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Title: Ombre di occaso
Author: Oriani, Alfredo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ombre di occaso" ***

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                             ALFREDO ORIANI


                            OMBRE DI OCCASO



                                 BARI
                         GIUS. LATERZA & FIGLI
                       TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                 1918



                         PROPRIETÀ LETTERARIA

                     _Riservati tutti i diritti_

                       MAGGIO MCMXVIII — 49101



                     AL BARONE GIUSEPPE BARATELLI
                     MORTO LA NOTTE DEL 12 AGOSTO
                   NEL DISASTRO DI CASTEL GIUBILEO.



_VOX CLAMANS_


Anch'egli è morto.

L'ultima volta, che lo salutai alla stazione di Bologna, la notte estiva
era cupa; grosse nuvole si spostavano grevi nel cielo senza stelle,
l'aria stagnava. Eravamo venuti a piedi per la nuova via della vecchia
città, quasi deserta a quell'ora ma vivamente illuminata sotto i portici
alti e sonori. Come sempre, egli parlava ammonendo, mentre a me pareva
di sentire nell'aria, al disopra delle nostre teste, avvicinarsi qualche
altra tristezza. Eppure la sua parola aveva la consueta limpidità quasi
di alba, quando nel chiarore del giorno nascente traspare come la luce
di un altro mondo lontano, e le prime voci della terra somigliano al
murmure di una preghiera.

— Bisogna credere, bisogna credere — ripetè due o tre volte, e il suo
largo gesto si appuntò dinanzi a noi nella notte, verso qualche cosa che
ci aspettava.

Infatti egli aveva sempre creduto la sua meta vicina, e la mia più alta
ma egualmente sicura attraverso tutti i pericoli e gl'inganni della via.
Una fede ardeva in lui col quieto splendore di una lampada, rischiarando
l'opera della vita già piena di risultati: aveva molto amato e pensato,
combattuto, sofferto e vinto per sè e per i suoi senza che dall'anima
una sola speranza gli si involasse per sempre. Come quei minatori che
sfondano un monte perchè le locomotive possano oltrepassarlo, ed
avanzano per le sue tenebre con una instancabile fiducia alla
luce, mentre gli ostacoli raddoppiano ad ogni passo le sfide
dell'impenetrabilità e le minacce della morte, era proceduto lentamente
e fortemente dissimulando nella calma della costanza la sicurezza del
pensiero. Perchè, in questa convulsa fretta della vita presente, egli
era ancora un gran signore di altri tempi, che sapeva già la propria
strada ed accettandone le inevitabili deviazioni moderne, serbava
intatto in se medesimo il privilegio di tale fortuna. Invano questa
sembrò sul principio compiacersi ad imporgli la prova della
degradazione, così difficile per coloro nei quali l'orgoglio antico
della famiglia accumulò le ripugnanze al lavoro volgare, che consuma il
tempo e l'ingegno nell'assidua conquista di tutti i piccoli modi della
vita, giacchè il suo spirito con mirabile modernità aveva prima della
prova scoperto il segreto di rinnovare l'avito primato nel carattere
stesso dell'epoca nuova. Così nel mezzo di ogni democrazia, nei
tribunali e nei comizi, egli apparve il nuovo signore, che accetta la
parità di ogni idea e di ogni funzione, sapendo di potere sempre in esse
superare il volgo ieri ammalato di odio, oggi triste d'invidia contro
qualunque virtù, dalla quale scenda il comando o si rilevi una qualche
bellezza.

Non ancora vidi in altri più pronto accordo di alterezza patrizia e di
facile consuetudine, mentre la sua opera medesima di avvocato, nel
dissidio degli interessi e nella gara della loro difesa, sembrava
renderne impossibile il modo. Ma egli non era nato a questo, nè vi
sarebbe a lungo rimasto, se la morte non avesse improvvisamente chiuso
nel proprio enigma profondo la conquistatrice, ancora segreta, potenza
del suo ingegno.

Io e pochi altri amici della prima giovinezza lo conoscemmo subito ed
intero: come alcuni di noi, egli aveva voltato le spalle a tragici
dolori della fanciullezza, ma camminava già sicuro nella esperienza
precoce, senza chiedere all'aurora più di quanto può dare: l'incanto
fresco dell'aria sotto il cielo sereno, coi profumi che salgono lievi
fra le canzoni della terra, dall'erbe e dall'acque sorridenti nel
brivido del sole. Egli non era triste al pari di me; non aveva la
nostalgia del passato e quell'impazienza dolorosa dell'avvenire, che
toglie ogni gioia al presente, consumando indarno le forze migliori
della sua preparazione. Mentre noi veleggiavamo nel sogno, stranieri e
superbi su la folla dentro la quale solamente è la via della vita, egli
ci ammoniva col fine sorriso di una ironia ancora piena di speranze, ed
esercitava sopra noi tutti l'impero di una guida. Il suo cuore,
diventato più largo nelle prime difficili prove, aveva perduto per
sempre ogni credulità, ma serbava intatta la fede; il suo ingegno,
invece di battere le ali verso le lontananze o le altezze senza cima del
pensiero, ascoltava e guardava dappresso colla acuta curiosità che
penetra e non dimentica più, accetta tutte le rivelazioni per scegliere
tra esse, indovina e compone, giudica, indulge e consola senza
arrestarsi lungo la via, perchè chiunque la trovi deve esservi seguito.

Ma nel suo spirito nato a signoreggiare non erano le impazienze della
vanità. Al pari di tutti gli eletti egli aveva il dono della simpatia,
senza la quale non vi può essere elezione; sapeva piegarsi dinanzi alle
cose e resistere agli uomini colla istintiva virtù, che misura in ogni
atto tutte le forze di un'anima per vincerla dove natura già l'inclina;
e quindi dalla sua parola fluiva una strana seduzione. Non era oratore
nè scrittore; intendeva le più recondite bellezze dell'arte, ma non
avrebbe potuto ripeterle; la sua parola lucida ed acuta passava
attraverso le più folte difficoltà come un raggio illuminando senza
ferire; la sua alta e massiccia figura pareva di atleta, e il suo
spirito aveva quella grazia lieve, che attenua la sconfitta e la
vittoria di un imprevidibile accordo. Ovunque, in mezzo al popolo, dove
più irritate ridono le passioni, nelle assemblee e nei comitati, fra gli
elettori e gli eletti; altrove, nei circoli mondani o politici, fra
principi del sangue o dell'ingegno, della finanza e del governo, alti
nella potenza o nella solitudine; dinanzi al moderno patriziato
femminile, così vario nella sua monotonia e difficile nell'effimera
superiorità della sua bellezza, egli era, come fra noi, il gran signore
moderno, che ha imparato tutta la vita oltrepassandone ogni classe, e
può colla stessa mirabile disinvoltura compierne le più dispari
funzioni.

Eppure quella, nella quale era cresciuta, non bastava a rivelarlo. Ma vi
è un profumo spirituale, cui è impossibile ingannarsi: vi è una
sovranità che attira gli omaggi anche senza alcuna decorazione d'impero;
vi sono nella folla i candidati alla gloria e che non vi arriveranno, le
guide che non saranno mai condottieri, uomini di arte, di scienza e di
politica, ai quali la vita ritarda o la morte tronca il cammino prima
che la loro opera medesima sia incominciata. Qualche cosa spesso li
avverte di questo inintelligibile destino, che strappa il fiore per non
avere il frutto: quindi nel loro occhio o nella loro voce ci sembra di
sentire talvolta come un'ombra, qualche sibilo passa nella loro ironia
simile ad un grido di angoscia repressa, mentre il loro pensiero
s'infiamma improvvisamente nell'orgoglio della propria grandezza
segreta. Ma più spesso non lo sanno: attendono nella calma della forza,
col sorriso sulle labbra, guardando tutti gli inetti, ai quali
soprastaranno domani; e allora l'incanto della loro conversazione si fa
più potente, come l'amore nel gaudio delle prime aspettazioni, e la loro
mano si tradisce ingenuamente nel gesto del comando.

Che importano veramente la gloria e l'impero? L'elezione non è che un
riconoscimento; adagio o all'improvviso la folla scopre il dominatore;
difficilmente essa s'inganna, ma bene s'ingannano coloro che immaginano
nella folla quell'unico. Come le onde sul mare, le teste si levano sulla
moltitudine agitata a guardare lungi le curve sinuose delle sue
correnti; il fiotto solo non la fronte è la misura della loro altezza,
poi la notte le copre, e di loro non resta che un'ombra nella memoria.

Adesso egli è morto soffocato, schiacciato, frantumato fra l'urto di due
treni lanciati ad una corsa vertiginosa, poco lungi da Roma, davanti a
Castel Giubileo; è morto improvvisamente sotto una valanga di ferro,
dentro un fracasso di tuono, fra le grida, il fumo, l'orrore, la morte
di una folla sorpresa nell'incanto della notte lunare, colla memoria
ancora piena di un'altra tragedia regale.

Umberto I, il re assassinato a Monza da un anarca fra una festa di
popolo, era entrato il giorno prima nel Pantheon come un vincitore
benedetto dal clero di Roma; il popolo d'Italia aveva riempito l'antica
città più solennemente pensosa, e ne ripartiva a tutte le ore, e nel
viaggio forse ogni pensiero si faceva più grande dinanzi alla tragica
maestà dell'agro muto su tante memorie. Come, perchè l'immensa
catastrofe?

Non lo sanno: le massime colpe al solito non hanno che vittime, la morte
diventa la loro assoluzione.

Un amico mi ha mostrato con un gesto tremolo la perizia scritta dai
medici su quello che era stato il corpo di lui, ma anche i miei occhi
hanno tremato, non ho potuto leggerla; egli non era nemmeno più un
cadavere, perchè il cadavere è ancora l'uomo, la sua forma, la sua
immagine muta ma eloquente nell'ultima fisonomia del suo spirito.

Lo hanno riconosciuto, non visto. Egli non seppe forse di morire: era
dentro gli ultimi vagoni, sui quali l'enorme macchina nera, sbuffante,
sibilante nello spasimo del terrore urtò: l'irresistibile impeto la
sollevò sulle quattro ruote, che li strinsero come le branchie di un
mostro, mentre le strida dei morenti guizzavano e si spegnevano come
dentro un rombo di tremoto, e il mostro ferito, rovesciato anch'esso,
ansava sinistramente immobile, col ventre rigato di fuoco sulla vivente
ruina.

No, egli non seppe di morire; ho bisogno di crederlo per lui, per la sua
anima di padre.

È morto, e basta: il dolore resta a noi.

E adesso a chi parlo?

Questo libro era finito, egli ne aspettava la pubblicazione perchè ne
conosceva già molte pagine: invece debbo riaprirlo per scrivere sulla
prima il suo nome come sopra una tomba.

Altri morti vi stavano già, amico mio, tristamente vissuti; il sepolcro
troppo pieno non è abbastanza bello per diventare l'asilo della tua
memoria. Chi ti ricorderà fra la gente, che non potè riconoscerti? A chi
scoprire il segreto morto con te? Il mondo non concede la gloria che
alle opere, e pur fra queste la distribuzione del dono ripete nella
propria ingiustizia tutte le altre; ma a coloro che erano e non poterono
apparire, al soldato morto prima della battaglia non toccano corone.
Perchè dire che sei morto sulla soglia del parlamento, che in te era
forse un ingegno di ministro, poderoso e tranquillo, largo ed agile, se
io stesso non lo dissi prima, quando interrogavo il tuo pensiero sui più
difficili problemi della nostra storia politica pel libro, che scrissi
poi e sul quale adesso vorrei incidere il tuo nome? Ma il libro è
anch'esso quasi ignoto: che aspetti, la verità deve essere paziente.

Noi siamo effimeri. Quando la nostra ombra si allunga dinanzi a noi nel
tramonto, l'anima si rivolge ostinatamente al passato già tutto pieno di
un'altra, forse più triste di quella che ci attende; e tu non vi sei
più, sei morto, amico mio, scomparso per me, per tutti, per sempre. Io
venivo spesso a te così lungi dalla mia vita solitaria; eri il fratello
della mia anima, colui che sapeva ascoltare anche quello che la parola
non può dire. Adesso sei solo. I tuoi figli si ricorderanno sempre di
te, ma sono troppo giovani per imparare anche nel futuro chi fosse il
padre sparito così: ti ameranno e si consoleranno, perchè ogni piaga si
chiude sulla fresca corteccia dei germogli, che saranno fiori domani.

Nessuna cicatrice invece si rimargina da lungo tempo nella mia vecchia
anima; non avevo che te; io pensavo dentro al tuo senno, e sentivo la
sicurezza del tuo cuore quando il mio tremava nello smarrimento del
deserto.

Ieri il tuo Aldo mi scriveva: «Credete voi, maestro, che potremo
rivederlo al di là?». Non lo so, fanciullo; coloro che pensano non sanno
nulla, il cuore solo ha le certezze sublimi, la fede delle cose sperate.
Se la morte non è un inizio, che cosa cominciò dunque in noi veramente?
Bisogna credere: ogni dolore è un richiamo, e la morte un appello
supremo.

Altrove! ecco la nostra ultima parola. Tuo padre è morto, ma credi, e la
fede lo farà rivivere dentro di te; credi al disopra della tua ragione,
contro di essa: credi al di là del pensiero che non può sapere, dietro
il cuore che indovina.

Dante scrisse anche per te nel _Paradiso_:

    Fede è sustanzia di cose sperate
    ed argomento delle non parventi.

                                                      ALFREDO ORIANI.



PROLOGO


  Signora,

                                    Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.

Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là
dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non
vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io
non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i
capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria
si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.

Perchè dunque vi scrivo?

Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo
lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno
supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di
qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della
parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità
di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo
aspetto.

Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come
sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La
vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un
comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei
quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e
inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?

Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più
oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la
rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che
conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non
tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi
sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi
ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha
dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti
dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non
chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza,
sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal
sole o disperso dal vento?

Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella
ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare
nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio
spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la
circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza
dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e
già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per
un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che
abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza,
che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala
fuggente di sogno.

Per credere alla donna bisogna averle sempre creduto: quindi coloro, che
dovettero dubitare troppo presto, dubiteranno sempre, e gli altri, che
non credettero subito, non crederanno mai.

Che importa? La vita deve provare a se stessa di sapere resistere alla
propria contemplazione senza alcuno dei veli, nei quali si desta o si
corca; come la mente non soccombe al doppio mistero dell'origine e della
fine, così il cuore resiste al vuoto della culla e della tomba; mentre
il pensiero distende fra l'inconoscibile con superbo eroismo il proprio
impero, l'amore invece s'innalza dalla caduca miseria di tutti gli
affetti sino alla prodigalità del sole, che non chiese mai risposta di
altre fiamme alle sue, ma riscalda ed illumina inesausto ed imparziale.

Dalla sua amara domanda a Maria: — Donna, che cosa vi è di comune fra me
e te? — alla pietà dell'ultimo saluto additandole dalla croce Giovanni:
— Donna, ecco tuo figlio! — non una parola di amore verso una donna esce
dalla bocca di Gesù. Egli sa di essere solo. Marta e Maddalena lo
seguono e lo servono indarno; egli accetta l'offerta colla divina
condiscendenza di colui, che non accorda valore ad alcuna cosa;
accoglie, trae seco le loro anime femminili come le matrici di tutta la
vita umana, ma vi resta nel mezzo alto ed intangibile. La sua idea,
trionfatrice di ogni sapienza, sa che nelle donne i capelli sono più
lunghi dei pensieri, e il cuore troppo piccolo per capire la tragedia
dello spirito. Il loro amore ha bisogno di diminuire l'uomo, o almeno
non sente di lui se non quanto lo rende simile alla folla, e mentre
questa colla umiltà di una dedizione suprema può talvolta indovinare in
lui un Dio, le donne invece non sanno piangerlo che morto e, vivo, non
si sarebbero credute amate se non dopo averlo fatto piangere.

Che avviene di Maria dopo la morte di Cristo?

Che fu di Maddalena?

Le leggende evangeliche obliano madre ed innamorata; questa, avvolta di
così ineffabile poesia dall'annunciazione dell'angelo, dal matrimonio
spirituale di Giuseppe, dalle miserie del parto, dai terrori della fuga,
appena dal bambino spunta l'uomo e dall'uomo si annuncia il messia,
appare solamente come ogni altra madre, che vorrebbe padroneggiare
l'opera del figlio! Ma egli si allontana, evita d'incontrarla, indurisce
con lei la parola, non la rammenta mai nella breve atroce passione, sino
a quell'ultimo saluto dalla croce, a quella sostituzione con Giovanni,
il più femmineo dei propri discepoli: — Donna, ecco il tuo figlio. —

E dopo la morte di Cristo nessuno fra gli apostoli si preoccupa di lei:
Giovanni, che vecchio si vanterà di averla accolta nella propria casa,
non racconta altro; Matteo e Luca tacciono, eppure quale tragedia in
quella madre di un Dio morto per la umanità! Quale adorazione doveva
salire dalle loro anime verso questa donna! Cristo non tornerebbe, come
aveva promesso, e non visiterebbe per la prima sua madre?

Invece ella è dimenticata: poi una voce l'annunzia trasportata in cielo
dagli angeli, e così la leggenda si libera di questa madre rimasta un
imbarazzo nell'opera del figlio.

La fine di Maddalena è anche più oscura; ella, che aveva amato, dubita
della resurrezione come gli apostoli e non sa mescolarsi alla loro
predicazione affermando l'avvento della donna nella buona novella.

Cristo non fu veramente amato, Paolo non volle esserlo, Socrate non
aveva avuto che la moglie come i gladiatori avevano il lanista,
Napoleone non l'ebbe malgrado il doppio matrimonio, perchè la creola e
l'austriaca rimasero per lui e per la storia solamente due femmine.
Quella principessa Walesky, che il vecchio marito in un impeto di
passione polacca gli gettò lacrimosa ai piedi come una rosa umida di
rugiada, non lo amò: la fanciulla, che a Sant'Elena parve innamorarsi di
lui, e dovette subito andare lungi dall'isola, avrebbe potuto in quel
prigioniero vigilato dall'Oceano riconoscere il vinto, che aveva
conquistato l'Europa seminandola di vittorie, e da quello scoglio faceva
ancora tremare l'anima dei re e delle moltitudini? Su quella fronte
lucida, in quel volto pallido e levigato come il marmo di una statua
antica, che cosa avrebbe saputo ella leggere?

Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma
un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente
acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto
palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita
nel mondo.

Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la
geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando
fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne
profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.

L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.

Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai
sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca,
dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre
l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di
sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio,
contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne
sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio
creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand,
che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle
fontane monumentali ad insudiciare le acque.

Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende
alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera:
proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di
madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono
in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di
anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e
san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore
dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la
traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di
perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera
propria, non compiange che l'errore del figlio: — _Tu quoque, Brute,
fili mi._ — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una
volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.

Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e
melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la
rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte
perdona.

Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile
della loro sovranità.

Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non
quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra
che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi
a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini;
Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per
dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il
commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi
arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter
sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla
propria fiamma.

La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza
ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della
propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai
quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora
fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente
dalla morte che raccoglie tutti i feriti.

La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.

Dalla mia finestra veggo la nebbia pascolare sulla cima dei monti, e le
foglie ingiallite staccarsi adagio dai rami. I canti dell'autunno sono
cessati. Il sole appare ad intervalli come un pellegrino stanco della
via troppo lunga, che si rialzi a fornirla e ricada tosto nell'ombra del
fossato; nubi nere spenzolano pigramente nell'aria umida e caldiccia,
che si rapprende a tutti gli oggetti come un triste sudore di malattia,
ma il pettirosso già arrivato canta ballonzolando sulla siepe. Ancora
pochi giorni, e questa squallida vecchiezza dell'anno si ravvolgerà
morta nel molle sudario della neve sotto il bianco silenzio
dell'inverno. Adesso i contadini arano taciturni gettando il grano nei
solchi, che il rastrello uguaglia e riga come un pettine. Tutto è stanco
in questa prima preparazione della semina per l'anno venturo, perchè la
speranza è ancora lontana, al di là dell'inverno, la stagione delle
lunghe veglie e dei lunghi dolori.

Il vento passando la notte sui campi brontola fra i rami sfogliati;
talvolta la bestemmia dei carrettieri, che il fango attarda per la
strada, batte alla mia finestra mentre scrivo. E pare anche a me di
essere in una via fangosa sotto un cielo nero, ma non ho come essi una
meta e un cavallo per compagno. I tordi zirlano rapidi ed invisibili
nella notte per arrestarsi forse nelle panie ai primi raggi del giorno,
se prima non si acquattino vinti all'incanto di un qualche fanale, come
nella memoria i ricordi s'incantano talora ad una lucida imagine.

Questa lettera oramai troppo lunga diventa ai miei occhi uno di quei
raggi, dai quali le pupille non sanno staccarsi: il mio pensiero lo
solca verso di voi dentro un abbarbaglio, mentre le parole mi echeggiano
lungamente nell'anima stanca del proprio silenzio. Ho aperto la
finestra: il cielo è tornato sereno, la luna brilla sulla cima di Monte
Mauro, illuminando di un tacito chiarore la collina gessosa allo sbocco
della valle: laggiù il fiume borbotta malcontento, ma un sogno di pace è
già entrato nel sonno della campagna.

Quante anime innamorate si levano a volo nel lume di questa notte
autunnale dalla terra assopita nella lunga fatica dei frutti?

Fra poco il vento ricomincerà a soffiare, perchè lassù in cima della
valle, ove i colli dell'Appennino si addossano come un muraglione,
alcuni crocchi di nuvole sono rimaste in vedetta.

Adesso, nel silenzio, s'intendono dei murmuri: sono forse i pipistrelli
che incontrandosi scambiano un avviso, forse gli ultimi saluti delle
foglie che si staccano dagli alberi, forse i fremiti delle gramigne
sradicate dai campi, gettate a mucchi, non morte ancora. Molte anime
attendono i messaggi dalla notte e le rivelazioni dal silenzio:
ascoltate, signora, le confidenze che esalano dai solchi inargentati
dalla rugiada, il dialogo sommesso degli insetti svegliati dalla luna:
qualcuno luccica come una gemma o vola lieve come un sogno. Che cosa
dicono gli alberi, i quali serberanno il verde mantello nell'inverno,
agli altri già nudi in una miseria di scheletri? Che cosa ne pensa la
luna uscita senza il solito zendado dell'alone, essa che guarda tutta
bianca e pare stupefatta?

I suoi raggi pendono a gocce dai ragnateli sospesi tra albero e albero,
perchè i silfi possano berle nel loro volo, sono piuttosto i lampadari
di una festa, che piccoli, invisibili, felici, si danno questa notte nel
mio orto?

Ecco che il vento ricomincia soffiandosi innanzi le nubi come cenci.

Fra cinque o sei ore l'alba dovrà passare certamente sotto la pioggia
come la diligenza, che ogni mattina scende sotto la mia finestra sino a
Riolo: un viaggio di spola, breve e monotono, eppure il vetturino è
sempre allegro.

Ogni qualvolta m'incontra, agita la frusta e con un largo sorriso mi
grida inevitabilmente:

— Arrivederci! —

Vi saluto anch'io così.



IL MELODRAMMA


— _Qu'est-ce que ça prouve?_ —

Domandava un abate uscendo dall'Opera dopo avervi udito l'_Orfeo_ di
Gluck.

E siccome egli era uno studente di matematica, tutti gli uomini di
spirito si credettero in diritto di sbertarlo: quindi gli artisti, nel
loro orgoglio di anime incomprese, consacrano quella sua interrogazione
alla gloria di esprimere tutto il ridicolo della pedanteria scolastica.

Eppure non è così.

Da oltre mezzo secolo le teoriche della musica drammatica hanno
cambiato. Confondendo dramma e musica, si volle che questa dovesse
significare l'epoca, il carattere, l'azione, tutti i moti di quello: non
si riconobbero più differenze tra la frase scritta e la frase fonica,
anzi si giudicò l'una meno viva dell'altra. La musica diventava così il
linguaggio delle passioni e delle idee, precisandone i gradi,
distinguendone le contradizioni, anche nel loro più repentino coagularsi
o nella loro più lenta dissoluzione.

La musica invece non può rendere nè una idea, nè un uomo, nè un'epoca;
il suo linguaggio non oltrepassa l'espressione di sentimenti rudimentali
ed universali, vaghi sempre, perchè la sua è appunto una voce
dell'indefinito. Aprite qualunque spartito senza leggerne il titolo, e
provatevi dalla musica ad indovinarlo: scegliete un melodramma, mutatene
l'epoca, i personaggi, l'azione, e nullameno seguiterà ad essere bello,
se in questa mutazione avrete rispettato il rapporto primordiale dei
sentimenti e delle sensazioni, non gettando un gruppo di frasi
melanconiche su parole allegre, o adagiando una scena nella concitazione
di un crescendo.

Quell'abate, uscendo da uno dei nostri teatri lirici, avrebbe ancora
ragione di ripetere la stessa domanda a tutti i melomani, che parlano di
ambiente, di color locale, di dramma storico e mitico, di commedia
antica e di idillio moderno, di musica sacra e profana: _qu'est-ce que
ça prouve?_

Invece l'idillio, la commedia, il dramma, la tragedia diventano davvero
una prova, rivelando tutta l'anima umana in pace o in guerra contro il
destino nell'immutabile carattere della propria individualità, nel
giudizio supremo della coscienza sulle opere, che vi si compiono. Ma che
cosa prova la musica, dopo tanta vanteria di teoriche ed esplicazione di
critici e credulità di pubblico cogli ultimi melodrammi, pei quali le
spese di rappresentazione sorpassarono i limiti più lontani della
fantasia? Tutta l'opera e tutti i personaggi sono nella esteriorità del
costume e della scena: chi potrebbe davvero, chiudendo gli occhi,
distinguere nel canto la gelosia di un baritono mascherato da generale
egiziano da quella di un altro baritono vestito da crociato o da
gentiluomo del rinascimento? Come indovinare la collera della gelosia
fra tutte le altre della superbia o dell'avarizia, se il baritono non la
spieghi colle parole? Poichè in ogni amore vi sono momenti di purità
divina, come riconoscere l'invocazione alla fanciulla adorata da una
preghiera alla mamma? Come la musica potrebbe non confondere nella
propria espressione la gioia suprema di un ritorno con quella di un
riconoscimento?

Il finale della _Norma_ rimane ancora il più bello dopo l'altro del
_Tristano e Isotta_, ma nessuno dei tanti letterati, che hanno scoperto
nella musica di Wagner così profonde significazioni filosofiche e
drammatiche, ignorando i due libretti, indovinerebbe la differenza della
morte fra le due coppie egualmente tragiche di amanti.

La musica fu e sarà sempre lirica e non esprimerà mai nè caratteri, nè
situazioni, nè epoche, nè figure, nè la coscienza, nè la intelligenza,
nè la religione di Dio o una qualunque altra. La sua qualità,
contradittoria a tutte le arti, sta appunto nella espressione senza
imagine; laddove architettura, scultura, pittura non esistono che per
questa, e la poesia stessa colle parole la riconduce nella memoria o la
suscita nella fantasia. Mentre i segni si aggiungono ai segni e le
parole alle parole dinanzi ai nostri occhi, che dalla loro permanenza
finiscono coll'accoglierne la intera visione, le note invece cessano una
dopo l'altra al nostro orecchio, che non può intenderne la frase se non
dal loro successivo dileguarsi. La musica si rivela morendo in ognuno
dei propri suoni: ed ecco perchè ci appare immateriale ed indefinita.

Il suo linguaggio subisce le leggi dei numeri, ma la sua significazione
non può essere tradotta da alcun altro. L'orecchio, più spirituale
dell'occhio poichè non vi passano le imagini delle cose, ripercuotendo i
suoni nell'anima, lascia che ella vi si libri leggera; e l'anima,
sospinta da una voce senza parole e senza idee, si sente come dissolvere
nell'incantesimo di una rivelazione misteriosa. Già qualche cosa manca
ad ogni linguaggio. Quello dell'architettura, il più povero, non esprime
che una categoria dell'intelletto, l'ordine nella misura; la scultura è
senza colore e senza ambiente; la pittura non ha che una superficie; la
poesia è costretta a richiamare l'imagine colla parola, lasciando fuori
di questa i pensieri troppo grandi e le sensazioni troppo piccole;
mentre la musica aiuta di se stessa tutti i linguaggi, ma parla
solamente sul confine, ove questi si arrestano.

Ascoltatela nella solitudine, magari evocandola dal pianoforte, il più
odioso degli strumenti che la perversione dell'arte abbia concesso ai
dilettanti. Il pianoforte è la cassa mortuaria dell'arpa; coloro, che vi
martellano sopra, mi fanno pensare alle commemorazioni dei grandi morti
declamate da piccoli vivi sulla folla scempia dei partiti.

Una musica dorme in tutte le parole: sollevatele, disponetele secondo la
prosodia, e ne uscirà una vibrazione tenue e possente, lunga come un'eco
o improvvisa come uno scoppio. I poeti lo sanno bene quando dicono che
il verso è tutto, ed invece è solamente quella musica che la poesia può
contenere, mentre questa è ben altro. Infatti il dramma, una delle sue
forme più vive e profonde, si attenua nel verso e vanisce nel canto,
perchè basta appena il linguaggio reale per rivelare colla più ricca
molteplicità di espressioni le antitesi morali dei caratteri.
Shakespeare alternava prosa e verso, quasi trattando questo come quella,
ma il suo _Otello_ e il suo _Amleto_ messi in musica non sono più che
due manichini, dal ventre dei quali qualcuno canta. Non avendo letto
Shakespeare, chi indovinerebbe le due tragedie dai due melodrammi? Che
cosa è diventato il _Faust_ di Goethe in quello di Gounod o nel
_Mefistofele_ di Boito o nella _Cantata_ di Berlioz, pur superiore ad
entrambi nell'impeto della passione e nella originalità dell'ingegno?

I grandi poeti non amano la musica.

Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro
dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente.
Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose
più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le
anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e
nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una
vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei
corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in
un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio
cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si
condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.

I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori
invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto
della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i
poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel
verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.

Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica,
e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere
raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.

Un poeta vero sentirà sempre che un melodramma non può essere un dramma:
avvolgere questo nella musica sarà per lui come immergere un quadro
nell'acqua: i colori si squagliano e le figure si confondono. L'anima
nel canto si abbandona ad una esultanza di liberazione da tutti i
vincoli della vita reale; nel dramma invece i caratteri debbono
irrigidirsi disciplinando le forze nella necessità della lotta, e poichè
la morte vi diviene la prova suprema della vita collo spezzare coloro
che questa non sa mutare, uno spietato egoismo di naufragio rivela dalla
scena l'ultima verità delle anime.

Se il canto sale spesso dal dramma, non può esserne il linguaggio
continuo: qualcuno avrà forse cantato anche nelle mischie più atroci, ma
nessuna musica espresse mai il tumulto della loro strage. Leggete una
battaglia di Erodoto o di Tolstoi, e confrontatene in voi stessa le
sensazioni con quelle del famoso coro delle Walkirie; dalle pagine dei
due grandi scrittori vi verrà il freddo della morte, nelle voci delle
nordiche amazzoni non sentirete che una minaccia festante e spavalda.

Ma il pubblico, dimentico di ogni altra arte, diserta tutti i teatri per
quello dell'opera.

Nel nostro tempo la poesia e la scultura non sono più intelligibili che
a pochi iniziati, la pittura non lusinga in noi che un bisogno di
decorazione: le esposizioni si ripetono come mercati di privilegi e
privilegiati, pellegrinaggi di piacere, un affare politico o
industriale, quasi sempre losco, raramente fortunato. Il lusso effimero
e volgare della nostra vita non ci consente la passione dei capolavori;
il nostro spirito, saturo di scienza, d'incredulità, di noia, di vizi e
di dolori, non si contempla più che nella prosa, e non chiede alla
musica che una distrazione. Quella vera, che canta sul confine della
poesia, sarà sempre solitaria ed individuale: sul teatro invece diventa
come la folla, si confonde colla pittura e col ballo, rende
inintelligibile la parola sopraffacendo la voce del cantore cogli
istrumenti dell'orchestra, mentre il pubblico, sedotto dalla verità dei
costumi, crede di riconoscere i personaggi ed applaude a se stesso per
aver saputo riunire così facilmente la magìa dell'indefinito alla
bellezza plastica del verso e alle evocazioni del dramma.

L'opera condensa oggi tutte le arti nel teatro come il romanzo riassume
tutta la letteratura; ma se il romanzo può essere talvolta vero, nessuna
sua falsità di fatto o di scuola uguaglierà mai quella di un melodramma.
Beethoven non scrisse che il _Fidelio_, e prima e poi non mise che un
numero per titolo alle proprie opere: Wagner invece pretese di rinnovare
tutta l'arte moderna col più mostruoso adulterio della poesia colla
musica, immolando questa ultima alla tortura di significare resurrezioni
storiche e mitiche, dogmi di teologia e di morale, espiazioni di re e di
penitenti, eroismi pagani e cristiani, passioni di bruti e di arcangeli,
bufere di oceani e catastrofi di paradisi, olocausti di eroi e suicidii
di dèi. Evidentemente era troppo. Il suo teatro per vivere avrà, come
certi alberi, bisogno di una scapezzatura; ma poichè in lui il musicista
riscattava le follie del drammaturgo e le insensatezze del critico,
resterà grande fra i più grandi nella memoria della moltitudine per le
ineffabili canzoni salienti dall'intrico della sua coreografia.

Mentre il dramma, così vivo nel romanzo, non ha saputo ancora rioccupare
la scena, l'opera invece potrà per il diletto del pubblico restarvi
eternamente. Oggi la musica è quasi sempre la poesia di chi non ne ha
altra: sono poche le signore che non suonino il pianoforte, credendo
così di avere nell'anima qualche cosa d'indicibile da esprimere. In
fondo al gusto musicale del pubblico non vi è che un pianoforte, e
questo insopportabile strumento è nullameno quanto di più spirituale si
è potuto persuadere alla volgarità della gente. Peggio quindi se non vi
fosse.

La musica vera si è fatta più rara.

Nemmeno le anime capaci di sentirla arrivano spesso ad indovinare quelle
capaci di esprimerla. Parrebbe quasi che queste vivano dentro un vapore,
ascoltando al di là dei sogni, al disopra di ogni parola, le lunghe
sillabe di un'altra rivelazione: ma se intendono e ripetono, non sanno.
Qui comincia l'espiazione della loro superiorità. Trovano una bellezza
pura dei suoni come già lo scultore trovò quella delle forme, e mettono
una spiegazione nell'accento di una vocale come egli pose lo sguardo
nell'occhio vuoto e bianco della propria statua. Talvolta invece
esprimono cogli acuti e coi bassi le contradizioni della nostra
sensibilità come il pittore imprigiona nei colori e nelle ombre la
mobilità di tutte le apparenze; raggruppando le note nella frase, come
il poeta fa colle parole nel verso, dominano la nostra memoria col
fremito di sonorità simile all'abbarbaglio di una visione.

La poesia declama quanto il suo occhio temerario ha potuto vedere nel
mistero, la musica canta tutto ciò che il suo orecchio indiscreto è
riuscito a sorprendervi; ma le indiscrezioni dell'una turbano spesso più
che le temerità dell'altra.

E tuttavia la musica non sa quello che dice.

Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o
stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque
ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto
dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella
nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri,
mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece
nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti
perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza
fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di
Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti
famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe
del _Ramayana_ o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre
idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno
spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella
_Creazione_ di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi
credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi
avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come
Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.

Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale
toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle
voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione
scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie
la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica
la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti
i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di
riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.

Allora la musica non basta più.

Quali note potrebbero davvero esprimere le ultime due parole di Gesù:
_Consummatum est?_

Quale romanza significare il dolore di Napoleone immobile colle braccia
conserte guardando dal lido di Sant'Elena oltre l'Oceano?

E poichè si volle trascinare sul teatro la _Bohème_ di Murger, come
avrebbero potuto Puccini e Leoncavallo tradurre quel ritratto così breve
e così vivo di Musette: «Ella appena nata domandò certamente uno
specchio»? Come pretendere ad una nuova commedia musicale dopo il
_Barbiere di Siviglia_, che nemmeno esso è una commedia, se la musica
non può nè ridere nè piangere? Come ridere delle sue figure fatalmente
indistinte, mentre il riso non erompe che dalla evidenza di un difetto
senza dolore? Nel _Barbiere di Siviglia_ il riso scatta dai lazzi della
favola non dai motivi del canto, che vi passa attraverso con una
andatura da ballo e la solita prosodia dei recitativi.

Che cosa vi è da capire nella musica? Nulla.

Da sentire? Tutto.

E voi, signora, che ne pensate?

Le donne amano quasi sempre nella musica una poesia, che dispensa dalla
azione, una raffinatezza ottenuta senza nè disciplina nè epurazione del
pensiero: e così possono credersi superiori alla gente, che si dibatte
nella vita come in una tragedia grondante di lagrime e di sangue.

Conosceste mai qualche illustre maestro o suonatore? Studiaste mai il
loro carattere? Una sensibilità pronta e labile, una inconsistenza
timida ed inetta. La poesia ebbe dei forti, la musica non avrà mai che
dei delicati.

Nella nostra vita moderna essa rappresenta quindi un ideale di sensi e
di fantasia, senza efficacia sul carattere e senza attrazione sul
pensiero. I teatri lirici hanno oramai esaurito i temi di tutti gli
altri teatri, senza che l'arte drammatica abbia potuto arrestarsi sulla
lubrica parabola della propria decadenza; la musica popolare invece non
ha trovato per la grande rivoluzione francese e per la bella rivoluzione
italiana che la Marsigliese e l'inno di Garibaldi, due marcie da
saltimbanchi.

Oggi la originalità della musica pare esausta come quella della
architettura. Verdi, ingegno dispari, grossolano e malinconico, violento
e monotono, promosso dalla vecchiaia agli onori del genio, ha voluto
mostrarsi anch'egli capace di significare tutta la vita, e si è
attaccato a Falstaff, uno dei tipi più bassamente comici, perchè di una
comicità tutta istintiva e sensuale. Mancava la commedia al suo
repertorio, ma troppo altro mancava alla sua arte. Quindi ne uscì una
musica scolastica fra una resurrezione di vecchie forme, senza fremito
di riso, senza freschezza e senza colore. Per essere felice a Falstaff
bastava di accarezzare il contorno di un'anca femminile o di una mezzina
da bettola; ma se la sua giocondità di bruto sarebbe rimasta un mistero
per Verdi giovane, più elegiaco che tragico come tutti i romantici, a
Verdi vecchio doveva parere una mostruosità ripugnante. E così, nel suo
spartito, Falstaff non è più che uno sciocco noioso, tuffato in una
favola opaca come una nebbia, fra personaggi che sembrano cantando
assoggettarsi ad un saggio di concorso.

Tutte le aristocrazie d'Europa sursero ad applaudire l'ultima opera del
vecchio grande maestro, mentre il popolo, più sincero, non ne imparò
invece alcun motivo, e seguita a cantare le proprie canzoni anonime.

_Qu'est ce que ça prouve?_



IL MISTERO DELL'ANARCA

                                E Dio ha scelto le cose pazze del
                            mondo per svergognare le savie, e le
                            cose spregevoli e le cose che non sono
                            per ridurre al niente quelle che sono.

                                          SAN PAOLO, _Ai Corinti_.


Vi ricordate, signora?

La donna imperiale cadde sulla banchina del lago dinanzi al lungo
sorriso delle acque, che raccontano spesso i segreti delle Alpi, come lo
specchio tradisce quelli della bellezza. Un impeto di orgoglio le gonfiò
il cuore ferito, rialzandola nel fulgore di una minaccia, mentre sul
volto pallido le calava già l'ombra della morte, ed il murmure della
folla stupefatta cresceva come un susurro di foglie sotto il soffio
corrucciato del vento. Con gesto rigido e lieve indicò il vascello, che
l'aspettava, perchè l'aiutassero a salirvi; cento braccia si protesero
in silenzio, e rimasero alzate verso di lei, quando a barella sparve
sulla tolda, e il vascello oscillò. Viaggiatrice senza meta, che fuggiva
dalle ombre della propria casa, cercando ai monti ed ai mari un refugio
contro le memorie, ebbe forse paura di ritornare nella prigione di una
camera fra il cerimonioso cordoglio degli indifferenti adunati, dal
tristissimo caso senza poterne intendere la tragica rivelazione. Ma il
lago stesso parve forse troppo piccolo alla morente, e troppo affollato
il vascello e troppo vicino alla riva e troppo lento a salpare, mentre
gli occhi le si chiudevano sotto le carezze pesanti del gran sonno, e la
sua anima si levava nell'ansia di quel viaggio lungamente invocato. Come
tutti gli infelici rattenuti senza motivo dalla vita, ella guardava da
anni all'altra riva invisibile, sulla quale aspettano coloro che amammo:
guardava e vagava ingannando il lungo desiderio colla finzione di una
fuga troppo breve attraverso paesi sconosciuti, nell'abbarbaglio di
visioni salienti dal fondo verde delle valli e dalle cerule distese del
mare. Forse alla fissità del suo sogno era necessaria una cornice di
ondeggianti orizzonti e di mutevoli moltitudini, coi ritmi delle parole
incomprese e il vanire della opera tumultuosa come nel dissolversi di un
miraggio.

Oramai della imperatrice nessuno più si ricordava.

La bionda Valchirie, che aveva stupito l'Europa, non era più che una
signora vestita di nero, ancora bella, costretta a mutare spesso di nome
per meglio serbare l'incognito, pallida, che non sorrideva più. Fra i
poeti amava Heine, fra le terre la Ionia, fra i laghi il Lemano, e al
disopra di tutto e di tutti il mare. Ella lo aveva interrogato ad ogni
riva e ad ogni ora, sentendo a poco a poco il pensiero addormentarsi
sulla ondulazione della sua musica profonda; e quando una improvvisa,
stridula voce della memoria la destava davanti alle acque rutilanti di
sole, o scure e roche sotto gli sguardi lontani delle stelle, avrebbe
voluto essere sola sopra una nave nera, come l'olandese cantato dal suo
poeta, per trascorrervi lontano, oltre i confini delle tempeste, alle
estreme solitudini, dalle quali Dio ascolta finalmente chi piange.
Perchè ella credeva nessun dolore pari al suo di madre e di imperatrice,
sempre inseguita dalla follìa e dalla morte, colpita nei genitori, nei
figli, nei fratelli, nel regno donde era uscita, nell'impero al quale
era stata assunta, in tutto quello che aveva sperato, in tutto quello
che aveva amato, sino ad invocare la morte come un compenso e ad errare
come un fantasma.

Passata quasi, nella rapida magìa del desiderio, da una festa di ballo
al trono degli Asburgo ancora vacillante per gli ultimi tremoti
rivoluzionari, ebbe appena il tempo di apparirvi leggiadramente nella
spensieratezza giovanile, che un'altra bufera si destava e l'imperatore
doveva accorrere indarno da Vienna sui piani lombardi contro le vittorie
italiane; quindi la regina di Napoli ramingava anch'essa dietro il
caduco marito giovanile, nè regina più ne donna, a nascondere nell'ombra
di un appartamento parigino l'ultima dissoluzione di una maestà, che
nemmeno la morte avrebbe potuto nobilitare. Ma l'antico impero, ferito
al cuore dall'Italia, soccombeva poco dopo al giovane regno prussiano,
costringendo l'ultimo re bavarese ad uscire dall'incanto, nel quale
Wagner cullava il suo sogno d'invitta verginità, per offrire a
Guglielmo, il lungo nemico, la vecchia corona del sacro romano impero.
Egli compì la prova col sonnambulo eroismo dei cavalieri scendenti
insino a lui dal San Graal, coll'anima tesa al dolore dei sacrifici
ininterrotti sulla terra; e forse dalla umiltà di quella sottomissione,
come dall'atto estremo di una rinuncia a tutte le realtà della vita,
sentì di risalire per sempre nel proprio sogno di una bellezza senza
amore, dentro un mistero insaziabilmente melodioso, vagando di lago in
lago, di castello in castello, fino alla notte prefissa, nella quale le
acque gli avrebbero rivolto il funebre invito.

Una notte l'ondina chiamò ed egli la seguì.

Ma sul morto re l'imperatrice non potè piangere, perchè altri pazzi
dalla vecchia casa le erano accorsi d'intorno, ed ella tremò che
potessero comprendere quel pianto.

Non si sentiva forse pazza essa medesima? Non era pazza Carlotta, la
vedova dell'arciduca bello, fucilato a Queretaro come un bandito, egli
che aveva sognato una gloria di paladino e d'imperatore? La sua donna
entrava ancora per tutte le corti d'Europa a cercare la sua traccia con
un sibilo di lontane paure negli orecchi, che la facevano chiedere e
singhiozzare come un bambino. Ma nemmeno per essa vi era pietà. Poi un
altro arciduca doveva fuggire per sempre, incognito sopra una nave, e
l'Erede, l'estremo della lunga dinastia, sparire in un mistero di sangue
e di amore, vittima forse ed assassino, colla fanciulla del suo peccato;
ed ancora un'altra arciduchessa fra le fiamme e domani forse l'ultima
regina di Spagna in una rivoluzione.

Quindi la sua ragione e il suo cuore vagavano.

S'incantava nei mari che ondulano, nei fiumi che scorrono, nelle nubi
che veleggiano, nei vascelli che salpano, nelle vaporiere che
scompaiono: ascoltava le musiche profonde delle foreste e le sommesse
cantilene dei laghi: talvolta i versi del suo poeta le passavano fra le
memorie, come d'autunno gli uccelli migrano affrettando le ali, sola
sopra un cavallo lo avventava ancora in una furia improvvisa di
Valchirie, ma il sangue non le balzava più sotto le sferzate del vento,
e l'anelito della nobile bestia, la bava bianca del suo morso dispersa
nell'aria come una piuma, non le richiamavano più sulle labbra pallide
il sorriso della vittoria.

Perchè fuggire?

I vecchi, coloro che rimasero soli, non sanno più dove andare.

Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia.

Nata troppo in alto, aveva vissuto sempre tutta chiusa nell'orgoglio
della propria originale magnificenza, che la rendeva straniera fra la
folla moderna così uniforme e così bassa nella uniformità; ed ella,
l'Errante, non vi aveva mai guardato, sentendo dalla sua vastità salire
come un brivido la voce delle anime abbandonate.

Così non sapeva forse che altri vi erravano come lei, più poveri e più
soli. Non era di costoro quello zingaro che un giorno, senza
riconoscerla, lesse nella sua mano la morte prefissale dal destino? Ella
sorrise con mesta incredulità al cencioso profeta ricusante la ricca
elemosina; ma l'anarca, che compì la profezia piantandole una lima nel
cuore coll'impassibile precisione di chi non discute il proprio mandato,
non era anch'esso un Errante fra la folla?

Un altro sogno di dolore e di odio rompeva così quel sogno d'amore e di
dolore.

Lo sconosciuto, subito arrestato, si chiamava Lucheni. Era italiano, ma
nato a Parigi da un uomo e da una donna forse ignoti l'uno all'altra e
congiunti da un qualche vizio più urgente della fame: poi la madre lo
abbandonò ad un ospizio, che gli diede il pane e le scarpe,
insegnandogli a mezzo un mestiere col quale non avrebbe potuto vivere.
Appena diventato un ragazzo, l'ospizio gli chiuse dietro le porte per
sempre.

Il ragazzo non sapeva dove andare. Ovunque arrivasse, il luogo non
mutava: era sempre la stessa diffidenza ad ogni domanda, il medesimo
silenzio in tutti gli occhi, ai quali salivano gli appelli de' suoi
sguardi stanchi; quando aveva fame, quando aveva freddo, nessuno se ne
accorgeva; i poveri lo guardavano anche più duramente dei ricchi, che
gli negavano l'elemosina. Ma siccome voleva vivere, cercava sempre;
d'estate come le mosche cercano le immondizie, d'inverno come gli
uccelli anche quando il ghiaccio ha indurito la neve sulla campagna. E
tuttavia il suo caso non era nuovo. Migliaia di anni prima altre
migliaia di bambini nati, come lui, avevano dovuto andare e morire così.
Poi qualcuno gli disse: — Tu odii; — e allora capì di avere sempre
odiato, anche all'ospizio, nelle sale di lavoro sotto le occhiate gelide
dei prefetti, e nei corridoi, ove tante notti non aveva potuto dormire
come gli altri, dentro l'oscurità rotta appena dal lucignolo fumoso di
una lanterna. Ma siccome l'odio sa ascoltare e rispondere meglio
dell'amore, ascoltava e rispondeva. Che cosa aveva egli fatto a quella
donna perchè lo mettesse al mondo? Perchè doveva vivere così, niente
altro che vivere, lavorare per lavorare, chiedendo quasi sempre indarno
un lavoro, senza poterne mai trarre una speranza o un significato?
Perchè tanti altri non lavoravano? Perchè erano amati? Perchè avevano
tutto?

La società gli aveva insegnato un catechismo che essa medesima non
riusciva ad applicare, e tutto era egualmente ingiustizia contro i
poveri, persino la morte, poichè la religione insinuava nei loro cuori
il dubbio di un altro inferno. Come un atomo dimenticato nel disegno
misterioso della creazione, egli vagava urtandosi a tutti i corpi,
sempre respinto e sempre solo; il silenzio l'opprimeva; ma se cominciava
a parlare, sentiva subito di non potere essere compreso che da un
qualche solitario al pari di lui, mentre tutti gli altri erano come i
prefetti nell'ospizio e più tardi gli ufficiali nella caserma, i
superiori e i nemici che comandavano sempre, senza spiegare mai la
ragione del proprio comando.

Dovevano quindi bastare pochi discorsi e poche letture, giacchè sapeva
leggere, per alzare quell'istinto di odio a passione, e questa passione
nel sogno torbido di un sistema. La caserma compì l'opera dell'ospizio,
mutando il trovatello nel soldato, e il soldato in un anarca
febbricitante di orgoglio nella prima conquista di se medesimo. Dentro
al suo cervello, fosco come un giorno di temporale in un angusto
paesaggio vallivo, rare parole e rare idee si urtavano scrosciando,
mentre da tutte le lontananze della solitudine gli giungevano voci di
altri derelitti, morti e vivi, uomini, donne, vecchi, bambini, adoperati
e dimenticati come cose. La schiavitù di ieri era dunque la medesima
servitù di oggi, la stessa condanna colpiva ancora i bambini nel ventre
delle donne, che il parto non bastava a rendere madri; ogni giorno
ancora la vita saliva a un più alto privilegio sulle moltitudini, che
l'alimentavano come i concimi fanno coi fiori; lasciandosi suggere dalle
loro radici. Tutti i catechismi erano falsi, nessun messia era mai
venuto. I governi di oggi, come i più antichi, somigliavano alle
testudini, formate cogli scudi delle più vecchie legioni e che nessun
urto poteva scomporre; gli imperi sovrastavano, le nazioni si guatavano
colla insidiosa compostezza dei lottatori nei circhi. Ora e sempre
l'unico libero era il danaro. Tutto il dolore umano non aveva potuto
creare nè la giustizia, nè la pietà umana: anche adesso il popolo non
sapeva di che cosa nutrirebbe la propria vecchiezza, dopo aver seminato
e mietuto, forati i monti, distese le strade, sospinte le navi, alzati i
palazzi, adunate colle proprie mani tutte le ricchezze, dato col proprio
sangue il battesimo a tutte le vittorie.

Quindi coll'entusiasmo degli ignari egli aveva tentato di offrire il
proprio pensiero sui giornali anarchici, che lo ricusarono perchè
ravvolto nei cenci del linguaggio comune; e questo nuovo silenzio
imposto alla sua miseria gli pesò sul cuore più dell'altro, dinanzi a
coloro che gli domandavano: — Chi è tua madre? — Chi dunque fra i poveri
può dire veramente di averne una, se le madri non s'inginocchiano ancora
davanti ai bambini domandando loro perdono di averli partoriti? Egli
invece era solo; ma, non avendo nè madre, nè figli, poteva almeno
preferire la fame alla schiavitù, o morire cacciandosi innanzi, come un
araldo nel mistero della morte, qualunque imperatore. Quindi un orgoglio
senza nome gli rialzava talvolta la testa quasi ad una minaccia lontana,
della quale nessuno fra i più grandi avrebbe potuto sottrarsi al muto
decreto. Egli pure era un re.

La sua sovranità, creata dal nuovo diritto di eleggere e di essere
eletto, si mutava così in una ribellione alla volontà della legge, nella
quale il pensiero dell'individuo dovrebbe confondersi come la goccia
nell'onda. Mentre tutte le monarchie, diventate egualmente anonime nel
popolo, si abbassavano ogni giorno sotto le ondulazioni del suo numero,
una anarchia vi drizzava già le proprie punte, come gli antichi
guerrieri levavano più alta l'asta sul campo a farla riconoscere nella
assemblea. La legge, che una volta era una violenza dei forti, adesso
ingannava; nessuna giustizia era possibile in una libertà che non
ammetteva l'uguaglianza; la verità non poteva essere proclamata, finchè
qualcuno conservava il diritto di nutrire la propria vita colla morte di
un altro. Una guerra senza battaglie si preparava dunque in una
ribellione di tutti contro tutti per distruggere le ultime differenze,
indarno condannate dalla rivoluzione della libertà, che aveva pareggiato
eletto ed elettore.

All'eroismo dei grandi, che saliva come un vapore purpureo dalla fusione
della folla, doveva quindi seguire quello dei piccoli, che prorompe come
una scintilla dai suoi distacchi; dopo la parola del genio, che aduna
dalla moltitudine le sillabe della vita, il grido solitario dello ignaro
che annunzia l'inespressibile e attraversa tutte le anime come una
rivelazione della morte. Ma una sinistra poesia, piena di lampi e di
brividi, avvolgerebbe questi interpreti della estrema negazione, che
dalla solitudine dell'orgoglio, espandendosi ovunque coll'irresistibile
penetrazione di un contagio, dileguerebbero subitamente incomprensibili
ed incompresi. Invano qualcuno si vanterebbe poi di averli conosciuti, o
nella ultima stretta del dramma essi medesimi, ingannandosi come tutti i
messaggieri, pretenderebbero di spiegare il segreto della loro missione
simile a quella degli uragani, che passano, devastano, fecondano, e al
loro passaggio le anime hanno oscillato nell'infinito.

Poi la gente ciarla del danno o del beneficio fra i nuovi sorrisi
dell'aria, senza ricordarsi che una medesima legge governa le
rivoluzioni e le tempeste, dalle quali la folgore erompe come un ordine
misterioso.

Quell'anarca cencioso, che la vita non aveva potuto ospitare,
l'attraversava dentro a una muta bufera di collere e di pietà. Come la
solinga imperatrice anche egli non aveva più nulla, nemmeno quei ricordi
di cui si nutre il dolore, o quella commiserazione di se stesso che
consola tutti i decaduti. Mentre ella errava di villa in villa, ove più
pacificatrice sorride la bellezza della natura, l'altro passava per
tutte le vie dell'esiglio, nutrendosi di un pensiero di odio quando non
aveva pane, soccombendo alla stanchezza dei giorni lunghi come una
assenza, alla vacuità delle notti senza riposo, coll'anima che gli
strideva dentro come un cane chiuso in una casa deserta.

Nella sua miseria di abbandonato si era mescolato ad ogni miseria: aveva
veduti uomini gagliardi tremare per la viltà della fame davanti alla
debolezza dei padroni, che negavano loro persino l'elemosina di una
promessa; madri colle mammelle secche, abbandonate sul viso sparuto di
un bambino, e nessuno dei due piangeva più; vecchi derelitti, che non
osavano accostarsi ad alcuno nella vergogna di essere ancora vivi; poi
tutte le altre miserie del lavoro micidiale anche quando nutre,
accordato pari ad una grazia, invocato e maledetto come la morte; mentre
fioriva intorno, dappertutto, la felicità dei ricchi invano creati dalla
natura uguali ai poveri, se la volontà di Dio in tutte le religioni
permetteva loro di diventare così diversi. Essi avevano la scienza, la
libertà, la forza; potevano pesare la vita dei loro fratelli sulle
bilance del proprio egoismo senza che nessuna giustizia li vigilasse, e
la loro misericordia era come la rugiada nel deserto, che ne rimane
ugualmente arido. Allora, sul silenzio violento della sua anima, quelle
voci profonde di morti e di viventi, adoperati e dimenticati come cose,
salivano simili ad un coro funebre sollevato da urli improvvisi,
percorso da gemiti aspri come minacce. Perchè la morte non avrebbe
finalmente vinta l'ingiustizia della vita? La morte sola sapeva il
segreto della redenzione indarno proclamata da tanti messia, che avevano
voluto consolare il dolore umano senza distruggere chi lo aumentava.
Quante vittime sarebbero ancora indispensabili alla morte, perchè la
vita potesse finalmente mutare? Tutti quei morti, che la terra sembrava
aver disciolto nelle proprie viscere, si agitavano dentro le anime nate
dalla loro, sospingendole sempre più in alto col grido dell'ultima
resurrezione. Essi volevano risorgere nei figli contro i figli dei
propri sacrificatori per cancellare colle fiamme dell'estremo olocausto
le vestigia di tutte le ingiustizie; ma non vi sarebbe più alcun giusto
nel giorno della espiazione finale, nè fra coloro che colpirebbero, nè
fra coloro che sarebbero colpiti, giacchè l'eredità aveva macchiata ogni
innocenza colla trasmissione del privilegio.

Forse l'innocenza salvò mai qualcuno?

Non poteva egli pure vantarsi innocente? Il suo odio non era una
invocazione del dolore alla giustizia?

Come quei penitenti, che fuggivano dal mondo per nascondersi a pregare
da Dio la pietà del perdono, egli era rimasto solo fra la moltitudine.
Anarchi ed anacoreti possono trovare chi loro somigli, ma sono sempre
egualmente solitari nell'eremo e nel partito, finchè il loro sogno non
si dissipi, e la vita li riattivi nella minuta vicenda delle lotte
quotidiane. Così egli non aveva forse cercato talvolta fra compagni che
qualche soffio per la propria fiamma o un nuovo argomento contro un
dubbio, mentre, contrapponendosi al mondo come un giudice, l'orgoglio
stesso del proprio odio doveva renderlo incapace di comprenderne le
leggi e di esservi compreso. Quindi ridotto all'unica misura di se
medesimo, vi aveva sottoposto nella facilità di un sogno tutto quanto
non consente a misura, la vita coi suoi istinti e la storia colle sue
trasformazioni. Lungamente il suo dolore aveva creduto di divorare tutti
i dolori, e il suo odio tutti gli odii, e la sua negazione tutte le
negazioni.

Quanto più piccolo lo aveva fatto la natura o in basso respinto la
società, e più alto egli si levava sopra entrambe, stringendo la propria
vita in pugno come un'arma per colpire lassù, dove l'individuo è
simbolo, cui la folla si prosterna, e morire così al disopra di ogni
giustizia. Che importano le sentenze della legge o del costume, se
qualunque atto, salga da troppa profondità o attinga troppo in alto,
deve sempre essere falsamente misurato, e chi lo compie ha in se stesso
l'indiscutibile ragione della morte?

Non vi può essere delitto quando l'egoismo non ne sperò alcun frutto.

Una superbia lucida come i ghiacci delle cime più inaccesse illumina
allora di spettrali chiarori la lunga vigilia dell'azione. Ebbrezze mute
di un segreto superiore a tutte le curiosità, inesprimibili melanconie
della dedizione suprema, amaritudini della morte lungamente assaporata
nella fatica febbrile della volontà, entusiasmi di eroe che sconfigge e
di martire che perdona, ondeggiamenti di tempesta e impeti di folgore,
l'anima solitaria sopporta tutto, delira di tutto. Il sogno diventa
incantesimo, che si dilata tra vampe e vapori entro una scena immobile,
per la quale una forza arcana ci spinge direttamente.

Quel Caserio, che pugnalò il secondo presidente della repubblica
francese, non compì forse l'atto ferale colla impassibile precisione di
un sonnambulo, e non si destò gettando quel grido che lo scoperse già
salvo tra la folla? Quell'Angiolillo, che uccise Canovas, ministro
presidente di Spagna, non rimase assorto nel proprio atteggiamento di
cavaliere sino sulla sedia della garotta? Quell'Henry, che gettò una
bomba in un caffè parigino massacrandone la folla, non serbò la faccia
opaca di un allucinato dinanzi alla lunga processione dei feriti, e non
rispose con un gesto di statua alla madre piangente, la quale tendeva le
braccia verso di lui?

Tutti costoro oltrepassarono il delitto o guardandolo dalle regioni
della morte non lo riconobbero più. Che se l'incantesimo vanì prima di
essa e ricaddero nelle perplessità del rimorso davanti al patibolo, non
capirono egualmente il proprio atto, come il poeta non può risalire
nell'ode già caduta dal cielo della sua ispirazione.

E trascurabili sono le differenze intellettuali fra questi messi del
dolore, che la follia conduce per mano alla morte, e la morte non può
rilevare a se stessi. Precursori di un messia, che evochi dalla
distruzione del nostro mondo un'altra umanità, essi ne annunziano
l'avvento coll'orrore degli antichi olocausti: quindi la vittima
prescelta è sempre simbolica o anonima, un re o una folla, che il
sacrificio deve consumare col sacrificatore. Delitto? certamente per la
legge. Errore? senza dubbio per la scienza; ma la vita e la storia
poterono mai fare a meno dell'errore?

Invincibile come tutti i solitari, l'anarca non ha partito.

Coloro adunati in tale nome sono sofisti, i quali non sanno che
l'anarchia nella propria suprema negazione prova appunto la stessa
insufficienza in tutti i partiti, o saccomanni che impazienza
dell'imminente battaglia disfrena già negli accampamenti.

Contro gli uni e gli altri basta il grido delle sentinelle o l'impeto
disciplinato di qualche manipolo; quegli sovrasta a giudici e a
patiboli.

Caserio non conosceva Carnot, Angiolillo non conosceva Canovas, Henry
non conosceva alcuno nella folla di quel caffè parigino, Lucheni non
conosceva l'imperatrice Elisabetta, come uccisero dunque? Le loro
spiegazioni non valgono meglio dell'altre, che la gente si baratta per
sottrarsi al peso del mistero: l'arte sola potrà forse un giorno
spiegarlo, perchè l'arte sola crea attingendo alle profondità
dell'inconscio, e come la natura accettando tutti i modi della morte.

Adesso Lucheni e l'imperatrice Elisabetta, questa nella cripta imperiale
di Vienna, quello in un carcere di Ginevra si lagnano egualmente del
proprio sepolcro. Ella lo aveva chiesto fra la quiete di grandi alberi,
inghirlandato di edere e di rose, perchè le lucertole e gli usignoli
potessero visitarlo nella primavera; o forse lo sognò talvolta davanti
al mare Ionio, sul gran sasso di Leucade, dal quale Saffo cantò l'ultima
volta e sparve volando sotto le acque. Egli aveva preteso alla gloria
del patibolo nei primi chiarori dell'alba, quando pel sereno si diffonde
la gioia di una nuova promessa alla vita: pallido, scamiciato, la testa
nuda, si sarebbe fermato un istante sotto la mannaia, guardando al cielo
e alla folla per respingerli entrambi col medesimo sorriso prima di
piegare il collo e di chiudere gli occhi per sempre.

Invece li hanno seppelliti così: la morte non fu loro meno crudele della
vita.

Perchè compiangerli, signora, se lo sguardo della pietà è quasi sempre
come quello del naufrago, che si volge sulla riva a guatare l'acqua
perigliosa, dalla quale potè uscire?



ANDRÉE


Anche questa sera nel piccolo caffè del villaggio un vignaiolo mi
domandava, vedendomi gettare il giornale:

— Nessuna notizia di Andrée? —

Molti altri cuori, frementi nella trionfale esultanza del suo eroismo,
aspettano ancora come la buona novella un dispaccio, che lo narri in
viaggio dal deserto polare verso di noi.

Il mondo invece lo perdette già nell'oblio profondo del proprio passato,
dal quale emergono solamente le figure illuminate dal riflesso perenne
di una idea. Tutti gli altri, che una virtù erse per qualche momento
sulla vita, attirando loro gli sguardi ed i cuori, diminuirono a grado a
grado nella morte, come ombre del crepuscolo nella tenebra imminente
della notte. Appena qualcuno dei viaggiatori, che rimontano curiosamente
il corso della storia, ritrovando sopra una carta il loro nome, si ferma
a leggerla per dimenticarla nuovamente fra le troppe, delle quali è
ingombra la via. Eppure da queste escono talora mirabili rivelazioni di
bellezza, e sono pensieri simili a diamanti tralucenti dalle sabbie,
figure che balzano vive dalla loro opera consunta, quasi nel miracolo di
una risurrezione; ma il cuore troppo stanco non può incamminarsi sulla
loro traccia, e salutiamo quindi con un sorriso di dolce riconoscimento,
come in un incontro fuggevole ed improvviso con amici di altri giorni,
mentre la lunghezza della strada e gli appelli lontani del tempo ci
sospingono irresistibilmente.

La poesia sola alza i magnifici sepolcri sulla via Appia della storia, e
serba intatte dentro la propria luce le figure della bellezza.

Andrée aspetta ancora l'ode.

Non mai il desiderio di essere poeta mi vinse come nel giorno che lessi
il dispaccio dallo Spitzberg: «Andrée è partito». Tutta l'antica odissea
non aveva nei lunghi canti, così pieni delle parole della notte e del
mare, tanta poesia come quella breve notizia incisa sopra una colonna di
giornale, fra l'indifferente promiscuità di cento altre.

Egli era partito finalmente.

Da anni perseguiva quell'impresa di sogno colla tenacia nostalgica delle
grandi passioni contro ogni difficoltà della vita, e quelle ancora della
fede che ci abbacina col suo miraggio, e della incredulità che lo
dissipa col riso come il vento spazza i vapori. Che cosa vi era al polo?
Dei ghiacci, forse delle terre come dappertutto, una solitudine
inabitata ed inabitabile, senza interesse per la vita, senza importanza
per la scienza. Questa ha potuto egualmente risolvere i massimi problemi
della sfera terrestre, quella non vi cerca e non ne attende rivelazioni.
Il polo è inaccessibile, ecco la sua forza magnetica sulle anime che,
guardatolo una volta attraverso il mistero della sua lontananza, vi
rimangono fise e trepide come l'ago della calamita. Non è un altro
mistero quest'ago ostinatamente immoto ad un punto, come se lo spazio, a
rovescio del tempo, non avesse che un'ora sola? Questa linea invisibile
che un ago può egualmente segnare attraverso la terra, in ogni sua
posizione, malgrado le scosse e i tremoti, che la sconvolgono? Tutti i
nostri viaggi non sono che una distanza da questo ago; la nostra
geometria non ha una linea meno inestesa e più sicura della sua, la
nostra metafisica un simbolo più astratto e preciso.

Al di sopra delle conquiste consacrate dalla storia, certamente quella
della terra fu la più antica e la più grande.

Ovunque uomini assalirono uomini, non la terra fu l'oggetto della
conquista ma gli uomini stessi; padroni che cercano dei servi, servi che
ricacciano dei padroni, non altra è la spiegazione di tutte le vittorie.
Ma l'uomo dovette prima cercare la terra. La nostra poesia nacque in
questo viaggio, esprimendone l'emozioni profonde fra le terribili
meraviglie dell'ignoto, dentro la bellezza delle solitudini che non
aspettavano l'uomo, dinanzi ai monti che non erano ancora confini, sui
lidi dai quali la mobile distesa delle acque si allontanava a toccare la
curva dei cieli nella vacuità trasparente della luce. I primi uomini
andavano sempre, senza fermarsi, perchè la terra era ancora troppo
grande ed essi troppo piccoli per concepire l'idea di possederla; si
nutrivano ovunque, morivano ovunque.

Nulla è rimasto della nostra vita in quei giorni, che possa parlarne
adesso al nostro spirito: appena qualche eco ne trema forse nei poemi,
che diciamo antichi e son anch'essi moderni dell'epoca letteraria,
quando la poesia cantava già per ascoltarsi. Allora invece l'uomo
cantava come gli uccelli, senza intenzione o memoria di arte: la sua
poesia era una esaltazione dello spirito nella verginità mattinale della
coscienza che si ignora, nell'impeto inconsapevole degli istinti non
anco stancati dalla riflessione. Correre sulla terra o sul mare, quando
non si sa ancora che cosa vi sia, senza ricordo di altre vite, nella
differenza degli animali per la morte, trovando un nuovo panorama per
ogni giorno, pensando ove non fu mai pensato, creando i primi fantasmi
fra le cose, annunziando le prime idee alla natura, gridando sul
silenzio del mondo la profezia dell'ideale, ecco la poesia che nessun
poeta potrebbe oggi rinnovare. «Navigare necesse est, vivere non necesse
est» — fu il motto eroico di Ulisse che salpò da Itaca verso la morte
oltre i confini di Ercole, la parola segreta di Colombo che cercò sino
quasi alla vecchiaia una nave, il grido impaziente di Andrée che attese
quasi due anni il vento; perchè di questa poesia, sepolta sotto tanta
rovina di memorie nell'anima umana, qualche fiamma guizza ancora,
ripetendovi i barbagli della luce, dentro la quale la bellezza del mondo
apparve già nella sua stupefacente novità.

Oggi esso è vecchio al pari di noi, lo abitiamo come una casa, lo
possediamo come un campo; tutti i suoi luoghi portano le nostre tracce,
tutte le solitudini furono attraversate e salite tutte le vette. Quei
viaggiatori, che si avventurano ancora nei deserti, vi cercano qualche
nascosta ricchezza o la prova di una ipotesi scientifica, per la quale
tornare fra gli applausi della gloria. Essi troppo sanno anche prima. Il
deserto a loro sconosciuto è abitato da selvaggi primitivi dinanzi
all'orgoglio della nostra civiltà, e tuttavia lontani quanto noi da quei
primissimi giorni. Certamente il pericoloso viaggio esige l'anima
grande, perchè la morte vi moltiplica tutte le proprie paure, ma non è
il viaggio di Ulisse.

Il Laertiade non sapeva.

Dopo aver attraversato l'Iliade e l'Odissea, il vecchio eroe udi la voce
del mare chiamarlo dentro la rustica reggia nelle lunghe notti senza
sonno: egli aveva tutto veduto e tutto provato fra gli uomini. Quindi si
levò cercando nelle case i più soli fra coloro, che gli erano rimasti
fedeli; andarono alla nave, batterono i remi sull'acqua per non più
ritornare. Navigavano, perchè il navigare è necessario non il vivere,
verso il mondo senza gente, nel quale il sole discendeva ogni sera; ma
quello che vi avrebbero veduto e dove sarebbero morti, doveva egualmente
restare un mistero. Non portavano seco che l'acqua e il cibo di poche
settimane: la loro anima anche più leggera della barca aveva lasciato
sulla spiaggia tutto il carico della vita per quest'ultimo viaggio della
morte.

Il mare delle terre, che li conosceva, mormorò sotto la loro carena un
lungo saluto, quando dallo stretto sboccarono nell'alto mare tenebroso;
i venti li seguirono ancora fremendo al loro orecchio, il sole li
riconobbe prima di sparire: poi la notte delle tenebre e delle acque li
sommerse.

E non sarebbero morti egualmente sulla rocciosa Itaca nella fatica dei
vincoli rotti uno ad uno, giorno per giorno, invece di partire così,
lievi come ombre, coll'estrema curiosità del pensiero che guarda sempre
finchè la luce gli arriva?

Ogni sera le ombre risalgono ai monti, e il mare mormora, il vento
freme, il sole guarda questa ascensione di fantasmi dalla terra greve di
tutto il peso della vita; è la sera di Ulisse, passano le ombre dei
morti.

_Navigare necesse est_, poco importa sul mare o nel cielo o nel deserto
sul dorso del cammello, che ha il medesimo rullio della nave. Oggi la
terra è così piccola che basta quasi un mese a percorrere la sua fascia
equatoriale: tutto è noto, l'uomo si urta dovunque all'uomo. Quindi gli
spiriti, nei quali sopravvive la primissima poesia della scoperta, si
affisano al cielo cercandone le vie per la sua trasparente leggerezza.
Nessun problema pare più vano che quello della navigazione aerea, e
nessuno sommuove più profondamente le anime. Ricordo come l'inverno
scorso a Milano, passando per un viottolo, vidi sopra una piccola porta
sucida un cartiglio con questa scritta «Società areostatica, residenza
secondo piano». Il cuore mi battè. La casa era di aspetto povero, dalla
porta un andito stretto e fangoso si perdeva nella sinuosità di una
scaletta scura. Chi erano dunque i poeti, che vivevano lassù? Poveri,
come i poeti, furono sempre, vivevano certamente di oblazioni carpite
chissà con quale incanto di arte o di passione al tardo buon senso o
alla ignorante vanità della gente affaccendata nei guadagni, ma alla
quale quel sogno di un volo nell'azzurro, al disopra delle nuvole,
rinnovava la gioia delle favole udite da bambini.

Mi fermai dubbioso di salire a riconoscerli: piovigginava, il cielo si
era abbassato così che sembrava radere i tetti. Una tristezza mi
sospinse oltre.

Sapevo e voi pure, signora, lo saprete, che i poeti sono sempre meno
belli della poesia, specialmente se questa sia la ganza del loro
pensiero anzichè la dama della loro vita.

Ma quel cartiglio mi ricondusse nell'anima idee e imagini dimenticate da
molto tempo. Se al pari di me non siete più giovane, dovete ricordare
con melanconico rimpianto la stretta quasi soffocatrice del vostro
cuore, quando la prima volta dinanzi ai vostri occhi, che guardavano
attoniti i lunghi preparativi, improvvisamente il pallone come liberato
da uno strappo furioso oscillò nell'aria forandola con incredibili
rapidità; e vedeste al disotto, sospeso entro una fragile cesta di
giunchi, un uomo già irreconoscibile agitare il fazzoletto bianco ad un
estremo saluto. La vostra anima si tese verso di lui in una ansietà, che
non avreste voluto mostrare, e nemmeno oggi sapreste spiegarvi: non era
la paura della sua morte, mentre avevate veduto molte altre volte
morire; non un voto istintivo e convulso per la sua salvezza; non la
pietà talora così severa ammonitrice dinanzi a coloro, che per strappare
pochi soldi al nostro egoismo gli offrono come un piacere lo spettacolo
di un qualche rischio o di una tortura: ma la trepidazione di una
invidia spaurita ed entusiastica come nel subito rivelarsi di una
bellezza, qualche cosa d'ineffabile, che vi penetrava sino al fondo del
cuore con la folgorazione della grazia. Quell'uomo trascorreva pel
cielo, al quale voi salivate solamente coll'anima sull'ali della fede o
di un sogno; e lassù era più solo dei morti sotto terra, che hanno pur
troppo dei vicini.

Ve ne ricordate, signora?

Abbiamo tutti provato questa emozione, che poi la frequenza stessa degli
aeronauti e la loro volgarità d'istrioni, attraverso l'esperienza ogni
giorno in noi più tragica della vita, hanno così logorato che giacque
nella memoria sotto il peso di tante altre. Ma in qualche ora di
solitudine, quando il cuore ricanta come gli uccelli nei mattini di
maggio, o muto e affannato cerca in una più remota solitudine un più
sicuro rifugio, se improvvisamente ci ricompaia la visione di quell'uomo
già irreconoscibile che saluta ancora col fazzoletto, mentre il pallone
sempre più piccolo s'invola per l'azzurro libero del cielo, il nostro
cuore risente ancora quella stretta, e i nostri occhi involontariamente
si affisano in alto. Vivere non è necessario, ma navigare «di retro al
sol, nel mondo senza gente», come l'ombra di Ulisse ripetè a Dante, che
errava egli pure dietro un'altra ombra grande dell'arte per il mondo del
dolore eterno.

Solo il cielo è davvero senza gente, o se vi è un luogo sulla terra, ove
sia sperabile di non trovarne, la poesia e la scienza lo suppongono
egualmente al polo.

Un baluardo di gelo precinge quella solitudine indarno tentata dai più
intrepidi viaggiatori. Tutti gli anni una qualche nave salpa alla stessa
conquista polare per arrestarsi bloccata presso a poco al medesimo
grado, e la stessa tragedia si rinnova fra il vitreo scenario
dell'immenso teatro silenzioso: pochi muoiono, molti ritornano per
raccontare a poeti, che non cantano più poemi, questa nuova bianca
Odissea.

L'altro anno Nansen, un ignoto temerario, aveva giurato a se stesso di
arrivarvi a piedi, varcando quelle giogaie di ghiaccio, scivolando nelle
loro valli, vivendo come gli altri animali, che vi avrebbe certamente
trovati. Egli stesso, accolto al ritorno da tutta la Scandinavia come un
trionfatore benchè fosse un vinto, ha poi cantato la propria impresa,
moderno aedo, pellegrinando alle regge dei popoli sovrani, di capitale
in capitale, dinanzi ad una folla curiosa e svogliata, che voleva
piuttosto vederlo che ascoltarlo. Quel milione così raccolto in cento
conferenze era sicuramente meglio guadagnato che nei teatri lirici dai
più acclamati tenori; ma parve a molti che la bella figura dell'eroe
fosse rimasta lassù fra i ghiacci, e un'altra, non simile a lui che nel
volto, ingannasse il mondo con quel racconto. Ripugnava al cuore vedere
l'uomo, capace di avere tanto osato, così sottomesso ai medesimi
impresari dei saltimbanchi, che lo mostravano alla gente misurandogli
l'ora e la voce perchè la prodiga curiosità non si stancasse, mentre,
chino a raccogliere quei pubblici suffragi, egli narrava di aver sempre
pregato Dio ginocchioni prima di addormentarsi nel lucido orrore della
immensa solitudine, sulla quale nè la notte ne il giorno scandivano più
le ore. Pensava egli anche allora alle conferenze, che farebbero di lui
un milionario? Aveva egli cercato al polo quel milione, che tutti
cercano nella vita e, trovato, non la rende più grande?

Se fossi donna come voi, non amerei quell'uomo.

Per quanto il suo libro sia sincero e bella la costanza nell'impresa e
commovente quel rinnovarsi dei primi espedienti umani, egli nè poteva,
nè meritava di riuscire.

Mancava in lui la dedizione incondizionata all'ideale, quel primo
suicidio della persona mondana, che alza al miracolo della vittoria il
pensatore e l'artista, l'inventore e l'apostolo. Un grand'uomo, che
fallì una grande impresa non va ramingando di teatro in teatro a vendere
la propria presenza come le moderne cantatrici di Citera da caffè in
caffè: o quando affronti tale degradazione, quel danaro deve essere già
purificato nell'olocausto della sua idea. Ma egli non accattò, magnifico
mendico, per un nuovo viaggio al polo, come altri maggiori di lui
avevano fatto per imprese egualmente perigliose, senza che la mano
tremasse mai loro o la fronte dovesse abbassarsi all'umiltà di un
guadagno. La più insultante delle fantasie satiriche non oserebbe
presentarci Colombo nascosto dietro una tenda aspettando per mostrarsi
al pubblico, pigiato entro una qualche antica piazza di Europa, che i
bacili dell'impresario siano pieni di monete. Invece quel veggente
dell'Oceano non sognava che la liberazione del Santo Sepolcro, e voleva
vestire il rude saio dei monaci.

Certamente altri illustri, poeti come Lamartine o romanzieri come
Dickens, poterono accettare sottoscrizioni o girare l'America leggendo
sempre il medesimo capitolo ad un diverso pubblico e facendoselo sempre
egualmente pagare, perchè qualche cosa dell'istrione resta nell'artista,
che gli impedisce di essere un eroe. Infatti egli non deve che
raffigurarlo.

L'arte non è tutta la vita se non nei più grandi; Eschilo che esula da
Atene piuttosto che domandarle perdono, Dante che ricusa di ritornare
perdonato a Firenze; e nè l'uno nè l'altro avrebbero sicuramente
permesso la sottoscrizione di Lamartine o consentito alle letture di
Dickens.

Invece avrebbero già scritto il canto per Andrée.

Ecco l'eroe.

A che pro ritentare il polo come tanti, che vi perirono troppo lontani
perchè il loro viaggio potesse accennarne almeno la strada? Perchè
ricercare il passaggio di Nordenskiold, che non potrebbe essere
praticabile se non nella fortuna di un giuoco? Perchè inventare una nave
munita di un rostro, così più forte che nelle antiche triremi, da
frangere per forza di vapore gli enormi ghiacci galleggianti? Nessuno sa
ancora quali siano le barriere che il freddo costrusse coll'acqua, nè
come i canali vi si insinuino, nè che altro possa dopo raddoppiare il
loro ostacolo. Ma il polo stesso non è una meta. Ulisse, penetrando
nell'Oceano tenebroso, sapeva di trovarvi la morte, ma cercava le terre
di quell'altro mondo senza gente, perchè alla sua anima ogni limite
diveniva doloroso. Non era quindi il suicidio di chi vinto cerca nella
morte un rifugio, bensì l'instancabile necessità di vittoria, che
affatica lo spirito nella sua conquista di scoperte: quel mondo senza
gente era per Ulisse, come per Dante il mondo degli spiriti, un mistero
nel quale bisognava penetrare.

Oggi il polo è l'ultimo enigma della terra, e il pallone diventò il
primo problema di tutti i futuri viaggi.

Concepito come un giocattolo, si mutò subito in una angoscia senza
requie, nella quale grandi e piccini, retori e poeti dell'invenzione
soccombono indarno da quasi un secolo. Per Mongolfier la soluzione era
facile: costrurre un corpo più leggiero dell'aria perchè vi si
innalzasse, e gli bastò quindi trarne l'aria stessa invertendo così la
difficoltà della nave, nella quale bisogna impedire che l'acqua entri.
Ma in tal modo si ascende, non si naviga: per dirigersi attraverso
l'aria occorre invece una forza capace di respingerla, o profittare del
vento o crearlo. Un corpo più pesante dell'aria può reggervisi se spinto
ad una velocità, che vinca la forza centripeta della terra; ma il
problema allora diventa altro.

Andrée pensò al vento.

La scienza studiando le sue correnti ha potuto spiegarne la genesi,
tracciarne la carta, stabilirne l'orario, esse sono costanti come i
fiumi, ubbidiscono al moto della terra come il flusso del mare.
Bisognava quindi entrare in quella che attraversava il polo per
discendervi e risalirne, sapendo tuttavia che vi è fra i venti un
disordine di tempesta, al quale la scienza non ha potuto imporre i
propri calcoli, che il gas fugge dal pallone meglio chiuso, che si
possono aprire delle falle nei suoi fianchi, produrre degli scoppi
dentro la sua vacuità.

Ed è sempre la stessa morte lassù.

Che importa, se il pallone almeno non deviasse prima!

Andrée non accettò che due compagni, dei quali il nome è già tramontato
nel suo, perchè il rischio e la morte non parificano i soldati al
generale. Molti si lagnano di questa giustizia nella moderna democrazia,
che vorrebbe livellare coll'invidia l'altezza dei grandi uomini al piano
vallivo delle moltitudini, senza pensare che ogni opera di queste è
appunto dovuta ad una iniziativa di quelli, e che l'idea solamente ha
ragione. Il grand'uomo è colui che impone una grande idea, liberandola
dalle oscurità dell'istinto nell'anima del popolo: a lui solo deve
toccare la gloria, poichè il vantaggio ne resta intero alla gente.

Una nave portò sopra una riva dello Spitzberg quintali e quintali di
ferro per poterne trarre l'idrogeno versandovi sopra botti di acido
solforico, e gonfiare così il pallone: nella navicella erano viveri per
tre mesi, gli istrumenti della scienza, la tenda di accampamento,
qualche arme ed arnese per il ritorno. Ma come sperarlo? Che il vento
fedele come l'acqua di un canale portasse il pallone in poche ore al
polo e ne lo riconducesse prima che il gas fuggendo da tutti i pori
della seta la rendesse troppo pesante, era uno sperare che l'impresa non
fosse una impresa. Nessun scienziato credeva alla fortuna della
temeraria avventura. Anzi il vento fu così infedele la prima volta, che
non si potè nemmeno gonfiare il pallone, bisognò aspettare per altri sei
mesi il ritorno della corrente.

Questa attesa fu certamente la più lunga e dolorosa fra quante sofferte
da un'anima eroica. Intorno a lui la vita ordinaria seguitava a
gorgogliare come l'acqua di un torrente, nel quale tutti pescano ed
arraffano, mentre collo spirito teso al di là della morte egli doveva
sopportare le importunità dei pochi che lo amavano, e degli altri sempre
increduli per saggezza e di coloro, nei quali il riso è simile al
gracidare delle rane. Ma l'eroe non pensava al ritorno. La sua anima
come quella di Ulisse ripeteva a se stessa: «Navigare necesse est, non
vivere» alta sulla vita del mondo, che le si era distaccata come una
scorie iemale dall'albero riverdeggiante in aprile, o la tela impura
dalla crisalide già libera coll'ali nel sole primaverile.

Morire nel cielo sarebbe stata la morte di Ulisse nel mare; morire al
polo sul pallone sgonfio accanto ai cadaveri dei due compagni era la
morte di Cristo sul Golgota, ma senza tutto il mondo ai piedi e che
domani avrebbe creduto alla sua rivelazione.

Nansen accettava ancora scritture da nuovi teatri per farsi vedere in
altre conferenze, quando il vento tornò e Andrée si slanciò col pallone
sulla sua corrente; qualcuno dall'isola deserta sarà accorso a vederlo,
poi nessuno lo vide più.

Non mi chiedete, signora, che cosa io pensi, o come la mia anima abbia
imaginato la sua morte.

Se ho potuto trarre alcune figure dalla storia, altre rappresentare
dalla vita, io non sono il poeta di Andrée, ma quel poeta verrà.

Egli solo potrà nel poema rivelare il segreto, che affatica ancora tanti
cuori: io non ho forse ancora sofferto abbastanza per intendere le mute
parole di Andrée alla terra nel momento di perderla, e ciò che disse
subito dopo ai compagni. Lassù, in quella navicella non più lunga delle
ali aperte di un eider, la tragedia umana svolse la sua scena più
sublime in un silenzio e in un deserto, dai quali solamente Dio
ascoltava. Ciò che spesso ne susurra la fantasia di romanziere al mio
cuore solitario, il cuore lo ricusa sdegnosamente come il solito
racconto volgare della gente per ogni più magnifico eroismo: quello che
la mia anima sente dinanzi a quei tre cadaveri cristallizzati,
incorruttibili fra un lembo del pallone come fra le pieghe di una
bandiera, cogli occhi aperti nella eterna vigilia del polo, la mia penna
non saprebbe scriverlo.

Io non sono il poeta di Andrée, ma se fossi donna come voi, avrei amato
quell'uomo, al quale nessun amore poteva bastare.



AL MARE, AL MARE


Scrivo dal lido.

In questa monotona solitudine campestre spesso la visione del mare mi
scuote con sì brusco risveglio che guardo vivamente d'intorno, e la
memoria mi tremola dentro come la marina sull'alba.

Da vari giorni le nebbie vagolavano stancamente sui monti senza che il
vento vi passasse mai attraverso, ma ieri il sole riapparve festante di
orgoglio: qualche vapore fumava ancora verso di lui dalla cima di monte
Battaglia come un incenso di olocausto: udii gli uccelli cantare e gli
uomini parlare più alto.

In sella dunque, e al trotto.

Pensavo a voi.

Perchè non avreste potuto davvero corrermi dinanzi lievemente curva sul
manubrio della bicicletta, quasi vestita da uomo con quell'abito da
ciclista, che confonde i sessi in una prima promessa di voluttà? I
vostri capelli biondi come il sole, sfuggendo dal molle berrettino
inclinato sull'orecchio, si accendevano di lampi: l'oscillare delle
ruote metteva tratto tratto come un fremito nella posa elegante del
vostro fantasma volante sul nuovo cavallo di acciaio. Avanti dunque nel
mattino che sorride, fra la gente in festa che si avvia verso la chiesa,
mentre le campane squillano e i campi tacciono! Il sole è tornato nel
cielo sereno, sul mare violaceo, che ci aspetta dietro Ravenna intenta a
ripulire i propri monumenti come certi giorni le vecchie signore vanno a
guardare nell'armadio i vestiti della loro gioventù, e sorridono
spolverandoli guardingamente. Non sono più di sessanta chilometri,
quelli che ci dividono da Porto Corsini, un porto solamente noto ai
pescatori perchè è appena un canale: la città degli esarchi non ha più
flotta da secoli, e la sua pineta bruciata a mezzo dal ghiaccio di un
terribile inverno, quindi ripiantata, non è più un bosco antico.

Il viaggio è breve, l'ora incantevole, venite meco e guardiamo.

Quel prete sulla strada, fra un crocchio di contadine, non vi pare un
grosso tacchino dai coralli rossi fra una torma di gallinelle faraone,
che lo spiano scuotendo la testina bianca? Forse è il parroco, che
sapendo tutti i loro peccati seguita a parlare di penitenza, quantunque
abbia stretto tutti i loro matrimoni: perchè mai non bastò questa?
Fanciulle e fanciulli ascoltano quel chiacchierio alle sottane delle
mamme come pulcini dietro la chioccia, pronti a sbandarsi nel fosso;
passano ronzini trottarellando, pedoni che ogni tanto abbassano gli
occhi per guardarsi le scarpe domenicali, uccelli che non sanno che cosa
sia la domenica. Eppure il loro canto è più lieto. Chi può dire
artificiale la nostra divisione dei giorni per settimane colle feste,
che la punteggiano luminosamente? Forse anche questo fu un suggerimento
della natura. Udite come raglia quell'asino, che dalla lunga cavedagna
sta per imboccare la strada: ha le orecchie rigide come antenne sulla
testa eretta superbamente, quasi nell'impeto di un inno. Deve essere
festa anche per lui, benchè tiri il solito biroccino sgangherato, con
quei due vecchi che ciarlano e nello sballottamento assentono a tutto
quanto dicono. Raglia e si guarda innanzi al pari di me. Forse i suoi
occhi seguono il fantasma di una asina dal collo sottile e le zampe
fini, che si dondola ad un trotto graziosamente signorile senza
voltarsi, come voi stessa non rivolgeste ancora il viso.

Noi siamo tutti così.

Perchè l'inno ci erompa dalle labbra dobbiamo vederci davanti qualche
figura che ci preceda e non fugga, che inseguiamo senza raggiungere,
mentre i profumi vaporanti dalla terra ci paiono il suo profumo, e i
palpiti dell'aria diventano la luce del suo sorriso, la molle
ondulazione del suo respiro. Allora inno e raglio salgono ai medesimi
squilli, tremano nella medesima ebbrezza, allungandosi nel complimento
di un appello, che finisce quasi sempre in un lamento.

Al trotto, al trotto, poichè bisogna attraversare il villaggio tutto
pieno di gente!

Ah! un amico mi ferma per chiedermi un consiglio di avvocato: lo
improvviso come un brindisi, e riparto; tanto peggio per lui se il vino
non sarà migliore del brindisi. Ma l'incanto del mattino si è rotto, e
non resta più che la solita domenica colla gente vestita a nuovo, la
quale pare tutta di forestieri incerti di parlarsi. Infatti si guatano
prima, gli uomini con uno sguardo corto e greve, le donne con occhiate
lunghe come un pettegolezzo e acute come un dubbio. Tutti si passano
reciprocamente in rivista: l'abito e il contegno della domenica sono la
confessione degli altri giorni, se il lavoro vi fu avvelenato dalla
miseria o confortato dal guadagno. Osservate i poveri, che non possono
mutare vestito, come sono squallidi: gli altri invece hanno sul viso una
nuova durezza, come un segreto disdegno pei vinti, ai quali faranno
forse l'elemosina, ma sentendosi da loro anche più dissimili di ieri.

Purtroppo nelle feste non bisogna ricordarsi coloro, che non possono
prendervi parte, altrimenti la gioia dilegua.

Stamane la festa è ilare perchè fatta di sole, questa sera diventerà
torbida nel vino: quindi la notte si aggraverà sulla pesante ostinatezza
delle ultime crapule, e se il sole non torni radioso all'alba, il
risveglio sarà anche più triste, come da un male ad un altro, dalle
nausee dello stravizio alle ripugnanze per il lavoro.

Al mare dunque, sul quale la notte ed il giorno sono fra loro meno
diversi che sulla terra!

Il marinaio passa senza traccia sulle acque, mentre il contadino deve
mutare la terra coltivandola; l'uno è un viaggiatore, cui la vita
diviene leggiera nella labile poesia del viaggio malgrado i pericoli
delle tempeste, l'altro un avaro costretto a seppellire il proprio
tesoro in un campo e a tremare sempre di perderlo.

Il canto del contadino è uno stornello breve come una sosta, quello del
marinaio invece si allunga come il murmure e l'oscillazione delle onde.

Dovetti fermarmi a Faenza per una vecchia briga intricata e pungente
come un rovo; anche la città era in festa, colla gente parata dei nuovi
abiti invernali, ma gli uomini non vi sono più belli come una volta, e
le donne non lo sono diventate ancora. Finalmente ripresi la bicicletta
dall'atrio del caffè, e spiccavo già il balzo, quando il più giovane fra
i miei amici mi percosse colla mano sulla spalla.

— Dove vai?

— Alla Pineta.

— Vengo anch'io. —

Balzammo in sella fuggendo.

Egli ha vent'anni ed è solo: può ancora tutto sperare, vivere egualmente
bene dappertutto. L'inconsapevole poesia della giovinezza lo sospinge al
volo, accendendogli una fiamma negli occhi ad ogni incontro di donna non
brutta, mentre l'esultanza di una libertà fosforescente di tutte le
promesse rende più viva la ciarla della sua spensieratezza.

Filammo al mare, perchè qualcuno ci disse sulla piazza di Ravenna di
entrare nella Pineta dal capanno di Garibaldi, distante appena qualche
chilometro da Porto Corsini.

Pel sinuoso canale del Candiano non vedemmo che alcune barche cariche di
mattoni e di travi, altre più lungi, colla vela chiusa, parevano
abbandonate sull'acqua livida e muta. Dinnanzi e d'intorno si allargava
una distesa di stoppie arsicce e fosche in quell'ora del tramonto.
L'aria rimaneva tiepida, la strada bianca fuggiva come per incanto sotto
le ruote della bicicletta, le case diventavano sempre più rade; poi
apparivano crocchi di pini e di cavalli bradi, liberi nella solitudine,
immobili anch'essi. E davanti al deserto delle acque quel deserto
vallivo dileguava all'orizzonte nella tenuità dell'ombra,
silenziosamente. Di quando in quando un falco passava alto, colle ali
stanche dalla lunga caccia, verso la Pineta, simile ad una lunga riga
nera sul nostro fianco fin dove l'occhio poteva giungere.

Il mio compagno taceva.

Improvvisamente brillò una fiamma: era il grande occhio del faro che si
apriva.

Giungemmo al porto, ma non vedemmo il mare.

Perchè porto? A quell'ora non vi si scorgevano che poche alberature,
nessuno passava per la piazza formata da un gomito del canale davanti ad
una lunga casa di un solo piano; più in là un palazzotto pretensioso
alzava dal mezzo del tetto la lanterna del faro come un grosso tubo; tre
capanne illuminate si aprivano sulla riva, voci e ombre erravano sulla
banchina.

Tesi indarno l'orecchio al murmure del mare.

— Bonaccia anche questa notte! — mormorò stizzosamente un pescatore
rasentandoci per entrare in una di quelle capanne.

Ma noi volevamo passare la notte sul mare.

Lo seguii e combinammo di salire sulla sua barca _Il Giglio_, se a
qualche ora della notte il vento si fosse levato.

Infatti verso le undici qualche soffio cominciava.

Nella notte profonda il mare mormorava sommessamente. I pescatori
avevano issata la vela ad un sottile grecale, poi erano tutti discesi
nella stiva, meno il più giovane, rimasto in piedi colla mano poggiata
sul timone. La vela floscia batteva seccamente sull'albero, non una
stella brillava nel cielo, non una luce sul mare. Solamente la lanterna
del faro lanciava, tratto tratto, un fascio più luminoso come un occhio
che si aprisse improvviso e violento, mentre il grande disco rosso del
semaforo pareva poco più lungi una immota luna sanguigna.

L'altra barca, poichè quella compagnia di pescatori ne aveva due, ci
accompagnava di fronte, così dappresso che si udivano i battiti della
sua vela nell'albero e le voci ciarlare ancora. Poi tutto tacque: anche
il mio amico si era addormentato nella stiva.

Seduto sulla punta di prora, reggendomi con una mano alla grossa ancora,
io guardavo.

Nella notte bruna un vapore sembrava alzarsi dalle acque come una
trasparenza luminosa fra due ombre, attraverso la quale l'occhio si
allontanava nella solitudine. Ma la barca quasi immobile si cingeva sui
fianchi di una luce cilestrina, mentre per la scia le si spegneva dietro
una silenziosa fiammata di piccole stelle, e la bianchezza delle vele
appariva vaga nell'alto. Improvvisamente mi sentii dentro un impeto di
fuga, come se avessi potuto io solo gonfiare le vele, sospingendole per
quella vacuità così piena di murmuri, con una violenza di tempesta,
verso un buio senza fine. E invece la calma era così profonda che
intendevo nel frangersi dell'acqua sotto la prora quel gorgoglio di un
armento che beva, secondo la bella parola dell'antico poeta greco.

In quel momento mi parve di rivedervi fra le pieghe dell'ombra, col
volto smorto dentro un pallore di luce bionda: anche voi guardavate sul
mare.

La sua mobile linea seguitava come il suo murmure oltre il raggio di
quel faro acceso sul lido da una pietà spaurita per coloro, che le
tempeste della notte sorprendono con tutti i terrori dell'invisibile.
Ignoro il mare e le sue procelle. Non ancora vidi in una fiera burrasca
notturna tralucere subitamente la pupilla di un faro, e non so come le
mie le risponderebbero; ma parmi che se in tale istante la paura della
morte mi avesse vinto, quel tremulo lucignolo mi aggiungerebbe
nell'anima un'altra tristezza di agonia. Laggiù, dalla terra, ecco tutta
la luce che può raggiarne! Appena quanta la natura per un capriccio
gentile ne mise sotto le ali della lucciola nelle prime sere di giugno,
quando i grani ondulando imitano il fruscio della seta e i grilli
ripetono instancabili la loro sottile nota di amore.

Ogni lanterna di faro mi ha fatto sempre pensare a quella di Diogene; il
mare è troppo grande e la maschera dell'uomo troppo grossa perchè un
raggio possa attraversarla. Ma solo nel deserto del mare, dinanzi
all'infinita mobilità delle sue forme, l'anima s'innalza veramente alla
impassibilità del pensiero. Che la notte distenda la propria ombra sulla
oscurità delle acque o il sole vi rompa tutti i raggi in un incendio di
baleni; che una indolenza vi attenui le onde sino alla piega di un
sorriso o l'uragano le sollevi precipitandole collo strepito della
valanga, l'anima umana soltanto può levarsi sul mare, a dominarlo con
una serenità più profonda della sua calma, o con una furia più violenta
delle sue bufere.

Una voce dall'altra barca cantò:

      — Sono io che batto, dèstati.
    — Chi sei? — Sono l'amore.
    — Che vuoi? — Solo un cantuccio,
    nel letto e nel tuo cuore.

      — Vattene, il letto è piccolo...
    — Apri, mi basta il cuore.
    — Il cuore è morto; vattene:
    tu l'uccidesti, amore.

      — Apri, che io lo resusciti,
    io son la vita eterna,
    col soffio, che può spegnerla,
    raccendo ogni lucerna.

      — Finchè il tuo petto è un giglio
    non dirvi morto il cuore,
    dorme, e nel sogno i palpiti
    sente del nuovo albore.

      — Aprimi: io sono l'ospite,
    che aspetti, ormai raggiorna...
    — Vattene: amor che torna,
    è amor che se ne va. —

— Vattene; amor che torna, è amor che se ne va — ripetè parecchie volte
la voce tremando, mentre intorno alla mia barca quel fuoco cilestrino si
era spento.

Qual poeta disse dunque pel primo che il mare è buono? Si era egli
sentito un'altra volta cullare sul suo immenso petto come un bambino?
Perchè il cielo è così bello pur non essendo che un colore? Perchè il
mare è sempre nuovo pur non essendo che acqua? Entrambi sono per noi un
velario, alla cui misteriosa bellezza bastano le pieghe delle nuvole e
delle onde, e tutto quanto vi sappiamo al di là non muta l'incanto delle
nostre sensazioni.

— Oh! su — gridò Beppe, il gigantesco pescatore, cacciando la testa dal
boccaporto.

Intesi un tramestio nella stiva, quindi cinque o sei ombre riapparirono
agitandosi con atti bruschi e sicuri. Beppe legò la corda della rete
all'antenna di prora, altri rotoli di corda percossero con tonfo pesante
il mare, che si accese e si spense quasi subito. Solamente lungo le
corde delle antenne brillavano ancora nell'acqua quei sorrisi gemmei.

— Cattiva notte, signore — mi disse Beppe.

— Perchè?

— Poco vento, poca pesca.

— E adesso torni a dormire?

— No, resto qui per i delfini.

— Ah! temi che straccino la rete per mangiarvi il pesce.

— Già! anche ieri notte erano venuti: sono i nostri ladri. —

Gli offersi mezzo zigaro.

— Le piace il mare, signore? — mi chiese dopo una lunga pausa. — Vada a
dormire come il suo compagno, fra poco sarà freddo.

— Si farà sereno?

— Non lo vedremo stanotte. —

Tacemmo: egli origliava intento sul mare, io entravo nel sogno.

Colla mano sull'àncora, che non ho mai saputo gettare in alcun fondo
della mia traversata, udivo la voce sempre più lontana delle acque
tumultuare nel mistero. La notte era mutata, il mare si rotolava dinanzi
ai miei sguardi immenso e sconosciuto come nei primi giorni della vita.
Schiume bianche erravano simili ad armenti, e sparivano nelle sinuosità
di un'onda fuggiasca per la infinita distesa sotto gli urli del vento.
Ancora una volta bisognava passarvi spiegando la propria anima come una
vela davanti alla morte, cogli occhi ardenti di orgoglio. Allora le
stelle nella notte, quasi fari accesi sull'altro mare celeste, segnavano
la strada, o gli uccelli nel giorno, migrando a lunghe file ne
tracciavano un'altra, che la barca seguiva col medesimo istinto. Invano
le tempeste calavano dalle nubi ad urtarla nei fianchi colle grandi ali
nere, o i banchi di sabbia aprendo la gola si acquattavano insidiosi nel
vederla volare simile ad un alcione, mentre dal mezzo delle vele gonfie
di vento e di speranza la canzone dei naviganti saliva a spandere il
prodigio della loro vittoria.

Essi passavano, magnificamente soli, fra le due immensità senza confini
e senza ombra. Talvolta nell'incanto di un sogno pareva loro di udire
sulle fluttuanti praterie il canto delle sirene, o lungi fra la fuga
degli equorei cavalli vedevano Venere ritta sulla conca stellante
torcersi i capelli nel sole. Anch'essa, l'Iddia, errava sul mare
stupefatto, che si copriva di fiori luminosi sotto il suo sguardo.
Frotte di delfini le balzavano intorno pazzi di gioia, scuotendo il
glauco paludamento delle onde, sul quale cadevano insieme i sorrisi del
cielo e le sillabe misteriose del vento. Ma ella, nata dall'onde, volle
seguire i naviganti sino dentro le terre, apparendovi nuda e bianca alla
adorazione delle genti. La sua bellezza di donna era quella medesima del
mare: il suo candore aveva l'opacità della perla, la sua testa
s'inclinava come un'alga, i suoi capelli erano sinuosi come i lidi, la
sua bocca ardeva nel rossore del corallo, i suoi occhi balenavano come
le onde.

Come la marea, il suo piccolo seno si alzava e si abbassava nella tacita
lusinga di un invito; come l'acqua, le sue mani erano piene di carezze.

Il suo amore, dissolvendosi nel proprio prodigio, fra la mordacità dei
baci e il crepitio delle parole, somigliava alla spuma del mare, mentre
dalla sua anima, meglio ancora che dal cinto rimastole sui fianchi,
salivano tutti gli altri misteri, gl'incanti delle lontananze e gli
enigmi delle tempeste, le tentazioni violente dei vortici e la lucida
insensibilità degli scogli.

— I delfini! — esclamò Beppe levandosi per metter la nave in panna.

Ma io tesi indarno gli orecchi.

Tacevamo come nell'emozione di un agguato; la barca oscillava appena, le
sue vele frusciavano come sottane Passarono così forse venti minuti, poi
Beppe sterzò nuovamente la vela; e ci allontanammo adagio sul vento che
cominciava ad alitare più freddo.

— Scenda, scenda. —

Ubbidii.

Nella stiva, così bassa che nemmeno seduto potevo tenermi col busto
eretto, gli altri dormivano: un lucernino a petrolio sospeso sulla cassa
del focolare illuminava fiocamente quell'interno pieno di ceste e di
coperte. Ma stesi presso il mio giovane amico, che russava
tranquillamente sull'assito colla testa in giù e i piedi alti sopra un
mucchio di corde: il suo grosso viso di fanciullo esprimeva una pace
profonda in quel sonno dei venti anni non ancora turbato dalle tristi
figure del passato. I pescatori gli stavano d'intorno, ma uno solo, il
più vecchio, russava. Le loro facce energiche uscivano e rientravano
nell'ombra ad ogni oscillazione del lanternino rossastro e fumigante;
l'aria scendeva a buffi dal boccaporto, il rullio della nave era
monotono.

Perchè una tempesta non avrebbe potuto scatenarsi improvvisamente? Che
avremmo fatto noi tutti? Ma la notte dormiva anch'essa avvolta nelle
tenebre: e il pesce dorme? Ecco una delle tante cose che non so. Invece
mi addormentai pesantemente per non destarmi che a giorno alto nel
rumore della manovra lunga per ritrarre la rete. Il mare era sempre così
tranquillo, il cielo opaco: vedevamo il porto alla distanza di due
miglia.

Le corde si arrotolavano come serpenti dietro i pescatori piantati sui
piedi scalzi, scorrendo fra le loro mani e le loro gambe con una
prestezza meravigliosa: tutte le facce splendevano. Poi la rete apparve
infangando l'acqua, le braccia si tesero nel medesimo sforzo, le voci si
alzarono e la rete ricadde entro la barca come un enorme sacco sudicio,
nel fondo del quale una fanghiglia vivente trabalzava e balenava.

— Buona pesca! — gridai ingenuamente, poichè quel mucchio mi pareva
grosso.

— Eh! no, signore, — mi rispose Beppe, che tenendolo sollevato già lo
rovesciava.

Parve che una moltitudine piccina convulsionaria, quasi pazza, ne
sboccasse, battendo duramente sull'assito in una sorpresa e in uno
spasimo muto; le sogliole simili a grosse lame di argento sporco si
ripiegavano e scattavano con le larghe bocche piatte, disperatamente
aperte; una torpedine rossa come un gran cuore vibrava difendendosi
ancora fra un gruppo di canocchie, che si muovevano adagio, quasi
indifferenti nella sicurezza della loro armatura perlacea, colle
branchie mostruosamente uncinate. Nessun pesce grosso, ma invece troppi
di quei pesciolini, che nel mare sono come gli insetti nell'aria, il
pasto per tutti.

Rapidamente i pescatori facevano la cerna nel mucchio, gittandolo in
vari canestri, sui quali il timoniere della notte rovesciava secchi
d'acqua, attingendola con moti silenziosi di automa, mentre i rigagnoli
del fango scorrevano su coperta, e tutto quel tremulo argenteo si faceva
più terso nell'aria e nella morte. Centinaia di agonie avevano già
cessato, ma qualche sogliola balzava ancora nel canestro, o una
canocchia ne usciva abbrancandosi ai vimini, come se avesse potuto
vivere bene anche fuori dell'acqua. Alcuni polipi si gonfiavano negli
ultimi sforzi del vomito nero. La loro coda di topo, dimenandosi
languidamente, esprimeva un dolore diverso da tutti gli altri: poi un
grande cefalo bronzeo cadde loro sopra pesantemente, e un ventaglio
largo biancastro coprì mezzo il canestro.

— Che cosa è? — domandò il mio amico.

— Un San Pietro.

— Perchè San Pietro? —

Tutti risero senza rispondere.

— Questo lo taglieremo nel brodetto, sentirà che cosa buona, perchè
nessuno sa cuocere il pesce come noi. —

Infatti fu vero.

Non avevamo che un piatto e un gotto in undici. Sulla piccola cassa del
focolare entro una pentola nera bolliva il brodetto, in lunghe stecche
appoggiato alla pentola si arrostiva alla stessa fiamma l'altro pesce:
bastarono due soldi di olio, due spicchi di aglio e pochi grani di pepe
a condire tutto. Mangiavamo sdraiati ciarlando come vecchi amici, che si
amano da anni nel travaglio e nella libertà del mare: il mio giovane
amico non era più un milionario, io non avevo mai scritto libri; non una
parola italiana, non una vanità o un rispetto signorile guastarono
quella intimità. Naturalmente l'oste del porto dovè mandare dei fiaschi,
ma le posate, i tovaglioli e i bicchieri furono ricusati.

Martino, il solo vecchio fra i pescatori, aveva fatto due volte il giro
del mondo: sembrava il più povero, eppure tatti lo trattavano come un
ammiraglio.

A un'ora dopo mezzo giorno giù nella stiva la nebbia del vino si era
fatta così densa che qualcuno cominciava a confondere le fisonomie.
Tonio, il tenore della notte, colle mani dietro la testa e la testa sul
fianco della nave, canticchiava fra i denti «Vattene, amor che torna è
amor che se ne va», mentre il gigantesco Beppe rideva silenziosamente,
stringendo un fiasco di Chianti fra le cosce, e tutti gli altri
parlavano insieme di canzoni e di donne. Martino si levò di bocca la
bottiglia del cognac per offrirmela, ma chinandosi mormorò
confidenzialmente:

— Le donne, io lo so bene, quando ero di guardia nella stiva, ne
venivano sempre tre o quattro intorno al mio letto. Accade sempre così,
passando la linea; allora le donne diventano come pecore, vengono a
strofinarvi colla testa i calzoni. E il mare, è il mare che le rende
così.

— Il mare?

— Sì, la donna e il mare, non c'è altro al mondo.

— Meglio il vino — si volse Tonio che aveva udito.

Martino parve incerto, poi succhiò una sorsata di cognac e, passandosi
le mani sulla faccia rugosa, ripetè colla fissazione dell'ubbriaco:

— Le donne e il vino non c'è altro. La terra, che cosa? Si carica il
vino, e bisogna andarsene un'altra volta. Invece la donna è come il
mare, gli si vuol bene senza credergli perchè sono così, ci mutano sotto
ad ogni momento. E si beve: ecco.

— Naufragasti mai?

— Tre volte.

— Hai moglie? —

Negò alzando le spalle:

— Si beve, si beve. —

Infatti tutti bevevano fra il fumo degli zigari toscani, che usciva dal
boccaporto come se il brodetto cuocesse ancora; ma un altro fumo più
denso avvolgeva le parole, che si smarrivano.

Mezza ora dopo, tre o quattro dormivano, e noi uscivamo promettendo di
tornare la sera a cena.

In questo momento sono ancora tutti giù nella osteria cantando col mio
giovane amico, che si diverte ad ubbriacarli. Io finisco di scrivere
colla testa pesante per buttarmi sul grande letto matrimoniale della
ostessa, alla quale tutto quel vino bevuto e pagato ai pescatori ha
ispirato per noi un profondo rispetto.

La camera ha il soffitto a travate come una vecchia chiesa e non è molto
più piccola: fuori la stessa bonaccia di ieri sera, sotto un cielo scuro
e silenzioso.

Buona notte, signora.



DALLA LAGUNA


Appena il passatore toccò colla zattera la ripa della strada, alta come
una banchina nel mezzo della palude, la piccola Venezia mi apparve nel
tramonto su tutto quel bianco tremulo delle acque silenziose.

Eravamo affranti da quei dodici chilometri a piedi nelle sabbie del
relitto marino, squallido e deserto malgrado le lunghe vigne che tratto
tratto vi rosseggiavano ancora.

Quell'altro passatore del Reno ci aveva ingannati, assicurando che
avremmo potuto percorrerli in bicicletta, mentre la strada, se può
nemmeno chiamarsi così, non vi era tracciata che dai solchi profondi
delle ruote nell'arena ammonticchiata dagli ultimi capricci del mare. La
forza antica dei flutti rimaneva segnata nelle ondulazioni della vasta
sodaglia, sparsa di ciuffi spinosi fra praterie quasi gialle, sulle
quali erravano gruppi di vacche bianche.

Un fanciullo anch'esso giallo di febbre le guardava, e si accostò
stupito vedendoci affrettare violentemente il passo colle biciclette a
mano. Ogni tanto uno stormo di allodole si levava nel sole, poi appariva
un tugurio, e sulla sua porta una donna colle sottane corte e il viso
macilento.

Ma ci mettevamo appena in sella che le ruote si sprofondavano dentro una
rotaia senza poterne più uscire, mentre la sabbia vi cadeva dentro
slabbrando, e l'arrestava.

Eravamo partiti sulle nove da Porto Corsini sopra un battello, infilando
il lungo canale, che conduce alla Pineta. Il cielo nebbioso pareva
mettersi all'acqua, poi si rischiarò; approdammo ad una brughiera, e ci
apparve subito il capanno, nel quale Garibaldi, fuggendo dopo l'epica
ritirata da Roma, potè riparare dalle pattuglie tedesche.

È un capanno come tutti gli altri di quel luogo, coi muri di mattoni e
il tetto di canne palustri marezzato da licheni e da liquipodi. Adesso
per farne una cappella democratica vi hanno murato a fianco della porta
tre o quattro lapidi, che raccontano il tragico episodio colla più
scempia rettorica. Solamente una stela bianca, proprio dove Garibaldi
pose il piede dal battello, dice degnamente: «Qui approdò Garibaldi 2
agosto 1849».

La serratura rugginosa stride lamentevolmente sotto lo sforzo della
chiave, e un tanfo erompe dalla porta. Corone secche, sfogliate pendono
dalle pareti, nastri neri ed ammuffiti spenzolano da altre ghirlande
intorno ad una statuina dell'eroe reso idiota dallo scultore e dalla
iscrizione incisa a grandi lettere sul plinto per ricordare la
magnificenza di chi pagò quel minuscolo monumento. Appoggiato al petto
dell'eroe un cartoncino rivela subito i nomi illustri dei commissari
vigilanti il capanno: in un'altra cornice, scritti colla penna e
sbiaditi dalla umidità, si possono leggere ancora quelli dei generosi
che li hanno nominati; e di fronte sopra il camino, dentro un quadro più
largo, un canto di Garibaldi copiato da un maestro di calligrafia, il
solo abbastanza altero per serbarsi incognito, sembra voler ricordare un
difetto del grande uomo, che, degno di essere cantato da Omero, volle
talvolta scrivere versi.

Il battelliere lungo e scarno ci racconta, con quell'accento così triste
del dialetto romagnolo nelle ultime valli, che tutti gli anni la Società
del capanno viene a farvi una merenda e una commemorazione: si mangia,
si beve, qualcuno recita il discorso, un altro tira agli uccelli col
fucile, poi si ritorna nei battelli, e qualche soldo della gozzoviglia
resta anche a lui.

Meno male.

Ma egli non sa nulla della leggenda cresciuta come una cuscuta della
Pineta intorno a Garibaldi errante nel bosco colla moglie gravida e
morente, assistito, salvato veramente da alcuni, che poi crebbero di
numero, inventarono, mentirono, si vilipesero accusandosi reciprocamente
di pretendere soli all'onore di non averlo vilmente abbandonato.

Dentro quel capanno deserto e muffoso egli sopportò l'ora più terribile
della vita. Forse la sua anima, non mai spaurita da naufragi e da
battaglie, tremò nella sicurezza di quel nascondiglio, piangendo la
prima volta dinanzi a se stessa.

Anche Anita era morta. Tutto era stato inutile in quella guerra,
entusiasmi di moltitudini, promesse di re, benedizioni del papa, poi le
rivolte contro i tradimenti, le evocazioni delle antiche repubbliche, le
ire dei vecchi comuni risorgenti dalle catastrofi, le difese supreme
nell'ebbrezza della morte contro la crociata europea discesa dalle alpi
e sui litorali a riconquistare contro la nuova Italia il Sepolcro dei
Santi Apostoli. Il popolo non voleva battersi, non sapeva morire. Le
campane di Roma richiamavano già il pontefice, rispondendo con lunghi
rintocchi allo scoppio dei cannoni sotto le mura di Venezia, mentre per
le città e per le campagne echeggiavano le ultime fucilate, e per tutte
le strade altri esuli come lui erravano nella stanchezza dell'agonia.
Finalmente era solo, senza Anita, senza l'Italia, senza bandiera, senza
spada: la sua gloria stessa finiva di disonorare la sua patria, che lo
avrebbe lasciato moschettare dagli austriaci come un brigante. Uscendo
da Roma per subirne la capitolazione, egli aveva sognato di riapparire
con quella piccola truppa alle porte di tutte le città come
l'invincibile messo di un'altra rivoluzione; e invece non era più
nemmeno un soldato. Adesso sulla sua anima l'ombra di quel sogno cadeva
come l'ombra del tramonto sulla squallida palude a risvegliarvi le
febbri e le paure della notte.

Gli ultimi sguardi di Anita gli erano rimasti negli occhi come spilli
roventi.

Essa lo aveva guardato silenziosamente, disperata di lasciarlo così
sotto i fucili della prima pattuglia tedesca, amandolo ancora come il
primo giorno, quando le apparve nell'abbarbaglio di una visione, che
dieci anni di battaglie avevano riempito di fantasmi fra le vampe e le
sonorità di una gloria simile all'incendio di una foresta. Già nel
proprio cuore geloso aveva sentito che l'Italia non lo amava. Quindi il
suo orgoglio si era alzato sdegnosamente sulla viltà del popolo, per lei
doppiamente straniero, nel quale le donne la guatavano con ritrosa
meraviglia senza intendere la sua passione di creola fuggita per lui dal
marito, e sempre con lui nella guerra, dimenticando di essere madre e di
essere incinta.

Anche quella Pineta indarno cantata da Dante e da Byron doveva essere
sembrata ben meschina ai suoi occhi memori delle immense foreste
americane, impenetrabili al sole come l'oceano. Ed era morta come una
zingara estenuata dalla miseria e dal viaggio, cercando gli occhi del
suo uomo, con un bambino forse già morto nel ventre dolorosamente teso.

La tragedia diventando sublime era rimasta naturalmente inintelligibile
a quella gente troppo sopraffatta dall'egoismo nel pericolo, ma
Garibaldi ed Anita avevano anch'essi vacillato nella fede? L'infinita
amarezza della disillusione era rifluita al loro cuore in quella
improvvisa degradazione dell'eroe, che non sente più la fatalità della
propria missione e si sveglia dinanzi alla morte come un uomo ordinario,
mentre la storia prosegue dimenticando l'opera della illusione e
dell'illuso? Davanti al cadavere di Anita quale altra morte vide egli?

Si ricordò nemmeno dei figli lasciati a Nizza colla vecchia madre?

Come Gesù nell'orto di Getsemani, forse gridò, pianse, poi si levò solo.

L'Italia aveva finalmente il proprio cavaliere fatato, ma intorno a lui
nessuna donna sarebbe più la sua donna, e i suoi figli non sarebbero i
figli della sua anima; tutte le sue vittorie apparterrebbero ad altri,
un re lo fucilerebbe dopo aver accettato da lui un trono, una repubblica
gli rinfaccerebbe il vecchio mantello, ricevendo dalle sue mani nell'ora
della più tremenda fra tutte le disfatte la sola bandiera presa al
nemico: non avrebbe patria, perchè quella da lui liberata venderebbe la
sua città allo straniero, e morrebbe sopra uno scoglio vigilato da una
ingratitudine più profonda del mare, preparandosi indarno colle vecchie
mani il rogo per sottrarre il proprio cadavere alla ipocrisia di una
postuma venerazione.

— Tu pensi a Garibaldi — disse il mio giovane amico, stringendomi la
mano, mentre il battello scorreva silenzioso fra le cannucce del canale.

— Eh! deve averla passata bella — si volse il batteliere — quando da
questa finestra vide una pattuglia di tedeschi portare via Luraghi; — e
col remo accennò la strada bianca, che orlava la Pineta.

— Credi che Garibaldi avesse paura? — l'altro rispose.

— Chi lo sa? si muore una volta sola, però quella non sarebbe stata una
morte da pari suo. —

Guardavo di fianco il suo viso scarno dal lungo naso e la bocca pallida,
aperta nello sforzo della respirazione: la sua fisonomia era sparuta.

— Che cosa farebbe oggi Garibaldi se avesse la tua o la mia età? —
chiese improvvisamente Enrico.

— Nessuno può dirtelo. Il popolo, che non si batte oggi più che non si
battesse ieri, se lo immagina generale dei socialisti alla testa di una
seconda rivoluzione per ottenere così da un nuovo prodigio delle sue
vittorie la giustizia, per la quale non vuole sagrificarsi: ma che cosa
farebbe egli davvero coll'infallibile istinto degli eroi? Tu sollevi
ingenuamente il maggior problema della nostra vita politica: sapere che
cosa farebbe Garibaldi equivale a sapere che cosa dovremmo fare noi.
Forse non farebbe nulla, se nessuna cosa grande è ancora possibile:
sarebbe uno sconosciuto divorato dalla febbre della propria
inesplicabile grandezza, uno squilibrato per il buon senso dei più, uno
stravagante ridicolo per il popolo, che indovina l'idea solamente
attraverso i fatti. Credi tu che altre anime come la sua non sognino
adesso come egli sognerebbe, sentendosi capaci di rinnovare le sue
imprese? Eppure non si può credere loro!

— Bisognerebbe credere a troppi.

— Così non si crede ad alcuno: il poema resta inedito e il poeta
attraversa la vita mascherato chi sa come. I santi, poeti anch'essi,
erano meno infelici; invece di una maschera sul pensiero, si mettevano
un cilicio alle reni. —

Passavamo per un largo canale fra pini piccoli e radi sopra sponde verdi
e ondulate: si poteva credere di essere nel parco di una villa. Non un
uccello cantava, non un rumore nel bosco: era dunque questa la Pineta
così celebre, la selva vantata in tutti i discorsi di Romagna? Forse non
passavamo che sul suo orlo, però ne rimanemmo melanconici. Il cielo era
sempre così nebbioso, l'aria greve, l'acqua torbida ed inerte, e
all'orizzonte quella stessa linea grigia come saliente dalle praterie
vallive si perdeva nel vuoto.

Uscimmo sopra un immenso campo arato, nel quale un gruppo di donne
zappava cantando: il canale si restringeva, poi apparve la strada di
Sant'Alberto. Sciaguratamente era ghiaiata così da parere un
acciottolato: non importa, in sella e al trotto, correndo sui margini a
rischio di precipitarne. Adesso il paesaggio si allargava su campi e
prati deserti: torme di allodole vagavano, qualche cornacchia passava in
alto remigando verso la Pineta. Ma dopo venti minuti la ghiaia cessò.
Un'altra strada di un bianco latteo, orlata di pioppi, si allungava
dritta lontanamente; abbassammo entrambi la testa sul manubrio ed
entrammo in Sant'Alberto come dentro un tubo, cercando fra le sue
commessure l'insegna di una bettola.

C'era.

Quando ripartimmo, un sole giallo stendeva una scialba doratura su
tutto, e non sparve che dietro i campanili di Comacchio scura sulla
argentea vastità della laguna.

Le prime vie della città sono deserte, ma vi si passa come fra un
martellàre di nacchere, perchè uomini e donne vi girano su piccoli
zoccoli di legno, dentro i quali sono appena al coperto le punte dei
piedi: le donne sgonnellano con un grazia di ballo, gli uomini invece
appaiono mal fermi e ridicoli, quasi nella imitazione di quella
civetteria. Tutti si fermano a guardarci: ecco la piazza non più vasta
di un cortile, la torre dell'orologio poco più alta delle case, cinta
alla base da una frangia di uccelli vallivi, spennati, che aspettano
ancora il compratore: il canale è così stretto che un ragazzo potrebbe
saltarlo e così poco profondo che un suicida dovrebbe stentare troppo ad
affogarvi. Un puzzo grasso e greve, di anguille arrostite pesa nell'aria
già scura come un fumo; la strada sudicia, le case sembrano lebbrose,
una umidità trasuda dai ciottoli, mentre l'ombra della sera si addensa
ad ogni minuto sul brusio della gente.

Improvvisamente è buio.

Ma quel fetore di anguille c'insegue dappertutto, lo si sente sulla
bocca, sui vestiti, è un alito che esce da tutte le finestre ancora
aperte, dalle porte tenebrose, sale nel fumo dei camini, ridiscende
colla nebbia. L'acqua nel canale si è fatta nera: non pare più acqua, è
immota, silenziosa. La strada non ha nemmeno il parapetto, passa poca
gente.

— Ho fame — proruppe Enrico.

— Consòlati, siamo nella cucina di Venezia: Comacchio non è altro.

— Ma io detesto l'anguilla.

— Ebbene, le donne di Comacchio sono belle: almeno lo si dice. —

Vidi i suoi occhi brillare dietro gli occhiali.

— Guarda! — esclamò.

Un'ombra veniva verso di noi battendo gli zoccoli e ondulando
lievemente: i capelli biondi le facevano una chiarezza sul capo. Ci
passò fra mezzo, colle braccia sotto lo scialle stretto sui fianchi, e
la testina in alto come annusando.

Quando mi fermai sull'uscio dell'albergo, non avevo più Enrico vicino.

Ma quel puzzo era anche lì dentro.

Alle nove della notte la piccola città è vuota; le tenebre vi sono così
nere che le vie paiono androni, e i fanali troppo radi sempre sul punto
di spegnersi.

Una tristezza mi veniva da tutti quei viottoli, che si profondavano
nell'ombra e nel silenzio egualmente immemori, perchè io non sapevo e
non so nulla di questa piccola capitale lacustre, per tanti secoli
vissuta di polenta e di anguille. Essa ignora la passione ardente e
tumultuosa delle messi, sulle quali gli insetti ronzano e gli uccelli
cantano. L'acqua della sua laguna sembra uno di quegli immensi specchi a
lastre macchiate dagli anni e penetrate dalla nebbia; i suoi battelli
sono ancora più miseri che piccini, e alzano un cencio per vela.

Tutti i giorni, tutte le notti, specialmente le notti, perchè solo
rubando nei bacini del municipio si può vivere, la povera gente erra
sulla laguna tacitamente, tentandone il fondo con una fiocina per
ritrarne fitte nelle punte del suo ventaglio le anguille dal lungo
ventre d'argento. La sua vita, la sua anima è in questa pesca: i suoi
sogni in un soldo di acquavite o di tabacco. Una madonna dal capo
estremo della città veglia sulla laguna e la feconda: hanno costruito
dinanzi alla sua chiesa un portico lungo mezzo miglio senza nè una
imagine nè una parola. Ma la madonna avrà voluto così: ella regna sola.
Il vento più furioso non basta a sollevare una tempesta su questa
laguna, dalla quale un ragazzo può emergere superbamente col petto nudo:
talvolta il ghiaccio la rapprende, e allora la sua vitrea pianura, nei
giorni belli incendiata dal sole, aspetta indarno qualcuno, che vi
scorra volando sui pattini dentro l'incanto di un nordico sogno.

Pattinate voi, signora? Provaste mai l'ebbrezza di quell'impeto muto,
fra un candore di cristallo, che ci fa sentire così stranamente di
essere bruni e leggieri, mentre l'aria sembra piena d'invisibili labbra
che ci mordono, e il cielo diventa più lucido sopra il puro immenso
riverbero?

Scivolare senza cadere, ecco forse il grande segreto di tutti i trionfi.

Ma anche allora bisognerebbe non ricordarsi troppo che sotto al
magnifico specchio gelato, così terso che le nostre imagini vi si
ripetono e ci precedono, l'erba è imputridita e le anguille si
divincolano vischiosamente negli spasimi dell'agonia.

Odo un gallo cantare, certamente da una stia: forse è il primo
prigioniero desto nella città.

È tardi.

Cercate di sognare, signora; io mi contenterei di dormire.



LA BANCAROTTA DELLA SCIENZA


_Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._

Questo motto della vecchia arme inglese, composto della più grande fra
le affermazioni e di un complimento galante, che la erudizione solamente
può rendere intelligibile, è divenuto nella tragica incredulità moderna
la divisa di molte anime. Dio e il mio diritto, o meglio Dio è il mio
diritto, _honny soit qui mal y pense_. La frase ironicamente pudica di
Edoardo III, raccogliendo sul tappeto il legaccio di una contessa per
riaffibbiarlo alla bella gamba, si muta così in una minaccia di altero
disprezzo a coloro, che nel nome falso della critica contendono il
diritto di credere ai fantasmi salienti dalle sue rovine.

Qualcuno ha proclamato ieri la bancarotta della scienza, richiamando le
anime intorno alla dolorosa figura del Nazareno diventato un Dio morendo
sulla croce fra due ladri. Il libro parve un grido di naufrago, che le
onde tardano a sommergere, mentre credenti ed increduli gli rispondevano
col medesimo sorriso, e coloro che dubitano perchè sanno, e sanno così
di non sapere, si rivolgevano silenziosi.

Perchè queste anime indugiano sempre la risposta.

Lungamente provate dalla passione della fede, esse ne sentono
l'ineffabile melanconia come quegli innamorati che non possono più
credere all'amore; per gli altri invece, che il dogma rivestì di una
corazza imperforabile, la certezza delle soluzioni essenziali si venne
cangiando nella inconsapevole comodità di una abitudine. Credono senza
conoscere, giacchè non si avanzarono mai per l'ombra, che si distende
tumultuosa da ogni punto raggiante della fede; o non discesero alle
profondità, dalle quali salgono voci stridenti intorno ai suoi inni,
coprendoli come in certe notti le nuvole fanno alla luna.

E voi, signora, credete?

Amate voi ancora? Se la fede nella donna è la certezza dell'amore meglio
che quella della speranza, secondo la vecchia definizione di Dante,
negli uomini invece sale ad una necessità di giustizia. Solamente per la
dolcezza dell'amare voi credete forse ad un'altra vita, che diventa così
la bellezza di questa nei suoi momenti migliori, mentre noi vorremmo
piuttosto credere per risolvere il problema inintelligibile del male. Il
vostro pensiero si adagia come quello dei fanciulli nelle favole della
creazione, il nostro invece si dibatte angosciosamente nella critica di
tutte le ipotesi sulle origini e sulla fine. Nella nostra storia i
secoli della fede succedono a quelli della incredulità, la passione
struggitrice dell'analisi alla passione poetica, che inventa invece di
spiegare, ed erge sulle invarcabili barriere come sopra un altare
qualche radiosa figura, cui si prosterna adorando. Ma, negando o
credendo, in ogni tempo e in ogni modo, non possiamo mai quietarci nella
fede o nella negazione, mentre la fede si ribella in noi alla ragione
colla forza indomabile di un istinto, e la ragione si rivolta contro la
fede colla logica medesima, della quale questa ha bisogno per
affermarsi.

Una critica di cinquemila anni non è ancora riuscita ad impedire
l'erezione di un tempio, la credulità alimentata da tutte le religioni
non bastò ad assicurare una qualsiasi credenza. Le divinità appaiono nel
mondo come gli amanti nel cuore della donna; ma Dio e l'amore restano?
Sono una verità che l'incertezza medesima delle sue manifestazioni
conferma, o fantasmi che il pensiero suscita dalla natura, e la natura
ignorerà sempre?

Affermando la bancarotta della scienza in un libro breve e concitato
come un proclama, l'altero critico francese espresse certamente il
tormento di molte anime vaganti nelle tenebre del dubbio, così diacce
che gli occhi ed il cuore ne piangono ugualmente. Quindi rapido e
violento egli ricalcò tutti i sentieri della investigazione moderna per
arrestarsi sempre nel fondo al medesimo muro, non avendo constatato in
ogni legge più certa che la costanza di alcuni fenomeni, mentre il loro
perchè rimaneva pur sempre un mistero. L'occhio della scienza, miope e
presbite nel medesimo tempo, non poteva andare al di là del microscopio
e del telescopio: tutta la verità rimaneva dunque chiusa per essa in
questa parentesi, della quale il pensiero indarno allargava ogni giorno
le pareti senza uscire egli stesso dal proprio enigma. Come potrebbe
infatti definire se medesimo, se per analizzarsi davvero deve diventare,
colui che analizza, l'istrumento e l'oggetto dell'analisi? La scienza
prigioniera dell'ignoto finiva così a non conoscere più nulla, giacchè
la sua spiegazione frammentaria, per alzarsi a certezza, avrebbe avuto
appunto bisogno della riprova nell'inconoscibile: essa era come una
capanna in un deserto, un avanzo di nave sul mare, che nessun vento
porterebbe mai ad una riva. Le sue vanterie contro il mistero avevano
concluso alla più dolorosa disfatta: soluzioni e scoperte non facevano
che raddoppiare i problemi e prolungare la discendenza delle ipotesi,
anzi la stessa natura pareva compiacersi femminilmente a smentire ogni
teorica con sempre nuove rivelazioni, mentre la coscienza avvallava
nello sgomento, aspettando indarno la risposta alle proprie interrotte
domande; Che cosa è la vita? Perchè il pensiero? Perchè l'amore, il
male, la morte? Come agire colle altre coscienze? Come giudicare noi
stessi?

La scienza non sapeva rispondere.

Per lei non vi erano spiriti: la morale esprimeva anch'essa la lotta per
la vita, nella quale il bene ed il male sorgevano come una illusione
dell'egoismo: il pensiero non era nel mondo ma nell'uomo come un'eco
moltiplicata delle sue sensazioni, e moriva nell'uomo, che nondimeno
pretendeva di capire il mondo, quasi il pensiero potesse capire qualche
cosa fuori del pensiero.

A che rifarvi, signora, tutte le critiche del libro e la sua critica?

Il dibattito fra scienza e religione, fra il pensiero che afferma e il
pensiero che nega, è troppo antico perchè possa mai comporsi; nacque con
noi, e la morte dell'ultimo uomo non lo chiuderà. Ognuno vi ascende per
una, scala, donde sa di precipitare prima che il suo occhio mortale
abbia riconosciuto le prode dei fuggenti orizzonti; eppure coloro che
affermano e coloro che negano, gettano tratto tratto il medesimo grido
di scoperta.

Questi come i marinai di Colombo, ad ogni volo di uccello, gridano: —
Terra! —

Quelli coll'occhio intento nel cielo, ad ogni lampo che lo squarcia,
mormorano: — Dio! —

Ma tutti gli altri esausti dal dubbio, sentendo ad ogni grido farsi più
profondo il silenzio fra cielo e terra, soccombono alla sconsolata
inutilità di qualunque affermazione, mentre gli echi della terra non
potrebbero mai essere una risposta, e il vuoto diafano del cielo non
consente speranza di altri echi.

Solamente per costoro, senza accorgersene, l'altero critico francese ha
proclamato la bancarotta della scienza.

Il suo libro è involontariamente una riscossa della libertà contro i
nuovi dogmi positivi, più grevi degli antichi dogmi religiosi: i suoi
argomenti non provano la verità di alcuna fede, ma il diritto di averne
una, dacchè la scienza anch'essa è senza certezza, e l'edifizio alzato
dalla sua logica sulle più costanti apparenze non può diventare un
ricovero per l'anima umana. Egli vorrebbe indarno dal fallimento di
tutta la scienza moderna trarre una nuova ideale ricchezza per il
cristianesimo, dimenticando l'impossibilità di giustificare tale
preferenza contro le accuse del cuore, che vorrebbe una sola religione,
e le critiche della mente contro tutte le altre.

La scienza, così ridicola nella pretesa di rispondere ai quesiti della
religione, diventa invincibile assalendo le sue risposte: al pari
dell'amore, la fede deriva dal mistero, e nel tentativo di spiegarlo
deve subire la confutazione di tutte le proprie prove: ecco perchè il
cristianesimo dichiarò con profonda sapienza che la fede è una grazia
come l'amore. Quella si compiace nell'assurdo, questo nel difetto: la
fede si raffina nella contraddizione, l'amore cresce dai disinganni: la
bellezza perfetta, la certezza assoluta, stancano ugualmente fede ed
amore.

— Mi cercheresti tu se non mi avessi già trovato? — mormora Dio
all'orecchio di Pascal.

— Mi amerebbe egli se fossi davvero quale gli sembro? — si chiede ogni
donna davanti all'uomo innamorato.

La fede cerca Dio in Dio, penetrando con più ardente passione nel suo
pensiero, appunto perchè un primo raggio le aperse gli occhi ciechi:
l'amore trasfigura l'immagine, che lo attrasse, e più vi si appunta e
più essa resiste alla trasfigurazione. Non vi è quindi amore senza
inganno. Chi giudica innamorati e credenti colla misura della propria
ragione non sa certamente che per essi l'idea e la persona si mutarono
in un fantasma visibile soltanto ai loro occhi, e così fulgido che il
pensiero può perdervisi come una fiammella nel sole. Ma credenti ed
innamorati non lo attinsero che in alto, sopra una erta scala di dolori,
dopo averlo lungamente cercato di porta in porta come gli affamati,
abbassando il capo sotto le percosse di tutte le ripulse, bevendo
l'aceto di tutte le false ospitalità, cedendo agli abbandoni di tutti
gli ipocriti consensi, estenuandosi dietro l'ultima speranza, cogli
occhi arsi dalle lacrime prima che la visione vi si accendesse e dal suo
mezzo sorgesse la divina figura. Saulo non incontrò Dio che sulla strada
di Damasco dopo un lungo e furente pellegrinaggio; Dante non conobbe
Beatrice che in paradiso, nella luce bianca della suprema rivelazione: e
ad entrambi il fantasma non disparve più dagli occhi, che, posandosi
sopra altri occhi, li abbacinavano. Ecco perchè la gente vide forse in
loro il maggior apostolo e il più alto poeta di tutte le religioni.

Ma oggi serberebbero essi intatta la loro fede?

La scienza ha potuto da lungo tempo sorridere del paradiso, al quale
Dante e san Paolo salirono viventi, ma non potè sostituirlo. Adesso noi
cerchiamo Dio e la donna in un pellegrinaggio ben più doloroso, per un
cielo ben più spirituale delle sfere mobili immaginate da Tolomeo. Il
nostro mondo è così maggiore dell'antico, che il cristianesimo non vi
appare più che una religione fra le religioni, un canto nel loro poema;
la nostra terra così antica, che le sue epoche sorpassano i calcoli di
tutte le cronologie; la nostra umanità così profonda, che attinge le
ultime sorgive della vita al disotto degli animali e delle piante; il
nostro pensiero così largo, che vi erriamo sperduti come una nuvola nel
cielo. Il regno dell'uomo sulla terra finì coll'impero di Dio
sull'universo nel giorno che questa non fu più il centro di quello. Che
cosa importa oggi l'uomo alla terra e la terra agli altri mondi?

Se domani l'umanità sparisse sul nostro pianeta, che cosa vi mancherebbe
davvero? Il nostro bene e il nostro male non la toccano, e poichè ogni
altro astro fu o sarà una terra, dove dunque questo bene o questo male
avranno un significato? Lungamente con appassionata pazienza tentammo la
vita di forma in forma, di grado in grado, sino dove non è più che un
punto, il quale si muove sopra se stesso, una identità che movendo si
diversifica, senza che nella genesi ascendente degli organismi il
mistero ci apparisse meno buio che nella genesi dell'antica creazione.
Per Mosè questa era il capriccio di un enorme fanciullo, che si
divertiva a plasmare la creta e a soffiare sui vapori; per la scienza è
una fucina senza artefice, nella quale gli inutili prodotti debbono
distruggersi l'un l'altro in un ritmo incessante di apparizioni.

Ma il nostro pensiero, cresciuto in questa fucina, ricusa di esserne
l'opera. Egli oppone l'infinito della propria astrazione all'infinito
organizzarsi degli esseri: la nostra coscienza nell'alternarsi della
vita e della morte crea le leggi della giustizia e il dramma della
libertà, cercando con indomata passione il perchè della nostra anomalia.
La natura non ci presenta che dei limiti e noi pensiamo l'infinito, non
si rivela che coi corpi e noi li interpretiamo colla linea e col numero
egualmente senza estensione, non ha che delle forme e noi le imponiamo
dei principii, non mostra che dei mutamenti e noi le fissiamo dei
rapporti; noi sappiamo immaginarla nè creata nè eterna, e noi, senza un
passato prima di nascere, pretendiamo, morti, ad un avvenire senza fini.

Tutta l'opera nostra è fede d'immortalità.

L'amore e il pensiero non sanno concepire se stessi che eterni, pur non
trovando prove a questa necessità. Inventammo Dio e non giungemmo ad
immaginare la nostra vita nella sua: per Dante il paradiso è una
girandola di cerchi luminosi, al sommo dei quali Dio raggia come un
lampione: ecco a quanto è riuscita la più potente delle fantasie. In un
romanzo recente Flammarion suppone che le anime ingannino la lunghezza
della eternità percorrendo l'infinito di stella in stella: ma siccome
queste appaiono già all'esame spettrale chimicamente composte come la
terra, a che può mai ridursi la gioia e la novità di un simile viaggio?

Ecco tutta la poesia della scienza: il paradiso pagano era un banchetto,
quello cristiano un concerto.

Non pertanto la nostra anima esige l'immortalità.

Adesso ci accorgiamo tristamente di non sapere più spiegare col Dio
della creazione l'infinito vivente. Se egli lo avesse creato, come
concepire prima il vuoto e comprendere poi il momento e il perchè della
creazione? Dio e il nulla, l'uno di fronte all'altro, sono per noi
inintelligibili: se il mondo non è infinito, Dio e il nulla, oltre i
confini di questo, formano una diade anche più impossibile. Se Dio non è
che il mondo, dove ha la coscienza, poichè noi sentiamo la nostra? Che
cosa siamo allora nel mondo? Che cosa significa questa idea di
giustizia, questa tragedia di spiriti buoni e cattivi, che soffrono nel
bene e nel male, dal momento che l'uno e l'altro sono identici nella
coscienza dell'universo? Che cosa pensare di questa logica della vita,
la quale conclude all'assurdo? Tutte le nostre cognizioni scientifiche
sono inutili per intendere la natura, e ciò poco importa; ma la nostra
spiritualità vi perde il significato, e allora la catastrofe della
intelligenza diventa il risultato di tutta l'ascensione della vita.

Coloro, i quali affermano che la scienza sfonderà un giorno il mistero,
mostrano di sperare che il pensiero possa diventare diverso da se
stesso, senza dirne nè il quanto nè il come: gli altri, che consolano la
propria sconfitta d'individui colla vittoria finale della umanità,
mentono a se medesimi ed a lei, perchè l'umanità non può andare oltre
gli individui. Poi gli uni e l'altra spariranno: e allora? Che cosa sarà
la gloria per coloro, che l'avranno preferita all'amore? che cosa sarà
l'amore, quando la vita sarà morta? Ricomincerà altrove, rispondono; ma
il problema dei morti sarà risolto solamente perchè dimenticato?

Siete desta, signora?

Queste domande, le più importanti appunto perchè le più inutili, non vi
hanno ancora prodotto sul cervello l'intorbidimento del sonno?

Io non miravo che a questo per sognare con voi.

Risogniamo insieme l'anima di Gesù la prima volta che uscì dalla povera
casa di Nazaret per diventare un nuovo Dio. Egli è solo, scarno, povero:
nè la sua famiglia, nè il suo borgo lo sospettano; intorno a lui nessuna
leggenda è ancora incominciata, non ha studiato ad alcuna scuola, non si
è ancora confidato nè ad un amico nè ad una donna.

Certo ha pensato e sofferto. Molte delle domande, che vi rivolgevo or
ora, hanno lungamente battuto come pietre sul suo cuore; ma il suo
spirito giudeo, chiuso nella goccia mosaica, non ha dubitato un istante.
L'infinito non esiste davvero per lui nè dentro la natura nè in Dio;
questo è l'onnipossente, quella la materia sulla quale verifica la
propria volontà. Per Gesù il mare segna ancora i confini della terra,
gli astri sono lampade accese sovra di essa nella notte; il mondo creato
per l'uomo come un paradiso, benchè diventato una landa di lavoro e di
espiazione, non mutò, e l'uomo vi opera sempre sotto Dio o contro Dio.
Gesù non potè pensare che la terra fosse un astro fra gli astri, e che
in tutti si ripetesse il medesimo problema del bene e del male, la
stessa lotta fra il pensiero realizzato nella natura e il pensiero
astratto dello spirito. L'idea mosaica si sarebbe allora rotta in lui
come una nicchia col proprio Dio: egli invece credeva.

Intelletto ebreo, egli non si preoccupava della natura più che del
teatro gli antichi tragedi: il corpo era una maschera, la natura uno
scenario senza importanza nel dramma. Il problema della vita per lui era
la giustizia di Dio coll'uomo e dell'uomo con se stesso: la sua passione
erompeva da quell'amore che la vita non può soddisfare, e che oltrepassa
la morte. Forse aveva già provato in se stesso la doglia mondiale,
gridando nella solitudine del proprio cuore al disopra di tutte le
invocazioni: forse anche aveva anticipatamente spremuto l'amaritudine di
tutti i beni, pesando sull'infallibili bilance del proprio disinteresse
le ingiustizie dei grandi e dei piccoli, degli oppressori e degli
oppressi. Ah, era sempre il peccato, che rendeva così tragica la vita!
Quel piccolo popolo ignaro, povero, cocciuto, con un tempio solo, un
solo Dio, una sola legge, diviso, nemico a tutto il mondo, era bene il
popolo messianico, il prediletto divino, malgrado la ingratitudine delle
sue frequenti ricadute e le indomabili rivolte della sua impazienza!

Una lunga fila di profeti aveva al disopra di esso ripetute le promesse
della redenzione e del trionfo: qualcuno di loro era stato rapito
vivente da un carro di fuoco sino al trono di Dio, e non era più
ridisceso.

Egli sognava su quella terra arida, fra quei monti calvi, lungi dal mare
che fa pensare all'infinito, in una profonda ignoranza del mondo, che
colla varietà delle proprie genti confonde le loro idee, e dalla
promiscuità dei sistemi solleva la nebbia del dubbio ad intorbidare le
intuizioni dei solitari. Qualcuno lo avrà certamente interrogato, e le
sue risposte uscenti dal sogno ne comunicavano le vibrazioni misteriose:
nessuno l'amava, egli non prediligeva alcuno. Nella sua mente piena nel
pensiero di Dio, nel suo cuore gonfio di tutto l'amore umano, non vi era
posto nè per altro pensiero nè per altro amore. Ma siccome l'umanità
errava sotto la maledizione di Dio, e Dio pentito dell'opera propria era
rimasto solo, la redenzione promessa si doveva compiere nella
riconciliazione dell'uomo con Dio, che la volontà aveva divisi e il
pensiero riunirebbe nuovamente al disopra del dolore.

Questo sogno antico era così necessario che oggi ancora prosegue.

Gesù non sognò altro.

Tutto era già sparito ai suoi occhi, persino il tempio e la sua legge;
tutto era già in lui perdonato, le vecchie colpe di Adamo e le sentenze
di Iehova: quindi, figlio dello spirito, egli non può avere che la
madre, e deve essere mondo dal peccato originale. La sua generazione
spirituale lo innalza sopra l'antagonismo dei sessi, il suo amore è
senza voluttà appunto perchè egli ha vinto il dolore, mutandolo in una
prova per un gaudio immortale. La sua predicazione continua quella dei
profeti, ma la chiude: il suo avvento concorda colle profezie, ma le
oltrepassa: egli è il figlio dell'Uomo e il figlio di Dio, che promette
la vita a chi crederà in lui, solamente a lui. Ma la sua parola, simile
a quella dei semplici, non viene compresa nemmeno da loro, e si ripete
colla monotonia di un soliloquio dentro il quale tratto tratto si ode un
arcano prolungarsi di echi: il suo occhio è così calmo che nessuno può
sopportarne lo sguardo; la sua bocca pura non ha ancora sorriso.

Egli è il sognatore della salvazione.

Non tentiamo destarlo: d'altronde chi lo potrebbe?

Perchè rinfacciargli che altri prima di lui si proclamarono figli di Dio
per risolvere il medesimo problema, e che altrove il pensiero era già
salito al disopra di Iehova, trovando leggi più umane di quelle di Mosè?
Perchè dirgli che la sua redenzione sarebbe parziale come tutte le
altre, lasciando fuori di se stessa i morti e tutti coloro che
morrebbero senza averla conosciuta? che dopo di essa l'incredulità
diventerebbe anche più dolorosa davanti alla superiorità di altre umane
evidenze su questa nuova fede, mentre la giustizia subirebbe un'altra
più intollerabile smentita dalla condanna eterna dei reprobi colpevoli
soltanto nel tempo? Perchè avvertirlo che la sua maschera umana,
inevitabile in ogni incarnazione, indurrebbe nella sua opera divina
gl'inganni inseparabili dall'apparenza, esponendo la sua parola agli
equivoci di tutti i linguaggi? Egli sogna, ma forse lo sa. Infatti i
suoi precetti sono orali e le sue risposte spesso ambigue; talvolta uno
spasimo d'incertezza sembra torcere la sua bocca pura nelle improvvise
invocazioni al padre, che lo ha mandato. Un silenzio pesa sulla sua
anima. La crudele diffidenza delle turbe reclamanti il miracolo ha messo
la verità della sua buona novella a una prova mortale: egli ha potuto
uscirne, ma il suo miracolo non diverso da tanti altri provò solamente
la poca forza della sua parola. Certamente non si può essere Dio essendo
uomo, senza che la contraddizione fra le due nature paia una menzogna.

Ebbene lasciatelo sognare, perchè solamente la menzogna consola.

Egli mente come le madri mentono sorridendo ai bambini che sanno di
avere partorito al dolore, come l'amore mente alla felicità, l'arte alla
bellezza, la scienza spiegando i segreti della natura, la filosofia
risolvendo gli enigmi del pensiero: lasciatelo mentire per consolare il
dolore che non può essere consolato, per vincere l'ingiustizia che è
invincibile, per mutare questa ridda dolorosa della vita in un
pellegrinaggio ad un altro paradiso. Egli non ama che gli afflitti e
perdona a quelli che fanno soffrire, accetta tutte l'esigenze della
carne per sottometterle a quelle dello spirito, annunzia l'alleanza
dell'uomo con Dio perchè senza Dio l'uomo ripiomba nella servitù della
natura. Qualunque siano il suo sogno e la sua menzogna, egli è sempre la
prima vittima di se stesso. Ha rinunziato a tutto, non ha madre,
fratelli, amante, figli, patria, ricchezza, gloria: la sua stessa
redenzione lo rende straniero al mondo ed incomprensibile ai discepoli,
che lo abbandoneranno nel processo e dubiteranno della sua resurrezione.

Ma egli non si affermerà Dio che dinanzi a Pilato, e morente sulla croce
non pronunzierà che due parole: — _Consummatum est._ —

Che importa dunque se la sua passione diventerà una menzogna nei
vangeli, se le leggende cresciute dalla sua morte guasteranno la sua
vita, e il mosaismo e la filosofia dei gentili si uniranno nel suo nome
a mutare così la sua opera che egli stesso non saprebbe più
riconoscerla? Il suo sogno di Dio, l'originalità della sua parola,
l'anomalìa della sua figura faranno sempre di lui il figliuolo
dell'Uomo. Che se invece egli non visse mai, e il suo fantasma è una
risposta del sogno alla realtà; tanto peggio per noi, che non sappiamo
più rinnovare nella nostra anima tale simbolo, suscitare dal nostro
dolore e dal nostro amore un altro mito come il suo.

Adesso la bancarotta della scienza ridà al nostro spirito divenuto
sterile il diritto di risognare i vecchi sogni, di riamare le figure
rimaste belle. Gli atei hanno abbastanza meritato di fantasticare
sull'esistenza di Dio come i prigionieri sulla beatitudine della
libertà: aprite le carceri, e nessun prigioniero diventerà felice
rientrando nella vita, dalla quale era stato respinto; presentate una
nuova divinità al mondo, e tutti gli atei si precipiteranno a guardarla,
tornando indietro desolati di averla riconosciuta.

— Morire, dormire, forse sognare! — la divisa di Amleto — più antica
dell'altra:

— _Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._ —

Povero Gesù! Se la sua passione non si compì come nel tardo racconto dei
discepoli, quella caduta sopra il suo sogno non poteva essere più
crudele. La sublime menzogna della sua coscienza per ricondurre Dio nel
mondo divenne nella religione del suo nome matrice di nuovi dolori. Una
nostalgia del cielo si apprese alle anime: quelle assorte nel sogno, e
che non ne caddero più, furono salve, mentre la moltitudine delle altre
invece ne risentirono più tragicamente la contraddizione colla realtà, e
con più disperata violenza si spezzarono nel mistero, maledicendo al
rivelatore. Ma forse egli stesso nell'orto di Getsemani, quando lungi da
tutti i discepoli pianse perchè l'orribile calice gli venisse
risparmiato, in quello sforzo supremo di confondersi con Dio, credette
d'intendere le bestemmie di coloro, che la sua redenzione non avrebbe
salvato, e allora un sudore di sangue gli uscì dalla carne indarno
vinta.

Questo fu probabilmente il dubbio che lo prostrò, giacchè nessun'altra
visione di torture avrebbe potuto strappargli dalle labbra tali grida.

E se più tardi, dall'alto della croce guardando sul mondo, non potè più
credere a se stesso, ben gli fu amico quel centurione romano, che vinto
dalla pietà gli trapassò il cuore con la lancia e interruppe così il più
grande dei dolori sulla terra.

Leggeste mai, signora, un romanzo italiano dal titolo bizzarro _Memorie
di Giuda Iscariota_, uscito in Francia fra i molti libri provocati dai
primi mirabili scandali di Renan intorno a Cristo e al cristianesimo?
L'autore era uno spirito ignorante ma non senza originalità, scrittore
scorretto, artista mediocre: nondimeno il suo libro, concepito
nell'arditezza di una vera incredulità pagana, fra scene volgarmente
romantiche e anacronismi di storia, finiva al più tragico epilogo, che
io mi conosca nella letteratura moderna. Sciaguratamente anche per
questo epilogo non bastò l'idea a farne un capolavoro.

Eccolo.

Cristo non è morto sulla croce. Giuda, capo del partito patriottico
contro i romani, amante della moglie di Pilato, una figlia di Tiberio, e
amico di Gesù, ha potuto salvarlo subornando parte della scorta
designata a vigilare la sua crocefissione sul Golgota. Quindi non gli
spezzarono le gambe come a tutti i condannati, e si mescolò un narcotico
a quella bevanda di fiele e di assenzio, che la pietà dei carnefici
soleva porgere a tutti i giustiziati con una spugna piantata sopra una
canna: poi, essendo sabato l'indomani, perchè gli occhi della città non
fossero rattristati dalla vista dei cadaveri, poche ore dopo, nelle
prime ombre del crepuscolo, Cristo così addormentato fu deposto dalla
croce e chiuso in una di quelle grotte del monte, che servivano da
tombe. Nella notte Giuda tornò, risospinse il sasso, che otturava la
porta, destò Cristo e lo nascose poco lungi in una sua casa sicura; ma
la notizia della tomba vuota, diffondendosi tosto per Gerusalemme,
ricordò a qualche discepolo le parole di Cristo sulla sua resurrezione.

Qualche mese dopo, Giuda, vinto finalmente dall'impossibilità di
ricostituire il regno antico di Gerusalemme col partito patriottico, se
ne va, manda innanzi Cristo mezzo guarito a Cesarea, e vi si imbarcano
assieme, quasi egualmente sconosciuti, per Roma, l'immensa metropoli.

Sono passati degli anni.

Un giorno Pilato, reduce dalla Spagna, incontrando Giuda per una via di
Roma, fra un discorso e l'altro, ad un ricordo di Gerusalemme gli chiede
notizie di Cristo, il giovane Rabbi, che egli stesso, malgrado la moglie
e il Sinedrio, aveva aiutato Giuda a salvare.

Triste notizie! Cristo sempre in casa di Giuda, guarito dalla
crocefissione, è diventato tisico, non parla, non esce più dalla propria
camera, fisso in un pensiero, che gli ha fatto diventare gli occhi
troppo grandi e la carne di un giallore cereo.

Il Redentore risorto non crede più a se stesso.

Sentite voi, signora, la tragedia di questo risveglio, che lo ha
lasciato solo dinanzi al vuoto della più grande idea e della più grande
passione cresciuta in anima umana? A Roma egli ha scoperto finalmente il
mondo dentro quell'immenso impero, pieno di tutte le leggi e di tutte le
religioni, il quale ignora ancora il suo nome. Infatti la sua condanna
vi passò inosservata: egli è ben morto per tutti, anche per pochi
discepoli rimasti nella Galilea a predicarlo sommessamente un Dio: ma
egli non lo sa, non può saperlo e sopratutto non potrebbe credere loro.
Incontrandoli, dovrebbe nascondersi, come colui che ha truffato, per
paura di essere riconosciuto: nessuno può vincere l'impero, nessuno
essere consolato nel mondo, nemmeno colui che si era creduto il suo
redentore. Rammentatevi le più illustri catastrofi: Saulle a Gelboè,
Cesare sotto il pugnale di Bruto, Carlo V nel convento di San Giusto,
Napoleone a Sant'Elena, Colombo cui si vieta di scoprire un mondo,
Galileo al quale s'impone di negare la rivelazione dei cieli: salite nel
mito di Prometeo, discendete la tragedia di Edipo sino all'abisso di
Colono, cercate ovunque il dolore si è mostrato, ovunque si è nascosto,
rammentatevi Maria sotto la croce, lui medesimo crocifisso, e non ne
troverete un'altra come questa.

Egli è l'uomo che sopravvive al Dio.

Cereo, già coll'ombra della lunga solitudine dentro le carni, e gli
occhi troppo grandi aperti sull'infinito, muore tisico, silenziosamente.

Solo questo dolore avrebbe potuto riscattare l'anima umana, che dopo
duemila anni sogna ancora dentro il sogno di Gesù, gridando sempre, come
lui nel momento della morte:

— Dio, Dio! perchè mi hai abbandonato? —

Ma perchè tutti ci abbandonano anche prima? Voi stessa, che non potete
rispondermi, siete anche voi una di quelle figure inconoscibili, che
appaiono agli abbandonati dentro l'ombra lunga di un sogno; essi
guatano, cominciano a parlare sommessamente, e la figura oscilla, non è
più.



IL DUCA DI REICHSTADT


Nemmeno Victor Hugo seppe cantarlo, giacchè, ravvolgendolo con lirica
furia dentro le immense pieghe del dramma napoleonico, ve lo perdette
come il vento finisce col perdere attraverso la foresta i fiori che vi
aveva strappato. In quell'ode più concitata che la più incalzante fra le
_Olimpie_ di Pindaro, Napoleone solo appariva, mentre il duca di
Reichstadt non era più che l'ombra pallida del suo ultimo sogno,
costretta a seguirlo nella fantasia del mondo lungamente stupefatta
dalla ruina imperiale.

Ma Napoleone aveva creduto veramente all'impero di quel fanciullo? Sentì
mai per lui la tenerezza di Ettore per Astianatte in quel meraviglioso
libro sesto dell'_Iliade_, quando nel lucido improvviso presentimento
della morte al Priamite pareva già di vedere Andromaca ritta presso una
fonte greca a riempirvi un vaso con disperata umiltà di schiava? Allora
traendosi il grande elmo dalla fronte per non spaventare il bambino,
egli si chinava a baciarlo per l'ultima volta; la madre piangeva, ma
l'eroe, sollevando sulla forte palma il figliuolo, lo sacrava con nuova
speranza a Giove datore di vittoria, quindi chiuso nell'arma scendeva
procelloso verso il campo dei greci. L'ignoto rapsodo di quel canto
omerico fu certamente uno dei più profondi e drammatici poeti di tutte
le letterature, degno di uguagliarsi a Tolstoi, che nel campo di
Borodino ci dipinge Napoleone studiante una posa di padre davanti al
ritratto del piccolo re di Roma mandatogli dalla lontana Parigi. Meglio
di Victor Hugo Tolstoi comprese l'uomo in Napoleone, non d'altri mai
preoccupato che di se stesso, dentro un sogno di gloria, pel quale
dileguava egualmente ogni realtà della vita e della storia, come nel
luminoso sonnambulismo del filosofo le ombre delle cose si accendono in
fantasmi ideali.

Certo egli non fu mai nè amante nè sposo nè padre. Le tarde rivelazioni
degli ultimi fra i suoi biografi non bastano a mutargli l'impassibile
maschera di egoista, nato solamente a comandare e a distruggere. Dopo i
lugubri eroi della rivoluzione Napoleone doveva vivere più lungamente di
loro nella loro stessa insensibilità della morte, tracciando l'orbita
dei nuovi regni come le trincee dei suoi accampamenti, senza altro
motivo che di guerra, in un molteplice assurdo disegno d'impero. La sua
non è la città mobile di Attila rotolante sul vecchio mondo romano, ma
l'orda medesima della rivoluzione, stretta intorno all'ultimo fantasma
imperiale contro tutti i re. Per venti anni gli eserciti si rinnovano
senza tregua intorno a quel fantasma in una guerra senza nome, fra
battaglie che lo perdono nella memoria sopraffatta della moltitudine; ma
se per rinnovare la Francia monarchica la rivoluzione aveva massacrato
quasi un milione di uomini, per mutare l'Europa dovranno morirne altri
tre, e sparire le generazioni rivoluzionarie ed imperiali prima che
appariscano i segni della nuova storia.

Napoleone è la rivoluzione chiusa nell'impero, l'impero chiuso
nell'accampamento, che cangia confini col cangiare di vittoria: l'opera
di Cesare e di Carlo Magno diventa sogno in lui, perchè solo dentro di
esso qualcuno avrebbe potuto disciplinare la rivoluzione portandola da
Roma a Berlino, da Lisbona a Mosca. Quindi una prodigiosa coreografia
abbacina tutti gli sguardi, vincitori e vinti ignorano egualmente il
proprio motivo e credono anch'essi di aver sognato, mentre l'imperatore
si desta a Sant'Elena, e il popolo, sentendo di essere nato ad una nuova
epoca, si leva ad interrogarne il pensiero fra le rovine.

Invece Victor Hugo non vide mai Napoleone che dentro un pensiero
biblico, come un altro Figliuolo dell'Uomo mandato a rinnovare il mondo
colla spada, quantunque pochi uomini vi abbiano compito con maggiore
inconsapevolezza l'opera propria, nella quale le più belle qualità umane
non potevano entrare. Nulla infatti ne rimase, perchè tutto vi era
personale. Capitano di un esercito di guastatori, le sue distruzioni
sono irresistibili e tutte le sue ricostruzioni effimere; ha una
sicurezza di sonnambulo in una visione di allucinato; improvvisa come i
retori, e al pari di questi è intrattabile nell'orgoglio e pronto
all'oblio delle proprie improvvisazioni; si sente più alto di tutte le
grandezze abbattute, ma, solitario fra le scene lacerate dell'immenso
teatro, finirà col drappeggiarsi come un attore nei loro brandelli, e
morirà rammaricando il vano titolo imperiale.

Egli non ebbe eroica nè la mente, nè il cuore: non credette, non amò,
non volle che se stesso. Però nessuna fantasia di poeta si creerà mai un
sogno più grande del suo, nessun'altra volontà umana saprà imporlo così:
quindi l'uomo parve indarno mostruoso in lui, e il genio falso perchè
solamente negativo. Oggi ancora che la storia, disegnando l'orbita del
suo ciclone, dissipò intorno alla sua fronte tutti i vapori, la vita
moderna, da lui fecondata quasi in uno stupro, sembra ricordarlo con
gratitudine lasciva ogni qualvolta nel sangue fatto più acre le tornano
desiderii di nuove violenze.

E lascive furono le due mogli di Napoleone, la creola rimasta
un'avventuriera anche sul trono, l'austriaca sempre null'altro che
arciduchessa anche nell'impero; entrambe ugualmente incapaci di sentire
i profondi turbamenti dell'anima femminile, quando lo spirito sta per
passare sopra di essa. Mancava a Napoleone la segreta irresistibile
grandezza dell'uomo, o piuttosto a Giuseppina e a Maria Luisa la
sensibilità dell'ideale? Certo egli non s'ingannò giudicandole dalla
solitudine di Sant'Elena, ma nemmeno in quella lunga agonia il suo cuore
pianse mai sul fanciullo già orfano e al quale la gloria di una immensa
ruina preparava un più lungo e muto martirio nei castelli della corte di
Vienna.

Il figlio dell'aquila non aveva più nido.

Invece lo allevavano col becchime dei pulcini, tagliandogli
prudentemente il rostro e le ali, perchè in un volo improvviso non
avessero a rompere le vetrate sempre chiuse delle finestre: ma era così
piccino e così debole che si reggeva appena dritto.

Nullameno si ritraeva con lungo ribrezzo da ogni mano, che si allungasse
per accarezzarlo. Ricordava egli le tempeste ruggenti intorno al suo
nido? Il suo orecchio si tendeva qualche volta istintivamente ad
ascoltare lo strido dell'aquila rovesciata dagli uragani sopra uno
scoglio dell'oceano, e alla quale i corvi allargavano ancora col becco
le ferite? Che cosa tremava nei suoi occhi limpidi come il cielo delle
vette più alte?

Chi può capire un bambino?

Forse egli soffriva già di essere solo fra tutti quei cortigiani, che lo
sorvegliavano come un prigioniero, del quale mezza Europa avrebbe dovuto
essere il riscatto. Qualche ricordo gli ondeggiava nella memoria di
un'altra grande città tumultuante, di qualcuno che veniva a guardarlo
nella cuna ravvolta entro una nube di merletti; ed era un uomo dal volto
pensoso di statua, cogli occhi che lucevano nella penombra della camera
come una fiamma. Ma di lui si ricordava solamente che il sorriso era
diverso da quello delle donne, così dolce per ogni bambino. Egli però
non era un bambino come gli altri.

Venti guerre, duecento battaglie, una tragedia nella quale popoli
numerosi e gagliardi salivano ancora cantando eroicamente, un impero
vasto come un desiderio, una gloria sfolgorante come un sole, e al
disotto, d'intorno, più lontano, dovunque un brivido continuo di
tempesta, una trepidazione di terremoto, una muta incertezza di
catastrofe, avevano fatto tremare la sua culla nella mano della nutrice,
mentre lo addormentava nel ritmo sommesso della ninna-nanna.

Così piccolo occupava già troppo posto nel mondo.

Tutte le corone, destinate alla sua testina quasi calva, non avrebbero
potuto capire nella sua culla; il suo cuore, non sapendo ancora di
battere, regolava la vita a centinaia di milioni di popoli nemici l'un
l'altro e costretti a tacere intorno a lui, nato da un pensiero di
conquista e da una voluttà senza amore. Suo padre non era un uomo ma
l'imperatore, sua madre era una imperatrice, che se ne scorderebbe
presto per diventare una duchessa in un ducato allora piccolo come una
perla sul suo manto imperiale. Egli nominato, prima ancora che sapesse
parlare, re di Roma, una città così grande che nemmeno il genio
dell'imperatore avrebbe potuto riempire, doveva come i fratelli e le
sorelle del padre diventare subito un istrumento del suo pensiero, che
deformava colla stessa violenza presente ed avvenire in una continua
vittoria, dentro un turbine di morte e di follia.

Quindi intorno al bambino si era fatto un freddo e un silenzio. Egli non
era bello: i suoi capelli biondi, i suoi occhi azzurri, il suo viso
gracile non ricordavano ad alcuno l'uomo pallido dal profilo di aquila,
che con un gesto sollevava all'ultimo assalto tutto un esercito, come
l'uragano gonfia ed avventa l'oceano alle scogliere. E neppure
somigliava alla mamma, nata sopra un trono come certi fiori spuntano a
caso in un vaso anzichè in un prato: infatti ella pareva tranquilla,
colla fronte leggiera sotto l'enorme diadema, e il sorriso indifferente
fra i brividi e i rombi, che passavano nell'aria. Chi era quel bambino?
Che sarebbe di lui un giorno? Per quel mezzo milione di uomini, stretti
intorno a Napoleone sulla via di Mosca, nessun dubbio era possibile:
egli era l'imperatore piccino, il loro primogenito, al quale
conquisterebbero il resto del mondo, solamente perchè sorrideva loro
mentre gli sfilavano davanti, vedendo confusamente il suo volto come un
gran fiore bianco.

Ma nessuno di coloro rimasti nel palazzo imperiale credeva veramente che
egli fosse il figlio di Napoleone, e potesse mai divenire re di Roma.

La stella del conquistatore, così radiosa per tanti anni, era
improvvisamente impallidita, mentre il segreto del suo matrimonio dalle
anticamere della corte scivolava insudiciandosi per le vie. La folla
devota ricusava di crederlo; ma quell'impassibile, che livellava col
medesimo dispregio popoli e re, era già diventato piccolo e vile davanti
all'arciduchessa nata sopra un trono antico. Ella ne rideva e lo
spregiava trattandolo come un avventuriero brutale, cui bisognava
persino insegnare il valtzer per non dovere arrossire di lui nella
solennità delle feste: egli si piegava umiliato ed iracondo, senza amare
la donna ma superbo che l'imperatrice fosse nipote di Maria Antonietta,
l'ultima regina di Francia. Poi si era saputo che Maria Luisa amava un
bel gentiluomo tedesco prima ancora di essere offerta pegno di pace al
vincitore, il quale per diventare padre voleva imparentarsi coi vecchi
monarchi. Il matrimonio trattato da diplomatici si era compíto fra
lagrime di sacrificio: quindi il bel gentiluomo aveva seguito
l'arciduchessa in Francia, rimanendo qualche tempo nella casa del
marito.

Indarno una pompa fantastica di feste aveva abbacinato la moltitudine,
che da quel matrimonio vedeva già cominciare una nuova dinastia al
disopra di quante regnavano in Europa, giacchè la sùbita inaspettata
degradazione del grand'uomo davanti alla arciduchessa raddoppiava i
dubbi provocati dalla improvvisazione della sua opera. Egli riappariva
l'avventuriero dei primi giorni, diventato successivamente generale,
console, imperatore attraverso una fantasmagoria di scene troppo labili
per imprimersi nella coscienza del mondo. La vanità aveva nel suo cuore
troppo spesso vinto l'orgoglio, e nella sua mente l'impero non era mai
stato che una decorazione dell'imperatore.

Ma un vento di catastrofe ne faceva già oscillare l'immenso scenario.

Intorno al re di Roma crescevano il freddo e il silenzio.

Tutti sapevano che Maria Luisa aspettava la rovina dell'impero per
tornare a Vienna, fuggendo dalla Francia, che aveva decapitata Maria
Antonietta. Come nei primi giorni le pareva ancora di essere prigioniera
del vincitore in una reggia rubata agli antichi re e incancellabilmente
rossa del sangue sparso per la sua parente: ella non comprendeva nè la
Francia, nè l'impero, nè l'imperatore. Il suo cuore di donna non batteva
che per il bel gentiluomo tedesco, la sua anima di madre rimaneva chiusa
davanti a quel bambino francese, uscito dal suo ventre e fatto subito re
di Roma. Sapeva ella davvero che fosse figlio di Napoleone? Le donne non
distinguono sempre il padre dei propri figli, ma quasi sempre non amano
che quello in questi. Ella invece non amava. Quel bambino non era il
figlio del suo cuore, rampollato dalle profondità della sua vita di
donna e di regina: il suo titolo di re di Roma era per lei cattolica una
bestemmia, quell'impero dilatato da un ultimo sforzo per abbracciare
tutta l'Europa non le appariva che nella terribilità di un castigo
imposto da Dio ai popoli ed ai re dopo il peccato della rivoluzione, e
che cesserebbe, lasciando il mondo ricomporsi come prima. La sua
alterigia di arciduchessa trionfatrice di Napoleone le toglieva di
sentire in lui l'epica grandezza di un conquistatore non anco fermato da
un popolo o da una idea. Ingenuamente ella credeva di averlo nobilitato,
sposandolo per ubbidienza di figlia e devozione di austriaca: quindi in
quella corte composta di sergenti vestiti da marescialli, di serve
mascherate da duchesse, sanculotti trasformati in ciambellani, le sue
ripugnanze si acuivano sino all'asprezza dell'odio.

Poi la catastrofe finì di confonderla: si trovò nel piccolo ducato di
Parma come in una grande villeggiatura, seppe Napoleone a Sant'Elena e
dimenticò il re di Roma, mutato in duca di Reichstadt a Vienna.

Il fanciullo adesso doveva parlare tedesco.

Nessuno gli diceva nulla nè del padre, nè della mamma, nè di lui stesso.
Per quanto vinto e prigioniero sopra uno scoglio dell'Atlantico,
Napoleone spaventava ancora tutte le corti; la sua fantastica
riapparizione dei cento giorni era bastata a rivelare l'inanità di tutte
le restaurazioni, e i suoi soldati raggruppati sotto altre bandiere lo
sognavano ancora fremendo d'impazienza. Quel fanciullo pallido, tremante
dinanzi a tutti i servitori, diventava nei racconti delle veglie
notturne fra contadini, nei ricordi delle caserme, negli inni dei nuovi
poeti, nella muta tenerezza dei vecchi, il figlio del Titano, l'erede
dell'impero non anco cancellato nella geografia delle scuole. Un vuoto
era rimasto nella coscienza del mondo. Nessuno credeva più che Napoleone
potesse fuggire da Sant'Elena, ma nessuno si fidava nemmeno alla
stabilità delle nuove monarchie davanti alla rivoluzione, che stava per
ricominciare.

Un'altra epoca si apriva: un'altra volta le aquile striderebbero
chiamando le vecchie legioni, e la bandiera tricolore sventolerebbe su
nuovi campi. Napoleone lontano era presente dappertutto. Ma il duca di
Reichstadt non lo sapeva.

Egli solo rimaneva fuori del mondo, che suo padre aveva riempito di se
stesso senza poterne serbare neppure la poca terra necessaria alla
propria fossa. Come quegli orfani, ai quali l'ospizio può dare una
camera ma non mutarsi in casa, si sentiva abbandonato fra la gente, che
lo vigilava con rispetto taciturno: nessuno gli diceva mai una di quelle
parole così necessarie ai piccoli cuori; e quindi egli non seppe che
molto dopo come il padre morisse e la madre sposasse il conte di
Neipperg. Al fanciullo non era permesso di mescolarsi cogli altri
principi per la paura che dal loro chiacchierio un lampo della gloria
paterna si accendesse attraversandogli l'anima: fors'anco si temevano le
sue interrogazioni, quella curiosità così terribile nei fanciulli,
quando non si può rispondere una bugia e il silenzio diventa una
risposta. Che dirgli infatti se avesse chiesto chi fosse suo padre?
Napoleone a Sant'Elena non era più un uomo, appunto perchè tutto il
mondo creato dal suo pensiero finiva in lui: la sua conquista si
trasformava in una epopea e quello scoglio in un piedestallo, dal quale
come l'antico Prometeo dominava sul mondo. Era difficile spiegare al
figlio chi era quel padre, e perchè la moglie lo avesse abbandonato,
dimenticando il bambino. Tutte le ipocrisie e le contraddizioni
della vita, così agili ad insinuarsi per ogni varco, si arrestano
interdette davanti alla innocenza di un fanciullo, che le giudica
coll'infallibilità dell'istinto.

Forse avrebbero potuto dirgli che suo padre era un soldato prigioniero
in un'isola per la colpa di aver vinto tutti i re di Europa; ma il nonno
imperatore avrebbe indarno chiesto al proprio ministro, così fine
diplomatico, una formula per giustificare l'assenza della madre da
Sant'Elena e da Vienna.

Invece il fanciullo l'apprese a poco a poco dalle reticenze ancora più
che dai discorsi di tutti.

Più tardi la vedova di un veterano di Wagram gli narrò nella propria
capanna, poco lungi dal villaggio di Suwembrünn, la presa di Vienna, e
il matrimonio di Maria Luisa col vincitore, dinanzi al quale anche i
vinti s'inginocchiavano applaudendo; poi lettere, giornali, libri gli
giungevano nascostamente, rivelando l'immensa storia, che si dilatava
dietro la sua infanzia come un panorama luminoso scosso ancora da
vibrazioni oceaniche. Ma allora i suoi occhi s'incantarono e la sua
anima si chiuse. Egli era troppo piccolo e troppo solo per resistere
alla fatica di quella visione, la più grande apertasi in tutti i secoli
agli occhi di un fanciullo. Nato di un'aquila e di un'anitra, non aveva
nel rostro e nell'ali nè la passione del volo nè quella della rapina; ma
timido e quieto frugava fra le aiuole del giardino alzando spaurito la
testa ad ogni brontolìo lontano di tuono.

Al pari di sua madre, egli non sentiva e non capiva l'imperatore.

Invano una nuova ammirazione gli si addensava intorno, dacchè la morte
di Napoleone aveva tragicamente raddoppiata la sua eredità: più invano
ancora le recenti monarchie apparivano ogni giorno più tremule ai crolli
delle impazienze rivoluzionarie, mentre da tutti gli angoli d'Europa,
dalla vita e dalla storia, salivano i soffi di un'altra immensa
passione. In quel primo tepore della giovinezza egli non soffriva che
per l'isolamento e la vacuità della propria esistenza misteriosa ed
inutile, senza nè famiglia, nè danaro, nè libertà. La gloria di un mondo
dileguato gli toglieva ogni posto fra quei parenti costretti a trattarlo
come un estraneo per non temerlo come un nemico. Ma se la mortificazione
di qualche ingenua simpatia o la paura di un rimprovero lo ritraevano in
se stesso, quel grande sogno napoleonico lo risollevava improvvisamente
fra le proprie spire di turbine, come il vento straccia talvolta
nell'aria i veli delle spume marine, per lasciarlo ricadere più
tristamente dentro il confronto di quella vita di cadetto alla corte e
nell'esercito. Per lui non vi erano funzioni, non diritti, non doveri.
La sua educazione, ordinata con crudele sapienza a ridurlo mezzo uomo e
mezzo principe, gli nascondeva quanto sanno anche i giovinetti più
poveri, ai quali il mondo si rivela colle sue stesse difficoltà.

Dentro le sue vene impallidite nell'ombra troppo lunga fervevano
soltanto alcune acredini del sangue materno, quelle bramosìe del senso e
del sesso, che le vampe dell'anima non alzano ancora e non purificano:
la sua fronte era stretta, i suoi occhi opachi, il suo volto
insignificante. Se quei soldati, che sognavano ancora di lui
prigioniero, avessero potuto vederlo così scialbo dentro quella tunica
di ufficialetto austriaco abbassare gli sguardi ad ogni parola con una
trepidazione di paggio mal sicuro del proprio ufficio, tutte le
cicatrici dei loro cuori si sarebbero riaperte, e i loro occhi non
avrebbero potuto più piangere. Non così, non così vedevano essi da tanti
anni il figlio dell'imperatore; non così lo aveva veduto l'ultimo
granatiere della leggenda, che, coricandosi in un fosso per morire,
diceva al compagno: — Torna in Francia, io non posso più camminare
adesso che l'imperatore è prigioniero. Se mia moglie ha fame, le dirai
che vada a mendicare coi bambini; ma appena sarò morto, mettimi bene il
fucile fra le mani, perchè possa subito alzarmi e presentare l'arma,
quando l'imperatore ripasserà! — Ma era il figlio, che avrebbe dovuto
ritornare; al figlio certamente pensava quel granatiere nel delirio
delle ultime parole!

L'imperatore, morto da pochi anni a Sant'Elena, aveva invece ottenuto da
Dio la misericordia di non vedere lo spettacolo di quel giovinetto, che
le dame guardavano con un sorriso di sprezzo enigmatico. Esse sapevano
che si struggeva per loro di una fiamma segreta come una candela
dimenticata in qualche angolo; quindi i loro occhi si accendevano di
piccole fiamme dinanzi al figlio di quel Napoleone vinto da Maria Luisa
e così presto rinato ad un'altra degradazione. Più infelice del Narciso
greco, morto di amore al proprio volto riflesso nell'acqua di un
ruscello, egli non osava ascendere verso la bellezza, ma si nascondeva
colla sua immagine a singhiozzarle davanti nelle convulsioni e nei
crolli di uno spasimo voluttuoso.

Forse la stessa anima adamantina di Napoleone si sarebbe spezzata
dinanzi alla viltà di questa miseria.

Non altro erede, non altro dimani aveva Dio preparato alla sua vita! Che
cosa significavano dunque tutte le sue battaglie, quella corsa
vertiginosa dai deserti della neve ai deserti delle sabbie, gli eserciti
sconfitti, le capitali violate, le corone infrante, l'aver dominato
l'Europa, l'esser apparso sui confini dell'Asia come un fantasma
trionfale balzato dalla immaginazione di un poeta nel campo della
storia, se di lui non restava che quell'ufficialetto austriaco dalle
mani tremule, che non avrebbero mai saputo sollevare nè una spada, nè
una gonna?

Per chi aveva egli vinto?

Cesare potè ravvolgersi alteramente il capo nella toga per morire,
perchè Roma sarebbe stata nei secoli magnifico guanciale alla sua testa
d'imperatore, e la sua vita e la sua opera avrebbero attinto dalla morte
la suprema verità. Così il nome oggi ancora è cornice, dentro la quale
ogni imperatore si riaffaccia sulle moltitudini, mentre Napoleone ci
appare appena sul confine dell'altro secolo come uno straniero
misterioso, che attraversa a grandi passi l'Europa per sparire
nell'oscurità dell'oceano, silenziosamente.

Sua moglie a Parma non era invece che la moglie grassa di un colonnello,
la quale lasciava il governo della fattoria al parroco per preoccuparsi
più comodamente di ogni festa in chiesa o in teatro; suo figlio a Vienna
amava finalmente una ballerina, che lo rivoltolava scherzosamente sui
divani battendogli colle nacchere sulla testa bionda. Egli sorrideva,
contento di essere preso, senza intendere nemmeno la poesia di tale
capriccio donnesco. Forse quell'anima di farfalla, stanca di danzare sui
fuochi della ribalta fra nimbi di fiori e di sorrisi, si era
improvvisamente lasciata vincere da quella delicata magrezza di arbusto
in fiore. Nei primi giorni di aprile le farfalle si posano lungamente
sui rami odoranti di gemme, e allora il sole al meriggio ha appena un
tepore di alba estiva, il vento è un sospiro, il profumo una carezza. La
danzatrice era piccola, colle gonne tenui come ali di falena, col gesto
lieve come un tremito di ombra, col sorriso lucido come un raggio. Se
l'avessero proclamata regina, mentre tutti gli occhi della folla
brillavano e la musica, stringendo il ritmo, sembrava finire in un
singhiozzo, ella non vi aveva sbattuto che più lievemente i propri veli,
ondeggiando inafferrabile sul tumulto delle note e degli applausi.

Qualcuno disse poi che un ministro scarno e freddo si era servito di lei
per abbreviare l'agonia del duca di Reichstadt, mentre nuove rivoluzioni
minacciavano le monarchie di Francia e d'Italia; ma forse non fu vero.
La piccola regina, che aveva per trono un palcoscenico, amò di un amore
di farfalla quel re di Roma, al quale non restavano che le spalline di
ufficiale austriaco. Ella rideva, egli s'inebriava di quel sorriso.

Ma l'ufficialetto soffriva; quindi pianse quando la seppe lontana. Nella
nuova solitudine gli parve di essere più abbandonato di prima, più
povero degli altri parassiti, che in quella corte ricevevano come lui
l'elemosina di un piatto principesco. Si ricordava delle occhiate tristi
dei vecchi soldati, e talvolta le parole scherzose di lei su quel titolo
di re di Roma datogli da Napoleone. Allora la paura lo faceva piangere
come se quel padre morto lo guardasse da Sant'Elena con le braccia
conserte, e l'occhio fisso in un pensiero insopportabile. Egli avrebbe
voluto, ma che cosa doveva volere? Quali erano i suoi consiglieri? Chi
gli darebbe un esercito? Ove dirigere la prima marcia? Su tutte le
grandi strade d'Europa rimanevano le orme di Napoleone, tutte le
capitali erano state per qualche giorno la nuova capitale del suo
impero.

Una volta, visitando il campo di Wagram col principe Carlo, cadde quasi
di sella al suo gesto, che gl'indicava il terreno, sul quale il
maresciallo Lannes era stato abbattuto da una palla di cannone: ma il
principe non seppe mai se fosse dolore o paura; il duca tornò a casa
colla febbre.

Da quel giorno non chiese più di tornare su altri campi. Come tutti i
tisici ebbe ancora degli impeti, dopo i quali ricadeva in profonde
melanconie; la febbre gli gettava dei lampi nel pensiero e delle vampe
nel cuore; poi si fece più muto, perchè la vita sembra appunto
rinchiudersi nelle anime, dalle quali sta per fuggire. La sua giovinezza
passò per tutti i capricci effimeri, le ansie improvvise, le caparbietà
deboli e violente della paura dinanzi alla morte, che sale
misteriosamente come un freddo di sotterraneo.

Allora una arciduchessa, maggiore di lui almeno di un lustro, cupida e
lubrica, lo amò. In lei rivivevano l'anima superba di Maria Antonietta e
quella crudele di Maria Carolina: non era bella, ma il suo sorriso aveva
talvolta dei rossori di fiamma e la sua parola dei soffi di follia. Più
tardi fu madre d'imperatore, imperatrice e finalmente amante di un bano
croato.

Ella gualcì il fiore, che la farfalla aveva appena accarezzato. Un'altra
rivoluzione minacciava la Francia; altri Borboni dovevano andare per
sempre raminghi: nuovi congiurati, veterani della vecchia armata,
vennero segretamente al duca di Reichstadt nel nome di Napoleone, ma il
poema era già chiuso.

Nessun poeta vi aggiungerebbe più un verso, poichè il re di Roma non
poteva entrarvi nemmeno per morire: egli non era più che un bianco
fantasma fra le mani tormentose di una donna.

Dicono che negli ultimi giorni la sua anima si rischiarò. Come se la
morte gli rivelasse finalmente il segreto della vita, rivide dentro una
luce purpurea di tramonto l'epopea napoleonica, parlò degli eserciti che
avevano sfilato dinanzi a lui bambino. Da quel letto, già abbandonato
come una tomba, chiamò la mamma, e chiese la culla d'argento, nella
quale era stato re: dentro quella cuna, offerta dalla città di Parigi,
Napoleone l'aveva cento volte covato col suo sguardo d'imperatore. Potè
avere l'una e l'altra e vide la madre piangere decentemente. Qualcuno
gli suggerì di lasciare un ricordo al reggimento assegnatogli, forse per
scherno, perchè portava il nome di un altro eroe, Gustavo Wasa; sotto il
più bello dei propri ritratti scrisse per l'arciduchessa Sofia «Memoria
eterna di un moribondo», chiamò il prete, parlò di Napoleone.

Quel nome l'avvolgeva.

I suoi occhi lucevano, la sua bocca pallida e chiusa somigliò allora a
quella del padre.

Adesso egli non è più che l'ombra del suo ultimo sogno, una misteriosa
figura incisa da Dio sul fermaglio dell'ultimo poema concesso
all'Europa.

Sulla tomba di Napoleone non vi è che una lettera sola, nera, muta: si
legge, non si pronunzia. La tomba del duca di Reichstadt non ricordo ove
sia, nè che cosa vi abbiano scritto; ma nessun poeta nell'orgoglio del
proprio genio avrebbe potuto accettare l'onore di dettarne
l'inscrizione.

Solamente Maria Luisa, se fosse stata davvero la moglie dell'uno e la
madre dell'altro, l'avrebbe trovata nel proprio cuore.

Era vuoto.



PASQUA


Ho aperto la finestra.

Un chiarore trema in alto ai primi raggi del sole nascosto dietro Monte
Mauro, mentre un vento freddo passa silenzioso fra gli alberi ancora
seminudi.

Pel vano della finestra senza tende guardo a questa alba pallida e
lieve, che sembra ridare al mondo l'effimera infanzia della propria ora;
non una nube nell'aria, non un moto sulla terra.

— _Quivit, quivit!_ —

È un grido di rondine, come lo traduceva Anderseen in quelle favole da
bambini, così delicate e profonde di passione anche per gli uomini.

Le ultime viole scomparvero già sotto l'erba alta dei prati, dacchè una
brina avvizzì tutti i fiori dei peschi, che ne rimasero freddolosi e
rabbrividiscono ancora in questa pura aria mattinale. Fiori e illusioni,
cadendo, lasciano sempre lo stesso freddo ai rami ed ai cuori, ma quelli
si vestono prontamente di foglie, questi non si coprono più che di
muffe.

Eccola.

È risalita sotto la grondaia ad esaminare il vecchio nido e garrisce di
gioia nel riconoscerlo intatto, perchè l'amore non le costerà quest'anno
la fatica di costruire un altro. Sempre così: la voluttà è pigra nelle
rondini come nelle donne, che vorrebbero anch'esse sempre pronto il
nido, riscaldato dal soffio delle stufe nell'inverno, profumato di fiori
in ogni stagione.

Un freddo d'insonnia mi sorprende invece dopo questa lunga notte allo
scrittoio, solo, dinanzi a me stesso. Dove si sarà fermata ieri sera
questa bruna pellegrina in viaggio verso la mia casa? Era sola? Perchè
sola e prima? Sotto la grondaia vi è sempre il medesimo villaggio
pensile di nidi, e non ricordo sino da fanciullo di averne mai veduto
cadere alcuno, mentre i calcinacci si staccano ad ogni impeto di pioggia
o di vento. Forse che il mastice, formato dalle rondini colla saliva, è
più tenace della calce usata da questi muratori montanari, o la forma
tonda dei nidi, così simile ad una mammella virginale, attenua le
scosse, e li salva?

— _Quivit, quivit!_ —

Eccola ancora che si è posata colle zampine lanuginose sulla punta dello
scuro, scuotendo la testina lucida nera. Ha il petto bianco, e dietro il
becco corto ed acuto le sue labbra sembrano una sottile striscia d'oro.

Involontariamente sorrido salutando.

— Ancora qui — mi pare che essa risponda.

Ancora, ancora, e chissà per quanto tempo. Tu non sai, piccola
viaggiatrice trascorsa su tanti mari e su tante contrade, perchè la mia
finestra senza inferriate sia anch'essa di una prigione. Sei tu giovane?
Sei tu vecchia? A quante stagioni si misurano la tua giovinezza e la tua
vita? La tua patria è davvero sotto la grondaia di questa mia antica
casa? Non lo so, ma posso darti egualmente una buona notizia: Toto, il
magnifico gatto rosso, che si ostinava lunghe ore sul prato alla vostra
caccia, è morto. Forse tu stessa hai sentito qualche volta sull'ultima
punta delle ali la percossa delle sue unghie, e ti salvasti con un
guizzo rapido ed imprevedibile. Te ne ricordi? Molte tue compagne
morirono invece così nei giorni umidi, quando gli insetti abbattuti
dalla pioggia tornavano coi primi raggi del sole a turbinare sui fili
più alti dell'erba dentro un tenue velo di nebbia. Io, che non ho mai
sparato uno schioppo sul mio prato, nè permisi ad altri di farlo,
assistei più volte a questa caccia senza interromperla: perchè? Eppure
mi dispiaceva se nelle sconce prodigiose contorsioni del suo balzo egli
atterrava la rondine addentandola viva, per andare a testa alta, colla
coda che batteva orgogliosamente sull'erba, a seppellirla in qualche
canto, giacchè, abituato signorilmente, Toto non mangiava nè topi nè
uccelli. E adesso è morto; tanto meglio! La mia casa non ha più pericoli
per te: lo dirai subito alle tue compagne, che arriveranno certamente
nel mattino, se le hai soltanto precedute nel viaggio.

O invece sei giunta qui più presto, sfuggendo da qualche sventura? Il
tuo compagno è morto, e tornasti come noi andiamo spesso, di nascosto, a
guardare la casa dove soffrimmo ed amammo? Allora vattene. Se non
aspetti più alcuno, e ti posasti sullo scuro della finestra a guardarmi
ancora qui solo, come gli anni passati, come sempre, perchè anche tu
adesso sei sola, vattene, fuggi dal nido, che altri riempirà. Quando
tutto è morto dentro di noi bisogna andare lontano, non importa dove,
lungi da coloro, che potevano e non vollero impedire alla nostra anima
di morire. Chi non ama non ha più nulla da fare: la sua presenza è
inutile, perchè ogni opera gli è diventata impossibile. Vattene, piccola
vedova: le campane del villaggio annunzieranno fra poco la resurrezione
solamente ai felici che amano, e agli infelici che credono.

Pasqua.

Aprile che torna. Gesù che risorge: nel suo sepolcro vuoto le colombe
faranno il nido, o spunteranno piccoli fiori sulla polvere depostavi dal
vento. L'amore ha vinto un'altra volta la morte, la fede trionfa
nell'amore.

— _Quivit, quivit!_ —

Vuoi tu barattare le tue ali col mio pensiero? Tu avesti un nido, io no;
tu potesti amare la mia grondaia, alla quale l'inverno sospende così
lunghe lagrime di ghiaccio, quando dentro la casa un altro freddo vi
rende la solitudine anche più tetra, perchè trascorrevi allora libera
sui paesi della giovinezza e del sole. Se il mio pensiero, che non
domanda più nulla alla vita, vale le tue ali, che nessun viaggio può
stancare, adesso il mio cuore non è meno vuoto del tuo nido. Indarno le
campane gettano nel mattino gli appelli di Pasqua per svegliare i morti
dal sogno, nel quale si acquetò finalmente la loro vita; l'alba rutila,
il cielo è sereno, le campane si rispondono da ogni cima di monte, ma vi
sono molti morti laggiù che non vogliono risorgere, e altri vivi sulla
terra che vorrebbero morire!

Questa Pasqua di resurrezione come diventerebbe triste, se i morti
risorgessero davvero per rientrare nelle proprie case!

Gesù non promise infatti la resurrezione che dopo la fine del mondo, nel
quale non volle egli stesso più ridiscendere, sebbene non vi avesse
davvero patiti i dolori inconsolabili. Come avrebbe egli potuto
soffrirli, non essendo nè figlio, nè fratello, nè amante, nè padre?
Perchè il suo cuore sotto il bacio di Giuda avrebbe tremato più di
quello di Cesare sotto il pugnale di Bruto? Gesù fu venduto forse alla
prostituzione come oggi ancora tanti fanciulli? Le donne, che lo
seguivano, in qual modo avrebbero potuto tradirlo, se egli non amava? Il
popolo, abbandonandolo nel processo, difese mai altri messia? Perchè si
dice dunque ancora che Gesù sofferse per tutti, più di tutti, per
riscattarci dal peccato e vincere la morte, mentre passò invece sulla
superficie della vita in un sogno di paradiso? A tale vittoria sarebbe
stata necessaria ben altra passione che la sua, nella quale persino
l'ultimo supplizio fu senza tragica originalità. Bisogna avere avuto una
di quelle madri, che ci rimangono per sempre nell'anima come un coltello
in una ferita, per essere stato infelice da bambino, quando non si
capisce ancora; o aver gridato nell'agonia verso l'ultima sorella,
sentendo nella sua indifferenza un silenzio di cosa, per sapere come
l'inutilità di un lamento divenga talora la più ineffabile delle
torture; bisogna aver dato la propria anima ad una donna senza poterla
più riprendere, perchè diventata una sozzura, per conoscere davvero che
cosa vi sia nello spasimo di una degradazione: bisogna essere un eroe e
non poter nulla fare, essere un genio e non poter nulla dire, avere
chiesto tutto alla vita ed incontrando la morte non aver più d'affidarle
nè un rimpianto nè una speranza, per vantarsi di risorgere come un
Figlio dell'Uomo in tutti i secoli dentro il sogno consolatore di una
Pasqua.

— _Quivit, quivit!_ —

Arrivano forse le tue compagne?

Adesso le campane squillano troppo violentemente perchè sia possibile a
te pure d'intendere da lungi il garrito delle viaggiatrici distratte
forse nell'incanto dell'alba e delle memorie. Il viaggio è così facile e
il ritorno così gaio, quando si ha la primavera nel cuore e un nido per
meta! Quante volte d'inverno, colla fronte ai vetri della finestra,
guardando sul bianco deserto della neve il saltellare inquieto dei
passeri, ho pensato all'angoscia delle tue traversate al disopra degli
oceani, nell'immensità dei cieli, ai primi soffi della tempesta! Allora
le tue ali, che tagliano così rapide il vento, sentirono uno spasimo
improvviso, mentre coi piccoli occhi tremanti cercavi lontano qualche
punta immobile sulla livida distesa delle acque, per la quale fuggivano
scrosciando le giogaie dei flutti. Poi nella oscurità le nuvole si
accendono di lampi e le voragini urlano di spavento. Soltanto una nave,
se non sprofondi essa medesima, potrebbe fra le vele e le corde offrire
un ricovero; ma dove è allora una nave? Vi riparasti tu mai, piccola
pellegrina? E che intendesti allora fra le preghiere e le bestemmie dei
naviganti, rapite dalla tempesta fra i brandelli delle schiume così
simili a penne bianche di uccelli naufragati?

La nostra anima urla dinanzi alla morte, mentre la tua forse ha sempre
taciuto, non sentendovi alcun mistero.

Un ricordo mi risale nella memoria e l'attrista.

Molti anni or sono, in un'alba come questa, guardavo dall'inferriata
della mia camera, l'ultima a sinistra nell'angolo, sotto il cornicione.
Ero stato messo nella terza camerata lassù da venti giorni: il collegio
aveva nome da san Luigi, un santo pallido e giovane, che i fanciulli non
possono amare, perchè non intendono ancora la recondita delicatezza
della sua castità. Nemmeno io l'amavo. Allora, come adesso, il mio eroe
era san Francesco, il poeta inebriato di tutti i dolori, che parlava con
tutte le cose. In quella mattina dovevo essere ammesso per la prima
volta alla Pasqua. Quasi tutti i miei compagni di altare attendevano i
genitori, mentre io non avevo voluto nemmeno scrivere a casa per
annunziare la festa della mia comunione nella divina tragedia. Ma dopo
una notte insonne ero balzato dal letto ai primi chiarori,
arrampicandomi sull'inferriata a guardare da lungi il primo trionfo
dell'alba. La mia finestra dava sopra un vicolo contro finestre
egualmente sbarrate di ferro, con una buffa saliente a mezzo della loro
apertura, perchè i prigionieri non potessero guardare in basso sulla
strada. Era anche quello un collegio, ma più triste, e si chiamava di
san Giovanni.

Così scalzo e scamiciato nell'aria frigida, che mi pizzicava sottilmente
le carni, sentivo dal fondo dell'anima salire come un gruppo di canzoni,
quando improvvisamente, un'ombra mi fermò le prime note sulle labbra.
Dietro di essa l'ombra della prigione era profonda: il prigioniero si
reggeva con ambe le mani congiunte sul medesimo pezzo di sbarra, e il
mento appoggiato sulle mani con uno sforzo penoso. Tutta quella faccia
era rasa sino al disopra della fronte, ma i suoi occhi infossati
lucevano come certi vetri nella notte.

Ebbi un freddo di dolore.

Allora egli mi scorse, volle farmi un cenno colla mano, e le forze lo
tradirono, sparì.

Dopo tanti anni veggo ancora quel suo sorriso. Così seminudo ed
arrampicato sull'inferriata in una impazienza di fanciullo, come gli ero
io sembrato? Aveva egli intravisto la mia piccola anima simile ad
un'altra alba, che salisse verso quella del giorno? Perchè mi aveva
salutato? Rimasi ancora alla finestra, ma tutta la mia gioia era caduta
in un'ombra improvvisa; sentivo di essere anch'io prigioniero, e che
avrei sofferto volentieri altri dieci anni di collegio pur di vedere
quel suo sorriso sul volto di un altro uomo e di un'altra donna, i quali
mi fossero venuti incontro, quando sarei uscito dalla chiesa, pallido
ancora della prima emozione divina. Un singhiozzo mi strinse la gola.

In quel momento mi pentii di non aver scritto a casa, cedendo alle
istanze del mio confessore.

Dirò qui il suo nome, si chiamava padre Lolli. Non era molto vecchio, ma
i dolori e le penitenze lo avevano invecchiato: lunghe strisce di
capelli grigiastri gli sfuggivano dal berretto sulla fronte e sugli
orecchi; era sudicio negli abiti, sempre colla barba di molti giorni, e
camminava curvo trascinandosi dietro un grosso piede ammalato. Ma i suoi
occhi e la sua voce avevano una strana dolcezza stanca. Credo che,
avendomi indovinato, mi amasse, perchè la sua mano pareva indugiare più
a lungo, tremando sulla mia fronte, nel farmi ripetere un'altra volta le
preghiere prima dell'assoluzione. Egli solo sapeva tutte le ribellioni
del mio cuore e del mio pensiero.

Però quella lunga preparazione alla Pasqua mi aveva alquanto mutato.

Un getto caldo, rutilante, di fede m'irruppe così violentemente dal
cuore nell'ultima confessione della vigilia, che egli stesso lo aveva
sentito, buttandomi le braccia al collo, mentre io ripeteva fra i
singhiozzi:

— Padre, padre! —

Era il mio grido, tutto il mio dolore di fanciullo non amato, altero,
taciturno, che si fondeva in un'altra passione, come se una lieve
abbagliante visione di paradiso si fosse levata sulle squallide ambe
della mia infanzia.

— Adesso lo ami san Luigi? —

Risposi di sì senza capire.

La mattina egli era solo, inginocchiato in un canto, quando mi avvicinai
all'altare; io tremavo, vidi luccicare i suoi occhi; poi lo rividi
ancora nel gabinetto del rettore, ove ci avevano adunati per trattarci a
paste e a cioccolatte. Allegri e chiassosi, i miei compagni non
parlavano che delle visite imminenti; soltanto io tacevo, mangiando
silenziosamente in un angolo della tavola a testa bassa; quindi tutti,
colla servilità ancora graziosa nei fanciulli, si strinsero intorno al
rettore per ottenere la preferenza di un confetto o di una parola,
mentre egli sorrideva di quel sorriso enigmatico, nel quale mi sembrava
di sentire spesso una canzonatura.

Avevo ragione? Adesso ne sono anche meno sicuro di allora. Egli era
ancora giovane, così pallido e sottile, che poi morì tisico; ma a tutti
noi pareva bello. Lo vedevamo nei giorni di ricevimento passare
signorilmente disinvolto fra le giovani mamme, che affollavano l'immenso
salone, variando sempre il sorriso nel voltarsi da un volto di
collegiale ad un volto di donna.

Improvvisamente mi guardò:

— Hai fame, Oriani?

— No, — risposi secco.

Vidi il padre Lolli tremare all'accento di questa mia risposta.

Poco dopo mi si accostò ed alzando la mano per farmi una carezza, senza
che nessuno se ne accorgesse, mi benedisse sulla fronte.

Allora sentii che stavo per piangere, malgrado tutti gli sforzi della
mia piccola volontà, resa più rigida dal dolore. Non volevo piangere,
respingevo le lagrime dagli occhi sbarrandoli dentro la grande chicchera
del cioccolatte, diventato una poltiglia giallastra colla immersione di
tutte quelle paste.

La solitudine futura della vita mi si parò dinanzi in quel gabinetto
pieno di fanciulli sorridenti e felici, dei quali nessuno mi conosceva
malgrado una intimità di due anni. Se in quel momento a me, che odiavo
il collegio come una prigione, il rettore avesse detto:

— Vuoi andare a casa? — avrei risposto:

— No. —

Con uno sforzo disperato riuscii a non piangere.

Poi il padre Lolli mi si rivolse:

— D'ora innanzi devi essere un altro: Dio è disceso in te. —

Invece mi sentivo più solo di prima.

Eppure avevo tentato di salire a lui sino dall'alba, quando arrampicato
sulla finestra vedevo il cielo suffuso di un vapore gemmeo, attraverso
il quale passavano come fili di una trama misteriosa i raggi del sole.
Poi laggiù nella chiesa sotterranea avevo provato tutte le angosce e le
delizie di un'altra ascensione per l'ombra sacra, sospesa sopra l'altare
indarno raggiante di candelabri e di candele. Il mio pensiero non era
più quello di un fanciullo; mi pareva di capire tutta la passione di
Cristo, e che un'altra passione di amore mi innalzasse col volo degli
angeli, ai quali le ali tremano appena come una fiamma. Forse
quell'impeto e quella leggerezza erano già nello spirito i segni della
comunione divina, prima ancora che le parole sacramentali ne
annunziassero il prodigio.

Ma la Pasqua di oggi non è quella di Gesù: egli ne aveva fatto il
banchetto supremo nella tristezza della morte, la chiesa invece la volle
nel trionfo della resurrezione, che aveva illuminato il mondo come
un'alba incominciata nel sepolcro e dileguata negli ultimi cieli. La
Pasqua di Gesù somigliava fin troppo a quella di Socrate: la Pasqua
cattolica tenta ancora di riunire tutte le anime al di sopra della morte
in una esultanza ideale.

Ecco perchè simile festa durerà forse più della sua stessa religione,
benchè Cristo non vi risorga più; ma tutte le coscienze vi si innalzano
ancora come in un sogno: tanto peggio per coloro che non possono più
sognare!

Perchè l'amore e il pensiero non proseguirebbero altrove dopo aver fatto
l'infelicità della nostra vita? Entrambi passano in noi e non sono noi:
lasciate dunque suonare a distesa le campane annunzianti la
resurrezione, mentre il clamore del loro inno copre gli ultimi belati
degli agnelli sgozzati in tutte le cucine per l'imminente banchetto. Noi
siamo così: dobbiamo ammazzare un agnello per cominciare la festa di
Pasqua e generare un bambino per compiere quella dell'amore.

Forse, ad interrogarli bene l'uno e l'altro, nè l'agnello vorrebbe
morire, nè il bambino vorrebbe nascere; ma che importano le loro
risposte, se in ogni festa vi deve essere una vittima?



L'ADDIO


                                                      6 maggio 1899.

Il duca è partito.

Un mio compagno di università, da molti anni assessore delle scuole, gli
recò al Quirinale il saluto di Roma distratta da una delle solite crisi
ministeriali: qualche giornale aggiunse un augurio, poi null'altro. A
quest'ora egli è già sulla via di Torino, domani o posdomani passerà le
Alpi affrettando nell'impaziente pensiero la corsa del treno attraverso
le campagne francesi, verdeggianti in questi primi giorni di maggio; la
sua prima meta è in un porto della Scandinavia, l'ultima al polo non
anco violato da alcuno.

Tornerà egli?

Non importa. Il suo cuore deve essere ancora gonfio di una emozione
senza nome, ripensando a tutta la gente lasciata nella vita ordinaria;
al re, ai fratelli, alle amiche, le quali tentarono per rattenerlo il
dolce sorriso: a suo padre, a sua madre morti, che non possono più
tremare segretamente della sua partenza. Egli ha voluto. Passeranno
forse trenta o quaranta giorni prima che la sua _Stella polare_ possa
salpare l'àncora, ma l'impresa irrevocabile ha sollevata già la sua
anima nella gloria fredda della morte. Che egli soccomba lassù, nel
deserto del ghiaccio, forse solo dopo l'ultimo cane e l'ultimo compagno,
o ritorni colla fronte radiosa del grande segreto vinto, la sua vita di
giovane duca nelle più belle capitali d'Italia è già morta.

Nel nostro spirito vi sono frontiere, oltre le quali diventiamo
stranieri a noi stessi, perchè non potremmo più rivarcarle per
riprendere ciò che vi abbandonammo; che cosa significherebbe infatti un
ritorno? La religione e l'amore, l'arte e la scienza, non si rivelano
che al di là di esse e, come la morte, concedendo a qualcuno di
ritornare, non gli consentono più l'esistenza di prima.

Così coloro, che la nostalgia del mistero attrasse nell'infinito, ne
rimangono il segno, e i loro occhi guardano sempre lontano, e una
distrazione di sogno li rende egualmente riconoscibili ed incompresi: si
chinarono sull'abisso e l'abisso soffiò loro sulla faccia. Incontrandosi
a caso, s'intendono come i barcaioli di Venezia con una sillaba
inintelligibile: talvolta la folla li segue, ma un'arcana distanza li
isola fra la moltitudine, alla quale appartengono solamente come i
fanali alla notte. Comunque si allontani Colombo verso l'America o
Galileo nel cielo, entrambi al ritorno saranno del pari disconosciuti;
che Empedocle sparisca dentro l'Etna o Andrée al polo, la loro passione
serba alla gente il medesimo segreto: altri li seguiranno per cammini
diversi, ad altri più infelici ogni cammino sarà precluso senza che la
tragedia umana muti per oscurità di silenzi o per splendori di gloria.

Adesso che egli è partito, il cuore di molti lo insegue nella rapida
corsa verso quella spiaggia scandinava, alla quale si dondola il
vascello dell'eroica scoperta. Già l'estate ed il giorno cominciarono
anche al polo; i cani esquimesi sono in viaggio verso il convegno, il
mare di Kara aperto come quello delle altre terre, e i suoi venti e le
sue acque, che sanno il segreto tremendo, mormorano misteriosamente.
Bisogna affrettare la partenza. Quei pochi, i quali chiesero indarno o
solamente desiderarono di partecipare all'impresa, si aggirano col
pensiero intorno alla nave, guardando, sospingendola come i prigionieri
fanno intorno alla carrozza, che li sottrarrà agli occhi insolenti della
folla; anch'essi hanno fretta che la _Stella polare_ si perda nella
lontananza del mare col loro sogno, perchè a loro soltanto è dato sapere
quale dolore possa venire da un rifiuto, e quanta nuova solitudine cada
sopra un'anima, che non potè partire per un viaggio senza ritorno.

Il duca non lo sa.

Il suo spirito sentirà tuttora i fremiti tormentosi dell'orgoglio come
in un mattino di battaglia, quando il calpestìo dei soldati pare già un
murmure di applausi, e le bandiere fluttuano, i cavalli nitriscono,
l'aria vibra, il sole splende. Dietro di lui i monti scandinavi
nereggiano nelle verdi profondità; dinanzi il mare ha un azzurro diverso
dall'azzurro italiano, mentre le sue piccole onde rompendosi susurrano
altre parole, e gli uccelli vi battono l'ali con dissimile volo. Intorno
a lui la vita dei pochi compagni ferve intensamente; già fra essi
scemarono le differenze di grado: una secreta fraternità, quasi una
prima ebbrezza, mutò qualche cosa nei loro modi e nei loro accenti. I
giorni e le notti si fanno più brevi al lavoro e lunghe all'attesa;
un'attenzione di pericolo vigila ogni preparativo; ciascuno scruta ed
avvisa; il duca ascolta e ordina; tutte le volontà sono tese nella
battaglia già incominciata, nell'orgasmo della sfida, che si rinnova ad
ogni minuto. L'Italia, il mondo, sono lontani: forse qualche ricordo
ritorna sui cuori come una nuvola sul mare; ma subito una voce di
appello, un gesto frettoloso di comando, un urto improvviso di
difficoltà sospendono o precipitano tutte le forze ad un intento,
restringendo quasi in una sola le loro vite. Come saprebbero essi quella
di coloro, ai quali nessun viaggio sorride più? Forse qualcuno aveva
voluto andare al polo per uscire dal mondo attraverso una solitudine
vuota come il proprio cuore, immutabilmente silenziosa. La morte non è
spesso abbastanza diversa dalla vita per potervisi rifugiare. Talvolta
prima di arrivare ad essa bisogna sopportare l'ultima degradazione,
sentendosi intorno nel disprezzo, forse nel trionfo degli altri,
l'intollerabile caparbietà di una ingiustizia, che ci provoca a nuove
rivolte e profana il nostro coraggio. Nella suprema vittoria della morte
si mescola quindi una ignominia di sconfitta: ascoltiamo anticipatamente
i giudizi di coloro, che crederanno di aver saputo abbastanza di noi per
fare il processo alla nostra agonia colla superbia di uno spettatore, al
quale ogni tragedia non offre che un nuovo tema di conversazione, perchè
il suicida ha quasi sempre torto per tutti, anche se la sua morte fu un
delitto di altri. E allora diventa troppo triste sapere prima che il
nostro cadavere resterà in ostaggio alla volgarità degli amici e dei
nemici!

Così qualcuno non osa più morire.

Meglio partire per una guerra, quando le piazze tumultuano di
entusiasmo, e mascherato da fantaccino cadere fra lo schianto di una
battaglia; o uscire silenziosamente una notte dalla propria casa,
attraversando la piccola città oscura, e salire sul primo treno senza
rivolgere la testa. Perchè rivolgerla? Chi salutare? Coloro, che sono
amati, non partono per la morte: coloro invece, che partono per la
gloria, sanno di essere attesi. Tanto meglio per loro. Ma vi è qualcuno,
il quale da tempo non crede e non spera più.

Anch'egli aveva pregato un amico di ottenergli dal duca un invito,
sapendo di meritarlo e che nullameno gli sarebbe negato. Invece fu
peggio. L'amico ed altri, deputati e senatori, che credevano di
conoscerlo per aver letto i suoi libri, giudicando impossibile tale
domanda, lo sconsigliarono dal viaggio troppo pericoloso perchè l'onore
di scriverne i commentari fosse una scusa sufficiente. A che cercare
infatti un motivo letterario al polo? Essi non avevano capito. Lo
scrittore aveva già mandato alla Nuova Antologia un articolo sopra
Andrée, colla fanciullesca lusinga che il duca nel leggerlo potesse
intenderne l'appello supremo: ma invece l'articolo non era stato ancora
stampato.

Bisognava tacere e restare.

Mentre il duca partiva da Roma, lo scrittore tornava in bicicletta alla
propria villa, sotto un crepuscolo piovigginoso. La stretta valle,
asserragliata nel fondo da un ciclopico muraglione di gessi, pareva
singhiozzare nella sera: gli alberi ancora stillanti lasciavano cadere
lagrime sonore ad ogni soffio di vento sulla strada deserta e fangosa.
Poi l'ombra crebbe sospendendo lunghe gramaglie a tutti i rami; alcuni
uccelli si richiamavano fra le siepi con brevi strida trepidanti. Egli
non veniva da lontano, ma era stanco: vide dallo scorcio del ponte, sul
fianco della propria villa, il profilo squallido della torre, e il nero
antico cipresso solitario, quasi più alto di questa. Quando giunse sul
prato, un fanciullo, solitario anch'esso, guardava coi grandi occhi
pensosi la sera dallo scalino della porta. La tenebra era già nella casa
silenziosa: lo scrittore appoggiò la bicicletta al muro, e tornò
indietro. Il suo pensiero era invecchiato sotto quella torre, nella
quale i topi famelici avevano più di una volta distrutti i piccioni, che
vi nidificavano: adesso qualcuno di questi, uscendo da minuscole casette
incastrate nella facciata, volava ancora per l'aria grigia fra le
rondini delle grondaie: le galline si erano rifuggite nel pollaio: solo
il grande anitrone muto, rimasto vedovo nell'inverno, stava immobile fra
l'erba alta del prato. La sua testa, diventata quasi bianca su tutto il
corpo nero, si scosse appena, mentre la bocca gli si apriva ad un rauco
soffio di saluto; poi, dondolandosi pesantemente sulle palme, rientrò
nella stalla vuota.

La casa era anche più triste della sera: lunghi brividi passavano per la
campagna.

Non vi è ora più mesta del tramonto per coloro che non sanno ove andare.

Il pensiero dello scrittore fuggiva lontano per quell'ombra verso la
spiaggia oscura, alla quale correva in quell'ora il duca degli Abruzzi.
Perchè questo principe giovane, quasi bello, aveva voluto esulare dal
mondo, mentre la primavera raggiava tutta intorno di sorrisi, e le donne
gli apparivano ancora dentro l'incanto del desiderio? Quale profondo
dolore, quale eccelsa gioia gli aveva detto la propria irresistibile
parola? Era partito per tornare, o come Andrée cercava al polo la
bellezza segreta di una morte lungi da ogni volgo? Certamente per i suoi
compagni l'avventura non aveva altra seduzione che l'originalità dei
rischi e l'ammirazione della gente, alla quale ogni grandezza diventa
spettacolo ed ogni grand'uomo un attore; ma difficilmente la vanità
dell'applauso basta a destare in un'anima la passione di Prometeo. I
capitani delle inverosimili conquiste, gli argonauti dei mari
misteriosi, tutti i profanatori del secreto, che ricinge la nostra vita,
si sentirono nelle lunghe ore della preparazione sospingere dal soffio
gelato della morte; l'amore stesso l'invoca nel delirio supremo e,
mentre le fiamme dissolvono la sua ultima impurità, vorrebbe vanire
nella pura luce bianca dell'empireo.

Ma forse il duca non volle salpare che verso la gloria più lontanamente
difficile agli occhi di tutto il mondo.

Nel suo cuore di soldato ferveano profonde ed eroiche le memorie degli
avi discesi come uno stormo di falchi dalle torri di Morienna su le
valli alpine a ghermirvi ferocemente corone marchionali e principesche:
e poichè nella prosaica vita moderna nessuna bella avventura è concessa
alla fantasia di un principe, cercò al di là di ogni confine, nel
mistero del polo, la più intrepida ed inutile delle umane conquiste. Già
con pochi compagni un anno prima aveva valicato l'Atlantico per salire
la cima dell'Alaska, un immenso cono di pietra e di ghiaccio, indarno
tentato dalle più temerarie superbie di America, senza altro scopo che
di respirare lassù, dove nessun uomo aveva ancora respirato,
piantandovi, simbolo effimero di trionfo, la bandiera antica dei Savoia.
Ma il polo l'affascinò. L'esploratore Nansen, reduce dal più ostinato e
fortunoso dei viaggi verso l'irraggiungibile meta, gli apprese in lunghi
racconti tutte le meraviglie di quel mondo, nel quale la notte è così
simile al giorno, e il silenzio così puro sull'immacolato candore del
ghiaccio.

Tutta la nostra vita finisce lassù: nessuna traccia vi significa
l'immensa tragedia del nostro pensiero; la natura stessa vi si nascose
dentro una armatura di cristallo, sulla quale la luce si rompe in baleni
silenziosi.

Tratto tratto l'armatura si fende e un'acqua scorre fra vitree pareti,
che tosto un soffio più gelato rinsalda con un fracasso di macigni
lanciati da una catapulta su muraglioni frananti. Qualche orso più
bianco di quella solitudine vi erra come un fantasma dentro un sogno,
raddoppiandone il mistero. Come vivono gli orsi lassù? La loro fame per
quanti di quei crepuscoli senza giorno e senza notte si allunga? Che
cosa cercano sulla immensa lastra di quel deserto? Talvolta fra le
spaccature dell'immenso specchio appare una foca dalla faccia rotonda di
donna, battendosi con ingenua civetteria le larghe e brevi mani sul
ventre, mentre guarda coi grandi occhi buoni, che sanno anche piangere.

Tal'altra una procellaria, messaggiera misteriosa, passa come un soffio
e dilegua. Dove? Che cosa vi è al polo? Lo ha essa attraversato? Il polo
non è una tentazione che per noi, e, come tutti i misteri, rivelandosi
non ci toglierà che una illusione: non importa. Meglio lassù a fianco
dei cani, che tirano le slitte cariche delle ultime provvigioni per
quella landa rotta da canali, sbarrata da trincee di ghiaccio,
respirando un'aria a cinquanta gradi sotto zero, colle lagrime
incastrate dal gelo negli occhi come i dannati della Caina, che qui nel
verde insopportabile di questa valle, senza amore, senza gloria,
nell'ozio del pensiero, nel deserto della propria anima!

Io pure sognavo, mio principe, di venire con voi.

Tutta una notte di questo inverno il mio spirito aveva gridato dietro
Andrée, l'eroe bello, volato a quel medesimo polo, cui vorreste giungere
coll'industre coraggio e colla instancabile pazienza del pellegrino; ma
scrivendo pensavo a voi, come all'amico atteso tutta la vita per
compierne finalmente l'ultima solenne giornata. Prima di voi, meglio di
voi, avevo rifatta col pensiero la strada di tutti coloro, che vi si
erano perduti o n'erano ritornati: sempre, ne' miei giorni più vuoti e
nelle mie notti più lunghe, erravo per quella solitudine senza cercarvi
una meta. Se per la fede di quelle pagine, che non leggerete, mi aveste
detto: — Venite, siate l'aedo della mia nave — forse nel tremito della
riconoscenza vi avrei confessato la menzogna. Non ho saputo essere il
poeta di Andrée, non potevo diventare il vostro: bisogna credere alla
bellezza della vita perchè l'amore ci ascolti, o almeno a quella della
morte perchè la gloria ci risponda. Io non sono un poeta, non ho più
nell'animale speranze che cantano, non mi veggo più dinanzi i fantasmi
che insegnano la strada.

Nullameno vi avrei seguito lassù inutilmente: che cosa avrei infatti
potuto trovarvi? La mia gloria era altrove, e l'ho vista sparire adagio,
per sempre, in una lontananza ben più incerta, in un crepuscolo ben più
triste di tutte le aurore boreali. La verginità del polo non vale per me
più che una verginità di donna o di casa; comprendo la compiacenza di
entrare primo per incidervi il proprio nome, ma il mio orgoglio non ne
palpita più dopo l'ultima abdicazione. Come quei pellegrini, che durano
a camminare, giacchè, fermandosi, non vorrebbero più alzarsi, vi avrei
accompagnato fedelmente per aiutare la vostra costanza colla mia
indifferenza, o per aprirvi la solitudine del mio cuore il giorno che
quell'altra vi avesse fatto paura.

Forse voi non sapete ancora che cosa sia il deserto.

Se quell'illustre deputato, vostro amico, avesse osato parlarvi di me
prima che i modi statuiti all'impresa vietassero di aggiungervi un
inutile scrittore, ieri sera sarei balzato in sella verso la città ove
nacqui, e nella quale non abito quasi più. L'anno passato vi era ancora
un buon ragazzo, il mio maestro di bicicletta, che morì anche col dolore
di non averne mai potuto possedere una. Non so perchè, ma sento che
sarei andato a deporre la mia sotto la sua finestra, in quel giardinetto
presso l'antica stazione della ferrovia. Il villino, non più suo, adesso
è vuoto, riverniciato, azzimato quasi per la festa di un nuovo effimero
lusso; ma veggo ancora all'ultima finestra del pianterreno, a sinistra,
quel povero ragazzo scarno, coi grandi occhi infossati, il giorno che
andai a mostrargli la mia nuova _Prinetti_. Nelle sue pupille bruciò un
lampo di desiderio, ma il suo sorriso fu senza invidia. Poco dopo morì
come un uccello: egli era il mio piccolo compagno, l'ultima innocenza
della mia vita. Quante volte non sono partito dalla città col cuore
superbamente chiuso, perchè non v'entrasse l'umiliazione di essere così
solo! Allora credevo che alla mia anima basterebbe la gloria come un
altro amore più vasto e più luminoso, con le medesime tenerezze e i
profondi abbandoni. Ma nemmeno questo fu vero. Sarei quindi partito col
primo treno, nascondendo la testa nell'angolo di qualche compartimento
vuoto per non riaffacciarmi allo sportello, quando il sibilo della
vaporiera mi avrebbe sferzato l'orecchio come un supremo sarcasmo.

Che importa, purchè l'ultimo?

Anche questa mattina piovigginava. I primi colli dell'Appennino, dietro
i quali è passata quasi tutta la mia vita, sarebbero fuggiti nella luce
crepuscolare davanti al finestrino del vagone come per una incertezza di
sogno; avrei sentito coll'instintivo terrore di una novissima sensazione
l'anelito violento della locomotiva, i suoi crolli cupi sui ponti, lo
scricchiolìo de' suoi ondeggiamenti nelle curve, tutto l'impeto della
sua forza costretta dalle rotaie e che rugge per la caminiera, ansa e
trema, fuma e fischia. Lungi, lungi è la meta, più lungi ancora dilegua
il passato. I campi verdi, i colli violacei, le stazioni, le città
vaniscono nella corsa davanti al pensiero fiso sull'immenso deserto
polare: lassù è la meta, lassù il silenzio, lassù la solitudine, che gli
uomini non potranno mai profanare. Voi non riuscirete, mio principe, a
segnarvi una strada: la vostra idea non vi passerà che come la
procellaria sopra una linea invisibile, il vostro piede non vi lascerà
un'orma più precisa che il piede di una volpe bianca. Se qualcuno dei
vostri compagni morrà, gli taglierete nel cristallo una tomba diafana,
dentro la quale dormirà incorruttibile nei secoli: v'inginocchierete a
pregare; poi i cani si rialzeranno per tirare le slitte, e che il vostro
Dio vi accompagni! L'inverno è pronto e lungo lassù: raddoppiate il
coraggio, non abbiate pietà dei cani nè di voi stesso, perchè i giorni
dell'ultima spedizione vi saranno contati come a Nansen. Come a lui, gli
abiti vi diventeranno di vetro nel giorno, e quel vetro ridiventerà
acqua dentro il sacco di pelle, nel quale vi caccerete la notte per
dormire: i vostri cronometri si guasteranno, vi mancheranno le
provviste, dovrete nutrire i cani vivi coi cani moribondi, nutrirvene
voi stesso; vi si romperanno la tenda e il canotto, e, come a Nansen,
non vi resterà che un compagno, una carabina, qualche cartuccia e la
lampada del fornello. Andate, andate, la meta è ancora lontana: forse
Dio, che vi aspetta lassù, disse misericordiosamente alla Morte di
venirvi incontro.

Dove è morto Andrée?

Nessuno lo sa.

Ma allora imparerete perchè volle morire, non lasciandosi dietro, fra
noi, che uno stupore di sogno.

Forse io non avrei potuto seguirvi fino là: non sono più giovane, non so
nuotare, pattinare, remare, tiro male di fucile, non ho provato che un
freddo di diciotto gradi, l'anno nel quale morì la pineta di Ravenna.
Hanno avuto ragione coloro che non vollero chiedervi per me un invito:
per accompagnarvi lassù bisognava meritarlo altrimenti che per qualche
libro stampato o per non sapere più dove andare. Si può soffrire anche
qui al cuore un freddo più intenso che al polo; vi è anche qui un
deserto nel quale si è sicuri di rimanere soli; si può anche qui
camminare verso una meta irraggiungibile.

Vincitore o vinto, voi potete tornare, mio principe: io invece avrei
dovuto restare lassù, e probabilmente voi solo vi sareste qualche volta
ricordato di me.



CHECCO


Erano venuti a chiamarmi nel piccolo caffè.

— Checco, il suo falegname, si è ammazzato bevendo un bicchiere di
vetriolo!

Corremmo fuori nella notte oscura e piovigginosa. Parecchi capannelli si
erano già formati nel breve viale delle acacie e parlavano
sommessamente; alcune donne erravano di gruppo in gruppo; laggiù dinanzi
alla casetta illuminata dal raggio obliquo dell'ultimo fanale la gente
si addensava.

Per la scala dritta ed angusta uomini, donne, fanciulli si strinsero al
muro silenziosamente per lasciarmi passare, mentre dall'uscio aperto
della cucina usciva un confuso rumore di voci e di passi.

Egli stava nell'altra stanza rattrappito sopra una cassa nera, col volto
schiacciato quasi nel muro per sottrarsi alle insistenze del medico e
della vecchia madre, che volevano fargli trangugiare un bicchiere tutto
bianco di una spuma vischiosa. Vidi subito che si teneva strette
convulsamente le mani sullo stomaco.

— Ah! lei, — esclamò il dottore, levandosi il capello, per venirmi
incontro colla solita rispettosa cortesia.

Lo guardai negli occhi: egli ammiccò come per dire:

— Spacciato! —

Intanto la vecchia, quasi distesa sul figlio, guaiva sottilmente,
tirandolo per le spalle perchè si voltasse.

— Prendilo, prendilo!

— Provi lei, — mi disse il dottore.

— Ma se è inutile! — risposi con un gesto.

— Lo so, tuttavia.....

— Checco! — chiamai, mettendogli una mano sulla spalla.

Egli mi riconobbe alla voce e si voltò. Il suo volto triste e grinzoso
era senza dolore, ma ne' suoi occhi mi parve già di vedere un'altra
luce.

— Lasciatemi stare, — mormorò con una strana dolcezza nella voce,
facendo uno sforzo visibile per rimettersi seduto sulla cassa; ma
dovette portare vivamente la mano sinistra sul ventre, come per frenarvi
la contorsione di uno spasimo.

Intanto nella cucina la folla seguitava a crescere, si udiva il suo
scalpiccio e le voci si alzavano tratto tratto per ricadere
improvvisamente in un silenzio pieno di soffi. Due o tre teste
spuntarono curiose dallo spigolo dell'uscio.

Senza parlare gli misi il bicchiere sulla bocca, egli la spalancò come
un bambino e si lasciò ingollare tutta quella miscela, tenendo gli occhi
chiusi: poi con un cencio di fazzoletto cercò di pulirsi i baffi, mentre
la vecchia gli asciugava col grembiule le bolle di schiuma cadute sui
calzoni.

— Prendine un altro bicchiere, — insistè il medico.

— È tardi.

— Che t'importa allora? puoi contentarci, vado a prepararlo.

Anche la mamma gli andò dietro con quel tremito di paralisi, che rendeva
più doloroso il suo piccolo corpo contorto dalla vecchiaia come uno di
quegli sterpi senza foglie, dalla buccia screpolata: pareva camminare
senza vedere alcuno.

Rimanemmo soli.

— Ma perchè, Checco, perchè? — proruppi, quantunque avessi già capito
tutto.

— Non c'era più strada, padrone!

— Perchè?

— Quando non c'è più strada.....

— Ti puoi essere ingannato. —

Si contentò di stringersi nelle spalle.

— Quanto vetriolo hai bevuto?

— Abbastanza.

— Quanto?

— Quattro dita, perchè non andava giù: mi ha bruciato subito. —

Lo sentii fare uno sforzo colla lingua.

In quel momento rientrava il medico con un altro bicchiere egualmente
pieno e spumante.

— Via, ancora questo: che cosa credi che sia? C'è qui il signor Alfredo,
il quale lo sa anche lui: è magnesia usta, sbattuta nell'albume di uovo:
non c'è altro per neutralizzare gli effetti dell'acido sullo stomaco.
Devi soffrire come un cane: non soffri? —

Infatti non pareva.

— Eppure ne hai bevuto parecchio! —

Così dicendo, depose il bicchiere sulla cassa e andò a prenderne un
altro dall'unico povero canterano a fianco del letto.

— È solfato di rame, — seguitava accalorandosi nella dimostrazione con
una cadenza sempre più marcata nel suo accento napoletano, mentre dalla
fronte calva gli colavano grosse righe di sudore. — È quel medesimo
solfato, che si usa per le viti e per pulire le botti; forse non è molto
puro, ma guardi. —

Ne versò sopra un mattone del pavimento poche gocce, che vi fecero
subito una larga chiazza nera.

— S'immagini poi nello stomaco; egli ha bevuto da quasi tre quarti
d'ora.

— È tardi, — ripetè ancora Checco.

— A ogni modo bevi questo secondo bicchiere di magnesia.

— Perchè? —

La sua indifferenza finì coll'impressionare anche il dottore: io
guardavo ed ascoltavo, sentendomi tremare dentro.

— È finita, lo sa anche lei, mi lascino stare.

— Allora ti ordino un po' di ghiaccio: devi bruciare.

— Ho le fiamme.

— Còricati.

— Mi lascino qui sulla cassa.

— Vuoi che ti mandi via tutta la gente? — gli dimandai.

— Sì, padrone, grazie. —

Uscii col dottore, traendomi l'uscio dietro: la gente tacque.

— Fatemi il piacere di andarvene tutti: il caso è grave, restiamo qui io
e il dottore: uno solo vada a prendere del ghiaccio.

— Io! — gridò la più grandicella delle nipoti, una fanciulletta alta,
secca, snella, scalza, con due grandi occhi luminosi.

— Va' — le insegnò il medico, — a nome mio da Barabba e digli che domani
mattina gli consegnerò io stesso il biglietto. —

Costui aveva in affitto anche la ghiacciaia del comune, e doveva dare
gratuitamente il ghiaccio ai malati su ogni richiesta del medico.

La cucina cominciava a vuotarsi.

— Morirà? — mi chiese a bassa voce Tonio, un altro falegname.

— Certo, — rispose seccamente il dottore.

Ma sul pianerottolo un gruppo di ragazzi si ostinava curiosamente senza
nè sentire, nè capire nulla nel triste dramma di quella casa anche più
triste. Le loro facce giovanili e brutte tradivano anzi quella
inconsapevole compiacenza di essere vivo e sano, che quasi tutti provano
davanti alla morte di un altro, specialmente se egli stesso volle
morire. Infatti nessuno fra la gente, che un momento prima riempiva la
cucina, aveva espresso un sentimento di rammarico: erano stupiti del
caso e se lo spiegavano reciprocamente con qualche parola e con gesti
vaghi di condanna.

— E poi? Che cosa ha fatto? Perchè farlo? —

Una irritazione quasi di collera metteva tratto tratto uno stridore
nelle loro domande: quindi se ne andarono per rispetto mio; altrimenti
sarebbero rimasti come in piazza, con quella curiosità che il rischio o
il dolore dello spettacolo sembrano rendere a mano a mano più cattiva.

Quando chiusi l'uscio, le ragazze precipitarono sgattaiolando per le
scale.

Il dottore guardò l'orologio.

— Che ora è?

— Le nove: io non ho più nulla da fare qui. Veda lei di persuaderlo a
bere questo secondo bicchiere, forse a lei non osa dire di no; ma in
ogni caso, anche se lo beva, la cosa non muterà. Come vuole mai che la
magnesia possa impedire gli effetti dell'acido dopo mezza ora? Adesso
metà, dello stomaco deve essere già bruciata, distrutta: poi avremo il
vomito.

— Dovete cenare ancora?

— Sì.

— Andate, dottore, resto io.

— Vado e torno subito: se sopraggiunge un qualche fenomeno, mi faccia
chiamare. —

Ma la vecchia, rimasta immobile sopra una sedia tutto quel tempo, scattò
subitamente e venne ad afferrarlo per il pastrano.

— Non morirà eh!? — gridò agitando la povera testina rugosa di scimmia:
— che cosa ha poi bevuto?

— Lo sapete pure, me lo avete detto voi stessa, — rispose con un sorriso
il dottore.

L'altra rimase interdetta, e il dottore ne profittò per uscire. Io la
guardavo. Quel tremito nervoso, quasi di paralisi, le dava una certa
vita, mentre negli altri giorni la si vedeva passare come un'ombra lenta
e silenziosa, con due occhi opachi nel viso sucido e sgualcito.
Bisognava fissarla attentamente per riconoscerle una faccia.

Nella piccola cucina, appena illuminata da un mozzicone di candela
dentro un candeliere di legno, v'era un lettuccio, sul quale doveva
dormire lui, una tavola sgangherata nel mezzo, uno sgabello da bambino
sul focolare spento, e alcuni piatti e dei bicchieri sopra un asse nel
muro. Riconobbi per terra la grande sporta rotta delle sue armi da
falegname quando andava a giornata: un tegame di fagioli, con dentro un
cucchiaio dritto nel mezzo stava sul cammino accanto al candeliere di
legno.

La vecchia si tastava le saccocce.

Credetti di capire, e siccome avevo dei soldi nella tasca dei calzoni,
gli diedi tutti, poco più di una lira: ella accettò senza rispondere, ma
seguitava a frugarsi.

— Ecco — esclamò abbassando paurosamente la voce: — mi ha detto di
portarla domani mattina all'esattore; ci guardi lei. Checco è sempre
stato un galantuomo. —

Era una lettera scritta a matita sopra un pezzo di carta turchina
piegato alla meglio.

— Vi sono i suoi debiti, e poi tutti quelli, che ha dovuto fare per le
tasse della casa: sono sei mesi che non paghiamo più le tasse, ci
porteranno via la casa. —

Non sapevo che rispondere: quelle poche righe tracciate da una mano
tremante ed inesperta non spiegavano nulla. Vi potei appena leggere
qualche cifra e qualche nome.

— Vedrà, vedrà che ci porteranno via la casa, adesso. —

Egli medesimo infatti mi aveva più volte parlato di questa paura, la più
crudele di tutta la sua vita dopo che la dote data alla prima sorella lo
aveva costretto a mettere una ipoteca su quel tugurio: poi i debiti
erano naturalmente cresciuti sino a rendergli impossibile di pagare
anche la piccolissima tassa. Benchè sapessi tutto questo da gran tempo,
n'ebbi una nuova dolorosa impressione.

— Intanto Checco morirà!

— Speriamo di no — risposi senza un motivo.

— Chi lo sa!? Gli altri otto sono morti uno per uno — seguitava con voce
fischiante, mentre una smorfia simile ad un riso pazzo e silenzioso le
stirava il viso: — noi poveretti dobbiamo morire come le mosche dal
freddo; anche il mio uomo è morto così, poi Natalino, Palita... Che cosa
è stato? Se Checco non beveva quel mezzo bicchiere, poteva stare qui in
casa sua: invece ci porteranno via la casa, ugualmente. —

Uno scoppio di pianto senza lacrime l'arrestò, ma in quel medesimo
istante udimmo Checco scendere dalla cassa e camminare.

— Nasconda, nasconda, l'altra susurrò precipitosamente correndo
all'uscio.

Egli parve contento che la cucina fosse vuota; ma era orribilmente
pallido.

— Vado a letto.

— Aspetta che ti aiuto.

— No, se ne vada anche lei, la ringrazio tanto, signor Alfredo. —

Capivo che si vergognava di lasciarmi vedere le lenzuola e tutta quella
miseria del letto; però finsi di non accorgermene. Era quasi caduto sul
cuscino sotto la violenza di uno spasimo, che gli torceva le viscere: lo
aiutai a trarsi la giacca, i calzoni, e stavo per inginocchiarmi, quando
s'intenerì ritraendo i piedi perchè non gli slacciassi le scarpe.

— Eh! via, sciocco, non lo faresti tu per me? —

Ma colle mani tremanti vi misi troppo tempo: poi, adagiandolo sul letto,
ricopersi il lenzuolo con quel cencio di coperta e un altro cencio di
mantello ammucchiato sopra una sedia. La notte diventava fredda; la
vecchia, per fare qualche cosa, tentò di rimboccare la coperta meno
larga del letto.

— Hanno portato il ghiaccio? — egli chiese.

— Non ancora: forse la bambina non ha trovato subito Barabba: vuoi
dell'acqua?

— Sì: mi pare di avere nello stomaco un gatto vivo che graffii. —

Bevve, chiuse gli occhi e si calmò.

La vecchia era andata a rincantucciarsi dietro il letto sopra un sedile
così basso che quasi non la vedevo più: qualche goccia batteva ancora
contro le imposte della finestra, e dal mozzicone della candela un filo
lungo di fumo saliva per la parete sucida. Egli tremava: gli misi una
mano sulla fronte sempre così umida e lo sentii rannicchiarsi come se un
freddo gli passasse sotto le carni malgrado la fiamma, che lo bruciava.

Cercava di stringersi quelle poche coperte addosso.

— Hai freddo?

— Bisogna che abbia freddo, se ho da morire.

— Aspetta, cercheremo qualche cosa da metterti sopra.

— No: che ora è?

— Saranno le nove e mezzo.

— Nove, dieci, undici... sarà per le due o le tre. Perchè non fuma? Si
metta almeno a sedere, se non vuole andare via. —

Appena fui seduto, si rattrappì e volgendosi dal mio lato con quel
sorriso inesprimibile tornò a dire, ma la lingua gli si impastoiava:

— Non m'importa più di nulla, purchè muoia! Ma tutta quella gente mi
dava un gran fastidio. Meno male che sono andati via! Se avessi potuto
pensarci, mi sarei ingegnato in un'altra maniera.

— Dimmi la verità, lo hai fatto perchè il conte ti ha cacciato dal
paretaio?

— No. Lo hanno raccontato anche a lei? Sono stato io, che ho voluto
venir via; egli invece mi trattava bene: su questo non mi posso lagnare,
ma la cosa non andava più avanti. Lei mi capisce, — proseguì,
scrutandomi negli occhi per sorprendervi un segreto non meno doloroso
del suo: — erano dei mesi che avevo deciso, poi martedì mattina alle
dieci, quando il conte è entrato nel casotto del paretaio, ho sentito
che dovevo finirla. Non dormivo più, benchè nella casa potessi bere
quanto volevo: mi davano anche del vino buono. —

Le ultime parole si perdettero in un borbottio quasi rantoloso.

— Poi a casa hai sentito di non essere più a casa tua.

— Proprio così. —

Fece ancora uno sforzo colla lingua come se vi avesse qualche cosa, che
non andava giù.

— Potevo farlo subito: invece l'ho fatto questa sera dopo le otto.

— Disgraziato!

— È stato così.

— E non pensavi alla tua vecchia, alle tue nipoti? —

Egli non parve turbarsi.

— Qualcuno aiuta sempre sino a quel certo punto: dopo non c'è più
strada, e addio! —

Ma pronunciò questa suprema parola come le altre. Un'ammirazione lucida
e fredda mi veniva dalla sua indifferenza. Capivo che egli doveva essere
passato per tutti i gradi del dubbio e della resistenza prima di
arrivare a quella calma estranea alla vita. Tutto quanto vi aveva
sofferto, si era già allontanato da lui: adesso nella morte non provava
che l'ultimo imbarazzo della partenza, mentre gli spasimi stessi
scemavano, e nel pallore della faccia tranquilla la sua fisonomia
mutava.

Le due fanciulle entrarono precipitosamente colla sporta.

— Ecco, zio, — disse la maggiore, salendo sopra una sedia a prendere un
piatto, e mettendovi dentro due o tre pezzi di ghiaccio.

Piangeva ancora; egli sorrise, e se li cacciò avidamente in bocca.

— Zio, come stai?

— Bene, andatevi a letto, anche tu, mamma: ci vedremo domani mattina.
Non ho più nulla, è passata. —

Invece la lingua sempre più enfiata dalle bruciature gli si muoveva a
stento dentro la bocca: la vecchia e le due piccine, sospese per non
sapere cosa fare, mi guardavano con soggezione.

— Ti chiami Lisa? — domandai alla maggiore: — va' subito nella bottega
del bolognese a prendere due candele: a momenti sarà qui il pretore.

— Il pretore! — egli ripetè sussultando: — e perchè?

— Non te lo immagini? Verranno a fare il processo verbale: il brigadiere
non è già venuto?

— Sì, quasi subito, — rispose Lisa dall'uscio.

Avrei voluto gridarle di mettersi le scarpe, ma temevo che non le
avesse: l'altra piccina si era cacciata sotto il camino, guardando da
quell'ombra con due grandi occhi lucidi. Anch'essa era scalza, colle
sottanine in brandelli, ma non piangeva.

— Tarderà molto il pretore? —

Udimmo parlare sotto la finestra.

— Eccoli che salgono! —

Infatti entrò col suo passo rigido, il cappello in testa, tutto chiuso
nel pastrano: il dottore, il cancelliere, il brigadiere. Lisa lo
seguivano. Forse non mi riconobbe subito e, venendo dritto a Checco, gli
chiese con voce dura:

— Ah! vi siete ammazzato?

— Sissignore. —

Poi mi riconobbe e salutò:

— Mille scuse, anche lei qui: che cosa è dunque accaduto? —

Non ebbi tempo di rispondere, perchè interrogò subito il brigadiere
seccamente, con tono quasi militare. La sua figura alta e sottile di bel
giovane in quel momento appariva sdegnosa.

— Lei era qui prima del signor avvocato?

— Sì.

— E ha potuto raccogliere che si tratta veramente di un suicidio?

— Lo ha confessato lui stesso.

— Vi siete voluto ammazzare, ne convenite? — si voltò di nuovo a Checco
con frase ed accento più marcatamente napoletano.

— Sissignore. —

Parvero tutti più tranquilli.

Intanto Lisa aveva messa la nuova candela nel candeliere, accendendola
al mozzicone: allora ci sedemmo. Il dottore, che si era accostato a
Checco, notò la sua spaventevole pallidezza e si volse al pretore per
dirgli:

— Eh! la cosa va innanzi.

— Bisogna spazzare qui, non vedi come tutto è sporco? — gridò quasi la
voce grossa del cancelliere a Lisa, mostrandole la tavola e i fogli
bianchi, che si disponeva a stendervi per scrivere. Tutti avevano il
cappello in testa meno io e il brigadiere: mi accorsi subito che il
cancelliere era mezzo ubbriaco secondo il solito, e che il pretore, un
novizio, sentiva crescere il proprio disagio in quella casa così
tetramente povera. Per fortuna il caso era tanto semplice che il
processo verbale ne sarebbe breve.

— Ostrega! — esclamò il cancelliere, veneto di Rovigo, corto e grosso,
che non riusciva a spianarsi sulla sedia spagliata: — scappo giuso per
il buco. —

Anche il pretore ebbe un breve sorriso.

Io ero tornato vicino a Checco. Lo vedevo rabbrividire sotto le coperte
con ambo le mani sullo stomaco, mentre gli occhi umidi di lagrime gli si
sbarravano in un ultimo sforzo. Egli non aveva previsto questa suprema
tortura della legge, che verrebbe ad interrogarlo e a fargli firmare il
verbale della propria morte: quindi tremava di dover rispondere a nuove
domande sul perchè di una simile risoluzione, e sopra i suoi rapporti
colla mamma e le due nipoti. Nella diffidenza dei poveri verso la legge
e i suoi rappresentanti, si figurava che volessero accusarle di
complicità in quel suicidio.

Mi strinse la mano borbottando:

— Glielo dica lei che sono stato io solo.

— Vi chiamate — cominciò il pretore: — scriva cancelliere: vi chiamate
Francesco Landi, non è vero?

— Sissignore.

— Anni?

— Quarantanove, del fu Leonardo.

— Avete la madre?

— Sissignore, Maria Bassi.

— Siete scapolo?

— Sissignore.

— Fate il falegname. Avete voluto ammazzarvi bevendo un bicchiere di
vetriolo comprato nella bottega del signor Roberto Altini colla scusa
che ve ne sareste servito per pulire una botte: avete detto questo al
brigadiere?

— È vero.

— Perchè vi siete voluto ammazzare? —

Egli, mi teneva ancora la mano sotto il lenzuolo, la strinse
convulsamente senza rispondere. Seguì un silenzio; si udiva tremare la
sedia, sulla quale la vecchia si era rannicchiata dietro il letto,
mentre Lisa, sfuggita nell'altra stanza, tornava a guardare dallo
spigolo dell'uscio.

— Metteremo miseria, si capisce, — disse il cancelliere bonariamente,
stringendosi il grosso naso nella mano sinistra, un gesto che gli era
abituale.

Tutti si guardarono: allora il medico si mise a spiegare la patologia
del caso, aiutando il cancelliere, che s'interrompeva spesso nello
scrivere per la difficoltà di stendere quel periodo, il più importante
del processo verbale. Ci vollero almeno cinque minuti: poi il pretore
chiese:

— E la prognosi, dottore?

— Non posso precisare, perchè sintomi di morte immediata non ci sono; ma
il caso non ammette dubbio. Non hai vomitato ancora? — si voltò a
Checco. — Questo sarà il sintomo decisivo della erosione e della
distruzione dei tessuti nello stomaco; se non accadono altre
complicazioni, probabilmente morirà per collapso.

— Potrà vivere qualche giorno?

— Non crederei: c'è da scommettere per domani mattina: però non posso
affermarlo.

— Scriva, cancelliere. —

Parlavano come se nessuno li ascoltasse.

La pioggia ricominciava a battere sulla finestra a piccole percosse come
di dita, che la tentassero, mentre il suo rombo discendeva col vento pel
camino: vidi la piccina raggricchiarsi sullo sgabello, chiudendo con
ambe le mani gli orecchi.

Finalmente avevano finito; anche il cancelliere si era alzato, tutti si
volsero per avvicinarsi al letto.

— Sapete firmare?

— No.

— Come! non sapete firmare voi?

— Non sa firmare, — risposi io seccamente.

— Faremo la croce. —

Era l'ultima parola.

Ma non partirono subito. Dovetti accostarmi; il pretore mi domandò
qualche altra notizia sul caso e sull'individuo; il brigadiere affermò
che era un buon diavolo, il quale si ubbriacava appena ne aveva i soldi,
e che la miseria doveva essere stata la causa del suicidio; il dottore
tornò ancora a spiegare il rimedio della magnesia usta e le probabilità
della morte, alla quale l'alcoolismo non era estraneo.

— Non si muore per bere, — affermò il cancelliere.

— Badate, — ribattè il pretore scherzando.

— La mi creda, sior pretore, non si muore per bevere. Vuole che andiamo?

— Ella resta, avvocato?

— Sì.

— Buona notte!

— Buona notte anche a voi, fatevi coraggio! —

Appena furono usciti, Checco schiacciò il volto nel cuscino per
soffocarvi un singhiozzo; ascoltammo il rumore delle loro parole e dei
loro passi giù per le scale, ma qualcuno risaliva. Era il dottore con
don Giovannino, il cappellano della parrocchia.

— Aspetterò ancora qui per vedere il vomito, — disse il dottore, mentre
don Giovannino colla faccia lunga e sparuta, restava nel mezzo della
cucina; poi mi sorrise timidamente.

— Chi è venuto a chiamarla lei? — domandò Checco borbottando con uno
sforzo penoso.

— Nessuno, sono venuto io stesso a vedere. —

Infatti non aveva preso nè la cotta, nè la stola, nè il mantello. Doveva
averlo mandato l'arciprete, trattandosi di un povero, dal quale non
c'era nulla da guadagnare, o forse anche era venuto spontaneamente come
un vecchio amico di Checco. Tutti gli volevano bene. Don Giovannino era
povero anche lui, non molto intelligente, più timido che sensibile; ma a
forza di stare frammezzo alla gente dolorosa finiva a recarle qualche
sollievo colla sua presenza così poco imbarazzante e la sua volontà
sempre passiva. Non aveva che il vizio del vino se qualcuno gliene
offriva, perchè tutti i suoi quattrini li dava alla vedova del fratello
suicidatosi cinque anni prima.

— Un po' di ghiaccio! — rantolò Checco scosso da una improvvisa
convulsione di vomito; si dibattè indarno e ripiombò colla testa sul
cuscino.

— Ci siamo. —

Don Giovannino rispose a questa parola del dottore con un gesto
d'interrogazione.

— C'è tempo: crede lei che si confesserà?

— Senza dubbio: Checco veniva sempre a messa la domenica.

— Bene! — concluse il dottore.

Invece Checco agitò la testa ad un cenno di diniego. Capii che, malgrado
la sua ingenua bontà, don Giovannino temeva che io potessi influire in
quel rifiuto: quindi lo rassicurai con un gesto. Allora si accostò.

— Vuoi che vada a prenderti il sacramento? Lo vuoi, Checco?

— Non importa. —

L'altro rimase interdetto.

Ricademmo in silenzio, il moribondo si era messo il piatto del ghiaccio
a fianco del cuscino e ogni tanto se ne cacciava un pezzetto in bocca
tenendo sempre gli occhi socchiusi. Doveva soffrire orribilmente, ma
resisteva. A un tratto sporse la testa dal letto fra uno schianto di
tosse simile ad un urlo, e vomitò finalmente una bava nera lunga, che
non gli si poteva staccare dalle labbra e colava adagio verso terra.

— È lo stomaco, — mormorò il dottore.

Io mi ero alzato per sorreggere quella testa diventata fredda quanto il
ghiaccio: poi tutta la pelle gli si cosparse come di una rugiada, mentre
colle mani seguitava a raspare sulla coperta. Ansò lungamente.

Quando si riebbe, la sua fisonomia era nuovamente mutata dentro un
pallore di vetro sporco: mi riaccostai per pulirgli il mento col
fazzoletto.

— Si è tutto sporcato, badi, — mi disse poco dopo con una tenerezza
nell'accento, che mi fece male, perchè la sua faccia rimaneva immobile
come una maschera.

La vecchia e le bambine circondavano il letto, don Giovannino era uscito
in punta di piedi, mentre il dottore sembrava aspettare un altro sforzo
di vomito.

Invece Checco si riadagiò sul cuscino, cercando di spianarvi la testa
per dormire. Mi pareva una cosa impossibile, ma credetti d'indovinare il
perchè di quel tentativo.

— Lasciamolo riposare: voi potete andarvene a casa, dottore: resterò qui
io.

— Perchè vuol rimanere solamente lei?

— Andate, fra pochi minuti tornerà don Giovannino; allora me ne andrò io
pure.

— Non c'è più niente da fare. —

Checco riaprì gli occhi.

— Andate, — ripetei quasi con tono di comando: — vi manderò a chiamare
se ne torni il bisogno. —

Egli, rimasto sino allora coll'intenzione di farmi un piacere, capì
forse qualche altra cosa nel mio accento ed uscì.

— Adesso a voi altre, — mi volsi: che cosa volete far qui? È tardi,
andate a letto. —

Lisa lasciò sfuggire un singhiozzo. Mi affrettai a troncare la scena,
spinsi le fanciulle e la vecchia verso il capezzale. Checco fece uno
sforzo per baciare l'una e le altre, poi richiamò la più piccina per
accarezzarla ancora sulla testa. Una fiamma gli si era accesa negli
occhi.

— A letto, a letto, come dice il signor Alfredo: ci vedremo domani
mattina, non ho più niente. —

Malgrado lo stento delle parole, che parevano un gorgoglio, si sarebbe
potuto crederlo persuaso della loro verità, tanto la sua faccia ed il
suo gesto erano sicuri, ma le donne rimanevano ancora lì nel mezzo, non
avendo forse capito quelle spiegazioni del medico e del processo
verbale. Poi Lisa scappò nell'altra camera a prendere il candeliere, e
si mandò innanzi la nonna coll'altra piccina.

Checco sospirò.

— Tutti quei signori ti hanno fatto soffrire, — dissi per deviargli il
pensiero.

— Coi poveri fanno sempre così; ma è finita.

— Vuoi che vada via?

— Lei, padrone!

— Don Giovannino tornerà a momenti: se hai bisogno di restare solo con
lui... —

Egli scosse la testa:

— Don Giovannino non capisce; ma anche lei sarà stanco.

— Sai pure che non mi corico mai che a giorno.

— Anche lei non dorme! —

Tornai a sedere accanto a lui.

Adesso non poteva quasi più parlare, e il suo volto ridiventato di un
pallore cinereo aveva già l'opaca fisonomia della morte: la fronte
pareva più alta, le guance gli si erano scavate, mentre i baffi fra i
grumi del vetriolo e della magnesia gli si arruffavano dritti ed
ineguali come peli di una vecchia spazzola. Eppure una volta era stato
un bel giovane. Me ne ricordavo ancora perchè aveva fatto per qualche
autunno l'uccellatore meco in un paretaio che non ho più; nelle altre
stagioni stava col babbo falegname, lavorava forse meno di lui, ma
capiva di più e beveva altrettanto. Era questo il vizio di tutta la casa
e che ne aveva fatalmente determinata la rovina: bevevano tutti,
campando come gli uccelli con una allegria negligente e trionfatrice
finchè la gioventù potè aiutarli. Checco il primogenito esercitava una
certa autorità, gli altri fratelli non avevano nè la sua intelligenza,
nè quel suo corpo robusto e ben fatto: sembravano anzi malaticci,
specialmente l'ultimo, che fu il primo a morire. Lo chiamavano anche in
casa «l'antico», triste nomignolo affibbiatogli dai compagni a scuola.

Infatti era come uno di quei vecchi senza barba e senza età.

A poco a poco la casa si era vuotata: la sorella maggiore se ne andò,
esigendo quella dote, che li costrinse a subire il primo debito e la
prima ipoteca; un secondo fratello aveva preso moglie, oziato,
mercanteggiato, bevuto, ed era morto lasciando agli altri la vedova e
tre bambine: un altro era finito nella Svizzera, un altro in America,
poi il babbo, una sorellina, una nipotina, tutti, meno Checco, che
rimaneva colla vecchia e quelle due fanciulle.

Egli aveva allora mutato: mentre prima andava a giornata nelle case dei
contadini e dei signori, per sorvegliare le piccine e guadagnare di più,
tentò di aprire bottega, e fu peggio. Perdette gli antichi avventori
senza acquistarne dei nuovi, la miseria gli crebbe intorno, lottò
indarno, a lungo, senza lavoro, quando non aveva più un soldo,
chiudendosi in quella cucina a piangere colla vecchia e le due bambine.

Quindi la sua fede e il suo amore si disfecero nella prova atroce.

Gli ultimi mesi, prima di mettersi come uccellatore col conte, aveva
cominciato a vendere le proprie armi da falegname per bere, ma andava
sempre nella stessa osteria della _Margheritona_, uno stambugio lercio
ed oscuro, a rincantucciarsi nell'angolo del camino senza parlare.

Un nuovo singhiozzo di vomito gli squassò la testa sul cuscino.

Don Giovannino era già rientrato, fermandosi quasi sull'uscio ad un mio
cenno. Passò ancora del tempo, non parlavamo. A poco a poco don
Giovannino si era seduto sopra una scranna vicino alla porta,
distendendosi sulle ginocchia la cotta e la stola, sopra la quale teneva
ritto il barattolo dell'olio santo.

L'orologio della piazza suonò le undici. Nell'altra stanza si udivano
russare tutte e tre, la vecchia e le piccine. Forse la stanchezza,
l'emozione, le avevano vinte, e il dolore della crisi era già passato,
oltre quella certezza che non c'era più niente da fare per Checco, il
quale, anche vivendo, non avrebbe alla propria volta fatto più nulla per
loro.

— Poverette! — egli mormorò avvicinandomisi colla testa.

Io solo stavo ancora con lui, mentre don Giovannino non aspettava che il
momento estremo per alzarsi e cominciare le preghiere della morte. Ma
Checco se l'era sentita venire incontro dal sonno di quelle tre
creature, per le quali aveva tentato invano di vivere gli ultimi anni:
anch'esse lo avevano già abbandonato.

Gli posi una mano sulla fronte.

— Debbo andarmene?

— Lei è l'ultimo: senta. —

Ascoltavo fremendo.

— È passato tutto! quando sarò morto, non vi deve essere altro, ecco!

— Vuoi che provi a mandar via don Giovannino? — dissi piano.

Evidentemente questi non poteva intenderci: io stesso stentavo a capire
il borbottamento doloroso di quelle parole.

Checco si portò una mano alla gola.

— Che cosa m'importa: sarà come quando andavo a messa... invece non c'è
niente. Se egli vuole, mi confesserò anche. —

Era un fremito della prima fede o l'ultima superiorità della sua
indifferenza dinanzi alla morte?

Fece ancora un gesto vago.

Nella cucina il freddo e il silenzio avevano mutato. La candela bruciava
sul camino, agitando lunghe ombre per la parete; la pioggia non batteva
più alla finestra, ma si udivano piangere le grondaie tristamente. Egli
moriva come aveva vissuto quegli ultimi anni, lottando contro un dolore
accanito, senza che un'anima rispondesse mai alle grida, che gli
salivano dal cuore e gli si arrestavano sulle labbra. Come quei nomadi
che si sdraiano per morire in qualche luogo sconosciuto senza la
speranza di riconoscervi alcuno, egli era già solo prima di essere
morto. Domani mattina la gente alzandosi chiederebbe curiosamente di
lui, a che ora era spirato, se si era confessato, e discuterebbe ancora
disapprovando; poi qualcheduno, forse un amico della giovinezza, si
darebbe dattorno per mettere insieme il danaro della cassa. Vi è sempre
chi si impressiona di questa estrema miseria: è più facile trovare dieci
soldi per seppellire un morto che cinque per curare un malato. La
vecchia e le piccine s'ingegnerebbero a cavare qualche profitto da
quella morte senza intendere la profonda tragedia. Egli le aveva amate
nell'ultimo tempo col fervore di quelli che, essendo soli, si attaccano
ad un altro magari più debole per non sentirsi abbandonati: se aveva
bevuto, aveva pure pianto rimproverandoselo mutamente, ma le resistenze
dell'anima sono anch'esse limitate, e spesso bisogna bere per non
piangere.

Mi ricordai l'ultima volta che lo avevo visto ubbriaco alla festa di San
Matteo, piccola fiera campestre per le aste da abbacchiare i marroni e
pei richiami da paretaio. Egli stava seduto sul parapetto del ponte in
mezzo alla gente, cogli occhi imbambolati: non vedeva alcuno, il suo
volto era di una tristezza insopportabile.

Mi fermai per offrirgli un sigaro toscano.

— Hai bevuto?

— Non basta più, padrone. —

Infatti aveva bisogno di morire.

Improvvisamente si contrasse sotto una più fiera violenza di vomito:
questa volta un fiotto nero gli eruppe impetuosamente dalla bocca; si
dibattè e qualche grido rauco gli sfuggì fra quei crolli, che parevano
spezzarlo. Anche don Giovannino accorse per sostenerlo; poi, vedendolo
disteso sul letto quasi cadavere, si mise con mani tremanti la cotta, vi
pose sopra la stola e cominciò le preghiere.

Nè la sua voce, nè la sua faccia esprimevano nulla: diceva quel latino
come avrebbe detto qualunque altra parola senza intenderla, come
l'indomani verso sera ripeterebbe altri versetti sulla bara. La sua
faccia era stanca, l'occhio assonnato.

Ma l'altro si rialzò ancora per cercare nel piatto un pezzo di ghiaccio.

Quanto avrebbe potuto durare in quella lotta? Perchè certe agonie sono
così inutilmente lunghe?

Mi stese la mano:

— Addio, padrone. —

Compresi. Mi chinai, gli presi con ambo le mani la fronte e vi deposi un
bacio.

Fuori nella notte buia ricominciava una pioggia minuta e silenziosa: un
cane tutto bagnato venne adagio ad annusarmi, e tornò indietro a testa
bassa. Il paese dormiva nell'ombra, rotta lontanamente dalla luce dei
due fanali a fianco del mercato, perchè l'altro, lì presso, sull'angolo
della casa, si era spento. Andai dietro la rimessa della corriera, in un
cortiletto, a battere sulla finestra di una stalla: un altro disgraziato
vi si è potuto finalmente ricoverare da qualche giorno per carità del
padrone, che non riuscì in questo semestre ad affittarla.

— Virgilio! —

Era desto, venne ad aprirmi nudo.

— Vuoi farmi il piacere di andare da Checco, il falegname: sai tutto eh!
È rimasto solo, non c'è più nessuno che gli badi.

— Poveraccio! Quanto camperà?

— Qualche ora forse. —

Questa mattina mi ha raccontato la sua morte.

— Ne ha vomitato, ne ha vomitato di quella roba nera! Ma non si
lamentava, ha capito sino all'ultimo.

— Che cosa diceva?

— Niente..... poi si è voltato verso il muro, e ha finito. —



IL MARITO CHE UCCIDE


   _L'illustre attore _Ermete Zaccone_ mi ha chiesto un monologo:
   glielo ho mandato; ma, siccome non lo reciterà, lo trascrivo
   qui._

Ella è ancora lì dentro (_indicando la porta a sinistra_), certamente
senza fare nulla, ma nemmeno oggi verrà a passeggio. Se glielo chiedessi
implorando, sarebbe sempre la stessa risposta, sempre quello sguardo
fisso, enigmatico, che io solo intendo. Che cosa vede ella in me? Eppure
non era presente allora... Arrivò dopo, mentre guardavo quell'altra per
terra, ma il sangue non le usciva ancora dal busto; soltanto nello
sforzo, che ella fece per alzarsi, vidi sul pavimento alcune gocce
rosse, rotonde. Anche in quel momento io vedevo... Non è vero che,
commettendo certe cose, si perda la ragione: si vede, si capisce, si
vuole come nemmeno ce ne saremmo creduti capaci. È un'altra cosa: pare
quasi che una seconda anima si levi in noi, penetrando violentemente,
con un'altra logica, nella nostra solita ragione per condurci dritti,
inflessibili ad un'altra meta senza nome.

Perchè feci così? Ci avevo pensato prima? So almeno adesso di averne
avuto il diritto? Questo solamente so, di avere tutto capito, tutto
voluto, con una lucidezza, con una giustizia, nella quale il mio
sacrificio non era meno intero del suo.

Anche adesso che ella mi ricompare sul volto di Livia, adesso che sono
più solo di lei nel sepolcro, la mia vita e il mio spirito non hanno
altro ricordo.

Mio padre e mia madre non mi amavano, benchè fossi figlio unico: ero un
fanciullo malinconico, caparbio, che soffriva già dell'essere povero, e
al quale ogni più piccola ingiustizia faceva un male profondo. Me ne
ricordo ancora: non bisognerebbe essere così. La mia vita somigliò
apparentemente a quella de' miei compagni sino al giorno che la vidi,
lei bianca, superba, povera come me, quantunque nata di una migliore
famiglia, sdegnosa e sdegnata della vita, che la circondava. Mi parve
che qualche cosa di sonoro, di lampeggiante, mi avviluppasse; provai
come un senso di essere arrivato... Dopo ho dovuto pensare per molti
anni a tale momento senza potermelo spiegare... L'amavo io seriamente,
era lei, la donna che dovevo amare, o piuttosto non era ella stata per
la mia anima che un motivo fatale, una di quelle rivelazioni, nelle
quali scopriamo noi stessi? Allora me la sentivo dentro il cuore, come
anche adesso mi sento il cuore nel petto; non mi suiciderei se lo
strappassi? Mi sono suicidato così uccidendola.

Ero quasi arrivato colla mia prima impresa d'ingegnere alla ricchezza:
vivevamo soli; anche lei figlia unica era sola, giacchè sua madre aveva
sposato in seconde nozze un giovane impiegato nelle miniere di Cesena.
La nascita di Livia non aveva modificato i nostri rapporti: io l'adoravo
sempre così ciecamente, con quella passione di amante, che non deve
capire per durare. Diventando padre s'impara di essere marito; io ero
sempre l'amante. Ella invece rimaneva chiusa in se stessa: si era fatta
più bella e pareva felice, ma i suoi occhi in certi giorni mi guardavano
così freddamente che mi sentivo diventare uno straniero davanti a lei. E
allora mi si rinnovava nel fondo del cuore quella sofferenza di coloro
che hanno durato troppo nella miseria, quel dubbio di se stessi, della
propria inferiorità, che pare un presentimento di nuove miserie. Io non
avrei voluto che amare, essere amato, niente altro che essere amato come
tutti lo sono da qualcuno nella vita: ma forse è anche questa una vana
pretensione.

Ella povera mi aveva sposato povero, e io l'avevo già fatta quasi ricca:
perchè dunque sposarmi? Lo sanno nemmeno le donne perchè si sposino?
Passano dal convento al matrimonio col primo sconosciuto senza curarsi
di riconoscerlo: e dopo?

Tradiscono? Mutano solamente? O sentono di andare incontro alla verità
amando, e dimenticano intrepidamente tutto?

Ella diventava ogni giorno più imperiosa e più bianca.

La sua bellezza non era di quelle che la gente vede: bisognava
intenderla per subirla. Talvolta aveva dei trascoloramenti, delle
illuminazioni, dalle quali la sua fisonomia usciva come da un velo: in
altri momenti me la sentivo passare sull'anima come, di primavera, certe
emanazioni mattinali della terra ci passano sul volto, e per un minuto
ce lo fanno ritornare giovane.

La mattina del suo ultimo onomastico, porgendole il solito regalo, le
chiesi sorridendo se amava più Livia o me.

— Ma Livia! — rispose col suo sguardo freddo; — non vedi come mi
somiglia? —

Infatti è tutta lei, così bianca, superba, bionda, con un sorriso anche
più enigmatico, con uno sguardo anche più fisso: non mi ama, nessuna
delle due mi ha mai amato. Ecco il mio torto, l'inferiorità, che nessun
codice può togliere. Che importa il matrimonio? La società, Dio,
impongono di amare, e il cuore non ama: allora la legge diventa
tirannica, e la tragedia si compie. Perchè? Vi è un perchè?

Ella morì col proprio segreto: forse avrei potuto indovinarglielo sul
volto nel primo momento della sorpresa, se la mia anima fosse stata
davvero presente a se stessa... invece non si può, si sente che tutto vi
crolla dintorno, si ha la coscienza di quanto si sta per fare, ma non è
possibile analizzare gli altri.

Avevo sempre quella lettera nel pugno.

La lettera era crudele, villana: un altro avrebbe potuto non tenerne
conto, io ne fui colpito a morte. Corsi sul luogo: la strada era lunga e
deserta, il sole l'incendiava. Non vidi nulla dapprincipio, le finestre
erano socchiuse, le porte silenziose: dal selciato e dai muri mi
venivano delle fiamme sul volto. Quella casa aveva al primo piano una
sola finestra aperta; mi dissi: — Sono là! — E mi spinsi quasi a corsa,
perchè avevo già veduta la porta aperta, quando ella mi apparve vestita
di bianco, colla piuma bianca sul grande cappellino di paglia. Sentii
freddo.

Ella si arrestò sugli scalini, guardando dal lato opposto al mio.

Ebbi un'idea: egli se n'è andato prima, per di là.

Non mi chiesi nemmeno chi potesse essere: ella non mi aveva ancora
visto, ma i miei occhi ardevano più del sole. Avevo già notato tutto sul
suo volto, il languore, un sorriso, che le era rimasto sulle labbra.
Ella discese i due scalini, io mi avventai.

Vedendomi la lettera nella mano, diventò pallidissima.

Prima di parlare era già tutto finito: ma ella tremò per la prima,
rivolgendosi a guardare per dove egli si era allontanato.

— Siete sola? — chiesi a denti stretti.

— Sì.

— Siete stata in questa casa?

— Sì.

— Con lui?

— Sì. —

Chi era lui? Io non lo sapevo, la lettera non lo nominava.

Ella si avviò senz'altro.

Le andavo dietro incantato nel suo vestito, dentro al suo profumo, che
mi avviluppava tutto come una ingiuria: avevo la coscienza di non essere
più io. Ella camminava come se non la seguissi; sentivo il suo disprezzo
di donna, che non vi vuole, quella superiorità micidiale di chi si
vendica finalmente di aver dovuto lasciarsi amare.

Un fiacre sbucò da un vicolo.

— Ferma! — gridai.

Nel fiacre mi parve che fra noi la distanza crescesse. Ella si era
atteggiata al solito, elegantemente, guardando come se fosse sola; io
traballavo dentro, capendo che avrei fatto inesorabilmente,
irresistibilmente, qualche cosa. Ero solo: quella donna doveva uscire
dalla mia vita, perchè nessuno estraneo può restare dentro la vita di un
altro. Chi era ella? mi feci questa domanda: perchè era con me? Ancora?

Appena in casa ella andò dritta nel salotto a spalancare la finestra: vi
si sporse un momento, e tornò a mostrarsi fra le tende, così bianca, col
volto marmoreo.

Sentii la morte passare fra noi.

Avevo bisogno di urlare. Notai che un riccio le cadeva disfatto
sull'orecchio sinistro; poi mi accorsi che mi era cacciato la mano nella
tasca destra dei calzoni stringendo il piccolo revolver.

— Chi è? — gridai finalmente.

Ella seguitava a guardarmi.

— Chi è? Rispondete o vi uccido. —

Ero costretto a farlo.

Un sorriso enigmatico le passò sulle labbra pallide: le avevo spianato
la rivoltella al petto, ma quel sorriso mi fece male: indietreggiai
tremando più di lei; il suo sguardo mi sferzò con un lampo, e allora
gridai dallo spasimo:

— Chi è? —

Tirai il grilletto.

Era caduta colla testa dietro la tenda: ebbi la sensazione di un abisso
che mi sprofondasse ai piedi: poi feci due passi per scostare la tenda,
quando un urlo terribile mi percosse, e Livia e la serva mi spinsero da
parte.

— Mamma, mamma! —

— L'assassino! — urlava la serva fuggendo.

Uscii che le scale erano già piene d'inquilini per andare alla questura
colla rivoltella in tasca: non avevo che una idea dinanzi: ella era
morta.

Il mio racconto fece poca impressione al delegato, che mi domandò subito
chi fosse quel signore. Io non potevo rispondere, ma sentii che vi era
una intenzione cortese in quella parola «signore». Ero esaurito. La
notte dormii prima di avere riordinato le mie idee; la mattina,
svegliandomi, fui sorpreso io stesso della mia calma; non avevo rimorsi,
io che non ho mai potuto far soffrire alcuno, non soffrivo dell'aver
ucciso. Quell'altro mi rimaneva indifferente.

Poi seppi che la vecchia zia Matilde aveva ricoverato Livia. Ci vollero
molti giorni prima che m'interessassi di lei e di me stesso, malgrado
gli interrogatorii col giudice e col cancelliere, che mi sembravano
seccati del mio caso. Da una frase capii che sarei assolto, e che
consideravano quindi come inutile tutto quel lavoro; ma avrebbero
anch'essi voluto sapere chi era quel signore. Gualtieri, il mio compagno
di scuola, volle che lo scegliessi fra gli avvocati, che mi si
profferivano allettati dalla teatralità della causa: però nemmeno a lui
dissi più che al giudice, perchè sentivo di non poter essere compreso.
Avevo fatto di quella donna la mia vita, ella lo aveva acconsentito: era
mia appunto perchè sarei morto per lei in qualunque momento, per
qualunque ragione. Ella doveva dunque dirmelo prima, e mi sarei ucciso:
mi aveva tradito, avevo diritto di ucciderla.

Ma ciò era inintelligibile.

Nel processo parlai poco. Conoscevo un giudice e parecchi giurati,
anch'essi mariti come me, ma lo sapevano e sopportavano; quindi
assolsero in me un coraggio, che forse non avevano avuto, e segretamente
stimavano grande. Di tutto il processo non mi rimase che l'impressione
di un fatto assurdo. Poi, al momento di uscire dal portone delle
assisie, ebbi una sensazione violenta di dolcezza, mentre la gente mi
guardava con una simpatia, nella quale indovinai una diffidenza. Ero
stato assolto, ma per loro ero un assassino.

Da quell'istante cominciò il martirio.

Tornai solo nella mia casa vuota, perchè anche la serva si era
licenziata, e non avevo voluto lasciar salire con me Gualtieri, troppo
felice del proprio trionfo. Le tracce di lei erano dappertutto,
solamente nel salotto mancava la tenda bianca. Scappai di casa: quando
mi trovai davanti a quella della zia Matilde, non avevo più forza. Per
fortuna non incontrai alcuno sulle scale, respinsi la zia Matilde, che
mi aveva aperto, e corsi colle braccia spalancate a Livia.

La fanciulla gettò un grido di terrore, che mi arrestò.

La zia Matilde la portò sulle braccia nell'altra camera.

Quanto tardò a tornare? Mi ricordo il suo discorso freddo, pesante:
Livia aveva di me una paura, un orrore, che avrebbe potuto metterla
seriamente in pericolo; io non dovevo riprenderla, e siccome ella stessa
non poteva tenerla presso di sè, bisognava metterla in convento.

Non seppi rispondere, era troppo vero.

Tornai a casa cangiato. Avevo finalmente capito, non mi restava più
nulla nel cuore, avevo fatto il deserto intorno a me. Mi ostinai a non
mutare appartamento, perchè mi sarebbe sembrato di mostrare paura
davanti alla morta: quindi rimasi nella nostra camera, sopra quel letto,
nel quale per molte settimane credetti finalmente che sarei morto se mi
fossi addormentato. Un orgoglio assurdo mi sorreggeva; però la maggior
parte degli amici mi evitava, e per essere salutato da qualcuno dovevo
sottomettermi a tutte le critiche della sua compassione.

Se mi fossi ritirato, tutti avrebbero detto che confessavo il mio torto.
Vissi solo con una vecchia serva, che aveva avuto il coraggio di tornare
con me, ripresi il lavoro, misi Livia presso le suore dorotee, che mi
fecero capire di accettarla per misericordia. L'ostinazione a voler
vivere diede al mio carattere una forza, della quale non mi sarei
creduto capace; ma quel fatto mi si allargava sempre più nello spirito,
lo vedevo sempre più chiaramente appena cessavo di lavorare.

La morta mi possedeva più di prima, non avrei amato un'altra donna.

E siccome Livia le somigliava, volli che Livia mi amasse per vendicarmi
di sua madre nella vittoria di un amore più puro.

La società mi aveva assolto al tribunale delle sue leggi, condannandomi
a quello del suo costume: mi aveva assolto, perchè la società poggia
appunto sulla soggezione della moglie al marito, mentre io avevo ucciso
come un amante, il quale non era riuscito a farsi amare.

Ecco il mio torto.

Il mio orgoglio di uomo vinto, condannato segretamente da tutti, si
nutrì di collere, di rimpianti, di dispregi, invocando di nascosto,
indarno, soccorso da tutti.

Perchè Livia non amasse sua madre mi feci piccolo per meglio indovinare
tutti i suoi sentimenti, adorai, soffersi, disperai senza cedere.

Ah! la morta mi riappariva sul suo volto coi medesimi occhi azzurri, più
grandi, che mi guardavano come lei mi aveva guardato l'ultima volta. Le
suore cercavano sempre di abbreviare il nostro colloquio, io tremavo
quando vedevo passare un brivido sotto quella sua pelle di camelia, e
avrei voluto urlarle tutto sul volto, benchè ella lo sapesse già. In
qual modo glielo avevan dunque raccontato?

Sentivo che con lei non avrei potuto mai spiegarmi: come dire certe cose
ad una fanciulla di quindici anni? Capirebbe nemmeno? È impossibile, è
impossibile!

Un giorno imparai che una compagna le aveva gridato in un litigio: — Tu
sei la figlia dell'assassino! —

Che cosa diventa un padre per la figlia, alla quale uccise la mamma?
Tutta la pietà è per la morta: come provare che essa ebbe torto?

Io lavoravo a diventare ricco, perchè Livia mi dovesse almeno ciò: avevo
comprato una casa, mutato i mobili, cancellato tutte le tracce, ottenuto
che la zia Matilde venisse a stare con me per trarre Livia dal convento:
e invece la zia morì prima.

Un'altra volta Livia mi disse con voce tremante dinanzi alla suora di
volere uscire subito subito: compresi che quella ingiuria le era stata
ripetuta, ma ella mi fissava con uno sguardo così enigmatico che dovetti
abbassare la testa.

Due lagrime, io che non potevo più piangere, mi caddero dagli occhi.

— Mi ami, Livia? — gridai aprendole le braccia.

— Sì, bisogna che amiamo i genitori, — mi rispose senza muoversi.

Ah! io non sarei perdonato mai, mai. Il padre non può aver ucciso la
madre della propria figlia: l'amante solo può uccidere. Ma il padre, che
non sa immolarsi come marito, non sa essere padre: lo capisco, è la mia
condanna, è la giustizia di Dio e di mia figlia, la giustizia vera.

Ella vorrebbe amarmi e non può: somiglia tutta a sua madre, sono sicuro
che non ha nemmeno avuto bisogno di perdonarle, mentre io invece le
faccio orrore. Mi accorgo che talvolta mi guarda le mani: ogni mia
piccola collera anche con estranei diventa per lei una minaccia di
morte, in ogni sua resistenza sento una rivincita di quell'altra.

La morta compie il proprio trionfo, uccidendomi come padre dopo avermi
ucciso come marito: di noi due chi è dunque l'assassino?

Livia mi fuggirà, non può durare a vivere così, sempre sola con me e la
vecchia Geltrude; accetterà il primo marito che si presenti, senza
amarlo, solamente per mutare nome e casa, per non uscire più nella
strada con me. E dopo? Se amerà un altro come sua madre?!

Se suo marito fosse anch'egli come me!

Dio! Dio!

Ella non parla quasi mai, ma i suoi occhi mi dicono tutto _(si accosta
origliando alla porta)_.

È lì dentro senza fare nulla: trema che io la chiami perchè esca a
passeggio con me; non verrà, dirà, come ieri, che non si sente bene.

— Livia, Livia! _(seco stesso, a bassissima voce)_ tua madre non ti
avrebbe amata quanto ti amo io! _(rimane perplesso davanti alla porta,
quindi si ritira tristamente)_.

— Sempre così! La stessa donna in tutte le donne, che dobbiamo amare
anche quando non ci ama, e che nemmeno colla morte possiamo uccidere nel
nostro cuore.


CALA LA TELA.



LA VERGINE


Non ricordo più la leggenda, ma ne veggo ancora il gran quadro nella
chiesa parrocchiale di Viarano, appena vi entrammo col prefetto e tutta
la camerata. Erravamo da due ore per le colline dell'Idice in una bella
mattinata di settembre fra le siepi alte, che salivano, nascondendo per
lunghi tratti l'incantevole paesaggio. E all'improvviso ci apparì sopra
la spianata, in uno sfondo meravigliosamente largo, la chiesa.

La porta era aperta.

Il prefetto ci sospinse dentro come un gregge nell'ovile. Ogni ciarlio
si arrestò e dinanzi, sopra l'altar maggiore, vidi come in un'alba viva
un volo di angeli dalle lunghe vesti candide, colle braccia conserte,
che sembravano sfuggire pel cielo. Una figura più grande, incoronata di
rose, guidava nel mezzo quel volo, colle mani aperte. Era sant'Orsola
colle sue vergini, non tutte certamente, ma il corteo fitto e minuto si
curvava d'ambo i lati verso di lei con due strisce bianche, dentro le
quali lucevano come stelle le piccole teste.

Al solito m'incantai, mentre i miei compagni, piegato il ginocchio e
dette le tre avemarie, si sbandavano curiosamente per la chiesa. Era
piccola, piena di una pace oscura. Il prefetto inginocchiato vicino a
me, col volto squallido, che gli spenzolava sul petto come una cosa
morta, pareva anche più gobbo, e la sua bocca larga e arida mormorava a
mezza voce una preghiera. Era un uomo pio e triste, che gli altri frati
non amavano malgrado la tenerezza della sua devozione, nella quale
serbava tutta la ingenuità di fanciullo. Allora io credevo forse più di
lui, ma la mia fede tremava già di profonde inquietudini dopo certi
impeti di poesia, che i miei compagni non intendevano, benchè avessi più
di una volta tentato di spiegarmi coi più intelligenti fra essi.

Quella leggenda di santa Orsola e delle sue undicimila vergini,
abbattute come uno stormo di colombe da un uragano, aveva per me un
fascino misterioso. Nella mia immaginazione adolescente nessuna guerra
di poema valeva quella battaglia di fanciulle, che si coprivano
pudicamente le ferite per morire nell'orgoglio divino della propria
verginità; ma la donna capace di stringersele così dintorno doveva avere
nell'anima quella forza segreta dei grandi capitani, alla quale le
moltitudini non sanno mai resistere. Quando le paure dell'istinto
isolano i soldati fra le file rotte dei battaglioni nell'ora della
sconfitta, soltanto la passione del capitano, che si precipita contro la
morte e la supera nell'ebbrezza di una sfida, può ancora riattirarli
irresistibilmente nella catastrofe. Che importa la vittoria al soldato,
il quale sa di rimanervi anonimo? Se vi muore, la superbia dei gradi e
le lussurie del bottino saranno per altri, mentre egli ignora quasi
sempre il perchè della guerra, e nella battaglia non sente che il
proprio olocausto. Quindi nello sbandamento degli ordini per lui non vi
è altra vittoria che la vita, altra ragione che la propria: prima era
nell'esercito come una molecola in un masso, dopo non è nemmeno più un
soldato.

Ma in quella disperazione degli ultimi momenti, fra i guizzi dell'ira e
di una paura, che non sa e non vede, trema e minaccia, basta ancora un
urlo del capitano avventandosi innanzi, perchè l'agonia del terrore si
muti in uno spasimo di orgoglio, e la morte abbacini tutte le anime nel
proprio incanto. È Silla nella pianura di Orcomene, Napoleone al ponte
di Arcole, Garibaldi sul colle di Calatafimi: è l'anima del generale,
che diventa l'anima dei soldati, trionfando sulla morte prima ancora che
sul nemico: è santa Orsola bianca, con una luce lunare negli occhi e il
murmure dell'aurora nella voce, che inebria le fanciulle di candore e di
speranza. Ella aveva forse la stessa malia dell'inverno, che purifica il
mondo facendone una candida solitudine; forse anco una più alta
innocenza aveva dato al suo pudore una forza di incanto sulla coscienza
delle sue compagne, alle quali appariva come dentro una visione.

Quindi la seguirono colla docilità delle agnelle e l'insistente
predilezione delle colombe perdendosi nella luce della sua traccia. E
oggi ancora il loro sciame divino attraversa nell'ora della passione la
fantasia delle donne rimaste semplici, che lo veggono salire ondeggiando
per un'alba di paradiso.

La poesia moderna ha forse sogni più belli?

Malgrado la doppia corruttela della incredulità e della religione, in
noi tutti sfavilla l'ideale della vergine come il primo e più alto
simbolo della donna. Indarno crediamo di sapere che la verginità non è
che l'attesa della maternità, una maschera dietro la quale sta in
agguato la vera fisonomia della donna, mentre l'uomo non potè mai
apparire vergine ad una fantasia di fanciulla, perchè in lui la
verginità non avrebbe significato di perfezione. Nella donna solamente
essa diventa un suggello divino, un'aurora, che vince il meriggio, come
ogni promessa supera sempre l'offerta.

Nell'anima antica il culto della verginità era una dolce riconoscenza
del suo incanto, o una superba pretesa maschile per la sincerità della
prole futura. Dentro l'amante vigilavano già le diffidenze del padre: si
voleva essere primo per la necessità di essere solo, la vergine era un
segreto lungamente, gelosamente custodito nella casa dalla madre e dalle
ancelle per lo sposo. Ma così sola ella non poteva sentire in se stessa
l'importanza del proprio pregio. Invece di scegliere l'uomo fra gli
uomini, che vedendola si fossero accesi di lei, la vergine non sapeva
ancora che cosa accadesse fuori della casa, prigione o serra, nella
quale cresceva occulta; il suo cuore era vuoto, la sua fantasia non si
riempiva che di sogni. Dal carcere del padre a quello del marito, ecco
tutto il suo viaggio: da una compagnia di fanciulle ad una promiscuità
di spose, ecco la sola differenza della sua vita. La verginità era
quindi la prima e la massima delle sue seduzioni, mentre più tardi
nell'harem la lotta dell'amore la rendeva fatalmente cortigiana del
marito. L'oriente poligamo non conobbe la vergine, e non raggiunse
nell'anima la passione dell'ideale. Per la donna l'uomo rimaneva sempre
padrone e straniero: ella non aveva un mondo spirituale ove ospitarlo,
la sua anima piccola ignorava tutte le tragedie del pensiero e
dell'azione. L'amore di un uomo era per lei una mensa comune ad altre
donne: quella di madre una rivalità di chioccia con altre chiocce, e
finiva prima ancora che nel pulcino spuntasse colla cresta l'orgoglio
del gallo. Nei paesi orientali anche adesso la donna sa di essere
inferiore all'uomo, giacchè sola non basta nemmeno al suo amore, geloso
per superbia e goloso per sazietà: perciò lo spirito femminile vi appare
quasi sempre melanconico in una lunga taciturnità di tramonto.

Ricordo una strofe di poema indiano, nella quale la vergine è paragonata
a quei morti esposti nei cimiteri agli avoltoi: tutta la sua adolescenza
si esaurì nella preparazione dell'olocausto; e quando le sue carni
sentirono la prima ferita, e il sangue testimoniò della loro purezza,
come quei morti ella resta per sempre chiusa in un cimitero.

Ma la sua anima ne soffrirà veramente?

Che cosa sappiamo noi della donna orientale? potremmo noi, penetrando
nella sua intimità, intendere il suo spirito? Flaubert, che scrisse
_Salambò_, il più bel poema del nostro secolo, la più temeraria
peregrinazione, attraverso il mondo antico, confessò tristamente sotto
gli attacchi di Sainte-Beuve di non poter credere alla verità della
mirabile donna evocata dal proprio genio. La nostra anima, immersa da
due mila anni nella idealità cristiana, tenterebbe inutilmente
d'indovinare il sentimento e il pensiero orientale. Che cosa ammiriamo
noi davvero nella poesia greca e latina? Forse i poeti di allora
sorriderebbero colla stessa indulgenza alle nostre critiche e ai nostri
elogi, mentre nelle loro opere non sentiamo che la parte immutabile
della natura umana e l'espressione della loro più personale originalità
ci sfugge senza dubbio. Così, invertendo la difficoltà, io non ho mai
saputo immaginare che cosa Virgilio, il più sentimentale dei poeti
latini, capirebbe leggendo il Petrarca, o quale impressione riceverebbe
Orazio da un canto di Byron.

Confrontate per esempio una vestale a una clarissa; la vergine romana,
che vigila il fuoco sacro della patria, colla vergine cristiana assorta
nell'incanto della propria purità. Quella, immolata ad una necessità
cittadina, è vergine solamente nel corpo, mentre nel suo spirito il
concetto della vita è identico a quello di ogni altra donna; questa,
ebbra di un amore, che nessun uomo potrebbe appagare, si consuma come un
aroma dentro un raggio di sole. Ma la clarissa è pessimista. Ella sa che
nella vita ammalata di peccato la legge più profonda è il dolore, dacchè
Dio nel mistero della propria giustizia accettò l'innocenza per riscatto
della colpa, concedendo alle vittime volontarie la potenza della
redenzione. Quindi la sua verginità non è la preparazione all'amore, ma
il trionfo sopra di esso per una più alta maternità spirituale
dell'anima, amando tutti, pregando per tutti. Se dovrà anch'essa
chiudersi nel chiostro, la nuova prigione non avrà i motivi dell'antica,
perchè la sua virtù non vuole altro guardiano che se stessa: la vestale
impudica era per la coscienza di Roma pari al soldato codardo; la
clarissa contaminata è per noi come il poeta infedele alla poesia, il
filosofo inferiore al proprio pensiero.

Così noi vorremmo indarno attingere adesso l'antica serenità pagana
dell'amore dopo che la morte di Cristo vi gettò dentro lo spasimo di un
altro ideale: una contaminazione vi è rimasta, il peccato l'avvelena.
Tutta la nostra scienza non basta contro la maledizione, che pesa sul
piacere: il nostro amore esige ancora la carne, ma non se ne appaga, va
più lungi e più alto, vuole l'anima, la dedizione incondizionata del
cuore, la conquista assoluta dello spirito. A renderci infelici basta
una sola infedeltà mentale: la nostra gelosia vigila più ansiosamente
alle porte del cuore che a quelle dei sensi; il nostro vizio stesso è
così monogamo che non sapremmo più preferire simultaneamente due donne.

La Maddalena di Gesù è rimasta per noi dentro tutte le cortigiane, nelle
quali cerchiamo il medesimo miracolo di una rigenerazione improvvisa,
che riunisca in un solo incanto le sensazioni del peccato e le beatrici
malie della virtù: la menzogna della nostra sensualità è talmente triste
che in ogni amore basso e breve ci ostiniamo alla ricerca di una qualche
forma nobile, di una qualunque grazia spirituale.

Nel mondo antico invece l'amore era senza peccato.

Certamente le cortigiane non vi erano stimate come le spose, ma il loro
piacere era senza degradazione e il loro amore senza veleno. L'abisso
scavato dal cristianesimo fra spirito e materia non divideva come adesso
la coscienza dell'uomo, nel quale la vita si chiudeva tranquillamente
sopra se stessa senza il tormento di terrori o di speranze divine. Oggi
la nostra empietà non calma più la nostra coscienza: non crediamo forse
più al paradiso, ma non sappiamo rassegnarci al nulla della tomba;
quindi ci tuffiamo nel fango per sottrarci allo spasimo
d'incomprensibili aspirazioni, o torniamo a sognare di figure divine
innanzi ad ogni fanciulla, nella quale si prepari la donna.

Per noi la vergine, come potè rimutarsi nella poesia cristiana, è già
tutta la donna. Un lontano dolore di espiazione le viene ancora dalla
prima Eva, ma che rimane pura e vibrante nella freschezza della propria
alba; la sua voce trema come il vento tra le foglie, il sorriso le
rabbrividisce sulle labbra come sulle perle della rugiada. Se le impure
esalazioni della terra fumano d'ogni intorno, il suo spirito è come un
lago, sul quale le nubi passano senza intorbidire le acque: ella è la
bellezza e la gioia suprema, pur sapendo che dal suo ventre sgorgherà
un'altra sorgente di lagrime. Il nostro desiderio s'innalza verso di lei
colla trepidazione della preghiera, il nostro orgoglio si turba di
riverenza nella luce della sua purità come dinanzi ad una gloria dello
spirito, perchè la vergine è l'anima divina, scendente nell'amore al
sagrificio della vita. Allora Dante, vedendo la piccola Beatrice,
vestita di umiltà, passare per la via cogli occhi bassi, trema di uno
sbigottimento, che nè Sofocle nè Properzio potrebbero comprendere. Ma
Dante si sentiva indegno di quella fanciulla malgrado la superiorità del
proprio genio, col quale doveva più tardi aprirle le porte del paradiso.
Quando nell'anima di un secolo la vergine appare così, anche la madre si
trasfigura e il trionfo della donna si compie come nel cristianesimo,
sommergendo tutto il mondo. Oggi invece noi pensiamo fra le rovine dei
dogmi cristiani, sui quali qualche simbolo luccica appena come una
stella al tramonto: siamo tristi, e siamo soli risognando ancora una
madre come Maria, una sorella come Marta, un'amante come Maddalena.

Che importa tutto il resto?

Come nell'albero le foglie compongono la cuna dei fiori, che altrimenti
non potrebbero vivere, così i simboli del nostro spirito preparano alle
figure della vita una bellezza, senza la quale non sapremmo amare. Chi
non singhiozzò mai stringendosi una vergine sul cuore, non avrà
conosciuto il profondo segnato dell'amore; solamente i casti sono
voluttuosi, perchè l'anima sola può provare nel delirio dei sensi
l'ebbrezza dell'infinito. Ogni altro amore è piccolo come l'egoismo,
povero come la morte.

Ma se nell'arte moderna l'amore della vergine non trova poeti che per
rimpiangerlo, la colpa non è soltanto della nostra educazione, nella
quale perdiamo troppo presto l'innocenza, ma della donna, caduta più
bassamente di noi dalle altezze del cristianesimo. Tutta la sua poca
passione si condensa nell'adulterio, quasi sempre un dramma esteriore,
che la sferza coi contrasti e l'affina forse senza ridarle una virtù
d'ideale. La sua verginità non è più che l'attesa del matrimonio, il suo
cuore vuoto come un'urna decorativa aspetta indifferentemente qualunque
fiore. Chi ama più da giovinetto? Anche allora le nostre passioni sono
di uomo, tutte nate nel vizio, cresciute nell'invidia, vanitose nel
lusso, avare nella miseria, col gelido sottinteso di una critica, che
non sa più credere. Noi non stimiamo più le donne che amiamo: per amarci
esse tradiscono come spose e come madri, ma il marito vilipeso, i figli
preteriti danno alla nostra passione un carattere di viltà. Molti ne
soffrono ancora generosamente, nessuno può guarirne davvero.

In un libro recente Marcel Prevost parve rivelare al mondo la
singolarità parigina delle mezze-vergini in un gruppo di figure incerte,
senza verità nell'anima e senza fascino di bellezza. Siccome il fatto
era vero, i critici accusarono l'autore d'immoralità, e poichè la sua
era una pittura di superficie, piacque a tutti come vera. Ma in nessuna
di quelle fanciulle, che, sguinzagliate alla caccia del marito,
riserbano come ultima insidia la propria verginità, riuscendo o fallendo
a seconda della fortuna, il romanziere indarno abile aveva saputo
trovare le profonde contraddizioni della coscienza, dalle quali
solamente prorompe il dramma. Dopo la rivoluzione morale del
cristianesimo ogni dramma comincia in noi stessi: la prima antitesi è
nella nostra coscienza fra la passione e la legge, la pura idealità del
tipo e la sua degradazione nella realtà attraverso le scene della vita.
La vergine può vendersi, e magari falsare il tristo contratto; ma
l'importanza di questa doppia caduta è tutta nel sentimento che essa ne
prova, nel giudizio inevitabile di se stessa. L'espediente della
verginità serbata per mezzo alle licenze del vizio, come ultima ragione
del matrimonio, fu una risorsa femminile di tutti i tempi, alzata presso
certi popoli all'onore di legge; oggi nella corruttela parigina può
sembrare una novità o esserlo fors'anco, se in tale turpitudine l'anima
della donna trovi una parola originale. Sciaguratamente per tutti
l'originalità del vizio è da molti anni esaurita.

Le mezze-vergini di Marcel Prevost non erano che mezze figure dipinte
vivacemente e duramente sopra un ventaglio. La facilità del suo trionfo
parigino non basterà quindi a farlo credere un rivelatore della donna
cinquant'anni dopo Balzac, il più gran genio dello scorso secolo, il
solo uomo davanti al quale l'oscura anima femminile aprisse tutte le
proprie profondità.

Meglio di ogni altro egli saprebbe oggi dirci il segreto di quelle
fanciulle, che aspettano in agguato il marito o ne rianimano la
stanchezza sensuale coll'acre sensazione della verginità. La tentazione
infatti deve spesso riuscire. Quando l'amore non è più una lirica
ascensione dell'anima, quale importanza può dare un uomo al
vagabondaggio della civetteria femminile? Il vizio è indulgente e la
vanità sempre abbastanza sofistica per giustificare qualunque apparenza.
Quindi la verginità della donna sembra rinnovare nel matrimonio la
verità degli antichi connubi, mentre l'uomo invece, soccombendo a tale
agguato, è quasi sempre logoro dalla vita, e nella nuova casa non
intende più che a prepararsi un rifugio. Tutto il problema si addensa
nella donna: diventata moglie per forza d'inganno, il suo carattere si
adatterà all'ufficio? Come sarà madre? Il figlio le ridarà una
coscienza? E se per caso il bambino sia veramente nato dal marito, il
dover riconoscere in questo il padre quali nuovi rapporti creerà fra i
coniugi?

Marcel Prevost non lo ha cercato: eppure il dramma era lì.

L'amore dell'uomo per la vergine non può essere che effimero come un
sorriso di alba, la quale si perde nel giorno. La verginità è un momento
unico, pari a quello della nascita e della morte: nè l'uomo nè la donna
sanno più dimenticarlo, perchè la cicatrice non si rimargina, e un
vincolo annodò indissolubilmente le due anime.

Ma il ricordo ne è sempre mesto.

Quando le donne ne parlano, pare come un velo scenda loro sugli occhi,
mentre nella parola degli uomini si tradisce una incertezza, come se per
le une e per gli altri i sogni più belli, forse le più necessarie virtù
della vita, siano rimaste tristamente al di là di quel minuto. Ci
sentiamo invecchiati, stanchi come pellegrini per una scesa troppo
lunga: la luce si oscura, il paesaggio imbrunisce, l'aria si fa greve.
Udiamo delle grida nel susurro del vento, scorgiamo una macchia in ogni
orma, che ci precede; partimmo fra i canti, e non parliamo quasi più,
ascoltando dentro noi stessi il bisbiglio dei ricordi simile ad un
murmure di acque sotterranee. Altre fanciulle, altri giovani, ritti su
quella vetta abbassano lo sguardo sulla larga valle chiusa nel fondo da
una palude nera: poi si stringono la mano per prendere insieme lo
slancio verso il sole, e ricadono invece sulla via per discenderla come
noi, insanguinandosi a' suoi rovi.

Ma se qualcuno può ancora, nel rivolgersi, additare quella vetta sempre
illuminata alla propria compagna senza sorprendere ne' suoi occhi un
rimpianto, egli amò veramente e fu amato.

E qualcuno c'è.



LA TESTA DI BISMARCK


L'ho vista nel quadro di Lembach.

Non sono che poche linee, e la testa appare senza sfondo, immobile,
fredda, dura, viva, quasi per una evocazione improvvisa, davanti alla
quale si abbassano gli occhi e la mente si turba di riverenza. Il grande
pittore mutò pel grande ministro la propria maniera: egli, tedesco, capì
che la posterità avrebbe voluto vedere di Bismarck solamente la
fisonomia per confrontarla coll'opera, perchè una stessa vita doveva
averle animate e, i lineamenti dell'una non potevano essere che lo
schema dell'altra. Così fu, così ricompare nella magnifica pittura. Il
gigante, che coagulò l'impero germanico stringendone nel pugno per venti
anni i frammenti, non mai vinto, e, morto finalmente nell'esiglio della
propria casa, è ancora lì, altero e solitario, coll'occhio fiso, la
faccia impenetrabile nella lunga ostinazione. Egli volle subito e
sempre. Basta guardarlo per sentire che nulla e nessuno avrebbe potuto
resistergli: le membra non si vedono e sono di colosso: l'abito non è
disegnato, ma deve essere quello di guerriero, montura o corazza,
insegna od arma, che lo significhi tutto e dovunque, perchè la sua idea
è tutta di opera; non ha la propria coscienza che nel fatto, non può
esprimersi che nella lotta.

Il genio germanico, che aveva con Hegel conquistato l'impero della
astrazione, si contraddice in Bismarck, l'attore che maneggia la materia
di un nuovo impero e doma la realtà come l'altro signoreggia l'ideale.
Non so che di Hegel vi sia un ritratto illustre, ma nessuno ne chiede, e
basta questo a definire l'uomo. Leggendo i suoi libri, il pensiero resta
per lunghi intervalli abbacinato: l'idea vi si svolge ad una altezza
senza misura, in una serenità troppo lucida, senza ombre che diventino
figure: siamo in un paradiso simile a quello di Dante, fra un bianco
ardente, nel quale le anime sono fiamme e le apparenze un fremito della
luce. Non vediamo più il filosofo, non sappiamo più immaginarlo uomo
nella nostra esistenza di tutti i giorni, fra i pettegolezzi di una
carriera di professore. Nessuna gloria salirà forse al disopra di
questa, ma l'anima della gente non può seguirla lassù.

Hegel è l'intelletto.

Su lui morto uno dei suoi illustri scolari credette poter dire: — Egli
fu il Cristo del pensiero; — e disse male. Hegel è ancora più alto, la
sua vita sparisce nel suo pensiero, poichè questo aveva già disciolto
nella più eccelsa astrazione tutto il mondo.

In Bismarck il genio si capovolge.

Egli è l'eroe della vita; per lui ogni fatto è un ostacolo o un aiuto,
ogni uomo un istrumento da maneggiare o da frangere nella propria opera.
Mentre tutti intorno a lui cercano l'unità della Germania nella poesia e
nella storia, fra i filosofi o gli scenziati, egli la sente in se
stesso: nessuna differenza tedesca l'offende, perchè nessuna è
invincibile; non crede alla verità delle idee che non sanno realizzarsi,
non si arresta davanti ad alcuna anticaglia; vuole mutare per creare, e
gli abbisogna il comando per fondare l'impero. Se Napoleone è la più
terribile volontà in una fantasia di condottiero, Bismarck è una volontà
capace di diventare l'anima di una nazione attraverso venti anni di
conflitti nella corte, nel parlamento, nelle caserme, nelle piazze, nei
campi: egli vuole anzitutto una nuova Prussia compatta e sottomessa alla
necessità di mutarsi in impero, divenendo una patria di soldati, che non
discutono gli ordini e combattono coll'orgoglio di essere invincibili
nella infrangibilità della propria disciplina. Invece la Prussia,
prostrata da Napoleone, umiliata nella ristorazione, usciva allora da un
carnevale sanguinoso di accademia e di strada, colla doppia
esasperazione di un disordine democratico e di una impotenza dinastica
egualmente ridicola in Europa. Le passioni fervevano ancora, lo
sbaraglio delle menti si mutava in una rotta di tutte le coscienze, in
uno sbandamento degli interessi e dei costumi.

Bismarck era già pronto.

Come tutti i veramente forti, egli aspettava il proprio momento senza
affrettarlo, quasi nella calma di una indifferenza capace di accettare
tutto, una funzione di borgomastro o di mercante, di ministro o di
agricoltore. A questa ultima si era già deciso. Non vi sono bassi temi
per i veri poeti, nè piccoli teatri per i grandi attori.

Il suo carattere si era già significato da giovinetto, all'università,
nella diplomazia, nell'esercito, nella Dieta di Francoforte, nella
rivoluzione, sempre lo stesso, senza amore nè alle parole nè alle idee,
impetuoso ed ostinato, sicuro nella forza, superbo nella volontà. Il
bisogno di azione lo vinceva spesso: nel primo giorno d'università si
era battuto tre volte, iroso nella sfida, senza rancore nella vittoria:
ufficiale, si era dimesso per la insofferenza di una prima attesa
nell'anticamera di un colonnello: diplomatico nei gradi inferiori, vi
aveva una villania aristocratica ed insieme plebea rotta più di una
volta l'etichetta: all'assemblea di Francoforte, fra il chiasso di tutte
le rettoriche, egli solo aveva osato negare il diritto e la forma della
sovranità popolare: nella rivolta di Berlino e delle campagne aveva
armati i proprii contadini, si era armato lui stesso per offrire al re,
come un feudatario di altri tempi, una schiera di vassalli.

E tutti avevano riso.

Ma l'uomo non mutò.

Quando nella tormenta sempre più fiera del nuovo parlamento, fra le
incertezze dei ministeri e della corte, qualcuno suggerì il nome di
Bismarck come del solo uomo capace di sovrapporsi a tutti, e il re gli
offerse il portafogli, allora solamente, davanti all'avvenire della
propria opera immensa, il formidabile novizio tremò, chiedendo due
giorni a risolvere. Quella vigilia ignota a tutti condensò certamente il
magnifico poema dell'impero germanico in una delle anime più grandi e
solitarie di tutta la storia. Egli dovette prevedere e presentire la
dolorosa enormezza dell'impresa, alla quale la strage di tre popoli
doveva appena bastare, quindi le violenze, le ingratitudini, gli
abbandoni, le falsità, i milioni di anime infrante, e la sua sempre più
sola sotto la maschera impassibile di eroe egualmente incompreso ai
vincitori e ai vinti. Se avesse scoperto subito il proprio disegno,
nessuno gli avrebbe creduto, ed egli potè proclamarlo così nel più
sicuro ed efficace degli inganni: fare della Prussia una grande nazione,
opporsi all'Austria e alla Francia, preparare nel centro di Europa
l'argine all'immenso mare slavo, raddoppiare la vita della nazione
soffocandola quasi nell'esercito, sollevare tanto alto la dinastia che
tutta la Germania potesse stringersele sotto, e l'Europa da lungi
contrastasse indarno nella soggezione del miracolo improvviso.

Così prima la Danimarca, poi l'Austria, finalmente la Francia furono
vinte.

Egli sorse quale era prima: apparentemente sottomesso al re, non obbedì
che al futuro imperatore del proprio pensiero: cancelliere, nel
parlamento ordinò invece di discutere, entrandovi di rado e superandolo
sempre nelle domande e nelle risposte: avvolto nell'odio popolare, ne
sdegnò il pericolo e l'ingenuità, in una visione di gloria troppo alta
per la riconoscenza di una generazione. Ma, poichè la sua anima era il
centro della patria, tutte le altre vi convergevano con una passione
inconsapevole: per molti anni egli fu il bersaglio degli intelletti, che
si ribellavano al suo istinto e non avrebbero voluto soggiacere nella
sua opera: parve piccolo nella stravaganza, e pesò come un incubo su
tutte le coscienze.

La forza misteriosa gli veniva dall'unità della vita, nella quale il
pensiero, la volontà e l'azione procedevano indissolubili. Come tutti i
creatori, egli credeva in Dio, concependo la sovranità nella tutela del
genio sulle moltitudini eternamente cadette: la sua politica derivava
dalla profondità del passato pei rivi più limpidi della tradizione,
accettando colla spontaneità della giovinezza ogni novità vitale. Una
magnifica ostinazione lo rendeva al tempo stesso sincero ed
impenetrabile; qualche volta invece una semplicità di selvaggio copriva
in lui, anche più pericolosamente, le più sottili cautele del cortigiano
e gl'invincibili istintivi pregiudizi dell'aristocratico. La differenza
di tali nature formava anzi l'originalità della sua, meravigliosamente
atta a qualunque funzione dentro le immutabili linee di un immenso
quadro. La sovrapposizione delle classi nella società doveva quindi
apparirgli come una intima, necessaria bellezza della architettura nella
storia contro il concetto democratico di un mondo piano e ondulante, dal
quale i gruppi s'innalzano e si abbassano come flutti sul mobile livello
delle acque. Tutta la sua cultura era nei fatti del passato o del
presente: credeva più alla religione che alla scienza, avendo forse,
nell'aprire il proprio solco dentro l'umanità, traveduto talvolta
l'impronta di un disegno misterioso.

Ma quando la gloria, nell'abbarbaglio della propria luce, lo trasfigurò
agli occhi del mondo, e le leggende rampollarono dalla sua vita, questa
resistette ancora nella semplicità della prima forma: il cancelliere era
sempre lo stesso deputato alla Dieta di Francoforte, il diplomatico che
aveva ingannato tutti dicendo la verità, trattando ogni affare al
medesimo modo, camminando sulla linea più breve, rovesciando con la
forza gli ostacoli che non poteva girare, opponendo la propria unità
agli interessi divisi dei nemici. L'Austria non poteva essere l'impero
germanico per antitesi irreducibili di razza, di religione e di storia:
Napoleone III non era la Francia, ma l'ultimo esperimento di questa
nella postrema forma cesarea. La necessità dell'impero germanico
erompeva invece dall'anima moderna, che vuole essere libera nella
propria individualità, mentre per costituirsi deve accettare la forma
vivente del proprio costume. Ecco il segreto delle due grandi vittorie
monarchiche in Prussia e in Italia. Se Cavour in un popolo più antico e
più vario aveva già risolto trionfalmente lo stesso problema, dovendo
mentire spesso nell'idea e umiliarsi nei mezzi, Bismarck, alla testa di
una nazione più compatta e più forte, non fu mai costretto ad abbassare
la testa o la bandiera: l'opera dell'uno era più difficile, quella
dell'altro riuscì più poderosa; Bismarck vi fu solo, intorno a Cavour
grandeggiarono rivali ed aiutatori Mazzini e Garibaldi, così
profondamente moderni che la loro modernità rimase in gran parte
profetica. Il supremo ostacolo nell'Italia era il papa: per la Prussia
l'ostacolo era in se stessa, nella necessità di diventare così forte e
di apparire così grande da vincere le gelosie della Confederazione colla
riverenza della vittoria.

In questo sforzo Bismarck sorpassò Cavour, avviluppando tutti, la corte,
il parlamento, il popolo, la borghesia, l'esercito nell'ostinato
entusiasmo per la grandezza della patria. Silenziosamente, lentamente,
infiammò le anime: e vi era un orgoglio così alto in ogni suo atto, una
fede così sicura in ogni disegno, una forza così instancabile in ogni
preparazione, che tutta la Prussia si trovò un giorno stretta in falange
dietro di lui, come nell'epoca delle invasioni un popolo intero seguiva
un solo uomo attraverso l'avventura misteriosa della conquista. Ma in
quel punto il credente dubitò. La certezza, che lo aveva sorretto sino
allora, lo abbandonò improvvisamente nell'ultima vigilia, quando nessuno
più dubitava. Egli medesimo confessò di avere per tutto il tempo della
campagna contro l'Austria tenuta la rivoltella in tasca per farsi
saltare le cervella al primo annunzio della sconfitta. Accade sempre
così in ogni creazione. La stanchezza ci sorprende sulla fine, il dubbio
scoppia nel momento dell'adesione universale, perchè l'errore non
sarebbe allora più riparabile; prima si è superbi di una priorità, che
ci consente di vedere più lontano e meglio della massa: dopo,
l'improvviso consenso di questa abbassa quasi il nostro intelletto al
suo, e lo rende incerto di aver avuto ragione. Così i più grandi artisti
tremarono spesso per la verità della loro opera, quando la folla
l'acclamò col facile applauso delle sue effimere predilezioni.

Anche Bismarck era un artista.

Solo un grande poeta lirico poteva infatti, scrivendo l'inventario della
presa di Sédan, cominciare così: «l'imperatore»: solamente un grande
poeta tragico poteva prima aver falsificato il dispaccio di Ems,
freddamente, seguitando a cenare con due generali e mandandolo al re per
deciderlo alla guerra: solamente un grande poeta della scena poteva
sentire la necessità di proclamare l'impero germanico e d'incoronare
Guglielmo nella immensa sala di Versailles, dedicata a tutte le glorie
della Francia. Ogni decisione suprema è sempre un atto di poesia:
l'intelletto aveva tutto preparato, l'evento era maturo, la fatalità
impaziente, tutta l'angoscia del mondo sospesa ad un attimo, ma
quell'attimo diventa senza fine nella coscienza dell'uomo, che deve
precipitare la catastrofe. La risoluzione allora erompe come una luce: è
la scintilla che illumina l'avvenire o una sua aspirazione, che solleva
l'anima come sopra un vento per gettarla al trionfo o alla morte. «_Alea
iacta est_», la estrema parola di Cesare, chiudendo gli occhi e
precipitandosi attraverso il ponte nella oscurità della storia; il grido
di Pietro Eremita: «Dio lo vuole!»; il gesto di Garibaldi, decidendo
l'impresa dei Mille.

Ma il Bismarck non era veramente un soldato.

Se la sua faccia fra l'elmo e la corazza può sembrare di guerriero,
l'idea, nella quale rimane irrigidita, è più profonda di ogni
combinazione militare, e il suo occhio, illuminandosi di una fiamma
interiore, rischiara un più vasto segreto. Come tutti i creatori,
anch'egli ha vissuto nel sogno di un mondo ricomposto dal proprio genio,
e lungamente immutabile nell'avvenire.

Il sangue della strage non era per lui che il sangue di ogni parte per
il chirurgo, mentre tutti i dolori stanno per essere consolati dal primo
grido del bambino. Sotto quei lineamenti significati dal pittore con
poche linee non vi è una vera durezza; la fronte minaccia, la bocca è
severa, nell'atteggiamento sembra crescere ancora l'intensità della
lotta; e nullameno, contemplando quella testa, l'anima non trema che di
riverenza. E a poco a poco quella testa diventa malinconica nella
solitudine della tela vuota: si pensa che il grande uomo è già relegato
dall'egoismo della nuova generazione nella lontananza della gloria,
verso la quale solamente alcune anime di poeti si avviano in devoto
pellegrinaggio, mentre il resto della folla vive indifferente nell'opera
immensa o la viola con critica ingrata.

Chi fra i giovani d'Italia ama adesso Garibaldi? Bismarck fu cacciato,
vecchio ma intero, fuori dell'opera propria, nell'esiglio di un ozio
certamente a lui più greve di ogni fatica: il primo imperatore era stato
seppellito da pochi giorni; il secondo aveva ricevuta la corona dalle
mani della morte; l'ultimo, quasi un fanciullo, volle regnare solo. Il
gigante non si piegò, non sentì forse d'essere vinto, e si ritrasse
mormorando. Allora nella moltitudine scoppiarono colla stessa fulminea
intensità tutti gli odii e tutti gli amori per lui: la massa gli rimase
fedele; i partiti invece, sfuggendo alla lunga terribile stretta della
sua mano, gli si voltarono contro come monelli, insultando. Tutti si
vantarono simultaneamente del suo esiglio e nessuno capì che l'impero
solo aveva vinto Bismarck. Poichè la grande giornata della creazione era
finita, l'artista diventava un pericolo per l'opera, un ostacolo al suo
sviluppo. Un'altra generazione riempiva già l'impero, compiendone
l'unità col numero inesausto delle piccole transazioni, crescendovi
nuove forze con differenti ideali, mentre i soldati delle prime
battaglie non vi rimanevano più che una decorazione ingombrante, e la
tremenda pressione, già necessaria a determinare il getto nella ganga,
poteva, curando, spezzare l'uno e l'altra.

Il grande sognatore non lo aveva sentito.

Quindi si destò per parlare ancora, senza che nessuno più lo
comprendesse nemmeno fra coloro che lo ascoltavano. Napoleone I non
aveva egli pure parlato indarno da Sant'Elena? Non si può essere la
guida di due generazioni, perchè i momenti della storia si succedono
senza ripetersi nel loro eterno bisogno di originalità; ma quando la
morte comincia coll'esiglio, pochi uomini sono così grandi da accettare
nel suo silenzio la prima solennità della gloria. Invece seguitano a
parlare, e i loro ultimi giorni nell'inutile sforzo di un estremo
atteggiamento non sono più che un epilogo, la più vacua delle forme
rettoriche.

Una malinconia annebbia la tela del ritratto.

Pochi se ne accorgeranno, forse il pittore stesso non la sentì che
tirando quelle tre o quattro pennellate brutali, quasi disperate, dietro
la testa senza sfondo come i fantasmi nella memoria. Il ritratto di
tutto l'uomo avrebbe diminuita la sua rivelazione: che importa l'uomo?
La posterità non voleva che la sua fisonomia, quella linea essenziale,
immutabile nell'opera e nell'attore. Bismarck vecchio, che brontola
invece di comandare e si rannicchia ad ogni rimprovero del medico, e
utilizza i ricordi della propria diplomazia per ottenere il permesso di
fumare in una pipa o di mangiare una frittata, non è il Bismarck vero
della vita e della storia.

Lembach ha avuto ragione: tutti gli altri biografi, moltiplicando le
analisi e frugando nei più ignorati ripostigli, non troveranno mai il
segreto del grande cancelliere.

Questi era già morto prima che il giovane imperatore accorresse per
stringergli la mano nell'agonia e tremare più che dinanzi alla morte del
nonno e del padre. L'uno e l'altro, i due imperatori, non erano che due
maschere dell'impero: l'imperatore vero moriva allora in quel castello
dei Bismarck, fra un cappellano ed un medico del pari insignificanti,
con pochi contadini sotto le finestre.

Poi l'imperatore offerse di seppellirlo fra i proprii avi, ma l'altero
esule aveva previsto anche l'ingiuria di quest'ultimo complimento, e
volle essere solo nella morte sulla cima di un colle, sotto un cippo,
con questa scritta: «Ottone di Bismarck, servo fedele dell'imperatore».

L'orgoglio umano non può salire più alto.

_Servus servorum_, il motto del papa, la definizione del genio.

Adesso la recente generazione germanica non può sentire la bellezza e la
enormità dell'opera compita da lui, appunto perchè vi si compiono ancora
troppi spostamenti: solo più tardi, quando altre generazioni vi si
saranno composte, l'enormità dell'opera e la sua bellezza riveleranno
l'uomo.

Ogni popolo a certe distanze di tempo si riassume in un individuo: per
noi nel secolo passato Napoleone I fu la Francia, Garibaldi l'Italia,
Bismarck la Prussia; il loro eroismo assorbì per un periodo tutta
l'anima di un popolo per darle un'altra forma e un'altra vita. Dopo
Napoleone, Garibaldi, Bismarck, nessuna delle tre nazioni riconobbe più
se stessa, o guardando indietro potè credere di seguitare la propria
tradizione. Una originalità si era in loro rilevata, sospingendole
nell'avvenire.

Napoleone e Garibaldi sono due condottieri: quegli l'ultimo Cesare delle
rivoluzioni, questi il primo cittadino veramente mondiale, che si batte
per tutti e ha una patria ovunque un uomo si sente libero: Napoleone
sogna nella conquista, Garibaldi nella libertà.

Bismarck è l'eroe tedesco sempre imperiale come Barbarossa, come Goethe,
come Hegel, come Wagner: è l'idea germanica colla rivoluzione dentro la
tradizione, la libertà nell'obbedienza, l'originalità sotto l'ordine,
l'impero e l'imperatore nell'armi, nella poesia, nella filosofia, nella
musica.

Carlo Marx, il solo rivale di Bismarck, è anch'egli un imperatore che
disegna nella negazione di tutta la storia un sistema con frontiere
invarcabili come quelle dell'impero germanico, colla stessa
preparazione, la stessa disciplina, il medesimo esercito: ma il suo non
è che un genio di semita, e i semiti da troppi secoli non creano più.

Goethe e Bismarck, Napoleone e Garibaldi non potevano essere ebrei.



LA POESIA DEL DOLORE


Povero gobbo!

Visse nel dolore e morì senza gloria, giovane come Raffaello, il
miracoloso pittore della bellezza.

Egli invece era così brutto che la sua anima ne soffriva
inconsolabilmente come della più crudele fra le ingiustizie della sua
vita abbandonata sino dalla fanciullezza nella solitudine di una
famiglia avara e fastosa, bigotta ed egoista. Un orgoglio patrizio,
esasperato dai debiti, vi rendeva aspre le più intime relazioni:
all'intorno la piccola città era poco più di un borgo selvaggio, nella
provincia e nello stato null'altro che abitudini servili sotto un
governo prelatizio. Si viveva come nell'altro secolo: le famiglie nobili
formavano una aristocrazia anodina, la borghesia oziava in una
parsimoniosa mediocrità o esercitava come un mestiere qualche
professione liberale, il popolo lavorava poco e non pensava affatto.
Nella politica, riassunta da minuscole tirannie di governatori,
solamente la carriera ecclesiastica rimaneva aperta alle ambizioni di
comando, il resto degli studi era condensato nelle lettere, e queste
nella scuola, indarno erudite, più indarno classiche. Mentre Germania,
Francia, Inghilterra rinnovavano un'altra volta lo spirito moderno,
nello Stato pontificio Monti dominava ancora unico poeta, che aveva
cantato a tutti senza indovinare mai nè il segreto storico nè la vitale
originalità dei troppi avvenimenti. Quindi raggiante e sonante aveva
travolto Omero e Napoleone nell'onda del medesimo endecasillabo,
trattando egualmente temi antichi e attuali nella sicurezza di una
immunità fattagli dall'arte, e facendosi della lingua bella una
religione.

Così aveva potuto essere paragonato a Dante, quantunque nel suo pensiero
non si ripercotessero che gli echi delle piazze, e il suo verso
fluttuasse appena sulla superficie d'Italia.

La Romagna aveva Monti, la Marca Perticari.

Eppure un profondo mutamento era avvenuto nell'anima nazionale battuta
per venti anni dallo spirito nuovo che le aveva dato ogni primizia
democratica nelle repubbliche e tutte le avventure dei principati
nell'impero, sino a quella inintelligibile meraviglia di un regno con
Roma capitale e l'unico figlio di Napoleone per re. Poco dopo le
ristorazioni, raddrizzando gli antichi scenari, non riuscivano a
rammendarne gli strappi, mentre le scuole, riprendendo i vecchi testi,
non ne ritrovavano più le tradizionali interpretazioni per insegnare ai
fanciulli di un'epoca nuova la fede di un mondo defunto.

Secolo e mondo mutavano.

Mentre il piccolo Giacomo Leopardi a dieci anni si chiudeva nella
biblioteca domestica per impararvi da solo il greco, altri fanciulli,
che si chiamerebbero Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Camillo
Cavour, Carlo Cattaneo stavano per nascere o crescevano già
nell'antipatia della scuola. Invece egli era sino d'allora il poeta
destinato a cantare come il passero solitario dalla cima di una torre:
il suo cuore aveva già pianto e il suo intelletto si era ribellato,
senza che la madre, che doveva un giorno pentirsi di averlo partorito,
se ne fosse accorta, o la gelosa vanità del padre s'irrigidisse ai
divieti. Come a tutti i fanciulli deboli e precoci, una sensibilità
dolorosa gli faceva troppo presto scoprire sotto i sorrisi quella
immancabile durezza dei caratteri, che nella vita non vogliono dare più
di quanto ricevono: capiva troppo e non capiva abbastanza, soffrendo
della propria inesplicabile superiorità come di una malattia senza
commiserazione negli altri. Egli non era un fanciullo, perchè non
diventerebbe mai un uomo. Gli mancava l'ingenuità e quella letizia quasi
animale, che rende la fanciullezza così bella a se stessa e alla gente:
allora si sorride, si ride, tutto è giuoco, si vuole tutto, si dimentica
tutto: la gioia è una ginnastica che il sonno interrompe per ravvivarle
le forze; i piedi saltano e l'anima balza. In tale festa mattinale della
vita il dolore punge appena come l'ortica sul prato: se ne piange per la
sorpresa e si ricominciano le capriole.

Invece la precocità è una malattia, dalla quale raramente esce il genio.

Coloro, che la soffersero, ne portano il segno per sempre, se la
precocità fu intellettuale, il loro spirito inaridì come quelle
costiere, sulle quali l'estate arriva troppo presto e dura troppo a
lungo; se più facilmente fu sentimentale, il loro cuore si coprì di
ulceri come le foglie troppo tenere, ancora umide di rugiada ogni
mattina, quando il sole le incendia coi primi raggi. E non potrebbe
essere altrimenti. Nella fanciullezza, ordinata dalla natura solamente
alla preparazione, ogni eccesso primaticcio vizia sempre l'organismo o
deforma lo spirito.

Ecco perchè nei pochi uomini di genio nulla altro è straordinario che
l'opera sovrana: anzi la natura loro è così comune, e ritmica la
concordanza delle facoltà, che nel tempo lungo della vigilia non
rivelano quasi mai la propria stupefacente perfezione.

Quel fanciullo pallido, dall'occhio grave, colla parola già studiata,
che si chiudeva notte e giorno nella biblioteca domestica a cercarvi le
prime compiacenze dell'ingegno fra i deserti delle grammatiche o pei
taciti cimiteri della erudizione, non diventerebbe mai un genio. La sua
facilità singolare ad apprendere le lingue morte, e quella curiosa
insistenza intorno ad opere senza malìa di bellezza o di rivelazioni non
erano il segno, cui si riconoscono i creatori, giacchè la passione del
libro, inevitabile a coloro che dal libro trarranno un mondo, non
impedisce l'altra della vita, ma dentro il libro medesimo ne va in
traccia. Il suo ingegno bambino cominciò come tanti ingegni vecchi
finiscono, quando nell'ultimo scetticismo non resta più altra verità che
la parola, e nell'arte, diventata letteratura, la dottrina del
professore prevale alla ispirazione dell'artista. Egli era già il
bibliotecario, che preferisce i libri sconosciuti ai libri belli,
dimenticandosi del mondo nell'orgoglio della propria solitudine:
studiava, ordinava, classificava, scolaro e maestro di se stesso, colla
pazienza di un cenobita e l'instancabilità di un nomade. Ogni
prospettiva l'attirava, qualunque cifra segnata sopra una pagina
diventava per lui un problema, perchè voleva anzitutto sapere più di
tutti, mentre dagli echi di tante cose morte si svegliavano nella sua
meravigliosa natura di umanista voci profonde di poesia intorno ad un
dolore quasi dimenticato. Simile a quei fuorusciti, che l'odio di parte
rendeva così terribili, egli si allontanava dalla vita nell'antichità a
cercarvi ostinatamente una via di ritorno, alleanze e conquiste, per le
quali riapparire alto sull'ammirazione della gente. Da principio non
erano che scorribande di ragazzo sopra argomenti da vecchio, ma presto
la sua mente si costrinse in una visione sistematica. Quindi dalle
parole ascese alle idee, dalle forme ai fantasmi, dai letterati alle
letterature: allineò i secoli, confrontò le opere, pesò, respinse,
prescelse, seppe essere critico ed artista, dotto e pensatore, imitare
lo stile e le figure di un'epoca, lentamente, inconsciamente, sospinto
dalla nativa originalità, più importante di quel tesoro con sì dura
fatica ammassato, al sagrificio ben altrimenti doloroso della propria
rivelazione.

Per lui la gloria diventava la rivincita ed insieme la sua condanna di
ammalato.

L'orgoglio di tale mostruosa erudizione non bastava infatti alla sua
ambizione di gloria.

A sedici anni potè tradurre e commentare così la vita di Plotino scritta
da Porfirio che un vecchio ed illustre critico tedesco se ne giovasse
ammirando: più tardi ripetè simile meraviglia sulle lettere di Frontone
a Marco Aurelio, scoperte dal cardinale Mai, il più fortunato fra gli
esploratori di biblioteche; più tardi ancora finse un inno di Simonide,
un'ode di Anacreonte, e una cronaca italiana del Trecento con abbastanza
abilità da ingannare i più difficili specialisti di queste materie; ma
egli era già troppo poeta per illudersi sopra un simile dilettantismo.
Molti prima di lui, intorno a lui, ne erano stati egualmente capaci:
Chatterton, e Macpherson avevano spinto l'inganno letterario più alto;
Daniele di Föe era arrivato con Robinson Crosuè al capolavoro; altri
seguirebbero.

Invece la sua immensa dottrina non concludeva ad alcuna opera vera;
mancava a lui la profonda scienza della storia e il trascendente
pensiero filosofico per una nuova interpretazione delle letterature,
mentre se ne cominciavano già altrove i primi stupefacenti tentativi. Il
secolo decimonono rimutò infatti quasi tutti i criteri sull'arte latina,
greca, ebraica, orientale, senza che una scoperta o una teoria di
Leopardi v'influisse: e, maggior poeta di lui, Giosuè Carducci può
adesso vantarsi di aver segnato nella critica letteraria una traccia non
meno profonda che nella poesia.

L'ignoranza della grande rivoluzione francese e la riverenza ai nomi
consacrati dalla scuola gli offuscarono spesso il pensiero naturalmente
acuto. Certo egli si accorse di quanto Annibal Caro avesse ammodernato
Virgilio, e come il verso del Parini sarebbe meglio convenuto a tale
traduzione; ma lo disse timidamente e non sentì abbastanza la differenza
fra Omero e Virgilio, mentre l'_Iliade_ è l'epopea di un popolo e
l'_Eneide_ il poema di una letteratura, che Caro doveva falsare in
un'altra. Quindi seguitò ad ammirare Caro e Monti, invidiando
l'immortalità delle loro traduzioni, garantita dalla immortalità dei
testi. Per un poeta come Leopardi, ammirabile ed ammirato grecista, non
sentire la menzogna del paludamento rettorico gettato da Monti sopra
Omero, o non preferire almeno il verso di Foscolo, così più puro e
potente, è un'altra prova del come la letteratura sia spesso il rovescio
della poesia, e un poeta si guasti attardandosi troppo nella tradizione
scolastica.

Bisogna esser Dante per non degradare la propria originalità, seguendo
ovunque Virgilio, o un politico come Machiavelli, uno scienziato come
Galileo per creare inconsciamente uno stile vivo fra l'imitazione di
tutti i modelli dissotterrati dagli umanisti. Così più tardi Manzoni, nè
dotto, nè professore di letteratura, inventò una forma di lirica, di
romanzo e di tragedia; e Mazzini, facendosi un'arma della parola, riuscì
a quella eloquenza, che Leopardi riconosceva appena nella Apologia di
Lorenzino dei Medici e nelle canzoni del Petrarca. Eppure Manzoni e
Mazzini scrivevano con lui, più potentemente di lui, quegli rinnovando
tutta l'arte, questi tutta la coscienza nazionale. Ma Leopardi non sa
nulla del proprio tempo: la rivoluzione francese, Goethe, Byron,
Shelley, Schiller non sembrano essere esistiti per lui; non vede la
verità e la vita che negli antichi, dei quali ammira sopra tutto la
bellezza formale. Avrebbe egli potuto credere che, malgrado Orazio,
Virgilio e Plauto, la poesia latina non merita nella storia un alto
grado di originalità; che Cicerone non è un grande oratore, perchè era
una piccola anima e un mediocre carattere; che l'inno a Venere non basta
a fare di Lucrezio un poeta; che Boccaccio e Petrarca sarebbero riusciti
più belli sapendo meno il latino; che gli artisti si formano meglio
nella vita che nella scuola, poichè nei grandissimi, in Dante, in
Shakespeare, in Balzac e in Tolstoi, la novità redentrice, la bellezza
inimitabile, ascende in loro dalla coscienza nazionale?

Egli invece legge, intaglia, ritaglia le frasi di antichi scrittori,
impara ed assimila: Giordani, un pontefice della letteratura, è il suo
consigliere e gli suggerisce il solito precetto di scrivere prima in
prosa e poi in verso. È possibile che scolasticamente la prosa di
Leopardi sia perfetta, tutti anzi ne convengono, ma non è viva, non è la
prosa del nostro secolo, non si piega, non si colora, non grida, non si
oblìa nella nostra passione e nel nostro pensiero: sarà senza un
difetto, ma le manca la naturalezza; è tersa come uno specchio, non come
un'onda. Provatevi con questa prosa a sorprendere un dialogo, a
stendervi un racconto attuale, a muoverla in un discorso fra gente
mossa: immaginatevi Cavour, Mazzini, Ferrari, Manzoni costretti ad
esprimere in essa la propria irresistibile modernità. Malgrado i
letterati, che lo vantano ancora ultimo modello dei prosatori, Leopardi
non è per gli artisti che un classico fra i classici imbalsamati dalla
tradizione della scuola, senza ripercussione nella vita. Nessun
scrittore veramente vivo derivò da lui la propria prosa dell'articolo,
della novella, della storia, del trattato: i modelli ne sono altrove, e
per diventare modello alla propria volta non bisogna averne troppi.
Manzoni e Mazzini invece proseguono così dentro di noi, che ognuno li
ripete inconsciamente. Rileggete i dialoghi di Leopardi, dimenticando
che siano suoi, e vi sarà difficile trovare nelle loro movenze la
scultura o la flessuosità di un carattere. Confrontate i suoi pensieri
con quelli di Pascal: costui sembra parlare e la sua parola s'incide
indimenticabile nello spirito, l'altro invece scrive per scrivere e non
dice quasi mai nulla. Pazientemente, per prova, rileggete la sua _Storia
del genere umano_, l'_Elogio degli uccelli_, il _Parini_, i _Detti_ così
poco memorabili di _Filippo Ottonieri_, e domandatevi quale di queste
pagine possa vivere davvero nell'anima del pubblico.

Eppure il poeta della _Quiete dopo la tempesta_, del _Sabato del
villaggio_, delle _Rimembranze_, avrebbe potuto vivere anche fuori del
verso se il suo pensiero, invece d'isolarsi nella scuola, si fosse come
la sua passione qualche volta obliato nella vita. Ma egli era troppo
ammalato e troppo solo. Bisogna in Leopardi distinguere due uomini; il
prosatore, nel quale si rivelano le attitudini e le abitudini
dell'intelletto; e il poeta, che, abbandonandosi nelle liriche più
intime al proprio cuore, trova finalmente l'originalità di se stesso in
una nuova parola, dentro una nuova musica. Il prosatore non è nè grande
nè piccolo, poichè la sua maniera non ripresenta che una forma morta; il
poeta invece appare meraviglioso senza essere grande. Egli non inventa
alcuna forma, il suo verso non sembra e non è più perfetto che in altri,
la sua fantasia è grigia come la sua vita, con pochi fantasmi, e anche
questi quasi senza rilievo; ha la voce roca, l'accento monotono, una
sola corda sulla lira, l'atteggiamento lugubre. Ma non è più il
letterato, e dimentica ogni erudizione, non imita modelli e non si
compiace nella frase, non ricama la parola; è vero, intimo, profondo,
così inconsolabile che tutti si ammalano, ascoltandolo, della sua
malattia. Perchè questo poeta non è che un malato. Dolore, pessimismo,
disperazione, non hanno in lui altra causa ed altra forza: indarno egli
lo nega orgogliosamente con Gioberti per darsi un contegno, giacchè in
lui manca l'ascensione filosofica. Il suo ateismo è quello di un
infermo, al quale ogni preghiera tornò inutile per ottenere da Dio la
guarigione; il suo pessimismo è rimasto ingenuo come in tutti coloro,
che negano la vita per non esservisi potuti abbandonare, e invece vi
credono più intensamente degli altri, che la vantano. Paragonate il
pessimismo dell'Ecclesiaste a quello di Leopardi. Il poeta non ha
sofferto che contemplando il mondo come da una finestra di ospedale, non
ha posseduto nessuna donna, e quelle che amò furono un profilo appena
intravvisto: come capirebbe dunque l'antica parola di Salomone: «La
donna è più amara della morte»? Se patì per l'ignobile, inintelligente
egoismo dei genitori, non saprebbe ribellarsi loro; la tragedia politica
della patria non lo punge, l'isolamento stesso lo salva dall'atroce
battaglia della concorrenza. Questo ateo adora tutte le virtù cristiane,
questo infelice non odia alcuno: è disgustato della vita e morirà
sognandola. Promettetegli un sorriso di fanciulla, un complimento di
amico, un applauso della folla, e lo vedrete ridiventare lieto e
confidente: ridategli la salute e gli avrete ridata la paura della
morte. Altri poeti del suo tempo furono più disperati di lui, perchè non
si può davvero odiare la vita prima di averne spremuto tutto il veleno,
mentre ai poveri e agli infermi rimane sempre l'illusione che ricchi e
sani avrebbero potuto essere felici.

Leopardi non è il poeta della doglia universale.

Bisogna essere Diocleziano o Carlo V per soffrire davvero la nausea
della gloria, o avere esaurito tutta la filosofia come Kant, tutta
l'arte come Michelangelo, per sentirsi così stanco della vita da non
rispondere più nemmeno con un sogghigno alla eterna tentazione del suo
sorriso. Leopardi non bevve come Musset e come Heine a molti cuori di
donna per poterne morire avvelenato; non provò il vuoto nè della gloria,
nè dell'amore, nè della libertà, nè della ricchezza; accusò la natura ed
affermò l'infelicità di tutti gli uomini nella tristezza appunto di
essere solamente uno spettatore fra essi. Quindi la sua bestemmia è
senza fiele, la sua invidia senza satira, e vaga la sua disperazione.
Egli non è stato il poeta di alcuna miseria: ingenuo ed inconsolabile,
non parla e non canta che di se stesso; il suo cuore buono ma chiuso non
sente gli altrui spasimi, non avverte le tragedie, che circondano e
superano la sua. Che cosa gli è mai accaduto? Chi lo tradì? Se i
genitori non lo amarono, non furono nemmeno di quelli che disonorano la
vita dei figli. Vide distrutta l'opera propria? Dovette stendere
elemosinando la mano? Gli fu interdetta la parola, falsato il pensiero,
violata l'anima? La sua poesia non esprime che la passione di una
minoranza tra gli infermi, quelli da una primigenia debolezza
inguaribile messi fuori della lotta e della vita.

Così egli non potè diventare un grande poeta.

Thierry, ammalato quanto lui, forse più di lui, crebbe invece a grande
storico; Swift, ammalato anch'egli, arrivò nell'ironia alla
significazione di un dolore ben più raccapricciante che nella _Ginestra_
o nel _Bruto minore_; Burns trovò nella fame grida che fanno torcere le
viscere; Pöe e Baudelaire vissero nel delirio, Verlaine mendicò ai
conventi, Murger morì all'ospedale, Lenau pazzo, Riga impalato, Acuna si
suicidò. Ma in Leopardi l'originale bellezza prorompe appunto
dall'antitesi della sua ingenuità colla sua disperazione: è sempre il
medesimo fanciullo, che sorride penosamente volendo sogghignare; il
collegiale, che s'innamora da lungi e sogna la gloria sui libri, fra le
vanità erudite della scuola, finchè un battito del cuore lo desta da
quel sonnambulismo. Allora vede come in una chiarezza di risveglio la
quiete di un piccolo paesaggio dopo la tempesta, una sera di sabato nel
proprio villaggio, ascolta nel tramonto la canzone di un passero
solitario, e la ripete; o cantando di notte come un pastore alla luna,
improvvisamente, crede di riconoscere fra i veli di una rimembranza
l'incerto profilo di Nerina, il volto altero di Aspasia, e scoppia in un
inno impetuoso come una meteora all'amore e alla morte.

Ma, cessato il canto, il poeta non è più.

Quando vuole esserlo deliberatamente per gridare all'Italia o
fantasticare col cardinale Mai, invece il pensiero gli si abbrevia e la
strofe non vola: è un imitatore più abile che fortunato, un retore
indarno sicuro del proprio strumento. La _Ginestra_, tanto vantata, non
è che un riassunto in versi delle sue prose, una canzone di fattura
buona ed antica, senza grandi qualità: nel _Bruto minore_ mancano Roma e
Bruto, il dramma e la figura, l'invettiva si diluisce nella
disquisizione, e il poeta filosofeggia in versi troppo studiati perchè
la scena e la passione ne escano sinceramente. Aveva Leopardi letto il
_Giulio Cesare_ di Shakespeare? Si ricordava il Bruto degli ultimi atti?
Non lo so. Migliore è forse l'ultimo _Canto di Saffo_, quantunque non
veramente di Saffo e nemmeno di donna, ma di lui, sempre lui,
l'innamorato senza amante, che racconta se stesso maledicendo; però
quell'ambiguo fantasma pare vivo all'accento. Nel _Consalvo_ invece il
fantasma è evidente, perchè di un malato all'ora estrema, mentre gli
atti e le parole sono di un romanticismo fortunatamente unico in
Leopardi. Dopo di lui Tennyson in tale genere ha saputo fare più e
meglio.

Che altro vi è ancora nella sua opera poetica? Alcune traduzioni di
idillii e una satira moderna in ottava rima, piuttosto facile che
originale: pare un poema politico, continuato dalla _Batracomiomachia_;
ma non è nulla, non ricorda, non disegna, non colpisce. Il riso è
impossibile a Leopardi, la realtà non gli si rivela chiaramente nella
flagranza delle contraddizioni. Il vero poeta della satira lanciava già
i primi razzi da Pisa fra le grida allegre della studentesca, senza un
pensiero dell'altro, che moriva a Napoli fra la disattenzione della
gente spaurita dal colera. Oggi Leopardi torna di moda, e Giusti invece
attraversa un'ecclissi; ma questa moda non è più la prima ammirazione,
delicata e profonda, pel grande infelice.

Una nuova teorica passò devastatrice sulla vita di tutti i più illustri,
togliendo loro la verità della supremazia: adesso il grand'uomo non è
che un malato, e l'ingegno una degenerazione. Lungamente, accanitamente,
si scrutò dentro intorno a coloro, che meglio significarono la profonda
moltiplicità dello spirito, per concludere che il genio è un difetto
solamente perchè in esso durano tutti i difetti dell'umanità. Se una
volta il grand'uomo pareva al disopra di questa, ora appare al disotto;
prima l'apoteosi, dopo la gogna. Ma la teorica era cominciata più in
basso fra i delinquenti, nei quali non si voleva vedere che un arresto o
un ritorno alla primitiva barbarie, una categoria di malati ereditari ed
inguaribili. Costoro si dichiaravano per certi segni; a qualunque vizio
di forma corrispondeva un vizio d'intelletto; a ogni errore di linea un
errore di condotta: quindi nessuna colpa in essi, poichè il libero
arbitrio era una illusione e la morale soltanto un risultato meccanico
degli interessi. Per conseguenza i codici della giustizia dovevano
mutarsi in codici sanitari, le prigioni in ospedali, i giudici in medici
di ammalati incurabili. Era una resurrezione dell'antico materialismo
senza novità nell'idea, ma con metodo migliore. Soppresso lo spirito,
ridotto l'uomo ad un animale e questo ad un organismo, siccome i moti vi
dipendono dalla struttura e la fisonomia è appunto una forma costante di
questi, bastava cercare in essa il segreto di ogni atto. La psicologia
stava sulla faccia e il pensiero nel cervello.

La scienza diventava facile.

Ma il mondo del pensiero non è così.

L'uomo, essendo un animale, non è solamente animale, il pensiero ha
espressioni personali ed impersonali, il volto è una fisonomia e una
maschera. Vi sono nello spirito idee, che la parola non può significare;
il cuore ha sentimenti, che la faccia non rivelerà mai; il delinquente
non è un mostro, ma un uomo come gli altri, nel quale il delitto
cominciò dal peccato, prima invisibile opposizione della nostra volontà
alla legge. I delinquenti, analizzati, classificati per segni esteriori
dalla nuova teoria, non erano che i condannati della vecchia legge,
giudicati quindi sopra una sola azione, con prove fatalmente monche, da
giudici insufficienti. Il tribunale non è l'ambiente, nel quale il
delitto fu commesso; i testimoni sono sempre interessati all'accusa o
alla difesa, le relazioni parziali, i giudizi frammentari, la coscienza
dell'imputato un mistero. Egli può essere colpevole; ma, se lo è,
l'essenza della sua colpa ha ragioni misteriose anche per lui: il
delitto come ogni altra azione è un punto in una serie, un anello in una
catena. Tutta la vita individuale e sociale di quell'uomo vi passò e
decise; ma come conoscere, riassumere, giudicare una vita? La legge e la
scienza vi sono del pari impotenti: la legge condanna l'azione ed
applica una pena al delinquente senza pretendere ad una vera equazione
fra questa e quella: la nuova scienza invece pretenderebbe all'equazione
anche più impossibile fra delitto e delinquente, saldati nell'immutabile
unità di un organismo. Ma i segni rivelatori della delinquenza
nell'individuo non bastano alla determinazione del tipo: scoperti prima
dell'arte, rimasero sempre dubbi come tutte le rivelazioni sull'uomo,
che, condensando in se stesso l'intera umanità, somiglia ad ogni altro
uomo, può tutto pensare, tutto sentire, tutto commettere.

Vi è certamente un rapporto fra il nostro spirito e il nostro corpo, la
nostra volontà e il nostro organismo, ma nessuno potè mai precisarlo:
sappiamo soltanto che in certi momenti l'anima subisce una ecclissi,
durante la quale sembra ubbidire ad impulsi materiali, mentre in altri
si libra nella sfera delle più pure astrazioni.

La recente teoria aveva il torto di essere vecchia, negando il dualismo
del nostro essere, e contraddicendo al proprio vanto di non poggiare che
sui fatti, mentre cominciava dal sopprimere in questo il fatto più
primordiale e costante.

Ma il suo orgoglio falliva anche nell'analisi. Se tribunali e giudici
istruivano fatalmente processi monchi e davano sentenze insufficienti, i
nuovi scienziati non ottenevano nei gabinetti e nelle cliniche migliori
risultati: le loro inchieste moderne non valevano più delle antiche
istruttorie, i loro schemi patologici meglio delle categorie giuridiche,
mentre le loro decisioni apparivano anche peggiori degli altri verdetti.
Ma se non vi è nell'uomo una morale, un diritto, una giustizia superiore
all'uomo, a che pro quest'ultima ipocrisia di sostituire le carceri
cogli ospedali? Perchè, in nome di quale interesse, i sani manterrebbero
a proprie spese malati inguaribili, e gli aggrediti gli aggressori?

Che cos'è più il delitto fuori della morale?

Nella lotta per la vita i vincitori sopprimono i vinti: la nuova teoria
invece non aveva il coraggio della propria logica, proclamando la
utilità di eliminare colla morte tutti coloro, che la maggioranza
giudicherebbe inconciliabili nella sua vita.

Se il delitto è senza colpa, e la difesa contro di esso soltanto una
necessità sociale, l'utile solo può e deve deciderne i modi e i limiti.

Infatti nessuno fra i penalisti della scuola positiva aveva osato
scrivere un codice. Il loro sistema, costruito con molte osservazioni,
belle e parzialmente vere, giovò solamente a richiamare il giure antico
dalle sottigliezze delle analisi idealiste ad un nuovo esame degli
ambienti e dei caratteri umani; e fu bene. Tutto il resto passerà
indarno come la teoria della degenerazione nel genio.

Sempre, nei tempi anche meno civili, l'istinto della folla credette
sorprendere rapporti fra il disordine della follia e quello del genio,
poichè sono entrambi due momenti prossimi della ragione umana; visione e
giudizio si combinano falsamente nell'una; imprevedibilmente nell'altro.
L'uomo di genio non è l'uomo perfetto, ma l'uomo più grande. La
perfezione non è della nostra vita, quantunque vi si realizzi per
qualche istante, su certi punti; quindi nel genio permangono tutti i
difetti dell'uomo ordinario, fors'anco più vivaci per una maggiore
intensità di rapporti. Ma egli può armonizzarli in se medesimo con altre
virtù, sino a compiere opere, per le quali non basterebbe qualunque
altra somma d'individui. Ecco tutto il suo segreto. Però l'uomo di genio
non ha nello spirito categorie ideali che manchino al resto della gente:
la sua grandezza si compone nella massa delle solite relazioni sotto la
legge comune, senza consentirgli il diritto di alcuna violazione.

Come vedere dunque nel genio una degenerazione?

Se il grand'uomo soffre ogni umana malattia, e ha le debolezze, commette
gli errori, può compiere gli stessi delitti degli altri, ciò prova
solamente che il suo genio non è una differenza, ma un grado mobile
della natura, il quale s'innalza a certe ore, in date circostanze, per
ricadere poco dopo nel livello comune. Difatti non in tutta la sua
opera, e nemmeno nella parte migliore, la verità e la bellezza attingono
la medesima purità.

Secondo il vecchio significato della parola, il genio non veniva
riconosciuto che in quei pochissimi, i quali avevano potuto significare
con potenza presso che uguale tutto un lato del poliedro umano: Dante,
Beethoven, Michelangelo, Shakespeare nell'arte, Hegel nella filosofia,
Cesare nella politica, Keplero nella scienza, Mosè nella religione: ed
anche in questi uomini la sintesi fu parziale, e il sistema talmente
incompiuto che si dovette ricorreggerlo. Così nel genio sentimentale dei
santi la virtù non giunse mai a comporsi in un'assoluta armonia, benchè
apparisse dentro un accordo meraviglioso e consolatore. Alcuni fra essi
furono costretti ad isolarsi dal mondo, altri ignorarono la giustizia
nella pietà, altri immolarono il corpo all'anima, altri ancora
s'innamorarono del dolore con passione di amanti vedendo in esso la sola
ascensione della vita.

Nè perciò furono degenerati.

La pretesa di trovare la verità nell'uomo medio è anch'essa un vecchio
sofisma democratico.

Anzitutto l'uomo medio non esiste: la verità è in tutto e in tutti, sale
per sfere, sfavilla nelle più alte. Il grande, il mediocre e il piccolo
uomo sono lo stesso uomo, che un medesimo mistero ricinge, mentre lotta
indarno contro di esso: nessuna idea necessaria manca ad alcuna
coscienza, se la morte non vi sia già entrata con qualche malattia
micidiale o colla sua ombra profonda; nessuno dei problemi fondamentali
sarà mai sciolto da alcun uomo. Siamo tutti egualmente liberi sotto la
legge che ci governa, ignari dell'infinito che ci avvolge, infelici
della vita che ci sfugge, enigmatici in un enigma, del quale ogni
rivelazione raddoppia in noi simultaneamente i deliri del dubbio e gli
spasimi della fede.

Meglio dei delinquenti i grandi uomini avrebbero potuto scoprirsi alla
nuova teoria, se invece di cercare il loro segreto nelle biografie,
questa l'avesse estratto dalle opere. Ogni biografia non vale più di
un'autobiografia: nella prima l'uomo è mostrato come apparve a qualcuno,
nella seconda come egli stesso avrebbe voluto apparire: le biografie
sono un giudizio unilaterale, monco nei fatti, insufficiente nei
criteri, che quasi sempre volle dare di un uomo superiore un altro
inferiore. L'autobiografia ondeggia fra l'apoteosi e la confessione,
entrambe false anche se in buona fede. Ma vi è un documento senza
menzogna in ogni opera sovrana. Dante bisogna cercarlo tutto dentro la
_Divina Commedia_; in questo sforzo supremo egli giunse necessariamente
alla sincerità inconsapevole, e tutto il resto, che di lui si racconta,
non è più vero degli aneddoti e delle accuse paleggiate sui giornali
contro gli attori viventi del nostro dramma storico. Perchè dunque
alzare ogni biografia a documento di scienza per giudicare un grande
uomo?

E la biografia del biografo non sarebbe egualmente necessaria prima
della sentenza?

Coloro, che vissero presso Napoleone e Garibaldi, li conobbero forse
meglio di noi, che li vediamo nella prospettiva storica? Si è forse
dimenticato che ogni superiorità è una maschera per la maggior parte
della gente, la quale, interrogandola, ne intende soltanto le risposte
più gradite?

Ma contro Leopardi l'indagine passò ogni misura per non giungere che ad
una inutile negazione. Con quella ingenuità così facile alla scienza,
quando dimentica se medesima nella vanteria delle spiegazioni, si volle
anche per lui cercare l'origine dell'opera negli antenati, e si
risalirono cronache domestiche e paesane dietro ai malati e agli
infelici della sua casa, che per legge atavica dovevano avergli
trasmessa l'eredità del genio doloroso, senza dubitare un solo momento
che questa legge resterà sempre un'ipotesi nella razza umana. Per la
scienza l'uomo non ha altro parente che la madre, mentre tutti gli altri
figurano appena come rappresentanti legali nella buona fede del costume
o per la fede sublime dell'anima; ma, sapendo il vagabondaggio sessuale
del maschio e della femmina, come potrebbe la scienza costruire sulle
parentele una serie qualunque? Le rassomiglianze forse? Ma facilmente
fallaci, perchè dominate in noi da una prevenzione, non sono mai
bastevoli, e quando anche lo fossero, in qual modo precisarle al di là
dei vivi?

La generazione è un mistero.

Quell'inglese Galton, che in un libro studiò la figliazione del genio,
fece opera di poesia e non di scienza: sciaguratamente il libro non
riuscì abbastanza bello, e poesia e scienza vi tramontarono nella
rettorica. Con peggiore fortuna e più acre caparbietà si vollero quindi
radunare nel giudizio su Leopardi tutte le sue miserie, le confessioni,
le dicerie di amici e di nemici, di dotti e di ignari, come coefficienti
decisivi alla diagnosi della sua malattia.

Malato certamente era, ma il suo cuore e il suo intelletto si mantennero
sani. Malgrado le nebbie della melanconia, nessun'altra figura appare
più limpida della sua; poco importano i suoi urli di dolore, o le idee
in certi momenti a lui suggerite dalla disperazione. Se egli fa
pessimista, tutti gli uomini, discendendo a certe profondità, lo
diventano; ma anche in queste, piangendo e maledicendo, serbò fede alla
bellezza e alla virtù. Il suo pessimismo non scivolò mai nella
immoralità, le sue bestemmie affermano una religione più alta della
comune, il suo disprezzo tradisce lo spasimo di una aspirazione ideale,
il suo odio della vita non è che un'acredine dell'amore. Egli non chiede
consolazioni all'empietà: è uno stoico che protesta, un cristiano che si
duole, e sopratutto un infelice che invoca.

Ecco perchè il mondo lo ama.

Nessuno prende sul serio la sua filosofia e tutti s'interessano alla sua
disperazione.

Le donne sole non lo guardano: egli ne singhiozza notte e giorno, forse
in questa angoscia la natura esasperata lo trascina giù a qualche
miserabile e solitaria rivincita, ma nella sua anima il fantasma della
donna sfavilla sempre nella stessa luce cilestrina, e il suo orgoglio di
uomo non si drizza che una sola volta dinanzi alla crudele vanità di una
dama. In tutta la sua poesia non una parola contro il padre e la madre,
che furono il suo primo e più lungo dolore. Se la compagnia mondana gli
ripugna e non vede la magnifica sanguinante tragedia già incominciata
con Mazzini e Garibaldi, egli è un malato, chiuso fra i libri, che
difficilmente può avere del mondo bastevoli notizie: se il suo cuore di
poeta non canta i dolori degli altri, questo egoismo è una miseria
comune a tutti gli infermi, e nondimeno in qualche ora meno tormentosa
la sua simpatia si effonde e la sua parola consacra alla gloria della
immortalità qualche effimero quadro nella esistenza dei poveri, come in
quella mirabile quiete dopo la tempesta, o in quella sera di sabato,
quando nel villaggio la gente si riprepara alla breve gioia della
domenica.

Egli ama la gloria; gitta un grido di riscossa all'Italia, un altro
d'invocazione a Dante; si crede Simonide sul colle d'Antela, Bruto nella
pianura di Filippi, Consalvo morente e beato per un solo bacio di
Elvira; invidia a Silvia di essere morta nella purezza degli anni
giovanili; il giorno delle nozze ammonisce la sorella Paolina di
augurarsi figli miseri piuttosto che codardi; ad un giocatore da pallone
addita più nobili giuochi e più generosa palestra; dinanzi al ritratto
di una bella donna scolpito sul sepolcro nessuna sensualità lo turba, ma
austero e melanconico saluta quella morta, che lo ha preceduto nel
mistero.

I degenerati non sono così.

La salute nel suo spirito si rivela nella purità della forma poetica.
Non una rilassatezza o una contorsione nel verso; la sorgente ne è
profonda quanto la musica, la frase castigata quanto il pensiero.
Affamato di gloria, non concede nulla alla vanità, non cerca
affannosamente il pubblico, insidiandolo nel gusto per carpirgli un
applauso. Una stupenda euritmia gli accorda le figure col fondo dei
quadri, una stessa verità perfeziona il loro atteggiamento e le loro
parole: vi è la tradizione classica, ma più ancora di questa tradizione
una coscienza magnanima di arte. Dopo l'abbarbagliamento rettorico di
Monti, e nel primo incanto della poesia manzoniana, dietro la quale
tutta Italia saliva osannando, serbarsi così lontano, originale, non
contrarre alcun vizio, non degradarsi nella celebrità per meglio
attingere la gloria, ma cantare solamente a se stesso come un cigno non
visto e non ascoltato, è forse la più stupefacente meraviglia di un
poeta in questo secolo.

Altri lo vinsero d'ingegno.

Egli non poteva essere grande, perchè la grandezza di un uomo si forma
appunto dalla quantità di vita rappresentata, e per un poeta come per un
politico il teatro diventa misura. Tutta la sua immensa dottrina rimase
inutile meno per colpa sua che del mondo nel quale passò: altrimenti
nato e vissuto, che sarebbe egli diventato? Inutile chiederselo: questo
è uno dei tanti problemi assurdi, nei quali la fantasia si compiace a
compromettere la storia. La sua figura è ormai precisa nell'anima
d'Italia.

Se Manzoni gli sovrasta, avendo rinnovato pressochè tutta l'arte; se
Foscolo prima di lui, meglio di lui, aveva indotto nel verso una non
superabile bellezza, evocando nell'Aiace con minore erudizione più vere
anime greche; se Carducci oggi sembra ed è lirico di più lungo e vario
volo, nessuno come Leopardi seppe essere tanto antico e tanto moderno,
classico ed ingenuo. Il suo bagaglio poetico è piccolo, ma non si può
altrimenti galleggiare sul fiume sempre più grosso della posterità.
L'Italia, preparandosi alla tragedia del risorgimento, aveva già in
Mazzini, in Garibaldi, in Cavour, in Ferrari, in Cattaneo tutta l'eroica
modernità del pensiero; Monti e Foscolo erano morti, Manzoni non cantava
oramai più, guardingo della propria gloria e dubitoso per terrori
cristiani; mentre Leopardi mandava gli ultimi lamenti, quasi preludi a
più tragiche disperazioni.

Ieri, a festeggiare il centenario della sua nascita, convennero nel
natio borgo selvaggio rappresentanti di ogni parte d'Italia: vi furono
discorsi, si murarono lapidi, si scoperse la statua, si disse tutto
l'elogio e il biasimo, le volgarità antiche e le nuove. La gloria è
così. A Recanati adesso ogni cosa si intitola dal nome e dall'opera di
Leopardi; nel suo palazzo sono esposte anche le sue cambiali.

Ne sarebbe egli contento, sapendolo? Troverebbe dopo un secolo mutata la
sua famiglia?

Povero gobbo!

Egli non è grande. Nel secolo decimonono, cominciato sotto l'occhio
olimpico di Goethe e finito dinanzi allo sguardo profetico di Tolstoi,
Leopardi appare un solitario. Molti lo superano dell'omero, ma la sua
figura rimarrà indimenticabile. Sainte-Beuve e Hamerling hanno indarno
voluto tradurlo, perchè la sua bellezza è un segreto essenzialmente
italiano: di Byron, di Musset, di Hugo, di Lecomte Lisle, di Witman, di
Swinburne, di Heine, di Morris qualche cosa resta nelle traduzioni: la
loro fantasia ha creazioni più prestigiose, immagini più abbaglianti,
scene più vive, fantasmi più originali: la loro passione solcò come un
torrente il loro secolo, e la loro parola può quindi echeggiare in altre
lingue, ottenere diritto di patria presso tutte le nazioni.

Adesso l'arte pare mutarsi in tormento. Le sue forme più certe
ondeggiano e si dissolvono; poesia e pittura, libro e teatro, musica e
verso non hanno più una limpida coscienza di se stesse: il pubblico
avido e distratto esige la novità senza intenderla, il clamore dei
giornali copre la voce dei solitari, le necessità del commercio e le
brutture del successo viziano opere ed autori. E la scienza, arrivata
ultima, raddoppia l'imbroglio. Se una volta infastidiva la religione
colle pretese a spiegare tutti i misteri, oggi guasta l'arte colla
prepotenza delle intervenzioni e l'insania sistematica: medici e
sociologi s'improvvisano critici; grandi romanzieri come Zola hanno
potuto vantarsi senza ridere di applicare il metodo sperimentale ai
proprii personaggi.

L'arte non è così.

Come la filosofia e la religione, essa comprende tutto l'uomo, ma il suo
capolavoro erompe da un mistero d'ispirazione spontanea, di critica
inconsapevole, di morale profonda. Bisogna quindi restare fra la folla
puro, come Leopardi nella solitudine; essere meglio di lui novatore,
continuando la tradizione, uscire dalla scuola ad ascoltare le risposte
della vita nelle affermazioni più eccelse e nelle negazioni più basse
per ridirne il segreto. Egli invece la contemplò sempre come un malato
dalla finestra di un ospedale, o come un erudito che vi si riaffacciasse
tratto tratto dalla lontananza dei secoli; visse nel dolore e morì senza
gloria nella casa di un amico, che gli fece poi pagare con ignobili
rivelazioni la vanitosa ospitalità: ma nessun poeta, pure assorbendo
dalla vita tutti gli elisiri e tutti i veleni, diventerà di lui
maggiore, se nella coscienza non gli si rinnovi lo stesso culto di
un'arte superiore all'artista ed al pubblico.



EPILOGO


Ecco l'ultima lettera.

Potrete mai leggerla? Se questo libro vi cadrà sotto gli occhi,
indovinerete dalle sue pagine perchè l'autore pensava spesso a voi nel
freddo silenzio della solitudine?

Eppure non vi raccontai cosa alcuna della mia vita, nemmeno nelle ore
più tristi, quando le confidenze salgono dall'anima come un singhiozzo o
prorompono come una spaurita invocazione del dolore, che torna a credere
forse perchè non può più sperare. Anche adesso voi per me siete bionda,
alta, sottile, colla bocca breve e i grandi occhi pensosi: le vostre
mani lunghe e fini rivelano tutta la nervosa delicatezza della vostra
natura, avete la fronte diritta, le spalle larghe, il seno piccolo,
indeciso sotto i contorni dell'abito molle. Una pallida superbia dà al
vostro viso quella regalità, davanti alla quale le anime s'inchinano
come dinanzi alla bellezza prima ancora che il desiderio si accenda o la
invereconda curiosità del pensiero la tenti; siete giovane, perchè oltre
la giovinezza non vi è più donna, ma tutti i fiori della vita si
apersero già nei vostri meriggi, e nelle notti qualche rugiada li bagnò
forse di pianto.

Non so altro di voi, nè conoscendovi chiederei di più.

Potrei forse amarvi?

Talvolta mi sono posto questo problema nella sincerità di una solitaria
emozione, senza che dal fondo del mio cuore si destasse una voce di
risposta. Per amare è sempre necessario credere? Gli animali amando
chiedono forse alla natura la sua suprema verità? Fra noi stessi quanti
davvero hanno bisogno nell'amore di un'affermazione spirituale?

Pochi e non sempre.

Ma io sento che per amare dovrei ascendere dall'amore umano alla
passione divina, adunando tutte le torture dell'ideale intorno ad una
gioia ardente e luminosa come un incendio. La bellezza è per me un velo
gettato sull'anima di una donna come per il poeta biblico i soli e le
stelle ne trapungevano un altro dinanzi alla faccia di Dio: nell'accordo
più violento o squisito della voluttà il mio spirito si tende sempre ad
ascoltare una musica più lontana, che trema anch'essa sul limite di un
mondo invisibile. Per amare bisogna credere se non alle forme almeno
allo spirito della vita, giacchè l'amore momentaneo è una menzogna
inutile, pari a tutte le religioni rivelate dall'uomo. Dio e l'amore
sono al di là.

I grandi poeti non sentirono e non cantarono mai altrimenti.

Guardate nel cristianesimo, il più profondo fra i poemi, come le figure
s'innalzano per una lenta perfezione. Indarno oggi una critica prosaica
ha voluto rimetterle dentro l'orbita della cronaca, quasi potesse da
questa uscire il segreto della loro verità, mentre folgoreggia invece
nel simbolo lungamente creato da tutta la coscienza di un mondo. Veri o
falsi i vangeli non hanno che lo spunto della sinfonia, entro la quale
l'anima umana si avvolgerà cantando da Cristo sino a noi dietro una
processione di fantasmi salienti verso una continua più pura bellezza,
giacchè non l'individuo è vero, ma il modello segreto, sul quale fu
formato e cui somiglia per una gamma di gradi, che diventano la nostra
fisonomia. Ognuno di noi non è che l'aborto o l'abbozzo della propria
statua. Quindi gli amanti appaiono l'uno all'altro in una invisibile
bellezza anzichè nella realtà della loro forma; altrimenti come spiegare
l'amore? Nessuno ama il difetto come tale, ma perchè oltre di esso
travede un'altra imagine e, quando questa scompare e il difetto resta,
l'amore è già dileguato colla propria rivelazione.

Così la Grecia significò nella scultura la suprema verità del nostro
tipo, alla quale potemmo appena giungere qualche accento; e se oggi
nella bellezza noi non preferiamo più l'assoluta euritmia, è questa
ancora una conseguenza del cristianesimo latente nel nostro spirito, il
quale nel corpo non vede che lo schiavo dell'anima e da un vizio
dell'uno assurge ad un maggiore trionfo dell'altra.

Nei vangeli le figure di Giuseppe e di Maria scoprono appena la loro
linea divina sotto il volgare contorno ebraico: egli vecchio sposa la
piccola vergine per farle più da padre che da marito, ma di racconto in
racconto questa delicatezza del suo pensiero diventa la castità di tutta
la sua vita; il marito scompare, e il padre s'innalza alla suprema
spiritualità del proprio ufficio. A Maria invece appare un angelo per
annunziarle che concepirà; la vergine turbata nega, preferendo la
propria purezza all'onore di una maternità divina; poi cede al decreto,
e il suo cuore si apre come il suo grembo. Lo spunto è così meraviglioso
che resta unico nella storia di tutte le letterature, mentre nei vangeli
Giuseppe e Maria, ripresi dalla volgarità della vita, sembrano quasi
inutili nella educazione del figlio, finchè, da questo uscendo il
Messia, dileguano inavvertiti anche alla riconoscente devozione degli
apostoli. Adesso la loro immagine, scolpita da una poesia di venti
secoli, diventò il tipo ideale del padre e della madre: un profondo
istinto drammatico ha inventato in essi tutti i dolori e tutte le virtù,
sollevandoli al disopra del sesso, nel quale l'animalità della funzione
degrada inevitabilmente l'ufficio dello spirito. Che importano più i
primitivi racconti, le loro lacune e le loro contraddizioni, dacchè la
gente potè finalmente adorare in un simbolo le cause immediate della
propria vita? se adesso un padre e una madre per sentirsi tali debbono
somigliare a questo divino modello?

Guardate Maddalena: essa è una cortigiana, sulla quale l'amore degli
uomini passò come l'acqua dei torrenti, deponendovi una melma: Cristo la
guarda, e da quella melma non spuntano più che fiori. Ecco l'amante di
tutte le nostre letterature, nella quale l'amore è una improvvisazione
irresistibile e una dedizione suprema. Ella è impura, ma la passione le
ridona una verginità, sa tutto e non se ne ricorda, non si offre perchè
la verginità è un'attesa, curvandosi invece umilmente a lavare i piedi
di Cristo per riasciugarli coi proprii capelli, mentre il suo cuore si
leva già a confessarlo davanti alla folla incredula. Chi se non
Maddalena ha messo nel nostro amore moderno tanta bramosia e tanto
rimorso di peccato? Chi prima di lei seppe rinnovare così la propria
anima ed assorgere dal sentimento della colpa all'incanto di un'altra
innocenza? Dov'è nella poesia antica una figura che le somigli? In quale
donna moderna non rivive?

Ma il cristianesimo era troppo pessimista, perchè tutti i suoi tipi dal
sacrificio dell'amore non si perdessero nella rinuncia della vita,
mentre le promesse di questa si compivano al di là della morte, e le
esigenze della carne significavano il tragico ripetersi della prima
caduta nel dolore e nel peccato. Fu questa la sua gloria, alla quale
dovrà forse di non morire, quantunque divenisse presto il limite della
sua potenza. Quando l'ideale è troppo alto, la sua forza di attrazione
si attenua, e nel suo simbolo si alterano del pari la bellezza e la
verità.

Come dunque esprimere veramente l'amore? Ebbene dite ad un poeta più
alto di Dante e più vero di Shakespeare di riunire nella stessa scena,
invece di Paolo e Francesca o di Otello e Desdemona, san Francesco e la
Sulamitide, ed avrete in un simbolo nuovo il più originale fra tutti i
capolavori.

L'amore è così, un impeto di fame e di fede, la più intensa sensazione
della vita e il più profondo smarrimento nell'infinito. Ecco perchè i
casti solamente sono voluttuosi, e il grido della dedizione suprema
quasi sempre è un appello alla morte. Chi non crede non ama: se l'amore
non brilla come una stella sulla cima più alta dell'anima, e la sua luce
non pervade ogni vostro pensiero, e la sua fiamma non vi abbrucia il
sangue dentro ogni vena: se tutte le virtù del vostro spirito e tutte le
energie del vostro corpo non vibrano nel suo accordo, non crediate di
amare. Avrete scelto qualcuno fra la folla, vi sarete a lui abbandonata
per rimanere nondimeno sola. Come il genio e la bellezza, l'amore è una
gloria di pochi: a mantenere la razza basta l'istinto animale,
nell'amore invece bisogna che l'anima s'innalzi oltre quel limite, dal
quale la vita discende, e cui ritorna colla morte.

Amate voi, signora?

Quante volte mi siete apparsa in questo gabinetto non più grande di una
cella, di notte e di giorno, quando l'inverno aveva disteso intorno alla
casa deserta il suo mantello bianco, e per la valle, sui campi, dai
colli, un silenzio di abbandono, quasi un freddo di astro spento,
cresceva nel trionfo della morte! Quest'anno l'inverno è stato più lungo
e più squallido. Sulla neve gli scheletri degli alberi parevano immobili
in atteggiamento più disperato, una nebbia alta nel cielo velava il
sole, o abbassandosi si apprendeva in lagrime di cristallo a tutti i
rami scarni, mentre gli ultimi uccelli erravano indarno pigolando e
mendicando. Molte notti, nel ritornare solo, ho trovato il vostro
fantasma alla porta della casa: eravate sempre così vestita, di un abito
molle e scuro, colla testa nuda, lievemente inclinata sulla spalla
sinistra: altre volte invece vi scorgevo improvvisamente a fianco della
scrivania guardandomi segnare su queste pagine qualche tappa di una fra
le carovane di idee, che mi attraversano lo spirito. Perchè scrivere
ancora quando nessuno aspetta più il nostro messaggio? Perchè il
silenzio è così insopportabile allo spirito, che per romperlo parla a se
stesso?

Indarno coloro, che non amano, vogliono dimenticare l'amore, o quelli
che amarono la gloria, sperano di potersi distrarre dall'incanto ardente
della sua visione. Dopo la morte di tutte le speranze ve n'è un'altra in
noi che non vuole morire, ma cresce e vigoreggia simile all'erba dei
cimiteri indarno piegata dal vento e corrosa dalla terra fangosa intorno
alle croci. Di questa erba troppo grassa la religione ordina
l'olocausto, perchè gli animali domestici non abbiano a mangiarne,
ricevendo forse dalle mani del figlio un qualche gambo cresciuto sul
cuore della madre. E alla gente pare così di essere poeti.

Lasciate che lo credano: la felicità comincia appunto dall'ingannare se
stessi.

Abbiamo tutti qualche morto nell'anima, pel quale soffriremmo troppo nel
vederlo maltrattato: qualcuno porta la mamma seppellita nel proprio
cuore, altri un figlio, altri ancora una donna amata nel primo fervore
della passione o nelle sue ultime melanconie. Questi morti dormono come
dentro un altare, al quale torniamo inginocchiandoci nell'ora delle
segrete preghiere, sotto lo spasimo di nuovi abbandoni.

Ma vi è chi, non avendo più alcuno nemmeno fra i morti, seppellì nella
propria anima qualche magnifico fantasma, cui offre ancora corone
votive. Così la mia fantasia alzò da molti anni un invisibile monumento
a san Francesco, il magro poeta del dolore, che nello spirito profondo
intendeva pure il linguaggio delle cose più morte; e ho scolpito il
santo colla pallida testa nuda, le mani scarne e tremanti nel fervore
della preghiera. I suoi occhi brillano di uno splendore stellare, il suo
sorriso ha lo stesso fremito dell'aurora sul fondo cupo della notte,
quando la luce riappare come una speranza: non l'interrogate, non
chiedetegli una grazia, perchè se siete infelice, egli potè già
ottenervela. Da un grado più basso, ritta nel candore dell'impassibile
nudità, Venere lo guarda coi grandi occhi glauchi: anche essa ha vinto
il dolore, e, trionfatrice nella bellezza, sorride al Santo perduto
nell'estasi di una astrazione divina. Se qualche statuario comprenderà
un giorno come san Francesco e Venere rappresentino la stessa vittoria,
forse questo mio segreto monumento apparirà agli occhi attoniti della
folla, che da secoli si prosterna a questi due simboli senza poterli
conciliare in un solo culto.

Ma ogni bellezza è pura.

Quante generazioni di poeti e di scultori dovette esaurire la Grecia per
estrarre dalla deformità del nostro corpo la linea divina della Venere?
Quante generazioni di penitenti e di martiri allineò il cristianesimo
per attingere l'ideale della perfezione nel dolore con san Francesco?
Chi s'inginocchia più dinanzi alla Venere del Louvre, riconosciuta oggi
per una vittoria, alla quale il peso dello scudo spezzò forse le
braccia, o chi in tanto rifiorire della letteratura francescana osa dire
che san Francesco fu un poeta silenzioso pari ai più grandi immortalati
dalla parola? Il verso non è sempre la forma più bella e profonda della
poesia: Cesare morente, che dice a Bruto: — _Tu quoque, fili mi_ — non è
forse maggior poeta di Leopardi nel Bruto minore? Quale canzone a Dante
vale la firma di quello scultore toscano sotto l'istanza al papa per il
ritorno a Firenze delle ossa esigliate: «Michelangelo Buonarroti
impegnandosi a fare un monumento degno del grande poeta»? Nell'ode di
Carducci per Aspromonte vi è forse accento più lirico che nel grido di
Garibaldi ferito ai volontari: — Non tirate, viva l'Italia? — Gli ultimi
versi di Amleto, concedendo a Fortebraccio di attraversare la Danimarca
col proprio esercito, così belli di eroica cortesia, superano l'estrema
lettera di Mazzini per chiedere il permesso di morire incognito a Pisa?

Il verso è un vaso, nel quale la poesia lascia talvolta cadere qualcuna
delle sue lagrime fragranti, ma più spesso le piange sui venti, che ne
diffondono l'aroma divino su tutta la terra, o più spesso ancora il vaso
pazientemente cesellato rimane indarno sull'altare, finchè uno scriba
non venga a riempirlo di fiori intagliati in una qualche carta
olezzante.

Al pari della religione la poesia non può sottrarsi alla degradazione
del culto: scuola e sacrestia corrompono egualmente il testo col
commento, o falsano colla decorazione dell'idolo la bellezza pura del
simbolo: e allora i poeti non parlano più che nel linguaggio di tutti, o
al di là della parola cercano le sorgenti di un'altra poesia.

Mentre alla corte d'Isabella la cattolica gli umanisti si vantano di
resuscitare l'epopea esumando autori latini, Cristoforo Colombo, nuovo
poeta, salpa sulla Santa Maria verso la terra del mistero; e nella corte
di Ferrara invece Lodovico Ariosto seguita a credere che la poesia
dell'avventura sia tutta nelle cavalleresche leggende del medio evo,
così morte anche nel suo pensiero che gli eroi vi ricompaiono evocati
dal capriccio di un sogno, simili alle maschere di un carnevale, cui
un'ironia troppo cosciente nega persino questa ultima verità.

Quale poeta in Europa ha saputo cantare il viaggio di Nansen o il volo
di Andrée al polo? I rapsodi che scrissero l'_Iliade_ non sarebbero già
discesi nelle miniere per trarne il poema di un'altra guerra più lunga,
con eroi non meno veri di Aiace e Diomede? Perchè Marco Polo non ha
trovato come Giasone un altro Apollodoro? Perchè Pizzarro, un
avventuriero ben altrimenti originale del pio Enea, invece di Virgilio
ebbe Marmontel? Perchè Alfieri rifece indarno tante tragedie greche
senza accorgersi che ogni cronaca dei nostri comuni era affollata di
figure ben più terribilmente belle che nelle corti di Tebe e di Atene?

La poesia italiana del Cinquecento perì nella scuola sotto il peso della
nuova letteratura: il Trecento ebbe Dante; dopo, invece di Shakespeare,
l'Italia trovò Ariosto.

Oggi ancora l'ultima originalità ci è venuta dalla Russia, paese senza
tradizione classica; ma Tolstoi vale più di Omero, perchè _Guerra e
pace_ è tutta la Russia contro Napoleone assai meglio che l'_Iliade_ non
sia stata tutta la Grecia contro Priamo. I letterati però non ne
converranno che fra qualche secolo, quando Tolstoi, diventato antico,
vivrà soltanto nell'ammirazione della scuola.

Al pari della gloria anche l'amore non ottiene che dalla morte
l'indiscutibile consacrazione.

Rivolgete la testa a contemplare il passato e, per quanto triste, vi
parrà diverso da quello che viveste; avverrà pel suo paesaggio
spirituale come per tutti gli altri della terra, ai quali la prospettiva
compone un'irreale bellezza con una nuova musica di linee e di colori.
Allo stesso modo c'innamoriamo delle grandi figure solamente quando
appaiono nella gloria dei secoli, sullo sfondo della storia, mentre non
intendiamo che parzialmente quelle del nostro tempo destinate al
medesimo trionfo. La lontananza del tempo cancella forse come quella
dello spazio i loro piccoli difetti per meglio rivelare la magnificenza
dei loro contorni? O è questa ancora un'altra delle nostre illusioni?

Perchè il vostro fantasma ha visitato nell'inverno e nella primavera
questa mia solitudine? Appariste mai altra volta a' miei occhi nella
folla o eravate sepolta nell'ultimo fondo del mio cuore, laggiù, dove si
trema di guardare, perchè le tenebre vi oscillano come sopra un abisso?

Chiunque voi siate, lontana al di là delle Alpi e del mare, o vicina in
qualche città o campagna italiana; qualcuno de' miei libri abbia o no
impresso sulla vostra memoria un ricordo incancellabile; la mia vita si
esaurisca in questa solitudine come certi torrenti scompaiono fra le
sabbie per una landa riarsa, o con impeto nuovo rovesciando qualunque
barriera prorompa superba verso il mare della gloria, voi siete l'ultima
donna alla quale si è levato il mio pensiero. Con voi ho risognato
l'ebbrezza della primavera sotto un sole giovanile, fra profumi e
canzoni, e le mie mani tremarono ancora una volta nello spasimo di una
carezza, tendendosi verso il vostro fantasma di bionda signora alta e
sottile, coi grandi occhi pensosi nel volto opaco e fragrante. Il mio
sogno vi avvolgeva come un vapore mattinale; io vi parlavo
coll'abbandono confidente del cuore, che ridomanda tutto quanto già
ottenne, e rinnova il proprio dono colla lieta prodigalità di un
fanciullo. Se ho pianto nelle mie ore più tristi, quel pianto era meno
amaro, perchè voi eravate nella mia solitudine, riempiendola della
vostra presenza; se davanti a voi disperai nuovamente, l'orgoglio
dell'ingegno e la incredulità del cuore non avevano più quella collera
muta, che ci rende così crudeli con noi stessi e cogli altri. Forse non
perdonai, ma come Dante, incontrandosi con un altro fuoruscito e
parlando di Firenze, sentiva fondere nella dolcezza dell'accento materno
il proprio rancore, provai anch'io la sensazione di un dissolvimento,
quella improvvisa leggerezza dell'anima, dalla quale cade un peso
insopportabile. Eppure il vostro non era che un fantasma silenzioso. Vi
avrei dunque amata senza conoscervi? Perchè amare, quando i capelli
cominciano ad imbiancare, e non si potrebbe offrire all'anima di una
donna che un cuore insanguinato come un campo di battaglia, un ingegno
alto forse, ma simile a quelle roccie solitarie, che rimangono
inintelligibili nel paesaggio?

Per quelli, che compirono soli la prima e più lunga parte del viaggio
nella vita, è ancora più difficile dire a se medesimi: — Adesso comincia
il deserto! —

Credetelo, signora, questa parola è così pesante che ci ripiomba troppe
volte sull'anima prima ancora di uscire dalle labbra.

E tuttavia bisogna dirla.

Non è un addio, perchè nessuna figura resta dietro di noi a guardarci,
mentre l'ombra della sera cade sulla via e la nasconde; non è un grido
d'invocazione, che salga a percuotere in alto, e lontano qualche eco, al
quale rivolgere gli ultimi passi colla speranza di una meta; il cuore si
restringe; la testa si abbassa.

L'ultimo fantasma raggiunse già quelli, che ci abbandonarono per i
primi: l'amore non ci conosce più, la gloria non ci venne incontro.
Anch'essa ama i giovani, e quando illumina la fronte di un vecchio, non
è più che un chiarore lunare, una luce di astro spento. Le donne ci
rasentano senza vederci, il nostro sguardo s'immerge nei loro occhi come
in uno specchio, che non ne trema; la loro parola più gentile ha per noi
un accento straniero, ogni giorno ci distacca qualche cosa dall'anima.
Quindi una segreta, indefinibile paura ci respinge dentro noi stessi, il
nostro egoismo si raggomitola, mentre una nuova invidia falsifica le
parole della nostra esperienza, facendoci indarno queruli e saggi.
Attori malcontenti di avere così recitata la propria parte, diventiamo
giudici incontentabili ed inintelligenti pel dramma, che prosegue
davanti a noi, senza che qualcuno se ne distragga un momento per
consolarci con un'occhiata: la nostra vita somiglia a quelle foglie
secche dell'autunno, che l'inverno putrefece, e le nuove erbe della
primavera seppelliscono già nel rigoglio.

Tutto è finito.

Ogni orma si cancella giorno per giorno dietro di noi, nella notte ci
tornano i pensieri lunghi del passato. L'impaziente ironia dei più
giovani ci sibila agli orecchi come i venti di aprile fischiano fra i
rami secchi, che non possono più rifiorire quantunque tutto l'albero non
sia morto; e allora avviliti, dimenticati, nella nuova primavera,
mentiamo l'ultima volta, vantando la festa della nostra gioventù.

Ma nessuno ci ascolta.

Tutto è finito, signora.

Bisogna tacere.


FINE.



INDICE


  Vox clamans                               Pag.  7
  Prologo                                    »   15
  Il melodramma                              »   23
  Il mistero dell'anarca                     »   33
  Andrée                                     »   47
  Al mare, al mare                           »   59
  Dalla laguna                               »   73
  La bancarotta della scienza                »   83
  Il duca di Reichstadt                      »   99
  Pasqua                                     »  115
  L'addio                                    »  125
  Checco                                     »  137
  Il marito che uccide                       »  159
  La vergine                                 »  169
  La testa di Bismarck                       »  179
  La poesia del dolore                       »  191
  Epilogo                                    »  213



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (follia/follìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ombre di occaso" ***

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