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Title: Annali d'Italia, vol. 3 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Lodovico Antonio
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 3 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

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  Nota del Trascrittore

  Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così
  come le grafie alternative (Peregrinus/Peregrinius, Regino/Rhegino
  e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

  Convenzioni usate per la riproduzione del testo:
  _xxx_ : testo in _corsivo_
  [=xxx]: testo [=sopralineato] (abbreviazioni latine nelle iscrizioni)



ANNALI D'ITALIA 3



                ANNALI D'ITALIA

        DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
              SINO ALL'ANNO 1750


                 _COMPILATI_

            DA L. ANTONIO MURATORI

      E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


           _Quinta Edizione Veneta_

                VOLUME TERZO


                   VENEZIA
    DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                    1845



ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500



    Anno di CRISTO DCLXIII. Indizione VI.

    VITALIANO papa 7.
    COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 23.
    GRIMOALDO re 2.


Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[1], e dopo lui Camillo
Pellegrino[2], il principio del regno di _Grimoaldo_. Ma sapendo noi da
Paolo Diacono[3], che succedette l'assedio di Benevento prima che
l'imperador _Costante_ venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma
nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'_indizione sesta_,
dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da
Anastasio[4]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel
precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei
Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi
venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento.
Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli
nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua
navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso
come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze
Benevento, e al suo governo _Romoaldo_, giovane poco pratico nel mestier
della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar
di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi
presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati
potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di
Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[5] ch'egli volle
consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto
di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli
riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio
per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora
la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta
da straniero paese (cioè _Teodelinda_) avea nel regno longobardico
fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale
continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion
longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più
conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella
nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato
a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de'
Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente
in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa
sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma
solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo.
Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto,
ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de'
Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a _Luceria_ (oggidì
_Nocera_), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a
forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo
sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche
l'assedio di _Acheronzia_ (oggidì _Acerenza_), ma per la forte
situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed
assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico
imperadore, _Romoaldo_, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui
dichiarato _duca di Benevento_, inviò a Pavia _Sesualdo_ suo balio a
pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in
aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e
raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di
Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne
tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere
spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in
quelle contrade.

In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava
vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè
giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione
ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una
battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle
frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un
quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran
giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano,
spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente
penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla
sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in
mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far
loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante
trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar
con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a
Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome _Gisa_ (_Gisela_
o _Gisla_, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non
potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla
Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero;
ma sembra che si ricavi dalla vita di san _Barbato_ vescovo di quella
città, rapportata dall'Ughelli[6], che fosse pagata da Romoaldo a
Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo
la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata
qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di
tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece
condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far
sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa
ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in
fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte,
nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già
pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura
e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la
perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti
avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine
dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera
gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così.
Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui
ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere
come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace,
Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far
capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio
della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la
pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea
sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re
Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel
passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento
_Mittola_, ossia _Micola_ conte di Capua, che gli diede una buona pelata
in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la _Pugna_,
ossia la _Battaglia_. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le
ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè
governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo
_Trasimondo_ conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il
medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe
liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò
_duca di Spoleti Trasimondo_, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo
ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di _Attone_ era
restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede
per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a
quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per
anticipazione appellò Mittola conte di Capua.

Abbiamo poi dal medesimo storico[7] che, posta in sicuro la persona
dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato
_Saburro_, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a
combattere col duca _Romoaldo_, promettendosi una sicura vittoria di
lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non
sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in
persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il
duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che
l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò
ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da
ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che
portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani
percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo
capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero
incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò
Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al
re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è
accompagnato da Paolo Diacono con un _ut fertur_: segno che non n'era
ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella
galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei
fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua
longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco
fa mentovata di san _Barbato_ vescovo di Benevento. Professavano bene i
Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro
battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente
ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera,
di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro
una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a
cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai
suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo,
gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva
staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non
per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma
predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai
san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo
promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da
quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu
sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a
tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra.
Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in
un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli
andasse alla caccia, e portatosi a _Teodelinda_ moglie di esso duca,
principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece
consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un
calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente
il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san
Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e
solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di
Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte
Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè
saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si
truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di
ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[8], ed
indrizzata _reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae
episcopo_, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi.
Dicesi anche data _III kal. februarii, pontificatus anno primo,
Indictione XI_. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata
cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano:
nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come
ivi si osserva.

Passò di poi l'imperador _Costante_ da Napoli a Roma, e sappiamo da
Anastasio[9] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli
andò incontro papa _Vitaliano_ col clero sei miglia fuori della città, e
fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove
fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa
Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente
processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli
uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra
basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un
pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla
patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo
dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e
misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella
regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte
infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai
Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a
Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e
prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto
quest'anno Teofane[10]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi
sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i
Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in
ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[11],
_Agone_, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita
nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a _Lupo_. Ma il Sigonio
si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si
ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che _Agone_ molto prima
avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima
dell'anno presente.

NOTE:

[1] Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.

[2] Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.

[3] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.

[4] Anastas. Bibliothec., in Vitalian.

[5] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.

[6] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.

[7] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.

[8] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.

[9] Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.

[10] Theoph., in Chronogr.

[11] Sigon., de Regno Italiae.



    Anno di CRISTO DCLXIV. Indizione VII.

    VITALIANO papa 9.
    COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 24.
    GRIMOALDO re 3.


Tornato che fu il re _Grimoaldo_ a Pavia, ebbe finalmente notizia che il
fuggito re _Bertarido_ s'era rifugiato nella Pannonia, ossia
nell'Ungheria presso di _Cacano_, cioè presso il re degli Unni Avari,
signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere
ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo
regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora
portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con
Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli
piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi
Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia
il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che
merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san
_Vilfrido_, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore
contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone[12], quel prelato
cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per
Francia, ed arrivò _ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et
quietum, et trementem sermones Dei_. Acutamente avvertirono que'
valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di _Bercterit_,
ossia _Bertarido_ re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il
regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della
_Campania_, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura
e _campagna_ della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo
arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con
esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che
non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea
risposto: _In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai
ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di
setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si
obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi.
Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con
giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva
me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi
aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e
calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che
conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non
darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo._ Così un re longobardo,
il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona
scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679.
Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non
sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una
strana risoluzione[13], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso
suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse
un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar
il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita
privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi _Onolfo_, suo fidatissimo
servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le
necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente
rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male
gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo
abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che
sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un
palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma
seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini
continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone
maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di
perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non
cadde in terra il consiglio.

Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de'
preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente
bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta
festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente
avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di
bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua,
portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e
notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini
fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto
frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il
palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da
schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una
pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di
bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era
quella? _Eh_, rispose, _questo mascalzone m'avea preparato da dormire in
camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino.
Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia._ Il
lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla
parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli.
Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura,
su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città
d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia
felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito
Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò
il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo
Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il
guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche
un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe
potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non
tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere
andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e
cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non
trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era
fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe'
capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di
quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che
il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido
per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si
meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille
tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo,
allora replicò: _Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto
difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone._ Ed in fatti lo
arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo
padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e
promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse
divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella
basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece
venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò
forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il
godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo
passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la
passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido,
che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il
guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche
egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e
poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi,
cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa
licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute
buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il
loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di
essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo,
se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente
usurpato il regno altrui.

NOTE:

[12] Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.

[13] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.



    Anno di CRISTO DCLXV. Indizione VIII.

    VITALIANO papa 9.
    COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 25.
    GRIMOALDO re 4.


Raccogliesi da Beda[14] che nel presente anno infierì molto la
pestilenza in Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re
d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A
questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re
franchi al re _Grimoaldo_. Dovette _Bertarido_, fuggito in Francia, così
ben perorare la causa sua presso di _Clotario III_ re di Parigi e della
Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo,
e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran
numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua
protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a
muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della
Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto
Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici
in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le
furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò
all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e
buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi
e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di
lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di
mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in
maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non
fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando
men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne
fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il
luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a'
suoi dì si appellava _Rio_, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava
intanto l'imperadore _Costante_ in Siracusa. S'erano a tutta prima
immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in
mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono
ben tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo
cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare
da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso
suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei
popoli. Sì Anastasio[15] che Paolo Diacono[16] ci assicurano aver egli
talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di
_Calabria_, _Sicilia_, _Sardegna_ ed _Africa_ con gabelle, capitazioni e
viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello
giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai
genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non
restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i
luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le
chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane[17], tuttochè
autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere
stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando
andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe
sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città.
Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove
comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.

NOTE:

[14] Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.

[15] Anast., in Vitalian.

[16] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.

[17] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCLXVI. Indizione IX.

    VITALIANO papa 10.
    COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 26.
    GRIMOALDO re 5.


Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i
fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono[18] circa questi tempi, mi
prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro
_Agone_ duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia
a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu
conferito siccome dicemmo, quel ducato a _Lupo_, uomo di pessimo
talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece
una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per
una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale
par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis[19]. Era
quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca
cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella
chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo
portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè
e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al
nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura
non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo
non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo
il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad
una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis
accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto
d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi,
perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse _Cacano_ re
degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A
man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito
giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che
disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il
duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono[20] alcuni vecchi
che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze
contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con
esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti
alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti,
ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti
Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso
esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i
Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo,
che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir
che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò
sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più
forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion
degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi
luoghi consumarono col fuoco.

Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo,
questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella
provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano
così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu
che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere
per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno;
tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti
potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone
più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per
parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben
prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma
l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli
ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere
varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì
sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que'
Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro
rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora
Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: _Or bene_, disse,
_riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta
questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò
tosto ad insegnargli la strada_. Di più non occorse. Cacano, avvertito
del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese.
Tentò dipoi _Varnefrido_, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del
padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da
contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire
Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si
figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello
di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani
perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del
Friuli _Vettari_, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande
benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.

Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno
presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta
sommessione e prontezza _Mauro_ arcivescovo di quella città intervenne
per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino
papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da
lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata
da tutti i suoi antecessori[21]. La permanenza degli esarchi d'Italia in
Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad
esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la _autocefalia_,
ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression
manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico
niceno. Racconta Agnello[22], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le
vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede
apostolica romana, che il papa (senza fallo _Vitaliano_) mandò a Ravenna
dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale
egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente
di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non
inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura
sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta,
scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava.
Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse
una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a
Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera
la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue
doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il
temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro
all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni.
Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle
dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa,
volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il
diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto
della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini
in favore di lui a _Gregorio_ suo esarco: il che ci fa conoscere che a
_Teodoro Calliopa_ ora succeduto questo nuovo esarco _Gregorio_. Poscia
dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da
ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca
di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'_autocefalia_. Il
diploma è dato _kalend. Mart. Syracusa_. _Imperantibus dominis nostris
pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore_ (il che fa
sempre più conoscere che il suo nome vero era _Costantino_ benchè l'uso
abbia ottenuto di chiamarlo _Costante_) _anno XXV_ (che tuttavia correa
nel marzo del presente anno), _et post consulatum ejus anno XIIII_ (si
ha da scrivere _XXIII_) _atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a
Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et
Tiberio anno VII_. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno
presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo
sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non
appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica
stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa
di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?

NOTE:

[18] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.

[19] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.

[20] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.

[21] Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat.,
lib. 4.

[22] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCLXVII. Indizione X.

    VITALIANO papa 11.
    COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 27.
    GRIMOALDO re 6.


Circa questi tempi il re _Grimoaldo_ diede per moglie a _Romoaldo_ duca
di Benevento, suo figliuolo, _Teoderada_ figliuola di _Lupo_ già duca
del Friuli[23], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè _Grimoaldo II_ e
_Gisolfo_ (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed _Arichi_,
ossia _Arigiso_. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad
esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma
soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del _Foro di
Popilio_, oggidì _Forlimpopoli_, perchè quel popolo, sottoposto
all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel
viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi
nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la
via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse
egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato
santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che,
secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli
nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei
soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli.
Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che
pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà
degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai
Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero
tradito ed ucciso i suoi due fratelli _Tasone_ duca del Friuli, e
_Cacone_. E questa fu la cagione che, quantunque la città di
_Opitergio_, oggidì appellata _Oderzo_, fosse già ridotta sotto il
dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi
fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel
territorio, assegnandone una parte a _Cividal di Friuli_, un'altra a
_Trivigi_, e la terza a _Ceneda_.

NOTE:

[23] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.



    Anno di CRISTO DCLXVIII. Indizione XI.

    VITALIANO papa 12.
    COSTANTINO Pogonato imp. 1.
    GRIMOALDO re 7.


Fu questo l'ultimo anno della vita di _Costantino_, che noi sogliamo
appellare _Costante_ imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli
s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e
il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo
ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno
presente, essendo già incorso l'_indizione XII_, come abbiamo da
Anastasio bibliotecario[24], da Paolo Diacono[25] e da Teofane[26],
trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo
di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza
vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo _Mizizio_
(così lo chiama Teofane), oppur _Mecezio_ (come ha Paolo Diacono) si
fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere
l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno;
eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la
nuova di questo successo, _Costantino_ suo primogenito, dichiarato già
imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era
egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a
Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto[27], perciò ebbe
il soprannome di _Pogonato_ cioè _barbato_. Diedesi in quest'anno esso
giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la
morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e
nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa.
Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In
quest'anno ancora il re _Grimoaldo_ fece una giunta di alcune leggi a
quelle del re Rotari. Dal prologo[28] si veggono pubblicate _anno Deo
propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI_, e per conseguente
in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi
l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o
per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per
indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla
verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle
pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se
constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale,
non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione
che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo
adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà
durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra
molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver
posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre.
All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la
vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col
combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia
combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è
prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual
pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva:
oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie,
tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno _Teodoro_
monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu
inviato in Inghilterra da papa _Vitaliano_[29], ed è quel medesimo che
compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le
lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli,
con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese.
Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia _Romoaldo_
duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso _Costante_ Augusto, e
rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo
da Paolo Diacono[30] ch'egli, raunata una buona armata, si portò
all'assedio della città di _Taranto_, e cotanto la combattè, che la
forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di _Brindisi_: con che
aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo
ducato beneventano.

NOTE:

[24] Anastas., in Vitalian.

[25] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.

[26] Teoph., in Chronogr.

[27] Zonar., in Annal.

[28] Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.

[29] Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.

[30] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.



    Anno di CRISTO DCLXIX. Indizione XII.

    VITALIANO papa 13.
    COSTANTINO Pogonato imp. 2.
    GRIMOALDO re 8.


Premendo all'imperador _Costantino_ Pogonato il fuoco nato in Sicilia
per la tirannia di _Mecezio_, ammassò quanta gente potè[31], facendone
venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè
essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane
Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque
presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli
di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò
estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga
che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro
vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza
di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse
addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni.
Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da
Anastasio[32] e da Paolo Diacono[33], che all'improvviso con molte navi
arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada
quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga.
Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti
della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per
attestato ancora del cardinal Baronio[34] e del padre Mabillone[35], non
son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci
benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una
lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima
delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville
della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni.
Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore
Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria.
Abbiamo da Teofane[36] che in questo medesimo anno l'imperador
Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi
nell'imperio i due suoi fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_. Privò di vita
_Giustiniano_ patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di
Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli
eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.

NOTE:

[31] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.

[32] Anastas. in Adeodat.

[33] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.

[34] Baron., Annal. Eccl.

[35] Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.

[36] Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.



    Anno di CRISTO DCLXX. Indizione XIII.

    VITALIANO papa 14.
    COSTANTINO Pogonato imp. 3.
    GRIMOALDO re 9.


Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza
specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire
qui un fatto di _Vettari_ duca del Friuli[37]. Avendo gli Schiavoni
dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia,
raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di
Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura
accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se
l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa
la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a
riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale
s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì
pochi compagni, motteggiato con dire: _Vedete là il patriarca che vien
contra di noi coi suoi cherici_. Il duca allora levatosi l'elmo di capo,
e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise
tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il
campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si
diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo
racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata
romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi
compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di
_cinquemila uomini_, appena pochi col favor delle gambe portarono alle
lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in
questo anno _Clotario III_ re de' Franchi nella Neustria e Borgogna
giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui
_Teoderico II_, il quale per forza prese la chericale tonsura.
_Childerico_ fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia
franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma
anche la vita. Allora il deposto _Teoderico_ ripigliò il regno. La
storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se
all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo
Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi
le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora,
laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi,
non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e
molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede,
oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di
antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i
Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia
sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in
ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto,
l'imperador _Costantino_ conferito il titolo imperiale ai due suoi
fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_; ma, per quanto si può conoscere,
consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e
il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli
vi furono più persone che pubblicamente gridarono: _Noi crediamo nelle
tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori_;
segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar
coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di
Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro
a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii,
li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto
dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il
sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel
sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima
barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome
lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli
solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che
se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero
tuttavia continuato nell'onore primiero.

Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono[38], _Alzeco_, ossia
_Alzecone_, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla
gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con
tutta pace a trovare il re _Grimoaldo_, esibendosi al suo servigio, e
pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi.
Grimoaldo l'inviò al figliuolo _Romoaldo_ duca di Benevento,
incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui
ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di
Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con
giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di
Benevento: con avergli mutato il nome di _duca_ in quello di _gastaldo_,
equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse
eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che
a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse
parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche
dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane[39] nell'anno XI di
Costantino Pogonato, e Niceforo[40] toccano questo punto anch'essi,
dicendo, che regnando l'imperador Costante, _Crovato_ re de' Bulgari
lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti
insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in
quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in
Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio
de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco
prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui
servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli
s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo.
Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci.
Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel
presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di
_Dagoberto II_, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in
grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo
franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il
perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli
ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da
ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in
bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi _Bertarido_, e temendo
degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole
dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi
addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di
Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare
nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli
Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno
all'anno in cui _Dagoberto II_ ricuperò il regno. Ne han trattato
Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi.
Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in
Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da
Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia
prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671,
tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal
informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel
critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il
quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e
massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia
in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che
mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo
insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al
rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto[41]
mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo
con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con
cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che
Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta
dell'Inghilterra.

NOTE:

[37] Theoph., in Chronogr.

[38] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.

[39] Theoph., in Chronogr.

[40] Niceph., in Chron.

[41] Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.



    Anno di CRISTO DCLXXI. Indizione XIV.

    VITALIANO papa 15.
    COSTANTINO Pogonato imp. 4.
    BERTARIDO re 1.


S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno[42]. Da lì
a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza
potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e
questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse
voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in
tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe
temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di
capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi
ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi
attribuiscono a _Giovanni_ vescovo santo di quella città la di lui
conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata
dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono,
egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che
fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon
cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo
Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della
figliuola del re _Ariberto_, già presa per moglie, un figliuolo
appellato _Garibaldo_, in età puerile. Questi fu proclamato re de'
Longobardi. Torniamo ora a _Bertarido_, da noi poco fa veduto fuggitivo,
per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di
Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la
nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era
Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: _Fategli sapere
che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito
di vivere._ Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e
ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la
persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol
avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando
essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di
venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo
stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai
confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto
Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti
gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento
di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con
lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove
anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da
maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì
perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e
che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono.
All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe
amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo
della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue
disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed
umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e
fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto
abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido
arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo
la morte di Grimoaldo, _Bertarido_ ossia _Pertarito_, figliuolo del re
Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul
trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare
a Pavia la regina _Rodelinda_ sua moglie col figliuolo _Cuniberto_, che
furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo
_Garibaldo_, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo,
se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon
trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia,
perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si
potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma
più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si
giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di
lui.

NOTE:

[42] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.



    Anno di CRISTO DCLXXII. Indizione XV.

    ADEODATO papa 1.
    COSTANTINO Pogonato imp. 5.
    BERTARIDO re 2.


In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni
di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii
tutto l'imperio romano, secondo Teofane[43], prepararono una poderosa
armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal
città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano
dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli
animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì
al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi
nella primavera ventura. Intanto l'imperador _Costantino_, a cui non era
ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi
contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e
disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per
quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo
pontificato e alla sua vita il sommo pontefice _Vitaliano_, dopo aver
governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode.
Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san
Pietro _Adeodato_, di nazione romano, già monaco nel monistero di
sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo _Deusdedit_, il
cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato
di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente
compiè il corso di sua vita _Mauro arcivescovo di Ravenna_, perchè morì
scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello
storico ravennate[44] che questo ambizioso prelato prima di morire
adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore
per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a
dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli
esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si
eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della
provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il
diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato
negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere
l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla
quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella
superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel
marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero
passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo
ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando _Lotario_
imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola
levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse
mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano.
Ebbe commissione lo stesso Agnello da _Petronace_ arcivescovo di andar
colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la
rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria
delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette
_Reparato_, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia
abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece
consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne
saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò
all'ubbidienza del sommo pontefice.

NOTE:

[43] Teoph., in Chronogr.

[44] Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCLXXIII. Indizione I.

    ADEODATO papa 2.
    COSTANTINO Pogonato imp. 6.
    BERTARIDO re 3.


Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile
stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò
l'assedio. L'imperador _Costantino_[45] s'accinse con tutto vigore alla
difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue
navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano
caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si
gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al
settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro
sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove.
Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In
quest'anno _Childeberto_ re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue
biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da
uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina
_Bilichilde_ sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi
tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'_iride_ ossia arco
celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della
Miscella[46], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del
mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma
quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e
disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano
ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno
nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì
è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva
a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche
oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed
inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.

NOTE:

[45] Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.

[46] Hist. Miscell. lib. 19.



    Anno di CRISTO DCLXXIV. Indizione II.

    ADEODATO papa 3.
    COSTANTINO Pogonato imp. 7.
    BERTARIDO re 4.


Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il
suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che
godevano allora sotto il pacifico governo del buon re _Bertarido_ i
popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a
reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi
esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di
Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de'
Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più
dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli
altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono
nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio
di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei
frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto
l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava
la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o
viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di
prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la
Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero
dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri
disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da _Vamba_ re
piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella
Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi
sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini
Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal
cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo[47]. La sola
Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne
aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei
suoi popoli.

NOTE:

[47] Julian. Toletanus, in Chronico.



    Anno di CRISTO DCLXXV. Indizione III.

    ADEODATO papa 4.
    COSTANTINO Pogonato imp. 8.
    BERTARIDO re 5.


Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi _Bertarido_, fabbricò
in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume
Ticino[48], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira
e il mal pensiero del re _Grimoaldo_. Può essere che la sua fuga
succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia,
come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio
suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste
tuttavia esso monistero, appellato _Nuovo, e Monistero regio_, per più
secoli, ed oggidì _monastero di sant'Agata in Monte_, abitato già da
monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel
presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli,
ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla
profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci.
Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon
_Vamba_ re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di
dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna[49].
Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina
della flotta nemica. Dalla vita di sant'_Audoeno_ vescovo di Roano,
scritta da Fridegodo[50], noi impariamo quanta fosse la divozione de'
popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e
degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno
alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo
suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non
pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de'
santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne
anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le
loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le
lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto
della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran
rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro
oblazioni.

NOTE:

[48] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[49] Lucas Tudensis, in Chron.

[50] Fridegodus, in Vita S. Audoen.



    Anno di CRISTO DCLXXVI. Indizione IV.

    DONO papa 1.
    COSTANTINO Pogonato imp. 9.
    BERTARIDO re 6.


Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa _Adeodato_,
pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i
poveri e liberale verso il clero, al quale diede la _roga_, cioè il
regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta
di molto la misura. Nota Anastasio[51] che dopo la sua morte vennero
tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai
provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si
poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne,
e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito
fece menzione Paolo Diacono[52] di questa medesima sciagura, e, quel che
è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee
attribuire; perciocchè scrive che _innumerabili migliaja di uomini e di
animali furono uccisi dai fulmini_. Avea tanto senno Paolo Diacono da
non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai
fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa
giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa
Adeodato[53] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo
esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che
_l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i
monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi_, e che intanto si è
indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo
stesso vescovo di Turs _Crodeberto_ ha accordato la libertà ed esenzione
ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della
legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi.
Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento,
osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa
indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza
monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare
i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco
d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo
disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma
della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero
negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio,
e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad
Adeodato succedette nella cattedra pontificia _Dono_ di nazione romano.
Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì
primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono
i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar
terreno.

NOTE:

[51] Anastas., in Adeodat.

[52] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[53] Labbe, Concilior., tom. 4.



    Anno di CRISTO DCLXXVII. Indizione V.

    DONO papa 2.
    COSTANTINO Pogonato imp. 10.
    BERTARIDO re 7.


Mal soffrendo il pontefice _Dono_ che la chiesa di Ravenna si fosse
sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno
finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere
quell'arcivescovo _Reparato_. Ne siamo assicurati da Anastasio
bibliotecario[54], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere
la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle
pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse
per questo affare all'imperador _Costantino_, il quale, siccome principe
veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar
l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello
ravennate nella vita di questo arcivescovo[55]: cioè ch'egli andò alla
corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare
dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero
dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le
terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero
esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e
sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che
l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a _Roma_ per essere quivi
consecrato _non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni_, segno
che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli
arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere
l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il
soggiugnere appresso, che Reparato _non si sottomise all'autorità del
papa_, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne
Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede
fine ai suoi giorni. Ebbe per successore _Teodoro_, il quale, perchè si
fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in
addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte
parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per
iscreditarlo. Anastasio notò[56] che questo Teodoro si presentò davanti
a papa _Agatone_ verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il
rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina
_Rodelinda_ moglie del re _Bertarido_ fuori di Pavia. Opera
maravigliosa, dice Paolo Diacono[57], e nobilitata da stupendi
ornamenti. Fu chiamata basilica di _santa Maria alle Pertiche_; e tal
denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo
storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi
amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno
de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche,
cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima,
tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico
era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei
sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico
pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse
fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse
agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo
fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo[58] veggo bastanti
ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col
monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.

In quest'anno crede Camillo Pellegrino[59] che finisse di vivere
_Romoaldo_ duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di
sedici anni quel ducato[60]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per
moglie _Teoderada_, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la
basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di
sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè
_Grimoaldo II_, _Gisolfo_ ed _Arichi_, ossia _Arigiso_. Il primo di essi
fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per
moglie _Vigilinda_, ossia _Vinilinda_, figliuola del re _Bertarido_ e
sorella di _Cuniberto_, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona
pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno
702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario.
Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono[61], dico che
circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di
san _Benedetto_ e di santa _Scolastica_. Era rimasto il monistero di
Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania,
preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben
sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella
solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per
far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri
depositi. Dicono che _Agiolfo_ monaco del monistero floriacense, ossia
di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che
andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte
estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia,
con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa
Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal
traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli,
non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a
credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de'
monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo
fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che
visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal
Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il
trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e
Pagi lo riferiscono ai tempi di _Clodoveo_ II, e però all'anno 653
oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di
sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a
monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i
Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che
non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo
tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro
la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e
difesa.

NOTE:

[54] Anastas., in Vit. Don.

[55] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.

[56] Anastas., in Vita Agathonis.

[57] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[58] Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.

[59] Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.

[60] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.

[61] Idem., ibid., cap. 2.



    Anno di CRISTO DCLXXVIII. Indizione VI.

    AGATONE papa 1.
    COSTANTINO Pogonato imp. 11.
    BERTARIDO re 8.
    CUNIBERTO re 1.


Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e
persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta
con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non
riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e
delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi
fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi.
Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco[62],
che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua.
Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da
Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar
simili fuochi. Cedreno scrive[63] che ai suoi dì vivea Lampro,
discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con
questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche
e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli
con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una
formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte
ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata
battaglia in terra dai capitani cesarei _Floro_, _Petrona_ e _Cipriano_;
e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste
percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un
principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero
felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine
_Muavia_ lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador
_Costantino_. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria
_Giovanni_ patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio
di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi
Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni
trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente
all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e
dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che _Cacano_ re
degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati
all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a
mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di
rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per
confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli
s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della
Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua
dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad
inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere
loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente
a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori
del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima
sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una
lettera a papa _Dono_, per seco concertare un general concilio da
tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo
piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a
miglior vita. In suo luogo succedette papa _Agatone_, già monaco, di
nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul
trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma _san Vilfrido_
arcivescovo di Jorch[64], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente
anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa,
decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione
che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a
Roma, fu sì onoratamente accolto dal re _Bertarido_ in Pavia, siccome
osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re
Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di
assicurare il regno a _Cuniberto_ suo figliuolo[65]. Però, convocata la
dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo
collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento
fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note:[66] _Sub die
tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima,
regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis
regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto_: cioè
nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non
avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di
Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò
all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a
leggere _Indictione undecima_, errore provenuto dalla vicinanza di _die
tertiodecimo_. Circa questi tempi a _Vettari_ duca del Friuli succedette
nel ducato _Laudari_, di cui Paolo Diacono[67] non rapporta azione
alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne,
ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del
Friuli _Rodoaldo_. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di _Dagoberto
II_ re dei Franchi ucciso per congiura di _Ebroino_ già maggiordomo e di
alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re
_Teoderico III_. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra,
mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.

NOTE:

[62] Teoph., in Chronogr.

[63] Cedren., in Annal.

[64] Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.

[65] Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.

[66] Antiq. Italic. Dissert. XLV.

[67] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.



    Anno di CRISTO DCLXXIX. Indizione VII.

    AGATONE papa 2.
    COSTANTINO Pogonato imp. 12.
    BERTARIDO re 9.
    CUNIBERTO re 2.


Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per
mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i
vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano
intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono
d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da _Mansueto_ arcivescovo santo di
Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi
suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica
intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del
concilio sesto generale[68] la lettera scritta da esso santo arcivescovo
all'imperador Costantino a nome del sinodo, _quae in hac magna regia
urbe convenit_, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti
parole: _Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et
a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert,
praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus_ (vivimus)
_una cum eorum sancta devotione_, ec. Di qui intendiamo che già
_Cuniberto_ era stato proclamato re, e che egli, non meno che
_Bertarido_ suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo
per la custodia della medesima. Paolo Diacono[69], facendo menzione nel
concilio sesto ecumenico, scrive che _Damiano vescovo di Pavia_ sotto
nome di _Mansueto arcivescovo di Milano_ scrisse una lettera molto
utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il
cardinal Baronio[70], che essendo intervenuto _Anastasio vescovo di
Pavia_ in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per
conseguente esser allora _Damiano_ vescovo di Pavia. Saggiamente rispose
a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta
da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto
succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito
anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche
celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima
cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa
_Agatone_ nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in
cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto
ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del
medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a _Costantino
maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti_ di lui fratelli, in
cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese
dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo,
e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da
notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo
il _difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile_,
s'erano potuti trovare, cioè _Abondanzio vescovo di Paterno_, _Giovanni
vescovo di Porto_, _e Giovanni vescovo di Reggio_ in Calabria, _legati_
del concilio romano, e _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_
diacono, legati del medesimo papa. _Imperocchè_ (dice esso pontefice)
_qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone
poste in_ medio gentium, _e che colla fatica delle lor mani sono
astrette a procacciarsi il pane giornaliero?_ Il che ci fa intendere
l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in
Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo
che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana,
maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo.
Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e
le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano
gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure
studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto
intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per
impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre
da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e
colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di
cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera
sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto
apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla
quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare
nel general concilio il monotelismo.

Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e
Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era
allora arcivescovo di Ravenna _Teodoro_, di cui sparla forte nella di
lui vita Agnello ravennate, con dire[71] ch'egli tolse al suo clero la
quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della
Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei
sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì
ancora le consuetudini dell'arcivescovo _Ecclesio_, e fraudolentemente
abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo
mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a
Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più
riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per
tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla
cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito
che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì
colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti
e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per
questo scabroso avvenimento, ricorse a _Teodoro_ patrizio ed esarco,
pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto
alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più
risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare
non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova
all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi
buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona
portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece
tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole
e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a
ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno
seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al
suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi
antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono
sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico,
che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone
per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione
dell'_Autocefalia_, e che con papa _Leone_ successor d'Agatone fece un
accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non
si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro
consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a
Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo
pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello
storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la
memoria di questo arcivescovo _Teodoro_: ma forse egli non ebbe altro
reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede
apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico _Mauro_
suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che _Gregorio_
esarco d'Italia era succeduto a _Teodoro Calliopa_ in quell'impiego.
Girolamo Rossi[72], che non avvertì nella serie degli esarchi il
suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente _Teodoro_
esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro
arcivescovo, s'immaginò ch'esso _Teodoro Calliopa_ continuasse nel
governo fino a questi giorni. Ma questo _Teodoro_ fu diverso da
_Calliopa_, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico
Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino
alla chiesa di san Martino confessore, chiamata _Coelum aureum_, e già
fabbricata dal re _Teoderico_. Donò tre calici d'oro alla cattedrale.
Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era
divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle
Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava
effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar
questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con _Agata_ sua
consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello,
cominciò a farsi conoscere in Ravenna _Giovanniccio_, così chiamato per
la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed
essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona
eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati
indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran
sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un
bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza
e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili
ravennati che lo avevano introdotto: _È questi il suggetto che m'avete
proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera._ Gli
risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui
scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda
riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in
latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora
l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse
in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo
servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un
ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e
l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil
sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte
imperiale.

NOTE:

[68] Labbe, Concilior., tom. 6.

[69] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.

[70] Baron., in Martyrologio.

[71] Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.

[72] Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.



    Anno di CRISTO DCLXXX. Indizione VIII.

    AGATONE papa 3.
    COSTANTINO Pogonato imp. 13.
    BERTARIDO re 10.
    CUNIBERTO re 3.


Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio
sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in
_Trullo_, cioè sotto la _cupola_ maestosa che era in quell'edifizio.
Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa _Agatone_ e del
concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e _Macario_
patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri
creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse
si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono
differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per
attestato di Anastasio bibliotecario[73], un'orrida pestilenza afflisse
di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in
Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti,
nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu
rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia
finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro _ad Vincula_ un
altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le
reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta
basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo
Diacono[74], le cui parole han data occasione ad una disputa,
pretendendo il Sigonio[75] e il cardinal Baronio[76] che nella basilica
romana di san Pietro _ad Vincula_ si ergesse quell'altare; e
all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa
parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro _ad Vincula_. E
veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano
furono portate _ab urbe Roma_, e non già _ad urbem Romam_, come immaginò
il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che
circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo[77], di
_Alachi_ ossia _Alachiso_ duca di Trento. Governava il buon re
_Bertarido_ col re _Cuniberto_ suo figliuolo il regno longobardico con
tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil
pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con
accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad
assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore
della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino
alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una
gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in
superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e
ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona
il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di
costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor
della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si
scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le
gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente
del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo
figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono
e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da
Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di
costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche
gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero
di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà
per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di
supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di
Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli
andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e
traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre
ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E
Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che
vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al
figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli
non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re
Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata
Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per
quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato
dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino,
diede fine ai suoi giorni in quest'anno _Grimoaldo II_ duca di
Benevento, e a lui succedette in quel ducato _Gisolfo_ suo minor
fratello, il qual ebbe per moglie _Viniberta_, ossia _Guiniberta_, che
gli partorì _Romoaldo II_. Scrive in fatti Paolo Diacono[78], ch'egli
tenne quel ducato solamente _tre anni_. Ma discordando questa cronologia
da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.

NOTE:

[73] Anast., in Agathone.

[74] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.

[75] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.

[76] Baron., Annal. Eccl.

[77] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.

[78] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.



    Anno di CRISTO DCLXXXI. Indizione IX.

    AGATONE papa 4.
    COSTANTINO Pogonato imp. 14.
    BERTARIDO re 11.
    CUNIBERTO re 4.


Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni
del concilio sesto generale in Costantinopoli[79]. _Macario_ patriarca
d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui
avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare
una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati
di papa _Agatone_, cioè _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_
diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi,
perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà
competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio
incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi
prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri
in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e
però _Giorgio_ patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con
gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si
dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno
stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu
deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi
che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono _Ciro_ patriarca
d'Alessandria, _Sergio_, _Pirro_, _Pietro_ e _Paolo_ patriarchi di
Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre
antiche memorie, si truova ancora condannato papa _Onorio_, che mancò di
vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se
sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure
perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro
sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e
Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e
monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto
d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome
di papa _Onorio_ entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli
veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente
perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di
strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare
dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.

In questo medesimo anno abbiamo da Teofane[80], che scoperta da
_Costantino_ imperadore qualche trama d'_Eraclio_ e _Tiberio_ suoi
fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li
degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati
dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi
fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano
bensì del titolo di _Augusti_, ma non doveano impacciarsi nel governo.
Il solo _Costantino_ era considerato come _imperador maggiore_, ed essi
probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto
all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in
favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si
rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione
e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di
che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio
_Giustiniano II_ suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio
bibliotecario[81] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore
in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto
l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una
somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro.
Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa
utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non
mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa
indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno,
per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben
lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma
questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto
dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il
padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero
l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla
corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.

NOTE:

[79] Labbe, Concilior., tom. 4.

[80] Theoph., in Chronogr.

[81] Anastas., in Agathone.



    Anno di CRISTO DCLXXXII. Indizione X.

    LEONE II papa 1.
    COSTANTINO Pogonato imp. 15.
    BERTARIDO re 12.
    CUNIBERTO re 5.


Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa _Agatone_, sapendosi ch'egli
fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i
benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel
ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e
finalmente _Leone II_, di nazion siciliano, personaggio di non minori
doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di
agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato
più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che
s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota
Anastasio bibliotecario[82] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè
da _Andrea ostiense_, _Giovanni portuense_ e _Piacentino di Veletri_,
perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio
diedero ansa al Sigonio[83] di credere che in addietro l'uso fosse che
il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre
Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono
consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano
alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò credersi del
romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di
esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente
istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che
della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella
salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con
grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola
di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere;
amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura
continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di _Teodoro_
arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore _Teodosio_ dall'Ughelli), e
come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede
apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della
indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita
d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un
ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu
restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di
Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto
avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica
consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine
che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava
una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice
Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò
abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella
Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da
morto per l'arcivescovo _Mauro_, siccome persona che pertinace nello
scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli
scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo
diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador
Costantino, detto Costante, nimico della santa Sede.

NOTE:

[82] Anastas., in Leone II.

[83] Sigon. de Regno Italiae.



    Anno di CRISTO DCLXXXIII. Indizione XI.

    Sede vacante.
    COSTANTINO Pogonato imp. 16.
    BERTARIDO re 13.
    CUNIBERTO re 6.


Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del
presente anno giunse al fine dei suoi giorni _Leone II_ papa. Intorno al
principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i
letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato;
ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere
aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua
festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al
suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla
gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di
s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii
testi d'Anastasio[84]: però all'anno susseguente appartiene la
consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre
l'origine dell'insigne monistero di santa _Maria di Farfa_ nella Sabina,
compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi
longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone[85] sarà lecito anche a me
il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin
prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse
edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi
ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi
tempi poi capitato colà _Tommaso_ prete di Morienna, uomo di gran
santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi
quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua
restaurazione, dacchè sappiamo che _Faroaldo II_ duca di Spoleti, il
quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal
protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese.
L'antica cronica[86] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata
nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi
tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro
non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del
Sannio, appellato di s. _Vincenzo di Volturno_. Tuttavia la fabbrica
ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo
susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me
parimente data alla luce[87]. Se non tutti, almeno la maggior parte de'
Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la
religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel
primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri,
e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di
pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina
monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono
quegli esempli a rinnovarla in Italia.

NOTE:

[84] Anastas., in Leone II.

[85] Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.

[86] Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.

[87] Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCLXXXIV. Indiz. XII.

    BENEDETTO papa 1.
    COSTANTINO Pogonato imp. 17.
    BERTARIDO re 14.
    CUNIBERTO re 7.


Era stato eletto sommo pontefice _Benedetto II_ prete di nazione romano,
persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine
Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si
crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente.
Abbiamo da Anastasio bibliotecario[88] che l'imperador _Costantino_
mandò a Roma i _malloni_ (parola che tuttavia dura nel dialetto
modenese), cioè le ciocche _de' capelli_ de' suoi figliuoli
_Giustiniano_ ed _Eraclio_, che furono accolti con gran solennità dal
clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che
ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al
romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed
infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere
il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe
ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi
protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a'
quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi
la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera
loro servi. Lo stesso Anastasio altrove[89], scrive, tanta essere stata
la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un
giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si
dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo
vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del
Du-Cange[90]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil
contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana.
Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da
Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di
consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante
la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo
ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon
imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al
felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice
eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma
consolazione a quella gran città.

NOTE:

[88] Anastas., in Benedicto II.

[89] Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.

[90] Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.



    Anno di CRISTO DCLXXXV. Indiz. XIII.

    GIOVANNI V papa 1.
    GIUSTINIANO II imperadore 1.
    BERTARIDO re 15.
    CUNIBERTO re 8.


Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador
_Costantino Pogonato_, ossia _barbato_, succeduta nel principio di
settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore
dell'imperio, ma non delle sue virtù, _Giustiniano II_ suo primogenito,
già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena
entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo
de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre,
e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede
parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa _Benedetto
II_ nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero
registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede
vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro _Giovanni V_,
nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue
azioni[91]. Egli è quel medesimo _Giovanni_ diacono che fu mandato da
papa _Agatone_ per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e
portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini
pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti
o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa
appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico
ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di
grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo
Pellegrino[92], in quest'anno _Gisolfo_ duca di Benevento mosse guerra
alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.

NOTE:

[91] Anastas. Bibliothec., in Johann. V.

[92] Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCLXXXVI. Indiz. XIV.

    CONONE papa 1.
    GIUSTINIANO II imperadore 2.
    BERTARIDO re 16.
    CUNIBERTO re 9.


Condusse papa _Giovanni V_ la sua vita fino al dì 2 di agosto di
quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la
maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti
que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la
sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo
imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero
romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il
nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte
imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse
approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo.
In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il
cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che
il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero
tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro
pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra
gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete,
l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie
alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse,
ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza.
E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere
andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di
eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi
voti a _Conone_ prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia,
vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e
lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore,
persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa
elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a
venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi
giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a
sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che
il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a _Teodoro_
esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome
apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che
accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca
un _Allonisino duca_, il quale verisimilmente era solamente governatore
di quella città, e non già della Toscana, come pretende il
Fiorentini[93].

In quest'anno, per attestato di Teofane[94] e di Anastasio[95], seguì
una pace di dieci anni fra l'imperadore _Giustiniano_ e _Abimelec_
califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[96] che in
questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella
nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il
forte popolo dei cristiani _mardaiti_, che si credono i _Maroniti_,
abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti
formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni
che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace
coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno
mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per
l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni
le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in
quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel
guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa,
che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella
pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè
più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare
a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti
colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil
pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce
popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea
ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche
da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei
Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si
scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio
bibliotecario[97] ed anche Paolo Diacono[98], che, in vigore di questa
pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni
avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne
egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo
senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre
risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi
ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un
certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al
vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta.
Pertanto spedì _Leonzio_ suo generale con un'armata, il quale uccise
quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche
l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di
tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore.
Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente
condotta del principe loro.

NOTE:

[93] Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.

[94] Theoph., in Chronogr.

[95] Anastas., in Johann. V.

[96] Elmacinus, Hist. Sarac.

[97] Anast., in Joan. V.

[98] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.



    Anno di CRISTO DCLXXXVII. Indiz. XV.

    SERGIO papa 1.
    GIUSTINIANO II imperadore 3.
    BERTARIDO re 17.
    CUNIBERTO re 10.


Non più che undici mesi governò _Conone_ papa la Chiesa di Dio, essendo
anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita
nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da
Anastasio bibliotecario[99], per non essersi voluto consigliare col
clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto
_Teofane_ patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive
ordinò in suo luogo _Costantino_ diacono della Chiesa siracusana, e
rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con
inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo
rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu
cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la
Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di
Anastasio. Non ha quello storico scritto _ex immissione malorum hominum
Antiochiae ecclesiasticorum_, ma sì bene _et antipathia
ecclesiasticorum_. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i
patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone
costituì _rettore del patrimonio della Chiesa romana_ in Sicilia quel
Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva
eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno
ancora essendo mancato di vita in Ravenna _Teodoro_ esarco e quivi
seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo
storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador
_Giustiniano_ mandò ad esercitar quella carica _Giovanni_ patrizio per
soprannome _Platyn_. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone.
Trovavasi infermo questo pontefice, e _Pasquale_ arcidiacono, che ansava
dietro al papato[100], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò
incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo
favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto
dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più
perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al
governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono
venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per
eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella
persona di _Pasquale_, ma quelli d'un'altra voleano papa _Teodoro_
arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro,
ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense:
Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava
la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè
i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior
parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo
questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al
sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di
provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.

Però tutti d'accordo elessero _Sergio_, oriondo da Antiochia, e nato in
Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e
presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario
martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni
per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli
entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed
a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per
forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore.
Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva
all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si
lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui,
per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco
a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo
d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il
vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di
tutti gli ordini nella persona di _Sergio_, ne restò non poco
amareggiato, perchè perdeva _cento libbre d'oro_ che gli erano state
promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il
ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta
somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure
bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di
san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega
avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da
lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e
deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente
morì. In questo anno l'imperador _Giustiniano_ portatosi nell'Armenia,
quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi
d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio
contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le
imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si
figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità
sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo
fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue
idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi
nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di
quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per
non morire di fame. In quest'anno parimente _Pippino_ chiamato il
_Grosso_, oppur d'_Eristallo_, dopo una gran rotta data a _Teoderico II_
re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di
_maggiordomo_, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e
ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente
delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si
prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè
un altro _Pippino_, nipote di questo Pippino, passò dall'essere
maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.

NOTE:

[99] Anastas., in Conone.

[100] Anastas., in Conone.



    Anno di CRISTO DCLXXXVIII. Indiz. I.

    SERGIO papa 2.
    GIUSTINIANO II imperadore 4.
    CUNIBERTO re 11.


Benchè Paolo Diacono[101] scriva che _Bertarido_ re de' Longobardi
regnasse _dieciotto anni_, parte solo e parte col figliuolo _Cuniberto_;
pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per
_sette anni_, e che _nell'ottavo_ prese per collega nel regno esso
Cuniberto, e con esso lui regnò _dieci anni_. Per conseguente,
_diecisette_ pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe
egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui
per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte
succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re
susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca
si conserva un diploma del re _Cuniberto_ suo figliuolo in favore del
monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini[102], e distesamente
portato dal padre Mabillone[103] colle seguenti note: _Datum Ticini in
palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono
per Indictione quintadecima_. Nel novembre dell'anno 686 correva
l'_Indictione XV_ cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se
Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio _Cuniberto_ avesse
fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale
era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante.
Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre
dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima
cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce[104], e composta
circa l'anno 885, si legge che _Bertari regnò anni XVI_, e non già
_diecisette_, o _dieciotto_, come hanno i testi di Paolo Diacono; e
conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686.
Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette
nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che
gli par meglio, dico che _Bertarido_ morì, e gli fu data sepoltura nella
basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re _Ariberto_ suo
padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri,
per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la
mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli
un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo
pieno. Rimase solo al governo del regno _Cuniberto_ suo figliuolo, già
dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì
non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del
vino. Egli prese per moglie _Ermelinda_ figliuola d'uno dei re
anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari,
uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti
i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di
paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua
dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che _Costantino_ Pogonato
Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo
donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador _Giustiniano_,
pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara
ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio[105]. Pertanto con un
poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno.
Sigeberto[106], seguitato dal padre Pagi[107], riferisce questa impresa
all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono
ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con
raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima
della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza
furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo
dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia
di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano
combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle
montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito
cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente,
che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo.
Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di _Abimelec_, principe
dei Saraceni.

NOTE:

[101] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.

[102] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.

[103] Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.

[104] Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.

[105] Theoph., in Chronogr.

[106] Sigebertus, in Chron.

[107] Pagius, Crit. Baron.



    Anno di CRISTO DCLXXXIX. Indizione II.

    SERGIO papa 3.
    GIUSTINIANO II imperadore 5.
    CUNIBERTO re 12.


Venne in questi tempi a Roma _Ceadvalla_ re degli Anglo-Sassoni
nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e
d'abbracciare la santa religione di Cristo. Per attestato di Paolo
Diacono[108], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza
accolto dal re _Cuniberto_. Già dicemmo che _Ermelinda_ figliuola d'uno
dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa
avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico
e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure
quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato
Paolo dal Pagi, perchè chiamasse _Teodaldo_ questo re _Ceadvalla_. Ma
s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo,
dove quel re è appellato _Cedoaldus_. Beda[109] il chiama _Ceduald_, e
nel suo epitafio è detto _Ceadual_, e più sotto _Cedoald_, che è lo
stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re,
arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa
_Sergio_ nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di _Pietro_. Ma
infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20
d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa
conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.

NOTE:

[108] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.

[109] Beda, Histor., lib 5, cap. 7.



    Anno di CRISTO DCXC. Indizione III.

    SERGIO papa 4.
    GIUSTINIANO II imperadore 6.
    CUNIBERTO re 13.


Si può rapportare a quest'anno la ribellione di _Alachi_ duca di Trento
e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[110]. Costui, mostro
d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti
dal re _Cuniberto_, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui
prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale.
Congiurato perciò con _Aldone_ e _Grausone_, due de' più potenti
cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse
fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di
quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a
Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi
nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori
fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di
chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone
ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero.
Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia _Damiano_ vescovo, insigne
per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti
liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese
occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non
venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo
diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo
_la benedizione della sua santa Chiesa_, cioè l'eulogia, ossia il pan
benedetto. Dura questo nome di _benedizione_ nel suddetto significato
nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e
dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di _bendesón_.
Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo
pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una
sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente
fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti
ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo
indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno,
e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In
fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele
usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola
dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il
figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e
probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò
allora detto ad Alachi verso il fanciullo: _Oh tuo padre ne ha ben
parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà_.
Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole
avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che
bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage
dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne
concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar
Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo
tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto,
abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia
per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con
gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con
promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu
la rete indarno.

Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del
castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel
tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e,
presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e
prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il
pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato
per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul
trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno
in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte
le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e
portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un
batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e
massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a
gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil
allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo
ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non
tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano
mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto
il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi
saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne
a Piacenza, e di là se ne tornò nell'_Austria_ e non già nell'_Istria_,
come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di
questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra
settentrione e levante era chiamata allora _Austria_, a differenza della
parti occidentale della Lombardia, che si chiamava _Neustria_: nella
qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria,
ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e
l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[111] noi troviamo la
_Neustria_ e l'_Austria_, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle
annotazioni alle medesime leggi.

Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte
colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I
Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare
pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre
città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si
diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe
che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso
Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia
da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a
giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse
indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In
una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò
alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli
veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata
amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito
era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni
scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama _Cornà_. Cuniberto, che
voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un
duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su
uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un
signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi
rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che
nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo
di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali
Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava
in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli
disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli
intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a
trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della
general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma,
prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia,
custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina
_Gundiberga_, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e
temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che
essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi
giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo
mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere
a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si
perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col
mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio,
ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi,
che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale,
dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità,
comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del
re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con
gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la
certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto,
scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a
terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo
sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e
indiavolato sclamò: _Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà
vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici_.
Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona,
allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di
Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua
cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando
Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli
rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario,
perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar
le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar
le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non
permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con
lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida;
ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di
san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento
di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: _Signore, voi
per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste
riflessioni_. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da
ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più
colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede
alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle
spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo
Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di
Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad
Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed
allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la
felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a
Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono
Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.

NOTE:

[110] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.

[111] Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCXCI. Indizione IV.

    SERGIO papa 5.
    GIUSTINIANO II imperadore 7.
    CUNIBERTO re 14.


Cominciò in quest'anno l'imperador _Giustiniano_ col suo leggier
cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e
vantaggio del romano imperio coi Saraceni. _Abimelec_ loro califa, ossia
principe, per attestato di Teofane[112], avea già atterrati tutti i suoi
ribelli; ed abbiamo da Elmacino[113] che nell'ottobre dell'anno
precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia
Felice, dove, se crediamo al padre Pagi[114], si vede il sepolcro di
Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo,
essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore
nacque bensì nella Mecca: motivo, per cui quella città è in tanta
venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra
città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla
calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec
inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur
romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di
nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di
riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la
pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più
alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese
anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli
dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni,
gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di
essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono
posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne
tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla
discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno
terminasse i giorni del suo vivere _Teodoro_ arcivescovo di Ravenna, che
ebbe successore _Damiano_, il quale fu consacrato in Roma. Agnello,
scrittore ravennate[115], novecento anni sono, cel descrive per uomo di
grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un
fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse,
pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè
dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel
_Giovanniccio_, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai
primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua
sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno
_Teoderico III_ re de' Franchi di nome, perchè la regale autorità era
occupata da _Pippino_ il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in
questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano,
perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove
furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina
ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali
quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla
disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati
apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque
Anastasio[116] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero,
e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto
nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali,
o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte
imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di
rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di
Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che
inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato
lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore,
acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle
sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa _Sergio_,
pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto
pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que'
canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e
principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a
chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre
simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo
nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto
il cardinal Baronio[117]. Certo può dirsi strana cosa, che non si sappia
ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente
si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a'
tempi di Anastasio bibliotecario[118] si dubitava infino, se veramente
tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo
difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei
Saraceni.

NOTE:

[112] Teoph., in Chronogr.

[113] Elmacinus, Histor. Saracen.

[114] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.

[115] Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.

[116] Anastas., in Vit. Sergii I.

[117] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.

[118] Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.



    Anno di CRISTO DCXCII. Indizione V.

    SERGIO papa 6.
    GIUSTINIANO II imperador 8.
    CUNIBERTO re 15.


Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor
dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in
quest'anno finalmente la ruppe con loro[119]. Di quegli Schiavoni
ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben
trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar
principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace,
protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta
de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque
all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto,
appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir
di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio
ai Saraceni (Niceforo[120] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro
lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso
pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo
indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate
le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso
che il romano pontefice[121] avea negato di prestare il suo assenso ai
decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non
mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa _Sergio_,
e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate
dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque
del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che
preso _Giovanni_ vescovo di Porto e _Bonifazio_ consigliere della Sede
apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa
dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli.
Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie,
che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso
papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire
sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri
l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo
mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in
favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e
dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli.
Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava,
che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però
temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa,
e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui,
nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito
ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense,
ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato
preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le
porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per
terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a
nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che
il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata
molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi
vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e
sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa;
ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente
pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè
non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e
sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere
che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno
seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello
stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del
regno; del che parleremo fra poco.

NOTE:

[119] Theoph., in Chronogr.

[120] Niceph., in Chron.

[121] Anast., in Sergio I.



    Anno di CRISTO DCXCIII. Indizione VI.

    SERGIO papa 7.
    GIUSTINIANO II imperadore 9.
    CUNIBERTO re 16.


Nella guerra succeduta fra il re _Cuniberto_ e il tiranno _Alachi_,
quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo
Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato _Rodoaldo_ duca di
quella contrada. Abbiamo bensì da lui[122] che dopo quella guerra,
trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza,
_Ansfrido del castello Reunia_ occupò quella città col suo ducato senza
licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura
Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna,
andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido,
ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar
cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò
ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in
Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e
cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli
ad un fratello di Rodoaldo, per nome _Adone_, ossia _Aldone_, ma col
solo titolo di _conservatore del luogo_, cioè di _luogotenente_, senza
sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni
ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e
crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano
imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per
attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[123], fiorì in Pavia
_Felice_, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano,
che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re
Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche
l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto
lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi;
ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva
per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua
latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva
la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori
autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane.
Arrivò parimente a questi tempi _Giovanni_ vescovo di Bergamo con odore
di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679,
e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere
assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo
Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito,
gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo
egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e
feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma
questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì
piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il
condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì
innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo
stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.

NOTE:

[122] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.

[123] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.



    Anno di CRISTO DCXCIV. Indizione VII.

    SERGIO papa 8.
    GIUSTINIANO II imperad. 10.
    CUNIBERTO re 17.


Secondo Teofane[124] e Niceforo[125], in quest'anno fece quanto potè
l'imprudente e malvagio imperador _Giustiniano_ per tirarsi addosso
l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel
palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il
soprintendente alla fabbrica era _Stefano_ persiano, presidente del
fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che
adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri
operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia
bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di
staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa _Anastasia_ Augusta, madre
d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale
Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi
monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar
danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo,
martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di
sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un
prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con
lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè _Callinico_
patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio
contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto,
servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese,
condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e
nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani
hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato
il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono[126]
un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo
di Pavia col suo cavallerizzo (_Marpais_ nella lingua germanica
longobarda) di tor la vita a _Grausone_ ed _Aldone_, potenti fratelli
bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione
d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne
una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso
cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo
uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a
corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e
trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo,
s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli
avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita.
Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta
basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il
solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e
saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra
del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma
questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non
s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere
che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere
da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro.
Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la
loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto
avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono
d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re
Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno
spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò
immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real
parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da
lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto,
come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e
credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco
per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente
soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere
le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam
seguitare Camillo Pellegrino, a _Gisolfo I_ duca di Benevento defunto
succedette _Romoaldo II_ nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi
rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo.
Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa
questi medesimi tempi, essendo mancato di vita _Adone_ o _Aldone_
luogotenente del ducato del Friuli[127], fu creato duca di quella
contrada _Ferdolfo_, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di
lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando
in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.

NOTE:

[124] Theoph., in Chronogr.

[125] Nicef., in Chron.

[126] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.

[127] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.



    Anno di CRISTO DCXCV. Indizione VIII.

    SERGIO papa 9.
    LEONZIO imperadore 1.
    CUNIBERTO re 18.


La mala condotta di _Giustiniano_ imperadore giunse finalmente in questo
anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se
crediamo a Teofane[128], aveva egli ordinato a _Stefano_ patrizio e suo
generale, di fare una notte un gran macello della plebe di
Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca _Callinico_.
Niceforo[129] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa
dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era
stato detenuto nelle carceri _Leonzio_, generale una volta dell'armata
d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il
liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle
armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò
Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai
suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon
viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia,
amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più
volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in
breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero
terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da
Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero
che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor
dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice
lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici,
coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se
l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto
corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato
dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le
carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier
della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con
questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio
alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece
proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini
colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca
_Callinico_, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava;
pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: _Questo è il
giorno fatto dal Signore_. Tutto fu eseguito. Fu preso _Giustiniano_, e
condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già
la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica
determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città
della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali
s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della
plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato
imperadore lo stesso _Leonzio_ promotor del tumulto. Per sentimento del
Pagi[130], morì in quest'anno _Clodoveo III_ re de' Franchi, e gli
succedette _Childeberto III_ suo fratello, governando intanto la
monarchia franzese _Pippino_ d'Eristallo suo maggiordomo.

NOTE:

[128] Theoph., in Chronogr.

[129] Niceph., in Chron.

[130] Pagius, Critic. Baron.



    Anno di CRISTO DCXCVI. Indizione IX.

    SERGIO papa 10.
    LEONZIO imperadore 2.
    CUNIBERTO re 19.


Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta
avventura, narrata da Agnello storico[131] di quella città, che fioriva
circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e
festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie
porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e
fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La
battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un
dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia
picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in
fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne
uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma
giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si
ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da
quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a
lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e
spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve
ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar
quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di
lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si
raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per
anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali
si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli.
Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa
vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo
alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per
andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a
desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra
loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella
casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor
cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si
videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la
città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore,
perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo
arcivescovo _Damiano_ intimò per tre giorni il digiuno e una processione
di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci,
tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi.
Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di
cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini
e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente
i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano
separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando
salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo
racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che
tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono
scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i
traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel
rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito,
nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor
masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto
_Leonzio_ Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente.
Non minore fu quella in Italia sotto il buon re _Cuniberto_.

NOTE:

[131] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCXCVII. Indizione X.

    SERGIO papa 11.
    LEONZIO imperadore 3.
    CUNIBERTO re 20.


Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato
dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad _Abdulmelic_ ossia _Abimelec_, califa
de' Saraceni, riuscì per mezzo di _Asano_ suo generale di occupare dopo
un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura furono
smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi
un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo
d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale
maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni,
finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e
superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della
provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico
arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor
d'Erbelot[132], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300
dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè
Teofane[133], nè Niceforo[134], scrittori più antichi di lui, conobbero
invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e
solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è
detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace
coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che
in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi
sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a
Costantinopoli, non mancò lo imperador _Leonzio_ di spedire colà
_Giovanni_ patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di
navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava
il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella
primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o
trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo
spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò
in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di
Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra
ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle controversie coi
Longobardi confinanti; però adunatisi _Cristoforo_, patriarca di Grado,
i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe
nella città d'Eraclea[135], quivi concordemente crearono il primo duca
oggidì appellato Doge; e questi fu _Paoluccio_, al quale conferirono
l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni
della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del
loro popolo.

NOTE:

[132] Erbelot, Bibliothec. Oriental.

[133] Theoph., in Chronogr.

[134] Niceph., in Chron.

[135] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCXCVIII. Indizione XI.

    SERGIO papa 12.
    TIBERIO Absimero imp. 1.
    CUNIBERTO re 21.


Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir
l'Africa[136], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne
lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine _Giovanni_ patrizio e la
sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di
Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di
Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo
di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli
affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man
salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita
lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo
in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto,
la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo
passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare
sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli
Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi
Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di
Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella
degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di
Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e
finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto,
coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni
patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a
Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una
risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e
questi fu _Absimero_ Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al
quale posero il nome di _Tiberio_. Faceva allora la peste un gran
flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata
navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare,
perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di
alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco.
V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador
Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il
relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato
Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue
_Eraclio_ suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti
de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto
all'anno 638 che a papa _Onorio_ riuscì di smorzare lo scisma della
Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V
generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei.
Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella
divisione; ma certo è, per attestato di Beda[137] e d'Anastasio[138] e
di Paolo Diacono[139], che verso questi tempi si tenne un concilio in
Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo
operato tanto il saggio papa _Sergio_ con paterne ammonizioni e con
istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi
suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose
interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due
patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi
patriarca d'Aquileia _Pietro_, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo'
lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion
delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri.
Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che
insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle
ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi
in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua
volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi
erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu
che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che,
se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine
resterebbe la storia italiana di quei tempi.

NOTE:

[136] Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.

[137] Beda, de sex Ætat., lib. 6.

[138] Anastas., in Sergio I.

[139] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.



    Anno di CRISTO DCXCIX. Indiz. XII.

    SERGIO papa 13.
    TIBERIO Absimero imper. 2.
    CUNIBERTO re 22.


L'armata di _Tiberio_ Augusto, per relazione di Teofane[140], in
quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a
Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero
dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un
fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e
di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello,
scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna[141], dice accaduta
circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre
più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad
inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità
contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s.
Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna,
_Giovanni_ abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si
fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia
dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la
finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de'
versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle
guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in
udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia.
Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della
sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la
sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò
di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva
il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo
avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador
gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e
dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera
al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o
almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava
egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli
davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse
quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli
dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si
troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e
quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con
essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e
nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si
posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di
udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori
d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse
il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a
sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare
di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli
sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo
monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di
là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno
disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu
ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si
battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a
dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e
portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco,
che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera
scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non
v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli.
Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della
lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la
rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo
_Damiano_, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi
alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa
favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia
ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti
falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a
Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de'
susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte
Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di
mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone
sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a
que' soli che son di grosso legname.

NOTE:

[140] Theoph., in Chronogr.

[141] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCC. Indizione XIII.

    SERGIO papa 14.
    TIBERIO Absimero imper. 3.
    LIUTBERTO re 1.


Scrive Paolo Diacono[142] che _Cuniberto_ re dei Longobardi dopo la
morte del padre regnò _dodici anni_. Per conseguente, se _Bertarido_ suo
genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno
presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno
Contratto[143] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche
parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti:
al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo
storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta
bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che
egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non
Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno
_Alachi_, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone[144] che
questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia
esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data
questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea
dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè
chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in
vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome
accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al
luogo di _Cornà_, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla
riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove
anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo[145] juniore
storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse
diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di
Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche
autore _Desiderio_ re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia,
ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re
Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e
riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il _monastero di
santa Teodota_, o piuttosto _di santa Maria di Teodota_. Oggidì si
appella _della Posterla_, perchè anticamente quivi era una picciola
porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono[146] nel
riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo
i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i
bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil
donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar
bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le
leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in
questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e
nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più
belli e più lunghi. _Intonsae_ credo io che fossero appellate per
questo; e che da questa parola corrotta venisse _tosa_, nome adoperato
dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a
marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa
giovane per nome _Teodota_, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina
_Ermelinda_, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la
bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di
lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente
s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo.
Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata
Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta
notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire
a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a
ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che
per ciò cominciò a chiamarsi di _Teodota_.

Rapporta il padre Romoaldo[147] da santa Maria agostiniano scalzo, un
antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che
quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che
conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato
ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli
esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio,
a formare il dattilo e spondeo sul fine di _prosapiam texam, di nimium
plures_, ec.

    CAELICOLAE[148] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM
    MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES,
    IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO;
    QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT
    INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM
    FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA;
    CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS,
    IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT.
    MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA,
    PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA.
    DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET
    B....OLEO EX NOVILLI[149] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE
    ...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA.
    SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI
    TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI.
    PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM,
    AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA;
    NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT
    VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA.
    NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM.
    NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO
    ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.

(forse _Quae Turoni_, per significare che son pari alla basilica e
monistero di san Martino Turonense)

    HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE,
    CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM,
    NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA
    LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS
    DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS....
    EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT.....
    D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.

È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D.
P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi,
quelle lettere altro non significano se non _deposita_. Aggiugne, essere
la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però
egli la tiene per _Teodorata_ moglie del re Liutprando, il cui nome
abbreviato fosse _Teodota_. Finalmente dice esser qui nominate tre
diverse _Teodote_; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re
Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la
terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di
badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se
non la sepolcrale posta alla medesima _Teodota_, di cui fa menzion Paolo
Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima.
Paolo altro non dice, se non che la mandò _in monasterium, quod de
illius nomine intra Ticinum appellatum est_. Essa colle ricchezze seco
portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel
tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero
gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa
_annos nimium plures_, e finalmente morì nell'_indizione terza_ (forse
nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con lasciare il suo nome e la
dignità di badessa a _donna Teodota_ sua alunna, da cui le fu posta
l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse _Romuleo_, come
ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo
Diacono scrive essere nata Teodota _ex nobilissimo Romanorum genere_.
Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si
mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un
tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e
re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili
religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro
luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare
in questo anno il re _Cuniberto_, e il suo corpo ebbe sepoltura presso
alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia,
dove parimente _Ariberto_ re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e
_Bertarido_ re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce[150]
un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia
presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono
quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla
ancora qui di nuovo:

    AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES
    AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE
    CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX
    QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM.
    INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA
    ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS,
    REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI,
    MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS,
    MIRANDA....................

Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo _Liutberto_ in età
assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore
_Ansprando_, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma
saviezza. In quest'anno _Abdela_, generale de' Saraceni, fece una
irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già _Taranto_, come ha
un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città
è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma
bensì la città d'_Antarado_, come notò Cedreno[151]. Non potendola
avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si
fortificò.

NOTE:

[142] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.

[143] Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.

[144] Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.

[145] Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.

[146] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.

[147] Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.

[148] _Forse_ Caelicam.

[149] _Forse_ Romuleo ex Ovili.

[150] Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.

[151] Cedren., in Annal.



    Anno di CRISTO DCCI. Indizione XIV.

    GIOVANNI VI papa 1.
    TIBERIO Absimero imp. 4.
    RAGIMBERTO re 1.
    ARIBERTO II re 1.


Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni
_Sergio I_ papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre
Pagi[152]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità
verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura
si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In
somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si
legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette
nella cattedra di san Pietro _Giovanni_, VI di questo nome, greco di
nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di
sopra all'anno 662 che il re _Godeberto_ tradito ed ucciso in Pavia dal
re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera _Ragimberto_, ossia
_Ragumberto_ che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo
in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re _Bertarido_ fu
risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò
duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di
costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò
_Cuniberto_ suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo
Liutberto[153]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla
volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le
ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze
di Novara con una altra armata _Ansprando_ tutore del giovine re,
spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto
di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto
essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del
regno longobardico. Per conto di _Ansprando_ e del re _Liutberto_, essi
ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe
lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse
l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette _Ariberto II_
suo figliuolo, che seguitò a disputare del regno col giovinetto
Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero
Augusto[154], che _Filippico_ figliuolo di Niceforo patrizio s'era
sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere
un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con
più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il
cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo
tempo sul trono imperiale.

NOTE:

[152] Pagius, ad Annal. Baron.

[153] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.

[154] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCII. Indizione XV.

    GIOVANNI VI papa 2.
    TIBERIO Absimero imper. 5.
    ARIBERTO II re 2.


Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia
_Teofilatto_ patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla
Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per
attestato di Anastasio[155] bibliotecario, concorsero a quella volta con
gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa
bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al
sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a
dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni
immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed
oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non
entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa
città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che
restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle
persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini
romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei
d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui
calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono[156] che _Gisolfo II_, duca
di Benevento ai tempi di papa _Giovanni_ con tutte le sue forze entrò
nella Campania romana, prese _Sora_, _Arpino_ ed _Arce_; bruciò e
saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi
col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato
_Horrea_, cioè i _Granai_. Noi abbiamo _Morrea_, luogo notato nelle
tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura
il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare
al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e
riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro
colle sue genti. Camillo Pellegrino[157] portò opinione che questo fatto
accadesse sotto papa _Giovanni V_, nell'anno 685. Ma Anastasio
bibliotecario[158] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa
_Giovanni VI_; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo
avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più
probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da
altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso
_Gisolfo_, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il
cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo
Pellegrino, che _Romoaldo I_ fosse creato duca di Benevento lo stesso
anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè,
secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato _sedici
anni_, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia _Grimoaldo II_
governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed
essendo a lui succeduto _Gisolfo_, che per _diciassett'anni_ stette nel
ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694,
perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato
duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa
Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole
Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e
che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono[158a],
il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo
papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando[159]
che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla
morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra
poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a
Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di
farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci
occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è
certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento[160], gli
succedette in quegli stati _Romoaldo II_ suo figliuolo. Il dottor
Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II
succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re _Liutberto_
col suo aio Ansprando[161] si studiava di ricuperare il regno
occupatogli dal re _Ariberto II_. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari,
duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a
Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di
Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal
padre Bollando[162], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in
tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto
re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo
armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito,
che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì,
combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re
Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce
l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì
facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi
aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà
verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio
sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. _Ansprando_,
tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago
di Como. All'incontro, _Rotari_ duca di Bergamo, tornato a casa, non
solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re.
Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la
città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle
macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari,
al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi,
perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa
credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo
poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un
ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.

NOTE:

[155] Anastas., in Johann. VI.

[156] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.

[157] Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.

[158] Anastas., in Johann. VI.

[158a] Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1
Rer. Italic.

[159] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.

[160] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.

[161] Idem, ibid, c. 19.

[162] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.



    Anno di CRISTO DCCIII. Indizione I.

    GIOVANNI VI papa 3.
    TIBERIO Absimero imp. 6.
    ARIBERTO II re 3.


A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta
dal re _Ariberto_ contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in
quella fortezza s'era ricoverato _Ansprando_ già aio dell'ucciso re
Liutberto[163]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se
ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de'
Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da
_Teodeberto_, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di
_Teodone II_. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran
amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re
longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine
bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè
aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di _Sigibrando_ di
lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea
qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere _Teoderanda_
moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì
diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso
vituperoso trattamento fu fatto ad _Arona_, o _Aurona_, figliuola del
medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della
famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse _Liutprando_ suo
minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto
persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male
fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il
padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in
tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera
conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro
de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me[164] pubblicato
nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che _Faroaldo II_
succedette in quest'anno al duca _Transmondo_ suo padre in quel ducato.
Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega _Volchila_ suo fratello, a
cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol
so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.

NOTE:

[163] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.

[164] Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCIV. Indizione II.

    GIOVANNI VI papa 4.
    TIBERIO Absimero imp. 7.
    ARIBERTO II re 4.


Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, _Giustiniano
II_ già imperadore, chiamato _Rinotmeto_, cioè _dal naso tagliato_,
continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì
intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero
molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del
regnante _Tiberio Absimero_, e però andavano pensando di ammazzarlo o di
menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno[165]. Penetrata
questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle
mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei _Cazari_, o
_Gazari_, appellati con altro nome _Turchi_. Da lui fu molto onorato, e
prese per moglie una sua figliuola appellata _Teodora_: nome, credo io,
a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli
stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il
soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano,
con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano
vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta
di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero
suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche
ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava
Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La
buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu
rivelato il secreto, ed ella onoratamente lo confidò al marito, il
quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con
una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa
paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella
Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso
loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi
in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti;
ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: _Signore, voi
ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci
salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno_. _Anzi_
(rispose allora fremendo di collera Giustiniano) _s'io perdonerò ad
alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque._ Così il
bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono
all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a
_Terbellio_, ossia _Trebellio_, signore della Bulgaria, con pregarlo di
dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul
trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo
venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a
mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per
effettuare il concerto stabilito fra loro.

NOTE:

[165] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.



    Anno di CRISTO DCCV. Indizione III.

    GIOVANNI VII papa 1.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 1.
    ARIBERTO II re 5.


Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa _Giovanni VI_,
essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu[166] eletto in suo
luogo, e consecrato nel dì primo di marzo _Giovanni VII_, Greco di
nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè
miriamo tanti Greci posti nella sedia di s. Pietro, possiam ben credere
che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi
gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che
nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora
fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si
lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci
imperadori. Sull'autunno di quest'anno _Giustiniano dal naso
tagliato_, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di
Costantinopoli[167], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che
seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini
alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se
non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone
parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi
del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo
delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello
Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni
volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la
morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de'
Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona
guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega
difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone
lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine
e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e
vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse
contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della
passata di lui depressione. _Leonzio_ già imperadore deposto, fu preso.
_Tiberio Absimero_, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò
anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi per tutte
le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto
il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece
loro mozzare il capo. _Eraclio_ fratello d'Absimero con gli uffiziali
della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. _Callinico_ patriarca,
dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito
in suo luogo un _Ciro_ monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la
ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili
furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto
carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e
paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una
numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli _Teodora_ sua
moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con
tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire:
_Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar
sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra
per riaverla?_ Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea
partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di _Tiberio_. L'uno e
l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona
imperiale. Finì di vivere in questo anno _Abimelec_, ossia _Abdulmeric_
califa de' Saraceni[168], che dopo la presa di Cartagine avea stese le
sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di
Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori
della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad
Abimelec nell'imperio il figliuolo _Valid_, che distrusse la nobilissima
chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri
documenti una lettera di _Faroaldo II_ duca di Spoleti, e una bolla di
Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa[169], si
viene a conoscere che in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel
ducato. La bolla del papa è data _pridie kalendas julii, imperante
domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno
VI. sed et Theodosio atque Constantino_. Di questi, che credo suoi
figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.

NOTE:

[166] Anastas., in Johann. VII.

[167] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.

[168] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.

[169] Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCVI. Indizione IV.

    GIOVANNI VII papa 2.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 2.
    ARIBERTO II re 6.


Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione
de' canoni del concilio trullano, che il santo papa _Sergio_ non avea
voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati
dall'Augusto _Giustiniano Rinotmeto_, e portati da due metropolitani con
lettera d'esso imperadore a papa _Giovanni VII_[170], in cui il pregava
ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che
meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma
il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo,
finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di
correggerli. Si sforza il cardinal Baronio[171] di scusare e
giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni
che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più
vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che _humana fragilitate
timidus_ non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo[172] osservò che
più saggiamente operò dipoi papa _Costantino_ e non meno di lui papa
_Giovanni VIII_, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come
costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale.
Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia
lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono[173] lasciò scritto di
_Ferdulfo_ duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco
ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto
i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi,
acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in
gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a
rubar le pecore de' poveri pastori. Lo _sculdais_, ossia il giusdicente
di quella villa, per nome _Argaido_, uomo nobile e di gran coraggio,
uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel
tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che
gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera
gli disse: _Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza
alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga_. Presso i Longobardi,
che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la
maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di _arga_,
significante un _poltrone_, un _pauroso_, un _uomo da nulla_. Come
abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse
_arga_ ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse
voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la
spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi,
decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: _Piaccia a
Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto
conoscere chi di noi due sia più poltrone_.

Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che
s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo
difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca
arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men
difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido
con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era
il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: _E venga
l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli
Schiavoni_. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo
per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non
esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del
sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando
quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per
valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca
Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad
un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza.
Aggiugne Paolo che il solo _Munichi_ padre di _Pietro_, il quale fu poi
duca di Friuli, e padre di _Orso_, che fu duca di Ceneda, la fece da
valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato
addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli
colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone,
e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la
fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero
duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del
Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla
sola città di _Forum Julii_, chiamata oggidì _Cividal di Friuli_. Morto
_Ferdolfo_, fu creato duca del Friuli, _Corvolo_, il quale durò poco
tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo[174] non dice
qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo
lui fu creato duca del Friuli _Pemmone_, nativo da Belluno, che per una
briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal
di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al
paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo
padre Bernardo Maria de Rubeis[175]. Pemmone aveva una moglie nomata
Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane,
ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di
lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par
suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di
ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo
saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di
costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette
sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre
figliuoli, cioè _Ratchis_, _Ratcait_ ed _Astolfo_, il primo e l'ultimo
de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e
renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo
Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti
quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli
allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli
generati.

NOTE:

[170] Anastas., in Johann. VII.

[171] Baron., in Annal. Eccl.

[172] Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.

[173] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.

[174] Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.

[175] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.



    Anno di CRISTO DCCVII. Indizione V.

    GIOVANNI VII papa 3.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 3.
    ARIBERTO II re 7.


Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato
di Anastasio[176] e di Paolo Diacono[177], il re ARIBERTO fece conoscere
la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi
tempi de' _patrimonii_ nelle _Alpi Cozie_, ma questi erano stati
occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente
altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto
fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a
papa _Giovanni_ un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o
restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il
cardinal Baronio[178] che la _provincia_ dell'_Alpi Cozie_ appartenesse
alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del
_patrimonio dell'Alpi Cozie_; e gli eruditi sanno che _patrimonio_ vuol
dire un bene _allodiale_, come poderi, case, censi, e non un bene
signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai
principi. Di questi _patrimonii_ la Chiesa romana ne possedeva in
Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in
Oriente, come ho dimostrato altrove[179]. Oltre di che, non sussiste,
come vuol Paolo Diacono, che la _provincia dell'Alpi Cozie_ abbracciasse
allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono
mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per _Alpi Cozie_,
l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio
cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che
Liutprando re _donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat,
confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est_: egli adopera
un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente
osservare quel _donationem, quam donaverat_, Anastasio dice _donationem
patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat_. Ma _Giovanni
VII_ papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa
vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi.
Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche,
l'insigne monistero di _Subbiaco_ nella Campagna di Roma, già abitato da
san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a
risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la
basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e
pietà.

NOTE:

[176] Anastas., in Johann. VII.

[177] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.

[178] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.

[179] Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.



    Anno di CRISTO DCCVIII. Indizione VI.

    SISINNIO papa 1.
    COSTANTINO papa 1.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 4.
    ARIBERTO II re 8.


Fu consecrato papa in quest'anno SISINNIO nativo di Soria, uomo di
petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al
qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei
preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta
era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava
farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte
a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni.
Nel dì 25 di marzo a lui succedette _Costantino_, anch'esso di nazione
soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice
Anastasio[180], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia,
dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si
mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di
vita _Damiano_ arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto
_Felice_, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello[181],
scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno
di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso
Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che
egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo da papa Costantino. Ma
allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere
ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione
dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da'
cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno
sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una
dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come
gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice
nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno
trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a
gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco.
In questo anno _Giustiniano_ Augusto, testa leggera e bestiale,
dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega
fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un
gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come
si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città
d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa
sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di
pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci,
serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne
assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i
carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato
alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio,
dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano
incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il
bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi,
s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.

NOTE:

[180] Anastas. Biblioth., in Constant.

[181] Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCIX. Indizione VII.

    COSTANTINO papa 2.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 5.
    ARIBERTO II re 9.


Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador _Giustiniano_, e
gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se
perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale
Zacheria mandato a Roma per imprigionare _Sergio_ papa, oppure perchè
nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o
certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[182] ch'egli
mandò _Teodoro_ patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una
flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che
ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro
ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi
cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli
Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede
apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli
altri, privato degli occhi il loro arcivescovo _Felice_, che di poi fu
relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a
Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello
ravennate[183], che poco più di cento anni dopo descrisse questa
tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo,
che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle
navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai
primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di
cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta
la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza.
Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in
bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti
i nobili della terra, fra gli altri _Felice_ arcivescovo e
_Giovanniccio_, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria
del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna,
diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città,
che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie.
Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i
prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che
restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono
senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto
faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni
assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli
sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre
al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono
rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda
dei Barbari.

NOTE:

[182] Anast., in Constant.

[183] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCX. Indizione VIII.

    COSTANTINO papa 3.
    GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 6.
    ARIBERTO II re 10.


Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador _Giustiniano_ di
desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del
concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe
assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta
Anastasio, ordine a papa _Costantino_ di portarsi a Costantinopoli. Però
fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di
ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal porto Romano,
conducendo seco _Niceta_ vescovo di Selva Candida, _Giorgio_ vescovo di
Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto
da _Giovanni_ patrizio ed esarco, soprannomato _Rizocopo_, il quale era
inviato per succedere a _Teofilatto_ esarco. Quindi passato in Sicilia,
quivi trovò _Teodoro_ patrizio e generale dell'armi, che gli fece un
suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo,
e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a
Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In
quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e
colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti
i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che
usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del
medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni
ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era
assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema
tessuto d'oro e di perle, e lavorato da _Teodora_ Augusta sua moglie.
Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia
la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili,
chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva
anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo
_Felice_[184]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli
apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse:
_Non insanguinar la spada in quest'uomo_. Svegliato l'imperadore,
raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece
portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e
in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si
disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per
torre l'uso della vista alle persone, e di là nacque l'italiano
_abbacinare_. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea.
Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità,
perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio,
consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di
Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella
Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo
tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de'
cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e
d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la
potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi
nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie
sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi
interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte,
traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse
un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e
i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso
cattolico re _Rodrigo_. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli
infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e
provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro
lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai
popoli soggiogati.

NOTE:

[184] Agnell., in Vit. Felicis.



    Anno di CRISTO DCCXI. Indizione IX.

    COSTANTINO papa 4.
    FILIPPICO imperadore 1.
    ARIBERTO II re 11.


Nella primavera di quest'anno continuò _Costantino_ papa il suo viaggio
per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli
passava[185]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè
giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro
_Tiberio_ Augusto figliuolo dell'imperador _Giustiniano II_, colla
primaria nobilità, e _Ciro_ patriarca col suo clero, e una gran folla di
popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il
camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di
Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli
scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di
venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti
seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della
venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo
s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente
s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente
domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che
poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i
suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i
privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in
Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il
papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse
coll'imperadore. I padri Lupo[186] e Pagi[187] hanno immaginato, e con
verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che
il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli
altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare
ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio
nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo
sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo
ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi
pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della
religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da
molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta,
dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre
entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel
tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno
sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per
essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco _Giovanni Rizocopo_
fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure
il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere
(parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro
mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa
carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che
costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto
giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito
ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore
ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino
ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper
questo istorico[188] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma
costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro,
che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in
Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero
eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui
abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne'
consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o
confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello
sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie,
cioè _Sarsina_, _Cervia_, _Cesena_, _Forlimpopoli_, _Forlì_, _Faenza_,
_Imola_ e _Bologna_. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii
reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè _bandiera_ o _insegna
prima_, _la seconda_, la _nuova_, l'_invitta_, la _costantinopolitana_,
la _stabile_, la _lieta_, la _milanese_, la _veronese_, quella di
_Classe_, e la _parte dell'arcivescovo_ coi cherici, con gli onorati e
colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si
osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la
suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò
che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da
gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio,
quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per
ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che
egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire
che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso
Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo
ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il
messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì
da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che _Giovanni
Rizocopo_ nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di
prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento
di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi[189],
descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi,
e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica
storia, o diversamente ne parla.

Verificossi poi la morte dell'imperador _Giustiniano_, siccome dicono
che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia,
l'abbiamo da Teofane[190], da Niceforo[191], da Cedreno[192] e da
Zonara[193]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di
vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli
della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in
quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi
con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar
disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a
magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca.
Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far
man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono[194], che trovandosi
allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore
da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la
strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene
a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte
sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai
giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese
d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran
fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi
(se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone:
del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo
comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la
presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della
Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade,
avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono,
ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree,
proclamarono imperadore _Bardane_ che assunse il nome di _Filippico_, il
quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701,
fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. _Mauro_ patrizio colla
sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con
Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a
Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè
Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con
un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico.
Spedito dipoi contra di esso Giustiniano _Elia_ generale di Filippico,
tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui
esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale
imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè,
pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a
Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a
Roma. _Tiberio_ Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per
forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe
_Giustiniano Rinotmeto_, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che,
sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la
propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In
quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni _Childeberto III_, re di
Francia, che ebbe per successore _Dagoberto III_, tutti re di stucco in
questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era _Pippino_ di
Eristallo loro maggiordomo.

NOTE:

[185] Anastas., in Constant.

[186] Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.

[187] Pagius, ad Annal. Baron.

[188] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.

[189] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.

[190] Theoph., in Chronogr.

[191] Niceph., in Chron.

[192] Cedren., in Annalib.

[193] Zonaras, in Historia.

[194] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.



    Anno di CRISTO DCCXII. Indizione X.

    COSTANTINO papa 5.
    FILIPPICO imperadore 2.
    ALIPRANDO re 1.
    LIUTPRANDO re 1.


Sotto il nuovo imperadore _Filippico_ si credeva omai di goder pace e
tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire
imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa
cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un
monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte
predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio
sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star
lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[195], ossia Filippico, e la
parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando,
che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece
dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che
lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli
_Ciro_, e a lui sostituito _Giovanni_ aderente ai suoi errori. Se ne
stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e
pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e
massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da
lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto
eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì
inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia
e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i
chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di
_Felice_ arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio
nella Crimea[196]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con
fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti
vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni
v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta,
che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da
Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le
ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto
come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo
arcivescovo _Giorgio_, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso
storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire
daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una
gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose
maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che
volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo
per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la
testimonianza di Anastasio bibliotecario[197], che, ritornato questo
arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua
profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si
riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei.
Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor
l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi
dopo l'arrivo in Roma di papa _Costantino_, cioè verso il fine di
gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione
accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico:
cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche
lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori
di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di
zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di
san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo
attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose
all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero.
Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non
riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto,
siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una
chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar
correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.

Fino a questi tempi _Ansprando_, aio del fu re _Liutberto_, avea fermato
il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di
quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam
veduto[198]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da
_Teodeberto_ duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re
_Ariberto II_, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì
fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e
all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la
verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga.
Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece
di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi
coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto
ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de'
Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto
dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più
combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè
Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua
vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar
seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a
nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione
ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo
cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori
della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A
riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e
colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, _Ariberto II_ si
fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe
egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là,
per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si
diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del
paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi
disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a
trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e
colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir
la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non
concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar
la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome
_Gumberto_, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi
giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato
_Ragimberto_, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città
d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di
concorde volere i Longobardi elessero per re loro _Ansprando_,
personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben
governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi
pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla
morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima
nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi
aveano proclamato re _Liutprando_ suo figliuolo, così nominato, e non
già _Luitprando_, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu
posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano,
fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto
di versi ritmici.

    ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,
    SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,
    ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,
    SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.
    CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,
    POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS
    APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO
    LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,
    DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.

Quel _datum Papiae_ temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì
perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il _datum_, e
sì perchè non si soleva per anche dire _Papiae_, ma bensì _Ticini_.
Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano _depositus_, si
son convertite in _Datum Papiae_. Per altro sta bene la nota
cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità
Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[199], dal p.
Pagi[200] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re
_Liutprando_ suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande
aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da
me pubblicato[201], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio
dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno.
Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante
ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo
regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di
Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da
me dati alla luce nelle Antichità italiche[202]. Ne rapporterò il
principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della
Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia
esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa
copiata. _Aripertus_ (dice egli) _filius ejus regnavit annos XII, cujus
regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique
ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque
Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae
ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum
annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum
gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta
oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus
cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio
initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus
sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste,
veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus
cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina,
pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in
sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad
manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis
Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio
regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus
Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens,
coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere,
atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo
erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum
judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis
populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde
fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat
consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant,
volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria
oracula_ (cioè tre oratorii) _et duos presbyteros enormiter, et contra
ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno
Dominicae Incarnationis DCCXII._ Vedremo andando innanzi la continuazion
di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola
parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si
osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro
conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di
Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso
_Pelagio_, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie
vittorie contra di quegl'infedeli.

NOTE:

[195] Theoph., in Chronogr.

[196] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.

[197] Anastas. Biblioth. in Constant.

[198] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.

[199] Baron., Annal. Eccl.

[200] Pagius, ad Annal. Baron.

[201] Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.

[202] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.



    Anno di CRISTO DCCXIII. Indizione XI.

    COSTANTINO papa 6.
    ANASTASIO imperadore 1.
    LIUTPRANDO re 2.


Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di _Benedetto_
arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione,
narrata da Paolo Diacono[203] e da Anastasio bibliotecario[204]. Con tal
occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio,
pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia,
come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran
tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè
all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in
Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni
suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo
della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque
fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però
seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere
indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al
romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io
dimostrai in una dissertazione[205] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi
attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto,
il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato
diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare
l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno
sconcerto[206]. V'era per governatore _Cristoforo duca_. Per
iscavalcarlo da quel posto, un certo _Pietro_ ricorse all'esarco di
Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i
Romani non voleano sentir parlare di _Filippico_ imperador monotelita, a
nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di
loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione
adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore
di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e
ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa _Costantino_
non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci
divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già
soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava
la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere
d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la
nuova che l'eretico imperador _Filippico_ era stato deposto. Come
seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e
da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo principe dopo averlo
scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli,
a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era
messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari
fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti
ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via
un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione
alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia
ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con
riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori,
mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito
imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò
esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva,
il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel
dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran
chiesa, fu eletto e coronato imperadore _Artemio_, primo de' segretarii
di corte, a cui fu posto il nome di _Anastasio_. Era egli versatissimo
negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non
tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè
_Scolastico_ patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa
Costantino[207] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della
Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò
una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che
_Pietro_ fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore
di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto
in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re _Liutprando_
una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella
prefazione da me stampata[208] nel corpo delle leggi longobardiche, egli
s'intitola _christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum
rex._ Soggiugne di aver fatte esse leggi _anno, Deo propitio, regni mei
primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus
judicibus_ (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) _de
Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis
fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente._ Però è da
notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la
dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien
confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'_indizione
undecima_, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi
troviamo in un documento[209] di quest'anno Walperto (lo stesso che
Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.

NOTE:

[203] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.

[204] Anast., in Constant.

[205] Anecdot. Latin. tom. 1.

[206] Anastas., in Constant.

[207] Anastas., in Constant.

[208] Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.

[209] Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.



    Anno di CRISTO DCCXIV. Indizione XII.

    COSTANTINO papa 7.
    ANASTASIO imperadore 2.
    LIUTPRANDO re 3.


Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace,
quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa
Pavia[210]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la
vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel
regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove
pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi,
che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore
Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua
presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai
panni, come gli era stato supposto, e trovò ch'era così. Rotari scoperto
diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu
mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone,
prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte.
Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a
terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo,
restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi
di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che
era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì
li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li
rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il
tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il
meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e
bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente
perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore _Anastasio_,
secondo la testimonianza di Teofane[211], a fortificare e provveder di
viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per
terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de'
Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace,
e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto
Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte _Pippino_ di
Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui
succedette nel medesimo grado _Carlo_ appellato _Martello_, che Alpaide
sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un
valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie _Rotrude_, da cui
erano già nati _Carlomanno_ e _Pippino_, che poi fu re di Francia. Ma
per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il
reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con
ispargimento di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della
storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione
nell'_anno secondo_ del re Liutprando, citato dal padre Mabillone[212],
si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca _Walperto_, ossia
_Gualberto_, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di
sopra nel fine dell'anno precedente menzione.

NOTE:

[210] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.

[211] Theoph., in Chronogr.

[212] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.



    Anno di CRISTO DCCXV. Indizione XIII.

    GREGORIO II papa 1.
    ANASTASIO imperadore 3.
    LIUTPRANDO re 4.


Terminò in quest'anno _Costantino_ papa il suo pontificato, chiamato da
Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre
Pagi[213], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette
_Gregorio II_ romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio[214],
che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e
colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più
verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi
al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale,
dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la
scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del
parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina
e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per
la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè
appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci
di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e
se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non
si proseguì poi per cagione di varii impedimenti che sopravvennero.
Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, _Giovanni_ patriarca gli
scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da
Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse
la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane[215] che in questo medesimo
anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i
monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador _Anastasio_, e
sostituito in suo luogo _Germano_, figliuolo del già Giustiniano
patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara
letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo
della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere
al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea
Dandolo[216], _Paoluccio_ duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo
popolo l'amistà del re _Liutprando_, e ne ottenne un diploma, in cui
erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con
esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e
l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo
essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei
Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca
intervenne _Marcello_ generale della milizia, e n'è fatta menzione nei
diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di
Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re
_Ariberto_ II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio
dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal
concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma
con tal premura e forza l'intrepido pontefice _Gregorio II_ gli scrisse
intorno a questo affare, con far valere le ragioni della Sede
apostolica[217], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede
quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo
della vita di _Dagoberto III_ re de' Franchi, al quale succedette
_Chilperico II_, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per
le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato
posto prigione _Carlo Martello_ da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la
maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar
poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno
_Valid_ califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo
imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello _Solimano_.

Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena,
per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro
pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando
nell'anno precedente inviato _Ambrosio_ suo maggiordomo a conoscere
questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da
_Luperziano_ vescovo di Arezzo, e da _Adeodato_ vescovo di Siena.
Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e
di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti
al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la
Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi
s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai
tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo
di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi
successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e
per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu
proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè
costava dell'immemorabil possesso. Ne è riferito l'atto
dall'Ughelli[218], scritto _regnante Liutprando rege anno tertio,
indictione XI_: dee dire _Indict. XII_. Rapporta eziandio esso Ughelli
il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re _Liutprando_:
_Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno
felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima_, cioè in
quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza
ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite[219], spettanti
al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi
apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato
suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per
conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che
serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto _sub die XII
kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima_, cioè nel dì 20
di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine
dell'_eccellentissimo re Liutprando_ unitisi con esso Gunteramo
_Teodaldo_ vescovo di Fiesole, _Massimo_ vescovo di Pisa, _Specioso_
vescovo di Firenze, e _Talesperiano_ vescovo di Lucca, disaminarono le
ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni.
Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro
fu fatto _V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro
excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima_,
cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando
cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi
finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra
questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli
altri giudici intervenuto ad esso giudizio _Theodorus episcopus Castri
nostri_, e inoltre _Auduald dux_. Ho io gran sospetto che questo
_Teodoro_ sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto
al suo sito. Allora Pavia era anche appellata _Castrum_, perchè
fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi.
Anche da Ennodio[220] viene accennata _Ticinensis Oppidi Augustia_.
Poichè per conto del duca _Audoaldo_ ne aveva io rapportato nelle
Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere
a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse
sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti
ancor qui:

    SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX
    AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS,
    VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES
    FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES,
    BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA
    MAXIMA CVM LAVDE PROSTRAVIT DIDIMVS ISTE,
    CVIVS HIC EST CORPVS HVIVS SVB TEGMINE CAVTIS.

Più sotto si leggono queste altre parole:

    LATE AT NON FAMA SILET, VVLGATIS FAMA TRIVMPHIS.
    QVAE VIVVM, QVALIS FVERIT, QVANTVSQVE PER VRBEM
    INNOTVIT, LAVRIGERVM ET VIRTVS BELLICA DVCEM;
    SEXIES QVI DENIS PERACTIS CIRCITER ANNIS
    SPIRITVM AD AETHERA MISIT, ET MEMBRA SEPVLCRO
    HVMANDA DEDIT, PRIMA CVM INDICTIO ESSET.
    DIE NONARVM IULIARVM, FERIA QVINTA.

Dalle quali parole intendiamo che questo duca _Audoaldo_ morì in età di
sessant'anni nel dì 7 di luglio dell'anno 718.

NOTE:

[213] Pagius, ad Annal. Baron.

[214] Anastas., in Gregor. II.

[215] Theophanes, in Chronogr.

[216] Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[217] Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.

[218] Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.

[219] Antiquit. Italic. Dissert. 74.

[220] Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.



    Anno di CRISTO DCCXVI. Indizione XIV.

    GREGORIO II papa 2.
    TEODOSIO imperadore 1.
    LIUTPRANDO re 3.


Degno era l'imperadore _Artemio_, detto _Anastasio_, di lungamente tener
le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo
già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma
gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte
delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de'
medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di
armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi;
quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il
general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono
a Costantinopoli. Trovato un certo _Teodosio_, esattor delle gabelle
pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli
resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo
d'imperadore, _Anastasio_ a questa nuova, dopo aver lasciata una buona
guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi
durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i
difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero
nella regal città quei scellerati, e diedero loro la comodità
d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio
d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente
superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò
d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto
imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo
Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso
_Teodosio_, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico
la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio
Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo.
Circa questi tempi _Faroaldo II_ duca di Spoleti, per attestato di Paolo
Diacono[221], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe,
tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata
del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco _Scolastico_
al re _Liutprando_, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome
fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e
così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di
Spoleti[222] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole
raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i
duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e
che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio
duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi.
Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione _Teodone II_
duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città
di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da
Anastasio[223]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle
piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti alberi, ed
impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal
santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.

NOTE:

[221] Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.

[222] Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.

[223] Anastas., in Gregor. II.



    Anno di CRISTO DCCXVII. Indizione XV.

    GREGORIO II papa 3.
    LEONE Isauro imperadore 1.
    LIUTPRANDO re 6.


Alle leggi longobardiche fu ancora in quest'anno fatta dal re Liutprando
un'altra giunta[224] _die kalend. martii anno regni nostri, Deo
propitio, V, indictione XV_, coll'intervento ed assenso dei primati del
popolo. Ivi egli è intitolato _excellentissimus rex gentis felicissimae,
catholicae, Deoque dilectae Langobardorum_. Godeva in fatti sotto quei
re un'invidiabil pace il loro popolo, ed era con vigore amministrata la
giustizia: al contrario dell'imperio romano in Oriente, sconvolto da
tante rivoluzioni, lacerato da tante parti dai Saraceni, e governato
bene spesso da imperadori o inetti, o eretici, o crudeli: dei quali
disordini entrava talvolta a parte anche il paese che restava sotto il
loro dominio in Italia. Succedette appunto in quest'anno, secondo la
testimonianza di Teofane[225] e di Niceforo[226], una nuova mutazion di
principe in Costantinopoli. Andavano alla peggio gli affari pubblici per
l'insufficienza di _Teodosio_ imperadore; e il peggio era che si sentiva
un formidabil preparamento dalla parte de' Saraceni e di _Solimano_ loro
califa ed imperadore, per venire all'assedio di quella imperial città.
Però cominciarono tanto i pubblici magistrati quanto gli uffiziali della
milizia ad esortar Teodosio, che volesse dimettere l'eccelsa sua carica,
e lasciar luogo in sì gran bisogno e pericolo del pubblico a chi avesse
più abilità e petto. Acconsentì egli da saggio, si ritirò, ed arrolatosi
col figliuolo nella milizia ecclesiastica, passò tranquillamente il
resto de' suoi giorni. Appresso fu eletto imperadore _Leone_, generale
allora dell'esercito di Oriente, nato in Isauria, e però conosciuto
sotto nome di _Leone Isauro_, uomo di gran coraggio. Salì egli sul trono
nel dì 23 di marzo, e poco stette a significar con sue lettere la
esaltazione sua al sommo pontefice _Gregorio II_, con una chiara
profession della fede cattolica: il che bastò perchè fosse ammessa la
immagine di lui in Roma, e il papa s'impegnasse tutto alla conservazione
del di lui stato in Italia. E forse fu in questi tempi che i Longobardi
del ducato beneventano sotto il duca _Romoaldo II_ con frode occuparono
il castello di Cuma, che era allora una buona fortezza dipendente dal
ducato di Napoli. Portatane a Roma la nuova, tutta la città ne restò
molto afflitta, ma specialmente papa Gregorio[227], a cui è molto
credibile che lo imperadore avesse raccomandata la difesa de' suoi
dominii in Italia. Procurò prima il vigilantissimo papa con preghiere
d'indurre i Longobardi a restituire il mal tolto; adoperò poscia le
minacce dell'ira di Dio; esibì loro un grosso regalo: tutto indarno; più
ostinati e superbi che mai i Longobardi tennero salda la preda, e n'era
molto in pena il buon pontefice. Cominciò dunque a scriver lettere a
_Giovanni_ duca di Napoli, e gl'insegnò la maniera di ricuperar
quell'importante luogo. In fatti esso duca con Teotimo suddiacono e
correttore, menando seco un buon corpo di truppe, di mezza notte diede
la scalata a quel castello, ed entrato dentro vi ammazzò trecento di
quei Longobardi, e cinquecento ne menò prigioni a Napoli. Per ricuperare
questo castello spese lo zelante papa settanta libbre d'oro. In
quest'anno medesimo si effettuò il già temuto assedio di Costantinopoli.
Con un immenso esercito di fanti e cavalli venne allo stretto[228]
Masalma, ossia Malsamano, generale de' Saraceni, e passato nella Tracia
nel dì 15 di agosto, diede principio a strignere quella imperial città.
Sopravvenne per mare nel dì primo di settembre lo stesso califa ossia
imperador de' Saraceni _Solimano_ con mille ed ottocento vele, e con
alcune navi di smisurata grandezza ed altezza, e dalla parte dello
stretto cominciò anch'egli ad infestar la città. Non ommise in tal
congiuntura diligenza alcuna l'imperador _Leone_ per la difesa; e il
popolo confidato specialmente nella protezion della beatissima Vergine
Madre di Dio della quale era divotissimo, sostenne sempre con animo
coraggioso ed allegro tutti gli assalti e le fatiche della guerra.
Meglio che mai si provò allora di quanta attività ed aiuto fosse il
fuoco greco. Portato questo con barche incendiarie, e gittato con sifoni
addosso ai legni nemici, non picciola parte ne distrusse. Arrivò poscia
il verno, che fu dei più orridi, perchè più di tre mesi stette coperta
la terra di ghiacci e nevi: il che cagionò una gran mortalità ne'
cavalli, cammelli ed altre bestie de' Saraceni. Terminò la sua vita in
quest'anno il califa _Solimano_, ed ebbe per successore _Umaro_ ossia
_Omaro_. Secondo la Cronica di Andrea Dandolo[229] essendo venuto a
morte _Paoluccio_ duca di Venezia, conoscendo il popolo che alla
pubblica concordia conferiva di molto d'avere un capo e duca, elessero
per suo successore _Marcello_, che fu il secondo fra i loro dogi.

NOTE:

[224] Leges Langobard. P. II Tom. I, Rer. Italic.

[225] Theoph., in Chronogr.

[226] Niceph., in Chron.

[227] Anastas., in Greg. II. Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.

[228] Theoph., in Chronogr.

[229] Andreas Dandulus, in Chron. Tom. 12, Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCXVIII. Indizione I.

    GREGORIO II papa 4.
    LEONE Isauro imperadore 2.
    LIUTPRANDO re 7.


Ebbe fine in quest'anno gloriosamente per i Greci l'assedio di
Costantinopoli, intrapreso nell'anno addietro dei Saraceni[230]. Nella
primavera comparve in aiuto di costoro una flotta di cinquecento navi,
ed altrettante minori barche che venivano dall'Egitto cariche di grani.
Un altro stuolo parimente di trecento sessanta legni, pieni d'armi e di
vettovaglie giunse dall'Africa. Ambedue per paura del fuoco greco si
ancorarono molto lungi dalla città. Ma Leone mandò a trovarle una man di
galeotte provvedute di quel fuoco micidiale, quando men sel pensavano; e
parte ne incenerì, parte ne prese, e ne ricavarono un ricco bottino i
suoi soldati. Mentre ancora un grosso corpo di quegl'infedeli devastava
la Tracia, fu bravamente disfatto dai Cristiani. Crescendo poi la fame
nel campo saracenico, furono costretti quei Barbari a mangiar le carni
di tutti quei cavalli, cammelli ed asini che morivano. Ebbero ancora una
fiera percossa dai Bulgari, dicendosi che per loro mano restarono uccise
ben ventidue migliaia di Saraceni. In somma tante furono le avversità,
che, per misericordia di Dio ed intercessione della santissima Vergine,
piombarono addosso a quell'infedele esercito, che nel dì 15 d'agosto
sciolsero l'assedio, e s'inviarono verso le loro contrade. Ma non vi
arrivarono. Insorta nel viaggio una terribil burrasca, disperse tutti
que' legni, e chi in una parte e chi in altra si affondarono, o andarono
a fracassarsi in diversi lidi e scogli, talchè solamente cinque di essi
poterono portare in Soria la nuova delle lor disgrazie e della mano
potente di Dio sopra d'essi. Abbiamo medesimamente da Teofane e da
Niceforo[231], che durante l'assedio dell'imperial città, _Sergio_
protospatario e duca di Sicilia, figurandosi inevitabile la rovina
dell'imperio in Oriente, e facendola credere già seguita ai soldati e al
popolo, proclamò imperadore un certo _Basilio_ figliuolo di Gregorio
Onomagulo, con farlo coronare. Subito che a Costantinopoli pervenne
l'avviso di questa ribellione, _Leone_ Augusto spedì alla volta di
Sicilia _Paolo_ suo archivista col titolo di patrizio e duca della
Sicilia sopra una nave veliera. Arrivò questi inaspettatamente a
Siracusa, e tal terrore pose in cuore del suddetto Sergio, che scappò in
Calabria, ricoverandosi sotto l'ale de' Longobardi quivi dominanti. Dopo
avere il nuovo duca spiegate all'esercito le commessioni cesaree, e il
buono stato della corte tutta in allegria per le vittorie ottenute sopra
i Saraceni, ottenne dai Longobardi il falso imperador Basilio ed alcuni
suoi complici, e fattane rigorosa giustizia, rimise la quiete e
l'ubbidienza in quelle contrade. Non si sa ben l'anno, in cui, per cura
del santo pontefice _Gregorio II_, risorse l'insigne monistero di Monte
Cassino, devastato dai Longobardi circa cento trentacinque anni prima.
Sappiamo bensì da Paolo Diacono[232] che ciò accadde sotto il suddetto
papa, e non già sotto Gregorio III, come scrisse Leone Ostiense.
Portatosi a Roma per sua divozione Petronace nobile bresciano, e ito a
baciar i piedi del pontefice, fu da lui consigliato di passare a Monte
Casino, per rimettere in piedi quel sacro luogo, celebre pel sepolcro di
S. Benedetto. Andò Petronace, e quivi trovati alcuni pochi anacoreti,
che il fecero lor capo, si diede a fabbricare la basilica e il
monistero, dove col tempo raunò una riguardevol congregazione di monaci,
da cui uscirono dipoi personaggi di gran santità e dottrina, e che servì
coll'esempio suo a fondar assaissimi altri monisteri, tutti professori
della regola di s. Benedetto. Parla in tal occasione Paolo Diacono anche
del monistero insigne di s. Vincenzo al Volturno, molto prima
fabbricato, e abitato a' tempi di esso Paolo da una grande adunanza di
monaci, la cui cronica è stata da me data alla luce[233]. Questi due
monisteri, siccome ancor quello di Farfa, erano in questi tempi i più
rinomati d'Italia. Nacque in quest'anno a Leone Augusto un figliuolo, a
cui fu posto il nome di _Costantino_, appellato di poi per soprannome
_Copronimo_, perchè immerso nudo nel sacro fonte, allorchè si volle
battezzarlo, come allora si usava, sporcò quell'acque coi suoi
escrementi. San Germano patriarca di Costantinopoli, che il battezzava,
predisse da ciò che questo principe nocerebbe col tempo ai cristiani e
alla Chiesa.

NOTE:

[230] Theoph., in Chronogr.

[231] Niceph., in Chron.

[232] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.

[233] Chron. Volturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCXIX. Indizione II.

    GREGORIO II papa 5.
    LEONE Isauro imperadore 3.
    LIUTPRANDO re 8.


Era stato relegato, siccome accennai di sopra, a Salonichi _Artemio_,
detto _Anastasio_, imperador già deposto[234]. La memoria delle passate
grandezze non gli lasciava goder posa nel monistero, e questa in fine il
condusse a far delle novità. Sollecitato per lettere da Niceta Silonite
a ripigliar l'imperio, s'indirizzò a Terbellio principe dei Bulgari, che
l'accompagnò con un esercito, ed inoltre gli sborsò cinquemila libbre
d'oro per le spese della guerra. Con queste forze marciò alla volta di
Costantinopoli, ma non vi trovò quella corrispondenza ch'egli s'era
lusingato di avervi. Presero l'armi in favor di Leone i cittadini: il
che veduto dai Bulgari, pensarono meglio di far mercato della persona di
Artemio, consegnandolo vivo nelle mani d'esso Leone imperadore, da cui
ben regalati se ne tornarono contenti alle lor case. Non vi fu perdono
per la vita d'Artemio, di Niceta e di altri nobili suoi amici o
complici; e collo spoglio e confisco de' loro beni s'arricchì non poco
l'erario dell'imperadore. Circa questi tempi essendo stato eletto
patriarca di Aquileia _Sereno_, ottenne il re Liutprando dal papa il
pallio archiepiscopale per lui, giacchè, quantunque fosse cessato lo
scisma di quella Chiesa, i papi non aveano voluto concederlo a quei
patriarchi. Tal grazia fu a lui accordata con patto di non inquietare nè
usurpare l'altrui giurisdizione. Ma non passò gran tempo che Sereno
cominciò a voler raccorciare il piviale a _Donato_ patriarca di Grado.
Ne fece questi insieme col duca di Venezia, e coi vescovi dell'Istria
suoi suffraganei, doglianza a papa Gregorio, il quale perciò scrisse a
Sereno una lettera forte, incaricandogli di non istendere la sua
autorità oltre ai confini del regno longobardico, nel qual regno non
erano comprese nè Venezia coll'isole d'intorno, nè l'Istria. Un'altra
lettera fu scritta da esso papa a Donato patriarca di Grado, a Marcello
doge, e al popolo di Venezia e dell'Istria intorno a questo particolare.
Son rapportate queste lettere dal Dandolo[235], e le riferisce ancora il
cardinal Baronio[236], ma troppo tardi, e certamente fuor di sito. Il
Dandolo, da cui sono state conservate, parla dipoi di cose avvenute
sotto l'_anno quarto_ di Leone Isauro, e però sembra più convenevole il
farne qui menzione che altrove. Merita nondimeno attenzione quel che
saviamente ha osservato in questo proposito il padre Bernardo de
Rubeis[237], tenendo egli che poco dopo l'anno 716 il pontefice Gregorio
scrivesse quelle lettere.

NOTE:

[234] Teoph., in Chronogr.

[235] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[236] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 729.

[237] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 36.



    Anno di CRISTO DCCXX. Indizione III.

    GREGORIO II papa 6.
    LEONE Isauro imperadore 4.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 1.
    LIUTPRANDO re 9.


Fece in quest'anno il re _Liutprando_ una giunta di quattro altre leggi
al corpo delle longobardiche[238]. Questa fu fatta _anno, Deo propitio,
regni mei octavo, die kalendarum martiarum, Indictione III, una cum
illustribus viris optimatibus meis Neustriae_ (credo io che vi manchi
_et Austriae_) _ex Tusciae partibus, vel universis nobilibus
Langobardis_. Se poi vogliamo stare ai conti di Camillo Pellegrini[239],
in quest'anno cessò di vivere _Romoaldo II_ duca di Benevento, dopo aver
governato per ventisei anni quel ducato. Secondo la credenza di esso
Pellegrini, fondata sopra una storia del monistero di s. Sofia, gli
succedette _Adelao_, o _Audelao_, che per due anni fu duca, e dopo di
lui nell'anno 722 fu eletto duca di Benevento _Gregorio_ nipote del re
Liutprando. Ma questi conti non s'accordano con quei di Paolo Diacono,
siccome vedremo all'anno 731, dove mi riserbo di parlarne. Abbiamo poi
da Teofane[240] che nel sacro giorno di Pasqua del presente anno _Leone
Isauro_ imperadore prese per collega nell'imperio, e fece coronare da
san _Germano_, patriarca di Costantinopoli, il suo picciolo figlio
_Costantino Copronimo_, gli anni del cui imperio si cominciarono a
contare in questo anno. In esso anno parimente diede fine alla sua vita
_Chilperico II_ re di Francia, e in suo luogo fu sostituito _Teoderico_,
appellato _Calense_, perchè nutrito nel monistero di _Chelles_, quattro
leghe lungi da Parigi. Ma in questi tempi il governo della maggior parte
della monarchia francese era in mano di _Carlo Martello_, acquistato od
usurpato a forza di battaglie e di vittorie. Solamente gareggiava con
lui _Eude_, duca dell'Aquitania, che in quest'anno stimò bene di fare
pace con esso Carlo, perchè i Saraceni padroni della Spagna,
minacciavano la guerra alla Linguadoca e alla stessa Aquitania, cioè
alla moderna Ghienna e Guascogna.

NOTE:

[238] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.

[239] Camil. Peregrinus, tom. 2 Rer. Italic.

[240] Teoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCXXI. Indizione IV.

    GREGORIO II papa 7.
    LEONE Isauro imperadore 5.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 2.
    LIUTPRANDO re 10.


Andavano sempre più scorgendo i Longobardi, che al corpo delle loro
leggi mancavano molte provvisioni per i contratti, per le successioni, e
per moltissimi altri casi dell'umano commercio; nè si sentivano essi
voglia di assoggettarsi alle leggi imperiali, colle quali nondimeno
lasciavano che si regolasse il popolo di nazione romana, cioè italiana,
sottoposto al loro dominio. Perciò undici nuove leggi aggiunse in
quest'anno il re _Liutprando_ alle precedenti[241]. Dura ancora in molti
luoghi l'uso d'alcune di quelle leggi rinnovate negli statuti della
città, come, per esempio, che ai contratti delle donne debbano
intervenire i loro parenti col giudice. Secondo le leggi romane, non era
permesso ai servi, o vogliam dire schiavi, persone vili, lo sposar donne
libere di nascita, perchè la libertà una volta era una spezie di
nobilità. Ora di questa nobilità faceano gran conto i Longobardi ed era
loro permesso dalla legge di far vendetta di una lor parente libera, e
di un servo che l'avesse presa per moglie. Che se dentro lo spazio di un
anno questa vendetta non era seguita, tanto il servo che la donna
divenivano servi del re e del suo fisco. Provvide ancora il medesimo re
Liutprando alle negligenze de' giudici nella spedizion delle cause con
altri utili regolamenti per l'amministrazion della giustizia e per
l'indennità de' popoli. Furono pubblicate queste leggi _regni nostri
anno, Deo protegente, nono, die kalendarum martiarum, Indictione IV_, e
per conseguente in quest'anno. Nel quale fu celebrato in Roma dal santo
pontefice _Gregorio II_ un concilio, in cui furono, sotto pena di
scomunica proibiti i matrimonii con persone consacrate a Dio, o che
doveano osservar castità, dacchè i mariti di lor consenso aveano presi
gli ordini del presbiterato o diaconato. Aveano i Visigoti fin qui
tenuta in lor potere la Gallia Narbonense, ossia la Linguadoca. I
Saraceni, divenuti già padroni della maggior parte della Spagna,
ansavano dietro anche a questo boccone, considerandolo come pertinenza
del regno spagnuolo; ed appunto in quest'anno riuscì a _Zama_ generale
del medesimi di conquistar quel paese, e di occupar Narbona[242], che
n'era la capitale. Non si contentarono di questo, assediarono anche la
città di Tolosa; ma _Eude_, valoroso duca d'Aquitania, con una numerosa
armata di Franchi fu a trovarli, venne con loro alle mani, e ne riportò
una segnalata vittoria con istrage memorabile di quegli infedeli. Non si
sa quasi intendere come la razza de' Saraceni, già confinati
nell'Arabia, crescesse in tanto numero da occupare e tenere tutta la
Persia, la Soria, l'Egitto le coste dell'Africa e tante altre provincie;
e come con tante rotte ricevute sotto Costantinopoli ed altrove, pure
sempre più religiosa minacciasse tutto il resto del romano imperio. Ma è
da credere che con loro e sotto di loro militassero i popoli soggiogati,
massimamente sapendosi che molti d'essi o per amore o per forza avevano
abbracciato il maomettismo.

NOTE:

[241] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.

[242] Chron. Moyssiacense, et alii Anual.



    Anno di CRISTO DCCXXII. Indizione V.

    GREGORIO II papa 8.
    LEONE Isauro imperadore 6.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 3.
    LIUTPRANDO re 11.


In quest'anno ancora il re _Liutprando_ fece un accrescimento di
ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche[243]. Chiaramente
si conosce che il pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti
fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii
illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o
donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo
e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero
state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la
professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse
allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura
una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette
mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o
tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi
parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le
altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero
presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli
prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora
presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora
chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e
Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i
servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti
i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon
servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà,
e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni
discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile
l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi
dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno
de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un
ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a
costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto
alla giustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei
misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto[244], in quest'anno
succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla
Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto[245] la mette
all'anno 721; Mariano Scoto[246] all'anno 724; il cardinal Baronio[247]
all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la
traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono[248], ne scrive parimente
Beda[249], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni
occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la
possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese,
spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola
era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo
e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del
Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di
ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito.
Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto
a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro in _Coelo aureo_,
dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono[250] che
fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò il
_Monistero_ del beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellato _Coelum
aureum_. Era stato d'avviso il padre, Mabillone[251], fondato in un
diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa
traslazione seguisse avanti il giorno _IV non. aprilis, regni Liutprandi
anno primo, Indictione X_, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in
quel giorno parla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella
basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale
asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini[252], ed ebbero ben
ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di
quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712
Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello
scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute
deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa
Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione
stampata che ha per titolo: _Motivi di credere tuttavia ascoso, e non
discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino_. Neppur sussiste una
lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta
da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione
suddetta. I padri Papebrochio[253] e Pagi[254] ne han chiaramente
dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che
questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì
sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur
v'erano i cognomi distintivi delle case.

NOTE:

[243] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[244] Hermannus Contractus, in Chron.

[245] Sigebertus, in Chron.

[246] Marian. Scotus, in Chron.

[247] Baron., Annal. Eccl.

[248] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.

[249] Beda, lib. 6, de Sex Ætat.

[250] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.

[251] Mabill., Mus. Ital. pag. 221.

[252] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.

[253] Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.

[254] Pagius, ad Annal. Baron.



    Anno di CRISTO DCCXXIII. Indizione VI.

    GREGORIO II papa 9.
    LEONE Isauro imperadore 7.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 4.
    LIUTPRANDO re 12.


Se Paolo Diacono seguitasse nella sua storia un ordine esatto di
cronologia, converrebbe mettere la morte di _Sereno_ patriarca
d'Aquileia circa l'anno 717, perchè da lui[255] riferita dopo l'andata a
Roma di _Teodone II_ duca di Baviera, la quale si crede succeduta
nell'anno precedente 716. Ma egli narra appresso l'entrata de' Saraceni
in Ispagna, la qual pure abbiam veduto che accadde nell'anno 711.
Tuttavia ci manca l'anno preciso della morte di quel patriarca. Sappiamo
ben di certo che dopo di lui fu eletto patriarca _Callisto_, uomo di
vaglia, che era allora arcidiacono della chiesa di Trivigi. Il re
Liutprando s'ingegnò per far cadere in lui l'elezione. Ai tempi di
questo patriarca, _Pemmone_, da noi veduto di sopra all'anno 706 duca
del Friuli, continuava in quel governo, col merito di avere allevati co'
suoi figliuoli tutti ancora i figliuoli de' nobili che erano periti a'
tempi del duca Ferdulfo nella battaglia contro degli Schiavoni. Ora
avvenne che un'immensa moltitudine di quei Barbari tornò ad infestare il
Friuli, e giunse fino ad un luogo appellato Lauriana. Pemmone con que'
giovani tutti ben addestrati nell'armi per tre volte diede loro la
caccia, e ne fece un gran macello, senza che vi restasse morto dei suoi,
se non un Sigualdo, uomo già attempato. Costui nella battaglia suddetta
di Ferdulfo avea perduto due suoi figliuoli, e nelle due prime zuffe del
duca Pemmone largamente se n'era vendicato colla morte di molti
Schiavoni. Quantunque poi esso duca gli vietasse di entrare nel terzo
conflitto, perchè forse il vedeva troppo arrischiato, pure non potè
Sigualdo contenersi dall'andarvi, con dire che avea bastantemente
vendicata la morte de' suoi figliuoli, e che però se la sua fosse
arrivata, di buon volto la riceverebbe. In fatti vi perì egli solo. Ma
Pemmone, uom saggio, volendo risparmiare il sangue dei suoi, trattò di
pace in quello stesso luogo con gli Schiavoni, i quali dopo aver avuta
sì buona lezione, da lì innanzi cominciarono a portar più rispetto ai
Furlani, e ad aver paura delle lor armi. Fu ordinato da papa _Gregorio
II_ in questo anno vescovo della Germania l'insigne s. _Bonifazio_,
apostolo di quelle contrade, che nell'Assia, nella Turingia, nella
Sassonia, e in altre parti che prima professavano il paganesimo, piantò
la santissima fede di Cristo. Circa questi tempi _san Corbiniano_
vescovo di Frisinga, come s'ha dalla sua vita scritta da Aribone[256],
venne a Roma. In passando per Trento si trovò _Ursingo_, ch'era ivi poco
fa stato posto per conte, cioè per governatore. Arrivò a Pavia, dove da
Liutprando re piissimo fu per sette giorni trattenuto con singolar
venerazione, regalato e scortato sino ai confini del regno. Lo stesso
trattamento ricevè egli nel suo ritorno verso la Baviera. Da essa vita
apparisce che il dominio dei re longobardi arrivava allora fino al
castello, ossia alla città di _Magia_ nella Germania. Sarebbe da vedere
se fosse situato questo luogo nel Tirolo.

NOTE:

[255] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 44.

[256] Mabil. tom. 2, Saecul. Benedict., pag. 606.



    Anno di CRISTO DCCXXIV. Indizione VII.

    GREGORIO II papa 10.
    LEONE Isauro imperadore 8.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 5.
    LIUTPRANDO re 13.


Intento giornalmente il re _Liutprando_ a ben regolare il regno
longobardico, e a provvederlo di quelle leggi che esigeva il bisogno de'
popoli, o che sembravano più utili al loro governo, pubblicò in
quest'anno il sesto libro delle sue leggi[257]. _Anno regni mei, Christo
protegente, XII, die kalendarum martiarum, Indictione VII_: nel qual
tempo doveva essere in uso che si tenesse la dieta del regno, vedendosi
le varie pubblicazioni delle leggi fatte nel principio di marzo, o in
quel torno, _una cum judicibus et reliquis Langobardis fidelibus
nostris_. Cento e due son le leggi pubblicate da esso re in quest'anno
intorno a diversi suggetti, fra' quali è da osservare che la nazion
longobarda avea bensì abiurato l'arianismo ed abbracciata la religion
cattolica, ma non mancavano persone che conservavano alcuna delle
antiche superstizioni del paganesimo. Ricorrevano agl'indovini, agli
aruspici, ed aveano qualche albero, appellato da loro santo o santivo,
dove faceano de' sagrifizii, e delle fontane ch'erano adorate da loro.
Liutprando re cattolico sotto rigorose pene proibì cotali superstizioni,
bandì tutti gl'indovini ed incantatori, ed incaricò gli uffiziali della
giustizia di star vigilanti per l'estirpazione di somiglianti abusi.
Apparisce inoltre da esse leggi che i notai scrivevano i contratti
secondo la legge romana per chi la professava, oppure secondo la
longobardica, seguitata dagli uomini di quella nazione. Proibisce egli
inoltre alle vedove il farsi monache prima che sia passato un anno dopo
la morte del marito, quando non ne ottengano licenza dal re; perchè,
dice egli il dolore in casi tali fa prendere delle risoluzioni, alle
quali succede poi il pentimento. E nella legge LXV questo saggio
rechiaramente protesta di conoscere bensì, ma di non approvare la
sciocchezza dei duelli, perchè con essi temerariamente si vorrebbe
forzar Dio a dichiarar la verità delle cose a capriccio degli uomini;
contuttociò protesta di permettere e tollerar questo abuso, perchè non
osa di vietarlo, essendone sì radicata e forte la consuetudine presso
de' Longobardi, come parimente era presso dei Franchi e degli altri
popoli settentrionali. Dal catalogo dei duchi di Spoleti, che si legge
sul principio della Cronica di Farfa[258] da me data alla luce,
impariamo che nell'anno presente fu creato duca di Spoleti _Trasmondo_.
Egli era figliuolo di _Faroaldo II_ duca. Impaziente di succedere al
padre nel comando, non volle aspettar la sua morte, ma, per
testimonianza di Paolo Diacono[259], si ribellò contro di lui, e
l'obbligò a deporre il governo e a prendere l'abito clericale.
Bernardino dei conti di Campello[260] lascia qui la briglia alla sua
immaginazione e penna, per dipingerci i motivi e la maniera di questa
rivoluzione; ma il vero è, non sapere noi altro, se non quel pochissimo
che il suddetto Paolo lasciò scritto intorno a questo affare. Per altro
si può credere che Faroaldo II fondasse la badia di san Pietro di
Ferentillo, divenuta poi celebre luogo di divozione; e che egli,
ritiratosi colà, vi passasse il resto di sua vita. Questo duca
_Trasmondo_, per quanto si ha dalla Cronica suddetta di Farfa, donò a
quell'insigne monistero, mentre v'era abbate Lucerio, la chiesa di s.
Getulio, dove si venerava il corpo di esso santo, e delle terre nel
fondo Germaniciano. Verisimilmente cotal donazione, siccome fatta nel
mese di maggio _dell'Indizione VII_, dovrebbe appartenere all'anno
presente.

NOTE:

[257] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[258] Chron. Farfense, Part. II, tom. 2 Rer. Italic.

[259] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 44.

[260] Campell., Storia di Spoleti, lib. 12 e 13.



    Anno di CRISTO DCCXXV. Indizione VIII.

    GREGORIO II papa 11.
    LEONE Isauro imperadore 9.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 6.
    LIUTPRANDO re 14.


Divenuti già padroni della Linguadoca i Saraceni, tentarono nel presente
anno di passare il Rodano. Ma _Eude_ insigne duca d'Aquitania coll'oste
generale de' Franzesi andò ad assalirli, e ne riportò un'insigne
vittoria, accennata da Anastasio bibliotecario[261] e da Paolo
Diacono[262]. _Carlo Martello_, altro eroe della nazion franca, in
questi tempi ostilmente entrò nella Baviera; ne soggiogò e saccheggiò
una parte, cioè la spettante a _Grimoaldo_ duca; seco condusse
_Piltrude_ concubina famosa d'esso Grimoaldo, con _Sonichilde_ nipote
d'essa Piltrude ossia Biltrude. Essendogli morta _Rotrude_ sua moglie,
madre di Pippino e di Carlomano, egli sposò la predetta Sonichilde. Ma
Piltrude dopo essere stata alcun tempo in sua grazia, per relazion di
Aribone nella vita di s. Corbiniano[263], fu costretta a ricoverarsi con
un asinello in Italia, dove miseramente terminò la sua vita. Ella era
stata persecutrice d'esso s. _Corbiniano_ vescovo di Frisinga, perchè il
trovò contrario alla disonesta sua vita. Scrive il padre Mabillone[264],
che il re _Liutprando_ per l'amicizia da lui sempre conservata coi re
franchi, prese l'armi anch'egli contra della Baviera, ma non cita onde
s'abbia tratta questa notizia. Senza buone prove non si dee credere
ch'egli rendesse sì brutta ricompensa al popolo della Baviera, dal cui
braccio egli riconosceva la corona del regno longobardico, e fors'anche
era di quella nazione. In quest'anno parimenti abbiamo dalle memorie
dell'archivio farfense[265], che _Trasmondo_ duca di Spoleti fece una
donazione a quel nobilissimo monistero _mense januario, Indictione
octava, sub Rimone Castaldione_. Nel registro d'esso archivio
medesimamente si legge una vendita di olivi fatta a _Tommaso_ abbate
_temporibus Transmundi ducis Langobardorum, et Sindolfi Castaldionis
civitatis Reatinae_: dal che si conosce che la città di Rieti era
sottoposta ai duchi di Spoleti. Ma non so io ben accordar gli anni
d'esso Tommaso abbate con quei del duca Trasmondo. Abbiamo poi da Andrea
Dandolo[266], che essendo mancato di vita _Donato_ patriarca di Grado,
_Pietro_ vescovo passò a quella Chiesa. Ma queste trasmigrazioni da una
chiesa all'altra, non essendo secondo la disciplina di que' tempi sì
tollerate ed approvate, come oggidì, Gregorio II papa zelantissimo il
dichiarò decaduto dall'una e dall'altra chiesa. Tanto nondimeno valsero
le preghiere del clero e popolo di Venezia, ch'egli fu rimesso nella sua
prima sedia. E perciocchè si sapeva, o vi doveva essere sospetto ch'esso
Pietro per vie simoniache sì fosse intruso nel patriarcato suddetto, il
papa avvertì i Veneziani di non eleggere pastori, se non nelle forme
approvate da Dio e dalla Chiesa. Dicesi data la lettera pontificia
nell'_anno IX di Leone_ Isauro imperadore; e però nel presente anno.
Succedette dunque nella cattedra di Grado _Antonio_ di nazion padovano,
dianzi abbate del monistero della Trinità di Brondolo, dell'ordine di s.
Benedetto, personaggio sommamente cattolico e dabbene.

NOTE:

[261] Anastas., in Gregor. II.

[262] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.

[263] Mabill., Saecul. Benedict. tom. II.

[264] Idem, Annal. Benedictin. lib. 20, cap. 53.

[265] Antiquit. Italic. Dissert. LXVII.

[266] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCXXVI. Indiz. IX.

    GREGORIO II papa 12.
    LEONE Isauro imperad. 10.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 7.
    LIUTPRANDO re 15.


Cominciò in quest'anno _Leone Isauro_ una tragedia che sconvolse non
poco la Chiesa di Dio, e pose i fondamenti per far perdere l'Italia
agl'imperadori greci. Per attestato di Teofane[267], di Niceforo[268] e
d'altri storici, fra le isole di Tera, o Terasia, per alcuni giorni il
mare bollì furiosamente, uscendo da un vulcano sottomarino un fumo
infocato ed un'immensa moltitudine di pomici che si sparsero per tutta
l'Asia Minore, per Lesbo e per le coste della Macedonia, con essere nata
in quel mare un'isola, che si andò ad unire a quella di Jera. Anche a'
dì nostri, cioè nell'anno 1707, una somigliante isola sorse dal mare
poco lungi da quella di Santerine: sopra il quale avvenimento abbiamo le
osservazioni del celebre filosofo e cavaliere Antonio Vallisnieri. Per
questo naturale accidente fu grande lo spavento de' popoli anche a'
tempi di Leone Isauro, e un perfido rinegato per nome Beser, che aveva
abbracciata la superstizione degli Arabi, e s'era poi introdotto nella
corte imperiale, se non prima, certo di questa congiuntura seppe ben
prevalersi appresso l'imperadore per fargli credere irato Dio contro de'
cristiani, a cagion delle immagini che essi tenevano e veneravano ne'
sacri templi. Abbiamo dei riscontri che veramente si fossero introdotti
degli abusi nell'uso e culto delle sacre immagini, come anche si
osservava ne' tempi addietro fra i Russiani, ossia fra i Moscoviti,
uniti alla Chiesa greca. Ma questi tali abusi non fecero, nè fanno, che
per cagion d'essi s'abbiano ad abolir le stesse immagini, perciocchè,
siccome han dimostrato uomini di gran sapere, l'uso d'esse immagini e il
culto ben regolato di quelle, non solamente è lecito, ma riesce anche
utile alla pietà della plebe cristiana e cattolica. Ora Leone Augusto
infatuato della gran penetrazione della sua mente, e sedotto dal maligno
consigliere, con usurpare i diritti del sacerdozio, pubblicò un editto,
contenente l'ordine che fossero vietate da lì innanzi, e si togliessero
tutte le sacre immagini per le terre all'imperio romano suggette,
chiamando idolatria l'adorarle, ossia il venerarle. Tale fu il principio
della eresia degl'iconoclasti. Gran commozione si suscitò per questo
sconsigliato ed iniquo divieto fra i popoli suoi sudditi, detestando la
maggior parte d'essi come eretico e di sentimenti maomettani
l'imperadore: e tanto più perchè si seppe ch'egli aveva in abbominazione
le sacre reliquie e negava l'intercession de' Santi appresso Dio, cioè
impugnava dogmi stabiliti nella Chiesa cattolica, con impugnar egli
stesso la professione della fede, da lui fatta nella sua assunzione al
trono imperiale, e senza voler sopra ciò ascoltare il parer de' vescovi,
eletti da Dio per custodi della dottrina spettante alla fede. Passarono
perciò gli abitanti della Grecia e delle isole Cicladi ad un estremo con
ribellarsi all'imperador Leone, e proclamar imperadore un certo _Cosma_.
Poi messa insieme una flotta di legni sottili, ostilmente andarono sotto
Costantinopoli, e diedero battaglia a quella città, ma restò disfatta
dal fuoco greco la loro armata, e l'efimero Augusto, venuto in mano di
Leone, pagò colla testa il suo reato: con che maggiormente crebbe lo
orgoglio di esso imperadore e de' suoi seguaci per sostener l'empio
editto. Benchè poi ci manchino le lettere da lui scritte a _Gregorio II_
papa intorno alla abolizion delle sacre immagini, e le risposte a lui
date dal pontefice, pure da quanto s'andrà vedendo, chiaramente si
comprende ch'egli inviò a Roma lo editto sopraddetto, e che il santo
pontefice non solamente vi si oppose, ma dovette anche risentitamente
scriverne ad esso Leone Augusto, per rimuoverlo da questo sacrilego
disegno. Ne vedremo fra poco gli effetti. Per quanto s'ha da Andrea
Dandolo[269], succedette in questo anno la morte di _Marcello_ duca di
Venezia, e in luogo suo fu sostituito _Orso_, uno de' nobili della città
di Eraclea, e personaggio di gran prudenza e valore.

NOTE:

[267] Theoph., in Chronogr.

[268] Niceph., in Chron.

[269] Andreas Dandulus, tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCXXVII. Indiz. X.

    GREGORIO II papa 13.
    LEONE Isauro imperad. 11.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 8.
    LIUTPRANDO re 16.


Abbenchè in questi tempi per cagione della nascente eresia
degl'iconoclasti accadessero molte novità in Italia, pure non abbiamo un
filo sicuro per distinguere i tempi, e quasi neppure disbrogliare quegli
avvenimenti, de' quali i soli Anastasio bibliotecario e Paolo Diacono ci
han conservata una confusa memoria. Li riferirò io con quell'ordine che
mi parrà più verisimile. Allorchè l'imperador _Leone_ ebbe scorto[270]
quanto il romano pontefice fosse alieno dal concorrere ne' suoi perversi
sentimenti, tornò a scrivergli più imperiosamente, facendogli sapere che
ubbidisse, se gli premeva d'aver la sua grazia, altrimenti ch'egli
finirebbe d'esser papa. Allora l'intrepido pontefice _Gregorio_, ben
intendendo i pericoli della Chiesa e i propri, saggiamente si accinse
alla difesa. Con sue lettere avvisò i popoli italiani dell'insulto che
voleva fare il malvagio imperadore alla religione; cominciò a star cauto
per la propria persona; e molto più è da credere che con più vigore che
mai rispondesse a Leone. Il cardinale Baronio[271] rapporta due sue
lettere, come scritte da esso papa nell'anno precedente 726 al medesimo
imperadore. Pretende all'incontro il padre Pagi[272] che queste
appartengano all'anno 730. Forse niun di loro ha colto nel segno.
Sappiamo ben di certo che l'infuriato imperadore si diede a studiar
tutte le vie per levar dal mondo il santo pontefice. Pare che Anastasio
metta come avvenuti quegli empii suoi tentativi contro la vita del papa
prima che spuntasse la persecuzione delle sacre immagini, adducendo come
commosso a sdegno l'imperadore, perchè il pontefice Gregorio s'era
opposto all'imposizione d'un _censo_, ossia tributo, o capitazione,
ch'esso Augusto voleva esigere dai popoli d'Italia. Mette ancora
l'assedio di Ravenna quasi fatto dal re _Liutprando_ prima
dell'attentato contro esse immagini. A me sembra più verisimile che il
primo anello di questa catena sia stato l'empio editto di Leone Isauro
per cui cadde dalla sua grazia papa Gregorio, e s'imbrogliarono le cose
in Italia. Teofane[273] scrive, che dopo aver esso pontefice con sua
decretale esortato indarno l'imperadore perverso a non voler mutare i
riti stabiliti dai santi Padri intorno all'immagini, vietò che se gli
pagassero da lì innanzi i tributi. Può essere che Teofane s'ingannasse
in credere negati a Leone anche i tributi soliti, quando l'opposizione
probabilmente fu di un censo nuovo, ossia d'una capitazione, che
nuovamente si voleva introdurre; ma forse gli è da prestar fede allorchè
dice fatta cotale opposizione. Pare eziandio molto credibile che il re
Liutprando si prevalesse della buona occasione di profittar sopra gli
Stati imperiali, dappoichè vide alterati forte gli animi degli Italiani
contra del prevaricatore Augusto, il quale all'eresia aveva aggiunta la
persecuzione del papa. In fatti abbiamo da Anastasio[274] che per ordine
suo fu cospirato in Roma contro la vita del santo pontefice da _Basilio_
duca, da Giordano cartulario, e da Giovanni soprannominato Lurione, con
participazione e consenso di _Marino_ imperiale spatario, mandato
dall'imperadore col titolo di duca, ossia governatore di Roma. Volle
Iddio che non seppero mai trovare apertura di eseguir l'empio concerto,
e intanto Marino infermatosi passò al mondo di là. Arrivò dipoi _Paolo_
patrizio inviato in Italia _esarco_, e coll'intelligenza e colle spalle
di lui seguitarono i congiurati la lor trama contro del buon pontefice.
Ma venuto alla luce il loro disegno, commosso il popolo romano trucidò
Giovanni e Lurione. Basilio fu costretto a farsi monaco, e ristretto in
un monistero, quivi terminò i suoi giorni. Non istette per questo
l'esarco Paolo di proseguire nel suo sacrilego pensiero di torre la vita
al pontefice, e di sostituirne un altro a suo piacimento, per avere
libero il campo a spogliar le chiese di Roma, siccome avea fatto in
varii altri luoghi. Venne anche da Costantinopoli un altro spatario con
ordine di deporre papa Gregorio. Lo stesso esarco a questo fine raunò
quanti soldati potè in Ravenna, e gl'inviò alla volta di Roma, sperando
che con questo rinforzo i congiurati verrebbono a capo della loro iniqua
intenzione. Ma ciò risaputo, tanto il popolo romano, quanto i Longobardi
del ducato di Spoleti e della Toscana si misero in armi, e fecero buone
guardie al ponte Salario e ai confini del ducato romano, affinchè i mal
intenzionati non potessero passare. Il conte Campello nella Storia di
Spoleti, scrivendo che seguì in tal congiuntura una battaglia fra gli
imperiali e Trasmondo duca di Spoleti, colla vittoria in favore
dell'ultimo, di sua testa v'ha aggiunto questo abbellimento, non men che
l'orazione fatta da esso duca alle sue milizie. Probabilmente nell'anno
presente accaddero tutti questi movimenti e sconcerti. Dalla vita di s.
Giovanni Damasceno, scritta da Giovanni patriarca di Gerusalemme[275],
ricaviamo ch'esso Damasceno abitante in Damasco nel dominio de' Saraceni
e ministro del loro califfa, appena intese lo editto di Leone Isauro,
che prese la penna in difesa delle sacre immagini. Leggonsi le di lui
orazioni su questo argomento. Da essi Saraceni fu appunto nell'anno
presente assediata la città di Nicea, metropoli della Bitinia, ma Iddio
miracolosamente la preservò dalle loro unghie.

NOTE:

[270] Anastas., in Gregor. II.

[271] Anastas., in Gregor. II.

[272] Pagius, ad Annal. Baron.

[273] Theoph., in Chronogr.

[274] Anastas., in Gregor. II.

[275] Johannis Damasceni Oper. tom. 1.



    Anno di CRISTO DCCXXVIII. Indiz. XI.

    GREGORIO II papa 14.
    LEONE Isauro imperad. 12.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 9.
    LIUTPRANDO re 17.


Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador _Leone_ non solo
contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice
_Gregorio_ difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con
replicati ordini imperiali[276] di muovere contro di lui i popoli della
Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano,
Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i
Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera
iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa
del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco
_Paolo_, e chiunque teneva con lui, giugnendo a non volere i governatori
da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero
uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia
ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno
di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio
e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che
l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino.
Accadde poscia che anche _Esilarato_ duca di Napoli, accecato dal
desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di
quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e
venne insieme con _Adriano_ suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di
mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di
zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col
figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che _Pietro_
novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il
cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi
torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà
dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice.
Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato
lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste
brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto,
il re _Liutprando_. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e
sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano,
volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e
pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore
contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a
figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali
non sapevano digerire d'aver per signore un imperador empio, e che, per
attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re
longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la
possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col
suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua
prima impresa fosse l'assedio di _Ravenna_, dove stette sotto per alcuni
giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol
dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono[277] ed Agnello
ravennate[278], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli
arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di
quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini,
Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla
porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla
difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e
introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a
costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il
primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli
addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi
ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo
la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han
creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re
Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un
imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di
ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il _Regisole_.

Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè,
secondo Paolo, egli prese _Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium,
Buxeta et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque_. Anastasio
scrive che _Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia,
Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et
Auximana civitas se tradiderunt_. Quale di questi autori abbia copiato
l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si
conosce ben da queste parole che la città di _Osimo_ era distinta dalla
_Pentapoli_, e che _Feronianum_ era il _Fregnano_, picciola provincia
del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre
terre. _Mons Bellius_ è _Monte Veglio_ o _Monte Vio_ nel territorio di
Bologna presso il fiume Samoggia. _Verablo_ e _Busso_, o _Bussetta_, son
forse nomi guasti, non potendo qui entrar _Busseto_ posto fra Parma e
Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi
padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi
la conquista di quel luogo. _Persiceto_ è un tratto di paese spettante
negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle
Antichità italiche[279], in cui era allora compreso il celebre monistero
di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san _Giovanni in Persiceto_
ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del
ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu
occupata la città di _Narni_, nè sappiamo se la restituissero. Presero
anche il castello di _Sutri_, dipendente dal ducato romano; ma questo
nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon
papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che
l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de'
cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne
fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura
accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi il re
Liutprando nella _Pentapoli a Vico Pilleo_, una gran moltitudine di
quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco
ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati
romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In
questi tempi venne a Napoli _Eutichio_ patrizio eunuco, che altra volta
vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito
della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio
Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette
a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il
sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo
incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro
la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che
s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla
morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco
Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che
ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse
recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio,
che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava
i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener
l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo
stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma
conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro
imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente
in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero
spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo
papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e
di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine,
orazioni, digiuni e processioni, confidando più nel soccorso di Dio che
in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo
dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di
sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere
dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata
da Anastasio bibliotecario[280] e da Paolo Diacono[281], autori ben
informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente
conoscere che Teofane[282] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro,
s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro
sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma,
l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era
finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di
difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i
popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.

NOTE:

[276] Anastas., in Gregor. II.

[277] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.

[278] Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.

[279] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.

[280] Anastas. Biblioth., in Greg. II.

[281] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.

[282] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCXXIX. Indizione XII.

    GREGORIO II papa 15.
    LEONE Isauro imperadore 13.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 10.
    LIUTPRANDO re 18.


A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa _Gregorio_
all'imperador _Leone_ le due sensatissime lettere che il cardinal
Baronio[283] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a
quel tempo. Stimò il padre Pagi[284] che si dovessero riferire all'anno
730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore,
che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato
che costò la vita, o almeno di buone sassate al di lui ministro, essendo
insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono
martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano
diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un
tal fatto dopo la deposizione di s. _Germano_ dal patriarcato di
Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo
che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di
quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio
II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è
infallibile la sua asserzione. Teofane[285], che scriveva nello stesso
tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo
fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa
abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che
s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui
sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato
deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non
avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo
delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato
imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: _Ecclesias Dei
denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum
fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et
doctoris,_ etc. _consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille
nonagesimum quintum,_ etc. _Illum igitur omittens lateri tuo adjungere,
improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti._ Ma
queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel
patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi
consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche
ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non dice
assolutamente, _benchè tu avessi un tal pontefice_, ma dice: Καἰ τοι γε
τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, _benchè tu abbi
un tal pontefice_. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che
dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo
stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore
san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per
combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente
ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando
poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere
che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento,
erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per
la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il
pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore.
Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio
dei Longobardi. Camillo Pellegrino[286] dubitò che fosse scorretto il
testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal
confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi
mancano le memorie per decidere questo punto.

In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la
città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea
Dandolo[287], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio
scrive ad _Orso_ duca di Venezia, essere stata presa la città di
Ravenna, capo di tutte, _a nec dicenda gente Longabardorum_; e sapendosi
che l'esarco _nostro figliuolo_ dimora in Venezia, però gli comanda di
unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' _signori nostri
figliuoli Leone e Costantino_ grandi imperadori quella città. Non può
negarsi; questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non
lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine.
Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle
circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda _nec
dicendam_ (lo stesso è che dire _nefandam_), titolo che si dava ai
Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii
erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi
sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli,
come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti
protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e
senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego
furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal
forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire
tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si
dice, in Venezia. Se s'intende di _Paolo_ esarco, costui, per attestato
di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di
_Eutichio_, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era
scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome
vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe
solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno
725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il
Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual
tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi
ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco
_Paolo_ fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio
II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già
nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si
dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per
cagion d'esse, Ravenna fu presa. Ne abbiamo l'autentica testimonianza
dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a
Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto
avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di
queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le
immagini del medesimo Augusto, e che _i Longobardi e i Sarmati ed altri
popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice
Decapoli_ (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), _ed occupata
la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e
porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri
luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha
forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e
stoltezza dello stesso Augusto._ Adunque scorgiamo seguita l'occupazion
di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè
questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata
da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè
premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio
bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio
s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe
stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per
male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita
e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che
accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò
alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo
fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo
Paolo Diacono[288], che stando in _Ravenna Ildebrando nipote del re
Liutprando_, _e Peredeo duca di Vicenza_, all'improvviso arrivò loro
addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu
fatto prigione Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò
ucciso. Agnello ravennate[289] anch'egli lascia abbastanza intendere,
benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata;
perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice
che sdegnati i Ravegnani contra di _Giovanni_ loro arcivescovo (senza
allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per
un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti
dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli
scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di
Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si
può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della
occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di
saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata
la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della _Pentapoli_
occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da
Anastasio[290] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora
alle mani dell'esarco.

Abbiamo poi da esso Anastasio[291] che nel gennaio di quest'anno fu
veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo
che _Eutichio_ patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi
convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere
alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma
all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata
ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re
Liutprando per riavere il nipote _Ildebrando_, condotto prigione a
Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non
dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di
soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse
questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli.
Crede il conte Campelli[292] che il re mal sofferisse di vedere quei
principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non
riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato
dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della
Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò
fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio
III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i
lor doveri verso del re, _secondo l'antica consuetudine_; del che non
doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella
lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741.
Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e
perciocchè _Trasmondo_ duca di quella contrada, siccome ancora il duca
di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato
_Romoaldo II_) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si
umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli
anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito
marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il
buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re
Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e
a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del
santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a'
piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella
basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo
del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de'
braccialetti, dell'usbergo, del pugnale, della spada dorata, della
corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in
memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita
l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua
grazia ed assolvere l'esarco _Eutichio_: il che fu fatto; e poscia il re
con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno.
Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a
notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo'
lasciar di dire che in quest'anno[293] il figliuolo del principe dei
Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da'
Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di
essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie,
ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de'
Saraceni.

NOTE:

[283] Baron., Annal. Eccl.

[284] Pagius, ad Annal. Baron.

[285] Theoph., in Chronogr.

[286] Camill. Peregr., de Fin. Ducat. Beneventan., tom. 5 Rer. Ital.

[287] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[288] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.

[289] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Italic.

[290] Anastas., in Vita Zachariae Papae.

[291] Id., in Vit. Gregor. II.

[292] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 3.

[293] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCXXX. Indiz. XIII.

    GREGORIO II papa 16.
    LEONE Isauro imper. 14.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 11.
    LIUTPRANDO re 19.


Per attestato di Anastasio[294], fecesi in quest'anno una sollevazione
d'alcuni popoli nel ducato romano. Un certo _Tiberio_, per soprannome
_Petasio_, gl'indusse a ribellarsi contra dell'imperadore, e
specialmente fu a lui, come a signore, giurata fedeltà da quei di
_Maturano_, oggidì creduto _Barberano_, dal popolo di _Luni_, e da quel
di _Blera_ o _Bleda_. Credo scorretta la parola _Lunenses_, perchè Luni
città marittima, situata al fiume Magra, era sotto i Longobardi e troppo
lontana, nè potè ribellarsi contro chi non ne era padrone. Anastasio
parla di popoli posti in quella provincia romana, che oggidì si chiama
il patrimonio. Vicino a Barberano e Bleda si vede _Viano_; forse volle
parlar lo storico di quella terra. Trovavasi allora l'esarco _Eutichio_
in Roma, e turbossi forte a questo avviso; ma il buon papa _Gregorio_
fece a lui coraggio, ed animò l'esercito romano, seco mandando ancora
alcuni dei principali ministri di sua corte. Andarono i Romani, presero
il capo ribello Petasio, la cui testa fu inviata a Costantinopoli; e con
tutto ciò non poterono essi Romani ottenere l'intera grazia
dell'imperador Leone. Questi sempre più andava peggiorando nell'odio
contro le sacre immagini, e perciocchè un forte ostacolo all'esecuzion
dei suoi perversi voleri era il santo patriarca _Germano_, in quest'anno
appunto il costrinse a ritirarsi nella casa paterna, e a lui sostituì
nel patriarcato un indegno suo discepolo, nomato _Anastasio_.
L'ambizione di costui per ottenere quell'insigne dignità il trasportò ad
abbracciare e secondare gl'iniqui sentimenti dell'imperadore. Significò
egli ben tosto l'esaltazione sua al romano pontefice; ma trovandolo esso
papa macchiato degli errori iconoclastici, nol volle riconoscere per
vescovo, e gl'intimò la scomunica se non si ravvedeva dei suoi falli.
Colla scorta di questo malvagio patriarca l'imperadore più che mai si
diede a far eseguire i suoi sregolati editti, e a perseguitar chi non
voleva ubbidire, con dar anche la morte a non pochi che contrastavano a'
suoi ingiusti voleri. Credesi inoltre dal padre Pagi che per vendicarsi
del santo papa Gregorio, egli facesse staccare dal patriarcato romano
tutti i vescovati dell'Illirico, della Calabria e Sicilia, che dianzi
immediatamente dipendevano dal papa, aggregandoli al patriarcato di
Costantinopoli. Ciò apparisce da una lettera[295] di papa Adriano I a
Carlo Magno. E può dirsi che di qui traesse principio la funesta
division della Chiesa greca dalla latina: divisione in vari tempi
interrotta e non mai estinta, anzi rinforzata poi maggiormente da Fozio
e da altri ambiziosi o maligni patriarchi, e che dura tuttavia.
Nondimeno è incerto se questa smembrazione accadesse sotto questo papa,
oppur sotto il suo successore Gregorio III, come io credo piuttosto.
Veggasi all'anno 733.

NOTE:

[294] Anastas., in Gregor. II.

[295] Adriani I Papae Epistol. in fine Concil. Nic. II.



    Anno di CRISTO DCCXXXI. Indiz. XIV.

    GREGORIO III papa 1.
    LEONE Isauro imperad. 15.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 12.
    LIUTPRANDO re 20.


Fu questo l'ultimo anno della vita di papa _Gregorio II_, essendo egli
stato chiamato da Dio nel dì 11 di febbraio al premio eterno delle sue
virtù e fatiche in pro della religione cattolica, e meritevolmente
riconosciuto per santo. Verso l'ordine monastico esercitò egli non poco
la sua beneficenza, fondando nuovi monisteri, e ristorando i vecchi;
stese la sua liberalità a varie chiese; e lasciò una perpetua memoria
della sua pietà, dottrina e prudenza in mezzo di varii sconcerti della
religione e del secolo. Dopo un mese e cinque giorni di sede vacante, se
vogliamo seguitare il padre Pagi[296] ed alcuni esemplari di Anastasio
bibliotecario, fu eletto e consacrato papa, con assenso ed applauso
universale, _Gregorio III_, soriano di nazione. Ma nella vita del
medesimo presso lo stesso Anastasio si legge, ch'egli contra sua voglia
fu eletto nel tempo che si faceano i funerali al defunto Gregorio II, e
però non già un _mese e cinque giorni_, ma solamente _cinque giorni_,
dovrebbe essere durata la vacanza della Sede pontificia; se non che in
essa vita si parla solamente dell'_elezione_, restando in dubbio se
immediatamente ne seguisse la _consecrazione_, per cui veramente
l'eletto cominciava il suo pontificato. Fa un grande elogio di questo
novello pontefice Anastasio[297], o chiunque sia l'autore della sua
vita, rappresentandocelo dotto nella lingua greca e latina, che recitava
a memoria tutto il salterio, eloquente predicatore, amatore de' poveri,
redentor degli schiavi, e vivo esemplare d'ogni cristiana virtù. Non
tardò lo zelante pontefice a scrivere delle forti lettere agl'imperadori
_Leone e Costantino_, esortandoli a desistere dalla persecuzione delle
sacre immagini; e questi suoi sentimenti ed esortazioni inviò a
Costantinopoli per mezzo di Giorgio prete. Ma questi giunto colà,
veggendo l'aspro trattamento che si faceva a chiunque osava di opporsi
alle determinazioni degli Augusti, per timor della pelle se ne tornò a
Roma senza presentar quelle lettere. Confessò il suo fallo al pontefice,
il quale, sdegnato per la di lui pusillanimità, raunato il concilio,
volle degradarlo dal sacerdozio. Tante nondimeno furono le preghiere dei
padri e dei nobili laici, che si contentò di dargli una buona penitenza,
con patto che ritornasse alla corte colle stesse lettere. Andò egli in
fatti, ma dai ministri imperiali nel passare per la Sicilia fu ritenuto,
e stette quasi un anno esiliato in quelle parti. Provò in questi tempi
la Gallia qual fosse la crudeltà e l'odio de' Saraceni contro de'
Cristiani. Divenuti essi già padroni della Linguadoca, passarono il
Rodano, s'impadronirono della città di _Arles_, assediarono quella di
_Sens_, ma non poterono mettervi il piede, mercè dell'animo che fece in
tal congiuntura ai cittadini s. _Ebbone_ vescovo di quella città[298].
Distrussero poi assaissime chiese, monisteri e castella, lasciando
dappertutto segni del loro furore con incendii e stragi de' miseri
cristiani. Intanto i due eroi della Francia _Carlo Martello_ ed _Eude_
duca dell'Aquitania, in vece di volgere le armi contra di
quegl'infedeli, ad altro non pensavano che a scannarsi l'un l'altro, e a
sagrificar le vite de' popoli franchi alla loro ambizione. Toccò la
peggio in una delle due battaglie ad Eude, e Carlo per due volte entrato
nell'Aquitania, diede il guasto al paese con riportarne un immenso
bottino a casa.

Avea _Romoaldo II_, duca di Benevento[299] sposata in seconde nozze
_Ranigonda_ figliuola di _Gaidoaldo_ duca di Brescia. Ma egli terminò i
suoi giorni circa questi tempi, oppure nell'anno 733, come pensa il
Bianchi[300]. All'incontro Camillo Pellegrino fu di parere che avvenisse
la morte di quel duca nell'anno 720, e che dopo lui per due anni
governasse quel ducato un _Aodelao_, ossia _Audelao_, e che a lui
succedesse nell'anno 724 _Gregorio_, che da Paolo Diacono vien chiamato
_nipote del re Liutprando_, e creato duca da esso re. Ma avendo noi
veduto all'anno 729 che il re suddetto andò per sottomettere al suo
dominio il duca di Benevento, e volle ostaggi da esso, non par molto
verisimile che allora comandasse ai Beneventani _Gregorio_, il quale,
siccome nipote e creatura del re Liutprando, avrebbe dovuto conservar
buona armonia collo zio. Certo è che ci mancano lumi per diradar queste
tenebre; ma non è improbabile che circa i presenti tempi succedesse
l'assunzione di _Gregorio_ al ducato di Benevento, perchè torneremo a
vedere all'anno 740 irato il re Liutprando contro del duca di Benevento,
ed allora è probabile che il suddetto Gregorio non si contasse più tra i
vivi. Però sia a me lecito di riferire qui ciò che ha detto Paolo
Diacono intorno a questo affare. Scrive egli, che essendo mancato di
vita _Romoaldo II_ duca di Benevento, dopo aver comandato per ventisei
anni, lasciò dopo di sè un figliuolo di poca età, nominato _Gisolfo II_.
Contra di lui insorsero alcuni che anche tentarono di levarlo dal mondo;
ma il popolo di Benevento, avvezzo alla fedeltà verso i suoi principi,
gli salvò la vita con uccidere chi s'era sollevato contro di lui.
Probabilmente quell'_Audolao_ duca, menzionato nella Cronica di santa
Sofia[301], ma non conosciuto da Paolo Diacono, o da lui apposta omesso,
perchè considerato quale usurpatore, dovette occupar quel ducato e
tenerlo per due anni. Ora il re Liutprando, che vedeva di mal occhio lo
sconvolgimento di quelle contrade, e che dovette temere che i Greci
vicini e nemici non profittassero d'una tal turbolenza, e dell'età di
_Gisolfo II_ incapace a reggere un sì vasto dominio, e in pericolo di
perdere la vita, si portò a Benevento apposta, e levatone il fanciullo
Gisolfo, vi pose per duca _Gregorio_ suo nipote, la cui moglie si
appellò _Giselberga_. Dato in questa maniera buon sesto alle dissensioni
di quel ducato, se ne tornò il re Liutprando a Pavia, conducendo seco il
suddetto _Gisolfo_, ch'egli fece nobilmente allevare come se fosse
proprio figliuolo; e giunto che fu all'età convenevole, gli diede per
moglie _Coniberga_, ossia _Scauniberga_, di nobil sangue; e questi poi a
suo tempo fu creato duca di Benevento dal medesimo re Liutprando.

NOTE:

[296] Pagius, ad Annal. Baron.

[297] Anastas., in Gregor. III.

[298] Chron. Petav. apud Du-Chesne.

[299] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 50 et 55.

[300] Blancus, in Notis ad Paul. Diac. tom. I Rer. Italic.

[301] Chron. S. Sophiae apud Ughel. Ital. Sacr. tom. 8.



    Anno di CRISTO DCCXXXII. Indizione XV.

    GREGORIO III papa 2.
    LEONE Isauro imperad. 16.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 13.
    LIUTPRANDO re 21.


Chiarito oramai il sommo pontefice _Gregorio III_ che a nulla giovavano
presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè
desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno
presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi
d'Italia[302], fra' quali furono i principali _Antonio_ patriarca di
Grado e _Giovanni_ arcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto
il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la
scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o
bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri
prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far
sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura
perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere
per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi
detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono
tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti
poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti
Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno
seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima
disavventura, perchè furono intercetti da _Sergio_ patrizio e generale
dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati
solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per
questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto ad
_Anastasio_ usurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto a
_Leone_ e _Costantino_ Augusti intorno al medesimo affare, e le mandò
alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per
quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica
l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero
fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli
eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella
Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte
città restarono desolate dalla loro barbarie, _Eude_ duca d'Aquitania,
al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal
partito, o prima, ovvero allora pacificossi con _Carlo Martello_, e
implorò il suo aiuto contra di quegl'infedeli. Unitisi dunque i due
valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici
presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una
memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea
seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono[303] fa
menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi
restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille
e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era
sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò
qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè
stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da'
Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio
bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso
numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che
Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa
l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che
quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei
Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle
milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere
stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa
Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono
cotali avvenimenti.

NOTE:

[302] Anastas. Bibliothec., in Greg. III.

[303] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.



    Anno di CRISTO DCCXXXIII. Indizione I.

    GREGORIO III papa 5.
    LEONE Isauro Imperadore 17.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 14.
    LIUTPRANDO re 22.


Sotto quest'anno abbiamo da Teofane[304] che _Leone_ imperadore diede
per moglie a _Costantino Copronimo_ Augusto suo figliuolo una figliuola
del principe de' Gazari, cioè dei Tartari Turchi, avendo essa prima del
matrimonio abbracciata la religion cristiana, e preso il nome d'_Irene_.
Questa riportò la lode di buona principessa, studiò le sacre lettere, si
distinse nella pietà, e non mai approvò l'empie opinioni del suocero nè
del marito. Ora il medesimo Augusto Leone, in vece di accudire a
reprimere i Saraceni che in questi tempi diedero il guasto alla
Paflagonia, e si arricchirono colla rovina di que' popoli, ad altro non
pensava che a sfogare il suo sdegno contro del papa e contro di chiunque
contrastava in Roma al suo astio verso le sacre immagini. Però allestì
una poderosa armata navale per gastigarli, e sotto il comando di Mane
duca de' Cibirrei la spedì nel mare Adriatico. Confuse Iddio i di lui
perversi disegni, perchè alzatasi un'orribil burrasca, fracassò o
dissipò tutto quello stuolo, con vergogna e rabbia incredibile di chi lo
avea spedito. Altro dunque non potendo per allora l'infuriato Augusto,
imperversò contro le sostanze de' popoli della Sicilia e Calabria,
accrescendo di un terzo il tributo della capitazione. Oltre a ciò, fece
confiscare i patrimonii spettanti fin dagli antichi tempi alla Chiesa
romana, posti parimente in Sicilia e Calabria, dai quali essa Chiesa
ricavava ogni anno tre talenti e mezzo d'oro. Di questi patrimonii
usurpati alla santa Chiesa di Roma in tal occasione parlano ancora
Adriano I in un'epistola a Carlo Magno, e Nicolò I papa in un'altra a
Michele imperadore. Ne fecero in fatti varie volte istanza i sommi
pontefici agl'imperadori greci, ma sempre senza frutto, finchè i
Saraceni, siccome vedremo, vennero ad assorbir tutto. Non so mai se
potesse appartenere all'anno presente un avvenimento narrato da Agnello
storico ravennate[305], mentre era arcivescovo di Ravenna _Giovanni_
successor di _Felice_. La spedizion della flotta cesarea nell'Adriatico,
accaduta in quest'anno, e il sapere che i Ravegnani andavano d'accordo
coi sommi pontefici nel sostener le sacre immagini, e che il suddetto
Giovanni loro arcivescovo senza paura nè dell'imperadore, nè
dell'esarco, era intervenuto nel precedente anno al concilio romano
celebrato contra gl'iconomachi, mi fan credere non improbabile che in
Ravenna succedesse quanto vien raccontato dal medesimo Agnello; cioè,
che tornò di nuovo un ministro imperiale con varie navi armate per
saccheggiar Ravenna, come era accaduto negli anni addietro. Venuto quel
popolo in cognizione dell'iniquo disegno, dato di piglio all'armi, in
forma di battaglia andò ad incontrare i Greci. Finsero essi cittadini di
prendere la fuga, ed allorchè furono allo stadio della Tavola, voltata
faccia, cominciarono a menar le mani contra de' Greci. Intanto il
vescovo Giovanni, il clero e tutti i maschi e femmine restati entro la
città, vestiti di sacco e di cilicii, imploravano con calde preghiere e
lagrime l'aiuto celeste in favore dei suoi. Sentissi una voce, senza
sapersi onde venisse, nel campo ravennate, che loro intonò la sicurezza
della vittoria: laonde tutti più che mai coraggiosamente s'avventarono
contra de' Greci, i quali, vedendo rotta un'ala dell'esercito loro,
presero la fuga, con ritirarsi nelle navi chiamate dromoni. Allora i
Ravennati saltarono anch'essi nelle lor barchette e picciole caravelle,
e furono addosso ai nemici, con ucciderne assaissimi, e precipitarne
molti nel braccio del Po, che in questi tempi arrivava fino a Ravenna,
di maniera che per sei anni dipoi la gente si astenne dai pesci di quel
fiume. Questo conflitto accadde nel dì 26 di giugno, giorno de' santi
Giovanni e Paolo, solennizzato dipoi da lì innanzi dal popolo di Ravenna
quasi al pari del dì santo di Pasqua, con addobbi e con una processione
in rendimento di grazie a Dio, perchè restasse in quel dì liberata la
città dal mal talento de' Greci. Veramente sembra che non s'intenda come
stando allora in Ravenna l'esarco _Eutichio_ e seguitandovi a stare
dipoi, il popolo di quella città si rivoltasse contra de' Greci, e
continuasse poscia a far festa di quel prosperoso successo. Ma è da
avvertire, che tanto in Roma che in Ravenna s'era sminuita di molto
l'autorità degli esarchi, e questi navigavano come poteano.
Nell'esercizio della giustizia e ne' tributi ordinarii era prestata loro
ubbidienza; ma di più non veniva loro permesso, essendo quei popoli
risoluti di sostener le sacre immagini, e di non lasciarsi opprimere
dalle violenze indebite dell'empio imperadore. Era certo allora in
disgrazia d'esso Augusto anche papa Gregorio III; e pure sappiamo da
Anastasio[306] che questo pontefice ottenne dall'esarco Eutichio sei
colonne onichine, le quali furono da lui poste nel presbiterio della
basilica vaticana con travi soprapposti, tutti coperti con lastre
d'argento effigiate. Vi pose ancora varii gigli e candellieri alti
alcune braccia per le lucerne, tutti di argento, pesanti libbre
settecento. Quel tanto dirsi da altri scrittori greci, che l'Italia
s'era sottratta all'ubbidienza di Leone Isauro, non si dee credere che
sia affatto senza fondamento.

NOTE:

[304] Theoph., in Chronogr.

[305] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., tom. 2 Rer. Italic.

[306] Anastas. in Gregor. III.



    Anno di CRISTO DCCXXXIV. Indizione II.

    GREGORIO III papa 4.
    LEONE ISAURO imperadore 18.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 15.
    LIUTPRANDO re 23.


Circa questi tempi potrebbe essere accaduta la fondazione di _Città
Nuova_ fatta dal re Liutprando, quattro miglia lungi da Modena, sulla
via Emilia, ossia Claudia, come da assaissimi secoli in qua noi diciamo.
Doveano essere in quella parte del territorio modenese dei boschi, e
niuna casa, e però quivi nascondendosi gli assassini, infestavano la
strada regale della Lombardia, che passava per colà. Ora venne in mente
al re di fabbricar quivi una terra o città, con piantarvi una colonia di
Modenesi, acciocchè da lì innanzi restasse il passo ben guardato dagli
assassini. Quivi tuttavia nella facciata della parrocchiale di san
Pietro, che sola resta di quell'illustre luogo, ne esiste la memoria in
un marmo, benchè logorato dal tempo e mancante nel fine. Le parole che
ivi si leggono, son le seguenti in lettere romane:

    HAEC XPS FVNDAMINA POSVIT FVNDATORE
    REGE FELICISSIMO LIVTPRAND PER EVM CEB...
    HIC VBI INSIDIAE PRIVS PARABANTVR,
    FACTA EST SECVRITAS, VT AX SERVETVR.
    SIC VIRTVS ALTISSIMI FECIT LONCIBARD.
    TEMPORE TRANQVILLO ET FLORENTISS.
    OMNES VT VNANIMES.... PLENIS PRINC....

Dissi illustre luogo, perchè nominato anche nel testamento di Carlo
Magno, e veramente divenuta città dove dimorava un _conte_, cioè un
governatore, o un _gastaldo_, cioè un regio uffiziale che amministrava
giustizia, come ho con varii documenti provato nelle Antichità
italiche[307]. Dopo il mille andò in rovina essa _Città Nuova_,
probabilmente perchè il popolo di Modena volle maggiormente ampliare e
popolare la propria città. Dura nondimeno tuttavia il nome della villa
di _Cittanova_.

NOTE:

[307] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.



    Anno di CRISTO DCCXXXV. Indizione III.

    GREGORIO III papa 5.
    LEONE Isauro imperadore 19.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 16.
    LIUTPRANDO re 24.


Godeva intanto _Gregorio_ papa pace, quantunque non godesse della grazia
dell'imperadore _Leone_ Iconomaco, perchè i Greci non aveano forza o
maniera di comandare a bacchetta in Roma, e il popolo romano si trovava
unito per sostener l'onore delle sacre immagini, e per non lasciarsi
calpestare dall'adirato Augusto, cui per altro riconoscevano per loro
signore. Attendeva dunque esso papa a ristorare ed ornar le chiese, ad
ergere monisteri, e lasciar dappertutto segni della sua pia munificenza,
che sono diligentemente annoverati nella di lui vita presso
Anastasio[308]. All'incontro Leone Augusto era intento a punire o colla
morte o coll'esilio chiunque ardiva di difendere il culto delle sacre
immagini, e non mancarono de' martiri sotto di lui e de' suoi successori
per questo. Venuto a morte nell'anno presente _Eude_ celebre duca
d'Aquitania e Guascogna[309], _Carlo Martello_, governatore di nome, re
di fatti, della monarchia franzese, corse tosto ad occupar coll'armi
quelle contrade. Avea Eude lasciato dopo di sè due figliuoli, _Unaldo_ e
_Attone_ (lo stesso è che _Azzo_ ed _Azzone_), i quali vigorosamente
sostennero, finchè ebbero forze, le loro ragioni. Durò la guerra fino
all'anno seguente, in cui, o, siccome io credo, che si venisse ad un
aggiustamento, o che Carlo volesse acquistarsi la gloria di principe
moderato, si sa che egli dichiarò e lasciò ad _Unaldo_ tutto quel
ducato, o almen parte d'esso, ma con obbligarlo a giurar fedeltà ed
omaggio non già al re Teoderico IV, ma a sè stesso, e a _Pippino_ e
_Carlomanno_ suoi figliuoli. Altrettanto avea egli fatto nell'anno
precedente nel ricuperar Lione ed altre città dalle mani de' Saraceni, e
nello impossessarsi del regno della Borgogna, con porre ivi dei suoi
uffiziali e vassalli, come in paese di suo proprio dominio. In questa
maniera andava egli istradando sè stesso, oppure i suoi figliuoli al
regno: il che si vedrà effettuato a suo tempo. E perciocchè il saggio re
_Liutprando_ coltivava con gran cura l'amicizia coi re franchi e con
esso Carlo Martello, e all'incontro per le sue mire alla corona anche
Carlo Martello si studiava di mantener buona intelligenza col medesimo
re Liutprando, volle circa questi tempi (e forse prima) lo stesso Carlo
dare un solenne attestato della sua confidenza ed amistà al re suddetto.
Pertanto mandò a Pavia _Pippino_ suo primogenito a visitar
Liutprando[310], e a pregarlo che volesse accettarlo per figliuolo
d'onore. Volentieri acconsentì il re Liutprando, e la funzione ne fu
fatta con tutta solennità, avendo esso re di sua mano tagliati i capelli
al giovane Pippino, con che si veniva, per testimonianza di Paolo
Diacono, a significare, secondo lo stile d'allora, che il teneva da lì
innanzi per suo figliuolo. Poscia, dopo averlo regalato con magnifici
doni, il rimandò in Francia al suo padre naturale.

NOTE:

[308] Anastas., in Gregor. III.

[309] Continuator Fredegarii, T. I. Du-Chesne.

[310] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 53.



    Anno di CRISTO DCCXXXVI. Indizione IV.

    GREGORIO III papa 6.
    LEONE Isauro imperad. 20.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 17.
    LIUTPRANDO re 25.
    ILDEBRANDO re 1.


Accadde che sul principio di questo anno gravemente s'infermò il re
_Liutprando_ di tal malore, che arrivò ai confini della vita, e
comunemente si credè ch'egli fosse spedito[311]. Raunatasi per questo la
dieta de' signori longobardi, di comun consentimento fu eletto e
proclamato re _Ildebrando_, ossia _Ilprando_, nipote del medesimo re
Liutprando. Seguì tal funzione fuori della città di Pavia nella chiesa
di s. Maria alle Pertiche. E perchè era in uso di conferire questa
sublime dignità con presentare un'asta al nuovo re, accadde che un
cuculo, uccello, venne a posarsi su quell'asta, mentre Ildebrando la
teneva in mano. Dai saggi di quel tempo, che badavano forte agli
augurii, fu preso questo maraviglioso accidente (se pure s'ha da credere
vero) per un prognostico che di niun uso sarebbe il principato d'esso
Ildebrando. Si riebbe il re Liutprando dalla sua pericolosa malattia, e
venuto in cognizione di quanto avevano operato i Longobardi, se l'ebbe a
male. Tuttavia come principe prudente lasciò correre il fatto, ed
accettò per collega il nipote, e negli strumenti si cominciarono a
contare gli anni ancora di lui. S'era creduto in addietro dal Sigonio e
da altri che l'elezion d'Ildebrando fosse accaduta nell'anno 740, perchè
Paolo Diacono spesse volte confonde l'ordine de' tempi; ma Francesco
Maria Fiorentini con rapportar le note cronologiche[312] di uno
strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, da me poscia dato alla
luce[313], mise in chiaro che nel _marzo_ del corrente anno correva
l'_anno primo_ del medesimo _re Ildebrando_. Sarebbe nondimeno restato a
me non poco dubbio che negli ultimi mesi dell'anno 735 fosse conferito
ad esso Ildebrando il titolo di re, dopo aver io osservato nel suddetto
archivio lucchese altre memorie che sembrano insinuarlo. Veggasi la
dissertazione de Servis[314] nelle mie antichità italiane. Ed avrei ciò
tenuto per indubitato, se non mi fossi incontrato in una pergamena,
scritta nel dì _primo di febbraio_ del presente anno, in cui si vede
notato l'_anno XXIV_ del re Liutprando, senza che vi si parli del re
Ildebrando. A questi tempi mi fo io lecito di riferire la restituzione
fatta dal castello di Gallese da _Trasmondo_ duca di Spoleti, narrata da
Anastasio bibliotecario[315]. Era dianzi questa terra pertinenza del
ducato romano, l'avevano occupato i Longobardi Spoletini, e per cagion
d'essa passavano continue risse fra esso ducato romano e quello di
Spoleti. Studiossi il buon papa _Gregorio III_ di metter fine a queste
contese, e una considerabil somma di danaro sborsato al duca Trasmondo
quella fu che l'indusse a renderla ai Romani: con che cessò ogni nimistà
e dissapor fra loro.

NOTE:

[311] Idem, ibid., c. 57.

[312] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.

[313] Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.

[314] Ibid., Dissert. XIV.

[315] Anastas., in Gregor. III.



    Anno di CRISTO DCCXXXVII. Indiz. V.

    GREGORIO III papa 7.
    LEONE Isauro, imperad. 21.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 18.
    LIUTPRANDO re 26.
    ILDEBRANDO re 2.


Per attestato di Andrea Dandolo[316], essendo nata una civile discordia
fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca _Orso_;
e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo
duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad
un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E
questi fu _Domenico Leone_, primo ad esercitar quella carica. Crede il
medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto,
raccontato da Paolo Diacono[317], ma che forse appartiene ad alcuno
degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli _Pemmone_, postovi
dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia _Callisto_. Ora nei tempi
addietro avvenne che _Fidenzio_ vescovo della città di Giulio-Carnico,
capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a
cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai
precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal
di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo
questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[318].
Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto _Amatore_,
che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de'
patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[319], si legge che a
Fidenzio succedette _Federigo_, e a Federigo _Amatore_. Gran tempo era
che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città
disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle
isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[320], terra
della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un
vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed
abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e
fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli
era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee.
Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e
forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del
Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo
vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi
serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca
Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca,
e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco
che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e
contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si
nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega
violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato
Pemmone, e conoscendo _Ratchis_ suo figliuolo per uomo valoroso, il creò
duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di
fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il
figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza
che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei
nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò
alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli
tutti ammessi, donò a Ratchis _Pemmone_ di lui padre, ed inoltre
_Ratcait_ e _Astolfo_ di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua
sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili.
Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa
ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re;
ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a
que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè
inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella
basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza,
meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una
lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca _Callisto_,
liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica
suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s.
Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in
quest'anno _Teoderico IV_, re de' Franchi, e per cinque anni stette la
Francia senza re, governando gli stati _Carlo Martello_, il quale è da
maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso
Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de'
Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione
del Continuator di Fredegario[321], s'impadronirono della città di
Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse
con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca,
posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i
Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città.
Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla
sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi
vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la
Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne
tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[322] fa menzione di questa
vittoria.

NOTE:

[316] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[317] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.

[318] Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.

[319] Anecdot. Latin., tom. 4.

[320] _Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio
abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati
dell'imperadore._

[321] Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.

[322] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.



    Anno di CRISTO DCCXXXVIII. Indiz. VI.

    GREGORIO III papa 8.
    LEONE Isauro imper. 22.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 19.
    LIUTPRANDO re 27.
    ILDEBRANDO re 3.


Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed
apostolo della Germania s. _Bonifacio_[323], le cui continuate fatiche
per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non
si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal
pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al
merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver
ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe
dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice
ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se
ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o
spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece
un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e
profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo
Diacono[324], _Gregorio_ duca di Benevento, nipote del re Liutprando,
venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per _sette
anni_. Gli succedette _Godescalco_ duca, che solamente per _tre anni_
tenne quel ducato, ed ebbe per moglie _Anna_. Fu allo incontro di parere
Camillo Pellegrino[325] che la morte del suddetto Gregorio accadesse
nell'anno 729, e che Godescalco campasse _quattro anni_ nel ducato:
tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso
l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi[326] e il signor Sassi[327]
pensano che _Gregorio_ terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli
succedesse allora _Godescalco_. Forse che i fatti a noi somministrati
dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a
queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo[328], che nell'anno presente
fu governata Venezia da _Felice Cornicola_ maestro de' militi, o vogliam
dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone
maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che _Deusdedit_,
ossia _Diodato_, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato
dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.

NOTE:

[323] Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.

[324] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.

[325] Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.

[326] Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.

[327] Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.

[328] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCXXXIX. Indiz. VII.

    GREGORIO III papa 9.
    LEONE Isauro imperad. 23.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 20.
    LIUTPRANDO re 28.
    ILDEBRANDO re 4.


Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la
Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono[329], la città d'Arles,
e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello,
governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare
in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con
dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente
mantenne sempre colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere
per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove
conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata
marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i
Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca.
Si sa dal Continuatore di Fredegario[330] che Carlo Martello anch'egli
con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e
città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì
al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo
esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne
monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del
vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p.
Mabillone[331], e, siccome egli e il p. Pagi[332] hanno osservato, le
note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in
cui il fondatore _Abbone_, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo
un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là
dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e
molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran
copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri _pro
redemptione animae suae_. Si legge ancora la cronica antica d'esso
monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta[333] nel corpo
_Rerum Italicarum_, ma contenente fra molte verità non poche favole. E
perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle
famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla
fondazione de' lor monisteri, non bastò a quei della Novalesa di avere
_Abbone_, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo
_Abbone_ fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata
in esso Abbone. Ho io osservato altrove[334], che anche in Padova col
tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina
_Opilione patrizio_, ma con documenti che non sussistono. Quello della
Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il
cospicuo monistero di _Breme_, o _Bremido_ nel Monferrato, e tuttochè
decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue
prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in
commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco
Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi _Ratchis_ duca
del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e
perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al
principe d'esso Friuli[335], col suo esercito entrò nella Carniola da
essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto
il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al
medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo
scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse
sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e
questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente,
secondo l'asserzione di Andrea Dandolo[336], creato maestro de' militi,
cioè governatore di Venezia, _Deusdedit_ figliuolo del duca _Orso_,
ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in
ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.

NOTE:

[329] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.

[330] Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.

[331] Mabill., Append. de Re Diplomatica.

[332] Pagius, ad Annal. Baron.

[333] Rer. Ital. P. II, tom. 2.

[334] Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.

[335] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.

[336] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCXL. Indizione VIII.

    GREGORIO III papa 10.
    LEONE Isauro imperad. 24.
    COSTANTINO Copronimo Augusto 21.
    LIUTPRANDO 29.
    ILDEBRANDO re 5.


S'imbrogliarono in quest'anno non poco gli affari d'Italia, ma senza che
a noi sia pervenuta notizia de' veri motivi di questa turbolenza. Altro
non sappiamo da Paolo Diacono[337], se non che _Trasmondo_ duca di
Spoleti si ribellò contra del re Liutprando. Però esso re passò a quella
volta coll'esercito, affine di dargli il dovuto gastigo. Alle forze di
questo re, e re bellicoso, non potè resistere Trasmondo, e lasciato in
balia di lui tutto il paese, scappò a Roma: dopo di che Liutprando creò
duca di Spoleti _Ilderico_ suo fedele. Ascoltiamo ora Anastasio[338], o
chiunque sia l'autore della Vita di papa Zacheria, che ci ha conservato
varie particolarità di quegli avvenimenti. Scrive egli che l'Italia e il
ducato romano furono in gran turbazione, perchè essendo perseguitato dal
re Liutprando Trasmondo duca di Spoleti, questi si rifugiò in Roma. Fece
istanza il re per averlo nelle mani, perchè probabilmente v'era
convenzione fra l'uno e l'altro stato di darsi vicendevolmente i ribelli
e servi fuggitivi. Ma papa _Gregorio III_ e _Stefano_ patrizio e duca, e
l'esercito romano ricusarono di darlo. Per questo rifiuto, irritato il
re, entrò nel ducato romano, e colla forza s'impadronì di quattro città
romane, cioè di Amelia, Orta, Polimarzo (ossia Bomarzo, creduto da altri
Palombara) e Blera, ossia Bleda. Ciò fatto, e lasciate quivi delle buone
guarnigioni, se ne tornò a Pavia, correndo il mese d'agosto della
_Indizione II_. Convengono gli eruditi in credere che s'abbia quivi a
scrivere nella _Indizione VIII_ corrente fino al settembre dell'anno
presente. Ma da che si vide Liutprando allontanato cotanto da quelle
contrade, Trasmondo fatta lega coi Romani, e tirato in essa anche
_Godescalco_ duca di Benevento, si mise all'ordine per ricuperare il
perduto ducato. Raunossi a questo effetto quanto v'era di soldatesche
nel ducato romano, e da due parti entraron quegli armati nelle terre di
Spoleti. I primi a darsi furono quei di Marsi, di Forconio, di Valva e
di Penna, terre d'esso ducato, oggidì del regno di Napoli. Entrati gli
altri nella Sabina (parte allora del medesimo ducato), trovarono il
popolo di Rieti ubbidiente ai loro cenni. Così felici successi furono
cagione che Trasmondo senza fatica ricuperasse anche la città di
Spoleti, e tutto insieme il restante del ducato. Il conte di
Campello[339], a cui la immaginazione sua forniva tutti i colori per
descrivere quei fatti, come se vi fosse stato presente, quantunque
confonda non poco i tempi e le imprese, scrive che _Ilderico_, posto dal
re Liutprando per duca in quelle contrade, restò ucciso in questi
contrasti. Onde l'abbia egli preso nol so, nè si veggono le citazioni
ch'egli qui aveva promesso. Ora certo è che quel ducato ritornò
all'ubbidienza di Trasmondo. Nel registro del monistero di Farfa si
legge una donazione d'esso duca, fatta _mense januario Indictione VIII_,
che potrebbe appartenere a quest'anno prima della ribellione. Chi poi di
sua testa vuol qui farci credere che Liutprando altro motivo per
imprendere questa guerra non avesse fuorchè l'ansietà di sottomettere al
suo totale dominio i duchi e ducati di Spoleti e Benevento, e che Leone
Isauro avesse mano in questi torbidi per opprimere i papi contrarii alle
sue perverse opinioni, parlano in aria, qualora non adducano la autorità
degli antichi. In quest'anno, per attestato del Dandolo[340], fu
governata Venezia da _Gioviano_, o _Giuliano_ Ipato, cioè _console
imperiale_, uomo nobile e cospicuo per le molte sue virtù, in riguardo
delle quali egli meritò un sì fatto onore[341]. Ciò che significhi
questo titolo, già ce lo ha detto il Dandolo, siccome ancora chi lo
conferisse. Ma c'è un bel passo a noi conservato da Francesco Sansovino,
che egregiamente dà lume ad esso e a noi cognizione dello stato di
questi tempi. Parla de' popoli dell'Istria, i quali nell'anno 804
sottoposti a Carlo Magno e a Pippino suo figliuolo re d'Italia, si
lagnavano in una scrittura di _Giovanni_ duca, loro governatore[342].
_Ab antiquo tempore_, diceano essi, _dum fuimus sub potestate Graecorum
imperii, habuerunt parentes nostri consuetudinem habendi actus
tribunati, domesticos, seu vicarios, necnon loci servatores. Et per
ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu
unusquisque pro suo honore. Et qui volebant meliorem honorem habere de
tribuno, ambulabant ad imperium_ (imperatorem), _qui illum ordinabat
hypatum. Tunc ille, qui imperialis erat hypatus, in omni loco secundum
illum magistratum militum praecedebat._ Così noi troviamo nelle città di
Napoli, di Gaeta e di Amalfi, sottoposte ai greci Augusti, i governatori
di esse, col titolo ora di _duchi_, ora d'_ipati_, ossia di _consoli_ ed
ora di _maestri de' militi_.

NOTE:

[337] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.

[338] Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.

[339] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.

[340] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[341] _Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani,
sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della
repubblica._

[342] Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.



    Anno di CRISTO DCCXLI. Indizione IX.

    ZACHERIA papa 1.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 22 e 1.
    LIUTPRANDO re 30.
    ILDEBRANDO re 6.


L'ultimo anno della vita di _Leone Isauro_ imperadore fu questo.
Un'idropisia il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno,
con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui
cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio
_Costantino Copronimo_, principe peggiore e più crudele del padre, de'
cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[343]. Ma sul
principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita.
Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando _Artabasdo_ o
_Artabaso_, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona
di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che
Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il
popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il
creduto defunto Augusto. Anche il patriarca _Anastasio_, uomo iniquo,
che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato
mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con
giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle
orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore
_Artabasdo_, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove,
per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le
sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato
alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di
Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche
qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi
sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in
collera il re _Liutprando_ contra di Trasmondo per avere, ad onta di
lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che
s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor
forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui
sogliono i re uscire per far guerra, con una poderosa armata s'incamminò
verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra
dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[344], poco
curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il
re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio,
fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile
che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re
giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco
situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano
posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo.
Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli
data la retroguardia a _Ratchis_ duca del Friuli e ad _Astolfo_ suo
fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso
de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani.
Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente
a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli
avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti
alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più
valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato
per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire,
e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito;
ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando
di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la
fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi
Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli
alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno
giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo
rotolar giù nel fiume.

Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno
728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè
dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea
l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene,
prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a
_Carlo Martello_ reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero
de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo
Anastasio[345], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso.
Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa
_Gregorio III_ per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di
Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il
ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal
continuatore di Fredegario[346] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una
dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per
l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro
con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[347] faccia
menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le
dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che
Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei
Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di
levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea
soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma
col titolo di _console_, ossia di _patrizio_. Carlo Martello con
ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de'
suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii
indietro, unì con loro _Grimone_ abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco
rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non
dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che
chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al
medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal
Baronio[348] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: _Conjuro te per
Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis
beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam
regum Langobardorum amori principis Apostolorum_, ec. E negli Annali di
Metz presso il Du-Chesne[349] si legge che in tal occasione papa
Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera _col decreto de'
principali Romani_, contenente che il popolo romano, _relicta
imperatoris dominatione_, desideravano di mettersi sotto la difesa ed
invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico
del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora
da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da
Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[350], che egli loro raccomanda la cura
e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici,
siccome l'aveano avuta _Carlo_ suo bisavolo, _Pippino_ avolo, _Carlo_
genitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello
accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco
anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in
essa Roma totalmente il dominio imperiale.

Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire
Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta
contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che
non si può bene sciogliere, e convien solo giocar ad indovinare. Nè
Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse
all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in
fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio
III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che
questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che
i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a
noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il duca
_Godescalco_; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione.
Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando
l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze
sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si
disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli
eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non
solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato
romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si
stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri
andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi
brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le
due lettere suddette[351] a Carlo Martello, colle quali, il più
pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre
cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso
Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e
livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla
luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando
per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a
ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo
stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i beni del
beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il
prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano
d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento,
perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente
perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi
contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè
dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro
i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor
doveri verso dei re _secondo l'antica consuetudine_. Nell'altra lettera
torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con
aver tolto _omnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum.
Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem
redacta_. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda
fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana,
con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di
questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti
anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in
pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo
zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato
aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da
lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire
all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è
probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando,
giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i
sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale
è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato
alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III
non parla quivi d'essa _basilica_, parla della _Chiesa di s. Pietro_,
cioè della _Chiesa romana_, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali
ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in
questa maniera le chiese _di sant'Ambrosio_ di Milano, di _san
Giminiano_ di Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che
i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii,
dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in
infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei
lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando
andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica
sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia
l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa
insussistente empietà.

Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella
guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito
da Paolo Diacono[352], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla
testa di cui era _Agatone_ duca di Perugia, vennero per ritorre
_Bologna_ dalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi
uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa
sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto
misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella
memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo
nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile
barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa
inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge
presso il conte Malvasia[353]. Eccone le parole.

     VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE
    DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE
    ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI
    BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE
    BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA
    PRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VAS
    IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS
    ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT
    DEVS REQVIRET

Per altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi
dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente
guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo
da Anastasio[354], che non intervenne il popolo romano alla difesa di
Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato
di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè
Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si
prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città
dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto
altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re
Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del
ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il pontefice _Gregorio III_,
con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della
sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso
autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce
monsignor Fontanini[355] una lettera non più veduta di questo papa,
cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal
Deusdedit. Essa è scritta ai vescovi _Tusciae Langobardorum_, con
pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario, _ad obsecrandum
et Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito
beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et
Hilprando. _ Leggesi la data_ idus octobris Indictione IX_, cioè,
secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci
probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi
soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di
Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o
città seguisse _anno praeterito_, cioè nell'anno 740, siccome ho detto;
e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima
che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece
d'_Indictione IX_, si abbia a leggere _Indictione X_, se pure
l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual
caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa
quivi sapere che _Perugia_ era la capitale _della Toscana de'
Longobardi_, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione,
perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un
ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio,
abbiam veduto poco fa _Agatone duca di Perugia_ uffizial de' Romani,
ossia degl'imperiali; e però neppur si vede che _Perugia_ in questi
tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad
essi spettante.

Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romano
_Zacheria_ di nazione greco, personaggio di gran benignità, di tutta
bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con
fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin
verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa[356],
trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in
vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in
Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con
esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo
romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette
quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca
di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando
questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo
di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono
insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era
scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re
Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò
ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il
padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di
Spoleti _Ansprando_, ossia _Agiprando_, suo nipote. Così Anastasio, così
Paolo Diacono[357]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in
aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile
l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate
di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato
presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi
nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che
Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai
Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro
rifiuto occupò le quattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne
tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora
vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio
ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più
propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo
Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera
di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente
perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa
Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore,
consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo:
il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni.
Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di Venezia _Giovanni
Fabriciaco_, per quanto attesta il Dandolo[358]. Ma costui non arrivò a
compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli
cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno
finì di vivere dopo lunga malattia _Carlo Martello_, reggente per tanti
anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui
riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti
tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad
occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì
delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante
guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai
suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e
servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso
suddetto. Restarono di lui tre figliuoli _Carlomanno_, e _Pippino_, nati
dalle prime nozze, e _Griffone_ dalle seconde. Non accordandosi i due
primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e
confinato in una prigione, e _Sonichilde_ sua madre in un monistero. Il
cognome di _Martello_ dato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno
degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle
storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.

NOTE:

[343] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chronic.

[344] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54 et 56.

[345] Anastas., in Vit. Stephan. III.

[346] Continuator Fredegar., inter Opera Greg. Turonen.

[347] Anastas., in Gregor. III, et in Additamen.

[348] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 740.

[349] Du-Chesne, tom. 3 Rer. Franc.

[350] Baluzius, Capitular. Regum Francor. tom. 1, pag. 685.

[351] Labbe, Concilior., tom. 6.

[352] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.

[353] Malvasia, Marm. Felsin. Section. IV, c. 10.

[354] Anastas., in Zachar.

[355] Fontaninius, in Antiquit. Hort., lib. 2, c. 7.

[356] Anastas., in Zachar.

[357] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.

[358] Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCXLII. Indizione X.

    ZACHERIA papa 2.
    COSTANTINO Copronimo imperatore 23 e 2.
    LIUTPRANDO re 31.
    ILDEBRANDO re 7.


O nel precedente anno, o pur nel presente dee ragionevolmente essere
accaduta la mutazione fatta nel ducato beneventano. Paolo Diacono[359]
immediatamente dopo la presa di Spoleti seguita a dire che il re
Liutprando s'incamminò alla volta di Benevento con tutte le sue forze
per punire _Godescalco_ duca, siccome vedemmo, rivoltato contra di lui.
Ma non aspettò Godescalco l'arrivo del re armato e vittorioso. Fece
trasportare in nave tutte le preziose suppellettili del palazzo e la
moglie sua, con pensiero di fuggirsene in Grecia. A lui nulla giovò,
perchè mentre anch'egli va per imbarcarsi, i Beneventani parziali di
_Gisolfo II_, gli furono addosso e l'ammazzarono. Ebbe sua moglie la
fortuna di salvarsi e di ricoverarsi con tutto il suo avere a
Costantinopoli. Uno dei suoi reati presso il re Liutprando vo io
intendendo che fosse l'aver egli al suo dispetto preso il ducato di
Benevento senza rispettare l'autorità regale, e in pregiudizio dei
diritti competenti a _Gisolfo II_, siccome figliuolo di _Grimoaldo II_
duca. Comunque sia, arrivato Liutprando a Benevento, quivi pose per duca
esso _Gisolfo_. Però non si può mai menar buono a Camillo
Pellegrino[360] il pretendersi da lui che la caduta di Godescalco e la
assunzione di Gisolfo II sieno da riferire all'anno 752. Senza documenti
autentici non oserei io qui di contrariare a Paolo Diacono, scrittore
del presente secolo, che chiaramente mette in questi tempi la mutazione
suddetta. E però essa appartiene all'anno presente, ovvero all'anno
antecedente. Dopo avere stabilita la quiete nel ducato di Benevento, se
ne tornò indietro il re Liutprando, e mentre era nella città di Orta,
udì che papa _Zacheria_ s'era mosso da Roma per venire a trovarlo. Per
quante lettere avesse scritto il buon pontefice, non avea finora veduto
adempiuta la promessa fatta da esso re di restituire le quattro città
occupate al ducato romano: laonde si determinò di andar egli in persona
a farne istanza, ben persuaso che la maestà, da cui è accompagnato il
sublime grado di un romano pontefice, leverebbe tutti gli ostacoli
all'esecuzion de' trattati. Nè si ingannò[361]. Partito da Roma col suo
clero, animosamente si mise in viaggio per abboccarsi con Liutprando.
Appena intese il re questa sua mossa, che spedì ad incontrarlo
_Grimoaldo_ suo ambasciatore, da cui fu condotto fino a Narni. Poscia
mandandogli incontro i suoi duchi e primi uffiziali con alcuni
reggimenti di soldati, che andarono a riceverlo otto miglia lungi da
Narni, e il condussero in un venerdì a Terni città del ducato di
Spoleti. In quella città davanti alla porta della basilica di s.
Valentino se gli presentò con tutta riverenza il re Liutprando,
accompagnato dal resto dei suoi uffiziali e soldati. Entrati nella
chiesa, fecero le loro orazioni, ed usciti che furono, il re quasi per
un mezzo miglio ossequiosamente addestrò il pontefice; ed amendue
stettero quel dì nelle loro tende. Nel sabbato seguente seguì un
abboccamento, in cui il saggio pontefice con tal grazia ed efficacia
perorò, che tutta la politica infine s'inchinò alla religione.
Liutprando non solamente accordò la pronta restituzione di quelle città,
_due anni prima_ occupate, con tutti i loro abitatori, e ne fece la
donazione in iscritto; ma concedette ancora tutto quanto seppe dimandare
il papa. Cioè ridonò a s. Pietro il patrimonio, ossia i poderi della
Sabina, che trenta anni avanti gli erano stati tolti, e i patrimonii di
Narni, di Osimo, d'Ancona e di Numana, e la valle chiamata Grande nel
territorio di Sutri; e confermò la pace col ducato romano per venti anni
avvenire. Oltre a ciò, donò al pontefice tutti i prigioni da lui fatti
in varie provincie de' Romani, ed anche i Ravennati, con Leone, Sergio,
Vittore ed Agnello consoli di quella città, e spedì lettere in Toscana e
di là dal Po, acciocchè fossero messi in libertà. Or vegga il lettore se
meritava questo re che la sua memoria fosse denigrata cotanto negli
Annali ecclesiastici. Dimandò il re al papa che si degnasse di ordinare
un vescovo in Narni, il cui nome non sappiamo, giacchè era mancato di
vita _Consignense_, ossia _Costantino_, pastore di quella Chiesa, e il
papa lo compiacque. Fu fatta la funzion della consecrazione alla
presenza del re e della sua corte, e sì pia e maestosa comparve, che
molti de' Longobardi non poterono ritener le lagrime per la divozione.
Venuta la domenica, dopo la messa solenne invitato il re andò a pranzo
col papa, e passò il convito con tal piacere, ch'esso re confessò dipoi
di non aver mai mangiato in sua vita con tanto gusto. Nel lunedì si
partì il buon pontefice, e il re mandò in sua compagnia _Agiprando_ duca
di Chiusi suo nipote, e _Taciperto_ gastaldo di Toscanella, e Grimoaldo,
non tanto per onorarlo, quanto perchè gli dessero il possesso delle
soprannominate quattro città: il che fu da loro puntualmente eseguito.
In questa maniera se ne tornò a Roma carico di allori il santo padre, e
perciò accolto con incredibili acclamazioni dal popolo, al quale ordinò
di fare una general processione a s. Pietro, per rendere grazie a Dio
del buon successo dei suoi passi. Queste cose accaddero, dice Anastasio,
nell'_indizione decima_ dell'anno corrente; e però s'intende che
nell'anno 740 erano state occupate quelle quattro città, _ante
biennium_. Abbiamo poi da Niceforo[362] che in quest'anno _Artabaso_
dominante in Costantinopoli dichiarò imperadore e collega _Niceforo_ suo
figliuolo, con farlo coronare dal patriarca Anastasio. Per attestato di
Teofane[363] e di Elmacino[364], diede fine alla sua vita nell'anno
presente _Iscamo_ califa ed imperadore de' Saraceni, il quale, secondo
la testimonianza di Roderico da Toledo[365], signoreggiò l'Iconia, la
Listria, l'Alapia, la Caldea, le due Sorie, la Media, l'Ircania, la
Persia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Giudea, l'Egitto, l'Arabia
Maggiore, l'Africa, l'Etiopia, quasi tutta la Spagna, la Linguadoca, e
parte della Guascogna: cotanto era cresciuta la potenza de' Musulmani
Saraceni. Fu dichiarato re della Francia in quest'anno _Chilperico III_,
ed intanto _Carlomanno_ e _Pippino_ divisero fra loro la parte de' beni
di Griffone loro fratello; e, secondo i più accreditati autori, in
questo medesimo anno da Pippino e da Berta sua moglie nacque _Carlo_,
che fu dipoi re ed imperadore, e giustamente si acquistò il titolo di
_Magno_. Si disputa tuttavia intorno al luogo della sua nascita fra i
Tedeschi e Franzesi. Accortisi i Veneziani che il governo limitato d'un
anno pel loro rettore riusciva di incomodo e danno al popolo, elessero
in quest'anno per loro duca o doge _Deusdedit_, figliuolo del duca Orso
ucciso; e questi ebbe anche il titolo d'ipato, ossia di console
imperiale dall'imperadore di Costantinopoli. Leggesi nel Bollario
casinense[366] una bolla, data nell'anno secondo del suo pontificato da
papa Zacheria, in favore dell'insigne monistero di Monte Casino. Ma
quivi l'_indizione II_ non corrisponde all'anno presente, e corrono
sopra quel documento altri riflessi, per i quali lo stesso cardinal
Baronio dubitò della sua legittimità.

NOTE:

[359] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.

[360] Camill. Peregrinus, Histor. tom. 2 Rer. Ital.

[361] Anastas., in Zachar.

[362] Niceph. in Chron.

[363] Theoph., in Chronogr.

[364] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, c. 17.

[365] Roderic., in Histor. Arab.

[366] Margarinius, Bullar. Casinen. tom. 2, Constitut. 7.



    Anno di CRISTO DCCXLIII. Indizione XI.

    ZACHERIA papa 3.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 24 e 3.
    LIUTPRANDO re 32.
    ILDEBRANDO re 8.


Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra _Costantino
Copronimo_ ed _Artabaso_, ossia _Artabasdo_[367]. Vennero alle mani
questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò
anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra
battaglia, _Niceta_ figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de'
suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in
Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e
presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli.
Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca
_Anastasio_, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel
circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno
persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le
sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando
ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna,
nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò
in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi
di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con
espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e
dall'impotenza di resistere _Eutichio_ patrizio ed esarco di Ravenna,
altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo
pontefice[368]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di
_Giovanni_ arcivescovo d'essa città e de' popoli delle città dell'Emilia
e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il
primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e
regali al re Liutprando _Benedetto_ vescovo e visdomino della santa
Chiesa romana, insieme con _Ambrosio_ primicerio de' notai, ad esortarlo
e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono
essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon
papa, lasciato il governo di Roma a _Stefano_ patrizio e duca, qual
padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli,
si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice
dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da
Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli
uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso,
benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re
suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo
arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad
Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena,
dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel
viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa.
Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse
arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione
longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle
ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale
nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri
mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e
fermatosi nella basilica di s. Pietro in _Cielo aureo_, situata allora
fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli,
quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa
seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè i
sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento
magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice
l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere
l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città
occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine
di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di
Cesena alla parte della _repubblica_, cioè al romano imperio (che tale
era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno,
finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si
partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del
Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e
primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il
viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava,
siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento
di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi
apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in
quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da
papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove
furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina
ecclesiastica. In fine vi si legge: _Factum est hoc concilium anno
secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo
secundo, Indictione duodecima._ Non s'era dianzi negli atti romani
giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci
avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'_anno secondo di Artabasdo_
si dee leggere l'_anno terzo_, perchè a Roma non si era per anche intesa
la di lui caduta e il risorgimento di _Costantino Copronimo_. Ad esso
imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma
questi trovato _Artabasdo_ sul trono imperiale, saggiamente si era
ritirato senza fare alcun personaggio, aspettando ciò che la sorte
determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra
Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si
cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione
al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute
considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia.
Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla
_repubblica_, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in
Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano
sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata
espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e
persecutore delle sacre immagini.

NOTE:

[367] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.

[368] Anastas., in Vit. Zachariae.



    Anno di CRISTO DCCXLIV. Indizione XII.

    ZACHERIA papa 4.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 25 e 4.
    ILDEBRANDO re 9.
    RACHIS re 1.


L'ultimo anno è questo della vita e del regno del re _Liutprando_, se
pure egli non era mancato di vita nell'anno precedente; del che io
dubito forte, considerando le parole di Anastasio[369], là dove scrive
che la divina clemenza _eumdem regem ante diem superius constitutum de
hac subtraxit luce_. Recò la morte sua una somma allegrezza ai Romani e
Ravennati, e per lo contrario grande afflizione ai Longobardi, che in
lui perdevano un ottimo principe; e tanto più perchè lasciava per
successore _Ildebrando_ suo nipote, già dichiarato re, ma mal voluto
dalla sua nazione. L'elogio di Liutprando l'abbiamo da Paolo
Diacono[370] nelle seguenti parole: _Fuit autem vir multae sapientiae,
consilio sagax, pius admodum et pacis amator, bello potens,
delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil, eleemosynis
largus, literarum quidem ignarus, sed philosophis aequandus, nutritor
gentis, legum augmentator_. Aggiugne ch'egli in sua gioventù prese molte
castella della Baviera, sempre confidando più nell'orazione che
nell'armi; ed ebbe gran premura di conservar la pace coi Franchi e con
gli Avari, padroni allora della Pannonia, oggidì Ungheria. Dal medesimo
storico parimente sappiamo che questo gloriosissimo re fabbricò in onore
di Dio molte basiliche in qualunque luogo, dove era solito a
soggiornare. Oltre al monistero ch'egli aggiunse alla basilica di san
Pietro in _Coelo aureo_, dacchè in essa fece trasportar dalla Sardegna
il corpo dell'insigne vescovo e dottor della Chiesa s. Agostino, edificò
eziandio nell'Alpe di Bardone, cioè nelle montagne di Parma, il
monistero di Berceto, appellato di s. Abondio, perchè ivi fu riposto il
sacro corpo di questo martire. Nei borghi ancora di Olonna, corte e
villa insigne dei re longobardi in questi tempi, oggidì nomata
Cortelona, spettante a don Carlo Filiberto d'Este, principe del S. R.
impero, e marchese di san Martino e Borgomaimero, fabbricò una chiesa e
un monistero in onore di s. Anastasio martire. Oltre a ciò, entro il suo
palazzo di Pavia eresse la cappella del Salvatore, e quivi deputò preti
e cherici, che ciascun giorno vi cantassero i divini uffizii: pia
invenzione non praticata fino a que' giorni da alcuno dei re. Per
attestato di Paolo suddetto, che non si può credere ingannato in ciò,
data fu sepoltura al re Liutprando nella basilica di s. Adriano, dove
dianzi l'avea conseguita anche il re Ansprando suo padre. Ma essendochè
nella basilica di s. Pietro in _Coelo aureo_ tuttavia si legge il suo
epitaffio, costante opinione è degli storici pavesi che il di lui
cadavero fosse col tempo trasferito in essa basilica. Io per me credo
composto quell'epitaffio moltissimo tempo dopo la morte sua. E qui pose
fine il suddetto Paolo Diacono alla sua Cronica de' Longobardi, senza
sapersene il perchè. Se non ebbe cuore di scrivere la rovina del regno
longobardico sotto Desiderio, poteva almen registrare le azioni dei re
Rachis ed Astolfo. Restò al governo del regno longobardico il re
_Ildebrando_ suo nipote, che dopo di lui regnò anche sette mesi, per
attestato di Sigeberto[371]. Leggesi nella storia della Chiesa
piacentina del Campi, e presso il padre Mabillone[372], un suo diploma
in favore della chiesa di s. Antonio, posta fuori di Piacenza, dato nel
dì 31 di marzo del presente anno, correndo l'anno IX del suo regno, e
l'indizione dodicesima: dal che si scorge passato già all'altra vita il
re Liutprando. Ma essendo incorso questo principe nell'odio dei suoi
popoli o per vizii antecedenti, o per susseguenti cattive azioni, tolto
gli fu lo scettro, e questo conferito a _Ratchis_ ossia _Rachis_ duca
del Friuli, di cui s'è fatta menzione di sopra, signore non men pel
valore che per altre belle doti riguardevole. Nelle carte da me vedute
d'esso re, correva l'_anno II_ del suo regno nel dì 4 di marzo e nel dì
primo di settembre dell'anno 746, e l'_anno III_ nel dì 24 d'aprile
dell'anno 747, e l'_anno IV_ nell'agosto dell'anno 748, il che fa
conoscere ch'egli prima del settembre dell'anno corrente fu alzato al
soglio. Nè sì tosto il romano pontefice Zacheria[373] ebbe intesa la di
lui assunzione, che gli spedì ambasciatori, con pregarlo di lasciare per
riverenza del principe degli Apostoli in pace l'Italia. Furono ben
impiegate queste preghiere, e si ottenne da lui una tregua per venti
anni. In questi tempi, per attestato di Paolo Diacono, fiorirono due
buoni servi di Dio, cioè _Baodolino_ romito nel distretto di Foro di
Fulvio, ossia Valentino, oggidì Valenza, presso il fiume Tanaro, e
_Teodelapio_ nella città di Verona, amendue famosi allora per i miracoli
e per lo spirito di profezia. Ma l'opere loro son rimaste ascose nelle
tenebre per negligenza dei nostri maggiori, che di questi e d'altri, i
quali probabilmente vissero allora in Italia con odore di santità, niuna
vita lasciarono, o se lasciaronla, non è giunta fino a' tempi nostri.

NOTE:

[369] Anastas., in Zachar.

[370] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 6, cap. 58.

[371] Sigebertus, in Chron.

[372] Mabill., Annal. Benedict., tom. 2.

[373] Anastas., in Zachar.



    Anno di CRISTO DCCXLV. Indizione XIII.

    ZACHERIA papa 5.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 26 e 5.
    RACHIS re 2.


Fu quest'anno pacifico per tutta la Italia, perchè il re _Rachis_
solamente pensò a ben assodarsi sul trono, e la tregua fatta coi Greci
lasciava tranquillo il cuor dell'Italia. Papa _Zacheria_ intento a
sempre più stabilire nella Germania la fede cristiana, quivi piantata
dall'infaticabile san Bonifazio, celebrò in questo anno in Roma un
sinodo di pochi vescovi e preti, nel quale scomunicò Aldeberto e
Clemente, due seduttori dei Cristiani, a lui denunziati da esso san
Bonifazio. Intanto i due fratelli principi in Francia, _Carlomanno_ e
_Pippino_, fecero guerra, il primo ai Sassoni, l'altro in Alemagna,
ossia Suevia, con riportarne vittoria, e questi prosperosi successi
furono cagione che molti de' Sassoni abbracciarono la fede di Cristo.



    Anno di CRISTO DCCXLVI. Indiz. XIV.

    ZACHERIA papa 5.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 27 e 6.
    RACHIS re 2.


Nel dì primo di marzo di quest'anno il re _Rachis_, correndo l'_anno II_
del suo regno, pubblicò nove leggi, coll'aggiugnerle all'editto, cioè
all'altre dei re longobardi. Nella quinta vien, sotto pena della vita,
proibito a qualsivoglia persona l'inviare suoi messi a _Roma_,
_Ravenna_, _Spoleti_, _Benevento_, in _Francia_, _Baviera_, _Alemagna_,
_Grecia_ ed _Avaria_, cioè nella Pannonia ossia Ungheria, allora abitata
dagli Unni Avari. Ciò per gelosia di stato. Ma è ben degno di
considerazione che qui vengano pareggiati ai popoli stranieri i ducati
di Spoleti e Benevento, quasichè questi non fossero sottoposti al re
longobardo. Forse allora correvano sospetti della fedeltà di que' duchi.
Ed appunto noi sappiamo dai cataloghi da me stampati avanti alla Cronica
di Farfa[374], che _Ansprando_ duca di Spoleti compiè in quest'anno,
oppure nel precedente, la carriera de' suoi giorni, ed ebbe per
successore in quel ducato _Lupo_, ossia _Lupone_, che il conte Campello
non inverisimilmente crede appellato _Welfo_ in favella longobardica,
significando in fatti questo nome tedesco il _Lupo_ in italiano. Nelle
giunte ad essa Cronica farfense si legge un diploma del medesimo _Lupo_
e di _Ermelinda_ (verisimilmente sua moglie) _gloriosi e sommi duchi_,
in cui stabiliscono un monistero di sacre vergini vicino alle mura della
_città nostra di Rieti_, e il mettono sotto la protezione dell'insigne
monistero di Farfa. Quella carta è scritta _Spoleti in palatio, anno
ducatus nostri VI, mense aprili per Indictionem IV_, cioè nell'anno 751.
Nondimeno da altri documenti da me citati nelle Antichità italiane[375]
si raccoglie il principio del di lui governo e ducato nell'anno 745;
anno nondimeno, che a grandi calamità fu sottoposto in Occidente ed
Oriente per la terribil pestilenza, che, secondo l'attestato di
Teofane[376], ebbe principio in Sicilia e Calabria, e, diffondendosi poi
per la Grecia, arrivò a flagellar anche Costantinopoli, con istrage
incredibile de' popoli, e continuò qualche anno dipoi. Narra quello
storico gli strani effetti di questo indomito malore, di cui non
profittò punto il traviato imperador Costantino.

NOTE:

[374] Rer. Italic., part. II, tom. 2.

[375] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.

[376] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCXLVII. Indiz. XV.

    ZACHERIA papa 7.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 28 e 7.
    RACHIS re 4.


Fu oggetto di ammirazione alla Francia e all'Italia in quest'anno la
risoluzion presa da _Carlomanno_ fratello di _Pippino_, di abbandonar le
grandezze del secolo, e di abbracciar l'umile vita monastica. Gli era
preceduto coll'esempio _Unaldo_, ossia _Unoldo_ duca d'Aquitania, che
due anni prima, ceduto al figliuolo il ducato, e preso l'abito
monastico, si diede a far penitenza de' suoi peccati[377], ma con
lasciar in fine una svantaggiosa memoria di sè presso molti, perchè da
lì a venticinque anni, essendo morto il figliuolo _Waifario_ duca e il
re _Pippino_, se ne tornò al secolo e al governo dei suoi stati, e
ripigliò moglie dopo sì lungo divorzio. Ora Carlomanno, reo anch'egli di
molte crudeltà, a persuasione, per quanto si crede, del santo
arcivescovo _Bonifazio_, venne in Italia, e presentatosi a papa
_Zacheria_, fece di molti doni alla basilica di san Pietro, ed esposto
il suo pensiero, ottenne da esso pontefice la sacra tonsura, ossia la
veste monastica. Passato dipoi nel monte Soratte, dove si credea che
fosse stato nascoso san Silvestro papa, quivi edificò un monistero,
attendendo da lì innanzi ai santi esercizii del monachismo. Ma perchè
frequenti erano le visite che a lui facevano i nobili franzesi, allorchè
capitavano a Roma, veggendo egli di non poter quivi trovar la quiete
desiderata, di là si trasferì al celebre monistero di Monte Casino, e
sotto l'abbate _Petronace_, tuttavia vivente, colla profession religiosa
obbligò il resto de' suoi giorni a quel sacro istituto. Leone
Ostiense[378] ed altri raccontano varie pruove fatte della di lui umiltà
e pazienza. Ma non è già vietato il credere una favola il raccontarsi da
Reginone, ch'egli, senza essere conosciuto, fu ricevuto fra que' monaci,
e che strapazzato dal cuoco, fu poi da uno dei suoi famigliari scoperto.
Circa questi tempi, se dice il vero la Cronichetta del monistero
nonantolano, di cui parleremo all'anno 750, il ducato del Friuli era
governato da _Anselmo_, che fu poi fondatore del suddetto monistero.
Avendo egli rinunziato al mondo per servire unicamente a Dio, pare che a
lui succedesse in quel ducato _Pietro_ figlio di Munichis, riconosciuto
veramente per duca del Friuli da Paolo Diacono, ma senza assegnarne il
tempo. A quest'anno appartiene un decreto di Rachis re d'Italia, che si
legge nelle mie Antichità italiane[379], ma colle note cronologiche
alquanto difettose, in cui determina i confini d'alcuni poderi del
monistero di Bobbio.

NOTE:

[377] Mabill., in Annal. Benedictin.

[378] Leo, Chron. Casinens., lib. 1, cap. 7.

[379] Antiquit. Italic., Dissert. X, p. 517.



    Anno di CRISTO DCCXLVIII. Indizione I.

    ZACHERIA papa 8.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 29 e 8.
    RACHIS re 5.


Attendeva in questi tempi studiosamente il popolo della città di Venezia
alla mercatura, navigando anche e trafficando in Oriente e in Africa, ma
senza guardarla per minuto, purchè facesse guadagno[380]. Capitarono non
pochi di questi mercatanti veneziani a Roma, e quivi comperarono una
gran quantità di servi, o vogliam dire schiavi cristiani dell'uno e
dell'altro sesso, con disegno di condurli appresso in Africa, e di
venderli ai Saraceni. Pervenuto agli orecchi del piissimo papa
_Zacheria_ questo loro disegno, non tardò a proibire un così infame
traffico; e sborsato quel prezzo che si conobbe impiegato da essi nello
acquisto di tali servi, mise in libertà tutta quella povera gente,
siccome attesta Anastasio[381], ossia l'autore più antico della Vita di
esso papa.

NOTE:

[380] _L'illustre autore intende non di tutta la nazione in generale, ma
solo d'alcuni particolari._

[381] Anastas., in Vita Zachar.



    Anno di CRISTO DCCXLIX. Indizione II.

    ZACHERIA papa 9.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 30 e 9.
    ASTOLFO re 1.


Cessò in quest'anno la tregua accordata dal re _Rachis_ alle città
italiane dipendenti dall'imperio. Per colpa di chi, resta ignoto; se non
che Anastasio[382] attesta che Rachis pieno di sdegno si portò coll'armi
all'assedio di Perugia, minacciando inoltre tutte le città della
Pentapoli; e sembra ancora che alcune di esse fossero da lui occupate.
Questa sua collera non è ingiusto il credere che fosse originata da
qualche mancamento o ingiustizia de' Romani, per cui restasse gravemente
irritato l'animo suo. Comunque sia, appena agli orecchi del pontefice
_Zacheria_ pervennero questi movimenti di Rachis, che presi seco
alquanti del clero, e i più riguardevoli personaggi di Roma, volò a
Perugia, e quivi impiegati assaissimi doni e calde preghiere, tanto
disse e fece, che, placato il re, l'indusse a levar l'assedio. Poco fu
questo. In oltre il santo padre con tale efficacia gli parlò intorno
allo sprezzo delle cose terrene, adducendo verisimilmente l'esempio
fresco di _Carlomanno_, principe di tanta possanza, che, Rachis concepì
anch'egli il disegno di abbandonare il mondo, e di darsi a servire a Dio
nell'istituto monastico. In fatti da lì a pochi giorni egli rinunziò
alla dignità regale, e in compagnia di _Tasia_ sua consorte e di
_Ratrude_ sua figliuola, si portò a Roma, dove tutti e tre da esso
pontefice riceverono l'abito monacale. Passò anch'egli ad abitare nel
monistero di Monte Casino, e la moglie colla figliuola (oppur colle
figliuole) fondò un monistero di sacre vergini a Piombaruola, non lungi
da esso Monte Casino, dove si consecrarono a Dio per tutta la lor vita.
Durava ancora a' tempi di Leone Marsicano[383] il nome della vigna di
Rachis in Monte Casino, e la tradizione che la medesima fosse piantata e
coltivata dallo stesso re divenuto monaco. A lui succedette nel governo
del regno longobardico _Astolfo_ suo fratello. Il Sigonio e il cardinal
Baronio, seguitando l'Ostiense, rapportarono all'anno seguente 750 la
rinunzia di Rachis, e l'assunzione al trono di esso Astolfo. Ma prima
d'ora Sigeberto storico[384] antico, e a' dì nostri il padre Pagi[385],
fondato nella vita di sant'Anselmo abbate di Nonantola, osservarono
doversi riferire a questo anno cotali avvenimenti. Io parimente ho
altrove[386] con varii documenti provato che il principio del regno di
Astolfo s'ha da riporre nell'anno presente 749. E qui sotto all'anno 752
vedremo che egli era salito già sul trono nel dì 4 di luglio di questo
medesimo anno. Nell'antichissima Cronichetta longobardica, da me data
alla luce, si legge che Rachis _regnavit annos IV et menses IX_.
Dovrebbe appartenere a questi medesimi tempi la fondazione del monistero
di monte Ammiate in Toscana nella diocesi di Chiusi. L'Ughelli[387] ne
ha pubblicata un'antica relazione, da cui apparisce che Rachis dopo
l'assedio di Perugia, ed anche dopo aver preso l'abito monastico,
edificò quel monistero. Quivi ancora si legge un diploma del re
medesimo, che dona ad esso sacro luogo una gran quantità di beni. Sopra
di che è da dire, poter essere stato che Rachis fondasse il monistero
ammiatino; ma contenersi delle favole in quella relazione, ed essere poi
discordante dalla relazione, anzi per più capi ridicolo quel diploma che
si fa dato nell'_anno 742, terzo del regno di Rachis_, correndo
l'_indictione decima_, cioè vivente ancora il re Liutprando. Di simili
finzioni per accreditar le origini de' monisteri, o i lor santi, erano
fecondi i secoli dell'ignoranza, e più di un esempio ne abbiam già
veduto. Pensa Camillo Pellegrini, che in quest'anno a _Gisolfo II_ duca
di Benevento succedesse _Liutprando_. Ma se non v'ha errore nelle note
cronologiche di un documento riferito nella Cronica del monistero di
Volturno, da me data in luce[388], questo Liutprando con sua moglie
_Scaniperga_, signoreggiava in quel ducato nell'anno 747, cioè molto
prima dell'anno presente.

NOTE:

[382] Anast., ibid.

[383] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. lib. 1, c. 8.

[384] Sigebertus, in Chron.

[385] Pagius, ad Annal. Baron.

[386] Antiquitat. Italic., Dissert. LXX.

[387] Ughel., Ital. Sacr. tom. 3 in Episcop. Clusin.

[388] Rer. Ital. part. II, tom. 1, pag. 374.



    Anno di CRISTO DCCL. Indizione III.

    ZACHERIA papa 10.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 31 e 10.
    ASTOLFO re 2.


Piucchè mai in questi tempi si dilatava per l'Italia l'ordine monastico
dei Benedettini, ed appunto correndo verisimilmente l'anno presente fu
fabbricato nelle montagne di Modena e nella picciola provincia del
Frignano il monistero di Fanano, oggidì nobil terra, distante ventidue
miglia dalla città. Fondatore d'esso fu s. _Anselmo_, poscia autore e
primo abate dell'altro insigne monistero di Nonantola, parimente nel
ducato di Modena. Era _Anselmo_ dianzi duca del Friuli e cognato del re
Astolfo, perchè fratello di _Giseltruda_ regina, moglie del medesimo
Astolfo, per quanto ne lasciò scritto l'antico autor della sua Vita,
pubblicata dal padre Mabillone[389]. Essendosi introdotto l'uso che
anche i principi dessero un calcio alle terrene grandezze per servire
nelle solitudini al re de' regi, Anselmo anch'egli, ritiratosi dal
secolo, abbracciò fervorosamente l'istituto monastico. Ottenuto dal re
Astolfo il luogo suddetto di Fanano, quivi ad onore del nostro Salvatore
fabbricò un monistero, pose in esso dei monaci osservanti della regola
di s. Benedetto, e v'aggiunse, secondo il rito d'allora, uno spedale per
servigio de' pellegrini e forestieri che capitavano in quelle parti, e
somma divenne la sua cura che niuno passasse per colà senza partecipare
della carità sua nella mensa e nello albergo. Perchè non usavano allora,
come oggidì, le osterie, perciò si studiavano i caritativi cristiani di
fondare alberghi per i pellegrini ed altri viandanti, somministrando
loro nel passaggio il tetto e gli alimenti. Si conservò per più secoli
il monistero suddetto, cioè fino ai tempi di papa Clemente VIII, che
trovatolo stranamente scaduto ne applicò quel poco che restava ad un
monistero di monache fondato in quella terra. Immaginò il cardinal
Baronio[390] che in questi tempi mancasse di vita _Ricardo_ re di
Inghilterra, padre de' ss. Willebaldo o Winebaldo, e Walpurga vergine,
de' quali è fatta menzione nella vita del santo arcivescovo e martire
Bonifazio. Nella città di Lucca, dove succedette la di lui morte e
sepoltura, si legge l'epitaffio suo che comincia:

                   HIC REX RICHARDVS REQVIESCIT
                         SCEPTRIFER ALMVS
                         REX FVIT ANGLORVM
                   REGNVM TENET IPSE POLORVM, ec.

Ma siccome dimostrò il padre Enschenio[391] della Compagnia di Gesù,
Ricardo padre di san Willebaldo, fu bensì di nobil prosapia, ma non mai
re di Inghilterra, e quell'epitaffio dee dirsi fattura de' secoli
posteriori. Fini egli di vivere circa l'anno 721, e non già in questi
tempi. Però quantunque anche nel Martirologio romano gli sia dato il
titolo di re, ora sappiam di certo che tale non fu. Così ingrandivano
(lo torno a dire) i secoli barbarici le cose loro, o per interesse, o
per troppa brama di gloria. Ed egli ottenne anche il titolo di santo in
tempi, ne' quali poco costava il canonizzar le persone dabbene: che per
altro non son giunte a nostra notizia le virtù ed azioni, per le quali
fosse a lui compartito sì luminoso onore.

NOTE:

[389] Mabill., Saecul. Benedictin. IV, tom. 1.

[390] Baron., Annal. Eccl.

[391] Henschenius, in Actis Sanctor. ad diem 7 februar.



    Anno di CRISTO DCCLI. Indizione IV.

    ZACHERIA papa 11.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 32 e 11.
    ASTOLFO re 3.


Era nato nel precedente anno a _Costantino Copronimo_ un figliuolo, a
cui fu posto in nome di _Leone_. Nel presente correndo il sacro giorno
della Pentecoste, egli il dichiarò _Augusto_ e collega nell'imperio, con
farlo coronare fa _Anastasio_ falso patriarca di Costantinopoli. Di ciò
fan fede Teofane[392], Niceforo[393] e Cedreno[394]. Per la cessione di
_Carlomanno_ poco fa riferita era _Pippino_ suo fratello salito in
maggior potenza. Contra di lui si ribellò bensì _Griffone_ altro suo
fratello, uomo di torbido ingegno; ma Pippino coll'armi lo aveva
represso, ed insieme gastigati i Sassoni e i Bavaresi, rei di aver presa
la protezione di lui. In somma, siccome maggiordomo della corte
franzese, egli era il direttore e braccio unico di quella vasta
monarchia. Da gran tempo ancora i re della Francia, ossia perché erano
inetti al governo, oppure perché la forza de' maggiordomi avesse
introdotti varii abusi, più non regnavano, benchè portassero il nome di
re. Il maggiordomo aveva in suo pugno le rendite del regno, l'armi, le
fortezze, e se al re s'indirizzavano le ambascerie, non rispondeva se
non quello che piaceva al ministro. E tale era in que' tempi
_Chilperico_ re della Francia. Però Pippino cominciò a pensare, come
essendo egli stesso nella sostanza re, potesse divenir tale eziandio col
titolo. A questo fine nell'anno presente egli spedì suoi ambasciatori a
Roma, per intendere sopra di ciò i sentimenti del papa, trattandosi di
assolvere dal giuramento di fedeltà i popoli, e di deporre dal trono chi
vi avea sopra un antico giusto diritto. Ciò che ne seguisse, lo vedremo
nell'anno appresso.

NOTE:

[392] Theoph., in Chronogr.

[393] Niceph., in Chron.

[394] Cedrenus, in Historia.



    Anno di CRISTO DCCLII. Indizione V.

    STEFANO II papa 1.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 12.
    LEONE IV imperadore 2.
    ASTOLFO re 4.


Secondochè abbiamo da varii Annali de' Franchi, la risposta di papa
_Zacheria_ alle dimande dei Franchi fu che lecito fosse ai primati e
popoli della Francia di riconoscere per re vero il principe _Pippino_, e
di levare l'autorità a _Chilperico_ re allora di solo nome. Perciò
Pippino sul principio dell'anno presente, se non fu sul fine del
precedente, coll'autorità della sede apostolica e colla elezione e
concorso di tutti i Franchi, fu proclamato re, con ricevere la sacra
unzione, per quanto si crede, dalle mani di san _Bonifazio_ arcivescovo
di Magonza. Chilperico deposto fu dipoi tonsurato e posto nel monistero
di san Bertino, per passar ivi il rimanente de' suoi giorni. Questa
azione di Pippino contro di un re legittimo vien dai Franzesi moderni
detestata quale eccesso intollerabile di ambizione; e si vorrebbe far
credere che il papa o non v'ebbe mano, o non ve la dovea avere, con
pretendersi ancora che san Bonifazio non vi acconsentisse, nè ungesse il
nuovo re; ma certo in que' tempi la nazion franzese era d'altra
opinione; ed è certo che la autorità pontificia influì non poco in quel
cambiamento. Non mancano storici, a' quali aderì il padre Mabillone, che
mettono nel precedente anno l'esaltazione e principio del regno di esso
Pippino. Certissimo è bensì che nel presente fu chiamato da Dio a
miglior vita il buon papa _Zacheria_ nel dì 14 di marzo. Molte azioni
pie e varii insigni doni da lui fatti alle chiese e ai luoghi pii di
Roma, si possono leggere presso Anastasio e negli Annali ecclesiastici.
Venne successivamente eletto pontefice romano _Stefano_ prete, ed
introdotto nel palazzo patriarcale del Laterano; ma nel terzo dì dopo la
sua elezione, colpito da un accidente apopletico, lasciò di vivere.
Onofrio Panvinio e il cardinal Baronio a questo eletto diedero il nome
di _Stefano secondo_; ma il Sigonio e gli altri moderni con più ragione
l'hanno escluso dal catalogo de' romani pontefici, perchè non
l'elezione, ma la consecrazione quella è che costituisce i vescovi e i
papi; e a questa consecrazione non si sa che l'eletto Stefano prete in
sì poco tempo pervenisse. In fatti nè da Anastasio, nè dagli altri
vecchi storici egli vien riconosciuto per papa, e il nome di _Stefano
secondo_ è riserbato da loro all'altro _Stefano_ di nazione romano, che
dodici dì dopo la morte di papa Zacheria restò eletto dal clero e
popolo, e poscia consecrato; pontefice di gran merito per le sue virtù e
per le sue piissime operazioni. Ma appena fu egli salito sul trono
pontifizio, che la pace se ne fuggì dall'Italia, se pur non era fuggita
molto prima. Nodriva _Astolfo_ re de' Longobardi una gran voglia di
aggiugnere a' suoi dominii quel che restava agl'imperadori in Italia; e
questo suo ambizioso disegno, se crediamo ad Anastasio, scoppiò nel
giugno dell'anno presente, con aver egli ostilmente assalito l'esarcato
di Ravenna, ed occuputa quella città, con volgere poscia l'armi contra
del ducato romano e delle città da esso dipendenti. Ho detto occupata in
quest'anno la città di Ravenna dal re Astolfo; ma se non son guaste le
note di un diploma di quel re, prese dal registro del monistero di
Farfa, e da me rapportate altrove[395], bisogna credere che tale
occupazione seguisse nell'anno precedente. Dicesi dato quel privilegio
di Astolfo _Ravennae in palatio, IV die mensis julii, felicissimi regni
nostri III, per Indictionem IV_, cioè nell'anno 751. Per conseguente,
nel dì 4 di luglio di esso anno 751, il suddetto re Astolfo
signoreggiava in Ravenna, da dove _Eutichio_ ultimo degli esarchi era
fuggito. Che occupasse ancora tutte le città della _Pentapoli_, si
raccoglie da quanto diremo all'anno 755. Ch'egli ancora stendesse le sue
conquiste sino all'_Istria_, con impadronirsi di quelle città, fin qui
suddite del greco imperadore, si ricava dal memoriale esibito nel
concilio di Mantova nell'anno 827, benchè sia ignoto il tempo in cui ciò
avvenne. Passò inoltre Astolfo, se non nel precedente, certamente in
quest'anno, ai danni del ducato romano.

Per quanto abbiam veduto finora, benchè i greci imperadori tenessero in
Roma i loro ministri, pure la principale autorità del governo sembra che
fosse collocata nei romani pontefici, i quali colla forza e maestà del
loro grado, e colla scorta delle loro virtù placidamente reggevano
quella città e ducato, difendendolo poi vigorosamente nelle occasioni
dalle unghie de' Longobardi. Non fece di meno questa volta papa _Stefano
II_. Come egli vide inoltrarsi le violenze di Astolfo, immediatamente
spedì a lui Paolo Diacono suo fratello, ed Ambrosio primicerio[396] per
ottener la pace. L'eloquenza e destrezza di questi ambasciatori, ma più
i regali ch'essi presentarono, ebbero forza d'ammollir l'animo del re
longobardo. Si conchiuse pertanto una pace, ossia tregua di quaranta
anni, e ne furono firmati i capitoli con solenne giuramento. Ma non
passarono quattro mesi che Astolfo, mettendosi sotto i piedi la giurata
fede, tornò ad infestare i Romani, minacciando anche il papa, e
pretendendo che cadauna persona del ducato romano gli pagasse un soldo
di oro per testa, e pubblicamente protestando di voler sottomettere Roma
al regno suo. Tornò il pontefice ad inviargli due suoi ambasciatori,
cioè _Azzo_ abbate di san Vincenzo di Volturno, ed _Optato_ abbate di
Monte Casino, come si raccoglie da Anastasio suddetto e da Giovanni
monaco, autore della Cronica volturnense[397], acciocchè lo
scongiurassero di lasciar in pace il popolo romano. Ma questi nulla
impetrarono, anzi ebbero ordine di ritornarsene ai lor monisteri senza
vedere il papa. Abbiamo nella vita di san Gualfredo abbate di
Palazzuolo, scritta da Andrea terzo abbate di quel sacro luogo, e
pubblicata dal padre Mabillone[398], che mentre _rex magnus Haistulfus
Italiae, Tusciae, Spoletanae, Beneventanae provinciae principabatur_
(parole degne di riflessione) _anno regni ipsius fere quarto,_ il
suddetto Gualfredo, personaggio nobile di Pisa, con due suoi compagni,
in un luogo appellato Palazzuolo nel monte Verde di Toscana vicino a
Populonia, ne' tempi antichi città, fondò un monistero, dove nello
spazio di pochi anni si fece un'unione di sessanta monaci, che crebbe
poi fino ad ottanta. Un altro monistero medesimamente fabbricarono essi
tre servi di Dio in Pitiliano presso al fiume Versilia sul lucchese,
dove si dedicarono a Dio le loro mogli con altre nobili donne, prendendo
tutte il sacro velo, e formando col tempo una congregazione di circa
novanta monache. Di altri monisteri fondati intorno a questi tempi ne'
territorii di Lucca e Pistoia ho io rapportato varii documenti nelle mie
Antichità italiche. E ciò che succedeva in Toscana, anche nell'altre
parti dell'Italia avveniva; le memorie de' quali monisterii son tuttavia
ascose negli archivii, oppure perite, per essere tanti monisteri passati
in commenda. In questi tempi più che mai si studiava lo sconsigliato
imperador _Costantino Copronimo_ di abolir le sacre immagini[399] e di
tirar dalla sua con varie arti i buoni cattolici. Il re _Pippino_,
all'incontro, mossa guerra ai Saraceni che tuttavia occupavano la
Settimania ossia la Gotia, oggidì la Linguadoca, conquistò varie loro
città. Si ha ancora dagli Annali di Metz[400], che se gli diedero
Barcellona e Girona, e gran parte della Catalogna: il che io non so
accordare colla storia dei tempi susseguenti, certo essendo che Lodovico
Pio, vivente Carlo Magno suo padre, per assedio costrinse Barcellona
alla resa nell'anno di Cristo 801.

NOTE:

[395] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[396] Anastas., in Stephan. II Vit.

[397] Chronic. Vulturnens., part. II, tom. 1 Rer. Italic.

[398] Mabill., Saecul. III Benedictin., part. 2.

[399] Theoph., in Chronogr.

[400] Annales Metenses apud Du-Chesne.



    Anno di CRISTO DCCLIII. Indizione VI.

    STEFANO II papa 2.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 34 e 13.
    LEONE IV imperadore 5.
    ASTOLFO re 5.


Continuarono le vessazioni del re _Astolfo_ contra del ducato romano; e
forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma
_Giovanni_ silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli[401], che
portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa _Stefano II_ per
la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re _Astolfo_,
acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non
perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia
di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A
nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva
di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore
e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo
avviso Stefano papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò
messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a
tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia,
capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma
eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni
chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla
ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual
possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe
intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire
che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a
fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani
ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di
penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei
patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla
giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo,
ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da
sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi
pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori,
cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a _Carlo
Martello_, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore
del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un
pellegrino al re _Pippino_, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante
angustie. Spedì Pippino in Italia _Drottegango_ abbate di Gorizia, per
assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a
non molto inviò _Crodegango_ vescovo di Metz ed _Autcario_ duca, che
invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente
ancora da Costantinopoli _Giovanni_, silenziario imperiale, con ordine
al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di
Ravenna e delle città da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso
re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e
de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente,
accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio
alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava.
Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal
re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla
restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal
farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il
re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal
tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al
re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia
all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora
quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per
timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò
partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco
alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per
istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro
ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua
brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove
ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense
di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe
l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati _Fulrado_
arcicappellano di esso re, e _Rotardo_, duca, il pregarono di continuare
il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea
destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe
_Carlo_ primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della
villa suddetta _Pippino_ stesso colla moglie e coi figliuoli fu a
riceverlo, ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un
certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel
dì 6 di gennaro dell'anno seguente.

In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad _Anselmo_ abbate
suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola,
di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già
fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato
da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo
di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo
sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli[402] e dal padre Mabillone[403];
se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando
Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per
maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar
seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e
l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto
desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si
asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con
altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla
giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero
nonantolano. Questa è data nell'_Indizione sesta, a dì 13 di gennaio
dell'anno primo di esso Stefano papa_. In essa bolla viene specificata
la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un
concilio, dove anche intervenne _Sergio_ arcivescovo di Ravenna. Ma non
ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè
indirizzata ai vescovi e cristiani _Deo deservientibus regno italico, et
patriarchatu romano_; ed Astolfo chiamato _rex italici regni_: formole
che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un
_Geminiano_ vescovo allora di _Reggio_. Ma difficilmente si può credere
un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di
un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi
tempi fiorì _Geminiano II vescovo di Modena_. Di quel concilio romano
non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più,
non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re
Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la
discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì
pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla
appellato _piissimus rex_, quando ci vien descritto solamente per iniquo
e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto
intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per
altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò
vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco
tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo.
Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte
toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a
Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima
lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re
Pippino, si legge di s. Silvestro: _Cujus sanctum corpus in nostro
monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub
ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit._
Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario[404] e da una bolla del
suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio[405]. Però bisogna andar
cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli
barbarici non mancarono imposture, e di questi pochi archivii, per non
dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il
soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed
infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo
Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via
Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di
Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al
servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia.
Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il
suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza
i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.

NOTE:

[401] Anastas., in Steph. II Vita.

[402] Ughell., Italic. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.

[403] Mabill., Saecul. IV Benedictin., Part. 1.

[404] Anastas., in Pauli I Papae Vita.

[405] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 761.



    Anno di CRISTO DCCLIV. Indizione VII.

    STEFANO II papa 5.
    COSTANTINO Copronimo imperatore 35 e 14.
    LEONE IV imperadore 4.
    ASTOLFO re 6.


Fece _Stefano_ papa in Pontigone le sue doglianze contra dell'usurpatore
_Astolfo_ al re _Pippino_, con iscongiurarlo d'imprendere la protezion
de' Romani, e di obbligare alla restituzione il longobardo; e furono ben
ricevute le di lui istanze[406]. Fu dipoi condotto a Parigi, dove da lì
a qualche giorno con gran solennità coronò in re di Francia esso Pippino
e i suoi due figliuoli _Carlo_ e _Carlomanno_, con dichiararli ancora
_patrizii de' Romani_, del qual titolo parleremo più abbasso. Quindi è
che si veggono tre lettere nel Codice Carolino, scritte ai medesimi suoi
due figliuoli col titolo di re, benchè fosse tuttavia vivente Pippino
lor padre. Avea spedito esso Pippino i suoi messi ad Astolfo, per
esortarlo a rendere all'imperio gli stati occupati; ma nulla servì a
fargli mutar pensiero. Però chiamati ad una dieta generale tutti i
baroni del regno franzese, sì egli come il papa esposero i bisogni o
motivi di unirsi contra del re longobardo, con trovarsi in tutti una
mirabil disposizione a prendere l'armi in favore ed aiuto del papa.
Arrivò intanto in Francia _Carlomanno_, fratello dello stesso re, già
divenuto, come dicemmo, monaco in monte Casino. Giudicò bene il re
Astolfo di muovere questo principe, per isperanza che egli colla sua
presenza e facondia appresso il fratello Pippino potesse disturbare le
pratiche del pontefice, delle quali forte egli temeva. Notarono gli
antichi scrittori che Carlomanno assunse questo viaggio e sì fatta
incumbenza per ordine del suo abbate _Optato_, il quale non potè
resistere alle istanze del re Astolfo. Ma giunto a Parigi, ossia ch'egli
non si volesse punto riscaldare in favore del re longobardo, oppure che
prevalesse alle di lui persuasioni il credito e l'autorità del romano
pontefice, certo è ch'egli non potè punto smuovere l'animo del re
Pippino dall'imprendere la difesa degl'interessi a lui raccomandati dal
papa. Però Carlomanno non curandosi, o non attentandosi di tornare in
Italia, oppure, per quanto io credo, impedito dal papa e dal fratello,
fu inviato ad abitare in un monistero di Vienna del Delfinato, dove in
questo medesimo anno, secondo alcuni storici, oppure nel susseguente,
come altri vogliono, terminò in pace i suoi giorni. Per quello che
andremo vedendo, si potrà conoscere avere il papa fin da allora
intavolato il trattato che Ravenna col suo esarcato fosse donata alla
Chiesa Romana, e non già restituita all'imperio romano. Non lasciò il re
Pippino di spedire altri ambasciatori ad Astolfo con vive preghiere,
perchè s'inducesse pacificamente a rendere gli usurpati paesi. Altre
lettere v'aggiunse papa Stefano, con iscongiurarlo di risparmiare il
sangue cristiano: ma tutto fu indarno. Infellonito Astolfo, in vece di
buone risposte, mandò all'uno e all'altro delle minacciose parole. Il
perchè Pippino s'accinse finalmente a far guerra, e spedì alcune delle
sue truppe alla guardia delle Chiuse dell'Alpi, ossia de' confini del
regno. Accorso colà anche il re longobardo, ed informato che poche fino
allora erano le milizie franzesi, senza perdere tempo, fatto aprir le
Chiuse, andò ad assalirle. Ma quantunque fusse egli di troppo superiore
di forze, pure permise Iddio che i pochi vincessero i molti, in guisa
che egli, dopo aver corso pericolo della vita, fu costretto a
fuggirsene, con ritirarsi e fortificarsi poi entro Pavia. Arrivato
intanto con potente armata il re Pippino, calò in Italia, e giunto a
Pavia, vigorosamente si pose all'assedio di quella forte città. Allora
lo sconsigliato Astolfo, rientrato in sè stesso, fece segretamente
muovere parola di pace, e buon per lui che il misericordioso papa
bramava bensì la di lui correzione, ma non giù la rovina; e però
abborrendo che si spargesse il sangue cristiano, trasse colle piissime
sue ammonizioni il re Pippino ad ascoltar le proposizioni, e non andò
molto che seguì fra loro pace, con avere Astolfo sotto fortissimi
giuramenti promesso di restituire Ravenna e le altre città occupate, e a
tal fine dati ostaggi al re de' Franchi. Tornò in Francia il vittorioso
esercito, e papa Stefano a Roma, seco portando la speranza di aver messo
fine ai passati disastri. In quest'anno il re Astolfo aggiunse al corpo
delle leggi longobardiche quattordici nuove leggi, correndo l'_indizione
VII_, come apparisce dalla prefazione alle medesime, pubblicata dal
Sigonio[407], e da me data ancora alle stampe[408]. Nei medesimi
tempi[409] l'imperador _Costantino_ più che mai furibondo contro le
sacre immagini, raunò in Costantinopoli un conciliabolo di trecento
trentotto vescovi, al quale non intervenne alcuno del legati delle
chiese patriarcali, cioè di Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.
Quivi per opera del falso patriarca di Costantinopoli fu pubblicato un
editto di non venerar da lì innanzi le immagini di Cristo, della Vergine
e dei santi, anzi di atterrarle ed abolirle, come idoli, dovunque si
trovassero. Fu in molti paesi eseguito l'empio decreto, e mossa
persecuzione contra de' monaci difensori delle medesime, in guisa che la
maggior parte d'essi fu obbligata ad abbandonare i propri monisteri e di
rifugiarsi in quelle contrade, dove si conservava il culto d'esse
immagini, e non giugnevano le braccia dell'iniquo imperadore. Truovasi
poi in questo anno _Alberto_ duca governatore di Lucca nelle memorie
rapportate dal Fiorentini[410], essendo egli succeduto a _Walperto_
duca. Un documento, dove esso si truova nominato, l'ho riferito nelle
mie Antichità italiane[411].

NOTE:

[406] Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.

[407] Sigonius, de Regno Italiae.

[408] Rer. Ital., P. II, tom. I.

[409] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.

[410] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[411] Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.



    Anno di CRISTO DCCLV. Indizione VIII.

    STEFANO II papa 4.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 36 e 15.
    LEONE IV imperadore 5.
    ASTOLFO re 7.


Bisognerà ben credere che _Astolfo_ re dei Longobardi fosse uomo di poca
coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a
calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino,
principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla
restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno
corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi
e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto
ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori
della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima.
Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal carteggio che allora passava
tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche
Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso
pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al
re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè _Giorgio_ vescovo e
_Tomarico_ conte, in compagnia di _Guarnieri_ abbate franzese, che a
nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia
l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse
il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso
re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata
dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso
Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare,
all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in
paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione.
_Questa lettera,_ dice l'abbate di Fleury[412], _è importante per
conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi
sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa
è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non
l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia
di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali
dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i
motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato._
Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci
nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e
l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa
delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico
franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e
da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse
alla volta d'Italia: del che avvertito Astolfo, sciolto l'assedio,
lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini
dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma
due ambasciatori spediti dall'Augusto _Costantino_ al re di Francia,
cioè _Gregorio_ capo de' segretarii, e _Giovanni_ silenziario, con
ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de'
Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano
imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata,
se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere
tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro
dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo
che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco.
Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo
scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano,
non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del
sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso
in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle
brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il
suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e
presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare
restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome
paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun
legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse
nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver
fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana,
e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i
ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di
cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri furono
licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.

Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine
dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e
a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa,
aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva
essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu
che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto
di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto
_Fulrado_ abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso,
con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del
re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che
tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le
chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove
sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla
donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi
vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città:
cioè di _Ravenna_, _Rimini_, _Pesaro_, _Fano_, _Cesena_, _Sinigaglia_,
_Jesi_, _Forlimpopoli_, _Forlì col castello Sussubio_, _Monfeltro_,
_Acerragio_, _Monte di Lucaro_, _Serra_, _Castello di san Mariano_
(forse san Marino), _Bobio_ (diverso dall'altro della Liguria),
_Urbino_, _Cagli_, _Luceolo_, _Gubbio_, _Commachio_, colla giunta ancora
della città di _Narni_, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano
tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal
donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e
strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente
finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere
al re Pippino[413] scrive che il re Astolfo _nec unius palmi terrae
spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum
reddere passus est_. Aggiunge che Pippino avea confermato _propria
voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae,
reipublicae, civitates et loca restituenda_. Altri passi ci sono, ne'
quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla _repubblica_,
chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali
ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di _repubblica_
venisse il _romano imperio_, ossia la camera e il fisco imperiale. A
questa opinione non acconsentì il padre Pagi[414]; ma, per quanto mi
sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[415], indubitata
cosa è che sotto il nome di _repubblica_ veniva l'_imperio romano_,
benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio,
essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma.
Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani
pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che
l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione.
Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della
Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne
affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma
e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno
sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come
altrove osservai[416]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di
dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori,
del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior
parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti
signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il
corso di sua vita san _Bonifacio_, celebre arcivescovo di Magonza, con
sofferire il martirio dai Pagani. Credesi parimente che riuscisse al re
Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio,
con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la
provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del
Dandolo[417], in quest'anno _Deusdedit_ doge di Venezia, mentre era
dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della
Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato _Galla_, fu ucciso
dal suo popolo. Dopo di che lo stesso _Galla_ portatosi a Malamocco,
occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.

NOTE:

[412] Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.

[413] Codex Carolinus.

[414] Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.

[415] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.

[416] Piena Esposizione, cap. 2.

[417] Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCLVI. Indizione IX.

    STEFANO II papa 5.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 37 e 16.
    LEONE IV imperadore 6.
    ASTOLFO re 8.


Gli Annali d'Eginardo, Metensi[418] ed altri, siccome ancora
Sigeberto[419], riferiscono all'anno presente la morte di _Astolfo_ re
dei Longobardi. Andrea prete[420] nella sua Cronichetta scrive ch'egli
regnò _otto anni_. Era egli alla caccia, e cadendo da cavallo (alcuni
han creduto per urto di un cignale), tale fu la percossa, che da lì a
tre giorni cessò di vivere. Di lui così scrisse lo Anonimo salernitano,
autore del secolo decimo, nella Cronica da me data alla luce[421]: _Fuit
audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in
Papiam detulit. Construxit etiam oracula, ubi et monasterium virginum,
et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus
Æmiliae, ubi dicitur Mutina, loco, qui nuncapatur Nonantula; nam pro
ejus cognato abbate Arsenio_ (si dee scrivere Anselmo) _ibi vivorum
coenobium fundatum est. Necnon et sibi ad sacra monachorum coenobia
aedificanda per certas provincias multa est dona largitus. Sed valde
dilexit monachos, et in eorum est mortuus manibus_. Perchè Astolfo non
lasciò figliuoli maschi, seguì appresso un gran dibattimento nella dieta
de' principi longobardi per l'elezione del successore. _Desiderio_ duca
era uno dei principali pretendenti. Abbiamo da Anastasio
bibliotecario[422], che esso Desiderio era stato indirizzato dal re
Astolfo in _Toscana_, e udendo egli la nuova della morte accaduta d'esso
re, immantinente raunato tutto l'esercito de' Toscani, si studiò
d'occupar la corona del regno longobardico. Questo parlar d'Anastasio ha
dato occasione al Sigonio e agli altri storici susseguenti di scrivere
che lo stesso Desiderio era in questi tempi _duca di Toscana_. Ma non è
ben certa cotale notizia. Non apparisce che allora vi fosse un duca, il
qual comandasse tutta la Toscana. Ogni città di quella provincia si vede
in essi tempi governata dal suo proprio duca; e specialmente ciò si
osserva in Lucca, città che più felicemente dell'altre ha conservate le
antiche sue carte che compongono oggidì un nobilissimo archivio,
custodito da quell'arcivescovo. Nè Francesco Maria Fiorentini, e neppure
io, che sotto gli occhi ho avuto le carte medesime, abbiam trovato
vestigio alcuno che Desiderio fosse duca di quella città, e molto meno
di tutta la Toscana. All'incontro, se vogliam credere ad Andrea
Dandolo[423], Desiderio era allora _dux Istriae_. In fatti, siccome
accennerò all'anno 771, l'Istria allora si truovava signoreggiata dai
Longobardi, e ne parla anche l'Anonimo salernitano. Comunque sia, certo
è che Desiderio incontrò di gravi difficoltà per salire sul trono.
Alzossi contra di lui _Rachis_, già re, e poi monaco in Monte Casino, il
quale invaghito di nuovo dell'abbandonato regno, e dimenticato de' suoi
voti, tentò ogni via per riassumere il comando, con ritornare a tal fine
in queste parti, dove anch'egli messa insieme un'armata di Longobardi,
si oppose ai disegni di Desiderio. Allora fu ch'esso Desiderio altro
rifugio non ebbe che di fare ricorso a papa Stefano, per ottenere col
mezzo suo la corona, promettendo di fare in tutto e per tutto la volontà
dello stesso pontefice e di render alla _repubblica_ le città non per
anche restituite, colla giunta d'altri doni. Resta ancora la
testimonianza d'esso papa Stefano in una lettera scritta al re Pippino,
che il re Astolfo contro i patti avea fino alla sua morte ritenuto in
suo potere alcune città: il che fa intendere non doversi prendere a
rigore ciò che di sopra abbiam veduto riferito dal medesimo Anastasio
intorno alla restituzione delle suddette città. Perciò il papa spedì
incontanente in Toscana _Fulrado_ abbate e Paolo diacono suo fratello,
che strinsero l'accordo con Desiderio. Ed appresso inviò Stefano prete
con lettere indirizzate a Rachis e a tutti i Longobardi, con pregarli di
non contrariare all'elezione di Desiderio, esibendo in aiuto del
medesimo alquante truppe franzesi, e più brigate di Romani, quando
occorresse.

Furono sì efficaci questi maneggi, che senza venire all'armi, Desiderio
pacificamente salì sul trono, e l'ambizioso monaco Rachis se ne tornò
confuso al suo monistero. Ma ciò dovette seguire solamente nell'anno
seguente. Avea promesso Desiderio di consegnare al papa Faenza col
castello Tiberiano, Gavello, e tutto il ducato di Ferrara; ma non già
Imola, Osimo, Ancona, Numana e Bologna, siccome vedremo. Che poi
l'opposizione di Rachis monaco pentito non fosse di poca conseguenza, lo
ricavo io da un riguardevol documento che si conserva nell'archivio
archiepiscopale di Pisa, ed è stato da me dato alla luce[424]. Consiste
esso in una donazione fatta da _Andrea_ vescovo pisano con queste note
cronologiche: _Guvernante domno Ratchis famulu Christi Jesu, principem
gentis Langobardorum, anno primo, mense februario, per Inditione
decima_. Indicano queste il mese di febbraio dell'anno 757 seguente, nel
qual tempo si scorge che Rachis sotto il falso nome di _famulus
Christi_, cioè di monaco, conservava l'antica ambizione, e contrastò a
Desiderio il regno. Questo documento ci rileva che Rachis riassunse il
governo con sollevar la Toscana contro d'esso Desiderio, giacchè si vede
notato in Pisa l'_anno primo_ del suo governo, corrente nel febbraio
dell'anno susseguente. Una bella e non mai più veduta scena in Italia
dovette esser quella di un monaco, il quale alla testa d'un esercito
dava a conoscere il suo prurito di comandar di nuovo ad un regno. Potè a
suo piacere Angelo dalla Noce[425] dargli il titolo _sanctissimi regis
et monachi_. Certo non fu santo per questo. Il tempo, in cui diede
Desiderio principio al suo regno, si potrebbe credere verso il fine del
presente anno. Nell'archivio archiepiscopale di Lucca v'ha una carta
scritta _nell'anno VI di Desiderio, e IV di Adelchis, a dì 8 di
dicembre_, correndo l'_indizione prima_, cioè nell'anno 762: note
indicanti che dopo il dì 8 di dicembre nell'anno presente 756 cominciò
l'epoca del re Desiderio. Un'altra carta è scritta _nell'anno XI di
Desiderio, IX di Adelchis, nel dì 19 di febbraio, indizione sesta_, cioè
nell'anno 768: dalle quali note si può inferire principiato il suo regno
nell'anno 757. Altre carte ho io veduto che sembrano indicare differita
la di lui elezione sino al principio d'esso anno 757. Perciò, finchè
altri meglio decida questo punto, mi attengo a tale opinione. A buon
conto s'è veduto che anche nel febbraio dell'anno seguente durava
tuttavia l'opposizione di Rachis alle pretensioni di Desiderio. E il
padre Astesati benedettino[426] dopo lungo esame concorre anch'egli
nell'anno 757. Secondochè abbiamo dal Dandolo[427], in questo medesimo
anno l'usurpatore del ducato di Venezia _Galla_ ebbe da quel popolo il
dovuto pagamento delle sue iniquità, con essergli stati cavati gli occhi
e tolta quella dignità. Succedette in suo luogo _Domenico Monegario_,
concordemente eletto doge, ma non senza qualche novità, perchè il popolo
volle anche avere sotto di lui due tribuni, che ogni anno s'aveano da
mutare. Per quanto poi risulta dalle memorie recate dal padre
Mabillone[428], mancò di vita in quest'anno _Guido conte_ longobardo,
figliuolo di _Adalberto conte_, marito di _Adelaide_ figliuola di
_Rodoaldo_ duca di Benevento, e parente del re Desiderio. Avendo egli
negli anni addietro ricuperata la sanità per le preghiere dei monaci di
Disertina ne' Grigioni nella diocesi di Coira, avea fatto a quel
monistero una donazion copiosa di beni.

NOTE:

[418] Eginhardus, in Annalib. Annales Metenses.

[419] Sigebertus, in Chron.

[420] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1. Antiquit. Ital. Dissert. I.

[421] Anonym. Salernitan. P. II, tom. 2. Rer. Ital.

[422] Anastas., in Stephan. II Vit.

[423] Dandulus, in Chron., tom. 12, Rer. Italic.

[424] Antiquit. Ital. T. III. Appendic., p. 1007.

[425] Angelus a Nuce, in Not. ad lib. 1, cap. 8 Chron. Casinens.

[426] Astesati, Dissert. in Manelm.

[427] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.

[428] Mabill., in Annal. Benedict., lib. 23, n. 20.



    Anno di CRISTO DCCLVII. Indizione X.

    PAOLO I papa 1.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 38 e 17.
    LEONE IV imperadore 7.
    DESIDERIO re 1.


Fu di parere il padre Pagi che la lettera scritta da papa _Stefano II_
al re _Pippino_[429], il cui principio è: _Explere lingua_, fosse
scritta nell'anno precedente. Io la credo ne' primi mesi dell'anno
corrente, dicendo il papa che già era passato l'anno in cui era
succeduto l'assedio e la liberazion di Roma. Ora da questa lettera
apprendiamo che _Desiderio_ avea vestito il manto regale, e promesso di
rendere il rimanente delle città non per anche restituite a s. Pietro.
Da essa parimente intendiamo che la dieta generale del ducato di Spoleti
aveva eletto un nuovo duca, e questi era _Alboino_. Nel catalogo posto
innanzi alla Cronica di Farfa[430], da me data alla luce, si vede
registrato l'anno in cui seguì tale elezione, ed è l'anno presente 757.
Però concorre ancor questa notizia a indicar l'anno della lettera
suddetta di Stefano II papa, il quale fa inoltre sapere ad esso re, che
i popoli dei ducati di Spoleti e Benevento a lui si raccomandavano.
Esorta dipoi e prega il re Pippino, che, se Desiderio eseguirà i patti
con restituir pienamente a _san Pietro_ e _alla repubblica de' Romani_
ciò che avea promesso, voglia esso Pippino aver pace con lui, e
concedergli quanto bramava. Fa eziandio istanza che Pippino spedisca a
Desiderio i suoi messi, per comandargli la restituzione intera di quei
che restava a rendersi, cioè le città di sopra accennate. E qui si vuol
ricordare aver Leone Ostiense[431] lasciato scritto, che la donazione
fatta da Pippino e da' suoi figliuoli consisteva ne' seguenti paesi: _A
Lunis cum insula Corsica Inde in Surianum Inde in Montem Bardonem. Inde
in Bercetum. Inde in Parmam. Inde in Regium. Inde in Mantuam, et Montem
Sicilis. Simulque universum exarchatum Ravennae, sicut antiquitus fuit,
cum provinciis Venetiarum et Histriae; necnon et cunctum ducatum
spoletinum, seu beneventanum_. Trasse Leone Marsicano tali notizie da
Anastasio nella vita di papa Adriano. Ma non apparisce punto che fossero
donate dal re Pippino alla Chiesa romana le province della Venezia e
dell'Istria, nè i ducati di Spoleti e di Benevento, che noi seguiteremo
a vedere porzioni del regno d'Italia. Bologna fu all'occidente il
confine dell'esarcato conceduto alla santa Sede, senza mai stendersi il
dominio dei papi alla città di Luni, nè a Parma, Reggio, Mantova, ec.
Però non possono venir quelle parole da autore assai informato di questi
affari. Ricavasi dalla medesima lettera di papa Stefano II che tuttavia
un _silenziario_, cioè un segretario dell'imperadore, si trovava alla
corte del re Pippino, bramando il papa di sapere che negoziati fossero
passati con lui, e con quali lettere egli fosse stato licenziato dal re.
In fatti abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in questi tempi andavano
innanzi e indietro ambasciatori dell'imperadore e di Pippino, e che il
primo mandò a donare al re un organo, che in que' tempi era mirabil cosa
presso i Franzesi. Ma _Stefano II_ papa sopravvisse poco alla lettera
suddetta, essendo mancato di vita nel dì 24 d'aprile dell'anno corrente:
pontefice assai benemerito di Roma e della santa Sede, spezialmente nel
temporale. L'elezione del suo successore non seguì senza qualche
discordia del clero e del popolo. Una parte concorse coi suoi voti in
_Teofilatto_ arcidiacono, un'altra in _Paolo_ diacono, fratello del
defunto papa Stefano, personaggio specialmente eminente nella carità
verso i poveri, e sommamente mansueto e benigno. Dopo trentacinque
giorni di sede vacante questi prevalse, e fu consecrato papa nel dì 29
di maggio. Non tardò egli a significare a _Pippino re di Francia e
patrizio de Romani_ l'assunzione sua al pontificato in una lettera che
si legge nel Codice Carolino, assicurandolo d'essere non men egli che
tutto il popolo romano saldissimi nella fede, amore, concordia di
carità, e lega di pace che il suo predecessore e fratello avea stabilito
con lui. Era già stato circa l'anno 752 ordinato arcivescovo di Ravenna
Sergio; e quantunque il testo delle sua vita scritta da Agnello
ravennate[432] sia scorretto, pure ci fa abbastanza intendere che
essendo nell'anno appresso in viaggio verso la Francia _Stefano II_
papa, non andò ad incontrarlo quell'arcivescovo, probabilmente per tema
del re _Astolfo_, padrone allora di Ravenna. Se l'ebbe a male il papa,
gli tolse il monistero di sant'Ilario della Galliata, e tornato a Roma,
cominciò a dargli delle molestie. Sergio confidato nella protezione del
re de' Longobardi si andò riparando; ma venuta alle mani del papa
Ravenna, egli fu con frode di que' cittadini condotto a Roma e posto in
prigione, dove stette circa tre anni. Finalmente papa Stefano era in
procinto di deporlo, adducendo per suo reato l'esser egli salito in
quella cattedra, quantunque avesse moglie. Ma Sergio rispondeva d'essere
stato eletto da tutto il clero e popolo di Ravenna, e che andato a Roma
ed interrogato dal medesimo papa, non avea taciuto d'essere ammogliato,
ma che era seguito divorzio colla moglie _Eufemia_, ed essa era entrata
dipoi nell'ordine delle diaconesse. Ciò non ostante, il papa gli avea
data la consecrazione. Sopra ciò diversi erano i sentimenti de' vescovi
raunati in un concilio; ma il papa in collera rispose che nel dì
seguente colle sue mani gli volea strappare la stola, ossia il pallio,
dal collo. Passò Sergio quella notte in lagrime e preghiere; ma nella
medesima appunto, essendo morto papa Stefano, fu a trovarlo segretamente
Paolo di lui fratello, che gli dimandò cosa voleva egli dargli se il
rimandava onorato e in pace a casa. Sergio spalancò la porta alle
promesse. Creato poi papa Paolo, il mise in libertà, e rimandollo con
onore alla sua chiesa. Non è Agnello assai esatto scrittore nelle cose
lontane da' suoi tempi, e si scuopre poi sospetto in tutto ciò che
riguarda i papi; però possiam giustamente dubitare della verità di
questo fatto. Certo s'inganna Girolamo Rossi, seguitato poi dal Baronio,
che lo rapporta ai tempi di Stefano III papa; scusabile nondimeno,
perchè ai suoi dì non si trovava più in Ravenna il Pontificale d'esso
Agnello, del cui rinascimento alla luce siam debitori alla biblioteca
estense. Nell'epistola vigesima settima del Codice Carolino, il
pontefice Paolo in iscrivendo al re Pippino, si mostra disposto di
restituire alla sua Chiesa l'arcivescovo _Sergio_: il che ci fa
intendere che non sì tosto dopo l'assunzione d'esso Paolo alla cattedra
pontificia fu rimesso il medesimo Sergio in libertà, ma da lì ad un
anno, o due, per cui forse ancora lo stesso re Pippino avea presa
qualche favorevole ingerenza.

NOTE:

[429] Codex Carolinus, Epistol. 6.

[430] Chron. Farfense, P. II. T. II Rer. Ital.

[431] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 8.

[432] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. P. I. Tom. II Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCLVIII. Indizione XI.

    PAOLO I papa 2.
    COSTANTINO Copronimo imperatore 39 e 18.
    LEONE IV imperadore 8.
    DESIDERIO re 2.


Dimenticò ben presto il re _Desiderio_ i benefizii ricevuti da papa
_Stefano II_, e le promesse da lui fatte di restituire interamente alla
Chiesa romana quanto era stato occupato da' suoi predecessori al greco
Augusto. Perciò papa _Paolo_ per questi affari fervorosamente scrisse al
re _Pippino_ nella lettera decimaquinta del Codice Carolino che
comincia: _Quotiens perspicua_. Questa lettera dal padre Pagi fu creduta
spettante all'anno precedente: io la stimo inviata nel presente. Da essa
impariamo alcune particolarità di molta importanza. Cioè, che mentre fu
l'ultimo assedio di Pavia, oppure nell'interregno dopo la morte del re
Astolfo, i duchi di Spoleti e di Benevento _se sub vestra a Deo servata
potestate contulerunt_: il che in buon linguaggio vuol dire che s'erano
ribellati al re, ossia regno longobardico, e messi sotto la protezione,
anzi sotto la sovranità del re di Francia, comparendo anche da ciò
l'insussistenza della donazione di que' ducati alla Chiesa romana, che
nel secolo XI fu immaginata, oppure interpolata. Ora il re Desiderio
altamente sdegnato contra di quei duchi, nell'anno presente si mosse
coll'esercito per castigarli. Abbiamo dalla lettera suddetta ch'egli
passò per le città della Pentapoli, cioè per Rimini, Fano, Pesaro, ec,
consumando col ferro e col fuoco i raccolti e le sostanze di quegli
abitanti. Altrettanto fece appresso ne' ducati di Spoleti e di Benevento
_ad magnum spretum regni vestri_, perchè que' duchi si erano dati al re
Pippino. Mise Desiderio in prigione _Alboino_ duca di Spoleti e molti di
que' baroni. E di là passato nel ducato di Benevento, tal terrore vi
portò, che _Liutprando_ duca di quel vasto paese si rifugiò nella città
d'Otranto. Non avendolo potuto far uscire di là, il re Desiderio creò un
altro duca di Benevento, cioè _Arichis_, ossia _Arigiso_, secondo di
questo nome. Osservò Camillo Pellegrini[433] che il governo del suddetto
duca Liutprando in Benevento si truova continuato fino al febbraio del
presente anno: il che ci fa conoscere doversi riferire a questo medesimo
anno, e non già all'antecedente, la lettera di papa Paolo I
soprammentovata. Aggiunge dipoi esso pontefice che il re Desiderio avea
chiamato a sè da Napoli _Giorgio_ silenziario, ossia segretario, quel
medesimo ministro imperiale che poco prima era tornato di Francia, e
trattato con lui per indurre l'imperadore ad inviare un potente esercito
in Italia, con promessa di seco unir le sue armi per fargli ricuperare
la città di Ravenna. Che inoltre era convenuto fra loro che la flotta
delle navi di Sicilia venisse all'assedio di Otranto, colla quale di
concerto coi Longobardi si potesse obbligar quella città alla resa, con
patto di cederla all'imperadore, purchè Desiderio avesse in mano il duca
Liutprando col suo balio. Dopo tali imprese e maneggi, seguita a dire il
papa, che essendo venuto il re Desiderio a Roma, in un abboccamento
avuto con lui l'avea scongiurato di restituire le città d'Imola,
Bologna, Osimo ed Ancona a san Pietro, secondo le promesse
antecedentemente da lui fatte. Ma che egli tergiversando avea fatta
istanza di riaver prima gli ostaggi longobardi che erano in Francia;
dopo di che avrebbe adempiuto quanto avea promesso. Perciò il papa si
raccomanda a Pippino, acciocchè con braccio forte insista appresso il re
longobardo per fargli mantener la parola, con avvisarlo ancora d'avergli
trasmessa altra lettera di tenor differente a petizione del re
Desiderio, dove il pregava di rendere gli ostaggi e di aver pace con
lui; ma che si guardasse però dal renderli, finchè non fosse seguita la
total restituzione delle città suddette. Questa lettera è la vigesima
nona del Codice Carolino. Quindi apparisce qual fosse il disparere tra
il papa e il re Desiderio, cadaun di loro pretendendo di aver la
preminenza nell'esecuzione de' patti.

Probabilmente ancora in quest'anno il pontefice Paolo scrisse al re
Pippino la lettera vigesima quarta, che comincia _A Deo institutae_, in
cui l'avvisa d'avere inteso da più parti che sei patrizii imperiali con
trecento legni e con lo stuolo delle navi di Sicilia venivano da
Costantinopoli verso Roma, senza che si sapesse il loro disegno, se non
che voce correva che fossero incamminati verso la Francia. Motivo abbiam
di maravigliarci come il papa, trattandosi di venire a Roma una sì
potente flotta, non ne mostri apprensione alcuna, quando tanta ne mostra
altrove per le minacce dei Greci contro di Ravenna. S'egli al dispetto
dell'imperadore, come suppongono alcuni, signoreggiava in Roma, perchè
non temere di quella visita? Seguita a dire il pontefice di aver
trattato col re Desiderio per ottenere _le giustizie dei Romani_ da
tutte le città de' Longobardi, cioè i patrimonii ed allodiali spettanti
in esse alla Chiesa Romana e ai particolari; ma esigere da Desiderio che
nello stesso tempo dalla parte de' Romani fosse fatta giustizia ai
Longobardi; e che mentre una città longobarda restituisse l'occupato,
anche un'altra dei Romani scambievolmente soddisfacesse al suo dovere.
Incagliato per questi puntigli l'affare, Desiderio avea fatto delle
scorrerie nelle terre dei Romani, ed inviato al papa delle gravi
minacce. In quest'anno, prima che terminasse il secondo del suo regno,
tengono alcuni che il re Desiderio dichiarasse suo collega nel regno e
re il suo figliuolo _Adelchis_, ossia _Adelgiso_. I miei sospetti sono
che all'anno seguente piuttosto appartenga tal promozione. Buona parte
dei documenti che restano di quei regnanti ci fan conoscere che l'epoca
del padre precede di due anni quella del figliuolo, e in altre carte di
tre. Nell'archivio dell'arcivescovo di Lucca è scritto uno strumento con
queste note: _Anno Domni Desiderii primo, kal. januaria, Indictione
undecima_, cioè nell'anno presente 758: il che può indicare che
nell'anno precedente 757 avesse principio l'anno primo dell'epoca di
Desiderio, durante tuttavia nel dì primo di gennaio di quest'anno. Quivi
pure se ne conserva un altro colle note: _Regnante D. N. Desiderio, et
Adelchis regibus, anno regni eorum undecimo et nono, undecimus dies
kalendas martii_s. In un'altra carta si legge: _Regnante D. N. Desiderio
rege, et filio ejus D. N. Adelchis anno regni eorum quartodecimo, et
duodecimo, quarto kal. octobris, Indict. IX_, cioè nel 770. In un'altra
abbiamo stipulato uno strumento nell'_anno X di Desiderio re, e VII del
re Adelchis, nel dì primo di luglio_, correndo _l'Indizione quarta_,
cioè nell'anno 766. Un altro fu scritto nell'_anno VIII di Desiderio, e
V di Adelchis, nel mese di maggio nell'Indizione II_, cioè nell'anno
764. Un altro nell'_anno IX del re Desiderio, e VI di Adelchis, nel mese
di maggio, Indizione III_, cioè nell'anno 765. Così nell'archivio di san
Zenone di Verona si vede una carta scritta _regnante domno nostro
Desiderio, et filio ejus Adelchis, etc. annis duodecimo, et nono, die
vincesima martii, per Indictione sexta_, cioè nell'anno 768. E
nell'archivio del monistero di sant'Ambrosio di Milano un'altra ne ho
veduta scritta _anno domno Desiderio et Adelchis, quintodecimo et
duodecimo sub die octaubo kalendarum augustarum, Indictione nona_, cioè
nell'anno 771. Similmente un'altra scritta _Desiderio et Adelchis
regibus anno nono et septimo, sub die tertiodecimo kalend. septembris,
Indictione tertia_, cioè nell'anno 765. Perchè non mi sembrano coerenti
tutte queste note cronologiche, lascierò che altri, unendo altre
notizie, ne deduca il principio delle epoche di questi due regnanti.

NOTE:

[433] Camill. Peregrin., Rer. Ital., P. I, tom. 2.



    Anno di CRISTO DCCLIX. Indizione XII.

    PAOLO I papa 3.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 40 e 19.
    LEONE IV imperadore 8.
    DESIDERIO re 3.
    ADELGISO re 1.


Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice
Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re
di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui
furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la
quattordicesima, che comincia _Quas praeclara_. Scrive in essa papa
_Paolo_ al re _Pippino_ d'aver inteso come il re _Desiderio_ avea voluto
fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa;
ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni
inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccome _hoc
praeterito_ anno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino.
Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguita _in
civitate nostra senogalliensi_, e in Campagna di Roma, _Castro nostro,
quod vocatur Valentis_. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di
Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i
Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che
sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera
diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi
abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso
Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il
conto di alcune giustizie, cioè de' bestiami tolti dall'una parte e
dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei
confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro
occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito;
anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi
di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire
davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente
il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli
ottenere interamente le _giustizie_, affinchè il beato Pietro principe
degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato
esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano,
confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del
Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e
perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle
sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma. _Non ob aliud (sono
le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter
sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem,
quam cupiunt destruere atque conculcare._ Qui son chiamati
_nefandissimi_ i Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono
anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra
dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto
dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo,
cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne
affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa
da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani
pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino
facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora
il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo
poi questo dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo
sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini
sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza
di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi[434] una bolla di papa
Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano
ad _Anscauso_ vescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della
Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo
nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera
settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora
essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce
alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di
ragione della medesima. La bolla è data _nonis februarii imp. domno_
(forse D. N. cioè _domino_ o _domno nostro) piissimo Augusto Costantino,
a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus_ (ivi sarà scritto
_P. C. ejus_, cioè _post consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore
imp. ejus filio anno VII. Indictione XII._ Se niuno errore fosse scorso
negli anni di _Leone Augusto_ figliuolo del Copronimo, avremmo qui da
correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di
lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà stato _anno
VIII_, oppure _VIIII_. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'_anno
XL_ di Costantino s'abbia a scrivere _XXXIX_. Ma quando si ammetta per
legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista
avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in
Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che
serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui
autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere che _Sergio_
arcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della
grazia del romano pontefice.

NOTE:

[434] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.



    Anno di CRISTO DCCLX. Indizione XIII.

    PAOLO I papa 4.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 41 e 20.
    LEONE IV imperadore 10.
    DESIDERIO re 4.
    ADELGISO re 2.


Fu scritta in quest'anno la lettera vigesima prima del Codice Carolino
da papa _Paolo_ al re _Pippino_. In essa gli significa, essere convenuto
fra _Desiderio_ re de' Longobardi, e _Remedio_ ed _Autario_ duca,
inviati d'esso re Pippino, che _per totum instantem aprilem mensis
istius XIII, Indictione_ dell'anno presente, il suddetto renderebbe a s.
Pietro _tutte le giustizie_, cioè i patrimonii, i diritti, i luoghi,
confini e territorii _diversarum civitatum nostrarum reipublicae
Romanorum_. Aggiugne, che una parte già n'era restituita, e che il re
longobardo faceva in breve sperare il restante. In questo medesimo anno
vo io conghietturando che sia scritto la lettera vigesima sesta del
Codice Carolino, riferita all'anno 757 dal Cointe e dal padre Pagi.
Quivi papa Paolo fa sapere al re Pippino che il re Desiderio
nell'autunno precedente per sua divozione era venuto a Roma, e che
parlando seco, restò conchiuso d'inviare i messi del medesimo re con
quei del re Pippino per diverse città affin di liquidare le _giustizie_
della Chiesa romana, mostrandosi egli pronto alla restituzione di tutto.
Soggiugne che in fatti questa si era effettuata nei ducato di Benevento
e nella Toscana, e che si era dietro a fare lo stesso nel ducato di
Spoleti e negli altri luoghi dove occorreva: il che fa sempre più
intendere che sotto nome di giustizia venivano beni patrimoniali ed
allodiali, e non già luoghi giurisdizionali. Ringrazia inoltre il re
Pippino, perchè abbia raccomandato al re Desiderio di forzare i _re di
Napoli e di Gaeta_ (non già che questi portassero il titolo di re, ma
perchè erano duchi di somma autorità indipendenti dal regno
longobardico, sottoposti nondimeno ai greci imperadori) a forzarli,
dissi, a rendere anch'essi i patrimonii esistenti sotto il loro
distretto, ed usurpati in addietro alla Chiesa di Roma, siccome ancora
ad inviare i lor vescovi eletti a Roma per esser ivi consecrati; e non
già, come si può conghietturare fatto in addietro a Costantinopoli,
cercando que' patriarchi coll'autorità dell'eretico Augusto di dilatare
le lor fimbrie in pregiudizio della santa Sede romana. Vedemmo di sopra
all'anno 758, che il re Desiderio avea preso e cacciato in prigione
_Alboino_ duca di Spoleti, perchè reo di ribellione al suo regno. Il
catalogo posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa[435] ci fa
vedere in quest'anno sostituito in suo luogo il duca _Gisolfo_. Ma forse
ciò avvenne nell'anno precedente, trovandosi fra le carte del monistero
medesimo una scritta _anno II Gisulfi_. _Actum in marsis mense januario
Indictione XIIII_, cioè nel gennaio dell'anno seguente, in cui correva
l'anno secondo del suo ducato. Ci fanno anche intendere queste note che
il paese di Marsi formava allora una porzione del ducato medesimo.

NOTE:

[435] Rer. Italic., P. II, tom. II.



    Anno di CRISTO DCCLXI. Indizione XIV.

    PAOLO I papa 5.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 42 e 21.
    LEONE IV imperadore 11.
    DESIDERIO re 5.
    ADELGISO re 3.


Sembra che fossero già quetati tutti i litigii fra il pontefice _Paolo
I_ e _Desiderio_ re de' Longobardi, e dall'una e dall'altra parte
seguita la restituzione dei patrimonii e d'altri diritti. Ma non si
provava già la stessa quiete e pace dalla parte de' Greci, a' quali
stava nel cuore la doglia del perduto esarcato, e la brama di
ricuperarlo. Perciò probabilmente appartiene all'anno presente la
lettera ventottesima del Codice Carolino, con cui esso papa notifica al
re Pippino, patrizio de' Romani, d'essergli stata inviata da _Sergio_
arcivescovo di Ravenna una lettera scritta da Leone ministro imperiale
alla provincia di Ravenna, con esortar que' popoli a tornare sotto
l'ubbidienza dell'imperador suo padrone. Però prega esso re dei Franchi
di voler ordinare al re Desiderio, che, occorrendo il bisogno, porga
aiuto alle città di Ravenna e della Pentapoli, per resistere ai
tentativi dei Greci. Parimente nell'epistola trentesima, che pare
scritta in questo medesimo anno dal suddetto papa, si legge aver Pippino
raccomandato ad esso pontefice di camminar con buona concordia e pace
col re Desiderio: il che promette lo stesso pontefice di fare, ogni
qualvolta Desiderio continui nell'amore e nella buona fede promessa
verso la Sede apostolica. Anzi soggiugne, essere già stabilito che segua
un abboccamento fra di loro in Ravenna, per trattare d'affari utili alla
Chiesa, e delle maniere di opporsi alle malizie de' Greci, più che mai
ansanti di ricuperar quella contrada. Se seguisse poi di fatto questo
abboccamento, noi nol sappiamo. Truovansi replicati questi sentimenti
nell'epistola trentesimaterza del medesimo papa Paolo. Riferisce in
quest'anno il cardinal Baronio una Bolla del soprammentovato papa Paolo,
conceduta al monistero da lui fondato in onore di s. Stefano I papa e
martire, e di san Silvestro papa, il cui corpo si dice trasferito colà:
notizia che non s'accorda colla Bolla primordiale della badia
nonantolana, di cui fu fatta menzione all'anno 755. Le note cronologiche
son queste: _Datum IV nonas junii, imperante domino Constantino Augusto,
a Deo coronato magno imperatore, anno quadragesimoprimo, ex quo cum
patre regnare coepit, et post consulatum ejus anno vicesimoprimo,
indictione decimaquarta. Se crediamo al padre Pagi, si ha da scrivere
anno quadragesimoprimo, et post consulatum ejus anno XX_. Ma potrebbe
anche darsi che l'errore fosse non già in quella Bolla, ma bensì nei
conti del padre Pagi. E noi intanto miriamo continuarsi ne' pubblici
documenti romani la menzione dell'imperadore: il che soleva essere
indizio della continuata sovranità.



    Anno di CRISTO DCCLXII. Indizione XV.

    PAOLO I papa 6.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 45 e 22.
    LEONE IV imperadore 12.
    DESIDERIO re 6.
    ADELGISO re 4.


Leggesi nel Codice Carolino una Bolla di papa _Paolo_, sotto nome di
epistola duodecima, in cui concede al re _Pippino_ il monistero di san
Silvestro, posto nel monte Soratte, con tre altri monisteri da quello
dipendenti, cioè di santo Stefano martire, di santo Andrea apostolo e di
san Vittore, _a praesenti quintadecima Indictione_, per sostentamento
de' pellegrini, de' poveri e de' monaci. Perchè _Carlomanno_ fratello di
esso re Pippino avea qui professata la vita monastica, e, quel che è
più, era stato fondatore di quel monistero, si può credere che il re
desiderasse d'averlo in suo dominio, ossia sotto la sua protezione e
cura, per benefizio ancora del medesimo sacro luogo. Forse ancora
nell'anno presente (se pur non fu nell'antecedente) scrisse il medesimo
pontefice al re Pippino la lettera trigesima quarta del Codice Carolino,
con dargli ragguaglio di avere da buona parte ricevuto avviso, come i
Greci, nemici della Chiesa di Dio e della vera fede, meditavano in buona
forma di venire ostilmente contra di esso papa e contra di Ravenna, ed
esser eglino in movimento per questa impresa. Perciò efficacemente il
prega di spedire un inviato al re Desiderio, con raccomandargli di
porgere un gagliardo soccorso, qualora venissero ad effetto cotali
minacce, e di pregarlo che comandi ai popoli di _Benevento, Spoleti e
Toscana_, confinanti al ducato romano, di accorrere, bisognando, in
aiuto di lui. Certamente pare che que' duchi si fossero suggettati al
dominio di Pippino, e che ciò si ricavi ancora dall'epistola
quindicesima del Codice Carolino. Basta almeno questa notizia per
convincere d'insussistenza la narrativa di Leone Ostiense, che stimò
compreso nella donazion di Pippino i ducati di Benevento e Spoleti,
siccome abbiam detto di sopra. Era in questi tempi impegnato il re
Pippino in una scabrosa guerra contro di _Guaifario_ duca di Aquitania,
la quale, cominciata nell'anno 760, durò sino all'anno 768, e terminò
colla morte di quel duca. All'incontro, l'imperador Costantino seguitava
a perseguitar le sacre immagini, e chiunque le difendeva e onorava, e
specialmente i monaci, con giugnere a proibire che alcuno abbracciasse
il santo loro istituto. Ci fa sapere Anastasio[436] che lo zelante papa
_Paolo_ spedì più messi con lettere esortatorie agl'imperadori
_Costantino_ e Leone, acciocchè rimettessero in onore esse sacre
immagini, e desistessero dall'odio contra delle medesime e de' loro
veneratori. Ma frustranei furono tutti questi passi. E qui ben
s'intende, come fra il romano pontefice e la corte cesarea seguissero sì
fatti negoziati, senza che apparisca dalle memorie antiche che i Greci
Augusti facessero doglianza alcuna pel dominio di Roma, quando sia vero
che ne fossero stati esclusi e privati, come vien supposto da molti.
Consta che la facevano per l'esarcato; ma nulla mai si parla di Roma.

NOTE:

[436] Anastas. Bibliothec., in Vita Pauli Papae.



    Anno di CRISTO DCCLXIII. Indizione I.

    PAOLO I papa 7.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 44 e 23.
    LEONE IV imperadore 13.
    DESIDERIO re 7.
    ADELGISO re 5.


Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta
del Codice Carolino, scritta da tutto il _senato_ e dalla generalità del
_popolo romano_ al re _Pippino, patrizio de' Romani_. Il ringraziano
essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie
che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al
popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto
con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad
essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice
Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di
Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è
nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra
salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi
come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre
misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano
ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli
avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di
tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si
aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse
allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo
pontefice. Ma non si può quindi accogliere assai di lume per ben chiarir
questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo di _domino
nostro_; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio
di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque
sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità
sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo
essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo
pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con
raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che
anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando
temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien
preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per
quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con
trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si
possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben
in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben
sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado di _patrizio de'
Romani_ conferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente,
essendo probabilmente mancato di vita _Gisolfo_ duca di Spoleti,
succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla
Cronica di Farfa, _Teoderico_ duca. Ma si dee scrivere _Teodicio_, i cui
Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del
suddetto monistero, che io ho rapportato altrove[437]. Di lui parimente
è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava
intanto una fiera guerra fra il re _Pippino_ e _Guaifario_ duca
d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.

NOTE:

[437] Antiquitat. Italic., Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCLXIV. Indizione II.

    PAOLO I papa 8.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 45 e 24.
    LEONE IV imperadore 14.
    DESIDERIO re 8.
    ADELGISO re 6.


Secondochè pensa il padre Pagi, intorno a questi tempi passava commercio
di lettere e d'ambasciatori fra _Costantino_ Augusto e _Pippino_ re di
Francia, per l'affare delle sacre immagini, riprovate dai Greci
adulatori dell'imperadore. Però egli è di parere che al presente anno
appartenga la lettera vigesima del Codice Carolino, indicante che
s'erano abboccati davanti al re Pippino i messi del papa e gl'imperiali,
giacchè non avea voluto Pippino dare udienza a questi senza l'intervento
di quelli. Vi s'era disputato della materia suddetta, ma con poco
frutto. Aggiugne il papa di essere stato pregato da _Tassilone_ duca
della Baviera d'interporsi fra Pippino e lui in occasione della mala
intelligenza insorta fra loro, essendo, per attestato degli Annali de'
Franchi, nell'anno precedente fuggito Tassilone dall'esercito del re
Pippino, con ritirarsi ne' suoi stati, o mosso da spirito di ribellione,
o mal soddisfatto d'esso re suo sovrano. Ma gli ambasciatori spediti per
questo affare dal papa erano stati fermati a Pavia dal re _Desiderio_,
per sospetto che si manipolasse qualche negozio contra di lui. Per
attestato poi di Teofane[438], che viveva in questi tempi, siccome
ancora dei suddetti Annali de' Franchi, nel gennaio e febbraio del
presente anno sorse un sì rigoroso freddo non meno in Oriente che in
Occidente, che i fiumi agghiacciarono, e sul mare a Costantinopoli
s'andava liberamente colle carra. Similmente in quest'anno e nel
precedente i Turchi, popolo della Tartaria già conosciuto in addietro,
usciti delle loro contrade per le porte Caspie, fecero un'irruzione
nell'Armenia, e vennero alle mani con gli Arabi, e costò ad amendue le
parti quella battaglia assaissimo sangue. Fino a questi dì, per
testimonianza del Dandolo[439] _Domenico Monegario_ avea tenuto il
governo del ducato di Venezia, quando il popolo, avvezzo già a simili
brutti giuochi, fatta una congiura, il cacciò via, con cavargli anche
gli occhi. In suo luogo fu sostituito _Maurizio_, nobile di Eraclea, e
più nobile per le imprese da lui fatte, essendo stato proclamato doge in
Malamocco. Per sua cura venne dipoi restituita pace e concordia fra'
cittadini discordi.

NOTE:

[438] Theoph., in Chronogr.

[439] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCLXV. Indizione III.

    PAOLO I papa 9.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 46 e 25.
    LEONE IV imperadore 15.
    DESIDERIO re 9.
    ADELGISO re 7.


Riferisce il padre Pagi all'anno presente le lettere quattordicesima e
vigesimaquarta del Codice Carolino, nelle quali papa _Paolo_ significa
al re _Pippino_ che sei patrizii greci con trecento legni erano in moto
verso l'Italia. Ma soggiugnendo egli che tuttavia erano occupate dal re
_Desiderio_ le _giustizie_ di san Pietro, senza che egli mostrasse
voglia di restituire, e che in contraccambio altro non faceva che dare
il sacco alle terre de' Romani, ed inviare delle minacce a Roma: è
sembrato a me ben più probabile che tali azioni e questo avviso
appartengano all'anno 738, o certamente molto prima d'ora accadessero,
dacchè si è, a mio credere, veduto che già s'era stabilita buona armonia
fra il papa e il re Desiderio. Seguitava intanto l'imperador
_Costantino_ ad infierir contro i difensori delle sacre immagini, e il
re Pippino continuava la guerra contro il duca dell'Aquitania. E
perciocchè gran rumore per la cristianità avea fatto la traslazione di
varii corpi di Santi, seguita in Roma per ordine e zelo di papa Paolo,
si invogliarono d'essi anche le chiese della Gallia, ma più quelle della
Germania, perchè prive di questi sacri pegni. Cominciossi dunque più di
prima, e specialmente verso l'anno corrente, dai Tedeschi e dai Franchi
a far delle premurose istanze a Roma, per ottenere dei corpi santi, o
almeno qualche loro reliquia; ed appunto in questi tempi si raccontano
alcune strepitose traslazioni, delle quali parlano gli Annali
ecclesiastici.



    Anno di CRISTO DCCLXVI. Indizione IV.

    PAOLO I papa 10.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 47 e 26.
    LEONE IV imperadore 16.
    DESIDERIO re 10.
    ADELGISO re 8.


Non è ben noto in qual anno preciso fosse fondato l'insigne monistero
delle monache di santa Giulia in Brescia. Il Sigonio ne mette la
fondazione nell'anno 759. A me sia permesso di farne qui parola. Certo è
che a _Desiderio_ re dei Longobardi e ad _Ansa_ regina sua moglie dee
quel sacro luogo l'origine sua. Jacopo Malvezzi[440], nella Cronica
bresciana, pretese ch'esso Desiderio fosse, prima di salire al trono,
cittadino di Brescia potentissimo. Da un diploma del re Adelgiso, che
sembra scritto in questo anno, presso il Margarino[441], pare che abbia
qualche fondamento questa immaginazione. Comunque sia, fu fondato quel
Monistero da esso re e dalla regina consorte, e magnificamente ancora
dotato con beni sparsi per tutto il regno longobardico. Sulle prime
venne appellato Monistero del Signor Salvatore, e non so bene se anche
Monistero Nuovo; ma perchè colà venne trasferito dalla Corsica il corpo
di santa Giulia vergine e martire, da quella prese poi la denominazione
che dura tuttavia. Merita ben esso d'essere annoverato fra i più
illustri monisteri d'Italia, sì perchè ivi si consecrò a Dio
_Anselberga_ figliuola di que' regnanti, che ne fu la prima badessa, con
servire d'esempio ad altre principesse, le quali dipoi presero ivi la
veste monastica; e sì perchè l'opulenza sua e il copioso numero delle
sacre vergini negli antichi secoli ivi abitanti si lasciava indietro gli
altri monisteri di monache in Italia. A' tempi del suddetto Malvezzi era
molto scaduto dal suo primiero splendore; ma, rimesso poscia in vigore,
oggidì ancora vien riguardato per una della più nobili e ricche comunità
di vergini del sacro Ordine benedettino. Della suddetta Anselberga si
truova menzione in due documenti dell'anno 760 e 769, e in altri da me
prodotti nelle Antichità italiane[442]. Un altro monistero ancora di
monaci fuori di Brescia nel luogo di Leno, detto una volta _ad Leones_ e
_Leonense_, riconosce la fondazione sua dal medesimo re Desiderio.
Alcune favole intorno alla sua origine duravano tuttavia a' tempi del
suddetto Malvezzi. Per varii secoli si mantenne questo in gran credito;
ma per le guerre che infierirono, dappoichè le città della Lombardia
cominciarono a governarsi a repubblica, diede un tracollo tale, che
forse più non ne resta vestigio. Crede il padre Pagi che a quest'anno
appartenga la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui si
parla delle dissensioni fra il pontefice Paolo e il re de' Longobardi, a
cagione de' patrimoni e confini usurpati da essi Longobardi. Quanto a
me, tengo che molto prima fosse stato posto fine a quei litigi. In
quest'anno, per attestato di Teofane[443], una flotta numerosa di
duemila e secento legni, composta dall'imperador Costantino, e piena di
soldati, con disegno di una spedizione contra de' Bulgari, fracassata da
un furioso aquilone, andò quasi tutta a male.

NOTE:

[440] Malvecius, Chron., tom. 14 Rer. Ital.

[441] Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XII.

[442] Antiquit. Italic, Dissert. X, pag. 525, et Dissert. XII, pag. 667.

[443] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCLXVII. Indizione V.

    Sede vacante.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 48 e 27.
    LEONE IV imperadore 17.
    DESIDERIO re 11.
    ADELGISO re 9.


L'ultimo anno fu questo della vita di papa _Paolo I_, che nel dì 28 di
giugno passò a miglior vita, con portar seco il merito di molte illustri
e pie azioni. Fu susseguita la morte sua da molti torbidi nella Chiesa
romana. Perciocchè non per anche il buon papa avea spirato l'ultimo
fiato, che _Totone_ duca, cioè governatore di Nepi[444], insieme co'
suoi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, fatta una raunata di assai
gente d'essa città, e di Toscani e di rustici, ed entrato a mano armata
per la porta di san Pancrazio in Roma, nella sua casa fece eleggere papa
il suddetto suo fratello _Costantino_, tuttochè laico, e
coll'accompagnamento di que' suoi sgherri l'introdusse nel palazzo
patriarcale del Laterano Sforzò dipoi _Giorgio_ vescovo di Palestina suo
malgrado a dargli la tonsura e i sacri ordini; dopo di che nella
domenica susseguente, cioè nel dì quinto di luglio, si fece questo idolo
consecrare papa da esso Giorgio, da _Eustrasio_ vescovo d'Albano e da
_Citonato_ vescovo di Porto. Non v'ha dubbio che l'assunzione di costui
fu contro i sacri canoni, e per più motivi nulla e sacrilega: però non
solo dipoi, ma anche allora da tutta la gente saggia e pia fu riguardato
come falso pontefice. Premeva forte all'intruso Costantino di
assicurarsi della grazia di Pippino re di Francia, nè fu pigro ad
inviargli i suoi nunzii con lettere, nelle quali gli dava ad intendere
d'essere stato per forza dalla concordia d'innumerabil popolo alzato
alla cattedra di san Pietro, con fingere una grande umiltà e paura di
tanto peso, e con pregarlo della sua amicizia e protezione. Ci ha
conservato il Codice Carolino queste due lettere, e sono la nonagesima
ottava e la nonagesima nona. Probabilmente il re Pippino, altronde
informato come era passato l'affare, non cadde nella rete, nè volle
riconoscere costui per vero papa. Succedette in quest'anno la morte di
santo _Stefano_ juniore, insigne monaco e martire d'Oriente, dopo avere
sofferti varii tormenti e l'esilio dall'empio Costantino Copronimo, il
quale seguitava in questi tempi a sfogare il suo odio e la crudeltà sua
contro i difensori delle sacre immagini. Abbiamo nondimeno da una delle
suddette lettere di Costantino falso papa, che era giunta a Roma una
epistola sinodica del patriarca di Gerusalemme, con cui andavano
d'accordo gli altri due patriarchi di Alessandria e d'Antiochia, ed
assaissimi metropolitani orientali nel sostener l'onore d'esse immagini.
Perchè questi si trovavano fuori del dominio, e per conseguente
dell'unghie dell'Augusto Copronimo, però con libertà esponevano i lor
sentimenti, che erano gli stessi della Chiesa cattolica.

NOTE:

[444] Anastas., in Vit. Stephani III Papae.



    Anno di CRISTO DCCLXVIII. Indizione VI.

    STEFANO III papa 1.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 49 e 28.
    LEONE IV imperadore 18.
    DESIDERIO re 12.
    ADELGISO re 10.


Tenne il sacrilego _Costantino_ occupata la sedia di san Pietro per lo
spazio di un anno e di un mese, nel qual tempo fece anche varie
ordinazioni di diaconi, preti e vescovi. Come si liberasse da questo
obbrobrio la Chiesa e città di Roma, lo abbiamo da Anastasio
bibliotecario[445]. Non potendo più sofferire Cristoforo primicerio e
Sergio sacellario, ossia sagrestano, suo figliuolo, di mirar nella
cattedra pontificia lo scomunicato usurpatore, finsero di volersi far
monaci, e con tal pretesto ottennero da Costantino di poter uscire di
Roma. Furono essi a trovar _Teodicio_ duca di Spoleti, con pregarlo di
condurli a Pavia e di presentarli al re Desiderio. Così fu fatto, ed
essi supplicarono il re di volere dar mano, affinchè si togliesse dalla
Chiesa di Dio sì fatto scandalo. Ciò che poi succedette, porge a noi
sufficiente indizio che il re volentieri concorresse a questa bell'opera
e permettesse o desse impulso ai Longobardi del ducato di Spoleti per
unirsi coi due suddetti uffiziali primarii della Chiesa romana, i quali
con una gran brigata di Longobardi armati, presi da Rieti, da Forcona e
da altri luoghi del ducato di Spoleti, nella sera del dì 28 di luglio
occuparono il ponte Salario, e nel giorno appresso, per intelligenza che
avevano entro la città di Roma, si fecero padroni della porta di san
Pancrazio. Venuto alle mani con essi Totone fratello dell'usurpatore,
restò ucciso. Passivo, altro di lui fratello, e lo stesso Costantino
falso papa, veggendo la mal parata, si rifugiarono nella basilica
lateranense, e quivi si serrarono nella cappella di san Cesario, finchè,
venuti i capi della milizia romana, li fecero uscir sotto la fede. Nella
seguente domenica Valdiperto prete, senza saputa di Cristoforo e di
Sergio, congregati alcuni della sua fazione, e andato al monistero di
san Vito, ne cavò _Filippo_ prete, e condottolo al Laterano, quivi il
fece eleggere papa, e dar la benedizione al popolo, con tenere poi seco
a pranzo i primati del clero e della milizia, come era il costume degli
altri papi. Ma ciò saputo da Cristoforo, tutto ardente di sdegno giurò
che non uscirebbe di Roma, se prima Filippo non fosse cacciato fuori di
san Giovanni. Laonde i Romani a contemplazione di lui fecero sloggiare
Filippo, che umilmente se ne tornò al suo monistero. Nel giorno seguente
dal suddetto Cristoforo fatti ragunare i capi del clero e della milizia,
e tutto l'esercito e popolo romano, dopo maturo scrutinio fu
concordemente eletto papa _Stefano_ prete di santa Cecilia, _terzo_ di
questo nome fra i romani pontefici. Fu egli consecrato a dì 7 d'agosto.
Non si quetarono per questo i torbidi di Roma, perchè alcuni scellerati
insorsero contra di Costantino dianzi falso papa, e di Passivo suo
fratello, e di Teodoro vescovo, e di Gracile tribuno complice d'esso
Costantino, con cavar loro gli occhi, ed esercitar altre crudeltà. Non
finì la faccenda, che fecero il medesimo trattamento a Valdiperto prete
longobardo, quantunque avesse cooperato alla deposizione di Costantino,
per sospetto ch'egli nudrisse intelligenza con _Teodicio_ duca di
Spoleti affine di sorprendere la città di Roma. In mezzo a questi
sconcerti papa _Stefano III_ ebbe ricorso a _Pippino_ re di Francia, e
ai suoi due figliuoli, patrizii de' Romani, con inviar loro Sergio
secondicerio, e pregarli di spedire a Roma dei vescovi ben pratici delle
divine lettere e dei canoni, per togliere affatto gli errori prodotti
dall'usurpator Costantino. Ma Sergio arrivato in Francia, trovò che
_Pippino_ avea già terminata la carriera dei suoi giorni. Questo
glorioso principe, dopo aver felicemente compiuta la lunga guerra
mantenuta nell'Aquitania contra di _Guaifario_ duca di quella contrada,
il quale finalmente restò ucciso dai suoi, venne a morte nel dì 24 di
settembre dell'anno presente, con lasciare suoi successori _Carlo_,
appellato poscia _Magno_, ch'era allora in età di ventisei anni, e
_Carlomanno_ suo fratello. Da una delle appendici di Fredegario
impariamo che egli in sua vita avea diviso i regni fra i suddetti suoi
due figliuoli, già dichiarati re nell'anno 754. Toccò a _Carlo_ il regno
d'Austrasia, che abbracciava le Provincie poste al Reno, colla Sassonia,
Baviera, Turingia, ec. A _Carlomanno_ toccò la Borgogna, la Provenza, la
Linguadoca, l'Alsazia e l'Alemagna, cioè la Svevia. Amendue di nuovo
colla sacra unzione nel dì 9 di ottobre riceverono la corona regale, il
primo a Noyon, e l'altro in Soissons. Soddisfecero essi alle premure del
novello papa con inviare a Roma una mano di vescovi per assistere al
disegnato concilio.

NOTE:

[445] Anastas., in Vit. Stephani III Papae.



    Anno di CRISTO DCCLXIX. Indizione VII.

    STEFANO III papa 2.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 50 e 29.
    LEONE IV imperadore 19.
    DESIDERIO re 13.
    ADELGISO re 11.


Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali
specialmente si contarono _Lullo_ arcivescovo di Magonza e _Tilpino_
arcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò
tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papa _Stefano III_
celebrò[446] nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del
Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e
Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di
quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro
coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla
violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente
condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in
Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro
chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime
immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati da
_Costantino_ falso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro
elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco,
alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse
osato di passare al papato, perchè allegò in sua scusa l'esempio di
_Sergio_ arcivescovo di Ravenna e di _Stefano_ vescovo di Napoli, i
preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra
assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie che
_Sergio_ arcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi
mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini,
provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia
il papa con sue lettere all'imperadore _Costantino_ Copronimo il
risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi
errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di
Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino;
ma _Unaldo_, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva
abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del duca
_Guaifario_ suo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il
cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero
per duca d'essa Aquitania[447]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi
al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna presso _Lupo_ duca
di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo
nelle mani. Poichè _Carlomanno_ suo fratello non volle in tal
congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che
andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno
l'imperador Costantino diede per moglie a _Leone IV_ Augusto suo
figliuolo, _Irene_ fanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più
innanzi.

Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e
Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al
re _Desiderio_ da esso papa per la restituzione delle giustizie di s.
Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla
Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al
Cointe, al Mabillone e al Pagi, per credere che il re Desiderio non le
avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare
per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta
delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a
me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che
Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè
da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita
buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava
aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re
di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a
mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa
Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderio _in vera
dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae
Ecclesiae spopondit, permanserit_; e più non disse di voler conservare
questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s.
Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella
lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustizie _de
partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino,
nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte
justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt,
modis omnibus plenissime inter partes facere student._ Il perchè se
sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie
usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte
usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle
antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava
occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti
sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi
di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma
della sua quiete. Se vogliam credere ad Anastasio[448] bibliotecario, o
chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo
primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio
a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese
fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò
Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in
diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che
Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa
dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di
Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in
questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano,
che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che
dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo
Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo
e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano,
dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati
forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa
col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e
poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviò
_Andrea_ vescovo di Palestrina, e _Giordano_ vescovo di Segna, per far
sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o
di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del
pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che
stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano
del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de'
Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di
salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine
di popolo romano, trattò con lui direttamente. In fatti messe le mani
addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e
quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di
spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino
alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu
strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete
trame di Desiderio re de' Longobardi.

Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se
ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo,
bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion
longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad
altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo
sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque
prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di
non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa
e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano
scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola
quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente
parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo
Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con
Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso
pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella
basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma
che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re
Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diverse
_giustizie_ di s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non
solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone
e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con
chiudere le porte, minacciare il papa, e impedirgli l'entrata in Roma.
Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità
erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla
moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli
introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi,
ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in
testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era
l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di
perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere
in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la
morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui
operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re
Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a
s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono
buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali
sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che
questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto
dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede,
ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i
lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il
tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse
dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza,
ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del
medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e
senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende
forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il
rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di
osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio,
dell'autore della vita di papa Adriano primo[449], successore di Stefano
III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la
restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva: _Sufficit
apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui
illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam
certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum
eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum
Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum
eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem._ Dalla
bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con
avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a
Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta
lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver
avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa
Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da
Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome
coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro
l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così
dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione.
All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura
contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di
Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non
fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della
vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli
fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed
io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del
tempo; perciocchè Sigeberto[450], che parla sotto quest'anno, non ne
sapeva più di noi per conto di quegli affari.

NOTE:

[446] Anastas., in Stephani III.

[447] Eginhardus, in Annalib.

[448] Anastas., in Stephano III Papa.

[449] Anastas., in Hadriani I Vita.

[450] Sigebertus, in Chronico.



    Anno di CRISTO DCCLXX. Indizione VIII.

    STEFANO III papa 3.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 51 e 30.
    LEONE IV imperadore 20.
    DESIDERIO re 14.
    ADELGISO re 12.


Erano già insorti nuvoli di discordia tra _Carlo Magno_ e _Carlomanno_
re suo fratello, dandosi ben a conoscere che con fondamento fu detto:
_Rara est concordia fratrum_. Per riconciliarli insieme si mosse la
comune lor madre _Berta_, appellata da altri _Bertrada_, che portatasi a
Carlomanno, maneggiò con lui la concordia. E perciocchè era imminente
anche la guerra contra di _Tassilone_ duca di Baviera, il quale
insuperbito non volea riconoscere per suo sovrano il re Carlomanno, e la
faceva piuttosto da re che da duca, si adoperò la saggia regina per
impedire ancora un sì fatto incendio. Prese motivo papa Stefano III
dalla buona armonia rimessa fra i due re fratelli di scrivere loro la
lettera quadragesima settima del Codice Carolino, in cui si rallegra con
essi per tale riconciliazione, augurando loro la continuazione e
l'accrescimento della pace e dell'amore fraterno. Passa dipoi a pregarli
di voler impiegare i loro uffizii perchè la chiesa di san Pietro abbia
interamente le sue giustizie, e di adoperare ancora la forza dei
Longobardi: altrimenti ne renderan conto nel tribunale di Dio. Non
nomina egli il re Desiderio; ma, per quanto si ricava dalla vita del suo
successore Adriano[451], Desiderio avea promesso e giurato sopra il
corpo di s. Pietro di fare restituire le giustizie della Chiesa di Dio,
e poi nulla avea ottenuto della sua parola. Abbiamo nondimeno dalla
lettera quadragesima quarta del suddetto Codice Carolino, scritta non so
se nel presente o nel susseguente anno da papa Stefano alla regina Berta
e al re Carlo Magno, per rendere loro grazie del buon servigio prestato
da Iterio lor messo, spedito nel ducato beneventano, perchè colla sua
premura avea la Chiesa romana ricuperati dei beni in quelle parti, senza
che il papa vi dica altra parola di Desiderio, o si lagni di lui.
Siccome s'ha dagli Annali de' Franchi, passò la regina Berta dalla
Baviera in Italia e a Roma, e di là venne ad abboccarsi con esso re
Desiderio, e a trattar dell'accasamento di _Gisila_, ossia _Gisla_, sua
figliuola, sorella di Carlo Magno, con _Adelgiso_ figliuolo d'esso re
Desiderio, e di dare per moglie ai re Carlo e Carlomanno suoi figliuoli
due figliuole del suddetto re longobardo. Nulla più che questo bramava
il re Desiderio per istabilir maggiormente l'amicizia con que' due
potentissimi re, che soli poteano fare a lui paura. Non sì tosto penetrò
questo avviso alla conoscenza di papa Stefano, che risentitamente
scrisse loro la lettera quadragesima quinta del Codice Carolino, per
dissuaderli da queste nozze, perchè nozze illecite ed invalide, perchè
amendue, vivente anche il padre, s'erano ammogliati, e le mogli erano
viventi tuttavia. Che se i pagani faceano di queste azioni, non le
doveano già fare principi cristiani. E fin qui cammina con tutti i piedi
lo zelante gridar del papa. Ma strano è ch'egli seguiti a dire: _Che
pazzia è mai questa, o eccellentissimi figliuoli, re grandi (appena oso
dirlo), che la vostra nobil gente dei Franchi, eminente sopra l'altre
genti, e la splendida e nobilissima prole della regal vostra possanza,
si voglia macchiare colla perfida e puzzolentissima gente dei
Longobardi, la qual neppure è computata fra le genti, e dalla cui
nazione sappiam di certo che son venuti i lebbrosi? Niuno c'è, che non
sia pazzo, al quale possa neppur nascere sospetto che dei re sì rinomati
si vogliano impacciare in un contagio sì detestabile ed abbominevole.
Imperciocchè, come dice s. Paolo? Quae societas luci ad tenebras aut
quae pars fideli cum infideli?_ Torna più sotto a dire, che non è loro
permesso il prendere mogli di nazione straniera; e che avendo promesso a
s. Pietro d'essere amici degli amici, e nimici dei nimici,
commetterebbono peccato, imparentandosi co' Longobardi, gente spergiura
e nimica di Roma. Aggiunge in fine d'aver posta quella esortazione sopra
il sepolcro di san Pietro, e d'inviarla da quel santo luogo, con intimar
loro la scomunica, se opereranno in contrario.

Certo conveniva al vicario di Gesù Cristo l'alzar forte la voce contra
quei maritaggi, quando vero fosse che già quei due re avessero moglie,
essendo il divorzio contrario alla legge di Gesù Cristo. Ma sì poco
proprie della maestà e carità pontifizia compariscono quelle tante
esagerazioni, a dismisura piene di odio contro i Longobardi, ch'io ho
talvolta dubitato, e dubito tuttavia, che quella lettera potesse essere
stata finta da qualche bel cervello di que' tempi, ed attribuita al
papa. Sanno gli eruditi che prima ancora che i Longobardi calassero in
Italia, formavano una riguardevol nazione, ed erano già seguite
parentele fra i re di quella gente e i re franchi. In dugento anni poi
di dimora d'essi Longobardi in Italia, ognun dee credere che quei re e
il loro popolo s'erano ingentiliti, nè cedevano ad altre nazioni
nell'essere buoni cattolici, in fondar chiese, monisteri, spedali. Nè
certo la lebbra era nata ai tempi loro. E pure s'odono in questa lettera
vituperii sì lontani da ogni credenza. Altronde poi non apparisce che i
due re fossero già ammogliati; e però o quella lettera è finta, o, se
vera, troppo essa disdice ad un romano pontefice. Comunque sia, il fine
di questi maneggi fu che non condiscese Carlomanno a prendere per moglie
una figliuola del re Desiderio. La prese bensì il re Carlo, ma non
peranche divenuto Magno, senza curar la scomunica che si pretende
intimata dal romano pontefice, se pure è vero che Carlo Magno fosse
allora ammogliato. E questo avvenne per esortazione di Berta sua madre.
Si dee nondimeno aggiugnere che, secondo gli antichi Annali de'
Franchi[452], efficacemente si adoperò essa regina Berta, affinchè il re
Desiderio restituisse molte città alla Chiesa romana, e l'ottenne. _Et
redditae sunt Civitates plurimae ad partem sancti Petri_, il che si può
dubitare se sia vero, perchè non apparisce che si disputasse di città
tolte in questi tempi alla Chiesa. E quando pur sia vero, questo fa
vedere che noi non sappiam bene gli affari di que' tempi, nè i gruppi e
sviluppi succeduti fra i sommi pontefici e i re longobardi per
dissensioni di beni temporali. Verisimilmente ancora nell'anno presente
venne a morte _Sergio_ arcivescovo di Ravenna. Ricavasi poi da
Agnello[453], storico ravennate del secolo susseguente, che questo
arcivescovo la fece da padrone nell'esarcato e nella Pentapoli.
_Judicavit a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et
usque ad mensam Walani, veluti Exarchus; sic omnia disponebat, ut sunt
soliti modo Romani facere._ Se non fossimo per vedere che Leone suo
successore fece altrettanto, si potrebbe credere che questa fosse una
invenzione d'Agnello, scrittore d'animo corrotto verso i romani
pontefici, a' quali indubitato è che fu fatto il dono dell'esarcato, e
non già agli arcivescovi di Ravenna. Ma dalla lettera quinquagesima
quarta del Codice Carolino si raccoglie che _Leone_ arcivescovo,
allorchè cominciò ad usurpar la signoria dell'esarcato, allegava
l'esempio del suo predecessore _Sergio_, che avea quivi signoreggiato.
Di ciò parleremo meglio disotto all'anno 777. Nel Codice estense, che ci
ha conservata la parte che resta della storia del suddetto Agnello, si
legge nel margine una giunta da me stampata[454], da cui potrebbe taluno
essere indotto a sospettare, che il soprammentovato Sergio arcivescovo,
condotto a Roma, fosse quivi stato strangolato. Ma convien avvertire,
essere quella giunta uscita dalla penna d'un ignorante, che confuse
l'arcivescovo _Sergio_ di Ravenna con _Sergio_ figliuolo di Cristoforo,
da noi veduto di sopra, e che veramente fu con violenza levato dal
mondo. Sembra ancora avere costui confuso _Leone_ arcivescovo,
successore di _Sergio_, con qualche altro _Leone_ romano: e però di niun
valore è quella giunta. Per attestato dell'autore della vita di Stefano
III, dopo la morte dell'arcivescovo Sergio si fece scisma nella Chiesa
di Ravenna. Fu, è vero, eletto per quella cattedra _Leone_ arcidiacono;
ma _Michele_ archivista della Chiesa ravennate, benchè non alzato per
anche ad alcun ordine sacerdotale, se n'andò a trovare _Maurizio_ duca,
cioè governatore di Rimini, il quale, per consiglio del re Desiderio
(che in tutte le cose mal fatte si vuole che avesse mano), raunata una
banda d'armati, si portò a Ravenna, e quivi con braccio forte fatto
eleggere il suddetto Michele, l'introdusse nel palazzo archiepiscopale,
e mandò prigione a Rimini il poco fa riferito Leone. Scrisse poi
Maurizio, e scrissero i Ravennati a Stefano papa per ottener che Michele
fosse da esso papa consecrato; ma nulla poterono conseguire, stando
forte il papa nella negativa, perchè costui non era sacerdote. Ma
possiamo ben credere che molto più che questa ragione facesse il papa
valere la nullità dell'elezione, perchè estorta dalla violenza.
Nondimeno questo avvenimento ci può far sospettare che non avesse per
anche gran forza il romano pontefice nel governo temporale dell'esarcato
di Ravenna. Truovasi spettante al gennaio dell'anno presente
un'iscrizione, da me[455] data alla luce, da cui risulta che _Trasguno_
era duca della città di Fermo, correndo tuttavia l'anno XIII del re
Desiderio e l'XI di Adelgiso suo figlio.

NOTE:

[451] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Vita.

[452] Annales Veter. Francorum.

[453] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat., P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[454] Rer. Ital., P. I, tom. 2.

[455] Collectio nova veter. Inscription., p. 1857.



    Anno di CRISTO DCCLXXI. Indizione IX.

    STEFANO III, papa 4.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 52 e 31.
    LEONE IV imperadore 21.
    DESIDERIO re 15.
    ADELGISO re 13.


Cominciò in quest'anno a sconcertarsi non poco la buona corrispondenza
del re _Carlo Magno_ con _Desiderio_ re dei Longobardi, perchè Carlo,
dopo aver tenuta la di lui figliuola per moglie, in questo anno la
ripudiò, e rimandolla al padre. Eginardo[456], autore contemporaneo e
ben informato delle azioni d'esso Carlo, confessa di non averne saputo
il motivo; e però non si può molto fidare del monaco Sangallense, che
scrisse un secolo dappoi, e abbonda di favole, allorchè attribuisce la
cagione all'essere stata quella principessa di cattiva sanità ed inabile
a far figliuoli. Se ciò fosse stato, l'avrebbe anche saputo Eginardo,
notaio allora del medesimo re. Si potrebbe pensare che finalmente
accortosi questo principe dell'illecito suo matrimonio colla figliuola
del re Desiderio, perchè contratto vivente ancora la prima moglie, e
cotanto riprovato dal romano pontefice, perciò se ne separasse. Ma è da
avvertire che niuno de' tanti che scrissero delle azioni di Carlo Magno,
il riconobbe ammogliato, allorchè prese la figliuola di Desiderio. Ci
vien questa particolarità dalla sola lettera quadragesimaquinta del
Codice Carolino, che per altri capi patisce delle difficoltà. E
s'aggiunga poi, che gli stessi Francesi di quei tempi riguardarono come
incestuose le nozze di Carlo Magno con Ildegarda, da lui presa dopo il
ripudio fatto della longobarda: segno che giudicarono legittimo e non
dissolubile il matrimonio di questa, ed insieme indizio che esso Carlo
fosse non coniugato, ma libero, quando con essa s'accoppiò. Ne abbiamo
la prova nella vita di sant'Adalardo abbate di Corbeia, cugino di esso
Carlo Magno, scritta da Pascasio Radberto. _Factum est_ (così scrive
quell'autore) _quum idem imperator Carolus Desideratam_ (hanno creduto
alcuni tale essere stato il nome di quella principessa, e non già
_Berta_ o _Ermengarda_, come altri hanno immaginato) _Desiderii regis
Italorum filiam repudiaret quam sibi dudum etiam quorumdam Francorum
juramentis petierat in conjugium; ut nullo negotio beatus senex_ (cioè
Adalardo) _persuaderi posset, dum esset adhuc tiro palatii, ut ei, quam
vivente illa rex acceperat, aliquo communicaret servitutis obsequio. Sed
culpabat modis omnibus tale connubium, et gemebat puer beatae indolis,
quod et nonnulli Francorum eo essent perjuri, atque rex inclito uteretur
thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore. Quo nimio zelo
succensus elegit plus saeculum relinquere adhuc puer, quam talibus
admisceri negotiis_. S'inganna forte chi è stato d'avviso che il
culpabat tale connubium voglia dire che Adalardo riprovava il matrimonio
di Carlo colla figliuola di Desiderio. Chiara cosa è che quel santo
giovane non sapeva sofferire il matrimonio di lui con _Ildegarda_,
sposata dopo il ripudio della longobarda, considerato da lui per
illecito, perchè contratto vivente la legittima moglie longobarda da lui
ripudiata _sine aliquo crimine_. Potea ben sapere queste particolarità
Pascasio Radberto, siccome quegli che fu discepolo di santo Adalardo, e
conversò molto con lui. Perciò si scuopre per immaginazione de' secoli
moderni il dire che il romano Pontefice sciolse il matrimonio della
longobarda, perchè non era consumato: e sempre più ci vien somministrato
motivo di dubitare della lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino,
in cui papa Stefano ci rappresenta Carlo Magno ammogliato, allorchè era
per prendere la figliuola del re longobardo. Se ciò fosse stato, non
avrebbe creduto Adalardo legittima moglie d'esso re Carlo _Desiderata_,
nè avrebbe tenuto per illecito il susseguito matrimonio con _Ildegarda_.
Ma chi sa che fin d'allora il suddetto re Carlo non cominciasse i
negoziati per far suo il regno dei Longobardi, siccome seguì da lì a non
molto?

Per altro verso cangiarono molto di faccia in quest'anno gli affari
della Francia, imperocchè nel dì 5 di dicembre mancò improvvisamente di
vita il re _Carlomanno_, con lasciare dopo di sè due piccoli figliuoli
maschi, il maggiore dei quali portò il nome di _Pippino_, senza sapersi
il nome dell'altro. Si fece tosto innanzi il re Carlo alla selva
Ardenna, e tirati nel suo partito molti de' vescovi, conti e primati del
regno d'esso suo fratello, se ne mise in possesso, e si fece ugnere re
di quegli stati: con che tutta la Gallia e la maggior parte della
Germania venne ad unirsi sotto di lui solo, e a formare una formidabil
potenza, maggiore che a' tempi di Pippino, perchè s'era aggiunta a
questo amplissimo dominio anche l'Aquitania e la Guascogna. La regina
_Gilberga_, vedova di Carlomanno, veduto questo bel tiro del re Carlo
suo cognato, per timore ch'egli non mettesse le mani addosso ai suoi
figliuolini, e con farli cherici non li privasse della speranza
dell'eredità paterna, se ne fuggì in Italia, e ricoverossi sotto la
protezione del re Desiderio, con influir poi, senza pensarvi, alla di
lui rovina. Passano gli scrittori franzesi con disinvoltura quest'azione
di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi
nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto,
con avergli anche dipoi perseguitati. Ma la venerazione che si dee alla
verità, più che a Carlo Magno, vuol bene che noi riguardiamo come un
effetto della smoderata sua ambizione l'aver trattato così i principi
suoi nipoti. Certo per azioni tali egli non si acquistò nè meritò il
titolo di Grande, giacchè niuna buona ragione ci si presenta per iscusar
lo spoglio fatto a que' principi pupilli e sì stretti a lui per vincoli
di sangue. Seguitò fino al presente anno _Michele_ usurpatore della
Chiesa di Ravenna a tenerla con braccio forte. Anastasio[457], o
chiunque scrisse la vita di Stefano III, scrive che costui si sosteneva
coll'appoggio di Desiderio re de' Longobardi, e che, per guadagnarsi la
di lui protezione, spogliò di tutti gli ornamenti preziosi quella
Chiesa, e ne fece a lui un regalo. Gli mandò il pontefice più lettere e
messaggeri per indurlo a desistere da questi sacrilegii; ma egli più che
mai costante teneva occupata quella cattedra. Finalmente venuti
gl'inviati di Carlo re di Francia, ed insieme con quei del papa arrivati
a Ravenna, tanto dissero e fecero, che que' cittadini, preso il suddetto
Michele, l'inviarono ben legato a Roma. Dopo di che tornarono ad
eleggere per arcivescovo _Leone_, il quale dovea essere stato rimesso in
libertà, ed incontanente col suo clero si portò a Roma, dove ricevette
dal papa la consecrazione, ed ebbe il pacifico possesso della sua
Chiesa. Ma fa ancora questo fatto intendere che poca forza dovea avere
in questi tempi il romano pontefice nella città di Ravenna e in Roma,
dacchè abbiam veduto esercitati senza riguardo alcuno a lui gli atti
suddetti. Abbiamo poi da Teofane[458] che _Irene_, moglie di _Leone IV_
Augusto, diede alla luce _Costantino_, che fu poscia imperadore, e del
quale avremo occasion di parlare andando innanzi.

NOTE:

[456] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[457] Anastas. in Stephani III Vita.

[458] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCLXXII. Indizione X.

    ADRIANO I papa 1.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 53 e 32.
    LEONE IV imperadore 22.
    DESIDERIO re 16.
    ADELGISO re 14.


Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papa
_Stefano III_, in cui luogo fu eletto _Adriano I_, figliuolo di Teodolo
console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un
insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di
papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea
Dandolo[459] che in questi tempi il re de' Longobardi _personalmente e
realmente_ affliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei
vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i
canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorso
_Giovanni_ patriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta
esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca.
Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando
essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio
inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de'
Longobardi nell'Istria, mosse dipoi _Maurizio_ doge di Venezia, già
creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e
Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del
patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per
allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio
l'esaltazione di _Adriano_ al trono pontificio, non fu egli lento ad
inviargli un'ambasceria[460], composta da _Teodicio_ duca di Spoleti, da
_Tunone_ duca di Ebora Regia (_Eboregia_ credo io che s'abbia quivi a
leggere, cioè _Ivrea_) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare
la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori
qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di
s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore
Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta
parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a
Cristoforo e Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta
data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi
istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa
risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli
occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione.
Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo,
camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni
fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il
fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto
era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere a
_Leone_ arcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da
Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere
le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato
in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati
della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere
Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono
dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia
il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta,
il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia
desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò a
_Costantino e Leone Augusti e grandi imperadori_ una relazione della
morte inferita al cieco Sergio, _deprecans eorum imperialem clementiam,
ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis
Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent_. Queste
parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato
ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse
bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla
sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intendere tanta
familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero
tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere
anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore
del monistero di Farfa[461], cioè _Dat. X. kal. maji imperantibus domno
nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore,
anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno
imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X._ Quel _domno nostro_
serve ad avvalorare l'opinione suddetta.

Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che
inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli,
accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con
rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè
avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di
Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con
Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo
messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in
passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que'
cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè
nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato
levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per
anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra
pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio
occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi
tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con
qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate
lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione.
La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un
abboccamento del papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era
per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli
del re _Carlomanno_, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma
il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustare _Carlo
Magno_, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si
guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa
negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo,
Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed
occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto
all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più
avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino,
Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E
questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero
i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di
Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir
questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re
Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce
alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver
dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore,
gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio
dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe
giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui,
per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi
diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo
pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la
sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler
trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che
gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.

NOTE:

[459] Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.

[460] Anastas., in Hadriani I Vit.

[461] Rer. Italic., P. II, tom. II.



    Anno di CRISTO DCCLXXIII. Indiz. XI.

    ADRIANO I papa 2.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 54 e 33.
    LEONE IV imperadore 23.
    DESIDERIO re 17.
    ADELGISO re 15.


Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papa _Adriano_,
gli spedì _Andrea_ referendario e _Stabile_ duca, per esporgli questa
sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia,
o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle
città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò
questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che
obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno
colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta
angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a'
suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e
di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia con
_Adelgiso_ suo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e
coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza
precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo
della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva
prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo,
perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione
fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e
alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con
trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro
e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con
grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re
Desiderio _Eustrazio_, _Andrea_ e _Teodosio_ vescovi di Albano, di
Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava
senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già
pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa
ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e
confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di
Carlo Magno, cioè _Giorgio_ vescovo, _Gulfrado_ abbate ed _Albino_
confidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio
aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite
a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso
l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le
loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò
il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al
romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro.
Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando,
incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno,
conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze
Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto,
unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova,
risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla
sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era
fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo
in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per
monte di Giove.

Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al
Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi
di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della
parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese;
ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene
indietro, quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di
Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa
la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli
inseguisse. Agnello ravennate[462], scrittore del secolo susseguente,
scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia da _Leone_ arcivescovo di
Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il
sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo
si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne
invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche
quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore
poi della Cronica novaliciense[463] lasciò scritto essere stato un
buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello
scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che
senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e
tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di
ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea
fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo
da Viterbo[464], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a
Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla
peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome di _Mortara_, si
può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè
di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno
accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi
avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e
circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio,
probabilmente nel mese d'ottobre, come ha Anastasio[465], e non già di
giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di
Volturno[466]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di
difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico,
che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re
Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un
osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion
dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la
regina _Ildegarda_ co' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una
figlia appellata _Adelaide_, passò sotto l'assediata città le feste del
santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero
alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini[467] e di Cosimo
della Rena[468], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominato
_Tachiperto_ duca, cioè governatore, nella città di _Lucca_. Ma che
questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.

NOTE:

[462] Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[463] Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.

[464] Godefridus Viterbiensis, in Chronico.

[465] Anastas., in Hadriani I papae Vit.

[466] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.

[467] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[468] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.



    Anno di CRISTO DCCLXXIV. Indiz. XII.

    ADRIANO I papa 3.
    COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 34.
    LEONE IV imperadore 24.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 1.


Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora
dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il
re _Carlo_ quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a
Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice _Adriano_.
Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in
quest'anno cadde nel dì 2 d'aprile[469]. Presentita la di lui venuta,
il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e
magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere
spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo
tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano
rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso
accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono
ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per
onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva
a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con
autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci,
smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi
principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana,
nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo
aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e
non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si
abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in
san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì
grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere
preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno
santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto
poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse
le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che
puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra
l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli
stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno
757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si
può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile una
sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi
da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria,
e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova,
Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si
pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno
dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia
ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di
quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto
è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche
accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor
di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad
essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia.
Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò
allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che
prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno
alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a
suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla
maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo
alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa,
l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di
prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana.
Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro
duca _Ildebrando_ signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa.
Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo,
Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio
pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.

Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla
difesa il re _Desiderio_, capitolò in fine la resa, con restar
prigioniere. Fu egli dipoi colla regina _Ansa_ trasportato in Francia,
dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi
peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto
la cura di _Agilfredo_ vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di
san Gallo[470] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al
monistero di Corbeia, dove _in vigilis et orationibus et jejuniis et
multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui_. Jacopo
Malvezzi[471], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere
trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a
Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella
santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se
gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli
ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della
Cronica della Novalesa[472], che fa parimente menzione di tal prodigio,
ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel
re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la
religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di
Volturno[473] ne parla così: _Hic licet bello fuerit austerus, tamen
plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac
possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri,
monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle
Tritana_, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui
fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il
papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito
a Roma, se ne tornò indietro _con gran riverenza_. Diede mano alla
Chiesa romana per liberarla dall'usurpator Costantino falso papa. Ma in
fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono,
e andò a finire in esilio i suoi giorni. _Adelgiso_ suo figliuolo, che
s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia,
anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise
in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[474] che il re Carlo nell'anno
precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte
della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle
sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello,
colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que'
principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse
di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare
un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca
umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto
di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente
anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione
Maffei[475] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena,
che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici
di quella città coi nomi di _Desiderio_ e di _Adelchi_, tuttavia
regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne
Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare
col suo meglio, ed imbarcatosi a _Porto Pisano_, come lasciò scritto
Paolo Diacono[476], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di
quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non
mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non
avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a
riserva del ducato di Benevento, tutte le altre città e terre di questo
regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa
il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno
longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa
di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto
per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta
scritta _regnante domno nostro Carolo_, ec. _excellentissimo rege in
Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia_, cioè l'anno
780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente
principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che
ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui
principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di
giugno dell'anno presente[477], ne' quali egli trionfante entrò nella
superata reggia de' Longobardi.

Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno
d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città
o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto
mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di
maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente
che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca
parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano
consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza
alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re
Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I
in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi,
impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli
potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi
abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza
contrasto. Ho io inoltre conghietturato altrove[478] che _Anselmo_,
abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena,
porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e
all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta
nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata
donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in
ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo
un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[479], da
cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: _et
ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut
multorum seniorum relatione didicimus_. Era stato Anselmo duca del
Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis,
tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè
questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o
sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì
la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere
qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si
servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re
precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura
a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti,
siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[480] ne' Paralipomeni da
me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro
in favor dei Franzesi. _Dum iniqua cupiditate_ (così scrive egli)
_Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis
talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum
valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia
istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes
multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum
committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum
Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti
multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit,
rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est
ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii,
ut lumine eum privasset._ Che così passasse l'affare, possiamo anche
argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir
del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani.
Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei
Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno.
Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè,
quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e
felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure
provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca
che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i
re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a
pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè _Pippino_
suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale,
con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che
cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo
Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il
ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora
è regno di Napoli. _Arichi_ ossia _Arigiso_ era in questi tempi duca di
Benevento, ed avea per moglie _Adelberga_ figliuola del re Desiderio.
Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di
succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità;
e laddove fin qui avea portato il titolo di _duca_, da lì innanzi
cominciò ad intitolarsi _principe_, nome allora più cospicuo dell'altro
di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece
inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la
formola _In sacratissimo nostro palatio_, e tutto poscia si applicò alla
difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra
coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte
non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra
dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso
continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono
state conservate da Erchemperto[481], dall'Anonimo salernitano, e da
Leone Marsicano vescovo ostiense.

NOTE:

[469] Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.

[470] Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.

[471] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[472] Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[473] Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.

[474] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.

[475] Maffei, Verona illustrata, lib. 11.

[476] Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.

[477] Antiquit. Ital., Dissert. I.

[478] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[479] Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.

[480] Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.

[481] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCLXXV. Indiz. XIII.

    ADRIANO I papa 4.
    LEONE IV imperad. 25 e 1.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 2.


Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi
_Costantino Copronimo Augusto_, risoluto di portar la guerra contro de'
Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto
più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in
nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di
sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione
da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva.
Rimase suo successor nell'imperio _Leone IV_ suo figliuolo, già
dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito
dell'augusta _Irene_. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, _Teodoto_
re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto
dell'imperadore. Lo autore della Miscella[482] ossia chi diede quella
storia alla luce, credendo un errore quel _Teodoto_, sostituì il nome di
_Adelgisa_ nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il
costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco
nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo
_Berta_ figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore,
figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in
Costantinopoli, il nome d'_Eudocia_. L'andata di Arigiso colà, e la
protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca
paura nel pontefice _Adriano_; e corse anche voce ch'egli, tenendo
intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno.
Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto
pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso
null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di
patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali
lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni.
Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona
parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa
romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta
ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti
Sigeberto[483], il Dandolo[484] ed altri lasciarono scritto ch'egli
restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello
che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare
Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese,
perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella
provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere
per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava
unita la conquista d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver
acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea
da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate
fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di
distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto
scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice
Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date.
Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la
sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che
la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la
stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice
papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, _retulit nobis de immensis
victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per
intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus
est_. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè
fu scritta questa lettera. Ma quali _immense vittorie_ aveva mai
riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia?
Niuna. Ben più probabile sembra che tali _vittorie_ riguardino la
Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel
presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne
il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, _Allone_ duca
l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava
indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato
del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di
lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782
e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi
fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano.
Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi
di Pisa, di Lucca e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in
Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che
s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, _ab illo tempore, et die,
quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis_, sembra piuttosto
indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel
precedente a Roma.

A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a
riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il
pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di
Carlo Magno, _quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de
praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis_.
Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la
guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo
d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva
egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice.
Furono portate queste lettere al papa da _Possessore_ vescovo e da
_Babigaudo_ abbate; e però si trova coerente a queste la lettera
quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita
la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per
riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia,
in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con
_Ildebrando_ duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga
posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per
trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a
Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano
portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non
poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che
la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per
altro erano state fatte da Carlo _nisi pro justitiis beati Petri
exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae_, con aggiugnere una
particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu
in Roma, fatta l'offerta del _ducato di Spoleti_ a s. Pietro per
sollievo dell'anima sua. _Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter
obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem_ (e
non già a' tempi di Pippino) _pro animae vestrae mercede_.
Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di
effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse
mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì
innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel
regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica
del monistero di Farfa[485] si veggono atti del medesimo Carlo Magno,
ne' quali è mentovato _Hildeprandus dux noster_, e in tutto si scuopre
re padrone sovrano di quel ducato, e _Ildeprando_ vassallo di lui, e non
già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la
donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del
ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il
padre Mabillone[486] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero
farfense da _Ildeperto_ duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone
quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato
nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella
carta _Ildeperto_ ossia _Ildeberto_, in vece di _Ildeprando_ ossia
_Ildebrando_, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de'
duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di
Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere
l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si
legge espresso: _Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini
residessemus Spoleti in palatio_, etc. Oltre a ciò, ho io
rapportato[487] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente
indicanti che questo medesimo _Ildeberto_ duca fece altri atti in quel
ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca
_Ildebrando_. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que'
documenti il nome d'_Ildebrando_ in quello _d'Ildeberto_; e più
verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a
Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo
avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure
Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con
risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera
quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle
due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca _Ildebrando_
appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento
Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato
istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando
che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di
aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, _Arigiso_ duca di
Benevento, _Rodgauso_ duca del Friuli, e _Regnibaldo_ ossia _Reginaldo_
duca di Chiusi aveano tramata una congiura con _Adelgiso_ figliuolo di
Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta
di Greci, affin d'assalire _questa nostra città di Roma_, e di rimettere
in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di
porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per
reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo
nostro della _repubblica_ de' Romani, _et ut ea, quae eidem Dei Apostolo
vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad
effectum perducatis_: dal che si conosce che Carlo Magno non avea per
anche dato effetto alle promesse sue.

NOTE:

[482] Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.

[483] Sigebertus, in Chron.

[484] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[485] Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.

[486] Mabill., in Annal. Benedictin.

[487] Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCLXXVI. Indiz. XIV.

    ADRIANO I papa 5.
    LEONE IV imperadore 26 e 2.
    COSTANTINO Augusto 4.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.


L'imperadore de' Greci _Leone_, fattosi in quest'anno pregare dai suoi
baroni, perchè dichiarasse Augusto e collega nell'imperio il picciolo
_Costantino_ figliuolo suo e dell'imperadrice Irene, volentieri
s'accomodò alle istanze loro[488]; e però Costantino cominciò a contar
nel presente anno quelli del suo imperio. Ancorchè si trovasse il re
_Carlo_ impegnato non poco nella guerra contra de' Sassoni, popoli che
per forza s'andavano oggi sottomettendo, e domani tornavano a
ribellarsi; tuttavia premendogli forte gli affari d'Italia, s'era già
incamminato sul fine del precedente anno alla volta d'Italia, con
solennizzare la festa del santo Natale in Scelestat nell'Alsazia.
_Rodgauso_ duca del Friuli, di nazion Longobardo, veniva accusato per
manipolatore di una gran ribellione contra di lui, e già abbiamo veduto
quanto ne scrisse ad esso re il pontefice Adriano. All'apparir della
primavera piombò il re Carlo con poderose forze sopra il Friuli, e, per
attestato degli Annali de' Franchi[489], venuto alle sue mani esso
Rodgauso, il privò di vita. Assediò Stabilino suocero di lui in Trivigi,
e forzò quella città alla resa. Ugone Flaviniacense[490] scrive che
Pietro _italiano_ quegli fu che gli consegnò essa città di Trivigi, _et
ob hoc de Virdunensi episcopatu honoratus est_. In quella città celebrò
il re Carlo la santa Pasqua, e dopo aver prese l'altre città che s'erano
ribellate, in tutte mise degli uffiziali franzesi. Ivi lasciò _Marcario_
con titolo di _duca_. Poscia obbligato dalla guerra de' Sassoni, se ne
tornò vittorioso a ripigliar l'armi contra di quei popoli. Sembra
eziandio che possa ricavarsi da tali notizie, che al duca del Friuli
fossero allora sottoposte varie città, che fosse formata la _Marca
Trivisana_, o _del Friuli_. Può parimente essere che a questi tempi
appartenga ciò che racconta il monaco di s. Gallo[491] nella vita di
Carlo Magno con dire, che trovandosi egli nelle parti del Friuli, perchè
era freddo, portava una pelliccia fatta di pelli conce di castrato;
imperciocchè per più secoli anche in Italia fu in gran vigore l'uso
delle pellicce, siccome ho dimostrato altrove[492]. Erano capitati a
Pavia nel mese avanti mercanti veneziani, gente che più d'ogni altra
attendeva allora al commercio, ed aveano portato di Levante una gran
copia di galanterie, e spezialmente delle stoffe e delle pelli fine.
Corsero tosto i cortigiani di Carlo a provvedersene con quell'ansietà
con cui i mal accorti Italiani corrono oggidì a comperare i _bijoux_ e
le stoffe altramontane e forestiere, e fecero poi bella comparsa con
quegli abiti. Venuto un dì di festa, dopo la messa il re volle andare
con essi cortigiani alla caccia, ed era tempo freddo e piovoso. Que'
sontuosi abitini tutti bagnati dalla pioggia e maltrattati dal bosco, si
trovarono la sera lacerati e ridotti in pessimo stato, spezialmente dal
fuoco, a cui corsero que' nobili cacciatori per iscaldarsi. Volle Carlo
la mattina seguente che comparissero con quelle medesime vesti così
guaste, ed allora dimandò a que' vanerelli, qual abito fosse più utile e
prezioso: il suo che gli costava un soldo, ed era restato bianco ed
illeso, oppure que' loro pagati sì caro e che a nulla più servivano.

Furono di parere i padri Cointe e Pagi che in quest'anno il medesimo
pontefice scrivesse al re Carlo la lettera quadragesima nona del Codice
Carolino, con esprimere l'afflizion sua, perchè dopo le speranze a lui
portate da _Filippo_ vescovo e da _Megisto_ arcidiacono, ch'esso re
Carlo sarebbe colla regina _Ildegarde_ venuto a Roma avanti la Pasqua,
per dare il contento al papa di tenere al sacro fonte _filium, qui nunc
vobis procreatus est_; s'avvicinava già il dì di Pasqua senza sentore
alcuno del loro viaggio. Crede il padre Pagi che questo figliuolo di
Carlo Magno sia _Carlomanno_, appellato poscia _Pippino_, che fu re
d'Italia, e ch'egli nascesse in quest'anno. Ma non par molto probabile,
che se qui si parla di Pippino, egli nascesse nell'anno presente,
riflettendo alla data di questa lettera scritta prima del dì 25 di
marzo, in cui cadde la Pasqua, e al tempo necessario al viaggio de'
suddetti inviati, e all'improbabilità di condurre in mesi di verno a
Roma un principino poco fa nato. Comunque sia, non sappiam bene se al
presente anno appartenga la predetta epistola quarantesima nona. Certo è
bensì che nella medesima papa Adriano fa nuove istanze per l'adempimento
delle promesse: dal che finora egli s'era astenuto. Aggiugne le seguenti
parole: _Et sicut temporibus beati Sylvestri romani pontificis, a
sanctae recordationis piissimo Constantino magno imperatore, per ejus
largitatem sancta Dei catholica et apostolica romana Ecclesia, elevata
atque exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri
dignatus est: ita et in his vestris felicissimis temporibus atque
nostris sancta Dei ecclesia, idest beati Petri apostoli, germinet atque
exultet, et amplius atque amplius exaltata permaneat._ Passa poi a dire
che Carlo sarà chiamato un nuovo Costantino, se ingrandirà la Chiesa
romana: parole tutte che sembrano indicar già nata quella famosa
donazione di Costantino, che oggidì da tutti i saggi vien riconosciuta
per finta: non già che Costantino non donasse molto alla Chiesa romana,
ma che le donasse stati e dominii temporali. E di stati appunto pare che
qui si parli, con soggiugnere poi altre istanze per la restituzione de'
patrimoni e allodiali, spettanti per giustissimi titoli alla Chiesa
romana in varie parti d'Italia. _Sed et cuncta alia_ (seguita egli a
dire) _quae per diversos imperatores, patricios etiam et alios Deum
timentes, pro eorum animae mercede, et venia delictorum, in partibus
Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica, simul et Savinensi
patrimonio, beato Petro apostolo, sanctaeque Dei et apostolicae romanae
Ecclesiae concessa sunt: et per nefandam gentem Langobardorum abstracta
et ablata sunt, vestris temporibus restituantur._ E, per giustificar
meglio i diritti della sua Chiesa, dice di avergli anche spedito molte
donazioni cavate dall'archivio lateranense. Certo è da maravigliarsi
come Carlo Magno, dopo avere intrapresa la spedizione d'Italia
specialmente per reintegrare la Chiesa romana ne' beni ad essa occupati
dai Longobardi, divenuto che fu padron d'essa Italia, si mettesse sì
poco pensiero di restituirle e farle restituire essi beni. E di qui
parimente apparisce che papa Adriano niuna autorità doveva allora
esercitare in Benevento e Spoleti, nella Corsica e nella Sabina, la qual
ultima provincia almeno in parte era in questi tempi sottoposta ai duchi
di Spoleti. Truovasi in quest'anno un _Giovanni_ duca, che s'intitola
figlio del fu duca _Orso_[493], il quale fa una magnifica donazion di
beni al monistero di Nonantola, situato _Pago Persiceta, territorio
Motinense_, dove era abbate _Anselmo_, di cui s'è altre volte parlato.
Di qual città egli fosse duca non apparisce. Dice egli che il casale,
ossia villa della Verdeta, era stata donata ad Orso duca suo padre dal
_serenissimo Astolfo re_. Questa villa è del distretto di Modena.

NOTE:

[488] Theoph., in Chronogr.

[489] Annales Bertiniani.

[490] Hugo Flaviniacensis, in Chron.

[491] Monac. Sangall., lib. 2 de reb. gest. Caroli M. apud. Duchesne,
tom. 2.

[492] Antiquit. Ital., Dissert. XXV.

[493] Antiquitat. Italic., Dissert. XXI, pag. 197.



    Anno di CRISTO DCCLXXVII. Indiz. XV.

    ADRIANO I papa 6.
    LEONE IV imperadore 27 e 3.
    COSTANTINO Augusto 2.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 4.


Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine
cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte;
pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si
legge intorno a _Leone_ arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola
cinquantesimaterza d'esso Codice papa _Adriano_ scrive a _Carlo Magno_
d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era
portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con
soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero
d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente
significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza
l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre
Pagi[494] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno
antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi
replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, _ut
velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam
donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas,_ con aggiugnere che
siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il
regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso
Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera
quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa
fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre,
senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce _Andrea_ vescovo e
_Pardo_ egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo
ancor qui per l'esecuzione di quanto il re Pippino promise a san Pietro,
e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli
notifica, qualmente Leone arcivescovo _postquam a vobis reversus est, in
nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut
antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate
detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates
nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem
Leoni archiepiscopo_. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio
saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città
dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che
l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per
conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico,
raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei
soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre
vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle
città dell'Emilia, cioè di _Faenza_, del _ducato di Ferrara_, di
_Comacchio_, di _Forlì_ e _Forlimpopoli_, _Cesena_ e _Bobbio_. Di
Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono
mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per
conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da
_Rimini_ sino a _Gubbio_, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio
del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla
superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e
dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.

Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a
Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di
_Giovanni_ patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso
Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che _Leone_ arcivescovo di
Ravenna avea prima dissigillata e letta quella lettera; nè per altro
fine che per farne sapere il tenore ad _Arigiso_ duca di Benevento, e
agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo
effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò
che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che
non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava
vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro _Imola_ e _Bologna_,
ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime
doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si
dice che Leone arcivescovo, _postquam vestra exellentia a civitate Papia
in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu
rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas
civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi_,
ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella _Pentapoli_; ma con
trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne
lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa
romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il
dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di
Ravenna con quel potere che ebbe _Sergio_ suo antecessore, risponde
essere stato consegnato l'esarcato a _Stefano_ suo predecessore e a lui
stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che
Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu
levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano
colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di
signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di
non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì
se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la
celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere
che Leone arcivescovo cominciò nell'anno 774 a far da padrone
nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par
difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di
Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo
scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti
tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come
poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere
di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente
avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto
cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha
molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli
atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra
queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette
essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale
de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che
fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima
del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al
papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare
le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E
perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per
avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di
ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e
Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa
e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo[495], perchè
_Maurizio_ duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito
col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo
collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con ciò
per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio
che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.

NOTE:

[494] Pagius, ad Annal. Baron.

[495] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.



    Anno di CRISTO DCCLXXVIII. Indizione I.

    ADRIANO I papa 7.
    LEONE IV imperadore 28 e 4.
    COSTANTINO Augusto 3.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.


Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli
anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad
abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova
delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con
due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese
Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò
maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi
della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le
quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè
furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero
una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in
agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto
il loro equipaggio. Eginardo[496] racconta fedelmente il fatto,
asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono
Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e
Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di
Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed
Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e
particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui
nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le
poche suddette parole di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a
non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni
non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo
costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa
della Spagna, commossi spezialmente da _Witichindo_, valoroso principe
di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin
presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade.
L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche
reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi
sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a
fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re
Carlo due figliuoli cioè _Lottario_, che da lì a due anni mancò di vita,
e _Lodovico_, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed
imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa
Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di
rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima
nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta
di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria
della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re
Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce
_Agatone_ diacono e _Teodoro_ eminentissimo console e _duca_, suo
nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i
suoi messi in compagnia di quei del re, inviati _ad suscipiendum in
integro patrimonium nostrum ravennense_ (s'ha da scrivere _savinense_),
aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la
Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante,
esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola
sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali
per consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni
perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con
aggiugnere che il re _Desiderio_ avea ben fatta la restituzion di molti
poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in
questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel
ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto
più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di
Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia
quivi fatta del duca _Ildebrando_, dominante in quel ducato: se pure in
questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di
Farfa, da me pubblicate[497], si truova in quest'anno _Ildeberto_ duca
di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.

NOTE:

[496] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[497] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCLXXIX. Indiz. II.

    ADRIANO I papa 8.
    LEONE IV imperadore 29 e 5.
    COSTANTINO Augusto 4.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 6.


Dagli Annali d'Eginardo[498] abbiamo che nella primavera dell'anno
presente venne _Carlo Magno_ a Compiegne, e partitosene, allorchè era
nella villa di Virciniaco, se gli presentò _Ildebrando_ duca di Spoleti
con dei gran regali. L'accolse Carlo con tutta benignità, e dopo averlo
anch'egli regalato, il rimandò contento al suo ducato. Tal notizia ci
può far di nuovo dubitare che questo duca fosse prima decaduto dal
governo di Spoleti, e che in luogo suo quivi risiedesse _Ildeberto_, da
noi veduto duca di quella contrada nell'anno precedente. Certo è che
nelle Carte farfensi non s'incontra da lì innanzi menzione alcuna di
questo _Ildeberto_, ma solamente del duca _Ildebrando_. Passò dipoi
Carlo Magno colle armi contra de' Sassoni, i quali più che mai
continuavano nella loro ribellione, con riportar sopra d'essi molti
vantaggi. Potrebbesi riferire a questi tempi la lettera cinquantesima
settima del Codice Carolino, dove papa _Adriano_ notifica al re Carlo,
come i Greci residenti nella provincia dell'Istria, perchè _Maurizio_
vescovo in quelle parti esigeva le pensioni spettanti alla Chiesa di
Roma, aveano inventata contra di lui una calunnia, cioè ch'egli
meditasse tradimento per mettere in mano del medesimo Carlo quella
provincia; e però gli aveano cavati gli occhi. Era ito a Roma il povero
vescovo; e papa Adriano l'avea rimandato e raccomandato a _Marcario_
duca del Friuli. Ora dunque prega il re di ordinare ad esso duca
d'impiegare efficaci uffizii, affinchè questo prelato possa restituirsi
alla sua chiesa. Da tutto ciò apparisce che l'Istria doveva essere,
almeno in parte, ritornata in potere de' Greci. Circa questi tempi
fioriva _Teodoro_, che si truova console e duca di Napoli.

NOTE:

[498] Eginhardus, Annal. Franc.



    Anno di CRISTO DCCLXXX. Indizione III.

    ADRIANO I papa 9.
    COSTANTINO imperad. 5 e 1.
    IRENE Augusta 1.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 7.


Mise fine in quest'anno al regno e al vivere suo _Leone IV_, imperadore
dei Greci[499], mentre era intento a perseguitare, non men di suo padre,
chiunque onorava e difendeva le sacre immagini. Soprattutto grande
schiamazzo aveva egli fatto contro ad _Irene_ Augusta sua moglie, perchè
le ne trovò due sotto un guanciale, con gastigar lei mediante una specie
di divorzio, e poi severamente chi gliele avea somministrate. Ma il
tolse la divina giustizia quando men sel pensava, essendo mancato di
vita nel settembre dell'anno presente. Ebbe per successore _Costantino_
suo figliuolo. Non ascendeva l'età sua che ad anni dieci; e perciò la
imperadrice _Irene_ sua madre ne assunse la tutela, e cominciò con esso
a contare gli anni del suo imperio. Era donna piissima e di cuor
cattolico, e per conseguente non tardò a rimettere in piedi la libertà
di monacarsi, e cessò ogni persecuzione contro le suddette immagini; ma
non cessarono già le dispute fra gli sprezzatori e i difensori delle
medesime. E perciocchè nel precedente febbraio era morto _Niceta_
patriarca eretico di Costantinopoli, e gli era succeduto _Paolo_,
personaggio di sentimenti cattolici, ornato di molte virtù, cominciò la
Chiesa di Dio a respirar presso i Greci; ma nello stesso tempo gli
Arabi, ossia i Saraceni, maltrattavano forte in Soria i cristiani, e
spianavano le loro chiese. Continuò in quest'anno il re _Carlo Magno_ la
guerra contra de' Sassoni con tal felicità, che non pochi d'essi vennero
a riconoscerlo per loro sovrano, e presero anche in apparenza il sacro
battesimo, per farsi credere tutti attaccati a questo principe[500], con
professare la di lui religione. Mandò egli ad abitar nella Sassonia e a
predicarvi la fede di Cristo alcuni vescovi, preti ed abbati; e veggendo
l'interno de' suoi regni in pace, credendo eziandio oramai terminato
ogni affare per l'avvenire coi Sassoni, si dispose a venir in Italia,
per visitar questo regno, e massimamente per far le sue divozioni a Roma
ed abboccarsi con papa _Adriano_. A questo medesimo anno riferirono i
padri Cointe e Pagi la lettera sessantesima quarta del Codice Carolino,
dove si parla dell'occupazione di Terracina, fatta dai Napoletani in
pregiudizio della Chiesa romana. Ma non la vedremo scritta molto dappoi.
Potrebbe piuttosto essere che al presente non appartenesse la lettera
sessagesima del medesimo pontefice, in cui egli notifica al re Carlo
d'essere stato assicurato da _Stefano_ vescovo (egli era insieme duca)
di Napoli[501], che l'imperador Costantino avea dato fine alla sua vita.
Ma certo è ch'esso Costantino sopravvisse a papa Adriano. Però o quella
fu una voce falsa, oppure il Papa scrisse della morte di _Leone_
Augusto, e i copisti inavvertentemente vi misero _Costantino_. In essa
lettera poi si lamenta acremente Adriano di _Reginaldo_ (lo stesso è che
_Rinaldo_) stato già gastaldo nel castello di Felicità (oggidì vien
creduto Città di Castello ) ed ora duca di Chiusi, perchè era ito con
una brigata di gente armata alla stessa città del castello di Felicità,
e ne avea condotto via molti di quegli abitanti, quantunque quello fosse
luogo donato e confermato dallo stesso re a san Pietro. Perciò vivamente
il pregava di levar di posto costui, e tanto più perchè a tempo ancora
del re Desiderio egli era stato seminator di liti e discordie dovunque
poteva.

NOTE:

[499] Theoph., in Chronogr.

[500] Annal. Franc. Moissiac.

[501] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer.
Italic.



    Anno di CRISTO DCCLXXXI. Indizione IV.

    ADRIANO I papa 10.
    COSTANTINO imperadore 6 e 2.
    IRENE Augusta 2.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 8.
    PIPPINO re d'Italia 1.


Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re
_Carlo_ a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente
anno in Pavia, insieme colla regina _Ildegarde_ sua consorte; e venuta
poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi
nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco
due de' suoi piccioli figliuoli, cioè _Carlomanno_ e _Lodovico_. Giunto
colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può
credere nel sabbato santo) _Carlomanno_ da papa Adriano, il quale con
levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal
congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di
_Pippino_, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo
giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in
re i suddetti due principi, cioè _Pippino_ sopra l'Italia e _Ludovico_
sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione,
e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano,
dove l'arcivescovo _Tommaso_ diede il battesimo a _Gisla_ figliuola
d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in
Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si
trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu
l'accasamento desiderato da _Irene_ imperadrice di _Costantino_ Augusto
suo figliuolo con _Rotrude_ figliuola d'esso re Carlo. Teofane
scrive[502] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò
Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per
farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense[503], gli sponsali
fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si
trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787
seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco
eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti
della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per
imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un
altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il
pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e
_Tassilone_, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo
sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava
pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza.
Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa
invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo
dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del
re andarono due legati del papa, cioè _Formoso_ e _Damaso_ vescovi, e
tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi
ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che
l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di
nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco,
quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in
quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere _Paolino_, cioè quel
personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno
per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di
quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di
piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più
riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma
ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere.
Anche in Benevento il duca _Arigiso_ accoglieva tutti i letterati, e
specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre
città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri
nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le
bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia,
se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e
Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre _Alcuino_,
che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle
lettere.

Abbiamo ancora da Eginardo[504] che lo stesso re Carlo, benchè giunto
all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica _Petrum pisanum
diaconum senem_. E di questo medesimo _Pietro da Pisa_ scrive il
sopraddetto Alcuino[505] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia;
e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche
si leggeva scritta. Aggiugne in fine: _Idem Petrus fuit qui in palatio
vestro_ (cioè in Aquisgrana) _grammaticam docens claruit_. Fortunato può
dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto
_Paolino_ maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno
al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio
figliuolo del fu Mimone da Laberiano, _quae ad nostrum devenerunt
palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro_ (si dee
scrivere _Roticauso_, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776)
_a nostris fidelibus fuerit interfectus_. Il diploma di Carlo Magno è
rapportato intero dal cardinal Baronio[506] e dal padre Bollando[507].
Tal dono si dice ivi fatto _venerabili Paulino artis grammaticae
magistro_: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato
_XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate_. Più
verisimile è che l'_anno ottavo_ del regno di Carlo appartenga qui
all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781,
piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto
in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra
del suddetto _Rodgauso_ duca del Friuli, che s'era ribellato, noi
troviam menzione nel medesimo diploma. La città di _Loreia_, dove fu
fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di _Loreo_,
posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare.
Il padre Pagi[508] crede incerto quel luogo. Ma in vece di _Loreia_, si
ha da scrivere in esso documento _Eboreia_, cioè nella città di _Ivrea_.
Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora
_Paolino_ suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re
Carlo, che essendo passato al paese dei più _Sigualdo_ patriarca
d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede,
sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi
libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio,
dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in
patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis[509] parve dipoi
probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a
lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che
Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca
di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore,
Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato _Paolino_. Ma se
veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico,
converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e
fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non
maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura
punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che,
anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia
visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine
a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato
d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta.
Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo
narra nella vita di Carlo Magno[510], cioè che nel principio del regno
di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto
per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben
addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che
invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa
novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno,
appellato _Clemente_, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e
plebei che bramassero d'imparare. _Alterum vero in Italiam direxit, cui
et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui
ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent._ Il nome di
questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua
spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di
questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.

NOTE:

[502] Theoph., in Chronogr.

[503] Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.

[504] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[505] Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.

[506] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.

[507] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.

[508] Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.

[509] De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.

[510] Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2.
Annal. Franc.



    Anno di CRISTO DCCLXXXII. Indizione V.

    ADRIANO I papa 11.
    COSTANTINO imperad. 7 e 3.
    IRENE Augusta 3.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 9.
    PIPPINO re d'Italia 2.


Aveva l'imperadrice _Irene_ nell'anno precedente fatta pace coi
Saraceni, pace al certo vergognosa, perchè si convenne di pagare un
annuo tributo a que' Barbari[511] sotto nome di regalo; ma pace
necessaria e utile alla situazione in cui si trovavano gli affari
dell'impero orientale. Spedì ella nell'anno presente un buon esercito
contra degli Sclavi ossia Schiavoni; ricuperò la città di Salonichi e la
Grecia; ed essendo penetrate le milizie della sua flotta nel
Peloponneso, o vogliam dire nella Morea, ne condussero via una gran
quantità di schiavi e di preda; segno che in essa Morea doveano allora
aver fissato piede e dominio gli Schiavoni stessi. Non fu men fortunata
per _Carlo Magno_[512] la campagna di quest'anno. Al feroce _Witichindo_
riuscì di muover di nuovo a ribellione una parte della Sassonia. Colà
accorsero le schiere franzesi, e seguì combattimento sanguinoso coi
nemici. Itovi poi in persona Carlo Magno, si vede venir pentita a' piedi
quella nazione, che gli diede in mano i ribelli, parte de' quali pagò
colla morte, ed altra coll'esilio la pena della lor ribellione.
Witichindo se ne fuggì nel paese de' Normanni, popolo delle provincie
poste al mar Baltico, cioè della Danimarca, Svezia ed altre di quelle
contrade. Erasi tenuta in questo medesimo anno dal re Carlo una dieta in
Colonia, dove comparvero gli ambasciatori di _Godefrido_ re de'
Normanni, siccome ancora quei di _Cagano_, cioè del re degli Avari ossia
degli Unni dominanti nell'Ungheria, poichè tutti veneravano e temevano
la possanza formidabile del re de' Franchi. Merita qui d'essere
rammentato, perchè fiorì in questi tempi, _Paolo Diacono_, a cui siam
non poco tenuti per la storia de' Longobardi. Senza l'aiuto suo sarebbe
restata in troppe tenebre la storia d'Italia per anni dugento. Era egli
di nazion longobarda. I suoi maggiori fissarono la stanza nel Foro di
Giulio, cioè in Cividal del Friuli, dove ancora venne egli alla luce,
per attestato di Erchemperto[513], anzi del medesimo Paolo[514]. Pare
che l'epitafio composto da Ilderico suo discepolo, il quale fu poi
abbate di Monte Casino, il faccia nato in Aquileia. Vivente il re
Rachis, Paolo fu allevato nella real corte, e studiò lettere sotto
Flaviano, grammatico di molto grido. Abbracciava allora il nome di
grammatica non solamente lo studio della lingua latina, ma anche
l'oratoria, la poesia, e la cognizione degli antichi autori latini, sì
di prosa che di verso. Servì poscia al re Desiderio di consigliere e
cancelliere, per quanto s'ha dal suddetto Erchemperto e da Leone
Ostiense[515]. Dopo la caduta di Desiderio, Paolo Diacono passò in
Francia; e poscia, forse perchè insorse qualche sospetto contra di lui,
verisimilmente si ritirò in Benevento sotto la protezione del duca
_Arigiso_, principe che per gran tempo ricusò di sottomettersi alla
signoria di Carlo Magno. Ma l'Anonimo salernitano[516] nella parte della
Storia da me data alla luce, racconta aver bensì Paolo guadagnata la
grazia di Carlo Magno, già divenuto re de' Longobardi; ma che accusato
due volte di aver voluto uccidere esso re in vendetta di Desiderio,
tante istanze fecero contra di lui i baroni del palazzo, che Carlo una
volta ordinò che gli fosse tagliata la mano; e un'altra che gli fossero
cavati gli occhi; ma che sempre pentito ne rivocò l'ordine,
contentandosi di mandarlo in esilio nell'isola di Tremiti. Di là
fuggitosene Paolo, si ricoverò alla corte del suddetto Arigiso, a cui fu
carissimo, ma specialmente ad _Adelberga_ figliuola di esso re Desiderio
e moglie di quel principe. Leone Marsicano, ossia Ostiense, copiò dal
Salernitano questo racconto. Ma l'avveduto padre Mabillone[517] prima
d'ora lo giudicò favoloso per le circostanze inverisimili che
l'accompagnano. Quel che pare non potersi negare, Paolo Diacono fu nella
corte di esso principe di Benevento, dove compose la storia dei
Longobardi e parte della storia Miscella. Poscia in Monte Casino si fece
monaco, e lavorò altri libri; e di certo abbiamo che fra Carlo Magno e
lui passò molta familiarità e corrispondenza di lettere.

NOTE:

[511] Teoph., in Chronogr.

[512] Annales Bertinian. Eginhard.

[513] Erchempertus, Hist. P. I. T. II Rer. Ital.

[514] Paulus Diaconus, lib. 4. cap. 39 Histor.

[515] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 15.

[516] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.

[517] Mabill., Annal. Benedict., lib. 24, cap. 73.



    Anno di CRISTO DCCLXXXIII. Indiz. VI.

    ADRIANO I papa 12.
    COSTANTINO imperad. 8 e 4.
    IRENE Augusta 4.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 10.
    PIPPINO re d'Italia 3.


Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte
immatura della regina _Ildegarde_, moglie sua dilettissima, che in età
di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni,
secondo la facilità d'allora, fu registrata nel catalogo de' santi.
Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioè
_Carlo_ primogenito, destinato ad essere re di Francia, _Pippino_ già re
d'Italia, e _Lodovico_ già re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la
regina _Berta_, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè
esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto
che prese un'altra moglie, cioè _Fastrada_. Tornarono ancora in
quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie
talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse
più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe
si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del
Codice Carolino, nella quale papa _Adriano_ espone a Carlo Magno, come
Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè
giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de'
poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che
costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii
omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei
briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben
conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza
chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra
d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e
il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son
parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono
ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi
siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma,
affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di
quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a
san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto di
_Leone_ arcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlo rinnovata ai
romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar
sussistente l'opinion del Sigonio[518], che stimò ritenuta dai re
franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o
donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa
conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi
esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati
sulle lettere di Alcuino[519], che verso questi tempi _Angilberto_,
riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula,
fosse in Italia _primicerius palatii Pippini regis_, cioè il primo dei
suoi consiglieri. _Omero_ veniva questi appellato dai letterati
d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome di _Davide_, e così gli
altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi
Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino.
Pubblicò il Baluzio[520] un capitolare di Carlo Magno _de causis regni
Italiae_, ch'egli credette dell'anno 793, _post obitum Hildegardis
reginae_. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina,
taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno.
Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba
farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura.
Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano
allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i
longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti
giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e
praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che
nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti,
cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a
ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcuno loro privato servigio gli
uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla
fu regina _Ildegarde_, da inviarsi a lui; nè permette che i _Piacentini_
abbiano gli _Aldioni_, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla
camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti di
_Benevento, Spoleti, Romania_ (onde è venuto il nome di _Romagna_) e
_Pentapoli_, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli
altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo
il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui
ch'egli comanda anche in _Benevento_, più probabile a me sembra che dopo
quell'anno fossero pubblicate queste leggi.

NOTE:

[518] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.

[519] Alcuin., Epist. 42 et 93.

[520] Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.



    Anno di CRISTO DCCLXXXIV. Indiz. VII.

    ADRIANO I papa 13.
    COSTANTINO imperad. 9 e 5.
    IRENE Augusta 5.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 11.
    PIPPINO re d'Italia 4.


Potrebbe essere che nel presente anno fosse scritta l'epistola
sessantesima ottava del Codice Carolino, dalla quale apprendiamo avere
il re Carlo con sua lettera portata da _Aruino_ duca, fatta istanza a
papa _Adriano_ per avere tutti i musaici e marmi del palazzo di Ravenna,
esistenti non meno ne' pavimenti che nelle pareti. Adriano protesta che
ben volentieri tutto gli concede in ricompensa dei gran vantaggi da esso
re procacciati alla Chiesa romana. Di qui ancora apparisce l'attual
signoria e possesso del papa in Ravenna. Parlasi medesimamente d'affare
spettante a Ravenna nell'epistola ottantesima quarta. Scrive in essa il
papa d'aver ricevuti gli ordini di Carlo Magno di cacciar dalle parti di
Ravenna e della Pentapoli tutti i mercatanti veneziani; e che in
esecuzione della real sua volontà avea già spedito colà ordine
all'arcivescovo, che in qualsivoglia _territorio nostro_, e spettante
alla Chiesa di Ravenna, in cui si trovasse alcuno dei Veneziani, sieno
fatti sloggiare. Erano i Veneziani o dipendenti del greco imperadore, o
suoi collegati; e però non se ne fidava Carlo Magno[521], intento alla
conservazione del regno d'Italia. E l'aver egli comandato che fossero
scacciati dall'esarcato e dalla Pentapoli, torna a farci intendere
l'autorità di lui in quelle contrade, tuttochè signoreggiate dal romano
pontefice. Lagnasi appresso il medesimo Adriano, perchè _Garamanno_ duca
inviato da esso re Carlo, aveva occupati molti poderi della Chiesa di
Ravenna, posti _ne' nostri territorii_; e non ostante l'averlo esortato
a restituir quei beni, egli pertinacemente seguitava a ritenerli in suo
potere. Il perchè prega Carlo Magno che per amore di s. Pietro si degni
di spedir ordini, affinchè ne sia scacciato costui, e restino intatti _i
nostri territorii_ mediante la di lui regal difesa. Di questo _Garamanno
glorioso duca messo fedelissimo_ del re Carlo, è parlato anche nella
lettera sessantesima settima del Codice Carolino, con apparire ch'esso
re Carlo l'avea inviato per correggere molti abusi, e massimamente il
mercato che si faceva degli schiavi cristiani. Aggiugne che Giovanni
monaco avea avvertito esso re di non permettere che i vescovi andassero
alla guerra; abuso già introdotto in Francia; ed anch'egli il prega di
emendarlo, dovendo i vescovi attendere alle orazioni, al governo
spirituale dei popoli, e non già maneggiar armi terrene, nè vestire
l'usbergo. Finalmente parla d'una revelazione o visione vantata da esso
monaco e notificata al re, con dire d'aver veduto i cieli aperti, e la
destra di Dio, e una gran torre, e gli angeli che scendevano dal cielo,
con altre semplicità che aveano voga ne' secoli ignoranti, dei quali ora
parliamo, ma che per tali si conosce che furono giudicate e riprovate
non meno dal saggio pontefice che dal ben avveduto re Carlo. Bisognò poi
in che quest'anno ancora il medesimo re impiegasse le sue armi contra
dei Sassoni[522], perchè, secondo il loro costume, erano tornati a
ribellarsi. Entrò egli con gran potenza nelle lor terre, mettendole a
sacco; e spedì _Carlo_ suo primogenito con un altro esercito contra de'
popoli della Vestfalia, e riuscì poscia a questo giovane principe di dar
loro una rotta, ma non già di metter fine ai torbidi di quella inquieta
gente.

NOTE:

[521] _Erano collegati, perchè se fossero stati dipendenti, Carlo Magno
avrebbe tentato di soggettarseli._

[522] Annal. Franc. Loiselian.



    Anno di CRISTO DCCLXXXV. Indiz. VIII.

    ADRIANO I papa 14.
    COSTANTINO imperad. 10 e 6.
    IRENE Augusta 6.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 12.
    PIPPINO re d'Italia 5.


Diedero occasione di grande allegrezza in quest'anno alla Chiesa romana
e allo zelantissimo suo pastore le lettere scritte dal regnante
imperadore dei Greci _Costantino_ e dell'Augusta _Irene_ sua madre, per
invitarlo in Oriente ad un concilio generale, dove si decidesse della
disputa intorno all'onore delle sacre immagini. Dopo tanti anni che gli
imperadori le perseguitavano, flagellando ancora chiunque si scopriva
venerator delle medesime, gran giubilo, come dissi, recò alla santa Sede
e a' Cattolici di Italia l'intendersi che anche _Tarasio_ santo vescovo,
dopo la morte di _Paolo_ piissimo patriarca di Costantinopoli, era in
quella cattedra, e nudriva uno zelo imperturbabile per pacificar la
Chiesa di Dio. Anche egli inviò sue lettere e la profession della fede
cattolica a papa _Adriano_; ed essendo che in questi medesimi tempi
sedessero in Alessandria, Antiochia e Gerusalemme tre insigni patriarchi
di credenza cattolica, tutto venne ad accordarsi per terminar la
controversia del culto delle sacre immagini. Quest'anno ancora convenne
al re _Carlo_ di tornare in Sassonia colle sue armi per mettere al
dovere que' popoli ribelli[523]. Tenne dietro ai suoi passi la felicità,
perchè dopo aver prese e spianate varie loro fortezze, tutta quella
nazione finalmente si diede per vinta, e lo stesso _Witichindo_ ed
_Abbione_ capi dei tumultuanti vennero a trovare il re nella villa di
Attignì, e quivi presero il sacro battesimo con giurar fedeltà al
vittorioso lor soggiogatore, ed osservarla dipoi: avvenimenti che
servirono alla religion cristiana per dilatarsi in quelle barbare
provincie, dove furono fondati varii vescovati e monisteri. Parimente i
Mori Saraceni, costretti da un lungo assedio, renderono ad esso re Carlo
la città di Girona; con che tutta la Catalogna, oppur buona parte d'essa
venne ad unirsi sotto il dominio dei re franchi. In questi tempi, come
consta dalle memorie dello archivio archiepiscopale di Lucca, accennate
dal Fiorentini[524] e da Cosimo della Rena[525], si trova in Lucca
_Allone_ duca, il quale in una carta scritta nell'anno presente si
sottoscrive così: _Signum manus Allonis glorioso duci, qui hanc notitiam
judicati fieri elegit_. Di questo medesimo Allone duca fa menzione
un'altra carta scritta nell'anno 782, e da un diploma di Lodovico II
imperadore, riferito dal Margarino[526], impariamo essere stato dallo
stesso duca _Allone_ fondato un monistero in Lucca, che fu poi
sottoposto a quello di s. Giulia di Brescia. Altro non è questo _Allone_
duca, se non quel medesimo che di sopra vedemmo all'anno 775, mentovato
nell'epistola cinquantesima quinta del Codice Carolino, la quale
piuttosto appartiene a questi tempi, al vedere spezialmente che ivi si
parla delle immense vittorie riportate da Carlo Magno.

In un'altra lettera del medesimo Codice, cioè nella sessantesima quinta,
attesta papa Adriano I d'aver intese le doglianze di Carlo Magno
(accennate anche nell'anno precedente), perchè dai Romani si vendessero
schiavi cristiani alla nefanda nazione de' Saraceni. Risponde il
pontefice, non essere ciò succeduto nel ducato romano, ma bensì nei
littorali dei Longobardi, sottoposti a dirittura a Carlo Magno, cioè,
per quanto si può conghietturare, nella Toscana e nel Genovesato, dove
capitavano coi lor legni i Greci, e veramente comperavano gli schiavi,
essendosi in fatti venduti non pochi ai Greci, per non morire di fame in
tempo d'una terribil carestia. Ch'egli avea mandato ordine ad _Allone_
duca di allestire quante navi potea, per pigliar quelle de' Greci e
bruciarle; ma nulla essersi eseguito da esso duca. E quantunque
mancassero navi e marinari a Roma, pure egli avea fatto dare alle fiamme
nel porto di Centocelle (oggidì Cività vecchia) le navi de' Greci, con
tener anche per molto tempo in prigione i Greci stessi. Può servir
questa lettera per farci intendere tale essere stata la fidanza di Carlo
Magno in papa Adriano, che gli dava ancora una specie di sopraintendenza
sopra l'Italia tutta, certo essendo che la Toscana, dove il duca Allone
comandava, non era dipendente dalla temporal giurisdizione del papa. Il
figurarsi alcuni che questo duca comandasse alla Toscana tutta non ha
buon fondamento, veggendosi dei duchi in altre città di quella
provincia, i quali per conseguente erano governatori di una sola città.
Trovammo di sopra _Reginaldo_ duca di Chiusi. Aggiungasi ora
_Gundibrando_ duca di Firenze in questi medesimi tempi. Ne fa menzione
papa Adriano nella lettera settantesima quarta, in cui raccomanda a
Carlo Magno il monistero di s. Ilario in Calligata o Galliata, posto in
Romagna sulle rive del fiume Bidente, a cui spettavano varii spedali
dell'Appennino destinati per alloggio ai viandanti. Aveva Gundibrando
duca occupata a quel monistero una corte, cioè un'unione di varii
poderi, situata nel distretto di Firenze: però il papa efficacemente si
raccomanda al re Carlo, perchè ordini la restituzione di tutto. Adunque
più tardi dobbiam credere seguita l'erezion della Toscana in ducato o
marca, con darsi da lì innanzi il titolo di _conte_ ai governatori di
cadauna città, e poscia di _duca_ o _marchese_ al governatore, o
sopraintendente di tutta la provincia, a cui ubbidivano i conti d'esse
città. Da uno strumento da me dato alla luce[527] ricaviamo che
nell'anno presente fioriva in Lucca _Adeltruda_ figlia di _Adelvaldo_ re
degli Anglosassoni, principe ucciso circa l'anno 756. Era essa monaca in
quella città, dove dopo le disavventure del padre s'era rifugiata.

NOTE:

[523] Annal. Franc. Metens.

[524] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[525] Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.

[526] Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XXXI.

[527] Antiquit. Ital. Dissert. I, p. 19.



    Anno di CRISTO DCCLXXXVI. Indiz. IX.

    ADRIANO I papa 15.
    COSTANTINO imperad. 11 e 7.
    IRENE Augusta 7.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 13.
    PIPPINO re d'Italia 6.


Diedesi principio nel mese d'agosto del presente anno ad un concilio
generale in Costantinopoli per ordine dell'imperadrice _Irene_[528]
affin di decidere la controversia delle sacre immagini. Ma gli uffiziali
delle milizie esistenti in quella real città, siccome infetti
dell'eresia degl'iconoclasti, essendo anche spalleggiati da alcuni
vescovi, commossero in tal guisa le schiere da lor dipendenti, che con
un fiero tumulto e colle spade nude corsero a disturbar la sacra
assemblea, minacciando morte al santo patriarca _Tarasio_ e agli altri
vescovi, se ardivano di far novità contra gli empii decreti di
Costantino Copronimo. Bisognò desistere; i vescovi si ritirarono in
varie case di Costantinopoli, aspettando miglior vento; e i legati della
santa Sede, non credendosi quivi sicuri, se ne tornarono in Sicilia. Per
rimediare a questi disordini l'imperadrice fece venir dall'Asia a
Costantinopoli alcuni reggimenti di soldati, e col braccio di questi
fece disarmar le truppe sediziose, e divisele in varie provincie, quetò
tutto il rumore, lasciando luogo al ristabilimento del concilio
nell'anno susseguente. Mentre il re _Carlo_, siccome abbiam veduto, era
impegnato nella lunga guerra coi Sassoni, si prevalsero di tal
congiuntura i popoli della Bretagna minore per far delle novità e degli
atti tendenti alla ribellione. Ma non sì tosto si trovò egli sbrigato
dagli affari della Sassonia[529], che spedì contra di loro un esercito
sotto il comando di _Audulfo_, personaggio illustre, che bravamente
condusse a fine quell'impresa, con sottomettere quel paese e condurne i
principali umiliati ai piedi del re, mentre era in Vormazia. Scoprissi
ancora una congiura[530] manipolata in Germania contra di esso re da
molti malcontenti per la crudeltà della regina _Fastrada_, e ne furono
gastigati gli autori. Stabilita in tal maniera la quiete e pace per
tutta la monarchia franzese l'infaticabil re Carlo determinò di venire
in Italia, e particolarmente a Roma, per un motivo di cui parleremo
nell'anno seguente. Intraprese questo viaggio nell'autunno, ed arrivato
a Firenze, quivi si fermò per solennizzarvi la festa del santo Natale.
Puossi rapportare col padre Cointe all'anno presente l'epistola
novantesima prima del Codice Carolino. Quivi papa _Adriano_ si rallegra
con Carlo Magno, per aver soggiogata e ridotta ad abbracciare il sacro
battesimo la nazione de' Sassoni. Ed avendo esso re desiderato che si
celebrassero litanie in rendimento di grazie a Dio per così prosperi
successi, il papa prescrive tre giorni di giugno per queste sacre
funzioni negli stati della Chiesa romana, e in tutti gli altri del re
medesimo. Fors'anche appartiene a quest'anno la lettera sessantesima
prima, in cui è da avvertire che il papa fa istanza al re Carlo per
ottener delle travi lunghe per risarcire il tetto della basilica di san
Pietro con aggiugnere: _Prius nobis dirigite magistrum_ (cioè un capo
muratore) _qui considerare debeat ipsum lignamen, quod ibidem necesse
fuerit, ut sicut antiquitus fuit, ita valeat renovari. Et tunc per
vestrae regalis excellentiae jussionem dirigatur ipse magister in
partibus Spoleti, et demandationem_ (ora la dimanda) _ibidem de ipso
faciat lignamine: quia in nostris finibus tale lignamen minime
reperitur._ Chi fosse allora padrone del ducato di Spoleti, si può
chiaramente argomentare ancora dalle parole suddette. Del bisogno che
aveva il papa di quelle travi, ed anche di stagno per rifare il tetto di
san Pietro, medesimamente è parlato nella epistola sessantesima sesta
d'esso Codice Carolino. In essa dà eziandio ragguaglio papa Adriano a
Carlo Magno, come _Arigiso_ duca di Benevento, non potendo ottener
giustizia per alcuni suoi sudditi dal popolo di Amalfi, sottoposto al
ducato di Napoli, era entrato coll'esercito nel territorio loro, con
incendiar tutte le lor possessioni e case. Ma avendo i Napoletani
spedito soccorso a quei d'Amalfi, aveano messi in rotta i Beneventani,
uccisine molti, e molti de' principali fatti prigioni.

NOTE:

[528] Theoph., in Chronogr.

[529] Annales Franc. Metenses.

[530] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.



    Anno di CRISTO DCCLXXXVII. Indiz. X.

    ADRIANO I papa 16.
    COSTANTINO imperad. 12 e 8
    IRENE Augusta 8.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 14.
    PIPPINO re d'Italia 7.


Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città
di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre
coll'intervento di _Pietro_ arciprete della santa romana Chiesa, e di
_Pietro_ prete ed abbate, legati del sommo pontefice _Adriano I_, di
_Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi
d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta
vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina
cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e
persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali
ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma _Carlo Magno_,
dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si
spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali
spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra
che _Arichis_ ossia _Arigiso_, duca di quella contrada, aveva assunto il
nome di _principe_, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di
Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del
regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di
Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva
la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere
che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione
dell'imperador greco, e di _Adelgiso_ figliuolo di Desiderio, ricoverato
a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel
dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii
di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però
informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli
Annali de' Franchi[531], spedì a Roma _Romoaldo_ suo figliuolo con
suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo
volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose,
consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi
nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito
suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle contrade,
mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di
Erchemperto[532] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi
Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu
solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con
lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con
essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con
accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e
se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda
resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè
di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver
lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora
capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno,
città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in
salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari.
Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato _Grimoaldo_, a
chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali
gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[533] mischiando una
mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver
egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia:
il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe
costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal
continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei
monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con
alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto
entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad
accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad
essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome
fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al
pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per
attestato di Eginardo[534]. Per sicurezza della promessa diede egli
dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora
_Grimoaldo_ e _Romoaldo suoi figliuoli_. Tante poi preghiere si
frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di
Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa
impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel
monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar
questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle
spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.

Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue
armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola
sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i _nefandissimi
Napoletani e gli odiati da Dio Greci_, per maligno consiglio d'Arigiso
duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di _Terracina_, la
quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re
Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di
spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di
tutti i _Toscani_ e _Spoletini_, e degli stessi _nefandissimi
Beneventani_, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche
_Gaeta_ e _Napoli_, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri
in possesso del suo _patrimonio_, cioè degli allodiali, a lei spettanti
nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano
a sottomettersi _sub vestra atque nostra dictione_. Aveva poi esso papa
trattato coi Napoletani di ceder loro _Terracina_, purchè essi gli
restituissero il suddetto _patrimonio_; ma nulla voleva eseguire senza
il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano
coll'_infedelissimo Arigiso duca di Benevento_, il quale tutto dì
riceveva ambasciate dal _nefandissimo patrizio di Sicilia_. Questi era
lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso
papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi
Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire _filium
nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum
ipso pro vobis nos espugnent_. Prega in fine Carlo Magno di operare in
maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da
maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli
cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì
ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci,
per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il
papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di
occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle
quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del
Codice Carolino pare che possa ricavarsi che _Terracina_ era di
giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che
rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non
badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a
Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in
questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e
manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per
conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma
questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè
in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane
_Romoaldo_ suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza
dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il
corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della
sua giustizia, magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre
a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini,
appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e
un altro monistero parimente di vergini a persuasione di _Alfano_
vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di
san Vincenzo di Volturno[535]. Leggonsi le altre lodi di questo principe
nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo
Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento
senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono
tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in
libertà _Grimoaldo_ figliuolo del defunto principe, e di permettergli
d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà
in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre
cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di
ridur colle buone il duca di Baviera _Tassilone_ a riconoscere per suo
sovrano esso re[536]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal
medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii
presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro
non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì
una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte
non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora
l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano.
A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo,
giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non
avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da
lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal
giovane re _Pippino_ suo figliuolo, che già avea preso a governare il
suo regno di Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che
Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di
Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e
vassallaggio, con dargli in ostaggio _Teodone_ suo figliuolo, e dodici
altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo
se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il
Dandolo[537] che venne a morte in questo anno _Maurizio_ doge di
Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella
dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco,
ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella
del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua
venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle
e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de'
cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto
fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio
II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco
Engolismense[538], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da
Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la
Francia lo studio delle lettere. _Ante ipsum enim dominum regem Carolum
in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium._

NOTE:

[531] Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.

[532] Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[533] Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[534] Eginhardus, Annal. ad ann. 814.

[535] Rer. Ital. P. I, tom. 2.

[536] Annales Franc. Metens. et Nazar.

[537] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[538] Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.



    Anno di CRISTO DCCLXXXVIII. Indiz. XI.

    ADRIANO I papa 17.
    COSTANTINO imperad. 13 e 9.
    IRENE Augusta 9.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 15.
    PIPPINO re d'Italia 8.


Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani
pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per
accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a
_Carlo Magno_, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di
pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo
avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo,
nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso
principe di Benevento, concedesse a papa _Adriano_ alcune città di quel
ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari
pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è
ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di _Capua_, e
verisimilmente ancora _Sora_, _Arce_, _Aquino_, _Arpino_ e _Teano_; e
nella Toscana _Rosselle_ e _Populonio_, due piccole città situate al
mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano
dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove
s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali
promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari
conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni
dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso
duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e
d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e
sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti,
nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, _ut denuo eos
missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines
populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed
quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat
inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere
dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates
sub integritate tradere in omnibus valeant._ All'anno precedente senza
dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In
essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano
spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad
esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo
chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato,
come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da
Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per
chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore
del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio
greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di
Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di
tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per
suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il _patriziato_
era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una
specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità
dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè
vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani
conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra
poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco
aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso
principe _Arigiso_, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e
la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca,
con esigere che egli desse per ostaggio _Romoaldo_ suo figliuolo. Avea
poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con
un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati
dal numero del viventi il duca _Arigiso_ e _Romoaldo_ suo figliuolo (per
errore di stampa o de' copisti appellato quivi _Waldone_), e con restare
per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si
trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano
ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo,
erano stati ricevuti in Salerno, dove con _Adelberga_, vedova del duca
Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar
nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse
venuto di Francia il duca _Grimoaldo_, perchè diceano d'aver fatta una
spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una _roga_, cioè un
suntuoso regalo, e non già una _roba_, come stimò il padre Pagi, ad esso
re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in
libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto
avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a
Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori
della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e
manipolando col vescovo _Stefano_ e con altri dei disegni contrarii
agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare
una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che
_Maginario_ abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da
Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi
Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con
frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda,
scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.

Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice
suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per
frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca
_Grimoaldo_. Dopo avergli significato che _Adelgiso_, figliuolo del già
re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella
Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a
motivo di precauzione, soggiugne, che _nullo modo expedit, Grimoaldum
filium Arichisi Beneventum dirigere_. Che se i Beneventani non
eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire
un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si
levi al _nefandissimo Adelgiso_ la comodità di nuocere. E qualora una
tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal
principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con
Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli
stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo
figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a
qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir
questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza
torbidi; e tanto più per avergli rivelato _Leone_ vescovo che
_Adelberga_ vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo
figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due
sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse
il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le
città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli
protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re
Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare
in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice
le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora
_Populonio_ e _Roselle_, e inoltre _Suana_, _Toscanella_, _Viterbo_,
_Bagnarea_ ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla
Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di
guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non
era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca
Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in
libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il
possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto[539],
obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo
sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri
principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva
de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei
Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo[540]: _Romani,
Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci
eas radebant_. Ma per gli Longobardi non sussiste. _Ut Langobardorum
mentum tonderi faceret_, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la
barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente
promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città
d'_Acerenza_, _Salerno_ e _Consa_. Racconta l'Anonimo salernitano[541]
(creduto Erchemperto dal cardinal Baronio[542], ma veramente diverso da
esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto
chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita.
Allora l'accorto principe gli rispose: _Gran re, per quanto io so, mio
padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e
desidero che ella cresca per tutti i secoli_. Allora il re soggiunse:
_Dico daddovero, che tuo padre è morto_. Replicò Grimoaldo: _Dal dì
ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a
madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto_. Fu
lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò
meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo,
perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai
Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia
una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia.
Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in
compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra
i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo
compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e
procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al
fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro
un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse.
Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: _Ben venuto
nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio_. Andò egli a
dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra
ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno,
anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa,
visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè
ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le
superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè
sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla
parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza
difesa, gli accennerò in altro luogo.

Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di
Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima
sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro
avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la
libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle
insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa.
Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato _Aruino_ duca e gli
altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di _Roselle_ e
_Populonia_ in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma
che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle
beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il
possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli
allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi
delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor
libertà. _E come_, dice Adriano, _potremo noi senza gli uomini ritener
quelle città_? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più
parziale verso _Grimoaldo_ figliuolo di _Arigiso_, che verso _san
Pietro_, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso
Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi,
s'era lasciato scappar di bocca, _avere il re Carlo comandato che
qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe_: cosa di
gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano
dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa
alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto
era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo
affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì
vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che
traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo
governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero
insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già
erano insorte liti fra _Costantino_ giovane imperadore dei Greci e
_Carlo Magno_, perchè questi, secondochè scrive Eginardo[543], ruppe il
trattato di dar la figliuola _Rotrude_, destinata in moglie ad esso
Augusto Costantino: il che indusse _Irene_ a cercarne altra al
figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la
indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di
combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per
attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata _Adelgiso_
figliuolo del re Desiderio, chiamato _Teodoro_ da' Greci; ed è da
credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne'
suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di
_Adelberga_ sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere
a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan
credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci:
stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino.
Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo
_Ildebrando_ duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo
suono di questi rumori da Carlo Magno _Guinigiso_ per suo inviato con
alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti
de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad
un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati
longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed
ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se
vogliam credere a Teofane[544], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in
quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi
giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo
accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi
primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento,
salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle
monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo,
senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno,
Acerenza e Consa.

In questi tempi avvenne che _Tassilone_ duca di Baviera, a persuasione
di _Luidburga_ sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de'
giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse
inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si
presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia
con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita
dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci
figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza
stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia
il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con
_Teodone_ suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita
monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò
gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone,
messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e
coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli
d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri
combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari.
Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi,
ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul
campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel
Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una
notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato
dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli[545]. Raccontasi quivi che a' tempi
di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni,
con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per
vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso
faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi
Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in
piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece
rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi
aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi _Pippino suo figliuolo_, e
_Berengario suo legato_ fu inviato per assistergli e difendere quella
città. Potrebbe essere che questo _Berengario_ padre di _Unroco_ conte,
fosse antenato di _Berengario_ che fu poi re d'Italia, e poscia
imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se
toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse
mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè
sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni,
bastevolmente munita dal _pubblico_; ed occorrendo qualche rottura,
veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la
decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo
religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al _giudizio della
croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo_,
amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e
l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani
sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in
cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si
arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men
le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del
Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici
obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno
ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di
fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai
Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio:
se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi
prendersi cura alcuna di ristorarle.

NOTE:

[539] Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[540] Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.

[541] Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[542] Baron., in Annal. Eccl.

[543] Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.

[544] Theoph., in Chronogr.

[545] Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.



    Anno di CRISTO DCCLXXXIX. Indiz. XII.

    ADRIANO I papa 18.
    COSTANTINO imperad. 14 e 10.
    IRENE Augusta 10.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 16.
    PIPPINO re d'Italia 9.


Fino a quest'anno aveva il duca _Ildebrando_ lodevolmente governato il
ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re _Carlo_ e con
_Pippino_ re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti
dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe
commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di
nazion franzese. Questi fu _Winigiso_, ossia _Guinigiso_, o _Guinichis_,
quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da
Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de'
Greci. Bernardino de' Conti di Campello[546] differì sino all'anno 791
la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio
che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la
testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[547], posto avanti
alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso
monistero farfense, da me pubblicate[548], dove si legge una carta
scritta _anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis
Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII_, con altri simili
coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica
moissiacense[549], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale
tre patrizii spediti da _Costantino_ imperadore per ricuperare l'Italia;
ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha
creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno
precedente, quando evidente è che si parla del medesimo fatto, ma
rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che
nell'anno presente fosse scritta da papa _Adriano_ al re Carlo la
lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non
mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo.
Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere
inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo
pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese
in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio
nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la
quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia.
Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini
dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare,
come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re
Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che
costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del
pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna
Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei
ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: _Ipsi vero
Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra
absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias
faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato
Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur._ Però Adriano
il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino
suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, _quia, ut fati estis,
honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et
plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati
Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno
rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis amplius
confirmatus irrefragabili jure permaneat_. Pertanto, siccome non soleano
vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti
del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa,
_qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI
JUSTITIAM ad vos properaverint_, vi vadano col passaporto del papa
medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca,
arcivescovo di Parigi[550], di credere che Roma fosse allora sottoposta
a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[551] più
giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma;
Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa
e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i
Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una
repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi
esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per
_putriziato del papa_ si dee intendere il dominio a lui spettante
nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e
di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[552] riconobbe
essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le
città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: _Patriciatum
romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque
pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse_.

Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi
il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie.
Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per _patriziato di s.
Pietro_, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria
de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa
epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente
l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano
ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi
medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re
Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti
accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle
provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino
coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della
Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle
chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro
sovranità. Lo stesso nome di _patrizio_ indica dipendenza da qualche
sovrano. Per conto poi del _patriziato de' Romani_ conferito ai re
franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di
poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in
qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il _patriziato_ di Carlo
Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi
che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui
il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non
s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per
governar popoli. Il _patrizio di Ravenna_, chiamato esarco ne' tempi
addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il
_patrizio della Sicilia_, e così i papi in vigore del loro patriziato
esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il
_patriziato romano_ di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed
Anastasio[553] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma,
il sommo pontefice Adriano _obviam illi dirigens venerandas cruces,
idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum
cum ingenti honore suscipi fecit_. Ed appena creato, siccome vedremo,
papa Leone III, nell'anno 792, _mox per legatos suos claves confessionis
sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi_
(Carolo) _misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam
mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per
sacramenta firmaret_. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato
per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche
monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi.
Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina
_claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus_. E
Paolo Diacono[554] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto
imperadore, gli dicea: _Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum,
portarum, etc, vocabula diserta reperietis._ Questi son passi che non si
accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il
patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e
l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca
s'intitolava _patrizio de' Romani_, cioè con titolo indicante signoria,
come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora _re de' Franchi e
Longobardi_. Nè dice egli patrizio _della Chiesa romana_, ma sì bene
_de' Romani_. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console,
duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi
di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[555].

Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa
Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, si ricava che Arigiso
duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens
auxilium _et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub
integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu
Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione_: cioè si esibiva di
diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di
Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi _patrizio_. Ed appunto
uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con
questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza
da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò _patrizii_ d'Italia
_Odoacre_ e _Teoderico_, che, non contenti di questo, assunsero il nome
di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di _patrizio_ a
_Clodoveo_ il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per
tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano
elessero per loro _patrizii_, cioè principi, _Pippino_ e _Carlo Magno_
re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'_Imperadore_ per
qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non
inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non
poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci,
procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà
dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi
Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da
dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il
patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione
e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si
governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben
fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio
dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien
confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza
d'antiche memorie. Tuttavia sia lecito a me di dire che quel passo della
lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il
_patriziato di Carlo_ in Roma portasse dominio temporale, nè poter
sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi.
Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del
patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri
magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma
di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno
vedere che ivi era il _senato_, ivi il _prefetto della città_. Se ci
restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe
probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e
d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche
veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso
Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo,
come si vedrà andando avanti, che i _prefetti di Roma_ erano ivi posti
dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si
osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio
dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i
pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e
ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san
Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque
sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza,
che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io
so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di
storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti
l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi
presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere
che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi,
confermato dalla prescrizione di tanti secoli, senza pretendere di
prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.

NOTE:

[546] Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.

[547] Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.

[548] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[549] Chronic. Moissiacense.

[550] Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.

[551] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.

[552] Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.

[553] Anastas., in Vit. Hadriani I.

[554] Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.

[555] _Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi
indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani,
quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori
riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio._



    Anno di CRISTO DCCXC. Indizione XIII.

    ADRIANO I papa 19.
    COSTANTINO imper. 15 e 11.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 17.
    PIPPINO re d'Italia 10.


In quest'anno, secondo gli Annali dei Franchi, niuna spedizion militare
fu intrapresa da _Carlo Magno_. Solamente sappiamo[556] che mentr'egli
dimorava in Vormazia, vennero a trovarlo gli ambasciatori degli Avari,
ossia degli Unni, padroni allora della Pannonia, oggidì chiamata
Ungheria. Sino ai confini del loro dominio si stendevano i dominii di
Carlo Magno, siccome padrone della Baviera; e lite appunto era fra loro
a cagion d'essi confini. Non si potè venire ad un accordo, e di qui ebbe
principio una nuova guerra, che nell'anno seguente accenneremo
principiata contra di quei Barbari. Avea poi fin qui l'imperadrice
_Irene_ tenute le redini del governo in Oriente, lasciando solamente il
nome di padrone al figliuolo _Costantino_ Augusto. Ma essendo egli
giunto all'età di venti anni, insorsero de' consiglieri[557] che gli
insinuarono non aver egli più bisogno di nutrice per governare i suoi
popoli, ed essere tempo di levare il maneggio alla ambiziosa madre e a
_Stauracio_ patrizio, che era dispotico della corte. Abbracciò
Costantino il consiglio; ma scoperta la congiura, Irene e Stauracio
infierirono contra dei complici. Nulladimeno dichiaratesi le armate in
favore del giovane imperadore, Irene Augusta fu costretta a cedere e a
ritirarsi nel palazzo fabbricato da Eleuterio per quivi menar vita
privata. Restò con ciò Costantino solo al governo degli stati, dopo
essere stato tenuto assai basso in addietro, senza che i sudditi
osassero di presentarsi all'udienza di lui; ma anch'egli sfogò dipoi la
sua collera e vendetta contra di Stauracio, e degli altri uffiziali e
favoriti di sua madre.

NOTE:

[556] Eginhardus, in Annal. Franc.

[557] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCXCI. Indizione XIV.

    ADRIANO I papa 20.
    COSTANTINO imper. 16 e 12.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 18.
    PIPPINO re d'Italia 11.


Diede Carlo Magno in quest'anno principio alla guerra contro gli Unni
possessori dell'Ungheria, gente pagana ed avvezza a commettere delle
insolenze contra dei Cristiani, sudditi del monarca medesimo[558]. Sulla
primavera con due armate, l'una di qua e l'altra di là dal Danubio, andò
ad assalire i nemici. Pel Danubio scendeva un copioso naviglio che
conduceva i viveri. Concorsero le nazioni tutte della monarchia
franzese, e gl'Italiani fra gli altri spediti dal re _Pippino_, a quella
impresa, di maniera che formidabili riuscirono le forze del re Carlo in
questa guerra. Tuttavia, se si eccettua la presa e la demolizione di
alcune fortezze degli Unni situate ai confini, poco di più guadagnò la
possente armata franzese, nè oltrepassò il fiume Rab. Anzi essendo
entrata una fiera epidemia ne' cavalli, di tante migliaia, onde era
composto quell'esercito, appena se ne salvò la decima parte. Però se ne
tornò indietro il re Carlo mal contento di questa campagna. Contuttociò
servì a lui di molta consolazione l'avviso ricevuto, che verso il fine
d'agosto l'armata d'Italia era giunta anch'essa addosso agli Avari, cioè
agli Unni suddetti, e che, arrischiato un fatto d'armi, avea con tal
valore e felicità combattuto, che da gran tempo non si era fatta una
simile strage di que' Barbari. A noi viene questa particolarità da una
lettera scritta dal re Carlo alla regina _Fastrada_, dimorante allora in
Ratisbona, che fu pubblicata dal padre Sirmondo[559] e dal
Du-Chesne[560]. Negli Annali del Canisio si legge, _exercitum, quem
Pippinus filius de Italia transmiserat, introivisse in Illyricum_. Non
avendo poi trovato sito proprio ne' precedenti anni all'epistola
settantesima terza del Codice Carolino, mi sia lecito il farne ora
menzione, benchè forse non appartenga all'anno presente. È essa scritta
a _Carlo Magno_ da due preti, da alcuni diaconi, e da una gran frotta di
altri segnati col solo nome loro, non si sa se del clero, oppure
secolari o senatori romani. Gli scrivono essi che i _nefandissimi_
Beneventani, unitisi con quei di Gaeta e di Terracina, tramavano di
usurpare e levare dal dominio _di s. Pietro e nostro_, alcune città
della Campania, e di sottometterle al patrizio greco della Sicilia,
venuto in questi tempi alla stessa città di Gaeta. Aveva il papa inviato
loro alcuni vescovi per dissuaderli, ed insieme per consigliarli che
mandassero i loro deputati ad esso Carlo Magno, oppure a Roma, per
esaminar gli affari; ma nè lo uno nè l'altro s'era potuto ottenere.
Pertanto soggiungono: _Dum vero eorum nequitiae praevalere minime
potuimus, disposuimus cum Dei virtute atque auxilio, una cum vestra
potentia generalem nostrum exercitum illuc dirigere, qui eos
constringere debeat, et inimicos beati Petri, atque nostri, seu vestri
emendare_. Dopo di che pregano il re Carlo di volere spedir lettere e
messi ai _nefandissimi e odiati da Dio Beneventani_ (questo era il bel
linguaggio d'allora), acciocchè desistano da queste inique operazioni, e
lascino in pace le città della Campania. Queste ultime parole fanno
intendere che si parla di fatti accaduti dopo l'anno 787, perchè prima i
Beneventani non ubbidivano a Carlo Magno. Per altro la presente lettera,
benchè abbia alla testa il nome di molti, apparisce scritta dal medesimo
papa Adriano, perchè chiama _figliuolo_ il re, e nomina _Teodoro
eminentissimo nostro nipote_. Tornando ora alla lettera che dicemmo di
sopra scritta alla regina Fastrada, Carlo Magno, fra le altre cose, ivi
le notifica, come nella battaglia data agli Unni dall'armata d'Italia,
_Dux de Histria, ut dictum est nobis, ibidem bene fecit cum suis
hominibus_. Cotal notizia ci conduce ad intendere che l'Istria, già
tolta dai Longobardi ai Greci, era pervenuta, insieme col regno
longobardico, in potere de' Franchi, oppure che era riuscito a Pippino
re d'Italia di riconquistar quella provincia insieme colla _Liburnia_,
togliendola ai Greci, probabilmente nell'anno 788, in cui i Franchi
fecero guerra al ducato di Benevento. Eginardo[561] in fatti ci assicura
che quelle due provincie erano venute in potere di Carlo Magno, e però
il duca _dell'Istria_ anch'egli entrò nella spedizione contra degli
Unni. Restò afflitta in quest'anno, per attestato di Anastasio[562], la
città di Roma da una fiera inondazione del Tevere, che atterrò la porta
Flaminia, il ponte d'Antonino, e cagionò altri gravissimi disordini. Con
paterna cura papa Adriano provvide in tal congiuntura agli alimenti de'
poveri, dando loro con barchette il pane, finchè cessò la furiosa piena
di quel fiume.

NOTE:

[558] Annal. Franc. Bertiniani, Fuldenses, etc.

[559] Sirmondus, Concil. Gal., tom. 2.

[560] Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 2, p. 187.

[561] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[562] Anastas., in Vita Hadriani I Papae.



    Anno di CRISTO DCCXCII. Indizione XV.

    ADRIANO I papa 21.
    COSTANTINO imper. 17 e 13.
    CARLO MAGNO re de Franchi e Longobardi 19.
    PIPPINO re d'Italia 12.


Scoppiò in quest'anno la congiura ordita contra del padre e de' fratelli
da _Pippino_ figliuolo bastardo nato a Carlo Magno da Imeltruda
concubina, e diverso da Pippino re d'Italia. Questo giovane principe,
bello di aspetto, ma gobbo, non sapea digerire che il re Carlo avesse
già creato re d'Italia _Pippino_, e re d'Aquitania _Lodovico_, e dato il
governo del Maine a _Carlo_ suo primogenito, tutti e tre suoi fratelli,
ma legittimi. Perciò, durante la lontananza del padre impegnato nella
guerra con gli Unni, badando a dei cattivi consiglieri, e trovati degli
aderenti che erano mal soddisfatti della regina _Fastrada_[563], tramò
una congiura contro la vita di lui, con isperanza d'occupar egli il
regno. Fardolfo longobardo quegli fu che scoprì la segreta mena, e la
rivelò al re Carlo, con riceverne poi in ricompensa l'insigne badia di
s. Dionisio di Parigi. Era stato questo Fardolfo uno dei più fedeli
cortigiani del re Desiderio, e con esso lui andò in esilio in Francia.
Dopo la morte di Desiderio si mostrò non men fedele al re Carlo, e
meritò da lui quel ricco guiderdone. Restano presso il Du-Chesne[564]
due epigrammi, dai quali apparisce che questo Fardolfo abbate fabbricò
un palazzo presso il monistero di s. Dionisio per servigio del re Carlo,
e inoltre una chiesa a san Giovanni Battista, per isciogliere un voto da
lui fatto allorchè andò in Francia in esilio. Gli autori del suddetto
scellerato disegno condotti a Ratisbona, parte furono impiccati, parte
accecati, e gli altri relegati in varii paesi. Non soffrì il cuore al
buon re di pagare l'indegno figliuolo a misura del suo reato, e
contentossi che assumesse l'abito monastico nel monistero di Prumia,
dove nell'anno 811, per attestato dell'Annalista sassone, terminò i suoi
giorni. Leggiamo poi in varii Annali dei Franchi, che convinto in
quest'anno di eresia _Felice_ vescovo di Urgel in Catalogna, fu condotto
a Roma da _Angilberto_ abbate di Centula, cioè da quel medesimo illustre
personaggio che vedemmo all'anno 783 primo tra i consiglieri di
_Pippino_ re d'Italia, il quale dovea già aver dato l'addio al secolo.
Ma in alcuni Annali egli è qui nominato senza il titolo di abbate.
Giunto a Roma il suddetto Felice, nel concilio de' vescovi alla presenza
di papa Adriano confessò e ritrattò la sua eresia, ed ottenne di
potersene ritornare a casa sua. Il solo Astronomo, ossia l'autore
anonimo della vita di Lodovico Pio[565], ci ha conservata una notizia
spettante, per quanto si crede, all'anno presente; cioè, che tornato
esso Lodovico re d'Aquitania dalla spedizione fatta contro degli Unni
della Pannonia nell'anno precedente, ebbe ordine da Carlo Magno suo
padre di andarsene in Aquitania, e poscia _fratri Pippino suppetias, cum
quantis posset copiis, in Italiam pergere. Cui obediens, Aquitaniam
autumni tempore rediit, omnibusque, quae ad tutamen regni pertinent,
ordinatis, per montis Cinisii asperos et flexuosos anfractus in Italiam
transvehitur, atque Natalem Domini Ravennae celebrans, ad fratrem
venit_. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno susseguente. Intanto
non vo' lasciar di dire che il Sigonio scrisse[566] le seguenti parole
di Pippino re di Italia: _Dum autem is in Italia fuit, Ravennae
plerumque egit, aut vetere urbis amplitudine, aut certe navalis rei
administrandae opportunitate inductus_. Girolamo Rossi[567] anch'egli,
aderendo al Sigonio, scrisse che Pippino stabilì per sua sede Ravenna,
con immaginar nondimeno ciò fatto con licenza e permissione del sommo
pontefice. Non trovo io sicure e chiare pruove di tali asserzioni. Le
parole nondimeno del soprammentovato Astronomo paiono dar qualche
fondamento all'opinion del Sigonio. Attese in quest'anno il re Carlo a
far dei preparamenti, e specialmente un ponte di navi, con disegno di
sperimentare di nuovo le sue forze contra degli Unni, signori della
Pannonia. Ma gli stessi Barbari segretamente istigarono alcuni popoli
della Sassonia a ripigliar l'idolatria, cioè a ribellarsi al re Carlo:
il che disturbò i di lui disegni.

NOTE:

[563] Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.

[564] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.

[565] Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[566] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.

[567] Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.



    Anno di CRISTO DCCXCIII. indizione I.

    ADRIANO I papa 22.
    COSTANTINO imper. 18 e 14.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 20.
    PIPPINO re d'Italia 13.


Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore
della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè
_Pippino_ e _Lodovico_, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel
ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza
impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se
ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col
dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale,
scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano
tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani
potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano,
accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente
scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto[568] storico le
cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava
allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, _Grimoaldo_,
principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre,
cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le
promesse e i patti stabiliti con _Carlo Magno_, allorchè gli fu
conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne
la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro
ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di
lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e
cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri
addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di
Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[569],
ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè
quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere.
Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se
ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un
monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di
fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova
città in vicinanza nel luogo chiamato _Veteri_; ma non sapea ridursi a
rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se
gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e
salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca
veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea
portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di
Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed
inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver
mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno.
Prese anche per moglie _Wanzia_ nipote di _Costantino_ imperadore de'
Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a _Pippino_
re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per
desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la
guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione
si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere
che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli
Annali moissiacensi[570], sì il ducato beneventano che l'esercito
franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva
per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal
suddetto Erchemperto, che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo,
per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta
moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi
contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non
v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di
nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora
pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni
s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano
rotta la pace, già stabilita con _Lodovico_ re d'Aquitania suo
figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che
vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni,
presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania,
oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un
immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla
volta di Carcassona, presentossi loro a fronte _Guglielmo_ conte, ossia
duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè
raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma
prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò
estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla
fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar
un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de'
popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve
imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa _Adriano_ con dei
grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede
registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro
andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.

NOTE:

[568] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[569] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.

[570] Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.



    Anno di CRISTO DCCXCIV. Indizione II.

    ADRIANO I papa 23.
    CONSTANTINO imper. 19 e 15.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 21.
    PIPPINO re d'Italia 14.


Era tornato in Ispagna al vomito _Felice_ vescovo di Urgel, con rinnovar
le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò
principalmente da _Elipando_ arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte
storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. _Carlo
Magno_, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti
pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa
della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui
intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia,
Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario
agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor
nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era
l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la
sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in
Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come
ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso
furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino
bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la
loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei
vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno,
non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito
delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de'
santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè
punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla
santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in
tal occasione _Angilberto_ abbate di Centula a papa Adriano coi voti di
que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la
difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e
dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni
rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi
di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E
ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero
nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera
condannatoria di Eliprando), _s. Paolino_ patriarca d'Aquileia, e
_Pietro_ arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti
_Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum_, composto da s. Paolino,
_una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis
archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris
Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum
venerandis praesulibus_. Crede il Labbe[571] che invece di _Austriae_
s'abbia quivi a leggere _Histriae et Venetiae_. Ma egli non sapea l'uso
de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e
_Neustria_ l'occidentale: del che ho parlato anch'io[572] nelle
annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la
provincia della Venezia e il Friuli; la _Liguria_ disegnava i vescovi
suggetti all'arcivescovo di Milano; l'_Emilia_ dinotava i sottoposti
all'arcivescovo di Ravenna, e l'_Esperia_, cioè l'Italia, i vescovi
della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali
mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa
congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel
poema della vita di Lodovico Pio Augusto[573], da me dato alla luce.
Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o
celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia.
Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe
_Carlo_ suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli
fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino,
passò oltre. Da lì poco sopraggiunse _Pippino_ con una gran truppa di
cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo
ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza
fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente _Lodovico_ re
d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in
ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le
sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora
dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con
profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza
di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì
parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva
che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era
il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori
premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei
regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino
dall'autore anonimo[574] della sua vita; ma quello scrittore non manca
d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che
meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la
praticava in questi tempi.

Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per
avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di _Valerio_ in
arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa
_Adriano_. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e
Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice
Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero
intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto,
allorchè dopo la morte di _Sergio_ arcivescovo si trattò di eleggere il
suo successore, cioè _Leone_. Risponde in quella lettera il pontefice
Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, _Michele_
usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo
messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per
cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in
uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero
messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò
s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di _Giovanni_ e di
_Grazioso_. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un
arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il
successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a
Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque
Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar
fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa
è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui _patriziato_, e
venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano
nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire
d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re
franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato
dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima
quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: _Numquam nos in
qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam;
sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe
cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit
ordini, solita traditione illum ordinamus_. Diede fine ai suoi giorni in
quest'anno la regina _Fastrada_ moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a
Magonza, donna crudele e malvoluta da molti[575]. Il re Carlo poscia con
un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra
parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor
ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in
campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il
pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re
e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi.
Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di
_Guglielmo_ conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di
Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne
a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel
seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente.
Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie _Liutgarda_ di nazione
alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in
quest'anno che _Teodolfo_, scrittore poscia celebre, ottenne da esso
re[576] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche
il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non
già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti
in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli[577], che
andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come
lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in
una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta
letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e
poscia il promovesse alla dignità episcopale.

NOTE:

[571] Labbeus, tom. 7 Concilior.

[572] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.

[573] Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[574] Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.

[575] Eginhardus, in Annal. Franc.

[576] Mabill., in Annal. Benedictin.

[577] Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.



    Anno di CRISTO DCCXCV. Indizione III.

    LEONE III papa 1.
    COSTANTINO imp. 20 e 16.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 22.
    PIPPINO re d'Italia 15.


Giunse in quest'anno al fine de' suoi giorni papa _Adriano I_, e la sua
morte succedette nel dì santo del Natale di nostro Signore. La memoria
di questo prudente ed insigne pontefice, che meritò d'essere ascritto al
catalogo de' santi, sarà sempre in benedizione nella Chiesa romana, di
cui fu egli sommamente benemerito; perchè essa dianzi sempre maestosa e
riverita nello spirituale, per cura di lui cominciò ad essere grande e
stimata anche nel temporale. Quanto alto ascendesse la sua pia
liberalità verso le chiese di Roma e verso i poveri, si legge con
istupore presso di Anastasio bibliotecario[578]. La città stessa di Roma
gli professò di grandi obbligazioni, perchè con immense spese ne rifece
egli le mura e le torri. Era questo pontefice teneramente amato da Carlo
Magno, il quale, udita la di lui morte, l'onorò delle sue lagrime,
distribuì di molte limosine in suffragio della di lui anima, ed anche
formò in versi l'epitaffio che tuttavia si legge negli Annali
ecclesiastici e presso d'altri autori. Nella Raccolta dei concilii del
Labbe abbiamo i _capitoli di papa Adriano_, raccolti da varii concilii e
dai decreti de' sommi pontefici. E in questa occasione vien creduto che
per la prima volta alcuno si servisse della Raccolta delle decretali de'
papi, vivuti prima de' santi Siricio ed Innocenzo I, romani pontefici,
che uscì alla luce sotto nome d'_Isidoro vescovo_, da alcuni
incautamente cognominato Mercatore. Oggidì è sentenza stabilita anche
presso tutti i letterati cattolici, che quelle lettere sono apocrife e
finte, cioè invenzione del suddetto Isidoro, e spezialmente Davide
Biondello, uno de' protestanti, mostrò da che libri fu ricavata quella
farragine di decreti, non conformi all'antica disciplina della Chiesa.
Incmaro, celebre arcivescovo di Rems, il primo fu a scoprir quella
impostura; ma nol persuase agl'ignoranti secoli susseguenti, finchè
vennero altri valentuomini che nel secolo prossimo passato terminarono
il processo contra delle medesime. Ora nella festa di santo Stefano il
clero, i nobili e il popolo romano raunatisi, vennero concordemente
all'elezione del successore; e questa cadde nella persona di _Leone
III_, che pel lungo servigio prestato nella basilica lateranense, pel
suo amore verso i poveri e per la sua nota pietà, fu conosciuto sopra
gli altri meritevole della sublime pontificia dignità. Nel giorno
appresso seguì la di lui consecrazione, in cui fece un regalo al clero,
maggiore ancora del praticato dai suoi antecessori. Nè tardò egli a dar
notizia della sua esaltazione a Carlo Magno. Fra le lettere d'Alcuino e
presso il Du-Chesne[579], resta tuttavia la risposta data ad esso papa
Leone dal medesimo re Carlo. Rallegrasi egli per la concorde elezione
fatta di lui, _et in promissionis ad nos fidelitate_. Aggiugne che avea
preparato dei regali da inviare al suo predecessore, la cui morte l'ha
estremamente afflitto, ma essergli di consolazione che sia assunto al
pontificato un successore che non men di Adriano adotterà per figliuolo
esso re. Pertanto manda per mezzo di _Angilberto_ abbate, nominato di
sopra, quei donativi ad esso papa Leone, e gli dice di avere incaricato
lo stesso Angilberto di conferire col papa intorno a tutto ciò che _ad
exaltationem sanctae Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestris,
vel patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis. Sicut enim
cum beatissimo praedecessore vestro sanctae paternitatis pactum, sic cum
beatitudine vestra ejusdem fidei et caritatis inviolabile foedus
statuere desidero._ In che consistessero questi patti e questa lega di
fede e d'amore, noi nol sappiamo; ma verisimilmente riguardano l'accordo
seguito fra i papi precedenti e il medesimo Carlo Magno, per conto del
_patriziato de' Romani_ conferito a Carlo, e del governo di Roma e del
suo ducato. In un'altra lettera, che si legge fra quelle d'Alcuino, esso
re Carlo dà commessione al suddetto Angilberto abbate di fare
un'ammonizione a papa Leone _de omni honestate vitae suae, et praecipue
de sanctorum observatione canonum, de pia sanctae Dei Ecclesiae
gubernatione;_ e vuole che gli ricordi quanto sia corto l'onore mondano,
e perpetuo il premio di chi ben fatica quaggiù, e gl'inculchi di
sradicare la peste della simonia e di effettuare la promessa a lui fatta
da papa Adriano di fabbricare un monistero presso alla basilica di san
Paolo.

Non ostante la sommessione fatta nell'anno precedente dai Sassoni
ribelli, si scorgeva tuttavia inquieto e tumultuante l'animo loro;
laonde Carlo Magno con grandi forze entrò nelle loro contrade, e la
maggior parte mise a sacco. Ma mentre veniva ad unirsi con lui _Vilza_
re degli Obotriti, nel passare il fiume Elba, caduto in un'imboscata de'
Sassoni, vi lasciò la vita: accidente che irritò forte il re Carlo, e
cagionò di gran rovina al paese di que' Sassoni. Nè cessò egli dal
perseguitarli, finchè ricevuti da essi varii ostaggi, se ne tornò
placato ad Aquisgrana. Durante questa spedizione vennero a trovare il re
Carlo gli ambasciatori di _Tudino_, uno dei principi degli Unni, che
prometteva di farsi cristiano: il che recò non poca allegrezza a quel
piissimo monarca. In fatti seguì la venuta di lui e il suo battesimo
nell'anno seguente; ma gli Annali del Lambecio lo riferiscono al
presente. Fu spezialmente in questi tempi che Carlo Magno s'applicò ad
ingrandire ed abbellire Aquisgrana, per desiderio di farne una Roma
nuova. Vi fabbricò un palazzo suntuosissimo, a cui diede il nome di
Laterano, e una basilica in onor della Vergine santissima, di ricca e
mirabile struttura, con pitture, mosaici e marmi rari, per la maggior
parte tratti da Ravenna, siccome innanzi dicemmo. Edificò eziandio altri
palazzi, ponti, contrade, e concertò i siti per nobilissime cacce. Quivi
pose il suo amore, quivi erano le delizie sue, e però vi stabilì la sua
magnifica corte, con far divenire celebre quella città sopra l'altre de'
suoi regni. Si può credere data in quest'anno la lettera centesima di
Alcuino a san Paolino patriarca di Aquileia, dove sono le seguenti
parole: _Mirabiliter de Avarorum gente triumphatum est, quorum missi ad
dominum regem directi subjectionem pacificam, et Christianitatis fidem
promittentes venerunt._ Dice ancora d'avergli scritto due altre lettere,
l'una mandata pel _santo vescovo d'Istria_, e l'altra pel _venerabil
uomo Erico_ o _Enrico duca_. Era questi duca del Friuli, e gli Annali
dei Franchi ci hanno conservata memoria delle prodezze sue nella guerra
contro gli Avari, o vogliam dire gli Unni, signori della Pannonia, che
allora era suggetta a varii principi, e non più ad un solo re, chiamato
per soprannome Cagano, come abbiam veduto ne' tempi addietro. Non si sa
bene se nell'anno presente, o pure nel susseguente (pare nondimeno che
piuttosto in questo che nell'altro), esso duca Enrico, ossia Erico,
spedì l'esercito italiano, o pure v'andò egli in persona, con
_Wonomiro_, uno de' principi della Schiavonia[580], contra degli Unni
ossia Avari, passando dalla Carintia nella Pannonia. Per buona ventura
erano fra lor disuniti gli Unni, e stanchi i lor capi per una guerra
civile, allumata ne' tempi addietro. Profittò Enrico della lor
debolezza, e gli riuscì di espugnare il Ringo, cioè la fortificazione
più rinomata di quella nazione, di cui parla Notchero[581] nella vita di
Carlo Magno, dove stavano riposti i lor tesori, raunati da più re,
spezialmente colle spoglie dei vicini. Vi si trovarono in fatti immense
ricchezze, e il duca adempiè bene il suo dovere, con portarne la maggior
parte ad Aquisgrana, e consegnarla al re Carlo. Servì questo tesoro al
generoso monarca per regalare i suoi baroni, cherici e laici; una buona
parte nondimeno riservò per mandarla in dono al romano pontefice.
L'incumbenza di condurla a Roma fu data ad _Angilberto_ abbate di san
Ricario, ossia di Centula, a cui parimente fu appoggiata la carica di
primo consigliere del re _Pippino_ in Italia. Nella lettera quarantesima
seconda di Alcuino egli è chiamato _Angilbertus primicerius Pippini
regis_. Di tanto in tanto il re Pippino era all'armata fuori d'Italia, o
alla corte del re Carlo suo padre. È da credere che allora Angilberto
facesse le funzioni come vicerè.

NOTE:

[578] Anastas., in Vit. S. Hadriani Papae.

[579] Du-Chesne, tom. II, pag. 685, Rer. Franc.

[580] Annales Franc. Loiselian.

[581] Notcherus, in Vita C. M., lib. 2, cap. 2.



    Anno di CRISTO DCCXCVI. Indizione IV.

    LEONE III papa 2.
    COSTANTINO imper. 21 e 17.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 23.
    PIPPINO re d'Italia 16.


Sul principio di quest'anno, per attestato degli Annali de'
Franchi[582], papa _Leone III misit legatos cum muneribus ad regem,
claves etiam confessionis sancti Petri, et vexillum romanae urbis eidem
direxit_. Cosa significassero quelle _chiavi_ e quel _vessillo_
l'abbiamo detto di sopra. E pare che non ce ne lasci dubitare
Eginardo[583], con iscrivere all'anno presente: _Mox Leo per legatos
suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum
aliis muneribus regi misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus
Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque subjectionem per
sacramenta firmaret_. Se il popolo romano giurava _fedeltà_ e
_soggezione_ al re Carlo, non si può già rettamente immaginare che il
_patriziato de' Romani_ a lui conferito consistesse in grado di semplice
onore coll'obbligo solo di difendere esso popolo e la Chiesa romana. E
però non ha già da chiamarsi una esagerazione, come si figurò il padre
Pagi[584] quella di Paolo Diacono[585], che di Carlo Magno tuttavia re,
e non peranche imperadore scrisse: _Romanos praeterea, ipsamque urbem
romuleam, jampridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquandiu mundi
totius domina fuerat, et tum a Longobardis oppressa gemebat, duris
angustiis eximens, suis addidit sceptris; cunctaque nihilominus Italia
miti dominatione potitus est_. Che nell'anno 773 non fosse angustiata
Roma da Desiderio re de' Longobardi, può ben negarlo il padre Pagi; ma
parla in contrario la storia. Seguirono in quest'anno le nozze di
_Lodovico_ re d'Aquitania, terzo legittimo figliuolo di Carlo
Magno[586], con _Ermengarda_ figliuola d'_Ingrammo_ conte o duca, nipote
di _Crodegango_ vescovo di Metz. Vuolsi parimente osservare che anche
_Pippino_ re d'Italia, già pervenuto all'età di ventun anno, era in
questi tempi ammogliato, perciocchè Alcuino in una lettera[587] a lui
scritta dice: _Laetare cum muliere_ (onde il nome di _moglie)
adolescentiae tuae, et non sint alienae participes tui_. Ma per una
strana negligenza niuno degli antichi storici ha a noi conservato il
nome di questa regina sua moglie. Trovavasi l'invitto re Carlo impegnato
in due guerre, l'una contra de' Sassoni ribelli, l'altra contra quegli
Unni della Pannonia che tuttavia mantenevano nemicizia e facevano testa
alle di lui forze. Abbiamo dall'Astronomo, autore della vita di Lodovico
Pio, ch'egli chiamò dall'Aquitania questo suo figliuolo con quanti
combattenti potè raunar da quelle parti. In compagnia dunque di lui e
col primogenito _Carlo_ condusse una poderosa armata in Sassonia, diede
il guasto dovunque arrivò, e fece prigioni innumerabili persone dell'uno
e dell'altro sesso, e d'ogni età di quella nazione che furono condotte e
distribuite per la Francia, e probabilmente anche in Italia, affinchè
imparassero e seguitassero la legge di Cristo. Da Anastasio
bibliotecario[588] impariamo che in Roma abitavano moltissimi Sassoni, e
v'era la lor contrada, appellata _Vicus Saxonum_. Diede Carlo in questa
maniera un gran crollo a quell'indomita ed instabil nazione. Dall'altra
parte ebbe ordine il re Pippino di portar la guerra nella Pannonia
contro gli Unni[589]. Conduceva questo valoroso principe una forte
armata d'Italiani e Bavaresi, e con questa virilmente s'inoltrò nel
paese nemico, con giugnere fin dove il fiume Dravo sbocca nel Danubio.
Alcuni scrittori attribuiscono a lui la presa del Ringo, detto di sopra;
e scrivono che, venendo il verno, andò a trovare il re Carlo suo padre
in Aquisgrana, e gli presentò un ricchissimo bottino fatto in quelle
barbare contrade, ed insieme una esorbitante quantità di prigioni. Altri
Annali[590] attribuiscono, siccome già osservammo, la principal gloria
di questa impresa ad _Arrigo_ duca del Friuli, che era succeduto a
_Marcario_ in quel governo, con aggiugnere esser egli stato il portatore
del tesoro unnico a Carlo Magno. Venne in questa maniera buona parte
della Pannonia, oggidì Ungheria, in potere di Carlo Magno, e questa fu
nello spirituale sottomessa e raccomandata alla cura di _Arnone_ vescovo
di Salisburgo. E perciochè non era lungi da que' paesi s. _Paolino_
patriarca di Aquileia, Alcuino[591] a lui scrisse animandolo a predicare
e piantar fra loro la religione di Cristo. Adoperossi ancora esso
Alcuino appresso Carlo Magno per la liberazione di tanti prigioni, ed
ottenutala, ne portò i ringraziamenti a lui e al re Pippino. Intanto
prosperamente ancora procedevano gli affari della guerra contra dei
Saraceni della Spagna[592]. Entrato nelle lor terre il prode _Guglielmo_
duca di Tolosa, ossia d'Aquitania, sconfisse le loro brigate, mise a
sacco le campagne, e sparse il terrore dappertutto. L'anno ancora fu
questo, in cui il suddetto san Paolino tenne un concilio in Cividale del
Friuli, appellata _Forum Julii_. Il cardinal Baronio[593], il Labbe[594]
ed altri l'hanno rapportato all'anno 791, ma con errore. Esso fu
celebrato _anno felicissimo principatus eorum_ (cioè di Carlo Magno e di
Pippino) _tertio et vicesimo, et decimo quinto_. Queste note
cronologiche convengono all'anno presente, come ancora ha osservato il
padre de Rubeis[595]. Dice ivi il santo patriarca di non aver fin qui
potuto congregare un sinodo, a cagion de' tumulti e delle guerre vicine,
cioè degli Unni; ma che atterrati per la maggior parte que' Barbari, e
restituita la pace al Friuli, egli ha oramai intrapresa quella santa
funzione. In questo concilio si vede stabilita la processione dello
Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, condannato l'errore di Elipando
e di Felice vescovi spagnuoli, detestata la simonia, con altri saggi
decreti per la inviolabilità de' matrimonii, e per altri punti di
disciplina ecclesiastica.

NOTE:

[582] Annales Bertiniani, Metens. el alii.

[583] Eginhardus, in Annal. Franc.

[584] Pagius, Critic. ad Annal. Baron.

[585] Paulus Diaconus, de Episcop. Metens.

[586] Astronomus, et Theganus, in Vita Ludovici Pii.

[587] Alcuin., Epist. 91.

[588] Anast. Bibliothec., in V. Leonis III et IV.

[589] Annales Franc. Laureshamens.

[590] Poeta Saxo, in Annal. Franc.

[591] Alcuin., Epist. 112.

[592] Annal. Franc. Moissiac.

[593] Baron., ad ann. 791.

[594] Labbe, Concilior., tom. 7.

[595] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 42.



    Anno di CRISTO DCCXCVII. Indizione V.

    LEONE III papa 3.
    IRENE imperadrice 1.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 24.
    PIPPINO re d'Italia 17.


Erasi l'imperador _Costantino_ tirato addosso il biasimo e l'odio di
molti, perchè nel gennaio dell'anno 795 avea sacrilegamente ripudiata
_Maria_ sua legittima consorte[596], e forzatala a farsi monaca. Dopo di
che nel mese d'agosto pubblicamente sposò e introdusse nel talamo regale
_Teodota_, già cameriera della deposta Augusta, rapito da cieco affetto
verso di quella. Disapprovò queste nozze, contrarie ai dogmi della
religione cristiana, s. _Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, senza
però giugnere a scomunicare l'imperadore per paura di maggiori sconcerti
e mali nelle chiese orientali. Ma non fecero così i monaci zelanti, fra'
quali specialmente si distinsero i santi abbati _Platone_ e _Teodoro_
Studita. Questi francamente in faccia dell'imperadore stesso detestarono
il fatto, non vollero più comunicar col patriarca, ed allegramente se ne
andarono in esilio, dove li cacciò lo sdegnato Costantino. Stava intenta
a tutti questi movimenti la già deposta imperadrice _Irene_, e siccome
quella che riteneva la segreta voglia e smania di ritornare sul trono,
non fu pigra a prevalersi dello sconvolgimento presente, e massimamente
dell'appoggio de' monaci, che più che mai venivano perseguitati dal
figliuolo Augusto. Trasse ella pertanto non pochi cortigiani e soldati
nel suo partito, finchè un dì scoppiò la da gran tempo preparata mina.
Fu nel mese di giugno dell'anno presente che i congiurati attruppatisi
insieme misero le mani addosso a Costantino, e dopo averlo cacciato in
un bucintoro, la mattina poi del dì 15 di esso mese il trassero nella
stessa regal camera del palazzo, dove egli era nato, e quivi con sì poca
grazia, voglio dire, con tanta crudeltà gli cavarono gli occhi, che poco
mancò che non morisse per lo spasimo. Dopo di che l'imperadrice Irene
prese sola le redini del governo; furono richiamati dall'esilio i
monaci, e si rimise la quiete e pace nella Chiesa di Costantinopoli. Il
voler scusare, anzi il lodare esempli tali d'ambizione e barbarie, non
credo che meriti lode. Erano insorte dissensioni fra i Mori di Spagna.
Secondo che scrive Eginardo[597], Barcellona, città anche allora
fortissima della Catalogna, era stata in addietro ora in poter de'
Saraceni, ed ora dei re di Francia. Zaddo, uno dei principi mori della
Spagna, vi signoreggiava allora. Costui si portò fino ad Aquisgrana al
re Carlo, e quivi spontaneamente gli sottomise sè stesso e la città di
Barcellona. Il poeta sassone[598] a quest'anno anch'egli nota lo stesso,
e dice che _Barcellona Francorum subjecta fuit posthac dictioni_.

Noi nondimeno vedremo, andando innanzi, che dovette ben colle parole
Zaddo mostrare di rendersi a Carlo Magno, ma coi fatti operò poi il
contrario. Puossi credere che costui s'inducesse a questa resa per
timore di _Lodovico_ re di Aquitania, il quale per ordine del padre
penetrò in quest'anno in Ispagna con tutte le sue forze, ma senza che
sappiamo quali imprese egli quivi facesse. Trattenevasi il re Carlo in
Aquisgrana, e, per attestato di Eginardo, _illuc Pippinum de italica, et
Ludovicum de hispanica expeditione regressos, ad se venire jussit_. Che
spedizione militare facesse in quest'anno il re Pippino in Italia, lo
tace la storia. Potrebbe essere stata contra di _Grimoaldo_ duca ossia
principe di Benevento; perciocchè da che quel principe si mise in testa
di non voler più riconoscere per suo superiore Carlo re de' Franchi, nè
Pippino per re d'Italia, durò sempre la rissa e guerra fra questi due
principi, come si ha da Erchemperto. Portossi ancora ad Aquisgrana
_Teottisto_ legato, oppur figliuolo di _Niceta_ patrizio della Sicilia,
che presentò a Carlo Magno una lettera dell'imperador Costantino,
scritta prima delle sue disavventure, e fu con particolare onore
ricevuto e rispedito. Tornossene in Italia il re Pippino, e Lodovico si
restituì in Aquitania. In questo anno ancora il re Carlo coll'armata
entrò nella Sassonia, tolse quanti ostaggi volle da quei popoli, che
tutti correvano a suggettarsi a lui. Ne condusse anche via moltissimi,
avendo per esperienza conosciuto che non v'era miglior maniera di domar
quella feroce nazione, che col sempre più indebolirla e disperderla.
Quindi, per essere più a portata di quegli affari, svernò coll'esercito,
nella stessa Sassonia. Probabilmente sino a questi tempi condusse la sua
vita _Paolo Diacono_, già divenuto monaco di Monte Casino, scrittore de'
più celebri di quell'età, a cui dee molto la storia d'Italia. Il
catalogo delle opere da lui composte si legge presso gli autori della
storia letteraria. Passò fra Carlo Magno e lui una gran familiarità con
lettere e con versi vicendevoli, di maniera che egli lasciò un'illustre
memoria di sè stesso.

NOTE:

[596] Theoph., in Chronogr.

[597] Eginhardus, Annal. Francor.

[598] Poeta Saxo, Annal. Franc.



    Anno di CRISTO DCCXCVIII. Indizione VI.

    LEONE III papa 4.
    IRENE imperadrice 2.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 25.
    PIPPINO re d'Italia 18.


A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto[599]
nella vita di s. _Adalardo_ abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre
per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno,
probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di
consigliere e primo ministro al figliuolo _Pippino_ re d'Italia. Come si
portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso,
Pascasio, che così ne parla: _Justitiam vero quantum sectatus sit,
testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa.
Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem
Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum
utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam
promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro
virtutis amore angelus predicaretur_. Seguita poi a dire che Adalardo
non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la
giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de'
prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso
popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione
d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne
fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse
presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice
ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a
niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono
l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re _Carlo_ per
ambasciatori[600] _Michele_, già patrizio della Frigia, e _Teofilo_
prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni
seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da
credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia
restituì in libertà _Sisinnio_ fratello di s. _Tarasio_ patriarca di
Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente
nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed
Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi
Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò,
darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con
dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un
fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a
Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo
quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che
Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente
rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla
luce. La riputazione in cui si era allora s. _Paolino_ patriarca
d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino,
non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora
esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol
pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte
le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi,
v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che
parimente si legge data alla luce.

Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, _Leone III_,
romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con
suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti
da Anastasio[601]. Monsignor Ciampini[602] rapporta un musaico, tuttavia
visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura
d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora
l'immagine di _Carlo Magno_ che porta i mustacchi, il manto e la spada.
Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata
per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano.
Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che
ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù
Cristo, che porge colla destra le _chiavi_ a s. Pietro, e colla sinistra
il _vessillo_ ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V.
Trovandosi dietro alla testa di questo principe un _quadrato_, che,
secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri,
denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non
già Costantino il grande, ma _Costantino_ imperadore di Oriente ne'
primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista,
viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava
tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi
riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare
il _patriziato_ de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con
gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati
per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira
s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato
colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone
III, autore di quel musaico, rappresentato col _quadrato_ dietro la
testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un _vessillo_ ad un principe
inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle
gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo
attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si
legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORI[=A]
CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto
varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro,
perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte
tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una
donazione fatta da _Ludigario_ conte d'Ascoli ad _Instolfo_ vescovo di
quella città. La carta rapportata dall'Ughelli[603] si dice scritta:
_Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus
Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in
Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo
decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno
felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis
asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta_ L'Ughelli,
quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni _Carlo
imperadore, di Pippino patrizio de' Romani_, e l'_anno_ 874 posto in
fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter
conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto
seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun
conto legittimare. Pippino mai non fu _re de' Franchi_; nè Carlo Magno
era _imperadore_ nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri
spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino
dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle
memorie del monistero di Farfa[604] che nella città di Spoleti _anno
Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI.
Mamiano_ abbate ed _Isembardo, missi domni regis_, giudicarono di una
causa in favore de' monaci farfensi.

NOTE:

[599] Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.

[600] Annal. Franc. Loiselian.

[601] Anastas., in Vit. Leonis III.

[602] Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.

[603] Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.

[604] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCXCIX. Indizione VII.

    LEONE III papa 5.
    IRENE imperadrice 3.
    CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 26.
    PIPPINO re d'Italia 19.


Siccome costa dalla confession di fede che _Felice_ vescovo d'Urgel
compose, allorchè finalmente tornò al grembo della Chiesa, sul principio
dell'anno presente, fu celebrato in Roma un concilio da papa _Leone
III_, e da cinquantasette vescovi, _praecipiente gloriosissimo ac
piissimo domino nostro Carolo_: parole degne di osservazione. Proferì la
sacra adunanza la scomunica contra del suddetto Felice, s'egli non
ritrattava l'eretical suo dogma, _in quo ausus est Filium Dei adoptivum
asserere_. Ma non andò molto che il buon papa Leone si vide involto in
una fiera calamità per la scellerata congiura di alcuni dei principali
Romani, i capi de' quali furono _Pasquale_ primicerio e _Campulo_
sacellario, ossia sagristano, nipote del fu papa Adriano I. Il motivo o
pretesto di tale iniquità l'hanno o ignorato o lasciato nella penna gli
antichi scrittori, non altro dicendo se non che costoro accusarono
poscia di varii delitti il papa, ma senza poterne provar nè pur uno.
Costoro nondimeno, che sotto il precedente pontificato erano avvezzi a
comandare, probabilmente non sofferivano di ubbidire sotto il nuovo
pontefice. Ora noi abbiamo da Anastasio bibliotecario[605], che mentre
nel dì di san Marco a dì 25 d'aprile papa Leone con tutto il clero e
buona parte del popolo faceva la solenne processione delle litanie
maggiori, allorchè egli fu arrivato davanti al monistero dei santi
Stefano e Silvestro, sbucarono fuori i due suddetti congiurati con una
mano di sgherri armati, e preso il pontefice, il gittarono per terra, e
lo spogliarono, sforzandosi con somma crudeltà a forza di pugnalate di
cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua. In fatti credendo di
averlo accecato e renduto mutolo per sempre, il lasciarono così
malconcio in mezzo alla piazza. Poi ritornati più che prima infelloniti
a prenderlo, e condottolo avanti all'altare di quella chiesa, di nuovo
più barbaramente il trattarono, con fama che gli cavarono gli occhi e la
lingua, gli diedero delle bastonate e ferite, e mezzo morto ed intriso
nel proprio sangue il rinserrarono prigione in quello stesso monistero.
Tutto il popolo, che interveniva senz'armi alla processione, se ne fuggì
in fretta. Fu poi condotto da quei masnadieri il misero pontefice nel
monistero di sant'Erasmo, cioè in luogo creduto più sicuro. Quivi
miracolosamente, per quanto fu creduto, gli fu restituita da Dio la
vista e la lingua; e venne poi fatto ad Albino suo cameriere, unito con
altri fedeli, di nascostamente penetrar colà, e di condurlo via con
guidarlo alla basilica vaticana, dove si fortificarono. Intanto corsa
dappertutto la voce di così empio attentato, arrivò anche agli orecchi
di _Guinigiso_ duca di Spoleti, il quale probabilmente si trovava in
quelle vicinanze, perchè i confini del suo ducato arrivavano assai
presso a Roma. Anzi gli Annali bertiniani e metensi dei Franchi scrivono
ch'egli era in Roma, e che il papa scappò di notte _ad legatos regis,
qui tunc apud basilicam sancti Petri erant, Wirundum scilicet abbatem,
et Winigisum Spoletanorum ducem veniens, Spoletum ductus est_. Comunque
sia, non tardò punto Guinigiso ad accorrere in aiuto del papa con un
buon nerbo di soldatesche. Arrivato a san Pietro, e trovatovi, contra
l'espettazione, sano e salvo esso pontefice, seco con tutta venerazione
il condusse a Spoleti, dove concorsero da varie città vescovi, preti e
secolari di prima riga a seco congratularsi. Volarono presto al re Carlo
lettere del duca Guinigiso coll'avviso di sì orrido avvenimento; e il re
rispose che avrebbe veduto volentieri il pontefice, il quale perciò si
mise in viaggio per ire a trovarlo. Scrivono altri essere stato il
pontefice che desiderò d'andare in persona alla real corte, e fu
esaudito. Nè si dee tralasciar di dire, che, oltre ad Anastasio, varii
Annali de' Franchi raccontano essere di fatto stati cavati gli occhi e
tagliata la lingua a papa Leone da quei sicarii, e che miracolosa fu la
di lui guarigione. Ma non mancano scrittori antichi e contemporanei che
diversamente raccontano quel fatto, e in maniera più credibile, con dire
che tentarono bensì quegli scellerati l'enormità suddetta, ma o non
poterono, o non vollero compierla; e veggendosi poi papa Leone tuttavia
colla lingua e con gli occhi, vi si aggiunse il miracolo. Secondochè
abbiam da Eginardo[606], esso pontefice _equo dejectus, et erutis
oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata, nudus ac
semivivus in platea relictus est_. Son parimente parole dell'Annalista
lambeciano e moissiacense le seguenti: _Romani comprehenderunt domnum
apostolicum Leonem, et absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere
oculos ejus, et eum morti tradere. Sed juxta Dei dispensationem malum
quod inchoaverant, non perfecerunt_. Odasi ora Giovanni Diacono[607],
autore vicino a questi tempi, nelle vite de' vescovi di Napoli, da me
date alla luce. _Conspirantes_, dice egli, _viri iniqui contra Leonem
tertium romanae sedis antistitem, comprehenderunt eum. Cujus quum
vellent oculos eruere, inter ipsos tumultus, sicut assolet fieri, unus
ei oculus paululum est laesus._ Quel che è più, il grande ornamento
della Francia in questi tempi Alcuino abbate, in iscrivendo al re Carlo
la lettera terzadecima intorno al fatto di papa Leone, dice, che _Deus
compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes caecatis
mentibus lumen ejus extinguere_. Similmente Notchero[608] racconta che
alcuni empi tentarono di accecarlo, _sed divino nutu conterriti sunt et
retracti ut nequaquam oculos ejus eruerent_. Finalmente Teodolfo vescovo
di Orleans[609], scrittore contemporaneo, narra che ai suoi dì v'era chi
diceva cavati e miracolosamente restituiti gli occhi al papa; e chi lo
negava, confessando solamente che il tentativo fu fatto, ma non
eseguito. Però riflette egli:

       _Reddita sunt? Mirum est. Mirum est, auferre nequisse,_
          _Est tamen in dubio; hinc mirer, an inde magis._

Dimorava in Paderbona _Carlo Magno_ colla sua armata, allorchè ebbe
avviso della venuta di papa Leone; ed immantinente gli spedì
all'incontro prima _Adelbaldo_, ossia _Adelboldo_, arcivescovo primo di
Colonia, e poscia il figliuolo _Pippino_ re d'Italia con assai baroni e
molte squadre d'armati. Per dovunque passò il pontefice nel suo viaggio,
fu accolto dappertutto dal concorso de' popoli e dalla venerazione e
maraviglia d'ognuno; e finalmente ricevuto dal re Pippino, fu condotto
alla corte del padre. Resta tuttavia un poemetto, dato alla luce da
Arrigo Canisio[610], che tratta dell'arrivo d'esso papa a Paderbona.
Avea il re Carlo schierato tutto il suo fiorito esercito per onorare il
vegnente santo pastore, ed egli stesso a cavallo gli fu all'incontro.
Tutte le schiere, al comparire del venerabil padre prostrate in terra il
venerarono, chiedendogli la sua benedizione; e Carlo anch'egli sceso da
cavallo, dopo profondi inchini l'abbracciò e baciò. Andarono poi
unitamente al sacro tempio a rendere grazie all'Altissimo, indi al
palazzo; e ne' molti giorni che il papa si trattenne presso quel
monarca, i conviti e le feste furono continue. Senza fallo fra il papa e
il re si dovette più volte trattare della maniera di gastigare e mettere
in dovere i Romani. Fu consultato intorno a questo affare Alcuino da
Carlo Magno, siccome ricaviamo dalla di lui lettera undecima, in cui gli
dice, che i tempi son pericolosi, e che _nullatenus capitis_ (cioè del
romano pontefice) _cura omittenda est. Levius est pedes tollere quam
caput._ Tuttavia aggiugne: _Componatur pax cum populo nefando, si fieri
potest. Relinquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed et in
spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum
est, quod habetur, ne propter acquisitionem minoris, quod majus est,
amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita
in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur._ Da queste
parole volle dedurre il padre Pagi[611] che Roma in questi tempi non
riconosceva nè imperadore greco, nè Carlo Magno per suo superiore. Ma da
queste medesime Giovan-Giorgio Eccardo[612] dedusse tutto il contrario,
con pretendere consigliato Carlo Magno a procedere senza rigore contro i
delinquenti Romani, per timore che questi, già in rivolta contro il
papa, non si rivoltassero anche contro d'esso Carlo, ed egli per
acquistare il _meno_, cioè per voler punire a tutta giustizia gli
offensori del papa, non perda il _più_, cioè il suo patriziato e dominio
in Roma; e per voler riparare i torti fatti ad _altrui_, cioè al
pontefice, non resti egli privo del _proprio_, cioè della sua signoria
in quell'insigne ducato; potendo temere che i _lupi rapaci_, cioè i
Greci e il duca di Benevento confinanti non si prevalessero di tale
occasione per occupar Roma, e i Romani troppo aspramente trattati non
corressero loro in braccio. Intanto i nemici del pontefice, siccome
aggiugne Anastasio[613], misero a sacco molti poderi di san Pietro, e
per giustificare l'esecrabile lor procedura, inviarono al re Carlo una
lista di varie infami accuse contra del papa, tali nondimeno, che di
niuna potevano addurre le pruove. Ora dopo essersi fermato per alcune
settimane o mesi col re papa Leone, visitato quivi e onorato dai vescovi
di quelle parti, e dai fedeli correnti da tutti que' paesi, e
suntuosamente regalato dal re e dalla sua corte, fu risoluto ch'egli se
ne tornasse a Roma, avendo il saggio monarca prese ben le sue misure,
affinchè vi potesse rientrare senza pericolo della sua persona e
dignità.

L'accompagnaron nel viaggio _Adeboldo_ arcivescovo di Colonia, _Arnone_
arcivescovo di Salisburgo, e quattro vescovi, cioè _Bernardo_ di
Vormazia, _Azzone_ di Frisinga, _Jesse_ di Amiens, e _Cuniberto_ non si
sa di qual città, siccome ancora Elmgeto, Rotegario e Germano conti. Per
tutte le città, dove egli passò, fu ricevuto come un apostolo; e
pervenuto che fu nelle vicinanze di Roma nella vigilia di santo Andrea,
tutto il clero, il senato e popolo romano colla milizia, colle monache,
diaconesse e le nobili matrone, e tutte le scuole de' forestieri, cioè
dei Franchi, Frisoni, Sassoni e Longobardi, gli andarono incontro fino
al ponte Milvio, oggidì _ponte Molle_, e colle bandiere ed insegne,
cantando inni spirituali, e con infinito giubilo il condussero alla
basilica vaticana, dove egli cantò messa solenne, e tutti presero la
comunione del Corpo e del Sangue del Signore, come si praticava in
questi tempi anche per gli secolari. Nel dì appresso entrò in Roma, e
tornò pacificamente ad abitare nel palazzo lateranense. Da lì a pochi
giorni i suddetti vescovi e conti, siccome messi del re Carlo patrizio
de' Romani (la cui autorità anche di qui risulta), alzarono il lor
tribunale nel triclinio di papa Leone; e citati i malfattori, per più
d'una settimana attesero a formare il processo. Pasquale e Campolo coi
lor seguaci vi comparvero, e nulla avendo che dire, o non potendo
provare quel che dicevano contra del papa, furono presi e mandati in
esilio in Francia. Così Anastasio bibliotecario; ma noi vedremo che più
tardi accadde la relegazion di costoro. In questa maniera finì per
allora l'abbominevol tragedia succeduta in Roma. Nell'anno presente
ancora ebbe da faticare il re Carlo nella Sassonia, e di nuovo una gran
moltitudine di quegli abitanti colle moglie e co' figliuoli trasse da
quelle contrade, con dividerla per varie altre parti della sua
monarchia. Avevano poi i popoli delle isole di Maiorica e Minorica,
perchè infestati dai Mori di Africa, o pure di Spagna, implorato ed
anche ottenuto soccorso da Carlo Magno, col mettersi sotto la sua
protezione e signoria. Tornarono loro addosso in quest'anno i
Saraceni[614], e venuti a battaglia coll'esercito franzese, rimasero
sconfitti, e le lor bandiere prese, presentate ad esso re Carlo, gli
servirono di molta consolazione. Ma non compensarono queste allegrezze
l'afflizione che egli provò per la perdita di due de' suoi più valorosi
e fedeli uffiziali. L'uno di essi fu _Geroldo_ presidente della Baviera,
che in una baruffa contro gli Unni della Pannonia restò miseramente
ucciso[615], ma non invendicato. Imperocchè sembra che in quest'anno
terminasse la guerra con que' Barbari, il paese de' quali restò in
potere del re Carlo, ridotto nondimeno ad una total desolazione, dopo
essere periti in sì lungo bellicoso contrasto tutti i nobili di quella
nazione, e dopo averne i Franchi asportate le immense ricchezze, che
coloro in tanti anni aveano raunate coi lor latrocinii. L'altro suo
uffiziale fu _Erico_, ossia _Enrico_ o _Arrigo_, duca o marchese del
Friuli, personaggio sopra da noi nominato, che in varii cimenti e
vittorie s'era dianzi acquistato un gran capitale di gloria. Questi
trovandosi nella Liburnia, provincia situata fra l'Istria e la Dalmazia,
i cui popoli s'erano già dati al re Carlo e attendendo nella città di
Tarsatica, oggidì Tarsacoz, a regolar quegli affari, da alcuni di que'
cittadini ammutinati fu privato di vita. In luogo suo succedette in
quella marca _Cadalo_, di cui parleremo altrove. Conghiettura fu
dell'Eccardo[616] e del p. de Rubeis[617] che questo _Enrico_ potesse
essere lo stesso che _Unroco_, o pure padre di Unroco conte, il cui
figlio _Everardo_ a suo tempo vedremo reggere la marca del Friuli, ed
essere stato padre di _Berengario_ imperadore.

NOTE:

[605] Anastas. Bibliothecar., in Vit. Leonis III.

[606] Eginhardus, in Annal. Franc.

[607] Rer. Ital., P. II, tom. 1.

[608] Notcher., in Vita C. M., lib. 1, cap. 28.

[609] Theodulph., lib. 3, Carm. VI.

[610] Canisius, edition. Bosnag. tom. 1, P. II.

[611] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.

[612] Eccard., Rer. Franc. lib. 25, cap. 11

[613] Anastas. Bibliot., in Leon. III.

[614] Monachus Engolismensis, in Vit. Caroli Magni.

[615] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[616] Eccard. Bissor.

[617] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejen.



    Anno di CRISTO DCCC. Indizione VIII.

    LEONE III papa 6.
    CARLO MAGNO imperadore 1.
    PIPPINO re d'Italia 20.


Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de'
Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a
lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori
di papa Leone. Oltre a ciò, _Grimoaldo_ duca di Benevento sostenea con
vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo
diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte di
_Enrico_ duca del Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere
di nuovo il viaggio d'Italia[618]. Dopo Pasqua arrivò alla città di
Tours, accompagnato da _Carlo_ e _Pippino_ suoi figliuoli, e colà ancora
arrivò _Lodovico_, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne
fermarsi quivi per la mala sanità della regina _Liutgarde_ sua moglie,
che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva
passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo
l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita
Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e
massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì
fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi,
della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti
della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un
miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben
sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a
Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal
Lambecio[619], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte
al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si
godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto
re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese
riposo per sette giorni[620]. Continuato dipoi il cammino sino ad
Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra
del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora
impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re
sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo
avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì
seguente con più solennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò
esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e
col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per
rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense[621]
che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad
incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì
l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre[622]. Dopo sette
giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed
abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere
esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando
in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che
venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati
concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il
sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è
bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da
alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che
voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno
appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi
delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il
popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il
libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza
non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da
alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col
giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil
affare, tutto il clero, intonato il _Te Deum_, diede grazie
all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli
Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo,
abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del
papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle
imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse
da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio[623] la formula
usata in quella congiuntura da esso papa Leone.

Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione
di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa
secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento
di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso
pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una
preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero
e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion
degli imperadori, cioè: _A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio,
grande e pacifico imperadore, vita e vittoria_. Tre volte detta fu
questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il
buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse
coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa
unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della
coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali
aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si
costumava con gli antichi imperadori. _A pontifice more antiquorum
principum adoratus est._ Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il
nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'_imperador de' Romani_ e di
_Augusto_. E qui convien rammentar le parole di Eginardo[624] che di lui
scrive: _Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat,
Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et
Imperatoris et Augusti nomen accepit: quod primo in tantum aversatus
est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset.
Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire
potuisset_. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi
tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al
padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal
funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu
principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era
preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non
potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso
monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della
dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono[625], autore
contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa
Leone _fugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum
defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret_. Molto più
chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle
seguenti parole: _Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis
sanctis patribus, qui in ipso concilio_ (cioè nel romano poco fu
accennato) _seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem
Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi
semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per
Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens
has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse
videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo
petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare
noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum,
et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu
Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domni Leonis papae
suscepit_. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi
tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.

Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran
consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma
ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori,
asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male
gli Augusti orientali. _Constantinopolitanis tamen imperatoribus super
hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua
eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes,
et in epistolis fratres eos appellando._ Ma il pontefice Leone dovette
concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo
nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia
e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si
accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome,
colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del
suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche
solamente patrizio ne era padrone: _ipsam Romam tenebat_. E come padrone
appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia
contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che
guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si
pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a
questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la
superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed
Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo di _padre_
e di _signore_. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i
lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero
difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi
procacciato da loro il titolo di _patrizii_. Laonde gli stessi Augusti
greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i
re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano
stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli
atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato
Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto
ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade
occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti
da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo
di _padre_, ma con quel di _fratello_ cominciò a scrivere ai greci
imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così
ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome
d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora
rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui
è avere scritto Teofane[626] che ora solamente _in Francorum potestatem
Roma cessit_, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto
dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il
re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo
romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio,
son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora
imperadore. Una donna, cioè _Irene_, comandava le feste, e si intitolava
_imperadrice de' Romani_. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare
l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci
non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai
Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese.
Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non
più usasse l'inferior titolo di _patrizio_, ed assumesse il nobilissimo
ed indipendente d'_imperadore_, con cui veniva parimente ad acquistare
una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i
re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben
discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio
temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi
furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i
patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà
nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi
molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo
Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo
e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a
battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e
nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne'
libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e
Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de'
suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio
sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.

Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli
affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed
offensori di papa Leone[627]. Furono costoro di nuovo esaminati, e
secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di
loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso
di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non
restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in
esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di
Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le
altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla
presenza del nuovo imperadore, quella eziandio vi fu che già vedemmo
agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a
cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua
diocesi dall'altro. L'Ughelli[628] pubblicò un decreto d'esso Carlo
Magno dato _quarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto
anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri_, ec. È piena
di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioè
_Karolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum._ E
se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento
sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali,
ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. Quivi _Ariberto_
vescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra di _Andrea_ vescovo
di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla
diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore
d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa
sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli
Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di
decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da
Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo
seco due monaci spediti dal patriarca di quella città[629], i quali
_benedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum
vexillo detulerunt_ al medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal
Baronio[630] di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani
pontefici inviato ai re Franchi _le chiavi del sepolcro di san Pietro e
il vessillo_ non è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse
trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto
vedere a' suoi tempi tante storie pubblicate dipoi, si servì qui d'una
pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo
Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re
allora anche della Persia. Eginardo[631] attesta che questo califfo si
pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui
riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del
mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che
stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio
alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della
sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e
di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra
città di _Gerusalemme_. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a
dire: _Quum legati ejus_ (Caroli), _quos cum donariis ad sacratissimum
Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat,
ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea
quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem
locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit._ Il poeta
sassone[632] conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a
Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:

             _Adscribique locum sanctum Hierosolymorum_
             _Concessit propriae Caroli semper ditioni._

E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme,
odansi gli Annali[633]: _Zacharias cum duobus monacis de Oriente
reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit.
Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae
claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt._ Altrettanto si
legge nella vita di Carlo Magno d'autore incerto[634], e in quella del
monaco Engolismense[635], negli Annali bertiniani[636], di Metz[637],
ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare il
_vessillo_. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della
città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo
di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi
conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze:
tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata
come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io
mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori,
perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono
ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria.
Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal
Fiorentini[638] apparisce essere stato in questo anno duca, cioè
governatore in Lucca _Wicheramo_, ma senza sapersi se la sua autorità si
stendesse sopra le altre città della Toscana.

NOTE:

[618] Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.

[619] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.

[620] Eginhardus, in Annal. Franc.

[621] Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.

[622] Anastas. Bibliothec., in Leon. III.

[623] Baron., in Annal. Eccl.

[624] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[625] Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[626] Theoph., in Chronogr.

[627] Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.

[628] Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.

[629] Eginhardus, in Annal. Franc.

[630] Baron., Annal. Eccl.

[631] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.

[632] Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.

[633] Annales, Loisel. ad ann. 800.

[634] Anonymus, in Vit. Caroli Magni.

[635] Monach. Engolism.

[636] Annales Bertiniani.

[637] Annales Metenses.

[638] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.



    Anno di CRISTO DCCCI. Indizione IX.

    LEONE III papa 7.
    CARLO MAGNO imper. 2.
    PIPPINO re d'Italia 21.


Dappoichè Carlo _imperadore_ ebbe dato buon sesto al governo e agli
affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del
pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con
trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli
fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua
persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e
alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata la santa Pasqua, si mise
in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo[639] anche in
quest'anno ordinò a _Pippino re d'Italia_ suo figliuolo di portar la
guerra nel ducato beneventano contra di _Grimoaldo:_ del che fra poco
ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava
l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di
tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior
parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti
passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là
portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a
stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti,
formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero
da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi
longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio.
Alcune poche di più ne ho io[640] dato, ed insieme la prefazione alle
medesime, dove egli s'intitola: _Carolus divino nutu coronatus,
Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus,
comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a
nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu
Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII,
in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo._ Dal che e da altri
esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra
volgare. Fece egli anche menzione dell'_anno primo del consolato_, per
imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di
annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei
casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi
longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà.
Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per
conseguente al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla
giunta di nuove leggi, _ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur,
et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae
auctoritatis sententia praevaleret_. Stando in Pavia, ricevette
l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di _Aronne re di Persia_, a lui
indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora
un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi
udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la
festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due
anni che _Lodovico re d'Aquitania_ stringeva con forte assedio o blocco
la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli
anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico
entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non
fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e
venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun
soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli
stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte
non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse
scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì
innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città
alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta
questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di
Lodovico Pio[641], e similmente da Ermoldo Nigello[642], autore
contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo,
il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re
Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più
probabile, come ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar
soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai
Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi
in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo.
In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito
franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del _re
Pippino_[643], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La
misera città data fu barbaramente alle fiamme, e _Rosulmo_ governator
d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di
Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di _Rieti_, sta scritto
_Theate_, cioè la città di _Chieti_, a cui toccò questa sciagura. In
fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo.
_Rieti_ era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si
fosse ribellata per darsi a _Grimoaldo duca di Benevento_. Oltre a ciò,
abbiamo da Erchemperto[644], che continuando la guerra fra il re Pippino
e Grimoaldo, _tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum
subtractae sunt usque in praesens_. Nel medesimo giorno furono dipoi
presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e
Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.

Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne
monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me
pubblicate[645]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello,
spettante al ducato di Spoleti, _Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI,
mense augusto_. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, _Ebroardo_ conte
del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui
_Adelmo_ vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta _sub
die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo propitio domni Karoli et filii
ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad
imperium coronatus_, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva
esercitata giurisdizione _per Halabolt abbatem et missum domni Pippini
regis_. Dalla Cronica farfense[646] parimente si vede che _Mancione_
abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare
eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e _Guinigiso_ duca
di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e
sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia
qui ad apparire il grado di _conte del palazzo_ o pure _del sacro
palazzo_ in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui
devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili
del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e
provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de'
conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte
del palazzo più antico di questo _Ebroardo_[647], a riserva di _Echerigo
conte del palazzo_, che si truova mentovato in una pergamena di
Pistoia[648] da me altrove rapportata, dove è citata, _Reclamatio
tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum_ (patriarca d'Aquileja)
_Arnonem_ (arcivescovo di Salzburg) _Fardulfum abbatem_ (di s. Dionisio
di Parigi) _et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui
tunc hic in Italia missi fuerunt_, etc. Essendo, siccome diremo, mancato
di vita _s. Paolino_ patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo
_Echerigo_ dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che
venisse _Ebroardo_. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far
giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi
placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti
e del suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno
imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse
giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel
solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte
farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di _Carlo
imperadore_ e di _Pippino re_, colla giunta talvolta degli anni del duca
di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di _Carlo_ e di _papa
Leone_. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le
prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo,
e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E
perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano
segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense
scritto in questo anno si vede segnato: _Regnante domno nostro piissimo
perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus
primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa
anno VI, mense junio, Indictione IX_; questo ancora concorre a farci
intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo
stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la
sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia.
Riferiscono i padri Cointe[649] e Pagi[650] al presente anno la vittoria
riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia
nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente
riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città,
situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre
Beretti[651] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con
pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che
dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire come uomini
dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento
da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate
istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa
battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici
contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno,
basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi
tempi, per attestato di Giovanni Diacono[652], era console, ossia duca
di Napoli, _Teofilatto_, marito di _Euprassia_, figliuola del precedente
duca e vescovo di Napoli _Stefano_.

NOTE:

[639] Eginhard., in Annal. Franc.

[640] Rer. Italic., Part. II, tom. I.

[641] Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.

[642] Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[643] Eginhard., in Annal.

[644] Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.

[645] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[646] Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.

[647] Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.

[648] Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.

[649] Cointe, in Annal. Eccl.

[650] Pagius, Critic. Baron.

[651] Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.

[652] Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO DCCCII. Indiz. X.

    LEONE III papa 8.
    CARLO MAGNO imperad. 5.
    PIPPINO re d'Italia 22.


Continuava l'_imperadrice Irene_ nel governo dell'imperio orientale, ma
con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era
che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e
principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte
sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio.
Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel
precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità
di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio
imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e
possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per
suo ambasciatore _Leone spatario_[653], con ordine di stabilir pace fra
i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità
imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito
l'ambasciatore, anche l'Augusto Carlo inviò a Costantinopoli i suoi
legati, cioè _Jesse vescovo d'Amiens_, ed _Elingaudo conte_, per
trattare con essa imperadrice. Teofane[654] scrive che v'andarono anche
gli apocrisarii di _papa Leone_. Dal medesimo storico e da Zonara[655]
viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il
papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello
strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice
d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se
questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi
atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella
stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne
nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i
loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che
scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con
disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi
macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o
accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di
promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunato _Niceforo_
patrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e
una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel
palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che
le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la
mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove
custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un
gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni.
Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono
gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi
in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, e poterono ottenere
udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e
tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.

Continuava intanto la guerra fra il _re Pippino_ e _Grimoaldo duca di
Benevento_. Racconta Erchemperto[656] che fra questi due principi,
siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun
d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì
ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccome _Arigiso_ duca,
padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa
pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:

           _Liber et ingenuus sum natus utroque parente;_
              _Semper ero liber, credo, tuente Deo._

A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva,
di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva
di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite
fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de'
Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città
d'Ortona nell'Abruzzo[657]. Con lungo assedio ancora forzò la città di
_Lucera_ o _Nocera_ in Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione
francese, con darne la guardia a _Guinigiso duca di Spoleti_. Grimoaldo,
che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere
l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di
Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se
ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il
quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta
onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui
lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani. Era stato eletto vescovo di
Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia) _Cristoforo_,
uomo greco, col favore di _Giovanni doge di Venezia_, e per
raccomandazione di _Niceforo imperadore_. Ma essendo in discordia i
tribuni di Venezia col doge, scrissero a _Giovanni patriarca di Grado_,
pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la
consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle
furie il doge Giovanni, che preso seco _Maurizio doge_ suo figliuolo,
con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed
entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la
torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[658] e Pietro
Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca,
perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro
iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[659] una lettera scritta da s.
_Paolino_ patriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso
d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne, _De
sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe
diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum,
sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una
de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis
sententiae ultio_, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino
implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto
dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di
Lambecio[660] e di Fulda[661] e di Ermanno Contratto[662], e per
confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu
chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo
seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel
dì 11 di gennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del
vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo
imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio
d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado
sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino
ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti
feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben
chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi
seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella
morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli
non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in
Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo
faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio
non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando
ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è
da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e
l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati
ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a
scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le
vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere,
dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri
vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.

NOTE:

[653] Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.

[654] Teoph., in Chronogr.

[655] Zonar., in Annalib.

[656] Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.

[657] Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.

[658] Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.

[659] Baron., in Annal. Eccl.

[660] Lambecius, in Annal. Franc.

[661] Annales Francor. Fuldenses.

[662] Hermann. Contractus, in Chron.



    Anno di CRISTO DCCCIII. Indizione XI.

    LEONE III papa 9.
    CARLO MAGNO imperadore 4.
    PIPPINO re d'Italia 23.


Spediti da _Niceforo imperadore dei Greci_ tornarono quest'anno in
Italia e in Francia gli ambasciatori di _Carlo Magno_, conducendo seco
quei di Niceforo[663], cioè _Michele vescovo, Pietro abate_ e Callisto
candidato. Si presentarono questi a Carlo, che dimorava allora nella
regal villa di Salz in Franconia, e con esso lui conchiusero un trattato
di pace; dopo di che per la via di Roma se ne tornarono a
Costantinopoli. Le condizioni di questa pace non le scrivono gli
storici; tuttavia si apporrà al vero chi crederà conchiuso fra loro un
accordo coll'_uti possidetis_. Con che venne Niceforo ad assicurarsi nel
dominio della Sicilia e delle città che già restavano nella Calabria, e
ne' suoi diritti sopra Napoli, Gaeta ed Amalfi; e all'incontro Roma col
ducato romano, e tutto il regno de' Longobardi, ossia d'Italia,
restarono sottoposti alla signoria di Carlo Magno con gli altri regni o
da lui acquistati, o già dipendenti dalla corona di Francia. Per conto
della città di Venezia, e dell'altre marittime della Dalmazia, è da
ascoltare Andrea Dandolo[664], che così scrive: _In hoc foedere_ (tra
Carlo Magno e Niceforo) _seu decreto nominatim firmatum est, quod
Venetiae urbes et maritimae civitates Dalmatiae, quae in devotione
imperii_ (cioè del greco) _illibatae perstiterant, ab imperio
occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, nec minorari; et quod
Veneti possessionibus, libertatibus et immunitatibus quas soliti sunt
habere in italico regno, libere perfruantur_. In fatti è fuor di disputa
che la città di Venezia colle isole adiacenti restò esclusa dal regno
d'Italia, nè Carlo Magno nè Pippino suo figliuolo v'ebbero dominio.
Sappiamo inoltre da Eginardo[665] ch'esso Carlo Augusto abbracciò sotto
la sua signoria _Histriam quoque et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis
maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus,
constantinopolitanum imperatorem habere permisit_. Era prigionere
_Guinigiso_ duca di Spoleti, siccome dicemmo. _Grimoaldo_ duca di
Benevento, che cercava tutte le vie di placare il re Pippino, rimise
quest'anno con tutto garbo in libertà esso Guinigiso; e di ciò fanno
memoria gli Annali de' Franchi. Intanto era stato eletto patriarca di
Grado _Fortunato_ da Trieste, parente dell'ucciso patriarca _Giovanni_.
Rapporta il Dandolo la bolla di papa Leone, che oltre all'approvare la
di lui elezione, gli manda ancora il pallio. Essa bolla è data _XII.
kal. aprilis per manus Eustachii primicerii sanctae sedis apostolicae.
Imperante domno nostro Carolo, piissimo perpetuo Augusto, a Deo
coronato, magno et pacifico imperadore anno III, Indictione XI_, e per
conseguente in quest'anno. La data è appunto a tenore del formolario
usato sotto gl'imperadori greci. Poco nondimeno stette fermo nella sua
sede questo patriarca. Perciocchè non potendo digerire l'iniquità
commessa contra del suo predecessore e parente cominciò a tramare con
alcuni de' principali Veneziani una congiura contra dei dogi di Venezia.
Ma questa scoperta, temendo egli della vita, se ne fuggì da Grado, e
ricoverossi sotto la protezione di Carlo Magno, con andare a trovarlo
alla villa di Salz, ossia di Sala, e portargli, fra gli altri regali,
alcune insigni reliquie di santi. Negli Annali di Metz[666] si legge:
_Venit quoque Fortunatus patriarcha de Graecis afferens secum super
cetera dona duas portas eburneas, mirifico opere sculptas_. Egli è detto
patriarca vegnente dai _Greci_, non per altro, se non perchè Grado era
tuttavia sotto la giurisdizione de' Greci. Complici della congiura
suddetta erano Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio,
ed altri nobili Veneziani, i quali vedendo svelato il lor disegno,
presero la fuga, e si ritirano a Trivigi, città del regno di Italia,
come in luogo di sicurezza. Ottenne il suddetto patriarca Fortunato da
Carlo Magno un privilegio, che si legge presso il Dandolo, e vien anche
rapportato dall'Ughelli[667]: la sua data è _idus augusti in sacro
palatio nostro anno XXXIII regni nostri in Francia, XXVIII in Italia, et
imperii III_, cioè nell'anno presente. In vece di _sacro_ il padre
Cointe giudiziosamente conghietturò che ivi fosse scritto _in Salz
palatio nostro_. In esso diploma vien ricevuto da Carlo Magno sotto la
sua protezione _Fortunatus gradensis patriarcha, sedis sancti Marci
Evangelistae, et sancti Ermacorae episcopus_; e inoltre tutti i suoi
servi e coloni, _qui in terris suis commanent in Istria, Romandiola seu
in Longobardia_. Ecco come quella parte dell'Emilia e Flaminia, che
formava l'esarcato di Ravenna, cominciò ad appellarsi _Romandiola_.
Vedemmo di sopra ordinato da Carlo Magno, o pur da Pippino fra le leggi
longobardiche[668], _de fugacibus, qui in partibus Beneventi et Spoleti,
seu Romaniae, vel Pentapoli confugium faciunt, ut reddantur_. Dal nome
di _Romania_ e di _Romandiola_ si formarono i nomi volgari _Romagna_ e
_Romagnola_. Eruditamente osservò il padre Mabillone[669], che
trovandosi in questi tempi abate del monistero Mediano, ossia di _Moyens
Moutiers_ nella provincia del Berry in Francia un _Fortunato vescovo_,
questi sia stato Fortunato patriarca di Grado ricorso alla protezione di
Carlo Magno, che dovette provvederlo di quel benefizio per suo
sostentamento. E tanto più, perchè vedremo che papa Leone in iscrivendo
a Carlo Magno la lettera undecima, e parlando del medesimo patriarca
Fortunato, dice: _Neque de partibus Franciae, ubi eum beneficiastis_.
Solamente non sussiste che di quel monistero fosse egli eletto abate
nell'anno 799, come sospettò il suddetto padre Mabillone, perchè
Fortunato solamente passò in Francia nell'anno presente.

Secondo il poeta sassone[670], questo fu l'anno in cui, dopo sì lunghe
rivoluzioni e guerre, fu data la pace alla Sassonia. Altri Annali ne
parlano all'anno seguente. Concorsero assaissimi della nobiltà sassone
alla villa di Salz, dove soggiornava l'Augusto Carlo, e quivi a lui
tutti si sottomisero, con promessa di abbandonare affatto il paganesimo
e di abbracciare la santa religione di Cristo. Niun tributo impose loro
l'imperadore, ma solamente l'obbligo di pagar le decime per alimento del
clero, e di ubbidire ai conti, ossia ai giudici e messi, ch'egli
invierebbe al loro governo, vivendo nulladimeno colle proprie leggi.
Abbiamo ancora dagli Annali di Metz, che venuto Carlo Magno a Ratisbona,
colà se gli presentò _Zodane_, uno de' principi della Pannonia nominato
di sopra, e si sottomise al di lui imperio: il che servì d'esempio ad
altri Unni della Pannonia e ad alcuni Schiavoni per fare lo stesso. Si
sa che Carlo anche in questo anno spedì l'esercito suo nella Pannonia, e
che vi dovette far delle nuove conquiste colla desolazione di tutte
quelle contrade. Dopo avere _Anselmo_ abate del monistero di Nonantola
nel territorio di Modena tenuto quel governo per lo spazio di cinquanta
anni, (come s'ha dalla sua vita scritta da un monaco che sembra vicino a
que' tempi, e pubblicata dall'Ughelli[671] e del Mabillone[672]),
terminò in quest'anno la carriera delle sue gloriose fatiche con odore
di santità, e per santo appunto è tuttavia venerato nella diocesi di
Nonantola. Fondò egli oltre a questo altri monisteri, dimodochè sotto di
lui si contavano _MCXLIV monachi, exceptis parvulis et pulsantibus, qui
non constringebantur ad regulam_, cioè non computati nel suddetto numero
de' monaci i _fanciulli_ che si allevavano nelle lettere e nella pietà
in esso monistero, siccome neppure i _novizzi_, chiamati _pulsantes_ o
dall'esame che lor si faceva a guisa dei medici toccanti il polso, o
pure dal pregare che essi faceano per venire ammessi all'abito e alla
professione monastica. Fu il monistero di Nonantola uno dei più insigni
e ricchi d'Italia, di maniera che crebbe a poco a poco una nobil terra
appresso il monistero che dura anche oggidì. Ebbero gli abati
giurisdizion temporale e spirituale sopra varie ville. Cessò la
temporale, ma si conserva tuttavia la spirituale, godendo quel monistero
la sua particolar diocesi e copiose rendite. Gregorio monaco, che
scrisse l'anno 1092 la Cronica del monistero di Farfa, da me data alla
luce[673], ci avvertì essere salito in tanto credito esso nobilissimo
monistero di Farfa sì nello spirituale che nel temporale, _ut in toto
regno_ (d'Italia) _non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod
vocatur Nonantulae_. Tali parole copiò questo monaco da Ugo abate
farfense, che visse nel precedente secolo, e scrisse _de destructione
monasterii farfensis_. Questo opuscolo l'ho io pubblicato[674] dipoi. Ma
le troppe ricchezze, siccome vedremo, fecero guerra allo stesso
monistero nonantolano, laonde, a guisa di tanti altri fu ingoiato dagli
antichi cacciatori di benefizii ecclesiastici o secolari: costume o
abuso, cominciato anche prima di questo secolo in Francia, e solamente
in questo introdotto in Italia. Oggidì è abate commendatario d'essa
badia nonantolana l'eminentissimo _cardinale Alessandro Albani_, e la
chiesa è uffiziata da alquanti monaci cisterciensi, sustituiti ai
benedettini neri, che da gran tempo prima aveano cessato di abitarvi. A
santo Anselmo succedette _Pietro_ abate, personaggio anch'esso
riguardevole, di cui parleremo altrove.

NOTE:

[663] Annales Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.

[664] Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.

[665] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[666] Annal. Franc. Metenses.

[667] Ughellus, Ital. Sacr., tom. 8.

[668] Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 123.

[669] Mabill., in Annal. Benedictin., ad ann. 799.

[670] Poetae Saxonis, Annal. Franc.

[671] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episc. Mutin.

[672] Mabill., in Annal. Benedictin.

[673] Chronic. Farfense, Rer. Italic., P. II, tom. 2.

[674] Antiquitat. Italic., Dissert. LXXII.



    Anno di CRISTO DCCCIV. Indizione XII.

    LEONE III papa 10.
    CARLO MAGNO imperadore 5.
    PIPPINO re d'Italia 24.


Fece gran rumore quest'anno in Italia la scoperta succeduta nella città
di Mantova di una spugna inzuppata, come corse la fama, nel sangue del
Signor nostro Gesù Cristo, portata colà da Longino. In que' secoli
d'ignoranza poco ci voleva a spacciare e far credere somiglianti
racconti. Lo straordinario concorso dei popoli e l'universale bisbiglio
per questa novità giunse all'orecchie di Carlo Magno, e mosso da giusta
curiosità ne scrisse tosto a _papa Leone III_, pregandolo di esaminar la
verità del fatto, che non s'accorda cogl'insegnamenti della scolastica
teologia. Il papa, o perchè avesse voglia di passare in Francia, o gli
venisse fatta gran premura per questo affare[675], sen venne a Mantova,
senza che apparisca qual decreto egli proferisse intorno a questo
preteso sangue del Signore; e prevalendosi della buona occasione, fece
sapere a Carlo Magno il desiderio suo di trovarsi con lui, per
solennizzare insieme la festa del santo Natale. Gli scrittori mantovani
coll'Ughelli[676] asseriscono che fino a questi tempi la città di
Mantova non avea goduta la dignità del vescovato, e che il primo quivi
ordinato dal suddetto pontefice fu _Gregorio_ di patria romano. In fatti
non s'è scoperto finora vescovo di Mantova più antico di questo; ma con
rimaner sempre un motivo di stupore, come una sì illustre città
cominciasse così tardi ad aver questo decoro, e senza sapersi chi dianzi
la governasse nello spirituale. Avvertito Carlo imperadore della venuta
del papa, gli mandò incontro fino a san Maurizio il _principe Carlo_ suo
primogenito, ed egli l'aspettò nella città di Rems, di là poscia il
condusse a Soissons, e finalmente ad Aquisgrana, dove passarono le feste
di Natale in divozione ed allegria. Dopo otto giorni di permanenza nella
corte di quel monarca, sul principio del gennaio dell'anno seguente se
ne tornò il pontefice per la Baviera a Roma, seco portando varii regali
a lui fatti da Carlo Magno, il quale fece anche accompagnarlo da alcuni
suoi baroni fino a Ravenna. Aveva in quest'anno l'Augusto Carlo spedito
i suoi eserciti nella Sassonia, perchè vi restavano spezialmente di là
dall'Elba alcuni popoli ostinati nell'idolatria, che pervertivano anche
i nuovi convertiti de' Sassoni[677]. Fece egli prendere tutti costoro
colle lor famiglie (Eginardo scrive che furono diecimila persone), e li
distribuì in varie contrade de' suoi regni. Trovandosi poi egli in un
luogo appellato Holdunstetin, vennero ad inchinarlo alcuni principi
della Schiavonia, che erano in disparere fra loro. Egli, dopo essersi
servito della sua sapienza ed autorità per comporre le lor differenze,
diede ad essi per re _Trasicone_, che s'era presentato a lui con molti
regali. Era in questi tempi re della Danimarca _Gotifredo_. Desiderava
egli di abboccarsi con Carlo Magno, non si sa se per attestare il suo
ossequio a sì potente e temuto monarca, oppure per qualche controversia
fra loro. Venne colla sua flotta e con tutta la sua cavalleria sino a
Slevich, cioè ai confini del suo regno e della Sassonia, e fece
intendere a Carlo la sua venuta; ma i suoi baroni non gli permisero di
andar più innanzi. Siccome al precedente anno dicemmo[678], erano
fuggiti per paura dei dogi molti nobili veneziani a Trivigi. Quivi
stando e tenendo segrete intelligenze con gli altri nobili rimasti in
Venezia, per loro consiglio elessero doge _Obelerio_ tribuno. Il che
inteso dai due indegni dogi, cioè da _Giovanni_ e da _Maurizio_ suo
figliuolo, che dovettero anche avvedersi della poca sicurezza del loro
soggiorno, spaventati presero la fuga. Giovanni si ritirò a Mantova,
Maurizio se ne andò in Francia, per implorar la protezione di Carlo
Magno. E tentarono ben essi più volte di ritornare alla patria, ma
sempre rigettati, finirono i loro giorni in esilio. All'incontro
_Obelerio_ fu con gran festa accolto dal popolo, e intronizzato in
Malamocco, dove allora dovea esser la principal residenza di que' dogi.
Egli da lì a non molto ottenne dal popolo, che _Beato_ suo fratello
fosse anch'egli assunto alla dignità di doge, e dichiarato suo collega.
Per paura d'esso Obelerio, _Cristoforo_ vescovo d'Olivola, siccome
parente dei dogi scacciati, uscì di Venezia, e in suo luogo fu eletto
vescovo _Giovanni_ diacono. Rapporta l'Ughelli all'anno seguente, ma
dovea piuttosto dire al presente, un diploma di Carlo Magno, dato in
favore dell'antico monistero di santa Maria, situato fuori di Verona
presso la porta appellata dell'Organo, anche oggidì esistente, ed
inchiuso nella città. La data sua, che esso Ughelli mise fuor di sito, è
questa: _Imperante domno Carolo Magno imperat. anno IV, de mense
novembris, Indictione XIII_. Osservò il padre Mabillone[679], che
l'_indizione XIII_ non conviene all'anno presente, ma bensì al seguente,
e che questo diploma non sa dello stile della cancelleria di Carlo
Magno, e convenir esso piuttosto a _Carlo Crasso_ ossia il _Grosso_,
imperadore. Allorchè io visitai per opera del chiarissimo marchese
Scipione Maffei le pergamene dello archivio del suddetto monistero
veronese, trascurai di esaminare l'originale o la copia antica di questo
privilegio, in cui son corsi varii errori per negligenza dell'Ughelli.
Per altro non sussiste già che l'_indizione XIII_ sia qui scorretta.
Cominciò essa nel settembre dell'anno presente, e però era in corso nel
_novembre_; e durava similmente allora tuttavia l'_anno IV dell'impero_
di Carlo Magno. Tali note cronologiche non possono già accordarsi con
gli anni di Carlo Crasso Augusto. Del resto, se questo sia documento
autentico e sicuro, ne potrà render miglior conto chi avrà sotto gli
occhi quella cartapecora.

NOTE:

[675] Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani.

[676] Ughell., in Ital. Sacr., tom. 1 in Episc. Mantuan.

[677] Annales Franc. Moissiacens. Annales Franc. Loiselian.

[678] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[679] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad ann. 804.



    Anno di CRISTO DCCCV. Indizione XIII.

    LEONE III papa 11.
    CARLO MAGNO imperadore 6.
    PIPPINO re d'Italia 25.


Le imprese di _Carlo imperadore_ nel presente anno furono le
seguenti[680]. Venne a trovarlo il _Cacano_, ossia _Capcano_, cioè il
principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti
sudditi e tributarii d'esso Augusto. Chiamavasi _Teodoro_, e professava
la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente
incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi
nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad
abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città
fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume
Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui
fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco
tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto
per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette
autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della
Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui
vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di
dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un
altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese
allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui
è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più
parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la
Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la
Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella
nazione, con tre poderosi eserciti da tre parti la fece assalire. Era un
d'essi formato di Franchi, condotti dal principe _Carlo_ suo
primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il
titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi
Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una
innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di
tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non
pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui
monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta
qualche baruffa, perchè vi rimase estinto _Lecone duca dei Boemi_. Per
quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e
dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli
e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma
gli Annali moissiacensi[681] aggiungono che _Samela re de' Boemi_ venne
a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi
due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente
la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto.
Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al
mare. Fu a visitarlo _Lodovico_ suo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli
si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il re
_Pippino_; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli
solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo
Andrea Dandolo[682], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni
seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il
dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un
certo _Giovanni_. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne
portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colà
_Izone_ prete, _Cadaloo_ ed _Ajone conti_, con ordine di esaminar
l'affare. Questo _Cadaloo_ altri non può essere che il successore di
_Erico_ o _Enrico_ nel governo del ducato del Friuli. E non portando
egli se non il titolo di _conte_, potrebbe a talun parere che la marca
del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che i
_marchesi_ usavano anche il titolo di _conti_, perchè come marchesi
soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori
stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu
raunata una dieta in Istria, in cui concorsero _Fortunato patriarca di
Grado_, esule dalla sua patria, _Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano_ e
_Lorenzo vescovi_ di quelle contrade, e cento sessantadue principali
cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso
imposto dal _duca Giovanni_, ne esentarono que' popoli, con ordinare che
non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro,
siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il
pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia.
Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due
dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da
dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però
dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita
a _Pippino re d'Italia_ nella guerra che fra poco racconteremo. Annovera
poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco,
Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne'
medesimi tempi _Niceforo imperadore de' Greci_, a cui quasi tutte le
imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella
guerra coi Saraceni[683], che fu astretto a comperar la pace da loro,
con promettere un annuo tributo, e di non riedificare _Eraclea_, città
diversa da quella dei Veneziani.

NOTE:

[680] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.

[681] Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.

[682] Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.

[683] Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.



    Anno di CRISTO DCCCVI. Indizione XIV.

    LEONE III papa 12.
    CARLO MAGNO imperadore 7.
    PIPPINO re d'Italia 26.


Gli anni intanto dell'_Augusto Carlo_ erano cresciuti di molto, e ne
cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle
provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta
sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui
fattane[684], che si legge anche presso il Baluzio[685] e in altri
libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a
tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni.
Concedette adunque a _Lodovico_, il minore dei figliuoli, la Linguadoca,
la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa,
cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia
e di Spagna. A _Pippino_ lasciò _Italiam, quae et Langobardia dicitur,
et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis,_ etc._, et
de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de
ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium,_ etc._, et
inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos
terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu
curiensi et pago Durgouve._ Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il
regno d'_Italia_ con quasi tutta la _Baviera_, provincia allora di
grande estensione, e una porzione dell'_Alemagna_. In questa parte,
siccome conghietturò Giovanni Lucio[686] si può credere compresa
l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già
conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole: _et
quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem
respicit_. A _Carlo_ suo primogenito lasciò tutto il rimanente della
Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che
scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la
Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la
Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di
vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione
del defunto, e fra l'altre cose si dice: _Si vero Karolo et Ludovico
viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et
Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio
tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat
Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino
currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam
usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et
territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et
quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus
habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus,
accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel
comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest
portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano
usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum
sui regni sortiatur._ Se dunque fosse premorto ai fratelli il re
Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e
di qua dal Po anche la città di _Reggio, Cittanuova_ (allora
riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da
Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), e _Modena_ col suo
territorio _sino ai confini di s. Pietro_[687]. Che ai tempi di Clemente
VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di
Ravenna, donato alla santa Sede, le città di _Modena, Reggio, Parma_ e
_Piacenza_, si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene
una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione,
persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare
la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel
regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro
cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che
voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole: _Et quidquid inde Romam
pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit_. Ma non si
può già controvertere che almeno il _ducato di Spoleti_ non fosse
anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al
re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di
Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e col _ducato della
Toscana_: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella
provincia era già stato costituito con titolo di _duca_, oppure, siccome
vedremo, di _marchese_, un governator generale e perpetuo. Resta poi
scuro ciò che veramente significhi _usque ad mare Australe, et usque ad
Provinciam_. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che
l'altro confine al levante fosse il _mare Australe_, e che questo si
stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri.
Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al
regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a
chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla
determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta
di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in
que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli
Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.

Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato di _Spoleti_, si dee qui
avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[688],
sotto quest'anno, vien riferito _Romanus dux_, come duca di Spoleti. Ma
perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducato _Guinigiso_, e
nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetuto _Guinichus dux_; perciò
non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[689] ha
senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente che
_nell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo
figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto
in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio_. Ma questo
scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe,
sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di
tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam
dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitata _in
placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium
judicum ejus_. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte
nelle Antichità italiane[690], si raccoglie _judicatum Romani gloriosi
ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri
piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno
Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi
pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri
Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV,_ cioè nell'anno
presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io
conchiudere, se non che questo _Romano_ fosse _duca_, non già di
Spoleti, ma bensì di _Viterbo_, cioè governatore di quel castello,
divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il
titolo di _duca_ ai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo
era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel
ducato romano. Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il
suddetto _Guinigiso_, senza che più s'incontri memorie del predetto
_Romano_. Se il padre Mabillone[691] avesse fatta riflessione che
Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato,
nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto
che nell'anno presente _Romano_ succedette a _Guinigiso_ duca di
Spoleti.

Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine
dell'anno precedente, o sul principio del presente, _Obelerio_, chiamato
in essi Annali _Wilerio_, e _Beato_ suo fratello, dogi di Venezia,
insieme con _Paolo_ duca di Jadra, e _Donato_ vescovo di quella città,
legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono
con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel
che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha
da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli
dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia:
parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le
città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re
Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o
lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla
suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir
bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea
Dandolo[692], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci
rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo
all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò che
_Fortunato patriarca di Grado_, già fuggito in Francia, ritornò in
Istria insieme con _Cristoforo d'Olivola_, e non attentandosi di andare
a Venezia, si fermò in Torcello. _Giovanni_, usurpatore dal vescovato di
Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata
poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai
dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del
patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal
ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato
patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[693] di papa Leone III
scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in
esilio in Francia _proter persecutionem Graecorum seu Veneticorum_. Fece
egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola
e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale
rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad
esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse
intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore
del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver
poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta
di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era
perchè i regali li faceano parlare.

In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuolo _Carlo_ con
un'armata[694] contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume
Elba. In questa spedizione _Miliduco_, capitano e duca di quella
nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città:
laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato
in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi,
Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel
paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno
alcuno. Il _re Lodovico_ anch'egli fece una spedizion militare contra
de' Mori spagnuoli in Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese
fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di
Benevento, perchè venne a morte _Grimoaldo_ principe, ossia duca di
quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor
valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo
Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e
maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e
indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di
lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[695] anch'egli
consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno
susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo
in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi
sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe
sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[696]. Ivi si dice
che egli era della stirpe de' _Longobardi_, e riportò vittoria de'
Greci. Si aggiugne dipoi:

             PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGAS
                 SALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM.
             SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNA
                NON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.

Perchè questo principe mancò di vita[697] senza lasciar dopo di sè prole
maschile, fu eletto per suo successore un altro _Grimoaldo_ già suo
tesoriere, cognominato _Storesaiz_. L'Anonimo salernitano ci spiega
questa parola, con dire al cap. 29: _Defuncto itaque Grimoald, Ildrici
filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur,
Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum
principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus
vocilare) in principali dignitate est elevatus_. Di costui dice gran
bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome
vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti
fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè
il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo
la città di _Roma_, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e
denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello
dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceano _Pavia_ e _Milano_, e
_Lucca_ nella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città di
_Trivigi_ avea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente
anche _Spoleti_ godea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta
si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i
principi di _Benevento_, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la
sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo
ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi di _Venezia_ cominciarono a
battere moneta, siccome parimente i duchi di _Napoli_. Di tutto ciò ho
io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[698].

NOTE:

[684] Baron., Annal. Eccl.

[685] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.

[686] Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.

[687] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.

[688] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[689] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.

[690] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[691] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.

[692] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[693] Labbe, Concilior., tom. 7.

[694] Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal.
Francor., Moissiacens.

[695] Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[696] Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[697] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.

[698] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.



    Anno di CRISTO DCCCVII. Indizione XV.

    LEONE III papa 13.
    CARLO MAGNO imperadore 8.
    PIPPINO re d'Italia 27.


Secondo l'attestato di tutti gli Annali de' Franchi[699], vennero in
quest'anno a trovar _Carlo imperadore_ in Aquisgrana gli ambasciatori di
_Abdela_ re di Persia e califa de' Saraceni, insieme con due monaci,
spediti dal patriarca di Gerusalemme. Nel nome di questo re pare ad
alcuni che abbiano fallato quegli storici, perchè allora dominava
tuttavia in Persia _Aronne_, sopra da noi memorato. Nulladimeno è da
osservare, che morto Aronne, per quanto si crede nell'anno seguente, fu
disputato quel regno fra _Almanana_ e _Abdela_ suoi figliuoli, per
attestato di Elmacino; e però potrebbe essere che piuttosto in
quest'anno fosse mancato di vita _Aronne_, e che _Abdela_ cercasse
l'amicizia di Carlo Magno. Portarono costoro dei sontuosi regali a
Carlo, cioè un padiglione col suo atrio di mirabil grandezza e bellezza,
tutto di bisso, fino le corde; e dei drappi di seta, odori, unguenti e
balsami preziosi. Soprattutto cagionò ammirazione un orologio di ottone
mirabilmente lavorato, che coll'acqua misurava il corso di dodici ore,
avendo altrettante palle di bronzo che, terminata un'ora, cadevano sopra
un sottoposto tamburo con farlo sonare. Eranvi ancora dodici statuette
d'uomini a cavallo, che, compiuta cadauna ora, uscivano fuori per dodici
finestre, e con tal empito uscivano, che chiudevano altrettante finestre
che prima erano aperte. Altri ingegnosi lavori si miravano in
quell'orologio, che, siccome cose non più vedute in Occidente, diedero
un gran pascolo alla curiosità della gente. Eranvi ancora due
candellieri d'ottone di sterminata grandezza ed altezza. Spedì poscia in
questo anno l'Augusto Carlo Burcardo suo contestabile con una flotta ed
assai brigate di soldati in Corsica, isola già venuta in suo dominio,
acciocchè la difendesse dai Mori di Spagna, che negli anni addietro
erano più volte sbarcati colà, ed avevano fatto varii saccheggi in quel
paese. Tornarono infatti costoro al solito lor giuoco, e prima si
provarono di bottinar nella Sardegna, ma i Sardi sì bravamente uscirono
alla battaglia, che fama corse d'essere rimasti estinti nel campo circa
tremila di quegl'infedeli. Passarono dipoi in Corsica, e con loro venne
alle mani Burcardo colla sua flotta. Quivi ancora restarono sconfitti
colla perdita di tredici navi, e con lasciarvi molti morti e feriti.
Merita qui d'essere registrato un passo della lettera ottava[700]
scritta da papa Leone a Carlo Magno, da cui pare che si ricavi, avere
esso imperadore donata alla santa Chiesa romana anche la suddetta isola
di _Corsica_; e però vien pregato dal papa di prenderne la difesa. _De
autem insula Corsica_, dice egli, _unde et in scriptis et per missos
vestros nobis emisistis, in vestrum arbitrium et dispositum committimus,
atque in ore posuimus Helmengaudi comitis, ut vestra donatio semper
firma et stabilis permaneat, et insidiis inimicorum tuta persistat_. Se
avesse effetto questa donazione, l'andremo cercando nel proseguimento
della storia. Quando poi appartenesse a questi tempi (il che io non so)
la lettera suddetta, da essa ancora apprenderemmo che il _re Pippino_
pensava di portarsi a Roma dopo Pasqua; laonde papa Leone si preparava
per fargli un degno accoglimento. Il motivo di questo viaggio era per
dar fine ad alcuni dissapori insorti fra esso papa e il medesimo re
Pippino, probabilmente a cagion della giurisdizione, o dei confini.
_Ubi_ (scrive Leone) _ambobus placuisset, nobis obviam occurrisset_
(Pippino)_; ut quod vos omni modo optatis, cum Dei adjutorio veniat ad
perfectionem: idest ut pax et concordia inter nos firma et stabilis
constituatur._ Protesta poi di non avere alcun mal animo col re Pippino,
e provenir la voce della discordia dai seminatori di zizzanie che
faceano de' falsi rapporti all'Augusto Carlo e a Pippino suo figliuolo.
Duravano tuttavia, forse anche andavano crescendo le dissensioni già
insorte nel popolo di Venezia e nelle città marittime della Dalmazia, sì
per i maneggi segreti di _Fortunato patriarca di Grado_, il quale s'era
messo in braccio de' Franzesi, come per le minacce o controversie mosse
da Pippino re d'Italia, il quale avea tuttodì in mente dei nuovi
acquisti. La corte di Costantinopoli, che non trascurava i suoi diritti
in quelle parti, spedì colà _Niceta patrizio_ con una armata navale, che
si fermò nella città di Venezia. Quivi stando quello stuolo, il greco
comandante trattò di tregua col re Pippino, e la conchiuse sino al mese
di agosto: dopo di che si restituì a Costantinopoli. Le notizie, che di
questi fatti ebbe il Dandolo[701], sono, che al patriarca Fortunato
riuscì in fine di tornarsene alla sua chiesa di Grado dopo aver placato
lo sdegno de' suoi compatrioti. Ma giunto che fu in quelle bande Niceta
patrizio colla flotta, portando soccorso ai Veneziani, il patriarca di
nuovo scappò in Francia per timore de' Greci; laonde Giovanni diacono,
che già avea usurpato il vescovato d'Olivola, si fece tosto eleggere
patriarca (coll'appoggio del greco ministro, e forse per ordin suo),
quasichè quella chiesa fosse restata vacante. Oltre a ciò, Niceta, per
maggiormente attaccare all'imperio orientale i dogi di Venezia, allorchè
si portò colà, presentò al doge _Obelerio_ la patente di _spatario
imperiale_. Parimente _Beato_ doge, fratello dell'altro, per consiglio
dei Veneziani, andò col patrizio Niceta per la seconda volta sino a
Costantinopoli, seco menando _Cristoforo vescovo d'Olivola_, cioè della
stessa Venezia, e Felice tribuno, banditi da essa Venezia, perchè pareva
che aderissero al partito de' Franchi. Fu ricevuto con molto onore Beato
da Niceforo Augusto ed essendo stato onorato col titolo di _ipato_,
ossia di _console_, se ne ritornò tutto lieto alla patria. Amendue poi
questi dogi ottennero dal popolo che _Valentino_ terzo loro fratello
fosse anche egli costituito _doge_. Dalle memorie del monistero farfense
si ha[702] che Ardemanno e Gaidualdo _missi Karoli imperatoris, et domni
regis Pipini_, giudicarono nella città di Rieti una causa in favore di
que' monaci. _Rieti_ era città del ducato di Spoleti.

NOTE:

[699] Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Annales
Franc. Metenses.

[700] Labbe, Concilior., tom. 7.

[701] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[702] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCCVIII. Indizione I.

    LEONE III papa 14.
    CARLO MAGNO imperadore 9.
    PIPPINO re d'Italia 28.


Servì di esercizio in quest'anno alle milizie di Carlo imperadore la
guerra insorta con _Gotifredo re di Danimarca_[703]. Mosse questi le sue
armi contra gli Sclavi Obotriti, collegati de' Franchi, e minacciava
ancora i confini della Sassonia. Fu dunque spedito contra di lui il
principe o re _Carlo_, primogenito d'esso imperadore, con un forte
esercito di Franchi e Sassoni. Venne bensì fatto al suddetto Gotifredo
di spignere fuor del paese _Trasicone_ re o duca degli Obotriti, e di
espugnar molte castella; ma con pagar caro queste prodezze, perchè vi
perdette un suo nipote coi suoi migliori soldati. Il principe Carlo,
dopo aver fatto delle scorrerie nel paese nemico, formato ed assicurato
con due fortezze un ponte sull'Elba, se ne ritornò indietro coll'armata
sana e salva. Essendo intanto stato cacciato dal suo regno _Eardulfo re
di Nortumbria_ nella gran Bretagna, venne egli a trovare Carlo Magno,
che l'indirizzò a Roma a _papa Leone_, avendo, come io credo, conosciuto
che la di lui disgrazia era proceduta dalla mala intelligenza che
passava tra esso re ed _Eanbaldo arcivescovo di Jorch_, e i vescovi del
regno. Si adoperò efficacemente il sommo pontefice perchè Eardulfo fosse
rimesso sul trono, avendo spedito apposta colà Adolfo diacono, coi
legati di Carlo Augusto. Dalla lettera decima di papa Leone[704] consta
che l'imperadore fece non poche doglianze contra di questo diacono,
perchè tornando indietro non si lasciò vedere alla sua corte. Seguì
parimente in quest'anno una spedizione dell'esercito cristiano in
Catalogna contro la città di Tortosa per ordine di _Lodovico re
d'Aquitania_[705], ma con poco successo. E perciocchè aveano negli anni
addietro i _Normanni_ cominciato ad infestar colle loro navi armate i
litorali della Francia, male che, come vedremo, crebbe di poi in
infinito; il saggio imperador Carlo, che ben previde quel che poscia
avvenne, cominciò a pensare di buon'ora al rimedio. Sotto nome di
_Normanni_, significante _uomini del Nord_, cioè del Settentrione,
venivano allora i Danesi, gli Svezzesi, e tutti, a mio credere, gli
abitanti verso il mar Baltico, e parte probabilmente anche della Russia.
Si diedero que' Barbari alla pirateria, scorrendo per mare ora nella
Bretagna, ed ora nella Germania e nella Gallia; e trovando gusto in
questo infame mestiere, tuttodì andavano aumentando le lor forze, di
modo che, essendo pochi sulle prime, arrivarono poi a formar delle
flotte formidabili pel concorso di quelle settentrionali nazioni, che
tornavano sempre cariche di spoglie e di ricchezze ai lor poveri e
freddi paesi. Ora l'imperador Carlo ordinò in quest'anno che per tutti i
fiumi della sua monarchia, là dove sboccavano in mare, si fabbricassero
e tenessero pronte molte navi, per opporsi, quando occorreva, alle
incursioni de' Normanni. Ma le precauzioni di questo saggio Augusto o
furono mal eseguite, o non valsero col tempo a reprimere la potenza e il
furore di que' nefandi corsari. Benchè non si sappia il tempo preciso,
in cui papa Leone scrisse la lettera duodecima[706] a Carlo Magno, pure
sia lecito a me di farne qui menzione. Leggonsi quivi le seguenti
parole: _Misit igitur pia Serenitas vestra missos suos, ut justitiam
nobis facere debuissent, sed magis damnum fecerunt._ Il prega poi
d'interrogare di quanto era accaduto i medesimi suoi messi, e _Giovanni
arcivescovo_ spedito dal papa, dai quali potrà intendere, _quia omnia,
quidquid per vestrum pium ac legale judicium, de caussa videlicet
palatii ravennatis recollectamus, unde et jussistis, ut nullus quilibet
homo in posterum conquassare, aut in judicio promovere praesumeret, tam
de vulgaria, quam etiam de mansis, quos per vestrum dispositum Herminus
fidelis vester nobis reconsignavit: omnia cum casis, vineis, seu
laboribus, atque peculiis abstulerunt, et nihil exinde nobis remansit.
Quamobrem quaesumus vestram imperialem clementiam, ut sic de vestra a
Deo accepta donatione quam praedicto Dei Apostolo obtulistis peragere
jubeatis, quatenus in nulla minuatur parte._ Possono farci queste parole
maggiormente intendere il sistema dell'esarcato di Ravenna in questi
tempi: cioè averne bensì il vecchio Pippino fatta la donazione alla
Chiesa romana, ma con ritenerne l'alto dominio. Quivi perciò godevano i
sommi pontefici l'utile signoril dominio. Ma o i ministri
dell'imperadore, che anche allora si credeano di farsi merito col
patrone in procurando per diritto o per traverso di vantaggiare il
fisco; o pure i Ravegnani stessi si misero a disputare al papa alcune
rendite della camera di Ravenna, pertinenti a lui, cioè la _vulgaria_,
che possiam credere un tributo pagato dal volgo, o pure dai contadini, e
molte case e poderi colle lor vigne e bestiami. Fu al tribunale di Carlo
Magno dedotta questa lite, e ne uscì solenne decreto in favore del
pontefice, con essergliene anche dato il possesso da Ermino ministro
dell'imperadore. Furono poi suscitate nuove cabale contra questo decreto
e possesso; e Carlo Augusto per le istanze del papa spedì dei messi con
autorità ed ordine di fargli giustizia. La bella giustizia, che costoro
gli fecero, fu di spogliarlo di nuovo di que' diritti. Però il pontefice
Leone di loro si lagna, e prega l'imperadore che non permetta che sia
sminuita la donazione fatta a san Pietro.

Certo è poi che all'anno presente appartiene l'epistola settima del
medesimo papa Leone, perchè ivi si parla della cacciata del regno di
Eardulfo. Fra le altre cose scrive egli a Carlo Magno: _Nescimus enim,
si vestra fuit demandatio_ (comandamento, commessione) _quod missi
vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam, detulerunt secum homines
plures, et per singulas civitates constituerunt. Quia omnia, secundum
quod solebat dux, qui erat a nobis constitutus per distractionem
caussarum tollere, et nobis more solito annue tribuere_ (leggo
_districtionem caussarum_, cioè le pene pecuniarie) _ipsi eorum homines
peregerunt; et multam collectionem_ (cioè una colletta di danaro)
_fecerunt de ipso populo: unde ipsi duces minime possunt suffragium_
(aiuto di danaro) _nobis plenissime praesentare_. Coerente a questa
lettera è anche la terza del medesimo papa, in cui si duole, perchè
gente maligna abbia rappresentato all'imperador Carlo che niun de' messi
spediti dall'imperadore dava mai nel genio d'esso papa, e che di tutti
il papa sparlava: cosa ch'egli niega affatto, avendo ricevuto col dovuto
onore tutti i messi imperiali, e però il prega di non prestar fede a
questi iniqui seminatori di zizzanie e calunniatori. Intorno a che è da
osservare, che stando sommamente a cuore a Carlo Magno l'esercizio della
giustizia fra i popoli, e ben conoscendo egli come facilmente
inferociscano i prepotenti, e sieno trasandate ed anche assassinate le
cause de' poveri, con gloriosa saviezza ne inventò un efficace rimedio.
Cioè introdusse l'uso di spedire per le provincie di tanto in tanto
degl'inquisitori, ispettori, o vogliam dire giudici straordinarii, per
osservar come era fatta giustizia, per rifare occorrendo il mal fatto,
elevare gli abusi e disordini pregiudiziali ai diritti e alla quiete sì
del pubblico che de' privati, con far loro protestare d'essere inviati
_ad singularum hominum caussas audiendas ac deliberandas_. Erano questi
appellati _missi regii, missi dominici_, persone nobili, scelte dalla
corte, o dal clero, o dai monisteri, credute le più disinteressate, di
petto forte, e d'animo incapace d'essere sedotto dalle parzialità, dai
riguardi, dai regali: cioè vescovi, abati, diaconi, conti, vassalli e
simili. Un solo talvolta, ma per lo più due si mandavano, l'un laico e
l'altro ecclesiastico; ed era la loro autorità di tale estensione, che
chiamavano al loro tribunale anche i duchi governatori delle provincie,
e i conti governatori delle città e gli ecclesiastici. Era tassata un
discreta contribuzione pel mantenimento e per i viaggi loro, ripartita
sulla provincia. Dappertutto dove si trovavano, teneano _placiti_
particolari, o pur generali, chiamati _malli_, cioè giudizii, dove dovea
intervenire il popolo, affinchè chi reclamava avesse pronti i rei citati
a rispondere. Se non erano liti molto scabrose e di lunga ispezione,
d'ordinario su due piedi decidevano le controversie, ora stando nel
palazzo della città, ora alla campagna sotto degli alberi, ed ora in
case private, con dichiarar nondimeno ne' loro giudicati di aver quivi
alzato tribunale _per data licenzia_ del padrone d'essa casa. Venivano
invitati a questi placiti o giudizii il vescovo, il conte, e vi
assistevano sempre varii giudici bene informati delle leggi, che
proferivano i lor voti, e molte persone onorate, acciocchè molti fossero
informati del fatto e delle ragioni della sentenza. Di tali messi e dei
lor malli e placiti ho io più diffusamente trattato nelle Antichità
italiche; e volesse Dio che ne durasse l'uso ancora ai nostri tempi! Ora
siccome _Pippino re d'Italia_ per ordine del padre inviava di questi
messi pel regno italico, e ne abbiam già veduti gli esempli nel ducato
di Spoleti dipendente da esso re, così Carlo Magno ne spediva per tutte
le provincie della sua monarchia; e dalla suddetta lettera settima di
papa Leone abbiam appreso: che se ne mandavano anche per gli stati
posseduti e governati dai sommi pontefici: _Missi vestri, qui venerunt
ad justitiam faciendam_. E perciò ne' patti col papa si scorge che Carlo
Magno doveva essersi riserbato questo diritto della sovranità. Ma questi
messi parve a papa Leone che eccedessero i limiti della loro autorità;
mentre non contenti di _far la giustizia_, levavano via i giudici e
ministri del papa, e ve ne mettevano degli altri venuti con loro. Nelle
città pontificie si vede che il governatore messovi dal papa portava il
nome di _duca_, ed era suo uffizio di mandare a Roma le multe ossia pene
pecuniarie che si ricavavano dalle cause criminali. Ma i messi imperiali
se le erano appropriate, con far anche contribuire il popolo: il che
ridondava in danno della camera pontificia, e con ragione dispiaceva a
papa Leone; sebben egli ne scrive all'imperador con gran riguardo,
mostrando di non sapere, se per ordine suo avessero così operato i di
lui messi, e con astenersi da ogni ombra di doglianza.

NOTE:

[703] Eginhard., in Annal. Franc.

[704] Labbe, Concilior., tom. 7.

[705] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.

[706] Labbe, Concil., tom. 7.



    Anno di CRISTO DCCCIX. Indizione II.

    LEONE III papa 15.
    CARLO MAGNO imperadore 10.
    PIPPINO re d'Italia 29.


Fece gran rumore in quest'anno la teologica quistione della processione
dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo, commossa
da un monaco in Gerusalemme. Fu perciò tenuto un concilio in Aquisgrana,
e rimessane la decisione al romano pontefice, che faticò non poco per
questo affare, nè volle permettere che il _Filioque_ si aggiugnesse al
simbolo della Fede per non irritare i Greci, non aderenti alla sentenza
della Chiesa latina. Intorno a ciò son da vedere il cardinal Baronio,
Natale Alessandro, il Pagi ed altri. Durò ancora in quest'anno la guerra
con _Gotifredo re di Danimarca_, il quale mostrò ben di voler placare
Carlo Magno, e fece istanza per un abboccamento fra i suoi ministri e
quei dell'imperadore, ma si sciolse in fumo tutto quel negoziato. Però
continuarono le azioni militari in quelle parti. _Trasicone_ duca degli
Sclavi Obotriti ricuperò il suo paese, ma restò poi ucciso per frode
degli uomini di Gotifredo. _Carlo Magno_ allora determinò di mettere un
po' di briglia alla tracotanza di costui, e prese ben le sue
misure[707]; piantò nel marzo dell'anno seguente una città di là dal
fiume Elba in un luogo appellato Essesfeld, e la fortificò. Per quel che
riguarda l'Italia, noi abbiamo da varii Annali de' Franchi[708] che in
quest'anno (il Cronista loiseliano ne parla all'anno precedente) spedita
da Costantinopoli un'armata navale sotto il comando di Paolo, venne
prima nella Dalmazia, e poscia alla città di Venezia, dove svernò. Ora
una parte d'essa per voglia e speranza di occupar l'isola e città di
Comacchio, posta al mare di là dal Po, grande in que' tempi, si portò
ostilmente colà. Ma fu sì ben ricevuta dalla guarnigione ivi tenuta dal
_re Pippino_, che messa in rotta fu forzata a salvarsi di nuovo in
Venezia. Per questo il comandante della flotta Paolo cominciò a trattare
con esso Pippino di pace, quasi che fosse stato unicamente spedito per
questo dall'imperador greco suo padrone. Ma perchè s'avvide che
_Obelerio doge di Venezia_ e i suoi fratelli non solamente con segrete
mine attraversavano i trattati d'essa pace, ma eziandio tramavano a lui
delle insidie, stimò miglior partito l'andarsene con Dio. Così gli
Annali de' Franchi. Raccontano i medesimi che parimente in quest'anno
dai Greci chiamati Orobioti, cioè montanari, fu presa e saccheggiata la
città di Populonia, situata sul lido del mare nella Toscana, di cui non
restano più le vestigia. Inoltre dicono che i Mori di Spagna, venuti
nell'isola di Corsica, nello stesso giorno santo di Pasqua, presero e
misero a sacco una città di quell'isola, di cui non sappiamo il nome.
Vien creduta _Aleria_ dal Sigonio, dal padre Pagi _Mariana_, o _Nebbio_.
A riserva del vescovo e di alcuni pochi vecchi ed infermi, condussero
via schiavi tutti quegl'infelici abitanti. Per attestato poi di
Teofane[709], in questi tempi _Niceforo imperador d'Oriente_ parea che
si studiasse a tutto suo potere di tirarsi addosso l'odio universale del
popolo: tante furono le gravezze ed avanie ch'egli introdusse,
annoverate da quello storico ad una ad una. Ma, siccome vedremo, non
andò molto che ne pagò il fio.

NOTE:

[707] Annal. Francor. Loiseliani.

[708] Annal. Francor. Bertiniani. Annales Francor. Metenses.

[709] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO DCCCX. Indizione III.

    LEONE III papa 16.
    CARLO MAGNO imperadore 11.


Tra l'ardente brama che nudriva _Pippino re d'Italia_ d'aggiugnere al
suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi
egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate
di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin
dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se
prestiam fede ad Eginardo[710]), andò per mare a quella volta; prese la
città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia
con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito
Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le
apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso
de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il
tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie
venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare
un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea
Dandolo ne parla[711] come di cosa accaduta nell'_anno ottavo di Carlo
Magno_, quando è certo che correva allora l'_anno decimo_ del suo
imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza,
Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e
quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè
pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai
luoghi suddetti _per litora_, cioè per la diga che separa la laguna di
Venezia dal mare. Ma se Pippino, come raccontano gli antichi Annalisti,
assalì _Venetiam bello terra marique_, bisogna che avesse delle navi; ed
è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egli _classem ad Dalmatiae
litora vaslanda misit_. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle
quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico
Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su
cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i
Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi
improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i
Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle
fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa
di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i
quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere
dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro
nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò
dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere
agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran
valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè
pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu
portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli
stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne
monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me
ristampato[712], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que'
tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di
quella nobile ed allegra città. _Magnus habitat in te rex Pippinus
piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium._ Lo stesso abbiamo
dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia
Zenone, pubblicata dal marchese Maffei[713]. Fu essa fatta, _quum
Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam
Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum
regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus
diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat._
Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[714] se ne leggono
quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come
costa dalla prefazione, _quum adessent nobiscum singuli episcopi,
abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi_.
Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia
capitolari, mandati da _Carlo Magno_ suo padre, acciocchè si
pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[715]
dall'imperador Carlo _dilectissimo filio suo Pippino glorioso regi_, in
cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i
gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome
ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti
aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor
case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per
forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni
di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se
ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel
sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è
giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da
Eginardo[716] ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellato
_Bernardo_, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e
cinque figliuole, cioè _Adelaide, Atala, Gundrada, Bertraide,_ e
_Tedrada_.

Ora il buon Carlo Magno accolse con amore paterno la tenera prole
lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re
d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse
figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaio
_Rotrude_ figliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse
gli sponsali coll'imperador de' Greci _Costantino_ figliuolo d'Irene.
Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un
figliuolo per nome _Lodovico_, ma illecitamente da lei messo alla luce,
non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di
Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non
senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando
d'esse, così scrive: _Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum
diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum
nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua
retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse._ Però seco le
conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non
gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici,
contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo
di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto,
come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor
imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in
quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una
potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica.
Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda,
giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro
d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del
Cristianesimo. Intanto _Niceforo_ imperadore dei Greci, che, per
testimonianza di Teofane[717], ogni dì più andava imperversando contra
de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal re _Pippino_ ai Veneziani, e
che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì
Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[718]. Ma avendo questi
trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per
trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel
mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla
morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco
imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici,
nell'anno 812 _Venetiam reddidit_: parole che bastantemente ci fanno
intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano
queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[719] e
ne' Giornali de' letterati d'Italia[720]. Il Porfirogeneta, tuttochè
storico greco[721], confessa che in quella pace si obbligarono i
Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma
di danaro.

Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno con _Albaca_, ossia con
_Abulaz_ re de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli
spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso
Augusto delle strepitose brighe con _Gotifredo re di Danimarca_, il
quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole
adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti
quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno,
all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando
potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò
sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di
voler venire ad un fatto d'armi con lui, anzi di voler arrivare fino ad
Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta
nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato
ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore,
senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione
una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata,
quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello
nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia
e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava
che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si
può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione.
Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[722] racconta una pazzia di
questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti
casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi
da polve avvelenata, che _Grimoaldo_ Storesaiz duca di Benevento avea
fatta spargere per le campagne della Francia: _Ante hos paucos annos,
dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas
boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines
cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes,
eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso
sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos
audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos
tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est,
comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem
pulverem et spargere_. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o
d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto
popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar
dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia,
senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa
velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E
che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa
diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo
Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[723]: _De
homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter
pulverem mortalem_.

NOTE:

[710] Eginhardus, in Annal. Franc.

[711] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[712] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.

[713] Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.

[714] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.

[715] Ibid., pag. 112.

[716] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[717] Theoph., in Chronogr.

[718] Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus,
in Annal. Francor.

[719] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[720] Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.

[721] Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.

[722] Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.

[723] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.



    Anno di CRISTO DCCCXI. Indizione IV.

    LEONE III papa 17.
    CARLO MAGNO imperad. 12.


Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente,
rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio,
ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra
l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui[724], a nome
dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo
tratta Niceforo col titolo di _fratello_, per farsi conoscere eguale a
lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi
ambasciatori a Costantinopoli _Attone_ ossia _Azzo, vescovo di Basilea,
Ugo conte di Tours_, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli;
imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani
gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla
legge ottava[725] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi
longobardiche, che in Italia c'erano dei conti _franzesi_, cioè dei
governatori delle città, e dei _conti longobardi_. Inoltre scrivono gli
Annalisti d'allora[726] che questi ambasciatori seco condussero _Leone_
spatario greco, e _Willario_, ossia _Willerico_, doge di Venezia,
chiamato _Obelerio_, siccome vedemmo dagli scrittori veneti. Il primo
dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato
dalla Sicilia. _Alter_, cioè Willario (o vogliam dire _Obelerio_),
_propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum
duci jubetur_. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in
questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va
concorde il Dandolo[727], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di
Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che _Obelerio_ e
_Beato_ dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu
condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. _Valentino_, terzo lor
fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato
anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di
Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in _Angelo
Particiaco_, chiamato da altri _Participazio_, originario d'Eraclea,
personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia
ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra
quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i
dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il
palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò
l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di _Venezia_,
veniva allora appellata anche _Rialto_ dal popolo, e _Olivola_ o
_Castello_ dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella
parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno
alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di
molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè _Niceforo_ imperadore,
principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in
campagna contra di _Crummo re de' Bulgari_, nel dì 25 di luglio restò
con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di
lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in dispregio
de' vinti. Teofane, scrittore[728] contemporaneo, lagrimando descrive
quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de'
Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione
universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon
_Michele Curopalata_, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per
insigni virtù. Fu egli coronato da _Niceforo patriarca_, e dipoi nel dì
25 dicembre anche a _Teofilatto_ di lui figliuolo fu conferita la
imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi
ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per
trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.

Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che
riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una
specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori
in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo[729] ce ne ha
conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e
vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane.
_Et quia_, dice quel contemporaneo scrittore, _in regno illius
metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque
illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum
eleemosinae nomine perveniat_, ec. Ma e quali erano queste città
metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a
spiegarlo con dire: _Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna
sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum
Julii_ (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del
Friuli), _Gradus_, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia
(e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in _regno illius_:
dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle
città di _Roma_ e _Ravenna_. Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di
lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar
grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura
quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli,
con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di
Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della
città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello
storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati[730], parlando
di _Martino_ arcivescovo, ha queste parole: _Igitur istius Martini
temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli
ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam
absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum
tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam
auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie
utimur_. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli
tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un
maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in
quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un
nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro
suo figliuolo maggiore _Carlo_ nel dì 4 di decembre, cioè un principe
che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire
inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli
legittimi altro non gli restò se non _Lodovico re d'Aquitania_. Mostrò
poi premura di far pace coll'Augusto Carlo _Emmingo_ re di Danimarca,
succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu
conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido,
fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la
stagione, venne essa pace con più splendida solennità ratificata da
dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono
insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero
alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella
Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli
Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato
tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa
questi tempi fu console e duca di Napoli _Antimo_[731]. Venuto egli a
morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro
_maestro de' militi_, o vogliam dire generale d'armata (così ancora
appellavano essi il loro console e duca), _Teotisto_. Questi dopo
qualche tempo ebbe per successore _Teodoro_, dichiarato _protospatario_
dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può
ben accertare. Regnando poscia _Sicone_ principe di Benevento, ad esso
Teodoro succedette _Stefano_ nipote di Stefano vescovo. Di questi
tornerà occasion di parlare andando innanzi.

NOTE:

[724] Inter Alcuini Opera, Epist. III.

[725] Rer. Ital., P. II., tom. 1.

[726] Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc.
Bertiniani.

[727] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[728] Theophanes, in Chron.

[729] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[730] Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.

[731] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO DCCCXII. Indizione V.

    LEONE III papa 18.
    CARLO MAGNO imperad. 12.
    BERNARDO re d'Italia 1.


Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più
fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo
Lodovico la monarchia quieta e senza nemici[732]. Giunsero appunto in
quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore
de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii
imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e
siccome erano venuti anch'essi volonterosi di pace, così diedero tutta
la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la
capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero
le acclamazioni, appellandolo _imperatore_ e _basileo_, cioè _re_: cosa
nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di
Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a
Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della
suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli
stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai
Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito
e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace[733] fra
l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna;
e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu
conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia
tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie
ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo
duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso
re per suo sovrano. _Grimoaldo Storesaiz_, suo successore in
quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di
concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli
annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che
restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio
ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito
questo tributo. Da Erchemperto[734] viene appellato il suddetto
Grimoaldo _vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis,
verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit
foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque donarit_.
All'incontro l'Anonimo salernitano[735], men degno di fede, cel dipigne
per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi.
Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono
principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di
Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di
governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede
loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e
tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal
vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo,
che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però
sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.

Ebbe fine nell'anno presente la vita di _Emmingo_ re di Danimarca, e per
cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono
queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re,
cioè _Eriolto_ e _Reginfredo_, i quali non tardarono a conchiuder pace
con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova
che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile
flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora
nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno,
commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione
d'inviare in Italia[736] _Bernardo_ suo nipote, cioè figliuolo del
defunto _re Pippino_. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in
Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso
suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di
consiglio, gli mise ai fianchi _Walla_, figliuolo di Carlo Martello,
persona allora secolare, e di gran senno e sperienza. Fratello di esso
Walla era _Adalardo_ celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da
Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò
dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere
colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare
ch'egli maneggiasse con _Grimoaldo duca di Benevento_ la sopra mentovata
pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto _Bernardo_, tuttochè paia,
siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno
susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità
italiche[737], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno
ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole
il padre Pagi[738]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere:
_Postquam in Italia reversus est_. Era egli nato in Italia, e in Italia
ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati
dall'Eccardo[739], si legge: _Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est_.
Presso l'Ughelli[740] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona,
_Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii,
Indictione VI_, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta
d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso
un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien
provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam
fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte
alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a
fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose
grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era
studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse
dunque agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro
intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero
alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu
_Odelberto_, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui
composto de _Baptismo_, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e
riferito del padre Mabillone[741], che diede alla luce la lettera a lui
scritta da Carlo Magno.

NOTE:

[732] Eginhardus, in Annal. Francor.

[733] Annales Francor. Moissincens.

[734] Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.

[735] Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.

[736] Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.

[737] Antiquit. Ital., Dissert. X.

[738] Pagius, Critic. Baron.

[739] Eccard., Rer. Franc., lib. 18.

[740] Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.

[741] Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.



    Anno di CRISTO DCCCXIII. Indizione VI.

    LEONE III papa 19.
    CARLO MAGNO imperad. 14.
    BERNARDO re d'Italia 2.


Secondochè abbiamo dagli Annali de' Franchi[742], nella primavera
dell'anno presente Carlo imperadore inviò a Costantinopoli per suoi
ambasciatori _Amalario vescovo di Treveri, e Pietro abbate del monistero
di Nonantola_. Il motivo di tale spedizione era per confermar la pace
con _Michele imperador dei Greci_. Ma dovettero questi legati trovar
mutata la scena[743]. Michele Augusto avea già anteposto il parere
d'alcuni consiglieri che amavano la guerra coi Bulgari, a quello d'altri
che consigliavano la pace richiesta dai medesimi Barbari. Se ne ebbe
egli a pentire, ma troppo tardi. Uscito colla sua armata in campagna,
armata nondimeno, in cui mancava l'antico valore de' Greci, si azzuffò
con _Crummo_, ossia _Crunno_ re de' Bulgari. Dopo un lieve combattimento
eccoti le sue truppe prendere vilmente e precipitosamente la fuga: il
che da lui veduto, anch'egli non pensò se non a salvarsi correndo, e a
ritirarsi in Costantinopoli. Lasciò egli il comando dell'esercito a
_Leone Armeno_, personaggio di molta bravura, ma di poca fede, essendosi
fondatamente sospettato dipoi ch'egli da gran tempo aspirasse
all'imperio, e manipolasse anche coerentemente a tal disegno la fuga
delle milizie nel predetto conflitto[744]. In fatti facendo egli, o
altri per lui, valere la favola, che non conviene ad un cervo l'essere
condottier di leoni, fu esso Leone proclamato imperadore, ed astretto
Michele co' figliuoli ad abbracciar la vita monastica. _Crummo_ coi
vittoriosi Bulgari passò all'assedio di Costantinopoli, e ne desolò
tutti i contorni; poscia veggendo che quivi indarno consumava il tempo,
guidò tutte le sue forze contra di Andrinopoli, città che, dopo aver
fatta per quanto potè resistenza, cadde finalmente nelle sue mani. Gli
Annali dei Franchi narrano che mentre costui era sotto Costantinopoli,
Leone Augusto fece all'improvviso una sortita dalla città con tal
felicità, che il barbaro ferito con tutta la sua armata prese la fuga.
Secondo i greci autori tentò bensì Leone con frode in un abboccamento di
far uccidere il re nemico, ma non fece già prodezza alcuna. Innumerabili
furono in sì funeste congiunture i Greci condotti in ischiavitù dai
Bulgari, con averne poi la divina Provvidenza ricavato profitto per la
santa religione di Cristo, la quale per la cura di _Manuele arcivescovo
d'Andrinopoli_ e di altri ecclesiastici e prigionieri, fu piantata e
diffusa per tutta la Bulgheria. Intanto l'imperador d'Occidente _Carlo
Magno_, convocata in Aquisgrana una dieta generale dei suoi regni nel
mese d'agosto, propose ai vescovi, abbati, conti e nobili della
Francia[745] di conferire il titolo d'imperadore, e dichiarar suo
collega nell'imperio e nei regni _Lodovico_ suo figliuolo, già re di
Aquitania. Lodò ognuno il progetto, e tutti acconsentirono. Fu dunque
con lieta viva ed universale acclamazione de' popoli coronato Lodovico
con corona d'oro, e chiamato _Imperadore_ ed _Augusto_. Tegano[746]
scrittore di questi tempi, scrive, che dopo avere l'imperadore Carlo
fatta una paterna esortazione al figliuolo di custodire il timor di Dio,
di onorare i sacerdoti, di amare i suoi popoli, di scegliere buoni
ministri, con altre parole degne di un pio e saggio padre, gli ordinò di
prendere colle sue mani la corona posta sull'altare, e di mettersela in
capo. È un gran che il vedere che tutti gli storici di allora parlano
del parere dimandato da Carlo a tutti i suoi baroni, per fare imperadore
il figliuolo, e del consenso dato dai medesimi; e che niuno fa parola
del romano pontefice. Ma si può ben con tutta ragion conghietturare che
Carlo Magno non avrà fatto quel passo senza averne preventivamente
informato _papa Leone_, e chiestane la sua approvazione. Certo egli non
riconosceva punto dai Franchi la signoria di Roma, nè il maestoso titolo
e grado d'imperadore, onde gli occorresse il loro assenso per dichiarare
il suo successore; ma riconoscevalo bensì dal papa suddetto: e però a
lui più che ad altri si dovea ricorrere in tal congiuntura. Dall'anno
presente alcuni cominciarono a contar gli anni dell'imperio di Lodovico
Pio. Dopo questa splendidissima funzione l'Augusto Carlo, per attestato
degli Annali de' Franchi[747] _Bernhardum nepotem suum, filium Pippini
filii sui, Italiae praefecit, et regem appellari jussit_. Era venuto
nell'anno precedente, siccome notai di sopra, _Bernardo_ in Italia, e
dagli strumenti d'allora si può ricavare ch'egli già ne godesse il
dominio, benchè forse solamente in quest'anno gli fosse conferito il
titolo di re. _Adalardo_, abbate famoso della vecchia Corbeia, seguitò
con _Walla_ suo fratello ad assistere a questo giovane principe; ed
abbiamo dall'antico libro _de constructione Corbejae novae_[748] che
avendo esso Adalardo intesa l'assunzione al trono d'esso Bernardo,
_accepit ei uxorem et constituit eum secundum jussionem principis_ (cioè
di Carlo Magno) _super omne regnum_. La moglie trovata a questo principe
ebbe nome _Cunigonda_, siccome a suo tempo vedremo.

Quanto più poi Carlo imperadore s'andava appressando al fine di sua
vita, tanto più cresceva in lui il fervore della pietà; e perciocchè gli
premea non poco la correzion de' costumi negli ecclesiastici, ordinò che
si tenessero varii concilii provinciali a questo fine. Fecesi pertanto
il concilio di Magonza sul principio di giugno; se ne fecero altri in
Arles, in Tours, in Sciallone e in Rems, dove furono fatte delle egregie
costituzioni per rimettere in piedi la disciplina ecclesiastica, le
quali si leggono nelle raccolte de' concilii. Di tutto si ha
obbligazione all'indefessa pietà di Carlo Magno, di cui scrive Tegano
che in questi tempi l'ordinaria sua applicazione era alle orazioni, alle
limosine, ed a correggere i libri sacri, con avere spezialmente prestato
questo servigio ai quattro santi Evangelii, valendosi in ciò anche
dell'opera di alcuni Greci e Soriani. Nel presente anno parimente[749] i
Mori di Spagna, corsari di professione, fecero un'invasione nell'isola
di Corsica, e ne menarono via una gran preda. _Ermingardo_ conte di
Ampuria, ossia dell'Ampurdano in Catalogna, andò a mettersi in agguato
con delle navi sotto l'isola di Maiorica; e nel tornare che faceano que'
masnadieri in Ispagna, uscito contra d'essi, prese otto delle lor navi,
dove trovò più di cinquecento Corsi che erano condotti schiavi, e
fortunatamente riacquistarono la libertà. Ora non sapendo i Mori qual
altra vendetta fare, vennero dipoi a Cento Celle, oggidì Cività vecchia
nello Stato pontificio, e a Nizza di Provenza, ed amendue quelle città
rimasero desolate dal loro furore. Vollero, non contenti di ciò,
sbarcare in Sardegna; ma venuti alle mani coi Sardi, scornati furono
costretti alla fuga, con lasciarvi anche molti di loro estinti. Le
memorie dell'archivio farfense, da me pubblicate[750] fanno menzione di
un giudizio tenuto da Leone sommo pontefice _in sacro palatio
lateranensi cum Johanne et Fastaldo_ (o Rastaldo) _episcopis, Theodoro
nominculatore, Georgio bibliothecario, Gemmoso vestiario, Alminino,
Quisdelori, Agriprando cubiculario, Nordo, Racurio, Naningo de Viterbo.
Anno imperii Karoli XIII, pontificatus Leonis XVIII, mense majo,
Indictione VI_, cioè nell'anno presente. Si dee riferire a questo
medesimo anno la lettera quinta d'esso papa Leone[751], scritta nel dì 7
di settembre a Carlo Magno coll'avviso che il non per anche deposto
_Michele imperador dei Greci_, all'udire come i Saraceni dell'Africa o
della Soria infestavano alcune isole del suo imperio, con apparenza e
voce ancora di voler passare in Sicilia, avea colà spedito uno stuolo di
navi sotto il comando di _Gregorio patrizio_, per opporsi ai loro
disegni. Era in quei tempi duca di Napoli _Antimo_. A lui tosto, come a
persona dipendente dal greco imperio, scrisse il patrizio, comandandogli
che con tutte le navi del suo ducato s'andasse ad unire con lui. Antimo
gli mandò varie scuse o pretesti, ma non già veruno rinforzo. Quei sì di
Gaeta e di Amalfi accorsero con alquanti legni. Intanto i Mori suddetti
misero a sacco l'isola di Lampadusa, e presero sette navi de' Greci,
inviate per ispiare i loro andamenti. Ciò inteso, Gregorio patrizio col
maggiore sforzo che potè andò a trovarli, e gli riuscì di sbaragliar la
loro flotta, e di uccidere tutti quegl'Infedeli, senza che ne restasse
alcun vivo: il che non c'è obbligazione di credere. Inoltre quaranta
navi d'essi Mori aveano saccheggiata l'isola di Ponza, e la Maggiore
presso di Napoli. Un'altra epistola di papa Leone abbiamo, cioè la
quarta, scritta nel dì 11 di novembre, per recare notizia a Carlo Magno
che Gregorio patrizio avea conchiusa pace per dieci anni avvenire coi
suddetti Saraceni, senza obbligarsi essi Mori a cosa alcuna per conto
degli altri Saraceni, ossia dei Mori della Spagna, con dire che coloro
non erano sottoposti alla lor giurisdizione, e venivano considerati come
ribelli del loro califa. Riferisce ancora che cento navi di Saraceni
africani, ite in Sardegna, erano tutte state ingoiate dal mare. Anche
allora aveano gran voga, come oggidì, le nuove false, o troppo alterate,
dei lontani avvenimenti in tempo di guerra. Nella lettera sesta del
medesimo pontefice scritta poco dappoi al soprallodato Carlo Magno
coll'avviso della deposizione del greco _imperador Michele_, e
dell'assunzione al trono di _Leone Armeno_, si legge appunto una mano di
nuove tutte spallate, quali il volgo ignorante o la malizia di taluno
suol inventare, e che si fan vedere talvolta anche nelle gazzette de'
nostri tempi. In questo anno, secondo il Fiorentini[752], _Adalardo_
abbate di Corbeia, e messo di Carlo imperadore, quel medesimo che
principalmente governava allora l'Italia nella minorità del re Bernardo,
trovandosi nella città di Lucca, tenne un placito per la causa di un
cherico delinquente, _quem ipse Adalardus commendavit Bonifacio
illustrissimo comiti nostro_. Sicchè conte di Lucca era allora questo
_Bonifazio_, del quale, come di personaggio molto importante, io debbo
far memoria. E ch'egli ancora fosse _duca della Toscana_ l'ho provato
altrove[753] con un placito del medesimo Adalardo abbate, tenuto in
Pistoia nell'anno precedente 812, al quale intervenne _Bonifatius dux_.

NOTE:

[742] Annal. Franc. Metenses. Annales Francor. Bertiniani. Eginhard., in
Annal. Franc.

[743] Theoph., in Chronogr.

[744] Constantinus Porphyrogenneta, in Vita Basil., lib. 1.

[745] Annales. Francor. Moissiacens. Lambecius, Annales Francor.

[746] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, c. 6.

[747] Annal. Franc. Loiselian. Annales Francor. Lauresamens.

[748] Tom. 2 Rer. Franciar. Du-Chesne.

[749] Annal. Franc. Eginhardi.

[750] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[751] Labbe, Concilior., tom. VII.

[752] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[753] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.



    Anno di CRISTO DCCCXIV. Indizione VII.

    LEONE III papa 20.
    LODOVICO PIO imperad. 1 e 2.
    BERNARDO re d'Italia 3.


L'ultimo anno della vita dell'imperador _Carlo Magno_ fu questo.
Infermatosi egli in Aquisgrana con doglia di costa, nel dì 28 di gennaio
rendè l'anima al suo Creatore nell'anno settantuno della sua età, pieno
di vittorie e di gloria, pieno di meriti presso Dio e presso gli uomini.
Chi prendesse ad uguagliar questo monarca agli Augusti, ai Trajani, ai
Marchi Aurelii, troverebbe facilmente delle ragioni per sostenere il suo
assunto. Ma in una parte possiamo anche dire ch'egli superò
quegl'imperadori eroi del paganesimo. Perciocchè trovarono quegli
Augusti il romano imperio tuttavia florido, tuttavia forte per una
smisurata potenza, pulito ne' costumi, ben disciplinato nella milizia, e
regolato da sagge provvisioni e leggi nel suo governo. Ma Carlo Magno
trovò ne' suoi Franchi e nelle nazioni da lui soggiogate non poca
barbarie, una somma ignoranza ed infiniti altri disordini. Seppe egli
nondimeno colla sua gran mente e indefessa applicazione dare buon sesto
a tutto, ripulire i costumi dei suoi popoli, rimettere in buono stato lo
studio delle lettere, ch'egli medesimo con gran fatica procacciò a sè
stesso, dappoichè cominciò a regnare. Nè solamente si sparse il benefico
influsso del suo mirabil genio sopra de' secolari; ne furono anche a
parte, ed anche più degli altri, gli ecclesiastici, alla riforma e buon
ordine de' quali egli continuamente dimostrossi intento. Leggansi i suoi
Capitolari, ossia le sue leggi: tutte spirano sapienza, pietà e
giustizia. Colle tante sue militari imprese e vittorie accrebbe egli a
dismisura la monarchia franzese. Perciocchè, siccome lasciò scritto
Eginardo[754], egli ebbe sotto il suo dominio tutto quant'è oggidì il
regno di Francia; conquistò nella Spagna la maggior parte della
Catalogna, la Navarra e parte dell'Aragona; stese la sua signoria per la
Fiandra, Olanda e Frisia fino ad Amburgo, e di là dall'Elba. Sottoposte
a lui furono le allora ampie provincie della Sassonia e Baviera colla
Franconia, Svevia, Turingia, con gli Svizzeri e con altre provincie
della Germania. Alle sue mani vennero la due Pannonie colla Dacia e la
Boemia, l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia, con varii paesi della
Schiavonia. Finalmente ebbe sotto il suo comando _Italiam totam, quae ab
Augusta Praetoria usque in Calabriam inferiorem, in qua Graecorum et
Beneventanorum constat esse confinia, decies centum et eo amplius
passuum millibus passuum longitudine porrigitur_: parole chiare di
quell'accreditato storico e uffiziale della corte di esso Carlo Magno,
che si oppongono a chi volesse escludere dal suo sovrano dominio Roma
col suo ducato, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il ducato di
Spoleti, o altra contrada d'Italia. Ma chi vuol pienamente conoscere la
virtù e i pregi di questo gloriosissimo monarca, non ha che da ricorrere
alle vite che lasciarono scritte di lui il suddetto Eginardo, il monaco
di Engoulemme, il monaco di san Gallo, ed altri presso il
Du-Chesne[755]. Però con troppa ragione a lui fu dopo morte dato dai
popoli e dagli scrittori il titolo di _Magno_; e le imprese sue
s'andarono da lì innanzi cantando per le città, con aver forse preso di
là il loro nome i _ciarlatani_, e con aver esse certamente servito di
base ad alcuni famosi poemi, romanzi degli ultimi secoli, composti in
Italia, pieni sì di favole, tutti nondimeno tendenti ad onorar la
memoria di questo eroico imperadore. Allorchè venne a morte Carlo Magno,
trovavasi in Aquitania _Lodovico_ suo figliuolo, già re ed imperadore
dichiarato. Ricevuta che egli ebbe non senza lagrime la nuova del padre
mancato di vita, s'incamminò alla volta d'Aquisgrana. Vedesi descritto
il suo viaggio da Ermoldo Nigello, autore di questi tempi nel suo
poema[756] da me tolto alle tenebre, siccome ancora l'esecuzione da lui
data al testamento del padre, e le grazie fatte al popolo. L'epoca
ordinaria di questo imperadore vien dedotta dal dì suddetto 28 di
gennaio, in cui egli succedette al padre. Una delle prime applicazioni
di questo imperadore fu quella di congedar le ambascerie, già
indirizzate al defunto Augusto. Aveva il nuovo imperador dei Greci
_Leone_ inviati a Carlo Magno due suoi legati, cioè Cristoforo spatario
e Gregorio diacono, per confermar la pace stabilita fra i due imperii, e
questi contenti se ne tornarono al loro paese. Lodovico vicendevolmente
spedì a Costantinopoli i suoi, cioè _Norberto_ vescovo di Reggio, che
l'Ughelli ed altri hanno creduto vescovo di Reggio in Lombardia, ma con
potersene dubitare, perchè di lui niuna memoria si conserva in quella
città per questi tempi, e potrebbe egli essere stato vescovo di _Riez_
nella Provenza. Troveremo nondimeno un vescovo di questo nome in Parma,
che nell'anno 835 sottoscrisse con altri una donazione fatta da
Cunegonda vedova al re Bernardo. Col re suddetto andò eziandio Ricoino
conte di Poitiers. Tale spedizione fu fatta per rinnovare i patti di
amicizia e pace col greco imperadore.

Giunsero dipoi ad Aquisgrana i legati di _Grimoaldo Storesaiz_ principe
di Benevento, anch'essi per ratificare i precedenti accordi. _Venerunt_
(son parole di Tegano) _legati Beneventanorum, qui omnem terram
Beneventi suae potestati tradiderunt, et multa millia aureorum per annos
singulos ad censum tradere promiserunt: quod ita perfecerunt usque ad
hodiernum diem_[757], cioè nell'anno 23 dell'imperio di Lodovico Pio. A
che ascendesse questo censo, o tributo annuo, lo specifica
Eginardo[758], o qualunque sia quell'autore scrivendo: _Cum Grimoaldo
Beneventanorum duce pactum fecit, atque firmavit, et modo quo et pater
scilicet ut Beneventani tributum annis singulis VII millia solidorum
darent_. Vedemmo di sopra all'anno 812 che il censo de' Beneventani era
di _venticinquemila soldi d'oro_. Qui è solo di _settemila_: però o
Grimoaldo ottenne che si riducesse a meno quel tributo, o pure in alcun
di questi passi è scorretto il testo di Eginardo. Ispirò di buon'ora la
gente malevola al nuovo imperadore dei sospetti contra di _Bernardo_ re
d'Italia suo nipote; e però il chiamò tosto in Francia[759]. La puntual
sua ubbidienza coll'arrivo ad Aquisgrana dissipò alquanto le suscitate
nebbie. Fu ben accolto, magnificamente regalato dall'imperadore, e
rimandato in Italia senza dimostrazione alcuna di dubitar della sua
fede. Contuttociò poco stette ad apparire che i conceputi sospetti non
erano affatto estinti. Dimoravano tuttavia in Italia _Adalardo_ abate di
Corbeia, e _Walla_ secolare suo fratello, figliuoli, come già accennai,
di Bernardo figliuolo del principe Carlo Martello, e però della famiglia
imperiale, e stretti parenti dell'Augusto Lodovico. Assistevano amendue
al giovinetto Bernardo re d'Italia, siccome suoi intimi consiglieri, e
spezialmente per la loro saviezza camminava con buon piede il governo di
questo regno appoggiato alla lor direzione. Ma i maligni alla corte
imperiale misero delle diffidenze in cuor dell'imperadore contra di
questi insigni personaggi, quasi che sotto Carlo Magno fossero saliti in
troppa potenza, e quasichè per la soverchia loro autorità e per essere
del sangue reale potessero macchinar delle novità in Italia o per loro,
o in favore del re Bernardo. Truovano facilmente udienza e credenza
sospetti tali in mente de' regnanti non assai coraggiosi, qual fu
l'imperador Lodovico. Noi abbiamo dalla Cronica farfense[760] e da un
documento pubblicato dal padre Mabillone, che sui principii di febbraio
dell'anno presente _Adalhard abbas missus domni imperatoris Caroli_ (la
nuova della cui morte non era per anche giunta) si trovava nel palazzo
ducale di Spoleti, dove accompagnato da _Sigualdo, Gradigis e Isemondo_
vescovi, e dai giudici e scabini, tenne un placito, in cui diede una
sentenza in favore di _Benedetto abate di Farfa_. Degno di osservazione
è che intervennero ancora a quel placito _Suppone_ conte del palazzo, e
_Guinigiso_ ed _Eccideo_ duchi. Certamente _Guinigiso_ era duca di
Spoleti; se tale fosse ancora _Eccideo_, nol so. Per me il credo duca
d'altro paese, se pur non si vuol intendere duca di Camerino. E
perciocchè il padre Mabillone[761] dall'archivio di quell'insigne badia
trasse la descrizione del palazzo suddetto, meritevole ben di passare ai
posteri, per conoscere il gusto di questi tempi, eccola di nuovo: _In
primo proaulium, idest locus ante aulam. In secundo salutatorium, idest
locus salutandi officio deputatus, juxta majorem domum constitutus. In
tertio consistorium, idest domus in palatio magna et ampla, ubi lites et
caussae audiebantur et discutiebantur; dictum consistorium a
consistendo, quia ibi, ut qualibet audirent, et terminarent negotia,
judices, vel officiales consistere debent. In quarto trichorum, idest
domus conviviis deputata, in qua sunt tres ordines mensarum. Et dictum
est trichorum a tribus choris, idest tribus ordinibus commessantium. In
quinto zetae hyemales, idest camerae hiberno tempori competentes. In
sexto zetae aestivales, idest camerae aestivo tempori competentes. In
septimo epicaustorium, et triclinia accubitanea, idest domus, in qua
incensum et aromata in igne ponebantur, ut magnates odore vario
reficerentur, in eadem domo tripertito ordine considentes. In octavo
thermae, idest balnearum locus calidarum. In nono gymnasium, idest locus
disputationibus, et diversis exercitationum generibus deputatus. In
decimo coquinia, idest domus, ubi pulmenta et cibaria coquuntur. In
undecimo columbum, idest ubi aquae influunt. In duodecimo hippodromum,
idest locus cursui equorum in palatio deputatus._

Sbrigato dagli affari di Spoleti l'abate Adalardo, per quanto narra
l'autore dell'opuscolo[762] _de constructione novae Corbejae_, se n'andò
a Roma, non tanto per soddisfare alla propria divozione, quanto ancora
per trattare con _papa Leone_ di molte faccende, perchè si doveva aver
sentore che _Carlo Magno_ veniva mancando. Arrivò in fatti colà l'avviso
della di lui morte; laonde Adalardo, ossia che vedesse terminata la sua
commessione, o che avesse presentito qualche mal animo del nuovo
imperador _Lodovico_ verso di lui, se ne tornò frettolosamente in
Francia, e si ridusse al suo monistero della vecchia Corbeia. Allora fu
che i malevoli cortigiani tanto soffiarono negli orecchi del timido
imperador Lodovico, che l'indussero a mandare in esilio esso Adalardo,
con relegarlo nell'isola di Here, oggidì Noirmoutier. Suo fratello
Walla, anch'egli personaggio di sommo credito, quantunque fosse stato
de' primi a suggettarsi al novello imperadore, e sembrasse assicurato
della sua grazia; pure, al veder questa tempesta, e temendo d'essere
finalmente in essa involto, giudicò meglio di dare un calcio al mondo,
agli onori e alla moglie, e ritiratosi nel monistero di Corbeia, quivi
prese l'abito e la tonsura monastica. _Bernardo_, altro loro fratello,
già monaco, e infin le sorelle sue furono perseguitate dall'Augusto
Lodovico: tutti contrassegni della sua debolezza. Per altro pieno di
buona volontà esso imperadore nel primo dì d'agosto tenne un gran
consiglio, in cui fu decretato di provvedere ai varii disordini, che
anche sotto i buoni principi van succedendo, ed erano succeduti di fatto
nella vecchiaia di Carlo Magno, con trovarsi una gran quantità di gente
in Francia, spogliata indebitamente o dei lor beni o della lor libertà,
da molti conti e da altri pubblici ministri. A tal fine deputò dei
_messi_, cioè dei giudici straordinarii, timorati di Dio e zelanti della
giustizia. Dell'uffizio di questi tali ho già parlato di sopra; ma non
dispiacerà di udire Ermoldo Nighello, scrittore e poeta di questi tempi,
che favellando del medesimo fatto, così scrive[763]:

    _Elegit extemplo missos, quos mittat in orbem,_
    _Quorum vita proba, et sit generosa fides._
    _Qui peragrent celeres Francorum regna perampla,_
    _Justitiam faciant, judiciumque simul._
    _Quos pater, aut patris sub tempore presserat urguens,_
    _Servitium, relevent, munere, sive dolo._

Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti
messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio.
Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo _Lottario_ al governo
della Baviera, e _Pippino_ secondogenito in Aquitania, con ritenere
presso di sè _Lodovico_ terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed
essendo ricorso a lui _Erioldo re di Danimarca_, cacciato dal suo regno,
per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo
più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de'
Franchi[764] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai
Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione
de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano
digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno,
siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de'
Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca,
tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra
de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero
di Farfa[765], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro
luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: _Ludogvico
serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium
romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante
Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et
temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine
XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate_. A questo
medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni _mense
martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis
Langobardorum II_. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto
principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo
Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana _Bernardum nepotem, suum Italiae
praefecit, et regem appellari jussit_, ma bensì sul fine del precedente
anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del
presente anno non sarebbe corso l'_anno secondo_ del suo regno, ma
solamente il primo.

NOTE:

[754] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[755] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[756] Ermold. Nighel., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[757] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, cap. 11.

[758] Eginhard., in Annal. Franc.

[759] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[760] Chron. Farfense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.

[761] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 814.

[762] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[763] Ermold. Nigellus, lib. 2, P. II, tom. 2, Rer. Italic.

[764] Annal. Francor. Lambecii.

[765] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.



    Anno di CRISTO DCCCXV. Indiz. VIII.

    LEONE III papa 21.
    LODOVICO PIO imper. 2.
    BERNARDO re d'Italia 4.


Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna[766], che
_Martino_ fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma
dalle mani di _papa Leone_; e ciò prima che mancasse di vita _Pippino re
d'Italia_, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì
tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che
questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a
godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo,
il monistero di _s. Maria ad Blachernas_, con averne ricevuto in regalo
dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in
Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa
di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello
storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna
Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della
basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per
cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di
Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato.
Parimente Anastasio[767] fa menzione di questa pia liberalità del papa
verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal
memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che
questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi
il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia
all'_imperador Lodovico_ per chiedere licenza di poter procedere contra
d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta _Giovanni vescovo
d'Arles_ con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo
prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad
ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini
ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo.
Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu
_ad Novas_, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, _ubi olim fuit
civitas nunc dirupta_, di cui si ha menzione anche nelle Tavole
itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta _Porto Cesenatico_, quivi
finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla
battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove
trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da
lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le
coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa
Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo,
perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai
pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario
trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam
solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava
tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra
di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di
Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede[768]. Morto lui,
tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli
sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti
di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e
la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo
ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un
papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi
ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a
perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì
immantinente a _Bernardo re d'Italia_ ordine di portarsi a Roma
unitamente con _Geroldo conte_, affin di prendere le informazioni di
questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò
preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto
occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore.
Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto
favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò
a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè _Giovanni vescovo di
Selva Candida_, Teodoro nomenclatore e _Sergio duca_, a' quali riuscì di
giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal
congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice
Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti
disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si
portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli
avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono
a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo
ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re
Bernardo, diede incontanente commessione a _Guinigiso duca di Spoleti_
di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar
quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto
il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.

Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono _Erioldo re
di Danimarca_, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio,
spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel
regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso
esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il
ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e
di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo
armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri
Annali[769], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di
luglio, alla quale intervennero _Lottario re di Baviera_ e _Pippino re
d'Aquitania_, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già
conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche _Bernardo re
d'Italia;_ e Tegano[770] scrive: _Bernardus ibi ad eum venit, quem
dimisit ire iterum in Italiam_. Tornarono ancora da Costantinopoli i
legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e
vantaggiosamente assodata con _Leone imperador de' Greci_, il quale in
questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar
anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle
sacre immagini, fra' quali _s. Teodoro Studita_ ed altri santi uomini
furono cacciati in esilio. Risulta poi dalle memorie del monistero di
Farfa[771], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di
beni a quel sacro luogo _anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi
regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII_,
cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere
l'opinione del p. Pagi[772] e dell'Eccardo[773], che stimarono
_Guinigiso duca di Spoleti_ poco fa nominato, da cui fu quetato il
tumulto di Roma, diverso da _Guinigiso_ creato duca di quella provincia
nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini[774] all'anno 814
si legge _Guinichus dux_, quasichè questi sia stato figliuolo del primo.
La carta suddetta ci fa conoscere che un solo _Guinigiso_ continuava
tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione
di due diversi duchi di questo nome. In vece di _anno II Bernardi
regis_, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che
altrove[775] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche
di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in
Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse
nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto[776] di _Grimoaldo
Storesaiz_, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a
Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle
insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente
sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli
artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla
fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran
collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse colla sua armata
addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani,
qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che
probabilmente era _Antimo_, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di
ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il
che diede fine alla guerra.

NOTE:

[766] Rer. Ital. P. I, tom. 2.

[767] Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.

[768] Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc.
Annales Franc. Bertiniani.

[769] Annal. Fuldens. Lambec.

[770] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.

[771] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[772] Pagius, ad Annal. Baron.

[773] Eccard., Rer. Franc., lib. 27.

[774] Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[775] Antiquit. Ital., Dissert. X.

[776] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.



    Anno di CRISTO DCCCXVI. Indizione IX.

    STEFANO IV papa 1.
    LODOVICO PIO imperadore 3.
    BERNARDO re d'Italia 5.


Durò il pontificato di _Leone III_ papa fino al presente anno, in cui fu
chiamato da Dio a miglior vita nel dì 11 di giugno, o in quel torno.
Anastasio bibliotecario[777], qualunque sia l'autore della sua Vita, è
assai digiuno nel racconto delle sue azioni, ma diffusamente poi parla
delle tante fabbriche e de' risarcimenti da lui fatti alle chiese in
Roma e fuori di Roma, e dei doni ed ornamenti preziosi ch'egli alle
medesime contribuì. In questo, più che in altro sfoggiava in questi
tempi la divozion de' Cristiani, e papa Leone profuse in ciò assaissimi
tesori. Dopo dieci giorni di sede vacante fu eletto in suo luogo
_Stefano_, _quarto_ di questo nome[778], diacono della santa romana
Chiesa, che dianzi co' suoi piissimi costumi, con una vita veramente
ecclesiastica, e con predicare al popolo la parola di Dio, s'era
guadagnato l'affetto e la venerazione di tutto il clero e popolo romano.
Siccome abbiamo dall'autore della vita di Lodovico Pio[779], consecrato
ch'egli fu, si lasciò intendere di voler passare in Francia, per
abboccarsi collo imperadore, dovunque a lui piacesse. _Praemisit tamen
legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret_: parole
che indicano già nata in Lodovico Augusto la pretensione che non
s'avesse a consecrare il papa eletto senza il consentimento suo. Oltre a
ciò, siccome abbiam da Tegano[780], scrittore contemporaneo, _statim
postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum romanum fidelitatem
cum juramento promittere Ludovico_: parole che presso gl'intendenti non
han bisogno di spiegazione. Fu sommamente caro al pio imperadore d'udire
che il sommo pastor della Chiesa volesse venir a trovarlo; sebbene
Ermoldo Nigello suppone essere stato chiamato in Francia da Lodovico
esso pontefice. Comunque sia, mandò tosto l'imperadore ordine a
_Bernardo re d'Italia_ di accompagnarlo nel viaggio. Altri messi inviò
ad incontrarlo, allorchè fu entrato in Francia, ed egli si fermò nella
città di Rems ad aspettarlo. Quando poi fu in vicinanza di alquante
miglia dalla città, furono a riceverlo _Ildebaldo arcicappellano_ del
sacro palazzo, _Teodolfo vescovo di Orleans_, _Giovanni vescovo
d'Arles_, ed altri sacri ministri, tutti vestiti co' sacri abiti
sacerdotali. Un miglio poi fuori della città lo stesso imperadore con
isplendido accompagnamento l'accolse. Smontato da cavallo, tre volte
s'inginocchiò davanti al papa. Dice di più Tegano, che _princeps_ (cioè
_Lodovico_, dopo essere scesi amendue da cavallo) _se prosternens omni
corpore in terram tribus vicibus ante pedes tanti pontificis, et tertia
vice erectus, salutavit pontificem_. Ermoldo Nigello[781], che più
diffusamente degli altri descrive la andata in Francia di papa Stefano,
succeduta ai suoi tempi, racconta che il pontefice alzò da terra
l'imperadore, e il baciò. Dopo di che, preceduto da tutto il clero
cantante il _Te Deum_, andarono alla chiesa, dove il clero romano intonò
le acclamazioni consuete all'Augusto Lodovico, e il papa terminò
coll'orazione l'allegrissima funzion di quel dì. Nel giorno seguente fu
accresciuta l'allegria da un solennissimo convito, che l'imperador diede
al papa, con regalarlo ancora da par suo. Nel terzo giorno fu invitato
l'imperadore dal papa ad un somigliante magnifico convito, in cui anche
il papa gli fece de' suntuosi presenti. Venuto il quarto giorno, ch'era
domenica, essendo raunato tutto il clero e popolo nella gran basilica,
papa Stefano con una corona d'oro tempestata di gemme coronò ed unse col
sacro crisma l'_imperador Lodovico_, e similmente l'_imperadrice
Ermengarda_ sua moglie, con aggiugnere dipoi nuovi regali all'uno e
all'altra. Veggasi Ermoldo Nigello, il quale annovera appresso i
donativi fatti da Lodovico a Stefano di vasi d'oro e d'argento, di vesti
e cavalli, conchiudendo poi il catalogo con dire.

    _Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepit_
      _Munera Romanis quae arcibus extulerat._

Agnello[782] nelle Vite de' vescovi di Ravenna scrive che papa Stefano
andò in Francia all'imperador Lodovico, _et quidquid postulavit ab eo,
accepit_. E dal suddetto Ermoldo abbiamo che l'imperadore confermò i
privilegii alla Chiesa romana, ordinando,

    _Ut res Ecclesiae Petri, sedisque perennis_
      _Inlaesae vigeant semper honore Dei._
    _Ut prius ecclesia haec, pastorum munere fulta,_
      _Summum apicem tenuit, et teneat, volumus._
    _Addimus at, praesul, tantum eat ut supra locutum,_
      _Justitiam recolat, qui sedet arce Petri._

Preso poi congedo dall'imperadore, s'incamminò il papa verso l'Italia;
ma prima di farlo, secondochè avvertì Anastasio[783], avendo trovato in
Francia molti Romani banditi per le enormità da lor commesse contro la
Chiesa romana e contra del suo predecessore Leone, tutti con somma
clemenza e carità seco li ricondusse a Roma. Arrivato _papa Stefano_ a
Ravenna, per attestato del suddetto Agnello, _Martino arcivescovo_ fu ad
incontrarlo, e si baciarono insieme. Nel dì seguente celebrò messa il
pontefice nella basilica orsiana, _et ostendit sandalias Salvatoris,
quas omnis populus vidit_.

Fece l'imperador Lodovico[784] nell'ottobre dell'anno presente (e non
già del seguente, come con errore scrisse lo Astronomo nella di lui
Vita); fece, dissi, raunare un concilio numerosissimo di vescovi ed
abati in Aquisgrana; e siccome principe piissimo e sommamente bramoso di
veder fiorire la pietà e regolatezza del clero secolare e regolare,
ordinò che si stendesse la regola de' _canonici_ e quella delle
_canonichesse_. Fu eziandio stabilito che i _monaci_ esattamente
seguitassero la regola di s. Benedetto. Era già introdotto in varie
chiese cattedrali l'uso de' _canonici_, che viveano nel medesimo
chiostro, annesso alla cattedrale, ad una mensa comune, e in coro
cantavano i divini uffizii, non solamente di giorno, ma anche di notte,
non meno che si facessero i monaci d'allora. Quel solo che li
distingueva dai monaci, era l'abito, e il poter ritenere la proprietà
dei lor beni patrimoniali; e il titolo di _priore_, e non d'_abbate_, si
dava al loro capo. Gran cura si prese il pio imperadore perchè si
dilatasse per tutte le chiese, non solo della Francia e Germania, ma
anche dell'Italia, questo lodevole istituto, per cui si accresceva il
culto di Dio e il decoro delle cattedrali. E a' suoi desiderii tenne
dietro il buon successo, perciocchè a poco a poco s'andò introducendo
anche in Italia, in guisa che in quel secolo poche chiese rimasero in
Italia che non avessero il collegio de' lor canonici, viventi secondo la
regola proposta nel concilio suddetto. Attesta poi Ermoldo Nigello[785],
che venuto l'imperador Lodovico a Compiegne (due parole ne dice anche
l'Anonimo nella vita di lui), quivi fece una spedizione di messi per
tutto il suo imperio a disaminar la vita de' vescovi e del clero
secolare, e parimente de' monaci e delle monache, con ordine di notar
tutto, e di riferire a lui tutto quanto ritrovavano degno di lode e
bisognoso di correzione.

    _Nunc nunc, o missi, certis insistite rebus,_
      _Atque per imperium currite rite meum;_
    _Canonicumque gregem, sexumque probate virilem,_
      _Femineum nec non, quae pia castra colunt._
    _Qualis vita, decor, qualis doctrina, modusque,_
      _Quantaque religio, quod pietatis opus._
    _Pastorique gregem quae convenientia jungat,_
      _Ut grex pastorem diligat, ipse ut oves._
    _Si sibi e laustra, domos, potum, tegimenque, cibumque_
      _Praelati tribuant tempore sive loco._

Ebbe l'imperador Lodovico in quest'anno da impiegar le sue armi contro
agli Slavi, o Sclavi Sorabi, che pareano disposti alla ribellione. Un
esercito[786] raunato dalla Franconia e Sassonia li mise tosto in
dovere. S'erano anche apertamente ribellati i popoli della Guascogna
abitanti nella falda orientale de' Pirenei. Due spedizioni furono fatte,
per le quali tornarono all'ubbidienza con poco lor gusto. Trovandosi in
Compiegne, diede un diploma con varie esenzioni[787] al monistero di s.
Salvatore di monte Amiate in Toscana nel territorio di Chiusi, e ad
_Andoaldo abbate_, con lasciar ai monaci la libertà di eleggersi i di
lui successori, _per nostram auctoritatem et consensum, vel dilecti
filii nostri Bernardi regis_. Fu dato quel privilegio _XV kal. decembr.
anno, Christo propitio, III domni Ludovici piissimi Augusti, Indictione
X. Actum Compendio palatio_. Nel catalogo dei duchi di Spoleti[788],
posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa, si legge sotto questo
anno _Geraldus dux_: il che ha fatto credere che in quest'anno egli
fosse eletto duca di Spoleti, quantunque, siccome vedremo all'anno 821,
_Guinigiso_ seguitasse ad essere duca di quella provincia. Di questo
parleremo più abbasso. Il conte Campelli[789] francamente scrive che
questo _Geraldo_, appellato altrove più rettamente _Gerardo_, era
figliuolo del suddetto Guinigiso, e che dal padre fu _dichiarato suo
compagno nel ducato_, mentre vivea tuttavia _Romano_ altro suo
figliuolo, già creato duca. Ma non sappiam di certo che Gerardo fosse
figliuolo di Guinigiso; nè sussiste che Guinigiso godesse l'autorità di
dichiararsi un collega nel ducato, perchè ciò apparteneva
all'imperadore, o pure al re d'Italia; e meno qui sussiste (siccome si
osservò all'anno 806) che quel _Romano_ fosse figliuolo di Guinigiso, e
duca anche egli vivente di Spoleti. Può ben l'accurato storico produrre
le sue conghietture intorno ai fatti antichi che egli descrive, ma non
dee già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, perchè facilmente
si fabbrica un inganno ai lettori.

NOTE:

[777] Anast. Biblioth., in Leon. III.

[778] Idem, in Vit. Stephani IV.

[779] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.

[780] Tegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 16.

[781] Ermold. Nighell., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[782] Agnell., P. I, tom. 2, Rer. Ital.

[783] Anast., in Vit. Stephani IV.

[784] Annales Franc. Lambec. Annal. Franc. Hildesheim

[785] Ermold. Nigellus, Poemat., lib. 2.

[786] Annal. Franc. Laureshamens. Annal. Fran. Bertin.

[787] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.

[788] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[789] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.



    Anno di CRISTO DCCCXVII. Indizione X.

    PASQUALE papa 1.
    LODOVICO PIO imperadore 4.
    BERNARDO re d'Italia 6.


Abbiamo nella Cronica farfense una bolla di _Stefano IV_ papa, che
conferma ad _Ingealdo, abbate_ dell'insigne monastero di Farfa, tutti i
beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scritta _per manus
Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii
per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante
domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno
III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X._ In vece di
_patriciatus_ crede il p. Pagi[790] che fosse scritto _P. C. ejus_, cioè
_post consulatum ejus_. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione
annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri
imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura di _Lottario imperadore_
sotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal
pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon
papa _Stefano_, essendo egli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso
mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena
concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo
pontefice _Pasquale_ romano, rettore del monistero di santo Stefano,
situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio
bibliotecario[791], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un
illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una
bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e data _kal.
februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante
domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico
imperatore anno III, Indictione X,_ cioè nell'anno presente. Non si
truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e
vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa
viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di
tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno di _febbraio da
Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica_, quando
l'Astronomo[792], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa
Pasquale _post expletam consecrationem solemnem_ (nel dì 25 di gennaio)
_legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus
nomenclator,_ ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa,
_Teodoro_ fu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla?
Ma dagli Annali lauresamensi si ha[793] che il papa dopo la
consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro.
Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in
viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo
Astronomo, che così scrive del suddetto papa: _Legatos cum epistola
apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se
ambitione, nec voluntate, sed electione et populi acclamatione, huic
succubuisse potius quam insiluisse dignitati._ Odansi ancora gli Annali
lauresamensi: _Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum
expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis
successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et
munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum
nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti
impactum asseverat._ Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato
papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti
della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo
figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere,
che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare
l'approvazione e il consenso dell'imperadore _pro tempore_. Abbiam
veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion
dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e
consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di
Lodovico, _praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori
satisfaceret_. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume,
continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche
abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa
eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone
allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo
Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere
da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed
aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso
parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo,
dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci
imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevano
accomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo
vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella
pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro
operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo
sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della
corona, e dai Romani abuso.

Aggiugne il suddetto Astronomo che _hujus legationis_ (di papa Pasquale)
_bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis
impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more
praedecessorum suorum, reversus est_. Altrettanto abbiamo dagli Annali
lauresamensi, ne' quali _missa alia legatione, pactum, quod cum
praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit.
Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat,
impetravit._ E qui non si può di meno di non rammentare la famosa
costituzione _Ego Ludovicus_, accennata da Leone Ostiense, riferita da
Graziano[794], e rapportata più ampiamente negli Annali
ecclesiastici[795]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi[796]
e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere
disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non
mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la
quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir
sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno
scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può
guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello
di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento
legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella
costituzione. Vi manca la data: segno che ne resta una sola copia
informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene
essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e
de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo
ducato, ma colla giunta di queste parole: _Sicut a praedecessoribus
vestris_ (dovrebbe dire nostris) _usque nunc in vestra potestate et
ditione tenuistis et disposuistis_. S'è veduto in addietro, se con
sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo
ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico
Pio confermasse o donasse a papa Pasquale _Siciliam sub integritate cum
omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis,_ ec. La _Sicilia_ era
allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia,
confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani.
Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente
donasse la roba altrui. Gli conferma ancora Lodovico _Patrimonia ad
potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium
Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum._ Ma
evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e
dominio sopra la _Calabria_, nè sopra _Napoli_, che erano allora sotto
la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno.
Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali
situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la
libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere
l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti,
siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio
andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita
d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì,
a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse
quella carta, oppur fosse alterato ed interpolato il vero documento, nel
secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle
pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori
avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone
Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa
viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica[797].

Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due
imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea
apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il
Levante non erano per anche bene stabiliti i confini[798]. Niceforo
ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana
nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava
allora alla corte _Cadaloo_, ossia _Cadolaco_, a cui spettava la cura di
que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo
fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere
unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad
Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col
greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario
nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di
Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In
quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace,
Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto di _Erioldo re_ scacciato da
essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore
Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la
general dieta de' suoi stati[799], dove propose di dichiarar imperadore
e suo collega nell'imperio _Lottario_ suo primogenito. _Tunc omni populo
placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare,
sicut pater ejus fecerat ipsum_. Restò in fatti proclamato e coronato
imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa
del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a
contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioè _Pippino_ e
_Lodovico_, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal
padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati
per loro porzione. Confessa Tegano[800] che _ob hoc_, cioè per la
dignità imperiale conferita a Lottario _ceteri filii indignati sunt_;
perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di
comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia
franzese.

Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a male _Bernardo_ re
d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero
di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio,
rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo di
_Pippino_ già re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui
fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi
era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore.
Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la
sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano
competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente
per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re
d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione[801]. Fu inviata
all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa
nuova da più d'uno, ma principalmente da _Rataldo_ vescovo di Verona
(chiamato da altri _Rotaldo_) e da _Suppone_ conte di Brescia, con
supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse
dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città
d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in
parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un
potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora
alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso
il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da
contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da
lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di
ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi,
andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi.
Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra'
quali specialmente sono menzionati _Eggideo_, uno dei più confidenti
d'esso re Bernardo, _Rinaldo_ cameriere d'esso re, e _Reginario_ già
conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte.
Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattato _Anselmo_ arcivescovo di
Milano, _Wolfoldo_ vescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire,
_Teodolfo_ vescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso
l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion
dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche
ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi
non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per
buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce
una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano[802] in
questo medesimo secolo, e da me ristampata[803], che scrive essere stato
fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardo
dall'_imperadrice Ermengarda_, e ch'egli dopo aver ricavato dagli
ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di
sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui.
_Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra
Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia,
ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit,
in Franciam ivit_. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto
messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.

In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei
monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di
Aniana, e allora d'Inda[804], uomo di santa vita, e tale, per sentimento
d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca
dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino
per tutti i monisteri. Fino a quest'anno _Grimoaldo Storesaiz_,
principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli
stati. Avea fatto ricorso a lui _Sicone_, uomo nobile e riguardevole di
Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia di
_Pippino re d'Italia_. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da
me data alla luce[805]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte
di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e
discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioè _Sicardo_ e
_Siconolfo_ dall'una parte, e _Radelchi_ ossia _Radelgiso_ conte di
Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo,
spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da
questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato
Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato
dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto era l'amore che gli
portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti
pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non
poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle
frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito,
si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la
difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di
dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro
conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a
Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero,
ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata
massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in
fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui,
il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran
pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio
e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando
al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi
due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di
Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dal
_duca Grimoaldo_, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso
seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam
prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per
la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi,
e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto,
scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo
mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e
Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo,
cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi
respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delle ferite la
partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal
popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo
Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e
persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al
trono _Sicone_.

NOTE:

[790] Pagius, ad Ann. Baron.

[791] Anastas., in Vit. Paschalis.

[792] Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.

[793] Annales Francor. Laureshamenses.

[794] Gratian., Dec. _Ego Ludovicus_, Dist. LVIII.

[795] Baron., in Annal. Eccl.

[796] Pagius, in Crit. Baron.

[797] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[798] Astronom., in Vit. Ludovici Pii. Eginhard., in Anual. Francor.

[799] Annales Franc. Laureshamens. Annal. Franc. Moissiacens.

[800] Theganus, de Reb. Gest. Ludovici Pii, num. 21.

[801] Eginhardus, in Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.
Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[802] Andreas Chron. apud Menchenium, tom. 1.

[803] Antiquit. Ital., Dissert. II.

[804] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[805] Rer. Ital. P. II, tom. 2, pag. 198.



    Anno di CRISTO DCCCXVIII. Indiz. XI.

    PASQUALE papa 2.
    LODOVICO PIO imperadore 5.


Per attestato di Eginardo[806] e dell'Astronomo[807], per tacer le altre
istorie, in quest'anno, terminato il processo contra di _Bernardo re
d'Italia_ e contra dei complici di quella congiura, fu proferita
sentenza di morte sopra cadauno dei secolari; ma l'imperador Lodovico
commutò la pena, contentandosi che loro solamente fossero cavati gli
occhi. Con tal crudeltà fu eseguito questo decreto nel giovane re
_Bernardo_ e in _Reginario_, che amendue per ispasimo, più che per
malinconia, da lì a tre giorni cessarono di vivere. Sembra che
Andrea[808] prete italiano di questo secolo nella Cronichetta
attribuisca tal manifattura all'_imperadrice Ermengarda_, con iscrivere:
_Hermengarda, mox ut potuit, ut audivimus, nesciente imperatore, oculos
Bernardo evulsit, isque ipso dolore defunctus est, postquam quinque
regnaverat annos, duos sub Carolo, tres sub Hludovico._ Inverisimile non
è il sospetto che l'imperadrice vagheggiando il regno d'Italia per uno
dei suoi figliuoli, giacchè altro non potè ottenere dal marito, se non
che Bernardo perdesse gli occhi, s'ingegnasse ch'egli perdesse con gli
occhi anche la vita. Non sussiste già che l'imperadore non sapesse qual
gastigo fu decretato a Bernardo. Ma certo, se Bernardo spontaneamente
andò a mettersi nelle mani dell'imperadore, per implorar la sua
clemenza, non mancò dell'inumanità nella pena a lui data; peggio poi,
s'egli v'andò chiamato e sotto la buona fede. In fatti l'Augusto
Lodovico dopo qualche tempo, per attestato di Tegano[809], rimordendogli
la coscienza, _Magno cum dolore flevit multo tempore, et confessionem
dedit coram omnibus episcopis suis, et judicio eorum poenitentiam
suscepit, propter hoc tantum, quia non prohibuit consiliarios hanc
crudelitatem agere. Ob hanc causam multa dedit pauperibus propter
purgationem animae suae._ Questo suo pentimento cadde nell'anno 822,
siccome vedremo. I vescovi poi che avevano avuta parte nella congiura
suddetta furono deposti dagli altri vescovi, e relegati in varii
monisteri. Una tal condanna per conseguente piombò sopra di _Anselmo_
arcivescovo di Milano, e sopra _Teodolfo_ vescovo di Orleans. Ma,
siccome osservò il padre Pagi[810], Teodolfo fu ben sospetto di quel
delitto, ma egli stette sempre saldo in chiamarsi innocente, siccome
apparisce dai suoi versi ad _Adolfo_ arcivescovo bituricense, ossia di
Bourges, e a _Modoino_ vescovo di Autun. Comune sentenza è che il corpo
del re Bernardo fosse portato a Milano, e gli fosse data sepoltura nella
basilica di santo Ambrosio. Tristano Calco[811] racconta che a' suoi dì
fu ritrovata l'iscrizione a lui posta colle seguenti parole:

                    BERNARDVS CIVILITATE MIRABILIS
                 CETERISQVE PIIS VIRTVTIBVS INCLYTVS
                          REX HIC REQVIESCIT
                REGNAVIT ANNOS QVATVOR MENSES QVINQVE
                    OBIIT XV KAL. MAII INDICT. X.
                     FILIVS PIAE MEMORIAE PIPINI.

Il Sigonio e il cardinal Baronio in vece dell'_Indict. X_, scrissero
_Indict. XI_, perchè veramente nell'anno presente 818, in cui egli restò
privato di vita, correva l'_indizione undecima_. Ma anche il
Puricelli[812] attesta leggersi in quel marmo l'_indizione decima_. Ora
non sussistendo che la morte del re Bernardo accadesse nel corso di
quella indizione, cioè nell'anno 817, nè accordandosi colla storia, nè
coll'epoca del suo regno più comunemente usata in Italia, il dirsi
ch'egli regnò _quattro anni_ e _cinque mesi_, ho io altrove
dubitato[813] dell'antichità e legittimità di quella iscrizione. Per
altro abbiamo dal Puricelli suddetto che nell'anno 1638 si scoprì nella
basilica ambrosiana un'arca, dove erano due cadaveri, l'uno de' quali fu
creduto del _re Bernardo_, perchè a canto avea uno scettro di legno
indorato, la veste era di seta con frange d'oro, le scarpe di cuoio
rosso colle suole di legno, e con gli speroni di rame indorato. L'altro
cadavero fu riputato quello dell'arcivescovo _Anselmo_, perchè a lato
v'era una mitra episcopale, un pastorale di legno, e un anello d'argento
indorato con gemma. Perciò tanto il Puricelli, quanto l'Ughelli e il
padre Papebrochio, furono di parere che nell'anno 821, oppure 822,
quell'arcivescovo, ottenuto il perdono, se ne ritornasse a Milano alla
cattedra sua. Pel suo ritorno abbiamo fondamento bastante. Pel sepolcro
non v'ha che delle conghietture. Abbiamo bensì di certo da
Reginone[814], che _habuit iste Bernhardus_ (rex) _filium nomine
Pipinum, qui tres liberos genuit, Bernhardum, Pipinum, et Heribertum_.
Di questo _Pippino_, figliuolo del re Bernardo, fa anche menzione
Nitardo[815], con dire ch'egli avea dei beni in Francia; nè mancano
scrittori moderni che pretendono derivata da _Eriberto_ suo figliuolo la
schiatta degli antichi conti di Vermandois. Lasciarono i Sammartani[816]
in dubbio se questo giovane Pippino fosse legittimo o bastardo. Siam
tenuti alla diligenza del padre Mabillone[817], che mise qui in chiaro
la verità, con rapportar lo strumento della fondazione del monistero
delle monache di santo Alessandro di Parma, scritto in quella città
nell'anno 835, in cui si truova chi fu moglie del prelodato re Bernardo,
e madre del prefato Pippino, cioè _Cunicunda, relicta quondam Bernardi
incliti regis, pro mercedem et remedium animae seniori meo Bernardi, vel
mea, seu filio meo Pippino,_ ec. Restò dunque vacante per questo funesto
avvenimento il regno d'Italia, e fu alcun tempo governato a dirittura
dai ministri dell'imperadore.

Ebbe in quest'anno esso _imperador Lodovico_ da far guerra nella
Bretagna minore. Fin dal secolo quinto dell'era cristiana ritiratesi
dalla gran Bretagna alcune migliaia di famiglie, quivi piantarono la
loro abitazione, dove tuttavia conservano una particolar loro lingua,
che vien creduta l'antichissima celtica. Andò dipoi crescendo la loro
popolazione, e colla gente cresceva anche l'orgoglio, in guisa che
penarono a sottomettersi e a star sottomessi ai Franchi, nazione diversa
dalla loro. I duchi di quella provincia s'intitolavano bene spesso re,
per mostrare la loro indipendenza, nè volevano pagar tributo ai re
franchi. Carlo Magno ebbe anch'egli da fare per reprimere la loro
baldanza. Comandava in questi tempi nella minore Bretagna _Murmanno_,
uomo duro e borioso, che permetteva anche al suo popolo di far delle
scorrerie nelle provincie vicine de' Franchi. Portatene le doglianze
all'Augusto Lodovico, spedì egli _Witcario abbate_, per esortarlo
all'emenda dei danni, e a pagare i dovuti tributi, altrimenti si
aspettasse la guerra. La risposta di Murmanno, sedotto da sua moglie, fu
piena di superbia e di sprezzo. Però l'imperadore determinò di esigere
colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone. Vien minutamente
descritta da Ermoldo Nigello[818] tutta questa azione, e il viaggio
dell'imperadore, e i doni a lui fatti in tal congiuntura dai vescovi ed
abbati, e l'unione e marcia dell'esercito contro i Bretoni. Ma non
s'ebbe esso Augusto a faticar molto. Portò la buona ventura che Murmanno
uscito un dì travestito per ispiare gli andamenti dell'armata francese,
incontratosi con un Francese di bassa lega, ma valoroso, appellato
Coslo, e venuto con lui alle mani, restò ucciso. Di più non vi volle
perchè i popoli bretoni corressero ad implorare il perdono, a giurar
fedeltà, e a promettere i tributi. Dopo questa felice impresa tornato
l'imperador Lodovico ad Angiò, trovò l'augusta sua moglie _Ermengarda_
aggravata da gagliarda febbre, e tale, che da lì a tre dì la portò alla
sepoltura. S'ella ebbe mano nel precipizio del re Bernardo, non tardò
già Iddio a chiamarla ai conti. Era già divenuto duca, ossia principe di
Benevento, _Sicone_, siccome abbiam detto. Spedì egli in quest'anno i
suoi ambasciatori a Lodovico imperadore, e, secondochè scrive
Erchemperto[819], _foedus cum Francis innovavit_. Eginardo anch'egli lo
conferma[820], scrivendo che l'imperadore, _quum Heristallium venisset,
obvios habuit legatos Siconis ducis Beneventanorum, dona ferentes,
eumque de nece Grimoaldi ducis antecessoris suis excusantes_. Aggiugne
dipoi, che comparvero parimente i legati d'altre nazioni, specialmente
di _Borna_ duca dei Gudescani, e di _Liudevito_ duca della Pannonia
inferiore, il quale, macchinando delle novità, mandò molte accuse contra
_Cadaloum comitem, et Marcae Forojuliensis prefectum_, tacciandolo
d'uomo crudele ed insolente. Per le quali parole ho già io dato il nome
di _marca_ al Friuli, e credo già costituiti i _marchesi_: del che
parlerò più abbasso. Fu cagione la rivolta del _re Bernardo_ che
l'imperadore in quest'anno costrignesse i suoi fratelli bastardi
_Dragone, Teodorico_ ed _Ugo_ a prendere la tonsura monastica,
quantunque niuno attribuisca loro demerito o reato alcuno. Proprio è de'
principi deboli essere sospettosi, e il lasciarsi trasportare talvolta
per questo anche alla crudeltà.

NOTE:

[806] Eginhard., in Annal. Franc.

[807] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.

[808] Antiquit. Italic., Dissert. II.

[809] Theganus, de Gest. Ludovici Pii.

[810] Pagius, ad Annal. Baron.

[811] Tristanus Calchus, Hist. Mediol.

[812] Puricellius, Monument. Basilic. Ambrosian.

[813] Antiquitat. Italic., Dissert. X.

[814] Reginon., in Chronico ad ann. 818.

[815] Nithardus, Hist., lib. 2.

[816] Sammarthani, Hist. General., lib. 4, cap. 13.

[817] Mabillonius, Append. ad tom. 2 Annal. Benedictin., n. 58.

[818] Ermold. Nigel., lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[819] Erchempertus, Hist., n. 10.

[820] Eginhard., in Annal. Franc.



    Anno di CRISTO DCCCXIX. Indizione XII.

    PASQUALE papa 3.
    LODOVICO PIO imperadore 6.


Rimasto vedovo l'imperador Lodovico, non pensava punto a rimaritarsi; ma
cotanto gli picchiarono nell'orecchio i suoi cortigiani, che cangiò
pensiero. Per attestato dell'autore anonimo della sua vita[821],
_timebatur a multis ne regni gubernacula vellet relinquere_: cioè, come
si può conghietturare, si temeva ch'egli volesse prendere la monastica
cocolla. Fatte pertanto venire varie nobili fanciulle alla corte, egli
scelse per sua moglie _Giuditta_, secondo Tegano[822], _filiam Welfi
ducis, qui erat de nobilissima stirpe Bavarorum_. Non duca, ma
_nobilissimus comes_ vien chiamato dall'autor della vita di Lodovico Pio
questo _Welfo_, che _Guelfo_ è nel linguaggio de' vecchi italiani, i
quali voltavano il W tedesco in GV, come consta in assaissimi altri
nomi. Importa non poco ai lettori di far mente a questo _Guelfo_, perchè
da lui fu propagata l'insigne famiglia de' principi guelfi in Germania,
che poscia terminò in una donna maritata in casa d'Este e da cui
l'Italia prese l'infausta fazione de' Guelfi famosi competitori de'
Ghibellini, ossia dei Gibellini. Fra l'altre sue prerogative portò
Giuditta in dote una rara bellezza; ma il suo matrimonio col tempo
riuscì ben funesto a tutta la monarchia franzese, per quanto andremo
vedendo. All'imperadore si era ribellato _Liudevilo_[823], che già
abbiam veduto duca della Pannonia inferiore. Contra di costui si fece
marciare nel mese di luglio l'armata d'Italia, che senza fare impresa
alcuna se ne tornò a' suoi quartieri. Di ciò insuperbito Liudevito,
mandò i suoi inviati all'imperadore, mostrando di voler pace: ma nello
stesso tempo proponendo condizioni si alte, che Lodovico non istimò
convenevole alla sua dignità di accettarle. Dell'altre pe' suoi legati
ne inviò a lui l'imperadore, che furono del pari rigettate. Intanto
ritornato dalla Pannonia _Cadaloo_ o _Cadolaco_ marchese, ovvero _dux
forojuliensis_, come vien chiamato da Eginardo, sorpreso da febbre,
terminò il corso della sua vita. In luogo suo fu creato marchese o duca
del Friuli _Baldrico_. Andando questi a visitar la Carintia, provincia
anch'essa allora sottoposta al suo governo, eccoti entrare in quelle
contrade il suddetto Liudevito duca colla sua armata. Scontrossi con lui
Baldrico vicino al fiume Dravo; e tuttochè seco non conducesse se non
una picciola brigata, pure sì coraggiosamente l'assalì, che il fece suo
malgrado ritirar nella Pannonia, con istrage ancora di molti di que'
Barbari. All'incontro avendo Liudevito fatta un'incursione nella
Dalmazia, e venutogli incontro _Borna_, che era dianzi, oppur era poco
prima divenuto duca di quella provincia, abbandonato dalle sue truppe,
ebbe difficoltà a salvarsi colla fuga. Restò con ciò campo a Liudevito
di mettere a fuoco e sacco non poca parte della Dalmazia. Borna tenne
saldo tutte le fortezze, e con un corpo volante di notte e di dì andò
tanto pizzicando l'esercito nemico, che l'astrinse infine ad uscir di
quel paese, con averne ucciso circa tre mila, e presi trecento e più
cavalli, con altro grosso bottino. Di questi avvenimenti diede egli
avviso all'imperadore. Si fecero anche nel presente anno altre
spedizioni militari, massimamente per domare i popoli della Guascogna,
che s'erano in parte ribellati, e dal _re Pippino_ figliuolo
dell'imperadore furono ridotti al dovere.

Intanto in Oriente _Leone Armeno_ imperadore continuava la sua
persecuzione contro i difensori delle sacre immagini, fra' quali dicemmo
che specialmente si distinse _s. Teodoro Studita_. Per quanto si
stendevano le sue forze ed esortazioni, il sommo Pontefice _Pasquale_ si
studiò di mettere freno al furore di quel principe, e di confortare i
Cattolici alla sofferenza. Confermò il medesimo papa in questo anno i
privilegii della Chiesa di Ravenna con sua bolla data a _Getronace_
arcivescovo. Leggesi questa presso il Rossi[824], ma assai più corretta
per cura d'erudito cavalier milanese, mercè d'una antichissima copia (da
me ristampata) esistente nella Biblioteca ambrosiana[825]. La data è _V
idus julias per manum Sergii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae.
Imperante domino nostro perpetuo Augusto Hludovico, a Deo coronato,
magno pacifico imperatore anno, et post consulatum ejus anno_ (sexto)_,
sedet Hlothario novo imperatore ejus filio anno... Indictione
duodecima._ Necessario fia, per cagion di queste note, di dire che
dall'anno 817, in cui _Lottario_ fu dichiarato dal padre collega
nell'imperio, si cominciasse ad usare in Roma l'epoca di lui: il che
potrebbe parere alquanto strano, mentre, siccome io ho avvertito
altrove[826], altre città d'Italia solamente dall'anno seguente
cominciarono a contare gli anni del suo imperio, oppure dell'anno 823,
in cui fu egli coronato in Roma. Egli è da credere che con
partecipazione del pontefice fosse conferita la dignità imperiale a
Lottario, e che perciò non si tardasse in Roma a pagargli quel tributo
d'ossequio che conveniva alla di lui sovranità. Attese in quest'anno
l'imperador Lodovico, giacchè erano tornati i messi da lui spediti per
gli suoi regni, a regolar gli affari delle chiese e dei monisteri, e la
vita degli ecclesiastici, siccome apparisce da varii capitolari presso
il Baluzio[827]. E perciocchè era seguita una convenzione intorno ad
alcune _chiese battesimali_, oggidì parrocchiali, fra _Giso_ o _Gisone_
vescovo di Modena, e _Pietro abbate_ di Nonantola; in questo anno nel dì
primo di ottobre Lodovico Augusto la confermò con un suo diploma, di cui
resta memoria nel catalogo di quella badia, da me[828] dato alla luce.
Circa questi tempi, se pur non fu molto prima, narra il Dandolo[829]
nella sua Cronica che _Angelo Particiaco_ ossia _Participazio_, doge di
Venezia, avendo due figlioli, ne mandò il maggiore, appellato
_Giustiniano_, a Costantinopoli, dove fu graziosamente ricevuto
dall'imperador _Leone Armeno_, con impetrar da lui il grado e titolo
d'_ipato_, ossia di _console imperiale_. Nello stesso tempo procurò che
il popolo dichiarasse suo collega nel ducato _Giovanni_ l'altro suo
figliuolo. Ma ritornato Giustiniano da Costantinopoli, e trovata la
promozion del fratello, se l'ebbe forte male; nè volendo entrar nel
palazzo, andò con Felicita sua moglie ad abitar nella casa contigua alla
chiesa di san Severo. Il padre, che teneramente l'amava, pentito di
avergli recato questo disgusto, degradò il figliuolo Giovanni, e il
mandò in esilio a Jadra, oggidì Zara, con far eleggere dipoi suo
compagno nel ducato non solamente il suddetto _Giustiniano_, ma anche
_Angelo_ di lui figliuolo. Irritato da quest'azione _Giovanni_, dalla
Dalmazia si portò alla corte dell'imperador Lodovico, _qui in Pergamo
erat_, per implorare il suo patrocinio. Sarà un error dei copisti la
menzione di _Pergamo_, cioè di _Bergamo_, perchè Lodovico Augusto,
dacchè fu assunto all'imperio, non venne più in Italia. S'interpose in
fatti l'imperadore, e fatti de' buoni uffizii il rimandò a Venezia a suo
padre il quale per togliere le occasioni di discordia, giudicò meglio
d'inviarlo ad abitar colla moglie in Costantinopoli. Aggiugne il
suddetto Dandolo che l'imperador Lodovico, per le istanze di _Fortunato
patriarca di Grado_, concedette al popolo dell'Istria di poter eleggere
i suoi governatori, vescovi, abbati, tribuni ed altri loro uffiziali,
siccome era dianzi stato accordato da Carlo Magno suo padre. Leggesi
ancora un privilegio, dato dai suddetti _Angelo_ padre e _Giustiniano_
figliuolo, chiamati _per divinam gratiam venetae provinciae duces_, a
_Giovanni_ abbate del monistero di s. Servolo nel mese di marzo, o di
maggio, correndo l'_indizione XII_, cioè nell'anno presente, dove
unitamente con _Fortunato_ patriarca di Grado, e _Cristoforo_ vescovo di
Olivola, o vogliam dir di Venezia, e col popolo trasportano que' monaci
nella chiesa di sant'Ilario presso il fiume Ima o Una, con varie
esenzioni quivi espresse.

NOTE:

[821] Astronom., in Vita Ludov. Pii.

[822] Theganus, Gest. Ludovicii Pii, num. 26.

[823] Eginhard., in Annal. Francor. Annales Francor. Bertiniani.

[824] Rubeus, Hist. Ravenn., p. 237.

[825] Rer. Italic., P. I., tom. X.

[826] Antiquit. Italic., Dissertat. 10.

[827] Baluz., Capitolar. Reg. Franc.

[828] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[829] Dandul., in Chron. tom. 12. Rer. Italic.



    Anno di CRISTO DCCCXX. Indizione XIII.

    PASQUALE papa 4.
    LODOVICO PIO imperadore 7.
    LOTTARIO imperadore e re di Italia 1.


Di strepitose novità fu feconda in questo anno la città di
Costantinopoli. Già era mancato di vita nel precedente _Barda patrizio_,
e cognato di _Leone Armeno imperadore_, forte di lui appoggio, ma fiero
nemico e persecutore de' monaci, perchè nimico delle sacre immagini. Da
meno di lui non era lo stesso imperador Leone nel promuovere l'eresia
degl'iconoclasti; ma venne il flagello di Dio a visitarlo in
quest'anno[830]. Aveva egli condannato a morte _Michele_, cognominato
_Balbo_, perchè scilinguato, da Amoria città della Frigia, suo capitan
delle guardie e patrizio. Mentre questi era condotto al supplizio nella
vigilia del Natale del Signore, saltò fuori l'_imperadrice Teodosia_
tutta infuriata, perchè in giorno tale, in cui l'imperadore dovea
prepararsi per la sacra comunione, si facesse giustizia, e ne impedì
l'esecuzion per allora. Bastò questa dilazione, perchè gli amici di
Michele congiurati trucidassero nel dì seguente in chiesa l'imperador
suddetto, e poscia fatti eunuchi i di lui figliuoli, li cacciassero in
un monistero, uno dei quali nulladimeno non vi arrivò perchè si morì di
spasimo. _Michele Balbo_ cavato di prigione coi ceppi tuttavia ai piedi,
perchè la chiave stava in saccoccia dell'estinto Leone, andò a mettersi
sul trono imperiale, e fu proclamato imperadore, e poscia pacificamente
accettato da tutti: uomo per altro macchiato di non pochi vizii, infetto
di un'eresia che riteneva i riti ebraici, e non mai degno di quella
sublime dignità. Calamitoso ancora riuscì quest'anno a tutto il regno
della Francia, perchè v'infuriò la peste sopra gli uomini ed anche sopra
i buoi, con essersene attribuita troppo buonamente la cagione alle
smoderate piogge che vi si provarono, le quali ancora guastarono sì
fattamente i raccolti, che alla peste tenne dietro e si congiunse una
terribile carestia. Fu accusato in quest'anno per attestato degli Annali
de' Franchi[831], _Gera_ conte di Barcellona di varii delitti,
specialmente di fellonia, da un certo Sanilone. Perchè non vi erano
chiare pruove del reato, secondo il pazzo costume d'allora, già da lungo
tempo introdotto, si venne al giudizio di Dio, cioè al duello,
figurandosi la semplicità della gente di que' tempi che Dio nel
combattimento assistesse chi avea ragione, cioè tentando empiamente Dio
con questi e con altri, ma men pericolosi esperimenti. Vivamente
descrive Ermoldo Nigello[832], contemporaneo scrittore, il loro
conflitto, fatto a cavallo (perchè amendue erano Goti di nazione) in un
parco alla presenza dell'imperadore e di tutta la Corte, notando, fra le
altre cose, che fu portata nel campo la bara in servigio di chi vi
restasse morto. Toccò a Bera il disotto; ma il pio imperadore il
sottrasse alla morte, se non che la caduta sua servì a condannarlo come
se veramente fosse reo. Contentossi nulladimeno l'Augusto Lodovico di
gastigarlo solamente coll'esilio in Roano. Stavano poi fitte in cuore
d'esso imperadore le insolenze e la tracotanza di _Liudevito_ duca della
Pannonia inferiore, che gli s'era ribellato, siccome dicemmo. Tre
eserciti dunque, raccolti dalla Sassonia, dalla Franconia, Alamagna,
Baviera ed Italia, ordinò egli che nel medesimo tempo entrassero
ostilmente nella Pannonia; uno dall'Italia per l'Alpi del Norico, un
altro per la Carintia, e il terzo per la Baviera. Trovarono il primo e
l'ultimo delle difficoltà ad entrarvi, parte per cagion delle montagne
difese dai ribelli, e parte per l'opposizione del fiume Dravo, che
conveniva valicare. Quello che s'inviò per la Carintia, ebbe più
fortuna, benchè in tre luoghi se gli opponesse il nemico, che tre volte
restò sbaragliato. Liudevito intanto si tenea forte in un castello
inespugnabile della montagna, senza uscire in campagna, e senza parlar
di pace. Unitosi poi insieme i tre eserciti, misero a ferro e a fuoco
quasi tutta quella contrada. Alla testa dell'esercito italiano era
_Baldrico_ duca o pur marchese del Friuli. Nel ritorno a casa passando
egli per la Carniola, que' popoli, _qui Carcasovum fluvium habitant_ (si
dee scrivere, _qui circa Savum fluvium habitant_) confinanti col Friuli,
se gli arrenderono, ed altrettanto fece una parte della Carintia, che
dianzi s'era data a Liudevito. In quest'anno ancora fu guerra in Ispagna
contra di _Abulaz_ re de' Saraceni. E nel mare d'Italia otto navi di
mercatanti venendo dalla Sardegna in Italia, rimasero prese dai
Saraceni, e affondate in mare. Gli Annali dei Franchi ci hanno taciuta
una particolarità importante per l'Italia: cioè, che in quest'anno
l'imperador Lodovico concedè al primogenito suo _Lottario_, già
dichiarato imperadore nell'anno 817, il regno d'Italia. Ma questo fatto,
siccome han dimostrato con varii esempli i padri Cointe, Mabillone e
Pagi, abbastanza si raccoglie dall'epoca usata in varie carte sì entro
che fuori d'Italia, che ebbe principio nell'anno presente. In pruova di
ciò addurrò anch'io varie pergamene da me vedute, ed altre si possono
vedere nelle mie Antichità italiche[833]. Il padre Pagi[834] crede che
essa epoca avesse principio prima del dì ultimo di maggio dell'anno
presente. Deduco io da un suo diploma, da me rapportato altrove[835],
ch'essa era cominciata anche prima del dì 3 di febbraio, essendo quel
documento dato _III nonas februarias, anno, Christo propitio, imperii
domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV,_ cioè nell'anno 837,
giacchè l'epoca dell'imperio denotava quella del regno. Dirò di più:
puossi anche dubitare, per quanto proposi nelle Antichità italiane[836],
che tale epoca prendesse principio negli ultimi mesi dell'anno 819;
sopra di che lascerò disputarne ad altri. Comunque sia, a noi basti di
sapere che al regno d'Italia fu dato in quest'anno (se pur ciò non seguì
nel precedente) un nuovo re, e questi fu _Lottario_, imperadore, il
quale non andrà molto che vedremo venire a prenderne il possesso.

NOTE:

[830] Cedren. Leo Grammaticus, Zonaras et alii in Hist. Byz.

[831] Eginhard., Annal. Francor. Annal. Franc. Bertiniani.

[832] Ermold. Nigellus, lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[833] Antiquit. Ital., Dissert. X.

[834] Pagius, ad Ann. Baron.

[835] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.

[836] Ibid., Dissert. X.



    Anno di CRISTO DCCCXXI. Indizione XIV.

    PASQUALE papa 5.
    LODOVICO PIO imperadore 8.
    LOTTARIO imperadore e re di Italia 2.


Trovavasi a Nimega l'_imperador Lodovico_ dopo Pasqua, ed ivi nella
dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi
figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa
presso il Baluzio[837]. Di _Lottario_ altro non è detto, se non che era
stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re _Pippino_
viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di
Tolosa con quattro altri comitati; a _Lodovico_ re la Baviera, la
Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella
Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano
ammogliarsi[838], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del
fratello maggiore, cioè dell'_imperadore Lottario_. Colà arrivarono
nello stesso tempo i legati di _papa Pasquale_ cioè _Pietro Vescovo_ di
Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di
tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente
ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una
spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello _Liudevito_
duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco
dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone,
essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane
imperador _Lottario_ prese per moglie _Ermengarda_ figliuola di _Ugo
conte_[839], discendente da _Eticone_ duca d'Alemagna: _Qui erat de
stirpe cujusdam ducis nomine Edith_, scrive Tegano[840]. Informato il
romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì
anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono
dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo
imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le
istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della
congiura del fu re d'Italia _Bernardo_, li fece venire alla sua
presenza[841], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio
fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del
fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che _singulos
in statum pristinum restituit_. Di qui han preso giusto motivo il
Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che _Anselmo_
arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse
placidamente fra' suoi. _Wolfoldo_ vescovo di Cremona (chiamato
dall'Ughelli[842], non so con qual fondamento modenese) scrive il
medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova
alcuna. _Teodolfo_ ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo
perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse
da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo
monaco miciacense[843], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui
dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già
dicemmo all'anno 814 che il celebre _Adalardo_, abbate della vecchia
Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero
d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il
rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che
_Fortunato patriarca di Grado_ fu accusato da Tiberio suo prete presso
l'imperador Lodovico d'infedeltà[844], quasi che egli esortasse
_Liudevito_ duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua
ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a
fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte.
Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò
in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato
il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente
s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a
Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi
della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per
mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo
nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto
un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato
spoletino[845], da _Aledramo conte_, e da _Adelardo_ e _Leone_, vassali
e messi spediti da _Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum
causas audiendas et deliberandas_. Aveano sessione nel medesimo giudizio
_Guinigiso_ e _Gerardo duchi, Sigoaldo_ vescovo di Spoleti, _Magio,
Ittone_ e _Liutardo_ parimente vescovi con altri abati, vassi e
gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato _ad
regiam partem_, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la
conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che
i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche
posseduti da loro. La decision fu in favore d'_Ingoaldo_ abate di Farfa.
L'aver trovato nella carta di questo placito con _Guinigiso duca Gerardo
duca_, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di
Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di
quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi
e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò
francamente per figliuolo di Guinigiso questo _Gerardo duca_. Io senza
altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè
essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari;
sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che
quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della
Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di
questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita
nell'anno seguente _Guinigiso_, duca indubitato di Spoleti, vedremo che
gli succede _Suppone_, senza che più si parli di Gerardo. Però tali
riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di
Spoleti. Al più si potrebbe sospettare che fosse stato duca di Camerino.
Abbiamo poi dal Dandolo[846] che _Angelo Particiaco_ doge di Venezia,
udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di _Michele Balbo_, gli
spedì per suo ambasciatore _Angelo_ figliuolo di _Giustiniano_ suo
figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma
questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.

NOTE:

[837] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.

[838] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.

[839] Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.

[840] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.

[841] Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.

[842] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.

[843] Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.

[844] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.

[845] Chron. Farfens.

[846] Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO DCCCXXII. Indizione XV.

    PASQUALE papa 6.
    LODOVICO PIO imperadore 9.
    LOTTARIO imp. e re d'Italia 3.


Per attestato di Eginardo e d'altri antichi annalisti, l'anno fu questo
in cui l'_imperador Lodovico_, trovandosi nella dieta di Attignì, che fu
universale di tutto l'imperio, e v'intervennero anche i legati del papa,
si riconciliò con _Drogone, Teodorico_ ed _Ugo_, suoi fratelli
bastardi[847], ch'egli nell'anno 818 avea forzati a prendere l'abito
monastico. A Drogone diede nell'anno seguente il vescovato di Metz, ad
Ugo varii monisteri, Teodorico verisimilmente col morir poco appresso
non godè dei benefizii a lui pure compartiti o destinati dal fratello
Augusto. Si accusò ancora pubblicamente il religiosissimo imperadore
della crudeltà usata contra di _Bernardo re d'Italia_ suo nipote, e di
quanto aveva operato contra di _Adalardo_ abate e di _Walla_ suo
fratello, personaggi illustri della real famiglia; e ne domandò e ne
fece pubblica penitenza. Dopo la dieta di Attignì[848] egli spedì
l'Augusto _Lottario_ suo primogenito al governo dell'Italia, e gli mise
a' fianchi il suddetto _Walla_, già fatto monaco e _Gerungo_ che era
_ostiariorum magister_ nella sua corte, acciochè essendo esso suo
figliuolo tuttavia giovane ed inesperto, si regolasse negli affari del
regno col loro consiglio. Questo Walla abate, nella vita di lui scritta
da Pascasio Ratberto, e pubblicata dal padre Mabillone[849], è chiamato
_paedagogus Augusti Caesaris_; noi diremmo _aio di Lottario imperadore_.
Son di parere il suddetto padre Mabillone[850] e il padre Pagi[851] che
da questo ingresso di Lottario cominciasse un'altra epoca, che dicono
incontrarsi in alcuni diplomi. Veramente nell'insigne archivio
dell'arcivescovato di Lucca ho io vedute varie pergamene segnate con gli
anni di esso imperador Lottario, _postquam in Italiam ingressus est_.
Una di quelle fu scritta _Anno XXVIII. Hlotharii imperatoris, postquam,
ec. Indictione XIII, nono kal. martias_, cioè nell'anno 850. Ma questa
epoca pare dedotta dall'anno seguente 823, poichè in Lucca non si
contavano peranche nel febbraio dell'anno presente gli anni di Lottario,
ciò constando da un placito tenuto da due Scabini, dove son queste
parole: _Facta notitia judicati in regno Dno nro Hludovvic magni
imperatoris, anno imperii ejus nono, mense aprile, Indictione
quintadecima,_ cioè nell'anno 822, dove non si vede menzione di
Lottario. Un'altra carta vidi scritta _regnante. D. N. Hlothario
imperatore Augusto, anno imperii ejus postquam in Italia ingressus est,
trigesimo tertio, et figlio ejus D. N. Hludovvico idemque imperator,
anno sexto, decimo kal. octobris, Indictione quarta._ Un'altra ha le
seguenti note: _Anno XXV. Hlotarii imperatoris postquam in Italia
ingressus est, V nonas martias, Indictione X,_ cioè nell'anno 847, a dì
3 di marzo. Questa epoca, che mi sembra dedotta dall'anno presente, non
s'accorda colle precedenti; e però lascerò sopra di ciò disputare a chi
ha più abbondanza di tempo.

Abbiamo a quest'anno le seguenti parole di Eginardo[852], alle quali son
conformi quelle d'altri annalisti[853]. _Vinigisus dux spoletanus, jam
senio confectus, habitu saeculari deposito, monasticae se mancipavit
conversationi; at non multo post tactus corporis infirmitate decessit.
In cujus locum Suppo Brixiae comes substitutus est_. Sicchè nell'anno
presente _Guinigiso_ duca di Spoleti si fece monaco, e poco dappoi
compiè il corso della sua vita, e in luogo suo fu sostituito
dagl'imperadori Lodovico e Lottario _Suppone_ conte di Brescia. Questo
_Guinigiso_ vien chiamato _il secondo_ dal padre Mabillone[854], perchè
nel catalogo anteposto da me alla Cronica di Farfa si legge due volte
_Guinichus dux_. Ma siccome ho di sopra avvertito, un solo _Guinigiso_
governò quel ducato, e ciò a noi viene anche insinuato dal _jam senio
confectus_. Il conte Campelli ed altri hanno poi creduto ch'egli non
lasciasse dopo di sè prole maschile; ma il suddetto padre Mabillone
pretende che restasse di lui un figliuolo similmente appellato
Guinigiso; perchè in un placito tenuto nella città di Spoleti _anno
Ludovici et Lotharii imperatorum decimo et quarto, mense aprili,
Indictione I_, cioè nell'anno seguente 823, _Ingoaldo_ abate di Farfa
ricuperò una corte a lui usurpata da _Guinigiso vasso dell'imperadore_.
Per chiarirsi meglio di ciò converrebbe aver sotto gli occhi il placito
stesso, e vedere se questo Guinigiso è allora vivente; e quando sia
vivo, se apparisca figliuolo del defunto duca Guinigiso, potendo altre
persone fuori della di lui casa aver portato il medesimo nome. Per altro
non è da fidarsi molto del catalogo suddetto, al vedere che in esso non
è dipoi fatta menzione di _Suppone_, che senza fallo succedette in quel
ducato. Secondo i sopraccitati Annali, in quest'anno ancora l'esercito
d'Italia fu spedito contra di _Liudevito_ duca ribello nella Pannonia.
Costui, veggendo appressarsi le armi nemiche, abbandonata la città di
Siscia, oggidì Sissec, posta alla sboccatura del Savo, si ricoverò
appresso i Sorabi, creduti dall'Eccardo gli stessi che i Serbi, o Servi,
da lì innanzi padroni della Servia. L'Astronomo[855] scrive ch'egli _ad
quemdam principem Delmatiae venit_. Ammesso da quel principetto in una
sua città, il pagò da par suo di questo benefizio, perchè ammazzatolo
s'impadronì della città medesima. Finalmente o pentito daddovero, o
fingendosi pentito, mandò all'imperador Lodovico alcuni de' suoi a
chiedere misericordia, con promessa ancora di comparire davanti a lui in
persona. Ma il barbaro fu poscia nell'anno seguente ucciso da uno de'
suoi: con che diede fine a tante sciagure per sua cagione accadute alla
Pannonia. Abbiamo parimente dal Porfirogenneta[856] e dal continuator di
Teofane[857], che i Saraceni, e, quel che può recar più maraviglia, i
Saraceni di Spagna, s'impadronirono in quest'anno dell'isola di Creta.
Credesi che i medesimi coll'aver quivi fabbricata la città appellata
_Candia_, fecero col tempo mutare all'isola il nome. Avendo spedito
_Deusdedit_ vescovo di Modena un suo prete all'imperador Lodovico,
ottenne la conferma de' privilegii conceduti al vescovato di Modena,
ossia alla _chiesa di san Geminiano_, dai re longobardi, e dei beni
spettanti alla medesima, fra' quali era un molino, _quod pertinebat ad
curtem regis civitatis Novae_. Presso il Sillingardi e presso
l'Ughelli[858], quel diploma è scorretto in molti siti, e specialmente
nel fine. L'originale ha: _Durandus diaconus ad vicem Fridugisi
recognovi et subscripsi. Data sexto idus februarias, anno Christo
propitio VIIII imperii domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione XV.
Actum Aquisgrani palatio regio._

NOTE:

[847] Hincmarus, de Divor. Lotharii Regis.

[848] Annal. Franc. Eginhard.

[849] Mabill., Saecul. Bened. IV, P. 1.

[850] Idem, lib. 2. cap. 26, de Re Diplom.

[851] Pagius, in Crit. Baron.

[852] Eginhardus, Annal. Franc.

[853] Annales Franc. Bertiniani.

[854] Mabillon., Annal. Benedictin., ad hunc ann.

[855] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[856] Constantinus Porphyrogenn. de Administr. Imper. cap. 22.

[857] Continuator Chron. Theoph.

[858] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.



    Anno di CRISTO DCCCXXIII. Indizione I.

    PASQUALE papa 7.
    LODOVICO PIO imperadore 10.
    LOTTARIO imperadore e re d'Italia 4 e 1.


Per attestato di Eginardo[859], dell'autore della vita di Lodovico
Pio[860] e d'altri annalisti antichi[861], l'_imperadore Lottario_ già
venuto in Italia, dopo avere per ordine del padre atteso a rendere
giustizia ai popoli in diversi luoghi, già si preparava per tornarsene
in Francia, quando fu inviato e pregato da _papa Pasquale (rogante
Paschale papa_) a portarsi a Roma, per quivi ricevere la corona
dell'imperio. L'aveano ricevuta Carlo Magno e Lodovico Pio dalle mani
de' sommi Pontefici; dovea premere a papa Pasquale di conservare i suoi
diritti, e di non permettere che Lottario seguitasse a farla da
imperadore senza la solenne funzione della coronazione, Pascasio
Ratberto[862] ci fa sapere che _Lodovico Pio_ anch'egli concorse ad
inviare colà il figliuolo, mettendo in bocca di Lottario queste parole
verso il padre: _Ad eamdem sedem_ (di Roma) _clementer me vestra
imperialis eximietas misit, ad confirmandum in me, quidquid pia dignatio
vestra decreverat, ut essem socius et consors, non minus
sanctificatione, quam potestate et nomine_. Ecco che ad autenticare e
confermare l'elezion di un Augusto si richiedeva la coronazione romana.
_Unde_ (soggiugne) _quia coram sancto altare et coram sancto corpore
beati Petri principis Apostolorum a summo pontifice, vestro ex consensu
et voluntate benedictionem, honorem et nomen suscepi imperialis
officii_. Andò in fatti Lottario a Roma, dove fu accolto con gran pompa
_(clarissima ambitione)_ dal sommo pontefice, e nel solenne giorno di
Pasqua, che in quest'anno cadde nel dì 3 di aprile, fu maestosamente
ornato della corona imperiale, _et Augusti nomen accepit_, come se
cominciasse allora ad usar questo glorioso titolo. Nelle giunte alla
storia di Paolo Diacono[863], date alla luce dal Freero, si legge
all'anno 823: _Lotharius imperator primo ad Italiam venit, et diem
sanctum Paschae Romae fecit Paschalis quoque apostolicus potestatem,
quam prisci imperadores habuere, ei super populum romanum concessit_. E
di qui prese principio un'epoca degli anni di Lottario imperadore, che
dipoi fu la più usata in Italia ed altrove. Fu in questa occasione del
trovarsi in Roma l'imperador Lottario che _Ingoaldo_ abbate di Farfa,
come consta da un diploma del medesimo Augusto dell'anno 840, rapportato
dal Du-Chesne e da me[864] nella Cronica di Farfa, reclamò nel
concistoro, dove erano _papa Pasquale_ ed esso _Lottario Augusto_,
contra del medesimo papa, perchè avea imposta al monistero di Farfa una
pensione contro i suoi privilegii. _Postquam nos_ (dice ivi Lottario)
_divino sibi nutu favente_ (Lodovico Pio) _consortes fecit imperii, ab
eo in Italiam directi sumus, et a summo invitati pontifice et universali
papa ac spirituali patre nostro Paschali, quondam Romani venimus. Quo
dum in praesentia ejusdem domni apostolici ac nostra, procerumque
romanorum, sive optimatum nostrorum, atque multorum utriusque partis
nobilium virorum quaestiones agitarentur: inter ceteras altercationes,
jubente eodem domno apostolico, advocatus suus nomine Sergius,
interpellavit virum venerabilem Ingoaldum abbatem, dicens, quod idem
Sabinense monasterium_ (cioè di Farfa) _ad jus et dominationem Romanae
Ecclesiae pertineret._ Ma avendo l'abbate Ingoaldo prodotti i diplomi
dei re longobardi e di Carlo Magno, da' quali appariva l'esenzione del
suddetto monistero, e che esso era sotto la tutela dei re d'Italia, nè
avendo che replicare in contrario l'avvocato pontificio: il pontefice
Pasquale riconobbe di non avervi diritto alcuno, e fece restituire
all'abbate tutti i beni che _ex eodem monasterio potestas antecessorum
ejusdem Paschalis papae injuste abstulerat._ Rapporta il padre Pagi[865]
questo atto all'anno seguente; ma è certo che si deve riferire al
presente in cui era tuttavia vivo papa Pasquale. Terminate queste
funzioni[866], se ne tornò l'augusto Lottario a Pavia, e di là nel mese
di giugno passò a visitar l'imperadore suo padre, con dargli contezza
delle giustizie in parte fatte e in parte cominciate in Italia. Il buono
imperador Lodovico, standogli forte a cuore il sollievo e buon
regolamento de' popoli, spedì allora in Italia _Adalardo_ conte del
palazzo, con ordine di prendere per suo compagno _Mauringo_ conte di
Brescia, e di perfezionar gli affari non terminati dal figliuolo.

Venuto l'autunno, tenne l'Augusto Lodovico una dieta in Compiegne[867],
e colà pervennero nuove da Roma come _Teodoro primicerio_ della Chiesa
romana, e _Leone nomenclatore_ suo genero (quel medesimo probabilmente,
che nell'anno 817 fu spedito da papa Pasquale a Lodovico Pio) nel
palazzo lateranense erano stati prima accecati, e che loro dipoi era
stato mozzato il capo: _et hoc ideo eis contigisse, quod se in omnibus
fideliter erga partes Lotharii juvenis imperatoris egerant. Erant et qui
dicerent, jussu vel consilio Paschalis pontificis rem fuisse
perpetratam_. Dispiacque non poco all'imperadore un tal fatto, ed
incontanente diede ordine ad _Adalongo abbate_ di san Vedasto e ad
_Unfredo conte_ di Coira, o pur duca della Rezia, di mettersi in viaggio
alla volta di Roma, per fare una diligente inquisizione di tali
omicidii. In questo mentre arrivarono alla corte i legati del papa, cioè
_Giovanni vescovo_ di Selva Candida e _Benedetto arcidiacono_ della
santa romana Chiesa, con incombenza di pregar l'imperadore che non
prestasse fede a chi volea caricare il pontefice dell'infamia d'aver
consentito alla morte di que' tali. Rispediti questi colle convenevoli
risposte, fu replicato l'ordine ai legati imperiali di passare a Roma ad
esaminar questo fatto. Andarono, ma non poterono raccogliere la certezza
come fosse passato l'affare; perchè papa Pasquale si era giustificato
col giuramento preso davanti ad un gran numero di vescovi, asserendo di
non aver avuta parte in quegli omicidii. Per altro si trovò che il papa
difendeva a spada tratta gli autori di quella strage, perchè erano della
famiglia di s. Pietro, cioè suoi cortigiani, sostenendo che gli uccisi
erano rei di lesa maestà, e però meritevolmente uccisi. Furono spediti
di nuovo all'imperadore quattro legati pontificii col ritorno
degl'imperiali; ed egli intese da loro la purgazione canonica praticata
dal papa, che tagliava il corso ad ulteriori perquisizioni intorno alla
pretesa di lui complicità, e udite le scuse degli uccisori (benchè mal
volentieri), lasciò morir questo processo senza vendicare gli uccisi.
_Occisorum vindictam ultra persegui non valens, quamquam multum volens
ab inquisitione hujusmodi cessandum existimavit_: son parole dello
Astronomo nella vita di Lodovico Pio. Chi non vede nella sostanza e nel
maneggio di questo fatto la sovranità dell'imperadore in Roma, è da
credere che abbia ben corta la vista. Sembra eziandio che i papi allora
non istendessero al criminale la loro autorità, forse appartenendo ciò
al prefetto di Roma, postovi dall'imperadore; ma ciò io non oso
asserirlo. Nel dì 13 di giugno dell'anno presente l'_imperadrice
Giuditta_ partorì in Francfort all'Augusto suo consorte un figliuolo, a
cui fu posto il nome di _Carlo_: figliuolo, che diede col tempo
occasione ad incredibili sconcerti nella monarchia franzese. Egli è
celebre nella storia col nome di _Carlo Calvo_. Noi, andando innanzi, il
vedremo un dì imperadore. Per altro in quest'anno s'unì insieme una gran
frotta di disgrazie in Francia, perchè un fiero tremuoto fece traballare
Aquisgrana, s'udirono di notte dei suoni insoliti; caddero furiose
gragnuole ed assaissimi fulmini, continuò la mortalità degli uomini e
delle bestie, ventitrè ville della Sassonia restarono distrutte dal
fuoco, creduto del cielo. Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi che in
quest'anno nella terra di Gravedona sul lago di Como una vecchia e già
scolorita immagine della beatissima Vergine con Gesù Bambino in braccio,
adorato dai Magi, per due giorni mandò splendor sì chiaro, che fu
cagione di maraviglia a tutti; nè questa irradiazione si stendeva ai
Magi. Della verità di questo miracolo io non fo la sigurtà ad alcuno.
Così fatti prodigii e disavventure tennero forte inquieto l'animo del
piissimo imperadore, di maniera che ricorse ai digiuni e alle orazioni
dei sacerdoti, e alle limosine, a fin di placare lo sdegno di Dio, con
farsi francamente a credere che tanti malanni presagissero qualche gran
rovina al genere umano. Già avea terminato il corso di sua vita
_Bonifazio conte di Lucca_, e verisimilmente _marchese di Toscana_, del
quale parlammo di sopra all'anno 813. Ebbe per successore, in quel
governo, _Bonifazio II_ suo figliuolo. Ciò si ricava da uno strumento
rapportato da Cosimo della Renna[868], e scritto _regnante domno nostro
Hludovicus serenissimus Augustus, a Deo coronatus, magnus et pacificus
imperator, anno imperii ejus decimo, et domni nostri Hlotarii
gloriosissimi Angusti filii et in Italia anno primo, III nonas mensis
octobris, Indictione secunda_, cominciata nel settembre di quest'anno.
Quivi _Richilda filia bonae memoriae Bonifati comiti, natio
Baivariorum_, badessa di s. Benedetto nella città di Lucca, promette
ubbidienza a _Pietro vescovo_ e ad _Odelberto abbate_ di san Salvatore
di Sesto. Dopo la di lei sottoscrizione seguita quella di _Bonifazio
conte_ suo _fratello_ con queste parole: _Signum manus Bonifati comitis
germanus suprascriptae abbatissae, per cujus licentiam hoc factum est_.
Sicchè nel governo di Lucca era già succeduto _Bonifazio II conte_, che
verisimilmente fu anche marchese di Toscana per le ragioni che addurremo
nell'anno 828.

NOTE:

[859] Eginh., Annal. Francor.

[860] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.

[861] Annales Franc. Bertiniani, etc.

[862] Paschasius Ratbertus, in vita Wallae Ab. apud Mabill.

[863] Rer. Ital., tom. 2, P. I.

[864] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[865] Pagius, in Crit. Baron., ad ann. 824.

[866] Annales Francor. Metenses. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.

[867] Annales Lauresham. Astronom., in Vit. Ludov. Pii.

[868] Renna, Serie de' duchi di Toscana, P. I, pag. 95.



    Anno di CRISTO DCCCXXIV. Indizione II.

    EUGENIO II papa 1.
    LODOVICO PIO imperad. 11.
    LOTTARIO imperadore e re di Italia 5 e 2.


Ritornarono a Roma i legati, già spediti da _papa Pasquale_ per
discolparsi presso l'imperador Lodovico[869]; ma trovarono esso papa
gravemente malato; e in fatti da lì a pochi dì accadde la morte sua. Non
se ne sa bene il dì preciso, nè se in gennaio o febbraio, o pure più
tardi. Anastasio[870] scrive ch'egli fece una solenne traslazione del
corpo di santa Cecilia vergine e martire; trasportò quelli d'altri
santi; riscosse molti schiavi cristiani dalle mani degl'infedeli, riparò
molte chiese rovinate; e lasciò dappertutto memorie illustri della sua
pia munificenza verso d'esse chiese e verso de' poveri. Si venne
all'elezion del nuovo pontefice, e non s'accordando il popolo, due ne
furono eletti; ma prevalendo la fazione de' nobili, restò canonicamente
prescelto ed ordinato _Eugenio_, _secondo_ di questo nome, che era prima
arciprete di santa Sabina. Ne fu portata subito la nuova all'imperador
Lodovico da Quirino suddiacono; e non resta sentore che fosse fatta
doglianza alcuna per la sua consecrazione, la qual nondimeno pare
seguita poco dopo l'elezione sua; se non che abbiamo dagli Annali de'
Franchi, avere in questi tempi l'Augusto Lodovico presa la risoluzione
d'inviare a Roma il figliuolo Lottario imperadore, _ut vice sua functus,
ea, quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice,
populoque romano, statueret atque firmaret_. Dopo la metà d'agosto si
mise in viaggio esso Lottario, accompagnato da _Ilduino abate_ di s.
Dionisio, e arcicappellano di Francia; e giunto a Roma fu onorevolmente
ricevuto da papa Eugenio. _Cui quum injuncta sibi patefecisset_ (son
parole d'Eginardo) _statum populi romani, jamdudum quorumdam,
perversitate pontificum depravatum, memorati pontificis benevola
assensione ita correxit, ut omnes, qui rerum suarum direptione graviter
fuerant desolati, de receptione bonorum suorum, quae per illius
adventum, Deo donante receperant, magnifice sunt consolati_. Anche
Pascasio Ratberto[871] scrive che il celebre _Walla abbate_ si adoperò
molto perchè fosse eletto e consecrato _Eugenio_, santissimo vescovo
della sede apostolica, _in cujus ordinatione plurimum laborasse dicitur,
si quo modo per eum deinceps corrigerentur, quae diu negligentius a
plurimis fuerant depravata_. Odasi inoltre l'autore della vita di
Lodovico Pio[872], che dopo aver detto il buon accoglimento fatto dal
papa al giovane imperador Lottario, aggiugne: _quumque de his, quae
acciderant, quereretur, quare scilicet hi, qui imperatori et Francis
fideles fuerant, iniqua nece peremti fuerint, et qui superviverent,
ludibrio reliquis forent et haberentur; quare etiam tantae querelae
adversus Romanorum pontifices, judicesque sonarent: repertum est, quod
quorumdam pontificum vel ignorantia vel desidia, sed et judicum caeca et
inexplebili cupiditate, multorum praedia injuste fuerint confiscata.
Ideoque reddendo, quae injuste fuerant sublata, Lotharius magnam populo
romano creavit laetitiam. Statutum est etiam JUXTA ANTIQUUM MOREM, ut EX
LATERE IMPERATORIS mitterentur, qui judiciariam exercentes potestatem,
justitiam omni populo facerent, et tempore, quo visum foret imperatori,
aequa lance penderent_. Sicchè ai disordini passati si rimediò
coll'obbligare la camera pontificia alla restituzion dei beni
indebitamente confiscati; e si provvide all'avvenire col deputar giudici
_ex latere imperatoris_, che amministrassero giustizia a tutto il
popolo, e durassero nell'impiego per quel tempo che paresse
all'imperadore medesimo. Atti tali non credo che abbiano bisogna di
spiegazione. E probabilmente fu in tal congiuntura che l'imperadore
Lottario, trovati in Roma dei giudici rei di concussioni ed ingiustizie,
li gastigò con inviarli alle prigioni in Francia. Ma col tempo papa
Eugenio tanto si adoperò che riebbero la libertà. Nella vita breve
d'esso papa scrive Anastasio[873]: _Hujus diebus romani judices, qui in
Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria
ingredi permisit, et eis non modicas res ex patriarchio lateranensi
praebuit, quia erant pene omnibus facultatibus destituti_. Oltre a ciò,
pel buon governo di Roma Lottario Augusto pubblicò alcune costituzioni,
pubblicate dal cardinal Baronio[874], ma più copiose presso
l'Olstenio[875]. Nella prima egli ordina che chiunque ha spezial
privilegio, dipendenza e patrocinio del papa e dell'imperadore (_sub
speciali defensione domni apostolici, seu nostra_), inviolabilmente ne
goda, sotto pena della vita a chi li molestasse. Vedemmo di sopra il
monistero farfense posto _sub defensione regum langobardorum et Caroli
Magni_, e sopra d'esso niun dominio per conto del temporale avea il
papa. Ivi similmente comanda che si presti in tutto una giusta
ubbidienza al romano pontefice e ai suoi duchi (governatori delle città)
e ai giudici da lui deputati a far giustizia. Nella seconda son vietate
le ruberie fatte in addietro, tanto vivente il papa, come nella sede
vacante. Nella terza si prescrive, sotto pena d'esilio, che niuno
impedisca l'elezion del pontefice, e ad eleggerlo concorrano quei soli
Romani che v'hanno diritto. Nella quarta vuole che sieno deputati dei
messi dall'imperadore, che ogni anno informino esso Augusto, come si
portino i giudici nell'amministrazion della giustizia, e come sia
osservata l'imperial costituzione. Decreta inoltre che in prima istanza
le querele contra i duchi o giudici negligenti sieno portate al papa,
acciocchè egli tosto vi provvegga per mezzo de' suoi deputati; o lo
faccia sapere all'imperadore, che manderà suoi messi per provvedere.
Nella quinta vuole che s'interroghi tutto il senato e popolo romano, per
sapere con che legge voglia vivere, avvertendo ognuno che se commetteran
delitto contra la legge da loro eletta e professata, secondo quella
saran gastigati per ordine del pontefice e dell'imperadore. Va inteso
delle leggi romane, saliche, bavaresi, ripuarie e longobarde, che tutte
aveano allora corso in Italia ed anche in Roma, dove concorrevano tanti
Longobardi e Franzesi. Nella sesta trovandosi dei beni occupati alla
Chiesa romana da alcuni potenti di Roma, sotto pretesto d'averli
ottenuti dai precedenti papi, vuole i ministri imperiali, il più presto
che si possa, li facciano restituire. Nella settima comanda che non si
facciano dai Romani ruberie ne' confini delle provincie suggette al
regno d'Italia; e che le già fatte ed ogni altra ingiustizia occorse di
qua e di là sia corretta secondo le leggi. Nell'ottava dà ordine, che
compariscano alla sua presenza, finchè egli si trova in Roma, tutt'i
duchi, giudici ed altri uffiziali del governo; perchè ne vuol sapere il
numero e i nomi, e fare a cadauno un'ammonizione intorno al ministero
che gli è appoggiato. In ultimo comanda ed esorta ciascuno che portino
in tutto ubbidienza e riverenza al romano pontefice, se loro sta a cuore
di goder la grazia di Dio e d'esso imperadore. Da queste ordinazioni
risulta la signoria de' papi in Roma e nel suo ducato, ma insieme la
superiore degli Augusti. Tornò poscia Lottario in Francia, e notificato
al padre come erano stati eseguiti in Roma i di lui ordini, se ne
rallegrò forte il buon imperadore, e specialmente del bene fatto agli
oppressi sotto i precedenti pontificati.

Se vogliamo prestar fede al continuatore anonimo della storia di Paolo
Diacono[876], già pubblicato dal Freero, Lottario imperatore solennizzò
in Roma la festa di san Martino, e fece fare tanto egli come papa
Eugenio al clero e popolo romano il seguente giuramento: _Promitto ego
ille per Deum omnipotentem, et per ista quatuor Evangelia et per hanc
Crucem Domini nostri Jesu Christi, et per corpus beatissimi Petri
principis Apostolorum, quod ab hac die in futurum ero fidelis dominis
nostris imperatoribus Hludovico et Hlothario, diebus vitae meae, juxta
vires et intellectum meum, sine fraude atque malo ingenio, salva fide,
quam repromisi domino apostolico. Et quod non consentiam, ut aliter in
hac sede romana fiat electio pontificis, nisi canonice et juste secundum
vires et intellectum meum; et ille, qui electus fuerit, me consentiente
consecratus pontifex non fiat, priusquam tale sacramentum faciat in
praesentia missi domini imperatoris et populi eum juramento, quale
dominus Eugenius papa sponte pro conservatione omnium factum habet per
scriptum._ Ma noi non possiam dare questo per documento sicuro, stante
il dirsi da quello scrittore che _anno DCCCXXV Lotharius imperator
iterum ad Italiam veniens, missam sancti Martini Romae celebravit_.
Bensì nell'anno presente 824 venne a Roma l'imperador Lottario, e si può
credere che vi si trovasse nella festa di san Martino, perchè solamente
nel seguente anno tornò in Francia; ma non sussiste la sua venuta
nell'anno 825. Anche il padre Pagi[877] per altre ragioni tien
quell'autore per molto posteriore a' tempi di Paolo Diacono.
Giovan-Giorgio Eccardo[878] crede errato qui l'anno per colpa de'
copisti. Tolto ciò, non è inverisimile quell'atto per i motivi che
addurremo più abbasso. Lo stesso padre Pagi lo riferisce come cosa
certa; e veramente papa Eugenio, considerata la discordia accaduta nella
propria elezione, potè condiscendervi, per rimediare ai disordini
dell'avvenire. Tuttavia l