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Title: L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Author: Prunas, Paolo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux" ***

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            BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
       pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)

                             PAOLO PRUNAS


                             L'ANTOLOGIA

                                  DI
                        GIAN PIETRO VIEUSSEUX


                   STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA



                             ROMA — MILANO
                  SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                                  DI
                         ALBRIGHI, SEGATI & C.
                                 1906



                         PROPRIETÀ LETTERARIA
                DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                                  DI
                        ALBRIGHI, SEGATI & C.

            Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.



A ISIDORO DEL LUNGO


_Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché
potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere
io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri
molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la
prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella
critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta._

  _Firenze, 20 febbraio 1906._

                                                      _PAOLO PRUNAS._



AL LETTORE


In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona
rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si
asseriva che la storia dell'_Antologia_ non piú fosse da scriversi. E
l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran
cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel
quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal
fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto
lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'_Antologia_ ebbero nello svolgimento del
pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne'
quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come,
giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo
(dove spesso è discorso di una Casa d'_Est_, quasi avesse anche a
esserci una Casa d'_Ovest_), d'altre cose parlando si tocca
dell'_Antologia_; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato
di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„;
il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco
innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo
nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già
oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo,
amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé
stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua
gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel
primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli
facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile
del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il _Gabinetto_), scriveva
al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di
lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel
libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da
sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola
dell'_Antologia_, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche
epigramma, attinti all'_Archivio_ di Firenze e altrove. Ma vegga il
lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú
piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno
spiritoso epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre
cose non male, nel fare menzione dell'_Antologia_ i medesimi documenti
si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso),
perché quantunque si citi in esso non di rado l'_Archivio_, quel libro
piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci.
Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che
pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che
nell'_Antologia_ “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e
Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale
proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non
iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi
articoli„ diede il Mazzini all'_Antologia_; la quale il Vieusseux
diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De
Gubernatis afferma[2] che _un articolo del Montani_ fu “involontaria
cagione che l'_Antologia_ fosse obbligata a cessare le sue
pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri
libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore
avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a
mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di
cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali,
alla storia dell'_Antologia_.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale
fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da
far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse
cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per
lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua,
di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto
non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine
facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo
soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi
direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò
ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men
degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio)
aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro
fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo
crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà
corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di
concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere
quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'_Antologia_; la quale
in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del
Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'_Antologia_ tante cose
pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano
non restare) ignoti: di altri, affidandosi alla memoria, benché
tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore
tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello
spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di
lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'_Antologia_ non fosse da
scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre
gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie
parti, e le numerose _carte_ del Vieusseux, e i suoi _appunti_ non
pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le
tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila
lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono
passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho
attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo,
talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la
vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'_Indice generale_ che
dell'_Antologia_ nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi
che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si
rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o
segni diversi, o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli
scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de'
numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di
Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti.
Né _mai_ si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di
Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe
Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa,
quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori
solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non
per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse
rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni
diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il
dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro
Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e
Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani;
Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi
Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e
Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí
via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli
altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho
potuto rintracciare l'autore, ora tra le _carte_ del Vieusseux, ora
nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare
dell'_Antologia_ che insieme con le altre cose di lui si conserva nella
“Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è
dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo
quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su
l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro
compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

                                                                P. P.



L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX



CAP. I.[4]

Le origini dell'_Antologia_

  Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia
  dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il
  '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in
  Londra, e il suo _Progetto di giornale_. — Gian Pietro Vieusseux
  in Firenze, e il suo _Gabinetto scientifico-letterario_. — Gino
  Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. —
  Gian Pietro Vieusseux fonda l'_Antologia_. — Le prime difficoltà
  da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove
  difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian
  Pietro Vieusseux.


“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto
attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi....
Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a
Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a
Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila
co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri
di _Nostra Signora_: allora voi potrete mostrare con onore le vostre
cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella
grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di
Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle
spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il
piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de'
troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e
di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era
stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo
Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso,
promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e
dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per
rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era
stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza
prometteva molto di piú. O _paracarri_ che fuggite, se un poco di tempo
vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia
questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del
Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia
“non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un
Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa,
sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando
fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò
giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati
dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati
d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi
sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una
liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo
sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva
prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami
d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni
d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si
stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo
gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze,
risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi
_ristoratori dell'ordine_, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l
trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del
passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo
alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno
che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e
amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle
classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto
scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de'
secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de'
giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno
dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di
Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con
che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di
una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co'
re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono
spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle
instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano;
a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende
li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato
l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della
gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma
né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di
Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere
gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi
e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco,
da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel
'15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva,
senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e
vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia,
opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio
e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e
indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non
tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li
chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero.
Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria;
confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni
parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo;
molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del
'12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno
americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati
ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove
da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in
fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la
“sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di
Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la
duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello;
la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e
suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per
tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno
che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la
divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti
civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini
assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio
impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle
questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse
pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi
ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta
degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una
dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non
ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed
essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que'
polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il
Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare
che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati
di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo
vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava
contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati,
e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai
l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente
fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi
tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua
propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„.
Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano
guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima
occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta
che successe un giorno nella famosa _bottega_ di Demetrio? Entra un
incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino,
lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia
forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta
disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore,
non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia,
protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono
Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è
forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in
Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia
di chiamare co 'l nome di _forestiere_ chi non è nato e non vive dentro
il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e
cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la
stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva
stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e
superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria,
accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i
letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta,
alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie,
in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando
per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima.
Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di
cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che
l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della
loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non
fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava,
ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

                                  *
                                 * *

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di
contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno
sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del
Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di
lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la
vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli
artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro
desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario;
ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i
letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano,
e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in
luce nella penisola[18], fondava il Saurau la _Biblioteca_, rivista che
nelle idee come nel nome prometteva essere _italiana_. E ne facevano
fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19]
che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute
non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi
mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non
sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di
quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica
opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile
era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo
accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far
nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto
su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione,
confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione
pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo
conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo
giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano
promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a
poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede
al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio
spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai
— scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho
scritto l'Italia _sfortunata_, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso
doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva
la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore
di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non
un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé
stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar
pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti
stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi,
si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„.
Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi
la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo
Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca
notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che
l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza
qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire,
nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome,
quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore
contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or
no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi,
che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per
occupare degnamente l'officio di _direttore_: gli mancavano la
sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre
i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente
mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si
rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava
rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi
articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima
_Biblioteca_„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori
gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con
fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo
scritto gli elogi dell'_Iliade_ del Monti, e lui renitente spronava a
lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver
questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32].
Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli
fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli
uomini che primi avevano scritto nella _Biblioteca_, e davano speranza
di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva
costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con
pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l
sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario
di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla _Biblioteca italiana_, quelli che le avevano
dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il
cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34]
s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure
all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li
gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero
tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame
che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di
pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle
accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel
giornale che fosse “successore legittimo alla _Biblioteca italiana_„, e
la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era
“unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in
consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non
voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del
loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si
schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente
considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo
stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un
giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo
avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli
scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non
permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo
_Spettatore_; e si poneva quasi di fronte alla _Biblioteca_. Vi
comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani
ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai,
e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto
che parve[38] compromettere i buoni successi della _Biblioteca
italiana_. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin
l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è
naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi,
e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure
in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla _Biblioteca_,
irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco
si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che
vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo
_Spettatore_ gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure,
secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per
sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il
_foglio azzurro_. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal
di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale
farà assai male alla _Biblioteca italiana_, ma non durerà piú di un
anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu
cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale
filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî
della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a
vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere
il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che
accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale
l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando
affermava[44] che nella _Biblioteca italiana_ avevano combattuto le
nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora,
perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a
pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo
tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero
punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di
bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno
fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure
origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far
tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare,
e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora
Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena,
morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in
questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'_Amico d'Italia_
comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola
Bologna mensilmente dava una _Nuova collezione di opuscoli scientifici e
letterarî_, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le
inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e
tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio
nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il
governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze
sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi
con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma,
dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si
sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e
che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età
di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età
dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli
altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla
(anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si
pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato
dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi,
con ripugnanza accettò e “per creanza„ la _patente_ in cui era
dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree
campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa
al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto
ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il
_Giornale Arcadico_. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso
Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di _Arcadico_? Per
portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà
mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro
che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica,
avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo:
“battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già
non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla
luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non
poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse
permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne'
soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo
classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini
affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli
scriveva, de' compilatori del _Giornale Arcadico_ poteva dirsi con piú
ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro
articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne
alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

                                  *
                                 * *

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in
Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il
popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di
buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la
rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto
destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini
rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di
Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno
all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon
principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato
assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del
pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una
diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del
governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma
l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar
fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito
e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza
dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e
naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi
per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio
quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie
come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e
delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino
Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e
morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in
avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono
di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo,
dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee
generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha
opere periodiche„, diceva la _Biblioteca_[53] di Milano; e diceva il
vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per
piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il
_nuovo_ di Pisa ancora non era sorto. A un _Giornale di letteratura e
belle arti_, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del
'16. Nel '16 un _Giornale di scienze ed arti_, che doveva servire di
“comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal
Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú
che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i
compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze
impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56]
“frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di
Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito
indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore
facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli
moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza
e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú
classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di
dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore
Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che
prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per
titolo al giornale _Il Saggiatore_, e fece il programma. Del tentativo,
come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini
gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà
pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del
concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i
Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per
discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola,
e dopo il pranzo. Cosí il nostro _Saggiatore_ sarà mangiato e digerito:
se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al
cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la
proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale
intitolato il _Parasito_ o l'_Assaggia minestre_. Io frequenterò poco
questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a'
letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel
manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare
cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„;
e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco
davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il
vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per
ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e
arcirettorico„; e quel che è peggio, la _Biblioteca italiana_
pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era
da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro
giornale intitolato il _Saggiatore_: e il Collini, dolente[63] che la
_Biblioteca_ avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche
_acerbità_, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al
Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga,
consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato.
Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la _Biblioteca italiana_ avesse
già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i
letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa
disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza
dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel
suo proposito di _rinvoltarsi nella toga_, senza aver fatto altro che
incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la _Biblioteca italiana_ chiamava
“ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro
giornaletto; e i compilatori[67] fecero al Collini il brutto servigio di
pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava
per nome il _Raccoglitore_; e il primo numero compariva nel 31 di marzo
del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto
dantesco: _tutte le raccoglie_. Non sarà male fermarci su queste cose,
che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e
insieme morali, della Toscana. I compilatori del _Raccoglitore_, in un
_Manifesto unico_ che voglio in parte riferire, annunciavano al
pubblico: “Saranno inserite nel _Raccoglitore_ tutte le notizie
mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti
nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà
l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí
indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti
sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa
emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di
avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi,
come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti....
Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come
l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle
latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni
del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri
dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú
sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio
quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione
popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di _libri nuovi_, il
Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i
nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva timore,
ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una
letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il _Raccoglitore_
“avesse a che fare col _Saggiatore_„; e se per chi scriveva vi fosse
“nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone,
si diceva[69]: “Signor _Raccoglitore_, ho sentito dire che voi siate un
vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco
eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per
intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete
compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali....,
m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„.
A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del
_Raccoglitore_ non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non
possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate
quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno
da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si
riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del _Raccoglitore_ sopra
i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si
risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver
dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di
compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione
del Cioni il primo numero del _Saggiatore_ venne al mondo con la data
del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel
becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; e il motto:
_Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic
animum perspicuis cedere_: doveva escire una volta per settimana, e i
compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„.
E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti
nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e
paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali
leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far
risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio;
come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro
nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro
nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al
cielo è nato il _Saggiatore_ — strideva la _granata_[73] — Vero è che a
chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e
dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò
nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si
devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue....,
e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il _Saggiatore_),
e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il
_Raccoglitore_ era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione
di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini
dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali
privati„[74], senza risparmiare neppur le donne[75]: ma con tutti i
propositi buoni, il _Saggiatore_ era anch'esso ben misera cosa. Ne sono
usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno
peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben
presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che
sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo
aver letto tutti i numeri del _Saggiatore_, diceva[77] che vi era
qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il _Saggiatore_ rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del
_Raccoglitore_ dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza
“abbassarsi a ribattere i colpi della _granata_„; ma in difesa del
_Saggiatore_ (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali
nascituri: il _Vagliatore_ e il _Volante_. “Al primo — dicevano quei
della _granata_[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al
secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci
mancherà una pertica per arrivarlo„. Il _Volante_ moriva prima ancora
che aprisse gli occhi alla luce: ma il _Vagliatore_ uscí nel 30 di
giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per
emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “_ti
conviene schiarar_„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di
rispondere al _Raccoglitore_ illustrandone il bello e il buono...., non
senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità
della sua spazzatura„. Quei della _granata_ potevano tuttavia stimarsi
felici; ché il _Vagliatore_ si agitava, con intenzioni tutt'altro che
buone pe 'l povero _Saggiatore_. “Ho letto il _Saggiatore_ — diceva[81]
— e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato
il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo
è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri
letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non
meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare
verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo
cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi
numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'_Uomo
di paglia_, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: _dare
pondus idonea fumo_. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non
cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva
primo di vita il _Raccoglitore_, che non aveva raccolto se non cattive
satire delle cose utili; e l'_Uomo di paglia_, facendogli esequie degne
del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima gravezza di stomaco, e
per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una
piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima
della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che,
fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino
ritrovato il _Saggiatore_, “tra i piú difficili a digerirsi„.

Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta,
fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú
d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi
avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che
aveva cancellato qualche frase, il _Saggiatore_ veniva fuori ogni volta
piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di
fondare un _Club_; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i
fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno.
Sperava tuttavia il Collini,[84] che il pentimento del cavaliere inglese
non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del
signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già
da qualche tempo comparire, quei dell'_Uomo di paglia_ dicevano[85] il
medico del _Saggiatore_ essere lo stesso che aveva curato il
_Raccoglitore_. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi
totalmente opposti a quelli che si manifestarono nel _Raccoglitore_, e
secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa
ripienezza, il povero _Saggiatore_ sembra che voglia terminare i suoi
giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.

Dopo non molto finiva anche l'_Uomo di paglia_, senza maggior decoro; e
con lui finivano i giornali, o piuttosto libelli, che dava allora
Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali
per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar
per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e
condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una
virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non si _sapeva_
fare un giornale„[86].

                                  *
                                 * *

Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux,
scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui
mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a
persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben
disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti,
la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico
di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e
tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo,
intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda
e la Russia.

Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in
Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al
Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini
diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito,
de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava
in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di
lavoro.

Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande
città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le
molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma
della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver
trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una
“miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva
inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a
quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già
vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che
con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i
librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose
stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza
toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli
ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la
speranza e la costanza sono frutto in germoglio.

Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al
progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa
dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la
vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione,
ritenendo per sé la direzione[89]: e per l'una cosa e per l'altra si
strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R.
concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo _gabinetto_; co 'l
patto però non lo chiamasse _Ateneo_: ma il Vieusseux, che piú che al
nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in
uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli
alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico
palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un
primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del
dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di
retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e
l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno
stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti,
tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile
e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al
quale poneva nome di _Gabinetto scientifico e letterario_. E poco di
poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore
otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il
_Gabinetto_; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la
lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che
venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e
fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue
giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e
altri libri di consultazione.

Com'era stabilito, il _Gabinetto_ nel giorno 25 di gennaio fu aperto al
pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro
scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni
d'Austria e di Russia vi leggevano il _Censore_ e la _Minerva_; ma
Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75
associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben
pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili
decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non
vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era
mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo
Gian Pietro Vieusseux.

Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva
proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause
della morte del _Saggiatore_, com'ei diceva[93], non erano nell'infante
ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire
innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero
cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per
articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene
diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la
_Biblioteca Italiana_, egli non aveva piú voluto saper di giornali);
anche il Monti assentiva che nel _Saggiatore_, sotto quello del
Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli
auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la
distribuzione del secondo semestre del _Saggiatore_ riunito al
_Gabinetto_; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante
“nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„
avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in
questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano
di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini,
doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e
quell'attesa fu tanta che il _Saggiatore_ non nacque mai piú.

Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono
venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può
affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto
per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere
né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le
membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle
intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita
breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî
meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre
immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la _Biblioteca
Italiana_. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva
ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti
poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in
sostanza signore[97], un governatore austriaco che all'Austria obbediva.
Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che
mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un
giornale leggibile.

                                  *
                                 * *

Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini?
È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il
Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi,
di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e
in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si
erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e
di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra
nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo
giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa,
cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le
nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque
l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse
quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento
d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che
dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, stringeva relazioni co' piú
grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi
una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di
giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello
scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste
specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che
erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú
grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di
ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava
all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo
tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano,
tra l'altre, la _Quarterly Review_, e meglio ancora, l'_Edinburgh
Review_, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato
fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli,
ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo
plaudiva al disegno del suo _fratello_, e con la sua anima ardente
attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico
soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe
conosciuto il Foscolo.

“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro
maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a
far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son
fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire
a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e
m'impegna. Ma _deficiunt vires_ per molte parti„. Guardiamo un poco a
questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per
molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire,
“tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel _Parere sulla istituzione di un
giornale letterario_, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in
servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore
fondasse la _Biblioteca italiana_: e lo studiò e fece suoi que' pensieri
per modo, che chi legga il _Progetto di giornale_ steso dal Capponi, e
il _Parere_ del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli
accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza,
nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A
ogni modo, la raccolta dei materiali e la corrispondenza dovevano essere
in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster,
e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano
l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il
Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere
la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori
italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di
un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro
animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa
tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati
articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella
nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni
periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le
personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare
de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne'
letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi
ristoro.

Alla stampa del giornale doveva provvedere la stamperia Fiesolana,
diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per
spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo
_Gabinetto_ era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di
consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108]
al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da
tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che
al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la
vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai
esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi
nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: _Archivio di
letteratura_. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti:
_Letteratura_; _Scienze Naturali_; _Appendice o Parte bibliografica_: la
prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la _letteratura estera_,
l'_italiana antica_, la _contemporanea_. Poco per vero stimava si
dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo
coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero,
dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani
lasciandole nell'oscurità. L'_antica_ voleva studiata senza pedanteria;
mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e
in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia:
soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due
contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando
l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo
i parolai, e raccomandando i filosofi„. Per la parte che toccava della
letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e
si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a
tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in
mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo
il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in
licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola _Romanticismo_ dava
“bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con
l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà
nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.

Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della
filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre
potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che
“qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste
straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.

La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il _Parere_,
dato dal Foscolo: ma il _Progetto_ del Capponi, non ostante la
simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore
ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza;
e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati,
è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della
patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale
all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore:
ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e
soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando
di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo,
avvezzandoli a non riguardarsi piú come individui isolati in mezzo alla
società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a'
piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il
cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da
“consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar
sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione
di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo _Parere_: “Ogni
governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei
sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale
capponiano: _Patriae sit idoneus_, bene indicava la natura e lo scopo
dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva
pensato.

Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co
'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per
dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto
allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non
abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la
pubblicazione del _Saggiatore_.

                                  *
                                 * *

Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto
a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per
Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa
da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da
Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di
raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che
tu creda che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo
giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora
il _piccolo uomo_ nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un
tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi
versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo)
avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel
tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale
non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112]
promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e
qualche altro articolo.

Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo
il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della
riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto
lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano
nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti
di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire
non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il
Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni
di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente
vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle
attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra'
letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di
sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava
rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano i tempi, e
bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo
scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto
sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un
_signore patriota_ (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva
lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa,
scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.

Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta
dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti
dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le
facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore,
avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili
dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi,
potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per
quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle
paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono
viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui
la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano
dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava.
“Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un
istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i
sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il
pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una
massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. E rimpiangendo
l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli
migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di
Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.

Ciò che piú _spaventava_ il Capponi era, a sua confessione[118], “il
Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la
Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta
“l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo
vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto
trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la _presidenza del Buon
Governo_ aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima:
oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e
penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle
carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere
illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che
Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio
Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita
l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della
gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil
corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si
rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le
condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la
politica, non erano davvero tali da _spaventare_ un animo che meno del
Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un
_alberetto della libertà_, presso la fonte della piazza non chiamata
allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi:
“_Piccolo son, ma crescerò sull'Arno_„[120]: e di giacobino ardente
convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando
a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú
tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie.
Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, _segretarii di Stato_,
erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don
Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto
economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio
dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la
Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di
qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e
dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando,
spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in
Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma
perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue
convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della
rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo
toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del
narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva
il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il
toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva
tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva
tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva
poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la
Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli
di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva
trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità
del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie,
chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni
dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa,
Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte
il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo
guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di
Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto
epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica
accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti
fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da
richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne
di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i
carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia
furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi
saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i
muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in
possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta
chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel
giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato
d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace
del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria
obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di
“legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di
costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i
ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco
si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto
raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza,
non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e
instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di
proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di
pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo
toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî,
si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi
paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra
era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia
l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte
delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori
patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel
cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso _pensare_ ed _agire_: vi si leggevano
libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri
luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si
dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo
stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il _Gabinetto_ del
Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno
simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le
calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di
voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per
l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini
viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che
era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli
spettacoli della _Pergola_, ma di politica. Bastava non gridar troppo
forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben
inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure
libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso
terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della
vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un
paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende
politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era
stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]
ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque
lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare,
e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa,
per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse,
si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che
nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa
veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci.
Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno
con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî
sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto
giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto
li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per
quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli
scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine,
comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di
tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per
lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur
giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non
lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„
che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„
di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur
ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola
si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone
opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso
magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„.
“Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

  [Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX
  (da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)]

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano
in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché
dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e
tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo —
scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in
Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete
prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo
seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo
s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il
vostro paese _Italia_...., e date mano a rendergli tutti quei servigi
che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si
era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi
quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita;
assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a
lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani,
promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da
Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la
pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo
l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di
Nuovo ridavano la vita al vecchio _Giornale dei letterati_: eppure, il
conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino
Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le
cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a
lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava
la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io
_era_ volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma
“venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé
stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú
nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e
modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne
personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore;
e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una
“pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel
mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un
pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella
potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma
l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità
letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo
equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e
l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio
alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è
carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su
libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le
fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della
sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni
diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza
l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però
toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E
spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per
sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il
Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un
tratto a sedere su 'l letto, e _Lei vuol fare un giornale a Firenze?_,
esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare
la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché
dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon
d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa,
giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche,
creava la sua _Rivista Enciclopedica_, qualche difficoltà pure a lui
senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee
dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e
rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e
uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi
tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi
necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da
riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il
Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da
soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far
tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la
questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie
grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le
meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le
comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l
Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le
vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare
gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men
facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a
tutto questo.

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                                 * *

Con una _circolare_[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux,
ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava
ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti
articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani;
raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:
_Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in
italiano_. E pochi giorni dopo, un _manifesto_ indicava la natura e lo
scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del
Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio
al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti
giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto;
che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che
rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo
intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica
italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far
conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano
scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre
produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte
della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux
al suo giornale il titolo di _Antologia_; forse non gli era ignoto che,
co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro
giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un
elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il
progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era
strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte
trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata.
L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il
giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole
traduzioni, senza accennare che neppur _qualche volta_ avrebbe accolto
articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella
letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel
_manifesto_ affermava, ch'ei non avesse _mai_ avuta l'intenzione di fare
un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria
opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi,
fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare
in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva
innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del
pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]
avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano
permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a
raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali
stranieri.

L'_Antologia_, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un
_Proemio_ di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le
restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo
svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote
alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del
giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori,
senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con
che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i
compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli
stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della _Rivista
enciclopedica_. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro
giornale[145], que' dell'_Antologia_ dichiaravano preferire quelli
scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale,
per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra
loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la
prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la
seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e
letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele
Leoni, il _Discorso_ all'Accademia francese, e le _Riflessioni_ intorno
all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier;
alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso
De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla _Rivista enciclopedica_,
traduceva[149] l'articolo su la _Raccolta_ di elogi storici dal Cuvier
detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il _Discorso_[150] del
prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un
giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan:
Ferdinando Orlandini le _Lettere_ su l'economia[152] di S. James, e i
ragguagli bibliografici[153] dalla _Rivista enciclopedica_. E dalla
stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della
_Maria Stuarda_ dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'_Antologia_ attingeva, era
la _Rivista_ parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie
parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante
nell'_Antologia_ perché comprendeva gli articoli originali. Anche in
questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella
tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi;
quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le
migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla
natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua
_Rivista enciclopedica_; questa, a sua volta venuta in fama, il
Vieusseux tolse a modello per fondare la sua _Antologia_.

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                                 * *

Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli
entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe
bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare
il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non
con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale
giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il
giudizio della _Biblioteca italiana_[156]. Dopo avere affermato che in
Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora
aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché
niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile
ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente
maligno, diceva bensí che il _Gabinetto letterario_ era “il piú
ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi,
“veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente
carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un
giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma
convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le
persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo
trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era
“pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine
proporzioni). In una nota poi biasimava il _Proemio_, “di 9 (_sic_)
meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso
accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella _Biblioteca_:
“l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno
dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel
discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione
maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non
recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto
nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri
giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'_Antologia_,
sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può
mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra
provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano,
di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava
anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi
facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per
molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per
essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato
il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo
onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella
sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo
annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli
ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere
la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui
invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero
veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura
in que' due uomini profondamente diversa.

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                                 * *

Nel secondo quaderno, dal _Giornale d'educazione_ di Francia l'Orlandini
traduceva un _discorso_[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione
elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle
_Lettere normanne_. Ma la parte maggiore era data alla _Rivista
enciclopedica_: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una _notizia_[163]
su 'l signor di Volney; il Giovannini, un _ragguaglio_[164] su la
Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo
fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una
parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del
Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco _Kunstblatt_,
di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo,
composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi
dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva
impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti
già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la _Rivista
enciclopedica_, giornale notissimo. E consigliava servirsi
principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il
vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'_Antologia_
venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi
scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal
tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese,
intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi
mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era
veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva
un _avvertimento_[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel
quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni
zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la
massima adottata in su 'l nascere dell'_Antologia_, e a dar luogo anche
ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori:
“incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima,
pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele
Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto
volume della _Proposta_; e pur notando che il libro era “sparso di
paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi
dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato
accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro
si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„.
Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico
potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma
“senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la
causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi
sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a
ricambiarli„.

Cosí l'_Antologia_ levava la prima voce in una controversia tanto
agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti
irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le
facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l _Viaggio in
Italia_ di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui
non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i
fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però
occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il
Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a'
lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva
aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era
pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli
originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali
di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché
dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.

L'_Antologia_ pigliava ardire: simile in questo all'infante che già
sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e
cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese
Cosimo Ridolfi, con alcuni _Pensieri intorno ai fenomeni
elettromagnetici_, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause
nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago
magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come
disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di
disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del
Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la
legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su
le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle
Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di _Ellenofilo_,
alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.

Né solo delle nostre produzioni l'_Antologia_ giudicava, ma già delle
straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo
pensiero su' _Rudimenti di filosofia morale_ dello Stewart, né
favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare
qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura
italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi
compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla _Storia dei
Francesi_[183].

Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del
Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti
morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla
giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure
l'_Antologia_ s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto
dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185]
su la _Proposta_ del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che
volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'_Antologia_, tanto
piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo
quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E
vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con
tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli
argomenti„.

La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed
era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il
Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a
scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e
diffusione de' _lumi_, prima che il suo giornale godesse generalmente di
buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de'
governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare,
prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.

Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe
riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto,
erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi
compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'_I_ e l'_O_,
leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero
nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano
Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due
_errata-corrige_ sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli,
si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi
il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli
accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli
imaginava, co 'l Monti.

Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava
tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose
filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto
nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò
che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la
prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal
principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le
promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.

Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi
de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di
Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni
Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta.
Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de'
suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i
nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti
imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano,
rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova
direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si
serbasse il nome di _Antologia_, cui si aggiungerebbe quello di
_giornale italiano di lettere scienze ed arti_, e a lui si serbasse
piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero
fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux
accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di
conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al
guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio
di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il
tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del
Vieusseux.

E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí
innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore
complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma
Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo
stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua
_Antologia_ mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il
migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'_Antologia_ non
solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e
fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se
nel mese di giugno del 1821 nella _Rivista enciclopedica_ era
scritto[196] che l'_Antologia_, traducendo e pubblicando articoli
stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era
detto[197] che l'_Antologia_ conteneva articoli interessantissimi, e che
dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre
nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.

Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se
l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né
il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva,
né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi
sufficiente compenso. L'_Antologia_ giungeva, è pur vero, in molti
luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle
comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî
postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí
la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e
ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da
Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro
paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono
quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi
profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di
libri, ed anche della sua _Antologia_, ove io pure sono associato„. E
piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi:
“.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò
pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di
cento erano allora gli associati, e l'_Antologia_ costava all'anno 36
lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano
giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux:
e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta
due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli
affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in
coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il
Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella
pubblicazione dell'_Antologia_; non parendogli giusto che questi
sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto
tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di
ricavare un utile qualsiasi[200].

Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le
difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo
nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle
condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux
persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e
di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato
all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato
il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era
come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice,
e tra le lacrime le sorride.

Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di
pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava
nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non
sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse
pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie
conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno
un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal
modo identificato co' vostri affari, che siete l'_Antologia_
personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a
trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze
il Direttore dell'_Antologia_„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il
Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'_Antologia_, e
posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole,
meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta
piú poesia che non in versi parecchi.



CAP. II.

Lo sviluppo dell'_Antologia_

  Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'_Antologia_. — Le
  grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via
  superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in
  Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. —
  G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.


Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza
operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi
all'_Antologia_ traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi
originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni
d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale
tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria,
poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il
trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore
pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità
elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la
_Pulzella d'Orléans_ e presentare a' Georgofili un nuovo modello
d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio
Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] _il cosmopolita_.
Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre
Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad
esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si
mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in
numero da farne piú che un volume ha l'_Antologia_ scritti suoi (benché
assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri
piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non
fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con
ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e
commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica
e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni
meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni.
Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei
stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie
non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede
all'_Antologia_ Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso;
ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte:
cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in
meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto.
Non molto, invece, scrisse per l'_Antologia_ il Niccolini[213]; ma fu
tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne'
primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto
di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi
suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande
diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra
_Antologia_? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su
_Michelangelo_ viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia
parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non
dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato
dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto
soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il
professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de'
lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi
ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220]
diligente compilatore del _Bollettino scientifico_, da lui fino al '31
continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del
governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i
lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i
progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e
agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale
l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a
farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi,
che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo
introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in
una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il
Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il
De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„,
diede anch'egli tra' primi all'_Antologia_ la sua scienza. E ne' primi
numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge
il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione
del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato
ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un
atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle
millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila
ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista
Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le
eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel
trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava
rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú
spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di
Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso
di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne
corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che
desiderato, nell'_Antologia_ non appare se non solo una volta[228]. Né a
lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere:
“manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta
qualche cosa per l'_Antologia_, che non è un cattivo giornale, e per
certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza
amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere
italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una
volta la sua; l'_Antologia_, che si pubblica qui, non è indegna che
l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani,
per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi,
“obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per
compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione
d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi:
“.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me
ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le
vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al
Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi
numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi
e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non
inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e
conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della _Proposta_
con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte
intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo
dell'_Antologia_ ma del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo
suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al
Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non
pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di
proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive
necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via
per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui
augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore
Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'_Antologia_; e
delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne
propose.

Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età
già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed
ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani
que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande:
e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani,
che _soli_ avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non
gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo
giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che
quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo
degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che
quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una
città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di
municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto
l'_Antologia_ si levasse.

                                  *
                                 * *

Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237]
aver egli speranza che in breve l'_Antologia_ diverrebbe “tutta
nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a
inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„;
pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'_Antologia_
come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un
giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che
anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai
letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e
recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la
lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà
dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che,
fin dal gennaio del '22, diede all'_Antologia_ Emmanuele Repetti[240];
ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche
discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto,
tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il
valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non
creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242].
Di pratiche agrarie scrisse nell'_Antologia_, anch'egli tra' primi,
Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo
colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e
d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa,
per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che
pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per
vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'_Antologia_ in
Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e
recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la
prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del
Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro
Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre
cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una
_memoria_ diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire
possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il
migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede
di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il
nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in
quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere,
rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava
infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi
fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a'
leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il
Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in
Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi,
divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250],
che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in
quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da
potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere,
si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove
scriverebbe per l'_Antologia_, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose
geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano
nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú
lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore
per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze.
“Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il
Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della
polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il
permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi
giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé
solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo
cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva
Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo
dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui,
sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava
tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a
vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'_Antologia_. Fin
da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove
tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne
cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva
a piene mani raccolto nel _Conciliatore_ lombardo. “A' miei occhi — egli
scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano
Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in
quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso
propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio
e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel
terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente —
disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste
avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de'
vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i
fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della
gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine
l'_Antologia_„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli,
che il Pieri diceva _testa avventata_, si dava interamente allo studio
della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle
eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era
che dell'_Antologia_ il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché
questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi
scritti[258], e che la fortuna dell'_Antologia_ dovevasi a lui in buona
parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era
ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di
verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua
lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In
quelle sue _riviste_ egli scorreva dieci, venti scritti per volta,
venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti
cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante,
indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano.
Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se
non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel
povero _Paul Louis_ Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da
giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente:
diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la
dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse.
Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un
pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento
nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da
tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché
lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli
antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262],
postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il
filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da
porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non
tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]
certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni
corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non
dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e
scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i
tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora
mia sorella, la quale, ricevendo qui l'_Antologia_, è molto contenta
ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri
altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi
ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al
Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto
nell'_Antologia_, e vorrei che su le _Passeggiate_, senza complimenti,
dicesse _tutta la verità_....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani,
vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli
non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non
so dove questo diavolo d'uomo (_ce diable d'homme_) vada a pescare tutto
ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue
_riviste letterarie_„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose
che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi
all'_Antologia_ alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il
Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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                                 * *

Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'_Antologia_ Tommaso
Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio,
Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa.
Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti
domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta _de' padri e delle
madri di famiglia_, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato
Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di
un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto
commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e
avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra
l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di
Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del
Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di
Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di
cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere
gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca
libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui
privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon
punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual
cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il
Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'_Antologia_, e di
talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e
antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di
Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero
certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non
convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che
pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista
pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il
Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel _Saggio di una storia
universale_ dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone
_Chiare fresche e dolci acque_.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano
Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo
scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in
Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica
nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche
discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe
vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di
lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte
fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de'
vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'_Antologia_ il
maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno
stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico
della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le
conosceva senza neppur riguardarle[283].

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                                 * *

Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran
numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e
dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato,
e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il
lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me —
scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto,
non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la
_imboccatura_ degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui
non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse
gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di
lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la
testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla
lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle
differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva
comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e
facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità
sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e
l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí
scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era
possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al
giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un
innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che
circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde
nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la
sua _Storia_ lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò
le altre volte: ma il suo nome nell'_Antologia_ rincontrasi raro. Piú
operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che
scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu
aiutato da lui: e operoso per l'_Antologia_, fin dal marzo, fu il
dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]
trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux
li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse
Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie
copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e
tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al
Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un
giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente
esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'_Antologia_ nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri
non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze
fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione
rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle
altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi
che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli
stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo
conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione
delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo
volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati,
i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché,
senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che
ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe
nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le
cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per
mezzo dell'_Antologia_ fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole
per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre
scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando
Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la
vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore
Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e
dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il
Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i
conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo
fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il
Romagnosi nell'_Antologia_ amicamente indirizza cinque lettere[299], ove
espone le idee capitali della sua _Introduzione allo studio del Diritto
pubblico universale_; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come
l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto
nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il
Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come
“esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle
cose umane„.

                                  *
                                 * *

Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare
“all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei
“dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima
sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con
desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, _quando ego te aspiciam!_„.
E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati
dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare,
vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro!
Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe,
si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di
lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'_Antologia_ il decimo
volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo
lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si
era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il
prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo
farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal
Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri
l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che
lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente,
anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del _suo_ Pindemonte,
e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro
articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non
sanno, è che _gratis_ usava de' libri del _Gabinetto_, e _gratis_
riceveva l'_Antologia_. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro
ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente
libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte
egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima
tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era,
forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe
opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del
maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da
Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo
vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli
chiamava[313] _complimento_ a Monsignor Toschi: e anch'egli come il
Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il
principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia,
“nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli
trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici
e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero
paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux
lo pregò di onorare del suo nome l'_Antologia_, nel primo suo scritto
pubblicamente chiamava[316] _felice_ e _fortunatissima_ la Toscana. Piú
o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in
questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle
lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In
essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e
senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra
di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]
dell'_Antologia_ e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta
di prosatori italiani, e per l'_Antologia_ molte cose prometteva di suo.
“Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene —
scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'_Antologia_. Vorrei
che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior
giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un
bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al
Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per
l'_Antologia_ e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo
lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse
godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al
Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'_Antologia_ di
Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si
conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una
lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani,
discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la
robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu
messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]
miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra
gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o
cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche
dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui
tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„,
derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani,
non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per
compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio
universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel
“puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso,
diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del
Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto
nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana
dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al
pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran
peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli
diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché
fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici
ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco
diede all'_Antologia_, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori.
Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo
breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi
perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era
tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare
l'_imprimatur_ censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche
altra cosa al Vieusseux: una _memoria_ su lo _Spasimo_ di Raffaello, che
fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]
al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto
la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa
ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era
“disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la
censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la _Salve regina_, non volle
al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome
nell'_Antologia_ non comparve mai piú.

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                                 * *

Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia
piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e
inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è
tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché
piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza
mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte.
Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e
cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla
natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de'
tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano,
trovava l'_Antologia_ insieme con gli ostacoli da superare molti
elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani,
fu donato all'_Antologia_ e al Vieusseux il generale Pietro
Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse
posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci
viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333]
com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad
un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'_Antologia_ trattò
da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno
stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né
questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le
coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un
continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime
isole„; né avrebbe scritto che “l'_antropogonia_ fu l'opera piú
momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338].
Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi
“virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non
negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„
e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori
questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi:
“ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo
conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici
scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'_Antologia_, e
però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„.
Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta
lire per l'associazione di un anno al _Gabinetto_, che l'amico con
gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse
ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse
sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta —
scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue
nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure
il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le
sole cicatrici„.

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                                 * *

Prima che scritti del Pepe, ebbe l'_Antologia_ dall'ottobre del '24
scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al
vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo
Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E
Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di
mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346]
all'_Antologia_ che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine
erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio
Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno
scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla
Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria
tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la
deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come
altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci
il patrimonio dell'ingegno„.

Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a
incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo
lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti
diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi
dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti
dell'_Antologia_ notavasi certa servile docilità verso i potenti; come
quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi,
imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni
coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di
lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori
dell'apoteosi.

Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi
de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349]
in quel tempo scrivere per l'_Antologia_. Prometteva “volentieri„,
purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si
levasse; tanto piú che l'_Antologia_, a parer suo, se ne andava “per
certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio
maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del
rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue
opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un
giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici
italiani, la censura vietò. E di lui nell'_Antologia_ comparve quella
famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo
contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354]
intorno al _Salvator Rosa_, opera di lady Morgan, a proposito della
Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme
d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di
“sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di
briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola
non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú
poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni
intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo
compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle
debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse
stesse.

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                                 * *

Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella
quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza,
scriveva[355] al suo _adorato Giacomino_ per parlargli di uno de' piú
bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse
che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E _voleva_ ch'egli
desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui.
“Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca....
potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e
all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima
consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux,
desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima
per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti
ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli
proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità
scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al
quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo
com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli
uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto
inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e
dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece
qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il
Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative,
quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle
_Operette morali_, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso
e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su
l'_Antologia_; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina
(che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per
saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo
inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel
fascicolo dell'_Antologia_, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In
questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza
affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro
dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.

Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio:
avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose
morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un
_hermite des apenins_, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i
pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata,
e la stessa _Antologia_: e poi un _cittadino dell'Arno_, lepido,
epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino,
il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il
solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti
insieme i loro scritti avrebbero formato lo _Spettatore italiano_. Per
queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi
e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ —
scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio
conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che
l'_Antologia_ sia letta con frutto da questa generazione, che va
crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma
suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo
dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui
mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle
cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro
fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea
dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo,
ritornato nel suo _deserto_, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364]
al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io
scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo,
non fo cosa alcuna„. E cosí quell'_Antologia_, ch'egli stimava[365] tale
da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con
tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.

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                                 * *

Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i
lettori dell'_Antologia_ trovarono per la prima volta in fondo a un
articolo[366] le tre lettere _K. X. Y._ “Il mio nome nell'_Antologia_
non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi
scrissi la sigla _K. X. Y._[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto
italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor
dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto
dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe
miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non
male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'_Antologia_,
da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva
profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito
felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito
indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e
non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma
per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in
Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia.
“Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le
bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di
lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe,
né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a
sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo —
egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me
altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere,
né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime
espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere
solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo
spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua,
piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per
cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia,
rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'_onagro_; e
il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú
preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú _bue_ del Montani ed
affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui,
scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre
un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava
davvero.

E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'_Antologia_,
ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né
romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione;
perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il
sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo
delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con
piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la
mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura
popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto,
come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta
sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'_Antologia_„,
scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte
viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il
Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si
era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il
Tommaséo„[379].

Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli
argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son
quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle
regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di
poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva
non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta
seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non
ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente
propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati
svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú
viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il
pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro,
arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati:
e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il
principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di
pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva
d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche,
politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e'
trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva
magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose
occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi —
scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la
versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e
cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che
sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi
arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai
bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una
giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che
il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.

                                  *
                                 * *

Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il
Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'_Antologia_. E il
professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile,
tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui.
Capitategli infatti tra mano _le Lettere su l'Inghilterra_, di Augusto
De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero
piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano
le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne
notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza
usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo
dell'_Antologia_ era non tanto il far risaltare i difetti di un libro,
quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori
dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E
intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo
comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra
volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al
Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva
davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco
poter egli per le sue occupazioni giovare all'_Antologia_, che pur
riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire
di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la
tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di
Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme
Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas
point„.

  [Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
  (da un quadro ad olio anteriore al 1819)]

Piú operoso del Carmignani fu per l'_Antologia_ Silvestro
Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a
lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto
ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha
l'_Antologia_ dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi
non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria:
scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di
letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un
articolo[390] su la _Teoria delle leggi della sicurezza sociale_, vólto
a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391]
procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu
inteso da molti[392].

Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il
Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse
dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del
Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux
indirizzò egli la lettera[394] su 'l _Giornale dei contadini_, piena di
quella _mite sapienza_ che è frutto della virtú illuminata
dall'esperienza e dal senno. Poi nell'_Antologia_ scrisse di cose
agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con
quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia
l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno
scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non
dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395]
— s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e
l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente
da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa.
Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi,
egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.

                                  *
                                 * *

Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini,
che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco
Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane.
Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto
meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto
potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e
il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti
che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di
argomenti storici e civili. _Sensista_ in filosofia, voleva[401]
“dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e
pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una
filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici,
cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di
scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava
la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo
svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero
quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe
che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta
si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma
questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi
scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito:
disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute
letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e
perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure,
l'_Antologia_ ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura;
quello famoso, tra gli altri, su' _Dubbi ai romantici_[407], che parve a
torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero,
non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere
doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed
eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la
giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi
imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento
però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili;
e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri
stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse
alla natura e a' bisogni del popolo italiano.

Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del
Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe
risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'_Antologia_ però lo
pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti
bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu
grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'_Antologia_; il
Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle _Instituzioni
civili_ provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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                                 * *

Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto
la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú
innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da
sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se
non uno _spillatico_ che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva
molto al _nome_ e bastava a poco piú che alle _spille_„. Costretto a
campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo
primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi
nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per
l'_Antologia_: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e
de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti
filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva
fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza
fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora
scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi
parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione
dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome
governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e
foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú
“religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non
lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare —
com'egli diceva[411] — _il brutto traviamento_, è l'elogio migliore che
dell'_Antologia_ e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò
nell'_Antologia_ anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra
l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi
aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su
la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il
quale vi parlò poi[414] di quel _Nuovo dizionario militare_, costato a
lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della
lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra
gli scrittori dell'_Antologia_ il professore Celso Marzucchi, cui dopo
breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la
cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili;
e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della _Biblioteca
italiana_ il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva
nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella
scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'_Antologia_ il primo scritto[417]
Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come
quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose
ragiona della navigazione a vapore e de' _velociferi_.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe
Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le
sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non
furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta,
che piacque, fu riprodotto[420] nell'_Antologia_, e all'_Antologia_ il
Mazzini inviò allora quell'articolo famoso _D'una letteratura europea_,
scritto per combattere “i _Monarchici_ delle lettere„[421]. Il Giordani
e il Montani _non volevano sentirne parlare_[422]; ma il Vieusseux, al
quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva
dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi
l'_universo concentrico_; l'articolo vale meglio che non promette questo
principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale
il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso,
chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative
Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu
ammesso nell'_Antologia_„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel
“giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni
incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l _Giornale Ligustico_,
che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]
“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee
chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui
parve[429] che il Mazzini _onorasse_ l'_Antologia_; meglio Michele
Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi
e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già
il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva
annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da
lui ebbe ancora uno scritto su 'l _Dramma storico_[432]; e Urbano
Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al
Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e
terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe'
suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida
parve, benché di sensi italiani, l'_Antologia_; e corse per altre vie al
suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno
incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che
dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi
un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che
il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io
dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e
dello svolgersi dell'_Antologia_. Che numero grande di scrittori, e
quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera
sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e
sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra
questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne'
primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte
quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran
tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano
ancora dato risposta.

                                  *
                                 * *

Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'_Antologia_ accoglieva in
sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali
scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre
innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il
Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né
fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama.
Già nel 1824 la _Rivista Enciclopedica_ affermava[434] che per il senno
e le sollecitudini del Vieusseux l'_Antologia_ acquistava “ogni mese piú
e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella
_Rivista Europea_ giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli
editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a
lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il _Giornale
Arcadico_, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare
all'_Antologia_ i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al
Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'_Antologia_ avesse
preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani
ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i
giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i
giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú
sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del
De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]
desideroso che nell'_Antologia_ fossero giudicate con tutta la sincerità
e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'_Amore_,
“avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia
nell'_Antologia_„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni
mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene
assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana
l'_Antologia_; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno
sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua
fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di
stampare _egli_ solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono
dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e
l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa
perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che
varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti
sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco
né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente
sapesse dire, farebbe la storia dell'_Antologia_ in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il
Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere
le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e
dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse
italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali
sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del
Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale
straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi:
asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati
alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza
avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare
certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia,
commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano
i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque
lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí
grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il
suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un
anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento
ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E
io qui non penso all'_Edinburgh Review_ o alla _Quarterly Review_,
ricche di dodici mila associati; né al _Blackwood's Edinburgh Magazine_,
del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla
_Biblioteca italiana_, che nel primo suo anno di vita contava già
millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748
lire: penso al _Giornale arcadico_, che già ne' primi tempi aveva 240
associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma
l'_Antologia_ ne' tempi suoi piú felici non raggiunse _mai_ un'edizione
di ottocento esemplari, non contò _mai_ piú di 530 associati.
“L'_Antologia_ — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti —
l'_Antologia_, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi
mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor
della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso
io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno
Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli
copie 5!!„.

Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli
articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi
fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti
incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le
prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale.
Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo
il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per
l'interesse, ma _per amore della sua creazione, per amor della patria_.

                                  *
                                 * *

Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux)
per cui sempre pochi furono all'_Antologia_ i soscrittori, era il
doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere
certi _mai_ di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú
severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo —
pur troppo è vero che l'_Antologia_, nell'Italia Austriaca, non prende.
È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In
prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e
quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni
secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' _fiori_
che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano
ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto
che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono,
dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in
me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non
vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'_Antologia_
s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non
paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie
d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra
le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al
Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che
l'_Antologia_ è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà
inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere,
i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni;
ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli
esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che
nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu
riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in
questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto
al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'_Antologia_
ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto
il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il
giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha
fatto sequestrare il primo trimestre dell'_Antologia_ — annunciava[454]
al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto
coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il
censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è
questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione
e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo
giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di
Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di
governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò
sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza
delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco
giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di
lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in
Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo
Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova,
il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú
bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il
Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra'
quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già
pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la
dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi,
parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di
salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua
verga censoria io _lo amo_ e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga
ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non
imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a
Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo
del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli
riprodurlo nell'_Indicatore Lombardo_, la censura aveva creduto
opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua
mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia,
liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a
inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e
in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi
assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in
Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da
credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre
cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili
erano quelle che toccavano di politica e di _diffusione dei lumi_) il
buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del
Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero
burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a
troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'_Antologia_, ristampando il Piatti la _Storia
Civile del Regno di Napoli_ di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux
proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma
su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il
Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo
e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a
Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'_imprimatur_ al
_Ditirambo_ del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in
risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non
avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí
“morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e
sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando
III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che
paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello
che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto
mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di
questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono
guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne
sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della
censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo,
prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux
parlare con lode de' lavori per _motuproprio_ del granduca intrapresi
nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il
Vieusseux diceva che nell'_Antologia_ si parlerebbe di quanto poteva
giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore
Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'_Antologia_ nel _publico_
insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste)
creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con
trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa
sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di
nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i
nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si
potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux
scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere
pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si
tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai
sconsolante„.

                                  *
                                 * *

Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva
sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le
spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura
(il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne'
fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui);
quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni,
consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare,
senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il
tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze
insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a
loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita
Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con
Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le
superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi
rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti
suoi non diede all'_Antologia_ se non poche cose, ma non creò fastidî al
Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel
sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che
precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú
ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al
Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti
all'_Antologia_, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di
quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni
col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come
il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse
invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo,
piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto
della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava
“sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le
guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il
Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco
la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi
d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la
eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui
che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora
intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora
sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza
magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla
irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che
corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non
credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con
lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo
innanzi, pubblicare un articolo su 'l _San Benedetto_ del Ricci; e
sdegnato gli parlava[475] dell'_indovinare_ le voglie di chi dirigeva il
giornale, o del _mestiere buffo_ dell'indovino, e della _servitú_
dell'intelletto. E il Benci stimava[476] _giustissima_ la collera del
professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere,
innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato,
era una _imprudenza grandissima_; facendo, tra l'altre cose, sapere che
il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche
rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux
proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo
amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con
gli articoli suoi non pagati _peggiorato_ il giornale: e accusava il
Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi,
e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo
stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella
ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il
Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî
mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento
li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il
Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno
scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi
gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832
voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete
esiliato dall'_Antologia_ come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In
ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a'
suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata
benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente
trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si
dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue
circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi
ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà
incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano
un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il
sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli
e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso
di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non
desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de'
varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici
latini; l'_Antologia_ non ne parla con tanta sollecitudine quanta
l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio,
e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i _Discorsi
sullo scrittore_, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si
lagna[482] che l'_Antologia_ “quantunque si occupi spesso con molta
prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo
di alcune inezie nostre, non _abbia_ creduto di farne ancora parola né
in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte
del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma
non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per
queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un
grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel _Caffè di Petronio_[484]
un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'_Antologia_ è il
giornale “piú _grosso_ d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà
di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito
se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino.
Il Cesari stampa i suoi _Commentarî della vita di Tommaso Chersa_ (il
buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in
perpetua pace con tutti i suoi perch'era _il cappio e il concio di tutti
loro_); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente
questi vivrebbe _in aeternitate temporum fama rerum_, il Cesari vuol
preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale
si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un
cotale che si sogna _K. X. Y._„, e contro quel “giovine abbastanza
istruito ma sventato, che aspira a _clarescere magnis inimicitiis_, e
che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato
il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi
dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto
prudentemente sotto le tre lettere _K. X. Y._„, che tanto sa di latino
da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il
Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua
“religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non
cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si
vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito _K. X. Y._
per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non
leggere l'_Antologia_. “Voi avrete letto nell'_Antologia_ —
scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io
l'abbia lette (_che non tantum abs re mea mihi est otii_); ma e' mi fu
detto„.

Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come
quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle
poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821
l'università di Modena era stata chiusa _per sempre_, Geminiano
Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva
protestare nell'_Antologia_: ma perché il Vieusseux gli rispose che
stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che
piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493],
dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza
dell'_Antologia_ consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„,
e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge
provvisioni di un ottimo principe„.

E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del
discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente
moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del
Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia,
quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo
Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo
all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava
“mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un
opuscolo[496] avente per motto “_non opus est verbis sed fustibus_„,
ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore
dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo
campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che
calunnia “viene da _calutum_ supino di _calvo_„; perché calvo era il
Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini
stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al
Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di
propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il
Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole
insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò
le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva
inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano
altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “_poema
romantico_„[500] si fece poi bello miseramente.

Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma
perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da
questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente
abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio,
sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella
_Rivista_ un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti
libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la
importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad
uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte
le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di
esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad
un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di
vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai
vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i
Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse
si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non
pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux
ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co
'l Grassi, che “_per amicizia_„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor
suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva
cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di
lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e
giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il
pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli
con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di
novamente scrivere nell'_Antologia_, il Pieri rispose[507] con un
rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî
dell'_Antologia_, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura
italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate
passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli
usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato
gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri,
_suoi_ dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso,
“imbeccato da quei _suoi_ illustri colleghi, accusati di soverchia
lungheria quei _suoi_ poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi
aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di
andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun
favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'_Antologia_, che _gratis_
aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella
lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí
tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava
quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri
brevi parole, con doloroso sconforto diceva: “conserverò la vostra
lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando
si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.

Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza:
ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le
vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'_Iliade_ del Mancini è
stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'_Iliade_!„ —
scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale
francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo
modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il
Mancini stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non
già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a
quel critico della _Biblioteca italiana_ che, al dire di lui, si era
“gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di
quelle stanze nell'_Antologia_ pubblicasse saggi non brevi. E quando
giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux
gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se
preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto
dell'_Antologia_. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto
cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo,
“ben piú ingiuriosa della _Biblioteca italiana_ con tutte le sue
impertinenze„ l'_Antologia_ sarebbe stata all'opera sua; “opera che già
si legge_va_ (ne _aveva_ notizia positiva) in qualche pubblica
scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onor_asse_
del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio
Aristarco perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se
la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne'
crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto
le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de'
Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo)
anche il Niccolini, affermando[515] che all'_Iliade_ del Mancini,
“screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo
impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'_Antologia_ era un
“giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una
specie di _Massoneria_„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di
lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava
il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che
“non voleva piú ricevere„[516] l'_Antologia_, che il Vieusseux gli
mandava in dono.

Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle
versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo
scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non
meritava che il _suo_ disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva
“voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi
ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia
dell'essere io stato uno dei fautori e promotori del suo stabilimento, e
dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di _tendenza_,
che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„

Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti,
tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie
smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il
quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però
freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne
le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan
molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo
che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519]
al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle
loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi
spasimi„.

Oh, que' suoi _cari amici_ ponevano a lui sempre l'obbligo di essere
tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere
insopportabili!

                                  *
                                 * *

Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le
speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con
che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per
dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo di
_Direttore_ piú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma
acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia,
sapeva tuttavia per la temperanza del suo carattere tenersi lontano
dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520] —
la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo,
senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni
rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal
miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalla
_diffusione dei lumi_: non pensava eccitare il popolo alle armi per
un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né
preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da'
pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre
cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i
proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si
contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come
successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte:
non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva
fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e
senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate,
ottimo Vieusseux, — gli diceva[521] nell'_Antologia_ il Tommaséo —
seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e
le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole,
alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza
d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.

Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare,
voleva[522] nel suo giornale evitate “le questioni oziose, le dispute di
parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli
oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle
provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si
spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di
una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523] in somma
tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte
italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524] — che gli autori si
persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro;
essere il _giornalismo_ una professione che conviene nobilitare con
molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la
causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente
accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a
giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito
affermare[525] che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era
ancor nell'infanzia„.

Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per
diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali
il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone
a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere,
faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a
una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli
scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di
scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non
veramente importanti o urgenti per le circostanze: ritardava talora la
pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men
dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú
efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526] il
Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto
faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in
questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del
già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.

Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché
anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte
quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e
condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno.
Della qual reverente condiscendenza è prova l'_Antologia_ tuttaquanta,
ov'egli piú volte dichiarava[527] accogliere scritti in diversa parte
autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de'
collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa
trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava
l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di
censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità
di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il
Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a
lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E
quando il Botta ebbe qualche timore[529] che agli scritti suoi potesse
qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530] oltre l'usato
severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava,
per dirla con sue parole, _lo spirito filosofico_ degli scritti, e il
fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non
raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessuno _mai_
avrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle
dottrine conformi a' _lumi_ del secolo, e in ispecial modo _a' bisogni
dell'Italia_; se nel difendere una particolare opinione non vi si
fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non
vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni
sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà
nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di
inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile —
diceva[532] a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi
che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col
sistema dell'_Antologia_, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio
poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere
impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò del
_Benedetto_: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter
rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso
facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come
quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse
gli articoli del Manuzzi[533] su 'l Cesari, ch'egli “non voleva[534]
ammettere nell'_Antologia_„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava
guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi —
scriveva[535] al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí,
contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di
persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote,
perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità
confessava[536] quanto a rendere piú degna dell'Italia l'_Antologia_ si
adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui
“lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le
prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.

Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di
erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente
sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe
offeso quello ch'egli diceva[537] “il _suo_ amor proprio antologico„;
cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e
il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva
spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da
preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre —
scriveva[538] al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò
un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita
da altra persona, potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non
essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione:
ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di
gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe
convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre
la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese
poco nota, candidamente riconosceva[539] doversi egli limitare a
considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare
una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare
dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e
intellettuali di un lettore non dotto dell'_Antologia_; rileggendolo
poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e
da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non
turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né
ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e
là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540] i suoi “cari amici„
dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue
“ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte
dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in
quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne
rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua
insufficienza. Ma voleva tuttavia _egli solo_ dirigere il suo giornale;
intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della
scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale
dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle
politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che
l'esperienza di piú anni poteva _sola_ far apprezzare.

Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con
l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o
per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non
sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla
modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista
con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal
sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo
bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al
Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno
scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario
mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]:
“Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere
argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli
già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non
corrisponde all'importanza dell'argomento: egli è buono, ma potrebbe
essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi.
Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate,
che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore
adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il
Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso)
un'altra volta diceva[542] al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul
Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha
i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che
da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú
facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle
considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe
soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de'
due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il
pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte
dell'_Antologia_ uno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi
credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico,
meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei
per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo
di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia
il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo;
sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere,
un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può
convenire all'_Antologia_. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con
cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È
falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo,
vi lasciate abbagliare dalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe
poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'_Osservatore
Veneziano_, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come
l'_Antologia_, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni
avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per
parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo.
Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú
settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo
segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se
lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo
primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú
filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un
poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio, _que vous avez
traité un peu legérement...._„

Ammiratore non stupido dell'ingegno e non ombroso malignamente, benché
non fornito di soda educazione letteraria, sapeva tuttavia, per una,
direi quasi, luce serena d'intelligenza, conoscere gli errori; gli
errori non solo, ma gli uomini e le armi adatte a combatterli.
Indovinando, da un motto solo talvolta, la disposizione degli animi, e
la forza, e la varia qualità degl'ingegni, a tale affidava lavori che
certo non avrebbe ad altri commesso: e quando Giuseppe Salvagnoli
pedantescamente assalse gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni, al
Tommaséo, che pur voleva preparare[543] un articolo, non diede il suo
assenso il Vieusseux. “Non ho voluto — scriveva[544] al Mayer — che il
Tommaséo gli rispondesse nell'_Antologia_ perché sotto la sua penna la
cosa sarebbe degenerata in polemica„: e la risposta affidò al Mayer, piú
sereno, piú mite; né volle tuttavia, pubblicarla, innanzi che i due
fratelli Salvagnoli ne fossero stati avvertiti[545].

In somma, il Vieusseux faceva anche in questo come il buon medico, che
nella cura pon mente all'età, alla complessione de' suoi infermi. Egli,
che aveva l'arte di trascegliere gli scrittori, aveva anche il buon
senso di ripartire secondo le varie loro tendenze i lavori; l'intuito di
ciò che i tempi permettevano manifestare o tacere. Pronto sempre a
rendere, entro i limiti del possibile, giustizia a ciascuno, e tanto
moderato tuttavia da non darsi intero a un'idea letteraria o politica;
sapendo stare sapientemente _in dimidio rerum_, e portando sempre una
parola di pace; con finissimo tatto riusciva, fra tante difficoltà
create dalle pretese e vanità letterarie, a mantenere un meraviglioso
equilibrio; e quel che è piú, a far concorrere a un'opera comune tanti
ingegni per attitudini e per valore contrarî, piú che dissimili. Non
pensando egli come l'Acerbi[546], che gli scrittori di un giornale non
dovessero “mai riunirsi, anzi neppur conoscersi„, perché non come
l'Acerbi stimava i letterati “sublime canaglia„, al suo giornale
provvedeva non solo co 'l rispettarli fin nelle debolezze, ma piú e
meglio con li adunare familiarmente dintorno a sé. In quel _Gabinetto_,
in quella sala dove soleva ricevere, ei dava la vita all'_Antologia_:
ivi idee nuove destavansi e opinioni diverse venivano a riscontro; e
quel rincontrarsi dissipava un gran numero di pregiudizi e di animosità,
e se non sempre conciliava gli avversi, spesso però ne ammansiva piú
d'uno o li rendeva tra loro tollerabili almeno.



CAP. III.

Le conversazioni nel _Gabinetto scientifico letterario_ di G. P.
Vieusseux


Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la
vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro
palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di
porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che
ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora
da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me
un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui
gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di
pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta
l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili
splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un
venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose
anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre
faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieti
certo di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di
speranze animose.

Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura,
a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú
luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e
significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que'
molti _Reading Rooms_ in Londra e quello del Galignani in Parigi. E
quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe
l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui
da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal
Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e
in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a
imitazione di quello, non simili certamente.

Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e
stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da
sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non
molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie,
dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú
ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni
nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di
economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani
divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e
neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue
spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e
l'ultima stanza, sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di
chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo
puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano
l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in
gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro
ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande
con sopravi le piú recenti pubblicazioni.

In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da
stabilirsi, teneva le sue adunanze[548] la Società medica fiorentina
fondata nel '22, a similitudine[549] di quella del Vieusseux letteraria,
dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale,
un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava
anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del
professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux,
uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti
d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto
grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze
solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551] egli la Società
de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica)
non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le
sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro
disposizione.

Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il
sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio
scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del
mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della
settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani
capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la
fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi
proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non
fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti
con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che
ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non
tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori;
desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte
piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare
accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.

Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552] al Vieusseux
da Marcantonio Jullien, direttore della _Rivista Enciclopedica_: ecco,
tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano,
rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli
raccomanda[553] l'amico Stendhal: ecco il Fauriel, “uomo dotto, amabile,
e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E
poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci
prometteva[555] scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine
ancora, che onorato con una speciale adunanza[556] dottamente parlava
de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il
Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei,
della nuova scuola storica tedesca, e della sua _Storia del Diritto
Romano nel Medio Evo_. Quarantadue persone fecero festa[558] al celebre
fisiologo Edwards, e al Ministro di Prussia barone Carlo de Martens, e
al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in
quella sala echeggiò[559] la voce del celebre viaggiatore Guglielmo
Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del
romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561] fare
del tavolino sedile; e quella[562] di Duvergier di Hauranne, e di St.
Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.

Rammentava[563] il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima
buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in
Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli,
allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564] dal Vieusseux
conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo
incitare alla stampa della sua _Storia_ di Firenze. E in quella sala con
grandi feste fu accolto[565] S. E. Falck, ambasciatore d'Olanda in
Londra; e il Michelet, raccomandato[566] al Vieusseux dall'Edwards
perché gli facesse conoscere _gli amici_ del gabinetto; e Augusto
Platen, con molte lodi presentato[567] da Niccolò Puccini. I quali
stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú
autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a
quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui,
furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile,
esempio di cordiale ospitalità del pensiero.

E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di
quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i
compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede
il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando del
_Progresso_, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi
compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle
riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi.
Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí detto _mondo
elegante_), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a
giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza
conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa;
pareva che avesse l'istinto di ricevere, di guidare la conversazione; e
soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto
in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di
gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità
dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse
persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva
altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e
l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio
eloquente„.[569] È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a
lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva
offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima
affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero
e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici.
Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570] del
Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e
si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa
della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di
Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non
anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a
tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da
lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto,
sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il
rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si
stizzí del giudizio dato dall'_Antologia_ su la sua _Monaca_) il
ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacemente
chiamava[571] “il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai
l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere,
né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani
bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe
Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famoso _Veltro_
dantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il
Guerrazzi, che vi apprendeva[574] “a pesare, comecchè giovine, ognuno„;
e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice
Bellotti[576].

E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e
Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in
contemplazione„ del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí
“numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia
e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una
qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da
Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo
dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di
quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale
confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú
opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto
veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non
pubblicare “per rispetto al pudore„[583].

Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala,
come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta
piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta
facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare
mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità
preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e
divertente degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co'
suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva
vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co
'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi
sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli
avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino
Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi
gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo,
“disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588],
atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti
arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e
adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in
previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli
l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già
fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il
piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di
entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria
letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore
Poerio, uscito or ora stanco da una casa da giuoco. Vedo il Forti, che
discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il
Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la
sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l
Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il
toscano non c'è divario d'eleganza„[592].

Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni
del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città —
scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti
tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale,
meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che
Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú
interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a
quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro
Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la
naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza
del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di
vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno
grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe
accolto da lui.

È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni
compare in quella sala; tutti lo accolgono con grandi ovazioni, e tutti
gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille
cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e
avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in
ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai
miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda,
ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre
l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse
detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda
inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza
finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi
via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de'
principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano
maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande
pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani
che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale
accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini
non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri
nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo
Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a
tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l
crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del
Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove
di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al
Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo
scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.

                                  *
                                 * *

Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí
affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio —
diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede,
_tour à tour_ piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte
capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile
dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux
rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un
tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella
sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi
e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella
Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella
vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna
(non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta
Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„
Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di
qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza
mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o
apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse
divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze
nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta restarsene in casa “colla
sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il
Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone
che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però _sapeva_ richiamare ben presto
gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima,
allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.

Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la
conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi
variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú
desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte;
piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante:
“ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa
alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero
Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere
bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu
rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il
gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux —
sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a
godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei
discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di
buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli —
scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo _club_
dei sabati„: e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che
il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si
sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le
lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di
voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della
quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito —
egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di
vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e
ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„.
Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove
altre volte in lieta e scelta compagnia _aveva_ passato alcune serate,
le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle
sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu
felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è
ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante
persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh
potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo
sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad
entrambi. “Il buon Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta
gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento
armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna
di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui
rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano
recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li
tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini
diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero
tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi
cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di
brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani
specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui
per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata,
meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi
gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'_Antologia_
è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte
Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l
Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú
spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non
splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che
gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri —
“veramente assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza
grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri
salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in
mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa
d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran _fichu_ di _linon_ alla
Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú
elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i
Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in
mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú
varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da
molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa
amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo
giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle
signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o
di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era
diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati,
distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle
riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi
vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi
specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi
viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che
soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti
paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men
saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno
civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente
paragonabile, devo, risalendo con la memoria a una piú antica Firenze,
ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la
voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e
dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera:
devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera
si adunavano nel _Caffé Fiorio_ da prima, e poi nel _Caffé di Piemonte_,
disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617];
ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una
fucina, per breve tempo si preparò il _Conciliatore_, e tutte vi arsero
le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e
gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che
bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini,
ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de'
libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o
già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano
con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel
conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî
ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica,
si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la
stampa gli articoli suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima
della versione della _Pulzella d'Orléans_, “grazioso lavoro e tutto
naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano
materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come
latinamente dovesse dirsi _Gonfaloniere_, essendo l'ora già tarda il
Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua
opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620]
dell'_Antologia_. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta
ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima
Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie
del Colletta, e dell'_Antologia_, sarebbe stata la piú efficace delle
sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante
chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da
politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo
romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva,
Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli
contro questo epigramma[623]:

    In ogni opera sua vero ed espresso
    Sempre il buon dipintor pinge sé stesso.
    Vedete un poco il professor Rosini
    Come dipinge i birri e i birichini.

Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che
ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da
apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire
Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta
prendere parte a quelle adunanze, e che l'_Antologia_ giudicò[624] “il
piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la
Palli improvvisare[625] prima in versi sciolti italiani una scena tra
Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e
Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune
terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico
del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San
Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa
che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un
suo scherzo poetico intitolato _l'amore cappuccino_, volle anche
recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta,
che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo
lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti.
Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626] il Pieri, “da far
morire di noia un povero cristiano„.

Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche
volta tollerare, tutto questo non era granché bello, né molto istruttivo
per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a
disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre
civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune
piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui
ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627] di varî canti
della _Divina Commedia_: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale
significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non
leggiero dimenticata.

Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle
maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di
educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i
propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania,
dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche
altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose
nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di
ognuno? Ragionavano — dice[628] il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e
grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano
erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un
rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame
rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un
imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del
qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto
dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come
lupi a presepi, senza avere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre
al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre
aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero
al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente
riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre
sotto la presidenza di un delegato politico„[631].

In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di
tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — un
_amico_ del Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si
valse per essere _spia_ — parlavano di materie “politiche o letterarie,
o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del
liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta
de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare
in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era
in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i
benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano
fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del
liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno
splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere
con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere
che la grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare
senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e
l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.

Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo
di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633]
il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo
a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e
baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a
creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e
calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del
deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande
Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi
italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l
Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro
contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le
parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed
economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò
era messe feconda che arricchiva l'_Antologia_. Ma ciò che è piú, e che
piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni
intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze,
che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano
tra parti divise l'idea della patria.



CAP. IV.

Il contenuto dell'_Antologia_

  Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La
  questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche.
  — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità
  letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. —
  Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa
  questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi
  dell'_Antologia_. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.


Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi
dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e
nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo
ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero
rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse
lo scopo dell'_Antologia_, alle cose d'erudizione questa non mirò di
proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'_Antologia_,
“l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di
quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare
vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la
data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli
scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta
animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un
sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però
li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava
provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in
indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che
raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi
della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca
del giornale pisano e dell'_Arcadico_ di Roma; di cose d'erudizione
l'_Antologia_ è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico
Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale
nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di
certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano
l'_Antologia_ gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa
operoso Giovan Battista Zannoni, nell'_Antologia_ onorato piú volte dal
Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo
Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto
antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639]
all'_Antologia_: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale
fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo
acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo
cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in
Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e
sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644]
Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico
Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della
greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel,
Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo _commentario_ delle guerre di
Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte
nell'_Antologia_ Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su
le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia
discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe
Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della
Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso
discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque
l'_Antologia_, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657],
uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron,
lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal
Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice
teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di
lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane
Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe
eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri
nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti
rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in
un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni
rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

                                  *
                                 * *

Maggiore sviluppo ebbero nell'_Antologia_ le cose filologiche: anzi, le
prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni
intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il
giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e
le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il
Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi
filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute
intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano
all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed
ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza
conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla
lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che
la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto
un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come
un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa
chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le
idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati
disdegni invelenivano in odio; non poteva l'_Antologia_ consentire. E ad
abbattere l'edificio della _Proposta_ scrisse[665] nell'_Antologia_
Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„
che, spesso obliate nella _Proposta_, non dovrebbero mai disgiungersi
nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano
Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri —
diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero
delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che
pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la
_Biblioteca italiana_ con acri parole asseriva[667], che “il vanto de'
Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da'
ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente
Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669]
“meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per
elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili
dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del
linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi
usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di
nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e
l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte
affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua
illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da
esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e
dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima
parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'_Antologia_ è da lui[672]
contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan,
e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia
della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non
le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani
avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„.
Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si
leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del
Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi
resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero
non impedí che nell'_Antologia_ si riconoscessero[677] i pregi veri del
Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente
affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella _Proposta_,
dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia
adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi
delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'_Antologia_ definito le questioni su la lingua, può essere
prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli
scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non
con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come
il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di
controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si
riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il
Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non
dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di
letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche
contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non
letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il
retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola
famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a
questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le
preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'_Antologia_: “I nostri
posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia
tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682]
che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di
un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie
raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683]
il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del
Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse
essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra _Monna
Proposta_ e il _vero Ser Frullone_„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei
esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a
tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava
le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e
unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della
propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del
vero e carità pia della patria, furono nell'_Antologia_ trattate le
questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono
agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo
il Tommaséo voleva[686] che _Italiana_ si chiamasse la lingua, perché
tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti
altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non
altro nome potesse darsi se non d'_Italiana_.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via
perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del
dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità;
l'_Antologia_ (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre
aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de'
puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della
studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero
Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo,
molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine
d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia,
che in una orazione scriveva sempre _lustri_, quasi sdegnoso di
adoperare il vocabolo anni; “_lustri_ certamente è un illustre vocabolo
— diceva[689] il Tommaséo — ma né anche _anni_, poi, non mi pare una
parola oscena„. E se l'_Antologia_ con rara imparzialità loda[690] nel
Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della
lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe
Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse
da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe
nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le
donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che
negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però
l'_Antologia_ fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non
morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena
di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo
significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste
parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con
grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse
volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir
sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

                                  *
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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione
del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta
a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la
letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà
dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del
gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo
insieme, l'_Antologia_: romantica, non ostante i pochi scritti del
Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori
del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che
definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero
bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'_Antologia_ nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà
dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le
regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini
che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio
essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma
piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si
giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a
qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima
cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí
l'_Antologia_ poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte
l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il _Buondelmonte_
del Fores, come anni innanzi nel _Conciliatore_ il Berchet la _Narcisa_.
Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere
romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a
guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il
Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]:
“vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non
l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la
sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„.
Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni
servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non
quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora,
avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni
romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore
delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il
Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose,
sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha
dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno
non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma
pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche
scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708]
che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un _ricettario
tragico_ infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il
Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni
al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco,
ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E
rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si
compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti,
avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico
si _potesse_ dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per
vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di
giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva
essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver
egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello
Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche
dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'_Antologia_ fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà
dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole
della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era
detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta
di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire
poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando
in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di
pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non
dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale
non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face
accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di
nuovo il Montani a difendere l'_audace scuola_ assalita; affermando che
neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le
finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle
credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era,
di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi
di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo
Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della
mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si
stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli
chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si
stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata
“agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase
dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della
sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il _popolo_
manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle
ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda,
quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua
vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole
potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'_Antologia_,
dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della
letteratura. Non dissimile in questo dal milanese _Conciliatore_, il
giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di
tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e
spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del
gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera
l'_Antologia_ rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che
parlavano.... nel _Conciliatore_ di riforma del teatro..., della lirica
e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'_espressione
della società_„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse
“non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche
i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima
importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo,
al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la
conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato
avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni
presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni
offesa alla morale o civile o domestica„.

Non _classica_ dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile
imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo
che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non
empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e
delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire,
volevano gli scrittori dell'_Antologia_ la nuova letteratura; o come il
Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo _tutta
italiana_, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo
egli nell'_Antologia_ si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia
quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le
traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non
giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove
avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana
molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo
studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle _memorie_ del Goethe; e in una serie di
lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria
fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a'
grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„,
raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la
quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane
tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'_Antologia_ rappresentasse
all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere:
e nell'_Antologia_ infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne
recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele
Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione
del _Prigioniero di Chillon_, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel
recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale
di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e
pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli
facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734]
l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la
soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio
l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735]
tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni
all'_Antologia_ ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo:
diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera
letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e
ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione
del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di
un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'_Antologia_
dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile
vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello
Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del
_Journal des savants_; e in nominarlo una volta, per commento
aggiungevano[741] al nome: “_intelligenti pauca_„. Ha[742] l'_Antologia_
notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della
russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto
colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi
progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse
avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si
diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'_Antologia_, nel rendere onore a' grandi
ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e
diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre
nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745]
dell'_Hernani_, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere
il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in
Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita
a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel _Fausto_ fare
un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'_Antologia_ fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni
d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria
l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere
che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo
degli imitatori servili fu sempre nemica l'_Antologia_: e quando (per
citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire
all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli
imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un
romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla _Divina
Commedia_: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto
potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto
adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di
Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: _Non uomo, uomo già fui_„; e cosí
via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande
arte straniera propugnava l'_Antologia_: “Non imitiamo i Tedeschi —
scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il
liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein
nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria,
ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben
potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse
l'_Antologia_ di correre dietro alle _servilità forestiere_, le lodi da
essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate
agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi
ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e
l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori.
Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'_Antologia_
dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di
qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'_Antologia_
reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad
autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le
lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere
comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto
rappigli il poco, dirò solo di Dante.

Assentiva il Monti, che nell'_Antologia_ vedesser la luce due lettere
sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta _magra_, sorta
fra varî su l'intelligenza del verso: _poscia piú che il dolor poté il
digiuno_: e di cose dantesche scrisse nell'_Antologia_ Carlo Witte, il
quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753]
l'insufficienza di ciò che intorno alla _Commedia_ e alle altre opere
del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse
il Cioni piú volte una _rivista dantesca_[754], promessa dal Giordani
che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'_Antologia_,
“abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi
per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può
forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [_Dante_] non
altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'_Antologia_, è
da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli
scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî nuovi
qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'_Antologia_,
che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di
dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o
illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco
delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando
come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„.
Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse
lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758]
il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della
_Divina Commedia_„. E quando il _Nuovo giornale dei letterati_ ebbe a
dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo
spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si
prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si
giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi
privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando
cessata la sua associazione; ma nell'_Antologia_ con una lettera al
Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo
studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che
se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non
sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo
d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

Cosí appunto l'_Antologia_ serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe'
nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria
italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera,
voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta
nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel
gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso
voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti,
nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed
elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

                                  *
                                 * *

È dunque naturale che l'_Antologia_ mirando nelle cose letterarie
piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere
su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli
scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che
volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una
troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava
che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso
trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del
_Conciliatore_, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era
necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe
meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'_Antologia_ numerare solo una
descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle
cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle
Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e
due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma
non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in
vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di
Cristo: la cantica[770] del Niccolini, _la Pietà_, ch'egli diceva
scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola
ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua _Iliade italiana_
diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e
delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il
Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha
l'_Antologia_ un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi;
un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi
del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento
proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. E al Vieusseux
il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente
lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste
prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'_Antologia_: e per le stesse ragioni dette riguardo
a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte
dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e
di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale
è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e
di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona
sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo
paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete
fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784]
il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al
Rossini dallo Stendhal.

Scritti migliori e piú frequenti ha l'_Antologia_, che toccano di
pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una
lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del
distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti
belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789]
“difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la
costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della
pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791]
in ridicolo dalla _Biblioteca italiana_, imaginando che Raffaello da
Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore
Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli
de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta
in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene
procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano
per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi
intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che
nell'_Antologia_ Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi,
dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i
metalli, da lui chiamato _metallocromia_: e di certe pratiche nuove per
dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna Pascoli Angeli.
Prima l'_Antologia_ agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio
Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli
studiosi nota solo di nome. E l'_Antologia_ fa[797] le lodi di Pietro
Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco,
morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che
dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui,
dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú
necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.

Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le
pagine[800] del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani:
l'uno[801] su la _Psiche_ del Tenerani, l'altro[802] su la _Carità_ del
Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale
per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803]
onore a Bartolomeo Ferrari.

Di cose di architettura ha l'_Antologia_ uno scritto[804] dell'ingegnere
Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del
quale, discorre di uno stile architettonico, da lui notato in Firenze,
che egli chiama _repubblicano_. E nel parlare di varî generi
d'architettura, non so chi nell'_Antologia_ si sdegna[805] della
“prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle
costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i
passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin
qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte
non ebbero mai nell'_Antologia_ il primo posto, non furono però
trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux,
prima che iniziasse il giornale, poneva[806] a disposizione degli
artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro
opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre
parti d'Italia, piú volte nell'_Antologia_ è data[807] notizia; e cosí
pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare
delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808] che esse, piuttosto
che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senza il
loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi
artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante
mediocrità — esclamava[809] un anonimo — destinate a patire nel mondo,
ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.

Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale
fiorentino si lodasse[810] l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in
Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici;
non impedirono che nell'_Antologia_ si ammirasse la grande arte e si
lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore
con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811] i guasti prodotti
dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze:
delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia,
non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.

                                  *
                                 * *

Maggiore sviluppo ebbero nell'_Antologia_ gli argomenti di scienza,
secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa
mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri
giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili
applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre
in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale
progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte
l'_Antologia_ propugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare
Lucchesini proponeva[812] non doversi ammettere nelle scuole di mutuo
insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo.
Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e
della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati
anatomici, l'_Antologia_ dà notizia[813]: e del magnetismo animale, e
dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814] il
dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815] cosa che non so di
quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto
subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne'
progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel
metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società
medica fiorentina, regolarmente l'_Antologia_ ragguagliava i lettori: né
mancano ad essa scritti[816] del Magheri né del professore Pietro Betti.

Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha,
pubblicato dal Capponi, uno scritto[817] inedito di Antonio Cocchi,
decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra
l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione
newtoniana. Ed ha un elogio[818] del grande anatomico Paolo Mascagni,
nome caro a' Toscani ancor esso.

Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa,
ammiratore intelligente dell'arte, il nome è ricordato[819] a proposito
di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda
durezza del cuore„ rimproveratagli[820] dal Tommaséo: questo so, che
Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821] che mai non gli uscirebbe
dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza
di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822] che nel momento
dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo
governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come
Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando
l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello
Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il
giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio
Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno
illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.

Nell'_Antologia_ scrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il
quale in uno de' suoi scritti ragiona[823] di un modo singolarissimo con
grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra,
nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato,
coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra
due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e
la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'_Antologia_ si
assicura[824] che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una
giunta di nobili e di negozianti, a' giovani chirurghi fosse vietato
l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che
dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza
importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla
macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le
donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del
quale non so quante donne potessero dirsi contente.

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                                 * *

Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza,
prometteva[825] il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori,
trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre,
infatti, del '23 cominciò[826] pubblicare un _bullettino scientifico_
valentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed
il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il
Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano
sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre
l'_Antologia_ i lavori dell'_Accademia di scienze_ di Torino e quelli
della _Gioenia_ di Catania: e nell'_Antologia_ Giuliano Frullani
espose[827] una formula nuova per rappresentare le coordinate de'
pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre
Poisson. Diede[828] l'_Antologia_ a suo tempo notizia dell'avere il
Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel
gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi
osservata in Firenze„: e di comete parla[829] egli stesso, il Padre
Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto
custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente.
Del Padre Inghirami comparve[830] anche un saggio notevole di
livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831] su
la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'_Antologia_ si
ragiona[832] delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto
molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833] di alcune
esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e
delle sue esperienze[834] su l'elettricità de' raggi solari, Carlo
Matteucci; come delle loro ricerche[835] sopra le forze
elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836] entrambi dal
Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe
scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri,
Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837] intorno alla
direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838] di una nuova
specie di uccello di Cuba, da lui chiamato _Ramphocelus Passerinii_, in
onore al benemerito zoologo italiano; parla[839] delle variazioni a cui,
come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'_Antologia_
manca il nome di Paolo Savi, di cui si annunciava[840] aver egli
scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi,
il quale discorre[841] di nuove specie di piante trovate da lui nel
Brasile: e in essa il Repetti loda[842] il tipografo Marsigli dell'avere
iniziato la pubblicazione degli _Annali di Storia Naturale_ per
maggiormente diffondere questa scienza.

Ma perché meglio si veda quanto in vantaggio della scienza, e insieme
della concordia italiana, il Vieusseux si adoprasse, è qui da rammentare
che essendo cessati il _Giornale di chimica, fisica e storia naturale_
di Pavia, e la _Corrispondenza astronomica_ del barone di Zach,
progettava[843] egli nel 1828 una raccolta periodica trimestrale
“eminentemente italiana„, e consacrata tutta alle scienze esatte e
naturali: la quale, mutando aspetto all'_Antologia_, che si rivolgerebbe
intera alla letteratura e alle scienze morali, filosofiche, storiche ed
economiche, creasse in Firenze un centro scientifico, e fosse la vera
espressione di ciò che in Italia si veniva facendo o si sperava di fare.
Che se il progetto del Vieusseux non ebbe poi compimento, non fu certo
colpa di sua negligenza. Con vero dolore annunciava[844] egli che “due
soli associati fuor di Toscana.... e sei soli soscrittori„ avesse
trovato alla nuova impresa: con dolore affermava dovere ricorrere a'
giornali stranieri per annunciare i progressi da' dotti italiani fatti
fare alle scienze.

Ma non negava egli stesso, piú tardi, le sue lodi[845] agli _Annali
delle Scienze_ del regno Lombardo-Veneto; né si doleva che al suo
progetto da' compilatori di quel giornale neppur si accennasse: avido
egli non già di lode, ma solo di fare il bene, e pago egualmente che il
suo pensiero fosse da altri mandato in parte ad esecuzione.

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                                 * *

Tra' varî rami della scienza, l'_Antologia_ mirò piú di proposito agli
studî d'agraria; i quali come che piú direttamente rivolti a maggior
numero di persone, e di utile piú immediato, ebbero in essa trattazione
piú ampia. Fin dai primordi del giornale chiedeva[846] il Vieusseux agli
agricoltori toscani comunicassero i risultati delle loro esperienze;
chiedeva all'accademia de' Georgofili e otteneva facoltà di rendere, con
ragguagli compilati dal Gazzeri, mensilmente conto de' suoi lavori.
Nell'_Antologia_ il dottor Pietro Balbiani espose[847] le sue ricerche
per allontanare con mezzi nuovi da' grandi oliveti gl'insetti dannosi: e
primo il Montani con vero compiacimento annunciava[848] essersi fatto in
Milano un progetto di società di assicurazione contro tutti i danni a
cui possono accidentalmente andare soggette le campagne. Cosimo Ridolfi
parlava[849] dell'utilità di introdurre nelle campagne il seminatore del
Fellemberg; e Ferdinando Tartini Salvatici con diligenza descriveva[850]
i varî strumenti da' contadini usati in Iscozia. Cose notevoli dice[851]
Gino Capponi là dove, parlando dello stato economico della Toscana,
dimostra le condizioni de' contadini in essa meno che altrove infelici
per l'uso della mezzeria: e il Del Rosso proponeva[852] che, a
imitazione dell'Olanda, volgesse l'Italia all'agricoltura i suoi poveri;
all'agricoltura, dal generale Colletta chiamata[853] “unica vena di
ricchezza in Italia„.

Né solo allo sviluppo e al perfezionamento di questa mirava
l'_Antologia_, ma altresí e piú ancora, al miglioramento morale de'
proprietarî e de' coltivatori: del quale proposito il Forti loda[854]
l'accademia agraria di Pesaro, fondata nel 1828 e diretta dal cardinale
Bertazzoli. E a divulgare insieme con l'istruzione delle pratiche
agrarie l'educazione negli abitanti della campagna, pensava il Vieusseux
un giornale che de' contadini si intitolasse. Chiese[855] egli infatti
nel '25 al granduca licenza di stamparlo, e insieme per tre anni un
sussidio modesto: e il Bernardini, chiamato a darne il parere,
giudicava[856] “utilissimo l'assunto del signor Vieusseux, e degno di
essere incoraggiato„. Ma non è da tacere che forse la prima idea venne
al Benci, il quale scrivendo al Mayer proponeva[857], in mancanza di
libri, un giornale compilato per uso degli artigiani e de' contadini.
Spetta a ogni modo al Vieusseux il merito d'avere creato il _Giornale
Agrario_, del quale il Lambruschini discorre[858] in due articoli che
onorano l'_Antologia_ e chi li scrisse. E al Lambruschini Cosimo Ridolfi
e Lapo de' Ricci furono in quell'impresa colleghi degni e operosi.
Mensilmente nella villa or dell'uno or dell'altro si adunavano essi per
rivedere i materiali di ciascun fascicolo, per intendersi, illuminarsi a
vicenda: e di una di queste adunanze, tenuta in Meleto, l'_Antologia_ fa
parola[859], recando versi inspirati a Giuseppe Barbieri.

Cosí l'_Antologia_ veniva via via destando quell'amore alla terra
feconda, pe 'l quale uomini di antiche e cospicue famiglie con l'esempio
e con la parola si facevano maestri a' lavoratori de' campi; quell'amore
che di lí a poco animava il conte di Cavour, e spingeva il barone
Ricasoli a chiudere nella cerchia feudale del suo castello di Brolio non
piú veltri e falconi, ma filugelli e macchine, e tutti i doni di una
civiltà non corrotta né corruttrice.

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                                 * *

Come negli argomenti di scienza l'_Antologia_, meglio che alle aride
discussioni utili a piccolo numero di persone, provvide a divulgare
quelle verità e quelle cognizioni giovevoli a maggior numero di lettori;
cosí, meglio che a' versi mediocri e alle inezie letterarie, si rivolse
agli studî utili e alle severe meditazioni. Fin dal principio infatti il
Vieusseux fece luogo nel suo giornale alle scienze geografiche,
lamentando[860] che queste non facessero parte in Italia, come altrove,
di un'educazione accurata: e tempo innanzi il Montani si doleva[861] che
cosí poco fossero da noi coltivate, che il Pagnozzi, esauriti i suoi
mezzi pecuniari per dare alla luce il primo volume della sua _Geografia
moderna universale_, non potette in Firenze trovare un editore che ne
desse un'edizione a suo conto.

Per ridestare adunque l'amore di questo ramo di scienza importante, ha
l'_Antologia_, specialmente ne' primi tempi, relazioni ampie di viaggi:
e parecchie furono in essa le pagine consacrate a descrivere le faticose
escursioni attraverso le sabbie ardenti dell'Africa, e alle ancora piú
audaci spedizioni ne' ghiacci polari. Ha l'_Antologia_ una lettera[862]
di Giambattista Brocchi, diretta al fratello da Khartem nel Sennaar,
poco innanzi morisse: ha notizie[863] diffuse de' viaggi e delle
scoperte in Egitto di Giambattista Belzoni: e in essa è con lode
ricordato[864] il Beltrami, ricercatore fortunato delle sorgenti del
Missisipí. Pubblica il Ciampi, occupato in ricerche sarmatiche, un
documento[865] comprovante doversi la scoperta delle isole Canarie non
già agli Spagnuoli nel 1395, ma a navigatori fiorentini e genovesi
cinquantaquattro anni innanzi. Loda[866] il Mamiani un giovinetto
livornese, che solo e sprovveduto di mezzi, per bramosia di veder mondo
penetrava nel Canadà, tra pericoli molti: e il Vieusseux stesso con
grande compiacimento annunciava[867] avere un veliero italiano per la
prima volta compiuto in novantatrè giorni il tragitto dal Perú
all'Italia. Discorre[868] il Pepe del “maritar l'uno oceano con l'altro„
co 'l taglio dell'istmo di Panama; e settant'anni innanzi che la guerra
ispano-americana scoppiasse, con l'usato suo stile scriveva[869] “Cuba
or ora si agglomererà anch'essa al novello ordine americano: il nuovo
sistema planetario d'America l'avvolgerà nelle sue orbite; e rinunzia
alla ragione chi spera che le forze centrali di Spagna possano ritenerla
a satellite„.

Di cose geografiche frequente discorre nell'_Antologia_ il console del
re di Svezia Iacopo Gräberg di Hemso[870], amico al Vieusseux e
all'Italia: il quale nel parlare[871] di Tripoli e della Barberia, dice
cosa oggi degna che sia ricordata: dice che “la convenienza e la
necessità delle relazioni fra l'Italia e la Barberia non possono per un
sol momento essere rivocate in dubbio„. Ed esso Gräberg di Hemso fa[872]
anche parola delle reggenze barbaresche, affermando dovere queste la
vita soltanto alla politica illiberale e disonorevole dell'Europa. A
proposito delle quali reggenze l'_Antologia_ fa menzione[873] della
proposta di un signore Drovetti, console di Francia in Egitto: di
civilizzare l'interno dell'Africa con lo educare annualmente in Parigi
un certo numero di giovani negri.

Ma se con grande larghezza il Vieusseux fece luogo nel suo giornale,
fino da' primi tempi, a studî su le diverse regioni del mondo e a
notizie sollecite di scoperte e di viaggi; piú di proposito intese allo
studio della geografia dell'Italia, con rammarico grande notando[874]
che i pochi cultori in essa delle scienze geografiche, alle altre
regioni piú che alla propria ponessero mente: nel che conveniva il
Pagnozzi dolendosi[875] che poco agl'Italiani fosse nota l'Italia.
Loda[876] l'_Antologia_, gli scritti su la Sardegna del Mannu, e quelli
del La Marmora; e dice che la Sardegna è uno de' paesi d'Europa men
conosciuti: e il Vieusseux stesso la chiama[877] “paese mal noto al
resto d'Italia, e che merita d'essere un po' meglio osservato„. Ma
altrove il Ciampi si rallegra[878] che anche da scrittori stranieri
incominci a studiarsi: e il Cibrario afferma[879] che in essa il popolo
è feroce “perché incolto, ma che non è punto corrotto„.

Parla l'_Antologia_ della Corsica (oggi piú straniera all'Italia che
settanta anni fa, quando nel suo seno boscoso consolava l'esilio del
Benci, del Tommaséo, del Guerrazzi e d'altri molti); e parlando della
Corsica, il Montani si duole[880] che poco sia conosciuta, e spera che
facendo sua la lingua francese “non vorrà mai rinunciare..... alla bella
lingua d'Italia„. Il quale Montani nel dare notizia della Società di
geografia fondata in Parigi, già nel '22 proponeva[881] che si formasse
in Italia “una società di geografia nazionale„, la quale attendesse alla
compilazione di una dotta opera geografica su la Toscana: e nell'ottobre
del '23 il Vieusseux presentava[882] al Puccini il progetto di una
Società di geografia e storia naturale, che incominciando dalla Toscana
facesse oggetto de' suoi studî l'Italia. Del quale progetto il
Bernardini chiamato a dare il parere, disapprovando il secondo articolo
diceva[883] parergli “un'incongruenza„ che una società di Toscani
cercasse “un ricovero nelle stanze di un estero..... che vive tra noi
collo spaccio di altrui prodotti letterarî„. Ottenne tuttavia il
Vieusseux la chiesta licenza; e nel 1826, creata per opera sua la
_Società toscana di geografia statistica e storia naturale patria_, egli
stesso ne dava notizia[884], affermando che la società aveva per iscopo
“riunire tutti gli elementi d'una buona descrizione geografica
statistica e fisica della Toscana„. Egli stesso del pari loda[885] la
carta geometrica della Toscana, opera del Padre Inghirami, e quella del
bellunese Girolamo Segato, plaudito altrove[886] da Gräberg di Hemso per
quella dell'Africa settentrionale: e loda insieme l'_Atlante geografico
fisico storico_ della Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, tempo
innanzi annunciato[887] da Emmanuele Repetti; al _Dizionario geografico_
del quale, nel medesimo scritto il Vieusseux rende onore. Né forse
sarebbero, senza gli aiuti e gli incitamenti di lui, alcune di queste
opere, in quel tempo e ancor oggi meritamente famose.

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Come gli studî geografici, altresí quelli storici ebbero
nell'_Antologia_ un grande sviluppo per opera del Vieusseux: il quale,
sollecito di ogni novità buona e feconda, primo rammentava[888] la
necessità di far conoscere all'Italia la nuova direzione data in Francia
e in Germania allo studio della storia. E al desiderio del Vieusseux
sodisfaceva il Capei, primo additando[889] all'Italia gli studî di
Niebuhr e quelli[890] del Savigny. E il Forti rende onore[891] al
Guizot; e Giuliano Ricci al Michelet[892]; altri al Thierry[893]. Ha
l'_Antologia_ scritti frequenti di Luigi Cibrario[894], allora in verità
ben lontano dal pensare che re Carlo Alberto lo invierebbe con Domenico
Promis a viaggiare mezza Europa in cerca di rarità numismatiche. Allora
il Montani gli consigliava[895] lasciare i versi, e volgersi a cose piú
utili: e il Cibrario divenne illustratore della storia del Piemonte,
cioè italiana, e fu lodato[896] dal Forti.

Ma a dimostrare l'importanza che l'_Antologia_ ebbe negli studî storici,
è da rammentare ciò che in essa fu fatto per ridestarne l'amore, e ciò
che in loro vantaggio. Si doleva[897] il Forti che fosse in Italia
venuto meno quell'ardore nell'investigare e far pubblici gli antichi
documenti e le storie inedite, che fu decoro del secolo XVIII: ed egli
tra' primi invogliava[898] allo studio delle storie municipali, e come
utili all'istruzione de' cittadini, e come documenti preziosi o per
convalidare o per novamente discutere i principî delle scienze
economiche. Nella quale sentenza conveniva il Montani, il quale non solo
desiderava[899] che delle croniche antiche si dessero nuove e piú curate
edizioni; ma nel lodare le memorie e i documenti per servire alla storia
del ducato di Lucca, opera di varî letterati lucchesi, affermava[900]
essere impossibile avere una storia esatta d'Italia se prima non fossero
pubblicati i monumenti storici delle particolari provincie. Del che
l'_Antologia_ loda piú volte Emmanuele Cicogna: e il Tommaséo
augura[901] a ogni città d'Italia raccoglitori o illustratori delle
patrie memorie simili a lui.

E per toccare, tra le molte qua e là sparse, di alcune delle idee piú
nuove che furono poi fecondissime, rammenterò che molt'anni innanzi che
il Tommaséo nell'esilio sconsolato di Francia, per incarico del ministro
Thiers ne pubblicasse la raccolta, molt'anni innanzi il Forti
ragionava[902] di alcune relazioni d'ambasciatori veneti e toscani e
romani; e molto si doleva che per ragioni di Stato, o per consuetudine
antica, fosse agli studiosi interdetta tale miniera di documenti
ricchissima. Ma a questo riguardo il Vieusseux non taceva, probo
com'era, le debite lodi del Piemonte, scrivendo[903] in una noticina a
un articolo del Cibrario, che in quella regione i pubblici archivi erano
“liberissimamente aperti agli eruditi e agli studiosi di ogni specie„.

Come parte di storia e da' lavori storici, al dire del Tommaséo[904],
fatta omai inseparabile, trattazione ampia ebbero nell'_Antologia_ anche
gli studî della statistica, della quale il Pepe saluta[905] “inventore„
Giuseppe Maria Galanti. Piú volte, ed a lungo, è tenuto discorso
dell'opere dello Smith, del Say, del Malthus, del Sismondi, del Bentham
e del Gioia. E a diffondere in Italia l'amore di questa scienza
considerata come un nuovo atteggiamento degli studî economici e storici,
il Forti dà lode[906] a' compilatori degli _Annali di statistica_ di
Milano: e il Montani proponeva[907] per far conoscere i varî bisogni
d'Italia e destare l'emulazione, le statistiche delle varie città
rinnovate di tempo in tempo.

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La materia però dove piú parte aveva l'indirizzo del Vieusseux, e dove
piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel
dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno
mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel
dimostrare come l'_Antologia_ molte utili proposte facesse ancora non
poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia,
agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa
imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per
questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo
direttore debba la Toscana e l'Italia.

Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil,
diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli delle scuole di
New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto
del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'_Antologia_ il Renzi
ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo
insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità
il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del
viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle
Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare
a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la
necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che
seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al
marchese Gargallo, che nel proemio agli _Offici_ di Cicerone si mostrava
pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di
grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino
coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.

Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di
lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente
della _Società italiana per l'educazione del popolo_, proponesse[915]
allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la
coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni
innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una raccolta d'opere straniere
tradotte, che fu poi la _Biblioteca d'educazione_: e in altro luogo
rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni
famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il
pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a
renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con
l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di
privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione
la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi
elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso
scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo
rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania.
Rammenta l'_Antologia_[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le
scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e
centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita
essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in
Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del
reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia
casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola
di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese
Luigi Tempi, possessore intelligente di codici dal Montani
illustrati.[925]

Né tacque l'_Antologia_, né poteva, dell'Istituto della SS.
Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori
avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non
come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli
aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú
domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito,
curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo
come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú,
notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo
assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse
corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in
discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo
uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due
parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che
incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi
ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a
questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati
compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi,
molte baruffe _in istampa_, e molti versi cattivi.

Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che
dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato
ampiamente svolto dall'_Antologia_; la quale assai cose desiderò,
tuttora degne di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si
alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate.
Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana
ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse
maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per
insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi —
discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città
delle lettere per quella _Janua linguae latinae_, quasi simile a quella
per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle _parole_ di
_colore oscuro_ di _declinazioni_ e di _coniugazioni_: e tribolasse la
sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane
desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia,
ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei
Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse
con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti
concordanze, e poi co' _latinucci_ o _latinacci_; e cosí camminando a
tentone per una profonda oscurità d'idee.

Ma l'_Antologia_ qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi
d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti,
piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea
della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava
per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i
fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il
Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello
che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di
fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di
formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito
di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta
fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la
natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti
per vero degl'insegnanti ponessero mente.

Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel
giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte
fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte
stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi
differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri
l'_Antologia_ provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge
scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare
raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in
Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori.
Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i
sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia
quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le
verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le
dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di
privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto,
che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore
dovuto[939]; e insieme rende onore a Siena, che chiama “città distinta
tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e
all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la
ricordanza dell'antica gloria„.

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                                 * *

Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che
prima l'_Antologia_ diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle
opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.

E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del
quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite
ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia;
alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei
su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26,
ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare
un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: _battimi e
ascolta_: ed ha alcune pagine[943] del _Commentario alla rivoluzione
francese_, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse
alla luce.

Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale
iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri
annunciava[945] nell'_Antologia_ le scoperte su' raggi calorifici dello
spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole.
Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i rapporti
tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla
scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale
Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú
ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei
faceva all'Italia conoscere[949] nell'_Antologia_ l'opera grande del
Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il
Gioberti confessava avere all'_Antologia_ attinta dell'opere del Rosmini
la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad
ampliare il suo concetto dell'arte.

Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito
rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o
esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'_Antologia_, modellati
su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i
quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de'
giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale
proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che
Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera
sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva
conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi:
argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla
monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose notevoli
scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú
ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II
confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna.
Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al
Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per
gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'_Antologia_ dell'abolire la
pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti
cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo
modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini
rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle
dell'_Antologia_. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse
potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo
“ad un uomo d'ingegno e di cuore„.

Sosteneva l'_Antologia_, in luogo della pena di morte, quella della
carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla _Gazzetta
Piemontese_ la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del
re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964]
del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni dovrebbe
“condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche
abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del
giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di
trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il
miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente
conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione
della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su
la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di
Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per
commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra
l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con
pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi
atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere;
saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale
proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile
tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i
delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono
essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione
delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno
per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno
anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben
possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per
nuove, venissero dall'_Antologia_ proposte o accennate, e certamente
oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.

Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'_Antologia_
dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva
dal _Globe_ tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel
mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente
impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'_Antologia_
con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla
beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio
si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora,
un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971]
l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a
tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da
simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è _un vero danno_,
perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la
miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del
governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il
governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'_Antologia_
senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi
e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e
anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e
in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli
quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi
umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il
Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono
riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente
riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux
parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e
che l'_Antologia_ pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la
formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima
l'_Antologia_ proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine
dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per
descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far
conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si
lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979]
nell'_Antologia_ e creato la Società toscana di geografia, ho già
parlato a suo luogo. Prima l'_Antologia_ reca saggi di poesia popolare,
e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come
“prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle
credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e
d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie
canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe
raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio
degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche
biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la
sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si
dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui
sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle
grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo
che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra
ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i
manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e
di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche
parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur
troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'_Antologia_ lamentava[983] non avere l'Italia una legge
che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai
di Firenze cimentarsi a stampare la _Geografia universale_ del Pagnozzi:
e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra
al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il
difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il
plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli
parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio
fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la
proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai
di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda
pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né
piccolo merito è questo per l'_Antologia_, quando si pensi che appunto
in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi
inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi
difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando
si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero
delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un
suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la
proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

                                  *
                                 * *

A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà
come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche
contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero
in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'_Antologia_ lo Zannoni,
segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca,
soleva chiamarsi _accademico valdarnese_; il Botta ed il Pieri nemici a'
romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux,
sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di
tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini
uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di
_statistica_„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze
politiche ed economiche, e chiamava il XIX un _secolo da ragazzi_.
Scrivevano nell'_Antologia_ il pio Lambruschini e il Giordani non pio;
il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo
cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il
Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava
un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi
avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni;
chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava
l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e
il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'_Antologia_ era un “giornale
eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine
letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di
un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti
sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello
che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non
sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi,
e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa
vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del
medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli,
che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo
assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'_Antologia_
cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e
immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú
bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole
differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità:
esempio non inutile alla povera Italia.

L'_Antologia_ non era un giornale né di partito né di municipio: e in
ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si
levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza
meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale
alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de'
suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in
quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per
stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero
utili o dannosi al benessere universale; accolse l'_Antologia_ uno
scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e
perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say,
intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si
produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno
minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che
riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma
resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di
cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a
stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore
anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi
amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e
interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare
quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo
queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa
non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi,
perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

Voleva[996] il Vieusseux che l'_Antologia_ rappresentasse “lo stato e i
desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e
fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'_Antologia_ rifletteva
da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero
non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si
mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di
ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far
conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le
sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri
degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con
prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli
elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero
compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali
e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto),
lodava[998] l'_Antologia_ la _Società italiana delle scienze_ residente
in Modena; il _Giornale di scienze e lettere_[999] delle provincie
venete; e ricordava via via i lavori dell'_Accademia di scienze_ e della
_Società agraria_ di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella
di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società
scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la _Nuova Società
di scienze naturali_ in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari
l'_Indicatore genovese_ e il _Progresso_[1004] di Napoli: e fondandosi
in Roma un nuovo giornale, il _Discernitore_, certo alludendo alle
parole con che dalla _Biblioteca Italiana_ era stata accolta in su 'l
nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore
di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe
fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile.
E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.

In somma, mentre la _Biblioteca Italiana_ cercava troppo sovente
avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il _Giornale
Arcadico_ non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie
romane, e il _Giornale de' letterati_ non era se non lo strumento di una
combriccola di professori pisani; l'_Antologia_ si levava non già come
cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali
però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in
felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni
venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura
perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata
quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un
articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si
sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi
riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del
Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'_Antologia_: la quale,
co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza.
Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su
la _Proposta_ del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da
tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon
orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo,
com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il
Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso
Montani inserito nell'_Antologia_) lo chiamava “gran testa„ e “anima
vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non
può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e
troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e
de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli
errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie
si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e
raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito
d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion,
pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase
disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate
che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle
meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva
l'_Antologia_ il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí
riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E
che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le
opinioni di alcuni scrittori dell'_Antologia_ da altri scrittori suoi
contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute
tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il
Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'_Antologia_
numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani
l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al
Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la
ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017]
l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura
europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino
Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno
spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con
temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'_Antologia_ non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su
cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che
dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una
lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del
biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'_Antologia_ fornire esempi
preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che
mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici
proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur
troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui
qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso
Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che
lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'_Antologia_ tra le
debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente
ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e
ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la
sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi.
L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel
giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di
giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della
_Biblioteca_ di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il
Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare
severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa,
scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben
potrebbe l'_Antologia_ tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza
vanto immodesto.

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A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e
insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già
gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte
d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono
in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028]
l'_Antologia_, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un
ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a
Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa
giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„,
incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode
gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033]
“giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'_Antologia_
Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034]
giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe'
versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'_Antologia_ alle prime
fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di
sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale
desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di
ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un
giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per
quella _Battaglia di Benevento_, squillo annunciatore di altre e non
lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia
di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di
Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'_Antologia_
consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni
si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa
le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi
d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi
scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo
aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux
l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e
l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il
primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno
de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi
ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux
lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel
farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i
giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne
meritarono l'_Antologia_ ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto
lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux —
pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi
fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non
saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce
pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di
gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi
segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer
rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux
aprisse le pagine dell'_Antologia_: godeva[1048] il Tommaséo nel
confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze;
godeva[1049] di avere, scrivendo nell'_Antologia_, educato sé stesso, e
giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu,
sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare —
scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la
perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'_Antologia_ ha, infino da'
miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon
volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in
Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux,
doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui
concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del
Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'_Antologie_
et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et
mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'_Antologia_, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le
voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria
loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva
dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti
venivansi mutuamente educando.

                                  *
                                 * *

Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'_Antologia_ non trattò
ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne,
ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso
percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo:
che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a
noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito
aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente
influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura,
sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„.
Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini
infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente
assalire gli scrittori della _Biblioteca italiana_, in una nota[1054]
non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle
sue origini l'_Antologia_, la quale, procedendo per gradi, si venne però
co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la
letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di
cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano
questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava
avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella
prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'_Antologia_ era
“particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da
vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non
ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto
vero dell'_Antologia_. È scientifica quando non può essere politica;
cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che
tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de'
recenti pensatori„.

Non con intenti letterarî per certo l'_Antologia_ pubblicava[1057] come
“primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione
di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra
cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale
cantava:

    Oh alfin la gloria nostra
    torni a brillar qual era,
    e i tiranni vedran l'ultima sera.

Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere
stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti
rispondeva[1058] ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in
particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto
pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle
quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia
sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al
lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo
argomento proferite[1059] dal Libri. E mentre per un lato l'_Antologia_
intendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di
qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni
occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi
stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria,
esercitava sempre una missione italianamente civile.

Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060] tra gli altri, Tommaso Tonelli:
e il Capponi augura[1061] che sia meno esposta “alle false
rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani
siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que'
fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'_Antologia_ con
isdegno pacato rammenta[1062] le ingiurie di un viaggiatore, il quale
asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse
viaggiando l'Italia non morire per fame.

Opera parimenti civile compieva l'_Antologia_ nel rammentare sollecita e
con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori
d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al
quale proposito, il Niccolini dà lode[1063] ad Angelo D'Elci, che alla
sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto
dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064] a Lorenzo
Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e
non senza vivo compiacimento piú volte nell'_Antologia_ si ragiona[1065]
della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú
efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni
argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co
'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con
l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano
comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.

Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come
e quanto l'_Antologia_ s'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e
dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo
giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso
ammoniva[1066] che “un governo che voglia conservare potenza e vita,
deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e
per non lasciarsi mai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di
questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi
d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux
d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far
molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„,
ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al
quale proposito il Mayer lodava[1068] l'Inghilterra, dove il governo e i
privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza
timori dall'altra. Piú volte discorre l'_Antologia_ delle bonifiche nel
territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale
il Vieusseux assicura[1069] “l'applauso d'Europa„: e il medico militare
Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del
barone Ricasoli, discorre[1070] delle industrie nuove di oliveti, di
vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071]
l'_Antologia_ del progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale:
a lungo ragiona[1072] degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di
un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il
Capponi discute[1073] della proposta di un signor Casarini, di unire
Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.

Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene
dimostrano queste parole[1074]: “Per affratellarsi conviene conoscersi:
e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della
concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della
italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente
l'_Antologia_ commiserava[1075] le triste condizioni economiche della
Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano
in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con
principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale
voleva[1076] limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de'
prodotti non toscani, sosteneva[1077] il Capponi la libertà di
commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078] il Ridolfi con
nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza
trattava[1079] anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva
fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani
dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale
sperava[1080] non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con
gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.

In somma, il Vieusseux voleva[1081] che il suo giornale potesse dagli
stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana
e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo
strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che
il Capponi ebbe a chiamarlo[1082] “giornale inteso a raccogliere ogni
bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'_Antologia_
rappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze
generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò
Tommaséo, parlando dell'_Antologia_, riandare per intero la civiltà
italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da
ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente
ne rifletteva la luce.

Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la
libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in
ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti
tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la _Novissima
guida dei viaggiatori_ in Italia: ma nell'investigare la varietà e le
vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente,
nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la
storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe
provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio,
e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla
dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle
meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne
deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue
possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú
basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno
è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni
diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a _proteggere_
l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano
e di Napoli„. E si poteva, nel rammentare le antiche vicende, parlar piú
chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice
— fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo.
Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come
la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di
dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una
speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino
che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite
finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato
con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio
agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il
capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito
di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile
come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio
infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i
violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri:
allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure
ammaestrare le genti„.

Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella
mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un
cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona
tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084] al censore
di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al
primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze,
lettere ed arti, e non già di materie politiche„. E il Vieusseux, a tu
per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a
migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna
al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a
tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo
nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come
per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando
Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano
morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era
“blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad
uomini — soggiungeva[1085] — per i quali basta il segnale delle idee„.
Né a poche cose alludeva il breve commento[1086] del Forti nel dare
notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà
moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan
subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve
esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nelle _notizie
epilogate_, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia,
comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e
che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è
piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli
alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore
di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete
ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo,
quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel
parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua
arca convertito in abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]:
“tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e
in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un
metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089] lo
scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so:
ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.

Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'_Antologia_, la
quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana,
cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton
giudicò[1090] quell'articolo del Tommaséo su la _Novissima guida dei
viaggiatori_, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose
massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la
classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta
mitezza„) all'_erga schedam_. E all'_erga schedam_ condannava del pari
in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e
quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero
fascicolo passava col _transeat_, ciò che equivaleva ad una
semi-proibizione[1091].

Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta
consentivano i tempi, l'_Antologia_ combatteva: per tutti i popoli
gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un
solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventure e le
stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie
avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati,
l'_Antologia_ aveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la
traduzione[1092] di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano
l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma
so che Antonio Renzi fa voti[1093] per la loro “santa e nobile impresa„:
e il Capponi chiama[1094] la Grecia “la terra del sapere e della
libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co
'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a
mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è
destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non
sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile
il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi
rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei
discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096] “miserande
reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli
della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„.
Piú volte, e con dolore, l'_Antologia_ discorre della Polonia; e nel
parlarne, avvertiva[1097] tra questa e l'Italia “una certa similitudine
di vicende e di sventure„.

In somma, l'_Antologia_ combattendo per la libertà della patria
combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando
in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima
assai che Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nella _Giovine
Italia_ la fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo
scriveva[1098] nell'_Antologia_: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio
di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni
occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare
uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito,
cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]:
“l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo,
diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe
esprimeva[1100] la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti
riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo
stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a
spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]:
“l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo,
distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente
avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.

In una parola, l'_Antologia_ sollevandosi dalla realtà presente al
concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i
popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di
sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza
o d'amore.

                                  *
                                 * *

Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e
nell'indagarne lo spirito e la significazione morale, mi verrà fatto di
dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove
accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà
delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già
disarmonia ma ricchezza di accordi.

Se con due sole parole dovessi definire l'_Antologia_, la chiamerei
giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili,
come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà,
l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle
arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera
rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e
in ultimo riconquistare.

Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di
parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad
esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli del _Caffé_,
le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri
della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai,
come quelli del _Caffé_, a fare[1102] “solenne rinuncia alla pretesa
purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'_Antologia_ piú
volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi,
meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle
anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai
a deridere, come gli scrittori del _Conciliatore_, gli eruditi e
l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103] un'opera del Denina
non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tutto
inutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104] il vanto
d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e
dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza
d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno
speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine
dell'_Antologia_ furono scritte in difesa di una giudiziosa libertà
nello svolgimento del dramma, piú volte però l'_Antologia_ rammenta
l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105] da'
biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'_Antologia_ un
articolo[1106] in cui, a similitudine di certi articoli del
_Conciliatore_, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo
studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire
che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è
necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma
quell'articolo è estratto dalla _Rivista britannica_, né il Vieusseux lo
inserí senza prima temperarlo con note prudenti.

In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle
lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli
amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre
giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli.
Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza
mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui
trovare nell'_Antologia_ cose che direttamente offendessero certe sue
massime principali e immutabili.

Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori,
nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare
arcadiche, a quella letteratura _delle nude parole_, come la dicevano i
critici del _Conciliatore_. Tutta quanta infatti l'_Antologia_ propugnò
sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le
ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire;
una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla
licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi
della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa,
tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni,
restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con
decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.

Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva
rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107] piú tardi il Mazzini, che
se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile.
Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma
d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe'
popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie
quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene
d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva
l'_Antologia_, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma
costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l
muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli
oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108] “generazione
pestifera che si sforza_va_ (invano) ad assicurarsi il dominio del
mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra
tutti, il Vieusseux voleva che l'_Antologia_ fosse scritta in modo
intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa
“popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del
bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110] che gli
scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che
potesse emergere da ogni pagina dell'_Antologia_ qualche utile verità„.
In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali,
agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il
benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e
razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo
perfezionamento. Forse per questo il _Giornale Ligustico_ chiamava[1111]
l'_Antologia_ “giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei
dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda
erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e
piú largamente benefica.

L'opera dell'_Antologia_ fu, come dissi, di conciliazione e di
apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in
ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile
all'Italia. Tale la voleva[1112] il Giordani; e il Tommaséo si
doleva[1113] che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza
d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non
ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese
abbastanza per annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114] il
Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e
che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a
poco numero di persone„. Lamentava[1115] del pari Giuseppe Bianchetti,
che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee
già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi
le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di
farsi leggere.

Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni
libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti
e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]:
“che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer
affermava[1117] non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza
morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto
o tardi verranno fecondati.

Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia,
incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi,
necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani
sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura
popolare, e l'essere essa stessa l'_Antologia_ rivolta, il piú che fosse
possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la
diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della
scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano
l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e
le antiche franchigie e le memorie e le glorie; tutto questo poteva, se
cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uomini _timidi_, ma certo
era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu
tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di
Curtatone e di Montanara.

“L'_Antologia_ — ben disse[1118] il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu
lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con
senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli
sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento
scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare
ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole
patrie “seminate — al dire[1119] del Ciampi — in Italia come i cocomeri
per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente
preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'_Antologia_
esce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e
patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante
discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non
immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.

Anche parlando del _Giornale agrario_, il Lambruschini affermava[1120]
ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i
campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il
Tommaséo proponeva[1121] che i dotti italiani ora in una, ora in altra
città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un
perfezionamento fecondo di quelle idee “dalla nazionale divisione quasi
lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî
municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere
nato — scriveva[1122] il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di
patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando
il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani —
esclamava[1123] — vogliate bene esser certi che l'_Antologia_ è affatto
esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci
possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.

Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo
conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni
essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo:
tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante
delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la
patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi
mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si
accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti
nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee
differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti
ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse
trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo
concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano
di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne;
pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà
vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori
e piú fruttuosi avvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di
nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal
suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano
d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva
che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano
invece all'Italia.

Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di
idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni
non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso
contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí
l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli,
al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno
solo.



CAP. V.

La fine e la fortuna dell'_Antologia_

  Alcuni giudizî dati su l'_Antologia_. — I propositi del Vieusseux
  dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi
  all'_Antologia_. — La _Voce della Verità_ e gli altri giornali
  avversi. — La soppressione dell'_Antologia_. — Come piú volte il
  Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e
  all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna
  dell'_Antologia_.


Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'_Antologia_, non potrà lo
studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da
stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che
già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si
facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi
scriveva[1124] da Liverpool, che l'_Antologia_ era il giornale “piú
italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi
assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in
quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo
dell'_Antologia_, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma
un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che
quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si
pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa
creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto
grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano
con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'_Antologia_ — diceva[1128]
il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo
scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri
grandi. Un piemontese mi disse che l'_Antologia_ gli aveva fatto passare
piú notti _insonni_: e un napoletano mi disse che la lettura
dell'_Antologia_ gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la
tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo
scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità
fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non
averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me
impiegato nel leggere qualche articolo dell'_Antologia_. Questo è il
solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia
ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il
destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.

Lodi non meno grandi l'_Antologia_ riscoteva da scrittori
stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la
_Rivista Enciclopedica_, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú
tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú
indipendente„. Tra gl'Inglesi, la _Monthly Review_ affermava[1133] che
“non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non
può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa
Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134]
“eccellente„ l'_Antologia_.

Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il
Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da'
compilatori del _Giornale Arcadico_, i quali, al dire[1135] del
Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno
strumento della _civilizzazione_ e del perfezionamento dell'uomo„;
modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136]
alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo
superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli
“altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che
molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare
senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero
suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa
propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri
qualche cosa di buono da imitare o emulare.

                                  *
                                 * *

Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho
lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si
accingeva a compilare l'_Antologia_, mutandola però in qualche parte.
Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento:
infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo
antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo
giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai
potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le
traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'_Indicatore lombardo_, era
sorta l'_Antologia straniera_ in Torino: e per questa ragione il
Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di
cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come
diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo
straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'_Antologia_
d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale
società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.

Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto
d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si
unirono a' vecchi scrittori dell'_Antologia_, la quale in tal modo
pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del
giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del
codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la
_Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi_. È posteriore a
questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.

Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose
Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella
provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il
Bianchetti “degno dell'_Antologia_„, e desiderava che uno scrittore “sí
_lucido_ ed elegante e utile e di _pratica_ utilità„ ne divenisse
assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al
Bianchetti la compilazione non solo di un _bollettino_ economico, morale
e statistico delle provincie Venete, ma delle _Lettere_ di un _Romito
dell'Appennino_, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al
Leopardi e al Brighenti.

Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre
infatti mandava[1147] co 'l titolo di _Romito Patrofilo_ la prima
lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il
_Romito_ a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l _manifesto_
dell'_Antologia_ del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al
Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del
Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il
Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste
_lettere_..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle
nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra
_beata_ Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli
scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera,
perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî
manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche
modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose:
“quando chiedo un favore per l'_Antologia_, non chiedo a nome de' miei
interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose
italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione,
che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.

A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato,
perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in
quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se
qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa.
Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche
articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco
sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose
politiche ed economiche onorare l'_Antologia_. Alle quali cortesi
premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di
che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona
volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo
proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna
delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che
non gli parevano esse “il genere dell'_Antologia_„, il Vieusseux
replicava[1156]: “... l'_Antologia_ non è circoscritta in un genere
speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito
quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le
condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito
del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti
uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama
“vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per
dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer,
dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata,
“era cosa ambita meglio che desiderata„.

A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso
all'_Antologia_ loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino
Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per
compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo
articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su
la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché
vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura
universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.

Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno
altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito
felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere
l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia
d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di
ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni
morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32
creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l
titolo di _corrispondenze e notizie epilogate_: parte che a Gino Capponi
sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E
nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono
sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„

                                  *
                                 * *

Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non
rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni
sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del
Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori
e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre
regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato
il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il
Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'_Indicatore Livornese_: e
già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del
_Giovanni da Procida_ un ballo da darsi alla _Pergola_, ne fu
interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite
toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto
dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio
1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro
Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si
leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il
tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle
ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa
Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II
sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto
era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un
“nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„:
e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per
quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al
casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era
scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.

Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al
granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era
che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e
particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran
duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma
senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi
dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta
sperimentava i rigori di una politica nuova.

Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al
Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui
l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le
idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte
per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere,
rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla.
Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo
Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú
larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva;
insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi
sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero
l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per
iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per
sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta
Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di
grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della
diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie,
leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli
Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone
nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed
altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene
degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia
bandirebbe il principio del _non intervento_, consecrando l'opera della
Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau
giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce
n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era
dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e
mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.

Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da
poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento
offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi
all'Italia, e fu cantata la _Marsigliese_. Que' canti e que' brindisi,
che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno
Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore
d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto
“lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei
dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei
permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i
tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al
fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La
Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate
condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano
ormai divenuto vassallo.

La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito
e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata
l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia
vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a
Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da
Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia
d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio
la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana.
Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone
Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben
trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si
accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare
l'apatica sua debolezza.

Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e
de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche
inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a
Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli
rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli
stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono
l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare
di lui nell'_Antologia_, fu vietato perfino dare alla luce un suo
discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per
onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con
certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie
patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di
certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la
Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]:
“Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non
molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a
Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena
lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare
la presa deliberazione[1178].

In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti
dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia,
co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano
era venuto via via distruggendo quel _paradiso terrestre_ nel quale
l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio
dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era
divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo
sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza
del _benigno_ governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí
si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era
anch'essa divenuta un luogo di pena.

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                                 * *

De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a
sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú
acerbi della censura.

Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate,
che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già
grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già
pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in
istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben
cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che,
co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire
il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.

Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno —
aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E
agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano,
altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta,
barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non
riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri
si sarebbero fatti associati all'_Antologia_, ne smettevano il pensiero:
de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32
Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad
un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„.
E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino,
era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco
meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il
Vieusseux pubblicare nella _Gazzetta di Mantova_ una lettera con che
sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia,
l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa
preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli
“aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare
l'_Antologia_ fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le
accuse de' compilatori del _Nuovo Giornale Ligustico_, quando, asserito
che nell'_Antologia_ anco la novella letteraria parla “di politica e di
guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'_Antologia_ si
era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto
perché le am_assero_ i compilatori.... ma sí perché _fosse_ maggiore il
numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo
segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore,
rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare
opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per
servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a
certi argomenti i collaboratori dell'_Antologia_; ma per un bisogno
invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie
non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente
disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi
a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla
privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta
lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto
sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno,
da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di
sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide,
cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal
_Giornale Ligustico_ richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non
parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando
ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo
un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non
mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e
dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale
genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e
vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano
imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre
meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo
brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa
infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi
parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188]
da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla _pubblicità dei giudizî_ mi
verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva
sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo,
continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna
come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di
C[_anosa_] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare.
Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco.
Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„.
Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato
passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza
il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro,
i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore
ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero
ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il
Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i
fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti
(inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della
tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati
e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo
non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si
ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran
sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di
vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che
essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel
pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse,
oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino
Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e
della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze
infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella
bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di
fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La
verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e
vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che
morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, _La Voce
della Verità_, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco
IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due
riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio
con scrittovi sopra _non commovebitur_); la _Voce della Verità_, uscito
appena il fascicolo dell'_Antologia_, tra scherzosa e biliosa
ribatteva[1191] in un articolo intitolato “_All'“Antologia„ di
Firenze_„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i
poveri redattori della _Voce della Verità_; e mi è stato detto da tanti,
che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere
nell'articolo del signor Marzucchi, _Voce della Verità_ né in maiuscolo,
né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che
avevano “con evidente calunnia attribuito all'_Antologia_ un animo sí
cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo
alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di
Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale
liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e
voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia:
l'_Antologia_ non è liberalesca: l'_Antologia_ è realista. E se alcuno
nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e
fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'_Antologia_ si fa gloria di
vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto
zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per
dovere e per inclinazione. Dunque l'_Antologia_ non è liberalesca:
dunque l'_Antologia_ è realista..... È vero che anche quest'ultimo
fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è
questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le
buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il
Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della
Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una _Risposta ad
una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832_, nella
quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel
“liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che
lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello
“chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno
al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella
nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai
tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con
un “_già c'intendete_„, che mi fa pensare a quel minaccioso _lei
c'intende_ del bravo a don Abbondio.

Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e
R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di
bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare
la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce,
il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la
sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí
miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han
torto. Perché non sono scesi a rispondere alla _sostanza_ del mio
articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio
articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far
nominare da tutti chi non ho nominato„.

Di lí a poco, l'_Antologia_ pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre
il terzo articolo del Tommaséo su la _Storia_ del Balbo: e fu questo
occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La
schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a'
compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro
faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per
divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso
e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle
dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî
del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare _La
Voce della Ragione_„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo
“alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non
gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l
pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi
persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati,
perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale
si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione:
essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene
possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e
quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento
abbondante degli uomini„.

Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano
incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato
ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non
feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la _Voce della Ragione_ levasse
tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che
il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità,
quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso
quell'introduzione alla _Storia_ del Balbo? È un uomo di grande criterio
e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a'
generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del
Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra
diventava sempre piú viva e piú fosca.

Un altro giornale, l'_Amico della Gioventú_, di fresco uscito alla luce,
e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine
degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua
setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú
volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a
quell'ipocrita [l'_Antologia_]„: se non che, trattenuto dalla
riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché
qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando
i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita _Voce della
Ragione_„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e
paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero
ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'_Antologia_„.

Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano,
tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare.
Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi
pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e
che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari
oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e
nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai
“grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni
che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che
tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di
questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle
sorti dell'_Antologia_. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza
che questa aperta pugna della _Voce della Ragione_ ne fa concepire, che
fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e
soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti
nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da
quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e
ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro
“il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„,
degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual
privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare
la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai
traditori, guerra„.

È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce
molesta dell'_Antologia_ o di punire severamente il suo direttore. Io
non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole
_Voce della Ragione_ e all'_Amico della Gioventú_: ma ben so che il 1º
febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di
Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al
Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'_Antologia_ già
da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo
Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo
contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque
indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel
fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a
parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli
dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo
toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in
questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una
“stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione
l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e
richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un
indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava
intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure
che a questo riguardo si prenderebbero„.

De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo,
scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo
avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane,
conservò l'anima _intemerata_, e con virtuosa rassegnazione sopportò _le
ingiustizie e la povertà_: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa
sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio
era succeduto a quel canto, che risonando _sempre_ in ogni anima,
risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del
Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò
sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per
quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del _tedesco, per la
lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e
sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza_„.

Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di
“stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di
sfuggita, che l'intero fascicolo era stato _proibito_ dall'Austria, era
un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella
sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel
dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si
sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche.
Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando
l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su
questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò
che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.

Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni
annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle
massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in
ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva
trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui
la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di
richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E
prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore
dell'_Antologia_.

Ricevuta la _memoria_ del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione
al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a
far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione
dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e
religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al
ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux,
“con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove
aberrazioni di simil specie„.

Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il
Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia
gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in
parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti
correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani
(e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo)
si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza
darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio
del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative,
affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o
anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se
egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli
articoli ne' quali _ex professo_ o anche quelli ne' quali per incidenza
_riconosciuta non colposa_, come di passaggio si trattasse delle materie
inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il
giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di
economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta
discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una
piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva
gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi
procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica
acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far
scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„.
Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„
l'_Antologia_; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso,
esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti
misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di
frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle
materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que'
“ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano
indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione
del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto
zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione
sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di
manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a
riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente
alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di
Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze
ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di
avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana,
difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria
in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i
ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i
giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva,
senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco
innanzi, l'_Amico della Gioventú_, con chiara allusione all'_Antologia_,
aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a
“distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli
assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii
della _Voce della Ragione_. Ma piú chiaramente e malignamente, a
proposito di uno scritto del Libri su la _Rivista Europea_, la _Voce
della Verità_ sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe
l'_Antologia_... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro
case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto),
dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente _straniera_?„.

Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva
perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero
d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante
molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che,
sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti
consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux
a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con
dignità d'anima e di parole, come l'_Antologia_ da dodici anni gli
costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come
quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in
particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche
famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene
degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere
stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era,
“l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma
notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da
parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua
pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del
novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse
licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa
di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove
era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che
stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue
intenzioni verrebbe resa giustizia.

Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e
fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„,
dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il
Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo
_consolarono_ e gli crebbero _le piú care speranze_.

Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux,
scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, _benché buona_, la
digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire
l'_Antologia_; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar
luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise
dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare
la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le
promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però
dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse
tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli
assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per
timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse,
ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però
fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza
rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.

L'avere egli infatti stimata _buona_ la digressione con che nel proemio
all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l
progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono
essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux:
“Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de'
lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna
che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di
sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto
a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente;
iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci
parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de'
suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità
pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci
domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi
assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo
ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte;
avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del
suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire
docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo
di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una
vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si
possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza,
delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed
affetto....„.

Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli
interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di
esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava
ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.

Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui
bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e
con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte
finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una
qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non
consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il
poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire.
Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da'
piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo
di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto
avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente
gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí
appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli
diceva[1213]: “meglio qualche cosa che _nulla_. Oh quel nulla è brutto —
ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico,
se non tutto, almen qualche cosa„.

Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio
del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su
l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e
del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo _Spasimo_ inciso dal
Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal
Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un
articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia
d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso
Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i
primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano
pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti
popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e
di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.

Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio
fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que'
fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva
spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e
il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non
poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio,
intitolato _Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal
Cavalier M. Tenore_, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di
novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume;
dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che
solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il
suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore:
e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve
periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del
Petrarca _Il bel paese_, con quel che segue, parve a lui pericolo grave.
Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica
veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i
bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que'
_ladri governatori e la canaglia de'_ corrotti patrizi levarono gran
rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in
corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase:
“Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59,
ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio,
perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del
pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero
pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú
vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto
l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su
l'_Educatore del povero_: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono
fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i
piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso
d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella
pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che
fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece
correggere: “ben conosciuto in Toscana„.

Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la _Voce della
Ragione_ qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre
e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo
d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi
affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta
alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul
_Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo_, il quale era già annunziato
nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato
_L'Educazione del povero_, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa
che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto
indispensabile di soffocare nella culla„.

Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò
modo la _Voce della Verità_ di fare i suoi commenti a quel poco che
dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato.
Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al
giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con
sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'_Antologia_ il
primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel
compilare le _riviste_. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su
Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito
“parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli
dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo
collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono
ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di
sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.

Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della _Voce
della Verità_, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a
muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo
toscano a sopprimere l'_Antologia_[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel
parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani
sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per popolo
l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo.
Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (_il Regno
Lombardo-Veneto_)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è
visto, al Censore, uno _scrupoloso, anzi sospettoso, esame_ di tutte le
_non appropriate posizioni di termini e di frasi_; aveva, ciò che piú
monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„
l'_Antologia_: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca
insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non
tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta
meraviglia stizzosa.

Parlando del poema di Angelo Curti su _Pietro di Russia_, il Leoni
scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del
suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma
qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una
corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di
una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra
polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte
da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro
significato di quelle parole!

Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux
con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per
l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'_Antologia_
fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere
espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere,
“Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione
del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo
inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare
impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il
quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle
mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so
persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí
nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne
soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera,
francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei
dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei
persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle
Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica
opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo
XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti
generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai
avuto l'intenzione di offendere le persone — l'_Antologia_ non mira che
ai principî e alle cose„.

Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so
s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno
non voglio, ma certo è che la frase _l'Imperator delle Russie potrebbe
volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere_, è significativa non
poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, _La Voce della Verità_
(o come la chiamavano i nostri, _La tromba della bugia_),
pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: _Ciò che ho appreso
dall'ultimo fascicolo dell'Antologia._

Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe
di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo
dell'_Antologia_ io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo
che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli
scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando
sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da
imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo
fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama
a cui _era_ salita l'_Antologia_,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L.
un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa
ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A.
Curti, intitolato _Pietro di Russia_) parlate di Pietro, di Federico, di
Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di
Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa,
esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della
transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un
altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de'
lavori specialmente poetici: “_Farò solo rimprovero al cav. Curti della
dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di
rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme
di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato
grido di una massacrata e dispersa nazione_„. Se il signor L. non vuole
consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno
tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta
l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti
errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser
potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„...
“Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori
dell'_Antologia_, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me
ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e
potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che
voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente
congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un
ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo
ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche
diatriba del _Costituzionale_, o di altri _hujuscemodi_, che: L'_Austria
facendo sembiante di governare_ il Regno Lombardo Veneto, _domina su
tutta l'Italia_. Questa è una falsità manifesta: ma non importa.
Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e
che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per
quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa
voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda
ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio
diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si
fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei
trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie
all'_Antologia_, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione
dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si
fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della
Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di
etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia
l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore
germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania,
e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive
Pausania) sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per
popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio
tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (_il regno
lombardo-veneto_)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché
poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli
amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una
bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il
Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito.
_Quod erat faciendum_„.

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto
con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma
ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due
giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi
spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che
credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di
gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non
prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre
piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a
patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'_Antologia_ sarebbe
soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi,
piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.

Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la _Voce della Verità_,
l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di
Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la _Voce_
consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l
Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore.
Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza
prove asserito: io no 'l credo, e in séguito ne addurrò le ragioni.
Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in
Firenze della _Voce della Verità_, e i risentimenti de' due ambasciatori
e il decreto granducale che soppresse l'_Antologia_ (26 marzo), troppo
bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da'
loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per
metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'_Archivio_ in
Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a
credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se
presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano,
che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.

Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al
Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del
dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando
seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo
l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della _Voce_, nel caso che
il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone
“ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni aveva “assoluto
bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe
ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le
difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il
Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon
partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e
sottoporlo a un interrogatorio.

Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al
Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli
la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il
Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo
d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo
sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux
il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'_Antologia_, o
ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali.
Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux
però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se
palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si
affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora
dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione
confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„
avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo
toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva
curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle
loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare
nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le
vie della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al
Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare
modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si
smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú
amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi,
come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di
Napoleone I in Parigi.

Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che
troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo
sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle
fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il
granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi
ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna,
confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò
che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga
esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il
Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed
obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„,
perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che
quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli
erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse su 'l
_quid agendum_, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un
commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e
persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la
pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere,
anzi, _provano_ che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono
a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali
infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la
soppressione dell'_Antologia_ fu poi decretata da questo, quale pena
all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].

Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal
Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari,
Commissario di S. Croce, _invitava_[1235] il Vieusseux a recarsi alle
ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con
l'avvertimento salutare “... e _non manchi_„. Non mancò infatti il
Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed
è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante
mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario
di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state
scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del
suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere,
e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da
lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira,
“non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini,
ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di
Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava
il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura,
la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale
sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata
dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il
Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando
vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, _Padre Mauro_, e _S. E.
Corsini_, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si
stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al
letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa
con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il _P. Mauro_, ma
_S. E. Corsini_, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con
la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che
non potesse essere approvato„.

Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i _Promessi
Sposi_, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la
cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché
egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo
incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui
il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux,
punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„,
dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse
solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo
a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M.
l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze
d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza
dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della
Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto
alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto,
che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il
Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che
solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che
darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di
Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia
Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia
agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'_Antologia_.

Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche
modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238],
deliberarono punire il Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E.
Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo
stato reso conto a S. A. I. e R., che l'_Antologia_ aveva “deviato
manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che
trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel
parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad
istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella
determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo
pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte
dispositiva„ della sua lettera.

Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa
Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e
finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di
sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che
sopprimeva l'_Antologia_.

Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo
erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non
poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si
farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo
confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima
in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni
obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in
Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una
circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'_Antologia_
per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare
com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto _da qualche tempo_,
ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in
ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito
dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che
pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici
presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene,
perché la parentesi del Tommaséo era davvero un _riavvicinamento_:
riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.

Ma il piú notevole si è che nella _circolare_, dopo avere affermato che
nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con
proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a
dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo,
quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore,
maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra
abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato
esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano,
di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].

                                  *
                                 * *

Soppressa l'_Antologia_ (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva
ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il
Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e
sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al
granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux
non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo
dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e
non lieve, ancora del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú
scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia
ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi
che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si
trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del
Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al
granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'_Archivio_ (né motivo
nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è
tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la
firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella
che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale
sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare
egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo,
e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto
è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'_Antologia_
era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro
che se ne fece. In un _rapporto segreto_ del 28 marzo, l'ispettore di
polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon
Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra
i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per
prorompere in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre
cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l
quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era _incendiario_
davvero quel _bollettino_[1250]: vi si diceva che il granduca aveva
avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che
sopprimendo l'_Antologia_, approvata dal ministro Corsini, non
conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o
noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un
Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e
il suo grido non è piú di lamento, ma di _Vendetta_„.

L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa,
subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso
_bollettino_, e insieme i suoi complici: e da un _rapporto_ di lui,
_riservatissimo_,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di
Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo,
nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'_Antologia_„; e
aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse
per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa
donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale
affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine
studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e
difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e
Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano
tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini
— L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28
detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al
casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed
aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia
Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per
la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella
buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che
durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico
Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini
— “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla
primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini
pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252]
al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia
dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca,
e prossima al caffé _Elvetico_„. “Mi si accerta — continuava — che nel
ridotto dell'_Elvetico_ il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„
fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna
in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre
volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di
altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del
quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono
noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e
il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna,
che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano
“contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro
Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo
stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone _La Parisienne_.
Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia,
Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in
casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però
è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia,
il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e
letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la
soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far
risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti.
“Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e
parlando della soppressione dell'_Antologia_, benché ammettesse che la
tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava
però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa
estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di
Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato
S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia,
i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che
trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per
molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il
Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:

    Evviva! Evviva! Oh gioia!
    Il Toscano Granduca
    è diventato il Boia
    del Modenese Duca.

Un altro:[1257]

    Alla mente Sovrana
    del sapiente Granduca di Toscana
    è piaciuto vietar l'_Antologia_.
    E la ragion qual'è?
    Perché, contraria ai Re,
    trattò con poco onore
    d'Austria e di Russia il sommo Imperatore.
    Non so chi nella testa
    gli ha messo questi grilli.
    Doveva ben riflettere
    che mai l'_Antologia_
    non ha preso a curar degl'Imbecilli.

E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si
è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la
diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione
dell'_Elvetico_ quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di
copiare simile composizione. Eccone il testo:

                _Il nuovo Teatro
    Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti._

                 AVVISO.

    Si annunzia ai Fiorentini
    la nuova compagnia dei burattini.
    D'Austria l'Imperatore
    è il capo direttore;
    Francesco, l'Assistente.
    I ministri, il Granduca, e la sua gente
    sono le piú perfette
    care marionette.
    Il Pubblico a gradire
    si prega, e intervenire,
    certo che si daran tutto l'impegno
    di mostrarsi, quai son, teste di legno.
    E perché sul teatro
    sia comun l'allegria,
    daran per prima recita
    la soppressione dell'_Antologia_.

L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a
voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso
del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche
disordine...„.[1259]

Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi,
in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve
variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni
“fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú
specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di
non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci
egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per
suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano
riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla
ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in
collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre
volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî
figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido
Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente
mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi
del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi
pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni
additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su
l'_Antologia_ riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se
vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti,
cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del
giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.

Poco dopo soppressa l'_Antologia_, una sottoscrizione fu fatta in
Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia
Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in
Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore
Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al
Vieusseux “gli orfani dell'_Antologia_„ scrissero[1262] una lettera di
affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per
essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il
Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva
sostenuta la vita; mentre con segni chiari, ma a lui poco accetti perché
nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per
l'ordine del granduca; in un articolo intitolato _Quousque tandem_,
sgangheratamente la _Voce della Verità_ plaudiva[1263] al principe, che
aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva
“sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che,
allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto
di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi
contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati
Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella
torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione:
_Omnes gentes, plaudite manibus_„.

Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro'
de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori
“Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la
soppressa _Antologia_, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano,
Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio
n. 260 combinando nella mia testa le idee di _Madri cinesi_, di _Cani_,
di _Bambini_, e quelle dei sinonimi _Antologia, Collaboratori e Lettori
inavveduti_, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della
Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i
Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere,
anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli
dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che
avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo
sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero e
nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle _madri
Cinesi l'Antologia_, la quale accogliva in sé i cani de'
_collaboratori_, traendo in inganno i _lettori inavveduti_ come
_bambini_.

Non meno implacabile, la _Voce della Ragione_, temendo che per un
pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a
dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la
saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il
popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la
vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà
quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno
dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti
degli Amaleciti. _Percute Amalec, et demolire universa eius_„. E giorni
dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse
l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente
dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di
quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli
articoli dell'_Antologia_, originali, sembravano “un intrigo, un
labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli
occhi e imbriacavano il cervello„; che la _rivista letteraria_ era
“sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i
libri dei quali davano ragione„; e che l'_Antologia_ “serviva
mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo
avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il
che (e riprendevano una frase del _bollettino_) non pareva che fosse
“_sostenere il lustro della letteratura italiana_„. “Fortunatamente —
continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la
questione presente si può accomodarla con le buone. L'_Antologia_,
faccia il suo fagotto, e vada a _sostenere il lustro_ in qualche altra
contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente,
e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle
proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali
discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un
giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la _Voce della
Verità_ anderà superba del suo trionfo„.

                                  *
                                 * *

Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il
Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli
Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia
della soppressione dell'_Antologia_.

Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una
_circolare_[1268] con che li informava del non potere egli piú mandare
il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e
approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto
inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del
Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in
su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che
lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome
mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece
soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo —
scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che,
cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la
continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne
certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città
piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in
privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno.
L'_Antologia_ non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e
cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero
grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l
suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i
freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.

“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera —
scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le
transazioni, approvazioni ed emende. Si voleva morta l'_Antologia_, che
rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di
tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„.
Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera _Antologia_ —
esclamava[1272] il Giordani — povera _Antologia_, ch'era pur cosí
mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il
duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar
pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe
compensato il danno prodotto sopprimendo l'_Antologia_, co 'l provare
che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti
della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune
miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco
Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, —
chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'_Antologia_ di Firenze
è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché
era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da
Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la
sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva
risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il
termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„.
Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, afflitto per la
perdita dell'_Antologia_, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo
tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al
popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti,
perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i
quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa
poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non
che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la
soppressione dell'_Antologia_ gli aveva fatto provare lo stesso effetto
che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In
Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di
una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al
Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della
soppressione dell'_Antologia_ — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non
tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto
periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli
del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'_Antologia_
aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di
sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno
piú chiaramente nella vostra _Antologia_ un principio di letteratura
nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria
classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto tristo
sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i
liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti
dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col
testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per
patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la
gratitudine di tutti i suoi„.

Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero
dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi
dell'Austria, la _Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica_ di
Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella
infelice _Antologia_ di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui
piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma
valgono un grande discorso. Con lode il _Poligrafo di Verona_
rammentava[1281] l'_Antologia_; e nella stessa Milano, il _Nuovo
Ricoglitore_ scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera
periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne
lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero
tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte
spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine
negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà
sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de'
malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra
letteratura„.

piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali
stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero
motto. “Sapendo che tali erano le vostre intenzioni, — gli
scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che
potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della
soppressione dell'_Antologia_. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché
da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo
avvenimento doloroso„. La _Revue des deux mondes_ infatti
affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non
avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena,
e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello.
“Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole;
destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la
Toscana. L'_Antologia_, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita
in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo,
gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di
fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia
fecondissima d'insegnamenti!„. Il _National_ giudicava[1285]
“arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta
condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de'
sanfedisti (_du parti-prètre_), de' quali il duca di Modena si era fatto
capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il
rescritto granducale il _Semaphor_ di Marsiglia (da que' di Modena
definito[1287] “tipografia di tutte le _cartocchie_ dei fuorusciti
Italiani„); e giudicava l'_Antologia_ “il solo giornale che potesse
tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del
dispotismo austriaco e locale„. _L'Europe Littéraire_ e _Le Temps_
parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare
l'_Antologia_ “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la
_Revue enciclopédique_[1289] notando del pari che l'_Antologia_ era “il
miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che
riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della
famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione,
il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della
docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l
Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe
convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la
stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su
loro„.

Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto:
brevemente narratolo, il _Times_[1290] non ristette dal chiamare il
Vieusseux “l'ottimo direttore dell'_Antologia_„, e dal giudicarlo “un
uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a
qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'_Antologia_, dopo
ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche
parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe,
diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe
essere una iniquità atroce: eppure l'_Antologia_ è stata soppressa„,

                                  *
                                 * *

Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure
desiderati, erano tuttavia di grande conforto al Vieusseux: ma 998
fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e
quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo
comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita
effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al
Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la
facoltà di continuare la pubblicazione dell'_Antologia_, ma solo per
reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui,
in quanto que' due fascicoli avevano il _visto_ del censore; fiducioso
che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita
del giornale _di sua proprietà_, non gli lascierebbe sostenere la
perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per
l'_Antologia_, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al
Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel
febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'_Antologia_), egli
lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e
assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a
tutti, anche all'I. e R. Governo.

Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e
dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in _quella
forma_, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e
R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux che
volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice
espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di
meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario
al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene
proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò
che dice di aver perduto _una proprietà_: che proprietà! che proprietà!
Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso,
poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è
come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che
bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini
e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so
però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A
ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in
poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice
espressione, com'egli aveva promesso.

Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto
dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294]
di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i
fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa
fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione;
verificato però che avessero l'_imprimatur_ censorio. Il giorno 14 di
maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo
Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli del gennaio, e mille copie
del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio;
valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376.
Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio
non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí
che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che,
portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi
essere di lire 3369,12 soldi.

Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale
lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i
fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo
di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale,
salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297] per la sua estrema
rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.

Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux
l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo
misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: “In
questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto,
in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella
spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare
l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari,
per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto
dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli
spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in
una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella
bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in
cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a
striscie di carta turchina...„.

Cosí finiva l'_Antologia_.

Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel
tempo stesso la vita _La Rivista Enciclopedica_, ch'era stata ne' primi
anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio
Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla
Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè
l'_Antologia_ nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.

                                  *
                                 * *

Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro
Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io
vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi
s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli
era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove
in altri tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva
portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di
stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni
parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i
restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua _Antologia_, che
era, quale egli la voleva, _tutta nazionale_, tale da adempiere il voto
unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro
perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed
ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi,
ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri
giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a'
loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui
avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.

Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro
non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il _Giornale Agrario_;
aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano
la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa
perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti
ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa
Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati
e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla
capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli
atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e
il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le
massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e
circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto
era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva
l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano
i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e
infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla
Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui
maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte,
non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con
l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini
gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e
non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che,
nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe
manifestazioni imprudenti.

Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto
l'_Antologia_, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il
grande pensiero della sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso
rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli
che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che
non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso
dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo
sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte
le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva
scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio
datogli dall'amico Sismondi. Meglio che _fare il morto_, andava
ripensando come potesse ridare la vita alla sua _Antologia_, come
novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno
dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per
riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo
stesso coraggio di prima.

Soppressa l'_Antologia_, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni
dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale
portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone
di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe
mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel
caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e
che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto
l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i
mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse
il cuore di sacrificare il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre
utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere
in Piemonte l'_Antologia_, e con articoli e con tutti i mezzi possibili,
sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né
spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo,
persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro
Pomba, l'_Antologia_, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla
rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e
farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per
avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi
ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo,
della stima universale„.

Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose
a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non
lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux —
sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e
prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa
l'_Antologia_, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla
quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un
giornale letterario ora che mancava all'Italia l'_Antologia_; eppure ad
onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo
essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho
detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un
giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa
onorevole, ma che pure il nome di _Antologia_ faceva troppa paura.

Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze
un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data
del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto,
dell'_Indicatore bibliografico italiano_[1313]. “Impresa — diceva in
esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei
tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di
comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il
Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli
Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si
presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto
dell'_Antologia_, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e
il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi
lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie
italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al
censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa
sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo
gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un
giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa
questa notizia — allegri! Atene d'Italia! Ci rimane il _Giornale di
Pisa_ (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.

Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux
ridare in Milano la vita alla sua _Antologia_: e a ciò anche il
Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca
sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in
lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l
titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto
giornale quello di _Fenice_, co 'l motto significativo:

    Cosí per li gran savi si confessa
    che la fenice muore e poi rinasce.

E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai _era stato_ fatto in
Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli
articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato.
Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel
Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.

Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne
sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti.
Anche dopo soppressa l'_Antologia_, anche dopo dileguati i timori che
potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo
chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la colonia di Modena
dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il
Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche
parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente
parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano
alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera,
non mancarono i compilatori della _Voce della Verità_ dal fare i loro
commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui
parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux
giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„),
dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un
cattolico, per esser la sua religione dichiarata _purissima_ da un
ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non
iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa,
il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo
ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per
compimento dei funerali„.

A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa
risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal
Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome
della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro
giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che
troppo strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa
la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore
della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere
quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non
bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma
cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il
Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che
il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur
confessando la sua molta stima per la _Voce della Verità_, ch'egli non
era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna
in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora,
pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi
dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„,
dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose
emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.

                                  *
                                 * *

Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare _l'Indicatore
bibliografico_, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora
non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla
patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se
c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro per tale; ché
sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo
a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola _giornale_ impauriva
di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un
catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò
allora il Vieusseux compilare una raccolta di _Opuscoli scientifici e
letterarî_, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807
intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il
_manifesto_[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare
un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume
discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi,
scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso
d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica
ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita
di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una
memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad
uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento
al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non
facilmente e non di frequente conciliabili„.

Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il
divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra
motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre
secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare
alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi
nella cessata _Antologia_„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare
tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si
potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua
collezione, innanzi di approvare il _Manifesto_ presentato.

Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre
Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente
consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere
da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il
letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati,
ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe
affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co
'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano
fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza
danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e
non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese
deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si
interdiva comprendere nella divisata raccolta, le _corrispondenze_, che
troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata
_Antologia_, e potevano farlo considerare come una continuazione di
questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice _manifesto_
comparisse alla luce.

Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima
volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una
_circolare a' varî corrispondenti_[1333], nella quale rammentando i
propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato
ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo
accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie,
vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e
del _Giornale agrario_.

Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare _tempi
migliori_; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo
_Giornale agrario_ e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian
Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.

Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con
tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il
Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere
italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l
facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta
Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le
altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per
la Toscana. Gli avevano tolta l'_Antologia_, gli avevano _tutto_ negato;
ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il
fermo volere.

_Il progresso delle scienze lettere ed arti_, fondato[1334] nel '32 dal
Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito
la storia che dell'_Antologia_ sono venuto facendo) di “esporre
all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte
racchiudeva„, e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel
tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il _Progresso_
traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a
lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste
corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di
Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché
fosse opera, se non da reggere il confronto con l'_Antologia_, certo non
disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole
notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o
arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia
nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella
direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto
di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di
materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da
funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.

Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel
giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal
raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile —
scriveva[1339] al Tommaséo — perché il _Progresso_ acquisti riputazione;
bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che
prova, tra le altre cose, come il Vieusseux, non potendo per sé, senza
invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla
patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se
altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di
aiutare perché altri facesse.

Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e
divulgatore del _Progresso_, il vedere la guerra che que' di Modena gli
avevano già mosso contro. Caduta l'_Antologia_, la _Voce della Verità_
aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il
_Constitutionel_ asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale
letterario, il _Progresso_, “compilato con molto ingegno da giovani
scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo
violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa
la _tendenza_; la _Voce della Verità_, co 'l sistema felicemente
adottato per l'_Antologia_, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo,
e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito,
Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al
Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata _Il Progresso_,
altro non è che una succursale della _Giovine Italia_„„.

Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al _Giornale
Agrario_ e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi
pubblicamente, non solo divulgando il _Progresso_ e facendosi, com'egli
diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in
ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, sentí rinascere
in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti
al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú
moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'_Antologia_. E
vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui
metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo
meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una
_Rassegna trimestrale_, con gli articoli migliori attinti agli altri
giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre
Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio,
il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli
il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la
Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si
direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto
il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli
ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui,
piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini,
fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di _Rassegna_, “rifletta —
soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo
l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e
sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.

Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux
non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il
cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo _Progetto_ e la
_Supplica_[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio
li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che
in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo
quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza
portarono la soppressione dell'_Antologia_! oso lusingarmi però non mi
fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R.
obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore
e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di
esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di
fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra
volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter
condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire
l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio
ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel
pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo
cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito
onorevole e felice...„.

Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al
granduca, era di una _Rassegna italiana_: diceva in esso, che il piano e
l'andamento dell'_Antologia_ potevano bensí migliorarsi, ma che il
titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale,
non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia
mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni
letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo
pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e
preoccupazione municipale, _fosse_ tanto franca e indipendente da
potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito
filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente
importanti... e _fosse_, quanto piú _sarebbe_ possibile, lo specchio
veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.

Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita
operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il
Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî
dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347]
il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non
posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al
Granduca di lasciar risorgere l'_Antologia_. Il Governo avendo soppresso
questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„.
Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di
_Antologia_„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo
spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo:
“Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi
d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato
l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene
intendeva che l'ex direttore dell'_Antologia_ avrebbe considerato le
scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere
sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E
il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente
gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere
il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser
coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico,
un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato
all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva
proprio nel segno, quando affermava che “la _Rassegna_ non sarebbe altro
che l'_Antologia_ perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un
giornale _filosofico_, _dedicato al progresso_, chiedere licenza di
restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, _coerente con i suoi
antecedenti_; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente
ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di
que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No,
no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.

Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini,
francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto
e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche
quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore
scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere
qualunque passo su questo riguardo„.

                                  *
                                 * *

Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano
state impedite. Ora l'_Amico della Gioventú_, la _Voce della Ragione_ e
la _Voce della Verità_, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva
a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto
all'impotenza il Vieusseux.

Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al
vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura
del processo nel '33 fatto da loro all'_Antologia_ e al suo direttore,
due anni di poi in certi loro _pensieri_, che con la usata eleganza
chiamavano _di circostanza_, e via via comparvero su 'l foglio modenese,
dopo parlato[1348] di _guerra_, di _sommosse_, di _governi stabiliti_ e
di _religione_, come nemici della religione e de' governi stabiliti,
suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano i _proclami_ di Gian
Pietro Vieusseux.

A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in
cui gli giunse la _Voce della Verità_, si recò[1349] dal presidente del
Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo.
“Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal
modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia
toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux
accusato di fare _proclami_. Riconoscete dunque la mia innocenza
lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò
il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva
giustizia) ad approvare la protesta[1350] che il Vieusseux presentava: e
il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero
per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la
riprodussero.[1351]

Chi fosse l'autor de' _pensieri_, non è difficile imaginare: era il
Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352] al Capponi: “sento da
Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non
osò lasciar ristampare la mia protesta sul _Progresso_„. Ma se al
_Progresso_ non fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi
però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il
sapere[1353] che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua
protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo
trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoi
_Pensieri_, aggiungeva una nota[1354] “in risposta alla _protesta_
pubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro
l'uso che qui si è fatto della parola _Proclami_„: nella qual nota, dopo
rammentato che il Maroncelli aveva definita l'_Antologia sorella del
Conciliatore_, e il _Conciliatore_ una _congiura_, affermava che
l'_Antologia_ “ha _proclamato_ cogli elogi dell'illegittimità, colle
apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte;
ha _proclamato_ colle lezioni del gius penale _Benthamico_, e coi
corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo,
ecc. ecc.; ha _proclamato_ prestando i suoi _tipi_ al famoso bollettino
del 28 marzo 1833; _proclama_ tuttavia, facendosi propagatrice, per
l'Italia superiore, del _Progresso_ di Napoli, il di cui fondatore
guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo; _proclama_ coi
manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delle _letture popolari_
e dei _manuali d'educazione_...; e cosí, per fino la _soppracarta
stampata_ della _protesta_ contro l'uso ingiusto della parola
_proclami_, è un vero e real proclama dell'_Antologia_, espresso colla
lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire
dell'_Antologia_ stessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece
della parola _proclami_, dovevo mettere _congiure_....„.

Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava una
_congiura_ la diffusione del _Giornale agrario_, de' manuali
dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario
geografico del Repetti![1355] E non contento di asserire falsità
manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso
bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al
Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale
diceva[1356] invece, che il _Conciliatore_ fu dagli Austriaci detto una
congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di
miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.

                                  *
                                 * *

Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico
perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357]
nel quale dopo affermato che al foglio di Modena era serbato “superare
in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni
calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti,
quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni
piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu
inspiratore degno l'autore dei _Pifferi di montagna_, il villan di
Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido
e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete
bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate
contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché
rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare
questa mia parola alla _Voce_ vostra, eccheggiar tutta dal primo
all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome
vostro. I' pongo il mio„.

Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo
scriveva[1358] al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della
risposta alla _Voce_. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur
sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente
provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la
risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono
avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e
all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359] dicendogli, che
la replica alla _Voce_ gli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far
male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene
compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360] al Vieusseux: “egli ha fatto
opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in
sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva
meglio. Bravo e caro uomo!„.

Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che
cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne
ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di
poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi:
e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero
compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel
Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni,
avutane conoscenza, aveva esclamato: _a questo scritto non si risponde_.

Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non
assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre
Mauro, facendo in una _nota_[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo
scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e
di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva
sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in
dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux
tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa
l'_Antologia_„. Considerato anche, essere il nome istesso del Tommaséo
tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e
“affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni
del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.

Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il
permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando
che la _Voce_ non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti,
com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi
aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro
le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il
Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che
anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„.
Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era
l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux,
riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli
diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi
accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto
sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il
Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima
lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità
mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese.
Se non che, il principe di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí
bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che
“non si mescolò in quella contesa„, ma “un giovine redattore del foglio,
il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.

Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa,
che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza
timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque
— incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo,
villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece
Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. _è un villano, cacciato di Napoli
e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente
irrequieto?_ Cosí voi, volgo non _dei pensanti_ ma della canaglia
settaria, sentina non _del Cristianesimo_ ma del sansimonianismo, e
feccia non _del fiele_ ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo
qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro
l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale _La Voce della Verità_„. E di
questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente
conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia
presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo,
aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole,
che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„.
Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi
moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni
periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo _bestialissimo_„
o “_piú che bestialissimo_„, perch'egli si era dichiarato “protettore e
propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale
dell'_Antologia_ di Firenze, di quella _Antologia_, che attraverso la
sua innocenza _battesimale_ pretesa, non poté non eccitare per la
soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano,
sebbene indulgentissimo„.

Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della _Voce
della Verità_, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non
per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo
avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto
suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva:
“chi loro non garba, paragonano al _ladro_, al _tagliaborse_,
all'_assassino_; e gli danno lo _stilo_, il _coltello_, il _pugnale_, il
_nappo del tossico_.... e lo chiamano a _partecipanza_ (nuove voci
bisognano alla nuova stoltezza) a _partecipanza_ lo chiamano di non so
che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere
_vituperato_, e parla di _pantano_, e di _sozzura_ e di _mondezzaio_, ha
nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.

Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú
oltre a risposta: ma que' della _Voce_, tenacemente fedeli al proposito
di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano _impaccio_
al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella
delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il
Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a
quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad
educare i suoi figli secondo le sue “capziose norme„, promettendo a
quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella
istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di
simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora
che gli _antologisti_ con le loro dottrine sovvertivano i popoli,
congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la
democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia
stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo
arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della
schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni
lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di
quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico
spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci
trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben
indiavolati e disperatissimi„.

Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero
veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe
assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova
risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua
“piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva
anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della
rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida _Antologia_„,
e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare
la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido
cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, tutto scritto per
glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'_Antologia_
e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti:
il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia,
traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse,
anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da
Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo
Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva
bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla
presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto
come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato
contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno
contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della
_Voce della Verità_, firmato _Imparzialità_, che serviva di
“confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava
perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso
autore di quel libello„.[1373]

Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come
mai, pur dopo soppressa l'_Antologia_, cosí brutale durasse la guerra
contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando
ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú
rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli
scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa
del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze
politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di
diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore
intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera
potenza, un _secondo granduca_.

Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e
ben chiaro i compilatori della _Voce_ lo dissero. Dissero[1374]: “se al
cadere dell'_Antologia_ il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio
cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di
riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma
finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove
produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi
grideremo, e grideremo senza cessare„.

Senza la sua _Antologia_, e senza speranza di poter ridare la vita a
questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava
l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli
a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio
ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di
materiale coercizione„; per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa
scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel
pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua
_Antologia_; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di
forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel
mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti
aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri,
quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra
Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io
ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro
sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e
quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la
conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i
forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per
mantenere l'equilibrio!„.

Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux
ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro,
era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben
potè con grande compiacimento vedere che la sua _Antologia_ non aveva
invano vissuto per dodici anni.

Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi
fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi
in Abruzzo fondare un giornale co 'l titolo di _Antologia abruzzese_, il
ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e
volle che si chiamasse _Filologia Abruzzese_[1378]. E dieci anni dopo
soppressa l'_Antologia_, mentre la _Voce della Verità_ aveva da poco
miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la
traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto
si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento elevato in Francia al
giornale che era stato _la grande impresa della sua vita_, sarebbe una
cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava
egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la
traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli
articoli da stampare.

L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è
senza grande significato.

Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú
forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far
risorgere la sua _Antologia_: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e
il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in
Torino l'_Antologia italiana_, il Vieusseux ripensò al titolo di
_Fenice_; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo,
chiedeva[1381] al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di
far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„
contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non
volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del
Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che
meditavano due giornali diversi. E persuase a' primi a offrire i loro
scritti alla _Patria_; e si scusò[1382] co' secondi di non potere,
quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “_Fenice_, come terreno
neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese
di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i
suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti
giornali„.

Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno
del 1847 divulgò il _Manifesto_,[1383] nel quale tra l'altre cose
ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'_Antologia_: “la
_Fenice_ sarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da
comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la
penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384] dal consigliere Giuseppe
Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di
collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute
difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno
Lombardo-Veneto fu conosciuto il _manifesto_ del Vieusseux, bandirono
contro la _Fenice_ non nata ancora, decreto di proibizione: ciò che
indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma.
D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera,
e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della
nazione, fecero certo il Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente
filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se
non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848
il Vieusseux mandò a' suoi amici una _circolare_[1385] con la quale,
esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il
suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.

Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni,
il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che
fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quella _circolare_,
pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare
ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per
ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre
in atto la sua speranza!

Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si
pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti
in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio
al suo giornale il titolo di _Nuova Antologia_; sentendo[1386] egli
“l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate
dell'_Antologia_, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la
gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.

Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io
quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la
vita dell'_Antologia_, e che la vita dell'_Antologia_ è gran parte della
vita intellettuale non solo toscana ma italiana in que' dodici anni;
quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe
da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il
molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo
giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria;
non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387] Pietro
Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta
Italia!„



DOCUMENTI


APPENDICE I (pag. 52).

_Contratto stipulato tra G. P. Vieusseux e il dott. Gaetano Cioni per la
pubblicazione dell'_“Antologia„.

  “Nous soussignés sommes convenus de former une société pour la
  publication du nouveau journal intitulé _Antologia_, au clauses
  et conditions suivantes;

  _Art._ 1. M.r Vieusseux fournira le local et les élements du
  journal: il fera toutes les avances nécessaires et aura toute la
  direction financière de l'affaire — il se concertera avec M.r
  Cioni pour le choix et la classification des materiaux, pour le
  choix des traducteurs employés, et pour l'imprimerie.

  _Art._ 2. M.r Cioni se charge spécialement de la revue des
  traductions provenants de traducteurs qui n'inspireroient pas
  assez de confiance: il se charge également de la sourveillance de
  tout le détail de l'imprimerie et de la correction des épreuves;
  il se charge enfin de la correspondance italienne relative à la
  propagation du journal. A cet effet M.r Vieusseux lui menagera
  dans sa maison un local convenable où il pourra travailler
  tranquillement.

  _Art._ 3. MM.rs Cioni et Vieusseux feront conjointement les
  demandes nécessaires auprès de censeur. Ils se reuniront au reste
  une ou plusieurs fois la semaine à jours et heures déterminés pour
  discuter sur les objets essentiels, indépendamment des
  communications journalières qui auront lieu par suite de la
  proximité des doux cabinets de travail.

  _Art._ 4. M.r Cioni, ayant le temps de traduire, sera considéré
  comme traducteur, et comme tel recevra l'indemnité accordée aux
  autres personnes employées par la société.

  _Art._ 5. Les bénéfices nets, déduction faite de tous les frais et
  de l'intérêt de 6% des avances réelles de M.r Vieusseux, seront
  reparties comme suite: Un tiers pour M.r Cioni; deux tiers pour
  M.r Vieusseux. Si avant le 31 décembre de chaque année M.r
  Vieusseux se trouvera avoir encaissé outre ses déboursés de quoi
  faire une répartition a M.r Cioni, il s'y prêtera avec plaisir,
  mais seulement dans ce cas.

  _Art._ 6. Le premier numero du journal devant paroitre dans le
  courant de janvier prochain, toute la comptabilité de cette
  société datera de cette époque. M.r Vieusseux dressera le premier
  bilan le 31 septembre 1821.

  _Art._ 7. La presente société durera au moins pendant tout le
  1821, et ensuite aussi long-temps que MM.rs Cioni et Vieusseux
  trouveront leurs convenances réciproques. Le cas de mort de l'un
  d'eux la dissout de fait pour Cioni et de droit pour ses ayant
  cause. La convenance cessant pour les parties contractantes, la
  dissolution de la société sera décidée par écrit en se prévenant
  réciproquement six mois à l'avance.

  _Art._ 8. Toute difficulté qui pourroit s'élever sera applainée
  par le moyen d'arbitres.

  Florence, 15 novembre 1820

                                          G. P. VIEUSSEUX — G. CIONI„


APPENDICE II (pag. 138).

Da _Il Caffè di Petronio_, n. 3, 15 gennaio 1825, pag. 10.

_Interlocutori:_

  EUSEBIO[1]
  LIMONCINO romagnolo, _garzone del caffè: poi_
  TIMOTEO milanese, _stampatore: poi_
  PETRONIO.[1388]

_Petr._ Sior Eusebio, cosa gh'avemio de niovo? Somio alle solite?

_Eus._ Eh lasciatemi in pace....

_Petr._ Come la crede; ma voleva dirghe, che xè arrivà el fascicolo de
dicembre de l'_Antologia_.... Conoscela ela sto giornal?

_Eus._ Sí: è il piú _grosso_ d'Italia.

_Petr._ Ma ghe xè qualche articoletto che ghe despiaserà....

_Eus._ Vediamolo: già questa è giornata _climaterica_ per me....
(_legge_).

_Lim._ Sio' patron, u z'è e' cuntaden, ch'è vgnu' con la bestia, a
cargar el butelli....

_Petr._ Diseghe che l'aspetta un poco.

_Eus._ Ho veduto, signor Petronio. Col tempo e con la paglia si maturano
le nespole. Può darsi che il signor Rivistatore abbia a trovare chi gli
dia pane per focaccia. Già è qualche tempo che l'_Antologia_ abusa un
po' troppo della facoltà che abbiam tutti, di giudicare a capriccio le
opere altrui. Nel particolare da voi accennatomi, questo giornale ha
mancato insieme alla verità e alla....

_Lim._ Sio' patron, e' cuntaden dis ch'e' vegna a sbrigall, che l'à
frezza.

_Petr._ Aspetti un poco. Un momento de riposo me piase anca a mi. Sior
Eusebio: cossa vorla che ghe diga? No' bisogna riscaldarse de gnente: La
botte la dà el vino che la ghà. Tutto el mondo ne rimprovera che in
Italia nò se studia abastanza; che nò se dà piú in luse delle opere: e
po' guai a colù che se mette in testa de pubblicar un libretto che sia
bon, che tenda a un ottimo fin, castigà, e che non gh'abbia ombra de
mire.... non sò se mè capissa.... Quello xè rovinà. La senta in
proposito che felice arietta aveva abuo la fortuna dé combinar in un dei
mi drammi per musica, che giera intitolà: _La Morte di Seneca:_

      Egli è pure il felice mestiere
    il mestier di scrittore in Italia:
    un mestier d'infinito piacere;
    un mestiero a cui pari non è.

    Dopo stenti e travagli inumani,
    dopo studî e fatiche diaboliche,
    una turba di critici insani
    beffe, insulti ne reca in mercè.

      Che se poche ti sembrin tai scene,
    son talvolta, per colmo d'infamia,
    pronti sgherri, prigioni, e catene
    alle braccia, alle mani ed ai piè.

_Eus._ _L'arietta_, a dir vero, non è _felice_ come potete supporre,
caro signor Petronio: tuttavolta, avete ragione a dire che contiene una
buona morale al proposito nostro. Infatto ella è una cosa da non
credere; che alcuni giornalisti fra noi facciano il mestiere di andare a
caccia tutto giorno dei nomi di nuovi scrittori per l'utilissimo scopo
di denigrarne i più meritevoli. Del rimanente, quanto all'_Antologia_
avrò luogo a parlarne fra non molto. Spero di mostrare che ella si è già
allontanata del tutto dalla fama a cui la voleva innalzare il ben
intenzionato Direttore, e a cui lodatamente la volgeva il chiarissimo
Benci. Spero inoltre di provare al compilatore (di cui taccio il nome)
ch'ei mostra saper tanto di poesia, quanto dell'arte di ordinare una
battaglia: e quindi che il farsi giudice di ciò che non si conosce, è
l'eccesso della....

_Lim._ Siò patron, e' cuntaden dis ch'anch l'asen s'impazienta....

_Petr._ Vegno subito — Con sò licenza.... Carico sto aseno
impazientissimo....

_Eus._ Sta a vedere che l'anima di un qualche giornalista ha fatta la
metempsicosi.

[_Anche un'altra volta, di lí a qualche tempo, il CAFFÈ DI PETRONIO si
stizzí con l'ANTOLOGIA e co 'l Montani. Del “Discorso„ detto dal
professore Michele Medici nella pontificia Università di Bologna,
ricominciando il corso delle sue lezioni l'anno 1823-24 (presso Turchi e
Veroli, 1824), il Giordani (asserivano i compilatori del giornale
bolognese) aveva detto ad alcuni amici, che “oltre d'essere pregevole
per le cose trattate, era poi VERAMENTE SCRITTO BENISSIMO„; e i
compilatori inviarono quel discorso all'ANTOLOGIA, “persuasi ch'ella si
sarebbe onorata di far eco al giudizio del signor Giordani e de'
migliori dotti della città di Bologna„. Ma perché il Montani notò (1824,
tomo XVI, n. 48 dicembre, pag. 47) nello stile di quel discorso un po'
di ricercatezza, il CAFFÈ DI PETRONIO se ne stizzí, chiamando _(n. 14, 2
aprile, 1825, pag. 54)_ l'ANTOLOGIA “molto piú dotta e molto miglior
gustosa _(sic)_ dei Giordani e dei dotti bolognesi„_].


APPENDICE III, N. 1 (pag. 295).

_Lettera dell'ambasciatore austriaco il conte di Senfft Pilsach a S. E.
il conte Vittorio Fossombroni._

                                     “Florence, 1 février 1833.

  A son Excellence
      monsieur le Comte de Fossombroni.

Monsieur le Comte, le journal litéraire paraissant chez G. P. Vieusseux
à Florence sous le titre d'_Antologia_, manifeste depuis quelque tems
une animosité marquée contre le Gouvernement Impérial. Le n. 21 de cet
ouvrage, qui a paru au mois de Septembre dernier, renferme
particuliérement des insinuations odieuses et même des sorties violentes
quoique indirectes contre l'Autriche, qui ont motivé la prohibition
formelle de la dite production de la part de la Censure Autrichienne.

Votre Excellence trouverà dans l'annèxe les passages les plus frappans
sous ce rapport, et il suffira sans doute de les mettre sous vos yeux,
Monsieur le Comte, pour remplir l'objet de la commission don je suis
chargé pour ma Cour, de rendre le Ministère Toscan attentif à la
tendance dangereuse et revolutionnaire de l'ouvrage en question, dans
l'attente qu'un Gouvernement uni au nôtre par des liens d'une étroite
amitiée et d'un commun interêt, ne manquera pas de faire éprouver à la
redaction l'effect d'une juste animadversion à l'égard de ses torts pour
le passée, et de la rappeler pour l'avenir au respect des convenances et
à une marche qui ne soit pas en opposition avec l'ordre de choses
legitimes.

Je sollicite de l'obligence (_sic_) de Votre Excellence la communication
des mesures qu'auront été prises à cet égard, et je saisis cette
occasion pour avoir l'honneur de lui renouveler l'assurance de ma très
haute considération.

                                                      SENFFT PILSACH„.

[_Nel foglio annesso alla lettera, è scritto:_]

Nell'_Antologia_ giornale di scienze ecc., Firenze, settembre 1832: Pag.
52. Parlando delle opere del Romagnosi si dice: “che nel continuo
avvicendarsi di speranze e timori, di potenze e di sorti italiane,
conservò l'anima _intemerata_ e con virtuosa rassegnazione sopportò _le
ingiustizie e la povertà_„.

Pag. 103. Sulle opere di Silvio Pellico: “ma una immensa _sciagura_ si
addensò su quel capo, ed un lungo silenzio successe a quel canto (cioè
alla _Francesca da Rimini_) che risonando _sempre_ in ogni anima,
risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta!!„.

Pag. 90. Sulla storia d'Italia del conte Cesare Balbo si trovano le
seguenti parole: “Taccio di Carlo magno che lasciò sulla polvere
dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la
tutela al lontano tedesco: taccio del _tedesco per la lontananza stessa
quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa tirannia,
ora di vile e barbarica noncuranza_ ecc. ecc.„.

[_Si noti che le parole qui scritte in corsivo, furono sottolineate
dall'ambasciatore_].


APPENDICE III, N. 2 (pag. 297).

_Minuta di risposta del Fossombroni al conte di Senfft Pilsach — (Si
avverta che il Fossombroni erra nel citare la data della lettera
dell'ambasciatore)._

                                      “Florence, le 4 février 1833.

Mr le Comte, en reponse à la lettre que V. E. m'a fait l'honneur de
m'adresser en date du 2 de ce mois, au sujet de quelques passages
inconvenantes et blamables contenues dans un article de l'un des numeros
du journal literaire que l'on publie à Florence sous le titre
d'_Antologia_, je me fais un devoir de vous prevenir, Mr le Comte, que
je n'ai pas differé un instant à appeler le Departement que cela
concerne à s'occuper sérieusement et sans le moindre delai, d'un tel
objet. En me reservant à vous faire en suite connaitre ce qui on aura
été à même de faire sur l'affaire en question, je saisis.....„.


APPENDICE III, N. 3 (pag. 297).

_Minuta di una memoria di S. E. don Neri Corsini a S. E. Vittorio
Fossombroni._

_Memoria per il Dipartimento estero._

“Il Dipartimento di Stato in sfogo dei reclami che dalla legazione
Imperiale d'Austria sono stati avanzati a quello degli affari esteri
intorno a varj articoli inseriti nel n. 21 del 2º decennio del Giornale
l'_Antologia_ per il decorso mese di settembre, si fa un dovere di
prevenirlo che sebbene non possa dubitarsi della purità delle massime
religiose e politiche dei censori tutti del Granducato, ed in ispecie
della distinta capacità del soggetto, che esercita un tale ufficio nella
capitale, tuttavia non si è mancato di far sentire a quest'ultimo i
ragionati motivi per i quali la Censura di Milano aveva trovato
riprovevoli [alcune frasi trascorse in detti articoli, richiamando la
piú scrupolosa attenzione del suddetto censore][1389] alcuni articoli
inseriti nel n. 21 del secondo decennio del giornale l'_Antologia_,
richiamando il Censore stesso a portare in avvenire la piú scrupolosa
attenzione sopra il giornale medesimo, onde prevenire qualunque
ulteriore aberrazione dei suoi redattori, tanto nella scelta delle
materie che vi si trattano, quanto nel modo ed espressioni usate nel
trattarle. Ingiunzioni analoghe saranno altresí rinnovate al Direttore
di detto giornale, colle debite comminazioni in caso di nuove mancanze.

Il Dipartimento di Stato si affretta di portare tutto ciò a notizia di
quello degli affari esteri per ogni uso che stimasse dovesse fare nelle
sue diplomatiche comunicazioni.

  9 febbraio 1833.

                                                        N. CORSINI„.


APPENDICE III, N. 4 (pag. 297).

_Minuta di lettera di S. E. Vittorio Fossombroni all'ambasciatore
austriaco il conte di Senfft Pilsach._

                                        “Florence, 11 février 1833.

Mr le comte, Je m'empresse de remettre ci joint à V. E. un extrait de la
réponse qui vient de m'être faite au sujet des passages inconvenans
inserés dernièrement dans le journal litéraire sous le titre
d'_Antologia_. Cette insertion n'étant imputable qu'à simple
inadvertence (car ses principes politiques et religieux sont absolument
au dessus de tout soupçon) on a dû se borner à la lui contester, et à
appeller toute son attention sur les futures publications du dit
journal. Quant au directeur G. P. Vieusseux, des sevères reprimandes
vont lui être faites par l'Autorité, avec la menace de le soumettre à
des mesures de rigueur dans le cas de nouvelles aberrations de cette
espèce.

Veuillez bien agréer, Mr le Comte, les assurances réiterées de ma
haute...„.


APPENDICE III, N. 5 (pag. 298).

_Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini._

  “Molto Reverendo Padre,

Con biglietto dei 30 gennaio decorso V. S. Molto Rev.da si diresse a
questo I. e R. dipartimento onde fossero risoluti i due seguenti
quesiti;

1º Se le discussioni Politiche, e di Amministrazione Governativa, che
debbono essere affatto estranee all'_Antologia_, debbano essere limitate
a quelle che possono riguardare il nostro Paese, e Governo, o anche a
quelle relative ad altri stati Italiani, o Esteri, specialmente poi se
in questi ultimi, attesa una particolar forma governativa, sia permessa
libertà di discussione sopra le dette materie.

2º Se nel doppio caso negativo, si abbiano in mira gli articoli, che non
solamente trattino _ex professo_ sulle inibite materie, o anche quelli
nei quali per incidenza _riconosciuta non colposa_, si tratti come di
passaggio, e senza discussione, di Politica o di Amministrazione
Governativa.

Sebbene tali quesiti risolvere non si possano collo stabilire delle
massime normali da applicarsi a tutti i singoli casi, tuttavolta a me
pare, che per ciò che concerne gli Esteri governi, e particolarmente
quelli presso i quali è permessa libertà di discussione sopra le dette
materie, possa procedersi con piú franchezza, semprechè non si discenda
ad una critica acerrima, o all'opposto non si commendi in termini
trascendenti, e tali, da far scomparire quei Governi, che professassero
massime e principî diversi.

Per quello poi che concerne la Toscana, ove non è permessa libertà di
simili discussioni per mezzo della stampa, sarà d'uopo adibire una piú
stretta Censura, ed assicurarsi che quello che stampar si volesse in
genere di statistica, sia in qualche modo desunto da atti autentici
pubblicati dal Governo, o colle debite approvazioni superiori.

Quanto alle questioni di Economia Politica, sulle quali spesso si
trattiene il rammentato giornale, potrá continuare a permettersi una
moderata discussione, purché i relativi dibattimenti siano condotti
colla riverenza che debbesi alle Leggi e sistemi del Paese, e i
Redattori di simili articoli non assumano un tuono inconveniente.

A rendere altresí piú castigata l'Antologia, credo che potrà molto
giovare il portare uno scrupoloso, e quasi direi sospettoso esame sopra
tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi
sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi; sentenze
generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate;
motteggi, o sarcasmi contro i sovrani, i governi, il sacerdozio, il
patriziato, ed in special modo su ciò che potesse contribuire
all'indebolimento della Cattolica Religione.

Attenendosi a queste norme, che fermamente ritengo esser coerenti alla
purezza dei di Lei principî, e che soltanto ho rammentato perché
portavalo la circostanza di sciogliere i quesiti da Lei promossi, mi
auguro che piú agevole potrà rimanerle la revisione del rammentato
giornale, lasciandole però aperto adito a consultare questo Dipartimento
tutte le volte, che nella sua saviezza lo credesse conveniente.

E col piú distinto ossequio passo a confermarmi

Di V. S. Molto Rev.da

Dall'I. e R. Segreteria di Stato, li 9 febbraio 1833.

                                            Dev.mo Obb.mo Servitore

                                                  N. CORSINI„.


APPENDICE III, N. 6 (pag. 299).

_Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini._

  “Molto Rev.do Padre,

È pervenuto al Governo sicuro riscontro che la Censura di Milano abbia
impedito lo smercio, e circolazione del N. 21 del secondo decennio del
nostro giornale l'_Antologia_ per il decorso settembre, e che questa
misura sia stata motivata da alcuni passi che si leggono nelle pagine
52, 90, e 103, degli articoli di detto Giornale; e relativi:

Il primo all'edizione che qui si va facendo dal Piatti delle _Opere dei
Romagnosi_;

Il secondo alla _Istoria d'Italia_ del conte Cesare Balbo;

Il terzo alle tre nuove _tragedie_ di Silvio Pellico impresse in Torino.

Sembra pure, che i passi dei quali la Censura di Milano ha biasimato il
concetto, o le espressioni, siano quelli nei quali del Romagnosi si dice
che _sopportò le ingiustizie e la povertà_, lo che si è creduto un
rimprovero diretto al governo sotto cui visse; e l'altro riguardante
l'opera sulla storia d'Italia, ove parlandosi di _Carlomagno e quindi
degli Imperatori di Germania della casa di Svevia, si trascende ad
espressioni generiche sui pretesi danni, che o dalla tutela, o dal
dominio di dinastie straniere erano avvenuti alla Italia_.

E finalmente riguardo al terzo, la frase, ove si designa sotto il nome
_d'immensa sciagura, la condanna legale pronunziata per delitti
politici, contro il Pellico autore delle tragedie_.

Nel comunicare tutto ciò a V. S. Molto Rev.da non ha questa Direzione
generale altro oggetto che di richiamare il di Lei ben conosciuto zelo e
saviezza ad esercitare la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che
il suddetto foglio periodico non cessa di manifestare, a rivolgere in
tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche che
direttamente, o indirettamente, alludano ad avvenimenti recenti o alle
opinioni, che in fatto di Governo si vorrebbero promuovere dai
partigiani di innovazioni.

E col piú distinto ossequio passo a confermarmi di V. S. Molto Rev.da

Dall'I. e R. Segreteria di Stato li 9 febbraio 1833.

                                              dev. obb.mo Servitore

                                                   N. CORSINI„.


APPENDICE IV (pag. 300).

_Lettera di G. P. Vieusseux a S. E. don Neri Corsini._

                                                  10 febbraio 1833.

Eccellenza. Chiedo perdono a Vostra Eccellenza se vengo ad importunarla
per parlarle del mio giornale.

L'_Antologia_ che ho l'onore di dirigere non è, e non poteva diventare
ancora per me oggetto di grata speculazione; ché anzi l'intrapresa di
quest'opera periodica mi è costata da dodici anni a questa parte
continui sagrifizi di tempo, di quiete, di denaro.

Ma l'_Antologia_ è mia creazione, le porto un amor paterno, e l'amo in
ragione dei sacrifizi e delle fatiche cui mi ha sottoposto.

L'_Antologia_ è un'opera che oso chiamar utile e decorosa per l'Italia
in generale, e per la Toscana in particolare. L'_Antologia_ occupa
utilmente varii letterati miei amici, i quali non sono in situazione da
poter disprezzare il debol prezzo che io posso pagare per un foglio di
stampa; alcuni di loro vi si sono interamente dedicati, e la loro
esistenza dipende da quella di questo giornale; infine l'_Antologia_ fa
campare sette o otto famiglie di compositori, torcolieri, legatori.

Questi sono i motivi tutti per cui devo tenere immediatamente al
proseguimento della mia intrapresa. Eppure potrei vedermi nella
necessità di dovere abbandonare la pubblicazione dell'_Antologia_.
Un'opera periodica non è come un altro libro. Essa dev'essere stampata e
dispensata ad epoche regolari. Non corrispondendo a questa condizione
essenzialissima dell'esistenza sua, ella perderebbe ben presto parte del
suo credito, e gli associati si ritirerebbero. Per scansare
quest'inconveniente, conviene che la censura dalla quale dipende il
permesso di stampare un giornale, sia sempre pronta a corrispondere ai
bisogni quotidiani di esso.

A dire il vero, per alcuni anni a questa parte non ho avuto generalmente
parlando che da lodarmi del contegno dell'I. e R. Censura a mio
riguardo, e dell'onesta libertà che mi si lasciava; ma ora
nell'occasione di dover pubblicare il mio doppio fascicolo di novembre e
di dicembre, mi trovo vittima di un rigore insolito per parte della
medesima, e mi vedo rigettati articoli dei quali, dietro l'esperienza
del passato, io non dovevo mettere in dubbio l'ammissione.

Il mio doppio fascicolo di novembre e dicembre non ha potuto essere
pubblicato che in questi ultimi giorni, e con tale mutilazione, che io
ho dovuto spendere lire 300 per ripararvi. Siamo inoltrati nel mese di
febbraio, e non ho potuto ancora tirare che pochi foglietti del
fascicolo di gennaio. Superfluo è il fare osservare quanto questo
sistema di cose mi sarebbe dannoso se dovesse durare e diventasse
sistema.

Io mi prendo la libertà di presentare a V. E. le bozze di stampa di una
mia lettera che penso di premettere al primo fascicolo del 1833. Io
supplico V. E. di leggerla. Se, come ardisco lusingarmi, Ella renderà
giustizia alla rettitudine delle mie intenzioni, ed approverà la
manifestazione franca e leale dei miei sentimenti, questa lettera
servirà di norma per il futuro a me, ai miei collaboratori, e alla
Censura medesima.

Ho l'onore di rassegnarmi coi sentimenti di profondo rispetto

                                                  G. P. VIEUSSEUX„.


APPENDICE V, N. 1 (pag. 313).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

“_Sabato, 23 marzo 1833._ — Questa mattina è arrivato il N. 254 della
_Voce della Verità_.

_Ore 5._ — Un biglietto urgentissimo del Padre Mauro Bernardini richiama
a sé il fascicolo approvato del dicembre 1832. Sono andato in persona
dal detto Padre Mauro portando meco il fascicolo, ma negandone la
consegna per essere questo fascicolo l'unica guarentigia contro le
imputazioni della _Voce_ nel caso che il Governo volesse inquietarmi a
questo titolo. Sentendo però che il sig. Consigliere Fossombroni aveva
assoluto bisogno di detto fascicolo, dopo lungo diverbio l'ho
rilasciato, bene inteso, contro ricevuta motivata.

(_In seguito il fascicolo mi è stato restituito_)„.


APPENDICE V, N. 2 (pag. 314).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

“_Domenica 24 detto_, alle ore sei pom. il Presidente del Buongoverno mi
ha fatto pregare di passare da lui. — Ecco il colloquio:

_P._ Signor Vieusseux, ho da farle una commissione a nome del Governo.

_V._ Io sono qui per ascoltarla.

_P._ Il Governo vorrebbe sapere i nomi di quelle persone che scrivono
nell'_Antologia_, che sono anonime, oppure non pongono che semplici
lettere o segni di convenzione sotto i loro articoli.

_V._ Io mancherei all'onore e alla delicatezza nel palesarle i nomi di
persone le quali amano di rimanersene anonime, e confidano nella mia
discretezza e lealtà.

_P._ Ma si tratta di un desiderio dell'I. e R. Governo.

_V._ Quando si tratta dell'onore non si cede a veruna considerazione.

_P._ Ma rifletta che lei nega al Governo, e ci pensi meglio.

_V._ Quando si tratta dell'onore, il primo movimento è sempre il
migliore.

_P._ Ma non si tratta che d'una comunicazione confidenziale.

(_Sempre avevo parlato con calma, qui principiò a montarmi il sangue al
capo_).

_V._ Io sono dolentissimo nella necessità di negare qualche cosa al
Governo. Se si trattasse di divertire S. A. I. e R. con un racconto di
un semplice pettegolezzo letterario, e che S. A. fosse curiosa di sapere
il nome di un tal poeta, o d'un tal pedante, posto in ridicolo da una
polemica letteraria, io non crederei di commettere un delitto dicendolo
all'orecchio di S. A. Ma dopo aver veduto l'infame libello vomitato in
Toscana da quella canaglia della combriccola di Modena, quando non posso
ignorare che l'intenzione di quella gente è di render me ed i miei amici
sospetti al Governo, non sarei io l'uomo il piú vile nel mondo palesando
i nomi de' galantuomini che si fidano di me? Io mai e poi mai gli
nominerò. Di due cose una: o il Governo toscano disprezza come vanno
disprezzati i vili intrighi di quella scuola modenese, e non deve
curarsi di sapere chi ha scritto; o pure il Governo intende di voler
entrare nelle intenzioni di Modena, ed è un motivo di piú di non
nominare nessuno o di conservare io solo tutta la responsabilità di ciò
che vorrebbesi far considerare come una colpa. Io non so se il Governo
m'ami quanto vorrei essere da tutti amato; ma ho la coscienza che egli
mi deve stimare. Io non voglio perdere la sua stima facendomi delatore.

_P._ Badi, sig. V., il Governo potrebbe adoperare per ottenere il suo
intento, dei modi che a lei saranno poco piacevoli.

_V._ Le ripeto che determinato a non far nulla di contrario all'onore ed
alla delicatezza, io non sono nel caso di dipartirmi dalle prime mie
determinazioni.

(_Qui seguí ancora un discorso piuttosto lungo nel quale mi lamentai del
sistema del Governo riguardo all'ANTOLOGIA, esponendo al sig. Presidente
che se il Governo m'avesse lasciato interessare ii pubblico con
parlargli nel mio giornale di quelle tante cose che sono importanti per
lui senza dar noia alla casa d'Austria, piú facilmente avrei potuto
scansare di trattare certi argomenti nei quali piú facilmente che
altrove i maligni possono pretendere di trovare delle allusioni poco
convenienti; ed aggiunsi: Pare che il Governo non sappia apprezzare
quanto sia nobile e degna di riguardo nel secolo 19 la professione del
giornalista coscienzioso. I Governi italiani di Piemonte e di Napoli la
valutano assai piú, e ne hanno date prove recenti: il Re di Sardegna
permettendo che il cavalier Manno dirigesse all'ANTOLOGIA una lettera
sull'amministrazione del Piemonte; ed il Re di Napoli con avere ordinato
la fondazione degli ANNALI CIVILI del Regno, opera periodica che
equivale ad un continuo rendimento di conti dello stato economico ed
amministrativo di esso_)„.


APPENDICE V, N. 3 (pag. 317 e 319).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

“_Lunedí 25 marzo._ Alle ore 6 p. m. sono stato chiamato dal sig.
Tassinari Commissario del quartiere Santa Croce per recarmi da lui alle
8. — Lí trovatomi in presenza del sig. Tassinari fui ricercato, come lo
era stato dal sig. Presidente, riguardo ai nomi dei collaboratori
anonimi dell'_Antologia_. Risposi non potere né voler nominare i
collaboratori anonimi perché mancherei a qualunque dovere dell'onore e
della delicatezza. Interrogato se non temevo le conseguenze del mio
rifiuto, risposi che non potevo né dovevo temere: 1º perché non ho mai
stampato cosa che non fosse approvata dalla R. Censura; 2º perché le
leggi e le consuetudini toscane non ammettono altra responsabilità per
le cose stampate che quella dello stampatore tipografo, il quale non
deve curarsi che di ricevere i manoscritti leggibili ed approvati; 3º
perché il fascicolo di dicembre che pare piú particolarmente preso di
mira, non solo era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di
Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni, e
m'obbligò a tante castrazioni, mutilazioni e numerosi carticini, che
dovetti spendere circa L. 300 per metterlo in stato di comparire alla
luce.

Domandatomi piú volte replicatamente se persistevo nel volere assumere
qualunque responsabilità per il contenuto del fascicolo di dicembre,
risposi che sí.

_Com._ Quando alla Censura fosse sfuggita e quindi fosse stata approvata
un'ingiuria, non perde per questo il Governo la facoltà di averne
soddisfazione dal giornalista o dallo scrittore.

_Io._ Protesto contro tale ingiusta e falsissima opinione; ma ad ogni
modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre:
_io, Padre Mauro, e S. E. Corsini_, ed io sicuramente sarei il meno
colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre ero
trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non
potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le
soglio rivedere; ma il _P. Mauro_, ma _S. E. Corsini_ che esercitando la
Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose
reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato.

(_Tutte queste interrogazioni del Commissario, e le mie risposte, erano
da lui trascritte sopra un quaderno di carta, ed il numero delle pagine
scritte fu, se non m'inganno, di 9 o 10. Io non potei non avvedermi che
le interrogazioni a me dirette erano state trasmesse a lui in un foglio
che egli aveva sotto gli occhi_).

_Com._ Dunque lei persiste ecc. ecc. Badi bene che il Governo dovrà far
pesare sopra di lei il suo braccio volendo soddisfazione, ecc. ecc. (_ad
ogni mezza pagina il Commissario reiterava le sue premure e mezze
minaccie per impegnarmi a palesare i nomi in questione_).

_Io._ Ripeto che avendo assunto sopra di me qualunque responsabilità,
sono pronto a subirne tutte le conseguenze.

_Com._ Sappia dunque che lei si è reso colpevole d'ingiurie nefande
riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie per l'allusioni fatte alle
cose di Polonia in un articolo firmato L. sopra il poema del cav. Curti.

_Io._ Protesto altamente contro simile falsa, sinistra ed ingiusta
interpretazione; dichiaro che non fu mia intenzione né di quello che
scrisse l'articolo, di mancare di rispetto a S. M. l'_Imperatore delle
Russie_; bensí è stata colta l'occasione naturalissima che mi si
presentava di manifestare un sentimento generoso di compassione per la
nazione Polacca.

_Com._ Lei è colpevole d'ingiurie verso _S. M. l'Imperator d'Austria_,
per avere in un articolo firmato K. X. Y. sopra la traduzione di
Pausania fatta dal cav. Ciampi stabilito un confronto fra la Grecia e
l'Italia, fra l'Acaia e il Regno Lombardo Veneto; e dato ad intendere
che gli Austriaci trattano l'Italia come i Romani trattavano la Grecia.

_Io._ Protesto contro questa sinistra e falsa interpretazione.

_Com._ Ha ingiuriato inoltre le varie potenze d'Italia facendo supporre
col suddetto articolo, che esse sono nella dipendenza e sotto
l'influenza dell'Austria.

_Io._ Protesto contro tale falsa e non giusta interpretazione.

_Com._ Lei poi è colpevole immensamente verso il Governo della Toscana
per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle
potenze d'Austria e di Russia.

_Io._ Protesto contro tutte queste conseguenze e simili interpretazioni.

_Com._ Ella si prepari dunque ad una pena proporzionata al delitto
commesso, e a vedere il Governo farle sentire la forza del suo braccio,
cose tutte che potrebbe risparmia e se volesse palesare i nomi degli
autori anonimi, ecc.

_Io._ Resisto nelle conclusioni da me prese.

(_Questo processo a me fatto dal sig. Tassinari mi trattenne presso di
lui dalle 7½ di sera fino alle 12; firmai ogni cartella del processo
scritto, e mi ritirai_)„.

“_Martedí 26 marzo._ Sono stato richiamato al Commissariato per l'ore 7
di sera; trasferitomi sono stato introdotto presso il sig. Canc. Tosi,
il quale mi ha dato partecipazione dell'annesso rescritto sovrano che
sopprime l'_Antologia_„.


APPENDICE VI, N. 1 (pag. 315).

_Lettera di S. E. don Neri Corsini al Presidente del Buon Governo
Giovanni Bologna._

“Il Consigliere D. Neri Corsini prega il degnissimo sig. Presidente del
Buon Governo a fargli sapere se si presentò al suo dipartimento il
Vieusseux nella scorsa sera, e quale fosse il resultato delle fattegli
interpellazioni. Occorre allo scrivente di conoscere il resultato per
renderne conto a S. A. I. e R. e comunicarne coi suoi Colleghi per le
misure da prendersi ulteriormente. E con tutto l'ossequio e stima si
professa

  25 marzo 1833.

                                            dev.mo obb.mo Servitore
                                                  N. CORSINI„.


APPENDICE VI, N. 2 (pag. 315).

_Lettera del Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna a S. E. Don
Neri Corsini._

                                                      25 marzo 1833.

“Ieri sera richiamai avanti di me il Vieusseux, per eseguire la
commissione datami da V. E. nella scorsa mattina. Alla prima fattagli
domanda d'indicarmi i nomi e cognomi degli autori degli articoli
contenuti nell'ultimo fascicolo dell'_Antologia_ pubblicato il 31
gennaio ultimo, e piú precisamente di quelli aventi in fondo la lettera
K. X. Y. e L. mi replicò senza punto esitare che ciò era impossibile
perché il direttore di un giornale non poteva mancare alla buona fede
verso i suoi collaboratori; e mentre era giusto che esso direttore
restasse esposto dirimpetto al Governo a tutta la responsabilità
relativa, non poteva né doveva, senza macchiarsi d'un tradimento,
portare in verun caso questa responsabilità sopra coloro che vivono
nella fiducia di non rimanere per di lui mezzo compromessi. Ci espose
che erano questi articoli come un affare di confessione, e che il
sigillo non poteva essere da lui violato, né lo sarà giammai, qualunque
cosa disgustosa che fosse per avvenirgliene, non esclusa la soppressione
del Giornale, a cui con tutta rassegnazione e anche di buona voglia si
sarebbe sottomesso.

In una lunga esortazione non disgiunta dalla minaccia che il Governo
avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente agli
ordini che per mio mezzo li venivano ingiunti, non omisi verun mezzo per
indurlo a manifestare i suenunciati nomi; ma tutto fu inutile, ripetendo
sempre che il Governo doveva riguardare a tutti gli effetti come suoi
gli articoli del suo Giornale, che sopra di lui soltanto doveva e poteva
prendere quella soddisfazione che nella sua giustizia e saviezza
credesse esserli dovuta e che esso non vi si ricusava, ma che non si
poteva esigere di piú da lui; ed avrebbe sempre detto e sostenuto che
quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli
erano suoi.

Da questo stato di cose credei che fosse inutile il trattenerlo,
persuaso che esso avrebbe persistito e che persisterà fermamente sino in
fondo nel suo proposito, e credei di licenziarlo e dichiarargli
autorevolmente che la cosa non sarebbe piú sí tranquilla e che avrebbe
dovuto render buon conto del suo irregolarissimo rifiuto. Credei di non
dovere spingere piú oltre senza la debita formalità la cosa, onde l'I. e
R. Governo potesse bene esaminarla e statuire convenientemente sul _quid
agendum ultimamente_. E se mi fosse permesso di esprimere sinceramente
il mio sentimento direi che Vieusseux dovrebbe essere inviato davanti un
commissario di quartiere per ricevervi nuove formali ingiunzioni, e
persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la
pubblicazione del giornale finché non avesse corrisposto a ciò che il
governo esige da esso„.


APPENDICE VI, N. 3 (pag. 315).

_Lettera del Commissario del Quartiere di Santa Croce Matteo Tassinari a
Gian Pietro Vieusseux._

  “Ill.mo Signore,

V. S. è invitata a recarsi personalmente nel Commissariato di S. Croce
alle ore _una di notte_ del dí 25 marzo 1833 presso il sottoscritto, che
ha necessità di vederlo con tutta sollecitudine, e non manchi.

Dal R. Commissariato di S. Croce, li 25 marzo 1833

                                                        TASSINARI„.


APPENDICE VII, N. 1 (pag. 319).

_Lettera di S. E. Don Neri Corsini al Presidente del Buon Governo
Giovanni Bologna._

  “Ill.mo signor Presidente colendissimo,

Essendo stato reso conto a S. A. I. e Reale che il giornale che si
pubblica in Firenze sotto il titolo di _Antologia_, ha deviato
manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio, e dalle
condizioni colle quali fu permesso, cioè di trattare di materie di
scienze, letteratura ed arti, e che sistematicamente trascorre in
discussioni politiche ed anche parlando di materie scientifiche e
letterarie vi associa allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti
politici, è venuta l'I. e R. A. S. nelle determinazioni di ordinare la
soppressione del detto giornale, fino da questo giorno.

Farà V. S. Ill.ma comunicare la semplice parte dispositiva della
presente risoluzione al Direttore ed Editore del Giornale stesso, come
da questo Dipartimento si fa al Regio Censore.

E col piú distinto ossequio mi confermo di V. S. Ill.ma

Dalla R. Segreteria di Stato, li 26 marzo 1833.

                                            Dev.mo obb.mo Servitore
                                                  N. CORSINI„.


APPENDICE VII, N. 2 (pag. 319).

_Lettera del Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna al Commissario
del Quartiere di Santa Croce Matteo Tassinari._

Incarico V. S. Ill.ma correntemente ad un dispaccio della I. R.
Segreteria di Stato di questo giorno, di notificare al Direttore ed
Editore del giornale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di
_Antologia_, che S. A. I. e Reale ha ordinato la soppressione del
giornale medesimo fino da questo giorno.

                                                      26 marzo 1833.


APPENDICE VII, N. 3 (pag. 319).

_Lettera del Cancelliere del Commissariato di Santa Croce Lorenzo Tosi a
Gian Pietro Vieusseux._

“L'Ill.mo sig. Commissario del Quartiere S. Croce fa notificare in
seguito di ordini superiori al sig. Gio. Pietro Vieusseux direttore ed
editore del Giornale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di
_Antologia_, che S. A. Imperiale e Reale ha fino da questo giorno
ordinata la soppressione del giornale medesimo.

Dal Comm. S. Croce, Firenze, li 26 marzo 1883.

                                            il cancelliere L. TOSI„.


APPENDICE VIII (pag. 320).

_Minuta di CIRCOLARE da comunicarsi alle varie Legazioni, preparata da
S. E. Don Neri Corsini, e riveduta da S. E. il conte Vittorio
Fossombroni._

“Une misure qu'on vient ici d'adopter, quoique bien simple en elle même
et n'ayant d'autre bût que d'empêcher que dans quelque branche, où de
quelque manière que ce soit, l'on ne puisse pas s'écarter des limites de
cette régularité qui caractérise l'administration du Pays, pouvant
peut-être d'après les habitudes du tems former pour quelque moment le
sujet des propos du public, j'ai cru que Votre Excellence pourrait
probablement agréer d'en savoir quelque chose de ma part.

Il existait depuis quelque tems à Florence un journal litéraire et
scientifique portant le nom d'_Antologia_, et paraissant périodiquement
par cahiers. Quelques articles de ce journal qui avaient été
favorablement accueillis par le public, lui avaient valu quelque
réputation, et il avait acquis un certain nombre d'associés même à
l'étranger.

Toutefois l'on avait depuis quelque mois [_Il Corsini, si noti, aveva
scritto TEMS, che il Fossombroni mutò in MOIS_] eu lieu de remarquer dans
ce journal une certaine tendance à dépasser les bornes de son
institution purement scientifique et litéraire, et à se mêler d'objets
qu'y devaient rester étrangers, soit par des allusions, soit par des
rapprochements entre ce qui paraissait être le sujet de ses écrits et
les affaires politiques du jour.

Il est vrai que ce journal ainsi que toute autre espèce d'écrit ne peut
ici être imprimé et publié que d'après l'approbation de la Censure: mais
comme à l'egard surtout d'un ouvrage periodique il est difficile que
quelque fois l'attention du Censeur naturellement surchargé
d'occupations ne se trouve pas en défaut, lorsque l'Editeur ou le
Directeur du dit ouvrage cherche trop suvent le moyen de l'induire en
erreur en voilant si adroitement sa pensée qu'il ne soit pas aisé d'en
saisir le veritable sens au premier coup d'oeil, l'on eut soin de
rappeller plus spécialement le soin du Reviseur sur ce journal, et
surtout de faire entendre à l'Editeur que s'il aimait que sa compilation
pût continuer à voir le jour, il devait strictement se renfermer dans
les limites qui étaient les conditions naturelles de son existence.

Cet avis n'ayant pas porté l'effet qu'on était en droit d'en attendre,
et des écartes bien graves ayant été remarqués dans les derniers numeros
qui ont paru du dit journal, l'on a dû sentir qu'il était essentiel de
faire cesser un abus qui se trouvait en contradiction avec l'exactitude
qui distingue ici, soit les publications periodiques, soit tout ce qui
sort des Imprimeries du Pays.

Un ordre qui a été émané depuis quelques jours vient par consequent de
supprimer le dit journal de l'_Antologia_.

Je saisis....„.


APPENDICE IX (pag. 321).

_Supplica di Niccolò Tommaséo a S. A. I. e R. il Granduca di Toscana._

  “A. I. e R.

Le amichevoli preghiere del Sig. Vieusseux, Direttore dell'_Antologia_,
gl'istanti consigli di altri amici che affermavano la mia dichiarazione
inutile, e forse dannosa al giornale; il pensare che a tutti i lettori
di quello essendo ben noto di chi fossero gli articoli segnati _K. X.
Y._ ripeterlo da me sarebbe potuta sembrare boriosa provocazione; la
speranza che trattandosi di scritti approvati da un rispettabile censore
e da uno zelante Ministro le cose avrebbero sortita altra fine; la
speranza ancora piú ferma che procedendosi per vie ordinarie e legali io
avrei avuto il tempo di sodisfare alle mie convenienze senza nuocere
altrui; queste, ed altre ragioni mi tennero dal dir cosa che l'onor mio
comandava professassi altamente. Ora il bisogno di rigettare da me ogni
sospetto di fiacca timidità, il bisogno di far noto che la persistenza a
negare del sig. Vieusseux non era atto indocile ma generoso, la speranza
la quale pure mi resta nella giustizia di V. A. R. che conoscendo
l'incolpato, sopra di lui solo Ella vorrà portare il giudizio inflitto
sull'intera _Antologia_, m'impongono di protestare che non solamente gli
articoli segnati _K. X. Y._ sono miei, ma che io soglio per capriccio
segnare d'altre sigle i miei scritti; onde se nell'articolo intorno al
Poema del Curti è cosa imputabile, io di buon grado ne chiamo sul mio
capo la pena, e per guarentigia dell'avvenire prometto e giuro, se è
necessario, di non piú scrivere in un giornale a cui desidero continuata
la vita, perché la sua vita è sussistenza di piú che quaranta persone,
perché il suo giudizio era invocato e rispettato dai dotti d'Italia,
perché le sue parole erano amorevolmente ripetute dai giornali di
Lombardia, di Francia, d'Inghilterra e d'Austria, perché non arrossivano
di scrivere in esso i piú chiari uomini della Nazione, e non pochi dei
piú quietamente pensanti, Cesare Lucchesini, e fino all'ultima malattia
G. B. Zannoni, e il Cibrario e il Cav. Manno, Ministri del Re di
Sardegna, perché la sua lode era ambita dagli stessi Governi. Il quale
onore quanto meno ridonda in me, il piú insufficiente dei suoi
collaboratori, tanto piú volentieri debbo in me solo accogliere le
conseguenze che ad esso dalle mie parole provennero.

  28 marzo 1833.

                                                      N. TOMMASÉO„.


APPENDICE X (pag. 322).

_Lettera dell'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini al Presidente del
Buon Governo Giovanni Bologna._

                                                    “28 marzo 1833.

La misura stata presa della soppressione dell'_Antologia_ fino dal di 26
corrente, ha sparso il mal umore, e la rabbia fra i liberali. Lo scorso
giorno nel contestarsi a vicenda il loro rammarico per la soppressione
di un Giornale dicevano essi tanto utile alle vedute dello loro Setta,
si permettevano anche dei progetti, come sarebbe di portarsi in gran
numero sulla Piazza de' Pitti, mescolando con pretesti delle persone
volgari per prorompere in voci sussurranti, e fischiate. Alcuni di
costoro, come Alessandro da Barberino, dott. Luigi Beyer ed altri,
dissuasero la prularità (_sic_) dicendo che quel sussurro avrebbe potuto
nuocere alla causa della Setta, in un momento in cui sono prosperissime
le sue condizioni, da doversene toccare di giorno in giorno i risultati.
Si diedero anzi premura la stessa sera di minorare la massa delle loro
riunioni ai soliti caffé distribuendosi in maggior numero di luoghi
pubblici. Questa mattina è sortito un Bullettino incendiario in stampa,
copia del quale in stampa unisco al presente Rapporto, mentre che non
trascuro le debite ulteriori indagini in questo articolo.

                                                    Gio. Chiarini„.


APPENDICE XI (pag. 323).

“_Bollettino del 28 marzo 1833._

Sabbato 23 marzo ogni sensata persona s'indispettí leggendo nella _Voce
della Verità_ un nuovo articolo di calunnia o di accusa contro
l'_Antologia_. Questo giornale che da dodici anni sostiene il lustro
della letteratura italiana è una proprietà della nazione. Il Duca di
Modena volle toglierla. Il Gran Duca di Toscana ha avuto la viltà di
obbedire al luogotenente dell'Austria. Il fascicolo preso di mira, di
novembre e dicembre, era stato esaminato ed approvato dal ministro
Corsini, ma il Gran Duca, o impaurito dall'ira del Duca di Modena, o
dividendo con esso la rabbia contro la diffusione dei lumi in Italia non
conserva neppur l'aspetto della coerenza. Il 26 del corrente mese, tre
giorni dopo l'articolo della _Voce della Verità_, ABOLISCE l'ANTOLOGIA.
Questa impudenza di dispotismo è già nota a tutti.

TOSCANI!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di
Toscana è un Duca di Modena. Italia tutta inorridisce a questo sfregio
novello, e il suo suo grido non è piú di lamento, ma di VENDETTA„.


APPENDICE XII, N. 1 (pag. 339 e 301).

_Lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. don Neri Corsini._

  “S. E, il Signor
      Consigliere Corsini Ministro dell'Interno,

Non è mia intenzione di venire ad importunare, e forse inutilmente, l'I.
e R. Governo chiedendo che mi sia restituita la facoltà di continuare la
pubblicazione dell'_Antologia_. Ma dopo la soppressione fatta del
giornale di mia proprietà e della grave perdita che in conseguenza di
quella io sono venuto a soffrire, mi confido di non comparire impronto
all'E. V. se mi faccio a reclamare soltanto contro l'effetto retroattivo
che potrebbe avere la misura presa a mio riguardo.

Alla E. V. è noto come i ritardi da me sperimentati per la pubblicazione
dei fascicoli di novembre e dicembre, e le tante correzioni, mutilazioni
e soppressioni a che andarono soggetti, mi furono causa di scrivere alla
E. V. nel dí 10 di febbraio; e di significarle a voce pochi giorni dopo,
che dove l'I. e R. Governo fosse mai venuto nella inclinazione di
vedermi cessare dalla pubblicazione del mio giornale, tosto mi si
dicesse, e francamente, poiché se mi sarebbe costato molta pena lo
abbandonare il giornale di mia proprietà, io non avrei peraltro
sostenuto allora altri sacrifizi bursali tostoché era già terminato
l'impegno da me preso per l'anno 1832 co' miei associati, e non
incominciato ancora quello dell'anno 1833.

Ma la risposta che la E. V. si compiacque darmi, ben lungi dal farmi
credere che dall'I. e R. Governo potesse mai desiderarsi la cessazione
del mio giornale, molto invece mi consolò e mi crebbe le piú liete
speranze. Imperocché Ella non solo si degnò di confortarmi a non
desistere dalla mia letteraria intrapresa, e a non lasciarmi scoraggiare
dai sinistri che accader sogliono ai giornalisti, ma si degnò persino
assicurarmi che ogni mia diversa risoluzione avrebbe dispiaciuto a
tutti, ed anche all'I. e R. Governo. Anzi l'E. V. mi fece promessa che
dove io mi fossi trattenuto dal toccare alcune materie troppo ai giorni
nostri gelose e tenere, sarebbesi dimostrata facile e corrente sopra
ogni altro letterario e civile argomento, e avrebbe sopratutto
sollecitato l'approvazione e la revisione degli articoli da inserirsi
nei fascicoli di gennaio e febbraio 1833, acciocché io potessi
rimettermi in giorno al piú presto possibile. E quanto disse attenne;
poiché ben presto vidi tornare al mio Gabinetto rivisti ed approvati
parecchi degli articoli da me presentati all'I. e R. Censura.

Conseguenza di queste promesse e di questi fatti fu che io mi applicassi
tutto a sollecitare l'impresa, a ricevere dai redattori del giornale non
pochi articoli da me pagati a denari suonanti, ed a mandarli ai torchi
perché vi fossero, siccome furono, stampati; dimodochè il mio fascicolo
di gennaio 1833 era tutto approvato dall'I. e R. Censura, e quello di
febbraio era composto per piú della metà, quando l'_Antologia_ restò
soppressa pei venerati ordini abbassati da S. A. I. e R., nel dí 26 di
marzo p. p. Due pertanto sono le perniciose conseguenze a me derivate
dai suddetti Reali ordini di soppressione. Primieramente la perdita del
giornale di mia proprietà. E in secondo luogo i sacrifizi bursali a che
(se non vi si ripari) mi assoggetterebbe l'effetto retroattivo della
anzidetta soppressione. Perché dietro la medesima non essendomi permesso
di mandare in luce nemmeno il fascicolo di gennaio 1833, quantunque i
varii articoli che lo compongono fossero stati tutti rivisti approvati
dalla I. e R. Censura, io non ho modo di rimborsarmi delle spese da me
commesse sopra gli associati al mio Giornale, e cosí mi trovo esposto ad
una seconda e per me gravissima perdita di L. 3180 in denari effettivi,
come rilevasi dalla _Nota_ che ho l'onore di presentarle unita a questa
_Memoria_. Come per altro io confidava che l'I. e R. Governo non avrebbe
ordinato la soppressione del Giornale di mia proprietà, laddove mi
avesse richiamato ad escludere con le mie aperte dichiarazioni intorno
a' due luoghi incriminati del fascicolo di decembre quelle sinistre
interpretazioni, che l'occhio vigile sí ma benigno e retto della I. e R.
Censura non seppe al dovuto tempo immaginarsi o indagare; cosí io mi
confido adesso che la giustizia dell'I. e R. Governo non vorrà lasciarmi
sostener la perdita delle spese vive da me incontrate per l'intero
fascicolo di gennaio 1833 già riveduto e approvato, e per la
composizione di otto fogli di stampa dell'altro fascicolo di febbraio,
postochè a riguardo dei medesimi la soppressione ordinata dai venerati
Reali comandi del dí 26 marzo p. p., verrebbe ad avere un effetto
retroattivo certamente non desiderato né voluto dalla R. mente sovrana,
che di ciò non fa punto parola o cenno ne' prefati suoi Reali comandi.

E però rivolgendomi alla E. V. siccome a quella che, degnamente
presiedendo al Ministero dell'Interno e alla I. e R. Censura, è
competente a udire i miei reclami in proposito, ossequiosamente domando
che voglia abbassar gli ordini opportuni per farmi conseguire il
rimborso delle sopradette L. 3180 onde si scansi l'effetto retroattivo
che con mio troppo gran danno verrebbono altrimenti ad avere i Reali
ordini dei 26 marzo 1833.

Ho l'onore di rassegnarmi con rispetto,

                                  di V. Eccellenza dev.mo servitore
                                       G. P. VIEUSSEUX.

  [3 aprile 1833]

  Spese già fatte o da pagarsi per l'_Antologia_ 1833.

  Carta e stampa del fascicolo di Gennaio già terminato   L. 1025
  Legatura del medesimo                                        80
  Riscontro al compositore e al torcoliere                     13
  Carta e stampa di ciò ch'era già composto ed in parte
    tirato per il fascicolo di Febbraio                        33
  Per le tavole metereologiche                                 70
  Revisione tipografica letteraria                             60
  Collaboratori, fogli 15 circa a 50                          750
  Altri articoli fatti fare od ordinati e che devo
    pagare, fogli 15 circa                                    750
                                                          ———————
                                                          L. 3180

_NB._ Non vengono contemplate in questa nota le spese d'impiegati o di
corrispondenze, che non sono oggetto indifferente; ma che difficil
sarebbe determinare con precisione„.


APPENDICE XII, N. 2 (pag. 339 e 344).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

                                                  “6 aprile, sabato.

Mercoledí passato mandai a S. E. Corsini la mia lettera di reclamo. Ieri
una sua ambasciata mi chiamò per oggi a Palazzo Vecchio.

A mezzo giorno mi sono trovato in presenza del Ministro.

_Min._ Non posso ricevere questa domanda in questa forma — faccia in
poche righe una supplica a S. A. per dirli che mente sua non può essere
stata di farle perdere la valuta di due fascicoli stampati di buona
fede, e che prega per il risarcimento dei danni di L. 3180 — ; ma non
entri in tanti particolari, e sarà cura mia di presentare la supplica.

_Io._ Ben volentieri mi adatterò a far ciò che mi suggerisce V. E. e
ridurrò la mia domanda alla piú semplice espressione; mi permetta però
di farle osservare che non mi pare la mia lettera contenga nulla di
contrario al vero.

_Min._ La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere e...
e... particolarmente in ciò che dice di aver perduto _una proprietà_:
che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il
Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che
vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un pezzo di campo
preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare.

_Io._ Chiedo perdono a V. E. Un giornale, frutto di 12 anni di fatiche e
di angustie d'ogni genere, dopo tanti anni d'esistenza, costituisce una
vera proprietà — non è territoriale, ma proprietà letteraria, ed ammette
il diritto di proprietà, ed è tanto sacrosanto per un lato come per
l'altro. Del resto farò ciò che mi dice V. E, raccomandandomi a Lei
perché dica a S. A. ciò che crederà per giustificare sempre piú la mia
domanda. Ma prima di lasciarla, mi permetto di parlarle della _Voce
della Verità_.[1390] Il foglio di quell'infame giornale arrivato questa
mattina insolentisce sempre piú. Non è permesso di poter mantenere
impunemente una tal calunnia. Io non posso piú tacere. Dovrò rispondere.
Purtroppo non potrò farlo coi torchi toscani: ma troverò qualche angolo
di Europa dove potrò smascherare quella canaglia. Le calunnie sono
continuate non solo per me, ma per il Governo Toscano.

_Min._ Vanno disprezzati, si fanno torto a loro medesimi.

_Io._ Purtroppo ci sono quelli che gli danno retta. Mi permetta di
ripetere a V. E. ciò che dissi al Presidente del Buon Governo: _Io non
so se sono amato dal Governo quanto vorrei essere amato da tutti; ma ho
la coscienza di meritare la sua stima_; e non voglio perderla questa
stima né in questa né in qualunque altra occasione. Non mi abbasserò poi
a combattere certe prevenzioni ed attacchi in confronto tra la mia
condotta sempre franca, leale ed aperta, e certe manifestazioni
imprudenti che si devono deplorare, e che ho altamente biasimate.[1391]

_Min._ Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace... ma lo vede che
subito quei monelli si sono giovati dell'occasione ecc. per...

_Io._ Eccellenza; ho l'onore d'inchinarmi...„.


APPENDICE XII, N. 3 (pag. 340).

_Minuta di supplica di Gian Pietro Vieusseux a S. A. I. e R. il Granduca
di Toscana._

“G. P. Vieusseux umilissimo servo e suddito dell'A. V. I. e R.
reverentemente espone:

Come i Reali ordini del dí 26 marzo p. p. con che venne soppresso il
giornale l'_Antologia_ pubblicato dall'oratore, lo colpirono quando
aveva già nelle mani stampati ed approvati dall'I. Censura i varii
articoli componenti il fascicolo del gennaio 1833 e fogli 8 del
successivo fascicolo del febbraio; essi lo colpirono quando per causa
del proseguimento allora non vietato del suo giornale era in disborso di
L. 3180, come si rileva dalla _Nota_ che devotamente Le viene rassegnata
in un colla presente supplica. E perciò l'oratore spera che mente
dell'A. V. non sia stata quella che i venerati ordini di Lei potessero
produrre anche un effetto retroattivo che tanto gli riuscirebbe dannoso.

E però inchinato al Regio trono fa vivamente istanza onde l'A.ª V. I. R.
voglia benignamente degnarsi di ordinare che il Regio Censore[1392]
debba rifare all'oratore le L. 3180 di che è in disborso per la suddetta
cagione.

(_Mandata a S. E. Corsini il dí 8 di aprile_)„.


APPENDICE XIII (pag. 344).

_Lettera del Vicario Regio di Pescia Epifanio Manetti al Presidente del
Buon Governo Giovanni Bologna._

Provenienti dalla Capitale giunsero ieri mattina in questa città Pietro
Vieusseux direttore del Gabinetto Letterario di Firenze, e l'abate
Lambruschini, addetto anch'esso allo stesso Gabinetto: si trattennero
tutta la giornata in Pescia, e questa mattina alle ore 4 ne sono partiti
alla volta di Lucca, Pisa e Livorno. Conoscendo le massime ed i
sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione io ho
fatto tener dietro alle loro mosse durante il breve soggiorno che hanno
fatto in questa città, ma non si è potuto vedere né conoscere che siansi
trattenuti a colloquio con persone del paese, specialmente sospette in
materie politiche; e solo si è osservato che si sono varie volte
ritrovati ed hanno parlato insieme. Vieusseux ha alloggiato presso il
gonfaloniere d'Uzzano ambasc. Cosimo Forti, a cui fu diretto dal proprio
figlio avvocato Francesco Forti secondo sostituto dell'avvocato generale
Fiscale, e l'abate Lambruschini è stato ricevuto in casa di Enrico
Puccinelli, con cui si vuole in antica relazione, e dal quale non è
stato finora denunziato.

                                                  EPIFANIO MANETTI„.


APPENDICE XIV, N. 1 (pag. 351 e 352).

_Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini._

  “Molto Reverendo Padrone Colendissimo.

Questa Direzione centrale della Censura, dopo aver preso nel piú
accurato esame il Programma di associazione ad una _Raccolta di
Opuscoli, memorie, e Corrispondenze di Scienze Lettere ed Arti_ che
repartita in quattro volumi divisa pubblicare Giovanni Pietro Vieusseux,
ha dovuto ritenere il concetto, che siccome (almeno per quanto oggi ne
consta) non trattasi di opera periodica, non vi è perciò luogo ad una
rejezione, la quale, come V. S. molto Reverenda saviamente rileva,
potrebbe comparire fondata sopra motivi personali.

Non ha altresí questa Direzione stessa potuto disconvenire dal dubbio
affacciato da V. Reverenza che la nuova collezione di opuscoli, della
quale si tratta, possa servire di veicolo per dare alla luce molte
materie della natura stessa di quelle solite inserirsi nella cessata
_Antologia_. Su tale stato di cose convenendo agire con somma cautela,
V. E. Molto Reverenda farà sin d'ora intendere al Vieusseux, che non
potrà mai essergli permesso di comprendere nella divisata collezione le
_Corrispondenze_, le quali troppo assimilerebbero il nuovo lavoro alla
cessata _Antologia_, e potrebbero farlo considerare come la di lei
continuazione; e frattanto lo intimerà a presentare tutti gli opuscoli
che pensa d'inserire nel primo volume, onde formarsi una chiara idea del
piano e spirito di questa collezione, prima di approvare in alcun modo
il Programma, che annesso le ritorno.

E col piú distinto ossequio mi confermo di V. E. molto Reverenda

  Dalla R. Segreteria di Stato, li 15 giugno 1833

                                            dev.mo aff.mo servitore
                                               N. CORSINI„.

[_Si noti che nell'archivio, insieme con questa lettera è bensí un
foglio stampato; ma questo è il semplice annuncio della Raccolta di
opuscoli, non già il Manifesto, di cui io ho parlato, e al quale si
riferisce il Corsini; manifesto che trovasi invece tra le carte del
Vieusseux_].


APPENDICE XIV, n. 2 (pag. 352).

_Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. Don Neri Corsini._

                                                      “28 giugno 1833.

Eccellenza: Io mi prendo di nuovo la libertà di venire ad importunare V.
E. con inchiesta che non può non essere accolta con quella fiducia,
della quale ho ricevuto da lei onorevoli prove.

Il letterario decoro della Toscana non indegnamente sostenuto da que'
molti che si compiacquero di corrispondere alle passate mie cure; i
bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato, come tanti
altri librarii stabilimenti di questo paese; le abitudini mie stesse,
alle quali io non potrei senza dolore e senza danno rinunziare dopo
dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro;
tutto si congiunge a rendere non immeritevole dell'attenzione di Lei la
proposta ch'io fo d'una impresa, la quale, com'Ella ben vedrà, non
somiglia a giornale veruno. La mia raccolta liberata dagl'intoppi delle
opere periodiche, oltre all'essere innocua in sé, riescirebbe proficua
agli scrittori, a molti libraj: e se col permetterla V. E. gioverebbe a
me, io col promuoverla gioverei forse a non pochi, e, oso dirlo, anche
alla Toscana letteratura.

Ma il P. Mauro Bernardini, R. Censore, dice ed è nell'intenzione di non
approvare il _Manifesto_, se prima non esamina gli scritti tutti che
debbono comporre il mio primo volume. Se si trattasse di un opuscolo
solo sarebbe ben facile il soddisfarlo; ma trenta fogli di stampa, per
potergli ottenere dagli scrittori, per raccoglierli, per trascriverli
solamente, chieggono spese di tempo e di denaro che antecipare io non
posso.

La mia impresa ha bisogno prima di tutto di assicurarsi di molti
associati, e a ciò richiedesi un manifesto; e ogni dilazione diventa
nello stato mio penosissima. Del resto, il manifesto già dice su quali
materie verseranno gli opuscoli, ed io prometto che il modo di
trattarle, o piuttosto di evitarne alcune, sarà quale permettono e
vogliono i tempi. Poi a nulla gioverebbe un precetto atto solo a
inceppare l'esercizio della mia industria, quando io non potrò mai
stampar cosa che la Censura non rivegga ed approvi. Se qualche scritto
verrà rigettato, se d'altri differita la stampa, mio sarà il danno, e
mio sarà l'interesse che tali cose non seguano. In tale raccolta
ciascuno scritto fa corpo da sé; ciascuno scritto può dunque essere
separatamente approvato: il loro ravvicinamento non è che un atto
materiale, di cui sarebbe alla Censura stessa, del pari che a me,
tediosissimo il prendersi antecipatamente pensiero. Considerata dunque
la comodità del Censore stesso, considerato il vero scopo della
revisione censoria, considerata la evidente semplicità dell'impresa, e i
miei deliberati propositi, e le mie circostanze, e il mio stesso
interesse, io spero che V. E. non troverà inconveniente alcuno a
permettere la pubblicazione dell'annesso progettato manifesto, e che la
raccolta si faccia senza la necessità di presentar intera la materia del
primo volume.

Ho l'onore

                                                  G. P. VIEUSSEUX„.


APPENDICE XV (pag. 353).

“_Circolare ai varî corrispondenti._

                                        Firenze a dí 5 luglio 1833.

G. P. Vieusseux, Proprietario e Direttore del Gabinetto Scientifico e
Letterario.

La soppressione dell'_Antologia_ non mi aveva avvilito. Io confidava che
il Governo, riconoscendo che in tutto questo disgraziatissimo affare io
era vittima di un basso e maligno intrigo, non solo non mi avrebbe
impedito di creare qualche altro mezzo di pubblicazione, atto a
corrispondere ai bisogni letterari della Toscana, ma ben anche avrebbe
veduto con piacere le mie premure per ottenere tale intento.

Io m'ingannava.

Progettai, in primo luogo un _Indicatore Bibliografico Italiano_,
giornale di cui manca l'Italia, ad uso dei Tipografi, Librai e
Bibliotecari, da pubblicarsi ogni 15 giorni. Mi fu risposto che _non mi
si poteva permettere di fare un giornale_. Eppure non si trattava che di
un catalogo sistematico dei titoli, del prezzo e delle condizioni di
associazione dell'opere che producono i torchi italiani! Vedendo chiaro
che non si voleva cosa che avesse forma, e fosse nelle condizioni di
un'opera periodica, pensai in ultimo luogo, dopo mature riflessioni,
di proporre la pubblicazione di alcune serie di _Opuscoli
Scientifici-Letterarii_, senza titolo, periodicità o vincolo di
giornale, disposti in grossi volumi di 5 e 600 pagine, ed atti, per
conseguente, ad ammettere non solo memorie che per loro natura non
possono aver luogo nei giornali, ma anche operette di piú fogli e
stampe; ed io avevo già, ed avrei raccolto in seguito, numerosi ed
importanti materiali. Il qual progetto potendo ricevere pronta e
diligente esecuzione, io veniva a creare un deposito utilissimo per gli
scrittori Italiani in particolare, prezioso per le scienze e le lettere
in generale.

Ma contro ogni mia aspettativa, e quella del pubblico fiorentino, anche
questa impresa mi è vietata sotto pretesto che da taluni potrebbero
venir considerati i miei volumi di _Opuscoli_ come un succedaneo
all'_Antologia_!

Dopo tali due inutili ed infelici tentativi, il pubblico non mi
accuserà, voglio sperarlo, di pigrizia e d'indifferenza per le cose
patrie, se mi vedrà limitare le mie premure al miglior andamento del mio
Gabinetto, e del _Giornale Agrario_, del quale ho conservato
l'Amministrazione.

Conviene ora rassegnarci d'aspettar tempi migliori. Frattanto non posso
che rinnovare a tutti i miei amici i miei piú fervidi ringraziamenti per
la fiducia dimostratami pel passato, e pregarli d'essere certi che
quando il Governo Toscano tornasse a sentimenti piú benevoli a mio
riguardo, e quando mi fosse concesso di occuparmi nuovamente in modo
attivo di ciò che può interessare le Scienze e le Lettere Italiane, io
mi vi dedicherei senza indugio, purché le mie forze corrispondessero al
mio zelo; ed allora tornerei a pregare i miei buoni e rispettabili amici
e corrispondenti di assistermi co' loro scritti, e co' loro consigli, e
mi presenterei a loro con tale piano da conciliare sempre piú il decoro
delle lettere col vantaggio degli scrittori Italiani„.


APPENDICE XVI, N. 1 (pag. 356).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

“_Aprile 1834 e maggio._ — Il progetto di _Rassegna trimestrale_ fu
presentato da me al Censore Padre Mauro Bernardini, ed ho la certezza
ch'egli ne fece un rapporto favorevole. Portatomi il dí 8 di maggio a
Palazzo Vecchio, il Corsini mi disse essere il mio progetto buono in sé;
ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale
che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare
un articolo originale. Replicai che la _Rassegna trimestrale_, benché
modestissima, sarebbe sempre stata cosa utilissima; ma che quando il
Governo volesse permettermi di ricominciare un giornale originale,
sarebbe cosa lusinghiera per me, piú utile per la Toscana, e nel tempo
stesso piú decorosa. Che dopo 18 mesi d'interruzione, durerei fatica a
poter riannodare le mie antiche relazioni, ma che però mi dedicherei con
energia alla creazione di un nuovo giornale. Mi fece, ma leggermente,
qualche obiezione sul titolo di _Rassegna_; ed aggiunse: “Rifletta,
ponderi, veda ciò che potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un
giornale nelle sue mani non dipende dalla sola Censura, e sarebbe un
affare di Governo, bisogna fare una _Memoria_ al Gran Duca„. Ed io,
ringraziando il Corsini per il suggerimento che mi dava liete speranze,
promisi di occuparmi subito di un progetto e di una supplica„.


APPENDICE XVI, N. 2 (pag. 358).

_Appunti di Gian Pietro Vieusseux._

“_10 giugno 1834._ — Il dí 22 di maggio portai a S. E. Corsini la mia
supplica per l'A. R. col progetto di giornale Rassegna italiana. Questa
mattina sono andato all'udienza dal Corsini, chiedendogli nuove del mio
affare.

_Il Ministro_: Io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere
l'_Antologia_. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può
permettere ch'egli ricomparisca alla luce.

_Io_: Ma ho rinunziato al titolo di _Antologia_.

_Ministro_: Ma lo spirito del nuovo giornale sarebbe l'istesso. Lo scopo
della _Rassegna_ è anche piú chiaramente annunziato. Ella vuole trattare
di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia, e ciò non
si può permettere.

_Io_: Chiedo perdono a V. E., ma non mi pare di aver manifestato
l'intenzione di trattare politica e amministrazione.

_Ministro._ Ma lei vuole considerare le scienze e le lettere
principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la
felicità dei popoli, sulla loro amministrazione; e lei si spiega, a
questo riguardo, con molta chiarezza.

_Io._ Torno a domandare perdono a V. E.; il mio _manifesto_ non allude
punto alla politica ed all'amministrazione; ma rinunziando a riprendere
il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad essere
coerente con i miei antecedenti ed a far sempre un giornale filosofico,
un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato
all'universale che ai soli pedanti; ma tutto ciò può farsi
decorosamente, senza entrare nella.....[1393] di governo o di pubblica
amministrazione, senza dir nulla che possa offendere il Governo ed i
suoi amici ed alleati.

_Ministro._ Il Governo non è nemico delle scienze e delle lettere —
anzi, presto si farà a Pisa un nuovo giornale di medicina, e poi un
altro giornale.....[1394] ma il suo sembra occuparsi di troppe cose.

_Io._ Dunque Firenze dovrà continuare ad essere priva di un giornale, e
mentre ogni paese d'Italia va acquistando ogni giorno per questo verso,
noi soli non potremo far nulla.

_Ministro._ Non si può fare come ella intende. Non posso biasimare la
schiettezza, anzi devo lodare il modo con cui ella si esprime, ma non
posso proporre il risorgimento dell'_Antologia_, e la _Rassegna_ non
sarebbe altro che l'_Antologia_ perfezionata.

_Io._ Dunque S. A. non sa nulla del mio progetto, non ha letto nulla.

_Ministro._ Certo io non voglio si possa proporre simil cosa al
Granduca.

_Io._ Ma V. E. non si avrà per male se porto direttamente a Pitti il mio
progetto e la mia supplica.

_Ministro._ Lei è padrone di far ciò che vuole a questo riguardo.

_Io._ Ma lei poi mi darà contro.

(_qui un semplice movimento di testa, che non dice, né sí né no_).

_Io._ Io dunque anderò a Pitti„.


APPENDICE XVII (pag. 360).

“_Alla Voce della Verità._

PROTESTA.

I Redattori della _Voce della Verità_, nel n. 552 del loro giornale
hanno inserito un articolo intitolato _Pensieri di circostanza_, che
termina colle seguenti parole:

“Un popolo veramente religioso non resterà mai preso nella sua totalità
dalle illusioni politiche; egli non intenderà mai come la guerra e le
sommosse sieno preferibili all'ordine e alla pace. Presso questo popolo
vi avranno sempre piú savj politici, perché la prudenza, l'avvedutezza,
l'imparzialità dei giudizi sono doti che la religione procaccia. Un
libretto o un giornale, che difendano la Religione e i governi
stabiliti, godranno maggiore popolarità, e faranno piú effetto sulla
parte migliore di questo popolo, _che tutti i Proclami del Sig.
Vieusseux_, e le usate lamentazioni patriottiche sulla parte deteriore
di lui. Una voce di religione può sollevare migliaia di braccia in
questo popolo, mentre il liberalismo non ne troverebbe due per sé,
essendogli necessaria la guerra per sostenersi, e impossibile questa
senza una leva _antipatica_ a tutti. Dopo tutto questo è chiaro perché
il liberalismo faccia fortuna fra le classi immorali. Ci vuol altro per
essere talenti politici che inventare o usare parole nuove, e saper
gridare: progresso, indipendenza, diritti dell'uomo, eguaglianza, nei
crocchi e in mezzo ai bagordi di quattro o cinque città _ultra-civili!_
E poi venitemi a dire che _i talenti sono alleati della rivoluzione_;
sí, lo sono, come i pesci bruti sono alleati del pescatore che li piglia
all'amo„.

Sino a tanto che la _Voce della Verità_ si limitava a pubblicare le sue
critiche ed i suoi dubbj intorno a ciò che da me veniva e vien
pubblicato, come editore, o diffuso e raccomandato per conto di altri
editori, poco me ne curava, e non rispondeva che col silenzio del
disprezzo, eziandio alle sue piú maligne e calunniose insinuazioni,
perché facile era per tutte le persone di senno riscontrare in quelle
istesse pubblicazioni, quegli articoli o quei passi da essa presi di
mira. Ma allorquando la _Voce della Verità_, senza citar nulla che possa
somministrar mezzi di riscontro, si fa lecito di supporre fatti che, se
esistessero, diventerebbero un'accusa terribile contro di me, io devo a
me medesimo di protestare, come altamente protesto, contro questa
supposizione ch'io mandi fuori Proclami contrarj alla religione, al buon
vivere e alla morale; e la dichiaro MENZOGNERA e CALUNNIOSA sotto tutti
gli aspetti.

Dichiaro inoltre, che non ho mai adoperato, né mai adoprerò mezzi simili
di pubblicazioni; e confido che ognuno riconoscerà che il _Progresso_
come l'intendo, non è quello che può essere ambito dagli uomini immorali
ed irreligiosi, a qualsiasi partito appartengano. Dichiaro infine che
dopo la presente solenne _Protesta_, io non prenderò piú la penna per
difendermi contro gli attacchi di chi mi vuol del male, appellandomi fin
d'ora, di ogni nuova accusa calunniosa, al buon senso del pubblico, ed
alla giustizia degli uomini dabbene.

  Firenze, 5 marzo 1835

                                     G. P. VIEUSSEUX

                                  Proprietario e Direttore
                            del “Gabinetto scientifico-letterario„.

_Dalla tipografia Galileiana_„.


APPENDICE XVIII (pag. 362).

_Difesa del Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo._

“_La Voce della Verità._

Una gazzetta alla quale era serbato superare in barbarie di stile, in
goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza
d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce
l'Europa avversi ad ogni religione e ad ogni piú venerabile autorità;
una gazzetta alla quale fu inspiratore degno l'autore dei _Pifferi di
Montagna_, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana
com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; una
gazzetta il cui nome è nome di scherno, le cui dottrine meritarono la
riprovazione del governo austriaco il quale ne interdisse la pubblica
lettura nelle provincie lombarde, in quelle provincie dove l'_Antologia_
di Firenze aveva liberi soscrittori e lettori moltissimi, e lodi
solenni, fiorente e caduta, ne' giornali e ne' libri; la _Voce della
Verità_, dopo aver toccato in certi suoi pensieri, come Ella con
l'eleganza usata li chiama _di circostanza_, toccato di _guerra_, di
_sommosse_, di _governi stabiliti_ e di _religione_, accennava quasi
come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di
guerre e di sommosse i _proclami_ di Gian Pietro Vieusseux; e
soggiungeva non so che della parte _deteriore_ del popolo italiano,
delle classi _immorali_, o dei _bagordi_ delle città _ultra-civili_: né
a confermazione della accusa recava ella, la _Voce della Verità_,
cosiffatti proclami; né dimostrava perché G. P. Vieusseux dovesse essere
relegato nella parte deteriore del popolo italiano, e come entrass'egli
ne' bagordi delle città piú che civili, né quali vincoli stringessero
lui alle classi _immorali_, né come si possano senza menzogna servile
chiamare _immorali_ le _intere classi_ di un popolo per depravato ch'e'
sia. E perché G. P. Vieusseux con l'assenso del governo toscano chiamava
bugiarda e calunniatrice la _Voce della Verità_, già colpevole d'altre
calunnie e d'altre bugie, (delle quali profanò fino i sacrarii delle
tombe, crudele agli uomini, ed empia contro la misericordia di Dio) in
difesa della sua stoltizia quella _Voce_ medesima rispondeva nuove
stoltizie e menzogne; doversi l'_Antologia_ giudicare secondo i giudizî
di chi non ne fu mai parte, e mal la conobbe; secondo l'autore di certe
addizioni ad un libro di Silvio Pellico, al quale la censura d'un
principe amico al duca di Modena concesse l'uscire nella pubblica luce:
essere quell'autore _squarciator dei veli carbonici_; e, perch'egli
disse l'_Antologia_ di Firenze sorella al _Conciliator_ di Milano, e
congiura il _Conciliatore_, essere l'_Antologia_ pretta congiura,
_carboneria_ pretta, e non proclami ma congiure doversi chiamare gli
scritti dal Vieusseux pubblicati. E perché l'_Antologia_ non credette
necessario confutare un libro stampato fuori d'Italia, e da pochi
italiani letto, e da nessuno tenuto per autorevole; tanto piú che
sufficiente confutazione a quel detto era l'_Antologia_ stessa; di qui
la _Voce della Verità_ con ingegnosa carità di cristiano conchiude che
l'_Antologia_ non è proclama, è congiura. E ciò vuol dire che contro la
religione erano congiurati tanti uomini virtuosi e dotti che
nell'_Antologia_ scrissero, e non sola una volta, l'Ab. Zannoni, l'Ab.
Follini, l'Ab. Rigoli, l'Ab. Missirini, il Padre Inghirami, Cesare
Lucchesini e tanti onorevoli magistrati e scrittori di tutte le parti
d'Italia e d'oltremonte, il Cibrario, il Nota, lo Sclopis, il Manno, il
Balbo, il Grassi, il Rosellini, il Carmignani, e l'Hammer ed il
Mustoxidi. E ciò vuol dire che contro i governi stabiliti congiurarono
il governo Toscano che l'_Antologia_ permetteva, il governo papale che
tanti esemplari ne riceveva nelle sue città: e ciò vuol dire che
eccitatori di guerre e di sommosse, e collegati alle _parti deteriori_
sono Ferdinando e Francesco e Ferdinando di Napoli, Carlo Alberto e
Carlo Felice di Sardegna, Francesco d'Austria, il duca di Modena. E
notate che l'ultimo quaderno stesso dell'_Antologia_, nel quale la
censura toscana non trovò alcun delitto, nel quale non trovò alcun
delitto il ministro di stato che co' suoi proprî occhi lo esaminò
lungamente, e dal quale trasse la _Voce_ di Modena avvelenatrice,
occasione di scandalo, (onde, non già per colpa commessa, ma per evitare
delazioni tediose e querele, il toscano governo credette dovere
all'_Antologia_ troncare la vita), quello stesso quaderno, io dicevo, in
altre parti d'Italia fu accolto, senza che i _governi stabiliti_
vedessero ivi entro _sommosse_. E se taluno degli scritti
nell'_Antologia_ contenuti accennava a dottrine che alla _Voce_ di
Modena fanno paura, basti che non facessero paura al duca di Modena, al
Papa, e alla toscana censura.

Or di che mai la _Voce_ di Modena non sente terrore o nol finge? Chi
venisse, e dicesse: non temete, o povero gregge, che al padre vostro è
piaciuto dotarvi del regno[1395]: ogni valle innalzata e sarà umiliato
ogni monte[1396]: noi aspettiamo la consolazione d'Israello[1397]: la
_Voce della Verità_ griderebbe che cotesti sono proclami e congiure. Non
già ch'io voglia porre comparazioni tra le umane cose e le divine: ma
intendo accennare quanto antico vezzo sia questo zelo calunnioso, che
crea coll'interpretazione i delitti, ch'esaspera le ire, che
sull'innocente indifeso vilmente s'avventa, e un colpo solo non basta
alla paurosa sua rabbia, e una feroce necessità gli comanda
sopraggiungere all'ingiustizia l'oltraggio, e mescere all'impudenza del
bugiardo la viltà dell'ipocrita. Or che disse alla donna convinta di
fallo il re mansueto? S'altri non ti condanna, né io vorrò
condannarti[1398]. E questi zelanti, a colui che da nessuno è accusato,
a colui che da' principi vigilanti ed amici dell'autorità propria ha
protezione e rispetto, che dicono? Se nessuno ti condanna, e io ad
accusare son pronto, pronto ad imaginare la colpa, a provocare la pena,
ad aggravarla di nuove provocazioni e di scherni. E costoro di religione
ci parlano! E vogliono pace! E tacciano d'_immoralità_ ordini interi di
cittadini! E sprezzano _la parte deteriore del popolo_; essi, volgo dei
pensanti, e sentina del cristianesimo, e feccia di fiele!

Questa Voce che a Dio s'immedesima, perché Dio solo è verità[1399],
rinnovella le calunnie dei nemici al nome cristiano che dicevano
concitatori della città[1400] gli uomini al vero devoti, e vociferavano,
e gettavan polvere in aria[1401] gridando vendetta. Questa _Voce di
Verità_ osa asseverare che G. Pietro Vieusseux prestava _i suoi tipi_ ad
uno sciocco, come lo chiamarono, bullettino escito nel marzo dell'anno
che l'_Antologia_ fu soppressa: e non sa che G. P. Vieusseux non ebbe
mai _tipi suoi_, non sa che le indagini in Toscana fatte a scoprire
l'autore di quella stupida impertinenza non osarono pur rivolgersi al
direttore dell'_Antologia_; non vede che tra quel bullettino e la _Voce
della Verità_ la fratellanza della goffaggine è tanta da dovere ogni
uomo di senno sospettar piuttosto essere cotesto scritto modenese
fattura che fiorentina.

Nessuna cosa è nascosta che non debba essere rivelata[1402]: e verrà
giorno che le mene segrete, e le sozze vie per le quali ai vostri fini
v'ingegnate di giungere, saranno palesi al mondo, o bugiardi: e sarà
chiaro allora quali sono i nemici veri de' _governi_, quali le illusioni
_politiche_, e quali coloro che a _sostenersi credono necessaria la
guerra_.

Ora ecco nuove congiure tramate da G. P. Vieusseux.

Egli diffonde per Italia il _Progresso_, giornale di Napoli, dalla
censura napoletana approvato; lo diffonde in paesi soggetti a censura;
diffonde un giornale al quale il nuovo direttore fu scelto dal governo
di Napoli stesso; diffonde un giornale in cui scrivono il Liberatore,
direttor d'altri annali, cosa in tutto regia, e il Iannelli e il Tenore
e il Galluppi e l'Avellino e il Capocci e il Delle Chiaje e il Galanti e
il Gräberg e l'Ab. Iorio ed il Muzzarelli prelato romano. Egli diffonde
(e le sue lettere, spaventevole audacia! lo dicono in istampa) diffonde
un giornale agrario, un dizionario geografico, e alcuni libri
d'educazione che sono già nel commercio di tutta Italia: tra' quali è un
manuale di Ferrante Aporti, sacerdote, che primo in Italia fondò le
scuole infantili, e al santo ministero consacrò l'ingegno e la vita; e
n'ebbe dal governo austriaco lode e ringraziamenti e sussidî. Ma il
governo austriaco, secondo la Voce di Modena, è nemico de' governi
stabiliti, amico alle _leve antipatiche_. E perché il sacerdote Aporti
istituí certe scuole della Domenica nelle quali non insegnare opera
servile (come sarebbe le magnifiche imbandigioni de' ricchi cui molti
servi lavorano nelle feste solenni; o quale l'opera del cocchiere che
nei dí delle feste solenni conduce i ricchi alla chiesa di Dio), ma ad
insegnare i principî teorici di certe arti ai giovanetti che, dopo le
pratiche della religione, rimangono il resto della giornata oziosi; per
questo un altro giornale s'arma contro il buon sacerdote di zelo
farisaico, e parla come scriba non com'uomo che di ciò fare abbia
potestà[1403], e mentisce alla parola di Cristo: non l'uomo per il
sabbato, ma il sabbato è fatto per l'uomo[1404]. Chi è della terra,
parla linguaggio di terra[1405]: chi d'odio si pasce odio riceve. Cristo
comanda: non dite falsa testimonianza: e costoro mentono. Cristo: amate
i nemici, e costoro le inimicizie fomentano, accattano, creano. Cristo e
i suoi promettono parole di vita[1406], e costoro gioire nelle imagini
di prigioni e di morte; e il pensiero d'un uomo che soffre, rasserena la
torba anima loro, li fa faceti. _Pieni di malizia, di contenzione, di
dolo, di malignità, sussurroni, detrattori, lanciatori di contumelie,
superbi, inventori del male, senza misericordia, senz'affetto._

E a costoro io volgo sí dure parole, perché costoro dello scandalo
esultano, e gridano col preside iniquo: non sai tu ch'io ho potestà di
farti del male?[1407] A costoro io volgo dure parole, perché il servo
spietato al conservo suo, Dio punisce d'inesorabile pena; perché Gesú
non contr'altri che contro i falsi zelatori alzò sdegnoso la voce.[1408]
Io parlo con indegno e senz'ira, con fiducia e senza terrore la parola
del vero: e dico a quei della _Voce_ che in sí misero modo infamaron se
stessi: voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi. Dico: voi siete
vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.
Dico: siete empi perché rinnegate la carità. Sia permesso a G. P.
Vieusseux (e sarà, spero, dalla equità del governo Toscano) dichiarare
nel suo rinato giornale le opinioni proprie e degli amici suoi, dire i
suoi desiderî, come onesti, come sacri ad ogni innocua verità; sia
permesso smentire co' fatti le vostre fallacie. Allora parlate, allora
fatevi censori della censura italiana, insultatori di tutti i governi
italici, allora infangatevi di delazione, e di bile abbeveratevi a
piacer vostro.

E queste cose io scrivo lontano da G. P. Vieusseux, e di mio libero
moto, professando apertamente ch'io l'amo; ma che non l'affetto, sí
l'amore della giustizia mi fa parlare. E la mia parola è credibile;
perch'ha in sé il suggello della sua verità. E voi, se siete cristiani,
fate echeggiare questa mia parola alla _Voce_ vostra, echeggiar tutta
del primo all'ultimo accento. Poi rispondete: e sotto allo scritto
ponete il nome vostro. I' pongo il mio.

  Parigi, nell'aprile del 1835.

                                                  N. TOMMASÉO.

_Dai tipi di Pihan Delaforest_ (Morinval)„.


APPENDICE XIX (pag. 364).

_Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a Niccolò Tommaséo._

                                                    “13 maggio 1835.

Ricevo le copie del vostro scritto alla _Voce della Verità_. Mio buon
amico, io vi ringrazio quanto piú so e posso per il sentimento di vera
amicizia e di dignità che ha dettato quell'eloquente discorso. A pena
l'ho avuto letto sono andato alla Presidenza del Buon Governo ove ne ho
lasciata una copia pel Presidente Bologna. Un'altra ho portata al P.
Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare colla stampa fiorentina, ma
sotto data di Parigi, e come semplice _ristampa_. Egli la trasmetterà a
Palazzo Vecchio. _Il va sans dire_ che la mia domanda non sarà accolta
con favore, ma pure è opportuna perché prova ch'io sono sempre coerente
con me medesimo, ed il medesimo Segretario Fabbroni m'ha detto: _a
questo scritto non si risponde_. Un'altra copia assicurata in una
stecca, resta in lettura al _Gabinetto_. Suppongo che a Modena l'avete
mandata direttamente. Ora sentiremo ciò che diranno quei furfanti:
immensa sarà la loro rabbia, ma impotente. Del resto, tutto considerato,
il Governo toscano vi fa buona figura: voglio sperare che questo scritto
verrà letto da S. A.; ma non mi lusingo che possa impegnarlo a lasciarmi
ricominciare un giornale — anzi, ho molte cose che mi provano che piú
che mai non si vuole ch'io ne faccia uno; tra le altre cose so
positivamente che si cerca uno che voglia intraprenderlo; potrei anche
nominar la persona che dovrebbe dirigerlo. Brav'uomo, ma senza energia,
senza quella cognizione e sopra tutto quell'esperienza degli uomini e
delle cose, senza della quale non si fa un giornale in nessun paese del
mondo, e particolarmente in Italia„.


APPENDICE XX (pag. 364).

_Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò
Tommaséo._

“_Nota._ 19 maggio 1835. Osservazioni rispettose dettatami dalla
lettura.

G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor
Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli
pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato in _quella
Capitale_. È questa una filippica contro la gazzetta di Modena _La Voce
della Verità_, che morse già acremente l'editore della soppressa
_Antologia_, ed è per lui l'orazione _pro domo sua_. Vieusseux mi è
parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale
sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi della _Voce della
Verità_, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso
il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè
coll'istessa data di Parigi. Ma se la _Voce della Verità_ ha (ed è pur
troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi
talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche
volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in
discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo
scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare
dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i
meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di
prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la
rettitudine delle intenzioni del già editore della _Antologia_ e
mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per
l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi
fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad
offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'_Antologia_. Per
questo si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati
presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può
essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran
diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica
e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la
circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette
delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il
vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori
profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei
banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di
politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e
degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di
bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di
sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si
fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto
mi pare perciò affatto riprovevole.

                                                        BERNARDINI„.


APPENDICE XXI (pag. 365).

_Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti._

“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale
s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte.
Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a
costoro come chiamare _infernale_ ogni cosa che loro non paia lodevole,
sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia
stoltezza ancor piú che fallo: dica che la _certa scienza_ e _pazienza_
(come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del
Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un
uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di
cristiano: dica che chiamare congiura l'_Antologia_, foss'anco rea delle
colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che il _puzzo_, il
_fetore_, la _sozzura_, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano
chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono
l'_Antologia_ che la _Voce_: dica che _non curarsi di sapere_ de' fatti
che possono scolpare l'uom piú reo della terra, è indegno d'accusatori,
proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in
Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità,
inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto
di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte
alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per
la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al
giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul
capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua
coscienza: dica da ultimo che se la _Voce_ nella sua rabbia persiste
avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al
semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che
portan l'odio nel nome di Dio.[1409]

Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo
l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro
stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.

  Parigi, 4 giugno 1835.

                                                          TOMMASÉO„.


APPENDICE XXII (pag. 367).

                                              “Addì 20 maggio 1835.

_Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli Al Signor_ NICCOLÒ TOMMASÉO
dimorante in Parigi, o altrove.

_Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor
Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di
Canosa etc. etc. etc. _è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana
come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?_ Cosí
voi, volgo non _dei pensanti_ ma della canaglia settaria, sentina non
_del Cristianesimo_ ma del Sansimonianismo, e feccia non _del fiele_ ma
delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra
delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta
dell'Italia centrale — _La Voce della Verità_ — di di cui avete rimessi
a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e
zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e
sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo
di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo
Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato
energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed
assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre,
(politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete
denominato il vostro pazzo libello — _La Voce della Verità!!!_ — _

_In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le
vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco,
possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore
dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta
Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con
sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani
nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che
riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e
riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e
degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene
a senso nostro, non lieve difetto praticata con un' _(sic)_ automa qual
siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci
domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí
espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi
mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che
un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di
Canosa per _un villano_, e per _un uomo stolidamente torbido e
vituperevolmente irrequieto_; quello che di piú, senza provocazione ha
osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta — _La Voce della
Verità_ — unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente
difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future
generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del
pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di
quella Antologia, che attraverso la sua innocenza _battesimale_ pretesa,
non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate
determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo._

_Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali
(sebbene insultati di persona pure nelle villanie vomitate contro _La
Voce della Verità_, essendo noi, da anni della medesima, continui,
dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da
aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore,
dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto
speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di
dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da
quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo
sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei
difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del
grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come
ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore della _Voce della
Verità_, che non importerebbe prendere le difese di un esimio
Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle
di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú
diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e
sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico
il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna
maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi
liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non
resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e
del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione
delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque
mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel
santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha
goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene
tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti,
noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del
Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa._

_I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi
dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e
somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato
cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate
apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta — _La Voce della
Verità_ — l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi
esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed
all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri
all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza
politica e governativa; le di lui opere molteplici ne costituiranno le
prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo
vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha
sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto
sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere
l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui
satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che
sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime.
Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi
vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava
sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e
cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano
capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri
dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò
maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il
partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché
molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di
Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed
avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad
onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo
bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari
fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia
in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né
agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico
per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî:
che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e
sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia
distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed
i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e
spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed
i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i
meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo le _gloriose
giornate francesi Lugliatiche_. Lo spirito pubblico legittimista
languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai
parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della
legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le
rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i
giornali venduti alla _Propaganda_ ed alla esiziale, cosí detta,
_giovine Italia_ lanciavano frequentemente, con audacia demagogica
furibonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il
Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e
benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo
stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di
scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a
confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al
torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di
Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa
imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale
liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolica
_Propaganda_, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla
testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi
infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i
buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti?
Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle
devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di
Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono
infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona
fede; è dovuto al giornale della _Voce della Verità_, suscitato a di lui
pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con
intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò
d'eguale spirito e dottrina, come _La Voce della Ragione_ etc. etc.,
giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni
Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno
e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne
infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e
commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc.
etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile
rivoluzionaria._

_Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della
legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di
stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un
Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta
gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti
d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che
bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi
abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che
discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa
(appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo la
importanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine
ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non
sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice
senso comune, non si può essere nemici _politicamente_ del Principe di
Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una
completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso
della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al
certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito
rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di
Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla
quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità,
non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento
da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata
nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta — _La
Voce della Verità_ — per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva
concedere — _Barbarus his ego sum_._

_Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc._

                              Senza timore né di veleni né di stili
                              IL BALI COSIMO ANDREA SANMINIATELLI„.


APPENDICE XXIII (pag. 368).

_Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo._

_La Voce della Verità._

II.

Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove:
né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me
non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del
governo toscano.

Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P.
Vieusseux. Mentitori, perché alle _parti deteriori_ del popolo italiano
lo aggregarono e alle _classi immorali_. Mentitori, perché lo
immischiavano a non so che sognati _bagordi_. Ed eglino, per rispondere
a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono
con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certe esequie
riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole
non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché
l'_Antologia_ denunziarono come congiura, l'_Antologia_ alla qual tanti
uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in
risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se
il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato
altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si
conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono,
nell'_Antologia_ non volle mai né seppe discernere quella congiura tanto
evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men
pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi
di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo:
intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino
stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori
perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura
permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori
perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon
l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce
di scherno.

Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono.
Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro
diffamazioni, e scusan poi non so chi d'_allungare_ quel libro; e
allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché
non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma
gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie.
Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a
dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini
contro il Vieusseux) rispondono: _non ne sappiam nulla, e non ce
n'importa._ E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno
fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che
le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori
perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo
austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal
governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo
direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a
quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dico
_rispettati_, e sappia _La Voce_ di Modena che i buoni governi
rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di
questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verbo
_allungare_. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un
centro di _tenebrose mene_; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il
dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e
le altre che già noverai.

Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre
volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere
davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla
potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole
connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno
dell'_Antologia_ le parole del _Journal des Savants_ che le rimprovera
_les doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps_: e chi
conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le
dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione
cantarono e a que' del _Globo_ che la spiritual natura dell'anima
difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo
ed ipocrita, tacciano l'_interna malvagità_ degli avversarî loro, e le
_teorie degne del capestro_ e le _malizie lambiccate in inferno_: ed
eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e
nelle pene, eglin trovano nella mia risposta _soggetto di pianto_; e
vogliono _forzare all'ozio_ (all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e
chi loro non garba paragonano al _ladro_, al _tagliaborse_,
all'_assassino_; e gli danno lo _stilo_, il _coltello_, il _pugnale_, il
_nappo del tossico_, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli
veggono in fronte _macchie di sangue_; e lo chiamano _a partecipanza_
(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) _a partecipanza_ lo chiamano
di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna
d'essere _vituperato_, e parla di _pantano_ e di _sozzura_ e di
_mondezzaio_, ha nome Cesare Carlo Galvani.

I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro,
e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non
mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure
oppresso, e carità dell'Italia.

                                                        N. TOMMASÉO.

  29 maggio 1835, Parigi.

_Dai tipi di Pihan Delaforest_ (_Morinval_)


APPENDICE XXIV (pag. 376).

_Circolare del Vieusseux, del 20 gennaio 1848._

“..... Allorché, dando ascolto a un sentimento mio proprio e agli
amorevoli incitamenti de' miei amici, io mandai in pubblico il manifesto
della _Fenice_, sperava che l'annuncio della resurrezione
dell'_Antologia_ sarebbe giunto gradito all'universale. Né m'ingannai;
imperciocchè buon numero di sottoscrittori, e promesse di collaborazione
da tutte le Provincie d'Italia, vennero subito a confortarmi nel nuovo
disegno. Ma allora io non poteva misurare per quanto spazio si sarebbe
esteso il magnifico movimento politico, del quale Pio IX e Leopoldo II,
colla legge sulla stampa, avevano dato il segnale; ed ancor meno poteva
prevedere i gagliardi effetti che ne sarebbero con sí mirabile
sollecitudine seguitati.

Ma non sí tosto nel regno Lombardo Veneto fu conosciuto il mio
_Manifesto_, che contro la _Fenice_ fu bandito il decreto di
proibizione. Da ciò presi certezza che il mio giornale non sarebbe stato
ammesso neppure a Napoli, a Parma, a Modena. D'altronde, la stampa
politica, e soprattutto la quotidiana, prese in poco tempo tale
importanza, e attrasse talmente l'attenzione del pubblico, che ogni
giorno s'affacciavano a me nuovi ostacoli da superare. Quindi mi
nacquero dubbi sulla opportunità del mio progetto: e anzi che metter
subito mano all'opera, stimai prudente consiglio aspettare il mese
d'ottobre. Venuto l'ottobre, i miei dubbi invece di scemare
s'accrebbero. Mi restava però qualche speranza che la _Fenice_ avrebbe
potuto aver principio col gennaio del 1848. Ma erano illusioni... Ognor
piú gli spiriti van rivolgendosi alla politica; ed un giornale mensile,
come dovrebb'essere la _Fenice_, essenzialmente filosofico, scientifico
e letterario, non troverebbe che scarso numero d'associati, e non
potrebbe sostenersi che mediante rilevanti sacrifizi pecuniari.

Per tali ragioni, non senza provar vivissimo dispiacere, debbo
rinunziare (almeno per ora) a mandare ad effetto il mio disegno, ed
aspettare a riprenderlo tempi piú propizî ad imprese siffatte.....„.



SPIEGAZIONE DELLE SIGLE[1410]


  “*„                 Gino Capponi.
  **                  Salvatore Viale.
  ******              Raffaello Uzielli.
  A. B.               Antonio Benci.
  A. G. C.            Avv. Giovanni Castinelli.
  A. R.               Antonio Renzi.
  C. C.               Carlo Cattaneo.
  D.                  Gaetano Cioni.
  D. E. B.            Dottor Emmanuele Basevi.
  D. P.               De Potter.
  D. S.               Defendente Sacchi.
  D. V.               Domenico Valeriani.
  E.                  Enrico Mayer.
  E. B.               Dottor Emmanuele Basevi.
  _Ellenofilo_        Enrico Mayer.
  E. M.               Enrico Mayer.
  Em. B.              Dottor Emmanuele Basevi.
  E. R.               Emmanuele Repetti.
  φιλαλήθης           Costantino Golyeroniades.
  Filandro            Federico Del Rosso.
  Filogine            Enrico Mayer.
  Flourens            G. B. Niccolini
  F. P.               Francesco Poggi.
  F. S.               Francesco Forti.
  F. S. T.            Ferdinando Tartini Salvatici.
  F. T. S.            Ferdinando Tartini Salvatici.
  G.                  Dottore Giuseppe Giusti (una volta, nella
                        prefazione all'annata del 1821).
  G. B. Z.            Giovan Battista Zannoni.
  G. C.               Gino Capponi.
  G. G.               Giuseppe Gazzeri.
  Gl. C.              Pietro Colletta.
  G. M.               Giuseppe Melchiorri.
  G. P.               Gabriele Pepe.
  Γ. Π.               Gaetano Cioni.
  G. P. V.            Gian Pietro Vieusseux.
  G. R. P.            Giuseppe Pagnozzi.
  Il cieco Patrizio   Federico del Rosso.
  J. G. H.            Jacopo Gräberg di Hemso.
  K. X. Y.            Niccolò Tommaséo.
  L.                  Michele Leoni, fino a tutto il 1827 compreso.
                        Dal '29 in poi, Luigi Leoni.
  Λ.                  Giovanni Valeri.
  _Lettera di un
  viaggiatore al
  direttore
  dell'Antologia._    Giovanni Valeri (1827, tomo XXV, n. 74,
                        febbraio, pag. 100).
  L. C.               Luigi Cibrario.
  _Lettere di un
  socio ordinario
  dell'accademia
  archeologica di
  Roma._              Giuseppe Melchiorri.
  M.                  Giuseppe Montani.
  M. G.               Giuseppe Montanelli.
  M. P.               Mario Pieri.
  N.                  Giovan Battista Niccolini.
  N. J.               Niccolò Tommaséo.
  N. L. B.            Napoleone Luigi Bonaparte.
  N. T.               Niccolò Tommaséo.
  O.                  Gaetano Cioni.
  ω                   Prof. Gaetano Giorgini.
  P.                  Francesco Poggi — e una volta Gaetano Cioni
                        (nella prefaz. all'annata del 1821).
  _Patrofilo_         Giuseppe Bianchetti.
  P. C.               Pietro Capei.
  R.                  Antonio Renzi.
  R. C.               Rodolfo Castinelli.
  R. Z.               Pietro Petrini. (_Degli onori parentali
                        renduti alla memoria del Tasso_, 1822,
                        aprile, pag. 331).
  S.                  Domenico Valeriani (_Saggio su l'uomo_
                        di A. Pope ecc., traduzioni di L. Mancini,
                        1825, dicembre, pag. 52).
                      Vincenzo Salvagnoli (Lettera al Direttore
                        dell'_Antologia_ su una _memoria_
                        dell'avv. Mugnai, 1825, luglio, pag. 145;
                        Della libera difesa degli accusati, 1824,
                        giugno, pag. 177).
  S. C.               Sebastiano Ciampi.
  S. U.               Salomone Uzielli.
  T.                  Stefano Ticozzi fino al 1824;
                        dal 1826 N. Tommaséo.
  T. M.               Terenzio Mamiani.
  T. Q. Z.            Vincenzo Antinori.
  T. T.               Tommaso Tonelli.
  _Un italiano_       Giuseppe Mazzini.
  U. L.               Urbano Lampredi.
  _Uno_ (sic)
  _vostro
  associato._         Sebastiano Ciampi. (finge in quell'articolo
                        essere uno straniero)
  V. A.               Vincenzo Antinori.
  V. S.               Vincenzo Salvagnoli.
  V. S. M.            Vincenzo Salvagnoli.
  X[1411]             Antonio Renzi (_D'alcune obiezioni del sig.
                        di Bonald contro l'insegnamento reciproco_,
                        1822, ottobre, pag 3.
                      — _I ragguagli su le esposizioni del 1822-23_.
                      — _Relazione su l'adunanza dell'Accademia della
                        Crusca_, 1822, ottobre).
                      Gino Capponi (Su la tragedia del Niccolini,
                        _Edipo nel bosco delle Eumenidi_, 1823,
                        marzo, pagina 186.
                      — Su la tragedia del Niccolini, _Ino e Temisto_,
                        1824, febbraio, pag. 142).
                      Leopoldo Cicognara (_Dell'istituzione delle
                        accademie in Europa_, 1826, gennaio, pag. 92.
                      — _Sopra due sale recentemente dipinte nel
                        palazzo Pitti_, 1827, gennaio, pag. 3).
                      G. B. Niccolini (_Necrologia di A. Renzi_,
                        1823, maggio, pag. 204.
                      — _Necrologia di P. Belli Blanes_, 1823,
                        ottobre, pag. 187).
                      Lorenzo Mancini (Sull'_Iliade_ di Omero,
                        volgarizzata da Lorenzo, 1821, agosto, pag.
                        212).
  X. X.               Silvestro Centofanti.
  Y.                  Gino Capponi.
  Z.                  Giovan Battista Zannoni.



CORREZIONI E NOTE


Correggerà da sé il lettore alcune inesattezze sfuggitemi nella stampa,
come ad esempio:

Pag. 3 _stati_ per _Stati_

Pag. 6 e 8 _italiani_ per _Italiani_

Pag. 11 e 15 _escire-esciva_ per _uscire-usciva_

Pag. 181, nota 2ª _La diminuzione austriaca per La dominazione
austriaca_.

Pag. 189 _e quei materiali_ per _a quei materiali_

Pag. 218 _argomenti di scienza, l'Antologia_ per _argomenti di scienza_
l'_Antologia_,

Pag. 241 _dall'altra_ per _dall'altro_

Pag. 231 Scipione Mattei per Scipione Maffei

E vorrà, spero, perdonarmi l'avere scritto (pag. 96) _paterno regime
toscano_.

Altri errori però, piú gravi, mi preme correggere:

Pag. 124, nota 5ª: _del 28 ottobre 1823_ per _28 ottobre 1828_.

E a torto ho affermato che il Vieusseux _inutilmente scriveva_ al
Ministro: Per mezzo del cav. Francesco Branda, al quale con lettera del
28 ottobre, si era il Vieusseux raccomandato, e del cav. Nicola
Nicolini, otteneva egli piú tardi un ribasso. Vero è ch'egli l'otteneva
per essere un “affare di poco momento„, ma tuttavia l'otteneva: come
rilevasi da questa lettera diretta al cav. Nicola Nicolini, e
gentilmente comunicatami dall'avv. Fausto Nicolini. “Stimatissimo signor
cav. Non prima di questa mattina il Ministro delle Finanze ha decretato
la petizione dell'editore dell'_Antologia_ di Firenze con scriversi al
direttore Generale De Turris che si accordava la dimanda per essere un
affare di poco momento. Ve lo passo a notizia, affinché con questa data
possiate scrivere in Firenze. Vi bacio la mano. Napoli li 13 agosto
1829. devotiss.: ser.re e discepolo M. Svone.

Pag. 144: La lettera del Montani su l'_Iliade_ del Mancini, non è
diretta a Francesco Torti, bensí a un amico, F. L.; e nella nota 1ª
corrispondente, si deve leggere non _dell'8 ottobre_, ma del 24 gennaio.

Pag. 130, nota 3ª. Ho fatto ricerca, e ho ritrovato il documento. Non
proprio il Puccini, ma Giovanni Fabrini (e ciò si vede dal confronto con
altri suoi scritti) appose in margine alla lettera del Vieusseux del 17
agosto 1821 queste parole: “_Nota bene_. Il sig. cav. Presidente ha
detto non convenire l'inserzione sull'_Antologia_ dell'articolo
riguardante la ristampa dell'opera del Giannone, e quindi non
permettersi. Il signor Vieusseux ne è stato notificato. 31 agosto 1821„.
Non ho quindi errato un gran che nel dire: “il Puccini scriveva„.
L'impiegato scriveva ciò che il superiore aveva detto. Mi dichiaro
invece in colpa d'avere asserito che il Grottanelli dà errata la
segnatura d'Archivio, che è giusta (_Archivio del Buon Governo_, 1821,
filza 68, num. interno 3497). Resta però sempre vero ch'egli riporta
quelle parole e parte dalla lettera del Vieusseux, in modo non già
“notevolmente diverso„, ma diverso del tutto.

Pag. 244, nota 10ª. Tra i giudizî errati, mi piace qui ricordare quello
dato dal Tommaséo su' _Promessi Sposi_, cosí singolare e, a parer mio,
cosí contrario a quanto egli ne aveva prima scritto al Vieusseux, che il
prof. Michele Barbi pensa (_Miscellanea di Studî critici edita in onore
di A. Graf_. — Bergamo, 1903, pag. 256), che “l'intendimento apologetico
non appaia chiaro„, e dubita che l'articolo sia stato preso “proprio per
il suo verso„; notando che “ciò che ai critici odierni sembra
malevolenza pareva allora al Leopardi _divinizzazione_„. Ecco: nel 1827,
veleggiando per l'Adriatico, il Tommaséo postillava un esemplare de'
_Promessi Sposi_ donatogli dal Manzoni: e se gran parte di quelle
postille (come, ad esempio: — È da buffone: tuono che l'autore assume
talvolta — Non va — Quanta roba! — È goffo — Pare un dialogo del Goldoni
— È vecchiume — Lungherie misere — ) se gran parte, dico, di quelle
postille suonino lode, lascio agl'intendenti giudicare; e lascio altresí
giudicare se in quell'articolo famoso fosse _divinizzare_ il Manzoni il
dire, che non è naturale venire attaccando il destino di tante migliaia
d'uomini al destino di “due villanucci„; e che il Manzoni ha composto il
romanzo “col solo fine di comporre un romanzo„; e che “il tutto non ha
un'intenzione„ e che “dall'ingegno e dall'animo di Manzoni si deve
pretender di piú„. Io, per me, penso che al Tommaséo stesso non
dovettero piú tardi sembrare lodi, s'egli mutò, o tolse, o temperò
nell'edizioni seguenti, molte asserzioni di quel primo suo scritto. E,
in questo caso, al giudizio del Leopardi potrebbe contrapporsi quello
del Pieri, il quale, non tenero del Manzoni, dell'articolo del Tommaséo
scriveva: “supera qualunque noia l'insuperabile e ridicolissimo articolo
d'un signor Tommaséo sopra il romanzo del Manzoni.... Egli è una vera
turpitudine, e fa vergogna che tali articoli trovino luogo in un
giornale riputato per lo migliore d'Italia. E pure questo signor
Tommaséo, che ha tutto il caosse nel capo, passa per un'ingegno
peregrino....„ (_Memorie inedite_, “Riccardiana„ tomo IV, 7 dicembre
1827).

Né giusta mi sembra l'opinione dello Sforza, il quale pensa (_Brani
inediti_, seconda ediz., parte II, pag. CIX) che la sincera ammirazione
del Tommaséo fosse “come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa
inconsapevolmente tra il Manzoni e sé stesso„; e che le sue censure
significano: “Avrei fatto meglio io!„. Direi piuttosto, che altro è
scrivere a un amico le proprie impressioni, altro è scrivere per il
pubblico: e poiché troppo sono discordi i giudizi dati nelle lettere al
Vieusseux da quelli nell'_Antologia_, nella quale, se ben si osservi, il
critico loda non l'opera ma l'uomo, (uomo divino„, “ingegno divino„,
“genio e e cuore apertissimo„, che si è “abbassato a donarci un
romanzo„) con lodi tali da rendere, in questo senso, giustificato il
rimprovero di _divinizzazione_, fatto dal Leopardi; e poiché il Tommaséo
non pensava nel 1827 a romanzi, né fa di bisogno accusarlo di tanta
superbia da ritenerlo capace di pensare ch'egli avrebbe fatto meglio del
Manzoni; io credo che ne' giudizi di lui privati e in quelli espressi di
poi pubblicamente, rimutati da ultimo migliorandoli, si deva scorgere
solo una di quelle tante contradizioni di giudizio, non ignote a chi
abbia pratica del Tommaséo, e direi anche una delle tante prove del suo
spirito di contradizione. Perché nello scrivere al Vieusseux, cui
riferisce le impressioni varie del pubblico, non è difficile ch'egli si
sentisse spinto alle piú grandi lodi per contradire allo Zaiotti,
all'Ambrosoli, e agli altri giudici e lettori severi, ch'egli chiama
“bestiuccie letterarie„; e nello scrivere invece l'articolo per
l'_Antologia_, quando l'opera del Manzoni riscoteva in Firenze le lodi
piú concordi, si sentisse spinto a correre all'opposita parte, pur
mantenendo immutata per l'uomo la sua ammirazione.



INDICE ALFABETICO

_I numeri in corsivo indicano i nomi citati in nota_


A.

ACERBI Giuseppe, 9, 10, 11, _12_, 19, 32, 56, _125_, 245.

AFFÒ Ireneo, 262.

ALBANY (D') Luisa, 176.

ALBÉRI Eugenio, 247.

ALFIERI Carlo, _177_.

ALFIERI Cesare, 275.

ALFIERI Vittorio, 74, 142, 167, 193, 205, 257, 262.

ALIGHIERI Dante, 25, 180, 201, 203, 204, 229, 245.

ALLART Ortensia, _271_.

AMBROSOLI Francesco, 88.

AMICI Giov. Batt., 65, 231.

_Amico (L') della gioventú_, 293, 294, 295, 300.

_Amico (L') d'Italia_, 14, _101_.

ANACREONTE, 138.

ANCONA (D') Alessandro, _281_, _366_.

_Annali delle scienze_, 215.

_Annali universali di statistica_, 349.

ANTINORI Vincenzo, 88, 213, 214, 226, 228.

_Antologia italiana_, 374.

_Antologia (Nuova)_, _13_, _119_, 376.

_Antologia straniera_, 272.

APORTI Ferrante, 362, 365.

ARMAND Eugenio, 334, 373.

ARRIVABENE Ferdinando, 277, 286, _287_, 334.

ARRIVABENE Giovanni, 48.

ARRIVABENE Opprandino, 244, 277, 334.

ASCLEPIADE, 211, 231.

ASSAROTTI Ottavio Giambattista, 230.

AVÒLI Alessandro, 350.

AZEGLIO (D') Massimo, _2_, 14, _176_.


B.

BALATRESI Jacopo, 160.

BALBIANI Pietro, 216.

BALBO Cesare, 177, 247, 276, 292, 293, 296, _345_, 386, 390, 418.

BALBO Prospero, 191.

BALDACCHINI Saverio, 165.

BALDINI Lodovico, 325.

BARALDI Giuseppe, _85_.

BARBI Michele, 440.

BARBIERI Gaetano, 285.

BARBIERI Giuseppe, 167, 218.

BARDI Girolamo, 234.

BARELLAI Giuseppe, 161.

BARTOLINI Lorenzo, 208.

BASEVI Emmanuele, 87, 211.

BATTAGLIA Giacinto, 129.

BECCARIA Cesare, 199.

BELL Giovanni, 112.

BELLEGARDE Einrich, _4_, _5_.

BELLOTTI Felice, 167.

BELTRAMI Costantino, 219.

BELZONI Giambattista, 219.

BENCI Antonio, 54, 57, 59, 60, 62, 70, 75, 84, 122, _123_, 135, 170,
173, _174_, 180, 190, 194, 197, 198, 205, 206, 221, 226, 245, 267, 284.

BENEDETTI Francesco, 54, 246.

BENEDETTO IV, papa, 231.

BENTHAM Geremia, 225, 232.

BENTINCK, 4.

BENVENUTI Pietro, 208.

BERCHET Giovanni, 193.

BERNARDINI P. Mauro, 23, 70, 119, _128_, 129, 130, 132, 217, 222, 250,
256, 297, 298, 305, 306, 307, 308, 313, _316_, 317, 351, 352, 356, 364,
388, 390, 392, 395, 409, 411, 413, 423, 424.

BERNSTORFF Albrecht von, 128.

BERTAZZOLI cardinale, 217.

BERTOLDI Alfonso, _6_, _107_, _365_, _425_.

BERTOLOTTI Davide, 12, 167.

BESINI, 44.

BETTELONI Cesare, 246.

BETTI Pietro, 161, 211.

BETTI Salvatore, 15, 24.

BEUGNOT, visconte, 164.

BEYLE Henry (_vedi_ Stendhal).

BIADEGO Giuseppe, _130_, _181_.

BIANCHETTI Giuseppe, _94_, 137, 233, 244, _258_, 265, 273, 274, 275.

BIANCHI Carlo, 325

BIANCHI Nicomede, 321.

BIANCHINI Lodovico, 354.

_Bibliofilo (Il)_, 151.

_Biblioteca italiana_, 8, 11, 12, 13, 14, 17, 19, 20, 31, 34, 55, 56,
118, 125, 145, 187, 207, 242, 245, 250.

BIONDI Luigi, 16.

_Blackwood's Edinburgh Magazine_, 125.

BOCCACCI Giovanni, 201.

BOCCARDI Pietro, 325.

BOLIVAR Simone, 97.

BOLOGNA Giovanni, 314, 315, 316, 319, 322, 324, 325, 327, 341, 393, 397,
399, 400, 403, 422.

BOMBELLES (conte di) Carlo, 79, 128, 280.

BONALD Louis visconte di, 226.

BONAPARTE Carlo Luciano, 214.

BONAPARTE Elisa, 2, 84.

BONAPARTE Luigi Napoleone, 116, 214.

BORELLI Pasquale, 117, 232.

BORGHESI Bartolommeo, 15, 88, _122_, 184.

BORGHI Giuseppe, 131, 146, 205, 238, 250.

BORRINI Luigi, 205.

BORROMINI Francesco, 206.

BOSSUET Benigno, 46.

BOTTA Carlo, 99, _100_, _101_, 118, 131, 150, 152, 188, 192, 201, 238,
244.

BOUCHERON Carlo, 137, 167, 168, 177.

BOZZELLI Fr. Paolo, 231.

BRANCIA Francesco, 439.

BREISLACK Scipione, 9.

BREME (_di_) Ludovico, 13, 102.

BREWSTER David, 35.

BRIGHENTI Pietro, 104, _169_, _181_, 274, _281_.

BROCCHI Giambattista, 219.

BROFFERIO Angelo, 246.

BRUNN Federica, 38, 259.

BRUNN Ida, 128.

BUFALINI Maurizio, 93, 122.

BUONARROTI Michelangelo, 208.

BUONDELMONTI (case de'), 146, 161, 173.

BUZZI Gaetano, _161_.

BYRON Giorgio, 54, 198, 204.


C.

_Caffé (Il)_, _7_, 261.

_Caffé (Il) di Petronio_, 138, 382.

CAMPBELL Thomas, 199.

CANOSA (principe di) Antonio Capece Minutolo, 44, 137, 284, 288, 289,
290, 291, 309, 335, 359, 360, 361, 363, 366, 367, 369, 370, 372, 425,
427, 428, 429.

CANOVA Antonio, 78, 88, 128.

CANTÙ Cesare, _8_, _12_, _49_, _181_, 247, _281_, _343_.

CAPEI Pietro, 89, 163, 168, 223, 232.

CAPPI Alessandro, 210.

CAPPONI Gino, VIII, X, 17, 18, 20, 22, 24, _26_, _27_, _28_, _30_, 31,
32, 33, 34, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 45, 46, 47, 48, 49, 52, 55, 56, 57,
58, 60, 61, 64, 65, _70_, 73, _74_, 77, 78, _91_, 93, 94, _104_, 110,
115, 133, 164, _167_, 169, 170, 171, 174, 178, _179_, 180, 184, 188,
189, 203, 207, 208, _209_, 211, 216, 225, 231, 251, 253, 254, 259, 265,
269, 270, 277, 280, _283_, 291, 334, 346, 347, _348_, _354_, 360, 363,
364, 374.

CARDUCCI Giosuè, _167_, _217_.

CARLO Alberto, 223, 418.

CARLO Felice, 418.

CARLO Lodovico di Borbone, 44.

CARLO Magno, 296.

CARMIGNANI Giovanni, 18, 83, 98, 110, 112, 113, 115, 418.

CARPANI Giuseppe, _9_.

CARRARESI Alessandro, _20_, _34_, _348_.

CARRER Luigi, 247, 277.

CASARINI, 253.

CASSI Francesco, 15.

CASTELLAN A., 54.

CASTINELLI Giovanni, 84, 244.

CASTINELLI Rodolfo, 208.

CATERINA II di Russia, 233.

CATTANEO CARLO, 247.

CATULLO, 129.

CEMPINI Francesco, _319_.

CENNINI Cennino, 207.

_Censeur (Le)_, 30.

CENTOFANTI Silvestro, 112, 113, 128, 247, 348.

CESARI Antonio, 138, 139, 152, 155, 191.

CESARI Giovanni, _372_.

CESAROTTI Melchiorre, _5_, 91.

CHAMPOLLION Jean François, 243.

CHÂTEAUBRIAND Fr. Renato, 57, 199.

CHERSA Antonio, 139.

CHERSA Tommaso, 138, 139.

_Chiarini_ Giovanni, 322, 323, 324, 326, 327, 328, 403.

CHIARINI Giuseppe, _6_, _34_.

CIAMPI Sebastiano, 85, 133, _167_, 173, 178, 185, 188, 219, 221, 238,
243, 266, 307, 311.

CIAMPOLINI Luigi, 185.

CIANTELLI Torello, 278, 314.

CIBRARIO, Luigi, 124, _177_, 221, 223, 224, _321_, 402, 418.

CICERONE, 139, 155, 156, 186.

CICOGNA Emanuele, 186, 224.

CICOGNANI Filippo, 57.

CICOGNARA Leopoldo, _64_, 78, 92, 95, _167_, 170, _172_, 193, 207, 208,
209, 293, 304, 333.

CIMAROSA Domenico, 206.

CIONI Gaetano, 18, 22, 24, 50, 51, 52, 53, 54, 66, 69, 108, 119, 139,
_140_, 151, 168, 178, 179, 202, _209_, 233, 381, 382, 384.

CIONI Girolamo, _180_.

CIRONI Piero, _119_.

COCCHI Antonio, 211, 231.

COLLETTA Pietro, _44_, _96_, 104, 178, 217, 239, 247, 283, 370.

COLLINI Lorenzo, _6_, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 27, 28, 30, 31, 32, 37,
39, 86, 237.

COMPAGNONI Giuseppe, 93, 94.

_Conciliatore (Il)_, 13, 177, 196, 197, 204, 261, 262, 263, 361, 362,
374, 418.

CONDORCET, 167.

CONFALONIERI Federico, 46, 64.

_Constitutionel (Le)_, 355.

COOPER Fenimore, 164.

CORAY Adamanzio, 199.

CORSINI don Neri (_seniore_), 43, 130, 141, 256, 297, 298, 299, 300,
301, 302, 303, 305, 306, 308, 314, 316, 317, 319, 320, 323, 326, 339,
340, 344, 347, 351, 352, 356, 357, 358, 359, 387, 388, 390, 391, 395,
397, 399, 400, 401, 404, 407, 409, 410, 413, 414.

CORTESI Antonio, 278.

CORVISART Jean. Nic., 166.

COSTA Paolo, 138.

COURIER Paolo, 81.

COUSIN Vittorio, 117.

CURTI Angelo, 308, 309, 310.

CUVIER, 54, 56, 73.


D.

DADDI Francesco, 351.

DE CANDOLLE, 73.

DE GUBERNATIS Angelo, IX, _12_, _81_, _119_, _246_, _307_.

DELAVIGNE Casimiro, 163.

DEL CERRO Emilio, _180_, _313_, _315_, _317_, _319_, _321_, _326_,
_339_, _344_.

DEL LUNGO Isidoro, _91_, _175_, _178_, _209_, _270_, _354_, _363_.

DEL ROSSO Federico, 83, 87, 134, 135, 151, 217, 227, 230, 234.

DEL ROSSO Ferdinando, _84_.

DEL SARTO Andrea, 273.

DEL TAJA Giulio, 227.

DELLA PERGOLA Ada, _248_, _335_.

DELLA VALLE Pietro, 226.

DELVINOTTI Achille, 276.

DE MARTENS Carlo, 164.

DENINA Carlo, 261.

DE POTTER Luigi Giuseppe, 83, 86, 122, 124, 162, 163, 179, _182_, 183.

DE ST. AIGNAN, 164.

DIDEROT Dionigi, _373_.

DIGNY CAMBRAY (DE) Guglielmo, 374.

DOUDEAUVILLE duca di, 57.

DOVERI Giuseppe, 160, 161.

DRAGONETTI Giulio _125_, _273_, _275_.

DRAGONETTI Luigi, 125, 273, 275.

DROVETTI, console, 220.

DUMONT Stefano, 232.

DUPIN Carlo, _98_.

DUVERGIER di Hauranne, 164.


E.

_Edinburgh Review_, 33, 124.

EDWARDS William Frédéric, 163, 165, 211.

ELCI (D') Angelo, 252.

ESCHILO, 167.

_Europe (L') Litéraire_, 338.


F.

FABRINI Giovanni, 440.

FABRONI Giuseppe, 325.

FABRONI, monsignore, 17.

FALCH, ambasciatore d'Olanda, 164.

FANCELLI Vincenzo, 324.

FANTONI Agostino, 325.

FANTONI Giovanni, 244.

FAURIEL Claudio, 162, 185, 194.

FEDERICO GUGLIELMO III, re di Prussia, 84.

FELLEMBERG F. Emanuele, 216, 225.

_Fenice (La)_, 348, 374, 375.

FENZI Emmanuele, 77.

FERDINANDO I, re di Napoli, 4.

FERDINANDO II, re di Napoli, 99.

FERDINANDO III, granduca di Toscana, 16, 42, 44, 45, 131.

FERONI, marchesa, 29.

FERRARI Bartolommeo, 208.

FERRARI G., 86.

FERRARI Pietro, 208, 253.

FERRONI Pietro, 77.

FICQUELMONT, generale, 34, 45.

FILIPPIS (DE) DELFICO Gregorio, _373_.

FILMER sir Robert, 289.

FOLLINI Vincenzo, 185.

FORNACIARI Luigi, 85, 117, 192.

FORTI Francesco, 114, 115, 116, 151, 170, 172, 178, 187, 193, 197, 217,
223, 224, 225, 229, 230, 236, 239, 244, 251, 257.

FORTI Sara, 249.

FOSCOLO Ugo, 4, 5, 6, 9, 17, 18, 32, 33, 34, 38, 39, 40, 41, _47_, 61,
64, 71, 74, 121, 150, 231.

FOSSOMBRONI Vittorio, _18_, 43, 99, 282, 295, 297, 298, 299, 312, 314,
320, 385, 386, 387, 392, 400, 401.

FRANCESCHINI H., 60, 206, 244.

FRANCESCO Borbone principe, poi Francesco I, re di Napoli, 98.

FRANCESCO I d'Austria, 292.

FRANCESCO II d'Austria e Lorena, _18_.

FRANCESCO IV, duca di Modena, 284, 290, 292, _321_, 323, 326, 334, 337,
404.

FRANCHI Giuseppe, _177_.

FRÉNES A., _27_, _28_, _30_, _57_, _58_, _66_, _132_, _281_, _335_,
_341_, _345_, _355_, _360_, _372._

FRIDDANI Michele Chiarandà (barone di), 48, _100_.

FROSINI Francesco, _20_.

FRULLANI Giuliano, 88, 213.

FRULLANI Leonardo, 43.


G.

GALANTI Giuseppe Maria, 225.

GALIGNANI, fratelli, 160, 175.

GALIFFE Giacomo Augusto, 59.

GALILEI Galileo, 18.

GALVANI Cesare Carlo, 365, 368, 369, 424, 425, 426, 432.

GARGALLO Annunziata, XI, _168_.

GARGALLO Tommaso, 168, 191, 194, 226.

GASPARI Domenico, _117_.

GAZZERA Costanzo, _177_.

_Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica_, 336.

GAZZERI Giuseppe, 59, 60, 61, 72, 187, 213, 214, 216, 236, 240, 244.

GENLIS Stephanie Felicite, 229.

GHERARDI Silvestro, 214.

GHERARDI, dottore, 235.

GHERARDINI Giovanni, 332.

GIANNONE Pietro, 130, 440.

GIOBERTI Vincenzo, 232, 334, 338.

GIOIA Melchiorre, _112_, 225.

GIORDANI Pietro, 9, 12, 13, _31_, 32, 46, 64, 78, 82, 91, 92, 93, 94,
102, 103, 104, _113_, 114, 118, _125_, 127, 130, 131, 133, 151, 163,
_167_, 168, 169, 171, 172, 173, _174_, 175, 178, _179_, 193, 202, 207,
208, _219_, 238, 239, 244, 262, 263, 264, 270, 273, 277, 282, 283, 304,
334, _377_.

GIORGI Paolo, _119_.

_Giornale agrario_, _128_, 217, 266, 343, 353, 355, 362, 413.

_Giornale Arcadico_, 15, 16, 62, 121, _122_, 125, _139_, 242, 271.

_Giornale di chimica, fisica e storia naturale_, 215.

_Giornale dei letterati (Nuovo)_, 49, _140_, 203, 242, 348.

_Giornale di letteratura e belle arti_, 18.

_Giornale di scienze ed arti_, 18.

_Giornale di scienze e lettere_, 241.

_Giornale Ligustico (Nuovo)_, 119, 264, 287, 288.

GIOVANNI, arciduca d'Austria, 4.

GIOVANNINI, 57.

_Giovine Italia (La)_, 260, 355.

GIRONI Robustiano, _125_.

GIUSTI Giuseppe (dottore), 53, 60, 75, 130, 232.

GIUSTI Giuseppe (poeta), 44, 328, 329.

GIUSTINIANO imperatore, _114_.

_Globe (Le)_, 235.

GODARD Luigi, 15.

GOETHE Wolfango, 128, 198, 204.

GOLYERONIADES Costantino, 199.

GOMMI Flaminj, 198.

GORTSCHAKOFF Alessandro, 312.

GOZZI Gaspare, 95.

GRÄBERG di Hemso Jacopo, _182_, 220, 222, 245, 305, 420.

GRAF Arturo, 440.

GRASSI Giuseppe, 86, 117, 127, 142, _177_, 188, 418.

GRISI Carlotta, 280.

GROSSI Tommaso, 80.

GROTTANELLI Luigi, _130_, _313_, _319_, _321_, _322_, _332_, _360_.

GUACCI Giuseppa, 246.

GUASTI Cesare, _164_.

GUERRAZZI Francesco Domenico, _2_, 71, 86, 94, 119, 167, 182, 221, 247,
266, 278, _283_, 354.

GUICCIARDINI Luigi, 329.

GUICHARD Jean François, 212.

GUIZOT Pier Francesco Guglielmo, 223, 251.

GUSSALLI Antonio, _9_.


H.

HAMMER (DE) Giuseppe, 418.

HARDY Alexandre, 195.

HAYDN Franz Joseph, 123.

HEGEL Federico, 89.

HERDER Joan Gottfried, 117.

HOBBES Tommaso, 289.

HOMBERT mad.me, 164.

HUGO Victor, 200.


I.

_Indicatore (L') bibliografico italiano_, 347, 412.

_Indicatore (L') genovese_, 242.

_Indicatore (L') livornese_, 278.

_Indicatore (L') lombardo_, 129, 272.

_Indicatore_ (_L'_) Senese e grossetano, 349.

INGHIRAMI Francesco, 37.

INGHIRAMI Giovanni, 73, 213, 214, 222, 418.


J.

JAMES S., 54.

JAUBERT, 164.

JEFFREY Francesco, 150.

JODELLE Etienne, 195.

_Journal des savants_, _195_, 199, 432.

JULLIEN Marcantonio, 50, 55, 162, 342.


K.

KLOPSTOK Friederich, 128, 201.


L.

LABUS Giovanni, 184.

LA CECILIA Giovanni, 44, 281, 282.

LA MARMORA Alberto, 221.

LA MARTINE (DE) Alfonso, 54, 131, 205, 206, 280.

LAMBRUSCHINI Raffaello, 113, 114, 218, 229, 233, 235, 239, 247, 265,
266, 344, 349, 365, 374, 409.

LAMENNAIS (DE) Francesco, 87.

LAMI Giovanni, _136_.

LAMPREDI Urbano, 15, 62, 70, 75, 80, 90, 120, 129, 136, 138, 139, 174,
187, 190, 196, 199, 203, 229, 243, 270, 335.

LANCI Michelangelo, 243.

LANDI Gaetano, 128, 324, _328_, _341_, 342.

LANDONI Jacopo, _94_.

LANZI Luigi, 184.

LASTRI Marco, _136_.

LAWLEY Roberto, 18, 19, 22.

LENZONI Carlotta, 172, 201.

LEONI Luigi, 296, 306, 308.

LEONI Michele, 13, 54, 56, 58, 59, 60, 71, 79, 119, 198, 199, 206, 244.

LEOPARDI Giacomo, 10, _11_, 13, 15, _46_, _72_, 82, 102, 103, 104, 105,
106, _108_, 114, _118_, 127, _137_, 147, _149_, _152_, _163_, _164_,
_168_, _169_, 171, _172_, _173_, 174, _179_, _196_, _202_, 239, 258,
270, 271, 274, _281_, _283_, 307, 440, 441.

LEOPARDI Monaldo, 350.

LEOPOLDO II, granduca di Toscana, 118, 123, 279, 282, 291, 306, 315,
321, 323, 326, 330, 337, 341, 356, 358, 402, 418, 431.

LIBERATORE Filippo, 420.

LIBRI Guglielmo, 73, 99, _100_, _125_, 133, 212, 213, 231, 251, 337,
345, 354.

LINAKER Arturo, _75_, _131_, _156_, _174_, _248_, _315_, _321_.

LONGHENA Francesco, _148_, _245_, 365.

LOTTI Antonio, 324.

LOZZI C., _151_.

LUCCHESINI Cesare, 84, 85, _125_, 185, 186, 205, 210.

LUCCHESINI Girolamo, 84.

LUCREZIO, 129.

LUZIO Alessandro, _9_, _125_, _157_.


M.

MABIL Luigi, 107.

MADDALENA Edgardo, _271_.

MAFFEI Scipione, 231.

MAGHERI Luigi, 161, 211.

MAGINI Caterina, _100_, _131_, _151_.

MAI Angelo, 186.

MALAMANI Vittorio, _128_, _129_, _181_, _258_.

MALTHUS Tommaso Roberto, 225.

MAMIANI Gianfrancesco, 117.

MAMIANI Terenzio, 15, 116, _170_, 171, 219, 232, 248, 262, 335, 354.

MANCINI Lorenzo, 77, 144, 145, 205.

MANETTI Epifanio, 409.

MANGIAGALLI Ambrogio _195_.

MANNU Giuseppe, 221, 248, 304, 335, 402, 418.

MANUZZI Giuseppe, _138_, _139_, 151, 191.

MANZONI Alessandro, 142, 156, 170, 171, 194, 239, 314, 440, 441, 442.

MARCACCI M., 230.

MARCHETTI Giovanni, 138.

MARCO AURELIO, imperatore, 131.

MARCOTTI G., _18_, _43_.

MARIETTI Giacinto, _238_.

MARINI Giambattista, 206.

MARIOTTI Filippo, _93_, _122_.

MARONCELLI Pietro, 362, 424.

MARTINEZ De la Rosa, 162.

MARTINI Ferdinando, _94_, _119_, _180_, _354_.

MARZUCCHI Celso, 118, 153, 233, 284, 288, 289, 290, 292, 296.

MASCAGNI Paolo, 211.

MASON Guglielmo, _82_.

MASSA avvocato, 234.

MASSARI Giuseppe, _334_.

MATTEUCCI Carlo, 214.

MAYER Enrico, 60, 75, 131, _156_, 157, _161_, 170, 174, 180, 185, 197,
198, 205, 217, 227, 229, 248, 253, 265.

MAZZATINTI Giuseppe, _6_.

MAZZINI Giuseppe, IX, 118, 119, 120, 129, 193, 198, 239, 244, 247, 260,
263, 272, 284, 370.

MAZZONI GUIDO, _196_, _271_, 329.

MEDICI Michele, 384.

MEDICI (De') monsignor Lavinio, 210.

MELCHIORRI Giuseppe, 185.

MELLONI Macedonio, 231.

MENGHINI Mario, _283_.

MERIGHI Vittorio, _130_.

MESTICA Giovanni, 170.

METASTASIO Pietro, _123_.

METTERNICH (principe di), 4, 8, _12_, 44.

MICALI Giuseppe, 87, 167.

MICHELET Giulio, 165, 223.

MISSIAGLIA Giambattista, 160.

MISSIRINI Melchiorre, 168, 207, 418.

MOLINI Giuseppe, _20_, 74.

MONDOLFO Lodovico, 324.

MONTANELLI Giuseppe, _43_, 44, 247, 276.

MONTANI Giuseppe, 74, 77, 79, 80, 81, 82, 83, 108, 109, 118, 119, 124,
133, 138, 144, 151, 156, 166, _167_, 169, 175, 178, 185, 188, 191, 193,
194, 195, 196, 197, 198, 199, _201_, 203, 208, 216, 218, 221, 223, 224,
225, 226, 228, 231, 232, _237_, 243, 244, 245, 252, 258, 260, 261,
_287_, 304, 307, _327_, 349, _373_, 384, 440.

MONTI Vincenzo, 5, 6, 10, 11, 12, 15, 19, 30, 61, 62, 75, _125_, 142,
167, 187, 188, 190, 193, 195, 196, 202, 205, 243.

_Monthly Review_, 271.

MOORE Thomas, 199.

MORENI Domenico, 185.

MORGAN lady Sidney, 41, 102, 170, 188.

MOZART, _123_.

MURAT Gioacchino, 4.

MURAVIEFF, 164.

MURRAS, 306.

MURRAY di Henderland, 150.

MUSTOXIDI Andrea, 99, 177, 179, 185, 418.


N.

NANNEI, 18.

NAPIONE Galeani Gianfrancesco, 24.

_Napoleone_ I, 2, 3, 4, 16, _18_, 212, 315, 424.

_National (Le)_, 337.

NEGRO (DI) Gian Carlo, 250.

NESPOLI Angelo, 87, 161.

NESTI Filippo, 213.

_Neues Archiw für Geschichte_, ecc., _271_.

NICCOLINI Giambattista, VIII, _7_, 16, 17, 18, 20, 21, 24, 27, 30, 31,
36, 40, 48, 54, 58, 59, 60, 71, 72, 81, 90, 92, 101, 119, 125, 146,
_167_, 169, 171, 172, 179, 186, 190, 192, 200, 205, 208, 250, 252, 287.

NICOLINI Fausto, 439.

NICOLINI Nicola, 439.

NIEBUHR Barthold Georg, 223, 232.

NOBILI Leopoldo, 84, 207, 214.

NODIER Carlo, 176.

NUGENT, 4.


O.

ODESCALCHI Pietro, 121, _122_.

ODERICI F., _177_.

OERSTED Anders-Sandöe, 99.

_Opuscoli scientifici e letterarii (Collezione d')_, _351_.

_Opuscoli scientifici e letterarii (Nuova collezione d')_, 14.

_Opuscoli scientifici e letterarii (Raccolta d')_, 351, 412.

ORAZIO Flacco, _191_.

ORIOLI Francesco, 99, _105_, _167_, 175, 184, 243, 354.

ORLANDINI Ferdinando, 54, 57.

ORLANDO Francesco, _12_, _93_, _95_, _113_, _163_, _173_, _239_, _270_,
_273_, _276_, _277_, _303_, _345_, _350_, _374_, _377_.

_Osservatore veneto (L')_, 156.

OWEN Robert, 226.


P.

PACCHIANI Francesco, 166, 168, 179.

PACINI Marco (pseudonimo del Rosini), _141_.

PAGANI CESA G. M., 169, 194.

PAGNOZZI G. R., 87, 213, 219, 221, 237, 259.

PAISELLO Giovanni, 206.

PALLI Angelica, 179.

PANIZZI Antonio, 269.

PAOLI Domenico, 214.

PAOLINI Aldobrando, 89, 254, 257.

PAPADOPOLI Antonio, 95, _238_, 334.

PAPI Lazzaro, 234.

PARADISI Giovanni, 139, 205.

PARAVIA Pier Alessandro, 191.

PARENTI Marcantonio, 309, 365, 424.

PARINI Giuseppe, 142.

PASCOLI Angeli Marianna, 208.

PASSERINI Carlo, 214.

_Patria (La)_, 375.

PAUER Giuseppe, 375.

PAUSANIA, 307, 311, 321.

PELAGONIO, 70.

PELLICO Silvio, 5, 7, 19, 296, _333_, 386, 390, 418.

PENDOLA Tommaso, 230.

PEPE Gabriello, 86, 96, 97, 98, 136, 170, 177, 191, 192, 200, _202_,
206, 220, 225, 239, 258, 259, 260, 304, 305.

PEPI Pietro, 279.

PERTICARI Giulio, 15, 58, 187, 189, 190, 245.

PERUGINI, 237.

PESTALOZZI Heinrich, 226.

PETRARCA Francesco, 85, 305.

PETRIGNANI Vincenzo, 20.

PETRINI Pietro, 201, 207.

PETRONI Francesco, 334.

PEYRON Amedeo, 186.

PEZZATI Luigi, 53, _128_, _129_, 340.

PHILIPPSON Abramo, 324.

PIANTON Pietro, canonico, 128, 258.

PIATTI Guglielmo, 130.

PICTET Carlo di Rochemont, 54, 72.

PIERGILI G., _92_, _181_.

PIERI Mario, 15, 70, 80, 81, 82, 90, 91, 108, _109_, 119, 133, 141,
_142_, 143, _144_, _146_, _163_, _164_, _167_, _168_, 169, 170, 171,
175, 177, 179, 180, 238, 279, 283, 322, 441.

PIETRO LEOPOLDO, 16.

PINDARO, 146, 205.

PINDEMONTE Ippolito, 91, 142.

PINELLI Alessandro, _177_.

PIO VII, 3.

PIO IX, 433.

PLATEN Augusto, 165.

PLATONE, 177.

POERIO Giuseppe, 169, 282.

POGGI Enrico, _246_, _295_, _366_, _370_.

POGGI Francesco, 189.

POGGI Girolamo, 89, 246.

POISSON Simeon-Denis, 213.

POLI Baldassare, 154.

POLI Lodovico, 325.

_Poligrafo di Verona (Il)_, _336_, _349_.

POMBA Giuseppe, 137, 346, 374.

PONS Luigi, 214.

PONTE (DA) Lorenzo, 252.

POPE Alexander, 198.

PORRO Luigi, 170, 177.

PORTA Carlo, 3.

_Pragmalogia Cattolica_, 140.

PROMIS Domenico, 223.

_Progresso (Il) delle scienze_ ecc., 165, 242, 353, 354, 355, 361, 362,
420.

PROPERZIO, 141.

PROTONOTARI Francesco, 376.

PROVANA Luigi, 177.

PUCCI Giuseppe, 39, 42, 48, 74.

PUCCINI Aurelio, _23_, 42, _51_, 130, 221, 278, 440.

PUCCINI Niccolò, 165.

PUCCINOTTI Francesco, 98, 122, 211.


Q.

_Quarterly Review_, 33, 124.

QUATREMÉRE de Quinci, 207.


R.

_Raccoglitore (Il)_, 21, 22, _23_, 24.

RADDI Giuseppe, 73, 213, 215.

RAFFAELLO d'Urbino, 95, 207.

RANIERI Antonio, _196_.

_Rassegna italiana_, 357.

_Rassegna Nazionale (La)_, _107_, _125_.

_Rassegna trimestrale_, 356.

RENZI Antonio, _20_, 57, 61, 73, 188, 226, 259.

RENZI Pietro, _319_.

REPETTI Emmanuele, 77, 170, 213, 215, 222, 362.

REUMONT Alfredo, 164, _169_, 182, 273.

_Revue des deux mondes_, _87_, 337.

_Revue Enciclopédique_, 53, 54, 55, 57, 64, 121, _144_, 162, 271, 338,
342.

_Revue (La) Européenne_, 121.

RICASOLI Bettino, _161_, 218, 253, _318_, 374, _375_.

RICASOLI Giuliana, _XI_, _161_, _375_.

RICCARDI GEMINIANO, 139, 140.

RICCI Angelo Maria, _106_, 134.

RICCI Giuliano, 117, 223, 312, 325.

RICCI Lapo, 98, 218, 235, 254.

RICCIARDI Giuseppe, 97, 353, 354, 362.

RICCINI Girolamo, 370.

_Ricoglitore (Nuovo)_, _94_, _104_, _109_, 336.

RIDOLFI Carlo, _XI_, _24_, _33_, _36_.

RIDOLFI Cosimo, _24_, 33, 36, 60, 72, 73, 207, 213, 216, 218, 235, 244,
254, 329, 374.

RIGOLI Luigi, 62, 418.

RINIERI Ilario, _19_.

_Rivista storica del Risorgimento_, _125_, _128_, _129_, _157_.

ROMAGNOSI Gian Domenico, 89, 99, 118, _122_, 232, _247_, 296, 304, 385,
390.

ROMANO Giulio, 208.

ROSA Salvatore, 102.

ROSELLINI Ippolito, 99, 184, 185, 201, 246, 418.

ROSINI Giovanni, _5_, 63, 140, 141, 166, 167, 178.

ROSMINI Antonio, 232, 239.

ROSPIGLIOSI don Giuseppe, 45.

ROSSINI Gioacchino, 60, 206, 244.

ROSSI Pellegrino, 47, 58.

RUMOHR (DE) barone Cristiano, 61, _182_.

RUPPEL Guglielmo, 164.

RUSCONI, 44.


S.

SABATELLI Francesco, 208.

SABATELLI Luigi, 208.

SACCHI Defendente, 118, 304, _348_, 349.

SACCHI Giuseppe, 170.

SAFFO, 295.

_Saggiatore (Il)_, 18, 19, 20, 22, 23, 24, 25, 26, 30, 31, 39.

SALFI Francesco, 48, 90, 203.

SALVADORI Jacopo, 117.

SALVAGNOLI Giuseppe, 156, 157.

SALVAGNOLI Vincenzo, 98, 112, 157, 168, 178, 233, 246, 262, 329, 374.

SALVOTTI Antonio, 44.

SAMADET de Holoré, 66.

SANMINIATELLI Cosimo Andrea, 348, _366_, 367, 368, 369, 425, 430.

SANSEVERINO, 44.

SARDAGNA barone, 157.

SAULI Lodovico, 177, 383.

SAURAU, 8, _12_, _31_, _32_, 280.

SAY Giov. Batt., 225, 233, 240.

SAVI Paolo, 63, 214.

SAVIGNY (DE) Federico Carlo, 163, 223, 232.

SCALVINI Giovita, 6, 11, 48, 363.

SCARPA Antonio, 211, 212.

SCHLEGEL Aug. Guglielmo, 195.

SCHILLER Federico, 195, 198, 201.

SCHORN, 57.

SCLOPIS Federico, _177_, 186, 418.

SCOTT Walter, 198, 200.

SCUDERI Salvatore, 11.

SEGATO Girolamo, 211, 222.

_Semaphor de Marseille_, 337.

SENFFT Pilsach, 295, 297, 299, 312, 385, 386, 387.

SENN Francesco, 27.

SERRAGLI P. Commissario, _123_.

SERRISTORI Luigi, 18, 21, 24.

SESTINI Domenico, 86, 184, 243.

SFORZA Giovanni, 441.

SISMONDI (DE) J. C. L., 27, _28_, 39, _57_, 58, 61, 66, _67_, 132, 195,
225, _281_, 334, _341_, 345, _355_, 356, _360_, _372_.

SMITH Adamo, 225.

SOFOCLE, 167.

SOLOMOS Dionigi, 232.

_Spettatore (Lo)_, 12, 13.

_Spettatore Zancleo (Lo)_, _360_.

STAËL-HOLSTEIN (DE) Augusto, 111.

STELLA Ant. Fortunato, 12, 155.

STENDHAL, 43, 83, 122, _123_, 162, _163_, 174, 193, 199, 206, 245.

STERNE Lorenzo, 18.

STEWART Dugald, 61.

STOLBERG, 128.

STULLI Luca, 212.

STRASSOLDO governatore, 14.


T.

TABARRINI Marco, _104_, 226, _376_.

TACHINI, 44.

TEMPI Luigi, 227.

THAON Giambattista, 253.

TAMBURINI, ab. Pietro, _122_.

TARGIONI Tozzetti Ottaviano, 84.

TARTINI Salvatici Ferdinando, 73, 77, 213, 216, 254.

TASSINARI Matteo, commissario, 282, 316, 319, 324, 399, 400.

TASSO Torquato, 201.

TEDALDI Fores Carlo, 193, _195_.

TEMPESTI Ranieri (pseudonimo del Rosini), _140_.

_Temps (Le)_, _338_.

TENERANI Pietro, 208.

TENORE Marco, 305, 306, 420.

TEOCRITO, 205.

TESTI Venanzio, _366_.

THIERRY Agostino, 223.

THIERS Adolphe, 224.

THORWALDSEN, 88.

_Times (The)_, 338.

TOCI Ettore, _123_.

TOMMASÉO Niccolò, VIII, IX, X, 50, 71, 72, 78, 79, _86_, _88_, _91_, 94,
97, 102, _103_, 104, 106, 107, 108, _109_, 110, 115, _125_, 126, 133,
_134_, 137, 138, 141, 148, 152, 154, 155, 156, _160_, _164_, _166_,
_168_, 169, 170, 174, 175, 178, 188, 190, 191, 193, 194, 196, 199, 200,
202, 205, 208, _209_, 212, 221, 224, 225, 228, 229, 230, 232, 235, 236,
237, 239, 244, 248, 255, 258, 260, 264, 270, _287_, 292, 296, 304, 305,
307, 308, 318, 321, 322, 342, 343, 354, 362, 363, 364, 365, 366, 367,
368, 369, 370, 402, 403, 417, 422, 423, 425, 427, 428, 429, 430, 432,
440, 441, 442.

TOMMASINI Giacomo, 167, 257.

TONELLI Tommaso, 83, 233, 237, 245, 251, 304.

TORRI Alessandro, _149_, _285_.

TORTI Francesco, _72_, _81_.

TOSCHI Paolo, 304.

TOSCHI, monsignore, 91.

TOSI Lorenzo, cancelliere, 319, 397, 400.

TRACY (DE) Destutt, 117.

TRIBOLATI F., _167_.

TROYA Carlo, 167, 273.

TURRIS (DE), generale, 439.


U.

UGONI Camillo, 199, 363.

_Uomo di Paglia (L')_, 25.

UZIELLI Raffaello, 87.

UZIELLI Salvatore, 88, _135_, 198, 225.


V.

VACCÀ Andrea, 63, 140, 166.

_Vagliatore (Il)_, 24, 25.

VALERI Giovanni, 89, 170, 174, 186, 234.

VALERIANI Domenico, 78, 136, 146, 150, 184, 185, 202, 243.

VANNUCCI Atto, _7_, _16_, _19_, _20_, _24_, _27_, _30_, _40_, _48_,
_72_, _81_, _144_, _146_, 328.

VELO Girolamo Egidio, 65, _121_.

VERATTI Bartolomeo, 367.

VERGA Carlo, 334.

VERGA Ettore, _366_.

VERMIGLIOLI Giambattista, _114_.

VIALE Salvatore, 233.

VIANI Prospero, _10_.

VILLEMAIN Abel François, 199.

VILLENEUVE Giulietta, 172.

VINCI (Da) Leonardo, 208.

VISCONTI, 194.

VITERBO Ettore, _15_, _116_.

VITTORIO Emanuele I, 3.

_Voce della Ragione_, 292, 293, 294, 295, 300, 306, 331, 359, 429.

_Voce della Verità (La)_, _85_, 290, 300, 306, 307, 309, 312, 313, 330,
332, 337, 347, _348_, 349, _350_, 355, 359, 360, _361_, 363, 364, 365,
366, 367, 368, _369_, 370, 371, 373, 403, 404, 407, 415, 416, 417, 418,
419, 420, 421, 423, 424, 425, 426, 429, 430.

VOLTA Alessandro, 214.

VOLTAIRE, 85, 112, 231.


W.

WERKLEIN barone, 282.

WITTE Carlo, 163, _182_, 202.


Z.

ZACH barone, 215.

ZAIOTTI Paride, 14, 55, 196, 442.

ZANNETTI Ferdinando, 329.

ZANNONI Giambattista, 33, 73, 133, 167, 184, 238, 402, 418, 431.

ZAYDLER Bernardo, 182, 199.

ZOBI Antonio, _45_, _131_.

ZUCCAGNI Orlandini Attilio, 222.



INDICE GENERALE


  A ISIDORO DEL LUNGO                                      pag.    v
  AL LETTORE                                                 „   vii

  CAP. I.

  Le origini dell'_Antologia_.

  Un rapido sguardo alle condizioni politiche e
  letterarie d'Italia dopo il 1814 — I giornali letterarî
  piú importanti innanzi il '21 — Lorenzo
  Collini e i giornali di Toscana — Gino Capponi
  in Londra, e il suo _Progetto di giornale_ — Gian
  Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo
  _Gabinetto scientifico-letterario_ — Gino Capponi
  ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa —
  Gian Pietro Vieusseux fonda l'_Antologia_ — Le
  prime difficoltà da superare, e le
  prime accoglienze al nuovo giornale — Nuove
  difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia
  di Gian Pietro Vieusseux                                   „     1

  CAP. II.

  Lo sviluppo dell'_Antologia_.

  Il primo gruppo toscano — I varî scrittori
  dell'_Antologia_ — Le grandi e diverse difficoltà che il
  Vieusseux doveva via via superare — La censura
  ne' varî Stati d'Italia, e la censura in
  Toscana — La vanità e le pretese degli scrittori
  e cooperatori — Gian Pietro Vieusseux
  alla direzione del suo giornale                            „    69

  CAP. III.

  Le conversazioni nel _Gabinetto scientifico-letterario_
  di Gian Pietro Vieusseux                                   „   159

  CAP. IV.

  Il contenuto dell'_Antologia_.

  Scritti d'erudizione — Le discussioni su la lingua — La
  questione del romanticismo — Cose d'arte — Materie
  scientifiche — Studî geografici
  e storici — Scritti su l'educazione — Novità
  letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti
  sociali — Differenze d'opinioni tra' varî
  scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero —
  Di alcuni caratteri e pregi dell'_Antologia_ — Cose
  politiche — L'armonia del giornale                         „   183

  CAP. V.

  La fine e la fortuna dell'_Antologia_.

  Alcuni giudizi dati su l'_Antologia_ — I propositi del
  Vieusseux dopo il 1830 — Nuovi scrittori — I
  primi attacchi all'_Antologia_ — La _Voce della
  Verità_ e gli altri giornali avversi — La soppressione
  dell'_Antologia_ — Come piú volte il
  Vieusseux tenta farla risorgere — Nuove persecuzioni
  a lui e all'opera sua — Nuove speranze
  deluse — Ancora della fortuna dell'_Antologia_             „   269

  DOCUMENTI                                                  „   380
  SPIEGAZIONE DELLE SIGLE                                    „   435
  CORREZIONI E NOTE                                          „   439
  INDICE ALFABETICO                                          „   443



NOTE:

[1] _Di Gian Pietro Vieusseux_, Firenze, Cellini, 1864, pag. 11.

[2] _Nuova Antologia_, tomo XXII, 1 agosto 1880, pag. 425.

[3] Mi è caro qui ringraziare la marchesa Nunziata Gargallo, e il
Marchese Carlo Ridolfi, e specialmente la baronessa Giuliana Ricasoli,
la quale con liberalità vera mi concesse valermi di varî documenti del
suo archivio prezioso.

[4] Questo primo capitolo, pubblicato nella _Rassegna Nazionale_ del 1º
luglio 1903, qui ricompare con mutamenti non lievi di sostanza e di
forma.

[5] _Proclama all'esercito francese del 1º marzo 1815._

[6] _Paracar che scappee de Lombardia._

[7] D'AZEGLIO, _I miei ricordi_. — Firenze, Barbéra, 1899, vol. I, pag.
175.

[8] GUERRAZZI, _Note autobiografiche_. — Firenze, Le Monnier, 1899, pag.
95.

[9] _Controproclama del maresciallo Bellegarde agli italiani._ — Milano,
5 aprile 1815.

[10] Lettera del 25 maggio 1814, _Epistolario_. — Firenze, Le Monnier,
1854, vol. II, pag. 19.

[11] _Bando del conte di Bellegarde del 12 giugno 1814._

[12] Tolgo questa notizia da G. ROSINI, _Cenni di Storia contemporanea;
Epistolario del Cesarotti e del Monti_. — Pisa, Capurro 1851, pag. 20.

[13] _Scritti_ di G. SCALVINI, ordinati per cura di N. TOMMASÉO. —
Firenze, Le Monnier, 1860, pag. 36.

[14] Lettera a L. Collini. — Milano, 26 gennaio 1819; _Epistolario_
edito da G. MAZZATINTI e A. BERTOLDI. — Roma, 1896, vol. II, pag. 287.

[15] 30 settembre 1818, _Appendice_ alle opere di U. Foscolo, per cura
di G. CHIARINI. — Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 210. Cito
quest'edizione perché la lettera vi è completa.

[16] _Il Caffé_, Brescia MDCCLXVI, tomo II, foglio 2º, pag. 9.

[17] Lettera di G. B. Niccolini, in _Ricordi della vita ecc. di G. B.
N._ di A. VANNUCCI. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol. I, pag. 404.

[18] Lettera del Saurau al Principe di Metternich, 25 febbraio 1816,
inviandogli il primo fascicolo. CANTÙ, in _Monti e l'età che fu sua_. —
Milano, Treves, 1879, pag. 247.

[19] _Biblioteca italiana_, tomo I; _Proemio_, pag. VI.

[20] Con lettera dell'11 marzo 1816. CANTÙ, _op. cit._, pag. cit.

[21] Al CARPANI, Lettera pubblicata da A. Luzio in _Rivista storica del
Risorgimento_, 1896 fasc. 7-8, vol. I, pag. 655.

[22] Lettera del 12 aprile 1815; _Epistolario_ cit., vol. III, pag. 342.

[23] Lettera del 12 aprile 1816; _Epistolario_ edito da A. GUSSALLI. —
Milano, Borroni e Scotti, 1854, vol. III, pag. 308.

[24] _Biblioteca italiana, Proemio_ cit., pag. cit.

[25] GIORDANI, Lettera del 15 febbraio 1818; _Epistolario_ cit., vol.
IV, pag. 162.

[26] Lettera del 15 gennaio 1817; _Epistolario_ cit., vol. III, pag.
404.

[27] Lettera del Monti, del 6 febbraio 1817; _Epistolario_ cit., vol. I,
pag. 211.

[28] Lettera del 5 febbraio 1817; _Epistolario_ cit., vol. IV, pag. 10.

[29] Lettera del Monti, Milano, 15 febbraio 1817; _Epistolario_ cit.,
vol. II, pag. 213.

[30] Vedi che cosa dice il Leopardi nell'_Epistolario_ edito da P.
Viani. — Firenze, Le Monnier, 1892, vol. I, pag. 115 e seg.

[31] _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol. I, pag. 28. Lettera del 17
novembre 1816.

[32] _Scritti_ cit. di G. SCALVINI, pag. 121.

[33] _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 201.

[34] Monti, lettera del 9 aprile 1817; _Epistolario_ cit., vol. II, pag.
220.

[35] Giordani, lettera del 21 marzo 1817; _Epistolario_ cit., vol. IV,
pag. 30.

[36] Lettera del 9 aprile 1817; _Epistolario_ cit., vol. IV, pag. 37.

[37] Lettera dell'Acerbi, Milano 19 dicembre 1817; F. ORLANDO, _Carteggi
italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª vol. IV, pag.
28.

[38] Lettera del Saurau a Metternich, 7 luglio 1816; CANTÙ, _Monti e
l'età che fu sua_. — Treves, 1879, pag. 249.

[39] Lettera del Leopardi, 26 settembre 1817; _Epistolario_ cit., vol.
I, pag. 95.

[40] Lettera del 10 gennaio 1818; _Epistolario_ cit., vol. IV, pag. 138.

[41] Lettera del 20 dicembre 1816; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 564.

[42] Lettera del 16 gennaio 1818; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 121.

[43] Lettera del 21 luglio 1818, publicata da A. DE GUBERNATIS, in
_Nuova Antologia_, 15 luglio 1880, tomo XXII, pag. 196, in nota.

[44] _Biblioteca italiana_, 1822, tomo XXV, pag. 156.

[45] _I miei ricordi._ — Firenze, Barbéra, 1899, vol. I, pag. 191.

[46] _Lettere dall'esilio_, pubblicato da E. Viterbo, — Roma, 1899, pag.
43 e seg.

[47] Lettera del 1º febbraio; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 404.

[48] Vita scritta da lui medesimo. — Firenze, Le Monnier, 1850, vol. I,
pag. 238.

[49] _Opere._ — Bologna, G. Veroli, 1823, tomo III, pag. 587.

[50] _Opere_ cit., pag. 545: lettera al Biondi.

[51] Lettera del settembre 1820, in _Ricordi della vita ecc. di G. B.
N._ di A. VANNUCCI. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol. I, pag. 454.

[52] Lettera del 3 novembre 1818; _Epistolario_ cit. del Foscolo, vol.
III, pag. 443.

[53] 1819, tomo XIII, _Proemio_, pag. XL.

[54] _Avviso_, tomo I, pag. 3.

[55] N. XVII, maggio 1817, pag. 184.

[56] _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 479.

[57] Raccontano che una sera, nel palco della Ricci, il Fossombroni gli
dicesse: “Siete un uomo di merito, ma sareste piú stimabile se non foste
tanto napoleonista„ — “Non mai — rispose il Collini — quanto V. E.
quando fu fatto senatore, e molto piú quando Francesco II diede a
Napoleone sua figlia„, G. MARCOTTI, in _Cronache segrete della Polizia
Toscana_. — Firenze, Barbéra, 1898, pag. 93.

[58] _Cause celebri_. — Pisa, Nistri, 1843, pag. 6.

[59] Lettera del 30 dicembre 1818, in _Ricordi della vita ecc. di G. B.
N._ di A. VANNUCCI, vol. I, pag. 432.

[60] Lettera del 26 gennaio 1819; _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 287.

[61] Lettera al fratello, in I. RINIERI, _Della vita e delle opere di S.
Pellico_. — Torino, Streglio, 1898-99, vol. I, pag. 315.

[62] 1819, tomo XIII; _Proemio_, pag. XLI. Per dire il vero, sebbene il
Monti lo diceva “scritto con prudenza da savio, e cuore di leone„,
[lettera cit., loc. cit.] vi si leggevano cose come queste: “si
dissetano le frodi dell'ipocrisia, si ammutiscono le male persuasioni
dell'adulazione, i costumi si avanzano concordi ai tempi, volando sul
medesimo carro; il carro del sole, condottiero della luce, profligatore
delle tenebre„.

[63] Lettera a G. Capponi, 15 febbraio 1819; _Lettere di G. C._,
ordinate da A. CARRARESI. — Firenze, Le Monnier, 1867, vol. I, pag. 22.

[64] Lettera del 19 febbraio 1819, vol. cit., pag. cit.

[65] Lettera del 27 marzo 1819, vol. cit., pag. 24.

[66] Lettera al Capponi, del 31 luglio 1819, in _Ricordi della vita ecc.
di G. B. N._ di A. VANNUCCI, vol. I, pag. 436.

[67] Il biografo del Molini dice che erano il Molini stesso, l'abate
Renzi e Francesco Frosini (_Operette Bibliografiche_ del cav. G. MOLINI.
— Firenze, Cellini, 1858, pag. LX). Si noti però che dal luglio 1819
passava in proprietà di Vincenzo Petrignani, libraio e cartolaio; come
rilevasi da una sua lettera del 26 giugno al Presidente del Buon
Governo. (_Archivio del Buon Governo:_ 1819, filza 34, Negozio 1415).

[68] Pag. 4.

[69] 15 aprile 1819, pag. 2.

[70] Numero cit., pag. 3.

[71] N. 10, 15 agosto 1819, pag. 5.

[72] N. 1, 3 aprile 1819, pag. 3.

[73] _Raccoglitore_, n. 8, 15 luglio 1819, pag. 2.

[74] Lettera inedita del Bernardini al Puccini, del 6 gennaio 1820.
(_Archivio del Buon Governo 1820_, filza 9, affare n. 247).

[75] Vi si legge, tra le altre cose, anche questa confessione: “mi è
stato riferito all'orecchio che alcune signore galanti si sono associate
al mio giornale, per non essere prese di mira ne' miei articoli„. N. 4,
pag. 6.

[76] _Ricordi della vita ecc. di G. B. N._ di A. VANNUCCI, lettera del
31 luglio 1819, vol. I, pag. 436.

[77] Lettera inedita a Cosimo Ridolfi 15 gennaio 1820, Parigi. Lettera
favoritami dal marchese Carlo Ridolfi, della quale, e dell'altre che mi
diede agio di studiare, qui lo ringrazio. Tra il poco di buono, in quel
giornale potrebbe notarsi un _Discorso sulla necessità di un teatro
nazionale_ (n. III, 15 maggio 1819, pag. 41); qualche lettera di S.
Betti (n. V, 29 maggio 1819, pag. 74, e n. XII, 17 luglio pag. 198), o
di G. Napione (n. X, 3 luglio, pag. 350); e un lungo articolo su le
_Scuole di mutuo insegnamento_ (n. VII, 12 giugno, pag. 97).

[78] N. 5, 30 maggio 1819, pag. 2.

[79] Loc. cit., pag. cit.

[80] N. 1, pag. 1.

[81] N. 2, 15 luglio 1819, pag. 6.

[82] Numero cit., pag. 7.

[83] Pag. 4.

[84] Lettera a G. Capponi del 7 dicembre 1819; _Epistolario_ cit. del
CAPPONI vol. I, pag. 43.

[85] N. 14, 4 marzo 1820, pag. 4.

[86] Lettera di G. B. Niccolini a G. Capponi, 31 luglio 1819, in
_Ricordi della vita ecc. di G. B. N._ di A. VANNUCCI, vol. I, pag. 436.

[87] A. FRÈNES, _Jean Pierre Vieusseux d'aprés sa correspondance avec J.
C. L. De Sismondi_. — Rome, Forzani, 1888, pag. 19. Traduco (lo dico una
volta per sempre) questa lettera e — meno in certi casi — ogni altra
cosa, per evitare uno spiacevole miscuglio di lingue. Ma delle cose
tradotte farò avvertito il lettore.

[88] Lettera al Sismondi del 1º aprile 1814. A. FRÈNES, _opusc. cit._,
pag. 23. (Tradotta dal francese).

[89] Lettera al Capponi, 7 dicembre 1819; _Epistolario_ cit. del
CAPPONI, vol. I, pag. 46.

[90] Questo, e gli altri che citerò, trovansi uniti al primo volume
dell'_Antologia_ nell'esemplare del Vieusseux, che conservasi nella
“Nazionale„ di Firenze; e in essi è scritto, di pugno del Vieusseux, il
nome degli autori.

[91] Vedi la lettera al Sismondi del 1º febbraio 1820 in A. FRÈNES,
_opusc. cit._, pag. 29.

[92] Lo stesso Niccolini, scrivendo nell'aprile al Capponi, freddamente
diceva: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un Gabinetto di
lettura, ove sono i piú accreditati giornali d'Europa„. _Ricordi della
vita ecc. di G. B. N._ di A. VANNUCCI. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol,
I, pag. 446.

[93] Lettera a G. Capponi del 18, 1820; vol. I, pag. 49. Questa lettera,
che non ha indicazione di mese, è senza dubbio del gennaio.

[94] Lettera del 26 febbraio 1820; _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol.
I, pag. 59.

[95] Lettera cit. del 18, 1820, loc. cit.

[96] Lettera del 22, del 1820; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 50.

[97] Il Giordani dice che “totalmente dipendeva„ dal Saurau; (_Opere,
Scritti editi e postumi_, vol. X, pag. 250): cosa che il Saurau stesso
conferma con le sue _Istruzioni_ all'Acerbi. Vedile in _Rivista Storica
del Risorgimento_, 1896, anno I, fasc. 7-8, pag. 656.

[98] Lettera del 23 ottobre 1819; _Epistolario_ cit., vol. IV, pag. 319.

[99] Lettera del 12 maggio 1819; _Epistolario_ cit., vol. III, pag. 12.

[100] Lettera del 5 novembre 1819; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 37.

[101] Lettera del 21 dicembre 1875; _Epistolario_ cit., vol. IV, pag.
442.

[102] Lettera inedita a Cosimo Ridolfi, dell'8 settembre 1819,
Edimburgo. Dovuta alla cortesia del marchese Carlo Ridolfi.

[103] Lettera del 5 novembre 1819; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 38.

[104] Parole del Capponi, fatte scrivere nell'ultima pagina del _Parere_
del FOSCOLO. Vedi _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. III, pag. 499.

[105] Non sarà discaro al lettore che qui l'uno e l'altro ponga a
confronto:

  _Parere sulla istituzione di un     _Progetto di un giornale_
  giornale letterario._               (_Lettere_ di G. C.
  (_Appendice_ alle _Opere_ di U. F.  raccolte da A. CARRARESI. —
  pubblicata da G. CHIARINI. —        Firenze, Le Monnier, 1867,
  Firenze, Le Monnier, 1890).         vol. V).

  “Stamperai a tutte tue spese il     “La spesa del Giornale sarà tutta
  giornale: non ti assumerai soci     a carico di uno solo. Perciò chi
  d'interessi lo stampatore o i       l'intraprende non vuole obbligarsi
  librai....                          a dividerne con chicchessia la
                                      direzione... (pag. 93).

  “Comproverai al pubblico di avere   “Cooperazione di buoni scrittori
  per collaboratori i letterati piú   italiani.... Non saranno mai
  dotti; e per conseguenza            pubblicati articoli.... che si
  solleciterai che ti vengano aiuti   allontanino nelle contese
  da tutte le città d'Italia....      letterarie da quella nobile
  (pag. 18O). Proscrivi dal tuo       urbanità, la quale si trova cosí
  giornale le ingiurie che irritano   di rado nelle pubblicazioni
  villanamente, e gli encomj          periodiche dei nostri giorni.
  letterarj che hanno ormai nauseato  Perciò saranno bandite tutte le
  l'Italia (pag. 131).                personalità, cosí d'ingiuria come
                                      lode (pag. 94).

  “_Letteratura antica_, cosí         “_Letteratura antica_, la
  terrai vivo lo studio degli ottimi  quale si consideri in grande e in
  classici....; ma importa che lo     opposizione eterna alla
  stile del giornale.... non sia      pedanteria, e si abbia per oggetto
  pedantesco né cattedratico (pag.    di farne conoscere lo spirito e
  132).                               non la grammatica.

  “_Letteratura estera...._           “_Letteratura estera..._
                                      (pag. 96).

  “_Letteratura italiana._ —          “_Letteratura antica
  Dividi questo articolo in due       italiana._ — Non so che vi sia
  specie, _antica_ e                  molto del buono sconosciuto nella
  _contemporanea_;comporrai           nostra antica poesia; e solo
  l'_antica_ di nuove                 rimarrebbe di far conoscere meglio
  osservazioni sul merito, i mezzi,   alcuni degli Autori, e la loro
  il carattere, i tempi dei nostri    vita, ed il loro carattere, e le
  migliori scrittori dal 1100 al      circostanze che hanno influito sui
  1800: ti procaccerai opuscoli       loro scritti, (pag. 97) opuscoli
  inediti, che abbondano inosservati  inediti.... da estrarsi dalle
  nelle biblioteche di Roma, di       Biblioteche d'Italia....
  Firenze, di Venezia, di Milano, di  specialmente quando.... possano
  Torino: le notizie, colle quali tu  dare adito a rischiarare il
  dovrai accompagnare la              giudizio, che spesso abbiamo
  pubblicazione di quei Mss., ti      formato cosí stravolto, delle cose
  apriranno adito a.... screditare    nostre (pag. 94).
  molti pregiudizi tradizionali.
  All'_epoca contemporanea_           “_Letteratura italiana
  assegnerai l'estratto de' libri     contemporanea_ cioè dal
  degni di critica, pubblicati dal    principio del secolo (pag. 97).
  principio del secolo.

  “_Scienze...._ non toccar le        “_Scienze naturali_.... ci
  scienze che abusano di cifre e di   limiteremo a dar conto di quelle
  gergo, malagevole all'ingegno di    scoperte.... le quali potranno
  chi vuol ammaestrarsi senza         essere applicate utilmente alle
  fatica. Alla tua opera periodica,   manifatture e alle arti.... Ma
  dovendo essere nazionale, conviene  soprattutto saremo solleciti di
  la lingua elegantemente e           adoprar sempre un linguaggio piano
  intelligibilmente scritta dalla     ed universale, evitando quel gergo
  nazione. Tratterai di scienze       scientifico ed illiberale il
  soltanto dove la utilità del        quale.... impedisce che si
  soggetto può combinarsi colla       propaghino le utili cognizioni....
  intelligenza e il diletto della     Un giornale come il nostro deve
  maggior parte dei lettori (pag.     essere, prima di tutto, opera
  133).                               popolare (pag. 103).

  “_Opinioni._ — Sotto questa         “Non parlar mai dei costumi
  modesta rubrica.... piglierai       italiani direttamente.... Ma
  segnatamente di mira i costumi e i  lanciar dei tratti di ridicolo,
  caratteri ridicoli non tanto degli  per esempio, sui cavalier
  individui, quanto delle classi      serventi, e nominar con dispregio
  della nazione. Ribatti il chiodo    siffatte usanze o attaccarle di
  contro le abitudini pedantesche     passaggio.... Ma siccome poi è
  della educazione letteraria, e      necessaria in fatto una mutazione
  sulla riforma della educazione      specialmente nei costumi delle
  femminile.                          donne..., cosí si cerchi di
                                      raccomandar dei libri i quali
                                      possano servire a loro di lettura
                                      piacevole ed istruttiva (p. 102).

  “_Bibliografia._ — Addenserai       “La _Parte Bibliografica_
  estratti e giudizî sommarj dei      conterrà gli annunzi di libri
  libri e delle traduzioni di minor   nuovi, ed estratto sommario di
  rilievo; indizi e prezzo delle      alcuni. Le opere sotto il torchio
  edizioni vendibili di opere sotto   italiane ed estere, ed anche i
  al torchio, di scritti              lavori grandi intrapresi da autori
  recentemente preparati,             celebri; gli atti compendiati di
  intrapresi; Atti compendiati da     Accademie.... Promozioni dei
  Accademie; promozioni di            Professori, nomi degli studenti
  Professori alle cattedre; nomi di   che si saran segnalati nelle
  studenti segnalatisi in una         scuole italiane. Viaggi, aneddoti
  Università; viaggi accidenti e      di uomini celebri.... Necrologia
  funerali di autori contemporanei;   accurata.... notizia degli scavi
  quadri, statue, incisioni e merito  fatti.... poco di musica.... molto
  di artisti viventi. Lavori antichi  di teatri.... (pag. 104).
  di arte dissotterrati; musica,
  teatro, aneddoti ecc. (pag. 134).

  “Quest'opera periodica....          “Il Giornale sarà intitolato:
  potrebbe essere intitolata:         _Archivio di letteratura_„
  “_Documenti di letteratura_„        (pag. 95).
  (pag. 135).

[106] “Io, per me, penso sempre al giornale — scriveva al Ridolfi — ma
se voi non mi aiuterete, non si farà davvero. Se negate di aiutarmi per
mancanza di fiducia, ho io da dolermi di voi. Nel piano di esso già
fatto e stabilito, è scritto: che voi dirigiate tutta quella parte la
quale si vorrà dare alle scienze, della quale si determineranno fra noi
i limiti e il metodo....„ Londra 3 dicembre 1819. — Lettera inedita,
dovuta alla cortesia del marchese Carlo Ridolfi.

[107] Tolgo questa notizia da una lettera che fa parte del _Carteggio
Vieusseux_, conservato nella “Nazionale„ di Firenze.

[108] Lettera del 25 marzo 1820. _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. I,
pag. 29.

[109] Lettera del 22, 1820, _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 50.

[110] _Epistolario_ cit. del FOSCOLO, vol. III, pag. 9.

[111] Lettera del 21 marzo 1820, _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. I,
pag. 57.

[112] Lettera del 29 marzo 1820, _Epistolario_ cit. del FOSCOLO, vol.
III, pag. 8.

[113] Lettera del 5 gennaio 1820, _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol.
I, pag. 48.

[114] Lettera del dicembre 1819. _Ricordi della vita ecc. di G. B. N._
di A. VANNUCCI, vol. I, pag. 441.

[115] Non avendo il testo inglese, cito la traduzione: _L'Italie_. —
Paris, Dufart, 1821, vol. III, pag. 149.

[116] Lettera del 12 maggio 1820; _Epistolario_ cit. del FOSCOLO, vol.
III, pag. 10.

[117] Lettera dall'Olanda senza data. _Epistolario_ cit. del CAPPONI,
vol. I, pag. 73.

[118] Lettera del 14 giugno 1820; _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol.
I, pag. 77.

[119] Lettera del 19 settembre 1820; _Epistolario_ cit. vol. I, pag. 87.

[120] G. MARCOTTI, _Cronache segrete della Polizia Toscana_, Firenze,
Barbéra, 1898, pag. 4.

[121] G. MONTANELLI, _Memorie sull'Italia._ — Torino, Società edit.,
1853, vol. I, pag. 106.

[122] _Rome, Naples, Florence._ — Paris, Levy, 1872, pag. 222.

[123] Questa frase fu, piú tardi, nel 13 dicembre del 1846, ricordata
dal Giusti in un giornaletto, _Notizie italiane_, che pubblicavasi in
Pisa. E l'articolo intero riporta il MONTANELLI in _Memorie
sull'Italia_. — Torino, Società edit., 1853, vol. I, pag. 209.

[124] Vedi come questo fatto descrivono il Colletta (_Storia del Reame
di Napoli_. — Capolago, 1845, vol. IV, pag. 240), e G. La Cecilia
(_Memorie storico politiche dal 1829 al 1876._ — Roma, Artero 1876, vol.
I, pag. 41 e seg.).

[125] Vedi il documento CVIII delle _Memorie economico-politiche sulla
Toscana_ di A. ZOBI. — Firenze, 1860.

[126] G. CAPPONI, _Scritti editi e inediti_. — Firenze, Barbéra, 1877.
Ne' _Ricordi_, pag. 11.

[127] Vedi la lettera del Giordani del 15 febbraio 1820,
nell'_Epistolario_ cit., del LEOPARDI vol. III, pag. 175.

[128] _Scritti editi e inediti_ cit., tomo II, pag. 106.

[129] Vedi la lettera del Confalonieri, 15 marzo 1820. _Epistolario_
cit. del CAPPONI, vol. V, pag. 223.

[130] Vedi la lettera al Foscolo, 19 settembre 1820, _Epistolario_ cit.,
vol. I, pag. 87.

[131] Lettera del 27 luglio 1820, _Epistolario_ cit., vol. V, pagine
204.

[132] Lettera del 15 novembre 1820, _Epistolario_ cit., vol. V. pag. 223
e seg.

[133] Lettera dell'aprile del 1820, in _Ricordi della vita_ ecc. di A.
VANNUCCI, vol. I, pag. 445.

[134] Lettera del 4 dicembre 1820, Londra; _Epistolario_ cit. del
CAPPONI, vol. V, pag. 232.

[135] Lettera del 26 novembre 1820, Mantova; _Epistolario_ cit., vol. V,
pag. 230.

[136] Lettera del 12 febbraio 1821, _Epistolario_ cit., vol. V, pag.
251.

[137] Lettera a C. Cantù, 21 dicembre 1875; _Epistolario_ cit., vol. IV,
pag. 442.

[138] _Antologia_, tomo V, n. 13, gennaio 1822, _Ai lettori l'editore_,
pag. IV.

[139] N. TOMMASÉO, _Di G. P. Vieusseux ecc._ — Firenze, M. Cellini,
1864, pag. 16. Cito sempre questa edizione perché ha piú cose che
mancano in quella del 1863.

[140] Questa, e il _Manifesto_ che cito piú sotto, trovansi uniti al
primo volume dell'_Antologia_ (copia del Vieusseux, conservata nella
“Nazionale„ di Firenze); ed egli, di suo pugno, vi scrisse sotto il nome
del Cioni. Il _manifesto_ fu anche ripubblicato nella copertina del
primo fascicolo.

[141] Con lettera del 4 settembre 1820, Aurelio Puccini comunicava a'
commissari di Santa Croce e Santa Maria Novella il permesso accordato al
Vieusseux di pubblicare l'_Antologia_. (_Archivio del Buon Governo
1820_, filza 72, affare 3598).

[142] Vedi appendice I (Documento inedito; trovasi tra le carte del
Vieusseux, “Biblioteca Nazionale„, Firenze.)

[143] _Antologia_, 1822 tomo V, n. 13, gennaio: _Ai lettori l'editore_,
pag. IV.

[144] Come il Vieusseux scrisse nella sua copia, con la lettera _G._
nascondevasi il dottore Giusti, co 'l _P._ Gaetano Cioni.

[145] Dal Cioni stesso fu poco dopo pubblicata tradotta. _Antologia_,
1821, tomo I, n. 2, febbraio, pag. 161.

[146] 1821, tomo I, n. 1, gennaio, pag. 13 e 31.

[147] Pag. 78 e seg.

[148] Pag. 129.

[149] Pag. 50.

[150] Pag. 58.

[151] Pag. 96.

[152] Pag. 70.

[153] Pag. 140.

[154] Pag. 110.

[155] _Antologia_, 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. II.

[156] 1821, tomo XXI dalla pag. 439 alla 443 passim.

[157] Tomo III, pag. 147 e 813.

[158] Lettera del 12 aprile 1821; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 99.

[159] Lettera al Sismondi del 25 novembre 1819; A. FRÈNES _opuscolo
cit._, pag. 25.

[160] _Antologia_ 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. II.

[161] 1821, tomo I, n. 2, febbraio, pag. 169.

[162] Pag. 271.

[163] Pag. 259.

[164] Pag. 232.

[165] Pag. 284.

[166] Pag. 193.

[167] Lettera del 4 marzo 1821. _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. IV,
pag. 255.

[168] Lettera del 13 novembre 1820. A. FRÈNES, _opusc. cit._, pag. 34 e
seg.

[169] 1821, tomo I, n. 3, marzo, pag. 821.

[170] Pag. 380.

[171] Pag. 384.

[172] Pag. 385.

[173] Pag. 471.

[174] _Avviso ai lettori_, 1821, tomo II, n. 4, aprile, in principio.

[175] 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 86; n. 8, agosto, pag. 327; n.
9, settembre, pag. 500; e tomo IV, n. 11, novembre, pag. 328.

[176] Lettera del 22 settembre 1821; _Epistolario_ cit., vol. I, pag.
126.

[177] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 40 — Le idee del Leoni
combatteva poco dopo H. Franceschini, 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag.
123.

[178] 1821 tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 381.

[179] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 66, e n. 11, novembre, pag.
201.

[180] 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 438.

[181] 1821, tomo II, n. 4, aprile, pag. 3.

[182] 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 117.

[183] Tomo cit., pag. 131.

[184] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 3.

[185] 1821 tomo II, n. 6, giugno, pag. 416.

[186] Lettera del 22 settembre 1821; _Epistolario_ cit., vol. I, pag.
126.

[187] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 153.

[188] 1821, tomo IV, n. 11, novembre, pag. 344. — Si noti che il
_Giornale Arcadico_ giudicava la _Proposta_ del Monti libro “non solo
de' piú dotti..., ma anche, in fatto di controversia, il piú gentilmente
scritto„; agosto 1821, pag. 249.

[189] 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 488; e 1822, tomo VI, n. 16,
aprile, pag. 118.

[190] Lettera inedita del 15 giugno 1821, Pisa; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[191] Lettera inedita del Vieusseux al Rosini, 8 giugno 1821. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[192] Lettera inedita di A. Vaccà al Vieusseux, 19 dicembre 1823, Pisa;
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[193] Cosí gli scriveva il 1º dicembre 1821: “Le faccio sincero
complimento di alcuni numeri della sua _Antologia_, e poiché ella sa che
caro sovramodo mi è tuttociò che può contribuire al lustro ed
all'istituzione Italiana, ella non potrà dubitare ch'io prenda un
vivissimo interesse alla prosperità delle sue utilissime intraprese. Se
esse per avventura non prosperassero, quanto esse e ella merita, non ad
altra colpa è certamente d'ascriversi che all'avversità de' tempi e
delle circostanze che affliggono questa nostra povera Italia. Alle
medesime cagioni voglia attribuire la poca efficacia de' miei sforzi per
propagare il di lei giornale in Lombardia„. Lettera inedita del
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[194] Lettera a L. Cicognara, Piacenza 15 gennaio 1822, _Epistolario_
cit., vol. V. pag. 133.

[195] Lettera del luglio 1822, _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. III,
pag. 70.

[196] Tomo X, pag. 647.

[197] Tomo XIII, pag. 475.

[198] Lettera inedita del 7 febbraio 1822; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[199] Lettera del 24 dicembre 1822. _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol.
V, pag. 286.

[200] Lettera inedita del Vieusseux al Cioni, del 5 marzo 1822;
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[201] Lettera del 23 luglio 1823, in A. FRÈNES, _opusc. cit._, pag. 38.
(Tradotta dal francese).

[202] Lettera inedita del 25 dicembre 1823; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

[203] Lettera cit. al Sismondi del 23 luglio 1823; _opusc. cit._, pag.
39. (Tradotta dal francese).

[204] Gli articoli suoi soleva firmare ora con la lettera _D_, ora con
la lettera _O_, talvolta con la sigla Γ. Π.: quindi non
appaiono sotto il suo nome nell'_Indice_ che dell'_Antologia_ fu fatto
nel '63. Di lui mi piace ricordare questo epigramma che, poco tempo
avanti morisse, mandava agli amici:

_Ai miei benevoli._

    Mi volgo indietro, e presso ai novant'anni
    vedo che ancor finita
    la favola non è della mia vita!
    Soffrii sventure, affanni,
    molestie, tirannie, frodi ed inganni,
    con una cifra sol posti ad _Uscita_;
    e ogni men tristo evento
    posi ad _Entrata_, e valutai per cento.
    Quindi al chiuder dei _Conti_,
    dell'_Uscita_ trovai maggior l'_Entrata_;
    cosí vita viss'io sempre beata.

Il 1º di gennaio 1849.

Ne resta una copia, tra le carte numerose del Vieusseux, nella
“Nazionale„ di Firenze.

[205] Ne discorre in una lettera a G. Capponi (1827, tomo XXVI, n. 78,
giugno, pag, 24), e in un'altra a M. Pieri (1828, tomo XXXI, n. 93,
settembre, pag. 55).

[206] Del quale l'_Antologia_ fa parola: (1824, tomo XVI, n. 47,
novembre, pag. 113).

[207] Non pochi degli articoli suoi segnava con le iniziali _A. B._, né
tutti l'_Indice_ li ricorda sotto il suo nome.

[208] Lettera inedita, Parigi, 1º maggio 1824; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[209] Lettera inedita; Venezia, ottobre 1825. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[210] Vedi _Scritti_ di F. D. GUERRAZZI. — Firenze, Le Monnier, 1847,
pag. 255.

[211] Suoi sono gli scritti (né l'_Indice_ li ricorda) dal 1821 al 1827
compreso, segnati con la sigla _L_; gli altri, dal 1829 in poi, no: son
d'altri, come a suo tempo vedremo.

[212] _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 179. Lettera del 12 maggio 1816.

[213] Non tutti nell'_Indice_ compaiono gli scritti suoi, ch'egli
talvolta segnava con la lettera _N_, tal altra con _X_. Vedi, in fondo
al volume, la spiegazione delle sigle alla lettera _X_.

[214] Lettera inedita; Milano, 26 aprile 1826; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[215] Prometteva tuttavia, qualche volta; non però che la promessa fatta
mantenesse. Né su l'_Antologia_ comparve in fatti il discorso, di cui al
Vieusseux in questa lettera fa parola: “Il discorso ch'io recitai
all'Accademia per debito di ufficio è cosa nata dall'occasione, e che
meriterebbe di morire con essa. Ma poiché io ve lo promisi, e voi lo
desiderate, lasciate che io tornato a Firenze lo faccia meno indegno
della pubblica luce„. Tracolle, 10 ottobre 1828. (Lettera inedita del
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[216] Vedi la lettera a F. Torti, 8 ottobre 1825, in _Vita e Ricordi di
G. B. N._, di A. VANNUCCI, vol. II, pag. 8 e seg.

[217] Vedi la lettera al Leopardi, del 7 gennaio 1830; _Epistolario_
cit., vol. III, pag. 272.

[218] Talora gli scritti suoi segnava con le iniziali _G. G._, né tutti
compaiono nell'_Indice_.

[219] Vedi _Antologia_ 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 124.

[220] Pag. 167. — Erra il Tommaséo nell'affermare (_Di G. P. Vieusseux
ecc._, ediz. cit., pag. 17) che alle scienze corporee il Vieusseux
destinasse _sin dal 1824_ una rassegna.

[221] Alcuni degli scritti suoi sono segnati con le iniziali _C. R._; né
questi si leggono sotto il suo nome nell'_Indice_.

[222] 1824, tomo XIII, n. 38, febbraio, pag. 181.

[223] 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 195.

[224] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 144.

[225] Gli scritti suoi, specie se recensioni, segnava con la lettera Z,
talvolta con le iniziali _G. B. Z._, né questi appaiono sotto il suo
nome nell'_Indice_.

[226] Piú assai che nell'_Indice_ non appaiono sono gli scritti suoi,
ch'egli segnava con la sigla _A. R._; talvolta con _R._, tal altra con
_X_. Vedi, in fondo al volume, la spiegazione delle sigle, alla lettera
_X_.

[227] 1821, tomo III, n. 9, settembre, pag. 533.

[228] Alla versione d'Omero, a cui doveva unirsi la prosa promessa, ma
non mandata, il Capponi premise un _avvertimento_. Vedi la lettera sua
al Vieusseux del 12 settembre 1821; _Epistolario_ cit., vol. I, pag.
128.

[229] _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 143, lettera del 10 maggio 1822.

[230] _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 155, lettera del 22 aprile 1823.

[231] 1825, tomo XVII, marzo, n. 51, pag. 91.

[232] _Epistolario_ cit. del FOSCOLO, vol. I, pag. 8.

[233] Non pochi degli scritti suoi, specie se recensioni, firmava con le
iniziali _U. L._; né sono ricordati nell'_Indice_.

[234] Le prime cose firmò con lo pseudonimo di _Ellenofilo_ e di
_Filogine_: ma altre molte, non comprese nell'_Indice_ sotto il suo
nome, con le iniziali _E. M._, oppure con la lettera _E_.

[235] Vedi, ad esempio, le lettere di A. Benci in A. LINAKER, _La vita e
i tempi di E. Mayer_. — Firenze, Barbéra, 1898, vol. I, pag. 28 e 43.

[236] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, _Agli associati e
collaboratori_, pag. III.

[237] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, _Ai lettori l'editore_, pag. V e VI.

[238] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 17.

[239] Nell'_Indice_ dell'_Antologia_ e negli _Scritti editi e inediti_,
pochi compaiono degli articoli suoi, ch'egli soleva segnare ora con le
iniziali _G. C._, ora con la lettera _Y_, alcune volte con _X_ (ma
quelli cosí segnati non son tutti suoi), cert'altre con l'asterisco “*„.
Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle, alla lettera _X_.

[240] Molti degli articoli suoi firmava con le iniziali _E. R._, per cui
non tutti sono ricordati nell'_Indice_.

[241] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 363. Alcuni degli articoli
suoi numerosi segnava talvolta con le iniziali _F. T. S._, tal altra,
_F. S. T._ Né l'_Indice_ li ricorda.

[242] 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 387. Il Tommaséo, che tocca di
questo fatto (_Di G. P. Vieusseux_ ecc., ediz. cit., pag. 33), lo
altera, in vero, parecchio. Tra quelli che dubitarono dell'esattezza di
quella cifra, fu il Montani, 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 24.

[243] Dal febbraio del 1822. Gli articoli suoi segnava con le iniziali
_D. V._; talvolta con la lettera _S_. Né sono compresi nell'_Indice_
sotto il suo nome. Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle,
alla lettera _S_.

[244] Qualche articolo segnò con la lettera _X_. — Vedi, in fondo al
volume, la spiegazione delle sigle alla lettera _X_.

[245] 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 567.

[246] “Vorrei — gli scriveva il dí 27 di gennaio del 1825 — vorrei
che.... ogni cosa tua desse vigore ed onore all'_Antologia_, che è il
miglior giornale d'Italia, senza paragone„. _Epistolario_ cit. del
GIORDANI, vol. V, pag. 376.

[247] Lettera inedita da Vicenza, 8 dicembre 1822; _Carteggio
Vieusseux_; “Nazionale„, Firenze.

[248] _Nuovo Ricoglitore_, Milano 1826, n. 19 pag. 519. — Rendendo conto
di un fascicolo dell'_Antologia_.

[249] _Di G P. Vieusseux ecc._, ediz. cit., pag. 81.

[250] Rispondendo al Vieusseux: “L'amico Leoni mi comunica il paragrafo
della sua lettera, che mi riguarda. Mi piace la sua schiettezza, prova
sicura di onestà; e le son grato per le sue favorevoli disposizioni. È
giusto ch'ella _conosca l'uomo_ prima d'impegnarsi con lui. Io non
confido troppo che _quest'uomo_ sarà il piú opportuno pel suo giornale;
ma sono quasi certo ch'ella il troverà tale da volersene fare un amico.
Intanto mi abbia per suo aff.mo servitore G. Montani.„ — Lettera inedita
del 23 novembre 1821. _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[251] 1822, tomo V, n. 14 febbraio, pag. 220. Erra, per vero, il
Tommaséo nell'affermare (_Di G. P. Vieusseux ecc._, ediz. cit., pag. 48)
che “cominciò nel 1824.... mandare a Firenze suoi scritti„.

[252] _Frammenti sull'Italia nel 1822 e progetto di confederazione_,
“Galileiana„, Firenze, 1848, pag. 4.

[253] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, tomo IV, 27 marzo 1824.

[254] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 73; a proposito
dell'_Ildegonda_ del GROSSI.

[255] 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 121.

[256] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 91. — E altrove (1826, tomo
XXIII, n. 67 luglio, pag. 4) lo chiama “l'Achille ed il Rinaldo de'
romantici„.

[257] _Vita scritta da lui medesimo._ — Firenze, le Monnier, 1850, vol.
II, pag. 20.

[258] Il Niccolini diceva (lettera a F. Torti, del 27 agosto 1825, in
_Vita e Ricordi di G. B. N._ di A. VANNUCCI, vol. II, pag. 7) ch'egli
era “la colonna dell'_Antologia_„.

[259] ATTO VANNUCCI le raccolse in _Memorie di G. M._ — Capolago, 1843,
pag. 145. Altre ne aggiunse il DE GUBERNATIS in _Nuova Antologia_, tomo
XXII, 15 luglio 1880.

[260] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 143.

[261] 1826, tomo XXXIII, n. 68, agosto, pag. 105.

[262] Quello su 'l _Carattaco_, tragedia del MASON, 1824, tomo XIV, n.
41, maggio, pag. 49.

[263] _Memorie inedite_; “Riccardiana„, tomo IV, 16 giugno 1824.

[264] _Memorie inedite_; “Riccardiana„, tomo I, Roma, 3 ottobre 1811.

[265] Voleva egli che lasciasse “quell'enigma di _M_„, e si facesse
conoscere. Mi duole avere dimenticato il luogo dove il Giordani lo dice.
Si noti che il nome del Montani non è nell'_Indice_ neppur rammentato.

[266] Lettera al Vieusseux del 16 febbraio 1829; _Epistolario_ cit.,
vol. II, pag. 354.

[267] Lettera del 12 aprile 1829; _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 364.

[268] Paris, 22 Juillet 1830. Lettera inedita tra le carte del
Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

[269] Al Vieusseux, Août 1826. Lettera inedita del _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

[270] Molti de' suoi scritti segnava con le iniziali _T. T._; né tutti
sono ricordati nell'_Indice_.

[271] Gli articoli suoi soscriveva _Filandro_; una volta, _Il cieco
Patrizio_. Nell'_Indice_ però non appaiono sotto il suo nome.

[272] 1821, tomo II, n. 4 aprile, pag. 64. Errano i compilatori
dell'_Indice_ che, senza leggere l'articolo, dissero quella scuola
instituita “dal sig. _Ferdinando del Rosso_„. (Vedi nell'_Indice_ sotto
Benci alla pag. 21).

[273] Sono suoi quelli scritti che portano le lettere _A. G. C._ Né
tutti l'Indice li ricorda.

[274] Incominciò nel settembre del 1822, tomo VII, n. 21, pag. 469. Ma
quell'opera, già tutta pensata, non ebbe compimento da lui, che la morte
colse di soli 37 anni. È però da notare che il primo suo scritto è su le
tragedie della Palli. 1822, tomo V, n. 15 marzo, pag. 484.

[275] 1822, tomo VIII, n. 22 ottobre, pag. 183.

[276] Gli articoli suoi segnava con le iniziali _O. T. T._ né appaiono
nell'_Indice_.

[277] Vedi la _Prefazione_ di L. FORNACIARI alle _Olimpiche ecc._ di
PINDARO, tradotte da C. LUCCHESINI. — Lucca, Bertini, 1826, pag. 7.

[278] Nel maggio del 1825 al prof. Baraldi scriveva: “L'_Antologia_ da
qualche tempo non mi piace per le massime antireligiose e antipolitiche
che vi sono. È qualche tempo che ne sono disgustato„. Lettera riportata
dalla _Voce della Verità_, n. 591, 16 maggio 1835, nota 10.

[279] 1822, tomo VIII, n. 23 novembre, pag. 351.

[280] Molte delle cose sue segnava con le iniziali _S. C._; una volta
firmò, fingendosi straniero. _Uno_ (sic) _vostro associato_. Né tutti
sono gli scritti suoi ricordati nell'_Indice_.

[281] 1822, tomo VIII, n. 22 ottobre, pag. 169.

[282] 1823, tomo IX, n. 27 marzo, pag. 125. L'articolo è segnato _D. P._
E il Vieusseux, nell'esemplare dell'_Antologia_ che conservasi nella
“Nazionale„, di suo pugno vi scrisse il nome di lui. Nel giornale però
non appare altra volta.

[283] Questo particolare racconta il TOMMASÉO in _G. P. Vieusseux ecc._,
ediz, cit., pag. 50.

[284] _La figlia di Curzio Picchena_. — Milano, Sonzogno, 1874, pag. 63.

[285] _Revue des deux mondes_, tomo II, deuxième série, pag. 353.

[286] Molti degli articoli suoi segnava con le iniziali _G. R. P._ Né
tutti appaiono sotto il suo nome nell'_Indice_. Il primo suo scritto è
del marzo.

[287] Gli articoli suoi segnava con le iniziali _E. B._; tal altra _Em.
B._; né tutti sono ricordati nell'_Indice_.

[288] Il primo suo scritto è dell'aprile.

[289] La prima volta, nel febbraio del '23, trattò degli Indiani
d'America, e firmò co 'l suo nome; la seconda, in una lettera al
Vieusseux discorre dell'insegnamento pubblico in Parigi. E porta questa
sigla: ****** (1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 173).

[290] 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 118. — A questo aneddoto
accenna, mutandolo un po', anche il Tommaséo (_Di G. P. Vieusseux_, ediz
cit., pag. 105) ma non cita l'_Antologia_.

[291] Gli articoli suoi firmava talvolta _V. A._; tal altra _T. Q. Z._:
né tutti sono ricordati nell'_Indice_.

[292] 1823, tomo X, n. 29 maggio, pag. 117.

[293] Dal giugno.

[294] Dal luglio.

[295] 1822, tomo V, n. 13 gennaio; _Ai lettori l'editore_, pag. v.

[296] Gli articoli suoi firmava con le iniziali _P. C._ né tutti
l'_Indice_ li ricorda.

[297] 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 57. — Per il _Trattato sul
sistema livellare, secondo la legislazione e giurisprudenza Toscana._

[298] Gli articoli suoi, che dal marzo del 1824 rincontransi numerosi,
sono tutti segnati con la sigla _A._ Ma nell'_Indice_ uno solo ne
appare, che fu sottoscritto da lui co 'l suo nome.

[299] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 147, e numeri seguenti. E
questo è il primo scritto di lui.

[300] 1826, tomo XXIV, n. 71 e 72, novembre e dicembre, pag. 17.

[301] 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 32.

[302] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, tomo IV, 22 agosto 1823.

[303] _Memorie_ cit., tomo IV, 28 agosto 1823.

[304] _Memorie_ cit., tomo IV, 6 settembre 1823.

[305] Lettera inedita, Parigi, 14 febbraio. (Manca l'anno, ma è certo
del 1824, non del 1823, come suppose chi le ordinò. L'articolo del Pieri
è infatti del 1824; ed essendo questi venuto in Firenze nell'agosto del
1823, il Lampredi non poteva in suo nome farlo salutare dal Vieusseux
nel febbraio). _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[306] 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 19. Piú assai che
nell'_Indice_ non appaiano sono gli scritti del Pieri, ch'egli segnava
con le iniziali _M. P._

[307] _Memorie_ cit., tomo IV, 19 ottobre 1823.

[308] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 1.

[309] Vedi le _Lettere di illustri Italiani a Mario Pieri_, raccolte da
D. MONTUORI. — Firenze, Le Monnier, 1863, pag. 150 e 257.

[310] _Vita scritta da lui medesimo._ — Firenze, Le Monnier, 1850, vol.
II, pag. 49.

[311] Da lettera inedita del Capponi al Tommaséo, del 1854; tra quelle
alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo co 'l mio aiuto
modesto.

[312] Lettera del 4 agosto 1824; _Epistolario_ cit. del GIORDANI, vol.
V, pag. 278.

[313] Lettera del 6 giugno 1824; _Epistolario_ cit., vol. V, pag. 263.

[314] Lettera del 26 luglio 1824; _Epistolario_ cit., vol. V, pag. 275.

[315] Lettera del 12 dicembre 1824; _Epistolario_ cit., vol. V, pag.
369.

[316] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 91, 92.

[317] Non so con che prove il Piergili afferma (_Epistolario_ del
LEOPARDI, vol. III, pag. 279) che il Giordani avrebbe voluto
“molestarlo, e anche cacciarlo in bando„. A me, quand'anche il Niccolini
non dicesse (Lettera dell'8 ottobre 1825, in _Vita e Ricordi di G. B.
N._ ecc., vol. II pag. 8) ch'egli era “legato d'amicizia grandissima col
direttore„, basterebbero per mostrarmi il contrario le lettere di lui,
anche dopo l'esilio, affettuosissime.

[318] Lettera del 16 dicembre 1824; _Epistolario_ cit., vol. V, pag.
371.

[319] Lettera del 22 ottobre 1825; F. ORLANDO, _Carteggi Italiani
inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1892, serie 1ª, vol. II, pag. 116.

[320] Lettera del 22 ottobre 1824. In _Ricordi_ di M. BUFALINI
_pubblicati da_ F. MARIOTTI. — Firenze, Successori Le Monnier, 1875,
pag. 509.

[321] 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. V.

[322] “Niun nome — egli scrisse (_Vita letteraria del cav. Compagnoni
scritta da lui medesimo._ — Milano, A. F. Stella, 1834, pag. 47) — parmi
avere le _Lettere di tre Faentini a Pietro Giordani_ su quella sua matta
idea dell'uomo letterato, che diretta al Marchese Capponi fu dal signor
Vieusseux premessa per capo d'anno ad uno de' suoi quaderni
dell'_Antologia_ fiorentina. Mirabil cosa! tutti quegli sciolotti, i
quali scrivevano nel giornale del sig. Vieusseux, si fecero solleciti a
confortare quel buon uomo contra le _Lettere Faentine_, come se fossero
state una mazzata caduta sul loro caporione„.

[323] _Nuovo Ricoglitore_, n. 13, gennaio, 1826, pag. 22 e seg. — Contro
il Giordani scrisse un _Discorso_ anche Jacopo Landoni. — Pesaro,
Nobili, 1825. — Del Bianchetti, che al Giordani nell'_Antologia_
contradisse, dirò altrove.

[324] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 147.

[325] Lettera inedita al Tommaséo: senza data, ed è unita con la lettera
del Tommaséo del 29 aprile 1826; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„,
Firenze.

[326] Nella _Lettera_ cit. al Capponi, pag. XV.

[327] Lettera del 29 gennaio 1829; _Lettere di F. D. Guerrazzi_ per cura
di F. MARTINI. — Torino, Roux, 1891, pag. 16.

[328] “.... Uno scrittore magistrale siccome egli è, debbe servire ai
tempi e malgrado la loro perversità vincere gli ostacoli, farsi
intendere, ché ciò si ottiene alla barba di tutti i censori di questo
mondo. E di qualche cosa detta con finezza di accorgimento, piú che con
veemenza di scrittore, gli sarà fatto piú merito che non crede, poiché
li contemporanei sanno di che si tratta, e la posterità conoscerà per
certo l'indole de' tempi e la condizione degli scrittori. Perché dunque
privar noi di leggere un articolo stupendo, che onora l'arte l'artista e
l'autore, per lo sdegno che lo irrita contro lo spigolismo d'una
censura?....„. Venezia, 3 novembre 1832, Lettera inedita; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[329] Lettera del 4 novembre 1832, in _Lettere di illustri Italiani ad
A. Papadopoli_, scelte e annotate da G. GOZZI — Venezia, Antonelli,
1886, pag. 129.

[330] Parma, 23 ottobre 1832; F. ORLANDO, _Carteggi Italiani inediti o
rari_, serie 1ª, vol. IV, pagg. 59, 60.

[331] Il suo primo scritto è del gennaio del 1825; e gli articoli suoi
segnava con le lettere _Gl. C._, come quello, ad esempio, su le carte
topografiche del generale Haxo. (1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag.
192). Discorre di agraria e, tra l'altre cose, degl'Italiani morti in
Ispagna, opera del maggiore Camillo Vacani.

[332] Gli articoli suoi numerosi segnava con le iniziali _G. P._ Si noti
che il nome di lui non una volta compare nell'_Indice_.

[333] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 129.

[334] Dal novembre del 1826.

[335] Lettera del 25 dicembre 1827; _Epistolario_ cit., vol. VI, pag.
14.

[336] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 29.

[337] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 97.

[338] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 57.

[339] _Di G. P. Vieusseux ecc._, ediz. cit., pag. 35 e 39.

[340] _Memorie autografe di un ribelle._ — Milano, N. Battezzati, 1873,
pag. 123.

[341] Scrivendogli: “Non vogliate ascrivere ad ingratitudine o inciviltà
il rinvio del biglietto di associazione, da voi generosamente
favoritomi, e che troverete qui incluso. È ne' miei principj di nulla
volere o prendere di tutto ciò che non mi si deve. Mi martorierebbe
inoltre il pensiero d'essere io il solo ad entrar _gratis_ in un luogo,
ove altri non entra che mediante la giusta e debita retribuzione a chi
fondò e sorregge un utilissimo e piacevolissimo istituto„. Lettera
inedita del 20 dicembre 1826; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„,
Firenze.

[342] Queste parole nobilissime scriveva il Pepe in un articolo
intitolato: _Relazione di un viaggio fatto nell'Apruzzo Citeriore dal
Cavalier M. Tenore_; articolo che doveva comparire nel fascicolo del
novembre del 1832 alla pag. 57, e poi fu soppresso dalla Censura, benché
in fondo al volume fosse stato annunciato. Si conserva nella
“Nazionale„, tra le carte del Vieusseux, con le inconcepibili
castrazioni fattevi dal censore. Anche altrove però il Pepe diceva
(1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 129): “dei patiti sudori e
perigli non rimasero se non cicatrici con legato di sventure e miserie
iniquissime„.

[343] Gli articoli suoi segnava ora _V. S._, ora _V. S. M._; talvolta
_S._ Né tutti l'_Indice_ li ricorda. Il primo suo scritto importante è
del novembre del 1824, su la libera difesa degli accusati. Ma su lo
stesso argomento aveva già scritto brevemente nel giugno, annunciando
l'opera del Dupin. Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle,
alla lettera _S._

[344] 1829, tomo XXXIX, n. 100, aprile, pag. 64.

[345] Lettera inedita a G. P. Vieusseux del 28 novembre 1825. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[346] Lettera inedita a G. P. Vieusseux, del 28 marzo 1825. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[347] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 135.

[348] 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 75.

[349] Lettera al Friddani del 2 ottobre 1825, in _Lettere inedite di C.
Botta_ pubblicate da CATERINA MAGINI. — Firenze, Le Monnier, 1900, pag.
66.

[350] Questa lettera fu con tali mutilazioni pubblicata dalla Magini
(_op. cit._, pag. 68) che non sarà discaro al lettore conoscerla qui per
intero. “Firenze, 20 ottobre 1825. — Io vi ringrazio, mio caro Libri,
della comunicazione fattami della lettera del sig. Botta al sig.
Friddani. Con mio sommo piacere sento ch'egli acconsente di scrivere
qualche articolo per l'_Antologia_. Giuste, giustissime sono le
osservazioni del sig. Botta, riguardo alle condizioni da stabilirsi: ma
egli mi fa torto supponendo che mi potesse venire in mente di
aggiungere, o di levare, senza la sua approvazione, qualche cosa dai
suoi scritti. Io so quali sono i riguardi dovuti ad uno scrittore come
il sig. Botta; che se accadesse, ciò che non credo probabile, che una
qualunque siasi proposizione mi sembrasse poco idonea all'indole ed alle
condizioni del giornale, gli parteciperei direttamente i miei dubbi, ma
sicuramente non mi arbitrerei, né ricorrerei ad altro giudicio che al
suo. Ma qui non posso fare a meno di rilevare un passo della lettera del
sig. Botta. Egli dice che _gli pare che l'Antologia vada per certe
attorterie e servilità forestiere.... e che le sue_ (del sig. Botta)
_opinioni faran mal suono agli autori dell'Antologia_. Mi rincresce che
il sig. Botta abbia quest'opinione, e voglio lusingarmi che s'egli mi
conoscesse meglio, e s'egli sapesse quanto sudo e fatico per rendere
l'_Antologia_ degna del secolo, quanto è possibile di esserlo a giornale
presentemente in Italia, egli penserebbe diversamente. Voi, mio caro
Libri, che sapete quali sono i miei sentimenti, quanto poco temo di
manifestarli, quanto ho l'animo indipendente, quanto io ami _l'Italia_,
mi potete rendere la dovuta giustizia. Noi siamo, è vero, in Toscana, in
questa beata Terra, questa Oasis ove molto si concede allo spirito ed ai
bisogni del secolo! ma nondimeno siamo sottoposti ad una censura, ci
troviamo tra il _feu croisé_ di Milano e di Roma; tra il giornale
ecclesiastico di Roma e il non meno ultra-fanatico l'_Amico d'Italia_,
che si pubblica in Torino;.... e questa censura, piú per prudenza che
per tutt'altro motivo, deve _sé malgrado_ frequentemente rigettare o
castrare. L'_Antologia_ ha dunque alcune volte dovuto tacere o non dire
tutto il suo pensiero; ma parlare contro le proprie dottrine, mai; a
questa censura ho dovuto promettere, s'intende, di non stampare ciò che
viene da essa rigettato; ma gli ho dichiarato nel tempo medesimo che mai
e poi mai nessuna potenza al mondo potrebbe farmi inserire
nell'_Antologia_ cose contrarie alle dottrine ch'io tengo ad onore di
professare, dottrine conformi ai lumi ed ai bisogni del secolo, ed in
particolare modo _ai bisogni dell'Italia_. Questa dichiarazione, ch'io
amo di qui ripetere, basterà, lo spero, al sig. Botta per fargli capire
quale fu ed è il mio divisamento, e ciò che io aspetto da lui per il
maggior lustro dell'_Antologia_; ma d'altronde quale il freno ch'egli
medesimo dovrà imporre in certe occasioni al giusto e nobile suo sdegno.
Il discorso del nostro Niccolini, che viene inserito nel fascicolo di
ottobre, gli darà la misura dei limiti ove possiamo giungere, e di
quelli che non possiamo azzardare di oltrepassare.

“La _Storia d'Italia_ v. g. meritava nell'_Antologia_ uno o piú
articoli. Ma tale era l'argomento, che le lodi o le critiche che fossero
state fatte, partite da penna veramente italiana, certamente non
sarebbero passate alla censura. E poiché l'_Antologia_ non avrebbe
potuto parlare dignitosamente e risolutamente del libro del sig. Botta,
era meglio tacere: ho avuto piú volte occasione di dirlo al censore.

“Del resto voi potete asserire al sig. Botta che se il non essere né
dotto, né letterato, mi mette nel caso di dovere frequentemente
ricorrere all'assistenza di chi in tante materie ne sa piú di me; io non
mi lascio però influenzare da nessuno, e che, in ultima analisi, io solo
dirigo il mio giornale.

“Venghiamo ora a ciò che concerne la ricompensa. Il sig. Botta conosce
lo stato della misera Italia riguardo al commercio letterario. L'Italia
non è la Francia, e ancor meno l'Inghilterra. Offrendogli 60 franchi per
ogni foglio di 16 pagine dell'_Antologia_, carattere garamone, offro piú
di quello che non ho mai dato a nessuno; e quando egli saprà che ancora
non copro le mie spese, non troverà meschina la mia proposizione„.

[351] Su questo ritornerò altrove, parlando della censura in Toscana.

[352] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 73.

[353] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 147.

[354] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 42.

[355] _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol. III, pag. 200.

[356] Lettera del 5 gennaio 1824; _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 489.
— Altri penserà forse ch'io troppo, in proporzione di quello che diede
all'_Antologia_, discorro del Leopardi (che il Tommaséo nell'edizione
del 1863 dell'opera sua non ricorda neppure, e in quella del 1864
rammenta (pag. 135) a proposito de' pirati Barbareschi): a me discorrere
di lui con certa ampiezza pare opportuno, e perché tocco di alcuni
desiderî del Vieusseux riguardanti il giornale, e perché il Leopardi e
vicino e lontano sempre guardò con piacere allo svolgersi
dell'_Antologia_.

[357] Lettera del 15 gennaio 1824; _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol.
III, pag. 233.

[358] Lettera del 2 febbraio 1824; Epistolario cit., vol. I, pag. 496.

[359] M. TABARRINI, in _Gino Capponi ecc._ — Firenze, Barbéra, 1879,
pag. 144.

[360] _Nuovo Ricoglitore._ — Milano 1826, n. 19, pag. 519. — Non trovo
da altri ricordato questo giudizio, notabile perché fu il primo espresso
pubblicamente.

[361] Al Brighenti scriveva: “.... Di che si tratta infine? di mettere
in ridicolo le nostre coglionerie, di sferzare i nostri vizi, di
avvilire i cattivi, d'incoraggiare i buoni, di stimolare tutti, e sempre
con energia ed urbanità, con coraggio e con spirito conciliante, con
fermezza e dolcezza tutto ad un tempo. Leopardi, piú grave, piú austero,
piú misantropo di voi, potrebbe prendersela coll'egoismo e la
immoralità, col fanatismo e l'irreligione, coi nostri sistemi di
educazione pubblica e privata, coll'assenza assoluta di vincoli
domestici, colla depravazione delle donne, colla mancanza di tutto ciò
che piú costituisce il vero cittadino. Voi piú lepido, piú
epigrammatico, piú focoso, vi attacchereste ai ridicoli, all'avarizia,
al sonettino, all'arcadico, al furfante, al zerbinotto, al pedante, al
trecentista. Leopardi sarebbe il vero solitario dell'Appennino, voi
l'osservatore cittadino. Le vostre cose riunite formerebbero lo
Spettatore italiano. L'Eremita vi risponderebbe. Piú ci penso, piú mi
sembra che questi articoli farebbero molto bene al pubblico ed al
giornale. Ciascuno di voi mi darebbe un articolo per trimestre, di
maniera che in ogni fascicolo ne verrebbe uno che richiamerebbe il
precedente e farebbe aspettare con impazienza i seguenti. E chi sa se da
Napoli, da Roma, Milano, Genova, Torino, Venezia, non verrebbero fuori
altri Osservatori morali. L'Orioli, purché volesse smorzare la sua
qualche volta troppo pungente penna, sarebbe ottimo per il nostro
proposito — . Ma rammentiamoci tutti che per giovare e farci dar retta,
conviene scansare ogni personalità, esser sempre urbani, imparziali,
giusti, e scrivere in coscienza.

“Ben inteso però che la morale non vi farebbe perder di vista
l'industria tipografica libraria, la proprietà letteraria, la ristampa,
e la fiera progettata nel centro dell'Italia....„. 15 aprile 1826,
Lettera inedita; _Carteggio Vieusseux_ cit., “Nazionale„, Firenze.

[362] Lettera del 1º marzo 1826; _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol.
III, 239.

[363] Lettera del 4 marzo 1826. _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 106.

[364] Lettera del 16 febbraio 1829. _Epistolario_ cit., vol. II, pag.
355.

[365] Lettera del 4 marzo 1826. _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 105.

[366] Su 'l _San Benedetto_, poema di A. M. RICCI; pag. 71.

[367] Lettera inedita, Rovereto, 24 febbraio 1826 (della quale una frase
trascrissi nel mio volume _La critica, l'arte, ecc. di N. T._ — Firenze,
Seeber, 1901, pag. 96; ma una parola vi mutai per distrazione).
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Non sembri errato
confrontando la lettera del febbraio e il fascicolo del gennaio, il dire
“aveva raccomandato„: quando il Tommaséo scriveva, non ancora era
stampato il fascicolo del gennaio.

[368] Ma altri articoli soscriveva talvolta _N. J._, tal'altra _N. T._,
tal'altra _T._ Egli stesso affermò (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit.,
pag. 113): “Sottoscrivevo alle cose mie _K. X. Y._ ma talvolta.... altri
segni, o segno nessuno: onde non può essere, quanto a me, esatto in
tutto l'Indice....„.

[369] _Memorie poetiche e poesie._ — Venezia, Gondoliere, 1838, pag. 46.

[370] Lettera del 10 settembre 1825. Pubblicata da A. BERTOLDI in
_Rassegna Nazionale_, 1901.

[371] Lettera inedita, Rovereto, 24 febbraio 1826; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[372] Con questi patti: L. 30 al mese per aiutare al Vieusseux nel
correggere le bozze dell'_Antologia_: L. 50 per le _riviste_: L. 40 per
articoli originali; uno al mese.

[373] _Memorie poetiche, ecc._, pag. 183.

[374] Lettera del 1º settembre 1829 al Leopardi; _Epistolario_ cit.,
vol. III, pag. 264.

[375] Lettera inedita, Pisa, 13 dicembre 1827; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[376] 1826, tomo XXIII, n. 67 luglio, pag. 22.

[377] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, tomo V, 4 ottobre 1828.

[378] _Memorie inedite_ cit., “Riccardiana„, tomo V, 19 febbraio, 1833.

[379] Con che gusto il Tommaséo dovette una volta far credere al Pieri
ch'egli fosse per esser convertito da lui al classicismo! Perché il
Pieri racconta (_Memorie inedite_ cit., tomo V, 9 luglio 1830): “Ho
tentato di convenirlo sul classicismo e sul romanticismo, e su i danni
che può recare quest'ultimo alla inesperta e incauta gioventú; ma in
quello ch'egli veniva consentendo alle mie proposizioni, è venuto il
Valeriani a interrompermi„.

[380] Lettera inedita, Milano, 6 novembre, 1825; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[381] È curioso il modo con che il Tommaséo, fingendo giudicare altrui,
giudicava sé stesso nel rendere conto di un fascicolo dell'_Antologia_:
“No, cosí non si scrive, mio caro K. X. Y. Piú naturalezza ci vuole: ve
l'hanno detto anche altri uomini che ne sapevano piú di me, e sia detto
con vostra permissione, anche un po' piú di voi. Naturalezza, signor K.
X. Y. Il numero, l'eleganza, la forza, la rapidità sono belle parole, ma
la naturalezza è qualcosa di piú„. (_Nuovo Ricoglitore_, Milano, n. 20,
agosto 1826 pag. 578).

[382] Lettera inedita, senza data, ma non di molto posteriore alla
venuta del Tommaséo in Firenze; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„,
Firenze. (È scritta in francese).

[383] Lettera inedita, Pisa, 25 novembre 1825; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Cosí gli scriveva: “Farò ogni mio sforzo
possibile, tra le occupazioni mie, che poche non sono, di sodisfare al
suo desiderio di qualche articolo per l'_Antologia_. Ma converrebbe che
ella mi dicesse su che vorrebbe esser servita. Io ho tarda notizia de'
libri che compariscono. Se ella mi dà qualche cenno, la servirò come so
e posso....„.

[384] Lettera inedita, Pisa, 2 gennaio 1826; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[385] Lettera inedita, Pisa, 3 gennaio 1826 (_Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze). Cosí gli rispose: “Lo scopo dell'_Antologia_ non
deve esser tanto quello di far risaltare qualche difetto di un libro,
quanto di far conoscere, meglio che non lo siano state fino adesso,
quelle verità che da molti sostenitori dell'oscurantismo e
dell'assolutismo vorrebbero esser tenute occulte; e certo è che l'opera
del De Staël è molto interessante per chi desidera di meglio conoscere
quella macchina maravigliosa di cui l'Inghilterra va superba, e con
ragione, ad onta di tanti difetti. Del resto, se le lettere del signor
Staël _abondano di anfibologie e di contradizioni_, giustizia vuole che
chi ragiona di esse ne faccia avvertito il pubblico ed il signor Staël
medesimo. Non ho bisogno di dirle, stimatissimo signor professore, che
il signor Staël, essendo uno scrittore stimatissimo per le sue ottime
intenzioni, il suo amore del vero, l'indipendenza del suo carattere ed i
suoi principî liberali, egli meriti tutti i riguardi dell'_Antologia_ e
di chi si trova costretto di criticarlo. Tenutissimo le sono poi per la
gentilezza usatami nello scrivermi la di lei lettera di ieri. Superflua
era questa precauzione: quando mi prendo e mi prenderò la libertà di
chiederle un articolo per l'_Antologia_, non intenderò mai che per
motivi particolari ella debba non dire tutta la sua opinione.
_Giustizia_, _imparzialità_, _libertà_, ecco la mia divisa; ma se
nell'interesse de' principî ch'io tengo ad onore e a dovere di far
sostenere e difendere, conviene di dare a uno scritto e ad una critica
una certa direzione, confido troppo ne' suoi lumi e nella sua sagacità,
per non essere perfettamente tranquillo a questo riguardo„.

[386] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 1.

[387] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 64.

[388] Lettera inedita, Pisa, 21 maggio 1827; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[389] Il primo scritto di lui è del giugno del 1826, su la _Filosofia
della statistica_ del Gioia, pag. 72. — Gli articoli suoi segnava con le
lettere _X. X._ Ma nell'_Indice_ non appaiono sotto il suo nome.

[390] 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 92. E un altro ne
prometteva, che non vide la luce.

[391] Lettera inedita, senza data, ma forse è del giugno del 1832. Di
questo articolo scriveva al Vieusseux: “.... Il desiderio di far cosa
veramente utile e concludente, e che nel tempo stesso che è fatta per
voi sia anco fatta per me, mi ha fatto prender dai principî l'esame
dell'opera del Carmignani, e procedere con un rigore tutto
scientifico....„. (_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[392] Il Giordani, tra gli altri, confessava al Vieusseux non averne
potuto capir “niente, niente affatto„. F. ORLANDO, _Carteggi Italiani
inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III, pag. 155.

[393] È bello com'egli descrive in _Elogi e Biografie_. (Firenze,
Successori Le Monnier, 1872, pag. 99) la visita fattagli dal Vieusseux.

[394] 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 94.

[395] 1827, tomo XXVII, n. 81, settembre, pag. 63.

[396] 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pagina 218. — Su le
_Instituzioni di Giustiniano_ illustrate dal VERMIGLIOLI. Ma l'_Indice_
non lo ricorda sotto il nome di lui.

[397] Nel 1828, in fondo a un articolo scrisse: “riconosco per miei
tutti gli articoli contrassegnati colle iniziali _F. S._, e che sono
stati inseriti dal novembre del 1826...„; 1828, tomo XXXII, n. 95,
novembre, pag. 32.

[398] Con la “Lettera su la direzione degli studî„, in _Scritti varî_ di
FRANCESCO FORTI. — Firenze, Cammelli, 1855, pag. 1.

[399] Lettera del 16 febbraio 1829; _Epistolario_ cit., vol. II, pag.
355.

[400] Lettera del 24 maggio 1829; _Epistolario_ cit., vol. VI, pag. 38.

[401] 1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 54; e 1828, tomo XXIX, n.
85, gennaio, pag. 54.

[402] 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 113.

[403] Lettera inedita al Vieusseux. (Tradotta dal francese). Questo
brano fa séguito a quell'altro, ch'io ho ricordato alla pag. 110, ove
parla del Tommaséo.

[404] _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 143.

[405] 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 70.

[406] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 63.

[407] 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 36. — Per ciò che cito dopo,
vedi la pag. 42.

[408] _Lettere dall'esilio di T. M._ pubblicate da E. VITERBO. — Roma,
1899, vol. I, pag. 46. — Di qui tolgo le frasi che ricordo senza
citazione speciale.

[409] Questo è del gennaio del 1827, pag. 83, su Pasquale Borelli. E
come questo, altri di lui, ch'egli segnava _T. M._, non sono compresi
nell'_Indice_.

[410] 1827, tomo XXVII, n. 81, settembre, pag. 36.

[411] D. GASPARI, _Vita di T. M._ — Ancona, Morelli, 1888, pag. 33.

[412] 1827, tomo XXVIII, n. 83-84, novembre-dicembre, p. 100.

[413] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 36.

[414] 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 88; e 1828, tomo XXXI, n. 93,
settembre, pag. 1.

[415] 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 105.

[416] 1832, tomo XLVII, n. 141, settembre, pag. 53.

[417] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 109.

[418] 1832, tomo XLVI, n. 137, maggio, pag. 62.

[419] _Scritti editi ed inediti_ di G. MAZZINI, vol. I. — Milano,
Daelli, 1861, pag. 17.

[420] 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 142.

[421] _Scritti editi ed inediti_ cit., vol. cit., pag. 27.

[422] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 23 febbraio 1830;
_Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol. III, pag. 275.

[423] Lettera pubblicata da A. De Gubernatis in _Nuova Antologia_, tomo
XXII, 1º agosto 1880, pag. 422.

[424] In un manoscritto inedito del patriota pratese Pier Cironi, che si
conserva nella biblioteca del _Collegio Cicognini_, e che a me fece
conoscere il mio buon Preside Paolo Giorgi, perché è una buona
bibliografia degli scritti mazziniani, sta scritto: “Gaetano Cioni....
amico di Gian Pietro Vieusseux, dimorando in Pisa nel 1829, serviva di
intermediario fra la collaborazione dell'_Antologia_ e G. Mazzini. Ad
esso venivano diretti, per mezzo di persona particolare, gli scritti e
le prove di stampa, per la inserzione e revisione, che viaggiavano tra
Firenze e Genova, e viceversa„.

[425] _Scritti editi ed inediti_ cit., vol. cit., pag. 27.

[426] _Opere varie inedite_ di M. PIERI. — Firenze, 1851, vol. III, pag.
110.

[427] Fascicolo V, settembre-ottobre 1829, pag. 441; e fascicolo VI,
novembre-dicembre pag. 528.

[428] _Opere._ — Firenze, Le Monnier, 1858, vol. III, pag. 257.

[429] Lettera del 1º febbraio 1830; in _Lettere di F. D. G._ per cura di
F. MARTINI. — Torino, Roux, 1891, vol. I, pag. 21.

[430] Lettera inedita al Vieusseux, Parma 26 febbraio 1830; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Del Mazzini cosí giudicava: “La sua
scrittura non potrà non piacere ai piú, e massime a chi ha l'animo
largo, e la mente spregiudicata. La sua veduta può in vero ridursi a un
sogno: ed io stesso lo credo tale. E se è vero che la forma della
letteratura di un popolo sia chiusa nel germe della sua lingua, non sarà
mai che si venga a una letteratura di succo o colore universale, qualora
non si voglia aggiungere che ancora tutte le favelle europee si
confonderanno un giorno in una sola: il che saria troppo. Ma ad ogni
modo i pensamenti di quell'articolo saranno sempre grandi e generosi, e
attesteranno uno de' piú splendidi ingegni viventi„.

[431] 1829, tomo XXXVI, n. 107-108, novembre-dicembre pag. 91.

[432] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 37; e 1831, tomo XLIV, n.
130, ottobre, pag. 26.

[433] Lettera inedita, Napoli, 20 aprile, 1832; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[434] Tomo XXI, pag. 228.

[435] _Opere edite e postume_. — Le Monnier, Firenze, 1859, vol. I, pag.
485.

[436] Lettera inedita di Girolamo Velo al Vieusseux; Roma, 27 dicembre
1824. Cosí gli scriveva: “Ho inteso da D. Pietro Odescalchi, che
probabilmente l'_Arcadico_ cesserà coll'anno 1824; e ch'era sua
intenzione di giovare al reputato giornale da lei pubblicato. Mi disse
d'aver già scritto a Borghesi di mandare pure i suoi articoli
all'_Antologia_, ch'egli avrebbe fatto altrettanto per ciò che riguarda
l'archeologia e la medicina. Dietro queste buone disposizioni del
Direttore del _Giornale Arcadico_, io credo ch'ella farà bene di
scrivergli subito per interessarlo in di lei favore, e non dubito che si
combineranno con reciproca soddisfazione. Non può infatti che accrescer
pregio all'_Antologia_ la penna di Borghesi, di Amati, e di altri
valenti scrittori. Mi rallegro di veder probabile la riuscita dei suoi
desiderî, e cosí le sia dato qualche compenso per le tante fatiche e
spese da lei incontrate nella lodevole impresa all'_Antologia_. Mi
diverto leggendo varj articoli dei N.i portati meco, ed attendo con
impazienza il fascicolo di Dicembre. Chi è l'Autore che ragionò con
profondo sapere sulle opere di Romagnosi e di Tamburini, e segna Λ?
La prego di ricordarmi a tutti quei miei conoscenti che compongono
la sua deliziosa società del sabbato sera, mentre con vera stima mi
dico....„. _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[437] Lettere pubblicate in _Ricordi di Maurizio Bufalini_ da F.
MARIOTTI. — Firenze, Successori Le Monnier, 1875, pagg. 512, 513.

[438] Lettera inedita, Paris, 11 mai 1823. Non sarà discaro al lettore
conoscerla: “M.r Beyle envoye a Monsieur Vieusseux avec prière de les
placer dans son cabinet litteraire: Un exemplaire de l'_Histoire de la
peinture en Italie_, 2 vol.; Un de la _Vie de Haydn, Mozart et
Metastase_, 1 vol. Deux de la brochure intitulée _Racine et
Shakespeare_, 2 vol.

S'il convient a Monsieur Vieusseux d'en rendre compte dans
l'_Antologia_, M. B. demande d'être jugé avec toute la sincérité et
sévérité possibles. La vérité surtout, est le premier des biens. — H.
Beyle„. (_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[439] _Lettere inedite di illustri Italiani e stranieri ad A. Benci_
pubblicate da E. TOCI. — Livorno, Meucci, 1884, pag. 9. Di quel romanzo
infatti parlò il Benci nel 1824, tomo XVI, n. 47, novembre, pag. 81.

[440] Lettera inedita del commissario P. Serragli, del 3 febbraio 1825.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[441] 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio; _Agli associati e
corrispondenti_, pag. IV.

[442] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile; _Agli associati e
collaboratori_, pag. IV.

[443] 1829, tomo XXX, n. 98, febbraio, pag. 126.

[444] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio; _Ai cooperatori e corrispondenti_,
pag. II.

[445] E inutilmente scriveva al Ministro delle finanze per ottenere un
ribasso. Lettera inedita del 28 ottobre 1828. (Tra le carte del
Vieusseux).

[446] Lettera del Monti, del 3 agosto 1816. _Epistolario_ cit., vol. II,
pag. 186.

[447] Lo confessa l'Acerbi. Vedi: A. LUZIO, “La Biblioteca italiana e il
governo austriaco„, in _Rivista storica del Risorgimento_, 1896, anno I,
fasc. 7-8, pag. 665. E il Monti lo conferma: vedi _Epistolario_ cit.,
vol. II, pag. 213.

[448] Lo afferma il Libri, 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 220.

[449] _Spigolature nel carteggio letterario e politico_ del marchese
Luigi Dragonetti, per cura del figlio Giulio. Firenze, Ufficio della
_Rassegna Nazionale_, 1886, pag. 285. Lettera del 27 settembre 1828. — E
da Milano il Tommaséo scriveva al Vieusseux: “Ma che vale egli mai che
la vostra _Antologia_ proceda sempre con equità, con amore del vero e
dell'Italia, con fini nobili e retti? A Milano ella corre per le mani di
pochi; e quei pochi ancora non sanno il retto distinguer dal curvo; e
una pagina della _Biblioteca italiana_ (scritta anche dal culo di
Gironi) li persuade e li inebbria piú che non gli articoli di Giordani,
di Montani, di Lucchesini, di Niccolini....„. Lettera inedita, Milano,
26 aprile 1826; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[450] Lettera inedita, Rovereto, 24 febbraio 1826; _Carteggio
Vieusseux_. “Nazionale„, Firenze.

[451] Lettera del 27 dicembre 1827; _Epistolario_ cit. del LEOPARDI vol.
III, pag. 244.

[452] Lettera inedita, Torino, 16 gennaio 1828; Carteggio Vieusseux,
“Nazionale„, Firenze.

[453] Lettera inedita, San Remo, 28 febbraio 1828; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[454] Lettera del 14 settembre 1829. _Epistolario_ cit., vol. III, pag.
267.

[455] Lettera del 14 luglio 1831. Pubblicata da V. MALAMANI in _Rivista
storica del Risorgimento_, 1897, nn. 7-8, pag. 692.

[456] G. P. VIEUSSEUX, _Frammenti sull'Italia nel 1822 e progetto di
confederazione_. — Firenze, Galileiana, 1848, pag. 4.

[457] 1826, tomo XXIII, n. 67 luglio, pag. 80. — Alla Brunn accenna
anche il Tommaséo (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 105), mutando
qualche cosa per vero alle parole dell'_Antologia_, che non cita.

[458] Non sarà discaro al lettore conoscere precisamente il modo con che
la censura si portò sempre con l'_Antologia_: il che potrà vedere da
questa lettera di Luigi Pezzati al Commissario di Santo Spirito, Gaetano
Landi: “L'_Antologia_, come anche il _Giornale Agrario_, non è mai stato
approvato dal Padre Mauro Bernardini, regio censore, articolo per
articolo; ma solamente all'ultimo, dopo terminato il fascicolo, e ciò
sotto la responsabilità del sig. Vieusseux che s'impegnava, occorrendo,
a ristampare quante cartucce e fogli che fossero stati necessarî per
uniformarsi alle prescrizioni della censura. A questo sistema
autorizzato dal detto P. Mauro, a scanso di perdimento di tempo, e per
non avere il tedio della lettura di pessimi manoscritti, il Sig.
Vieusseux non faceva eccezione alla regola che allorquando egli medesimo
avesse de' dubbi sull'accettazione di qualche periodo degli articoli, ed
allora li mandava prima di tirare in stampa le semplici bozze. In questi
ultimi tempi però (cioè dopo le molte cassature sofferte per il
fascicolo di Dicembre 1832) il Vieusseux ebbe l'avvertenza di fare
esaminare le prove in stampa di tutti gli articoli, senza però
riportarne l'approvazione altro che verbalmente, giacché il P. Mauro si
riserbava di apporvi la sua firma e il suo sigillo a fascicolo
terminato. Per verificare il mio esposto, la prego ad interpellare il
detto R. Censore, e spero ch'ella mi troverà in tutto e per tutto
veritiero. Luigi Pezzati, 15 maggio 1833„. Lettera inedita. _Archivio
segreto del Buon Governo._ — Firenze, Negozi, 1833, filza n. 15, affare
n. 70.

[459] Lettera inedita, Parigi, 28 novembre [1823]. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[460] Vedi: V. MALAMANI, _La censura austriaca nelle provincie venete_,
in _Rivista Storica del Risorgimento_, 1896, vol. I, fasc. 5-6, pag.
496.

[461] Lettera inedita, Milano, 21 giugno 1830; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[462] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 128.

[463] Alludo allo studente Vittorio Merighi, che nel presentare al
censore un suo componimento poetico ove era il verso “_sí questa Italia
sfortunata e bella_„, tolse l'_esse_ che poi aggiunse in casa dopo
l'approvazione. — Vedi G. BIADEGO, _La dominazione austriaca ecc. in
Verona_, Roma, 1899, pag. 162. Ed è da ricordare ciò che ho detto alla
pag. 9.

[464] Mi spiace non citare le parole precise, che pure ho tra' miei
appunti. Ma perché L. Grottanelli (ne' _Moti politici della Toscana_. —
Prato, 1902, pag. 30) quelle poche parole riporta in modo notevolmente
diverso, e dà errata la segnatura d'_Archivio_ ch'io ho scordato
scrivere nel mio foglio e con che potrei verificarle, preferisco darne
il senso.

[465] Vedi la lettera del Vieusseux al Mayer, 30 ottobre 1821, in A.
LINAKER, _La Vita ecc._ di E. M. — Firenze, Barbèra, 1898, vol. I, pag.
26.

[466] Da Parigi, 29 marzo 1826; _Lettere inedite di C. B._, pubblicate
da C. MAGINI. — Firenze, Le Monnier, 1900, pag. 71.

[467] Lettera del 27 agosto 1824. _Epistolario_ cit., vol. V, pag. 305.
Di lui è la breve frase citata innanzi.

[468] Scriveva il Vieusseux al Leopardi (18 febbraio 1829, _Epistolario_
cit. del LEOPARDI vol. III, pag. 254), che il n. 95-96 era stato
“trattenuto un mese intero da Madonna Censura„.

[469] Il Vieusseux stesso lo dice nelle sue _Osservazioni sulla
Maremma_, pubblicate nell'_Appendice_, n. XLV della _Storia civile della
Toscana_ di A. ZOBI. — Firenze, Molini, 1852, vol. IV, pag. 197.

[470] Documento inedito in _Lettere della Segreteria di Stato_ 1826-28.
_Censura_, n. interno 55.

[471] Lettera pubblicata da A. FRÉNES nell'_opusc. cit._, pag. 43.
(Tradotta dal francese).

[472] 21 aprile 1830; _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. I, pag. 301.

[473] _Memorie poetiche e poesie_. — Venezia, 1838, pag. 121.

[474] Sono, tra l'altre, nel _Carteggio Vieusseux_ alcune lettere
anonime a lui dirette, che si dolgono di lui e del Tommaséo.

[475] Lettera inedita, Livorno, 3 ottobre 1825; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Per dimostrare tra quali difficoltà per causa
degli stessi amici dirigesse il giornale, non spiacerà al lettore ch'io
in parte qui riproduca la lettera del prof. Del Rosso, e altre d'altri.
Scriveva il Del Rosso: “.... Non so veramente di quali tendenze
parliate: spero che i vostri affari non permettendovi molto di
riflettere sull'articolo, vi avranno fatto scambiare. Convengo con voi
che l'impiego di Direttore d'un Giornale è doloroso, ma finalmente non
si tratta che di giudicare e scegliere. Io trovo anche piú doloroso
quello di scrittore di Giornale perché si tratta d'_indovinare_ le
voglie di chi lo dirige; ed il mestiero dell'indovino è stato sempre
difficile e ridicolo, ed applicato al Giornale lo trovo anche buffo:
perché vi dee far cedere non la propria volontà solo, ma lo stesso
proprio allo intelletto altrui, e voi converrete meco che la servitú
dell'intelletto è la piú assoluta di tutte. Io non parlo per me, che non
sono mai stato per i giornali, e tanto meno potrei esserlo adesso,
perché il mio posto non mi permette di assoggettarmi a private censure„.

[476] Lettera inedita, Livorno, 15 dicembre 1824; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. — Scriveva al Vieusseux: “Non so spiegare come mai
scriveste al Del Rosso che avreste accettato l'articolo propostovi, dopo
averlo letto. Per fortuna era presente l'Uzielli, che moderò la collera
giustissima del Del Rosso: e questi, cioè l'Uzielli, se ne lamentò con
me, biasimando voi. Io vi ho scusato quanto ho potuto; adducendo che voi
eravate costretto a far ciò con tutti. Ma, caro amico, è una imprudenza
grandissima. Che voi procediate cosí con chi pagate, o verso i nuovi e
non provati, la intendo anch'io; ma verso quelli che sapete esser buoni
ed utili, e che lavoran per voi a scapito loro! (poiché egli è certo che
il Del Rosso, dopo che scrive per l'_Antologia_, paga molte associazioni
di giornali per essere in giorno): ed aggiungete che egli ha ora un
giornale che può rialzare a danno vostro effettivo: per tutte queste
considerazioni, dico, molto perdete, e poco danno fate agli altri,
seguitando il vostro procedere....„.

[477] Lettera inedita, Livorno, 11 novembre 1824; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Cosí scriveva: “.... M'avete scritto tante volte
che per avere un buon giornale è necessario che io sia pagato, che debbo
concludere aver io cogli articoli miei non pagati peggiorato il
giornale. È una inconseguenza tutta vostra e non mia. E so bene che
quando voi insistete per pagarmi, è in voi tre quarti di bontà, volendo
facilitarmi la vita. Ma perdonatemi se sono schietto: v'è pure un quarto
d'interesse vostro malinteso: perché voi credete non esser buono al
giornale che quello che voi vi proponete di mettervi, e vorreste perciò
esser tutto arbitro de' letterati. Questo, quanto a me, è impossibile.
Potete trarre tutto da me per amicizia: mai niuno mi dominerà. Sono
disgustato, è vero, di scrivere anche per l'_Antologia_; e la ragione è
questa sola: io che scrivo, ho necessità d'esser arbitro assoluto delle
mie scritture; e quando l'_Antologia_ non risponde a me, io non posso
rispondere a lei. Volendo seguitare di scrivere pel pubblico, mi
converrebbe piú d'assai far come il Lami e il Lastri, facendomi cioè
autore di novelle letterarie. Ma neppur questo non voglio fare: talché
vivrò ozioso: e farò quello che mi chiedete, se avrò testa, e solo
perché vi amo....„.

[478] Lettera inedita, 24 luglio, 1836; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. — Diceva al Vieusseux: “.... Nulla vi dirò della
dispregiante scontentezza con cui ricevevate le mie fatiche, talché io
diceva: _Vieusseux fa con me come l'intraprenditore fa ricevendo sempre
scontento il lavoro dell'operajo._ Nulla non dirò del dispregio di
tenere cinque in sei mesi i miei articoli senza inserirli....„.

[479] Lettera inedita, Napoli, 3 agosto, 1832; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[480] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. IV.

[481] Lettera del Vieusseux al Leopardi. 27 dicembre 1827, _Epistolario_
cit., vol. III, pag. 245. — Si noti però che l'_Antologia_ aveva
annunciata quella pubblicazione fin dal 1821, tomo IV, n. 11, novembre,
pag. 370.

[482] Lettera inedita al Vieusseux, Treviso, 23 dicembre 1831,
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Ne parlò il Tommaséo nel
fascicolo dell'ottobre del 1831, pag. 110; ma questo non era ancora
venuto in luce quando il Bianchetti scriveva nel dicembre.

[483] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 73.

[484] N. 3, 15 gennaio, pag. 25. — È cosí raro il giornale, e cosí
curioso l'articolo, che non so tenermi dal riportarlo in Appendice. (N.
II).

[485] _De Vita Thomae Chersae Rhacusini Commentarium._ — Veronae, 1826,
pag. 31.

[486] 1828, tomo XXIX, n. 86, febbraio, pag. 156.

[487] Vedi _Delle lettere del P. A. Cesari_ raccolte da G. MANUZZI. —
Firenze, Passigli, 1845, vol. I, pag. 177.

[488] Lettera inedita al Vieusseux, Napoli, 28 giugno 1828. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[489] _Giornale Arcadico_, 1828, tomo XXXIX, pag. 155, 264.

[490] 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pag. 172; e 1827,
tomo XXVI, n. 76, aprile, pag. 149.

[491] 1827, 5 maggio, _Delle lettere del P. A. Cesari_ raccolte da G.
MANUZZI. — Firenze, Passigli, 1845, vol. I, pag. 132.

[492] 1827, tomo XXVIII, n. 83-84, novembre-dicembre, pag. 252.

[493] _Pragmalogia cattolica_. — Lucca, 1828, tomo II, pag. 104. — Il
Vieusseux poi fece pubbliche le lettere sue e del Riccardi
nell'_Antologia_, 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 176.

[494] 1830, tomo XXXVII, n. 110, febbraio, pag. 108. — L'articolo è
firmato _O. delle P._ Chi ne fosse l'autore non mi è riescito sapere:
(questa sigla non appare altra volta). Forse il Cioni, che su la fine
del 1829 era in Pisa?

[495] In due articoli del Giornale pisano: 1830, n. 49, pag. 74; e n.
50, pag. 153.

[496] _Lettera di Ranieri Tempesti introduttore e guida de' forestieri
nel Camposanto Pisano al Signor P. delle C._ — Pisa, Nistri, 1830.

[497] Lettera inedita del 1 maggio 1830; _Lettere della Segreteria di
Stato dal gennaio 1829 al dicembre 1831_. _Censura_, n. interno 624.

[498] 1830, tomo XXXVII, n. 111, marzo, pag. 168.

[499] _Risposta di Marco Pacini alle osservazioni del Sig. Direttore
dell'Antologia_. — Pisa, 10 maggio 1830.

[500] _Vita e avventure di Marco Pacini Pisano_. (Poema romantico). —
Pisa, Capurro, 1833, Sestina VIII, pag. 5 e nota relativa, pag. 21.

[501] 1829, tomo XXXIII, n. 98, febbraio, pag. 98. — Le parole citate
sono del Tommaséo (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 21).

[502] Lettera inedita del 17 aprile 1829; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[503] Lettera inedita al Vieusseux, Torino, 28 aprile 1829; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[504] Lettera inedita al Grassi, del 2 maggio 1829; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Cosí rispondeva al Grassi: “....
Giudicherete da voi medesimo se il nostro buon corcirese ha motivo di
lagnarsi dell'_Antologia_, la quale, credo, glie l'ha menata buona, ed
anzichè la di lui collera meriterebbe la sua riconoscenza. Ma il povero
Pieri è una pasta delle migliori qualità cittadine e domestiche, con
tutti i ridicoli del letterato. Egli è permaloso all'eccesso;
insuperbito dal premio che la nostra accademia della Crusca ebbe la
dabbenaggine, per non dir altro, [_prima aveva scritto_ “fece la
bestialità„] di dargli per quelle sue prose, egli si crede uno dei primi
luminari d'Italia. Ma leggete le sue poesie, e la sua _poetica_, e poi
mi saprete dire chi ha torto, o lui o l'amico _K. X. Y._ Checché ne sia,
il fatto si è che dopo la pubblicazione di quell'articolo il Pieri non
si lascia piú vedere, e va per tutto lagnandosi del direttore del
giornale _che ha avuto l'ingiustizia di mettere il suo libro nella mano
del piú forsennato fra i seguaci del Manzoni_. Povero Pieri! egli non sa
che non ho trovato un classico che abbia voluto prendersi la pena di
leggere il suo libro per renderne conto....„.

[505] Lettera inedita; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[506] Lettera inedita, 27 luglio 1831. — Conservasi nel tomo V delle
_Memorie inedite_ del Pieri, “Riccardiana„.

[507] Lettera inedita, 1 agosto 1831; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. — Adatto un po' i verbi al discorso.

[508] Lettera inedita, 15 agosto 1831. Conservasi nel tomo V delle
_Memorie inedite_ del Pieri, “Riccardiana„. Questa risposta mi sembra
cosí nobile e cosí sconsolata, che il lettore non me ne saprà male se
qui la riporto per intero: “Mio caro Pieri! Se voi aveste interpretata
come andava interpretata la mia lettera cui avete risposto, sicuramente
non mi avreste fatto il torto di rimandarmi l'_Antologia_. Io non dono
mai per riprendere. Il pacco che avete fatto rimettere al _Gabinetto_ vi
resterà a vostra disposizione, e quando il vostro messo non volesse
ritirarlo, sarà mia cura farlo riportare a casa vostra. Non ho replicato
alla vostra risposta perché ho creduto almeno inutile di entrare in una
discussione alla quale la suddetta mia lettera, convenientemente ed
amichevolmente interpretata, non avrebbe mai dovuto dar luogo.
Conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui
si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale; e vi
pregherò di conservare i fascicoli che ho pubblicati come un monumento
degli sforzi continuati che ho fatti per tanti anni onde creare in
Toscana un giornale che corrispondesse a' bisogni della società
italiana; ma che, probabilmente, la Censura non mi permetterà di portare
avanti. Il mio fascicolo di maggio si trova trattenuto: devesi castrarlo
indegnamente, e credo che dopo aver compiuto il primo semestre, cioè a
dire pubblicato quello di giugno, dovrò prender commiato da' miei
associati. Gradite i miei piú cordiali saluti„.

[509] Lettera del 24 gennaio 1825. Pubblicata da A. VANNUCCI in _Memorie
di G. M._ — Capolago, 1843, pag. 174.

[510] _Rivista Enciclopedica_, marzo 1821, pag. 558.

[511] 1821, tomo III, n. 8, agosto, pag. 212. L'articolo è firmato _X_;
ma benché nel numero di febbraio del 1822, pag. 242 il Mancini dicesse
che era di un suo “ottimo amico„, pure è suo: e il Vieusseux, infatti,
nel suo esemplare, che conservasi nella “Nazionale„, vi scrisse sotto il
nome di lui.

[512] 1822, tomo V, n. XIV, febbraio, pag. 244.

[513] Lettera inedita senza data, ma dalla data della risposta s'intende
che dev'essere del 27 o 28 marzo 1825. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Cosí gli scriveva: “Desiderando provarle quanto
sono imparziale nel disimpegno della direzione del mio giornale, io le
rimetto qui annesse le stampe dell'articolo sull'_Iliade_, che potrebbe
venir inserito nel fascicolo di marzo dell'_Antologia_. Se le dispiace
meno un assoluto silenzio sulla sua opera che l'inserzione di tale
articolo, io sono pronto a ritirarlo. Me lo dica schiettamente, e creda
che non ho mai provato tanto quanto oggi il peso dei miei doveri di
giornalista. Aspetto la sua decisione, e mi protesto con la solita
stima....„.

[514] Lettera inedita del 29 marzo 1825; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[515] Lettera dell'8 ottobre 1825 in _Vita e ricordi ecc._ di A.
VANNUCCI, vol. II, pag. 8 e seg.

[516] Il Pieri diceva al Vieusseux: “voi mi mandaste in dono
l'_Antologia_.... ed io continuai, sebbene a malincuore, a riceverla....
tanto piú che voi piú volte vi lagnaste meco del Niccolini, che non
voleva piú riceverla„. Lettera inedita del 1º agosto 1831; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[517] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 52.

[518] Lettera inedita al Vieusseux, del 21 gennaio 1826; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[519] Lettera del 1º settembre 1829; _Epistolario_ cit., vol. III, pag.
262.

[520] Lettera inedita a Francesco Longhena, 10 marzo 1832; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[521] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 149.

[522] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, _Agli associati e
collaboratori_, pag. III.

[523] Lettera al Leopardi, del 4 marzo 1824. _Epistolario_ cit. vol.
III, pag. 235.

[524] Lettera inedita ad Alessandro Torri, del 29 novembre 1829;
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[525] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile; _Agli associati e
collaboratori_, pag. II.

[526] 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 153.

[527] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio; _Lettera ai collaboratori,
corrispondenti e associati_, pag. IV.

[528] _Epistolario_ cit., vol. III, pagg. 16, 31, 134.

[529] Vedi la lettera del 2 ottobre 1825, ch'io ho citato alla pag. 100.

[530] Vedi la risposta del Vieusseux, in nota nella pagina istessa. Il
qual brano, che a me qui serve, fu, come altri, soppresso dalla Magini.

[531] 1822, tomo V, n. 13, gennaio; _Ai lettori l'editore_, pag. VI.

[532] Lettera del 24 gennaio 1829. Pubblicata da C. LOZZI ne _Il
Bibliofilo_. — Bologna, giugno-luglio 1888, pag. 81.

[533] 1829, tomo XXXIV, n. 102, giugno, pag. 65; e tomo XXXV, n. 103,
luglio, pag. 16.

[534] Lettera al Leopardi del 1º settembre 1829; _Epistolario_ cit.,
vol. III, pag. 264.

[535] Vedi la lettera del 20 ottobre 1825, riportata alla pag. 101.

[536] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile; _Agli associati e
collaboratori_, pag. III.

[537] Lettera al Leopardi del 6 marzo 1829. _Epistolario_ cit., vol.
III, pag. 457.

[538] Lettera inedita dell'8 agosto 1826; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[539] Lettera inedita del 17 febbraio 1829, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Cosí gli scriveva: “.... La mia situazione
rispetto ad uno scrittore del quale devo mandare addietro un articolo, è
tanto piú delicata e penosa, che dovendo per lo piú fidarmi a' soli miei
lumi per formare un giudizio, devo necessariamente limitarmi a
considerazioni generali che mi vengon dettate dalle sole convenienze,
poiché non è tanta la mia dottrina da poter arrischiare una critica piú
sottile. Per le scienze fisiche e matematiche ricorro ai miei dotti
amici, e devo fare altrettanto quando si tratti di cose di gusto; per le
scienze morali e politiche, cerco di fare da me, alla meglio. In questo
caso mi pongo nei ranghi del volgo degli associati della _Antologia_, ed
osservo se lo scritto che ho sotto gli occhi mi persuade. Se non mi
persuade, lo rileggo attentamente una seconda volta, facendo da me
medesimo le parti dell'autore; e lei non deve dubitare del desiderio
sincero ch'io nutrivo, rileggendo il suo articolo, di poter dargliela
vinta„.

[540] 1827, tomo XXV, gennaio; _Ai cooperatori e corrispondenti_, pag.
X.

[541] Lettera inedita del 25 luglio 1826; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[542] Lettera inedita dal 20 agosto 1828; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[543] Dice il Tommaséo: “mi diedi a difendere gl'inni sacri del Manzoni
dalle accuse di un Salvagnoli, che morí tisico dopo il suo libro„.
_Memorie poetiche e poesie._ — Venezia, 1838, pag. 211.

[544] Lettera del 16 luglio 1829. Pubblicata da A. Linaker in _La vita e
i tempi di E. M._ — Firenze, Barbéra, 1898, vol. I, pag. 135.

[545] E Vincenzo Salvagnoli gli rispondeva: “Vi ringrazio dell'avviso
che mi date riguardo all'articolo contro mio fratello; e vi dichiaro che
né io né egli siamo dispiacenti che siano combattute le nostre opinioni,
_quando sono combattute onestamente ed urbanamente_„. — Lettera inedita
del 3 novembre 1829. _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[546] Lettera al Sardagna, pubblicata da A. Luzio in _Rivista storica
del risorgimento_, 1896, fasc. 7-8, pag. 667.

[547] Erra in verità il Tommaséo, nell'affermare (_Di G. P. Vieusseux
ecc._, ediz. cit., pag. 14) che “dovette.... sopramurarci un quarto„. La
casa è di tre piani; né possono considerarsi come mezzanino poche stanze
(non degne però di tal nome) non visibili dalla piazza, e che forse
servivano per deposito di libri.

[548] Da una lettera inedita di Pietro Betti al Vieusseux, 13 maggio
1824; _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[549] Da una lettera inedita del dottore Giuseppe Barellai, alunno
carissimo al Nespoli. È indirizzata a Bettino Ricasoli, senza data, ed
io devo questa notizia alla molta cortesia della baronessa Giuliana
Ricasoli. Di quella Società, il Barellai scriveva: “.... l'idea nacque
dalle riunioni serali letterarie nel gabinetto Vieusseux. Questi medici,
trovandosi là insieme, pensarono a riunirsi fra loro, e in casa del
dottor Buzzi, per sedici anni, fecero le loro adunanze e i loro studj„.

[550] Lo afferma il Mayer, 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre,
pag. 92.

[551] Lettera inedita a Pietro Betti del 14 maggio 1824; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[552] Lettera inedita, Parigi, 1 decembre 1823; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[553] Lettera inedita, Bruges, 28 octobre 1823; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Non sarà discaro al lettore conoscerla: “Mon cher
Vieusseux, Je vous ai envoyé, il n'y a pas longtemps, l'intéressante
_Histoire de la peinture_ de Mr. Beyle: _[si ricordi ciò che ho detto
alla pag. 122, e la nota 2ª]_ c'est Mr. Beyle lui même que j'ai
l'avantage de vous faire connaître maintenant. Veuillez le recevoir
comme vous recevez tous les étrangers distinguès: vous savez aussi bien
que moi combien il le mérite. Ses opinions et son esprit ne sont plus un
secret pour vous: il vous reste seulement à cultiver l'homme aimable, et
c'est ce dont je me fais gloire de pouvoir vous procurer l'occasion. Ah!
si j'avais pu moi-même vous le présenter et la présenter à tous nos amis
de votre charmante réunion hebdomadaire! Mais j'ai encore un triste
hiver à passer. Adieu, mon ami: donnez-moi de vos nouvelles le plus
souvent que vous pouvez, et croyez moi pour la vie, votre tout dévoué De
Potter„.

[554] M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 14 dicembre
1824, martedí. — Intervenne a quelle adunanze, per la prima volta, il 4
dicembre 1824, sabato. — Vedi: M. PIERI, _loc. cit._, sotto questa data.

[555] Lo afferma M. Pieri, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 20
maggio 1826, sabato.

[556] M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 31 agosto
1826, giovedí. — Al Giordani parve “molto gentil giovane„. (Lettera al
Vieusseux, Parma, 15 ottobre 1831. — F. ORLANDO in _Carteggi inediti o
rari_. — Firenze, Bocca, 1892, serie prima, vol. I, pag. 9).

[557] M. Pieri, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 24 ottobre
1826, martedí.

[558] La sera dell'11 marzo 1828, lunedí. — Vedi la lettera del
Vieusseux al Leopardi, del 13 marzo 1828; _Epistolario_ cit., vol. III,
pag. 249. — Si noti che in questa lettera, in vece di Edwards è stampato
_Colwards_, il quale fisiologo non è mai esistito.

[559] La sera del 12 novembre 1827, giovedí. — Vedi la lettera del
Vieusseux al Leopardi, del 13 novembre 1827; _Epistolario_ cit., vol.
III, pag. 241.

[560] Vi andò per la prima volta la sera del 10 novembre 1828, lunedí. —
Vedi: M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. V, sotto questa
data.

[561] Lo afferma il Tommaséo (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag.
15).

[562] Vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, del 4 dicembre 1828;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 250.

[563] Lettera a C. Guasti del 21 dicembre 1881. — Vedi C. GUASTI,
_Rapporti ed elogi accademici_, parte 2ª. — Prato, Vestri, 1896, pag.
521.

[564] ALFRED VON REUMONT, _Gino Capponi_, “Ein Zeit Und Lebensbild„. —
Gotha, 1880, seite 38.

[565] Vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, del 7 gennaio 1830;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 273.

[566] Lettera inedita dell'aprile 1830; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[567] Lettera inedita, Scornio, 19 settembre 1834; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Cosí scriveva: “Tu avrai, caro
Pietro, questa mia dal conte Augusto Platen, poeta insignissimo della
Germania, e che gl'Italiani debbono amare e riverire come scrittore
appassionato delle nostre glorie e sventure. Accoglilo come merita, e
voglimi bene. Addio„.

[568] _Il Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti._ —
Napoli, 1836, tomo XIII; _Memorandum_, pag. V.

[569] N. TOMMASÉO, _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 125.

[570] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 102. Di qui tolgo l'aneddoto
che cito piú sotto.

[571] Vedi la lettera del Niccolini, del 19 febbraio 1832, in _Vita e
ricordi ecc._, vol. II, pag. 164.

[572] Vedi F. TRIBOLATI, _Conversazioni_ di G. ROSINI. — Pisa, Spoerri,
1889, pag. 5.

[573] Per la prima volta, la sera del 19 settembre 1824, sabato. — Vedi:
M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, sotto questa data.

[574] Lettera del 12 gennaio 1852. In _Lettere di F. D. Guerrazzi_ a
cura di G. CARDUCCI. — Livorno, Vigo, 1880, vol. I, pag. 308.

[575] Per la prima volta, la sera del 26 giugno 1827, martedí. — Vedi:
M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, sotto questa data.

[576] Per la prima volta, la sera del 3 settembre 1825, sabato. — Vedi:
M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, sotto questa data.

[577] Lettera inedita al Vieusseux, Torino, 8 settembre 1829; _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. — Cosí scriveva: “I pochi veri dotti
italiani vivono troppo disgiunti l'uno dall'altro. Non è che dal mio
Vieusseux che mi ricordi d'aver trovato uniti in una gentile
conversazione i Cicognara, gli Orioli, i Giordani, i Niccolini, i
Capponi, i Rosini, i Ciampi, i Montani, i Bellotti e tanti altri
nobilissimi ingegni. A questi nomi aggiungerete ora quello del signor
professor Boucheron, ch'è forse il piú nitido scrittor latino che or
s'abbia l'Italia„.

[578] La sera del 24 settembre 1829, giovedí. — Vedi: M. PIERI, _Memorie
inedite_, “Riccardiana„, vol. V, sotto questa data.

[579] Vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, del 17 ottobre, 1829;
_Epistolario_ cit., parte 3ª, pag. 269.

[580] M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. V, 24 settembre
1829, giovedí.

[581] Lettera al Leopardi del 4 dicembre 1828. _Epistolario_ cit., vol.
III, pag. 250.

[582] Nelle _Memorie_, non autografe ma in molti luoghi corrette da lui,
ch'io ho veduto per la bontà della contessa Annunziata Gargallo; e che
si conservano nell'_Archivio_ di famiglia.

[583] Lo dice il Tommaséo (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 48).

[584] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 7 gennaio 1830;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 272.

[585] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 4 dicembre 1828;
_Epistolario cit._, vol. III, pag. 250.

[586] Lo dice il Capponi, (_Scritti editi e inediti._ — Firenze,
Barbéra, 1877, vol. I, pag. 232).

[587] Tolgo questa notizietta dal Reumont (_Gino Capponi_ Ein Zeit-Und
Lebensbild. — Gotha, 1830, seite 191).

[588] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 27 dicembre 1827;
_Epistolario cit._, vol. III, pag. 244.

[589] Vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, del 18 febbraio 1829;
_Epistolario cit._, vol. III, pag. 255.

[590] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 19 maggio 1824.

[591] Lettera del 26 febbraio 1826 al Brighenti; _Epistolario cit._,
vol. V, pag. 387.

[592] N. TOMMASÉO, _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 39.

[593] _Viaggio in Toscana._ — Milano, 1835, pag. 243.

[594] _L'Italie._ — Paris, Dufart, 1821, vol. I, pag. 265.

[595] Per quel po' che tocco del Manzoni, mi sono giovato delle lettere
del Vieusseux al Capponi, del 25 e 26 agosto 1827 (_Epistolario_ cit.
del CAPPONI, pagg. 229-231); di ciò che dice il Mamiani (_Nuova
Antologia_, tomo XXIII, agosto 1873, pag. 759); il Pieri (_Vita scritta
da lui medesimo._ — Firenze, Le Monnier, 1850, vol. II, dalla pag. 63
alla 73), e il Mestica (_Prose e Poesie_ di T. MAMIANI — Città di
Castello, Lapi, 1886, pag. XLIX).

[596] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 21 maggio 1829;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 261.

[597] Lettera del Vieusseux al Leopardi, del 27 dicembre 1827;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 244. — Di lí è tolta anche la
citazione seguente.

[598] Lettera del Giordani al Cicognara, del 24 maggio 1829;
_Epistolario_ cit., vol. VI, pag. 39.

[599] Lettera del Vieusseux al Leopardi, 7 gennaio 1830; _Epistolario_
cit., vol. III, pag. 272.

[600] Lettera cit. del Vieusseux, vol. cit. pag. 273.

[601] Lettera cit., vol. cit., pag. 272.

[602] Lettera del 20 agosto 1828; _Epistolario_ cit., del LEOPARDI, vol.
III, pag. 216.

[603] Lettera del 26 maggio 1832; F. ORLANDO, _Carteggi italiani inediti
o rari_. — Firenze, Bocca, 1896, serie prima, vol. III, pag. 140.

[604] 3 maggio 1824; _Lettere inedite di illustri italiani e stranieri
ad A. Benci_, pubblicate da E. Toci. — Livorno, Meucci, 1884, pag. 10.

[605] Lettera al Giordani del 24 luglio 1828; _Epistolario_ cit. del
Leopardi, vol. II, pag. 315.

[606] Lettera del 12 aprile 1829; _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 364.
E se qualche anno di poi, stanco della vita e del mondo, come
sopraffatto dal dolore derise (_Paralipomeni_, canto I, ottava 34 e
seg.), insieme con le altre cose i gabinetti letterarî, _forse_
involgendo nel suo scherno anche il suo amico e benefattore; non per
questo è da porre in dubbio la schiettezza di quelle lodi e la sincerità
di que' dolorosi rimpianti.

[607] Lettera al Vieusseux, pubblicata da A. LINAKER in _La vita ecc. di
E. M._ — Firenze, Barbéra, 1893, vol. I, pag. 134.

[608] 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 7.

[609] Lettera inedita, Siena, 27 settembre 1824; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[610] Lettera inedita, Parigi, 15 settembre 1834. — Tra quelle alla cui
pubblicazione attende I. Del Lungo co 'l mio modestissimo aiuto.

[611] Da lettera inedita del Vieusseux al Tommaséo, 7 ottobre 1826;
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[612] 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 10.

[613] 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 1.

[614] 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 75.

[615] _Vita_ scritta da lui medesimo. — Firenze, Le Monnier, 1850, vol.
II, pag. 31.

[616] M. D'AZEGLIO, _I miei ricordi._ — Firenze, Barbéra, 1899, vol. I,
pag. 81.

[617] A quelle adunanze, tenute nel 1825-26-27, intervenivano Luigi
Cibrario, Costanzo Gazzera, Carlo Boucheron, Lodovico Sauli, Federico
Sclopis, Luigi Provana, Alessandro Pinelli, Carlo Alfieri, Cesare Balbo,
Giuseppe Grassi, Giuseppe Franchi, l'economista Petitti, e il Mustoxidi,
quando si recava a Torino. Ne parla il Cibrario in _Notizie sulla vita
di Carlo Alberto._ — Torino, 1861, Botta, pag. 41, e lo Sclopis in una
lettera a F. Odorici, da questo pubblicata nella sua opera _Il conte
Luigi Cibrario e i tempi suoi._ — Firenze, Civelli, 1872, pag. 42.

[618] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 8 gennaio 1825.

[619] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 21 dicembre 1824.

[620] 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 145.

[621] _Scritti editi e inediti._ — Firenze, Barbéra, 1877, vol. I, pag.
233.

[622] Vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, dell'aprile 1829;
_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 259.

[623] Da lettera inedita a G. Capponi, Parigi, 17 luglio 1837. — Tra
quelle lettere alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo co
'l mio aiuto modesto. E perché mi se ne porge l'occasione, e da
qualcuno, anche recentemente, è stato mosso qualche dubbio, dirò che in
questa stessa lettera il Tommaséo scriveva al Capponi: “Il Leopardi è
morto: ho pregato un poco anche per lui. Affettuoso di fondo, credo non
fosse; e me lo prova il piacere al Giordani. Non vi ho mai detto questi
miei due versi su lui: _Natura con un pugno lo sgobbò: — Canta, gli
disse irata: ed ei cantò_„. Ora dunque cade, pur troppo!, ogni dubbio.

[624] 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 485.

[625] Vedi: M. PIERI, _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 1824, 3
maggio.

[626] _Memorie inedite_, “Riccardiana„, vol. IV, 1824, 21 dicembre.

[627] Ciò afferma Girolamo Cioni, che lo seppe dal padre, in una lettera
pubblicata da F. MARTINI, in _Epistolario di G. Giusti_. — Firenze,
Successori Le Monnier, 1904, pag. 106.

[628] _Memorie inedite_, “Riccardiana„ vol. IV, 1824, 2 maggio.

[629] Vedi: E. DEL CERRO, _Misteri di Polizia._ — Firenze, Salani 1890,
pag. 251.

[630] Vedi V. MALAMANI, _La censura austriaca delle stampe nelle
provincie venete_, in _Rivista Storica del risorgimento_, 1897, n. 7-8,
pag. 697.

[631] Vedi: G. BIADEGO, _La dominazione austriaca ecc. in Verona._ —
Roma, 1899, pag. 145.

[632] Vedi il _rapporto_ di Luigi Morandini in C. CANTÙ, _Il
Conciliatore e i Carbonari_. — Milano, Treves, 1878. — Per i brani che
ne cito, pag. 194, 195, 196. Il quale Morandini fu, pur troppo,
chiaramente provato essere Pietro Brighenti. Vedi: G. PIERGILI, _Un
confidente dell'alta polizia austriaca_. — Recanati, Simboli, 1888.

[633] _La figlia di Curzio Picchena._ — Milano, Sonzogno, 1874, pag. 62.

[634] Non raramente articoli: e il Vieusseux ne ebbe, per dire solo
degli stranieri, dal barone C. F. Rumohr, dal Witte, dal De Potter, da
J. Gräberg di Hemso, dallo Zaydler, dal Reumont.

[635] Vedi la lettera al Leopardi del 4 marzo 1824; _Epistolario_ cit.,
vol. III, pag. 235.

[636] 1823, tomo IX, n. 27, marzo pag. 126.

[637] Lettera cit. al Leopardi, del 4 marzo 1824, pag. cit.

[638] 1828, tomo XXX, n. 83, aprile, pag. 164.

[639] 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 533.

[640] 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 62.

[641] 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 17.

[642] 1823, tomo XII, n 35, novembre, pag. 35.

[643] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 197, e altrove.

[644] 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 57, e altrove.

[645] 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 438, e altrove.

[646] 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 44.

[647] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 153.

[648] 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 43 e numeri seguenti.

[649] 1827, tomo XXVI, n. 76, aprile, pag. 106.

[650] 1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 118.

[651] 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 92.

[652] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 23; e altrove.

[653] Sue sono, benché non firmate, le _Lettere di un socio
dell'Accademia archeologica di Roma_ (non ricordate nell'_Indice_),
1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, e numeri seguenti. — Le altre volte
segnava G. M. gli scritti suoi.

[654] 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 39; e altrove.

[655] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 113.

[656] 1827, tomo XXVII, n. 81, settembre, pag. 42; e altrove.

[657] 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 83; e 1829 tomo XXXIII, n.
99, marzo, pag. 135; e altrove.

[658] 1826, tomo XXI, n. 61, gennaio, pag. 17.

[659] 1824, tomo XIV, n. 42, giugno, pag. 129.

[660] 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 3; e numeri seguenti.

[661] N. TOMMASÉO, _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 40.

[662] 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 403.

[663] 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 74.

[664] _Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca._ —
Milano, 1817, vol. I, pag. XXII.

[665] 1821, tomo II, n. 6, giugno, pag. 416.

[666] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 84.

[667] 1826, marzo, tomo XLI, pag. 306.

[668] 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 85.

[669] Lettera inedita al Vieusseux, Torino, 7 luglio 1828. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[670] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 160.

[671] 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pag. 177.

[672] 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 16.

[673] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 49.

[674] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 39.

[675] 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 140.

[676] Il Poggi si segnava _P. F._ (vedi la lettera del Vieusseux al
Leopardi, del 6 marzo 1829; _Epistolario_ cit., vol. III, pag. 257): ma
diede, ne' primi tempi, traduzioni di viaggi, le quali segnava P.

[677] 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 130.

[678] 1829, tomo XXXVI, n. 107-108, novembre-dicembre, pag. 188.

[679] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 148.

[680] 1822, tomo V, n. 13, _Ai lettori l'editore_, pag. VII-VIII.

[681] 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 414.

[682] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 38.

[683] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 337-338.

[684] 1821, tomo III, n. 8, agosto, pag. 284.

[685] 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 131.

[686] 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 13.

[687] 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 2.

[688] 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 103.

[689] 1830, tomo XXXVII, n. 110, febbraio, pag. 127.

[690] 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pag. 177.

[691] 1826, tomo XXIV, n. 70, ottobre, pag. 126. Altrove, nel parlare
della prefazione all'Orazio volgarizzato dal marchese Gargallo, diceva:
“essa è molto erudita, molto ragionata, molto vivace. Ma se tante cose,
che l'autore dice dottamente, acutamente, spiritosamente, fossero anche
dette semplicemente, quanto maggior piacere per noi!„ (1825, tomo XIX,
n. 57, settembre, pag. 86).

[692] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 104.

[693] Vedi ciò che, tra gli altri, ne dice il Lambruschini; 1826, tomo
XXIII, n. 69, settembre, pag. 100.

[694] 1827, tomo XXVIII, n. 83, novembre, pag. 106.

[695] 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 162.

[696] 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 6.

[697] 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 59.

[698] 1830, tomo XXXVII, n. 111, marzo, pag. 125.

[699] 1831, tomo XLI, n. 121, gennaio, pag. 19.

[700] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 72.

[701] 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 15.

[702] 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 129-130.

[703] 1830, tomo XXXVII, n. 111, marzo, pag. 125, e in molti altri
luoghi.

[704] 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 34.

[705] 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 46.

[706] 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 90.

[707] 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 122.

[708] 1830, tomo XXXVII, n. 110, febbraio, pag. 125.

[709] 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 61 e numeri seg.

[710] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 77 e numeri seg.

[711] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 44.

[712] _Journal des savants_, 1826, octobre, pag. 637.

[713] 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 88.

[714] 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 64. Articolo del Benci.

[715] 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 102.

[716] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 100. Al Mangiagalli e a C.
Tedaldi Fores.

[717] _Biblioteca italiana_, 1825, tomo IV, ottobre, pag. 17.

[718] 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 3.

[719] Lettera citata dal prof. G. Mazzoni, _L'ottocento_, Milano,
Vallardi, pag. 369.

[720] Disse il Leopardi al Ranieri, che il vecchio e infermo poeta
“usava esclamare, in un significato singolarissimo: mi dolgono i
tommasei„. A. RANIERI, _Sette anni di sodalizio._ — Napoli, Giannini,
1880, pag. 47.

[721] 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 21-22.

[722] 1823, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 120.

[723] Tomo cit., pag. cit.

[724] 1831, tomo XLI, n. 121, gennaio, pag. 8-9-10.

[725] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.

[726] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 326.

[727] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.

[728] 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 1.

[729] 1829, tomo XXXVI, n. 107-108, novembre-dicembre, pag. 91.

[730] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. _Ai cooperatori e corrispondenti_,
pag. II.

[731] 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 65, e altrove.

[732] 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 248.

[733] 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 140.

[734] 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 118.

[735] 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 38.

[736] 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 469.

[737] 1823, tomo XI, n. 31, luglio, pag. 1. Gli articoli suoi, non molti
di numero, firmava φιλαλήθης.

[738] 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 101, e numeri seg.

[739] 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 108.

[740] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 143, e 1829, tomo XXXIII, n.
99, marzo, pag. 140.

[741] Marzo 1823, pag. 185; annunciando l'opera _Racine et Shakespeare_.

[742] 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 153.

[743] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 100.

[744] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 115.

[745] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 3.

[746] 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 162.

[747] 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 22 e seg.

[748] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.

[749] 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, _Manifesto del direttore
dell'Antologia_, pag. III. — Avverto il lettore, una volta per sempre,
che in quattro esemplari da me veduti del giornale, manca questo
_manifesto_, che solo si trova nella copia del Vieusseux, depositata con
l'altre carte nella “Nazionale„ di Firenze. Non comprendo il perché
nelle varie copie non sia stato serbato, mentre si vede annunciato
nell'indice del volume.

[750] 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 331. Quest'articolo, segnato
_R. Z._, è del Petrini, come afferma il Montani, 1827, tomo XXVI, n. 77,
maggio, pag. 183.

[751] 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 56.

[752] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 138.

[753] 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 41.

[754] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 62, e numeri seg. Queste
_riviste_ sono segnate Γ. Π. Come per le altre, non darei qui
ragione del modo di spiegare la sigla: ma perché in una pubblicazione
per nozze (non ricordo piú quale, e me ne duole) trovai affermato con
sicurezza, che Gabriello Pepe firmava Γ. Π., è necessario che
ciò provi errato. Nella lettera al Leopardi, dell'aprile 1829, il
Vieusseux scriveva (_Epistolario_ cit., vol. III, pag. 258): “avrete
avuto il febbraio dell'_Antologia_: ed io presto vi manderò il marzo,
nel quale troverete la rivista dantesca dell'amico Cioni„. La quale
rivista è appunto firmata con la sigla Γ. Π. Si noti inoltre
che questa, fuor che nelle riviste dantesche, non si rincontra altrove.

[755] 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 95. La frase cit. è a
pag. 102.

[756] 1830, tomo XL, dicembre, n. 120, pag. 5.

[757] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 33.

[758] 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 126.

[759] 1822, n. 3, pag. 153.

[760] Lettera del 22 maggio 1822. _Epistolario_ cit., vol. I, pag. 143.
A questa lettera rispose poi il Nistri (Pisa, 3 giugno 1822.
_Epistolario_ cit., vol. V, pag. 283), assicurando il Capponi, che la
cosa non era stata “punto maliziosa„.

[761] 1822, tomo VII, n. 21, settembre, pag. 433.

[762] Era questo il pensiero del Vieusseux. Vedi la lettera al Leopardi,
del 4 marzo 1824. _Epistolario_ cit. del Leopardi, vol. III, pag. 235.

[763] 1822, tomo V, n. 13, gennaio. _Lettera proemiale_ pag. XI, e 1830,
tomo XL, n. 118, ottobre, _Manifesto del Direttore_, pag. II.

[764] N. 50, pag. 195, 196.

[765] 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 1.

[766] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 66, e n. 11, novembre, pag.
201.

[767] 1829, tomo XXXIII, n. 98, febbraio, pag. 30.

[768] 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 96, e 1832, tomo XLVIII,
n. 142, ottobre, pag. 12.

[769] 1821, tomo II, n. 5, maggio, pag. 308.

[770] 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 31.

[771] 1821, tomo II, n. 4, aprile, pag. 120.

[772] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 240, e 1822, tomo VI, n. 16,
aprile, pag. 140.

[773] 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 312.

[774] 1823, tomo IX, n. 26, febbraio, pag. 111.

[775] 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 67 e numeri seg.

[776] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 122.

[777] 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 551.

[778] 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 75.

[779] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 101.

[780] Lettera inedita, _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„ Firenze. Non
sarà discaro al lettore conoscerla: “Je suis bien loin, Monsieur, de me
plaindre de la manière dont vous me traitez. Je trouve la note dont vous
accompagnez mes vers infiniment flatteuse littérairement parlant, et
sous d'autres raports aussi juste et aussi _convenante_ pour vous que
pour moi. Je serai enchanté que l'expression des sentiments que j'ai
cherché à rendre dans mes vers, multipliée par votre excellent Journal
serve à dissipper (_sic_) les préventions tres iniustes que quelques
lignes mal interpretées avaient élévées. Recevez tous mes remerciments
et croyez que pour ne pas aimer votre belle patrie, il faudrait fermer
les yeux, ou perdre la memoire. J'ai l'honneur de vous avouer les
sentiments les plus distingués, Monsieur. Votre très humble, obs:
serviteur Al. de Lamartine. Florence, 20 août 1827„.

[781] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 33.

[782] 1831, tomo XLIV, n. 131, novembre, pag. 78.

[783] 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 40.

[784] 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 128.

[785] 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 110.

[786] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 27.

[787] 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 1.

[788] 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 3 e numeri seg.

[789] Lettera inedita, Venezia, 31 gennaio 1824. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„ di Firenze.

[790] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 124. E il Cicognara gli
risponde: 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 62.

[791] 1825, tomo XXXVII, febbraio, pag. 273.

[792] 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 298.

[793] 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 1.

[794] 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 167.

[795] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 54. Articolo di C. Pucci.

[796] 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 101.

[797] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 4.

[798] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 54.

[799] 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 172.

[800] 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 80. Su questo articolo è da
ricordare il giudizio del Tommaséo, ch'io ho riportato alla pag. 71.

[801] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagine 200.

[802] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 90.

[803] 1830, tomo XXXVII, n. 114, giugno, pag. 1.

[804] 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 126. Quest'articolo, del quale
il Tommaséo non conosce (_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 79)
l'autore, è segnato R. C., ed è di Rodolfo Castinelli.

[805] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 140. L'articolo è firmato
X.; né mi è riuscito scoprirne l'autore. Forse è del Cicognara, ma non
posso con sicurezza affermarlo.

[806] Con due avvisi, in data del 4 marzo 1820, compilati dal Cioni.
Sono uniti al primo volume nell'esemplare del Vieusseux, che conservasi
nella “Nazionale„.

[807] 1822, tomo VIII, n. 23, novembre, pag. 376 e numeri seg.

[808] 1826, tomo XXI, n. 61 gennaio, pag. 92 e seg. Nell'edizione del
'63 il Tommaséo dice (pag. 73), che non conosce l'autore di
quell'articolo, firmato X.: ma nell'edizione del '64 asserisce che è del
Cicognara: ciò che è confermato dalle carte del Vieusseux, e da una
lettera del Capponi, il quale aiutando il Tommaséo nel suo lavoro, cosí
gli scriveva certo nel 1864: “L'articolo dell'_Antologia_ contro le
accademie di Belle Arti è del Cicognara, fondatore di quella in Venezia.
Cavatene voi le conseguenze„. (Lettera inedita, tra quelle alla cui
pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo con qualche mio aiuto).

[809] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 166.

[810] 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 129.

[811] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 90.

[812] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 119.

[813] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 62, e 1831, tomo XLIV, n.
132, dicembre, pag. 74.

[814] Rispettivamente: 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 1 e numeri
seg.; e 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 1.

[815] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagine 216.

[816] _Su' sordomuti:_ tomo V, pag. 397, e tomo VIII, pag. 252.

[817] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 3.

[818] 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 146.

[819] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 134.

[820] _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 55.

[821] _Observations on Italy._ — London, 1825, pag. 88.

[822] 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 203.

[823] 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 132.

[824] 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 92.

[825] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio. _Ai collaboratori, corrispondenti e
associati._ pag. III.

[826] Pag. 167.

[827] 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 164.

[828] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 359.

[829] 1825, tomo XIX, n. 55, luglio, pag. 148.

[830] 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 452.

[831] 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 194.

[832] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 58.

[833] 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 177.

[834] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 137.

[835] 1831, tomo XLIV, n. 131, novembre, pag. 149.

[836] 1832, tomo XLV, n. 145, marzo, pag. 173.

[837] 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 178 e tomo XXXI, n. 93,
settembre, pag. 193. Sono firmate con le iniziali N. L. B., né
l'_Indice_ le ricorda.

[838] 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 164.

[839] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 157.

[840] 1823, tomo XII, n. 39, dicembre, pag. 171.

[841] 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 191.

[842] 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 53.

[843] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. IV e seg.

[844] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. IV, e seg.

[845] 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 164.

[846] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio. _Lettera ai collaboratori ecc._
pag. III.

[847] 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 284.

[848] 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 170.

[849] 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 288.

[850] 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 72.

[851] 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 114.

[852] 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 117 e seg.

[853] 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. 15. E da quando il Colletta
cosí diceva, quanto si è fatto? Cinquant'anni piú tardi il Carducci
scriveva, e tuttavia scriverebbe: “Chi pensa all'agricoltura in Italia?
Oltre un milione di ettari nella penisola è incolto.... E pure
l'avvenire d'Italia è nei solchi e negli aratri„. Opere di G. C. —
Bologna, Zanichelli, MCMII, vol. XII, pag. 83.

[854] 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 82.

[855] Lettera inedita del 25 dicembre 1825. _Archivio del Buon Governo_,
1826, filza 19ª, negozio 100.

[856] Lettera inedita del 26 dicembre 1825. _Archivio del Buon Governo_,
1826, filza 19ª, negozio 100.

[857] 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 117.

[858] 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 94, e 1828, tomo XXIX, n.
85, gennaio, pag. 119.

[859] 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 10-11.

[860] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 185.

[861] 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 136.

[862] 1826, tomo XXI, n. 61, gennaio, pag. 158. Questa lettera fu
comunicata dal Giordani, come egli stesso afferma, 1826, tomo XXI, n.
61, gennaio, pag. 25.

[863] 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 67 e altrove.

[864] 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 172 e altrove.

[865] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 133.

[866] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 77.

[867] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 194.

[868] 1827, tomo XXVI, n. 77, maggio, pag. 125.

[869] 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 91.

[870] Non pochi scritti egli diede, molti de' quali, segnati _J. G. H._,
non sono ricordati nell'_Indice_.

[871] 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 91.

[872] 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 98.

[873] 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 163.

[874] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 68.

[875] 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 135.

[876] 1825, tomo XX, n. 49, novembre, pag. 1, e 1826, tomo XXII, n. 64,
aprile, pag. 139.

[877] 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 52.

[878] 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 48.

[879] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 151.

[880] 1827, tomo XXVII, n. 80, agosto, pag. 94-96.

[881] 1822, tomo VI, n. 18, giugno, pag. 436-438.

[882] Lettera inedita del 5 ottobre 1823. _Archivio del Buon Governo_,
1824, filza 4ª, negozio 66.

[883] Lettera inedita al Puccini, dell'11 novembre 1823. _Archivio del
Buon Governo_, 1824, filza 4ª, negozio 66.

[884] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 184.

[885] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 68.

[886] 1830, tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 122.

[887] 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 157.

[888] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, _Ai cooperatori e corrispondenti_,
pag. V.

[889] 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 19; e altrove.

[890] 1828, tomo XXXI, n. 92, luglio, pag. 3.

[891] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 57.

[892] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 118.

[893] 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 28. L'articolo è firmato
_Th_, né so chi sia l'autore.

[894] Gli articoli suoi, il piú spesso su cose storiche, segnava con le
iniziali _L. C._ L'_Indice_ non li ricorda, né li ricorda lo Sclopis,
che fece l'elogio di lui (_Atti dell'Accademia di Torino_, 1871), né F.
Odorici, che ne scrisse la vita (_Il Conte L. Cibrario e i tempi suoi._
— Firenze, Civelli, 1872).

[895] 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 95.

[896] 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 136.

[897] 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 121.

[898] 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 77.

[899] 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 142.

[900] 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 124.

[901] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 135.

[902] 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 95.

[903] 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 40.

[904] 1831, tomo XLII, n. 126, giugno, pag. 26.

[905] 1830, tomo XL, n. 119, pag. 72.

[906] 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 116.

[907] 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 105.

[908] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 17 e n. 15, marzo, pag. 431.

[909] 1823, tomo X, n. 28, aprile, pag. 67.

[910] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 1.

[911] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 7.

[912] 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 120.

[913] 1823, tomo IX, n. 25. _Ai collaboratori, corrispondenti ed
associati_, pag. II.

[914] 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 57.

[915] Lettera inedita del 1º dicembre 1866 al barone B. Ricasoli. Questa
lettera, ch'io devo alla cortesia della baronessa Giuliana Ricasoli,
trovasi nell'Archivio di famiglia, unita con quella di D. Berti, su lo
stesso argomento e della medesima data.

[916] Vedi l'annuncio in fine al tomo XIII, 1823.

[917] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. _Ai cooperatori e corrispondenti_,
pag. V.

[918] 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 21; e n. 21, settembre, pag.
410.

[919] 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 144.

[920] 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 15.

[921] 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 74.

[922] 1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 100. Lo scritto è del
Valeri, come è detto nell'articolo necrologico di lui (1827, tomo
XXVIII, nn. 83-84, novembre-dicembre, pag. 210)

[923] 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 33.

[924] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 173.

[925] 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 158.

[926] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 67.

[927] 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 117.

[928] 1827, tomo XXVI, n. 76, aprile, pag. 33.

[929] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 99.

[930] 1825, tomo XVIII, n. 52, aprile, pag. 12.

[931] 1830, tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 13.

[932] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 80.

[933] 1827, tomo XXVIII, nn. 83-84, novembre-dicembre, pag. 235.

[934] 1830 tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 8.

[935] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 62.

[936] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 111. L'articolo è firmato:
_Il Cieco patrizio._

[937] 1827, tomo XXVIII, n. 83, novembre, pag. 79 e altrove.

[938] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 1.

[939] 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 119.

[940] 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 3.

[941] 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 348.

[942] 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 61.

[943] 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 105.

[944] 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 170.

[945] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 122.

[946] 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 38.

[947] 1815, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 128.

[948] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 83, e numeri seg. Si sa che
il Borelli pubblicò i suoi _Principî della genealogia del pensiero_ con
lo pseudonimo di _Lallebasque_.

[949] 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 3.

[950] 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 19.

[951] _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 56 e pag. 25.

[952] 1821, tomo IV, n. 12, dicembre pag. 393.

[953] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 127.

[954] 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 48.

[955] 1822, tomo VI, n. 18, giugno, pag. 503.

[956] 1832, tomo XLVI n. 136, aprile, pag. 111.

[957] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 5, e numeri seg. Gli
articoli, che il Bianchetti diede all'_Antologia_, sono firmati
Patrofilo. Di questi è, tra le carte del Vieusseux, conservato
l'autografo, dal quale si vede che la lettera che precede agli articoli
non si potè per intero stampare.

[958] Gli articoli suoi firmava **. 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag.
102; e 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 87.

[959] 1824, tomo XVI, n. 47, novembre, pag. 137.

[960] Tra l'altre, nel 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 3.
Articolo del Valeri.

[961] 1832, tomo XLV, n. 135, marzo, pag. 89.

[962] 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 84.

[963] 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 165.

[964] 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 40.

[965] 1821, tomo III, n. 9, settembre, pag. 402.

[966] 1824, tomo XIII, n. 38, febbraio, pag. 72.

[967] 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 136.

[968] 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 41.

[969] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 157.

[970] 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 139.

[971] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 144.

[972] 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 163.

[973] 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 149.

[974] 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 135.

[975] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 97.

[976] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 14.

[977] 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 180.

[978] 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 171.

[979] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pag. 184.

[980] 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 93-94; e 1830, tomo
XXXIX, n. 116, agosto, pag. 103. E anni dopo scriveva: “Ecco le canzoni
toscane, le quali io nel dolce autunno del MDCCCXXXII cominciai sulla
montagna pistoiese a raccogliere con grande amore„. _Canti popolari
ecc._ raccolti e illustrati da N. T. — Venezia, 1841, G. Tasso, vol. I,
pag. 5.

[981] 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 184 e 188.

[982] 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 133.

[983] 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 137. Articolo del Montani.

[984] 1828, tomo XXIX, n. 86, febbraio, pag. 91.

[985] 1823, tomo X, n. 28, aprile, pag. 162-163. A proposito della
_Storia_ del Vacani edita dal Battelli.

[986] Lettera a Giacinto Marietti. Unita al tomo XLV dell'_Antologia_.

[987] Lettera ad A. Papadopoli. Firenze 4 luglio 1827, _Epistolario_
cit., vol. VI, pag. 5.

[988] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pag. 184.

[989] Lettera al Giordani, 24 luglio 1823, _Epistolario_ cit., vol. II,
pag. 315, e _Dialogo di Tristano e di un amico_.

[990] Nell'_Indicatore Livornese_. Vedi _Scritti editi e inediti_.
Milano, Daelli, vol. II, 1862, pag. 143.

[991] Lettera del 9 giugno 1832. F. ORLANDO, _Carteggi inediti o rari_.
— Bocca, serie 1ª, III, pag. 143.

[992] 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 106.

[993] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 126.

[994] 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 63.

[995] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, p. 194.

[996] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, _Agli associati e cooperatori_,
pag. II.

[997] 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, _Manifesto del Direttore_, pag. II
e III.

[998] 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, p. 108.

[999] 1830, tomo XXXVII, n. 3, marzo, pag 109.

[1000] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 157.

[1001] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 156.

[1002] 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 210.

[1003] 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 142.

[1004] 1832, tomo XLVI, n. 137, maggio, pag. 26.

[1005] 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 147.

[1006] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 27.

[1007] 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 68.

[1008] 1832, tomo XLV, n. 135, marzo, pag. 170. Il reclamo è a pag. 168.

[1009] 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 184-185.

[1010] 1823, tomo XI, n. 33, settembre, pag. 1 e altrove.

[1011] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 90.

[1012] Pag. 60.

[1013] Pag. 119.

[1014] 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. 64. L'articolo del Montani
è del 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 1.

[1015] 1825, tomo XX, n, 58, pag. 3.

[1016] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 147.

[1017] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 73.

[1018] 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 43, § XV.

[1019] 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 57.

[1020] Pag. 93 e seg.

[1021] Vedi le _note_ in fondo al volume.

[1022] 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 45.

[1023] 1824, tomo XV, n. 43, luglio. Specialmente dalla pagina 120.

[1024] 1832, tomo XLVII, n. 140, agosto, pag. 24.

[1025] 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 130.

[1026] 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 207. Altrove (1824, tomo
XVI, n. 48, dicembre, pag. 67) il Montani chiama “stupendo„ un articolo
della _Biblioteca_.

[1027] “Lettera al Longhena„ del 10 marzo 1825, pubblicata da A. DE
GUBERNATIS in _Nuova Antologia_, tomo XXII, 1 agosto 1880, pag. 434.
L'articolo del Montani è del 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 97.

[1028] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 119.

[1029] 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 31, e altrove.

[1030] Da ENRICO POGGI, _Memorie storiche del Governo della Toscana_. —
Pisa, Nistri, 1867, vol. 1, pag. 16.

[1031] 1821, tomo III, settembre, pag. 530.

[1032] 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 202.

[1033] 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 44.

[1034] 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 115.

[1035] 1832, tomo XLVIII, n. 144, dicembre, pag. 60.

[1036] 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 17.

[1037] 1831, tomo XLIII, n. 128, agosto, pag. 148.

[1038] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 73.

[1039] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 71, e 1829, tomo XXXVI,
n. 108, dicembre, pag. 40.

[1040] 1830, tomo XL, n. 118, settembre, pag. 111.

[1041] 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 143.

[1042] 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 43.

[1043] 1829, tomo XXXVI, nn. 107-108, novembre-dicembre, pag. 91.

[1044] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 140.

[1045] 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 202. È su 'l Romagnosi, né si
ritrova nell'opere di lui. Ha la sigla _C. C._ e il Vieusseux vi scrisse
sotto il nome di lui, nell'esemplare che si conserva nella “Nazionale„
di Firenze.

[1046] Parigi, 4 agosto 1835. Pubblicata in parte, e con piccole
differenze, da A. DELLA PERGOLA in _T. M. e le sue poesie_. — Ancona,
Morelli, 1899, pag. 71.

[1047] A. LINAKER, _La vita e i tempi di E. M._ — Firenze, Barbèra,
1898, vol. I, pag. 27.

[1048] _Di G. P. Vieusseux_, ed. cit., pag. 112.

[1049] _Memorie poetiche e poesie_. — Venezia, 1838, pag. 174.

[1050] Lettera inedita, Torino, 22 aprile 1833, “Nazionale„ Firenze.

[1051] Lettera inedita. Botteghino presso Pescia, 19 ottobre 1832,
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1052] Pag. 61.

[1053] 1822, tomo V, n. 13, gennaio. _Ai lettori l'editore_, pag. XII.

[1054] 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 318.

[1055] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. IV.

[1056] _Lettere della Segreteria di Stato dal gennaio 1829 al dicembre
1881. Censura_, n. interno 426, foglio IV.

[1057] 1825, tomo XX, n. 59, novembre-dicembre, pag. 120.

[1058] 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 71. Nella quale sentenza
conveniva il Capponi, quando scriveva: “Il Guizot adula la Francia. Non
è vero ch'ella abbia camminato sempre o quasi sempre alla testa della
civiltà. La Francia ha di suo un principio solo, l'unità nazionale„.
(_Scritti editi e inediti._ — Firenze, 1877, vol. II, pag. 488).

[1059] Vedi pag. 99.

[1060] 1822, tomo VIII, n. 23, novembre, pag. 299.

[1061] 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 73.

[1062] 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 25.

[1063] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 92.

[1064] 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 78.

[1065] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 141 e altrove.

[1066] 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 42.

[1067] 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. _Agli associati e
collaboratori_, pag. VII.

[1068] 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 40.

[1069] 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 134.

[1070] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 99.

[1071] 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 41.

[1072] 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 74.

[1073] 1823, tomo XII, n. 35, novembre, pag. 121.

[1074] 1832, tomo XLVII, n. 141, settembre, pag. 94.

[1075] 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 73.

[1076] 1827, tomo XXVII, n. 80, agosto, pag. 48.

[1077] 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 114.

[1078] 1824, tomo XIV, n. 42, giugno, pag. 97.

[1079] 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 99.

[1080] 1824, tomo XVI, n. 46, ottobre, pag. 163.

[1081] 1827, tomo XXV, n. 78, gennaio. _Ai cooperatori e
corrispondenti_, pag. II.

[1082] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 170.

[1083] 1831, tomo XLII, n. 124, aprile, pag. 3 e seg.

[1084] Lettera inedita del Corsini al Bernardini, 30 luglio 1831 in
_Lettere della Segreteria di Stato dal gennaio 1829 al dicembre 1831_,
_Censura_, n. interno 801.

[1085] 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 81.

[1086] 1830, tomo XXXIX, n. 116, agosto, pag. 140.

[1087] 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 139.

[1088] 1832, tomo XLVIII, n. 142, ottobre, pag. 110.

[1089] Pag. 113.

[1090] Lettera del 14 luglio 1831 al Governatore. Pubblicata da V.
MALAMANI, _La censura austriaca delle stampe nelle Provincie Venete_, in
_Rivista storica del Risorgimento_, anno II, 1897, nn. 7-8, pag. 693.

[1091] Da lettera inedita del Vieusseux a G. Bianchetti, del 26 luglio
1831. _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1092] 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 100. L'articolo é segnato
_X_.

[1093] 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 169.

[1094] 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 87.

[1095] 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 273.

[1096] 1830, tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 101.

[1097] 1830, tomo XL, n. 120, dicembre, pag. 21.

[1098] 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 8.

[1099] 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 96.

[1100] 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 101.

[1101] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 105.

[1102] _Il Caffé._ — Brescia, MDCCLXV, tomo I, pag. 30.

[1103] 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 112.

[1104] 1827, tomo XXVII, n. 81, settembre, pag. 119. E altrove
l'_Antologia_ difende le fatiche operose degli eruditi (1829, tomo XXXV,
n. 103, luglio, pag. 151).

[1105] 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 141.

[1106] 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 49.

[1107] _Scritti editi ed inediti._ — Milano, Daelli, 1861, vol. I, pag.
21.

[1108] 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 91.

[1109] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, _Ai cooperatori e
corrispondenti_, pag. VIII.

[1110] 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 153.

[1111] Anno III, fasc. I, gennaio-febbraio, 1829, pag. 164.

[1112] 1825, tomo XVII, gennaio, n. 49, pag. VI.

[1113] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 45.

[1114] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 150.

[1115] 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 46.

[1116] 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 71.

[1117] 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 43.

[1118] _La figlia di Curzio Picchena._ — Milano, Sonzogno, 1874, pag.
63.

[1119] 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 114.

[1120] 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 120.

[1121] 1830, tomo XL, n. 120, dicembre, pag. 83.

[1122] 1821, tomo III, n. 8, agosto, pag. 284.

[1123] 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio. _Agli associati e
corrispondenti_, pag. III.

[1124] Lettera del 25 febbraio 1826, _Epistolario_ cit. del FOSCOLO,
vol. III, pag. 461.

[1125] Lettera dell'8 settembre 1827, _Epistolario_ cit. del CAPPONI,
vol. I, pag. 233.

[1126] Lettera del 28 agosto 1829, _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol.
II, pag. 375.

[1127] Lettera del 3 marzo 1830, _Epistolario_ cit., vol. II, pagina
384.

[1128] Lettera da Parma del 26 luglio 1831 in F. ORLANDO, _Carteggi
italiani inediti o rari_. — Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III, pag. 122.

[1129] Lettera inedita del 15 maggio 1835. Fa parte del _Carteggio
Tommaséo-Capponi_, alla cui pubblicazione attende I. Del Lungo co 'l mio
aiuto modesto.

[1130] Lettera inedita da Napoli 3 febbraio [1827] _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1131] Ortensia Allart, per esempio, inviando al Vieusseux un'opera sua,
gli scriveva: “Florence 2. janvier 1828..... recevez ce souvenir de
l'amitié, avec les voeux que je forme pour vos succès: puissent vos
utiles travaux pour la Toscane obtenir de plus en plus l'heureux
résultat où ils tendent! Les hommes utiles aux progrès des idées et des
connaissances sont les plus dignes de notre estime„. (Lettera inedita,
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[1132] _Revue Enciclopédique_, 1831, tomo XLIX, pag. 38.

[1133] _Monthly Review new improved_, series n. XIV, for december 1826,
pag. 444.

[1134] _Neues Archiw für Geschichte, Staatenkunde, Literatur und Kunst_.
Wien, Janner 1829, n. 4, seite 26. Ringrazio il prof. Edgardo Maddalena
che copiò l'articolo, e il mio maestro Guido Mazzoni, che me lo fece
copiare.

[1135] Lettera del 27 ottobre 1831, _Epistolario_ cit. del LEOPARDI,
vol. II, pag. 437.

[1136] 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. _Ai cooperatori e
corrispondenti_, pag. I.

[1137] Lettera del 4 marzo 1824, _Epistolario_ cit. del LEOPARDI, vol.
II, pag. 234.

[1138] 1822, tomo V, n. 13, gennaio, _Lettera proemiale_, pag. VI.

[1139] Lettera al Leopardi del 23 febbraio 1830, _Epistolario_ cit. del
LEOPARDI, vol. III, pag. 276.

[1140] Lettera del 16 settembre 1831, in _Spigolature nel carteggio
letterario e politico del marchese Luigi Dragonetti_ a cura di G.
DRAGONETTI. — Firenze, Ufficio della _Rassegna Nazionale_, 1886, pag.
258. Da questa lettera è tolta anche la citazione seguente.

[1141] 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 129.

[1142] 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 198.

[1143] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 142. Le parole tra
virgolette sono del Nota.

[1144] Lettera da Parma, 8 luglio 1831. F. ORLANDO, _Carteggi italiani
inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III, pagina 119.

[1145] Lettera inedita del 14 luglio 1831, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. “Non ho bisogno — gli scriveva il Vieusseux — di
dirvi quanto piccanti potrebbero diventare queste epistole, uniche nel
loro genere, ed a che utilissima polemica, nuova affatto nella
letteratura periodica, potrebbe dar luogo. Da molto tempo avevo pensato
a questo _Romito_, vero filosofo, ma pieno ad un tempo di filantropia,
ed Italiano degno, il quale dall'alto dell'Appennino, dal fondo della
sua solitudine, senza verun pregiudizio municipale giudicherebbe degli
uomini, ed ancor piú delle cose. Ma finora non avevo trovato chi fosse
capace e disposto ad assumere tale impegno„.

[1146] Lettera inedita del 23 luglio 1831. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1147] Lettera inedita del 14 ottobre 1831. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1148] Da lettera inedita del Vieusseux al Bianchetti, del 13 dicembre
1831. _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1149] Lettera inedita del 23 dicembre 1831. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1150] Lettera inedita del 31 dicembre 1831. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1151] Lettera inedita del 26 gennaio 1832, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1152] Lettera inedita, Treviso, 17 febbraio 1832. _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1153] Lettera del 16 settembre 1831, in _Spigolature nel carteggio
letterario e politico del marchese Luigi Dragonetti_, a cura di G.
DRAGONETTI. — Firenze, Ufficio della _Rassegna Nazionale_, 1886, pag.
258.

[1154] Lettera inedita, Torino, 11 febbraio 1832. Cosí rispondeva:
“Quando Ella cosí cortesemente mi vuole partecipe alla utilissima
impresa sua, non so se al giusto diffidar di me stesso od al mio sincero
desiderio di compiacerla io debba dar retta. Certamente le scienze
Politiche ed Economiche sono cosí vasto e fertile campo, che né esaurito
né esauribile può sembrar mai, e pare che non dovrebbe essere cosa cosí
difficile il trovarvi un angolo, ove, benché umile, la capacità di chi
studia si adatti in modo da poterne trarre qualche frutto. Ma lo spirito
di parte e i pregiudizî muovono tal gelosia, e tal diffidenza, che
pochissime cose si possono liberamente trattare e schiettamente dire.
Ciò essendo, mi pare miglior partito non impegnarmi di parola né ricusar
l'invito, ma assicurarla solo, signor mio gentilissimo, che io sono
disposto a fare ciò di che Ella mi prega, ed anzi essere tale la mia
buona volontà, che ad impedire gli effetti non sono per valere che
gravissime cagioni, quali le può Ella col suo buon giudizio figurare. La
prego adunque di tenermi sin d'ora per associato, e spero di potermi
fare cooperatore poi; ho l'onore intanto di dichiararmi, signor mio
pregiatissimo, suo devotissimo Cesare Alfieri„. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1155] Lettera da Torino, 16 febbraio 1832, pubblicata da F. ORLANDO;
_Carteggi italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª,
vol. III, pag. 17.

[1156] Lettera del 2 marzo 1832 pubblicata da F. ORLANDO, in _op. cit._,
pag. 19.

[1157] 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 140.

[1158] Lettera inedita, Padova, 28 febbraio 1832. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1159] Lettera inedita, Mantova, 25 maggio 1832, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

Curiosissima lettera, a dare un'idea della quale basterà il solo
principio: “Dolente di non poter corrispondere con alcuno mio scritto
alle cortesi e lusinghiere sue incitazioni, mi posi in cuore di pur
procacciarle d'altronde alcun pegno del conto in cui tiensi per qui il
collaborare alla sua immortale _Antologia_. Con vero tripudio dommi a
credere che mi sia venuto fatto, ed oso senza meno di rassegnarle unito
a questa mia un articolo spettante la letteratura cosmopolita d'oggidí.
Ne vado lieto nell'ambizione che finalmente splenda in uno de' suoi
fascicoli il nome d'un mio concittadino, anzi d'un mio cognato, il conte
Opprandino Arrivabene, figlio di Ferdinando, e nepote degli infelici
Giovanni e Giuseppe.....„.

[1160] 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 57.

[1161] Lettera al Vieusseux da Parma, 16 marzo 1833 in F. ORLANDO,
_Carteggi italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca 1902, serie 1ª,
vol. IV, pag. 75.

[1162] Tomo LXV, n. 133, pag. 131.

[1163] Lettera inedita al Vieusseux, del 26 marzo 1832, _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1164] Vedi la lettera del Niccolini alla Pelzet, del 1º maggio 1830 in
_Vita e ricordi ecc._, vol. II, pag. 131.

[1165] Questa, e le altre cose consimili che senza indicazione speciale
verrò citando via via, e che non trovo rammentate da nessuno scrittore,
ho attinto all'_Archivio Segreto del Buon Governo_, 1829-30, _Negozi_,
filza n. 11, _Libelli famosi contro il Gran Duca_.

[1166] Come documento de' tempi, qui li riporto.

    Un ladro infame, sconsigliato e folle
    fu colui che affidò Toscana in braccio
    a un c..... rifatto con cipolle.
    Era assai meglio se appendeva a un laccio
    Leopoldo infame in mezzo a un ampio colle
    per liberarla dal crudele impaccio.
    Egli è tiranno, e da tiranno muoia
    fra le nostr'armi o fra le man del boia.

[1167] _Memorie inedite_, tomo V, 30 giugno 1829, “Riccardiana„.

[1168] _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. I, pag, 260. (Tradotta dal
francese).

[1169] Per quest'aneddoto vedi G. LA CECILIA, _Memorie storico-politiche
dal 1820 al 1876_. Roma, Altero, 1876, p. 89.

[1170] Per dire solo de' nostri, fino dal 26 di marzo del '30 il
Vieusseux scriveva al Sismondi: “noi siamo qui agitati per le notizie di
Parigi, come se fossimo noi stessi francesi„. (A. FRENES, _op. cit._,
pag. 45). E il Leopardi nell'edizione del '31 mutava il verso della
canzone _Sopra il Monumento di Dante_, che prima diceva: _ma non la
Francia scellerata e nera_, in quest'altro: _ma non la piú recente e la
piú fera_; perché, per dirla co 'l mio maestro Alessandro D'Ancona (_Il
Leopardi e la polizia Austriaca_, in _Fanfulla della Domenica_, 29
novembre 1885), “nel 1830 il Leopardi, forse sperando nella Francia
delle _3 giornate_, non voleva avere ingiuriato, neanche a dritto, la
Francia di Napoleone„. — Quello sciagurato del Brighenti, in un'altra
sua relazione appunto del '30, dopo aver detto che in tutta Firenze si
parlava delle cose di Francia, seguitava: “Non vi dico poi nulla del
Gabinetto scientifico e letterario del signor Vieusseux..... Che
appresso il Vieusseux esista il punto d'unione [_dei liberali_] non ne
dubito: e parrebbemi ottimo consiglio avere ivi persona di credito, che
godendo la confidenza di quei malcontenti, fosse prontissimo a saperne
le mosse e i propositi. Ma non sarà facile il ritrovarla perché sono
essi fatti ombrosissimi di tutto e di tutti.....„. (Vedi CANTÙ, _Il
Conciliatore e i Carbonari_. — Milano, Treves, 1878, pag. 197 e tutte
l'altre seguenti).

[1171] Pe 'l fatto che ora rammento, vedi G. LA CECILIA, _Memorie
storico-politiche dal 1820 al 1876_. — Roma, Artero, 1876, vol. I, pag.
97. E di qui ho tolto le parole segnate tra virgolette.

[1172] Vedi la lettera del 13-14 novembre 1830: _Epistolario_ cit. del
GIORDANI, vol. VI, pag. 71.

[1173] Vedi la lettera del Giordani dell'8 giugno, 1831, in _Lettere di
illustri italiani ad A. Papadopoli_. — Venezia, Antonelli, 1886, pag.
219.

[1174] _Memorie inedite_ tomo V, 14 novembre 1830. “Riccardiana„.

[1175] Vedi GUERRAZZI, _Memorie_. — Livorno, Poligrafia italiana, 1848,
pag. 81.

[1176] A questo proposito, nella _Giovine Italia_ (Nuova edizione a cura
di MARIO MENGHINI. — Roma, 1902, pag. 5), ove fu inserito il discorso a
cui accenno dopo, si legge: “il governo, non potendo altro, perseguita
la memoria, vietando all'_Antologia_ d'inserire poche linee che un amico
gli tributava„. Credo che questo amico fosse il Capponi: tanto è vero,
che il Leopardi il 21 gennaio del '32 scriveva al Vieusseux: “aspetto
con impazienza la Necrologia che Gino dee scrivere„; né poteva in quel
tempo essere d'altri che del Colletta. (_Epistolario_ cit., vol. II,
pag. 456).

[1177] Vedi GUERRAZZI, _op. cit._, pag. cit.

[1178] Ma per i danni sofferti né si avvilì il Marzucchi né mercanteggiò
la coscienza: “amai sempre il giusto ed il vero: — scriveva egli al
Vieusseux — lo annunziai con qualche franchezza, ma non offesi il
Governo Toscano; amo ed amerò, finché avrò sana la mente, il giusto ed
il vero; e lo dirò palesemente con moderazione franca e leale. Se questo
è un delitto io sono reo, e la mia destituzione è stata pronunziata
giustamente; se no, no„. (Lettera inedita, Siena, 26 ottobre 1832,
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[1179] _La giovine Italia_, ediz. cit., vol. II, pag. 162.

[1180] Vedi la lettera ch'io ho riportato alla pag. 128, nota 4ª.

[1181] 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 163.

[1182] Lettera inedita, 14 gennaio 1832, Mantova; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Avverto che chi raccolse questo carteggio,
erroneamente assegnò questa lettera a Giuseppe Barbieri.

[1183] “Qui non è ammesso libro o giornale, — scriveva Alessandro Torri
al Vieusseux — che non trovisi prima registrato negli elenchi a stampa
che si mandano da Vienna, i quali ritardano mesi e mesi. Bastivi in
prova, che non sono ancora venuti quelli che debbon contenere
l'approvazione del fascicolo dell'_Antologia_ di quest'anno; e intanto
la società letteraria tiene tuttora sul suo tavolo il quaderno di
dicembre 1831, che aspetta da sei mesi l'arrivo di quello che deve
occupare il suo posto„. (Lettera inedita, Verona, 10 luglio 1832,
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[1184] Cosí Ferdinando Arrivabene scriveva al Vieusseux (Lettera
inedita, _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze):

                                          “Mantova, 17 maggio 1832.

Non appena onorato della gradita sua mi feci sollecito di preporvi poche
righe d'introduzione e di produrla perché venisse in luce in questa
nostra appendice letteraria della Gazzetta provinciale ad eccitamento
alle migliori penne virgiliane. Con mia sorpresa, mi vidi restituito
privatamente il mio articolo da questo Editore della gazzetta, il quale
a sua scusa mi asseverava ch'egli aveva di che temere pregiudicio
politico facendosi a menzionare l'Antologia fiorentina e destando gli
scrittori a volgere le loro meditazioni a filosofici argomenti di questa
fatta. Al ricevere poi il primo volume dell'Antologia stessa, io mi feci
piú e piú diligente in promuoverne l'associazione; ma con viemaggiore
mio disdegno venni in cognizione che i giovani qui associati facevano
qui anzi cancellare il loro nome inscrivendolo di miglior voglia presso
le Università di Padova e di Pavia, perché questa censura letteraria
andava negando il transeat ora ad uno or ad altro volume, locchè non
intraviene presso le ricordate Università. Mi rimaneva pertanto
d'incoraggiare almeno gl'ingegni a stendere articoli sopra i temi da lei
accennati e nello spirito illustratore e benefattore della sua
Antologia; ma ostacoli maggiori, peggiori guai. Una legge lega le destre
e gl'intelletti a quanti osassero pubblicare proprî scritti fuori del
regno, comminando essa le gravi multe ove quei scritti anche dopo la
loro pubblicazione tali non riuscissero da conseguire la censoria
ratializione, e pene ove offendessero la politica vigilanza. Chi volesse
pertanto pensare e scrivere come pensa e scrive l'Antologia, non
potrebbe a precauzione sperarsi condiscendenti queste censure, ed ove
gradir volesse a queste, non sarebbe degno di farsi del bel numero uno.
Cosí è, i fiori filosofici non allignano impunemente in questi climi; e
le basti sapere che nel governo del morto delegato Benzeni, severo a noi
per ben 15 anni, non era a noi dato leggere che di furto or uno or altro
de' bei fascicoli da lei pubblicati. Ora sembra assai piú mite la nostra
condizione, ma non cessa che abbiamo qui tanti censori quante sono le
facoltà scientifiche e letterarie. La prego de' miei plausi agli ottimi
Niccolini e Montani, al Briareo cioè nel miglior senso al Tommaséo, ai
tanto benemeriti suoi collaboratori, ed a volermi tenere suo ammiratore
e devotissimo servitore. F. ARRIVABENE, Non conte ma cessato consigliere
d'appello„.

[1185] _Nuovo Giornale Ligustico di lettere scienze ed arti._ — Genova,
1831, fasc. I, _Prefazione_, pag. VII.

[1186] 1831, tomo XLIII, n. 128, agosto, pag. 172. — Ed erra, in verità,
il Tommaséo quando, nel brevemente accennare e questo fatto, afferma
(_Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 111) che a tali accuse “non
accadeva risposta„.

[1187] 1831, fascicolo III, pag. 214.

[1188] Lettera inedita, _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1189] Lettera inedita, Siena, 21 marzo 1832, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1190] 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 121.

[1191] 2 agosto 1832, n. 155.

[1192] _Voce della Verità_, 11 settembre 1832, n. 172.

[1193] Lettera inedita, Siena, agosto 1832; _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1194] 1832, tomo XLVII, n. 111, settembre, pag. 83.

[1195] _La voce della ragione_, 1832, tomo III, fasc. XIV, 15 dicembre,
pag. 112. Era, come si sa, il giornale di Monaldo Leopardi.

[1196] _La voce della ragione_, 1833, tomo III, fasc. XVII, 31 gennaio,
pag. 314 e seg.

[1197] Lettera inedita al Vieusseux, 4 dicembre 1832, _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1198] _L'amico della Gioventú_, 1832, tomo I, n. 1, 2 novembre, pag.
14.

[1199] _L'amico della Gioventú_, 1832, tomo II, pag. 73 e seg.

[1200] Lettera inedita, Florence, 1 fevrier 1833. _Archivio di Stato_,
Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare
21. A questa lettera _accenna_ il solo, ch'io sappia, Enrico Poggi nella
_Storia d'Italia_. — Firenze, Barbera, 1883, vol. II, pag. 121. Essa è
cosí importante, che credo indispensabile riprodurla. Vedi appendice
III, n. 1.

[1201] Questi si leggono nel tomo XLVII, 1832, n. 141, settembre,
rispettivamente, alle pag. 52, 103, 90. Le parole scritte in corsivo
erano sottolineate dall'ambasciatore come piú gravi.

[1202] Lettera inedita del 4 febbraio 1833. _Archivio di Stato_, Dipart.
degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. Vedi
Appendice III, n. 2.

[1203] Lettera inedita del 9 febbraio 1833. _Archivio di Stato_, Dipart.
degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. Vedi
Appendice, III, n. 3.

[1204] Lettera inedita dell'11 febbraio 1833. _Archivio di Stato_,
Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare
21. Vedi Appendice, III, n. 4.

[1205] Lettera inedita del 9 febbraio 1833. _Lettere della Segreteria di
Stato dal 1º gennaio 1832 al dicembre 1834, Censura_ n. 1014. Vedi
Appendice, III, n. 5.

[1206] Lettera inedita del 9 febbraio 1833. Qui muto un po' i verbi per
la sintassi. _Lettere della Segreteria di Stato dal 1º gennaio 1832 al
dicembre 1834_, _Censura_ n. 1015. Vedi Appendice III, n. 6.

[1207] _L'amico della Gioventú_, 1832, tomo II, pag. 70.

[1208] Lettera inedita tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice IV.

[1209] Lettera inedita del [3 aprile 1833]. Appendice XII, n. 1. Qui
cito in antecipazione questa lettera, della quale a lungo parlerò in
sèguito.

[1210] Appunti inediti, tra le carte del Vieusseux.

[1211] 1833, tomo XLIX, n. 145, gennaio. _Lettera ai Signori
Collaboratori, corrispondenti e soscrittori dell'“Antologia„_. Non
spiacerà al lettore, che in gran parte riproduca il brano soppresso, in
ispecie se pensi che l'intero fascicolo già pronto non poté piú, come
vedremo, divulgarsi, ed è divenuto rarissimo. Trovasi, con le
mutilazioni fatte, tra le carte del Vieusseux.

[1212] Lettera da Parma, 15 febbraio 1833, in F. ORLANDO, _Carteggi
italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª, IV, pag, 72.

[1213] Lettera inedita del 27 febbraio 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1214] Lettera inedita, Milano 5 gennaio 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1215] Conservasi questo fascicolo, con le mutilazioni fattevi dalla
censura, tra le carte del Vieusseux.

[1216] _La Voce della Ragione_, 1833, fasc. XXIII, 30 aprile, pag. 287.

[1217] Gli articoli suoi, nessuno de' quali è ricordato nell'Indice
generale, segnava con la lettera _L_; e sono suoi quelli che
nell'_Antologia_ comparvero dall'ottobre del '29 in poi. Gli altri no;
sono di Michele Leoni. Vedi la spiegazione delle sigle, in fondo al
volume.

[1218] 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 156.

[1219] 1827, tomo XXVI, n. 77, maggio, pag. 186.

[1220] Lettera del 7 gennaio 1830. _Epistolario_ cit, del LEOPARDI, vol.
III, pag. 272.

[1221] Lettera del 3 marzo 1830. _Epistolario_ cit., vol. II, pag. 384.

[1222] Non so davvero spiegare come il prof. A. De Gubernatis abbia
potuto scrivere che un articolo del Montani fu “involontaria cagione che
l'_Antologia_ fosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„ (_Nuova
Antologia_, 1º agosto 1880, pag. 425).

[1223] 1832, tomo XLVIII, n. 143, dicembre, pag. 57.

[1224] _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 114.

[1225] Tomo cit., numero cit., pag. 68.

[1226] Lettera inedita, Torino, 12 marzo 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1227] Lettera inedita del 18 marzo 1833. È unita alla precedente.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1228] _La Voce della Verità_, 21 marzo 1833, n. 251. In un lavoro tutto
su l'_Antologia_, non posso non riportare i brani piú significanti,
benché già noti, di questo articolo.

[1229] Lettera inedita del 25 marzo 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1230] Vedi Appendice V, n. 1. Degli appunti del Vieusseux,
preziosissimi, qualche brano pubblicò, non sempre in vero fedelmente, il
Del Cerro, prima in un articolo, che non è un gran che e non vale gran
cosa, in _Fanfulla Della Domenica_, n. 15 settembre 1889, poi in
_Misteri di Polizia_. — Firenze, Salani 1890, pag. 241 e seg. — Altri
attinsero al Del Cerro, e nominarli non giova: né giova qui ricordare
ciò che ne dice L. GROTTANELLI in _I moti politici in Toscana_. — Prato,
Vestri, 1902; il quale tanto confonde una cosa con l'altra, non senza
molta forza di inventiva, che basterà, per rendere scusabili le mie
aspre censure, basterà dare uno sguardo alle pagg. 148 e 149, e
confrontare ciò che egli asserisce, co' documenti da me prodotti.

[1231] Vedi appendice V, n. 2.

[1232] Lettera inedita del Corsini al Bologna del 25 marzo 1833.
_Archivio Segreto del Buon Governo_, 1833. _Negozi_, filza 15, n. 70.
Vedi Appendice VI, n. 1.

[1233] Lettera del 25 marzo 1833. _Archivio segreto del Buon Governo_,
1833 _Negozi_, filza 15, n. 70. Vedi appendice VI, n. 2. Questa lettera
fu non esattamente e solo in parte, pubblicata da E. DEL CERRO in
_Fanfulla della Domenica_, n. 15, settembre 1889, e in _Misteri di
Polizia_ — Firenze, Salani 1890, pag. 240: e a lui attinge A. LINAKER in
_La Vita e i tempi di E. Mayer_, Firenze, Barbera, 1898, vol. I, pag.
196.

[1234] Le parole del Bologna infatti “e persistendo... dichiaralo ecc.„,
dimostrano che se il Vieusseux avesse denunciato i due scriventi,
l'_Antologia_ non sarebbe stata soppressa, e quindi, che i due
ambasciatori non chiesero la soppressione. Che se questi l'avessero, non
dico imposta, ma chiesta, anche il Corsini non avrebbe avuto motivo di
deliberare co' suoi colleghi su le misure “da prendersi ulteriormente„,
essendo la pena già stabilita. Si aggiunga ancora, che avendo il
Bernardini espresso, fin dal febbraio, il desiderio che gli scrittori
ponessero il nome loro in fondo agli articoli, il Corsini rispondeva
(Lettera inedita del 27 febbraio 1833 in _Lettere della Segreteria di
Stato dal 1º gennaio 1832 al dicembre 1834, Censura_, n. 1025) essere
ciò inutile, non dovendosi perdere di vista la massima, che “il solo
Direttore del Giornale è responsabile dirimpetto all'I. e R. Governo„.
Dal che apparisce chiaramente come il Governo toscano fosse costretto
non già a sopprimere l'_Antologia_, ma solo a porsi in contradizione con
sé stesso, con tanta insistenza chiedendo i nomi de' due scrittori.

[1235] Lettera inedita del 25 marzo 1833. Tra le carte del Vieusseux.
Vedi appendice VI, n. 3.

[1236] Vedi appendice V, n. 3. Molto inesattamente, e solo in parte, è
stato questo dialogo pubblicato da E. DEL CERRO in _Misteri di Polizia_.
— Firenze, Salani, 1890, p. 243.

[1237] _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit., pag. 115.

[1238] Quattordici anni piú tardi, e del pari nel mese di marzo, al
barone Ricasoli che si doleva dell'arresto del Renzi, affermando avere
quell'atto portato la sfiducia nel Governo e nel Principe, con non
diversi pensieri il Cempini rispondeva: “Ma come si poteva lasciare
impunite le ingiurie contro l'Austria?„ Vedi _Lettere e documenti del
barone B. Ricasoli_. — Firenze, Le Monnier, 1887, vol. I, pag. 124.

[1239] _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n.
70. Vedi appendice VII, n. 1. Questa lettera è stata in parte pubblicata
da E. DEL CERRO in _Misteri di Polizia_. — Firenze, Salani, 1890, pag.
243. Poi, non esattamente, da L. GROTTANELLI in _I moti politici in
Toscana_. — Prato, Vestri, 1902, pag. 149.

[1240] Lettera del 26 marzo 1833. _Archivio segreto del Buon Governo_,
1833, _Negozi_, filza 15, n. 70. Vedi Appendice VII, n. 2. Questa
lettera è stata pubblicata da L. GROTTANELLI in _op. cit._, pag. 150.

[1241] Lettera del 26 marzo 1833. _Archivio segreto del Buon Governo_,
1833, _Negozi_, filza 15, n. 70. Vedi Appendice VII, n. 3. Questa
lettera è stata pubblicata da E. DEL CERRO in _op. cit._ pag. 244, e da
L. GROTTANELLI in _op. cit._, pag. 150.

[1242] Vedi Appendice V, n. 3, in fine.

[1243] Circolare inedita del 23 marzo 1833. _Dipartim. degli affari
esteri_, 1833, Prot. 223, affare 35. Vedi Appendice VIII. Di qui ho
tolto le parole che innanzi ho riferito.

[1244] Da quanto fin qui sono venuto dicendo, e da' documenti riportati,
non può non ritenersi errata la notizietta data da Nicomede Bianchi là
dove, accennando alla soppressione dell'_Antologia_, dice, che “nel
darle il colpo mortale, i governanti toscani vollero che venisse a
pubblica notizia ch'essi avevano dovuto obbedire agli imperiosi cenni
delle Corti di Vienna e di Pietroburgo„. (_Storia documentata della
Diplomazia Europea in Italia_. — Torino, 1867, vol. IV, pag. 17).

[1245] Vedi _di G. P. Vieusseux ecc._, ediz. cit., pag. 116.

[1246] _Supplica a S. A. I. e R. il Granduca, 28 marzo 1833_. Questa
lettera fu pubblicata da E. DEL CERRO, prima in _Fanfulla della
Domenica_ (15 settembre 1889), poi in _Misteri di Polizia_. — Firenze,
Salani, 1890, pag. 245. La ripubblicò anni dopo A. Linaker, che la
trasse da copia non fedelissima dell'Archivio Mayer; cosí che, tra
l'altre cose, invece del Cibrario, vi si legge “il conte Balbo„ (_La
vita e i tempi di E. Mayer_. — Firenze, Barbèra, 1898, vol. I, pag.
202). Fu pubblicata anche da L. GROTTANELLI in _I moti politici in
Toscana_ cit., pag. 152: il quale, con che fondamento non so, assicura
(pag. 153) che “Leopoldo II aveva promesso al duca di Modena la
soppressione dell'_Antologia_... nessuno dunque poteva remuoverlo dalla
presa risoluzione„. Quando fatta, di grazia, questa promessa? Io
riproduco la supplica del Tommaséo esistente tra le carte del Vieusseux,
e che ha la firma del Tommaséo. Vedi Appendice IX.

[1247] _Memorie inedite, 28 marzo 1833._ vol. V, “_Riccardiana_„.

[1248] Lo afferma il Tommaséo stesso, _Di G. P. Vieusseux_, ediz. cit.,
pag. 116.

[1249] _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n.
70. Fu pubblicato da L. GROTTANELLI in _I moti politici in Toscana_
cit., pag. 150, con non poche né lievi inesattezze. Dice, tra l'altre
cose, che il rapporto è del 26 marzo. Ma come poteva il Chiarini parlare
il 26 di marzo del Bullettino, che uscì il 28? Fedelmente riproduco il
rapporto nell'Appendice X.

[1250] Vedilo nell'Appendice XI. — Oltre che a questo però, la
soppressione dell'_Antologia_ diede origine e occasione a un numero sí
grande di cartelli, dove, al dire del Chiarini (Lettera inedita del 29
marzo 1833), si leggevano “aspirazioni ed acclamazioni incendiarie„, che
si dovette creare un “servizio di straordinaria sorveglianza„. — In uno
di essi, ad esempio, era scritto: “Se voi siete Italiani, spegnete i
tiranni e vendicate i vostri diritti„; in un altro: “Morte ai tiranni;
Italia all'armi — Viva l'eguaglianza e la libertà italiana„; in un altro
ancora: “Voi italiani languite oppressi nella miseria, e i tiranni
trionfano„. E il capitan Bargello di Brozzi scriveva al Bologna (Lettera
inedita del 30 marzo '33), che lungo la via Ardiglione, fuori di Porta
Pinti, era stato scritto: “Giovani italiani, poco cale il giogo
austriaco, e fatevi degni un'altra volta del nome italiano„. Tutto ciò
che in questa nota ho citato, ho attinto all'_Archivio segreto del Buon
Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n. 70.

[1251] Rapporto riservatissimo dell'ispettore di Polizia al Presidente
del Buon Governo, 30 marzo 1833. Inedito. — _Archivio segreto del Buon
Governo, Negozi_, 1833, filza 15, n. 70. Il Chiarini però non si
accorgeva che questa donna errava, dicendo che l'affissione era
incominciata _la sera del 28_, mentre egli stesso _la mattina_ di questo
giorno ne aveva dato comunicazione al Bologna.

[1252] Rapporto inedito del 2 aprile 1833, _Archivio segreto del Buon
Governo, Negozi_, 1833, filza 15, n. 70.

[1253] Lettera inedita. _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833,
_Negozi_, filza 12, n. 34.

[1254] Lettera inedita al Presidente del Buon Governo, 29 marzo 1833.
_Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 23, n. 164.

[1255] Lettera inedita dell'8 aprile 1833 al Presidente del Buon
Governo. _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 23,
n. 164.

[1256] _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n.
70.

[1257] Questo fu pubblicato primamente dal DEL CERRO (in _Fanfulla della
Domenica_, 15 settembre 1889) e non so perché, mutilato; cioè fino a
“contraria a' re„. Altri, e nominarli non giova, lo _copiarono_ da lui,
benché asseriscano di averlo attinto all'_Archivio_. Tanto lo copiarono,
che lo riprodussero con la stessa mutilazione. Io lo do fedelmente, come
si legge nell'_Archivio Segreto del Buon Governo_, 1833 _Negozi_, filza
15, n. 70. A questi epigrammi, aggiungo questo sonetto inedito, cui
mancano alcune parole perché la carta si lacerò, nell'essere strappata
dal muro:

    Tigre real che in tuo covil ristretta
    ne ostenti uno de' piú cortesi e umani,
    mentre qual pria ferisca e qual tu sbrani
    stai guatando feroce alla vedetta;

    fremesti, il so, quando alla tomba eletta
    pia turba consacrò del Grande i Mani,
    e giurasti di trar pronta vendetta
    sui cor fedeli al misero Montani.

    Ora il colpo primier nel piú fedele
    tu già vibrasti, e a lor che schiavi sono
    ne lasci il merto onde tua man si cela.

    Non ti celar; mostra.....
    ................... superbo re crudele,
    ipocrita venal degno del trono.

Inutile avvertire che il “piú fedele„ è il Vieusseux.

[1258] _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n.
70.

[1259] A me pare che queste informazioni dell'ispettore di Polizia, e le
altre cose che ho dette e che verrò in appresso dicendo, assai bene
comprovino quanto s'ingannasse il commissario di Santo Spirito, Gaetano
Landi, quando il 30 marzo del 1833 scriveva, che la soppressione
dell'_Antologia_ “non ha interessato la massa della popolazione, che non
è al giorno, né si prende briga di tali cose„. (_Archivio segreto del
Buon Governo_, 1883, _Negozi_, filza 15, n. 70).

[1260] _Versi di G. G. editi ed inediti_. Firenze, Le Monnier, 1852.
_Prefazione_, pag. XII.

[1261] _Epistolario di G. G._ raccolto da G. FRASSI. — Firenze, Le
Monnier, 1863, vol. I, pag. 29.

[1262] Lettera inedita del 6 aprile 1833. Tra le carte del Vieusseux, da
cui tolsi anche ciò che ho detto delle soscrizioni.

[1263] _Voce della Verità_, 4 aprile 1833, n. 260.

[1264] _Voce della Verità_, 20 aprile 1833, n. 267.

[1265] _La Voce della Ragione_, tomo IV, fasc. XXII, 15 aprile 1833,
pag. 264.

[1266] _La Voce della Ragione_, fasc. XXIII, 30 aprile 1833, pag.
282-290.

[1267] _Voci e maniere di dire italiane._ — Milano, Bianchi, 1840, vol.
II, pag. 302. Vedi il vocabolo _Guisa_.

[1268] Trovasi tra le carte del Vieusseux, ma fu già pubblicata da L.
GROTTANELLI, in _I moti politici in Toscana_ cit., pag. 151. Eccola: “Ho
l'onore di avvisarvi, che con rescritto di S. A. I. e R. del 26 marzo,
l'_Antologia_ è stata soppressa, che in conseguenza non sarò piú nel
caso di mandare questo giornale e neppure il fascicolo del gennaio 1833,
già stampato ed approvato, né quello del mese di febbraio di cui la
stampa era molto inoltrata. Quando aveste già fatta pagare
l'associazione per l'anno corrente 1833, abbiate la compiacenza di fare
presentare la mia ricevuta al Gabinetto, che immediatamente verrà
rimborsata. Gradite i miei ringraziamenti per la fiducia da voi
manifestatami fino al giorno d'oggi, e con i miei distinti saluti,
Vostro dev.mo e obb.mo Gian Pietro Vieusseux.

[1269] Vedi la lettera del Pellico al Vieusseux, Torino, 25 aprile 1833.
In F. ORLANDO, _Carteggi italiani inediti o rari_, Firenze, Bocca, 1896,
serie 1ª, III, pag. 37.

[1270] Lettera inedita, Torino, 3 aprile 1833, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1271] Lettera inedita, Venezia, 3 aprile 1833, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1272] Lettera del 3 aprile 1833 in _Lettere di illustri italiani ad A.
Papadopoli_, scelte e annotate da GASPARE GOZZI. — Venezia, Antonelli,
1886, pag. 221.

[1273] Lettera del 9 aprile 1833, in _Ricordi biografici e carteggio di
V. Gioberti_, raccolti da G. MASSARI, vol. I, Torino, 1860, pag. 202.

[1274] Chieti, 15 aprile 1833. _Epistolario cit._, del CAPPONI, vol. VI,
pag. 78.

[1275] Lettera inedita del 16 maggio 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1276] Lettera del 23 maggio 1833 in A. FRÉNES, _op. cit._, pag. 52,
(tradotta dal francese).

[1277] Lettera inedita al Vieusseux. Napoli, 2 agosto 1833, _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1278] Vedi la lettera inedita del 22 aprile 1833, ch'io citai, d'altre
cose parlando, alla pag. 248.

[1279] Lettera del 26 maggio 1833. Pubblicata in parte (e perché?) da A.
DELLA PERGOLA, in _T. M. e le sue poesie_. — Ancona, Morelli, 1899, pag.
72.

[1280] Aprile 1833, n. VII, pag. 109.

[1281] Marzo 1833, tomo VIII, pag. 460.

[1282] Aprile 1833, pag. 248.

[1283] Lettera inedita del 25 aprile 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1284] 1833, tome XII, deuxième série, pag. 338.

[1285] Numero del 13 avril 1833, e ne riparla anche nel n. 19 avril.

[1286] Numero del 4 avril 1833.

[1287] _Voce della Verità_, 26 luglio 1831, n. 7.

[1288] 30 avril 1833.

[1289] 1833, mars, tome LVII, pag. 605-609.

[1290] 25 April, 1833.

[1291] Lettera inedita del [3 aprile 1833]. Tra le carte del Vieusseux.
(Vedi appendice XII, n. 1). È senza data, ma si rileva dal documento che
segue (Appendice XII, n. 2), il quale incomincia: “6 aprile sabato.
Mercoledí passato mandai a S. E. Corsini la mia lettera di reclamo...„.

[1292] Vedi Appendice XII, n. 2. Questo dialogo, che fedelmente
riproduco dalle carte del Vieusseux, solo in piccola parte e inesatto fu
pubblicato dal DEL CERRO, in _Misteri di Polizia_. — Firenze, Salani,
1890, pag. 246.

[1293] Supplica inedita mandata al Corsini il dí 8 aprile 1833. Tra le
carte del Vieusseux. Vedi Appendice XII, n. 3.

[1294] Questa, e le seguenti lettere inedite che, senza speciale
citazione, verrò ora ricordando, sono tolte _dall'Archivio segreto del
Buon Governo_, 1833, _Negozi_, filza 15, n. 70.

[1295] Eccola: “Dichiaro e confesso in ogni piú valido modo e forma che
è di ragione, d'aver ricevuto dal sig. Francesco Gabbrielli nella sua
qualità di censore dell'ufficio del R. Fisco la somma e quantità di lire
toscane 3369,12 soldi per l'importare secondo il prezzo d'associazione
di 1000 esemplari, da lui depositati nel tribunale commissariale di
Santo Spirito, del fascicolo del decorso mese di gennaio di detto
giornale, nonché il costo dei fogli già stampati dell'incoato fascicolo
del successivo mese di febbraio„.

[1296] Si conservano tra le sue carte, nella “Nazionale„ di Firenze.

[1297] Lettera del 15 luglio al Sismondi in A. FRENES, _op. cit._, pag.
55.

[1298] Lettera inedita del 22 maggio 1833. Questa, e la lettera seguente
(inedita anch'essa), di Gaetano Landi, sono nell'_Archivio segreto del
Buon Governo_, 1833, _Negozi_ filza 15, n. 70.

[1299] Questa lettera fu pubblicata in facsimile nel _Marzocco_ del 12
ottobre 1902.

[1300] Vedi C. CANTÙ, _Della indipendenza italiana. Cronistoria_. —
Torino 1873, vol. II, Appendice al capo XXXI, pag. 358. Lettera del
Torresani al Direttore di Polizia di Venezia, 10 aprile 1833.

[1301] Rapporto straordinario inedito del Vicario Regio di Pescia, del
29 luglio 1833. _Archivio segreto del Buon Governo_, 1833, _Negozi_,
filza 28, n. 299. Vedi Appendice XIII. Qui adatto i verbi al discorso
indiretto.

[1302] Lettera del 24 marzo 1834 dell'ispettore di Polizia di Firenze.
Pubblicata dal DEL CERRO, in _Misteri di Polizia_, 1890. — Firenze,
Salani, 1890, pag. 253.

[1303] Vedi lettera al Sismondi del 15 luglio 1833 in A. FRÈNES, _op.
cit._, pag. 56. Non so se questo fosse un finto nome, o se il Vieusseux
facesse indirizzare le lettere al noto banchiere L. Wolff, del quale
parla anche il Leopardi. (_Epistolario_ cit., vol. II, pag. 239).

[1304] Vedi la fine dell'Appendice XII, n. 2.

[1305] Lettera inedita a Mr. l'avocat Armand — Florence, le 22 octobre
1843. (_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze). Avrò occasione di
riportarla in séguito intera.

[1306] Lettera al Sismondi, del 15 luglio 1833, in A. FRENES, _op.
cit._, pag. 55 (tradotta dal francese).

[1307] Lettera a Cesare Balbo, 5 maggio 1845. F. ORLANDO, _Carteggi
italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca, serie 1ª, III, pag. 31.

[1308] Lettera inedita, Parigi 25 aprile 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1309] Lettera citata, a Cesare Balbo, del 5 maggio 1845.

[1310] Lettera inedita del 22 aprile 1833. _Carteggio Vieusseux._,
“Nazionale„, Firenze.

[1311] Lettera inedita del 9 aprile 1833. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1312] Lettera inedita del Pomba al Vieusseux, Torino, 4 maggio 1833.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze. E da questa lettera tolgo
il brano che cito dopo.

[1313] Conservasi tra le carte del Vieusseux.

[1314] Lettera inedita dell'11 maggio 1833. _Lettere della Segreteria di
Stato dal 1 gennaio 1882 al 31 dicembre 1834, Censura_, n. 1061.

[1315] Lettera al Vieusseux, del 16 maggio 1833. _Epistolario_ cit., DEL
CAPPONI, vol. I, pag. 352. Per comprendere l'allusione del Capponi,
bisogna dire che la _Voce della Verità_ (4 aprile 1833 n. 260) aveva
affermato che “lo spirito dei letterati toscani si deve cercare nel
_Nuovo giornale di Pisa_„.

[1316] Lettera inedita, senza data, ma certo è di questo tempo.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1317] Lettera inedita a Defendente Sacchi, del 16 maggio 1833.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1318] Lettera inedita a G. Capponi, del 12 maggio 1833. — Questa
lettera, trascritta dal Carraresi, trovasi nel vol. II interfogliato
dell'_Epistolario_ del CAPPONI, che si conserva nella sala de'
manoscritti della “Nazionale„ di Firenze.

[1319] _Voce della Verità_, 13 luglio 1833, n. 303, pag. 21.

[1320] Negli _Annali universali di statistica_, 1833, febbraio, pag. 83,
e nel _Poligrafo di Verona_ tomo XIII, febbraio, 1833, pag. 354. —
Nell'_Indicatore Sanese e Grossetano_, n. 2, parte I, pag. 6, sono
riprodotte le parole dette dal Lambruschini.

[1321] _Voce della Verità_, 2 maggio 1833, n. 272.

[1322] Lettera dell'8 maggio 1833. Trovasi tra le carte del Vieusseux.

[1323] Ciò risulta dalle carte del Vieusseux.

[1324] _Voce della Verità_, 11 maggio 1833, n. 276.

[1325] Lettera al Vieusseux, Recanati, 14 maggio 1833, pubblicata da
ALESSANDRO AVÒLI, _Autobiografia di Monaldo Leopardi_, — Roma, Befani,
1883, pag. 367. Anche il Capponi chiamava “sporche e infami„ quelle
note. Lettera al Vieusseux, del 18 maggio 1833. _Epistolario_ Capponi,
vol. I, pag. 353.

[1326] _Voce della Verità_, 18 maggio 1833, n. 279, pag. 3.

[1327] Lettera da Parma, 30 marzo 1833. F. ORLANDO in _Carteggi italiani
inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª, IV, pag. 77.

[1328] _Collezione di opuscoli scientifici e letterarî ed estratti di
opere interessanti_ per FRANCESCO DADDI. — Firenze, 1807.

[1329] Trovasi tra le carte del Vieusseux.

[1330] Vedi la lettera inedita del Corsini al Bernardini; 15 giugno
1833, (_Lettere della Segreteria di Stato dal 1º gennaio 1832 al
dicembre 1834, Censura_, n. 1089). — Appendice XIV, n. 1.

[1331] Lettera inedita del 28 giugno 1833. Tra le carte del Vieusseux.
Vedi Appendice XIV, n. 2.

[1332] Vedi la lettera cit. del Corsini al Bernardini, 15 giugno 1833,
Appendice XIV, n. 1.

[1333] Trovasi tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice XV.

[1334] Su la fondazione del _Progresso_, vedi _Memorie autografe di un
ribelle_, di G. RICCIARDI. — Milano, N. Battezzati, 1873, pag. 147.

[1335] Il Progresso, proemio, 1832, vol. I, pag. 3.

[1336] Lettera al Capponi, del 1º aprile 1834, _Epistolario_ cit. del
Capponi, vol. VI, pag. 84.

[1337] Lettera inedita a G. Capponi, dell'11 agosto 1834. Tra quelle
alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo co 'l mio aiuto
modesto.

[1338] Lettera al Vieusseux, Livorno, 1º febbraio 1836. Pubblicata da F.
MARTINI in _Lettere di F. D. G._ — Torino, Roux, 1891, vol. I, pag. 43.

[1339] Lettera inedita del 17 gennaio 1834. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. È insieme con una lettera del Tommaséo, dell'8
gennaio 1833.

[1340] 1833, n. 9, novembre, nella _Corrispondenza particolare_.

[1341] _Voce della Verità_, 1833, n. 359, 21 novembre.

[1342] Lettera inedita del 29 gennaio 1834, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1343] Lettera al Sismondi del 7 dicembre 1833 in A. FRÉNES, _op. cit._,
pag. 60.

[1344] Lettera cit., pag. cit.

[1345] Vedi Appendice XVI, n. 1. Trovasi tra le carte del Vieusseux; e
di qui tolgo ciò che, senza speciale citazione, dirò in séguito.

[1346] Trovansi, inediti entrambi, tra le carte del Vieusseux. La
supplica ha la data del 20 maggio 1834.

[1347] Vedi Appendice XVI, n. 2. Questo scritto inedito del Vieusseux
trovasi tra le sue carte.

[1348] _Voce della Verità_, n. 552, 14 febbraio 1835.

[1349] Per questo, e per ciò che subito dopo vengo dicendo, vedi la
lettera al Sismondi, del 12 marzo 1835, in A. FRÉNES, _op. cit._, pag.
60. — Traduco dal francese.

[1350] Questa fu non intera pubblicata da L. GROTTANELLI in _I moti
politici in Toscana_. — Prato, Vestri, 1902, pag. 157. Fedelmente la
riproduco nell'Appendice XVII.

[1351] La riprodusse, ad esempio, anche _Lo Spettatore Zancleo_ di
Messina, anno III, n. 19, pag. 151.

[1352] Lettera inedita senza data, tra le carte del Vieusseux.

[1353] Da questa lettera inedita del signor Jager. Verona 29 marzo 1835
“.... Siccome la _Voce della Verità_ è dal nostro governo proibita, e lo
era già fin dal bel principio, cosí ho creduto bene passare la vostra
protesta alla Censura, la quale la licenziò senza rimarco, ed è da
diversi giorni che il Co. Orti si trova al possesso di due esemplari da
voi rimessimi. In quanto alla _Voce della Verità_ mi sembra una bella
soddisfazione per voi la proibizione assoluta del nostro governo, che
per massima inibisce le cose troppo spinte di qualunque tendenza o senso
esse siano. Posso dunque assicurarvi che in Verona non giunge che un
solo esemplare della _Voce_ pel redattore del foglio di Verona, che di
piú ha l'obbligo di non farla leggere a chicchessia„. (_Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze).

[1354] _Pensieri di circostanza, ossia risposta ad uno de' piú volgari
errori dei liberalismo_. Modena, dalla tipografia Camerale,
febbraio-marzo 1835, pag. 24.

[1355] Erano queste le opere stampate nella _soppracarta_ e ne' fogli
usati dal Vieusseux.

[1356] _Opere complete di S. Pellico._ — Napoli, Francesco Rossi, 1848,
pag. 482. Nelle _Addizioni_ del Maroncelli.

[1357] È di otto pagine brevi, pubblicate in Parigi co' tipi di Pihan
Delaforest. (Morinval) aprile 1835. Alcuni lo ricordano, ma non l'hanno
mai veduto, tanto è raro; io ne ho trovata una copia _nell'Archivio
segreto del Buon Governo_, 1835, _Negozi_, filza 13ª, n. 75, e credo
fare cosa utile riproducendolo in Appendice. (n. XVIII).

[1358] Lettera inedita, Parigi, 15 maggio 1835, tra le lettere alla cui
pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo, co 'l mio aiuto modesto.

[1359] Lettera inedita del luglio 1835, tra le lettere che ho pur ora
citate.

[1360] _Epistolario_ cit. del CAPPONI, vol. I, pag. 394.

[1361] Lettera inedita del 13 maggio 1835, _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze. Vedi appendice XIX.

[1362] _Nota_ inedita del 19 maggio 1835. _Archivio segreto del Buon
Governo_, 1885, Negozi, filza 13, n. 75. Vedi appendice XX.

[1363] _Voce della Verità_, 1835, n. 591, 16 maggio.

[1364] Lettera inedita del 6 gennaio 1841. _Carteggio Vieusseux_,
“Nazionale„, Firenze.

[1365] Lettera inedita al Vieusseux, del 4 giugno 1835. In essa il
Tommaséo ricopia al Vieusseux la lettera scritta al Parenti. La riporto
nell'Appendice XXI, benché questa sia stata pubblicata da A. Bertoldi in
_Rassegna Nazionale_, 1901, giugno pag. 418.

[1366] _La gazzetta la_ Voce della Verità _condannata a morte
ignominiosa senza appello con sentenza profferita a Parigi nell'aprile
del '35 da Ser_ COTALE _Niccolò Tommaséo e_ COMPAGNI _per strage
commessa dell'“Antologia„ e per attentati contro la liberalesca settaria
sovrana canaglia_. Filadelfia, giugno 1835, pag. 78. — Quest'opuscolo,
che in séguito dovrò piú volte citare, è divenuto sí raro, che non solo
Enrico Poggi confessa (_Storia d'Italia_, Firenze, Barbèra, 1883, vol.
II, pag. 78) che a lui “non è venuto fatto di ritrovarne alcuna copia„;
non solo, anche recentemente, Ettore Verga dichiara (_Il primo esilio di
N. Tommaséo_, lettere di lui a C. Cantù. — Milano, Cogliati, pag. 64):
“invano ho cercato quest'opuscolo in parecchie biblioteche italiane„; ma
fino il mio maestro A. D'Ancona mi diceva un giorno, essere quella
scrittura una delle poche che non gli fossero mai capitate tra mano. La
rarità dell'opuscolo dipende da ciò, che il Canosa, pubblicatolo in
Pesaro con la falsa data di Filadelfia, ne distrusse quante piú copie
poté, scontento dell'edizione. Scriveva egli infatti a Venanzio Testi:
“Il signor Bali mi diede le piú forti premure affinché rimesso avessi a
lei un esemplare dell'ultimo mio opuscolo in replica a quel montone
furioso del Tommaséo. Fatto sta che terminata la stampa dell'opera,
avendola riletta ho trovato tali e tanti gli errori corsi nella stampa,
che mi sono risoluto non pubblicarla. Ritornato che sarò in Pesaro
(quando le circostanze me lo permetteranno), vedrò cosa debbo fare, o
bruciare l'edizione, o farne un'altra, o fare un'errata corrige, ovvero
lasciare che vada al diavolo _Tommaséo_, l'_Antologia_ e Compagni; non
incaricandomi piú di nulla„. (Lettera inedita del 22 luglio 1835,
Bologna — _Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze). Dopo ricerche
lunghe, sono riuscito a trovarne in tutta Italia _due soli_ esemplari:
l'uno nella biblioteca Oliveriana di Pesaro (ma non potei vederlo,
perché l'ordinamento della biblioteca, con vantaggio grande degli
studiosi, vieta l'invio de' libri); l'altro, che studiai, rinvenni in
Roma, nella “Biblioteca Nazionale„, fondo _Risorgimento_. In
quest'opuscolo sono, in parte, ristampati gli articoli della _Voce_, e
la lettera (di cui dirò in séguito) del bali Sanminiatelli; poi segue la
risposta lunghissima del Canosa; della quale parlerò piú innanzi.

[1367] Trovasi nell'_Archivio segreto del Buon Governo_, 1835, Negozi,
filza 18, n. 75. Ed è cosí rara, che come documento de' tempi la
riproduce nell'appendice XXII.

[1368] Ha lo stesso titolo del primo: _La Voce della Verità_, II, dai
tipi di Pihan Delaforest (Morinval) 29 maggio 1835, Parigi. Trovasi
nell'_Archivio segreto del Buon Governo_, 1835, _Negozi_, filza 13, n.
75. Per la sua rarità, come il primo, riproduco anche questo. Appendice
XXIII.

[1369] _Voce della Verità_, n. 610, 30 giugno 1835.

[1370] _Voce della Verità_, n. 613, 7 luglio 1835.

[1371] La risposta è quell'opuscolo, al quale poc'anzi per lo
svolgimento della materia in anticipazione ho dovuto accennare, che
s'intitola _La voce della Verità condannata a morte ignominiosa con
sentenza_ ecc. ecc.

[1372] Lettera inedita del 19 settembre 1835, Modena, _Archivio segreto
del Buon Governo_. — Firenze 1835, filza 13, affare 75.

[1373] L'articolo della _Voce_ è nel n. 644, 17 settembre 1835: non si è
saputo finora chi ne fosse l'autore; il Poggi dice in una noticina
(_Storia d'Italia_, Firenze, Barbera, 1883, vol. II, pag. 78):
“L'articolo..... è sottoscritto l'_Imparzialità_, sotto il qual nome
vuolsi che si nascondesse la contessa Riccini„. Ma il Poggi erra: poco
tempo dopo la comparsa di questo articolo, il Riccini pubblicava in sua
difesa un opuscolo dal titolo _Prove di fatto prodotte dal conte G.
Riccini contro le calunnie divulgate dal principe di Canosa_. — Modena,
tip. Soliani, 1835. E in quell'opuscolo dice (pag. 7) “..... insorse
allora l'_Imparzialità_ — sotto il cui nome volli celarmi... e lo
dichiarai [_il Canosa_] pubblicamente per impostore, sfidandolo alle
prove...„. L'opuscolo si conserva nell'Archivio segreto del _Buon
Governo_, Firenze, filza 13, affare 75, anno 1835.

[1374] _Voce della Verità_, 16 maggio 1835, n. 591, nota 23.

[1375] _Pensieri di circostanza_ ecc. — Modena, tip. Camerale,
febbraio-marzo 1835, pag. 29. — Senza dubbio al Vieusseux si allude in
questa pagina, dove si legge che alla folla degl'intriganti egoisti
bisognava “togliere il potere di far del male colle associazioni di
qualunque sorta, o colla diffusione della cattiva stampa, o colla
educazione della gioventú„.

[1376] Lettera inedita a Giovanni Cesari, Pesaro, 5 settembre 1835.
_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1377] Lettera al Sismondi, del 20 aprile 1835, pubblicata da A. FRÈNES,
in _op. cit._, pag. 61.

[1378] Tolgo questa notizia da una lettera inedita di Gregorio De
Filippis Delfico al Vieusseux, Teramo, 12 agosto 1836, _Carteggio
Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze.

[1379] Lettera inedita dell'avv. Eugenio Armand al Vieusseux [Livorno]
18 ottobre 1843. (_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze). Cosí gli
scriveva: “.... je vous dirais qu'une proposition me fut faite dans le
tems par un editeur de Paris d'entreprendre la traduction en français de
l'_Antologie_ et de publier ce travail par livraisons; ne pouvant
prendre au sérieux une semblable proposition, j'ecrivis pour m'assurer
du fait; la même personne persista... _Cosa ne dice?_ Je suis curieux de
connaitre votre opinion à ce sujet. Cela me rappelle la lettre d'un
anglais écrite a Diderot, l'un de principaux rédacteurs de la fameuse
Encyclopédie de 18me siècle, dans laquelle il lui annonce le projet
d'une société de libraires anglais formée pour la traduction en anglais
de cette immense ouvrage dont la publication fut comme celle de
l'_Antologie_, attaquée puis defendue...„.

[1380] Lettera inedita all'avv. Eugenio Armand à Livourne: Florence le
22 octobre 1843 (_Carteggio Vieusseux_, “Nazionale„, Firenze). Cosí gli
rispondeva: “... La nouvelle que vous me donnez qu'un libraire de Paris
penserait à traduire l'_Antologie_ ne peut que me flatter: cependant je
ne saurais jamais conseiller la traduction complète d'un semblable
recueil; mais l'époque _Antologica_ a de l'importance dans l'histoire
moderne litteraire d'Italie, et un choix pour la traduction fait
judicieusement, des articles principaux qui parurent dans les 48
volumes, du 1821 au 1832, pourrai fournir la matière de 5 à 6 volumes
fort interessants. Il faudrait faire préceder la traduction d'un
discours préliminaire sur l'état des lettres en Italie après la
restauration du 1814; et y ajouter comme document important la
biographie de Montani, qui a paru recemment à Capolago et qui vous donne
l'histoire du _Conciliatore_ de Milan, qui fut étouffé à son berceau.
L'_Antologia_, plus heureuse, né perit qu'après 12 années de lutte, et
ne tombât que sur le champ de bataille. La première année fut
extrêmement faible, mais elle ne tarda pas à prendre vigueur et attirer
à elle les hommes les plus distingués, parce qu'elle devint l'expression
des besoins de l'Italie. Certe, un monument élevé en France au journal
qui a été la grande affaire de ma vie serait pour moi un évenement bien
honorable et bien heureux pour l'Italie; mais je le répète, il faudrait
faire un choix bien sévère des articles à imprimer„.

[1381] Lettera del 20 giugno 1846. Pubblicata da F. ORLANDO in _Carteggi
italiani inediti o rari_. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, III, pag.
67.

[1382] Insieme con una lettera inedita del 25 maggio [1847] il Vieusseux
mandava al barone Bettino Ricasoli una memoria, da cui ho tolto,
accomodandone i verbi al racconto, le parole citate; _memoria_, che
doveva servire per il Ricasoli, per il Lambruschini e il Salvagnoli. Si
conservano entrambe nell'_Archivio Ricasoli_; ed io ringrazio la
baronessa Giuliana, la quale gentilmente concesse che anche di queste mi
giovassi.

[1383] Conservasi tra le carte del Vieusseux.

[1384] Si conservano le lettere, che a ciò si riferiscono, tra le carte
del Vieusseux.

[1385] Trovasi tra le carte del Vieusseux. In parte la riproduco in
appendice (n. XXIV).

[1386] _Nuova Antologia_, 1866, vol. I, pag. V. E poco dopo Marco
Tabarrini affermava in essa (vol. I, pag. 209) che “la vecchia
_Antologia_ può dare alla nuova insegnamenti ed esempi autorevoli„.

[1387] Lettera da Parma, del 26 luglio 1831. Pubblicata da F. ORLANDO in
_Carteggi italiani inediti o rari_. Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, III,
pag. 122.

[1388] Ne' numeri precedenti, Eusebio è detto _lombardo e giornalista;_
Petronio, _veneziano e caffettiere_.

[1389] cosí aveva scritto il Corsini; ma il Fossombroni mutò come segue,
per comunicare lo scritto al legato austriaco.

[1390] Allude al n. 260.

[1391] Allude alla pubblicazione del _Bollettino del 28 marzo_.

[1392] _Questi è il Censore dell'Ufficio del R. Fisco, Francesco
Gabbrielli._

[1393] Parola illeggibile.

[1394] I puntini sono nel testo.

[1395] _Il Vangelo_, L. XII.

[1396] C. III.

[1397] C. I.

[1398] GIOVANNI, VII.

[1399] C. XIV.

[1400] _Atti_, XVII.

[1401] C. XXII.

[1402] L. VIII.

[1403] MARCO, I.

[1404] _Il Vangelo._

[1405] GIOVANNI, III.

[1406] _Atti_, VII.

[1407] _Ai romani_, I.

[1408] GIOVANNI, XIX.

[1409] Non esattamente ha qui interpretato il prof. A. Bertoldi,
leggendo “che parlan tutti nel nome di Dio„. (_Rassegna Nazionale_,
1901, giugno, pag. 418).

[1410] Le sigle sono qui poste, naturalmente, in ordine alfabetico.

[1411] Molti, e di molti autori, sono gli scritti con questa sigla.
Sapere d'ognun d'essi l'autore non ho potuto, e mi duole; e solo
rammento quelli scritti che so con certezza a cui si devono. Né tutte
qui sono spiegate le sigle: ché resta ancora a sapersi chi firmava P. D.
F.; e chi G. B. C.; e chi P. B.; o A. P. o E. I.: o A. Z.. Sigle coteste
che non frequente, ma pur qualche volta s'incontrano nel giornale. V'è
anche chi segna A. V.; né so chi egli sia. _Forse_ è Vincenzo Antinori,
ma nulla m'induce a confermarlo.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (anzichè/anziché, giudizi/giudizî, Frènes/Frénes,
dubbî/dubbj e simili), correggendo senza annotazione minimi errori
tipografici. Le correzioni elencate nella sezione "Correzioni e note" a
pag. 439 sono state riportate nel testo.





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