

Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato
doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo
scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole
addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad
un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava
crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di
costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo,
tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava
quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece
sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva
sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso
Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma
delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero,
ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di
amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia
l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma
comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa
corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorre ammonire,
che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del
regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici
italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a
riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate,
che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale
del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a
principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro
l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode
finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità
altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima
quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui;
degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel
secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un
principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava
popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro
notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano
testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti
adoperandosi a migliorarla.

Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di
Andrea Doria nelle leggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese
pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci
avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a
parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già, lo
Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non
meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo
della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il
Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le
forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte
dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo,
con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del
Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori
supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a
partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balía
di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome del
_Garibetto_, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per
significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua
insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea
aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che
torniamo sopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci
compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza
che Andrea non si piacque mai della libertà, nè mai la largiva al suo
popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.



CAPITOLO X.

   Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si
   parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il
   Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio
   di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del
   Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre
   alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo
   riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o
   crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone
   Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di
   Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli
   storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste
   d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. —
   Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con
   la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le
   spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano.
   Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina
   invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per
   onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don
   Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono
   in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali
   celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. —
   Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della
   Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto
   ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie
   nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati
   respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il
   Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è
   verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. —
   Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la
   pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno
   schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si
   trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce
   fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove
   propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il
   Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove
   all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente
   ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso
   strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio
   attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e
   quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. —
   Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega
   con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa
   Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita
   del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga
   dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. —
   Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre
   languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che
   perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. —
   Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione
   Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia
   Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee
   e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile;
   che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria
   tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere
   falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. —
   Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La
   guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola
   tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio:
   si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i
   patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo
   Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. —
   Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si
   stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano
   Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di
   Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di
   soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano
   generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano
   Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola
   sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea
   sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il
   medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta
   l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire
   Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi
   stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta
   offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni
   da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla
   scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere
   intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il
   Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua
   vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo
   viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle
   istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza
   concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si
   pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi
   abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha
   da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a
   Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato,
   perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea
   a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a
   traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante
   trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste
   turche.


Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni,
desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re
Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra
esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a
trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato
ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie
godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani
avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che
come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di
ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno),
condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei
mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio,
in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce
strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovuto vivere
Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla
propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea;
la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo
Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non
può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di
Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più,
da lunga stagione dormono il sonno eterno.

Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo
francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi
fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli
(avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì
perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o
almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra
prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in
pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie
dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte
la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete,
medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio
Olivieri, ed è la prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la
morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose
dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od
ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città
modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero
Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a
Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o
piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni,
spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole,
procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi
cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le
industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in
una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè
sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato
Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che
volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si
sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio gli altri
si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino
in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni
minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate
male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito
bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori
dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si
difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia
lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo
consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le
navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto
qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con
ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra
voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che
pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio,
sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura,
scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere
del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò
prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi,
arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo,
giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla
Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il
ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli
occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega
vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa,
preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello
dell'armata.

Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero,
che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi
che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe
a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso
gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce
n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra
dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra
Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza
delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e
Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo
riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal
modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco, dobbiamo
confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia
su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica;
entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo
scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la
Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio
a definire.

Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la
spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli
è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato
invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di
Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza
fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò
sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura,
che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata
dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane
rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che
formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel
buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai
fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè
vince ogni affetto; nè a padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano
non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal
Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel
buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti
voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza
l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che
inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra
le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta
prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse
lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe
quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per
blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come
rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.

Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè
Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci
sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala,
veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee
imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia,
e tre di Cosimo duca di Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi
tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data
e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu
consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola
prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte
aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito,
essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno
all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo
sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto
improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei
nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè
prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri
ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più
prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si
sfasciò.

Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali
dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e
a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle
spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè
Andrea fermo più che mai di starsi alla espugnazione di Media lo lascia
sfogare.

E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale,
dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si
condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e
arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo
sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al
campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle
soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole,
postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido
a guardia e difesa delle munizioni.

Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di
Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e
l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno
quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va
esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco,
imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche,
non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a
farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite
a uguali intervalli, la difendevano dalla parte di terra con un
rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta
per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che
dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del
mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si
battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva
munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la
cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura
la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con
gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo
terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che
il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai
luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo,
che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti
perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la
terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre
l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove
riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da
bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè
l'esito aveva mandato alla rovescia i presagi, per quel giorno si
rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica,
di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che
fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna
non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non
possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni:
fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono
ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano,
che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per
carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero
caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli,
dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui
gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se
questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza
delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata
sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si
portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si
movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo
sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a
provarsi, su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato
assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio
tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli
storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.

Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni
logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a
cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva
tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le
promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva
allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di
mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad
Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza
frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi
milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni
provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze
dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione
prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con
diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi
capitarono in buon punto, perchè al Vega fu porto avviso da un moro di
don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato
chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto
dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro
dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era
sceso con settecento Turchi di provato valore, a cui avendo aggiunto
molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della
sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa
battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto
subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di
romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito
sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per
l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e
poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come
mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di
legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a
ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le
quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei
Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e
dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera
quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti
i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle
navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la
caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla,
come pure avrebbe voluto, sovvenire.

Gli assediati non avevano dal canto loro mancato al debito, e da tre
punti, sortendo, assaltarono il campo; ma la furia turca si ruppe contro
la costanza spagnuola, sicchè vennero aspramente respinti; ciò
nonostante le cose dello assedio non accennavano a sollecita
risoluzione, imperciocchè molta gente in tanti scontri di arme fosse
andata perduta, ed i ricordi dei tempi lamentano, tra gli altri, morto
un Ferdinando Toledo maestro del campo, cavaliere di molta prodezza; nè
gli assediati facevano punto vista di balenare, anzi vie più nella
difesa s'intoravano, animati da Hissè Rais nipote del Dragutte, giovane
ferocissimo, preposto loro come capo; ed hassi inoltre a notare, che,
sebbene per industria di Consalvo da Cordova, meritamente salutato col
nome di Gran capitano, le fanterie spagnuole fossero diventate tali da
reggere il paragone con le turche e superarle in campo aperto, per dare
gli assalti stavano di sotto alle italiane. L'arte delle artiglierie,
massime quella delle mine, aveva fatto con Piero Navarro notabili
progressi, pure non tanti da sfasciare agevolmente muraglie costruite
con sodezza e diligenza, e secondo il bisogno riparate: in ultimo, per
difendere fortezze, i Turchi furono tenuti sempre, e anco ai dì nostri
si reputano piuttosto singolari che rari. Già accostavasi settembre, e
se la impresa non si vinceva nel corso del mese, era da prevedersi che
la perversa stagione, repugnanti o volenti, avrebbe cacciati
gl'imperiali di costà. Quando Andrea Doria, per fuggire danno e
vergogna, propose in Consiglio: poichè le mine, le trincee, ed ogni
altro sforzo erano riusciti invano dalla parte di terra, si tentasse
l'assalto dal mare; a questo scopo egli mise fuori un suo nuovo trovato,
il quale fu questo: alleggerite due galere di zavorra, e di attrezzi, le
assicurò bene insieme con grosse catene, poi ci costruì sopra travate,
riempiendo di terra pesta gli spazii rimasti vuoti tra l'uno e l'altro
assito, e dietro a queste collocò i cannoni grossi da battere mura, non
però più di quattro: forse avrà anco aggiunto intorno al corpo delle
galee botti vuote, affinchè queste sporgessero più galleggianti su
l'acqua, ma non lo trovo scritto, epperò senza iattanza parmi si possa
dire, che quando don Barcelo, nel secolo passato, mise in opera nel
famoso assedio di Gibilterra le barche cannoniere descritte dal Botta
nel libro duodecimo della sua storia della Guerra Americana, non
inventava, bensì ricordò, ed adattò all'uopo. Il Brantôme, sempre
studioso di denigrare il Doria, tolto a questo il merito della
invenzione delle batterie galleggianti, l'attribuisce al Toledo, ed è
malignità francese, chè da lui in fuori veruno autore lo asserisce, e se
di tali bisogne Andrea si avesse ad intendere un po' meglio di don
Garzia lascio che giudichi ogni uomo di senno.

Il dieci di settembre pertanto, rimorchiate le batterie quanto meglio si
potè presso le mura, cominciarono a bombardarle, e trovatele da questo
lato deboli oltre l'aspettativa, che chi prima le fabbricò, non avendo
immaginato che la terra da questa parte potesse ricevere offesa,
trascurava di farle più forti, in breve n'ebbero abbattute per di molte
braccia: e come fu per industria italiana che si fece la breccia, così
per valore italiano si compì l'assalto: con gl'Italiani andarono i
cavalieri di Rodi, non secondi mai ad alcuno nel cimentarsi alle più
disperate fazioni, e ce ne rimase morti diciassette. Giordano Orsino ne
rilevò un'archibugiata in un braccio, e assai ci si distinse Astorre
Baglione, che poi fu generale dei Veneziani nella guerra di Cipro[38]. I
Turchi non chiesero i patti, forse presaghi che non l'arieno ottenuti,
ma contesero la terra palmo a palmo, e combatterono fintantochè caddero
tutti morti; dei paesani menarono schiavi quanti poterono agguantare, di
cui il numero giunse a ben diecimila, e gli menarono a vendere in
Sicilia, dove, nota uno storico, le donne andavano, per così dire, a
nulla, ed i fanciulli si davano per giunta; il saccheggio ci fu menato
peggio che se le mani dell'uomo si fossero convertite in falci fienaie,
e tuttavia l'avara crudeltà dei ladroni rimase delusa, o perchè i
terrazzani avessero trovato modo di cansare altrove le robe, o perchè,
come credo piuttosto, le industrie, quantunque ci avessero attecchito
bene, non ci fossero anco venute in fiore. Se toccarono gravi al Dragut
i danni del perdere, nè anco il Doria provò copiosi gli utili della
vittoria; se quegli pianse il prode nipote miseramente ammazzato, questi
pianse la morte della moglie Peretta, che giusto allora cessò di vivere,
e tanto più amaro quanto che le rimaneva sola compagna delle antiche
venture, e consigliera fidatissima: per modo che o tu consideri lo
acquisto dei beni terreni, o le passioni dell'animo, qui pure trovò
intera l'applicazione il dettato: che tra corsaro e pirata non ci
corrono che i barili vuoti.

Rilevati i muri, messoci dentro presidio spagnuolo, e scarsamente
fornitolo di munizioni e di viveri, gli assedianti tornano di malo umore
in Italia; a crescerne la scontentezza li prese a travagliare la
fortuna, onde per più di trabalzati su le onde stettero in dubbio della
vita. Dragutte vassi a Costantinopoli non senza trepidazione, chè
infelice capitano o colpevole fu un tempo la stessa cosa pei Turchi, nè
pei Turchi soltanto; ma Solimano propiziato prima co' doni, e poi con
parole accorte persuaso, crebbe di grazia al Dragutte, e lo promosse a
Sangiacco di tutta la Barberia.

Adesso troviamo attestato da parecchi storici, che scrissero dei gesti
di Andrea, com'egli avvertito del pericolo, che correva l'Affrica per
gli assalti imminenti che il Dragutte stava allestendo a mezzo il verno,
andasse dirittamente a rifornirla; la quale cosa per opinione mia non è
vera, dacchè il Dragutte essendosi ridotto alla isola delle Gerbe per
racconciarvi il naviglio, riusciva agevole con un po' di ricerca sapere,
che fino a primavera non sarebbe stato in punto di tentare cose nuove,
nè poteva supporsi, che il novello Sangiacco volesse imprendere fazioni
zarose prima dei rinforzi che attendeva da Costantinopoli: certo è
questo altro, che Andrea sul principio di marzo, studioso di opprimere
il Dragutte prima dello arrivo degli aiuti, salpò da Genova con ventitrè
galee remigando a golfo lanciato colà dove costui stava riparando le
navi. Circondano l'isola delle Gerbe bassi fondi ond'ella poco sporge
fuori dal mare; in sè non contiene colli: bensì lievi eminenze, e tutte
terra; solo da un lato ci si accostano le navi entrando per mezzo di uno
angusto canale dentro certo golfo poco anch'esso capace; il Dragutte,
comecchè colto alla sprovvista, ritrasse sollecitamente dentro al golfo
le navi; rinforzò di artiglierie una torre, che sorgeva alla bocca del
golfo, e di qua e di là la munì di trincee da campagna condotte in
fretta con la zappa, munendole di bersagliatori capaci a tenerne lontane
le fregate, le saettie, ed altri legni minori, che delle galee, stante
il molto immergersi di loro nell'acqua, egli non temeva. — Il Doria,
riconosciuto per bene tutto il luogo dintorno, si persuase come fosse
più agevole vedere, che pigliare il Dragutte; però si rivolse al signore
dell'isola Solimano Schecchi, e con preghiere e profferte miste a
minaccie assai lo stimolava perchè glielo consegnasse a man salva, e gli
diceva non essere il Dragut soldato, sibbene ladrone di mari, infesto
così ai Turchi come ai Cristiani; ma l'onesto Moro gli rispondeva:
queste medesime cose il Dragutte dirgli per lo appunto di lui; ospite il
Dragutte, sè non traditore; indegno sollecitare altrui di tradimento:
aspettasse il suo nemico in alto mare, e con virtù lo vincesse: i prodi
uomini desiderano vincere gli emuli in battaglia, non pretendono averli
in mano come bestie da macello. Dura lezione e meritata. Allora Andrea,
non potendo fare di meglio, si mise con sottile vigilanza a custodire
l'uscita del porto, e sicuro che non gli potesse sguizzare di mano,
attese ad averlo per fame.

Di fatti pareva non ci fosse proprio verso di sfuggire di sotto al
Doria, molto più che il Moro signore della Isola aveva fatto conoscere
al Dragutte tuttodì scemarsi la vittovaglia, e necessità non ha legge;
pensasse pertanto ai casi suoi. Il Dragutte ci pensò, e la necessità, la
quale come è suprema suaditrice di mali, così proviamo madre dei più
stupendi trovati, gl'insegnò il modo di cavarsi dallo impaccio;
quantunque sia più che verosimile, che il Dragutte non leggesse mai Tito
Livio, anzi non lo udisse ricordare nè manco, immaginò lo stesso
strattagemma, in virtù del quale Annibale tratte fuori dal porto, o seno
di mare dei Tarentini, le navi sicule, e varatele in mare, le oppose
alle Romane impedendo a quel modo, che la Rocca di Taranto venisse
rifornita vie via di vettovaglia, e costringendola a rendersi per fame,
che altrimenti se ne giudicava disperato l'acquisto[39]. Raccolti
pertanto, quanti più potè, marraioli, ed allettatili con larghi salari,
il Dragutte fece spianare sentieri, colmare valli, abbattere alberi,
rendere insomma agevole la via; poi per forza di argani tirate le navi
in terra, e accomodatole sopra cilindri, le spinse in mare dalla parte
opposta del Golfo. Taluno racconta ch'egli ciò conseguisse non mica nel
modo che ho esposto, bensì scavando un lungo canale fino all'altro lato
della isola: troppo dura opera sarebbe stata questa e piena di
difficoltà; però non ci sentiamo disposti a prestarci fede: anzi
dubitiamo, che invece di trainare le navi per lo appunto su la contraria
sponda della isola, siasi contentato di trasportarle in parte dove
potesse andare inavvertito, anzi si avrebbe addirittura giudicare che la
cosa stesse così, se dobbiamo credere quanto ne riporta il Campana nella
vita di Filippo II, il quale attesta come le navi fossero trainate circa
mezzo miglio più oltre dal luogo dove si trovavano prima; comunque però
andasse, fatto sta che il Dragutte giunse a sguizzare di mano al Doria,
che mentre, vigilata la bocca del porto, vive sicuro di pigliarlo da un
momento all'altro, sel vede allo improvviso riuscirgli alle spalle e
impadronirsi quasi su gli occhi suoi della buona galea la _Galifa_ da
lui poco dianzi spedita a Napoli ed in Sicilia per cavarne provvisioni.
Per cotesto evento scemò la reputazione del Doria, il quale apprese, e
veramente aveva atteso ad impararlo un po' tardi, come, quando si mette
il nemico alla disperazione, bisogna stare parati ai partiti ed agli
sforzi stupendi che consiglia la necessità; crebbe all'opposto la fama
del Dragutte di accorto non meno che di valoroso capitano, il quale indi
a poco congiuntosi al Sinam Bascià si volse a combattere Malta e non la
potè pigliare; ma era nei fati che cotesta terra gli avesse a riuscire
funesta, imperciocchè tornato ad assalirla, e adoperandocisi dintorno
con la solita prodezza, colto da una scheggia di pietra nel capo cessò
di vivere con infinita allegrezza della Cristianità, che per la morte di
lui si sentì come sollevata, dimostrando così in quanto pregio ella
avesse la prestanza di questo capitano: però questo accadde più tardi,
nel 1564, e dopo ch'egli ebbe percosso la Cristianità di fiere battiture
e sè onorato con nobili gesti di guerra.

Niccolò Macchiavello, nel libro terzo delle Storie, racconta come Piero
degli Albizzi avendo messo convito a molti cittadini, taluno o suo amico
per ammonirlo, o nemico per minacciarlo della istabilità della fortuna
gli mandasse, dentro un nappo di confetti, un chiodo, volendo
significargli che si provasse con quello a conficcarne la ruota. Di
fatti la esperienza dimostra come tutte le umane cose, toccato che
abbiano la cima, o con violenza o gradatamente, forza è che calino, e
questo sanno tutti; ma poichè natura ci creava non contentabili mai, e
noi non sappiamo o non vogliamo conoscere quando siamo giunti al colmo,
e cerchiamo irrequieti di arrivare più in su, accade che veruno uomo,
comecchè sapientissimo, trovi tempo opportuno per dire a sè stesso:
basta! Però il tempo che non sa trovare egli, la provvidenza lo trova,
cui poi serve ministra quella, che da noi si suole chiamare fortuna:
allora i nemici che tenevi sotto i piedi, te li scottano come se fossero
diventati carboni accesi, il senno diventa follía, la forza debolezza,
gli amici stessi non sai se più ti nuocono abbandonandoti alla tua
sorte, ovvero quando si affrettano a sovvenirti; insoliti mostri ti
opprimono, il mare non avrà altro che tempeste per te, rigori la estate,
il verno arsura. La comune degli uomini sotto il fascio dei mali presto
si ripiega, e così in fondo, che incontrando qualche volta una creatura
tutta peritosa, ombratile, piena di ambagi, di ogni più lieve
contrarietà intollerante, tu non sai persuaderti com'ella sia quella
dessa ch'ebbe fama un dì di risoluta nei consigli, di prestante nelle
opere[40]: alcuno, ma raro, offre contrastando mirabile spettacolo di
sè, tuttavia all'ultimo infranto anch'egli curva il capo e mormora
fremendo: un Dio avverso mi opprime. Di questo ci dava testimonio
solenne la nostra età; e nei tempi di cui favelliamo ce lo porse Carlo V
ed invano: imperciocchè nonostante lo esempio e i moniti paterni,
Filippo II rinnovò la prova con potenza ed ingegno molto minori di lui,
epperò con esito più infelice.

Cominciava a dargli fastidio Parma quasi favilla accenditrice di alto
incendio, che il cardinale del Monte promise, se fosse stato eletto
pontefice, di rendere ad Ottavio Farnese, ed eletto principalmente per
opera dei settatori di questa casa, quantunque prete, osservò la
promessa, e non fu poco. Il Gonzaga, a cui l'aspra ragione delle
ingiurie fatte imponeva l'obbligo di farne sempre di nuove, onestando
l'odio e la paura sotto colore di pubblica utilità (ed in questo lo
sovveniva con molto calore il Mendozza, oratore cesareo in corte di
Roma, o per soverchio zelo pel suo signore, o per altra passione a noi
ignota), esponeva allo Imperatore come consiglio di buona politica fosse
i nemici offesi aversi a placare co' benefizii, ovvero opprimerli; però
ad Ottavio o togliesse anco Piacenza o restituisse Parma: via di mezzo
non sapere vederci, nè esserci; a Carlo austriaco piacque naturalmente
dei due partiti il primo, nulla badando al vincolo di sangue; epperò
commise al Gonzaga adoperasse la sua industria per ispogliare il genero.
Ottavio, presentite le insidie, ricorre al Papa, perchè pigli in mano la
difesa del feudo della Chiesa, senonchè il Papa aborriva spendere, e il
danaro se lo teneva per sè; e poi dello Imperatore egli tremava a verga,
per la quale cosa gli rispose: si aiutasse, lo aiuterebbe anco Dio; e
siccome Ottavio gli faceva notare come Dio non lo potesse, secondo ogni
verosimiglianza, sovvenire altramente, che con la lega di Francia, il
Papa stringendosi nelle spalle non seppe dire altro: ci badasse due
volte, avvertisse bene a quello che faceva. Ottavio reputando queste
parole consenso, o per lo manco facoltà di provvedere al fatto suo come
meglio gli paresse, si legò con la Francia. Di qui una guerra lunga e
promiscua, dove all'ultimo prese parte anco il Papa, non già a difesa,
bensì ad offesa di Parma, dove unite le sue alle armi imperiali, perse
pecunia, reputazione, la pace dell'animo, e più di tutto amaro, la vita
del nipote Giovambattista dal Monte, uomo chiaro per bontà e per valore.

Intanto che il Gonzaga, acceso da troppa voglia di ridurre a mal partito
Parma, sprovvede di milizie la parte del Piemonte occupata dalle armi
imperiali, il Brissac succeduto al principe di Melfi, nell'altra parte
tenuta dai Francesi, procura alla sordina di far massa di gente
traendone grossa mano di Francia a cui fece passare le Alpi alla
sfilata, e raccoltane quanta gli parve bastevole al suo disegno,
assaltava allo improvviso e prendeva Chieri e San Damiano, onde al
Gonzaga, messo da parte ogni pensiero di Parma e della Mirandola, toccò
tornare indietro più che di passo per impedire che i Francesi si
allargassero.

Più fiero nembo si addensava in Germania, dove Enrico II di Francia,
stretta lega co' principi protestanti sotto colore di rivendicare in
libertà il Langravio, mosse contro Cesare tutto lo impero; e fu in
questa guerra, che accadde la vergognosa fuga dello Imperatore e di
Ferdinando re dei Romani suo fratello, imperciocchè standosi eglino ad
Jnspruk a sicurezza con la corte e gli oratori dei principi stranieri,
Maurizio duca di Sassonia, capo dei confederati alemanni, indettatosi
segretissimamente co' soli Guglielmo di Assia primogenito del Langravio,
e Giovanni Alberto duca di Mechlenburgo, così si spinse subitaneo contro
cotesta terra, che fu gran ventura a tutti quei personaggi potersi
salvare nel fitto della notte, per mezzo pioggie rovinose, fra sentieri
fangosi, dove si procedeva appena a lume di torce. Principi di corona,
duchi, e marchesi vedevansi a gran stento movere passi affondando le
gambe fino al ginocchio nel pantano: per Carlo già guasto del male di
gotte trovarono una lettiga, donde di tratto in tratto sporto il capo
mostrava lieto sembiante, ed ai tristi che gli trottavano attorno
diceva: non si sgomentassero, avrebbe, prima che fosse molto, saputo ben
egli tirare solenne castigo da cotesto più pazzo che fellone, che con
tanta temerarietà si era mosso contro di lui. — Parole inani con le
quali ostentava simulare l'acerbità del cruccio per la patita
umiliazione, e più di questo doloroso assai il senso della propria
decadenza: riparò a Villaco, castello su la Drava, dove udendo che i
Veneziani radunavano milizie, entrò in sospetto di avere fuggito l'acqua
sotto le grondaie, senonchè avendogli inviato la Repubblica oratori per
confortarlo a starsi di buona voglia, si sentì tutto ricreare.

E poichè, come suol dirsi, ad albero che casca, accetta, accetta, anche
a Siena, tocca dal contagio, saltò in testa di ribellarsi, e cacciati
via gli Spagnuoli, accolse in vece di quelli i Francesi, che il mutare
basti (lo avvertii altrove e lo ripeto adesso) fu detto un tempo in
Italia riacquistare libertà, e piaccia a Dio, che anche ora non sia
così. Colà la guerra crebbe grossa e terribile, conciossiachè Cosimo dei
Medici e Piero Strozzi se facessero quasi un campo chiuso per
combattervi un duello a morte. Cosimo combattè con le industrie, le
provvisioni, e i consigli accorti, l'altro con la prestanza del braccio,
e le imprese arrisicate; prevalse il primo, e a dritto, perchè
giudicarono ottimamente Piero Strozzi quelli che dissero di lui essere
diligentissimo e valorosissimo capitano, celere a pigliare partiti, e
più pronto altresì a mandarli in esecuzione; dei comandamenti altrui se
buoni miglioratore, se tristi emendatore, però più fortunato a uscire e
ad entrare dove voleva, e a camminare per piani, per monti, e per paesi
nemici in ogni tempo, che in combattere.

In questa guerra di Siena, certo non per deliberazione dell'animo,
Andrea anzichè combattere contro la libertà si travagliava in favore
della tirannide, però che i Francesi e lo Strozzi il vivere libero
conoscessero poco ed amassero meno, e in Siena tornasse con loro
l'apparenza non la sostanza della libertà; solo procedeva sincero il
popolo, come suole, e come suole non godè della libertà e patì per la
tirannide; tuttavia Andrea vi andò di male gambe, e quando più tardi
ebbe a levare di Corsica ottocento Spagnuoli per traghettarli sopra le
coste sanesi, ei gli condusse a Livorno, scusandosi con la necessità di
recarsi presto a Genova, ma Cosimo, sospettoso sempre, tenne per fermo
che tale operasse in odio del suo incremento, o per vedersi scemato lo
aiuto degl'imperiali nella guerra di Corsica; i quali sospetti crebbero
a dismisura alloraquando Andrea, trovandosi a Portoferraio, non volle
impedire che i Francesi soccorressero Portercole, e si lasciò pigliare
quasi su gli occhi sette navi cariche di grano[41] protestando che con
l'armata scema di diciannove galee spedite poco prima a Napoli egli era
un giocare da disperati: più tardi, o cedendo alle istanze di Cosimo, o
come credo piuttosto obbedendo ai comandi di Carlo, mandò il nipote
Giovannandrea in compagnia di Bernardino Mendozza con venticinque galee
al servizio degl'imperiali in Maremma, ma nè anco adesso Cosimo ebbe a
sperimentarlo cedevole ai suoi desideri, però che avendo loro ordinato,
che s'ingegnassero pigliare Castiglione della Pescaia per impedire che
venisse a Grosseto l'aiuto dal mare, se ne tirarono indietro allegando
che i soldati spagnuoli si ricusavano di fare la fazione se prima non si
saldavano delle paghe; e poichè parendo, come infatti era, ostico a
Cosimo avere a pagare i debiti altrui, propose che se gli Spagnuoli non
volevano combattere, gli mettessero a terra, e invece loro imbarcassero
altrettanti archibusieri dei suoi: essi lo fecero, ma in luogo di
assalire Castiglione della Pescaia pigliarono Talamone, e non fu impresa
degna di poema nè di storia, chè soli quaranta Francesi vi stavano di
presidio.

Cosimo ordinò le fazioni, ma il Doria tirava l'acqua al suo mulino,
perchè trovandosi con le ciurme scarse, quanti prigioni agguantava,
tanti senza misericordia metteva al remo.

Non contenti i Francesi di tenere sollevate le cose di Siena, si volsero
alla Corsica e quasi tutta la occuparono, levandola di sotto alla
devozione di Genova; prima però di esporre cotesti successi mi occorre
toccare di taluni rivolgimenti donde Andrea ebbe ad accorgersi che,
satellite dell'astro imperiale, come lo aveva seguitato al meriggio così
doveva accompagnarlo al tramonto. Lione Strozzi priore di Capua,
ammiraglio peritissimo non menochè prode, il quale fu fratello a Piero
Strozzi, e in questa guerra di Siena morì di un'archibugiata nel fianco
a Scarlino, avendo sentito come Andrea sferrasse con l'armata da Genova
per la Spagna, a levarne Massimiliano re di Boemia con la reina sua
moglie e condurlo in Italia, donde restituirsi in Lamagna, deliberò
andare ad incontrarlo e combatterlo: per la quale cosa uscito dal porto
di Marsilia con ventitrè galee ed una galeotta, si pose ad aspettarlo
verso le isole Jeres. Andavano con Andrea ventisette galee, ma, come
taluno affermò, avendo scoperto l'armata nemica alla distanza di cinque
miglia, o come tal altro assicura, essendo stato avvertito da un
capitano nizzardo, non si attentò d'ingaggiare battaglia; all'opposto a
furia di remi si riparava nel porto di Villafranca. Chi cerca per la
storia, qualche volta ha motivo piuttosto di giocondarsi che no su la
miseria umana, e adesso argomento di riso lo somministra il molto
affaccendarsi che fanno i parziali del Doria, per iscusare cotesta fuga;
e chi asserisce ch'egli a quel modo operasse a cagione del trovarsi le
sue galee mal fornite, come se, dove ciò fosse stato, non gli si dovesse
ascrivere a colpa, e meriti fede andando a levare personaggi di tanta
importanza per traghettarli lungo coste e per mari infestati da' nemici:
altri poi ci fa intendere, che Andrea, mancando di ordine per parte
dello Imperatore, si astenne da combattere, come se le occasioni di
menare le mani non fossero lasciate in arbitrio del Capitano; più
bugiardo di tutti il Sigonio accerta che Andrea, arringati i suoi
soldati, e confortatili a portarsi da valentuomini, mosse contro il
Priore, senonchè il vento lo allargò nel mare, e rinforzando tutta notte
lo spinse a Villafranca, mentre all'opposto il Cappelloni, più verecondo
di ogni altro, passò in silenzio il caso.

Lione, poichè inseguito un tratto il Doria conobbe non lo potere
agguantare, tornò a Marsilia dove artatamente fece correre voce volere
condursi in Affrica contro i Pirati, ma trattosi in alto mare trasformò
le sue galee, nell'alberatura, negli ornati, nelle bandiere come in ogni
altra cosa, in guisa da parere anco agli occhi dei meglio esperti
spagnuole, poi si volse risoluto a Barcellona, dove comparso allo
improvviso nel dì di San Bartolomeo empì di confusione e di paura
l'universale, e si tiene generalmente per certo, ch'egli se la sarebbe
recata in mano, se i suoi fossero stati meno vaghi di gloria, che di
bottino: di vero la preda che menarono si ricorda grandissima; sette
navi cariche di merci, altri legni minori, ed una galea fornita di tutto
punto vennero in potestà dei vincitori, e questa per curiosa vicenda,
che scambiato Lione per Andrea si era condotta a salutarlo fuori del
porto oltre un miglio; i cavalieri, le donne, e anco i borghesi che si
trovarono sopra la galea, Lione lasciò andare assai cortesemente senza
riscatto, il popolo no; lo mandò al remo. Andrea più tardi quando seppe
libero il mare e rinforzato dalle tre galee del Duca di Firenze, andò in
Ispagna, donde trasferito il Re di Boemia a Genova, quivi secondo il
consueto nel proprio palazzo con regale magnificenza ospitò.

Ma più fiera battitura così nella roba come nella fama Andrea ebbe a
rilevare nel disastro di Ponza, il quale meritando essere partitamente
raccontato, innanzi tratto è mestieri avvertire come Enrico II di
Francia, smanioso di appiccare lo incendio ai quattro canti del mondo
per ardervi dentro l'odiato Imperatore, serpentasse Solimano perchè anco
per quell'anno spedisse la sua flotta nel Mediterraneo, dove congiuntasi
con la sua che allestiva a Tolone, arieno potuto nabissare il reame di
Spagna non che Napoli e Sicilia; nè Solimano alle premurose istanze
dell'oratore francese diede ripulsa, all'opposto promise mandare
centocinquanta tra galee, e galeotte, e le mandò costituendone
ammiraglio generale Rustan pascià, e capitano della vanguardia Dragutte.
I primi doni questa armata recava alla Italia ardendo di colta la torre
del faro di Messina, e la chiesa della Madonna della Grotta; procedendo
oltre manda a ferro ed a fuoco Reggio, Policastro, Zainetto, insomma
tutte le terre dove potè allungare le branche. E perchè lo incendio per
difetto di alimento non avesse a illanguidire, o per crescerlo, la Corte
di Francia commise a Cesare Mormile fuoruscito napolitano, di fazione
popolare, si recasse in Italia a scrivere fanti e cavalli e concertarsi
in tutto e per tutto coll'Arimon, che navigava su la flotta turchesca,
fornendolo a questo uopo di danari in copia e di credenziali amplissime,
quali appena si affidano ai più provati ministri, voglio dire, carte
bianche col nome in fondo, testimonio di levità di cui le dava, non di
merito per quello che le riceveva. Tanto struggimento poteva bastare, e
sembrare anco troppo, ma non se ne contentarono, e come avviene sempre,
il soverchio ruppe il coperchio, imperciocchè in Corte di Francia
considerando come il Mormile, per essere popolesco, co' baroni di Napoli
non avrebbe attecchito, pensarono affidare un carico in tutto pari al
suo al Sanseverino principe di Salerno, di già chiaritosi ribello allo
Imperatore, piuttosto spasimante che cupido di vendetta: di ciò
informato il Mormile si fece a trovare l'oratore di Cesare, e il
cardinale di Mendozza a Roma, ai quali profferse di rivelare la trama,
che si ordiva a danno di Napoli, e d'impedirne per quanto stava in lui
lo effetto: se costoro lo accogliessero con carezze a sgorgo, di
leggieri si comprende, e tanto più gli sbraciavano promesse quanto già
erano deliberati ad osservargliene meno. — Chiamava il Mormile in
testimonio Dio e i Santi, come lo movessero a questo non già astio
contro il Sanseverino deputato anch'egli a simile impresa, nè rancore
contro la Francia (la quale in mal punto dopo avere messo in costui
tanta fede, e tanto in mal punto gliela toglieva), nè manco voglia avara
di avere in guiderdone tutti o parte i beni del ribelle principe, o
cupidità di riacquistare i proprii, mai no; — ed ambi i Mendozza,
l'oratore e il cardinale rispondevano: — non ci è mestieri sacramenti,
capirsi da sè che lui infiammava unico il bel desío di tornarsi in
grazia al suo signore e padrone; lo amore suo per la Patria essere
tutt'oro di quaranta carati, e questo fargli desiderare di chiudere in
pace gli occhi nella terra che cuopre le ossa dei suoi, e dove al sacro
fonte fu redento cristiano: tuttavolta era certo, che lo Imperatore
nella sua magnanimità l'avrebbe costretto a tornare al possesso dei suoi
beni, e con la spoglia del servo traditore avrebbe vestito il servo
fedele; oltre tutto questo lui aspettare la riconoscenza dei cittadini
salvati, e la fama perenne della storia: questo gli mallevavano essi e
ci mettevano pegno. Al Mormile veramente sarebbe bastato molto meno, ma
quello che ebbe esporremo tra poco.

L'armata turca dopo le variate imprese surse a Ponza, ma non così da
starsi ferma su le áncore, che ora si tirava a Procida, ora alla punta
di Posilipo, ed altre volte altrove. Andrea per tenere ferme le cose di
Napoli minacciate da tanto sforzo di guerra palese e segreto, ebbe
ordine dallo Imperatore d'imbarcare duemila fanti tedeschi alla Spezia,
e trasportarli a Napoli su ventinove galee, e come gli fu comandato così
fece: poi si mise cauto a navigare costa costa, sperando in onta alla
vigilanza nemica sbarcarli a Gaeta, o in altro luogo più destro della
spiaggia napoletana: si fermò per fare acqua in foce di Tevere, e quivi,
investigate sottilmente quante persone gli occorsero, non gli venne
fatto di raccogliere novità alcuna, onde giudicando che il nemico
stanziasse a Procida inteso ad impedire, che Napoli li sovvenisse,
ordinava ai Comiti procedessero schivando monte Circello per tema
d'insidie, e adagio perchè le ciurme non si affaticassero risoluto di
scivolargli di sotto per le bocche di Capri. Però se le spie non
servivano a dovere il Doria, buono ufficio rendevano al Dragutte, sia
ch'egli ci adoperasse maggiore diligenza o più larghezza, sicchè costui
dello appressarsi dell'armata imperiale ebbe avviso, giusto mentre se ne
stava appiattato dietro monte Circello, e non gli parendo luogo adatto
cotesto ad opprimerlo, nè reputando senza lo sforzo dell'armata di
poterlo fare, quinci di cheto partissi, mandando innanzi un legno
sparvierato per avvertire il Rustan bascià a starsi ammannito. Andrea
finchè le forze gli valsero non si mosse di su il castello della galea a
specolare, ma essendosi messo il buio fitto, nè per vegliare che facesse
udendo attorno rumore alcuno, cedeva alla stanchezza raccomandando
sempre ai Comiti si tenessero al largo: e questi è da credersi non
trascurassero il debito, ma le correnti forse li trasportarono più, che
non volevano vicino a Ponza; tuttavia, nè manco avrebbe loro approdato a
starci discosto, imperciocchè l'armata turca si fosse distesa per modo
da circuirli anco in mare più aperto. La più parte degli storici narra
come Andrea, chiamato dal pericolo in coperta, non sapesse trovare altro
rimedio al subitaneo caso, eccetto quello di ordinare la fuga, ma havvi
tale che afferma avere Andrea mostrato buon viso alla fortuna, fermo in
tutto di combattere quantunque più di due volte inferiore al nemico, al
quale intento commise, le galee quanto meglio potevano si stringessero,
ad ora ad ora levassero i remi per aspettare le tarde, affinchè o tutte
si salvassero o si perdessero tutte. I Turchi pronti con le miccie
accese avere cominciato allora a balestrare un turbine di ferro e di
fuoco, in questa un gruppo di palle traversando lo spazio tra la
Capitana di Andrea e la Spagnuola, rasenta da vicino questa ultima, onde
gli Spagnuoli domandano con gran voce, che cosa si avessero a fare, e
Andrea instando sempre rispondeva: una galea facesse spalla, e remi ci
adoperassero e vela. — Di queste parole o non intesero o non vollero
intendere che l'ultima, per la quale cosa subito si levò, e si diffuse
il grido: _vela! vela!_

Comincia la fuga; Andrea visto andare tutto a rifascio, attende come gli
altri a salvarsi; gli tenne dietro la Capitana spagnuola con due altre;
i Turchi dettero la caccia, ma durante la notte non giunsero a mettere
mano se non sopra una galera sola; però continuandola con inestimabile
ardore fino alle cinque pomeridiane, arrivarono ad agguantarne alla
spicciolata fino a sette con entrovi settecento circa Tedeschi, i quali
furono dai Turchi, come quelli che pativano difetto di ciurma, immediate
messi al remo: vi cadde eziandio prigione il nipote del Cardinale di
Trento Colonnello Giorgio Madruzzi, giovane assai reputato nell'arme, il
quale condotto a Costantinopoli fu poi riscattato con larga taglia dallo
zio, adoperandosi molto alla liberazione di lui anco Monsignore di
Cognac oratore francese presso Solimano. Però non è affatto vero, che
riuscisse al Doria di passare co' rimanenti navigli, e ormeggiatili alla
costa napolitana mettere a terra le altre bande dei Tedeschi, egli al
contrario ebbe a tornare indietro, anzi, spinto da fortuna di mare, andò
fino in Sardegna, donde si ridusse a Genova, e quivi risarciti i legni
ripigliò da capo il cammino per Napoli. E' fu in questa occasione, che
rasentando le spiagge toscane, avvisato come i Sanesi assediando
Orbetello ci avessero ridotto a mal termine alcuni Spagnuoli lasciati di
presidio là dentro, sbarcò due compagnie di Spagnuoli che si era recati
a bordo in Genova a fine di completare il soccorso scemato dalla cattura
dei Tedeschi, e fece agevolmente risolvere l'assedio.

Ma Napoli oggimai non aveva più mestieri di soccorso, imperciocchè
quando sembrava inevitabile la ruina minacciata dai Turchi, e la gente
sbigottita non sapeva più a qual santo votarsi, di un tratto corse voce
che i Turchi se ne andavano, ed invero con maraviglia pari al contento
di tutti furono visti in breve dare le vele ai venti e allontanarsi:
questo avvenne per la industria del Mormile, il quale, valendosi
fellonescamente di uno dei fogli segnati in bianco, scrisse all'Arimone,
oratore, come fu detto, sopra l'armata turchesca per la parte di
Francia, che Sua Maestà cristianissima gli faceva sapere che fino ad un
altro anno alla impresa di Napoli non poteva più attendere, perciò
provvedesse ai casi suoi, negoziando destramente perchè l'armata turca
tornasse a Costantinopoli senza che Solimano avesse a inalberare; e
perchè il Rustano senza ciondolìo acconsentisse la partita, mandarongli
in dono duegentomila scudi per compensare lui e i compagni della perdita
delle prede, che si auguravano radunare se la guerra avesse tirato in
lungo. L'Arimone dette nella pania, non si potendo mai immaginare che il
Mormile ci volesse o potesse mettere duegento mila scudi di suo;
difatti, ce li mise, non però di suo, che gli furono dati cavandoli dal
donativo degli ottocentomila scudi largito dalla città di Napoli allo
Imperatore. Così il francese Arimone venne giuntato, e rese
irremediabile il danno a cagione dello zelo irrequieto, che ei pose a
disservire il Re, secondochè costumano quelli i quali si appellano
diplomatici, massime francesi, facendo e disfacendo senza darsi un
pensiero al mondo del bene dello stato, pure di aggradire chi in quel
momento fa da padrone, e paga. Al Mormile quando chiese il premio della
fellonia, dopo agguardatolo un pezzo a squarciasacco, dissero: si
votasse a Dio se gli lasciavano la testa sopra le spalle, e va bene. Il
Principe di Salerno, dopo alcuni giorni (il Costo scrive otto) che si fu
partita l'armata turca, giunse ad Ischia con la sua di ventisei galee
ottimamente provveduta di archibusieri guasconi, e se rimanesse
trasognato di non ci trovare i Turchi, pensatelo voi: avvertito della
frode, fece forza di remi per agguantarli, ed in vero gli raggiunse alla
Prevesa; ma, per quanto dicesse e pregasse, non persuase il Rustano a
tornare in dietro, sicchè per disperato lo seguitò fino a
Costantinopoli. —

Non tutta però l'armata turca se ne andava col Rustano; rimasero nel
Mediterraneo sessanta galee comandate dal Dragutte, il quale le condusse
a Scio, facendo le viste di volerci svernare: colà gli si congiunsero le
ventisei francesi venute col Principe di Salerno, e parve volessero
concedere almanco per qualche mese requie alle fortune afflitte
d'Italia, ma la natura del Dragutte non era di quelle, che nella pace
riposino; e Andrea Doria, che conosceva per prova di che pelo costui
portava chiazzata la coda, non rifiniva di avvisare la Signoria di
Genova perchè facesse intendere allo ufficio di San Giorgio, in cotesto
tempo principe di Corsica, tenesse di occhio le marine dell'isola,
principalmente Calvi e Bonifazio; si legge altresì che conformi avvisi
mandasse Cosimo di Firenze, principe quanto altri mai benissimo
informato; ma i Governatori del Banco di San Giorgio, inetti o avari,
non dettero mente, e il guaio accadde presto e più grave di quello
avesse presagito il Doria. Di fatti il Dragutte e il Pelino ammiraglio
delle galee francesi usciti di Scio, dopo avere messo a sacco la Elba e
tastato Portoferraio, si volsero alle coste di Siena, dove toltisi in
nave Monsignore di Thermes, il Duca di Somma, Giovanni di Torino,
Giordano Orsino, Aurelio Fregoso, Vincenzo Taddei con altri elettissimi
capitani, e duemilacinquecento fanti, li traghettò in Corsica; andava
con esso loro assieme con molti fuorusciti côrsi, quel sì famoso
Sampiero di Ornano, nemico mortale al nome genovese, e per virtù
militare da anteporsi ai più illustri dell'antichità che da paragonarsi
ai moderni; questi in breve capovolsero la isola così, che ai Genovesi
non rimasero altro che Bonifazio nelle parti meridionali, e Calvi nelle
occidentali della isola. Bonifazio, assalito con ferocia, virtuosamente
si difese: ben diciotto giorni resisterono le mura allo indefesso
fulminare delle batterie del Dragutte, e aperta la trincea, sebbene con
gara, io dirò piuttosto di ferocia che di onore, ci si avventassero
Francesi e Turchi, non la poterono spuntare: dicono, che la strenua
perseveranza in tutti i Bonafazini (e dico tutti perchè vecchi e
giovani, donne ed uomini, laici e chierici combatterono, non curati gli
anni, e nè anco le malattie) fosse mantenuta dalla fede di miracoli, e
sarà, che la religione può molto nei petti dei mortali, pure anco
l'amore della libertà è per sè solo capace di partorire miracoli; e le
storie narrano con bella lode Antonio Caneto commissario di Genova
preposto alle difese. Pure alla fine Bonifazio calò a patti, alcuni
dicono perchè ridotti allo estremo, altri perchè abbindolati: con parole
parche riferirò l'una opinione e l'altra. Affermano i primi, che il
Caneto facesse sapere all'Ufficio di San Giorgio come, venuto oggimai
allo stremo di ogni cosa, non avrebbe potuto resistere se nol
sovvenivano sollecitamente e gagliardamente, nè a questo, per vero dire,
l'Ufficio mancò, inviando costà Domenico Caraccioli con di parecchia
pecunia; e' sembra che la pecunia in coteste angustie a niente potesse
approdare, bensì ci fosse mestiero di vettovaglie, e di munizioni; ma i
Genovesi erano di quelli, che giudicano con la pecunia assettarsi ogni
cosa; di fatti il Colombo stesso, il quale fu sì pio, non dubitò
lasciare scritto, che per virtù di bei contanti si andava anco in
paradiso; il guaio fu che il danaro non giunse a salvamento; i Côrsi
colsero il Caraccioli per la via, e gli tolsero vita e moneta. Ciò gli
assedianti fecero sapere agli assediati per levarli di speranza, e al
punto stesso col mezzo di Altobello da Brando proposero loro di rendersi
a patti; avrebbono salve le robe e la vita, e se volessero condursi ad
abitare fuori della isola non troverebbero impedimento. Accettarono, ma
la capitolazione fu rotta o per avarizia dei Turchi, o per vendetta dei
Côrsi, o piuttosto per ambedue, che tremendissime passioni furono allora
e sono. Nè si rimasero al saccheggio, che messa mano nel sangue
ammazzarono duegento di cotesti valorosi uomini, gli altri mandarono al
remo, tra loro il pro-commissario Caneto. — Quelli che inclinano alla
diversa opinione raccontano, che il Banco di San Giorgio, avendo spedito
in diligenza un côrso, di cui tacciono il nome, al commissario Caneto,
con lettere ortatorie perchè s'ingegnasse quanto meglio per lui si
potesse tener fermo, stando in procinto di partire in suo aiuto il
rinforzo, costui cadde in potestà dei nemici, o sia che lo pigliassero,
ovvero tradisse. I Francesi subito pensarono di rendere allo Imperatore,
e a cui parteggiava per lui, la pariglia del Mormile, trovando modo di
falsificare le lettere, e in quella guisa alterate presentarle al
Commissario, il quale tanto meno le piglierebbe in sospetto se ci
vedesse apposto sopra il sigillo della repubblica, e questo argutamente
fu fatto togliendolo dalle lettere vere. Il Commissario, aggiungono,
avendo letto l'ordine di consegnare la terra cessando ogni resistenza, e
con quei patti che alla sua sagacia fosse riuscito ottenere men gravi,
si strinse nelle spalle, e capitolò; i Francesi, quando intesero che il
presidio domandava rendersi, circa a patti non istettero su lo
spilluzzico, e così cadde la terra in potestà di loro. Da simili
prosperi casi inanimato il Re di Francia mandava copia di vettovaglia e
di munizione da guerra, massime artiglierie a fornire i luoghi
acquistati; per suo comandamento fortificaronsi Ajaccio, e San Fiorenzo,
dove Giordano Orsino rimase a compire le opere e difenderle.

Certo le cose di Genova sopra la Corsica sembravano ormai del tutto
spacciate, ma come accadde, non le potendo più rimanere depresse, era
necessità che dovessero tornare in fiore. Di vero avendo i Francesi con
assai mal consiglio mandato oratori al Senato per chiarirlo, che
volentieri l'avrebbono nella potestà della Corsica restituito, quante
volte con la Francia si legasse, aprisse alle armate regie i suoi porti,
facesse insomma gli uffici, che tra nazioni amiche costumansi, esso, in
ciò sbracciandosi sopra tutto Andrea Doria, ragguagliò punto per punto
lo Imperatore di ogni cosa, spedendogli a tale effetto ambasciatori a
posta, e Andrea, nel suo particolare, gli mandò l'abate di Negro, prete
svelto e sottile; i quali tutti in sostanza avevano commissione di
rendere capace Cesare, come i francesi si fossero impadroniti della
Corsica col solo fine di staccare Genova dalla lega della Spagna, e
tornare come un tempo signori del Mediterraneo: avere i Genovesi
deliberato resistere finchè le forze gli aiutassero, ma soli non potere
lungamente sostenere lo impegno; mosso da questi sospetti l'Imperatore
concesse sul momento duemila Spagnuoli e duemila Tedeschi, ai quali
prepose per condurli maestro di campo Lorenzo Figheroa: e intanto che
allestirebbe soccorsi maggiori, ordinava al Doria sovvenisse con le
galee la Patria. Cosimo duca di Fiorenza, non si potendo dare pace
finchè non avesse allontanato cotesto incendio da casa sua, promise il
soccorso di duegento cavalleggeri e archibusieri a cavallo capitanati da
Carlotto Orsini, e da tre suoi luogotenenti venuti in fama di valorosi
soldati, che furono il conte Troilo dei Rossi, Greco da Rodi, e Paolo
Cerato, più le sue quattro galee pagate per quattro mesi, e tutti i
comodi che dal suo stato si potessero cavare: per simile conforto
ripreso animo i Genovesi assoldarono seimila fanti la più parte in
Toscana, a mille dei quali preposero Chiappino Vitelli, per servizi resi
al principato, promosso da Cosimo marchese di Cetona, cinquecento erano
Côrsi (che maledizione dei Côrsi fu non trovarsi mai in pace tra loro) e
li conduceva il Colonnello Angelo Santo delle Vie. Il carico di tutta la
impresa ebbe Andrea Doria a cui fu consegnato con solenne rito lo
stendardo grande della Repubblica in San Lorenzo. Precederono in Corsica
Andrea Doria, Cristofano Pallavicino, che con quattro galee e due
compagnie di eletti soldati andò a sovvenire Calvi perchè nella
devozione della Repubblica si mantenesse, ed Agostino Spinola, il quale,
trasportati sopra ventisette navi i quattromila fanti dell'Imperatore ad
Erbalunga, prese a devastare il paese disertando col ferro e col fuoco
case, colli e oliveti; gli Spagnuoli e i Tedeschi per ciò commettere non
avevano mestieri eccitamenti; pure i Genovesi gli eccitavano, tanto in
loro potendo la rabbia di vendetta da non conoscere che con mani barbare
si laceravano le proprie viscere; Andrea tiene dietro loro con quindici
navi onerarie e trentasei galee: andarono con lui Ludovico Vistarino di
Lodi maestro del campo, e commissari per le paghe Cattaneo Pinello e
Paolo Casanuova; Agostino Spinola ebbe titolo e grado di tenente
generale. Nelle storie è ricordo, come Andrea uscito la prima volta dal
porto, colto da furiosissima bufera, la quale durò senza intromissione
per bene diciotto giorni, tenne per ventura potercisi riparare da capo;
salpato poi l'otto novembre, dette fondo nel golfo di San Fiorenzo il
quindici del medesimo mese. Un dì stette specolando alla Mortella il
luogo acconcio per iscalare, poi varò il naviglio a Olchini e quivi
attese a mettere le milizie a terra, contrastanti invano gli
archibusieri francesi arripa, e pone il campo presso il convento di San
Francesco; colà avendolo raggiunto Agostino Spinola s'incominciò ad
assediare San Fiorenzo. — Stavano dentro la piazza Giordano Orsini,
Bernardino di Ornano parente di Sampiero, e Teramo di San Fiorenzo con
una mano di fuorusciti côrsi e napoletani, gente tutta di cuore;
sufficiente il presidio; scarso il fodero. Qui non occorre raccontare i
casi di cotesto assedio; ci furono opere del continuo disfatte dagli
assedianti, e con pari pertinacia dagli assediati rifatte, sortite
sanguinose e senza pro', guerra varia, promiscua, non interrotta mai,
sperpero così di uomini come di cose: più feroci accadevano le zuffe
presso la Chiesa di Santa Maria dove stavano trincerati gli Spagnuoli.
Andrea esaminando con diligenza tutte queste cose non menochè il terreno
pantanoso, e la difficoltà degli approcci, deliberò miglior consiglio
essere assicurare i passi e convertire l'assedio in blocco: a questo
scopo, ricinta la torre della Mortella di spaldi e spianate, fece
disperato lo appressarsi al golfo delle navi nemiche; rinforzò i
presidii agli sbocchi delle vie, con ispessi fortini li riparò, il paese
dintorno fece deserto: in certo modo strinse lega con la fame e con la
febbre: ciò fatto spicca dodici galee e dodici fuste con soldati parte
côrsi e parte spagnuoli ad assaltare Bastia; le conduceva Angelo Santo
delle Vie, il quale celere e animoso espugna prima la città, poi la
rocca; Andrea mandò a reggere la terra riacquistata un Luciano Spinola,
se mite non so, certo astuto, e capacissimo ad assonnare gli animi
crucciosi con le blandizie, e gli animi arrendevoli ammansire a servitù.
Il presidio côrso e francese di Bastia si ritirò a Furiani, donde
volendo snidarli la gente del Doria, baldanzosa oltre il dovere per la
riportata vittoria, viene due volte aspramente respinta. Il Thermes,
costretto a partirsi dallo assedio di Calvi sovvenuto a tempo, cammina
cauto e difilato a percotere di fianco Agostino Spinola, perchè Andrea
sia costretto di levare a sua posta l'assedio da San Fiorenzo: in questa
fazione si crebbe fama quel Giovanni da Torino, che anco allo assedio di
Firenze tante belle prove di valore operò in vantaggio della Repubblica,
perocchè, traversando terre pantanose, riuscì a entrare di straforo
nella città assediata portandoci alcune provvisioni, e mulini a braccia,
e poi ne sortiva alla scoperta, nè circondato volle posare le armi,
all'opposto sempre menando virtuosamente le mani si ridusse incolume tra
i suoi: nè questo fu l'unico assalto al campo genovese, bensì ogni
giorno Sampiero e il Thermes tribolavano il Doria; il quale, piuttosto
ostinato che costante, si era fitto in cuore di volere ad ogni modo
domare l'Orsino con la fame: dall'una parte e dall'altra non requie mai
nè posa, gli uni ad offendere, gli altri a prevenire le offese, ma quel
perpetuo aggirarsi di Sampiero e del Thermes non partorendo frutto
alcuno, l'Orsino ebbe a sgomentarsi, e poi cessare del tutto come
rifinito pel soverchio della fatica. Ritiraronsi a Corte perchè Carlotto
Orsini scorrazzava il paese dintorno co' suoi cavalleggieri, ed essi non
avevano da opporgli cavalleria, sicchè correvano pericolo di vedersi
scemi ora di questa, ora dell'altra banda tagliata fuori dal grosso
della gente. In quel torno comparve in Corsica Piero Strozzi con
diciassette galee, ma sovvenne poco le parti dei Côrsi e dei Francesi,
essendo la sua commissione per Siena; bensì vi lasciò una compagnia di
Côrsi, compagni del Sampiero nel Piemonte, e al tempo stesso consegnava
a questo côrso, di stupendo valore, le regie patenti, che lo creavano
maestro di campo generale degl'Italiani nella isola: prima di partire si
strinse a segreto colloquio col Thermes; quello che gli dicesse
ignoriamo, nè da veruno storico si accenna: forse, chi sa, che fin
d'allora non lo ammonisse ad allestirsi piano piano a lasciare l'isola
in balía di sè: usanza vecchia dei Francesi, i quali, a mo' degli
antichi sacerdoti, dorano le corna ed ornano di fettucce la fronte della
vittima, prima di darle della scure sul capo.

A San Fiorenzo quello che non seppe fare il valore, la fame potè; non
riuscirono a sovvenirlo gli amici, quando gli stavano attorno vigili a
cogliere la occasione; pensiamo, se adesso lontani; pane solo e poco
cibavano senza distinzione capitani e soldati: di acqua pativano
doloroso stremo: ma se le sorti volgevano agli assediati lacrimose, nè
anco gli assedianti le provavano liete: ai nostri giorni eziandio l'aere
intorno a San Fiorenzo si spande grave e maligno, allora poi molto più,
massime che le sconcie piogge, durate un mese, avevano ridotto la stanza
di cattiva pessima: le compagnie del Doria comparivano più che mezzo
scemate: le vendemmiava la morte. Il Sampiero di questi casi
ragguagliato, instava presso il Thermes perchè sortiti alla campagna con
subito impeto si assalisse il campo, che a lui, non uso a diffidare mai
della vittoria, pareva sicuro di romperlo, ma il Thermes, al quale non
garbava il partito, andavasi schermendo, e come suole dirsi gli girava
nel manico. Dall'altra parte i capitani della Repubblica non
tempestavano meno Andrea a levare il campo, se pure non volesse vedere
sepolti tutti sotto San Fiorenzo, ma egli vie più irrigidiva: lì vincere
o lì morire: taluni siffatta risoluzione lodano come testimonio di
costanza in Andrea, altri e sono i più lo accusano di caparbietà senile;
certo per ultimo gli venne in mano San Fiorenzo, ma e' parve si
aguzzasse il piolo sul ginocchio, imperciocchè si stima, che la perdita
delle vite sommasse a diecimila nel campo dei Genovesi, e quasi tutti
morti d'infermità: morironvi Imperiale Doria, Giustiniano Cicala,
Domenico dei Franchi, e Vincenzo Negrone, e comecchè Luciano Spinola e
Cattaneo Spinello si facessero di Corsica trasportare a Genova per
curarsi della febbre maligna, a nulla approdarono, che il morbo
attaccato loro nelle ossa li precipitò nel sepolcro. Sicchè, tutto bene
avvertito, la carne non valse il giunco, molto più, che oltre la prima
andata ci si ebbe a sciupare altra gente, e non poca. Genova mandò
compagnie di nuova leva, la Spagna quattromila fanti, e copia di
munizioni o vuoi da bocca o vuoi da guerra: anco la Francia non si
rimase da inviarci il Polino con la flotta, ma o sperimentasse la
fortuna contraria, o procedesse di male gambe, non fece frutto, e San
Fiorenzo ebbe a calare a patti.

Andrea li propose infami e crudeli; pretendeva nientemeno libera facoltà
per dare alle forche quanti fuorusciti côrsi avrebbe trovato dentro a
difendere San Fiorenzo; i Napolitani gli premevano meno; per questi si
sarebbe contentato mandarli in galera a vita. Gli ributtò con parole
gravi Giordano Orsino, le quali, quanto procurarono onoranza al prode
gentiluomo, altrettanto avvilirono il rancoroso vecchio; e alle parole
l'Orsino aggiunse magnanimi fatti, imperciocchè raccolti i soldati, gli
fece giurare di morire tutti con le armi alla mano, prima di abbandonare
i compagni al fato che loro si minacciava, e i soldati giurarono. — I
capitani genovesi, a cui mal seppe la intempestiva ferocia di Andrea, e
piuttosto mostruosa che insolita tra gente presso la quale il mutuo
combattersi con prestanza, posate le armi, è argomento di lode non di
odio, con preghiere accesissime istarono, e comecchè reluttante,
condussero il fiero vecchio a più miti consigli: piega, ma in modo che
non aveva a comparire: tanto allo accostarsi del sepolcro piacque al
Doria la ferocia, che renunziata a forza la sostanza, volle conservarne
l'apparenza: però ordinava che nella convenzione si stipulasse i Côrsi
dovessero rimettersi impreteribilmente in sua potestà: solo assenti, che
prima di pigliare possesso di San Fiorenzo si cansassero; egli, facendo
le viste di non accorgersene, gli avrebbe lasciati passare: veramente
che il Doria volesse delle sue parole fare fango non era da temersi, o
poco; tuttavia i profughi, finchè non si conobbero in salvo, di tratto
in tratto si tastavano il collo; e non senza ragione, perchè Andrea,
parola o non parola, tanto a trentatrè di loro volle mettere le mani
addosso; però non li mandò a morte, bensì al remo; nell'animo del
genovese la ferocia venuta a contrasto con lo interesse, vinse lo
interesse, e non nocque, perchè dal remo si scampa, e si torna alla
vendetta. Tra perdonare e opprimere il nemico, meglio è il perdono, però
come perniciosissimo rigetta il partito che non opprime affatto, nè
affatto perdona il nemico.

Non cade qui in acconcio narrare i molteplici casi e pieni o di
grandezza o di furore, anzi di bestialità, che avvennero in cotesta
guerra; nella vita di Sampiero Ornano troveranno luogo opportuno; ora
basti avvertire come i Côrsi mentre agognano francarsi da un padrone
antico e domestico ce ne chiamano altri quattro nuovi, e forestieri i
più, francesi, turchi, spagnuoli e toscani, e dopo avere gustato le
dolcezze di tutti, dai Francesi, perpetui sommovitori di ribellioni in
casa altrui e in casa propria, dai Francesi che spedirono da Parigi al
Sampiero in Corsica la bandiera col motto ricamato a lettere di oro: —
_pugna pro Patria_ — furono restituiti accaprettati in virtù della pace
di Castello Cambrese nelle mani della offesa padrona; però profondo si
educarono in cuore gli antichi Côrsi l'odio contro lo straniero, e
contro chiunque parteggiasse per lui: anch'oggi, cessate le cause
dell'odio, gli amano poco: la passione nel cuore umano, come la
navicella sul lago, sebbene taccia la forza che prima la mise in moto,
quella dura, e questa corre più lungo e funesto, che non si penserebbe o
vorrebbe.

Andrea si levò di Corsica, dopo averla distrutta tutta e riconquistata
in parte. La lasciava, cruccioso di avere, in obbedienza agli ordini
dello Imperatore, a trasportare duemila Spagnuoli a Napoli, i quali
Cosimo duca di Firenze, prima chiese a Carlo per guardare le sue coste
dai Turchi e dai Francesi, e gli ottenne, ma ammonito dal cardinale di
Seguenza, che pericoli pari correvano i suoi stati della Italia
meridionale, glieli disdisse. A crescergli l'ira si aggiunse questo, che
veleggiando egli verso Calvi, quei delle Pievi circostanti alla torre di
Spano mandarongli a dire, che se avesse messo in terra un polso di gente
ci sarebbe stato verso d'impadronirsi della torre, imperciocchè il paese
vicino assai si professasse devoto alla Repubblica, ed anco si era
aperto un trattato con taluno del presidio della Torre per esservi messi
dentro a mano salva. Andrea abboccò l'amo, e s'indusse a sbarcare un
seicento fanti, ai quali ordinava s'inoltrassero nel cuore del paese,
scansassero gl'incontri, e cauti e coperti procedessero verso la torre;
ciò male gl'incolse, imperciocchè Giordano Orsino, che gli attendeva
alla posta con duegento Côrsi disperati, piombò loro addosso
sgominandoli a un tratto mentre non potevano avvisare Andrea dello
agguato, nè questi soccorrerli. Le Pievi circostanti si levarono pur
troppo, ma per cercare a morte i traditi, che presi dal terrore, gittate
le armi, non fuggono, volano alla spiaggia; la quale cosa contemplando
il Doria, o per la stizza che lo pigliasse o perchè in altra guisa non
potesse soccorrere fulminando il mucchio degl'inseguiti e dei
persecutori, giunse a ricovrare solo duegento dei suoi su le galee, e
conci così che mettevano pietà a vederli. Però è da credersi che da
tutte queste contrarietà inasprita la sua natura, abbastanza immansueta,
lo trasportasse oltre i suoi stessi confini, allorchè, costeggiando le
spiagge sanesi, udito che Cosimo duca di Firenze aveva preso Ottobuono
Fiesco, con focose istanze lo supplicò che a lui lo consegnasse: fu già
detto in altra parte di questa storia, che dopo chiuso dentro un sacco
lo fece senza misericordia mazzerare, e per giudicio degli uomini
prudenti cotesto caso è tale da deturpare nome anco più illustre di
quello che di Andrea Doria non sia.

Esponemmo già con modo sicuramente più figurato che a stile storico non
convenga, come Andrea si facesse quasi per forza erede degli anni del
suo figliuolo Giannettino per empirne la lacuna tra il suo nepote e sè,
ma aggiuntando la sua alla vita di Giovannandrea per continuare la
fortuna dei Doria, ebbe a patire il danno della sua troppa vecchiezza e
della troppa gioventù di lui. Di fatti conducendo il giovane nipote in
Corsica dodici galee con più spavalderia che prudenza, investì con una
nell'Elba, e vi perse anime e beni; proseguendo poi notte tempo con gran
vento, invece di entrare in Portovecchio sopra la costa orientale della
Corsica, dà a traverso con nove galee dentro una calanca,
dov'essendosegli sdrucite ebbe a patire inestimabile danno di uomini e
di cose. Se Andrea percosso da così duri e spessi colpi di fortuna
esclamasse come Carlo di Angiò: — Sire Dio, deh! fa che il mio calare
sia a piccoli passi — ignoro; ma certo deve avere sentito che il braccio
di Dio gli diventava grave sul capo; però dopo tanti infortunii un
conforto gli venne, e fu carezza della fortuna, la quale, per tribolarci
meglio, ci accende e ci agghiaccia con perpetua vicenda di speranza e di
paura: il nipote Giovannandrea, sul finire del medesimo anno 1556
andando con otto galee in Sicilia, incontrò sette fuste turche, e si
pose immantinente a combatterle: certo non fu grande sforzo cotesto,
cinque ne prese, gliene fuggirono due, tuttavia il cuore del vecchio si
sollevò nel presagio di cose maggiori.



CAPITOLO XI.

   Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. —
   Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e
   fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi
   stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne.
   — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington:
   magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello
   Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. —
   Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza
   storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna,
   renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che
   risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è
   vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose
   mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il
   danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse
   l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due
   orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti
   i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e
   non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero
   contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua
   ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli
   eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra
   di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea
   raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello
   Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica;
   e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed
   è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo
   accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di
   Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa
   gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la
   guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di
   Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la
   proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli
   è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa
   purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la
   flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la
   parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano.
   Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le
   galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano
   i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e
   gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul
   principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita
   di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto
   l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come
   non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. —
   Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. —
   Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta;
   naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e
   torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e
   fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda
   navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli
   ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due
   galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a
   Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. —
   I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano
   amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci
   con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo,
   volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa
   sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da
   Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte
   l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta
   coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli
   Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla
   fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a
   fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non
   si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima
   venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma
   vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a
   sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e
   Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si
   riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re
   Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi
   spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la
   sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede
   ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea
   corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non
   vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione
   Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga,
   sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca
   addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col
   buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido
   gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano
   avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. —
   Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento
   se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi.
   — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù
   dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo
   valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo
   buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le
   cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad
   Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in
   terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il
   Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la
   notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge
   veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don
   Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove
   fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più
   avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni
   di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. —
   Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le
   lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva
   maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si
   acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue
   ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza
   pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue
   qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime
   considerazioni.


Quando l'ammiraglio di Sciatillon, oratore di Enrico II a Carlo V, gli
presentò le sue lettere di credenza, questi, versando dagli occhi fuori
alcuna stilla di amaro pianto, ebbe a dirgli: — Messere ammiraglio, deh!
vogliatemi in cortesia aprire coteste lettere, imperciocchè, mirate,
queste mie mani le quali pure, tante e tanto grandi cose hanno impreso e
compito, non conservano balía per rompere un suggello; ecco il frutto
che ho ricavato dai lunghi travagli per acquistare fama di glorioso e di
potente Imperatore! — E più volte fu udito con pari ambascia esclamare:
— Ah! La fortuna come donna vaga s'innamora dei giovani. — La quale
sentenza viene ad altri eziandio attribuita, massime al magno Trivulzio,
allorchè Francesco di Francia lo rimproverava di non aver vinto. Certo
con mani a stato così misero ridotte, volente o no, male si potevano
reggere in tempi ordinarii imperi sì vasti, così vari, ed in sè stessi
divisi; e tuttavia egli non gli lasciò volenteroso, anzi non depose mai
intera la regia potestà, come noi chiariremo in breve, onde non sembra,
che il Bryon potesse dirittamente mettere lo esempio di lui a contrasto
di Napoleone, cui fu strappata a forza la male conseguita potenza, che
gli faceva sfolgorare i pensieri a modo di fulmini.

Anco Andrea Vesalio medico ipocratico, e secondo il costume che correva
a quei tempi, astrologo di temuta dottrina, gli aveva prognosticato il
termine della vita prossima, e quasi tutti questi spaventi fossero
pochi, eccoti un predicatore andargli ogni dì a tempestare negli
orecchi: — Vicini pendergli sul capo l'ora della morte e il giudizio di
Dio, al quale avrebbe dovuto rendere conto di due maniere sangue; sangue
versato su tanti campi per sete di ambizione, e sangue risparmiato dai
roghi e dalle mannaie in pro' della santissima religione. — Anco per
un'anima sana dentro corpo sano ce ne sarebbe stato d'avanzo; pensiamo
se con uomo infermo di malattie proprie, e delle eredate dalla madre!
sicchè fantasimi strani e paurosi gli angosciavano non pure i sonni, ma
lui sveglio sconvolgevano la mente, e di tratto in tratto gli pareva
udire distinta la voce materna che per nome l'appellasse, per la quale
cosa egli, ad un punto intenerito e spaurito, rispondeva: — Signora
madre, vengo. — Statuiva pertanto risegnare lo scettro, e poichè per la
invitta repugnanza del fratello Ferdinando, ch'eletto re dei Romani non
volle consentire che egli lo deponesse nelle mani del figliuolo intero,
l'ebbe a spezzare, cedendo a Ferdinando lo impero, e al figliuolo gli
altri dominii della monarchia spagnuola.

Il dì venticinque ottobre millecinquecentocinquantacinque, nella grande
sala del palazzo regio di Brusselle, Carlo V, di cinquantasei anni nato,
sorreggendosi con la mano destra ad un bastone, e con la manca
appoggiato alla spalla di Guglielmo d'Orange, giovanissimo allora, e
sortito dai cieli a diventare più tardi il flagello della casa di
Austria, circondandolo i congiunti più prossimi, i cavalieri del Tosone
di oro, i grandi ufficiali della Corona, i consiglieri, e i principali
baroni così di Germania come di Fiandra, di Spagna e d'Italia, parlò di
sè parole umili ad un punto e superbe, ma più superbe, onde le prime o
non parvero sincere, o parvero strappate dal senso prepotente dei mali,
conchiudendo: — La crudele infermità, la quale avevalo percosso, torgli
ogni forza per durare alla fatica del regno, e già da molto tempo lui
essere deciso a renunziarlo, e lo avria fatto, se non contribuivano a
dissuaderlo, da una parte, lo stato infelice della madre sua, dall'altra
la giovanile inesperienza del figliuolo: remossi ormai da qualche tempo
questi ostacoli, non avanzargli scusa presso gli uomini nè verso Dio,
per tenere tale ufficio a cui di ora in ora diventava più inetto; e
confessati liberamente errori e colpe li buttava tutti su le spalle
della sua ignoranza, come se la sua ignoranza fosse stata qualità
distinta da lui, domandando di tutto perdono agli offesi, però che egli
non lo avesse fatto proprio a posta; di ristorare però i danni patiti
non accennava nè anco per ombra; per ultimo voltatosi a Filippo
soggiungeva: «Se i vasti dominii, che oggi nelle vostre mani commetto,
voi aveste raccolto per via di eredità, voi pure avreste a professarvene
profondamente grato, quanto dunque non ha da crescere l'obbligo vostro
venendovi, me sempre vivo, e per dono? Tuttavolta, per quanto a me paia
grande il debito vostro, io lo giudicherò saldato, solo che pigliate a
cuore il bene dei sudditi vostri. Regnate dunque in guisa da meritarvi
la benevolenza loro; come avete incominciato, proseguite; temete Dio,
siate giusto, osservate la legge, anteponete a tutto la religione, e
possa l'Onnipotente gratificarvi di un figliuolo, al quale voi, quando
vi sentirete sazio di giorni e dalle fatiche stanco, confidiate il regno
col medesimo animo col quale adesso io vi commetto il mio.» Qui il
figlio piegò il ginocchio dinanzi a lui, il padre lo benedisse, piansero
essi, e con loro gli astanti; forse erano sinceri, imperciocchè vi
abbiano corde dentro di noi, le quali, quantunque alterate dalle ree
passioni, vibrino sempre; forse anco no, che il pianto e il riso ponno
essere mossi da cause affatto materiali, e come lo sbadiglio e lo
starnuto, proviamo contagiosi; i cortigiani poi, per ogni
rappresentazione di corte tengono ammannite le sembianze diverse, anco
le lacrime come sul teatro le scene. Washington nel deporre la
presidenza chiedeva perdono delle colpe involontarie e degli errori, e
di corpo sano e di mente, pieno di vita, tornava ai campi, perchè il
troppo durare nel magistrato non educasse sè alla tirannide, altrui alla
servitù; tutti ne rimasero commossi, ed anco adesso, leggendo le
memorabili parole, a noi l'anima trema; gli Americani non pensarono a
piangere, nè ci pensiamo noi, conciossiachè là dove lo esempio eccelso e
l'ammirazione della virtù comprendano il nostro spirito, la pietà non
entri a inumidirci il ciglio con le lacrime dovute alla miseria umana.

Carlo scrisse, nel diciasette gennaio millecinquecentocinquantacinque,
lettere al Doria, con le quali, dopo avergli annunziato che la sua
partenza per la Spagna non avrebbe luogo prima della primavera, a
cagione della malattia che lo tartassava, e dei molti negozii, che
doveva mettere in sesto, finiva così: «Quanto a quello mi dite, circa al
desiderio di venirmi a trovare se la età e la salute nostre non si
opponessero, prima della mia partenza, ciò mi tornerebbe lietissimo,
sapendo la devozione vostra. Il piacere di conferire con voi mi
riuscirebbe così grande, che se la malattia me lo concedesse, vorrei
movermi io alla volta vostra. In difetto di che posso assicurarvi, che
come io ho causa profonda di essere soddisfatto della devozione vostra,
vigilanza e zelo co' quali vi adoperaste a servirmi, così vogliate
continuarli a fare verso il Serenissimo mio figliuolo: per questo modo
si conserverà in ambedue la memoria vivente di quello che meritate, e
non cessate meritare da noi per tanti rispetti. Desidero, che il Nostro
Signore vi colmi di felicità, e vi prolunghi la vita. Mi sarà di letizia
ricevere di tratto in tratto le vostre nuove.»

Di vero e' sembra, che la corrispondenza di Andrea con Carlo, anco
quando questi si fu ridotto a San Giusto, non rimanesse punto ricisa,
dacchè gli scrittori, che molti e minuti ci ragguagliano degli ultimi
giorni della vita di Carlo V, ci hanno tramandato la notizia che Andrea
gli spedisse in dono un'ampissima carta marina, ottimamente disegnata,
della quale lo Imperatore pigliava inestimabile diletto.

Al nostro argomento non fa più mestieri cotesto Imperatore e noi
possiamo buttarlo da canto; tuttavia per mostrare al lettore quanta
tribolazione incolga allo storiografo per bene chiarire i casi che
racconta, basti esporre le varie opinioni che corrono intorno agli
ultimi giorni di lui; dove non fosse altro, questo ci frutterà,
speriamo, venia, se dopo avere messo ogni fatica per appurare un fatto,
siamo costretti poi, nel riferirlo, ad usare forme dubitative assai più
spesso che non vorremmo. Corre la opinione comune che lo Imperatore
Carlo, innanzi di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al
fratello Ferdinando, e questo non è vero, avendolo al contrario ad
istanza di lui ritenuto finchè non avesse disposto gli animi degli
elettori e dei popoli a consentire il trapasso. Ancora, sembra certo,
che il tempo del rito solenne della renunzia degli altri stati a Filippo
fosse quello avvertito da noi, cioè il venticinque ottobre 1555, e
quello della stipulazione dell'atto il sedici gennaio 1556, e tuttavia
da parecchi si sostengono queste due date erronee: vi ha chi dice, che
una volta ridottosi al suo romitorio di San Giusto tutto ei si chiudesse
in Dio spogliandosi di ogni cura mondana, mentre al contrario si trova
che di consigli continui sovvenisse al figliuolo, sollecito di
consultarlo nelle faccende di grave momento, e dei minimi particolari
del governo di lui egli desiderasse essere informato; sul quale
proposito narrano come, al Corriero che gli recò la novella della
giornata di San Quintino, domandasse: — Il Re è già entrato a Parigi? —
E poichè quegli gli rispose di no, aborrendo leggere il dispaccio lo
scaraventava sul fuoco. Inoltre affermano in obrobrio di Filippo II,
come dai centomila ducati riserbatisi da Carlo per provvedere al proprio
sostentamento, prima ne levasse i due terzi, e l'altro gli facesse
stentare così, che spesso ebbe a patire penuria. Ora da carte autentiche
si ricava come lo Imperatore da prima si assegnasse sedicimila ducati, i
quali trovando poi scarsi se gli accrebbe fino a ventimila; ed è di più
manifesto che, invece di cavare danari da Filippo, egli con premurosa
sollecitudine gliene procurava, in ciò molto valendosi della Camera di
commercio di Siviglia. Il Robertson ed altri, prima e dopo di lui,
raccontano la strana avventura dell'esequie ch'ei fece celebrare a sè
vivo, dello essersi steso dentro la bara nel mezzo della chiesa, e
quinci avere risposto alle antifone dell'ufficio dei morti; e tuttavia
non mancano scrittori, i quali negano alla recisa cotesto funerale
spettacoloso. Per ultimo in tutto il mondo corre famoso l'aneddoto, che
pigliando egli mirabile diletto nel fabbricare e tenere orologi, ogni dì
al mezzogiorno gli rimetteva, e poichè conobbe nel rimetterli, che uno
non accordava coll'altro, egli ebbe ad irridere la sua prosunzione di
avere voluto che tutti i suoi sudditi, in fatto di fede, credessero ad
un modo, mentre nel nove settembre, e così soli dodici giorni innanzi di
morire, aggiunse un codicillo al suo testamento col quale supplicava il
suo figliuolo, in virtù della obbedienza che gli doveva, di estirpare
gli eretici senza rispetto alcuno, raccomandandogli come rimedio
efficacissimo all'uopo la santa Inquisizione; a questo patto
gl'impartiva la paterna benedizione, e gli prometteva l'aiuto divino; di
una cosa sola pentendosi, e chiedendo perdono a Dio; ed era essersi
lasciato scappare di mano Lutero, osservandogli la fede del
salvocondotto[42]. Ma forse questi due fatti possono accordarsi insieme,
che altro è l'uomo digiuno, ed altro sazio di cibo e di bevanda, e la
mente nostra non alterata dai dolori del corpo accoglie volonterosa la
luce della filosofia, mentre si abbuia nell'ombra della morte resa più
fitta dall'avara crudeltà dei sacerdoti. Ad ogni modo la certezza
storica hassi a reputare una arduissima cosa.

Occorrerebbe qui tenere discorso della guerra che imprese Filippo II
contro la Chiesa di Roma, che morto Giulio III, retta per pochi giorni
da Marcello II, cadde in potestà di Paolo IV, il quale fu cardinale
Caraffa, o teatino, avendo con un Gaetano da Tiene fondato certo ordine
di religiosi, che si appellò dei Teatini; ma poichè Andrea Doria non
prese parte in cotesta guerra, eccettochè col mandare le sue galee nel
regno di Napoli alla custodia delle coste, e per trasporto delle milizie
o dei foderi dove ne appariva il bisogno, così me ne passo, che meglio
forse ci cadrà in acconcio raccontarla altrove, come meglio altrove la
guerra di Francia, e la celebre rotta di San Quintino, onde salì in
tanta fama Emanuele Filiberto duca di Savoia. Quello che a noi preme
riferire si è, che mentre si negoziava la pace del Castello Cambrese,
Andrea Doria scrisse a Filippo II fervidissime istanze, supplicandolo a
non accordarsi co' Francesi se questi prima non si obbligavano a
restituire a Genova la isola di Corsica e mettere per patto, che non si
sarebbe reso San Quintino finchè per loro la Corsica non si consegnasse.
Non ci era pericolo che Andrea facesse a fidarsi troppo! Come il Doria
volle, così fu fatto; seguíta la pace, Andrea, sentendosi grave di quasi
novantadue anni, mandò in Ispagna il nipote Giovannandrea affinchè si
profferisse al re Filippo come luogotenente dell'avo, e a farlo persuaso
che lo avria servito con la medesima devozione di lui. Accolto con
benigna fronte dal Re, venne assai agevolmente confermato nell'ufficio,
che per tanti anni esercitò Andrea, e col medesimo grado di lui, non
senza adoperarvi di quelle parole, che la interessosa cortesia dei re sa
mettere in bocca loro, quando hanno bisogno.

Andrea, dopo che ebbe dato a tutte queste faccende ricapito, i senili
ozii andava svagando coll'adornare la chiesa di San Matteo, dimora
ultima della sua gente e di sè: oggimai egli si reputava ridotto in
porto, dove procella di fortuna non lo potesse toccare, e s'ingannava,
imperciocchè ella gli apparecchiasse un'altra batosta, ultima è vero, ma
forse la più fiera ed affannosa di tutte.

Per la pace di Castello Cambrese essendo stata fatta abilità a Filippo
II di reprimere, e se gli fosse riuscito, stiantare le barbare scorrerie
con le quali i Turchi desolavano quotidianamente la Cristianità, Fra
Giovanni Della Valletta, granmaestro dell'ordine Gerosolimitano, mise
pratica con Don Giovanni Bellalerda, duca di Medinaceli e vicerè di
Sicilia, per non lasciarsi fuggire di mano la prospera occasione, nel
quale parere con grande animo correndo il Duca, aggiunse le sue alle
lettere ortatorie inviate dal Granmaestro al re Filippo, affinchè fosse
contento di pigliarsi il carico di cotesta impresa, tanto dalla
Cristianità tutta desiderata; e nè anco a determinare il Re ci furono
mestieri troppi conforti, imperciocchè per lunghissimo tratto il mare
Mediterraneo bagnasse i suoi stati, e questi abbisognassero di continua
difesa, onde i mercanti di ogni nazione gli stavano attorno con perpetua
ressa, molto più ora, che avevano sentito trovarsi il Dragutte a Tripoli
di Barberia con cinquecento o pochi più Turchi, e però facile
opprimerlo; e gli Arabi del Re del Carvan, se non amici ai Cristiani,
certo infelloniti contro Turchi in guisa, che con qualche carezza e
qualche dono si sarebbero potuti ottenere efficaci aiutatori della
impresa. Dalle quali cose mosso il re Filippo, mandava attorno lettere
circolari ai governatori dei suoi stati, perchè le forze raccogliessero
ed ordinassero; costituì il duca di Medinaceli capitano generale della
impresa, e al Granmaestro di Malta concesse grande balía, commettendosi
nella esperienza e prestanza sue; ordinò al governatore di Milano
spedisse duemila uomini del Terzo di Lombardia in Sicilia, al vicerè di
Napoli del pari provvedesse duemila Spagnuoli; a Don Sancio da Leiva si
recasse a militare in Affrica, e con esso lui si partisse il pro
capitano Don Alvaro di Sandè, il quale doveva essere capo degli
Spagnuoli tratti da Milano. Andrea Doria, il quale consultato in tempo
approvava la impresa, a patto però che postergate le lungaggini
spagnuole, con solerte diligenza si conducesse, volle preposto
all'armata intera, conferendogli eziandio facoltà di dare il suo parere
su le mosse dello esercito, e Andrea, al consiglio aggiungendo lo
esempio, inviò celerissimo lettere al nipote Giovannandrea, affinchè si
mettesse senza indugio al servizio del Generale, e questo Giovannandrea
fece, appena gli giunsero le lettere dell'avo a Messina; dove conferito
il tenore di quelle col Duca, questi, per avvantaggiarsi di tempo, lo
persuase a mettersi di mezzo sollecitatore di Don Giovanni Mendozza,
ammiraglio delle galee di Spagna stanziate in quel torno a Napoli,
affinchè anch'egli si riducesse a Messina, e sovvenisse la impresa; e
Giovannandrea, a cui parve ottimo partito, ci si adoperò con tutti i
nervi, ma invano, perocchè avendo l'ammiraglio ricevuti ordini
pressantissimi di tornarsene in Ispagna per la parte del Re, a cui
sembrava che le galee di Italia avessero a bastare, gli toccò a
obbedire. Un altro ostacolo venne dal lato del governatore di Milano, il
quale, per la morte a quei giorni accaduta di Enrico II re di Francia,
temendo non si avessero ad arruffare le faccende, negò i duemila
Spagnuoli, e solo s'indusse a consentirli più tardi quando fu chiaro che
nonostante la morte del Re, la Francia repugnasse avventurarsi in nuova
guerra. Intanto il Figuerroa, oratore di Spagna a Genova, per isgravarsi
di spesa, licenziava le navi noleggiate a trasportare il Terzo degli
Spagnuoli di Lombardia, dacchè il Governatore non riputava sicuro
mandarli: quando poi gli mandò, mancarono le navi: onde e' fu mestieri
alloggiarli per diverse terre della riviera. Alla fine altre navi si
poterono avere, e allora mancarono le paghe, nè ci era verso, senza la
moneta, d'indurre le milizie a salire in nave; di qui confusione e
tafferuglio; al commissario Meruto, entrato pei mezzi a sedare la cosa,
dettero di una labarda sul capo: poi ritta su una bandiera ripigliano
insieme il cammino di Lombardia: erano potute andare innanzi forse una
diecina di miglia, quando vennero raggiunte da Don Alvaro Sandè e da
Lorenzo di Figuerroa, i quali con buone parole, e meglio col saldarle di
presente di quattro paghe, e promettendo prossimo il pagamento del
resto, le abbonirono, sicchè ricondottele a Genova, le imbarcarono.
Bisogna però avvertire, che oltre i duemila Spagnuoli del Terzo di
Lombardia, erano stati, per la diligenza di Don Alvaro Sandè, arrolate
alcune bande di Germani e d'Italiani, che s'imbarcarono ultime sopra una
grossa nave vocata Spinola, con funesti presagi, imperciocchè, appena
uscita di porto, sbattuta dal temporale, dava di traverso in terra;
parecchi, atterriti, si tuffarono in mare, e, per paura di morire,
persero la vita, molte armi andarono a fondo nè si poterono più
ripescare, le robe guastaronsi tutte, onde bisognò tornare a rifarsi da
capo con gli allestimenti, e logorare un tempo prezioso a risarcire il
naviglio.

Anche da Napoli mossero le difficoltà, imperciocchè essendo stato
riferito (e non era vero) al Vicerè, come l'armata Turca stanziata alla
Vallona facesse le viste di venir via, e le terre di Puglia fossero mal
fornite di presidio, puntava i piedi perchè gli Spagnuoli non
lasciassero Napoli, affermandoli necessari alla difesa del Regno. Così
tra impedimenti infiniti, i quali ci chiariscono della stupenda
imperfezione dell'ordinamento degli eserciti, quantunque corressero
tempi famosi per guerre, e per battaglie memorabili nelle storie, la
malavoglia degli uomini, l'emulazione e i dispetti, essendosi raccolte
tardi le genti e le provviste, l'armata si trovò in punto a Messina sul
finire dell'ottobre.

Fatta la generale rassegna furono contati quattordicimila uomini da
combattere, e chiunque li vide ebbe a giudicarli fior di gente, e messa
benissimo in ordine; quarantasette bandiere erano di Spagnuoli,
trentacinque d'Italiani, e quattro di Tedeschi. L'armata sommò a
centoventidue legni, ventotto navi grosse, due galeoni, dodici
_scorcapini_ e _grippi_, sette brigantini, e sedici fregate. Delle galee
tredici spettavano al principe Andrea Doria: sette a Don Sancio da
Leiva; a Scipion Doria cinque; dieci alla Sicilia, comprese due del
marchese di Terranuova; al Giustiniano di Monaco due: due al Cigala; al
Papa tre; quattro al duca di Firenze; alla Religione di Malta cinque, e
più una galeotta; due al Bandinello Sauli; due al capitano generale duca
di Medinaceli, e per ultimo una a Don Luigi Osoni, ed una a Federigo
Staite.

Merita particolare attenzione uno istituto, nelle precedenti guerre
negletto affatto, o mediocremente curato, e fu l'ospedale abbastanza
copioso di cerusichi, di arnesi e di farmachi, e ci preposero il vescovo
eletto di Maiorca, nobile ufficio, e veramente adattato a cui fa
professione del sacerdozio. Le munizioni pareva avessero a bastare,
perchè ammannite per trentamila uomini, e per la durata di quattro mesi;
e nondimanco la gente ebbe a patire lo strazio della fame, e a cui si
cibò incolse peggio, conciossiachè occorra scritto nell'Adriani, che
essendo stato commesso il carico delle più importanti bisogne dello
esercito ai ministri genovesi, «gente naturalmente avara e crudele, i
quali oltre i molti danari, che si toglievano, avevano fatto buona parte
di biscotto di sì cattiva materia, ed in tal modo mischiatolo, che in
breve di ora si era muffato, e corrottosi convenne gittarne in mare una
buona quantità.» E queste affermazioni io per me giudico maligne o
intristite assai, però che il fodero fosse cavato per la più parte di
Sicilia e di Napoli, come luoghi meglio copiosi di viveri, e pei
trasporti destrissimi. Convenuta l'universa armata nel seno di Siracusa,
si provò, come si narra, più volte a uscire dal porto, e sempre invano,
respingendola indietro i tempi burrascosi e contrarii, per modo che una
delle galee del Doria si perse anime e corpi; e fu danno doloroso, ma lo
auspicio peggio; finalmente come piacque a Dio le galee, passato Capo
Passero, di voga stanca arrivarono a Malta; con verun profitto però, che
fu mestieri rimandarle in dietro parte per rimorchiare le navi, che
andando a vela co' venti contrari non potevano fare cammino, e parte per
rifornirsi di biscotto a Siracusa. Nè su le navi le faccende procederono
di quieto. I Siciliani sul galeone del Cigala ammottinaronsi, e ucciso
il sergente loro, rubarono le robe, le artiglierie inchiodarono, poi
buttatisi nelle barche salvaronsi a terra; — però, non si trovando le
barche capaci di contenerli tutti, ne lasciarono sul legno trenta con
giuramento che, tosto scesi alla spiaggia, avrieno mandato indietro le
barche a levarli, e non lo attennero; onde ai rimasti cascò il cuore, e
i marinari, ripreso animo, saltarono addosso a quei trenta, che forse
erano i meno rei, e pagarono, come succede, per tutti; tre impiccarono,
gli altri misero al remo: lo stesso accadde in altra nave con migliore
fortuna degli ammottinati; i quali pure erano Siciliani, imperciocchè
dopo messo il capitano in camicia, e rubato il legno scamparono tutti;
men peggio in una terza nave, dove i soldati vollero bensì che il
capitano li conducesse in Calabria, ma posti a terra andaronsi con Dio,
astenendosi da qualsivoglia altro peccato. Non era agevole cosa guidare
gente siffatta a cotesti tempi, e mirabile a dirsi, non si poteva anco
affermare cominciata la impresa, e rinnovata la rassegna a Malta dei
quattordicimila soldati, che furono annoverati a Messina, ormai se ne
rinvennero ottomila appena, essendo in parte fuggiti, e in parte morti.

Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove
di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le
quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a
predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale,
dove, paurosi di dare in secco, peritavansi tutti ad inoltrarsi, eccetto
Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei
luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata
l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per
generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di
armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse
per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si
spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi
due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a
mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia;
ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta:
in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò
araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del
Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale
l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte
turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi,
ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo
adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono
tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparatala
dietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato
di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli
stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la
impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e
gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai
principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora
temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto
in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse,
che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna
contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano,
affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le
fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.

I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono
amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per
fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed
ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere
tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla
solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola
per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervi altre otto galee
rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai
od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con
oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè
con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo,
mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare
ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno,
per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le
viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che
pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e
salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo
riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti
morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei
casi presenti, sgomentavano dei futuri.

Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose
vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non
potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua
vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto
si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi
la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se il tempo si mettesse
al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè
la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure,
per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro,
crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle
robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle
Gerbe.

Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla
scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola,
guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo
ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno
parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava
tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi
Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si
dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero,
taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono
scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto
deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui
promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti,
avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello;
non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si
accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così
l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della
rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento
espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale
mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi
nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne
venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani
si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per
non potere rubare s'impiccò.

Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca,
considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un
luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e
accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui
in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di
Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio
in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una
gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli
Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' di terra si saria trovato
masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si
accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare
gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di
Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera
Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del
castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte,
così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove
raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e
in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici
capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a
cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43]
(donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei
mercanti, i _quali attendevano più a caricare lane et oglio et altre
mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne_. —

Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito
come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel
Mediterraneo ai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano
Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone
dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle
quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al
Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e
partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere
commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il
carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si
vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per
la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la
quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire
biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato,
affinchè stessero a posta del Capitano Generale.

Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il
Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a
termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento
dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che
le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù
di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, a
cagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed
uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo
spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o
vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e
fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi,
reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che
si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della
rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu
sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del
giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo
forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli
Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella
stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la
pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo
sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava
gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo
dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro
gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la
moneta di oro e di argento in copia al popolo, il Duca mandò un bando
dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad
imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che
uomini.

Ma da un lato per non temersi il pericolo tanto vicino, e dall'altro
l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare
mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non
eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse
il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del
Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal
Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì;
ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie
avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero
delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle
condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o
con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva
risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del
dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto
avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva
bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui
mandava ferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al
Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando
gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo
circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per
tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè
altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro
sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle
angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi
che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza
barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se
la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse
preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del
Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo
spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi
cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di
fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta
autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a
disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il
miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe di cerro, il
quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli
adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto
frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in
terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere,
massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai
vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta
battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora
avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva
intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a
torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a
fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però
che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli,
mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe
ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi
fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a
quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè
da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu,
sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai
soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non già a
cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con
l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in
punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.

Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere
in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e
con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza
diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i
pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato
con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente
e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo
resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per
istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino
all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col
commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella
fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano
tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di
un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si
scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano
scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratia della galea, con
gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di
cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in
cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo
dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo,
e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni
suoi.

Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a
fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente
implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le
galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare
cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare
della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento
su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le
mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad
accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere
fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e
luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza
il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede
tradita, e con minacce orribili spaventarlo perchè raffrenasse i suoi,
ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di
persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo
tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al
naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo,
dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al
presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza
governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per
essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si
gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena,
s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro
galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed
arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette
sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le
ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio
della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese
quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli,
due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del
Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'_Elbigina_ e la _Toscana_,
una di Antonio Doria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese
di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le
fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono
combattute in caccia e catturate venticinque.

Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del
Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale
essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando
per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè,
oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai
permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido
nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un
tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare,
sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi
la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui
accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non
senza molta fatica si ridussero in salvo.

Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì
grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Sopra la galea
capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano
eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma
invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero
e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e
molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe
riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione,
fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía
del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo
più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali
saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e
fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel
collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di
questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma
non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei
stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio
dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli
pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno
schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo,
che ridottolo in poter suo lo avrebbe straziato a suo libito: «ciò a Dio
non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo,
e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo
seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.

Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella
sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli
valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà,
perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa
pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli
dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva,
gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al
quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le
più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con
tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali
tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un
frammento più grosso gli portasse via netto la testa.

La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste
novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita
lo attaccava appena alle cose del mondo. Un mal fato pareva gli avesse
tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi
ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi:
forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta:
tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè
Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e
ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori,
giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur
troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza,
interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e
grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così
com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi
non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla
quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo
individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però
l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole
per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e
per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.

Per buona fortuna Giovannandrea non era perito nè caduto nelle mani ai
Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a
parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il
Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia
spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di
Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni;
tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea
pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza
suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per
tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare
col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici;
non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli
primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre
restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che
darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli
incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere
le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del
successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante
galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il
Duca si studiasse di fare altrettanto in Sicilia, senza turbarsi dello
accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa:
così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la
migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni
consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè,
riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea,
disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da
vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad
ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.

Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di
uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di
bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca,
smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così
focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in
minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il
Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo
rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza
vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi
dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi
hanno seguitato: fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già
da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così
manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni
dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari
fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute
vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»

Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta
virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume
spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna,
che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più
si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e
molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.

L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se
n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si
avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando
dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo
avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di
conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa
Giovannandrea, misurando prossima l'alba, ordinava stornassero, e, come
a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo
egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze
lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi
ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno
prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna
poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta.
Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il
capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti
considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate
all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a
capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose
della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di
terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità
con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di
colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et
altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso
in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di
annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi e fatti schiavi, non
solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro,
ch'essi avessero incontrato per cammino.»

Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a
bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la
crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per
altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un
respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un
corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di
liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per
le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il
quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra
la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato
il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la
Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in
mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la
vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto:
allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi
in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo
esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»

Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da
sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono
dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu
domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola
voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere
il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua
come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai
dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in
qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro
gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in
Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di
minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si
spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici
mesi e venticinque giorni.

Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e
recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed
altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate
da lui fossero: «_super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis
leonem et draconem_.» Quelle desse, che papa Alessandro III si dice che
pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così
fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà,
mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava
concetti di superbia o feroci.

Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di
Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in
che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà
essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo
seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova,
la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei
quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici
dei tempi.

Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia
delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti
sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea
Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè
noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne
appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la
immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a
principio del libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di
membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più
segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po'
sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri
sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di
ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo,
come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di
arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da
reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza
ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu
pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però
vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre
nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno
testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi
malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati
dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro
condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute
posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo
II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì di ftiriasi, male
pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono
vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli
la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo
genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele
Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto
inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che
cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo,
però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare
personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della
Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza
forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel
servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista
degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello
stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e
quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per
crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il
tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove,
compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendolo incidere
nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di
quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero;
vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli
bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la
Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.

A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe
meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma
non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa
laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati;
i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più
acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro
memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro
con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite
grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia
estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente
consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che
sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro,
nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini, e fuori,
nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra
di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il
niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova
mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non
serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a
mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia.
Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando,
sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è
che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.


FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.


NOTE:

[1] Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a
dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome,
siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un
uccello di rapina.

[2] Brantôme, _Vie d'André Doria_: — «Jeannetin Doria qui de son temps
feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —

[3] Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli
scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia;
ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia
nè dipendente, mi sembra bene riportarla.

Alfonso Ulloa nella _Storia di Carlo V e de' suoi tempi_ così racconta:
— Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale
havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno;
anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si
movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse
abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente
non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee,
ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli
toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di
Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.

[4] Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria
strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi
codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per
mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo
magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come
lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua
ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina
svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte,
zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava
molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora
di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori
grossi et viscosi. — Badovaro, _Notizie delli Stati e Corti di Carlo V
imperatore et del re cattolico_ ms.; e altrove: — disse una volta al
maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con
dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le
fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla
Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda di
_potaggio_ di rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel
maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro,
_loc. cit._ — Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa
a quei tempi per guisa che la chiamassero _teobroma_ o bevanda degli
Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese
negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua
madre Giovanna la _matta_. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole
franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua
ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute
dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina.
Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito,
ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di
risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco;
innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di
ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del
medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap. _Ultimi
giorni di Carlo V_. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria
e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del
suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie
baldracche: il suo _en cas_ non differiva dalla colazione di Carlo V,
dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo
ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai
nella notte lo pigliasse un po' di languore.

[5] Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne
in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore;
era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta,
sicchè l'appellavano _donna maufacia_; ciò non vieta che poeti e pittori
la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una
insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna
italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte
piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime
mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo
si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì
si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino
le campane dalla città.

[6] Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a
impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase
agevolata la vittoria dello Imperatore.

[7] Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il
Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea
quando con _quattro_ galee andò a traverso su la spiaggia di
Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si
potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la
pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.

[8] Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge
che ne accattò dagli amici genovesi.

[9] _Cariatidi_ sono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di
queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi
collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la
espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli
architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle
medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in
atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.

[10] Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di
Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver
letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno
1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua
oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su
trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei
figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal
marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi
d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di
Pontremoli.

[11] Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della
Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco
dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita
scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in
molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione.
Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al
magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3
giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del
Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato
l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune
inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede
esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che
io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa
del Verrina.

[12] Da una lettera di Gianluigi Fiesco al duca di Piacenza del 17
aprile 1546 si ricava: «essere venuto di certo Giannettino dove a suo
giudizio deve averlo disservito presso l'Imperatore, perchè il principe
Doria gli ha partecipato la maraviglia di Cesare per l'acquisto delle
galere _senza sua licenza_, e il divieto di mandare la quarta in corso,
e tutto ciò perchè non possono patire ch'ei sia servo del Duca, e lo
insidiano per recargli danno.»

[13] Fed. Federici. Della famiglia Fiesco, Genova, Faroni.

[14] Veramente nella vita di Cosimo scritta dal CINI trovo, che da lui
furono date prove più splendide di devozione: — «il duca al primo avviso
ha spedito quattro colonnelli, Otto da Montauto, Chiappino Vitelli,
Giordano Orsino, e Lucantonio Luppano per soldare 4000 fanti scelti; e
già avendone la metà imbarcati con la reputazione di quelle armi e con
la offerta di maggiori forze, bisognando, fu non piccola cagione di
spaventare i Napoletani dal persistere nella quasi cominciata
ribellione.» — Lib. III, pag. 149. Giunti.

[15] «Saturnus genitor dominus ab Jove receptus tibi annos pollicetur 70
vel _circiter_... mors tua erit _naturalis_, sed proveniet ex nimia
humorum ubertate, seu catharrali suffocatione _ob nimium coitum post
crapulam_. — Luna cum nodom eridiano in signo Scorpii praecavendum
admonet, ne in _scabiem gallicam_ dilabaris. Eris ad venereas illecebras
solito proclivior. — Ad _quamlibet venerem solito proclivior_. — Venus
tibi gaudia et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur,
dummodo nimiam bibitionem, crapulam crebram, sive nimium coitum effugias
— ne in alterationem incidas, aut gonoream, idest humani seminis
effusionem, et cruciatus renales, cum aliquali dolore podagrico.»

[16] La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio
mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi
uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il
reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai
belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli
occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è
piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa.
Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò
con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane
alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando
non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi
alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto
acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di
Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et
appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con
certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il
buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra,
e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe
dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di
certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese
per expediente più presto volere morire di cascata, che come il _povero
vescovo di Fano_, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di
un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo
morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa
quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo
conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, e
_certo ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto
Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato
come disperato_.

Questo tratto di lettera si legge in nota a pag. 263 della _Guerra degli
Spagnuoli contro Papa Paolo IV_ del Nores, pubblicata per cura di L.
Scarabelli. Dopo ciò sembra, che non abbiano valore di sorta le
avvertenze scritte dal signor Arbib nella edizione per lui fatta a
Firenze delle Storie del Varchi intorno al caso di Cosimo Gheri.

[17] Lettera di F. Gonzaga al suo segretario Natale Musi.

[18] Lettera del medesimo: del 6 maggio 1547.

[19] Giorno _uziaco_, ovvero _oziaco_, vale malurioso, e infausto; gli è
corruzione di egiziaco; il Varchi afferma essere voce di volgo
florentino, lib. II della Storia fior.; pure per tale non si registra
dal Vocabolario della Crusca, e occorre adoperata da forbiti scrittori.

[20] Nella lettera scritta dal Mendozza oratore di Cesare a Roma il 18
Settembre 1547 si legge: «gastò la mayor parte del tempo en contar suas
felicidades per compararse a Tiberio imperador.» Tra le favole dei
presagi che annunziarono la morte di Pierluigi, registro anco questa: un
buffone, si dice, averlo consigliato di guardarsi da _Plac_; volendo
indicare prima il luogo dove sarebbe accaduta la strage, dacchè su le
monete del Duca _Piacenza_ con parola latina abbreviata si segnasse
_Plac_; e poi i nomi dei congiurati con la lettera iniziale che
gl'incomincia, perocchè si chiamassero _Pallavicino_, _Landi_,
_Anguissola_ e _Confalonieri_. In questa medesima maniera gli oziosi
formarono la _Cabal_ consorteria, che governò la Inghilterra dopo la
caduta del Clarendon traendola dalle iniziali dei cinque ministri
Clifford, Arlington, Bukingam, Ashley, Lauderdale; e i Gesuiti di
trastulli solenni inventori composero _Prope_, sigla comprensiva la gran
riforma, e l'avviamento della loro vita propria su la via del paradiso
_Povertà_, _Ritiro_, _Orazione_, _Penitenza_, _Esami_, come si legge
nella vita del padre Segneri, la quale regola però non fece ostacolo a
cotesto buon gesuita, come si ricava dalle sue lettere, di chiedere al
granduca Cosimo ottimo vino, e di accettare da lui e dal Papa casse di
cioccolatte, e conserve preziose, e bacili di ortolani e trote di libbre
25 l'una, ed altre coserelle per cui i gesuiti, che se ne intendono,
dicono, che chi fa _buona vita_ fa _buona morte_.

[21] Il padre Affò dichiara falso quanto afferma il Campi circa allo
essersi condotto Don Ferrante a Cremona prima del 10 Settembre, ed
allega in prova certa lettera scritta lo stesso dì da Milano a Genova a
Diana Cardona promessa sposa di Cesare figliuolo di Don Ferrante. Ho
preferito il Campi, perchè l'Ulloa, contemporaneo, nelle vite di Carlo
V, e di Don Ferrante si accorda con lui; ed è più verosimile, sia per lo
ingegno, ormai palese del Gonzaga, sia per la importanza dei solleciti
partiti, affinchè la trama non capitasse male.

[22] Costoro (Alvaro Luna e il capitano Ruschino) furono posti a guardia
della cittadella già spogliata delle preziose suppellettili, danari, e
gioie del Duca. CAMPANA, _Vita di Filippo II_, l. I.

[23] Questo documento incomincia così: _Capitoli ricercati per la
magnifica comunità di Placentia et stabiliti per l'Ill. et Ex. S.
Ferdinando Gonzaga capitano generale et locotenente de la Cesarea Maestà
in Italia. Alli XII di Septembre in Placentia._

«_L'affetionatissima_, città di Placentia essendo per _ritornare alla
desiderata obedientia_ de la Cesarea Maestà e stato di Milano, così come
_voluntariamente_ se gli sottopone, così in segno et memoria del bono
animo et sincera fidelità supplica etc.» e il Gonzaga per naturale
sequela concede ogni cosa — attesa la _devozione voluntariamente
dimostrata_ etc. E' pare proprio, che avessero bisogno di far comparire
_volontaria_ la dedizione di Piacenza.

[24] Di fatti Andrea quanto promise mantenne, ed una figliuola di
Giannettino andò sposa al figlio di Agostino Landi.

[25] Vita di Don Ferrante Gonzaga.

[26] Vol. I, c. 164.

[27] Lettera di Annibal Caro scritta a nome del Cardinale Farnese del 6
settembre 1558.

[28] In quei tempi corse per la Italia un tetrastico attribuito
all'Annibal Caro, il quale diceva così:

    «Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros,
    Sed data sunt jussu præmia sicariis.
    Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli.
    Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»

Nolente Cesare si trucida l'eroe Farnese: volente poi si danno premii ai
sicari; tre sono gli eredi, il duca, Margherita, e i gemelli; quello il
suocero, questa il padre, e questi altri spoglia il nonno.

[29] Lettere dell'Annibal Caro scritte a nome del Cardinale Farnese.

[30] Compertum habemus Ferdinandum esse auctorem.

[31] Il _felicissimo_ (notisi che appena salpò da Rosas lo assalse la
fortuna di mare) «viage del Principe Don Phelipe desde Espana â sus
Tierras de la Baja Alemania.»

[32] E' fu per comandamento espresso dello Imperatore Carlo V, che
Filippo cominciò in questo suo viaggio a banchettare in pubblico con
fasto asiatico, e circondato da cantanti e sonatori. Quale fosse lo
impulso per tali esempi dato al costume italiano si cava da questo:
certo contadino, visto passare un uomo gallonato con arnesi coperti da
mantellina di seta cremisi, in compagnia di quattro staffieri, che
portavano torce di cera bianca accese, si genuflesse pensando fosse il
SS. Sacramento; e s'ingannava, era lo stufato che portavano in tavola a
Gabrio Serbelloni governatore di Milano.

[33] Però alle femmine donò da magnifico signore: alla moglie del
governatore di Milano un anello di diamanti del valsente di 5000 ducati
e alla sua figliuola una collana di rubini di 3000.

[34] Però non sarà male mettere qui in nota l'acconciamento della casa
di Andrea, non fosse altro, per chiarire la magnificenza sua e i costumi
del tempo: «la stanza dove il Principe alloggiò haveva una gran sala
apparata di ricchissimi arazzi di oro e di argento e dove si vedevano
con maraviglioso ingegno lavorate e tessute tutte le favole, che i Poeti
fingono di Giove. Vi era un baldacchino di velluto pagonazzo con frange
di oro, in mezzo al quale si vedeva lo scudo imperiale con le armi
regali ricamate di oro e di argento. Più indietro vi era un'anticamera,
e camera, e retrocamera acconce et ornate maravigliosamente, alcune di
ricchissimi panni di broccato di oro, altre di tela di oro e di argento,
et di velluto a liste, co' letti forniti del medesimo. Tutto lo apparato
della casa, in ogni banda che si entrava, era degno di ammiratione. La
stanza dove albergò il duca di Alva era anch'essa parata di ricchissimi
arazzi di oro e di tela, con letti forniti del medesimo, con molte sedie
ricchissime di appoggio fornite alla spagnuola di velluto cremisino con
borchie e frange di oro; et di questo modo stesso erano parate le stanze
di don Antonio di Toledo e di don Antonio di Rogias. Si vedevano quelle
stanze con tanto bell'ordine e ricchezza parate, che non arebbono potuto
tenere più anticamente quei grandi Principi degli Assiri e dei Persi. Si
vedeva più la grandezza et magnificenzia del principe Doria nel grande
apparato per servire et ricreare il Principe, e dar piacere alla Sua
corte, e nel bell'ordine che in servire la tavola di Sua Altezza aveva
provveduto; imperciocchè non volle che in casa sua si portasse nulla di
fuori eccetto quello, ch'egli aveva tanto magnificamente ordinato. Fece
anco tavola al Duca di Alva splendidissima, et a tutti quelli ch'erano
alloggiati in palazzo, con tanto silenzio et ordine, che non si sentiva
pure uomo di quelli che a ciò attendevano, ma che pareva, che il
servizio si facesse da sè come favolosamente si legge, che si servivano
le tavole per incanto. Di questa maniera fu servito il Principe tutto il
tempo che fu in Genova che fu quindici dì. Si fecero dinanzi al palazzo
molte feste et giuochi sì di fuochi come di altre maniere spassi et di
grande inventione et ingegno, e fra le altre cose si vedeva la figura e
rotondità del mondo a modo di un globo dinanzi il palazzo con una corona
d'oro sopra, dal quale, sempre che alcun principe o gran signore entrava
in palazzo, uscivano tante rocchette con tanto rumore, che pareva si
sparasse l'artiglieria...» Così lo Ulloa spagnuolo cortese nel l. IV
della Vita di Carlo V, il quale continuando nella sua cortesia per
piacere alle donne genovesi scrive, che quando Filippo entrò in Genova:
«per le finestre si vedevano molte e bellissime donne, che naturalmente
in quella città avanzano tutte le altre donne di bellezza,» e più oltre:
«ch'egli andava andagio, di che oltre la gran moltitudine di gente n'era
cagione la somma bellezza e gentilezza delle molte donne riccamente
adorne.» Il Principe poi doveva fare assai orrevole mostra di sè però
che cavalcasse «un bellissimo giannettino di Spagna tutto bianco, con
fornimento di tela di argento; portava addosso un saio di velluto nero
foderato di velluto bianco listato di frange et vergato di argento, et
alcuni intertagli, e fiocchi di seta bianca et oro di maravigliosa
fattura. Le calze, e il giuppone erano di raso bianco, e la cappa di
saia negra fiorentina con gli stessi fornimenti. Le scarpe erano dì
velluto bianco tagliate et imbottite alla spagnuola, et in testa haveva
una berretta di velluto negro con un pennacchio bianco.»

[35] Magistrato supremo, ed era Giovanni della Nuça. MIGNET. _Antonio
Perez e Filippo II._

[36] Con ingeneroso consiglio Andrea ordinò o consentì che la
scolpissero circondata di catene.

[37] Adoperandosi gli scrittori di storie a comporre la vita di Andrea
Doria, voglionsi considerare attentamente due cose, lo stato loro e la
nazione alla quale appartengono: i Genovesi, e per ordinario gli
Spagnuoli, levano a cielo Andrea dove possono, dove no, o tacciono i
fatti o gli alterano; tutto il contrario costumano i Francesi e i
Fiorentini, i primi per astio di avere perduto la prevalenza su i mari
dopo che gli ebbe abbandonati il Doria, i secondi per rancore che egli
pigliasse parte a ridurli in servitù. Così l'Adriani, che pure dettò
storie sotto il Principato ed è storico assai modesto, tuttavia procede
acerbo contra il Doria, e coglie ogni occasione per aggravare le sue
colpe, e diminuire la sua virtù, e in questo luogo, per torgli il pregio
delia diligenza, afferma che Andrea portò il soccorso dopo la fazione
terrestre combattuta contro il Dragutte, il che non pare vero; come anco
le discordie, che furono causa di molti danni, mette tra il Doria e il
Vega, mentre non ce ne furono o ci furono comuni con gli altri capitani;
anzi a dubitare che tra Andrea e il Vega ci potessero correre, basti
avvertire che Andrea ebbe titolo di capitano supremo ma pel mare, mentre
le cose di terra governava il Vega. Occasione di lite poteva darsi tra
il Toledo e il Vega, imperciocchè quantunque quegli avesse il comando
delle galee napoletane, pure gli fu commessa la condotta delle fanterie
di Napoli.

[38] Combattendo guerre non proprie e per conto altrui, ogni momento ci
tocca per fino bisticciarci per vendicare lo infelice onore di avere
sparso il nostro sangue in pro' di Spagna, di Francia, o dello Impero.
Nella vita di Carlo V lo spagnuolo Ulloa afferma — che dato l'assalto
dagli Spagnuoli e dai Cavalieri di Rodi, fu presa la città — e non è
vero; la fanteria spagnuola non aveva pari in fermezza, almeno dopo che
fu disciplinata dal Consalvo: in agilità, e nei subiti moti la
superavano i fanti italiani delle Bande nere, dello Alviano, e in
generale tutte. La battaglia del Garigliano fu vinta massime dalla
speditezza delle nostre milizie; e comecchè fino dai tempi di Ferdinando
il Cattolico gli Spagnuoli avessero una banda di _escaladores_, che
condotti da Ortenga fecero buona prova nelle guerre di Granata, pure
dopo le loro conquiste d'Italia commisero la impresa di assaltare le
mura nemiche preferibilmente agl'Italiani.

[39] Se il Dragutte non lesse Tito Livio, certo lo aveva letto Paolo
Giovio, il quale scrivendo la vita del gran Capitano procedè in parte
come Apelle allorchè dipinse Elena, io voglio dire, ritraendo da
parecchie bellissime fanciulle greche i più venusti tratti per ornarne
la immagine della sua eroina, così essendosi trovato Gonsalvo ad
assediare Taranto, non seppe resistere il buon vescovo di Nocera alla
tentazione di attribuirgli lo strattagemma di Annibale, però alla
rovescia, che quegli trasportò le navi sicule dal golfo nel mare aperto,
e questi dal mare aperto le avrebbe traslocate nel golfo. Se togli il
Giovio, verun altro storico attesta simile impresa del Gonsalvo; e
vuolsi porre mente che costui, tenuto in pregio di scrittore elegante,
non fu del pari reputato veridico.

[40] In Napoleone che si bisticcia con Hudson Lowe per l'acqua del
bagno, sul vino della mensa, chi ravvisa il vincitore di Austerliz!

[41] Il Sigonio racconta all'opposto che il Doria ne salvò parecchie, e
questo accadde sul finire di decembre, governando le sue galee Marco
Centurione: questi biasimi e lodi sopra la medesima fazione si hanno,
per mio giudizio, a intendere così, che il convoglio delle navi onerarie
sarà sommato, poni il caso, a venti, se ne salvarono tredici, e sette ne
rimasero catturate; onde i panegiristi lodano Andrea per le tredici
salvate, mentre i detrattori lo vituperano per le sette perdute.

[42] Io erré a no matar Luthere.... para que yo no era obligado a
guardalle la palabra por su la culpa del hereje contra y altro Senor
mayor que era Dios «_Vera y Figherroa_ Carlos V, p. 124. _Sandoval_, St.
di Carlos V, t. I, p. 613.»

[43] La Historia della Impresa di Tripoli di Barberia fatta per ordine
del Serenis. Re cattolico l'anno 1560 con le cose avvenute ai Christiani
nell'isola delle Zerbe. In Venetia presso Francesco Rampazzetto 1566.



INDICE.


CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO VII. _Pag._ 5

CAPITOLO VIII. Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica
italiana è sperimentale: a questa bisogna attenerci. _Cariatidi_, che
sieno e donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte
Gianluigi Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo
tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi contro
Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori dei cittadini;
patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori di Genova. Paolo III e
i Farnesi incitatori della congiura del conte Fiesco. Cause di odio dei
Farnesi contro lo imperatore e contro Andrea Doria. Negozio della
eredità e del vescovo imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro
Andrea. Andrea piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che
ne segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo. —
Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia, smaniosa di
rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle intorno al tempo
del proponimento di Gianluigi di tramare la congiura. — Smania
d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei fini della congiura veri o
verosimili. — Il duca di Piacenza vende quattro galee al Fiesco, e a
quale scopo: patti della vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il
Papa sentisse volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il
Fiesco a Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi,
inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta consulta
tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di Montobbio. — Chi fosse
Giovambattista Verrina; chi Raffaele Sacco; chi Vincenzo Calcagno. —
Diploma di nobiltà largito dal carnefice. — Sebastiano Granara e i
tessitori genovesi. — Larghezze del Conte al popolo. — Verrina
principale autore della congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. —
Quali i complici della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi
del tempo. — Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad
Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne richiede
Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in città. — Il duca di
Piacenza tiene 3000 fanti ai confini pronti a entrare su quel di Genova.
Di ciò avuto indizio il duca di Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore.
— Si esamina se sieno verosimili certi partiti che si suppongono
proposti di ammazzare i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad
eseguire la congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo
inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea che non
gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo inganna. — Altri
avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue. — Gianluigi tentato si
schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a giudicare il conte Fiesco. —
Forza di animo del Conte e suo giocare col cavallo sotto i balconi al
Doria. — Operosità di Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i
rapporti del Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a
cena; vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si
chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono
ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e le
svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato; dopo
vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono plaudenti. —
Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che non si conforta.
Augurii contrarii; singolare insistenza del suo cane. Quale strada ei
tenesse. Cornelio piglia la porta dell'Arco; Ottobuono quella di san
Tommaso; Gianluigi al ponte dei Cattanei trova la galea incagliata; è
tolta d'impaccio; tenta avere la porta della Darsena per frode e non
riesce; occupa a forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla
porta si versa gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la
città. — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a
saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al riparo;
passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a rifascio;
muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani rotta la catena
si salvano su la _Temperanza_ invano inseguita da due galee del
Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in città: orribile
tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore, avvisa Giannettino, che,
ito a speculare, rimane morto alla porta di san Tommaso; chi lo
ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse sangue. — Tristizie di mali
scrittori per torgli il merito della generosità. — Costanza di animo del
vecchio Doria unica; monta a cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la
morte di Giannettino spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al
Gonzaga vicerè di Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a
Masone. — Taluni patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi
fossero; ci si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di
Cesare vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo.
— Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza della
Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso percossa e messa
in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a mettersi in cammino, dalla
porta di san Tommaso è respinta malconcia. Il Lomellino preso si libera.
— Altre provvidenze della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a
san Siro; gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua
la impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il porto,
e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda deputati a
intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano addietro; il Riccio
ammazzato allato al cardinale Doria. — Seconda deputazione; corre
pericolo essere messa alle coltella; rimane Ettore Fiesco, il quale
favellando con Girolamo scopre la morte di Gianluigi; udite le proposte
di Girolamo va a riferirne in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul
giorno Girolamo non vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il
palazzo, dove capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il
Panza offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città.
Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e Calcagno
su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della congiura. La Signoria
manda a richiamare Andrea, che torna in sembianza misericordioso; ma si
smentisce presto; vuole il cadavere di Gianluigi appeso alle forche:
dissuaso da' suoi, gli nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là
dove cadde, dopo due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del
Papa e di Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno
e all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il Doria
per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di scherma per
ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo Imperatore manda il
Mendozza per condolersi col Doria, e fintamente anco egli. — Provvisioni
di Cosimo duca di Firenze per soccorrere il Doria, le quali furono
sincere perchè gli scottava ogni moto per la libertà vera o finta che
fosse. Danni del Doria; piglia danari in accatto da Adamo Centurioni;
prepone Marco figliuolo di Adamo alla condotta della armata. Quanta
parte delle spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca
Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi. Ogni
rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la repubblica di
Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco. Lo Imperatore
ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue, all'ultimo tocca ad
Agostino Landi. La tradizione sola indica il luogo dove sorgeva il
palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo munisce Montobbio e vi
convengono per le difese Verrina e Calcagno. Andrea insta perchè al
Fiesco, e agli aderenti suoi, non si osservi la fede e non l'ottiene. —
Proponesi dal Senato a Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per
cinquantamila scudi, che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra.
Assedio ed espugnazione di Varese e di Cariseto; il castellano Nicelli
notte tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per la
guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese. Si
descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo, ma la morte
di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze e di Milano
confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme fortune degli
assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che sappia la protezione
dei reali di Francia. — Gli assediati si arrendono. — Strage per impeto
e sono le meno infami. — Ragioni per mettere fine al sangue; lettera
pietosissima di suora Angiola Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di
Cesare sollecita dal Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti
suoi, e la spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di
processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al Senato, che
cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la risposta col boia.
Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno il capo mozzo; il
Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco ignorasi il fine. Unico
risparmiato dalla fortuna nemica Scipione Fiesco. — Ottobuono Fiesco è
preso a Porto Ercole; consegnasi al Doria, il quale lo fa mazzerare. —
Infamia di scrittori. — Ritratto del Doria in sembianza di percotere un
gatto e perchè. — Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla
Leonora Cybo moglie di Gianluigi Fiesco; sposa in seconde nozze
Chiappino Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a
interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi
potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al Doria
negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a balenare
nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatore Carlo V.
Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e quello che
diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di questa — _Pag._ 63

CAPITOLO IX. Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire
la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne
rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa
prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta
due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di
Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è
vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e
persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al
suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere;
consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di
Torquato Tasso del _Piacere onesto_ su questo proposito. — Giannone
giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di
Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani
addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il
boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo
dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione
della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo.
— Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della
paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara
la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi
ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella
congiura contro Pierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal
Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana
persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che
mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga
presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume
per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III;
legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama
Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo
eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia.
— Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi
confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un
giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e
modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e
gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe
procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo
scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di
Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro
fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in
concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena
consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente,
promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. —
Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo
Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile
celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza
del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo
raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga
interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori
nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero
di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il
Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono
ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal
Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì
che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più di _Tiberio,
Plac, Cabal e Prope_. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare
Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e
vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuor di
finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui.
— I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma;
i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da
Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e
manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è
costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse
al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e
per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole
rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo
concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende
Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca
col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le
cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento
si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo:
novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori
degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere
Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di
legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e
muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che
rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questi gli aveva
scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare
di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio
Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo
Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo
ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina
lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie
di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi;
nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a
Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori
venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche
dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e
perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e
non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova:
accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di
Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi
spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano
Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. —
Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze
partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse
poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci
mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. —
Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di
Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il
Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di
Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca
Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di
Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa
Filippo: viltà antica e moderna. — Caso del Fornari; e nuova insistenza
del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano
Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo
decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di
cattiva diventa pessima — _Pag._ 163

CAPITOLO X. Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. —
Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. —
Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. —
Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per
impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco
questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore;
nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa
dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della
Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi
degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste
d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. —
Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la
morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge
spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio
dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al
rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio
tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie
sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a
Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze
degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il
campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che
rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie
nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati
respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria
inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile
che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i
cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti
i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di
ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al
ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove
propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il
Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove
all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato.
— Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò
Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a
Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua
mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio
si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa
Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del
nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello
imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici
e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono
che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda
la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge
davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non
piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee
e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per
astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli
libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per
rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per
troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. —
Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile
difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle
cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la
pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere.
— Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si
stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. —
Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la
impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di
San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di
san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; —
Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco.
— Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta
il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio
in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli
piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto
due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. —
Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo,
e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a
rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moria; — il Thermes e il
Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza,
per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea
ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere
in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e
napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè Côrsi gli mette al remo.
— I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. —
Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a
Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde
quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a
Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in
prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di
Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche — _Pag._ 254

CAPITOLO XI. Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. —
Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi
della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo
impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la
renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che
mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli
raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta
marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per
la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano
che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è
vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane,
e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo
sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è
certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua
presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su
le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere
ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto
la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli
eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma
contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II
non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si
obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno
dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira
dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea
figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa
gentilizia di San Matteo. — Il gran maestro di Malta propone la guerra
contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di
Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti
suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea
Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo
di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli
per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano.
Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di
Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle
navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le
paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la
nave _Spinola_ rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta
fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa
guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un
vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. —
Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta;
naufragio di una galea del Doria; va a Malta; poi ne parte e torna
indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che
ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le
prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa:
non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni
del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata
turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano
amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo
esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua
con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il
vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moria fra i soldati e
le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle
Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali
così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si
dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a
fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa
frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della
flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne
rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del
forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una
parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione
dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. —
Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la
sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai
rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono
parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono
accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso
a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno
la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e
marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata
fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di
Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. —
Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne
impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di
galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù del commendatore
Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio
dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di
Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello
infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. —
Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone
partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare
durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge
veementissima l'agonia di seguirli: nobiltà di animo di Don Alvaro
Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate
tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la
seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa
scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria:
arriva un corriero, vuole leggere da sè le lettere e non gli riesce:
saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e
ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che
manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla
sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica.
— Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni
— _Pag._ 317



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (follia/follía e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Vita di Andrea Doria, Volume II" ***

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