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Title: La plebe, parte IV
Author: Bersezio, Vittorio
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La plebe, parte IV" ***

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                             LA PLEBE


                          ROMANZO SOCIALE
                                DI

                         VITTORIO BERSEZIO


                            PARTE QUARTA



                        PROPRIETÀ LETTERARIA

                               TORINO,
                 PRESSO CARLO FAVALE E COMP., EDITORI
                                1869.



PARTE QUARTA

La Catastrofe.



CAPITOLO I.


Secondo era inteso fra il marchese di Baldissero, Don Venanzio e
Maurilio, quest'ultimo, la mattina dopo il colloquio che aveva avuto
luogo fra i tre ora nominati personaggi, erasi recato al palazzo del
marchese per fissarvi senz'altro la sua dimora in qualità di segretario.

Dal marchese erano stati dati gli ordini opportuni. Appena si presentò,
Maurilio fu condotto dal mastro di casa che lo ricevette come individuo
specialmente raccomandato dal padrone.

— Signore, dissegli, tutto è pronto ad accoglierla, e nella sua camera
troverà un assortimento d'abiti fra cui potrà scegliere quelli che
meglio le piacciano e meglio le si attaglino.

Maurilio arrossì fino alle orecchie e nascose la sua confusione in un
inchino, balbettando inintelligibili parole di ringraziamento.

La camera destinatagli era pulita, allegra, appetto a tutte le altre
abitazioni ch'egli aveva avute sino allora, elegante. Il sarto e gli
abiti, come aveva detto il mastro di casa, lo stavano aspettando. Scelse
panni scuri, senza esagerazione di forme alla moda; e quando vestito di
nuovo da capo a piedi, e' si guardò nello specchio che stava sopra il
canterale, quasi non riconobbe se stesso: fece al suo pallido volto
riflesso dalla lastra un sorriso in cui c'era più vergogna che
compiacenza, e disse mentalmente a se stesso:

— Tu se' un altro Maurilio.... I panni ti faranno oramai giudicare dal
mondo un uomo ammodo.... Ma sei vestito di roba altrui!...

Il sarto, secondo le abitudini del più di questi mercatanti, cianciò
egli la parte sua e quella del giovane a cui la confusione dell'animo e
della mente non lasciava aver parole fatte; rifornitolo per allora
d'ogni parte d'abbigliamento, gli prese misura per altri abiti da
farglisi di ricambio, che tali erano gli ordini di S. E., e partissi
accompagnato dal domestico che era stato testimonio a codesta
vestizione, e la cui presenza non aveva conferito poco a vergognare ed
imbarazzare il timido Maurilio.

Questi rimase solo in mezzo alla modesta suntuosità di quella stanza che
gli era destinata. E' guardò allora tutt'intorno a sè, come per conoscer
bene quegli oggetti che lo circondavano, cui non aveva ancora osato
esaminare e prenderne, come dire, possesso: un lettino in ferro, una
tavola da lavabo, un cassettone con sopravi lo specchio incorniciato di
legno su cui una vernice di color naturale, un caminetto alla Franklin,
un seggiolone appiè del letto, una mezza dozzina di seggiole impagliate,
di quelle leggerissime di Chiavari, un armadio in un angolo, un tavolino
da scriverci, un acquasantino d'alabastro a capoletto, quattro incisioni
che rappresentavano le imprese di Cortez al Messico, in cornici di legno
appese alla parete tappezzata di carta colore di foglia secca,
bianchissime cortine alla finestra, tendoline ai cristalli della
medesima, sullo spazzo di quadrelli immasticati, una lista di tappeto
innanzi al letto, per mettervi su i piedi scendendone, ed ecco tutto. Ma
tutto respirava la pulizia, il buon gusto e l'agiatezza. Maurilio si
piantò innanzi allo specchio e vi si mirò con una specie di fissità
inquisitoriale, mezzo dispettosa, quasi maligna.

— Che fai tu qui? s'interpellò egli con quel suo sogghigno: sei tu fatto
per questi ambienti? è egli tuo posto questo? Povero buttero di
campagna, misero figliolo del fangoso rigagnolo della strada, sangue di
plebe, come osi tu mettere il piede su questo terreno? E che ci vieni a
far tu? a viverci da parassita?

I suoi lineamenti si contrassero con una dolorosa espressione.

— Parassita io?

Scosse il suo grosso capo arruffato e gettò uno sguardo che pareva di
sfida e di minaccia alla sua immagine rimandatagli dallo specchio.

— No, no, e poi no.... Sarà il mio lavoro che mi guadagnerà questo pane,
che mi guadagnerà questi abiti, che pagherà questa dimora. Non ho io
vissuto press'a poco in tal guisa quand'ero agli stipendi del signor
Defasi?... E perchè questo non avrebbe ad essere mio posto?

Ricordò le parole della vecchia _Gattona_, che Selva e Don Venanzio gli
avevano riferite, e le quali potevano far argomentare d'una sua non
plebea origine, sentì risollevarsi più vive in cuore le speranze,
vissute in lui sempre, ora rinfocolate cotanto, di giungere a penetrare
il mistero della sua nascita e trovare in fondo di esso un onorevole,
forse illustre destino.

— Ah! esclamò egli ad un tratto passandosi la mano sulla vasta, pallida
fronte: sento che da questo dì comincia per me una sorte novella. Più
trista delle varie che ho subite non può essere; sarà dunque più
lieta?...

Sentì, cominciando dal cervelletto giù giù pel midollo spinale scorrere
e diramarsi per tutti i nervi, passare in tutte le vene quel certo
fluido, dargli una lieve scossa quel brivido cui produce una intima
emozione, e che a lui pareva un vincolo d'unione, il mezzo di rapporto
fra sè ed il sognato suo spirito protettore. Levò gli occhi verso il
cielo, impallidì ancora nelle guancie incavate, e giungendo le mani come
si fa per pregare esclamò:

— Oh angiolo mio benigno! oh madre mia! Sei tu che qui mi hai tratto?
Sei tu che mi vuoi ospite in questa casa?...

Un novello pensiero a tali parole s'impadronì di ogni facoltà del suo
animo: un pensiero che era immanente in lui, ma che ora altre momentanee
sensazioni parevano avere assopito: il pensiero di _lei!_

— Questa casa è la sua! Soggiunse egli, interrompendo il suo primo
discorso, e cambiando di tono: essa abita qui, a poca distanza da me,
sotto il medesimo tetto; e la potrò vedere, e la vedrò tutti i giorni.

Schiuse le labbra ad un sorriso di beatitudine e corse alla finestra. Lì
sotto era la strada cui egli aveva passeggiato tante volte, là in faccia
era la cantonata, a cui tante volte s'era fermo a contemplare quel
palazzo, dov'egli ora si trovava. La stanza assegnatagli era al secondo
piano e Maurilio riconobbe con una strana sensazione che poteva dirsi di
gioia, come la fosse quasi al di sopra di quella in cui aveva indovinato
dormire Virginia.

Questo nome ripetè egli come se la invocasse.

— Virginia! Virginia!

All'udire la sua voce far suonare quella parola fra quelle pareti, si
riscosse, tremò, si soffuse di rossore, si volse rattamente a guardar
indietro e dintorno, come pauroso alcuno l'avesse potuto udire. Si
rassicurò vedendosi compiutamente solo; non ci aveva altra compagnia,
non s'udiva colà altro rumore che quello del foco che schioppettiva nel
caminetto.

— La vedrò ogni giorno: ripetè quasi avesse bisogno di dirselo più
volte, affine di credere egli medesimo; la vedrò oggi stesso, fra
poco!...

Un legger colpo battuto all'uscio della sua stanza lo fece sussultare.

— Avanti: diss'egli volgendosi alla porta, curioso e quasi inquieto di
vedere chi fosse.

S'apri un battente e comparve la faccia bonaria di Don Venanzio, più
lieta, più sorridente, più benigna del solito.

— Cospetto! esclamò il buon vecchio, come sei bene alloggiato, e come
vestito! Mi sembri un medico o un avvocato.

Si fregò le mani con espressione di viva contentezza:

— Dio sia lodato che mi ha voluto far la grazia di soddisfarmi uno dei
maggiori desiderii che avesse ancora la mia vecchiaia: quello di vedere
il tuo destino assicurato, Maurilio, mio buon figliuolo.

Il giovane, preso da un vivo intenerimento, sentì inumidirsi le ciglia e
non seppe fare altra risposta che gettarsi al collo del sacerdote ed
abbracciarlo. E Don Venanzio, tenendolo così stretto al suo seno in un
affettuosissimo amplesso, continuava:

— Sì il tuo destino assicurato, perchè qualunque cosa venga o non venga
a scoprirsi intorno alla tua nascita, la protezione di questo
generosissimo uomo, che è il marchese, non ti può mancar più, e tu non
sei tale da rendertene indegno mai....

Maurilio nascose la fronte sulla spalla di quel vecchio che aveva saputo
amarlo d'un amore paterno.

— Ma le triste vicende del mio passato... balbettò egli.

— Il marchese sa tutto, e d'or innanzi non correrai più il pericolo che
la rivelazione di quelle tue sciagure possa farti perdere l'impiego...
Nega ora, se il puoi, col tuo orgoglio di razionalista, l'azione e la
bontà della Provvidenza che mi ha tratto qui dal mio villaggio, giusto
appuntino per poterti allogare come si conviene, e forse forse per
trovarti eziandio la tua famiglia: e quest'ultima cosa dopo dimani spero
che la sapremo.

— Ah! se mai fosse! esclamò cogli sguardi sfavillanti Maurilio, il quale
sentiva nel capo suscitarsi e tumultuare la follia di mille assurde
speranze.

— Sì, sì, sarà... sarà anche questo. Io confido nel Signore; e non è per
nulla di certo che la sua bontà ci ha messo sulla traccia ora soltanto,
dopo tanto tempo... Ma questo non è momento di parlare di ciò... nè di
ciò nè di altro, perchè la è l'ora dell'asciolvere, e siamo attesi
tuttedue.

Maurilio guardò Don Venanzio con aria esterrefatta. Questo asciolvere,
voleva egli domandare, si farà con tutta la famiglia? Era dunque giunto
il momento desiderato e temuto, felice e pur penoso, di comparire
innanzi egli all'amata fanciulla?

Il buon vecchio prete che nello sguardo e nella mossa del giovine vide
soltanto una maraviglia, credette rispondere a quest'essa spiegando come
andasse la cosa.

— Sì, continuò egli, ci siamo attesi tuttedue. Il marchese ha voluto ad
ogni patto che fin tanto che io rimango a Torino, venga a farti
compagnia... Se ti dico che con tutta la sua dignitosa fierezza è il
migliore dei bravi uomini! Ha capito che ciò farebbe un immenso piacere
a me e nel medesimo tempo gioverebbe a levar te di suggezione, ti
sarebbe d'aiuto nell'affarti all'ambiente della casa... Dunque poc'anzi
sono venuto, come egli me ne aveva detto, e discorso un poco insieme del
più e del meno, vennero ad annunziare che se S. E. voleva si sarebbe
servito in tavola per l'asciolvere. Il marchese mi disse: «Ella non ha
ancora visto la camera del sig. Nulla?» — «No, signor marchese:» io gli
risposi. «Ebbene se vuole andare a chiamarlo Ella medesima per
l'asciolvere, avrà tempo a dargli un buon giorno ed un abbraccio: e così
potrà interrogarlo se gli manca e se desideri alcuna cosa cui forse non
oserebbe domandare al mastro di casa.» Ve' che bontà!... Io accettai
l'incarico ed eccomi... Già son persuaso che non ti manca nulla.

— No certo.

— Dunque non c'è altro che discendere nella sala da pranzo.

— Andiamo: disse Maurilio il quale si sforzò a dominar la emozione che
nacque subitamente e vivissima in lui.

Ma al punto di varcare la soglia di quella stanza dovette fermarsi e
reggersi allo stipite, tanto il cuore gli batteva e glie ne tremavan le
gambe.

— Coraggio! gli disse Don Venanzio che credette questa soltanto emozione
di timidità; e' son tutti in fine uomini come siam noi, per quanti
titoli abbiano al proprio nome.

Maurilio si fece forza e discese in compagnia del parroco. Quando
entrarono nella sala da pranzo non c'erano ancora che due domestici in
piccola livrea, immobili come statue presso un'alta credenza di legno
d'ebano scolpita, nella quale brillavano nitidissimi cristalli,
porcellane ed argenti, e il servo di confidenza del marchese, in abito
nero e cravatta bianca, dritto dietro l'alta spalliera della seggiola su
cui soleva sedere il capocasa.

Non tardarono a sopraggiungere il marchese che dava il braccio alla
marchesa, e dietro essi Virginia. Maurilio sentì la presenza di lei, ma
non osò alzare il capo nè gli occhi a guardarla: se ciò avesse fatto,
avrebbe trovato così pallido il viso della fanciulla, così chiare in
esso le traccie della insonnia e d'una pena morale che ne sarebbe stato
più di commosso.

Don Venanzio fu amichevolmente salutato da tutti, anche dalla superba
marchesa; la sua qualità di sacerdote gli valeva siffatta distinzione
dalla fierezza aristocratica di quella donna, più per principio politico
che non per devota osservanza al sacro di lui carattere. Virginia con un
sorriso di tutta amorevolezza andò a porger la mano al vecchio prete
dicendogli parole piene di grazia e di dolcezza.

— Il signor Nulla, il nuovo segretario di cui vi ho parlato: disse il
marchese facendo un cenno colla mano per presentare Maurilio, che
s'inchinò, alla marchesa ed a Virginia. — Mia moglie e mia nipote:
soggiunse poi additandole a loro volta al giovane.

La marchesa aveva fatto un legger cenno colla testa pieno di superbia, e
certo avrebbe prestato più attenzione e regalato uno sguardo più cortese
ad un cagnolino che le fosse condotto dinanzi; Virginia aveva fatto un
piccol saluto sbadato nella evidente preoccupazione onde aveva presa
l'anima, e stava per voltar via la testa, senz'altro, quando i suoi
occhi cadendo sopra il volto dell'uomo che le veniva presentato, un
sovvenire ed un'idea sorsero di subito nella sua mente. Il suo sguardo
si fermò su quelle fattezze che le parve avesse già viste altre volte; e
da quegli occhi color del mare balenò una fiamma viva cui Maurilio,
benchè timido e vergognoso tenesse volti a terra gli sguardi impacciati
e la faccia arrossita, sentì arrivarlo, circondarlo, penetrarne entro il
cervello il calore. Sollevò allora le pupille ancor egli; lo sguardo
della fanciulla era come un'investigazione. «Dove vi ho io visto? pareva
domandare: chi siete? che cosa venite a far qui?» Negli occhi di lui
c'era tanta ammirazione, tanta devozione, tanta ardenza di affetto che
impossibile una donna nulla ne scorgesse; Virginia non vide, non sognò
nemmanco che ci fosse, che ci potesse essere dell'amore; scorse,
avvertì, sentì che in quel giovane timido e modesto avrebbe potuto avere
in un caso un aiuto; glie ne diede un tacito ringraziamento, e prese
quasi atto come d'una muta promessa con una mossa gentile e andò a
sedersi al solito suo luogo fra lo zio e la zia.

— E mio figlio? domandò il marchese nell'atto di spiegare il suo
tovagliolo.

— È uscito or ora, appena levato: rispose uno dei domestici: ed ha
lasciato detto che pel _déjeuner_ non sarebbe venuto.

Il marchesino, che contro il divieto del padre voleva battersi quel
giorno medesimo con Benda (e già sappiamo come il duello avesse luogo
alle tre di quel pomeriggio) aveva pensato miglior consiglio fuggire la
presenza del genitore.

Il padre e la madre di Ettore scambiarono un ratto sguardo in cui
c'erano un medesimo timore ed un medesimo sospetto; una nube passò sulla
fronte del marchese, il quale non fece altre osservazioni nè domande, e
di suo figlio non parlò più. Anche sul volto di Virginia apparve, ma
dominata e repressa tosto, una espressione di ansietà.

Durante la colazione si fu piuttosto silenziosi. Il marchese parlò
talvolta con Don Venanzio ed anche con Maurilio; ma poi, vedendo che
quest'ultimo aveva dal suo impiccio la maggior pena del mondo a
rispondere, lo lasciò tranquillo; la marchesa rivolse alcune fiate il
discorso al prete intorno ad argomenti indifferentissimi e ne ascoltò le
risposte come si ascoltano le cose di che non c'importa niente affatto;
Maurilio fu per lei come se non esistesse.

Al nostro giovane amico il tempo di quell'asciolvere parve lungo,
eterno, e insieme fuggito come un istante. Egli si trovava quasi di
fronte a Virginia. Avrebbe voluto guardarla sempre, bearsi nella desiata
contemplazione di quel volto leggiadro; e il timore d'incontrare lo
sguardo di lei, gli faceva tenere gli occhi fissi inchiodati sul tondo
che aveva dinanzi. Ma pure due o tre volte ardì sollevarli, e di nuovo
essi incontrarono quello sguardo scrutatore di lei; anzi ad un punto
parve al confuso giovane che un'espressione di lieta sorpresa, d'una
inesplicabile speranza fosse nell'occhieggiare dell'adorata fanciulla.
Ei si disse che ciò era impossibile, che questo era un inganno, che egli
non aveva da essere altro per lei fuori d'un estraneo indifferente,
ch'ella non poteva in lui ravvisare una conosciuta persona, a meno che
riconoscesse il miseruzzo di giovane di libraio che le recò un giorno
dei libri, e cui ella non aveva pur degnato d'uno sguardo, o il
vagabondo che s'era introdotto un dì nel parco della villeggiatura in
cui ella si trovava, e ch'essa medesima aveva visto punire e scacciare
come ladruncolo di frutta; ma questo riconoscimento egli aveva sperato e
tutto gli faceva credere non potrebbe avvenire, e non sarebbe per esso
che gli sguardi di lei avrebbero preso quella che gli pareva ombra
d'interesse e di favore. Era dunque una compiuta illusione la sua.

E invece la era una realtà. Virginia non aveva riconosciuto in Maurilio
il giovane di libraio, nè il creduto ladroncello del parco, sibbene
quell'individuo che poche sere prima, nell'occasione del ballo
dell'_Accademia filarmonica_, ella, nel vestibolo del palazzo dove aveva
luogo la festa, aveva veduto in compagnia di Francesco Benda. La nostra
memoria ha di queste stranezze: ella, senza che ce ne accorgiamo, riceve
delle impressioni e le alloga, per così dire, in qualche suo riposto
cantuccio, indipendentemente dal concorso della nostra volontà; ad un
dato momento, quando appunto ci diventa più utile il poterci servire di
quell'impressione, il trarre in campo il ricordo di quel fatto, di
quella circostanza, ella ce lo trae fuori per mettercelo dinanzi fresco,
preciso ed efficace.

Virginia, dopo la nuova provocazione avvenuta al ballo la sera prima fra
suo cugino Ettore e l'avvocato Benda, non s'illudeva punto sulle
conseguenze di quel fatto. Nell'insonnia onde aveva avute turbate le ore
di riposo che trammezzarono tra la partenza dal ballo e l'asciolvere,
ella posseduta da una indescrivibile ansietà, s'era con sommo dolore
convinta, che nulla poteva fare affine d'impedire uno scontro, ed aveva
dovuto limitarsi ad ardenti preghiere e ad invocare che almeno le fosse
concesso di sapere tosto e tutta la verità. Inviare a domandarne a casa
dei Benda per un domestico, e non osava, e temeva non le sarebbe
concesso per la sorveglianza della zia; altro modo di ottenere il suo
intento non sapeva immaginare. Al primo vedere il nuovo segretario dello
zio, un confuso sovvenire d'averlo già visto e una più confusa idea che
quell'uomo la potrebbe servire le nacquero in una. Quando il suo ricordo
chiaro e spiccato le ebbe posto innanzi la vicenda e il modo ne' quali
quel giovane era stato da lei incontrato, ella non dubitò più che un
pietoso riguardo della sorte glie l'avesse mandato pur farla soddisfatta
nel suo ansioso desiderio: la lo guardò coll'occhio benigno con cui si
guarda l'opportuno stromento della nostra salvezza: il povero Maurilio
dovette a codesto la infida gioia — invano voluta da lui medesimo
cacciare e soffocare — d'un momento di ventura ch'egli stesso dichiarava
impossibile: la ventura d'uno sguardo affettuoso!

Nel recarsi dalla stanza da pranzo al vicino salotto da prendervi il
caffè, Virginia seppe far così bene che rimase indietro da venire a
costa di Maurilio, il quale nel vedersela vicino, tremava verga a verga.

— Signore, diss'ella con quel coraggio che le dava l'amor suo e con
quella franchezza che le permetteva la superiorità della sua condizione
sociale sopra quella del giovane; mi pare che la non sia questa la prima
volta che noi c'incontriamo.

Il povero Maurilio impallidì ed arrossì in una. Ella aveva dunque notata
la presenza di lui? Ma dove, e come, e quando? Si accrebbe il tremore
de' suoi nervi e il palpito del suo cuore: siccome non poteva spiccicar
parola dalle labbra, e' si contentò d'inchinarsi in segno di rispettosa
affermazione.

La nobile fanciulla continuava:

— La ho veduta, se non erro, l'altra sera insieme coll'avvocato Benda.

Pronunziò essa quel nome senza la menoma esitazione, senza deviar lo
sguardo, senza punto arrossire, ma abbassando la voce così che il suono
di tal parola non potesse giungere a svegliare in alcun modo
l'attenzione dello zio e della zia che precedevano.

Ma a questi detti parve al misero Maurilio che una mano di gelo venisse
a serrargli il cuore che si dilatava ad accogliere sempre meglio quella
ineffabil gioia di assurda speranza. La nebbia rosata ond'era avvolto il
suo spirito si ruppe, e traverso la fatale illusione che cominciava a
dileguarsi, travide il principio d'una realtà dolorosa.

— Sì, sì signora, balbettò egli, osando pur finalmente guardarla nel
volto. Ero insieme a Benda, mentr'ella passava su per la scala
dell'Accademia Filarmonica.

La ragazza chinò gli occhi innanzi a lui.

— Ella è molto amico di quel signore?

— Signora sì.

Virginia non fu padrona di contenere la vivacità dell'interesse con cui
affrettatamente soggiunse la domanda:

— Ne sa Ella qualche notizia di lui da questa mattina?

— No: rispose Maurilio con tanto appena di voce da farsi sentire.

E la ragazza più frettolosamente e più infervorata di prima:

— Deve essersi battuto... con mio cugino. Sono ansiosissima di saper
novelle dello scontro prima di mia zia... Sarei molto riconoscente a chi
me ne recasse il più presto possibile.

S'era giunti al salotto. Virginia s'allontanò dal giovane senz'altro, e
non vide per fortuna la nuova espressione che avevano presa i lineamenti
di lui.

A Maurilio s'era svelata tutta la verità. Quella sera in cui primamente
gli era avvenuto di vedere insieme Francesco e Virginia aveva indovinato
che Benda amava ancor egli l'oggetto dell'amor suo; ora e' si faceva per
lui chiaro come la luce del giorno che ancor essa, Virginia, riamava
Francesco. Quell'odio che già aveva sentito per quest'ultimo e cui aveva
confidato a Giovanni Selva, assalì con nuova vampa e con nuovo impeto
l'anima di Maurilio: desiderò ogni danno al suo fortunato rivale, non
inorridì, a tutta prima, allo scellerato pensiero, il quale si faceva
per lui una infame speranza: che cioè quel duello di cui le aveva fatto
cenno Virginia medesima, potesse, forse in quel momento medesimo,
togliere di mezzo quel fortunato per cui s'era aperto il cuore della
donna ch'esso era condannato ad amare inutilmente. Ma non tardò ad aver
vergogna e rabbia e disprezzo di se medesimo: aspettò poterlo fare senza
violare nessuna convenienza, e come il marchese gli ebbe detto che per
allora non abbisognava dell'opera sua, Maurilio corse a rinchiudersi
nella sua stanza, rifiutando anche la compagnia di Don Venanzio,
bisognoso come era d'esser solo e di affondarsi nel turbatissimo caos
de' suoi pensieri. Si gettò boccone sul letto e cacciandosi le mani
contratte entro le chiome arruffate, stette colà immobile a sentire,
quasi come si fa per una voluttà, l'interno spasimo che lo travagliava.
Che cosa era venuto a far egli in quella casa? tornava a domandare a se
stesso: non era meglio morir anzi mille volte di fame che venire a farsi
corrodere il cuore da simili angoscie? Qual delirio lo aveva preso, qual
odio di se medesimo quando aveva consentito a entrare in quella
famiglia? Come era mutato ora l'aspetto d'ogni cosa! Poc'anzi gli pareva
che fosse quello il fine delle triste venture, adesso invece sentiva
essere il cominciamento di nuovi e forse ancor più aspri dolori.

Le poche parole dettegli da Virginia seguitavano a suonargli nella
mente, come se un'eco incessante fosse lì a ripetergliele. Ella
evidentemente sperava in lui, ci aveva contato su per sapere tosto
quelle nuove di cui aveva schiettamente confessato essere ansiosa: e
perchè mancherebbe egli alla fiducia che in lui aveva ella riposta? Se
alcuno gli avesse detto un tempo: — «Tu puoi risparmiare un minuto di
dolore a quella che ami:» non avrebb'egli lietamente offerto se stesso
ad ogni tormento per quest'effetto: ed ora?...

Si levò di sopra il letto con nuova risoluzione; uscì della sua stanza,
scese precipitoso le scale del palazzo e prese correndo la strada per
alla dimora di Francesco Benda.

Mentre Maurilio recavasi a casa dei Benda, nel palazzo del marchese di
Baldissero avveniva una scena che non è inutile conoscere per la
prosecuzione del nostro racconto.

Presentavasi nell'anticamera una sordida vecchia che, invocando il nome
di Dio, della Madonna e di tutti i santi, protestava avere gravissime
cose da comunicare a S. E. il marchese, proprio a lui in persona, ed
insisteva perchè andassero a dirglielo affine di esserne ricevuta. I
lacchè, ai quali questa donna era già ben conosciuta, la ricevettero con
tutto il superbo disprezzo di cui questi valorosi sono capaci verso la
povera gente, e per quanto ella non iscoraggiata ed audace instasse, non
acconsentirono a darle retta.

— Oh sentite, _Gattona_, finirono per dirle, smettetela chè omai ci
avete fradici, e sono tutte inutili le vostre parole. Il marchese ha
ordinato, espressamente ordinato, capite, di mandarvi ai cento mila
diavoli ogni quel volta vi presentiate, ch'egli, per cantarvela in
musica, non vuol più avervi tra' piedi in nessun modo. Se gli è per
ispillargli qualche soccorso, venite nei giorni e nelle ore solite,
quando fa distribuire elemosine dal suo segretario, che al vostro turno
alcuna cosa vi potrete buscare, altrimenti, a star qui ed insistere, voi
seccate inutilmente noi, e ci perdete il vostro tempo.

La _Gattona_ pensò che, parlando al segretario, un'autorità superiore
nella schiera dei dipendenti dal marchese, avrebbe forse avuta maggior
probabilità di fare arrivare sino all'orecchio di S. E. l'ambasciata che
voleva, e per cui ella era persuasa di essere dal marchese ricevuta.
Domandò adunque di potere almanco vedere questo sor segretario; e n'ebbe
in risposta che egli era uscito, e che non sapevasi dirle l'ora nella
quale avrebbe potuto vederlo di quella giornata, perchè era nuovo
affatto in ufficio, entratovi soltanto quella mattina medesima, e non
aveva ancora assunto regolare servizio.

La _Gattona_ si partì finalmente, e borbottando fra sè come persona che
ha gravi preoccupazioni pel capo ed è più incerta che mai del partito
cui prendere, s'avviò verso la sporca viuzza dove ci aveva la dimora.
Sotto le volte che dalla strada di Dora Grossa mettono nella piazza del
Palazzo municipale trovò essa _Gognino_, il quale, abbandonata in un
angolo la sua cassetta dai fiammiferi, faceva chiasso con altri
sbarazzini della sua risma, tirando addosso a sè ed anco alla gente che
passava pallottole di neve. _Gognino_ vide bensì ad un punto la nonna
che veniva, e corse alla sua cassetta; ma era troppo tardi, l'occhio
grifagno della vecchia lo aveva colto in _flagranti_; e di più, come se
ciò non bastasse ad irritare la già indispettita, maligna femmina, ecco
una di quelle palle di neve tirata dalla mano d'uno fra i compagni del
nipote, venirla a colpire nella cuffia, mandargliela per traverso e
scomporle tutto il poco elegante edifizio della sua capigliatura grigia
ed arruffata.

La _Gattona_ piombò sopra il nipote, proprio come uno di quegli animali
che avevano avuto l'onore di darle il nomignolo sopra un povero topo, lo
ghermì e fece le vendette della sua autorità sconosciuta, dei suoi
comandi disubbiditi, della sua cuffia oltraggiata, della sua dignità
offesa dalle sghignazzate dei biricchini sulle orecchie di _Gognino_,
cui tirò senza misericordia, non ostante gli strilli del povero ragazzo.

Ma l'incontro di _Gognino_ le fece pure venire in mente una buona idea.
Quell'uomo cui la sorte le aveva condotto innanzi così inaspettatamente
poche sere prima, ed al quale ora ella credeva essere in grado di
rendere un nome ed una famiglia, e studiava appunto di far ciò nel modo
che più le fruttasse; quell'uomo avevale promesso dieci soldi al giorno
a patto gli conducesse il nipote ad imparare da lui lettura e scrittura.
Ora di quel giorno ella aveva trascurato di menargli il bambino e di
esigerne le promesse monete; e non ci vedeva nessuna buona ragione di
perdere quel tanto. Amministrata adunque la severa correzione alle
orecchie di _Gognino_, la vecchia lo prese ad un braccio, se con buona
grazia ve lo lascio pensare, e fattogli deporre la cassetta di
fiammiferi sotto il banco d'una rivendugliola sua comare, lo trasse con
sè verso la casa dove dimorava il pittore Vanardi coi suoi amici.

Salita su fino all'alto quarto piano ed entrata in quel quartiere che
ben conosciamo, la _Gattona_ ci trovò sola sora Rosina la moglie del
pittore, la miglior donna del mondo, come sappiamo, ma non delle meno
ciarliere. In breve la vecchia che cercava di Maurilio, ebbe appreso
tutte le novità che lo riguardavano; e la venuta del vecchio prete di
campagna, e l'intromettersi di quest'esso per trovare a Maurilio un
impiego, e l'avergli trovato il posto di segretario presso il marchese
di Baldissero, e l'essere già Maurilio fin da quella mattina allogato in
tal qualità da quella famiglia.

All'udire siffatta novella, la _Gattona_ parve cadesse dal quarto cielo,
tanto rimase sbalordita dalla meraviglia. Maurilio in casa dei
Baldissero! Se lo fece ripetere parecchie volte, come se la fosse cosa a
cui non potesse prestar fede così di piano; ed alla fine, levando le
scarne mani verso il cielo, esclamò con un'espressione che faceva
pensare a chi sa qual mistero la volesse adombrare:

— Oh Provvidenza! oh Provvidenza!

Sora Rosina non mancò al suo dovere di curiosa stuzzicando con varie
domande la vecchia popolana a parlare; ma la _Gattona_, cosa d'ogni
altra più meravigliosa, si rinchiuse nella discrezione d'un assoluto
silenzio, da cui fu impossibile farla uscire; anzi troncò senz'altro il
colloquio e se ne andò frettolosa dicendo che avrebbe cercato del signor
Nulla nel palazzo del marchese: ma non fu colà ch'ella diresse i suoi
passi, bensì al convento dei Gesuiti presso la chiesa del Carmine, dove
domandò di padre Bonaventura, e dove, non essendoci egli, si fermò fino
a tanto che rientrasse, cosa che non avvenne fino al cader del giorno.

Fra il frate gesuita e la pitocca venditrice d'abitini ebbe luogo un
altro segreto colloquio lungo ed animato, che si conchiuse colla
risoluzione, il frate medesimo avrebbe parlato al marchese ed avrebbe da
lui ottenuta udienza a Modestina Luponi chiamata la _Gattona_.

Ma di quel giorno fu impossibile a chicchessia vedere il marchese di
Baldissero, perchè gli avvenimenti capitati presero al vecchio
gentiluomo tutto il tempo, e quando, compito quello che credette il
debito suo, si ridusse in casa, non volle che nessuno più di estranei,
qualunque si fosse, venisse introdotto presso di lui.

Ecco intanto quel che era capitato.

Verso le quattro Ettore di Baldissero rientrava nel palazzo paterno.
Virginia, che stava ansiosamente attendendo ed a cui niuna nuova da
nessuna parte era ancora pervenuta, appena udì rientrato il cugino,
senza badare a verun'altra considerazione più, ma mossa soltanto
dall'impulso della sua ansietà, fece pregare Ettore di passare tosto da
lei. Il marchesino era troppo galante per tardare ad obbedire a un simil
cenno della sua bella cugina.

La ragazza gli venne incontro fin verso la soglia, che Ettore aveva
appena varcata; e guardandolo fiso in mezzo agli occhi come chi vuol
leggere altrui nell'animo, gli disse con tono di asseveranza come se già
sapesse tutto:

— Tu ti sei battuto quest'oggi coll'avvocato Benda.

Fra le tante cose meno degne d'un gentiluomo che Ettore di Baldissero
aveva imparate pur troppo, non c'era almanco quella di saper mentire.
Chinò il capo in segno affermativo.

Virginia continuava con aspetto pieno di coraggio, benchè fosse pallida
ed avesse alquanto affannoso il rifiato:

— Un duello quale deve aver avuto luogo fra voi non si conchiude senza
morte o ferita di alcuna delle parti. Tu sei compiutamente illeso.....

— Ti rincresce? interruppe con un sogghigno pieno di malignità il
marchesino.

La giovane parve non badar neppure alla interruzione.

— È dunque l'avvocato Benda che rimase colpito.

— Tu la ragioni meravigliosamente giusto: rispose Ettore colla medesima
ironia.

Virginia impallidì ancora di più e le sue palpebre tremarono un pochino;
fu il solo segno di debolezza che apparisse in lei.

— Morto? domandò ella con voce più sommessa.

— No.

— Ah! — Ella fece una breve pausa e mandò più grosso il respiro. — La
ferita è grave?

— Non è delle più leggiere: rispose con serietà il marchesino, che a
questo punto non ebbe il coraggio più di essere ironico nè impertinente:
ma la spero neppure delle più gravi.

Virginia tornò ad affondare i suoi occhi più brillanti che mai negli
occhi del cugino, e domandò con una franchezza che svelava in una la
forza e la nobiltà del suo amore:

— Vivrà?

— Spero di sì: rispose il marchesino.

Il colloquio fra i due cugini non aveva più ragione di continuare:
stettero un istante l'uno in faccia dell'altra, senza saper più che cosa
dirsi, finchè egli, tornando a far sentire nel suo accento quel tanto
d'ironia, ruppe il silenzio:

— Mi pare che tu non abbia più nulla da dirmi, Virginia?

Ella scosse la segno negativo la testa. Ettore si inchinò leggermente ed
uscì con aria disinvolta e quasi ilare, ma con un vivissimo dispetto in
cuore. Non gli rimaneva più dubbio alcuno sull'amore di sua cugina per
quel borghesuccio, ed egli, colla ferita che a quest'ultimo aveva
procacciata, non aveva fatto altro che renderlo più interessante.

Appena sola, Virginia chiamò a sè la sua cameriera.

— Fa di sapere, dissele, se il segretario di mio zio è rientrato; e se
sì, digli che venga a parlarmi.

La cameriera guardò stupita la padroncina.

— Va e fa come ti dico.

Aveva un aspetto di tal risoluzione e di comando, mai più visto in lei,
che la fante si mosse ad obbedire senza fare pure una di quelle
osservazioni che le erano venute in folla sulla punta della lingua.

Ettore, rientrato nelle sue stanze, trovò il domestico che gli trasmise
l'ordine del marchese di presentarsi subito innanzi a lui.

— Andiamo da mio padre: disse il giovane fra i denti con un soffocato
sospiro che manifestava la malavoglia e il disagio ispiratigli da questo
abboccamento.

E ci fu sollecito. Alle interrogazioni del padre egli rispose con
franchezza tutta la verità.

— Voi avete disobbedito in una al vostro genitore ed al vostro re; gli
disse con severissimo accento il marchese. Nè l'uno nè l'altro non vi
possono così agevolmente perdonare: mi recherò da S. M. ad intendere
quale punizione voglia infliggere alla vostra pervicacia. Voi
aspetterete in casa il mio ritorno.

Il figliuolo s'inchinò in atto di rassegnazione, e il marchese si recò
senza indugio a Corte per riferirne al re. Mezz'ora dopo egli rientrava
coll'ordine reale: Ettore di Baldissero si recasse incontanente agli
arresti in cittadella.

Ma entrando nella vasta sala dell'anticamera, il marchese s'incontrava
colla nipote che, apparecchiata per uscire, s'avviava in compagnia della
cameriera verso lo scalone. Era già scuro per le strade della città.

— Dove vai, Virginia, a quest'ora? le domandò.

Ella si confuse, arrossì, balbettò, ed insistendo lo zio nella
richiesta, rispose:

— Vado a consolare una mia amica e compagna di collegio a cui è capitata
una grande sventura.

— Chi?

Virginia si confuse e arrossì vieppiù.

— Chi? ripetè il marchese osservando attentamente la ragazza.

— Maria Benda.

— La sorella dell'avvocato?

— Sì.

— Ah! — Stette un istante guardando la nipote con fissità osservatrice,
ma non ostile, nè severa; — questa grande amicizia è nata da ben poco
tempo, che prima d'ora mai non vi fu fra voi attinenza di sorta.

Virginia chinò il capo e non disse parola. Lo zio la prese per mano con
un'autorevolezza piena di affettuoso interessamento.

— Vieni, vieni meco, Virginia, soggiunse. Conviene che ci parliamo noi
due. — Andate ai fatti vostri, voi: disse alla fante, e trasse con sè la
nipote in quel suo studiolo in cui siamo già penetrati parecchie volte.

Maurilio, più veniva accostandosi alla casa di Francesco e più sentiva
in cuor suo diminuire quel tristo sentimento d'odio che gli era sorto
verso l'amico. Anzi la riazione che avveniva nella sua natura
fondatamente buona, lo faceva a poco a poco ancora più sollecito,
ansioso e dolente del pensiero che a Benda avesse potuto accadere
disgrazia. Ciò lo mosse ad affrettare il passo così che giunse al
portone della casa, quasi correndo. Entrò egli nel casotto del portinaio
e interrogò Bastiano che stava seduto con un gran braciere in mezzo alle
gambe, fumando la sua pipa.

Apprese che Francesco non era ancora rientrato, e che in famiglia non si
aveva sospetto nessuno del pericolo del giovane. Si fermò alquanto nel
camerino del portinaio ad aspettare, poi non potendo più stare alle
mosse, uscì ed andò a scalpitare con impazienza la neve dei viali.
Avrebbe voluto camminare incontro alla novella per apprenderla più
presto, ma non sapeva da qual parte Francesco e i suoi compagni fossero
per giungere; pensava all'ansietà che, maggiore certo della sua, provava
a quel medesimo tempo Virginia, e in parte se ne arrabbiava con invida
gelosia, in parte se ne accorava come quegli che a lei avrebbe voluto
risparmiare ogni affanno.

E intanto il giorno se ne andava e in quell'annuvolato aere scendeva
assai presto il primo scuriccio della sera. Maurilio, intirizzito ornai
dalla brezza invernale che spirava gagliarda, vide finalmente una
carrozza che veniva a quella volta al trotto serrato d'un cavallo di
prezzo. Questa carrozza si fermò innanzi al portone, un giovane signore
ne discese frettoloso con aria visibilmente preoccupata ed entrò nella
casa. Maurilio indovinò che con quel signore era giunta la novella, e
dal volto del messaggiero capì che la non era lieta. Era diffatti il
conte San-Luca che veniva a preparare la famiglia alla luttuosa vista
del figliuolo ferito. Il sangue diede un rimescolo al nostro giovane;
avrebbe voluto entrare colà e domandarne, e non osò; vide il conte venir
fuori della casa, la faccia ancora più conturbata di prima, salir nel
legnetto e questo ripartire, senza ch'egli avesse la risoluzione di
spiccarsi dal luogo, di fare checchessiasi.

E di qual misura era la disgrazia che ormai non dubitava più fosse
capitata a Francesco? Stette lì ad aspettare ancora senza sapere al
giusto che cosa. Mezz'ora dopo giungeva a lento passo la carrozza che
portava il ferito. Nelle tenebre della sera, Maurilio si cacciò innanzi
di guisa da scorgere il meglio possibile, s'appiattò dietro il tronco di
un albero là dove la carrozza doveva voltare per entrar nel portone, e
mentre questa gli passava a un metro appena di distanza, gettò in essa
avidamente lo sguardo. Travide la faccia pallida di Francesco appoggiata
alla spalla di Giovanni Selva; negli occhi sbarrati del ferito che
fissavano la casa paterna, scorse l'ansia ed il dolore fisico e morale.
Maurilio non fu visto da nessuno; e' si ritrasse indietro quasi con
ispavento e con orrore di sè medesimo. L'empio desiderio che
nell'accesso del suo geloso furore aveva poco prima formolato, gli tornò
in memoria come un rimorso, e gli parve poco meno che d'esser egli
eziandio colpevole di quel sangue.

Dal suo nascondiglio vide sotto il portone, di cui Bastiano aveva
spalancato le imposte, le dolorose accoglienze cui padre, madre e
sorella facevano al povero ferito, che con riguardosa cura fu tratto
fuor di carrozza e condotto al piano superiore; vide traverso i vetri
delle finestre dell'abitazione il correre di qua e di là di lumi per
l'affaccendarsi a provvedere le cose occorrenti al misero giovane;
voleva entrare e domandarne e non osò: sperava che uno di quelli che
accompagnavano Francesco uscisse ed egli potesse da lui informarsi e
nessuno veniva. Finalmente il pensiero di Virginia, la quale stava
sempre attendendo, che in lui s'era affidata, ed alla cui fiducia non
voleva fallire, lo decise; entrò, chiese di Selva, lo ebbe a sè, apprese
come stessero le cose, e addoloratissimo prese correndo la via del
ritorno al palazzo Baldissero.

Virginia aveva giustamente mandato in cerca di lui. Maurilio le comparve
innanzi ancora tutto affannato della sua corsa.

— So che il suo amico è stato ferito, le diss'ella con una specie di
brusca vivacità che era irrequietezza dell'animo commosso e sgomento; ma
se e quanto sia pericoloso il suo stato, lo ignoro. Può Ella apprendermi
il vero?

Maurilio mestamente le ripetè quanto a lui medesimo aveva detto poc'anzi
Giovanni.

La ragazza lo ascoltò fredda, immota, si sarebbe detto quasi
indifferente. Quand'egli ebbe finito, essa fece un moto della testa che
significava insieme ringraziamento e congedo, e disse semplicemente, ma
la sua voce tremava un pochino:

— La ringrazio.

Il giovane uscì, e Virginia abbigliatasi e comandato alla fante si
abbigliasse per accompagnarla, voleva accorrere presso di Francesco a
vederlo, confortarlo, apprendere co' suoi occhi medesimi la fatal
verità.

— S'egli morisse, pensava, ed io non potessi manco più dargli un addio!

Era per uscire, come vedemmo, quando s'incontrò collo zio che ne la
impedì, conducendola seco nello studiolo.

— Aspettami qui un istante, le disse: devo dare pochi ordini e poi sono
da te.

Ebbe a sè il figliuolo, e comunicatogli la sovrana decisione, comandò
che immediatamente si recasse nella cittadella, dove già erano trasmessi
gli ordini opportuni per riceverlo. Ettore non rispose una parola:
s'inchinò e fu sollecito a recarsi in fortezza. Eravi diffatti già
aspettato, ed a lui — vedete gioco del caso! — toccò appunto quella
camera nella quale due giorni prima era stato rinchiuso come prigioniero
politico il suo rivale ed avversario Francesco Benda.

— Virginia: cominciò così a parlare alla nipote il marchese di
Baldissero, poichè fu rientrato nello studiolo, dove la ragazza stava
attendendolo. Hai tu confidenza in me? Ti pare che io la meriti intiera
e compiuta la tua fiducia?

La giovane stava dritta presso il camino e guardava fisamente la fiamma
che volteggiava sulle legna nel focolare. Anche sulle sue guancie,
precisamente come una fiamma, andava e veniva a volta a volta una vampa
di rossore, un'onda di sangue che coloriva la sua pallidezza un istante,
e spariva. Ella era levatasi dalle spalle il mantello e gettatolo
comecchessiasi sopra una seggiola, s'era tolto del paro il cappellino e
lanciatolo a quel modo. Le sue chiome abbondanti color d'oro, coi ricci
cascanti sul niveo collo chinato, splendevano alla luce della lampada
che era stata accesa sulla caminiera. Al di sopra della lampada pareva
chinarsi sopra di lei il grande crocifisso d'avorio dalle braccia tese,
e il riflesso rosato del lume dava a quel volto mite e sofferente
scolpito dall'artista un'espressione che sembrava pietà.

Alle parole dello zio, Virginia alzò il capo reclinato, e guardando con
franchezza e intenerimento insieme la bella figura del vecchio
gentiluomo, rispose con voce vibrante d'emozione:

— Oh zio! Ella è l'unica persona al mondo in cui io possa aver fiducia e
debba. E non vi ha alcuno che più la meriti di Lei.

Il marchese le pigliò una mano.

— Io ho fatto sinora tutto il mio possibile, perchè meno aspra e funesta
ti fosse la tremenda sciagura a cui ti volle condannare il Signore:
quella di non aver più nè padre, nè madre.

Virginia alzò gli occhi al soffitto, come se volesse lanciare uno
sguardo fino al cielo a cercarvi cari perduti.

— Mia madre! esclamò essa coll'affetto di chi invoca in supremo bisogno
un aiuto. Baldissero lasciò andare la mano della nipote, si passò la
propria destra sulla fronte, e continuò con accento più sordo:

— Tua madre io l'ho amata cotanto!.... Eppure!....

S'interruppe come chi ha pronunziata parola che non doveva, e s'affrettò
a riprendere:

— Ella aveva ogni fiducia in me... fin ch'io rimasi al suo fianco....
Ah! s'io non mi fossi allontanato, i miei consigli, il mio amore le
avrebbero risparmiato indicibili affanni. Or bene, Virginia, in nome di
tua madre medesima io ti prego a non voler mai tener celato a me quello
di cui ti sentiresti obbligo di rendere istrutta tua madre.

Virginia tornò a chinare la testa in aria più perplessa che confusa.

— Ed ora, continuava lo zio, mettendo nelle sue parole maggiore caldezza
d'affetto: ora se tua madre fosse qui, non avresti tu nulla da
confidarle?

La ragazza parve il sul punto di parlare; poi si rattenne; mandò
un'esclamazione e volse in là il viso arrossito.

— Tu hai dunque un segreto? seguitava il marchese coll'accento il più
paterno: e questo segreto la tua determinazione di poc'anzi abbastanza
lo rivela. Che cosa c'è di comune fra te e quel signore?

Virginia sollevò di nuovo la faccia con un'espressione piena di
coraggio: guardò fermamente lo zio e disse colla franchezza d'una
purissima coscienza e d'un nobile sentimento:

— Ci amiamo! Egli me lo svelò, io non glie lo nascosi.

— Sventurata! esclamò il marchese con accento in cui non c'era collera
ma piuttosto dolore. E che speri tu?

— Nulla.... Glie lo dissi.... Egli, forse appunto per disperazione di
ciò, volle morire.... Non debbo io prima che scenda nella tomba
consolarlo d'un addio?

Negli occhi le spuntarono due lagrime, ma la voce e l'aspetto non
manifestarono la menoma debolezza.

— Sventurata! Sventurata! ripetè lo zio. È dunque destino che anche
tu?...

S'interruppe di nuovo; parve recarsi sopra sè, e per un istante regnò in
quel salotto il più assoluto silenzio. Virginia guardava lo zio con una
specie di curiosa ansietà che le parole e i contegni di lui le
suscitavano. Dopo un poco egli soggiunse:

— Tu sai che nella vita di tua madre fu un gran dolore, ma quale esso
sia stato ignori tuttavia. Fu desiderio di quella povera donna che tu
l'apprendessi un giorno, e me lasciò giudice del momento opportuno. Oh
forse ho avuto torto a indugiare cotanto: e il racconto delle sciagure
di lei avrebbe potuto servirti d'ammaestramento! Ma così mal volentieri,
e ne intenderai il perchè, accosto quel discorso!... Ora però non debbo
più nulla tacerti. Siedi costì, Virginia, ed ascoltami. Udrai finalmente
la storia di tua madre.

Virginia mandò un gridolino di desiderio, di soddisfazione insieme e di
preghiera e di ringraziamento.

— Ah sì! esclamò giungendo le mani: ch'io l'oda finalmente!

Il marchese si raccolse, e cominciò poscia a narrare coll'accento di chi
esponendo le più dolorose vicende della sua vita, sente riaprirsi le mal
rimarginate piaghe del cuore.

Ma poichè non tutte le circostanze di quel funesto avvenimento poteva
egli e doveva raccontare alla nipote, noi esporremo da parte nostra in
termini più compiuti quel dramma, come già può essere narrato, senza
pregiudicar l'interesse dei fatti avvenire, al punto in cui si trova lo
svolgimento del nostro racconto.



CAPITOLO II.


Si era verso la fine dell'anno 1820. Che si avesse a vedere qualche
novità in Piemonte molti dicevano, parecchi speravano, pochi affatto
credevano. Carlo Alberto principe di Carignano continuava ad essere il
centro di quel movimento liberale che aveva preso proporzioni abbastanza
considerevoli nell'aristocrazia piemontese, la quale aveva sognato un
momento poter giungere a sostenere presso la monarchia sabauda e presso
il popolo subalpino quella parte moderativa e di dominatrice influenza
che da secoli è tenuta dalla nobiltà del sangue, del merito e del denaro
nell'isola inglese. S'era visto i medesimi Borboni di Francia accettare
una costituzione; perchè non l'avrebbero accettata anco i Savoia? Alcuni
spiriti aristocratici, mossi senza saperlo dalla forza impellente del
progresso, vagheggiavano la distinzione e l'autorità di una _parìa_
ereditaria nella loro famiglia colla guarentigia d'una libera tribuna.
Credevano con questo modo risuscitare sotto forme novelle contro il
trono, il feudalismo schiacciato dalla monarchia assoluta, e non
s'accorgevano che aprivano la strada ad un più forte, nuovo, invasore
potere, quello della libertà che non poteva a meno di far capo alla
sovranità popolare. Ma ciò scorgevano bensì alcuni dei più generosi e
dei più ardenti patrioti; i quali, oltre alle libertà interne miravano
ancora ad un altro sacrosanto scopo; quello dell'indipendenza della
comune patria dallo straniero.

La costituzione in Piemonte, speravano, sapevano, volevano che fosse la
guerra all'Austria; guerra che non si aveva da conchiudere se non colla
cacciata degl'imperiali al di là delle Alpi, ed ardenti giovani
ufficiali, anche di aristocratico sangue, affrettavano coi voti e
volevano affrettare coll'opera questo grandissimo fatto. Santorre
Santarosa, nobile recente, ingegno non comune, degno d'andare fra i
primi in qualunque tempo e presso qualunque popolo per cuore e per forza
di volontà; Santorre Santarosa sapeva e voleva precisamente lo scopo
necessario, legittimo, ultimo di quell'agitazione liberalesca, e
spingeva verso di esso con ogni suo potere.

Ma i più dei nobili ritornati, colla ristaurazione dei Principi, a
riprendere i loro privilegi, le loro cariche, le loro ricchezze,
l'autorità, non capivano come fra i proprii compagni di casta ci fossero
dei matti che, per una, secondo essi, poco illuminata ambizione,
cercassero di cambiare ciò che era il meglio nella migliore delle
monarchie assolute aristocratico-militari, e volessero porre a
repentaglio i vantaggi attualmente posseduti per diritti e politiche
guarentigie, di cui si poteva benissimo fare senza. Codestoro
avversavano accanitamente cotali novatori; e tra essi era de' più accesi
il vecchio marchese di Baldissero, padre di quello che abbiam conosciuto
per capo della famiglia al tempo del nostro racconto. Egli era stato uno
dei più fieri odiatori della rivoluzione di Francia, dell'impero e di
Napoleone; ed odiava ogni novità, come un fanatico inquisitore sapeva
odiare le eresie; aveva seguito il suo re in Sardegna, aveva trovato
crudelissimo quell'esilio e ne aveva accresciuto il rancore ai
_giacobini_ (sotto il qual nome egli comprendeva tutti quanti non la
pensassero esattamente come lui nella strettezza delle sue idee
cattoliche, monarchiche, assolutiste); tornato nel continente con
Vittorio Emanuele, era stato uno dei più caldi ed insistenti a dare
quello sciocco, funestissimo consiglio che fu pur troppo messo in
pratica, di ritenere come non avvenuti gli anni d'interruzione nel regno
di Casa Savoia, di cancellare con un frego tutta la storia della
dominazione repubblicana ed imperiale, e distrutta ogni innovazione,
riprendere e rifare le cose come si trovavano a quel medesimo punto in
cui il Re dovette fuggire innanzi allo spirito rivoluzionario
rappresentato dalle baionette francesi. Ogni progresso legislativo,
politico, sociale, civile fu tolto di mezzo: si volle rievocare la
società del secolo scorso morta e sotterrata: e l'ultimo _Palmaverde_
(annuario di Corte e degl'impieghi) fu preso per norma di distribuzione
delle cariche di cui si spogliarono i titolari per rivestirne gli
antichi, e se morti, i figli loro.

Codesto intrattabile ed accanitissimo nemico di ogni liberalismo odiava
più ancora degli altri quei nobili che accennavano piegare alle idee
moderne. A lui parevano codestoro come apostati e traditori; onde
immaginatevi voi quali non dovessero essere il suo dispiacere e la sua
collera, quando gli parve scorgere che suo figlio, il suo unico figlio
medesimo si intingesse di questa pece.

Era da parecchi mesi a Torino un giovane signor milanese: Maurilio
Valpetrosa. Era bello, geniale, elegante, pieno di brio e di
piacevolezza nella parola, di grazia e di avvenenza nei modi, di buon
gusto nel vestire e in ogni diportamento; ardito e destro ad ogni
esercizio corporeo, cavalcare, schermeggiare, al nuoto, alla danza, al
pallamaglio, allora di moda; generosissimo nello spendere; non inferiore
a nessuno, facilmente superiore ai più in ogni cosa onde possa comporsi
eletta educazione signorile, Venuto nella capitale del Piemonte con
autorevoli ed efficaci commendatizie era stato fin dalle prime
intromesso nella più scelta e titolata società e non aveva tardato a
diventare assiduo frequentatore di quel gruppo di giovani ufficiali,
letterati ed artisti che si raccoglievano nel palazzo Carignano intorno
al giovane principe che doveva fare ammenda del fallo al Trocadero.

L'aristocrazia torinese, difficilissima e assai cauta in quel tempo ad
ammetter ne' suoi salotti in condizioni di famigliarità e d'uguaglianza
chi fra i suoi concittadini non contasse il numero voluto dei _quarti_,
era assai più larga e benigna verso i forestieri; e quando uno venuto di
fuori avesse maniere acconcie, ricchezze all'avvenante, lo accettava
come invitato alle sue feste, e visitatore nelle sue conversazioni,
senza domandargli di più. Codesto non poteva aver tratto di conseguenza;
il forestiero sarebbe partito, recando seco la memoria della forbitezza
di quella società, che quando voleva, sapeva essere veramente squisita,
ed ecco tutto.

Maurilio Valpetrosa venne accolto di questo modo e per queste ragioni. I
denari gli colavano di mano come ad un milionario, aveva una figura da
principe di _conte de fées_, nel suo nome c'era anche un certo profumo,
direi quasi, d'aristocrazia, un titolo non disdiceva nè stonava con
quella sonora riunione di lettere d'alfabeto; s'avvezzarono a chiamarlo
di Valpetrosa, e gli uomini per mangiare le sue cene, fumare i suoi
sigari, averlo allegro compagno nelle loro pazzie, le donne per
sorridere alla maschia di lui bellezza, per lasciarsi incantare dalle
seduttrici parole dette con ispirito dalla sua voce insinuante, non gli
domandarono se potesse provare che i suoi maggiori erano stati alle
crociate.

Con costui il padre di Ettore Baldissero aveva stretto una più intima
attinenza, che quasi poteva dirsi amicizia. Si erano conosciuti
precisamente nelle sale del Palazzo Carignano, e dapprincipio e per
alcuni mesi fra di loro non fu altra attinenza che quella di persone
ammodo fra cui non v'è ragione alcuna di intrinsichezza. Ma ad un tratto
il giovane milanese si pose con tanta insistenza e con tanta gentilezza
a voler acquistare l'affetto e la confidenza del marchese di Baldissero
che impossibile resistergli. E' diventarono gli Oreste e Pilade di
quella nobile società torinese, e i maligni non tardarono a scoprire e
susurrare la causa di questo premuroso zelo d'amicizia nell'elegante e
leggiadro forestiero, quella cioè di accostarsi così vieppiù alla
signorina Aurora di Baldissero, della quale cupidamente bramasse la
beltà eccezionale e la dote vistosamente ricca.

Per quest'ultima parte si calunniava quel giovane, il quale in realtà
era una delle più generose e valenti anime d'uomo che esser possano; ma
quanto all'affetto che in lui avevano acceso la beltà, le grazie,
l'ingegno della nobile fanciulla ch'egli aveva avuto campo di conoscere
e di apprezzare in molti di quei salotti a cui era ammesso; quanto
all'amore che egli ad Aurora aveva consecrato, caldo, insuperabile,
eterno, tutto quello che diceva la gente, e parevano già cose esagerate,
era un nulla appetto al vero.

Valpetrosa amò Aurora con tutto l'impeto di quella sua natura vivace ed
ardentissima; l'amò di quell'amore che, come si esprime Dante: «a nullo
amato amar perdona,» di quell'amore così assoluto, così vasto, così
dominante che di esso non può a meno qualunque donna che assuperbirsi; e
la natura gli aveva concesso, oltre il valore dell'interno, anche quei
fisici pregi esteriori per cui cotale affetto si può a meraviglia
esprimere, eloquentemente significare e con efficacia comunicare. Egli
non aveva ancora parlato alla fanciulla che delle più indifferenti cose
onde si possa occupare il discorso di due che conversino colle stampite
delle cerimonie, e già la giovane sapeva d'essere amata con infinito
ardore, e già quel leggiadro garzone amava ancor essa, senza averlo
voluto, come spintavi da una forza superiore.

Il male si fu che di codesto ebbero ben presto ad accorgersene, come
dissi, anche gli altri. Gli uomini non erano disposti a perdonare che
questo intruso venisse loro a portar via il cuore della più bella
fanciulla del loro ceto e della città; le donne perdonavano anche meno,
che l'adorato loro vincitore abbandonasse il campo della galanteria,
dove si piacevano assai affrontare le audaci di lui aggressioni e
rimanerne vittime. Prima d'allora, passando egli da avventura in
avventura, da questo a quell'intrighetto, messa in giuoco la vanità, non
occupato il cuore, aveva saputo così bene governarsi con quei
capricciosi esseri che sono le donne civette, da sciogliere ed annodare
intime relazioni coll'una e coll'altra, senza offenderne veruna mai,
senza farsi una nemica dell'oggi dell'amante di ieri; ma ora la passione
vera e soverchia non gli lasciava più agio e prudenza da ciò. Abbandonò
i sentieri fioriti della galanteria, dove prodigava madrigali e
dichiarazioni piene di brio ad ogni incontro, lasciò vedere che tutto il
resto gli era diventato indifferente e che chi non voleva accomodarsi a
questa poco lusinghiera condizione a riguardo di lui, gli diventava
uggioso.

Ora le donne di quello stampo perdonano assai poco altrui che le abbiano
per indifferenti, meno ancora che le si trovino uggiose. Gli amori di
Valpetrosa e di Aurora ebbero quindi intorno una schiera di nemici
congiurati a loro danno.

Un bel giorno il vecchio marchese ricevette in mezzo agli scherzi
agrodolci d'una leggiadra signora la rivelazione delle pretese sopra la
figliuola dei Baldissero di quel forestiere che non si sapeva come fosse
nato e che sentiva orribilmente di liberale le mille miglia lontano. Il
marchese era amico dei mezzi spicci ed assolutisti, ordinò che Aurora
non sarebbe uscita più in quelle occasioni nè andata in quei luoghi,
dove e quando ci era probabilità potesse incontrare quel cotale: ebbe a
sè suo figlio e senza scendere a spiegargliene il motivo, gli comandò
rompesse ogni attinenza con quel Valpetrosa e sopratutto si guardasse
bene dall'accoglierlo ancora una volta in casa. Il figliuolo
rispettosamente volle opporre a questo comando, non resistenza, sibbene
qualche considerazione soltanto; ma a' suoi cenni il vecchio marchese
non ammetteva pure un indugio nell'ubbidienza: e siccome gli parve che
il figliuolo non avesse troncato secondo suo ordine ogni relazione con
colui e continuasse eziandio a frequentare quel circolo di liberali che
a lui erano cari come il fumo negli occhi, domandò al re ed ottenne che
l'erede del suo nome e del suo titolo fosse mandato sollecitamente a
Madrid, come addetto a quell'ambascieria.

Il fratello d'Aurora partì e sventuratamente, senza aver nulla appreso
nè nulla scoperto del reciproco amore di Valpetrosa e di sua sorella; e
intanto fra questi, come sempre avviene, gli ostacoli frapposti ne
accrescevano l'impeto e la fiamma della passione. Col denaro che il
giovane milanese spendeva così liberalmente, gli fu facile acquistare
degli alleati, dei complici nella casa stessa del marchese di
Baldissero, intorno alla fanciulla da lui amata, e questi furono una
cameriera specialmente addetta al servizio della marchesina Aurora e lo
stesso intendente che aveva tutta la fiducia del marchese, il signor
Nariccia. Questi non aveva tanto preso il suo tempo dagli affari della
nobil casa che lo pagava, da non poter pensare tuttavia a mandare
innanzi per suo conto certi traffichi con cui preludiava a quella sua
condotta d'usuraio ch'egli impudentemente chiamava professione di
banchiere. Valpetrosa che era venuto a Torino con molte lettere di
credito per somme assai vistose, aveva pensato accorto partito il
rivolgersi a questo cotale per lo sconto e la conversione in denari di
quegli effetti, e Nariccia il quale aveva visto in ciò un buon guadagno,
vi si era prestato con una certa premura, con una facilità, con uno
zelo, che pel forestiero riescirono come una fiorita gentilezza ed
avviarono fra di loro una certa fiduciosa attinenza che ben poteva dirsi
amichevole.

Nariccia era diventato proprio il banchiere di Valpetrosa; egli teneva
di costui in deposito le somme tutte in conto corrente, e veniva
rifornendolo tratto tratto di denaro, mentr'egli per le tratte stategli
rimesse era al di là di guarentito lucrandovi ancora interessi e sconto
e diritto di commissione, e va dicendo.

Di questa guisa era capitato che al giovane venisse un giorno la
infelice idea di confidare il suo amore a quest'uomo e cercare da lui
consiglio ed aiuto. Nariccia per sapere il segreto di Valpetrosa, non
aveva bisogno di questa confidenza, perchè era troppo accorto
osservatore egli stesso e la cosa erasi fatta troppo oramai palese a
troppi perchè la ignorasse, ma fece tuttavia come se la gli giungesse la
più nuova del mondo. Al giovane, il quale, credendolo molto addentro
nelle grazie e nei segreti del marchese, lo interrogava se dovesse mai
avventurarsi a fare al marchese la domanda della mano di Aurora, egli
rispose, ciò che era pure la giustissima verità, come il vecchio,
superbissimo nobile, non avrebbe altrimenti accolto che quale un
oltraggio siffatta richiesta da chi non potesse vantare tutti i voluti
quarti di nobiltà, pensasse che direbbe a Valpetrosa quando questi
avesse dovuto confessare di essere figliuolo d'un fabbricante di
pannilana! Il giovane amante d'Aurora che era di umore vivacissimo e di
spiriti più che audaci, decise in conseguenza non esporsi alla superba
ripulsa, a cui non egli sarebbe stato capace di rispondere con calma, e
giurò pur tuttavia che la fanciulla, a dispetto di tutto e di tutti, gli
avrebbe appartenuto.

Nariccia medesimo, divenuto suo confidente e consigliere, fu quello che
lo aiutò ad entrare in intimi rapporti con Modestina Luponi, la
cameriera di Aurora, e seppe in questo modo tutto quello che avvenne fra
i due giovani amanti. Tre mesi dopo la partenza del fratello di Aurora
per la Spagna, la nobile figliuola dei Baldissero, posseduta da una
irrifrenabile passione, aveva fatto padrone di sè, del suo avvenire,
dell'onor suo il seducente giovane, il quale coll'intensità e la
sincerità dell'amor suo meritava pure un tanto di lei sacrifizio.

La rivoluzione intanto era prossima a scoppiare. Valpetrosa doveva,
secondo gli accordi presi coi congiurati, recarsi alla sua città natale
e spingerla ad insorgere contro lo straniero per concorrere alla gran
causa della libertà e dell'indipendenza della patria. Per lui separarsi
da Aurora, e per quest'essa l'essere lontana dal suo amante era
insopportabile pure al solo pensiero: egli parlò di fuga; la fanciulla
resistette alcun tempo, esitò di molto, ma cedè finalmente. Stava per
diventar madre, e questa sua condizione non poteva più celarsi a lungo
oramai. La vergogna, il timore della tremenda collera paterna, la
mancanza assoluta di persone affezionate in cui confidare e da cui
prendere consiglio non le lasciarono campo a pure veder possibili altri
partiti, acconsentì, ed una notte usciva ella furtivamente dal palazzo
di Baldissero colla Modestina sua cameriera, complice e mezzana, e
salita in una carrozza ferma ad una cantonata vicina, nella quale
Valpetrosa stava aspettandola, partivasi con lui alla volta di Milano.

Ella dalla casa paterna non recava con sè nulla, nè gioielli, nè denari
(ed era stato il suo amante eziandio a voler così), fuor quelle poche
robe che vestiva ed alcuni oggetti suoi particolari che le erano
preziosi, fra cui un rosario d'agata, memoria di sua madre morta.

Prima cura di Valpetrosa, appena furono i fuggitivi fuori di ogni
pericolo di venir raggiunti, innanzi di condurre Aurora in presenza di
sua madre, fu quella di sposar la sua amante, di far consecrare dalla
benedizione del sacerdote, ai piedi dell'altare di Dio, quell'unione che
tra di loro già avevano giurato eterna; così che entrando nella casa
della genitrice potesse dire a quest'essa senza punto menzogna:

— Ecco mia moglie. Abbila qual figliuola.

La madre di Valpetrosa era donna di senno, di prudente carattere,
d'indole un po' asciutta, cui le molte traversie della vita che aveva
dovuto sopportare avevano resa taciturna, cupa anzi che no, aspra
talvolta eziandio. Amava ella immensamente suo figlio senza fallo; e
inoltre in lui riconosceva il capo della famiglia, il proprietario delle
domestiche sostanze, e il padrone di soddisfare come gli piacesse i suoi
onesti desiderii; ma quest'autorità del suo Maurilio ella per prudenza e
per affetto voleva temperata da' suoi richiami, dalle sue obbiezioni; e
siccome il giovane, di carattere alquanto svagato e leggero, non soleva
dare alle parole di lei tutto il rilievo che ella avrebbe voluto e che
si meritavano, soleva la madre punirnelo con un broncio che si dileguava
poi, ad ogni momento che il figliuolo volesse, sotto le carezze e le
dolci parole di lui.

E sarebbe stato invero un gran bene per tutti che sul giovane la madre
avesse avuto più impero ed autorevolezza da impedirgli col positivo
cenno e non soltanto coi consigli, ascoltati scherzando il più sovente e
dimenticati poi tosto, lo sciupio delle famigliari fortune. Ma questa
autorità la buona madre non credeva d'averla, non seppe e non pensava
neppure poterla acquistare. Le condizioni in cui era quando il
matrimonio col padre di Maurilio la fece entrare in quella casa; le
condizioni cioè d'una povera operaia che non aveva di ricchezze che la
sua avvenenza e la sua virtù, congiunte alla sua indole un po' timida,
un po' permalosa, l'avevano fin da principio messa in un certo stato di
sommessione e di dipendenza riguardo al marito, uomo operoso e
procacciante, volontà ferma ed imperiosa, natura audace e piuttosto
inchinevole a piegare e guidare e dirigere a suo senno le individualità
altrui, che più deboli lo avvicinassero. La moglie di fatti, di lui,
delle cose e degli interessi domestici seppe quello soltanto che a lui
piaceva comunicarle, ed egli aveva sempre trovato superfluo il
comunicarle gran che. La fabbricazione e il commercio dei pannilana da
lui esercitati parevano prosperare il meglio possibile e mercè i grossi
guadagni venir formando alla famiglia un enorme patrimonio. Era credenza
comune in tutta Milano; ed era anco quella della madre di Maurilio che
non vedeva, non pensava, non prendeva manco la fatica di immaginare
diverso e più in là.

Si viveva da milionarii; non già essa, la moglie del fabbricante, la
quale allevata fra le privazioni in una povera famiglia, non aveva
disposizioni nessune, nè gusto nemmanco a comparire e scialarla da gran
signora; viveva essa modestissima, rinchiusa fra le eleganti pareti del
suo suntuosissimo quartiere, non vedendo alcuno mai; ma il marito non si
rifiutava nulla di quanto potesse la ricchezza procacciare di sfarzo e
di spassi, e l'unico loro figliuolo adoratissimo era tenuto ed allevato
come l'erede di principesche fortune.

Ma, sventuratamente, ad un tratto il padre mancò. Dovendo venir appurata
l'eredità del figliuolo, ancora in età minore, ne venne a risultare che
cospicuo era bensì l'attivo della medesima, molti però eziandio i
carichi e le passività in tal grado da ridurre di più che metà le
rendite patrimoniali, quando mancassero quell'operoso spirito
industriale, quell'intelligente intraprendenza che valevano al defunto
fabbricante sì vistosi guadagni de' suoi capitali. Un'accorta
amministrazione di quel patrimonio in mezzo a tutti quei viluppi ed
imbrogli avrebbe saputo salvare all'erede una ricchezza più che
considerevole; ma la vedova di Valpetrosa, donna di timidi spiriti,
vissuta sempre ritratta, senza la menoma idea, senza la menoma
disposizione per nessuna sorta di affari, non ne capiva nulla, non
n'ebbe altra impressione che d'una gran confusione nella testa e d'un
grande sgomento nell'animo. Di una cosa sola ella scongiurò gli onesti
uomini che presero cura degl'interessi di lei e del pupillo, che cioè si
sceverasse da ogni debito, da ogni traffico, da ogni complicazione quel
tanto di più che si potesse delle fortune del marito, lo s'investisse in
sicuri impieghi di capitale, da averne un reddito certo, fisso,
immanchevole, in cui misurare le sue spese e la condotta e l'educazione
del figliuolo.

La fabbrica fu venduta, fu ceduta ogni ragione che il defunto aveva sul
principalissimo fondaco di panni che allora esistesse in Milano, e
pagato ogni creditore, si ebbe tuttavia il risultamento d'un patrimonio
di duecento e più mila lire austriache, cui la madre (suo marito essendo
morto senza testamento) volle investire nel nome del figliuolo, come
unico ed assoluto proprietario.

Questa buona e savia donna, cresciuta in mezzo agli stenti, anco fra le
grandigie nel tempo della prosperità del marito, alle quali ella così
poco aveva voluto partecipare, aveva sempre conservato spirito ed
abitudini parsimoniose. Ora, spaventata da quel crollo che avevano
subitamente sofferto le fortune dei Valpetrosa; crollo che da principio
sembrava anche maggiore, e le aveva fatto temere poco meno che d'essere
ridotti alla miseria, quelle sue tendenze a scemare le spese, a
restringerle nel necessario, si aumentarono grandemente, ed esagerandosi
benanco andarono fino alla grettezza ed all'avarizia.

Maurilio, per disgrazia, era perfettamente d'umore e di tendenze
opposti. Il gusto dello scialo, l'amor dello spendere, l'ambizione dello
sfarzo, e' doveva averlo recato seco fin dalla nascita; glie l'avevano
radicato ed accresciuto i modi ed abitudini di vita della sua famiglia,
vivente il padre; così bene che i diportamenti e le delicature
dell'esistenza signorile eransi fatti per esso quasi una necessità. Un
ridurlo a più modesti costumi, accompagnato da validi ragionamenti che
gli ponessero in chiaro le sue condizioni, avrebbegli certo giovato e
sarebbe riuscito a modificarne le propensioni; ma la madre esagerando e
privandolo del tutto d'ogni suo precedente diletto, recando in tutto ciò
che a lei sembrava superfluo una falce così spietata che a pochissimo
invero trovavasi ridotto quel necessario che gli era concesso, ottenne
anzi l'effetto contrario, suscitò quel sentimento di riazione che sta in
ogni spirito umano contro ciò che gli si vuole imporre, destò più vivi
ed irritò quei desiderii di godimento che acquistavano ancora, oltre
tutte le altre, la seduzione del frutto proibito. La madre gli aveva
pariate di povertà, ed egli era pure stato in caso di apprendere che una
certa parte delle fortune paterne era salva: ignaro del vero valore del
denaro, parevagli che duecento mila lire austriache fossero un gran che;
si persuase quindi agevolmente che le continue ammonizioni di non
ispendere, i continui lamenti sull'eccessività dei costi della roba, i
continui consigli di risparmiare fossero esagerazioni cagionate da una
specie di mania di sua madre, cui non bisognava contraddire, ma a cui si
poteva e si doveva non dar retta. La gente in mezzo a cui soleva passare
il suo tempo, non era acconcia a fargli nascere altra persuasione, nè ad
inculcargli la virtù del risparmio. Mentre sua madre con infiniti
risparmi riusciva in capo d'ogni anno ad aumentare d'una piccola somma
il capitale, Maurilio coi debiti, che di soppiatto veniva facendo, lo
intaccava senza misericordia, così che ne avrebbe dovuto fondere una
gran parte quel dì che, arrivando alla maggior età, egli sarebbe stato
costretto a pagare.

Quando quest'epoca dell'età maggiore del figlio fu arrivata, la madre si
spogliò senza indugio dell'amministrazione del patrimonio che era
proprietà assoluta di Maurilio, e cui pure ella mercè l'economia ed i
risparmi aveva di qualche poco accresciuto; e il giovane trovatosi di
poter disporre di una somma che a lui in quei primi momenti pareva
inesauribile, la diede per mezzo ai dispendi, senza che servissero di
valevol freno gli ammonimenti prima, e poi, visto inutile ogni parola, i
bronci della madre. Di siffatta guisa non andò gran tempo che Valpetrosa
ebbe consumata una gran parte di quelle sostanze salvate alla
liquidazione dell'avere paterno. Ardente di carattere, generoso
dell'animo, aperto e inchinevole ad ogni nobile impulso, Maurilio era
entrato nella congiura dei patrioti che volevano francare dallo
straniero l'Italia e sognavano nella monarchia, nell'esercito e nel
popolo piemontesi un aiuto alla santa difficilissima impresa.

Trattandosi di fermare più stretti gli accordi fra i congiurati dell'una
e dell'altra parie del Ticino, si pensò mandare in Piemonte uno dei
lombardi che seguisse attentamente lo svolgersi dei fatti, si mettesse
in giorno d'ogni processo della congiura, e di là comunicasse notizie,
cenni, istruzioni; e niuno fu pensato poter meglio adempire questo
ufficio di Maurilio Valpetrosa di scelte maniere, di vivacissimo
ingegno, di simpatiche sembianze e di animo sicurissimamente
incrollabile. Da ciò quelle tante ed efficaci lettere di favore
dell'aristocrazia milanese che l'avevano introdotto nell'intimità della
superba aristocrazia di Torino; per ciò quelle sue lettere di credito
per somme vistose, di cui egli usava così largamente, cui egli aveva
ritenute assolutamente indispensabili alla riuscita del suo compito e
per ottenere le quali egli aveva impegnato tutto o quasi tutto il
restante suo patrimonio.

Le cose gli erano andate perfettamente a seconda. Aveva egli mandato
innanzi con uguale buon esito e di pari passo gl'interessi della patria
causa e quelli del suo amore; aveva udito dalla bocca di Carlo Alberto
parole che erano più d'una speranza, che potevano dirsi promesse; coi
capi della cospirazione mezzo civile, mezzo militare, che si rannodava
intorno al palazzo Carignano, aveva inteso i modi d'esecuzione del vasto
disegno; aveva ottenuto da Aurora le massime prove d'amore. Ogni causa
di suo soggiorno a Torino era cessata; partì come vedemmo e rapì alla
sua famiglia la sedotta figliuola del marchese di Baldissero.

La madre di Valpetrosa non accolse Aurora come una figlia, sibbene con e
una straniera intrusa nel loro domestico affetto. La sua timidità,
l'amore misto ad una soggezione che aveva per suo figlio, non le
lasciarono manifestare in modi aperti e positivi questo suo sentimento
verso la nuora; ma esso apparve continuatamente nella freddezza poco
meno che ostile, nell'impaccioso silenzio, nella costante musoneria che
teneva con Aurora. Dopo alcun tempo, venutole un maggiore coraggio, si
mostrò eziandio in certe indirette rampogne, in velate lamentazioni che
ella faceva ad alta voce seco stessa in presenza della nuora, senza
volgere a lei la parola, ma perchè andassero a ferirla. Aurora non aveva
mezzo alcuno, nè credeva manco sua dignità, di rispondere; curvava il
capo e taceva, come se quello non fosse fatto suo; ma sentiva intanto
invaderla un'immensa amarezza.

Per la nobile figliuola dei Baldissero già cominciava la crudele epoca
delle delusioni; dalle serene regioni dell'ideale dove s'inebriava di
vaghe chimere l'anima sua, veniva ella precipitando nell'aspro mondo
della realtà, e per affarsi a questo nuovo ambiente ond'era avvolta
conveniva le si strappassero dintorno le antiche abitudini, dalla mente
le antiche idee e le si venissero facendo a poco a poco, quasi direi,
una nuova carne, un nuovo spirito. Bene l'aveva il suo amante chiarita
dapprima delle proprie condizioni, ed adombratole il destino ch'egli
poteva offrirle; ma come avrebbe potuto dipingerle con esatti colori la
verità, mentre egli medesimo non era tuttavia ben conscio di questa
stessa verità? Inoltre cosiffatti discorsi tenuti di fuggita in ratti
colloquii, fra due proteste d'amore, usciti dall'appassionato labbro
dell'uomo che vi ama, come potrebbero agli occhi d'una innamorata
fanciulla, inesperta del mondo, vestire le giuste sembianze della
realtà? Aurora, dietro i detti di Valpetrosa, aveva si pensato ad
un'esistenza modesta, ritirata, anche povera; ma rallegrata pur sempre
dalla divina luce di quel loro amore, ma vista traverso quell'immenso
desiderio comune di unire le loro sorti, codesta esistenza si lumeggiava
di certe poetiche tinte, si ornava del pregio d'un sacrifizio nobilmente
sostenuto, onde si compiacevano lo spirito romanzesco e il generoso
istinto di quella eletta e leggiadra creatura. Ella non aveva
menomamente pensato, perchè non poteva in nessun modo supporle, alle
piccole volgari contrarietà d'una vita domestica in ristrette
condizioni, alle fastidiose tribolazioni d'una lotta intestina, alle
punture di spillo d'una suocera inasprita; e quando la si trovò in mezzo
a tutto ciò, ebbe in fondo all'anima una pena ed uno scoraggiamento,
cui, volendo nascondere, sentì più forti, e che, se non furono un
pentimento, s'accostarono di molto ad un rimorso.

Durava tuttavia, e nelle stesse proporzioni, l'amor suo per l'uomo a cui
aveva sacrificato ogni cosa; ed egli si mostrava e mantenevasi degno pur
sempre di tanto affetto. Se Valpetrosa avesse potuto dare tutto il suo
tempo, o la maggior parte almeno, al dolcissimo compito di circondare
dell'amor suo l'anima e l'esistenza della sua giovane sposa, qual
traversìa, qual contrarietà avrebbe ancora avuta tanta forza da
penetrare sino al cuore di lei, difeso da sì cara e potente armatura? Ma
le bisogne della congiura esigevano imperiosamente il tempo, le cure, la
mente tutta di Maurilio Valpetrosa, che nella rischiosa intrapresa aveva
impegnati la sua più dominatrice idea, le sue più forti aspirazioni, il
più solenne suo giuramento. Aurora, per forza trascurata, rimaneva sola,
in casa, senza trammezzo nessuno, alla presenza della suocera ostile, al
contatto delle uggiose volgarità, all'inevitabile paragone del suo
presente col passato.

Si ritraeva ella nella camera coniugale, così infaustamente disertata
dal marito, e si affondava nelle più dolorose meditazioni dei suoi casi.
La sua colpa, della quale il trasporto dell'amore le aveva dapprima
velata la gravità, allora le appariva d'una inesprimibile enormezza.
Vedeva la faccia sdegnata di suo padre improntata d'una severità che non
perdona; le pareva d'udire suonare da quel labbro superbo la maledizione
sul suo capo; pensava eziandio a sua madre morta, e si figurava con
ispavento vederla ella stessa, che pure l'aveva amata cotanto, sorgere
dal suo sepolcro e lanciarle un'inesorabil condanna. Correva allora a
prendere quel rosario d'agata che aveva portato seco, unico ricordo
della spenta genitrice, e lo baciava implorando perdono, e, gettatasi in
ginocchio, pregava. Poi piangeva, e correva il suo pensiero all'amoroso
fratello colaggiù nella Spagna. Che cosa avrà detto del fallo di sua
sorella? pensava la misera. Certo si sarà unito ancor egli a tutti gli
altri a condannarla e maledirla. Sentiva coll'immaginativa il coro di
riprovazione che aveva dovuto levarsi nella nobile società torinese, in
tutta la cittadinanza, allo spargersi della scandalosa novella della sua
fuga; arrossiva e tremava, tutto sola, a questo pensiero, e si copriva
colle mani la faccia e si diceva con infinito tormento: — «Nessuno, nè
anche mio fratello, non ha diritto di impor silenzio a quelle voci che
affermano il mio disonore.»

Ma pure il fratello, ella sperava, sapeva che non si sarebbe congiunto
cogli altri ad imprecare su di lei. Egli l'amava tanto! Se c'era anima
al mondo in cui potesse entrare un sentimento di compassione per essa,
insinuarsi un generoso impulso di perdono, era quella. Dov'essa Io
avesse pregato intercessore fra lei e suo padre, non egli si sarebbe
rifiutato all'opera pietosa. E se a lui scrivesse?... Ah! no; era
inutile. Intercessione veruna non avrebbe giovato mai a placare la
giusta collera paterna, ch'ella immaginava seco stessa tremando. Quando
erasi partita aveva pure pensato un istante di lasciare pel padre un
motto che umilmente supplicasse perdono; e non aveva nemmanco osato
vergarlo. Ora gli parve che pur tuttavia al fratello potesse e dovesse
assolutamente dirigere una parola; scrisse a Madrid e stette
ansiosamente aspettando risposta.

Infelice! Ella non prevedeva quanto crudeli e fatali avrebbero avuto ad
essere le conseguenze di questa sua lettera.

Pel superbo marchese era stata la fuga della figliuola una ferita
crudele e profonda; non tanto per l'amore ch'egli avesse ad Aurora, il
quale in verità era temperatissimo, e veniva dopo altri affetti e
sentimenti parecchi, quanto per l'orgoglio che giudicò l'onore della
stirpe gravemente offeso. Suo primo impulso era stato correr dietro egli
stesso ai fuggitivi, strappare dalle braccia del rapitore la figliuola e
gettarla in un monastero, lui ammazzare come si fa del ladro che si
coglie nell'atto di rubare; ma la riflessione lo trattenne. La sua
condizione sociale, il suo grado, la età non gli consentivano di questi
partiti spicciativi; non a lui sì apparteneva raggiungere e punire i
colpevoli; egli, supremo capo della famiglia, doveva avvisare e decidere
ciò che occorresse per vendicarne l'offesa e lavarne la macchia, ma un
altro doveva essere di quella il braccio vendicatore, l'individualità
esecutrice. Si diresse alla Polizia per avere esatti ragguagli
sull'essere di quel Maurilio Valpetrosa e sul luogo dove si sarebbe
potuto afferrarlo, e scrisse a suo figlio in Ispagna. Gli apprese ogni
cosa e comandò venisse in patria tosto: quel che gli toccasse di far
poi, non disse nemmanco, sicuro che il figliuolo avrebbelo ben saputo
discernere da sè.

Il fratello d'Aurora, appena ricevuta la lettera paterna, non mise tempo
in mezzo, e benchè sua moglie l'avesse reso da pochi giorni padre d'un
figliuolo (che fu quell'Ettore, uno dei principali personaggi del nostro
racconto) partissi alla volta del Piemonte, risoluto a vendicar l'onore
della famiglia, punire il rapitore e tornare poi tosto presso la moglie.

Ma frattanto, appena divulgatasi per Torino la notizia del ratto
d'Aurora, un altro erasi presentato al marchese padre, per assumere
questa parte di vendicatore. Era un giovane gentiluomo, il conte di
Castelletto, amico del fratello d'Aurora, che non aveva nascosto un
rispettoso amore per quest'essa, che fra i nemici di Valpetrosa contava
quindi per primo, cui tutte le condizioni di famiglia, di fortuna, d'età
facevano degno sposo della fanciulla, e che quindi nella società
aristocratica era già da tempo considerato come il futuro marito di
madamigella di Baldissero. Chiesto un colloquio da solo a solo col
marchese, ed intromesso alla superba presenza di costui nel suo riposto
gabinetto, il giovane, senza preamboli, colla franchezza di un carattere
schietto ed impetuoso, coll'accento di chi ha preparate e studiate le
precise parole da dirsi, così parlò:

— Signor marchese, io amava immensamente — l'amo tuttavia — madamigella
Aurora; non posso permettere che l'infame suo rapitore goda del suo
delitto, respiri ancora in questo mondo. Ella può — deve contentarsi di
punirlo colla sua maledizione e col suo disprezzo; non io: nè
s'acqueterebbe pure suo figlio se qui fosse. Ho la superbia di credere
che nessun altro ne può prender le veci, può aspirare a sostituirlo,
meglio di me. Sono dunque venuto a pregarla, per l'amicizia che mi lega
a suo figlio, per l'amore che nutro verso quella infelice, di volermi
permettere che io mi consideri come della famiglia e prenda il
desiderato incarico della sua vendetta.

Il marchese lo guardò un poco in silenzio con quel suo superbo cipiglio
quasi ostile; poi rispianò le rughe della fronte, ed abbozzato un suo
cotal sorriso pieno di orgoglio, rispose tendendo al conte di
Castelletto la mano:

— La ringrazio; ma la famiglia di Baldissero non ha ancora, grazie a
Dio, bisogno alcuno che uno a lei estraneo ne pigli le difese e ne
compia i doveri. Ho scritto a mio figlio e senza aspettare altra
risposta, confido che verrà, partitosi di Madrid a volta di corriere. Se
mio figlio mancasse, cosa che io credo impossibile, gli anni non hanno
tuttavia così logorato il mio corpo da non poter io stesso compiere quel
che si deve.

E siccome Castelletto s'inchinava con una certa penosa mortificazione,
il marchese soggiunse con maggiore e quasi domestici espansione:

— Terrò tuttavia conto della sua offerta. Mio figlio avrà bisogno di
compagni nella sua impresa; ed Ella, conte, sarà senza fallo uno di
questi.

Pochi giorni dopo, viaggiando in posta, senza riposo, e facendo premura
ai postiglioni con ogni fatta sollecitazioni e generose mancie, giunse a
Torino il fratello d'Aurora, afflitto, sdegnato, pieno di cordoglio
verso la sorella, di odio e di furore verso l'antico amico Valpetrosa.

I discorsi col padre non furono molto lunghi nè molto precisi; ma si
capirono ciò nulla meno i due Baldissero. Non si aspettava più, perchè
il figliuolo corresse a raggiungere il seduttore, se non le esatte
informazioni dalla Polizia del luogo dove quell'infame, secondo essi lo
appellavano, si fosse rimpiattato. Ma già fin d'allora era cosa usuale
che la Polizia non riuscisse a saper bene cosa nessuna che importasse
davvero.

Valpetrosa aveva le mille ragioni per nascondersi, fra cui era eziandio,
se non la principale, non delle ultime nemmanco, quella del ratto della
nobile ragazza torinese. Principalissima poi fra codeste ragioni era la
congiura politica, di cui egli era uno dei capi. Avvisato da quei
personaggi autorevoli, da cui egli aveva avute le efficaci commendatizie
per Torino, che il Governo austriaco era in sospetto della cospirazione
e stava per mettere la mano su alcuni fra i più compromessi di cui gli
era uno; Valpetrosa, consigliato a fuggirsi e non volendo ciò fare e per
non essere lontano al momento dell'insurrezione ch'egli sperava
possibile e prossima, e perchè sua moglie in uno stato già inoltrato di
gravidanza non avrebbe potuto sostenere il viaggio, ed egli non voleva
separarsene; Valpetrosa, dico, fece correr voce della sua partenza e
nascose il suo domestico focolare e sè stesso in un rimoto quartiere,
presso fidatissimi amici, dove nessuno mai sarebbe riuscito a scoprirlo.

La Polizia adunque fece sapere ai Baldissero che quel cotal individuo,
nominato Maurilio Valpetrosa, stato a Milano un po' di tempo, erasi
poscia partito di là e fuggito in Isvizzera, dove non si sapeva bene in
qual città avesse riparato.

Il figliuolo del marchese stava per partire in compagnia del suo amico
il conte di Castelletto per la Svizzera coll'animo di girarne tutte le
città e borghi e casolari finchè vi avesse trovato i fuggitivi, quando
la fatalità volle che sopraggiungesse a Torino la lettera che Aurora
aveva scritto al suo fratello a Madrid, la quale, arrivata colà quando
egli erane già partito, gli veniva rinviata. In questa lettera la
infelice pregava suo fratello perchè non la volesse condannare
severamente egli stesso, perchè si facesse intercessore di pietà e
perdono eziandio verso il padre così che non proseguisse col suo odio e
colla sua maledizione lei e l'uomo che essa amava: queste supplicazioni
le faceva non tanto in nome suo, ella di cui certo la colpa meritava
ogni pena, ma in nome dell'innocente creatura che stava per nascere.
Pensasse egli e chiamasse al pensiero del padre che quella creatura era
pure sangue loro e che il proteggerla, l'amarla era in essi ad ogni modo
un debito. Sè affermava piena di tristi presentimenti, aver paura della
morte, sentire tremenda pesar sul suo capo la collera paterna, tremare,
piangere, abbrividire al solo pensiero che quando avrebbe dato la luce
al frutto già dilettissimo delle sue viscere, potrebbe per lei
dischiudersi la tomba; affronterebbe con animo più calmo il fatale
momento, non si spaventerebbe più dell'avvenire quando sapesse che
almanco suo figlio non sarebbe fatto reo di quella colpa ch'ei non
aveva, avrebbe trovato malgrado tutto nella famiglia di sua madre una
famiglia eziandio. Da quanto aveva potuto scorgere e capire delle
condizioni del suo sposo, avrebbe potuto nascere agevolmente il caso in
cui l'innocente nascituro sarebbe stato esposto anco alle strette del
bisogno: oh il diletto fratello di sua madre, quegli che aveva tanto
amato la infelice Aurora, non l'abbandonasse, non lasciasse che a quel
misero si chiudesse affatto come ad un estraneo il cuore e la casa
dell'avo. Se sciolta da queste paure ella sarebbe lieta pur anco
morendo. Affinchè suo fratello potesse farle risposta, l'imprudente
scriveva il preciso indirizzo del luogo in cui Valpetrosa nascondeva la
donna dell'amor suo e se stesso.

Il marchese figlio non lesse quella lettera, che avreste detto scritta
con inchiostro di lagrime, senza grande commozione. Il suo tanto affetto
per Aurora non era spento, ed a quelle umili e calde preghiere gli si
era tutto risuscitato in cuore insieme con una immensa pietà. Si recò
incontanente dal padre a dargli comunicazione di quello scritto ed a
prenderne gli ordini ulteriori.

Mentre nel rileggere forte a suo padre le parole della sorella la voce
tremava al giovane marchese, ed alla fine non erano senza lagrime i suoi
occhi, il fiero capo di quella famiglia ascoltò ogni cosa con aspetto
freddo, maligno, quasi ironico, e poichè il figliuolo si fu taciuto, un
baleno di feroce soddisfacimento passò ne' suoi sguardi.

— Ah ah! esclamò egli con un sogghigno. Ella stessa ci rivela il covo
della mala bestia. Non avrete dunque da sciupar tempo e fatica per
andarla a schiacciare.

Il figliuolo sentì nel suo cuore generoso tutto aperto in quel momento
alla pietà, entrare una profonda amarezza ed un raccapriccio, che erano
una dolorosissima pena. Ripiegò lentamente la lettera di sua sorella e
disse con voce sommessa ed accento d'un gelato rispetto e d'una
malvogliosa sommessione a suo padre:

— Che cosa mi ordina Ella adunque di fare? Nel volto del marchese
apparve più spiccata quell'espressione d'una fierezza mista a crudeltà,
che guastava la bellezza scultoria di quei lineamenti.

— Avete bisogno degli ordini miei? disse con superba severità. Non vi
dicono abbastanza quali sieno la coscienza del vostro dovere e il
sentimento dell'onore?....

Il figliuolo interruppe con qualche vivacità:

— Sì padre, per quanto riguarda _lui_.... ma essa? Aurora? (e pronunziò
questo nome quasi esitando); ma il figlio che ne nascerà?

Il marchese padre corrugò la fronte molto minacciosamente:

— Quello non è sangue nostro: proruppe; invano vorrebb'essa, quella
perduta, impietosirmi su quel figliuolo d'ignobil padre, d'un perfido e
abbominato e disprezzevol lignaggio. Nulla possono aver di comune i
Baldissero con quella schiatta di volgo... Ma cominciamo a punir _lui_.
Tolto di mezzo quel vile, penseremo alla disgraziata ed al frutto della
sua colpa.

Il fratello d'Aurora accennò voler insistere, e il padre, come per torsi
di subito ogni ulteriore fastidio in proposito, soggiunse, non
lasciandolo parlare:

— Ad ogni modo non dimenticherò mai che quella è mia figlia.

Il giovane marchese sapeva anche troppo che nessuna sollecitazione
avrebbe mai potuto ottenere di più e di meglio da suo padre a questo
riguardo: s'inchinò in segno di riverente acquiescenza, e si tacque.

Quel giorno medesimo partirono alla volta di Milano il fratello
d'Aurora, il conte di Castelletto ed un capitano delle Guardie, amico
dei due precedenti, il quale venticinque anni dopo, all'epoca del nostro
racconto, abbiamo trovato governatore della città di Torino. Insieme con
loro partiva eziandio l'intendente del marchese, messer Nariccia, con
particolari e segrete istruzioni del suo padrone.

Per far conoscere quali fossero queste istruzioni, ci convien qui
riferire un segreto colloquio che poche ore prima della partenza aveva
avuto luogo fra il marchese padre, l'intendente e Padre Bonaventura, in
quel tempo giovane gesuita d'una trentina d'anni, molto operoso e
inframmettente, frequentatore assiduissimo e graditissimo di tutte le
case dei nobili.

Il marchese padre aveva raccontato al gesuita la scoperta avvenuta del
luogo in cui si nascondevano i fuggitivi e la partenza che stava per
avvenire del figliuolo affine di coglierli alla posta; poscia, guardando
fisso il frate con quella sua aria imperiosa che voleva dire: le mie
parole hanno da accettarsi senza discussione, e parlando con una certa
simulata deferenza, nella quale pure si faceva sentire il tono
orgoglioso della superiorità, soggiunse:

— Ella, quantunque viva all'infuori delle esigenze e delle passioni del
mondo, pur sa, reverendo, quali siano gli obblighi che a noi,
gentiluomini, impone l'onore della famiglia, e a quelli nè io nè mio
figlio non saremo per mancare giammai.

Padre Bonaventura incrocicchiò le mani, le serrò al petto che teneva
ricurvo, levò un momentino gli occhi al soffitto e poi li abbassò tutto
compunto, mandando un profondo sospiro che voleva significare:

— Eh! pur troppo conosco le crudeli esigenze dell'onore mondano: le
deploro, ma sono disposto a dar loro passata.

Il marchese continuava:

— Ciò riguardo a quello scellerato; ma riguardo a mia figlia ed al
frutto della sua colpa, sento il bisogno di consultarmi con un buon
religioso qual è Lei, padre Bonaventura.

Il gesuita s'inchinò.

— Di udire dalle sue labbra se le mie decisioni possono approvarsi da
Quel di lassù, come sento che le approva e stima necessarie la mia
coscienza.

Queste parole erano dette con una maschera di umiltà sì mal messa che di
sotto appariva agevolmente e più effettivo ancora il vero intendimento
del favellante, che suonava: «Voglio che mi diate la ragione, e
coll'autorità del vostro carattere religioso consecriate come opera
irriprovevole lo sfogo della mia passione.»

Bonaventura prese il contegno di chi si mette ad ascoltare con profonda,
vivacissima attenzione.

— Disgiunta dal suo vile seduttore, mia figlia sarà tenuta in luogo dove
nessuno la veda nè pur la sappia finchè siasi liberata... Dopo, appena
guarita, entrerà in un monastero, dove rimarrà finchè... finchè
decideremo noi che basti... Lei, padre Bonaventura, mi farà il favore di
cercarmi un monastero acconcio, in cui possa ravvedersi quella povera
anima, espiare colle preghiere e colle macerazioni della carne il
proprio fallo, e dove nello stesso tempo non si dimentichi che quella è
figliuola del marchese di Baldissero.

Il gesuita tornò ad inchinarsi.

— Mi farò una premura d'obbedirla, Eccellenza, diss'egli, e spero che
riuscirò a soddisfarla compiutamente.

Successe un istante di silenzio; il marchese pareva non voler più dir
nulla; il frate, chinato un poco verso il suo interlocutore, stava nella
mossa di chi aspetta il principale del discorso; Nariccia, rimasto
sempre a bocca chiusa, seduto un po' discosto, guardava di sottecchi
colle sue pupille bircie ora l'uno ora l'altro.

— E?... e?... disse poi il frate.

— Che cosa? interrogò il marchese superbamente.

— E il fanciullo? susurrò con voce sommessa che quasi non s'udiva, padre
Bonaventura.

Nella faccia del marchese apparì quella feroce espressione che già gli
conosciamo.

— Quel fanciullo, diss'egli a voce bassa, ma fremente, è l'onta della
mia famiglia personificata: e come questa onta si de' cancellare, così
egli ha da scomparire.

Padre Bonaventura si trasse indietro colla seggiola; Nariccia fece un
leggier trasalto sulla sua.

— Scomparire! esclamò il frate; come la intende, signor marchese?

Questi si piegò verso il gesuita.

— Che privilegio può aver egli ad una sorte diversa da quella degli
altri frutti di simili colpe? La famiglia di suo padre andrà dispersa,
nella nostra non può entrare: non gli resta che il destino del
trovatello. Sarà posto come tale in un ospizio.

I due che udivano queste parole erano troppo soggetti al potente
personaggio che parlava, per manifestare in alcun modo, anche il più
lieve, la menoma riprovazione, e fors'anco non sentivano neppure entro
sè veruno sentimento siffatto; ma tuttavia a que' detti del marchese
tenne dietro un silenzio che tornò per tutti impaccioso e che nessuno
sapeva rompere.

Fu il signor di Baldissero che dopo un poco riprese a dire come
complemento del precedente discorso:

— A quell'ospizio, nello stesso tempo che sarà presentato il bambino,
arriverà una vistosa somma d'elemosina, così che tutti i compagni di
sventura di quel frutto della colpa avranno dalla sua venuta alcun
giovamento; e nello stesso tempo, a propiziare la divina pietà all'anima
medesima di quell'empio che mi rapì la figliuola, alla nostra così
crudelmente provata famiglia ed alla sorte del neonato, intendo
presentare alcuna offerta alle chiese dei Ss. Martiri e della Madonna
del Carmine, che sarà di due lampade d'argento, e pregare la loro
carità, reverendi padri, a voler dire un centinaio di messe a mia
intenzione.

Padre Bonaventura s'inchinò più basso di quello che non avesse ancora
fatto per l'innanzi, e disse col suo tono mellifluo, colla sua voce
untuosa, coi suoi occhi bassi e colle sue mani incrociate:

— S. E. invero è sempre un esemplare di sentimenti religiosi e di
generosità. Iddio saprà darle compenso, e dileguate queste poche nubi,
vedrà che le manderà più splendido il sereno di quella felicità anche
terrena che la si merita.

Fece una pausa, mandò un sospiro, strabuzzì degli occhi e poi riprese
con maggior compunzione:

— Ah! certo Ella ora si trova in una penosa condizione. La nostra divina
religione inculca il perdono delle offese, ed io che conosco il suo bel
cuore so quanto sarebbe pur dolce a Lei il perdonare.

Il marchese fece una smorfia, che smentiva ricisamente l'allegazione del
frate.

— Ma, continuava questi, pur troppo noi non possiamo aggiustare il mondo
e le cose come vogliamo, e ci conviene accettare quali sono le
circostanze in cui ci volle mettere la Provvidenza. Ella, pel grado che
occupa, pel lignaggio a cui appartiene, per le condizioni sociali in cui
si trova ha certi obblighi, certe necessità su cui non può transigere,
ed è volontà divina che ciascuno compia suoi doveri varii secondo il
diverso stato. Considerata adunque bene ogni cosa, io credo che V. E, fu
bene ispirata nelle sue decisioni, e che a Lei, nel metterle in atto,
non sarà per mancare il divino aiuto.

Il marchese si alzò; e gli altri ne seguirono lo esempio.

— Non dubitavo punto che avrei trovato anche questa volta in Lei, padre
Bonaventura, quel religioso prudente e di buon consiglio che sempre mi
si mostrò. Ecco dunque ciò che rimane da farsi. Voi Nariccia partirete
con mio figlio per essere colà sopra luogo a provvedere a tutto ciò che
possa occorrere. A voi l'incarico di condurre Aurora nel più rimoto
ritiro che sappiate trovare; a voi quello di togliere, quando sia tempo,
dal fianco di lei il neonato... A Lei, padre Bonaventura, l'accorrere
presso la infelice a farle udire la voce di Dio e condurla al
convento... Io, quella disgraziata, non la vo' manco vedere... Non ho
bisogno di dirvi, Nariccia, che tutto quanto occorrerà, potrete
spendere.

Il gesuita e l'Intendente uscirono insieme, e il secondo accompagnò il
primo per un tratto di strada verso il suo convento.

Non si parlarono per un po': sembrava che evitassero perfino di
guardarsi. Ad un punto fu il frate che, chinatosi vivamente verso il suo
compagno, gli disse all'orecchio:

— Credo che fareste bene a mettere un segno a quel bambino nell'esporlo,
affinchè in un caso qualunque lo si potesse riavere... Non si sa mai
quel che possa arrivare!...

Nariccia fissò entro gli occhi il gesuita e gli sguardi di quei due
maliziosi s'affondarono l'un nell'altro.

— Ci ho già pensato: disse poi l'intendente. E continuarono la loro
strada in silenzio.

E di molte cose ne aveva pensato il tristo Nariccia. Egli aveva
continuato a mantenersi in relazione col rapitore d'Aurora; quando
Valpetrosa stava per partire, aveva scritto all'intendente dei
Baldissero quella lettera di cui il _medichino_ aveva letta una parte
salvata dalla fiamma, allorchè _Graffigna_, che se n'era impadronito in
casa dell'assassinato Nariccia, aveva voluto porgergli fuoco da
accendere il sigaro.

Ritirate da Valpetrosa le quindici mila lire che aveva creduto
necessarie per la sua fuga con Aurora, un altrettanto e più di spettanza
del giovane milanese rimaneva tuttavia presso Nariccia; e questi,
posseduto fin dalla sua prima giovinezza da una smania feroce di
arricchire, dalla passione dell'avaro e da quel rabbioso amore dell'oro
onde cotanto si degrada l'anima umana, all'apprendere la venuta del
fratello d'Aurora e il suo disegno di vendetta su Valpetrosa, aveva
pensato che quando questi nello scontro con Baldissero morisse, quella
somma rimarrebbe sua senz'altro.

Quando arrivarono in Milano Baldissero coi suoi due padrini e Nariccia,
quest'ultimo, mentre gli altri per l'ora troppo tarda decidevano di non
presentarsi a Valpetrosa che il domattina, di soppiatto e sollecitamente
recavasi dallo sposo d'Aurora ad avvisarlo di quel che lo minacciava. Il
giovane ebbe una forte emozione che non cercò nemmeno dissimulare: ah!
non era timore per sè, che dotato egli era d'ogni valore; ma era paura,
viva paura del dolore e della sorte che sarebbero toccati a sua moglie
ed al figliuolo suo nascituro. Macchiarsi egli del sangue del fratello
di lei era grave al suo pensiero, ed era più grave ancora il pensare
ch'egli stesso potesse nello scontro soccombere. Per intanto ciò che
premeva era fare in modo che Aurora non avesse a concepire pure un
sospetto della minacciata sventura, da avanzarle almanco delle ore
penosissime di spasimi e paure. Decise a quest'effetto che il mattino
vegnente si sarebbe appostato fin di buon'ora sulla strada ad aspettare
la venuta dei padrini di Baldissero, perchè non avessero da entrargli in
casa ed esser visti dalla sposa, la quale, riconoscendoli, avrebbe
potuto agevolmente indovinare il motivo della loro presenza. Già di
molto erasi turbata Aurora del vedere l'intendente di suo padre, e
benchè le avessero detto che cagione di questa venuta erano gli affari
d'interesse tuttavia pendenti fra quell'uomo e suo marito, tuttavia una
specie d'istinto la teneva in un'ansietà piena di sospetti.

La seconda e rilevantissima cosa a cui volle provvedere Valpetrosa fu il
destino della moglie e del figliuolo da nascere. E per ciò a cui aveva
egli da affidarsi se non a Nariccia, al quale la sua fama di religioso
dava aria di onesto, e che, nelle attinenze sino allora avute,
all'inesperto e confidente giovane era apparso fedele e leale? Lo pregò
volesse egli assumere codesta opera pietosissima; salvasse Aurora e il
suo bambino dall'ira e dalle vendette della famiglia di lei; gli
consigliò la moglie e la madre da cui la morte lui disgiungesse,
Nariccia facesse riparare in qualche oscuro, rimotissimo luogo della
Svizzera, e là sovvenisse di quanto abbisognavano quelle infelici; egli,
Valpetrosa, con una ultima lettera da consegnarsi loro in caso di sua
morte, avrebbe alle medesime manifestato come in tutto e per tutto
dovessero in lui rimettersi ed a lui affidarsi.

Quanto ai mezzi di vivere, quanto alle fortune di quelle poverette, ohi
come si dolse allora Valpetrosa d'avere così sconsideratamente sciupata
tanta parte dell'aver suo! Ma quel che rimaneva, come fare perchè
rimanesse e bastasse al sostentamento della famigliuola, e s'aumentasse
da fornir poi al figlio che doveva nascere se non un'agiatezza, quanto
meno una sicurezza del pane? Qui si trovarono a fronte la facile fiducia
e la leale natura del giovane da una parte e dall'altra la frodolenta
accortezza dell'antico servo dei Gesuiti, il quale non era stato tardo
ad architettare per queste circostanze sopra le proposizioni del giovane
un suo perfido disegno. E si decise: che Valpetrosa facesse un atto
solenne di cessione d'ogni aver suo a Nariccia medesimo, perchè da
costui si potesse esigere ogni capitale di spettanza del primo ed
insieme colle somme che ancora rimanevano presso di lui in deposito,
trafficarlo nelle sue speculazioni ch'e' chiamava bancarie; che di tutto
questo avere il depositario pagherebbe un annuo interesse del cinque per
cento non che una data parte degli utili ricavati dall'uso di tali
somme, le quali annualità sarebbero pagate a Valpetrosa medesimo finchè
e' vivesse, alla madre ed alla moglie venendo egli a mancare; che
Nariccia pagherebbe a semplice richiesta di Valpetrosa di chi per lui,
tutto o quella parte di tal capitale che si volesse poi ritirare; e che
per impedire gli effetti giuridici di quell'atto di cessione, Nariccia
avrebbe rilasciato a Maurilio una privata dichiarazione, con cui si
certificasse come quella cessione fosse una finta soltanto e si
determinassero i veri patti fra loro intravvenuti.

Valpetrosa prese di poi le mani dell'ipocrita Nariccia, e
stringendogliele con forza, guardandolo con occhi umidi, con atto e voce
che erano tutta una supplicazione, soggiunse:

— Vi raccomando ancora una volta Aurora e mia madre... e mio figlio!
(Nel dire quest'ultima parola, tremò la sua voce.) Oh mio figlio! Se il
mio sangue avesse da farlo felice, con qual gioia lo darei tutto!...
Egli porterà il mio nome... Aurora lo desidera... lo desidero anch'io...
ricordatevene! ch'ei sia battezzato sotto il nome di Maurilio..... Ma
più di tutto egli e sua madre sieno sottratti alla famiglia di
Baldissero... Appena lo scontro avvenuto, s'io muoio, accorrete a torli
di qua, perchè il marchese non li trovi... Ch'e' fuggano, per amor di
Dio!... Voi me lo promettete? Voi me lo giurate?

Nariccia diede tutte le promesse e tutti i giuramenti che piacquero a
Valpetrosa, e questi ebbe il coraggio di rientrare colà dove aspettavalo
sua moglie, con una fronte serena così che Aurora se ne sentì
rassicurare la povera anima conturbata.



CAPITOLO III.


Era una fredda mattinata invernale, e Maurilio Valpetrosa tutto avvolto
nel suo mantello stava passeggiando da un po' di tempo nella strada
innanzi alla sua abitazione, quando, visto da lontano due persone bene
imbacuccate ancor esse venire a quella volta, e' si piantò sulla soglia
del portone che metteva nella casa ove dimorava; e trattasi giù dal viso
la falda del mantello, lasciò scorgere le sue leggiadre fattezze. E' non
s'era ingannato nella sua previsione; que' due si fermarono a quella
porta, lui guardarono bene, si ammiccarono, scambiarono sommesso e ratto
due parole, ed avvicinandoglisi uno si scoprì la faccia del pari e gli
disse con un accento in cui sotto una finta cortesia nascondevasi
un'ostilità superba:

— Giusto Lei, signor Valpetrosa, è la persona di cui venivamo in
traccia.... La mi riconosce?

Valpetrosa fece un lieve inchino ed un gentile sorriso:

— Perfettamente, rispose, signor conte di Castelletto.

Il compagno di costui s'era pur egli scoperta la faccia, e il conte lo
presentava dicendone il nome.

— Ed ora, riprese Valpetrosa con elegante scioltezza, a che cosa debbo
attribuire l'onore che mi fanno cercandomi?

Rispose il conte di Castelletto:

— È cosa che richiede per dirsi altro luogo più acconcio che la strada;
ma spero ch'Ella indovinerà agevolmente la qualità della nostra
ambasciata, sapendo che ci manda il marchese di Baldissero figlio, il
quale è qui, a Milano, venuto apposta da Madrid.

— Capisco senza bisogno d'altra parola: disse Valpetrosa con una serena
tranquillità, ma benchè mi rincresca assaissimo il non poter aver
l'onore di accoglierli nella mia umile casa, capiranno, spero, senza
difficoltà anche loro le ragioni che mi tolgono di invitarli a salire
nel mio quartiere.

I due padrini di Baldissero fecero un moto di assenso.

— D'altronde, continuava lo sposo d'Aurora, quello che si ha da trattare
fra chi li manda e me, esige anche da parte mia l'intravvento di
intermediarii. Faccianmi il favore di stabilire un luogo di ritrovo e
fissare un'ora, ed io manderò colà i miei rappresentanti.

— È giusto: rispose di Castelletto. Ella non vorrà stupirsi se questo
ritrovo lo fisseremo ad un'ora piuttosto vicina. Per le ragioni ch'Ella
può facilmente immaginare, il marchese brama ardentemente che ogni cosa
sia presto, assai presto finita.

Valpetrosa sorrise con mesta ironia.

— Capisco la sollecitudine del signor marchese, diss'egli, e non la
condanno; anzi la partecipo ancor io. Ma lor signori capiranno pure
come, per quanta volontà io abbia di accondiscendere alle brame del
signor marchese, mi ci vuole un certo tempo a trovare due fidati amici a
cui commettere il mio mandato, e come io, dovendomi preparare a quello
che è scopo della loro venuta con provvedere ad infinite cose, non posso
altrimenti che differire a domani l'onore di trovarmi a fronte del loro
principale.

I padrini di Baldissero mossero di subito alcuna obiezione, da cui non
si lasciò smuovere Valpetrosa, il quale dichiarò fermamente che nulla lo
avrebbe fatto cambiare di proposito a tal riguardo. Si stabilirono il
luogo e l'ora de! convegno fra i padrini, e poi sì separarono. Lo sposo
d'Aurora non tardò a trovare due amici che acconsentirono a rendergli
quel funesto servizio, e si decise che il duello _all'ultimo sangue_
avrebbe avuto luogo il domattina per tempissimo, arma la spada.

Tutto quel giorno Valpetrosa ebbe lo straordinario coraggio di comparire
in presenza di sua moglie e di sua madre più lieto, sereno e tranquillo
che mai; se vi fu un cambiamento in lui non si mostrò che nella
tenerezza dell'affetto che si sarebbe detta più espansiva e maggiore;
potè avere la forza d'animo di parlare con Aurora dell'avvenire, di
confortarla colle più lusinghiere speranze d'un destino migliore, di
parlare delle gioie che la nascita del loro bambino avrebbe arrecato a
far più prezioso e più santo ancora il diviso amor loro. E in cuore il
misero aveva pur troppo i più funesti presentimenti; e la sua natura
abitualmente risoluta era tutto ondeggiante fra le più opposte
contraddizioni. Ora non voleva difendersi, voleva disarmare il suo
avversario colla mitezza del suo contegno, presentandogli il petto
indifeso, chi sa che alcun resto dell'antico affetto non fosse ancora
per lui nell'animo di Baldissero, ed al vederlo così non si ridestasse
tornando quale al tempo della loro amicizia? pensò perfino un momento —
ma fu un solo momento — ad umiliarsi innanzi all'avversario, a tentare
di vincerne colle parole e colle supplicazioni la collera, a dirgli come
di loro l'uno a niun modo potesse uccider l'altro, perchè egli non
doveva tornare dalla sua sposa lordo del sangue del fratello di lei, e
questi non poteva presentarsi alla sorella, omicida dell'uomo a cui ella
aveva dato l'amore, la sua sorte, tutto di sè. Ora invece egli pensava a
difendersi con ogni vigore, a combattere con accanimento, ad offendere
con feroce ardimento. I vincoli del sangue, le memorie dell'antico
affetto non dovevano aver più ragione alcuna di farlo riguardoso verso i
giorni di Baldissero: non s'aveva da veder più in costui che un fiero
nemico il quale veniva per distruggere la sua felicità. Era suo diritto,
era suo dovere, anche per Aurora, il ripulsarne, fosse pur colla sua
morte, la minaccia e l'offesa.

Ed era egli tuttavia colla tenzone di questi varii pensieri in capo
quando il mattino di poi Valpetrosa vide giunta l'ora di recarsi al
fatale convegno. A Nariccia, col quale il giorno innanzi aveva terminato
ogni cosa che occorresse per quel certo aggiustamento che ho detto; a
Nariccia, cui aveva pregato di un ultimo abboccamento prima dello
scontro, Valpetrosa diede la lettera per la moglie e per la madre e
tutte le più minute istruzioni sul modo di governarsi, ed ottenuto anco
una volta i più solenni giuramenti di fedeltà da quell'ipocrita,
partissi accompagnato da' suoi padrini pel luogo del ritrovo, mentre
Aurora, ignara affatto d'ogni cosa, dormiva tuttavia tranquillamente.

Quale fosse l'esito del duello fra il marchese di Baldissero e Maurilio
Valpetrosa, lo sappiamo già dalle parole che dal primo di costoro
sorprendemmo pronunziate a se stesso in un momento d'angoscia
nell'attesa del figlio e poscia nel suo colloquio col Governatore.

Non vi narrerò la desolante scena che avvenne quando in casa di Maurilio
Valpetrosa fu quest'ultimo recato in aspetto di cadavere, innanzi alla
povera Aurora che di nulla sapeva, ma che pur tuttavia era turbata da
un'indefinibile inquietudine che era un presentimento di sventura. Il
marchese di Baldissero non volle, non osò presentarsi innanzi alla
sorella per annunziarle cotanta disgrazia; e nessuno l'osò di quelli che
avevano assistito al duello fatale, da Nariccia in fuori, a cui si diede
e il quale accettò l'incarico di correre a preparare, per quanto fosse
possibile, al brutto colpo l'anima sensitiva dell'infelice amante. Ma
Nariccia, fosse insufficienza in lui al dilicato ufficio, fosse anche (e
di quel tristo ben può pensarsi cotanto orribile disegno) uno scellerato
proposito di ferire mortalmente al cuore la misera donna, annunziò la
cosa in modo che Aurora svenne e parve dovesse morire di quel colpo
ancor essa. La madre di Valpetrosa non aveva guari maggior forza e
coraggio della sposa di lui. Il trafitto recato con ogni precauzione a
casa, non potè parlar più, non potè più esprimere che cogli sguardi i
suoi ultimi addii alle dilette persone del suo cuore, e raccomandarle
ancora a Nariccia, e morì fra le braccia delle sconsolatissime donne.

Fu allora che primamente Baldissero ardì entrare in quella casa in cui
egli aveva recato il dolore. Aurora giaceva priva di sensi abbandonata
sul corpo di suo marito che abbracciava strettamente: la vecchia madre,
in un accesso di dolore furibondo, malediva colei che aveva portato al
suo figliuolo la barbara morte immatura.

Baldissero sentì stringersi il cuore, e fino da quel momento gli penetrò
nell'animo quel dubbio crudele che gli abbiamo udito manifestare tanti
anni dopo all'epoca del nostro racconto, quando si domandava, s'egli
aveva avuto il diritto di troncare colla spada dell'omicida il nodo di
quelle due esistenze, se Dio aveva da perdonargli l'aver versato quel
sangue.

Mentre il marchese rimaneva colà fermo, immobile, sovraccolto, la faccia
pallida, i lineamenti contratti, stretto il cuore da un'emozione
impossibile a dirsi, Nariccia gli si appressò rispettosamente, e gli
parlò piano:

— Che ordina Ella si faccia?

Il fratello d'Aurora volse su di lui uno sguardo torbido e semispento.

— Lasciamo quell'infelice al suo dolore. L'intendente s'appressò ancora
di più al figliuolo del suo padrone e soggiunse con voce ancora più
bassa:

— Mi rincresce, ma ho altri ordini da S. E. il marchese suo padre.

Baldissero levò la testa con qualche vivacità:

— Ah! quali?

— Trar subito fuori di questa casa l'illustrissima signora marchesina
Aurora.

— Per condurla dove?

— Ho già preso a pigione una comoda casetta fuori di città dove è
intenzione di S. E. che nascostamente da tutti la stia finchè siasi
sgravata... E mi pare opportuno profittare di questo suo stato medesimo
per togliere la signora marchesina di qua.

Il marchese stette un momento sopra pensiero e poi rispose
asciuttamente:

— Fate quel che vi ha comandato mio padre.

Quando Aurora tornò in sè la si trovò in letto entro una stanza che non
aveva visto mai, con intorno un medico sconosciuto, la sua cameriera
Modestina e dietro le cortine del letto l'ombra d'un uomo ch'ella non
poteva scorgere chi fosse.

Dapprincipio non la si ricordò di nulla; non sentiva che un
indolorimento generale, e per raccogliere il suo pensiero aveva bisogno
d'uno sforzo penosissimo che gli tornava come una viva trafittura al
cervello. Ma poi venne la funesta memoria: gittò un grido e volle
gettarsi giù dal letto: ve la trattennero con amorosa violenza.

— Lasciatemi, lasciatemi.... Il mio Maurilio!.... Il mio Maurilio!....
Dov'è?... Voglio vederlo ancora.... Siate pietosi.... Vo' morire con
lui.

L'ombra d'uomo dietro le tende s'agitò, si mosse e come tratto da una
forza esteriore, venne fuori con passo lento, quasi riluttante fino
all'arrivo degli sguardi della giacente.

Questa mandò un'esclamazione soffocata che pareva di sorpresa: si lasciò
andare sul letto senza più sforzi per togliersene, guardò fiso fiso un
istante la faccia di quell'uomo che pareva non poter riconoscere. Dopo
un poco allargò le pupille, come sotto l'impressione d'un insuperabile
orrore, si trasse indietro sui cuscini più che potè, allungando innanzi
le braccia come per respingere un'orribile visione ed esclamò con
accento pieno di ribrezzo, di sdegno, d'odio:

— Via, via, via!.... Tu qui!.... Tu osi venir qui!...

Il fratello d'Aurora si ritrasse; uscì di quella stanza con infinita
oppressura dell'anima.

La misera diede nuovamente in ismanie: ma il medico che le stava al
fianco trovò pure le magiche parole con cui ricondurla alla calma,
infonderle forza e coraggio.

— Se la fa di questa guisa, le disse, la si uccide.

Aurora lo guardò con una certa espressione che significava chiaramente:
— E che m'importa? Se gli è questo appunto ch'io voglio!

Ma il medico lesto a soggiungere:

— E la sua morte sarà quella eziandio della innocente creaturina che
porta nel suo seno. Ella ha l'obbligo, il sacrosanto obbligo di
conservarsi per suo figlio.

Aurora non rispose parola: ma si calmò di presente; stette lungo tempo
sopra pensiero, muta, immobile, appena se con sembianza di viva, tanto
era pallida, solo che tratto tratto due grosse lagrime le colavano giù
delle guancie. Quando il medico tornò a vederla, ella gli disse piano:

— Ha ragione. Debbo vivere per mio figlio: e lo voglio... Mi faccia
guarire.

Il medico si pose con tutta la sua scienza e con tutto il suo zelo a
lottare contro la morte che pareva aver già posto il suo artiglio su
quella infelice; e la lotta fu varia, lunga, dolorosa.

Mai non fu che il marchese fratello d'Aurora le comparisse dinanzi: il
medico lo aveva assolutamente proibito: ma Baldissero seguiva con ansia
e sollecitudine l'andamento della malattia di lei, nè si sarebbe mosso
di colà se notizie arrivate di Madrid non avessero costrettolo ad una
ratta partenza. Suo figlio nato da poco, Ettore, era stato assalito da
una di quelle malattie infantili che tante vite mietono nella prima età
e temevasi pei giorni suoi. Il marchese raccomandò la sorella a
Nariccia, e partì.

Ed era proprio in buone mani, la povera Aurora, affidata alle cure di
quel tristo uomo di Nariccia, il quale veniva dicendosi fra sè con
cinica e scellerata speranza:

— Se questa donna morisse, portando seco nel mondo di là il frutto del
suo amore, chi vi sarebbe ancora a cui dovrei dar conto dei capitali di
Valpetrosa?

Legalmente egli s'era già governato di modo da non avere ostacolo
nessuno alla sua ruba, poichè aveva fra le carte dell'ucciso Valpetrosa
frugato, trovato quella sua dichiara che certificava simulata la
cessione, presala e distruttala: ma se la vedova e il figliuolo del
derubato sparissero, tanto di meglio: alla madre di Maurilio contava
dare una piccola somma per azzittirla.

Ma dopo alcuni giorni intorno all'ammalata venne da Torino un'altra
persona, mandata dal padre medesimo di lei: il frate Bonaventura, il
quale Aurora guarita e liberata, doveva poi condurre al scelto
monastero: e la misera vedova di Valpetrosa fu dunque in piena balìa di
queste tre persone: Nariccia, il gesuita e la fante Modestina Luponi.
Quella che per si poco tempo era stata sua suocera non sapeva dove
Aurora fosse riparata, nè ancorchè lo avesse saputo avrebbe cercato
vederla: ned Aurora chiese mai menomamente di lei.

Non andò gran tempo che una quarta persona si aggiunse a prestare le sue
cure alla giacente, e queste furono le cure veramente amorevoli ch'ella
ebbe. La cameriera, Modestina, si lagnava che da sola erale troppo
faticoso e poco meno che impossibile il bastare ai moltissimi ed
incessanti uffizi da rendersi all'ammalata, e siccome se a quella
piccola schiera in mezzo a cui viveva Aurora era da aggiungersi una
persona, questa volevasi delle più fidate, Modestina, che tutta oramai
s'era posta ai servigi di Nariccia e di Padre Bonaventura uniti in una
comune e strettissima lega d'interessi, suggerì ella stessa una donna
che secondo lei poteva ed era dispostissima ad aiutarla nell'accudire
l'inferma, senza pericolo di ciarle o d'indiscrezioni qualsiasi: ed era
questa insieme una buona opera che la Modestina, in quel tempo non
ancora trista del tutto, come quando la conoscemmo noi sotto il nome di
_Gattona_, invecchiata e pezzente, faceva in vantaggio d'una povera
vittima, che era sua cognata, la moglie di suo fratello Michele,
soprannominato più tardi _Stracciaferro_.

E qui ci occorre fare una nuova digressione per narrare brevemente la
storia di questa infelice.

Si chiamava Eugenia ed era figliuola di un armaiuolo; questi che un
tempo se la ricavava per benino, aveva fatto dare alla figliuola un po'
d'educazione di cui essa, dotata d'un ingegno non comune, d'una buona
volontà eccezionale e di una rarissima disposizione ad apprendere, aveva
tratto un tal profitto che si sarebbe giudicato impossibile. Bellissima
e virtuosissima, aveva intorno una nuvola di galanti, da cui era la sua
saviezza sola a difenderla, perchè sua madre era morta, e suo padre,
sempre inclinato al vizio, s'era ora buttato sulla mala strada
addirittura e crescevano in lui lo sciupo del danaro, la smania dei
bagordi nella proporzione diretta con cui diminuivano il lavoro ed i
guadagni.

Michele era allora maestro di scherma; era di umore irascibile, di
carattere impetuoso, d'abitudini manesche, conscio della sua forza e
facilmente tracotante, ma non aveva commesso ancora atto che si potesse
dir disonesto. La sua abilità nel mestiere gli dava sufficienti
guadagni, e il marchese di Baldissero dietro la raccomandazione della
cameriera di sua figlia (sorella di Michele) lo aveva fatto nominare
eziandio maestro all'Accademia militare. Per ragione del suo mestiere.
Michele aveva dapprima conosciuto l'armaiuolo padre di Eugenia, e veduto
poscia quest'essa se n'era fieramente innamorato. Aveva cercato ogni
maniera per diventare intrinseco dell'armaiuolo; e siccome la più facile
era quella di farglisi compagno nella vita disordinata ch'ei menava,
Michele, il quale aveva pur esso le medesime tendenze, non trascurò
questo mezzo e divenne il compagno assiduo delle orgie e dei bagordi di
quello sciagurato, il quale in breve tempo ebbe la maggiore ammirazione
e della robustezza di stomaco del maestro di scherma che ingollava vino
a bizzeffe senza manco darsene per inteso e della forza straordinaria
dei muscoli di lui che lo facevano temuto e rispettato da tutti e la
miglior salvaguardia per quelli che fossero dalla sua in ogni baruffa
che potesse nascere, tanto che non poteva più passarsela senza l'amico
Michele.

Quando adunque quest'ultimo ebbe fatto appena un cenno del suo amore per
Eugenia e del suo desiderio d'ottenerla, il padre di lei glie la gettò,
come si suol dire, fra le braccia, lieto e di far cosa grata al suo
amicone, e per dir tutto il vero, di sbarazzarsi d'un imbarazzo e d'una
spesa.

Eugenia non amava nessuno, ma l'ideale dell'uomo a cui avrebbe voluto
dare il suo bel cuore ed il suo animo eletto era ben diverso da quello
che suo padre le presentava in isposo. La grossolanità fisica, morale ed
intellettiva di quell'omaccione facevano il più spiccato contrapposto
colla delicatezza di lei: tutto in essa si ribellava a codesta che in
fatti era una mostruosa unione, e più che un presentimento la certezza
d'un'infelicissima sorte le si affacciava alla mente. Volle contrastare,
ma essa era debole, mite, timida; ed ai primi peritosissimi detti che
ardì pronunziare di opposizione e diniego, il padre la rimbeccò con tale
violenza ch'ella non ebbe altro scampo che curvare il capo e tacersi.

Sposò adunque Michele, ma senza farsi la menoma illusione sul conto di
lui, sulla possibilità di trarlo a miglior condotta, sul destino che
l'aspettava: andò realmente come vittima rassegnata all'altare, e le sue
previsioni e le sue paure avevano pur troppo ad essere tutte effettuate!

La condotta di Michele non si mutò pel matrimonio e non accennò neppure
volersi mutare; ma tuttavia da principio l'amore che aveva per Eugenia,
se con questo nobil nome può pure chiamarsi il sentimento affatto
materiale di desiderio che gli ispirava la bellezza di quella giovane,
la mite dolcezza di lei e quell'influsso inesplicabile che in certa
misura esercita anche sull'animo più rozzo la grazia d'una donna
gentile, poterono ottenere che almanco verso la moglie quello sciagurato
usasse alcun riguardo e mostrasse qualche rispetto: così che quando
tornava a casa concitato dai bevuti liquori, coll'anima sconvolta e
l'umore inasprito dalla perdita nel giuoco, dalle liti che sempre
finivano male pei suoi avversari grazie alla sua forza erculea, e cui
sempre era il suo spirito tracotante a provocare, Michele cercava di
nascondere il suo stato alla giovane moglie e si faceva uno studio di
non dirigerle pure la parola. Ma questa specie di suggezione non volle
durar lungo tempo. Non tardò guari ad accorgersi il marito, che la sua
presenza, i suoi modi, le grossolane manifestazioni de' suoi ardori non
cagionavano in Eugenia che una ripugnanza invano voluta dissimulare;
sotto l'azione del dispetto ch'e' ne sentì, scomparve anche quella
suggezione che prima si prendeva di lei; cominciò dalle rampogne e da
quelle ond'era capace la sua anima bassa e volgare, ne venne alle
minaccie, senza più riguardo nessuno si mostrò in tutta la bruttezza
della sua indole; la qual cosa se fosse atta a scemare quel sentimento
di ripulsione che era in lei giudicatelo voi.

Frattanto, come sempre accade, anche le condizioni materiali di quella
famigliuola andavano peggiorando. Il padre d'Eugenia aveva fatto capo ad
un fallimento in conseguenza del quale aveva dovuto smettere il fondaco
e vivere oramai di varii, incerti e non sempre onorevoli spedienti, a
cercare e mettere in atto i quali concorreva massimamente Michele.
Questi da parte sua, per la mala condotta, aveva perduto il posto da
maestro all'_Accademia militare_, e vedeva ogni dì più dimagrarsi di
accorrenti e di allievi la sua _sala di scherma_. Se _malesuada_,
secondo il poeta latino, è la fame, più mal consigliero ancora è il
vizio che non ha più mezzi di soddisfare le sue accanite ed empie
voglie: un dì Michele e lo suocero furono implicati in un certo processo
di truffa, ed andarono tuttidue a far conoscenza la prima volta col pane
di prigione. Furono condannati a più anni di carcere: il padre d'Eugenia
dopo non molto tempo ci morì; lo sciagurato di lei marito fu onninamente
perduto, perchè colà strinse conoscenza e lega coi più scellerati fra i
delinquenti, primo dei quali quel _Graffigna_ che, conosciuto ben tosto
il giunto della corazza in quel robusto colosso, seppe colla sua felina
accortezza insinuarvisi nell'animo e governarlo a suo talento.

La povera moglie di Michele rimase adunque sola, senza mezzi di fortuna,
con una salute resa cagionevole dai sofferti affanni, coll'onta d'avere
padre e marito colpevoli, e per maggior sventura portando nel seno un
frutto del materiale amore di Michele. Gli era in queste condizioni che
l'aveva lasciata la Modestina, quando insieme colla padroncina erasi
fuggita per alla volta di Milano. Siccome Eugenia erasi venuta
raccomandando più volte alla cognata, e questa non poteva a meno che
sentire alcuna pietà per lo stato veramente compassionevole in cui
quell'infelice era ridotta, trattandosi poscia di avere qualcheduna a
compagna nelle cure da prestarsi alla marchesina Aurora, la sorella di
Michele propose e riuscì a fare aggradire da Padre Bonaventura e da
Nariccia che a questo ufficio fosse chiamata Eugenia, della segretezza
della quale essa si rendeva compiutamente garante. Aveva inoltre la
Modestina in codesto un'altra idea ed un'altra speranza: ed era che
Eugenia essendo per diventar madre ancor essa, quantunque la liberazione
di lei dovesse venire qualche mese dopo quella di Aurora, potesse
tuttavia combinarsi che la medesima diventasse poi nutrice, custode ed
allevatrice del figliuolo della marchesina, la qual cosa
all'immaginativa non infeconda della Modestina si presentava come
sorgente e cagione di prosperità e di vantaggi, non che per sua cognata,
ma eziandio per sè.

Padre Bonaventura, incaricato di arruolare a quella piccola schiera
l'Eugenia, di darle le sue istruzioni e di condurla seco, riuscì
compiutamente nella sua missione; e come già dissi, Aurora ebbe quindi
delle cure veramente amorevoli, poichè l'anima pietosa della nuova
attendente a' suoi bisogni non tardò a porre in lei e nelle sue
condizioni il maggior interesse possibile ed un verace, sincero affetto.

Venne finalmente il giorno fatale. Aurora diede alla luce un bambino, di
cui, fino da quel primo stadio di vita, non potevano essere più dilicate
le forme, nè più avvenente l'aspetto. Nel trasporto ineffabile di quella
divina gioia della maternità, la misera dimenticò tutti i suoi passati
dolori, tutto il buio dell'avvenire che le si minacciava. Coprì quella
piccola, bellissima creaturina di baci e di lacrime, in cui si stemperò
la infinita tenerezza dell'anima sua; le parve fosse ricomparsa in
quelle deboli forme di neonato per accompagnarla ancora nella vita,
l'anima amorosa di quell'uomo che essa aveva supremamente amato: tutto
il suo mondo, l'esistenza, ogni affetto sentì concentrati per sempre in
quel debole bambinello, che già pareva sorriderle. Si ricordò di botto
del voto tante volte manifestato dal suo sposo, che il nascituro, se
maschio, portasse il medesimo nome di lui; volle che presso al suo letto
senza ritardo Padre Bonaventura battezzasse il neonato e gl'imponesse
tosto quel nome adorato: Maurilio; dopo tanti e tanti giorni di spasimi,
di affanni, di atrocissimi tormenti, la misera sentì finalmente un
istante di celestiale beatitudine quando, stringendosi al suo seno suo
figlio, cadde in un lieve sopore, di cui sentiva il riposo, e nel quale
pure si sentiva vivere, e sentiva fra le sue braccia il dolce carco del
figlio, sopore di cui non è descrivibile, appena immaginabile, se non da
una madre, la profonda dolcezza.

E intanto l'intendente di suo padre ed il gesuita pensavano a darle un
nuovo e massimo dolore, congiuravano per decidere il come toglierle quel
bambino condannato all'obblio, alla miseria morale e materiale del
trovatello, dall'odio implacabile di colui che era pure suo avolo.

Ben sapevano che farla acconsentire a separarsi dal suo figliuolo era
cosa impossibile; erano più che certi, quand'ella avesse avuto sentore
dello scellerato loro disegno, che Aurora avrebbe difeso il bambino
colla forza indomabile di quell'amore materno che non ha pari sulla
terra; decisero pertanto ricorrere all'astuzia, e levarle di letto il
piccino quando la fosse addormentata.

Vedete meraviglia di quel sovrumano affetto di madre! Mentre i due
tristi nella camera vicina complottavano a bassa voce, proprio come si
fa per combinare un delitto, Aurora dormiva chetamente nel più soave de'
riposi che si possa gustar mai: pareva dunque affatto propizio quel
momento medesimo ad eseguire l'empio rapimento, e i due malvagi non
vollero perder tempo; entrarono dunque con infinita precauzione in
quella stanza dove presso il letto della dormiente stavano sedute le due
cognate Modestina ed Eugenia. Ma non avevano appena varcata quella
soglia con passo guardingo, che la puerpera si svegliava in sussulto e
fissava su di loro uno sguardo inquieto, scrutatore, sospettoso,
sgomento. Un inesplicabile istinto l'aveva di subito riscossa ed
ammonita del pericolo; strinse fra le braccia il neonato e chiese a que'
due con accento in cui c'era alquanto dell'orgogliosa supremazia della
famiglia Baldissero:

— Che cosa vogliono? Perchè entrano nella mia camera senza farsi
annunziare mentr'io riposo?

L'imbarazzo ch'ella scorse sul volto dell'uno e dell'altro, accrebbe i
suoi sospetti. Nariccia si confuse in umili proteste e domande di
perdono; il frate parlò dell'interesse che aveva per la salute temporale
e spirituale di lei e dei debiti del suo ministero che lo chiamavano
intorno a chi soffrisse sì dell'anima che del corpo. Aurora giurò a se
stessa che non avrebbe smesso nè dì nè notte della più attenta vigilanza
sul suo bambino.

Rimasti un poco, Nariccia tolse licenza pel primo e passando innanzi
alla Modestina le fece un piccol cenno che le comandava lo seguisse
nelle altre stanze; la cameriera comprese e si affrettò ad obbedire;
dopo alcuni minuti anche fra Bonaventura s'alzò e partì. Aurora, per una
affatto nuova finezza d'intuizione e d'indovinamento, comprese press'a
poco ciò che si voleva: si rivolse con accalorato accento all'Eugenia
che era rimasta sola:

— Tu, le disse, mostri all'aspetto di avere un'anima bella e pietosa;
stai per diventar madre tu pure e proverai, e già senti per certo che
stretto, indissolubil legame ci avvince alla creatura delle nostre
viscere; per la pietà che l'ispirano i casi miei, per l'amor di Dio, per
quell'essere che avrà vita da te, Eugenia, ti scongiuro, tu non
tradirmi, tu non unirti a chi vuole i miei danni, tu aiutami a difender
me e mio figlio dalle insidie altrui.

La povera donna aveva gli occhi e la voce pieni di pianto. Eugenia
commossa promise tutto ciò che volle l'inferma.

— Vogliono disgiungermi da mio figlio, continuava quest'essa, lo sento,
lo so. Mio figlio che è l'unico bene che mi rimane!

Prese il bambino, lo sollevò all'altezza della sua faccia e lo baciò con
passione.

— Povero piccino! Nato appena, hai già nemici così accaniti che ti
vogliono togliere tutta la ventura che ti ha concesso Iddio, l'amor di
tua madre. Eugenia, se tu vuoi che la Provvidenza conceda fortuna a tuo
figlio, sta dalla mia parte e concorri meco a salvarmelo.... Dio!
Puniscimi de' miei falli nella più crudel guisa che tu vuoi, ma non in
questa, non togliendomi questo povero innocente. Lo raccomando alla tua
pietà, Vergine Santa, che conoscesti l'amore di madre; mi raccomando
anche a te, anima di mia madre, che non devi volere tanto strazio della
tua figliuola.

Un'idea le venne, quasi un'ispirazione, staccò dal capoletto il rosario
d'agata di sua madre, cui aveva portato seco e lo passò al collo del
neonato, come volendo porlo con ciò sotto l'immediata protezione di
quell'anima benedetta.

— Questo rosario, soggiunse, ti sia, o Maurilio, come un sacrosanto
talismano. Tu non avrai a lasciarlo più nella tua vita.... Ricordatene
anche tu, Eugenia, e s'io morissi, lo dirai tu a mio figlio: «quella è
la memoria di tua madre, serbala cara come un pegno dell'amor suo.»

In questo frattempo, nella camera vicina Nariccia e Padre Bonaventura
riuscivano senza troppi sforzi, colla promessa d'una somma in di più di
quelle già stipulate, a trarre complice al loro proposito la Modestina.
Bene pareva dapprima a costei troppo crudel cosa quella che le veniva
proposta a danno della sua padrona; ella aveva sì immaginato che quel
figliuolo d'un matrimonio odiato e disprezzato dal marchese sarebbe
tenuto lontano dalla nobile famiglia ed aveva anzi contato che ella
stessa potrebbe fare dei buoni guadagni in proposito, dando come nutrice
al bambino l'Eugenia che fra pochi mesi sarebbe stata madre ancor essa e
facendosi accettare lei medesima come allevatrice e custode di esso: mai
più non avrebbe creduto che quell'innocente bambino fosse gettato fra i
trovatelli e che essa a codesto avesse da por mano; ma quella certa
somma che ho detto vinse ogni scrupolo.

La sorte volle favorire essa medesima gli empi disegni orditi a danno
del figliuolo di Valpetrosa: una violentissima febbre sopravvenuta ad
Aurora, pose e tenne in grave pericolo parecchi giorni la vita di lei e
la trasse per una settimana affatto fuor di senno. Nariccia pensò
opportunissima l'occasione di fare sparire il bambino. Modestina essa
medesima lo prese dal letto della madre assalita dal delirio; ma
Eugenia, che aveva data pochi giorni prima alla infelice madre la
promessa che noi sappiamo, tentò con ogni suo mezzo opporsi all'iniquo
ratto. Ebbe essa tutti contro di sè, anche la cognata, e finì per cedere
più che all'autorità di Padre Bonaventura, che impiegò tutti i mezzi
della sua eloquenza gesuitica a persuaderla, alla promessa d'una somma
che le assicurava un boccone di pane per quel tempo in cui la nascita e
le prime cure da darsi a quella creatura ch'ella portava nel suo seno le
avrebbero impedito di poter lavorare tanto da guadagnarsene.

Nariccia avrebbe egli medesimo recato seco l'infante e dispostone a suo
grado, senza che nessun degli altri complici sapesse il come. Eugenia
pregò che almanco al collo del bambino si lasciasse il rosario che la
madre gli aveva messo, come vedemmo, e che alcun altro segno gli si
ponesse per cui poterlo riconoscere poi in quell'ospizio od in
quell'altro luogo qualunque in cui l'infelice venisse abbandonato.
Modestina entrò facilmente nelle ragioni della cognata; una specie di
sentimento superstizioso la persuase che s'ella a quel misero, cui
concorreva a rigettar dal seno della famiglia, dèsse alcun mezzo per cui
gli fosse possibile poi il rinvenire ancora questa famiglia medesima,
diminuirebbe la gravità del suo fallo; pose in un sacchetto fatto
appositamente il rosario d'agata, un bottone di livrea che aveva
appartenuto a suo marito, domestico un tempo della casa de Meyrand, ed
un biglietto, che scrisse ella medesima, per dire a coloro, chiunque si
fossero, nelle cui mani capitasse il neonato, qual nome fosse il suo e
per raccomandarlo alla loro pietà, e quel sacchetto unì alle fascie onde
il bambino era avvolto. Nariccia lo prese con sè tal quale una notte e
partissi solo con esso in un legnetto che guidava egli stesso, senza che
alcuno mai sapesse a qual parte si dirigesse. Stette assente parecchi
giorni e poi tornò presso di Aurora; ma il giorno prima erasi egli
presentato al marchese padre ed avevagli detto:

— Tutto è aggiustato.

— Aurora? Aveva domandato il marchese fissando lo sguardo interrogativo
sul suo intendente.

— Le nacque un figliuolo.

— E?...

— E questi è sparito.

— Morto?

— No: ma finchè Ella vorrà sarà come se sia tale.

— Lo vorrò sempre: disse con voce secca il marchese.

Nariccia s'inchinò.

— E sarà secondo il suo volere.

— Voi sapete dove egli si trova?

L'intendente fece un cenno affermativo.

— E se voleste rinvenirlo ancora, lo potreste?

— Signor sì.

— Gli avete lasciati mezzi di riconoscerlo?

— Glie li ho lasciati.

— Ed alcun altro li conosce?

— Signor no. Fuori di me nessuno potrebbe riaverlo.

— Sarà il meglio che questo modo lo dimentichiate anche voi.

Nariccia tornò ad inchinarsi senza rispondere.

Il marchese si alzò, prese da uno stipo un forte sacchetto di denari e
lo pose in mano all'intendente.

— Eccovi trenta mila lire: disse: ne darete venti mila a quell'ospizio
che voi sapete perchè sieno conservate a quell'esposto consegnato nel
giorno e nell'ora e coi connotati che voi indicherete: il resto vi
risarcirà delle spese che avete dovuto incontrare in quest'occasione.

Nariccia prese i denari, s'inchinò profondamente ed uscì senza
aggiungere parola. Nessuno degli ospizi di trovatelli che esistevano
allora in Italia ebbe pure un soldo di quella somma. Che cosa il
trist'uomo avesse poi fatto del figliuolo di quel Valpetrosa che tanto
si era in lui affidato, non è ancora giunto il momento di saperlo, ma lo
apprenderemo poi.

Dopo quel colloquio col marchese padre, l'intendente ripartiva per la
Lombardia e giungeva nella riposta casa dove era ricoverata Aurora,
trovandola ancora nel medesimo stato di delirante e nel medesimo pencolo
di vita. Ma pure quell'infelice donna (e fu questa per lei una
ventura?), contro ogni previsione, potè resistere a quel male e
vincerlo. Un bel dì la si svegliò come da un lungo sonno, colla mente
intorpidita, rotta tutta la persona, confuse tutte le sensazioni, ma
presente la volontà, riviva la coscienza, tornata la memoria. Non si
poteva movere, ma fece uno sforzo per cui riuscì a staccare da sè la
mano e tenderla nel letto a sè vicino al luogo dove stava suo figlio;
non trovò nulla; radunò ogni suo vigore per volger la testa e con grande
stento lo potè fare; non vide nulla. Volle mandare un grido e fece un
sobbalzo nel letto per levarsi a sedere: ricadde sui guanciali e la voce
le spirò come un gemito di dolore sulle labbra. Modestina che era in
quel tempo sola nella camera le fu accosto sollecitamente.

— Che ha, signora marchesa? disse ella; e vedendo lo sguardo
intelligente con cui la padrona la fissava, soggiunse: Dio sia lodato!
Ella è pur finalmente tornata in sè.

Aurora diceva mille cose col suo sguardo acceso; ma le labbra non
poterono che sommessamente balbettare:

— Mio figlio?

Era stato deciso che alla infelice madre, se e quando risensasse, si
sarebbe detto che il bambino, durante il terribile periodo trascorso
della infermità di lei, era morto; ma ora, vedendone tanto spasimo,
giudicando che tal novella sarebbe stato un precipitarla di nuovo in
quello stato da cui appena era venuta fuori, sarebbe anzi molto più
facilmente un ucciderla addirittura, Modestina non ebbe il coraggio di
darle un colpo così crudele. Rispose adunque esitando che il piccino si
era dovuto per forza allontanarlo per dargliene una nutrice, ma che
Aurora intanto non istesso in pena per lui, al quale in ogni modo era
accuratamente provvisto.

L'inferma trovò per prima cosa che si sarebbe dovuto far venire questa
nutrice presso di lei, piuttosto che allontanare da lei il figliuolo;
volle sapere se il luogo dove egli era a balia fosse lontano, se lo si
sarebbe potuto aver di frequente colà dove essa giaceva inferma, che già
star lungo tempo senza vederlo, non la voleva a niun patto; se la
famiglia presso cui s'era allogato il bambino fosse tale da ispirare
tranquillità e fiducia per le cure che si avessero di lui: alle quali
cose tutte, Modestina, non preparata, rispose impacciatamente e con
affatto nessuna soddisfazione di Aurora.

Ed era già costei piena di dubbi parecchi e di ansie indefinite, quando
sopravvenne Padre Bonaventura, al quale con più ardore, con più
sollecita insistenza ella rivolse le interrogazioni medesime.

Il gesuita sedette presso al letto dell'inferma, cogli occhi bassi, le
mani incrociate sul ventre, la mossa d'uomo in sè raccolto, scambiò due
o tre occhiate colla Modestina che gli ammiccava di soppiatto per
significargli come la pietà le avesse consigliato di parlare alla
padrona un po' diversamente da quel che era stato inteso fra di loro, e
quando Aurora ebbe finito le sue domande e stava attendendo ansiosamente
risposta, il frate diede alle sue sembianze l'espressione d'un intimo,
profondo cordoglio, d'un rassegnato dolore, mandò un sospiro, levò gli
occhi al cielo, e tutto compunto incominciò un sermoncino di melliflua
rettorica per esporre che questa terra è una valle di lagrime, che Dio
non vuole si metta nella creatura tutto il nostro affetto, che dobbiamo
prepararci alle grandi prove e sostenerle con fermo animo, quando le ci
arrivano, eccetera, eccetera.

La povera madre che aveva notalo l'impaccio della cameriera, gli sguardi
scambiati fra costei ed il gesuita, interruppe ad un punto quella
predica con un grido straziante che partiva dal profondo dell'anima.

— Gran Dio! Mio figlio non è più!

Le rispose troppo eloquentemente il silenzio della cameriera e di Padre
Bonaventura. L'infelice arrovesciò il capo sui guanciali, divenne più
pallida che un cadavere, chiuse gli occhi e mandò un fievol gemito: era
svenuta.

— Misericordia! esclamò la Modestina: ella è morta.

Il gesuita si curvò sulla giacente ad esaminarne l'aspetto, e le pose
una mano sul cuore.

— No, diss'egli; la Provvidenza non le vuole far questa grazia.

Si dovette ricominciare la lotta colla morte, ed anco questa volta
vinsero la gioventù e la natura.

Ma una persona era intorno all'inferma che aveva di lei la massima pietà
e sentiva nel cuore un cocente rimorso dei fatti suoi: la povera
Eugenia. Ella si diceva di aver empiamente mancato alla solenne promessa
da lei data ad Aurora di fare ogni possibil cosa affine di salvarle il
figliuolo; degli spasimi che soffriva la madre orbata ella accusava sè
stessa che se avesse mantenuto fede, avrebbe potuto conservarle allato
il bambino. Qual modo avrebbe potuto avere per ciò non sapeva bene; ed
anzi talvolta per iscusarsi innanzi a sè stessa dicevasi che nessuno
affatto era in poter suo e lo avesse anche tentato, ella ad altro non
sarebbe riuscita che a farsi cacciare di colà; ma pur tuttavia non
poteva tranquillare la sua coscienza. Non aveva ella accettato un
compenso pel suo silenzio? Lo aveva fatto per suo figlio: ma doveva ella
per un vantaggio al suo sacrificare il figliuolo della donna che in lei
s'era affidata? Un pauroso presentimento, allora invadeva il suo animo.
Codesto le avrebbe recato disgrazia; Dio ne l'avrebbe punita, dicevasi;
ma purchè non la volesse punir poi nel figliuol suo! Raccapricciava a
questo pensiero. Se la sorte l'avesse voluta colpir poi colla pena del
taglione? Se anco a lei una mano crudele venisse a rapir poi quel frutto
delle sue viscere che già amava cotanto? Sentiva allora che togliere un
figlio a sua madre era il più iniquo delitto che si potesse compire: ed
ella di questo infame delitto s'era fatta complice! Infelice! I suoi
paurosi presentimenti dovevano aver ragione; ed ella stessa un anno dopo
doveva provare, prima di morire, lo spasimo atroce di vedersi rapito il
figliuolo.

Codesto faceva che amorosissime, incessanti, piene d'uno zelo
impareggiabile fossero le cure che Eugenia prodigava all'inferma.
Avrebbe dato tutto di sè per restituirle la salute e il figliuolo; la
sua vita non fosse stata necessaria per un altro essere, avrebbe offerta
anche quella in benefizio d'Aurora.

A questa intanto ritornando a poco a poco la salute e la possibilità,
non certo la voglia di vivere, era più forte rinato il desiderio di
conoscere ogni particolarità della morte del suo bambino. Voleva le si
dicesse ogni menoma cosa che riguardasse quel luttuoso avvenimento;
domandava dove fosse stato il corpicciuolo sepolto, voleva che colà
sorgesse un modesto tumulo a segnarne il luogo che sarebbe stato in
avvenire meta a frequenti e pietosi di lei pellegrinaggi, moveva
un'infinità di interrogazioni che mettevano in imbarazzo le due donne e
sopratutto l'Eugenia, alla quale sentendo per lei più simpatia, Aurora
volgeva con più amorevole insistenza, con più pressante supplicazione le
sue domande.

Eugenia non sapeva mentire. Oltre ciò, col pensare e ripensare a quel
crudele atto a cui ella aveva partecipato in danno della povera Aurora,
aveva finito per giungere alla conclusione che il male cagionato non era
irrimediabile; ella sapeva quali contrassegni fossero stati posti al
bambino, mercè cui poterlo riconoscere; svelando tutta la verità alla
giovane madre, questa poteva ottenere da Nariccia le dicesse il luogo
dove il fanciullo era stato abbandonato e, per via di que' certi indizi,
riaverlo: stava adunque discutendo seco stessa intorno all'opportunità
di tutto rivelare ad Aurora. Questa, da parte sua, guidata da una specie
di segreto istinto, aveva maturamente riflettuto seco stessa
sull'imbarazzo, sulle incertezze, sulle contraddizioni che aveva dovuto
notare nelle risposte fatte alle sue domande intorno la morte del
bambino, ed una vaga, inesplicabile speranza le era nata in cuore che la
si fosse voluta ingannare, che il suo figliuolo non fosse morto. Le
pareva impossibile che ella potesse rimanere ancora sulla terra quando
ne fossero partiti lo sposo ed anco il bambino; Dio avrebbe avuto tanta
pietà almeno da farla morire, lei pure; se la aveva conservata malgrado
tutto a questa vita, gli era dunque ch'ella ci aveva da fare ancora
qualche cosa, e qual altro dovere poteva incomberle oramai fuor quello
di madre?

Da queste mutue disposizioni dei loro animi avvenne che una volta
finalmente che Aurora ed Eugenia eran rimaste sole, si fu molto presso a
venir fuori la verità. La figliuola del marchese aveva riprese le sue
dimande e le ripeteva con maggiori l'insistenza e la pressa; la cognata
di Modestina rispondeva più impacciata che mai. Aurora la guardava con
occhi penetranti che parea le volessero leggere nell'anima, e nella sua
voce si mise a palpitare, per così dire, un'emozione che era l'effetto
di un'incantevole speranza.

Ad un punto ella afferrò vivamente la mano della giovane, che teneva gli
occhi bassi ed era presa ancor essa da un notevolissimo turbamento.

— Eugenia, le disse con ineffabile passione, oh! ditemi il vero voi, oh
non vogliate ingannarmi voi pure!... È un sogno illusore che nacque
nella mia fantasia? è la voce del cielo che mi parla segretamente
all'anima? Una folle speranza mi è entrata in cuore.... Io non sono
tanto infelice come mi si vorrebbe far credere.... Mio figlio non è
compiutamente perduto per me, come sarebbe se lo possedesse la tomba....

La cognata di Modestina non ci resse; sollevò i suoi occhi in cui in
mezzo alle lagrime di commozione brillava la gioia di poter dare a
quell'afflita madre un conforto: con una famigliarità che non s'era mai
permesso e che ora pareva concederle la solennità del momento, ella
afferrò le mani della marchesina e le strinse forte.

Aurora indovinò la buona risposta che stava per uscire dalle labbra
tremolanti di quella donna; gittò un grido di giubilo e disse
affannosamente:

— Ah! Mio figlio vive?

Eugenia non aveva che un monosillabo da pronunciare per dar la risposta;
ma non lo potè profferire. Suonarono ad impedirglielo un passo e poi
tosto una voce d'uomo.

— Ritiratevi Eugenia: disse questa voce: debbo parlare alla signora
marchesa.

Le due donne si volsero in sussulto, Aurora contrariata, Eugenia
esterrefatta; era loro dinanzi la faccia scialba, falsa ed antipatica di
messer Nariccia.

— Che mi volete? domandò asciuttamente Aurora, appena Eugenia fu uscita
della stanza.

— Esporle gli ordini che ho ricevuti or ora da S. E. il marchese suo
padre.

— Quali sono?

— S. E., stomacata delle gazzarre rivoluzionarie che succedono in
Piemonte, se n'è partito e trovasi a Modena: mi ordina di andarvelo a
raggiungere.

— Ed io?

— Ella sarà condotta in pari tempo da Padre Bonaventura a quel monastero
che egli medesimo ha scelto.

Aurora si drizzò in piedi con vivacità.

— Io! Ad un monastero!

— Il marchese lo ha ordinato.

— Mostratemi la sua lettera.

— Eccola.

La giovane la lesse, e poi rimase un poco immobile, assorta in profonda
riflessione. Che cosa doveva ella fare? e che cosa avrebbe potuto se non
obbedire? Curvò la testa e disse con voce appena intelligibile:

— Sta bene: farò quel che vuole mio padre. Nariccia si dispose ad uscire
senz'altro: ma quando fu alla soglia, colla mano già sulla gruccia della
serratura, Aurora si riscosse e fece vivamente alcuni passi verso di
lui.

— Udite: diss'ella con accento quasi di supplicazione.

L'intendente si fermò e stette in attitudine di chi aspetta gli ordini
d'un suo superiore. La marchesina gli parlò con tutta la più soave
dolcezza della sua voce.

— Voi non avete alcuna ragione di volere il mio male. Che cosa vi ho io
fatto perchè abbiate da essermi nemico?

— Io sono il più fedele de' suoi servitori: rispose Nariccia colla sua
più ipocrita sembianza.

— Ho una voce in cuore che mi dice mio figlio non essere morto.... Ah!
io avrei per voi la maggiore riconoscenza del mondo, se voi foste così
pietoso da restituirmelo.

Nariccia alzò dalla punta de' suoi scarponi lo sguardo de' suoi occhi
birci, e lo fece guizzare un momento sulla faccia d'Aurora.

— Suo figlio? diss'egli poi colla voce flebile di chi con pena si decide
a parlare di cosa altrui dolorosa. Perchè la vuole tornar sempre su
questo per lei crudelissimo argomento? Oh! se io potessi
restituirglielo! Che cosa non farei per ciò? Ma la terra non rende più
la sua preda.

Aurora, dimentica un momento di quel suo riserbo di maniere con cui
aveva sempre trattato Nariccia, lo prese ad un braccio e glie lo strinse
forte.

— Mi giurate voi che il mio bambino è morto davvero? Me lo giurate
sull'anima vostra?

Nariccia, che conosceva perfettamente la teoria gesuitica delle
restrizioni mentali, rispose senza punto esitare:

— Glie lo giuro.

La giovane lasciò andare il braccio di lui, e le mani le caddero
abbandonatamente lungo il corpo con desolata rassegnazione.

— Partirò quando si voglia: diss'ella dopo un poco, facendo un atto che
indicava preferire a quel momento rimaner sola, e Nariccia s'affrettò a
levarsi dalla presenza di lei.

— Che cosa avete detto? Domandò l'intendente con feroce cipiglio ad
Eugenia, avutala sola tosto dopo quel colloquio con Aurora. Che cosa
avete lasciato capire alla marchesina?

Eugenia, allibita, non seppe che cosa rispondere.

— Traditrice: riprese più niquitoso che mai il tristo. Voi ora, tosto,
senza un minuto d'indugio, prendete le vostre robe ed uscite di questa
casa.

La misera, senza il menomo cenno di resistenza, si dispose ad obbedire.
Avrebbe voluto vedere ancora la padrona cui stava per abbandonare per
sempre, ma non le fu concesso. Nariccia per punirnela avrebbe anche
voluto privarla affatto di quella somma che le era stata promessa per
comprarne il complice silenzio, ma in ciò Modestina si intromise
efficacemente, ed aiutata da Padre Bonaventura ottenne che ciò nulla
meno Eugenia non fusse priva del pattuito compenso. Usci essa di quella
casa nè le si diminuì il rimorso del suo passivo concorso a quell'empio
delitto che ogni giorno le sembrava maggiore, di avere derubato ad una
madre il figliuolo; e molte volte anco di poi fu sul punto di rinviare a
chi l'aveva pagata i mal guadagnati denari, per riprendere il diritto di
dar compiutamente ascolto alla sua coscienza e rivelar tutta la verità
in una lettera alla marchesina Aurora.

Ma com'avrebb'ella fatto poscia per vivere? Tornare a Torino le
ripugnava profondamente: preferiva rimanere dove non si sapesse che suo
padre e suo marito erano condannati in carcere per truffa; pose la sua
dimora a Milano e cercò lavoro per guadagnarsi la vita. Presto conobbe
che non era così facile il trovare questo lavoro, principalmente a lei
nello stato di gravidanza inoltrata in cui si trovava. Se non avesse
avuto la somma pagatale da Nariccia avrebbe dovuto morire di fame essa
stessa, altro che poter bastare alle provviste necessarie pel nascituro,
ai bisogni di quest'esso quando fosse venuto al mondo. Ritenne con pena
il male acquistato denaro e si tacque.

Aurora frattanto era stata condotta al monastero scelto da Padre
Bonaventura. Aveva ella domandato di Eugenia e meravigliatasi assai
dell'improvvisa di lei sparizione, ed erale stato risposto da tutti
d'accordo che, venuta prima che si credesse a maturanza la gestazione di
lei, aveva essa dovuto allontanarsi sollecitamente per disporsi al parto
che in quella casa non si doveva, nè si voleva avesse luogo. La
spiegazione era affatto naturale, ma tuttavia sembrava ad Aurora che un
momento avrebbe pur potuto averlo Eugenia a venirle dare il saluto
d'addio, e un intimo sospetto ch'ella si guardò bene dal manifestare ad
alcuno, l'avvertiva che par null'altro erasi impedito fra lei e quella
donna un ultimo colloquio che pel timore si ripigliasse fra loro quel
discorso cui la venuta di Nariccia aveva in sì mal punto interrotto. La
speranza convien dire che sia un'edera tenace e vivacissima quando
s'attacca al cuore d'una madre e per poco favorevoli che trovi le
circostanze pur vive, poichè un vago sentimento di essa, una specie di
lusinga continuò ad esistere nel fondo dell'anima di Aurora, cui ella
nascose quasi come un tesoro che temesse le venisse rapito, e ad
appurare la verità del quale sentimento ella si riprometteva di
impiegare ogni mezzo che le si presentasse ed appena potesse.

Modestina Luponi, pagata de' suoi servigi, fu congedata colle più serie
minaccie s'ella parlasse, e fra Bonaventura e Nariccia s'incaricarono di
vegliare sul suo silenzio. Ella, datasi in preda alla più sregolata
vita, non istette gran tempo che cadde nella miseria, vide, come udimmo
da lei medesima narrato, volgere a male sua figlia, e visse finalmente
di elemosine col raccattato nipotino di cui traeva, come sappiamo,
profitto, elemosine alle quali concorreva dapprima la famiglia
Baldissero e poi, quando l'attuale marchese, stomacato di lei, proibì la
si lasciasse ancora entrare nel suo palazzo, che la aiutava a guadagnare
Padre Bonaventura, rimasto sempre con lei in abbastanza intime
attinenze.

Aurora stette un anno circa nel monastero. Passato questo tempo, suo
fratello tornò di Spagna. La sua anima buona e generosa era tormentata
dal rimorso di tutto il male che aveva fatto a quella sorella, cui aveva
amato ed amava tuttavia pur tanto. Si adoperò presso il padre affinchè
Aurora fosse ripresa come prima in famiglia, posto compiutamente in
oblio, come se non fosse avvenuto mai, tutto il passato. Ma il marchese
padre disse che non altrimenti sua figlia avrebbe potuto degnamente
tornare e non sarebbe tornata alla società che al braccio d'uno sposo,
il quale coll'onorevolezza del suo nome coprisse tutto il disdoro
dell'episodio trascorso; Aurora da canto suo si mostrò riluttante ad
ogni modo a entrare di bel nuovo nel seno della famiglia, in quel luogo
pieno di memorie ora tanto dolorose per lei, in mezzo a persone che
avevano cagionato la sua irrimediabile sventura. Si rifiutò ella persino
a tutta prima a rivedere suo fratello che supplicava caldamente di
poterle andare a chieder perdono; e acconsentì finalmente a riceverlo,
perchè un nuovo disegno era nato in lei, attinente sempre a quella
incerta, irragionevole speranza che pur durava nel suo cuore.

Con qual animo si trovassero a fronte dopo tanto tempo e dopo le cose
intravvenute, fratello e sorella, è più facile immaginare che
descrivere. Il cuore palpitava ad entrambi, a lui di tenerezza soltanto;
a lei parte di commozione nel trovarsi a fronte il compagno della sua
infanzia, l'amico più caro della sua giovinezza, parte d'odio nel
pensare che quello era pur l'uccisore del suo Maurilio.

I primi minuti del colloquio furono penosamente impacciati. Fu Aurora
medesima che dominata dal concepito disegno, diede per prima più animata
andatura al discorso. Disse al fratello le sue vaghe speranze, aggiunse
che allora avrebbe perdonato a chi le aveva tolto il marito, quando egli
le avesse restituito il figliuolo. Il marchese non potè a meno che
trovare destituiti d'ogni buon fondamento quei dubbi onde si lusingava
l'amore materno d'Aurora: ma pure promise a lei ed a se stesso che tutto
avrebbe fatto per venire in chiaro della verità e se la cosa era
possibile, egli ad ogni costo avrebbe ritornato fra le braccia della
misera madre il bambino.

Per saper qualche cosa in proposito non gli si presentava che un mezzo:
quello d'interrogare la persona che da suo padre era stata incaricata di
accudire ad Aurora, l'intendente Nariccia; ed il marchese, benchè senza
la menoma credenza che i sospetti della sorella avessero ragione, si
recò da lui. Nariccia a quel tempo aveva già abbandonato il servizio
della casa di Baldissero e si era dato esclusivamente a quel bel
traffico d'usuraio che doveva gonfiare sino ai milioni la già rotonda
cifra dell'aver suo.

Non occorre dire come alle prime parole che il marchese figliuolo
diresse a quel tristo a tal riguardo, egli giurasse, e spergiurasse che
il bambino era morto per davvero, positivamente morto, e non c'era più
da discorrerne. Il fratello d'Aurora stava per partirsene, quando una
subita ispirazione suscitata in lui dal desiderio di non lasciar nulla
d'intentato per soddisfare all'assuntosi debito, lo fece arrestarsi e
ricorrere ad un argomento che, per la conoscenza cui già aveva del suo
interlocutore, sapeva potentissimo sull'animo di lui; promise che se mai
questo bambino non fosse morto e venisse ritrovato, si sarebbe disposti
a ricompensare chi lo recasse alla madre con una vistosa somma che si
lascierebbe fissare a quel fortunato medesimo a cui si dovrebbe il suo
rinvenimento.

Nariccia non fu tanto padrone di sè da non manifestare una certa
emozione onde fu sovraccolto, e il marchese che se ne accorse, cominciò
a sentire alquanto scossa la sua incredulità nei dubbi e nei
presentimenti della sorella. Ripetè le sue parole, insistette con
calore, fece ad ogni modo perchè quella emozione momentanea di Nariccia
si traducesse in qualche precisa parola, in qualche ulterior segno
soltanto onde un più sicuro concetto egli potesse farsi del fondamento o
della insussistenza di quella speranza; ma l'accorto impostore aveva
saputo metter tosto la maschera al suo volto impassibile e si rinchiuse
nelle precedenti negative espresse gli è vero con meno vigore di prima.
Il marchese uscì di colà coll'animo combattuto; stette parecchi giorni
infra due e si decise finalmente ad un grande ed audacissimo passo:
quello di aprirsene a suo padre.



CAPITOLO IV.


Nel marchese padre, da qualche tempo veniva declinando assai la salute,
ed avreste detto sfuggirgli a poco a poco la vita. Il suo carattere,
divenuto taciturno e melanconico, era pur tuttavia rimasto fiero ed
orgoglioso del pari. Usciva di rado fuor del palazzo, spessi giorni non
abbandonava il suo appartamento, di frequente non discendeva manco di
letto: non si lamentava mai di nessun male, non faceva nulla, non voleva
medico intorno a sè, amava rimaner solo, passavano dei giorni intieri
senza ch'ei disserrasse le labbra a dir pure una parola. Chi avesse
conosciuto l'intima storia degli ultimi anni passati, avrebbe potuto
dire che un interno rimorso con travaglio continuo ne consumava
l'esistenza, se il suo aspetto, l'espressione della sua fisionomia non
avessero fatto troppo aperto contrasto a tale supposizione. In lui non
c'era nulla dell'uomo che si pente o soltanto rimpiange quel che ha
fatto: nè una parola, nè pur la fugace mostra d'una sensazione. Padre
Bonaventura che il più delle volte era solo ammesso alla presenza di
lui, ed al quale non si rifiutava mai l'ingresso e il marchese pareva
tenere aperto il più riposto sacrario dell'anima sua, non udì mai
parola, non sorprese mai atto nè cenno qualsiasi da cui altra cosa si
potesse indurre se non questa: che il marchese ciò che aveva fatto
sarebbe disposto a ripeterlo di tutto punto, dove ne fosse il caso.

Eppure egli veniva morendosi a poco a poco. Tutti lo scorgevano intorno
a lui, e lo scorgeva e mostrava saperlo egli pure. Quando gli si parlava
di cose avvenire, aveva un certo sorriso sulle sue labbra tirate che
mostrava com'egli non avesse più illusione di sorta sul suo destino.
L'orizzonte del suo futuro, nel pensiero come nelle parole, egli lo
limitava alla data di pochi mesi: allo scultore aveva dato egli stesso
la commissione del bassorilievo che nel sepolcro di famiglia avrebbe
segnato la sua fossa e fissatogli il tempo in cui avrebbe dovuto essere
compito; nelle mani del Re aveva rassegnato tutte le sue cariche di
Corte, e la solitudine di cui voleva essere circondato oramai era per
lui la preparazione a morire.

E che così fosse era persuaso quant'altri mai anche Nariccia. La morte
del marchese avrebbe potuto mutare le condizioni e le convenienze del
già intendente verso la famiglia, rapporto all'episodio doloroso che
riguardava la marchesina Aurora. Le parole del fratello di costei
aprirono allo scellerato un nuovo campo di speculazioni in proposito.
Certo egli era già che la povera madre avrebbe pagato vistosamente per
riavere il figliuolo creduto morto; ora le s'aggiungeva il fratello:
destramente maneggiandosi egli avrebbe potuto ricavare e dall'uno e
dall'altra i migliori guadagni del mondo, se la paura del vecchio
marchese non ne lo avesse ad ogni modo trattenuto. Ma questa paura
poteva dileguarsi: pochi mesi ancora, e chi la ispirava facilmente non
sarebbe stato più. Che cosa avrebb'egli ottenuto dai figliuoli suoi
quando egli si fosse presentato loro col bambino ricuperato, adducendo
incontrovertibili prove dell'identità del medesimo? E giustamente il
giorno dopo quello in cui era venuto da Nariccia il fratello d'Aurora a
fargliene le aperture che sappiamo, il marchese padre, assalito da nuova
debolezza, si sentiva nell'impossibilità di levarsi di letto e
confessava esser preso da una tale languidezza che gli pareva quasi
sciolto il legame che tiene l'anima incatenata al corpo. Alcuni giorni
passarono in cui quel malore venne via via crescendo; parve all'infermo
stesso fosse opportuno farsi amministrare i sacramenti onde la religione
conforta la morte dei cristiani, e fra' Bonaventura a cui glie ne disse,
pensò a tutt'altro che a dissentire.

Codesto spinse vieppiù Nariccia alla determinazione di adoprarsi in
guisa da potere, morto il marchese, presentare ad Aurora il bambino
fatto rivivere; vedremo più tardi come e che cosa egli facesse per ciò;
ma intanto si può dire fin d'ora che in breve tutto fu da lui immaginato
e preparato, perchè dopo la morte del vecchio marchese fossero
soddisfatti i voti e le speranze d'Aurora.

E di costei che cosa ne avveniva? La cresciuta infermità del padre e
l'avvicinatosi pericolo avevano consigliato al fratello d'Aurora di
tentare una riconciliazione fra il moribondo e la figliuola. Al primo
fece, per mezzo di fra' Bonaventura, inculcare la virtù del perdono,
alla seconda scrisse egli medesimo dicendo esser obbligo de' figli
innanzi all'agonia de' genitori obliar tutto e cancellar dall'animo
anche i più giusti risentimenti. Riuscì ad ottenere che il padre
consentisse ad accogliere la figliuola, e questa non si rifiutasse ad
entrare di nuovo nella casa paterna. Tra padre e figlia nel ritrovarsi
in presenza di nuovo dopo tali e tanti avvenimenti, non si scambiò una
parola d'affetto, nè un cenno pure qualsiasi che alludesse a quanto era
passato. Fu peggio che freddo il loro contegno: il dovere solo riuniva
ora quelle due persone fra esse, non più la menoma corrente di
benevolenza; nel contegno del vecchio, anzi, un'irritazione quasi un
accanimento d'ostilità, frenato, ma non punto sminuito da quello che
aveva voluto la morte di Valpetrosa e le lagrime amarissime d'Aurora.

Questa si pose a dare al padre tutte quelle cure che lo stato di lui
richiedeva, che il suo dovere di figlia imponevale; ma il vecchio mostrò
che quelle attenzioni e la presenza medesima di lei tornavangli
fastidiose, ed Aurora si tenne, per quanto le convenienze permettevano,
lontana dal letto e dalla camera paterna.

In questo stato di cose il marchese figliuolo ebbe l'infelicissima
ispirazione di credere che il vecchio padre non avrebbe voluto scendere
nella tomba senza riparare, quando ciò si potesse, al soverchio dolore
dato alla figliuola, alla barbara ingiustizia usata verso l'innocente di
lei creaturina, se pur era vero che il bambino vivo fosse stato
strappato alle braccia della madre, e condannato al disonore ed alle
miserie del trovatello. Aspettò un di in cui parve tornato qualche poco
più di forza all'infermo, e chiamando in aiuto tutto il coraggio ond'era
capace, entrò risolutamente nel discorso, e disse a suo padre dei
sospetti di Aurora, del passo ch'egli aveva fatto presso Nariccia,
dell'ambiguo contegno di costui onde ancor egli aveva sentito qualche
dubbio cui prima non avrebbe accolto mai, e finì colle più calde
suppliche e deprecazioni affinchè, se tanta crudeltà era stata veramente
commessa, non si tardasse oltre a rimediarvi, non volesse il malato
tenere sotto il peso di sì grave risponsabilità la sua vecchiaia. Il
marchese padre al discorso del figliuolo rimase in apparenza
perfettamente insensibile, da un vivo lampeggiar d'occhi all'infuori che
alle prime parole udite gli accese lo sguardo e poi tosto si spense.
Quando il fratello d'Aurora si fu taciuto, il vecchio volse verso di lui
un sogghigno ironico ed una faccia beffarda.

— E tu credi a codeste fandonie? diss'egli. Un diplomatico tuo pari, un
uomo d'ingegno, come ti ho sempre creduto!... Va, lasciami tranquillo, e
non venire altrimenti a turbare la mia quiete con simili fiabe.

Ma rimasto solo, il vecchio marchese fece venire a sè il suo servo di
confidenza e gli comandò senza indugio, andasse in cerca della Modestina
e glie la menasse il più sollecitamente possibile, facendola passare per
la segreta scaletta del palazzo e in ora tale che i figliuoli di lui non
potessero non che vederla, ma neppure avere il menomo sentore della sua
venuta. Fu egli prontamente obbedito, e poche ore dopo, quella che
doveva poi essere sopranominata la _Gattona_, trovavasi presso al letto
del vecchio marchese. Questo esigeva da lei gli raccontasse la verità,
ma proprio e tutta la verità di quello che era accaduto alla nascita di
quel bambino, cui egli aveva voluto e voleva per l'affatto smarrito; e
lo esigeva in quel modo con cui sapeva imporre a chiunque l'ubbidienza
ed a cui non c'era caso di resistere. Modestina disse tutto dal
principio alla fine; e il marchese ascoltò colla massima attenzione.

— Come segni di riconoscimento: disse il vecchio di poi, come per
confermare viemmeglio nella sua memoria la cosa; egli ha seco il rosario
d'agata della mia defunta, un bottone di livrea di vostro marito e la
carta scritta dalla vostra mano?

— Sì, signor marchese.

— Sta bene. Andate e non parlate con anima viva di quanto avete detto, e
sia per tutti, anco per voi, come se qui non foste oggi venuta, come se
questo colloquio non avesse avuto luogo mai.

Modestina giurò il più assoluto silenzio e se ne fu a' fatti suoi. Il
marchese meditò tutto quel giorno profondamente e non volle veder
nessuno nè della famiglia nè dei conoscenti tranne il fidatissimo suo
servitore. Alla sera diede a quest'esso il comando di andar a prendere e
condur seco al palazzo messer Nariccia. Con costui, del quale erasi
fatto ora mai un giusto concetto, per riuscire sicuramente nel suo
disegno, il vecchio marchese aveva pensato usare un inganno. Gli disse
che vedendosi avvicinare ogni di più il fine della sua vita, il rimorso
lo aveva assalito di aver tolto alla figliuola il suo bambino ed un gran
desiderio gli era nato di restituire a quella poveretta suo figlio,
parendogli che dopo ciò più tranquillamente avrebbe potuto avviarsi
verso la tomba; aver udito con molta soddisfazione che al bambino erano
stati posti certi contrassegni per cui riconoscerlo e poter riaverlo,
Nariccia saper egli dove questo bambino si trovasse, glie io dicesse
perchè si fosse in grado senza ritardo, di provvedere pel ricupero del
medesimo.

Nariccia, con tutta la sua accortezza, cadde compiutamente nella rete.
La cosa era troppo naturale perchè non si avesse da crederla, chi non
sapesse qual provvista d'odio avesse continuato a rammontarsi, invece
che diminuire, nell'anima fiera e crudele del marchese contro il morto
Valpetrosa e il rampollo del sangue di lui. Attonito che il marchese
sapesse così bene ogni particolare della cosa, l'ex-intendente non osò
negar nulla; ma quando il suo antico padrone volle svelasse il luogo
dove il bambino era stato posto, fu egli l'uomo più impacciato del
mondo, e per torsi d'imbarazzo fini per dire:

— A S. E. non importerà gran che il sapere ch'e' si trovi in questo o in
quell'ospizio, purchè la conclusione sia ch'Ella riabbia il bambino. Di
qualcheduno Ella avrà pur sempre bisogno il quale vada a prenderlo; chi
può far ciò meglio di me che conosco appuntino i contrassegni, e so il
giorno e l'ora precisi in cui venne il neonato deposto? Affidi dunque a
me siffatto còmpito, ed io fra quindici giorni le prometto di
presentarle il bimbo con tutti quegli oggetti che, come S. E. conosce,
ne stabiliscono l'identità.

Il marchese guardò ben fisso un istante il suo interlocutore, e poi
disse:

— Sia pure.... fra quindici giorni la cosa deve esser fatta, e conto
aver nelle mani il bambino ed i contrassegni.... Se ci mancate, guai a
voi!... Non comparitemi più dinanzi che per annunziarmi il giorno e il
momento in cui potrete farmi la consegna di quel che voglio. E di tutto
questo sopratutto, assoluto silenzio con mio figlio e con Aurora....
Siamo intesi!

Nariccia si curvò in un profondo inchino.

— Andate.

I quindici giorni non erano ancora trascorsi quando Nariccia introdotto
furtivamente presso il marchese dicevagli a bassa voce:

— Eccellenza ho nelle mie mani il bimbo.

Uno strano lampo passò negli occhi del vecchio, il quale, con impeto che
pareva indicare tornato in lui tutto il primitivo vigore, si levò a
sedere sul letto.

— Dove ce l'avete?

— A casa mia.

— Proprio desso?

— Signor sì.

— E i contrassegni?

— Ancora nel sacchetto che cucì e gli appese al collo l'Eugenia.

— Sta bene.

Successe un momento di silenzio.

— Ho da portarglielo qui io stesso quel bambino; domandò poscia
Nariccia: o che cosa ne debbo fare?

— Stassera, a mezzanotte, siate sveglio in casa vostra e pronto ad
accogliervi chi si presenterà. Verrà alcuno, a cui consegnerete ogni
cosa.

— Come si farà egli riconoscere per inviato da V. E.?

— Lo riconoscerete.

L'antico intendente non aggiunse più verbo.

Un anno o poco più era allora trascorso dalla morte di Maurilio; anche
allora si era in una fredda notte invernale come quella in cui vedemmo
cominciare il nostro racconto, e Nariccia, mentre battevano le dodici
ore al non lontano campanile della parrocchia, andava e veniva nella
fredda stanzuccia da lui abitata a quel tempo, fermandosi di quando in
quando innanzi ad una tavola sovra cui, avvolto in povere ma pulite
fascie, stava un bimbo di pochi mesi d'età, il quale dalla pallidezza
del piccolo viso, dagli occhi chiusi, dai guaiti di dolore che mandava
tratto tratto, pareva più presso a morire che non altro. L'antico
intendente non era per nulla contento dei fatti suoi, e volgendo lo
sguardo a quel fanciullo, i suoi occhi avevano un'espressione di
rincrescimento, di dispetto, di disappunto che impossibile il
descriverla. Dalla presenza di lui, Nariccia aveva sperato un momento
nuovi guadagni, maggiori di quelli che glie ne avrebbe dati il vecchio
marchese il quale non aveva promesso nulla. Dalla marchesina Aurora e da
suo fratello avrebbe egli osato domandare quel più che gli piacesse e le
sue esigenze sarebbero state subìte: dal marchese padre non poteva
pretendere nulla. Andava egli mulinando seco stesso con rabbia di questa
sua disavventura e pensando se non avrebbe potuto trovar modo per cui
raggirare il mandatario dell'antico suo padrone (e ancora non sapeva
egli tampoco chi sarebbe), quando un picchio nell'uscio lo avvertì che
la persona aspettata era giunta.

Nariccia aprì e vide entrare due uomini imbaccuccati nei mantelli, uno,
che pareva camminare a stento, sorreggendosi all'altro. Nel secondo
riconobbe tosto il servo fidatissimo del marchese, e nel primo, quando
abbassò la falda onde si copriva la faccia, dovette ravvisare con
infinita meraviglia il marchese medesimo, a cui una specie di febbre che
gli faceva lucicchiare gli occhi, unita ad una energica volontà, aveva
data la forza di sorgere e di venirsene segretamente fin là egli stesso.

— Lei Eccellenza: esclamò inchinandosi Nariccia che vide ogni
possibilità di ulteriore inganno affatto svanita.

Il marchese non rispose; andò dritto, diviato alla tavola su cui stava
il bambino e lo guardò — la similitudine è vecchissima, ma è l'unica che
si attagli — come falco che guarda la preda cui ha da ghermire. Serrò al
petto le braccia e stette un istante immobile; tutta la sua vitalità,
avreste detto, raccolta nello sguardo. Intorno a lui regnava un silenzio
di morte.

Volse di poi la faccia verso Nariccia e domandò bruscamente:

— È desso?

La sua voce aveva una vibrazione metallica che le dava un carattere più
imperioso ancora e più aspro.

Nariccia s'inchinò profondamente in segno di affermazione.

— Le prove? Ridomandò col medesimo accento il marchese.

L'antico intendente si accostò al bimbo, levò di intorno a lui un
sacchettino di tela che, appiccatogli per un legaccio al collo, stava
nascosto in un risvolto delle fascie e lo porse al marchese senza aprir
bocca.

Il padre d'Aurora aprì quella tasca e ne trasse fuori gli oggetti che vi
si contenevano; erano quelli che sappiamo: il rosario, il bottone e la
cartolina scritta dalla Luponi. Esaminò ben bene ogni cosa; poi come se
quegli oggetti gli bruciassero le mani li depose sulla tavola. Si
accostò vieppiù al fantolino, gli passò intorno al collo il cordone del
sacchetto che allora era vuoto, e si chinò su di esso a fisarlo ancora
di meglio. Cercava con avido sguardo una rassomiglianza che non riusciva
a trovare.

— È strano, disse poi, quasi parlando a se stesso: nulla vi ha in questi
tratti che ricordi quelli di _colui_... nè quelli pur di mia figlia....
Ed e' mi par molto piccino....

Si volse al servo che era sempre rimasto in un angolo con riserbatissima
discrezione:

— Venite un po' qua: gli disse. Guardate questo bambino. Vi par egli che
abbia un anno di età?

Il domestico s'appressò e guardò.

— Veramente è assai piccolo: disse.

Il marchese teneva gli occhi fissi su Nariccia, il quale stava
impassibile.

— Ma, soggiunse il servitore, di bambini a quel tempo è difficilissimo
poter giudicare a vista i mesi che hanno.

— Egli è deboluccio, a quanto pare, disse allora Nariccia, è da un po'
di giorni ch'è separato dalla nutrice, ha sofferto.

Il marchese tornò a prendere in mano e ad esaminare l'un dopo l'altro
gli oggetti che dovevano certificare la identità del figliuolo di
Maurilio. Non v'era cosa da opporvi, erano proprio dessi: il rosario che
il marchese ricordava aver appartenuto a sua moglie, il bottone collo
stemma a lui ben noto dei de Meyrand, la scritta col carattere di
Modestina. Stette ancora un poco in silenzio: non una fibra del suo
cuore palpitò di tenerezza, nè di compassione per quel povero infante,
che seguitava di quando in quando a gemicolare; poi si volse in là, come
se gli fosse uggioso il vederlo e disse a Nariccia:

— Rimettetegli addosso quella roba.

Fu caso o fu volere della Provvidenza? Mentre il marchese intendeva che
quegli oggetti fossero riposti entro la piccola tasca cui egli stesso
aveva rimessa al collo del bambino, Nariccia non fece altro che ficcarli
in mezzo ai risvolti della fascia che lo cingeva, lasciando pendere
vuoto il sacchetto al collo di lui.

— Nariccia, disse poscia il marchese con quel suo accento che era da
incutere timore a chicchessiasi: voi mi avete disubbidito, e ciò non
dimenticherò mai più. Quel bambino non aveva da trovarsi mai, e voi
stesso dovevate smarrirne le traccie: eccovelo invece innanzi agli
occhi... Ora me ne impadronisco e ne dispongo io stesso.... Stolto voi
se poteste credere ch'io mi lasciassi vincere da debolezza d'animo
fiacco e rimpiangere e voler mutare quello che ho fatto. Il figliuolo di
quel miserabile ho condannato alla sorte che gli spetta, e non ne avrà
altra nel mondo.... Voi, voi non mi comparirete più dinanzi, eccetto che
un mio ordine espresso vi richiami.

L'antico intendente non trovò parole da rispondere: era furibondo nel
suo intimo contro se stesso per esser caduto nella pania; s'inchinò
profondamente innanzi al marchese che passava più fiero che mai
dirigendosi all'uscio per partire.

— Prendete quell'involto: comandò il padre d'Aurora al servo,
accennandogli con un moto della testa il bambino: e seguitemi.

Se ne uscirono così tuttedue. Il vecchio, come se gli fosse tornata
tutta la vigoria della salute, camminava diritto della persona, colla
sua mossa superba e l'aspetto pieno d'autorità; il domestico lo seguiva
in silenzio. Si avviarono verso una delle strade le peggio rinomate
della vecchia città; e quando furono alquanto inoltrati per essa, il
marchese si fermò; il suo fidato servitore s'arrestò del pari,
interrogando collo sguardo, colla parola non osava, il padrone su ciò
che si dovesse fare.

Non v'era anima viva in quella fredda oscurità della notte; una brezza
sottile e ghiaccia soffiava alle cantonate. Il marchese additò il mezzo
dell'acciottolato della strada, dove un rigagnolo fangoso tutto
congelato rendeva ronchioso il terreno.

— Deponetelo colà: comandò al servitore.

Questi, fosse pietà che lo assalisse, o non potesse credere a tanta
barbarie nel suo padrone, esitò.

— Avete capito? disse il marchese con quell'accento che non permetteva
indugio all'obbedire.

Il servo si chinò a terra e depose pianamente su quella fanghiglia
gelata il suo fardello.

— Poverino! pensava egli: domattina lo troveranno tutto un ghiacciuolo.

Mentre stava per rialzarsi, la voce del padrone gli diede un altro
comando:

— Toglietegli quel sacchetto che gli pende dal collo e riponetelo nelle
vostre tasche.

Il domestico ubbidì; poi si volse al padrone per vedere se altro ancora
avesse da fare; ma in quella nel marchese parve venir meno ad un tratto
tutta quell'energia che fino allora lo aveva sostenuto: egli si appoggiò
alla muraglia della casa presso cui si trovava, e disse con voce appena
se intelligibile:

— Ah! mi sento mancare.

D'un balzo il servitore gli fu presso e lo sorresse nelle sue braccia.

— Glie l'avevo detto io, Eccellenza, che non si avventurasse a tanto
sforzo.

— Conducetemi a casa: mormorò il vecchio, abbandonandosi nelle braccia
del servo, il quale recandoselo quasi in braccio, s'affrettò verso il
palazzo, vi penetrò per la porticina e la scaletta, e senza che alcuno
avesse pur sentore della loro uscita, lo guidò nel suo appartamento e lo
coricò, mentre i denti del vecchio battevano dalla febbre.

Due ore dopo, il marchese alquanto riconfortato, disse al servo che non
s'era mosso dal suo fianco:

— Datemi qui quel sacchetto.

Il domestico se lo trasse di saccoccia e lo porse al giacente; ma questi
lo ebbe appena tocco colla sua mano che mandò un'esclamazione di rabbia
e disappunto: il sacchetto era vuoto.

Il marchese credette ad un inganno di Nariccia e mandò tosto da costui
quel suo servo fidatissimo perchè ne tornasse ad ogni modo con quegli
oggetti che aver voleva in poter suo. Il domestico fu di corsa in casa
l'usuraio, ma non potè ottenerne che le più vive proteste, aver egli
rimesso addosso al bambino quei contrassegni: e il mandatario del
marchese s'affrettò allora verso quel luogo dove il fanciullo era stato
abbandonato. Era presso l'alba e un pallidissimo chiarore già spuntava
sopra la collina all'orizzonte: qualche passo di cittadino mattiniere
incominciava a suonare per le strade ancora oscure, in cui venivano
spegnendosi i lampioni municipali; alcuni carri di ortolano e di lattaio
dei dintorni facevano saltare le loro ceste e le loro bigoncie correndo
sull'acciottolato al trotto dei loro ronzini sollecitati dal chioccare
importuno della frusta. Giunto a quel luogo dove il fanciullo era stato
deposto, il servo non vide più nulla; invano percorse tutta quella
straducola, il fantolino era scomparso. Dovette ritornare con queste
novelle al suo padrone, che ne rimase assai poco soddisfatto. Pareva al
marchese che il suo proposito di volere affatto smarrita quella
creaturina, corresse così pericolo di non venire ottenuto, e un giorno o
l'altro potesse ripresentarsi innanzi alla nobile sua famiglia
quell'essere che a suo vedere ne incarnava una disgraziata vergogna.

Ma, tra le emozioni di quella notte, la rabbia del non compiuto
successo, lo strapazzo fisico che la sua volontà aveva imposto al corpo
affaticato ed infermo, avvenne che la malattia del marchese il giorno
dopo s'aggravò notevolmente, ed una settimana non era ancora trascorsa
che un mesto corteo accompagnava a Baldissero, per seppellirla nel
fastoso sepolcro de' suoi maggiori, la salma del padre di Aurora.

Questa un anno dopo acconsentiva a sposare il conte di Castelletto, il
quale l'amava tuttavia, e del quale essa ignorava compiutamente la parte
avuta in quel funesto duello che le aveva tolto il primo marito. Che
ogni ulteriore ricerca del figliuolo fosse inutil cosa, le nuove
asseveranze di Nariccia congiunte colle parole del defunto marchese
avevano finito per mandare persuasi tanto Aurora medesima quanto il
fratello di lei. Da questo maritaggio nasceva poscia Virginia; ed era
questa giunta appena ai due anni, che un fatalissimo destino la orbava
del padre e della madre, e questa, morendo, la raccomandava al fratello,
a cui finalmente aveva perdonato di tutto l'animo.

Di questa lugubre storia narrava il marchese a Virginia quelle cose
soltanto ch'egli sapeva e che potevano conferire all'assunto ch'egli
s'era proposto: di far vedere alla fanciulla come un amore per uomo che
non appartenesse alla sua classe non potesse avere altro risultamento
che di dolori e sventure. Quali fossero le impressioni di Virginia
sarebbe stato difficilissimo giudicare dal suo aspetto: tanto ella aveva
ascoltato e tanto rimase anco di poi immota, senza un accento, senza uno
sguardo, senza un atto che ne rivelasse l'intimo sentire. E se avesse
dovuto dire quali fossero queste sue impressioni, non avrebbe manco
saputo ella stessa, poichè le si affollavano intralciate, confuse, poco
meno che inestricabili.

Superiore ad ogni altra era una grande compassione per la povera sua
madre. Dapprima però la sua era stata come una delusione: la madre, di
cui ella non ricordava nulla, di cui non conosceva che la mite
fisionomia dall'aria dolorosamente rassegnata, la quale le volgeva un
mesto sorriso dal ritratto ch'ella teneva appeso a capoletto come un
quadro di Madonna, la madre era per lei qualche cosa di sopraterreno, di
superiore a tutte le cose e le passioni del mondo, ed udire parlare di
cosa che poteva dirsi fallo di lei, tornava a Virginia quasi una
profanazione. Poi tosto la somiglianza del suo coll'affetto di sua madre
le destò un più ardente trasporto di simpatia verso la memoria di
quell'estinta che tanto aveva sofferto; sentì un subito moto di
repulsione verso lo zio che aveva tal dolore inflitto alla povera donna,
verso quello zio che pure era stato così buono per lei sempre, e ch'ella
s'era avvezza ad amare e venerare come padre. La barriera fra sè ed il
giovane ch'essa amava, già sapeva quasi insuperabile, il racconto dello
zio le dimostrava che era tale senza rimedio: non aveva ella mai nutrito
lusinga di speranze, ma ora più chiaro di prima le appariva l'assoluta
impossibilità d'ogni ventura.

Quand'ebbe finito il suo racconto, lo zio le prese fra le sue tuttedue
le mani e le disse con accento di amorevolezza infinita:

— Se io non fossi stato assente, Aurora, mi avrebbe confidato l'amor
suo, come tu hai fatto or ora del tuo; e sai tu quello che io le avrei
detto? «L'amor tuo è una follia: se tu vi resisti potrà esserti un
dolore, ma se ti abbandoni ad esso, sarà una colpa. Sul dolore il tempo
sparge a poco a poco pur sempre il suo balsamo infallibile, la colpa non
si cancella mai più. Tutti nella vita possono trovarsi nella cruda lotta
del dovere e della passione: per noi, classe privilegiata, questa lotta
può aver luogo più facilmente, in più frequenti occasioni, perchè sono
molti più i nostri doveri; e dobbiamo trovare nell'animo nostro tanta
forza che basti a tutti i doveri, anche quelli speciali della nostra
casta. Una fanciulla del nostro sangue non può sposare un plebeo, non
deve dunque amarlo, deve soffocare ad ogni costo l'amore che per esso
abbia imprudentemente lasciato nascersi in cuore...»

Virginia interruppe con un'esclamazione, e si levò pallida in volto,
risoluta nell'aspetto.

— Come io non isperi nulla di codesto amore, già glie lo affermai, zio;
già lo dissi al signor Benda medesimo. Viva o muoia quell'infelice, noi
siamo separati per sempre, lo so, non mi ribello a questo decreto del
nostro destino, non ripeterò l'errore della mia povera madre....
S'_egli_ vive non le prometto di cancellarmelo dal cuore. Non amerò
altri più sulla terra. Ma non lo rivedrò mai. S'_egli_ muore, voglio,
zio, vederlo un'ultima volta, dargli un ultimo addio; ed Ella non deve
negarmelo.

Il marchese fece un atto che pareva d'assentimento: e la nobil fanciulla
con mossa dignitosa e severa partissi; allora osò entrare nello studio
del padrone il cameriere, che recava: Padre Bonaventura essere venuto
lungo la giornata per parlare al signor marchese che trovavasi assente
dal palazzo, essere tornato la sera, ed averlo rinviato i domestici
dietro il preciso ordine di S. E. di nemmanco annunziarle chiunque si
fosse di persone estranee alla famiglia, aver quindi il gesuita mandato
testè una letterina pel marchese che si veniva a presentargli.

Baldissero prese quella lettera e la lesse. Era concepita ne' seguenti
termini:

      «Eccellenza.

    «Un gravissimo motivo mi spinge a domandarle l'onore d'una
    conferenza con Lei, quanto più presto Ella voglia degnarsi
    d'accordarmela.

    «Si tratta d'un importante scoperta, d'un avvenimento da non
    credersi, se non ci fossero le prove materiali e palpabili, d'un
    vero miracolo della divina Provvidenza.

    «Esso riguarda un fatto doloroso, pur troppo, della sua
    famiglia, al quale Iddio volle che ancor io avessi una parte; e
    per quanto io senta pena e ripugnanza a venirla ad intrattenere
    di quel funesto argomento, a rievocare fatalissimi ricordi, in
    presenza della gravità della cosa, sento il debito di farlo.

    «Quando V. E. mi abbia inteso, mi perdonerà, e sarà persuasa che
    altro non mi muove che l'interesse, l'affetto e la reverenza che
    ho sempre avuta e che ho per la nobile di Lei casa e con cui mi
    protesto

      «Suo Umil.mo e Devot.mo Servo

                                       «Padre BONAVENTURA
                                   _della Compagnia di Gesù_.»

Il marchese, nel leggere queste parole, provò una dolorosa scossa. Qual
poteva essere il fatto della sua famiglia a cui aveva partecipato il
gesuita, se non quello appunto del quale aveva fino allora discorso alla
nipote, e con quanta pena dell'anima, Dio vel dica! E che cosa poteva
essere il nuovo avvenimento di cui faceva cenno il frate, il miracolo
della Provvidenza ch'egli diceva riguardo a quella funesta storia?
Invero doveva pur confessare egli a se stesso che da due giorni tutto in
lui e intorno a lui pareva cospirare a far rivivere quelle sanguinose
memorie che dopo tanti anni dovevano essere e pensava egli stesso
obliterate e sepolte: tutto, il suo pensiero, il suo rinascente rimorso,
gli eventi che parevano voler riprodurre per la nipote le tristi vicende
avvenute alla sorella. Era dunque veramente la Provvidenza che veniva
preparando le cose allo scoppio di qualche nuovo episodio di quel dramma
non ancora finito? Ma quale?... Una viva impazienza, un'ansiosa
curiosità lo assalse di saper tosto che cosa fosse questo mistero
adombratogli dalle parole del frate. Fu sul punto di uscire egli stesso
e recarsi senza indugio al convento dei Gesuiti al Carmine; ma si
trattenne. Scrisse e mandò a Padre Bonaventura la seguente risposta:

«Il marchese di Baldissero aspetta a casa sua il Reverendo Padre
Bonaventura domani alle ore nove della mattina.»



CAPITOLO V.


Quella medesima sera, in cui successero i tristi fatti che abbiamo
narrati alla fabbrica dei Benda, Maurilio, ignaro di quelle funeste
vicende, avendo sfuggito ogni compagnia, perchè desideroso di rimaner
solo col tumulto de' suoi pensieri, col cumulo de' suoi affetti e delle
sue passioni, se ne tornava verso il palazzo Baldissero, ora sua dimora,
a lento passo, dopo un lungo giro fatto nella parte più solitaria della
città, insensibile all'aria frizzante della sera, quando alla cantonata
proprio del palazzo medesimo, vide un piccolo essere spiccarsi dalla
parete, e ponendoglisi dinanzi dirgli colla voce rauca d'un bambino
assiderato dal freddo:

— Giusto Lei che aspettavo; ho una commissione da farle.

Maurilio riconobbe la vocina, la faccia patita ma intelligente, l'occhio
vivo e la testa arruffata di _Gognino_ il nipote della _Gattona_.

— Tu qui? diss'egli assalito di subito da una specie di rincrescimento
d'aver perfettamente obliato il suo piccolo protetto. E m'aspettavi?

— Gnor sì. È la nonna che mi ci ha mandato e guai se me ne andavo prima
di averla vista e parlatole.

— E come sapevi tu che io sarei venuto qui in questa strada?

— Lo si seppe andando a cercare di Lei al suo antico quartiere, là, dove
l'altro dì la mi disse di tante belle cose, quando poi son venuti ad
arrestarla.

Maurilio sentì una specie di tenerezza a queste parole del fanciullo.

— Tu non le hai dimenticate le cose ch'io ti dissi? domandò ponendogli
con atto affettuoso la mano sul capo.

— Oh no.... non ancora: rispose ingenuamente _Gognino_.

— È dunque la tua nonna che ti manda in cerca di me a quest'ora?

— Non è mica lei che la vuole: gli è Padre Bonaventura.

— Padre Bonaventura! esclamò Maurilio stupito: che può aver meco da
spartire costui?

Il frate era conosciuto in tutta Torino come uno dei più influenti,
operosi ed intriganti fra i gesuiti che allora tenevano nella cosa
pubblica un'autorità incontestata, a cui nessuno osava pure opporsi: il
nostro giovane amico poi conosceva ancora più particolarmente i meriti e
le gesta di quel cotale, perchè di lui gli aveva discorso a dovere
Giovanni Selva, il quale all'influsso di quel tristo doveva la sua
esclusione dalla casa di suo padre.

Alla domanda di Maurilio, _Gognino_ non sapeva far alcuna risposta, e
non ne fece, contentandosi a stringersi nelle spalle.

— E dunque, riprese Maurilio, che hai tu da dirmi a nome di codesto
Padre Bonaventura?

— Che le ha da parlare di cose d'importanza e di premura che la
riguardano.

— Me?

— Gnor sì. E che perciò la aspetta questa sera medesima colaggiù al
convento; ed io ci ho ordine dalla nonna di accompagnarla fino dal fra'
laico portinaio e non lasciarla finchè non abbia acconsentito a venire.

Il primo impulso di Maurilio fu una viva curiosità di conoscere la
ragione di questo appello, cui, per quanto immaginasse non sapeva
indovinare: e già era per avviarsi, quando una quasi istintiva
diffidenza lo trattenne.

— E s'io non ci volessi andare a trovare quel gesuita? diss'egli al
fanciullo, che stava osservandolo con un'aspettazione che pareva quasi
ansietà.

— Ah! disse vivamente _Gognino_ con una fiduciosa ingenuità da ragazzo:
ci venga per far piacere a me soltanto. Se io non la conduco almanco
fino alla portieria del Carmine, dove la mi sta aspettando, la nonna
crederà che invece di fare secondo il suo comando, io sono andato a
baloccarmi, e me ne dà una famosa strigliatina.

Maurilio sorrise mestamente, e non disse altro più che questa parola:

— Andiamo.

_Gognino_ si mosse camminando zoppo e rattratto pel dolor dei geloni e
per l'intirizzimento delle sue piccole membra, e Maurilio gli tenne
dietro.

Erano aspettati. La _Gattona_ nel vedersi dinanzi quel giovane, sentì
entro il suo inaridito cuore di vecchia ipocrita un certo non so che da
potersi quasi dire una emozione; qualche cosa di più che una curiosità
la punse di vedere, di esaminare ben bene quell'individuo, e
piantandosegli in faccia lo squadrò ben bene coi suoi piccoli occhietti
infossati nel suo vecchio ceffo da uccello di rapina coperto di
pergamena, mentre con voce lentamente trascinata e più aspra e fessa del
solito gli veniva dicendo:

— Sia lodato Dio e la Madonna ch'Ella sia venuta. Avevo paura che la non
volesse dar retta alle parole di _Gognino_. E sarei pure andata io ad
aspettarla per la strada; ma una povera vecchia mia pari a questa fredda
brezza di notte star ferma impiantata c'è da lasciar subito le sue
quattro miserabili ossa. Ho pregato tanto il mio santo protettore e la
santissima Vergine che....

A Maurilio lo sguardo fisso, scrutatore della vecchia dava un
inesplicabile fastidio, quasi un'irritazione; le parole di lei gli
producevano un'impazienza uggiosa; sentiva una più spiccata ripugnanza
per quell'essere degradato.

— Eccomi qua: interrupp'egli bruscamente. Se son venuto gli è, perchè
non credeste che Luchino avesse mancato di ubbidirvi, chè altrimenti non
avrei visto ragione alcuna di rendermi all'invito di Padre Bonaventura,
che non mi conosce, ch'io non conosco, e col quale non ho attinenza di
sorta.

— Ah! esclamò la vecchia con un'espressione di zelo e d'interesse che
ognuno avrebbe detta esagerata: la non si penta d'esser venuta, sa!...
Ella volle farmi del bene, a me ed al mio nipotino, e mai non fu carità
nessuna così presto e così largamente ricompensata dal Cielo....
Ringrazio la bontà divina che mi volle così presto esaudita nelle mie
preghiere.... Questa povera e umile vecchia, questa abbietta creatura
volle Iddio fosse stromento de' suoi decreti; e per cagion mia Ella
potesse finalmente....

Maurilio ricordò le parole che gli avevan detto Don Venanzio e Giovanni
Selva del colloquio avuto da costoro colla vecchia, nel quale essa aveva
preso l'impegno di fare fra due giorni importanti rivelazioni sulla
nascita di lui; non dubitò punto che gli ambigui detti della _Gattona_
non avessero rapporto a codesto, e impallidito per subita forte emozione
si accostò a lei d'un passo e disse con voce tremante:

— Parlerete voi dunque? Potete voi dunque squarciare il mistero, e
volete farlo?

— Si calmi: rispose la _Gattona_ indietrandosi: io, come da un pezzo la
direzione della mia coscienza, ho posto questo delicato affare nelle
mani di quel sant'uomo, di quel perfetto religioso che è Padre
Bonaventura. Questi ha desiderato appunto parlarle in proposito, e saprà
dirle quello che conviene....

— E dov'è questo Padre Bonaventura? proruppe con impazienza Maurilio.
Conducetemi adunque da lui.

Il frate laico si fece innanzi.

— Abbia la bontà di seguirmi, disse, ch'io ho l'ordine di condurla alla
cella di lui.

Maurilio non rispose che con un gesto impaziente e vibrato che
significava: — Andate, vi seguo.

Il portinaio prese in mano un lanternino acceso e s'avviò seguito dal
giovane; la _Gattona_ tenne dietro collo sguardo a quest'ultimo, finchè
l'uscio richiudendosi glie ne tolse la vista.

— Non lo avrei mai più immaginato di quella fatta, diss'ella fra sè; chi
lo direbbe mai, a vederlo, figliuolo d'una marchesina, com'era quella
creatura là che pareva un angioletto, e di un sì bel giovane, chè gli
era proprio bellissimo daddovero. Non ci ha punto di rassomiglianza nè
coll'uno nè coll'altra, eccetto gli occhi.... Ah sì, quegli occhi son
quelli della povera marchesina Aurora, i medesimi che ha eziandio
madamigella Virginia. Ora ch'e' mi guardava fiso, ci fu un momento che
mi parve proprio di vedere gli occhi di quella buon'anima là quando mi
raccomandava appunto il suo bambino....

Diede uno scossone come se assalita da un subito brivido.

— E se restituisco il suo figliuolo alla condizione che gli conviene, la
non avrà più da volermene quella benedett'anima là.... E questo
figliuolo dovrebbe pure essermi riconoscente della bella maniera.... Ah
se avessi potuto menare da me tutto questo affare senza intromissione di
Padre Bonaventura, sarebbe pure stato meglio pel mio interesse; ma come
farla? Il marchese non mi avrebbe manco dato retta; se avessi minacciato
uno scandalo mi avrebbe fors'anco mandato a finire in una casa di
custodia questi quattro dì che mi restano, e questo diavolo d'un frate
ha in mano tutti i fili della matassa. Lasciamo dunque far da lui; e son
certa che qualche cosa in mio vantaggio lo vorrà pur fare.... Andiamo a
casa.

Prese _Gognino_ per un braccio e tirandolo seco di mala grazia uscì del
portone, che richiuse cautamente dietro di sè.

Intanto Maurilio seguendo i passi della sua guida attraversava un lungo
andito appena se illuminato dalla fioca luce d'una lanterna, saliva
quattro branche d'una vasta e comoda scala, ed arrivava quasi a capo
d'un corridoio all'uscio d'una cella nel quale il frate laico picchiava
discretamente colla nocca delle dita.

— Avanti: diceva dall'interno una voce tanto piena di benevolenza che
l'avreste detta un'ostentazione.

Il portinaio aprì a mezzo il battente e cacciò dentro la testa.

— Gli è quel giovane ch'Ella aspetta, Reverendo: disse.

— Dio sia lodato! rispose quella voce ancora più compunta. Ch'egli
venga.

Il laico si trasse in disparte, con una mano aprì di meglio l'uscio,
coll'altra fece invito al giovane di passare e lo confermò colle parole:

— Entri: quello è Padre Bonaventura.

Maurilio entrò, e dietro di lui la porta fu richiusa dal frate portinaio
che se ne andò ai fatti suoi. La cella era abbastanza vasta: le pareti,
scialbate a calce, bianchissime, senz'altro ornamento; un lettuccio
basso in un angolo, sopra di esso appiccati al muro un quadro
rappresentante San Luigi Gonzaga, un acquasantino di cristallo, una
palma; in faccia al letto un sofà semplicemente impagliato, seggiole
compagne intorno, appoggiate alle pareti; presso la finestra, che faceva
quasi riscontro alla porta, una tavola coperta d'un tappeto verde, la
quale serviva di scrivania; sopra di essa delle carte, un calamaio, una
croce piuttosto alta di legno nero inverniciato che si drizzava sopra la
base di due scalini, dietro questa croce uno specchietto accortamente
posto così che vi si riflettesse la figura di chiunque entrasse nella
cella da poterla vedere ed esaminare chi si trovasse seduto alla tavola;
presso a questo una piccola scancìa piena di libri.

Padre Bonaventura stava appunto seduto a codesta sua tavola su cui era
posta una lampada con una ventola che ne rifletteva giù la luce; così
che Maurilio entrando non vide che le spalle larghe del frate e la
grossa persona avvolte d'una vestaccia di lana nera. Ma il gesuita diede
colla mano un piccol colpo alla ventola della lampada e rialzandola fece
correre i raggi della luce, da una parte sulla faccia di chi entrava,
dall'altra sullo specchietto appostato dietro la croce. Il nostro
giovane che s'avanzava guardando non senza molta curiosità verso il
famoso gesuita ancora immobile al suo posto, potè vedere riflesso nello
specchietto lo sguardo acuto, investigatore, penetrante che fra'
Bonaventura fissava sui lineamenti di lui che gli si dipingevano
innanzi. Maurilio fece un sorriso; la ventola s'abbassò di nuovo sulla
fiamma della lampada, e il volto del giovane rimase all'oscuro; il frate
s'alzò e volse verso il nuovo venuto una faccia piena di benevolenza, di
cordialità, di interesse e di bonaria semplicità, espressione di
sembianze che era evidentemente preparata e sincera come il complimento
di un adulatore.

Tese a Maurilio tuttedue le sue mani bianche, grassotte, morbide e
carezzevoli, e disse con quel suo accento di sdolcinata gentilezza:

— Sia Ella il benvenuto nella umil cella del povero frate. Avrei dovuto
io stesso recarmi da Lei; ma non sapendo come e dove trovarla per un
colloquio segretissimo, quale dev'essere il nostro.... E poi un monaco
non può uscire a gironzare la sera. (Mostrò le sue due file di denti a
dispetto dell'età ancora bianchissimi e tutti presenti in un sorriso
tutto ameno, e soggiunse:) E d'altra parte la cosa premeva e bisognava
proprio che di stassera avessi l'onore di avere con esso Lei una
conferenza.

Siccome colle sue aveva afferrato le mani grosse e ruvide del giovane,
lo trasse per queste sino al sofà e ve lo fece sedere.

— Benchè noi non ci conosciamo affatto, riprese egli a dire, sedendogli
presso, noi dobbiamo parlare come due amici, due vecchi amici. La mi
permetta di usare con Lei d'una famigliarità che la mia età, il mio
carattere, ed anche, come vedrà, le circostanze possono permettermi, e
m'ascolti con pazienza ed attenzione.

L'idea di questo colloquio con Maurilio in Padre Bonaventura, ecco di
che modo era nata.

Abbiamo visto, come _Gognino_, tornato presso la nonna dopo l'arresto di
Maurilio che aveva interrotto la prima di quelle lezioni che il giovane
s'era assunto di dare al povero orfanello, avesse narrato alla vecchia
che lo interrogava tutto quello che era successo: le parole dettegli, e
che nel bambino erano state meravigliosamente impresse, la seguita
invasione degli agenti polizieschi, la perquisizione e l'arresto,
coll'episodio del bottone uguale a quello che possedeva la vecchia; ed
abbiamo visto che la _Gattona_ aveva creduto di dover tosto affrettarsi
a riferir tutto ciò a Padre Bonaventura, dal quale quella mattina
medesima, nelle prime ore del giorno, erasi già recata a raccontare
l'avventura della sera precedente, l'incontro cioè fatto da _Gognino_
d'un cotale che voleva pagar lei perchè lo lasciasse far da maestro al
bambino.

Padre Bonaventura era già stato punto da curiosità molta di sapere chi e
che cosa fosse quell'originale di cui s'era fatto lasciare la polizza,
da lui stesso data alla _Gattona_, con sopravi scritto il suo nome e
l'indirizzo della sua abitazione. Quando la vecchia venne più tardi a
narrargli le cose sopravvenute, il gesuita che non aveva ancora avuto
tempo ad occuparsi di quello sconosciuto, vide anzi tutto che egli non
aveva giudicato male mettendo quell'individuo in ischiera coi fautori ed
apostoli delle novità politiche e sociali, dei liberali amatori e
credenti del progresso, amici e patrocinatori dei cosidetti diritti dei
popoli e va dicendo: i discorsi tenuti a _Gognino_ e il successivo
arresto, col sequestro delle carte, di certo per motivi politici, ne lo
chiarivano abbastanza, e il buon Padre Bonaventura si riprometteva di
raccomandare egli stesso quel dabbene a cui si dovesse, così bene da
farlo torre per un po' di tempo alla propaganda attiva de' suoi
detestabili principii avversi (è la formola solita) al trono ed
all'altare. Ma quello che soggiunse di poi la _Gattona_ lo interessò ben
altrimenti, e senza ch'egli concepisse di botto un definitivo progetto
da attuare, intravide però senza indugio, che se fondati fossero i
sospetti dalla vecchia manifestatigli alcuna cosa poteva da lui
combinarsi che riuscir potesse in vantaggio suo proprio dapprima (cosa
che non era da obliarsi nè trascurarsi), in vantaggio della buona causa,
quella dell'assolutismo e della Compagnia di Gesù.

I sospetti della _Gattona_ si presentavano con una non disprezzabile
apparenza di fondamento. Il nome stesso che quel giovane portava, cui la
Luponi medesima aveva scritto su quel suo biglietto, perchè chiunque
nelle cui mani capitasse il bambino glie lo lasciasse, nome tutt'altro
che comune in queste provincie; il cognome di Nulla, che lasciava
supporre in chi io portava, e che probabilmente se l'era dato, la
condizione di fanciullo senza famiglia, e l'aver egli un oggetto simile
ad uno di quei pochi che erano stati posti come segni di riconoscimento
al bambino della marchesina Aurora, erano indizi da tenerne conto; e
Padre Bonaventura che aveva avuta tanta parte in quegli avvenimenti
della famiglia Baldissero, decise di volere il più sollecitamente
possibile appurare la cosa.

Congedata la vecchia colla raccomandazione di attendere, di non fare
nulla da sè e di venirgli a riferire poi tosto ogni menoma cosa che in
proposito capitasse, o cui ella venisse ulteriormente a scoprire, il
gesuita, per prima cosa, pensò recarsi da messer Nariccia, il quale in
codesto poteva dare gli elementi più sicuri per formarsi un esatto
giudizio, come quello che solo sapeva dove e come fosse stato
abbandonato il bambino della infelice vedova di Valpetrosa.

L'usuraio fu assai cauto nelle sue risposte, nè, quantunque molto
rimanesse meravigliato alle parole del frate, e fosse colto proprio alla
sprovveduta, ci fu verso che si lasciasse sfuggire parola alcuna da cui
l'accorto suo interlocutore potesse argomentare o indovinare alcun che
di quanto era succeduto dopo che Nariccia col bimbo erasi partito dalla
casa in cui la puerpera dolorava in lotta colla morte. Nariccia, senza
però dirne ragione veruna, si rimase a dire che egli non credeva punto
punto che il giovane di cui si trattava fosse il figliuolo di
Valpetrosa, che tuttavia la cosa meritava attenzione, e prima di
pigliare un partito e di agire in qualunque senso si fosse, conveniva
ben bene appurarla. Il frate, incerto come prima, anzi più di prima,
perocchè si fosse ora persuaso che quel tristo di Nariccia aveva in suo
potere una parte di segreto che a lui era affatto sconosciuta, uscì di
là e risolvette informarsi tosto di quanto riguardava quell'individuo
misterioso che si faceva chiamare Maurilio Nulla. A lui siffatta cosa
era facilissima per le relazioni che aveva nelle alte sfere governative
e per l'ascendente cui su tutti i più cospicui e potenti pubblici
funzionari avevano la Compagnia a cui il frate apparteneva e
personalmente egli medesimo uno dei maggiorenti di quella temuta e
intromettentesi società. Non istette perciò guari ad apprendere gran
parte dei fatti, dell'indole e delle tendenze di chi lo interessava.
Seppe che Maurilio era appunto un trovatello, come egli aveva supposto,
che era stato arrestato come nemico del Governo, che presso di lui s'era
sequestrato uno scritto incendiario pieno delle massime più sovversive,
ma che rivelavano un gran talento, così che dal Commissario di Polizia
al generale dei Carabinieri, da questo al Governatore, dal Governatore
al marchese di Baldissero, e dalle mani del marchese era pervenuto
niente meno che in quelle stesse del Re.

I Gesuiti furono sempre abbastanza accorti per riconoscere la potenza
dell'ingegno, e prima di perseguitarlo nemico a loro ed alla loro causa,
hanno sempre cercato di acquistarselo, di arruolarlo nelle proprie
schiere, a difesa del loro principii, mercè blandizie, in cui sono
maestri, e vantaggi personali con cui sanno comprare, o quanto meno
avvolgere le coscienze meno salde ed inconcusse. Di questa guisa essi
ottengono due guadagni: tolgono ai nemici una forza e ne accrescono la
propria parte. Padre Bonaventura era dei più accorti in codesta caccia
al paretaio delle giovani coscienze, e maestro insuperabile di blandizie
e di sofismi rincalzati dalle promesse; più intelligenze, nella sua
lunga carriera di intrigante politico e domestico, era già riuscito ad
inretire. Ei non credeva a profondità di convinzioni che le renda
incrollabili. Nei giovani considerava che agisse più la fantasia che il
ragionamento, e che le idee liberali seducessero le ardenti intelligenze
parte per quello sbarbaglio di generosità onde lucicchiano, parte per
sentimento fors'anco inconscio d'ambizione in chi non è nulla e vuol
pervenire, d'invidia in chi non ha mezzi di potenza verso chi li ha, il
qual sentimento trova uno sfogo nei patrocinio delle idee democratiche e
spera un appagamento nel trionfo delle medesime. Credeva che per tutti
la corazza della coscienza avesse un giunto per cui penetrare nel lato
debole e vincerla; la difficoltà era nello scoprire quel giunto, ed
egli, senza troppa superbia, che i fatti glie l'avevano provato più e
più volte, poteva dirsi abilissimo a codesto.

Non era forse il caso ora di usare di questa abilità verso quel cotal
personaggio che andava in cerca per le vie de' figliuoli del popolo,
affine di insinuar loro il catechismo sovversivo delle idee liberali? Se
si fosse potuto farne un affigliato, un diffonditore de' _buoni_
principii, che trionfo! E se mai stato egli fosse in vero figliuolo
della sorella del marchese, val quanto dire appartenente ad una delle
prime, più ricche e più potenti famiglie dello Stato, qual vantaggio
maggiore! Però, siccome fra le cose apprese del passato di Maurilio
aveva saputo eziandio che egli era rimasto alcun tempo presso il libraio
Defasi, col quale egli era in relazione, e cui conosceva il primo
onest'uomo del mondo, fra' Bonaventura decise di andare a chiederne a
costui, per farsi di quel giovane e del suo valore un più esatto
concetto.

Il signor Defasi, se vi ricorda, nel giovane derelitto, cui la
Provvidenza gli aveva un giorno menato innanzi privo d'ogni mezzo di
sussistenza, aveva posto dapprima la maggiore delle affezioni, e,
conosciutone lo straordinario ingegno, una speciale stima eziandio, che
di tanto aveva rafforzata la sua benevolenza per lui, da fargli
concepire il disegno di dare a quell'orfano senza nome la mano di sua
figlia; e Maurilio fino ad un certo tempo aveva corrisposto alla
generosità ed all'affetto del suo benefattore con tutto lo zelo e la
riconoscenza ond'era capace. Ma di poi, per sua disavventura, era
piombato addosso al povero giovane quel suo matto amore per la nobile
fanciulla Virginia di Castelletto, e il dominio di questa infelice
passione lo aveva mandato ad una stranezza di condotta che il suo buon
principale aveva cominciato per compiangere soltanto e per tentare di
voler guarire, credendola effetto d'infermità. La sorte che perseguitava
il povero trovatello aveva voluto che Nariccia, sapendo Maurilio
allogato presso del libraio, si credesse in obbligo di avvertire costui
come quel giovane fosse stato per mesi e mesi in carcere sotto l'accusa
di un orrendo misfatto, come egli stesso, che aveva avuta la
dabbenaggine di prenderlo poi al suo servizio, l'avesse dovuto scacciare
di casa sua, perchè aveva avute le prove che quello sciagurato
sfacciatamente lo derubava.

Il signor Defasi provò a queste rivelazioni tutta la amarezza d'un
disinganno, e non potè fare che il sospetto e la diffidenza non
entrassero in lui verso quel giovane che gli era stato ed ancora gli era
sì caro, e del quale gli strani contegni da qualche tempo assunti davano
ampia ragione ad una poco benevola interpretazione e ad una prudente
sorveglianza de' fatti suoi. Avvenne, come udimmo narrato da Maurilio
medesimo, che un giorno il libraio trovasse sparito un rotolo di monete
d'oro del valore di cinquecento lire ch'egli aveva riposto nel cassetto
del suo banco. Interrogatine tutti della famiglia, e niuno sapendone dar
ragguaglio di sorta, era inevitabile lo accusare di questa scomparsa
colui che tanto era venuto in sospetto, e il quale, per una strana
coincidenza, di tutto il giorno, obliando il dover suo, non s'era
lasciato vedere a bottega. Maurilio quindi era stato scacciato da quella
casa e da quell'impiego, come udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni
Selva. Ma qual fu la sorpresa, la pena e il rimorso del buon Defasi,
quando parecchi mesi di poi, avendo non so per qual guasto da far
aggiustare il suo banco, il rotolino delle monete d'oro si trovò in uno
stretto spazio fra la rivestitura esteriore e il cassettino che non
correva sino al fondo, sdrucciolato colà chi sa per che caso! L'onesto
libraio avrebbe dato qualunque cosa per riparare l'avvenuto errore, più
ancora per non averlo fatto. Cercò istantemente del giovane; ma egli ne
aveva perdute affatto le traccie, e Maurilio, pieno di vergogna, si
guardava bene dal farsi vivo per quella famiglia e studiosamente evitava
perfino di passare per la strada in cui erano l'abitazione e il fondaco
dei Defasi. Il suo antico principale dovette rimanersi ad un inutile
rimorso, ma nell'anima di lui generosa, avvenne una tal riazione in
favore dell'innocente calunniato ch'egli cessò di prestar fede a tutto
quanto riguardo a lui avevagli detto di male messer Nariccia (l'accusa
ch'egli stesso gli aveva mossa era effetto d'un deplorabile errore;
perchè non sarebbe stato la stessa cosa delle accuse precedenti?); e
rinacquero più forti e più vivi l'affetto per quell'infelice, la stima e
l'ammirazione per quell'intelligenza superiore di molto a quante intorno
a sè Defasi avesse mai conosciute.

Da ciò avvenne che quando Padre Bonaventura fu da lui a chiedere di
Maurilio, il libraio ne intessè tale un elogio della mente, del cuore,
della volontà, della dottrina, che il gesuita si confermò ancora di
meglio nel suo proposito di guadagnare alla buona causa quella valente
individualità. Non fosse anche quegli che si sospettava, sarebbe sempre
stato per la Compagnia un buon acquisto. La riuscita del tentativo di
seduzione il gesuita la vedeva facile, tanto più trattandosi d'un povero
abbandonato, senza famiglia, senza sostanze, senza punto avvenire. Chi
sa che non lo si potesse indurre a vestire l'abito nero della Compagnia!
Egli, conosciuto quel giovane e tastatolo, avrebbe giudicate se
conveniva spingere innanzi le indagini intorno alla sua origine, o pur
lasciarle nel buio, e si riserbava d'agire a seconda, anche riguardo
alle possibilità del contegno che avrebbe assunto il marchese; ma gli
avvenimenti camminavano più rapidi e decisi che al gesuita non piacesse,
e la Gallona veniva ad informarlo di quanto era occorso fra lei e Don
Venanzio e Giovanni Selva, e del meraviglioso fatto che quel giovane già
trovavasi in qualità di segretario, introdotto ed albergato nel palazzo
medesimo dei Baldissero.

Conveniva prendere sollecita risoluzione. L'intromettersi del virtuoso
parroco vivamente rincresceva al frate intrigante. Quegli avrebbe spinto
la sua azione sino al compiuto conseguimento della verità; era utile
affrettarsi a farsene egli stesso merito ed entrando innanzi a quegli
altri agire presso il marchese per cercare di volgere le cose secondo il
proprio interesse. Incaricava quindi la _Gattona_ di menargli ad ogni
costo innanzi quella sera stessa il giovane, ed egli domandava pel
domani udienza al marchese il quale di quel giorno aveva chiusa a tutti
la porta del suo studio. Secondo il risultamento del suo colloquio con
Maurilio, fra' Bonaventura avrebbe determinato il modo di regolarsi col
marchese, i consigli da dargli e la direzione per cui avviare i
propositi del medesimo.

Maurilio e il gesuita si trovavano dunque seduti l'uno accosto
dell'altro, sul piano impagliato del sofà, nella modesta cella del
frate, al dubbio chiarore d'una lampada, i cui raggi erano impediti di
espandersi all'intorno da un coprilume. Si osservavano attentamente,
quasi cercando cogliersi l'un dell'altro nel volto il segreto pensiero e
le intenzioni: di fra' Bonaventura la conoscenza del mondo e degli
uomini, l'abilità accresciuta dall'uso continuo, facevano un osservatore
acutissimo, il cui sguardo penetrava molto agevolmente entro l'anima di
chi gli stava innanzi; Maurilio, dalla diffidenza cui la specialità
delle sue condizioni aveva fatta in lui naturale, dal sospetto che gli
nasceva spontaneo per la nota volpina falsità del gesuita, dall'altezza
medesima del suo ingegno, il quale, quando veramente esista, prova in
ogni cosa a cui si applichi, aveva tutti i mezzi onde passare fuor fuori
i raggiri e gli inganni del suo interlocutore. Era dunque una lotta fra
due capaci e degni campioni; ma sul principio il vantaggio stette da
parte del monaco, perchè il pensiero che in quel colloquio egli avrebbe
appreso alcuna cosa del suo destino diede al giovane un'emozione, che
congiunta a quella cui soleva sempre da principio destargli la sua
timidezza in ogni nuovo contatto con altre personalità, arrivò quasi
alle proporzioni d'un turbamento.

A Padre Bonaventura la vista di Maurilio fece la medesima impressione
che aveva fatta alla vecchia Modestina Luponi.

— Che? disse fra sè. Questi sarebbe il figliuolo della bella marchesina
Aurora? Fidatevi ai contrassegni della schiatta! Ecco il discendente di
due leggiadre creature dalle più fini forme aristocratiche, al quale una
misera vita in mezzo all'ambiente plebeo ha dato tutte le sembianze d'un
figliuolo della plebe.

La sua attenzione fu però chiamata dall'intelligente ampiezza della
fronte e dalla misteriosa potenza di quegli occhi color del mare e come
il mare profondi.

— Oh oh! costà in quel cranio non c'è davvero un cervello di pan bollito
e in codesta non bella scatola ossea sta un'anima che non è volgare...
Ed a Volontà come stiamo?

Osservò le protuberanze ben disegnate e spiccanti dell'alto della
fronte, la quale si drizzava sul viso perpendicolare come il frontone
d'un tempio.

— Uhm! soggiunse, non sarà facile fargli cambiar di convinzioni.... Ma
avrà egli vere convinzioni?... Speriamo di no.

E mentre lo conduceva, come ho detto, a sedersi presso di lui sul sofà,
con aspetto, alti e voce benevolissimi e carezzevoli, il gesuita veniva
pensando:

— Egli ha sofferto di molto; se ne vedono le traccie sul volto
travagliato e nel corpo che ci ha patito. Deve avere una rabbia
maledetta contro il destino che gli è toccato, e una più maledetta
smania di ricattarsi coi godimenti.... Se noi gli apriamo il passo alle
gioie ed alle soddisfazioni mondane, e gli diciamo: son tue se ci vieni
con noi; egli ci si precipiterà senza punto curarsi più qual sia la
bandiera che gli faremo sventolare sul capo.... Se non ne faremo un
gesuita, potremo farne un gesuitante.... Forse!

Maurilio aveva il respiro impacciato, come preso da un lieve affanno, e
più impacciato il labbro che non sapeva trovare parola; il gesuita gli
prese di nuovo una mano fra le sue e dissegli più amorevolmente che mai:

— Mio caro amico, caro figliuolo.... La mi permette ch'io la chiami
così?... S'immagina Ella qualche poco il motivo che mi ha fatto mandarla
a pregare di venire qui?

Maurilio esitò un momento a rispondere: trasse un grosso respiro, come
chiamando in suo soccorso il fiato che l'emozione gli impediva di venir
liberamente alla gola, tolse dalle mani del gesuita la sua destra fredda
come un pezzo di ghiaccio e incrociando le dita delle mani che premeva
forte sulle sue ginocchia, rispose poscia con quella sua voce
ordinariamente sorda e contenuta, che non aveva vibrazione ed armonia se
non quando la potenza di un'idea o di un affetto scuoteva l'intimo esser
suo:

— Le parole della nonna di Luchino me ne diedero un sospetto.... Ella
vuole parlarmi della famiglia che fu mia e che mi ha rigettato.

— Adagio, disse il gesuita con quel suo accento dolcereccio che gli era
abituale, accompagnato da un pari sorriso. Secondo il benedetto uso di
tutta la gioventù, Ella galoppa colla fantasia, e le sue supposizioni
vanno al di là del vero.

Maurilio diede in un leggero trasalto e volse al frate la sua faccia più
turbata e più impallidita di prima.

— Che? interrogò egli: non ha da esser questo l'argomento del nostro
colloquio? Non sono io dunque ancora al punto fatale in cui metterò
finalmente la mano sul motto dell'enimma che è la mia vita?

— La mi fa due interrogazioni a cui non posso fare la medesima risposta.
Alla prima posso dare un'affermativa: sì, noi siamo qui appunto per
discorrere amichevolmente di alcune cose, di qualche circostanza che
possono influire sulle ulteriori determinazioni da prendersi per parte
di certuni cui tale argomento interessa massimamente. Quanto alla
seconda interrogazione, se cioè ora Ella possa scoprir tutto ciò che la
riguarda, debbo, con mio gran rincrescimento, rispondere che io non ho
nè qualità, nè mandato per rivelarle dei segreti che posso conoscere, ma
che non m'appartengono....

Maurilio s'alzò di scatto da sedere e girò tutt'intorno alla stanza uno
sguardo fra sospettoso e investigatore.

— Che cosa sono dunque venuto a fare qui? Che cose, che circostanze son
quelle intorno a cui mi si vuole discorrere, e forse scrutare? Se Ella
non può aprirmi il vero, perchè sciupare tuttedue il tempo in inutili
parole, che nulla hanno da conchiudere?

Padre Bonaventura tornò a prendere per la mano il giovane, sorridendo
più benignamente che mai, lo trasse con dolce violenza a sedere di nuovo
presso di lui, e con accento di amorevolezza paterna passando dal Lei a
dargli del più domestico Voi, gli disse:

— Oh impazienza giovenile! Le nostre parole hanno tutt'altro che da
essere inutili e non conchiudere nulla. E se da loro al contrario avesse
da dipendere più questa, o più quella vicenda della vostra sorte?

Maurilio fissò il suo occhio, che in questo momento era oscuro come un
cielo abbuiato, e in cui dal fondo delle occhiaie balenavano lampi
annunziatori di un'interna tempesta.

Il frate gesuita riprese:

— Voi sapete di già, per le parole sfuggite alla _Gattona_, che la
famiglia a cui _forse_ voi potreste avere alcun diritto di appartenere è
una illustre e nobile famiglia.

Il giovane non potè frenare una mossa di soddisfazione, di superbia.

— Ah ah! egli è ambizioso: disse a se stesso Padre Bonaventura, che non
cessava di tener il suo sguardo felino fisso sul lineamenti del suo
interlocutore. Buono! è questa una presa da poterlo afferrare.

— Or bene, continuava il frate, questa famiglia, troverete ragionevole
anche voi, che voglia conoscere qual sia e che cosa pensi
quell'individuo il quale si presenta ora fatto e cresciuto per
appartenerle.

Maurilio, che era oramai tornato in tutta la calma del suo spirito,
chiese con una velata ironia:

— È questo dunque un esame che mi si è chiamato a subire?

— È una conversazione amichevole, come vi ho già detto, in cui, spero
che andremo d'accordo.

— E di ciò ha Ella ricevuto incarico da codesta mia famiglia?

— Non vi dico che sia così: rispose gesuiticamente fra' Bonaventura; ma
fate come se così fosse.

Il giovane incrociò le braccia al petto in una mossa di superba
aspettazione.

— Parli dunque Lei primo, Padre reverendo. Esponga il _credo_ che io
dovrei avere, perchè i miei congiunti si risolvessero a fare il loro
dovere: quello di riparare ad un infame delitto onde mi fecero vittima.
Io le dirò di poi se potrò giurare in quelle _verba magistri_.

— Ahi! pensò il gesuita: egli è orgoglioso al par di Satana.

Assunse il contegno più umile e più benigno che e' potesse, congiunse le
mani, levò gli occhi al soffitto, come per cercare ispirazione dal Cielo
e cominciò:

— Quantunque sia la prima volta che noi ci troviamo fronte a fronte, io
è già da qualche tempo che ho imparato a conoscervi ed apprezzarvi.

Era una piccola bugia; ma secondo la morale gesuitica l'onestà del fine
giustificava agli occhi del frate la lieve colpa del mezzo.

— Che! esclamò Maurilio stupito. Ella mi conosceva?

Padre Bonaventura confermò con un cenno e con un sorriso il suo detto, e
continuò:

— Vi conosco, e noi, che c'interessiamo per tutti quelli che hanno un
vero valore, che li amiamo più degli altri fratelli nostri in Gesù
Cristo, vi seguitiamo con isguardo pieno di cura e di sollecitudine,
deplorando le vostre tendenze e pregando Iddio perchè vi guidi sopra
sentiero migliore. Voi siete generoso e volete il bene, lo so; ma alla
vostra età, colla vita che avete vissuto, non si può scerner ancora con
fondamento, quale sia il bene reale del genere umano; non si conoscono
tuttavia gli uomini, non si è abbracciato con vista complessiva tutto
l'organismo degli ordini sociali, per giudicare che cosa al governo di
questi uomini convenga; si va più facilmente dietro a smaglianti chimere
che alla meno splendida, ma soda realtà, solo efficace. Anzi per
provvidenziale decreto di Dio che vuole l'intelligenza umana riconosca
la sua debolezza, quando abbandonata a sè, l'audacia, la temerità
giovanile fa scorgere il bene ed il vero nelle strade che nuove sembrano
aprirsi allo spirito umano. Si crede un generoso impulso il disconoscere
ciò che è insegnato dall'esperienza del passato, dall'autorità della
tradizione, ciò che posa sulla base inconcussa della divina rivelazione.
Ma voi, da quanto io ho potuto apprendere, avete troppo talento per
ostinarvi a chiudere gli occhi alla luce, quando questa vi sia fatta
splendere dinanzi....

Maurilio schiuse la bocca ad un suo sorriso pieno di sì fina ironia, che
il frate s'interruppe, e mettendo con mossa affettuosa una mano sulle
ginocchia del giovane, soggiunse con paterna bonarietà:

— Vedo sulle vostre labbra la punta d'un'obbiezione. Parlate, parlate
pure liberamente, chè qui siamo per leggerci a vicenda l'uno dell'altro
nell'anima.

— Vuole sapere la ragione del mio sorriso? Eccola. Ella vuole farmi
brillare dinanzi la luce: ma che luce è dessa quella che il suo partito
e la sua scuola sono disposti a concedere ai miseri mortali? Poichè Ella
stessa m'invita alla franchezza, dirò che credo loro intendimento e loro
compito la luce del vero misurarla con tanta parsimonia all'uomo che
egli trovisi nelle tenebre, costretto a seguire ciecamente per guida i
loro consigli e voleri....

— Se questi voleri e consigli lo hanno da guidare al bene ed alla
maggior possibile felicità, interruppe con qualche calore il gesuita,
non vi pare opera buona e doverosa il fare che primeggino ed ottengano?
Io non contesto quanto voi avete detto, e non vi accuso di attribuirci
concetti che non sono i nostri. Vi ho detto che fra di noi doveva
esserci un'assoluta franchezza. Sì, noi vogliamo misurare la luce: ma
quando una pupilla non è capace di sostenere che una data quantità di
chiarore, è prudenza, è carità, è dovere il non dargliene appunto che a
quel grado....

— E chi li fa giudici di questa misura?

— Il nostro santo ministero medesimo.

— No: l'interesse d'una casta, che da quello scuriccio ottiene
l'opportunità e la sicurezza di dominare.

— Sia; ma dominando spinge al vero bene l'umanità.

— La coscienza umana ha acquistato un altro concetto del suo bene, vuole
un altro mezzo di arrivarlo: la libertà.

— Parola ingannatrice! È lo scisma, è l'eresia. In essa appiattasi la
facoltà di fare il male.... Nel mondo, facciasi checchè si voglia, vi
saranno sempre due classi d'uomini: quelli che sanno, che pensano, che
hanno il talento e i mezzi d'istruirsi e di conoscere, e quelli che sono
condannati a vivere nell'ignoranza: i primi sono i pochi, i secondi sono
i molti. Chi può negare che a quelli non appartenga il diritto, anzi il
dovere di guidare gli altri, precisamente come ai genitori quello di
dirigere i loro figliuoli bambini?

Maurilio scosse il capo ed accennò parlare.

— Dite, dite pure: s'affrettò a sclamare il frate interrompendosi.

— Sì è vero, così parlò Maurilio, l'umanità fu divisa, è divisa ancora
in due parti: dei pochi che sanno e che possedono, dei molti che non
hanno ed ignorano. Ai primi tutte le distinzioni, tutti i gaudii
sociali; ai secondi nulla. Ah! loro non suppongono neppure quali sieno
le sofferenze di questa immensa turba di diseredati nella civiltà,
quanta sia e dolorosa la cancrena della miseria e dell'ignoranza nella
plebe. Io lo so che ho vissuto in mezzo ad essa; io lo so che quelle
sofferenze ho provate. E se là in mezzo cadde un'anima più sensitiva,
una intelligenza più sveglia, me lo creda, Padre, i tormenti morali
saranno peggiori e più crudeli ancora dei materiali.

— Voi mi cercate delle eccezioni; disse il gesuita colla medesima
benignità di sorriso e di voce, ma tuttavia con un accento in cui faceva
capolino una lieve impazienza della contraddizione. Sui cento mila ve ne
sarà uno capace di sentire quei tormenti morali che voi dite. E poi non
è vero che ad una eletta intelligenza, caduta per azzardo nelle basse
sfere sociali, sia assolutamente chiuso il cammino. La società è
abbastanza bene organata perchè sappia e possa giovarsi di tutte le
potenti individualità che Iddio mandi al genere umano, in qualunque
classe piaccia al suo alto senno farla nascere. La monarchia, dalla
quale abbiamo la fortuna e l'onore d'esser retti, non sa ella cercare e
scegliere i suoi zelanti servitori anche tra le più infime famiglie per
innalzarli ai primi gradi e favorirli di titoli, di ricchezze e di
onori? E la Chiesa? Non è dessa una madre amorosa che, senza riguardo ai
privilegi di nascita, innalza tutti coloro che se lo meritano, ai più
eminenti seggi della sua gerarchia? Quanti dalle più umili condizioni
non salirono essi fino al più allo fastigio, ad una grandezza «ch'era
follia sperar?» Voi sapete troppo le storie perchè io perda il tempo a
citarvene degli esempi.

— Queste si ch'Ella mi cita: interruppe Maurilio con vivacità;
queste sono eccezioni. Ma la cosa non va riguardata dal lato
dell'individualità, sibbene dal lato delle masse. Poco importa che di
quando in quando, uno della plebe rompa il cerchio fatale che costringe
nella miseria e nell'ignoranza tutti i suoi compagni, e si spinga anco
fino alle splendide aure del potere. Gli è tutta quella classe infelice
che dev'essere redenta dalla fame, dalla superstizione, dall'errore. Il
progresso umano sta tutto in ciò, che anche ai molti s'acquisti una
sempre maggior quantità di beni intellettuali ed economici...

Fu con decisa impazienza, questa volta, che Padre Bonaventura esclamò:

— Il progresso! il progresso!... Davvero che me l'aspettavo questa
parola.... La è sempre in bocca dei moderni novatori.... È un'assurda
teoria che prende l'uomo alla rovescia. Voi vedete nell'avvenire quello
stato di perfezione che fu nel passato prima della caduta dell'uomo; e
sperate superbamente arrivarlo, colle vostre misere e spesso empie
pseudo-conquiste della scienza. Tutto il progresso umano è contenuto
nella rivelazione. Fuori di li sono illusioni superbe e tenebre.

— Scusi. Il progresso è la legge che comanda a tutte le cose
dell'universo. Tutto progredisce, perchè tutto si muove, e muovendosi si
muta, e mutandosi sarebbe fare un oltraggio alla sapienza di Dio il dire
che non migliori. Guardi la storia medesima della terra, le successive
creazioni delle successive epoche cui ha percorso la vita del nostro
globo, e vedrà un continuo sforzo evidente della natura a raggiungere ed
estrinsecare sempre più perfette e più nobili forme e più intelligenti
creature, finchè arriva all'uomo.

Il gesuita, con quel suo atto di affettuosa domestichezza, pose di nuovo
la mano sul ginocchio del giovane.

— Non perdiamoci in così vasto ambito di considerazioni: diss'egli col
suo solito sorriso; e restringiamoci al nostro caso particolare.
Comprendo che voi, caro figliuolo, appartenendo finora di fatto a quella
classe che voi chiamate dei diseredati, voleste e vi proponeste di
tentare — usando sempre le vostre espressioni — la redenzione della
medesima, per ottenere con quella la vostra esaltazione...

Maurilio scosse il capo, come per protestare che quello non era stato
mai suo proposito; ma fra' Bonaventura, o non vide, o fe' mostra di non
vedere, e continuò:

— Avevate torto, perchè, sentendo ed apprezzando il valor vostro,
dovevate dirvi che eravate della razza degli uccelli dall'alto volo e
non di quella destinata a chiocciare nel fangoso suolo del pollaio; e
quindi, senza cercare di levare ad un volo impossibile i vostri compagni
senz'ali, dovevate pensare ad imbrancarvi voi alla schiera de' pennuti e
slanciarvi nelle serene aure del cielo....

— Oh come poterlo? Non seppe tanto frenarsi Maurilio che non
interrompesse. Ma tutto intorno abbiamo una fitta grata che ce lo
contende.

— Per chi non sa scegliere l'acconcio modo d'uscita: ribattè lesto il
frate. Se voi aveste saputo cercare validi protettori: se foste venuto,
per esempio, a picchiare alle porte di questo convento. L'umile tonaca
che mi vedete addosso avrebbe potuto aprirvi meglio d'ogni vostra
audacia di pensiero e d'azioni, il cammino. La predicazione,
l'insegnamento, la composizione di buoni libri, la paterna protezione
della nostra Compagnia vi avrebbero scorto anche ad una cattedra
vescovile. Ma, come dicevo, comprendo che per l'addietro queste idee non
sieno nate in voi; ora però, se voi uscite da quella sfera in cui foste
relegato finora, se voi arrivate in più felice lido e ponete il piede in
più splendida regione, spero che troverete anche voi opportuno, che
sentirete anzi il bisogno di cambiare opinioni e parere, che vedrete con
diverso aspetto le cose del mondo, appunto perchè le esaminerete da un
altro punto di mira, che riconoscerete in voi l'obbligo di difendere
quegli ordini religiosi, politici e sociali che volevate, ed avevate
anzi già cominciato assalire; che vi giudicherete della parte dei pochi
illuminati a cui è affidata la guida del gregge umano, e invece di
osteggiare e rendere difficile l'opera loro, vorrete aiutarla.

Padre Bonaventura tacque un momento, come per lasciar agio al giovane di
manifestare il suo pensiero; ma il nostro eroe, immobile, colle braccia
incrociate sul petto, non aprì bocca e stette aspettando la conclusione
con uno sguardo che sfavillava vivissimo nel fondo delle occhiaie, dalle
sue pupille color del mare.

Il gesuita s'ingannò sulla significazione di quello sguardo: credette
scorgervi la cupidigia dell'ambizione, e riprese a dire con più calore:

— A quali destini possiate arrivare, lo lascio pensare a voi. Colla
protezione d'una famiglia potente, col favore dell'aristocrazia,
coll'appoggio di noi, lo strenuo, eloquente, ispirato difensore dei
buoni principii otterrà quello che vuole.

Gli strinse come prima, ma più forte, il ginocchio, e tendendogli
l'altra mano dinanzi, come per mostrargli nella penombra della stanza le
cose che stava per evocare all'immaginazione del giovane, soggiunse col
tono di perorazione d'un buon predicatore:

— Nella vita secolare le prime cariche dello Stato, tutte le
distinzioni, tutti gli onori, tutto il potere; e nel clericato, se mai
Dio vi fosse così benigno da ispirarvi a vestire l'abito del nostro
ordine, i primi gradi, le infule vescovili e forse forse....

Abbassò la voce:

— Anche la tiara!... Sisto V era meno di te, figliuol mio!

Maurilio aveva sulle labbra un sogghigno pieno di tanta ironia, che fra'
Bonaventura, vedendolo, agghiacciò di subito. Levò vivamente la sua mano
dal ginocchio del giovane, spense il suo rettorico entusiasmo, e si tirò
indietro sul sofà, quasi con moto di sgomento improvviso.

Il giovane sorse in piedi con tutta freddezza, e disse lentamente:

— Io non sono punto ambizioso. Nelle mie sofferenze ho sentito le
sofferenze di tutta una classe: non aspiro al mio solo vantaggio: voglio
lavorare per quello di tutti gl'infelici, per quello in conseguenza di
tutto l'umano consorzio, della civiltà. O che ha ella creduto la
famiglia — ch'io non so se giungerò mai a chiamare mia — ha creduto
potermi imporre una condizione per compir essa il dovere che le incombe
di riconoscermi? Ed una scellerata condizione, qual è quella di
rinnegare le mie opinioni, di mutare dall'oggi al domani convinzioni e
credenze, cui non il particolare interesse, glie lo giuro, ma
l'apprezzamento del vero, ma la matura riflessione del mio intelletto mi
ha ispirate? La s'è ingannata; la s'inganna ancor Ella, Padre, nel
credermi capace di ciò. Fosse anche una madre che mi tendesse le braccia
a questi patti, io sarei disposto a farle la nobile risposta di
D'Alembert.

Il gesuita s'alzò egli pure. La sua faccia smise ad un tratto ogni
espressione di benignità per assumerne una di riserbata freddezza: aveva
capito che ogni ulteriore insistenza sarebbe stata inutile, che quella
volontà non si smoveva nè per blandizie, nè per offerte; pensò un
momento ricorrere alle minaccie e ne fece un lieve tentativo.

— Ella dunque, disse tornando a più cerimoniose forme di discorso, è un
nemico sfidato della Chiesa e del Trono, e vorrebbe combattere queste
due istituzioni sacrosante in qualunque condizione si trovasse?

— No: rispose con forza Maurilio protestando. Non penso che la Chiesa e
il Trono sieno ostacoli assoluti al progresso che vagheggio; spero
quindi che anche con essi possa il vantaggio delle plebi ottenersi. Sono
forme anche quelle istituzioni, e col moto del tempo ancor esse debbono
modificarsi. Credo che le si salveranno appunto modificandosi, secondo
il progresso sociale.

— Niente affatto. Chi le vuol toccare, vuol farle perire. Le sono come
la nostra benemerita Compagnia: e il motto che si disse di noi, deve
applicarsi anche a quelle istituzioni che noi colle nostre deboli forze
difendiamo: _sint ut sunt aut non sint_.... E saranno! _Portae inferi
non praevalebunt_. Crede Ella che le si lasceranno assalire dalle
temerità dei novatori moderni, senza difendersi e senza riagire? Hanno
dalla parte loro il comando, l'autorità, la forza sociale, la parola di
Dio, val quanto dire la verità e la potenza. Le temerarie idee e i loro
più temerarii profeti rimarranno schiacciati.

Maurilio sollevò la sua vasta fronte intelligente.

— I profeti, sia; può essere: esclamò egli, e questa volta la sua voce
vibrava coll'emozione ond'è dominato l'uomo il quale bandisce una
coraggiosa verità contrastata: ma le idee no. Soffocate per qualche
tempo soltanto, esse non muoiono, per dolori e tormenti di coloro che le
patrocinano non rinunziano, nel sangue anche dei loro proclamatori non
si spengono. Aspettano: si nascondono forse, ripostamente serpeggiano
fuor dell'arrivo delle polizie e delle predicazioni e della propaganda
del clero; e un bel dì sorgono in uno scoppio che è un trionfo, padrone
del campo, dominatrici del mondo. Guardi nella storia del passato, e
vedrà sempre essere avvenuto così, cominciando dalla più grande delle
idee, dall'idea cristiana....

— Ah! Ella bestemmia! Oserebbe paragonare le temerità delle malvagie
passioni demagogiche alle sacrosante cose della divina nostra religione?

— Anche le idee del Cristo erano temerità demagogiche pei gaudenti del
mondo pagano.... Io sono un nulla nel mondo; ma tutte le mie poche forze
ho consecrato al servizio di certi principii a cui ho dato
irrevocabilmente l'acquiescenza dell'animo mio e il consentimento del
mio pensiero; e quali che sieno le seduzioni onde mi si voglia
allettare, qualunque le minaccie che mi si facciano trasparire, non
muterò, se Dio mi assiste, per tutta la vita. Ho pensato sempre a quel
momento che mi pareva pure impossibile, in cui la mia famiglia potrebbe
riaprirsi per me, che ne fui, non so per qual cagione, spietatamente
reietto, ed ho sperato parecchie volte eziandio, glie lo confesso, che
questa famiglia potrebbe non essere nè spregevole, nè disonorata, avrei
dato qualunque cosa per giungere a questo risultamento; mi dicevo che
non la menoma recriminazione, non il menomo lamento avrei mosso contro
quella barbarie che mi ha condannato al supplizio di tanti anni di
miserabil vita, di disprezzata condizione; ma non avrei creduto mai che
questa famiglia volesse ancora impormi un sacrifizio cui non posso e non
debbo sopportare: quello della coscienza, quello di ciò che l'uomo ha di
più sacro, le proprie convinzioni. Se codesto pretende da me, le dica,
signore, che preferisco rimanermi nell'oscurità del mio nulla.

S'avviò per andarsene; il gesuita non lo trattenne; prese anzi la
lampada e gli fece lume fino al cominciar delle scale, dove, appena
chiamato, venne il frate laico per guidar fuor del convento il
visitatore.

— Addio: gli disse Padre Bonaventura. Non dispero che veniale a migliori
pensamenti. Se mai crederete d'aver qualche cosa da dirmi poi, se vi
sentirete in migliori disposizioni, venite a trovarmi....

Maurilio fece risolutamente un segno negativo, come per dire che non
sarebbe venuto mai. Il gesuita mandò un sospiro.

— Dio vi guidi ed illumini! Colla vostra famiglia, se pur sono veri i
sospetti che se ne hanno, se la Provvidenza vuole porvi in presenza di
lei, tratterete voi medesimo senza intermezzo; io ho fatto quello che ho
creduto bene per tutti, e mio dovere.

Rientrò nella sua cella, e intanto pensava:

— Se non ci fosse immischiato quello stupido di un onest'uomo che è Don
Venanzio, il meglio sarebbe lasciar tutto ignorare al marchese e trovar
modo di fare sparire ogni traccia.... Ciò non potendo più oramai, è
meglio svelare io stesso la verità al marchese e disporlo in guisa che
stimi dover suo non riconoscere il figliuolo di sua sorella.



CAPITOLO VI.


Battevano appena le nove quando il padre gesuita presentavasi al palazzo
Baldissero e veniva tosto introdotto presso il marchese, il quale, dopo
una notte insonne, stava ansiosamente aspettandolo. Invitato a parlare
sollecitamente, fra' Bonaventura incominciò, con aria compunta e mani al
petto intrecciate, un lungo esordio sulle vie imperscrutabili della
Provvidenza, cui il marchese finì per interrompere:

— Scusi.... Il fatto, a cui Ella fece allusione nella sua lettera di ier
sera, è desso la trista avventura della fu mia povera sorella?

— Eccellenza sì: rispose il frate inchinandosi.

— Le confesso che molto mi punge la sollecitudine di sapere qual cosa
mai, dopo tanto tempo, possa avvenire che abbia ancora attinenza a
quelle disgraziate vicende. La prego dirmi senza ambagi, senza indugi e
senza circonlocuzioni ciò di che si tratta.

Il gesuita fece col capo un segno di umile assentimento, ed abbassando
la voce ed accostando vieppiù la sua seggiola alla poltrona in cui stava
il marchese, come se avesse voluto che manco l'aria potesse cogliere le
parole che stava per pronunziare, disse:

— Il figliuolo, frutto di quel condannato matrimonio, fu creduto dalla
marchesina Aurora, e da Lei medesima, signor marchese, morisse pochi
giorni dopo la sua nascita.

Baldissero si riscosse in violento, ma tosto frenato sussulto; il suo
sguardo s'affondò negli occhi del gesuita che teneva la placida faccia
tonda a pochi centimetri dalle orecchie del marchese.

— Così affermarono, e con giuramento, diss'egli pesando sulle parole,
coloro che assistettero in quella circostanza mia sorella: Nariccia, la
cameriera Modestina... e Lei stessa, Padre Bonaventura.

Questi fece comparire sulle sue labbra rubiconde un sorriso tutto
amenità, levò la destra bianca e grassotta in un atto di mite protesta e
scotendo negativamente il capo, soggiunse con una cortese vivacità
d'accento:

— Perdoni, perdoni.... Io no!... Io non contraddissi le parole degli
altri.... Ecco tutto!

— Le confermò col suo silenzio.

— La permetta.... Il silenzio non conferma nulla.

Il marchese, con moto vivace, rivolse la poltrona e se stesso verso il
suo interlocutore così da rimanere con lui proprio faccia a faccia.

— Quel bambino non morì dunque allora, in fascie?

Bonaventura scosse gravemente la testa.

— No, signor marchese.

— E perchè fu detto morisse?

— Perchè tale fu la volontà, tale il comando di S. E. il marchese, padre
di V. E.

Baldissero si trasse indietro nella sua poltrona, impallidì leggermente,
e mandando un'esclamazione, interruppe con tono quasi di minacciosa
ammonizione:

— Badi bene!...

Ma il gesuita riprendendo con qualche calore:

— Di tutto quel che dico ho sempre buone prove per dimostrarne la
verità. Tengo delle lettere che scrisse a me stesso su tal proposito S.
E.; esistono testimonii Nariccia e la _Gattona_, e quando a Lei non
sembrino guarentigia sufficiente di sincerità, il mio carattere, la mia
parola....

Il marchese fece bruscamente un atto che voleva significare la sua piena
fiducia nelle parole del gesuita.

— E di quel fanciullo adunque, domandò impazientemente, che cosa
avvenne?

Padre Bonaventura narrò ciò che noi già sappiamo: Nariccia specialmente
incaricato di ciò dal vecchio marchese averlo seco portato un giorno, nè
alcun altro di quelli che stavano intorno alla vedova di Maurilio aver
saputo mai che cosa ne avesse fatto.

Sulla nobil faccia del marchese si dipinse l'espressione di un acuto
dolore, d'una penosa vergogna. Che cosa non avrebb'egli dato, perchè non
si fosse potuto accagionar mai di simil fatto suo padre! Pose la fronte
sulla palma della sua mano e stette un istante impensierito, poi
vivamente impugnò la nappa in cui finiva il cordone del campanello che
pendeva presso al luogo dov'egli sedeva e diede una forte tirata: un
lacchè si presentò sollecito all'uscio.

— Si corra tosto in casa di Nariccia: comandò egli: e gli si dica di
venir qui, subito, senza il menomo indugio.

Il domestico sparì con una premura che era indizio di quella colla quale
avrebbe eseguita la commissione.

Baldissero si volse di nuovo al gesuita.

— E come, dissegli con accento di rampogna, potè Ella prender parte a
questo crudele inganno?

— Io non vi ho preso parte diretta, rispose colla sua melliflua
parlantina padre Bonaventura: mi sono rimasto a non dissentire. Ho
considerato d'altronde la specialità delle circostanze che permetteva,
che consigliava una specialità di propositi. L'interesse e la pace di
una nobile stirpe come la sua, signor marchese, sono cose di tal rilievo
che ad ottenerle si può e si deve anco ammettere delle eccezioni a
qualche regola generale. Io sapeva d'altronde che la generosità del fu
signor marchese non avrebbe mancato di provvedere alla sorte futura di
quel bambino, e credo infatti che così abbia egli voluto fare e le
circostanze soltanto abbiano impedito che le sue intenzioni avessero
effetto....

Il marchese, che ascoltava non senza qualche impazienza i gesuiteschi
avvolgimenti di parole del frate, interruppe bruscamente a questo punto,
venendo la sua attenzione richiamata all'argomento principale e più
interessante.

— Ella dunque sa qualche cosa dell'ulteriore destino di quell'infelice?

— Allora io non ne seppi più nulla, nè di poi cercai mai di saperne, o
cosa alcuna venne a mia conoscenza a questo riguardo.... Ma ora
finalmente....

— Finalmente? interruppe con accento d'ansiosa interrogazione il
fratello della povera defunta Aurora: quel fanciullo vive?

Padre Bonaventura fece un cenno affermativo.

— Ella lo conosce?

— Signor sì.

— Dov'è?

Il gesuita si curvò ancora di più verso il marchese, abbassò ancora più
la voce e rispose:

— Qui nello stesso suo palazzo.

Il marchese afferrò una delle mani del frate e gliela strinse forte.

— Si spieghi, la prego: disse con voce vibrata, in cui più che una
preghiera era un comando.

Padre Bonaventura narrò quanto aveva appreso dalla _Gattona_, la
circostanza de' contrassegni, l'intromissione di Don Venanzio e va
dicendo quello che noi sappiamo già.

Il marchese ascoltò tutto ciò con un'agitazione ed un turbamento cui non
cercò in modo nessuno di dissimulare: quando il frate ebbe finito,
rimase un istante immobile, il capo chino, come senza volontà e senza
consiglio. Ancor egli vedeva in questo succedersi e combinarsi
d'avvenimenti la mano della Provvidenza, che voleva riparato un tale
delitto, e si veniva chiedendo che cosa gli toccasse di fare in presenza
di cotali circostanze. Il gesuita che indovinava ciò che si passava
nell'animo di lui, disse col suo accento e co' suoi modi insinuanti:

— Sì, qui è innegabile il Dito di Dio che ha voluto trarle innanzi a Lei
quel disgraziato giovane, perchè Ella lo salvasse.

— Qui!... qui stesso!... esclamò allora il marchese rompendo il
silenzio. Come un estraneo, come un poveretto sono io stesso che l'ho
introdotto nella casa di sua madre! Oh poichè Iddio lo volle fare in
questo modo rientrare sotto questo tetto, gli è perchè ci rimanesse come
a suo posto....

Era la naturale generosità del marchese che si manifestava nel suo primo
impulso; ma l'interruppe l'accortezza delle convenienze che parlò colla
voce melliflua del gesuita.

— Guardiamoci di non interpretare malamente i disegni di Quel di lassù.
Certo a riguardo di questo giovane qualche cosa ha da farsi, ma che sia
questo qualche cosa, converrà deciderlo con matura e ponderata
riflessione.

— Gli furon tolti famiglia e nome: disse con vivacità il marchese:
bisogna rendergli e il nome e la famiglia.

— Sta bene; ma prima bisogna chiarirsi di quale condizione egli sia
degno. V. E. sa meglio di me che se alcuno vien messo in posto a cui non
sia acconcio, ad altro non riesce che a far male per sè e per altrui.
Ella di certo ha qualche obbligo verso quel giovane, quantunque cotali
obblighi non sia un fatto suo ad averglieli dati: ma doveri ben maggiori
e più importanti V. E. ha eziandio verso la dignità della sua famiglia,
verso la causa del bene, verso la patria, verso la società. Ora l'alto
suo senno deve accordare così l'adempimento di questi doveri, che
soddisfacendo agli uni non riesca a ledere gli altri. Badi bene, signor
marchese, che volendo restituire alla sua famiglia un rampollo il quale
in realtà non le appartiene che per indiretto legame, Ella non faccia
poi capo ad altro che a dare al suo lignaggio il disdoro d'un nemico
dell'ordine, della religione e della monarchia, ed a porre questo nemico
in condizioni appunto da poter di meglio nuocere a quelle sacrosante
cose cui osteggia.

— Che sa Ella del come questo giovane pensa e ragiona? domandò il
marchese non senza qualche meraviglia.

— Ho creduto dovermi informare appuntino dell'essere morale e
intellettivo di quell'individuo, prima di fare il menomo passo presso V.
E. a questo proposito. Ho sentito che tale era il dovere di me che avevo
avuta la parte ch'Ella sa in quei funesti avvenimenti, dovere
accresciutomi ancora dal mio lungo ossequio devotissimo alla sua
illustre famiglia, dal mio stesso sacro carattere di sacerdote. Ho
dunque voluto appurare da me stesso chi e che cosa fosse quel giovane;
trovai modo d'averlo a me, lo scrutai con attento esame e ne conchiusi
che in esso vi era un demagogo incorreggibile, un invasato senza più
rimedio dall'iniquissimo spirito rivoluzionario che è lo spirito del
male.

— Ha tanto talento! esclamò quasi involontariamente il marchese.

— Sì; soggiunse con calore Padre Bonaventura, ed è perciò tanto più
pericoloso. A questa capacità volta al male, vorrebbe Ella dare i mezzi
di far più male?

— Tornato nelle condizioni normali della sua vera esistenza; riparata la
grande ingiustizia che fu commessa a suo riguardo, si calmerà
l'irritazione dell'anima sua e quella mente acuta potrà scorgere il
vero.

— Non lo speri: interruppe con maggior vivacità il gesuita. Se la mia
esperienza m'abbia posto in grado di conoscere gli uomini, e se grazie
al Signore io possedo una certa abilità nel penetrare a prima veduta
entro l'animo di chi mi parla, e leggerne l'indole sulle sembianze e sui
cambiamenti della fisionomia, Ella lo sa.

Il marchese fece un sorriso ed un cenno del capo ad accennare che era
affatto conscio di tale prerogativa del frate.

— Ebbene, questi continuava, io ho parlato per un'ora con quel cotale,
più che non mi occorra a scoprire l'intimo pensiero, anche di chi voglia
celarmelo — e le assicuro che quel giovane non vuole per nulla nè
sarebbe capace ad infingersi — e l'ho definitivamente giudicato. È una
di quelle nature ferme e tenaci che s'abbrancano ad un'idea come
l'ostrica allo scoglio, che vivono di essa, che non vogliono e non
possono separarsene, e piuttosto morrebbero. Di quel legno si fanno i
fanatici d'ogni razza ed i martiri. Guidato sulla buona via, sarebbe
stato un valente campione per noi. Ora è troppo tardi: l'albero si è già
malamente piegato e più non si drizza; piuttosto si rompe.

Il marchese fissò in volto il gesuita con quel suo sguardo nobile e
dignitoso e disse lentamente:

— In conclusione, che cosa crede Ella, Padre, che si debba fare?

— Lasciargli ignorare quello che ignorò fin adesso.... e ch'egli, se noi
vogliamo, non avrà nessun mezzo di scoprir mai, fargli offrire
un'acconcia somma che gli costituisca una discreta ricchezza perchè si
allontani e corra in quelle terre laggiù oltre l'Atlantico, dove pare si
siano dato ritrovo tutte le pazzie umane, e dove gli è proprio anche per
lui il suo posto.

La coscienza del marchese si ribellò di botto a quest'iniqua proposta.

— Come! esclamò egli. Io lo defrauderei un'altra volta del suo diritto,
dell'esser suo? Egli è figliuolo legittimo d'un legittimo matrimonio:
questa è la sacrosanta verità che si ha l'obbligo di riconoscere.

Padre Bonaventura, colla mossa che gli era solita, levò in alto la sua
mano bianca come quella d'una signora.

— Conviene distinguere: disse colla maggiore unzione del suo accento
dolcereccio. Se si trattasse di caso vergine, non ancora pregiudicato in
nissun modo, V. E. avrebbe forse compiuta ragione. Io non voglio con ciò
muovere il menomo rimprovero alla venerata memoria di suo padre,
l'illustre signor marchese; egli a prendere la determinazione che fu la
sua ebbe valevoli e imperiosi motivi che debbono tenerci ben ben lontani
dal condannarlo....

Baldissero fece vivamente un atto, con cui voleva significare ch'egli si
guardava dal condannare suo padre.

— Ma però ammetto, continuava il gesuita, che Ella, trovandosi in quelle
medesime circostanze potesse, e credesse anzi suo dovere, adottare altra
risoluzione. Ora noi siamo dinanzi ad una condizione di cose affatto
diversa. L'ingiustizia — chiamiamola pure con questo nome severo — fu
commessa: sono venticinque anni oramai che la è cosa compiuta, e
quell'individuo si è adattato alle condizioni in cui fu posto, venne su
colla natura informata a quell'ambiente, coll'essere costituito di
quegli elementi. Ho già avuto l'onore di dirle qual egli sia pur troppo;
e le ripeto che torlo ad un tratto a quelle sue condizioni per
trabalzarlo in altre a cui non è acconcio per nulla, riesce
evidentemente un far male a lui, un creare un pericolo alla società. Che
gli si migliori la sorte: questo sì, a ciò credo egli abbia qualche
diritto, ma pretendere di più non lo può neppure quel giovane il quale,
in fin dei conti, non ha nessun mezzo sicuro e legale di venire alla
scoperta mai de' suoi parenti, cui basta il silenzio della _Gattona_, la
quale non ha ancora parlato, e di Nariccia che non parlerà se non si
vuole, per lasciar sempre nelle più dense tenebre intorno alla sua
origine, il quale ci viene innanzi con indizi fortissimi di essere
quello che pensammo finora perduto per sempre, ma non ce ne porge però
delle prove sicure ed irrefragabili. Chi o qual cosa ne può togliere il
dubbio che quegli oggetti, per un caso qualunque, e mille ce ne possono
essere stati, non sieno caduti in potere d'un altro? Come rimaner
proprio certi che il bambino trovato in mezzo di una strada a Torino sia
proprio quello nato in una villa presso Milano? E non deve metterci in
sospetto la differenza delle epoche fra la nascita e il rinvenimento,
che sarebbe accaduto un anno dopo? Sono tutte questioni, pare a me, che
ci debbono fare riguardosi e di molto. Come vorrebbe Ella risuscitare
tutto quel tristo passato, richiamare l'attenzione del mondo sopra un sì
doloroso episodio della sua famiglia ora compiutamente posto in oblìo
per chiamare a condizione di cui non è degno un cotale cui nulla mai
potrà provare sia davvero l'individuo supposto?

Il marchese stette alquanto pensoso, evidentemente impressionato da
queste parole.

— Prima di decidere se questi dubbi ch'Ella accenna con giusto criterio
sieno risolubili o no, converrà parlare con messer Nariccia. Egli ci
potrà chiarire di molte cose, e forse dalle sue rivelazioni sorgerà alla
nostra mente l'evidenza.... Ma, appunto; nessuno ancora ritorna a darmi
conto della imbasciata fatta a Nariccia.

Tese la mano per afferrare il cordone del campanello, ma in quel punto
medesimo l'uscio s'aprì vivamente e il cameriere del marchese, così
concitato che aveva perfino trascurato di chieder licenza d'entrare, si
precipitò nella camera con aspetto turbatissimo e quasi sgomento.

— Volevo suonare, appunto per voi: disse il marchese prima che il servo
aprisse bocca. Si fu da Nariccia?

— Sì.... sì signore: rispose l'altro con voce che tremava. Ci fui io
stesso.... Ah! Eccellenza, se sapesse!...

Il marchese notò allora il turbamento del domestico.

— Ebbene?... Che avvenne?... Ce l'avete trovato?

— Il povero signor Nariccia questa notte fu barbaramente assassinato.

Baldissero e fra' Bonaventura sorsero di scatto da sedere. —
Assassinato! esclamarono essi. Morto?

— No.... Pare ch'e' non sia morto del tutto, per ora, ma gli è poco
meno. Non ha cognizione, non può più parlare, ed ho udito che i medici
lo danno per bello e spacciato.... gli assassini gli hanno quasi
tagliata la testa. Un rubalizio dei più audaci e dei più barbari che sia
stato compito mai.... La povera vecchia fante fu sgozzata come un
pollastro: quella è morta per davvero.... Scassinarono il forziere e
portarono via tutto il denaro che c'era, si dice delle somme enormi....
E dovevano aver delle chiavi che aprivano dapertutto, perchè non ci fu
la menoma effrazione, ned alcuno dei casigliani ebbe ad udire il menomo
rumore.... La cosa fu scoperta stamattina che andò, secondo il solito, a
recar loro il latte la rivendugliola della cantonata, e trovato l'uscio
aperto s'introdusse nel quartiere e mirò l'orrendo spettacolo. Ella mise
in un momento a rumore tutta la casa e non tardarono ad accorrere la
giustizia e la forza pubblica.... Adesso colà c'è un mondo di gente....
Già si dice che gli assassini sono i soliti di quella famosa _cocca_ che
non si sa mai cogliere e che sono il terrore di tutta la città.

Il marchese fece un atto colla mano che il servo prese per un ordine di
silenzio e un cenno di congedo: si tacque, e camminando all'indietro
come i gamberi si avviò verso l'uscita.

— Si attacchino i miei cavalli.... subito: comandò il marchese.

E il domestico dopo un ultimo inchino uscì sollecito.

— È una fatalità che il filo ci si debba spezzare tra mano? Soggiunse il
marchese. Nariccia che potrebbe dileguare i dubbi, ci viene ora tolto.
Voglio vederlo: Padre, venite anche voi meco.

— Molto volentieri: rispose untuosamente il gesuita, tanto più che se
quell'infelice non è ancora morto, può essergli utile il mio santo
ministero.

L'audacia e la misteriosità di quell'assassinio così ferocemente compito
avevano sdegnato e quasi direi spaventato, non che la popolazione, ma le
pubbliche autorità medesime; e tanto la giudiziaria quanto la politica
erano disposte a mettere tutto il possibile impegno per rintracciare i
colpevoli. Sventuratamente d'indizi non se ne avevano, fuor due: nella
destra contratta di Nariccia (il quale da principio era stato creduto
cadavere ancor esso) stava stretto uno squarcio di panno, che
probabilmente aveva appartenuto agli abiti del suo assassino; sopra un
mobile vicino al posto in cui era caduta sgozzata la povera Dorotea, si
vedeva l'impronta sanguinosa d'una mano grossa, a dita tozze e robuste,
la mano d'un uomo di forme colossali e di forza non comune. Era di certo
l'uccisore della vecchia fante, il quale colla mano intrisa del sangue
di quell'infelice, erasi appoggiato a quel mobile. Il commissario Tofi,
accorso egli stesso in persona ad esaminare le cose, alla prima
sguardata di quell'impronta, disse col suo accento secco e burbero:

— Qui c'è entrato quel brigante di _Stracciaferro_; ecco il suo bollo.
_Stracciaferro_ non va senza _Graffigna_: son essi che han fatto il
colpo.... Conviene snidarli dal covo in cui queste belve si nascondono,
ad ogni costo.

Affine di procedere con ordine ed attenzione all'esame d'ogni menoma
cosa nel quartiere abitato da Nariccia, Tofi ordinò si facesse sgombrare
il locale da tutti i curiosi, e le guardie intanto, mentre non avrebbero
più lasciato entrare alcuno fuor quelli di cui era bisogno, custodissero
a vista i vicini e coloro fra gli accorsi che parevano poter fornire
all'uopo qualche utile testimonianza. Mentre il Giudice ed il
Commissario di Polizia procedevano ad una minutissima investigazione,
l'ufficiale sanitario, fatto venire in tutta fretta, verificava che la
fante era morta senza più rimedio pel taglio della gola che quasi le
aveva separato la testa dal busto, ma che invece il padrone viveva
tuttavia, che la ferita di lui non era mortale, che la minaccia alla
vita glie ne veniva non dalla pugnalata ricevuta al collo, ma
dall'apoplessia che lo aveva assalito e la quale anzi molto
probabilmente l'avrebbe già ucciso se lo scolo del sangue per la
trafittura del pugnale, facendo funzione d'un abbondante salasso, non
avesse d'alcun poco diminuito la forza dell'accesso.

Il medico giudicò che altre cavate di sangue erano ancora necessarie, e
l'assassinato fu posto sopra il letto, dove gli si aprì la vena a quel
braccio medesimo la cui mano teneva tuttavia stretto il pezzo di panno.
Al signor Tofi non era sfuggita la importanza di quel piccolo squarcio
di pannilana, e fin dal primo istante aveva cercato impadronirsene; ma
le dita contratte dell'assassinato erano strette come una morsa di
ferro, talmente che per quanta forza il Commissario ci mettesse, non ne
potè venire a capo: ma dopo i due salassi che a breve intervallo, il
medico stimò bene si facessero all'assassinato, le irrigidite membra si
rammollirono un poco, e fu possibile finalmente lo impadronirsi di
quell'importante oggetto, che poteva diventare utilissimo stromento a
rintracciare gli scellerati.

Si capiva facilmente che quello era un pezzo di bavero d'un vestito
maschile: era di panno fine di color marrone, e circostanza che diede un
sussulto di soddisfazione al Commissario, nella parte inferiore aveva
trapunte in filo di seta due lettere dell'alfabeto — F.B.

— Ecco un prezioso documento: disse Tofi al giudice, riponendo
accuratamente lo squarcio di panno. Lasci in mio potere per qualche poco
quest'oggetto, ed io saprò bene trovare fra i sarti di Torino e
d'altrove se occorre quell'informazione che ci servirà da buon capo a
dipanar la matassa.

Benchè vi fosse ordine di non lasciar entrare nessuno, quando alla casa
di Nariccia si presentò il marchese di Baldissero, tutte le porte gli si
aprirono; e con esso penetrò eziandio fino al letto dell'usuraio Padre
Bonaventura.

Nariccia poteva dirsi trattenuto sulla soglia del buio regno della
morte, ma non che vivesse; l'irrigidimento delle membra aveva sminuito
alquanto, ma la immobilità la più compiuta le toglieva all'ubbidienza
della sua volontà, se pur era che la volontà fosse tornata in
quell'essere: la paralisi, una compiuta paralisi di tutto il corpo lo
teneva inchiodato sul letto senza voce, senza possibilità nessuna di
manifestare se e che cosa sentisse, se e che cosa volesse. La speranza
d'udire dalla sua bocca la esposizione dell'atroce caso era delusa, nè
il medico lasciava lusinga che ciò potesse in avvenire aver luogo. Di
vivo non aveva più che i suoi occhi piccoli e più balusanti di prima, i
quali non avevano più espressione di fatta sotto ad una velatura che li
appannava e che già pareva l'ombra della morte che li invadesse.

Se quell'anima, racchiusa in un corpo quasi morto del tutto, con nessun
altro spiraglio sulla vita che gli occhi, di cui non si poteva manco
valere a manifestare le proprie sensazioni e volontà; se quell'anima,
dico, era conscia di sè, giudichi il lettore quale dovesse essere il suo
supplizio!

Il marchese ed il frate s'accostarono al letto del giacente, mentre gli
altri con rispetto se ne scartavano.

— Nariccia, disse Baldissero, a cui parve uno degli occhi
dell'assassinato si fissasse sopra di lui; mi riconoscete?

Non un moto, non il menomo cenno, non un batter di ciglio che indicasse
l'infermo avesse udito; ma quella pupilla velata, dal fondo
dell'occhiaia, continuò a restar fissa sul volto del marchese.

Padre Bonaventura insinuò dolcemente sotto le coltri la sua mano e prese
la destra dell'assassinato.

— Ci riconoscete? diss'egli a sua volta, curvandosi verso il giacente, e
colla sua voce dolcereccia e l'accento d'ostentata benevolenza.

Nariccia stette immobile, e il suo sguardo non si deviò nemmanco
menomamente dalla direzione che aveva prima. La mano che fra'
Bonaventura aveva presa non rispondeva in alcun modo alla stretta, ma
era dura, ghiacciata come quella d'un cadavere. Il gesuita la abbandonò
con un certo ribrezzo e si trasse in là; anche il marchese provò una
specie di fastidio per quello sguardo atono, semispento, vitreo che si
ostinava a star fiso su di lui: vide che non c'era nulla da fare e
s'allontanò di alcuni passi.

— Avete voi qualche sospetto intorno agli assassini; credete voi di
poterne scoprire le traccie? domandò egli al Commissario.

— Sono persuaso che già li conosco, almeno i principali: rispose il
signor Tofi; quanto al trovarne io traccie, questo pezzo d'abito
signorile, che viene a confermarmi nell'idea essere fra loro e dei
principali alcuni che vestono panni fini, questo servirà di prova
accusatrice irrepugnabile, perchè si troverà senza fallo il sarto che ha
cucito e trapunto queste lettere e saprà dirci per cui.

Affondò le due mani nelle grandi tasche del suo soprabito, appoggiò il
suo mento quadrato sul duro cravattone e stette innanzi a S. E. nella
mossa del soldato senz'armi in presenza del suo superiore.

Il marchese fece un allo di licenza e di saluto che significava non
avergli più nulla da domandare, e badasse pure ai fatti suoi, e si mosse
per uscire; ma Padre Bonaventura domandava in quella al medico che
ancora non era dipartitosi dal fianco del giacente:

— Crede Ella che questo sventurato possa sopravvivere, o che almeno in
lui la vita possa durare ancora alcun poco?

Il medico si strinse nelle spalle e rispose:

— Sopravvivere, no certo; sarebbe un vero miracolo, e non ci credo; ma
però questo suo stato, e fors'anche con qualche miglioria potrebbe
prolungarsi per alcuni giorni, come pure potrebbe avvenire fra pochi
minuti eziandio la morte.

Messer Tofi, che non trascurava nulla, che per le cose del suo mestiere
aveva una fortunata feracità d'idee, erasi andato a piantare in faccia
al ferito, appiè del letto, e ne guardava con tanta intentività la
faccia terrea e immota che pareva una maschera di creta, da far credere
volesse co' suoi occhi penetrare entro quella testa e leggergli il
segreto del delitto di cui era vittima nelle pieghe del cervello. Gli
parve che alle parole del medico qualche cosa avvenisse in
quell'occhietto appannato che guardava senza espressione dal fondo
dell'occhiaia, una lieve modificazione si facesse, una specie di
turbamento vi si manifestasse. Tofi s'abbrancò alla sbarra del letto e
si curvò verso il giacente con un evidente interesse, guardandolo con
più attenzione.

— Se così è, diceva fra' Bonaventura, continuando il suo colloquio col
medico, sarebbe forse opportuno dire su questo infelice le orazioni dei
moribondi.

— Sì, sì: esclamò vivamente il Commissario di Polizia; glie le dica,
Reverendo. La carità le impone di non lasciar partire quest'anima
poveretta senza i supremi conforti della religione.

Non era del tutto un trasporto di zelo cattolico che movesse il signor
Tofi a parlare così: ma era il desiderio di assicurarsi meglio se quella
sembianza d'emozione ch'egli aveva creduto di scorgere nel paralitico
era vera, se l'anima racchiusa in quel cadavere aveva tuttavia coscienza
di sè e delle cose circostanti e poteva in qualche pur lievissima guisa
manifestare esteriormente le sue sensazioni.

Padre Bonaventura cominciò la recitazione di quelle tristi preci: il
medico si ritrasse in là come colui del quale non è necessaria la
presenza, e si ridusse col giudice nel vano d'una finestra a discorrere
sottovoce; il marchese invece non solo si fermò, ma venne
riavvicinandosi al giacente, per associarsi ancor egli a quell'atto
pietoso: il Commissario stette al suo posto, curvando sopra il letto
verso la faccia di Nariccia la sua lunga persona.

Egli non aveva travisto, sotto quell'appannatura onde quei loschi
occhietti erano velati, un osservatore, qual era il Commissario, potè
scorgere una emozione di spavento, di cordoglio disperato, la quale
cercava, penosamente direi quasi, manifestarsi, e non ci riusciva che a
stento. Si sarebbe detto che quelle pupille volevano rotare sgomentite e
non erano capaci che a girar lentamente, che volevano domandar pietà e
nol potevano, che volevano piangere e non trovavan lagrime. Il volto di
messer Tofi veniva esprimendo una strana soddisfazione che pareva quasi
un sorriso. Appena fu se lasciò finire le preghiere sul labbro del
gesuita.

— Egli ci ode, egli ci vede, egli capisce e può farsi intendere: esclamò
il Commissario. Dottore, venga un po' qua e presti attenzione. Credo
aver trovato il modo di far parlare questo morto.

Il medico ed il giudice s'accostarono vivamente: anche il marchese ed il
gesuita s'aggrupparono intorno al letto non senza un po' d'emozione.

Tofi spiegò quello che aveva osservato.

— Ed ora: soggiunse: stieno attenti tutti che riusciremo a metterci in
rapporto con quell'anima chiusa in quel corpo intormentito.

Si pose vicino al capezzale di Nariccia, e curvandosi verso di lui, gli
disse:

— Per prima cosa rassicuratevi sulla vostra sorte. Il vostro male è
grave, ma non è disperato; se anzi vi mettete con buon coraggio nel
vostro interno a volere riagire contro questo intorpidimento che vi
allaccia, riuscirete a superarlo più presto. Potrete guarire ed avrete
ancora lunghi anni da vivere.

Gli astanti intorno al letto, dominati da un pungente interesse,
tenevano gli sguardi fissi su quella faccia di morto con occhi semivivi:
non un moto, non un cenno, nulla che potesse fare arguire il giacente
avesse udito.

Tofi continuava:

— E più presto vincerete questo vostro torpore, più presto potrete darci
i ragguagli perchè noi possiamo cogliere gli scellerati. Sarete
vendicato (si curvò ancora più sul capo di lui) e potrete riavere tutto
ciò che vi fu tolto.

Un fugace bagliore, come un piccolo guizzo, spento poi tosto, animò
l'occhio destro dell'assassinato.

— Hanno visto? esclamò il Commissario. Per me non v'è più dubbio: egli
comprende.

Il medico dichiarò che quel menomissimo accenno poteva essere puramente
automatico.

— Non è vero che voi ci comprendete? soggiunse Tofi, curvandosi di nuovo
sul giacente. Date retta, messer Nariccia: vegliamo fare una prova:
metteteci da parte vostra ogni sforzo, tutta la buona volontà, perchè
ciò vi deve interessare più di tutti noi. Se voi mi udite, se voi
comprendete quel che dico, volgete il vostro sguardo verso di me.

Tutti si chinarono ansiosi a vedere se questa prova riuscisse. Le
pupille di Nariccia stettero un momentino immote; poi lentamente, come
con fatica, si mossero e la destra si volse verso Tofi, mentre la
sinistra si volgeva appiè del letto, il qual modo era quello di guardare
pe' suoi occhi loschi. Una lieve esclamazione uscì dal petto dei
testimoni di quell'atto che prendeva una strana importanza.

— Vedete s'egli ci comprende! esclamò Tofi con trionfo. Oh noi lo faremo
parlare, e la verità verrà fuori anche da quelle labbra morte. Fate
attenzione, signor Nariccia, continuò indirizzandosi di nuovo al
paralitico; potete voi chiuder le palpebre a volontà? Provatevici un
po', vi prego.

Gli occhi del giacente manifestarono dapprima la stessa esitazione, la
stessa difficoltà di poc'anzi, come restii ad ubbidire all'intimo
volere; poi le ciglia si abbassarono lentamente e le pupille furono
coperte.

— Bene, benissimo: esclamò il Commissario sempre più soddisfatto. Or
dunque — fate bene attenzione, da bravo! — quando voi avreste da
accennare di sì potreste chiudere gli occhi. Sarebbe come una precisa
affermativa alle nostre interrogazioni, pronunziata dalla vostra bocca.
Avete capito?

Le palpebre floscie e giallognole di Nariccia che si erano rialzate
tornarono ad abbassarsi sulle losche pupille.

— A meraviglia! Vedono lor signori che noi ci comprendiamo
perfettamente... E credo che non si voglia perder tempo — chi sa che
cosa può sopravvenire anche nello stato di questo povero diavolo, che
c'impedisca di poi l'approfittare del lume d'intelligenza che gli
rimane? — e sia spediente il venir subito all'argomento che più preme.

Il giudice fece vivamente un cenno di assentimento, e tutti
s'accostarono ancora di più al letto, presi da nuovo e maggiore
interesse.

— Avete voi conosciuto i vostri assassini? Se sì, fate come vi dissi,
chiudete gli occhi, se no, rimanete colle pupille immote.

Più presto di quello che avessero fatto per l'innanzi, le palpebre di
Nariccia s'abbassarono.

Tofi continuò il suo interrogatorio.

— Tutti? Se li avete riconosciuti tutti, chiudete come prima gli occhi;
se alcuni soltanto, volgete le pupille alla destra.

Nariccia chiuse compiutamente gli occhi.

— Potreste dirne i nomi?

L'assassinato fece di nuovo il segno affermativo.

— Troveremo il modo di aiutarvi a dirlo questo nome. Frattanto vediamo
un po' in quanti erano. Io pronunzierò i numeri, facendo una pausa fra
l'uno e l'altro; quando avrò detto il numero che si vuole, voi
accennerete di sì. State attento. Uno!

Aspettò un istante: le pupille del giacente stettero fisse sul volto del
Commissario.

— Due....

Gli occhi rimasero immoti.

— Tre.

Le palpebre si chiusero.

— È giusto. L'avrei detto anch'io che dovevano essere in tre, solamente
a vedere le traccie del delitto. Uno, il più nerboruto, dovette
spacciare la fante, mentre gli altri due erano intorno a voi.

Nariccia fe' segno di sì; ma i suoi occhi, fino allora semispenti e
quasi atoni, cominciavano a prendere un'espressione di sgomento e di
terrore, troppo vivo essendo forse nell'interno l'effetto di questo
richiamargli alla mente l'orribile scena.

— Di questi tre assassini io sono persuaso di sapervi dire il nome di
due: sono due galeotti scappati, di cui uno vien chiamato
_Stracciaferro_, e l'altro _Graffigna_.

Cenno affermativo nel giacente.

— Rimane il terzo, e questo sono persuaso che è il più importante.

Nelle pupille di Nariccia corse come un lampo; era una fiamma fugace di
quel desiderio di vendetta che stava in lui, e con più vivezza che non
avessero ancora avuta, gli occhi si chiusero ad accennar di sì.

— Il pezzo di vestito che voi avevate tra le mani è suo?

Segno affermativo di Nariccia.

— Quello squarcio di abito indica ch'egli vestiva panni signorili. È
così?

Il paralitico rispose affermativamente.

— Sotto quel bavero ci sono trapunte due lettere dell'alfabeto, F. B.
Sono esse le iniziali del nome di quell'individuo?

Le pupille dell'assassinato rimasero immobili.

— No? Eh! volevo dirlo ancor io. Ma con un po' di pazienza voi potrete
farci conoscere subito quel nome. Porgete attenzione. Come abbiamo fatto
pei numeri faremo per le lettere dell'alfabeto: io le pronunzierò
adagio, ad una ad una, e voi mi segnerete via via quelle che entrano a
comporre cotal nome. Cominciamo dalla prima.

Si mise a recitare lento e spiccato le lettere dell'alfabeto; gli occhi
dell'assassinato stavano intentivamente fissi su quelle labbra come per
cogliere a volo il suono delle lettere fatali che avevano da notare,
quasi volendo affrettare la pronuncia di quelle che occorrevano. Ma dopo
pochissimi istanti quelle pupille tornarono ad appannarsi e la fiamma
d'intelligenza che vi balenava venne via via spegnendosi e quando il
Commissario era giunto alla lettera H gli occhi di Nariccia si chiusero.

— Acca! esclamò il signor Tofi meravigliato. Un nome che comincia per
acca? Diavolo! Non me lo sarei mai aspettato.

Si curvò di più sul giacente.

— Ehi! messer Nariccia, date retta: è proprio l'acca che avete voluto
segnare? Riaprite gli occhi da bravo e ripeteteci il segno, se gli è
proprio vostra intenzione di notare questa lettera.

Ma gli occhi di Nariccia non si riaprirono. Il medico s'accostò, lo
esaminò, e disse che era inutile insistere, poichè la soverchia interna
emozione lo aveva tolto della cognizione.

Tofi fece un atto di disappunto.

— Peccato! diss'egli. La cosa era sì bene avviata. Chi sa se
quest'infelice potrà tornare in condizione da riprendere siffatto
interrogatorio!

— Converrà usare dei riguardi: soggiunse il medico, e non ricominciare
troppo presto. La emozione è troppo forte ancora e troppo recente,
perchè facendo rivolgere su quel fatto la sua mente indebolita non
succedano tristi effetti a danno della sua salute.

Il Commissario diede bruscamente una crollatina di spalle che
significava con molta evidenza: «quando ne avessi tratto fuori quel che
voglio, crepi o non crepi costui, che cosa m'importa?» ma non disse
verbo.

Il marchese che non aveva più ragione alcuna d'indugiarsi in quella
casa, se ne partì col gesuita. Il suo animo era stranamente commosso, la
mente turbata. L'intreccio de' casi, la combinazione di quelle strane,
inaspettate, imprevedibili circostanze gli facevano scorgere in tutto
codesto un certo che di fatale, come un disegno della Provvidenza che
volesse, ora, dopo tanti anni, metterlo al cimento di nuovo e dargli
occasione a riparare a quel suo fatto per cui gli durava ancora potente
nell'animo il rimorso. S'egli non avesse ucciso Valpetrosa (andava seco
stesso pensando), il figlio di lui non sarebbe caduto in sì misera
sorte!...

Giunti alla carrozza, che aspettava nella strada, Baldissero e fra'
Bonaventura, questi, mentre il valletto, col cappello in mano, teneva lo
sportello aperto perchè ci salissero, disse:

— Eccellenza, io la saluto. Ella se ne torna forse a casa, ed io rientro
nel mio convento.

Il marchese pose una mano sotto l'ascella del frate a fargli invito a
salire nel legno.

— Venga, venga meco, gli disse, l'accompagnerò fino al Carmine e la
deporrò alla porta.

Salirono ambidue, e la carrozza si diresse di trotto verso il luogo
indicato.

Per un po' rimasero in silenzio tuttedue: fu poscia Padre Bonaventura il
primo che incominciò a parlare col suo tono più insinuante che mai.

— È una dolorosa contrarietà, un fatale contrattempo questa orrenda
disgrazia capitata al povero Nariccia. Temo pur troppo ch'egli non
tornerà mai più in istato da potersi spiegare chiaramente e farsi
intendere con sicurezza; e senza la sua testimonianza è affatto
impossibile dileguare quei dubbi che ci si affacciano intorno all'essere
di quel giovane.

Il marchese lo interruppe con un gesto che indicava desiderare che per
allora non gli si parlasse più di codesto.

— Penserò di meglio quello che mi tocchi di fare, disse: pregherò Dio, e
preghi anche Lei per me, di grazia, perchè m'illumini.

S'era giunti al convento del Carmine, il gesuita discese con
ringraziamenti, rispettose salutazioni ed umili proteste di devozione, e
il marchese continuò la strada per al suo palazzo. Diverse idee gli
tenzonavano nella mente, diversi affetti gli agitavano l'animo. I
pregiudizi, l'orgoglio, la bontà del suo cuore, il rimorso lottavano in
lui, mandandolo a volta a volta ai più opposti partiti. Aveva bisogno di
guida e di consiglio, e non sapeva a cui rivolgersi, e non voleva
aprirsene a nessuno. Ad un tratto si presentò alla sua mente l'immagine
sorridente e bonaria dell'umile parroco di villaggio. Là era il buon
senso, là l'onestà la più pura, là una vera religione, la virtù più
generosa, il più esatto e preciso sentimento del dovere, là
l'ispirazione della carità veramente cristiana.

Salì di fretta nel suo quartiere e fece venire a sè il domestico.

— Cercate subito di Don Venanzio, e pregatelo di venir da me al più
presto.

Il lacchè s'inchinò in segno d'ubbidienza, ma non uscì della stanza.

— Che cosa avete da dirmi? domandò il marchese.

— Durante la sua assenza venne uno scudiere di Corte, pregandola di
recarsi a Palazzo chè S. M. desidera parlarle.

Il marchese represse un lievissimo atto di contrarietà, e disse
sollecito:

— Non si stacchino dunque i cavalli. Ci vado tosto: e frattanto si
cerchi di Don Venanzio. Vorrei trovarlo qua al mio ritorno.

E messosi di nuovo in carrozza, fu in pochi minuti nel palazzo reale
alla presenza di Carlo Alberto che lo aspettava e lo accolse tosto.



CAPITOLO VII.


Il commissario Tofi, fattasi inutile ogni insistenza presso lo svenuto
Nariccia, passò in altra camera e si diede ad interrogare coloro fra i
casigliani che aveva fatto trattenere, nella lusinga potessero fornire
qualche testimonianza utile al suo còmpito. Apprese egli di questo modo
il fatto della crudele cacciata sul lastrico della strada della famiglia
del povero Andrea, e quindi il furore e i propositi di vendetta di
quest'esso. Nel passato del misero operaio non c'era nulla che potesse
farlo stimar capace d'un delitto, e sopratutto d'una ruberia; ma la
passione di vendicarsi e la miseria in cui si sapeva caduto il
disgraziato sono così cattive consigliatrici! Gli stravizi a cui s'era
dato in preda, le triste compagnie cui da tempo frequentava erano
argomenti da far credere in Andrea offese e smussate quella moralità e
quell'onoratezza onde poteva un tempo vantarsi; per poter penetrare in
quel modo nel quartiere dell'avaro, senza effrazione, gli assassini
dovevano avere in loro mano delle chiavi ben fatte all'uopo; ora
sapevasi che Andrea era un abilissimo fabbro ferraio. Quella mattina era
stato visto in quella strada medesima ed aveva mostrato assai
turbamento. Tutto ciò parve al signor Tofi altro che bastevole per
legittimare i sospetti sul conto di Andrea e la sua cattura: diede
ordine senz'altro che il marito di Paolina venisse arrestato.

Ma dove trovarlo questo vagabondo che non aveva più domicilio? Tofi, che
conosceva i suoi polli, mandò gli sgherri prima all'osteria, e poi, se
Andrea non fosse colà, all'ospedale dove giaceva inferma la moglie
dell'operaio.

Povera Paolina! Pareva ch'ella fosse già precipitata al colmo delle
disgrazie, eppure una nuova le incombeva sul capo ed un nuovo massimo
dolore stava per colpirla. Rimasta fuor de' sensi quasi ventiquattr'ore
(ah! perchè non aveva Iddio concessole di continuare in questo stato,
nel quale almeno le era tolta la coscienza della sua sventura?) era
finalmente tornata in sè per conoscersi in un lettuccio sotto la trista
vôlta d'un camerone d'ospedale. La prima idea che le era venuta era
stata quella dei suoi cari.

— I miei figli! mio marito! esclamò essa.

Le rispose la voce dolce d'una pietosa suora di carità che per ventura
le stava presso in quel punto.

— I vostri figliuoli sono ricoverati nell'Ospizio di *** e non mancano
di nulla; vostro marito è già venuto due volte a vedervi, e credo che
tornerà di quest'oggi medesimo.

La inferma volse uno sguardo tra attonito e riconoscente alla mite
fisionomia di quella monaca, e stette un poco a guardarla, come se non
avesse parole fatte da risponderle; poi ad un tratto un'idea spaventosa
l'assalse, ed ella ruppe in un singhiozzo.

— Mio marito, disse, può venire a vedermi; ma i miei figli?.... Oh! non
verranno essi pure?.... Io non potrò uscir più di qua per vederli
loro... Dovrò io dunque morire senza più abbracciarli?

La suora tentò calmare lo spasimo della poveretta con buone parole, e
infonderle il coraggio di qualche speranza; ma tutto fu inutile.

— No, no: diceva ella scotendo sul guanciale la testa con mossa
desolata: lo sento bene; io morrò qui... qui, separata dai miei!...

Povera donna! Ella doveva aver pur troppo ragione!

Poco dopo Andrea si trovava presso il letto di sua moglie.

Non ebbero cuore a parlarsi i due infelici. Essa lo fissava cogli occhi
velati da lagrime; egli non osava quasi arrestare il suo sguardo sul
viso di lei, aimè! quanto cambiato, che già pareva il viso di una morta.
Nell'aspetto di lui c'era una confusione, una vergogna, un rimorso:
tutto esprimeva il pentimento ed il dolore; il suo contegno era
un'accusa di se stesso ed un implorare perdono: in lei non un'ombra di
rampogna, non la menoma amarezza; una rassegnata mestizia, una virtuosa
mitezza nella irrimediabile desolazione. Andrea balbettò alcune voci che
non avevano senso; si curvò sulla giacente; ne prese il capo fra le sue
nere, callose mani che tremavano, e baciandole la fronte, ruppe in un
pianto angoscioso, con singhiozzi che parevano squarciargli il petto.
Piangeva eziandio Paolina, ma piangeva chetamente e lasciava colar giù
del volto immagrito e color della cera le lagrime cocenti senza
asciugarle.

Stettero così un poco; e la dolorosa amaritudine di quelle anime in tale
istante, chi la potrebbe dire? Fu la Paolina che, con quel filo di voce
che le rimaneva, cominciò a parlare.

— Calmati, Andrea, e fa coraggio, te ne prego.

Era essa, la santa donna, che riconfortava il marito; essa che andava
persuasa di morire, di dover abbandonare nel mondo, in quelle sì triste
condizioni in cui erano, i figli suoi; essa che da ciò aveva all'anima
il più grande dolore che anima di madre abbia provato mai!

— Non pianger più..... Tu sei un uomo... Conviene che tu abbia forza...
Senti, Andrea: ti voglio domandare un piacere, un gran piacere, sai, che
mi farà bene, ma tanto, tanto bene.

— Oh parla: esclamò vivamente il marito: e qualunque cosa sia, ti giuro
che io lo farò.

— Ho bisogno di vedere i nostri figliuoli... Conducimili qui... Non
dev'essere proibito di condurre de' figliuoli a vedere la madre
ammalata... Se fosse proibito anche questo, per noi povera gente, va a
domandare la grazia da chi occorre, anche dal Re se fa bisogno... te ne
supplico, ma conducimi qui i miei bambini... Tutti, sai! Anche
l'ultimo... Povero piccino!... Ah! poveri tutti!...

Si tacque chè la commozione le faceva groppo alla gola, e si voltò in là
perchè il pianto le riempiva di nuovo gli occhi.

— Sta tranquilla, rispose Andrea, dovessi mettere sottosopra il mondo,
ti contenterò.....

— Quando? quando? chiese con ansia e sollecitudine l'inferma.

— Per oggi mi è impossibile, che già è troppo tardi, e prima che io sia
andato e venuto, è di là di trascorsa l'ora in cui qui ci si lascia
entrare; ma domattina, sta sicura che verrò qui coi nostri figliuoli per
mano.

— Grazie! disse Paolina con tanta tenerezza di accento che impossibile
farsene un'idea: ah! rivedrò i figli miei!...

Successe una pausa; poi la inferma, non senza qualche imbarazzo, si fece
a domandare:

— E tu, Andrea, ora, che fai? che conti di fare? come vivi? Hai cercato,
cerchi lavoro? ne hai trovato?

Andrea rispose con impaccio maggiore di quello con cui sua moglie lo
interrogava:

— No, di lavoro fin adesso non ne ho trovato... è così scarso!... ma ne
cerco.

— E intanto come vivi?

— Ho qualche amico che mi aiuta...

— Ah! i tuoi amici

— Ho reso servizio ad un cotale che può qualche cosa e che ci torrà
tutti dalle pene... Quando tu sarai guarita, e sarà guarito ancor
egli... perchè si trova malato di molto anche lui, tutto si
aggiusterà.....

Paolina guardò fiso in volto suo marito.

— Non c'è nulla in codesto, di cui un uomo onesto come sei tu debba
arrossir mai?

Andrea chinò gli occhi innanzi a quelli della maglie: ricordò la false
chiavi fatte la sera innanzi, ed una profonda vergogna de' fatti suoi lo
prese.

— No, no, rispose tuttavia con sufficiente franchezza; anzi ho fatto per
quel cotale una che si può dire opera buona. Ti conterò poi tutto
un'altra volta.

Il domani, come aveva promesso alla moglie di fare, Andrea uscì dal
segreto riparo in cui si nascondeva così bene, che da quella sera in cui
era stato condotto in _Cafarnao_ nè Marcaccio ned altri non lo avevano
visto più, e s'avviò verso l'ospizio ov'erano ricoverati i suoi figli.
Per giungere a questo ospizio, la strada più corta era quella in cui si
trovava la casa di messer Nariccia, ed Andrea ci passò, e come tutti
quelli che in quella mattina la percorrevano, fu arrestato dal
capannello di curiosi che impediva il passo all'altezza appunto della
casa dell'usuraio. Il marito di Paolina dalle vive ciarle che udì
intorno a sè, apprese tosto quel che era avvenuto al suo già padrone di
casa, e fu grave e profondo l'effetto ch'egli ne provò. Pensò di botto a
quelle chiavi da lui fabbricate, e non ebbe dubbio nessuno che esse
avessero servito a commettere quell'orribile delitto; egli dunque ne
aveva pure la sua parte di colpa, a lui si doveva il compimento di
quella strage, su di lui la giustizia divina e l'umana avrebbero potuto
e dovuto far ricadere quel sangue. Il povero Andrea seppe così poco
nascondere il suo turbamento che i presenti lo notarono tutti, e
parlandone poscia al Commissario, rafforzarono in lui i sospetti che
complice dell'assassinio fosse Andrea, e che, mandato appunto da quelli
che avevano fatto il colpo, fosse venuto lì quella mattina ad esplorare
come si mettessero le cose.

Intanto il marito di Paolina, allontanatosi da quel luogo di buon passo,
desideroso di fuggire quella strada e quelle voci, arrivava ancora tutto
sossopra dell'animo all'ospizio in cui erano ricoverati i suoi
figliuoli. Colà domandava gli fosse concesso prender seco i bambini e
condurli al letto della madre poco meno che moribonda; e la passione
dell'animo ond'era afflitto, diede alle sue preghiere tanta efficacia,
che le monache sotto la cui direzione era quel pio istituto,
acconsentirono senza difficoltà nessuna a lasciar andare col misero
padre i bambini; i quali, di vero, appena vistolo, s'erano gettati
addosso a lui e pregavano piangendo li togliesse con sè, li conducesse
dalla mamma, tornassero tutti nella loro soffitta a vivere come prima.

Andrea li abbracciò e baciò con tanta tenerezza, quanta forse non aveva
provata mai; ringraziò le monache alle quali promise avrebbe fra due ore
al più tardi ricondotti i piccini, cui loro raccomandava colla più
commovente effusione, e toltosi in braccio il più piccolo, mandandosi
innanzi gli altri, si diresse verso l'ospedale in cui giaceva la moglie.

Quest'infelice aspettava con ansioso desiderio che le faceva parere
lentissimo il tempo. Ad ogni minuto domandava alla monaca, che aveva più
specialmente cura di lei, qual ora fosse, e udendo sempre che
trammezzavano ancora parecchi minuti al punto in cui avrebbero
cominciato ad essere ammessi i visitatori, sospirava dolorosamente.

Ma quel momento giunse pure alla fine: vide Andrea comparire in fondo al
camerone col piccino in braccio che girava attorno attoniti i suoi
occhioni tondi come se volesse cercare la mamma che il babbo gli aveva
detto eran venuti a vedere; scorse gli altri suoi figliuoli che
camminavano tenendosi per mano colle mostre dello stupore ancor essi
sulle loro faccine a quei nuovi oggetti che si trovavan dintorno;
Paolina provò una tale emozione che ne attinse la forza di drizzarsi
alquanto della persona sul letto, di levar fuori dalle coltri le braccia
e tenderle a quei suoi cari che s'avanzavano verso di lei, mentre le sue
bianche labbra tremanti esclamavano:

— Figli... oh figli miei!

In un momento, fra quelle braccia mosse da tanta tenerezza si trovò
stretto con amoroso trasporto l'ultimo de' bimbi che il padre ci aveva
messo. La povera madre lo baciava piangendo, dicendogli mille
incoerenti, inintelligibili parole; il bambino guardava sempre con que'
suoi medesimi occhi attoniti, pareva non riconoscer più sua madre:
quelle due lunghe file di letti, con entrovi tanti volti quasi
cadaverici e tanti occhi riarsi dal fuoco della febbre, parevano
spaventarlo, faceva greppo e se non avesse avuto soggezione, molto
facilmente sarebbe prorotto in pianto. Il padre lo riprese, recandoselo
al petto, ed egli si serrò colle piccole braccia al collo di lui,
guardando la madre quasi sgomento: la infelice donna rispondeva a quello
sguardo con un mesto sorriso tutto bontà e con una dolorosa
rassegnazione entro gli occhi. Gli altri figliuoli furono dalla giacente
abbracciati del pari; poscia il marito sedutosi vicino al capezzale, i
bambini sulle ginocchia di lui, e l'ultimo nato, accoccolato sulla
sponda del letto, passarono un po' di tempo dicendo parole pochissime,
ma guardandosi, ma pensando di molto i due miseri genitori al loro
passato, alle miserie presenti, alle paurose minaccie dell'oscuro
avvenire. Il più piccino dei bimbi, superata oramai quella prima
impressione di timoroso disagio, riconosciuta compiutamente la mamma,
s'era accostato vicino vicino al capo materno ch'essa aveva dovuto
abbandonare di nuovo sul guanciale, e colla manina ne accarezzava le
pallide gote.

Così rimasero forse un'ora, non felici di certo, ma con una dolce e
preziosa tregua nel loro reciproco soffrire. Ed ecco che il momento
doloroso di separarsi era giunto. La monaca pietosa colle più umane
forme e col più mite accento venne ad avvertirneli. Andrea si levò a
malincuore, con un evidente sforzo, quasi avesse da sollevare con sè un
grave peso che lo tenesse piantato a quel posto; Paolina fissò il volto
de' suoi figli con un'espressione di spasimo, di rimpianto, quasi di
terrore. Oh com'era passato presto quel tempo! Come! già separarsi da
que' suoi dilettissimi! Rimaner di nuovo sola, ripiombare così presto
nella privazione della vista di quei visini, nella lontananza da ogni
suo affetto! E li avrebbe essa potuto rivedere ancora? Era quello forse
l'ultimo addio che loro dava!..... Le sue labbra fatte tenaci, parevano
non potere staccarsi dalla fronte dei figli in quel bacio d'addio. Non
potè dir molte parole; balbettò confuse frasi soltanto; non potè
piangere nemmeno; due lagrime sole ma cocenti le colarono giù dal volto;
e la espressione dello sguardo con cui seguitò marito e figli che
partivano, finchè non furono usciti dal camerone; quell'espressione
disperatamente dolorosa, chi la potrebbe dire?

Quando e' furono fuori della soglia la misera nascose il capo sotto le
coltri, e fu udita allora dolorosamente singhiozzare.

Andrea veniva fuori dell'ospedale, quando due uomini gli si slanciarono
contro e prima ancora d'aver pronunziata una parola lo afferrarono alle
braccia e lo disgiunsero da' suoi bambini che furono in là respinti.

— Venite con noi: gli dissero col tono poco gentile che è usuale a tutti
gli sgherri del mondo.

Andrea diede una strappata affine di sciogliersi da quelle manaccie; ma
i birri travestiti, coll'abilità e prestezza che hanno acquistate
coll'uso in codesta bisogna, gli ebbero messo di subito i cantini ai
polsi e dando una giratina colle mani glie li fecero entrare nelle
carni, con un dolore che obbligò l'infelice a mandare un grido. La
tremenda verità balenò innanzi al povero Andrea, a cui come uno spavento
si presentò l'idea della carcere.

— Dove volete condurmi? domandò egli con un'ombra ancora di speranza che
quello fosse un errore oppure d'altra cosa si trattasse. Chi siete?

— Siamo agenti della forza pubblica: risposero: ed abbiamo da condurvi
dritto dritto al _correzionale_.

Molta gente usciva in quel punto dall'ospedale: presso alla porta
stavano venditori e venditrici di arancie, cui sogliono comprare i
visitatori per recare agl'infermi; tutti costoro e chi per caso passava
in quel momento per la strada, si raccolsero in un gruppo curioso,
abbastanza fitto, che si serrò intorno ai birri ed all'arrestato. I
fanciulli che non capirono che cosa avvenisse, ma videro che si voleva
separarli dal padre loro, colle manine intirizzite dal freddo, e gonfie
dai geloni, afferrarono i panni del babbo e si diedero a strillare.
Andrea volse tutt'intorno, su quelle faccie curiose che lo guardavano,
un occhio smarrito, e gli parve che quelle faccie avessero centinaia e
centinaia di pupille larghe, brillanti, che lo saettavano di
schernitrici occhiate: il sangue gli salì prima alla testa, poi gli si
aggruppò al cuore, sentì possedersi da un'immensa vergogna, si fece
rosso come una fiamma, poi pallido come un morto e balbettando disse:

— È impossibile... Si sbagliano... Io non ho fatto nulla.

— Non ci sbagliamo: risposero col solito accento e coi soliti improperii
gli sgherri. E se non avete fatto nulla, lo direte a chi conviene, a suo
tempo.

E diedero una nuova strappata ai polsi per farlo camminare con loro.
Andrea sentì trarsi i panni dai bambini che vi si tenevano afferrati.

— I miei figli: disse egli, piantandosi a resistere alla tirata; io non
posso abbandonare i miei figli... Mi lascino almanco ricondurre
all'ospizio i figliuoli miei.

— Eh! le sono storie: risposero i birri; che sì che noi abbiamo tempo da
passeggiare per la città a lasciarvi fare le vostre commissioni; o che
credereste che noi vi lasciassimo andare a fare voi da solo una piccola
corsa, colla fiducia che voi veniate di poi a consegnarvi nelle nostre
mani?

— Io sì, lo farò, lo giuro: esclamò Andrea.

— Niente affatto; non c'è da farvi di queste lusinghe; già troppe parole
abbiamo scambiate; suvvia in marcia, e non fatevi tirare.

— Babbo, babbo, seguitavano a gridare i bambini: non lasciarci..... Ci
conducano anche noi col babbo.

I popolani presenti incominciavano a intenerirsi: i birri la vollero far
finita, e senza tante cerimonie trascinarono il meschinello facendogli
entrare nelle braccia le cordicelle delle manette. I bimbi correvan
dietro a quel gruppo strillando; il povero padre volgevasi verso di
loro, avvicendando le preghiere alle minaccie ed agli improperii e tutto
col medesimo effetto sui poliziotti che lo traevan prigione: era uno
spettacolo dolorosissimo a vedersi.

Ad un punto Andrea si buttò in terra disperatamente.

— No, urlò egli in un accesso di rabbia avvoltolandosi sul fango
ghiacciato della via; no, non faccio un passo di più, non mi movo.....
mi battano, mi uccidano se vogliono, ma io non abbandonerò i miei figli.

Gli sgherri si diedero in fatto a percotere il pover'uomo accompagnando
le busse d'ogni fatta villanie; ma l'infelice padre seguitava a gridare:

— Oh che giustizia è questa? Che ho da lasciare sul lastrico i miei
bimbi crepar di freddo e di fame? La loro madre è allo spedale... Me mi
gettano in carcere che sono innocente... Vogliono dunque farci morir di
miseria noi poveri e i nostri figliuoli..... Me li lascino guidare
all'ospizio, non domando altro.

Un signore vestito da buon borghese, d'età inoltrata, d'aspetto pieno di
bontà, che passava per caso colà, si fece innanzi e disse ai birri con
un accento tra di autorità, tra di preghiera:

— Via, non maltrattate così questo pover'uomo.

Gli sgherri gli si volsero inveleniti:

— Chi è Lei?.... Che cosa viene a ficcare il suo naso qui in mezzo, Lei?

— Io posso darvi di me il ricapito che vi piace. Sono Defasi, libraio di
S. A. R. il Principe di Carignano.

Queste parole fecero effetto sui birri, come non poteva mancare di
avvenire in quei tempi, quando in presenza d'un agente qualunque del
Governo si invocasse il nome di qualcheduno appartenente alla Corte.

— Signore, risposero con meno burbanza, noi abbiamo ordine preciso di
condurre quest'uomo in prigione, e capisce anche Lei che bisogna pure
facciamo il dover nostro.

— Sta bene; ma non entra nel vostro dovere il regolarvi in tal barbaro
modo. Lasciate ch'io dica due parole a quest'uomo.... Oh non dubitate
che le udrete anche voi, e credo che dopo di esse egli camminerà senza
contrasto.

I poliziotti annuirono tacitamente con una stretta di spalle.

— E' bisogna rassegnarvi: disse ad Andrea il signor Defasi, il resistere
non vi serve di nulla, ed anzi non può riuscire che a far peggiori le
vostre condizioni.... Quanto ai vostri figli, s'io ho udito bene, voi li
vorreste accompagnati a qualche ospizio, dove hanno ricovero; ebbene
dite a me quale sia quest'ospizio, e in parola di galantuomo vi prometto
che ve li accompagnerò io stesso.

Andrea fissò in volto il Defasi cogli occhi suoi ancora smarriti. Erano
nel suo sguardo prima una diffidenza ed un sospetto che non la letizia
di aver trovato un aiuto; ma la figura aperta e leale del libraio non
tardò ad inspirare al misero padre tutta quella confidenza che la si
meritava.

— Ebben sì, esclamò Andrea con voce subitamente commossa a tenerezza. La
è padre di certo anco Lei?

Defasi fece sorridendo un cenno affermativo.

— Affido dunque a Lei i miei figli. Faccia la carità di accompagnarli
all'ospizio ***; il mio nome è questo (e glielo disse), e soggiunga
ch'e' son que' piccini che ieri ci vennero ricoverati dietro le istanze
e le raccomandazioni del dottor Quercia.

— Siate tranquillo che farò appuntino: rispose il libraio con quella sua
voce da galantuomo: e troverò modo, se altri non ne avete, di farvi
sapere alcuna volta notizie di loro, ed eziandio di vostra moglie che ho
udito essere a quest'ospedale.

Gli occhi di Andrea s'inumidirono.

— Oh grazie! esclamò egli. Iddio le renderà un tanto bene ch'Ella fa e
farà ad una povera famiglia... Ah se mia moglie potesse ignorare quel
che mi accade!... Per carità, signore, Lei che è sì buono e generoso, se
volesse almanco adoprarsi a prevenirla quella povera donna, ad
apprenderle la mia sventura con qualche riguardo, ad assicurarla che gli
è soltanto un errore, ch'io sono innocente, che presto sarò di nuovo
libero per andarla a vedere. Oh sì lo spero, ne sono certo... Oh
disgraziata mia Paolina! Che colpo avrà da esser questo per lei!

Il signor Defasi promise anche questo: che, accompagnati i bimbi
all'ospizio, sarebbe venuto al letto della madre loro ammalata, e con
quei modi che avrebbe potuto migliori, sarebbe venuto informandola a
grado a grado del disavventuroso avvenimento. Ma, pur troppo, la buona
volontà e i caritatevoli uffici del signor Defasi dovevano essere
inutili a questo riguardo, perchè mentre Andrea staccavasi a gran fatica
dai suoi figliuoli baciandoli ed abbracciandoli con trasporto, cui gli
sgherri posero fine ruvidamente, e camminava tutto pieno di vergogna
verso la prigione; mentre il libraio recavasi coi bimbi all'ospizio e ve
li faceva accogliere, la brutta nuova dell'accaduto penetrava
nell'ospedale, e nel modo più crudo giungeva sino al letto della povera
inferma.

La sorella d'un'ammalata, il cui letto era il più vicino a quello di
Paolina, giungeva all'ospedale ritardata per alcune sue faccende, quando
stava per finire l'ora di ammissione alle visite, quando appunto già ne
usciva coi fanciulli Andrea, e rimaneva testimone di quanto avveniva a
quest'ultimo. Di poi, benchè già fosse proibita l'entrata, questa donna
che era conosciuta di molto da tutti gli attendenti alle cure
dell'ospedale, e la quale aveva realmente bisogno di parlare colla
sorella inferma, otteneva dalla monaca direttrice la grazia di potere
ciò nulla meno entrare nel camerone e stare alcuni pochi minuti
coll'ammalata ch'era venuta a visitare. Fra le prime cose che questa
donna disse fu la narrazione di quanto aveva veduto testè nella strada:
ed una narrazione fatta coi colori accesi che presta una fantasia
vivamente eccitata da fresca e profonda impressione. Descrisse con
colori esagerati (e il fatto per essere pietoso non ne aveva punto
bisogno) il dolore e la resistenza del padre, i pianti dei bambini, le
sevizie degli sgherri; e Paolina udì tutto. Non poteva esserci sbaglio:
un uomo che usciva in quel punto dall'ospedale, con bimbi così e così,
vestiti a quel modo — ed ella con uno sforzo sollevatasi alquanto sul
letto, interrogò ansiosamente la donna intorno a tutto codesto — non
poteva essere altri che il su' uomo. Paolina mandò un grido che pareva
quello d'una persona ferita a morte e si drizzò di scatto a sedere sul
letto: prese a due pugna le coperte e le rigettò, fece la mossa di
slanciarsi giù dal letto, e fu a stento trattenuta dalla suora di carità
che fu lesta ad accorrere.

— Mio marito!... I miei figli! Ella gridava, e non poteva, e non sapeva
gridar altro; e gli occhi le giravano orribilmente smarriti, e i denti
le battevano in una contrazione spaventosa. Ma le forze di resistere
alle braccia della monaca e d'un'altra infermiera venuta in soccorso, le
mancarono ben presto: ricadde supina, facendo moti incomposti colle
mani, pronunziando parole senza senso, e quando un quarto d'ora più
tardi, venne sollecito, secondo la fatta promessa, il sig. Defasi, la
trovò in un pieno parosismo di febbre e di delirio.

E di Andrea intanto che cosa era avvenuto?

La lurida stanzaccia di prigione in cui fu cacciato il marito di
Paolina, era piena zeppa di gente, essendo in essa stati posti molti
degli arrestati la notte scorsa nella riotta all'officina Benda, e fra
questi una nostra antica conoscenza, quel tristo arnese di Marcaccio.
Mancava il Tanasio, perchè la spaccatura della testa ch'egli doveva al
braccio robusto di Bastiano, lo aveva fatto trasportare nella
infermeria. Era la prima volta, per Andrea, ch'ei si trovava in quello
fisicamente e moralmente sconcio ambiente che è la prigione; e codesto
non avviene di certo senza un grande sconvolgimento di tutto l'essere;
aggiungetevi le condizioni in cui si trovava egli personalmente, in cui
era l'animo suo per le sofferte vicende, e facilmente potrete immaginare
come l'infelice non avesse quasi in quel punto la coscienza di sè e di
ciò che gli accadeva dintorno.

Di quanti erano colà dentro egli non riconobbe nessuno; non vide altro
che una turba di uomini, la quale gli parve assai più numerosa di quel
che fosse in realtà; e rimase poco meno che spaventato nel vedere tutta
questa turba serrarglisi dintorno con una curiosità che a lui parve
quasi una ressa minacciosa. Dell'udirsi interpellare da varie parti, da
varie voci, chiamandolo per nome, dandogli in isconci termini uno
sconcio benvenuto. Erano la più parte operai suoi antichi compagni
all'opificio e suoi più recenti alla bettola, i quali tutti mostravano
od ostentavano per la loro condizione presente e per le minaccie della
sorte che li aspettava una spensierata noncuranza od una riagente
allegria, alcuni perchè già avvezzi alla cosa avevano smussato l'animo
così ad ogni rispetto di sè come ad ogni vergogna, alcuni per bravata,
non volendo mostrarsi da meno d'altrui nello sciagurato merito di
quell'infame cinismo.

Marcaccio in quel primo istante non si fece innanzi; e invece si
sottrasse agli sguardi ed all'attenzione di Andrea, che da parte sua era
troppo stordito nella testa per discernere alcun che. Il marito di
Paolina essendo troppo afflitto e desolato per rispondere a
quell'accoglimento sciaguratamente festoso che gli fecero i suoi
compagni di carcere, esso ebbe fine ben presto: Andrea fu lasciato stare
non senza qualche epiteto oltraggioso; e il misero, ritrattosi in un
angolo, buttatosi a sedere sopra un saccone, puntando alle ginocchia i
gomiti e stringendosi colle mani la testa, rimase assorto nel caos
turbinoso dei suoi vari pensieri, dolorosi e paurosi tutti.

Perchè lo avevano arrestato? Era uno dei primi e de' più precisi che gli
si aggirassero nella mente confusa. Una voce segreta gli diceva in fondo
del cuore: «per cagione di quelle false chiavi che tu hai fabbricate.»
Se fosse così, e quando ne lo avrebbero interrogato, che cosa
avrebb'egli dovuto rispondere? Negar tutto: chi poteva provare quella
sua colpa? Non c'era che quell'omiciattolo presente, e poi più tardi era
sopravvenuto _Stracciaferro_; ma e l'uno e l'altro non avrebbero parlato
mai. Sì, ma se nelle sue risposte s'imbrogliasse, egli che non aveva
tanto ingegno da saper mentire? Confessare la verità? Codesto avrebbe
anzi disposto a favor suo l'animo dei giudici. Ma così la colpa era
chiarita assolutamente e certa la punizione. Egli non sapeva di leggi e
non conosceva qual pena gli avesse da toccare, ma forse per mesi ed anco
per anni l'avrebbero tenuto in carcere. A questa idea sentiva batter
tumultuoso il sangue nei polsi della testa. Anni? mesi? Ma egli non
poteva star lì nemmanco una settimana. Aveva sua moglie da andare a
vedere; voleva e doveva non lasciarla morire. Quella sua colpa non
l'aveva egli bastantemente espiata con tutto quello che aveva sofferto?
Gli pareva di sì; ma poi quella medesima voce interna accresceva di
forza per gridargli che a lui si doveva l'assassinio di Nariccia.
Ebbene? e con ciò? diceva nel suo intimo la parte di lui che la faceva
da avvocato difensore: non era egli che avesse preso parte a quel
delitto. Ben gli stava a quell'avaraccio disumano e crudele. Chi lo
rimpiangeva? A cui recava danno la sua morte? Era questa anzi a molti un
vantaggio. Egli se l'era voluta: era di certo una giustizia di Dio; ma
poi di colpo, tutto cambiavasi nell'animo d'Andrea. Sentiva più grave
pesar su di lui la responsabilità di quell'omicidio, parevagli scorgere
sulle sue mani medesime, le macchie di quel sangue che s'era versato.

Si ricordò in quel punto di Marcaccio. Era stato egli il suo demone
tentatore; egli a cui cagione Andrea aveva fallito: oh come giustamente
la pensava Paolina mettendo in guardia suo marito contro le seduzioni di
quel tristo amico, volendolo da quello allontanare! Probabilmente, anzi
sicuramente, a credere d'Andrea, Marcaccio era stato uno degli
assassini: egli, egli onest'uomo fino allora, era dunque amico d'un
ladro e d'un omicida: sentì un tale orrore di sè che tutto si riscosse,
come assalito dal ribrezzo, e mandò tra le palme onde si copriva la
faccia un'esclamazione soffocata che pareva un singhiozzo.

In quella una mano gli si posò leggermente sulla spalla ed una voce ben
nota lo chiamò sommessamente per nome. Andrea levò la testa con un
sussulto e mandò un'esclamazione di terrore. Quel Marcaccio, di cui
stava pensando, gli era davanti accoccolato sul pavimento, la faccia
pochi centimetri lontana dalla sua. Pareva succeduta come una
evocazione. Andrea aveva pensato al suo cattivo genio, e questo eccolo
presentarglisi di botto. Si trasse in là con uno sgomento che non
isfuggì al suo tristo compagno, e s'affrettò soprattutto a levare la sua
spalla dal contatto di quella mano che egli immaginava rea
dell'omicidio.

— Tu! tu qui! esclamò egli con istupore e paura. Che mi vuoi?.... Vuoi
tu ancora trascinarmi a peggiori malanni?

Marcaccio per prima cosa ruppe in un'alta risata, che coprì le ultime
parole di Andrea, poi gli disse:

— Ve' che bell'accoglimento da amico e che faccia che tu mi fai!....
Poverino! Tu sei tanto sbalordito che non sai proprio più quello che ti
peschi... Sì, c'è da far le meraviglie di trovarci in questo luogo, noi
galantuomini che siamo innocenti come l'acqua; ma e' capita sempre così,
i birboni vanno a spasso e fumano il sigaro sotto i portici, e i poveri
diavoli d'onesti vengono qui ad ammuffire su questi miserabili sacconi.

Poi si fe' ancora più presso all'orecchio d'Andrea e gli disse sotto
voce frettolosamente:

— Qui bisogna badar bene alle nostre parole, sai! Abbiamo da parlarci,
ma conviene farlo così piano che nessuno oda pure un soffio, e forte non
ci scappi un solo detto che dia appiglio a qualche supposizione. Qui
dentro sono almeno tre o quattro le spie.

Andrea lo guardò colla faccia d'uomo che non capisce; Marcaccio
ripigliava a più alta voce:

— Se' tu stato pescato eziandio per la gazzarra di ieri sera? Non ti ci
ho visto alla fabbrica. Vedi giustizia! Io mi sono contentato di andarci
a gridare che è tempo di dare un po' meglio di pane al povero popolo,
togliendone ai ricchi che ne han di troppo, e sono ingabbiato come un
merlo, mentre taluni che fecero il diavolo e peggio, se la sgabellarono
tranquillamente. Ah! non ci ho fortuna!

Andrea volse uno sguardo invelenito contro il suo compagno e rispose che
non sapeva il motivo per cui era stato arrestato, ma che supponeva
esserlo per quel fatto a cui lo aveva determinato Marcaccio medesimo due
sere prima. Egli parlava sommesso, non aveva pur nominato di che cosa si
trattasse, e nessuno pareva fare la menoma attenzione ai loro discorsi,
ma pure ciò non bastò a rassicurare il complice d'Andrea.

— Zitto! diss'egli. Queste sono quelle cose di cui t'ho detto non
bisogna discorrere che con infinite precauzioni. Dà retta. Io occupo il
saccone vicino al tuo: stanotte, quando tutti dormiranno, ci faremo
vicini vicini e ci insinueremo pian piano nel tubo dell'orecchio quello
che abbiamo da dirci a vicenda. Per ora basta, e non parliamoci più.

Il marito di Paolina ricadde nelle sue tristi meditazioni. La notte!
Egli era dunque il vero che avrebbe dovuto passare la notte in
quell'orribil luogo? Oh! non sarebbe stato possibile che prima del cader
del giorno qualche cosa avvenisse per cui egli fosse liberato? Dei
momenti ciò sperava, gli pareva quasi una cosa sicura; si diceva che chi
comanda non doveva volere che un uomo, il quale non era mai stato
incarcerato, sul conto del quale non s'era mai trovato nulla da ridire,
stesse pure un minuto di più del bisognevole frammezzo a quelle
muraglie, in quella scellerata compagnia; si lusingava che della sua
colpa nessuno potesse avere, non che prova, un indizio, che lo si
sarebbe quindi ritenuto tosto per affatto innocente, e mandato a
liberare, di quel giorno medesimo, fra poche ore, forse a momenti. Ma
l'illusione era troppo vanamente fondata per poter reggere a lungo.
S'accorgeva di accarezzare una chimera; gli nasceva il sospetto, il
presentimento di quello che era la verità: che cioè quando un povero
diavolo viene incarcerato, lo si dimentica, fino a che il giuoco
dell'ordigno sociale della giustizia non lo riporti a galla, che di lui
quindi nessuno per allora più non si occupava, come se non esistesse al
mondo.

— Sì, dovrò passar qui la notte: diceva egli allora a se stesso, con
cupa rassegnazione. E quante notti!... E se fossi poi condannato?... Oh
a che cosa mai potrebbero condannarmi? Bisognerà ch'io consulti un
avvocato... E Paolina intanto?

Venne la notte. Quando tutti giacevano immersi nel più alto sonno e
suonavano per lo stanzone i fragorosi russamenti de' suoi compagni,
Andrea che non poteva chiuder occhio, vide Marcaccio porre la testa
presso presso alla sua, ed udì come un soffio nell'orecchio che gli
diceva:

— Ora parliamo. Qual è il motivo del tuo arresto?

— Io non ho che un atto solo nella mia vita che mi possa meritare questa
sciagura: quello che mi hai fatto eseguir tu.

— Vuoi dire le chiavi false della casa di Nariccia?

— Sì.

— Oh che credi tu che siavi alcun sospetto di qualche cosa?

— Dopo il colpo di cui fu vittima stanotte messer Nariccia.

— Colpo! Vittima! esclamò con infinito interesse Marcaccio. Oh che, è
successo qualche cosa?

Andrea lo guardò con istupore.

— Non lo sai, o fingi di non saperlo?

— Non so niente.

— Io ho creduto che tu ci avessi parte.

— Niente affatto. Non mi si disse manco che la cosa doveva farsi la
notte scorsa: quel sornione di _Graffigna_ fa sempre così. Ed io fui
arrestato alla fabbrica Benda.

— Tanto meglio: disse Andrea, cui tornò una specie di sollievo sapere
che quell'uomo con cui discorreva non s'era macchiato dell'atroce
delitto, e sentì alquanto scemarsi la ripulsione che aveva a parlargli.

Raccontò a Marcaccio tutto quello che aveva appreso intorno alla sorte
di Nariccia: e ciò che sul mariuolo fece maggior effetto fu l'idea del
vistosissimo bottino che gli assassini dovevano aver fatto.

— Alla croce di Dio! de' bei sacchetti e' li avranno portati via di
colà..... Mi par mill'anni di esser fuori di qui per averne la mia
parte..... chè una buona porzione ce ne viene a noi due..... anche a te
che li hai messi dentro quella casa..... Senza di noi non ci sarebbero
riusciti.

Andrea tornò a provare tutto il ribrezzo ed il rimorso di poc'anzi.

— E tu dunque, riprese a dire Marcaccio, poichè il suo compagno si
taceva; tu temi che per tal cagione t'abbiano arrestato. Or dunque dimmi
un po': all'interrogatorio che cosa conti tu di rispondere?

— Ah non so davvero. Ho paura che leggano subito nel mio turbamento
tutta la verità.

— Bubbole! Ci vuole franchezza e coraggio. Dà retta a me e ringrazia il
tuo santo protettore che ti ha fatto incontrar qui con un amico par mio:
altrimenti tu mi avresti fatta una solenne frittata, rovinato te e
compromesso altrui. Bisogna negare fermo, forte e tutto. Non c'è alcuno
che possa tradirti, perchè nè io nè altri con cui tu avesti da fare puoi
esser certo che aprirà bocca. Non si è tanto gonzi. Tu non hai visto
nulla, tu non sai di nulla, tu non hai sentito di nulla. Non si esce di
lì. Ti terranno un par di settimane a mangiar _gratis_ il pan dello
Stato e la minestra della _Misericordia_ e poi ti daranno il largo....

— Un par di settimane! esclamò spaventato Andrea: oh che io avrei da
rimaner qui cotanto?

L'emozione gli fece dimenticare la prudenza inculcatagli da Marcaccio, e
queste parole furono pronunziate con voce quasi alta.

— Zitto, per amor di Dio! disse il suo compagno serrandogli forte un
braccio. T'ho detto che bisognava parlar tanto piano che neppure le
mosche, se ci fossero, non ci avessero da sentire.... Ora s'è discorso
abbastanza: mettiam berta in sacco e dormiamo.

Marcaccio non tardò in fatti a prendere una parte distinta nel concerto
di russamenti che eseguivano con una specie di foga accanita i
carcerati; ma pel marito di Paolina non ci fu possibilità di chiuder
occhio. Troppo nuove e troppo dolorose erano le impressioni che egli
aveva ricevute, perchè si potesse tanto presto acquetar l'anima sua. La
notte gli parve eterna; ed egli salutò quasi come un amico il primo
fioco barlume di luce che s'insinuò in quel lurido camerone traverso le
inferriate e i ragnateli polverosi dell'alto finestrino.

Comparve poi finalmente Andrea innanzi al giudice istruttore. Gl'indizi
a carico dell'accusato si erano fatalmente accresciuti e fatti gravi.
S'era raccolto da testimonianze che Andrea aveva espresse assai fiere
minaccie prima contro il suo antico principale, il signor Giacomo Benda,
perchè non aveva più voluto accettarlo nella sua officina, e siccome
l'assalto, il saccheggio e l'incendio di quell'opificio conoscevasi
essere il risultamento d'un complotto, era naturalissimo il credere che
questo operaio, amico e compagno indivisibile d'altronde d'uno dei
caporioni della riotta, arrestati _in flagranti_, avesse preso parte
principale ancor esso al complotto medesimo, ed anzi, alla esecuzione di
esso; quanto all'assassinio di Nariccia, Andrea aveva contro di lui la
sua abilità conosciuta di fabbro, e le minaccie ancora più terribili che
nell'osteria di Pelone egli s'era lasciato scappare a più riprese contro
il padrone di casa che gli aveva gettata la famiglia sul lastrico della
strada.

Andrea alle pressanti, accorte, pericolose interrogazioni del giudice
non rispose altrimenti, seguendo il consiglio di Marcaccio, che con
decise negative; ma egli spinse questo metodo ad un eccesso che lo
compromise maggiormente. Timoroso delle conseguenze che da principio
aveva veduto trarre dalle circostanze le più lievi coll'arte induttiva
dell'interrogatore, non essendo abbastanza accorto, nè abbastanza libero
di mente per indovinare o presentire soltanto a qual meta mirassero le
fattegli domande anche le più semplici, egli credette miglior partito
negar sempre e negar tutto. Ma queste sue negazioni non sapevano essere
tanto risolute che non lasciassero scorgere lo sforzo della menzogna; ma
elleno, poco accortamente, volevano escludere anche delle cose e
circostanze che erano provate evidentemente, così che l'impressione del
giudice fu quella affatto di avere innanzi a sè un reo ancora novizio,
ma reo assolutamente dei due gravi delitti che gli si imputavano.

Andrea s'accorse dell'impressione che produceva sul suo interrogatore, e
perdette ancora più la bussola, tanto che, non sapendo oramai più che
farsi, nè che dire, quasi avesse speranza di intenerire quell'uomo e da
lui dipendesse la sua salute, proruppe in confuse supplicazioni quasi
con voce di pianto. Giurò ch'egli ned era andato ad assalire la fabbrica
Benda, nè aveva saputo dell'assassinio di messer Nariccia fuorchè al
mattino; sì, era pur vero, disse, che inconsiderate parole gli erano
sfuggite contro il fabbricante ed il padrone di casa, ma in quel
momento, coll'animo vivamente esagitato, egli aveva detto cose a cui non
pensava, che non aveva per nulla l'intenzione di eseguire; lo
lasciassero andare ch'egli ne aveva gran bisogno: parlò della moglie
moribonda all'ospedale, dei figliuoli all'ospizio, che non per lui, ma
per quei poveretti gli usassero pietà.

Il giudice lo lasciò dire con molta pazienza, ascoltandolo freddamente;
poscia tornando egli a parlare:

— Sentite, gli disse, non vi nascondo che le apparenze sono molto contro
di voi, e che le vostre risposte furono ben lontane dal scemare i
sospetti a vostro riguardo: ma pure ci avete un modo tuttavia da
escludere ogni vostra colpabilità, da far dileguare ogni dubbio, e
sarebbe quello di provar l'_alibi_.

Andrea guardò il giudice con tanto d'occhi.

— L'_alibi_? ripetè egli con tono che significava non saper egli che
animale si fosse codesto.

— Sì, riprese l'uomo della legge coll'impazienza di chi, avendo
famigliare un'espressione, non può persuadersi che altri non la capisca:
sì l'_alibi_, vuol dire che proviate come durante il tempo in cui si
commisero quei reati, voi foste altrove, _alibi_, e quindi sia
impossibile che voi prendeste parte ai reati medesimi.

La faccia di Andrea si rasserenò tutta.

— Sì? esclamò egli con accento di somma gioia: ma in tal caso io sono
salvo. Ho passato fin dalla prima sera, tutta la notte in un luogo, oso
dire, a fare un'opera buona.

Il fiscale crollò con mossa alquanto incredula il capo. Per lui uno de'
rei era già trovato: era lieto del suo successo, e gli rincresceva aver
da rinunziare alla sua convinzione ed alla soddisfazione di amor proprio
d'aver già appurata la colpevolezza di uno di quei terribili assassini.

— Uhm! diss'egli con un certo risolino; codesto non basta il dirlo.
Converrebbe, come vi ho già espresso, provarlo.

— E lo posso provare.

— Ci avete dei testimoni?

— Sì.

— Ammessibili?

— Affatto... L'uomo stesso al cui letto io ho vegliato.

— Ebbene chi è costui? E dove lo si trova?

Andrea aprì le labbra per rispondere, ma poi un nuovo sentimento
sopravvenne a trattenerlo.

— Ah no, non posso: esclamò egli con dolore e rabbia; ho promesso
solennemente di tacerlo.

Sulla faccia del giudice tornò quel certo risolino di poc'anzi: ed egli
s'alzò come per dinotare che l'interrogatorio era finito.

— È molto spiacevole per voi che non possiate parlare. Codesto vi
avrebbe tratto assai facilmente d'imbarazzo: ma poichè una tal promessa
vi chiude la bocca, è inutile insistere, non abbiamo più nulla da dirci,
e potete tornare nella vostra carcere.

Chiamò i secondini perchè Andrea fosse ricondotto al suo stanzone, ed
egli medesimo, ripiegate le sue carte, s'accinse ad uscire col
segretario: ma il prigioniero, quando fu alla soglia, si fermò ed
esclamò con forza:

— Un momento!... Ah! per salvarsi, un padre di famiglia può anche
violare una tal promessa. Sono disposto a dir tutto. Ecco l'indirizzo
del luogo ov'io passai tuttedue le notti di sabato e di domenica; vadano
colà e troveranno l'uomo che forse deve a me se ancora trovasi in vita.

Il giudice fece scrivere dal segretario l'indirizzo che Andrea gli
disse; domandò che nome avesse quell'uomo di cui l'inquisito parlava, ed
Andrea rispose che l'ignorava.

— Si prenderanno informazioni: disse asciuttamente e di mala voglia il
fiscale; e ricordatevi bene che le frottole non vi serviranno di nulla.

Il marito di Paolina fu ricondotto in carcere.

Quel giorno medesimo il signor Tofi ebbe una viva soddisfazione. Egli in
questo succedersi di gravi avvenimenti sentiva di molto la mancanza di
Barnaba, cui non aveva più visto dopo quel colloquio avvenuto fra di
loro, nel quale egli all'agente caduto in disgrazia aveva manifestato i
voleri e gli ordini dei superiori; e per riaverlo al suo fianco avrebbe
dato non so che cosa. Aveva fatto cercare di lui, ma Barnaba, oltre il
palese, aveva un domicilio nascosto, sconosciuto anche dal suo capo, e
non era stato possibile averne notizia. Quel dì dopo l'interrogatorio di
Andrea, l'ufficio di polizia ricevette da quello fiscale una
comunicazione, in cui dicevasi uno degli imputati aver cercato di
stabilire l'_alibi_ allegando d'essere rimasto tutta notte in via tale,
casa tale, al tal piano, senza voler dire il nome della persona che in
quel quartiere abitava; si prendessero informazioni di che luogo fosse
quello e chi vi abitasse, ma con molta cautela per non dare la sveglia,
se per caso vi fosse colà dei complici.

Era una missione delicata; e poi una specie di ispirazione d'istinto lo
mosse: il Commissario decise di andare in quel luogo esploratore egli
medesimo. Assunse l'aspetto d'un buon borghese ed andò a picchiare (che
non c'era campanello) alla porta dell'indicatogli quartiere. Venne ad
aprirgli la faccia melensa di Meo, che rimase ancor più melensa nel
vedersi innanzi una persona che non conosceva.

— Oh! disse lo stupido. Credevo che fosse il medico!

— Son ben il medico per l'appunto: rispose il Commissario cacciandosi
innanzi.

— Ma!... E quell'altro?

— Quell'altro non ha potuto venire, ed ha mandato me in sua vece.

Traversò senz'altro con tutta sicurezza quella prima cameretta che
serviva d'entrata, e s'intromise nella seconda stanza, nella quale vide
un letto su cui giaceva un uomo. Mandò un'esclamazione e in un salto fu
presso il giacente. In costui aveva riconosciuto Barnaba.



CAPITOLO VIII.


Torniamo indietro di due giorni, a quella sera ed a quel momento in cui
Barnaba cadeva sulla neve della strada, trafitto alle reni dall'affilato
pugnale di _Graffigna_. Abbiamo visto che nell'ombra della notte due
persone accostantisi al luogo del commesso delitto, apparivano agli
occhi spaventati di Marcaccio, il quale gettando l'allarme come se fosse
loro addosso la forza pubblica, fuggiva e faceva fuggire il suo
complice.

Que' due uomini erano invece, come già fu detto, _Macobaro_ l'ebreo, e
il marito di Paolina, che ultimi erano usciti dalla bettolaccia di
Pelone. Il vecchio rigattiere che giunse primo sopra il caduto, lo
schivò col suo passo barcollante per l'età, e mormorò fra i denti:

— Un ubriaco fradicio. Be', ch'e' dorma costì sulla neve; ciò gli vorrà
far passare i vapori.

Barnaba era caduto, ma non aveva perso menomamente la cognizione. Aveva
sentito la fredda lama penetrar nelle viscere; gli era stato impedito il
pur mandare un grido dallo spasimo e dal sangue che si era precipitato
alla gola, ma egli non s'era tuttavia smarrito dell'animo. Quando vide
che i due uomini da cui era stato assalito fuggivano ratti, Barnaba
aveva creduto davvero ancor egli che una pattuglia od alcune guardie di
polizia di servizio sopraggiungessero, e fatto uno sforzo per levarsi,
puntando la mano al suolo, riuscì a tirar su il capo e guardare verso il
nuovo sopravvenuto; riconobbe _Macobaro_, e fu sul punto di lasciarsi
ricadere senza cercarne aiuto ned altro, perchè troppo sospettava delle
attinenze di quel vecchio con coloro che lo avevano trafitto: ma il
rigattiere non aveva ancora fatto il giro intorno al corpo del caduto,
per continuare il suo cammino, quando giungeva a quel punto anche
Andrea, il quale se nei fumi del vino aveva ammortito alquanto il
rimorso della mala opera commessa, non ci aveva però attutiti
quell'istinto pietoso e quel sentimento d'umanità che erano nella sua
natura.

— Un povero diavolo che ha male: diss'egli curvandosi sopra Barnaba che
stava ancora col capo eretto a guardare.

La fisionomia dell'operaio ispirò fiducia nel ferito.

— Sì, diss'egli colla poca voce che aveva, ho male, ho molto male; mi
fareste una fiorita carità ad aiutarmi a levar su, ed accompagnarmi a
casa, che non è lontano; e ne avreste buon compenso, ve ne assicuro.

Alla parola di compenso la cupidigia fece drizzar le orecchie e fermare
il passo a _Macobaro_.

— Oh, oh! diss'egli accostandosi, e' mi pare di conoscere questa voce.

Andrea passò un braccio sotto il corpo del caduto per sollevarlo, ma
ritirò con ribrezzo la mano, sentendosela bagnata d'un tepido umore
attaccaticcio.

— Santa Madonna! Questo è sangue!...

— Sì, sono ferito: ma non sarà nulla..... Ch'io possa soltanto giunger
presto a casa mia.

— Qui conviene correre a chiamare soccorso, ad avvisare la giustizia....

Barnaba trattenne pei panni Andrea che pareva voler prendere le mosse.

— No, no; diss'egli con istraordinaria energia. Non voglio nessuno; la
giustizia non ha da saperne nulla... Me la farò da me, la giustizia....
se scampo.

Jacob aveva riconosciuto pienamente il segreto agente della polizia,
sulla cui condizione, da lungo tempo egli aveva più che sospetti.

— Egli è l'Eterno medesimo che me lo manda a stromento della mia
vendetta: diss'egli fra sè. Quand'io salvi dalla morte costui, potrò per
suo mezzo perdere _quell'altro_ senza rovinar me.

Si chinò ancor egli con tutta premura verso il ferito.

— State di buon animo, gli susurrò, noi vi trarremo fuori d'ogni
rischio. Solo ch'io possa esaminare la vostra ferita, e vedrete. Nella
mia famiglia, da tempo immemoriale ci abbiamo conoscenza d'ogni fatta
ferite e segreti infallibili per guarirle. Andiamo adunque a casa vostra
e non dubitate di nulla.

Andrea prese fra le braccia il ferito, e recandoselo come se fosse un
fantolino, s'affrettarono verso quella strada, entrarono in quella casa
e salirono quelle scale cui Barnaba loro indicò, di guisa che pochi
minuti dopo, il trafitto era disteso sopra il suo letto, e _Macobaro_
visitatolo e fattagli una fasciatura a suo modo, lo rassicurava
affermando che nessun organo essenziale era stato offeso dalla lama, la
quale s'era miracolosamente insinuata fra le viscere, e che perciò non
solamente sicura, ma sollecita sarebbe stata la guarigione.

Andrea aveva acceso il fuoco ed aiutato l'ebreo in tutto ciò che aveva
potuto; e in codeste cure prodigate al ferito, era passata oramai la
notte. Barnaba, ringraziati i due suoi soccorritori, aveva voluto
rinviarli alle case loro ed alle loro bisogna, ma Andrea aveva risposto
non aver egli più casa ove ricoverarsi, nè famiglia che avesse da
inquietarsi de' fatti suoi, e quindi poter benissimo rimanere a custodia
del malato, come grande n'era pure il bisogno. _Macobaro_ ancor egli
protestò che a casa sua non ci aveva da andare, nè voleva, e che anzi se
non si fosse trattato d'una sì rincrescevole disgrazia, sarebbe stato
lieto fosse nata occasione da dovere star lontano dalla sua dimora; e
così avvenne che Ester, rimasta sola in casa, potesse di là fuggire,
come vedemmo.

Ma prima che il vecchio ebreo, la mattina di poi, abbandonasse il letto
dell'infermo per tornare a casa sua, fra quei due aveva luogo un breve
colloquio a parole interrotte, il quale era però importantissimo,
essendosi gettate, per così dire, le basi d'un'alleanza fra loro, della
quale dovevano riuscire terribili gli effetti.

Fu _Macobaro_ che incominciò:

— Scusi, diss'egli, se entro in discorso che forse la infastidisce o le
spiace, ma vi sono costretto per la mia stessa tranquillità e per quella
di quel bravo uomo.

Ed accennò con una mossa del capo ad Andrea, che sonnecchiava sopra una
seggiola presso il fuoco.

Barnaba fece un moto degli occhi, che voleva dire:

— Parlate pure:

— Ella non volle che si andasse ad avvertire l'autorità....

Il ferito interruppe con un gesto negativo del capo, pieno di energia.

— Non vorrei poi che io e quel buon operaio rimanessimo compromessi.

— Siate tranquillo: rispose allora Barnaba fissando ben bene entro gli
occhi il padre di Ester e pesando sulle parole, che pronunciava
lentamente: non avete nulla da temere. Se io guarisco... e voi mi
assicurate che guarirò...

Jacob ripetè quest'affermativa con accento pieno di convinzione.

— Non solamente non avrete disturbi, ma dall'avermi soccorso potrete
avere vantaggio. Debile ed umile, com'io vi sembro, io potrei pure molto
far obbliare, e molto perdonare per chi avesse bisogno dell'una e
dell'altra cosa.

_Macobaro_ chinò gli occhi, prese un'aria modesta e disse:

— Potrei invocare poi la sua protezione in questo senso... non per me,
ma per alcuni alla cui sorte m'interessassi?

— Sicuramente.

— Ma ciò vuol dire, s'io non erro, che s'Ella ha sufficiente autorità da
far mettere certe cose nel dimenticatoio, l'avrà pure per far volgere il
rigore delle Autorità sopra questo o quel fatto, questo o
quell'individuo?

Barnaba affondò i suoi occhi in quelli dell'ebreo che si levarono un
momento su di lui. Ciò bastò perchè il poliziotto travedesse nell'anima
del vecchio rigattiere.

— La ho: rispose con quell'accento significativo di prima. Anzi per far
male ad alcuno — che se lo meriti — la ho tanto di più.

Qualunque fosse l'impressione che queste parole facessero su _Macobaro_,
questi la dissimulò compiutamente in una perfetta immobilità della
persona, tenendo chini a terra il volto e gli occhi; ma dopo un breve
istante riprese a parlare.

— Se dunque Ella non vuole sia ora avvisata la giustizia del delitto
compito su di Lei, non è perchè la rinunci alla vendetta.....

Pronunciò egli questa parola con una vibrazione speciale, e nel
pronunziarla le sue fosche pupille dal fondo delle occhiaie tornarono a
volgersi sul volto di Barnaba.

— Alla vendetta! esclamò questi di cui gli sguardi balenarono alla pari.
Rinunciarvi? Mai più! Gli è perchè voglio compirnela io..... che ho i
mezzi ed il potere di regalarmela da me questa vendetta, che non mi
piace nessun altro venga ad intromettersi prima. I due sciagurati che mi
ferirono furono stromenti soltanto: io voglio salire più su, voglio
afferrare la mente che ha guidato quelle mani, e per giungervi farei non
so che cosa.

— Ah sì! esclamava con forza il vecchio Arom, Ella ha ragione..... Gli è
colà che bisogna percuotere.

Barnaba tese vivamente una mano fuori delle coltri ed afferrò lo scarno
braccio dell'ebreo.

— E voi mi ci aiuterete: disse con vece bassa ma vibrata. Avete voi pure
una vendetta da compiere? I nostri odii si uniscano e quell'uomo è
perduto.

— Basta! basta! disse, _Macobaro_ levando il suo braccio dalla stretta
della mano del ferito. Abbiamo già troppo discorso, e non bisogna che
Ella si agiti il sangue. Stia calmo ed in riposo, la mente ed il corpo.

Si curvò su di lui e soggiunse piano piano che appena il giacente l'udì:

— Di ciò parleremo ancora di poi.

— Ah vendetta, vendetta! pensava Barnaba seguendo collo sguardo il
vecchio oramai sull'orlo della fossa che col suo passo cadente
s'allontanava dal letto; tu sei la passione maggiore dell'anima umana,
tu sei la susta più potente della nostra volontà: chi sa servirsi di te
e sfruttare le tue ispirazioni e la tua forza, ha in pugno l'orgogliosa
umanità.

Verso le dieci del mattino, Meo, secondo che gli era stato ordinato da
Barnaba, venne a casa di quest'ultimo, e vi fu trattenuto ad ogni modo,
senza lasciarlo uscir più, premendo di molto al poliziotto che il servo
di Pelone più non tornasse nella bettola, nè fosse visto da alcuno dei
frequentatori di essa, non avendo Meo medesimo volontà nessuna di
tornarci, e giungendo inoltre opportuno per aiutare Andrea nelle cure da
darsi al ferito.

Barnaba, frattanto, condannato ad una forzata inerzia corporale,
lavorava di molto colla testa: veniva rifacendo nella fantasia tutto il
dramma avvenire che avrebbe avuto per conclusione una sua molteplice
vendetta verso quell'uomo il quale finora avea saputo a lui così bene
sottrarsi e nella coperta lotta vincerlo. Un istante solo aveva egli
pensato di mandare pel signor Commissario e svelargli quando venisse
ogni cosa, perchè s'affrettasse ad agire, nella paura che gli scellerati
potessero trovar modo da scivolare anche una volta fuor delle loro mani;
ma troppo era il suo desiderio di far egli tutto da sè, d'esser egli a
condurre a fine l'impresa e mostrare a' suoi superiori quale errore
avessero commesso condannandolo: ci teneva come un inventore alla sua
scoperta, il quale non può soffrire che un altro la metta in atto e se
ne faccia merito. Gli assassini credendolo spacciato, non avrebbero
stimato opportuna altra precauzione per guarentire il loro segreto e la
loro sicurezza; ed egli d'altronde ora colla cooperazione di _Macobaro_
poteva dirsi penetrato nel campo nemico. Si trattava solamente di guarir
presto, e poi egli avrebbe fatto meravigliare il signor Tofi e quanti
altri mai coi risultamenti che otterrebbe.

Egli era appunto in cosiffatti pensieri, quando in seguito alle vicende
che abbiamo visto, il signor Tofi medesimo entrava precipitoso nella
stanza del ferito e con lieta sorpresa riconosceva in lui il suo più
fido e più abile agente segreto.

Il signor Tofi era troppo accorto per far vedere che solamente al caso
egli dovesse la scoperta del covo in cui stava ritratto, come Achille
sotto la tenda, il suo subordinato; si avanzò verso il letto col suo
passo militare accelerato, il mento levato sopra il suo cravattone duro,
con aspetto più severo che soddisfatto, non ostante la compiacenza che
provava internamente per l'avvenutagli buona ventura di trovar lì chi
più desiderava.

— Ecchè, diss'egli col suo accento solito, mezzo di rampogna e mezzo di
comando; la ci vuol proprio tutta a stanarvi fuori. E mentre si fa più
forte il bisogno dei vostri servizi e si presenta più favorevole
l'occasione per farvi onore, voi state qui a poltrire in letto sotto il
pretesto di non so qual malattia? Forse che abbiamo il tempo di diventar
malati, noi? Forse che possiamo tener broncio e rifiutarci al nostro
dovere? Niente affatto. Ci conviene star sempre sulla breccia, il corpo
e lo spirito pronti. Animo su, fuori da quelle coltri che una grande
campagna incomincia, è già incominciata.

L'emozione della sorpresa vedendo entrare così inaspettato il signor
Commissario, aveva cagionato a Barnaba a tutta prima un certo rimescolìo
di sangue, per cui s'erano d'alquanto arrossate le sue guancie; ma poi,
dato giù quell'accorrere degli umori al capo, era tornata in lui la
pallidezza che lo dimostrava in preda ad una vera e non lieve sofferenza
di malattia. Tofi ciò vide e con alquanto più interesse che non avesse
fino allora manifestato, curvando un poco sopra il letto la sua alta e
rigida persona, soggiunse:

— Ma in realtà voi mi siete più bianco d'un cencio lavato. State dunque
male davvero?

Barnaba fece un segno affermativo.

— Sono andato fino alla porta della tomba, disse con un mesto sorriso, e
poco mancò, proprio assai poco, che non avessi più il bene di vederla,
signor Commissario.....

Questi volle saper tutto che era avvenuto al suo agente; e Barnaba
fattogli promettere che non avrebbe fatto nulla per iscoprire e cogliere
i colpevoli, gli raccontò in brevi termini l'aggressione di cui era
stato vittima.

Tofi stette un poco pensieroso, gli occhi fissi sul volto del giacente;
poi disse:

— Ed a chi ed a qual motivo credete voi dover attribuire questa
succhiellata?

Gli occhi di Barnaba si animarono un pochino.

— A chi? diss'egli. V'è una grande, orribile congrèga, di cui son presso
a scoprire le fila, v'è una scellerata e potente persona de' cui delitti
ho già quasi in mano le prove.... Si aveva tutto il possibile interesse
a farmi scomparire.

Questa volta il Commissario non fece più il sorriso d'incredulità che
era solito a fare quando Barnaba accennava a que' suoi sospetti intorno
ad un misterioso capo di un'orda di briganti.

— E perchè, domandò egli ancora, non volete ch'io cerchi de' vostri
assassini?

— Per più ragioni: rispose Barnaba. La prima è la mia sicurezza
medesima. Bisogna che si facciano l'idea ch'io sono sparito affatto, e
che del loro delitto non esiste traccia nè sospetto nessuno: per ciò
volli tenermi così nascosto e feci giurare ai pietosi che mi soccorsero
il più assoluto silenzio. Se altrimenti avvenisse, quell'associazione,
potente e così bene guidata com'è, avrebbe tosto mezzo di scoprirmi ed
una seconda volta mandare a buon fine il loro poco amorevol disegno a
mio riguardo. Poi è necessario ancora codesto perchè credendo tolto di
mezzo per sempre chi li minacciava, si rassicurino e non facciano
disperdere gl'indizi e le prove, di cui ho già tutti in mano gli
elementi. Per ultimo (e qui i suoi occhi brillarono vieppiù), perchè
voglio avere io il gusto ed il merito di fare le mie vendette.

Tofi fece un legger cenno d'acconsentimento.

— Sta bene, disse poi; ma frattanto l'audacia e il numero dei delitti
crescono ogni giorno, e preme porvi riparo il più presto. La notte di là
assassinarono l'usuraio Nariccia e la sua vecchia fante.

Barnaba si fece contare tutte le circostanze appurate di quel fatto.

— Ed Ella sospetta dei colpevoli? domandò poi.

— Sono certo: rispose vivamente Tofi. Gli assassini erano tre; due
furono i famosi _Stracciaferro_ e _Graffigna_.

E narrò il modo con cui di ciò erasi assicurato interrogando nella guisa
che abbiamo visto il paralitico Nariccia.

— Vi è il terzo ancora da scoprire: soggiunse poi.

— Eh! so ben io chi fu questo terzo: disse Barnaba con accento pieno di
convinzione.

Tofi si curvò su di lui.

— Sempre la vostra idea? interrogò abbassando la voce.

Il giacente fece un segno affermativo.

— Quel signorino elegante?

— Sì.

— Il dottor Quercia?

— Lui!... Non altri che lui! esclamò con forza Barnaba.

Il Commissario affondò le sue mani nelle lunghe tasche del suo
soprabito, posò il mento sul cravattone e fece due giri per la stanza,
assorto in profonda riflessione. Poi tornò a piantarsi alla sponda del
letto del suo subordinato.

— I vostri sospetti non li accuso più d'impossibili, diss'egli; ma
l'affare è molto delicato e conviene trattare con prudenza molta.

Esitò un momentino e poi con brusco accento, come se l'avesse amara seco
per dover pronunziare quelle parole:

— Che cosa penserete voi dover fare? domandò.

— Poco o nulla rispose Barnaba. Raccogliere tutti gli indizi possibili,
ma quasi di soppiatto, sorvegliare attentamente, ma senza che appaia.
Sarebbe buon partito mostrare d'aver preso uno svarione e mettersi
apparentemente in una falsa strada; oppure far vedere che, disperati di
venirne a capo di nulla, si rinuncia alla ricerca..... Intanto io,
grazie a Dio guarirò e se non si dà imprudentemente la sveglia, farò
cogliere al covo tutta la masnada.

— Guarite dunque presto: conchiuse il Commissario. Verrò a tenervi
informato d'ogni cosa che avvenga, e consulteremo assieme.

Barnaba fece un piccolo moto.

— Non temete, s'affrettò a dire il signor Tofi, userò ogni fatta
precauzione, perchè non mi si veda.

— Va bene... la ringrazio: soggiunse il ferito: ma perdoni ad una mia
domanda, di cui Ella comprenderà per me l'importanza. Come giunse Ella a
scoprire la mia dimora?

Tofi stette un momento a pensare, poi non vedendo inconveniente nessuno
nel dir la verità, raccontò tutto quello che era successo al povero
Andrea. Barnaba confermò che questo disgraziato era stato tutta quella
notte con lui e pregò vivamente perchè il Commissario s'adoperasse a
farlo liberare. Il signor Tofi ciò promise e mantenne la parola. Quattro
giorni dopo il suo arresto, Andrea era restituito alla libertà.
L'infelice appena fuori della porta del carcere, corse come un
indemoniato all'ospedale dove aveva lasciato sua moglie, che gli pareva
mille anni non aver più vista... Aimè! Era troppo tardi!

Andrea andò quasi correndo fino al letto in cui aveva lasciato sua
moglie.

— Paolina, Paolina, voleva gridare, finalmente sono qua di nuovo.... e
non ti lascierò più.... e verrò tutti i giorni; ma l'emozione lo serrava
talmente alla strozza che non altro potè uscirne fuori, che una specie
di rantolo.

Il pover'uomo benedisse questa emozione che gli impediva il parlare,
poichè vide la donna che giaceva in quel letto così immobile e
tranquilla che ben pareva immersa in placido sonno. Volta sopra un
fianco, ella si copriva colle lenzuola la faccia, sì che non se ne
potevano scorgere i lineamenti. Andrea volendo rispettare quel sonno
prezioso, si accostò pian piano e sedette sopra lo scanno che si trovava
appiè del letto, fissando quella testa che mezzo si nascondeva sotto le
coltri.

— Il dormire le fa del bene: diceva frattanto fra sè: poverina! che
sorpresa l'aspetta ora che si svegli!... La mi domanderà dove sono stato
e che cosa ho fatto... Come ho da risponderle?... La verità, no: troppo
le sarebbe crudele; se v'è caso in cui debba essere perdonata una bugia,
si è questo... Le dirò che sono stato a lavorare... sì, che ho trovato
dove allogarmi ed assai bene... Ciò invece le gioverà... E poi la mi
domanderà dei bimbi... E le dirò che stanno bene; e che glie li condurrò
domani... Quel buon signore che li ha condotti all'ospizio e che venne a
darmene delle nuove mi assicurò che son sani e vispi... Ho ancor io
tanto bisogno di vederli!... Ma la mia prima visita non poteva essere
che per te, mia buona Paolina, mia cara Paolina... Ah come mi sono
accorto che ti voglio bene, sai!... Ad esser lontano ho sentito che tu
mi sei necessaria alla vita; vedendoti a soffrire ho capito che ti
volevo ancora il gran bene d'una volta, perchè darei mille delle mie
vite per allungarti e far lieta la tua... E son io che ti ho fatto
soffrire... Oh me scellerato!... Ma d'ora innanzi...

Gli parve che l'inferma avesse fatto un moto, ed egli si levò di scatto
per essere pronto a gettarsi su di lei e baciarla. La giacente aveva sì
cambiato un poco la mossa, ma non s'era sveglia. Però la faccia rimaneva
ora un pochino più scoperta, ed Andrea, mirando quella piccola lista di
fronte che si presentava ai suoi sguardi, ricevette una strana
impressione.

— La non mi par lei: disse facendo un passo indietro quasi con
isgomento.

Guardò dintorno e riconobbe che quello era proprio il letto in cui aveva
lasciata Paolina, mirò il numero, ch'egli sapeva discernere, e vide che
non s'era sbagliato; ma pure più e meglio guardava quella testa, lo
stare di quel corpo abbandonato e più gli sembrava che la donna giacente
in quel letto non era la sua Paolina. Una vaga inquietudine lo prese.
Che cosa non avrebbe dato per saper leggere ed appurare qual nome fosse
scritto sul cartellino che pendeva a capoletto? Mentre si guardava
ansioso dintorno come per cercare mezzo alcuno di sincerarsi, ecco
accostarsi a quella volta la suora di carità ch'egli aveva veduta dare
le sue cure a Paolina. Andrea le mosse all'incontro con un'esclamazione
quasi di gioia:

— Ah! mi dica Lei come sta la mia Paolina... È ben sempre in questo
letto, è ben essa quella che vedo? Sono qui da cinque minuti; ma la
dorme sempre... Ciò le farà del bene, non è vero?... E che cosa dicono i
dottori?

La faccia della monaca si turbò talmente che Andrea ne rimase
spaventato.

— O Dio! soggiunse, la trovano forse peggiorata? Era essa molto male
alla visita di questa mattina?

La monaca scosse mestamente la testa.

— No: rispos'ella con voce ed accento pieni di compassione: questa
mattina ella non era male.

Andrea mandò un sospiro di sollievo: in quel momento la donna che era
nel letto si svegliò e volgendosi supina, scoprì affatto il suo volto.
Il marito di Paolina si precipitò verso di lei; ma tosto si ritrasse
indietro allato alla suora che per trattenerlo gli aveva posto sul
braccio una mano.

— Ma quella non è mia moglie! esclamò egli.

— No: disse la suora volgendo in là lo sguardo, vostra moglie da ieri
non è più qui.

Una folle speranza balenò all'anima del povero uomo.

— Uscita forse? domandò egli: Dio ci avrebbe già fatta la grazia di
guarirla?

Vide dall'espressione della faccia di quella monaca quanto fosse fallace
una simile speranza.

— Ah no, soggiunse, codesto non è possibile. L'hanno dunque traslocata
in qualche altro ospizio?... oppure solamente in qualche altra sala?...
Forse in una stanza particolare... Oimè! forse appunto perchè il suo
male era aggravato?...

Un barlume di quella che era pur troppo la tremenda verità cominciava ad
apparire alla sua mente; ma egli non voleva lasciarsene illuminare.

— Per carità, la mi dica dov'è mia moglie? scongiurò egli giungendo le
mani.

La monaca che stimò la terribile rivelazione fosse meglio non farla in
quel luogo, dove lo scoppio del dolore di quell'infelice avrebbe potuto
nuocere alla ammalate che stavano tutt'intorno, prese Andrea per mano e
gli disse:

— Venite meco e saprete ogni cosa.

L'uomo si lasciò guidare come un fanciullo.

— Andiamo a vederla? domandò. Mi conduce dov'è Paolina?

La monaca non rispose. Lo introdusse nelle camere della Direzione, e
colà fattolo sedere, incominciò a dire:

— Voi siete padre di famiglia, non è vero?

Andrea guardava intorno come per iscoprire dove fosse la sua moglie.

— Sì signora, rispose: ho una nidiata di bambini in piccola età.

— Bisogna dunque aver forza e coraggio per loro. A voi tocca adesso
l'amarli per due.

Andrea divenne pallido pallido; allargò tanto di occhi e fissò la monaca
tutto sgomento: le sue mani agitate spiegazzavano il suo berrettaccio, e
colle labbra che tremavano balbettò:

— Amarli per due?.... Non capisco.

Il vero era che egli cominciava a capire pur troppo.

— Sì, disse gravemente la monaca mettendogli una mano sulla spalla.
Sulla terra siete ora voi solo ad amarli i vostri bimbi; la madre loro
li ama e li protegge dal cielo.

Si sarebbe potuto credere ad uno scoppio di dolore nel povero Andrea;
invece egli rimase mutolo, gli occhi e la bocca larghi, quasi attonito;
avreste detto che non avesse capito. Stette in silenzio così alcuni
minuti fissando con pupille smarrite la monaca, la quale gli teneva
sempre, con atto pietoso, la mano sulla spalla.

— Paolina adunque? diss'egli poi con un soffio di voce, e le ciglia gli
si misero a tremolare leggermente.

La suora di carità non rispose che con una mossa mestissima, additando
il cielo.

— Morta!? esclamò l'infelice con voce serrata nella strozza. Ah! non è
possibile.... Morta senza ch'io più la vedessi?... Morta senza che mi
perdonasse.... Ah no, no, non deve esser vero.... Per carità mi dica che
non è vero.

— Vi ripeterò invece che bisogna abbiate forza e coraggio, rassegnarvi
alla volontà di Dio e mettervi in grado d'adempire giustamente a tutti i
doveri che partendosi da questa terra ella vi ha lasciato.

Andrea si cacciò le due mani convulse nella chioma arruffata, cui parve
volersi strappare; la monaca, paurosa ch'egli incrudelisse contro se
stesso, volle prendergli una mano, ma il misero la respinse da sè
bruscamente, senza profferire pure una parola: poi piantati i due gomiti
sulle ginocchia, nascose fra le mani nere ed incallite la faccia e
stette così alquanto tempo, immobile, senza dar segno nessuno di
sentimento nè di vita. La suora di carità avvisò che il meglio era
lasciarlo tranquillo nel suo dolore, e stette alcuni passi in là,
guardandolo pietosamente.

Dopo un poco un singhiozzo eruppe dalla gola del pover'uomo, un
singhiozzo penoso come un vero grido di strazio; le mani gli si
contrassero sulla faccia che coprivano, come se colle unghie la
volessero disfare, e una sequela di singulti che gli scuotevano tutta la
persona, parevano rompergli il petto.

— Coraggio! disse la suora di carità accostandoglisi di nuovo.

Andrea trasse giù dal viso le mani e mostrò delle sembianze che il
dolore aveva così sconvolte da non parere più quelle di prima.

— Mi dica quando e come ella sia morta.... La mi avrà chiamato..... mi
avrà accusato di non venire..... Povera donna!.... Morta senza una mano
amica a chiuderle gli occhi!... Mi dica tutto.

— No: essa non potè accusarvi, essa non soffrì, perchè Iddio pietoso non
volle che dopo quel colpo fatale la infelice tornasse più in senno.

L'uomo drizzò vivamente la testa.

— Colpo fatale! esclamò con una vivace sorpresa che pareva quasi una
violenza: che colpo?

— Quello di sapervi arrestato...

Andrea si drizzò di scatto, mandando più un urlo che un grido.

— La lo seppe!... Chi fu lo sciagurato che gliel disse?

La monaca raccontò come la cosa fosse passata e quindi la colpa non era
di nessuno.

Andrea si percosse coi due pugni chiusi la fronte.

— Infame, scellerato, gridò, sono dunque io, son io che l'ho uccisa.....
Ah perchè non sono morto io prima, nel tempo che ero un onest'uomo, e
ch'ella mi amava!... Ma la mi faccia ancora sta carità, sora madre, la
mi dica quando è morta la poverina.

— Ieri sera alle otto.

— Ma allora non è ancora sotterrata, esclamò con una specie di
soddisfazione e di speranza il miser uomo. Posso ancora vederla...
voglio vederla....

Congiunse le mani in atto supplichevole, spiegazzando fra esse il suo
berrettaccio.

— Ho bisogno di vederla, soggiunse, mi accordi questo favore, la
prego... Vuole che io la lasci portare in terra per sempre, senza darle
un ultimo addio?... La mi conduca presso di lei, la faccia sta carità,
la supplico in nome di quella povera morta. Debbo domandarle almanco
perdono innanzi al suo cadavere.

La monaca fu commossa ed impacciata. Ella non sapeva se quel cadavere
trovavasi ancora nel deposito dell'ospedale: in ogni caso ciò dipendeva
dalla direzione, e temeva che un simile permesso non venisse mai
accordato.

— Proviamo: insisteva con passione il pover'uomo: andiamo da chi
comanda, io li pregherò tanto che mi vorranno usare questa grazia.

La suora di carità cedette, la grazia fu concessa ad Andrea, e questi,
accompagnato da un uomo di servizio s'avviò tremando verso la camera di
deposito dei morti dell'ospedale. Il custode ne aprì la bassa porticina,
e l'operaio entrò in una stanza bassa, oscura, in cui sopra un lungo
tavolato stava, coperta da un lurido panno, la forma stecchita di un
cadavere.

Andrea si sentì mancare il cuore e le gambe; si appoggiò alla fredda
parete umidiccia per non cadere. Ogni suo coraggio era ito. Avrebbe
voluto fuggire, se ne avesse avute le forze; la testa gli tenzonava in
modo strano, doloroso; quasi gli sfuggiva la coscienza di sè; la mente,
come dire, gli si svaporava e parevagli non essere nella realtà delle
cose, ma in un sogno d'incubo. Guardava quella striscia di poca luce
livida che penetrava dal finestròlo, lambiva passando le pieghe di
quello sporco sudario e andava a perdersi nel fondo grigiastro.
L'immobile rigidità di quel cadavere attirava i suoi occhi e gli destava
insieme una ripulsione di ribrezzo. Che? Era la sua Paolina che stava
là, di quella guisa, insensibile, senza che più potesse vederlo,
sentirlo, muoversi alla sua voce?

Il custode, cui quegl'indugi impazientavano, guardò con aria
interrogativa Andrea, come per domandargliene:

— Ebbene? e che si fa ora?

Andrea fece un cenno col capo e colla mano, che l'uomo comprese di
subito e cui si affrettò ad ubbidire: prese per un lembo il lenzuolo che
copriva il cadavere e lo trasse via bruscamente. Andrea, come se in quel
punto fosse rotto il fascino che lo teneva avvinto, si precipitò innanzi
le braccia tese verso quelle forme d'essere umano che gli apparivano
nella loro nudità; ma retrocesse di botto, come respinto da una mano al
petto. Era il cadavere d'un uomo.

Si volse al custode domandandogli quasi con rabbia:

— Ma mia moglie?... Cerco di mia moglie, io... dov'è?

Il custode si strinse nelle spalle.

— Questo, rispose, è l'unico cadavere che abbiamo per il momento; un
povero diavolo morto questa mattina.

— Mia moglie morì ieri sera alle otto.

— Ah! ho capito. Fu trasportata questa mattina all'alba.

— Dove?.... già al cimitero?

— No: rispose il custode scotendo con una certa grave mestizia il capo.

Un'inquietudine, ch'egli stesso non avrebbe saputo spiegare, s'impadronì
del povero Andrea.

— Dove l'hanno portata adunque?

— All'anfiteatro: rispose il custode abbassando la voce.

Andrea non capiva questa parola, ma ne sentì una tremenda paura. Aveva
udito dir mille volte che i corpi dei poveri morti all'ospedale erano
mandati in un certo luogo, dove si tagliuzzavano in presenza di una
frotta di giovani. Un orribile sospetto del vero gli fece spuntare un
sudor freddo alle radici dei capelli.

— Anfiteatro! ripetè egli. Che volete dire?

— Sì, all'anfiteatro anatomico.

Andrea si ricordò allora che quel luogo esecrato si chiamava appunto
così. Come! La sua Paolina esposta a tale onta, a tale insulto, a tale
profanazione! Afferrò per le braccia il custode e gli gridò con furore:

— Non voglio, non voglio... Andatemela a riprendere..... subito..... ve
lo comando ve ne prego.

Il custode gli fece capire ch'egli non ci poteva nulla.

— Ma che debbo fare io adunque? Ditemelo voi, consigliatemi voi... Per
Dio! non voglio che mi si tratti così la mia Paolina: voglio salvarla ad
ogni costo, dovessi cacciar fuoco all'intiera città.

Il custode che non era malcontento di liberarsi al più presto di
codestui, gli disse:

— Andate voi stesso colà, e potrete forse ottener che vi restituiscano
il cadavere... Ma correteci tosto, se volete arrivare a tempo.

— È vero! esclamò Andrea, battendosi la fronte, ed uscito precipitoso di
là, corse come un indemoniato verso l'anfiteatro anatomico.

Il portinaio dello stabilimento arrestò quest'uomo fuori di sè che
entrava con tanto impeto, e gli domandò che cercasse.

— Mia moglie, rispose Andrea che pareva non aver più fiato in corpo.

— Vostra moglie! esclamò il portinaio, allargando tanto d'occhi. Oh che
la vi gira? Qui non vi sono donne....

L'operaio a cui la ragione era presso a smarrirsi davvero, prese pei
panni al petto il portinaio e scotendolo con aria di minaccia, gridò:

— Sì, che la c'è.... È fra i morti che si vogliono squartare.... Ma io
non permetterò tale scelleraggine. Voglio che la mi si restituisca....
Non andrò via finchè non me l'abbiate restituita... Voglio portarmela
via io colle mia braccia, adesso, subito, e guai a voi, guai a tutti!...

Il custode ebbe paura: chiamò in suo soccorso alcuni inservienti, ed
Andrea fu cacciato nella strada, se con buona grazia, pensatelo voi. Il
pover'uomo smaniò, gridò, bestemmiò; ma ad un puntò si calmò di botto,
perchè capì che in quel modo non avrebbe ottenuto nulla, che intanto il
tempo passava, e che ogni minuto trascorso poteva recare alla sua
Paolina quel supremo orribile sfregio, ch'egli voleva evitarle. L'esser
povero è una debolezza, è un'impotenza assoluta; capì che senza
intravvento, senza protezione di nessuno egli non avrebbe mai potuto
riuscire nel suo intento; ma a chi rivolgersi? chi pregare? chi c'era a
cui egli potesse con sicurezza e con efficacia ricorrere? Si ricordò in
buon punto di quel pietoso signore che la Provvidenza aveva mandato in
suo aiuto quel momento in cui era stato arrestato alla porta
dell'ospedale, e si disse che non c'era altri a cui potesse
indirizzarsi. Ne sapeva il nome e conosceva il luogo dov'egli aveva il
suo fondaco, e corse con tutte le forze che gli rimanevano dal libraio
signor Defasi.

Noi sappiamo già qual cuore pietoso avesse questo galantuomo, e quindi
non ci stupiremo s'egli sentisse con molto interesse la scucita
narrazione del povero Andrea smarrito dal dolore e si proponesse senza
indugio di efficacemente aiutarlo. Ma gli era il modo che non sapeva
trovare; egli non conosceva nessuno che avesse attinenza con quello
stabilimento, e capiva che non conveniva andare per vie indirette, ma
far presto per la più breve strada se volevasi arrivare a tempo. Di
soccorrere ad Andrea in tutte le spese che necessariamente sarebbero
occorse per far trasportare il cadavere al Campo Santo e farnelo
seppellire, già aveva deciso seco stesso; ma il principale era di
giungere ad impadronirsi di questo minacciato cadavere. Pensò rivolgersi
al professore incaricato dell'insegnamento anatomico: ma egli non lo
conosceva personalmente, e quel tale aveva una fama di burbero che non
incoraggiava di molto a fare un tentativo presso di lui. Anche al signor
Defasi venne ad un tratto l'ispirazione d'un'idea. Si ricordò che i
bambini di quell'operaio erano stati ricoverati nell'ospizio dietro
l'opera del dottor Quercia; questo signore che tanto faceva parlare di
sè, nella sua qualità di medico, doveva avere conoscenza e forse
autorità in quella sfera, e non si sarebbe certamente rifiutato
d'adoperarsi in favore di quel pover'uomo. Per fortuna egli sapeva
l'indirizzo del Quercia, e presa una carrozza da nolo, in pochi minuti
ebbe condotto al quartiere di Gian-Luigi il disperato Andrea.

Colà una gran sorpresa attendeva il sig. Defasi. Insieme col dottor
Quercia, il quale aveva subito fatto introdurre i due sopravvenuti
appena annunziatigli, stava un uomo, un giovane dalle strane sembianze,
vestito in panni eleganti, che parevano impacciarlo, con un'espressione
sulla pallida faccia tra di soddisfacimento e di dolore, che male
avreste saputo spiegare. All'ingresso del signor Defasi questo tale si
alzò e si trasse alquanto in là come se avesse tentato sottrarsi alla
vista del nuovo venuto, ed un leggiero rossore salì alle sue guancie
pallide ed incavate. Defasi, infervorato nel còmpito che si era assunto,
prese ad esporre il caso di Andrea e la ragione della loro venuta, senza
fare troppa attenzione a quell'individuo che stava in compagnia di
Quercia; Andrea rimaneva presso l'uscio rotolando fra le sue mani
convulse il berretto e guardando con occhi lucidi d'un ardore febbrile,
che supplicavano più di tutte le possibili parole.

Il dottor Quercia, appena ebbe udito il racconto di Defasi, senza porre
tempo in mezzo, esclamò con tutta la vivacità d'un buon cuore commosso:

— L'aggiusterò io, stieno tranquilli..... Io conosco appunto chi
conviene per ciò..... Corriamo senza perder tempo: fo attaccare la mia
carrozza... anzi mando a prenderne una che faremo più presto.....

Defasi disse ch'egli ne aveva impegnata una, la quale stava appunto
attendendo nella strada.

— Benissimo: soggiunse Luigi. Allora non domando che un mezzo minuto di
tempo, tanto da calzare un pastrano, e prendere il cappello, e sono con
loro.

Passò prestamente nella camera vicina, e Defasi allora si volse verso
quell'altro personaggio, a cui non aveva ancor badato; ma quegli, benchè
senza affettazione, volse in là il capo, come se desiderasse non
appiccar discorso. Pur tuttavia al libraio parve riconoscerlo: quella
vasta fronte, quegli occhi profondi, quel petto ricurvo gli ricordavano
un individuo, di cui pochi giorni prima aveva tenuto discorso, di cui da
tanto tempo desiderava sapere e non sapeva più notizia. Fece un mezzo
passo verso di lui, aprì la bocca come per interrogarlo: ma poi pel
contegno del giovane non n'ebbe il coraggio; si rimase a guardarlo con
una certa emozione che non cercava manco nascondere.

— Eccomi pronto: disse Luigi, entrando in quella col pastrano indosso ed
il cappello in testa. Andiamo.

Poi si rivolse al giovane cui il signor Defasi aveva creduto
riconoscere.

— Addio Maurilio, soggiunse tendendogli tuttedue le mani. Quanto
volentieri t'accompagnerei al villaggio... al nostro villaggio, lasciami
dire ancora!... Mi rallegro delle tue fortune e ne godo come se fossero
mie... Possa tu essere davvero felice!

E mandò un sospiro che sarebbe stato assai difficile interpretare.

All'udire il nome di Maurilio, il signor Defasi erasi riscosso: si
slanciò verso quel giovane e con accento pieno di calore esclamò:

— Ma dunque voi siete davvero Maurilio?...

Il giovane lo guardò con freddezza e il libraio si riprese:

— Ella è Maurilio Nulla?

Il nostro eroe s'inchinò leggermente e con un indefinibile sorriso in
cui c'era della fierezza ed insieme una mesta amaritudine, rispose:

— Non più Nulla; Maurilio Valpetrosa, nipote del marchese di Baldissero.

Defasi spalancò tanto d'occhi.

— Davvero!..... Ne godo..... mi rallegro..... Ma chiunque Ella si fosse,
io ho un'ammenda da fare verso di Lei, io ho delle vivissime scuse da
chiederle, e voglio ad ogni modo conquistare il suo perdono e riottenere
la sua amicizia..... Ora non ho tempo, ma la mi faccia il favore di
dirmi dove, come e quando potrei avere con Lei un colloquio, ed io mi
farò premura...

Maurilio l'interruppe.

— Sto per partire. Vo alcuni giorni al villaggio dove passai la mia
infanzia. Sono venuto appunto a manifestare le mie nuove condizioni ed a
dare l'addio a questo mio amico e compagno (ed additò Gian-Luigi). Al
mio ritorno sarò io stesso che passerò da Lei per avere quel colloquio
che preme anche a me.

Come fosse avvenuto il riconoscimento di Maurilio per parte del
marchese, vedremo fra poco: ora mi preme seguire l'infelice Andrea nella
dolorosa ricerca del cadavere di sua moglie.

Mezz'ora non era trascorsa da che era uscito di casa con Defasi ed
Andrea che Quercia aveva ottenuto tutto quello che si desiderava:
entrare nel deposito dei cadaveri al Gabinetto anatomico, ritirarne
quello di Paolina e farlo trasportare al Campo Santo.

Quando entrarono in codesto lugubre luogo che è il deposito de' morti,
gli inservienti stavano appunto prendendo dalla gran tavola di marmo uno
dei due cadaveri che c'erano per portarlo nell'anfiteatro: l'avevano
preso uno per le spalle, l'altro per i piedi e se ne andavano con quel
povero cadavere tutto nudo, Andrea gettò un urlo e si slanciò verso di
loro colle mani tese. Non avea vista la faccia di quel corpo dimagrato,
allividito, ma il cuore glie l'avea fatto riconoscere, ma ne aveva vista
la bionda capigliatura cadente. Era la sua Paolina.

— Fermatevi, disse agli inservienti Quercia che accompagnava il misero
Andrea: questo cadavere abbiamo l'autorizzazione di ritirarlo.

Ne li persuase in breve, sopratutto con una mancia. Il corpo fu rimesso
sopra il freddo marmo della gran tavola, e invece di quello, per portare
nell'anfiteatro, fu preso quell'altro che giaceva pure colà. Andrea fece
un moto, come per gittarsi addosso al cadavere della sua donna; ma la
nudità di quelle membra parvero fargliene ad un tratto ribrezzo e
vergogna: mandò intorno uno sguardo quasi selvaggio, e con atto pronto,
istantaneo, quasi violento, trattasi dalle spalle la sua carniera, la
stese su quelle povere membra livide ed irrigidite.

— Avrete freddo, disse il buon signor Defasi, e vi piglierete un
malanno.

Andrea scosse il capo senza rispondere altrimenti.

— Io corro tosto a casa, riprese Defasi, e manderò qui lenzuola e quanto
occorre.

— Volete voi rimaner qui? domandò Quercia al marito di Paolina, il quale
fece un atto energico di affermazione. Bene. Noi vi ci lascieremo. Tutto
sarà disposto intanto per la sepoltura di questa poveretta, e verso sera
la faremo trasportare al Campo Santo.

Andrea andò verso quei due suoi benefattori e prese loro le mani.

— Loro mi fanno una carità delle maggiori: disse egli con voce gutturale
che pareva uscirgli a stento dalle fauci (ed erano queste le prime
parole che pronunciava dopo che aveva narrato al signor Defasi la
crudeltà della sua avventura). Io non so e non saprò mai come
rimeritarneli; ma nasca il caso in cui abbiano bisogno di un uomo..... e
son io qua.

Gian-Luigi corrispose colla sua alla stretta di mano dell'operaio, e
guardandolo bene entro gli occhi, rispose lentamente:

— E per me può nascere questo caso. Se venissi dunque un giorno a
ricordarvi le parole che avete ora pronunziate?.....

— La mi troverà pronto a mantenerle.

— Sta bene.

Quercia e Defasi partirono. Andrea si lasciò andare sopra uno scanno che
c'era colà e tutto intirizzito dal freddo stette immobile, il capo nelle
mani, posseduto da un generale indolorimento in cui tutti erano confusi
i suoi pensieri, le sue sensazioni, il sentimento del presente, il
ricordo del passato. Non gli pareva manco di vivere, non gli sembrava
vero d'essere lui in quelle condizioni, e che a lui proprio erano
capitate tutte quelle vicende. Non guardava il corpo della sua Paolina;
non ne aveva il coraggio; era ben dessa che giaceva là immobile,
insensibile innanzi a lui? Ne temeva la vista ora ch'essa era fatta muta
per sempre, più che non ne avesse temuto mai dapprima gli amorosi
rimproveri. Come essa lo aveva amato! Ed egli pure aveva amato lei! Un
tempo lei prima di tutto al mondo. Quale un raggio di sole che per uno
squarcio di nubi venga a brillare un istante in un oscuro orizzonte,
vide ad un tratto presentarsi alla sua memoria le gioie soavi dei giorni
in cui s'erano sposati. Quanto era bella la sua Paolina! e quanto glie
la invidiavano i compagni, e quanto egli n'era fiero!... Alzò la testa
con ratta vivacità. Aveva bisogno di vederla. Sperava quasi doversela
trovare innanzi allo sguardo, qual era in quel tempo già remoto pur
troppo; una folle lusinga di mente vacillante gli faceva quasi sperare
il miracolo che Iddio glie l'avrebbe restituita nelle forme e nelle
sembianze che ora gli si erano affacciate al pensiero.

Aimè! Il corpo giaceva stecchito, stremato dai patimenti, dalle
privazioni di tanto tempo, dal male che l'aveva da ultimo tratta alla
tomba; in quel viso diventato color della cenere, smagrito, tirato,
quasi non erano più da riconoscersi i tratti della fiorente giovinetta
ch'egli aveva condotta all'altare; dalle palpebre semichiuse appariva un
occhio spento, senza colore, che nulla più ricordava della gaia, vivace
pupilla della giovane sposa. Andrea, intirizzito dal freddo, stretto il
cuore da un'emozione che mal gli lasciava circolare il sangue, sentì
invadersi come da un intorpidimento mortale; gli parve che se non si
riscuotesse egli sarebbe caduto cadavere ancor egli a' piedi di quella
tavola su cui giaceva cadavere la sua Paolina. Quelle sembianze di morta
su cui si fissavano e da cui non erano più capaci di spiccarsi i suoi
occhi smarriti, sembravano esercitare su di lui un fascino per attirarlo
nel paese delle ombre; gli pareva una voluttà il cedere a quel fascino.
Fosse egli pur morto! Sarebbe cessato ogni dolore anche per lui! Ma
allora gli sembrò che la bocca semiaperta della morta pronunziasse colle
labbra livide e sottili una parola, di cui orecchio umano non avrebbe
potuto udire il suono ma ch'egli intese col cuore: — «I figli!»

Oh! i figli suoi! Questo pensiero gli diede la forza di sottrarsi a quel
fatale intorpidimento. Sorse in piedi e si pose a passeggiare con passo
affrettato per la stanza. Quel moto violento, ridonando il calore e la
vita alle membra, pareva disperdere il turbinio di pensieri che gli
toglieva la testa. Passava e ripassava innanzi al cadavere, e ad ogni
volta vi gettava uno sguardo: ma questi sguardi via via venivano
cambiando espressione. Dapprima erano quasi paurosi, poi manifestarono
un rispetto, quasi una venerazione; da ultimo presero un'amorosa
tenerezza. Allora il pover'uomo s'accostò di nuovo al cadavere e si
fermò presso di lui.

— Paolina! Paolina! chiamò egli con voce piena d'immenso affetto: e si
curvò su quella testa abbandonata e cominciò a baciarne il fronte, e poi
gli occhi, e poi le labbra — ed allora pianse! Pianse a lungo e fu
sollevato: il dolore non si sminuì, ma si fece meno amaro, meno
disperato: gli sembrò sentire vicino a sè l'anima della sua donna, gli
pareva udire nell'aura le parole ch'ella soleva dirgli pur sempre, di
affettuoso perdono.

Perdono? Lo meritava egli? Chi l'aveva tratta dalla felice esistenza dei
primi anni a quella morte dei derelitti nell'ospedale, a quell'ultima
suprema miseria, di non aver nè anco sacro dopo morte il proprio
cadavere? Dall'altare in cui s'erano sposati a quella tavola di marmo,
qual cammino di delusioni, di stenti, di dolori, aveva percorso quella
povera donna! E tutta la colpa era di lui!

Cadde in ginocchio presso la tavola e tendendo le mani congiunte sopra
la fredda pietra, esclamò con accento di spasimo inesprimibile:

— Perdonami! Perdonami!...

Paolina fu seppellita in un angoluccio del cimitero comune: ma per cura
del signor Defasi una modesta croce ne segnò la fossa su cui potessero
venire a piangere e pregare il vedovo marito e gli orfani figli.



CAPITOLO IX.


Il marchese di Baldissero trovò il Re, che lo aveva mandato a chiamare,
molto accigliato. I fatti della sera innanzi gli erano forte
dispiaciuti, e innanzi al suo sguardo severo chinavano gli occhi
mortificati tutti i ministri che gli facevan corona. Era come un solenne
Consiglio ch'egli aveva radunato per consultare sul da farsi, ed al
quale, oltre i ministri, aveva voluto prendessero parte i più fidi e
devoti servitori della monarchia, fra cui il marchese.

In presenza d'un nuovo e tanto pericolo che subitamente era sorto per
l'edifizio politico e per l'organismo sociale, qual era l'insurrezione
della plebe, il Re volava si cercassero, si scegliessero e senz'indugio
si ponessero in pratica i mezzi più opportuni per cessare quel rischio
non solamente nel presente, ma eziandio per l'avvenire. La fantasia di
quegli uomini di Stato colà raccolti non era molto feconda nel trovar
fuori di cotali mezzi che paressero di sicuro, od anzi soltanto di
probabile effetto alla mente acuta del Re. I più non credevano si
dovesse dare a quel fatto tanta importanza, quanta glie ne metteva il
capo supremo dello Stato, nulla più che ad un accidente volgare, che ad
un turbamento momentaneo, il quale si raggiusta col mettere a segno i
tumultuanti e si passa; quasi tutti erano d'avviso che non c'era da far
altro che reprimere e severamente reprimere per impedire colla
esemplarità del grave castigo ogni simile tentativo ulteriore.

Non infastidirò le mie gentili lettrici, facendole assistere alle gravi
discussioni di quel poco fruttuoso Consiglio. Carlo Alberto ascoltò
freddamente tutte le parole che furono dette, non manifestando in nessun
modo la sua interna impressione sulla sua impassibile faccia pallida;
acconsentì tacendo alle varie proposte che furono messe innanzi dai
varii ministri: che quelli fra gli arrestati nella riotta della sera
innanzi che fossero noti come oziosi, vagabondi e proni a delinquere
fossero per misura economica, come allora si soleva dire, trasportati
nell'isola di Sardegna a dirsela colla malaria e colle palle degli
schioppi di quegl'isolani; che si dèsse una gran retata nei bassi fondi
sociali delle bettole e dei postriboli per coglierne la maggior quantità
possibile di altri fra quegl'_indiziati_ che sono esca al disordine, e
si mandassero a tener compagnia a que' primi; che si procedesse
severamente contro tutti coloro a cui poteva applicarsi condanna
criminale pei fatti della sera precedente, e il Ministro di grazia e
giustizia eccitasse il potere giudiziario a volerli colpire col
_maximum_ delle pene.

— Signori, disse finalmente il Re, levando il suo capo che teneva
reclinato sul petto, come troppo greve a portarsi. Non sarebbe per
avventura più vasta la questione di quello che noi ci figuriamo?
Nell'Inghilterra, nel Belgio e nella vicina Francia, le classi
lavoratrici si agitano e dànno seriamente da pensare agli uomini di
governo. Non sarebb'egli un accenno di quel moto che si fa strada nel
nostro paese?

I ministri e gli altri consiglieri si guardarono in faccia per sapere a
chi toccasse rispondere. Il Ministro dell'interno fece un piccol gesto
della mano per indicare ch'egli avrebbe risposto: e fatto un inchino col
capo verso il Re, così prese a parlare:

— Oserei credere, Sire, oserei anche affermare, Maestà, che nei
felicissimi Stali retti dal suo scettro non sono punto penetrate quelle
empie massime che sommuovono le plebi nei miseri paesi da V. M.
nominati. Noi abbiamo fatto buona guardia, e l'iniquo fiotto, se così
posso esprimermi, si è arrestato alla frontiera. In quelle parti là
l'artigiano, il povero, il pezzente, legge, pretende a discutere, si
crede di ragionare. Noi, grazie a Dio, siamo liberi ancora da siffatta
malsania. Non abbiamo lasciato nè lasciamo stampare o penetrare libri e
giornali perniciosi; e la nostra plebe, per fortuna, è troppo ignorante
per leggere checchesiasi.

Il Re mosse le labbra per parlare, e il ministro si tacque di botto,
rimanendo a bocca larga a dare ascolto.

— Oggi è così: disse Carlo Alberto, ma domani può essere tutto diverso.
Non ostante la buona guardia di cui Ella si vanta, quelle idee di cui si
discorre hanno pur penetrato nel nostro paese, ed io ne ho delle prove,
e n'è una lo sciopero avvenuto e poi la rivolta degli operai. Noi non
possiamo vivere tanto isolati dal resto del mondo che le passioni, le
idee, anco le pazzie del genere umano non ci tocchino e non si
partecipino eziandio da noi; le comunicazioni più rapide che si
stabiliscono, aiuteranno ancora codesta diffusione, e massime quelle vie
ferrate di cui abbiamo già adottato parecchi disegni pel nostro Stato e
della principale delle quali già è così ben avviata l'esecuzione.

Profittando d'una di quelle pause che il Re faceva frequentemente nel
suo parlare lento ed impedito, il ministro degli esteri esclamò con
qualche vivacità:

— Ed è per ciò ch'io ebbi il coraggio di oppormi quanto potei alla
costruzione di queste diaboliche strade.

Carlo Alberto volse verso quel ministro il suo sguardo semispento e fece
il suo enimmatico sorriso.

— L'esecuzione della rete ferroviaria, diss'egli, se Dio mi dà grazia di
poterla compire, la ritengo per una delle opere onde meglio sarà
illustrato il mio regno. Ai popoli si deve non solamente la sicurezza ma
la prosperità materiale eziandio; e quando un nuovo mezzo di accrescere
siffatta prosperità si presenta nel mondo ed è dalle altre nazioni
adottato, grave fallo sarebbe il lasciarne mancare il proprio paese. Per
più ragioni adunque è da credersi che anche le nostre classi inferiori
già sono, o in breve saranno corse ed agitate dalle medesime idee e
pretese da cui vediamo commosse le plebi degli altri paesi. La loro
condizione è misera, senza dubbio, e degna del massimo riguardo: le
passioni sovversive trovano nel disagio e nelle sofferenze di quelle
turbe malaugurato alimento. Non sarebbe egli dunque il caso di avvisare,
se le condizioni di questa povera gente, anche mercè la legislazione,
potessero venir mutate in meglio, se ai diritti di proprietà si potesse
fare qualche modificazione per cui più retribuito, meglio assicurato
potesse riuscire il lavoro manuale?

Tacque, e i ministri si guardarono esterrefatti, come se per la bocca
del loro sovrano avessero udito parlare lo spirito di Fourier.

Il ministro di grazia e giustizia s'inchinò e disse in tono magistrale:

— Non si può toccar più l'arca santa delle leggi senza danno evidente,
quasi direi senza una vera profanazione; V. M. ha compito il più gran
monumento legislativo che un sovrano abbia fatto mai. Il codice civile
da V. M. sancito posa su principii de' più liberali, e pone la proprietà
su solide basi, cui sarebbe il maggior pericolo del mondo il voler
mutare.

— Il popolaccio sta abbastanza bene; disse il conte Barranchi, capo
supremo della Polizia; sta bene anche troppo. Per me credo che più è
misera ed ignorante una popolazione, e meglio la si governa.

Carlo Alberto si rivolse al Riformatore degli studi, che era una specie
di ministro della pubblica istruzione:

— L'ignoranza dei popoli fu pel passato una guarentigia; non potrebbe
divenire d'or innanzi un pericolo? Poichè vi ha questa tendenza
universale all'istruirsi, non potrebbero la Chiesa e lo Stato di accordo
prendere l'iniziativa dell'istruzione popolare ed istillare così nelle
masse dei buoni principii, invece di lasciarle esposte alle seduzioni
dei novatori?

L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva
sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il
suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.

— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore
degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano
della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti
dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.

Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva
significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di
cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era
finito.

Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a
Baldissero gli disse:

— Marchese si fermi.

Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò
indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume,
s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.

Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in
silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio
sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito
dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e
scialba come quella d'un cadavere.

— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che
parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la
intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno
saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.

Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un
sepolcro.

— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur
udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui
labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero,
trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...

Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di
quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta
fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e
la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può
afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero,
il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in
maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi
la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente
fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.

Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui
lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la
faccia melanconica e severa.

— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel
cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato
come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine
espresso liberato senza ritardo.

Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a
rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del
marchese e lo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli
della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il
pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse
bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare
affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei
disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine
scritte dal trovatello.

Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e
assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente
esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima
tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la
dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe
velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di
messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano,
innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa
l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto
superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio
medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate
tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re
che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli
parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva
scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo
medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi
destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in
linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche,
morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla
massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della
Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di
quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando
intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo
antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla
aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti
ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno
superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al
paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da
poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata
sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu
che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il
marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze,
che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo
facevano restio e come peritoso al parlare.

Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe
finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che
l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo
annuvolato.

— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora
come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue
delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e
si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe
fare da Torquemada nel secolo XIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli
forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di
temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un
giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una
riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza?
Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual
pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove
incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco
dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.

Si voltò allora verso il marchese.

— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto,
gli ha parlato?

— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.

Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.

— Ah! gli è suo segretario?

Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto
s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.

— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la
parola, come sono?

— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il
marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di
chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze
possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è
quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare.
Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la
lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la
vivacità dell'idea.

Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso
melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.

— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere
quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da
comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio,
marchese?

— Comandi, Maestà.

— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella
palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove
una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera
terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo
sapere a chi dovrà parlare.

Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.

— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà
molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui
avrà l'alto onore di trovarsi.

— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano
essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una
luce che giovino a trarlo in inganno....

S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:

— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....

— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia
degno d'ogni fiducia...

Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di
Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.

— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa
sera alle nove.

Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò
rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:

— Alle nove senza fallo.

Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta
dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il
capo:

— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di
mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.

Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da
molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure
l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non
si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di
monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa
quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo,
una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di
Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello
scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era
d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a
riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo
le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio
manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio,
s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del
trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era
fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato,
per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli
avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.

— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra
famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la
benevolenza!) dove non può egli giungere?

Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a
turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se
Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di
sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi
d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben
presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i
legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe
pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.

Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo
cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni
di rispetto:

— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.

Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle
labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce
del dovere.

— Solo? domandò egli.

— Signor no: vi è pure il segretario.

Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se
dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte
trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla
definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta:
si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal
punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto
di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il
vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la
persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto
lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento
la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva
avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi.
Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate;
quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili;
quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un
complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di
leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così
egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese
non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»

Don Venanzio cominciò egli a parlare.

— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un
altro massimo favore.

— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli
occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo,
freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua
timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poi con cui era fatta la
domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un
interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non
così se si tratta d'altri.»

— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio
figliolo d'adozione.

Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due
sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad
ascoltare.

Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per
essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei
segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che
pochi giorni prima li aveva posti a contatto colla _Gattona_, della
certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il
giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di
svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora
intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra'
Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi
con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don
Venanzio, era tornato dalla _Gattona_ ad interrogarnela, e non aveva
potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano
di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe
parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva
capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva
fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva
diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì,
pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse
empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato
ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera
di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un
tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che
voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte
combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare
per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato
fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore
che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore
che non so chi non ne sarebbe stato vinto.

Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi
colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando
il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza
fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a
Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.

— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome,
quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse
con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così
parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni.
Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?

Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese.
Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo
prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza
ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e
baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli
parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli
innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella
innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non
l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di
quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo
figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani
dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di
lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si
domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu
se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante
la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto
sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva
lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un
momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più
raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don
Venanzio.

— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più
di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi
suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora
stesso parlare con Don Venanzio.

Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del
marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia
desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa
rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il
cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile
donzella.

Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava
con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli
non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con
passione.

Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.

— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo
contrassegno? Ella forse sa?...

— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia
sorella.

Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena
d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:

— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come
imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai
ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me
hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque
cantare il _nunc dimictis_?

— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca
ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare
la mia mente.

Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più
segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue
esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una
ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli
stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui
elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della
miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche
non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur
sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo
aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa
da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi,
colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa
imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che
lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda
che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto,
il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo
uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un
individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed
al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva
visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia
infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere,
della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual
cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da
ogni condizione, non fallì mai.

Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che
aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le
venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna,
coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col
calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si
crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad
una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta
l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva
impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla
sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma
che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle
argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta,
che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore
di Maurilio.

Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si
mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile
fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi,
drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste
potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.

— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....

Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a
soggiungere:

— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà
accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.

Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una
scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E.
aveva bisogno di lui.

— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il
marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.

Il cameriere notò l'uso del verbo _compiacersi_, acquistò una maggiore
stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale
S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di
Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere
verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri
arnesi.

Don Venanzio ed il marchese attendevano con una certa emozione
d'ansietà. Dieci minuti passarono e nessuno venne; il marchese,
impaziente, lasciò trascorrere ancora altri cinque minuti e poi diede
con forza un'altra tirata al cordone del campanello.

Si vide poco dopo fra la portiera dell'uscio la faccia del solito
cameriere; ma questa faccia aveva un'espressione di contrarietà
mortificata, di disappunto, d'imbarazzo che dinotava essere avvenuta
qualche novità che lo turbava.

— E così? domandò asciuttamente il marchese.

— Il segretario non c'è: rispose il cameriere con quell'impaccio nella
parola che aveva nell'espressione del volto.

— Perchè non venire ad avvisarmene subito?

— Volli far cercare più accuratamente di lui e sapere che cosa ne
fosse.....

— Avete fatto male: interruppe con severo accento il padrone; ciò
ch'egli faccia o non faccia non ha da chiamare in nessun modo la vostra
attenzione.

Il cameriere mandò giù il rimprovero con un inchino.

— Appena torni il signor Maurilio, lo si mandi da me.

Il servo non si mosse e fece un atto come chi ha qualche cosa da dire e
non osa.

— Che avete da soggiungere? domandò il marchese, il quale di ciò si
accorse.

— Vorrei dire a S. E. che dubito molto che il signor segretario torni a
palazzo.

Baldissero e Don Venanzio si riscossero e si guardarono in viso
meravigliati.

— Perchè dite voi questo? domandò il primo.

— Perchè il signor Maurilio è partito svestendo gli abiti che qui gli
erano stati dati e riprendendo i suoi logori che aveva deposti, ed il
custode, al quale diede una lettera, mi disse che egli aveva un'aria
talmente stralunata che da lui ad un pazzo ci correva poco.

Nuova e dolorosa meraviglia nel marchese e nel sacerdote.

— Ma gli è forse successo qualche cosa? domandò Baldissero: nessuno
saprebbe dire alcuna cosa che ci guidasse a scoprire la ragione di
questo fatto?

Il cameriere si strinse nelle spalle come uno che non sa niente.

— Voi avete detto che ha lasciato una lettera al custode: disse Don
Venanzio.

— Sì signore.

— E questa lettera?

— L'ho qui. Il signor Maurilio aveva pur detto al custode di non
consegnarla che fra un'ora; ma io ho creduto bene di farmela tuttavia
rimetter subito. È appunto diretta a Lei.

— A me! esclamò Don Venanzio, date, date qui.

La prese con mano premurosa dal domestico che gliela porse, e ne guardò
con sollecitudine la soprascritta; era di mano di Maurilio, ma nel
tracciare i caratteri dell'indirizzo quella mano era così fattamente
agitata che tutta sconvolta era riuscita la scrittura.

— Andate, disse il marchese al servitore che si affrettò ad ubbidire.
Legga, Don Venanzio, soggiunse quando furono soli, e se quello che si
contiene colà dentro crede potermelo comunicare, mi leverà dall'ansiosa
curiosità onde son preso.

Don Venanzio ruppe il suggello, spiegò il foglio con mano che tremava un
pochino, inforcò gli occhiali, e lesse.

«Parto. Dove me ne vada non so. Forse al villaggio dove imparai
primamente a soffrire. Potessi chiudere questa vita nel luogo in cui la
sentii cominciare a pesare su me colla gravezza del dolore!... La mia
sorte, la mia famiglia, il mistero della mia nascita, che m'importa più?
Cessi da indagini che a nulla mi possono giovare. Quando anche fossi
figlio d'un re, che me ne verrebbe oramai?... Mi sento circondato
dappertutto da una tenebra fitta. Vorrei che fossero le ombre della
morte. Le mando un saluto dal cuore... Forse l'ultimo... In questa casa
non posso rimaner più, non debbo... Ho la testa che minaccia di
rompersi... il cuore mi sembra che voglia saltarmi fuori dal petto.....
Non mi stupirei che l'uno e l'altra scoppiassero... Addio.»

— O mio Dio! esclamò il buon sacerdote quando ebbe letto, tutto
sgomento: ma che cosa può essere avvenuto? A quel poverino ha dato di
sicuro volta il cervello.

Ricordò che pochi anni prima una forte scossa morale aveva già ridotto
Maurilio al punto che la sua smarrita ragione lo aveva spinto al
suicidio da cui lo aveva salvo Giovanni Selva; ricordò la grave
pericolosa infermità che di poi lo aveva travagliato, temette anche
questa volta una simile vicenda e pari effetti: senz'altra spiegazione,
come uomo che non ha tempo nessuno d'indugiarsi, prese sollecitamente il
suo cappello a tre punte che aveva posto sopra una seggiola dritto
contro la spalliera, e si mosse per uscire.

— Ma che fu dunque? domandò il marchese con inquieta premura. Non posso
io saper nulla?

Don Venanzio s'arrestò sui due piedi e porse al marchese la dissennata
lettera di Maurilio.

— Legga, legga pure.

Baldissero la prese e lesse avidamente.

— Or dunque, che conta Ella di fare?

— Vado a cercare di quel disgraziato...

— Dove?

— A casa dei suoi amici, dove abitò finora: ma chi sa se ce lo
troverò.... Ah!

Una buona idea eragli venuta. Maurilio aveva scritto che forse si
sarebbe recato al villaggio, correndo giù per la strada che vi
conduceva, chi sa che non si sarebbe potuto raggiungere. Ne disse al
marchese, il quale trovò molto giusta l'idea, e per attuarla meglio pose
a disposizione del buon vecchio prete una sua carrozza. Dieci minuti
dopo Don Venanzio partiva al trotto serrato di due buoni cavalli per
correr dietro al fuggitivo.

Ma che cosa aveva dunque tratto il povero Maurilio a sì subita e pazza
risoluzione?

Che la nobile fanciulla da lui amata gli avrebbe parlato di Francesco
Benda, egli n'era sicuro. Non esisteva altro punto d'attinenza fra lei e
lui, e abbastanza ne lo preveniva l'istinto del proprio cuore. Il suo
amore senza speranza pur si ribellava furibondo al pensiero dell'amore
di quella donna per un altro. Senza speranza! Sì, tale era stato
l'affetto suo fin allora, tale ed anche più doveva essere al presente,
avendo egli acquistato certezza che Francesco Benda aveva ottenuto quel
sommo bene a cui egli non aveva osato pur mai aspirare. Eppure, vedete
stranezza della sua natura, in lui non era così. Ciò che gli accadeva da
due giorni era tanto straordinario che pareva avergli ispirato una
insensata fiducia anche nell'impossibile. In que' sogni matti e
sragionevoli che il bollore della gioventù presenta alla fantasia di
ciascheduno, creando un avvenire meravigliosamente eccezionale che non
si potrà effettuare giammai, ancor egli aveva avute a questo proposito
le sue pazze chimere, di cui poscia amaramente sorrideva e si riprendeva
egli stesso. Aveva sognato poter diventare illustre, grande, celebre,
potente colla forza sola del suo ingegno e del suo valore, e raccolta
una somma ingente di gloria venire a metterla a' piedi dell'adorata
fanciulla, che non avrebbe più potuto stimarlo da meno e respingerlo con
disprezzo. Ma ora ad avvicinarlo a lei, più sollecitamente e più
naturalmente e con maggiore ancora la desiderata efficacia, sembrava
volere adoperarsi la sorte. Tutto quello che gli era capitato, induceva
in lui la certezza di appartenere egli ad una nobile e potente famiglia.
Avrebbe dunque avuto un nome, un grado, un titolo pari a quelli di lei:
essa avrebbe potuto e dovuto trattarlo come eguale, ed egli starle
dinanzi senza umiltà e vergogna di soggezione e d'inferiorità. Nel suo
animo di plebeo che aveva sino allora lottato colla miseria e s'era
trovato oppresso dall'abbiezione del suo stato, entrò ad un tratto un
sentimento d'orgoglio aristocratico, di cui si vergognò poco stante, ma
che pure, anche passando solamente, lasciò in lui una certa traccia, un
effetto inavvertito. Si disse che Virginia di sì nobile casato, di sì
aristocratico sangue, non avrebbe potuto sposare un borghese come
Francesco Benda. Quel pregiudizio delle vane distinzioni di classi
sociali per nascita, che allora era così potente nella nostra società,
quel pregiudizio ch'egli aveva trovato stolto e condannato sempre per lo
addietro, parve a tal punto una verità al suo spirito momentaneamente
traviato. Una fanciulla come Virginia poteva ella amare un uomo a cui
non avrebbe dato la mano? Contraddisse, contestò l'evidenza delle prove
che il suo dolore aveva scorte dell'amore di lei per Francesco: le
interpretò con un quasi volontario errore nella più falsa guisa del
mondo: ed anche quando, riavutosi da quella febbre, potè più giustamente
apprezzare le cose, pure a sua insaputa, alcun che glie ne rimase al
fondo dell'animo di quelle pazze speranze.

Pur tuttavia quando Maurilio, fatto chiamare da Virginia, entrò nel
salottino in cui essa lo attendeva, vi fu con una timidità palpitante
che pareva quasi una ripugnanza. Era un salottino tappezzato di seta
cilestrina, e in mezzo, come un angelo nell'azzurro del cielo, cinta la
fronte d'un'aureola, spiccava la bella figura della ragazza, ornato il
capo del ricco volume dei suoi fulvi capelli. La splendeva come una
visione di paradiso. Maurilio la guardò ratto ed atterrò gli occhi con
paurosa confusione e si sentì tremare nelle più intime fibre. Stette
egli immobile presso la porta e non seppe trovare una parola.

Essa gli si accostò con qualche sollecitudine, colla sicurezza di
persona che non ha la menoma esitanza nè vergogna intorno a ciò che sta
per dire o per fare. Era pallida più dell'usato, gli occhi splendevano
d'una fiamma speciale, v'era un'inquietudine contenuta, una
supplicazione involontaria nella mossa.

— Signore; diss'ella con espressione di non dissimulato, vivissimo
interesse. Che notizie ha Ella del suo amico l'avvocato Benda?

Era la domanda che appunto s'aspettava Maurilio: eppure ad udirla egli
diede in un trasalto come se ad un tratto avesse sentito una punta
figgerglisi in cuore; sollevò ratto le palpebre, e le sue pupille color
del mare incontrarono lo sguardo delle pupille color del mare di lei. Fu
come un urto di due elettricità; e se ne sprigionò una potente scintilla
che variamente li scosse ambidue. Virginia travide un segreto nella
profondità di quell'anima che le aveva balenato dinanzi; le parve di
botto che quella persona non era nuova per essa, nè indifferente al suo
destino; dove l'avesse già vista e quando, quella fronte tormentata, non
sapeva, ma sentì che una qualche indefinibile attinenza correva fra
quello sconosciuto e lei. La sua fierezza avrebbe voluto sdegnarsi
dell'audacia di quello sguardo che sembrava volerle entrare nell'anima,
della temerità di quell'essere a lei di tanto inferiore, che pareva
aversi ad intromettere nella sua vita; ma negli occhi di quell'uomo
eravi pure tanto dolore che non potè a meno di sentirne compassione la
sua generosa anima di donna. Non fu una simpatia, fu una pietà. Il suo
sguardo mostrò ad un punto il risentimento ed il perdono; aveva appena
lampeggiato lo sdegno che già risplendeva caramente in quella leggiadra
pupilla una mitezza divina.

Quello che passava nell'interno del giovane chi lo potrebbe esprimere?
Il suo sguardo acceso avvolgeva, abbracciava con audace potenza la
bellezza fisica di quella nobil fanciulla, e si sforzava di penetrarle
nell'anima, ad abbracciarla del pari; nello stesso tempo supplicava con
ardenza e commozione infinita. Egli sentiva, in presenza di quella
adorata beltà, adergersi la passione, invaderlo, farsi più potente della
sua timidità, d'ogni riserbo, d'ogni riguardo, d'ogni suggerimento della
ragione, d'ogni dettame di convenienza, padroneggiarlo, torgli le redini
della volontà, stimolargli il cervello come una trionfante pazzia. Le
più spropositate idee gli tenzonavano nella testa, le più audaci parole
gli gorgogliavano nella gola; un lieve impulso ancora ed avrebbe
traboccato ed avrebbe prorotto il torrente della sua passione.

Fece uno sforzo supremo per frenarsi. Conveniva parlare. Virginia aveva
sviato da lui lo sguardo e rimaneva immobile attendendo risposta alla
sua domanda. Il povero Maurilio riuscì a pronunziare con voce sorda e
affaticata, le seguenti parole:

— Di Benda non ho notizia alcuna.

Virginia, da quel nome richiamata per intero all'argomento che le
premeva più di tutto al mondo, lo guardò con un'espressione di mite
rimprovero.

— Come! esclamò essa, mentre sì gravi avvenimenti successero e tanto
pericolo minacciò l'esistenza del suo amico e della famiglia di lui,
Ella non ebbe premura di saperne questa mattina le novelle?

La innamorata fanciulla che aveva vegliato in pena tutta la notte, che
aveva con ispavento appreso della rivolta degli operai e de' gravi fatti
che l'avevano accompagnata, che null'altro pensiero più aveva in mente
fuor quello dell'amor suo, considerava quasi per impossibile che in
altri avesse ad essere tanta indifferenza a tal riguardo. Maurilio, alle
ultime parole di lei, ebbe sulle labbra un sorriso amarissimo, onde la
fanciulla provò sdegno insieme, e pena e sgomento. Quel sorriso diceva
che il giovane aveva avuto ben altro a cui pensare, che del ferito e
delle sue sorti poco si curava ed anche peggio, che la ragazza sperando
in lui un aiuto erasi ingannata, che piuttosto avrebbe trovato in esso
un alleato ai nemici del suo amore. Ella si pentì subitamente della
fiducia che aveva creduto poter riporre in quell'essere; si rimutò nelle
sembianze compiutamente, s'allontanò da lui di qualche passo, e
riprendendo tutta la naturale fierezza del suo contegno, disse con
accento severo:

— Mi sono dunque ingannata a crederla un amico del signor Benda?

Per Maurilio quel mutamento fu come se gli si spegnesse subitamente agli
occhi la luce del sole. Tese le mani supplichevole ed esclamò:

— No, no; la non s'è ingannata. Sono un amico, un amico a tutta
prova..... Mi comandi e farò quanto so, quanto posso.....

S'interruppe perchè l'emozione gli faceva gruppo alla gola e non
lasciava più varco alle parole. Virginia stette un momento in silenzio,
come riflettendo, e pareva che il suo spirito fosse corso lontano da
quel luogo, ed ella non badasse più a chi gli stava dinanzi. Dopo un
poco scosse la sua leggiadra testa, s'avvicinò ad un mobile e prese in
mano una lettera che vi stava sopra: si rivolse di nuovo a Maurilio e
parlò con una semplicità affatto naturale.

— Io m'interesso di molto a quella famiglia. La signorina Maria
figliuola del signor Giacomo, fu mia compagna di collegio ed abbiamo
rinnovato pochi giorni fa un'intrinsichezza da amiche.....

Si tacque ad un tratto; si domandò perchè la diceva tutto ciò a
codestui: che aveva ella bisogno di scusare o di spiegare soltanto la
sua condotta? Arrossì alquanto: e dopo un istante riprese con accento
più altero che non fosse prima:

— Ho da mandare questa lettera di condoglianza e di conforto alla mia
amica..... Avevo pensato, poichè credevo ch'Ella si recasse colà, pregar
Lei di recargliela a nome mio.

Maurilio delle parole di Virginia aveva capito poco o nulla; il suo capo
confuso sempre peggio gli tenzonava con maggiore intensità, per poco non
aveva smarrita la giusta percezione delle cose e la coscienza di sè;
viveva come in un sogno, anzi meglio come in un parosismo di febbre,
quando ogni cosa piglia forme e proporzioni diverse e strane, ed ogni
impressione non più governata dalla ragione, si risolve in fantasima di
delirio. Vide una bianca carta nella bianca ed esile mano della
fanciulla; capì che quella carta era pôrta a lui, che egli la doveva
prendere; per che farne non sapeva, non aveva inteso, non voleva pure
intendere. Una ondata di quelle matte speranze che ho detto gli venne al
cervello malato. Pensò ad esclamare in risposta ai detti di lei che non
aveva compresi:

— Virginia, io ho nelle vene un sangue nobile al pari del tuo..... Io,
io sono degno di te.

Si trattenne; di tanto vegliava ancora nel fondo del suo cervello la
ragione da fargli comprendere la sua follia: si disse che non avrebbe
parlato più, perchè aprendo la bocca non era sicuro di frenare la sua
lingua. Tutta la sua timidità sentiva svanire sotto l'influsso d'una
specie d'alito infuocato che gli correva dal petto alla testa; ma mentre
il cervello sobbolliva e il cuore palpitava tremendamente, le membra gli
erano impacciate, irrigidite, come avvinte.

Per prendere quella lettera dalle mani di Virginia, che s'era
allontanata, bisognava varcare lo spazio di poco più d'un metro; erano
due passi, e Maurilio non si sentiva il coraggio e la forza di farli;
parevagli fosse quello un abisso da sorpassare. Esitò, fece uno sforzo e
riuscì ad accostarsi alla fanciulla con piede pesante.

La bellezza della donna ha certi momenti di fascino che, irresistibile,
impossibile ad esprimersi, n'è l'effetto sull'animo dell'uomo. Certe
mosse della donna che amate, senza che ne sappiate il perchè, vi fanno
bollire il sangue; uno sguardo vi caccia il fuoco in tutto l'essere; un
sorriso vi apre il cielo. L'uomo innamorato darebbe la vita, darebbe
tutto al mondo, darebbe l'onore, per potere in que' momenti stringere
fra le sue braccia quella creatura che tanto tumulto eccita in lui, e
soffocarla di baci. I sensi e lo spirito sono in quel punto eccitati ad
un trasporto supremo, ineffabile, divino; tutte le forze dell'essere,
tutte le potenze della mente, tutte le aspirazioni dell'animo si
concentrano in un solo desiderio, che è una sete, che è una rabbia, che
è un delirio. La passione rende l'uomo capace di qualunque eccesso: la
donna che sa il suo potere può in quel punto ottenere dall'uomo tanto
un'opera sublime d'eroismo, quanto il più infernale dei delitti.

Quando Maurilio si trovò ad un passo di distanza dalla bellezza divina
di quella fanciulla, subì uno di quegli influssi, si sentì trasportare
da uno di quei parossismi. Com'era bella davvero quella spigliata,
gentile persona di vergine con tanta grazia nobilmente atteggiata!
Com'erano soavi allo sguardo le pure ed artistiche linee di quella mossa
avvenente che si disegnavano nette sul fondo cilestrino della parete!
Com'era leggiadro quel viso dilicato sul cui pallore un'emozione del
momento aveva chiamato un lieve rossore alle guancie! La bocca
semiaperta pareva respirare con lieve affanno prodotto dalla intensità
d'un affetto; il seno, così voluttuoso nella sua casta bellezza, si
alzava ed abbassava soavemente come l'onda quieta d'un mare benigno; fra
le labbra di sì gentile color rosato spiccava con un effetto cui niuna
parola può riprodurre la candidezza dei denti e pareva uno splendor di
sorriso.

Maurilio le stette innanzi tremante, commosso, agitato, fremente fin
nell'intime fibre dell'esser suo. La sua casta gioventù, le contenute
forze de' suoi sensi gli desiarono con impeto irrefrenabile una tempesta
tremenda nel petto. Tante volte ne' suoi sogni egli aveva quella
fanciulla vagheggiata appunto tal quale! Ed ora se la trovava realmente
dinanzi come l'aveva desiderata, come invocata con tanto trasporto. Era
un sogno anche questo? od era stata una realtà anche quelle altre volte?
Il tumulto e la confusione de' suoi pensieri s'accrescevano; audacie mai
più immaginate gli sommovevano l'animo, desiderii che non sapeva pur
formolare gli salivano su dal cuore in subbuglio e lo soffocavano alla
gola. Perchè non le avrebbe detto ora quelle parole che tante volte
aveva detto all'immagine di lei? Perchè non avvintala alle ginocchia
colle sue braccia e trascinatosi a' suoi piedi come aveva sognato di
fare? La fronte del giovane era circondata d'una fiamma, gli occhi di
lui mandavano lampi; la sua faccia s'era trasfigurata; vi era da
ammirarlo e da averne paura.

Virginia aveva sempre la lettera in mano, la porse quasi con atto
meccanico, e il giovane volle afferrare quella destra. Le loro mani
s'incontrarono: l'urto de' fluidi fu maggiore di quello fosse stato per
mezzo degli sguardi; sussultarono ambedue, ritrassero le destre come se
le avessero abbruciate; Virginia gettò uno sguardo ratto sulla testa di
lui e fu meravigliata ed atterrita di quel fuoco che vi raggirava cupo e
profondo negli occhi. La lettera cadde a terra in mezzo a loro, e
Maurilio si gettò a raccoglierla: rimase così in ginocchio innanzi a
lei, e i suoi panni toccavano lo svolazzo degli abiti ond'era la bella
persona vestita. Passò un minuto secondo in cui s'affollarono nella
mente di lui tutt'a un tratto i pensieri d'amore, i sogni, i delirii di
tanti anni, di tante notti, di tante ore febbrili. Non potè parlare, ma
non era più la timidezza che facesse ostacolo alle parole, era la piena
soverchia dell'affetto, la troppa abbondanza delle cose. Si curvò a
terra come un credente innanzi al suo idolo, abbandona il suo capo sui
piedi della fanciulla e ruppe in singhiozzi, in esclamazioni che
parevano di dolore, in parole soffocate che non avevano senso.

— Che è ciò? domandò Virginia ritraendosi atterrita. Che fa Ella? che
vuole?..... Si alzi.

Maurilio udiva quella voce soave, ma non capiva le parole; la sua
ragione gli sfuggiva sempre più; aveva un tal tumulto nel cervello, che
pareva la pazzia vi combattesse un'aspra battaglia cui fosse per
vincere. Sollevò la faccia tutta bagnata di pianto e guardò la bellezza
di lei con occhio smarrito, splendente d'una luce febbrile. Dove fosse
non sapeva più. I più strani propositi s'affacciavano alla sua mente, ed
egli non li trovava assurdi e indegni di lui medesimo; ma se non li
attuava era solo perchè glie ne mancavano le forze. Levarsi e prendere
fra le sue braccia quella forma adorata di donna e stringerla da
soffocarla; aprire quella finestra da cui veniva la luce grigiastra del
giorno nebbioso, e con lei sul suo cuore precipitarsi e morire insieme;
portarsela come un bambino sul seno e fuggire da quel palazzo, fuggire
dalla città, fuggire, fuggire fin dove occhio d'altr'uomo non la potesse
veder più; dirle: «io t'amo, dammi un bacio» ed uccidersi ai suoi piedi.

Virginia fu spaventata per davvero; pensò suonare per chiamar gente, ma
era lontana dal cordone del campanello; le mani convulse del giovane
l'avevano afferrata ai panni; ella se ne sciolse, e ratta, come una
visione che si dilegua, fuggì della stanza. Maurilio, quando fu solo,
riebbe un po' di calma e gli tornò un po' di ragione. Stette immoto
alcun tempo, inginocchiata come si trovava, facendo girare lentamente
intorno a sè il suo torbido sguardo; fissò per un poco il punto del
tappeto su cui posavano poc'anzi i piedi di lei e parve che ve ne
scorgesse le traccie. Si gettò bocconi a quel luogo e con bocca quasi
rabbiosa baciò, ribaciò, tentò di mordere quella stoffa che a lui pareva
ritenesse l'impronta delle piante dell'adorata fanciulla. Ad un tratto
sollevò il torso e si cacciò le mani entro i capelli con mossa furibonda
di disperazione.

— Che ho fatto? esclamò. Che osai? Che le dissi? Che avrà ella giudicato
di me? Come venirle ancora innanzi agli occhi? La mi farà scacciare dal
suo cospetto pei suoi lacchè..... O mio Dio! O mio Dio!

Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.

— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le
lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...

La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli
aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne
potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro
affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che
cosa era ancora per lui il problema del suo destino che stava per essere
sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa
ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel
palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che
ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito,
guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i
servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato.
Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per
Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.

Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi
aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un
prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello
continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri
indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva
sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di
sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la
sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo
logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta
alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e
si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non
riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi
pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza
decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di
passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato
un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una
stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state,
che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi
di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e
lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui
l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere
pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro
uno scoppio tremendo della bufera.

Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti
di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli
la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che
tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si
fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere
e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si
rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava
intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse.
Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine
di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper
tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul
capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il
suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a
tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a
strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e
cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per
dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione,
ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad
essere bandita del tutto, riagì un momento.

— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella
fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del
delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?

Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a
suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa
senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una
strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e
si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo
errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna
la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.

Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in
traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio
prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima
religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello
sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò
al cocchiere:

— Fermate, fermate.

Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti
sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese
precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era
davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce
amorevolissima lo chiamò per nome.

Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che
Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia
le mostre della maggior disperazione.

— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo
levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo
abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a
te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?

L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha
idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e
cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in
mezzo la strada.

— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il
principale era in quel momento scuoterlo dal torpore di quella specie di
letargo e condurselo seco.

Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con
forza:

— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.

Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il
volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi
ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e
mormorò con accento di rassegnata desolazione:

— È troppo tardi.

Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto
alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno
degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di
nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.

Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di
riscuoternelo.

— Ecchè? diss'egli dopo un poco, tu sei fatto di un subito così
indifferente a quello che fu sinora l'oggetto maggiore de' tuoi
pensieri? Tu non mi chiedi nemmeno chi sia questa famiglia che ti dico
avere scoperto essere la tua e trovarsi pronta ad accoglierti?

Maurilio crollò il capo con quella sua mossa abbandonata, e non rispose.

— Che avvenne egli adunque da rimutarti così compiutamente e ad un
tratto? Perchè mi scrivesti non poter più, non dover più rimanere nella
casa del marchese di Baldissero? — Fece una pausa: e poi soggiunse
lentamente: — In quella casa dove anzi dovresti rimaner sempre?

Il giovane non fece attenzione a queste parole; non le capì e non si
mosse.

— Che mistero è quella tua lettera inaspettata? Che mistero è questo tuo
contegno? Spiegamelo, te ne prego.

Maurilio tornò a crollar la testa, come per indicare che non voleva
rispondere; e si tacque.

La carrozza era già arrivata alle prime case della città. Don Venanzio
avvisò che bisognava affrettarsi a rendere consapevole della verità il
giovane, perchè a momenti si sarebbe giunti a palazzo.

— Or dunque, riprese, che vuoi tu ch'io dica, che posso io dire al
marchese, il quale ti attende per accoglierti come suo sangue?

Questa volta l'effetto fu maggiore di quello che il buon prete si
aspettasse, Maurilio sussultò come se ad un tratto una potente macchina
elettrica lo avesse colpito collo scoppio della sua scintilla.

— Suo sangue! esclamò egli curvandosi verso il prete con occhi che
sprizzavan fiamme e parlando con labbra convulse e con tremula voce.
Sangue del marchese, io!... Forse suo figlio?

Don Venanzio pose amorevolmente la sua destra tepida e morbida sulle
mani ruvide e ghiacciate del giovane.

— Suo figlio no, disse egli lentamente, ma figliuolo di sua sorella.

Maurilio guardò il sacerdote con espressione di spavento.

— Sua sorella?... Che sorella?

— Quella che fu poi la contessa di Castelletto, e in prime nozze fu
moglie di Maurilio Valpetrosa, da Milano, tuo padre.

— Valpetrosa!... Mio padre! ripetè il giovane proprio coll'accento d'un
uomo di cui la ragione vacilla. Si cacciò le mani in capo e stette un
istante raccolto in se stesso come per isforzarsi a dominare le sue
idee.

— Contessa di Castelletto: riprese egli poi dopo un poco, e la sua voce
era sorda, il respiro affannato, stentata la parola: la madre di.... di
Virginia?

Pronunziò questo nome con voce ancora più bassa e ratto come se gli
abbrucciasse le labbra.

— Sì: rispose semplicemente Don Venanzio, che non poteva pure immaginare
le cagioni di tanto turbamento nel suo giovane amico.

— Ed io, domandò Maurilio con maggiore ancora l'emozione, io sono dunque
suo fratello?

— Sicuro!

Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo
gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di
presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che
apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi
si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde
di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era
staccato in sussulto un momento prima.

Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il
buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il
palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il
portone. Si era giunti.



CAPITOLO X.


Quando Maurilio tornò in se stesso, si trovò in quella camera del
palazzo di Baldissero, ch'egli credeva aver abbandonato per sempre,
disteso su quel letto dove la notte precedente tante chimere di sogni
erano venute a tormentare il suo spirito. Sentì di subito ch'egli
pigliava intiero il possesso di sè medesimo, che tutta e non lesa gli
tornava la ragione. Si ricordò di subito, per prima cosa, della tremenda
novella che lo aveva mandato fuor dei sensi. Avrebbe voluto poter
continuare nello svenimento: quello era almeno l'oblio: avrebbe voluto
ricacciare quella ragione che gli tornava, fosse pur anche ricoverandosi
nel buio e nell'insensibilità del sonno eterno.

La camera era semioscura; in quella dubbia luce Maurilio vide al suo
capezzale seduta una persona le cui chiome candidissime gli dissero
essere Don Venanzio, in fondo al letto un uomo di alta statura, dritto,
immobile che lo guardava. Gli parve che quello fosse il marchese, sentì
anzi come cosa sicura che era lui; ma gli piacque indugiare a
riconoscerlo, volle allontanare il momento in cui si sarebbe venuto alle
spiegazioni; come volendo tornare nel torpore dello svenimento, richiuse
gli occhi e stette immobile, volgendo in sè tutta l'attenzione e quasi
direi lo sguardo interno della sua mente.

La vita fisica non pareva in lui ancora tornata; non si sentiva battere
i polsi e le membra gli erano così lasse, così sottratte all'azione
della volontà che gli pareva, per qualunque sforzo avesse fatto, non
sarebbe riuscito a muovere un dito. La sua anima pareva incatenata in un
corpo morto. Ma ad un punto il suo cuore si mise a palpitare frequente,
quasi con dolorosa violenza. Benchè seguitasse a tener gli occhi
serrati, i presenti s'avvidero che la vita era tornata in lui, perchè un
lieve rossore era salito ai pomelli delle sue guancie, e il petto gli si
sollevava ed abbassava in un respiro alquanto affannoso. A suscitarne
gli spiriti a quel modo era stato un pensiero che improvviso erasi
affacciato alla sua mente.

— E Virginia verrà essa a vedermi? Lo sa ella già ch'io sono suo
fratello? E che dirà, e che le dirò io, vedendola?... Io suo
fratello!... E l'amo!... E l'amo ancora!... E forse l'amerò sempre!...
Oh sciagura!

Sussultò sul letto, aprì gli occhi e si sollevò alquanto della persona
sopra i cuscini. Don Venanzio si drizzò in piedi e gli pose una mano sul
capo a toccargli la fronte; l'uomo dall'alta statura si curvò sopra il
letto a fissare nel giacente uno sguardo pieno di compassione e
d'interesse.

— La crisi è passata, ne sono sicuro, disse il parroco; da parecchi
giorni la sorte non volle risparmiare le emozioni a questo poveretto, ma
ora, coll'aiuto di Dio, spero che tutto sia finito... Non è vero,
Maurilio?

Il giovane ringraziò con uno sguardo l'amorevolezza del suo primo,
vecchio amico, poi volse que' suoi occhi ancora appannati verso l'uomo
dall'alta statura il quale, toltosi da quel luogo, venne lentamente
accostandosi ancor egli al capezzale dall'altra parte del letto. Era
proprio il marchese.

— Sì, Maurilio, diss'egli con voce piena, calma, quasi solenne, tutto è
finito; sono finite le vostre traversie e le vostre disgrazie. Tutto
sarà riparato; ed avrete una sorte degna di voi. Quando saprete ogni
cosa vedrete che a noi il debito della riparazione, a voi quello del
perdono. Don Venanzio vi conterà tutto appena sarete in caso d'ascoltare
la verità.

Il giovane attese un momento, come se esitasse a manifestare il suo
pensiero, o questo pensiero medesimo fosse incerto tuttavia ed
oscillante.

— Signore, diss'egli poi, la verità sono in caso di ascoltarla fin da
questo momento. Da tanto tempo ne vo in traccia e la invoco che
desidero, ora che la mi si affaccia, apprenderla più senza indugio.

Il marchese fece un atto d'acquiescenza.

— Vi lascio liberamente discorrere con Don Venanzio: diss'egli. Voi
potete liberamente interrogare, io posi in grado il nostro buon amico di
liberamente a tutto rispondere. Più tardi verrò io stesso a favellare
con voi, e faremo allora più ampia conoscenza reciproca.

Uscì di stanza dopo queste parole, lasciando soli Don Venanzio e
Maurilio. Il primo che poche ore prima aveva appreso dal marchese la
storia d'Aurora, la ripetè al giovane quale a lui era stata narrata.
Maurilio l'ascoltò con raccolta e profonda attenzione, senza interromper
mai col menomo cenno, colla menoma osservazione, con una domanda
qualunque di spiegazione, senza fare neppure il menomo atto. Lo spirito
del giovane era in una strana ed affatto nuova condizione. Parevagli,
dopo quel momentaneo offuscamento, avere acquistato una lucidità ed una
forza maggiori del solito: e nello stesso tempo, tratto tratto, esso gli
sfuggiva, si sperdeva, sembrava, per così dire, svaporargli e le idee
gli si confondevano, come si facevano incerte le sensazioni e le stesse
impressioni esterne. Egli aveva un'esatta cognizione delle cose, si
rendeva un esatto conto di sè, degli avvenimenti che gli erano successi
e di quelli che gli venivano narrati. Si vedeva colà dov'era, in quella
stanza, disteso su quel letto, e conchiusa l'odissea delle sue
disgrazie; nel pensiero, prendeva, con una facilità onde si meravigliava
egli stesso, il posto che gli spettava, e che ora soltanto scopriva
dovutogli; poi ad un tratto tutto gli pareva pigliare l'incertezza, il
vago, l'inapprensibilità d'un sogno. Era egli bene sveglio, era affatto
in sè mentre udiva svolgersi quel romanzo: ed era egli proprio cui esso
riguardava? E Virginia era sua sorella?.... Qui si scombuiavano di nuovo
tutti i suoi pensieri e sentimenti, e temeva gli sfuggisse nuovamente la
ragione. Don Venanzio aveva finito di raccontare e taceva spiando
attentamente sul volto pallido del giovane le impressioni che in lui
quel racconto aveva deste. Ma tal silenzio ecco riuscir penoso, quasi
sgomentatore per Maurilio, il quale volse per ciò gli occhi verso il
vecchio sacerdote, e gli disse con accento quasi di preghiera:

— Oh parli, mi parli ancora!

Che aveva egli da dire ancora Don Venanzio, il quale aveva tulle
divisatamente ripetute le cose udite dal marchese? Pensò opportuno di
fare al suo protetto un piccolo sermoncino di morale sui nuovi e
maggiori doveri che il suo nuovo stato era per accodargli verso i suoi
simili, verso la società e verso Dio. Se questi aveva dati al giovane
talenti non comuni, gli era perchè se ne servisse a maggior gloria di
Lui da cui tutto dipende, ed a maggior vantaggio dei suoi fratelli; se
aveva voluto che la sua infanzia e parte della giovinezza trascorressero
nella miseria e nell'umiliazione d'un povero stato, era per levargli
ogni superbia di grado, di titoli e di sangue, per renderlo ai mali del
miserabile compassionevole; se ora lo voleva elevato a cospicue
condizioni nella società, glie ne accollava tanti più obblighi di virtù,
di opere, di nobili esempi al mondo.

Maurilio meditava da parte sua, e le parole dell'onesto vecchio
entrandogli nella mente, senza che egli pur l'avvertisse s'intrecciavano
colle riflessioni di lui, e andavano ad allogarsi nel suo cervello.
Quando il sacerdote ebbe finito, il giovane gli tese una mano.

— Grazie, mio buon amico, gli disse con un sorriso pieno d'affetto;
grazie, mio padre..... Sì, Ella sarà pur sempre per me come un amorevol
padre... Se Iddio mi lascia vivere, non sarò indegno della mia sorte.
Vedrà.

La destra di Maurilio ora era divenuta ardente; gli sguardi sfavillavano
stranamente nelle incavate occhiaie.

— Maurilio, figliuol mio: disse con premura Don Venanzio. Ora tu hai
bisogno di calma e di riposo.....

— Sì: interruppe il giovane. Ho bisogno d'esser solo e di meditare.....
Solo colla memoria del mio passato, colle strane venture del presente,
colle lusinghe dell'avvenire; solo colla mia coscienza e Dio... Mi
perdoni se la prego lasciarmi.

Il buon prete accondiscese al desiderio del giovane, lo baciò
paternamente sulla fronte, e s'allontanò raccomandandolo con mentale
preghiera all'Angelo Custode, ispiratore delle sante risoluzioni.

Il primo pensiero di Maurilio, quando fu solo, fu Virginia. Ella era
dunque unita a lui da così stretto vincolo di carne: il medesimo sangue
correva nelle loro vene. Quell'amor suo che prima era una follia, ora si
faceva un empio delitto. Era esso questo amore uno sciagurato
traviamento dell'istinto, di quello che suol chiamarsi la voce del
sangue, che gli additava in quella una persona a lui da natura così
strettamente avvinta? O cielo! Ma egli sentiva che anche ora, conoscendo
la verità, anche in quel momento, la sua fatale passione ruggiva più
forte, più impetuosa, più tremenda che mai nell'animo suo. L'immagine di
quella tanta bellezza stava innanzi alla sua fantasia, più seducente,
più eccitante che non l'avesse ancora vista: e il sangue gli pulsava nel
cuore e nelle tempia.

— Potrei baciarla: si disse, e immaginò non un bacio fraterno, ma un
caldo bacio d'amore al cui pensiero sentì una fiamma di voluttà dolce ed
insieme penosa corrergli per tutte le fibre.

Inorridì.

— Sciagurato! sciagurato! esclamò egli. È figliuola di mia madre.

Secondo suo uso, quando di troppo gli tumultuavano nel cervello le idee,
si serrò colle mani la testa, e temette un istante smarrir di nuovo la
ragione ed i sensi. Ma egli, senza pensarvi, aveva pronunziato un nome
che era quasi un talismano; fu come una involontaria invocazione della
sua anima in angoscia.

— Mia madre! ripetè; ed un desiderio infinito, un'aspirazione
ineffabile, un trasporto di fiducia in tutto l'esser suo venne a
sollevarne lo spirito. Pensò alle apparizioni che nei momenti più
difficili e più solenni della sua vita erano venute a dargli coraggio.
Quella forma aerea che sì benigna veniva a consolarlo, a guidarlo, egli
ne aveva ferma convinzione, era la madre sua; il momento in cui si
trovava non era esso dei più gravi e fatali della sua vita? Perchè non
sarebbe venuta anche ora quella creatura celeste a confortarlo? Egli
serrò le mani in atto di preghiera, con indicibile ardore di desiderio,
con inesprimibile passione, con supremo impulso di fede.

— Spirito mio benigno! disse. Madre mia, non abbandonarmi!

L'apparizione così ardentemente invocata, con tanto desiderio attesa,
non ebbe luogo; ma pure, come se, anche invisibile, quello spirito
amoroso esercitasse un benigno influsso sull'animo travagliato del
giovane, questi sentì una certa calma succedere alla tumultuosa
agitazione di poc'anzi. Le savie parole del parroco che erano penetrate
nella sua mente inavvertite, cominciarono allora a staccarsi, per così
dire, dal ripostiglio cerebrale ove s'erano poste ed a sfilargli innanzi
all'intelletto coll'autorevolezza d'un'ammonizione e colla efficacia
d'un consiglio amichevole. Egli credeva in una intelligenza superiore
ordinatrice degli umani eventi; credeva nella ragionevolezza del
destino, tanto di quello dell'umanità, quanto del proprio. Se in lui
erano state poste quelle forze di volontà e d'ingegno non era perchè
inutilmente le si consumassero in isterili tormenti d'una passione
impossibile. Quella potenza che lo aveva voluto plasmato a quel modo,
dominato da quegli affetti, afflitto da quelle sciagure, aveva di certo
voluto che ad alcuna cosa approdasse tutto questo, che alcun
risultamento da ciò ne riuscisse. Quella stessa infelice ed ora empia
passione, appigliandosi al suo cuore non era destinata forse che a
distruggere in lui per sempre ogni tendenza di femmineo amore, perchè
tutte e soltanto le sue capacità si volgessero a quel còmpito che gli
era assegnato in pro dell'umanità. Una nobile superbia, una generosa
ambizione si levarono allora nell'anima sua. Gli parve sentire
nell'intimo della coscienza una voce che lo assicurasse chiamato
all'importanza d'una efficacissima parte in pro del progresso umano. La
sventura del suo affetto, e la scoperta delle sue nuove condizioni lo
sacravano apostolo operatore di quelle nuove idee che fino allora aveva
solamente vagheggiato nella solitudine delle sue meditazioni. _Sursum
corda_, credette sentirsi a gridare nell'anima da una voce discesa dal
cielo. Il divino entusiasmo del sacrificio gli si accese nel cuore, e
gli salì, per servirmi dell'espressione biblica, come fumo di vin nuovo,
al cervello. Ricordò quello che avevagli detto poc'anzi il marchese, che
avrebbegli procurato una sorte degna di lui. Quale sarebbe stata questa
sorte? Ebbe una subita smania di determinare senza ritardo il suo
destino, di fissare le linee di quella parte ch'egli voleva ed avrebbe
dovuto sostenere. Aveva bisogno di occupare in questa fatta pensieri la
mente perchè non vi si cacciasse di nuovo e dominatrice l'immagine di
Virginia. Saltò giù del letto: era debole e le gambe lo reggevano a
stento: ma la volontà gli tenne luogo di forze. Si vestì e con passo
oscillante scese le scale e venne a presentarsi nell'anticamera
dell'appartamento di _suo zio_ il marchese.

— Annunziate al signor marchese che domando di parlargli senza indugio:
disse al cameriere con accento autorevole ma senza superbia.

Il marchese lo fece introdurre tosto e gli venne incontro sino alla
soglia del suo studio.

— Che imprudenza è questa! gli disse con accento che tentava e riusciva
pure d'esser amorevole, ma in cui però non suonava ancora la vera nota
dell'affetto. Avete già voluto levarvi e scender giù voi medesimo?
Dovevate farmi avvertito e sarei venuto io al capezzale del vostro
letto.

Maurilio non rispose che con un sorriso; pose con discreta freddezza la
sua mano nella destra che gli tendeva il marchese con fredda cortesia, e
se ne lasciò trarre per essa fino presso al focolare, dove sedette sul
seggiolone che il marchese gli additò in prospetto a quello su cui si
pose egli stesso.

Si guardarono un poco senza parlare. La situazione era strana e
difficile per ambedue le parti. Stranieri fino a quel momento di
esistenza, di abitudini, d'opinioni, di tutto; di presente le loro vite
venivano ad intrecciarsi e stavano dinanzi nelle condizioni d'una
intimità necessaria. Erano un problema l'uno all'altro. Qual effetto
nelle vicende della loro vita reciproca avrebbe avuto quel nuovo
elemento che veniva improvviso ad imporsi loro sotto le sembianze di
quel personaggio che ciascuno dei due aveva innanzi a sè? Quella testa
scarmigliata, quelle forme grossolane, quell'aspetto tra timido e
selvaggio, che il marchese esaminava con poca simpatia, erano dunque di
suo nipote? Era dunque verso quell'individuo ch'egli aveva il debito di
riparare tutti i torti della sua famiglia e che da quel punto doveva
incominciare l'opera sua? Non lo avrebbe mai immaginato sotto quella
sembianza; avrebbe più volentieri impreso il suo còmpito, se fosse stato
diverso il suo aspetto. Ma queste le erano puerilità: se lo disse il
marchese a sè medesimo con segreta rampogna ed impazienza de' fatti
suoi.

— Voi avete appreso tutto da Don Venanzio, Maurilio? domandò egli con
voce che pareva fare un leggero sforzo a parlare.

— Signor sì: rispose il giovane levando quel suo capo grosso, così
originale e caratteristico: e vengo a vedere che cosa Ella intende fare
di me.

Le parole e il modo con cui furono pronunziate non piacquero al
marchese. Frenò una mossa superba e quasi disdegnosa che glie ne venne;
e rispose con pacatezza, ma con accento di superiorità:

— Intendo fare di voi un uomo degno della vostra nascita e di noi. E
spero che in quest'opera voi mi ci vorrete con tutte le vostre forze
aiutare.

— Vorrei diventare un utile cittadino al mio paese: disse Maurilio con
quella sua voce sorda e l'accento peritoso che gli erano abituali quando
un sentimento od una passione non lo commovessero.

Baldissero stette alquanto in silenzio guardando sempre il nuovamente
acquistato nipote più con curiosità che con interesse, con una specie di
diffidenza più che con affetto. Ricordò le opinioni democratiche e
rivoluzionarie del giovane, e si domandò se non fosse spediente fargli
capir tosto che le avrebbe dovuto modificare; ma si rispose che il
momento per una simile discussione non era opportuno, che conveniva
lasciare che le condizioni della nuova esistenza, il veder le cose del
mondo da altro punto di mira e sotto altro rispetto, l'influsso del
mutato ambiente in cui si sarebbe trovato, avessero cominciato ad agire
sull'animo suo, come non dubitava che avverrebbe, così che le parole
impiegate a convertirlo di poi trovassero quindi un terreno già
preparato e molto più favorevole. In conseguenza rispose semplicemente
di questa fatta:

— E voi potete diventar tale e lo diverrete di sicuro se l'ingegno che
Dio vi ha dato impiegherete con zelo a conoscere la verità delle cose,
le giuste leggi che reggono le società ben ordinate, i doverosi rapporti
fra chi deve comandare e chi deve obbedire.

Maurilio sollevò la sua ampia fronte, ed un'espressione più risoluta
apparve sui suoi lineamenti e suonò nella sua voce:

— Comandare, diss'egli, deve la legge in cui si incarnino la giustizia e
la verità; ubbidire devono tutti.

Il marchese fece un atto che significava non volere a niun modo in quel
momento entrare in discussione; e successe un'altra pausa di pochi
minuti.

In questo frattempo Baldissero ricordò la promessa che aveva fatto al Re
di condurgli la sera l'autore di quelle pagine che avevano prodotta una
viva impressione in S. M. Si volse di nuovo con una certa vivezza verso
Maurilio.

— Questa sera io dovrei condurvi ad un colloquio, da cui molto può
dipendere il vostro avvenire. Potreste subitamente acquistarvi
un'invidiabile posizione. Si tratta d'un personaggio importante e molto
potente nello Stato, il quale ha letto quel vostro manoscritto
sequestratovi dalla Polizia e concepì desiderio di parlare a viva voce
con voi intorno a qualche argomento che in quelle pagine avete
accennato.

All'udir far parola di quel suo scartafaccio, in cui erano depositati
tutti i segreti non che del suo pensiero e dell'anima, ma dell'esistenza
e del cuore, all'idea che quelle sue espansioni, quelle rivelazioni
erano venute in mano d'estranei, passate da questo a quello, un subito
rossore salì alle guancie del giovane; il marchese che lo vide e
s'accorse come quello fosse segno di viva contrarietà e quasi di sdegno
e vergogna, s'affrettò a soggiungere:

— Ci terrei molto, vi dico in vero, ad attenere la promessa che feci a
quel cospicuo personaggio di presentarvi a lui questa sera medesima;
però il male che vi è sopravvenuto è una valevol ragione a scusarmi se
ci manco. Se dunque la vostra salute non vi consente di rendervi a
questo convegno, ditelo pure ed io ne renderò avvertito quel
personaggio.

Maurilio esitò un momento.

— Scusi, diss'egli poi: non potrei sapere di questo personaggio il nome
od almeno il grado?

Il marchese scosse la testa.

— Va tra' primi dello Stato, rispose: non posso per ora dirvi altro.

Il giovane stette di nuovo un momento sopra sè. Il suo primo pensiero fu
quello di giovarsi appunto del pretesto della sua salute per sottrarsi a
quel misterioso colloquio coll'incognito personaggio; ma poi come una
subita ispirazione lo ammonì ch'ei faceva male, che in codesto era forse
una fase del suo destino che gli si presentava, e che quindi gli
conveniva meglio risolutamente affrontarla.

— Ci andrò: disse con una certa vivacità Maurilio.

— Sta bene; ricordatevi che a quell'uomo innanzi a cui vi troverete
dovete più che rispetto riverenza. Non vi dico di mentire alle vostre
convinzioni, ma discutendo con quel personaggio, sostenendo anche le
vostre idee che da quelle di lui certo dissentiranno, vi raccomando la
moderazione e non solo nelle forme, ma direi eziandio nella sostanza.

Maurilio non rispose; ma fra se stesso andava pensando con molta
curiosità chi sarebbe mai stato quell'uomo. Il marchese continuò:

— Potreste, vi ripeto, guadagnarvi di botto un posto onorifico e
rilevante..... Ad ogni modo, consultate anche le vostre attitudini e le
vostre propensioni, vi troveremo poi un impiego negli uffizi del
Governo.

— Perdoni: interruppe il giovane: ma io non intendo assumere verun
impiego governativo.

Baldissero lo guardò con istupore.

— Non volete voi servire il vostro paese?

— Sì; ma non è l'unico modo di servirlo quello d'imbrancarsi alla
schiera burocratica, e non credo neppure che quel modo sia il migliore.
Voglio rendermi utile più ch'io possa al mio paese, ma rimanendo libero
cittadino.

— Gl'impiegati sono essi schiavi? disse asciuttamente il marchese.

— Hanno un vincolo di più che gli altri. Hanno limitato e definito in
certi limiti, troppo stretti per me, il loro campo d'azione; hanno
esaurita e consumata ogni iniziativa individuale, prima che possano
manifestarla. Sono ruote d'una macchina, necessarie sì quando non
eccedono, ingombratrici e dannose quando ve ne ha troppe, non sono mai
fecondi inventori nè propagatori di verità onde la coltura umana e il
benessere generale s'accrescano.

Il marchese tornò a guardare il giovane con meraviglia.

— Ma che cosa vorreste voi dunque fare? che cosa essere?

— Vo' farmi banditore indipendente di verità al popolo ed al Governo;
voglio promuovere la diffusione del vero e del giusto negli ordini
politici, economici e sociali.

— Maurilio: interruppe il marchese con quella sua voce grave di una
incontestabile imponenza; voi siete giovane e le cose del mondo avete
visto finora traverso una lente sformatrice degli oggetti, quali sono le
proprie sventure. Prima di conchiudere dai vostri studi, prima di farvi
ammaestratore altrui, compite que' primi, allargate la cerchia delle
vostre osservazioni, fate maggior messe di più seria esperienza, e
lasciate maturare ancora meglio il giudizio.

Maurilio s'inchinò leggermente.

— Ella ha ragione: disse con ossequio, ma con una fredda fermezza
insieme che indicava non egli esser mai per lasciarsi smuovere dalle sue
idee. Questo appunto, e non altro desidero ancor io.

Successe un momento di silenzio. Il giovane aveva reclinata la testa,
s'era di nuovo incurvato del corpo secondo la sua abitudine, e teneva
gli occhi fissi sui fiorami del tappeto; il marchese lo guardava con una
curiosità come diffidente, quasi ostile. Cercava egli discernere nel suo
interno quali sentimenti gli ispirasse quell'individuo, e non sapeva
riuscirci. Era insieme un interesse ed un sospetto, quasi una paura;
un'attrazione ed una ripugnanza. Avrebbe voluto poter levare al
riacquistato nipote almeno dieci anni affine di esser in grado di
ridurlo quale egli lo avrebbe desiderato; pensava, anche senza volerlo,
al consiglio di fra' Bonaventura, di dare a quell'individuo una buona
somma e mandarlo nelle più lontane regioni.

— Maurilio, dopo un poco riprese a dire lo zio, converrà che vi faccia
conoscere tutta la vostra famiglia. Quando volete voi essere presentato
ai vostri congiunti?

Maurilio vide passarsi dinanzi la splendida aureola delle chiome d'oro
di Virginia. Sussultò, arrossì, impallidì, ed esclamò con tono che
pareva di sgomento:

— No, no.... non ancora.

Il marchese lo guardò stupito; egli dominò la sua emozione, e soggiunse
più freddamente:

— La mia famiglia sa ella già tutti i miei casi e l'esser mio?

— No: rispose il marchese; ma è mia intenzione apprenderli tosto a chi
si deve.

— Or bene, riprese il giovane con accento di preghiera; se Ella non
dissente, io desidererei, prima di entrare in questa nuova esistenza,
andarmene al villaggio dove fui allevato, passare alcuni giorni di
raccoglimento, di pace, di sovvenire e d'addio al passato. Don Venanzio
parte domani: con suo permesso, io ve lo accompagnerei. Al mio ritorno
prenderei nella famiglia quel posto ch'Ella mi vuole restituito.

Lo zio accondiscese sollecito, e quasi soddisfatto. Avrebbe avuto alcuni
giorni da preparare allo strano avvenimento la moglie, i figliuoli e la
nipote; avrebbe potuto riflettere di meglio sul da farsi, riguardo al
giovane medesimo.

Maurilio non volle quella sera sedersi pel pranzo alla tavola della
famiglia. Salì nella sua camera, dove chiese ed ottenne dallo zio
permesso di rimanervi, finchè lo si sarebbe fatto chiamare per recarsi a
quel misterioso convegno di cui il marchese gli aveva parlato. Non potè
mangiare neppur un boccone; l'eccitamento de' suoi spiriti e de' suoi
nervi era tale che non poteva star fermo, nè arrestar la mente sopra
un'idea. Don Venanzio venne più tardi a fargli compagnia; ma furono
impotenti a calmarlo anche le dolci esortazioni di quel brav'uomo.
Quando un lacchè venne ad avvertirlo che il marchese lo attendeva per
salire in carrozza, Maurilio era in uno stato quasi d'orgasmo che
avrebbe potuto del pari, nel colloquio a cui si recava, produrre questi
due effetti: o togliergli del tutto la libertà della mente e la capacità
di spiegarsi, o dargli un'audacia ed un'eloquenza non ordinaria di
parola.

Zio e nipote salirono in carrozza senza parlare; e in breve furono alla
loro meta; Maurilio scendendo vide che si trovavano sul principio di
quel viale medesimo che conduceva alla fabbrica dei Benda. Entrarono per
un cancello di ferro che loro venne aperto da un uomo avvolto in un
ferraiuolo, e preceduti da quest'uomo, che evidentemente li stava
aspettando, furono introdotti in una camera a pian terreno d'una
palazzina posta al di sotto di uno dei bastioni del giardino reale,
palazzina che Maurilio sapeva essere stata comprata da poco tempo dal
Re.

Furono lasciati soli in quella stanza modestamente arredata, parcamente
illuminata da una lampada colla ventola, ma acconciamente riscaldata. Vi
era tanto silenzio tutt'intorno che pareva proprio d'essere all'infuori
della vita chiassosa d'una gran città. Il solo rumore che s'udiva era il
_tic tac_ d'un grande orologio posto sulla caminiera.

Pochi momenti passarono, e nessuno dei due venuti pensò pure a rompere
quell'alto silenzio. Poi una tenda di panno verde che pendeva ad una
porta si sollevò da una parte, e comparve un uomo che, quantunque
vestito da borghese, aveva l'aspetto soldatesco.

— Marchese, disse costui parlando piano come per rispettare ancor egli
quel silenzio; si compiaccia venir qua un momento.

— Attendetemi qui: disse il marchese a Maurilio, e passando sotto la
tenda, entrò nella stanza vicina coll'uomo che era venuto a chiamarlo.

— Dove son io? Pensò Maurilio rimasto solo e guardandosi intorno come
per cercare alcuna cosa che rispondesse alla fattagli domanda. Chi è che
mi vuol parlare? Innanzi a cui mi troverò io fra poco?

Una idea che gli parve matta venne ad affacciarsi alla sua mente. Quella
casa era proprietà del Re; se questo medesimo fosse l'alto personaggio
che voleva interrogarlo? Sentì una specie di brivido corrergli per le
vene, tremò, ebbe paura, e pensò un momento cercar di fuggire: ma poi
tosto dopo un sentimento di riazione ebbe luogo in lui. Oh! se pur
fosse! Se in faccia all'incarnazione più spiccata dell'ordine politico e
sociale, alla rappresentazione più valida e suprema del potere e
dell'autorità umana egli si trovasse e potesse parlare a tu per tu e
dire la verità delle cose, i sentimenti delle masse, i bisogni della
plebe!..... Ma egli ci avrebbe valuto? Sentì un impulso d'orgoglio e di
temerità in quel sovreccitamento che non l'aveva ancora abbandonato, e
si affermò che, se non la capacità di fare presso Carlo Alberto la parte
del marchese di Posa di Schiller, il coraggio egli l'avrebbe avuto di
certo.

Scosse ad un punto le spalle e sorrise di se medesimo. Gli parevano
queste chimere assurde. Si accostò senza volerlo a quella tenda verde
dietro a cui era sparito il marchese: udì appena il susurro di voci che
parlavan sommesso. Passeggiò in lungo ed in largo sopra il morbido
tappeto che ammortiva il suono de' suoi passi. Andò poscia a sedersi
presso il camino dove fiammeggiava un gran fuoco, si prese colle mani la
testa e stette ad aspettare con una specie d'ansietà che gli faceva
battere il cuore e sembrar lunghi i minuti.

Un quarto d'ora o poco più era passato, quando la tenda si sollevò di
nuovo e tornò in quella camera il marchese.

— Passate di là, diss'egli a Maurilio. Il signore che vuol parlarvi vi
aspetta. Rispondete alle sue interrogazioni con franchezza, ma pesate
bene le vostre parole. Quando vi si darà il congedo, mi ritroverete in
questa sala.

Maurilio sentì più forte il batter del cuore, camminò quasi barcollando
verso la porta, e spinto dal marchese entrò nella camera vicina; l'uscio
si richiuse dietro di lui.

Era una camera vasta quanto la precedente, riscaldata del pari, ma
ancora più modesta a giudicarne da quel poco che si vedeva, perchè la
era ancora più scura. In fondo era una tavola abbastanza grande, coperta
da un tappeto verde di panno finissimo e sopravi una lampada colla
ventola ancor essa sul globo di cristallo. Questa lampada era stata
calata giù dal suo piedistallo perchè il cerchio di luce che mandava
all'intorno fosse meno ampio e tutto si contenesse sulla superficie
della tavola. Sopra il tappeto di questa vedevansi alcune carte
ripiegate per lo lungo e un gran portafogli su cui impresso in oro uno
stemma reale.

Seduto colà, con un gomito appoggiato alla tavola e il mento nel concavo
della mano, stava un uomo che appariva di alta statura. Aveva la faccia
nell'ombra e i lineamenti non si potevano discernere; ma scorgevasi una
vasta fronte e un viso lungo e pallidissimo. I raggi della lampada
cadevano di pieno sulla mano sinistra ch'egli teneva chiusa a pugno sul
tappeto e la facevano vedere magra, color di cera, ossea, eppure
elegante.

Maurilio s'era fermato sulla soglia, esitante, con un impaccio timoroso.

— S'avanzi: disse una voce sorda ma con accento gentile ed
incoraggiativo: s'avanzi e sieda costì.

Quella mano chiusa a pugno che posava sulla tavola, si aprì, e con mossa
piena di garbo accennò ad una seggiola posta a due passi da quella su
cui stava chi aveva parlato.

Il giovane s'avanzò lentamente fino a mettere la destra sulla spalliera
della seggiola che gli era stata additata, e il suo sguardo cercava
intanto penetrare nell'ombra a discernere i lineamenti di quello per lui
sconosciuto personaggio. Da quello scuriccio vedeva egli due occhi
fissi, con certa espressione d'autorevolezza venire indagando eziandio
il volto di lui che s'avanzava; e siccome anche questo volto trovavasi
nell'ombra, ecco la mano, che aveva fatto invito a Maurilio di sedere,
urtare nella ventola e farla piegare così che un fascio di raggi, di
colpo, battesse sulla figura del nuovo venuto. Il giovane chiuse gli
occhi come abbacinato, e sentendo sopra sè lo sguardo scrutatore di
quell'incognito, arrossì. Fu un momento, il coprilume tornò a posto e
quella voce grave e sommessa che aveva già parlato, disse di nuovo:

— Sieda, signor Valpetrosa.

Maurilio sussultò. Era la prima volta che gli veniva dato quel nome: e
senza sapere chi fosse che ora l'aveva pronunziato, parvegli che
dall'autorevolezza di quell'accento le sue nuove condizioni ricevessero
una più decisa ricognizione, una specie di consecrazione.

— Ella dunque sa il mio vero nome? diss'egli sedendo ed affondando
sempre in quell'ombra, oltre il cerchio di luce, il suo sguardo
curiosamente intentivo.

— Il marchese mi disse tutto testè: rispose con dignitosa semplicità lo
sconosciuto. Ciò le provi quanta fiducia abbia in me il suo zio e mi
faccia ritenere non indegno anche della sua.

Gli occhi di Maurilio cominciavano a penetrare la oscurità in cui le
fattezze di quel personaggio si riparavano; vide a queste ultime parole
sulle labbra di chi le aveva dette un sorriso che gli parve enimmatico:
potè discernere due guancie pallide e scarne con pomelli sporgenti sotto
le occhiaie affondate, due folti baffi nerissimi sopra una bocca larga,
sottile, d'una fredda e mesta espressione. L'idea, il sospetto, la paura
che gli si erano affacciati poco prima nella stanza vicina tornarono in
lui più forti. Quella figura non era essa quella del Re, cui pochi
giorni prima, la sera del ballo all'_Accademia Filarmonica_, egli aveva
visto sullo scalone di quel palazzo passargli a pochi passi di distanza
in tutta la pompa del suo grado? Volle rispondere alcune parole, e non
ne trovò punto; non seppe che inchinarsi, e frattanto pensava: «che mi
dirà egli? e che gli dirò io?»

Il Re da parte sua aveva ravvisato in quel giovane una figura che già
gli era venuta dinanzi altra volta. Egli vedeva passare sotto ai suoi
occhi tanti e tanti de' suoi sudditi, che il dove e il come avesse visto
costui non seppe trovare di subito nella sua memoria: ma quell'incontro
era stato così speciale e nella sua semplicità così inaspettato e
straordinario che non tardò a venirgli a mente. Rivide lo scalone adorno
ed illuminato, i fiori, le piante e fra queste la faccia curiosa,
esaminatrice, quasi interrogativa di quel giovane popolano. Alla sua
indole molto inchinevole alle mistiche ubbie, parve questa, più che
un'opera del caso, quasi un incontro preparatogli dalla Provvidenza,
forse per dargliene appunto aiuti al compimento della sua missione di
re.

Successe un silenzio. Carlo Alberto si passava lentamente sulla fronte
quella mano con cui prima sosteneva il suo volto; Maurilio, convinto
sempre più che quello fosse il suo Re innanzi a cui si trovava, sentiva
accrescersi l'interno suo turbamento, ma in mezzo al medesimo
l'eccitazione de' suoi nervi, aiutata dalla volontà, faceva spuntare ed
afforzava l'ardimento.

Carlo Alberto s'era ritratto alquanto dalla tavola, appoggiando il dorso
alla spalliera, e la sua faccia trovavasi quindi ancora più nell'ombra:
seguitava a tacere e i suoi occhi scrutavano sempre la fisionomia di
quell'individuo ch'egli stesso aveva voluto gli fosse condotto dinanzi.
Quel volto solcato da rughe troppo precoci, quella fronte intelligente,
ma per così dire tormentata, quello sguardo timoroso ed audace, sommesso
insieme e pure potente non gli piacevano, ma tuttavia gl'ispiravano una
certa curiosità benevola. Aveva tante volte immaginato potersi trovare a
tu per tu col suo popolo senza intermediari e sentirne la voce vera; ed
ora che gli pareva questo popolo gli stesse appunto davanti incarnato in
quell'individuo che aveva sofferto colla parte più misera di esso, non
sapeva come prendersela, quali interrogazioni muovergli, che cosa
volerne. Era come una fattucchiera novizia che ha evocato la prima volta
uno spirito e non sa più che farsene quando esso è comparso: egli aveva
evocato il genio delle nuove idee liberali, lo spirito delle teorie
democratiche le quali venivano ad accamparsi contro la monarchia quale
il passato l'aveva fatta, ed egli, il rappresentante di questa
monarchia, che pure in uno slancio di ambizione e diciamo anche di
generosità giovanile, aveva combattuta, egli si peritava a domandare il
motto di quella sfinge popolare di cui avrebbe pur voluto essere
l'Edipo.

— La sua vita sinora fu molto fortunosa: così cominciò il Re a parlare
dopo un poco; e la Provvidenza le darà certamente compenso in avvenire
dei travagli passati, i quali mi pare avranno a riuscire non infruttuosi
nè per Lei medesima, nè per la società, se quelle traversie hanno volto
il suo intelletto allo studio di gravi quistioni, ed hanno arricchito
d'esperienza la sua mente.

Carlo Alberto si tacque; Maurilio non aprì labbro nè fece pure una
mossa.

— Ho letto alcune pagine di quel suo scritto in cui con molto.... (esitò
come per cercare una parola acconcia che non gli veniva alle labbra) con
molto ardimento Ella affronta i più ponderosi quesiti ch'io creda
esistere intorno alle sorti delle società umane.

Allungò la destra e, preso il portafogli, ne trasse fuori lo
scartafaccio di Maurilio, il quale, nel vederlo, arrossì fino alle
orecchie.

Il Re continuava:

— Ma crede Ella che le soluzioni da Lei proposte, i rimedi da Lei messi
innanzi sieno valevoli a far cessare il male? La sua formola suprema,
s'io l'ho ben capita è la seguente: migliorare lo stato morale e
materiale dei poveri.

Maurilio chinò il capo per esprimere che quello precisamente era il suo
concetto.

— Ma questo è l'intendimento e il desiderio di tutti: ed è l'opera che
proseguono, con prudenza e secondo le circostanze consentono, i
legittimi governi. La democrazia a cui Ella fa appello col suo
ingannevole motto di _libertà_, parola elastica, mal definita sempre e
non definibile, appunto perchè traduce un concetto non esatto o non
acconcio alla natura umana; la democrazia, dalle leggi agrarie dei
Gracchi all'infame terrore della rivoluzione di Francia, non ha mai
potuto far nulla in pro appunto di quelle classi che più sono degne
d'interessamento e più hanno bisogno di soccorso. Il male pur troppo è
una fatalità della esistenza terrena tanto nell'individuo come nelle
agglomerazioni sociali, e per queste si traduce nella miseria di parte
dei loro componenti. Rimedio assoluto non c'è e non ci può essere;
qualche temperamento possono arrecarlo soltanto due virtù che c'insegna
la nostra santa fede; la carità e la rassegnazione.

Il Re s'interruppe di nuovo. Tornò ad appoggiare la fronte alla mano e
stette colle pupille immobili che con isguardo vago si fissavano
nell'ombra, come se vi cercasse ancora idee e parole che più non gli si
presentavano.

Maurilio aspettò un istante; ma poi capì che a lui ora toccava parlare.
Chiamò a rassegna i suoi pensieri e sentì con ispavento che invece di
accorrere fuggivano dalla sua chiama: sentì vuoto, come arido il
cervello, si turbò forte, maledisse la sua timidezza, fece uno sforzo
violento di volontà che gli raccolse il sangue nel capo e gli suscitò
nel cervello un turbinio vertiginoso, aprì le labbra e non ne uscì suono
veruno, volle cominciare a parlare e non sapeva che cosa avesse da dire,
non riuscì che a balbettare con voce tremola e soffocata:

— Maestà....

Carlo Alberto si riscosse vivamente; si tirò indietro della persona con
rapida mossa, come se un subito pericolo gli fosse sorto dinanzi ed egli
volesse ripararsene nell'ombra; i suoi occhi dalla luce semispenta e
dallo sguardo vago, acquistarono di botto una vivacità concentrata ed
una fissità imponente; la sua destra si posò sul bracciuolo del
seggiolone ov'egli sedeva, con atto di superba autorevolezza.

— Ella dunque mi ha riconosciuto?

Maurilio aveva chinato gli occhi, quasi pauroso d'essere abbacinato dai
raggi di quel Giove che rivelava la sua divinità; ma in quella voce che
gli aveva ora parlato c'era tale un sentimento affatto umano di stupore
senza sdegno, di contrarietà senza minaccia, ch'egli risollevò lo
sguardo su quel volto pallido che gli traspariva nell'ombra mandata
intorno dal coprilume. Il nume terreno non era nè abbagliante, nè
terribile: sulla fronte portava le rughe incavate dai dolori dell'uomo;
negli angoli della bocca stavano le pieghe che vi disegnano i dubbii, i
sospetti, i timori d'un'anima travagliata.

— Toltogli il manto e la corona di re, pensò Maurilio, è un uomo al pari
di me. Posso, devo parlargli come uomo ad uomo.

— Sire, diss'egli allora, senza cortigianeria, ma con rispettoso
ossequio: crede Ella che gli sguardi di tutto un popolo non si volgano
desiosi verso colui che rappresenta ai suoi occhi tutta l'autorità della
legge, tutto il potere di fare il suo bene e il suo male? Quando egli
passa in mezzo alle turbe frequenti nella pompa del suo corteo, come una
visione di splendore, come un Nume che traversa la terra all'infuori e
al di sopra delle miserie comuni, tutti gli animi come tutti gli sguardi
si volgono a lui con muta invocazione. Sono migliaia e migliaia di petti
che domandano, che sperano, che anelano da quell'essere superiore e
dominante la felicità od almanco il sollievo delle loro sventure.

— E domandano l'impossibile: proruppe con qualche vivezza il Re. Che
possiamo far noi? In quanti ostacoli non s'urtano le nostre migliori
volontà!... Aimè! Più facilmente si può fare il male che il bene.

— Sì, è vero, domandano l'impossibile: riprese Maurilio, a cui
l'ardimento e le parole venivano; perchè non è e non può essere nel
potere arbitrario d'un uomo cambiare ad un tratto le condizioni onde chi
si lamenta riesce infelice: questo è il fatto delle istituzioni, delle
leggi e de' costumi..... Ma quell'uomo che Iddio ha posto al di sopra
degli altri ha molto maggiore influsso nella sua azione per modificare
quegli elementi. Quindi l'istinto popolare, aiutato dalle tradizioni
monarchiche del nostro paese, il quale venne composto, plasmato, direi
quasi, dall'operosità e dalla forza di volere dei duchi della Casa di V.
M., non ha torto a rivolgersi con sì accese speranze e con sì sollecita
aspettazione a quella Reggia onde tutto finora si mosse il progresso
civile nel paese. Io stesso, quante aspirazioni e quanti voti non
rivolsi al monarcato ed al monarca! E benedico la fortuna che me, umile
e nullo fra i cittadini, volle porre in presenza di chi tiene in pugno
la parte maggiore dei nostri destini.

Carlo Alberto guardò per un momento in silenzio quell'individuo che ad
un tratto aveva acquistato tanta audacia di parola.

— Ella dunque, disse poi, è disposta a dire al monarcato ed al monarca
tutto il suo pensiero?

Maurilio s'inchinò in segno d'assentimento.

— A svolgere il commento delle idee che ha espresso in queste pagine:
continuò il Re battendo una mano sul manoscritto di Maurilio; ad
adombrare la pratica attuazione delle sue teorie?

— Sì Maestà, se così vuole.

— Voglio.... E desidero anzi ch'Ella parlando al monarcato oblii il
monarca e non veda che un uomo desioso di conoscere esattamente il
pensiero di quella democrazia di cui Ella ha abbracciata la causa.

Maurilio si raccolse un momento. Quel tumulto che aveva nel capo si
convertiva in un sobbollimento di idee che gli si accalcavano ad un
tratto e facevano ressa nel suo cervello: colla contenzione della
volontà mise ordine a quella confusione, e dopo un poco, sentita con suo
gran piacere diventare lucida la mente, cominciò a parlare, e si
espresse con un'eleganza, con un'eloquenza, con una chiarezza dalle
quali questa povera prosa è ben lungi pur troppo.

— Sì, il male è la condizione inesorabile della esistenza umana, ma non
così che sia fatalmente irrimediabile. Dal male l'umanità deve camminare
e cammina verso il bene: e l'opera più santa dell'ingegno, della
volontà, della potenza dell'uomo è quella che concorre a redimere da
siffatta tirannia del male la nostra grande famiglia. È questo il gran
lavoro della democrazia; anzi la democrazia bene intesa non è che il
risultamento, l'effettuarsi negli ordini politici, sociali e civili di
quella successiva miglioria delle umane condizioni, come la libertà è
l'ambiente necessario, senza cui quest'opera non può approdare. Nè la
democrazia va confusa colle temerità comunistiche o cogli eccessi
rivoluzionari, chè questi e quelle non sono di lei essenza, anzi il più
spesso ne sono la negazione, e saltan fuori sempre per riagire contro la
soverchia compressione di quegli interessi che, avendo il potere e
vivendo dell'uso ed abuso delle istituzioni del passato, impediscono con
tenace resistenza ogni rinnovamento, ogni miglioria. Il male terreno —
come tutte le cose umane — ha in sè una gran parte di relativo. Perfino
nella morale, intorno a qualche punto che forse s'impone assolutamente
allo spirito dell'uomo, ondeggia una quantità di precetti e di principii
che noi, a seconda del minore o maggiore sviluppo acquistato dal senso
morale, o vediamo, o travediamo o non vediamo. Peggio è nelle
istituzioni politiche e sociali. Il meno male di ieri è il male d'oggi,
quello che è un vantaggio pel presente sarà un danno o un inciampo da
torsi nell'avvenire. Codeste istituzioni sono alla società come gli
abiti ad una persona che cresce: a misura che il suo corpo si
ingrandisce le vesti diventano impacciose e non gli si adattan più, e se
si continua a portarle si strappano, e conviene assolutamente rimutarle.
Ora l'umanità è una gran persona che intellettualmente e moralmente
cresce sempre e si sviluppa all'indefinito. Ecco il perchè di questa
continua irriquietudine dei popoli che non possono lungamente stare
immobili, costretti in una forma, la quale da principio loro si
confaceva, e poi a poco a poco è divenuta e diviene loro sempre più
disadatta.

— Il lavoro dell'umanità, disse allora il Re col suo indefinibile
sorriso, è adunque nient'altro che un'interminabile tela di Penelope.

— No: riprese con vivacità Maurilio a cui la tensione della mente aveva
tolto oramai ogni timidezza: no, perchè l'umanità non cessa mai, è vero,
dal suo lavoro, ma pure non distrugge nè rende inutile quello del
passato, nè se la prende da capo per rifarlo. Qualche cosa rimane sempre
di acquistato al patrimonio umano, e sulle costruzioni delle epoche
trascorse ogni epoca nuova viene ad aggiungere la sua per innalzare
l'edificio della civiltà. È nè più nè meno che un'imitazione dell'opera
della natura, è un necessario uniformarsi ad una legge universale di
progresso che regola tutto l'universo. Anche la natura sembra aggirarsi
in una vana e inconcludente ripetizione de' suoi fenomeni: la notte
succede al giorno e il giorno succede alla notte, come la state al
verno; ma frattanto con progresso, che a noi meschine creature
limitatissime nel tempo torna d'incalcolabile lentezza, ma che forse in
realtà è più rapido che non possiamo immaginare, viene scambiando la sua
veste esteriore, la forma estrinseca del mondo, o, dirò meglio, dei
mondi, di epoca geologica in epoca geologica, attuando un sempre
diverso, e forse non è sacrilegio il dire un sempre più perfetto
pensiero del Creatore. V. M. non ha bisogno ch'io le citi a rincalzo del
mio argomento la storia per quanto riguarda le istituzioni umane. Dalla
caduta dell'Impero romano soltanto, per quante forme non è passato il
vivere civile dei popoli! Il feudalismo, poi i Comuni, poi i principati,
poi le grandi monarchie di cui l'ultima espressione fu il temerario
sogno di dominazione universale del Buonaparte. Sotto di lui cadde
definitivamente l'antico diritto della forza ch'egli aveva voluto
ristaurare valendosi della democrazia, la quale s'intromise nel mondo
colla rivoluzione francese. Questa democrazia era pure già apparsa alle
menti più acute di alcuni grandi uomini nei secoli precedenti:
inavvertita in gran parte e non conosciuta, aveva ispirato gli scritti
dei filosofi del secolo XVIII; ed anzi già aveva parlato colle utopie di
qualche ingegno bizzarro che antiveniva i tempi, coll'audace spirito
d'esame di Descartes, colle speculazioni di Leibnitz; aveva preparatosi
il terreno colle tenebrose, in gran parte folli, ma in parte pur
generose mene delle sêtte degl'illuminati e dei frammassoni; ma il suo
primo penetrare nella realtà della vita, il suo passaggio nell'ordine
dei fatti avvenne colla iperbolica e forse anco puerile dichiarazione
dei diritti dell'uomo nella rivoluzione francese, si vestì di formola
concreta nella sublime iscrizione di quella fatale repubblica: _libertà,
fraternità, uguaglianza_. Questa formola è il riassunto fatto dal secolo
progredito dello spirito del Vangelo: è la legge ed i profeti della
democrazia.

«Ora l'attuarsi di questa democrazia, l'applicazione di questa formola
ai fatti è l'opera che prepara il nostro secolo e che vedrà compiuta il
venturo. Benemerito e benedetto da Dio e dagli uomini chi ci concorre e
l'aiuta!...

S'interruppe come per prender fiato. Carlo Alberto, dall'ombra che
gettava sulla sua fronte il coprilume, guardava fisamente la faccia che
s'era animata, gli occhi che erano diventati brillanti del giovane
plebeo. Era esso affatto nuovo cotal linguaggio a quelle orecchie di re?
Certo che sì; ma forse non erano affatto nuove le idee che esprimeva.
Forse nelle sue taciturne e solitarie meditazioni, vaghe forme di simili
pensieri s'erano presentate alla sua mente curiosa ed inquieta, alla sua
anima avida di fama, al suo spirito non salvo dall'influsso delle idee
moderne. Egli era nato in quell'epoca appunto che simili principii
facevano una sì violenta irruzione nel mondo antico della monarchia del
privilegio e lo mandavano a catafascio; sua madre l'aveva portato in
collo in mezzo alle turbe del popolo che si scuoteva al suono di quei
tre motti meravigliosi ora ricordati da Maurilio: _libertà, fraternità,
uguaglianza_, e li leggeva ad occhi larghi sulle cantonate senza pur
capirli; non solamente un'ambizione di trono l'aveva spinto nel 1821 a
farsi fautore d'un movimento che chiedeva al trono franchigie di vita
politica e indipendenza dallo straniero. Le convinzioni leali e profonde
d'un'anima generosa hanno pur sempre, quando si manifestano,
un'efficacia, un fascino su chi le ode; e l'animo del re, non alieno
alla nobile passione d'una fede, di una calda adesione ad un principio,
non era avvezzo a sentire intorno a sè l'eloquente linguaggio d'uno
spirito convinto, d'una strenua credenza. Provò per quell'audacia di
parola che gli spiegava dinanzi i sogni d'una giovanile esaltazione, una
strana simpatia. Fece un lieve atto che indicava avrebbe egli parlato e
disse con voce contenuta, quasi sorda, ma che pur non mancava d'una
certa armonia:

— Ma come avrebbe ella da tradursi in atto questa democrazia, di cui
Ella mi vanta le glorie, la giustizia e la necessità? Colla libertà dei
popoli; ma l'uomo è egli abbastanza progredito — ammettendo l'idea del
progresso — per poter godere di questa libertà senza abusarne? Date
libertà ai tristi, e se ne serviranno per far male. Ora, volendo pur
anco credere con Lei che il male viene via scemando, siamo noi già in
tal buona condizione che la maggioranza degli uomini non sia di tristi e
di ignoranti facili a traviarsi? Diamo libertà a codestoro, e quali ne
saranno gli effetti? Per venire all'applicazione d'un caso concreto,
supponiamo che la Monarchia del Regno di Sardegna voglia modificare, o
temperare il suo potere assoluto che ricevette dai secoli precedenti,
crede Ella che i nostri popoli sieno abbastanza maturi per godere con
vantaggio di politiche franchigie, di una diretta intromissione nella
pubblica bisogna?

Maurilio interruppe con una vivezza che un cortigiano avrebbe trovata
supremamente contraria all'etichetta.

— Maturi! maturi! Ma come si farà a decidere che un popolo è oramai
maturo alle pubbliche libertà, se mai non gli si concede di fruirne. È
lo esercizio delle medesime che deve maturarlo. D'altronde questo è un
diritto sacrosanto dei popoli cui nulla può sospendere, e meno ancora
togliere.

Il Re fece un movimento, ma il giovane non se ne accorse.

— La società, sotto il rispetto degl'interessi politici, deve ai suoi
membri, non solamente l'indipendenza all'estero e la sicurezza
all'interno, ma deve loro i mezzi di esplicazione d'ogni loro sentimento
e capacità, deve permettere lo sviluppo in tutti i sensi della
personalità individuale. Ora la parte politica è ella così poca cosa
perchè si possa impunemente tagliar via dall'esistenza d'un individuo
che ha diritto e dovere d'essere un cittadino nella sua patria? Per
sapere amar questa a dovere, bisogna prendere una parte diretta agli
affari del proprio paese. Interdire al popolo la vita politica, è un
chiuderlo nella stretta cerchia dei bassi godimenti e delle
preoccupazioni materiali; è un corromperlo e degradarlo.

— Che dice Ella mai? esclamò il Re con qualche maggior vibrazione
d'accento. Il mio Governo sarebbe corruttore e degradatore?

— Si sforza a tutto potere di non esser tale, e si trova in una
contraddizione che lo fa cader nell'assurdo. Più logica l'Austria,
manifestamente favorisce la mollezza e direi anzi la scostumatezza dei
suoi soggetti.

— Far partecipare al Governo il popolo! ma la è una utopia. Dove si
vogliono impiantare delle Costituzioni liberali si crea una finzione: si
costituisce quello che si chiama un paese legale, una strana oligarchia
di elettori che col vero paese ha meno rapporti e meno compartecipazione
d'interessi e di pensieri di quello che non abbia la monarchia qual è
ora costituita.

— Vostra Maestà ha ragione; ma quelle forme costituzionali, anche come
finzione, sono una guarentigia. E codesto che cosa prova? Che le libertà
politiche devono essere le più ampie possibili; e inoltre che anche
essendo tali non bastano ancora per se stesse a far felice e prospero un
popolo, non contengono in sè compiutamente tutta l'attuazione del
pensiero della democrazia. La politica corrisponde ad una parte — una
gran parte, è vero, ma che pure non basta per sè sola a formare il tutto
— dei bisogni, delle aspirazioni, dell'esplicamento dell'umana natura.
No, tutta la vita d'un popolo non è costretta nel cerchio di quel
preteso paese legale cui costituiscono gli abbienti, aggiungiamovi pur
anche gl'istrutti; no, le classi cosidette liberali non hanno in alcun
modo autorità di considerarsi come la rappresentanza legittima di tutto
il corpo sociale. Ci sono altri interessi diversi ed anche in
opposizione ai loro, che hanno diritto di aver la propria voce e il
soddisfacimento. Tutti i cittadini hanno un diritto uguale ad
intervenire, sotto l'una o l'altra forma, nell'amministrazione della
cosa pubblica che tutti li riguarda: e se le masse popolari trovansi
momentaneamente ridotte per ignoranza ad una sorta d'incapacità
politica, è obbligo di tirarle al più presto possibile fuori di quello
stato d'inferiorità e metterle in grado di esercitare i loro diritti con
discernimento, in luogo di confiscarglieli ingiustamente. La democrazia
non vuole la libertà solamente per una o più classi, ma per tutte.

Carlo Alberto si chinò verso il suo audace interlocutore.

— Ella vuole adunque il suffragio universale? E per far capace di
esercitare questi suoi diritti la plebe ignorante, Ella vorrebbe — l'ho
letto nelle sue pagine — l'istruzione obbligatoria?

— Sì: rispose quasi fieramente Maurilio. Voglio tutte le libertà, salvo
quella dell'ignoranza. Perchè un uomo possa essere libero bisogna che
sappia quel che si voglia. La plebe deve avere coscienza di se stessa e
dei suoi diritti e dei suoi bisogni, mercè l'istruzione. Ella non può
accettare la tutela delle classi colte se non in quanto queste si
mostrano zelanti a fare il bene di lei: non può amare un governo se non
riconosce in esso la volontà e la capacità di migliorare le condizioni
in cui la si trova; bisogna che ella stessa sia posta in grado di
concorrere, massimamente da sè, a redimere e migliorare se medesima.

Carlo Alberto tese una mano sul tappeto verde come a richiamare
maggiormente l'attenzione del suo uditore.

— Se un re, disse lentamente, si decidesse a concedere al suo popolo una
costituzione rappresentativa nella quale la proprietà e l'intelligenza
fossero chiamate a concorrere alla legislazione del paese, secondo il
suo parere, non sarebbe neppure abbastanza per rispondere alle esigenze
della democrazia?

— No: rispose arditamente il giovane plebeo.

Il Re fece un moto tra di meraviglia, tra di scontento e ritrasse
indietro la persona che aveva chinata verso la tavola.

Maurilio riprese con più modesto accento:

— Quel sovrano compirebbe certo un progresso, un evidente progresso, ma
non soddisfarebbe a tutti i postulati del problema, non incarnerebbe
tutto il concetto della democrazia. La libertà politica è una gran cosa,
ma non è la sola, e limitata a certe classi di persone lascia
all'infuori una turba di scontenti che si prepara esca al fuoco della
rivoluzione. Si ha bisogno di libertà di credenze eziandio, di libertà
commerciale, di libertà amministrativa. È necessario effettuare anche
gli altri due termini: fraternità ed uguaglianza, e per ciò occorrono
modificazioni nell'assetto sociale.

— La fraternità ce l'insegna la nostra santa religione e si traduce nei
fatti colle opere della beneficenza. L'uguaglianza è una cosa
impossibile, perchè sarà impossibile sempre che non vi sieno ricchi e
poveri, virtuosi e disonesti, laboriosi e faciniente.

— La carità, virtù sublime, non è che un rimedio empirico ai mali
sociali: deve di tanto scambiarsi a poco a poco il mondo che non vi sia
bisogno più che uno ne abbia d'uopo e che altri l'eserciti.
L'uguaglianza che vuole la democrazia non è un'uguaglianza, veramente
impossibile, di condizioni materiali, ma l'uguaglianza di diritti,
uguaglianza di libertà nello sviluppo di ciascuna personalità,
uguaglianza d'istruzione fondamentale. Non vi ha inuguaglianza sociale
perchè uno sia ricco e l'altro povero, ma perchè questo è ignorante e
quello istrutto; e qualunque rivoluzione si faccia se non si comincia da
questa base fondamentale, vi sarà sempre disparità fra gli uomini ed
ingiustizia nei rapporti sociali, perchè colui che non sa nulla non
potrà esser mai l'uguale di chi sa qualche cosa. Dare a ciascuno
cognizioni sufficienti perchè possa trar profitto delle sue facoltà,
regolare le proprie faccende e comprendere i veri interessi della
patria, ecco la vera uguaglianza. Fra uomini condotti a tal punto la
ricchezza non importa: sono tutti pari.

— Ella farebbe dunque dello Stato un insegnante universale che desse a
forza l'istruzione a tutti i suoi cittadini?

— No. Lo Stato io vorrei anzi che facesse il meno possibile in ogni
cosa. Lo scopo dell'ordine sociale è lo sviluppo il più completo delle
facoltà dell'individuo, quindi il potere dello Stato deve
necessariamente essere ristretto in limiti definiti: e quanto più
cesserà l'azione di questo, tanto meglio avrà luogo l'azione
dell'individuo. La formola del mondo politico antico era falsa e va
compiutamente rovesciata. Non è l'individuo che sia fatto per lo Stato,
ma è lo Stato che esiste per la maggiore felicità dell'individuo.
Assicurare a ciascuno dei membri della società il più alto
perfezionamento morale, intellettuale e fisico che permetta la sua
natura, ecco la funzione dello Stato, ecco la cagione per cui gli uomini
si associano. In questa bisogna dell'istruzione lo Stato, per dir meglio
la legge, dovrebbe volere ad ogni modo che i cittadini fossero istrutti,
ma dovrebbe in pari tempo lasciare che insegnasse chiunque volesse...

— E se s'insegna il male?

— I padri di famiglia sono essi tali da volere che i loro figli sieno
allevati nel male?

— Ma sono essi giudici capaci di discernerlo questo male?

— Meglio che lo Stato. Saranno pochi fors'anco al presente gli uomini
illuminati che conoscano il vero, ma saranno sempre più illuminati che
gli agenti del Governo, e sopratutto sono più vicini al luogo in cui
l'insegnamento s'impartisce, ai maestri ed ai discepoli, che non il
governo centrale. Il giudizio di costoro aiutato dalla libertà di parola
e di stampa sarà la migliore delle guarentigie.

— Le innovazioni sono sempre pericolose, qualche volta tremende; quanto
meno vanno fatte poco a poco chi non voglia mettere a soqquadro tutta la
società. Il passato ha pure piantato nella compage sociale le sue radici
e se vogliasi svellerlo improvvisamente qual turbamento non ne
accade!... Nelle innovazioni ch'Ella vagheggia, io veggo la morte
dell'ordine vigente e successore il caos.

— Questo mondo non è un luogo di riposo in cui la società si possa
addormentar nella quietudine. La vita è una lotta; l'umanità sta
compiendo senza interruzioni un dramma indefinito. Impedite, indugiate,
cercate di soffocare il moto; l'atto si conchiuderà con una catastrofe.
Certo è sovente pericoloso l'innovare, ma noi siamo in tempi in cui è
più pericoloso ancora il volere star fermi alle forme antiche. Il
passato non ha più abbarbicato le sue radici che alla superficie;
nell'intimo della compage sociale le sono tutte assecchite. Esso ebbe
certo i suoi momenti di gloria e di grandezza, ma il più spesso fu
cagione ai popoli di crudeli patimenti, e i popoli hanno deliberatamente
fatto divorzio da lui. Sarebbe vano sperare che si possano ancora
quietare in quelle viete forme. Bisogna adunque necessariamente
innovare. La riforma politica non basta, ci vuole la riforma sociale o
dirò meglio economica. Nella sommossa d'operai che ebbe luogo qui
stesso, nella quieta e, diciamolo pure, indietrata Torino, la politica
non ci entrava per nulla. Non fu nè lo spirito di nazionalità, nè
l'aspirazione a franchigie costituzionali che non capiscono, a movere
quella turba, fu il disagio materiale, una sofferenza economica, fu la
fame. Sia pure che alcuni abbiano approfittato per altri fini dello
sdegno di quegl'ignoranti, ma le cagioni di quello sdegno esistono e non
saranno i cannoni nè le carceri che le toglieranno.

Qui il giovane s'interruppe, quasi dubbioso finalmente di dir troppo e
di parlare con audacia soverchia: ma il Re gli fece un cenno benevolo
perchè continuasse.

— Avanti, avanti: disse. Siamo appunto a quell'argomento che più mi
premeva udir trattare da Lei colle sue idee.

Maurilio si passò la destra sulla fronte come per condensarvi ancora
meglio i pensieri che vi pullulavano, e dopo un istante seguitò il suo
discorso.

— La nuova direzione che hanno preso gli spiriti moderni, cui col loro
meraviglioso istinto travedono inconsciamente anche le masse, è
contraddistinta da due speciali caratteri. Uno è la soppressione di ogni
privilegio, val quanto dire quella uguaglianza di cui parlavo testè, la
quale nella sua formola più elevata non riconosce altra differenza fra
gli uomini che quella derivante dalle virtù personali e dalla capacità
provata coi servizi resi alla civile comunanza; l'altro è la libertà,
val quanto dire il diritto riconosciuto a ciascuno di svolgere le
proprie facoltà e di farne quell'uso che crede migliore pel vantaggio
delle società e pel suo particolare. La libertà ha quindi tante forme
quanti vi hanno modi diversi nella capacità dell'uomo, quanti vi hanno
ordini di facoltà. Havvi dunque la libertà religiosa la prima di tutte,
perchè è la suprema consecrazione dell'affrancamento del pensiero; la
libertà politica che si esercita sia coll'intervento de' popoli nel loro
proprio governo per mezzo de' loro rappresentanti che determinino
l'imposta, misurino le pubbliche spese e facciano le leggi, sia per
mezzo della facoltà di esprimere e pubblicare le proprie opinioni; vi ha
la libertà del Comune, per cui ciascuna delle piccole agglomerazioni
d'individui che costituiscono questo primo e più naturale nucleo sociale
del municipio possa provvedere a se stessa, ai proprii interessi, di cui
è giudice meglio acconcia dello Stato; havvi infine la libertà del
lavoro, libertà naturale, cui pur tuttavia i Governi hanno poco
saggiamente impedita con regolamenti, paralizzata con monopolii e
schiacciata sotto il peso delle tasse. La libertà del lavoro implica
necessariamente la libertà dell'associazione industriale; questa di
associarsi essendo l'uso che l'uomo è più facilmente spinto a fare della
sua libertà.

«L'associazione è una forma non dirò novella, ma rinnovellata
dall'attività dello spirito moderno. È una leva taumaturga in mano ai
santi principii della democrazia, che muterà faccia al mondo.
Associazione industriale di capitali per giungere a forza maggiore di
produttività; associazione fraterna, quasi direi cristiana, di salarii
per dare all'operaio la sicurezza dell'avvenire e la dignità della vita
presente, il pane della vecchiaia e il miglioramento materiale delle sue
condizioni; associazione del capitale e del lavoro, i due gran fattori
della ricchezza nazionale, per ottenere il comune accordo, il comune
vantaggio, cessando un fatale ed illogico antagonismo.

«L'associazione permette ad un'accolta d'individui, isolatamente deboli,
di avere una grande potenza. L'idea di associarsi è un'idea sana, perchè
proviene da uno dei sentimenti più profondi e più speciali nell'uomo; è
il principio della solidarietà, principio essenzialmente umano,
essenzialmente cristiano, fruttuosamente applicato e sancito. Per questo
mezzo gli operai possono unirsi affine di produrre essi stessi,
esercitare un'industria, una manifattura, possono provvedere al
mantenimento loro con meno costo di spesa, procurarsi alloggi, vitto,
istruzione a miglior mercato, possono cambiare i loro risparmi in
capitali che loro dieno sempre crescente interesse. L'associazione fra
capitale e lavoro, quella che fa partecipare ai benefizi del principale
l'operaio, sorride al mio pensiero come la più acconcia a metter pace
fra il possidente ed il proletario, a far sparire quest'ultimo, ad
accrescere il benessere del lavoratore. Il povero e l'ignorante
cesserebbero d'esistere, e con essi molti dei delitti cui procurano
l'abbiezione dello spirito e la miseria. Quel sovrano che procurasse al
suo popolo cotal pacifico rivolgimento, sarebbe più grande di Cesare e
di Alessandro, meriterebbe l'entusiasmo dei presenti e dei posteri più
che la sanguinosa gloria di Napoleone.

Carlo Alberto guardava sempre fiso il giovane democratico che parlava
con calda eloquenza cui la nostra fredda e povera prosa non valse
menomamente a ritrarre, mentre dagli occhi, quasi direi dalla fronte
eziandio, uscivano fiamme. La faccia del Re rimaneva impassibile; ma in
fondo in fondo alle pupille, dietro la velatura abituale del suo
sguardo, si sarebbe pur detto che alcuna favilla si rifletteva di quel
fuoco che divampava nell'anima e nelle parole del giovane. Alla
intelligenza nobilmente ambiziosa di quel discendente di monarchi,
appariva come una terra promessa di splendore e di gloria rivelatagli
dall'entusiastico discorso del giovane plebeo. Egli vi si affacciava e
rimaneva affascinato e spaventato in una dalla splendida visione, e
sentiva un impulso di effettuare quell'apparsagli chimera, e gli pareva
pregustare la dolcezza di applausi infiniti di tutto un popolo fatto
felice, di tutta una società rinnovellata.

Ma dopo un poco il Re scosse la testa e disse colla sua voce senza
vibrazione e col suo accento quasi melanconico:

— Ma queste sono idee generali, vaghe come le fantasie d'un sognatore
che non si trovò mai alla pratica delle cose. Come farebbe Ella se
avesse da tradurre in atto cotali suoi principii?

— È il fatto di poche leggi. Una che renda più libera e più mobile e
quindi più accessibile che si possa la proprietà. V. M. ha già fatto
molto a questo riguardo nel suo Codice civile: bisognerebbe spingersi
più in là, e forse non di un solo passo. Un'altra legge che rendesse
obbligatoria l'istruzione affidandola ai Comuni; e compagna a questa la
legge che desse la più ampia libertà ai Comuni medesimi ed alle
Provincie. La legge quindi che permettesse le associazioni; e per ultimo
una politica costituzione rappresentativa.

— E se il popolo abusasse di tutte queste cose? domandò il Re fissando
sempre il suo sguardo sul volto del giovane.

— Ne abuserà di certo: rispose questi francamente: finchè dall'abuso
abbia appunto imparato il modo di servirsene a dovere. Si tenga un uomo
per anni ed anni legato sopra una seggiola senza lasciarlo muovere, e
poi lo si liberi: è certo che nei primi passi che farà camminando, egli
traballerà....

— Gli sarà dunque mestieri d'un sostegno.

— Sostegno al popolo saranno l'autorità della legge e l'azione del
governo che colle nostre abitudini sarà per molto tempo fin troppa.

Carlo Alberto sviò gli occhi da quelli di Maurilio, chinò la fronte
nell'ombra e si tacque. Rimasero ambidue per alcuni minuti in silenzio:
poscia il giovane si appoggiò con audace famigliarità alla tavola ed
abbassando alquanto la voce, riprese a parlare.

— E di questa guisa si redimerebbe eziandio da ogni influsso straniero
l'Italia.

Il Re si scosse leggermente, sollevò un istante le palpebre, ma tornò ad
abbassarle senza far motto.

— Simili riforme, continuava Maurilio, compite da V. M. nei proprii
Stati, richiederebbero di necessità le uguali nelle altre regioni
italiane. Per quanto si faccia a tenerle divise, le parti della Penisola
sono oramai, più che materialmente, moralmente unite da un comune
concetto che è un comune bisogno. Un progresso in una italica provincia
si ripercote in tutte le altre, crea la necessità d'imitarlo in tutti i
governi. V. M. facendo del Piemonte un modello di Stato libero e colto
alla moderna, trarrà a forza con sè, dietro sè, tutti i Principi e i
popoli d'Italia. E allora l'Italia avrà una forza reale e superiore ad
opporre all'Austria.

A questo nome Carlo Alberto fece un moto come se volesse interrompere;
ma quel moto lasciò a metà e permise il giovane continuasse.

— Non è coll'armi, almeno per ora, e se un miracoloso caso non
intravviene, che l'Italia possa mai combattere il suo eterno nemico:
bisogna vincerlo colla civiltà. Più delle baionette valgono in questa
lotta le idee, e bisogna colla istruzione spargere e fecondare le
migliori e più sane idee nel popolo italiano, affine di prepararlo e
guidarlo ad una supremazia morale ed intellettuale, la quale si
convertirà necessariamente anche in politica ed economica. Conviene che
non c'illudiamo sulla vera condizione delle cose. Una nazione non
soggiace ad un'altra, se non perchè questa seconda val più della prima
intellettualmente e moralmente: e ciò sopratutto nell'evo moderno. Una
volta era la sola forza materiale che dava il primato; ora la forza
materiale non ha valore se non si rincalza con quella del sapere. Noi
Italiani abbiamo il coraggio di dircela questa verità, soggiaciamo a
dominio straniero, perchè la razza germanica, un governo rappresentante
della quale ci tiene soggetti, è più innanzi di noi nella via del
progresso, nell'istruzione, nel lavoro, nel sentimento del dovere, nella
moralità. Facciamo di passarle innanzi noi, prepariamo delle generazioni
più colte ed oneste, ed avremo procacciata, se non la nostra, la
redenzione dei nostri figliuoli. Sarà forse necessaria anche allora una
lotta materiale; ma avvenendo questa quando la gara nella coltura sia
già vinta, sarà più facile e più sicura la vittoria.

Carlo Alberto rialzò il capo e fece vedere quel suo misterioso sorriso.

— Le sue sono idee generose, ma quanto sieno attuabili conoscerà fra
qualche anno, allorchè l'età abbia di meglio maturata la sua mente. Ella
è molto giovane, e del quesito così complesso non abbraccia tutte le
parti, e della libertà e de' suoi effetti ha concetto non esatto e cui
smentiscono le storie. La consiglio a riflettere e studiare, e valersi
dei lumi e della molta esperienza di colui che la sua fortuna le volle
dare per zio, l'egregio marchese di Baldissero, nostro fedele e
benemerito ministro.

Maurilio avrebbe avuto mille cose da rispondere ancora: il suo concetto
della libertà avrebbe voluto spiegare e confermare coll'esempio degli
Stati Uniti d'America; ma l'accento del Re mostrava che il colloquio
doveva finire; si alzò e stette in piedi presso la tavola in mossa
rispettosa di attesa. Carlo Alberto prese lo scartafaccio del giovane
che gli stava innanzi e glie lo porse.

— Eccole il suo scritto. Lo rinchiuda nel suo scrigno ed aspetti a
leggerlo fra cinque o sei anni. Vedrà allora che ben diversi giudizi
porterà sulle cose e sugli uomini.

Fece un cenno di capo che era un congedo; e Maurilio, preso con mano
sollecita il suo quaderno, s'inchinò ed uscì, il capo confuso e il passo
barcollante. Nella camera vicina ritrovò il marchese che lo attendeva.
S'avviarono senza dirsi una parola, salirono nella carrozza che stava
sul viale, e furono ricondotti al palazzo. Maurilio si teneva il viso
nelle mani e respirava con alito affannoso. Il marchese ad un punto
discretamente volle mettere il discorso sul colloquio avuto col Re.

— Non so, non so più nulla: rispose con impeto il giovane. Credo che
nella mia mente s'è dileguata per un'istante la nebbia. Ora è tornata
più cupa ed opaca di prima.

Il Re aveva seguìto col suo sguardo il giovane liberale che partivasi da
lui. Ne' suoi occhi c'era un interessamento benevolo. Quando fu solo,
s'alzò e si mise a passeggiare lentamente, con passo che pareva quasi
guardingo, sul tappeto della camera.

— Gioventù, gioventù! mormorava egli fra se stesso. Credono poter da un
giorno all'altro cambiar faccia al mondo. Quelle riforme sarebbero la
negazione del Governo: sarebbero il suicidio della monarchia.
Riforme!... E l'Austria me ne lascierebbe compire?... Ha ragione.
Bisogna rendersi superiori d'animo e di mente ai Tedeschi: ed è appunto
quello che Vienna non permetterà mai.

S'accostò al camino, posò il gomito alla tavola di marmo e chinando la
sua alta persona, guardò il fuoco, come se in quella fiamma ed in quelle
braci gli apparissero chi sa quali visioni.

E strane visioni gli si spiegavano veramente dinanzi. Vide campi biondi
per messi abbondanti, e lieti villici lavorare allegramente cantando;
vide officine piene del gaio tumulto del lavoro, e magazzini riboccanti
di merci, e battelli a vapore sul mare, e treni di ferrovie per terra
spargere in ogni dove prodotti e ricchezza; vide città e villaggi
puliti, ordinati, tranquilli, e scuole piene di giovani e di bambini, e
chiese piene di fedeli; vide un popolo, onesto, laborioso, agiato e in
mezzo un uomo dalle sembianze modeste passare con un sorriso paterno,
accompagnato dalle benedizioni di tutti: ed una voce gli pronunziava
all'orecchio le seguenti parole: «la gloria di Washington.»

Poi un'altra visione succedeva. Erano campi di guerra in cui dominava la
strage. Tutto un popolo che sorgeva infiammato da patrio fervore ed
accorreva in armi sotto una bandiera in cui splendeva una bianca croce,
quella di Savoia; schiere di prodi che si precipitavano impetuosi contro
le fitte falangi, contro i baluardi del nemico oppressore; una pioggia
di palle, una tempesta di fuoco, un orribile avvolgimento di morte, e in
mezzo a questo turbinio spaventoso un uomo più alto di tutti, a capo di
tutti, che, la spada imbrandita, il coraggio negli sguardi, si slanciava
dove più forte il pericolo a strappar la vittoria; e un lungo,
sonorissimo plauso d'esercito e di popoli, e un'eco imperitura nelle
pagine degli annali umani.

— O l'una o l'altra di queste glorie; si disse con un'interna
concitazione cui non nascondeva compiutamente la freddezza abituale
delle sue sembianze.

Alla sua fantasia di re guerriero, discendente da principi guerrieri,
sorrideva maggiormente la gloria del guerriero. Un altro pensiero venne
a farlo sorridere a quel suo modo misterioso. Oh vedere umiliata dalla
sconfitta l'Austria, che lui aveva umiliato coll'oltraggio ed umiliava
tuttavia col sospetto!

— O l'una o l'altra di tali glorie, ripetè; e perchè non tuttedue?

Sollevò il capo. Nell'alto specchio vide la sua pallida fronte e la sua
scarna faccia, che sembravano, nell'ombra mandata dalla ventola, la
faccia e la fronte d'uno spettro. Si trasse per moto istintivo indietro
d'un passo, vide ad un tratto tutti gli orrori della guerra: morti e
morenti, e saccheggi ed incendi e rovine. Si passò la mano sulla fronte,
deviò lo sguardo dallo specchio e disse curvando il capo:

— Sia quello che vuole il nostro Signore Iddio!



CAPITOLO XI.


Una strana notte fu quella che passò Maurilio. Non dormì e non fu
sveglio; non ebbe sogni e le più matte immagini di chimere danzarono
nella sua turbata fantasia. Il povero villaggio in cui era stato
allevato e le sontuosità cittadine, il fienile in cui bambino aveva
tremato del freddo e la camera in cui aveva parlato al Re, la modesta
pulita stanzina in cui gli faceva scuola il parroco e lo studio severo
del marchese, Menico e la Giovanna, Nariccia e il signor Defasi, Don
Venanzio e il marchese, Francesco Benda e gli altri amici suoi, e Carlo
Alberto, e il Commissario di Polizia, e _Stracciaferro_ e _Graffigna_
suoi antichi compagni di carcere passavano e ripassavano innanzi alla
sua mente in una confusione di scene senza senso e senza nesso che
s'avvicendavano, sparivano, tornavano, si interrompevano, si
ripigliavano con un tormentoso brulichio del cervello.

In quel disordine predominavano, affacciandosi di quando in quando, due
figure: una quella della splendida bellezza di Virginia che gettava su
quel caosse il raggio d'un suo sorriso provocatore; l'altra quella di
Gian-Luigi che appariva tratto tratto con un aspetto mefistofelico a far
suonare in quel tumulto un ghigno di scherno. Virginia, nè pure il più
pazzamente audace de' suoi sogni avuti fino allora non glie l'aveva
mostrata mai di quella guisa. La gli veniva dinanzi disciolte le chiome
d'oro, sparse sull'eburneo seno trasparente fra il velo di seta che le
facevano quegli abbandonati capelli; la si chinava verso di lui dal
piedistallo di nubi rosate sopra cui s'ergeva oltre la comune altezza
dei mortali: gli lanciava nel volto, negli occhi, nel cervello, nel
cuore un sorriso d'indefinibile procacia, un sorriso di seduttrice, un
sorriso di donna tocca dal dito impuro d'Asmodeo, ed una voce vibrante
come un acuto stromento metallico gli diceva: «Amami, amami, fammi tua.»
E la vaga forma gli protendeva le braccia e coll'influsso del suo
sguardo non umano lo attraeva a sè così che a lui pareva esser levato
nell'aria, ed accostarsi, accostarsi la sua bocca desiosa a quella bocca
di sì desiato riso: ma quando già erano per toccarsi le labbra frementi,
quando già si fondevano l'una nell'altra le fiamme dei vividi sguardi,
ecco una voce di rampogna tremenda gridargli all'orecchio: «Empio! è tua
sorella.» Ed egli ricadeva di botto con dolorosa scossa sul suo letto,
come un Titano fulminato dalla soglia dell'Olimpo alle rupi della terra;
e tutto gli si scombuiava dinanzi, e perdeva ogni coscienza di pensiero
per non conservar più che un senso indefinito, vago, ma profondo,
d'inenarrabile dolore.

Poi nella notte tenebrosa della sua mente ricominciavano da capo a
disegnarsi incertamente delle forme che via via, man mano prendevano più
corpo e venivano a sfilargli dinanzi in una processione che gli
rappresentava frammisti, intralciati i fatti del suo passato, le vicende
mirabili del presente, e le possibili avventure del futuro. Allora
veniva poco a poco architettandosi un romanzo impossibile di successi
della sua vita ambiziosamente lieti; gli si veniva disegnando dinanzi un
quadro di grandi e nobili venture delle quali egli era il benemerito
eroe, finchè di dietro in quella tela dava del capo e la sfondava
apparendo con uno scroscio di cachinno una figura ironica e beffarda,
quella di Gian-Luigi, che gli gridava con accento fra la collera, la
compassione e il disprezzo:

— Imbecille! Non t'accorgi tu che tutto questo è un sogno? Tu saresti un
discendente di nobile prosapia, ed io sempre un miserabile bastardo
d'ignoti genitori? Eh via! È impossibile. Metti l'animo in pace, e torna
a nasconderti nella tua nullità.

L'alba tardiva della giornata invernale rompeva le tenebre della notte,
e la mente di Maurilio, stanca di questa sequela di febbrili visioni,
era caduta in un torpore che non era riposo, ma che era pure una
sospensione da quello strano e doloroso travaglio. Giacque inerte per
alcun tempo, senza più idee, senza propositi, senza pensieri. Pur due
immagini vegliavano ancora, per così dire, benchè non avvertite, in
fondo a quella nebbia dell'intelligenza; e quando il giovane aprì gli
occhi alla luce del giorno, che s'era fatto pieno, e tornò nella precisa
cognizione di sè, le trovò ambedue chiare e spiccate, ma ora nell'essere
loro naturale presentarglisi come due doveri da compiere. Bisognava
fuggire Virginia, almeno per alcun tempo, finchè la forza della volontà
fortemente impiegata avesse sostituito l'affetto fraterno a quella ora
scellerata passione d'amore; conveniva apprendere al suo compagno
d'infanzia e di sorte la ventura del suo destino. Ad ottenere il primo
scopo già aveva deciso partire quella stessa mattina con Don Venanzio, e
presane licenza dallo zio; per la seconda cosa da farsi determinò andare
senza indugio a narrare ogni cosa a Gian-Luigi.

Questi riposava ancora nel suo letto sontuoso nella camera elegantissima
del suo ricco quartiere. Maurilio insistette presso il servitore così
che ottenne il suo nome fosse annunziato tuttavia al padrone, il quale
diede ordine il mattiniero visitatore fosse tosto introdotto.

Marullo aprì le imposte della finestra, fece passare il giovane e si
ritirò.

Gian-Luigi si sollevò alquanto della persona in mezzo al candore delle
sue finissime lenzuola, puntando il gomito sui cuscini, e collo sguardo
curioso più che colla parola interrogò il compagno.

— Tu a quest'ora? disse. C'è egli qualche cosa di nuovo?

Maurilio, senza parlare, fece col capo un grave cenno di sì.

— Oh, oh! esclamò Quercia, balzando sul letto, il tuo viso mi annunzia
che non le sono bazzecole. Da coricato non sono capace d'ascoltar cose
gravi. Aspetta un momento che salto giù e in un attimo sono preparato a
darti udienza. Siedi costì presso al fuoco e prendi un sigaro, se ti
piace fumare.

Il visitatore rifiutò con atto cortese, s'accostò al camino e volgendo
al fuoco le spalle stette in piedi ad aspettare, mentre il suo sguardo
esaminava non senza curiosità le signorili suppellettili di quella
stanza. Il letto era incortinato di seta, di velluto finissimo eran
ricoperte le seggiole, di Persia era il tappeto sul pavimento, di legno
d'India erano i mobili intarsiati con belli ornamenti ed adorni di fregi
di metallo indorato: l'orologio a pendolo era un amorino d'oro che
faceva all'altalena sopra un cespuglio di rose smaltate: sopra la pietra
di marmo del comodino stavano due pistole di bella fattura
ricchissimamente adorne d'argento niellato.

Gian-Luigi che si aggiustava il goletto della camicia innanzi all'alta
spera fino a terra dell'armadio d'un bel lavoro di scorniciature e
d'intaglio, vide entro lo specchio lo sguardo che Maurilio posò e tenne
fermo su quell'armi. Si volse indietro e gli disse:

— Ah ah! tu guardi que' gingilli eh? Prendili in mano ed esaminali, se
ti piace questa fatta lavori. E' sono un certo arnese che diventano
ormai indispensabili, chi vuol pararsi contro ogni pericolo.

— È vero: rispose sbadatamente Maurilio che poco metteva attenzione a
questi discorsi indifferenti; e l'assassinio di quel povero Nariccia è
cosa da mettere in apprensione qualunque.

Quercia si volse subitamente in là, e non parlò più. In pochi minuti
però ebbe finito di vestirsi, e serrandosi ai lombi i cordoni di seta
d'una veste da camera di lana finissima foderata di raso celeste, venne
a sedersi presso il fuoco in una poltrona a sdraio.

— Eccomi a te, disse allora. Siedi o sta ritto, come ti piace, e
parla... Ma forse ch'io indovino la cagione della tua venuta. Tu hai
pensato di meglio alle parole ch'io ti dissi pochi giorni sono, e sei
venuto a modificare la risposta che allora tu mi hai data.

Maurilio scosse lentamente la testa.

— No: rispose. Sono venuto ad apprenderti una grande e strana fortuna
che mi tocca: sì grande e sì strana che non posso crederci ancora.

Si chinò verso il suo uditore e colle più brevi parole che gli fu
possibile, concitatamente gli raccontò tutto quello che gli era
avvenuto.

Gian-Luigi, al primo annunzio di quel fatto, aveva mandato
un'esclamazione e dato un trabalzo. Poi la sua faccia aveva presa
un'aria d'incredulità che assai si accostava a quella beffa ironica, cui
nelle fantasie della sua notte Maurilio aveva visto all'immagine di lui;
quindi, mentre l'espositore più e più veniva narrando ed adducendo le
prove e certificando l'avvenuto riconoscimento, quell'espressione s'era
scambiata a poco a poco in un'altra ancora meno benevola e niente
soddisfatta. Lo sguardo nero di Gian-Luigi stava fisso con niquitosa
intentività sulla faccia del parlatore: v'erano lampi d'odio e
d'invidia, vi appariva una voglia intensa e sterminata che tutto ciò non
fosse vero: ad un punto quello sguardo divenne quello con cui un
derubato perseguita e rampogna il rapitore del suo bene: esso pareva
voler dire: «Sciagurato! quello era mio destino, quella avrebbe dovuta
essere mia ventura, e tu me l'hai rapita.»

Vedevasi che i suoi sentimenti erano sì forti che egli non pensava
nemmeno più a nasconderli. Maurilio se ne sentì una pena, un'amarezza,
quasi uno spavento entrargli nell'anima. Finì precipitosamente il suo
discorso, quasi impacciato, quasi vergognoso di sè, e chinò gli occhi
poco meno che un reo dopo aver confessato la sua colpa. Gian-Luigi anche
lui aveva chinato gli occhi; era divenuto pallido e ombre indefinibili
venivano e andavano sulla sua bella fronte. A un tratto, senza pure una
parola, s'alzò, incrociò le braccia al petto e fece due o tre giri per
la stanza a capo chino. Poscia si fermò improvviso; allentò il nodo
delle braccia e le lasciò cadere lungo la persona, sollevò la testa e si
riscosse come per farsi cadere di dosso il peso d'un uggioso pensiero;
illuminò la sua leggiadra faccia d'uno dei più graziosi suoi sorrisi.

Venne presso a Maurilio e con mossa cordialissima gli tese la destra.

— La tua felice ventura, diss'egli, lo confesso, per primo ha trovato in
me un invidioso. Tutti abbiamo più o meno un demone interno che alla
felicità del nostro fratello si adonta perchè la non è toccata a noi. A
te dunque l'effettuazione delle più care speranze... a me nulla. Io non
mi potrò dunque trar mai dall'ignobile condizione di trovatello che
nascondo come una vergogna. Non verrà la fortuna ad aprirmi a due
battenti la porta del mondo legale, nè varrà mai la mia attività e la
mia ambizione a sfondarle con prepotente successo..... Condannato a
perire, peggio che nell'oscurità, nell'ignominia.

Maurilio protestò con un'esclamazione contro la verità di queste ultime
desolate parole; Luigi atteggiò le labbra ad un misterioso, amarissimo
sorriso.

— Sarà così: riprese. Sii tu almeno felice! Tu hai cervello e polsi da
stare in mezzo ai leoni; poichè la sorte vi ti caccia, sappiti farvi il
tuo luogo e la tua parte.

Si passò la destra, che aveva tolta più fredda che un pezzo di marmo da
quella di Maurilio, sulla fronte come per iscacciarne l'ultima ombra di
turbamento e di mestizia.

— Che pensi tu di fare?

— Non so: rispose con voce appena da udirsi Maurilio, la cui mente
pareva ad un tratto sviata a tutt'altri pensieri.

— Non sai? esclamò Gian-Luigi. Ecco sempre i soliti giuochi di quel
demone dell'azzardo! I suoi favori cascano su quelli che sono
impreparati a riceverli... Ah! se io fossi a luogo tuo!...

S'interruppe e tornò a fare alcuni giri per la stanza; poi venne in
faccia a Maurilio che stava sempre in piedi presso il camino e gli pose
le due mani sulle spalle.

— Ho sperato anch'io potere un dì rivendicare come miei un nome ed una
famiglia... Pochi giorni sono mi venne in mano quasi un bandolo della
matassa.....

— Come! in che modo? chiese con interesse Maurilio richiamato dagli atti
del compagno a fare attenzione alle parole di lui.

Ma un ratto annuvolamento ebbe luogo sul volto di Quercia.

— Eh! appena colto il bandolo mi si è strappato di mano.... Oh chi
potesse trovar modo d'andare a chiamare il suo segreto ad un
cadavere!...

Maurilio che conosceva l'esistenza dello squarcio di lettera stato
trovato su Gian-Luigi quando raccolto nella ruota degli esposti, gli
domandò se quella fugace speranza si era annodata a quel pezzo di carta.

— Sì, rispose Quercia: ma non ti posso dire di più.

— Lasciami ancora vedere quel foglio: disse Maurilio come per una subita
ispirazione.

Gian-Luigi esitò un momento, e poi andò ad uno stipo dicendo:

— Sì, vo' mostrartelo.

Gian-Luigi non trasse fuor dello stipo un solo fogliolino, ma due: e
tornando presso Maurilio cominciò a porgergliene uno. Era quello
trovatogli nelle fascie: la metà d'una lettera di poche righe stracciata
per lo lungo. Le parole che vi si leggevano non presentavano senso
veruno, nè contenevano alcun nome od altra indicazione che valesse a far
congetturare in modo anche lontano d'onde e da chi provenisse quello
scritto: si vedeva che appositamente era stato scelto quel biglietto
indifferentissimo perchè chi lo avesse in mano di quanti non ne
conoscessero la calligrafia, non potesse ricavarne il menomo indizio di
chi avesse potuto esserne l'autore. Però parecchi squarci di frase
avevano colpito Gian-Luigi, ora che aveva riletto e riesaminato le cento
volte quel pezzo di carta dopo che gli era capitato in mano quell'altra
letterina della medesima scrittura che trovavasi nello scrigno di
Nariccia. Capivasi che quel bigliettino lacerato era stato scritto per
dar commissioni frettolose e concise a qualcheduno; ed a quelle parole
che prima non avevano significato, tenendo presente quell'altro
bigliettino, se ne poteva ora facilmente attribuir uno.

Nella carta lacerata che era la metà di destra del fogliolino si
leggeva:

                          -all'ora che v'ho già indi-
                          -zione perchè nulla trapeli
                        -il mio indirizzo e voi tosto
                        -qui dopo la nostra partenza.
                         -Quanto alle somme deposita-
                    -scritto, rimangano presso di voi
                       -cisione.

Nel biglietto trovato appo Nariccia, leggevasi:

«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più
indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per
ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi
prego di ritenerle alle medesime condizioni: chè per l'avvenire poi...»

E qui era interrotto, perchè la fiamma aveva divorato il resto.

Era evidente una correlazione fra quei due biglietti, e il cenno di
somme depositate presso colui al quale erano scritti e l'uno e l'altro,
indicava che erano indirizzati alla medesima persona. Ora questa persona
non poteva essere altri, a senno di Gian-Luigi, che Nariccia, presso il
quale la seconda di tali lettere era stata ritrovata. Nariccia adunque
era in grado di sapere il segreto della nascita di quel bambino al
quale, esponendolo, era stata posta come contrassegno di riconoscimento
la lettera stracciata: ed egli stesso, Gian-Luigi, quel labbro che
poteva rivelargli il suo destino aveva reso mutolo per sempre;
imperocchè, informatosi per vie indirette, ma con molta premura, dello
stato della sua vittima, l'assassino aveva appreso che perduta aveva con
ogni movibilità la facoltà di parlare, e che il medico aveva dichiarato
impossibile potesse riacquistarla durante que' pochi giorni che
sarebbero rimasti da vivere all'assassinato. Il _medichino_ trovavasi
quindi in una strana condizione. Suo interesse immediato era che
l'usuraio morisse mutolo e presto: ma il pensare che seco egli portasse
il mistero del suo essere eragli pure tormentoso pensiero. Oh! s'egli
avesse potuto entrare solo in quella camera dove il vecchio giaceva,
richiamarlo un istante alla pienezza delle sue facoltà, strappargli il
suo segreto, le prove che forse egli ne aveva, e poi ripiombarlo
nell'ombre della morte in cui s'affondava a poco a poco!...

Maurilio esaminò attentamente quel foglio lacero che più volte aveva già
visto ancor egli e lo confrontò con quel secondo che Gian-Luigi gli
porse eziandio di poi, ed egli pure ne conchiuse ciò che già aveva
conchiuso Gian-Luigi medesimo: che quelle due scritture erano state
vergate dalla stessa mano e che le erano indirizzate alla medesima
persona.

— Io dunque non mi sbaglio? domandò Gian-Luigi, che desiderava
ardentemente vedere le sue indicazioni confermate da un osservatore
indifferente alla questione, e non facile perciò ad essere illuso dal
desiderio: questi scritti sono d'un medesimo autore, ed hanno relazione
alla medesima bisogna...

— Certo che sì.... Dove hai tu preso questa seconda lettera?

Quercia tolse vivamente di mano al compagno l'uno e l'altro foglio e
rispose asciuttamente:

— Questo non te lo posso dire.... È una trovata che ad ogni modo mi ha
da essere inutile.... Si socchiuse un momento l'uscio del mistero, e poi
mi fu serrato sul muso inesorabilmente e spietatamente per sempre.

Andò a riporre i due fogli nello stipo, che chiuse accuratamente, e
tornò presso Maurilio.

— Tu dunque abiti ora come casa tua il palazzo dei Baldissero?

Accompagnò queste parole con un sospiro, che, se non era d'invidia, era
l'espressione d'un intenso desiderio.

Maurilio rispose con un altro sospiro, che era quasi un soffocato gemito
di dolore.

— Non ancora... Parto oggi stesso pel nostro villaggio con Don Venanzio,
e starò colà non so quanto, forse pochi giorni, forse mesi.

Gian-Luigi guardò Maurilio negli occhi di una strana maniera, come se
volesse penetrargli nell'anima.

— Sei un essere originale tu!... Che vuoi andare a fare colaggiù?...
Mentre ti si apre a larghi battenti la porta del palazzo incantato dove
t'aspettano gli splendori della vita, tu scappi a rintanarti nello
squallido tugurio che non ti ricorda se non privazioni, stenti e
miseria. Tu hai conservato amore a quello sciagurato paese in cui vivono
più sciagurati esseri in sciaguratissime condizioni! È un mistero
psicologico che non arrivo a spiegarmi. Per me quella terra, quelle
miserabili casipole, quelle desolate campagne non rappresentano che una
somma di rabbie, di vergogne, d'affanni. Odio tutto questo, come odio le
mie condizioni.

Pose di nuovo una mano sulla spalla del suo compagno.

— Ma tu hai pure un'ambizione che cova sotto quel tuo vasto cranio
bernoccoluto... Quale? Avrai tu penetrato nell'intimo della mia anima,
senza che io abbia potuto leggere pur una parola nel libro chiuso della
tua? Che cerchi tu nella vita? Che pensi? Che tenti? Ora che la sorte
mette a tua disposizione mezzi efficaci e potenti, che opera ti vuoi tu
imporre, a qual fine usarli, verso qual meta intendi camminare?

Maurilio si sottrasse al tocco della mano di Gian-Luigi, se ne discostò
di alcuni passi ed affondando nelle sue manaccie grossolane la sua testa
dalle irte chiome, esclamò con una specie di sgomento:

— Non so..... non so nulla di me..... Sono ore tremende queste mie, in
cui mi affanno a cercar me stesso... e non mi trovo.

In questa il colloquio dei due giovani fu interrotto dall'arrivo, come
già abbiam visto, del signor Defasi e di Andrea, e pochi minuti dopo
Gian-Luigi, acconsentendo alla preghiera fattagli dai due nuovi venuti,
usciva con loro per tentar di ricuperare il cadavere di Paolina, mentre
Maurilio rientrava nel palazzo Baldissero, donde poco dopo, senza aver
rivisto altri che il marchese, partivasi con Don Venanzio alla volta del
villaggio. Andremo a raggiungervelo fra poco: per ora teniam dietro, se
vi piace, allo sciagurato Gian-Luigi, la cui buona stella sta per
tramontare, e di cui vengono a precipitare la sorte fatali circostanze
ed inattesi avvenimenti.

Parlando egli a chi si doveva per ottenere facoltà di ritirare dal
gabinetto anatomico il corpo della Paolina, Quercia udì da quel medico
esclamare, poichè la chiesta licenza fu accordata:

— Ah! v'è da ier sera nella _griglia_[1] un bellissimo soggetto, che
potrebbe vantaggiosamente rimpiazzare questo che le abbandoniamo.

  [1] Chiamavasi e chiamasi ancora la _griglia_ il luogo a Torino in
  cui si espongono alla vista del pubblico i cadaveri degli
  sconosciuti.

Gian-Luigi, senza pur saperne il perchè, provò una scossa, e domandò con
istrano interesse:

— Una disgrazia? Una morte accidentale?

— Pare un suicidio. Un'annegata che fu ieri pescata nel Po.

— Una donna?

— Sì, giovane... e direi fanciulla, se non la si trovasse in istato
_interessante_.

Per quanto poco facile il _medichino_ fosse a commuoversi, il sangue gli
diede un rimescolo: ma aveva su di sè tanta forza da non lasciar nulla
apparire.

— E non fu conosciuta? domandò egli sbadatamente.

— No... Almeno finora, a quanto io sappia.

— Bella? chiese ancora Gian-Luigi senza guardare il suo interlocutore.

— Bellissima. Delle chiome d'ebano, delle fattezze scultorie, un corpo
fatto a meraviglia... Fui chiamato io ad esaminarla per farne
l'accertamento legale della morte; ne ho già vedute di molte io donne, e
morte e vive, ma le dico in verità che di così ben fatte m'avvenne raro
o non mai di trovarne.

— E la fu trovata nel Po?

— Sì, impigliata nella diga del canale Michelotti. Eh uno dei soliti
romanzi a tristo fine: una povera giovane sedotta di certo e abbandonata
dal suo seduttore. Questa razza di birboni, in simili casi, dovrebbero
essi portar la pena dell'omicidio e dell'infanticidio.

Quercia voltò il discorso, e poco stante tolse congedo; ma quando ebbe
tutto provveduto quello che occorreva per l'interesse di Andrea, una
tremenda curiosità, che lo aveva preso di botto alle parole del medico e
non lo aveva lasciato più, lo trasse suo malgrado verso quel luogo
funesto ove si vedeva esposto il cadavere dell'infelice. Voleva vedere
quell'annegata e temeva. Entrò nel vasto cortile del palazzo municipale,
che allora chiamavasi _Corte del burro_, e dove in quel tempo aveva
luogo quel tristo spettacolo, con una lentezza prodotta dal contrasto di
due forze che in lui si combattevano: un'attrazione ed una ripugnanza,
penose ambedue; si venne accostando adagio al folto capannello di gente
che si serrava innanzi al cancello di ferro, dietro il quale, in una
specie di strombatura profonda circa un metro, sopra una tavola di
costruzione laterizia giaceva lungo e disteso il cadavere.

Da principio non potè veder nulla, chè la ressa della gente affollata
impediva di penetrare al suo sguardo: ma udì con un'amara irritazione i
commenti dei curiosi che gli stavano davanti.

— Che bel tôcco di ragazza! Guarda che sopracciglia!

— E che aria fiera pur da morta!

— Altro che fiera! La par che minacci.

— Ha dovuto morire mandando mille accidenti a qualcheduno.

— La conosci tu?

— Io no.

— Neppur io.

— A me la non mi pare una figura affatto nuova, ma non saprei dire dove
l'abbia vista.

— Madonna Santa della Consolata! Così giovane e così bella, e fare una
simil fine. Che cos'è di noi se il Signore ci toglie di capo la sua
santa mano!

Qualcheduno finalmente di quelli che erano in prima fila si mosse e
partì: avvenne un movimento generale di tutta quella piccola massa di
gente, e Gian-Luigi potè profittarne per ispingersi avanti. Giunse quasi
a toccare il cancello di ferro, fra il capo di due altri curiosi potè
insinuarsi il suo sguardo. Era assai tempo che una emozione come quella
che sentì in quel punto non aveva scossi i suoi nervi d'acciaio. Vide il
cadavere giacente della donna. La riconobbe di subito, e non c'era da
esitare, tanto n'erano poco alterati i tratti. Era Ester.

Ella giaceva come persona addormentata, il capo volto un poco dalla
parte degli spettatori. Le sue treccie disciolte, gravi per l'acqua
ond'erano ancora impregnate, le cadevano sul petto: giallognolo era il
pallore della sua carnagione bruna, sì che l'avreste detta una statua
d'avorio ingiallita dal tempo. I suoi lineamenti avevano in realtà una
severa espressione che non era di collera ma di potente rampogna,
d'inesorabile accusa. Era contro il destino, era contro la malvagità
degli uomini ond'era stata tratta a quel passo crudele, che s'era
ribellato, adontato l'ultimo pensiero della morente sì da imprimere sul
volto di lei un tal segno d'implacabile rancore? Gian-Luigi sapeva che
cosa crederne; e in faccia a quel cadavere provò un turbamento, qual
forse non aveva ancora provato mai, egli che aveva soggiogata al suo
perfido volere ogni sensibilità dell'anima. Sentì quasi un'emozione di
paura, gli parve che quelle palpebre abbassate e circondate da un livido
cerchio dovessero sollevarsi e lanciargli di mezzo alle lunghe ciglia
uno sguardo di tremendo sdegno; gli parve che, alla sua presenza, al suo
accostarsi, quel cadavere avrebbe dovuto riscuotersi e da quelle labbra
violacee uscire una terribil parola.

Qual è mai questo strano effetto della morte che sopra ogni individuo
pone un suggello di solenne autorità onde l'animo anche dei più arditi
riman sovraccolto? Se quell'audace giovane si fosse trovato innanzi alla
persona viva di quella infelice, ch'egli aveva empiamente sacrificata
alla sua scellerata passione, non la menoma soggezione, non il menomo
turbamento avrebbe pur tocco il suo animo; avrebbe egli freddamente
ascoltato ogni rimprovero, sarebbe rimasto incommosso ad ogni lamento,
ad ogni lagrima, ad ogni più disperata parola, ad ogni più disperata
esplosione di dolore, di furore, di minaccia, avrebbe risposto col
silenzio, o colla collera, o collo scherno fors'anco. Invece, innanzi a
quel cadavere la sua anima quasi tremava, e il suo sguardo rifuggiva da
quella vista, poco meno che timoroso. Non era quello un implicito
riconoscimento che oltre quella materia ora inanimata sopravviveva pure
ancora alcuna cosa di quella Ester che lo aveva amato, che s'era
sacrificata per lui, che in causa di lui era stata tratta a quel fine
fatale? E questo non so che d'immateriale, di cui il seduttore non aveva
avuto la menoma soggezione durante la sua vita corporea, ora, sciolto
dalla sua servitù al corpo, aveva acquistato un'autorità, una
maggioranza che ne imponeva a colui che aveva perduto quell'anima, colui
che il destino, una giustizia superiore forse aveva tratto innanzi a
quel cadavere. Gian-Luigi subiva questa influenza per istinto, senza
rendersene conto; egli il quale non credeva che alla materia, egli che,
allevato da un ateo materialista, non vedeva nell'universo che leggi
materiali, eterne, allo infuori d'ogni volontà e d'ogni intelligenza di
qualsiasi ente superiore, non vedeva nell'uomo che un organismo cui
scioglie e distrugge per sempre la morte.

Un popolano che stava in prima fila de' curiosi, presso il cancello di
ferro, sentì il fremito d'una delle persone che il premer della folla di
dietro gli pigiava addosso; si volse, vide la faccia autorevole, le
sopracciglia aggrottate, lo sguardo imponente di un uomo signorilmente
vestito, e per quella deferenza che è insita in chi si sa umile, povero
e nullo, e subisce l'influsso delle apparenze del potere e della
ricchezza, si trasse in là e lasciò rispettosamente luogo. Il
_medichino_ si trovò egli a contatto del cancello di ferro, e ne
abbrancò colla sua mano elegantemente inguantata una sbarra.

— È dessa, è proprio dessa: si diceva egli con una contrarietà quasi
rabbiosa della propria impotenza. La è morta e non c'è rimedio... Non
v'è Dio nè diavolo che potrebbe far rivivere quelle forme, che potrebbe
riaggiustare quella macchina infranta... Disgraziata!... Io avrei pur
trovato modo di salvarla!

Egli l'avrebbe fatta sottrarsi in qualche riposto luogo all'ira del
padre, al disprezzo della gente; colà quella passione che nell'infelice
non era ancora estinta per lui avrebbe conservato ai desiderii della sua
ardente natura quella giovanile bellezza pur tanta. Qualche cosa come un
desiderio, che era un'empietà innanzi alla rigidezza di quel cadavere,
sorse nel pensiero scellerato di quell'uomo reo di ogni colpa. La
memoria nella sua fantasia venne a dare alle forme di quella povera
morta le sembianze della vita rigogliosa, con tutta l'ardenza del sangue
giovanile che aveva conosciuta in lei. Rivide quelle braccia, ora
abbandonate, levarsi e con nodo tenace e soavissimo avvincergli il
collo; rivide quel candido petto anelante premersi contro il suo da
fargliene sentire il palpito; rivide lo sguardo pieno di fiamme; quasi
risentì sulla bocca il bacio ardente di quelle labbra ora allividite e
contratte dall'agonia suprema della morte.

In quel momento, per rifare di quella morta l'Ester che era stata poco
tempo innanzi, Gian-Luigi avrebbe dato non so che. Strinse quasi
convulsamente colle mani le barre di ferro a cui si appoggiava, e chinò
il capo verso il cadavere, quasi volesse, quasi sperasse potere, col
suo, soffiare in esso di nuovo l'alito della vita; ma ad un tratto, come
un ghigno mefistofelico, guizzò tra i suoi pensieri.

— Stolto: si disse; mi sarei sopraccaricato d'un imbarazzo che mi
avrebbe impacciato nelle mie faccende fin troppo, e che non avrebbe
tardato a non darmi più che fastidii e noia: la poverina, per mio
vantaggio, fu bene ispirata. I morti non tornano più, non imbarazzano
più nessuno, non fan più male di sorta.

Egli si sbagliava: la morte d'Ester doveva concorrere ancor essa alla
perdita di lui, oramai decisa dalla giustizia di Dio.

Mentre Gian-Luigi, tornato in tutta l'empia freddezza del suo spirito,
fattosi quel ragionamento per cui conchiudeva che la morte di Ester era
una sua ventura, stava per ritirarsi di là, avvenne un movimento nella
folla, che gl'impedì di aprirvisi il passo.

Un povero vecchio, vestito di miserissimi panni, faceva ogni sforzo per
ispingersi innanzi verso la cancellata, e siccome deboli aveva le forze,
e un tremito ne scuoteva le membra, così da non poter avanzare in nessun
modo in mezzo alla folla, egli si era messo a supplicare con voce
piagnucolosa e rotta dall'affanno:

— Per carità, mi lascino passare... Mi dicono che la è una giovane... Io
ho perduta mia figlia... Mi lascino vedere se la è mia figlia.

Il _medichino_ riconobbe la voce fioca e l'accento nasale di _Macobaro_.
Tanto più avrebbe voluto affrettarsi a partire; ma il movimento fatto
dagli astanti per dar passo al vecchio, e poi quello di curioso
interesse che li faceva restringersi intorno al padre della morta, per
assistere alla scena che stava per aver luogo, impedirono affatto a
Gian-Luigi di allontanarsi. Il rigattiere ebreo giunse alla cancellata,
e s'aggrappò ancor egli colle scarne mani tremanti alle sbarre di ferro.
I suoi luridi panni frusti e sporchi toccavano l'elegante pastrano di
Gian-Luigi; ma egli non vedeva nessuno, non poteva veder null'altro che
quel cadavere di donna che gli stava disteso dinanzi.

Lo guardò per un poco, fiso, in silenzio, immobile, senza trarre quasi
neppure il fiato. Pareva che stentasse a riconoscerlo, che non volesse
prestar fede all'evidenza, che credesse quella non altro che
un'illusione ed aspettasse vedersela dileguata. Ma ad un tratto mandò un
grido che si poteva dire un urlo.

— Mia figlia! Mia figlia! esclamò egli tendendo le braccia traverso le
sbarre, come se la volesse afferrare, e prendersela e seco portarsela: è
mia figlia.

Ogni traccia di quell'odio che ultimamente aveva improvviso concepito
per la colpevole, ogni sdegno contro di lei, sparì di botto nel misero
padre, per lasciar rivivere in tutta la sua forza quel primitivo amore
ch'egli sentiva per essa, quasi uguale a quello che aveva pel suo
tesoro. Ricordò ancor egli di colpo, e tutto ad un tratto, il passato di
quella infelice: quando era bambina, quando accoglieva con un sì bel
sorriso il padre al suo ritorno in casa, quando gli dava il bacio della
sera ed il saluto del mattino; quando vivevano sì lietamente in
quell'oscuro quartieretto che la bellezza di lei illuminava. E tutto ciò
era cambiato poichè un infame era venuto a cacciarsi in mezzo a loro.
Ricordò la mestizia sopraggiunta in Ester; poi tutte le scene tremende
che erano succedute; per ultimo la tremenda maledizione con cui egli
aveva flagellata la figliuola, quando il caso glie l'aveva fatta
ritrovare fuggitiva nell'oscurità vespertina della strada. Si percotè
coi pugni chiusi la fronte; si strappò i capelli grigiastri che gli
pendevano alle tempia.

— Eterno Iddio! esclamò: perchè hai tu dato ascolto alla maledizione
d'un padre?... Disgraziato! Disgraziato!... Sono io che l'ho uccisa...
Io, ed un altro!... Un altro! soggiunse con accento d'odio infinito
levando al cielo i pugni stretti e gli sguardi infiammati.

Un istinto parve avvertirlo in quella che l'_altro_ di cui parlava era
lì, al suo fianco, sì da toccarsi, e che Dio li aveva voluti appunto
raccogliere insieme innanzi al cadavere della loro vittima. Si volse di
scatto e i suoi occhi che brillavano ferocemente in fondo alle sue
occhiaie infossate, s'incontrarono nelle pupille fieramente corrusche di
Gian-Luigi.

_Macobaro_ mandò un'esclamazione gutturale che pareva un grido belluino,
e sulla sua faccia cinerina e macilenta corse un lampo come di gioia
feroce. Afferrò con una delle sue mani fatte ad artigli, dalle dita
lunghe, scarne, nere, unghiate, il braccio di Quercia e disse:

— Ah sei qui tu?... Vedi, vedi che hai fatto di mia figlia... Rendimi la
mia figliuola, scellerato!

Una subita e viva emozione corse il cerchio degli spettatori. Gian-Luigi
non si scompose: con un moto ratto e violento del suo braccio robusto
rigettò da sè il vecchio ebreo, e prese una mossa come di difesa.
Intorno a lui si fece un po' di largo e tutti gli occhi erano conversi
su questi due personaggi che accennavano rappresentare una scena
interessante di dramma innanzi a quel cadavere di donna.

Quercia girò intorno i suoi occhi che facevano chinare innanzi a sè
tutti gli altri.

— Quest'uomo, disse pacatamente, od è pazzo, tratto fuor di senno dal
dolore, od è illuso da una strana rassomiglianza... Io non lo conosco.

_Macobaro_ diede un balzo, come se volesse lanciarsi addosso al giovane
elegante: ma questi lo prevenne, gli pose una mano sulla spalla, e
guardandolo in certo modo speciale, come il domatore di fiere guarda il
tigre che vuol ribellarglisi, soggiunse lentamente:

— Io non vi conosco brav'uomo. Guardatemi bene, e vedrete che siete
vittima d'un errore.

Mai gli occhi neri del _medichino_ non avevano avuta tanta efficacia,
tanta imponenza, tanta autorità. Il vecchio avrebbe voluto resistere a
quell'influsso, ma non potè: la forza di quella individualità più
potente, l'abitudine di cedere ad essa, la soggezione di quell'autorità
che il _medichino_ aveva saputo acquistarsi e sapeva difendere e
mantenere, ebbero ancora la loro efficacia in _Macobaro_; curvò il capo
innanzi al suo superiore e sottrasse le sue pupille dallo sguardo di
quelle di lui.

— Mi conoscete voi dunque? domandò Quercia.

— No, no, balbettò il padre di Ester, guardando sempre per terra.
Perdoni ad un povero vecchio che non sa più quel che si faccia.

Gian-Luigi fece un gesto da eroe che mostra la sua clemenza, e
s'allontanò lentamente. Jacob non rivolse più verso di lui nemmeno uno
sguardo; si voltò verso il cadavere della figlia, e tendendo le due
braccia traverso le sbarre, le disse piano piano che niuno potesse
udire:

— Sta, sta tranquilla che ti vendicherò... Ci vendicherò tuttedue.

Poscia si levò di là ed allontanossi con passo barcollante. Pochi minuti
dopo egli era in istretto colloquio con Barnaba, la cui ferita era in
via di guarigione così bene che già poteva egli sedersi sul letto.

Gian-Luigi s'allontanava, pieno l'animo d'una malavoglia, d'un
malessere, d'un'irritazione da non dirsi. Sentiva, per così dire,
sfuggirgli sempre più di pugno il filo guidatore della sua sorte;
sentiva accrescersi quella stanchezza dell'iniqua lotta, quel fastidio
de' casi suoi che ho già accennato venire assalendo a volta a volta
l'animo suo. Ebbe egli appena attraversata la piazza municipale e fatto
pochi passi per la via che mena a piazza Castello, quando gli si fece
innanzi domandando l'elemosina un pezzente tutto rattrappito delle
membra. Il primo atto del giovane, assorto ne' suoi poco piacevoli
pensieri, fu un atto d'impazienza; ma il mendicante fece rapidamente un
certo gesto che destò l'attenzione del _medichino_. Questi si fermò, lo
guardò bene, rispose ratto con un certo ammicco degli occhi, e tratta
fuor di tasca la borsa ne prese una moneta e la fece scivolare nella
mano del povero. In questo medesimo atto il mendico fece passare nella
mano che gli porgeva il denaro un piccolo fogliolino di carta finissima,
ripiegato e compresso da tenere il meno spazio possibile.

Quercia serrò in pugno quella carta, senza fare il menomo cenno, come se
nulla fosse, e continuò la sua strada; ma dopo un poco affrettò
maggiormente il passo per giungere a casa sua e leggere il bigliettino
portogli in quella guisa, che ben poteva presumere trattare di cose di
molta premura ed interesse e cui non voleva neppur guardare nella
pubblica strada.

Quando fu chiuso nella sua camera, Gian-Luigi aprì con sollecitudine che
quasi era inquieta il finissimo fogliolino. V'erano scritte poche parole
e con carattere contraffatto: ma un certo segno convenzionale avvertì
subito Gian-Luigi da chi fosse scritto e mandato. La _cocca_ aveva
affigliati, più o meno addentro ne' suoi segreti, in ogni parte; e chi
scriveva era impiegato, e non degli ultimi, negli uffici medesimi della
Polizia. Il biglietto diceva:

«Guardatevi! Si comincia aver sospetti. Prendete ogni precauzione. Si
parla di certi diamanti. Nel bavero trovato in mano a N. v'è una cifra.
Voi sapete che cosa ciò voglia dire, e che importanza darci.»

Gian-Luigi lesse due e tre volte queste incoerenti parole e se le stampò
nella memoria; poi stracciò a minutissimi pezzi quel foglietto, e come
se non bastasse, lo gettò nel fuoco: stette a guardarlo mentre in un
attimo la fiamma lo distruggeva, e quindi incrociate le braccia al
petto, si mise ad andare su e giù per la stanza.

— Una cifra nel bavero?... Qual contrarietà!... Chi avrebbe mai pensato
a codesto?... Quel mantello era di Benda: il mantello è sparito e non lo
troveranno mai... Ma si può appurare che quella cifra è la sua, che
quello squarcio appartiene ad un suo mantello, e che questo fu
imprestato a me, il quale non l'ho più restituito... Bisogna rimediare a
ciò.

Stette un poco meditabondo; poi sollevò il capo con risoluzione.

— Non c'è che un modo di aggiustarla. Quel mantello è stato derubato a
me stesso quella notte medesima sul viale... E il rapitore, che io
descriverò a meraviglia, sarà _Stracciaferro_... a lui poi il non
lasciarsi pigliare. Ciò quanto al mantello. Ma e i diamanti? Che cosa
vuol significare il cenno intorno ai diamanti? «Si parla di certi
diamanti.» Quali? Quelli che ho trovati nello scrigno sono così bene
riposti che l'occhio della giustizia non li potrà veder mai; quelli di
Candida sono a lei restituiti, e nissuno de' sapere che essi furono un
momento nelle mani di quell'usuraio...

S'interruppe, assalito dal ricordo di un fatto che eragli sfuggito
compiutamente dalla memoria: Nariccia quando si trattò dell'imprestito
su pegno di quei gioielli, aveva questi recati un momento di là per
farneli forse esaminare, come Gian-Luigi medesimo aveva supposto, da
alcun intelligente della materia che ci avesse. Che questo tale avesse
conosciuto quali e di chi erano quei diamanti? La cosa prima di tutto
pareva a lui assai improbabile, e poi ancorchè fosse, quali conseguenze
a suo danno se ne potrebbero tirare? Come provare che egli fosse stato a
recare dall'usuraio quei diamanti? e se dati in pegno, non si erano
potuti riscattar poi pagando il debito? Ad ogni modo sarebbe forse stato
meglio parlarne subito colla contessa, combinare con lei, farle credere
ciò che occorreva, e consigliarle in ogni caso le risposte che
convenivano. Egli era sul punto di uscire per recarsi subito da lei,
quando i suoi occhi caddero sopra un bigliettino che stava sulla tavola
di marmo del cassettone, e cui gli aveva impedito di vedere a tutta
prima il turbamento col quale era entrato nella stanza. Lo prese
sollecitamente, e conobbe di botto dalla scrittura, dalla carta, dal
suggello, dal profumo speciale, da qual mano venisse. Era appunto di
Candida; e Gian-Luigi lo lesse in tutta fretta.

«Ho bisogno urgente di parlarvi» gli scriveva essa secondo il solito, in
francese; «all'una aspettatemi nella vostra casetta sul viale.»

Siccome non mancava di molto all'ora posta dalla contessa, Gian-Luigi
s'avviò tosto verso quel suo misterioso ridotto, in cui siamo già
penetrati con lui altra volta.

La contessa non si fece lungamente aspettare. Levando il fitto velo che
gli copriva la faccia mostrò al suo amante un aspetto turbato in cui
apparivano insieme contrarietà, collera, amarezza.

— Che è ciò? signore? cominciò ella senz'altro con voce vibrante. A chi
andate voi confidando le cose più arcane che debbono rimanere tra di
noi?

— Contessa! interruppe il giovane coll'accento risentito di persona
fieramente calunniata da tale cui non vuole rispondere oltraggio per
oltraggio. Voi mi fate un'iniqua accusa che non avreste mai dovuto pure
accennare.

— Voi non avreste dovuto meritarvela.

— Non perdiamo il tempo in garriti di parole. A che proposito mi
rivolgete voi quest'accusa? quali prove credete di averne?

— Mio marito seppe — sa — che i miei diamanti furono in pegno presso
l'usuraio che venne l'altro dì assassinato e sa che a portarglieli siete
stato voi.

Quercia non potè reprimere un contrarsi dei lineamenti che esprimeva
quanto questa novella gli dispiacesse.

— Ne siete voi certa?

— Certissima. Me lo disse egli stesso testè... Ah! vedete anche voi che
non potete negare....

Gian-Luigi prese le due mani della contessa, e stringendole con dolce
pressione, quasi supplichevole, soggiunse:

— No, Candida, io non ci ho colpa: è una maledetta fatalità che mi
perseguita, che ci perseguita tuttedue, e che può avere le più tristi
conseguenze, se non ci andiamo tosto al riparo.... Ti spiegherò tutto di
poi, caro amor mio; ma essenzialmente gli è per la tua tranquillità, per
te, che mi preoccupo.... Contami tutto quello che avvenne fra te e tuo
marito a questo proposito.

La contessa raccontò quel che erale capitato a tal riguardo, ma noi
prendendo da più alto le mosse esporremo assai più di quanto ella
sapesse e potesse apprendere al suo amante.

Ed ecco di che modo s'eran passate le cose.

Il signor X, gioielliere, uno dei principali, per non dire il
principale, di Torino in quel tempo, aveva recato, se ben vi ricorda, a
Nariccia, pochi giorni prima che succedesse l'assassinio di costui, una
certa quantità di preziosi oggetti del suo commercio, ed ottenutone
ancor egli una somma in prestito lasciandoli in pegno all'usuraio.
Figuratevi dunque come egli rimanesse allorquando quella mattina che si
sparse per la città la novella dell'orrendo delitto, ebbe udito che
tutta era stata svaligiata d'ogni cosa di valore la casa
dell'assassinato! Corse immantinente dal Commissario di Polizia a far la
sua denunzia e la sua deposizione, dando la lista distinta e divisata un
per uno di tutti gli oggetti ch'egli aveva consegnati a Nariccia e che
erano caduti nel furto. Il valore complessivo di quei gioielli saliva a
qualche diecina di mille lire: e il signor Tofi, quando ebbe udito
l'orafo specificare siffatto valore, esclamò con quella sua ruvidezza
che pareva sempre un accento collerico:

— I mariuoli hanno fatto un bel colpo!... L'altro dì hanno arraffato i
capitali del banchiere Bancone, ieri il tesoro dell'usuraio Nariccia:
c'è da farsi ricchi in più a queste due sole imprese.... Sarebbe un bel
mestiere.... se non ci fossimo noi a coglierli.... E li coglieremo, glie
lo prometto io!... Nel furto Nariccia gli scellerati avranno portato via
più di cento mila lire.

— Che la dice? esclamò il signor X, a cui le parole sfuggirono senza
pensarci, e che, pur pensandoci, le avrebbe fors'anche dette lo stesso.
Ma se Nariccia aveva tuttavia in suo potere i diamanti di casa Langosco,
e tutto mi induce a credere di sì, questi solamente furono pei ladri un
bottino di centinaia di mila lire.

Il signor Tofi volse tutto d'un pezzo la sua faccia aggrottata sul
cravattone duro verso il gioielliere:

— Come! I diamanti di casa Langosco erano in potere di quell'usuraio?

— Sì, signor Commissario; ce li vidi io stesso ch'egli me li diede ad
esaminare, consultandomi sul valore. E ciò accadeva solamente tre giorni
fa.

— Oh, oh! Questo sarebbe elemento da tenerne calcolo. Gli assassini
avrebbero saputo che quei diamanti erano colà... Ma come colà?... In
pegno forse?... Eh, eh! non è impossibile.... Bisognerà vedere.... Ad
ogni modo finora la Casa di Staffarda non fece richiamo nessuno, non
porse denunzia di sorta; e trattandosi di somma di tanto valore, non mi
pare che si vorrebbe star zitti.

Il Commissario congedò il gioielliere, ed occupato com'era in quel dì da
un subbisso di faccende, per la rivolta sopratutto degli operai avvenuta
la sera innanzi, dimenticò, o per dir meglio, trascurò di dare
l'importanza che avrebbe data altre volte a quelle parole dell'orafo
riguardo i diamanti della nobil famiglia Langosco. Tutta la giornata
passò senza che denuncia alcuna venisse; dalle informazioni che fece
prendere, il Commissario seppe che nel palazzo di Staffarda nulla era
avvenuto onde si potesse supporre che tal danno era capitato a quella
casa; la sera inoltre gli fu presto notificato che la contessa Candida
al ballo di Corte, sfolgorava il capo, il seno, le braccia di tutti i
suoi diamanti. Tofi non ci pensò più. Se il gioielliere non si era
sbagliato, e uno sbaglio di questa fatta in lui era difficilissimo, i
signori Langosco avevano per loro fortuna ritirato a tempo il pegno
preziosissimo dalle mani dell'usuraio.

Il signor X, a cui il ricupero della sua roba premeva infinitamente, era
già tornato parecchie volte nei due giorni che erano seguìti dal
Commissario a domandargliene novelle, finchè questi, che non aveva nulla
da apprendergli, che era occupatissimo e di peggio umore che mai, perdè
la pazienza, e con quelle sue maniere da burbero e parole da prepotente
gli ebbe fatto capire non venisse più a seccarlo, e quando si avesse
qualche cosa da dirgli, o da farsene dire, lo si sarebbe mandato a
chiamare. Il gioielliere se ne partì mortificato, e domandando a se
stesso che razza di giustizia la fosse questa che il derubato colà dove
si doveva prendere tutto l'impegno per fargli riavere la sua roba,
veniva accolto e trattato peggio che al ladro non si farebbe.

Ma il domani gli venne dalla Polizia un messaggio che gli fece nascere
in cuore qualche buona speranza. Il signor Commissario con un ordine
laconicamente espresso lo chiamava subito innanzi a sè, per
comunicazioni urgenti. Il gioielliere volò al Palazzo Madama colla dolce
speranza d'udirsi a dire per prima cosa che i ladri erano stati presi e
i suoi gioielli ricuperati. Fu una delusione. Introdotto in quel certo
gabinetto del Commissario che già conosciamo, e chiusane alle spalle di
lui la porta, il signor X rimase solo con quel terribile rappresentante
della pubblica autorità, il quale pareva assai sopra pensiero e più
burbero che mai.

Il signor X fu minutissimamente interrogato su quella circostanza
ch'egli aveva incidentalmente allegata nel primo colloquio da lui avuto
col Commissario, la presenza cioè in casa di Nariccia dei diamanti
Langosco. Il gioielliere dovette dir tutto: e come egli si trovasse
quella tal mattina in casa dell'usuraio, e come fossero sopravvenuti a
disturbarlo nel colloquio ch'egli aveva con Nariccia prima un frate
gesuita, poscia un cotale, di cui egli non aveva vista la persona, ma
uditane la voce e creduto di riconoscerla per quella del dottor Quercia;
come poco dopo Nariccia era tornato da lui portandogli ad esaminare,
perchè glie ne dicesse il valore, certe buste di diamanti ch'egli aveva
tosto riconosciuti per quelli della contessa di Staffarda, cui egli
aveva l'onore di contare fra le sue pratiche; come più tardi fossero
andati nel suo fondaco il conte Langosco e il dottor Quercia, il primo a
chiedergli della ripulitura di quei diamanti che a lui non erano stati
consegnati, il secondo a pregarlo in nome della contessa a far sì che il
conte credesse che i diamanti fossero presso di lui.

Il Commissario ascoltò attentissimamente, fece ripetere parecchie cose,
domandò varie minute spiegazioni: non iscrisse le parole pronunziate dal
signor X, ma prese diversi appunti di date, di ore, di motti sopra una
cartolina che chiuse poi accuratamente in un suo portafogli che teneva
allato; e finì per congedare l'orafo, più burbero che mai, intimandogli
che di quanto aveva narrato allor'allora non si lasciasse intanto
sfuggire parola con anima viva. Poscia diede subito ordine a varii
segreti agenti (e fu così che alcuna cosa venne a subodorare anche di
ciò quello affigliato alla _cocca_) si scrutasse se i diamanti portati
dalla contessa di Staffarda al ballo di Corte erano veri, se il dottor
Quercia di que' giorni fosse stato visto in alcun modo in possesso di
oggetti di valore od avesse speso eccezionalmente delle vistose somme.

Come mai il signor Tofi s'era posto a dare ora tanta importanza a questo
fatto che da principio aveva destato mediocremente soltanto la sua
attenzione? Gli è che nel frattempo egli aveva ritrovato Barnaba.

Sul modo di agire però, il signor Tofi si trovava molto perplesso. La
faccenda era assai delicata. La famiglia Langosco era troppo autorevole
e potente per non riguardarsi bene dal comprometterla leggermente.
D'altronde quello pareva pure un filo da non doversi trascurare per
guidarsi in quel labirinto finora indistricabile. Pensatovi su ben bene
il Commissario decise di parlarne francamente al conte medesimo; scrisse
una letterina, la più garbata ed umile ch'egli sapesse, al marito di
Candida, pregandolo a volergli assegnare un'ora in cui si potesse
presentare al suo palazzo, avendo egli urgente bisogno di parlargli.

Il conte di Staffarda, quando vide chi fosse che gli scriveva, tenne
quel foglio colla punta delle dita, in quel modo schifiltoso con cui il
marchese de la Seiglière nella bella commedia di Sandeau tiene la carta
bollata.

— Il Commissario di Polizia parlare a me? Oh che può avermi a dire un
simile personaggio?...... Entrare qui nel mio palazzo questa razza di
gente!... Mai più!.... Andiamo dal mio amico il generale Barranchi.

Ci si recò sul momento.

— Guardate, mio caro, diss'egli al generale, porgendogli il biglietto
ricevuto, che cosa mi scrive il vostro Commissario; mandatelo un po' a
chiamare quel _maroufle_, ch'e' venga qui a spiegarsi in presenza
vostra, se non vi disaggrada.

Il comandante dei carabinieri tirò su le sopracciglia sulla sua fronte
piccola e stretta, lesse e rilesse, tossì con aria d'importanza,
s'impettì nella montura, specchiò il suo naso nei bottoni lucentissimi
del suo petto e mandò ordine al Commissario venisse immantinente.

Quindici minuti dopo il signor Tofi si presentava, secondo il solito,
duro, impalato, le braccia lungo il corpo, in mano il suo cappello a
larga tesa, il suo lungo soprabitone cascante sulle gambe nervose, i
suoi piedi larghi e piatti ben piantati, il mento appoggiato alle
stecche del cravattone, lo sguardo dritto levato innanzi a sè, nella
impostatura del soldato senz'armi.

Il conte di Staffarda stava indolentemente sdraiato in una poltrona,
giocherellando con uno de' guanti che s'era levato dalla bella, fine ed
aristocratica destra, e pareva che quello non fosse punto fatto suo.
Però, guardando la faccia burbera e severa del Commissario di Polizia,
piantatosi a pochi passi di distanza, alla qual faccia l'aria di
sommissione che aveva assunta in quel momento, pareva accrescere ancora
la scontrosità, il marito di Candida provò uno strano e nuovo effetto,
come se gli fosse apparso in quell'alto e grosso corpo un messo del
destino ad annunziargli sventura. Il generale Barranchi fece un cenno al
Commissario perchè s'avvicinasse, e quando questi ebbe obbedito, gli
disse in tono di comando militare, porgendo verso di lui, a
mostrarglielo, il biglietto ricevuto da Langosco.

— Voi avete scritto questo biglietto?

Tofi diede un'occhiata al foglio, un'altra a chi lo interrogava, e
rispose:

— Sì, Eccellenza.

— Or bene, che cos'è che avete a dire al mio amico il conte di
Staffarda? Egli è qui pronto ad ascoltarvi; parlate.

Il Commissario fece scorrere lo sguardo di quelle sue pupille feline sul
volto di Langosco, poi lo ricondusse sulla faccia scioccamente superba
del generale.

— Mi perdonerà S. E., mi perdonerà anche il signor conte di Staffarda;
ma quello che devo dire, non lo posso dire che al solo conte medesimo.

Langosco staccò le spalle dalla poltrona con moto piuttosto vivace.

— Parlate, parlate pure in presenza del generale: è mio amico e non ci
ho nulla, ch'io sappia, che possa volere a' miei amici nascosto.

Tofi s'inchinò leggermente ed insistette.

— Non mi è assolutamente permesso di accondiscendere al desiderio di
vostra signoria. Credo mio debito parlare a Lei sola; e quando la mi
avrà ascoltato sono persuaso che mi darà ragione.

Il conte fece un atto d'impazienza.

Barranchi entrò in mezzo.

— Mio caro, disse, conosco questo bravo Tofi; è il più ostinato degli
uomini, e se non vuole non ci sarà verso di farlo parlare. Cedo io il
campo. Parlatevi qui stesso quanto fa bisogno; e voglio sperare che il
signor Tofi non avrà disturbato voi, nè vorrà disturbar me per bazzecole
che non abbiano importanza.

Gettò queste parole accompagnate da uno sguardo imponente e da una mossa
autorevole contro il Commissario come un'intimata. Tofi non si scompose.

— Ebbene, disse Langosco quando il generale fu uscito, parlate ora
liberamente e fate presto.

Aveva egli appoggiato un gomito alla tavola che gli era vicina, s'era
così appressato un poco della persona al suo interlocutore, ed aveva
parlato con accento di sollecita benchè dissimulata curiosità.

Tofi depose il suo largo cappello sulla seggiola che trovò più vicina,
s'aggiustò sotto il mento quadrato l'alta e dura cravatta, affondò
secondo sua abitudine le manaccie entro le grandi tasche del suo
soprabitone, e cominciò col tono di un interrogatorio:

— Il signor conte ebbe qualche rapporto d'interesse col fu Nariccia,
assassinato la settimana scorsa?

Langosco arrossì leggermente sui pomelli delle sue magre e pallide
guancie; si trasse indietro della persona con mossa d'inesprimibile
fierezza, e mettendo nella sua voce un disdegnoso risentimento, disse
guardando corrucciato la faccia del Commissario:

— Che è ciò? Obliate voi con chi parlate? Non son tale a cui dobbiate
osare volgere le vostre interrogazioni — voi!

Innanzi a questo disprezzo il Commissario si morse il labbro inferiore e
fece un atto colle mascelle come se mandasse giù un grosso boccone; in
fondo alle sue occhiaie, le grigie pupille ebbero un lampo fugace che
pareva voler accennare ad un riscuotersi di quella natura plebea contro
lo staffile di quel disprezzo aristocratico; ma la soggezione rispettosa
al grado, al titolo, alla casta non venne meno in quell'uomo pagato per
difendere con zelo l'ordine di cose esistente; s'inchinò a suo modo, e
soggiunse con un accento d'umiltà che stornava maladettamente
coll'espressione della faccia, coll'aspetto di tutta la persona, colla
rauca ruvidezza della voce:

— La mi perdoni. Si tratta della giustizia di S. M., e noi abbiamo il
dovere per servirla di non arrestarci innanzi a nulla. Ella sa l'orrendo
delitto che fu commesso, e certe circostanze che per mezzo della S. V.
si possono assicurare, son forse tali da metterci sulle traccie della
verità.

— Siete matto! esclamò il conte mezzo stupito e mezzo indignato. Che
cosa ci posso entrar io in codesto?

— Se Ella mi permettesse appunto di continuare a rivolgerle alcune
domande e volesse degnarsi rispondere...

Langosco interruppe con superba impazienza:

— Ditemi queste vostre circostanze cui accennate, e quando io le abbia
udite saprò e vedrò che cosa vi debba rispondere o no.

Il Commissario trasse di tasca il suo portafogli, prese in mezzo a molte
carte quella su cui aveva notati gli appunti della narrazione fatta dal
gioielliere X, e questa ripetè per intiero, con un'esattezza che poteva
dirsi crudele, e che ben vendicava il Commissario della sprezzosa
impertinenza con cui il conte lo trattava. Avreste detto, chi
superficialmente l'osservasse, che il marito di Candida stava ascoltando
le più indifferenti cose del mondo. Aveva appoggiato di nuovo il gomito
sul tavolo, teneva il mento nel concavo della mano e guardava fiso,
immobile il Commissario che lo fissava entro gli occhi egli pure. Ma
scrutando ben bene quella fisionomia si sarebbe visto che una maggior
pallidezza dell'usato s'era stesa su quel volto logoro più dalle
passioni che dagli anni, che quel sorriso ironico e superbo ond'erano
abitualmente mosse le sue labbra, ora copriva una nuova emozione che
tremolava, per dir così, ai due sottili angoli della bocca, che dalle
ciglia ravvicinate fuggiva a sprazzi una luce d'immensa ira compressa,
che sulla lucida, giallognola pelle del cranio denudato spuntavano, come
punte di spilla, alcune goccioline di sudore.

Quando Tofi ebbe finito di parlare, successe in quel salotto un assoluto
silenzio di parecchi minuti: s'udiva solamente il soffio un po' pesante
del rifiato del conte. Que' due uomini stettero alquanto così, immobili,
di fronte, l'uno seduto e l'altro in piedi, guardandosi con fissità poco
meno che ostile; il Commissario voleva leggere nell'interno del conte,
questi avrebbe voluto strappare dalla memoria di colui che gli aveva
parlato il fatto che ne aveva appreso. Pensava frattanto con indicibile
sforzo di mente che cosa fosse da farsi, qual risoluzione da prendersi.
Passò la mano sul suo cranio pelato ad asciugarsi quel po' di sudore; e
disse poi lentamente con voce bassa e stentata:

— Non vedo ch'io sia obbligato a nulla rispondere... Potrei limitarmi a
dirvi che in queste circostanze da voi narrate non c'è nulla,
assolutamente nulla che possa mettervi sulle traccie di quella tal
verità che cercate.

Si fermò come a prender fiato, chinò gli occhi egli innanzi a quelli del
Commissario, ma li rialzò tosto di nuovo e continuò:

— Ma voi siete come i confessori, e vi si può confidare un segreto di
famiglia.... È vero che mia moglie, per certi suoi bisogni, mandò, a mia
insaputa, ad impegnare i diamanti, e per nascondermelo volle farmi
credere fossero presso il gioielliere. Ma io non fui lungamente _sa
dupe_. La indussi a dirmene la verità; e quando la seppi non volli che i
gioielli di mia moglie stessero più a lungo nelle mani di un usuraio — e
li riscattai.

Nulla era più penoso a quell'uomo che mentire; sul suo cranio si
raddoppiavano le goccie di sudore.

Il Commissario si chinò un poco verso il conte e disse con accento che
non era interrogativo, ma che poco mancava ad esserlo:

— L'assassinio di Nariccia ebbe luogo nella notte dalla domenica al
lunedì. Ella ha certamente riscattati quei diamanti nella giornata
stessa di domenica, forse anche in quella di sabato.

Langosco trasalì.

— Sì, sì, diss'egli, sabato, sabato stesso.

S'alzò per indicare che l'udienza, secondo suo volere, doveva essere
finita; andò alla porta del gabinetto vicino in cui s'era ritirato il
generale e l'aprì.

— Venite pure, Barranchi.

Il generale si presentò con un'aria scioccamente curiosa sulla sua
stupida faccia superba.

Langosco non aspettò interrogazione veruna.

— Potete fare con giustizia i complimenti al vostro Commissario di
Polizia: disse. Egli sa anche ciò che non importerebbe sapere, e che le
famiglie vorrebbero molto bene nascosto a tutti. Ma ditegli anche voi
che un uomo suo pari dev'essere una tomba dei segreti.

Il generale tirò avanti colla sua solita mossa il petto lucente di
bottoni e di decorazioni e disse, come se comandasse il maneggio d'armi
ad un pelottone di carabinieri:

— Voi sarete una tomba dei segreti.

Tofi, congedato di questa guisa, si partì.

— Caro generale: disse Langosco rimasto solo con Barranchi: a voi non
voglio tener nulla nascosto. Mia moglie aveva impegnato i suoi diamanti
presso quell'usuraio che fu assassinato. Tofi lo seppe e voleva
conoscere il modo col quale la contessa li aveva riavuti. Sono io che
appena ho appreso tal cosa, mi affrettai a riscattarli. Non fareste male
d'inculcare a quel Commissario troppo zelante, che quando trattasi di
certa gente come noi, di certe famiglie come la mia, come le nostre, non
gli conviene avere tanta curiosità.

Barranchi prese la sua aria d'importanza e disse dall'alto del suo
colletto ricamato in argento:

— Glie l'inculcherò.

Il conte di Staffarda si recò sollecitamente dal gioielliere X. Ripetè a
lui quello che aveva narrato al Commissario ed a Barranchi, e con
preghiera che aveva tutto il tono d'un comando, lo invitò a non parlar
più con nessuno e in nessuna guisa di questa faccenda. Quindi si recò
nel suo palazzo.

— La contessa è nelle sue stanze? domandò ai domestici.

E come gli fu risposto di sì, s'avviò d'un passo lento e pesante verso
l'appartamento della moglie, dove entrò senza voler essere annunziato.

La contessa, che da qualche tempo veniva ricevendo alcune di cotali
improvvise visite del marito, a cui egli dapprima non l'aveva avvezza
mai; la contessa si volse a guardare il conte con aria meravigliata,
curiosa e risentita nello stesso tempo. L'espressione del suo bel volto
significava apertamente, senza che avesse bisogno delle parole per
dirlo: «Che altra novità c'è ella ora? Non vi ricordate i patti e la mia
volontà? Non volete più lasciarmi tranquilla?»

— Vedo che siete occupata: cominciò il conte, parlando francese, in
presenza della cameriera che finiva di aggiustare sul capo della
contessa le nere, abbondanti, fulgide di lei chiome: e mi rincresce
disturbarvi; ma vi è proprio necessità ch'io vi dica a quattr'occhi due
parole, e vi prego a congedare il più presto che si possa la vostra
donna.

L'aspetto del conte era affatto gentile, e sulle labbra stavagli un
sorriso che riusciva ad essere grazioso; ma entro gli occhi era un certo
cupo sbarbaglio e nella voce una vibrazione che rivelavano una qualche
profonda emozione contenuta a forza.

Candida s'affrettò a liberarsi della cameriera, e quando essa e il
marito rimasero soli nella stanza, drizzatasi in piedi ed avvoltasi nel
suo accappatoio come nell'ampio velo una statua romana, le braccia
conserte al petto, la faccia audacemente levata e gli occhi fissi sul
conte, dimandò asciuttamente:

— Che cosa dunque avete da dirmi? Sbrigatevi.

Langosco che s'era messo a passeggiar su e giù, si piantò in faccia alla
moglie, e incrociando collo sguardo di lei il suo collerico, invelenito,
viperino, disse con voce bassa ma che sibilava fra le labbra contratte:

— Quanto vi ha spillato il vostro amante, obbligandovi a mettere in
pegno le vostre gioie?

Un lieve rossore salì alle guancie della contessa. La sua prima
impressione fu lo stupore e la confusione: le sue pupille si chinarono
un istante; ma non tardò a riprendere la sua sicurezza.

— Vi fo i complimenti, signor conte, diss'ella, del nuovo dizionario
dove andate a pescare i vostri termini.

— È quello che ci conviene ad ambedue: rispose il conte con sogghigno di
fiera ironia. _J'appelle chat un chat, et Rollin un fripon_: disse quel
birbo di Voltaire. Nel caso nostro il _fripon_ sapete chi sia...

Candida fece un gesto colla mano ad imporgli silenzio.

— Basta: diss'ella con tutta l'imponenza d'una gentildonna offesa.

Ma Langosco, più animato nello sguardo, nell'aspetto e nella voce, le si
accostò ancora d'un passo e proruppe con forza:

— No, non basta, signora contessa. Que' diamanti che voi avete fatto
servire ad un uso così.... Ah! non dirò l'epiteto che si conviene per un
resto di riguardi che forse non meritate..... que' diamanti appartennero
a mia madre, e non voglio che sieno...

Essa lo interruppe.

— Ma quelle gioie, lo avete ben visto, sono tutte in poter mio....

— Non cercate di mentire: voglio sperare che non ci siate abile
tuttavia: ad ogni modo non arrivereste a darmi lo scambio perchè io so
tutto.

E qui ripetè in brevi parole quello che sapeva, senza dirle il come
avesse ciò appreso.

Candida rimase atterrata.

— Or via, qual somma ritrasse quello sciagurato da tale imprestito?

La contessa glie la disse.

— E voi?

Candida fece un gesto di denegazione pieno di verità.

— Io? Nulla.

— E le cinquanta mila lire (e ciò dicendo il conte pronunziò più
lentamente e pesando sulle parole) per riavere i diamanti furono
restituite all'usuraio?

— Sì: rispose debolmente la donna.

— Ne siete certa? insistè il marito con forza.

— Credo..... mi pare..... non può essere altrimenti.

Una scura nube passò sulla fronte di Langosco.

— Ah! esclamò, potrebbe pur anco essere altrimenti.

La contessa non comprese o non sospettò neppure il significato di
quell'esclamazione.

Langosco, memore d'una interrogazione che gli aveva fatta il Commissario
ed avendone apprezzata e meditata tutta l'importanza, la ripetè ora a
sua moglie:

— E quando vi furono essi restituiti que' diamanti? La domenica o il
lunedì?

— Il lunedì.

Un piccol fremito contrasse i muscoli della faccia del conte, e le sua
guancie impallidirono leggermente.

— Ah! fece egli: il lunedì.

Tacque un istante: guardava la donna con espressione indefinibile di
compassione insieme e di dispetto, di rampogna e di dolore: pareva che a
significare i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure non trovasse
parole, e non osasse neppure avventurarsi a cercarle. Candida si sentiva
afferrare da una soggezione affatto nuova, quasi da una timidezza e da
una vergogna.

Dopo un poco il conte parlò e con accento di gravità, quale non gli
aveva mai sentito la moglie.

— Forse a farvi dei rimproveri ci ho poco diritto, e nei vostri errori
ci ho la mia buona parte di torti. Alle prime osservazioni ch'io
tentassi di porvi innanzi intorno alla vostra condotta, voi potreste
rinfacciarmi il mio passato e la mia, ed invocare quel patto mezzo
tacito e mezzo espresso, per cui avete ricompra la vostra assoluta
libertà col sacrifizio delle vostre sostanze. Mi merito questa poco
bella condizione in cui mi trovo a vostro riguardo, e non cercherò più
di uscirne; è troppo tardi; quindi non una parola vi dirò delle vostre
galanterie, nulla neppure se avete anche l'assurdità di sciupare da
parte vostra i vostri capitali; ma finchè avete l'onore di portare il
nome della mia famiglia, finchè vivrò, m'incombe l'obbligo di vegliare a
che questo nome non venga compromesso e macchiato. La vostra relazione
con colui ch'io non voglio nominare, minaccia trascinarvi, minaccia
trascinare il nostro nome in funeste — dirò la parola — in infami
pubblicità. Ciò non posso tollerare, ciò dovete evitare ad ogni modo voi
stessa. Non credo per ora dovermi spiegare più chiaramente. Le cose che
dovrei dire mi brucierebbero le labbra. Ma pensateci voi medesima.
Domandatevi come e di che viva quel.... quell'individuo, e conchiudete
se possa dirsi onorevole la sorgente di quei denari che spende. Non vi
do ordini, non v'impongo sollecite determinazioni; mi prendo solamente
la libertà di rivolgervi un consiglio: sarebbe assai bene che quel
cotale cessaste addirittura di vederlo. Quanto a questo palazzo, siccome
qui sono io il padrone, e ci ho il diritto di escluderne chi voglio, do
ordine immantinente che quando si presenti gli si dica chiaro che queste
soglie non sono più fatte per lui, e se vuol saperne la ragione, gli
farò l'onore d'ammetterlo un momento alla mia presenza per dirgliela
sulla faccia io stesso.

Il conte uscì senz'aspettare risposta. Candida rimase atterrata, confusa
e perplessa. Sentiva, anche suo malgrado, una certa vergogna dei fatti
suoi: non aveva di certo capito tutto il significato delle parole del
marito, la sua mente non era andata fino a quel punto estremo a cui pure
esse direttamente miravano, ma pure sentiva che in quella sua
disgraziata passione c'era oramai più che una colpa un degradamento. E
tuttavia essa non aveva il coraggio di strapparsela dall'anima: e il
solo pensiero che potesse avvenire ciò che le aveva consigliato il
conte, di non veder più il suo amante, erale dolorosissimo. In mezzo a
questo suo turbamento sorgeva e veniva via aumentando una irritazione
collerica, un vivace risentimento contro il marito che le aveva dette
quelle parole, contro l'amante che se le meritava, contro se stessa.
Bisognava risolversi a qualche cosa. Scrisse il bigliettino che sappiamo
a Luigi, perchè si trovasse al convegno; ed all'ora posta fu con lui.

Le parole dettele dal marito ella non seppe ripetere esattamente
all'amante, ned avrebbe pur voluto; e dalla narrazione da lei fatta
risultò solamente che il conte aveva appreso l'oppignorazione fatta dei
diamanti a benefizio di Gian-Luigi, la decisa volontà nel conte medesimo
di voler impedire il rinnovamento di simili fatti, e la determinazione
da lui presa di mettere alla porta di sua casa il signor Quercia e di
dirglielo egli stesso sul muso.

Gian-Luigi stette un poco in silenzio, le mascelle contratte
morsicchiando i suoi baffetti neri che le dita quasi tremanti avevano
abbassati fra i denti, scolpita in mezzo della fronte con solco profondo
la sua ruga caratteristica.

Tutto questo era per lui molto spiacente. Non solamente il suo orgoglio
si trovava leso nel sentire che il conte lo voleva cacciare di casa sua,
ma il suo interesse eziandio che era di mantenersi in assai buona
attinenza con quella potente famiglia, come guarentigia contro certe
indiscrete curiosità.

— Di codesto, diss'egli poi, la colpa è certo al signor X e me ne farò
sentire (e qui narrò come sospettasse alcuno avesse visto i diamanti in
quel poco di momenti in cui Nariccia li aveva recati nell'altra stanza,
e questo qualcuno li aveva riconosciuti per quelli di lei, la qual cosa
non poteva fare che il gioielliere); ma frattanto, Candida, che pensi tu
di fare? abbandonarmi?

Le prese di nuovo le mani come aveva fatto poc'anzi, le accostò il suo
viso più bello che mai per un'espressione d'ardenza e d'amore, le saettò
negli occhi uno sguardo pieno di fuoco e di passione.

Candida sentì un caldo fremito soave correrle tutte le fibre; le sue
guancie arrossirono, le sue labbra si dischiusero tremanti, i suoi occhi
lampeggiarono.

— Abbandonarti? Io?... Mai!

Luigi colse con un bacio questa parola che ancora vibrava sulle
coralline labbra di lei.

— Quanto al signor conte, soggiunse egli, aggrottando di nuovo le
sopracciglia, non gli farò aspettare di molto l'occasione di dirmi ciò
che gli frulla, e stassera dopo pranzo mi recherò io stesso da lui.....

La contessa lo abbracciò con amplesso vigoroso e tenace, come chi colla
propria persona voglia difendere un suo caro da pericolo che lo minacci.

— Non vo' che ti batta con lui, esclamò ella con forza. Non voglio, non
voglio... Egli è perito nell'arte di ammazzare.

Quercia la rassicurò con un sorriso che pareva significare, quando
avvenisse una lotta, non per lui esservi da temere, e soggiunse
coll'accento con cui si calmano le paure d'un diletto bambino:

— Non pensarci neppure. Vedrai che tutto si conchiuderà più
amichevolmente che tu non creda.

Quando la contessa l'ebbe lasciato solo, Gian-Luigi stette ancora un
poco riflettendo seco stesso, poscia, determinazione che veniva
conseguenza delle sue meditazioni, uscì, e si diresse di buon passo
verso la casa dei Benda.



CAPITOLO XII.


Francesco Benda aveva passato una notte cattiva. Un gagliardo accesso di
febbre aveva spaventato non solo gli amorosi suoi congiunti, ma i medici
eziandio. Il mattino colse quella disgraziata famiglia senza che pur
uno, nè padre nè madre nè sorella dell'infermo, avesse chiuso quegli
occhi che tutti avevano rossi dal pianto, avesse riposato quelle membra
che ciascuno aveva, e non sentiva tuttavia, affrante dalla fatica e
dall'angoscia. Nè la venuta del giorno arrecò alcun sollievo al
giacente, alcun conforto di speranza a chi lo assisteva. Il ferito
passava avvicendatamente da un sopor plumbeo ad un delirio non
furibondo, nel quale, fra mille incoerenti parole che uscivano susurrate
dalle sue labbra, spiccava pronunziato con più affetto, con ardenza di
trasporto, un nome: quello di Virginia.

E questa, da parte sua (era esso un misterioso istinto, era una
meravigliosa corrispondenza delle anime nei due amanti?), Virginia da
parte sua, tutta notte era stata occupata più che non ancora mai da
un'inquietudine affannosa, che le faceva immaginare, che le faceva
indovinare più pericolose e crudeli le condizioni del ferito. Era di
poco inoltrata la mattina, quando la nobil fanciulla, senza punto lotta
cedette alle ispirazioni del suo amore ed all'impulso della sua pietà.
Scrisse una letterina a Maria, come ad antica compagna ed a nuova amica,
pregandola di volerle comunicare le notizie del fratello, e la mandò
tosto per un lacchè, a cui fu vivamente raccomandata la sollecitudine.

Maria, che in que' momenti ne' quali la lettera di Virginia le giunse,
non avrebbe voluto nè veder persona, nè ricevere biglietti di sorta,
pure ad udire il nome di chi mandava quel foglio lo prese e lesse con
premura. Il delirio del fratello aveva alla fanciulla rivelato il
segreto dell'amore di lui; e se anima pietosa di fanciulla è pur sempre
inchinevole a intenerirsi per siffatti affetti, da alcuni giorni la
buona Maria era pur troppo, in mezzo ad un nuovo turbamento del suo
cuore, più facile che mai ad esser commossa dalla vista, dalla parola,
dal pensiero di quella passione. Nelle poche righe di Virginia
laconicamente gentili, la sua dilicata percezione sentì un interesse più
caldo e più vivo di quel che non volesse apparire, avvertì la vibrazione
d'un affetto che invano cercasse nascondersi. Maria ebbe una ispirazione
da semplice ed innocente fanciulla inesperta delle cose del mondo;
sedette a tavolino e rispose alla nobile amica col biglietto seguente:

«Il povero Francesco sta male pur troppo.

«Se il giorno passasse come passò la brutta notte che è finita, non oso
nemmeno pensare a quel che ne potrebbe avvenire.

«Ho pregato tanto la Madonna, e mi pare che la dovrebbe pur farci la
grazia di salvarcelo.

«Sento una voce in cuore che mi dice esservi una persona al mondo che
potrebbe richiamarlo alla vita.

«Questa persona è Lei, cui Francesco, nel suo delirio, ha invocata tutta
la notte.

«Oh! s'Ella venisse a farci questo miracolo! Dio la benedirebbe per
tutta la vita.»

Maria, scritte rapidamente queste parole, non riflettè, piegò la carta,
la suggellò e la fece rimettere nelle mani del domestico di Virginia che
aspettava. Se avesse riflettuto alquanto non l'avrebbe mandata: se ne
pentì appena il lacchè fu partito, ma era troppo tardi e stette
aspettando con ansia l'effetto delle sue parole.

Quest'effetto fu il migliore ch'essa potesse desiderare. Abbiamo visto
come il primo impulso di Virginia nell'apprendere la disgrazia avvenuta
a Francesco, fosse stato quello di accorrere essa stessa di persona a
casa di lui; trattenuta dallo zio e da costui posta in guardia contro le
imprudenze e i trasporti della passione, mercè il racconto delle funeste
avventure di sua madre, Virginia aveva momentaneamente ceduto, ma non
aveva in modo assoluto determinato che mai non avrebbe più tentato quel
passo, ch'ella in cuor suo dicevasi potere diventare per certe
circostanze, quasi un dovere in lei. Il racconto delle sventure di sua
madre, se aveva potuto contribuire a scemar in essa le speranze che
avrebbe potuto concepire intorno all'amor suo, ed abbiam visto com'ella
poca o nessuna ne avesse, se aveva potuto ispirarle più riguardosa
prudenza, non era fatto per isminuirle quella passione d'amore che già
troppo oramai era in lei radicata e cresciuta.

Oh come ella aveva ripensato tra sè, e ricontatosi quel doloroso romanzo
che aveva avuto per eroina sua madre, e di cui lo zio le aveva ora
tracciate le linee principali! Come la sua fantasia eccitata aveva
alacremente lavorato intorno a questi tratti precipui e compitone il
disegno e menativi i colori e terminato il quadro! La sua tenerezza per
la madre aveva sempre avuto qualche cosa di speciale, quasi potrebbe
dirsi di misterioso, come se il suo istinto di figliuola avesse sentito
nell'esistenza di quella cara e veneranda creatura un profondo dolore da
consolare. Ora questa tenerezza, ch'ella sempre serbava all'anima della
morta, s'era accresciuta vieppiù; ora era essa penetrata nel mistero di
quel dolore e ne trovava ancora più pietosa la causa; ora comprendeva il
significato di quello sguardo mesto, lungo, quasi imploratore, ch'ella
ricordava aver visto tante volte nei begli occhi della madre. Virginia
s'era recata innanzi al ritratto di questa che pendeva alle pareti nella
sua camera da letto, ed era stata lungamente contemplandolo. Quante cose
le diceva ora quel pallido viso leggiadro, che mai non aveva ella
dapprima avvertite! Non era una colpa l'amor suo, ben lo aveva ella
sentito; era una sventura: ma sapendo che a tale sventura aveva
partecipato sua madre, le pareva che più nobile, più degna quella
disgrazia si fosse, e se la aveva più cara.

Ad accrescere la passione dell'animo di Virginia venne la notizia dei
fatti compiutisi alla fabbrica Benda e dei pericoli che quella famiglia
avevano minacciato. Aveva sperato la nobil fanciulla di poter per mezzo
di Maurilio sapere tutta e particolareggiata, e man mano la verità, ma
fallitale, come abbiam visto, questa speranza, maggiori n'erano
diventati il suo timore, la sua inquietudine, l'affanno dell'anima sua.
La letterina di Maria giunse in buon punto per deciderla affatto a
quello che già pensava seco stessa, a quel partito cui fino da principio
aveva voluto effettuare, ed a cui non aveva rinunziato mai. Si coprì
d'un fitto velo, si avvolse in un modesto mantello, si fece seguire
dalla sua governante, uscì ratta a piedi, come quando recavasi
modestamente in chiesa, e salita in una carrozza da nolo si fece
condurre alla casa dei Benda.

Maria sedeva appiè del letto di suo fratello, il quale era di nuovo
caduto in quel sopore che lo faceva rassomigliare poco meno che ad un
cadavere. Quando alla fanciulla vennero ad annunziare che una giovane e
bella signorina domandava di lei, una subita speranza le nacque in cuore
che la potesse esser quella di cui essa aveva invocata la presenza, ma
non osò accoglierla questa speranza; già s'era pentita, come dissi,
d'aver scritto quel biglietto, e pensando all'orgoglio aristocratico che
certamente doveva avere quella giovane, venivasi persuadendo che quel
foglio la lo avrebbe disdegnosamente gettato e non altro. Corse di là
con sollecitudine e mandò un'esclamazione di gioia e di riconoscenza nel
vedersi davanti, ritta in mezzo la stanza, il velo sollevato dalla
faccia leggiadra, la contessina di Castelletto.

— Dio la benedica! disse Maria, e le prese ambedue le mani, e si curvò
come se glie le volesse baciare.

Ma Virginia la trasse su, le gettò le braccia intorno alla vita e
l'abbracciò come una sorella.

Le due fanciulle si guardarono entro gli occhi, e si compresero più che
per qualunque lungo discorso; si sentirono per affetto e per tempera
d'anima congiunte; a dispetto d'ogni distinzione sociale si avvertirono
pari.

— Posso io vederlo? domandò Virginia con una virtuosa franchezza,
senz'ambagi come senza falsa vergogna.

Maria la prese per la piccola mano affilata e rispose con una sola
parola:

— Venga.

La introdusse nella camera dove il ferito giaceva. Siccome le imposte
della finestra erano rabbattute, Virginia da principio non vide che
confusamente in quella oscurità. Al rossigno chiarore che mandava il
fuoco del caminetto scorse una donna attempata, la quale, vedendo
entrare una ignota, s'alzava da sedere. Maria le correva presso, le
bisbigliava poche parole all'orecchio e quella donna faceva alla nuova
venuta una profonda riverenza. Era essa la madre di Francesco.

Virginia camminò lentamente verso il bianco cortinaggio del letto che
spiccava nel buiccio di quella stanza. I suoi occhi, cominciando ad
avvezzarsi alla poca luce, videro sui cuscini abbandonata la testa
simpatica del giovane. Le palpebre erano richiuse e le lunghe ciglia si
disegnavano finemente sul pallore delle guancie. Le labbra scolorate
erano semiaperte, ma pareva che di mezzo a loro non uscisse soffio
nessuno di respiro. Solamente di quando in quando un gemito esile, ma
penoso, saliva su dal petto e passava lento, trascinato per quella bocca
socchiusa. Qual differenza fra quel misero giacente che soffriva e il
robusto ed aitante garzone che Virginia aveva visto pochi giorni prima
alla festa da ballo, che le aveva allora appunto con tanta ardenza
svelato il suo amore!

Ella si fermò a pochi passi dal letto. Sentì nel suo cuore una pena che
era quasi un rimorso; una ineffabile tenerezza le mandò agli occhi due
lagrimette ch'ella non pensò neppure di asciugarsi.

— Gli è per me, a cagion mia, pensò, ch'egli è ridotto in tale stato.

Lo sguardo di Virginia parve esercitare alcun influsso sull'infermo:
certo per uno di quegl'inesplicabili istinti d'innamorato, egli, anche
inconsciamente, sentì alcun effetto della presenza di lei. Gli occhi
rimanevano chiusi tuttavia, ma un lieve color rosato saliva su alle
guancie, ed il respiro si faceva più sensibile. Ella fece ancora un
passo verso il letto: gli occhi di lui si spalancarono e stettero
immobili, fissi su quella bellissima figura di donna che avevan dinanzi
e ch'egli credeva una felice visione del suo delirio. Tutta la notte il
caro fantasma di quelle sembianze era passato e ripassato nei torbidi
sogni della sua malata fantasia; ma egli non aveva potuto fermarselo mai
innanzi alla mente per tanto tempo e in sì precise forme quanto
desiderava: credette che ora fosse questa un'apparizione come le
precedenti, ma più simile alla realtà, più netta di forme e più
duratura. Lo sguardo semispento de' suoi occhi affondati prese una
ineffabile espressione di tenerezza, di gioia e di preghiera; e le sue
labbra mormorarono con appena sensibil soffio di voce:

— Oh! non fuggirmi così presto, diletta immagine dell'amor mio!

Virginia superò d'un tratto con piè leggiero la poca distanza che ancora
la separava dal giacente e si curvò su di lui come per raccoglierne le
pronunziate parole. Negli occhi del ferito apparve una sorpresa, una
commozione, quasi un timore. Richiuse le palpebre come per vedere se
quell'apparizione era nella sua mente soltanto, o proprio nella realtà,
all'infuori di lui: e in quella sentì, come un soffio soave di paradiso,
un alito profumato passargli sulla fronte, e una celeste melodia di voce
femminile pronunziare teneramente il suo nome:

— Francesco!

Il giacente mandò un grido — un vero grido — di gioia. Teresa e Maria
accorsero sollecite, quasi spaventate. Ma non c'era onde spaventarsi.
Gli occhi del giovane riapertisi brillavano di tutta la luce della
salute e della ragione: l'anima fatta beata raggiava la sua letizia da
tutte le sembianze della leggiadra faccia.

— Virginia! Virginia! esclamò egli con voce più forte di quello che
altri avrebbe mai potuto credere.

Non avevano fatto che pronunziare a vicenda l'un dell'altro il nome; ma
quante cose con quella sola parola e' s'eran dette! ma come s'erano
reciprocamente compresi! come si sentivano l'un dell'altro penetrar
l'anima nell'anima!

Virginia tornò a curvarsi sopra il giacente, e fece sommessamente di
nuovo suonare la melodia della sua voce.

— Non parli, glielo proibisco. Sono venuta a pregarla di guarir presto,
e la mi deve obbedire. A questo patto soltanto le perdonerò il troppo
dolore ch'Ella ha dato a sua madre, a tutta la sua famiglia.....

Stette un breve momento, e poi soggiunse a voce più bassa:

— Ed a me.

Francesco beveva cogli occhi lo sguardo, colle orecchie la voce
dell'amata fanciulla. Sentiva nelle vene, in tutto l'esser suo rifluire
di subito nuova e più potente la vita; gli pareva di colpo fugato ogni
male, e quasi effettuato in lui il miracolo del Nazareno, che aveva
detto all'infermo di levarsi, prendersi il suo letto in ispalla e
camminare. Le parole gli mancavano alle idee, le idee stesse gli
mancavano all'espressione della sua felicità.

Non passarono più che dieci minuti. Fu un attimo pel loro desiderio, ma
vi fu abbastanza di tempo perchè le più svariate e numerose sensazioni
di tenerezza e d'amore si avvicendassero nelle loro anime. Le labbra non
promisero nulla, gli occhi si scambiarono mille giuramenti. Virginia,
allontanandosi dal giacente per partirsi, lasciava nel cuore di lui un
balsamo taumaturgo da risanarlo assai più presto e meglio d'ogni farmaco
di medico.

Mentre la fanciulla stava per uscire di quella stanza, vi entrò un uomo.
Era il padre di Francesco, che veniva inquieto a vedere suo figlio. In
presenza delle donne Virginia non aveva avuto pure un istante di
turbamento o di confusione; la vista d'un uomo la fece arrossire fino
alla radice dei capelli. Prese ella vivamente per mano Maria, come se
volesse con quell'atto significare che all'interesse ed all'affetto per
la compagna dovevasi la sua presenza in quel luogo, e s'affrettò ad
uscire dalla stanza, passando innanzi a Giacomo, il quale,
riconosciutala, salutava con profondissimo inchino.

Giunte nella camera che precedeva quella di Francesco, Maria e Virginia
trovarono Gian-Luigi che sopraggiungeva, preceduto da un domestico.
Maria arrossì leggermente nel rispondere al saluto del giovane i cui
sguardi e la cui attenzione furono attirati dalla superba bellezza della
titolata fanciulla. L'aspetto di Quercia era tale ancor esso da non
passare inosservato a qualunque lo vedesse, e Virginia, senza pur
darsene conto, fissò quasi con curiosità i suoi limpidi occhi sulle
sembianze virilmente belle di quel nuovo venuto, e rispose con una
cortesia che era presso che famigliare e benevola al saluto di quel
giovane che non ricordava aver veduto ancora mai. Avviene molte volte
che al bel primo incontrarci con una persona, questa non ci pare affatto
estranea; o sia una somiglianza con altre persone, o sia una certa
misteriosa affinità fra i nostri esseri che si rivela con una specie
d'istinto inavvertito, o sia un effetto travelato di attinenze anteriori
avute in una vita precedente, il fatto è che certuni appena ci vengono
innanzi ci sembrano conoscenze d'antica data, e siamo disposti di subito
a conceder loro più domestichezza ed interesse che non ad altri da molto
tempo già conosciuti. Fu un poco di quest'effetto che Virginia provò
alla vista di Gian-Luigi, e quasi uguale fu quello che sentì il giovane
a trovarsi faccia a faccia colla nobil ragazza cui aveva vista da
lontano parecchie volte, ma non aveva mai accostata. E, cosa strana, in
questa sua sensazione, non entrava menomamente quel suo ardore di
voluttà che gli faceva desiderare ogni bellezza di donna, ma eravi come
una tinta di rispetto, come un'ombra di affettuosa deferenza, come un
istintivo impulso ad inchinar riverente quelle belle sembianze.

Maria vide l'ammirativa fissità dello sguardo di Gian-Luigi su Virginia,
e sentì una dolorosa fitta nel cuore. Anche la gelosia doveva nascere in
quella povera, innocente fanciulla a confermarle e ribadirle nell'anima
l'infausta passione che vi si era insinuata. Non disse che poche parole
a Quercia, invitandolo a passare nella camera di Francesco, e seguitò ad
accompagnare la bella visitatrice che si partiva, fino all'anticamera.

Nel momento di prender commiato, Virginia, stringendo amichevolmente la
mano a Maria, le disse:

— Scriverò a Lei per avere ulteriormente le nuove di suo fratello; la
sia compiacente di darmene senza troppa parsimonia.... E spero che ci
rivedremo.

Quando la nobil fanciulla fu partita, Maria pensò un istante, invece di
tornare presso suo fratello, di andarsi a rinchiudere nella sua camera e
non uscirne più finchè Quercia si fosse partito; e s'avviò realmente per
porre in atto questa risoluzione, ma non n'ebbe la forza. Quando fu nel
salotto che precedeva la camera di Francesco, vide che Gian-Luigi non
era passato di là, ma stava lì tuttavia, come aspettando. Si turbò molto
nel trovarsi sola con lui, non osò guardarlo e stette impacciata, a
pochi passi da lui, senza parlare.

Egli le faceva piombare addosso quel suo sguardo caldo, luminoso,
efficace, che penetrava nell'anima; e la giovanetta, pur colle palpebre
abbassate, lo sentiva posarsi con infinita soavità, come una carezza
amorosa, sulla fronte, sul volto, sulla persona, avvolgerla come d'un
fluido voluttuoso, e vincerle ogni volontà. Quercia s'accostò alla
fanciulla, e le prese una mano; ella si mise a tremar leggermente, e
volle liberar la sua destra, ma egli ne la trattenne con dolce violenza.

— Maria! susurrò egli chinando la sua bocca sulle chiome di seta che
ornavano la testolina curva della ragazza: e la sua voce era sì
espressiva ed insinuante! e l'accento era pieno di tanto amore e di sì
cara espansione che una dolcezza ineffabile invase ed occupò tutto
l'essere della innamorata fanciulla.

I suoi occhi si levarono quasi tratti a forza verso gli occhi di lui, e
la luce brillò in essi ripercossa da due lagrimette.

— Maria! ripetè egli col medesimo accento, premendosi al petto quella
mano che seguitava a tener fra le sue.

Dal labbro della giovane fuggì, saettato per così dire dall'emozione, il
segreto del suo cordoglio.

— Ah! com'Ella ha guardato la contessina di Castelletto! disse con
amarezza in cui non c'era rimprovero, ma dolore.

Quercia cominciò per rispondere con un sorriso soltanto, ma con uno di
quei suoi sorrisi ammaliatori che erano più eloquenti d'ogni parola, e
che bastò a rassicurare ed a rallietare l'animo di Maria; poi disse:

— Sì, la ho guardata, perchè io ammiro la pietà dovunque si manifesti, e
trovo degno di lode il sentimento che condusse presso il letto del
giacente la figliuola d'una superbissima schiatta. La ho guardata, ma
l'ho io veduta? Come donna, no. Di donne ve n'è una sola al mondo ch'io
veda oramai, una sola che esista per me...

S'interruppe, sollevò lentamente alle sue labbra la mano che teneva e vi
posò un lungo e caldissimo bacio; poi soggiunse con voce più bassa, ma
con accento ancor più espressivo:

— E quest'unica donna — Maria — sei tu!

La fanciulla si riscosse come subitaneamente colpita da una potente
scintilla elettrica, arrossì, impallidì, tremò, accennò cadere, si
aggrappò al braccio di lui per sostenersi.

— Sì, Maria, sei tu. Benedico questo momento che Dio mi concede da
poterti parlare in libertà. T'amo e voglio che tu sia la donna compagna
del mio destino; ma non mi piace ottenere questa felicità da altri che
dall'amor tuo. Ti senti tu di amarmi? Ti senti tu d'esser mia, tutta
mia, sempre mia?

Ella appoggiò la sua fronte al petto di lui per nascondere il dolce
rossore del suo viso e mormorò sommessamente:

— Sì... Oh sarò felice!

Allora egli la staccò dolcemente da sè, e con gentile riverenza
inchinandosi innanzi, disse:

— Mi permette dunque, madamigella, ch'io domandi la mano di Lei ai suoi
genitori?

Maria gli porse la destra.

— Ed io glie la do senz'altro. Babbo e mamma non avranno altra volontà
che la mia.

Quando Quercia ebbe baciata quella mano, ella si fuggì ratta, e questa
volta andò proprio a serrarsi nella sua camera, dove sentiva il bisogno
di essere sola.

Il _medichino_ la seguitò con uno sguardo in cui brillava una bassa
cupidigia sensuale.

— Oltre i suoi denari, disse fra sè con cinismo, avrò anche una donnetta
che mi piace... finchè ne sia poi stufo.

Ricompose la sua faccia ad espressione onesta, ed entrò nella camera di
Francesco.

Il miglioramento dell'infermo era evidente anche agli occhi d'un profano
all'arte medica; e il padre e la madre di lui lo avevano subito
avvertito, pensatevi se con lieto animo. Quercia certificò questo
prospero mutamento e crebbe la consolazione dei parenti, il buonumore
del malato. Per la prima volta, dopo parecchi giorni, in quella famiglia
così crudelmente provata, entrò di nuovo la tranquillità dello spirito e
trovò luogo il sorriso.

Si parlò con mente più libera di cose varie e indifferenti; e Francesco
domandò che cosa succedesse per la città, come si fossero passati gli
ultimi giorni di carnovale e quali novità occupassero le ciarle dei
cittadini. Il sor Giacomo, fra altre cose, disse della principale di
codeste novità, che era quella dell'assassinio di Nariccia, di cui non
sapeva bene però tutti i particolari, essendo vissuto in quei giorni
così segregato dal mondo, e quindi chiedendone al dottore: ma questi non
parlò a lungo di tale argomento; ripetè spiccio le voci principali che
correvano, e poi tosto consigliò a fare in modo che l'infermo non avesse
tanto da parlare, e quindi troncare per allora il discorso.

Ma il ricordare quel delitto aveva richiamato qualche cosa alla mente
del padre di Francesco. Quercia, che era osservatore acutissimo e sempre
in sull'avviso, s'accorse che a questo proposito alcun che era
intravvenuto che più da vicino toccava quella famiglia o il sor Giacomo
solo, perchè quest'ultimo aveva preso un aspetto alquanto preoccupato, e
guardava il dottore con una certa espressione fra di curiosità e di
dubbio, di esitanza e di imbarazzo che pareva significare aver egli
qualche cosa da dire ed essere incerto se e come dirla.

Gian-Luigi decise tosto tagliar netto il nodo; si chinò verso il signor
Benda, e gli disse sotto voce:

— Avrei bisogno di parlarle. La mi vuole concedere due minuti di
colloquio nel suo studio?

— Volentieri. Ho giusto ancor io una strana circostanza da comunicarle.

Quando furono di là il giovane invitò il padre di Francesco a parlare
per primo: ma il signor Giacomo non volle.

— No, no, parli Lei: il suo contegno mi dice che le sono cose gravi
quelle che la mi ha da dire, ed io, avvezzo oramai a nuovi colpi della
sventura, sono ansioso di sentire se qualche nuovo malanno ci minaccia.

Luigi fece sorridendo un atto rassicuratore.

— No. Debbo trattenerla di due cose: la prima è una bazzecola che la mia
poca memoria mi ha tolto di dirle prima, come già avrei dovuto fare;
l'altra è una proposta, importantissima per me, pel quale si tratta
della felicità della vita.

Il signor Giacomo, la cui curiosità fu vivamente desta da tali parole,
fe' cenno al suo interlocutore parlasse liberamente.

— Cominciamo dalla cosa indifferente. Il parlare ora del delitto
commesso la notte dell'ultima domenica di carnovale, mi ha fatto
ricordare che io, quella notte medesima, quando mi sono partito di qua,
su questo stesso viale che qui conduce, fui vittima d'un'aggressione.

— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso.
Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti
denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che
qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto
ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco
tutto.»

— Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho
da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre
dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di
quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui
trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della
città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il
sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello
da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono
iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha
appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da
quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se
lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome
di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma
che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro
oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e
per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera
fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di
riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.

Gian-Luigi ebbe tanta padronanza di sè da nascondere la sua contrarietà,
la fiera rabbia ond'era assalito.

— Ho avuto torto, diss'egli, a non dare importanza a quell'aggressione.
Se fossi andato subito a denunziare il fatto, dando io i connotati dei
malandrini, e li posso dare esattissimi, avrei forse conferito allo
scoprimento de' rei; ma pensai allora che non valesse manco la pena di
scomodarsi. Però si è ancora certamente in tempo, e conto recarmi tosto
dal Commissario di Polizia.

— Farà bene. Di sicuro non è su Lei che possano cadere sospetti di tal
fatta; ma un altro da questo viluppo di circostanze potrebbe venir
compromesso. È meglio affrettarsi a dilucidare le cose.

Quercia, con atto di cordiale franchezza, tese la mano al signor
Giacomo.

— Lei, signore, mi dice superiore a questi sospetti, e sono persuaso che
tale mi crede; ma in realtà Ella conosce poco di me e nulla delle cose
mie. Avrà udito di me varii giudizi nel mondo, e forse malevoli i più:
ma il vero è che nessuno sa nulla dell'esser mio, del mio passato, delle
mie reali condizioni. Ebbene ora voglio che Ella mi conosca
compiutamente; devo farmene compiutamente conoscere, prima di
avventurare una domanda, da cui, come già accennai, dipende la felicità
di tutta la mia vita.

Si raccolse un momento, e poi raccontò il seguente romanzetto della sua
vita ch'egli si era preparato per simile occasione.

— Lungo tempo io vissi come trovatello. La mia nascita toglieva un
vistoso patrimonio a certi collaterali della mia famiglia, i quali mi
fecero pertanto sparire e mi relegarono in un ospizio. Un po' di rimorso
in que' sciagurati che così mi sacrificavano, li indusse a farmi levare
di là ed affidarmi alle cure d'una donna che mi fosse nutrice e madre,
incaricando di vigilare su di me un medico del villaggio in cui questa
donna abitava. Quando fui cresciuto, questo medico, sempre per mandato
di que' tali, mi fece studiare, mi mandò all'Università, e poichè fu
giunto all'estremo di vita mi ebbe a sè e mi rivelò il segreto. I miei
nemici avevano così bene prese le loro precauzioni che nessun documento
più, nessuna prova sopravanzava da farmi restituire il mio nome e
l'esser mio; d'altronde trattavasi dell'onore di certi autorevolissimi
personaggi che si voleva salvo ad ogni modo, così che se io, istrutto di
qualche cosa, avessi tentato il ricupero del mio vero stato, mi sarei
esposto anche al pericolo di vedere minacciata, non che la libertà, la
mia vita. Per rimediare in alcun modo al torto che mi era fatto, quei
medesimi avevano mandato al medico circa cento cinquanta mila lire da
darmi _brevi manu_, capitale che per poco mi sapessi industriare avrebbe
bastato a farmi vivere agiatamente. Il medico medesimo, commosso dalla
pietà del mio caso, mi lasciava parte delle sue sostanze. Che doveva io
fare? che mezzi mi restavano da ribellarmi contro il mio destino?
Accettai e mi tacqui. Quel capitale, che fu da principio di poco meno
che duecento mila lire, per mezzo di certe speculazioni industriali...
fatte in Francia... ho più che accresciuto; ed ecco l'origine di quella
ricchezza che la gente trova forse misteriosa, e di cui non curo, anzi
disdegno di porgere al volgare la menoma spiegazione. A Lei, prima di
fare la domanda che sto per volgerle, dovevo dare questa spiegazione; ed
anzi, siccome la non è obbligata a credermi soltanto sulla parola, le
darò per prova della verità del mio asserto uno scritto tutto di pugno
di quel medico, — e la sua firma si può riscontrare e fare autenticare
per vera quandochessia — nel quale ogni cosa è narrata per disteso,
scritto lasciatomi da lui, appunto perchè in qualunque caso io potessi
trionfalmente rispondere ad ogni sospetto che potesse sorgere, ad ogni
accusa che mi si potesse affacciare intorno alle fonti di quelle mie
sostanze.

— Io non ho bisogno di questo — si credette in obbligo di dire il signor
Giacomo, il quale non sapeva ancora a che volesse parare il giovane con
siffatti discorsi — per prestar fede alle sue parole.

E Gian-Luigi con maggiore la vivacità:

— Crede Ella dunque che un uomo in queste circostanze, con mezzo milione
di patrimonio, possa aspirare senza troppa audacia alla mano della
fanciulla d'un'onesta famiglia, d'una fanciulla ch'egli ama più d'ogni
cosa al mondo?

Giacomo comprese finalmente; ma la cosa gli giunse così inaspettata che
non ebbe parole fatte e non seppe dimostrare il suo stupore altrimenti
che coll'espressione della sua faccia; il giovane inchinandosegli
dinanzi con cerimonia, come aveva fatto testè dinanzi a Maria, gli disse
con accento solenne:

— Ho l'onore di domandarle la mano di sua figlia, madamigella Maria.

Il signor Benda, tanto meravigliato ancora che non sapeva bene tuttavia
se questa domanda gli faceva piacere o no, rispose come rispondono tutti
i padri in simili occasioni: esser questo un onore, ma prima di prendere
una decisione aver bisogno di consultare la famiglia, e la figliuola
sopratutto, eccetera, eccetera, e soggiunse che in quelle tristi
circostanze in cui si trovavano, troppo non era acconcio il tempo a
pensare e parlare di cose siffatte.

Quercia si credette allora in obbligo di spiegare la ragione per cui non
ostante la poco propizia occasione, chè riconosceva ancor egli quella
essere tale, avesse pur tuttavia affrettato di avventurare la sua
domanda. Disse che il suo amore per Maria era nato ben dapprima ch'egli
si fosse introdotto in quella casa (il mentire non gli costava nulla)
che ora avvicinandola erasi quell'affetto accresciuto a dismisura, e
che, dovendo egli partire fra poco tempo per recarsi in Francia, appunto
per quelle sue certe speculazioni che aveva detto averci colà
intraprese, e fermarcisi forse un anno ed anco più, non poteva
acquietarsi all'idea di partire senza aver deciso il destino del suo
amore. Questo era il motivo per cui aveva così bruscamente dichiarato le
sue intenzioni, e pregava in conseguenza che non gli si facesse di tanto
ritardare, qualunque si fosse, la risposta che invocava.

Il signor Giacomo fissò il dopo dimani per una risposta definitiva, e i
due si separarono con una stretta di mano che era più che d'amico, quasi
già di congiunto.

Gian-Luigi, uscendo da quella casa, s'affrettò verso il Palazzo Madama,
dove domandò di parlare al signor Commissario.



CAPITOLO XIII.


Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di
parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier
trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte
sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore:
vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene
armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del
Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo
inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non
mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi
al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese,
avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario
meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre
piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue
attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni
privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in
là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la
qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto
disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella
stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete
passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso
al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al
collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle
nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che
del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul
margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse
attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul
quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi
richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente
il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone,
il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo
stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di
risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una
specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava
audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva
bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo
pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La
sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere,
mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò
averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava,
il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il
Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, poi divenne
grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor
proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da
parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di
alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si
staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in
testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo
delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di
superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor
Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star
qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi?
Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di
ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più
opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo
agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza
ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui
nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza
della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il
poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare
timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal
capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza
d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do
espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.

Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono
concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare
coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un
gran personaggio.

Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano
robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.

Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio
incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San
Luca o il marchesino di Baldissero.

— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero
d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno
dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?

Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto,
incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte
sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e
nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la
padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le
sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un
fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose
con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.

Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di
fisionomia.

— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i
suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo
individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via
della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni
altro.

Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella
forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo
a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella
superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua
risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe
potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale
appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color
ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da
lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:

— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare
anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno
nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso
trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha
capito?

Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un
altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da
comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi
incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e
conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:

— Ho capito benissimo.

Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane
teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo,
Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale,
senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza
aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a
fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza
dalla scrivania.

— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con
accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo
dal giovane.

Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver
adottato per tono della conversazione:

— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.

Raccontò la favola dell'aggressione notturna, quale l'aveva narrata al
padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che
corrispondevano precisamente a quelli di _Graffigna_ e _Stracciaferro_.
Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era
fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente
lasciato turbare.

— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia
due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio
Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a
compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa
anche del terzo?

Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare
importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore
affacciargli.

— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma
il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.

— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il
Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso
ancora di prima.

Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il
menomo batter di ciglia.

— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.

Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.

— Per servirla; rispose.

— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di
medicina.

— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un
obbligo dei cittadini il soddisfarla.

— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono
c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta
rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i
convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e
non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì
carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro
nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che
nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.

Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò
il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una
marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva
sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro
d'una certa superiorità, domandò:

— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio
che la mi dirige?

— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?

— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola.
S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione,
ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol
dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di
leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo
studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze,
dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un
impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad
un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione
qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali
segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza
di tutto ciò che possedo.

— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie
d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento
di dar questa prova è venuto.

Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una
mossa piena di superbia.

— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...

Tofi lo interruppe ruvidamente.

— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.

Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.

— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti.
Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi
miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone
ammodo...

— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio:
interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è
venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in
questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano,
altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello
che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.

Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza
accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà
vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:

— Bene! Interroghi pure.

Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita
narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto
del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva
eziandio accennato al padre di Maria.

Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare
nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia
scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del
giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.

— Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.

Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì
un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di
quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è
arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla
dell'interno sentimento.

— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e
burbera del Commissario.

Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi
cerca se vi è modo di scampo.

— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.

— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui
dice essere stato vittima?

— Precisamente.

— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia
firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.

Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò
rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.

— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.

Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella
calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi
prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato
disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa
dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della
minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto,
ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo
tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che
gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della
contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo
lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena
aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero
da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per
allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza
saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con
cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e
coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che
gli è davante.»

— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del
sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è
altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.

Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in
breve alla dimora della famosa _Leggiera_. Trovò un gran disordine nel
quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel
salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi
spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati
fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate,
tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze
sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome
scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani
serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva la _Leggera_.

— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito.
Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.

Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in
cui si vedeva un implacabile risentimento.

— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che
sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che il _prince charmant_ è un cane,
ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio
della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un
orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!

E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo
braccio colla mano chiusa a pugno.

Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si
trovò tra' piedi.

— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.

La _Leggera_ fece un perfido sogghigno.

— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.

— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come
avvenne?

— Avvenne per causa tua.

— Mia! Oh, in che modo?

Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e
provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col
famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da
prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più
quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero
immensamente alla _Leggera_ che non era d'umor dolce nè tollerante.
Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità
dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il
Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra la mantenuta; ma
essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al
petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo
acceso, gli disse con forza:

— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella
principesca impresa!

Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in
qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo
rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di
qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando,
rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla
cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e
quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio
di risa della _Leggiera_.

— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non
ci andava.

Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo
appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse
altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non
era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per
chiedergliene in pro di lui un favore.

Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il
suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad
implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che
ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso
l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi
desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni,
avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.

Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati
premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa
la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando
seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica,
voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di
Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente,
scellerato desiderio, decise aspettare.

— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far
imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla
mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non
contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto
tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi
eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che
doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte
Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse,
Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore,
quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli
e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì
il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta,
l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in
piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua
bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento
era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva
l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il
non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle
sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era
pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi
arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse,
senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella
vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo,
perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da
concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una
subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo
petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta
rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si
tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che
proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da
quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano:
mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per
trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile
delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga
caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di
nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno
scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno
ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi
tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle
sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia
e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un
poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di
sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo
ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte
con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressione
del suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla
così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento
del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole
afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e
dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un
aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti
sugl'i.

Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.

— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in
condizioni da dover capire a mezze parole.

Quercia non battè ciglio.

— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito:
disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un
gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la
mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?

Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per
allontanarsi dall'interlocutore.

— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più
asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella
non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.

Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.

— Perchè? domandò egli semplicemente.

— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve
presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.

Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con
voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del
giovane:

— Lo chieda all'assassinato Nariccia.

Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi
di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di
quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.

— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè
ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere
non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto
porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.

All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò
l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.

Quercia continuò:

— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno
dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il
mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol
farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi
si venga ad un duello?

Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi
non si sarebbe battuto mai.

— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della
mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei.
Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una
settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato.
Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di
tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia
parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco
di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le
prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.

Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di
prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.

— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia
trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo
delle perfide ciarle del pubblico.

Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata
di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la
coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una
minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi
riprese con accento più sciolto che mai:

— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva
molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo,
mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve
conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.

S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo
cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.

— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra
se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del
colpevole... Ed io dovrò azzittire?

Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:

— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere
ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia
crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.

Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato
allevato.



CAPITOLO XIV.


Don Venanzio e Maurilio erano giunti al villaggio al cader della notte.
Un freddo vento aveva sollevato alquanto sopra delle montagne la scura
cappa di nubi che incombeva sul cielo, e una riga rossigna, color di
sangue, mandava un fantastico chiarore dall'ultimo lembo di quel
mantello nero disteso sull'orizzonte. Al rivedere que' luoghi testimoni
della sua infanzia e della prima adolescenza, Maurilio, ora così mutato
di condizioni, provava una strana sensazione, quasi un rimpianto ch'egli
neppure non sapeva spiegare a se stesso.

La carrozza del marchese di Baldissero che ne li aveva condotti, si
fermò alla porta della canonica, dove il parroco ed il giovane
smontarono. Il rumore dei ferri de' cavalli che scalpitavano e delle
quattro ruote che trabalzavano girando sul grossolano e disuguale
acciottolato del villaggio, aveva tratto sul passo delle porticine le
comari che preparavano il pasto della sera ai mariti ed ai figli, i
quali appunto allora tornavano dal lavoro. Don Venanzio le salutava
passando, con un sorriso, ed esse rispondevano con un inchino: gli
uomini si levavano la berretta od il cappello con una famigliarità
rispettosa: i bambini, scappati dalle falde materne, correvan dietro
alla carrozza vociando come uno sciame di passerotti.

La chiesa era ancora aperta e ne veniva fuori un velato ronzìo di voci
femminili: erano delle buone donne che dicevano il Rosario. Il vecchio
moretto, tanto vecchio che oramai poteva appena trascinarsi, colla sua
affettuosità di cane fedele, venne fino sulla soglia a dare la buona
venuta al padrone collo scodingolare e con un suo mugolìo. Il campanaro
dall'alto del campanile mandava per le ombre della sera, che ad ogni
momento crescevano, i mesti rintocchi dell'_Avemmaria_.

La carrozza ripartì di trotto verso Torino, Don Venanzio e Maurilio
entrarono nella modesta casetta. In essa tutto era ancora esattamente
tal quale il giovane lo aveva visto nella sua infanzia, tal quale lo
aveva visto quella sera che, scacciato da Nariccia, era venuto, senza
pur saperne il perchè, a confortarsi l'animo nell'aspetto di quei
luoghi. Tutto il medesimo e tutto al medesimo luogo. Nulla neppure
pareva invecchiato. La paglia delle seggiole era sempre nel medesimo
stato, sempre sbiaditi quel medesimo, nè più nè meno, i colori del
tappeto a fiorami che stava sulla tavola nel tinello. In mezzo a quella
roba sempre uguale non pareva invecchiato nemmeno il buon sacerdote che
vi faceva raggiare il sempre medesimo sorriso di bontà, di cui le
bianchissime chiome parevano un'aureola di santo ad una fronte piena di
candore.

— Mio caro, disse il parroco a Maurilio, poichè si fu tolto il vecchio
mantello, l'ebbe accuratamente ripiegato e consegnatolo alla vecchia
fantesca perchè lo riponesse: hai tu bisogno di riposarti?

Il giovane fece un cenno negativo. Era commosso nell'intimo così che non
poteva parlare: guardava intorno con occhi rimbamboliti, e tutte le ore
della sua infanzia passate colà facevano ressa nella sua memoria per
affacciarsegli una prima dell'altra, come una frotta di ragazzi che si
vogliono cacciar dentro ad una porta alla rinfusa.

Don Venanzio si levò il cappello a becchi, lo lisciò bene colla manica e
consegnandolo ancor esso alla serva, soggiunse:

— Ci preparerai un boccone di cena. Poca roba. Il nostro Maurilio non
mangia di più di quello che mangiasse un tempo, e benchè sia ora un
signore, non ha ancora imparato ad averne le abitudini. Una buona
frittata coll'erbe e due capellini al brodo, e ne abbiamo d'avanzo. Non
è vero?

Maurilio sorrise. La vecchia fante, che in compagnia di quel sant'uomo
di prete aveva imparato la bontà, se ne andò via senza brontolare.

Don Venanzio si pose in capo la sua berretta da prete, nera col fiocco
nero, e poi disse:

— Tu fai quello che vuoi. Io non torno mai da una gita qualunque
senz'andar tosto a ringraziar la Madonna e il mio Santo protettore
d'avermi scampato da ogni malanno. Senzachè questa è l'ora solita in cui
mi unisco alle preghiere della sera di una buona parte de' miei
parrocchiani. Vado dunque in chiesa; se vuoi attendermi qui...

Il giovane fece segno che l'avrebbe accompagnato.

— Sì? esclamò il parroco tutto lieto. Va bene. Vieni, vieni nella casa
del Signore; chi sa ch'esso finalmente non ti faccia la grazia di
toccarti il cuore.

Maurilio sorrise e seguì il vecchio sacerdote. Per un corridoio
entrarono nella piccola, modesta sagrestia, non ancora rischiarata
altrimenti che dal fievol raggio del crepuscolo che andava sempre più
spegnendosi: e da questa penetrarono nella chiesa.

Essa era quasi oscura affatto. Una lampada sola ardeva dinanzi ad una
statua di Madonna che stava in una nicchia d'uno dei pilastri: la fiamma
oscillante di quella lampada mandava poca luce intorno e pareva meglio
che altro una macchia rossiccia nel nero di quell'ombra. A' piè di quel
pilastro, innanzi a quell'immagine, un gruppo di donne inginocchiate
borbottava il Rosario. La poca luce che pioveva dalla lampada accesa,
vacillando al di sopra di quelle teste chinate e di quelle spalle curve,
coloriva d'una striscia fugace ora i panni di questa, ora il volto di
quella donna; poveri panni e pallidi volti. Nessun rumore esterno
giungeva fin là, e il brontolìo di quella preghiera saliva su dal freddo
spazzo di quadrelli su cui le donne erano prostrate, come un gorgoglio
d'onda nel silenzio d'un deserto.

Il parroco non andò a frammischiarsi al gruppo di quelle preganti: si
recò all'altar maggiore, s'inginocchiò sui gradini che lo separavano dal
resto della chiesa, posò sulla balaustra di marmo bianco la sua
berretta, appoggiò le braccia alla balaustra medesima, pose sopra le
mani la sua testa ricurva e rimase immobile, assorto nella sua
preghiera.

Separata dalle altre, una donna eziandio stava inginocchiata nell'angolo
più oscuro della chiesa e pregava ferventemente in mezzo a lagrime e
sospiri.

Maurilio si appoggiò alla parete, nell'ombra più scura d'una cappella
dalla parte opposta a quella dove sotto l'immagine della Vergine
pregavano le donne, ed incrociate al petto le braccia, immobile al par
d'una statua, stette prestando l'orecchio, come ad una musica, al
monotono accento di quella preghiera, facendo scorrere il suo sguardo
dal parroco i cui panni neri spiccavano sul bianchiccio della balaustra,
al gruppo delle donne sotto il fioco raggio della lampada, alla creatura
isolata, le cui povere vesti scure si confondevano colle tenebre del
luogo nell'angolo estremo della navata.

A che pensava egli in tal momento? A nulla ed a tutto. Gli si agitava
confuso nella mente il tenebroso problema dei destini umani. Dimenticava
un istante il suo io; o per meglio dire questo si assorbiva nel gran
complesso della umana famiglia; il suo essere individuale era diventato
il tipo, il modello di tutti gli esseri umani, per provarne in quel
punto le aspirazioni e gli stimoli superiori alla materia; in lui s'era
incarnato, come dire, lo spirito dell'umanità. Ammirava la fede cieca di
quella povera gente e la invidiava come rimedio a porre in tacere le
angoscie, le ansie, le audacie dell'intelletto investigatore, avido del
vero; e la detestava nello stesso tempo come figliuola dell'ignoranza e
negatrice della ragione. Avrebbe voluto credere come quelle ignare
donnicciuole, pregare com'esse, lasciarsi avvolgere l'anima dalla
superstizione, acchetarsi nella stupidità dell'idolatria, bendarsi gli
occhi alla luce del vero col velo teocratico del passato: e si sarebbe
disprezzato di farlo. Aveva per quelle anime ignoranti che ritraevano
ancora, in mezzo alla civiltà moderna, del feticismo del selvaggio, ma
nobilitato da una divina speranza, uno sguardo di compiacenza ed un
sorriso di compassione. Sentiva entro sè la scienza riagire contro
l'influsso del sentimento, contro le impressioni del luogo, delle
memorie e dell'ora, e far suonare nel suo cervello le obbiezioni della
verità materiale e il riso amaro di Mefistofele.

Quando il Rosario fu finito, le donne si levarono e stavano per
partirsene; ma videro sorgere presso la balaustra l'ombra nera e le
chiome canute del parroco, videro volgersi verso di loro la faccia
soavemente veneranda del vecchio loro pastore, e si fermarono.

Don Venanzio venne presso di loro sotto la fievole ed oscillante luce
della lampada, e tutte le furono intorno salutevoli e festanti; — tutte
fuor che una: quella che, appartata dalle altre, pregava sempre con
fervore nella più remota ed oscura parte della chiesa. Il parroco
rispose amorevolmente e lietamente ai saluti ed alle amorevoli
interrogazioni delle donne; poi levando la mano destra per chiamarne di
meglio l'attenzione, disse:

— Voi avete pregato sinora per voi; è opera di carità e dovere di
cristiano pregare eziandio pei nostri fratelli: e tutti gli uomini, lo
sapete, sono nostri fratelli. Preghiamo adunque per quelli che soffrono,
di qualunque sorta sieno i loro dolori, a qualunque classe o nazione
appartengano, qualunque religione professino.

Sostò un momento e poi riprese con voce che vibrava d'una frenata
emozione:

— Unitevi a me per pregare soprattutto in favore di coloro che non hanno
il conforto ed il merito della fede.

A Maurilio parve che lo sguardo del buon prete andasse fugacemente a
cercarlo nell'ombra.

— Preghiamo perchè Iddio apra loro gli occhi e coi santi misteri della
religione parli al loro cuore.

Cominciò una preghiera cui le donne, inginocchiatesi di nuovo intorno a
lui, ripeterono con tenera compunzione. Era un commovente spettacolo
vedere quel vecchio sacerdote dritto innanzi all'immagine di quella che
fu madre del Salvatore degli uomini, del creatore del mondo novello, le
sue bianche chiome illuminate dal raggio della lampada, le mani giunte,
gli occhi sereni e puri, specchio di un'anima senza rimorso, levati con
espressione di ardente, angelico desiderio, di fede e d'amore; e intorno
a lui chinate a terra quelle meschine, povere di ricchezza e
d'intelletto, ma che con tanta fiducia s'associavano a quell'atto
sublime di carità spirituale. Maurilio se ne sentì intenerire. Volse a
quella rozza statua, che rappresentava la Vergine indiata, il suo
sguardo sfavillante e mormorò fra sè con profonda riverenza d'affetto:

— Sì, parlami al cuore o eterno femineo divinizzato dalla religione del
Cristo. Tu se' la bellezza, ma non solo delle forme come la greca, sì
dell'anima; tu se' la pietà, tu se' l'amore nel suo più alto
significato; tu se' insieme colla purezza la maternità, le due più
sublimi cose dell'universo. La fede! Sì, dammi la fede che è forza e
salvezza; ma non quella fede che distrugge il più prezioso dono di Dio
allo spirito umano: la ragione; che nega il vero e vi scema in dignità
ed in sapere, piegandovi all'assurdo. Aiuti l'influsso benigno di quella
virtù di amore che in Te si rappresenta, ad affermarsi ed afforzarsi in
me quella fede che vince ogni errore, perchè va unita coll'altra
figliuola di Dio: la scienza.

Quando Maurilio ebbe terminato questa specie d'invocazione, il parroco e
le donne avevano terminata la loro preghiera. Le contadine se ne
partirono; il sacrestano le seguitò per chiudere alle loro spalle la
porta, e Don Venanzio venne verso il giovane, commosso ancora nel
sembiante, nel sorriso, direi quasi, per la forza e la vivacità
dell'affetto ond'era stata improntata la preghiera che aveva fatto.

— Ed ora, diss'egli con sincera giovialità, andiamo a cena.

Ma un'ombra si staccò dall'oscuro della navata e venne innanzi
timidamente verso il cerchio di luce che mandava la lampada della
Madonna. Era la pregante stata sempre in disparte e che non aveva
abbandonata colle altre la chiesa.

— Signor Prevosto: diss'ella con voce affranta, timorosa, quasi
tremante.

Il Prevosto la riconobbe di subito.

— Ah! siete voi, Margherita. Venite, venite meco che ho da parlarvi.

— Sì? disse la povera donna giungendo le mani ed affannata per
desiderio, per isperanza, per ansietà. Da parte di _lui_? _Lo_ ha visto?

— L'ho visto, rispose sorridendo Don Venanzio: ed è proprio di lui e per
lui che ho da parlarvi. Seguitemi in casa.

Mentre il sacrestano abbarrava ben bene la porta della chiesa, il
parroco, Maurilio e la povera Margherita passarono nella _canonica_.

Nel tinello schioppettava allegramente una fascina di sarmenti sugli
alari del caminetto; sulla tavola, a coprire il famoso tappeto era steso
un mantile di tela operata grossolana ma candidissima; due coperti erano
posti allato l'un dell'altro, e in mezzo una bottiglia di vino ed una
caraffa d'acqua e un bel pezzo di pan bruno. Una lucerna d'ottone a
olio, de' cui tre becchi due erano accesi, illuminava la piccola stanza,
aiutatavi dal gaio chiarore che mandava il fiammar della fascina.
_Moretto_ accoccolato presso il camino, il muso sulle zampe, stava
nell'attitudine beata di chi gode tranquillamente il suo benessere. La
vecchia fantesca finiva di mettere sul desco le posate di ferro che
lucevano come se fossero d'argento, e, colla cesta in cui le si
tenevano, se ne andava in cucina. Don Venanzio fece segno di sedere ad
un lato del caminetto, a Maurilio, il quale obbedì: sedette anch'egli
dall'altra parte sul suo seggiolone a bracciuoli col piano semplicemente
impagliato, tirò fuor di tasca il moccichino di tela a quadretti bianchi
ed azzurri, se lo pose ripiegato sopra un ginocchio e si volse verso la
povera donna che avea fatto venire fin là.

Margherita s'era fermata in sulla soglia dell'uscio, e stava
timidamente, ma desiosamente aspettando. I suoi abiti erano quelli della
miseria; una veste tutto rappezzata di pannocotone che non avea più
colore le si serrava intorno al corpo macilento; un fazzoletto scuro
aveva sulle spalle, il quale, incrociandosele innanzi al petto
incurvato, veniva ad annodarsele sulle reni; portava in testa un
fazzoletto compagno che tanto le veniva innanzi sulla faccia da
nasconderne i lineamenti; teneva congiunte le mani che parevano quelle
d'uno scheletro ricoperte d'una pergamena color di tabacco e tutto
raggrinzita.

— Venite avanti. Margherita: disse Don Venanzio con accento
d'amorevolezza incoraggiativa: avete freddo, venite a scaldarvi.

La vecchia mosse due passi innanzi; i suoi zoccoli di legno fecero
rumore sopra i quadrelli del pavimento; ella sembrò vergognarsene e si
fermò.

— Avanti, avanti, vi dico: riprese il parroco; prendete una seggiola e
sedete qui vicino a me dinanzi al fuoco; vi scalderete un poco a questa
fiammata i piedi che ci scommetto son ghiacci.

— Oh! sor Prevosto: disse la donna vergognandosi più di prima.

— Animo, animo; sapete che non mi piacciono le cerimonie. Fate come vi
dico e non mi impazientate.

Margherita prese una seggiola e venne sedere al luogo che le indicava il
parroco.

— Marta, disse questi alla serva che era tornata per portar qualche cosa
da mettere sulla tavola, tu porterai una scodella di brodo ben caldo per
questa povera donna.

— Sì, signore, rispose la fante che tornò sollecita in cucina per
ubbidire all'ordine ricevuto.

— Oh! sor Prevosto, ripeteva la vecchia agitandosi un poco sulla sua
seggiola, troppa bontà..... non occorre... la prego.

— Levatevi quel fazzoletto di testa, disse Don Venanzio: ve lo
rimetterete uscendo e così non vi avverrà di sentir tanto il freddo
andando a casa.

La donna ubbidì. Si vide allora una testa arruffata di capelli grigi,
una faccia magra, corsa per ogni senso, per ogni dove da rughe infinite
e finissime che facevano come una rete fitta della sua pelle abbronzata
e riarsa dal sole, dall'intemperie, dagli anni. Se fosse stata bella chi
lo avrebbe potuto dire? Non sembrava pur vero che quello avesse dovuto
essere un giorno volto di giovane. Si sarebbe potuto dire un cumulo di
rovine che non lasciavano scorger più le forme del primitivo edificio.
Niuna vivacità era più nè in quelle fattezze distrutte, nè in quello
sguardo spento; nessuna espressione, fuorchè quella d'una profonda,
inalterabile, rassegnata mestizia.

Maurilio, che ad ogni volta la rivedeva, trovava nella povera donna
cresciuta la tristezza e più fiacca la persona, sentì una viva pietà nel
mirarne ora il sembiante così afflitto, benchè in fondo a' suoi
occhielli grigi infossati brillasse in questo momento una lieve luce che
pareva una speranza, che pareva un pallido raggio di gioia.

— O Margherita, disse il giovane, come la vi va? Non mi riconoscete voi
più?

— Che? esclamò ella volgendo verso di lui la sua piccola faccia
aggrinzita; tu se' Maurilio?... No davvero non ti avevo riconosciuto...
Pensavo così poco doverti vedere!... Gli è pur vero che tu non hai mai
obliato il villaggio, tu!...

Mandò un sospiro che diceva di molte cose; ma in quella pose mente alla
maggior eleganza dei panni di Maurilio che era vestito com'ella non
l'aveva visto mai, proprio da signore, e si vergognò d'averlo trattato
con quella famigliarità onde s'era avvezza a parlargli fin da bambino,
quando lo vedeva ruzzare col suo.

— Oh! la mi scusi: diss'ella. Io le parlo ancora come se fosse il
naccherino d'un tempo, e invece...

Maurilio la interruppe con calore:

— Vi prego a non cambiar nulla dei vostri modi a mio riguardo. Mi avete
trattato sempre come compagno di vostro figlio, e come tale voglio che
seguitiate a trattarmi.

A quelle parole «vostro figlio» una tinta di colore più scuro era venuta
alle guancie abbronzate della vecchia. Era un rossore di piacere e di
emozione.

— Il mio Giannino! esclamò essa (non osava ripetere quella espressione
«mio figlio» quantunque se ne struggesse dal desiderio). Anch'egli è
diventato un signore, mi dicono. Se lo vedessi, non oserei pure
guardarlo in faccia.... E tu.... e Lei lo vede sempre? Sono sempre
amici?

In quella entrava la serva colla scodella piena di brodo fumante.

— Di tutto ciò parleremo dopo: disse allora Don Venanzio; ora bevete
questa roba calda; ciò vi scalderà e vi rifocillerà lo stomaco.

Margherita, in mezzo a mille ringraziamenti e benedizioni, bevve, e se
ne sentì veramente riconfortata.

— Or dunque, diss'ella volgendosi poi al parroco, tutto sollecita. Ella
ha da parlarmi da parte di lui, del mio Giannino?

— Sì, mia cara; l'abbiamo veduto...

— Sta bene? interrogò la vecchia, a cui il parroco pareva troppo lento a
parlare.

— Sta benissimo...

— E si ricorda di me?

— Sì, se ne ricorda.....

— O Dio! Madonna santa! potessi vederlo! Dica, dica, potrò io vederlo
ancora prima di morire?

— Sì, sì, lo vedrete...

— Quando? Come?... Che mi tocca di fare?... Oh son pronta a qualunque
cosa per provare questo piacere. Non dico bugia, sa!... Devo andarmene a
cercarlo colaggiù a Torino?... Sono vecchia e debole, ma per vedere il
mio Giannino andrei in capo al mondo, finchè avessi consumato, non che i
zoccoli, ma i piedi. Quante volte non ci sarei già andata se non avessi
avuto paura di perdermi in mezzo alla folla della città e non poter
arrivare fino a lui, e più ancora se non avessi avuto paura di fargli
dispiacere... Ma ora finalmente lo rivedrò!... Ella me lo dice..... — Ve
lo dirò di meglio, se mi lasciate parlare; interruppe col suo sorriso
pieno di bontà Don Venanzio, il quale aveva per commozione umidi gli
occhi.

— Oh parli! parli!

— Io dunque ho veduto Gian-Luigi in casa di Maurilio dov'egli venne.

La povera vecchia, il collo teso verso il prete come per esser più
presso alle labbra di lui per coglierne a volo le parole, la bocca e gli
occhi larghi quasi volesse assorbire anche colle labbra, anche colle
pupille il suono di que' detti, faceva col capo de' vivi segni
d'affermazione, come per dire che aveva capito, che si sollecitasse a
dirle quelle buone novelle ond'essa attingeva tanto bene, tanto elemento
di vita.

— Mi chiese di voi, continuava il parroco: e la donna stringendo le mani
colle dita incrociate le alzava all'altezza della sua bocca in atto
misto di ineffabil gioia, di ringraziamento a Dio, di suprema
riconoscenza.

Il buon Don Venanzio non credette fosse peccato rasentare un pochino la
menzogna per dare a quella pover'anima di vecchia un momento di
beatitudine.

— Mostrò per voi un'amorevole sollecitudine. Disse che non vi aveva mai
dimenticata, e che soltanto la forza delle circostanze gl'impedì sinora
di venirvi a vedere e di venirvi in aiuto...

— Oh lo credo: interruppe Margherita, asciugandosi col dosso della sua
mano una lagrima che scendeva per le grinze della sua guancia. Lo credo.
È così buono! Non l'ho mai accusato io, no mai... La gente diceva
questo, diceva quello... Volevano farmi della pena... Io non credeva
nulla: e pregavo il Signore per lui... e per poterlo ancora vedere...
Ecco quel di che ho bisogno: vederlo... Il resto non m'importa. Io sono
vecchia, tanto poco mi basta per vivere!

Il parroco avvisò che per procedere a gradi e preparare quell'anima alla
gioia maggiore, conveniva serbar per ultimo l'annunzio della probabile
venuta di Gian-Luigi al villaggio.

— Egli vuole che d'ora innanzi quel poco almeno non vi manchi più:
riprese a dire: e perciò mi ha consegnato una somma da darvi da parte
sua, che tengo qui e che ho piacere di rimettervi all'istante.

— Una somma! per me! esclamò la vecchia. Lo ho sempre detto io che aveva
un gran cuore... Oh che cuore è il suo!

Don Venanzio trasse dal taschino del panciotto il rotolo di marenghi
avviluppato nella carta, quale gli aveva dato Gian-Luigi; e tenendolo
fra il pollice e l'indice lo porse alla Margherita.

— Ecco qua, disse, mille lire.

La vecchia si fece indietro sulla seggiola quasi spaventata; battè le
mani insieme e poi levò le palme in atto di indicibile stupore.

— Mille lire! esclamò; proprio mille lire!

— Sì, in altrettanti napoleoni d'oro.

— E tutto questo per me? soggiunse la donna ritraendo le mani dal rotolo
che il parroco le porgeva, come se avesse paura a toccarlo. Non è
possibile. Che cosa debbo io fare di tanto denaro?

— Dovete usarne a seconda dell'intenzione del vostro figliuolo: rispose
Don Venanzio col suo sorriso amorevolmente paterno; val quanto dire
procurarvi con esso quelle cose necessarie di cui maggiormente
abbisognate. Avete addosso appena di che coprirvi non che ripararvi dal
freddo; non vedete che i vostri piedi nudi s'intirizziscono e
irrigidiscono ne' zoccoli umidi dalla neve? Nel vostro stambugio appena
se ci avete, raccolto stentatamente su pei greppi, tanto di legna da
potervi cuocere una magra minestra. Potrete adunque comperarvi panni
caldi, e calze di lana, e legna da ardere per iscaldarvi; potrete
procurarvi un cibo migliore e più sostanzioso di quello che ora vi
fornisce l'andare elemosinando.

E quasi di forza mise il rotolo di monete nella mano della vecchia che
ne rifuggiva, poco meno che paurosa di toccarlo. Quando però l'ebbe tra
le magre, ossee dita, essa lo palpò quasi con amore, lo soppesò, lo
strinse forte in pugno, e poi se lo recò alle labbra e v'impresse su un
grosso bacio.

— E' mi viene dal mi' figliuolo: disse come per ispiegare la ragione di
quell'atto: dal mi' figliuolo: ripetè trovando una cara dolcezza nel
pronunziare quelle parole che fino allora non aveva osato adoperare....
Ah lo vorrò custodire come una sacra reliquia.... Spenderlo, mai più!...
Forse che ho bisogno di nulla io?... Sono sempre vissuta in mezzo alle
privazioni, io.... La gente è buona per me e non mi lascia mancare un
tozzo di pane.... E andrei ora a farmi carezze a questo vecchio carcame
per quattro giorni che gli rimangono da vivere? Che! che!

Il parroco la volle persuadere che per soddisfare al desiderio di chi
glie li mandava ed anche al dovere che ha ciascuno verso di se stesso,
la doveva impiegare quei denari nella guisa che le aveva detto; ma la
vecchia, pur non osando contrastare alle parole di lui, ben mostrava
coll'aria del suo sembiante che quelle ragioni non la scuotevano per
nulla dal suo proposito, e ch'ella avrebbe fatto a suo senno.

Margherita approfittò d'una pausa che fece Don Venanzio nel suo discorso
per entrare a parlare di quello che più le premeva. Il rotolo di monete
seguitava ella a stringere nel pugno e questo aveva nascosto nella tasca
della sua misera vestaccia.

— Lei mi disse, interruppe adunque, che io il mio Giannino l'avrei
visto... Per carità la mi dica in che modo e quando!... Se la sapesse
quanto lo desidero!... Ed io non ho gran tempo da aspettare. Non
converrebbe che tardasse di troppo a darmi questa consolazione, se vuol
trovare ancora insieme queste grame quattr'ossa.

— No, no, rispose il parroco, non tarderà molto tempo. Forse la
settimana ventura, forse sul finire di questa medesima, a quanto egli ha
detto, verrà qui per vedervi.

— Verrà qui? Per veder me? esclamò la poveretta giungendo le mani e
sollevandole verso il cielo con atto d'inesprimibile gratitudine e
soddisfazione. Oh! sia lodato Iddio! Sia ringraziata la Madonna dei
dolori!..... È Lei che mi fa questa bella grazia! L'ho pregata tanto,
tanto, tanto!.... Ancora questa sera io la pregavo che mi concedesse
questa grazia e poi mi togliesse pure dal mondo. E vuole che glie la
dica, sor Prevosto? Questa sera medesima, là in chiesa quando ho visto
entrar Lei e andarsi inginocchiare alla balaustra, io ho sentito una
voce in cuore che mi diceva: «Ecco là di ritorno quel sant'uomo del
parroco che ti ha da dir di sicuro qualche buona novella.» Era la
Santissima Vergine che mi faceva avvertita avermi accordata la grazia
che domandavo... Oh! voglio mostrargliene la mia gratitudine a quella
pietosa Madonna... Ecco a che mi serviranno i denari mandatimi dal mio
Giannino... Comprerò due bei cuori d'oro, proprio d'oro, da offrire alla
sua immagine...

Don Venanzio fece un moto d'impazienza, ma essa non se ne accorse e
continuava tutta infervorata:

— E il resto vo' darlo a Lei, perchè la mi dica o faccia dire tante
messe...

Qui il parroco la interruppe non senza qualche vivacità:

— Ma no, ma no, che così non istà bene, e siete matta a credere che ciò
voglia la Madonna o le faccia piacere... Non è l'offerta d'una cosa di
valore che possa contentare Quei di lassù... Che credete che loro
importi dei vostri cuori d'oro e d'argento?... È il cuor vero che
vogliono, quello che abbiamo nel nostro petto e che dobbiamo presentar
loro pieno di bontà, di carità, di adorazione e di fede... Ecco!... Non
dico mica che chi può, chi è in caso d'aver da spendere senza torne ai
suoi bisogni nè alla beneficenza, che deve esercitare, piuttosto che
gettar via altrimenti il superfluo, non faccia bene ad ornare la casa
del Signore; ma voi siete in questo caso, poveretta? Non sapete che uno
dei primi doveri che ci sono imposti è quello di conservarci noi stessi?
E se pecca chi ha troppi riguardi, e troppo amore per la sua persona,
pecca eziandio chi ne ha troppo poco?.... Quanto alle messe, di certo la
è una buona cosa.... Ma io vi contemplerò nelle mie preghiere in tutte
le messe che sarò per dire ancora, senza che vi abbia da costare un
centesimo.

— Ella è un santo.... l'ho sempre saputo.... Io la ringrazio; ma mi
sembra pure che le messe dette apposta devono piacere di più colassù e
farci più favorevoli quelli di cui domandiamo la protezione e l'offerta
di qualche cosa....

Il parroco interruppe con più impazienza di prima:

— Eh! voi misurate i Celesti alla nostra povera misura umana. Credete
ch'e' sieno come i potenti della terra, che si rendono propizii coi
regali?

Se fossero stati soli, il parroco e la vecchia contadina, forse il primo
non avrebbe parlato con tanta vivacità; ma in presenza dell'incredulo
Maurilio (che tale era il giovane nel concetto del buon sacerdote)
questi provò una certa irritazione, che non seppe dominare, nel vedere
una sua parrocchiana dare una così patente prova di erroneo concetto nel
suo sentimento religioso.

La vecchia, meravigliata e un po' intimorita del tono con cui le parlava
il parroco, in lui affatto nuovo, disse umilmente:

— La scusi... Credevo far bene... Ma Lei la sa più lunga di me... E se
Lei dice di no, è segno che gli è no... E io sono pronta a far tutto a
suo senno.

— Bene, bene: riprese il parroco tornando di subito al suo bonario
sorriso ed al suo benigno accento. L'intenzione è quella che dà il
carattere ad ogni atto; e la vostra intenzione è la migliore del mondo,
lo so. Ma credete a me, e spendete quei denari a sollievo de' vostri
bisogni... Ora andate, e Dio vi mandi una buona notte.

La vecchia si levò di fretta.

— Oh! la sarà buona di sicuro: disse. La si figuri se dopo una novella
simile!... Già non potrò dormire: ma che importa? Sono la più felice
donna del mondo... La buona notte anche a loro... ed a Lei, sor
Prevosto, tutte le benedizioni di Dio!...

Uscì. Don Venanzio e Maurilio la seguitarono collo sguardo. Quando
rimasero soli i due uomini, successe un silenzio, i loro pensieri
giravano intorno ad una grave quistione; ma l'uno e l'altro pareva che
si peritassero ad affrontarla. Fu Don Venanzio il primo che francamente
l'abbordò. Immaginava egli le ragioni e gli argomenti che la incredulità
di Maurilio dovesse agitare seco stesso contro la religione di cui egli
era ministro, suscitati da quell'occasione in cui la donnicciuola
ignorante aveva manifestato la natura della sua fede: e parvegli che non
andare incontro egli stesso a quelle obiezioni e distrurle, non isfidare
la disputa, fosse una specie di viltà, fosse un mancare al proprio
dovere. Levò arditamente la sua bella fronte canuta, come un valente
guerriero che si prepara a combattere, e disse al giovane che gli sedava
muto e pensoso dinanzi:

— Quella donna ha seco una forza... Per questa potè reggere ai travagli
della sua vita infelice; per essa resiste ora ai mali della vecchiaia e
della miseria. Ha la fede! È una fede da semplice, da ignorante,
offuscata, se vuoi, da nebbie superstiziose; ma è pure una fede — ed è
la vera.

Maurilio volse lentamente la sua grossa testa verso il parroco; lo
guardò con una indicibile espressione di calma riflessiva, di
convinzione profonda, di fermezza di proposito, e rispose colla sua voce
affranta e posata:

— Anch'io ho una fede!... E nelle linee principali, generalissime,
s'assomiglia, s'accosta, è forse anco la medesima di quella della povera
Margherita; ma nel suo complesso, nel modo di formularsi
all'intelligenza, di estrinsecarsi ed attuarsi, è diversissima. Ma Ella
afferma che quella della donna ignorante è la vera; e quindi la mia,
quella di chi la pensa come me, dev'essere falsa. Qui sta il punto.....

Fu interrotto dalla fantesca che recando in tavola una terrina fumante,
disse:

— Eccoli serviti.

— Bene: esclamò Maurilio sorridendo; cominciamo per cenare, e dopo, se
la vuole, discuteremo.

Don Venanzio fece un atto di acquiescenza sorridendo del pari, ed
ambedue si accostarono al desco. Il parroco stette un momento in piedi
colla sua berretta in mano, pronunziando a mezza voce il _Benedicite_.
Maurilio rimase dritto ancor egli con aria di rispetto, ma non disserrò
le labbra: finita la preghiera, sedettero, spiegarono le serviette che
sentivano un buon odore di bucato, e si posero allegramente a mangiare.



CAPITOLO XV.


Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici,
le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono
animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.

Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e
dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non
credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio
protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le
ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior
estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella
disputa.

Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile
autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa
cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la
capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente
umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità
del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al
bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura
dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si
smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore alla sua
sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere
questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose
dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi,
perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi
sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo
definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla
rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che
costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che
l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e
spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare
assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione
principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e
rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra
giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del
debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon
argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si
converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol
recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha
più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In
questo senso fu detto il motto sublime: _Credo quia absurdum!_ E ad ogni
modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana
cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando
ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità?
E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola
della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi
rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella
fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la
tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran
conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi,
appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera:
speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri
credenti.

Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa
guisa:

— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e
rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più
crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna
delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son
quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza
d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il
risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare
dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla
prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa
sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se
quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro
intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore,
dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei
credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la
beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei
fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno
una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi
protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto
mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della
fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà
di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo
si esplica e manifesta.

«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la
forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di
poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od
offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra,
all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di
condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma,
come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le
cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a
sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si
migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero
ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è
adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di
coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e
riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò
che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i
latini sono cattolici.

«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte
le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la
sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della
seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori
degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in
certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente
allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede,
per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire
nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla
ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano
di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un
culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più
delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano
a preparare la modificazione della forma in una fase novella.

«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni
cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella
questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è
ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella
cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa
primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario!
Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.

«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata
indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma
anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita
foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e
l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.

«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad
un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e
le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel
metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete,
imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero
appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile;
ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà
estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi
meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita
religiosa delle anime.

«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un
concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra
questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...

— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.

— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che
possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a
questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere,
cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La
scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai
misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi
inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo
fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto
d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto
del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I
misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza
contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente
inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra
intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui
contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che
la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore
d'ogni eresia.

«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una
allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi
mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel
che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la
giustizia è per se stessa.....

— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto,
disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui
erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine?
Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu
dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.

— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo
fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie
lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.

— Ma quale?

— Mi ascolti.

Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.

— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a
seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo
spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e
deve passare.

«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha
già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello
in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile
ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli
dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado
dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è
tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli
non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di
là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per
ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui
ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un
animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo
culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.

«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni
e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti
maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la
vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un
grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il
sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione
dell'universo.

«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire
sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si
agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il
movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali
essi obbediscono e ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale
e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in
seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel
concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova
nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di
questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere
filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si
fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del
nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è
il quarto grado del suo sviluppo.

«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più
il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo,
studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma
nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il
progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo
svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato
incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal
cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che
per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà
sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con
delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione
potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli
degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar
sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della
società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni
progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza
non ne venga a scapitare.

«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile
all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione
quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi
per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto
alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo,
che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza
esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra
assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui
avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed
offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema
i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei
supplizi materiali.

«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non
possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le
condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la
ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni,
il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca,
che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la
cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano
di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della
ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato;
il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi
non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di
corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti,
pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi
dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando:
un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane
su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua
libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione
religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera
coscienza.

«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è
un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa il
_rationabile obsequium_ di San Paolo; allora si verifica la parola del
Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà
compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo
sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo
la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.

«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi
gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle
tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il
sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi
colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su
quell'ultimo gradino della libera coscienza.

«Io mi vanto d'essere fra costoro.

«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla
intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione
del destino umano che non si compie nella breve vita su questo
miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni
libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non
perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar
le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non
penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da
infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»

Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio
avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed
una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si
sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse
che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosa
domestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in
compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.

— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza
taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è
gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la
mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua
brava messa prima che sia giorno chiaro.

I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e
tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.

— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano
diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un
giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! —
un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro
porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora
ti stanno in mente.

Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.

Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si
pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della
canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in
quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad
occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente:
ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima,
erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che
la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel
punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però
si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie
della età della fanciullezza.

Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto
risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì,
da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già
alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè
l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in
mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i
reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che
metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla
piazzetta.

Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore
nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della
messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli
uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare
dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la
piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che
bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la
brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo
alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo
che stava in metà della piazza.

I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano
alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli
e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di
quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano
dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera,
trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli
gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla
porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu
presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era
passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di
certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e
veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia
che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.

— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto
entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a
pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.

E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al
pascolo le vaccherelle di Menico.

Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme,
che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni
del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai
varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario,
tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano
varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra
l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano
sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere
sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.

Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi,
quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella
memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un
per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere
pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi
sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto
qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si
stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più
anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi,
una verga tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico,
macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato
a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno
all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse.
Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal
misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli
all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo
spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa
iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la
congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era
smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i
vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la
scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un
primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza
del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla
costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del
crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non
dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato
rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.

Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando
l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta
delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe
affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva
svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce
umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli
ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra
il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue
onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un
sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino
ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza
dell'uomo.

Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne
aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del
fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione
de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e
insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per
pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere
mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era
più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il
dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere
oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso,
confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli
a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima,
bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli
apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli
ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura
doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava
all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva:
egli venne colà a bella posta e stette aspettando.

Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della
luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte
cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.

— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa
ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura
finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti
ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel
suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima
schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande
schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita
sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove
tu siedi.

«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena;
fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al
suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e
sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti
sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo
dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu,
benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il
pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non
sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso
a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e
complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e
dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.

«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non
mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo
corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole;
quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato,
non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte
immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non
velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e
te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle
tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della
verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e
comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che
questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo
regno, tuttochè immenso; sento che il mio pensiero è chiamato
ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli
abissi dell'infinito.

«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha
bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela
di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo,
traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza
raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte
maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago
dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro
in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore:
Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi
costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro
questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di
prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del
sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior
luce della vita avvenire.»

Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva
sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo
tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che
parevano parole d'un misterioso linguaggio.

— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!

Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso
da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come
quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona.
L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un
bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave
avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da
lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il
presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito
oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli
venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne
fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.

La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e
toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare:
traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire,
un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in
una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si
confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.

Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi,
direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di
donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da
questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto
sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur
finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per
afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto,
non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e
tese verso quell'essere non umano le braccia.

— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu
sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.

Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più
viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo
dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui
nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.

— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella
crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli
spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara
a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No,
infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le
nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate.
Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più
disposto alla vita superiore che t'attende.

«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel
creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso —
ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto
e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a
quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà
forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui
potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire
anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti
colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili
sono le tue pene, e soffri longanime.

  [2] Parole di San Paolo.

«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»

La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo,
si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel
suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha
cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano
erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde
da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso
estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di
suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate
nel suo pensiero.

— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella
neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di
esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze?
Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi
strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu
non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi
affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal
mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi
squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione.
Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa
ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e
concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione
venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io
esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle
condizioni che mi spettano?

Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima
guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una
scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel
cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si
era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una
domanda.

— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia
famiglia? Non è egli vero?

Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede:
ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve
sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani
verso lo spirito.

— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce
nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi
tutto il vero, qualunque sia...

Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di
donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non
mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.

— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia
piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?

La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e
faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il
bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che
quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato
in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più
lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per
l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che
nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo
il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli
susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:

— No! no! no!

Il giovane sorse con impeto.

— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?

Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli
faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.

— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh
parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome
di Dio! È mia sorella Virginia?

Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra.
Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e
turbinante della neve aggirata dalla brezza.

Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel
dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli
era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir
pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la
verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come
sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli
veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un
posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi
sa dove, e chi sa come?

Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le
braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla,
fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo
chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito
era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi
fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli
corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce
che già lo aveva chiamato gli disse:

— Eh Maurilio! sei tu sordo?

Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.

La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco
piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi
pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello
spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.

— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che
vieni tu a farci?

Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per
lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena
ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in
una franca risata.

— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima
avrei potuto, e _promissio boni viri_.... con quel che segue. Mi sono
detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne
sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia
vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno
di libertà e son volato... coi cavalli dell'_omnibus_. Sissignore son
venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane,
per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere
sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera
Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il
quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che
cosa son qui per fare?

Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno
e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole
domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si
riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con
sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.

— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che
novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di
aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti
così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una
stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio
ignorato pur ieri?

Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.

— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?

Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la
leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.

— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo,
tutto plebeo, non altro che plebeo.

Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo,
profondo; subodorò un segreto.

— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti
fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?

Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli
vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna
che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un
atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.

Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via
deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata
della chiesa in fondo alla piazza, il _medichino_ domandò bruscamente:

— Dove sei tu avviato?

— Rientro in casa di Don Venanzio.

— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra
dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.

Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:

— Se ti accompagnassi dalla Margherita....

— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di
riabbracciamenti non vogliono testimonii.

— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nella _canonica_.

— A rivederci.

Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad
un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto
da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben
connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito
de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno
della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona
ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano
fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del
grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi
innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò
meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a
picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni
non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.

Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e
velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse
che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.

— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con
un piacevole e schietto sorriso.

La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne
mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma,
gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a
mezzo.

— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...

E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e
pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per
istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a
baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le
coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un
istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di
quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la
strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria
ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? —
Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore
verso di lui e per esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono
entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.

— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma
Margherita, abbracciatemi pure.

La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una
parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo
Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le
illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile
entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce
di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.

— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori!
ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le
braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi
sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere
in un pianto dirotto con forti singhiozzi.

L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie
passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità,
perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera
vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a
contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e
sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli
parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel
miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire,
incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le
braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a
precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e
disse non senza qualche impazienza:

— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!

Margherita si asciugò in fretta le lagrime.

— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere
così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non
so.....

Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che
avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia
con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo
diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle
mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella
stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare
almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava
con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che
più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.

— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla
e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta
l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi
poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?

La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.

— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei
ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per
venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io,
povera vecchia?...

— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento
all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a
salvarmene.

— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?

— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni
del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse
Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e
tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli
occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.

La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata
tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle
orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto
quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per
dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»

— In tal caso, continuava il _medichino_, voi ripeterete parola per
parola ciò che ora verrò dicendovi.

Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua
sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi;
appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta
perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella
memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:

— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio
a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente
designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata
messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella
quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai
primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che
nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di
quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi
pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire
che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui
non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco
e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua
eredità.

Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come
una statua.

— Avete capito? le domandò il giovane.

Ella accennò di sì.

— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.

La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.

— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni
qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso,
senza imbrogliarvi e confondervi.

— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.

— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi
secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria,
risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al
lotto.

Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.

— Ah! questa è una ben grossa bugia.

— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi
guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene
dirla se il bisogno lo vuole.

La vecchia curvò il capo.

— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete
detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato
di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo
prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi
v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.

Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva
chinati a terra.

— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.

— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò
avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di
interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...

— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il
vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!

Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.

— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando
il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di
voler fare qualunque cosa per util mio?

— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...

Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio
ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione
della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese
ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello
sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una
seduzione:

— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio
destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi:
vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che
rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola
salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual
opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera
madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla
disperazione suo figlio?

La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi
che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se
capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le
penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo
sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria
ragione.

— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.

— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi
consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in
voi tanta esitazione, sì poco amore!....

La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con
un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di
molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele
in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure
avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e
tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo
di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella
farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso
giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.

Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che
sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per
rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la
infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la
capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo
passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e
dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e
più grave pericolo incombeva sul suo capo.

Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo
pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di
fervente preghiera, esclamò:

— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi
anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori;
risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario,
dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli
sacrificherò anche l'anima.

Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore
del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che
erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per
quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga
dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per
rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva
essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui
Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di
rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna
volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì,
ella seppe rattenere il pianto.

— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo
abbraccio.

Ella rispose con un cenno affermativo del capo.

— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu
partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.

— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad
allontanarsi.

Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di
quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:

«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il
conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della
Polizia.»

Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia
aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si
riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul
fuoco, disse fra sè:

— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi
possa pregiudicare.



CAPITOLO XVI.


Era il vero che il conte Langosco di Staffarda aveva ricevuto dal
generale Barranchi un biglietto con cui lo pregava a recarsi da lui in
quell'ora e in quel momento che gli fosse più comodo.

La determinazione di scrivere questo biglietto il Comandante dei
Carabinieri l'aveva presa dopo un colloquio avuto col signor commissario
Tofi; e per esporre tutto per ordine ciò che avvenne e le cagioni di
questi abboccamenti, torniamo indietro un momento, a quel punto, in cui
partitisi ambedue da quel funesto luogo in cui si esponevano i cadaveri
degli sconosciuti e dove s'erano incontrati innanzi alla salma di Ester
annegatasi, il _medichino_ e _Macobaro_ s'erano recati, il primo a casa
sua, il secondo nel riposto quartierino dove Barnaba stava guarendo
dalla ferita avuta dallo stile di _Graffigna_.

Entriamo anche noi in quella piccola, modesta e oscura stanza, dove
giaceva il poliziotto.

Come già fu accennato, il miglioramento della sua salute era tale
ch'egli già poteva starsene seduto sul letto, le spalle appoggiate ai
cuscini. Più che l'arte del medico, più che i farmaci dello speziale, ad
affrettare la guarigione del ferito erano la forza, la tenacità, il
meraviglioso vigore del suo volere costante e fisso in un pensiero solo.
Le guancie aveva pallidissime, e il volto, già magro abitualmente, in
quei pochi giorni di malattia eragli diventato così scarno e macilento
che più non potrebbe un tisico nell'ultimo periodo del suo male; ma gli
occhi, che dapprima aveva sempre per ordinario come velati da una nube,
ora brillavano di un nuovo splendore che pareva ed era in vero il
riflesso del fuoco interiore d'una passione che vegliava continua, e cui
nulla avrebbe deviata dal camminare verso il suo appagamento.

Accanto al letto, quasi accoccolato sopra un basso sgabello, i gomiti
puntati sulle grosse ginocchia e la testaccia arruffata nascosta nelle
mani che parevano quelle di un gigante, stava Meo, il quale era mutato
ancor egli d'assai da quello che appariva nella taverna di mastro
Pelone, ed avreste detto esser malato eziandio. E lo era diffatti; aveva
un male che si poteva paragonare a quello della nostalgia; e n'era
cagione il non aver più visto da parecchi giorni, che a lui parevano
tantissimi, la faccia grassotta, rubiconda, rubesta, e gli occhi
assassini della Maddalena.

Meditavano tuttedue; Meo ad un punto avea rotto il silenzio facendo
questa domanda:

— Se io andassi a vederla solamente un minuto, che male ci sarebbe?

Barnaba era così affondato ne' proprii pensamenti che non gli diede
retta.

Meo ripetè la sua interrogazione. Il giacente udì, ma non comprese, e
vedendo la grossa faccia del giovinastro volta verso di lui con ansiosa
aspettazione gli domandò che cosa avesse detto.

— Dico che non ci potrebbe esser punto male s'io andassi a vederla un
minuto. Proprio solamente tanto da vederla. Ho bisogno di vederla io
quella donna.

Barnaba ebbe un lieve fremito nelle sue fibre. In mezzo alle tante,
varie, molteplici, aggrovigliate fantasticherie della sua mente
compariva anche per lui un'immagine di donna: degli occhi ora chiari e
sereni, ora scuri e torbidi, delle labbra carnose color di sangue, delle
chiome fulve, una persona di forme voluttuosamente procaci.

— Vederla! esclamò egli, il quale sentiva nel suo intimo vivissimo pure
il desiderio di avere innanzi reale quella bellezza che vagheggiava
colla immaginazione. Chi vedere? Di che donna parli tu?

— Di Maddalena.

Barnaba fece un atto d'impazienza.

— Ci sarebbe male e di molto: rispos'egli. All'osteria ti si
tratterrebbe, ti si interrogherebbe, tu non sapresti dissimulare.... e
la nostra vendetta ci sfuggirebbe di mano.... Non vuoi tu più giungere a
far tua quella donna?

La sciocca faccia di Meo divenne rossa, e le pallottole di vetro che
aveva nelle occhiaie ebbero un bagliore, che pareva lume d'intelligenza.

— Oh sì! diss'egli con forza.

— Non vuoi tu più vendicarti di quell'altro?

— Oh sì: ripetè egli con più forza e con più vivo luccicar degli occhi.

— Abbi dunque pazienza alcuni giorni ancora, ed avrai l'una e l'altra
soddisfazione..... Sì pochi giorni soltanto, e poi potrò agire: lo
sento, lo voglio.

In quella entrava il vecchio rigattiere ebreo, la faccia terribilmente
sconvolta; stampata entro la mente l'immagine del volto di sua figlia
annegata che aveva visto poc'anzi.

Barnaba comprese tosto che il momento era venuto di apprendere tutto
quello che desiderava.

— Jacob, diss'egli, ora mi sento abbastanza forte per cominciare
l'impresa che deve procurarci a tuttedue una desiderata vendetta. È
tempo che favelliate.

— Sì, rispose il padre di Ester, guardando torbidamente intorno. Sono
venuto apposta.

Meo fu mandato nell'altra stanza, e _Macobaro_ fece a voce bassa al
poliziotto un lungo racconto, che durò quasi un'ora.

Quando il vecchio ebbe finito successe un lungo silenzio; ambedue
stavano meditando. Fu Arom che ricominciò a parlare:

— Ella mi salverà, non è vero?

— Sì: rispose Barnaba che tutto aveva già fissato in mente il modo di
agire. Vi farò assicurare, come a propalatore, la impunità.

Un'altra idea s'affacciò in quella alla mente del vecchio usuraio pel
quale la passion del denaro era sempre la prima.

— Ah! esclamò egli: non vorrei perderci in codesto i miei poveri denari
che ho dati a quello scellerato dietro una cambiale coll'avallo della
contessa di Staffarda.

Queste parole fecero nascere un nuovo pensiero in Barnaba. Avvisò che
anche di codesto poteva trar profitto pel conseguimento del suo scopo.
Gli influenti personaggi con cui il _medichino_ aveva attinenza e che lo
proteggevano, avrebbero forse pensato a sottrarlo, anche per riguardo a
se stessi, alla giustizia; sarebbe stato opportuno far nascere in quei
medesimi il desiderio eziandio di vederlo perduto, e forse quella
cambiale gli porgeva il destro da ciò.

— Quel titolo, diss'egli a _Macobaro_, vorreste voi affidarlo a me?

Il vecchio fece una smorfia che dinotava chiaramente come questo partito
poco gli piacesse.

— Voi siete nelle mie mani, e potrei imporvelo con assoluto comando; vi
consiglio però a farlo di buon grado, assicurandovi che non sarete
defraudato dell'aver vostro.

Jacob capì che bisognava rassegnarsi; e di quel giorno medesimo
consegnava sospirando nelle mani di Barnaba la cambiale in quistione.

Ora, il giorno dopo, capitava giusto nella stanza del ferito il
commissario Tofi, il quale veniva a narrargli tutto ciò che era avvenuto
a proposito del dottor Quercia e che abbiamo visto nei capitoli
precedenti.

Barnaba ascoltò silenziosamente a suo modo, e poi disse:

— Ciò che vi ha di pregiudizievole in codesto si è che così venne data a
quel briccone la sveglia, e ch'ei penserà a porsi in salvo. Conviene
farlo custodire ben bene perchè non fugga.

— Ho già dato gli ordini opportuni per ciò..... Ah! l'avrei fatto
arrestare senz'altro. Ma il conte Langosco, che a dispetto di tutto lo
protegge sempre, sarebbe andato dal generale Barranchi, e mi si sarebbe
fatto un rabbuffo.

— Il conte Langosco non lo proteggerà più. Se l'affare dei diamanti non
ha bastato, ce n'è qui un altro che lo indegnerà vivamente contro quel
cotale e gli farà nascere una maledetta voglia di vederselo torre per
sempre dai piedi. Agendo con prudenza si può ottenere d'avere il conte
dalla nostra.

Diede la cambiale che sappiamo al Commissario e gli espose quello che a
suo avviso doveva farsi, e come. Il signor Tofi approvò tutto e tolse
commiato per andar tosto a mettere in pratica i datigli suggerimenti.

— Fra cinque o sei giorni potrò stare in piedi: disse a mo' di
conclusione Barnaba, i cui occhi brillavano fieramente: potrò procedere
io stesso all'arresto ed alla perquisizione di chi so io e dove so io.

Delle rivelazioni fattegli da _Macobaro_ intorno alla _cocca_ ed al suo
capo, non aveva ancora voluto dir nulla al Commissario perchè a sè
desiderava serbato l'onore e la soddisfazione dell'importante cattura.

Il signor Tofi si recò dal conte Barranchi, e fu dietro il colloquio
avuto insieme che il generale domandò al marito di Candida
quell'abboccamento che abbiamo detto.

Barranchi, quando Langosco fu da lui, non fece che ripetergli le parole
che destramente gli aveva suggerito il Commissario e che da costui erano
state combinate con Barnaba.

— Vengo a darvi un'altra prova, conte, del come la mia polizia si
faccia: disse con importanza il generale. Noi sappiamo tutto! E sappiamo
qualche cosa che vi riguarda, che forse non sapete nemmeno voi.

— Che cosa? domandò torbidamente il conte che da qualche giorno, per le
buone ragioni che conosciamo, non era di umore nè ciarliero nè
tollerante.

— Fra noi, amici da lungo tempo, della stessa classe, delle medesime
idee, possiamo parlarci francamente, non è vero? D'altronde voi lo
sapete che io non ci ho mai valuto niente nelle diplomaticherie. Sono un
militare, tutto d'un pezzo, e basta. Ecco dunque di che si tratta.
Vostra moglie si è lasciata abbindolare così da mettere la sua firma per
avallo ad una cambiale del valore di 52 mila lire.

Il conte sussultò, ma non disse nulla.

— Chi le ha carpita questa firma, continuò Barranchi, forse voi potrete
indovinarlo.....

— Lo indovino: interruppe con accento cupo Langosco, alle cui guancie
saliva un lieve rossore. Ebbene? e con ciò?

— Noi non si vuole che una famiglia come la vostra sia esposta a certe
pubblicità, a certi commenti.....

Il marito di Candida fece un atto che significava nello stesso tempo un
ringraziamento e il desiderio di veder troncate quelle parole.

— La disgraziata cambiale abbiamo trovato modo di averla in poter
nostro.

— Sì? proruppe vivamente il conte di Staffarda. Lasciatemela vedere, vi
prego.

Barranchi la prese da uno dei cassettini della scrivania e glie la
porse. Langosco esaminò attentamente la firma della moglie, e più amaro
del solito gli sfiorò le labbra il suo ghigno.

— Ebbene, diss'egli al generale porgendogli il foglio, non vedo qui che
ci sia nulla da fare. All'epoca della scadenza la contessa farà onore
alla sua firma.

— Legalmente ella non poteva obbligarsi....

— La contessa ha firmato: disse con vibrato accento Langosco; e la
contessa pagherà.

— Ma quell'uomo a cui favore diede il suo nome è uno sciagurato, indegno
d'ogni riguardo.

Il conte scosse la testa come per dire che ciò non ci aveva nulla da
fare nella quistione.

— Voi non lo conoscete ancora bene, continuava Barranchi. Abbiamo dati
positivi per credere che quel cotale è capace di tutto.... Si hanno i
più gravi sospetti sul conto di lui.... Volete che ve lo dica?... E
guardate quanto bisogni davvero andar guardingo nello stringere
attinenze fuori della nostra classe... Si dubita che quell'individuo sia
complice degli assassini dell'usuraio Nariccia.

Langosco, a cui questo brutto sospetto si era già presentato eziandio,
impallidì, ma non disse verbo.

— Sapete, continuava Barranchi, che il nostro diligente commissario Tofi
aveva già pensato farlo arrestare e perquisire la sua abitazione?

— Ciò non dev'essere, disse vivamente il conte di Staffarda, il quale
mise una mano sul braccio del generale come per chiamarne vieppiù
l'attenzione sulle sue parole. Siamo amici, generale, ed io per rendervi
un servizio che salvasse il decoro della vostra famiglia farei tutto
quello che fosse in mio potere. Conviene che ci sosteniamo e ci aiutiamo
a vicenda noi che lo spirito rivoluzionario moderno minaccia.... Quel
cotale non conviene sia arrestato e gli si faccia un processo.

Abbassò la voce e disse lentamente:

— Fra una settimana sarà fuori di Stato, ve ne do la mia parola....
Aspettate una settimana a farlo arrestare.

Barranchi fece gravemente un segno negativo e Langosco aggrottò le
sopracciglia.

— Mi neghereste ciò, anche s'io ve lo chiedessi come un favore?

— Ve lo negherei, perchè così vuole il vantaggio del pubblico.

Il conte di Staffarda fece un brusco movimento cui tosto però represse:
il generale continuava:

— Perchè così vuole eziandio il vostro medesimo interesse.

— Oh come?

— Nella stessa guisa che quel mariuolo ottenne questa cambiale, può
avere ottenuto altre carte, altri documenti, lettere... o che so io, per
cui possa rimanere compromessa qualche persona.... qualche persona, voi
mi capite.... che non da me certo, e nemmeno da voi, si vorrebbe potesse
venire in ballo. Ora siffatte carte in una perquisizione cadrebbero in
potere degli agenti della polizia...

— Ed è ciò che vuolsi evitare: proruppe vivamente Langosco.

— No: disse il generale sorridendo furbescamente, e tenendosene
d'un'accortezza che non era sua: no, perchè — (e qui abbassò ancor egli
la voce) — quelle carte, qualunque siensi, venute nelle mani d'un uomo
acconcio, a cui si daranno le opportune istruzioni, del medesimo
commissario Tofi, per esempio, fidatissimo e intelligentissimo, potranno
passare senza ritardo qui nel mio studio, e di qua a voi medesimo che ne
potrete fare ciò che più vi aggradirà.

Il marito di Candida prese vivamente la mano del Comandante dei
Carabinieri e glie la strinse forte per muto attestato di riconoscenza.

— E ciò, seguitava il generale trionfante, varrà sempre meglio che
lasciare in potere di quello sciagurato, ancorchè se ne vada in altri
paesi, un'arma che potrà rivolgere a vostro danno quando che sia.

— Avete ragione: disse con voce soffocata il conte di Staffarda.

— E pensate che se gl'indizi non c'ingannano, e son tali da poter essere
omai sicuri di ciò, colla cattura di costui avremo in mano le fila di
quella iniqua setta di malandrini, cui si devono i tanti misteriosi
delitti che ebbero luogo ultimamente. Quanto a quella cambiale poi...

— Quella sarà pagata: interruppe con una certa alterigia Langosco, e
prese quindi commiato dal generale.

— Contessa; disse poscia con severità quasi sprezzosa il conte a sua
moglie, appena fu solo con lei: conviene che vi procuriate al più presto
le cinquantadue mila lire da pagare quella cambiale che avete firmata.

Candida levò la testa e gli occhi verso il marito; e senza parlare lo
guardò coll'aria smemorata ed offesa di chi non capisce ciò che gli vien
detto, e crede d'esser fatto mira d'uno stupido ed insolente scherzo.

Il conte seguitava:

— A me è assolutamente impossibile procurarmele; ma con tutto ciò esigo
e pretendo che in pochi giorni quella somma sia pagata. Se non ci avete
altro modo, ricorrete a vostro padre, il quale _per l'onore della sua
figliuola_ non vorrà, spero, far la menoma difficoltà a venirvi in
aiuto.

La contessa guardava sempre il marito di quella guisa, se non che nei
suoi occhi scuri si accresceva ogni minuto più la fiamma dello sdegno.

— Vorrete voi avere la compiacenza di por termine a questo che io non so
come chiamare, se sciocco scherzo, o temeraria menzogna? Proruppe ella
con accento pieno d'ira contenuta e con voce che vibrava profondamente
agitata. Siete voi che avete bisogno ancora di tal somma ed avete
inventato questo bel metodo per estorcerla alla mia condiscendenza stata
troppa finora?

Langosco mandò un'esclamazione soffocata in cui c'erano collera, dolore,
vergogna, e si trasse indietro d'un passo come se dal colpo d'una mano
robusta al petto fosse stato respinto.

— Ah voi mi calunniate ed insultate! diss'egli con una specie di
ruggito.

Candida, che fin allora era rimasta a sedere, si drizzò in piedi, e la
faccia dritta levata, fulminando il marito con uno sguardo superbo
esclamò:

— E voi che state facendo verso di me? Insulti e calunnie sono le vostre
parole, ed io sono una donna, signor conte.

Il marito represse quell'ira che sentiva nel suo petto presso a
prorompere. Sapeva quella donna troppo fiera per abbassarsi a mentire ed
abbastanza audace per non isconfessare qualunque sua azione. Un sospetto
che ancora non gli era balenato alla mente glie ne nacque di botto.
Quell'uomo di cui egli aveva creduto scoprire pochi giorni prima che
giuocava di baro, che era ritenuto complice d'un assassinio, non era
egli capace di tutto? Il conte tornò accostarsi a sua moglie, e
guardandola ben bene entro gli occhi, la sua faccia magra e giallognola
a un palmo appena di distanza dal viso di lei, di qualche tempo patito e
pallido, le disse con parola lenta e spiccata:

— Voi dunque non avete firmata a favore di _quell'uomo_ una cambiale di
52 mila lire?

— Nessuna: rispose seccamente la contessa.

— Ebbene: disse con feroce crudeltà il marito: quella cambiale col
vostro nome, l'ho veduta io stesso poc'anzi; e ciò vuol dire che il
vostro amante, signora contessa, è tutt'insieme un baro, un assassino ed
un falsario.

Le guancie di Candida si fecero d'un rosso cupo e impallidirono poi
tosto; gli occhi lampeggiarono e ratto si spensero; le labbra frementi
s'aprirono e s'agitarono come sotto la pressione di fiere parole che
stessero per prorompere, ma non una voce ne uscì. Da parecchi giorni
troppe e troppo fiere erano le emozioni onde quella misera donna era
colpita: a quest'ultima non resse. Credette ella o non credette la
terribile accusa? Non ebbe campo a sceverare ella stessa nella
confusione della sua mente le proprie impressioni. Sentì uno sdegno
indicibile e insieme, in fondo all'anima, una segreta, tremenda paura.
Il cuore cessò di batterle, il cervello fu oppresso dall'èmpito del
sangue che vi salì vorticoso: agitò le braccia, mandò un rantolo, e su
quella poltrona da cui s'era drizzata poc'anzi ricadde pallida come un
cadavere.

Il conte le fu presso senza premura, senza interesse, senza pietà
nessuna, e la esaminò attentamente.

— Animo! diss'egli coi denti stretti: non è tempo di svenimenti; fatevi
coraggio ed udite tutto il vero.

Le prese una mano e la trovò inerte e fredda poco meno che quella d'una
morta; la lasciò ricadere, e guardò un istante la donna svenuta con più
amaro che mai sulle labbra il suo ghigno; poi diede una forte tirata al
cordone del campanello.

— La vostra padrona è svenuta: disse alla cameriera che si presentò:
soccorretela, mettetela a letto, e si mandi tosto per un medico.

E lento e tranquillo rientrò nelle proprie stanze.

Dopo uno svenimento di mezz'ora, Candida risensava e in mezzo alla
confusione delle idee in cui si trovava tuttavia e all'indolorimento
generale del corpo, il suo primo pensiero era quello della orrenda
novella appresa dal marito. Che questi era incapace di mentire e
calunniare troppo ella sapeva. La cambiale falsa era dunque un fatto
reale. Delle altre accuse in quel momento non si ricordava, non si
preoccupava. Non aveva tempo nè spirito da indegnarsi, da soffermarsi a
considerare l'infamia e la scelleraggine della cosa; al suo animo di
donna fatalmente posseduto da una tenace, indomabile passione, un solo
oggetto premeva, un solo si presentava: quello di salvare il suo amante.
Per ciò non v'era che un modo solo, e il conte medesimo glie lo aveva
additato: ricorrere a suo padre, farsene dare la somma occorrente, pagar
tutto, ottenere coll'influsso del barone La Cappa che in ogni modo
l'affare rimanesse soffocato, a Quercia non si desse molestia. La cosa
premeva, bisognava correre senza indugio, Candida volle scendere di
letto e non potè; le parve d'essere inchiodata in mezzo alle coltri;
fece uno sforzo, e tutte le idee le si smarrirono di nuovo,
l'intelligenza le si offuscò e tornò a perdere la cognizione, non in uno
svenimento, ma nel parosismo d'una febbre gagliarda sopraggiuntale.

Il conte, avvertitone, corse al capezzale di Candida, e siccome rotte e
tronche parole uscivano dalle livide, aride labbra della giacente,
timoroso ella nel delirio parlasse, allontanò dal letto ogni altro, per
rimanerci egli solo, oggetto di meraviglia ai servi che non lo avrebbero
creduto mai così tenero della moglie.

Il medico, fatto venire, annunziò che quella era una grave malattia, e
che per allora non poteva predire quali ne sarebbero state le
conseguenze.

La cameriera della contessa, che sappiamo avere intime relazioni con
Gian-Luigi, si affrettò di quella sera medesima a recargli l'annunzio di
quel caso.

— Anche questa è per me un'avversa circostanza: disse il _medichino_
dopo congedata la fante con larga rimunerazione. Questa malattia toglie
di agire a costei che in certe contingenze, guidata da me, avrebbe
potuto essermi d'un aiuto efficace. Conviene davvero che io m'affretti
il più che si possa e me ne vada sotto altro cielo.



CAPITOLO XVII.


Maurilio rimase al villaggio tutta una settimana. I suoi dubbi
continuarono ad agitarlo, ma non un barlume più venne a rischiarargli la
tenebra in cui era caduta a questo riguardo la sua mente. Invano erasi
recato di nuovo a quel luogo in cui lo aveva visitato l'apparizione:
invano questa, e colà e altrove, aveva invocata con trasporto d'anima
ineffabile, con vera frenesia di desiderio: nulla, nulla più era venuto
a confermargli o distruggergli quello strano sospetto che così inopinato
e così stranamente gli era stato saettato nell'anima. Col trascorrere
dei giorni, per ciò, anche questo dubbio aveva scemato di forza: la
ragione aveva riagito contro l'immaginativa, e debolmente dapprima, con
più forza di poi, aveva mostrato la insussistenza di quel sospetto che
non era forse altro se non un portato dell'inferma fantasia. Ad ogni
modo, appena di ritorno a Torino, ei si proponeva di raccogliere con
religiosa cura tutte quelle informazioni e que' documenti che si poteva
sul conto del padre e della madre, tanto da formare colla menoma
interruzione di anella quella catena di fatti che dall'amore della
nobile donzella di Baldissero pel giovane patriota milanese, doveva
condurre fino al ricevimento di lui come rampollo di quell'unione nella
illustre famiglia di Aurora.

Al settimo giorno dopo la sua partenza da Torino, Maurilio ricevette una
lettera dal marchese di Baldissero, nella quale gli si diceva: essere
tempo ch'egli ritornasse, S. M. con immensa degnazione, di cui Maurilio
avrebbe dovuto esserle riconoscente tutta la vita, non averlo
dimenticato, ma aver fatto benignamente sapere a lui, marchese, che suo
nipote sarebbe impiegato nel gabinetto particolare di S. M. medesima:
convenire ch'egli senza ritardo si recasse ai piedi dell'Augusto
personaggio ad esprimergli quella gratitudine che era più di un dovere:
per ciò si tenesse preparato a partir di colà il giorno vegnente, che la
carrozza sarebbe venuta a prenderlo al villaggio.

Maurilio lesse e rilesse quella lettera, domandandosi che cosa doveva
fare. L'idea glie ne venne un momento di rispondere al marchese,
rinunziar egli alle nuove grandezze che gli offriva la sorte, voler
fermare la sua dimora al villaggio e viverci ignorato; ma non tardò a
riconoscere che questo sarebbe stato «per viltate un gran rifiuto,» che
se il destino gli porgeva in quella guisa alcuna possibilità di fare un
po' di bene, era suo dovere non fallire all'opera, che il dar corpo ed
importanza a quei vaghi, aerei dubbi, senza fondamento di sorta, era
peggio che una follia. Annunziò adunque a Don Venanzio il suo ritorno in
città pel giorno dopo; e diffatti verso il cader della notte dell'ottavo
dì dacchè erasi di là partito, egli, nella carrozza collo stemma della
famiglia di Baldissero, rientrava sotto il portone del superbo palazzo,
dov'egli, quasi ragazzo ancora, coi panni e nelle condizioni di povero
figlio del popolo era entrato primamente di straforo per ammirare la
bellezza di Virginia, ond'era stato ammaliato.

Il maggiordomo era ad accoglierlo in alto dello scalone.

— Signore, gli disse con un rispetto che si vedeva chiaramente ispirato
dagli ordini espressi del padrone, S. E. il marchese la prega, quando
Ella siasi riposata, ristorata e rassettata, di voler passare nel
salone, dove troverà riunita tutta la famiglia.

Maurilio fece un muto segno di assentimento.

Il maggiordomo, camminandogli innanzi per quei locali, tutti già
rischiarati, lo condusse alla camera assegnatagli, che era un'altra da
quella che gli era stata data come a segretario, al primo piano ancor
essa come quella degli altri componenti della famiglia, più elegante per
mobili, per arazzi e per tappeto.

Il servo, che seguiva, depose sulla pietra di marmo d'una mensola i due
candelabri d'argento dalle candele accese che aveva tra mano; e il
maggiordomo inchinandosi innanzi al giovane gli disse:

— È pronta una refezione per Vossignoria. Desidera Ella esser subito
servita?

Maurilio che pareva aver perduto la parola mettendo piede sul limitare
di quel palazzo, fece un cenno che voleva dire, non aver egli bisogno nè
desiderio di nulla; il maggiordomo lo interpretò invece per un
assentimento anche questo e dopo un altro profondo inchino si ritirò
annunziando che colà stesso sarebbe tosto recata la refezione. Il
giovane non aveva in quel momento per la testa altro che un pensiero:
avrebbe visto fra poco tutta la famiglia, le sarebbe comparso dinanzi
egli a prendere ufficialmente il suo posto in mezzo a lei: quest'idea lo
turbava e lo spaventava. Sollevò gli occhi e incontrò la sua pallida
figura riflessa nello specchio che stava sopra alla mensola su cui il
lacchè aveva deposto i lumi, e diede in una scossa come se quella fosse
la vista inaspettata d'un ignoto che venisse a guastargli la solitudine
che desiderava: dietro la sua, vide pure la figura del valletto che lo
guardava con un'impertinente curiosità ammantata di rispetto, degna
affatto di un servo di nobil casa. Si rivolse vivamente.

— Che fate costì? domandò con tono abbastanza superbo da padrone che gli
valse di botto una maggior stima da parte del domestico.

— Aspetto gli ordini di Vossignoria, in caso volesse cambiarsi d'abiti.

Ma il nostro giovane, cresciuto fra gl'infimi, allevato in mezzo la
plebe, non aveva nè indole, nè abitudine da mantenersi in quello
sprezzoso contegno d'uomo che si ritien di razza superiore e che non
vede nel suo simile che un passivo stromento delle sue volontà; sentì
una soggezione e quasi una specie di vergogna de' fatti suoi in presenza
di quel cotale, più alto, più grosso, più forte di lui, dalle braccia
che avrebbero potuto fare tanto lavoro utile, il quale gli stava dinanzi
nella sua livrea gallonata per prestargli dei servizi che non gli erano
necessarii e di cui aveva sempre fatto senza. Chinò gli occhi con una
nuova umiltà che di colpo fece sparire tutto quel po' di stima che il
domestico aveva sentito per lui, e rispose impacciatamente:

— No.... non ho bisogno di nulla: ritiratevi pure.

Mentre il domestico apriva la porta per uscire, entrarono due altri
portando un deschetto apparecchiato, che posero poco distante dal
camino: uno di essi tirò presso al tavolino un seggiolone e disse al
giovane:

— Se Vossignoria vuole accomodarsi, eccola servita.

E i due nuovi valletti venuti stettero come due cariatidi, uno di qua,
l'altro di là del deschetto su cui fumava mandando un profumo appetitoso
una zuppiera d'argento.

Maurilio sempre immobile, sempre dritto a quel punto da cui vedeva
riflesso nello specchio in mezzo alle vacillanti fiammelle dei
candelabri, il suo pallido viso che spiccava nella penombra del fondo
della stanza; Maurilio guardava con occhio attonito il luccicare degli
argenti e dei cristalli sulla tavola dove ripercotevansi e rimbalzavano
i raggi di due altri candelabri d'argento, la candidezza della finissima
tovaglia, la forma spigliata della bottiglia di vino di Bordeaux, i
galloni delle livree e le braccia imbottite della soffice poltrona che
parevano tendersi verso di lui per invitarlo.

Dopo un silenzio di pochi minuti, il giovane capì che doveva dire o fare
qualche cosa. Fece un evidente sforzo per sciogliere la lingua che gli
pareva annodatasi; ed ebbe mestieri d'un atto di coraggio per
pronunziare le seguenti parole:

— Andate..... Desidero rimaner solo.

I domestici salutarono e partirono. Allora egli, quando ebbe visto
l'uscio richiudersi dietro le loro spalle, si mise a passeggiare su e
giù per la camera a capo chino, sostenendo colla mano destra il mento e
colla sinistra il gomito del braccio destro. Non pensava a nulla di
preciso, ma sentiva un gran disagio di sè, una strana malavoglia. Ora
che l'orizzonte della vita pareva esserglisi aperto dinanzi, egli non
iscorgeva che buio, peggio di prima, buio in sè ed intorno a sè. La sua
mente vagava, vagava in un indefinito chimerizzare, che non aveva
neppure una lontana somiglianza di forme, che niuna parola, che nemmeno
l'incerto, ondeggiante, generico linguaggio della musica varrebbe ad
esprimere.

Ma passando e ripassando egli innanzi alla tavola apparecchiata, gli
effluvii di quella succosa zuppa, che profumava l'aria della stanza,
finirono per solleticare e destare i suoi sensi: si fermò, si raccostò
al desco, cedette all'invito della poltrona, si lasciò cadere fra quelle
braccia così benignamente allargate. Quando ebbe mangiato un buon tondo
di minestra al consommé, una buona fetta di _pâté_ e bevuto un buon
bicchiere di Bordeaux, le cose apparvero sotto ai suoi occhi con aspetto
un po' diverso da quel di prima. Si fece coraggio, l'idea di affrontare
la presenza e gli sguardi della sua nuova famiglia gli fece battere il
cuore, ma non lo spaventò più: si guardò nello specchio con meno spregio
e ripugnanza di se stesso; camminò con passo più sicuro per la stanza,
si raggiustò la cravatta al collo e i panni addosso, e s'avviò
abbastanza risolutamente verso il salone.

Un domestico glie ne aprì l'uscio ed alzò la portiera: Maurilio vide
innanzi a sè, aggruppate presso il grande camino, quattro persone che
volsero verso di lui il loro volto su cui si dipingeva una curiosità in
tutti diversa: quelle quattro persone erano il marchese e sua moglie, la
loro nipote Virginia ed il loro figliuolo Ettore, uscito il giorno prima
soltanto dagli arresti di rigore in cittadella.

Ma prima di entrar testimonii a questa scena che sta per aver luogo, è
conveniente assistere ad un'altra che in quell'ora medesima succede nel
piccolo e remoto quartiere di Barnaba, l'agente segreto della polizia.
Già dal giorno prima il ferito s'era provato a scendere di letto; ma la
debolezza non gli aveva consentito che di far pochi passi per la stanza.

— Eppure _voglio_ esser guarito: aveva mormorato fra sè con fermezza
tenace; _voglio_ fra pochi giorni, fra tre, fra quattro al più, poter
uscire, poter io recarmi all'importante impresa. Lo _voglio_! Questo mio
corpo non me l'hanno avvezzo fin da piccino a piegarsi ad ogni maggiore
sforzo secondo le volontà altrui? Non ho io conservato sempre colla mia
volontà un predominio assoluto sopra di lui? Or dunque voglio esser
guarito, e lo sarò....

E ripeteva a mezza voce coi denti stretti, come per fermar meglio, dar
maggior forza alla sua risoluzione ed imprimersela più profonda nel
pensiero, la parola: _voglio!_

Quel giorno in cui Maurilio faceva ritorno a Torino, Barnaba due volte
volle calare dal suo giaciglio, vestirsi e provare a camminare. La
seconda di queste volte era appunto alla sera. Una piccola lucerna
illuminava di poca luce quella stanza; il viso del poliziotto, pallido
ed affilato, pareva una maschera di cera a quel fioco lume gialliccio;
Meo colla grossa faccia più melensa, e le chiome più scarmigliate del
solito dava il braccio al convalescente che mutava adagio adagio i
passi, appoggiato da una parte al non corrisposto amante di Maddalena,
dall'altra ad un bastone. _Macobaro_ seduto in un angolo col suo aspetto
d'arpia seguiva degli occhi que' due che gli passavano innanzi
lentamente andando e venendo.

— Sì, sì, disse Barnaba ad un tratto fermandosi in mezzo la stanza,
coll'aiuto di qualcheduno potrò uscire dopo dimani, e se non a piedi, in
carrozza, recarmi là dove occorre. Che ne dite Jacob?

— Dico che gli è possibilissimo: rispose il vecchio rigattiere che aveva
sul suo volto le mostre di una profonda preoccupazione: ma non conviene
che per esercitarsi al camminare la si stanchi di troppo, chè allora poi
sarebbe peggio.

— No, no: disse il ferito con una specie d'impazienza: so io bene come
devo fare..... Bisogna esercitarlo questo miserabile d'un nostro corpo
di nervi e di muscoli per ottenerne quello che si vuole.

E riprese il suo lento passeggiare. Arom sostenne il mento ai suoi due
pugni chiusi e si diede tutto alle sue meditazioni che parevano
tutt'altro che liete. Successe un silenzio di parecchi minuti, finchè
Barnaba andò a sedersi in faccia al vecchio ebreo, e guardatolo
attentamente un poco, gli disse poi con vibrato e quasi crudo accento:

— Voi pensate a vostra figlia, alla vostra Ester, non è vero? State
tranquillo che fra poco ne avrete piena vendetta.

Jacob sollevò un momento quei suoi occhi piccini, affondati
nell'occhiaia, che avevano il guizzo di quelli d'un serpente.

— Penso anche ad un'altra cosa: disse con voce sommessa; penso se mai
potrò riavere quelle cinquanta mila lire che ho dato al _medichino_.

Barnaba fece un atto di dispettoso disappunto.

— Le avrai, vecchio avaro, esclamò impaziente, se ci servirai a dovere.

In quella fu picchiato con mano risoluta all'uscio d'ingresso, e Meo
andò a dimandare chi fosse.

— Apri, son io: rispose la voce forte e burbera del commissario Tofi.

— Già levato! esclamò questi entrando nella camera in cui era Barnaba,
col suo passo sonante e il portamento da militare: molto bene! È
necessario affrettarsi ad agire.

— Perchè? È succeduto qualche cosa di nuovo? domandò Barnaba con molto
interesse.

— È succeduto che quel mariuolo sta per isposare una infelice di ragazza
di buona famiglia, e gli sponsali avranno luogo domani sera.

Il convalescente pregò il suo superiore gli narrasse tutti i particolari
ch'e' sapeva intorno a questa novella; e quando gli ebbe intesi colla
più seria e fissa attenzione di cui fosse capace, egli che aveva
penetrato le intenzioni del _medichino_, disse:

— Lei ha ragione, non conviene più indugiare. Quello sciagurato vuole
sposare, intascar la dote e fuggire... Di domani bisogna che sia
arrestato.

— Ciò non è tutto: riprese il Commissario che non aveva voluto neppure
sedersi e stava col suo largo cappellaccio in capo, le mani affondate
nelle gran tasche laterali del soprabito. Ci è ancora un'altra novità
più strepitosa ed importantissima. Ecco una lettera che ho ricevuto
testè dal giudice istruttore.

Trasse da una di quelle sue tasche un foglio che spiegò e porse così
aperto a Barnaba: questi lesse il seguente corto bigliettino:

«Il medico che cura il signor Nariccia mi fa avvertito adess'adesso che
quest'infelice vittima di quell'orribile assassinio, per un caso
provvidenziale, ch'egli non osava nemmeno sperare, ha riacquistato in
parte l'uso della favella. Siccome c'è timore che questo non sia che un
temporaneo e fuggitivo miglioramento, così è bene non perder tempo ad
approfittarne; ho perciò determinato di recarmi questa sera medesima a
tentare un interrogatorio dell'assassinato e la pregherei a volerci
intervenire Ella pure per recarmi il soccorso della sua pratica e della
sua intelligenza.

«L'aspetto dunque senz'altro al domicilio del signor Nariccia medesimo
alle ore otto di questa sera, che prima mi sarebbe impossibile di
recarmici, ed ho l'onore, ecc.»

— Sono le sette e tre quarti: disse il Commissario quando Barnaba ebbe
finito di leggere, e trasse dal taschino un grosso orologio d'argento
tenuto ad un occhiello del panciotto per una catena d'acciaio: ci ho
giusto il tempo di recarmivi.

Il convalescente restituì la lettera al signor Tofi, poi con qualche
sforzo, ma senza l'aiuto di nessuno, sorse in piedi e stette,
sorreggendosi alla spalliera della seggiola.

— Signor Commissario: disse con voce impressa di tanto desiderio, che
tremava come per emozione; mi conceda che io l'accompagni colà....

— Siete matto..... Potete appena camminare.

— Manderò Meo a prendere una carrozza.

— E le scale?...

— Non tenterò neppure di farle..... e forse ne sarei anche capace.....
ma per essere più sicuro e avanzar tempo Meo mi porterà.

Tofi non ci pensò che un minuto secondo.

— Bene: diss'egli colla sua solita ruvidezza: mi potete fors'anco essere
utile. Venite.

Si fece come Barnaba aveva detto, e un quarto d'ora non era passato che
il Commissario e Barnaba entravano nella camera dove giaceva Nariccia e
dove non tardava a raggiungerli il giudice istruttore.

L'usuraio era sempre immobile stecchito e pareva un cadavere
mummificato, in cui per miracolo fossero rimasti vivi gli occhi: questi
in quella faccia gialla di morto, al fondo di quelle occhiaie incavate e
d'un brutto lividore, nella loro irrequietezza avevano una pena, uno
spasimo, uno spavento che ti stringeva l'animo, che era una cosa
orribile a vedersi. Quegli occhi agitati che vivevano soli in quel corpo
morto parevano suppliziati che cercassero fuga, scampo, pietà dalla loro
tortura: pareva che le più tremende visioni passassero innanzi a quelle
pupille in cui ardeva la febbre; come certo innanzi alla mente passavano
tremendi i ricordi di un colpevole passato, le azioni d'una vita
scellerata. Le labbra erano livide, e l'inferiore contorto da una parte
penzolava dando a quel viso di pergamena una smorfia immobilitata come
quella d'una maschera, che faceva paura e ribrezzo a mirarsi. Fra quelle
labbra la lingua impacciata, grossa, pendente riusciva a balbettare a
stento alcune parole.

Barnaba, a cui la fatica d'esser venuto fin lì, benchè portato per le
scale da Meo e per la strada dalla carrozza, aveva tolta ogni forza, si
lasciò cader seduto sopra una seggiola al fondo del letto in cui giaceva
Nariccia, e quelle due faccie cadaveriche e quei quattro occhi
febbrilmente vividi in mezzo il gialliccio pallore da morto si
guardarono fisamente, curiosamente, con avida reciproca investigazione.
Erano due vittime del medesimo individuo che dovevano assembrare le
volontà in un intento comune: quello della vendetta.

Nariccia, sviato lo sguardo dal volto macilento di Barnaba, lo fece
scorrere con istupore interrogativo sopra le persone che in gruppo vide
accostarglisi e stargli dintorno; le sue labbra contorte si mossero
penosamente, la lingua penzolante si agitò e una voce gutturale,
stentata, che pareva quella d'un ventriloquo, pronunziò stentatamente
alcune parole, che non furono comprese.

— Che cosa avete detto? domandò il medico, il quale, dietro espressa
volontà del giudice istruttore, doveva assistere all'interrogatorio.
Abbiate la compiacenza di ripetere.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò il paralitico colla medesima voce
stentata e sommessa, ma con terribile espressione d'angoscia
nell'accento: voglio confessarmi prima di morire.

Il medico, il giudice ed il Commissario s'erano curvati sopra il letto a
cogliere il debole suono della voce di quel meschino.

— Che cosa disse? domandò Barnaba il quale dal posto ov'egli si trovava
non aveva potuto udire.

— Domanda di confessarsi: rispose il medico.

— E' non fa altro dacchè ha riacquistato l'uso della parola: disse
l'infermiere che era stato posto a vegliare sul giacente: di queste
poche ore l'avrà già domandato un migliaio di volte.

— Sì, vi confesserete e potrete adempiere ai vostri doveri di cristiano:
ma prima è necessario che voi adempiate a quelli che avete verso la
giustizia umana, che noi qui rappresentiamo. Fate dunque coraggio,
raccoglietevi e preparatevi a rispondere alle nostre interrogazioni.

— Mi resterà ancora tempo abbastanza da confessarmi poi? domandò la voce
soffocata e penosa del moribondo.

— Sì, disse il medico; stia di buon animo che vi è di meglio ancora per
lei: la speranza della guarigione.

Gli occhi di Nariccia espressero un dubbio desolante in risposta a
queste confortevoli parole del medico.

Il giudice cominciò senz'altro l'interrogatorio. L'infermiere era stato
mandato nelle altre stanze; un segretario s'era seduto ad un tavolino
stato posto più presso al letto che fosse possibile, e teneva innanzi a
sè la carta su cui era preparato a scrivere le risposte; non altra luce
rischiarava l'oscurità di quella stanza, fuor quella della lampada
sormontata da una ventola opaca che stava sul tavolino dove s'accingeva
a scrivere il segretario; così alto silenzio regnava che si udiva il
rumore della respirazione affannosa del giacente, e che le parole da lui
pronunziate in risposta alle fattegli domande, quantunque dette a voce
più che sommessa, erano intese da tutti.

— Voi siete nel pieno possesso della vostra ragione? cominciò il
giudice, parlando piano ancor egli, e curvo sopra il letto.

— Sì.

— Da quando siete rientrato nella vostra cognizione?

— Da parecchi giorni.... non so bene.... quando mi vidi attorno tanta
gente....

— Vi ricordate (questa domanda fu fatta dietro suggerimento di Tofi) che
vi furono rivolte già altra fiata varie interrogazioni circa il delitto
di cui foste vittima?

— Mi ricordo.

— Eravate allora in voi come ora?

— Sì.

— E non potevate parlare?

— No.

— Dacchè siete rinvenuto, avete sempre avuto la cognizione, tuttochè
immobile e senza parola?

— Sì.

— Vi ricordate delle risposte che avete espresso allora con segni fatti
degli occhi alle domande mossevi?

— Sì.

— Quelle vostre risposte erano la verità?

— Sì.

— Sareste pronto a riconfermarle?

— Sì.

Le domande che sappiamo essergli state fatte in quell'occasione gli
furono nuovamente dirette una per una, ed egli colla voce diede la
medesima risposta che aveva dato cogli occhi.

— Avete conosciuto i vostri assassini?

— Sì.

— Di due avete annuito al nome che se ne disse: vorreste ripetere questi
nomi?

— Sono _Graffigna_ e _Stracciaferro_.

— E il terzo? Sapete il nome del terzo?

— Sì.

La respirazione del giacente si fece più affannosa e gli occhi si
turbarono.

Il medico diede il consiglio di lasciarlo un poco riposare.

Dopo cinque minuti il giudice istruttore riprese:

— Questo nome siete disposto a dircelo?

— Sì.

— Voi capite tutta l'importanza delle parole che state per pronunziare!

— Sì.

— E siete sicuro della verità di esse?

— Sicurissimo.

— Allora diteci questo nome.

— Quercia.

Barnaba che pure si aspettava quel nome, che era sicuro non altro
sarebbe uscito da quella bocca convulsa, tuttavia diede in una leggiera
scossa e mandò una soffocata esclamazione: gli altri si guardarono in
faccia e per un minuto secondo nessuno parlò; non s'udì che il rifiato
grave del giacente e lo scricchiolar della penna del segretario che
scriveva nel processo verbale incancellabilmente quel nome.

— Ma qual Quercia? susurrò poscia la voce fiacca di Barnaba; ve ne
possono essere parecchi, conviene farglielo specificare.

E Nariccia, interrogato in proposito dal giudice, diede tutte le più
precise informazioni che si desideravano.

— Signore, disse il giudice al Commissario, quando l'interrogatorio fu
finito, della giornata di domani sarà spiccato un ordine di arresto
contro quel tale, e sarà sua cura farlo eseguire.

Tofi chinò bruscamente il capo in segno affermativo.

— Sarà eseguito: diss'egli; e frattanto lo farò codiare dai miei agenti.
So che col pretesto d'un viaggio di nozze e' si è già procurato un
passaporto per l'estero; se appena un timore che si sospetti di lui gli
entra nell'animo, può partirne improvviso. Al menomo cenno ch'egli
faccia di abbandonar Torino, ordine o non ordine, lo agguantiamo.

— Signor Commissario, disse una voce tremante, quasi supplichevole,
all'orecchia di Tofi, mi conceda il favore di affidare a me l'impresa di
questa cattura... sotto la sua direzione s'intende.

Il Commissario guardò la faccia patita di Barnaba entro la quale gli
occhi ardevano più febbrilmente che mai.

— Ve ne sentirete già capace?

— Oh sì! esclamò il poliziotto. La vedrà! E sarà questa una grazia che
mi darà mezzo di rientrare nel favore dei superiori e nell'impiego.

— Va bene..... Di quello che avrete fatto e di quello che farete
informerò chi si deve.

Frattanto il giacente, stanco e spossato dallo sforzo mentale che aveva
dovuto fare per raccogliere le sue idee, da quello fisico stesso per
ispiccar la parola colla sua lingua inretita, dalla passione che glie ne
dava necessariamente all'animo il ricordare quei brutti, orribili
momenti in cui aveva visto la morte incombere sul suo capo, l'aveva
sentita piombare su di lui; Nariccia, dico, aveva chiuso gli occhi e
sarebbe sembrato affatto un cadavere se non avesse rivelato in lui un
resto di vita la respirazione tronca, affannosa e sibilante.

Quando dal silenzio fattosi intorno a lui, il misero capì che tutte
quelle persone eransi partite, egli riaprì nuovamente gli occhi e guardò
di qua e di là con una specie di terrore; dalla sua gola uscì una voce
che pareva un rantolo e le labbra gli si agitarono con penoso sforzo.

L'infermiere, che era tornato presso di lui, si curvò sul letto con
quella indifferente tranquillità che hanno per cotali spettacoli questa
gente avvezza a veder soffrire e morire.

— Eh? che cosa la dice? domandò.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò Nariccia.

— Ah! gli è vero; ma ora non posso lasciarla sola per andare in cerca
d'un confessore: dimani mattina, appena mi si venga a sostituire, glie
ne andrò a chiamar uno; Padre Bonaventura del Carmine, che è già venuto
tante volte a prendere di sue notizie.

Il moribondo avrebbe voluto esclamare: — No, non quello; — ma le forze
glie ne mancarono affatto. Richiuse gli occhi e parve fuor dei sensi od
assopito.

L'infermiere, guardatolo un poco, disse fra sè:

— Domattina! Chi sa se avrà ancora bisogno del confessore domattina, e
non sia già precipitato a casa del diavolo. Sarebbe poco male un
pelacristiani di questa fatta.

E s'adagiò tranquillamente sopra un sofà per passare con più agio
possibile la notte. Se Nariccia fosse morto in quella notte senza
confessione, avrebbe portato seco un gran segreto.

Ora è tempo che ritorniamo nel palazzo Baldissero dove Maurilio viene
ufficialmente presentato alla nobile famiglia.



CAPITOLO XVIII.


Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era
fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da
abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo
Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi
quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità
essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione
che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per
suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano
contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo
narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva
avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della
sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione
dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei
glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi
allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel
trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena
era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui
che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella
madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio,
non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di
concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il
medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con
sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad
incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al
giovane, lo prese per mano.

— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno:
diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è
vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono
nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella
Virginia.

Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena
corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore
un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di
cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della
fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.

— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento
che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti
e sensazioni.

Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole,
esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò
stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando
di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.

La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del
marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio
medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza
soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua
giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio
cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli
sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal
contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una
specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi
risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce
espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure
aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi,
Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e
sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li
suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore
che più impaziente tolse primo il commiato.

— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro
una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua
appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star
lungo tempo inchiodato in casa.

Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era
mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e
fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di
finissima, velata ironia:

— Mio cugino, _puisque cousin il y a_, a rivederci. Faremo più ampia
conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!

Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il
marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e
non gli fece manco un cenno di saluto.

— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla fanciulla più commosso e
tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei:
signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.

La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.

— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece
battere il cuore di Maurilio.

— Voi avete bene un ritratto di _nostra_ madre?

— Sì.

— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.

Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua
camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre
colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un
estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe
detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa
accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte
al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito
fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano
Maurilio e gli disse:

— Venite.

Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la
contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore,
portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le
traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo.
Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi
dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da
una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello
sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del
ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità
della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta
sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel
figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta
medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare.
Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di
lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran
parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva
della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se
occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile
a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne
sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore
di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di
lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il
derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro
mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua
interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella
porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:

— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne
parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.

Maurilio depose un lieve bacio su quella candida fronte che gli veniva
offerta: era un puro bacio di amor fraterno, era un castissimo bacio
nell'atto e nel pensiero: ma appena le sue labbra ebbero tocco la pelle
finissima di quella fronte leggiadra, uno strano, terribile
sobbollimento si fece nelle vene del giovane. La passione d'amore, che
egli credeva soffocata nel suo cuore, s'aderse di subito, impetuosa,
congiunta con un tumultuoso trasporto di sensi, quale il misero, vissuto
purissimo d'ogni voluttà, non aveva provato mai: una fiamma gli passò
dinanzi agli occhi, quasi accecandolo, la mente sotto l'impulso del
sangue gli si confuse: al suo giovanile ardore, tremendamente
infuocatosi ad un tratto, sorrise procace la bellezza divina che aveva
dinanzi; una temerità sciagurata s'aggiunse ad un avido desiderio: oh
stringere al suo petto quelle mirabili forme, oh baciare con furore
quelle labbra coralline! Le sue braccia frementi si piegarono per
afferrare, serrare in un amplesso tenace quel corpo leggiadramente
elegante. Ma appena sentì il tocco di quelle membra, delle vesti che le
cingevano, la ragione si ridestò e riprese in lui il suo impero: volse
al ritratto uno sguardo confuso, pentito, pieno di vergogna e
supplicante perdono.

— Sono un infame, pensò rattamente fra sè. Oh mi estirperò dal cuore
questo scellerato amore, dovessi strapparne insieme la vita.

Si allontanò da Virginia, impallidito di subito, tremante, affannoso il
respiro, quasi vacillando.

La fanciulla lo guardò con istupore, e con affettuoso interesse gli
domandò:

— Che cos'hai? Tu stai male.

Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola
_tu_.

— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi
momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi.....
lasciami ritrarre ad esser solo.

Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso,
maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo,
ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.

— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima,
aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!

Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in
mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la
mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o
meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito
ne aveva, di generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli
almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo
aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del
padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che
glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere
qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era
tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza
dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.

— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a
vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un
involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa
teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni
pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte
debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.

Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con
quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il
quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi
tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.

Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a
contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una
profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo
padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico
e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da
quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise
quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata
nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile
figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione
avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse
palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel
pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto
alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la
donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un
punto.

Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione
gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore
che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla
prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a
quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al
tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza
nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo
ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza
infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.

Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana
sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi
di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era
che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo
fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa
circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità
insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli
lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate
espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella
ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a
volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera
dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie
delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.

Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte,
passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di
pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora
primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma
del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di
Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per
quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di
franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di
tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era
fiero, era superbamente lieto.

— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in
parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci
lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la
vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!

Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le
torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento,
ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei
sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido
ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere
aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e
dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già
imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i
caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e
poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte
preziose, tranquillamente si addormentò.

Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse
mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa
subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato
di botto rizzò il capo e la persona in sussulto. Quanto avesse dormito
non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il
capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha
ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato.
Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno
avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi
presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin
dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che
quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente
osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure
alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei
simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo
ad un tratto chiaro e preciso.

— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue
mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla
candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non
c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una
cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della
lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando
abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro
biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva
detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio
aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.

Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per
contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque
colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che
aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto
intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva
fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di
venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere
quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava
più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.

Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di
Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare
Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più
dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava
nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di
parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo
colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il
confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora
allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.



CAPITOLO XIX.


Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta
dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di
tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo
solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così
dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il
giovane s'accorse. Il _medichino_ che si sapeva circondato dalla
sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la
massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina,
quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina
era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal
servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle
guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si
diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a
quel paese s'e' fosse ritornato.

Ma il nostro protagonista insistette cotanto, disse con sì franca e
calda asseveranza importantissime ed urgentissime essere le cose che
aveva da rivelare a Gian-Luigi, che il finto servo, scosso alquanto dal
timore che quello sconosciuto venisse invece a recare qualche
avvertimento che potesse giovare, finì per dire:

— Ella afferma che, se il dottor Quercia intendesse il suo nome la
vorrebbe ricever subito?

— Sì....

— E che si tratta di cosa onde dipende la sorte del dottore medesimo?

— Sì.

— Or bene, qui non è bugia che di tutto il giorno sarà impossibile
rinvenire il dottore, ma le indicherò il luogo dov'Ella lo possa
rintracciare; ed è nella casa del signor Benda, di cui egli sposa la
figliuola.

— Benda! esclamò Maurilio meravigliato. Il fabbricante di ferro?

— Sì signore, quello presso cui successe pochi giorni sono quel
maledetto buscherio.

— E il vostro padrone ne sposa la figliuola?

— Si fa il contratto degli sponsali questa sera medesima.

Maurilio partissi di là perplesso assai, con una nuova cura nell'animo.
Era egli amico di molto a Francesco Benda, del quale il generoso animo,
le buone qualità, i meriti singolari non gli faceva disconoscere la
invida gelosia natagli da poco per la rivalità in amore. Sapeva egli
quale onesta e buona famiglia, degna di stima, d'amore e di felicità
fosse quella: e conosceva abbastanza delle vicende e delle condizioni di
Gian-Luigi per arguire che se da parte dei Benda erasi acconsentito a
dargli in isposa la ragazza del loro sangue, era certo per effetto di un
inganno in cui il tristo li aveva indotti. Che doveva far egli in
presenza di questo avvenimento? Lasciar correre le cose e compire il
sacrificio di quella innocente fanciulla e il danno, forse e senza
forse, di tutta la famiglia? Glie ne rimordeva la retta coscienza,
rampognandolo che avrebbe mancato al dovere di amico e di onest'uomo.
Farsi denunciatore del suo compagno d'infanzia? Sentiva in sè qualche
cosa eziandio che a ciò ripugnava, come se fosse un tradimento. Si
aggirò lungo tempo incerto, travagliato da dubbio tormentosissimo; col
sì e col no che nel capo gli tenzonavano. Ora voleva accorrere dai Benda
e dir tutto quello che sapeva di Gian-Luigi: ora voleva in ogni modo
adoperarsi per avere a tu per tu quest'ultimo e intimargli rinunziasse
egli a quel maritaggio, minacciandolo di far conoscere la verità; ora si
diceva che quello in fin dei conti non doveva essere il fatto suo, e che
il meglio sarebbe stato tacere di tutto, a Gian-Luigi della per sè
fatale scoperta circa i due frammenti di lettera da lui posseduti, ai
Benda delle cose di colui al quale avevano accordato la mano della
fanciulla.

Aveva bisogno d'un consiglio, d'un aiuto, d'una direzione in tanta
perplessità, e non sapeva a cui rivolgersi, quando ad un punto in una
delle principali strade per la quale andava girelloni, assorto ne' suoi
pensieri, senza vedere cosa alcuna nè persona, il fondaco d'un libraio
si aprì vivamente, un uomo di età matura, dalle sembianze oneste e
schiette ne uscì ratto, e preso per un braccio Maurilio, gli disse con
accento di cordialità, d'affetto e insieme di supplicazione:

— La vedo finalmente! La mi avrà da scusare, ma io non la lascio più
finchè non m'abbia fatto il favore d'essere venuto nella mia casa,
ripresentato alla mia famiglia e aver ricevuto in presenza di questa
quelle scuse che ci tengo assaissimo a rinnovarle.

Era il signor Defasi, innanzi alla cui bottega Maurilio era passato
senza accorgersi, e il quale però avendo scorto il giovane erasi
slanciato sulla strada ad arrestarlo.

Maurilio, così richiamato dalle sue meditazioni alle cose circostanti,
guardò il libraio con un'aria smemorata che parve al signor Defasi
un'espressione di mala voglia e di rancore.

— Ella me lo ha promesso: riprese con calore il libraio. Si ricorda di
quel dì che l'ho incontrata in casa del dottor Quercia? Io le ho
domandato il favore d'un abboccamento in cui potessi far ammenda e
riparazione del mio grande, del mio grandissimo fallo verso di Lei: ed
Ella fu tanto generosa da promettermelo non solo, ma da dirmi che
sarebbe venuta Ella medesima a casa mia. Or dunque la prego non mi neghi
la grazia di mantenere quella sua promessa. Se la sapesse con che ardore
di desiderio l'ho attesa tutti questi giorni passati! come l'attendono
con vivezza pari di sentimento, con ansietà d'impazienza i miei figli,
tutti i miei, che si sentono in colpa come me verso di Lei, e che ci
tengono supremamente a farsene perdonare! Oh! la non sia tanto
inesorabile da rifiutarci questa grazia di perdono.

Maurilio avrebbe ceduto ad ogni modo alla richiesta del signor Defasi;
non era senza precisa volontà di attenere la promessa ch'egli aveva
detto al suo antico principale sarebbesi recato a casa sua appena
ritornato dal villaggio; ancor egli ci teneva a ricomparire purgato da
ogni accusa e da ogni sospetto in quella casa da cui era stato scacciato
come un malfattore; ma a deciderlo più presto ancora concorse il cenno
che il libraio fece di passata della circostanza per cui si erano
trovati pochi giorni prima in casa di Quercia. Questo nome gli
rappresentava appunto tutte quelle perplessità in mezzo a cui s'agitava
l'anima sua, riguardo a ciò ch'egli dovesse fare e per sè, e per
Gian-Luigi, e pei Benda. Aveva sentito il bisogno d'un onesto consiglio,
e nella lontananza di Don Venanzio, dove avrebbe potuto trovare uomo più
acconcio di quello che la Provvidenza gli conduceva ora dinanzi, la
rettitudine della cui anima traspariva dalla sincerità delle sembianze,
del quale egli, per abbastanza lunga consuetudine domestica, conosceva
positivamente il cuore generoso, la mente illuminata e la delicata
coscienza? Maurilio fece un cenno affermativo del capo senza parlare, ma
sorridendo amorevolmente e non senza commozione, e passando innanzi al
signor Defasi, entrò nella bottega.

In quel fondaco Maurilio non era entrato più da quel brutto momento in
cui ne era stato scacciato come lo udimmo narrare da lui medesimo a
Giovanni Selva. Appena entratovi, guardò egli intorno a sè con una
curiosità quasi desiosa: parevagli che il trovarsi di nuovo colà potesse
far rivivere per lui que' primi tempi di sua dimora in quell'onesta
famiglia, che furono i più tranquilli e più felici giorni della sua
esistenza, parevagli che tutto avesse da cancellarsi come se non
avvenuto quell'avvicendamento di sventure e dolori che aveva dovuto
sopportar poi. Che non avrebbe egli dato per tornare davvero a quei
momenti colà vissuti allora, i soli di pace che avesse provati mai?
Tutto era nel medesimo stato in quel fondaco, tutto al medesimo posto,
se non che vi si vedeva di subito un'attività anche maggiore, appariva
accresciuta la prosperità dello spaccio.

I figliuoli del signor Defasi, il commesso che già era colà al tempo di
Maurilio, ai quali il padre e il principale aveva narrato l'incontro del
giovane e le parole fra loro scambiatesi, riconobbero tosto l'antico
loro compagno nell'individuo signorilmente vestito cui ora il libraio
era corso ad arrestare nella strada e introduceva nella bottega;
s'alzarono tutti e gli vennero incontro coll'aspetto raumiliato e
pentito di chi ha un grave fallo verso altrui ed è disposto a far di
tutto che gli spetti onestamente per farselo perdonare.

Il signor Defasi prese il giovane per mano e presentandolo così agli
altri che facevan cerchio, disse con una certa solennità in cui c'era
molta commozione eziandio:

— Eccovi qui il signor Maurilio Valpetrosa che noi conoscemmo sotto il
nome di Maurilio Nulla; noi abbiamo da riparare verso di lui e da
farcene perdonare la maggiore delle colpe che altri possa avere verso un
onest'uomo; la peggiore delle offese che gli si possa fare, quella d'una
falsa accusa, di una calunnia. Dichiaro io qui in presenza di tutti voi
altri che mi ascoltale, e vorrei dichiararlo in presenza di tutto il
mondo che, raggirato da ostili relazioni fattemi intorno a lui,
ingannato da fallaci apparenze, ho osato sospettare la onestà d'un
giovane che in tutto il tempo durante cui rimase presso di me aveva dato
prove della maggior rettitudine. La Provvidenza volle molto tempo dopo
chiarire il mio sciagurato errore, perchè, facendo poi aggiustare il
banco, fu trovata in fondo, scivolatavi non si sa come, quella
miserabile somma la cui mancanza dal cassetto aveva originato il dubbio.
Io glie ne domando perdono, signor Maurilio, e qui meco glie lo
domandano i figli miei: e se il gettarmi in ginocchio innanzi a Lei, e
se ogni altra maggior mostra di pentimento e d'umiliazione potesse
bastare...

Fece una mossa come se volesse davvero inginocchiarsi; ma il giovane
intenerito, l'anima dolcemente sollevata, fu lesto a trattenerlo
abbracciandolo; e con ineffabile commozione si lasciò cadere sul seno di
lui, mentre due lagrime gli colavano giù per le guancie.

— Grazie, grazie: diss'egli con voce per emozione tremante. La perdono,
li perdono tutti; li avevo già perdonati... Avevo io il diritto pure di
lamentarmi di questo errore a mio carico? Tutto congiurava contro di me.
Io a luogo loro non avrei fatto forse ancora più temerario giudizio e
non sarei stato più crudele di quello ch'essi furono per me?
Dimentichiamo tutto e perdoniamo.

Si strinsero la mano quanti erano, si abbracciarono con cordiale
effusione. Maurilio da quelle mostre d'affetto, da quel puro ambiente
d'onestà che lo circondava, sentì l'animo confortato, quasi rallegrato;
girò intorno lo sguardo, annasò voluttuosamente quell'odore di stampati
in mezzo a cui era vissuto così volonteroso parecchi anni e disse
lentamente pronunziando le parole come chi desidera non le sieno
leggermente accolte da chi le ascolta:

— E forse avverrà, signor Defasi, ch'io venga fra non molto a domandarle
un gran favore; e voglia Ella, come riparazione a quella disgraziata
vicenda, essere disposto ad accordarmelo: questo favore sarebbe quello
di venire accettato di nuovo qui nella qualità in cui già ci fui un
tempo, come se il tempo, aimè poco lieto, che trammezzò non fosse
avvenuto.

Il libraio lo guardò con istupore.

— Come! diss'egli; ora ch'Ella ha trovato la sua nobile famiglia...

— A questo riguardo, se la mi consente, devo parlarle ed invocare i suoi
consigli. Quando avrà udito la capirà la ragione delle mie parole.

Il signor Defasi, che voleva appunto ripresentare il giovane eziandio
alle donne della sua famiglia, si affrettò a condurlo di sopra nella sua
domestica dimora. Ci trovarono la madre e la figliuola modestamente ma
con graziosa pulitezza vestite, in un modesto salotto da cui però non
erano esclusi i comodi della vita, alacremente occupate ai loro
donneschi lavori. Maggiore ancora che altrove era in quel salotto
l'ambiente di pace, di amorevolezza, di onestà: tutto il pregio della
cara vita domestica, le delizie degli affetti famigliari che ha seco per
prezioso corteo la donna virtuosa, madre, sposa, figliuola, si trovava
colà raccolto, rappresentato in quelle modeste e benigne figure
femminili, attempata una, fanciulla l'altra.

Maurilio, ricevuto con molta gentilezza, con quella cara espansività di
grazia muliebre a cui nulla può paragonarsi, rammentò in quel punto come
vi fosse stato un tempo in cui il signor Defasi, così generosamente
affettuoso per lui, non avrebbe fors'anco negato di dargli nella sua una
famiglia, di regalargli con quella mite giovanetta la felicità della
vita. Pensò quanto diverso, quanto lieto sarebbe stato il suo destino;
quanto migliore fors'anco sarebbe diventato egli stesso... Ma ora era
troppo tardi! Soffocò un sospiro e ridomandò al signor Defasi quel
colloquio che già gli aveva accennato.

Invaso, per così dire, da quell'atmosfera d'onestà in cui si respirava
il sentimento del dovere, nella quale viveva quell'ammirabile famiglia,
il nostro giovane s'era sempre più risoluto a svelar ogni cosa al suo
antico principale e seguirne i consigli, nè aveva il menomo dubbio su
quello che il galantuomo gli avrebbe consigliato.

Narrò dunque da capo a fondo quello che riguardava la scoperta della sua
creduta famiglia e le lettere del supposto suo genitore, narrò ciò che
sapeva di Gian-Luigi e quel di più che aveva potuto argomentare dai
fatti di lui dal momento che, dopo lungo intervallo, l'aveva rivisto
quella sera nella taverna di Pelone, e conchiuse che questo tale stava
per isposare la ragazza d'un'onoratissima famiglia, sorella d'un amico
suo.

Nel signor Defasi non ci fu la menoma esitazione ad esprimere colle
parole che dettava il buon senso que' consigli che gl'ispirava la
rettitudine dell'animo. Erano quali Maurilio aveva pensati e quali era
ormai risoluto di porre in atto senza fallo. Uscì di là colla
determinazione di svelare al marchese la circostanza delle lettere di
Gian-Luigi, di correre da Francesco Benda a fargli conoscere qual fosse
l'uomo che stava per isposare sua sorella.

Siccome quest'ultima bisogna premeva di più, fu la prima che imprese, e
con sollecito passo s'avviò verso lo stabilimento del fabbricante di
ferro.

Quei locali, che solevano essere così rumorosi sempre per la quotidiana
attività del lavoro, erano ora silenziosi come un cimitero. Le traccie
dell'incendio nel fabbricato in fondo al cortile davano a quella
solitudine l'aspetto della desolazione. Maurilio venne sino al portone
di cui lo sportello aperto lasciava scorgere la vista dell'interno e non
ebbe il coraggio di entrare. La timidità della sua natura l'aveva tutto
ripreso ed era il più impacciato del mondo. Come si sarebb'egli
presentato in quella casa? domandavasi: quali parole usate? con che
faccia abbordato il difficile argomento? Fece due o tre giri innanzi
alla porta: ma conveniva pur decidersi alla fine: dopo le parole del
signor Defasi, meglio ancora di prima e' vedeva in quell'atto un dovere
cui gli bisognava compiere assolutamente. Si fece forza ed entrò. La
voce burbera di Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata ed in corpo
un umore terribile, lo venne arrestare ai primi passi colla domanda
fatta in tono feroce:

— Che la vuole? di chi cerca?

Maurilio diede in una scossa quasi di paura.

— Cerco, rispose con esitazione e quasi balbettando..., vorrei.... se ci
fosse il dottor Quercia....

Bastiano diede un'occhiata sospettosa a quel personaggio così impacciato
nelle parole. Se avesse avuto panni da povero, l'avrebbe creduto un
cercator d'elemosina e l'avrebbe rinviato senza tanti discorsi. Vistolo
riccamente vestito, il portinaio si contentò di bruscamente rispondere:

— Il dottore in questo momento non c'è.

Maurilio rimase lì stecchito, senza muoversi, senza saper più che dire,
senza consiglio.

— Ha capito? gli disse dopo un poco Bastiano alzando la sua grossa voce,
come se avesse da parlare ad un sordo: il dottore non c'è, nè so quando
sia per venire, nè qui è luogo da stare ad aspettarlo.

— Allora vorrei parlare con Francesco: disse finalmente Maurilio che
sentiva l'obbligo di non uscir più senza tutto aver tentato per compire
il suo ufficio.

— Francesco! esclamò più ruvidamente ancora il portinaio offeso di tanta
famigliarità pel suo padroncino in uno sconosciuto. Il sor avvocatino la
vuol dire?

— Sì... appunto... l'avvocato Benda.

— E' gli è a letto... La lo dovrebbe sapere, chè se n'è parlato
abbastanza per tutta Torino da empirne le orecchie di tutti... E non
riceve nessuno.

— Lo so che gli è a letto, ma ho pure inteso che sta meglio di molto, ed
è gran mestieri ch'io gli parli per cose che importano gravemente. Sono
molto suo amico io e sono certo che appena udito il mio nome mi vorrebbe
ricevere.

— Sì? domandò il bravo Bastiano di subito un po' rabbonito, ma guardando
con cera attenta e scrutativa quel cotale, per vedere se gli era un
impostore. Se la è così me lo dica a me il suo nome, ed io lo faccio
passare al sor avvocatino che deciderà quello che vuol fare.

— Sarà meglio anzi ch'io scriva due righe per chiedergliene udienza:
disse Maurilio, ed avuto dal portinaio l'occorrente vergò poche parole
che furono tosto fatte ricapitare nelle mani di Francesco.

Questi nel leggere il biglietto di Maurilio provò un senso che per poco
non era di ripugnanza e disgusto. Per quel trovatello, se Francesco
aveva partecipato ai generosi sentimenti di compassione che avevano
verso di lui i comuni amici, non aveva però mai sentita nissuna vivacità
di simpatia nè vera tenerezza d'affetto: ultimamente, quando, arrestato,
fu introdotto in presenza del Commissario, Benda, se vi ricorda, aveva
udito da quest'ultimo, come quel giovane fosse stato accusato d'un
orribile delitto e sostenuto molto tempo in carcere. Egli non aveva
punto creduto che di quel delitto Maurilio fosse veramente colpevole,
l'umana giustizia stessa aveva dovuto riconoscerlo innocente, se lo
aveva rilasciato libero; ma pure l'apprendere allora una simile
circostanza sempre ignorata, non era concorsa a sminuire quel certo
allontanamento fra il suo e l'animo del trovatello, allontanamento, il
quale, senza ch'essi lo volessero, e fors'anco se ne accorgessero, da
qualche tempo si faceva maggiore per effetto del loro istinto di rivali
in amore. Tuttavia ricevendo ora la preghiera di un colloquio per cose
importanti, e temendo potessero queste cose avere attinenza colla loro
fallita congiura politica e colla sorte dei comuni amici, non credette
poter fare altrimenti che ordinare lo s'introducesse.

Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella
stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più
leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era
riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo
sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto
che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per
ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non
seppe trovar cosa che valesse.

Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non
fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava
presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la
difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo
pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo
le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e
saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento. Narrò dell'infanzia sua e di
Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse
dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto
allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito,
della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore
spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva
scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato
per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo
camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il
misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio,
nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa
plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di
quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.

Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che
altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere,
quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un
uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi
Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia
nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli
tuttavia, ma che stava per prorompere.



CAPITOLO XX.


Gian-Luigi aveva, si può dire, ammaliato tutta la famiglia Benda; mercè
i falsi documenti aveva provato al padre di Maria tutto quello che aveva
voluto, mercè l'appassionato amore che aveva desto nell'animo della
fanciulla era riuscito ad aver questa efficace aiutrice al suo disegno:
sposarla e partire, aveva i congiunti indotti a consentirvi. Quella
mattina in cui Maurilio s'era risoluto a quel dilicato e difficil passo,
Quercia recavasi ad ora più presta del solito dalla sua sposa, quando
nel passare innanzi alla loggia del portiere venne da questo avvertito
che un cotale con sembianza di questo e quel modo, chiesto prima di lui,
aveva poscia ottenuto d'essere accolto dall'avvocatino, a cui affermava
aver cose importantissime da dire, mercè un biglietto scrittogli nello
stesso camerino del portinaio.

Quercia, che sospettoso era e sempre in sulle guardie già per natura, e
che tanto più era divenuto cauteloso e diffidente in quegli ultimi
giorni in cui stava giocando col suo destino l'ultima posta, temette di
subito in quel visitatore un nemico, un accusatore, un rivelatore di
verità che troppo a lui interessava rimanessero ignote. Dalle risposte
che Bastiano diede alle sue numerose, pressanti, rapide interrogazioni,
venne egli a concepire il sospetto che quello fosse Maurilio, e
l'intromettersi di costui egli non dubitava il meno del mondo non
volesse essere in suo favore. Salì affrettatamente, entrò improvviso
nella camera di Francesco dove aveva inteso essere quel cotale. Veduto
Maurilio e l'espressione della faccia di lui, veduto con un sol colpo
d'occhio il contegno dei Benda, badato al silenzio pieno d'impaccio che
successe alla sua venuta, Quercia capì che tutti i suoi sospetti avevano
ragione, che in Maurilio eragli ora sortogli innanzi un ostacolo cui
bisognava levare e tosto, a prezzo anche di schiacciarlo. Il furore che
aveva cominciato a sobbollire nella sua fiera anima impetuosa al primo
dubbio di quel pericolo, si levò potente ed efferato, ma la sua volontà
più forte d'ogni cosa riesciva a dominarlo tuttavia e, per dir così,
regolarlo. Incrociò le braccia al petto e camminò lentamente verso
Maurilio guardandolo fiso con occhio feroce, di cui la significazione
ben era chiara al giovane commosso.

— Sconsigliato, diceva, osi tu venirti a porre inciampo sul mio cammino?
Sai pure che vo' giungere alla meta che mi assegno, e chi mi si oppone
infrango.

Maurilio chinò innanzi a quelli di Gian-Luigi i suoi occhi, e dal
rispettivo contegno di que' due parve nel primo fosse il colpevole, nel
secondo l'autorevole accusatore.

— Che cosa è che succede qui? domandò poscia Gian-Luigi levando lo
sguardo dal suo compagno d'infanzia e facendolo scorrere sicuro,
investigatore, un po' stupito e quasi offeso sopra i Benda padre e
figlio. Se bado al vostro contegno, o signori, se argomento dalla
presenza e dall'imbarazzo di costui devo credere che son giunto a tempo
per udir cose che mi riguardano.

Il tono con cui egli pronunziò la parola costui accennando con un moto
disdegnoso del capo a Maurilio era così pieno di superbo disprezzo, che
Maurilio si sentì come una sferzata traverso la faccia; arrossì egli,
impallidì, levò lo sguardo col proposito di cimentarlo contro lo sguardo
di Gian-Luigi, ma non potè reggere allo scontro e riabbassò le pupille
sentendosi nell'anima un'angoscia, nel petto un affanno che era pena,
che era sgomento e che gli faceva temere fosse per assalirlo uno
svenimento.

Quercia continuava con più fierezza:

— E poichè gli è questo cotale che vien qui a parlare di me, ben posso
già indovinare fin da prima di che fatta discorsi egli ha osato tenere
ed a che scopo egli mira. Or bene, parla in mia presenza, miserabile, se
l'ardisci, e ripeti, continua e compi le calunnie che ti sei determinato
a vomitare a mio carico.

Maurilio sussultò sotto il fiero oltraggio. La soverchia offesa per
effetto di reazione gli diede un po' di coraggio: levò risoluto la
testa, un lieve rossore salì alle sue guancie macilente che s'erano
fatte color della cenere, ardì volgere e tener fisso lo sguardo sul
volto leggiadro ed ora spaventosamente feroce di Gian-Luigi, sulla cui
fronte era incavata quella ruga caratteristica, fatale contrassegno del
suo furore. Il _medichino_, egli, guardava il suo avversario con quel
modo con cui il domatore di belve guarda la tigre che accenna
rivoltarglisi, con quel modo con cui aveva fissato _Stracciaferro_,
prima di domarlo colla forza delle membra, quando l'assassino aveva
voluto resistergli. E forse Maurilio ora dallo sdegno del vivo affronto
ricevuto avrebbe attinto abbastanza coraggio per reggere a quell'urto,
se in quel momento, per sua sventura, una nuova impressione non gli
fosse stata prodotta dalla vista delle sembianze di Gian-Luigi. Benchè
animata allora da quel profondo sentimento d'odio e di furore, la beltà
scultoria delle fattezze di lui non ne veniva punto alterata, e quella
beltà nella memoria di Maurilio trovava riscontro in altri stupendi
lineamenti di viso umano visti, contemplati, vagheggiati con attenzione,
con espansività d'affetto da poco tempo, la sera precedente soltanto: i
lineamenti dipinti nel ritratto della contessa Aurora di Castelletto,
ch'egli aveva ammirato, innanzi a cui era rimasto con profonda emozione
stampandosene i tratti nell'anima perchè credeva stamparvisi i tratti
del volto della propria madre. Era innegabile, evidente a chiunque vi
ponesse attenzione, la rassomiglianza fra le sembianze di Gian-Luigi e
quelle del ritratto. Egli rassomigliava assai più alla defunta contessa
di quello che le rassomigliasse Virginia; e nella rassomiglianza alla
madre era un punto di contatto fra le sembianze della contessina e
quelle del sedicente dottore, punto di contatto che sfuggiva a chi non
paragonasse i loro volti a quel terzo termine di confronto. Maurilio non
dubitò menomamente più che gli stesse dinanzi il vero figliuolo della
sorella del marchese di Baldissero e di Maurilio Valpetrosa, e ciò lo
rese turbatissimo, più che non fosse ancora stato fino allora in quella
scena difficile e penosa.

Con qual fronte resistere egli a colui, venirsi a fare accusatore e
procurare l'infamia e il danno di colui al quale egli, innocentemente è
vero, era venuto a togliere il grado, il nome, la fortuna? In presenza
di questo strano avvenimento qual era ancora il suo dovere? Le idee gli
si abbuiavano a questo riguardo, e la commozione, la meraviglia, il
dispiacere non gli consentivano prontezza nessuna d'avviso. E lo turbava
quel rapporto di lontana somiglianza che gli appariva fra i tratti di
Gian-Luigi e quelli di Virginia; in mezzo a quei tanti sentimenti che
gli tumultuavano nell'anima, egli si sorprendeva a raccogliere tutta la
sua attenzione nell'investigare in che consistesse la parità e la
differenza fra quei due volti a così diverso titolo cotanto impressi
nella sua mente, a cercare sotto i tratti di lui quelli adorati della
fanciulla.

Ogni parola venne meno alle labbra tremanti di Maurilio, ogni voce mancò
alla sua gola serrata.

Giacomo Benda credette allora ufficio suo ricapitolare in breve quanto
il giovane era venuto sino allora esponendo. Quercia, che dominava
sempre più il suo furore, benchè questo punto non scemasse, ascoltava
con un sogghigno di fiero disprezzo, qual può avere innanzi alla più
vile calunnia l'innocenza superba e superiore ad ogni arrivo
d'oltraggio.

— Mirabile ed accorto tessuto d'infamie! esclamò egli poi con vece
fremente, che, quantunque contenuta, vibrava come il suono chiaro e
squillante d'una tromba. La calunnia vi è tanto meglio architettata che
si prende a base una parte della verità. Che io sia stato allevato al
villaggio e con costui, ve lo dissi io stesso; che la donna la quale mi
fu nutrice viva colà modestamente della vita che sempre fece e le
piacque fare, è pur vero, perchè le sorti in cui ella è nata e in cui
visse pur sempre non le piacque mutar mai per quante istanze glie ne
facessi; ma costui medesimo, che ora mi accusa, videmi, non son passati
che pochi giorni, recarmi io stesso colà a riabbracciar quella donna, a
recarle un migliaio di lire, a fare per lei tutti quegli atti che verso
una madre ad un figlio amoroso s'addicono: e sfido l'impudenza di questo
sciagurato a darmi una smentita.

Fece una pausa; Maurilio avrebbe voluto parlare, ma la lingua gli
aderiva al palato, le labbra gli parevano irrigidite, non un soffio di
voce glie ne venne alla gola.

Gian-Luigi riprendeva:

— Sì, io ho partecipato ai folli sogni della redenzione della patria di
quell'animo intemerato che è Mario Tiburzio; come voi pure, Francesco,
vi avete partecipato; sì, io offrii a quella santa causa il concorso
della plebe, perchè mi feci l'illusione che per mezzo di parecchi fra
essa che mi sono devoti per affetto di gratitudine, avrei potuto
guidarla a mio talento, ma coll'empie passioni demagogiche del
proletario io non ebbi nulla mai che fare; fui visto, è vero, da
codestui in una miserabile stamberga di bettola, vestito da popolano, e
fu ventura che arrivassi a tempo a salvare chi ora si fa mio
calunniatore, dall'ira di operai ch'egli aveva, non so come, provocata;
ma s'io m'immischio colla povera gente e talvolta vestito de' loro abiti
per non dar loro nè soggezione, nè antipatia, nè sospetto, penetro nei
luoghi dei loro ritrovi, come nelle miserabili loro abitazioni, si è
perchè ricco e disoccupato com'io sono, volli a me stesso imporre un
còmpito: quello di soccorrere i miei fratelli nella miseria, in quella
miseria che sarebbe pure stata mio destino se l'intravvento di quel mio
protettore, se il rimorso de' miei nemici non avesse poscia in parte
riparato al male che fu fatto al povero fanciullo. Io vado recando agli
infelici che soffrono di fame, di malattia, di disperazione, non poco
dell'oro della mia borsa, il contributo della mia scienza, il conforto
d'un'amica parola. Ecco il modo onde acquistai attinenza e sperai aver
acquistato influsso in quel mondo tenebroso ed agitato che sobbolle come
una minaccia sotto i piedi delle classi agiate — di noi. Quando a costui
favellai de' miei intendimenti a tal proposito, non dissi altro che
questo. Ancora una parola e finisco, sdegnoso e vergognato d'avermi
avuto a difendere da tali accuse e da tale accusatore. Questi fu sempre
mio nemico, perchè l'invidia lo rose pur sempre dei successi dovuti in
parte ad una fortuna — lo confesso — che forse è compenso datomi dalla
Provvidenza, ma in parte eziandio alla mia attività ed intelligenza.
Quelle passioni di cui egli accagiona me, fremono nel suo animo
inasprito, feroce insieme e codardo. Ora mi ha visto presso a metter la
mano sulla più cara felicità che uom possa desiderare. Ha voluto venir
cacciare frammezzo l'arte sua di malevolo. Ma di quanto io dissi sul
conto mio, di quanto vi affermai di essere, io diedi prove di documenti;
or dica egli se pur di una delle sue accuse può dare una sembianza di
prova.

Tacque come aspettando risposta: Maurilio, diventato sempre più pallido,
non parlò.

— Credereste voi dunque più che alla mia parola, più che alle mie prove,
alle semplici ciancie d'un tale individuo?

In quella l'uscio si aprì, ed entrò sollecita Maria che aveva notata la
venuta dello sposo ed accostandosi alla camera di suo fratello aveva
udito il suono alto e l'accento accalorato della voce di lui.

— Luigi, esclamò ella, che c'è?

Quercia le andò incontro e la prese per mano.

— Maria, disse con quella famigliarità cui già legittimava l'intimità
dei rapporti in cui erano: ecco un uomo che viene ad accusarmi di
sleale, di mentitore, di baro, e di nemico della vostra famiglia;
guardateci ambedue, e dite chi si ha da credere fra lui e me che mi
affermo innocente.

Nissuno sarebbe stato perplesso nella risposta, così era sicuro,
animato, trionfante l'aspetto di Gian-Luigi, tanto era smarrito,
confuso, disfatto quello di Maurilio; ed una donna può ella mai esitare
nel riconoscere l'innocenza dell'uomo che ama?

Maria si gettò al collo di Quercia.

— O mio Luigi, esclamò con passione, tu sei l'angelo mio.

Maurilio, nella dolorosa confusione in cui era la sua mente, capì pure
che tutto era detto, che la sua causa era perduta, che gli rimaneva
solamente di partirsene scornato, colla vergognosa nota d'un
calunniatore impotente. Come fece egli per torsi di là? Non avrebbe
saputo dirlo. Il vero è che si trovò fuor della casa, sul viale,
intronato, quasi barcollante, sentendosi ancora alle orecchie come suono
di sferzate, il suono delle parole di Gian-Luigi.

Quella sera medesima avevano luogo, come se nulla fosse intravvenuto,
gli sponsali di Luigi Quercia e di Maria Benda.

Era stato desiderio espresso di Quercia che nessuna festosa solennità,
nessun fasto accompagnasse la firma del contratto degli sponsali:
desiderio a cui s'affrettarono di aderire i parenti della sposa e la
sposa medesima, siccome quello che stava pure nell'animo loro, e veniva
consigliato dalle circostanze medesime in cui si trovavano, le
conseguenze cioè del tumulto degli operai e l'infermità di Francesco.
Nella camera di quest'ultimo la sera avevano luogo gli sponsali e, fuori
de' più prossimi congiunti di cui non poteva evitarsi la presenza, una
mezza dozzina di persone, non vi assisteva alcun invitato.

Lo sposo, Luigi Quercia, qualificatosi per dottore in medicina e in
chirurgia, aveva recato seco e presentato all'atto delle promesse la
somma di cento mila lire in biglietti di banco francesi che dichiarava
voler costituire in aumento dotale alla sua dilettissima sposa e
lasciava al suo futuro suocero perchè, celebrato il matrimonio,
investisse in altrettante cedole del debito pubblico piemontese (allora
in grandissimo pregio) nominativamente intestate alla sposa medesima:
questa, Maria Benda, portava in dote al marito ottanta mila lire in oro
ch'egli ritirava all'atto medesimo. Le due somme, i biglietti di banco a
fasci di dieci da lire 50 ciascuno, e i napoleoni d'oro a torricelle di
venticinque ognuna, stavano sopra la tavola a cui sedeva il notaio che
rogava il contratto, fra due massicci candelabri d'argento.

Vario era il contegno dei diversi personaggi che partecipavano a quella
scena; Maria, essa, posseduta da un'intima letizia che non si
scompagnava dall'agitazione, passava da un caro pallor delle guancie ad
un rossore più caro ancora, i suoi occhi si tenevano più volentieri
chinati a terra, ma talvolta però si levavano verso il suo sposo e
lampeggiavano d'una viva luce soave; egli, lo sposo, aveva l'orgoglio
temperato e l'allegria di buon gusto d'un trionfatore modesto; in ogni
sua mossa, come in ogni parola appariva l'uomo di squisito sentire, di
carattere delicato e di perfetta educazione; solamente chi avesse
conosciuto a fondo la variabilità d'espressioni di quella fisionomia
così soggetta alla volontà, avrebbe potuto notare una lieve mostra come
d'inquietudine, nella vivacità di certi sguardi, quasi un'impazienza che
quelle formalità durassero cotanto, un desiderio che tutto fosse finito
al più presto. La madre di Maria, come tutte le madri in simili
circostanze, era dominata da una commozione cui mal poteva frenare, e
spesso le si riempivano di lagrime gli occhi che teneva rivolti con
immenso affetto sulla figliuola. Il sor Giacomo aveva nell'animo qualche
cosa ancor egli che non lo lasciava del tutto contento. Aveva
liberamente e lietamente acconsentito a quel maritaggio con tanta
ardenza desiderato dalla figliuola, che doveva procurarne la felicità, e
cui credeva sotto ogni rispetto convenevole; sedotto ancor egli dalle
brillanti qualità dello sposo, persuaso per prova di fatto della
generosità dell'animo di lui, gratissimo verso di esso per quanto aveva
fatto in pro della famiglia, aveva pur sentito nascergli in cuore per
quel giovane una simpatia che già era quasi un affetto, e tuttavia a
questo momento, fosse inesplicabile istinto, fosse inavvertito effetto
delle accuse udite da Maurilio, non credute ma che, ciò nulla meno, come
quasi sempre d'ogni accusa suole accadere, avessero lasciata traccia, il
vero era che egli sentiva una specie d'agitazione, una mala voglia che
non si sapeva spiegare. Francesco, debole ancora, propenso per indole e
per la propria condizione a desiderare ed allietarsi nel veder
soddisfatto un reciproco amore, non provava che una affettuosa tenerezza
per la gioia della sorella.

Il notaio leggeva lentamente, con quel tono di voce e quell'accento
speciale di questi pubblici ufficiali che tutti conoscono, le clausole
del contratto. Gli sposi il domattina dovevano celebrare il matrimonio
alla parrocchia e partire immediatamente alla volta della Francia.

La lettura era finita: si procedette alle firme. Vi appose prima la sua,
non senza un legger tremito, Maria; poscia lo sposo. Nel passare la
penna alla suocera, Quercia drizzò l'orecchio e, senza che alcun altro
nulla udisse ed a questo suo atto badasse, stette intentissimo ad
ascoltare. Il finissimo suo senso dell'udito era stato percosso da un
lontano susurrio, da un penetrar di gente sotto il portone, da uno
scambio di parole. Egli, a buona ragione sospettoso di tutto, si
ritrasse indietro con moto naturalissimo e s'accostò lentamente alla
finestra. Maria, che non aveva occhi, che non aveva anima, che non aveva
vita che per lui, gli venne presso; egli, vivamente preoccupato com'era,
tutte le sue facoltà concentrate, per dir così, nell'intentività
dell'udito, ebbe pure l'arte e la forza di sorriderle e di prenderla per
mano.

— Cara, le disse traendola verso la finestra come volendo isolarsi con
lei dal resto delle persone presenti: cara, tu sei mia finalmente, e il
primo sacro vincolo ci ha avvinti di quella dolce catena che deve
tenerci uniti per tutta la vita.

Ella non sapeva che dire, non poteva parlare, tremava in tutte le fibre
d'un tremito soave; lo guardava e sorrideva.

Gian-Luigi aprì le imposte di legno della finestra e guardò fuori
traverso le invetrate. Quella finestra s'apriva dalla parte del cortile
in una delle due ale che si stendevano verso la fabbrica incendiata. Il
tempo s'era rimesso al bello e batteva la luna. Sulla neve del cortile
Quercia vide stendersi l'ombra di parecchi uomini.

— Che siano dessi? pensò; mi sembrano in pochi, tre o quattro tutt'al
più: ne avrei facilmente ragione.

Misurò l'altezza del ripiano a cui si trovava.

— In caso di bisogno, soggiunse, sono capace di far salti anche maggiori
di questo.

Tastò nelle saccoccie dove teneva due pistole corte e ne accarezzò il
calcio colla destra che si era sguantata per firmare, e frattanto
sorrideva sempre alla fanciulla innamorata.

Ma le sue orecchie non l'avevano ingannato; un rumore di passi e di voci
venne diffatti accostandosi vieppiù fino a che giunse nella camera che
precedeva, dove parve risolversi in un contrasto. L'ultima delle persone
presenti aveva appunto allora finito di sottoscrivere; chè tutti,
secondo l'uso, avevano voluto apporre a quell'atto la loro firma;
Giacomo Benda, stupito come gli altri di questo incidente, si tolse di
mezzo alle congratulazioni ed ai complimenti dei congiunti, ed andò
verso la porta dicendo:

— Vo a vedere che cos'è questo rumore.

Gian-Luigi parlava sempre con Maria nella strombatura della finestra, e
frattanto aveva pian piano alzato il palettino di sotto e fatto girare
il gancio di sopra che tenevano chiuse le invetrate; Maria non
s'accorgeva di nulla di quanto avveniva intorno a lei, non vedeva nulla
fuori delle pupille nere del suo sposo che seguitavano ad affisarla con
una fiamma che le sembrava di vivo amore.

Mentre il sor Giacomo stava per metter mano alla gruccia della serratura
dell'uscio, questo si aprì spinto dal di fuori, ed apparve Bastiano
tutto conturbato.

— Che cos'è? gli chiese quasi severamente il padrone.

Il gigantesco portinaio chinò la sua alta persona verso l'orecchio di
sor Giacomo e gli disse con un certo piglio d'ansietà, di disgusto e di
timore:

— V'è un cotale che vuole ad ogni costo entrare.....

— Gli è matto: interruppe parlando forte il signor Benda. Entrare! Qui,
a quest'ora? Perchè? E che pretende?

Tutti gl'invitati, la cui curiosità era solleticata ed in cui era nata
un'inesplicabile aspettazione, si avvicinarono al padron di casa e
fecero gruppo dietro di lui.

Bastiano, parlando sempre più sommesso rispose:

— Non è un matto; gli è un agente di polizia, con una mano d'arcieri.

Queste parole furono pronunciate pianissimo, ma pure, tanto era il
silenzio che s'era fatto, che furono udite da un capo all'altro della
stanza; da tutti, fuorchè da Maria. Il sor Giacomo aggrottò le
sopracciglia; Francesco sul suo letto si tirò su a vedere con moto più
vivace che non avrebbe ancora dovuto; la signora Teresa levò le mani
verso il cielo spaventata: gl'invitati allibirono, e più d'uno, temendo
d'essere compromesso, si pentì d'esser venuto.

— Ancora la Polizia! esclamò indignato il padron di casa. Che cosa mi si
vuole, per Dio?

— Falli entrare, padre mio, gridò Francesco dal suo letto, falli entrare
e vedremo tosto con che pretesto si viene a turbare nei momenti più
solenni la pace d'una famiglia, a violarne il domicilio.

Queste parole parvero molto audaci alla maggioranza dei presenti che
furono sempre più pentiti di trovarsi in quel luogo.

— Ebbene, vengano: disse bruscamente il signor Benda.

Bastiano non ebbe che ad aprire un battente. Sulla soglia si presentò la
faccia scialba d'un uomo, cui Gian-Luigi, dalla finestra ove si trovava,
riconobbe subito con dispetto per quella di Barnaba.

— Sciagurato d'un _Graffigna_: diss'egli fra sè: gli è proprio diventato
buono da nulla. Ora sì che son perduto. Chi sa?...

Aprì pian piano l'invetrata e il suo occhio corse rapidamente su due
punti: all'uscio per cui entravano gli uomini della Polizia ed al
tavolino sul quale erano le torricelle lucenti dei napoleoni d'oro.

Barnaba s'avanzò nella stanza, e dietro di lui si schierarono in fila
quattro brutti ceffi che non mentivano colle sembianze il loro essere di
arcieri travestiti.

— Non si sgomentino, disse il poliziotto che camminava ancora a stento,
appoggiandosi ad un bastone: non siamo venuti che per arrestare il
sedicente dottore Luigi Quercia.

La vecchia similitudine dell'effetto che produce un fulmine precipitato
a ciel sereno, non può menomamente esprimere lo stupore di
quell'adunanza alle parole dell'agente di Polizia.

Stettero lì, intenti tutti quanti, guardandosi, mentre Barnaba con una
rapida occhiata mandata in giro si rendeva conto della situazione
materiale delle cose per decidere del modo più opportuno di agire. Vide
Quercia nel vano della finestra e fra sè e lui frammezzare il gruppo
degl'invitati, il tavolino su cui era stato rogato il contratto e il
notaio che si levava allora esterrefatto, e per ultimo Maria che
all'udire le parole del poliziotto s'era gettata al petto dello sposo,
come per fargli scudo della sua persona.

Il _medichino_ ancor egli guardava codesto e pesava le circostanze di
tal disposizione di persone e di luoghi per servire al suo scampo. Non
aveva menomamente perduto del suo sangue freddo, nè aveva smesso il suo
superbo sorriso. E pensava:

— Fortuna traditrice! Nel migliore la mi manca. Due giorni avesse
tardato i suoi colpi!... Qualcheduno mi ha tradito.... chi?... Lo saprò,
e allora!... Intanto sfuggiamo alle loro unghie... Potessi almeno
arraffare eziandio parte di quel denaro!...

Barnaba aveva visto le invetrate aprirsi cautamente sotto la mano di
Quercia. Se le forze glie lo avessero concesso, si sarebbe slanciato
egli medesimo addosso all'uomo da arrestarsi: ma egli appena si reggeva
in piedi.

— Eccolo, gridò additandolo ai quattro seguaci, eccolo là alla finestra:
presto, afferratelo, ch'ei non ci sfugga.

Ma gli uomini avevano da passare in mezzo al gruppo degl'invitati che
avevano assistito al contratto, i quali senza punto volerlo, ma per
l'attonitaggine in cui erano, stavano piantati a fare ostacolo; e quindi
avevano da schivare il tavolino che si trovava nella linea retta da loro
al _medichino_.

— Sì, sono qua, gridò questi con una temeraria ironia; ma non mi ci
avete ancora preso, signori miei.

Erasi accorto che doveva rinunziare a far bottino di quei bei napoleoni
d'oro che splendevano sulla tavola, e n'aveva un dispetto da non dirsi;
appena appena se gli era possibile la fuga per la finestra. Si sciolse
dall'amplesso di Maria che stava palpitante sul suo seno; la rigettò
bruscamente contro i quattro uomini che si slanciavano su di lui; colla
rapidità del lampo fu sul parapetto della finestra e di là nel cortile.

Maria strammazzò nelle gambe degli _arcieri_, mandando un grido, e colla
sua caduta li arrestò un istante.

Barnaba, fatto più pallido, le labbra contratte dall'ira, gridava:

— Su, su, animali, buoni da nulla: fategli fuoco addosso; ch'e' non ci
sfugga, alla croce di Dio!

Quando gli _arcieri_ giunsero ad affacciarsi alla finestra, videro un
uomo che si dibatteva in mezzo a quattro altri ond'era circondato; si
udirono due colpi di fuoco, due dei quattro caddero e quello che era
stato aggredito fu visto fuggire con una rapidità straordinaria verso le
macerie della fabbrica incendiata.

— E' ci scappa, e' ci scappa: gridava furibondo Barnaba, giunto ancor
egli alla finestra. Fuoco, fuoco, su di lui.

Fu salutato dallo sparo di parecchie pistole, ma inutilmente: egli era
sparito.

Giacomo e Teresa erano accorsi a sollevare la figliuola; indicibile era
l'emozione in tutti.

— Signore, disse poscia il signor Benda con voce tremante dal turbamento
e dallo sdegno; si può almeno sapere a che titolo si voglia procedere
all'arresto del dottor Quercia?

Barnaba rispose con feroce crudità:

— Perchè gli è un ladro, un falsario ed un assassino. È il capo di
quella tremenda banda che chiamasi la _cocca_, ed è il soprannominato
_medichino_.

Maria non ebbe pur la forza più di mandare un grido; appoggiata com'era
alla spalla del padre si lasciò andare smarrita nelle braccia di lui, ed
egli l'adagiò sopra il sofà, priva affatto di sensi.

L'occhio del poliziotto era caduto sulle polizze di banca francese che
stavano sopra il tavolino.

— Ed ecco appunto, diss'egli, dei falsi biglietti di cui
quell'associazione di malfattori aveva la fabbrica.

E li sequestrò. Diede ordine tosto s'inseguisse da ogni parte il
fuggitivo.

— Oh! lo piglierò, diss'egli fra i denti, lo piglierò ad ogni modo.

Il padre e la madre di Maria erano intorno a lei desolati; i testimoni
di quella scena non rinvenivano dall'attonitaggine in cui erano caduti,
non sapevano che farsi nè che dirsi; alcuni, quelli che avevano meno
perduto il cervello, eransi partiti di cheto.

Barnaba si affrettò ad andarsene. Scendendo trovò i poliziotti che aveva
lasciati a guardia nel cortile, scornati, timorosi, mortificati; avevano
levati di terra e posti sotto l'atrio i cadaveri dei loro due compagni
stati uccisi dal _medichino_. L'agente della Polizia non fece loro il
menomo rimprovero; solamente li guardò con un occhio che parve loro più
severo d'ogni parola. Fu ad un giovinastro tarchiato e tozzo, dall'aria
scema, che Barnaba diresse una rampogna.

— E tu, imbecille, non sei stato da tanto di aggrapparti a lui e non
lasciarlo muover più? Ora egli ci scapperà per sempre, conducendo seco
la tua Maddalena.

Gli era Meo, che Barnaba aveva voluto condur seco, nella speranza che
gli sarebbe stato utile.

Lo stupido rispose con voce quasi piagnolosa:

— E' fu così lesto ch'io appena ebbi tempo a vederlo; quando accorsi
egli era già via; ma se mai lo trovo ancora a tiro della mia mano, le
giuro per la Madonna della Consolata, che non mi scappa più.

— Ah sì: mormorò Barnaba: ma il difficile ora sta appunto nel
ritrovarlo. Andiamo.

Camminando verso la città, il poliziotto pensava:

— Dove può egli ricoverarsi pel momento? Nella sua dimora abituale, mai
più. Nella palazzina del viale, difficilmente. Però or ora le passeremo
dinanzi ed osserveremo... Più probabilmente dalla Zoe.

In breve giunsero alla casina dei segreti ritrovi; Barnaba s'arrestò,
fece arrestare in perfetto silenzio la sua scorta e si pose ad osservare
attentamente. L'abitazione era muta e scura per l'affatto, nè si aveva
un menomo indizio che vi fosse anima viva. La neve caduta i giorni
addietro era stata spazzata via per una stretta striscia, dal cancello
all'uscio d'ingresso, quindi non vi poteva esser traccia di pedate; però
l'occhio acuto del poliziotto, in uno degli orli della neve in mezzo a
cui erasi aperto il sentiero, vide una lieve impronta; aprì il cancello
con un grimaldello e s'avanzò a contemplar davvicino quel segno. Era
l'impronta recente d'un piede ben fatto ed elegantemente calzato d'uomo.
Certo nel turbamento con cui camminava, il fuggente non aveva dovuto
badare che il suo passo, andato un po' di traverso, aveva lasciato una
piccola orma.

— Gli è qui: esclamò a bassa voce Barnaba, drizzando la sua faccia
illuminata da una fiera gioia. Il sorcio è in trappola, e questa volta
non ci può scappar più a niun modo.

Aveva seco sei guardie e Meo, che faceva sette. Non volendo tralasciare
cosa alcuna cui la previdenza consigliasse, egli trascelse due dei più
intelligenti fra i suoi uomini e diede loro l'ordine di recarsi sotto le
finestre dell'abitazione della Zoe a invigilare. Se mai per caso non
fosse Quercia quegli che era entrato nella palazzina, o già ne fosse
uscito, si tenesse d'occhio la dimora della cortigiana dov'egli poteva
riparare: tutti gli altri luoghi in cui era presumibile si recasse già
erano custoditi.

Partiti i due uomini, Barnaba fu all'uscio della casina, e senza molti
sforzi coi suoi grimaldelli lo aperse. Tutto era scuro là dentro: uno
degli _arcieri_ accese una lanterna, e cautamente, le pistole in mano,
s'introdussero tutti.

— Meo, disse Barnaba mettendo una mano sulla spalla del garzonaccio: gli
è ora che conto su di te.



CAPITOLO XXI.


Gian-Luigi, appena si fu colla sua rapida corsa di tanto allontanato pe'
campi da non temer più pel momento d'essere raggiunto, si fermò
ansimante a pensare quel che meglio gli convenisse. Fuggire addirittura
la città e il paese, tentar di giungere ad estere contrade era certo la
prima idea che gli doveva venire, e fu quella che gli venne: ma non
tardò a crollare il capo con uno scoraggiato sorriso.

— E che farò io, disse amaramente a se medesimo, senza mezzi nessuni,
senza punto denari? Aver tanto raccolto e veder tutto sfumarsi dinanzi!
Aver con tanti sforzi costrutto un edifizio e vederselo tutto
crollare!.. Espormi alla vita della miseria in altri paesi, ricominciare
da capo la vita del baro e dell'assassino per vivacchiare.... oh no! non
io discenderò sì basso.... Piuttosto morire.... Poichè tutto mi ha
fallito ad un tratto, che mi cale gettar via questa vita che ha mancato
a tutte le sue promesse?

Trasse fuori un pugnaletto acuto e sottile e ne guardò stranamente il
luccicar della lama al raggio della luna.

— Su via: diss'egli con quel suo sogghigno in quella solitudine, a quel
momento, più amaro, più superbo, più temerario che mai.

Ma la mano già levatasi per ferire, si arrestò e poi si chinò
lentamente.

— Non è una viltà fuggire innanzi al pericolo perchè si è fatto
gravissimo? Vo' lottare fino all'ultimo con questa società matrigna che
suscita tutti i desiderii e nega all'onestà ogni soddisfazione di essi,
e che ora mi minaccia colla forca... Vivo non cadrò nelle loro mani a
niun patto... Dunque tanto vale tentare ancora. Se potessi fuggire con
parte almeno de' miei tesori, sarebbe tuttavia una vittoria.

La sua decisione era presa, ringuainò il pugnale e si diresse verso la
palazzina. Camminava prudentemente celandosi dietro i tronchi degli
alberi, poco diverso dal cauteloso procedere che descrivono i romanzieri
americani dei selvaggi che vogliono sorprendere il nemico. Intorno alla
casina del viale tutto era quieto: Quercia spiò attentamente e non vide
indizio d'anima viva. Si fece ardito tanto da entrare nel cancello ed
introdursi nell'abitazione. Una lieve speranza gli venne che il segreto
nascondiglio detto _Cafarnao_ non fosse ancora conosciuto dalla Polizia
e colà potesse non solo penetrare sano e salvo a prendere il denaro che
vi aveva, ma rimanervi alcuni giorni nascosto a sviare la vigilanza e le
ricerche della Polizia. E certo se nessuno avesse tradito, quel rifugio
avrebbe dovuto essere compiutamente ignorato; ma che vi fosse stato un
traditore fra i servi era pure la prima idea che gli si era affacciata,
quando aveva visto comparirgli Barnaba per arrestarlo.

Pel segreto passaggio dalla palazzina passò nell'andito sotterraneo che
conduceva al grande stanzone centrale. Camminava lento, gli occhi e le
orecchie tese con ogni sua possibile intentività; la mano destra teneva
sull'elsa del pugnaletto, colla sinistra veniva tastando la parete per
guidarsi, essendo che quella sera non fossero accese le lampade lungo il
corridoio, ed egli avesse pensato meglio non recar seco lume nessuno. Ad
un punto udì innanzi a sè un suono, che gli fece spavento, se pure può
questa parola usarsi per l'intrepida tempra di quella natura. Era un
rumore di lotta: alcune voci d'ira e di minaccia, alcuni gemiti che
parevano di feriti, colpi e percosse. Il _medichino_ ristette. Era
questa una rissa fra i soliti abitatori del _Cafarnao_, oppure una lotta
con nemici invasori? Il dubbio non durò a lungo. Si udì una voce che
Quercia riconobbe per quella dal commissario Tofi.

— Non fate fuoco, gridava la voce, e' si vogliono prender vivi; che
diamine! siete in tanti e non ci valete ad opprimere due uomini soli, di
cui uno ancora non è che la metà d'un uomo?

Al punto in cui era giunto Gian-Luigi, poteva scorgere una luce
rossiccia in fondo al corridoio. Erano delle lanterne che tenevano in
mano vari uomini che non tardò a riconoscere per guardie di polizia. Sui
gradini che conducevano a _Cafarnao_ stavano ritti _Stracciaferro_ e
_Graffigna_ che si difendevano bravamente, il primo con un palo di
ferro, il secondo col suo coltello affilato, contro l'assalto d'una
schiera di poliziotti: alcuni di questi già erano distesi per terra
malconci; dietro degli assalitori appariva l'alta persona del
Commissario, il quale, nel suo solito contegno, le mani affondate nelle
sue grandi tasche del soprabitone, incoraggiava i suoi uomini
all'assalto. Allo sbocco dell'andito che conduceva alla bottega di
Baciccia apparivano altri poliziotti appostati.

Il primo impulso di Gian-Luigi fu quello di gettarsi là in mezzo a
soccorso de' suoi; ma fu lesto a cambiar d'avviso, egli si perdeva
inutilmente senza salvare gli altri. Sola cosa da farsi era tornare il
più presto sui suoi passi, prendere in fretta tutto quello che si poteva
di valore che era nella palazzina, e fuggire se pure s'era tuttavia in
tempo. Retrocesse adunque affrettato; giunto dietro all'uscio segreto
che metteva nel salotto della casina sostò ed applicò l'orecchio alla
commessura per ascoltare; non udì rumore di sorta; colà non era dunque
ancora penetrato nessuno. Toccò la molla nascosta; l'uscio si aprì; egli
passò ratto e lo richiuse: ma aveva fatto appena pochi passi che udì
nell'andito a pian terreno gente che entrava, che si accostava alla
scala, che saliva. Si morse le labbra fino al sangue, gettò un'occhiata
disperata intorno a sè, come per cercare una via di scampo: non ce n'era
nessuna: tornare nel sotterraneo era peggio: gli occhi gli balenarono
orrendamente: si vide compiutamente perduto e si disse con una bestemmia
che la sua ultima ora era venuta; si piantò sulla soglia di quella
stanza, impugnò con mano convulsa il pugnale e stette ad aspettare.

Non aspettò a lungo; l'uscio della camera che precedeva si aprì e
comparvero agli occhi suoi quattro uomini — quei medesimi che già lo
avevano assalito nella casa dei Benda — e in mezzo a loro, come duce,
Barnaba. Nessuna parola fu scambiata: nè i poliziotti minacciarono, nè
il _medichino_ aprì labbro; gli _arcieri_ ad un cenno di chi li
capitanava fecero un moto per islanciarsi addosso a Quercia: questi
brandì il pugnale, solidamente piantato sulle sue gambe, in una mossa
robusta ed elegante da gladiatore antico. Era sì fiero l'aspetto di lui,
sì ferocemente lampeggiavano i suoi occhi neri, la profonda ruga
incavatasi nella sua fronte dava una tale sembianza di forza, di
risoluzione disperata, di volontà e di ferocia indomabili a quel suo
volto fatto per imporne altrui e per comandare alle turbe, che gli
_arcieri_, come intimoriti, s'arrestarono. Ciascun di loro sapeva che il
primo fosse arrivato a tiro di quella sottil lama, che brillava nel
pugno piccolo e nervoso del _medichino_, sarebbe stato un uomo morto; e
per quanto si sia sicuri che la nostra morte verrà vendicata, non è
questo pensiero abbastanza consolante per deciderci a farci accoppare
così di piano senza punto oscitanze.

Barnaba, il quale voleva finirla presto, si volse indietro e chiamò a sè
un uomo che era rimasto nell'altra stanza in coda degli altri.

— A te, gli disse, vieni qua e guardalo. È egli quel desso?

Gian-Luigi vide, dietro le spalle dei quattro _arcieri_, comparire la
faccia scema e gli occhi vitrei di Meo, il garzone di mastro Pelone.

— Ah! sei tu il traditore: mormorò fra i denti il _medichino_: che sì
ch'io ti darò qui stesso la tua paga... Ma tu non sei già il solo,
perchè il segreto di _Cafarnao_ non t'era noto.

Lo sguardo di Meo, fissandosi nel volto di Gian-Luigi, s'animò per
quanto quello sguardo poteva animarsi.

— È lui, esclamò, gli è proprio lui: lo riconosco, quantunque e' sia
vestito da signore.

Barnaba aveva giudicato egli pure che alcuno dei presenti doveva
sacrificare la vita per la cattura di quell'importantissimo personaggio;
ed avvisò che, fra quante aveva in quel momento a sua disposizione,
l'esistenza di quel poveraccio era la più sacrificabile, come quella
che, arrestato il famoso _medichino_, diventavagli affatto inutile.

— Or bene, gli disse piano all'orecchio, saltagli addosso ed afferralo
tu, se non vuoi che più ci scappi e ti porti via per sempre la
Maddalena.

Meo allungò il collo fra le spalle dei poliziotti che erano dinanzi e
misurò collo sguardo lo spazio che gli restava da percorrere per
arrivare al _medichino_.

— Animo! gli susurrò all'orecchio Barnaba: l'hai giurato che non te lo
lascieresti scappar più; e così ti vendicherai di lui e di lei.

Il garzonaccio diede in una specie di grugnito: fece come il cane che,
animato dalla voce del cacciatore, esita a slanciarsi addosso al
cinghiale attergatosi ad una pianta, e poi ad un tratto ei si decide e
corre addosso alle mortifere zanne: colle due mani trasse indietro due
degli _arcieri_ per farsi lasciare il passo, e coll'impeto d'una
catapulta, piombò addosso al _medichino_ di tutto il peso della sua
persona.

Gian-Luigi piegò un istante a quell'urto; ma le sue gambe s'irrigidirono
tosto ed egli riprese di subito la sua impostatura di difesa; però
l'assalitore l'aveva afferrato alla gola e gli stava ingombro sul petto,
facendo sforzi ad abbatterlo in terra. Si vide al lume rossiccio della
lanterna balenare per aria la lama sottile, ed una riga di sangue colare
ad un tratto e per più luoghi dalle reni di Meo. Questi tuttavia non
lasciò la presa: muggiva e rantolava in orribil guisa, ma le sue braccia
si stringevano convulse al collo del _medichino_, così che tutto
pavonazzo ne diventava il viso di costui; e negli squassi dell'agonia,
cadendo a terra come sacco buttato, Meo traeva seco, sempre stretto
dalla morsa feroce delle sue braccia contratte, Gian-Luigi a mezzo
soffocato. Ma quando aveva toccato il pavimento, il povero Meo già era
cadavere.

— Su, su, gridò Barnaba: saltategli addosso ora ed impedite ch'ei possa
uccidersi, e disarmatelo.

Gli arcieri tutti quattro piombarono su di Quercia nell'atto che stava
per divincolarsi dall'amplesso orrendo di quel cadavere e volgere su di
sè l'arma omicida; non senza sforzi riescirono a torgli di mano il
pugnale e legarne le braccia e le gambe, e finirono per lasciarlo
disteso in terra ansimante, sanguinoso, pesto e allividito dai colpi
ricevuti, ma terribile ancora a mirarsi. Il pittore che avesse voluto
rappresentare il Satana fulminato, non avrebbe potuto trovare modello
più acconcio e più efficace di quell'uomo pallido, dalle chiome nere
irte sul capo come serpenti, dagli sguardi feroci e rabbiosi d'una
ferocia impotente, il quale si mordeva il labbro inferiore da far
spicciar il sangue che gli colava lungo il mento, sulla cui fronte la
ruga profonda che vi si incavava fra le sopracciglia, pareva l'impronta
della maledizione di Dio.

Barnaba, che aveva assistito con trepidante interesse alla breve ed
aspra lotta, ora che si vide disteso ai piedi, vinto ma non domato,
quell'uomo; come se soltanto per questo fine gli avessero bastato le
forze che aveva raccolte mercè il conato perseverante della sua volontà,
si lasciò cader seduto sovra una scranna, mandando un lungo sospiro, e
parve presso a svenire.

Gli occhi neri del _medichino_ caduto lo saettavano con isguardi pieni
d'un odio feroce.

Dopo un istante in cui gli _arcieri_ medesimi parvero riposarsi ancor
essi, stupiti insieme e della forza che loro aveva opposto quel giovane
dalle forme eleganti e quasi della loro vittoria, e' si volsero al
caduto a vomitargli mille improperii, urtandolo co' piedi. Il
_medichino_ rimase impassibile, muto ed immobile, nè i suoi occhi
degnarono pure volgersi sopra i suoi insultatori, ma continuarono a
restar fissi con quella espressione sopra di Barnaba.

Questi, appena gli fu tornato tanto di vigore da poter alzare la voce,
gridò ai suoi subalterni:

— Silenzio olà, e fermi!... Lasciate in pace il prigioniero.

Obbedirono colla prontezza e colla sommessione della disciplina
militare: e messisi nell'impostatura del rispettoso aspettar gli ordini
dal superiore, uno di essi, il brigadiere, domandò:

— Che ci comanda ora?

— Procederemo alla più minuta perquisizione in tutta la casa. Chiamate
gli altri uomini che abbiamo lasciato abbasso: due rimarranno qui a
custodia del prigioniero, gli altri romperanno tutti gli scrigni,
apriranno tutti i mobili, così ch'io possa rifrugar tutto e dappertutto.

Fu fatto secondo questi ordini. Ogni carta fu attentamente esaminata da
Barnaba, quelle sopratutto che avevano apparenza di lettere di donna. Di
queste se ne trovò di molte, ma non quelle che cercava l'agente della
Polizia; altre carte che avessero importanza non se ne rinvennero.

— Ed ora, disse Barnaba quando la perquisizione fu finita e lo disse in
modo che il _medichino_ potesse udire: ora non ci resta che penetrare
nel sotterraneo.

Gli occhi di Gian-Luigi che rimanevano sempre fissi sull'agente della
Polizia, diedero un leggier guizzo.

Barnaba si accostò al giacente e, curvatosi verso di lui, gli disse:

— Vedete che sono informato di tutto. So che per quella grande
specchiera laggiù si penetra nel sotterraneo covo della vostra _cocca_,
e so che la si può aprire mediante una molla segreta che si preme.
Fareste assai bene ad indicarci questo segreto per avanzarci la fatica e
il tempo di rompere ed abbattere quell'uscio così ben dissimulato, senza
contare che gli è un peccato mandar a male un sì bel cristallo.

Il _medichino_ seguitò a guardar fieramente chi gli parlava, ma non
disserrò le labbra.

— Rompete quello specchio, comandò Barnaba accennandolo colla mano, e
sfondate l'uscio che esso nasconde.

L'ordine fu tosto eseguito. Dieci minuti dopo appariva il vano nel muro
e il tenebroso pozzo della scala che s'affondava. Allora il prigioniero
fece un movimento ed accennò colle pupille a Barnaba che gli stava
seduto dappresso.

— Sentite: diss'egli.

Il poliziotto, aspettandosi qualche rivelazione, si curvò su di lui con
sollecita premura.

— Che ragioni personali d'animosità avete voi contro di me? gli domandò
Quercia, facendogli penetrare negli occhi il suo sguardo acuto.

Per un ratto istante le pupille, abitualmente velate, di Barnaba ebbero
un improvviso bagliore; ma le si spensero tosto.

— Nessuna: rispose egli freddamente.

— Voi mi avete data la caccia con ispeciale accanimento; foste voi che
veniste a suscitare fra i miei seguaci un traditore.

— Era dovere del mio ufficio.

Gian-Luigi fece quel suo scettico amaro sogghigno che ora su quelle
labbra sanguinose era più penoso a vedersi.

— Troppo zelo: diss'egli ironicamente.

Barnaba si drizzò della persona ed accennò avviarsi verso l'uscio
atterrato.

— Aspettate: disse vivamente il _medichino_ con un accento che pareva di
comando.

Il poliziotto si fermò.

— Curvatevi di più verso di me. Quello che voglio dirvi dev'essere udito
da voi solo.

Barnaba si chinò più che poteva.

— Per fare codesto mestiere voi dovete non esser ricco.

— Sono poverissimo.

— Chi mi lasciasse scappare potrebbe avere venti mila lire.

— Bah! dove le prendereste? Tutto quello che avevate qui sotto già vi fu
sequestrato.

La risposta del poliziotto accese un po' di speranza nel cuore di
Gian-Luigi. Chi si preoccupa del modo onde gli può essere pagato il
compenso ad un atto che gli si domandi, è presso ad accettare di compire
quest'atto.

— Ho in serbo altrove delle somme: disse con vivacità il _medichino_.
Sono presso una persona, dalla quale potreste avere subito, questa sera
medesima, la mercede che vi dico.

— Chi è questa persona? domandò Barnaba i cui occhi tornarono ad
animarsi alquanto.

— Vi condurrò io stesso da lei, appena ci saremo tratti di qua.

— Forse la Zoe? disse l'agente poliziesco con voce che sibilava fra i
denti.

Quercia era troppo osservatore per non por mente alla fiamma che aveva
lampeggiato nelle pupille di Barnaba, al tremare dell'accento con cui
aveva pronunziato quel nome di donna: sollevò alquanto il torso dal
suolo, puntando il gomito d'uno de' suoi bracci insieme
strettissimamente legati, ed affondò i suoi negli occhi
dell'interlocutore.

— La Zoe!... Voi la conoscete?

Barnaba aveva chinato sulle pupille le ciglia, e volto il capo
dall'altra parte.

— No: rispose freddamente. Non la conosco..... Ma mi offriste anche un
milione non consentirei nemmeno a chiudere un occhio perchè voi poteste
riacquistare la libertà.

— Va bene: disse con tutta indifferenza il _medichino_, lasciandosi
ricadere lungo e disteso per terra: siete l'eroe della Polizia.

E non pronunziò più una parola.

— Scendiamo giù: disse Barnaba ai suoi uomini: due di voi rimangano qui;
gli altri vengano meco. Credo che a quest'ora il Commissario avrà finito
con quegli altri, e se no arriveremo appunto in suo aiuto.

E l'agente cogli _arcieri_, tolti i due che rimasero presso il
_medichino_, sparirono nell'oscuro della scaletta che scendeva al
corridoio sotterraneo.



CAPITOLO XXII.


Per l'arresto dei malfattori della _cocca_, tre squadre poliziesche
eransi partite ad un tempo dal Palazzo Madama, la prima capitanata da
Barnaba si era diretta alla casa Benda dove sapevasi doversi cogliere
alla posta il capo della banda, e già abbiam visto quello che a questa
squadra era intravvenuto; la seconda erasi recata all'abitazione
ordinaria del cosidetto _medichino_ sotto la guida di un altro agente
che godeva ancor egli la speciale confidenza del signor Commissario, e
colà aveva arrestato i servi del sedicente dottor Quercia ed in una
minutissima perquisizione sequestrato tutte le carte che vi ci aveva
trovate, cui l'agente doveva consegnare nelle mani medesime del signor
Tofi: quest'ultimo poi, a capo della terza squadra, più numerosa delle
altre e rinforzata dall'aiuto di una mezza dozzina di carabinieri, s'era
assegnato il compito di penetrare nel covo sotterraneo e misterioso di
quella tremenda associazione di assassini. Giunta a poca distanza dalla
strada in cui s'apriva la taverna di Pelone, questa schiera si divise in
due, e chetamente le due frazioni s'avviarono, l'una verso la bettola,
l'altra verso la bottega di Baciccia.

Il bravo Pelone, che già da qualche giorno aveva inquietudini e di
molte, restò di stucco al vedere aprirsi l'uscio a vetri della bottega e
in mezzo al fumo denso delle pipe, delle vivande, dei lumi a olio,
presentarsi la faccia del Commissario, faccia che ispirava apprensione a
tutti e che in quel punto alla coscienza sporca di mastro Pelone fu
spaventosa come la testa della Medusa nei poeti classici. Ad accrescere
spavento questa faccia tremenda era incorniciata in un fondo di ceffi
arcigni di guardie poliziesche e di cappelli a becchi di carabinieri. Al
fondo dello stanzone, dal suo banco a cui sedeva secondo il solito, il
tavernaio, facendo una splendida eccezione alla ordinaria lentezza di
moti del suo lungo corpo dinoccolato, sorse di scatto sulle sue zattere
di piedi, assalito da un parosismo maligno della sua tosse profonda e
dal fondo delle occhiaie incavate girando attorno uno sguardo sgomento:

— Il Commissario in persona! si disse egli in fretta in fretta con un
ansioso monologo mentale. Caspita! Gli è dunque qualche cattura
importante che qui si vuol fare.

Ma lo sguardo che aveva mandato in giro gli aveva fatto conoscere che
presenti nell'osteria a quel momento, non c'era che una minutaglia di
birbanti, pesciolini senz'importanza, per cui non occorreva tanta forza
di reti nè tanta abilità di pescatore: e ciò lo spaventò ancora più.

— Ahi, ahi! Pelone, continuò egli nel suo monologo; codesto mi ha l'aria
molto brutta per te; tutto ciò temo voglia avviarsi molto male.
Qualcheduno avrà commesso delle imprudenze; già lo sapevo che sono una
manica d'imbecilli; lo dovevo prevedere ed avrei fatto bene a contar
tutto al Commissario. Ora temo d'essere nella ragna pur troppo, che il
diavolo li porti tutti quanti, e me con essi.

L'alto rumore che facevasi nella bettola, e vociare nel giuoco della
morra, e sbraitare di canzonaccie, e parole concitate che erano grida e
sghignazzamenti e imprecazioni e bestemmie, all'entrare della forza
pubblica, era cessato tutto ad un tratto, come per incanto. Tutte le
faccie s'erano rivolte alla porta, tutte le bocche erano rimaste
spalancate e gli occhi fissi nell'espressione d'una paurosa sorpresa,
nel cuore di tutti s'era messa l'ansia, perchè fra tutti quegli
avventori non ce n'era forse uno cui quella vista non dovesse dare a
riflettere ai casi suoi.

La Maddalena, che trovavasi nella cucina al pian di sotto, stupita
grandemente pel subito succedere senza transizione di quell'alto
silenzio al baccano di prima, venne su a vedere che mai fosse capitato,
e mostrò la sua faccia impertinente e rubiconda al di sopra della
botola.

— Figliuola di mala femmina, sgualdrina, sfacciata che Dio ti dia bene!
le disse mozzicando le parole fra le sue gengive il bettoliere che s'era
levato premurosamente di dietro il banco per muover all'incontro del
Commissario. Ecco qui la sbirraglia: siamo tutti perduti, che Satanasso
ti abbranchi!

Maddalena per prima cosa pensò alla più diletta persona, alla sola
diletta che avesse al mondo, al _medichino_, cui quel pericolo poteva
minacciare; guardò alla porta e veggendo entrare cinque o sei sgherri e
con essi tre carabinieri, ed una riserva di poliziotti rimanere ancora
al di fuori sulla strada, capì con molto dispetto che il fuggire di là
era impossibile. Suo proposito era correre in cerca di Luigi e tanto
aggirarsi finchè l'avesse trovato per avvisarlo di quel che avveniva
nella bettola, di guisa ch'egli potesse provvedere ai casi suoi.
Qualunque altro non avrebbe più avuta speranza nessuna di riuscire in
questo intento; ma la Maddalena era tenace nelle sue volontà, era
audacissima, accorta, ed era donna; si disse che un'occasione di
sgattaiolarsela sarebbe nata ed ella avrebbe saputo approfittarne, ed
anche l'avrebbe saputa far nascere, e salita del tutto fuor della
botola, si venne accostando lentamente al gruppo degli agenti della
forza pubblica, come spinta soltanto da una curiosità naturale, ma
affatto disinteressata.

Chi s'accostò non lentamente ma con zelante premura al sor Commissario
fu mastro Pelone, il quale, trattosi fuori di dietro il banco, levatosi
dal cranio lucido di avorio giallo la berrettaccia unta e bisunta,
veniva all'incontro del signor Tofi, lungo la corsìa in mezzo ai due
ordini di tavole, facendo passi da gigante colle sue lunghe gambaccie
stecchite e trinciando inchini da toccare colla punta del suo naso da
uccello di rapina le rotelle piatte de' suoi ginocchi.

— Oh signor Commissario, illustrissimo signor Commissario! gridava egli
colla sua voce rauca, punteggiata dagli sbruffi della tosse: in che cosa
posso servirla, signor Commissario? Mi metto a sua disposizione, signor
Commissario.... Fatevi in là voi altri: si diede a gridare a parecchi
degli avventori che ingombravano il passaggio, e li urtava nella schiena
per farneli ritrarre: toglietevi di qua, mascalzoni, fate largo, date
luogo al signor Commissario.

Questi dall'alto del suo cravattone guardò con occhio severo l'oste
tutto confuso, che credette, a quell'occhiata, sentir aprirsi il terreno
sotto i piedi, e non rispose pure una parola; poi volto al brigadiere
dei carabinieri ed a quello delle guardie di polizia, disse:

— Nessuno esca di qua sino a nuovo ordine. Prendete nome, cognome e
condizioni di tutti e quelli che sono in nota sieno ammanettati
senz'altro.

Carabinieri ed _arcieri_ si posero tosto all'opera. Della maggior parte
di quegl'individui non avevano pure da domandare il nome; chè erano
antiche loro conoscenze e non nuovi inquilini della carcere. Tutti
protestavano che gli era uno sbaglio, che erano innocenti come neonati,
ma le proteste non indugiavano d'un punto il ratto procedere degli
agenti della forza pubblica.

— Voi, Pelone, disse il signor Tofi con quel suo brusco accento, che
gelava il sangue nelle vene a chiunque: venite meco di là in quello
stanzino.

Il Commissario fe' cenno al brigadiere dei carabinieri, a quello degli
sgherri e passò primo; Pelone entrò dopo di lui abbrancato ad un braccio
dal caporale _arciere_, e le sue lunghe gambe gli si piegavano sotto:
l'uscio a vetri colle tendine rosse fu chiuso dietro di loro.

— Pelone; cominciò il signor Tofi con quel tono che toglieva ogni
volontà di resistenza; apriteci subito l'uscio segreto che c'è in quella
impiallacciatura di legno, pel quale si comunica col sotterraneo
ricovero della _cocca_.

L'oste sentì un brivido come mai l'uguale corrergli per tutte le vene e
gli venne un nodo alla gola che, secondo si espresse egli medesimo di
poi, gli parve una carezza della corda di mastro Impicca.

— Signor Commissario, balbettò egli, verde in viso e oscillando come
briaco sulle sue pertiche di gambe, non so..... non capisco..... in
parola di Pelone.....

Si ricordò che quel passaggio, per fortuna, ultimamente era stato
murato, che quindi non lo si sarebbe rinvenuto, e povero di consiglio
com'era in quel momento, preso alla sprovveduta, si figurò che il
miglior mezzo era di negare risolutamente.

— Non so che cosa Vossignoria voglia dire..... che il diavolo mi porti.

Tofi lo guardò con aria feroce, e senz'aggiunger verbo andò a quel punto
dove Barnaba gli aveva detto esistere il passaggio; toccò nel luogo
dove, per le rivelazioni di Arom, sapevasi esistere la molla, ma nulla
si mosse.

— Aprite, sarà meglio per voi: disse il Commissario furibondo a Pelone.

— La mi scusi, signor Commissario, ma per la salute dell'anima mia, per
la Madonna delle grazie e quella della Consolata, pel mio Santo
protettore, protesto.....

Il Commissario non lo lasciò finire: aprì l'uscio a vetri che metteva
nel primo stanzone e disse con accento di comando:

— Due uomini qua con ascie e picconi.

Gli uomini vennero solleciti.

— Abbattete quel tavolato lungo tutta questa parete: comandò il signor
Tofi.

In dieci minuti la bisogna fu compiuta. Non vi era passaggio di sorta
nella muraglia, ma ad un punto, ed era facile accorgersene, la muratura
era fresca.

Tofi si rivolse al bettoliere, più furibondo di prima.

— Brigante! Avete murato l'apertura, eh? E credete scappolarla?
Miserabili! siete tutti nei miei artigli ad ogni modo, ed avrete dal
boia quel che vi meritate... Distruggete quella muratura.

Gli uomini si posero a dar coi picconi in quella parte che si vedeva
costruita di recente.

Ma ecco che in quella giunge correndo un arciere della squadra che erasi
recata alla bottega del Baciccia, e viene a recare un'ambasciata al sor
Commissario.

A questa squadra ecco che cosa era avvenuto.

Giunti alla bottega del rigattiere e trovatala chiusa, se l'erano fatta
aprire ed irrompendo avevano senza perder tempo legato ben bene il
Baciccia e la sua famiglia, poi recatisi diviati al nascosto passaggio
che comunicava col sotterraneo, vi si erano introdotti, camminando pian
piano, con ogni cautela, colle loro lanterne accese.

In _Cafarnao_ erano i soliti inquilini, che non avevano altro soggiorno
più sicuro di quello: i due galeotti evasi dal bagno, _Stracciaferro_ e
_Graffigna_. Dormivano ambedue; ma l'ultimo, in qualunque luogo si
trovasse, non dormiva che di quel sonno che il volgo suole attribuire
alla lepre, la quale non chiude che un occhio e coll'altro sta sempre
spiando ciò che le succede dintorno. _Graffigna_ adunque udì fra il
sonno e la veglia il rumor lontano e soffocato dei passi guardinghi di
più persone suonare per la volta rimbombante del sotterraneo e si drizzò
in sussulto a sedere sul suo strammazzo. Era un sogno frequente ch'ei
faceva quello di essere perseguitato dai giandarmi, e credette anche
questa volta essere stato disturbato da un sogno; ma ora e' si sentiva
bene sveglio, e quel rumore non che dileguarsi veniva sempre più
accostandosi; balzò dal giaciglio e corse alla porta che usciva su
quella specie di vestibolo che precedeva lo stanzone, onde entrava
colaggiù un poco d'aria e di luce, vide dal corridoio che veniva alla
bottega del Baciccia, unica strada che ora ci fosse oltre quella della
casina del _medichino_, appressarsi uno splendore rossiccio che giudicò
prodotto da più lanterne portate a mano, e udì un tintinnare d'armi che
al suo orecchio esercitato rivelò di che razza fossero i sopravenienti.
D'un salto egli fu presso _Stracciaferro_ a scuoterlo vigorosamente. Suo
disegno era correre in tutta fretta su per l'andito che menava alla
palazzina di Quercia, il quale aveva visto ancor libero, e di là
fuggire, se ancora possibile, alla aperta campagna. Ma quanto era
leggiero il sonno di _Graffigna_, altrettanto era sodo e pesante quello
di _Stracciaferro_ onde alle scosse ed agli urtoni che il suo compagno
gli dava, quell'omaccione, senza punto destarsi, non faceva che
rispondere con un grugnito e con certi atti impazienti e collerici che
provavano essere il mal capitato chi venisse a disturbarne il riposo.
Vedendo che la cosa premeva oltre ogni dire, _Graffigna_ pensò ricorrere
ad un mezzo che ritenne infallibile: punzecchiò forte colla punta del
suo pugnale nelle carni dell'addormentato e nello stesso tempo gli gridò
nel padiglione dell'orecchia:

— Su, su, _Stracciaferro_; sono qui gli sbirri ad arrestarci.

L'omaccione mostrò che era sveglio pur finalmente sparando insieme una
grossa bestemmia e un tremendo pugno che guai per _Graffigna_ se n'era
colto.

— Possa tu venir appiccato, traditore d'un birbone da forca: esclamò
_Stracciaferro_: mi lascierai tu dormire in pace?

— Il tuo augurio sta per essere avverato: di rimando _Graffigna_,
martuffo del boia, mio caro amico, che ti venga un accidente; e sta per
avverarsi anche per te, giacchè stiamo per essere presi come due sorci
in trappola.... Ti dico che è qui la Polizia.

Questa volta _Stracciaferro_ fu desto del tutto.

— Possibile! esclamò egli levandosi.

— Senti! disse _Graffigna_.

L'omaccione udì ancor egli il passo in cadenza della squadra che
s'avanzava lentamente. Al suo spirito ottuso non balenò neppure il
pensiero d'un possibile scampo; non pensò che a vender cara la sua vita;
girò intorno lo sguardo degli occhi sanguigni e borbottò fra i denti:

— Ah cani maledetti! Or ora ne spedisco io una frolla all'altro mondo a
farmi da battistrada.

Aveva visto in un angolo un palo di ferro di quelli onde si servivano ad
abbattere imposte e sgangherar usci, e fu ad afferrarlo, maneggiandolo
con tanta facilità, come altri farebbe d'un semplice bastone.

_Graffigna_ gli spiegò in fretta in fretta la possibilità che forse
eravi ancora di fuggire per la casetta del _medichino_; ed egli allora
consentì a tentar questo passo, armato del suo palo di ferro; ma era
troppo tardi, ed appena usciti dallo stanzone, i due banditi si videro
saltare addosso gli agenti della forza pubblica. Si ritirarono essi
sulla soglia del _Cafarnao_, in alto dei pochi gradini che vi
conducevano, e disperati del tutto della vita, si prepararono ad una
strenua difesa. Non racconterò le vicende di questa lotta resa più
orribile dal luogo, dalle tenebre appena se rotte da quella luce
rossiccia che pareva anch'essa macchiata di sangue, dalla forza erculea
di _Stracciaferro_, dall'agilità di _Graffigna_ che balzava come una
pantera addosso ai nemici e riparava poscia sotto la protezione della
tremenda mazza del suo compagno, riportando ad ogni volta bagnata di
sangue novello la lama sottile del suo pugnale. Il fatto è che già
troppo durava questo combattimento, senza che si fosse potuto venire a
capo di opprimere i due assassini, e parecchi degli assalitori giacevano
malconci; speravano gli agenti della Polizia veder giungere da un
momento all'altro il rinforzo del Commissario co' suoi uomini, che
secondo le intese dovevano riunirsi colà appunto al resto della squadra,
ma non vedendo nulla arrivar mai, chi comandava quella frazione aveva
pensato miglior consiglio mandare alcuno ad istruire il signor Tofi di
quello che avveniva ed invocarne sollecito il soccorso. Codesto era
venuto a fare l'uomo che abbiamo visto soprarrivare sollecito alla
taverna di Pelone, e il Commissario appena inteso com'erano le cose,
lasciato nella bettola appena quanti uomini bastassero a tenere in freno
gli arrestati che già erano a due a due avvinti dalle manette, con tutto
il resto delle sue forze accorse sul luogo del conflitto.

La Maddalena, visto partire il Commissario e la maggior parte dei birri,
sentì accrescersi la sua mai perduta speranza di fuggire. Se ne venne
tranquillamente verso la porta d'uscita, e saettò un'occhiata assassina
all'_arciere_ che stava là appostato. Quell'_arciere_, per fortuna di
Maddalena e per sua sfortuna, praticava non di rado nella bettola, e le
attrattive petulanti della giovane lo tentavano maledettamente; a
quell'occhiata ch'egli credette gli dicesse tante cose, non potè a meno
che rispondere con un fatuo sorriso di compiacenza.

Maddalena, con atto di affettuosa domestichezza, gli pose una delle sue
mani paffutelle sul petto.

— Ho da dirvi una cosa: gli susurrò sotto voce, ponendogli bene innanzi
le sue pupille smaglianti, la sua faccia fresca e il suo sorriso
provocatore.

— Che cosa? disse il babbuino aitandosi ed andando tutto in brodo di
giuggiole.

— Non qui: soggiunse la briccona sempre più sommesso, guardandosi
dattorno con diffidenza: venite fuori un momento; è una cosa che vi farà
piacere.

E senza attender altro, lesta pose la mano sulla gruccia della
serratura, socchiuse l'uscio e sgusciò fuori: ma l'_arciere_ fu
sollecito ad allungar il braccio, afferrò la ragazza pei panni e le
tenne dietro nella strada.

— Or bene, parlate ora, mia cara...

Non ebbe tempo a finire queste parole che la Maddalena, la quale forzuta
era e coraggiosa più che a donna s'addica, gli scaraventava un pugno sul
naso con tanta violenza che il povero _arciere_ vedeva a un tratto cento
mila fiammelle, e recandosi le mani alla parte offesa non pensava più a
trattenere la donna, che non perdeva tempo a darsela a gambe e spariva
ratta nell'oscurità di quelle viuzze contorte.

Dove la si recasse vedremo poi, ora torniamo con Barnaba che dalla
camera ove giaceva il _medichino_ legato, si calava per la scala segreta
nel sotterraneo della _cocca_.

Quando Barnaba discese in _Cafarnao_ la lotta era finita, il
sopraggiungere del Commissario con nuovo rinforzo di poliziotti, aveva
dato più animo agli assalitori ed era riuscito a superare ben tosto
colla prepotenza del numero la difesa degli assassini. Questi, disarmati
e strettamente legati, stavano in quella specie d'atrio circolare dove
facevano capo le varie strade coperte, posti in mezzo ad una mezza
dozzina de' più robusti e risoluti sgherri, i quali li custodivano
tenendo gli occhi fissi su di loro e le mani sui calci delle pistole. Il
signor Tofi, penetrato nello stanzone sotterraneo, tutto lieto delle
infinite cose che vi scopriva, onde di gran lunga era superata la sua
aspettazione, ne faceva una ricognizione sommaria; riserbandosi, a cose
più calme, un minuto esame ed un esatto inventario. Intanto aveva già
riconosciuto che colà stavano le prove materiali di parecchi reati di
cui fino allora non si erano potuti trovare i colpevoli: quelli che in
linguaggio criminale si chiamano _corpi del delitto_. Là era la cassa di
ferro portata via al signor Bancone; là il mantello di Francesco Benda,
di cui uno squarcio era rimasto in mano all'assassinato Nariccia; là
varii e molteplici oggetti caduti nei più audaci furti ed assassinii
commessi. Adocchiato finalmente l'uscio che metteva nel gabinetto
particolare del _medichino_, il Commissario lo faceva atterrare, e
penetrato in quel recesso, rotte le serrature dei forzieri e della
scrivania, giungeva ad impadronirsi pur finalmente di tutti i segreti
della tremenda associazione, di tutti i fili di quella permanente
congiura di malfattori contro la proprietà e la società.

Barnaba arrivava appunto nel migliore dell'opera di sommario esame e di
separazione dei documenti sequestrati.

— Signor Commissario; cominciò egli, per richiamare su di sè
l'attenzione del suo superiore.

Il signor Tofi levò il viso vivamente e di sotto la larga tesa del suo
cappello che teneva piantato in capo, mandò uno sguardo pieno di
soddisfazione e brillante di trionfo verso il suo subordinato che gli
stava ritto dinanzi. Parve persino che le sue labbra severe si
atteggiassero ad una sembianza di sorriso; cosa che da anni ed anni
avevano affatto disimparato.

— Ah siete qui voi!... Spero che non vi sarete mica lasciato scappare il
merlotto.

Mai, a memoria di birro, il signor Commissario Tofi non aveva usato
parole e tono così scherzosi.

— No, signore, rispose Barnaba, che, sfinito del tutto di forze, si
appoggiò alla scrivania per sorreggersi; egli è colassù legato come un
salame.

— Bene, benissimo: esclamò Tofi fregandosi le mani. Ma come colassù?
Dove volete dire?

— Nella palazzina del viale.

— Ah sì! E come ce l'avete costì, perchè ce l'avete portato?

— L'abbiamo preso colà.

— Oh bella! Raccontatemi come andò la cosa.

Ma in questa il Commissario degnò accorgersi che il suo subalterno non
poteva proprio più stare in piedi.

— Sedete: gli disse con accento più benigno di quello che da lui si
potesse aspettare; avete bisogno di riposo; lo si vede.

Barnaba si lasciò andare sopra una scranna e raccontò le peripezie
dell'arresto.

— Che minchione! esclamò il Commissario: poichè vi era sfuggito dalle
branche, venirsi a porre da sè in trappola. Ma e' son tutti così: ce la
fanno, ce la fanno per un pezzo, e nissuno mai, conviene dirlo, ce l'ha
fatta così bene e per tanto tempo come questo scellerato, e poi ad un
bel punto perdono la scrima. Ora, grazie a Dio, ce l'abbiamo ed è affar
finito; non ci scappa più. Metteremo in pratica tutta la possibile
sorveglianza.

— L'affidi a me, sor Commissario: esclamò con un certo ardore Barnaba,
rianimandosi nonostante la sua sfinitezza. Lo vorrò sorvegliare anche
quando sia nelle carceri, perchè quell'associazione di cui il
_medichino_ è capo, ha tali diramazioni ed è sì potente che ci sarà
impossibile, anche con questo colpo, schiacciarla del tutto, e perchè vi
hanno troppe persone ed influenti che seguiteranno ad interessarsi per
la sorte di quel miserabile. Dobbiamo aspettarci a molti ed accorti
tentativi d'evasione.

— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si
spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto
avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò
raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso.
Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe
lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi
trovate nella palazzina?

Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto
non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già
indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si
sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti
speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in
quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom
aveva del pari rivelato l'indirizzo.

Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia
dei locali e d'ogni cosa; dato ordine si traducessero in carcere il
bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi
del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano
stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella
palazzina del _medichino_, traendosi dietro ammanettati _Stracciaferro_
e _Graffigna_.

Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe,
immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a
suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide
entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li
saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i
galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le
sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso,
di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.

Il Commissario si accostò al _medichino_ con passo piuttosto sollecito,
come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo
attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed
abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al
solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti
al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le
ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il _medichino_ concentrò tutta
l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava
dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era
nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma
paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel
potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua
balìa.

Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra
parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche
ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi
giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno
aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si
preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una
parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa
attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come
risultamento del suo esame e del suo meditare:

— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone.....
Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo
mondo.

Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra
parte.

— Accostatevi: disse Tofi a _Stracciaferro_ ed a _Graffigna_, tornando a
tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.

I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi
innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.

— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il
_medichino_.

_Stracciaferro_ e _Graffigna_ abbassarono gli occhi sul volto del
giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo
dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa
del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta
indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me
gli è affatto uguale.» _Graffigna_ pensò che in ogni caso il silenzio
val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi;
_Stracciaferro_ che non aveva consiglio proprio, guardò _Graffigna_, e
vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.

— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso
accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore
d'una risposta.

— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo
assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.

I due galeotti furono menati via.

— Slegate le gambe a quell'uomo: comandò il Commissario accennando al
_medichino_ con una mossa del capo.

L'ordine fu tosto eseguito.

— Potete camminare? domandò allora il signor Tofi.

— Desidero una carrozza; rispose il _medichino_ con tono di orgogliosa
superiorità: me la volete concedere?

— Potete camminare? ripetè ruvidamente il Commissario.

Gian-Luigi lo guardò con inesprimibile disdegno e gli volse le spalle.

— Sono con voi: disse al brigadiere dei carabinieri. Dove avete da
condurmi?

Il brigadiere interrogò collo sguardo il Commissario.

— Al palazzo Madama: comandò questi; e poi rivolgendosi al prigioniero,
soggiunse: fra un quarto d'ora ci troveremo colà di nuovo faccia a
faccia, signore.

Il _medichino_, le braccia così legate come aveva che le cordicelle gli
entravano nella carne intorno ai polsi e gli facevano gonfiare le vene
da parere dovessero scoppiare, andò a porsi in mezzo ai carabinieri che
lo dovevano accompagnare e disse loro semplicemente:

— Andiamo pure, signori.

Le gambe, per la stretta legatura che avevano sofferto sino a quel
momento, gli dolevano così che sembravagli da principio non poter mutare
pure un passo; ma la sua fisionomia non rivelò nemmeno con una smorfia
il tormento ch'egli soffriva: impose al suo corpo d'obbedire alla
volontà, alla sua mente di non sentire il dolore, e con passo franco si
partì scortato dai carabinieri.

Il Commissario e Barnaba si avviarono da parte loro verso il Palazzo
Madama: e la debolezza del secondo rese necessaria una carrozza. Tofi
fece passare quest'essa nella strada ove abitava il generale Barranchi e
fermarsi alla porta del palazzo. Per fortuna il capo supremo della
Polizia era appunto in casa e, fatto introdurre senza ritardo il
Commissario, ne apprendeva tosto le importanti novelle delle catture e
della scoperta avvenuta quella sera.

Il bravo sor Generale lodava con moderazione e sussiego il buon successo
del Commissario, e poi tosto soggiungeva:

— Spero che quelle tali lettere di cui vi ho parlato saranno già in
poter vostro.

— No, Eccellenza, non ancora: rispose Tofi, e disse come nei luoghi da
esso perquisiti non le si fossero rinvenute.

Barranchi corrugò la sua piccola fronte superba.

— Diavolo! Codesto ve lo avevo tanto raccomandato!

— La non dubiti, s'affrettò a soggiungere il Commissario: le si saranno
trovate alla casa di quel mariuolo od in qualcuna di quelle altre camere
mobiliate ch'e' teneva a pigione.

— Va bene: e ricordatevi che appena le abbiate me le recate voi stesso.

— Sì signore.

Tofi discese, tornò nella carrozza dove Barnaba era stato aspettandolo,
e fu dopo pochi minuti nel suo bugigattolo al Palazzo Madama. Gli agenti
che avevano fatto la perquisizione al domicilio del _medichino_ e nei
varii suoi altri ricoveri, traendone in arresto i servi e taluni di
coloro che gli affittavano le camere, già stavano colà per fare la
relazione del loro operato. Il Commissario li interrogò sollecitamente e
se ne fece rimettere le carte che avevan preso: ve n'era di molte, ed
alcune abbastanza importanti, ma quelle benedette lettere tanto cercate
non v'erano. Tofi fu preso dalla stizza: mandò via con mal garbo tutti
que' suoi subordinati, e rimase solo con Barnaba, il quale in questo
affare era naturalmente elevato al grado di suo confidente e
consigliere.

— Che quello scellerato le abbia distrutte? disse il Commissario: non
posso crederlo. Mi vien voglia d'interrogarlo e cercare di
strappargliene la verità.

Barnaba fece un moto che indicava come alla riuscita di questo tentativo
credesse poco, ma disse che era forse spediente interrogare l'arrestato
in quel primo sbalordimento che certo gli aveva prodotto il suo arresto.

Tofi diede ordine il _medichino_ gli fosse condotto dinanzi.

Gian-Luigi era arrivato pur allora e stato rinchiuso in una delle
segrete delle torri. Fino a che era stato in presenza di gente, la sua
faccia aveva conservata una tranquillità quasi sprezzante, una fierezza
quasi minacciosa: ma quando fu rimasto solo, al buio in quella piccola
cella, di cui udì chiudersi con infausto rumore le serrature e tirarsi i
catenacci alla porta, dritto in mezzo alla carcere, la sua fisionomia
ebbe un'espressione di spasimo, di disperata rabbia, di selvaggia
ferocia che avrebbe fatto paura e pietà a chi l'avesse potuto vedere.
Sollevò verso la volta le sue mani ancora strettamente legate ai polsi e
ruppe in orribili bestemmie.

— Ecco: si disse: tutto è finito. Stolto ch'io fui! Non ho saputo
evitarla questa sorte che superbamente mi dicevo non sarebbe mai stata
la mia. Qui fanno capo tutte le mie audacie e tutti i miei sogni!... E
non ho nemmeno saputo uccidermi!...

Pensò scaraventarsi col capo contro la muraglia ed infrangervisi la
cervice: ma era tanto buio là dentro che non si vedeva abbastanza per
misurare il colpo e l'aire. In quella udì riaprirsi le varie serrature e
i chiavistelli dell'uscio, una luce rossiccia penetrò nel carcere, e gli
si disse che doveva comparire innanzi al Commissario. Egli aveva
ricomposto il suo volto alla superba calma di prima.

— Il vostro nome? gli domandò Tofi squadrandolo col suo burbero
sembiante.

— Lo sapete: rispose brusco Quercia stando innanzi all'interrogatore
colla mossa di un principe.

Il Commissario proruppe coll'accento che intimoriva qualunque:

— Ah! non vi crediate di fare il bell'umore con me, chè sono capace di
ridurre alla ragione anche voi.

Gian-Luigi levò le sue mani legate all'altezza dei suoi occhi e si mise
a guardare le profonde incavature livide e sanguigne che gli facevano
nella carne le cordicelle.

Tofi vide quell'atto; diè una volta per lo stanzino, e chiamò dalla
prossima camera una guardia con voce minacciosa e tonante.

— Slegate il prigioniero: disse bruscamente alla guardia che accorse.

L'ordine fu obbedito. Il _medichino_ non disse nulla, non ringraziò
nemmeno con uno sguardo, non mandò neppure un sospiro di sollievo: alzò
le braccia in su ed agitò lievemente le mani per farne discendere il
sangue agglomeratovisi tanto da renderne turgide le vene e gonfie le
carni.

— Risponderete? disse allora il Commissario.

— No: rispose asciutto il prigioniero.

— Alla croce di Dio!

— Non bestemmiate, sor Commissario. Non ho nulla da dire, non voglio dir
nulla. Rimandatemi nella carcere, risparmierete a voi l'irritazione e la
collera, a me il fastidio di queste scene.

Tofi stette un istante in silenzio a guardare il suo prigioniero; poi
gli si accostò lentamente.

— Lascierò il carico d'interrogarvi ai signori giudici; ve la caverete
con essi come vi parrà; io vo' farvi una sola domanda che ha tratto ad
un vostro interesse particolare, e rispondendo alla quale potrete averne
giovamento.

Accostò le labbra all'orecchio del _medichino_ e susurrò:

— Dove sono le lettere della contessa?

Un lampo sfavillò negli occhi di Gian-Luigi.

— Ah, ah! diss'egli scherzosamente: vi ha gente che s'interessa di molto
a quella prosa?... Or bene, prima di rispondere, ditemi un po', sor
Commissario, quale sarà il giovamento che m'avete annunciato io ne
avrei?

— Sareste trattato con più riguardi.

— Eh che cosa m'importa dei vostri riguardi? Esclamò con superbo
disdegno il _medichino_. Avreste dovuto vedere ormai s'io sono una
femminetta..... Quelle lettere sono in luogo sicuro, e dite a chi se ne
interessa, ch'io non isvelerò questo segreto fuorchè ad una persona
sola: alla contessa medesima che si degni venire a fare un'opera di
carità, visitandomi carcerato.

Non fu possibile cavarne altro. Quercia fu ricondotto alla sua prigione,
e il Commissario per disperato, esclamò avrebbe fatto qualunque cosa per
venire a capo di spuntarla e metter la mano su quelle carte. Barnaba che
aveva taciuto sino allora, accasciato com'era e mezzo disteso in un
angolo, si levò e venne dire al Commissario:

— Credo avere indovinato chi è il depositario di quelle lettere.

— Chi? domandò Tofi con tutto l'interesse che meritava una simile
circostanza.

— Una donna che fu la confidente di quest'uomo, che forse ne è complice
e che si farebbe molto bene ad arrestare eziandio: Zoe, detta la
_Leggera_.

Il Commissario strabiliò.

— La mantenuta del Duca!... Siete matto? Volete perderci tuttidue?

— Se si facesse una perquisizione colà, son certo che si troverebbero
quelle lettere che vogliamo avere.

Tofi pensò un momento.

— Converrebbe che a far ciò ci fosse un agente dei più sicuri...

Barnaba si fece ancora più pallido di quello che era, disse mettendo una
mano sul braccio del Commissario:

— Ci andrò io stesso.

— Voi! Se non potete più reggervi in piedi!

— Avrò forza bastante anche per ciò... Lo desidero, la prego di
concedermelo.

— Ebbene sia.

Era presso la mezzanotte quando Barnaba con sufficiente scorta
s'introduceva nella casa abitata dalla Zoe e suonava all'uscio della
celebre cortigiana.



CAPITOLO XXIII.


La Maddalena, sferratasi a quel modo che abbiamo visto, dalle mani
dell'_arciere_, si diede a correre per le viuzze scure e tortuose di
quella antica parte della città, senz'altra direzione e senz'altro scopo
fuor quelli d'allontanarsi dalla bettola e il più presto possibile. Si
temeva inseguita, e non cessò dal correre, finchè non la si trovò fuori
della città, sopra uno dei viali che circondavano allora Torino, in una
perfetta oscurità ed in un più perfetto silenzio. Allora la si fermò
alquanto, e per riposare, e per riavere un po' di respiro affatto
impeditole dall'affanno, e per pensare che cosa dovesse fare.

La prima cosa che voleva era sapere del _medichino_. S'accorse che le
gambe l'avevano portata su quel viale dove era la casetta isolata dei
misteriosi ritrovi, e per prima cosa pensò accostarsi cautamente a
quella palazzina, per tentare di scoprirvi alcun che. S'accorse di
subito, appena l'ebbe vista, che la casa era occupata, e non dubitò
punto che non ci fossero gli agenti della Polizia. Indugiatasi in quelle
vicinanze un po' di tempo, ora venendo presso al muro nella speranza di
scorgere cosa che le svelasse il vero, ora allontanandosene per timore
d'esser vista da qualche poliziotto messo a guardia ed in agguato,
avvenne che ad un punto ella vedesse uscire di là un gruppo di più
persone, fra le quali non tardò a conoscere _Graffigna_ e
_Stracciaferro_, posti in mezzo e legati alle mani.

Suo primo impulso fu spingersi innanzi, mostrarsi ai due mariuoli,
interrogarli con uno sguardo che essi avrebbero capito ed a cui
avrebbero saputo rispondere per apprenderle la sorte di Gian-Luigi. Ma
se ne trattenne, con più prudente consiglio, che mostrandosi correva
rischio, anzi era certa di essere arrestata anch'essa, ed allora non
avrebbe più nulla potuto per _lui_, al quale, senza sapere ancora il
come, era suo proposito, sua speranza, suo unico pensiero il giovare.

Vide allontanarsi il gruppo de' prigionieri, ed ella rimase colà,
nascosta nell'ombra, dietro il tronco d'un grosso albero, i piedi nella
neve, la testa scoperta, le spalle non difese, all'aria frizzante di
quella notte d'inverno, che la era quale al momento dell'invasione de'
poliziotti trovavasi nella calda atmosfera della bettola, incerta
l'animo, palpitante, tremante.

Che cosa era successo in quella palazzina? Che cosa in _Cafarnao_? Era
egli finito colà l'atto della tragedia in cui era in giuoco ciò ch'ella
aveva di più caro sulla terra? Pareva di no, perchè nella casetta
continuavano ad esser lumi e vedersi moto di ombre traverso i cristalli.
Maddalena era nella più ansiosa dubbiezza del mondo. Mentre la non si
poteva staccar di lì, perchè una voce segreta pareva avvertirla che in
quel luogo si decideva la sorte di _lui_, la quale era la sua sorte; una
quasi rampognante riflessione le diceva che forse avrebbe potuto altrove
spender meglio quel tempo che lì consumava inutilmente in sì febbrile ma
sì inerte aspettazione, che avrebbe dovuto esser già corsa
all'abitazione di lui, dove avrebbe sentito di certo, senza pur
interrogare, dalle ciarle della strada, se il _medichino_ colà fosse
stato colto, o no, che avrebbe potuto già far qualche cosa per
adoperarsi in favore di lui, per salvarlo.

L'istinto che la teneva inchiodata a quel luogo ebbe ragione. Dopo una
lunga attesa, che a lei parve eterna, udì nuovo rumore di gente che si
moveva dalla palazzina, vide un altro gruppo di persone uscire da
quell'uscio, scendere lo scalino, venir lentamente traverso il cortile,
accostarsi al cancello di ferro. Non ebbe mestieri che d'un'occhiata
sola per conoscere al chiaror della luna, chi fosse quell'uomo che più
legato ancora dei due che erano usciti precedentemente, veniva fuori in
mezzo ai carabinieri, camminando con uno stento che si sforzava a
dissimulare.

Era lui! Maddalena sentì il sangue darle un rimescolo: ebbe appena tanto
di prudenza e di forza da trattenere nella gola il grido di dolorosa
sorpresa, di spasimo e di rabbia che voleva scoppiare; si tenne al
tronco dell'albero dietro cui si riparava, e nella rugosa corteccia
dell'olmo piantò le sue unghie, tra per sorreggersi in piedi chè le
gambe le mancavan sotto, tra per dare un subito sfogo alla tanta
passione tormentosa che l'invase.

Come le apparve bello al pallido chiaror della luna! Più pallido di quel
raggio, che illuminandole, pareva accarezzarne le sembianze, ma fermo,
ma tranquillo, ma con una leggera amarezza d'ironia che pareva una nota
di superiorità a quelli che lo circondavano, all'umana schiatta, alla
sua sorte, egli rappresentava una sfera di gentilezza, un ideale di
distinzione a quella giovane plebea dal sangue ardente, in cui
tumultuava la passione, cui spingeva un'aspirazione d'istinto verso il
bello e l'eletto, come spinge anche la farfalla notturna una ignota
possa verso la lucentezza della fiamma.

Avrebbe voluto slanciarsi addosso a lui ad abbracciarlo; avrebbe voluto
aver le forze di Sansone per atterrare quei rappresentanti della
tirannia sociale e liberarlo; non voleva a niun conto lasciarlo passare
senza fargli sentire che ella era lì, che il cuore di lei non si mutava
e traboccava di passione per esso, che a costo anche della vita avrebbe
ella tentato giovargli. Ma non dimenticò la prudenza, camminando pian
piano, con accorta cautela, venne a portarsi innanzi ad uno dei rari
lampioni che avevano ufficio, e non lo adempivano, di rischiarare il
viale, e si pose in modo che ella, stando nell'ombra, vedesse chi
passava nel ristretto cerchio di luce rossastra, mandata dal lampione.
Quando Gian-Luigi fu a quell'altezza, ed ella ne potè ancora mirare le
dilette sembianze, Maddalena levò la voce in quel silenzio della notte,
che non era turbato fuorchè dal passo in cadenza dei carabinieri, gridò
una sola parola:

— Spera!

I carabinieri si riscossero e gettarono acuti sguardi nell'oscurità da
quella parte ond'era venuta la voce; ma nulla scorsero. Gian-Luigi
quella voce la riconobbe: volse a quel punto un sorriso di
ringraziamento, di gratitudine, d'affetto e continuò tranquillamente la
strada.

Maddalena era sparita.

Prendendo la corsa lungo il viale nella direzione opposta a quella che
avevano i carabinieri col loro prigione, nell'intento di rientrare in
città per un'altra parte, Maddalena non sapeva bene ancora che cosa
avrebbe potuto fare, che cosa avrebbe fatto in pro del suo amante.
Agire, la doveva, la voleva; sentiva una interna agitazione che non la
lasciava stare alle mosse. Ma che fare? che fare, ella povera fanciulla
della plebe, senz'altre attinenze che coi miserabili perduti nelle più
basse regioni della infima classe, nel fango sociale della povertà, dei
vizi e del delitto? Avrebbe dato tutta la sua vita, la sua bellezza fin
anco, la sua parte di paradiso (se pur osava sperar d'avere possibilità
d'entrarci) per arrivare un momento, un solo momento, a possedere forza
e potenza, l'autorità del grado, del nome, della ricchezza, la balìa
delle cose del mondo. Un'idea spuntò finalmente nel suo cervello
affaticato a immaginare spedienti dalla sua volontà incitata dalla
passione. Si ricordò che quel Barnaba medesimo, che era stato messo di
certo alla caccia del _medichino_, parlandole di costui appunto, le
aveva rivelato come Quercia fosse l'amante della Zoe, cortigiana
sfarzosamente elegante, mantenuta d'un Principe, della contessa di
Staffarda, nobilissima fra le nobili dame della città. Queste donne
dovevano avere quello che a lei mancava, l'influenza; ed esse al pari di
lei dovevano desiderare ardentemente di adoperarsi in pro del giovane,
poichè lo amavano. Non c'era altro adunque per allora da fare che
correre da una di queste, da tuttedue, raccontare il fatto e spingerle
subitamente all'opera. A quale doveva ella dare la precedenza? Editò
alquanto, e poi si decise per Zoe. Quantunque in altro ambiente, in
altro grado, direi quasi, quest'ultima era pure una cortigiana; e
Maddalena sentiva quindi con essa maggiori i punti di contatto, e per
ciò glie ne pareva più facile l'abbordo e che le sarebbe meno
impacciato, quando si trovasse in faccia a lei, il discorso. Da Barnaba
essa s'era fatto dire l'indirizzo dell'abitazione dell'una e dell'altra
dalle sue rivali: senza perder più tempo, corse dalla _Leggera_.

Costei, ancora in iscrezio col suo principesco amante, si faceva
consolare dell'abbandono di lui dalle galanterie del signor Bancone, il
re di denari nel mondo bancario d'allora; galanterie quotate alla borsa
del cuore della celebre cortigiana, e presentemente in rialzo. Quando la
confidente megera, che le serviva anche da mezzana sotto il pretesto di
farle da fante, venne a susurrarle nel padiglione di un'orecchia che una
povera popolana, giovane, belloccia, agitata, ansante era colà che
chiedeva parlarle di cosa gravissima e che premeva assai, la Zoe non
ebbe altro miglior pensiero fuor quello di mandarla ai cento mila
diavoli e risparmiarsene il fastidio d'una visita e d'un colloquio che
non poteva e non sapeva attribuire a cosa che lei potesse riguardare.
Fra la schiera immorale e tuttodì crescente con sempre più audace
spudoratezza delle venditrici d'amore, la _Leggera_ teneva un poco
invidiabile e pur da molte e da molte invidiato primato; invidiato non
che dalle compagne di vergogna cui la bellezza o la fortuna non
favorivano di tanto, ma, e questo è doloroso a pensarsi, dalle ragazze
di povere famiglie che stentavano la vita e si frustavano la non sorrisa
giovinezza ad un povero lavoro, e cui la mancanza d'attrattive, il caso
solamente, la sorveglianza de' genitori soltanto, non più un'onestà che
era sparita nelle dure prove della miseria, impediva di avere con sì
facile infamia vesti di seta ed ebbrezza di vizi. Per ciò all'antica
saltatrice di corda e danzatrice sul dorso di cavalli, avveniva sovente
quello che suole avvenire ad artisti da teatro di gran fama, a cui,
cioè, molti, o spinti dalla vocazione, o dalla molla d'una vita che
appare al pubblico piena di soddisfazioni e di gaudii, o dalla mattana,
o dall'irrequietezza dell'indole, ricorrono per aver consigli,
avviamento ed aiuti per intraprendere quella carriera in cui il
consultato è giunto già a sì elevata meta. Dalla Zoe ricorrevano povere
fanciulle abbandonate dall'amante, perseguitate dalla tirannia d'un
padrigno, od anche d'un padre ubriacone, perseguitate dalla miseria,
solleticate dalla smania dei piaceri mondani, dall'infingardaggine e
dalla voluttà, per imparare come si doveva fare a vendere utilmente quel
poco d'onore che loro ancora rimaneva. La Zoe, o loro rispondeva con
disprezzosa ironia, o le respingeva con indegnazione, o si commoveva
alle narratele miserie e veniva largamente in soccorso della sventura:
imperocchè per un'anomalia, che trovasi frequente in questa fatta di
donne, ella, spietatissima a pelare i giovani che le cadevano sotto le
unghie, non dandosi il menomo pensiero pur mai de' guai, delle
dissensioni o de' danni che recava in oneste famiglie, era poi a volta a
volta pietosissima per le sofferenze dei poveri, per quelle strette
della miseria traverso le quali ricordava pure esser passata la sua
infanzia, e di cui non esente la sua adolescenza.

Quando adunque la cameriera osò violare la soglia del gabinetto in cui
la padrona e il banchiere milionario stavano fronte a fronte
nell'intimità d'un _petit-souper_ inaffiato del vino spumeggiante di
Sciampagna, la Zoe credette che la fanciulla presentatasi a domandare un
colloquio con lei fosse una di quelle sventurate, a cui l'urgenza del
pericolo o della miseria facesse impaziente di gettar via al più presto
quel poco fardelletto di virtù e incaricò la fante della risposta che
accennai poc'anzi: ma quando la cameriera medesima tornò a riferire che
quella giovane con aria della maggior disperazione insisteva per vedere
subito la signora, affermando trattarsi di vita o di morte d'una persona
che a lei pure era carissima, la cortigiana non fu mossa da nessuna
inquietudine, sibbene da una certa curiosità che le fece sperare nel
domandato colloquio, uno spasso, un'occupazione d'un quarto d'ora —
tanto di rubato alla fastidiosa compagnia del Giove della banca che
l'aveva visitata in Anfitrione.

— Che cosa c'è? domandò appunto questi veggendo i sommessi parlari della
cameriera colla padrona.

Zoe guardò la faccia melensamente vanitosa del banchiere ringalluzzito
dal vino di Francia, i ciondoli d'oro che oscillavano e tintinnivano sul
madornale di lui ventre, e sentì viemmaggiore il desiderio di un
diversivo.

— È una povera giovane che dice avermi da parlare di cose di rilievo...
La vogliamo far venire?... Chi sa che le sue ciancie non ci
divertano!.... La è anche bellina.

Bancone ebbe un sorriso, in cui erano armoniosamente fusi quello d'un
Satiro e quello di Sileno.

— Ah ah! la è bella? domandò egli alla fante, facendo saltare i gingilli
dell'orologio.

— Signor sì.

Il banchiere si sdraiò di meglio sulla poltrona cui occupava col suo
corpo da elefante, ponendo in vista maggiormente la potenza della sua
pancia da Epulone; prese in mano un bicchier da Sciampagna e guardò con
occhio ammiccante il rifrangersi della luce traverso il liquore rosato.

— Va bene, va benissimo. Fate pure entrare quella ragazza.

Nell'entrare in quel luminoso e caldo camerino pieno di tanti profumi
che salivano impetuosamente al cervello: fiori, acque nanfe, vapori di
vivande e di vini, Maddalena rimase come abbagliata e sbalordita. La
veniva dal freddo e dall'oscurità della notte, e trovavasi di botto,
come per un colpo di verga magica, trasportata in mezzo ad uno splendore
di Eden sensuale. Stanca ed ansimante per la corsa che aveva fatta, la
si arrestò un momento sulla soglia e gettò nel gabinetto uno sguardo di
stupore, di curiosità quasi selvaggia. Gli occhi accesi dalla passione
del cuore e dall'animazione del sangue, le guancie infiammate per la
violenza del moto, pel flagellare dell'aria ghiaccia notturna, pel
rapido passaggio dal freddo intenso della strada al calore pieno di
effluvii di quello stanzino, la bellezza proterva della popolana aveva
una tale espressione di temerità, di sfacciataggine direi, che il vizio
intelligente del vecchio libertino ne fu sovraccolto.

— Oh oh! esclamò egli posando il suo bicchier da Sciampagna sul
candidissimo mantile: ecco una mariuola che deve sapere l'affar suo.
Venite avanti, venite avanti, ragazza.

La Zoe aveva piantato i suoi occhi smaglianti e a fior di pelle in volto
alla nuova venuta, e col tatto che è dote naturale delle donne, in lei
fatto più fine per codesto uso dall'esperienza, aveva subitamente
giudicata la strana visitatrice; la non era di quelle solite che vengono
a chiedere consigli di corruzione o soccorsi; ella non aveva bisogno di
andare a prendere da nessuno lezioni d'audacia o d'arte per torsi
d'impaccio. Ma per che cosa veniva ella dunque? Vi era nella sua
risolutezza qualche cosa di amaramente doloroso, nell'attenzione con cui
guardava quella innanzi a cui aveva domandato essere introdotta, v'era
alcun che d'ostile e insieme di espansivo. Zoe guardò con non celata
curiosità quel mistero in gonnella cui non sapeva spiegarsi. Maddalena,
nel medesimo tempo, esaminava con un sentimento assai complesso la
famosa cortigiana. Ne scrutava con occhio critico di rivale la bellezza,
ne studiava nell'espressione dei tratti l'indole, per indovinare che
cosa potesse sperarne. Quei due esseri simili, in quel mutuo raffronto,
non ostante un certo elemento di ripulsione che sentivano fra loro, si
riconobbero un'anima compagna, un'origine comune, una sorte medesima ed
un inesplicabile legame che le avvinceva.

Zoe fece un gesto invitativo colla mano e disse a sua volta:

— Venite avanti.

Maddalena venne fin presso alla tavola su cui specchieggiavano i
cristalli e gli argenti, appoggiò una mano al tessuto finissimo di quel
mantile di tela di Fiandra candido come la neve appena caduta, e disse
con voce che l'affanno della corsa e l'emozione del momento rendevano
saltellante e velata:

— Scusi se vengo a disturbarla, ma si tratta di cosa che preme
cotanto!...

— La è un pezzo di consistenza: disse col cinismo del ricco corrotto e
corruttore, Bancone, che guardava con occhio cupido le forme procaci
della giovane plebea. Avete freddo, eh carina? Sedetevi qui presso me,
innanzi a questa bella fiammata. Ve' la non può manco trarre il fiato.
Aspettate: bevete questo bicchiere e ne sarete rinfrancata.

Riempì sino all'orlo di vino di Sciampagna un bicchiere fatto a calice e
glie lo porse. Maddalena lo prese, guardò chi glie lo stendeva con una
malvogliosa indifferenza, come si fa d'un fastidioso che secca
incontrare, e bevve d'un fiato.

— Da brava: esclamò Bancone, tornando ad arrovesciarsi sulla sua
poltrona e scoppiando in un riso grossolano e sgangherato che gli era
solito. Che ne dite eh, cara la mia giovane?

Allungò un braccio per prenderla alla vita; Maddalena si trasse in là e
lo guardò con dispettosa impazienza.

— Tacete: disse severamente Zoe all'Anfitrione, e state fermo.

Poi volta alla giovane:

— E voi, che cosa avete da dirmi di tanta premura?

Maddalena accennò con moto del capo al grosso banchiere.

— Ho bisogno di parlare a Lei sola.

La _Leggera_ si levò e disse alla giovane:

— Venite meco.

— Ecchè? Voi mi piantate in questo bel modo? Esclamò Bancone volendo
dare al suo aspetto ed alla voce l'espressione del corruccio d'un uomo
che paga per essere divertito.

Zoe, che già era avviata all'altra stanza, non volse che la testa verso
il milionario.

— Se volete aspettarmi, siete padrone: diss'ella: se vi rincresce
l'indugio, siete padrone eziandio di andarvene.

Il banchiere borbottò una filza di rimproveri al battente dell'uscio che
si rinchiuse dietro le spalle delle due donne, e sfogò la sua bizza
sulla bottiglia di Sciampagna che aveva a tiro della mano.

— Ebbene? domandò la _Leggera_, piantandosi in faccia alla popolana. Ora
siamo sole e potete parlare.

Maddalena avvicinò il suo al capo della interrogatrice, le affondò, per
così dire, gli occhi negli occhi e disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Gian-Luigi fu arrestato.

Zoe ebbe un sussulto di tutta la persona e una fiamma le balenò nello
sguardo; ma raffrenatasi tosto, disse freddamente:

— Chi? Quale Gian-Luigi?

— Quercia: rispose sempre a voce bassa ma con una veemenza quasi
indignata la Maddalena: il _medichino_, il vostro amante... ed il mio!

— Chi siete voi? domandò allora la cortigiana, serrando al suo petto le
braccia. Come mi conoscete? Perchè siete venuta da me? Ditemi tutto, e
siate schietta e veritiera.

La giovane contò ogni cosa, dalla prima conoscenza da lei fatta di
Gian-Luigi che aveva visto con abiti da popolano, frammisto a popolani,
introdursi nella taverna di Pelone, alla compiuta fiducia che presso di
lui le aveva acquistato la sua devozione amorosa, agli avvenimenti di
quella sera che avevano finito coll'incarceramento del _medichino_.

— Ed ora che cosa bisogna fare? disse la _Leggera_, quasi interrogando
se stessa, quando Maddalena ebbe finito.

— Bisogna salvarlo: esclamò la popolana con forza e calore. Bisogna che
lo salviamo noi, donne che lo amiamo. Io, sventurata, non ci posso nulla
che metterci la mia vita. E son pronta a dare tutto il mio sangue. Ma
Lei e la contessa di Staffarda che sono potenti: loro possono e debbono
toglierlo dal mal passo... Io imparai l'indirizzo di casa sua, con ben
altri intendimenti che di venire ad un amichevole colloquio, sa!... Fui
gelosa di Lei con una rabbia feroce, e mi sarei sentito il cuore e la
forza di sbranarla. Ma ora ch'egli è colpito dalla sventura, ho pensato
che non avremmo più che una volontà sola, che uno scopo... Lo salvi, ed
io le sarò riconoscente più che se me avesse tolta alla morte...

Zoe meditava. Recarsi dal Principe non le pareva in quel momento il
mezzo migliore; per riafferrare tutta la sua influenza su di lui era
necessario lasciare che S. A. fosse la prima a venirsi umiliare alla
bassezza della cortigiana: ed andarlo a cercare essa per supplicarlo in
favore appunto di colui che era stato la cagione del suo principesco
furore, era un'imprudenza e non altro. Il cenno che Maddalena fece della
contessa di Staffarda le richiamò alla mente una circostanza che in quel
punto non ricordava, e la pose sulla vera strada.

— La contessa di Staffarda! diss'ella. Sì! Ecco il filo che si ha da
tirare. — Ella per amore e per paura... e suo marito... sì, anche suo
marito ci ha da concorrere — il marito colla minaccia della pubblicità.
— A ciò pensava Luigi dandomi quelle lettere... Le sono un vero
talismano.

Si volse a Maddalena e disse ratto:

— Aspettatemi un momento, ed usciamo insieme.

Suonò con forza il campanello.

— Si attacchi subito subito e in tutta fretta: disse alla fante che
accorse. A me un cappellino, una mantiglia, una cosa qualunque da
mettermi sulle spalle...

La non era vestita che di una stupenda veste da camera di _cachemir_
foderata di seta; e nelle biancherie del collo e nella chioma aveva un
disordine, effetto di quella orgia a due che la Maddalena era venuta ad
interrompere. La cameriera domandò qual abito avesse da recare, per
indossarle.

— Nessuno: disse con impazienza la Zoe. Dove vo non avranno campo nè
voglia da guardarmi l'acconciatura.

Si avviluppò in un mantello e passò nel gabinetto dove Bancone
combatteva la noia dell'attesa con gli avanzi del banchetto.

— Mi capita una delle maggiori sciagure che mi potessero mai capitare:
disse affrettatamente la cortigiana a Bancone sbalordito. Bisogna ch'io
corra subito a tentar di rimediarvi. Non vi dico più di aspettarmi e
perchè non so quando potrò essere di ritorno, e perchè tornata, non avrò
tale umore da esservi di piacevole compagnia.

E senza aspettar risposta, fatto cenno alla Maddalena di seguirla, uscì.
La carrozza era pronta, le due donne vi salirono, e pochi minuti dopo
arrivavano alla porta del palazzo di Langosco.

— State qui dentro ed aspettatemi: disse Zoe alla sua compagna, ed
aperto l'usciòlo saltò leggermente a terra, corse per l'andito, su delle
scale, e si presentò nell'anticamera degli appartamenti, dove parecchi
domestici stavano sbadigliando.

— Vorrei parlare alla contessa: disse vibratamente la _Leggera_ e con
tono di comando.

— Non si può: rispose uno dei domestici: la signora contessa è a letto
malata e non riceve nessuno.

La cortigiana guardò con aria di superba superiorità i domestici, e
soggiunse fieramente:

— Andate dire alla vostra padrona che sono la Zoe, detta la _Leggera_,
che ho da dirle cose che la riguardano molto da vicino, e che non mi
parto di qua senza averle parlato.

Candida che sapeva pur troppo qual unico punto d'attinenza esistesse fra
sè e quella donna, indovinò riguardo a che ed a chi le si voleva
parlare: e benchè una grande ripugnanza fosse in lei a mettersi a
contatto con simile rivale, la curiosità, l'ansia, il pensiero di
apprendere qualche importante circostanza, la paura d'uno scandalo
fecero ch'essa tal ripugnanza superasse, e la Zoe venne introdotta nella
camera da letto della contessa di Staffarda.

Quelle due donne di sì diversa classe, educazione e qualità, che ora si
trovavano a fronte per sì strano giuoco di caso, già si conoscevano di
veduta, già, senza che paresse, incontratesi parecchie volte per istrada
ed a teatro, s'erano esaminate con occhio di rivali, non ostante la
immensa distanza che ne separava la condizione, ed avevano recato l'una
dell'altra reciproco, dispettoso e sprezzante giudizio della bellezza.
S'erano odiate: la Zoe perchè nella nobile dama invidiava quella
superiorità sociale contro cui, anche in lei, si ribellava il sangue
plebeo; la contessa perchè con vergogna sapeva che la vil cortigiana le
disputava l'amante. Si disprezzavano eziandio: e in un contrasto fra
loro, Candida aveva da riuscir meno forte e risoluta, perchè non aveva
più nemmeno di se medesima la stima, e l'autorità del grado e del nome
ch'essa aveva coscienza d'avere macchiato, non bastava a tener luogo di
quella della virtù che aveva perduta, contro la sfacciataggine della
donna, che del disonore faceva il suo mestiere. Si guardarono un poco
senza parlare, anche quando, per ordine della contessa, furono lasciate
sole; e l'imbarazzo e l'onta apparvero sulla fronte della padrona di
casa che accoglieva una tal visitatrice, e non su quella di costei.

Povera Candida! Com'era ella mutata in poco tempo! Il pallore ordinario
delle sue guancie — una delle sue bellezze — che le dava un'espressione
di sentimento e rivelava l'essere della sua anima appassionata, era
diventato un pallore morboso, segno di sofferenza; il viso dimagrato, le
labbra scolorate, le occhiaie infossate ed allividite, gli occhi
brillanti d'una luce febbrile colle palpebre rosse rivelavano le ansietà
e i patemi dell'animo suo, le mal celate lagrime dolorose. Sollevandosi
alquanto della persona, col gomito puntato ai cuscini, ella stava
aspettando, come si aspetta l'annunzio d'una sventura, le parole che
erano per uscire dalle labbra della cortigiana; ma questa, come se
godesse di quell'ansietà e di quell'imbarazzo, si teneva immobile, in
silenzio, innanzi a lei, le braccia incrociate al petto, con mossa d'una
insolente famigliarità, con un certo piglio di ostile osservazione, di
ironia e di minaccia.

La contessa si decise a provocare con una richiesta le parole della Zoe.
Esitò un momentino se avesse ad usare il _voi_ od il _lei_ parlandole; e
per allontanare la difficoltà, disse nel modo seguente, non senza sforzo
e con voce non del tutto sicura:

— Siamo sole; si può parlare liberamente e credo non vi sia ragione
d'indugiare. Sono qui ad ascoltare tutto quello che mi si vuol dire.

La _Leggera_ fece ancora un passo per avvicinarsi di più al letto, si
curvò alquanto della persona, come per diriger meglio le sue parole
sulla faccia della contessa, e guardandola sempre a quel modo
impertinente e minaccioso, disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Luigi..... il _nostro_ Luigi fu arrestato questa sera..... E se non lo
salviamo noi, egli dovrà salire sulla _forca_!...

Per Candida fu, come se ricevesse nella faccia e nel petto l'urto d'un
colpo materiale: si lasciò andare indietro sui cuscini impallidita come
una morta, gli occhi sbarrati da uno sgomento indicibile; ma la riazione
fu lesta a venire. Quella che le tornava un'esagerazione, le apparve con
tutti gl'indizi della falsità. L'azione, le parole, l'aria del volto
della cortigiana non furono più per lei che un sanguinoso oltraggio, cui
quella donna perduta aveva avuto la temerità di venirle ad infliggere
nella sua casa medesima. Il sangue le salì di bel nuovo alla faccia a
ricolorarle più vivacemente le guancie, a ridonare più fuoco allo
sguardo. Fulminò d'un'occhiata imponente la sciagurata che le stava
dinanzi, e il disprezzo non consentendo al suo sdegno di pronunziare
pure una parola, non fece altro che allungare il braccio verso il
cordone del campanello. La Zoe, con un balzo da tigre a ghermir la
preda, le fu sopra, le afferrò quel braccio e stringendolo colla sua
mano nervosa, da lasciarvi sulla pelle liscia e finissima l'impronta
delle sue piccole dita, disse piano, con un fiero sogghigno:

— La badi, non faccia imprudenze. Cacciarmi per mezzo de' suoi domestici
di casa sua, è presto detto, ma non può farsi così presto e così piano
che non ne nasca uno scandalo. Il darmi retta è non solo nell'interesse
di Luigi, che deve starle a cuore a Lei, come sta a me, ma
nell'interesse suo: la lo dovrebbe capire, senza ch'io mi sfiati a
dirglielo.

Candida fu quasi dominata da quella violenza; non pensò a riluttare; il
suo braccio rimase inerte; il suo capo si trasse in là, e gli occhi si
sottrassero allo sguardo ardente di quelli della cortigiana. Successe un
momento di silenzio.

— Lasciatemi: disse poi la contessa con accento di comando e di superba
impazienza, movendo il braccio per isvincolarlo dalla stretta di quella
mano il cui contatto le era più doloroso d'un'offesa.

Zoe lasciò andare la mano della contessa e incrociò nuovamente le
braccia al seno.

— Che cosa volete da me? Che siete venuta a pretendere qui colle vostre
menzogne?

— Menzogne! ripetè la cortigiana col suo sogghigno. Ah Lei ricorre al
comodo spediente di non credere. Le ripeto che Luigi Quercia fu
arrestato e che lo aspetta la _forca_, perchè gli è accusato di parecchi
assassinii e depredazioni...

Abbassò ancora la voce e soggiunse:

— E l'accusa è vera. Quercia è il famoso _medichino_ capo della _cocca_.

Candida non ebbe altra forza che quella di mandare un fievol grido.

— Che cosa voglio e pretendo? continuava la Zoe: che voi sua amante...
al pari di me... più di me... mi aiutiate a salvarlo; che non lo
lasciate passare dalle vostre braccia a quelle della morte la più
ignominiosa.

La contessa chiamò a raccolta tutta la dignità e tutto il coraggio che
ancora le rimanevano.

— Strano modo di venire ad implorare la mia protezione pel _vostro
amante_, assalendomi con calunnie e minaccie, non so se più assurde o
ridicole... Uscite; io non posso e non voglio far nulla per voi nè per
quel cotale... E s'egli è quello sciagurato che voi dite, ben lo
colpisca la vendetta delle leggi.

La _Leggera_ guardava con profondo stupore la donna che così le parlava;
ad un punto proruppe con un'esclamazione che pareva un ruggito:

— Ah sì?.... Ah gli è così che la prendete?..... Implorare io?..... Dove
avete visto, da che avete capito che io venga ad implorarvi?... vengo a
comandare.... Voi non volete far nulla per _quel cotale?_... Vi dico io
che farete.... Potevate addirittura affermare che voi non l'avete mai
visto, nè conosciuto... Ecco come sono queste gran dame che si chiamano
oneste, e che non hanno per noi che disprezzo. Ci vengono a rapire i
nostri amanti, a rubare il mestiere, e quando si sono saziate dei loro
vergognosi capricci, con fronte spudorata vi negan tutto, coprono la
loro infamia del loro blasone; fanno cacciare alla porta quella ch'esse
chiamano una donna perduta, abbandonano nella disgrazia colui che pur
ieri onoravano dei loro amplessi.... Infamia ed ipocrisia!.... Voi
valete assai meno di noi, signora.... Ma vi dico che io — la quale non
abbandono chi amo — io non permetterò che sia così. Ho in mano il mezzo
di farmi obbedire, e mi obbedirete.... Conveniva essere più prudente per
prepararvi il comodo spediente del diniego.... Ho in mano io le lettere
d'amore che avete scritte a Quercia l'assassino.

Candida, senza più forza, non seppe dare altra risposta che mandare una
voce di disperazione; ma di botto la sua fisionomia espresse ancora
maggiore l'angoscia, la vergogna e lo spavento, mentre gli occhi
fissavano atterriti appiè del letto. La Zoe si volse a guardare, e vide
colà apparire il cranio giallo e gli occhi viperini del conte Langosco.

— Voi insultate mia moglie, credo: disse il marito di Candida con
espressione di supremo disprezzo ed autorità: v'impongo di rispettarla.

La cortigiana, come domata da quell'aspetto, dallo sguardo e
dall'accento, fece un passo indietro e non ribattè parola. Langosco si
avanzò così da mettersi in mezzo fra Zoe e sua moglie, e senza pur
volgere un'occhiata a quest'ultima, ripigliò a dire:

— Ho udito nominare certe lettere..... che possono essere interessanti
per noi..... Ho io inteso bene?

— Sì, signor conte: rispose la _Leggera_.

— E le sono in poter vostro?

— Sì signore.

— Bene!... Gli è dunque un affare.... Si tratta di compra e vendita...
Non è alla moglie che dovevate indirizzarvi, ma al marito... Venite meco
di là.

Zoe parve esitare un momento: guardò la contessa che si sarebbe detta
svenuta, se non avesse avuto larghi e spaventati i suoi grandi occhi
neri, guardò il conte che nascondeva il suo furore sotto il solito
ghigno sardonico delle labbra sottili, ed alla moglie prestava tanta
attenzione, come se non esistesse, e rispose con una insolente
crollatina di spalle:

— La moglie o il marito fa il medesimo: fra loro se l'aggiusteranno come
lor piace; in faccia al mondo è una causa sola ed un medesimo interesse.

Passarono nell'appartamento del conte. Questi, appena entrato nello
stanzino che avrebbe potuto chiamarsi il suo studio, se mai fosse stato
presumibile ch'egli studiasse, piantato a mezzo la stanza, fermò que'
suoi occhi grifagni in volto alla cortigiana e le disse con accento in
cui il disprezzo e la minaccia non erano temperati che da quel certo
riguardo che la sua galanteria serbava pur sempre per qualunque giovin
donna in qualsiasi grado e condiamone la fosse:

— Gli è dunque un ricatto, un _chantage_, quello che vieni ad esercitare
qui da noi, la mia bella giovane?..... Bene! Non perdiamo tempo. Quanto
ne vuoi di quelle lettere?

— La libertà di Luigi.

Langosco crollò le spalle con impazienza.

— Non dire e non farmi dire delle parole inutili. Due mila lire ti
bastano?

Zoe tentennò il capo.

— Tre?... Cinque?... Otto mila lire, via.

— Nè anco venti... Le ripeto, signor conte, che voglio la libertà di
Luigi. Non è per altro che son venuta.

— Non ti capisco: spiegati.

— Quelle lettere darò a Lei od a sua moglie quel dì, in cui Luigi sarà
uscito di carcere.

— Sei matta... Bisogna domandare alla gente cosa che si possa fare.

— E questo, Lei, se vuole, lo può fare.

— Come?

— Con quel denaro ch'Ella è disposta a spendere per riavere quelle
lettere, si può comprare qualche guardiano; coll'autorità e le
protezioni di cui Ella dispone si può ottenere che qualche occhio si
chiuda..... Quercia può di questa guisa trovare aperta la sua prigione,
pronta una carrozza ed un passaporto e....

Il conte l'interruppe.

— È questo il solo partito che tu venga a propormi, il solo che tu
voglia accettare?

— Il solo.

— Olà! Che interesse ci hai tu cotanto a salvar la pelle di quello
sciagurato?

Gli occhi della cortigiana brillarono stranamente, ed ella rispose con
accento di voce più sommesso, quasi cupo:

— L'amo.

— Oh oh, tu!... Esclamò il conte; ma l'espressione scettica e sardonica
del suo sorriso mefistofelico si dileguò in presenza della risolutezza e
della serietà che erano impresse sulla faccia della Zoe; egli riconobbe
lo stampo della passione, e meravigliato di quel miracolo che aveva
creduto impossibile nell'animo di quella venduta, s'inchinò leggermente:

— E tu fuggiresti con lui?

— Forse!

— Per andare a vivere da tortorelle in una solitudine: _une chaumière et
son cœur_. Che strana razza di gente che siete!... Senti, Zoe. Tu mi
domandi una cosa che non si deve fare. Capirai che non si può rispondere
lì su due piedi un sì, e neppure un no, quando tanto interesse è in
giuoco. Lasciami pensare. Promettimi intanto una cosa: che di quelle
tali lettere non farai uso nessuno, finchè tu non abbia perduta ogni
speranza di salvare... colui.

— Glie lo prometto.

— Io ti farò sapere la mia decisione fra pochi giorni.

Zoe si mosse per partire; ma fatti pochi passi, s'arrestò, e venendosi a
piantare di nuovo in faccia a Langosco, disse con forza quasi feroce:

— Badi che vane promesse non mi potranno ingannare; e che saprò
ricorrere a tali cautele da premunirmi contro ogni tradimento.

Il conte non rispose; lasciò partire la cortigiana, poscia avvoltosi ben
bene entro la sua pelliccia, senza servirsi della carrozza, a piedi
s'avviò di buon passo verso l'abitazione del generale Barranchi.

Questi aveva ricevute le relazioni compiute ed esatte delle importanti
operazioni eseguite quella sera dalla sua Polizia: stupito, egli stesso,
lieto e superbo dei risultamenti ottenuti, si fregava le mani per un
trionfo di cui egli non aveva il menomo merito.

La comparsa di Langosco lo fece ricordarsi che a quel successo mancava
una sola circostanza per essere compiuto: ed era che non si aveva potuto
trovare quelle lettere di cui aveva promesso il ricupero al suo buon
amico. Ma quando appena ebbe incominciato a dire tale non affatto lieta
novella al marito di Candida, questi lo interruppe.

— So che non le avete rintracciate, diss'egli: ma so eziandio dove le
sono e dove si possono pigliare.

— Ah sì? esclamò il generale con aria tra meravigliata ed incredula.
Sentiamo un po'.

— Le ha in suo potere Zoe, la mantenuta del Principe.

Barranchi guardò Langosco con un certo stupore, ma nello stesso tempo si
rimpettì, ed atteggiò la sua persona ad una mossa di orgoglioso
soddisfacimento.

— Ah ah! voi credete, caro conte, di venirci ad apprendere una novella
mai più sospettata... Udite, ed ammirate come la mia Polizia è ben
fatta. In questo stesso momento uno de' nostri più fidi, più segreti,
più sicuri agenti, quello a cui molto si deve nello scoprimento di
questa rete infernale, trovasi in casa la _Leggera_ a farvi una minuta
perquisizione, appunto per trovarvi quello che voi desiderate. Domani
mattina prima che siate levato, riceverete il plico che conterrà tutte
quelle carte; potete dormir tranquillo con questa certezza.

Ma il domattina, invece del plico che Barranchi gli aveva promesso, il
conte di Staffarda ricevette il bigliettino seguente:

«Conviene che le relazioni avute da voi e quelle che a me pervennero
fossero false, o che quel demonio d'una Zoe sia stata avvisata in
qualche modo; il fatto è che per quanto minutamente siasi perquisita
tutta la sua abitazione, nulla si rinvenne, nè quelle tali lettere, nè
altro che la potesse compromettere. Ho dato tuttavia ordine che la si
arrestasse; e vedremo se la prigione la farà parlare.»

Langosco sgualcì con mano rabbiosa quel pezzo di carta, stette un poco a
meditare, e poi rispose al comandante della Polizia:

«Credo inutile sostenerla in carcere; quella donna non parlerà. Libera,
potrò trattare con essa ed ottenere la consegna di quei fogli, che
voglio avere a qualunque costo; e poichè nessuna prova ci avete contro
di colei, io vi consiglio e vi prego di metterla in libertà. Eviterete
così anche la collera del Duca.»

Mandò sollecitamente il biglietto al suo indirizzo.

— Purchè, disse fra sè, quella sciagurata nello sdegno di vedersi presa,
non pensi di subito a vendicarsi con quell'armi che ha tra mano.

Ma la Zoe, in grazia del maggior interesse che aveva in vista, represse
il furore onde in fatto era occupata. Ecco il bigliettino che a sua
volta, appena libera, scrisse al conte Langosco:

«Ella aveva promesso di non ricorrere a tradimenti. Ho imparato che
valore hanno le sue promesse. Ecco ora l'ultimo patto che le vengo a
dettare: se fra una settimana L. non è libero, quelle lettere faranno il
giro di tutta Torino. Nè creda impedire in altro modo qualsiasi questo
fatto. Dovessi anch'io sparire dalla faccia della terra, quei documenti
sono in luogo sicuro ed in mano di tale che eseguirà ad ogni costo la
mia volontà.»

Or ecco di che guisa l'accorta Zoe aveva sottratto le lettere di Candida
alla ricerca della Polizia.

Uscendo dal palazzo di Staffarda, dopo i colloquii avuti colla contessa
e col conte, la cortigiana era salita nella carrozza, dove stava
attendendola palpitante la Maddalena.

— Ebbene? Aveva domandato costei colla sollecitudine della maggiore
ansietà.

— Ebbene: aveva risposto la _Leggera_, tutto ancora agitata dalla
passione che l'aveva mossa in que' narrati abboccamenti: ebbene li tengo
per i capelli e li farò marciare a mio talento.... Vi è tutto da
sperare.

Maddalena in uno slancio di gioia riconoscente, prese la mano della Zoe
e la baciò con calore.

— Oh oh! esclamò la elegante mantenuta del Principe con un accento
strano in cui c'era ironia, commozione, sdegno e simpatia nello stesso
tempo: cara la mia ragazza, tu ami dunque molto quel birbone di Luigi?

— Tanto, tanto! rispose la giovane col più sincero espandersi della
passione.

— Dovremmo essere nemiche ed odiarci, poichè l'amo anch'io. Ma tu non
sei come quella superba impostora di contessa. Tu lo ami per lui e non
per te. Possiamo intenderci, noi due. Ah! due donne che amano sono una
gran potenza, sai; e lascia fare che fra noi due lo salveremo. Di poi,
per contrastarcelo, ci caveremo anche gli occhi....

— Ah no! proruppe Maddalena, cui la bellezza, la risoluzione, la
vivacità, la passione della cortigiana soggiogavano. Io sento di non
esser nulla, di non poter nulla. La mi adopri come vuole, prenda la mia
vita se occorre: lo salvi solamente, ed io sparirò nell'ombra per
lasciarla felice con lui.

— Povera fanciulla! disse Zoe, passandole un braccio intorno al collo.
Sei tu forse quella che merita più d'essere amata.... E gli uomini son
essi degni di un simile amore?... Bah! Forse che si ama per merito e
ragione?... Quello che avverrà fra noi non so; per ora sento che ti
voglio bene e t'ammiro.

E tratta a sè la faccia animata della ragazza del volgo, le diede un
bacio di sorella.

— Di te, dunque: continuava: mi fido come di me stessa. Dà ben retta.
Per obbligare ad agire secondo le nostre voglie il conte e la contessa
ho un talismano che solo fa tutta la mia forza, e di cui per ciò essi
hanno massimo interesse a spogliarmi. Questo talismano sarà più sicuro
nelle tue mani che nelle mie. Conviene che tu mi prometta di non
mostrarlo a nessuno, di non farne cenno con anima viva, di nasconderti
con esso e di non restituirlo poscia che a me, nelle mie mani, quand'io
te lo ridomandi.

Maddalena promise.

— Or bene, vieni meco nella mia casa ed io te lo consegnerò di presente,
perchè temo qualche tentativo per privarmene.

Entrando in casa, Zoe apprese che vi era tuttavia Bancone; senza
preoccuparsene il meno del mondo, ella condusse Maddalena nel suo
elegante camerino da _toelette_, e chiuse là dentro le consegnò il pacco
delle lettere della contessa di Staffarda.

— Ed ora dove pensi tu andarti a rimpiattare?

— Ci ho la mia camera; ma colà non oso riparare per paura ci vengano gli
_arcieri_.

— Hai ragione. Bisogna assolutamente trovare altro ricovero. Aspetta un
poco. Te lo procurerò io.

Passò di là nel salotto da pranzo, dove trovò il banchiere milionario,
sbottonato il panciotto, disfatto il nodo della cravatta, arrovesciata
la testa sulla spalliera della poltrona, russare con voce sonora,
saporitamente addormentato.

La _Leggera_ inzuppò nell'acqua l'angolo d'una servietta, e bagnò al
dormiente la fronte e le tempia. Bancone si svegliò senza sussulto e,
vistasi innanzi la bellezza sorridente della cortigiana, fece un beato
sorriso ancor esso.

— Tò, m'ero addormentato... Tanto meglio! Così il tempo della tua
assenza mi è passato più presto... Sognavo di te, sai, sognavo che tu mi
facevi sul ventre i passi di danza che ballavi con tanta grazia sul
dorso nudo del cavallo al galoppo... Sei stata lungo tempo fuor di
casa?... Hai finito i tuoi misteriosi affari?... Sei tornata
definitivamente e possiamo stare allegri insieme senza che nessun più
venga a disturbarci?

— Quante domande! rispose Zoe con tutta la grazia seducente di cui era
capace. Vi risponderò pregandovi di farmi un piacere... che sarà un
piacere anche per voi.

— Che cosa? domandò Bancone stirandosi.

— Non ci avete mica nessun'abitatrice nel vostro appartamentino, dove,
di nascosto dalla moglie, andate a fare delle orgie da scapolo,
viziosone che siete?

Il banchiere fece saltare la sua pancia enorme in una grassa risata di
soddisfazione.

— Eh eh! Bisogna bene darsi un po' di buon tempo. La bellezza virtuosa
di mia moglie m'annoia come una quaresima; vado a fare di quando in
quando un po' di carnovale.

— Sentite. Si tratta di ricoverare e nascondere in quel vostro così ben
riposto quartieretto una bella ragazza.

Il vecchio satiro drizzò le orecchie e si levò sulle anche.

— Oh oh! esclamò egli, guardando incredulo la cortigiana: una bella
ragazza! Davvero?

— Sicuro: quella medesima che avete visto qui poco fa, e che non vi
dispiacque, io me ne sono accorta, vecchio peccatore.

— Sì, la è un discreto tocco di grazia di Dio. Ma perchè ricoverarla,
perchè nasconderla?

— Vi rincresce fare a me ed a lei questo piacere, procurare a voi
medesimo questo vantaggio?..... Lasciate stare: ricorrerò ad un altro.

— No, no. Sono disposto ad obbedirti.

— Quella giovane è perseguitata da qualcheduno, è venuta a raccomandarsi
a me; voglio salvarla, ed ho pensato il meglio fosse di affidarla alla
vostra generosa protezione.

— Affidala pure: disse il vecchio libertino, nei cui occhi brillavano le
fiamme d'una oscena cupidigia: la sarà in buone mani.

— Va bene... Vengo a consegnarvi tosto la giovane... La mia carrozza è
ancora bella ed allestita sotto il portone. Voi salite in essa colla
ragazza e... e buona notte.

— Come! Come! esclamò il banchiere meravigliato: così subito?

Ma la _Leggera_ già era sparita dietro le cortine dell'uscio.

Bancone si mescette un bicchiere di Sciampagna e lo bevette d'un fiato
per rischiararsi le idee. Cinque minuti dopo vide ricomparire la Zoe che
si traeva per mano la Maddalena. Si levò in piedi e sorresse alla tavola
il suo corpo oscillante.

— Dunque, diss'egli, aitandosi della persona colla grazia d'un orso che
si dimena entro la gabbia di un serraglio, mia bella giovane tu hai da
essere la mia ospite?

Maddalena lo guardò colla sua petulante figura e fece un sorriso poco
rispettoso; la _Leggera_ le si chinò all'orecchio e le susurrò alcune
parole, alle quali ella non rispose che con una crollatina di spalle
chiaramente significante: «Bah! ciò poco m'importa.»

— Non perdete più tempo: disse Zoe: sono le undici e mezzo, e più.
Andate.

Il vecchio libertino osò abbandonare l'appoggio della tavola e fece due
passi barellando verso la cortigiana.

— Crudele! mormorò con occhi che volevano essere espressivi d'un amoroso
rimprovero ed erano in realtà imbamboliti dall'ebbrezza: hai il coraggio
di scacciarmi di casa tua...

Zoe lo afferrò ad un braccio per aiutarlo a rimettersi in equilibrio
sulle gambe podagrose, e gli accennò Maddalena che aspettava presso
l'uscio con una certa impazienza.

— Avrete un fortunato compenso... nella buona opera che state per fare.

— Ah birbona!... susurrò il Creso della banca con quel suo certo
sorrisaccio; poi, parlando a Maddalena: vieni qua, soggiunse, vienmi
presso, biricchina... Così; dàmmi il braccio... Perbrio! che braccio
sodo... Dunque, buona notte, Zoe. Andiamo.

Appena furono usciti, la _Leggera_ chiamò a sè i servi.

— Chiunque v'interroghi, non direte che qui venne una giovane e che la è
partita con Bancone.

Ottenutane questa promessa, ordinò si spegnessero tutti i lumi, si
ridusse nella sua camera, e in pochi minuti fu spogliata ed a letto.
Eravi essa appena coricata, quando si udirono forti colpi al portone da
via. Il portinaio svegliato si recò a vedere che fosse: successe un
breve e vivace parlamentare fra quelli che picchiavano di fuori e il
portiere all'interno, quindi il portone s'aprì e i passi pesanti di
molte persone suonarono su per le scale. La Zoe stava ascoltando questi
rumori con interesse, quasi con ansia, dubitosa che quest'incidente la
dovesse riguardare, quando a levarle ogni dubbio sentì una violenta
scampanellata all'uscio del quartiere.

— È una visita della Polizia, ci scommetto: disse ella fra sè con un
sorriso di trionfo. La Maddalena è partita a tempo.

La sua fante le si precipitava in istanza, mezzo spoglia, assai
sgomenta.

— Ah signora, esclamava con voce tremante, è la forza, è l'autorità,
vogliono entrare ad ogni costo... Domandano di Lei... o mio Dio! o mio
Dio!

La _Leggera_ si sollevò un poco in mezzo alla candida neve delle sue
lenzuola, puntando il gomito ai guanciali ornati di ricche balze di
mussolina ricamata, incrociò al petto il suo giaco da notte ricco di
trine stupende e con atto superbo ed imponente da regina esclamò
imperiosamente:

— Qui non ha da entrare nessuno... Non lasciate entrare nessuno.

— Siamo già entrati: rispose una voce fiacca, affranta, ma in cui
suonava una certa maligna ironia, e in mezzo alle cortine dell'uscio Zoe
vide la faccia pallida ed infermiccia di Barnaba, e dietro lei i ceffi
caratteristici degli _arcieri_ da cui s'era fatto accompagnare.

La Zoe riconobbe di subito nell'uomo che le si affacciava, quel cotale
che da assai tempo si aggirava intorno all'abitazione di lei, gli occhi
rivolti alle finestre della medesima, e che la sua vanità femminile
aveva preso per un timido amatore. Luigi aveva avuto ragione: egli era
invece una spia. Essa lo fulminò con un'occhiata di sdegnoso disprezzo e
con un accento degno compagno di quello sguardo, domandò:

— Chi siete? Che volete? Che modo è questo d'introdursi nella casa d'una
donna?

Barnaba parve esitante; si sarebbe detto che su quella soglia trovava un
inciampo che stentava a superare; nella sua faccia scialba e sempre
impassibile eravi pure come un'ombra di misteriosa emozione; i suoi
occhi al fondo delle incavate occhiaie, velati quasi sempre, avevano ora
uno strano bagliore, mentre, trascurato ogni altro oggetto, si fissavano
sulle forme giovanili, leggiadre, procaci della cortigiana a mezzo
seduta sul suo letto.

Era davvero un'originale, irritante, potente bellezza quella che
splendeva dagli occhi, dal volto, da tutte le membra della giovine
donna. Le sue chiome abbondanti di color fulvo, slacciate, le pendevano
in ciocche ondulate che avevano i riflessi dell'oro, intorno al collo
candidissimo ed a perfezione tornito, sulle spalle, venivano a battere
come una carezza su quel turgido seno, il cui candore appariva traverso
le trine, come l'argenteo chiaror della luna traverso le squarciate
nubi. Sacerdotessa della voluttà, la sua espressione suprema, quella in
cui tutte s'appuntavano le espressioni delle sue sembianze, de' suoi
atti, d'ogni sua mossa, era l'espressione della voluttà. Anche nello
sdegno di quel momento c'era una grazia, un fascino malvagiamente
provocatore delle sensuali passioni dell'uomo.

Dopo un istante ella ripetè, ancora più sdegnosa di prima, le sue
richieste a Barnaba, il quale gli occhi fissi su di lei, il respiro
leggermente affannoso, nè parlava, nè si moveva. Allora l'agente della
Polizia si riscosse, vinse la sua emozione, ricoprì nuovamente la faccia
della maschera d'una gelata indifferenza, e con voce sorda ed affaticata
rispose:

— Siamo la Polizia; e veniamo a perquisire la vostra casa. Nessuno si
mova e nessuno fiati. Dobbiamo frugare scrupolosamente cose e persone.
Credo che ad alcuno non verrà in mente la pazzia d'una resistenza.

La donna con un sobbalzo si drizzò del busto sui cuscini ricamati del
suo letto.

— Cose e _persone_ avete detto? Domandò ella con inesprimibile accento
di fiero disdegno:

— Sì: disse freddamente Barnaba: e per togliervi più presto a questa
seccatura e lasciarvi tosto libera e tranquilla comincieremo da voi.

Fece alcuni passi verso il letto della cortigiana, ma più incerta che
mai era la sua andatura e le mani gli tremavano.

Le pupille di Zoe mandarono fiamme: con un moto rapido e violento si
torse della persona verso il comodino, ne aprì il cassetto e toltone uno
stile damaschinato, di bella fattura, lo impugnò risolutamente colla
piccola destra nervosa. L'avreste detta una Lucrezia romana.

— Guai chi mi tocca! gridò essa fremendo.

Il poliziotto ebbe sulle pallide labbra un sogghigno indefinibile
d'ironia insieme e di compassione e di profonda mestizia.

— Tanto sforzo di coraggio starebbe bene, diss'egli, se si volesse
attentare alla vostra virtù, ma questo non è ora il caso. Dovreste
sapere che contro la forza non vale la ribellione dello sdegno. Se
voi... od altri per voi... tentò un giorno salvare la vostra innocenza
dalla brutalità d'un prepotente, che valse?

Queste parole che le ricordavano un tristo episodio della sua prima
adolescenza, quasi della sua infanzia infamemente corrotta da uno
scellerato, sovraccolsero potentemente e stranamente la donna. Quella
disgraziata ventura ella non aveva raccontata mai; il miserabile che
l'aveva fatta sua vittima era morto; il suo compagno di stenti che era
stato testimonio inorridito ed impotente era scomparso. Come poteva
sapere alcuna cosa di quel dramma quest'ignoto? E sapeva egli veramente,
od era il caso soltanto che gli aveva posto in bocca quelle parole che
sembravano fare allusione alla sventurata vicenda? Non ebbe campo per
allora a meditare su codesto, perchè l'agente di Polizia, assumendo un
tono imperioso e solenne continuava:

— E noi siamo la legge, signora, noi siamo l'autorità, ed a noi non si
resiste.

Si volse agli _arcieri_ che dietro di lui s'erano inoltrati nella
stanza.

— Disarmate quella donna: comandò.

In un attimo due uomini furono allato della Zoe, le ebbero afferrate le
braccia e toltole di pugno il ferro. Allora ella vide avanzarsi su di
lei e starle sopra la faccia terrea di Barnaba; allora sentì sulla sua
persona il contatto di due mani che parevano frementi. Trasalì, come
corse le vene da un brivido di ribrezzo, mandò un gridolino di rabbia
repressa, slanciò uno sguardo di ferocia impotente su quel volto
pallido, macilento, incavato, che incombeva sul suo. I loro sguardi
s'urtarono come due saette che s'incontrino per aria volando, parve se
ne sprigionassero scintille. Nessuno dei due cedette e si abbassò
innanzi all'altro; ma nelle pupille di quell'uomo che le parvero in
fondo alle occhiaie come belve appiattate in fondo ad una caverna, Zoe
travide un fuoco profondo, cupo, terribile, credette travedere un
pauroso mistero.

— Chi è quest'uomo? domandò a sè stessa. Che vuol egli da me? Perchè mi
pare che costui debba entrare nella mia vita?

La perquisizione, come già sappiamo, non ebbe risultamento di sorta. Zoe
arrestata venne il giorno dopo messa nuovamente in libertà. Verso sera
di quel giorno medesimo, ella riceveva da mano ignota un bigliettino
scritto col lapis che riconobbe tosto di pugno del _medichino_.

Esso non conteneva che queste poche righe:

«Sono nelle carceri senatorie. Confido in te. Oro e protezioni ci vuole.
Verrà a tempo opportuno un uomo a mettersi teco in rapporto. Per ora
agisci con prudenza. Quell'uomo che ci ha spiato, che mi ha arrestato,
Barnaba, ha qualche ragione personale contro me o contro te. Cerca
d'accostarlo, studialo, tenta di sedurlo. Non mi pare impossibile.»

Erano due giorni che la Zoe non poteva scacciare di mente il pensiero di
quell'uomo cui anche Luigi veniva ora a ricordarle. Per quanto avesse
frugato e rifrugato nelle sue memorie, non aveva trovato nulla che le
rammentasse aver avuta con lui relazione.

— Lo cercherò; si disse; voglio penetrare questo mistero.

Come il _medichino_ fosse riuscito a far pervenire quel biglietto alla
_Leggera_, vedremo di poi. Ora torniamo indietro d'alquanto e rechiamoci
al letto di morte dell'usuraio Nariccia.



CAPITOLO XXIV.


La mattina del giorno che successe all'interrogatorio di Nariccia, Padre
Bonaventura, chiamatovi dall'infermiere, accorreva al letto dell'usuraio
moribondo. Questi, che avrebbe desiderato un altro per confessore, esitò
un momento fra la ripugnanza che allora gl'ispirava il suo antico
complice e lo spavento di morire senz'assoluzione, portando seco nella
tomba il fatale segreto del suo orribil peccato. Lo spavento la vinse, e
sentendo in se stesso che non gli rimaneva tempo abbastanza, nè vigoria
d'animo e di volontà da mandar via il gesuita ed aspettare la venuta
d'un altro confessore, si rassegnò a far manifesta la brutta storia del
suo passato in una confessione che fu lunga, penosa, interrotta da
debolezze e da spasimi, fatta con voce soffocata, il più spesso appena
se intelligibile, a coglier la quale il frate doveva star curvo sopra il
letto e tener l'orecchio proprio sulla bocca del giacente.

Trascurando tutto il resto che non ha rapporto colla nostra storia,
diremo ciò che da siffatta confessione il gesuita apprendeva riguardo al
figliuolo di Maurilio Valpetrosa e di Aurora di Baldissero.

Nariccia, incaricatosi, come sappiamo, di fare scomparire quel bambino,
erasi partito solo dalla casa in cui dolorava la povera madre, recando
seco il neonato. Di molte cose, e scellerate tutte, pensava egli, strada
facendo, e ne conchiudeva che a lui avrebbe giovato forse che quel
bambino fosse perduto di guisa che altri non arrivasse a rintracciarlo
mai più, ma egli pur lo potesse tuttavia, quando di ciò glie ne nascesse
convenienza. Per prima cosa, a questo fine, pensò togliergli d'intorno i
contrassegni di riconoscimento che gli aveva posti la Modestina e che da
costei e da Padre Bonaventura erano conosciuti; e quei contrassegni
ritenerli presso di sè. Così nè la donna, nè il frate non avrebbero più
avuto nessun bandolo da servirsene essi stessi o da dare altrui per
venire in chiaro di ciò che fosse diventato il bambino. Egli poi avrebbe
messogli un altro contrassegno particolare, per mezzo del quale potesse
all'uopo ricuperare l'abbandonato fanciullo e sarebbe stato egli solo
padrone del suo segreto.

Con siffatti pensamenti pel capo, e già risolutosi a porre in atto
questo proposito, egli era giunto alla frontiera di Lombardia, cioè al
Ticino, s'era liberato con una mancia dalle seccature degli agenti
austriaci mezzo addormentati, e penetrava sul ponte, a capo il quale i
doganieri e carabinieri piemontesi dovevano fermarlo per dar conto di sè
e delle sue robe. Aveva viaggiato di notte, e rompeva appena l'alba.
Tutto era deserto e silenzioso sulla riva piemontese, e la sola cosa che
ci fosse di vivo era il lumicino della lanterna attaccata al casotto dei
doganieri, che però era presso a spegnersi. Nariccia arrestò il cavallo
a mezzo il ponte, guardò ben bene se anima viva lo potesse vedere e
sentire, e rassicurato compiutamente, scese dal legno, prese il bambino,
e pian piano, in punta di piedi, venne a deporlo per terra a capo del
ponte dalla parte del territorio piemontese. Come contrassegno egli,
trascelta fra le lettere di Valpetrosa che aveva nel suo portafogli
quella che meno contenesse parole onde si potesse avere indizio della
provenienza, l'aveva stracciata per lo lungo e una delle due metà del
foglio insinuato in mezzo alle fasce del bambino.

Quando ebbe deposto per terra il poveretto, Nariccia tornò dello stesso
modo al suo legno e facendo chioccar la frusta se ne venne di trotto
verso la uscita del ponte, dove un agente della dogana ed uno della
pubblica sicurezza, levatisi al rumore e mezzo sonnacchiosi, lo
fermarono al solito per le solite formalità. Mentre Nariccia, senza
scendere neppure dal carrozzino, esibiva il suo passaporto e mostrava
che nella piccola valigia che era suo solo bagaglio, non v'era oggetto
alcuno che dovesse pagar dazio d'entrata, ecco un vagito di bambino
suonare lì presso.

Il viaggiatore si sporse in fuori del suo legno, e il carabiniere e il
doganiere si volsero verso il luogo da cui quel lamento era venuto.
Videro il fagottino per terra: il doganiere lo prese ed esclamò:

— Tò: qualche scellerato che abbandonò qui questa piccola creatura.

Il carabiniere guardò con sospetto il viaggiatore; ma questi aveva
un'aria così innocente e meravigliata; l'avevano veduto giungere pur
allora e non scendere nemmeno: come dubitare di lui?

— E che cosa ne facciamo di questo bel regalo? domandò il doganiere, il
quale per ventura era trovatello anche lui, aveva un cuore eccellente, e
s'intenerì di botto alla vista di quel poveretto.

— Lo prenda Lei, disse il carabiniere a Nariccia, lo reca seco sino a
Novara, e là lo mette all'ospizio.

— Io no certo: rispose Nariccia. Non vo' compromettermi. D'altronde può
essere che alcuno venga ancora qui da voi altri a farne ricerca.

Partì di buon trotto, lasciando il bambino fra le mani di quella gente.

— In un caso, si disse, potrò sempre sapere che cosa costoro ne avranno
fatto.

Naturalmente, dopo ciò, Nariccia non si diede più il menomo pensiero di
quel fanciullo; ma un anno e mezzo dopo cominciò a credere che
l'occasione di rifarlo vivo era presso a presentarsi con grande suo
giovamento. Se vi ricorda, Aurora aveva sempre in fondo al cuore la
speranza che suo figlio non fosse morto, di questa sua speranza aveva
parlato col fratello quando, tornato egli di Spagna, era successo fra
loro la riconciliazione, e il fratello, la cui anima generosa era
lacerata dal rimorso pel tanto male che aveva fatto ad Aurora, aveva
accettato, qual mezzo di compensarnela e di riparare, la missione di
tentare, se fosse possibile, il ricupero del bambino.

Nariccia, al quale, come abbiam visto, il marchese erasi rivolto, aveva
subito capito di quali guadagni potesse essergli sorgente il
rinvenimento del figliuolo di Valpetrosa, quando il marchese padre fosse
per mancare ai vivi, cosa che pareva non dover tardare di molto, tanto
era egli già male avviato di salute. Incominciò egli adunque le sue
ricerche per potere quando che si fosse metter la mano sul bambino; ed
apprese, recandosi egli stesso sui luoghi, che il doganiere il quale
trovavasi di servizio quella tal mattina del tal giorno, ed aveva
raccattato il trovatello, non aveva voluto metterlo all'ospizio di
Novara, ma recatolo con sè, lo stesso giorno in cui gli era stato dato
un congedo, l'aveva allogato presso qualche famiglia di villici, non si
sapeva quale, nè dove. Nariccia volle sapere dove fosse questo doganiere
per andarlo interrogare ed apprendere da lui medesimo la intera verità;
ma gli fu risposto che questo era impossibile, perchè mandato poco dopo
sul Lago Maggiore verso la frontiera svizzera, in uno scontro avutovi
coi contrabbandieri, era stato colto da una palla di schioppo nella
testa e mandato all'altro mondo col suo segreto.

L'antico intendente dei Baldissero non si perse d'animo per tutto
questo. Se il vero bambino era impossibile trovarlo, ben se ne poteva
avere un altro da sostituirgli; e non erano presso di lui quei
contrassegni che dovevano farlo riconoscere come figliuolo d'Aurora? Ad
affrettare in lui la maturazione e l'esecuzione di quest'empio disegno
venne il marchese padre, il quale esigette che in quindici giorni il
bambino della sua figliuola fosse dato in poter suo. Nariccia ebbe a sè
_Graffigna_, che ben conosceva capace di qualunque cosa, e gli commise
lo provvedesse d'un bambino maschio, andandolo a prendere così lontano e
con tali precauzioni che mai più non potesse venire scoperto qual fosse,
donde venisse, come preso. _Graffigna_ comunicò la cosa al suo fido
amico e complice Michele Luponi, fratello di Modestina e marito di
Eugenia, il quale allora già erasi fatto noto nella cronaca criminosa
col soprannome di _Stracciaferro_.

Lo scellerato _Graffigna_, il quale sapeva come la moglie di Michele
fosse madre di un bambino e vivesse a Milano donde non voleva venir via
più per non ricongiungersi col marito, propose a quest'esso senz'altro
di andare ad impadronirsi di suo figlio e presentarnelo all'usuraio.
Michele riluttò assai, ma l'influsso che già aveva preso su di lui
l'omiciattolo più tristo del demonio, qualche ubbriacatura accortamente
saputagli dare dal suo compagno, la seduzione della promessa di una
buona somma, finirono per deciderlo. Quello che avvenisse udimmo narrato
da Maurilio medesimo a Giovanni Selva, quando gli ripeteva i delirii e
le visioni che il rimorso cagionava a _Stracciaferro_, lui presente nel
carcere.

Questo bambino così acquistato, coll'uccisione della povera madre, il
figliuolo di Michele e di Eugenia, veniva consegnato al marchese padre,
il quale lo faceva spietatamente abbandonare in mezzo alla strada.

Terminando la sua confessione Nariccia additava al frate dove fosse
custodita la metà della lettera di Valpetrosa, di cui s'era servito per
dare un segno di riconoscimento al vero figliuolo della marchesina
Aurora e dove fossero tutte le carte che riguardavano le sue attinenze
con Valpetrosa, e il gesuita se ne impadroniva. Data l'assoluzione al
moribondo, Padre Bonaventura l'abbandonava a morir solo senza altri
conforti, e correva in tutta fretta al palazzo di Baldissero.

Dello strano fatto che il moribondo gli rivelava, Padre Bonaventura fu
più lieto ancora che stupito. Il falso Maurilio, ch'egli aveva tentato
trarre nelle sue reti, erasi ad ogni sua seduzione sottratto, e avea
mostrato, nel suo liberalismo, l'animo d'un nemico a quella parte a cui
il gesuita apparteneva, a quei principii in servizio dei quali l'ordine
monastico, e non degli ultimi in esso il Bonaventura, mettevano tutta la
loro accortezza e l'influsso. Se nel giovane cui si trattava di
restituire il grado e il posto nella nobile famiglia, il frate avesse
trovato un possibile affiliato della congrega, un acconcio stromento,
avrebbe anche potuto avvenire che egli tenesse per sè il suo segreto, e
di questo anzi facesse un legame più forte e più stretto per avvincere
all'interesse del partito e far più obbediente e sottomesso quel
giovane: ma Bonaventura, conoscitore degli uomini e sollecito
apprezzatore dei caratteri di coloro in cui s'incontrava, aveva
subitamente riconosciuto che dal nostro Maurilio non avrebbe mai potuto
nulla ottenere a suo pro, e quindi che ogni tentativo eziandio di
tenerlo soggetto colla minaccia di farlo respingere da quel luogo a cui
era appena arrivato, sarebbe stato inefficace. Non c'era nulla di meglio
adunque che svelar tutto al marchese e ricacciare il falsamente creduto
figliuolo d'Aurora in quell'abbiezione e in quell'oscurità da cui si era
andati ora a levarlo.

Il marchese di Baldissero, udita la narrazione del gesuita, rimase il
più attonito, perplesso ed amareggiato uomo del mondo. Che cosa doveva
egli fare? Abbandonare di nuovo alla miseria quel giovane a cui aveva
aperti, come a suo sangue, il cuore e la casa, non voleva di certo; ma
conservarlo in quella condizione di congiunto non doveva, nè gli
piaceva. Decise esporre tutta la verità al giovane medesimo e lasciarlo
giudice lui medesimo della condotta da tenersi reciprocamente: ad ogni
modo egli non avrebbe abbandonato più l'infelice ai rigori della sorte.

Maurilio rientrava al palazzo Baldissero, l'anima sconvolta. In casa
Benda aveva avuto luogo quella scena che abbiamo narrato, in cui
Gian-Luigi lo aveva cotanto avvilito. Quando il domestico gli disse che
il marchese desiderava parlargli, Maurilio fu sul punto di rispondere
che non poteva recarsi da lui, che stava male, che aveva assoluto
bisogno di solitudine e di silenzio. Ma non osò: obbedì sollecito alla
chiamata, e camminando lentamente verso lo studio del marchese,
domandava a se stesso se doveva o no esporre allo zio di Virginia tutti
i suoi dubbi e le ragioni dei medesimi. Non ebbe mestieri di decidersi
in questa tenzone del suo spirito: il caso colla forza dei fatti decise
per lui. Il marchese sapeva più di quanto egli era riuscito a scoprire,
e ripetendogli le confidenze di Padre Bonaventura, gli poneva innanzi la
certezza di quel ch'egli aveva argomentato dovesse essere. Non egli era
il figliuolo smarrito di Aurora, e questi, se fosse da trovarsi mai,
cosa che al marchese pareva impossibile, era da conoscersi per la metà
del foglio stracciato in cui era scritta la lettera di Valpetrosa.

Il nostro giovane protagonista, a questa comunicazione, chinò il capo e
parve non avesse capito, o fosse indifferente, tanto era priva
d'espressione la sua immobilità e tranquillo il suo pallido volto. Ma
dentro di lui c'era un tumulto che nessuna parola potrebbe dipingere.
Stette un momento in silenzio, poi domandò al marchese gli mostrasse
quella metà di lettera che era rimasta presso Nariccia. Il marchese glie
la porse. Appena vi ebbe posti sopra gli occhi, Maurilio la riconobbe
tosto pel carattere, per la carta, per la forma, per la lunghezza, come
il complemento di quella che aveva in suo potere Gian-Luigi. Tuttavia la
esaminò attentamente. Le parole che si leggevano in quel foglio di carta
ingiallita erano le seguenti:

  «La carrozza sia pronta-
  cata. Prendete ogni precau-

  «Da Milano vi farò conoscere-
  m'informerete di ciò che avverrà-
  Se fossi inseguito mi difenderò.-
  te, ripeto quello che vi ho già-
  fino a nuova mia ulteriore deci-

Maurilio lesse e rilesse queste linee interrotte. Egli che aveva visto
più volte lo squarcio del foglio posseduto dal suo compagno d'infanzia e
che ultimamente, una settimana innanzi aveva rivedutolo e rilettolo,
l'aveva in quel punto così presente alla memoria che se tuttedue le
parti della lettera gli fossero state poste raccostate dinnanzi non
avrebbe potuto farne più precisa lettura di quello che faceva la sua
mente, completando le presenti colle parole che mancavano.

Era un bigliettino che il seduttore d'Aurora aveva scritto a Nariccia
per dargli le ultime istruzioni e gli ultimi ordini riguardo alla sua
fuga con Aurora, per cui l'intendente della famiglia Baldissero compro a
denari s'era impegnato a procurare i mezzi; ed intero questo corto
biglietto diceva così:

    «La carrozza sia pronta all'ora che v'ho già indicata. Prendete
    ogni precauzione perchè nulla trapeli.

    «Da Milano vi farò conoscere il mio indirizzo, e voi tosto
    m'informerete di ciò che avverrà qui dopo la nostra partenza. Se
    fossi inseguito mi difenderò. Quanto alle somme depositate,
    ripeto quello che vi ho già scritto: rimangano presso di voi
    fino a nuova mia ulteriore decisione.»

Il giovane, che seguiteremo a chiamar Maurilio, perchè nessuno fin
allora poteva conoscergli altro nome, restituì al marchese quel pezzo di
carta, e disse con placida amarezza:

— Il mio non sarà stato che un sogno... un sogno che ha durato ben
poco..... ma che sarebbe anche meglio non avesse neppur cominciato.....
Il colpo non mi giunge inatteso... Chi son io dunque? Nessuno e sempre
nessuno: preso nelle tenebre, vivrò nelle tenebre, e non saprò mai
mettere un nome a quella individualità a cui debbo il tristo dono della
vita.

Il marchese, che credette scorgere in queste parole l'accento d'una
profonda desolazione, lo interruppe con amorevolezza.

— Non perdete ogni speranza. Nariccia, a quanto mi ripetè Padre
Bonaventura, incaricò dell'empia commissione due scellerati, di uno dei
quali forse c'è ancora possibile aver notizie da poterlo rintracciare;
egli è appunto il fratello di quella sciagurata che fu cameriera della
mia infelice sorella, e per mezzo di lei se ne potrà probabilmente saper
qualche cosa. Il suo nome è Michele Luponi e venne sopranominato
_Stracciaferro_.

Innanzi agli occhi di Maurilio passò come un lampo di color sanguigno,
il suo cervello sentì come la puntura di un ferro arroventato.

— L'altro di quei scellerati che derubarono il bambino chiamavasi
_Graffigna_? domandò vivamente il giovane.

— Sì.

Egli sapeva oramai l'esser suo. L'azzardo gli aveva squadernata dinanzi
la pagina del suo destino. Si rivide nell'orrido aere fetente della
carcere dove aveva udito l'orribile racconto di _Stracciaferro_; rivide
la faccia bestiale di quell'uomo ubriaco tormentata dai graffi del
rimorso; riudì le orribili parole di _Graffigna_ che tutto lo avean
fatto raccapricciare; riudì sulle labbra di _Stracciaferro_ il grido
ch'egli confessava riudire nelle sue notti, il grido della donna
assassinata che domandava le si rendesse il suo sangue, riudì il grido
supremo di toro ferito con cui l'assassino aveva conchiuso quella
spaventosa narrazione: «quel bambino era mio figlio!» e sentì insieme
assalirgli le intime sedi della vita un gelo di morte ed una vampa di
fuoco. Quella donna assassinata era sua madre; il bambino derubatole era
egli stesso; suo padre era un galeotto, ladro ed omicida!

Il delirio e la follia gli si slanciarono al capo insieme coll'èmpito
del sangue: sentì che a stento poteva tenere il freno della ragione al
suo intelletto scombuiato.

— Orrore ed infamia! esclamò egli coll'aspetto d'un dissensato che è
assalito dal parosismo della follia. Infamia ed orrore!... Ecco la mia
ricchezza; ecco la mia parte di bene sulla terra.

Ruppe in una risata ad udirsi penosissima, e si slanciò fuori dello
studio.

— Maurilio! Maurilio! gridò il marchese con voce in cui si temperavano
il rimprovero, il comando autorevole ed un affettuoso interesse; ma il
giovane non l'udì, e corse via, come Caino dopo l'orrendo suo delitto.

Il marchese fu d'un balzo al cordone del campanello e gli diede una
violenta tirata.

L'infelice figliuolo di _Stracciaferro_, correndo incontrò nella sala
precedente il gabinetto onde fuggiva, la contessina Virginia, che veniva
appunto in cerca di lui, e non tanto per desiderio di rivedere il
rinvenuto fratello, quanto per avere da esso novelle di altra persona a
lei cara.

— Mio fratello! disse la fanciulla colla melodia soave della sua voce
argentina.

Il fuggente si fermò sui due piedi e spaventò la donzella per
l'alterazione profonda delle sembianze con cui le si accostò.

— Fratello! Fratello! esclamò egli con un sogghigno indescrivibile sulle
labbra agitate da un tremore convulso. Io non sono vostro fratello, no,
non lo sono.

Incontrò collo sguardo de' suoi occhi turbati quello limpido e
dolcissimo delle serene papille di lei.

— Ah! quegli occhi! soggiunse. Sono gli occhi di vostra madre.... La
mia, servendo la vostra, glie li ha rubati per darli a me, che portava
nel suo seno.

S'interruppe mandando un grido rauco da selvaggio.

— Nella nostra famiglia si ruba! gridò quindi con disperata energia,
percotendosi coi due pugni chiusi la fronte.

Virginia impietosita, commossa, gli si appressò vieppiù e gli pose sopra
un braccio la sua destra dilicata e gentile.

— Calmatevi, Maurilio; gli disse mitemente.

Il giovane non lasciò che altrimenti continuasse. Vide innanzi a sè
quella tanta bellezza illuminata da un divino raggio di pietà; sentì sul
suo braccio il tocco di quella mano come una ineffabil carezza. Il suo
delirio dimenticò tutto il resto per non esser più che un delirio
d'amore.

— Non sono tuo fratello: diss'egli: dunque posso amarti, angelo del mio
cuore... Ho sangue di plebe. Che importa? Mi sento tanta grandezza de
esser primo fra gli uomini. Son figlio d'assassino. Che monta? L'energia
delittuosa dell'eredità paterna sarà in me l'energia delle grandi
cose... T'amo da tanto tempo con amor furibondo.

L'afferrò colle sue grosse mani: ella si dibattè spaventata mandando un
grido. In quel punto dall'una delle porte di quella sala entrava il
domestico chiamato dalla scampanellata del marchese, e questi si
presentava sulla soglia del suo studio, chiamato dal grido di Virginia.

Maurilio, alla vista dei sopraggiunti, abbandonò la ragazza, gettò un
urlo e riprese la sua fuga disperata.

— Tenete dietro al signor Maurilio; comandò il marchese, presso cui
Virginia era venuta a rifugiarsi tutto sgomenta: vegliate su di lui e
frattanto qualcuno corra subito per un medico.

Maurilio era corso nella sua camera e ne aveva chiuso a chiave l'uscio,
entrandovi, prima che il domestico giungesse a quella soglia. Al battere
nella porta, alle parole del servitore egli non rispose nemmeno; tanto
che il domestico, stancatosi dopo replicati tentativi, venne dal padrone
a dirgli quel ch'era avvenuto e riceverne nuovi ordini.

— Andate pel medico, frattanto; e quando e' sia giunto, penseremo al da
farsi.

Il giovane, disperato, s'era buttato traverso il letto colla faccia
affondata nelle coltri ed aveva prorotto in penosissimi singhiozzi.

— Figlio d'un assassino, ripeteva, figlio d'un assassino. E mia madre
una serva!.. E l'amo tanto Virginia!... E nel mio capo c'è
l'intelligenza d'un uomo superiore!... Sono nato dal fango sociale:
nelle mie vene corre il germe fatale del delitto: lo sento alla ferocia
d'un istinto che mi si fa gigante nel petto.... È un retaggio fatale....
Si trasmette come la tisi, il rachitismo e la pazzia.... La pazzia, la
sento che viene.... Oh sia la benvenuta!... Mia madre fu assassinata da
mio padre.... Mio padre assassino.... Ed io che cosa sarò?...

Una vertiginosa fantasmagoria di strane immagini orribili, spaventose,
in mezzo ad una nebbia color di sangue, gl'invase il cervello. Vide in
un tramestio orrendo assassini e vittime, suppliziati e carnefici, antri
di prigione e ferri di catene, e dominante su tutto la schifosa ombra
dello stromento del supremo supplizio. Si levò irte le chiome, smarriti
gli occhi, sconvolte le sembianze, contratti i muscoli, tutti in un
tremito i nervi. Gli spettri della pazzia e dell'infamia gli danzavano
innanzi. Tutti gli oggetti vedeva di color rosso affuocato; sentiva con
dolore inesprimibile battergli forte i polsi nella testa. Si recò
barcollando come un ebbro, le mani tese innanzi al par d'un cieco, al
lavamano, e immerse a più riprese la faccia e la testa nel catino pieno
d'acqua fredda; ciò non gli bastava: prese una tovaglia, la inzuppò
nell'acqua e se ne cinse la fronte che gli ardeva. Tutto ciò fece con
atti macchinali, senza aver coscienza di sè. Ne provò alcun giovamento.
L'orribile ridda che gli movevano nel cervello le immagini provocate dal
delirio si calmò; le visioni spaventose si dileguarono in quella nebbia
dello spirito che da rossa color sangue si sfumava in un color rosato
con dei guizzi più vivi che parevano baleni. Guardò intorno a sè, come
attonito, smemorato, e si riconobbe. Trovò nella sua mente, dritto, per
così dire, in mezzo al rovinio di quelle visioni della febbre, un
pensiero:

— Non ho detto al marchese chi e dov'era il suo vero nipote; e convien
bene ch'e' lo sappia.

Si strappò dalla fronte la servietta fumante onde s'era cinto le tempia
e si slanciò verso la porta. Ma ecco tosto la mano adunca della pazzia
acciuffarlo di nuovo. La febbre cerebrale, che sempre incombeva,
minaccia immanente sugli organi sovreccitati della sua intelligenza, gli
piombò addosso come falco sulla preda. Stralunò gli occhi, rise
orribilmente, battè l'aria colle braccia come fa delle ali uccello
ferito che non può più levarsi a volo, mandò un grido soffocato, un
gemito, un rantolo; e cadde lungo e disteso sul pavimento.

Al sopraggiungere del medico fu aperta di forza la porta, il giovane fu
raccolto di terra e posto a letto, e il male fu sollecitamente ed
energicamente combattuto coi salassi, colle mignatte, colle ventose.

— Temo che nulla non possa più salvarlo: disse al terzo giorno il medico
al marchese che mostrava molto interesse per quell'infelice.

Egli non era ancora tornato neppure un momento in cognizione di sè, e ad
ogni parosismo di quella febbre cui nulla ancora aveva potuto vincere,
tornava più fiero, più penoso, più dissensato il delirio.

Giovanni Selva, Romualdo, Vanardi, saputo dello stato del loro amico,
chiesero ed ottennero di venirgli prestar le loro cure, come avevano già
fatto nella precedente identica malattia, quando essi l'avevano
primamente ospitato.

Più tardi ci furono eziandio Don Venanzio e la vecchia Margherita, la
nutrice di Gian-Luigi. Il parroco era corso a Torino, tutto stravolto e
sconsolato dalle due bruttissime novelle: l'arresto di Gian-Luigi e la
malattia mortale di Maurilio; la Margherita, udito con indicibile
angoscia quello che era avvenuto a colui ch'essa aveva nutrito col suo
latte, cui amava più d'un figliuolo, aveva voluto accorrere alla
capitale, come se la sua presenza lo potesse difendere, lo potesse
aiutare; e seco aveva recate ancora intatte le mille lire statele date
poco tempo prima dal _medichino_. Tanto a lei, quanto al parroco,
l'autorità giudiziaria aveva intimato comparir come testimoni nel
processo che con sollecitudine straordinaria si veniva istruendo contro
di Quercia.



CAPITOLO XXV.


La mattina del giorno che successe a quello in cui il _medichino_ venne
arrestato, il conte Langosco entrò senza farsi annunziare nella camera
da letto di sua moglie alle ore dieci, che sono per quella gente, in
tale stagione, come l'ora dell'alba pei poveri operai.

Candida aveva passata una notte infernale, in cui lo spasimo dell'anima
aveva mantenuta vigorosa la febbre del corpo; sulla sua bellezza e sulla
sua gioventù erano passati nel giro di dodici ore due lustri ed avevano
stampata la loro impronta nell'incavamento delle occhiaie, nella
carnagione che aveva perduta la freschezza ed era diventata floscia,
nelle finissime rughe che le si erano disegnate come raggi divergenti
dall'angolo esterno degli occhi alle tempia. Certo mai colpa di donna
violatrice del suo giuramento di fedeltà coniugale non fu punita con più
crudeli tormenti, coll'angoscia di più vive paure, di più profonda
vergogna; ned ella poteva dirsi aver già tutto pagato il suo fio, essere
andata al fondo della coppa di dolore, e non poterle piombar più
sull'anima spasimi e sgomenti ed ansietà ed onta maggiori. Nell'orribile
insonnia di quella notte, la sua anima era passata per tutti gli stadi
della disperazione, dalla violenza dissensata al torpido abbandono
dell'abbattimento; ne aveva pensato ogni fatta spedienti, dal coraggio
della dissimulazione alla fuga, dal pentimento in un chiostro al
suicidio. E ciò che era un aggravamento delle sue triste condizioni
morali si è che quell'empio amore appiccatosele a tutto l'essere, come
alle membra di Alcide la camicia di Nesso; quell'empio amore continuava
in lei torbido, fiero, violento, scellerato, a dispetto della vergogna,
del rimorso, d'un sentimento inesprimibile di rabbia impotente e
selvaggia. Tutto le inaspriva la sanguinante piaga; e quello che aveva
nel pensiero e quello che aveva intorno a sè. Ogni oggetto che vedeva in
quella camera le ricordava un momento della presenza, una mossa, una
parola di colui che era penetrato profanatore in quel santuario della
fede coniugale: la cameriera che era rimasta l'ultima a disporre il
lumicino per la notte, cui essa aveva comandato testè d'allontanarsi, le
stava come un'incarnazione vivente di certi ricordi per cui la doveva
arrossire; l'aspetto e la parola di Zoe le rimanevano presenti come la
mitologica persecuzione d'una furia vendicatrice; aveva infisso nel
cervello lo sguardo freddamente implacabile del marito. Al pensiero di
rivedere costui raccapricciava: le pareva che meno tremendo le sarebbe
stato sopportare lo sguardo del Giudice Supremo: in questo almeno colla
giustizia avrebbe trovato pietà; nell'anima del conte, devastata come il
suo cranio ingiallito, come il suo volto scarnato, sapeva che di pietà
non ne avrebbe potuto trovare. E in mezzo a tutto ciò l'assalivano di
quando in quando con un'aspra voluttà inenarrabile soavi rimembranze di
certi momenti, di certe parole di lui, di certi delirii, di acuti
diletti della passione e della colpa.

Quando vide entrare il marito nella sua camera, chiuse gli occhi come
per allontanare un momento almeno l'urto penoso dello sguardo di lui: il
suo respiro affannato diceva quanto il cuore le battesse. Il conte le si
avvicinò lentamente, fissandola fino dalla porta col suo vivace occhio
da vipera. La fante, che era presente, ebbe compassione della sua
padrona, e mettendosi innanzi al conte, gli disse con voce sommessa:

— La riposa un momentino....

Langosco non la lasciò continuare: la fece ammutolire con un freddo
sguardo, che fu più eloquente d'ogni parola, e colla destra la trasse in
là per passare.

— Vedo con piacere, diss'egli quando fu alla sponda del letto, che voi
state molto meglio.

Candida aprì gli occhi, ma non li volse verso il marito, sibbene al
soffitto, come per protestare tacitamente contro quell'affermazione.
Ella si sentiva tanto male che le pareva dover morire.

— Sì, _voi dovete_ star meglio: continuava il conte: lo giudico dal
vostro aspetto.

Si voltò verso la cameriera e le disse tranquillamente:

— Andate.

La donna non si fece ripetere il comando.

— Vi ho detto che _dovete_ star meglio: riprese il marito quando fu solo
colla contessa: avete capito? Tanto meglio, che questa sera si deve
assolutamente andare al concerto a Corte... Si deve assolutamente!...
Non vi vedrò più fino a questa sera. Siate pronta alle nove; avrò
l'onore di accompagnarvi... E voglio che sia così.

Pronunziò queste parole lentamente, senza minaccia, ma con espressione
d'irremovibile fermezza.

Candida non pensò neppure a ribellarsi; capì che il marito voleva
opporre alle ciarle della gente la presenza di sua moglie; pensò con
sommo desiderio fra sè: «Ah! se prima di questa sera potessi esser
morta!»

— Non fa bisogno ch'io vi dica, soggiunse il marito, che conto sul
vostro solito buon gusto nello sfarzo dell'acconciatura, e che
mostrerete alla malignità delle vostre amiche e dei miei nemici una
fronte serena ed un allegro sorriso. _Noblesse oblige_, madama!

La contessa non parlò: il marito prese quel silenzio come un
consentimento, qual era. Stette un istante, e poi disse col medesimo
accento di freddezza, quasi d'apatia:

— Quanto alle ulteriori determinazioni da prendersi fra di noi, non è
ancora il caso di parlarne. Quando saranno ricuperate quelle lettere e
rimediata così in parte la vostra imprudenza, vi farò conoscere i miei
propositi. Per ora, innanzi al mondo, dobbiamo essere più intimi e più
d'accordo che mai. Domando la vostra cooperazione per questa commedia.
Io saprò difendervi da ogni apparenza di oltraggio; sappiate voi
aiutarmi a sostenere la parte di marito che non ha nulla da
inquietarsi..... Entrando nel salone di Corte al mio braccio, questa
sera avrete una mossa di confidente abbandono e di tranquilla
sicurezza..... Tutte le donne sono abbastanza buone commedianti per
fingere: voi dovete essere più commediante di tutte le altre.

Uscì dopo questo sanguinoso oltraggio, com'era entrato, lento, calmo,
con un sogghigno d'insopportabile ironia.

La giornata fu lunga e corta per la infelice contessa. Si fece forza e
si alzò, affranta com'era e colla febbre nelle ossa. Stette quasi sempre
sdraiata sur una poltrona, affondata l'anima nel buio abisso d'una
disperazione muta e senza risoluzione. I soli momenti di pace che la
ebbe furono certi fugaci intorpidimenti dell'anima, in cui questa,
stanca di soffrire, era invasa da una specie d'oblio che tutto le
cancellava dalla mente: viveva così un minuto, quasi senza coscienza, e
in quel breve riposo dello spasimo la prendeva nuove forze per soffrir
di nuovo.

Alle sette ore si alzò e venne alla teletta a farsi adornare, ad
applicarsi sul volto la maschera, a studiare come far mentire gli occhi,
la fronte, il sorriso.

Alle nove in punto la cameriera venne a dirle:

— Il signor conte le fa sapere che l'aspetta nel salone.

In que' tempi, finito il carnevale cessava il grandioso spettacolo di
opera e ballo al teatro Regio; anzi di quaresima nissun teatro era
licenziato a stare aperto e chiamare il pubblico a divertimenti profani.
Regnavano assolutamente sulla noia dei cittadini i predicatori, di cui
uno per ogni chiesa chiamava tutti i giorni a pentirsi una folla di
donne eleganti che ci andavano per esser viste, e di giovani galanti che
ci accorrevano per vedere; e facevano solamente concorrenza a questo
magro spasso le _marionette_ e i burattini e qualche privato concerto.
La Corte in tutta la quaresima soleva darne due di concerti, ed era ad
uno di essi che, dietro il comando maritale, interveniva la contessa
Langosco di Staffarda quella tal sera, entrando, secondo il programma
stabilito, appoggiata al braccio del conte, nel gran salone delle
colonne al palazzo reale, dieci minuti prima che vi facessero la loro
apparizione i sovrani e la loro famiglia.

L'entrata del conte e della contessa fece una viva impressione generale:
tutti gli occhi si volsero verso di loro; le parole si fermarono sul
labbro dei conversanti; successe uno strano silenzio significante,
seguìto tosto da un susurro più significante ancora: erano in ciò tutta
la curiosità, tutto il maligno talento, tutta la malizia delle induzioni
di quel mostro gentilmente feroce che è il mondo elegante. Per Torino in
quel giorno non s'era parlato d'altro, in quelle stesse sontuosissime
sale, quella sera, non si parlava d'altro che della scoperta di quel
covo d'assassini, dell'arresto dei principali capi di quella banda, che
il pubblico era già avvezzo a temere sotto il nome della _cocca_, della
cattura, in qualità di comandante supremo di tale scellerata schiera, di
quel giovane elegante conosciuto da tutta la società più scelta col nome
di dottor Quercia. La meraviglia, lo sdegno, l'orrore, lo sgomento di
questa società che aveva accolto nel suo seno sì tremendo nemico erano
al colmo: si vendicava dell'inganno sofferto, dei corsi pericoli, della
temerità di quel miserabile coll'improperio e con voti sanguinarii degni
d'una paura non bene rassicurata. Si conoscevano da tutti le intime
attinenze della contessa di Staffarda coll'assassino mascherato da
zerbinotto seduttore, e il nome di lei entrava con quasi ugual
proporzione di quello di lui nella vivacità dei discorsi su questo
argomento. Lo sgomento comune e la vergogna della sofferta frode se la
pigliavano anche colla contessa, cui pure avrebbe bastato a non far
risparmiare la sola malignità della natura umana, acuita dallo
sfregamento sociale e rincalzata dall'invidia muliebre. Dal suo sesso la
misera aveva un'assoluta condanna inesorabile, senza beneficio di
circostanze attenuanti; e gli uomini non osavano neppure prenderne le
difese innanzi all'accanimento delle mogli e delle amanti. Langosco,
pratico della scena del mondo, aveva capito che c'era un mezzo solo, non
dico per trionfare di questa valanga di ciarle, ma porle freno e
costringerla a mettere la sordina al suo crescendo: e questo mezzo era
l'audacia. Ritirarsi innanzi ad essa era un volersi perdere: il nome non
sostenuto dalla presenza della persona in quella gara di pettegolezzi
era sicuro di rimanervi schiacciato; però aveva forzato la moglie a
comparire in quella guisa, ed aveva aspettato per esporsi al fuoco
incrociato degli sguardi e delle parole di quell'assemblea, il momento
più tardo che si potesse, quando il loro ingresso doveva produrre
maggior effetto.

Il conte Amedeo Filiberto Langosco di Staffarda in quel momento era un
bello ed interessante spettacolo a mirarsi da un pittore, da un poeta,
da un osservatore di costumi, da uno scrutatore di caratteri e studioso
della natura umana, poichè questi soltanto potevano capire la superba
grandezza del suo contegno, penetrare il potente significato
dell'espressione che aveva saputo dare al suo aspetto. Levato il capo,
eretto il collo, egli camminava più dritto che da lungo tempo non avesse
fatto mai; sotto il suo cranio d'avorio giallo, sulla cui lucida
superficie si rifletteva la luce dei doppieri, brillavano fieramente gli
occhi che giravano intorno con uno sguardo di calma disfida, pronti ad
accendersi al menomo urto d'un atto men rispettoso, d'un sogghigno; le
labbra aveva atteggiate a più serietà che non gli fosse abituale; e la
guisa con cui dava il braccio a sua moglie, era espressiva d'una
deferenza protettrice che indicava chiaramente una lieve mancanza di
riguardo a lei essere da lui considerata come un fattogli oltraggio, e
ne avrebbe a qualcheduno fatto scontare il fio. Il marchese di
Baldissero, che s'intendeva d'ogni nobiltà d'animo e d'ogni valore,
lasciò scorgere sulla sua bella fisionomia imponente quanto quel
contegno gli andasse a grado, e fu egli il primo a fare un cenno cortese
di saluto al conte, appena gli occhi di costui vennero ad incontrare i
suoi.

E la povera Candida? Chi le avesse visto nel cuore avrebbe giudicato che
il coraggio con cui ella s'avanzava, gaia e sorridente sotto il fuoco di
tutti quegli sguardi, portando la morte nell'anima, era assai maggiore
del coraggio di cui ha bisogno il guerriero che s'avanza contro il fuoco
nemico in battaglia. Per lei quella era diffatti una grande e decisiva
battaglia, nella quale un momento di esitazione, di debolezza, di
tremore le avrebbe dato una sconfitta da non ricattarsene mai più.
Quando ella s'era presentata nel salone dove stava aspettandola il
marito, questi, senza dirle una parola, le aveva rivolto un ratto
sguardo con cui l'aveva esaminata da capo a piedi, e vistala qual egli
la voleva, elegante, senza lagrime negli occhi, il belletto sulla
faccia, lo sbarbaglio de' diamanti sul capo, intorno al collo, sul seno,
fece un legger cenno approvatore ed additò l'uscio che conduceva alle
anticamere, come invitandola a passar prima. Traversarono
l'appartamento, scesero le scale, salirono in carrozza, percorsero la
strada senza che una parola nè uno sguardo più fosse fra loro scambiato.
Nel palazzo reale, al momento di varcare la soglia del gran salone detto
degli Svizzeri, la contessa si fermò come se le mancassero allora le
forze. Le gambe le tremavano, e la sentiva nelle orecchie un ronzìo
penoso. Il conte la guardò e le porse il braccio senza parlare; sotto
quell'occhiata tutto il corpo di lei ebbe un legger fremito; ma dopo
l'esitazione d'un attimo, ella passò la sua mano nella piegatura del
braccio del marito, e riprese il cammino. Entrando nelle sale,
percorrendo sotto una piova abbagliante di luce i reali appartamenti, in
mezzo ad una siepe di decorazioni, di uniformi civili e militari, di
ricami e spallini, di sciabole e spadine, Candida rimase calma in
apparenza e tranquilla, col suo sorriso che s'era stampato a forza sul
labbro; ma nell'affacciarsi al salone principale, dove non più la sola
curiosità degli uomini era da incontrarsi ma la malignità delle donne,
ricevendo di pieno nel petto e nella fronte la scarica di tutti quegli
sguardi, accolta da quel significativo silenzio e da quel susurro che
tosto gli tenne dietro, alla contessa vennero meno ad un tratto la
risolutezza ed il coraggio; il suo braccio si contrasse su quello del
conte, e vi pesò come per tenersi e sorreggersi, mentre fino allora,
appena era se l'aveva lievemente toccato; il ronzìo delle sue orecchie
s'accrebbe infinitamente, innanzi ai suoi occhi, che pure erano levati e
lucenti, passò una nebbia che le confuse alla vista tutte quelle faccie,
tutti quegli oggetti, tutto quello sbarbaglio. Langosco non le volse una
parola nè uno sguardo; il suo capo continuò a star dritto levato
incontro alle faccie dell'assemblea, i suoi occhi continuarono ad
incrociarsi cogli occhi di tutta quella turba elegante; ma strinse alla
persona il braccio della moglie con una pressione lenta e forte nello
stesso tempo che era un incoraggiamento, un conforto ed una promessa.
«Fate animo, diceva, son qui io a proteggervi, e non avete da
intimorirvi di nulla e di nessuno.»

Il cerimoniere di Corte venne a dividere moglie e marito, per allogarli
al posto che loro competeva rispettivamente secondo il loro grado nella
gerarchia cortigianesca; Candida si trovò in mezzo ad una schiera di
spalle nude e di gioielli preziosi di donne che avevano più quarti nel
blasone che bellezza sul volto e gioventù. Il suo sorriso si contrasse
un momento in sogghigno al vedere il freddo saluto con cui fu accolta;
una vecchia, che a saputa di tutti, aveva impiegata la giovinezza ad
esser l'amante di più alti personaggi, si volse con una certa
affettazione dall'altra parte, mormorando con piglio disdegnoso parole
che Candida non potè intendere, ma di cui era troppo facile capire il
significato. Ciò nulla meno la contessa tenne un fermo contegno: rispose
ai freddi ed orgogliosi saluti con saluti più freddi ancora e più
orgogliosi; stette colla sua bella testa eretta, come se sulla sua
fronte, insieme a quello de' diamanti, non avesse da portare il peso di
nessuna vergogna. Il conte trovò negli uomini, in mezzo ai quali era
penetrato, le medesime strette di mano che ci trovava tutte le altre
volte. Erano troppo ben educati que' semidei dal sangue azzurro; il
conte era troppo conosciuto come uomo da sapersi far portar rispetto,
perchè il menomo cambiamento apparisse nel loro trattare verso di lui:
nessuno non ebbe neppure il cattivo gusto di dimostrargli una
compassione od un interessamento ch'egli avrebbe trovato un'offesa.

Non si era ancora affatto calmata la leggera agitazione che in quelle
onde stagnanti di cortigiani aveva suscitato il sopraggiungere dei
coniugi Langosco, quando il batter de' piedi per terra del mastro di
cerimonie alla soglia dell'uscio che conduceva agli appartamenti della
famiglia reale, annunziò l'arrivo della Corte. Si fece un alto silenzio,
e l'attenzione di tutti fu rivolta a quella porta, da cui entravano gli
augusti personaggi, al suono della _fanfara_ reale che echeggiò ad un
tratto dalla tribuna dell'orchestra.

Si ascoltarono con un raccoglimento che si sarebbe potuto dir religioso
varii pezzi di musica strumentale e vocale eccellentemente eseguiti e di
eccellenti maestri. Ogni cortigiano guardando verso il trono dove sedeva
la pallida figura di re Carlo Alberto, aveva l'aspetto beato d'un Joghi
indiano che, a forza di contemplarsi la punta del naso, è giunto a
vedersi dischiuso innanzi l'infinito. In un intervallo, il Re sorse, e
dietro il suo esempio tutti, e come solea, Carlo Alberto percorse
lentamente il salone, facendo orgogliosa e felice ora questa ora quella
delle dame, or questo or quello dei petti ornati di croci, col dire
poche parole, regalare uno de' suoi gelati sorrisi e passare. Fu notato
che il Re non favorì nè d'una parola nè d'uno sguardo la contessa di
Staffarda, quantunque fosse una delle più belle e delle più eleganti, e
quindi chiamasse meglio delle altre l'attenzione. Il contegno delle dame
a lei vicine, il quale fino allora era stato freddo, divenne decisamente
ostile. Ma questo sotto un certo rispetto riuscì a giovamento di
Candida, perchè l'irritazione dello sdegno che in lei ne nacque, valse a
ridarle quelle forze che venivano scemando e per la passione dell'animo
e pel malessere fisico, cui le cagionava la febbre ogni minuto
crescente.

— Hai udito, marchesa: disse dietro Candida una baronessa, magra come
un'acciuga, che faceva uscire spudoratamente dalla scollacciatura della
veste le ossa di due spalle da scheletro: quel famoso Quercia che era
capo di una banda di assassini, si vuole che fosse nelle buone grazie
d'una signora _comme-il-faut_.

— _Comme-il-faut_, no certo: rispose la marchesa con una voce che
rassomigliava a un sibilo di serpe. Una donna ammodo non avrebbe mai
ricevuto un simile individuo.

La contessa Langosco si voltò e guardò bene in faccia l'una e l'altra di
quelle due donne.

— Io l'ho ricevuto: disse fermamente: e le assicuro, signora marchesa,
che quel tale aveva portamento e maniere da ingannare qualunque, anche
lei; ed anche lei, signora baronessa, soggiunse volgendosi a
quest'ultima che smorfiva altezzosamente. Chicchessia l'avrebbe
scambiato per un addetto di ambasciata o per un ufficiale di dragoni...
in borghese.

Tutti sapevano che quella marchesa aveva una tresca con un addetto
dell'ambasciata austriaca, e che quella baronessa osteologica pagava i
debiti ad un giovane ufficiale di cavalleria, che ne approfittava per
farne a rotta di collo.

Se gli sguardi fossero lame di pugnale, la contessa Langosco sarebbe
caduta all'istante al suolo trafitta da parte a parte, sì niquitose
furono le occhiate che quelle dame le slanciarono; ma le labbra però
continuavano a sorridere.

— Eh via! disse la baronessa: la nascita e il sangue non si possono
simulare, e bisogna noi stessi _ne pas avoir de naissance_, ed essere di
sangue _roturier_ per lasciarcisi ingannare.

Candida tacque; aveva una smania feroce di gettare sul magro volto
impiastricciato di quella Venere anatomica una parola oltraggiosa come
uno schiaffo; ma lo spavento delle conseguenze che avrebbe potuto avere
uno scandalo riuscì a frenarla. Strinse siffattamente colle mani
convulse il suo ventaglio di madreperla che lo ruppe; seguitò a
sorridere colle labbra, a cui la cosmetica pomata di carminio dava il
colore della salute e della gioia; rispose con un'occhiata civettesca ai
ditirambi che le indirizzavano gli sguardi dell'ufficialetto della
baronessa, il quale col pretesto di vagheggiare la pagatrice dei suoi
debiti, ammirava con espressione di vivo desiderio la bellezza della
contessa Candida.

Ma in mezzo a tutta quella folla c'era una persona, che indovinava in
parte le strette dell'anima di questa povera donna, che sotto il
belletto delle guancie di lei scorgevane la pallidezza morbosa, che
dietro il sorriso avvertiva lo spasimo soffocato: e questa persona era
il padre di Candida, il barone La Cappa. Approfittò egli di quel
rompersi degli ordini che produsse il moversi del Re, e si accostò alla
figliuola.

— Tu hai qualche cosa, Candida: le disse sotto voce.

La contessa si attaccò al braccio paterno come un naufrago s'appiglia al
remo, che gli venga porto.

— Dàmmi il tuo braccio, _papà_: diss'ella; e conducimi fuori da questo
salone. Ci ho troppo caldo, soffoco, ho bisogno d'un po' d'aria.

Si allontanò sorreggendosi a suo padre, seguìta dagli sguardi e dagli
ammicchi delle dame che le eran vicino; trasse il barone fino in un
angolo di una sala in cui era minore la gente, e buttatasi sopra un
divano, si fece sedervi presso il suo compagno.

— Che ho? diss'ella allora rispondendo alla domanda che le aveva fatta
nel salone suo padre. Ho che sono la più sventurata donna del mondo e
che vorrei esser morta.

Queste parole furono pronunciate con accento disperato e con voce piena
di pianto; ma in quella, Candida vide parecchi sguardi fissi sopra di
lei ad osservarla, ed ebbe la forza di piegar di nuovo i muscoli della
sua faccia a quel sorriso che l'aveva stanca sino allora più che non
qualsiasi fatica di corpo.

— Misericordia! esclamò il barone spaventato, giungendo le mani con atto
d'infinito dolore.

Ma la figliuola, sempre con quella maschera di letizia sul volto, gli
pose una mano sul braccio e gli disse sotto voce:

— Piano, frenati, abbi l'aria tranquilla e contenta. Qui dentro bisogna
nasconder tutto e finger tutto. Sorridi come vedi sorrider me. Guarda
come ci osservano con avida curiosità!

Il barone girò intorno lo sguardo stupito di uomo che non capisce, e
ripetè la sua interrogazione:

— Ma che cosa dunque succede, in nome di Dio?

E la contessa, curvandosi sulla spalla di lui e parlandogli
all'orecchio:

— Tu hai voluto farmi felice, padre mio; mi hai data la ricchezza; mi
hai dato col marito un illustre blasone (sorrise amaramente nel dire
queste ultime parole); ebbene tutto questo non basta. Non sai tu che di
questi giorni ho invidiato la sorte di tutte le altre donne, ho
desiderato cambiare la mia in quella d'una povera operaia?

Il degno barone guardava la sua figliuola come si guarda uno che ad un
tratto si metta a spacciare le maggiori follie del mondo, e non sapeva
che risposta fare. La figliuola continuava dopo una brevissima pausa ed
abbassando ancora di più la voce:

— Non hai tu udito questa sera, qui stesso, in questi crocchi eleganti,
infamare la tua figliuola?

Anatolio La Cappa si atteggiò della persona con tutta l'imponenza degna
d'un _Intendente generale_, della qual carica, insieme colla pensione di
ritiro, aveva titolo e grado, e fece colla sua superba mossa tintinnire
fieramente i ciondoli e i gingilli delle decorazioni che gli coprivano
il petto del suo abito a spada, ricamato d'oro al goletto e ai paramani.

— _Corbleu_! esclamò egli con tutta la bravura che potrebbe avere il
discendente da un eroe delle crociate. Avrei voluto vedere anche questa!
Infamare la mia figliuola? Ma a chi fosse tanto temerario la farei ben
io pagare cara e salata..... con un buon processo.

— No, padre mio: disse scoraggiatamente Candida scuotendo la testa. Un
processo sarebbe peggio.

— Hai ragione. Che processo? Contro siffatta canaglia... perchè chi si
permettesse una cosa simile, non potrebbe essere che canaglia... contro
codesta gente c'è di meglio da fare che non un processo. Ho ancora
abbastanza aderenti in alti luoghi... che? Ricorrerei, se bisognasse, a
S. M. medesima che non ha obliato il suo antico, fedel servitore, e me
ne ha dato una prova testè ancora col modo onde mi ha salutato... e quel
miserabile lo farei ricoverare a Fenestrelle o mandare in Sardegna,
perchè meditasse _à loisir_ sui pericoli di perdere il rispetto a chi va
rispettato.

— Nè anche questo non si può fare: riprese la contessa, scuotendo
nuovamente la testa. Chi si compiace di straziare la mia fama è più
potente di noi, ha più aderenze di noi, è più presso a S. M. di noi...

— Tu scherzi: interruppe il barone scandolezzato. I Langosco di
Staffarda accompagnarono il conte Verde nella sua spedizione in
Oriente....

— Ma noi non siamo che La Cappa.

— _Palsambleu_! Tuo marito non sarebbe capace di far rispettare sua
moglie?

— Sì: è pronto a battersi contro chicchessiasi gli lasci pervenire
all'orecchio una di quelle infamie che si susurrano dietro il ventaglio;
ma lo scandalo d'un duello non rimedierebbe nulla; e quelle infamie sono
troppo codarde per osare venirci assalire di fronte.... Ah padre mio,
non c'è riparo: io sono perduta.

L'accento con cui l'infelice diceva tali parole era straziante, e pur
tuttavia il suo sorriso non cessava di rallegrare le sue labbra, e le
sue sembianze continuavano a mostrare la maschera d'una lieta
tranquillità. In siffatto contrasto eravi qualche cosa di più penoso e
di più commovente che non nelle ordinarie manifestazioni del dolore e
della disperazione.

— Ma corpo del diavolo!... (L'animo del degno barone _Intendente
generale_ era così turbato che invece delle solite eleganti parole
esclamative in francese, si lasciò scappare questa plebea imprecazione.)
Posso io sapere finalmente che cosa sia succeduto?

Candida, con infinita passione dell'animo, ma in mezzo a due risatine,
come se contasse a suo padre in un allegro colloquio il più piacevole
aneddoto, disse con voce che appena fa udita dal barone, il quale curvò
verso di lei l'orecchia:

— Hai tu sentito parlare dell'arresto del dottor Quercia?

— Giusto! esclamò il padre. Volevo dirtene un motto. _Ce drôle-là_, mi
pare che tu lo conoscevi.

Candida pose di nuovo una mano sul braccio di suo padre e fissò negli
occhi di lui uno sguardo che diceva un'infinità di cose: ma questa volta
non ebbe più la forza di ridere nè pur di sorridere.

— Il mondo, susurrò ella, lo dice mio amico.

La Cappa sussultò sul divano.

— Ah _diable_!

— E da un momento all'altro possono saltar fuori delle carte che dieno
ragione a quella voce.

— Possibile!... che carte?

— Delle lettere: disse la contessa così piano che la parola fu, più che
intesa, indovinata dal barone.

— L'imprudente!... Sì, cospetto che questo è un affare disgustoso
assai... E tuo marito?

— Sa tutto.

— Misericordia!... E che vuol fare?

— Ricuperarle... Ma io vorrei ottenere ciò d'altra parte e senza il suo
concorso.

— Hai ragione.

— Sei tu pronto ad aiutarmi, padre mio?

— Prontissimo... Che s'avrebbe da fare?

— Ci vorrà di certo una somma... piuttosto vistosa... e qualche passo
presso alcuni personaggi...

Il barone all'udire fatta menzione d'un sacrifizio di denaro, non potè
dissimulare una smorfia di poco aggradimento. Glie ne venne subito
l'ispirazione di fare un buon predicozzo di morale alla sua figliuola;
ma il luogo in cui erano e la presenza di tanti osservatori, non erano
acconci a codesto. La figliuola lo interruppe di subito per farglielo
notare.

— Ho bisogno di conoscere un po' meglio i particolari della cosa: disse
allora con tono che si accostava al burbero, il padre spaventato dalla
minaccia alla sua cassaforte.

— Sì; e siccome ora e qui non posso dirti tutto, e volli solamente
dartene un cenno, perchè avevo bisogno di sfogo e mi premeva aver la
consolazione di trovare in te un sostegno; così riserberò il resto da
dirti per domani. Mi permetti tu ch'io vada da te a versarci tutta
l'anima mia?

La Cappa che adorava la sua figliuola, non potè vedere senza
intenerimento l'aria di supplicazione che spirava dalle sembianze e
dagli occhi di lei.

— Vieni pure, gioia mia: rispose: ti darò tutta la mattinata a te sola,
e non avremo fastidio di disturbatori.

La lotta fra l'amore del suo danaro e quello per la sua figliuola era
finita in lui col trionfo di quest'ultimo.

— E di qualunque cosa tu abbia bisogno, soggiunse, e che tuo padre possa
fare..... (fece ancora una piccola pausa) ebbene, conta pure su di lui.

Candida gli strinse la mano in manifestazione di muta, ma vivissima
riconoscenza.

— Ora, torniamo nel salone: diss'ella alzandosi. Tu mi hai ridonato
coraggio.... E tutto già me lo sentivo mancare... Ah, padre mio, mi hai
fatto un gran bene, e che tu sia benedetto!... Sto meglio e sono ora
capace di affrontare di nuovo e sguardi e parole di queste maligne
ipocrite.

Quasi in quel medesimo frattempo in cui la contessa parlava con suo
padre, avevano luogo intorno alla cattura ed alla sorte di Quercia, due
altri colloquii: uno fra il Re ed il marchese di Baldissero, l'altro fra
il marito di Candida e il generale Barranchi.

Riferiamoli ambedue, cominciando da quest'ultimo.

— Avete qualche cosa da apprendermi, Langosco, intorno a quella vostra
faccenda? cominciò il generale Barranchi, parlando piano e ritraendosi
d'alquanto dalla folla circostante.

Il marito di Candida rise con quel suo legger ghigno da scettico di
buona società.

— Oh oh! il capo della Polizia che ha bisogno d'informazioni da un
semplice privato: diss'egli con tono forzatamente scherzoso. No, non ho
nulla da apprendervi; perchè quello che vi ho da dire e che vi voglio
dire, voi, gentiluomo qual siete, lo sapete prima e meglio di me: ed è
che non si dovrebbe tollerare che il nome e l'onore d'una famiglia
patrizia, sia alla _merci_ d'un tristo qualunque il quale può colle sue
parole comprometterla, e che quel nome e quell'onore vengano trascinati
nel fango della pubblicità d'un processo. È una orribil cosa solo a
pensarci.

— Voi avete ragione, rispose gravemente il generale con tutta la
solennità della sua montura di parata il cui petto era una pleiade di
costellazioni. Ma che cosa volete? Ci sono le leggi, c'è un codice....

Langosco fece un atto d'impazienza assai poco rispettoso per la maestà
della patria legislazione.

— Bel guadagno di codice! Bel tesoro di leggi! esclamò, avvicinando però
ancora più la bocca all'orecchio del suo uditore. Leggi rivoluzionarie
che sanciscono l'uguaglianza nelle cose civili come nelle criminali fra
il figliuolo del ministro e il figliuolo del portagerle. Sono
un'assurdità. Quella di voler fare il legislatore liberale, il
riformatore in preteso vantaggio del popolo, è una manìa di Carlo
Alberto....

Queste parole erano pronunciate a voce tanto bassa che niun altro
orecchio le poteva cogliere, fuor quello a cui erano susurrate, pur
tuttavia il comandante de' carabinieri si guardò dintorno con qualche
turbamento, e credette suo obbligo di servo fedele del Re e di
cortigiano, protestare con un'esclamazione:

— Oh oh! non parlate a questo modo, conte. Il torto non vogliamo
darglielo all'augusto Sovrano; ma se c'è qualche cosa da rimproverare,
ascrivetelo a quella mano di avvocatuzzi e di legulei, onde pur troppo
il buon re si lascia aggirare, tutta gente bacata dalle massime empie e
sovversive della perfida rivoluzione francese.

— E di questa guisa si rovina lo Stato e la Monarchia. Togliete a questa
ed a quello la base solida e il sostegno continuo e robusto d'una
nobiltà rispettata e potente, e per forza li vedrete cascare in balìa
delle passioni popolari e, come si suol dire oggidì, della democrazia.

— Giusto!

— E come volete avere un'aristocrazia costituita potente, che continui
di generazione in generazione l'opera tradizionale, se coll'abolizione
dei maggioraschi le togliete i mezzi di vivere; se con una fatale
uguaglianza _vous la ravalez_ al livello della plebe?

— Giustissimo!

— Nei tempi antichi della nostra monarchia, quando si aveva un buon
governo e si applicavano le buone massime...

— Prima degli orrori della empia rivoluzione francese: soggiunse
Barranchi, il quale contro quella rivoluzione aveva l'odio più accanito
che possa albergare nell'animo d'un generale.

— Ebbene, se si fosse presentato un caso simile all'attuale, non si
sarebbe messo a repentaglio nessuna di quelle cose per cui il popolo
deve avere venerazione, e la giustizia medesima ci avrebbe guadagnato.

— Sicuro! Prima di tutto non c'era quell'imprudente invenzione della
pubblicità dei processi.

— Ma che processo? Non se ne sarebbe fatto. Un individuo della fatta di
quel Quercia lo si sarebbe preso, e senza che nessuno ne sapesse e ci
avesse a mettere il becco lo si sarebbe mandato a lavorare sotto lo
staffile in qualche luogo remoto della Sardegna, dei più malsani, dove
non avrebbe potuto menar la lingua con nessuno, e dove non avrebbe
tardato a liberare del tutto il mondo e la società della sua scellerata
persona.

Il conte Barranchi mandò un sospiro di rincrescimento.

— È vero: diss'egli; ma ora codesto non si può far più.

— Si potrebbe fare qualche cosa d'equivalente.

— Oh come?

Langosco abbassò ancora più la voce.

— Se quell'uomo scomparisse portando seco tutti i suoi segreti?

Barranchi s'inalberò.

— Oh! esclamò scotendo il capo: farlo.... (esitò un momento)....
sparire?

— Colla fuga: s'affrettò a soggiungere il marito di Candida. Lo
scellerato va in America, e non se ne intende mai più a parlare. Questa
razza di gente mantiene siffatte promesse.... tanto più che ci ha tutta
la sua convenienza. Una buona somma, un guardiano di carceri comperato,
un capo-guardiano che chiuda gli occhi, e l'affare è fatto.... senza che
nessuno sia compromesso.

Barranchi seguitava a scuotere la piccola testa colla stretta fronte
corrugata e l'aria pensierosa. Il conte di