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Title: Gli ultimi giorni di Goldoni - Le Commedie, vol. 1
Author: Carrera, Valentino
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Gli ultimi giorni di Goldoni - Le Commedie, vol. 1" ***

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GLI ULTIMI GIORNI DI GOLDONI



                               LE
                            COMMEDIE
                               DI

                        VALENTINO CARRERA


                                ..... Se voeren sti poetta
                            Ciappottan i passion, moeven el cœur,
                            Hann de toccann i tast che ne diletta,
                            Ciapann, come se dis, dove ne dœur;
                            Senza andà sui baltresch a tirà a man
                            I coregh e i scuffion gregh e roman!

                                                  CARLO PORTA.


                          VOLUME PRIMO



                             TORINO
                     TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
                              1887



_L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire
di tutti i diritti della proprietà sia per la riproduzione e la
traduzione, che per la rappresentazione._

                                                                (918)



GLI ULTIMI GIORNI DI GOLDONI

COMMEDIA IN DUE ATTI ED UN INTERMEZZO



NOTIZIA


Dacchè l'autore, in una sua gita a Parigi per indagare qualche cosa
sugli ultimi giorni del GOLDONI e la sorte della vedova, aveva sentito
la contessa D'Agoult ricordare d'avere più d'una volta nella sua
adolescenza sentito a dire in casa, da testimoni del Terrore, che CARLO
GOLDONI era proprio morto «_dans la plus affreuse des misères dans un
galetas_», un vivo desiderio lo aveva sempre tormentato, quello di
vendicare, bene inteso coll'arte che gli era consentita, l'indegno
abbandono in cui gli italiani avevano lasciato morire il più comico e
spontaneo di tutti i commediografi, e di rendere nello stesso tempo
omaggio alla memoria serena e pia della moglie Nicoletta Conio da
Genova, e del nipote Antonio di Giovanni Goldoni.

Ma non gli si era mai offerto il destro di porre in atto il suo onesto
desiderio, quando sul finire del 1880 venne in mente al ch. prof. E. D.
Müller di suggerire a Cesare Rossi direttore della Compagnia drammatica
della città di Torino, ed uno dei pochissimi attori che conservino la
tradizione goldoniana, di commettergli una commedia che avesse per
soggetto la morte del nostro maggior poeta comico.

L'impresa tornava onorevole quanto era ardua; ma l'autore non avrebbe
forse accettato l'invito senza la speranza che il riverente antico
affetto e la sempre maggiore ammirazione potessero inspirargli quanto
chiedere non poteva all'ingegno; senza la lusinga non nuova, che la viva
intelligenza di Cesare Rossi e lo zelo dei suoi compagni avrebbero
sopperito alle troppe lacune con quelle infinite finezze e malizie
dell'arte che si possono qualche volta accennare, ma non mai scrivere, e
spargono tanto barbaglio di luce nella divina arte di far rivivere sulla
scena un uomo ed un'epoca... La commedia, scritta di getto, venne letta,
e il Rossi soddisfatto volle che il battesimo avesse luogo in quel
teatro Goldoni di Venezia, così ricco di memorie goldoniane, dal primo
monumento che si sia eretto al poeta dai suoi concittadini, al ricordo
posto a quella insuperabile attrice in dialetto veneziano che fu
Marianna Morolin, creatrice vera di parti e di scrittori e pure modesta,
non veneziana e pure ammiratissima; dal numero di commedie dell'avvocato
veneziano che videro per la prima volta la scena su quel palco, al
pubblico intelligente, custode del buon gusto e della nostralità della
commedia, uno dei pochissimi nemici di ogni altra ibrida forma.

L'autore della commedia, con quel soggetto, con quella rivendicazione,
dinnanzi a quel pubblico, in quel teatro, era tutto uno spasimo
d'ansietà e di paure. Ma _Gli ultimi giorni di Goldoni_ erano messi su
con mirabile cura e precisione di scene, di mobili e d'abiti; ma la
parte di GOLDONI era sostenuta, e con quali spalle, da Cesare Rossi
insuperato finora nella trasmissione degli affetti; quella di
_Nicoletta_ da Teresa Bernieri; da Claudio Leigheb quella di
_Battistino_; dal povero Arturo Diotti quella di _Antonio_, e Flavio
Andò aveva voluto concorrere alla festa assumendo la parte dello
_Chénier_, come Antonio Colombari quella di _Balletti_... Quale
meraviglia se la sera del 30 marzo 1881 la commedia tornò gradita nella
stessa Venezia, come poi nelle altre città, e con tanto accordo di
indulgenza che arrivata a Torino fu ritenuta degna di raccogliere il
premio drammatico che dava per l'ultima volta quel Comune? Erano in
tanti a metterci il meglio del loro ingegno e della loro esperienza! E
si trattava di GOLDONI, di cui basta pronunziare il nome sempre più
luminoso perchè tosto se ne irradii qualche cosa della sua amabile
indulgenza, giocondità e cortesia.



INTERLOCUTORI


  CARLO GOLDONI.
  NICOLETTA, sua moglie.
  ANTONIO, nipote di Carlo.
  GIUSEPPE CHÉNIER.
  BATTISTINO STUCK,        }
  SUSANNA BERTINAZZI,      }
  MARIA FARINELLI,         } Comici italiani al servizio
  BALLETTI,                } del Re di Francia,
  GANDINI,                 } pensionati.
  MATTIUZZI,               }
  PIERINA, serva di casa Goldoni.
  ROSALIA FARINELLI, maestra di musica.
  M. G. RICCOBONI, già attrice e poi scrittrice
  RINALDI, professore di lingua italiana.
  EMILIA RINALDI, sua moglie.
  AGIRONI, farmacista.
  LEGENDRE.
  BOUCHARD.
  Un COMMISSARIO di polizia.
  Due agenti di polizia.

L'azione nel 1º atto e nell'intermezzo in casa di Goldoni, a Parigi, in
via Richelieu, il 22 settembre 1792; nel 2º in una soffitta in via
Mauconseil, il 6 febbraio 1793.



ATTO PRIMO

In casa di Goldoni, via Richelieu, presso il Palazzo Reale. Sala
arredata signorilmente secondo lo stile di Luigi XV; ma la mobilia
dimostra di avere giusto i suoi trent'anni, per quanto conservata da una
buona massaia. In fondo, ai due lati d'una porta che è la comune, due
stipi, sopra uno dei quali c'è un busto di Molière fra due vasi di
fiori, sull'altro un orologio a pendolo fra due candelieri: sulla scena,
a destra dell'attore, un canapè fra due seggiole; a sinistra fra una
seggiola ed un seggiolone, un tavolino sul quale ci sono dei libri, un
campanello e l'occorrente per iscrivere. Tanto il canapè che il tavolino
sono difesi da due paraventi, la cui intelaiatura è coperta d'antica
stoffa di colore oscuro ed a disegno chinese. Cinque porte: la comune,
come si è detto, nel mezzo in fondo, e quattro laterali; quella al
proscenio a destra scorge alla camera da letto di Carlo ed Antonio, e
quella a sinistra pure al proscenio alla stanza della signora Nicoletta
e di Pierina. Delle altre due quella a destra scorge ad un salotto, e
l'altra alla stanza di Battistino. Tra le due porte a sinistra,
addossato alla parete e colla tastiera verso il fondo, un cembalo a
mezza coda: alle pareti in fondo, sugli stipi, le specchiere dell'epoca;
sul tavolino un tappeto, alle porte delle tende, e sull'impiantito una
tela di colore oscuro ed unito. È giorno.


SCENA I.

_All'alzarsi del sipario suonano le nove al pendolo: ANTONIO, col
cappello alla Franklin in capo ed una mazza in mano, entra in iscena con
premura dalla destra; quindi a suo tempo BATTISTINO dal fondo, pure con
cappello e mazza che depone sulle seggiole._


ANT. _(entrando)_. — Lo zio fa la sua toeletta e non esce di camera per
un'altra mezz'ora... se venisse subito Battistino! _(va a guardare al
fondo)_ Sono già le nove! Oh! eccolo, finalmente! _(Battistino)_ Ebbene?

BATT. — Buone nuove. Abbi pazienza se non ho potuto fare più presto; ma
in questa benedetta Parigi non s'arriva mai!

ANT. — Dunque verranno?

BATT. — Meno la signora Desgrandes che è un pochino indisposta dalla
paura e rimane nella sua tana di Passy, tutti!

ANT. — Oh bravo il mio Battistino! E verrà anche l'Agironi da
Clignancourt?

BATT. — Il professore Rinaldi che s'è incaricato ieri di fare il giro,
m'ha detto che sì, e che sperava di portarci anche la signora Riccoboni.

ANT. — A meraviglia! E il desinare?

BATT. — Il trattore della Grotta Fiamminga lo manderà su bell'e fatto
per la metà del prezzo domandato dal Caffè Conti.

ANT. — Benone! Ma gli invitati come verranno?

BATT. — Rinaldi s'è inteso con Mastro Martin che andrà a pigliarli tutti
in casa della Riccoboni.

ANT. — Ma non ci sarà pericolo che la gente vedendo una carrozza...?

BATT. — No, perchè Martin è quello che serve Danton e le sue carrozze
coperte di nappe scarlatte sono così note che non possono destare alcun
sospetto.

ANT. — E i vecchi comici come verranno?

BATT. — A piedi, tutti assieme, anche per impedire che Balletti ne
faccia qualcheduna delle sue...

ANT. — Benissimo: ora dàmmi quello che hai avanzato.

BATT. — Avanzato? Mi fosse bastato!

ANT. — E allora?

BATT. — Allora... per dare ai nostri buoni vecchi ancora un giorno di
felicità, ho preso quell'anellino che volevo serbare a Pierina, e così
ho provveduto ad ogni cosa.

ANT. _(abbracciandolo)_. — Battistino, tu non sei un amico!...

BATT. — Grazie!

ANT. — ... Sei un fratello! Ma, mi raccomando, che ogni cosa riesca
inaspettata, e non dire allo zio che sono stato dallo Chénier, l'unico
che possa ancora salvarci dalla rovina!

BATT. — Sono impaziente di conoscere questo poeta in cui la bontà, bel
caso! non è minore dell'ingegno.

ANT. — Verrà oggi istesso a vedere lo zio; ma i suoi doveri di deputato
non gli permettono di trattenersi con noi come io avrei desiderato.


SCENA II.

_PIERINA, una servotta spigliata e disinvolta, dal fondo con una
lettera: cuffietta in capo, abito a mezza gamba di color chiaro, calze
bianche e scarpe. DETTI._


PIER. — Una lettera per l'avvocato dal segretario dell'Ambasciatore di
Venezia.

          (consegna la lettera a Battistino e poi va ad assettare
            gli oggetti sugli stipi in fondo)

BATT. — Gliela darò io.

ANT. — Io scappo per tornare al più presto; ma se non facessi in tempo
bada tu ad impedire che si parli allo zio della prigionia del Re, della
morte della principessa di Lamballe e delle stragi alle prigioni!

BATT. — Figurati, sarebbe lo stesso che farlo ricadere ammalato! E sì
che s'egli potesse reggere al racconto di ciò che s'è fatto per sei
giorni e cinque notti nelle prigioni, sarebbe pure un gran bel motivo
d'orgoglio per noi italiani poter dire che in mezzo a tanta ferocia dei
pochi ed a tanta vigliaccheria dei molti, una sola figura risplende
veramente sublime, ed è quella d'un'italiana, Luisa di Savoia,
principessa di Lamballe!

ANT. — La sola in mezzo a tanti cortigiani del Re di Francia che abbia
avuto il coraggio di lasciare il luogo dove era al sicuro per venire a
dividere la terribile sorte dei suoi cari: una vera eroina, l'eroina
della gentilezza e dell'amicizia... Ma a che serve ormai? Siamo intesi
adunque. Addio. _(esce dal fondo)_

BATT. — E anche tu sei un eroe, l'eroe del rispetto e del sacrifizio; e
dovevi nascere nei secoli più gloriosi dell'antichità, quando non si
portava in capo il cappello all'americana... Avresti preso dei grandi
raffreddori di capo come tuo zio, senza avere in tasca le sue pezzuole;
ma non saresti obbligato a fare l'interprete per pochi soldi, e non
avresti dovuto rinunziare, per assistere i tuoi buoni e gloriosi vecchi,
all'amore, la sola cosa per cui Battistino spera ancora e vive!

PIER. — Finchè si rimane coll'avvocato non c'è da sperar nulla, e se non
avete altri moccoli si resta al buio tutti e due!

BATT. — Pierina, vi siete alzata colle paturnie stamattina!

PIER. — C'è veramente di che stare allegri! La pigione è da pagare,
credito non ce n'è più, e la sua brava pensione di quattro mila lire è
bell'e sfumata per sempre!

BATT. — E volete andarvene?

PIER. — Anche troppo ci sono stata per quello che mi dànno.

BATT. — Ci sto io per nulla!

PIER. — Chi si contenta, gode.

BATT. — Via, Pierina! Come si fa a piantare della gente che vi ama come
una figliuola, come una sorella, senza contar me che vi idolatro in
tutti i gradi di parentela?

PIER. — Intanto l'altro mese mi avete trattenuta col dirmi che
abbandonarli mentre l'avvocato era ammalato sarebbe stata una vera
crudeltà...

BATT. — E ora vi dico che sarebbe una vera indegnità.

PIER. — Oh già voi non siete mai a corto di belle parole...

BATT. — Sono fiorentino, guà: magari a corto di quattrini; ma di parole,
mai! Abbiamo in casa il deposito della lingua, non costa nulla e si
spende!

PIER. — Alle corte, io mi sono bell'e trovato un altro padrone e un fior
di padrone; deputato, e di quelli che hanno le mani in pasta...

BATT. — Allora poco pulite.

PIER. — E che è anche lui poeta comico tal quale l'avvocato.

BATT. — Tal quale, nientemeno!

PIER. — Ma sì! E ha un nome curioso... Collo..... Collo d'Erba...

BATT. — Cicuta.

PIER. — No... Collo d'Erba...

BATT. — Amara!

PIER. — Ma che amara!

BATT. — Collo d'erba, semplicemente, del diavolo; _Collot d'Herbois_
via!... Un comicuccio ubriacone ed invidioso che si è fatto _cuccare_ su
tutti i teatri di Francia e di Navarra; uno _sbruffariso_ che quando si
sarà alzato ben bene sulla punta dei piedi non arriverà ai tacchi di
Carlo Goldoni!

PIER. — Sarà, io non me ne intendo...

BATT. — Zitta, che di teatro, politica e medicina, tutti professori!

PIER. — Sia come si vuole: Carlo Goldoni non può più pagarmi la mesata
ed io lo pianto.

BATT. — No, finchè ci resto io.

PIER. — Fin che sia morto, adunque, a fargli il galoppino! Che vergogna!
un giovane come voi che sa fare di tutto...

BATT. — Meno quattrini.

PIER. — Un attore coi fiocchi...

BATT. _(guardando gli orli delle falde del suo abito)_. — Soltanto colle
frangie.

PIER. — Il figliuolo d'un bravo maestro di musica...

BATT. _(traendo fuori le saccoccie vuote delle brache)_. — Si vede.

PIER. — E non vi vergognate di fare il servitore per nulla?

BATT. — Coll'avvocato, punto.

PIER. — E senza un soldo, senza una speranza, volete rimanere?

BATT. — Finchè vive, sì.

PIER. — E dite che mi volete bene, che volete sposarmi?

BATT. — Nulla di più vero!

PIER. — E allora bisogna dire che vi gira?

BATT. — Per girare, a questi lumi di luna, gli è un bel giramento... Ma
poichè l'ho da dire, state a sentire perchè credo mio dovere restare. Io
non sono solamente il più bel figliuolo — unico — del maestro Battistino
Stuck — nella mia famiglia di padre in figlio non si è meno Battistini
che Stucchi — e il nostro primogenito sarà tanto Stucco anche lui quanto
Battistino — ma sono anche un discreto attore di quella Commedia
italiana dell'arte che maestra di intreccio e di dialogo allo stesso
Molière, ha divertito per tre secoli tutta Europa, facendola ridere di
quelle belle risate che scaricano il fegato ed alleggeriscono la milza;
perchè a tenere il pubblico allegro noi non si recitava soltanto, non si
inventavano soltanto lì per lì le più matte stramberie, le più piccanti
risposte; ma, se faceva bisogno, si cantava e si suonava e si ballava, e
si facevano giochi di agilità e di destrezza, senz'aiuto di poeta e di
rammentatore, mostrando così ognuno di noi quant'era capace e spiritoso.

PIER. — Oh! guarda; non lo sapeva!... Ma e il pubblico?

BATT. — Il pubblico d'allora? Era tutt'altra cosa. Quel pubblico là non
andava al teatro che per divertirsi e per ridere, e per questo quando
s'arrivava in Francia, in Baviera, in Austria, in Boemia e nei Paesi
Bassi, ci veniva incontro a braccia aperte gridando: benvenuti i comici
italiani, evviva! Sapeva il buon pubblico che con noi non c'era pericolo
di doversi sorbire le commedie che colla scusa della letteratura non
fanno nè ridere, nè piangere, e intanto ognuno s'ingegnava di capire e
di parlare la nostra fiorita e sonante lingua d'Italia. Oh sicuro, che
qualche volta il nostro gesto passava un po' il segno, lo scherzo, la
misura; ma allora il mondo era più alla buona, chiamava più le cose col
loro nome e capiva che se c'era il peccato non c'era quasi mai
l'intenzione, la malizia. Ebbene, ora sono quasi cinquant'anni, è venuto
fuori a Venezia uno scrittore italiano, s'intende, a dire: questa
commedia a soggetto colle maschere che i soli italiani sanno fare,
buttiamola giù, e rifacciamo anche noi la commedia scritta in cui il
comico non è più quasi nulla e il poeta è quasi tutto.

PIER. — Non gli hanno mica dato retta a quel birbante?

BATT. — ... Sulle prime, no; ma poi dàlli e picchia, finì per vincere:
lui alle stelle, e noi... alle stalle!

PIER. — Maledetto!

BATT. — Il resto del carlino ce l'ha dato prima l'Opera e ora la
rivoluzione, la quale come sapete, sospetta i comici di simpatie
reazionarie, manda questi all'armata, ficca quegli altri in prigione ed
obbliga i pochi rimasti sulla scena a farsi brutto strumento di vendetta
e di derisione.

PIER. — E voi?

BATT. — Io a quest'ultimo rovescio piglio il mio coraggio a quattro
mani... e mi nascondo. Ma le provvigioni finiscono presto e bisogna pure
uscir fuori per cercarne! Ohimè! Appena in istrada, allo svolto di via
Richelieu qua sotto, sento dietro di me due o tre fischi, come se
chiamassero un cane. Io, bestione, dimenticando la differenza che corre
fra il fischiare un cane ed un comico, mi volto!

PIER. — Che differenza?

BATT. — Il cane si fischia per chiamarlo e il comico per mandarlo...
Voltarmi ed essere riconosciuto è un lampo. _È lui, il comico,
Arlecchino, l'italiano, l'aristocratico... alla Senna!_ — E un nuvolo di
manigoldi si slancia sopra di me... Ma io non mi perdo mica di
coraggio...

PIER. — Vi difendete?

BATT. — No, strillo come un'aquila... Gli altri mi abbrancano, mi
sollevano di peso e corrono verso la Senna...

PIER. — Dio! Ma voi vi dibattete energicamente...

BATT. — No... Faccio meglio... il meglio che si possa in cosifatto
momentaccio... perdo coraggiosamente i sensi! Quando li riacquisto mi
trovo sopra un buon letto, in una bella camera, in mezzo a due angioli,
il poeta che ha ammazzato la commedia a soggetto, e sua moglie!

PIER. — Allora rimanete. Partirò sola.

BATT. — Ma non oggi, domani.

PIER. — E perchè domani piuttosto che oggi?

BATT. — Perchè oggi non bisogna dare nessun dispiacere ai nostri buoni
vecchi; perchè oggi si sta allegri e si fa loro un mondo di sorprese,
una più bella dell'altra, per festeggiare l'anniversario del loro
matrimonio.

PIER. — Davvero?

BATT. — Come è vero... che vi voglio bene, ed eccovi il programma della
festa; ma che non lo sappia neanche l'aria! Oggi, 22 settembre, mille
settecento novantadue, in casa Goldoni, coll'intervento degli amici
francesi ed italiani, un buon desinare bell'e fatto e servito dal
trattore...

PIER. — Meglio! Meglio!

BATT. — Ma prima di desinare, musica e rappresentazione.

PIER. — Suonatori e attori! Bene! Bene! E giovanotti?

BATT. — Tutti di primo pelo; tutti uno più giovane dell'altro.

PIER. — Ma i quattrini?

BATT. — Già trovati e spesi.

PIER. — Davvero?

BATT. — Com'è vero che vi voglio far mia.

PIER. — Sì, e mi fate troppo onore; ma come si fa? Io sono povera e voi
non avete nulla...

BATT. — Dunque siamo fatti apposta l'uno per l'altro!

PIER. — Già, a volersi bene non si spende nulla...

BATT. — E perciò voi non avete un'idea di quanto può amare l'uomo che
non ha nulla! _(la abbraccia)_

PIER. — Ma io preferirei che mi amaste un po' meno, e aveste messo da
parte qualche sparagno.

BATT. — La colpa è della rivoluzione!

PIER. — Ma prima della rivoluzione dovevate conservare qualche cosa.

BATT. — Avete ragione; ma prima, non pensando a prender moglie, non mi
pareva di avere ragione di conservare... E ora che sarei conservatore,
non ho più nulla da conservare!... Ma via, sono giovane, sono
volonteroso, e se voi mi volete un po' di bene, mi par ancora d'esser
più ricco di una badia, Pierina bella, Pierina sempre più cara ed amata!

PIER. — Ecco quel che mi capita: faccio un mondo di proponimenti e poi e
poi mi lascio intenerire da quattro chiacchere... imbecille!!

BATT. — A me?

PIER. — No, no, a me sola!

BATT. — Pierina, non dobbiamo essere marito e moglie? Dunque un po' per
uno anche l'imbecillità!


SCENA III.

_NICOLETTA, in abito da casa, dalla destra. DETTI._


NICOL. — Battistino... Senti che ti ho da pregare d'un favore. Tu,
Pierina, fammi il piacere di preparare il cioccolato.

PIER. — Subito: l'acqua è già al fuoco da un pezzo. _(esce dal fondo)_

BATT. — (Ma se il fuoco non s'è spento da sè, a quest'ora l'acqua lo ha
spento lei).

NICOL. — Dimmi, hai inteso stanotte quelle grida disperate dalla strada?
_(accenna a sinistra)_

BATT. — Altro! Ed ho subito pensato che è stata una gran bella idea la
sua di pigliar lei la camera sul Palazzo Reale!

NICOL. — Ma quando finirà questo baccanale sconcio e sanguinoso che dura
da più di tre anni?

BATT. — Appena i Francesi si saranno mangiati gli uni gli altri.

NICOL. — Meno male che un po' per la malattia che gli ha impedito di
uscire, un po' per le nostre cure, Carlo ignora le cose orribili
accadute in questi ultimi mesi!

BATT. — Oh! Guai s'egli si fosse potuto imbattere in certe mascherate
indegne, per non dir peggio, ed ascoltare le loro canzonaccie sulla
Regina! Ma c'è chi veglia; e prima d'ogni altro lei, signora Nicoletta,
che non so che farebbe per suo marito; lei che vorrebbe potersi
arrampicare fino al cielo per soffiar via la nuvoletta che gli facesse
meno vivo un raggio di sole!

NICOL. — Zitto! Zitto! Sarei degna moglie di Carlo Goldoni se non gli
volessi tutto tutto il mio bene?

BATT. — E sono de' begli anni che glielo vuole! Oh scusi!

NICOL. _(sottovoce, contentissima)_. — Ma che! sono cinquantasei! e sono
la mia gloria. E oggi appunto è l'anniversario delle nostre nozze!

BATT. _(simulando sorpresa)_. — Oh! Ma non si sono sposati di luglio?

NICOL. — Sì, nella mia Genova; ma non si fecero nozze solenni con tutti
gli amici e parenti di Carlo che nel settembre a Venezia. E giusto a
questo proposito, la vedi questa bella tabacchiera?

BATT. — È quella che le regalò la marchesa di Marbœuf.

NICOL. — Altri tempi! Ma va a venderla senza dir nulla nè a Carlo nè al
nipote, e pensa tu a farci qualche bella sorpresa... In tasca presto che
arriva mio marito!

BATT. _(presa ed intascata la tabacchiera)_. — (Anche lei colle
sorprese!)


SCENA IV.

_CARLO GOLDONI in veste da camera dalla destra. DETTI._


GOLD. — Battistino, giusto te voglio... Ah! colla moglie ti colgo? Ora
capisco tutto quel ciripipì che sentivo di là... Niente giustificazioni,
e lei pensi che io sono uomo da pigliar subito una grande risoluzione
se... _(mutato tono e ridendo)_ non mi dà subito il mio solito
cioccolato!

NICOL. — T'è ritornato l'appetito? A meraviglia!

GOLD. — Ma se tu aspetti un altro poco, o diventa fame addirittura, o se
ne va via!

NICOL. — E io corro a fartelo subito subito... Battistino, ricordati la
commissione...

GOLD. — (Non vorrei che mi prevenisse...) Che commissione?

NICOL. — Due soldi di refe bianco.

GOLD. — (Meno male che se n'è scordata). Abbi pazienza, moglie mia; ma
senza far torto a Pierina, il cioccolato fatto da te vale il doppio.

NICOL. — Adulatore! Già lo sei sempre stato; colle donne, veh! _(esce
dal fondo)_

GOLD. — Ma con te, mai... oh colle altre! — Titino, senti. Promettimi il
più scrupoloso segreto.

BATT. — Prometto; ma legga prima questa lettera del segretario del
Ministro residente di Venezia.

GOLD. — Non poteva arrivare più a proposito! _(apre la lettera dopo
essersi messo gli occhiali)_ Ahimè che non c'è nulla dentro! Aveva
pregato il Vignola d'un piccolo... d'un piccolo... _(starnuta)_ favore.

BATT. — Felicità.

GOLD. — Grazie; ma per carità, chiudi subito la mia porta. — Gli
domandavo una piccola anticipazione sugli arretrati della mia pensione;
ma non dirlo ad Antonio. — A proposito c'è qualche buona speranza che le
cose politiche si aggiustino presto?

BATT. — Speranze? Moltissime! (Non si campa d'altro!)

GOLD. — E il Re dov'è?

BATT. — A Parigi.

GOLD. — Non va più a Versailles?

BATT. — Non ci va più di sicuro.

GOLD. — Egli è così buono che finiranno per rendergli giustizia. Già il
tempo è sempre galantuomo.

BATT. — Che peccato non si possa dire altrettanto degli uomini!

GOLD. — Tieni questo libro, _(trae di tasca un volume legato e lo dà a
Battistino)_ mentre io leggo la lettera, — _(legge fra sè:)_ «Sua
Eccellenza, a cui ho dovuto mostrare la vostra, non potendola soddisfare
io stesso come desideravo, mi ha pregato ieri sera di dirvi che per
imprevedibili circostanze non gli era dato di secondarla...» O che
disdetta! _(ripigliando la lettura)_ «Ma è lieta di annunziarvi che il
primo suo ufficio presso la Serenissima sarà quello di provvedere al
rimpatrio di voi e della vostra famiglia». (Oh questa sì che è una
notizia che m'allarga il cuore!) La giornata comincia bene! Una buona
nuova da dare a mia moglie.

BATT. — Vuole che la chiami?

GOLD. — Più tardi... a tavola!

BATT. — Per farle una sorpresa?

GOLD. — Per l'appunto. Ma non basta. Va subito dal libraio Bernard,
Lungosenna degli Agostini, 37: te lo pagherà cinque luigi.

BATT. — Un libro di commedie e di tragedie, cinque luigi?

GOLD. — Ne vale di più _l'illustre teatro di Corneille_ del 1644! La sua
brava sfera elzeviriana, il ritratto inciso da Picart, la legatura del
tempo... un vero tesoro da bibliomane! Ma questo è nulla: è per quelle
due righe a mano sull'antiporta che mi rincresce di venderlo!

BATT. _(legge)_. — «_A Carlo Goldoni, pittore della natura, e liberatore
dell'Italia dai Goti. Voltaire, 1764._» — Voltaire!

GOLD. — Sì, il letteratone, il grand'esprit fort del nostro secolo,
quello che in fatto di gusto e di riputazione faceva il sole e la notte!

BATT. — Che gloria per lei, e che cecca sul naso ai suoi nemici!

GOLD. — Figurati! Ma vedi se ho ragione di dire che il tempo è
galantuomo? Carlo Gozzi mi accusava di fomentare le bizze del popolo
contro i nobili, precisamente come Fabre accusa adesso Collin di fare il
rovescio; il pubblico mi preferiva più d'una volta l'abate Chiari;
Baretti mi flagellava per anni ed anni colla sua _Frusta_, e quando io
stanco di così lunga lotta coi comici, col pubblico e cogli accademici,
mi rifugiava in Francia e vi otteneva il grande successo del _Burbero_,
Baretti negava persino che potesse essere mio!... Ebbene io non me la
sono presa allora coi miei Veneziani, nè col Baretti, no: ho taciuto ed
ho aspettato con pazienza. Che cosa è successo, Titino? Che mentre i
miei nemici sono quasi tutti dimenticati, ed i Granelleschi non si
ricordano più che per riderne, il povero Avvocato Veneziano a poco a
poco si è fatto strada ed ha finito per essere lodato, troppo lodato, e
da chi? Da Gaspare Gozzi, Cesarotti, Verri e Parini in Italia, e qui da
Marmontel, Grimm, Beaumarchais e Voltaire; e quando, or fanno cinque
anni, sono ammalato, chi corre al mio capezzale a stringermi la mano, a
consolarmi? Vittorio Alfieri, il più grande dei Piemontesi, compreso il
signor Baretti! Dunque, figliuolo mio, mai bizze, mai rappresaglie che
guastano il sangue e l'ingegno; ma pazienza, coraggio, fede nell'arte
della verità e nella giustizia del tempo; e se mai voi altri giovanotti
poteste dimenticarlo, venite a vedere Goldoni: eccolo qui sereno ed
orgoglioso non di vendette e di rancori, ma dei suoi cinquant'anni di
lavoro, dei suoi cento sessanta componimenti teatrali, e se oggidì non
guasta, dell'onestà delle intenzioni che glieli hanno inspirati!

BATT. _(con trasporto temperato da riverenza)_. — Ma come si fa a non
volerle bene, anima piena di luce e di bontà?!

GOLD. — In quanto a luce, mi si è già chiusa una finestra... Ma se mi
vuoi tanto bene perchè non corri subito dal Bernard?

BATT. — Lo vuol proprio vendere un libro così prezioso?

GOLD. — Sicuro che è un gran bel documento per il mio amor proprio... Ma
fra il mio amor proprio e il dare a mia moglie una prova di affetto,
oggi, l'anniversario del più bel giorno della mia vita, non posso
esitare... Vallo a vendere: sarà la prima volta che un tragico avrà
servito a tenere di buon umore cinque persone... e poi fa tu quello che
credi più conveniente... _(impaziente)_ Ma non perder tempo che è tardi!

BATT. — Mi lascia pigliare il cappello?

GOLD. — Oh! _(lo piglia fra le sue braccia)_ Scusami; t'ho parlato come
ad un servitore e tu sei un amico; tu e il mio buon nipote, i miei
figliuoli!

BATT. _(commosso)_. — Fino alla morte! — La sua signora!

GOLD. — Zitto! _(asciugandosi gli occhi)_ Ridi... ridi, ti dico!

BATT. — Tocca a lei che m'ha fatto piangere, a lei che è il
commediografo a farmi ridere.

GOLD. — Giusto, poichè tutta l'arte nostra sta in questo di saper far
ridere o piangere, ma più ridere! più ridere!

BATT. — Per questo lei non ha rimorsi; anzi, se l'avesse, senza
offenderla, soltanto un soldo per ogni risata che ha destato!

GOLD. — Ah! non avrei certo da vendere i libri! Ma una commedia dove non
c'è da ridere è come un desinare senza vino, un giorno senza sole!

BATT. — La gioventù senza l'amore!

GOLD. — Bravo!


SCENA V.

_NICOLETTA e PIERINA col cioccolato, dal fondo, indi G. M. CHÉNIER, pure
dal fondo, in elegante abito alla moda, senza baffi, coi capelli lunghi.
DETTI._


NICOL. — Di buon umore, bravi tutti e due!

GOLD. — Si parla d'arte, di sole, di gioventù, d'amore, da giovanotti
pari nostri!... _(mutato tono)_ Senti, senti che profumo! Ma già
cioccolato della Toutain e fatto dalle tue mani!

          (una scampanellata in fondo. Pierina esce dal fondo per
            ritornare subito in iscena col Chénier)

NICOL. — Chi può essere a quest'ora? (Non posso sentire una
scampanellata senza un brivido!)

PIER. — Il cittadino deputato Giuseppe Maria Chénier.

GOLD. — Ma venga, venga subito! _(a Battistino)_ E tu scappa via!
_(Chénier)_

NICOL. _(andandogli incontro)_. — Favorite...

BATT. _(che intanto si è preso il cappello)_. — (Ma egli potrebbe
parlare all'avvocato del Re e della Lamballe!)

CHÉN. _(a Nicoletta)_. — La mia premura di parlare all'avvocato scuserà,
io spero, l'indiscrezione di una visita così mattutina.

NICOL. — Voi siete sempre il benvenuto ed a tutte l'ore.

GOLD. — Ma chi ti vede più? Già, già, sempre occupato nella brutta
politicaccia, invece che delle tue tragedie...

CHÉN. — In fatto di tragedie...

NICOL. — Piglia una tazza di cioccolato con Carlo?

CHÉN. — Grazie, ho già fatto colezione. Godo intanto di vedervi tutti e
due bene ristabiliti.

NICOL. — Io, grazie a Dio, sì; ma Carlo, sebbene sia sempre di buon
umore, non è più quello di prima...

GOLD. — Zitta che non è vero! Non sono che le gambe che mi tradiscono! —
Titino, le tue sono ancora buone?

BATT. — Cerco il mio cappello... (Come faccio ad avvertirlo?)

NICOL. — Ricordati del mio refe! — Vi lascio che ho qualche cosa da
fare; con licenza, cittadino. _(esce dalla sinistra)_

GOLD. — Sono ottantasei i carnevali che porto sulle spalle... e dico
carnevali per modo di dire, chè dall'ottantanove a quest'anno di nessuna
grazia sono tutte quaresime! _(starnuta)_

BATT. — (Ah! l'ho trovato!) Prosit!

GOLD. — Grazie, Titino... Fammi il piacere, uscendo, di chiudere la
porta di fuori... _(va a chiuder la porta a sinistra)_ Accomodati,
Chénier.

BATT. _(presso Chénier, chinandosi come per prendergli un insetto sulle
calze)_. — Scusate, cittadino... Non vi movete nessuno... C'è qui una
grossa vespa sulla gamba... Fermo!

CHÉN. — Io non la vedo. _(Pierina, Chénier, Battistino)_

PIER. — Neanch'io.

BATT. _(sottovoce)_. — Sfido io! Per carità, non una parola all'avvocato
nè del Tempio, nè delle stragi alle prigioni. _(forte)_ Eccola! È presa!

GOLD. — Aria! Aria!

BATT. — Scusate, cittadino, la licenza che mi sono presa; ma io so che
nessuno è più sensibile di un poeta! Avvocato, corro subito...

GOLD. — E il cappello che cercavi?

BATT. — L'avevo in mano... _(come se parlasse alla vespa)_ Tranquilla,
veh! Altrimenti non vi rimetto in libertà...

PIER. — Ma se non avete preso nulla!

BATT. — E questo è il bello! _(esce dal fondo con Pierina)_

GOLD. _(seduto con Chénier sul canapè)_. — Mio giovane amico, se tu mi
hai portato una buona notizia, ti avviso che oggi, l'anniversario del
mio matrimonio, la gusto il doppio.

CHÉN. — Stammi a sentire. Io ho combinato le cose in modo che domanderò
io stesso all'Assemblea Nazionale la restituzione della tua pensione e
non senza speranza di vedere approvata la mia proposta...

GOLD. — Sia lodato il cielo, che non posso proprio più aspettare
dell'altro.

CHÉN. — Ti farò restituire anche gli arretrati...

GOLD. — Mille lire fra pochi giorni!

CHÉN. — Ma bisogna che mi aiuti anche tu, non dimenticando che oltre
all'essere straniero sei italiano, e veneziano per giunta.

GOLD. — Veneziano per grazia di Dio e non per giunta!

CHÉN. — Lasciami finire!

GOLD. — Non parlo più.

CHÉN. — Torino e Venezia hanno ospitato, l'una il Conte di Provenza e
l'altra il Conte d'Artois, per aiutare la coalizione che si ordisce
contro di noi.

GOLD. — Io non so nulla di coalizioni; so che il Conte di Provenza è
marito di una principessa di Savoia, e che l'ospitalità è sempre stata
per noi un dovere...

CHÉN. _(interrompendo)_. — E ora è un pretesto, e perciò il ministro
Dumoriez ha cominciato col dichiarare la guerra al Piemonte, ordinando
all'esercito d'invadere senz'altro la Savoia.

GOLD. — Ma questa è una vera prepotenza a cui spero che i Piemontesi
sapranno resistere!

CHÉN. — Che cosa vuoi che facciano contro la Francia?

GOLD. — Oh per questo non sarebbe mica la prima volta!

CHÉN. — No certo; ma se è con queste idee che credi di conquistare la
grazia dell'Assemblea, ti sbagli!

GOLD. — Ma io domando un atto di giustizia e non una grazia, e se non me
lo fa l'Assemblea, sono uomo da andare dritto dal Re alle Tuileries!

CHÉN. — Alle Tuileries! Ma ora non è più col Re, è coll'Assemblea, è
colla rivoluzione che bisogna trattare!

GOLD. — Allora con quella masnada di assassini che opprime Parigi!

CHÉN. — Ma a che serve dire che la rivoluzione non è più che lo sfogo
d'ogni più feroce libidine, che ogni libertà è ora sopraffatta dalla
brutalità furiosa e selvaggia della plebe, se è con coteste furie
ubriache di vino e di sangue che bisogna fare i conti!

GOLD. — E sia; ma perchè l'aspirazione suprema di tutti gli uomini
onesti ed intelligenti, la libertà e l'uguaglianza nel diritto e nel
dovere, deve cedere il posto agli apostoli dell'incendio, del saccheggio
e della strage?

CHÉN. — Per ora; ma lo riconquisteremo, per Iddio!

GOLD. — Anzitutto Domineddio in Francia non c'è più... l'avete
abolito... Ma te lo dico io il perchè: gli è che questa rivoluzione così
cristiana nel suo fine è tutta nel cervello di uomini come te e tuo
fratello, che credete basti bandire la libertà perchè tutti gli uomini
ne approfittino soltanto per farsi migliori, perchè tutti gli istinti
perversi e feroci siano subito corretti; stupenda illusione che è la
mamma degli spropositi e degli equivoci. Appena voi bandite la libertà,
gli istinti perversi vogliono la licenza; voi protestate in nome del
popolo onesto e laborioso, in nome della società, e quelli vi rispondono
buttando a terra leggi e famiglia e religione. Fermi! voi gridate: la
libertà di tutti sta nell'ordine di tutti, e quelli non sapendo
combattervi colle ragioni troncano con un colpo la discussione e la
vostra testa. Ah! che commedia, che commedia! Altro che _Barufe
ciozote_! E che peccato che io non possa più scriverla!

CHÉN. — Ebbene sì, noi abbiamo il torto di esserci lasciato pigliare la
mano da cotesta plebe ubriaca di vino e di tumulto che trionfa nel
trasporto della sua collera brutale; ma questa plebe è pure il mondo
antico che l'ha fatta così ignorante e schiava dei piaceri bestiali; ma
questa collera è pur vendetta di leoni, che, stanchi d'essere chiusi e
percossi, rompono finalmente la gabbia!

GOLD. — Ma sono oramai quattr'anni che rompono!

CHÉN. — Sono secoli che soffrono! Ma già è inutile che io parli di
rivoluzione ad un veneziano nato in una repubblica governata col terrore
da dieci aristocratici. _(si alza)_

GOLD. — Bravo! Cinque parole, cinque spropositi; sì, perchè a Venezia il
terrore è tanto, che se il Doge ha la cattiva idea di morire di
carnevale, aspettano a dirlo che sia di quaresima; a Venezia c'è così
poca libertà, che ci si corre da ogni parte del mondo, e caffè, e
ridotti, e teatri sono giorno e notte pieni di gente allegra e senza
pensiero, fin troppo senza pensiero! Oh sicuro che nella mia Venezia la
libertà s'intende in un altro modo... Sicuro che laggiù nessuno porta
pistola e coltello, e i farabutti, non c'è politica che tenga, sono
farabutti; ma ad ogni modo, se qualche matto educato alla vostra bella
scuola sognasse di dare il fuoco a San Marco o al Palazzo ducale,
potrebbe essere sicuro che ogni veneziano correrebbe a spegnerlo, quando
non bastasse l'acqua della laguna, col suo proprio sangue!

CHÉN. — Tanto meglio per voi, tanto meglio!

GOLD. — Gli è che dura chi misura, e noi duriamo da dodici secoli; gli è
che..... io chiacchiero da mezz'ora, senza lasciarti dire quello che
devo fare... Perdonami questo sfogo, mio buon amico, e dimmi subito il
tuo consiglio.

CHÉN. — Flins des Oliviers è l'amico intimo di Collot d'Herbois; il voto
di Collot ti dà il voto di tutti i deputati di Parigi, anzi ti assicura
il voto dell'onnipotente Comitato di sorveglianza. Ora bisogna che tu
faccia a Flins des Oliviers la stessa dichiarazione che hai fatto una
volta a Diderot.

GOLD. — Dichiarare che neanche Flins mi ha rubato di sana pianta la
_Locandiera_; dire insomma una bella bugia per accaparrarsi il voto di
Collot d'Herbois, quella caricatura di Nerone, che vorrebbe tagliar la
testa a quanti l'hanno fischiato! Sono troppi, messere! Te la faccio
subito, subito; ma lascia osservare una cosa al vecchio commediografo:
quando domando il fatto mio in nome della giustizia che ha inspirato la
rivoluzione, mi si risponde picche. Faccio invece tanto di cappello ad
un mascalzone come è il Flins, per far piacere ad un birbante come è il
Collot? Tutti i deputati sono subito d'accordo per favorirmi! Bello!
Bello!

CHÉN. — No, brutto; ma così va il mondo per ora.

GOLD. — E per un pezzo, e sai perchè? Perchè i primi ad approfittare
d'una rivoluzione fatta, come la vostra, dal fiore dell'ingegno e
dell'intendimento, è quasi sempre il fiore dei Flins e dei Collot!


SCENA VI.

_BATTISTINO dal fondo. DETTI._


GOLD. — Giusto te. Vieni qui subito a stendere una dichiarazione al
cittadino Flins des Oliviers come quella che si è fatta al Diderot; io
la firmerò. _(a Chénier, mentre Battistino, deposto mazza e cappello
sulle seggiole in fondo, si mette al tavolino)_ Il mio segretario, un
buon comico, Battistino Stuck.

CHÉN. _(sottovoce)_. — E tu, quando i comici sono sospetti e i tedeschi
passano il Reno, te lo pigli in casa?

GOLD. _(forte)_. — Ma egli non è tedesco; il mio Stuck è fiorentino...
Non è vero?

BATT. — Fiorentinissimo; Stuck, Stucco, molto Stucco, tutto Stucco, e,
invece del Reno, passerei volentieri le Alpi.

CHÉN. — Fiorentino? Ma certo di padre tedesco.

BATT. — Al contrario. Mio padre è fiorentino ed io sono nato in
tedescheria... ma per un semplice effetto del caso...... ci passava mio
padre!

CHÉN. _(ridendo)_. — E vostra madre?

BATT. — Oh! mia madre, non lo nego, quando sono nato io, era presente.
_(alzandosi)_ Ecco la dichiarazione tale e quale si è fatta a Monsù
Diderot. (legge): «_Il sottoscritto Carlo Goldoni dichiara che non c'è
parola nella Commedia «La Giovane albergatrice» del cittadino Flins che
sia sua_».

CHÉN. — Scusate: Claudio Carbon Flins des Oliviers, se vi piace.

BATT. — Moltissimo. Io adoro i nomi lunghi... (si dimenticano più
presto!) — Ecco fatto, signor avvocato.

GOLD. — Ed ecco firmato, cittadino amico.

CHÉN. _(osservando la dichiarazione)_. — Dichiara che non c'è una parola
nella commedia di Flins che sia sua... _(guarda Battista che finge di
essere distratto)_ — A chi si riferisce quel sua?

BATT. — A Goldoni. Goldoni dichiara che nel lavoro di Flins non c'è una
parola che sia sua, dunque di Goldoni.

CHÉN. _(sorridendo come chi subodora una malizia)_. — Ma non c'è
pericolo che quel sua si riferisca invece a Flins?

BATT. — E allora, invece di _sua_, metteremo _di lui_.

CHÉN. — Dichiara che nella commedia di Flins non c'è parola che sia di
lui... _(guarda Stuck)_.

BATT. — Se non è lupo, è can bigio.

CHÉN. — E allora bisogna dire che voi altri non avete un'idea chiara
della proprietà.

BATT. — Domando scusa; per chi ruba si ha: plagiario, ladro, furfante,
malandrino, predone, pirata e truffatore. Ma, tornando al _sua_, ho
bell'e capito quel che bisognerebbe: che questo benedetto _sua_ si
potesse declinare col nome cui si riferisce, come nel latino, e allora,
per evitare ogni confusione, metterei l'avvocato al nominativo e Flins
al genitivo od al dativo.

CHÉN. — Ma bravo: conosce il latino come te!

BATT. _(inchinandosi)_. — E per questo siamo entrambi all'ablativo.

GOLD. — Vedi? Lui ha una risposta a tutto!

CHÉN. _(sottovoce)_. — Ma un cosifatto segretario ti costerà chissà
quanto...

GOLD. — Adesso te lo faccio vedere..... Titino, qua una stretta di mano!

BATT. — Troppo onore, mio illustre maestro! _(gli bacia la mano)_.

CHÉN. _(c. s.)_. — Non gli dài altro?

GOLD. — Nulla.

CHÉN. — Sono ben lieto che questo incidente m'abbia fatto conoscere un
amico così devoto. _(Battistino è andato a prendergli il cappello e la
mazza)_ Cittadino, mi fate l'onore di una stretta di mano?

BATT. — Voi mi confondete...

CHÉN. _(gli stringe la destra)_. — Se tutti i cuori fossero come il
vostro, il mio Goldoni vedrebbe assai più presto il frutto della nostra
rivoluzione! Addio, e a rivederci presto. _(esce dal fondo)_

GOLD. — Ma se tutti avessero il cuore e la testa di voi due, non farebbe
bisogno di fare nessuna rivoluzione! — Ebbene, dimmi, dimmi, che cosa
hai fatto dei denari del libraio?

BATT. — Il libraio ha chiuso bottega. _(gli restituisce il libro)_

GOLD. — O povero me! Neanche un fiore avrò da offrire a mia moglie! Mi
stringe il cuore! Dopo tanti anni, è questo il primo che non posso fare
nulla! Se almeno Nicoletta non si ricordasse che giorno è oggi! E la
giornata era cominciata così bene..... Dammi il mio dizionarietto
veneziano, ho bisogno di distrarmi... Vado nella mia camera...
_(guardando nel quaderno manoscritto che gli ha dato Battistino, e che
stava sopra uno stipo in fondo)_ _Destrigà, de sbrisson, descoconà..._
Se sapevo, avrei superato la vergogna... _descogionà..._ Avrei domandato
qualche cosa a Chénier... _descomodà..._ Con un pretesto...
_descondon..._ _(s'avvia alla sua camera)_ Così non avrei questa
disdetta... _desdita...._ O povera Nicoletta! dopo tanti anni... neanche
un fiore! _(esce dalla destra)_

BATT. — Per questa volta ho detto una bugia a te ed a tua moglie; ma
verrà presto pur troppo il tempo di vendere libri e tabacchiere! Ma vien
gente... Oh! ecco quella tromba di Balletti!


SCENA VII.

_PIERINA seguita da SUSANNA BERTINAZZI a braccio di BALLETTI, da GANDINI
e MATTIUZZI. DETTO._


PIER. — La signora Bertinazzi coi suoi amici.

BATT. _(sottovoce)_. — Benvenuti tutti! _(accenna che parlino
sottovoce)_.

BALL. _(forte)_. — Eccoci qua tutti e quattro.

BATT. — Sottovoce, che si vuole fare loro una sorpresa. E grazie a tutti
anche per me...

SUS. — Sta zitto, chè tanto l'avvocato e sua moglie che voi altri due,
meritereste molto di più, se in questo tempo di casa del diavolo fosse
possibile fare qualche cosa di buono. _(a Balletti)_ Ora non ho più
bisogno di essere rimorchiata, mio gentil cavaliere! — Se sapeste
quant'è ardente questo Balletti!

BALL. — È vero! Ho sempre una gran sete!

BATT. — Non dubitare che te la leverai. Una parola a tutti subito: che
nessuno di voi faccia la più piccola allusione dinnanzi all'avvocato
delle tragedie di questi ultimi giorni.

GLI ALTRI. — Inteso!

BALL. _(a Gandini)_. — Dove s'è fatto una nuova tragedia?

GAND. — In piazza della Rivoluzione.

BALL. — Ora capisco!

MATT. — Non dimenticare dunque mai che Marat ha detto a Barbaroux che
chi va al teatro in fondo è sempre un aristocratico da ghigliottinare.

BALL. — E chi, invece d'andare in fondo, va ai posti di orchestra?

GLI ALTRI. — Oh!

MATT. — Via, compatitelo, è il più vecchio dell'arte!

BALL. — Vecchio io? Ho un anno meno di Goldoni!

BATT. — Una bella differenza.

BALL. — Sicuro, e poi io sono della razza di Fiorelli, che a ottantatrè
anni dava uno schiaffo con un piede...

GLI ALTRI. — Vediamo! Vediamo!

BALL. — Attenti... Oggi non sono in vena... E Vicentini se non
l'applaudivano nel _Convitato di pietra_? S'arrampicava dal proscenio su
su fino al terz'ordine, e si metteva a girare attorno sulla cornice,
finchè il pubblico non gridava: basta!

SUS. — Ebbene? Che cosa vuoi concludere?

BALL. — Io? Nulla.

GLI ALTRI. — Ah! Ah!

GAND. — Sei addirittura rimbambito!

BALL. — Io? Ti sfido a tutte l'armi ed a tutti i giuochi, cominciando
dallo star ritto sopra una gamba!

BATT. — Per carità, che se tu caschi, non ti alzi più.

BALL. — Vecchio rimbambito io! Vecchio è chi muore, non io, pieno di
vita e di fantasie! Ma domandate a Susanna che corte spietata le faccio!

SUS. — Balletti, tu mi vuoi compromettere adunque!

GAND. — Lascialo dire, che io mi contento di essere preferito!

BATT. — Sta zitto, che tutte le Susanne assediate dai vecchi hanno
sempre preferito un giovane!

SUS. — Bravo, Tita!

PIER. _(sottovoce a Batt.)_. — È questo il fior di giovanotti di primo
pelo che aveva da venire?

BATT. — Primo pelo... bianco!


SCENA VIII.

_ANTONIO che dà il braccio a MARIA RICCOBONI, RINALDI alla signora
FARINELLI, LEGENDRE alla signora RINALDI, BOUCHARD alla signorina
FARINELLI, ed AGIRONI, dal fondo, tutti con fiori o scatole di confetti.
DETTI._


ANT. — Ed ecco qui altri buoni amici!

BATT. — Benvenuti tutti! _(ad Ant.)_ Sono ancora nelle loro stanze...

ANT. — Tanto meglio, così la sorpresa sarà intera. _(ai comici)_ La
signora Maria Riccoboni: non ho bisogno di dirvi chi sia.

SUS. — La famosa romanziera che mantiene così alto il nome del nostro
gran Luigi!

RICCOB. — Troppo gentile; ma, se non m'inganno, lei è la vedova di
Carlino Bertinazzi... _(discorre con Susanna)_.

ANT. — Il professore Rinaldi e la sua signora, Aginori, Bouchard e
Legendre, la signora Farinelli, che è stata anche lei una gran brava
artista, e sua figlia Rosalia, maestra di musica. E qui i comici
pensionati della commedia italiana; Balletti, prima amoroso...

BALL. — Sempre amoroso, mie belle signore, sempre!

ANT. — E poi bravissimo nella parte del _sor dutur Grazian d'B'logna_;
Mattiuzzi, _Pantalon_...

MATT. — Sempre più dei bisognosi!

ANT. — E Gandini, _il terribile Capitan Coccodrillo_...

GAND. — _Scarabombardon de la Papiriotonda!_

ANT. — Se volete favorire nel salotto, potrete anche combinare colla
signorina Farinelli per la parte della ragazza nel _Burbero_.

ROS. — La so a memoria e vedrete mirabilia! A proposito, quando
ritornate a Venezia?

ANT. — Sono quattr'anni che si domanda e che gli Ambasciatori ci
lusingano; ma non se ne farà nulla. Il governo della Serenissima, quando
lo zio non ci sarà più, farà come me, che dirò: oh fosse ancora vivo, di
quante maggiori cure, di quanta maggior tenerezza vorrei circondare la
sua vecchiaia e quanto sarei più eloquente per onorarlo! Ma, mentre
prevedo che avrò un rimorso, non so fare di più! _(si avviano al salotto
a destra)_.

RICCOB. — Ma il pubblico italiano?

ANT. — Gli farà, quando sarà morto, un monumento..... Ma lasciamo questo
discorso e favorite... _(voce di Nicoletta: Battistino!)_

BATT. — Penso io a trattenerla..... _(rispondendo)_ Vengo subito!

          (Sono usciti dalla destra prima Bouchard e la signora
            Rinaldi, poi Rinaldi e Legendre, indi Agironi colla
            Bertinazzi ed Antonio colla Riccoboni. Balletti,
            vistosi portar via Susanna, s'affretta ad offrire il
            suo braccio alla figliuola della signora Farinelli; ma
            questa ha già preso quello di Gandini. Pierina esce dal
            fondo, e Mattiuzzi offre ridendo a Balletti il suo
            braccio).

BALL. _(a Batt.)_ — Ma che si va a fare là dentro?

BATT. — È vero che c'hai messo ottantacinque anni a perdere la memoria,
ma ci sei riescito bene!... _(spinge fuori Balletti, chiude la porta e
va incontro a Nicoletta)_ — Che cosa mi comanda?


SCENA IX.

_NICOLETTA dalla sinistra. DETTO._


NICOL. — Ebbene? La tabacchiera?

BATT. — Eccola. _(gliela consegna)_

NICOL. — Non l'hai venduta?

BATT. — Per lo stemma della marchesa, non l'ha voluta nessuno..... a
meno di darla per un boccone di pane! Ecco l'avvocato.

NICOL. — Lasciami un momento con lui. Ma che cosa potrò dirgli?

BATT. — Una buona parola... è quello che costa meno.

NICOL. — E alle volte fa più piacere. Ma ti par facile, a Goldoni?

BATT. — Facilissimo... Si lascia parlare il cuore.

NICOL. — Sicuro..... Ma per incominciare? Lì sta il difficile!

BATT. — E lei non incominci, o faccia il rovescio: cominci col fine; se
non farà meglio, farà più presto! _(inosservato, esce dalla destra verso
il fondo)_.


SCENA X.

_GOLDONI dalla destra. DETTA._


GOLD. _(fra sè, senza vedere Nicoletta)_. — No, non è bello, non è degno
di me sperare in una dimenticanza...

NICOL. _(senza vedere Goldoni, assorta in sè)_. — Ha ragione Battistino;
se non posso fargli altra festa, facciamogli almeno quella d'una buona
parola... _(volgendosi verso la destra e vedendo Carlo)_ Carlo!

GOLD. _(a Nicoletta, contemporaneamente a lei)_. — Nicoletta! Volevi
dirmi una parola?

NICOL. — Per l'appunto, e anche tu a me?

GOLD. — Hai indovinato.

NICOL. — Forse la stessa idea!

GOLD. — Probabilmente.

NICOL. — Dunque parla.

GOLD. — Oh! prima te.

NICOL. — Non sarà mai.

GOLD. — Abbiamo da parlare tutti e due in una volta?

NICOL. — Via, comincierò io... (col fine... come dice Battistino...)
Gran bella giornata oggi!

GOLD. — Sì, per fine di settembre, a Parigi... Ma poteva cominciar
meglio!

NICOL. — Sì; ma contentiamoci.

GOLD. — Questo è sempre da filosofi! Contentiamoci, poteva esser peggio.

NICOL. — Sicuro, a questi tempi! E poi la vera felicità sta dentro di
noi, e non nei quattrini.

GOLD. — Massima eccellente, che deve essere stata inventata da un poeta
comico italiano..... Eppure, in certe circostanze, in certe occasioni,
farebbe pure un gran piacere averne!

NICOL. — Ma che occasioni!

GOLD. — Oggi, per esempio!

NICOL. — Che? Se è vero che il maggior piacere per una donna è amare
colla sicurezza di essere amata, chi m'ha voluto più bene di te, mio
buon Carlo?

GOLD. — Ma come non t'avrei amata e non ti amerei, quando, giovane o
vecchio, fortunato o disgraziato, l'unica cosa che non mi sia mai venuta
meno è il tuo affetto, mia buona Nicoletta?

NICOL. _(intenerita)_. — Ma guarda un po' che cosa mi vieni a dire oggi!

GOLD. — Ma non sai che giorno è oggi? È il cinquantesimosesto
anniversario delle nostre nozze, e io vorrei poterti dire una parola
tanto bella da valere tutti i regali, tutte le feste che per la prima
volta non ti posso dare; ma questa parola, io che ne ho scritte tante,
io che sono avvocato, non la trovo; forse bisogna dire che non ci sia,
poichè quando si vuole dare la stura ai sentimenti che ci riempiono il
cuore... si fa come me... si sente qui una confusione e qui un gruppo...
si balbetta... si piange... e si finisce per far la figura dell'asino!

NICOL. — Meno male che nessuno ti sente a parlare così ad una povera
vecchia; saresti ridicolo!

GOLD. — Cominciamo a dire che tu hai dieci anni meno di me; ma, se anche
tu fossi vecchia come dici, io bell'e vecchio come sono..... anzi,
appunto perchè così vecchio da poter apprezzare senza passione ogni cosa
secondo il suo vero valore, vorrei che tutto il mondo mi sentisse a dire
che cinquantasei anni fa io voleva un gran bene alla mia sposa tutta un
fiore ed un sorriso; ma ora che tutto mi naufraga attorno, ora che tu
sola resti il conforto e la gioia dei miei ultimi giorni, ora del bene
te ne voglio il doppio!

NICOL. — Tu sei troppo, troppo buono!

GOLD. — No; non faccio che rendere giustizia alla moglie, che colla mia
pace e la mia felicità, ha voluto anche la mia gloria; sì, sì, perchè
non è che dopo di averti sposata, che ho trovato la mia buona
inspirazione, il mio buon consiglio; e perciò sta pur sicura che se io
sono stato messo al mondo senza dolore, se vi ho vissuto senza troppi
pensieri, morrò però con un cruccio, l'unico vero cruccio della mia
vita, quello di doverti lasciare!

NICOL. _(profondamente commossa)_. — Oh il Signore mi farà la grazia che
gli domando: quella di non doverti sopravvivere!

GOLD. _(commosso alle lagrime, ma sforzandosi di scherzare, piglia
Nicoletta fra le sue braccia, e si rivolge comicamente al cielo)_. — Per
carità, non le dia retta! Ci faccia anzi vivere un altro bel pezzo per
il buon esempio dei coniugati, e, quando sarà la nostra ora, ci pigli
tutti e due, tutti e due assieme! _(piangono di tenerezza)_.


SCENA XI.

_PIERINA dal fondo va sulla soglia del salotto a destra a farvi un cenno
inosservata dai presenti. BATTISTINO ed ANTONIO entrano subito in scena
dal salotto, e Pierina esce dal fondo. DETTI._


ANT. — Ancora in veste da camera? Presto, presto a far toeletta tutti e
due!

GOLD. — Tanto non viene nessuno a vederci...

BATT. — Nessuno? _(piglia Nicoletta per mano e la porta ad origliare
alla porta del salotto)_.

ANT. — Nessuno? _(fa lo stesso con Carlo)_.

GOLD. _(contentissimo)_. — Ma lì c'è molta gente!...

NICOL. — Uomini e donne!...

ANT. _e_ BATT. _(impedendo loro di aprire)_. — A vestirvi! A vestirvi!

GOLD. e NICOL. — Ma chi sono? Chi sono?

ANT. — Mistero!

GOLD. _(a Nicoletta)_. — Mistero! A vestirci! _(ritornando a Batt.)_. —
Ma come li tratterete tutti questi buoni amici che si ricordano ancora
di noi?

BATT. — Mistero!

GOLD. — Ah birbone, ora capisco il ritorno di Corneille! — Andiamo.
Nicoletta, andiamo a farci più belli, se è possibile... Mi sento
ringiovanire! La vostra bella manina, cittadina!

ANT. — Cittadina? Dunque anche tu ti fai rivoluzionario?

GOLD. — Lo sono sempre stato in arte! Cento di questi giorni, cittadina:
per quest'anno ancora a Parigi; ma l'anno venturo sicuramente a Venezia!

NICOL., BATT., ANT. _(con vivissima curiosità)_. — A Venezia?

GOLD. _(rifacendo le mosse di Antonio e Battista e canzonando e ridendo
mentre trae via con sè nella sua stanza Nicoletta)_. — Mistero! Profondo
mistero!


FINE DEL PRIMO ATTO.



INTERMEZZO

La sala del primo atto, senza il tavolo. I due paraventi distesi, l'uno
partendo dal cembalo e l'altro dalla prima quinta al proscenio, in modo
da formare un angolo; lo spazio racchiuso in esso servirà poi di
teatrino per la recita del prologo e del _Burbero benefico_. Dinnanzi a
questa scena tuttora chiusa, il canapè, dietro il canapè le seggiole per
gli invitati, disposte in modo da riempire la parte destra della scena.
Sugli stipi in fondo l'occorrente per servire rinfreschi, i mazzi di
fiori ed i regali portati dagli amici.


SCENA I.

_La RICCOBONI, le FARINELLI madre e figlia, i RINALDI marito e moglie,
AGIRONI, BOUCHARD, LEGENDRE, ed ANTONIO e PIERINA che servono gli altri
di rinfreschi._


BOUCH. — Sentite, io capisco fin dove può arrivare una vendetta
lungamente e ardentemente bramata; ma portare in trionfo i soldati che
assassinano gli ufficiali, giurar fede alla legge per violarla e al re
per arrestarlo, scannare i prigionieri, far scempio di donne e di
fanciulli, questo, parola d'onore, non è più rappresaglia, è delirio di
ogni più bassa passione.

LEGEN. — Speriamo che si siano sfogati abbastanza, altrimenti ne vedremo
delle altre, prima che la gente onesta capisca la necessità di mettersi
d'accordo.

RICC. — Intanto si è tutti come storditi da un gran colpo alla testa...
Si sente in aria il coltello del macellaio, e non si fa nulla nessuno
per liberarsene.

EMILIA. — E avete osservato per le strade, che deserto!

AGIR. — Sfido io! I negozi sono chiusi per la paura del saccheggio, ogni
arte è sbandita come nemica, e ognuno sospetta del vicino!

MARIA. — Aggiungete che ognuno teme di essere arrestato, poichè l'essere
arrestato equivale ad essere condannato, e comparire dinnanzi ad un
tribunale è lo stesso che una sentenza di morte.

RINALDI. — E non vogliono che si faccia voti per essere liberati! Per me
darei il benvenuto a Belzebù ed a tutti i diavoli dell'inferno!

ANT. — Quando finirà quest'agonia?!

RICC. — Voi siete ancora giovani...

GLI ALTRI _(meno Rosalia)_. — Bella gioventù!

RICC. — Appetto a me, e siamo in pieno regno dell'impreveduto; ma a me,
ai Goldoni, a Balletti, Gandini e Mattiuzzi, che cosa ci resta? La
rivoluzione ha cancellato ogni gloria come un insulto alle mediocrità
irrimediabili, e Dio non voglia che ci tolga anche quel boccone di pane
che ci ha dato la splendidezza della Corte!

GLI ALTRI. — Dio guardi!

MARIA. — Se si potesse scappare tutti in Italia!

AGIR. — È quello che farò io al più presto.

ROSALIA. — Ritorniamoci anche noi, mamma; tanto tu lo sai, io non ho più
da dare una sola lezione di musica.

RINALDI. — E chi pensa più ad imparare l'italiano adesso che la
fratellanza universale ha esordito col dichiarare traditori gli
italiani?

BOUC. — Noi due ci siamo tappati nel nostro eremo, e finchè le cose non
cambiano, chiusi!

AGIR. — E, se non era per dare questa consolazione al povero Goldoni,
davvero che non lasciavo Clignancourt, sopratutto oggi!

ANT. — Per carità, non una parola di nulla allo zio!

RINALDI. — Facciamo meglio: per oggi sopprimiamo ogni pensiero del
presente e dell'avvenire.

RICC. — Bravo; riviviamo, s'è possibile, qualche ora del passato!

GLI ALTRI. — Sì, sì, per Goldoni!

ANT. — Eccolo colla moglie... Mi raccomando adunque... E non si alzi
troppo la voce, mi capite.


SCENA II.

_GOLDONI e NICOLETTA dalla destra al proscenio, in abito di gala tutti e
due. DETTI._


GLI ALTRI _(affollandosi attorno a Carlo e Nicoletta)_. — Cento di
questi giorni!

GOLD. — Oh che piacere, che consolazione mi date!

NICOL. — Grazie, grazie proprio di cuore a tutti!

GOLD. — La Riccoboni, la mia _Yenny_! Ma questo è un onore che io non
merito... _Tò un baso, vecia!_ _(la bacia)_

MARIA. — E a me nulla?

GOLD. — Anche a te, la mia Farinelli!... Come recitavi... quando c'ero
io in teatro! Brava, ti conservi sempre bella!

MARIA. — Bella con cinque icchese sulle spalle?

GOLD. — Sono bello io con otto e mezzo!

EMILIA. — Carletto, non sono degna io di esser baciata da cotanto
amante? Oh scusa, Nicoletta!

GOLD. — Niente scuse, mia moglie sa che se io sono un così bel
vecchietto, è tutto merito suo!

NICOL. — Padron mio, dal momento che non dice nulla Rinaldi!

RINALDI. — Goldoni è irresistibile!

ROSALIA. — E io rimango a bocca asciutta?

GOLD. — Figurati, a te ne do due! — Nicoletta, la colpa non è mia, è
dell'usanza francese, la più bella delle vostre usanze, quella che
voglio portare a Venezia: baci a tutto spiano! A proposito, Agironi — a
te non ne dò, sei troppo brutto — ma ti ringrazio di essere venuto ad
abbracciarmi prima di partire. A Venezia cercami subito un quartiere, a
Riva, al sole. — Ah! Rinaldi, quella è un'aggiunta che avresti da
copiare per le mie memorie! — Bravo Bouchard! — Bravo Legendre: avete
visto che la montagna non si moveva per andare a Belleville, e voi siete
venuti verso di essa...

NICOL. _(andata in fondo colle altre signore)_. — Carlo, guarda che bei
fiori! E confetti, e cioccolato... Quanto siete buoni! _(scende presso
Goldoni, seguita dalle altre)_ Sai che cosa mi pare oggi? Che sia il
primo giorno del nostro matrimonio!

GOLD. — Delle nozze, vuoi dire; perchè il primo giorno di matrimonio io
aveva la febbre, e mica soltanto la febbre dell'amore, la febbre del
vaiuolo! Eh che disdetta? Ma siccome, dopo la burrasca, finisce sempre
per splendere il sole, il vaiuolo è sparito e mi è rimasta questa buona
e bella moglie.

GLI ALTRI. — Bravo!

NICOL. — Buona, mi sono ingegnata; bella, mai, e in ogni modo sarebbe
troppo da un pezzo per ricordarlo.

GOLD. — Senti, Nicolina — io per mia moglie ho due diminutivi
accarezzativi, Nicoletta ogni giorno che Domineddio manda in terra, e
Nicolina nelle grandi occasioni solenni — senti: per gli occhi del
cuore... _(alle altre)_ voi altre è inutile che mi facciate l'occhio di
pesce morto... tu sei sempre la più bella!...

GLI ALTRI. — Bravo! bravo!

ANT. — Più basso!

GOLD. — Che c'è ora? Non si può più applaudire Goldoni?

ANT. — Sì, sempre; ma è meglio non gridare... _(si odono tre colpi dalla
sinistra)_

GOLD. — Che cosa è? (Rosalia corre al pianoforte)

ANT. — Il segnale all'orchestra.

GOLD. — Quale orchestra?

ROSALIA. — Eccola! _(suona un minuetto)_

GOLD. — Si balla? Nicolina, si balla! _(con vivacità, offrendole la
mano)_

NICOL. — Proviamo? _(tutti fanno loro siepe)_

GOLD. — Ma figurati se s'ha da provare! Non è questo il giorno delle
nozze? Dunque si prova anche a ballare! _(fermandosi dopo un giro)_ Non
è nè lo stomaco, nè la testa..... non sono che le gambe... ma si
capisce, dopo la malattia... Del resto vedresti!...

NICOL. — Sarà per un altr'anno!

GOLD. — Brava, per un altr'anno, a Venezia!


SCENA III.

_BATTISTINO, vestito da Arlecchino, mette la testa fra i paraventi che
ha socchiuso. DETTI._


ARLEC. — Signorie!

GOLD. — Arlecchino? Che cos'è questa baracca?

ARLEC. — Se me lo permettono, vorrei dire una parola, senza contare le
altre, in italiano e non nel mio bergamasco, per riguardo ad una parte
della civile udienza...

TUTTI. — Parla! Parla!

ANT. — Qui sul canapè colla zia.

GOLD. — Ho capito, anche una recita! che cari matti! _(seggono tutti)_

ARLEC. _(uscito fuori dai paraventi e inchinatosi)_. — Cittadine belle
ed amabili sempre, e cittadini... amabili... qualche volta e belli... io
ho l'onore di annunziarvi quale capocomico — molto comico e niente capo
— delle principali maschere dell'antica commedia dell'arte, non meno
ragguardevoli per l'abilità — modestia a parte — quanto per la nobiltà
di ventidue secoli, tutte proprietarie..... d'una infinità di generi
brighelleschi tanto d'entrata che d'uscita — che non pagano dazio — che
avremo l'onore di recitare colle principali maschere prima un prologo di
nostra composizione e poi, senza papere e senza suggeritore, la commedia
di Carlo Goldoni _Il Burbero benefico_, per rendere il maggior omaggio
possibile al principe dei poeti comici italiani, al riformatore
immortale delle nostre scene.

GLI ALTRI _(meno Goldoni)_. — Bravi! Bravi!

GOLD. — O quante sorprese!

NICOL. — Che buoni amici!

ARLEC. — Quanto ai costumi, si sa, in tempo di rivoluzione si tira via e
le migliori intenzioni se ne vanno troppo sovente a monte..... di pietà;
ma, in un'epoca così sbracata, loro sono ormai avvezzi a non badare
troppo al sottile. _(apre i paraventi, ripiegandoli in modo che il primo
serva di quinta alla porta al proscenio a sinistra, e l'altro copra il
pianoforte)_ La scena rappresenta al vivo, come vedete, la città di
Venezia: di qua a sinistra, il palazzo ducale tutto duro come un marmo,
e così vero, che pare dipinto. Lì accosto, San Marco, che si metterebbe
sotto una campana di vetro, tant'è meraviglioso e originale..... Lei di
lì non lo vede... e neanche più in là... e glielo dico in segreto il
perchè: San Marco, modesto, sa che siamo in tempi di rivoluzione e per
timore di essere confuso colla gente che si fa avanti, preferisce di
starsene indietro... bel caso! Poi la torre dell'orologio e le
Procuratie... Qui Marco e Todero; dinnanzi il mare infinito; bucintori,
gondole, peote e barche rotte — che sono giusto le meglio dipinte. Ora
do il segnale per la sinfonia.

GOLD. — Anche la sinfonia?

ARLEC. — Diamine, un capocomico che rispetta l'arte!... Ma, stante il
gran concorso, ho messo i suonatori fra le quinte, violini e violoni,
tube e catube, fagotti, corni e pifferi, speriamo senza ritorno, ma
tutti al vostro servizio.

NICOL. — Ma non vedo gli istrumenti.

ARLEC. — Oh gli istrumenti... si ommettono per brevità; ma non ci
perderete nulla, anzi! La sinfonia, per il gradimento universale della
musica e la fortunata allusione del titolo, è quella di _Giannina e
Bernardone_ _(s'inchina a Carlo e Nicoletta)_ Ora giù il sipario... cioè
no, niente sipario... se il sipario non va nè su, nè giù, ma che non lo
sappia neanche l'aria, sopratutto l'aria che potrebbe averselo a male, è
soltanto per risparmiare all'illustre poeta ed alla gentile udienza un
raffreddore, col quale, inchinandomi, ho il piacere di lasciarvi!

          (S'inchina verso tre parti e poi sparisce dietro il
            paravento che ha alla sua destra)


SCENA IV.

_Dalla seconda porta a sinistra, dietro al paravento, colla Rosalia che
si mette subito al cembalo, MATTIUZZI, vestito da Pantalone, GANDINI da
Capitan Fracassa, BALLETTI da Dottore, SUSANNA da Colombina. DETTI._


ARLEC., PANT., CAPIT., DOTT., COLOMB. —

          (Solfeggiano la sinfonia dell'opera _Giannina e
            Bernardone_ di Cimarosa, in grande voga a quell'epoca,
            come il _Matrimonio segreto_ dello stesso maestro,
            accompagnati col cembalo da Rosalia).

GLI ALTRI _(a sinfonia finita, applaudendo)_. — Bravi! Bravi!


SCENA V.

_PANTALONE e COLOMBINA dal paravento alla loro destra DETTI._


COLOMB. — Ma che _Burbero_ d'Egitto! Io non vi recito neanche se viene a
domandarmelo in ginocchio l'Imperatore dei Pirenei, altro che Arlecchin
Battocio, perchè alla fin fine Colombina non ha mai avuto bisogno e mai
non avrà del poeta comico per farsi applaudire!

PANT. — Questo xe vero...

COLOMB. — Un po' di grazietta, occhiate in platea a dritta ed a
sinistra, girate rapide per far vedere il piedino...

PANT. — E magari un tocheto de gamba!

COLOMB. — E il giuoco è fatto. E voi che cosa contate di fare?

PANT. — Io? niente: questa la xe sempre sta la mia politica.

COLOMB. — Sior Pantalon dei Bisognosi non ha bisogno di poeta per far
ridere.

PANT. — Mi? Non rapresento coi fioj l'autorità paterna, co la mugier la
maritale e in banco la paronal? Dunque, quando se rapresenta l'autorità,
no s'ha bisogno de poeti per far ridere, basta mostrarse!


SCENA VI.

_Il DOTTORE dalla sinistra del teatrino. DETTI._


DOTT. — Voi parlate e favellate di ridere, ed io screpolo di rabbia!

COLOMB. — Con chi l'avete, eccellentissimo Dottore?

DOTT. — Salve, _foemina_! L'ho con quel mostro policromo di Arlecchino,
che, senza alcun rispetto per un Dottore della mia circonferenza, dice
che se non voglio recitare nel _Burbero_, è segno che sono un asino, sì,
_asinus, vel buricchius_; e così io laureato senza aver aperto un libro,
io famigerato prima di aver fatto checchessia comechessia; io delizia
del pubblico per i miei insensati, ma spontanei spropositi in ogni
scibile e ignorabile, dovrò dare il pessimo esempio ai miei discepoli di
studiare prima di professare, di pensare prima di dire? Ah _Arlecchinus,
non ego doctor in utràque et in utrìque, sed tu buricchius, terque,
quaterque asellus_!

PANT. — _Ciucus!_

COLOMB. — _Asinissimusque!_


SCENA VII.

_Il CAPITAN FRACASSA dalla destra del teatrino. DETTI._


CAPIT. _(spavaldo e minaccioso)_. — Chi è che mi dà dell'asino?

DOTT. — Nessuno! nessuno! Anzi _salvete et salvetote vos, miles
gloriosus_.

COLOMB. — Vi faccio umilissima riverenza!

PANT. — Paron mio, sor Capitan Fracassa, Spavento, Matamoros,
Coccodrillo...

COLOMB. _(crescendo comicamente)_. — Bellerofonte, Arcitonitrante,
Firibirimbombo...

CAPIT. — Scarabombardon de la Papiriotonda, invincibile ad ogni arma
anche a vento!

DOTT. — Quelle a vento non nominarle neanche, o scappo subito! Si
parlava d'Arlecchino.

CAPIT. — Arlecchino?! Se fosse possibile rivederlo, io lo ripiglierei
per i tacchi e lo slancierei per aria tant'alto, tanto alto... che,
quando cascasse giù, tutti i soldi della sua tasca sarebbero fuori di
corso.

DOTT. — Bella forza!

CAPIT. — Io? Spiano i monti, asciugo il mare, divido il mappamondo, e se
mi piace, inchiodo il sole, gioco alla palla coi pianeti e rompo il
firmamento.

COLOMB. — (Ma più le scatole!)

PANT. — Capitano, disè una volta la verità: Arlechin v'ha dà dell'aseno!

CAPIT. — A me?! A me?!! Voleva darmelo... ma bastò che io starnutissi,
perchè... l'aveste più visto voi altri?

GLI ALTRI. — No...

CAPIT. — E neanch'io... _(guarda in aria e fa un gesto)_

DOTT. — S'è fatto in polvere?...

PANT. — S'è ridoto in caligo?...


SCENA VIII.

_ARLECCHINO, inosservato, dalla destra del teatrino. DETTI._


CAPIT. _(mostrando un punto in aria)_. — Già, dalla paura... La vedete
quella nuvoletta piccola piccola, che starebbe nel grembialino di
Colombina, e corre giù giù verso la fine del mondo?

COLOMB. — Quello è quanto rimane di Arlecchino?

PANT. — Povareto!

DOTT. — Ma già, se non finiva in nebbia oggi, finiva in polvere stassera
lui ed il suo _Burbero_!

PANT. — No digo che se lo meriteria; ma che bisogno gh'avemo nù de sta
rassa de can de poeti per farse applaudire, quando n'avemo d'avanzo
delle nostre entrate e sortite di scena? Pistolotti, digo mi, pistolotti
a sogèto; smorfie, lazi a volontà, e po' basta!

COLOMB. — A me, non avessi altro, basta la canzonetta allegra e l'ardita
furlana. _Tra la la là!_

CAPIT. — Io non ho che da aprir bocca perchè il pubblico dalla paura si
metta subito ad applaudirmi.

DOTT. — E io, più voglio parlare sul serio, e più faccio ridere!

CAPIT. — Dunque, viva noi e abbasso i poeti, gente incontentabile.

DOTT. — Che vuol sempre esser chiamata fuori...

COLOMB. — Mentre non merita che d'esser messa dentro!

GLI ALTRI _(meno Arlecchino)_. — Brava! Abbasso!

CAPIT. — Sì, abbasso tutti i poeti e in particolare... _(vede Arlecchino
che gli si pianta davanti agitando la bàtola)_ evviva Arlecchino!

ARLEC. — Abbasso Arlecchino con tutte le teste di legno pari vostre, e
viva Goldoni; sì, Goldoni, che per il primo ha dato all'Italia un teatro
suo; Goldoni che ha fatto di più lui solo per render simpatica la nostra
Venezia, che non tutti assieme gli artisti e scrittori del mondo;
Goldoni, che col _Burbero_ ha la gloria splendidissima di aver
ricondotto nel paese istesso di Molière il gusto e l'amore della
naturalezza e della verità!

GOLD. — È troppo! Basta, figliuoli...

ARLEC. — Sì, è vero, Goldoni ha fatto della nostra commedia a braccia
colle maschere... quello che il Capitano disse d'aver fatto di me...

CAPIT. — Per ridere!

ARLEC. _(seguitando)_. — Ma, mentre nessuno rimpiange la nostra commedia
così recente e si dimenticano i meglio autori, l'Italia applaude ora,
come venti, trenta e quarant'anni fa, il _Cavalier di spirito_...

COLOMB. — _Pamèla..._

PANT. — _Sior Todaro Brontolon..._

CAPIT. — _Le barufe ciosote..._

DOTT. — _L'avvocato Veneziano..._

ARLEC. — _Il bugiardo..._

COLOMB. — _La sposa sagace..._

PANT. — _Il curioso accidente..._

CAPIT. — _Le gelosie di Lindoro..._

DOTT. — _Terenzio e Molière..._

ARLEC. — _Il campièlo..._

COLOMB. — _Gl'innamorati..._

PANT. — _L'impresario delle smirne..._

CAPIT. — _La bottega da caffè..._

DOTT. — _La vedova scaltra..._

ARLEC. — _Le donne curiose..._

RICC. — _La bona mare..._

M. FAR. — _La locandiera..._

AGIR. — _I pettegolezzi..._

SIGNORA RIN. — _Le tre della villeggiatura..._

R. FARI. — _L'ultima notte di carnevale..._

RINALDI. — _La moglie saggia..._

ANT. — _Il ventaglio..._

BOUCH. — _La casa nova..._

LEG. — _I rusteghi..._

NICOL. — E _Il burbero benefico_! _(abbraccia Goldoni)_.

TUTTI _(meno Goldoni)_. — Viva Goldoni! _(applausi entusiastici)_

GOLD. — Basta! Basta!

GLI ALTRI _(seguitando l'ovazione)_. — Viva molti altri anni!

          (Violenta scampanellata dal fondo, che tronca all'istante
            gli applausi e gli abbracciamenti)

PIER. — Corro io! _(esce dal fondo correndo)_

ANT. — (Non può ancora essere il desinare). _(s'avvia al fondo)_


SCENA IX.

_PIERINA, un COMMISSARIO di polizia seguito da due AGENTI che rimangono
in fondo. DETTI._


PIER. — Signor avvocato, un commissario di polizia.

ANT. — Lasciate parlare da me.

COMMISS. _(intima a Pierina di uscire dal fondo, quindi bruscamente)_. —
Qu'est il ce tapage, ces applaudissements?

ANT. — Citoyen commissaire, nous fêtons entre amis l'anniversaire des
noces de mon oncle l'avocat Goldoni, que voilà.

COMMISS. _(ad Ant.)_. — Et dans quelle manière fêtez-vous ce bel
anniversaire?

ANT. — Avec des scènes improvisées, des impromptus...

COMMISS. — Dites des chansons grivoises, des propos gaillards, je m'y
connais; mais, allons donc! n'improvise pas qui veut des scènes!

BALL. — Monsieur, il n'y a que l'argent que nous autres Italiens ne
savons pas improviser!

COMMISS. — Des Italiens? Qu'est qu'il radote ce vieux magot, mille
million de tonnerres?!

ANT. — Rien, excusez... Il a trop bu! _(a Ball.)_ Zitto!

BALL. — (Trop bu? Se ho una sete che la vedo!)

ANT. — Pardon, citoyen Commissaire; j'ai oublié de vous dire que tous
ces messieurs et ces dames sont des artistes de théâtre.

COMMISS. — Ah! Des baladins, des farceurs pour égayer les aristos?

GOLD. — Non, citoyen, pour égayer tout le monde.

COMMISS. — Et vous aussi, l'avocat, vous êtes de la bande?

GOLD. — Oui, de la troupe.

COMMISS. — Danseur?

GOLD. — Je le voudrais bien; mais j'en suis simplement le poëte comique.

COMMISS. — C'est une profession ça?

GOLD. — Oui, en France.

COMMISS. — Et cette mascarade?

ANT. — Des pensionnaires de la troupe italienne au service du Roi de
France.

COMMISS. — Du Roi de France?! En voilà une bonne de farce! Mais c'est à
se tordre de rire!! Dites moi, s'il vous plaît, qui est-ce maintenant ce
fameux Roi de France qui vous paye la pension?

ANT. — Mais... Louis Seize de Bourbon.


SCENA X.

_CHÉNIER dal fondo, seguito da PIERINA. DETTI._


COMMISS. — Ah! Ah! quels farceurs! Et c'est de Louis Seize que vous
attendez tous vôtre pension?

CHÉN. — Citoyen Commissaire, je réponds d'eux tous; laissez nous.

COMMISS. — Très-bien, citoyen député, c'est dit!... Mais, si vous avez
envie de rire, demandez à ces gens qui fêtent, aujourd'hui!
l'anniversaire de leur mariage, qui est-ce le Roi de France!

CHÉN. — Suffit, Commissaire.

COMMISS. — Suffit..... Ah! s'ils connaissent leur métier comme le temps
où ils vivent, fichtre! c'était bien servi monsieur Capet... le Roi de
France!

          (Esce ridendo dopo i suoi agenti e seguito da Pierina,
            che ritorna poi subito in scena).

GLI ALTRI _(meno Chénier, con un respiro)_. — Ah! _(uscito il
Commissario, s'affollano attorno a Chénier)_ Che cosa ha voluto dire?

GOLD. — Che forse il Re ha abdicato?

CHÉN. — Il Re non ha abdicato: l'Assemblea costituitasi in Convenzione
nazionale ha abolito la monarchia.

GLI ALTRI. — Dio!

GOLD. — Oh il mio povero Luigi, così buono e generoso!

CHÉN. — Il tuo primo grido di dolore non è per te, è per lui, generoso
amico!... Ma bada e badate tutti che coll'abolizione della monarchia, la
Convenzione ha oggi decretato la pena di morte per chiunque possa esser
sospetto — soltanto sospetto — di far voti per la liberazione di Luigi
ed il suo ritorno sul trono!

GOLD. — La sua liberazione! Ma dunque egli...?

CHÉN. — Egli è prigioniero colla famiglia nella torre del Tempio.

GOLD. — Come un malfattore, lui! E anche la Regina? La Principessa
Adelaide? Il delfino?

NICOL. — Coraggio, Carlo!

GOLD. — No... non posso reggere!..... Voglio fuggire da questo paese
dove non si conosce moderazione in nulla; dove si è sempre agli estremi
nella servilità e nella ribellione! L'ambasciatore di Venezia mi ha
promesso di farmi ritornare a Venezia; ebbene, andiamo da lui subito,
pur che si parta in qualunque modo, pur che si vada via!

CHÉN. — Ohimè, che ti debbo dare anche questo dolore! L'ambasciatore
Almorò Pisani è partito per Londra!

GOLD. _(smarrito)_. — Partito... senza una parola... un soccorso!...
partito... dopo d'avermi inchiodato qui a morire di terrore e di
miseria!

          (Si abbandona sopra una seggiola assistito da Nicoletta e
            Battistino)

ANT. — Fuggito dalla paura, lasciando qui abbandonata la sua vecchiaia
veneranda! Ah! io non sono che un povero disgraziato, oscuro e
miserabile; ma mi vergognerei di avere il cuore così basso come sua
Eccellenza, ben degna di rappresentare, non il popolo veneziano,
vivaddio! ma il Governo che non ha mai saputo riconoscere il tuo valore,
che ti ha ricusato il misero impiego che gli domandavi per non essere
costretto a venire in terra straniera a cercarvi il pane e la gloria!

TUTTI _(meno Goldoni)_. — Sì, sì, ha ragione!

GOLD. — Ma no che non ha ragione! Mi vuole troppo bene e l'amore lo fa
ingiusto! Zitto là!... L'Ambasciatore è partito... buon viaggio! Ma ci
resta l'amico che non abbandona, ci resta Chénier, il mio valoroso
compagno d'arte, che ci farà dare gli arretrati della nostra pensione e
ci porrà così in grado di ripararci tutti in Italia.

GLI ALTRI _(meno Chénier)_. — Sì! Sì!

BALL. — Daremo rappresentazioni...

GAND. — Tutti vorranno vedere gli ultimi comici italiani del Re di
Francia...

BATT. — Tutti vorranno vedere Carlo Goldoni!

GLI ALTRI _(supplichevoli)_. — Sì, Chénier! Se non per noi, per lui
solo!

CHÉN. — L'amicizia di Carlo Goldoni è l'orgoglio della mia gioventù; ma,
appunto per questo, se io vi lusingassi, vi tradirei!

GLI ALTRI _(costernati)_. — Come?

CHÉN. — Ma, col Re in prigione, la monarchia abolita e l'assegno alla
corona soppresso, io non posso per ora parlare di voi alla Convenzione
senza compromettervi tutti!

NICOL. — E intanto, per il mio buon Carlo..... la miseria!

RICC. — Per me la morte!

BALL. — Ora sì che mi sento vecchio!

ANT. _(angosciato, a Goldoni)_. — E tu dici che io sono ingiusto verso
il Governo di Venezia!

GOLD. — Antonio..... Guarda quanti hanno perduto tutto come noi e non
maledicono che la sorte! E tu, per troppo amore, invece di pensare a
consolarci, mi tocchi la mia Venezia! _(un moto di Antonio)_ Ma anche
chi ve comanda xè vinizian... e co se dise Venezia, mi no fasso
distinzion... per mi Venezia la xè la mare cara e benedeta... di cui no
se recorda che l'amor, la gloria, i benefizi... E bel e abandonà... bel
e ridoto a non aver più speranza de poderla riveder _(con uno schianto)_
mai più!...

    da Venezia lontan do mila mia,
    no passa di che no me vegna in mente...
    el linguagio... e i costumi de la gente...
    el dolse nome de la patria mia!

          (Soffocato dalla emozione, si butta al collo di Antonio,
            mentre tutti gli altri gli si accostano commossi, e
            cala il sipario)


FINE DELL'INTERMEZZO.



ATTO SECONDO

Una stamberga nel poverissimo quartierino sotto tetto in via Mauconseil.
Tre porte, due laterali ed una in fondo verso la destra. Delle laterali
quella a destra scorge alla stanza di Antonio e Battistino; quella a
sinistra alla camera da letto di Carlo e Nicoletta. Nel mezzo della
scena in fondo un ampio abbaino colla sua vetrata che guarda
sull'infinita distesa dei tetti di Parigi coperti di neve. Sotto
all'abbaino un mobiletto, come un piccolo canterano, sul quale sta il
busto di Molière in mezzo al alcune boccette di medicinali. Sulla scena,
a destra, un seggiolone a braccioli coperto di stoffa svanita, accosto
ad un braciere colla sua palettina; a sinistra un tavolino fra due
seggiole impagliate: sul tavolino un tappeto logoro, un candeliere di
ottone colla sua candela spenta, l'occorrente per iscrivere, alcuni
fogli di carta bollata bianca ed uno scartafaccio di carte legate con un
nastro. D'inverno, il 6 di febbraio del 1793. È giorno.


SCENA I.

_ANTONIO al tavolino che copia scritture su carta bollata, soffiandosi
di quando in quando sulle dita, e poi subito dal fondo BATTISTINO con
cappello e mazza._


ANT. _(scrivendo)_. — «Fait passé et signé en la demeure du soussigné, à
la présence des dits témoins, à Paris, ce six février, mil sept cent
quatre vingt treize.» _(stirandosi)_ Oh finalmente! non ne posso più!
_(Battistino)_ Ebbene? _(si alza e s'accosta al braciere per riscaldarsi
mani e piedi)_

BATT. — Pieno di freddo e colle mani vuote secondo il solito... sebbene
non abbia perduto affatto il tempo. E tu hai finito?

ANT. — In questo momento... Mi scaldo un pochino e poi corro a portare
quello che ho fatto. Potevo terminare tutto la notte scorsa, ma cascavo
dal sonno...

BATT. — Già! A non mangiare ci s'arriva; ma non a non dormire. Meno male
che a levarsi il bisogno di dormire non costa nulla, mentre
quell'altro... E oggi! — No, Tonino, se il mondo lo facevo io, questa
brutta necessità di mangiare non ce la mettevo davvero! — Anzi l'uomo
l'avrei fatto che si trovasse naturalmente nelle disposizioni di chi si
alza da una buona tavola... _(ha levato una crosta di pane dal cassetto
del tavolino e la rosicchia)_ Capisci che bella cosa? Tutti di buon
umore, tutti a scherzare, o parlar d'arte, a fare all'amore: la vera età
dell'oro!... mentre questa la vedi che età: l'età delle croste! _(per
buttarla via)_ Oh vilissima crosta... se avessi di meglio! _(seguita a
rosicchiare)_

ANT. — Beato te che sai pigliare in burletta anche l'appetito!

BATT. — Sono fiorentino! Ma chi non ha fatto la burletta è stato il
padron di casa di via Richelieu. Altro che darmi quattrini per la
mobilia che c'ha sequestrato per la pigione! Mi rispose che non tornava
neanche il conto! Che si fosse già contenti d'aver potuto portar via
questa bella roba... tre seggiole con tre gambe... e il busto di Molière
per giunta!... Se gli era una pentola se la teneva: ma un poeta! Allora
dissi fra me: andiamo a frecciare Préville a Beauvais, o Favart a
Belleville.

ANT. — Avresti fatto malissimo. La povertà deve avere il suo pudore.

BATT. — Già. Ma Préville s'è nascosto e Favart, per non lasciarsi
trovare, è addirittura morto. E per questo sono andato dritto dritto dal
deputato Chénier.

ANT. — Spero che non gli avrai detto che siamo quassù e nella più
dolorosa povertà.

BATT. — Ah! povertà non l'ho detto...

ANT. — Meno male.

BATT. — Ho detto estrema miseria.

ANT. — Battistino!

BATT. — Tonino, fammi il piacere, che quando il bastimento cola a fondo,
non si deve pensare che a salvare la pelle!

ANT. — E così il poeta italiano dovrà arrossire della sua miseria
dinnanzi al poeta francese? Ma non senti che è meglio morire di fame
mille volte?

BATT. — Neanche una, poichè con tante belle libertà e sopra tutte quella
di morir di fame, la tua morte non darebbe al povero avvocato che uno
schianto di più al cuore! Oh se i sentimenti generosi potessero tener
luogo di bistecche e di legna da riscaldare, allora nessuno starebbe
meglio di noi. Ma par fatto apposta: più hai idee alte e meno puoi
soddisfare i bisogni bassi! Quanto poi alla miseria del poeta italiano,
capisco, rincresce, dinnanzi agli stranieri; ma dacchè mondo è mondo,
poeta italiano e uomo squattrinato son sempre tornati la stessa cosa...
Perchè dunque si dovrebbe fare un'eccezione per lui? Sarebbe
un'ingiustizia anche per quelli di là da venire!

ANT. — Meno male se non fosse che la miseria! Ma lo zio declina ogni
giorno di più, e per quanto si cerchi di nascondergli le nostre
strettezze, come si è fatto delle stragi del settembre e poi del
supplizio del Re, io temo che l'abbandono di ogni antico amico gli debba
essere fatale. _(si asciuga gli occhi)_

BATT. — Coraggio, via! Chénier verrà quest'oggi istesso, e quando avrà
visto... quello che non c'è, qualche cosa farà perchè il suo vecchio e
glorioso amico possa almeno morire tranquillo. Tu va a portare le tue
scritture: alla casa ci penso io.

ANT. — Se viene intanto Chénier, digli quanto ti pare...

BATT. — È presto detto: zero via zero, zero.

ANT. — Ti dò carta bianca... Io non ho più la testa a segno, e l'avrei
anche meno senza della zia così coraggiosa, senza di te che dopo la
partenza di Pierina ti adatti ad ogni servizio più basso!...

BATT. — Protesto: a questo piano non c'è più nulla di basso!

ANT. — E io per tanta abnegazione _(lo piglia fra le sue braccia)_ non
avrò da darti nessuna ricompensa! Nessuna!

BATT. — Tonino, lo fai apposta ad intenerirmi, con quella crosta che ho
sullo stomaco?

ANT. — Hai ragione... Vado... E ricordati, se viene Chénier, carta
bianca. _(piglia lo scartafaccio, cappello e mazza ed esce dal fondo)_

BATT. — Carta bianca per dare ad un povero vecchio mezzo cieco un'ultima
illusione di agiatezza, quando un assegnato di cento lire non serve che
per quindici, quando tutta Parigi agonizza fra le strette delle armate
straniere e del Comitato di salute pubblica? Salute per modo di dire!
Sicuro che col suo metodo non si patisce più il mal di capo! Carta
bianca e a chi? Ad un comico a spasso. — Che sa fare lei? — Ridere. —
Far ridere quando una risata può dare a sospettare che abbiamo un'idea
diversa dalla loro, quando per cambiarci le idee ci cambiano addirittura
la testa — senza darcene neanche un'altra?! — Perdoni, mi pareva che
giusto in questi momentacci il fare una bella risata facesse un po' di
bene. — No, no, caro, il ridere per ridere è giù di moda. L'uomo dopo
che s'è dato alla politica è più che mai la gran bestia malinconica. E
poi noi i nostri comici li abbiamo senza andare in teatro: abbiamo
quelli che fanno le cose ridicole coll'aria seria... questi sono adesso
i grandi artisti! Lei è un avvocato vuoto d'idee e pieno di rettorica
tal quale _el sour autor_? Bravo: lo manderemo all'Assemblea. Lei non ha
mai saputo amministrare il fatto suo come _Pantalon_? Benone: le faremo
amministrare il paese. Lei invece è di tutte le opinioni come
_Arlechino_ di tutti i colori? A meraviglia! Avanti con _Brighella_,
_Truffaldino_ e _Scaramuccia_: a voi il nostro voto e il nostro destino!
A voi i migliori posti, belle maschere della nuova Commedia! — E tu,
Battistino, non capisci perchè ora i comici vadano a terra? Ma se fanno
ridere di più quegli altri!


SCENA II.

_PIERINA, con una panierina, dal fondo. DETTI._


PIER. — Titino, sono venuta a darvi una buona notizia. Ma lasciate la
chiave nell'uscio?

BATT. — Non c'è nessun pericolo; ma ditemi subito... Oh che delizioso
profumo da questa panierina!

PIER. — Lo credo io: pasticcetti ripieni di selvaggina belli e caldi!

BATT. — A questi lumi di luna selvaggina?

PIER. — Nella casa dove mi sono allogata nessuna privazione!

BATT. — (Tal quale in questa). Dunque sentiamo la buona notizia... ma è
un gran buon odore!

PIER. — L'odore non è nulla in confronto del sapore...

BATT. — No... non ne voglio assaggiare... (Chissà che cosa direbbe
quella crosta!)

PIER. — Oh uno! Uno più uno meno! _(ha preso un pasticcetto nella
paniera)_

BATT. — Allora piglio un piatto... _(va al canterano a pigliarlo)_

PIER. — Un piatto per metterci un pasticcetto!

BATT. — Per mangiarmelo con tutto il comodo e la riflessione che merita.

PIER. — Che stamberga! E a che piano siete venuti!

BATT. — Oh! al sesto... (perchè non c'era il settimo...) per l'aria, la
luce... _(guardando il pasticcetto nel piatto)_ Deve essere squisito...
ma ora che ci penso... sarà meglio che lo dia all'avvocato.

PIER. — E allora quest'altro a sua moglie. Due più, due meno!

BATT. — Sicuro... E al nipote, quel bravo Tonino, nulla?

PIER. — Ma allora sono tre... Via diamogliene uno anche a Tonino... Ma
siete proprio ridotti agli sgoccioli?...

BATT. _(sottovoce)_. — Non rimangono neanche più le sgocciolature!

PIER. — E il vostro credito?

BATT. — Credito?! Lo vedete, Pierina, questo foglio di carta bollata da
una lira? Ebbene basta che io ci metta il mio nome sopra perchè non
valga subito più nulla!

PIER. — Ma io non voglio che il mio fidanzato si riduca così al
lumicino.

BATT. — Che lumicino d'Egitto? Se non sono più in carne è perchè sono
degli Stuck che possono essere unti, ma grassi mai! E sto benone! Ho
sempre un appetito... Ma che buon odore mandano questi pasticcetti!
_(mette il piatto sul canterano)_

PIER. — Ve ne ho già dati tre... _(un gesto di Battistino)_ ma voi non
ne avete avuto nessuno... _(gliene porge un altro)_

BATT. _(stendendo la mano)_. — Non vorrei essere indiscreto...

PIER. — Ma tiriamo via e lasciatemi parlare. Il mio nuovo padrone, ve
l'ho già detto, è un fornitore d'armata. Ora siccome andiamo a Nizza ad
aspettare che l'esercito francese abbia preso Torino...

BATT. — Aspetterete un pezzo.

PIER. _(seguitando)_ — ... il padrone cerca un giovane segretario che
sappia l'italiano per portarselo con sè, bene stipendiato, alloggiato,
nutrito e con un tanto per cento sulle forniture, quattro cose.

BATT. — E stare accanto a Pierina che ne vale dieci.

PIER. — Stare accanto? Ma il padrone a cui ho raccontato tutto, è
contento che ci sposiamo subito!

BATT. — Troppa felicità in una volta!

PIER. — Ma bisogna partire domani!

BATT. — Domani... _(guarda a sinistra)_

PIER. — È la nostra fortuna, Titino! Pensate che potremo risparmiare la
paga, le mancie e ancora fare dei guadagni sulla spesa di casa... È
proprio vero quello che dice l'avvocato, che il tempo è galantuomo!

BATT. — Il tempo sì, ma non le serve che sgraffignano sulla spesa!

PIER. — Oh il padrone è uno straniero per noi.

BATT. — E non fa peccato anche il rubare agli stranieri?

PIER. _(alzando le spalle)_. — Oh! quando si ama il suo paese!

BATT. — Ho capito, si ruberebbe per amor di patria! Ma anche senza rubar
nulla, come faremo, io sarò contentissimo di dovere tutto alla più bella
delle Pierine! _(l'abbraccia)_


SCENA III.

_GOLDONI in veste da camera al braccio di NICOLETTA, dalla sinistra.
DETTI._


NICOL. — Tortoreggiano, bravi! _(a Goldoni)_ C'è la nostra brava Pierina
che s'è ricordata di noi.

GOLD. — Brava davvero!

PIER. — (Povero avvocato, non è più che un'ombra!) Sono proprio io,
venuta apposta... per...

BATT. _(pigliando il cartoccio dei pasticcetti dalla paniera)_. — Farvi
assaggiare due pasticci fatti da lei... _(sottovoce a Pierina)_ Per
questa volta al fornitore resteranno quelli che fa lui... _(a Goldoni)_
Senta che profumo!

GOLD. — Squisito... ma non mi sento... Da qualche giorno non ho più
voglia di nulla...

NICOL. — Ma un po' di brodo, ora che hai riposato, lo devi prendere per
farmi piacere.

GOLD. — Per farti piacere, sia... Pierina, vieni qui vicino... Ti fai
più bella tu.

PIER. — Che dice, avvocato? Si vede proprio che non ci vede bene!

NICOL. _(andata al canterano in fondo per pigliarvi un bricco)_. — Oh!
le belle ragazze le vede ancora!

GOLD. — Vedi, Pierina? Per causa tua mia moglie diventa gelosa! Troppo
tardi, Nicoletta; ma ad ogni modo sta sicura che delle infedeltà non te
ne faccio più!

NICOL. _(mette il bricco a scaldare sul braciere)_. — Ci conto, badiamo!

PIER. — Se me lo permettono, ritornerò più tardi... sono vicina...

GOLD. — Mi fai un piacere a me — e due a Battistino.

PIER. — Signora Nicoletta, serva sua... _(a Battistino sottovoce)_ A
questa sera...

NICOL. — Addio, Pierina, a rivederci. _(Pierina esce dal fondo con
Battistino)_

GOLD. — Bella gioventù, tesoro della vita! Avessi almeno il mio
eccellente stomaco d'una volta, non sentirei tanto il freddo!

NICOL. — Carlo, siamo oramai a mezzo febbraio... Ma chi è che parla così
forte sulla scala?

GOLD. — Se fosse qualche amico che si ricordasse di noi? Dove sono
andati tutti quelli che c'hanno fatto tante feste in fine del settembre?
Voi mi nascondete delle brutte cose, lo sento!

NICOL. — Zitto... C'è Balletti... la Bertinazzi... sia lodato Iddio!

GOLD. — Venite! Venite, amici, e siate benedetti!


SCENA IV.

_BATTISTINO, SUSANNA, BALLETTI, GANDINI e MATTIUZZI dal fondo, tutti,
meno Battistino, ansanti e pallidi. DETTI._


BATT. _(con stizza a Balletti)_. — Pochi discorsi, o si parla sottovoce,
o si ripiglia la scala!

GOLD. — Che cos'è stato?

BALL. _(in fondo a Battistino)_. — E perchè non potrò gridare se ci sono
tutte le libertà?

BATT. — Anche quella di dar noia ad un ammalato?

MATT. — Ci vuoi dunque far mettere in prigione, imbecille!

GAND. — Non capisce più nulla, l'idiota!

BALL. — Meno male imbecille, ma idiota...

BATT. — Alle corte, silenzio!

GOLD. — Ma Battistino, perchè strapazzi così il povero Balletti?

SUS. — Ah! Goldoni, se siamo vivi è un vero miracolo! _(scendono tutti)_

NICOL. — Ma non ci spaventate, per carità.

GOLD. — Lasciali parlare. Sono amici che si ricordano di noi, poveretti,
e Susanna poi è anche la vedova del mio gran Carlino, quello che
m'inspirò il _Burbero_... Titino, falli sedere... Parla, Susanna, parla.

SUS. — Oh è presto detto: Balletti è senza domicilio.

BALL. — Senza domicilio e imbecille.

SUS. — Il suo locandiere, visto che non ha più quattrini, lo ha messo
fuori di casa. Piglio con me Mattiuzzi e Gandini e vado a scongiurarlo
di pazientare per qualche giorno, di non mettere in istrada nel fitto
dell'inverno un vecchio di quell'età...

BALL. — Che vecchio? Ho un anno meno di Goldoni io!

GAND. — Lo sentite? Ma il locandiere non vuole per nessun conto tenerlo
dell'altro perchè Balletti compromette coi suoi discorsi la locanda.

BALL. — Ho detto soltanto che un governo che odia la gente allegra è un
governo detestabile!

BATT. — Ho capito: sarà meglio andare a far la guardia. _(via dal
fondo)_

SUS. — A farla corta il locandiere finisce per metterci tutti e quattro
fuori. Balletti, appena è in istrada si mette a gridare, a dirne di
cotte e di crude, e così la gente corre, si affolla, ci attornia
minacciosa e comincia ad urlare: _morte agli italiani!_

GOLD. — Dio! E voi altri allora?

MATT. — In mezzo a quella baraonda, come quattro pulcini senza sangue e
senza fiato... No, del fiato ne restava e molto a Susanna, che bisogna
dirlo è la sola che non si perda d'animo, la sola che osa gridare:
_Parigini, minacciare una donna e tre vecchi è cosa indegna della
Repubblica!_ e con queste parole si fa largo, ci spinge avanti, ci salva
la vita!

GOLD. — Brava!

SUS. — Per fortuna Balletti aveva cessato di ripetere le sue
sciocchezze!

BALL. — Io era troppo contento che tu avessi dato del vecchio anche a
loro due.

SUS. — Ma si può essere più sciocco?

BALL. — Oh basta! Ve lo farò vedere se sono sciocco! Goldoni, io ho
ideato una gran commedia contro la convenzione; sissignori, l'ho tutta
qui... _(a Goldoni)_ Non mi manca che il titolo.

GOLD. — Te lo do io: tempo perso! _(risata di approvazione degli altri)_
Via, per questa sera ti adatti a dormire sul canapè?

NICOL. — C'è un guaio: il canapè non è in casa... l'abbiamo mandato a
rassettare.


SCENA V.

_ANTONIO dal fondo con mazza e cappello. DETTI._


GOLD. — E allora, caro Balletti, bisogna che ti contenti di un lettuccio
fatto sulle seggiole.

ANT. — Caro zio, è impossibile: non c'è altre materassa che quelle
necessarie ai nostri letti. Buon giorno a tutti.

GOLD. — Senti, caro Tonino, per pochi giorni...

ANT. — Anche Paolo Bernardi l'avevi ospitato per un giorno e poi è
rimasto a tuo carico per mesi e mesi!

GOLD. — Spero non mi vorrai rimproverare una buona azione!

ANT. — Voglio risparmiarti il dolore di doverlo licenziare domattina.

GOLD. — Domattina? Non potrei invitarlo a desinare con me?

ANT. — La vita è troppo cara!

GOLD. — Ed è quando la vita è troppo cara che io devo respingere un
infelice?

ANT. — Quando non se n'ha più per sè!

GOLD. — Ah!

ANT. — Perdonami se ti do questo dolore... ma per risparmiartelo non
sarebbe bastato che io mi fossi privato d'ogni cosa per darla a lui,
sull'onor mio! _(esce dalla destra)_

NICOL. — Povero Antonio!

GOLD. — Povero Balletti! Povero Goldoni!

BALL. _(commosso)_. — No, Carlo, non ti crucciare... Benchè vecchio... e
idiota... so come farla finita e subito! Sì, vado al Palazzo Reale... al
convegno di tutti i disordini, per gridarvi con quanta voce ho in petto
che sono stati sei Re di Francia che hanno protetto i comici italiani...

GLI ALTRI _(con preghiera)_. — Balletti!

BALL. _(seguitando)_. — È stato un Re di Francia che ha protetto il
primo poeta comico dell'Italia... Viva dunque il Re di Francia!

GLI ALTRI _(affollandoglisi attorno)_. — Per carità!


SCENA VI.

_CHÉNIER preceduto da BATTISTINO, dal fondo. DETTI._


BATT. _(annunziando)_. — Un amico: Chénier!

CHÉN. _(in fondo, a Battistino)_. — Addirittura la miseria?

BATT. — Sì, e se non fate presto, lo libererà la morte!

CHÉN. _(abbracciando Goldoni)_. — Mio povero amico!

GOLD. — È Dio che ti manda a levarmi una spina dal cuore. Questo mio
antico compagno d'arte, senza pensione come me, è senza tetto e senza
mezzo di guadagnarsi un pane, in mezzo alla strada!... e io..... tu ci
vedi meglio di me e basta, senza che ti dica altro!

CHÉN. _(scrive due parole sopra una carta che ha tratto dal suo taccuino
e la porge con un assegnato a Susanna)_. — Questo al Direttore
dell'Ospizio di Bicêtre, e questo per arrivarvi.

SUS. — Voi fareste amare la rivoluzione; ma voi siete un poeta!

NICOL. — Un vero amico! — _(agli altri)_ Non sarà detto che partiate
senza aver preso qualche ristoro. Favorite di qua... _(verso la
destra)_. Andiamo, Balletti?

BATT. — Coraggio!

BALL. — All'ospedale... un artista!

BATT. — Son fatti apposta gli artisti per gli ospedali... cioè gli
ospedali per gli artisti; ma già torna il medesimo.

BALL. — Ma se riaprono i teatri...

BATT. — Tornerai a fare l'amoroso, è inteso.

NICOL. _(a Battistino)_. — Se si desse loro i pasticci di Pierina?

BATT. — Nulla di meglio: pasticci e comici, va da sè. _(escono tutti
dalla destra, mentre Chénier siede accanto a Goldoni)_

GOLD. _(con una mano di Chénier fra le sue, affettuosamente)_. — Il mio
ultimo amico!

CHÉN. — Se non ho più potuto vederti, non è stato senza occuparmi di te,
e ora sono lieto di dirti che all'ordine del giorno d'oggi c'è la mia
interpellanza che ti riguarda. Non meravigliarti che io non abbia potuto
in più di quattro mesi mettere una parola di pace, d'arte e di giustizia
in quel vortice farragginoso: come se non bastasse la violenza delle
passioni e degli avvenimenti, noi dobbiamo anche subire gli stolti
capricci della tribuna pubblica, ogni dì più minacciosa e
soverchiatrice!

GOLD. — Grazie, grazie con tutta l'anima... Ma non dirmi altro di questi
tempi...

CHÉN. — Si può dimenticare molti eccessi e sperare nell'avvenire quando
si vede che in mezzo alla coalizione straniera la Francia improvvisa un
milione di soldati!

GOLD. — E tu hai forse ragione; ma che vuoi, io sono d'un'altra epoca,
d'un'epoca spensierata ma disciplinata, allegra ma rispettosa, e perciò
guardo dalla riva su cui rimango abbandonato da tutti i miei coetanei
questa vostra gran corrente torbida e rovinosa, senza avere il coraggio
d'imbarcarmi, quasi certo che dopo di avere ammazzato il buon umore
finirete per togliere all'uomo tutti i sostegni più sicuri della vita!

CHÉN. — E io ti compatisco: alla tua età non si rifà tutta un'abitudine
di sentire e di pensare.

GOLD. — Ma se rimpiango la gioventù, abbi pazienza, non è per fare della
politica, no; ma per lavorare, per tratteggiare nuovi tipi, nuove
commedie, per usare tutta la libertà di scegliere i miei argomenti dove
mi pare, non come il Goldoni d'una volta che non poteva mettere in scena
nè governanti, nè nobili, nè magistrati, nè preti e soldati. Ma poichè
io non posso comprendere, e quel ch'è peggio, non posso fuggire la tua
rivoluzione, lasciami morire in pace e fedele alle mie convinzioni.

CHÉN. — Eppure è indispensabile che tu mi autorizzi a dichiarare oggi
alla Convenzione che ti glorii di essere cittadino francese...

GOLD. — Sempre!

CHÉN. — ... e repubblicano.

GOLD. — A Venezia; ma qui, finchè vive il Re Luigi, mai! _(si alza)_

CHÉN. — Ma disgraziato amico, il Re Luigi è morto da due settimane!

GOLD. — Morto! Morto d'angoscia e di patimenti, in prigione?

CHÉN. — Peggio!

GOLD. _(colpito)_. — Peggio? Ci può essere di peggio?

CHÉN. — In piazza della Rivoluzione.

GOLD. _(non comprendendo sulle prime)_. — In piazza?... Ah! no, no, non
è possibile, come un assassino, lui! _(un cenno di Chénier)_ È stato
possibile? E la Regina? E la principessa Adelaide, il Delfino?

CHÉN. — Aspettano in carcere il loro giudizio.

GOLD. — Giudizio! E Luisa Savoia di Lamballe? Voglio saper tutto!

CHÉN. — Da più di un mese stracciata a pezzi dalla plebe.

GOLD. _(con ribrezzo)_. — Oh! La donna più bella, gentile e generosa!!
Ed è questa la rivoluzione di cui mi vuoi far complice? La morte, mille
volte la morte... che non può più essere nè amara, nè lontana!

CHÉN. — La morte... Ma tua moglie?

GOLD. — Mia moglie?! _(con un grido disperato)_ Oh come sono infelice!
_(si abbandona con uno scoppio di pianto sopra una seggiola)_

CHÉN. — Via, Carlo, non smarrire il coraggio che ti sostenne in tante
prove!

GOLD. — Hai ragione... Va pure a dire quello che vuoi... Fra tante
menzogne infami questa almeno sarà pietosa!

CHÉN. — Scusami se t'ho fatto soffrire...

GOLD. — Come non soffersi mai! Ma tu l'hai fatto per il mio bene;
meglio, l'hai fatto per quello della mia povera Nicoletta! _(si è alzato
e accompagna Chénier al fondo)_ Va... non perder tempo e ritorna con una
buona notizia... _(Chénier esce)_ ... e presto!


SCENA VII.

_ANTONIO dalla destra. DETTO._


GOLD. _(portando le mani al cuore come un uomo ferito)_. — Ah! m'ha
piantato qui un coltello, un coltello che non mi andrà più via!

ANT. — Mio zio! Tu hai pianto... Che cosa ti ha detto Chénier?

GOLD. _(come chi è stato oppresso da una rivelazione troppo terribile
per le sue forze, con vero terrore, quasi gliene apparisse la visione)_.
— Tutto!

ANT. _(raccogliendolo fra le sue braccia e portandolo sul seggiolone)_.
— Dio!

GOLD. — Che vuoi! Sono stato a corte come Molière, ma senza essere
cortigiano, e volevo loro bene non perchè principi, non perchè larghi di
doni, ma perchè colla cortesia e colla affabilità avevano guadagnato il
mio cuore e quello di Nicoletta.

ANT. — Senti, sarà meglio che chiami la zia e ti portiamo sul letto...

GOLD. — No, si spaventerebbe, e sul letto io soffocherei... Ma non ti
pare che si faccia notte?

ANT. — Ad ogni modo non è lontana, ed accendo subito un lume. _(va ad
accendere la candela)_

GOLD. — Antonio, lascia stare e vieni qui presso di me che t'ho a dire
una cosa mentre non c'è Nicoletta: io non ho bisogno del lume per
leggere nei tuoi occhi quanto ci sei affezionato!...

ANT. — Non parlare di me!

GOLD. — Eccolo il mio piccolo burbero benefico!... Ma come mal
ricompensato! E che eredità ti lascierà questo povero zio!

ANT. — Un gran nome e la memoria incancellabile della tua bontà!

GOLD. — Ma assai più debiti! Ma il tempo è galantuomo e io spero che un
giorno qualcheduno penserà che Antonio Goldoni merita pure un raggio, il
più puro, della gloria di Carlo, se gloria ci sarà... Lasciami dire...
Intanto tu promettimi... quando mi vedrai oppresso dal male... di
sollevarmi con altri pensieri...

ANT. — L'arte tua, il passato!

GOLD. — Bravo! Ma sopratutto di aiutare, quando io non ci sarò più, la
mia Nicoletta a sostenere con coraggio la prova della nostra
separazione.

ANT. — Sì! Sì! Ma bisogna che tu ti senta molto male per parlare di
queste cose.

GOLD. — No... ma mentre sono in tempo... mentre posso ancora darti... a
te che seguiterai ad essere per lei un figliuolo amoroso...

ANT. — Sull'anima mia!

GOLD. — La mia benedizione!

ANT. — Tu ti senti mancare! La zia...

GOLD. — Non la spaventare... povera Nicoletta... non le dir nulla... Mi
sento già meglio... molto meglio!


SCENA VIII.

_NICOLETTA dalla destra. DETTI._


NICOL. — Quel povero Balletti a momenti ti fa piangere e a momenti... Ma
Carlo si sente male?

GOLD. — Non è nulla... Un po' di nervi...

ANT. — Chénier l'ha fatto inquietare senza volerlo...

GOLD. — Allontana quel braciere, Tonino... e accendi una volta il lume.

NICOL. — (O Dio!) _(piange)_

ANT. — (Ohimè!) Non c'è più candele, zio... Ma appena sono andati via
quegli altri, scendo subito a pigliarne.

GOLD. — Bravo... Intanto qui tutti e due... le vostre mani... Chi è che
piange?

ANT. — Nessuno!

NICOL. — Nessuno!

GOLD. — Lo sapete bene che non ho mai potuto sentire a piangere!... E
ora meno che mai... E poi la mia parte... una lunga parte! l'ho
recitata... e bisogna pure che rientri nelle quinte... Non era a Parigi
che volevo fare l'ultima scena, oh no! ma laggiù... laggiù nella mia
Venezia!...

ANT. — La Venezia della tua riforma! La Venezia delle tue prime
vittorie!

GOLD. _(si rasserena in volto e si abbandona assopito sul guanciale)_. —
Venezia!

          (Antonio va sulla soglia della destra a chiamare con un
            cenno gli altri)


SCENA IX.

_BATTISTINO, SUSANNA, GANDINI, MATTIUZZI e BALLETTI dal salotto a destra
e PIERINA dal fondo. DETTI._


NICOL. _(inginocchiata presso Goldoni)_. — Il mio Carlo muore!

BATT. — Io corro subito a cercare un medico.

SUS. — È inutile: egli non si ridesterà che per spirare!

ANT. — Oh s'io potessi dargli un'ultima gioia!

NICOL. — Egli ritorna in sè! Carlo! mio buon Carlo!

GOLD. _(sentendo gli altri che lo attorniano)_. — C'è molta gente?

ANT. _(con progetto)_. — Sì!... il teatro è pieno..... recita Préville!

GOLD. — Préville?

BATT. — Che fa lui il Burbero.

GOLD. _(entrando a poco a poco nell'illusione)_. — Lui? Non ho più
paura!

ANT. — Senti? Senti?


SCENA X.

_CHÉNIER dal fondo. DETTI._


BALL., GAND., SUS., MATT., BATT., PIER. _(allontanatisi ad un cenno di
Antonio, sempre al proscenio, sottovoce, ed applaudendo leggermente, per
produrre l'illusione desiderata)_. — L'autore! l'autore!

GOLD. _(rasserenato, raggiante, per alzarsi sostenuto da Nicoletta ed
Antonio)_. — A Parigi!

CHÉN. — Carlo Goldoni, la Convenzione ti ha restituito la tua pensione!

GOLD. _(ritornato in sè con un grido di riconoscenza)_. — O Francia!
_(sentendosi mancare si abbandona fra le braccia di Antonio e di
Nicoletta, dicendo a Chénier come una preghiera)_ Per lei! Per la mia
buona moglie!

          (Il sipario cala lentamente mentre Chénier assicura
            Goldoni spirante che il suo voto sarà soddisfatto)


FINE DELLA COMMEDIA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Gli ultimi giorni di Goldoni - Le Commedie, vol. 1" ***

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